Sei sulla pagina 1di 68

ECONOMIA POLITICA

CAP 4 Teoria del consumatore


Premessa: il consumatore tende sempre a scegliere quei beni e servizi al quale attribuisce
maggiore valore.
Quando un consumatore si trova di fronte alla necessità di acquistare qualcosa, deve tenere conto
di 2 variabili: le sue preferenze ed il vincolo di bilancio. In base a queste 2 componenti il
consumatore può successivamente prendere le sue decisioni. Per quanto riguarda la prima
variabile, le preferenze del consumatore devono rispettare 3 assiomi:

 Completezza: Dati due panieri qualunque, A e B, il consumatore è sempre in grado di dire


quale dei due preferisce o se è indifferente.
 Transitività: Se un paniere A è preferibile a un paniere B, e B è preferibile al paniere C,
allora A deve essere preferibile a C (coerenza delle preferenze del consumatore).
 Non sazietà: un paniere contenente una quantità maggiore di uno qualsiasi dei due beni
verrà sempre preferita a una combinazione che ne contiene una quantità minore (‘più è
meglio’).

Nozione di utilità: soddisfacimento, intensità con la quale determinati beni/servizi vengono


preferiti dal consumatore.
Nella teoria della domanda si dice che gli individui massimizzano la propria utilità, scelgono cioè i
beni di consumo che preferiscono

Utilità marginale: incremento del soddisfacimento dovuto al consumo di una unità aggiuntiva
di un bene (in economia marginale = aggiuntivo) →→→ Legge dell’utilità marginale
decrescente: l’utilità marginale diminuisce se un individuo consuma quantità sempre maggiori di
un determinato bene. All’aumentare del consumo di un bene l’utilità marginale di quel bene tende
a diminuire
Seguendo quanto detto precedentemente, l’utilità totale data dal consumo di una determinata
quantità di bene è data dalla somma delle utilità marginali della quantità consumata fino a quel
momento.
Al fine di ottenere la massimizzazione dell’utilità in un paniere di beni, è necessario che ogni
singolo bene fornisca la stessa utilità marginale per euro di spesa: “la condizione essenziale per
ottenere la massima soddisfazione o utilità è che di fronte ai prezzi di mercato dei beni, un
consumatore con un dato reddito ottenga il massimo soddisfacimento quando l’utilità marginale
dell’ultimo euro speso per un bene è esattamente uguale all’utilità marginale dell’ultimo euro
speso per qualsiasi altro bene”. Se così non fosse il consumatore potrebbe/dovrebbe andare a
modificare le quantità dei beni da acquistare in base a quale fornisce la maggiore utilità marginale
rispetto all’altro →→→ Utilità marginale del reddito: misura l’utilità aggiuntiva che il
consumatore otterrebbe se potesse spendere un euro in più per il consumo

La curva d’indifferenza: creata da Vilfredo Pareto. Rappresenta i vari panieri di beni che il
consumatore è disposto a comprare dato che per lui è indifferente, le varie possibilità gli
forniscono lo stesso livello di soddisfacimento. Il paniere invece è una combinazione di 2 o più beni
che il consumatore è disposto ad acquistare. Gli assi cartesiani sono rappresentati dai beni che
compongono il paniere, mentre i punti sulla curva rappresentano le combinazioni che il
consumatore è disposto ad acquistare (curve d’indifferenza sono convesse rispetto all’origine). Le
curve di indifferenza rispettano la proprietà della transitività: 2 curve di indifferenza non possono
intersecare, altrimenti vorrebbe dire che un paniere fornisce contemporaneamente 2 gradi di
soddisfacimento diversi. Molto importante è il concetto di Saggio marginale di sostituzione
(MRS in inglese): è la quantità di bene a cui si è disposti a rinunciare per ottenere una unità
aggiuntiva di un altro bene mantenendo costante l'utilità. Il saggio marginale di sostituzione è
decrescente. È il rapporto tra l’utilità marginale dei 2 beni che compongono il paniere. In ogni
punto della curva di indifferenza, il MRS corrisponde alla pendenza (in valore assoluto) della curva
di indifferenza.
Tanto più un bene è scarso, tanto maggiore è il suo valore relativo di sostituzione; la sua utilità
marginale cresce rispetto all’utilità marginale del bene che è diventato abbondante.
La retta del vincolo di bilancio rappresenta, dato un determinato reddito a disposizione del
consumatore ed i prezzi di mercato dei beni appartenenti al paniere, tutte le combinazioni possibili

nelle quali il reddito viene totalmente esaurito. Ci si può muovere lunga la retta e alla sinistra della
retta, ma non si può andare alla destra della retta perché vorrebbe dire spendere più soldi del
reddito a disposizione.

Per cui: la curva d’indifferenza rappresenta le preferenze del consumatore per diversi panieri con
diversi livelli di utilità, mentre la retta del vincolo di bilancio rappresenta le diverse possibilità
d’acquisto del consumatore dato il livello di reddito monetario. L’equilibrio per il
consumatore si ottiene unendo queste 2 componenti.

Ora osserviamo 3 punti: A, B ed E. Tutti e 3 i punti hanno lo stesso costo per il consumatore e
rispettano il vincolo di bilancio, ma hanno utilità diversa. Il consumatore ovviamente si sposterà
verso la curva di indifferenza che fornisce l’utilità maggiore, in questo caso il punto E. Nel caso
della curva di appartenenza di E, la curva poggia sul vincolo di bilancio e non lo interseca:
geometricamente, il consumatore è in equilibrio nel punto in cui la pendenza della retta di bilancio
è perfettamente uguale alla pendenza della curva di indifferenza.

“l’equilibrio del consumatore si raggiunge nel punto in cui la retta di bilancio è tangente alla curva
d’indifferenza più elevata, vale a dire dove il saggio marginale di sostituzione è uguale alla
pendenza della retta di bilancio”.
Variando il reddito a disposizione, trasla la retta del vincolo di bilancio,

mentre se varia il prezzo di mercato di uno dei 2 beni del paniere, la retta del vincolo di bilancio
vede assottigliarsi o aumentare.
Se il reddito monetario è fisso, l’aumento dei prezzi di mercato dei beni porta ad una diminuzione
del reddito reale, ovvero della quantità di beni e servizi acquistabili con il reddito monetario.
Questa variazione porta a 2 effetti:

 Effetto di sostituzione: prendiamo l’esempio del caffè. Se il prezzo di questo aumenta


mentre il prezzo di altri beni simili rimane uguale, il consumatore tenderà a diminuire il
consumo di caffè perché più caro e aumentare il consumo di prodotti sostituti come il tè
perché più economico. Più in generale, quando il prezzo di un bene aumenta i consumatori
tendono a sostituirlo con beni più economici che portano lo stesso livello di
soddisfacimento
 Effetto reddito: indica l’impatto di una variazione di prezzo sulla quantità domandata di un
bene risultante dall’effetto che si genera sui redditi reali dei consumatori in conseguenza
della variazione del prezzo. Questo effetto dipende dall’elasticità rispetto al reddito, ovvero
il rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata e la variazione
percentuale del reddito. Quando questa è maggiore di 1 vuol dire che ad un aumento del
reddito c’è un forte aumento di determinati beni, che in questo caso sono i beni di lusso
(viaggi, hi tech ecc). Al contrario con una elasticità inferiore ad 1, ad un aumento del
reddito si ha una variazione minima nella domanda di beni, che in questo caso sono i beni
necessari (generi alimentari, sigarette ecc.)

La curva di domanda di mercato di un bene si ottiene sommando le quantità richieste da tutti


i consumatori.
La curva di domanda di mercato è data dalla somma delle domande individuali per ciascun livello
di prezzo
La curva di domanda individuale per un dato bene mostra la quantità massima che il consumatore
è disposto ad acquistare per ogni livello di prezzo, ceteris paribus.
Al variare del reddito varia la retta del vincolo di bilancio, e quindi variano le quantità del bene che
il consumatore intende acquistare dato il reddito. La CURVA DI ENGEL per un dato bene mostra la
quantità massima che il consumatore è disposto ad acquistare per ogni livello di reddito, ceteris
paribus. Nel caso di beni normali, se il reddito aumenta il consumatore sarà disposto a comprare
una maggiore quantità a parità di altre condizioni. Se si tratta invece di beni inferiori,
all’aumentare del reddito il consumatore acquisterà sempre meno quantità di questo tipo di beni
(in generale beni di scarsa qualità come possono essere i vestiti usati).
L’aumento del prezzo di mercato può avere un effetto sulla curva di domanda in base al tipo di
bene che si va ad analizzare. Prendiamo i beni sostituti e usiamo come esempio la carne di manzo:
se questa aumenta il proprio prezzo, aumenteranno i consumi dei beni sostituti, appunto, come
può essere la carne di pollo. Allo stesso tempo l’aumento del prezzo della carne di manzo porterà
ad una diminuzione del consumo di beni complementari quali possono essere il ketchup o i panini
per l’hamburger. Nell’ultimo caso, quello dei beni indipendenti, l’aumento del prezzo della carne
di manzo non ha nessun effetto sulla domanda di beni non collegati in nessuna maniera a questo
(per esempio i libri, i computer, le auto ecc).
Per mostrare come la domanda si modifica in base alle variazioni del prezzo viene usato il concetto
di elasticità. Questo può essere riferito a differenti componenti:
 Elasticità della domanda al prezzo: rapporto tra la variazione percentuale della
quantità domandata e la variazione percentuale del prezzo. Si parla di domanda anelastica
se il valore derivante è < 1, domanda elastica se il valore derivante è > 1, domanda unitaria
se il valore derivante è = 1.
 Elasticità della domanda al reddito: il rapporto tra la variazione percentuale della
quantità domandata e la variazione percentuale di reddito. Se il valore è < 0 si tratta di un
bene inferiore, se il valore è > 0 si tratta di un bene normale, se è compreso tra 0 – 1 si
tratta di un bene di prima necessità, se è > di 1 è un bene di lusso
 Elasticità incrociata della domanda: misura la variazione percentuale della quantità
domandata di un bene (X), in seguito alla variazione dell’1% per cento del prezzo di un altro
bene (Y). Se il valore è > 0 si tratta di beni sostituti, se è < 0 di tratta di beni complementari

Il surplus del consumatore rappresenta la soddisfazione/benessere che deriva dal consumo di


una unità di un bene. Il surplus è rappresentato dalla differenza tra l’utilità totale di un bene e il
suo valore di mercato. Per la legge dell’utilità marginale decrescente, le prime unità valgono più
delle ultime

CAP 5 Produzione e Tecnologia


Un’economia moderna prevede una vasta gamma di attività produttive: compagnie aeree, fattorie,
società di servizi, fabbriche eccetera. Ciò che accomuna queste diverse imprese è l’assioma che
tutte le imprese operino in maniera ottimizzante, efficiente: vuol dire che dato un certo livello di
input che utilizzano, ottengono o cercano di ottenere il maggior livello di output possibile evitando
qualsiasi tipo di spreco. Altro assunzione è che le imprese vogliano massimizzare i profitti, intesi
come la differenza tra ricavi e costi: con ricavi si intende la somma complessiva che l’impresa
ottiene grazie alla vendita dei suoi prodotti, mentre con costi si intendono tutte quelle spese
sostenute per l’acquisto degli input impiegati nella produzione. La relazione tra la quantità di input
necessaria e la quantità di output producibile è definita Funzione di produzione: “la funzione
di produzione è la relazione tra la quantità massima di output ottenibile e la quantità di input
necessaria per ottenerla”.
Quanto si guarda alla funzione di produzione la si può vedere attraverso un orizzonte temporale
breve o lungo. Nel breve periodo l’impresa può usufruire di fattori variabili (modificabili,
modulabili) e di fattori fissi (non modificabili), mentre nel lungo periodo tutti i fattori sono variabili.

PRODUZIONE NEL BREVE PERIODO


Prodotto totale: quantità totale di output prodotto in unità fisiche, come quintali di grano o
tubetti di dentifricio. Quando il prodotto totale cresce, il prodotto marginale è positivo

Prodotto marginale: incremento della produzione che risulta dall'impiego di una unità
aggiuntiva di un fattore, mantenendo costante la quantità di tutti gli altri fattori. “Il prodotto
marginale di un input è il prodotto aggiuntivo, o output aggiunto da unità addizionale di quel tipo
di input, mentre tutti gli altri input sono mantenuti costanti”. Quando il prodotto marginale è
maggiore del prodotto medio, quest’ultimo è crescente. La curva del prodotto marginale interseca
dall’alto quella del prodotto medio in corrispondenza del suo punto di massimo.

Prodotto medio: output totale ottenuto diviso per le unità totali di input impiegate
In base all’andamento del prodotto marginale, la produzione può avere le seguenti caratteristiche:

 Rendimenti marginali crescenti: il prodotto marginale di un fattore cresce all’aumentare


della quantità utilizzata di tale fattore. Es: 1 cameriere produce 100 caffè, 2 ne producono
250, 3 ne producono 500. Il primo cameriere ne produce100 caffè, il secondo 150, il terzo
250: ogni cameriere aggiuntivo porterà una quantità sempre maggiore di caffè prodotti
 Rendimenti marginali costanti: il prodotto marginale di un fattore è costante
all’aumentare della quantità utilizzata di tale fattore. Es: il primo cameriere produce 100
caffè, qualsiasi cameriere aggiuntivo produrrà 100 caffè in più
 Rendimenti marginale decrescenti: il prodotto marginale di un fattore decresce
all’aumentare della quantità utilizzata di tale fattore. Es: 1 cameriere produce 100 caffè, 2
camerieri ne producono 175, 3 camerieri ne producono 225. Il primo cameriere produce
100 caffè, il secondo ne aggiunge 75, il terzo ne aggiunge 50: ogni cameriere aggiuntivo
porterà una quantità sempre minore di caffè prodotti

Legge dei rendimenti decrescenti: Se la quantità impiegata di un qualsiasi fattore della


produzione viene fatta aumentare in successive quantità incrementali uguali (es. + 1 unità di
lavoro), mantenendo costanti le quantità degli altri fattori, la produzione aumenterà (fino ad un
certo limite). “Aggiungendo una quantità addizionale di un input, e mantenendo costanti tutti gli
altri, si otterranno quantità aggiuntive di output sempre minori”
PRODUZIONE NEL LUNGO PERIODO
Nel lungo periodo non vi sono vincoli alla produzione in quanto tutti i fattori sono variabili. Come
rappresentare graficamente una funzione di produzione? Un Isoquanto è una curva che
rappresenta tutte le combinazioni di fattori produttivi che consentono di ottenere lo stesso livello
di prodotto.

I rendimenti decrescenti e i prodotti marginali si riferiscono alla risposta del prodotto a un


aumento di un unico tipo di fattore. Come varia il prodotto totale, quando tutti i fattori della
produzione aumentano/diminuiscono? Il livello dei Rendimenti di scala è il saggio al quale il
prodotto aumenta come conseguenza dell’aumento dell’impiego di tutti gli input della stessa
misura. I rendimenti di scala possono essere:
• Rendimenti di scala crescenti: raddoppiando la quantità impiegata di tutti gli input,
l’output aumenta in misura più che proporzionale. Aumentando la quantità utilizzata di
tutti i fattori produttivi della medesima proporzione si ottiene un aumento più che
proporzionale del prodotto.
• Rendimenti di scala costanti: raddoppiando la quantità impiegata di tutti gli input, l’output
raddoppia. Aumentando la quantità utilizzata di tutti i fattori produttivi della medesima
proporzione si ottiene un aumento proporzionale del prodotto
• Rendimenti di scala decrescenti: raddoppiando la quantità impiegata di tutti gli input,
l’output aumenta in misura meno che proporzionale. Aumentando la quantità utilizzata di
tutti i fattori produttivi della medesima proporzione si ottiene un aumento meno che
proporzionale del prodotto.
Nel lungo periodo l’impresa si trova a fare scelte concernenti l’impiego di più fattori variabili
contemporaneamente >> per scegliere la combinazione ottimale dei fattori, un’impresa deve
sapere in che rapporto gli input sono sostituibili tra di loro. Il saggio marginale di
sostituzione tecnica (MRTS) indica a quale saggio un fattore produttivo può essere sostituito
con l’altro permettendo di produrre sempre la stessa quantità di output. MRTS è pari al rapporto
tra le produttività marginali dei fattori produttivi ovvero al valore assoluto della pendenza
dell’isoquanto. Le innovazioni di processo, migliorando le tecniche esistenti, fanno spostare la
funzione di produzione verso l’alto.

