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Andrea

Graziosi

L'Unione Sovietica 1914-1991

Società editrice il Mulino



I lettori che desiderano informarsi sui libri e sull'insieme delle attività della
Società editrice il Mulino possono consultare il sito Internet:

www.mulino.it

ISBN 978-88-15-23418-6

Copyright © 2011 by Società editrice il Mulino, Bologna.

I lettori troveranno qui una sintesi, compatta, maneggevole e arricchita da


un'approfondita discussione storiografica di tutte le questioni nodali, della storia
sovietica. Il volume si divide in quattro parti: le prime tre sono costituite
dall'esposizione della vicenda sovietica a partire dalla Grande Guerra e dalla
Rivoluzione d'ottobre fino all'incredibile e imprevisto scioglimento pacifico
dell'Urss nel dicembre 1991; la quarta enuclea i temi portanti emersi nel dibattito
storiografico: il leninismo, lo stalinismo e il terrore, il peso dell'ideologia, le
caratteristiche dell'economia, le campagne, le nazionalità, la politica estera, i
motivi del collasso finale.

Andrea Graziosi insegna Storia contemporanea nell'Università di Napoli


"Federico II" ed è stato presidente della Sissco, la Società per lo studio della
storia contemporanea. Con il Mulino ha pubblicato "Guerra e rivoluzione in
Europa 1905-1956" (2002), "L'Unione Sovietica in 209 citazioni" (2006),
"L'Urss di Lenin e Stalin" (2007), "L'Urss dal trionfo al degrado" (2008),
"L'università per tutti" (2010).

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Indice

Nota al lettore

Introduzione

1. Una storia imprevedibile

2. Problemi e difficoltà

PARTE PRIMA La nascita del nuovo regime, 1914-1939

I. Stato vecchio e stati nuovi, 1914-1919

1. Forza e debolezze dell'Impero russo

2. Guerra e rivoluzione, agosto 1914 - luglio 1917

3. Rivoluzione, guerra e vittoria, agosto 1917 -ottobre 1919

II. Assalto, crisi, ritirata, 1919-1925

1. Il comunismo di guerra, 1919-1920

2. Crisi e carestia, 1920-1922

3. La Nep: ripresa e dubbi nel partito, 1922-1925

III. Nuovo assalto, nuova crisi, 1926-1930

1. Ambizioni crescenti: la barbarie come virtù, 1926-1929

2. Attacco e ritirata, 1929-1930

IV. Rilancio, catastrofe e vittoria, 1930-1934


1. La nuova offensiva e la sua crisi, 1930-1932

2. La fame e il suo uso, giugno 1932 - dicembre 1933

V. Il nuovo sistema e i suoi problemi, 1934-1939

1. Vittoria e illusioni, 1934-1936

2. Chirurgia etno-sociale e avvisaglie di crisi, 1936-1939

PARTE SECONDA Una nuova vita, 1939-1964

VI. Rovina e rinascita, 1939-1945

1. Con Hitler, 1939-1941

2. La dolorosa via per Stalingrado, 1941-1942

3. Riscatto e impero, 1943-1945

VII. Il despota e il suo impero, 1945-1953

1. L'impatto della guerra

2. Superpotenza e nuova accumulazione primitiva, 1945-1947

3. Un vecchio di cui è impossibile disfarsi, 1948-1953

VIII. Strade nuove, mal tracciate, 1953-1964

1 Riforme, 1953-1956: occasioni mancate?

2. Crisi imperiale e «piccolo balzo in avanti», 1956-1959

3. Rilanci e fallimenti, 1960-1964

PARTE TERZA Il degrado di uno stato totale, 1964-1991

IX. Il «socialismo sviluppato» come involuzione,1964-


1974
1. Ricerca della stabilità e problemi sistemici, 1964-1966

2. La scelta conservatrice, 1966-1969

3. Segnali di crisi e affermazione internazionale, 1970-1974

X. Tra illusioni di vittoria, crisi sistemica e


tentativi di risveglio, 1975-1986

1. Illusioni di vittoria e degrado, 1975-1979

2. Un superstato alla deriva e la lotta per raddrizzarne il corso, 1980-1985

3. Grandi speranze e decisioni sbagliate, 1985-1986

XI. Riforme, crisi, collasso, miracolo, 1987-1991

1. I riformisti si dividono, le nazionalità si muovono, 1987-1988

2. Crisi, 1989-1990

3. Reazione e miracolo, 1990-1991

XII. Cos'è l'Unione Sovietica? Interpretazioni, storiografie, mitologie

1. Di fronte alla novità, 1917-1939

2. Di fronte alla potenza, 1939-1956

3. Gli anni della «modernità»

4. Una strana creatura l’Urss di Breznev

5. Dopo il crollo

Note al capitolo XII

XIII. Leninismo, stalinismo e terrore

Note al capitolo XIII


XIV. Presenza e forza dell'ideologia

Note al capitolo XIV

XV. Un'economia «impossibile»?

1. Prima della Grande guerra patriottica

2. Guerra e Guerra fredda

4. Conclusioni

Note al capitolo XV

XVI. Contadini e colcosiani

1. Lenin, Stalin e i contadini

2. Lo scandalo delle campagne

3. La «scoperta» della carestia e della guerra contadina

Note al capitolo XVI

XVII. La «questione nazionale»

1. La nascita dell'Urss

2. Gli anni di Stalin

3. L'Urss di Chruscëv e Breznev

4. La svolta

Note al capitolo XVII

XVIII. La politica estera

Note al capitolo XVIII


XIX. I perché del collasso

1. La sfida estera

2. Il ruolo dell'élite e dell'ideologia

3. Il degrado demografico e socioeconomico

4. Il fattore nazionale nel collasso del sistema

Note al capitolo XIX

Elenco delle abbreviazioni

Indice delle cartine

Indice delle tabelle

Indice dei nomi

Nota al lettore

Questo libro è la versione italiana della mia Histoire de l'Urss(Paris, 2010), che
le Presses Universitaires de France (Puf) mi proposero di scrivere nel 1999 e che
è uscita finalmente nell'aprile2010. Come l'originale francese, esso si fonda sui
due volumi preparatori, L'Urss di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione
Sovietica,1914-1945 e L'Urss dal trionfo al degrado. Storia dell'Unione
Sovietica, 1945-1991, pubblicati dal Mulino nel 2007-2008. La loro stesura
spiega il grande ritardo con il quale ho adempiuto al mio obbligo verso le Puf,
dovuto quindi a un eccesso, nona un difetto di lavoro.

In quei due volumi ho cercato di ripensare la storia sovietica sulla base della
nuova documentazione e dei nuovi studi apparsi dopo il 1991, ponendo così le
basi per questa sintesi, scritta dal punto di vista del regime nato dalla crisi del
1914 1922,ma che tiene conto delle reazioni della popolazione alle sue iniziative
e delle conseguenze di queste ultime.

Il mio lavoro non sarebbe stato possibile senza l'aiuto di istituzioni come
l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, la Maison des Sciences de l'Homme e
l'École des Hautes Études en Sciences Sociales, nonché di tante persone. I
miei maestri- Vittorio Foa, Lisa Giua Foa, Augusto Graziani, Moshe Lewin,
David Montgomery e Michael Confino - innanzitutto;François-Xavier Coquin,
che ha suggerito io scrivessi questolibro; alcuni dei colleghi che stimo di più, che
sono anche deicari amici: Wladimir Berelowitch, Yves Cohen, Oleg
Chlevnjuk,Mark Kramer, Terry Martin, David Shearer, Roman Szporluk
eNicolas Werth; e infine i miei ex allievi, le cui ricerche hannocontribuito ad
aprire il mio orizzonte: Alessandro Stanziane,Marta Craveri, Gijs Kessler,
Juliette Cadiot, Niccolò Pianciolae Antonio Ferrara.

Questa edizione italiana è priva della sezione bibliografica

che completa quella francese. Tale sezione era infatti già stata

pubblicata in appendice ai due volumi del 2007-2008 e una sua

più ampia e ragionata versione è, grazie alle Puf, liberamente

consultabile sui siti di H-Russia, http://www.h-net.org/--russia/

teach/graziosi.html, e dell'Harvard Project on Cold War Studies,

http://www.fas.harvard.edu/%7Ehpcws/biblioguide.htm.

Questo ne è l'indice:

A. Attori e luoghi della ricerca

Al. Centri di ricerca; AII. Biblioteche; AIII. Riviste; AIV.

Siti internet; AV. Tesi di dottorato; AVI. Liste di discussione

e recensioni online.

B. Fonti

BI. Archivi e loro siti; BII. Fonti a stampa, microfilm, microfiche;

BIII. Legislazione; BIV. Opere dei leader sovietici;

BV. Memorie e autobiografie; BVI. Opere letterarie; BVII.

Statistiche e censimenti; BVIII. Periodici e riviste.

C. Strumenti di consultazione
CI. Bibliografie, banche dati; CII. Opere di consultazione. D. Opere

DI. Storie generali (Impero russo; Urss e Russia; nazionalità); DII.

Opere generali su temi specifici (storia politica;

ideologia; economia; storia economica e sociale; società, demografia

e problemi sociali; donne; contadini e campagne;

repressione e polizia politica; religione; scienza, tecnologia,

cultura e vita letteraria; politica estera; questioni militari);

DIII. Opere su periodi specifici, dal 1914 al 1991.

Il lettore potrà inoltre trovare le fonti di molte delle citazioni riportate nel testo
nel mio L'Unione Sovietica in 209 citazioni, 1914-1991 (Bologna, Il Mulino,
2006). Infine la nuova sezione «Questioni e dibattiti», appositamente preparata
per l'edizione francese e quindi finora inedita in Italia, è corredata di note che
spero siano capaci di far luce sulla letteratura utilizzata e di orientare nella
sterminata produzione scientifica, e politica, relativa alla storia sovietica. Poiché
ho scritto questa sezione per un pubblico francese, essa presta particolare
attenzione alla storiografia di quel paese, un'attenzione che rimane anche
nell'edizione italiana perché ho ritenuto presentasse un certo interesse. Visto che
si tratta di un volume rivolto anche ai non specialisti, la storiografia in lingua
russa o ucraina o kazaca è invece per ovvi motivi poco o punto presente. Ho però
integrato le note indicando le opere principali della piccola ma qualificata
comunità italiana che ha contribuito, spesso in modo originale e con un profilo
internazionale, alla conoscenza della storia sovietica. Le sue radici vanno cercate
in Franco Venturi e in chi, come Lisa Giua Foa o Giuliano Procacci, era arrivato
alla storia dell'Urss per passione politica. Ai loro allievi, diretti o indiretti, si
sono affiancati studiosi formatisi all'estero, in particolare, ma non solo, in
Francia. Ne ricordo qui con piacere i nomi, limitandomi a quelli che di storia
sovietica si sono occupati anche dopo l'apertura degli archivi, perché si tratta
spesso di amici cui devo molto: Francesco Benvenuti, Fabio Bettanin, Marco
Buttino, Dorena Caroli, Ettore Cinnella, Andrea Clementi, Anna Di Biagio,
Marta Craveri, Elena Dundovich, Maria Ferretti, Francesca Gori, Silvana Malle,
Simona Merlo, Niccolò Pianciola, Silvio Pons, Adriano Roccucci, Andrea
Romano, Antonella Salomone, Alessandro Stanziane e Victor Zaslavsky.

Introduzione
1. Una storia imprevedibile

La piramide della popolazione russa nel 1989 rivela una storia di scosse ripetute:
guerra, guerra civile e carestia del 1921-1922, rivoluzione dall'alto e grandi
carestie del 19291933, ancora guerra e carestia del 1939-1947. Esse segnarono a
lungo la memoria sovietica prima che vi si aggiungessero il piccolo benessere,
cominciato a fatica dopo il 1953, e il degrado degli ultimi decenni, indicato da
quel declino nell'attesa di vita maschile dopo il 1965 riflesso nella sproporzione
tra uomini e donne nelle fasce di età superiori ai 60 anni. Le piramidi della
popolazione ucraina o di quella kazaca ci avrebbero raccontato una storia in
parte diversa, con incisioni ancora maggiori in corrispondenza delle carestie dei
primi anni Trenta. E con i suoi 94 milioni di uomini e 114 di donne, quella
sovietica del 1959 ci avrebbe mostrato uno scompenso ancora più grande tra
popolazione maschile e femminile nelle fasce di età colpite dallo stalinismo e
dalla guerra. Quella sovietica è insomma una storia tragica, inscritta tuttavia in
una parabola straordinaria che inizia con una guerra civile quasi genocida, tocca
il genocidio con le carestie del 1931-1933, passa attraverso la guerra - quando
l'Urss sopportò quasi da sola il peso della lotta contro il nazismo -, si trasforma
in un'ansiosa ricerca di tranquillità e termina con un segretario del Partito
comunista che annuncia in televisione il pacifico scioglimento di uno stato già
così potente e violento, presentando la conquista della libertà politica e spirituale
e lo smantellamento del «sistema totalitario» come proprio «dovere morale».
Questa paradossale evoluzione dà la misura dell'imprevedibilità che rende la
storia sovietica così interessante e viva. Certo, alcuni furono capaci di
prevederne il destino. Già nel 1920 Mises e Bruckus misero in luce la tara, di
origine ideologica, di un sistema economico che rendeva il paese più debole dei
suoi concorrenti occidentali, preparandone la crisi finale. Nel 1946 George
Kennan vide che l'Urss aveva inghiottito in Europa orientale più di quanto
potesse digerire e nel 1970 Sacharov, Turin e Medvedev elencarono i problemi
che stavano per provocare l'affondamento di uno stato in apparenza invincibile.
Ma se è giusto ricordare chi fu capace di vedere, a colpirci sono piuttosto gli esiti
delle vicende sovietiche, a cominciare da quella rivoluzione di Febbraio che
nessun rivoluzionario si aspettava, nemmeno Lenin il quale, in Svizzera, aveva
appena augurato ai più giovani di poter lottare per un socialismo che lui non
avrebbe mai visto. Poche settimane dopo, lo stesso Lenin avrebbe stupito anche i
dirigenti bolscevichi sostenendo che era possibile fare il contrario di quel che
aveva predetto Marx e prendere il potere in nome del socialismo in un paese non
ancora capitalista. Poco dopo, la vittoria del nuovo stato sorprese il mondo, ma
pose nuovi problemi al suo creatore che, prima di morire, si chiese con angoscia
dove stesse andando il treno da lui costruito e che si era illuso di poter guidare.
Negli anni seguenti Stalin sembrò risolvere questi dubbi costruendo il
«socialismo in un paese solo», anche questo un paradosso teorico per chi
continuava a definirsi marxista. Ma il paradosso maggiore è costituito
dalla natura e dal risultato di quella costruzione: tra realtà sovietica e sogni
socialisti fu allora scavato un abisso che inghiottì tanti comunisti rifugiatisi in
Urss; e si dilatò quella discrasia tra immagine e realtà dell'Urss, già creata dalla
guerra civile, che avrebbe portato tanti a scoprire che il proprio Dio aveva fallito.
Arrivarono poi l'inattesa vittoria sul nazismo, e le ancor meno attese riforme
successive alla morte di Stalin, culminate nel 1956 nella denuncia, da parte
del papa in carica, della divinità del sistema. Ma l'Urss non cessò di stupire.
Mentre i suoi economisti annunciavano che, contrariamente a ogni aspettativa, il
piano finiva con il generare un caos economico superiore a quello dell'«anarchia
del mercato», una calma in apparenza piatta sostituiva dopo il 1964 le
convulsioni chruscèviane e le tragedie anteriori al 1953. La storia sovietica
finiva così con il presentare due facce opposte - terribile la prima, mortalmente
tranquilla la seconda - le cui relazioni costituiscono uno dei suoi grandi
problemi. Anche il declino e il collasso del sistema sovietico presentano tratti
paradossali. Alla metà degli anni Settanta, Aleksandr Nekric riteneva assurde le
speranze di quanti erano in attesa di nuovi dirigenti che avrebbero cambiato il
volto della società sovietica senza abbandonare il socialismo. Queste previsioni,
tuttavia, sembrarono avverarsi con l'arrivo di Gorbacèv. Presto però il suo sogno
di rinnovamento si trasformò in incubo, e molti di quelli che avevano creduto in
lui giunsero a ritenerlo un traditore. Questo mentre urlo stato para-imperiale,
munito di migliaia di testate nucleari, terminava i suoi giorni in modo
relativamente pacifico, soprattutto considerando quel che accadeva in una
Jugoslavia pensata da Tito a sua imitazione. Come ha osservato Stephen Kotkin,
tenuto conto del potenziale distruttivo dell'Urss, il suo crollo ha insomma del
miracoloso: alla sua radice vi è, ancora una volta, una serie di paradossi che
vanno dalle illusioni di Gorbacèv circa la riformabilità del socialismo al grande
miraggio della fine degli anni Ottanta sulla possibilità di saltare direttamente dal
socialismo sovietico a una benefica economia di mercato.

2. Problemi e difficoltà

L'interesse della storia sovietica-non sta tuttavia solo nella sua qualità tragica o
nel suo inusuale grado di imprevedibilità, ma anche nei grandi problemi sollevati
dalla nascita di un sistema politico e socioeconomico nuovo, che diede soluzioni
originali alle questioni poste dal primo conflitto mondiale e dalla disgregazione
degli imperi europei. Quali sono per esempio i legami tra le caratteristiche
politiche, economiche e nazionali del nuovo stato sovietico, le idee dei suoi
fondatori e la sua affermazione in un contesto segnato da guerra, arretramento
sociale e psichico, e competizione tra progetti di costruzione statale nazionali in
uno spazio già imperiale? Quali classi o gruppi sociali l'hanno di volta in volta
sostenuto? Quali sono stati il ruolo della «classe operaia» e quello delle
burocrazie che il sistema stesso cominciò presto a produrre, aprendo le porte del
potere a ceti, strati, gruppi etnici e individui prima emarginati, ma servendosene
per opprimere la maggior parte della popolazione? Qual è stato poi il ruolo,
interno e internazionale, dell'ideologia, e della capacità di proiettare un
messaggio utopico, nell'affermazione, ma anche nella crisi, del modello
sovietico? Già Burckhardt aveva notato non solo «il potente contributo» della
religione «alla fondazione degli Stati», specie «dopo crisi spaventose», ma anche
la possibile, e terribile, grandezza del connubio stato-religione. Benché in questa
prospettiva l'Urss appaia come un esempio di second'ordine di fenomeni più
grandi, resta il problema dell'affermazione di un fenomeno parareligioso che ha
dominato il XX secolo, suscitando fede e miti nel primo come nel Terzo mondo
e rendendo la storia sovietica più interessante ma anche più pesante, perché
carica di speranze, illusioni, odi e violenze. Di grande interesse sono poi sia il
rapporto in Urss fra lo stato e l'economia, sia quello tra stato, contadini,
modernizzazione e «nazionalizzazione (o meglio statizzazione) delle masse», da
un lato, e conquista dello stato da parte delle «masse», dall'altro. Ciò per le
forme peculiari, ed estreme,che tale rapporto vi ha assunto, testimoniate dalla
ricomparsa di un sistema paraservile come quello colcosiano; ma anche perché
l'integrazione delle masse da parte dello stato, portata avanti in nome di un
progetto a-nazionale a livello pansovietico, è stata accompagnata nelle
repubbliche da processi di «nazionalizzazione» di segno contrario. In particolare
questo rapporto ha conosciuto tensioni significative nella grande fascia di
territori caratterizzati da forte disomogeneità nazionale e religiosa che partiva dal
Baltico e si espandeva in direzione della Moldavia, del Caucaso e dell'Asia
centrale, avendo al suo centro l'Ucraina. Qui si sono succeduti tentativi di
costruzione nazionale ed economica tanto anticomunisti (ma spesso filosovietici)
durante la guerra civile, quanto diretti o tollerati da Mosca, come negli anni del
nazionalcomunismo ucraino precedente la rivoluzione dall'alto staliniana, o in
quelli pacifici di Breznev, in cui quella costruzione ha assunto forme spesso
corrotte e provinciali. Arriviamo così a un altro dei grandi interrogativi della
storia sovietica: lUrss fu un impero? E quanto contò la sua struttura federale?
Forme altrettanto interessanti e specifiche ha assunto in Urss il ruolo delle
donne. La scarsità relativa degli uomini ha reso il «mercato di genere» sovietico
favorevole ai maschi, mentre sulle spalle delle donne abbandonate e delle
tantissime vedove di guerre e repressioni è gravato per anni il peso della dura
vita sovietica. Ciò tanto nel lavoro familiare, a compensazione di uno stato
sociale assente fin quasi a tutti gli anni Cinquanta, quanto nel lavoro in fabbrica
e sui piccoli campi familiari, in un'agricoltura che gli uomini poterono
abbandonare prima e più di loro. Quelle stesse donne hanno sopportato, anche
con un numero eccezionale di aborti, la politica sociale e demografica sovietica e
il rifiuto dello stato di produrre anticoncezionali. Eppure, almeno in base ai dati
sulla speranza di vita e sulla diffusione relativa dell'alcolismo, sono state queste
donne a reggere famiglie e vita privata, mentre gran parte degli uomini cedeva
ad atteggiamenti autolesionisti che ancora aspettano una spiegazione
convincente. L'Urss offre anche straordinarie opportunità per riflettere su quello
che il «padre del marxismo russo», Plechanov, chiamò «il ruolo della personalità
nella storia». Vi sarebbe stata la rivoluzione bolscevica senza Lenin, o la vittoria
nella guerra civile senza Trockij? E cosa sarebbe stato il socialismo sovietico
senza Stalin? Questo ruolo non diminuì dopo il 1953. Ogni leader ha impresso al
sistema il suo marchio, suggerendo che quel che fu costruito in Urss, in quanto
sistema amministrato e burocratico, è stato - a dispetto del materialismo ufficiale
un sistema fortemente soggettivo. Almeno nel caso di Stalin questa natura
soggettiva ha assunto, nel «moderno» XX secolo, le forme di un dispotismo di
cui occorre spiegare tanto la nascita e lo sviluppo quanto la fine. Il suo
rapidissimo disgregarsi alla morte del despota induce per esempio a interrogarsi
sulla natura del totalitarismo e sulla bontà analitica della categoria, almeno nelle
forme che le hanno dato i suoi teorici, già messe in crisi dalla scoperta
dell'ampiezza dell'opposizione al regime negli anni Trenta, nonché da quella
della natura della repressione staliniana, che non fu terrore teso ad atomizzare
ma piuttosto chirurgia etno-sociale di tipo categoriale-preventivo ed ebbe perciò
un carattere quasi genocida, e conseguenze genocide nei confronti di alcuni
popoli nel 1931-1933, e ancora nel 1943-1945. Anche il disgelo del 1953-1956
pone interrogativi affascinanti. Da dove scaturirono le riforme di quegli anni?
Quale fu il loro legame con la guerra e con il nuovo rapporto che essa instaurò
tra popolazione e regime? Quanto e in che senso può la guerra essere considerata
un nuovo motore della storia sovietica? Perché riforme pur così estese e
coraggiose non toccarono il nucleo del sistema economico? Quale fu, ancora, il
ruolo dell'ideologia e degli orizzonti culturali dei dirigenti nel determinarne
ampiezza, coraggio e timidezza? E come reagì quella parte della popolazione
non marginalizzata dalle politiche precedenti alla svolta di uno stato che si
proclamava ora di «tutto il popolo» e sembrava davvero aver messo al centro
delle sue preoccupazioni anche il benessere dei suoi cittadini? Da cosa nacque e
come si sviluppò, in particolare, il nuovo umanesimo sovietico, che ci appare
vicino alle migliori tradizioni europee ma anche diverso da esse perché re-
inventato a dispetto delle barriere costruite da Stalin tra la cultura russa e
l'Europa? Quali furono i suoi legami con le sofferenze e la riscoperta di sé della
guerra e con la «scoperta» del Gulag e della miseria rurale, avvenuta grazie ai
ritorni dai campi e alla letteratura? Come penetrò questo umanesimo in almeno
una parte del ceto dirigente sovietico e che ruolo ebbe nel suo sviluppo? Grandi
interrogativi pone anche lo sviluppo di uno stato capace di diventare in breve
tempo una delle superpotenze che hanno dominato la seconda parte del
Novecento, malgrado un sistema economico che si sapeva inefficiente e viziato
sin dal suo apparire. Cosa sapeva o poteva fare, e cosa non sapeva fare quel
sistema? Che legami ha il suo essere stato per alcuni decenni un grande modello
da imitare e il punto di riferimento di tantissimi nuovi stati con l'incontro -
casuale? con la decolonizzazione? Come spiegare l'innegabile successo in tante e
diverse parti del mondo del sistema inventato da Lenin e portato a compimento
da Stalin, imposto a larga parte dell'Europa orientale, ma anche copiato in altri
paesi, dalla Cina al Mozambico, dalla Jugoslavia a Cuba? E come ha potuto un
grande stato, che aveva raggiunto nel 1972 la parità strategica e aveva ritenuto, a
metà degli anni Settanta, di aver vinto la Guerra fredda, precipitare, nel giro di
pochissimi anni, in una crisi senza via di uscita? Che legami ha questa crisi con i
successi precedenti, non solo apparenti, e con le tragedie del passato? E quali ne
sono stati i fattori scatenanti? In particolare, come spiegare la crescita
dell'alcolismo tra la popolazione maschile? Quale fu il ruolo di uno stato nato
all'insegna del proibizionismo e presto divenuto uno spacciatore di alcol, quale il
peso di sofferenze e miseria, e quale quello della insensatezza di un sistema che
impediva o limitava il dispiegamento dell'energia umana, e non solo in campo
economico? Contrariamente alle convincenti teorie con cui alcuni dei migliori
intellettuali europei avevano sostenuto dopo il 1914-1918 che la guerra favorisce
la ricomparsa degli «stati militari» assoluti del passato a spese di quelli
«industriali» (vale a dire civili e democratici), invertendo così il segno del
progresso, il secondo conflitto mondiale favorì anche in Urss, al di là del
rafforzamento di breve periodo del dispotismo staliniano, la rigenerazione
umana e sociale -di almeno una parte del regime e della popolazione. Come si
lega l'impatto della guerra agli sviluppi dei decenni successivi? E qual è stato il
ruolo della lunga pace succeduta al conflitto nel minare un sistema nato dalla
guerra, concepito per essa e dotatosi di un apparato economico ispirato più
all'economia di guerra che alle immagini tradizionali del socialismo? In
particolare, visto il ruolo cruciale del gruppo gorbacëviano nella disgregazione
pacifica dell'Urss, come è riuscito il rinato umanesimo sovietico a conquistare
un segmento importante dell'élite sovietica e come e perché questo segmento è
riuscito a raggiungere il potere? Oltre a essere una storia interessante, quella
sovietica è, e spesso per le stesse ragioni, una storia difficile. In primo luogo,
anche se molti l'hanno trattata come tale, essa non è una normale storia
«nazionale». Quella dell'Urss è una storia composta dalle storie di decine di
culture, religioni e nazioni, molte delle quali oggi indipendenti, di cui è
necessario - ma non facile - ricostruire le molteplici relazioni. C'è poi il
problema posto dall'ideologia, dal peso di parole che avevano, in un ambiente
ideologicamente controllato come quello sovietico, grande significato. Man
mano che quell'ambiente diviene più distante, la capacità di cogliere il valore di
quelle che potrebbero oggi sembrare solo sfumature lessicali, e che esprimevano
invece conflitti anche radicali, si va perdendo. La lingua sovietica è insomma
una lingua morta, che non è facile far rivivere. Un ulteriore ostacolo è
rappresentato dal fatto che ricostruire la storia sovietica dopo il 1945
richiederebbe, in teoria, l'aver presente l'intero quadro della politica e delle
relazioni internazionali. Fare storia sovietica vuol dire insomma, da un certo
punto in poi, fare la storia del mondo, e anche questo è impossibile. Un
problema speciale è infine posto dallo stato della ricerca. La nostra conoscenza
degli anni fino al 1939 è ormai abbastanza salda. Ma se le grandi linee del 1939-
1964 cominciano a essere tracciate con precisione, la storia del terzo periodo
della storia sovietica, il 1964-1991, è ancora da fare. Da questo squilibrio
discende quello fra le prime tre parti che compongono questo libro, diverse tra
loro per i materiali con cui sono state costruite. Ho cercato, per quanto possibile,
di ancorare la storia dell'Urss a quella europea e, dopo il 1945, in quella
mondiale. Questo anche se credo che l'esperienza staliniana abbia contribuito ad
allontanare i grandi popoli slavi dell'Urss, e soprattutto la Russia, dall'Europa,
un'Europa che si è trovata così più povera e che oggi ha il problema di ritrovare
quella dimensione unitaria acquistata nel XVIII-XIX secolo e in parte persa nel
1917.

