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EVOLUZIONE BIOLOGICA

 Cosa significa evoluzione?


Evoluzione significa cambiamento, un cambiamento che può
riguardare l'aspetto esteriore, la fisiologia, il comportamento di un
organismo e il suo patrimonio ereditario, tra diverse generazioni.
Invece, cambiamento non significa necessariamente evoluzione:
un organismo può cambiare durante la sua crescita, ma in questo
caso non evolve in senso darwiniano. Infatti, i fenomeni evolutivi
non riguardano il singolo organismo, ma la sua discendenza.
 Perché un organismo dovrebbe evolvere?
I principali artefici dell'evoluzione sono il cambiamento delle
condizioni ambientali nel corso del tempo e la variazione genetica
casuale.
Altro concetto fondamentale della teoria evolutiva è quello di
adattamento. L'adattamento è un termine che si riferisce a quelle
proprietà degli organismi che permettono loro di sopravvivere e
riprodursi.

BREVE STORIA DELLA BIOLOGIA EVOLUZIONISTICA


L'EVOLUZIONE SECONDO LAMARCK

Il naturalista che per primo propose la teoria dell'evoluzione,


secondo la quale tutti gli esseri viventi avrebbero subito nel corso
del tempo continue trasformazioni, fu Jean-Baptiste de Lamarck
(1744- 1829), agli inizi del XIX secolo. Secondo la sua ipotesi,
definita del trasformismo, i caratteri acquisiti durante lo sviluppo
individuale sarebbero ereditabili: l'adattamento sarebbe dunque il
risultato di modificazioni corporee prodottesi durante la vita degli
individui in seguito all'uso o al disuso di determinati organi e da
questi trasmesse ai loro discendenti. Per esempio, un uomo che fa
molta ginnastica dovrebbe dar vita a figli con maggiore tendenza a
sviluppare muscoli una volta divenuti adulti.
LA TEORIA DI DARWIN
La giusta formulazione dei meccanismi evolutivi fu elaborata da
Charles R. Darwin (1809-1882) ed esposta nel celebre libro
L'origine delle specie, pubblicato nel 1859.
Darwin spiegò gli adattamenti e la formazione di nuove specie con
la teoria della selezione naturale secondo cui solo alcuni individui
di una popolazione contribuiscono in maniera consistente alla
generazione della prole, mentre gli altri individui contribuiscono
meno o per niente. Poiché le caratteristiche della prole riflettono
quelle dei genitori, i caratteri dei genitori che hanno prodotto più
figli diverranno sempre più frequenti nelle generazioni successive
e la composizione genetica della popolazione cambierà nel tempo.

LA SINTESI MODERNA
Nonostante i vari tentativi di affossare la teoria darwiniana ,questa
sopravvisse e prese speciale vigore a partire dagli anni Venti,
grazie in parte alla riscoperta degli esperimenti di Gregor J.
Mendel, fondatore della genetica e agli sviluppi degli studi
biometrici. Fu infatti grazie alla riconciliazione tra le teorie
mendeliane e allo studio della variabilità dei caratteri nelle
popolazioni naturali che si arrivò alla cosiddetta "sintesi moderna"
della teoria dell'evoluzione, o "neo-darwinismo", o "teoria
sintetica dell'evoluzione". I nomi legati a questa fase sono quelli
del matematico inglese Ronald A. Fisher (1890-1962), del
genetista John B. S. Haldane (1892- 1964) e del matematico
americano Sewall Wright (1889-1988), i quali nei primi anni
Trenta pubblicarono i fondamenti di quella disciplina detta
genetica di popolazioni che costituisce il legame tra le leggi della
genetica di Mendel e la variabilità osservabile nelle popolazioni
naturali. La genetica a sua volta si orientò verso gli studi
evoluzionistici grazie al lavoro di Theodosius Dobzhansky (1900-
1975), nato in Russia,e ai suoi studi sull'evoluzione delle
popolazioni del moscerino della frutta, la drosofila.
La strada dell'evoluzionismo è stata irta di ostacoli. Negli anni
Trenta vi erano molti studiosi di sistematica che non accettavano
né le teorie di Mendel né tantomeno quelle di Darwin, oppure
genetisti come il tedesco R. Goldschmidt che sostenevano la teoria
delle macromutazioni, secondo la quale le specie evolvono non
attraverso la selezione di piccole varianti ma bensì con il
succedersi di mutazioni dagli effetti rivoluzionari.
OMOLOGIE
Come ha fatto notare un collega di Darwin (Milne Edwards) in
una frase riportata dallo stesso Darwin ne L'origine delle specie:
«La natura è prodiga di varietà ma avara di innovazioni». E' come
se l'evoluzione lavorasse con un grado sorprendente di inventiva
ma tendenzialmente solo sul materiale che ha già a disposizione.
Da questo deriva il fatto che due specie prese a caso in natura
presentano un qualche grado di somiglianza. La similitudine può
essere generalmente di due tipi: una similitudine per omologia e
una similitudine per analogia. Squali, delfini e balene possiedono
tutti una forma idrodinamica che può essere spiegata con la loro
attitudine al nuoto: questi animali hanno una forma analoga perché
condividono uno stesso modo di vita: le ali degli insetti, degli
uccelli e dei pipistrelli sono strutture analoghe necessarie al volo.
Se si considera invece l'arto degli anfibi, dei rettili, degli uccelli e
dei mammiferi, si può osservare come, a parte specifiche
modifiche presenti negli individui adulti, questo sia sempre un
arto a cinque dita. Non esiste una ragione ambientale o funzionale
perché l'arto di questi animali debba sempre essere a cinque dita.
In effetti, dato il diverso utilizzo che le specie ne fanno, l'arto si è
modificato in una moltitudine di forme diverse, ma l'anatomia
comparata ha evidenziato come la struttura a cinque dita sia
sempre riscontrabile in queste diverse classi di vertebrati. Questo
tipo di somiglianza veniva chiamato dai morfologici prima di
Darwin "piano della natura", una definizione in aria di misticismo,
totalmente priva di spiegazione scientifica. La spiegazione
scientifica alla luce dell'evoluzione risulta molto semplice: l'arto è
a cinque dita perché anfibi, rettili, uccelli e mammiferi,
discendono tutti da un antenato comune anch'esso pentadattilo.
Questo tipo di somiglianza dovuta alla condivisione di un antenato
comune, viene detta omologia. E omologie possono essere trovate
a ogni livello dell'organizzazione della vita: dagli arti alle
molecole fino alle sequenza di DNA. Sono proprio le omologie tra
le specie viventi e quelle fossili che mostrano in maniera
inconfutabile il fatto che entrambe abbiano avuto origine da un
antenato comune.
D'altro canto queste variazioni sul tema possono a volte portare a
degli inconvenienti: dobbiamo estrarre i denti del giudizio perché
la nostra mascella è diventata più corta di quella dei nostri antenati
per ospitare lo stesso numero di denti. Dobbiamo assumere
vitamina C poiché i nostri antenati mangiatori di frutta avevano
perso la capacità di sintetizzarla.