CAP 6 Analisi dei costi


Il costo totale rappresenta il costo minimo necessario per produrre ciascun livello di output e
aumenta al crescere dell’output. È dato dalla somma dei costi variabili e dei costi fissi.

I costi fissi (detti anche generali o non recuperabili) rappresentano dei costi che l’impresa deve
sostenere a prescindere dal livello di produzione, anche nel caso in cui l’azienda non produca
affatto. Sono ad esempio il canone di affitto di un capannone, i pagamenti degli interessi su un
debito ecc.

I costi variabili rappresentano delle spese che l’impresa deve sostenere dipendentemente dalla
quantità di output finale: al variare della quantità di output, variano i costi variabili. Sono ad
esempio i materiali necessari alla produzione, la forza lavoro, l’energia richiesta per la produzione
ecc.

Il costo marginale è il costo aggiuntivo necessario per produrre una unità addizionale di output,
è la variazione del costo totale conseguente alla produzione di una unità in più. Può essere
calcolato in 2 modi: prendendo il costo totale per la quantità di output attuale e sottrarlo al costo
totale della quantità di output precedente, oppure si sottrae al costo totale i costi fissi, trovando
così i costi variabili che sono quelli che determinano il costo marginale.

Il costo medio totale (o costo totale unitario) è dato dal rapporto tra il costo totale e le unità
prodotte

Il costo medio fisso (o costo fisso unitario) è dato dal rapporto tra i costi fissi e le unità
prodotte

Il costo medio variabile (o costo variabile unitario) è dato dal rapporto tra costi variabili e le
unità prodotte

All’aumentare della quantità prodotta i costi fissi medi si riducono, così come si riduce la distanza
tra costi totali e costi variabili medi
Rapporto costo totale unitario/costo medio e costo marginale: quando il costo marginale di una
unità aggiuntiva di output è inferiore al costo totale unitario/costo medio, il costo totale
unitario/costo medio è decrescente. Nel caso contrario, con costo marginale > costo totale
unitario/costo medio, il costo totale unitario/costo medio è crescente. Nel caso i 2 siano uguali, il
costo totale unitario/costo medio si trova al livello minimo
Quali sono i fattori che influenzano la curva dei costi di un’impresa? ovviamente i prezzi di fattori
produttivi come il lavoro e la terra. La curva dei costi però dipende direttamente anche dalla sua
funzione di produzione: se, ad esempio, assistiamo ad un aumento dei prezzi dei materiali, ma allo
stesso tempo il progresso tecnologico permette di usare meno input, la curva dei costi potrebbe
abbassarsi e spostarsi verso il basso.
È possibile tracciare la curva dei costi se si conoscono i prezzi dei fattori e la funzione di
produzione: in questo modo l’impresa è in grado di determinare la combinazione migliore di
fattori (quella più economica) che permette di avere un determinato livello di output.

Nel breve periodo, come detto, solo una parte dei costi è variabile, come ad esempio i costi del
lavoro e dei materiali. Nel breve periodo quindi se vogliamo aumentare la produzione dobbiamo
aumentare i fattori variabili. Nel breve periodo i fattori variabili presentano rendimenti decrescenti
in quanto ciascuna unità aggiuntiva di lavoro può contare su un capitale inferiore. Di conseguenza
il costo marginale dell’output aumenta perché l’output aggiuntivo prodotto da ciascuna unità
addizionale del fattore variabile diminuisce. Per questa ragione, i rendimenti decrescenti del
fattore variabile implicano un costo marginale crescente nel breve periodo. “Nel breve periodo,
quando i fattori come il capitale sono fissi, i fattori variabili tendono a presentare una fase iniziale
di rendimenti crescenti seguita da rendimenti decrescenti. Le relative curve dei costi mostrano una
fase iniziale di costi marginali decrescenti seguita da costi marginali crescenti dopo che sono
subentrati i rendimenti decrescenti”

Nel lungo periodo tutti i fattori diventano variabili, per cui le imprese hanno maggiore
possibilità di sostituire un fattore con l’altro per cercare la combinazione economicamente più
vantaggiosa per un determinato livello di output. La combinazione economicamente più efficiente
è quella con il costo opportunità più basso tra tutte quelle che possono essere utilizzate per
ottenere il volume di produzione desiderato. Con costo opportunità si intende il sacrificio che un
operatore economico deve compiere per effettuare una scelta economica: in un insieme di
alternative si finisce per scegliere solo una delle possibilità, per cui il costo opportunità è ciò che
l’impresa ha perso dal mancato utilizzo delle altre alternative. Quantitativamente, il costo
opportunità è il valore della migliore alternativa tralasciata.
Secondo la regola del costo minimo, la combinazione che permette di minimizzare i costi è quella
in cui il prodotto marginale per euro di input è uguale per tutti gli input utilizzati. Per trovare il
prodotto marginale per euro di input si divide il prodotto marginale del fattore per il prezzo.
Conseguenza della regola del costo minimo è la regola della sostituzione: se il prezzo di un fattore
diminuisce e quello di tutti gli altri rimane costante, alle imprese converrà sostituire il fattore
divenuto meno caro agli altri fattori.

L’Isoquanto è una curva che rappresenta tutte le combinazioni di fattori produttivi che consentono
di ottenere lo stesso livello di prodotto. Sempre secondo l’assunzione che l’impresa opera con lo
scopo di massimizzare i profitti, l’impresa sceglierà la combinazione di fattori che ha il costo totale
minore. Una mappa di isoquanti
rappresenta un insieme di isoquanti a
ciascuno dei quali corrisponde un livello
costante di prodotto. Se il prezzo degli
input si modifica, varia anche la
proporzione di equilibrio degli input in
modo tale da ridurre l’utilizzo dell’input
divenuto più costoso (saggio marginale di
sostituzione tecnica (MRTS) indica a
quale saggio un fattore produttivo può
essere sostituito con l’altro permettendo
di produrre sempre la stessa quantità di
output).

Quando i costi degli input sono noti, è possibile individuare il metodo produttivo con il minimo
costo fra tutti quelli che utilizzano diverse combinazioni degli input.
L’Isocosto è una retta che permette di rappresentare il costo di una determinata combinazione di
input: il risultato è dato dal costo totale, ovvero dalla somma del costo dei singoli fattori
moltiplicati per le rispettive quantità. In valore assoluto, la pendenza della retta di isocosto è pari
al rapporto tra i prezzi dei fattori. Più ci si sposta verso l’alto e verso destra, più il costo totale è
alto. Al variare del prezzo di un fattore produttivo si modifica il rapporto tra i prezzi dei fattori e
quindi anche la pendenza della retta di isocosto.

Unendo la curva dell’isoquanto e la retta dell’isocosto è possibile determinare la combinazione


ideale (economicamente vantaggiosa) di fattori per raggiungere il livello di produzione desiderato.
Come è possibile notare
nella figura, l’isoquanto
interseca l’isocosto in 3
punti, ma quello che
verrà scelto è il punto B
in quanto è quella che
permette di minimizzare
i costi (in questo punto
l’isoquanto tocca ma
non interseca l’isocosto).
Nel punto B la pendenza
dell’isoquanto e la
pendenza dell’isocosto
coincidono: la prima è
data dal MRST, la
seconda dal rapporto tra
i prezzi dei fattori.
Nel lungo periodo l’impresa ha una maggiore flessibilità perché può modificare simultaneamente
le quantità di tutti gli input >> può modificare la scala di produzione.
Come variano i COSTI MEDI quando aumenta il livello di PRODUZIONE? Si parla di economie di
scala (o economie di scala crescenti) quando il costo medio di lungo periodo diminuisce
all’aumentare della produzione: aumentando il
volume di produzione, la quantità utilizzata di tutti
gli input (e quindi anche la spesa per input)
aumenta in misura meno che proporzionale;
mentre si parla di diseconomie di scala (o economie di scala decrescenti) quando il costo medio di
lungo periodo aumenta all’aumentare della produzione: aumentando il volume di produzione, la
quantità utilizzata di tutti gli input (e quindi anche la spesa per input) aumenta in misura più che
proporzionale.

CAP 7 Equilibrio nei mercati concorrenziali


Ci sono diversi aspetti che caratterizzano e definiscono la struttura di un mercato, come il numero
e la dimensione di compratori e venditori, il grado di sostituibilità dei prodotti dei diversi venditori,
le condizioni di entrata e il livello di informazione dei compratori sui prodotti e il loro prezzo.

Quando si parla di Mercato in Concorrenza Perfetta, si parte da alcune ipotesi fondamentali:

 Imprese price-taker: la quantità molto alta e la grandezza limitata delle imprese presenti
nel mercato, non permette loro di influenzare il prezzo di vendita del prodotto, per cui
saranno costrette ad adattarsi ai prezzi attuati dai concorrenti. La curva di domanda
dell’impresa è perfettamente elastica (ricavo marginale = prezzo di mercato)
 Consumatori price-taker: esiste un numero molto elevato di consumatori e nessuno di loro
ha una dimensione rilevante rispetto al mercato in grado di influenzare i prezzi del mercato
 Omogeneità del prodotto: in un mercato a concorrenza perfetta i prodotti dei vari
competitor sono perfettamente sostituibili tra loro, nessuna delle imprese può aumentare
il prezzo del proprio prodotto al di sopra di quello praticato dalle altre senza perdere buona
parte o la totalità dei propri clienti
 Libertà di entrata e uscita: non vi sono barriere né all’entrata né all’uscita. Le imprese
possono entrare o uscire dal mercato in tempi rapidi e senza costi elevati
 Perfetta informazione: Gli operatori economici hanno accesso a tutte le informazioni sulle
caratteristiche dei beni/servizi e del mercato in cui operano (prezzi, condizioni di scambio e
qualità dei beni)
A prescindere dalla forma di mercato, ogni impresa ha come obiettivo la massimizzazione dei
profitti, per cui quando andrà a decidere il volume di produzione sceglierà la combinazione di
input che alla fine permetterà di avere la maggiore differenza tra ricavi e costi.
Esistono 2 regole in un mercato a concorrenza perfetta:
1) Regola del profitto marginale (o regola dell’offerta di un’impresa in concorrenza
perfetta): l’impresa raggiungerà la massimizzazione del profitto quando ci sarà una
perfetta uguaglianza tra il prezzo di mercato e il costo marginale P = MC
Se un’impresa non può influire sul prezzo del suo bene che offre sul mercato (price-
taker) deve espandere la sua produzione fino a quando tale prezzo non sia uguale al
costo marginale.
2) Condizione di chiusura (o regola di cessazione dell’attività): anche se una impresa è in
perdita, è possibile che le convenga continuare a produrre? Paradossalmente si, per
minimizzare i costi l’impresa continua a produrre fino a quando i ricavi riescono a
coprire tutti i costi variabili. Nel momento in cui i ricavi non riescono a coprire i costi
variabili (ai quali si vanno ad aggiungere ovviamente i costi fissi), l’impresa ha
convenienza a chiudere. Il prezzo deve essere superiore rispetto al livello minimo dei
costi medi: L’impresa dovrebbe chiudere se i costi medi sono superiori ai ricavi medi
(quindi se la curva dei costi medi si trova al di sopra della curva di domanda).
“quando il prezzo diminuisce a tal punto che i ricavi totali sono inferiori al costo
variabile e il prezzo è inferiore al costo variabile unitario, l’impresa minimizza le perdite
cessando l’attività”.
se il prezzo è minore del costo variabile medio, l’impresa minimizza le perdite cessando
l’attività.
se il prezzo è maggiore al punto di minimo dei costi medi variabili ma minore dei costi
medi totali, allora pur realizzando delle perdite all’impresa conviene continuare ad
offrire il prodotto sul mercato, cessando l’attività avrebbe una perdita ancora maggiore.

L’equilibrio di mercato di concorrenza perfetta di breve periodo si realizza quando la


quantità domandata eguaglia la quantità offerta. Dall’intersezione delle curve di domanda e di
offerta scaturisce il prezzo di mercato (curva di domanda perfettamente orizzontale per la singola
impresa).
Nel lungo periodo, come già detto, tutti i fattori sono variabili quindi l’azienda può mutare la
propria dotazione di fattori “fissi” (intesi come impianti ecc) al mutare delle condizioni di mercato.
Nel lungo periodo inoltre ci sarà un movimento in entrata e in uscita di nuove aziende: entrerà chi
vedrà nel mercato un profitto tale da giustificare un investimento (assenza di barriere all’entrata),
uscirà chi avrà profitti negativi (assenza di barriere all’uscita). Questo continuo ingresso di nuove
aziende porta ad un progressivo abbassamento dei prezzi, fino a raggiungere un punto in cui i
ricavi sono uguali a 0, detto Punto di Pareggio: al di sotto di questo punto le aziende sono
costrette ad interrompere l’attività perché i costi sono maggiori dei profitti. L'equilibrio di lungo
periodo in un mercato di concorrenza perfetta è, quindi, determinato dalla condizione di
uguaglianza del prezzo con il costo medio in ogni impresa del mercato. “Se un’industria è costituita
da imprese concorrenziali che presentano curve di costo identiche e possono entrare e uscire
liberamente dall’industria la condizione di equilibrio nel lungo periodo è che il prezzo eguagli il
costo marginale e che quest’ultimo sia a sua volta pari al costo totale unitario minimo nel lungo
periodo di tutte le imprese identiche.”

L’equilibrio di concorrenza perfetta garantisce l’efficienza allocativa (o paretiana) delle risorse, nel
senso che garantisce il completo sfruttamento delle possibilità di guadagno derivanti dallo
scambio. Una situazione si definisce Pareto-efficiente (o efficiente in senso paretiano) se non è
possibile accrescere il benessere di alcuno dei soggetti coinvolti, se non riducendo il benessere di
qualcun altro di loro».
Il surplus del consumatore è la differenza tra quanto il consumatore è disposto a pagare per un
bene e quanto effettivamente paga. La curva di domanda può essere interpretata come una
scheda del valore marginale perché per ogni unità consumata indica il valore che l’individuo
attribuisce a quell’ulteriore unità. Il surplus che il consumatore ottiene se riesce ad acquistare
tutte le unità desiderate al prezzo corrente è rappresentato dalla superficie compresa tra la curva
di domanda e il prezzo di mercato.
Il surplus del produttore è la differenza tra il prezzo al quale vende un’unita del prodotto e il
prezzo minimo al quale avrebbe potuto venderla senza incorrere in perdite (cioè il costo
marginale). È quindi una misura del beneficio monetario netto di cui i produttori godono offrendo
un bene a un prezzo dato. Il surplus del produttore è rappresentato dalla superficie compresa tra
la curva di offerta dell’impresa e il prezzo di mercato. In corrispondenza dell’equilibrio di
concorrenza perfetta il surplus totale (dato dalla somma del surplus del consumatore e del surplus
del produttore) è massimo.

