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Le ancore della democrazia

Breve avvertenza

Punti fermi del sistema democratico, tra questi primeggia la divisione dei poteri, da questa necessità
discende il problema della rappresentanza, cardine della democrazia. La democrazia diretta ha delle lacune.
Infine il senso del limite: garanzia della libertà, che è rappresentato dalle leggi e dalle costituzioni e anche
da molte consuetudini. Queste regole non ingessano la democrazia, poiché in molti casi possono e devono
essere cambiate, ma finché sussistono vanno rispettate.

INTRODUZIONE

Oggi ci si domanda cosa rende una società più democratica delle altre e come eviti quelle pericolose
involuzioni che purtroppo accompagnano anche la vita delle democrazie. Una delle preoccupazioni
ricorrenti è l’allontanamento dei cittadini dall’occuparsi della cosa pubblica, salvo intervenire quando sono
minacciati i punti fondamentali del vivere civile. Si tratta di realtà in cui la soglia “minima” di democrazia è
consolidata e nessuno crede che possa essere messa in discussione. Ma ci si può accontentare di questa
soglia minima di democrazia? Così facendo si corre il rischio di smarrire uno degli elementi portanti della
democrazia che è quello della partecipazione. Senza di questo e del senso di responsabilità è possibile
parlare ancora di cittadinanza? Anche nel più acceso dibattito politico, tutte le forze usano in modo
crescente linguaggi semplici, per non dire semplicistici, e slogan che non favoriscono la discussione politica
seria e articolata, ma prese di posizioni passionali ed emotive.

CAPITOLO 1

Ma si può davvero esportare la democrazia?

Se c’è un’affermazione che mette tutti d’accordo è che la democrazia sia un fatto culturale. Per i latini
cultura, da cui agricoltura, aveva uno specifico riferimento alla terra e a tutto ciò che su essa cresce sotto gli
occhi attenti di colui che tale terra abita e vede mutare da vicino. Smith ci ricorda che da questo modo di
concepire l’agricoltura, che assorbe completamente chi la pratica, nacque la prima divisione del lavoro. La
cultura richiede tempo. le istituzioni sono il risultato di una lunga gestazione alla quale hanno contribuito
diverse generazioni. L’esperienza latina, al pari di quella anglosassone, lo dimostra assai bene. L’antica
repubblica e il suo diritto furono l’espressione di quel mores maiorum che si andò lentamente arricchendo
lungo parecchi secoli. Cicerone parlava di queste istituzioni come di un’anima, un legame interiore che
poteva tenere assieme tutti i cittadini. Ovunque continuò quella fruttuosa convivenza tra lex romana e
quella locale. (cfr. processo a Gesù pag. 56 Essenza e valore della democrazia). Montesquieu si chiedeva
come tanti studiosi non riuscissero a rendersi conto che una legislazione che per uno Stato poteva risultare
eccellente, per un altro poteva essere addirittura deleteria. La legislazione non dà sempre gli stessi risultati,
ha una sua interiorità, un’anima (questo è il senso De l’Esprit des Lois) che è frutto di un lento evolversi
della storia, proprio come la natura. Vico riteneva che “le cose fuori del loro stato naturale né vi si adattano
né vi durano”. Si genera infatti una decadenza generale della cultura, che determina una perdita di
humanitas e di valori umani che produce un crescente cinismo e disinteresse per la politica. Gli stati
confinanti possono subire influenze reciproche e anche arricchirsi a vicenda, gli Stati appartenenti a
continenti diversi partono molto spesso da posizioni di reciproca ignoranza se non addirittura incapaci di
comprendersi vicendevolmente, non solo per cultura diversa ma anche per sistemazione geopolitica. Le
nostre convinzioni sembrano essersi trasformate in quel fanatismo tipico del millenarismo e in genere di
quell’utopismo che vuole risolvere tutto e subito illudendosi di poter fare miracoli ma in fretta gli uomini
sanno solo compromettere quello che hanno saputo faticosamente costruire. Il nostro diritto è maturato
attorno a un concetto come quello di persone che è stato per lungo tempo sconosciuto ad altre culture,
molte delle quali hanno faticato non poco prima di capirlo e di assimilarlo. La forza, se proprio si deve
usare, deve essere usata in casi estremi e comunque sempre dove può dare esiti immediati, sicuri e
condivisi, tenendo presente che la forza non si giustifica da sola altrimenti genera quasi sempre fenomeni
incontrollabili. Ciascuno Stato vive in una situazione geopolitica sempre in qualche modo interconnessa con
gli stati confinanti. Questo vuol dire che quando si vogliono cambiare gli equilibri interni di uno Stato non
solo ci si deve preoccupare che quelli futuri siano effettivamente i più stabili, ma bisogna tener conto che i
nuovi equilibri rischiano in qualche modo di sconvolgere un’intera area geografica. Comunismo, fanatismo
islamico, visioni occidentali si sono alternate nel modo violento di imporsi. L’effetto non poteva essere che
dirompente confermando quanto sin qui detto. Si sono così alternati governi una volta amici dei sovietici e
dopo degli americani, governi comunque incapaci di mantenere gli accordi internazionali, non solo con gli
altri esecutivi, ma anche con le imprese multinazionali. Si può dire che la situazione dell’area centroasiatica
costituisce uno dei nodi politici più intricati dell’XXI secolo. Il mondo russo e quello cinese rappresentano
una vera e propria incognita. Gli esiti comunque non mancheranno di ripercuotersi sul resto del mondo. La
politica estera richiede la massima prudenza scevra da estemporaneità e sorretta da lungimiranza. La
politica estera esprime gli interessi permanenti di una nazione, quelli che riguardano diverse generazioni,
interessi quindi che non solo vanno ripresi e tutelati ma vanno garantiti in modo tale da renderli il più
possibile stabili.