PARTE PRIMA La nascita del nuovo regime, 1914-


1939

1. Stato vecchio e stati nuovi, 1914-


1919

1. Forza e debolezze dell'Impero russo


Dai tempi di Pietro l'Impero russo era una potenza che concorreva all'equilibrio
europeo, di cui era diventato uno degli epicentri grazie alla vittoria su
Napoleone. Nei primi cinquant'anni dell'Ottocento, i suoi sudditi erano passati da
37 a circa 60 milioni, e il 1848 non aveva scalfito il suo ruolo, ingigantito dal
salvataggio dell'Impero asburgico. Anche per l'autocompiacimento generato
dalle vittorie, la sua struttura economica e politica si era però evoluta più
lentamente di quella delle potenze occidentali, che nel 1854-1855 lo avevano
umiliato in Crimea. La sconfitta e l'avvento di un nuovo zar segnarono l'avvio di
riforme profonde e contraddittorie. L'insoddisfazione contadina contribuì alla
nascita della leggenda nera sulle conseguenze delle riforme che ha dominato a
lungo la storiografia. I suoi elementi di verità non devono tuttavia oscurare il
fatto che i villaggi salutarono l'emancipazione con gioia e si misero subito al
lavoro per piegare a loro favore le clausole ritenute ingiuste, come testimoniano
gli acquisti di terre nobiliari e i numeri in crescita della produttività agricola, del
tenore di vita, espresso anche dai dati antropometrici delle reclute, e del reddito
pro capite della maggioranza dei contadini che in Ucraina profittarono anche del
desiderio zarista di indebolire i nobili polacchi rafforzando quella piccola
proprietà che avrebbe dato filo da torcere ai bolscevichi. Più in generale le
riforme accelerarono il movimento di un impero caratterizzato nei decenni
successivi da un intenso boom demografico (nel 1.897 i suoi abitanti erano
ormai 126 milioni) e da un vivace sviluppo urbano e industriale: tra il 1880 e il
1913 il tasso di sviluppo annuo, pari a circa il 5%, fu più alto di quello tedesco e
statunitense, e la percentuale degli alfabetizzati tra le reclute passò dal 20 al 73
%. Il simbolo di questo sviluppo fu la straordinaria fioritura della cultura russa,
che conquistò allora l'Europa, e il sentimento di forza ritrovata si espresse nella
ripresa dell'espansionismo zarista anche a occidente. Nel 1878 la vittoria contro
gli ottomani parve vendicare l'umiliazione del 1855, ma l'ostilità europea rigettò
l'Impero zarista verso l'Asia, facendogli imboccare la strada che lo avrebbe
portato vent'anni dopo a scontrarsi con l'espansionismo giapponese. Questa forza
era però minata da profonde debolezze, che dipendevano dal ritardo rispetto alle
potenze concorrenti nonché dalle fragilità accentuate dalla transizione. A
dispetto della sua velocità, la modernizzazione russa era infatti ancora poca cosa.
Nel 1897 la popolazione urbana, malgrado la sua crescita, raggiungeva circa il
15% di quella totale, e le grandi città erano ancora poche e lontane tra loro.
Lo stesso si poteva dire delle zone toccate dall'industrializzazione: gli operai
erano poco più di 1,5 milioni mentre il centro dell'industria pesante si era
spostato nel bacino del Donbass, legando ancora più strettamente le sorti
dell'Ucraina a quelle dell'impero. I contadini vivevano ancora in un mondo in
larga parte primitivo, dove la differenziazione sociale era legata al ciclo familiare
e a eventi naturali. La modernizzazione e il boom demografico avevano inoltre
accelerato la disgregazione delle loro famiglie, passate dagli 8,5 milioni del 1877
ai 16 del 1913, minando una delle strutture portanti della società tradizionale ed-
esasperando la fame di terra. L'accumulo di forze nelle campagne portava anche
i segni delle restrizioni legali e normative loro imposte dall'autocrazia nella
speranza di garantire la stabilità politica. Ma isolare i contadini dalla
modernizzazione era impossibile e si otteneva piuttosto il rafforzamento della
loro tendenza a costruirsene una propria. Siamo qui di fronte a una delle radici
che precipitarono la scelta dei villaggi a favore di un socialismo legato al sogno
di redistribuire la terra, che si espresse nella crescente influenza del Partito
socialistarivoluzionario, erede della tradizione populista, e nella crescita della
sfiducia nei confronti dello stato. Con la spartizione della Polonia, che vi aveva
portato ebrei e cattolici, e la penetrazione nel Caucaso e nell'Asia centrale
musulmana, l'impero aveva inoltre moltiplicato il numero dei suoi popoli e delle
sue religioni, arricchendosi, ma aumentando la sua fragilità in un'epoca
dominata dalla nazionalizzazione. Nel 1897 il primo censimento registrò decine
di nazionalità. La lista di quelle che rappresentavano almeno l' 1 % della
popolazione, vale a dire oltre 1,2 milioni di abitanti, si apriva con i russi
(44,3%), seguiti da ucraini (17,8%), polacchi (6,3%), bíelorussi (4,7%), ebrei
(4%), kazachi (3,1%), tatari del Volga (1,5%), tedeschi e uzbechi (1,4%), lituani
(1,3%), lettoni e azeri (1,1%), georgiani e armeni (circa l'l%). I russi potevano
quindi dirsi maggioranza solo rifiutando di riconoscere come nazionalità a sé
stanti bielorussi e ucraini. Vasti tratti del territorio imperiale erano inoltre
caratterizzati dalla compresenza di più nazionalità, lingue e religioni frammiste
le une alle altre a formare macchie di leopardo che favorivano i contatti ma
anche le tensioni. Esse erano spesso disposte su piramidi che ricalcavano,
rafforzandole, quelle sociali, formando gerarchie ritenute insopportabili perché
aliene. Fondamentale era in particolare la diversità della composizione etnica
delle città e delle campagne che le circondavano: Kiev, Char'kov, Odessa, Wilno-
Vilnius, Baku, Tbilisi o Riga erano abitate da russi, armeni, polacchi, ebrei e
tedeschi piuttosto che da ucraini, lituani, azeri, georgiani o lettoni. In altri casi,
come a Taskent, accanto alla città vecchia erano sorte città coloniali malviste
dalla popolazione autoctona. Le migrazioni stimolate dalla modernizzazione,
come la colonizzazione slava della steppa kazaca, accendevano inoltre il
risentimento degli autoctoni e ampliavano l'estensione di questi territori
plurilingui, destinati a giocare un ruolo cruciale nel 1914-1922 come nel 1929-
1933, o ancora nel 1939-1945 e poi al momento della dissoluzione
dell'Urss. Accrescendo il benessere e la scolarizzazione di strati prima
emarginati, la modernizzazione favorì il diffondersi di fermenti nazionalistici che
si saldavano a quelli sociali e accesero, nei territori plurilingui, il conflitto per il
dominio delle città. L'attivizzazione nazionale non fu però sempre antirussa: nel
Baltico, per esempio, essa fu all'inizio antitedesca. I problemi nazionali
principali erano comunque quello polacco, profondamente antirusso, e quello
ucraino. L'emergere di quest'ultimo, in potenza al tempo stesso antirusso e
antipolacco, soffriva di un ritardo causato dalla repressione (fino al 1905
l'ucraino fu considerato un dialetto e dal 1863 furono imposti divieti crescenti al
suo uso) e dalla scarsa presenza degli ucraini nelle loro città. Nella Galizia
austriaca, tuttavia, essi si giovarono delle maggiori libertà ivi concesse per porre
le basi di un forte movimento nazionale. L'introduzione della leva nel 1874 non
solo rivelò i problemi che doveva affrontare un impero plurietnico
quando cercava di ripensarsi come stato nazionale, specie in presenza di
popolazioni come quelle nomadi dell'Asia centrale (relegate nella categoria degli
allogeni ed escluse dalla coscrizione) e di nazionalità che era difficile tanto
considerare come «russe», quanto emarginare dallo stato. L'alto comando
cominciò allora a classificare i gruppi nazionali in base alla loro pericolosità per
lo stato, come avrebbe poi fatto Stalin. La fragilità imperiale era aggravata da
quella del sistema politico e della sua classe dirigente. L'autocrazia mal si
adattava ai mutamenti in corso. La nobiltà imperiale (circa 1,2 milioni di persone
nel 1897) ci appare come un ceto incapace di rigenerarsi e che, pur continuando
a detenere una grande quota del potere politico-militare, non seppe affrontare le
nuove condizioni e consumò il proprio suicidio economico. Lo stato zarista non
poteva tuttavia essere ridotto alla corte, o ad ambienti corrotti e di qualità
scadente. Dentro di esso esistevano ampi settori di qualità, soprattutto, ma non
solo, intorno al ministero delle Finanze retto da un serie di uomini politici
eccellenti, da Bunge a Vítte. Una parte dei nuovi ceti intellettuali rispose alla
transizione contrapponendole i valori dell'ortodossia e dell'autocrazia, il presunto
carattere organico della società tradizionale russa e la missione universale di
Mosca. Ma la maggioranza, che si occidentalizzava e diventava «moderna» a
contatto con la cultura europea, tendeva a trasformarsi in un fattore di
opposizione che, nelle sue componenti socialiste, esprimeva una progettualità
alternativa a quella governativa. Nel 1891-1892 una carestia che fece circa
quattrocentomila morti, e coincise con l'introduzione di tariffe protezionistiche,
sembrò confermare a questa intelligentzja le ipotesi più negative sul significato e
le conseguenze delle riforme. Le organizzazioni volontarie di soccorso si
trasformarono presto in organizzazioni di opposizione radicale, fornendo ai
futuri dirigenti bolscevichi una lezione che non avrebbero scordato nel 1921-
1922 e soprattutto nel 1932-1933. Negli anni successivi questa ostilità si nutrì
dell'opposizione alle riforme economiche di Vitte ridotte alla caricatura di
un'industrializzazione fatta a spese delle campagne, sfruttate per procurarsi la
valuta necessaria all'importazione di tecnologia e capitali. Essa fu poi ripresa
dalla storiografia e soprattutto fatta propria da un'élite bolscevica convinta della
sua efficacia. Alcune sue parti sono state però sottoposte a critiche convincenti:
la teoria di un impoverimento crescente dei villaggi non regge, e negli anni di
Vitte il peso del carico fiscale ricadde soprattutto sulle città, dove si accumulava
la ricchezza. Usando materiali che combinavano elementi eterodossi dei classici
del marxismo, populismo e frutti dei dibattiti che avevano cominciato a
mescolare «Russia» ed «Europa», Lenin, Trockij e Parvus rinnovarono allora il
marxismo russo elaborando idee che giocarono un ruolo fondamentale nella
nascita dello stato sovietico. L'impero fu definito come pluralità di regimi
socioeconomici (mnogoukladnost') appartenenti a epoche diverse dello sviluppo
storico, ma presenti nella medesima èra. Era perciò necessario comprenderne il
gioco reciproco, vale a dire la legge dello sviluppo combinato, e si poteva
sfruttare quelle compresenze e profittare del «privilegio dell'arretratezza»
costituito dalla conoscenza di ciò che era necessario raggiungere - per accelerare
lo sviluppo, «saltando un'intera serie di tappe intermedie». Si giustificava così,
da un punto di vista «materialistico», quella visione soggettivistica dell'azione
rivoluzionaria che avrebbe unito Lenin e Trockij. In queste discussioni Lenin
diede già prova di quel connubio tra palingenesi rivoluzionaria e realismo che gli
permise di portare «l'utopia al potere». Per farlo egli costruì, servendosi delle
tradizioni e del modello di partito della Narodnaja volja, del blanquismo e delle
correnti soggettiviste allora in voga, che pure contestava nei suoi scritti, una
teoria dell'avanguardia rivoluzionaria e del suo ruolo nella storia, formalizzata
nel Che fare?, destinato a diventare la bibbia dei giovani rivoluzionari di tutto il
mondo. Questa teoria, che aveva forti implicazioni antioperaie (gli operai erano
dichiarati incapaci di raggiungere da soli la coscienza socialista, che doveva
essere loro portata dall'esterno da un partito capace di rappresentare anche contro
la loro volontà i loro «veri» interessi) portò alla scissione del 1903. Lenin e la
maggioranza di allora (i bolscevichi) vollero un partito di rivoluzionari
professionali, sottoposti alla disciplina del centralismo democratico, una scelta
che limitò le dimensioni del gruppo, per cui passarono nel corso degli anni poche
migliaia di militanti di due tipi, uno intellettuale di estrazione sociale elevata
e uno di origini più umili e con poca o nessuna istruzione formale, i praktiki,
come Stalin li ebbe poi a definire con orgoglio. Ma se la scissione arrivò sul tipo
di partito, il dissidio tra menscevichi e bolscevichi gravitò sul carattere e
l'opportunità di una rivoluzione in «Russia», che per i primi non poteva che
essere, data l'arretratezza dell'impero, borghese e democratica. Secondo questa
visione i contadini, esaltati dai populisti, diventavano i rappresentanti di un
passato da superare: in linea con le posizioni delle socialdemocrazie occidentali,
le loro rivolte e la loro richiesta di redistribuire la terra erano giudicate
oggettivamente reazionarie e perciò da condannare, malgrado la simpatia umana
che potevano suscitare. Mentre si discuteva, l'impero era scosso da scoppi di
violenza e assassini politici che godevano della simpatia di buona parte
dell'intelligencija, nonché da agitazioni e pogrom diffusi soprattutto in periferia.
Solo tre delle cinquantanove manifestazioni di strada registrate tra il 1895 e il
1900 ebbero luogo nelle regioni russe, rispetto alle venticinque in Polonia; i
disordini urbani del 1903-1904 ebbero per epicentro Baku e i moti contadini del
1902-1904 si concentrarono nell'Ucraina occidentale e in Georgia, oltre che nelle
regioni del Medio Volga. Cominciava qui quella che Danilov ha chiamato la
«rivoluzione agraria russa del 1902-1922», a sua volta legata alla guerra tra stato
e contadini del 1918-1933, molti dei cui leader, da Machno ad Antonov, ebbero
allora la loro esperienza formativa. Nel 1904 il conflitto con il Giappone
rinfocolò agitazioni poi amplificate dalla sconfitta. L'umiliazione fu infatti
enorme e contribuì alla popolarità del socialismo tra molti giovani, amareggiati
dalla vergogna in cui lo zarismo aveva precipitato il paese. Enorme ne fu anche
la risonanza internazionale: la prima grande sconfitta di un popolo bianco da
parte di una «razza inferiore» che aveva messo a frutto la modernità europea
mandò una forte scossa in tutta l'Asia. La sua ripercussione più immediata fu
però la rivoluzione del 1905 che, con il suo intreccio di richieste costituzionali,
nazionali e sociali, appare come lo scoppio ritardato a est di quella primavera dei
popoli che aveva percorso il resto d'Europa cinquant'anni prima. La crisi esplose
a San Pietroburgo, ma nei mesi successivi mentre la Russia era quasi calma,
Polonia, Baltico, Transcaucasia e, in parte, l'Ucraina erano già in uno stato di
quasi guerra civile a sfondo nazionale, in cui convivevano scioperi generali
come quello polacco e pogrom antiebraici e antiarmeni in Ucraina e nel
Caucaso. Il 1905 andava quindi mostrando ciò che si sarebbe verificato nelle
successive crisi tanto zariste quanto sovietiche. Ma fu l'estensione delle proteste
alle città russe a costringere a ottobre lo zar a varare un manifesto che veniva
incontro alle richieste di suffragio universale, assemblea costituente e garanzia
delle libertà individuali. Nei mesi successivi lo stato riuscì però a riconquistare il
controllo della situazione. Non tutti i pezzi della mnogoukladnost' zarista erano
andati in crisi, garantendo al regime aree di stabilità e riserve di forza. In
particolare, la limitatezza e la localizzazione della sconfitta avevano fatto sì che
buona parte dell'esercito non vi fosse coinvolta. Soprattutto, le città non erano
state seguite dalle campagne, toccate in Russia solo marginalmente dalla crisi.
Lo scioglimento della prima Duma, però, avrebbe presto convinto i contadini
che lo zar non voleva la riforma agraria, facendo della questione agraria una
questione dinastica e rafforzando la scelta dei villaggi in favore dei socialisti-
rivoluzionari. Più che una prova generale del 1917, il 1905 fu quindi
un'illustrazione delle faglie dell'impero. Stolypin, l'ultimo dei grandi uomini di
governo zaristi, cercò di porvi rimedio, aprendo un periodo di repressione
politica allora ritenuto eccezionale e una stagione riformista di ampio respiro.
Pur sottovalutando la questione operaia e la questione nazionale, egli promosse
una riforma amministrativa antinobiliare, una politica anticetuale e meritocratica
e soprattutto una riforma agraria che puntava alla formazione di uno strato di
farmers benestanti, slegati dalla comune e interessati a legge, ordine e benessere
economico. Stolypin sperava così di privare i villaggi della loro élite naturale, un
obiettivo simile eppure opposto a quello che si prefisse poi Stalin, visto che il
primo scommise su di essa e il secondo invece la distrusse con la
dekulakizzazione. Ma Stolypin, ucciso nel 1911, non riuscì a trarre dalla crisi
delle conclusioni operative. Parvus e Trockij elaborarono allora una nuova teoria
della rivoluzione destinata a diventare patrimonio dell'intero movimento
comunista, anche quando Trockij ne divenne l'acerrimo nemico. La loro
rivoluzione diventava infatti «permanente», vale a dire era concepita non più
come momento puntuale, ma come processo di lunga durata in più atti, anche
molto diversi e all'apparenza contraddittori. Ragionando su linee in parte simili,
Lenin pose invece le basi della scoperta della possibilità di utilizzare i
«reazionari» movimenti contadini per fare una rivoluzione diversa da quella fin
lì immaginata. Egli si scontrò per questo con il suo maestro, Plechanov, secondo
il quale il tentativo di forzare in Russia una rivoluzione socialista avrebbe
generato un dispotismo semiasiatico, una possibilità di cui Stalin e i bolscevichi
furono quindi coscienti. Lenin intuì allora anche l'enorme potenzialità
antioccidentale («anticapitalistica») del risveglio dei popoli coloniali. Questo
mentre le agitazioni nazionali del 1904-1905 lo convincevano che contro
l'Impero zarista era possibile usare anche il bastone delle nazionalità,
risvegliando in lui una sensibilità per le questioni nazionali assente nella
maggioranza dei suoi compagni di partito. Già alla fine del 1906, Lenin trasse
infine dalla sconfitta la convinzione che quando le condizioni avrebbero reso
nuovamente possibile il tentativo di prendere il potere, per vincere occorreva
intraprendere quella che allora definì una guerra rivoluzionaria «disperata,
sanguinosa, di sterminio». L'impero riprendeva intanto a crescere. Ma la nascita
dei monopoli suscitava dubbi sulla capacità del capitalismo di assicurare lo
sviluppo dell'economia nell'interesse generale, convincendo politici ed
economisti della necessità di fare ricorso alla regolazione statale. Ciò mentre la
visibilità del ruolo dello stato nell'industrializzazione spingeva a sopravvalutarne
il ruolo effettivo e sembrava un'ulteriore conferma della bontà delle tesi
stataliste, e in particolare di quelle marxiste. Prendeva così corpo un paradigma
che sarebbe poi stato rafforzato dalle esperienze della guerra e avrebbe
contribuito all'accettazione del modello economico sovietico. La crescita
dell'industria e dell'occupazione rianimò anche le lotte operaie, mentre i villaggi,
dove alla vigilia del conflitto viveva ancora circa l'83 % della popolazione,
continuavano ad accumulare energia, incarnata dalla struttura demografica
dell'impero, con i suoi milioni di giovani, per la stragrande maggioranza di
origine rurale. Questi contadini, che stavano vincendo con mezzi pacifici la loro
battaglia (alla vigilia della guerra essi possedevano o affittavano quasi l'80%
della superficie coltivata), non avevano conosciuto la servitù, avevano fatto
il servizio militare e lavorato stagionalmente nelle città e nell'industria, ed erano
più istruiti dei loro padri. Lo sviluppo seguito alla crisi del 1904-1907 e la
radicalizzazione del nazionalismo russo a opera della rivoluzione del 1905
ebbero un forte impatto sulle nazionalità dell'impero. Tra gli ebrei, per esempio, i
pogrom, l'affare Bejlis e l'antisemitismo aggressivo della destra russa, specie di
quella che viveva nelle città poi ucraine, dove furono composti I protocolli dei
savi di Sion, rinvigorirono tanto le spinte all'emigrazione quanto quelle
all'assimilazione, nonché la scelta sionista e quella socialista. In Ucraina, il
riconoscimento dell'ucraino come lingua e l'abolizione dei vecchi divieti
stimolarono il processo di costruzione nazionale. Vi fu allora una fioritura di
organizzazioni politiche e culturali, influenzata dal socialismo, che arrivò però
con ritardo rispetto a quanto si era verificato per altre nazionalità, un ritardo i cui
costi sarebbero diventati evidenti nel 1917. Anche nel Caucaso si sentì
l'influenza del socialismo, all'epoca la scelta naturale di tutti i nemici dell'ordine
esistente. In Georgia il movimento socialdemocratico combinò quasi
naturalmente rivendicazioni sociali e nazionali, producendo dirigenti che
acquistarono grande rilevanza su scala imperiale. Tra di essi ve ne era uno,
Stalin, noto prima del 1913 solo per la sua partecipazione alle azioni illegali di
autofinanziamento. In quell'anno usciva però il suo Il marxismo e la questione
nazionale, che Lenin salutò con entusiasmo. La nazione vi era presentata non
come una comunità razziale o tribale originaria, bensì come il prodotto di un
processo storico. Una volta formata essa diventava però reale e poteva e doveva
quindi essere trattata «oggettivamente», come lo stesso Stalin avrebbe poi fatto.
L'Impero russo era quindi nel 1913 forse l'elemento più dinamico di un'Europa
giovane e al culmine della sua potenza, tanto che è lecito sostenere che fu
l'energia da esso accumulata a permettere e reggere l'«esperimento» bolscevico.
Ma, come il 1905 aveva mostrato, esso era anche una creatura relativamente più
debole di altre nazioni europee più omogenee e moderne. Un paese quindi
insieme forte e fragile, in via di sviluppo ma ancora «sottosviluppato» e
attraversato da quattro linee di frattura principali che dividevano i villaggi dallo
stato, le nazionalità non russe dall'impero, la nascente società civile
dall'autocrazia e dalla corte, e i nuovi strati operai, privi di protezione sociale,
dallo stato e dalla «borghesia». Queste faglie si allargavano anche per
l'incapacità del vertice imperiale di gestirle. I leader dei paesi confinanti,
tuttavia, erano impressionati piuttosto dalla crescente forza del loro vicino. Nel
luglio 1914, per esempio, il cancelliere tedesco Bethmann Hollweg era convinto
che il futuro apparteneva alla Russia, «che cresce e cresce e cresce, che ci sta
sopra come un incubo sempre più orribile».

2. Guerra e rivoluzione, agosto 1914 - luglio 1917

La guerra-rivoluzione scoppiata nel 1914 ridefinì la storia europea, causando


un'involuzione tanto nei comportamenti quanto nelle ideologie delle élite come
delle masse e aprendo la strada a stati di tipo nuovo poi accomunati nella
categoria del totalitarismo. Entrarono allora in azione meccanismi che
selezionavano gli uomini più aggressivi e rinvigorivano, militarizzandole, le
ideologie soggettiviste di inizio secolo. La regressione si estese all'economia.
Vaste zone rurali tornarono all'autoconsumo e la fede nella superiorità dello
stato, cioè della forza, nella sfera economica e in quella sociale si diffuse al di là
dei circoli burocratici e degli ambienti socialisti, innescando quella che Halévy
chiamò la «statizzazione del pensiero». Essa si accompagnò al culto di uomini in
cui si vide l'incarnazione di questi principi, quei duci (void'), Führers e
generalissimi che popolarono l'Europa dei decenni successivi. Queste
trasformazioni furono più profonde laddove più fragile era il tessuto su cui la
guerra operava. L'Impero zarista, destinato a produrre il più potente e originale
tra gli stati generati dal conflitto, fu il primo a essere travolto. Entrato in guerra
in base a calcoli di potenza tradizionali, esso si trovò subito coinvolto in un
conflitto di tipo nuovo. Come in tutto il continente, la società venne dapprima
contagiata dall'entusiasmo. Liberali, ma anche radicali e socialisti, offrirono il
loro aiuto all'autocrazia, mentre il varo del proibizionismo veniva salutato come
il simbolo della comunione patriottica del paese. In Asia centrale, però,
l'entusiasmo non sfiorò nemmeno le popolazioni locali, mentre in Polonia si
reclutavano volontari per combattere contro la Russia. L'impero creò un esercito
di 15 milioni di uomini, che era lo specchio dello sviluppo diseguale del paese:
nuclei solidi e competenti, da cui vennero fuori i più combattivi spezzoni
bianchi e i migliori quadri dell'Armata rossa, erano circondati da una massa
contadina non ancora integrata nello stato e che lo stato non riusciva a rifornire.
In autunno la chiusura degli stretti aggravò la crisi. La già limitata industria russa
fu perciò riconvertita alla produzione bellica in percentuali molto più alte di
quelle occidentali, privando i mercati urbani e rurali dei beni industriali. Nelle
retrovie, e non solo in trincea, la guerra diffuse la convinzione che se si voleva
vincere occorreva essere spietati e, appena possibile, sterminare il nemico, una
teoria di cui Stalin sarebbe stato il maestro. Le sconfitte e le richieste di rendere
sicuro il fronte provocarono inoltre un'ondata di deportazioni che coinvolse circa
un milione di persone, per metà tedeschi e per un terzo ebrei. Ai deportati si
aggiunsero circa 6,5 milioni di rifugiati. La composizione nazionale, religiosa e
sociale dei territori plurilingui occidentali fu così bruscamente alterata, i tedeschi
persero le loro posizioni nell'economia zarista, e i deportati e i profughi ebrei
ottennero nell'agosto 1915 il permesso di varcare i confini della zona di
residenza coatta. Il loro arrivo in Russia coincise così con la crisi
dell'impero, rafforzando i pregiudizi antisemiti della destra nazionalista e
religiosa e di una parte della popolazione. Nella primavera del 1915 era infatti
arrivato il disastro militare, con la perdita di Polonia, Galizia, Lituania e parte
della Lettonia. A settembre, suscitando l'ostilità dello stato maggiore, lo zar
decise perciò di assumere il comando, mettendo in gioco il suo prestigio
personale e quello della dinastia, già minato da Rasputin e dalle voci sul
filogermanesimo della zarina. La guerra educava intanto i soldati-contadini a
esercitare iniziativa e violenza, mentre il disastro nutriva l'odio verso ufficiali e
signori. Nel giugno 1916 un'offensiva vittoriosa diede nuovamente fiato alle
speranze russe, ma l'attacco si arenò sollevando dubbi e sospetti. Tra le ragioni
che portarono al suo arresto pesò in particolare l'assenza dei rifornimenti, che
segnalava i problemi di quella «economia di guerra» con cui tutti i paesi
belligeranti cercarono di rispondere alle necessità del conflitto. Venuta alla luce
come insieme coerente nell'Impero tedesco, l'economia di guerra si basava su
due principi, la cui interazione era destinata a produrre crisi: per far fronte alle
spese belliche lo stato era pronto ad aumentare la spesa pubblica; al tempo
stesso esso prendeva sotto il suo controllo la produzione e la distribuzione dei
beni necessari allo sforzo bellico. Il primo principio provocò ovunque un boom
dell'economia, dei salari e dell'occupazione che in un primo momento non fu
accompagnato dall'inflazione perché metteva in moto risorse inutilizzate, come
avrebbe poi scoperto Keynes. Ma, alla lunga, scarsità e inflazione erano
inevitabili, e ciò stimolava al tempo stesso la comparsa del mercato nero e la
necessità per lo stato di estendere il controllo su un numero crescente di beni e
settori economici, sviluppando organi sempre più complessi di pianificazione.
Una parte degli economisti negò a essa la qualifica di «economica», visto che
non era in gioco la scelta tra usi alternativi di risorse scarse bensì
l'elaborazione di strumenti che consentissero allo stato di usare la quota più
grande possibile delle risorse esistenti, sottraendole alla popolazione. Per altri,
tuttavia, ciò dimostrava che la direzione centrale dell'attività economica era
realizzabile e superiore a un sistema di concorrenza, e che la tecnica sviluppata
per affrontare i problemi dell'economia di guerra poteva essere applicata
all'amministrazione di un'economia socialista. L'isolamento dagli alleati, la
modestia della base industriale, l'inadeguatezza della rete ferroviaria e le
sconfitte al fronte resero presto la situazione russa più difficile di quella degli
altri paesi, costringendo il governo ad accettare l'invito dei cadetti a coinvolgere
le amministrazioni locali nell'organizzazione dell'economia di guerra e a
ricorrere al lavoro coatto di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra. Queste
misure ebbero un certo successo. Anche se l'emissione di cartamoneta continuò
ad aumentare, a cavallo tra il 1915 e il 1916 la penuria di mezzi fu minore.
Nonostante le perdite causate dal conflitto, che avrebbero alla fine raggiunto i 3-
4 milioni tra morti in combattimento, in cattività, a seguito delle ferite riportate o
scomparsi in azione, la popolazione dell'impero continuava a crescere e lo
avrebbe fatto fino al 1917. La stessa cosa succedeva alle città. La popolazione di
Pietrogrado, per esempio, crebbe dai 2 milioni del 1914 ai quasi 2,5 del 1916.
Proprio allora, però, cominciarono a prevalere fenomeni di segno opposto.
Mentre la percentuale delle spese militari sul reddito nazionale passava dal 27 al
49%, la crescita dei prezzi prese a superare quella dell'emissione, svalutando la
cartamoneta. La popolazione urbana, abituata a salari crescenti, si trovò così
costretto a far fronte a difficoltà provocate non dalla disoccupazione ma
dall'inspiegabile assenza di beni in presenza di soldi e di lavoro, che causò nel
1916 le prime rivolte contro il carovita e mise in moto lo spopolamento dei
centri urbani. Il crescente fardello in termini di coscrizione, tasse e ammassi
forzosi, introdotti già nel 1916-1917 a causa del rifiuto contadino di scambiare
grano per rubli-carta privi di valore, acuiva intanto la percezione da parte dei
villaggi dell'autocrazia e delle classi dominanti come di forze aliene. Questo
mentre ripetute sconfitte distruggevano il prestigio dello stato imperiale russo e
ne mettevano in risalto la debolezza. Montava anche l'agitazione delle
nazionalità, tra le quali esodi e trasferimenti forzati producevano effetti
contraddittori, stimolando la coscienza nazionale delle comunità prese di mira e
provocando nelle periferie un'implicita convergenza degli obiettivi delle
politiche zariste con quelli delle nazionalità di frontiera, visto che la rimozione
di tedeschi ed ebrei accresceva il ruolo di polacchi, lituani, lettoni, estoni ecc.
L'Ucraina, divisa, era invece chiamata a sostenere il peso relativamente
maggiore di un conflitto di cui costituiva l'immediata retrovia. Per la stessa
ragione, le sue campagne erano quelle più direttamente
contagiate dall'esperienza del fronte, che forniva l'esempio dell'uso risolutivo
della violenza. I conflitti etnonazionali raggiunsero tuttavia il loro primo culmine
in Asia centrale, dove nell'estate del 1916 scoppiò una grande rivolta contro la
coscrizione per lavoro coatto a favore dell'esercito. Alcune migliaia di coloni
furono uccise, scatenando rappresaglie segnate da massacri indiscriminati di
nomadi e dalla deportazione dei sopravvissuti, molti dei quali si rifugiarono in
Cina. L'emergere dei problemi nazionali contrastava con la scarsa attenzione
mostrata per essi dai partiti russi. Se l'atteggiamento della destra era prevedibile,
lo era meno quello dei cadetti, un tempo sostenitori di soluzioni liberali, e dei
partiti socialisti, il cui internazionalismo celava spesso disprezzo per le
rivendicazioni nazionali e quindi convergeva con le posizioni grandi-russe. In
questo quadro spiccava la sensibilità di Lenin, che alla fine del 1914 esaltò il
diritto dei popoli all'autodeterminazione, sostenendo che l'impero era in guerra
anche per continuare il suo dominio su Polonia e Ucraina, che avevano diritto
all'indipendenza. Egli aggiunse che dentro ogni nazione ve ne erano due, quella
borghese e quella proletaria, aprendo le porte a un ribaltamento delle sue
posizioni in caso di affermazione in un paese del proletariato, che avrebbe avuto
il diritto di «aiutare» i suoi fratelli stranieri. È facile tuttavia immaginare lo
scandalo che le sue posizioni sollevarono nella sinistra e il credito che egli
invece guadagnò tra i gruppi dirigenti delle nazionalità oppresse. La
preveggenza di Lenin fu confermata nel 1916 da L'imperialismo, fase suprema
del capitalismo che, pur tra grossolani errori economici, teorizzava l'enorme peso
che la questione coloniale e le lotte di liberazione erano destinate ad avere nei
decenni successivi. Il Lenin di fine 1916 era però un isolato, più vicino alla
sinistra socialista europea che non al suo paese. Non stupisce quindi che egli non
nutrisse allora alcuna fiducia nella possibilità che quella rivoluzione, che andava
teorizzando, avesse luogo, a breve termine, proprio in Russia. La rivoluzione di
Febbraio prese del resto alla sprovvista anche i rivoluzionari rimasti in Russia.
Eppure i segni della crisi terminale dell'impero e dell'economia di guerra erano
vistosi: a dicembre l'uccisione di Rasputin da parte di un gruppo di nobili mise in
luce l'isolamento della famiglia imperiale e a metà febbraio a Pietrogrado vi
furono incidenti davanti ai negozi mentre le officine Putilov erano costrette
alla chiusura dalla mancanza di materie prime. Una settimana dopo un corteo di
donne stanche di fare la fila mise in moto un processo che pose fine a
un'autocrazia che nessuno difese, nemmeno i suoi soldati, i quali rifiutarono di
sparare sui manifestanti come sarebbe poi accaduto nel 1991. Il problema è
quindi spiegare perché in Russia i moti contro il carovita, tipici di tutti i centri
urbani europei, provocarono il crollo della dinastia. Per Hans Kohn decisivo fu
l'incontro tra la rivolta delle masse e il desiderio patriottico dell'élite di rafforzare
la Russia, un desiderio che aveva un forte orientamento antizarista. Vladimir
Vojtinskij ha messo invece l'accento sull'errore di far riposare i reggimenti nelle
città principali, creandovi una base armata pronta a tutto pur di non tornare al
macello. Importante fu anche la delusione di operai che avevano goduto per
qualche tempo di salari crescenti. Il fatto che bastasse la crisi di una sola città a
mandare in pezzi lo stato mette invece in luce la fragilità del mondo moderno
russo, in cui i centri di comando erano pochi e l'élite relativamente piccola. Il
collante fu però il discredito dell'autocrazia e quello personale dello zar. Quando
questi diede le dimissioni, nessuno gli chiese di ritirarle, non fu possibile
trovargli un sostituto e nessuna delle forze principali della guerra civile avrebbe
poi combattuto in suo nome. I primi mesi del governo provvisorio sono stati
analizzati come un periodo di doppio potere, governo e Duma da un lato e soviet
dall'altro, con Kerenskij, unico ministro socialista, a fare da trait d'union. E in
effetti liberali come Miljukov furono dapprima le figure dominanti del governo,
mentre i soviet, sorti per iniziativa di partiti di sinistra, dei sindacati e dei
segmenti più attivi delle classi lavoratrici, degli studenti, dei contadini e dei
soldati, costruivano una rete amministrativa parallela a quella ufficiale. Ma la
base su cui si reggevano i liberali era assai debole e il Soviet di Pietrogrado
risultò presto paralizzato, sicché più che di doppio potere si potrebbe parlare di
un vuoto di potere, che per mesi attese che qualcuno venisse a riempirlo. A
paralizzare il Soviet, oltre alla necessità di difendere il paese, furono le sue
stesse idee e in primo luogo il marxismo. La convinzione che la rivoluzione
socialista fosse in Russia impossibile univa allora menscevichi e bolscevichi. Ma
se all'ordine del giorno vi era quella borghese, i socialdemocratici dovevano
limitarsi a sostenere i liberali, «storicamente» tenuti a guidarla. I più numerosi
socialisti-rivoluzionari, oltre a nutrire dubbi simili e a condividere le
preoccupazioni per la situazione al fronte, erano divisi fra una destra legalitaria e
una sinistra favorevole all'azione diretta dei contadini. E se la destra
tradizionale era invece paralizzata dalla rovina del suo pilastro, e non
emergevano le forze di una destra nuova, capace di scommettere sul ripristino di
legge e ordine senza tornare al vecchio regime, i dirigenti dei movimenti
nazionali esitavano di fronte a una situazione imprevista, che apriva possibilità
insperate. L'iniziativa restò così nelle mani dei liberali, che erano però, come i
socialdemocratici, prigionieri delle proprie idee. Entrambi ebbero quindi la loro
occasione, ma non la seppero sfruttare perché incapaci di affrontare le due grandi
questioni che attanagliavano il paese, la guerra e la terra. Fare la pace avrebbe
infatti voluto dire rompere con l'Occidente, un sacrilegio agli occhi di chi vi
aveva visto il proprio modello. Ma anche fare la riforma agraria significava fare
la pace, visto che i soldati-contadini sarebbero tornati nei villaggi, e quindi,
ancora una volta, voleva dire rompere con l'Occidente. Menscevichi e
bolscevichi giudicavano inoltre la ripartizione della terra una misura che avrebbe
ritardato lo sviluppo economico, identificato con la grande proprietà e la sua
nazionalizzazione. La paralisi dei moderati era infine aggravata dal loro
legalitarismo, che gli impediva di agire risolutamente come dimostrò
l'abolizione, malgrado la situazione, della pena di morte per diserzione. Il Soviet
di Pietrogrado chiese inoltre ai reggimenti di stanza in città di riprendere l'invio
di compagnie al fronte, dove regnava una tregua di fatto, stimolando la loro
adesione al bolscevismo. Quest'ultimo raccoglieva simpatie anche tra gli operai
che, dopo aver creduto al mito di una rivoluzione capace di risolvere tutti i
problemi, ora erano pronti a credere a chi indicava nei complotti degli industriali
la causa di una crisi da risolvere attraverso l'aumento del controllo statale e
operaio. Nelle periferie intanto la rivoluzione assumeva i colori nazionali. A
Kiev già a marzo era nata la Rada (soviet in ucraino), che elesse come suo
presidente lo storico Hrugevs'kyj. Tra i suoi giovani dirigenti prevalse il
gruppo socialdemocratico, guidato da Vynnycenko, che esitava ad affrontare la
questione nazionale e quella della terra. La prima era complicata dalla presenza,
specie nelle città, di maggioranze russe ed ebree che avevano a loro volta dato
vita a soviet che guardavano a Pietrogrado. Per quanto riguarda la terra invece,
malgrado la Rada fosse popolare nelle campagne e malvista in città, i suoi
dirigenti, marxisti, erano ostili alla sua redistribuzione e finirono così con il
lasciare ampio spazio ai bolscevichi. Anche in Transcaucasia vi fu un rapido
sviluppo dei partiti nazionali. Il «doppio potere» vi apparve con la formazione
dei Soviet di Tbilisi e di quello di Baku, controllato da armeni e russi in
contrasto con la popolazione musulmana delle campagne. Per gli armeni, in
particolare, il governo provvisorio era la migliore soluzione possibile: essi
vivevano ora in una Russia democratica che aveva per di più conquistato gran
parte dell'Armenia storica. I loro rappresentanti erano quindi favorevoli alla
continuazione della guerra e anche per questo la maggior parte dei socialisti
armeni fu poi antibolscevica. In Asia centrale le difficoltà alimentari fecero
invece precipitare le relazioni tra slavi e locali. Dove questi ultimi controllavano
il cibo, l'imposizione dei prezzi fissi e i sentimenti antimercato assunsero una
netta coloritura antimusulmana e i soviet, russi, si trasformarono in strumenti
contro gli autoctoni. La calma fu rotta ad aprile dalla crisi del governo
provvisorio, provocata dai conflitti con il Soviet sulla questione della pace.
Nacque così il primo governo di coalizione tra liberali e socialisti, in cui però
questi ultimi, a causa delle loro convinzioni, non chiesero la maggioranza dei
posti. Nel suo programma c'erano misure che rappresentavano il logico
svolgimento dell'economia di guerra, ma anche l'aspirazione socialista al
controllo pubblico su miniere, industria pesante e ferrovie, provvedimenti contro
la «speculazione», nonché l'obbligo per gli industriali e i latifondisti di utilizzare
al massimo i mezzi di produzione e la promessa ai contadini che sarebbe stato
loro concesso l'uso della terra incolta. In quello stesso mese, mentre gli Stati
Uniti entravano in guerra, accordi mediati da Parvus per conto del governo
tedesco resero possibile il ritorno di Lenin. Il vuoto di potere trovava così un
leader deciso a riempirlo, il quale sin dalla prima riunione pose a un partito che
si era fino ad allora accodato ai menscevichi il problema di «avanzare verso una
rivoluzione socialista». Molti dirigenti, da Molotov a Rykov, ne furono scioccati
e altri, come Pjatakov e Bucharin, furono indignati dalla posizione di Lenin a
favore dell'autodeterminazione, che giudicavano una grave concessione al
nazionalismo borghese. La maggioranza finì però con l'appoggiare posizioni che
pure non riusciva a capire. Iniziava così a diffondersi nel partito il mito di un
Lenin «mago», capace di rendere possibile l'impossibile, che avrebbe trionfato
dopo l'Ottobre. A maggio anche Trockij rientrò a Pietrogrado. Egli
raggiunse presto un accordo con Lenin, che fece però fatica a farlo accettare al
partito, con cui Trockij aveva a lungo polemizzato. Esso era fondato sul
desiderio di agire, ma anche su basi teoriche. La teoria della «rivoluzione
permanente» rendeva infatti facile a Trockij accettare posizioni come la difesa
delle lotte di liberazione nazionale e della redistribuzione agraria che, inserite in
una dinamica rivoluzionaria di lungo periodo, potevano essere viste come
altrettante tappe sulla via verso il socialismo. Inoltre, come Lenin, anche Trockij
non era spaventato dal ricorso alla violenza di massa, che considerava una
necessità. Poche settimane dopo, una seconda crisi, militare e nazionale, minò
l'autorità del governo e del Soviet, aprendo spazi ai bolscevichi, che a giugno
controllavano ormai la guarnigione e continuavano a fare progressi nelle
fabbriche. Il fronte però teneva: i disertori nell'esercito combattente erano ancora
solo cento-duecentomila, e fu su di esso che il governo decise di scommettere,
per provare la forza della Russia democratica. Il 18 giugno fu lanciata così
un'offensiva guidata dai rappresentanti dell'intelligencija progressista e
patriottica. Dopo le prime vittorie venne però la rotta, aperta dal rifiuto di interi
reggimenti di obbedire agli ordini e poi aggravata da un contrattacco che
costrinse i russi ad arretrare di centinaia di chilometri. Proprio allora il governo
annunciò di aver raggiunto un accordo con la Rada, cui fu riconosciuto il diritto
di amministrare cinque governatorati, avviando il processo di definizione
dell'Ucraina moderna. I cadetti risposero dimettendosi per protesta contro
concessioni che attentavano all'unità dello stato e i bolscevichi con una
manifestazione armata che si diresse verso il Soviet. Più che tentare di prendere
il potere, essi cavalcarono la situazione, vedendo fin dove fosse possibile
arrivare. La loro sconfitta aprì le porte alla repressione: Trockij fu arrestato e
Lenin dovette rifugiarsi in Finlandia. Il nuovo governo, senza cadetti, era più
debole del precedente e su questa debolezza, nonché sulle ragioni del fallimento
bolscevico, rifletteva Lenin che si convinse della necessità di organizzare il
tentativo successivo in modo diverso. Egli stese allora Stato e rivoluzione, un
libro visionario nel quale, poche settimane prima di imbarcarsi nella costruzione
del più potente stato del XX secolo, annunciava un futuro in cui anche le cuoche
avrebbero partecipato all'amministrazione. In sua assenza, il rapporto politico al
VI congresso del partito fu tenuto da uno Stalin la cui statura politica era in
rapida crescita.