CAP 8 Il Monopolio
Quando si parla di concorrenza imperfetta, si fa riferimento a delle determinate caratteristiche
presenti in un mercato:

 Impresa price-maker: l’elevata quantità dei volumi di vendita consente all’impresa di


determinare il prezzo. Il suo livello di output determina il prezzo di mercato
 Ridotta numerosità delle imprese: nel mercato agisce un numero limitato di imprese
 Concentrazione delle quote di mercato: poche imprese hanno elevata quota di
mercato
 Differenziazione di prodotto: i prodotti non sono omogenei e perfettamente
sostituibili tra loro.
 Controllo legale o di fatto di una risorsa chiave: un’azienda può essere l’unica a
possedere un determinato prodotto o processo
 Possibilità di interazione strategica tra imprese
Esistono 3 tipologie di concorrenza imperfetta: monopolio, oligopolio e concorrenza
monopolistica.
Il monopolio è la situazione in cui sul mercato opera una unica impresa protetta da barriere
all’entrata. Esistono 3 tipologie di monopolio:
 Monopolio delle risorse: controllo esclusivo di una risorsa naturale
 Monopolio legale: diritto esclusivo a vendere riconosciuto all’impresa dallo Stato, per
motivi di “pubblica utilità” (es. brevetti, concessione esclusiva);
 Monopolio naturale: vantaggio derivante a un’impresa da forti economie di scala ed
elevata dimensione minima efficiente (es. settore degli aeromobili)
Per quale motivo esistono dei mercati monopolistici? Le principali ragioni sono:
 Economie di scala: l’elevato volume di produzione permette una riduzione del costo medio
nel lungo periodo, per cui le altre imprese non sono in grado di reggere il confronto con i
prezzi attuati dal monopolista
 Brevetti: garantiscono ai possessori il diritto esclusivo, per un certo periodo di tempo, allo
sfruttamento dei benefici da esso derivanti
 Licenze governative o appalti: l’autorità pubblica rilascia licenze per l’ingresso in taluni
settori o per la fornitura di servizi. (es. concessione della licenza Lottomatica).
 Controllo esclusivo di input fondamentali: es. de Beers Diamond Mines ha il controllo
quasi esclusivo dell'offerta dei diamanti sul mercato mondiale
 Costi d’ingresso elevati: il prezzo per entrare nel mercato è talmente elevato che le
aziende sono scoraggiate (es. aerei commerciali)
La struttura di mercato del modello di monopolio si basa su alcune ipotesi fondamentali:

 Impresa price-maker: l’impresa monopolista fissa il prezzo


 Consumatore price-taker: i consumatori non sono in grado di influenzare il prezzo
 Sostituibilità del prodotto: non esistono prodotti sostituti al prodotto offerto dal
monopolista
 Entrata bloccata: presenza di barriere all’entrata
 Perfetta informazione: Gli acquirenti sono ben informati sulle varie opportunità a
disposizione (prezzo e caratteristiche dell’unico bene offerto dal monopolista).
Il fine di ogni impresa è quello di massimizzare i profitti, e per farlo bisogna rispettare la regola del
profitto marginale e la regola per la cessazione dell’attività.
Mentre nella concorrenza perfetta la curva di domanda è orizzontale, nel monopolio è inclinata
negativamente, il che vuol dire che all’aumentare della quantità diminuisce il prezzo e viceversa.
Come in concorrenza perfetta, anche in monopolio il ricavo medio è sempre uguale al prezzo del
bene. Il ricavo medio è dato dal rapporto tra prezzo/quantità. Il ricavo marginale di un’impresa
monopolista, a differenza di quanto succede in concorrenza perfetta, è sempre inferiore al prezzo
del bene che produce. Ciò è spiegabile per due motivi: data la pendenza negativa della curva di
domanda, all’aumentare della quantità diminuisce il prezzo, per cui più si vende più il ricavo
marginale diminuisce; il prezzo si
abbassa per tutta la quantità
venduta e non solo per l’ultima (ciò
significa che se il monopolista vuole
vendere un’unità in più di prodotto
deve accontentarsi di un prezzo più
basso anche per le altre unità). Il
ricavo marginale consiste nella
variazione del ricavo totale alla
vendita di una unità aggiuntiva di
prodotto. Per il monopolista, il ricavo marginale è inferiore al prezzo e può essere sia positivo che
negativo. Il monopolista, con l’intenzione di aumentare i propri ricavi, aumenterà il volume delle
vendite. Visto che all’aumentare delle vendite diminuisce il prezzo, dopo un primo momento in cui
l’aumento porta a maggiori ricavi, si arriverà ad un punto in cui l’aumento di produzione e vendite
genererà ricavi negativi.

Se Ricavo Marginale > Costo Marginale allora se l’impresa aumenta di una unità la quantità
prodotta, il maggiore ricavo è superiore al maggiore costo: l’impresa aumenta il profitto
aumentando la produzione.
Se Ricavo Marginale < Costo Marginale allora se l’impresa riduce di una unità la quantità prodotta
il minore ricavo è inferiore al minore costo e aumenta il profitto; allora l’impresa aumenta il
profitto diminuendo la produzione.
Per cui Ricavo Marginale = Costo Marginale è il punto di equilibrio dove l’impresa monopolistica
realizza il massimo profitto

Il surplus totale in monopolio è inferiore rispetto al surplus totale in concorrenza perfetta. Questo
perché in monopolio viene prodotta una quantità minore di beni ed il prezzo è più alto rispetto alla
concorrenza perfetta

Il monopolio non è visto di buon occhio dalle autorità di politica economica, e negli anni sono state
attuate diverse tecniche per affrontare i problemi di equità ed efficienza legati al monopolio:

 Politiche antitrust: leggi che vietano alcuni comportamenti o limitano certe strutture di
mercato
 Politiche per favorire la concorrenza: es. tenere basse le barriere all’entrata e mantenere i
mercati aperti alla concorrenza straniera
 Regolamentazione pubblica di monopoli privati (e.g., Autostrade / Ferrovie;
regolamentazione delle tariffe): indica alle imprese cosa fare e come fissare i prezzi
 Proprietà e gestione pubblica (e.g., enti pubblici o società di proprietà pubblica nel caso
delle public utilities): lo stato crede che sia meglio per il bene di tutti che ci sia un solo
fornitore
 Controllo dei prezzi: lo stato fissa dei limiti entro i quali decidere il prezzo di determinati
beni. Usato principalmente in tempi di guerra e per controllare l’inflazione
 Imposte: tassando i monopoli è possibile ridurne o attenuare i loro effetti socialmente
inaccettabili

CAP 9 Oligopolio e Teoria dei Giochi


Gli economisti hanno individuato 3 fattori principali che portano alla formazione di mercati a
concorrenza imperfetta:

 Economie di scala
 Barriere all’ingresso
 Interazione strategica
Come sappiamo, in un mercato a concorrenza imperfetta ci sono una o poche aziende che hanno il
totale controllo del mercato: entra così in gioco la nozione di potere di mercato, inteso come il
controllo esercitato da una singola impresa o da un numero limitato di imprese sul prezzo e sulle
decisioni relative alla
produzione in un mercato.
La misura più comune del
potere di mercato è il
rapporto di
concentrazione, che
mostra la percentuale sul
totale della produzione
dell’industria che le 4 o 8
maggiori imprese hanno
rispetto alle altre.

La struttura di mercato del modello di oligopolio si basa su alcune ipotesi fondamentali:

 Impresa price-taker e interazione strategica : esistono poche imprese sul mercato


che hanno quota di mercato rilevante, ogni impresa è in grado di influenzare i
comportamenti delle altre
 Consumatori price-taker: consumatori non in grado di influenzare il prezzo dei prodotti
 Sostituibilità del prodotto: non c’è perfetta sostituibilità ma i prodotti sono
abbastanza simili da determinare l’interdipendenza tra le decisioni dei produttori
 Entrata bloccata
 Perfetta informazione
Esistono diversi modelli di oligopolio. I più importanti sono:

 Oligopolio collusivo
È una situazione in cui le poche imprese di grandi dimensioni operanti sul mercato si
mettono d’accordo sulla produzione totale del mercato al fine di alzare i prezzi e ottenere
un ricavo maggiore. Con “collusione” si intende un vero e proprio accordo esplicito tra le
parti, anche se negli ultimi 50-70 anni le collusioni sono state vietate dalla legge, anche se
le aziende possono accordarsi tacitamente. Le imprese che aderiscono ad un accordo
collusivo operano come un unico grande monopolista. Un accordo formale di collusione è
noto come cartello. Oggi è molto difficile creare e mantenere un cartello per 2 motivi
principalmente: 1) perché è vietato dalla legge nella stragrande maggioranza dei casi 2) le
aziende tendono spesso a violare gli accordi.
Un esempio di cartello è l’OPEC.
 Oligopolio con imprese in competizione sulla quantità (Duopolio di Cournot)
Creato nel 1838 con riferimento a 2 produttori di acqua minerale. Le 2 imprese ragionano
sulla quantità da produrre allo stesso modo e allo stesso tempo: l’impresa 1 prende la
quantità prodotta dall’impresa 2 e la considera costante, allo stesso modo fa l’impresa 2
con l’impresa 1. In base a ciò, l’impresa 1 decide quanto produrre.
Il prodotto totale di mercato è Q = Q1 + Q2
La domanda totale di mercato: P = a – b*Q = a – b*(Q1 + Q2 )

La curva di domanda residuale per l’impresa 1 indica il prezzo al quale può vendere una
unità di prodotto in corrispondenza di ogni suo livello di produzione, dato il volume di
produzione dell’impresa 2. la curva di domanda residuale dell’impresa 1 è data da: p = (a –
b*𝐐 2 ) – b*Q1
La curva di domanda residuale per l’impresa 1 dipende da: 1) prezzo 2) curva di domanda
mercato D(p) 3) volume di produzione dell’impresa 2

La curva di risposta ottima o curva di reazione è il comportamento ottimale che un’impresa


o attore economico attua a seconda delle scelte compiute dagli altri operatori

Il punto di equilibrio per il duopolio di Cournot è il punto in cui si intersecano le due curve
di reazione dell’impresa 1 e dell’impresa 2. In equilibrio il prezzo è superiore ai costi
marginali
 Oligopolio con imprese in competizione sul prezzo (Duopolio di Bertrand)
Il fattore da cui dipende l’interazione strategica tra le due imprese in questo caso è il
prezzo e non la quantità come nel caso del duopolio di Cournot. In questo caso si ipotizza
che i beni delle 2 imprese operanti nel monopolio siano perfettamente omogenei.
L’impresa 1 prende come costante il prezzo fissato dall’impresa 2. A questo punto deve
decidere se fissare lo stesso prezzo o uno minore. Fissando lo stesso prezzo, l’impresa 1
avrebbe il 50% delle quote di mercato, fissando un prezzo minore, avrebbe il 100% del
mercato (perché comprare un prodotto uguale ad un prezzo più alto?). lo stesso vale per
l’impresa 2.
Per queste ragioni, nasce una guerra dei prezzi. Considerando sempre che l’obiettivo delle
imprese è la massimizzazione dei profitti, il prezzo minimo che le imprese possono attuare
senza avere ricavi negativi è uguale al costo marginale, per cui il punto di equilibrio nel
duopolio di Bertrand è uguale al costo marginale.
Nel modello di Bertrand prezzo e quantità coincidono con quello di un mercato in
concorrenza perfetta.
La differenza tra i 2 modelli di duopolio risiede nel fatto che il modello di Bertrand incentiva
maggiormente le imprese a modificare la propria posizione/ strategia: Nel modello di Cournot, se
l’impresa 1 espande la produzione, il prezzo a cui entrambe le imprese vendono il loro prodotto
diminuisce, e quindi l’impresa 1 non riesce a ottenere tutto il mercato solo facendo scendere un
po’ il suo prezzo. Nel modello di Bertrand, se l’impresa 1 riduce leggermente il suo prezzo (e
l’impresa 2 non diminuisce il suo prezzo, almeno temporaneamente), l’impresa 1 può aggiudicarsi
l’intero mercato con una minima riduzione di prezzo.

Teoria dei giochi


È lo studio delle interazioni strategiche tra i vari attori economici, analizza il modo in cui due o più
giocatori scelgono determinate azioni o strategie che di ripercuotono su tutti i partecipanti. Un
gioco è una situazione d’interazione strategica nella quale il comportamento strategico è una
parte rilevante del processo decisionale. Gli elementi che caratterizzano un gioco sono:
 I giocatori
 Le strategie a disposizione dei giocatori
 Payoff associati alle combinazioni di strategie
 Matrice dei payoff
EQUILIBRIO DI NASH
Si ha quando nessuno dei due giocatori, data la strategia dell’altro, è in grado di migliorare la
propria vincita. Ciascuna strategia rappresenta quindi la risposta più adatta alla strategia dell’altro
giocatore. Noto anche come equilibrio non cooperativo, è il risultato che si ottiene in un gioco
quando ciascun giocatore sceglie l’azione che massimizza il proprio payoff, date le decisioni degli
altri giocatori, ignorando gli effetti di questa sua decisione sul payoff degli altri giocatori.
l’equilibrio di Nash non è necessariamente la migliore soluzione possibile né individualmente né
collettivamente. Inoltre può non esistere o può non sempre essere unico.
Inoltre non è detto che sia Pareto efficiente, ovvero l’opzione in cui giocatore può ulteriormente
migliorare la propria situazione se non a discapito dell’altro.
STRATEGIA DOMINANTE
Questa situazione si verifica quando un giocatore dispone di una strategia migliore
indipendentemente dalla strategia scelta dall’altro. La strategia dominante consente ai giocatori di
ottenere il payoff più elevato possibile indipendentemente dalle scelte degli altri giocatori. Non
sempre esiste una strategia dominante. Quando tutti i giocatori dispongono di una strategia
dominante, si ottiene l’equilibrio dominante.
DILEMMA DEL PRIGIONIERO
Esempio di gioco a informazione perfetto: devo giocare senza poter conoscere la scelta fatta
dall’altro giocatore.
Esempio: 2 persone hanno commesso un crimine. Se entrambi confessano avranno 24 mesi di
pena, se nessuno dei 2 confessa avranno 12 mesi di pena, mentre se uno confessa e l’altro no chi
confessa non verrà condannato ma l’altro avrà 36 mesi.
L’equilibrio di Nash è nel punto in cui entrambi confessano
CAMBIAMENTO CLIMATICO/IL GIOCO DELL’INQUINAMENTO
Le imprese nel massimizzare i profitti non si curano delle esternalità negative che rilasciano, come
può essere l’inquinamento. Se una azienda decide di agire unilateralmente e di ridurre le proprie
emissioni, i suoi costi lieviteranno, facendole perdere quote di mercato e addirittura potrebbe
portarla al fallimento. Per queste ragioni, l’abbattimento dell’inquinamento ha senso se praticato
da tutte le aziende del mercato, altrimenti l’impresa ha convenienza a mantenere elevate le sue
emissioni.
GAME OF CHICKEN
Due persone si sfidano guidando a tutta velocità verso un dirupo per vedere chi ha più coraggio. La
situazione può finire in 3 modi: 1) uno dei due si getta dall’auto troppo presto e passa da codardo
2) entrambi si gettano dalla macchina prima del dirupo allo stesso tempo, nessuno ha vinto 3)
nessuno dei due si butta e rischiano la morte
In questo caso nessuno dei due ha una strategia dominante. Ci sono 2 equilibri di Nash che
corrispondo alla situazione in cui uno si getta e l’altro no, ed entrambi lasciano uno dei due
insoddisfatto.

BATTLE OF SEXES
L’uomo preferisce andare allo stadio, la donna preferisce andare a teatro, ma entrambi
preferiscono non stare da soli ma in compagnia dell’altro.
2 equilibri di Nash, quando entrambi scelgono il teatro o lo stadio. L’esito del gioco dipenderà dal
“bargaining power” (potere contrattuale) di ogni giocatore.
MACROECONOMIA
CONTABILITA’ NAZIONALE (Cap 18)
- L’obiettivo della contabilità nazionale è di descrivere quantitativamente l’attività svolta da
un certo sistema economico in un dato periodo di tempo.

- PIL: Prodotto Interno Lordo – Come si calcola? Cos’è?


Famiglie domandano beni e offrono fattori produttivi.
Imprese offrono beni e domandano fattori produttivi.
Ne scaturisce il Mercato dei Fattori:
- Le imprese domandano INPUT di cui hanno bisogno e sostengono dei COSTI, i quali
corrispondono alla REMUNERAZIONE dei fattori produttivi.
- Le famiglie offrono lavoro e ricavano la REMUNERAZIONE di fattori produttivi; quindi
ricevono un SALARIO, che corrisponde ad un costo per l’impresa.