CAPITOLO 2

La democrazia e la cultura del limite

Nel mondo contemporaneo si è molto parlato della differenza che intercorre tra la libertà degli antichi e
quella dei moderni. Si è troppo enfatizzata questa differenza dimenticando quei risvolti che da sempre
caratterizzano la libertà. Basterebbe pensare che possiamo considerare tre casi di libertà che fanno parte
del catalogo della libertà dei moderni:

1. Libertà religiosa
2. Libertà economica
3. Libertà politica

Due di questi tre casi sono già presenti nella prospettiva latina. Berlin ci parla di libertà negativa (da altri, tra
i quali Bobbio, definita “libertà da”) e libertà positiva (definita “libertà di”). La libertà dei moderni dovrebbe
essere rappresentata dalla prima. Sembra che quanto richiesto dalle libertà dei moderni e quanto richiesto
dalle libertà degli antichi sia destinato ciclicamente ad entrare in conflitto. Secondo alcuni si è liberi solo se
la libertà è protetta contro la violazione e l’oppressione da parte di una forza estranea, grazie a una forza
propria e riconosciuta come tale entro il gruppo o la comunità di appartenenza. La libertà in alcuni casi
deve essere “difesa” anche contro le pretese della forza propria e riconosciuta come tale entro il gruppo o
la comunità, perché una forza autorizzata, anche dalla maggioranza, potrebbe imporre ai singoli scelte che
ledono in qualche modo la loro libertà. Tutto ciò sta a significare che qualunque forza, anche quella
legittima, incontra dei limiti oltre i quali non può procedere, anche se a volerlo fosse il maggior numero di
cittadini. Il limite investe ogni manifestazione della libertà, quella del singolo come quella degli enti, delle
istituzioni e dei poteri. Questi limiti appaiono come una sorta di soluzioni dall’equilibrio intrinsecamente
instabile ma danno al sistema sociale quelle certezze senza le quali sarebbe impossibile vivere. Tali limiti
costituiscono un baluardo verso quei principi che, una volta intaccati, rischiano di mettere in crisi ogni
forma di convivenza. Uno dei primi limiti su cui si fonda la nostra civiltà è dato dal fatto che i diritti politici
non possono essere ritenuti unici ed esaustivi. In altre parole, la socialità è tale che nessuna dimensione
politica può esaurirla e quindi oltre alle regole della politica vanno tenute presenti quelle dei corpi
intermedi e della società civile. Sin dalle origini delle genti italiche, chiunque e ovunque cerchi di esprimersi,
ritiene che “la libertà è nelle leggi, nell’accettazione volontaria di regole stabilite di comune accordo”. tali
regole possono essere cambiate solo col consenso e, fintanto che sono tali, non possono essere trasgredite
da nessuno. La “sacralità” di tali regole si è estesa anche nei rapporti tra singoli. Basterebbe pensare al
contratto che garantisce la certezza e l’autosufficienza dei propri beni, ne stabilisce i limiti verso i terzi e lo
Stato. (tali limiti, termines, per i latini avevano un valore sacrale che non poteva essere discusso
arbitrariamente; ai termines furono dedicate persino le feste sacre: terminalia). Su questa concezione del
limite si basò l’ideale classico della Repubblica. L’istituzione repubblicana durò così a lungo proprio perché
applicò il concetto di limite anche ai “rapporti tra le classi”. Come capì acutamente Guicciardini la
Repubblica sintetizzò i bisogni di eguaglianza e libertà. La Repubblica aristocratica fece sì che i cambiamenti,
sempre necessari, avvenissero nella continuità e non nell’estemporaneità (improvviso). Tutto ciò fu
possibile perché le due classi cruciali del mondo latino si limitarono reciprocamente garantendo il popolo, il
consenso, l’aristocrazia e la tradizione. Popolo e Senato limitavano a loro volta i consoli determinando
quella limitazione reciproca che è alla base delle nostre democrazie. Nel termine “limite”, spesso
interpretato in senso negativo, si cela invece tutta la positività della vera democrazia che, non a caso, va in
crisi proprio quando non considera più i suoi limiti. Uno dei limiti più delicati e anche meno considerati è
quello radicato nella coscienza della persona, nel quale scopre i suoi desideri. La coscienza è il più serio
baluardo verso ogni tipo di irrazionalità e di barbarie. Se si valica quel limite, come ammoniva Seneca,
sparisce ogni distinzione tra schiavi e liberi. Per saper difendere quel limite, sempre a parere di Seneca,
bisogna imparare perfino a vincere la paura di andare incontro alla morte. Una situazione incapace di
tenere le istituzioni all’interno dei propri limiti porta a degli estremi, ma nei quali quando si comincia a
violare sistematicamente la legge o a far sì che le deroghe per casi eccezionali diventino norma. Nel
Medioevo si riscopre la distinzione tra pubblico e privato. Da qui parte anche la riscoperta di quei limiti ai
quali deve sottostare qualunque potere; limiti non solo giuridici ma anche temporali. Questa idea del limite
riapre quel dibattito tra uguaglianza e libertà che sarà alla base dei moderni discorsi sulla democrazia.
Questi due termini convivono in quella che è stata definita prospettiva additiva, cioè che tendono ad
armonizzare e non a frantumare. La prospettiva additiva prevede una sorta di felice ed efficace “divisione
del lavoro” che consenta che di denunciare vizi, mancanze promesse non mantenute. Prova che
un’autentica società democratica ha ormai fatto propria la prospettica culturale e politica del limite. Solo
così è infatti possibile far convivere valori a volte conflittuali. La cultura del limite è capace di risolvere i
conflitti in modo pacifico e all’interno delle stesse regole sulle quali il concetto di limite riposa. Questa è
l’essenza di una società aperta che trova nel rispetto del limite e nella possibilità di cambiarlo pacificamente
la conditio sine qua non. Il senso moderno del limite è avvalorato dal suo rapporto col costituzionalismo. Il
costituzionalismo moderno, come del resto quello antico, esprime il tentativo di riportare conflitti, contrasti
e discussioni di vario genere all’interno di limiti preventivamente fissati e non facilmente eludibili. Ogni
costituzione stabilisce procedure particolari per cambiare quella che è stata definita essere la propria
cultura del limite. Bisogna uscire dall’egoistica presunzione che la nostra posizione sia privilegiata rispetto a
quella dell’altro che con la sua posizione costituisce a sua volta un limite col quale devo confrontarmi. La
seconda convinzione è che dal senso del limite scaturisce una sorta di gerarchia di regole nella quale più si
evidenzia l’importanza più quel limite è stabile e difficile da scardinare. La terza è che il limite oltre ad
essere un aspetto ormai ineliminabile della vita civile, rappresenta una parte essenziale del bene comune
del quale non si può fare assolutamente a meno.