I PILASTRI DELLA TEORIA EVOLUTIVA LA SELEZIONE


NATURALE E LA VARIAZIONE

E' chiaro che nel mondo non esistono risorse sufficienti per
alimentare un mare denso di merluzzi né una terra coperta di
elefanti. E' per questo che gran parte della prole di tutti gli animali
e delle piante muore prima di riprodursi. Il problema è quello di
stabilire chi sopravvive. A volte può essere una questione di
fortuna, ma più in generale sopravvive chi è in grado di competere
con successo con altri individui, chi è in grado di sfuggire meglio
al predatore, chi è in grado di resistere meglio a un'infezione, cioè
un insieme di proprietà che gli anglosassoni chiamano fitness. La
lotta per l'esistenza è un'espressione metaforica che non ha niente
a che vedere con la lotta fisica, ma che descrive le grandi difficoltà
che un organismo deve affrontare per crescere e riprodursi
(comportamento animale). La selezione naturale, come motore
dell'evoluzione, opera grazie a questa elevata fecondità sfruttando
la variabilità presente nei caratteri della progenie. Per avere
un'idea della variabilità presente in natura, basta guardarsi intorno
e osservare come non esistono due esseri umani uguali, a meno
che non siano gemelli omozigoti. La variabilità è presente a ogni
livello della vita, a livello delle strutture macroscopiche come gli
organi o gli arti, così come a livello delle cellule, a quello delle
proteine o delle sequenze di DNA. In ciascuna popolazione esiste
una variabilità e questa, presente a ogni livello, può risultare in
una variabilità nella fitness degli organismi che compongono la
popolazione.

ORIGINE DELLA VARIABILITÀ


Se la variabilità è uno degli aspetti più rilevanti negli esseri
viventi, ci si può chiedere quale sia la sua origine. L'unione dei
diversi corredi cromosomici (cromosomi) nel corso della
riproduzione sessuale è fonte di variabilità; inoltre negli animali
l'immigrazione può contribuire a un aumento della variabilità
quando si verificano accoppiamenti fra individui appartenenti a
popolazioni diverse della stessa specie e provenienti da parti
lontane dell'areale. Ma la sorgente primaria di variabilità è
costituita dalle mutazioni. La maggior parte delle mutazioni sono
probabilmente dovute a errori di copiatura del DNA durante la
fase di replicazione e possono coinvolgere un singolo gene così
come interi cromosomi. La maggior parte delle mutazioni prodotte
sperimentalmente è letale per l'individuo portatore, ma in ogni
caso queste rappresentano una fonte importantissima di variabilità.
E' importante inoltre sottolineare che la necessità di adattamento
di una specie a particolari condizioni ambientali non influenza in
alcun modo l'insorgenza di particolari mutazioni. Queste sono
infatti casuali rispetto alla direzione dell'adattamento. La
mutazione che permette alla giraffa di avere un collo leggermente
più lungo di quello dei suoi predecessori non avviene perché un
collo più lungo è necessario per raggiungere i rami più alti. La
mutazione avviene e basta! E' compito della selezione naturale
favorire quegli individui che presentano mutazioni vantaggiose
comparse casualmente.

L'ADATTAMENTO
Oltre al fatto che le forme di vita esistenti sulla Terra presentino
una grande diversità e variabilità, gli organismi viventi hanno
anche un'altra caratteristica fondamentale che è quella di essere
adattati all'ambiente in cui vivono, cioè di avere strutture e
funzioni idonee e specializzate a favorirne o garantirne la
sopravvivenza in quel particolare ambiente. In una visione
evolutiva, gli organismi devono affrontare una serie di problemi
che vengono posti loro dall'ambiente: variazioni della temperatura,
attacco da parte dei predatori, infezioni parassitarie, scarsità di
cibo. Nel corso delle generazioni, la selezione naturale, lavorando
sulla variabilità ereditaria presente nelle popolazioni, crea le
soluzioni via via migliori a questi problemi. Il risultato finale è che
l'organismo risulta essere adattato all'ambiente in cui vive. La
teoria dell'evoluzione per selezione naturale si basa su tre
fondamentali principi: la presenza di una variabilità tra diversi
organismi, l'ereditabilità di questa variazione, e il fatto che varianti
diverse contribuiscono in modo differente al numero di
discendenti nelle generazioni successive. L'adattamento non è
contemplato in questi tre punti e Darwin stesso lo introdusse come
quarto principio sostenendo che quei caratteri che aumentano la
probabilità di sopravvivenza e il successo riproduttivo di un
individuo, hanno anche una maggiore probabilità di essere
conservati nelle generazioni successive. E' importante sottolineare
come l'adattamento si riferisca alle condizioni ambientali presenti:
se a volte si osserva un carattere che non sembra perfettamente
adattativo, può essere che la selezione naturale non abbia ancora
avuto il tempo di renderlo adeguato alle nuove condizioni
ambientali.
L'ADATTAMENTO E' UN CONCETTO RELATIVO
Anche se l'adattamento è un fenomeno generalmente riscontrabile
negli esseri viventi, esistono delle caratteristiche che sembrano
non essere adattative e quindi non attribuibili a selezione naturale.
Non tutti i cambiamenti evolutivi sono dunque adattativi. Per
esempio, potremmo avere una qualche difficoltà nel trovare un
significato adattativo ai capezzoli del maschio dell'uomo: questi
costituiscono infatti prodotti secondari di geni necessari allo
sviluppo degli organi sessuali. L'adattamento è inoltre un concetto
relativo: una zebra che corre più veloce lascerà più discendenti
solamente se il problema principale da risolvere è quello di
sfuggire dai predatori. Se il problema è invece di dover resistere a
una malattia, la zebra più adattata sarà quella che presenta la
resistenza contro quella specifica malattia.
L'adattamento in questo senso deve essere considerato un
compromesso :la nostra lingua ha un ruolo sia nella masticazione
sia nell'emissione di suoni e la sua morfologia deve risultare in un
compromesso tra queste due necessità; la possibilità di mantenere
la postura eretta ci permette di trasportare oggetti e bambini ma ci
espone comunque a problemi di mal di schiena.

RIPRODUZIONE, SESSO E ADATTAMENTO


Il problema dell'adattamento riguarda anche la nascita e il
mantenimento del sesso. Una femmina che si riproduce per
semplice riproduzione asessuata produrrà femmine che a loro
volta si riproducono asessualmente. Invece una femmina che ha
bisogno di un partner per riprodursi, avrà mediamente una prole
costituita da metà maschi e metà femmine. Se supponiamo che
ciascuna femmina abbia due figli, le femmine che si riproducono
asessualmente saranno semplicemente il doppio alla seconda
generazione, mentre il numero di quelle che si riproducono
sessualmente rimarrà costante. Ciò rappresenterebbe uno
svantaggio, in termini evolutivi, per la riproduzione sessuata che
condurrebbe a una minore fitness. Immaginiamo ancora che una
femmina matura abbia un corredo genetico ideale, perfettamente
adattato all'ambiente in cui essa vive. La femmina asessuata
trasmetterà intatto questo corredo. La femmina sessuata
trasmetterà invece solo metà dei suoi geni alla prole, perché l'altra
metà verrà fornita da un maschio, da un estraneo che potrebbe non
essere affatto adattato al suo ambiente. In questo modo la prole
della femmina asessuata potrebbe avere vantaggi notevoli rispetto
a quella della femmina sessuata.
 Quale significato adattativo può avere dunque la riproduzione
sessuale rispetto all'evoluzione?
Una risposta potrebbe essere formulata considerando che la
riproduzione sessuata genera variabilità e che questa variabilità
può essere vantaggiosa alla progenie perché gli offre una gamma
più vasta di possibilità di rispondere alle mutevoli condizioni
ambientali.