Il PIL deve essere in grado di “raccogliere” tutti i FLUSSI, sia REALI che MONETARI. Ma che cos’è?
Come si calcola?
- È il VALORE DI MERCATO: aggregazione tra beni e servizi eterogenei attraverso l’utilizzo
dei prezzi di mercato.
- Si considerano tutti i BENI e SERVIZI tranne quelli non registrati, ossia quelli che non
rientrano nel conteggio (illegali, mercato nero, lavoro domestico);
- Beni e servizi FINALI: sono esclusi i beni intermedi per evitare la DOPPIA
CONTABILIZZAZIONE. I beni FINALI, una volta che escono dall’industria che li produce,
vengono consumati;
- Beni PRODOTTI: tutto quello che è stato prodotto nell’anno di riferimento;
- Tutto ciò che viene prodotto all’interno del PAESE, senza contare il fatto che chi li produce
provenga o no dall’Italia.
- Secondo un certo PERIODO DI TEMPO: in genere un anno.
Come si calcola il PIL? Prendiamo in considerazione la TAVOLA INPUT-OUTPUT
Il PIL come VALORE AGGIUNTO:
- I beni intermedi non rientrano nel calcolo del PIL per evitare il problema della DOPPIA
CONTABILIZZAZIONE, e quindi verrebbero conteggiati due volte;
- VALORE AGGIUNTO: di quanto aumenta il valore del prodotto nel passare da un bene
all’altro. Dunque si considera il valore finale di quel bene al netto dei BENI intermedi che lo
compongono.
3 METODI per calcolare il PIL:
1. PIL COME VALORE AGGIUNTO: somma del valore aggiunto, prodotto in un Paese in un
dato periodo di tempo (valore della produzione al netto dei beni intermedi)
2. PIL COME REDDITO: somma dei REDDITI che vengono generati e distribuiti all’interno di un
Paese in un dato periodo di tempo (es. redditi da lavoro, redditi da capitale);
3. PIL COME SPESA: somma della spesa sostenuta per acquistare i beni finali (C + I)
TUTTI E 3 I METODI DANNO LO STESSO RISULTATO.
1° METODO = PIL COME VALORE AGGIUNTO
Bisogna calcolare il valore del PRODOTTO TOTALE e a questo sottrarre il valore dei BENI
INTERMEDI.
(VALORE DEL PRODOTTO – VALORI INTERMEDI) – Valori intermedi = calcolo i costi sostenuti per
produrre beni intermedi.

Es. Parliamo di 2 Industrie (A e B):


Industria A: V.INT. = 50 / V. PT = 1000 --- 1000-50= 950

↓↓↓↓↓
A+B= 950+850 = 1800 (SOMMA DEL V. AGG.)

↑↑↑↑↑
Industria B: V.INT. = 650 / V. PT = 1500 --- 1500-650= 850
2° METODO = PIL COME REDDITO
Abbiamo due voci che ci rappresentano il REDDITO:
1. SALARI = somma tra i lavoratori delle due industrie --- Es. 500 (A) + 700 (B) = 1200
2. PROFITTI E RENDITE = 450 (A) + 150 (B) = 600
Trovati i due valori, si fa la SOMMA DEI PRODOTTI DISTRIBUITI – 1200 (SALARI) + 600 (P&R) = 1800
3° METODO = PIL COME SPESA FINALE
Abbiamo un’unica categoria di uso finale, di spesa finale, e dunque, calcoliamo:
CONSUMO FINALE FAMIGLIA A + CONSUMO FINALE FAMIGLIA B = 300+1500 = 1800
Tra i consumi finali consideriamo anche gli INVESTIMENTI
Dunque il PIL è la SOMMA TRA CONSUMI E INVESTIMENTI --- PIL= C + I (ma non solo!)
Il PIL infatti è la SOMMA tra:
1. CONSUMI FINALI: costituiscono la spesa delle famiglie (C);
2. INVESTIMENTI: acquisti da parte delle imprese di beni durevoli, i quali determinano il
volume di produzione delle imprese (I);
Queste prime due voci fanno parte di un SISTEMA ECONOMICO “minimalista”, quindi parliamo di
ECONOMIA CHIUSA. Le altre componenti di un sistema economico sono:
3. SPESA PUBBLICA: anche lo Stato effettua delle spese: es. quanto grano e farina viene
acquistata dalla Pubblica Amministrazione (G);
4. ESPORTAZIONI: acquisti di beni e servizi prodotti nel Paese da parte di NON RESIDENTI (X);
5. IMPORTAZIONI: acquisti di beni e servizi prodotti all’estero da parte di residenti – Flusso
contrario delle esportazioni (M).

↓↓↓↓↓↓
PIL = C + I + G + X – M
Figura.1 i 3 esempi fanno riferimento a questa tabella
MODELLO FAMIGLIE-IMPRESE
Le famiglie:

 Percepiscono salari
 Percepiscono redditi non da lavoro
 Acquistano beni di consumo
 Acquistano titoli (azioni, obbligazioni)
Le imprese:

 Acquistano lavoro
 Acquistano beni di investimento
 Pagano interessi e dividendi
 Vendono beni e titoli
Le famiglie ricevono un reddito che verrà consumato, ma non verrà consumato interamente,
generando così RISPARMI
Y (reddito) = C (spesa per consumi finali) + S (risparmi – intesi sia per famiglie che imprese)
Questo implica che: C + I = C + S
Da queste due identità otteniamo la prima IDENTITÀ FONDAMENTALE, ossia S (risparmi) = I
(investimenti).
Fin qui abbiamo fatto riferimento a un’ECONOMIA CHIUSA: ora facciamo riferimento a…
… ECONOMIA CHIUSA CON SETTORE PUBBLICO (STATO) – (G) – Qual è il ruolo dello Stato?
Lo stato:

 Preleva imposte (T)


 Effettua trasferimenti (TR)
 Acquista lavoro, beni di consumo/investimento (G)
 Vende titoli
Le fonti di entrata dello Stato sono sostanzialmente due (entrambe a carico delle imprese):
1. TASSE
2. IMPOSTE
Le uscite invece sono (somme destinate a particolari categorie di famiglie, imprese, individui):
1. SPESA PUBBLICA
2. TRASFERIMENTI

Le entrate e le uscite dello Stato influenzano il reddito delle famiglie, poiché:


- Più tasse, meno reddito;
- Più trasferimenti, più reddito
Arriviamo quindi al modello FAMIGLIE-IMPRESE-STATO, quindi introducendo il settore pubblico si
introduce (G), ossia un’altra CATEGORIA DI SPESA FINALE. Questo implica che: Y = C + I + G.
Definiamo quindi il reddito disponibile YD: esso è pari al REDDITO (Y) + TRASFERIMENTI DELLO
STATO (TR) – TASSE.
Quindi YD = C + S --- Y + TR – T = C + S / trasformata in equazione: Y = C + S + T – TR.
Ora definiamo il PIL come destinazione del reddito: C + I + G = C + S + T – TR.
Otteniamo quindi la 2° IDENTITA’ FONDAMENTALE: S = I (G + TR – T).
Bilancio dello Stato: BS = T – (G + TR), dove T = entrate / G + TR = uscite
- Entrate positive = AVANZO
- Entrate negative = DISAVANZO

ECONOMIA APERTA (include il resto del mondo):


1. ESPORTAZIONI (X)
2. IMPORTAZIONI (M)
PIL come destinazione del reddito: C + I + G + X + M = C + S + T – TR.
Otteniamo quindi la 3° IDENTITA FONDAMENTALE: S = I (G + TR – T) (X – M).
PIN: Prodotto Interno Netto, che è dato dal PIL – AMMORTAMENTO. È il valore della produzione
al netto del deprezzamento subito nel corso del periodo di tempo. L'ammortamento è una misura
della perdita di valore dei beni capitali nel periodo di un anno, quando questi sono occupati
all’interno di un processo produttivo.

PIL e PRODOTTO NAZIONALE:


Prodotto Nazionale Lordo = PIL + REDDITI ricevuti dal resto del mondo (redditi stranieri ricevuti in
Italia).

PNL: Prodotto Nazionale Lordo = PIL + redditi di italiani all’estero – redditi di stranieri in Italia
= PIL + redditi netti dall’estero

PNN: Prodotto Nazione Netto = PIL + redditi di italiani all’estero - ammortamento

REDDITO DISPONIBILE: Tiene conto di tutti i REDDITI che una persona può ricevere, di quanto
versa lo Stato e dell’AMMORTAMENTO (perdita di valore che i beni subiscono nel tempo). mostra
la disponibilità effettiva delle famiglie per la spesa in beni di consumo e per il risparmio.

RD = Reddito nazionale – imposte – risparmio netto delle imprese + trasferimenti


dallo Stato

Il PIL può crescere nel tempo, può aumentare perché aumenta la QUANTITA’ prodotta o il PREZZO.
Possiamo misurare il PIL facendo riferimento a diverse grandezze di PREZZO:

1. PIL NOMINALE: si moltiplica la QUANTITA’ PRODOTTA per i PREZZI medi dell’anno in


corso;
Osservo quindi il PIL del 2020 e utilizzo come prezzo di riferimento i prezzi osservati
nell’anno in corso;
2. PIL REALE: si moltiplica la QUANTITA’ PRODOTTA per i PREZZI medi di un anno base;
Se devo calcolare il PIL degli ULTIMI 10 ANNI, prendiamo la quantità prodotta in ogni anno
e ad essa applichiamo il prezzo relativo a un anno che chiamiamo BASE.

TASSO VARIAZIONE PERCENTUALE:


- NOMINALE: misura del PIL rispetto agli altri anni (es. Variazione percentuale del PIL del
2015 rispetto al 2014.)

- REALE: prendiamo il prezzo del 2015, utilizzo la quantità prodotta in ogni anno (in questo
caso del 2014) e moltiplico per il livello dei prezzi dell’anno BASE.
Le Variazioni dipendono da aumenti della quantità prodotta, dato che i prezzi sono stati mantenuti
COSTANTI:

PIL NOMINALE a PREZZI CORRENTI: ∑i x Qit x Pit i = prezzo per ogni bene e
servizio che considero

PIL REALE a PREZZI COSTANTI (FISSI): ∑i x Qit x Pi0


Rapporto tra queste due grandezze è detto DEFLATORE DEL PIL:

Il rapporto tra PIL Nominale e PIL Reale è un INDICE DI PREZZO denominato DEFLATORE DEL PIL, e
rappresenta qual è la porzione di crescita del PIL che è data dalle VARIAZIONI di PREZZO e non
dalle variazioni della produzione. Il tasso di variazione del deflatore del PIL rappresenta il tasso di
inflazione.

INDICI DEI PREZZI:


Qualsiasi INDICE DI PREZZO misura il livello medio dei prezzi.
- INFLAZIONE: aumento del livello dei prezzi nel corso degli anni
- TASSO DI INFLAZIONE: misura la velocità di variazione del livello dei prezzi – quanto
aumentano i prezzi
INDICE DEI PREZZI AL CONSUMO (IPC): quali e quanti beni e servizi considero per calcolare il livello
medio dei PREZZI: si guarda alla dinamica dei prezzi dalla parte dei CONSUMATORI FINALI.
- Viene calcolato prendendo come riferimento un PANIERE DI BENI FISSO;
- I Beni e i servizi scelti rappresentano una QUOTA importante per quanto riguarda i
CONSUMI FINALI, perché sono beni fondamentali; conta dunque l’importanza di ciascun
bene.

INFLAZIONE E DISOCCUPAZIONE (Cap 20-21)


INFLAZIONE
Con l’INFLAZIONE si registra un aumento del prezzo dei beni e servizi e se questo aumento è
persistente, il POTERE D’ACQUISTO della moneta si RIDUCE.
- DEFLAZIONE: riduzione del livello dei prezzi (situazione opposta all’inflazione);
- STABILITA’ DEI PREZZI: il livello dei prezzi resta invariato nel tempo, dunque il potere
d’acquisto della moneta rimane COSTANTE.

MISURAZIONE DELL’INFLAZIONE
- TASSO DI INFLAZIONE: si calcola prendendo in considerazione il livello dei prezzi dell’anno
(t) e il livello dei prezzi dell’anno (t)-1:

[(LIVELLO PREZZI ANNO t) – (LIV.PREZZI ANNO t-1)] / LIV PREZZI ANNO t-1 x 100
Questa misura ci dice qual è l’aumento PERCENTUALE del livello dei prezzi medi da un anno
all’altro.
Tanto più aumenta il TASSO DI INFLAZIONE e tanto più si riduce il potere d’acquisto del mio
reddito ma NON in maniera ECCESSIVA.

DIMENSIONI INFLAZIONE:
- STRISCIANTE --- Tasso di inflazione = 2/3 % annuo
- MODERATA --- Tasso di inflazione sotto 10%
- GALOPPANTE --- Tasso di inflazione maggiore del 10%
- IPERINFLAZIONE --- Tasso di inflazione maggiore del 300%
Chiaramente, se il livello dei prezzi raddoppia il valore della moneta nazionale crolla
pesantemente.

CAUSE INFLAZIONE (4 CAUSE)


1. INFLAZIONE DA DOMANDA: la domanda è superiore all’offerta, quindi c’è una tendenza a
far aumentare il livello dei prezzi (in prossimità di piena occupazione delle risorse)
2. INFLAZIONE DA OFFERTA: Shock che riduce l’offerta
3. INFLAZIONE DA COSTI: il produttore trasferisce sul prezzo di vendita gran parte
dell’aumento dei costi che può sostenere
4. INFLAZIONE IMPORTATA: una certa impresa acquista materia prime sul mercato
internazionale e non sul mercato domestico.

CONSEGUENZE INFLAZIONE: EFFETTI ECONOMICI


L’inflazione altera la DISTRIBUZIONE del REDDITO, questo perché:
- Aumento medio del livello dei prezzi ma non è detto che per i singoli beni la VARIAZIONE
sia la stessa;
- I salari diminuiscono;
- Variazioni più o meno elevate;
- REDISTRIBUZIONE dai CREDITORI ai DEBITORI --- in questo caso il DEBITORE ha un
vantaggio, perché il potere d’acquisto della moneta sarà più basso causa inflazione.
Per questi motivi, l’INFLAZIONE aumenta le INCERTEZZE e le DISTORSIONI presenti nell’economia,
infatti:
- Il livello dei PREZZI RELATIVI diventa INAFFIDABILE;
- C’è una grande difficoltà nel prendere decisioni pluriennali.

INFLAZIONE: POLITICHE
 Meccanismi di indicizzazione dei salari: si tratta di una misura di contenimento
dell’erosione del potere di acquisto dei lavoratori in caso di elevata inflazione. In Italia
applicata con la cosiddetta Scala Mobile, meccanismo di indicizzazione automatica del
livello di salario nominale in base al tasso di inflazione dei beni di consumo (fino al 1991).
 Politiche della produttività
 Politiche istituzionali (accordo industria-sindacati-governo, contrattazione nazionale,
retribuzioni)

CURVA DI PHILLIPS
Relazione inversa osservata tra il tasso di variazione dei salari nominali e il tasso di disoccupazione
nel Regno Unito (1861-1957).

Con bassi livelli di disoccupazione le imprese hanno difficoltà a trovare la forza lavoro di cui
necessitano. Tutto ciò porterà le imprese ad offrire dei salari maggiori ai nuovi lavoratori, ad un
potere maggiore dei lavoratori stessi e dei sindacati e porterà anche ad un aumento dei salari
nominali e dei prezzi.
Al contrario, con livelli alti di disoccupazione, la concorrenza tra lavoratori manterrà bassi i salari.
Nel breve-periodo, esiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione: se la politica economica
espande la domanda aggregata può ridurre la disoccupazione ma solo a costo di una più alta
inflazione e viceversa. Nel lungo-periodo: la disoccupazione non dipende dalla crescita monetaria
o dall’inflazione. La curva di Phillips è verticale e corrisponde al tasso naturale di disoccupazione
-NAIRU: non accelerating inflation rate of unemployment- (aspettative adattive, inflazione attesa e
effettiva)

FORZE LAVORO
Nelle forze lavoro, si includono tutte le persone occupate e disoccupate:
- OCCUPATI
- DISOCCUPATI
DISOCCUPAZIONE
DEFINIZIONI E MISURAZIONE
- TASSO DI ATTIVITA’: è il rapporto tra le persone appartenenti alle forze di lavoro e la
popolazione di 15 anni o più --- si escludono gli INATTIVI, [FL/POPL]
Dunque il TASSO DI ATTIVITA’ ci misura qual è la proporzione della popolazione che
partecipa all’attività del lavoro.
- TASSO DI OCCUPAZIONE: misura numero degli occupati rispetto alle forze di lavoro;
[N/POPL]
- TASSO DI DISOCCUPAZIONE: misura il livello di disoccupazione rispetto alle forze di lavoro;
[U/FL]
Distinguiamo 3 tipi di disoccupazione:

1. DIS. FRIZIONALE: è uno squilibrio nel mercato del lavoro ma lo classifichiamo come
TEMPORANEO; es. tutte le situazioni in cui si cambia lavoro, quindi il tempo necessario per
trovare un nuovo lavoro;

2. DIS. CICLICA: definisce l’andamento “ALTALENANTE” del CICLO ECONOMICO – nelle


prime fasi di espansione c’è una crescita del livello di produzione e dunque un maggior
numero di persone tende ad essere occupato; viceversa, nelle fasi non espansive, è più
facile che si crei una disoccupazione più elevata;

3. DIS. STRUTTURALE: il sistema è lontano dal livello di piena occupazione, dunque il


sistema economico è SQUILIBRATO; es. Cambiamenti tecnologici che rendono una certa
mansione obsoleta, quindi alcuni lavoratori non sono più occupati, proprio perché le nuove
tecnologie prendono il loro posto.
Il sistema non permette la piena occupazione per deficienze intrinseche.
Distinguiamo inoltre tra:
1. DIS. VOLONTARIA: ci possono essere persone che alle condizioni attuali di mercato, non
accettano di lavorare; es. Salari troppo bassi.