CAPITOLO 3

La legalità e la cultura del limite

il concetto limite, sul piano politico, riguarda non solo la libertà, ma tutti i fondamentali requisiti del vivere
civile, per esempio la tolleranza. Nell’ambito della tolleranza non possono trovare posto gli intolleranti. La
tolleranza, a parere di Popper, va esercitata verso tutti coloro che non sono intolleranti, il che significa che
bisogna trattare con rispetto ogni decisione purché non entri in contrasto con lo stesso principio di
tolleranza. Lo stesso Popper, parlando dei paradossi della democrazia, dopo quelli della tolleranza,
individua quello del governo maggioritario. In base a questo principio, si potrebbe presentare la possibilità
che la maggioranza decida che il governo venga affidato a un tiranno, cioè a un intollerante. Queste
distorsioni non possono far dimenticare i benefici della tolleranza che resta un bene. Anche le autorità
politiche e le istituzioni che devono garantire la tolleranza possono correre il rischio di diventare intolleranti
finendo per imporre le proprie posizioni ritenute più giuste e vere di altre. Ma non è l’unico rischio,
l’imposizione in alcuni casi, può essere altrettanto dannosa che la neutralità in altri. Difendere i principi
fondamentali del vivere civile deve consentire ai cittadini di partecipare alla vita politica per godere
pienamente del diritto di cittadinanza, deve essere un dato irrinunciabile, come pure eliminare tutti gli
ostacoli che si frappongono a tale obiettivo e l’intolleranza è sicuramente uno di questi. In tali argomenti le
autorità non possono ritenersi né neutrali e neppure essere troppo invadenti. Le diverse istituzioni politiche
dovrebbero avere l’umiltà di fare un passo indietro e riconoscere che certi dritti, riconosciuti all’humanitas,
sono al di sopra dei singoli Stati e di alcune alleanze fra Stati, ma appartengono all’umanità in generale.
questa convinzione sta oggi finalmente diventando universale. Si va sempre più facendo strada l’idea che
infrangere quei limiti che sono alla base di un vivere civile, comporta non solo un disordine pratico ma
anche ripercussioni nell’interiorità dell’uomo. È da qui che è nato il bisogno della legge. Se ci fosse stata la
certezza che i limiti non sarebbero mai stati infranti non si sarebbero determinate le regole per garantirli e
proteggerli. Il diritto si presenta così come uno strumento di controllo e perciò di razionalizzazione della vita
al fine di evitare il disordine. La società in generale perdura fino a quando si accettano i limiti che si sono
dati e fino a quando si decide di cambiarli in base alle regole comunemente accettate. La giurisprudenza
trova la sua ragion d’essere nel separare “ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, distinguendo il lecito
dall’illecito”. La legge diventa il criterio discriminante, il limite dell’ambito del quale praticare la propria
libertà. Senza questo limite sparisce la libertà stessa. La politica deve garantire il senso del limite e deve
garantire il suo cambiamento nell’ambito della legalità. Ubi societas ibi ius, senza ciò non esiste più certezza
e la convivenza diventa il luogo di estemporaneità e insicurezza. Si tratta di riformulare lo stesso pluralismo.
Più che affermare il rispetto concreto delle persone si è parlato di rispetto delle idee e si sono condannati
coloro che si facevano portatori nei modi più offensivi e bestiali. Le idee possono essere discusse e
combattute nei modi idonei, possiamo dire che siano inaccettabili, ma senza dimenticare il massimo
rispetto verso chi se ne fa portatore. È questo il solo pluralismo che non perde di vista la concretezza della
vita. Sviluppare un’etica del conflitto (etica del confronto competitivo) data l’impossibilità di ogni
ordinamento giuridico a essere ritenuto completo e definitivo, assicura la possibilità di cambiare
rispettando la pluralità di opinioni e la pluralità di persone che le sostengono. Tutto ciò comporta che
nessuno deve mai essere obbligato ad abbandonare le legittimità della causa per la quale combatte, a meno
che questa cancelli o metta in pericolo le convinzioni degli altri.

CAPITOLO 4

Ordine e senso del limite: il ruolo della società civile

I governi che si sono fatti paladini dell’ordine presentano una precisa connotazione con caratteri di
imposizione cieca e sempre di autoritarismo. In questi casi si parla di ordine imposto che è l’esatto contrario
di quello che si intende per ordine democratico. La società politica e l’ordine che a essa stessa corrisponde
non possono generarsi da una realtà statica in quanto tutto, nella dimensione politica, è visto in costante
dinamismo. Ogni istituzione è la manifestazione delle più complesse spinte esistenziali degli esseri umani,
vizi e virtù comprese. Ciò spiega perché tutto in politica, compresa la pace e la giustizia sociale, può essere
continuamente migliorato, ma è anche continuamente insidiato. L’ordine politico deve essere
continuamente voluto. L’ordine come la socialità non è scontato per natura. Al contrario, la natura umana
ha bisogno di leggi e di costumi per manifestare quella che è solo una tendenza. Ordine e legalità devono
essere costantemente voluti altrimenti rischierebbero di naufragare. Come ricordava Seneca a Nerone, il
potere deve cercare di garantire e non sopraffare. Fuori da questa prospettiva, lo stesso potere diventa
troppo grande, non conosce più limiti, diventa insaziabile e finisce per non avere più regole. In questo caso
non si ha più buon governo perché l’ordine è frutto di una semplice imposizione e non di un rapporto tra le
parti basato sul consenso. L’ordine, come la pace o la giustizia sociale, sono una sofferta ricerca
dell’umanità e non possono mai dirsi acquisiti una volta per tutte. L’ordine ha una sua interiorità che riposa
nelle coscienze di coloro che compongono una società. Le crisi politiche infatti sono sempre lo specchio di
una crisi esistenziale che comincia dal di dentro e poi esplode al di fuori. Infatti studiare il diritto è quasi fare
uno sforzo ermeneutico (interpretativo) per comprendere le motivazioni che hanno determinato lo
sviluppo di uno Stato, come pure la sua decadenza. Per Dante “chi mira al bene dello Stato, mira al fine del
diritto. Il diritto è un rapporto reale tra uomo e uomo, che mantenuto, mantiene la società umana, e
corrotto la corrompe”. L’ordine consente alla politica di capire con maggiore prontezza tutte quelle novità
che, in una dimensione caotica, finirebbero per essere sottovalutate o per non essere colte nella loro
effettiva portata. Ma soprattutto l’ordine consente il dialogo tra le parti perché in politica nessuna parte
può avere unicamente e pienamente ragione. La politica di per sé è ambivalente, significa che ogni
situazione può essere valutata da due diverse posizioni, spesso complementari e quasi mai esaurienti.
Un’autorità politica che con la scusa di mantenere un certo ordine, impone un modo di vedere il mondo
che è una sopraffazione di una parte sull’altra ridotta ormai al silenzio totale. Questo non è l’ordine politico
al quale devono concorrere le volontà di tutti nel rispetto delle regole, bensì un ordine statico e imposto
che dimentica il prerequisito del consensus iuris. Il tema del consenso richiama quello della libertà, ma un
autentico ordine politico non può di certo ignorare altre istanze come l’eguaglianza, la giustizia e la moralità
che devono avere lo stesso titolo di importanza per dare effettiva credibilità e dinamicità all’ordine politico.
Il privilegiare una prerogativa sulle altre, può creare forti scompensi e sicuri malumori. Lo stesso dicasi per
la giustizia che estremizzata determina quel “giustizialismo” che può essere il peggiore di tutti i rimedi o per
l’eguaglianza che può finire per mortificare i meriti. Non è certo un caso che alcuni classici parlavano di
aequabilitas, cioè eguaglianza davanti alla legge. Perché ci sia un ordinato e dinamico equilibrio tra i diversi
elementi che fondano un sistema politico, occorre anche un equilibrio tra i poteri. Il recente passato ha
evidenziato drammaticamente come nel XX secolo, un potere ha preso il sopravvento su un altro. Ci sono
più poteri, molti addirittura ben “Camuffati”, che pesano nell’ordine politico più di quanto possa supporsi e
lo orientano verso alcune direzioni specifiche che non sempre hanno effettivo consenso. Oggi i tre poteri
classici meritano una rivisitazione alla luce delle novità prodottesi nell’ambito di una realtà divenuta
sempre più complessa e bisognosa di nuove regole.