3. Rivoluzione, guerra e vittoria, agosto 1917 -ottobre 1919


Il nuovo governo nominò Kornilov capo dell'esercito e Kerenskij parlò di


«ordine, sacrificio e lavoro». A fine agosto, con i tedeschi a Riga, il primo, pur
contando su un solo corpo di cavalleria, ordinò di marciare sulla capitale in un
proclama di grande ingenuità. È probabile che egli contasse sull'appoggio di
Kerenskíj, ma questi, che temeva di essere scalzato, invitò tutti i «democratici» a
unirsi contro il generale «reazionario», fermato da una mobilitazione che aprì
enormi spazi ai bolscevichi. La crisi disgregò quel che restava della disciplina
militare: centinaia di ufficiali furono massacrati e a settembre intere divisioni
annunciarono che avrebbero abbandonato il fronte in assenza di una pace firmata
entro il 1° novembre, dichiarandosi bolsceviche. Nei due mesi successivi i
disertori raggiunsero quasi il milione, eppure quando a metà ottobre il ministro
della Guerra chiese il ritiro dal conflitto il governo gli ordinò di dimettersi. Nelle
periferie, mentre i soldati armeni disertavano per recarsi in Transcaucasia a far
fronte alla minaccia turca, i fucilieri lettoni, disposti a combattere contro i
tedeschi, chiedevano l'autorizzazione a formare reggimenti anche per soddisfare
la sete di promozione dei propri ufficiali, capeggiati dal colonnello Vacetis che,
messe le sue unità al servizio dei bolscevichi, sarebbe diventato il capo di stato
maggiore dell'Armata rossa. In Ucraina, invece, la presenza di unità composte da
soldaticontadini in città dove gli ucraini erano in minoranza aveva rafforzato la
Rada che a Kiev, dopo la sconfitta di Kornilov, si contendeva il potere con il
Soviet, ora presieduto da Pjatakov. Anche in Asia centrale la rivoluzione faceva
progressi, ma di tipo peculiare. I suoi leader avversavano infatti il governo
provvisorio per il sostegno offerto ai diritti dei locali. A inizio settembre, prima
che a Pietrogrado, il Soviet di Taskent prese perciò il potere per difendere la
minoranza coloniale dalla minaccia costituita dalla fame e dai musulmani.
Altrove i disertori furono tra gli istigatori delle jacqueries che segnarono la tarda
estate del 1917: le tenute assaltate e incendiate furono migliaia, e a settembre si
verificarono anche pogrom che in Bielorussia fecero centinaia di vittime. I
contadini erano in fermento anche all'interno del paese. Ad agosto il congresso
contadino, dominato dai socialisti-rivoluzionari, aveva approvato un programma
basato su pace, distribuzione egualitaria della terra e divieto di compravendita di
terra e lavoro che si sperava il governo avrebbe attuato. I villaggi erano però
pronti a fare da soli, accettando il sostegno di chiunque fosse disposto ad aiutarli.
Questo sostegno arrivò da dove non lo si attendeva. Trockij difese i contadini
con una frase di Marx su Pietro il Grande che legittimava l'uso della «barbarie
rivoluzionaria, per spazzare via quella «medievale». Ma l'innovazione più
importante venne ancora una volta da Lenin, che fece suo il programma del
congresso. I menscevichi, e molti bolscevichi, lo accusarono di tradire il
marxismo, senza capire che il problema di Lenin era fare la rivoluzione: dopo
aver sostenuto i contadini contro i signori, egli scrisse, i bolscevichi avrebbero
«sostenuto il proletariato contro i contadini». Lenin voleva la rivoluzione perché
sentiva di poterla fare. Il ruolo giocato dai bolscevichi nella sconfitta di Kornilov
aveva fatto passare nelle loro file decine di migliaia di militanti, garantendo la
conquista di sindacati e soviet urbani. E se questo aveva trasformato il partito,
l'iniziativa restava pur sempre nelle mani del suo gruppo dirigente. Esso aveva
ormai i suoi leader in Lenin e Trockij, uniti dalla decisione di sfruttare la
possibilità di prendere il potere contro il parere di Kamenev e Zinov'ev,
spaventati a tal punto dall'idea di sovvertire il dogma marxista da prevenire i
menscevichi sulle intenzioni del partito. All'inizio di ottobre Trockij, presidente
del Soviet di Pietrogrado, controllava venti-trentamila uomini armati. Al
momento dell'insurrezione, la sera del 24, se ne mobilitarono poche migliaia,
guidate da Antonov-Ovseenko. I combattimenti, cui parteciparono poche
centinaia di uomini, fecero qualche morto tra i difensori e nessuno tra gli
attaccanti, ma molte delle donne del battaglione femminile che difendeva il
Palazzo d'inverno furono violentate e nelle ore successive la città fu inondata
dall'alcol. L'Ottobre fu quindi un colpo di mano, ma ciò non toglie nulla alla sua
importanza e non deve oscurare l'appoggio di cui godette in una parte importante
del paese. Fu inoltre chiaro a tutti che esso apriva le porte alla guerra civile
auspicata dai bolscevichi. Mentre gli avversari erano ancora sotto shock, Lenin
si mosse con risolutezza emanando decreti che riunivano il meglio delle
tradizioni socialiste, democratiche e persino liberali. Quello sulla pace arrivò
solo due ore dopo la vittoria, seguito il giorno dopo da quello sulla terra.
Entrambi furono approvati dal Congresso nazionale dei Soviet, assicurando in
qualche modo la legittimità del nuovo potere. Un altro decreto proclamò poi
l'uguaglianza e la sovranità dei popoli dell'ex impero, riconoscendone il diritto
all'autodeterminazione e alla secessione. Esso fu seguito da provvedimenti che
abolivano la pena di morte e introducevano il controllo operaio, nonché misure
in materia di previdenza sociale, istruzione ecc. L'impatto fu enorme, sia nel
paese, dove queste misure rafforzarono l'appoggio a Lenin di buona parte delle
campagne, dell'esercito e delle minoranze nazionali, sia fuori di esso. Iniziava
così la straordinaria avventura del comunismo, nuova parareligione le cui sorti,
pur rimanendo strettamente intrecciate con quelle del paese in cui nacque, erano
destinate a seguire percorsi in parte indipendenti da esso. Ma la rivoluzione
russa, di cui l'Ottobre divenne il simbolo, non era una sola rivoluzione, non era
solo russa ed era attraversata da fortissime contraddizioni. Prima dell'Ottobre vi
erano state la rivolta centroasiatica del 1916, la rivoluzione spontanea di
Febbraio nelle città, quella contadina dell'estateautunno e il potere russo di
Tagkent. Dopo di esso vi furono la resistenza di Mosca e la paradossale
situazione di Kiev dove i bolscevichi, dopo aver sconfitto le forze locali del
governo provvisorio, si erano visti soffiare il potere di mano dalla Rada. La
rivoluzione era una cosa diversa anche per e tra gli ebrei. I sionisti, commossi in
quegli stessi giorni dalla Dichiarazione Balfour, guardavano ormai al di là dei
confini russi. Ma a molti ebrei secolarizzati, come alle altre nazionalità di
diaspora, la disintegrazione dell'impero parve una iattura, perché avrebbe diviso
la comunità, affidandone le sorti a governi etnonazionali presumibilmente meno
tolleranti di quello imperiale. Vi era soprattutto la contraddizione fra il 1917
cantato da Pascal, rivolta contro tutte le nequizie, e l'esplosione parossistica di
queste ultime, denunciata nel 1917 anche da Gor'kij. In molti centri, specie
minori, il potere cadde in effetti nelle mani di quelli che Ivan Bunin chiamava
«giovani uomini con il fucile», che potevano essere tanto commissari rossi
quanto membri di bande criminali, o diverse commistioni tra le due cose. Nei
villaggi, però, il potere passò nelle mani dell'élite contadina, che controllava i
soviet. I villaggi smisero di pagare le tasse, di dare reclute all'esercito e di
consegnare le quote previste dagli ammassi. Soprattutto, i contadini distrussero
quanto era rimasto dei latifondi e spazzarono via le proprietà borghesi, nonché i
kulak e le aziende create dalle riforme di Stolypin, redistribuendo terra e
inventario. Ebbe così luogo quell'omogeneizzazione della struttura sociale delle
campagne che portò al prevalere del serednjak, il contadino medio. I
bolscevichi furono sorpresi da una vittoria così facile, che li aveva portati a
occupare un posto che teoricamente non gli spettava. La loro posizione era però
tutt'altro che debole. Il governo godeva del sostegno del fronte occidentale e di
molte guarnigioni, gli operai delle città si nutrivano ancora dell'illusione che la
ricetta bolscevica potesse funzionare e le nazionalità guardavano a esso con
simpatia. Soprattutto, con Lenin e il bolscevismo stavano i villaggi. A opporsi fu
perciò dapprima la sola intelligencija, compresa quella di sinistra. La repressione
fu dura e lo scontro rafforzò i pregiudizi anti-intellettuali nel Partito bolscevico,
soprattutto tra i praktiki e i nuovi militanti di bassa estrazione sociale. L'Ottobre
cominciò così a definirsi come una rivoluzione contro gli intellettuali, della
quale Stalin sarebbe poi diventato il simbolo, e questo malgrado Lenin e Trockij,
senza i quali essa non sarebbe stata. Nazionalità e contadini appoggiavano
tuttavia il governo solo perché questo aveva fatto proprio il loro programma. Era
questo il nocciolo dell'«equivoco» dell'Ottobre, quando il partito più
decisamente statalista prese il potere cavalcando un movimento con forti
contenuti localistici e nazionali. Questo equivoco si incarnò nei due bolscevismi
di fine 1917 e inizio 1918. Da un lato vi era quello dei contadini e dei soldati, ma
anche degli operai. Dall'altro quello, «vero», della piccola élite politica che si
fregiava di questo nome. La confusione tra essi non poteva durare, ma a fine
1917 l'equivoco teneva ancora, anche perché Pietrogrado era troppo occupata a
costruire i rudimenti del nuovo stato per opporsi a quel che succedeva in loco.
Ciò diede ai bolscevichi l'impressione che la guerra civile fosse già vinta,
un'impressione nutrita anche dalla calma apparente di quei mesi, in cui al fronte
gli imperi centrali, impegnati a occidente, non si muovevano, nelle campagne i
contadini pensavano a dividersi la terra, le forze «reazionarie» cercavano di
riprendersi e nelle città pochi credevano alla tenuta del nuovo regime e quindi
alla necessità di combatterlo. L'attenzione di tutti era inoltre rivolta alle elezioni
per la Costituente, che i bolscevichi non poterono esimersi dall'indire. Ma
quando a novembre circa 41 milioni di cittadini si recarono alle urne la natura
dell'equivoco si fece ancora più chiara. I bolscevichi presero circa il 24% dei voti
e 175 seggi su poco più di 700, guadagnati soprattutto tra operai e soldati, ma
anche nel Baltico. Erano tanti se confrontati con i 16 menscevichi e i 17 cadetti,
ma non a fronte degli oltre 400 seggi conquistati dai socialisti-rivoluzionari, di
cui solo una quarantina andò alla loro sinistra filobolscevica. Il paese e le
campagne confermavano così una scelta socialista diversa da quella bolscevica,
rafforzando i dubbi già presenti nel partito. I più imbarazzati erano gli
intellettuali della sinistra bolscevica, più coscienti della fragilità, dal punto di
vista della dottrina, della situazione in cui si trovavano. Essi cercarono perciò
nella forza il rimedio alla loro debolezza: di lì a poco Dzerzinskij, il polacco che
fu il primo capo della polizia politica, avrebbe atterrito il menscevico
Abramovitch chiedendogli se non ritenesse possibile «rimediare» all'arretratezza
socioeconomica della Russia «liquidando» interi strati sociali. L'imbarazzo
bolscevico era accresciuto dalla pochezza e dall'incoerenza della visione della
società futura ereditata dal marxismo. Su di essa pesava per esempio il
primitivismo della concezione marxista dello stato, semplice strumento delle
classi dominanti che si riteneva quindi possibile mettere al servizio del
proletariato, sottovalutandone l'autonomia nel momento in cui si cominciava a
cavalcarlo. Ma il punto più debole era quello economico. La teoria del valore-
lavoro, e con essa la possibilità di fondare gli scambi sul lavoro, era già stata
convincentemente criticata alla fine dell'Ottocento. Dai dibattiti di inizio secolo
era inoltre emerso il problema della difficoltà per uno stato socialista di
determinare, in assenza di prezzi, il valore dei beni. Ciò nonostante, nelle parole
di Molotov, i bolscevichi «prevedevano seriamente di farla finita con la moneta
molto presto», fondandosi sul secondo libro del Capitale dove Marx aveva
sostenuto che nel socialismo i produttori avrebbero ricevuto beni in cambio di
«buoni cartacei» indicanti quantità di tempo di lavoro. Certo, Kautsky era poi
arrivato a riconoscere alla moneta la qualità di strumento necessario anche allo
stato socialista e aveva previsto che senza denaro questo stato avrebbe preso le
forme di una caserma. Ma proprio per questo egli era stato accusato di
liberalismo da Lenin, convinto della necessità di arrivare a una distribuzione
fondata su equivalenti in lavoro. I buoni di Marx somigliavano ai tagliandi del
razionamento imposto dalla guerra e si arrivò così al paradosso di scambiare
l'arretramento in corso, provocato dal conflitto, per un avvicinamento
all'economia del futuro: come dichiarò Lenin, la necessità economica aveva
«condotto la Russia a uno scambio in natura e in questo si trova il germe
dell'economia socialista». Tale economia senza mercato e moneta aveva bisogno
di un'autorità amministrativa centrale il cui nucleo, sulla scorta di Saint-Simon,
era visto nelle banche, giudicate la prefigurazione dell'organo di contabilità della
società socialista. Questa andava organizzata sul modello di un'unica grande
azienda, dove tanto l'economia quanto la politica si sarebbero alla fine ridotte a
semplice amministrazione, come Engels aveva predetto. Nonostante la pochezza
della sua immagine del futuro, il gruppo dirigente bolscevico provò però subito,
tra la sorpresa generale, di essere dotato di aggressività e talento. Per intenderne
la portata, è sufficiente ricordare l'«apertura» di cui esso diede prova nella
costruzione e nella difesa del nuovo stato, per il quale, al contrario dei suoi
nemici, fu pronto a utilizzare tutti i materiali disponibili e a cogliere la maggior
parte delle possibilità offerte dagli eventi. Nell'immediato questo talento si
espresse in grande attivismo, spietatezza - già nelle prime settimane alcuni
ministri del governo provvisorio furono trucidati, i giornali vietati ecc. - e
originalità nell'impostare la costruzione di un sistema che aveva al suo centro il
Consiglio dei commissari del popolo (Snk), presieduto da Lenin, ma era
innervato da un partito che cominciò presto a «raddoppiare» lo stato. Nel 1917 la
commissione straordinaria per eccellenza fu, anche nel nome, la Vck, la polizia
politica fondata a dicembre. In campo economico prevalse dapprima una
prudenza legata alle incertezze riguardo la natura dell'Ottobre e all'attesa
dell'auspicata rivoluzione europea. Seguendo i precetti di Hilferding, le banche
furono così nazionalizzate e unificate, ma la mossa fu presentata come il
perfezionamento del modello di capitalismo di stato rappresentato dall'economia
di guerra tedesca. Benché sottoposte al controllo operaio dal basso e a quello
statale dall'alto, le industrie avrebbero dovuto continuare a funzionare sfruttando
l'organizzazione e il personale capitalistici. Il progetto fallì, e non solo per lo
scoppio della guerra civile. Trionfava ovunque lo slogan del «potere locale», che
rendeva impossibile qualunque gestione centralizzata, e gli operai, spaventati da
una crisi che l'Ottobre aveva aggravato, spingevano il governo a nazionalizzare
le industrie per salvaguardare lavoro e salari. A premere in questo senso era
anche la sinistra bolscevica, che aveva allora tra i suoi esponenti Larin, il cantore
dell'economia di guerra tedesca, al quale fu affidato a fine 1917 il neonato
Consiglio superiore dell'economia nazionale (Vsnch). La situazione fu aggravata
da altre due decisioni. La prima, obbligata, fu quella del ricorso all'inflazione per
finanziare la rivoluzione. La seconda era invece evitabile, e fu sconsigliata dagli
amici stranieri del gruppo dirigente bolscevico il quale, senza pensare alle
conseguenze che ciò avrebbe avuto sul credito del nuovo stato, a febbraio
disconobbe il debito estero zarista. Alla fine del 1917 la situazione dell'ex
impero era insomma mutata radicalmente. A un sistema arretrato ma in
evoluzione, si era sostituito l'abbozzo di un sistema semplificato e impoverito da
cui si andavano staccando territori importanti, le cui città perdevano abitanti, le
cui industrie chiudevano, i cui signori e la cui autocrazia erano già stati spazzati
via, la cui borghesia era annichilita e le cui campagne erano sommerse da
un'onda rivoluzionaria che presentava forti tratti arcaici. Al suo centro vi era
però la larva di un nuovo nucleo statale, con un'élite piccola, ma giovane e molto
aggressiva. Questa aggressività si diresse a dicembre contro la Repubblica
socialista ucraina. Lenin e Stalin, il commissario alle Nazionalità, ne decisero
l'invasione, facendo in modo di ricevere una richiesta di aiuto da parte di un
governo fantoccio, un meccanismo, applicato allora per la prima volta, che
permetteva di salvaguardare il rispetto formale dell'autodeterminazione.
L'invasione, che conobbe un veloce successo, fu la prima scelta di tipo imperiale
di un governo che, sia pure ancora inconsciamente, prendeva su di sé l'eredità
zarista. Essa fu ripetuta il mese successivo in Asia centrale. Qui un governo che
pure aveva varato un appello A tutti i lavoratori musulmani della Russia e
dell'Oriente autorizzò i bolscevichi di Taskent, appoggiati dai coloni russi e da
distaccamenti armeni desiderosi di vendetta, a scagliarsi contro il governo di
Kokand, sostenuto da una coalizione di socialisti russi e riformisti musulmani,
seminando il terrore tra i kazachi. Malgrado dei combattimenti fossero già in
corso nel Don, il conflitto tra Russia e Ucraina segnò l'inizio formale della
guerra civile. Essa fu quindi una scelta bolscevica e si presentò subito come
conflitto tra progetti di costruzione statale in competizione sui territori dell'ex
impero, e non solo come lotta tra le forze - i «rossi» e i «bianchi» - che tale
impero, sia pure in modo diverso, si proponevano di ricostituire. La rapidità
della vittoria bolscevica confermò l'illusione che la guerra civile fosse già finita,
alimentata a gennaio anche dalla facilità con cui Lenin riuscì a sciogliere la
Costituente. Molti dirigenti socialisti fuggirono allora verso est e verso sud, dove
imperversava un terrore rosso spontaneo alimentato dalla passione per la
distruzione di ricchi e potenti. A inizio febbraio riprese però l'avanzata tedesca e
il tentativo di rispondere con la mobilitazione volontaria, ispirato al precedente
della Francia rivoluzionaria, si risolse in un cocente fallimento. Operai e
contadini non avevano alcuna intenzione di combattere e ad arruolarsi furono
spesso elementi criminali o sbandati. L'offensiva tedesca fu accompagnata da
quella turca nel Caucaso, accolta dagli azeri in festa. Mentre i socialisti georgiani
si mettevano in salvo rifugiandosi sotto la protezione degli imperi centrali, gli
armeni resistevano disperatamente e aiutavano i bolscevichi a reprimere gli
azeri. A marzo la conquista del potere a Baku da parte di un'alleanza tra armeni e
comunisti coincise con violenze antiazere che fecero migliaia di vittime. Lenin
decise allora di trasferirsi a Mosca, più sicura e vicina alle regioni in grado di
assicurare rifornimenti vitali. Il centro del nuovo stato riprendeva così contatto
con la tradizione russa, facendo un altro passo verso la sua trasformazione in
senso nazional-imperiale, ancorché di tipo nuovo. L'evoluzione dell'ideologia
bolscevica fu segnata dalla comparsa di un opuscolo, La patria socialista è in
pericolo, pieno di retorica patriottica. La firma era di Lenin, ma il testo era
opera anche di Trockij, che si confermava così il creatore di buona parte della
propaganda poi impiegata nei decenni successivi. L'avanzata tedesca mise i
bolscevichi di fronte a una scelta fondamentale: arrendersi salvando lo stato,
oppure continuare la guerra rivoluzionaria, certi della sconfitta ma fidando nella
prospettiva delle rivoluzione europea? Lenin sostenne la prima opzione, ma la
maggioranza dei dirigenti si schierò a favore della seconda e solo l'astensione di
Trockij e dei suoi seguaci, pure contrari alla pace, permise a Lenin di vincere. Il
trattato, firmato a Brest-Litovsk, impose a Mosca pesanti riparazioni, nonché il
riconoscimento dell'indipendenza ucraina e la cessione di centinaia di migliaia di
chilometri quadrati, con decine di milioni di abitanti. Negli anni successivi Lenin
riuscì a riprenderne buona parte, ma l'umiliazione fu grande e fece della Russia
socialista, che ebbe in anticipo la sua Versailles, una potenza «revisionista»,
lasciando ai suoi dirigenti il compito di recuperare quanto perduto. La firma
della pace comportò la rottura con la sinistra bolscevica e socialista-
rivoluzionaria, i cui dirigenti si dimisero per andare a combattere i tedeschi in
Ucraina, che la guardia rossa del Donbass stava invece abbandonando. I suoi
reparti, comandati da Vorosilov, finirono a Caricyn (Stalingrado) dove
incontrarono Stalin, al quale, trasformati in 10- armata, avrebbero fornito un
gran numero di «fedeli scherani». Negli Urali e sul Volga si andavano intanto
concentrando rappresentanti dei partiti socialisti e gruppi di ufficiali con i quali i
primi ebbero presto relazioni assai tese. La Siberia era invece ancora nelle mani
dei socialisti-rivoluzionari. Lenin controllava quindi un territorio limitato, ma
che coincideva con quello della Russia storica ed era più compatto, e quindi
meglio gestibile, di quelli dei suoi nemici. Nei primi mesi del 1918 il controllo
bolscevico su questo moncone del vecchio impero era però aleatorio e si basava
sulla tenuta dell'equivoco di cui abbiamo parlato, messa in crisi dalla scelta
statalista affermatasi con la firma del trattato di BrestLitovsk. La rottura arrivò
all'inizio dell'estate 1918, quando i villaggi reagirono a provvedimenti che
contraddicevano le promesse dell'Ottobre. Cominciava così il primo atto
di quella guerra contadina contro lo stato nato dalla rivoluzione che costituì fino
all'autunno del 1919 un aspetto fondamentale, e dopo di esso il cuore, della
guerra civile. A maggio, quando il sollevamento a est del Volga della Legione
cecoslovacca aprì una nuova fase della guerra civile, il governo introdusse la
leva per i contadini poveri. I coscritti, il cui numero passò dai 360 mila di giugno
agli 800 mila di novembre, furono ridotti all'obbedienza grazie a una disciplina
che, come ricordò Vacetis, si basava «su pene crudeli, soprattutto quella
capitale». Per inquadrarli Trockij lanciò il reclutamento di decine di migliaia di
ex ufficiali e centinaia di migliaia di sottufficiali dell'esercito zarista. Con
minacce e lusinghe egli riuscì inoltre a convincere alcuni ufficiali di carriera a
dirigere questi ufficiali di complemento, che furono ben più numerosi tra i rossi
che non tra i bianchi. Invece della pace i villaggi ricevettero così una nuova
guerra, e invece del pane, che legavano al libero scambio, videro arrivare
l'irrigidimento del monopolio statale sui cereali, seguito da requisizioni lanciate
per far fronte alla necessità delle città e dell'esercito. Fecero allora la comparsa
torture per estrarre il grano destinate a divenire pratiche abituali nei quattro anni
successivi e a ricomparire identiche nel 1928-1933, e carestie locali di cui il
nuovo governo non era direttamente responsabile ma che segnalavano i pericoli
insiti in quella rottura del mercato provocata dalle condizioni del paese e che i
bolscevichi acceleravano con le loro politiche. La lotta per l'estrazione delle
risorse diventò così lotta per il potere, trasformandosi nella re-imposizione di
uno stato di un certo tipo a villaggi che se ne erano appena liberati. Essa fu
segnata dalla creazione delle strutture necessarie a questo scopo, che provocò un
rapido mutamento nella base sociale del regime. I soviet eletti furono sciolti e
sostituiti da commissioni straordinarie e comitati dei contadini poveri
(kombedy), che si resero presto odiosi non solo perché esattori del tributo in
denaro, natura e corvée richiesto dalla costruzione statale, ma anche per i loro
metodi spietati. Tra i loro membri vi era gente di ogni estrazione sociale,
reclutata per la sua energia e la sua mancanza di scrupoli: rivoluzionari, ma
anche ex soldati, marinai e non pochi criminali comuni, attratti dalla possibilità
di disporre di potere, cibo, donne e alcol, formalmente vietato ma in cui tutto il
paese affogava. A luglio, quando a Mosca insorsero i socialisti-rivoluzionari di
sinistra, i quali speravano di far riprendere la guerra contro la Germania, ebbe
inizio la grande crisi estiva del 1918, che vide i bolscevichi impegnati contro
cecoslovacchi e socialistirivoluzionari a est, centinaia di insurrezioni nei
territori della Russia centrale e l'opposizione di operai e intellettuali nelle città.
Furono mesi cruciali per la sopravvivenza del nuovo regime che li affrontò con
l'energia del gruppo dirigente, lo strumento del partito e un ulteriore indurimento
delle sue politiche. Mentre Sverdlov ordinava l'esecuzione di Nicola II e della
sua famiglia, Lenin ingiungeva ai suoi armati nelle campagne di reprimere
«senza pietà», impiccando in modo visibile «centinaia di kulak». La prima
grande battaglia della guerra tra stato e contadini fu così vinta: grazie a essa il
governo conquistò il controllo di una solida base territoriale, assicurando la
sopravvivenza di un regime che, contando sulle risorse strappate alle campagne,
poté fermare i suoi nemici esterni e arginare le agitazioni operaie. Una battaglia,
meno dura, fu infatti combattuta anche nelle città, dove il regime promosse a
posizioni di responsabilità moltissimi operai (una scelta poi ripetuta da Stalin),
ma dove le condizioni di vita dei lavoratori continuavano a peggiorare. In
primavera le elezioni dei soviet urbani e dei sindacati confermarono la rottura tra
lo stato e la classe di cui era in teoria espressione. A maggio, mentre la
produttività crollava e molti scappavano dalle fabbriche, Aleksej Gastev, il
«poeta operaio» bolscevico, ammise che il governo si scontrava «con un
sabotaggio enorme, attuato da milioni di persone. [...] un sabotaggio nazionale,
popolare, proletario». Era questa, però, una verità che metteva a rischio la
legittimità del regime, e fu perciò ricoperta da un mito operaista di cui persino
alcuni storici sono caduti vittima. A fine agosto, il ferimento di Lenin e
l'uccisione del capo della polizia politica di Pietrogrado in due attentati
portarono alla formalizzazione del terrore rosso spontaneo dei mesi precedenti.
Gli appartenenti a partiti e ceti considerati ostili e le loro famiglie vissero mesi di
paura, mentre abusi e crudeltà raggiungevano livelli tali da spingere Bucharin e
Petrovskij a mettere sotto accusa «l'arbitrio di una organizzazione [la V&] [...]
piena di criminali, sadici ed elementi sottoproletari corrotti». Instaurando quel
legame tra repressione politica ed espansione dei campi che doveva restare
costante fino al 1953, fu allora accelerata anche l'istituzione di campi di lavoro
per isolare i nemici di classe, già previsti da una Costituzione che prevedeva
l'obbligo del lavoro punitivo nei confronti della vecchia élite e redentore nei
confronti dei criminali comuni. Il deterioramento della situazione spingeva
intanto lo stato ad assumere il controllo di tutte le risorse disponibili e a
distribuirle privilegiando l'industria bellica e gli strati sociali in teoria favorevoli
al regime. Era il primo esempio di applicazione all'economia di quelli che
dovevano essere poi chiamati i «metodi udarnichi», che prevedevano la
concentrazione delle risorse sui fronti economici ritenuti principali dallo stato.
Essi si sarebbero poi sviluppati durante il comunismo di guerra, e ancora dal
1928 al 1933 e durante il secondo conflitto mondiale, permettendo al regime di