2. DIS. INVOLONTARIA: a prescindere dal salario, non trovano lavoro, nonostante siano
disposti a lavorare e quindi ad accettare un certo livello di salario.
Quindi in un “MERCATO IDEALE” (mercato del lavoro ideale), i SALARI dovrebbero alzarsi o ridursi,
a seconda del tipo di sbilanciamento che troviamo tra DOMANDA e OFFERTA.
Se c’è uno SQUILIBRIO che si “riequilibra” grazie ad una variazione dei SALARI, allora
probabilmente NON ci sarà una DISOCCUPAZIONE INVOLONTARIA.
Parlando di DISOCCUPAZIONE e di INFLAZIONE, introduciamo la “CURVA DI PHILIPPS”, la quale
mette in evidenza la RELAZIONE INVERSA tra il tasso di variazione dei SALARI NOMINALI e il TASSO
DI DISOCCUPAZIONE nel Regno Unito.
La curva di Philipps (curva DECRESCENTE) ci dice che:
- Per BASSI LIVELLI DI DISOCCUPAZIONE, se le imprese vogliono assumere nuovi
LAVORATORI, si trovano in una situazione di difficoltà, perché la FORZA LAVORO è quasi del
tutto impiegata e ci sono poche persone disponibili da assumere --- in questo caso
l’impresa sarà disposta a pagare un salario più elevato;
- Per ALTI LIVELLI DI DISOCCUPAZIONE c’è più concorrenza tra i lavoratori, che li spinge ad
accettare di essere impiegati con un SALARIO più basso.
E’ inoltre rilevante, nella curva di Philipps, la relazione tra BREVE PERIODO e LUNGO PERIODO,
perché:
- Nel BREVE PERIODO, esiste una sorta di TRADE-OFF tra inflazione e disoccupazione, quindi
occorrono delle “politiche a sostegno della domanda aggregata per ridurre il livello di
INFLAZIONE, e VICEVERSA;
- Nel LUNGO PERIODO, si può individuare il cosiddetto “NAIRU”, ossia un TASSO DI
DISOCCUPAZIONE che consente di tenere sotto controllo il TASSO DI INFLAZIONE.

TEORIA MACROECONOMICA (Cap 19)


Per il momento siamo in un’ECONOMIA CHIUSA, e quindi la spesa finale è data solamente dai
CONSUMI e dagli INVESTIMENTI.
Parliamo di DOMANDA AGGREGATA (AD) programmata a priori, ossia è una grandezza composta
da:

AD = C + I = Y
(non necessariamente coincide col reddito)
Data la formula individuiamo due casi:
1. Se AD < Y --- la domanda programmata è inferiore rispetto al livello di produzione, quindi
ci troviamo in una condizione di ECCESSO DI OFFERTA; rimarranno quindi delle scorte
invendute, e dunque parliamo di INVESTIMENTO INDESIDERATO per le imprese.

2. Se AD > Y --- la quantità di domanda è superiore rispetto al livello di produzione, ci sarà


quindi un’ECCESSO DI DOMANDA; c’è dunque una variazione negativa delle scorte e quindi
parliamo di DISINVESTIMENTO per le imprese.
In entrambi i casi c’è uno SQUILIBRIO nel sistema economico; mentre se il sistema economico è in
EQUILIBRIO, allora c’è un’uguaglianza tra quello che viene prodotto e quello che viene domandato,
quindi
AD = Y
Ora riprendiamo il MODELLO IMPRESE-FAMIGLIE
Quando siamo in una situazione di domanda aggregata dove c’è un ECCESSO DI DOMANDA o un
ECCESSO DI OFFERTA, questo “squilibrio” lo possiamo vedere in termini di relazione tra
INVESTIMENTI (I) e RISPARMI (S). Tutto ciò quindi si traduce in un ECCESO DI RISPARMI o in un
ECCESSO di INVESTIMENTI.
Individuiamo due casi:
1. Se i RISPARMI sono molto elevati, una buona parte del REDDITO non viene consumata ma
risparmiata appunto dalle famiglie --- quanto maggiore sarà questa quota risparmiata,
tanto più bassa sarà la DOMANDA, e dunque le VENDITE saranno più basse e ci sarà un
ACCUMULO di scorte.

AD < Y = S > I

2. Se i RISPARMI sono molto bassi, la quota di REDDITO consumata sarà più elevata, quindi la
domanda sarà più elevata, e tutta la produzione viene venduta --- DOMANDA PIU’ ELEVATA
DELL’OFFERTA, quindi le scorte sono NEGATIVE
AD > Y = S < I
Qual è quindi l’OBIETTIVO DELLA TEORIA MACROECONOMICA? Fondamentalmente è quello di
studiare il SISTEMA A PRIORI, e quindi cercare di dare una spiegazione di FENOMENI AGGREGATI
(PIL, disoccupazione, inflazione) e dei PROCESSI tra le VARIABILI ECONOMICHE.
Con SISTEMA intendiamo il fatto che si guarda il SISTEMA ECONOMICO nella sua INTEREZZA.
Iniziamo quindi a parlare di DOMANDA e OFFERTA AGGREGATA.
La DOMANDA AGGREGATA (DA) è la totalità della domanda che proviene da tutti i settori
dell’economia, e ci indica quanto il nostro sistema è disposto a SPENDERE in un certo PERIODO di
TEMPO.
L’OFFERTA AGGREGATA (OA) è la totalità dei beni e servizi che tutte le imprese sono disposte a
OFFRIRE sul mercato in un certo PERIODO di TEMPO.
L’uguaglianza tra queste due grandezze ci definisce un sistema in EQUILIBRIO --- Ma quali sono i
“MECCANISMI” che ci portano da una situazione di DISEQUILIBRIO a una di EQUILIBRIO? Tiriamo in
ballo due teorie molto importanti.

1. TEORIA NEOCLASSICA
Nella Teoria Neoclassica, l’offerta e la domanda di lavoro determinano il livello dei salari (W) e
dell’occupazione (N). Tra queste due grandezze esiste una relazione INVERSA:
- Per un livello di salario ALTO, la domanda di lavoro delle imprese DIMINUISCE
- Per un livello di salario BASSO, l’offerta di lavoro DIMINUISCE.
Secondo la Teoria Neoclassica il livello di salario tende al livello di pieno IMPIEGO, per il quale
l’offerta è pari alla domanda. Quindi, se il salario è ELEVATO, ci saranno tanti lavoratori disposti a
lavorare per queste condizioni e quindi c’è un ECCESSO DI OFFERTA: non tutti riusciranno ad
ottenere l’impiego, perché quanto più è elevato il livello delle persone occupate, tanto è più facile
ipotizzare che accetteranno di lavorare anche con un salario più basso --- Il salario quindi tende a
RIDURSI fino al livello di equilibrio di pieno impiego (W*).
Viceversa, se il salario è BASSO c’è un ECCESSO DI DOMANDA di lavoro e quindi le imprese sono
disposte ad AUMENTARE il livello del salario per riuscire ad impiegare i lavoratori di cui hanno
bisogno --- il salario tende a CRESCERE fino al livello di equilibrio di pieno impiego
IN SINTESI: dato il livello di PIENO IMPIEGO delle RISORSE, riusciamo a determinare qual è il livello
del PRODOTTO --- L’OFFERTA CREA LA SUA DOMANDA.

2. TEORIA KEYNESIANA
Non è detto che i meccanismi di mercato consentano al sistema economico di SFRUTTARE a pieno
tutte le sue risorse. È quindi la DOMANDA che determina il LIVELLO DI PRODUZIONE, il quale
appunto si “adegua” alla domanda:
- Se la domanda è BASSA, il livello di scorte delle imprese è elevato e quindi nell’anno
successivo le imprese produrranno di meno, e ciò si ripercuote sul livello di OCCUPAZIONE.
Quindi, ad un livello di produzione corrisponde un certo numero di persone occupate, ma
questi due livelli, non è detto che siano pari al livello di PIENO IMPIEGO --- Nulla ci assicura
che ci sia un EQUILIBRUO
IN SINTESI: la domanda AD determina il LIVELLO DI PRODUZIONE (Y*), il quale determina il LIVELLO
DI OCCUPAZIONE (N*), il quale determina il LIVELLO DEL SALARIO (W*). ---- Il livello dei salari
rappresenta l’ultima catena.
I salari si muovono lentamente per motivi istituzionali/sociali
- Se parliamo di DISOCCUPAZIONE, nel caso della teoria neoclassica, parliamo di
DISOCCUPAZIONE FRIZIONALE e VOLONTARIA; viceversa, nel caso della TEORIA
KEYNESIANA, parliamo di DISOCCUPAZIONE INVOLONTARIA.
IN DEFINITIVA:
- Nella TEORIA NEOCLASSICA un aumento della AD ha un effetto solo sui prezzi
(PRODUZIONE INVARIATA);
- Nella TEORIA KEYNESIANA un aumento della AD comporta un aumento della PRODUZIONE
(sotto – occupazione)

FUNZIONE DI CONSUMO (Cap 22-23)


I consumi sono una componente della DOMANDA AGGREGATA:
AD = C + I + G + X – M
Prima di tutto analizziamo la prima parte della DOMANDA AGGREGATA, ossia C + I, e quindi il
rapporto che c’è tra FAMIGLIE e IMPRESE.
Innanzitutto prendiamo in considerazione i CONSUMI: la principale variabile da cui dipendono i
consumi è il REDDITO disponibile delle famiglie. Quanto è più alto il reddito, tanto più alto potrà
essere il livello dei consumi.
Quindi, i consumi sono una FUNZIONE del REDDITO DISPONIBILE, e questa funzione è CRESCENTE,
dove:
- C = consumo
- Yd = Reddito disponibile
- C0 = termine che indica punto in cui la retta di consumo interseca l’asse ordinate
Possiamo affermare che una parte dei consumi è FISSA quindi non varia al variare del reddito,
mentre l’altra parte AUMENTA tanto più aumenta il REDDITO --- La PENDENZA della retta
dipenderà quindi dal valore di c.

C = C0 + (c* x Yd)
C0 = COMPONENTE AUTONOMA --- una parte dei consumi NON DIPENDE dal REDDITO: se il
REDDITO è pari a 0, osservo una componente dei consumi POSITIVA

c* = PROPENSIONE MARGINALE AL CONSUMO: rappresenta di quanto aumentano i CONSUMI (C)


all’aumentare del REDDITO DISPONIBILE. Rappresenta l’inclinazione della funzione di consumo
Per esempio, se il reddito aumenta di 1, questo aumento si traduce in un AUMENTO dei CONSUMI
ma anche in un aumento dei RISPARMI --- 0 < c < 1
- Se c = 1, tutto l’aumento del reddito si traduce in un aumento di pari entità dei consumi
(Valore Limite Più Alto Possibile)
- Se c = 0, la quota del reddito che consumo è nulla --- c deve essere > 0.
ES. ∆Y = 100 (aumento del reddito pari a 100) ----- c = 0,7
∆c = 0,7 x 100 = 70 (AUMENTO LIVELLO DEI CONSUMI)
- ∆c: misura l’aumento dei consumi derivante da un incremento unitario di Y, ossia del
reddito;
- c = 0,7: Valore che mi dice quanto le famiglie sono disposte a consumare (P. MARG.
CONS.);
In questo caso, l’AUMENTO del REDDITO non si traduce totalmente in un pari aumento dei
CONSUMI --- tra 100 e 70 c’è una DIFFERENZA pari a 30, che rappresenta l’AUMENTO del LIVELLO
dei RISPARMI.
Ciò ci dice quanto le famiglie tendono a destinare il loro REDDITO a disposizione per SPESE e
CONSUMI FINALI o per RISPARMIARE
IN SINTESI: se C = 0, tutto si concentra nei risparmi; se C = 1, spendo tutto il mio reddito

MODELLO IMPRESE-FAMIGLIE
Y = AD --- Condizione di Equilibrio (Offerta = Domanda)
AD = C + I --- Composizione della Domanda
C = C + cY --- CONSUMI
I = I --- INVESTIMENTI
Quindi la DOMANDA AGGREGATA è data dai CONSUMI (C barrato) + una componente (cY) che
varia al variare del REDDITO + gli INVESTIMENTI (I barrato).
N.B. CONSUMI e INVESTIMENTI NON VARIANO al variare del REDDITO, infatti sono COSTANTI
(barrati).
Y = AD --- Equilibrio: la condizione di equilibrio, per cui Y = AD, è pari a:

Questa equazione mi consente di esplicitare Y*


Nel PUNTO DI EQUILIBRIO tra le due RETTE, la domanda è esattamente PARI all’offerta.
Il valore che registro per la
DOMANDA AGGREGATA
dipende dal livello del
REDDITO (Y) che sto
osservando, perciò esiste un
solo punto tale per cui la
COMPONENTE DI
CONSUMO che dipende da Y
fa sì che il livello totale della
DOMANDA AGGREGATA sia
totalmente uguale al livello
di Y.
La retta a 45°
individua tutti i
punti per cui il
valore che leggo
nell’asse verticale
è esattamente
pari a quello che
leggo sull’asse
orizzontale; perciò
tanto più mi
sposto verso
DESTRA, tanto più
elevato sarà il
livello della
domanda che
osservo, viceversa
il contrario.

La CONDIZIONE DI EQUILIBRIO, che è data dall’INCROCIO tra le 2 RETTE dipenderà dalle


COMPONENTI della DOMANDA.
Se il livello del REDDITO non è in equilibrio ma in un livello più elevato, la DOMANDA è più BASSA
rispetto all’OFFERTA (si avrà un ACCUMULO DI SCORTE).
Nonostante ciò ci sarà un PROCESSO che mi riporta al livello di EQUILIBRIO, tramite la RIDUZIONE
DELLE SCORTE.
Nel caso contrario, se il livello del REDDITO è in un livello più basso, le SCORTE non sono sufficienti,
dunque le imprese AUMENTANO la PRODUZIONE
IN SINTESI: è il LIVELLO della DOMANDA EFFETTIVA che determina il LIVELLO di PRODUZIONE, e
nel momento in cui il livello di produzione è più alto o più basso della DOMANDA, ci sarà un
processo di RIAGGIUSTAMENTO, che porterà di nuovo la CONDIZIONE DI EQUILIBRIO.
ES. C0 ( C ) = 200 --- I = 0 --- c = 0,75
AD = 200 + (0,75 x Y) + I
(Totalità della funzione di consumo + I barrato)
- Determino ora la retta di equazione: 200 + I + (0,75 x Y) = Y --- (Pongo il vincolo che tutto
sia pari a Y, quindi sto imponendo che il livello di domanda sia pari al livello di offerta).
- Ora ricaviamo: Y – 0,75 x Y = 200 che si trasforma in Y (1 – 0,75) = 200
Quindi: Y = (1/1 – 0,75) x 200 = 800
800 = LIV. DOMANDA AGGREGATA
- Aggiungiamo gli investimenti con I = 300
Y = (1/1 – 0,75) x (200+300) = 4 x 500 = 2000
2000 = LIV DOMANDA AGGREGATA
Possiamo vedere anche gli EFFETTI di una variazione delle componenti autonome della domanda
aggregata:
1. ∆AD --- aumento della domanda autonoma (AD = C + I)
2. ∆Y --- aumento del reddito (AD = Y)
3. ∆C --- aumento dei consumi (che porta ad un aumento di AD) (C = C + cY)
Processo di variazione del REDDITO provocato da un incremento della spesa per beni di
investimento --- in ogni fase l’incremento del reddito è minore di quello osservato nella fase
precedente.
Possiamo dunque approssimare l’aumento del reddito derivante da un certo aumento della
domanda aggregata, tramite il MOLTIPLICATORE KEYNESIANO

Quindi un aumento delle COMPONENTI della DOMANDA AGGREGATA determina un AUMENTO


DEL REDDITO, in cui il RAPPORTO tra le due variazioni è dato appunto dal MOLTIPLICATORE.
Se vogliamo rappresentare anche i RISPARMI, introduciamo l’equazione che abbiamo utilizzato per
esprimere i consumi, e semplifichiamo il modo in cui possiamo rappresentare i RISPARMI (S):
S = C + sY
s = propensione marginale al risparmio = 1 – c
PROPENSIONE MARGINALE AL RISPARMIO: all’aumentare del REDDITO, anche i RISPARMI (S)
aumentano --- a fronte di un aumento di (I), si ha un incremento di (Y) che a sua volta determina
un aumento di (S).
Se il livello del reddito è pari a 0 (Y = 0), il livello dei RISPARMI è NEGATIVO.
PARADOSSO DELLA PARSIMONIA: tanto maggiore è la propensione marginale al risparmio, tanto
più piccolo è il reddito di equilibrio; inoltre, tanto più piccola è la propensione marginale al
consumo, tanto più piccolo sarà appunto il reddito di equilibrio.
MAGGIORE s / MINORE c = MINORE Y

MODELLO IMPRESE-FAMIGLIE-STATO:
Consideriamo la SPESA PUBBLICA (G) e le IMPOSTE (T)
- Y = AD --- condizione di equilibrio, domanda = offerta
- AD = C + I + G --- composizione della domanda aggregata (introduciamo G)
- C = C(fisso) + (c x Yd) --- CONSUMI: dipendono dal reddito disponibile +
- Yd = Y – T(fisso) --- Reddito disponibile (Y al netto delle imposte T)
- I = I(fisso) --- investimenti
Yd = Y – T --- l’intero reddito è in parte destinato alle IMPOSTE (T), in parte destinato ai CONSUMI (
C ), e in parte ai RISPARMI (S). Quindi, al reddito iniziale a disposizione delle famiglie togliamo i
pagamenti di tasse e imposte, e quello che rimane è ciò che potranno utilizzare per i loro
CONSUMI.