1. Il potere legislativo deve tener conto delle richieste relative a un rinnovato criterio di rappresentanza.
2. Il poter giudiziario deve confrontarsi con culture e morali e quindi con leggi che non possono essere
ignorate.
3. L’esecutivo deve soddisfare un crescente bisogno di dare in tempi brevi risposte in grado di orientare e
attuare decisioni. Un potere capace di assumersi responsabilità e di rispondere alla richiesta di rendere
efficiente il potere burocratico, supporto fondamentale dei poteri tradizionali.

Ma ai tre poteri classici (legislativo, giudiziario, esecutivo), bisogna affiancare i poteri che si sono via via
venuti affermando nella modernità. Questi sono:

4 e 5. stampa, mass media e mezzi di comunicazione.


6. Stesso criterio di trasparenza dovrà avere il potere cibernetico, il cui ruolo va via via crescendo.
7. Potere imprenditoriale; anche per tale potere si impongono limiti ben precisi, ovviamente di natura
politica.
8. Il potere bancario è strettamente legato al precedente, i cui meandri, come quelli finanziari sono spesso
oscuri ai più, ma della cui importanza nessuno può certo dubitare.
9. Potere sindacale il cui ruolo storico è indubitabile come il suo lento sbriciolamento dovuto a una unità
sempre più precaria.
10. Ultimo potere troppo trascurato è quello corporativo o neocorporativo; i suoi gangli sono così presenti
nella società civile al punto da determinarne scelte e fini anche non universalmente accettati.

CAPITOLO 5

Quale pluralismo?
Pluralismo è un termine di grande importanza e carico di significati. Con il termine “pluralismo” si cerca oggi
di indicare la legittimità di coesistenza di concezioni generali di pensiero divergenti, ed a volte che opposte
ed emergenti da culture tra loro differenti. Uno dei grandi teorici è stato Montesquieu che ha avuto il
coraggio di riproporre la divisione dei poteri e il ruolo dei corpi intermedi, contro la tendenza alla
concentrazione e all’unificazione del potere, tipica dello Stato moderno. Si cercò di sottrarre a uno Stato
che si riteneva onnipotente la religione, l’economia e parte di quello che era ritenuto dominio della sfera
statale. Il pluralismo presentò all’inizio, due diversi approcci politici: liberalismo e teoria democratica.
Tempo dopo a queste si aggiunse la prospettiva socialista. Fu soprattutto il liberalismo a considerare il
pluralismo come possibilità di creare diversi centri di potere. Tutto ciò doveva smontare l’impostazione
dello Stato assolutista introducendo il criterio di Stato pluralistico, si sarebbe finito per mettere in
discussione lo Stato inteso come unica fonte di autorità; ci sarebbe stata la possibilità di valutare altre fonti
d’autorità presenti nella vita sociale. Da allora furono molte le posizioni critiche di orientamento cristiano
che hanno allargato la loro critica anche alle concezioni liberali considerate troppo individualiste. Il
pluralismo, visto da una prospettiva intrisa di religiosità, doveva apparire diverso da quello liberale inteso in
senso laico. Il pensiero sociale cristiano è sempre stato “pluralistico” poiché ha postulato, tra individuo e
Stato, la mediazione di alcuni corpi intermedi come la famiglia, le comunità, le organizzazioni professionali
e altro ancora. Il pluralismo si presenta come momento di mediazione tra Stato e individuo. A una società
plurale furono favorevoli solo alcune posizioni politiche. tra queste il pluralismo tipico dell’impostazione
socialista è stato quello che si può definire funzionale. Se pensiamo al socialismo marxista, tutto ciò appare
poco probabile, ma occorre pensare che il primo e più accanito critico del marxismo fu anch’egli un
socialista come Proudhon. Ciò che richiamava in qualche modo alla centralizzazione si poteva definire anti
pluralistico e lo stesso marxismo ne era l’espressione più estrema, voleva infatti creare una società perfetta
nella quale non ci sarebbe stato più spazio per la critica politica. Proudhon anticipava quel pluralismo che
troverà attuazione nel partito laburista inglese. Più è ampia la possibilità di associarsi più ampio è il
baluardo contro la possibile tirannia della maggioranza. La libertà di associarsi è la libertà delle minoranze e
la loro capacità di mantenere in vita il pluralismo. Le associazioni non avrebbero bisogno di sussistere se
dovessero rappresentare gli interessi della maggioranza. Questo associazionismo ha quindi significato la
limitazione reciproca della sovranità, autentica garanzia del pluralismo. Da rilevare però che anche il popolo
non può essere il solo sovrano legittimo perché anche il popolo può diventare un sovrano assoluto. Il
pluralismo evidenzia una manifestazione di interessi, nasce la necessità di dar vita a strutture che sappiano
veicolare questi interessi. Dalle associazioni si passa ai gruppi e poi ai partiti. In America sembra contare di
più l’appartenenza a un gruppo che l’appartenenza alle classi, come in Europa. Questo deriva anche da
quella coscienza religiosa, tipica del popolo americano, che accresce il bisogno di assumersi le
responsabilità. Il cristianesimo sociale ha svolto una grande influenza soprattutto attorno alla metà del XX
secolo. Già a cavallo tra Ottocento e Novecento molte erano state le riflessioni cattoliche sul pluralismo.
Queste confluiranno in Italia negli ideali del popolarismo. Il 18 gennaio 1919, Sturzo, nel “Manifesto del
Partito popolare”, affermava esplicitamente che lo Stato doveva rispettare diversi organismi naturali come
la famiglia, le classi, i comuni ecc. finiva così per sostenere una società intesa come un organismo “plurale”.
Il pluralismo acquisiva uno dei suoi fondamentali contenuti, quello di porsi in opposizione allo Stato
panteista. Anche allo Stato sono prescritte delle limitazioni. Furono sempre i fautori del pluralismo cristiano
ad avere un peso decisivo nel redigere l’articolo 2 della Costituzione. Proprio nell’affermarsi del pluralismo
in Occidente, cominciano ad affermarsi le prime critiche. Huntington sostiene che il “passaggio da società
tradizionale a società moderna è stato più drammatico nel campo delle credenze e delle ideologie
politiche”. soprattutto negli Stati Uniti, il pluralismo fu accusato di dare un’immagine distorta della società
americana. Secondo certi critici non ci si è resi conto “che ogni gruppo sociale ha una tendenza naturale
all’irrigidimento delle sue strutture via via che cresce il numero die suoi membri e si estende il raggio delle
sue attività. Una società apparentemente pluralistica è in realtà policratica, cioè a più centri di potere, di cui
ciascuno f valere le proprie pretese sopra i suoi membri”. Questa critica fu portata avanti da pensatori
come Mills. Sul pluralismo c’è bisogno di fare un chiarimento che solo il pluralismo cristiano con la sua
concretezza sembra in grado di fare. Il pluralismo è astratto quando si presenta come il formale rispetto
delle idee. In realtà molte di queste possono essere anche biasimate, ma quello che conta è il rispetto delle
persone che se ne fanno portatrici. Il vero pluralismo è quello che mi consente di non condividere e anche
di combattere certe idee, come ad esempio la pena di morte, ma mi obbliga a rispettare chi di queste idee
si fa portatore. Questo vale soprattutto oggi, in una società multietnica e multiculturale, al fine di realizzare
una convivenza tendenzialmente armonica.