superare crisi difficilissime mobilitando tutte le risorse esistenti. Si trattava, di
fatto, di una estremizzazione dell'economia di guerra ma, ancora una volta, la
sinistra bolscevica la prese per un avvicinamento alla meta comunista. Lo stesso
Lenin si convinse allora che la costruzione del socialismo era cosa «di mesi» e
questa febbre contagiò la massa dei quadri bolscevichi, che si aggrapparono
all'ideologia tanto più fortemente quanto più profonda era la crisi che erano
chiamati a fronteggiare. Questo clima favorì le venature utopiche presenti nel
bolscevismo. Il culto delle macchine e dell'organizzazione scientifica del lavoro
si accompagnò a quello tributato all'ingegneria sociale, mentre altri si perdevano
nella costruzione di progetti egualitari e libertari, o promuovevano la visione di
un'umanità redenta dall'istruzione e dall'arte. Con i bolscevichi si schierò allora
una parte consistente delle avanguardie artistiche, dai futuristi ai suprematisti.
Alla fine del 1918 il secondo congresso dei consigli dell'economia nazionale si
pronunciò per l'eliminazione di qualsiasi influenza del denaro nella vita
economica e decise di affidare il controllo dell'emissione alla direzione
dell'industria. Fu così confermato il primato dell'economia reale e delle sue
necessità sulla finanza, facendo un nuovo passo nella costruzione di quello che
un bolscevico di sinistra avrebbe poi esaltato come «primo grandioso
esperimento di economia proletaria naturale». Per abolire il mercato si decise
anche la nazionalizzazione del commercio privato. La misura, pensata su basi
classiste, ebbe nondimeno un impatto «nazionale» in un paese dove i
commercianti erano spesso greci, armeni e soprattutto ebrei. La propaganda
bolscevica contro gli «speculatori» alimentò così l'antisemitismo, mentre la
guerra al mercato non portò alla sua eliminazione, ma piuttosto alla sua
degradazione, attraverso l'esplosione del mercato nero. A un anno dalla sua
nascita il nuovo stato era quindi già molto diverso da quello immaginato in Stato
e rivoluzione. Esso si era costruito una base sociale burocratica, militare-
repressiva e distributiva in contraddizione con le sue aspirazioni, ponendo le
premesse per lo sviluppo della grande menzogna in cui si avviluppò negli anni
successivi. Lo storico Frenkin ha osservato chela politica attuata nel 1918 nei
confronti delle campagne fu la prima operazione «controrivoluzionaria» portata
a termine con successo dopo il 1917. In effetti, la velocità e la profondità della
svolta del 1918 sono impressionanti. Ma il conflitto tra il vero bolscevismo e
quello popolare non deve oscurare il fatto che il nuovo stato continuò a estrarre il
suo personale da quella rivoluzione contro cui ora combatteva. L'élite bolscevica
riuscì allora a mobilitare piccole nazionalità come i lettoni (nel 1918 era lettone
oltre la metà dei dirigenti della polizia politica, tra i quali gli ebrei non
arrivavano al 10%) e a utilizzare ex prigionieri di guerra degli imperi centrali e
persino distaccamenti armeni mentre collaborava con alcuni degli organizzatori
del genocidio del 1915. Soprattutto, i bolscevichi seppero sfruttare risorse,
risentimenti e capacità popolari, promuovendo centinaia di migliaia di elementi
di umile origine: la loro rivoluzione rimase perciò, come ha notato Marc Ferro,
una rivoluzione plebea anche nella sua versione statalista. Date le condizioni in
cui si svolse, questo processo di scrematura delle élite popolari fu regolato da
meccanismi che favorivano gli elementi più aggressivi e risoluti tra i quali vi
erano uomini di grandi capacità, come Chrugéév o il futuro maresciallo Zukov, e
i sadici corrotti denunciati da Bucharín. Ciò spiega perché il processo di
reimposizione dello stato dovette essere portato avanti anche nei confronti dei
suoi stessi agenti. Di nuovo, al contrario dei bianchi, tra la fine del 1918 e l'inizio
del 1919 Lenin agì con decisione contro i suoi stessi sostenitori, sciogliendo
kombedy e organi locali della polizia politica. Non si punivano, però, gli
«eccessi» che erano piuttosto procedure applicate con la benedizione del centro,
quanto la mancata subordinazione alle politiche decise a Mosca. Nell'ex impero
facevano intanto la loro comparsa altre decine di tentativi di costruire stati che,
in competizione tra loro e con quello bolscevico, sostituissero il vecchio regime
almeno su parti del suo territorio. Tutti dovettero affrontare priorità simili:
costruirsi amministrazioni, eserciti e apparati in grado di rifornirli, affrontare la
crisi economica, rispondere in qualche modo alle esigenze dei contadini e
soprattutto resistere agli assalti dei loro rivali e attaccarli a loro volta. Le pratiche
da essi seguite furono quindi spesso affini, ma ciascuno fece fronte a tali compiti
in modo diverso. La maggior parte di questi tentativi sono stati poi raggruppati
nella categoria dei bianchi, che non regge però all'analisi. La comune
opposizione ai rossi celava infatti grandi differenze e molti di questi protostati
erano altrettanto, se non più rossi, di quello che combattevano. Ve ne furono
inoltre di neri (anarchici), verdi (contadini), dei colori delle tante nazionalità
dell'impero e naturalmente anche di bianchi. Quasi nessuno di questi governi fu
però capace di assicurarsi il controllo stabile di una regione chiave su cui
fondarsi. Socialisti-rivoluzionari di «destra», menscevichi e liberali pagarono
inoltre il loro umanesimo con l'incapacità di costruire eserciti e organi repressivi
efficaci anche perché spietati, cadendo vittima delle repressioni di gruppi più
piccoli e feroci, come gli ufficiali guidati dall'ammiraglio Kolcak che li
scalzarono dal potere in Siberia. Il nucleo bianco più importante fu quello che si
formò sul Don attorno all'«esercito volontario» guidato da Kornilov, sostituito
alla sua morte da Denikin. Deludendo le aspettative dei suoi organizzatori, solo
poche migliaia di ufficiali aderirono all'iniziativa, ed essi furono in un primo
momento costretti alla ritirata. Le violenze anticosacche che caratterizzarono la
prima penetrazione bolscevica nella regione gli diedero però una base di massa.
Si creò così quel Fronte sud che ebbe un peso speciale nella formazione dell'élite
sovietica e in particolare del gruppo staliniano. Kolcak e Denikin godettero
dell'appoggio occidentale. Esso, tuttavia, ebbe un peso inferiore a quanto
denunciato da Mosca, ed è probabile che i bianchi venissero danneggiati dalla
loro associazione con le potenze già alleate dello zarismo e ritenute responsabili
della guerra. Il danno più grande, però, i bianchi se lo procurarono da soli. Per
costruire un nuovo stato occorrevano soprattutto un programma politico e la
capacità di applicarlo in modo flessibile, e gli ufficiali, che la politica avevano
sempre disprezzato, non li ebbero mai. Le loro amministrazioni si distinsero per
corruzione, arbitrii e scelte impopolari, nonché per l'incapacità di tenere a freno i
loro rappresentanti. Gli operai furono considerati nemici anche quando la loro
ostilità al bolscevismo era arrivata al punto da spingerli a prendere le armi. E i
contadini, che pure avevano buonissime ragioni per combattere i comunisti, nella
maggioranza dei casi preferirono sparare prima ai bianchi che, oltre al grano,
minacciavano di togliere loro anche la terra. In nome della «Russia una e
indivisibile» i bianchi furono inoltre portatori di un nazionalismo nutrito di
teorie del complotto e di antisemitismo che procurò loro l'ostilità generale dei
non russi. Anche i contadini provarono a costruire degli stati che li
rappresentassero. Lo fecero sostenendo i progetti dei socialisti rivoluzionari o di
altre forze politiche che parlavano la loro lingua, ma anche in proprio, come nel
caso di Antonov a Tambov e in quello, paradossale, dell'anarchica Machnovja (il
protostato fondato da Nestor Machno). Questi fenomeni confermano che i
villaggi sapevano bene di aver bisogno di uno stato, smentendo almeno in parte
chi ha sottolineato la carica genericamente antistatale delle campagne. Benché
anche Machno e Antonov avessero i loro reparti e tribunali speciali, e anche loro
fossero costretti a requisire prodotti agricoli, lo stato vagheggiato dai contadini
era però agli antipodi tanto di quello bianco quanto di quello bolscevico. Esso si
basava su un programma che, malgrado le notevoli variazioni regionali e
nazionali, era caratterizzato da una forte coesione di fondo, che confermava quel
carattere unitario, di mondo a sé, delle campagne sottolineato dai loro migliori
studiosi. Questo programma assunse le sue forme più mature nel 1919-1920, ma
si ritrova già nei dibattiti del 1917 e nelle rivolte del 1918. Esso si articolava in
un insieme di richieste comuni che dimostrano come i villaggi difendessero non
la «vita tradizionale» ma piuttosto il diritto a perseguire una loro autonoma
evoluzione. I contadini volevano uno stato che si prendesse cura dei loro bisogni.
In mancanza di esso, era accettabile persino uno stato che, pur perseguendo i
suoi fini, garantisse almeno la sopravvivenza. Quello voluto dalle campagne
doveva essere inoltre uno stato pacifico, come l'Ottobre aveva promesso, e
capace di ristabilire l'ordine necessario ai lavori agricoli. Ma pace e ordine non
servivano a nulla senza terra. Lo stato doveva quindi garantire la conquista
contadina di essa, e dunque sanzionare la redistribuzione («socializzazione»)
delle terre. L'ostilità alla proprietà dei signori si accompagnava infatti a quella
per la nazionalizzazione della terra, spesso identificata con la reintroduzione
della servitù, e a sentimenti di solidarietà nei confronti dei contadini «forti», che
si chiedeva di lasciare in pace. I contadini volevano poi uno stato che garantisse
l'esistenza del mercato loro necessario ponendo fine alle requisizioni e al
monopolio statale dei prodotti alimentari. Questo sia per l'insensatezza di poter
disporre della terra ma non dei suoi prodotti, sia per più sofisticate
considerazioni economiche, che li portavano a ritenere che «la causa di tutti i
mali [fosse] l'abolizione del libero commercio». Come testimoniato dai
programmi delle loro rivolte, lo stato voluto dai contadini era inoltre fondato su
libere elezioni e ampie autonomie locali. Queste ultime erano state identificate
nel 1917-1918 con il potere sovietico. Ciò spiega perché, prima di rinunciare a
questa etichetta, nelle campagne fossero popolari slogan come quel «Soviet
senza comunisti» reso poi famoso dai ribelli di Kronstadt. Questo slogan fu
completato nell'ex zona di residenza coatta degli ebrei (Baltico, Bielorussia e
Ucraina) con le parole «senza ebrei e senza moscoviti». In Russia a come e p
nelle zone non russe lo stato contadino prendeva infine i colori e la lingua delle
comunità su cui si basava e chiedeva il rispetto degli usi e costumi locali e
nazionali. Lo stesso accadeva per la religione: come i bolscevichi avrebbero
scoperto, i villaggi, relativamente indifferenti di fronte alla repressione delle
gerarchie religiose legate ai vecchi ceti dominanti, erano pronti a difendere la
loro fede una volta che la rivoluzione l'avesse ruralizzata, riducendo la chiesa a
quella del villaggio. I contadini appoggiarono perciò, anche se in modi e forme
che spesso delusero le élite nazionaliste, i tentativi di costruire stati nazionali che
ebbero luogo nell'ex impero. In un primo momento essi ebbero successo: nei
primi mesi dopo l'Ottobre Polonia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania,
Ucraina, Bielorussia e Federazione transcaucasica dichiararono la loro
indipendenza, ponendo Mosca di fronte al problema di come recuperare almeno
una parte di questi territori e dando ancora più importanza al ruolo di Stalin
quale commissario alle Nazionalità. La prima a essere riconquistata fu, come
sappiamo, l'Ucraina. Essa riacquistò però la sua indipendenza a marzo grazie al
sostegno degli imperi centrali, costato poi caro allo sforzo nazionale ucraino,
associato agli occhi dell'Intesa al nemico sconfitto. Già ad aprile, inoltre, i
tedeschi si liberarono dei socialisti della Rada con un colpo di stato che portò al
potere un generale zarista ucrainofilo, Skoropads'kyj, il quale, anche a causa
delle forti pressioni di Berlino e Vienna, seguì una politica anticontadína tesa a
ricavare la massima quantità possibile di generi alimentari. Il risentimento delle
campagne ucraine fu acuito dal contemporaneo rafforzamento di quello che
Trockij chiamò il «carattere coloniale» delle città ucraine, causato dall'arrivo di
profughi russi dal Nord. Nella tarda primavera del 1918, mentre le campagne
russe facevano i conti con i bolscevichi, si sviluppò così in Ucraina quello che
fu, con la possibile eccezione della rivoluzione messicana, il primo esempio di
un movimento di liberazione nazionale a base contadina e contenuto sociale in
un secolo destinato a vederne tanti. Paradossalmente, una serie di contingenze
fece dei bolscevichi «ucraini», in maggioranza russi ed ebrei e per ragioni
nazionali e ideologiche molto ostili ai contadini ucraini, i possibili leader di
questo movimento, rafforzando in Ucraina quell'apparente coincidenza negli
interessi e negli obiettivi dei due bolscevismi del 1917 che in Russia stava
andando in frantumi. Gli ebrei si stavano intanto dividendo. Alle elezioni per la
Costituente il peso della maggioranza religiosa si era espresso in una percentuale
di voti alle liste socialiste inferiore a quella di russi, ucraini ecc. Tra una parte
dei giovani e dei ceti modernizzati stava però cominciando a prevalere un
orientamento favorevole al nuovo tentativo unificatore lanciato da Mosca. Le
eccezioni non mancavano, ma l'antisemitismo bianco e la crescente ostilità agli
ebrei che si avvertiva nei movimenti contadini e in parte delle élite nazionaliste,
nonché l'apertura del regime bolscevico alle persone di talento, a prescindere
dalla loro origine nazionale, cominciavano a far sentire il loro peso. Gli armeni,
invece, si erano sentiti traditi dal nuovo centro «russo», un tradimento poi
confermato dalle sue politiche pro-Atatürk. Essi vivevano in pericolo nel loro
staterello, costretto a fine 1918 a essere filo-occidentale dopo essere stato
filotedesco. Questo mentre il governo menscevico georgiano cercava di costruire
uno stato e gli azeri confidavano nei turchi per riprendere la loro capitale, Baku,
alla cui riconquista a settembre si scatenò un pogrom antiarmeno che causò
decine di migliaia di vittime. In Asia centrale, intanto, l'originaria alleanza tra
minoranza slava, armeni e bolscevichi si sgretolava a causa della politica
anticoloniale e antimperialista di Lenin, rinfocolata dalla vittoria dell'Intesa.
Molti intellettuali musulmani progressisti cominciarono così ad avvicinarsi a
Mosca. A fine 1918 le notizie della sconfitta degli imperi centrali e della
rivoluzione in Germania si propagarono come una scossa tra le fila bolsceviche.
La rivoluzione mondiale sembrò a portata di mano e la scommessa leninista di
prendere il potere in Russia prima del tempo parve giustificata a posteriori. Molti
rivoluzionari che si erano fino ad allora opposti al bolscevismo cominciarono ad
appoggiare il nuovo stato, mentre tutti i partiti socialisti si spaccavano dando vita
a frazioni di sinistra. L'ondata utopica assunse anche una forte coloritura
apocalittica che portò molti ad accettare la «feroce guerra civile liberatrice e
purificatrice» in atto come componente inevitabile della nascita del nuovo
mondo. Nel marzo 1919, segnato dalla formazione del governo comunista di
Béla Kun in Ungheria e dalla nascita, alla presenza di pochissimi delegati, della
Terza internazionale (Komintern), che lanciò subito un appello anche agli
«schiavi delle colonie dell'Asia e dell'Africa», le grandi speranze bolsceviche
raggiunsero il loro apice. Le grandi speranze non furono però solo bolsceviche.
Gli armeni, per esempio, salutarono con entusiasmo il crollo dell'Impero
ottomano e in Ucraina la caduta del regime sostenuto dai tedeschi permise ai
dirigenti della Rada e a Petljura, il socialdemocratico alla testa dell'esercito
nazionale, di riprendere il potere grazie a una grande rivolta contadina che
invase le città con i suoi reparti partigiani. Presto, però, questi stessi reparti
passarono sotto le bandiere di bolscevichi che promettevano la spartizione della
terra, permettendo la formazione di un governo comunista, guidato prima da
Pjatakov e poi da Rakovskij. Come osservò Radek, i bolscevichi tenevano ormai
«il ponte attraverso cui passava la rivoluzione europea», immaginata ora come
un'insurrezione contadina che, estendendosi dall'Ucraina alla Romania e quindi
alla Bulgaria e all'Ungheria comunista, avrebbe permesso a Mosca di
raggiungere la Germania. All'inizio del 1919 i bolscevichi penetrarono per la
seconda volta anche nel Don, regione che Mosca considerava la Vandea russa.
Nei suoi confronti i bolscevichi attuarono allora quella che un loro dirigente
definì una «politica di sterminio di massa senza alcuna discriminazione», la
«decosacchizzazione», e incitarono contro i cosacchi anche i ceceni, loro nemici
storici, promettendogli la restituzione delle terre perse in passato. A metà marzo
queste politiche avevano innescato una nuova e più forte rivolta cosacca. Il
Caucaso settentrionale divenne così uno dei teatri più feroci della guerra civile e
del conflitto tra nuovo stato e campagne, e tale rimase fino alla carestia del
1933. In Russia, intanto, la nuova situazione aveva convinto i bolscevichi che ci
si poteva spingere oltre. Alla fine del 1918 alcuni dirigenti criticarono il
sostegno dato nel 1917 alla redistribuzione delle terre, sostenendo che era questa
la radice della necessità delle requisizioni e quindi dello scontro con i contadini.
Solo un grande settore collettivizzato, aggiungevano, avrebbe permesso al nuovo
stato di rendersi indipendente in materia di rifornimenti dalle piccole aziende
contadine. Lenin stava però preparando un nuovo voltafaccia. Esso si basava sui
processi sociali innescati dalla redistribuzione della terra e sui vecchi dubbi
intorno alla natura dell'Ottobre, ma fu precipitato dalla necessità per il nuovo
stato di mantenere l'appoggio delle campagne nella nuova congiuntura
rivoluzionaria europea e dall'introduzione della coscrizione di massa, che faceva
dei contadini medi la base del grande esercito messo in campo contro i bianchi e
per portare la rivoluzione a occidente. Ciò rendeva necessario rinsaldare
l'alleanza con i villaggi, rinunciando a ogni proposito di collettivizzazione. Nel
marzo 1919 la nuova linea fu sanzionata dall'VIII congresso, che da questo
punto di vista può essere considerato una tappa verso la Nuova politica
economica (Nep). Esso adottò il nome di Partito comunista e ne ribadì la
struttura non federale con clausole segrete che facevano dei partiti nazionali
semplici organizzazioni «regionali» di quello russo. Poco dopo venne
formalizzata anche la creazione di un Ufficio politico, affiancato da una
segreteria e da un ufficio organizzativo: i suoi primi membri furono Lenin,
Trockij, Stalin, Kamenev e Krestinskij, con Bucharin, Zinov'ev e Kalinin come
membri supplenti. Al congresso Stalin mosse contro Trockij, facendo attaccare
dal gruppo di Carycin le sue politiche a favore degli «specialisti militari» e della
disciplina «borghese». In nome del primato della rivoluzione e della politica,
l'attacco fu sostenuto da rappresentanti della sinistra intellettuale come Pjatakov.
Questa strana alleanza, che anticipava quella che emarginò la destra alla fine
degli anni Venti, si riconobbe nel discorso di Stalin che ammise la necessità della
disciplina militare per «costringere i contadini a lottare per il socialismo» e
quella degli «specialisti» per vincere la guerra. Ma questi specialisti andavano
sottomessi alla volontà del partito e quella disciplina non poteva essere quella
tradizionale. Stalin, cui Lenin impedì di portare l'attacco a fondo, riuscì così a
presentarsi come il garante della superiorità della politica e dell'ideologia e, al
contempo, del potere dei neopromossi dalla rivoluzione. Nel programma
approvato al congresso, che rimase in vigore fino al 1961 e fu poi definito di
«costruzione del socialismo», si parlava di sostituzione del commercio con la
distribuzione pianificata. Si sottolineava però anche l'impossibilità di abolire
subito la moneta, dato che esistevano ancora classi aliene e la produzione e la
distribuzione in base ai principi comunisti non erano ancora state ben
organizzate. Compito del partito era quindi estendere la sfera del calcolo in
lavoro, preparando così il terreno per l'abolizione del denaro. Ma le parole sulla
distribuzione «razionale» di beni sempre più scarsi mascheravano una realtà
caotica, dove regnavano arbitrii, corruzione e illegalità di ogni tipo. Da un lato,
appena poteva, la burocrazia distribuiva le risorse esistenti in modo da
massimizzare i suoi interessi. Dall'altro, la popolazione rispondeva alla
situazione arrangiandosi, vale a dire corrompendo, producendo tessere false e
dandosi al mercato nero, che esplose salvando le città dalla morte per fame. La
guerra civile impartiva così alla popolazione una grande lezione di
opportunismo, ipocrisia e individualismo esasperato. Malgrado le decisioni
dell'VIII congresso, le requisizioni, alle quali il regime non poteva rinunciare, e
l'estensione della coscrizione ai contadini medi continuarono a provocare grandi
e piccole rivolte contadine. Le bande insorte si concentravano soprattutto tra il
Volga e gli Urali, dove le ribellioni contadine antibolsceviche di inizio 1919
aprirono la strada all'avanzata di Kolcak, che si spinse in aprile verso il Volga.
Nel secondo semestre, la sconfitta dei bianchi aprì invece ai distaccamenti di
requisizione rossi la strada della Siberia occidentale. Le rivolte di gran lunga più
estese si ebbero però in Ucraina dove nei primi mesi del 1919 vi fu l'«esplosione
ritardata» dell'equivoco di fine 1917, innescata da politiche che ripetevano, in
forma ancor più estrema a causa del fattore nazionale e dell'esaltazione di quei
mesi, quelle che avevano spinto i contadini russi a ribellarsi nell'estate
precedente. Il movimento di liberazione nazionale a base rurale di cui abbiamo
parlato si scagliò allora contro i bolscevichi, che furono colpiti - secondo i loro
stessi documenti - dall'insurrezione di massa «dell'intero villaggio». La risposta
fu il ricorso massiccio al terrore e alla violenza, anche nelle città e anche verso i
militanti degli altri partiti di sinistra. Pjatakov, divenuto presidente del Tribunale
militare, emise a Char'kov decreti che consideravano la mancata delazione un
crimine e a Kiev la commissione straordinaria cittadina fece ricorso a torture ed
esecuzioni di massa in un'atmosfera «disperata e criminale». A maggio si ribellò
il primo distaccamento rosso importante, guidato da Hryhoryiv. La rivolta fu
accompagnata da pogrom antisemiti ai quali si unì anche la popolazione urbana
russa. Nelle settimane successive le vittoriose truppe bianche perpetrarono nuovi
massacri, portando a diverse decine di migliaia le vittime dei pogrom ucraini del
1919, che furono,i più terribili in Europa dal XVII secolo. Hryhoryiv fu poi
giustiziato su ordine di Machno, che volle così punirlo dei massacri antisemiti,
ma che era a sua volta responsabile di massacri di mennoniti, gli anabattisti
tedeschi stabilitisi sulle rive del Mar Nero su invito di Caterina II. Trockij,
arrivato in Ucraina per far fronte alla minaccia di Denikin, decise a giugno di
liquidare per prima cosa proprio le forze di Machno. Così facendo egli aprì però
le porte all'offensiva di Denikin, che profittò dei varchi aperti dalle insurrezioni.
A luglio, quando si contarono più di duecento rivolte in soli venti giorni, il
governo bolscevico ucraino iniziò a naufragare e a fine agosto Kiev fu
nuovamente occupata dalle forze di Petljura, subito costretto ad abbandonarla a
quelle di Denikin che avanzavano da sudest in nome della Russia «una e
indivisibile». La più grande sconfitta bolscevica della guerra civile - resa ancora
più amara dal crollo a luglio del regime comunista in Ungheria - impartì al
gruppo dirigente che l'aveva subita, e che comprendeva sia Trockij e suoi
seguaci come Rakovskij e Pjatakov, sia Stalin e il gruppo che si era
formato intorno a lui, lezioni di importanza fondamentale. La prima fu
formalizzata da Stalin con la teoria dell'acutizzazione della lotta di classe a mano
a mano che si avanzava verso il socialismo. In seguito essa fu contestata da
Bucharin, che si chiese come potesse aumentare la resistenza del nemico, e
quindi la necessità di misure repressive, se il socialismo progrediva. Ma i fatti
sembravano dare piuttosto ragione a Stalin e questo perché, contrariamente a
quanto Bucharin immaginava, le campagne volevano sì il socialismo, ma non
quello bolscevico. La seconda lezione, che come la prima ebbe un peso decisivo
nel 1929-1930, riguardava l'identificazione del pericolo maggiore per lo stato. La
combinazione di insurrezioni contadine e sfondamento di Denikin mostrò che
esso era costituito dal connubio tra rivolte interne e invasione esterna, che
andava evitato a ogni costo, eliminando preventivamente il retroterra possibile
delle prime e preparandosi alla seconda. La vittoria di Denikin sul Fronte sud,
che coincise con l'avanzata di Judenic su Pietrogrado, segnò il momento di
massimo pericolo per il nuovo stato. L'emergenza causò una grave crisi ai
vertici. Stalin profittò degli errori di Trockij in Ucraina per attaccarlo,
provocando a luglio una crisi drammatica in una riunione dell'Ufficio
politico. Essa spinse inoltre i bolscevichi a esaltare ancor di più la violenza.
Lenin si chiese per esempio se non fosse possibile mobilitare contro Judenic
«ventimila operai di Pietroburgo più diecimila borghesi, collocare l'artiglieria
alle loro spalle, fucilarne parecchie centinaia e ottenere così un autentico impatto
di massa», anticipando una tattica poi usata durante la seconda guerra mondiale.
La ferocia raggiunse però il suo culmine sul Fronte sud oltre che nelle «colonie»
dell'Asia centrale. Il fatto che parti di queste regioni fossero importanti centri di
produzione cerealicola, e quindi teatro di spietate requisizioni, giocò un ruolo
importante. Ma ancor più importante sembra essere stato il fattore nazionale.
Sempre sul Fronte sud, a contatto con questa violenza, l'involuzione del gruppo
dirigente bolscevico procedette più speditamente. In un ambiente dove la
contrapposizione tra il nuovo regime e gran parte delle popolazioni locali era
particolarmente acuta, la cooptazione di elementi di estrazione popolare poco
ideologizzati e disposti a tutto assunse tratti specifici. Questi ultimi dipesero
anche da un altro, non secondario fattore. In quanto commissario alle
Nazionalità, e quindi responsabile dei territori non russi, nonché a più riprese
membro autorevole del locale Consiglio militare rivoluzionario, fu Stalin a
dirigere questo processo di selezione. Naturalmente, veri e propri seguiti
personali si formarono allora anche intorno ad altri leader, tra cui Trockij, ma
essi furono più piccoli e meno coesi per una varietà di cause tra cui le più
importanti furono probabilmente il carattere, la «purezza» ideologica e le origini
ebraiche di Trockij, i talenti e la mancanza di scrupoli, tanto ideologici che di
qualunque altro tipo, di Stalin e il sostegno accordato a quest'ultimo da Lenin,
specialmente tra la fine del 1919 e l'estate del 1922, A ottobre Stalin,
Ordzonikidze e i loro seguaci rivendicarono infatti il merito della sconfitta,
presso Orel, delle truppe di Denikin, sottolineando ancora una volta le
responsabilità di Trockij nella sconfitta di giugno. Si apriva così la strada
all'accettazione delle manovre antitrockiste di Stalin da parte di un Lenin che le
aveva respinte in occasione dell'VIII congresso.