Cosa cambia introducendo le nuove COMPONENTI? Analizziamo il seguente grafico: (VEDI


GRAFICO)

Con l’inserimento della SPESA PUBBLICA (G) la retta TRASLA VERSO L’ALTO

Quindi cYd è l’unica componente che varia al variare del reddito.


C = C + c* (Y – T) = C – cT + cY
Aggiungiamo il termine cT all’espressione con l’inserimento delle IMPOSTE (T): tanto più alto è il
livello delle IMPOSTE che le famiglie devono pagare, tanto più si ridurrà il REDDITO DISPONIBILE,
che può essere destinato ai consumi.
Sostituiamo ora l’espressione sopra all’interno dell’equazione della DOMANDA AGGREGATA:
AD = C – cT + cY + I + G
cY avrà sempre la stessa pendenza di 45°
Tutte le altre componenti sono autonome (non dipendono dal reddito) quindi:

Questa equazione genererà la condizione di equilibrio per cui Y = AD


Che succede se varia una delle COMPONENTI della DOMANDA AGGREGATA?
- L’effetto che si registra dalla variazione di una delle COMPONENTI causa un AUMENTO o
una DIMINUZIONE del REDDITO che dipende dal MOLTIPLICATORE.
ES. Varia la SPESA PUBBLICA (G) --- in questo caso aumenta
- All’aumentare della SPESA PUBBLICA si registra un effetto positivo sul REDDITO DI
EQUILIBRIO:
∆Y = (1/1-c) x ∆G --- POSITIVO
- Se invece l’unica cosa che aumenta sono le IMPOSTE (T), anche questo aumento causa una
VARIAZIONE del REDDITO:
∆Y = (c/1-c) x ∆T --- NEGATIVO, il REDDITO DIMINUISCE
Trasformo il moltiplicatore dato che è negativo --- (c/1-c) < (1/1-c)
ES. Variano sia le IMPOSTE (T) che la SPESA PUBBLICA (G) --- ∆G = ∆T
Quale delle due prevale? A parità di ∆G e ∆T, l’effetto moltiplicativo della spesa pubblica è più
elevato quindi ha un effetto positivo sul REDDITO che aumenta.

Introduciamo ora i TRASFERIMENTI DELLO STATO (TR)


- Y = AD --- condizione di equilibrio, domanda = offerta
- AD = C + I + G --- composizione della domanda aggregata (introduciamo G)
- C = C(fisso) + (c x Yd) --- CONSUMI: dipendono dal reddito disponibile +
- Yd = Y – T(fisso) + TR(fisso) --- Reddito disponibile (Y al netto delle imposte T e dei
trasferimenti TR)
- I = I(fisso) --- investimenti
Con i trasferimenti aggiungo un’altra componente FISSA e, se ripercorro tutti i passaggi di prima,
avrò che:
AD = C – cT + cTR + cY + I + G = C + c(TR – T) + I + G + cY
CONDIZIONE DI EQUILIBRIO:
TR è una componente che ha un segno POSITIVO nel REDDITO delle famiglie --- i TR influenzano il
ruolo dell’INTERCETTA
Tanto più sono alti i TRASFERIMENTI, tanto più il REDDITO aumenta, mentre un aumento del
PRELIEVO FISCALE ha un effetto NEGATIVO sul reddito.
Nonostante ciò, i trasferimenti hanno un effetto moltiplicativo più basso rispetto alla SPESA
PUBBLICA:
∆Y = (c/1-c) x ∆TR --- POSITIVO, ma < del moltiplicatore di G
Rispetto alla SPESA PUBBLICA, cambia il NUMERATORE del MOLTIPLICATORE, e poiché c
(propensione marginale al consumo) ha un valore più basso rispetto a 1, ne deriva che il VALORE
DEL MOLTIPLICATORE dei TRASFERIMENTI è più BASSO rispetto a quello del MOLTIPLICATORE.

FUNZIONE DEGLI INVESTIMENTI (Cap 22 – 26)


Immaginando un investimento che prevede abbia una vita di n periodi, si tratta di compare la
spesa inziale (o costo dell’investimento I0) sostenuta al tempo t0, con la somma di tutti i futuri
ricavi derivanti dall’investimento, ovvero i ricavi al tempo t1 (R1), al tempo t2 (R2) …al tempo tn (Rn).

L’investimento va valutato se farlo oppure no: ho dei costi, ma quello che mi aspetto saranno dei
RICAVI futuri; inoltre, per sapere e decidere se un investimento è CONVENIENTE oppure no, devo
far riferimento a due “INFORMAZIONI”:
1. Quello che devo pagare oggi per l’INVESTIMENTO
2. Per quanti anni l’INVESTIMENTO è in grado di procurare dei RICAVI attesi.
L’investimento è CONVENIENTE se tutti i ricavi attesi saranno superiori alle SPESE.
Ciò che è importante è CONFRONTARE il PREZZO che sostengo oggi per l’investimento e i RICAVI
che mi aspetto di ottenere nel corso di una serie di anni.
CONFRONTO RICAVI/PREZZO dell’investimento.
Per confrontare RICAVI e PREZZO, dobbiamo calcolare il “VALORE ATTUALE” del FLUSSO dei RICAVI
attesi:
- Oggi ho una somma di denaro pari a S, e la do in prestito: ovviamente mi aspetto un certo
INTERESSE quando i soldi mi verranno restituiti. Tra un anno varrà la stessa somma più un
certo aumento (M = S*(1 + i)), che deriva dal TASSO DI INTERESSE a cui questa somma mi
verrà restituita, quindi:
M = S*(1 + i)n --- tra n anni
- Facendo il discorso opposto, mi interessa sapere quanto variano i RICAVI che possono
essere disponibili tra un tot di anni rispetto a oggi, quindi quanto varia ad oggi quella
somma di denaro che io mi aspetto di ottenere come frutto del mio INVESTIMENTO?
Operazione opposta, quindi se mi impegno a pagare M l’anno prossimo oggi posso ricevere quella
somma di cui ho bisogno.
Quindi il TASSO D’INTERESSE è un po’ il modo di “SCONTARE” il corso del tempo.
Il VALORE ATTUALE dell’INVESTIMENTO è dato dalla sommatoria di tutti i rendimenti attesi (R).
- Quindi, ho un costo pari a I0, mi aspetto che tra un anno avrò un RICAVO ATTESO pari a R1,
nel secondo anno sarà pari a R2 e nel terzo a R3, e così via fino a Rn che mi indica a quanti
anni di distanza posso aspettarmi di ottenere un RICAVO POSITIVO.
Se prendo la DIFFERENZA tra il COSTO che sostengo oggi e il VALORE ATTUALE di tutti i RICAVI
ATTESI, ottengo il VALORE ATTUALE NETTO (VAN):
- Se il VAN è > 0 --- l’investimento avrà una RENDITA POSITIVA (PROFITTO);
- Se il VAN è < 0 --- il costo che sostengo oggi è più elevato dei ricavi che mi aspetto di
ottenere (PERDITA). Quindi l’investimento non sarà vantaggioso e quindi non c’è motivo
per realizzarlo.
La mia scelta sarà data dall’opzione che mi porta un “RISARCIMENTO” più alto, e posso scegliere
(se ho i fondi) di fare un investimento o di concedere un prestito, altrimenti (se mi mancano i
fondi) la scelta migliore sarà chiedere un PRESTITO. Infine, con i RICAVI futuri, mi aspetto di essere
in grado di rendere il prestito che mi è stato concesso, e di aver “guadagnato” a “sufficienza”.

Quello che bisogna tenere d’occhio è il TASSO D’INTERESSE (i), il quale tanto più è alto, tanto
meno saranno i miei RICAVI ATTESI tra n anni, e quindi si riduce il VALORE del mio INVESTIMENTO
-- CURVA DECRESCENTE. Un livello maggiore del tasso di interesse renderà conveniente un minor
volume di investimenti; un livello minore di interesse renderà conveniente un maggior volume di
investimenti.
Quello che io mi aspetto di ottenere con il mio investimento è il TASSO INTERNO DI RENDIMENTO
(a); se esso è PARI al TASSO DI INTERESSE sul mercato, la mia scelta è indifferente tra effettuare
subito l’investimento, e tra concedere un prestito a qualcuno --- Quindi se utilizzo la stessa somma
di denaro per entrambi i progetti, otterrò lo stesso risultato.
Mentre, se il TASSO INTERNO DI RENDIMENTO è MAGGIORE del tasso di interesse del mercato,
allora sarà più conveniente EFFETTUARE L’INVESTIMENTO piuttosto che concedere il prestito a
qualcuno.
IN SINTESI:
- i = a --- conviene lo stesso investire, non investire o concedere prestito = stesso risultato
- i < a --- investimento vantaggioso
- i > a --- investimento non vantaggioso
All’aumentare di (i), si riducono gli investimenti vantaggiosi.
Un altro ruolo importante nella scelta di effettuare o meno un investimento è quello relativo alle
ASPETTATIVE FUTURE, ovvero cosa mi aspetto che succeda da oggi a n anni per quanto riguarda il
livello della domanda dei prezzi, dei beni, innovazione tecnologica ecc.
Quanto più mi aspetto dei miglioramenti da oggi ai prossimi anni, tanto più la CURVA si colloca a
destra, TRASLA a destra.
INFINE: se cambia il TASSO DI INTERESSE, allora variano anche gli INVESTIMENTI --- tutto ciò sarà
compatibile con un nuovo livello di reddito disponibile.

Estendiamo questa relazione parlando di: CURVA IS (Investments – Savings).

La CURVA IS rappresenta tutte le COMBINAZIONI di TASSO DI INTERESSE e REDDITO,


in corrispondenza dei quali abbiamo l’equilibrio sul mercato dei beni e servizi.
In questo caso voglio quindi ricavare tutte le combinazioni di TASSO DI INTERESSE e REDDITO che
mi consentono di raggiungere un livello di EQUILIBRIO
- Y = AD
- AD = C + I
- C = C(fisso) + c * Y
- I = I(i) --- I = I(fisso) – b i

- (1/1-c) rappresenta l’intercetta;


- (b/1-c) indica la pendenza;
- (b) indica quanto gli investimenti sono reattivi alla variazione di (i)
Quindi se (b) è pari a un valore molto piccolo vuol dire che l’1% di AUMENTO di (i) determina una
piccola riduzione dell’ammontare degli investimenti;
Viceversa, se (b) è particolarmente elevato, e quindi gli investimenti sono molto sensibili alle
variazioni di (i), l’1% di AUMENTO di (i) determina una RIDUZIONE degli investimenti MOLTO PIU’
ELEVATA.
I = f(i) --- GLI INVESTIMENTI SONO FUNZIONE DEL TASSO DI INTERESSE
Ciò che ci interessa è la RELAZIONE TRA LE VARIABILI principali, ossia (i) e Y:
- Essendo la CURVA IS DECRESCENTE, tanto più aumenta (i), tanto più (b/1-c) (l pendenza) è
elevata… e quindi tanto più cresce (i), tanto più si riduce il REDDITO.
- Se invece si riduce (i), ci sono più investimenti vantaggiosi e quindi aumenta una
componente della DOMANDA AGGREGATA, e ciò comporta un aumento del REDDITO.
- Ogni punto della retta rappresenta una COMBINAZIONE di un particolare VALORE di (i) e un
particolare valore di (Y), in corrispondenza dei quali abbiamo il mercato dei beni e servizi in
EQUILIBRIO.
Che succede se variano le componenti della DOMANDA, ad esempio i CONSUMI? O comunque
altre componenti? (VEDI GRAFICO CURVA IS TRASLATA --- CURVA IS’)
- Un aumento delle componenti della domanda è associato ad un aumento della DOMANDA;
quindi a parità di (i), il livello di REDDITO è MAGGIORE (Y associato ad i CRESCE).

Che succede se cambia la PENDENZA della RETTA? In questo caso diventa più piatta (VEDI
GRAFICO)
- Ciò che ci interessa è [(b/1-c) * i]: quanto più alto è il valore di ( c ) o quanto più è basso il
valore di (b), il valore di [(b/1-c) * i] tende a ridursi in entrambi i casi --- La retta diventa più
PIATTA.

IN SINTESI: in questo terzo e ultimo caso, quanto più la CURVA è PIATTA, l’aumento degli
INVESTIMENTI è maggiore e quindi il TASSO DI INTERESSE si riduce; inoltre, le variazioni di (i) si
traducono in elevate variazioni di (Y).
Gli investimenti sono funzione del tasso d’interesse
I = f(i)
Quindi:
1. Dato un livello di (i) si ricava (I)
2. … e anche il livello dei (S) corrispondenti (Retta a 45°: S = I)
3. I Risparmi sono generati da un preciso livello di (Y)
4. Si trova la CURVA IS, che altro non è che il luogo dei punti di tutte le combinazioni di (i) e
(Y) che mi consente di avere EQUILIBRIO sul mercato.
Quindi, l’EQUILIBRIO dipende in parte da quanti INVESTIMENTI si determinano, e in parte
dall’ammontare dei RISPARMI o dei CONSUMI.
- Al variare di qualsiasi condizione su uno o sull’altro mercato, dovrò determinare un nuovo
punto di EQUILIBRIO. Un punto fuori dalla RETTA IS non è in equilibrio.

Introduciamo il ruolo del SETTORE PUBBLICO e quindi dello STATO.


Yd = Y – tY + TR (fisso) --- t = aliquota di tassazione
Da cui si ricava:
Tanto più le componenti fisse sono elevate, tanto più il livello del REDDITO sarà maggiore, per cui
la RETTA IS TRASLA VERSO DESTRA
Un aumento della SPESA PUBBLICA (G) genera un aumento di AD, e quindi Y* associato ad (i)
CRESCE.
Il MOLTIPLICATORE (a) (1/1-c (1-t)) ci dice di quanto aumenta il REDDITO DI EQUILIBRIO, se, per
esempio, la spesa pubblica aumenta di 1:
- Se la variazione di tutte le componenti tra le parentesi è = 1, chiaramente la VARIAZIONE
del REDDITO sarà PARI al valore del MOLTIPLICATORE
- Tanto più (a) aumenta (alto valore di c o basso valore di t), tanto più la RETTA IS diventa
piatta.
Il SECONDO MOLTIPLICATORE è uguale al primo tranne (b), la quale rappresenta quanto gli
INVESTIMENTI si muovono più o meno facilmente in risposta a VARIAZIONI del TASSO D’INTERESSE
--- Tanto più (b) cresce, tanto più la VARIAZIONE degli INVESTIMENTI in risposta alla VARIAZIONE
del TASSO D’INTERESSE sarà GRANDE.
Tutto quello che abbiamo detto prima di introdurre lo STATO, rimane chiaramente VALIDO.