CAPITOLO 6

Educare alla rappresentanza politica e sociale

Sono lontani i tempi nei quali il mondo greco, domandandosi a cosa servisse la politica, riteneva che essa
avesse lo scopo di raggiungere la felicità o quello latino la giustizia.

1. “eccesso di democrazia”

Più di qualche filosofo della politica si è posto il problema di delineare quali fossero i benefici minimi della
politica, minimi nel senso di effettivamente raggiungibili, senza creare illusioni. È questo il grande problema
politico dei nostri tempi, quello che Rosanvallon definisce come “erosione della fiducia dei cittadini nei loro
dirigenti”. Questa malattia che colpisce le democrazie mature pare frutto del presunto “eccesso di
democrazia”. È il caso di chiedersi se questa sfiducia della politica non sia una conseguenza di quel
dilagante scetticismo che emerge nella cultura dominante di quel mondo che si considera più evoluto.
L’idea dei cittadini di poter effettivamente contare nell’ambito delle decisioni politiche è un’illusione che
termina con quelle visioni totalitarie e stataliste che hanno dominato la cultura del XX secolo.

2. Frattura tra società e politica e l’implosione di quest’ultima

È stato giustamente detto che il potere (la capacità di fare) si è separato dalla politica (la capacità di
decidere cosa fare). Secondo Bauman l’unica costante è il cambiamento e l’unica certezza è l’incertezza.
Conseguenza di quelle filosofie che dal XX secolo inseguivano il perfettismo. Le critiche mosse a Bernstein
da una sinistra fondata su concezioni di una futura perfezione immobilista ne sono la riprova. La mancanza
di regole o la scarsa chiarezza di quelle esistenti è la peggior sorte che possa capitare a un uomo impegnato
a espletare i compiti che la vita gli riserva. Ciò che non va nella società in cui viviamo è che ha smesso di
mettersi in discussione, ma è altrettanto certo che occorre ripartire dal recupero della partecipazione
sociale senza la quale non vi è vita civile. Il secolo della dimensione totalitaria è stato il secolo della
riduzione dell’essere umano ad animale esclusivamente politico. Tutto ciò ha determinato una fiducia cieca
nella dimensione politica, poi tragicamente disillusa, ma ha anche causato la limitazione e la successiva
abolizione della dimensione sociale. Ne è derivato il graduale ridimensionamento della libertà e quini della
partecipazione e della responsabilità. Per combattere la politica non ci si può affidare all’antipolitica, che
resta pur sempre una versione della politica tout court. Si può dire che l’antipolitica sia una forma di lotta
politica. C’è chi ha voluto rintracciare precursori dell’antipolitica in pensatori come Hobbes e Rousseau,
infatti il ginevrino riteneva che la rappresentanza una minaccia per la democrazia. In momenti di sfiducia
della politica, c’è chi cerca di reagire riproponendo una visione tecnocratica. Questa prospettiva tende solo
a “detronizzare la politica” sostituendola con la scienza, la tecnica e l’economia. La politica diventa coì
incapace di risolvere i problemi concreti. La sinistra è stata responsabile di proporre la politica in una
dimensione onnicomprensiva statuale che ha poi condotto alla sua implosione, la destra ha unicamente
mirato a contenere simile pretesa. Nel frattempo si è affermato un certo tipo di neo individualismo mirante
solo a perseguire la propria egoistica felicità. Anche in Europa si assisteva a una definitiva affermazione del
pensiero liberale. Il liberalismo europeo, tranne pochi casi, non è mai stato così esageratamente
individualista. Basterebbe considerare la differenza che c’è tra quello che noi europei chiamiamo
liberalismo e quello che gli americani definiscono libertarianism. Il liberalismo europeo è agli occhi degli
americani un liberal-conservatorismo. Resta comunque il fatto che uno degli scopi attuali della politica è
quello di ridefinire i confini tra l’ambito dovuto alla società e quello legato all’individuo.