LA SPECIAZIONE
Prescindendo dalle molteplici definizioni del concetto di specie,
l'evento cruciale per l'origine di una nuova specie è comunque
sempre l'isolamento riproduttivo. Di conseguenza, per capire come
due specie si originano da una singola specie preesistente, bisogna
comprendere i meccanismi attraverso i quali si forma una barriera
riproduttiva tra la specie ancestrale e quella nuova da essa
derivata. Vi sono varie possibilità: la formazione di due specie
distinte può essere il risultato di processi evolutivi che interessano
popolazioni isolate dal punto di vista geografico; oppure la nuova
specie può evolversi in zone contigue, adiacenti rispetto alla
specie ancestrale; una terza situazione è quella in cui, a partire da
una singola popolazione, le due specie si evolvono nella medesima
area geografica. Questi tre diversi meccanismi vengono detti
rispettivamente speciazione allopatrica, speciazione parapatrica e
speciazione simpatrica. Per raccontarli senza ricorrere a
descrizioni troppo complesse consideriamo due specie
immaginarie, una di "pincopallini" e una di "pincopalloni". Per far
sì che una specie di pincopalloni si origini da una specie iniziale di
pincopallini, occorre che all'interno di quest'ultima specie vi sia
una variante genetica con le caratteristiche tipiche dei futuri
pincopalloni e che queste varianti non amino molto i pincopallini e
tendano preferenzialmente a riprodursi tra di loro. Questa
preferenza può essere rafforzata nel corso del tempo e in seguito i
pincopalloni potrebbero cominciare a mangiare cose leggermente
diverse dai pincopallini, a preferire il mare alla montagna, la notte
dal giorno. Alla fine del processo, da una popolazione iniziale si
avranno due popolazioni separate e isolate riproduttivamente
anche dal punto di vista genetico. A questo punto i pincopallini e i
pincopalloni potranno essere considerati due specie. In particolare
ci si può domandare perché e in quali circostanze la nuova
variante genetica evolva. SPECIAZIONE ALLOPATRICA La
variabilità, come specificato più volte, è una caratteristica
intrinseca di tutte le popolazioni naturali. La variazione geografica
è un aspetto importante di questa variabilità e ogni popolazione di
una specie è diversa sotto molteplici aspetti dalle altre popolazioni
della stessa specie. Gli stessi caratteri che vengono solitamente
usati per distinguere una specie sono essi stessi soggetti a
variazione geografica e la selezione naturale tende a favorire
queste piccole differenze per dar vita a varianti che siano meglio
adattate alle diverse zone geografiche di diffusione della specie.
Nel caso della speciazione allopatrica, due popolazioni vengono
separate da una barriera geografica, quale un monte, un fiume,
ecc. Nel corso del tempo, non essendoci contatti né incroci, le due
popolazioni cominceranno a divergere. Questo può avvenire per
effetto delle mutazioni: essendo le mutazioni casuali esse possono
determinare cambiamenti completamente diversi nelle due
popolazioni. Inoltre, la divergenza può essere favorita da fattori
diversi della selezione naturale nei due ambienti: diversi predatori,
diverse risorse alimentari e diversità di clima impongono una
diversa direzione al cambiamento. La divergenza può avvenire
però anche per semplice effetto del caso: in due popolazioni di
dimensioni ridotte i fenomeni di deriva genetica possono
determinare l'affermazione di caratteristiche peculiari a ciascuna
di esse. Così a un certo punto avremo una popolazione di
pincopallini e una popolazione di pincopalloni. Se la barriera
persiste nel tempo, le due popolazioni rimarranno separate e non
avremo prove dirette del fatto che siano effettivamente specie
diverse. Se, al contrario, per un qualche motivo, la barriera viene
meno (per prosciugamento del fiume oppure semplicemente per
migrazione), i pincopallini e i pincopalloni entreranno nuovamente
in contatto e potrebbe succedere che gli elementi necessari a
riconoscersi come membri di una stessa specie siano scomparsi. In
questo caso, le due popolazioni costituiranno due specie differenti.
La speciazione allopatrica è un processo molto importante ai fini
dell'evoluzione e sembra essere piuttosto comune come si
potrebbe supporre dagli innumerevoli casi di variazione
geografica documentati. SPECIAZIONE PARAPATRICA Nel
caso della distribuzione spaziale cosiddetta parapatrica, i
pincopallini che inizialmente occupano una certa area geografica a
un certo punto incominciano ad avere mire espansionistiche e a
occupare una zona contigua. Mettiamo il caso che queste zone
contigue siano piuttosto diverse ecologicamente da quella
originaria e che qui la selezione naturale favorisca pincopallini
con la coda lunga e prensile. In questa popolazione si
accumuleranno nuove varianti genetiche e le differenze tra i
pincopallini appartenenti alle due popolazioni (quella centrale e
quella periferica) tenderanno ad aumentare. Il primo passo della
speciazione parapatrica è quello della formazione, al confine tra le
due popolazioni, di una zona dove sono presenti ibridi, ossia gli
incroci tra i membri delle due popolazioni di pincopallini. Se gli
ibridi non sono svantaggiati, le due popolazioni rimarranno
semplicemente due varianti geografiche della stessa specie di
pincopallini collegate da un flusso genico che impedisce la
speciazione. Può tuttavia avvenire che gli ibridi vengano eliminati
dalla selezione naturale come nel caso di pincopallini ibridi con la
coda né lunga né corta, che non può servire ad arrampicarsi sugli
alberi e che anzi è loro di impedimento nella corsa per sfuggire ai
predatori di pincopallini. In questo caso, poiché la selezione
naturale avvantaggerà le coppie che hanno una prole senza coda o
quelle che hanno una prole con coda lunga, la popolazione di
pincopallini con coda lunga tenderà a essere isolata
riproduttivamente da quella senza coda, completando il processo
di speciazione parapatrica. Un esempio di zona ibrida lo abbiamo
quasi sotto gli occhi. La cornacchia grigia che si incontra così
spesso ai bordi delle strade italiane appartiene alla specie Corvus
corone. Se partendo dall'Italia meridionale ci dirigiamo verso
nord, ne osserveremo parecchie durante il nostro cammino, questo
finché non superiamo le Alpi ed entriamo in Francia. A questo
punto cominceremo a vedere solo cornacchie del tutto simili come
forma e abitudini a quelle viste fino a quel momento, ma
completamente nere. A uno studio più attento si potrà osservare
come le due cornacchie sono diverse sotto molteplici altri aspetti
oltre che per il colore. Nel corso dei pochi chilometri che ci
separano dalla cornacchia grigia abbiamo attraversato
inconsapevolmente una zona di ibridazione. Infatti i meccanismi
di isolamento riproduttivo tra le due varianti geografiche di
cornacchia non si sono ancora evoluti. Se questo succedesse, si
avrebbero due specie e il meccanismo di speciazione sarebbe
quello parapatrico. SPECIAZIONE SIMPATRICA L'ultimo
meccanismo che rimane ancora da descrivere è quello della
speciazione simpatrica. L'esistenza effettiva di questo meccanismo
come fenomeno di speciazione risulta ancora piuttosto controversa
negli studi di biologia evolutiva. Si può immaginare comunque
che nella popolazione di pincopallini ci siano delle varianti tra le
quali, per esempio, alcuni pincopallini con un becco piccolo e altri
con un becco più grande. La dimensione del becco determina il
tipo di cibo che i pincopallini possono assumere. Mettiamo che i
pincopallini con il becco grande siano in minor numero rispetto a
quelli col becco piccolo e che di conseguenza cibandosi di semi
più grandi non siano in competizione con gli altri, ma che anzi
abbiano a disposizione cibo in grandi quantità, si nutrano di più e
facciano più figli. La selezione naturale favorirà gli incroci che