LA MONETA: DOMANDA E OFFERTA (Analisi dei mercati finanziari) (Cap


24-25)
Per moneta si intende qualsiasi oggetto che venga generalmente utilizzato e generalmente
accettato come mezzo di pagamento.
- È un “oggetto” che ci consente di regolamentare gli SCAMBI;
- Nel corso del tempo è cambiato l’oggetto con cui si facevano gli scambi; oggi utilizziamo un
oggetto al quale viene riconosciuto un certo VALORE.
Quali sono le sue funzioni?
1. È un MEZZO DI PAGAMENTO: a fronte di un FLUSSO REALE corrisponde un FLUSSO
MONETARIO, quindi c’è una contropartita in MONETA che viene appunto scambiata;
2. È un’UNITA’ DI CONTO: è il bene nei termini del quale sono calcolati i PREZZI;
3. È RISERVA DI VALORI, mezzo per trasferire POTERE D’ACQUISTO nel tempo.
Caratteristica della moneta: ha carattere fiduciario, cioè gode dell’accettazione generale e viene
riconosciuta come intermediario degli scambi, unità di conto e riserva di valori. Rispetto ai titoli, la
moneta ha lo svantaggio di essere infruttifera, ma il vantaggio della liquidità.
Distinguiamo 3 AGGREGATI MONETARI che si distinguono per un diverso grado di LIQUIDITA’,
ossia la facilità di essere convertite in mezzi di pagamento:

M1: attività che possono essere direttamente utilizzabili come METODO DI PAGAMENTO (Monete
metalliche, banconote, Bancomat, conti correnti) --- ATTIVITA’ MOLTO LIQUIDE

M2: includiamo M1 + depositi a scadenza fino a 2 ANNI, i quali li posso convertire in LIQUIDITA’
con facilità (2 anni perché convertibili con preavviso);

M3: includiamo M2 + operazioni pronto contro termine, titoli di debito con scadenza fino a 2
ANNI emessi da ISTITUZIONI FINANZIARE MONETARIE --- CONVERTIBILI CON NEGOZIAZIONE, SUL
MERCATO.
MERCATO DI MONETA: c’è una complessità di DOMANDA (L) e OFFERTA (M).

DOMANDA DI MONETA
Domando più o meno moneta, a seconda delle FUNZIONI di cui necessito, quindi investimenti ecc.
--- DOMANDO MONETA per pagare le TRANSAZIONI che devo effettuare, per MOTIVI
PRECAUZIONALI, ovvero effettuare pagamenti imprevisti, e per MOTIVI SPECULATIVI, ossia scelte
di portafoglio.
Prendiamo in considerazione le prime due FUNZIONI (transazionale e precauzionale)
- Tanto più è elevato il REDDITO, tanto più domanderò quantità di MONETA.
- La DOMANDA DI MONETA TRANSAZIONALE e PRECAUZIONALE può essere formalizzata con
l’espressione:

LT = k Y con K > 0
Che indica la sensibilità della domanda reale di moneta al livello del REDDITO.
∆Y = 1 --- ∆LT = K

Ciò rappresenta di quanto aumenta la DOMANDA DI MONETA all’AUMENTARE del REDDITO.


L’altra FUNZIONE che prendiamo in considerazione è quella SPECULATIVA: posso detenere le mie
ricchezze sotto forma di MONETA o di TITOLI. Per scegliere tra MONETA e TITOLI, devo far
riferimento al PREZZO a cui i TITOLI vengono acquistati (P) che è pari al VALORE ATTUALE delle
CEDOLE FUTURE (cf).
- Maggiore è il TASSO DI INTERESSE, tanto più basso sarà il prezzo del TITOLO

Se oggi il prezzo è basso, mi aspetto che salga


Quindi, quando il prezzo è ALTO (tasso di interesse BASSO), tanto più è difficile aspettarsi un
ulteriore AUMENTO del PREZZO e quindi un MECCANISMO SPECULATIVO vantaggioso:
- Non ho interesse ad acquistare il TITOLO, quindi preferisco tenere MONETA LIQUIDA;
- Per scegliere di acquistare TITOLI, il PREZZO iniziale deve essere BASSO e il tasso di
interesse ALTO;
la domanda di moneta speculativa può essere formalizzata come:

Ls = L – hi con h>0
h>0 che indica la sensibilità della domanda di moneta al tasso di interesse, e L che rappresenta la ricchezza
che gli operatori vorrebbero in liquidità se il tasso di interesse fosse zero

IN SINTESI: se i TITOLI mi rendono POCO, allora mi costa MENO tenere la MONETA in forma
liquida; se i TITOLI mi rendono TANTO, allora mi trovo nella situazione opposta.
(VEDI GRAFICO)
DOMANDA DI MONETA TOTALE: L = LT + LS = kY + L(fisso) – hi

- Se il Reddito aumenta (Y = Y2) si crea una nuova RETTA che rappresenta la DOMANDA DI
MONETA che trasla.
Quanto maggiore è il LIVELLO DEL REDDITO, tanto più alta è la DOMANDA DI MONETA --- quindi
domando più moneta per TRANSAZIONE.

OFFERTA DI MONETA
Per OFFERTA DI MONETA (M) si intende la quantità di moneta in circolazione in un dato periodo di
tempo. Essa è regolata da 3 tipologie di operatori:

1. BANCA CENTRALE (BC) --- è l’istituto che si occupa di EMETTERE MONETA sul mercato,
ha la funzione di VIGILANZA nel sistema bancario; quindi, la BC si assicura che ci sia una
regolare EMISSIONE di base MONETARIA sul mercato, e si assicura che tutte le BANCHE
COMMERCIALI rispettino le normative;

2. BANCHE COMMERCIALI --- il loro compito è quello di raccogliere dagli intermediari una
serie di FONDI dai risparmiatori e utilizzarli nel concedere PRESTITI a terze persone (Prestiti
che garantiscono altri DEPOSITI);
Descriviamo i primi 2 operatori:
La Banca Centrale determina la BASE MONETARIA (H), la quale è composta da:
- Il CIRCOLANTE (CU): monete e banconote in mano al pubblico;
- Le RISERVE BANCARIE (RE): banconote o depositi delle banche commerciali presso la BC.

H = CU + RE
Le Banche ricevono un certo ammontare di DEPOSITI (DE) dal PUBBLICO, ed erogano prestiti e
crediti ai PRIVATI, che li richiedono. Non tutto l’ammontare dei depositi che ricevono può essere
trasformato in PRESTITI, ma solo una parte; l’altra parte rimane riserva --- Maggiori sono le
RISERVE, minore è la quantità di PRESTITI, che può essere erogata.
RAPPORTO RISERVE/DEPOSITI:
re = RE/DE (per legge, una percentuale di depositi deve rimanere a RISERVA)

3. Il PUBBLICO decide quanta moneta detenere sotto forma di contante e quanta parte in
depositi:
RAPPORTO CIRCOLANTE/DEPOSITI:
cu = CU/DE
Che nesso c’è tra BASE MONETARIA (H) e OFFERTA MONETARIA (M)?
Immaginiamo un sistema in cui il PUBBLICO deposita l’intera ricchezza che ha a disposizione in
BANCA:
CU = 0
Le Banche detengono il 20% di questi depositi a riserva, il resto (80%) può essere utilizzato dalla BC
per finanziare progetti di investimento e prestiti vantaggiosi
La BC crea una nuova base monetaria: ∆H = 100, la quale arriva alle famiglie, le quali appunto, la
depositano interamente presso una BANCA COMMERCIALE.
Quindi: 80 rappresenta un nuovo giro di DEPOSITI, il quale solo una parte verrà trattenuta come
riserva e alla fine si genera un nuovo deposito pari a 64, e così via.
Avremo quindi:
- CU = 0
- RE = 20
- re = 0,2
- ∆H = 100
∆M = 100 + 80 +64 + … (Il meccanismo prosegue con incrementi di depositi via via più bassi)

Ora esplicito entrambe le GRANDEZZE:


mm è un MOLTIPLICATORE MONETARIO, che rappresenta la grandezza di questo
MECCANISMO MOLTIPLICATIVO.
Se a PARITA’ DI BASE MONETARIA osserviamo un aumento dell’offerta, ciò dipende dal
comportamento del PUBBLICO, quindi quanto contante trattengono, quanto ne depositano presso
le banche commerciali e quanto esse lo destinano a prestiti o lo trattengono.
- re = 1: tutti i depositi a RISERVA --- non c’è MECCANISMO MOLTIPLICATIVO, quindi DE = RE
- cu = 0: tutta la moneta del pubblico come DEPOSITI (mm = 1) --- Quindi minore è (cu),
maggiore è mm;
- cu > 0: solo una parte viene depositata, quindi le banche concederanno CREDITI in misura
inferiore --- Minore mm.
IN SINTESI: il PUBBLICO fa un DEPOSITO pari a 70 e, di questi 70, il 20% viene trattenuto come
RISERVA dalle banche commerciali presso la BC, mentre l’altro 80% viene utilizzato per concedere
CREDITI E PRESTITI.
La Banca Centrale non controlla perfettamente l’OFFERTA DI MONETA, ma ci sono 3 CANALI,
tramite i quali la BC può indirizzare il mercato:

1. OPERAZIONI DI MERCATO APERTO (OMA): la BC acquista o vende titoli di Stato,


immettendo o togliendo più riserve dal mercato. È un meccanismo di controllo o
RIEQUILIBRIO, con cui la BC interagisce creando o distruggendo la BASE MONETARIA;

2. TASSO DI RIFINANZIAMENTO (o tasso di sconto): viene fatto un FINANZIAMENTO


sulla base di un certo tasso di sconto; tasso d’interesse praticato sui prestiti agli istituti
bancari dalla BC (prestatore di ultima istanza).

3. COEFFICIENTE DI RISERVA OBBLIGATORIA: rapporto minimo stabilito dalla BC tra le


riserve delle Banche Commerciali e i loro depositi (re*): un aumento di questo terzo canale
comporta un incremento del rapporto (re = RE/DE) desiderato dalle banche e quindi una
riduzione del MOLTIPLICATORE MONETARIO

Ora mettiamo a sistema la DOMANDA e l’OFFERTA DI MONETA:

- Il mercato della MONETA è in EQUILIBRIO se caratterizzato dall’uguaglianza


tra DOMANDA DI MONETA (L) e OFFERTA DI MONETA (M).
L’OFFERTA NOMINALE (la rapportiamo in termini reali) di moneta è controllata dalla BC. Il livello
M(fisso) è dato, i PREZZI sono costanti P(fisso), e quindi l’OFFERTA DI MONETA è pari a:
M/P (componenti fisse)
La quantità di MONETA DOMANDATA (L) dipende da (Y) e da (i):
L = f(Y,i) = KY + L(fisso) – hi
Il PUNTO DI EQUILIBRIO dipende dal REDDITO e dal TASSO DI INTERESSE, per cui:
M=L

Quindi la DOMANDA DI MONETA è


influenzata non solo dal TASSO DI
INTERESSE ma anche dal REDDITO.

In questo caso, vogliamo fare il


“DISCORSO SPECULARE” rispetto alla
CURVA IS, ovvero vogliamo individuare tutte le combinazioni tra (i) e (Y) che consentono di avere
un MERCATO MONETARIO in EQUILIBRIO.
A seconda di come si muovono (i) e (Y) si può osservare un diverso livello di EQUILIBRIO.
CURVA LM (come nella curva IS, si esplicita la relazione tra i e Y) (Liquidity – Money)

Se (Y) aumenta, aumenta anche la DOMANDA DI MONETA PER TRANSAZIONE, e, a PARITA’ DI


OFFERTA, si verifica un ECCESSO DI DOMANDA DI MONETA. Ci sarà quindi una tendenza ad offrire
TITOLI per ottenere più CIRCOLANTE, più MONETA in forma LIQUIDA per sostenere le proprie
TRANSAZIONI. Chiaramente, sul mercato dei titoli i prezzi si riducono causando un aumento di (i).
Si torna ad un EQUILIBRIO quando (i) salirà abbastanza da incentivare chi deteneva DOMANDA per
fini SPECULATIVI, a venderla per ottenere TITOLI.
Passaggi

1. Ad ogni livello di Y si ottiene un determinato livello di LT (retta a 45°);


2. … livello di LT da cui (data M) dipende quanta moneta rimane per Ls;
3. … (i) sia compatibile tale domanda di moneta SPECULATIVA;
4. … a un livello di (Y) più elevato (maggiore LT) deve necessariamente corrispondere un (i)
maggiore (minore Ls)

Dato un livello di moneta M, esso deve essere DOMANDATO o per fini di TRANSAZIONE o per fini
SPECULATIVI. Tanto più cresce la domanda per fini SPECULATIVI, tanta meno MONETA rimane per
fini di TRANSAZIONE e viceversa.
Per quanto riguarda i 4 grafici riportati, si arriva alla stessa conclusione della CURVA IS, quindi la
quantità di moneta DOMANDATA è PARI all’OFFERTA sul mercato.
Nella CURVA LM, troviamo tutte le combinazioni di (Y) e (i) che ci consentono di avere il mercato
della moneta in EQUILIBRIO (RETTA CRESCENTE).
(Y) spiega la domanda di moneta per fini di TRANSAZIONE; (i) determina la domanda di moneta
per fini SPECULATIVI: la somma di entrambe deve essere pari all’offerta ---- L T + LS = M
Se la BC decide un’operazione che si traduce in un aumento dell’OFFERTA DI MONETA, la CURVA si
sposta verso DESTRA, perché in corrispondenza di ogni (i), per avere una condizione di EQUILIBRIO
il REDDITO deve essere più ALTO, perché quell’aumento di offerta di moneta viene “RIASSORBITO”
da una maggiore DOMANDA DI MONETA TRANSAZIONALE
Dall’altro lato, per ogni livello di (Y), se aumenta l’OFFERTA DI MONETA, il Tasso d’Interesse si deve
ridurre per indurre una maggiore quantità di moneta detenuta per fini speculativi.
C’è un limite per il quale qualsiasi aumento di OFFERTA non genera ulteriori ribassi di (i), perché
siamo appunto a una condizione LIMITE: oltre un certo LIVELLO, (i) NON SCENDE.
IN SINTESI: l’equilibrio dipende da 2 “FORZE”, una che è guidata dall’andamento del REDDITO,
l’altra che è guidata dall’andamento del TASSO D’INTERESSE. C’è una certa condizione che mi
rappresenta il mercato in EQUILIBRIO e, al variare di una delle 2 variabili, l’altra deve
necessariamente variare affinché l’EQUILIBRIO sia rispettato.
- !!! Ci deve essere SEMPRE EQUILIBRIO tra DOMANDA e OFFERTA.

MODELLO IS-LM (Cap 26)


Ci interessa capire in che modi entrambi i mercati sono in equilibrio.
Il MODELLO IS-LM consiste in uno schema di determinazione dei livelli di REDDITO REALE (Y) e
TASSO D’INTERESSE (i) per i quali risultano in equilibrio:
- Sia il mercato dei BENI e SERVIZI (IS);
- Sia il mercato della MONETA (LM).
Il punto di EQUILIBRIO cambia quando si sposta la IS o la LM.
Analizziamo il tutto prendendo a riferimento 2 PILASTRI della POLITICA ECONOMICA:
1. POLITICA FISCALE
2. POLITICA MONETARIA

POLITICA FISCALE
Si intendono tutte quelle azioni pubbliche e governative che decidono in che modo il BILANCIO
DELLO STATO “entra” nel nostro sistema economico.
A fronte delle entrate dello Stato, uno deciderà in che modo spendere quelle risorse: in parte in
TRASFERIMENTI (TR) e in parte in SPESA PUBBLICA (G). Quindi, con la POLITICA FISCALE ci
interessiamo di capire in che modo G, TR e T influenzano il nostro sistema economico, e possiamo
immaginarla come un AUMENTO della SPESA PUBBLICA (∆G > 0) --- POLITICA FISCALE ESPANSIVA.
- Se aumenta la SPESA PUBBLICA, la CURVA IS si sposta verso l’ALTO e si modifica il punto di
equilibrio, verificandosi in corrispondenza di un livello (Y) più ALTO. Se (Y) AUMENTA,
AUMENTA anche la quantità DOMANDATA di moneta per motivi di TRANSAZIONE.
- Se manteniamo l’OFFERTA DI MONETA (M) FISSA, sul mercato della moneta si verificherà
un ECCESSO della DOMANDA, mentre, a PARITA’ DI OFFERTA, il mercato della moneta
torna in equilibrio con l’aumento (i), fino al nuovo punto di EQUILIBRIO (PUNTO B)
caratterizzato da maggiore (i) e maggiore (Y).
POLITICA MONETARIA
Nella politica monetaria si individua un maggior numero di INVESTIMENTI, e quindi AUMENTA LA
COMPONENTE PRIVATA degli INVESTIMENTI diminuendo il TASSO D’INTERESSE.
- Se aumenta l’OFFERTA DI MONETA (POLITICA MONETARIA ESPANSIVA) la CURVA LM si
sposta verso destra e il TASSO DI INTERESSE scende. Ciò stimola gli INVESTIMENTI e il
REDDITO AUMENTA fino ad un nuovo equilibrio (PUNTO B), caratterizzato da minor (i) e
maggior (Y).