3. Rappresentanza e partecipazione

Malgrado alcuni sostengano a ragione che la libertà sia quasi un sinonimo della politica, c’è pure un’altra
prospettiva che ritiene che la politica non possa ridursi unicamente al problema della libertà. Quest’ultimo
infatti non può in alcun modo essere scisso da altri valori come l’eguaglianza, la giustizia, la rappresentanza,
la possibilità di partecipazione ed altri ancora. Alcuni dei suddetti valori sono strettamente interconnessi. La
rappresentanza politica è uno strumento di partecipazione politica al punto di diventare utile a canalizzare
le richieste degli elettori, a patto che questi si impegnino costantemente in tutte le attività
“extraparlamentare”" e che non partecipino solo alle elezioni scadenza periodica, ma siano vigili e
propositivi. Occorre che i cittadini partecipino attivamente a movimenti, associazioni, manifestazioni ecc., è
necessario svolgere un ruolo attivo nei referendum. Insomma la partecipazione deve evitare il disinteresse
per l’attività politica. I pregi della rappresentanza vengono di solito messi in evidenza da chi ritiene che
quella liberal-democratica costituisca un passo avanti rispetto a quella corporativa. La sola rappresentanza
non costituisce una garanzia per l’esistenza della democrazia. Chi combatte la rappresentanza, ancora oggi,
lo fa in base4 a un vecchio pregiudizio secondo il quale la rappresentanza ha soppiantato la democrazia
invece di prosi al suo servizio. Rousseau ironizza sul sentimento di libertà degli inglesi che, a parer suo, si
credono liberi solo perché possono esercitare il diritto di voto. Quello che occorre è affiancare alla
rappresentanza strumenti tali che la rendano effettiva e funzionale per evitare che la vita politica si riduca a
quel consenso “silenzioso” che verrebbe sicuramente meno qualora l’ambito governativo difendesse
unicamente i privilegi dei pochi. Uno die mezzi per evitare tale pericolo può attuarsi quando i cittadini, a
livello locale, controllano i rappresentanti locali, i quali a loro volta, si fanno poi portavoce presso quelli
nazionali.

4. La rappresentanza sociale a salvaguardia di quella politica e del potere democratico

È a partire dal Medioevo che i rappresentanti si ritenevano tali perché rappresentavano l’intera nazione
dato che cominciava a farsi strada il principio, sancito poi in seguito, che la rappresentanza diviene
necessaria vista l’impossibilità del popolo ad agire collettivamente. La ragione per la quale tale fenomeno
sorge proprio nel cuore del Medioevo va rintracciata nel rinnovato utilizzo del diritto romano. Lo stesso
criterio, espresso poi in Inghilterra, della insostenibilità di una tassazione senza rappresentanza sta a
testimoniare la portata della situazione (no taxation without representation). Molti sostengono che una
vera rappresentanza non solo non esiste ma può essere dannosa. INCOMPLETO

5. Rappresentanza e responsabilità: la cessione d’autorità

Secondo il “realismo riduzionista” la rappresentanza esiste solo se le persone credono in essa. Non si tratta
di credere alla rappresentanza ma di esercitarla quotidianamente nella vita comune e soprattutto negli
ambiti sociali. Si tratta di una posizione che non tiene conto del criterio della responsabilità al quale deve
essere sottoposto ogni incaricato. Senza criterio di responsabilità non si può pretendere che il responsabile
possa rispondere di quanto ha fatto. Quello della “cessione di autorità2 è un altro dei grandi problemi della
rappresentanza. La democrazia rappresentativa si basa sul consenso di un elettorato che non è
sistematicamente guidato da scelte razionali. Queste considerazioni, avanzate già da Pareto, vengono
riprese da Jason Brennan. Attacca la democrazia rappresentativa in quanto non è meritocratica. Il potere in
vari organismi politici, economici e amministrativi e rimesso nelle mani dei competenti, lo stesso non
succede per quello legislativo. Brennan intende proporre l’alternativa epistocratica al fine di correggere i
tanti errori dovuti a una superficiale partecipazione alle vicende politiche. a suo modo di vedere, la
partecipazione politica genera un declino democratico poiché chi sceglie pensa solo al potere kratos e non
considera l’episteme, la competenza. Brennan ritiene che gli elettori si dividono in tre categorie: gli hobbit,
gli hooligan e i vulcanici. I primi hanno scarso interesse per la politica e ne capiscono anche poco, i secondi
ne sanno di più ma sono come i tifosi, privi di obiettività e non sanno valutare le informazioni che ricevono,
solo i terzi hanno una buona conoscenza e sono dotati di ragionamento raffinato ma sono pochissimi. Gli
errori sulla rappresentanza vanno corretti cercando di renderla più qualificata possibile tramite
un’educazione alla responsabilità democratica. I rappresentanti dovrebbero essere “autorizzati in anticipo
ad agire congiuntamente in nome die loro rappresentanti e vincolare questi attraversi le loro decisioni
collettive”. Le elezioni inoltre non possono essere l’unico elemento di partecipazione alla vita democratica
altrimenti non avrebbe senso parlare di “democrazia partecipativa”. Senza questa partecipazione, legata al
senso di responsabilità, la politica scivola nel conformismo come ci ricordava Tocqueville. Non sempre è
possibile che i rappresentanti siano espressione di una democrazia partecipativa. La rappresentanza per
basarsi sul principio di responsabilità ha bisogno di adeguati meccanismi di controllo che funzionano meglio
laddove esiste un’effettiva divisione dei poteri. Ai tre poteri classici (legislativo, giudiziario, esecutivo)
bisogna affiancare i poteri che si sono via via venuti affermando nella modernità, affinché abbiano regole e
ruoli precisi per evitare che anch’essi, travalicando i loro limiti, vadano a occupare spazi che competono ad
altri poteri.

CAPITOLO 7

Per una nuova divisione dei poteri

Per cominciare partiamo da una delle tante definizioni di potere: questo è tale solo quando è in grado di
condizionare, modificare, indirizzare, arricchire, trasformare la vita individuale e collettiva. Quando la
società sarebbe profondamente diversa senza di esso. Ogni discorso sul potere diventa molto più
complesso che in passato dato che non ci si può accontentare di quella tripartizione di poteri che dalla
Repubblica romana in poi ha animato il discorso di quello che è stato definito “governo misto”. Ci sono
infatti più poteri che pesano nell’ordine politico. L’odierno ordine politico deve quindi riconsiderare i poteri
classici per renderli capaci di rispondere alle attuali necessità ma deve anche equilibrarli con altri poteri che
si sono venuti formando. Più di qualcuno sostiene che lo Stato da un lato ha i poteri tradizionali volti a
difendere e tutelare gli individui, dall’altro ha poteri nuovi volti a dirigere l’attività privata degli individui
medesimi. Ma la crisi dello Stato è dovuta alla carenza di questi nuovi poteri.