daranno una progenie in grado di cibarsi meglio e così può
avvenire che i pincopallini col becco grande comincino a scegliere
i partner simili a loro. Si potranno così formare meccanismi di
isolamento riproduttivo tra le due varianti di pincopallini e alla
fine si potrà assistere alla nascita di una nuova specie, quella dei
pincopalloni, che in questo caso sarebbe meglio chiamare
"pincobecconi". Le condizioni per la speciazione simpatrica sono
più restrittive rispetto agli altri meccanismi poiché necessitano
della presenza di varianti stabili (dette polimorfismi - come i
pincopallini dal becco grande e quelli dal becco piccolo)
all'interno di una stessa popolazione, di varianti che vengano cioè
mantenute dalla selezione naturale. EVOLUZIONE E
CLASSIFICAZIONE DARE ORDINE ALLA NATURA Le
specie viventi descritte fino a oggi sono circa un milione e mezzo
e il loro numero aumenta costantemente mano a mano che nuove
specie vengono descritte. La descrizione di una specie è uno dei
compiti fondamentali del tassonomo, ossia di colui che si occupa
di classificare gli organismi. La classificazone degli esseri viventi
deve rispettare una gerarchia di livelli precostituita e ciascun
tassonomo si occupa di attribuire gli organismi alle categorie
corrette di questa gerarchia. Ma qual'è la necessità di classificare
gli organismi secondo una gerarchia? Innanzitutto è necessario
stabilire delle regole nell'enorme varietà degli esseri viventi, in
modo da dare una sistematicità allo studio della natura, ossia in
modo da stabilire una nomenclatura e un ordine. Questo risulta
utile perché fra gli studiosi e anche fra la gente comune ci si possa
intendere sul significato di un termine e anche perché il fatto di
cercare un ordine conduce necessariamente alla ricerca di
somiglianze e differenze tra i vari organismi. Queste somiglianze e
differenze riflettono la storia evolutiva e di conseguenza la
classificazione a sua volta è tendenzialmente conforme ai rapporti
evolutivi tra le diverse specie. Il livello più alto della gerarchia
tassonomica è il regno: si distingue, per esempio, il regno animale
da quello vegetale. Il secondo livello è costituito dal phylum: il
phylum dei cordati include diverse classi fra cui i pesci, gli anfibi,
i rettili, gli uccelli e i mammiferi, mentre il phylum degli artropodi
include, per esempio, gli insetti, i crostacei, gli aracnidi e altri
invertebrati. Il livello successivo è rappresentato dall'ordine: i
mammiferi vengono classificati in 33 ordini, tra i quali l'ordine dei
primati che include anche l'uomo e le scimmie. Un ordine può
essere composto da più famiglie, le famiglie da più generi e infine
il genere può essere rappresentato da più specie. Ciascun
organismo vivente viene definito attraverso la combinazione di
due termini, una nomenclatura che viene detta binomia, proposta
nel XVIII secolo dal sistematico svedese Carlo Linneo,
fondamentale sia in botanica che in zoologia): il primo termine si
riferisce al genere il secondo alla specie. Il lupo, Canis lupus,
appartiene al genere Canis come lo sciacallo, Canis aureus.
Insieme, questi due animali vengono classificati, come la volpe,
che però appartiene al genere Vulpes, nella famiglia dei canidi.
Insieme agli orsi, ai procioni, alle donnole, alle iene, ai leoni e alle
foche, i canidi appartengono all'ordine dei carnivori. Questi ultimi,
a loro volta, insieme a molti altri ordini costituiscono la classe
mammiferi. Risalendo ancora nella scala gerarchica della
classificazione animale, i mammiferi appartengono con i pesci, gli
anfibi, i rettili e gli uccelli al phylum dei cordati. Non essendo né
piante, né funghi, né batteri, i lupi infine sono inclusi nel regno
animale. Questa gerarchia, regno, phylum, ordine, classe, famiglia
e genere (tranne per quanto riguarda la specie) è una costruzione
artificiale. Infatti, la natura non presenta nessun livello gerarchico
e le categorie dei viventi variano con continuità, a volte sfumando
le une nelle altre. Questa gerarchia però risulta essere di una certa
utilità pratica dal punto di vista didattico per classificare gli
organismi dai più semplici ai più complessi. CLADISMO E
FENETICA Esistono diverse scuole di tassonomia che utilizzano
metodi e filosofie differenti per classificare gli organismi. La
scuola cladistica, o filogenetica, tende a costruire un sistema nel
quale gli organismi vengono raggruppati in categorie che
rispecchiano i loro rapporti di parentela. Secondo il suo fondatore,
Willi Hennig, si tratta di trasformare un albero genealogico in
classificazione in base a determinati criteri. I caratteri vengono
analizzati e riconosciuti come caratteri ancestrali oppure come
caratteri derivati (cioè caratteri evolutivamente più avanzati e
moderni) e tale criterio è la guida per la ricostruzione filogenetica
e l'inquadramento sistematico di animali e piante. Invece la scuola
fenetica considera il maggior numero possibile di caratteri,
indipendentemente dal loro significato evolutivo, e li utilizza con
metodi di elaborazione matematica (tassonomia numerica). Essa
rinuncia a priori a operare una ricostruzione evolutiva degli
organismi e mira a una classificazione di ordine pratico. I risultati
dei due tipi di metodologia possono essere completamente diversi.
Per esempio, gli uccelli e i coccodrilli hanno un antenato in
comune più recente rispetto all'antenato comune di coccodrilli e
lucertole. La scuola fenetica metterebbe coccodrilli e lucertole
vicini in una classificazione, la scuola filogenetica unirebbe in uno
stesso gruppo uccelli e coccodrilli. Entrambi i sistemi
classificatori soffrono di alcuni limiti. Il metodo fenetico non dà
informazioni sulle relazioni di parentela fra gli organismi. E'
possibile che nella classificazione vengano lasciati fuori dei
caratteri importanti ma non inquadrabili numericamente. La scuola
filogenetica, da parte sua, pur essendo decisamente più oggettiva,
può a volte essere piuttosto incerta e lacunosa proprio perché la
storia evolutiva di una specie e i suoi rapporti filogenetici con altre
non sempre sono chiari o ben conosciuti. Recentemente una nuova
scuola di classificazione, la tassonomia evolutiva, ammette l'uso di
entrambi gli approcci metodologici (l'analisi filogenetica dei
caratteri e l'elaborazione numerica), unificando in un unico
metodo i vantaggi delle due scuole precedenti. IL CONCETTO DI
SPECIE DAL CRITERIO MORFOLOGICO AL CONCETTO
BIOLOGICO I biologi sono pressoché tutti d'accordo nel ritenere
la specie l'unità fondamentale della classificazione biologica
mentre mostrano una diversità di vedute per quanto riguarda la sua
definizione. Questa controversia è di tipo teorico mentre, per
problemi pratici, come per esempio distinguere due specie di
gabbiani in una baia, si ricorre generalmente a un approccio di tipo
morfologico. Una guida al riconoscimento degli uccelli darà una
serie di indicazioni generalmente piuttosto semplici per
distinguere un passero da un cardellino. Il problema insorge però
quando due popolazioni di una stessa specie che vivono in località
geografiche diverse mostrano caratteri diversi. E in effetti questo
tipo di variazione, che viene detta variazione geografica, è
piuttosto frequente in natura, ed è presente anche nell'uomo
(variabilità dell'uomo). Altre volte, la definizione pratica di una
specie risulta molto più complessa, come nel caso di specie che
sfumano gradualmente le une nelle altre nell'arco della loro
distribuzione geografica. In questi casi, l'approccio semplicemente
morfologico non è adatto per il fatto che, trattandosi di specie
discendenti da un antenato comune, è probabile che ci siano delle
popolazioni intermedie non chiaramente distinguibili come specie
separate. Così i biologi evoluzionisti hanno cominciato a proporre
diverse definizioni del concetto di specie. La più antica è senza