1. Assalto, crisi, ritirata, 1919-1925


1. Il comunismo di guerra, 1919-1920


La vittoria su Denikin pose fine al pericolo bianco lasciando in campo tre attori
principali: il nuovo stato, le campagne e le nazionalità. Il primo, cui spettava
l'iniziativa, aveva appena visto allontanarsi la rivoluzione europea ma era
esaltato da un successo che sembrava provare la bontà delle sue idee. Nelle città,
però, la situazione era gravissima e i rapporti con i contadini erano tesi. C'era poi
la questione della natura del nuovo stato e del partito, sommerso da nuovi iscritti
attivi per il 90% nell'Armata rossa o nell'amministrazione pubblica. Occorreva
infine decidere cosa fare nelle zone non russe, soprattutto in Ucraina. Qui «la
crudele lezione del 1919» aveva ribadito l'importanza della questione nazionale.
Nelle tesi preparate in vista della sua rioccupazione Lenin tracciò quindi le linee
di una nuova politica basata sulla «più grande attenzione nei riguardi delle
tradizioni nazionali e la più stretta osservanza della pari dignità della lingua e
della cultura ucraine», sulla moderazione nell'estrazione delle risorse a favore
della Russia e su limiti all'impiego della popolazione urbana russa ed ebraica. Si
trattava della prima espressione di quelle politiche di indigenizzazione che Stalin
teorizzò l'anno dopo, e del secondo passo importante verso la Nep, dopo la
svolta di marzo a favore del contadino medio. Se in campo politico la vittoria
aveva insegnato al partito che la salvezza stava nella concentrazione del
comando in mani capaci di agire con decisione, in quello economico le cose
erano più complicate. Nel febbraio 1920 Trockij sostenne che si potevano
seguire due strade: far leva sull'interesse personale oppure applicare la
coercizione per ottenere dalla popolazione ciò che essa non voleva dare. Egli
propendeva per la prima soluzione, ma l'Ufficio politico scelse la seconda,
ribattezzata «militarizzazione». Trockij se ne fece allora paladino, trasformando i
reparti di cui non aveva più bisogno in armate del lavoro ed esaltando, in
polemica con Karl Kautsky, l'uso del lavoro coatto. La militarizzazione trovò nel
partito oppositori nei dirigenti sindacali, guidati da Tomskij, ma anche
ammiratori come Bucharin e Pjatakov, che invocarono l'uso della «coercizione
proletaria in tutte le sue forme» per rimediare al degrado economico. Idee come
queste servirono da base al sistema che nel 1921 Lenin avrebbe definito
«comunismo di guerra». Il sistema riposava sulla combinazione tra
entusiasmoegualitarismo e coercizione-violenza, con il peso della seconda
coppia in costante aumento. Il comunismo era identificato con lo sviluppo di una
macchina statale ipertrofica, l'eliminazione dello scambio e dei meccanismi
socioeconomici autonomi e la repressione politica e culturale: un modello che
Zamjatin prese a bersaglio in Noi, dove narrava di uno stato retto da leggi
matematiche, i cui cittadini erano identificati con numeri e non con nomi, sul
quale Orwell ricalcò poi il suo 1984. In effetti le idee del 1920 formavano un
insieme ben definito, che ebbe grande importanza nei successivi tentativi di
costruire un'economia diversa da quella capitalistica. Esso fu così riassunto da
Jurovskij, il più importante economista liberale russo: L'intera economia
nazionale andava socializzata. La produzione dello stato e delle cooperative, e
il surplus di quella agricola (dopo che i bisogni dei produttori contadini erano
stati soddisfatti) andavano concentrati in un unico fondo e di lì distribuiti
seguendo un piano generale basato sulle necessità dello stato e sul principio di
classe. Il libero mercato [...] era considerato un fenomeno economico obsoleto
[...] Andava perciò tollerato solo in quanto la piccola produzione non si prestava
completamente alla socializzazione e alla regolazione statale. I metodi di
distribuzione in base a un piano generale, il soddisfacimento dei bisogni dei
consumatori in base a un sistema di razionamento e di quelli dei produttori
attraverso consegne dietro ordine, dovevano gradualmente sostituire il mercato e
portare alla sua completa abolizione, nonché a quella della moneta. La
scomparsa di quest'ultima era accelerata dall'iperínflazione: i 225 miliardi di
rubli del gennaio 1920 erano diventati un anno dopo 1.169, a fronte di una
produzione in continuo calo. I salari erano quindi pagati in natura, e a ottobre
furono aboliti i pagamenti per i servizi pubblici. Poco dopo si decretò la
distribuzione gratuita dei prodotti alimentari, seguita da quella degli oggetti di
largo consumo. L'abolizione del denaro diventava così una realtà. Restava però il
problema di cosa fare con le campagne non socializzate, e restava soprattutto il
problema di quale unità si sarebbe usata per calcolare e redigere il piano. Il
problema affascinava non solo i bolscevichi che, come Veblen negli Stati Uniti,
pensarono di fare ricorso alla compilazione di tavole degli scambi in unità
fisiche tra i settori industriali, che avrebbero permesso l'allocazione razionale
delle risorse. Erano gli antenati delle matrici input-output, una versione più
primitiva delle quali rimase, con il nome di «bilanci materiali», lo strumento
guida dell'economia sovietica fino al suo collasso. Il loro utilizzo era cominciato
nell'aprile 1920, mentre una commissione incaricata di trovare un sostituto dei
prezzi di mercato altrettanto ricco di informazioni e capace di orientare le scelte
economiche lo cercava nella creazione di una «unità di lavoro». Introdurla fu
però impossibile: il lavoro non era una quantità omogenea e il valore dei beni
non era comunque riducibile al solo lavoro, una constatazione di cui si
ignorarono però le implicazioni teoriche. Nel frattempo la contabilità perdeva
ogni contatto con la realtà, rendendo impossibile stimare in maniera
soddisfacente i risultati economici del comunismo di guerra. Il disastro era però
sotto gli occhi di tutti. Il settore socializzato, esteso all'artigianato e al piccolo
commercio, deperì e sopravvisse solo depredando chi lo circondava. Al suo
interno le risorse scarse faticavano a circolare, visto che si preferiva barattarle
piuttosto che cederle in cambio di pezzi di carta. Esse finivano così per
concentrarsi in settori come quello militare o nell'apparato burocratico centrale,
privilegiati dallo stato, o per tracimare nel mercato nero. Il regime riforniva i
suoi servitori dando loro tessere diverse in base alla classe e alla posizione
gerarchica. Ma tranne che al vertice, o nei settori prioritari, essi ricevevano in
media solo il 20-25% del necessario ed erano perciò costretti a ricorrere a
sotterfugi. Esclusivamente di sotterfugi vivevano invece gli esclusi dal sistema:
come e più che nel 1919 tessere false, piccoli furti, prostituzione, corruzione
divennero la norma, rafforzando agli occhi dei bolscevichi l'immagine di una
realtà ostile, popolata anche in città da «speculatori» incorreggibili. Chi non
riusciva ad arrangiarsi, o fuggire, moriva. La militarizzazione richiedeva uno
«strato privilegiato di organizzatori». Accanto al nucleo bolscevico e alla massa
dei neopromossi, esso comprendeva un gruppo di ex militanti socialisti attratti
dalla vittoria e un altro, più consistente, di uomini che non avevano «nulla in
comune con il comunismo». Nel 1920 questo strato fu rafforzato trasferendo
nell'amministrazione civile migliaia di comandanti militari, suscitando il
risentimento di quadri che si sentirono minacciati da pericolosi concorrenti.
Molti di questi ultimi erano abituati a considerare Trockij il loro leader e furono
chiamati «trockisti», un nome che fece allora la sua comparsa. Agli organizzatori
furono concessi poteri e privilegi amplissimi, mentre cambiavano anche i
rapporti all'interno del gruppo dirigente. L'uso del «voi» anche tra persone che
prima si erano date del «tu» divenne la norma e i rapporti che questi comandanti
(nacal'niki) instaurarono con i dipendenti furono improntati alla durezza. Gli
operai divennero forza lavoro (rabsila) da trattare come meritava perché ostile al
lavoro e dedita a comportamenti criminali, un atteggiamento giustificato
da Lenin con la teoria secondo la quale gli operai non erano più tali perché quelli
«veri» si erano mobilitati per il partito e l'Armata rossa. Il rilancio di corvée e
requisizioni, nel frattempo, costringeva le campagne a dare quel che avevano.
Già nel 1919-1920 le requisizioni resero il doppio dell'anno precedente, ma si
trattava solo del 40% del fabbisogno urbano-militare-industriale (le città
dovettero perciò la sopravvivenza al mercato nero). Si voleva quindi più grano e
la sua sottrazione fu giustificata con parole identiche a quelle del 1930-1932:
«per quanto pesanti possano essere le condizioni della requisizione per gli
abitanti locali [...] in ogni caso gli interessi generali dello stato [...] debbono
essere messi a] primo posto». Chi le pronunciò sapeva che ciò avrebbe
incoraggiato eccessi e causato carestie locali, ma voleva insegnare ai villaggi
«che il tempo in cui potevano non sottomettersi» allo stato era finito. Nell'estate
del 1920 la situazione fu complicata da una siccità che aggravò la paura di una
catastrofe, anche perché le requisizioni avevano spinto i contadini a limitare la
produzione all'autoconsumo. Ciò spinse lo stato a varare piani obbligatori di
semina. L'esercito, reso libero dalla sconfitta dei bianchi, fu usato anche per la
riconquista dei territori persi nel 1917. A inizio 1920, dopo aver stretto
un'alleanza con Atatürk, i bolscevichi rientrarono in Transcaucasia, occupando
ad aprile l'Azerbaigian, che le sue risorse petrolifere rendevano l'obiettivo
prioritario. L'Armenia fu così minacciata da operazioni congiunte
turcosovietiche, e in pericolo era anche il governo menscevico georgiano, che
aveva cercato di sostituire la protezione inglese a quella tedesca. L'atto finale fu
però ritardato dal tentativo polacco-ucraino di strappare di nuovo l'Ucraina ai
bolscevichi. Mosca rispose puntando sulla retorica nazionalista grande-russa,
con un appello agli «stimati cittadini della Russia» che ebbe un'eco positiva e
costituì uno dei modelli di quello radiofonico di Stalin del luglio 1941. Le truppe
polacco-ucraine, che a inizio maggio avevano preso Kiev, furono respinte e
l'Ufficio politico si trovò di fronte alla decisione se fermarsi al confine o usare
l'Armata rossa per esportare la rivoluzione. Trockij e parte del gruppo dirigente
non ne erano convinti, ma Lenin insistette e le prime settimane sembrarono
dargli ragione. A luglio i bolscevichi, che avevano guadagnato la simpatia dei
lituani promettendo loro la polacca ed ebraica Wilno, erano sicuri della vittoria.
Lenin ipotizzò allora l'ingresso di una Polonia sovietica in un'Unione formata
anche dalla Russia sollevando le obiezioni di Stalin il quale, anticipando la
soluzione adottata nel 1945, osservò che era impensabile trattare queste nazioni
«come baschiri o ucraini». Le condizioni al fronte erano tuttavia pessime, anche
perché l'avanzata era stata condotta troppo in fretta e seguendo troppe direttrici
d'attacco, su Leopoli, Varsavia e la Prussia orientale, che si voleva raggiungere
nella speranza di una sollevazione tedesca contro l'ordine di Versailles. E così a
metà agosto 1920, grazie all'aiuto francese e alla mobilitazione popolare,
Pilsudski inflisse all'Armata rossa una pesante sconfitta. Quest'ultima sollevò
polemiche che colpirono anche Stalin, accusato di aver coperto l'avanzata su
Leopoli, sguarnendo il fianco sinistro delle truppe che puntavano su Varsavia.
Durante le trattative di pace, però, Mosca si trovò di fronte negoziatori pronti a
concederle parte dei territori ucraini e bielorussi riconquistati dalle truppe
polacche. I nazionaldemocratici di Dmowski non condividevano infatti la
visione federale di Pilsudski, volevano una Polonia nazionale ed erano- disposti
a ritirarsi da terre che non ritenevano possibile assimilare. Nel marzo 1921 il
trattato di Riga pose le basi per le relazioni tra gli stati eredi dell'Impero zarista
fino al patto MolotovRibbentrop. Nel settembre 1920 era intanto scattato
l'attacco turco contro l'Armenia, che fu costretta a cedere gran parte dei territori
concessigli dagli alleati e ad accettare la sovietizzazione di quel che restava. A
febbraio le truppe bolsceviche guidate da Kirov e Ordzonikidze entravano
in Georgia e pochi mesi dopo un trattato turco-sovietico dava alla regione la
sistemazione finale, permettendo a Mosca di recuperare Batum. In cambio la
Turchia riceveva alcuni ex territori dell'impero zarista - gli stessi che Stalin
avrebbe cercato di riprendere nel 1945-1946 e otteneva che un territorio abitato
da armeni, il NagornoKarabach, fosse assegnato all'Azerbaigian, provocando
una ferita che si sarebbe riaperta sessantasette anni dopo.

2. Crisi e carestia, 1920-1922


La fine del pericolo bianco, la militarizzazione e la sconfitta in Polonia


alimentarono un'esplosione contadina superiore per intensità ed estensione
geografica a quelle del 1905 e del 1917, anche perché poteva contare sulla
presenza di armi e sull'esperienza militare. Secondo lo stato maggiore all'inizio
del 1921 vi erano nel paese tre tipi di banditismo. Il primo era costituito da sei
grandi fuochi con decine di migliaia di insorti sostenuti dalla popolazione:
l'antonovscina a Tambov, la Siberia occidentale, l'Ucraina a destra del Dnepr,
dove prevalevano i nazionalisti, quella della riva sinistra, con Machno, il
Dagestan e infine l'Asia centrale con i suoi basmaci. Il secondo tipo consisteva in
una pluralità di bande legate alla popolazione ma prive del suo sostegno attivo; il
terzo era il banditismo criminale vero e proprio. Al primo tipo andavano in realtà
aggiunti la Cecenia, il Kuban e l'intera riva orientale del Mar Nero, ma anche nel
Donbass il banditismo aveva «dimensioni amplissime». Come nel 1919, rivolte e
repressioni furono brutali. Per liquidare la rivolta di Tambov furono mobilitati
circa 50 mila uomini. Per sterminare i banditi Tuchacevskij ricorse ai gas
asfissianti, e per convincere gli abitanti a denunciare chi li sosteneva Antonov-
Ovseenko, l'eroe dell'Ottobre, fece fucilare decine di ostaggi nelle piazze dei
villaggi. Furono anche deportati circa 100 mila abitanti di villaggi sospettati di
aiutare i banditi, sulla scorta di quel che aveva fatto poco prima nel Caucaso
settentrionale Ordzonikidze, rimuovendo circa 9.000 famiglie «inaffidabili». Per
sceglierle ci si servì di liste di persone «ostili», accumulando l'esperienza cui
avrebbe attinto Stalin per la dekulakizzazione. In Asia centrale, invece, il
desiderio di mantenere buoni rapporti con Ataturk e di lanciare un'offensiva
antibritannica verso l'India e la Persia spinse Lenin ad appoggiare i comunisti
musulmani. La necessità di evitare l'identificazione tra potere bolscevico e
colonialismo e la svolta anticontadina al centro si combinarono inoltre a sfavore
della minoranza di coloni che aveva fino ad allora sostenuto i rossi. Mosca
appoggiò quindi la riconquista indigena della terra, varando nel giugno 1920 una
riforma agraria accompagnata dall'espulsione di qualche centinaio di migliaia di
contadini slavi. Ciò causò però la riduzione della superficie coltivata. Queste
esperienze favorirono, distorcendoli, alcuni principi dell'originario patrimonio
ideologico bolscevico, e ne fecero scomparire altri, sostituítí con teorie più
adatte alle circostanze. Lo statalismo già presente nel marxismo, dove conviveva
però con tratti umanitari, acquistò per esempio una preminenza assoluta: i
rivoluzionari che «si fecero uomini di stato» arrivarono a convincersi che la
storia avrebbe perdonato loro «un eccesso di risolutezza ma non di mollezza», e
presero a considerare normale uno straordinario livello di violenza contro la
propria popolazione. Alla coscienza di costituire un gruppo, spesso odiato, di
«conquistatori» (l'espressione è di Lenin, ma Trockij parlò del partito come di
«una casta di samurai» e Stalin lo paragonò all'ordine dei Cavalieri portaspada)
faceva da contraltare l'idea che il nemico erano sì i bianchi e gli imperialisti,
nonché i partiti socialisti «traditori», ma anche le campagne, quelle non russe in
particolare e quelle ucraine più delle altre. Come Ordzonikidze avrebbe ricordato
nel 1930, molti si convinsero allora che i contadini avrebbero potuto essere
«attaccati» ai socialismo «soltanto con le catene». Queste non potevano però
essere le posizioni ufficiali di chi continuava a proclamarsi, e nelle sue intenzioni
era, socialista. Si sviluppò così anche un'immagine mitologica, ricalcata
sull'ideologia originaria, usata da Mosca per autorappresentarsi, ma che
cominciò presto a conquistare anche i vertici e i quadri del partito, anche perché
era difficile accettare la realtà di quanto si stava facendo. Sul lungo periodo,
però, l'interpenetrazione tra discorso ufficiale e analisi della realtà, culminata nei
decenni successivi al 1953, avrebbe prodotto effetti di grandissima importanza,
coadiuvando da un lato l'evoluzione del sistema sovietico e ottenebrandone
dall'altro la guida. La fine della guerra con la Polonia permise l'eliminazione
dell'ultimo baluardo bianco in Crimea, evacuata a novembre da Vrangel'. I molti
giovani ufficiali, soprattutto ex studenti, che decisero di restare, furono invitati a
presentarsi da un manifesto che prometteva loro la libertà in cambio della
registrazione. I reparti speciali del Fronte sud procedettero invece alla loro
liquidazione: in pochi giorni furono eliminati circa dodicimila uomini, a quanto
pare con esecuzioni individuali in sequenza di centinaia di persone compiute da
boia professionisti, il sistema poi adottato nel 1937-1938. Il gruppo dirigente del
partito era però scosso da polemiche che vedeva contrapposte frazioni tra cui le
più importanti erano quella di Trockij e quella di Lenin, il quale aveva in Stalin il
suo «capo di stato maggiore», una carica che gli permise di rafforzare il suo
potere e di infliggere ai trockisti, in nome di Lenin, una «sonora lezione» al X
congresso del partito del febbraio 1921. In quello stesso mese le agitazioni che
sconvolgevano le campagne contagiavano anche città e officine. Gli scioperi si
estesero a Pietrogrado, con le cui fabbriche solidarizzarono i marinai di
Kronstadt, ritenuta un bastione bolscevico, che avanzarono richieste - liberi
soviet, fine delle requisizioni, libero commercio ecc. - identiche a quelle delle
rivolte contadine. La riconquista dell'isola-fortezza, diretta da Trockij e
Tuchaèevskij, richiese giorni di aspri combattimenti e costò migliaia di perdite, e
migliaia furono i marinai arrestati o giustiziati dopo la sconfitta. A metà marzo
capitolò pure la Georgia, anch'essa, come l'Armenia, insorta nelle settimane
precedenti. Si è a lungo pensato che fosse stata Kronstadt a spingere Lenin a
decidere il varo della Nep. Sappiamo però che la decisione era già stata
precipitata dai rapporti su Tambov, che ebbero un forte impatto sul gruppo
dirigente bolscevico. Nei suoi documenti si leggeva che vi era stata nei villaggi
una rivoluzione egualitaria che li aveva trasformati in uno «stato autosufficiente
di tipo feudale», regno della «piccola economia contadina di tipo naturale [...]
economicamente ostile al proletariato e pronta a lottare contro di esso». Il
nemico non erano insomma più i kulak ma 22 milioni di famiglie proprietarie. Il
partito militarizzato, ma anche stanco e incerto, aveva dunque due opzioni: o,
senza attendere l'aiuto del proletariato occidentale [...] andare alla guerra civile
aperta contro la massa dei contadini [...], oppure, imboccando la strada delle
concessioni economiche alle campagne, rafforzare attraverso l'accordo con esse
la base sociale del potere sovietico. Grazie a Lenin fu scelta la seconda strada,
anche perché, data la debolezza del nuovo stato, l'esito di quella guerra non era
scontato. Ripetendo l'operazione dell'agosto 1917, Lenin - che presentò la Nep
come una ritirata imposta dalle circostanze - si appropriò della parte economica
del programma delle rivolte: le requisizioni furono sostituite da una tassa in
natura e fu ripristinata una relativa libertà di commercio, che incoraggiò i
contadini forti, prima repressi come kulak, a produrre di più. La reintroduzione
del commercio era stata chiesta anche dai menscevichi, molti dei quali
pensarono che Lenin stesse rinsavendo. I socialisti-rivoluzionari notarono invece
che i bolscevichi non avevano rinunciato al loro programma massimo ma solo
fatto prevalere quello minimo, vale a dire la conservazione del potere. Poiché si
facevano concessioni economiche, Lenin sostenne che in politica occorreva
essere ancora più duri. Per lo stesso motivo il partito, strumento principale del
potere, andava ingessato e risanato. Il X congresso approvò quindi una clausola
segreta che vietava le frazioni, poi usata per reprimere le opposizioni. Allo stesso
congresso Lenin sostituì i tre membri della segreteria, tutti seguaci di Trockij,
con suoi uomini come Molotov. Furono fatte anche nuove concessioni alle
nazionalità non russe cui Stalin promise che le città ucraine e bielorusse
sarebbero state «nazionalizzate». I contadini accolsero la Nep con favore. In
alcune zone ad agosto i seminativi erano già tornati al livello del 1916, ma nel
complesso il primo anno della Nep fu un fallimento. Pesava ancora l'«orgia» di
requisizioni del 1920 e la nuova politica fu adottata controvoglia da quadri locali
che, come scrisse Osinskij, continuavano a ritenere che la tassa in natura fosse
solo un escamotage per ingannare i villaggi. In Ucraina, fu l'intero partito,
ancora in mano russa, a interpretare la Nep nel modo più restrittivo possibile. In
particolare la nuova politica fu lesa dalla carestia che colpì il paese nella tarda
primavera del 1921, spingendo il governo a introdurre provvedimenti restrittivi
delle libertà economiche appena concesse. A causa delle requisizioni già
all'inizio dell'anno vi erano distretti in cui «tutti facevano la fame». A maggio
cominciò anche la siccità e con essa la grande carestia del 1921-1922, che colpì
in modo diverso le diverse regioni del paese. Più di venti milioni di persone
soffrirono la fame e le vittime furono circa un milione e mezzo, concentrate tra il
Volga, il Caucaso settentrionale e l'Ucraina orientale (tatari, baschiri e kazachi
furono le nazionalità più colpite). Malgrado la severa siccità, la carestia fece
però di gran lunga meno vittime che nel 1932-1933, grazie sia alla politica di
aiuti varata dal regime sia alla possibilità di recarsi altrove lasciata agli abitanti
delle regioni colpite. A luglio fu anche autorizzata la costituzione di comitati di
soccorso, in cui si mobilitò quel che restava della società civile. Temendo una
ripetizione del 1891, il governo decise però presto di reprimerli, ma grazie a loro
era già stato firmato un accordo con l'American Relief Administration di
Hoover, che nutrì nei mesi successivi decine di milioni di persone. L'appello
all'estero portò anche al raffinamento delle tecniche della propaganda comunista,
frutto del genio di Willi Münzenberg. Dal suo Comitato internazionale per il
soccorso operaio nacquero sia riviste, come l'«Arbeiter Illustrierte Zeitung», poi
servite da modello a tutte le pubblicazioni simili, sia una serie di altri comitati e
appelli che ebbero un'eco straordinaria, come quello del 1925 per Sacco e
Vanzetti. Nel 1927 egli avrebbe anche organizzato il primo congresso della Lega
mondiale contro l'imperialismo, cui parteciparono alcuni dei più importanti
leader del movimento anticoloniale, da Nehru ai fondatori dell'African National
Congress (Münzenberg, che aveva condannato il patto Molotov-Ribbentrop, fu
trovato impiccato in Francia nel 1940). Lenin decise di usare la carestia anche
per attaccare chiese e religioni, in primo luogo quella ortodossa. A fine febbraio
1922, con il pretesto dell'aiuto agli affamati, il governo decise di espropriare i
tesori religiosi. Il 19 marzo, mentre intorno alle chiese già si verificavano i primi
scontri, Lenin scrisse a Molotov: E precisamente ora, e solo ora, quando nelle
regioni in preda alla carestia la gente mangia carne umana [...] che possiamo (e
quindi dobbiamo) portare avanti la confisca dei valori posseduti dalla Chiesa con
la più selvaggia e spietata energia [...] Più grande sarà il numero di preti e
borghesi reazionari che riusciremo a giustiziare per questo motivo, meglio sarà.
Dobbiamo insegnare ora a questa gente una lezione tale, che non osino
nemmeno pensare a qualunque resistenza per alcuni decenni. Il valore dell'oro e
dell'argento ricavati dalla fusione dei preziosi delle chiese fu inferiore a quello
artistico distrutto, ma il successo politico fu notevole. Un nemico importante fu
fiaccato, e a maggio il colpo venne raddoppiato dall'incoraggiamento di uno
scisma. Il patriarca Tichon fu messo agli arresti domiciliari e il metropolita di
Pietrogrado fu giustiziato dopo un processo farsa. Sinagoghe e chiese cattoliche
non furono risparmiate. La carestia ebbe un impatto devastante sulle bande
ribelli, private del sostegno di villaggi non più disposti a rifornirle. La fame
spinse inoltre molti combattenti a tornare a casa, indebolendo il banditismo
politico o facendolo degenerare in banditisno criminale. La carestia va quindi
considerata parte integrante della guerra stato-contadini: se è vero che la Nep
giocò un ruolo importante, fu piuttosto la grande fame del 1921-1922 a chiudere
provvisoriamente il confronto tra stato e campagne. Nelle zone non colpite dalla
carestia l'esazione della tassa in natura alimentò il malcontento contadino.
Migliaia furono le richieste per la sua riduzione, spesso sostenute da agitazioni
che vedevano le donne in prima fila. Lo stato reagì facendo di nuovo ricorso a
tribunali rivoluzionari e distaccamenti speciali, mentre il commercio veniva
vietato finché non si raccoglieva la quantità di cereali prevista. Alla tassa in
natura seguirono poi raccolte aggiuntive che sfociarono in una nuova ondata di
requisizioni portata avanti con i soliti metodi: i contadini venivano rinchiusi in
granai gelidi, legati a blocchi di ghiaccio, sottoposti a fustigazioni di massa ecc.
Visti in questa prospettiva, gli anni Trenta cessano di essere straordinari e
straordinario diventa semmai l'ammorbidimento dei quattro-cinque anni di vera
Nep, alla quale la crisi del 1921 fece fare importanti passi avanti. Essa penetrò
allora un'industria di stato che non aveva creduto di esserne toccata. La crisi
terminale del sistema centralizzato di distribuzione favorì infatti la riallocazione
delle risorse a favore di chi aveva qualcosa da scambiare e delle organizzazioni
locali. Le grandi fabbriche cominciarono a chiudere e le piccole e medie imprese
a essere affittate a privati, mentre la produttività operaia, colpita anche
dall'impatto della carestia sui salari reali, non riusciva a riprendersi. Durante il
raccolto gli operai abbandonarono le fabbriche per recarsi nei campi, scatenando
la reazione dei bolscevichi che, come poi fecero di nuovo nel 1930, giudicarono
questo comportamento la conferma della natura non «veramente proletaria» di
una forza lavoro che anteponeva i propri interessi a quelli superiori dello stato
operaio. Su di essa era quindi giusto e necessario esercitare ogni tipo di
pressione. Le festività furono ridotte, abolendo quelle religiose, i furti in fabbrica
furono repressi con durezza, i licenziamenti furono usati per selezionare la
manodopera e qui e là si giunse al filtraggio degli abitanti dei quartieri operai,
deportando coloro che non potevano provare di lavorare in officina. Il
malcontento provocato da queste misure si espresse in un'ondata di agitazioni
che spinsero da un lato il governo a imboccare con ancora più decisione la strada
della Nep anche nelle città, e dall'altro portarono allo sviluppo di relazioni
industriali innovative rispetto agli ideali originari. Pjatakov, allora a capo del
bacino del Donbass, le sistematizzò in un insieme poi riemerso negli anni
dell'industrializzazione forzata: il fondo salariale, in gran parte in natura, fu
concentrato presso le direzioni aziendali, trasformando i rifornimenti operai nella
molla di un gigantesco cottimo in natura. Pjatakov introdusse anche una nuova
concezione delle armate del lavoro, trasformandole da agglomerati con compiti
mal definiti in «una parte integrante della forza lavoro utilizzabile in ogni
condizione, in qualunque tipo di lavoro e in qualunque tempo». L'approfondirsi
della crisi monetaria spingeva però a favore della Nep. Poco dopo l'annuncio
della scomparsa della moneta, la reintroduzione degli scambi aveva ripresentato
la necessità di averne una stabile, alimentando la sensazione che senza di essa
fosse impossibile andare avanti ma senza sollecitare una discussione dei
problemi teorici da cui ciò dipendeva. Crisi e carestia avevano tuttavia costretto
il governo a gigantesche emissioni: solo nel 1921 furono emessi 6.370 miliardi
di rubli e nel primo semestre del 1922 la moneta in circolazione si moltiplicò per
18,3 volte. Anche l'industria di stato in grado di profittare delle nuove condizioni
cominciò allora ad appoggiare gli sforzi della Banca di stato (Gosbank),
rifondato nell'autunno del 1921 e affidato a economisti «borghesi», per
affrontare il fenomeno. Dapprima si fece ricorso al rublo-oro del 1913 come
unità di conto fittizia. L'iperinflazione, tuttavia, rendeva necessari aggiornamenti
periodici del suo valore rispetto a quello del rublo corrente, aggiornamenti che i
sindacati, che vedevano le paghe volatilizzarsi in pochi giorni, volevano sempre
più frequenti, spingendo i dirigenti del partito a trattare i dati sull'inflazione
come un segreto di stato. Il rublo del 1913 rifletteva inoltre le scarsità relative di
quell'anno, così diverso dal 1922. La sua adozione provocava perciò distorsioni
negli scambi, un fenomeno che sarebbe ricomparso negli anni Trenta, quando i
calcoli vennero fatti usando come riferimento i prezzi del 1926-1927. Il gruppo
dirigente sovietico si convinse così della necessità di quella riforma monetaria
che segnò la definitiva affermazione della Nep. Agli inizi del 1922 quest'ultima
fece un passo avanti anche nelle campagne con il decreto, subito popolarissimo,
che liberalizzava le forme di conduzione agricola, presto seguito dalla
distribuzione dei semi. Sia pure a prestito, il nuovo stato -dava finalmente
qualcosa: a eccezione dell'epicentro della carestia, l'attenzione delle campagne
era a questo punto concentrata sulle semine. I contadini attaccarono le mogli e i
figli agli aratri e quelli privi di attrezzi si misero a lavorare la terra con le mani.
L'attenzione del gruppo dirigente era invece fissata sugli strumenti a sua
disposizione, lo stato - il cui «merdoso» apparato preoccupava Lenin -
e soprattutto il partito, che ne era l'anima, e nel quale era transitato tra il 1917 e il
1921 oltre un milione di nuovi membri. Nell'ottobre 1921 fu lanciata una purga
che li ridusse in un anno da 730 mila (di cui solo il 2% si era iscritto prima del
1917) a 410 mila: passività, carrierismo, scarsa coscienza politica, corruzione,
ubriachezza e pratiche religiose furono le principali cause di espulsione.
Soprattutto continuava la lotta tra frazioni che il X congresso aveva celato ma
non cancellato. Nei mesi precedenti l'XI (aprile 1922) l'iniziativa rimase nelle
mani dei leninisti. Pare che Lenin arrivasse allora a proporre di tenere riunioni
informali dell'Ufficio politico senza Trockij. Vincendo la riluttanza di molti
dirigenti, egli impose inoltre la creazione della carica di segretario generale, che
affidò a Stalin, aiutandone la trasformazione nel «grande Stalin». L'elezione di
Stalin coincise con il picco della carestia e della crisi, toccato tra segnali che
annunciavano un miglioramento della situazione. Nel rapporto della polizia
politica per il maggiogiugno 1922 si affermava per esempio che essi potevano
«essere considerati come i mesi del cambiamento, e del cambiamento nella
buona direzione». Certo, in alcuni governatorati si continuava a morire di fame,
ma nel paese cominciava a manifestarsi eccitazione «per il probabile, magnifico
raccolto» e si tornava a vedere la luce dopo anni di sofferenze. A giugno, mentre
un decreto definiva le competenze del Glavlit, l'organo responsabile della
censura, incaricandolo del «controllo preventivo e repressivo [...] dell'ostilità al
marxismo e alla rivoluzione culturale, del fanatismo nazionale e religioso, di
diffusione di voci false e di materiali pornografici», il regime celebrò la sua
vittoria tenendo a Mosca il primo grande processo-spettacolo, organizzato contro
i dirigenti del Partito socialista-rivoluzionario, accusati di essere i responsabili
delle rivolte contadine. Gli imputati furono sottoposti a pressioni di ogni sorta
per estorcere loro confessioni pubbliche. Ai condannati, anche a morte, fu poi
permesso di lasciare il paese, ma la politica di trovare dei capri espiatori per i
propri errori e di additarli alle masse in processi pubblici fu quindi formalizzata
da Lenin, che in quegli stessi mesi chiedeva al commissario alla Giustizia di
ampliare l'applicabilità della pena capitale nei confronti di menscevichi e
socialisti-rivoluzionari, trovando «una formula che ricolleghi [le loro] attività
con la borghesia internazionale e la sua lotta contro di noi».