1. La tripartizione dei poteri classici e le nuove esigenze

Come tanti altri termini della politica contemporanea, Parlamento è un termine he ci pone di fronte a una
varietà altrettanto sconcertante di forme parlamentari. Alla base restano però alcuni principi comuni, come
quello rappresentativo, capace di esprimere la “volontà popolare”, o quello egualitario, capace di porre
sullo stesso paino tutti i partecipanti all’assemblea. Oggi però si avvertono altre esigenze: quella che i
desiderata del popolo diventino effettivamente realtà operative e non vengano del tutto ignorate come è
sovente successo in Italia per la mancata attuazione di alcuni referendum. La volontà popolare non riesce a
esprimersi completamente attraverso alcuni canali tradizionali, come possono essere i partiti o strumenti di
tipo referendario. Chiariamo che criticare alcuni aspetti del sistema parlamentare non significa criticare la
“democrazia rappresentativa”. Quest’ultima ha avuto due grandi meriti: quello di rendere palesi i rapporti
tra elettori e eletti, e quello di consentire alle varie componenti delle società la possibilità di essere
rappresentate laddove venivano prese le più importanti decisioni politiche. si è fatta strada quella che
Habermas ha definito il graduale emergere della “sfera privata del pubblico”. Tutto ciò ha determinato una
serie di poteri più o meno invisibili che non rispondono delle promesse mantenute e che rischiano di
apparire poteri non debellabili e neppure limitabili. Il rimedio di alcuni finirebbe per riproporre una visione
corporativa, capace cioè di rappresentare interessi consolidati e diversificati che stride con i canoni
elementari della democrazia. Lo Stato ha il comito di soddisfare le esigenze dei singoli gruppi tenendo però
presente le esigenze di tutti gli altri gruppi. Va detto però che quando certi gruppi si inseriscono nei partiti,
bisogna evitare che acquisiscano quella completa “autonomia di gruppo” che è stata definita
“gruppocrazia” che mira unicamente al perseguimento di certi interessi ignorando anche quelli più urgenti.
Per restituire al Parlamento ciò che gli compete occorre rinnovarlo. Riportare il Parlamento alla sua vera
funzione che è quella di controllo. Oggi alcune democrazie hanno finito col trasformare il Parlamento in un
organo di controllo senza potere, lasciando il vero potere solo all’esecutivo. Il popolo non può essere inteso
esclusivamente come corpo elettorale. Si tratta di trovare il modo perché questo organismo superi la stessa
idea di “una democrazia minima nella quale i cittadini esercitano la loro sovranità attraverso un atto della
durata di pochi secondi, ripetuto a distanza di anni”. Le stesse elezioni sembrano favorire sempre i soliti
noti che hanno saputo sfruttare notorietà e immagine (esempio i tanti rappresentanti del mondo della
magistratura o della comunicazione). Se il potere legislativo deve tener conto delle richieste relative a un
rinnovato criterio di rappresentanza, quello esecutivo deve soddisfare un crescente bisogno di dare in
tempi brevi risposte in grado di orientare e di attuare decisioni. Deve essere capace di assumersi
responsabilità e di rispondere alla richiesta di rendere efficiente il potere burocratico. Le riflessioni
sull’esecutivo, più che concentrarsi esclusivamente sulla sua capacità di essere “espressione di un potere”
dovrebbero concentrarsi su quello che viene definito il suo “procedimento”, che si intende con il processo
di attuazione delle leggi e in genere di tutte le scelte politiche del governo. Ciò significa che la sua
valutazione deve interessare soprattutto la sua efficienza ed efficacia. Questa, va valutata non solo nei
riguardi del legislativo o giudiziario, ma anche nei confronti della burocrazia. Il potere giudiziario è sorto per
un preciso intento: assolvere in modo a7utonomo una precisa funzione, quella giudiziaria. Questa consiste
nell’affidare la soluzione dei conflitti fra i membri della società a terzi imparziali che applicano
razionalmente principi generali scritti e/o non scritti. Per tale ragione deve confrontarsi con culture e morali
e con leggi che non possono essere ignorate. Tutte le discussioni su questo potere dovrebbero concentrarsi
sulla necessità di imparzialit6à dei detentori di tale potere. Quello corporativo è un potere che ha sempre
affiancato i poteri classici e oggi anche quelli più recenti, anche se la sua presenza, in alcuni momenti. È
stata più marcata che in altri. Merita di essere ricordato anche con la nuova dicitura di neocorporativo.
Sarebbe uno die poteri più facilmente limitabili, ma la sua “regolazione” va a scontrarsi con una serie di
interessi consolidati e quindi difficilmente attaccabili. Tutti lo ritengono una forma di antitesi alle cosiddette
società aperte.

2. Il quarto, il quinto e le due facce del sesto

Ai tre poteri classici bisogna affiancare i poteri che si sono venuti via via affermando nella modernità, il
quarto e quinto potere: stampa e mass media e in generale mezzi di comunicazione. Il quinto potere, cioè
la TV, è tale perché entrando in ogni casa ha più di ogni altro potere la possibilità di formare il sentire e
l’agire comune, indirizzare consumi e comportamenti, produrre stereotipi, formare ed educare. Interpreta
la capacità di comunicare per i partiti politici. Tale procedimento si può definire persuasivo, nel senso che è
volto a modificare l’opinione degli altri generando consenso, ma tutto ciò richiede il principio della
trasparenza. Stesso criterio di trasparenza che dovrà avere il sesto potere o potere tecnologico. La
tecnologia non può più essere ritenuta un fenomeno di nicchia perché è tesa a produrre novità e
innovazioni la cui utilizzazione interessa tutti. La difficoltà di regolarizzare questo potere, a differenza del
quarto e del quinto, sta nel fatto che questo sesto potere è per sua natura globale nel senso che i risultati
della propria attività possono contemporaneamente essere utilizzati da più società. Questo potere
affascinante è instabile e sempre aperto al cambiamento. Si tratta si un potere capace di essere
rapidamente sovvertito, tutto ciò dipende anche dal fatto che a questo sesto potere manca un
organigramma puntuale che espliciti i ruoli e funzioni di tutti i diretti interessati. Questo potere seppure
rischiasse di portare una “innovazione indesiderata” non potrebbe essere regolamentato al pari degli altri
poteri perché significherebbe inibire la sua possibilità di mirare a cambiare la società e il suo modo di
vivere. Se pensiamo ad alcune varianti del potere tecnologico, come quello cibernetico, dobbiamo dire che
ci sono alcune autorità mondiali come Sherry Turkle, che reclamano le stesse regole che valgono per la vita
reale. C’è un potere cruciale che oggi affianca la ricerca: quello delle lobby che può definirsi l’altra faccia del
sesto potere. La parola lobby è sempre circondata da una certa diffidenza, è parso un potere indefinibile,
una sorta di camera legislativa alternativa capace di decentrare il sistema democratico. È un potere che
sembra sfuggire a ogni possibile controllo, oltre ad essere un potere che si genera con criteri di
rappresentanza non sempre chiari. Agli occhi dell’opinione pubblica i lobbisti svolgono un’attività non
sempre chiara e definibile. Non basta a rassicurare i più timorosi la convinzione che le lobbies sostengono la
società civile contro lo strapotere dello Stato e quindi trovano terreno fertile dove i sistemi politici sono
forti. Le lobbies impersonano la “democrazia degli interessi” i quali, di per sé, non costituiscono un male,
ma in ogni caso, richiedono limiti e controlli.