dubbio quella morfologica secondo cui la specie viene definita
come un gruppo comprendente una serie di organismi che si
somigliano tra loro e che sono distinguibili da un altro gruppo. Nel
1969 il biologo evoluzionista Ernst Mayr (1904) definì una specie
come un insieme di popolazioni naturali in grado di incrociarsi tra
loro (interfeconde) e isolate riproduttivamente da altre popolazioni
simili. Questo è il concetto biologico di specie, certamente il più
diffuso anche se non universalmente accettato. Ponendo l'accento
sulla riproduzione, la specie può venir anche identificata con il suo
patrimonio genetico. Due individui che non possono accoppiarsi
tra loro e quindi non possono neanche scambiarsi geni, di
conseguenza sono isolati dal punto di vista riproduttivo e
appartengono a due specie diverse. Dal punto di vista pratico,
definire una specie secondo questo concetto risulta essere piuttosto
difficile: dovremmo seguire il passero e il cardellino durante tutta
la loro stagione riproduttiva e vedere se non ci siano degli ibridi in
giro. Chiaramente il criterio morfologico è molto più diretto in
questo caso ed è pienamente giustificato dal concetto biologico di
specie per il semplice fatto che i caratteri morfologici in comune
tra due individui della stessa specie sono indicatori della loro
interfecondità. Molto spesso però i membri di una stessa specie
non hanno affatto caratteri uniformi, ossia al loro interno si
distinguono molti tipi morfologici: è questo il caso delle specie
cosiddette politipiche (formate da molte razze geografiche
distinte). Le popolazioni che compongono ciascuna razza possono
comunque incrociarsi tra loro e quindi appartengono alla stessa
specie. Il morfologo classico invece non resisterebbe alla
tentazione di distinguere le popolazioni come specie diverse. Al
contrario, può succedere che due popolazioni morfologicamente
identiche siano invece isolate riproduttivamente, motivo per cui
vanno considerate specie diverse (si parla in questo caso di specie
sorelle), anche se per il morfologo esse costituirebbero una singola
specie. L'argomento riguardante il concetto biologico di specie
può essere ulteriormente approfondito: ci si può chiedere a questo
punto quali siano i meccanismi che impediscono l'incrocio tra
diverse specie. Una cavalla è piuttosto restia a incrociarsi con un
asino poiché genererebbe una prole sterile (il mulo) e tutti gli
sforzi che compirebbe per trasmettere i suoi geni diventerebbero
vani alla generazione successiva. E' chiaro quindi che la selezione
naturale deve aver agito e agisce tuttora in maniera molto
consistente per mantenere vivi i meccanismi d'isolamento
riproduttivo. Le specie non si incrociano per una moltitudine di
motivi: perché hanno habitat differenti, perché hanno periodi
riproduttivi diversi, diverse modalità di corteggiamento e
linguaggi diversi. Tutto questo fa sì che le specie abbiano
un'identità genetica ben definita e che vengano prodotti ibridi
sterili. IL CONCETTO ECOLOGICO Oltre ai concetti già
esaminati, esiste un altro concetto di specie basato sulle
caratteristiche ecologiche delle popolazioni naturali: tale concetto
definisce una specie come l'insieme di quegli organismi che
occupano la stessa nicchia ecologica. Il concetto ecologico di
specie sottolinea quei motivi più generali per i quali la selezione
limita in pratica l'incrocio tra diverse specie. Dal punto di vista
ecologico, la selezione limiterebbe la formazione di ibridi poiché
questi non sono ben adattati. Gli ibridi ricevono geni da due specie
diverse e questi geni necessariamente, dato il distinto passato
evolutivo delle due specie in esame, non possono interagire in
maniera adeguata. In sostanza gli ibridi non sono né carne né
pesce. E in natura, secondo i sostenitori di questo approccio, non
ci sarebbe posto per tali organismi poiché la natura è divisa in
zone adattative, con dei salti tra l'una e l'altra. Ciascuna zona
adattativa è definita in maniera piuttosto precisa e ogni specie vi si
è adattata nel corso della sua storia evolutiva. L'ibrido non sarebbe
in grado di sfruttare alcuna zona adattativa e necessariamente non
potrebbe sopravvivere. Questo concetto spiega in sostanza perché
in natura gli ibridi siano così rari e pone l'accento sulla selezione
naturale come principale promotore dell'identità di una specie. In
realtà, il concetto biologico e quello ecologico di specie sono
strettamente legati: se i membri di una specie si incrociassero con
una gamma troppo ampia di partner, dando vita a una progenie
disadattata, la selezione agirebbe cercando di far loro aggiustare il
tiro, in sostanza di essere un po' più selettivi nelle loro scelte
sentimentali.... In questo senso l'approccio ecologico e quello
biologico si possono integrare. LA SPECIE CLADISTICA Le
argomentazioni teoriche riguardanti la definizione del concetto di
specie possono essere spostate su un terreno diverso, quello
storico. La specie è visibile oggi, ma la sua storia evolutiva dura
forse da milioni di anni. In questa visione prospettica come
possiamo distinguere una specie dal suo predecessore? A che
punto della linea evolutiva possiamo inserire una ramificazione o
una divergenza? Né il concetto morfologico (per la sua
arbitrarietà) né quello biologico (come conoscere le abitudini
riproduttive di una specie estinta?) né il concetto ecologico (non
sempre si riescono a ricostruire le caratteristiche ecologiche di
forme fossili) ci possono aiutare a questo riguardo. Una soluzione
obiettiva potrebbe provenire dalla scuola cladistica (o filogenetica)
di classificazione (cladismo). La specie cladistica può essere
definita come quell'insieme di organismi che occupano una linea
evolutiva compresa tra due punti di biforcazione. Questo elimina
qualsiasi arbitrarietà nel suddividere la linea evolutiva. Un altro
concetto che prende in considerazione il passato evolutivo delle
specie è il cosiddetto concetto evolutivo che definisce la specie
come una sequenza di popolazioni tra gli antenati e i discendenti
che si evolvono separatamente da altre linee evolutive.
CONSIDERAZIONI FINALI Come si vede le definizioni sono
molteplici e riguardano diversi aspetti della realtà complessa del
fenomeno specie. In natura la variabilità è la norma e rendere
discreto qualcosa che si presenta come un continuum sia dal punto
di vista spaziale che sotto il profilo temporale risulta comunque un
procedimento articolato. Il problema è di ordine filosofico: le
specie, ma anche i generi, le famiglie, le classi, esistono veramente
in natura o sono delle categorie imposte artificialmente dall'uomo?
Per quanto riguarda la specie, il concetto biologico e forse anche
quello ecologico, definiscono qualcosa di realmente esistente,
mentre non si può dire lo stesso per il concetto cladistico o
evolutivo. E' già qualcosa. Ma che dire dei raggruppamenti
superiori? Per molto tempo questi sono stati definiti attraverso
attributi soprattutto morfologici. Si è già visto precedentemente
come la scelta di questi attributi sia piuttosto soggettiva. A questa
considerazione possiamo aggiungere un'ulteriore osservazione:
quando un gruppo di giapponesi scende da un autobus, agli occhi
di un europeo sembrano pressoché tutti uguali (ma lo stesso vale
per i giapponesi quando sono gli europei a recarsi in Giappone).
Tuttavia, se un europeo vivesse in Giappone per qualche tempo
probabilmente sarebbe in grado di distinguere anche due gemelli.
Il criterio morfologico ha un livello di soggettività molto elevato e
se i raggruppamenti superiori fossero basati su questo criterio
dovremmo concludere che in natura non esistono e che sono solo
delle semplificazioni utili e necessarie quando ci si avvicina allo
studio della natura. MACROEVOLUZIONE Quando si affrontano
problemi relativi a fenomeni che avvengono a un livello al di sotto