3. La Nep: ripresa e dubbi nel partito, 1922-1925

Il 1914-1922 può essere considerato un periodo unitario ma le continuità non


devono fare velo alle differenze. Certo, anche nel 1914-1917 si deportava e
anche il governo provvisorio organizzò requisizioni, ma il 1918-1922 fu un'altra
cosa. 1100 mila bambini abbandonati dei primi tre anni divennero, per esempio,
con la guerra civile milioni. Nel 1922 i territori sovietici avevano circa 136
milioni di abitanti rispetto ai 143 del 1917. Contando le nascite, le morti in
eccesso erano state circa 13 milioni, in larga parte civili. I soldati caduti nella
guerra civile superarono infatti di poco i 2,5 milioni, di cui 1,2 rossi, 500-700
mila bianchi e 500-700 mila di altre formazioni militari. Anche aggiungendovi le
vittime dei terrori, probabilmente qualche centinaio di migliaia, fame ed
epidemie restavano di gran lunga le principali cause di morte. La mortalità si
concentrò nel 1920-1921, ma anche geograficamente e per sesso. Il deficit
demografico ucraino del 1914-1922 fu di circa 4,5 milioni e più di un milione di
persone scomparve dall'Asia centrale tra il 1917 e il 1920. Ovunque la più alta
mortalità maschile creò quella eccedenza di donne sole che costituirono negli
anni Trenta e durante la guerra una riserva di fatica e resistenza cui stato e
famiglie attinsero per affrontare condizioni difficilissime. Ai morti andavano
infine aggiunti i milioni di non nati e circa 1,5-2 milioni di emigrati.
Un'esperienza così terribile produsse riflessioni di grande interesse che
penetrarono però con difficoltà nella cultura occidentale. L'analisi più profonda
delle mutazioni scatenate dall'impatto di conflitto, rivoluzione, ideologia e
guerra civile sul terreno storico preparato dallo zarismo, fu elaborata da Sorokin,
il più importante sociologo russo. Egli sostenne che la guerra aveva causato
ovunque una deformazione complessiva dello stato, della società e della vita
umana. Il socialismo di guerra, che scorgeva nei soldati e nella loro psicologia,
fondata su violenza e consumo, la sua essenza, non poteva quindi essere ridotto a
mero fatto economico. Si trattava piuttosto di un fenomeno complessivo,
caratterizzato dalla tendenza verso l'assolutismo e l'aumento del controllo statale,
vale a dire verso un «dispotismo di stato interventista» che poteva assumere
diverse vesti ideologiche. In Russia, quello che appariva un esperimento
originale non era altro che la sua manifestazione più estrema, integrata e nutrita
da un'economia coatta particolarmente estesa per ragioni ideologiche. Su questo
sfondo si muovevano gli attori emersi dal conflitto, che erano gli stessi della fine
del 1919, vale a dire le campagne, il nuovo stato e alcune nazionalità, ma non la
classe operaia, decimata da crisi economica, repressione e promozioni. Con la
Nep circa 22 milioni di famiglie contadine avevano non solo realizzato i loro
sogni di terra - di cui si dividevano ormai il 95% - ma anche la loro aspirazione a
usare questa terra come meglio credevano. Certo, occorreva pagare le tasse e
sussistevano discriminazioni importanti. Ma rendite e affitti erano scomparsi e i
villaggi potevano disporre di una quota più alta della propria produzione, che
usarono per incrementare i loro consumi, riducendo la parte destinata al mercato.
Di fronte a queste campagne, dove viveva di nuovo più dell'85% della
popolazione, stava il partito-stato, vincitore di una guerra che aveva formato al
suo interno un nucleo militarizzato di decine di migliaia di quadri, coadiuvati da
centinaia di migliaia di militanti devoti. Questo apparato giovane e risoluto, che
lo stato zarista non aveva mai avuto, era diretto da un ristretto gruppo centrale
che rimase alla sua testa fino alla metà degli anni Trenta. Benché fortemente
ideologizzato, esso si era mostrato pronto ad abbandonare e sostituire pezzi
anche importanti delle sue dottrine e si era nutrito di paure e ansie per il potere
da poco conquistato. Più del 90% dei militanti che lo circondavano, ridotti nel
1924 dalla purga a 350 mila, lo 0,4 % della popolazione, aveva solo un'istruzione
elementare e il 70% ammetteva di non leggere mai i giornali.
All'imbarbarimento del corpo militante corrispondeva quello del nuovo stato e
l'arretramento della sua base,sociale. La popolazione urbana si era ridotta di un
quarto, le grandi città avevano perso più delle piccole e i cittadini scomparsi
erano stati sostituiti da giovani contadini. Il paese aveva perso cinque anni di
istruzione, nonché i talenti falcidiati dalle repressioni, dalla fame e
dall'emigrazione: alla fine degli anni Venti Parigi contava quasi trecento
organizzazioni di esuli, che pubblicavano giornali e riviste dei più diversi
orientamenti, specchio del vivacissimo mondo intellettuale dell'anteguerra. Pur
avendo perso Polonia, Finlandia, Baltico e Bessarabia, il nuovo stato era tuttavia
riuscito a recuperare pezzi importanti del patrimonio imperiale. Ciò spinse alcuni
suoi oppositori a chiedersi se esso non fosse la pur sgradevole reincarnazione del
vecchio stato russo. Ustrjalov, per esempio, propose di distinguere tra
bolscevismo e comunismo, scorgendo nel primo un fenomeno la cui essenza,
russa, avrebbe con il tempo prevalso, dando vita al nazionalbolscevísmo. Egli
coglieva un aspetto della realtà ma non teneva conto della tradizione marxista e
della struttura plurinazionale del paese, che impedivano al processo di
identificazione tra bolscevismo e nazionalismo grande-russo di giungere a
compimento, tanto più che, come il 1919 ucraino aveva dimostrato, la
riconquista di uno spazio imperiale era possibile solo a prezzo di concessioni,
anche formali, alle nazionalità non russe. La mnogoukladnost' prodotta dal 1914-
1922 era insomma più primitiva della precedente e la posizione dei bolscevichi
era quindi divenuta ancora più paradossale che nel 1917, facendo riemergere in
Lenin i dubbi sulla natura dell'Ottobre. Essi erano accresciuti dal fatto che l'unica
risposta concreta al nuovo «che fare?» capovolgeva i precetti del marxismo
classico: si trattava, infatti, di usare lo stato (la sovrastruttura) per sollevare la
base (la struttura) alla sua altezza. Prima di arrivare a imboccare questa strada ci
volle quindi del tempo e l'incertezza coincise con gli anni della Nep, la cui breve
vita contrasta con la sua fortuna, legata al suo apparire un'isola felice tra due
periodi terribili e ai tratti ripugnanti del socialismo costruito dopo la sua fine.
Essa si presenta come un compromesso tra lo stato e le campagne accompagnato
da altri tre compromessi - con le nazionalità, il mercato e gli specialisti
«borghesi» - di importanza decrescente. Al cuore del primo vi era, come
sappiamo, l'almeno provvisoria vittoria del programma economico dei contadini.
Sia pure in maniera più contraddittoria e limitata, la Nep soddisfaceva tuttavia
anche le loro aspirazioni in materia culturale. L'esempio più vistoso di ciò lo
fornirono i nazionalcomunismi degli anni Venti, nei quali si incarnò il
compromesso con le nazionalità, sanzionato alla fine del 1922 dalla nascita di un
nuovo stato federale, l'Urss, che non comprendeva nel suo nome i termini russo
o Russia. Il patto con ciò che restava dei ceti tecnici e intellettuali prodotti dalla
modernizzazione zarista era forse il meno importante, ma non va sottovalutato. Il
loro coinvolgimento nella costruzione statale ed economica fu infatti uno dei
fattori che resero possibile la rapida ripresa del 1922-1924. L'ultimo
compromesso, quello con il mercato, era importante quasi quanto il primo, da
cui discendeva in virtù del suo legame con la libertà di commercio. Esso si
incarnò nella riforma monetaria avviata nel maggio 1922, quando il Gosbank
ottenne il diritto di emettere una nuova banconota, il cervonec, pari a dieci rubli-
oro anteguerra, riservata allo sconto delle cambiali dell'industria. Il suo valore
era regolato dallo stato, che ne manteneva il corso rispetto all'oro e alle valute
straniere, di cui era vietata l'esportazione. Fu inoltre instaurato un monopolio sul
commercio estero, sostenuto da Lenin e destinato a durare fino alla fine del
sistema sovietico. I suoi benefici immediati furono notevoli: divenne
possibile fissare il corso estero della moneta sovietica indipendentemente dal suo
potere d'acquisto interno, mettendo il primo al riparo dalle oscillazioni della
bilancia dei pagamenti; importare o esportare beni in base agli interessi dello
stato; sostenere operazioni di dumping e condurre una politica economica
indipendente dal mercato mondiale. Ma sul lungo periodo i danni superarono di
gran lunga i vantaggi: il monopolio interrompeva infatti il legame tra l'economia
sovietica e il mercato mondiale, isolando l'industria sovietica dalla concorrenza
internazionale e stimolandone la tendenza all'obsolescenza. All'interno la nascita
dei cervonec diede vita a un sistema a due monete, di cui la prima, più stabile,
riservata a stato e imprese e la seconda (i sovznak), soggetta a inflazione, nelle
mani della popolazione. Alla fine del 1922 fu creato un terzo rublo, emesso dal
Tesoro. Si trattava di biglietti senza copertura che potevano essere emessi fino al
50% dei cervonec in circolazione ed essere scambiati con essi. La riforma
prevedeva quindi la convivenza di due monete diverse anche dopo l'abolizione
dei sovznak, aprendo la via a politiche inflazionistiche da parte dello stato che,
come poi successe, poteva aggirare le decisioni del Gosbank. A quest'ultimo fu
anche vietato di usare il tasso di sconto per regolare credito ed emissione. La
scelta, ispirata dal marxismo, rese più difficile limitare la domanda di credito,
aprendo un altro varco alle politiche inflazionistiche. L'assenza dell'interesse e
quella, a essa correlata, di un mercato dei capitali era destinata a influenzare
profondamente la storia sovietica. Come Trockij rivendicò subito, gli
investinenti andavano decisi in base a considerazioni di natura politica,
armonizzate attraverso un piano di cui si vantava la superiore razionalità. Già al
XII congresso dell'aprile 1923 si decise perciò di intervenire a favore
dell'industria pesante. Se alcune scelte di politica economica contraddissero
presto lo spirito della Nep, la decisione di accompagnare le concessioni al
nemico con una più salda presa sul potere politico e un rafforzamento
dell'apparato repressivo fu osservata con cura. Nel 1924 furono condannati per
reati comuni quasi 2 milioni di persone, pari a 1.354 condanne per 100 mila
abitanti (nel 1990, quando tutti si lamentavano del boom della criminalità, si era
scesi a un livello di oltre 10 volte inferiore). Le condanne a morte eseguite, dopo
essere diminuite a meno di 500 nel 1923, risalirono a 2.500 nel 1924 (un dato
che non tiene conto della repressione degli insorti georgiani', rimanendo su quel
livello l'anno successivo. E già nel 1922 circolavano liste segrete delle categorie
da colpire, molto simili a quelle usate nelle grandi purghe del 1937-1938. Esse
comprendevano le organizzazioni politiche esistenti prima del 1917, partiti
socialisti inclusi, le unioni contadine, associazioni giovanili come gli scout, i
funzionari zaristi, le guardie bianche, i religiosi di ogni confessione, gli ex
mercanti e imprenditori, gli ex latifondisti e proprietari terrieri, gli stranieri, le
persone con parenti all'estero, gli adepti di sette religiose, gli scienziati e gli
specialisti della vecchia scuola, i condannati per spionaggio e contrabbando, i
kulak e i profittatori della Nep ecc. Alcuni di essi erano già allora rinchiusi in
campi di concentramento - il principale dei quali era nelle isole Solovki che
ospitavano però solo qualche decina di migliaia di persone. «Elementi
socialmente pericolosi» erano già considerati anche i pregiudicati, da cui si
voleva ripulire le città, e a essi si aggiungevano i parassiti sociali come le
prostitute, considerati ufficialmente redimibili. A Pietrogrado la prima purga,
condotta nel 1922, fu motivata con la vicinanza della città al confine con la
Finlandia. Due anni dopo fu espulso da Mosca un contingente di mendicanti
«truffaldini», confinato in una «colonia per indigenti recidivi», dove ci si accorse
che molti di loro erano invalidi di guerra. E già nel 1923 c'era chi, come
Dzerzinskij, riteneva che i criminali dovessero «coprire i costi associati alla loro
cura con il loro lavoro» e potessero «essere usati per colonizzare aree da
sviluppare». L'insieme di compromessi che sostanziava la Nep avrebbe forse
potuto reggere. Ma le forze in campo avevano programmi diversi: favorendo
l'industria pesante, lo stato sottraeva risorse ai mercati; le politiche a favore delle
nazionalità minori suscitavano il malcontento russo; e i contadini cercavano di
imporre la propria logica allo sviluppo del paese. La tenuta della Nep dipendeva
quindi dalle scelte di chi deteneva il potere. La prematura scomparsa di Lenin,
forse l'unico dirigente davvero interessato alla sua conservazione, indebolì in
modo irreparabile questa ipotesi. Lenin aveva cominciato a riflettere sulla Nep
subito dopo la sua introduzione, ponendosi angosciosi interrogativi originati dal
dubbio di aver costruito un treno che non rispondeva ai comandi del
manovratore. Ciò lo spinse a sostenere che la Nep dovesse diventare qualcosa di
più di una ritirata imposta dalle circostanze. Ma Lenin, che pure aveva solo
cinquant'anni, era gravemente malato e a chi gli stava vicino era chiaro che
bisognava pensare alla successione. Si svolse allora una tragedia politico-
personale di cui è stato forse esagerato il significato, ma della quale è
difficile sottovalutare la portata. Essa cominciò con uno scontro sulla questione
nazionale acceso dal progetto di Stalin, per il quale le repubbliche sovietiche
sarebbero dovute entrare come repubbliche autonome in quella russa. Esso fu
contestato dagli ucraini e dai georgiani, che si rivolsero a Lenin, il quale li
sostenne, proponendo una soluzione in cui le repubbliche principali, Russia
inclusa, entravano su basi paritarie a far parte di un nuovo stato federale. Stalin
rispose con una nota in cui attaccava le piccole repubbliche che «giocano
all'indipendenza», trasformando in «una finzione» l'unità dell'economia
nazionale, e lamentava che i bolscevichi erano stati costretti dalla guerra civile a
dar prova di liberalismo verso le repubbliche, dove si erano così formati solidi
nuclei social-indipendentisti che andavano combattuti. Egli tuttavia accettò la
proposta di Lenin, il quale però scoprì che il suo braccio destro ne tradiva lo
spirito. Cominciò così quella che è stata chiamata l'«ultima battaglia» di un
Lenin colpito a fine novembre da una serie di collassi. E in questa situazione che
egli dettò gli appunti poi divenuti famosi come il suo «Testamento», letto nel
1924 ai delegati al XIII congresso. Si trattava di note sui principali dirigenti -
Stalin e Trockij tra i vecchi e Bucharin e Pjatakov tra i giovani, più un maligno
richiamo al ruolo di Kamenev e Zinov'ev nel 1917 - di nessuno dei quali Lenin
dava un giudizio positivo, rifiutandosi di indicare un successore. Ciò svuotava di
forza la richiesta da lui formulata pochi giorni dopo di togliere a Stalin la carica
di segretario generale perché uomo troppo rozzo (grub), con una predilezione per
i metodi amministrativi e troppo ostile ai socialismi nazionali. All'inizio del 1923
Lenin scrisse un articolo sulla cooperazione in cui la Nep era presentata come un
periodo di transizione che sarebbe durato decenni e ai primi di marzo un testo
che già nel titolo - Meglio meno, ma meglio - sembrava contraddire il Lenin del
1917 e della guerra civile. L'Ufficio politico, imbarazzato, dibatté a lungo se
pubblicarlo o meno. Alla fine si decise di farlo, facendo però circolare la voce
che a parlare non fosse Lenin «ma la sua malattia». Questi intanto scriveva a
Trockij chiedendogli di difendere in suo nome le nazionalità, confermando un
riavvicinamento che coincideva con il dissidio con uno Stalin minacciato,
invece, della rottura di ogni rapporto. Il 10 marzo, tuttavia, un nuovo attacco
mise Lenin fuori gioco. I candidati alla successione si unirono contro Trockij,
giudicato l'avversario più pericoloso; già a luglio però, come Zinov'ev scrisse a
Kamenev, Stalin aveva stabilito non solo la sua preminenza ma addirittura la sua
«dittatura». La svolta decisiva venne nell'ottobre 1923, segnato da una grave
crisi, politica ed economica. Quest'ultima (la «crisi delle forbici») fu
caratterizzata dalla divaricazione tra i prezzi dei prodotti agricoli, in calo, e
quelli dei beni industriali, in aumento. La colpa fu data all'autonomia dei trust
statali in materia di prezzi, usata per aumentarli in modo da creare riserve per
nuovi investimenti. Si sottovalutava così l'azione svolta in precedenza per
concentrare gli investimenti sull'industria pesante, danneggiando la produzione
di beni di consumo. Soprattutto non si capiva, come notò Bruckus, che la crisi
era il frutto delle convulsioni finali del sovznak. Nuove emissioni di quest'ultimo
erano state usate per pagare ai contadini il raccolto del 1923. I villaggi si
ritrovarono così pieni di una carta che valeva sempre meno. Il loro potere
d'acquisto, come quello di tutti gli strati più poveri della popolazione, ne risultò
enormemente danneggiato, rendendo irraggiungibili i beni prodotti dall'industria.
Sempre a ottobre naufragarono le ultime speranze di una rivoluzione in
Germania, rinfocolate dalla crisi in cui era precipitato il paese a seguito
dell'invasione francese della Ruhr. Gli ottimi rapporti tedesco-sovietici,
formalizzati nel 1922 con il trattato di Rapallo, rimasto fino al 1934 il principale
accordo internazionale sovietico, non avevano impedito a Mosca di sostenere la
rivoluzione tedesca con l'invio di denaro, armi e un gruppo di dirigenti, tra cui
Pjatakov e Radek, che aveva da poco aiutato il locale Partito comunista a varare
un programma di lotta per la «liberazione sociale e nazionale del popolo
tedesco». Il tentativo rivoluzionario finì però nella confusione e nella delusione.
Il problema del «che fare» laddove si era al potere acquistava così nuovo
significato mentre aumentavano i conflitti nel partito. Le ostilità erano state
aperte da Trockij l'8 ottobre con una lettera seguita da una «Dichiarazione»
firmata da quarantasei dirigenti, tra i quali figuravano Rakovskij, Preobrazenskíj,
Pjatakov e Antonov-Ovseenko. Essa segnò la nascita dell'opposizione di sinistra,
che si ribattezzò «fazione leninista», e raccolse vasti consensi, provocando forti
timori nel «triumvirato» (Zinov'ev, Kamenev e Stalin) alla testa del partito, cui si
unì Bucharín, avvicinatosi alle posizioni sulla Nep dell'ultimo Lenin. La sinistra
seppe infatti presentare un'analisi convincente, ancorché errata, della crisi interna
e un insieme coerente di proposte per superarla. Le cause della prima erano viste
nella scarsa presenza del piano in campo economico, che aveva permesso agli
squilibri tra le diverse parti dell'economia di esplodere. Si ignoravano così le
conseguenze della riforma monetaria e dell'intervento statale in materia di
investimenti, e si chiedeva una dose ancor più massiccia della medicina che
aveva generato i problemi che si voleva combattere. Ma alla luce del marxismo
sia l'analisi che le conclusioni sembravano solide, e permettevano inoltre di
rispondere alla domanda sul «che fare»: occorreva impegnarsi per costruire
un'economia regolata dal piano e fondata sulla grande industria socialista. Il
problema diventava così trovare le risorse necessarie, una domanda cui
Preobrazenskij rispose sostenendo che era necessaria una fase di
«accumulazione originaria socialista». La cosa suscitò scandalo tra i dirigenti
che avevano letto Marx e sapevano di quali orrori egli aveva caricato quella
capitalista, parlando di una «popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata
dalla sua terra, e resa vagabonda» e dell'uso «dello Stato, violenza concentrata e
organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di
trasformazione del modo di produzione». r quindi paradossale che lo scontro tra
maggioranza e opposizione si focalizzasse sulla proposta di «costruire il
socialismo in un paese solo» lanciata da Stalin nel giugno 1925. Malgrado i suoi
toni autarchici e nazionalistici, essa non era infatti che una versione meno
sofisticata, perché sfrondata dell'apparato marxista, della proposta di
Preobrazenskij. Nel gennaio 1924 moriva Lenin. Ai funerali, cui Trockij non
partecipò, Stalin lesse un giuramento di fedeltà la cui ipocrisia può essere
misurata con la violenza dei contrasti precedenti. Subito dopo, egli propose la
creazione di un culto del morto, la cui salma imbalsamata sarebbe stata esposta
in un mausoleo, contraddicendo i sentimenti di molti dirigenti, che la ritennero
una scelta medievale, e le volontà della vedova, che aveva chiesto di non
«costruire mausolei o palazzi con il suo nome». Stalin profittò della morte di
Lenin, promotore di una rigida purga, anche per immettere nel partito decine di
migliaia di persone prive di educazione politica, da usare come massa di
manovra contro i propri avversari. I mesi seguenti furono segnati dalla lotta
contro l'opposizione. L'Ufficio politico ricominciò a tenere riunioni informali in
assenza di Trockij; Zinov'ev e Kamenev si occuparono dell'invenzione del
trockismo e Stalin coordinò l'uso degli strumenti repressivi. Nel giugno 1924 il
XIII congresso segnò la vittoria della maggioranza. Sei mesi dopo Trockij fu
sostituito da Frunze alla testa del Comitato militare rivoluzionario. La sua
cacciata coincise con la prima rottura del compromesso con gli specialisti,
rappresentata da un regolamento di conti con gli ufficiali di carriera zaristi, ai
quali Trockij aveva affidato posizioni importanti. La sconfitta dell'opposizione
aprì nel partito un'«atmosfera di illegalità e repressioni, provocazioni e
delazioni» che approfondì la crisi scavata in numerosi vecchi bolscevichi
dall'amarezza per la ritirata della Nep e dalla delusione per la mancata
rivoluzione in Occidente. La Nep, tuttavia, compiva intanto miracoli. Tra la fine
del 1923 e la primavera del 1924 l'Urss fu riconosciuta dalle potenze vincitrici, a
eccezione degli Stati Uniti. Ottimi erano anche i rapporti con la Turchia di
Atatürk, eletta a rappresentante di borghesie nazionali nemiche
dell'imperialismo, e buoni restavano quelli con la Germania. Se nella tarda estate
del 1924 il Komintern interpretò l'accettazione tedesca del piano Dawes come un
passo verso la trasformazione della Germania e di tutta l'Europa occidentale in
una colonia americana, anticipando i giudizi sul piano Marshall, gli accordi di
Rapallo e le loro clausole segrete continuavano a reggere. La Germania era il
principale partner economico dell'Urss, dove sorgeva una rete di fabbriche e
campi di addestramento in cui tedeschi e sovietici costruivano gli aerei e le forze
corazzate che Versailles aveva vietato. Questo mentre gli alti ufficiali sovietici
frequentavano i corsi di addestramento dello stato maggiore tedesco. A oriente,
la situazione sembrava ancora più favorevole. Malgrado l'Urss impedisse a
Pechino di riprendere il controllo della Mongolia, dove nel 1924 fu instaurato il
primo stato satellite sovietico, e recuperasse parte dei privilegi dell'Impero
zarista, Mosca trattava la Cina su un piano di parità. Questo le assicurava il
favore del Kuomintang, altro rappresentante delle borghesie nazionali, che usava
l'Urss per addestrare e preparare i suoi quadri. Anche grazie a un influente
gruppo di consiglieri militari Mosca si illudeva che la Cina fosse parte della
propria sfera di influenza e i dibattiti sulla strategia da seguirvi avevano per
questo grande importanza. Il vero miracolo avvenne però all'interno. Mentre
Rykov, succeduto a Lenin alla testa del governo, garantiva il
buon funzionamento dell'apparato statale, la possibilità di respirare lasciata al
paese dalle lotte in cui erano impegnati i dirigenti del partito permetteva alla Nep
di innescare una ripresa velocissima, ancorché segnata da contraddizioni. Essa si
basava su quella demografica, che aveva il suo cuore nei villaggi. Qui la Nep
stimolò una crescita straordinaria, il cui segreto stava nel lavoro di milioni di
famiglie contadine. Nel 1924 le aspettative di un buon raccolto furono rovinate
da una siccità che provocò qui e là sacche' di carestia. Anche per questo, e per le
necessità della polemica contro Trockij, Stalin e i suoi alleati parvero abbracciare
le posizioni filocontadine di Bucharin. Nel gennaio 1925 il partito sembrò così
far suo il famoso invito ad arricchirsi da questi lanciato ai contadini,
contribuendo all'attivismo di campagne eccitate anche dalle previsioni di un
ottimo raccolto, che nel 1925 si avverarono. Lo stato, tuttavia, non riuscì a
profittarne quanto avrebbe voluto perché i contadini preferivano vendere ai più
alti prezzi di mercato piuttosto che a quelli fissati per gli ammassi, in base alle
teorie secondo cui lo stato aveva il diritto di imporre alle campagne uno
«scambio ineguale». Persino al suo picco la Nep fu quindi segnata da una sorda
ostilità tra stato e campagne, di cui il gruppo dirigente era al corrente grazie a
rapporti che non lasciavano adito a dubbi. Il regime temeva perciò ogni
manifestazione di tendenze contadine e alla maggioranza dei suoi quadri era
chiaro che i conti con i contadini e gli operai-contadini, neutralizzando i soldati-
contadini, andavano prima o poi regolati. Anche nel mondo urbano la Nep aveva
provocato un'effervescenza che si manifestava nel fiorire dei bazar, nella ripresa
dei salari reali e dell'occupazione e nella visibilità dei nuovi ricchi, la cui
presenza era motivo di scandalo nel partito. Già nel 1923-1924 un'ondata di
repressioni, che distrusse gran parte del capitale privato accumulatosi dopo il
1921, rese chiaro che le imprese private non godevano di alcuna sicurezza. In
quegli stessi mesi, applicando il principio per cui l'economia sovietica era
superiore a quella tedesca perché i trust erano in mano allo stato, che poteva
quindi coordinarne le attività in base a un piano, il Vsnch lanciò una politica di
centralizzazione dei capitali e degli investimenti. Il fatto che fosse la direzione
dell'industria a prendere le decisioni chiave sottolinea la debolezza degli organi
di pianificazione. Questi ultimi, nati nel 1920 con il Goerlo, incaricato di
progettare l'elettrificazione del paese, si erano poi consolidati nel Gosplan, che
stava avviando le prime esperienze di pianificazione di tutti i settori
dell'economia anche grazie alla collaborazione di economisti già vicini a
menscevichi e socialisti-rivoluzionari. Benché destinata a produrre distorsioni
che avrebbero accelerato la crisi della Nep, almeno in un primo momento la
domanda pubblica legata agli investimenti contribuì alla ripresa. Nel 1926,
quando la produzione industriale si avvicinò ai livelli del 1913, l'industria aveva
di nuovo circa tre milioni di occupati. A causa dei licenziamenti del 1921-1922,
usati anche a fini di ingegneria sociale e politica, si trattava spesso di operai
entrati in fabbrica prima del 1917. Ma la continuità fisica copriva le rotture
politiche e psicologiche provocate dai conflitti del 1918-1922, e questi operai
non costituivano un blocco omogeneo. Alle diviioni nazionali, locali,
generazionali e sessuali si aggiungeva quella causata da una organizzazione del
lavoro che vedeva un nucleo più o meno stabile di operai qualificati convivere
con una massa di giornalieri. Come prima del 1914, entrambi questi gruppi
avevano stretti legami con le campagne. Paradossalmente, almeno dal punto di
vista delle teorie ufficiali, le percentuali più alte di operai proprietari di terra si
trovavano tra i «proletari purosangue». L'espressione rivelava la tendenza del
regime a far dipendere la classe dall'origine più che dall'occupazione.
L'abitudine, derivata dal marxismo e dalla guerra civile, a classificare la
popolazione per gruppi sociali e a usare tale classificazione come criterio di
azione, faceva inoltre sì che tale status finisse per «oggettivarsi», rendendo i
concetti sovietici di classe e nazione simili ai costrutti di status dell'ancien
régime. Questo sistema di attribuzione categoriale guidò durante la Nep la
ripartizione di discriminazioni e privilegi. Questi ultimi, che riguardavano il
diritto di voto, la possibilità di iscriversi al partito, l'accesso all'istruzione ecc.,
furono riservati, appunto, a proletari e proletari «onorari», come erano
considerati i membri del partito, i contadini poveri e i combattenti della guerra
civile. Essi giganteggiavano agli occhi dei villaggi che ne erano esclusi, ma la
loro entità fu sempre relativa: anche al culmine della Nep i lavoratori occidentali
in Urss erano sorpresi dalla miseria e dall'oppressione che segnavano la vita dei
loro compagni sovietici, i quali sparivano «misteriosamente» dai reparti quando
osavano organizzare delle proteste. Queste ultime erano alimentate dalla
decisione del regime di spingere per un aumento della produttività sostenuto da
un fronte molto ampio: il centro e la destra, che non volevano conflitti con i
contadini, approvavano una politica di accumulazione interna all'industria, e la
sinistra vedeva di buon occhio ogni scelta che aumentava i fondi per gli
investimenti. Tutti potevano rifarsi al marxismo, che individuava nello
sfruttamento l'unica fonte possibile di plusvalore, giustificando la pressione sugli
operai. Solo i sindacati ebbero dubbi. Ma essi erano un centro di potere minore,
la cui debolezza era acuita dal trovarsi di fronte, come controparti, il proprio
partito e il proprio stato, con i quali finivano, magari controvoglia, per
collaborare, coprendosi di discredito agli occhi dei lavoratori. La ripresa della
Nep fu notevole anche in campo intellettuale. Artisti e studiosi profittarono di
una normalizzazione in cui molti credettero per riannodare i contatti tra loro e
con l'estero e produrre opere significative anche perché illuminate dai
drammatici avvenimenti degli anni precedenti, nonché dall'ansia di costruire
qualcosa di nuovo e diverso. Il risveglio e l'eccitazione furono stimolati anche
dalla repressione politica che faceva di arte e letteratura - in assenza di un
canone ufficiale - uno dei pochi campi della battaglia di idee. I nomi di
Majakovskij e Pasternak, della Achmatova e di Mandel'stam, di Il'f e Petrov,
Babel', Ejzenstejn e Dovzenko, Bulgakov e Mejerchol'd, Kapica, Cajanov,
Kondrat'ev e Malevic sono giustamente famosi. Ma i protagonisti di questo
risveglio avevano cominciato a produrre negli anni dello zarismo, di cui la
cultura «sovietica» della Nep fu quindi l'ultima espressione. Su di essa pesarono,
oltre alla repressione, le follie di estremisti che esaltavano una letteratura «dura,
energica, proletaria». L'idea che la cultura fosse solo un prodotto di classe era
stata criticata sia da Lenin che da Trockij. Ma se contro il primo nulla si poteva,
contro Trockij dopo il 1923 la caccia era aperta e Stalin non mancò di proteggere
e utilizzare chi combatteva la sua battaglia. Il confuso bagaglio intellettuale di
questi movimenti, di cui facevano parte anche Nietzsche, il culto
dell'avanguardia, della gioventù e dell'azione, finì così con il contribuire alla
coloritura ideologica dello stalinismo. In campo linguistico e nazionale la cultura
«borghese» venne attaccata da Marr, un accademico georgiano che definiva
l'ordine etnolinguistico una «creazione dell'imperialismo» e condannava
discipline scientifiche come l'etnologia perché opera di amministratori coloniali,
trafficanti di schiavi e missionari «al soldo della borghesia indoeuropea». Le sue
teorie, come le più sofisticate ricostruzioni di Pokrovskij, che ribaltavano le
tradizionali narrazioni storiche russo-centriche, fecero da sfondo alla costruzione
dello stato federale. Il dibattito sulla sua natura e sui poteri relativi delle sue
componenti portò già nel 1923 all'adozione di politiche tese a rimediare alle
discriminazioni sofferte dalle nazionalità non russe con misure di
discriminazione «positiva». Esse ebbero il loro più importante campo di
applicazione nell'istruzione e nella promozione di quadri locali. La Costituzione
del 1924 riservò a Mosca esteri, difesa, gestione delle frontiere, sicurezza,
commercio estero, pianificazione, trasporti e comunicazioni, bilancio federale,
moneta e credito. Le repubbliche ricevettero tuttavia ampi diritti formali,
concessi anche perché il partito, dove si concentrava il potere di ultima istanza,
restava una struttura unitaria e non federale. Essi includevano i segni esteriori
della statualità - un capo di stato, una bandiera, un inno, una lingua,
un'accademia nazionale ecc. - e persino il diritto teorico alla secessione. Al di
sotto di esse fu costruito un arcipelago di repubbliche, regioni e distretti
autonomi che ricalcava la presenza sul territorio sovietico di numerosissime isole
di questa o quella nazionalità in spazi dominati da altri popoli. La definizione
negoziale di migliaia di confini sollevò intensi conflitti. I centralisti, spesso
difensori del dogma marxista e quindi numerosi nell'opposizione, si batterono
contro i sostenitori degli interessi locali e nazionali. La mediazione tra le due
istanze fu difficile e difficile fu quella che si dovette esercitare tra le varie
nazionalità. Il conflitto di portata più ampia fu quello che oppose russi e ucraini,
deciso nel 1925 a favore dei primi, i quali si videro assegnare territori che, ove
fosse stata rispettata la regola della maggioranza etnica, sarebbero dovuti andare
ai secondi. Ma i quasi otto milioni di ucraini che secondo il censimento del 1926
vivevano nella Repubblica russa, e in particolare i quasi due milioni che
abitavano il Kuban, ricevettero ampi diritti. Anche in Kazakstan, la questione
russa, legata alla presenza dei coloni slavi, fu risolta dopo il 1925 a favore dei
russi. Questi ultimi, però, restarono delusi dalla soluzione data alla questione
nazionale. Bruciava la parificazione della Russia alle altre repubbliche,
irritavano i diritti concessi alle minoranze all'interno della Repubblica russa,
infastidiva la retorica ufficiale antirussa e pesava il fatto che i russi, unica
nazionalità della federazione, non avessero né un loro partito né una loro
accademia delle scienze. Tutto ciò faceva sì che all'interno del nuovo stato
federale vi fosse una questione nazionale russa che era al tempo stesso quella più
importante e di più difficile soluzione. A favore della concessione di poteri e
diritti alle nazionalità, in particolare a quelle di confine, giocò la speranza di
una prossima espansione a occidente. In quest'ottica le repubbliche ucraina,
bielorussa e moldava dovevano servire da polo di attrazione per chi viveva sotto
il dominio polacco o rumeno. Finché insomma Mosca fece una politica
espansionista, le nazionalità di confine godettero di una posizione privilegiata. Il
più importante tra i nazionalcomunismi era quello ucraino. Il suo gruppo
dirigente, che aveva tra i suoi leader Skrypnyk, fece di tutto perché i contadini
sentissero che il governo era dalla loro parte e che le città, dove li si voleva
attirare, non gli erano più ostili. I nazionalcomunisti cercarono alleati anche tra
gli intellettuali, favorendo il ritorno di chi, come lo storico Hrusevs'kyj, era
emigrato dopo la vittoria bolscevica. Anche in Ucraina la politica penetrava
intanto la letteratura, accendendo discussioni in cui, anche a causa delle speranze
suscitate dall'esperimento nazionalcomunista, prevalevano le tendenze di
sinistra. Nel 1925 Stalin, che aveva bisogno dell'appoggio degli ucraini nella
lotta contro Trockij, spedì nella repubblica come segretario del partito Lazar'
Kaganovic, un ex operaio di origine ebraica della regione di Kiev, con il
mandato di dare impulso all'ucrainizzazione. Per farlo egli ricorse alla pressione
amministrativa, applicata anche in campo religioso, dove la Chiesa autocefala
ucraina, nata nel 1921 contro. la Chiesa russa, ebbe un certo margine di libertà. I
suoi metodi suscitarono però le proteste della minoranza russa, che esplosero nel
1926. In Asia centrale, e tra le nazionalità minori e meno sviluppate, la politica
bolscevica assunse aspetti ancor più sorprendenti. Nella prima si arrivò nel 1924
alla nascita di più stati nazionali. Il Turkmenistan e l'Uzbekistan, che includeva il
Tagikistan come sua repubblica autonoma (esso fu poi promosso nel 1929),
furono dichiarati repubbliche federali, mentre il Kazakstan e il Kirghizistan
furono dichiarati repubbliche autonome della Russia. Ogni nazionalità
riconosciuta fu dotata di una lingua spesso scritta in caratteri latini, un possibile
lascito dell'originaria intenzione bolscevica di latinizzare il russo ma anche
un'espressione della volontà di segnare la rottura con l'imperialismo russo, di cui
il cirillico era stato strumento. ;Territori e città furono divisi in modo tale da
rendere difficili eventuali richieste di indipendenza, una politica seguita con
determinazione nel Caucaso, dove lo scioglimento della federazione
transcaucasica aveva portato alla nascita dei tre stati ancora esistenti.
La creazione di territori nazionali toccò anche gli ebrei, che ,nel 1928 si videro
assegnare una regione autonoma nell'Estremo Oriente, il Birobidzan. A causa
della sua dislocazione, esso attirò però pochi immigrati. La maggioranza preferì
invece spostarsi verso le grandi città, dando vita a una delle più grandi
migrazioni ebraiche del XX secolo: gli ebrei di Mosca, poco Più di 15 mila nel
1912, erano diventati per esempio nel 1939 950 mila, il 6% della popolazione
urbana. Questi movimenti avrebbero dovuto in teoria rinfocolare l'antisemitismo.
Ma meno dell' 1% delle lettere controllate nel 1925 dalla polizia politica di
Leningrado conteneva commenti negativi sugli ebrei, a indicare che, almeno in
Russia, tali sentimenti non erano ancora così diffusi. Le politiche a favore delle
nazionalità non debbono far dimenticare che quando queste si ribellavano, la
repressione era brutale. L'esempio più rilevante fu la sollevazione georgiana
dell'estate del 1924, forse la più grande mai affrontata dal regime, domata con
migliaia di fucilazioni e deportazioni dal georgiano Ordzonikidze. I successi
della Nep ebbero un effetto paradossale sul partito, che li guardò con sospetto
perché rafforzavano l'«oceano piccolo borghese» e sembravano provare la
superiorità del mercato sulle politiche comuniste fallite nel 1919-1920. Tra i
vertici questi timori erano acuiti dal marxismo che travisava la percezione della
realtà. Esso portava per esempio a identificare piccola produzione e capitalismo,
nonché a ragionare in termini di classe laddove la stragrande maggioranza della
popolazione viveva nelle campagne e si sentiva parte di uno stesso mondo.
Soprattutto, la sottovalutazione marxista del ruolo dello stato rese quasi tutti i
dirigenti bolscevichi, presi dalle polemiche su kulak, operai, agricoltura,
industria e accumulazione, ciechi di fronte alla crescita smisurata dello stato e
alle sue conseguenze. Il malcontento nei confronti della Nep era forte anche tra i
quadri medio-bassi del regime che avevano fatto carriera durante la guerra civile
e ne rimpiangevano metodi e aspirazioni. Certo, molti dei nuovi iscritti - dopo il
1924 il partito aveva ripreso velocemente a crescere - erano favorevoli alla Nep.
Ma essi occupavano posizioni subordinate ed erano meno determinati dei quadri
.formatisi nel 1918-1921, che avevano trasformato gli organi di potere locale in
associazioni di reduci (nel 1922 l'85 % dei funzionari sovietici nei piccoli centri
era costituito da ex ufficiali e sottufficiali). La svolta filocontadina ebbe quindi
vita breve oltre che incerta, e il 1925 si presenta come un anno di passaggio,
chiuso da decisioni che la contraddicevano. Tra le cause di questo mutamento
radicale vi era il senso di insicurezza determinato da una situazione
internazionale che, pur pacifica, restava quella dell'Europa fra le due guerre,
cosciente che a Versailles era stato firmato un armistizio e non la pace. Il doppio
sentimento di accerchiamento (interno, da parte dell'oceano piccolo-borghese, ed
esterno, da parte del capitalismo) era acuito dalla coscienza della debolezza
dell'Armata rossa, e questo senso di fragilità faceva a pugni con le smisurate
ambizioni di un gruppo dirigente che proprio nel 1925 sentì per la prima volta di
avere le risorse per fare qualcosa. Ad aprile Stalin fece approvare la sua teoria
sulla possibilità di costruire il «socialismo in un paese solo», contraddicendo di
fatto il Meglio meno, ma meglio di Lenin. In quegli stessi mesi il trockista
Pjatakov, al quale era stata lasciata la direzione dell'industria di stato, sostenne la
necessità di usare ogni mezzo a disposizione per rinnovare il capitale fisso della
grande industria e propose l'impiego del lavoro forzato per sviluppare le regioni
e i giacimenti lontani. A luglio il governo decise di raddoppiare l'esportazione di
grano e moltiplicare per due volte e mezzo gli investimenti in conto capitale,
dando il via alla corsa all'industrializzazione forzata, una corsa che procedette a
ritmi sempre più serrati, intervallati da crisi di crescente intensità, per i
successivi otto anni. Data la Nep, tuttavia, quel grano andava pagato. I prezzi
agli ammassi cominciarono così a salire, provocando una forte pressione
inflazionistica che fu affrontata a settembre con la prima riduzione
amministrativa di quegli stessi prezzi. Vista la presenza di commercianti privati,
ciò comportò però il crollo degli ammassi, e quindi delle esportazioni, proprio
mentre lo stato lanciava i suoi investimenti. La brusca accelerazione del secondo
semestre del 1925, quando l'industria crebbe di oltre il 20% e la moneta in
circolazione di più del 63 %, scatenò anche la prima crisi da eccesso di domanda
del sistema sovietico. La carenza cronica di beni di consumo diede vita a quella
che fu chiamata «fame di merci», mentre ai vertici, a causa del crollo delle
esportazioni a fronte degli impegni per l'importazione, la crisi si presentava
come deficit di valuta. Il meccanismo di queste crisi, da cui la successiva storia
sovietica sarebbe stata cadenzata, fu spiegato all'inizio del 1926 da Viktor
Novozilov. Egli sostenne che la sua causa era l'eccesso di domanda statale per
investimenti, e che i controlli sui prezzi avevano effetti perversi, alimentando la
corruzione e gli abusi del settore distributivo. Jurovskij e Kondrat'ev sostennero
tesi simili, ma i dirigenti del partito non la pensavano così. Nel 1927 Zínov'ev,
passato all'opposizione, avrebbe accusato Kondrat'ev di essere il portavoce di
uomini della Nep e kulak. E Stalin avrebbe spiegato la carenza di beni di
consumo con la crescita del «benessere delle masse popolari», un'interpretazione
che divenne quella ufficiale del regime. Egli, però, sapeva bene che tra le sue
cause vi era la decisione di non investire nell'industria leggera, ed era convinto
che un ruolo importante lo avessero giocato sabotatori e nemici di classe. Questa
fu subito la teoria dell'opposizione, che spiegò la crisi di fine 1925 come risultato
dell'azione di kulak che avevano sabotato gli ammassi, le esportazioni e quindi
lo sviluppo del paese. Si diffuse allora il «mito dell'abbondanza di cereali», vale
a dire una stima eccessiva delle riserve contadine accompagnata dal sentimento
che lo stato non potesse attingervi a causa della Nep. A fine anno il XIV
congresso confermò la scelta a favore dell'industrializzazione. L'alleanza Stalin-
Bucharin riuscì a infliggere a Zinov'ev, Kamenev e ai loro seguaci una sconfitta
che portò a vaste epurazioni nel partito di Leningrado, già controllato da
Zinov'ev e ora affidato a Kirov. Ma il congresso condivise la tesi di Kamenev,
secondo cui era inaccettabile che «i contadini avessero il diritto di regolarci». E
Stalin dichiarò che era impossibile costruire il socialismo con i guanti bianchi,
sostenendo la necessità di usare l'alcol per finanziare l'industrializzazione. Per
far fronte alla situazione si discusse anche di un grande prestito forzoso, che il
commissariato alle Finanze, grazie all'appoggio dei sindacati (gli operai
sarebbero stati infatti i primi a esserne colpiti), riuscì però a bloccare. Ma, come
ha notato Vladimir Mau, «il principio amministrativo e di comando» aveva
ormai acquistato «una notevole preminenza nella direzione dell'economia, a
scapito del ruolo delle istituzioni finanziare ed economiche». Cominciava così
una nuova fase della Nep, dominata da un piano quinquennale «nascosto» di
sviluppo dell'industria a spese delle campagne che ne precipitò la crisi. Come
dimostrò la frenata di inizio 1926, che ebbe effetti benefici, era tuttavia possibile
scegliere una strada diversa. La Nep avrebbe insomma potuto svilupparsi, ma le
ambizioni, gli interessi e i limitati orizzonti culturali del gruppo dirigente,
nonché l'eredità politica e psicologica della guerra civile, spingevano in
direzione opposta.