3. La trasformazione e il ruolo crescente di altri poteri

Oltre a quelli esaminati esistono altri poteri che si sono reputati, a volte, immuni ai controlli; come il potere
imprenditoriale. Tocqueville sosteneva che i diversi gruppi o associazioni dovessero avere l’opportunità di
essere rappresentati per perseguire i propri interessi secondo modalità chiare, legali e riconosciute
universalmente per questo gli imprenditori devono avere i loro organi di rappresentanza. Connesso al
potere degli imprenditori c’è quello bancario, strettamente intrecciato con quello finanziario, i cui meandri
sono spesso oscuri ai più, ma della cui importanza nessuno può certo dubitare. I conflitti d’interesse,
presenti in questo potere, travalicano gli interessi nazionali e spesso sfuggono a regole e controlli. Opposto
a quello imprenditoriale, da sempre, è stato considerato il potere sindacale; il cui ruolo per un lungo
periodo di tempo è stato cruciale, come nel secondo dopoguerra. Il movimento sindacale ha intrapreso un
vero e proprio cammino di emancipazione andandosi a inserire come soggetto autonomo in un sistema
pluralistico di relazioni politiche ed economiche in una realtà sempre più complessa come quella odierna. Il
sindacato ha assunto un nuovo ruolo e quindi merita di essere regolato al pari degli altri poteri, non è più
sufficiente affrontare in termini classici il discorso della limitazione dei poteri.

CAPITOLO 8

Ancora sulla divisione dei poteri

Ackerman parlando della divisione dei poteri, intende ridare un ruolo da protagonista al popolo, limitando
anche il potere che lo rappresenta, cioè il Parlamento. Lo scopo è proteggere e ampliare i diritti
fondamentali. Si tratta quindi di porre dei vincoli al parlamentarismo classico. Occorre trovare nuove
modalità per cui i poteri legislativi del parlamento possono essere limitati da altre istituzioni di autogoverno
democratico, ivi inclusi i referendum popolari a livello nazionale e la rappresentanza di governi regionali nei
sistemi federali. Sistema che l’autore definisce quello di “una Camera e mezza”. Quando si parla di diritti
fondamentali, tutta la discussione dipende da come viene definito il termine fondamentale. Il pericolo che
qualunque potere possa degenerare c’è e non può in nessun modo essere ignorato o sottovalutato. La
volontà popolare può incorrere in forme esagerate. In molti casi la prima vittima di queste estremizzazioni è
proprio quella del liberalismo in nome del quale si parla e che si cerca di difendere. Il liberalismo di Sieyès
era un liberalismo monolitico, ostile al pluralismo. Non a caso arriva a sostenere che l’interesse personale
non doveva esaurirsi nel privato e guai a farlo prevalere sul piano pubblico. Da qui l’implacabile rifiuto
dell’idea stessa di partito. Questa della Francia rivoluzionaria, è una posizione assai simile a quella
dell’attuale Cina. Liberalismo sul terreno economico-sociale, statalismo sul terreno politico-istituzionale. In
Burke quando la società politica infrange i limiti fondanti che la caratterizzano, si torna, non sempre
avendone consapevolezza nella società naturale. Ackerman quando parla di “una Camere e mezza”, vale a
dire di un Senato federale subordinato a una Camera nazionale di deputati. I senatori “federali” hanno un
senso quando esprimono un rapporto diretto con la terra e la popolazione che rappresentano. Sulla
rappresentanza sono state fatte un’infinità di considerazioni. Sarebbe il caso di partire dal significato
etimologico del verbo latino representare, si tratta di “far di nuovo presente”, questo è il suo uso politico,
nel senso di agire come un soggetto autorizzato o deputato da qualcuno. Nel tempo si affermò la necessità
non solo di avere rappresentanti del popolo, ma anche delle varie minoranze. Questa esigenza si affermò
nel Medioevo quando anche nella Chiesa i canonisti ritennero che le minoranze avevano certi diritti
innegabili e che le questioni di fede non potessero essere decise da semplici maggioranze. Il sistema
federale per sopravvivere deve far convivere unione e autonomia. Se si vede la politica da una prospettiva
culturale, va detto che non basta assolutamente fare leggi buone, perché queste trovino una buona
applicazione quando non c’è una tradizione capace di recepirle o peggio quando la possibilità di recepirle è
esaurita. Le democrazie più mature, giustamente, pretendono di cambiare le regole del gioco democratico
a maggioranza qualificata, proprio per evitare che ogni vincitore riscriva le regole secondo le proprie
necessità e prospettive. Per assicurarsi l’attuazione e il funzionamento del sistema, certi politici potrebbero
agire costruendo delle miniburocrazie iperpoliticizzate che rispondo a loro. Le decisioni di una tale
burocrazia, tenderanno a mettere da parte l’esperienza di tanti funzionari capaci e verranno prese da furbi
incompetenti. Nessuno può negare che quando altri poteri, compreso il legislativo e l’esecuti hanno voluto
prendere decisioni specifiche, escludendo l’esperienza degli addetti ai lavori, hanno spesso preso decisioni
inefficaci. Inoltre il vero problema è che la burocrazia stessa, come hanno mostrati i sistemi totalitari,
identificandosi con l’esecutivo, h finito per avere la meglio sulle libertà individuali. In certe decisioni, la
decisione non può certo essere presa dalla maggioranza. Forse già gli antichi greci avevano avuto sentore
del problema, al punto che la parola democrazia non sempre aveva un significato positivo.