della specie si parla di microevoluzione. La speciazione è un
meccanismo che viene studiato al di sotto del livello di specie e
pertanto è un meccanismo microevolutivo. Quando si abbandona
questo livello di osservazione e si incominciano a osservare i
cambiamenti evolutivi su larga scala si stanno affrontando invece
dei problemi di macroevoluzione. La domanda principale che ci si
pone ampliando questa scala di osservazione è la seguente: la
macroevoluzione è una microevoluzione estrapolata a una scala
temporale molto più ampia oppure è un fenomeno a se stante, non
incompatibile, ma che prevede meccanismi diversi rispetto a quelli
della microevoluzione? Lo strumento fondamentale per lo studio
della macroevoluzione è costituito dalla misura del tasso di
evoluzione di una struttura o di una specie a partire dalla datazione
dei reperti fossili. IL TASSO DI EVOLUZIONE Il tasso di
evoluzione è una misura facilmente calcolabile una volta che i
fossili siano stati datati. E' una funzione della differenza tra la
struttura esaminata nell'individuo più moderno rispetto a quella
dell'individuo ancestrale diviso l'intervallo di tempo trascorso. Lo
studio dei tassi di evoluzione permette per esempio di osservare
come il tasso di evoluzione dei mammiferi sia più rapido di quello
dei molluschi, come generalmente le forme di vita più complesse
subiscano un'evoluzione più rapida rispetto a quelle più semplici.
Inoltre è stato suggerito, sempre attraverso lo studio dei tassi di
evoluzione, che le specie tendono a evolvere più rapidamente
durante i fenomeni di speciazione piuttosto che tra di essi.
Quest'ultimo argomento costituisce la base di una delle
controversie attuali riguardante la macroevoluzione, quella tra i
sostenitori della teoria degli equilibri intermittenti e i sostenitori
del gradualismo. GLI EQUILIBRI INTERMITTENTI
L'incompletezza dei reperti fossili aveva creato qualche problema
allo stesso Darwin poiché questi non mostravano cambiamenti
evolutivi graduali. Da allora molti paleontologi si misero al lavoro
per cercare di trovare esempi fossili di cambiamenti evolutivi
graduali. Due di loro in particolare, Niels Eldredge e Stephen J.
Gould, hanno concentrato la loro attenzione sui meccanismi di
speciazione allopatrica: se i pincopalloni (vedi esempio nel
precedente paragrafo) evolvono in un'area geograficamente
diversa da quella della specie ancestrale di pincopallini, queste due
lasceranno fossili solo nelle rispettive aree che abitano, a meno
che i pincopalloni non reinvadano le aree occupate dai
pincopallini. In questo caso, la nuova specie avrà la sua completa
dignità di pincopalloni e sarà probabilmente piuttosto diversa dalla
specie ancestrale dei pincopallini. Quando il paleontologo troverà
i resti di queste antiche specie, troverà fossili di pincopallini e di
pincopalloni negli stessi strati di roccia, ma non troverà forme
intermedie di pincopallonini. Di conseguenza, il cambiamento
evolutivo sembrerà non essere graduale semplicemente per il fatto
che il processo di divergenza è avvenuto altrove. Da questa
considerazione i due studiosi si sono spinti oltre e hanno proposto
una teoria che viene detta "degli equilibri intermittenti" in cui
sostengono i seguenti punti fondamentali: 1) le specie evolvono
soprattutto per suddivisione delle linee evolutive: il nuovo si
origina a partire dalla specie ancestrale per divergenza; 2) le nuove
specie evolvono rapidamente; 3) le nuove specie si originano a
partire da una piccola popolazione della forma ancestrale, 4) la
nuova specie si origina in una piccola porzione dell'area di
distribuzione della specie ancestrale - preferenzialmente in una
zona isolata periferica. IL GRADUALISMO In opposizione a
quanto enunciato dai sostenitori della teoria degli equilibri
intermittenti (vedi paragrafo precedente), i sostenitori del
gradualismo sostengono invece che generalmente i pincopallini si
modificano gradualmente nel tempo dando vita ai pincopalloni,
che questa trasformazione è graduale e lenta e che coinvolge tutta
la popolazione originale di pincopallini. La differenza sostanziale
tra le due teorie riguarda il tasso di evoluzione durante e tra gli
eventi di speciazione. Nel caso del gradualismo, il tasso è costante
nel corso del tempo, al contrario, per i sostenitori degli equilibri
intermittenti, questo tasso è molto elevato al momento della
suddivisione della linea evolutiva mentre tra gli eventi di
speciazione il cambiamento evolutivo è molto piccolo o
inesistente, una condizione che Eldredge e Gould chiamano
"stasi". La controversia è ancora molto attuale e ha avuto il grande
merito di stimolare un gran numero di studi orientati in maniera
molto precisa a cercare di suffragare l'una o l'altra posizione
teorica. Ancora molto lavoro è necessario per chiarire i
meccanismi macroevolutivi, ma lo stimolo intellettuale fornito da
due teorie contrastanti sembra ricco di prospettive e di chiarimenti.
Il tutto a favore della comprensione della storia evolutiva.
FENOMENI MACROEVOLUTIVI Lo studio della
macroevoluzione, oltre a determinare i tassi di evoluzione e i
meccanismi attraverso i quali il cambiamento si attua (vedi
paragrafi precedenti), si pone anche il problema di definire i modi
in cui le transizioni tra i grandi gruppi di animali ebbero luogo.
L'evoluzione dei mammiferi e degli uccelli a partire dai rettili, la
conquista della terraferma da parte degli anfibi o delle piante
terrestri, l'evoluzione di organismi pluricellulari a partire da
organismi unicellulari, sono tutti argomenti che richiedono una
spiegazione sulle modalità attraverso le quali la vita ha raggiunto
la ricchezza attuale. Altro argomento importante negli studi sulla
macroevoluzione riguarda il fenomeno della coevoluzione, con cui
si indica l'evoluzione interdipendente di due (o più) specie che
abbiano una chiara relazione ecologica e che traggano entrambe
benefici dalle interazioni. Come esempio si può considerare quello
di una specie di formica ampiamente diffusa in Europa (Formica
fusca) che utilizza come nutrimento una sostanza prodotta da un
organo particolare di un bruco. Il motivo per il quale il bruco
produce tale secreto sembra essere unicamente quello di nutrire la
formica. La formica in compenso protegge il bruco da una serie di
pericolosi parassiti. Il fenomeno, molto diffuso in natura, viene
chiamato mutualismo. L'evoluzione del comportamento della
formica (difesa dai parassiti) e quella dell'organo del bruco sono
strettamente legate. Da un punto di vista evolutivo, si può
immaginare che con l'aumentare del liquido prodotto, la formica
abbia avuto la tendenza a scoraggiare sempre di più i parassiti che
avessero potuto indebolire o uccidere questa fabbrica ambulante di
delizie. Questo comportamento protettivo a sua volta
avvantaggiava il bruco, e rendeva evolutivamente vantaggiosi gli
organi più attivi nella produzione della sostanza. In questo caso,
come in altri, si crea così una specie di gara, che tende verso il
bene comune di entrambe le specie. Questo tipo di meccanismo
produce cambiamento evolutivo e per questo viene detto
coevoluzione. Un altro tipo di coevoluzione riguarda il rapporto
tra l'ospite e il parassita: un miglioramento nelle capacità del
parassita deve necessariamente comportare, prezzo la vita o la
morte, un aumento nel corso dell'evoluzione delle capacità
difensive dell'ospite. L'evoluzione del sistema immunitario ha
molto a che vedere con fenomeni coevolutivi. Questa "corsa agli
armamenti" può essere evidente anche quando si vadano a studiare
i fossili di prede e predatori del passato e li si confrontino con
forme attualmente viventi. Si nota come la dimensione del
cervello aumenti in entrambi, sia nella preda che nel predatore, nel
corso del tempo. Più furbo il predatore, più furba si deve fare la