1. Nuovo assalto, nuova crisi, 1926-


1930

1. Ambizioni crescenti: la barbarie come virtù, 1926-1929


Nel 1926, quando si annunciò che il reddito pro capite aveva raggiunto quello
del 1913 (ma in realtà si era ancora di circa il 20-25% sotto la parità), l'Unione
Sovietica aveva 147 milioni di abitanti. Gli uomini erano 71 milioni, le donne 76
e i nati vivi circa 4 milioni all'anno, concentrati nelle campagne. La Russia, con
93,5 milioni, era la repubblica più grande, seguita dall'Ucraina con 29, dalla
Bielorussia con 5 e dall'Uzbekistan, tra i cui 4,5 milioni di abitanti i maschi
erano più delle femmine. La percentuale della popolazione urbana ricalcava in
Russia e Ucraina la media nazionale con il 18%, cresceva al 28% in Azerbaigian
e scendeva sotto il 10% in Asia centrale. Tra i maggiori di nove anni
l'alfabetizzazione superava il 50% e saliva a più del 75% nelle città. Tra gli
ultracinquantenni si scendeva invece sotto il 25 % e al 6,3 % tra le donne, si
risaliva all'85% tra gli ebrei e si precipitava al 4,8% tra gli uzbechi. Gli studenti
universitari erano meno di 170 mila. Era questo il paese che i dirigenti
bolscevichi spinsero sulla strada della modernizzazione forzata: Lenin aveva
mostrato la possibilità della rivoluzione socialista in paesi arretrati attraverso
l'uso, guidato dal partito, di contadini e nazionalità; si trattava ora, sempre con la
guida del partito, di usare lo stato per costruire a posteriori ciò di cui si mancava.
Ad aprile, ignorando le obiezioni dei moderati, Stalin esaltò lo sviluppo «di una
nostra industria pesante», che avrebbe «garantito l'indipendenza» dello sviluppo
economico sovietico in condizioni di accerchiamento. Le dotazioni statali
all'industria quadruplicarono ,e quelle all'agricoltura diminuirono, mentre
circolavano voci sul fatto che «tra un anno o due della Nep non resterà nulla».
La scelta fu accompagnata da quella, segreta, di destinare buona parte dei nuovi
investimenti all'industria bellica. Anche per questo i vertici militari si
schierarono con Stalin contro Rykov e il governo, che intendevano spendere per
la difesa la metà di quanto spendeva l'impero prima del 1913. Il tradizionalismo
dei leader bolscevichi voleva però che il bilancio fosse in pareggio. Si cominciò
quindi a basare i piani di crescita su previsioni di entrate da riduzioni dei costi,
che si sapevano improbabili, e sul credito. Dal 1926 al 1929 quello a lungo
termine quasi quadruplicò, mentre ricominciava a circolare l'idea che esso non
fosse in realtà credito ma semplice «redistribuzione di risorse in forma
pianificata». A esplodere, però, fu soprattutto il credito a breve termine,
concentrato nel Gosbank. Alla sua crescita non venne posto limite in base alla
teoria che ogni cambiale emessa da un'industria di stato andava scontata perché
rappresentava movimenti economici della cui validità la banca non era tenuta a
giudicare. Ma scontare cambiali voleva dire emettere moneta e quindi inflazione.
Le tensioni inflazionistiche erano moltiplicate da quelle nella bilancia dei
pagamenti, dovute a importazioni - necessarie all'industrializzazione - che
acutizzavano il problema della valuta, spingendo all'accelerazione delle
esportazioni e alla ricerca di prestiti esteri. Soprattutto esse erano aggravate dalla
preferenza accordata all'industria pesante, che non produceva per il mercato e
che già nel 1926-1927 assorbì il 71,5% degli investimenti in capitale fisso. Per
decidere di questi investimenti fu abbandonato, con il saggio di interesse, anche
il calcolo dei loro costi a fronte dei rendimenti futuri, e si adottò una concezione
dei costi ancorata al concetto dei costi sostenuti, ignorando quelli di sostituzione.
Ciò fece sì che molti dei nuovi impianti fossero antieconomici, ma la cosa fu
ritenuta priva di importanza visto che il metro di giudizio era quello della loro
importanza per la costruzione del socialismo. La corsa ripresa nella primavera
del 1926 presentò così presto affinità sostanziali con quanto era avvenuto nei
primi due anni di guerra. Ancora una volta la spesa pubblica dimostrava la sua
capacità di influire sui livelli dell'attività economica. Ma proprio come durante la
guerra, la veloce crescita iniziale si tramutò presto in crisi da eccesso di
domanda, inflazione e pressione su risorse divenute scarse, con conseguente
crescita di mercati paralleli, corruzione e repressione. Come nel 1916-1917,
crebbe soprattutto l'irritazione dei contadini, che lo stato pagava con una moneta
che perdeva valore. Essi risposero con il boicottaggio degli ammassi e con un
calo dei seminativi delle colture, quelle cerealicole in primo luogo, i cui prezzi lo
stato aveva abbassato nel tentativo di imporre quella manipolazione a suo favore
delle ragioni di scambio auspicata da Preobrazenskij. Il gruppo dirigente
interpretò però la crisi non come effetto delle proprie politiche, ma come
conseguenza della decisione delle campagne di opporsi a esse. Pur non volendo
ancora rompere con i villaggi si decise perciò di forzare il passo, senza rendersi
conto che, come scrisse Kondrat'ev, «ogni tentativo di superare le difficoltà del
mercato in un'economia mercantile e monetaria attraverso metodi non economici
porterà inevitabilmente ai metodi economici del comunismo di guerra, con tutte
le sue note caratteristiche». Nel 1926-1927 si aumentò quindi la pressione sulle
campagne e riprese l'attacco al capitale privato con la deportazione di migliaia di
artigiani e commercianti, che aggravò la fame di merci che ci si proponeva di
combattere. La pressione crebbe anche nell'industria e sugli operai: gli infortuni
sul lavoro aumentarono di circa il 50% e i licenziamenti per assenteismo e
infrazioni disciplinari colpivano a fine 1927 quasi il 5% della forza lavoro. Stalin
era però frenato dalla necessità di sconfiggere l'opposizione. Egli avrebbe per
esempio desiderato scatenare un'offensiva contro i contadini già dopo il raccolto
del 1927, ma la riluttanza di Bucharin e dei suoi alleati a espellere Trockij dal
partito lo costrinse a rimandare l'iniziativa a dopo il XV congresso, previsto per
la fine dell'anno. Stalin si trovò così a ripetere contro l'opposizione gli argomenti
di Bucharin e ad accusare Trockij di quanto lui stesso avrebbe fatto, sostenendo
che la politica trockista di combinare un tributo eccessivo con grandi
investimenti industriali finanziati da esportazioni massicce di cereali avrebbe
potuto causare una carestia artificiale. Per spezzare l'opposizione furono usate
anche calunnie, squadre di picchiatori e l'Ogpu (il nuovo nome assunto-dalla
polizia politica), nonché la minaccia della guerra che, secondo le dichiarazioni
sovietiche, le potenze occidentali stavano preparando. La tensione era
ricominciata a salire dopo il colpo di stato di Pilsudski del maggio 1926, che
coincise con la sconfitta dello sciopero generale inglese e suscitò i timori di
Stalin che vedeva ora minacciata la «sua» Ucraina dalla politica polacca. Forse
anche per questo Petljura fu ucciso a Parigi quello stesso mese, anche se
l'omicidio fu giustificato dal suo autore come vendetta per i pogrom del 1919.
Cominciò così il declino dell'ipotesi di usare l'Ucraina sovietica come base di
una possibile rivoluzione nazionale e socialista ucraina verso occidente.
L'ucrainizzazione, tuttavia, continuava. Nel 1927 la maggioranza delle scuole
primarie era stata ucrainizzata e persino nelle città oltre il 40% degli scolari
riceveva un'istruzione in ucraino, suscitando proteste russe anche a Mosca. A
seguito del lavoro fatto su lingua, vocabolario e alfabeto, l'ucraino stava inoltre
allontanandosi dal russo e gli intellettuali ucraini parlavano della posizione
«coloniale» dell'Ucraina nei confronti della Russia. La crisi scoppiò quando
Chvyl'ovyj, il più noto scrittore ucraino, sostenuto dal commissario all'Istruzione
Sums'kyj, attaccò chi voleva spingere la cultura ucraina verso il provincialismo,
riducendola a cultura di secondo rango per i villaggi. Egli proponeva al suo
posto un orientamento dell'Ucraina verso l'Occidente, che non doveva essere
raggiunto attraverso la mediazione russa, anche perché Mosca rappresentava il
simbolo di un passato di oppressione. Anche nel campo delle nazionalità il
compromesso inaugurato con la Nep si trasformava così in un elemento di
instabilità. Stalin rispose rimuovendo Sums'kyj, che fu esiliato in Russia. Ma la
necessità di non alienarsi gli ucraini prima della sconfitta di Trockij lo spinse
però a sostituirlo con Skrypnyk, che dell'ucrainizzazione era un alfiere altrettanto
convinto e pensava all'esperienza ucraina come a un modello delle relazioni tra il
socialismo e i movimenti di liberazione nazionale. Nell'aprile 1927 la politica
staliniana in questo campo, basata sul sostegno alle borghesie nazionali, e quindi
al Kuomintang cinese, naufragò nel massacro dei comunisti a Shanghai, che
l'opposizione non mancò di utilizzare. Subito dopo, la scoperta di una rete di
agenti sovietici spinse Londra a rompere le relazioni diplomatiche. Malgrado il
commissario agli Esteri, Cicerin, non credesse all'imminenza di una guerra
contro l'Urss, la rottura gettò Mosca in un'isteria di guerra che Stalin sfruttò per
distruggere l'opposizione e convincere il partito della necessità di misure
straordinarie contro i nemici e i contadini. A giugno egli scrisse a Molotov
dicendosi convinto che l'Inghilterra voleva «provocare un conflitto con la
Polonia». Adottando uno schema poi perfezionato dieci anni dopo, egli aggiunse
che ciò rendeva necessario «porre le basi per la distruzione completa delle
cellule monarchiche e bianche sul nostro territorio con tutti i mezzi
rivoluzionari». Poco dopo Stalin scrisse al capo dell'Ogpu chiedendo «arresti di
massa per distruggere la rete spionistica inglese», una richiesta che pose le basi
per il processo Sachty e che fu seguita da quella di eliminare gli «elementi
sociali alieni» nelle campagne e di procedere alla liquidazione dei distretti
nazionali polacchi in Bielorussia e all'esilio dei loro infidi abitanti. L'aumento
della repressione si manifestò anche in un balzo del numero delle condanne a
morte, che passarono dalle 990 del 1926 alle quasi 2.400 del 1927, e nel rifiuto
dell'offerta del patriarcato di Mosca, che aveva proposto un compromesso tra
Chiesa e stato. La minaccia di guerra fu infine usata per accelerare la scelta a
favore del riarmo. Al XV congresso del dicembre 1927 Stalin saldò i conti con
l'opposizione. Nelle settimane seguenti, mentre gli ex alti dirigenti prendevano la
via del confino, migliaia di loro seguaci venivano arrestati. Trockij fu esiliato a
Alma-Ata, dove continuò un'intensa attività politica. Lo stesso facevano i suoi
principali compagni, i cui testi contengono le prime analisi della degenerazione
del sistema sovietico e del ruolo di Stalin. Rakovskij si occupò per esempio della
trasformazione operata dal potere sui quadri del partito. La funzione, vale a dire
il comando, sostenne, «ha modificato lo stesso organo, cioè la psicologia» dei
dirigenti, trasformandoli in «satrapi, bruti, truffatori, avventurieri». Altri leader
della sinistra invece si pentirono, giustificando il loro passaggio al servizio di
Stalin con argomenti come quelli avanzati da I.N. Smirnov, che ammise di «non
poter sopportare l'inazione. Voglio costruire! E seppure barbaricamente, e spesso
stupidamente, il Comitato centrale sta costruendo il futuro», riallacciandosi così
alle parole di Marx su Pietro il Grande già usate da Trockij durante la guerra
civile. Pjatakov, che dei pentiti fu il più famoso, usò parole che rendono bene le
convinzioni e il clima di quei giorni: La stabilizzazione del capitalismo è
un'illusione e una menzogna, la Polonia una bolla pronta a scoppiare, la
Germania mostra tutti i sintomi di una crisi spaventosa in arrivo, la Francia è
solo una prostituta imbellettata, negli Stati Uniti si sta avvicinando una crisi di
tal forza che i capitalisti americani non saranno in grado di farvi fronte. La
Russia invece farà passi da gigante grazie ai piani quinquennali, veri e propri
stivali dalle sette leghe dell'industrializzazione quando il partito ne assume il
controllo togliendolo agli specialisti, un partito che non è vincolato da alcuna
legge e può rendere possibile l'impossibile. Stalin profittò della liquidazione
dell'opposizione per lanciare offensive tese a piegare le forze politiche e sociali
che ancora esistevano nel vuoto scavato dal 1914-1922. Queste offensive, che
sostituirono i compromessi del 1921-1923, colpirono i contadini, gli specialisti, i
sindacati e gli operai, le nazionalità e lo stesso partito. La prima e più importante
fu quella contro le campagne. Il 5 gennaio 1928, subito dopo un congresso che
aveva approvato la prosecuzione della Nep, l'Ufficio politico fece il primo passo
nella ripresa della guerra ai villaggi, approvando un decreto che chiedeva di
applicare «misure severe» per estrarre ai contadini quanto da loro dovuto,
riservando «misure repressive speciali a kulak e speculatori». Poco dopo Stalin
emanò una direttiva che imponeva al partito e allo stato di considerare
l'«organizzazione della pressione» per l'estrazione di grano il proprio compito
principale. Cominciarono allora i dissidi tra Rykov e Bucharin da una parte e
Stalin, Molotov e Mikojan dall'altra. La linea di Stalin sembrava però
funzionare, e veri sembrarono i due miti di cui si nutriva. Il primo era quello del
kulak, detentore della maggioranza delle scorte e attivo oppositore del sistema
sovietico. Per la direzione statistica sovietica nel 1927 i circa 22 milioni di
aziende familiari contadine erano divise in un 26,1 % di povere, un 70,7% di
medie e un 3,2% di kulak. Poiché nel 1922 era stato classificato tale solo lo 0,2%
delle famiglie, questo strato era composto da chi nei quattro anni successivi
aveva lavorato di più o era stato favorito dal regime. Il kulak del 1927, che aveva
redditi paragonabili a quelli operai, non era quindi molto diverso dalla massa dei
contadini medi, nelle cui mani era in realtà la maggioranza del grano desiderato
dallo stato. Il secondo mito era quello delle fattorie collettive, i colcos, che
avrebbero dovuto assicurare una maggiore produttività. Tuttavia, malgrado i
privilegi loro concessi, í 18 mila colcos del 1927 sopravvivevano grazie agli
aiuti statali ed erano anche per questo disprezzati dai contadini. Questi ultimi
reagirono all'attacco riducendo come al solito i seminativi e quindi ponendo le
basi per un'ulteriore acutizzazione di difficoltà e conflitti nell'anno successivo.
Aumentarono però anche gli atti di resistenza. I disordini rurali classificati
dall'Ogpu come sollevazioni di massa passarono, per esempio, dai 63 dei primi
otto mesi del 1927 ai 564 del corrispondente periodo del 1928, e crebbero anche
gli atti terroristici. Nelle città crescevano intanto le difficoltà alimentari. Le file
ai negozi non si diradavano nemmeno di notte e i poteri locali cominciarono a
reintrodurre il razionamento. Nella primavera del 1928 si verificarono rivolte per
il pane a Herson, Melitopol' e Semipalatinsk, mentre ovunque si moltiplicavano
tensioni e sollevazioni. Al plenum di aprile Stalin le spiegò rispolverando le
teorie del 1919-1920. Lo stato era passato all'offensiva contro il nemico di classe
e questo reagiva sabotandone le politiche e trascinandosi dietro, magari a causa
di eccessi locali, anche strati pregiudizialmente non ostili al regime. Occorreva
quindi colpirlo con decisione. Bucharin rispose analizzando invece le difficoltà
in termini economici e accennando a errori nella politica del partito. Anche
stalinisti come Mikojan ammisero che si erano verificati eccessi anticontadini,
aggiungendo però che gli ammassi di nuovo tipo avevano fornito «la possibilità
di una grande verifica e di una purga dei nostri attivisti, permettendo
l'allontanamento degli elementi alieni». La spaccatura fu approfondita
dall'attacco agli specialisti. Di fronte alla decisione di Stalin e dell'Ogpu, da lui
manovrato, di procedere all'arresto di ingegneri e dirigenti dell'industria
mineraria del Donbass, accusati di sabotaggio e di collaborazione con il nemico,
Rykov chiese una convocazione straordinaria dell'Ufficio politico, cui lesse
citazioni di Lenin «relative al fatto che senza i vecchi specialisti sarebbe stato
impossibile costruire il socialismo». Stalin, però, che aveva cominciato a far
circolare tra i dirigenti i verbali di interrogatori da lui orchestrati, non si fermò e
ordinò di organizzare un grande processo pubblico. Ad aprile cominciarono così
a Sachty le udienze del primo grande processo dell'èra staliniana. Le reazioni
popolari alle confessioni degli imputati convinsero Stalin che la denuncia come
«nemici di classe» responsabili di crimini sensazionali di individui appartenenti
a ceti privilegiati incontrava il favore di una parte del pubblico, e specialmente
dei giovani attivisti di estrazione popolare. L'assurdità delle accuse non
sembrava invece porre problemi. La retorica operaista del regime sembrava
così confermata dai fatti, ma, come chiarì il Comitato centrale, quelli che ne
prendevano il posto dovevano «imporre strettamente la disciplina sul lavoro,
essere essi stessi modelli di disciplina e richiedere la sottomissione
incondizionata dei loro subordinati». L'obiettivo principale dell'assalto in
fabbrica furono infatti gli operai e quel che restava del potere sindacale. Fino a
tutto il 1927 i salari reali avevano continuato a crescere. Nel 1928, però,
cominciò il movimento in direzione opposta, che decurtò quelli reali di circa il
15-20% nei due anni successivi, e prese il via una violenta campagna che faceva
di operai descritti come fannulloni, ladri, ubriaconi e assenteisti i colpevoli del
«crollo della disciplina sul lavoro» e del mancato conseguimento dei piani
industriali. Per raddrizzare la situazione erano perciò necessarie misure
drastiche. Nelle fabbriche, si disse, aveva luogo una dura lotta tra un'avanguardia
operaia cosciente, gli udarniki, che voleva costruire, e una massa arretrata che vi
si opponeva. Ma, come rivelavano i rapporti dell'Ogpu, a esprimere ostilità verso
le nuove politiche erano piuttosto gli operai con maggiore esperienza. I conflitti
da loro animati segnarono l'inizio del breve risveglio operaio del 1928-1929,
spezzato da repressione, paura e promozioni. I licenziati per assenteismo e
motivi disciplinari quasi triplicarono e i lavoratori stranieri presenti a Mosca
iniziarono a raccontare «storie terribili» sulla vita nelle fabbriche sovietiche,
parlando di «operai ormai prigionieri delle gerarchie di fabbrica». Anche il
partito, che contava nel 1927 più di un milione di iscritti, quasi l'1 % della
popolazione, dovette sottostare all'attacco di Stalin che, dopo aver eliminato
l'opposizione e colpito i quadri più vicini ai contadini, decise di far capire con
chiarezza a tutti chi fosse il padrone (chozjajn). Per farlo egli utilizzò anche in
questo caso un processo, celebrato nel 1928 contro i dirigenti di Smolensk,
accusati di essere «in preda alla corruzione, all'alcolismo e alla degenerazione
sessuale». Tutti sapevano che questa era la regola, ma i quadri locali dovevano
imparare che il loro potere e i loro privilegi dipendevano dalla sottomissione a
Stalin. L'attacco fu esteso al movimento comunista internazionale. Il VI
congresso dell'Internazionale comunista, tenutosi a Mosca nell'estate del 1928,
fu preceduto dall'epurazione dei partiti nazionali. L'operazione portò alla prima
grande spaccatura del movimento comunista, da cui si staccò l'ala trockista, e
alla comparsa in Occidente di opere che criticavano da sinistra l'esperienza
sovietica. Allo stesso congresso, le tesi che avevano preso a circolare dopo la
sconfitta del 1923 in Germania furono ufficializzate in una linea che faceva della
socialdemocrazia, il «socialfascismo», il nemico principale e più pericoloso
perché il più ascoltato dagli operai e il più capace di portare alla stabilizzazione
della crisi. In parte sulla scorta della sconfitta cinese, il congresso denunciò
come nemici della rivoluzione anche i movimenti nazionali, ponendo l'accento
sulla necessità di una disciplina ferrea nei partiti comunisti, condannati a una
politica di settarismo rinunciatario e di stretta obbedienza a Mosca. La cosa
segnalava il progressivo ritiro dell'Urss da un ruolo attivo negli
affari internazionali, confermato anche dalla sua adesione al patto Briand-Kellog
e dalla firma, a inizio 1929, di un accordo con Lettonia, Estonia, Romania e
Polonia. L'Urss preparava così l'isolazionismo dei primi anni Trenta, quando lo
sforzo per trasformare il paese avrebbe assorbito le energie dei suoi dirigenti.
Con le nazionalità interne Stalin fu invece più cauto. L'assalto fu sferrato, ma
solo contro la loro cultura alta. In Ucraina, per esempio, pur attaccando l'élite
dell'intelligencija nazionale, Kosior continuò a esaltare l'ucrainizzazione, estesa
nel 1929 anche alle comunità ucraine del Volga, del Kazakstan e soprattutto del
Kuban, dove vennero formati distretti ucraini con centinaia di migliaia di
abitanti. Tuttavia, gli effetti dell'attacco all'alta cultura e soprattutto quelli
dell'offensiva socialista cominciarono presto a pesare sulla politica nazionale nel
suo complesso. La decisione di industrializzare a ritmi forzati richiedeva per
esempio il controllo diretto del centro su settori sempre più vasti, e non solo
in campo economico, rendendo intollerabile l'autonomia goduta fino ad allora da
vastissime regioni dove il potere sovietico era poco più di una forma. Il
compromesso con le nazionalità fu quindi evirato, ma si conservò più a lungo
degli altri. La sua vitalità, tuttavia, variò a seconda dei luoghi, anche in base a
considerazioni geopolitiche. Il maggior peso e il maggior sviluppo delle
nazionalità occidentali e il loro essere poste lungo il confine ritenuto più
pericoloso fecero per esempio sì che queste tendenze al ribaltamento della linea
nazionale vi si manifestassero con maggiore forza. Altrove Mosca continuò
invece più o meno a seguire la politica approvata nel 1923. Un caso a parte è
costituito dall'Asia centrale e soprattutto dal Kazakstan. Anche qui
l'indigenizzazione aveva giocato a favore delle élite locali e portato in un primo
momento a un compromesso con la cultura tradizionale. Già alla metà degli anni
Venti quest'ultima era stata però messa sotto accusa e nel 1928 prese il via un
assalto contro le «pratiche feudali». Il rispetto delle tradizioni fu dichiarato
illegale, quasi tutte le moschee furono chiuse, le più note personalità islamiche
vennero arrestate, spingendo le confraternite in clandestinità, e in autunno fu
introdotta anche la leva, che aveva provocato la grande rivolta del 1916. Nel
1929, per rompere il legame con le tradizioni coraniche, fu infine decretato il
passaggio del kazaco all'alfabeto latino. Dietro queste misure vi era anche la
decisione, presa nel gennaio 1928, di riaprire il Kazakstan all'immigrazione slava
e sempre nel 1928, con un anno di anticipo rispetto a quel che sarebbe avvenuto
nel paese nel suo complesso, il leader locale Goloscekin lanciò una campagna
per la collettivizzazione, in questo caso del bestiame, legandola alla
debajzzazione (i baj erano i capi kazachi tradizionali). Essa si tradusse in un
saccheggio dei pastori condotto da funzionari ai quali una commissione
d'inchiesta centrale imputò sevizie e «crudeltà cinesi». L'economia locale perse
così già nel 1928-1929 buona parte delle sue risorse. Stalin doveva intanto
affrontare il malcontento del partito della Nep: al plenum del luglio 1928 si ebbe
il primo scontro aperto tra i vincitori della lotta contro le opposizioni. Come
Bucharin raccontò a Kamenev in un incontro segreto, Stalin fece ricorso «alla
teoria di Preobrazenskij» per sostenere che era necessario prendere ai contadini
«una specie di tributo», aggiungendo che ciò avrebbe comportato «il crescere
della resistenza», rendendo necessaria «una direzione inflessibile» che solo lui
era in grado di garantire. All'inizio la vittoria sembrò arridere alla destra. Nei
mesi successivi Stalin non ebbe però grandi difficoltà a sbarazzarsene, e non solo
perché i quadri che lo appoggiavano erano superiori in termini di volontà,
energia e leadership ai loro nemici. Regnava infatti nel partito uno stato d'animo
per cui, di fronte alle ragionevoli obiezioni di Bucharin, anche i moderati
rispondevano che non se ne poteva «più di strisciare davanti ai contadini medi»,
di commerciare e tenere i conti. Si aveva «voglia di prendere e distribuire».
Malgrado Bucharin e i suoi alleati avessero piena coscienza del pericolo che li
sovrastava - egli definì allora Stalin un nuovo Gengis Khan che voleva instaurare
lo «sfruttamento militare-feudale dei contadini» , la destra combatté poco e
male. L'unica eccezione furono i sindacati, che gli stalinisti accusavano di
«eccessiva attenzione alla difesa degli interessi economici degli operai».
Nell'attacco alla burocrazia sindacale, sferrato a dicembre, in occasione dell'VIII
congresso dei sindacati, il vertice stalinista si servì degli entusiasti della
Gioventù comunista, mobilitati con parole d'ordine di sinistra che
riecheggiavano gli slogan dei sindacalisti rivoluzionari di inizio secolo. I
sindacalisti, però, si rivelarono un osso più duro del previsto e rielessero Tomskij
tra le acclamazioni, facendo significativamente di quella sindacale l'unica
burocrazia sovietica a respingere la linea di Stalin. Come la destra aveva
sostenuto, questa stava intanto causando un aumento delle difficoltà economiche
e sociali. In particolare, la crescita dell'emissione, provocata dal gonfiarsi del
credito alle imprese, spingeva il paese sempre più avanti in una classica crisi di
squilibrio da eccesso di domanda. Imprese e cantieri cominciarono a fermarsi e
le riserve valutarie, ridotte al lumicino, impedivano il ricorso alle importazioni.
Alla fine del novembre 1928 Pjatakov, il cui pentimento era stato premiato con
la vícepresidenza del Gosbank, scrisse a Stalin per chiedere misure speciali
anche in campo economico e finanziario al fine di evitare il default del debito
estero. Cone e più che a inizio anno, durezza e determinazione diventarono le
risorse per far fronte alla crisi e proseguire nel cammino intrapreso. Pjatakov, per
esempio, arrivò a esaltare la barbarie come una virtù, e in effetti l'insieme delle
misure prese allora sotto la direzione di Stalin assicurò, grazie al crescente
impiego di una forza in grado di spremere dalla società risorse che pochi
avevano ritenuto di poter ricavare, l'apparente superamento delle difficoltà. Ma
la crisi non fu evitata. Essa fu piuttosto rimandata, a prezzo di un ingigantimento
delle sue proporzioni. Le misure speciali varate a fine 1928 comprendevano il
ricorso a pratiche già sperimentate da molti governi assoluti, come la vendita
segreta all'estero dei éervonec al di sotto del loro corso ufficiale per procurarsi
valuta. Si fece inoltre un altro sforzo per procurarsi prestiti stranieri, che però
fallì soprattutto a causa dell'ostilità della Francia. Anche per questo si forzarono
le esportazioni, oro e materie prime innanzitutto, ma anche opere d'arte, incluse,
a partire dal 1928, quelle «di carattere museale», tra le quali furono poi
compresi, malgrado la resistenza dei dirigenti dei musei, anche alcuni capolavori
dell'Ermitage. Il fronte principale furono però le campagne. Qui le nuove
difficoltà degli ammassi, causate da prezzi che erano ormai la metà di quelli di
mercato, spinsero presto Mosca a mobilitare un esercito, composto da
distaccamenti armati del partito e della polizia politica che cominciarono a
«visitare» i milioni di nuclei contadini alla ricerca delle riserve nascoste. Si
puntò poi con ancor più decisione sulla vendita di alcolici, che già nel 1927-1928
aveva garantito circa il 12% delle entrate, decidendo di forzare al massimo la
produzione di vodka, che dal 1926 al 1931 triplicò; e si ricorse anche ai prestiti
forzosi, trasformati in una tassa addizionale pari a circa il 5-10% degli stipendi,
grazie ai quali il debito pubblico più che triplicò dal 1925 al 1928. Ai beni di
consumo venduti nei negozi rurali fu imposta una sovratassa del 25-30% e fu
decisa la liquidazione forzata del commercio privato: la percentuale dei privati
sul commercio al minuto, già calata dal 53% del 1923 al 40% del 1926, precipitò
nel 1929 al 13,5% e armeni, greci ed ebrei furono di nuovo le vittime principali
di un'offensiva lanciata in base a criteri di classe. La chiusura dei negozi
moltiplicò la domanda presso i pochi magazzini rimasti aperti, già assediati da
file spesso popolate da contadini costretti a comprare pane a causa del sequestro
delle loro scorte. Nel febbraio 1929 il regime estese perciò il razionamento a
tutto il paese, escludendone i contadini che persero così l'accesso alla rete
distributiva urbana, l'unica di cui Mosca si sentiva costretta in qualche modo a
occuparsi. Lo stato, che stava muovendo guerra alle campagne, dichiarava così
implicitamente di non considerare i loro abitanti come cittadini e di non ritenersi
responsabile per la loro sopravvivenza. In quello stesso mese si decise di tagliare
severamente le spese per la sicurezza sociale e furono inasprite le misure
antíoperaie, suscitando un'ondata di proteste. In questo clima si lavorò alla
stesura del primo piano quinquennale, lanciato nell'ottobre 1928. All'inizio la sua
elaborazione era stata animata dall'idea di costruire e gestire in modo equilibrato
un'economia fondata su un moderno settore industriale e su un settore
agricolo collettivizzato, entrambi più produttivi di quelli capitalistici perché
amministrati e diretti da un unico centro economico. In particolare si era previsto
un aumento dei consumi e uno sviluppo armonico - perché non sottoposto
all'anarchia del mercato - dell'economia nel suo complesso. La diversa
impostazione di chi, pur volendo correre, era più attento alle esigenze
dell'equilibrio, e di chi preferiva invece puntare al massimo sviluppo possibile si
era manifestata nella contrapposizione tra una visione genealogica del piano,
attenta alle condizioni di partenza, e una teleologica, che metteva al primo posto
gli obiettivi da raggiungere. Questa tesi, cara a Stalin, prevalse e agli specialisti
incaricati della sua compilazione fu imposto di stendere un piano in cui non
credevano. Alcuni rifiutarono di sottomettersi. Altri fecero quadrare il cerchio di
entrate e uscite attraverso l'aumento artificiale delle prime. Poiché ogni punto di
riduzione dei costi di produzione dell'industria equivaleva a circa cento milioni
di rubli, le sempre maggiori spese per gli investimenti furono per esempio
bilanciate prevedendo sempre maggiori, e sempre più irrealistiche, riduzioni dei
costi. Le risorse necessarie alle previste riduzioni dei prezzi e all'aumento dei
salari reali erano quindi solo fittizie, e anzi proprio dal fondo salari sarebbero
state stornate somme notevoli per rimediare ai buchi aperti dalle finzioni man
mano che queste ultime arrivarono al pettine. I costi, infatti, aumentarono e così i
prezzi, a partire da quelli delle risorse relativamente più scarse, che si
impennarono facendo emergere i colli di bottiglia previsti da Bucharin. Laddove
i prezzi restavano fissi perché sottoposti al controllo del centro, questi colli di
bottiglia si manifestarono già nel 1929 nella scomparsa di alcuni beni, in
interruzioni della produzione, ritardi nel pagamento .dei salari, aumento della
corruzione nell'apparato distributivo, calo dei salari reali, aumento del capitale
immobilizzato ecc. All'inizio del 1929 l'Ufficio politico decise a maggioranza
(Bucharin, Rykov e Tomskij votarono contro) di bandire Trockij dall'Urss.
Eppure, nella convinzione che la destra e la Nep fossero ancora i nemici
principali, i trockisti attaccarono invece proprio Bucharin, pubblicando i
resoconti dei suoi incontri segreti con l'opposizione, che permisero a Stalin di
colpirlo a fondo. La resa dei conti avvenne ad aprile, alla XVI conferenza del
partito che, malgrado gli evidenti sintomi di crisi, approvò il piano quinquennale
nella sua variante massima, subordinata, anche nei documenti ufficiali, al
conseguimento di forti crediti dall'estero e a un susseguirsi di buoni raccolti. Nei
mesi successivi, mentre l'Urss diventava la mecca di migliaia di ingegneri e
operai occidentali, anche la variante massima fu continuamente riveduta verso
l'alto. Nel 1928, per esempio, il progetto dell'acciaieria di Magnitogorsk, una
copia delle officine Gary nell'Indiana, aveva previsto una produzione annuale di
650 mila tonnellate di ghisa. Nell'estate del 1929 si giunse a 850 mila, diventate
1,6 milioni alla fine dell'anno, e 2,5, espandibili a 4, all'inizio del 1930, pari
all'intera produzione sovietica del 1926-1927. Come ha scritto Moshe Lewin, un
tale comportamento equivaleva alla «scomparsa della pianificazione nel piano».
Tuttavia, il lancio di questo piano inesistente ebbe una grande eco positiva in
Occidente, specialmente in ambienti intellettuali e operai che, senza sapere quel
che stava succedendo, vi scorsero la possibilità di percorrere una strada diversa e
superiore, sia perché mirava a mete più alte sia perché, appunto, pianificata.
Subito dopo la XVI conferenza, mentre i leader della destra venivano esclusi
dall'Ufficio politico, fu presa la decisione di lanciare una nuova purga del partito,
diretta contro le opposízioni sconfitte e poi estesa all'apparato statale. I
sindacalisti fornirono il più numeroso contingente di membri del Comitato
centrale purgati e nelle fabbriche furono colpiti i quadri che si erano schierati
con Tomskij. Nelle campagne, percorse da distaccamenti che riuscirono a portar
via quasi 11 milioni di tonnellate di grano, pari a circa il 15% del raccolto,
crescevano intanto le proteste. Secondo l'Ogpu, i contadini chiedevano fra l'altro
la ripresa delle forniture di pane e manufatti a villaggi che ne erano stati privati
«per non aver rispettato il piano di consegne», testimoniando che si era tornati a
usare la fame come arma di pressione e punizione. Si rispose loro creando a
giugno le Stazioni di macchine e trattori (Mts), incaricate di compiere lavori sui
campi contadini e pagate con una percentuale del raccolto, ma anche fortezze e
occhi dello stato nelle campagne. In quello stesso mese si era, secondo Radek,
«alla vigilia di insurrezioni contadine» preannunciate dalla veloce crescita di atti
terroristici, omicidi e dimostrazioni di massa. A Mosca si radunavano intanto
migliaia di contadini mennoniti di origine tedesca che speravano di poter lasciare
il paese sfruttando le loro origini e propagavano notizie terribili sulla vita nelle
campagne. Il caso, che turbò i rapporti tedesco-sovietici, fu poi risolto
dall'intervento del Canada, che si dichiarò disposto ad accoglierne una parte. Ma
il danno arrecato all'immagine della costruzione del socialismo da questi
cittadini di origine straniera non fu privo di conseguenze sul comportamento
successivo di Stalin. Dal punto di vista oggettivo, la crisi della Nep fu quindi il
prodotto dell'accelerazione e della direzione impresse all'intervento statale in
economia a partire dal 1925, che innescò un meccanismo a spirale in cui lo stato
volle avere sempre la risposta definitiva, imponendo soluzioni che quel
meccanismo potenziavano. Economicamente e socialmente la Nep aveva
funzionato e poteva funzionare, ma richiedeva che lo stato lasciasse sempre più
spazio alla società e all'economia. Non era questa, però, l'intenzione della
maggioranza dei quadri bolscevichi e dei loro leader, per i quali tale opzione era
quella sbagliata. La fragilità della Nep era insomma quella di un gruppo
dirigente che, grazie al vuoto aperto dalla guerra civile, all'evoluzione delle sue
idee e alle pratiche formative del 1917-1921, pensava di potere e dovere agire
altrimenti.