Una politica fiscale e


una politica monetaria ESPANSIVE ci consentono di raggiungere un livello di REDDITO più
ELEVATO; la differenza sta nel livello del TASSO DI INTERESSE.
- Unendo sia la P.F. sia la P.M. avremo: un aumento della SPESA PUBBLICA (nuova CURVA IS),
un aumento dell’OFFERTA MONETARIA (nuova CURVA LM). IL TASSO DI INTERESSE RIMANE
COSTANTE, e registro un aumento del REDDITO.
Dunque una buona combinazione di PF e PM ci consente di “CRESCERE” dal punto di vista
economico, senza avere un effetto “DEPRIMENTE” sulla COMPONENTE degli INVESTIMENTI
PRIVATI.

MODELLO IS-LM IN ECONOMIA APERTA (Cap 28-30)


Teniamo conto che parte di ciò che il mio sistema produce, può essere:
- Venduto all’estero (ESPORTAZIONI)
- Prodotto all’estero (IMPORTAZIONI)
Introduciamo un nuovo mercato costituito da 2 NUOVI STRUMENTI di CONTABILITA’ NAZIONALE:

1. BILANCIA DEI PAGAMENTI (BP): è lo strumento di contabilità nazionale che registra


tutte le TRANSAZIONI ECONOMICHE effettuate in un determinato periodo di tempo tra
residenti e non residenti di un Paese. Consideriamo quindi quali sono gli ESBORSI DI
VALUTA tra le varie attività, ma non solo di MERCE FISICA, infatti anche di BREVETTI ecc…
Se pensiamo alla BP nel dettaglio, facciamo riferimento a:
o TRANSAZIONE COME DEBITO: ogni volta che c’è un’uscita di MONETA NAZIONALE
che è diretta verso un Paese estero;
o TRANSIZIONE COME CREDITO: ogni volta che qualche residente estero acquista un
bene o servizio prodotto internamente da me.
Possiamo scomporre le voci che registriamo nella BP in 3 CATEGORIE:
A. CONTO DELLE PARTITE CORRENTI: Esportazioni e Importazioni di beni/servizi: ogni volta
che esporto verso l’estero, corrisponde ad un CREDITO sulla BP; ogni volta che acquisto
dall’estero, e quindi importo, corrisponde a un DEBITO sulla BP;
Avanzo = Esportazioni > Importazioni
B. CONTO DEI MOVIMENTI DI CAPITALE: flussi che riguardano attività più intangibili come
BREVETTI e DIRITTI DI PROPRIETA’ e registriamo sempre allo stesso modo: CREDITO o
DEBITO;
Avanzo = Credito > Debito
C. CONTO DEI MERCATI FINANZIARI: attività finanziarie, quindi acquisto di titoli, azioni,
prestiti pubblici. Tra tutte le voci che ritroviamo in questa terza categoria, quella che ci
interessa particolarmente è quella che definiamo VARIAZIONE DELLE RISERVE UFFICIALI,
questo perché il saldo della BP è NULLO, perché facendo la somma dei 3 conti, dovremmo
arrivare ad un bilancio pari a ZERO.
- Se il BP è in ATTIVO, allora le ENTRATE > USCITE e dunque registro un aumento delle mie
riserve ufficiali (AUMENTO BASE MONETARIA);
- Se il BP è in PASSIVO, allora USCITE > ENTRATE (CONTRAZIONE BASE MONETARIA);
- La VARIAZIONE DELLE RISERVE UFFICIALI è quindi un CANALE ESTERO che ci consente di
CREARE o DISTRUGGERE BASE MONETARIA.
I primi 2 conti fanno riferimento a IMP/EXP e parliamo di AVANZO quando le ENTRATE > USCITE, e
di DISAVANZO nella situazione opposta.

2. TASSO DI CAMBIO: banalmente, ci rappresenta quanti dollari posso cambiare con un


EURO sempre facendo riferimento a IMP/EXP:
- IMPORTAZIONI: sostanzialmente sto offrendo EURO per acquistare DOLLARI, quindi sto
offrendo VALUTA NAZIONALE per acquistare VALUTA ESTERA, che mi servirà per pagare il
mio bene/servizio;
- ESPORTAZIONI: meccanismo opposto
Quindi, parlando di TASSO DI CAMBIO, non facciamo riferimento a beni o servizi, ma a VALUTE
(Euro --- Dollaro)
A. TASSO DI CAMBIO NOMINALE: facciamo riferimento al TASSO DI CAMBIO CERTO PER
INCERTO (oppure NOMINALE BILATERALE), ossia quanta VALUTA ESTERA è necessaria per
acquistare un’unità di valuta nazionale e viceversa. Con €1, quanti $ posso comprare?
Tengo fisso €1 e mi chiedo quanti $ servono per costituire €1.
Si parla di uno SCAMBIO NOMINALE MULTILATERALE: esistono tanti TASSI DI CAMBIO rispetto a
quante monete possiamo pensare; quindi prendiamo in considerazione tutti i tassi di cambio
possibili tra monete e facciamo una MEDIA PONDERATA.
Parliamo di tasso di cambio che AUMENTA ogni volta che c’è una variazione e quindi posso
acquistare una quantità maggiore di $, sempre utilizzando il mio euro; se il tasso di cambio
DIMINUISCE, potrò acquistare meno $.

Immaginiamo 2 SITUAZIONI:
- SALDO NEGATIVO DELLA BP implica che: i pagamenti all’estero sono maggiori rispetto ai
pagamenti ricevuti dall’estero --- IMP > EXP, e quindi OFFERTA DI EURO > DOMANDA DI
EURO. In questa situazione l’EURO tende a DEPREZZARSI;
- SALDO POSITIVO DELLA BP implica che i pagamenti all’estero sono minore dei pagamenti
ricevuti dall’estero --- IMP < EXP, e quindi OFFERTA DI EURO < DOMANDA DI EURO. In
questa situazione l’EURO tende a APPREZZARSI.

Quindi, il TASSO DI CAMBIO è un modo per “RIBILANCIARE” gli squilibri.

B. TASSO DI CAMBIO REALE: è il RAPPORTO di SCAMBIO tra i beni e servizi prodotti da Paesi
diversi. Lo scopo è di RAPPORTARE i prezzi dei beni esteri con quelli nazionali --- ES: devo
acquistare un PC che in Italia costa €500 e negli Stati Uniti costa $500. Qual è il RAPPORTO
€/$?

Quindi, si fa il rapporto tra i prezzi nazionali in $/Prezzo merce estera (Pe/Pw):


Moltiplico il prezzo (P) per il tasso di cambio (e) e ottengo il PREZZO del mio PC NAZIONALE in $ ---

Er aumenta se aumenta p, se aumenta e, se diminuisce pw

Per sapere qual è il prezzo più conveniente, devo guardare il TASSO DI CAMBIO REALE, perché
dipende da esso: quindi quanto più il TASSO DI CAMBIO CRESCE, tanto più elevato sarà il prezzo
dei beni nazionali espressi in $.

Il TASSO DI CAMBIO REALE (er) aumenta se aumentano i prezzi in €, oppure se aumenta il tasso di
cambio (e) --- in entrambi i casi i miei BENI INTERNI sono più costosi rispetto a quelli esteri.
Il rapporto AUMENTA se si riduce il DENOMINATORE (W).

IN SINTESI: abbiamo un APPREZZAMENTO DI (er), se (e) aumenta e se il prezzo relativo dei miei
beni aumenta rispetto ai beni esteri.
NB!!!: se i miei beni sono più costosi, la mia COMPETITIVITA’ sul livello nazionale DIMINUISCE ---
AUMENTA il numeratore, quindi quello che produco internamente è più COSTOSO.

Abbiamo invece un DEPREZZAMENTO di (er), se (e) diminuisce e se il prezzo dei miei beni nazionali
aumenta rispetto i beni esteri, e quindi la mia COMPETITIVITA’ sul livello nazionale aumenta.

SALDO DELLA BP – BC
CONTO CORRENTE E CONTO CAPITALE (PC) // EXP e IMP (X – M).

1. IMPORTAZIONI (M = mY)

2. ESPORTAZIONI:

Questi due flussi come influenzano il SALDO DELLE PC? Lo definiamo come X – M, ossia come la
differenza tra EXP e IMP. I fattori che influenzano il saldo li possiamo derivare:
- Tutti i fattori che tendono ad aumentare le EXP, tenderanno a MIGLIORARE il mio saldo
delle PC, viceversa, il mio saldo delle PC PEGGIORA.
Quanto più si riducono I PREZZI INTERNI, tenderò ad esportare di più; quanto più aumentano i
prezzi interni, tenderò ad esportare di meno.
Tutti i fattori che determinano maggiori EXP e minori IMP, inducono un miglioramento del SALDO
DELLE PC
Tutto ciò possiamo “semplificarlo” guardando l’espressione del TASSO DI CAMBIO REALE:

SALDO DELLA BP – MK
CONTO FINANZIARIO (MK), o movimenti di capitale: intendiamo il CAPITALE che è più facilmente
spostabile e indica che la variabile principale che determina quanta moneta entra e quanta
moneta esce, dipende dal LIVELLO DI RENDIMENTO che il mio mercato garantisce a chi investe in
TITOLI NAZIONALI.
- Tanto maggiori è il TSSO DI INTERESSE NAZIONALE, tanto maggiore è il REDNIEMNTO che i
TITOLI NAZIONALI assicurano.
Registro quindi un AFFLUSSO DI CAPITALI perché (i) è più ELEVATO di quello estero; il mio mercato,
in sostanza, garantisce più rendimenti del mercato estero, e quindi registro un afflusso di capitali.
In caso contrario, registro un DEFLUSSO DI CAPITALE (PASSIVO).

MK = g (i, iw, ee) … il conto finanziario è funzione di…


ASPETTATIVE: le aspettative influenzano la mia scelta a investire, infatti, mi aspetto che le
aspettative migliorino, e a quel punto ho più convenienza a investire --- è importante quello che mi
aspetto che succederà.
Ora, se mettiamo a SISTEMA tutti questi fattori, avremo che il SALDO COMPLESSIVO della BP
dipende dalle nostre 2 “categorie”:
Quindi sullo stesso piano della IS-LM si può rappresentare la CURVA BP che rappresenta le
COMBINAZIONI di (i) e (Y) che assicurano l’EQUILIBRIO della BP.

IS-LM IN ECONOMIA APERTA


Con questa RETTA (crescente), rappresento tutti i punti, tutte le combinazioni di i e Y che mi
assicurano l’equilibrio sul mercato con l’estero.
Tutti i punti sulla CURVA BP rappresentano
un BILANCIO IN PAREGGIO, tutti i punti che
si trovano SOPRA LA CURVA, costituiscono
tutti i casi in cui registro un AVANZO; tutti i
punti SOTTO LA CURVA, rappresentano un
DISAVANZO.

Dal punto A, se Y aumenta, le IMP


aumentano, e quindi registro un
DISAVANZO della BP; per tornare in
equilibrio, (i) deve aumentare per
incentivare l’AFFLUSSO DI CAPITALE
dall’estero e disincentivare il DEFLUSSO di
quelle nazionali.
Nel caso in cui aumenta la SPESA PUBBLICA
(G), la curva IS trasla verso l’alto, verso B, che rappresenta un nuovo equilibrio sul mercato reale e
sul mercato della moneta, ma ci collochiamo sopra la BP (per cui registro un AVANZO)
Quindi, il punto B mi assicura un EQUILIBRIO INTERNO, ma non è in grado di garantirmi un
EQUILIBRIO sul mercato ESTERO, quindi nel punto B mi trovo in una situazione di AVANZO.
Come si supera una SITUAZIONE di SQUILIBRIO? Dipende da quale squilibrio va corretto
(monetario, reale, estero), dal REGIME DI CAMBI e dalla MOBILITA’ DI CAPITALI.
Se esiste PERFETTA MOBILITA’ DI CAPITALI:
- Qualsiasi minimo differenziale tra (i) interno e (i) esterno implica che tutti i mercati si
muovono verso il MERCATO PIU’ CONVENIENTE, e quindi c’è l’equilibrio solo se c’è perfetta
uguaglianza tra (i) interno ed esterno (CURVA PIATTA, perpendicolare all’asse Y)
La CURVA BP sarà più o meno inclinata, a seconda di quanto è facile spostare i CAPITALI da un
paese all’altro.
I REGIMI DI CAMBIO li possiamo definire:
A. FLESSIBILI: a seconda di AVANZO o DISAVANZO, registro una variazione del TASSO DI
CAMBIO (condizione in cui ci troviamo OGGI);
B. FISSI: non possiamo registrare una variazione del tasso di cambio, e quindi ci sarà bisogno
di un intervento diverso per ricondurre i nostri tre mercati in EQUILIBRIO. In realtà, dall’800
fino alla Seconda Guerra Mondiale, i rapporti con le VALUTE erano sostanzialmente
FISSATI; ogni moneta era agganciata all’ORO (SISTEMA AUREO).

POLITICA FISCALE E MONETARIA E SALDO BP


- POLITICA FISCALE ESPANSIVA: Peggioramento saldo dei movimenti dei beni; miglioramento
saldo dei movimenti dei capitali;
- POLITICA MONETARIA ESPANSIVA: Peggioramento saldo dei movimenti dei capitali.

POLITICA FISCALE IN REGIME DI CAMBI


A. REGIME DI CAMBI FLESSIBILI: Punto B = situazione di AVANZO con (i) più elevato; ciò
comporta un AFFLUSSO DI CAPITALI e quindi un ECCESSO DI DOMANDA nel MERCATO
NAZIONALE --- APPREZZAMENTO DOMANDA …….. Punto A = RIDUZIONE ESPORTAZIONI,
ritorno al punto A per riequilibrare e quindi la domanda ESTERA si RIDUCE --- POLITICA
FISCALE POCO EFFICACE.

B. REGIME DI CAMBI FISSI: AFFLUSSO DI CAPITALI nel Punto B, niente apprezzamento, la BC


varia per “riassorbire” lo squilibrio. Se aumento la BASE MONETARIA, la CURVA LM si
sposta verso destra --- Punto C = tutti e 3 i mercati in EQUILIBRIO --- POLITICA FISCALE
EFFICACE.
POLITICA MONETARIA IN REGIME DI CAMBI
A. REGIME DI CAMBI FLESSIBILI: CURVA LM si sposta verso destra, con DISAVANZO BP e (i) più
basso; così registrerò un DEFLUSSO DI CAPITALI e quindi un ECCESSO DI OFFERTA di
MONETA NAZ. Nel punto, a fronte di un eccesso di offerta, il TASSO DI CAMBIO si RIDUCE e
quindi l’euro si DEPREZZA. Registro un AUMENTO della COMPETITIVITA’ --- POLITICA
MONETARIA EFFICACE.

B. REGIME DI CAMBI FISSI: CURVA LM si sposta verso destra, con disavanzo BP e (i) più basso;
così registrerò un DEFLUSSO DI CAPITALI e quindi un ECCESSO DI OFFERTA di MONETA
NAZ. In questo caso INTERVIENE BC per riequilibrare lo SQUILIBRIO --- riduzione base
monetaria, si torna nel punto di partenza --- POLITICA MONETARIA INEFFICACE