preda per sfuggirgli, più furba la preda più furbo deve diventare il
predatore per catturarla e così via. Se l'intelligenza di una preda o
di un predatore è legata alla dimensione del cervello, vi sarà un
aumento del volume cerebrale nel corso del tempo nelle diverse
specie di prede e predatori. Attenzione però, qui si sta parlando di
tempi evolutivi su grande scala (decine di milioni di anni) e di una
serie di specie nel corso del tempo: questo concetto non si può e
non deve essere esteso all'uomo, la qual cosa significherebbe
considerare stupido chi ha la testa piccola, come hanno tentato
studiosi in malafede del secolo passato. Il cervello di Albert
Einstein (1879-1975), ha un peso che rientra perfettamente nella
media. Questo dovrebbe servire sempre come monito a tutti coloro
che tentano, attraverso argomentazioni pseudo-evolutive, di
giustificare atteggiamenti razzisti o discriminanti in un contesto
che non ha niente a che vedere con quello evolutivo. LA TEORIA
NEUTRALISTA A livello molecolare, l'importanza relativa della
selezione naturale nell'evoluzione è stata recentemente messa in
discussione dalla cosiddetta "teoria neutralista" proposta dal
genetista di popolazioni giapponese Motoo Kimura. Secondo
questa teoria, basata su una serie di osservazioni effettuate a
livello molecolare, l'evoluzione è dovuta essenzialmente a
mutazioni neutrali nei confronti della selezione, ossia a
cambiamenti che non migliorano né peggiorano la fitness
dell'individuo. I neutralisti sostengono quindi che la maggior parte
dei cambiamenti evolutivi delle molecole siano dovuti a una
deriva genetica casuale, mentre secondo i sostenitori della
selezione naturale è quest'ultima a determinare l'evoluzione, anche
a livello delle molecole. La teoria neutralista non prevede che la
deriva casuale spieghi ogni cambiamento evolutivo e la selezione
naturale è ancora necessaria per spiegare l'adattamento. Ciò che
tende a sottolineare la teoria neutralista è che gli adattamenti che
si osservano in natura siano rappresentativi solo di una minoranza
di tutti i cambiamenti evolutivi che sono presenti e registrati nel
DNA. A livello del DNA e delle proteine, secondo i neutralisti, il
caso ha un effetto fondamentale e, di conseguenza, la maggior
parte del cambiamento che si osserva a questo livello è un
cambiamento non adattativo. La discussione tra le due scuole,
quella neutralista e quella tradizionalista, è tuttora piuttosto vivace
e l'argomento denso di interesse e di conseguenze sul piano
teorico. USI E ABUSI DELLA TEORIA EVOLUTIVA GLI
ABUSI Scienziati di epoche passate e anche recenti hanno spesso
dimostrato pregiudizi razziali estendendo teorie formulate in
contesti particolari per mettere in luce pesanti pregiudizi sociali.
La discriminazione contro gli afroamericani, contro gli indiani
d'America, contro gli ebrei, e in genere contro qualsiasi tipo di
"diversità", ha cercato basi scientifiche e trovato sostenitori
dall'Ottocento fino ai nostri giorni. Questi pregiudizi purtroppo
alimentano ancora, navigando nel mare dell'ignoranza, sentimenti
razzisti nelle moderne società attuali. Una parte influente del
mondo scientifico ha avallato e sostenuto questi atteggiamenti -
non si dimentichi mai che alla stesura del manifesto della razza, il
fondamento della discriminazione e la base razionale del
genocidio degli ebrei, hanno partecipato eminenti scienziati in
Germania, in Francia e anche in Italia, dove alla riunione per la
stesura del manifesto capeggiata dal gerarca fascista Starace il 13
luglio del 1938 parteciparono ben 10 accademici delle università
italiane che sottoscrissero il documento. Il concetto di
sopravvivenza del più adatto, estrapolato dal contesto darwiniano,
fu in passato utilizzato per giustificare come inevitabile la povertà
dei ceti sociali più deboli, la superiorità di quelli più agiati, il
colonialismo, l'imperialismo inteso come conseguenza inevitabile
della "supremazia" biologica della razza occidentale. Niente di
biologico e di scientificamente corretto esiste in questi
atteggiamenti, i risultati di alcune ricerche sono stati manipolati in
maniera meschina, gli esperimenti disegnati con vizi di fondo e
prospettive distorte. Elementi derivati dalla teoria evolutiva furono
applicati anche alla criminologia: Cesare Lombroso (1835-1909),
un medico italiano della seconda metà dell'Ottocento, tentò di
determinare una relazione tra la fisionomia dei delinquenti e
quella delle scimmie, affermando che il criminale è tale dalla
nascita. In maniera grottesca Lombroso cercò di dimostrare la
tendenza al crimine nelle specie animali per giustificare il proprio
approccio alla criminologia. L'equazione animale = criminale fu
spinta a conseguenze ridicole, addirittura postulando una
somiglianza significativa tra l'asimmetria del volto di alcuni
criminali con quella delle sogliole, nelle quali entrambi gli occhi
risiedono su una sola parte del corpo, oppure stabilendo che le
prostitute avessero una tendenza ad avere piedi prensili come
quelli delle scimmie. Il pensiero di Lombroso fu determinante e la
sua influenza si manifestò per molti anni nei circoli penali. Ancora
oggi, saltuariamente, il comportamento criminale viene messo in
relazione con caratteristiche fisiche ma la malafede è più sottile e
utilizza studi di genetica per tentare di dimostrare le sue ipotesi
fallaci, dimenticando quanta fondamentale importanza riveste
l'ambiente sociale nella formazione di tendenze criminali. E allora
si cerchi sempre di avere ben presente questo piuttosto che cercare
di ascrivere il comportamento violento di persone disperate a
caratteristiche fisiche o genetiche. FILOSOFIA L'impatto della
teoria dell'evoluzione sul pensiero filosofico e sulla posizione
dell'uomo nella natura determinò una rivoluzione culturale.
L'uomo pre-copernicano pensava di essere al centro dell'universo
e che questo fosse stato creato per lui e a causa di lui. Keplero,
Galileo e Newton più tardi cambiarono l'immagine dell'universo e
dell'uomo: la Terra fu vista come un pianeta piuttosto piccolo
ruotante intorno a un Sole molto più grande; niente sfere celesti
ma soltanto il vuoto, altri pianeti e galassie; l'uomo perduto negli
spazi cosmici. Darwin rappresentò in un certo senso il Newton
della biologia, dimostrando che le specie biologiche, uomo
compreso, non sono comparse sulla Terra come un pacchetto
preconfezionato. Ogni specie discende da progenitori diversi e
diversa è la sua storia evolutiva. La diversità dei viventi è una
conseguenza dell'adattamento ad ambienti differenti; l'infinita
varietà di strutture e funzioni rende possibile un'infinita diversità
di modi di vita. La specie umana presenta però una particolarità
rispetto alle altre specie animali: l'adattamento all'ambiente in cui
vive viene fortemente mediato dalla cultura. Di generazione in
generazione, l'eredità culturale viene trasmessa, svincolando
l'uomo, almeno parzialmente, dai condizionamenti dell'ambiente
fisico in cui vive. Il concetto del divenire e la trasformazione
vengono visti alla luce dell'evoluzione come caratteristiche
fondamentali del mondo biologico. Il divenire diventa di
conseguenza un processo onnipresente, che può essere esteso a
tutto l'universo. E' evidente come questa impostazione cambi in
maniera decisiva la posizione dell'uomo nella natura. L'universo
sta andando da qualche parte? Dove? La serena regolarità delle
leggi fisiche dell'universo, la quale ci permetterebbe forse di fare
sogni più tranquilli, viene stravolta da questo costante
cambiamento. Anche se i meccanismi attraverso i quali opera
l'evoluzione inorganica sono diversi da quelli che interessano
l'evoluzione biologica e l'evoluzione culturale dell'uomo, il
divenire e il movimento rappresentano il contesto in cui l'uomo si
viene a trovare. Divenire e movimento sono concetti entrati nella
scienza grazie alla teoria evolutiva: l'universo non è statico ma
dinamico. Il movimento a sua volta ha una direzione e vi sono
state molte controversie tra i teorici della biologia evoluzionistica
sul fatto che questo movimento fosse più o meno assimilabile a un
progresso. In realtà, la nozione di progresso non è applicabile
all'evoluzione animale: esiste una direzione nel cambiamento ma
il termine progresso ha una connotazione etica che non ha niente a
che vedere con i processi che governano l'evoluzione delle
strutture e degli organi: un batterio che si riproduce in maniera
vertiginosa e che lascia una moltitudine di discendenti in poche
ore è forse meno progredito di una dinamica coppia metropolitana
con il loro amatissimo figlio unico? La concezione di progresso
nel mondo animale è fortemente influenzata dal nostro
antropocentrismo. In questo contesto ci si può chiedere che cosa
rappresenti l'uomo. L'evoluzione è un processo creativo e la
creatività rischia spesso l'insuccesso, il vicolo cieco. Ogni specie
biologica, compresa la nostra, è un esperimento della natura. Ma
non si deve scordare che il nostro ruolo nella natura è assai più
condizionante rispetto a quello di tutte le altre specie: «Quale
ruolo deve recitare l'uomo nell'evoluzione? Dev'essere un
semplice spettatore o, per caso, la punta di diamante di questo
processo o infine il regista? Vi sono persone che si libererebbero
del quesito con una spallucciata, o se ne ritrarrebbero,
considerandolo un'esibizione di folle arroganza. Tuttavia, poiché
l'uomo è uno, e presumibilmente l'unico essere razionale ad aver
acquistato consapevolezza del procedere dell'evoluzione,
difficilmente può evitare di porsi simili interrogativi. Il problema
implicato non è nulla di meno che il significato della sua stessa
esistenza. L'uomo vive soltanto per vivere, e non vi è per lui scopo
o significato diverso da questo? Oppure è chiamato a partecipare
alla costruzione del migliore degli universi pensabili?»
(Theodosius Dobzhansky, 1975: Diversità genetica e uguaglianza
umana) PSICOLOGIA Anche la psicologia ha potuto trarre
vantaggi dall'integrazione con le teorie evolutive. Il fatto di
considerare l'uomo come discendente di altri vertebrati può aiutare
a comprendere alcuni suoi comportamenti e a mettere in luce
alcuni apparenti contrasti. Tali contrasti possono essere
semplicemente dei compromessi tra necessità istintive ereditate
evolutivamente dai suoi parenti ancestrali e influenze culturali
dovute all'ambiente sociale in cui vive. La corteccia cerebrale, la
parte del cervello che ha fatto la sua comparsa in tempi piuttosto
recenti, è fondamentale per le capacità intellettive, la logica, la
risoluzione di problemi complessi, le decisioni e le scelte per la
mente dell'uomo. A volte le parti cerebrali sottostanti la corteccia,
quelle più antiche, spingono l'uomo a comportarsi in maniera
evolutivamente più desiderabile. L'equilibrio dell'uomo può
dipendere molto dalla flessibilità dell'integrazione degli stimoli
provenienti da queste due aree diverse del cervello e una
caratteristica di molti disturbi psichici è proprio quella di alterare
questa plasticità determinando una serie di malattie psicologiche.
MEDICINA E AGRICOLTURA Nel corso degli ultimi decenni,
sembra sempre più evidente l'insuccesso degli approcci
tradizionali alla lotta contro le malattie infettive e contro gli agenti
infestanti nelle colture agricole. Così l'aumento del numero di
sostanze antibiotiche sembra essere accompagnato dall'insorgenza
di nuove e pericolose malattie - sono infatti di questi ultimi anni
malattie quali l'AIDS, la febbre emorragica venezuelana, la
malattia del legionario, il virus Ebola. Ancora, l'aumento del
numero di pesticidi si accompagna a un aumento dei problemi
derivanti dalle infestazioni alle coltivazioni, con pesanti danni
all'agricoltura. Tutto questo sembra far pensare che il modo in cui
i paesi occidentali hanno finora affrontato gli organismi infestanti
sia arrivato a un punto morto. Le coscienze si sono entusiasmate ai
primi risultati degli antibiotici e dei pesticidi e si sono fossilizzate
su queste modalità di lotta. Lo studio del nuovo è stato affrontato
assumendo che tale nuovo fosse identico al vecchio. Oggi molti
scienziati tendono a far risaltare come queste strategie
incomincino a fare acqua da tutte le parti. Sono nate nuove linee di
pensiero come la cosiddetta "medicina darwiniana" o la lotta
biologica agli agenti infestanti. In questo senso la moderna teoria
dell'evoluzione può aiutare, insieme all'ecologia, a determinare un
approccio completamente nuovo. Occorre considerare la
variabilità genetica delle specie, bisogna tenere conto del fatto che
specie e ambiente sono entità complesse, le cui dinamiche non
sono sempre prevedibili, e pensare che niente è in realtà costante
nel tempo: le nostre soluzioni vanno sempre considerate come
temporanee. Se si comincia a considerare il corpo umano come il
prodotto dell'evoluzione, come un corpo perfetto e complicato
sotto molti punti di vista ma anche pieno di imperfezioni e di
compromessi dovuti alla sua storia evolutiva, allora il punto di
vista cambia e con esso anche il nostro approccio alla medicina.
Siamo in grado di spiegare la nausea e il vomito delle donne
incinte come reazioni adattative nel senso che inducono a evitare
sostanze che possano in qualche modo essere dannose al feto;
possiamo interpretare il nostro disgusto per alcuni cibi perché essi
contengono sostanze che il nostro organismo recepisce come
dannose. Allo stesso tempo bisogna cercare una spiegazione a quei
fenomeni che ci rendono estremamente imperfetti: perché la
selezione naturale non ha eliminato quei geni che permettono il
deposito di colesterolo nelle vene determinando malattie
cardiovascolari e anche la morte; perché siamo golosi di cibi
spesso nocivi e guardiamo invece con sdegno verdure e farinacei,
continuando a mangiare anche quando sappiamo di essere troppo
grassi? Anche un virus, un batterio o qualsiasi agente infestante
deve essere considerato come frutto dell'evoluzione, rispondente
alla selezione naturale, in continuo cambiamento, in relazione
filogenetica con altre specie (filogenesi). Contemporaneamente, le
cause di una malattia dovrebbero essere considerate nel loro
insieme. Un qualunque individuo si ammala non perché un virus
lo ha infettato, ma perché il suo ambiente interno in quel momento
era consono alle necessità del virus e perché è venuto in contatto
con un altro individuo malato che gli ha trasmesso questo agente
patogeno. In questa visione più ampia, valga il seguente esempio
estremizzato. L'eutrofizzazione delle acque costiere dovuta
all'erosione, ai fertilizzanti usati in agricoltura, alle discariche
urbane e anche al riscaldamento del mare, determina fioriture
algali che servono da terreno di coltura per il vibrione del colera,
in zone costiere di paesi in cui l'igiene e i servizi sociali in genere
sono piuttosto carenti. La scarsa assistenza sociale dovuta allo
strozzamento economico dei paesi poveri (causata del debito
contratto con paesi più ricchi) fa sì che i governanti sottovalutino
la portata del fenomeno. Così il colera prolifera e miete vittime.
Quest'ultimo esempio è estremo e mostra che non solo in medicina
è necessario un nuovo approccio in cui la teoria evolutiva abbia
una giusta collocazione, ma che un cambiamento di scala nel
considerare i problemi è fortemente raccomandato: così come non
si può pensare che la causa di un'infezione sia semplicemente
dovuta alla penetrazione fisica di un virus, allo stesso modo non si
può pensare di combattere un'epidemia di colera solamente
isolando le persone colpite. La teoria evolutiva può aiutare ad
avere una visione globale dei fenomeni, necessaria per poterne
comprenderne i meccanismi