2. Attacco e ritirata, 1929-1930


A ottobre lo scoppio della crisi in Occidente confermò ai dirigenti sovietici la


possibilità e la necessità di fare da soli. Malgrado Polonia, Germania e Giappone
rimanessero sempre all'orizzonte, l'Urss poté così affrontare la guerra interna
senza timori, una situazione che sarebbe cambiata nel 1933. La crisi del 1929
ebbe tuttavia anche altri effetti. Il crollo dei prezzi delle materie prime, le
principali esportazioni sovietiche, rese ancor più irrealistica la variante massima
del piano. Questo mentre i paesi occidentali, alla ricerca di mercati, diventavano
ancor più disponibili a vendere la tecnologia e gli impianti che l'Urss desiderava,
inducendola a procurarsi le risorse necessarie. Soprattutto, la crisi rigenerò il
mito sovietico, che si presentò come capacità di costruire un mondo nuovo di
fronte a un liberalismo che appariva moribondo anche ai suoi difensori. Esso fu
riassunto dal binomio piano-crisi, ma l'Urss stava entrando in una crisi ben più
terribile, che sottopose il paese alla seconda, fortissima scossa in meno di
vent'anni. I paralleli e le continuità tra il 1914-1922 e il 1929-1933 sono molti: le
sofferenze della popolazione, il ruolo dello stato e dell'ideologia, lo scontro tra il
regime, i contadini, le nazionalità e quel che rimaneva della vecchia società
urbana, la centralità della questione ucraina, l'uso spietato della repressione, i
rapporti tra requisizioni e carestia, i metodi nella gestione della forza lavoro, le
caratteristiche e i limiti del sistema economico che si cercò di mettere in piedi
ecc. Ma la nuova scossa ebbe anche caratteri propri. A differenza di quella del
1914, per esempio, essa provenne dall'interno del paese, e più specificamente dal
suo vertice. Nel secondo atto della guerra contadina che costituì lo sfondo
essenziale del 1929-1933, l'iniziativa fu per esempio nelle mani dello stato e il
secondo attore si limitò a reagire, con vigore decrescente, agli attacchi. Una
modernizzazione orientata verso l'Occidente ma di tipo peculiare produsse
inoltre un nuovo organismo che, anche grazie agli aggiustamenti della dottrina e
delle politiche ai quali i dirigenti sovietici furono costretti a ricorrere da una serie
di crisi successive, si provò più vitale di quello che avevano cercato di costruire
nel 1918-1920. Quegli anni segnarono anche un mutamento nei rapporti tra
Mosca e le nazionalità, compresa quella russa, e una nuova tappa nella crisi dei
rapporti familiari e dei comportamenti sociali e individuali, influenzati da una
nuova stagione di lutti, fame e necessità di arrangiarsi, nonché dallo
sradícamento causato dalle migrazioni scatenate dall'offensiva dello stato. Ciò
esasperò l'instabilità della società sovietica spingendo i dirigenti sovietici a
adottare iniezioni repressive sempre più forti e a introdurre, talvolta attraverso
«ritirate», gli aggiustamenti di cui non si poteva fare a meno. La storia sovietica,
che si proclamò più di ogni altra «pianificata», fornì allora un esempio di
eterogenesi dei fini, dando vita a un organismo che portava i segni della visione
dei suoi creatori ma era anche e sostanzialmente diverso da essa. Lo
fece seguendo un processo in cui alle iniziative dello stato e ai loro effetti
imprevisti, enormi anche a causa della miseria teorica delle prime, corrisposero
le reazioni della società e dell'economia agli stimoli ai quali erano sottoposte. Lo
stato affrontò gli ammassi del 1929 come una guerra: mobilitazione e violenze
diedero i loro frutti, permettendo a Mosca di impadronirsi di circa il 22,5% di un
raccolto mediocre rispetto al 12-14% degli anni della Nep e di pensare a grandi
piani di esportazione, e quindi di importazione, malgrado il peggioramento dei
termini di scambio. Tensioni e crisi non accennavano però a diminuire, e si
manifestavano con l'accelerazione della crescita del deficit del bilancio dello
stato e quindi dell'emissione. In un primo momento il governo rispose
proseguendo sulla strada della massima spremitura possibile della popolazione.
A fine giugno l'Ufficio politico approvò per esempio la proposta dell'Ogpu di
costruire un sistema di lavoro forzato fondato sullo sfruttamento dei
condannati a più di tre anni, e a settembre si raddoppiarono gli sforzi per vendere
beni artistici all'estero. La vittoria negli ammassi e la crisi del capitalismo
avevano tuttavia creato le condizioni per una risposta che non fosse la semplice
accelerazione della corsa in atto. Essa fu data da Stalin, il nuovo tiranno al tempo
stesso simile e diverso dal suo predecessore, che stava per entrare, come ha
osservato Nikolaj Valentinov, in quel ristretto gruppo di «veri rivoluzionari» del
XX secolo per cui «tutto era possibile», perché non ponevano limiti ai fini
perseguibili e ai mezzi utilizzabili. Lo Stalin della fine degli anni Venti era
diverso da Lenin anche perché amava circondarsi di persone differenti da quelle
che erano state vicine a quest'ultimo. Certo, il gruppo degli stalinisti si era
formato per stratificazioni successive, e di esso facevano parte anche dirigenti di
origine intellettuale, in genere ex trockisti. Ma essi vivevano ai margini della
cerchia intima, costituita da «energici, spietati e autoritari uomini d'azione». Nel
momento in cui le loro scelte determinavano il destino del paese, la cultura e gli
orizzonti mentali di questo gruppo di uomini e del loro capo assunsero
un'importanza fondamentale. Anche se con il tempo sarebbero emerse delle
differenze, nel 1929 essi furono uniti dall'idea che la realtà fosse malleabile e
dominabile con la forza e che il piano dovesse essere concepito come una guerra
in cui i contadini erano al tempo stesso gli obiettivi e i nemici principali. Vi era
anche una buona dose di semplicismo, testimoniata dal disprezzo per la
burocrazia, contro la quale un sistema che su di essa si reggeva lanciò una
grande campagna ispirata anche a un marxismo che negava al lavoro
amministrativo, così come a quello distributivo, la qualifica di «produttivo». La
lotta antiburocratica era a sua volta un pezzo di un «sinistrismo» riassunto dallo
slogan della «rivoluzione culturale». Di essa facevano parte un aggressivo senso
di militanza, politiche di «discriminazione positiva» a favore dei giovani di
estrazione proletaria, l'esaltazione dell'odio di classe, l'assalto alla religione, la
persecuzione degli specialisti, la battaglia per l'alfabetizzazione e la
modernizzazione, quella contro i residui feudali e i comportamenti borghesi. Tra
le centinaia di migliaia di giovani che condivisero questi valori e garantirono al
primo stalinismo una nuova base di sostegno, vi furono alcuni dei successivi
leader sovietici, come Andropov e Chruscëv. Molti di essi erano attratti anche
dalla battaglia per la modernizzazione del paese e dal titanismo, che dello
stalinismo di fine anni Venti furono componenti essenziali. Per mobilitare e
disciplinare gli attivisti e la popolazione esso fu arricchito inoltre di nuovi temi,
che si aggiunsero a quelli degli anni precedenti, dal culto di Lenin al mito della
cospirazione straniera e dei sabotatori al suo soldo, alla minaccia kulak. Alla fine
del 1.929 l'edificio fu coronato dal mito di Stalin l'infallibile e da quello
dell'operaio «eroico costruttore del socialismo», che capovolgeva la precedente
retorica antioperaia. Gor'kij, da poco tornato in Urss, ne fu il principale artefice.
Lo stalinismo si riallacciò così direttamente alle idee sulla necessità della
produzione di miti per le masse circolate in Europa prima del 1914 e di cui
Gor'kíj stesso era stato uno degli assertori. Egli impose anche un netto
miglioramento del livello della propaganda, che fece allora un nuovo salto in
direzione della falsificazione, presentando un'immagine coerente e anche per
questo convincente, benché in perfetta contraddizione con la realtà, di quel che
andava accadendo. Chi si rifiutò di collaborare, come Zamjatin e Pil'njak, fu
sottoposto a dure accuse. Non ci si limitò, quindi, a colpire le élite culturali delle
nazionalità non russe e quelle tecnico-industriali: tra il 1928 e il 1931
intellettuali, economisti, scienziati e storici furono arrestati, processati, spediti
nei lager e talvolta fucilati, arrecando un secondo, duro colpo all'intelligencija
russa, già colpita da guerra civile ed emigrazione. Il disprezzo per scienza e
cultura «avulse dalla realtà», che era il contraltare dell'ignoranza,
dell'autodidattismo e del miracolismo di Stalin e dei suoi compagni, favorì
l'emergere di teorie e figure singolari come Lysenko, «lo scienziato scalzo» di
origini contadine. Egli vantava di poter risolvere in modo rivoluzionario i
problemi dell'agricoltura sovietica, in base a una versione aggiornata del
lamarckismo. Anche Marr e i suoi seguaci prosperarono, e interi settori
scientifici furono travolti. A fine anno le celebrazioni per il cinquantesimo
compleanno di Stalin annunciarono al paese che esso aveva un nuovo duce
(void'), esaltato sui giornali da articoli tra cui fece scalpore quello di Pjatakov,
giudicato un omaggio feudale al nuovo capo. Stalin, che si sarebbe poi fatto
definire l'uomo più modesto del mondo, ringraziò, ricordando di essere solo il
figlio di un partito che intendeva servire, e procedette al lancio del suo grande
balzo in avanti. La novità più importante era l'idea di dare subito avvio alla
collettivizzazione di buona parte delle campagne, cui Stalin era arrivato sull'onda
della vittoria negli ammassi. La presenza sul campo di un'armata vittoriosa, la
constatazione che dopo quel che era stato fatto loro difficilmente i contadini
avrebbero seminato a sufficienza e la convinzione che non sarebbe stato difficile
vincere la resistenza di campagne ormai disarmate furono tra gli elementi che
spinsero Stalin ad agire. Grazie alla concentrazione delle famiglie nelle fattorie
collettive, lo stato avrebbe potuto raccogliere il grano senza disperdersi in
infinite scaramucce, garantire più risorse a una industrializzazione già in
difficoltà e modernizzare il settore agricolo. Nel discorso ufficiale lo sgradevole
e preminente aspetto estrattivo della collettivizzazione si combinava così con le
idee, proprie della tradizione socialista e progressista, circa la superiorità di
un'agricoltura collettiva, razionale e moderna. Ma l'interpretazione
modernizzatrice, sopravvissuta per decenni nella letteratura sull'argomento, fu
subito fatta saltare nei villaggi dalla realtà dell'offensiva stalinista, che si scontrò
fra l'altro con una resistenza molto più dura del previsto. Per battere i villaggi fu
necessaria quindi una guerra ben più vasta di quella immaginata da Stalin, una
guerra per definizione controrivoluzionaria visto che si trattava di privare la
stragrande maggioranza della popolazione non solo di buona parte dei prodotti
del suo lavoro, ma anche della terra, la principale conquista della rivoluzione. La
resistenza contadina fu inoltre acuita dalla percezione che lo stato puntava anche
alla distruzione del modo di vivere tradizionale, che nelle regioni non russe era,
come sappiamo, legato all'identità nazionale. La collettivizzazione divenne così
presto anche una guerra contro le nazionalità e si accompagnò all'accelerazione
della campagna antireligiosa. La prima mossa di Stalin fu la dekulakizzazione,
basata sull'idea di neutralizzare i contadini che stava per attaccare attraverso
l'annientamento preventivo dei gruppi capaci di guidarne la resistenza, vale a
dire i kulak, divisi in tre categorie. I primi a essere colpiti furono i kulak della
prima categoria, i «noti oppositori del regime». A metà febbraio gli arrestati
erano già 34 mila, ma la cifra crebbe fino a raggiungere i 280 mila a ottobre, vale
a dire la grande maggioranza delle circa 330 mila persone arrestate dall'Ogpu nel
corso dell'anno, di cui 20 mila furono fucilate (il dato, dieci volte superiore a
quello degli anni precedenti, non tiene conto delle persone giustiziate
sommariamente). Le famiglie della seconda categoria, di cui facevano parte
quelle dei kulak di prima categoria più altri 100 mila nuclei selezionati per la
loro forza e il loro prestigio, erano invece destinate alla deportazione in zone
lontane. Alla terza categoria furono infine assegnate le famiglie ritenute meno
pericolose, calcolate in diverse centinaia di migliaia e destinate a essere trasferite
sulle terre marginali dei loro distretti di appartenenza. Per la «liquidazione dei
kulak come classe» furono mobilitate centinaia di migliaia di persone, con
distaccamenti dell'Ogpu e della milizia rafforzati da membri del partito e della
Gioventù comunista armati e muniti del diritto di reprimere chiunque ritenessero
opportuno eliminare. L'esercito non fu, per quanto possibile, coinvolto. Si
accelerò così il processo di selezione dei quadri e di mutamento della natura del
partito, avviato con le purghe seguite alla sconfitta della destra. I militanti che
rifiutavano di esercitare violenze sui contadini furono infatti emarginati e
sostituiti con chi era disposto a fare quanto richiesto. Tra essi vi furono dei
giovani entusiasti che spesso non si rendevano conto di quel che facevano.
Accanto a questi giovani si mobilitò il mondo criminale delle campagne, attratto
dalla possibilità di mettere le mani su una parte dei beni dei kulak. La
dekulakizzazione fu quindi anche un saccheggio generalizzato, che non fruttò
bensì distrusse ricchezza. Al fallimento del sogno economico di usarla per
ricavare risorse corrispose, però, un indubbio successo politico. Lo stato riuscì
infatti a decapitare le campagne, e sul breve periodo anche a dividerle, facendo
leva sulle invidie e le disparità sociali esistenti nei villaggi. Il bilancio
quantitativo della dekulakizzazione parla di 381 mila famiglie (1,8 milioni di
persone) deportate in regioni lontane tra il 1930 e il 1931, di cui circa un terzo
nel 1930 e il resto nell'anno successivo. A esse vanno aggiunte le famiglie (forse
200 mila nel solo 1930-1931) che a partire dal 1928 si autodekulakizzarono
vendendo i loro beni ed emigrando nelle città. Fiorì allora un mercato di
documenti falsi e identità fittizie che alimentò i sospetti di un regime che vedeva
il nemico penetrare nelle sue cittadelle. Le grandi regioni produttrici di grano,
l'Ucraina, la Siberia occidentale, il basso Volga e il Caucaso settentrionale furono
le zone più colpite. Nelle aree dove l'agiatezza era spesso correlata
all'appartenenza nazionale (contadini polacchi in Bielorussia e Ucraina, tedeschi
in Ucraina e sul Volga ecc.) la deportazione prese una netta coloritura etnica, ben
nota ad autorità che nelle regioni di confine specificarono di colpire prima i
kulak di nazionalità infida. I deportati della prima ondata (tra i quali vi era il
nonno di El'cin) furono caricati su treni che percorsero per settimane il territorio
sovietico anche perché non era stata approntata alcuna struttura per riceverli.
Alla meta finale essi arrivarono percorrendo centinaia di chilometri su slitte,
carri o a piedi, e dovettero poi provvedere da soli al proprio riparo e a dissodare
aree incolte delle foreste siberiane o della steppa centroasiatica. Nei primi tempi
la mortalità fu quindi altissima: si ritiene che nel 1930-1931 le vittime furono
circa mezzo milione. La dekulakizzazione fu seguita dalla collettivizzazione, che
raggiunse un picco nel febbraio 1930, quando furono collettivizzate con il terrore
circa 8-10 milioni di famiglie. A fine mese, quando il 60% dei focolari era stato
collettivizzato, Mosca credette la vittoria vicina. Ma i villaggi avevano superato
le divisioni iniziali e stavano reagendo all'attacco loro sferrato. I contadini
distruggevano in massa il bestiame pur di non consegnarlo ai colcos e le autorità
ricevevano migliaia di lettere di protesta firmate anche da iscritti che
minacciavano di lasciare il partito e definivano Stalin un usurpatore. Soprattutto
la segreteria del partito cominciò a ricevere dall'Ogpu dati allarmanti sul
diffondersi delle rivolte. Secondo queste cifre, nel 1930 vi furono 13.754
agitazioni (dieci volte di più che nel 1929), che culminarono appunto a febbraio
e coincisero con migliaia di atti di terrorismo individuale. La regione più colpita
fu l'Ucraina, con 4.098 agitazioni cui prese parte oltre un milione di contadini,
seguita dalla regione centrale delle Terre nere, che includeva Tambov, con 1.373
sommosse e 300 mila partecipanti, e dal Caucaso settentrionale, con 1.061
agitazioni che coinvolsero più di 250 mila contadini. Decisivo fu il ruolo delle
donne e delle loro sommosse, che per l'Ogpu furono oltre 3.700, spesso
innescate dalla collettivizzazione delle mucche da latte, la principale garanzia di
sopravvivenza dei bambini, nonché dalla speranza che sarebbe stato più difficile
aprire il fuoco su cortei di donne che chiedevano cibo per i figli. La continuità,
anche geografica, di questa resistenza con quella del decennio precedente e
persino con il 1905 fu notata dagli stessi dirigenti della polizia politica. Anche il
suo programma fu simile a quello del 1918-1921, cui furono aggiunte richieste
legate a quanto stava avvenendo. I contadini chiedevano la restituzione dei beni
requisiti o collettivizzati; il ritorno dei deportati; lo scioglimento
dell'organizzazione giovanile comunista, ritenuta un'organizzazione di
spionaggio anticontadino; il rispetto della libertà religiosa; libere elezioni dei
soviet di villaggio; l'abolizione delle requisizioni e la libertà di commercio.
Ovunque si diceva no al ritorno della servitù, ché questo era per i contadini il
nocciolo della collettivizzazione. In Asia centrale, in Transcaucasia e nel
Caucaso settentrionale, specialmente in Cecenia, ci furono rivolte di grandi
proporzioni con aperti caratteri nazionali. Quel che più preoccupò il regime fu
tuttavia quanto avvenne in Ucraina, in particolare nelle regioni di confine, dove
le rivolte annullarono per qualche settimana il potere sovietico e dove
risuonarono slogan che inneggiavano all'indipendenza, confermando a Stalin la
teoria secondo cui campagne e contadini erano il retroterra naturale del
nazionalismo. Egli temette allora che, come Denikin nel 1919, Pilsudski avrebbe
profittato delle rivolte, che incoraggiava, per sferrare un attacco. Nel febbraio-
marzo 1930, mentre i dirigenti polacchi si convincevano che «era impossibile
sfruttare in modo massiccio l'odio unanime di operai e contadini contro il
governo sovietico», Mosca fu quindi dominata dalla paura di una guerra da
combattere senza l'appoggio della popolazione e senza adeguata preparazione,
anche a causa della repressione che si stava abbattendo sugli ex ufficiali zaristi
ancora in servizio. Forse anche per questo, a marzo Stalin criticò la proposta
inviata a Vorosilov da Tuchacevskíj, allora a capo del distretto militare di
Leningrado, di puntare su un grande esercito moderno e meccanizzato di milioni
di soldati. A inizio marzo lo stesso Stalin suonò la ritirata pubblicando sulla
«Pravda» un articolo, Vertigini da successo, in cui ordinava la cessazione di
eccessi e violenze nelle campagne, scaricandone la colpa sui quadri inferiori. La
manovra, che provocò irritazione tra i militanti, diede subito i suoi frutti. Cortei
contadini lasciarono i colcos inneggiando a Stalin e condannando i cattivi
comunisti locali. In pochi mesi 9 milioni di famiglie lasciarono i colcos,
riportando al 23,6% la percentuale di quelle collettivizzate. All'inizio dell'estate
le campagne erano sostanzialmente pacificate e il regime poteva vantare
l'eliminazione dell'élite contadina e la collettivizzazione di oltre 5 milioni di
famiglie. Per i gruppi dirigenti nazionali il bilancio era invece negativo.
Importanti commissariati repubblicani erano stati riunificati con quello sovietico
e la svolta ideologica cominciata l'anno precedente faceva rapidi passi in avanti.
A oriente, per esempio, Mosca proibì l'alfabeto arabo, imponendo ovunque un
brusco passaggio a quello latino, e in Kazakstan fu lanciata la denomadizzazione
di oltre mezzo milione di famiglie, un'operazione dagli esiti tragici che fu però
rimandata per far fronte all'opposizione dei coloni slavi. In Russia fu invece
ordinata -la sospensione di ogni lavoro sulla già lodata latinizzazione del russo.
Questo mentre in Ucraina le speranze riposte nella promozione dell'egemonia
culturale ucraina nelle città attraverso una rapida urbanizzazione si stavano
rivelando vane. L'attacco alla cultura alta e alle sue propensioni occidentali
travolse infatti buona parte dell'élite intellettuale, coinvolta in una presunta
Unione per la liberazione dell'Ucraina che Stalin .raccomandò di accusare di
preparare insurrezioni per aprire le porte all'invasione straniera, di terrorismo e
di complotto Per uccidere, avvelenandoli, i dirigenti comunisti sottoposti a cure
mediche. Nel 1929 ebbe luogo anche l'ultimo dibattito economico prima degli
anni Cinquanta. Esso fu legato all'elaborazione di una riforma del credito che
giocò un ruolo chiave nel determinare tanto le forme della crisi dell'estate del
1930 quanto e soprattutto - dopo gli aggiustamenti cui essa fu sottoposta il
funzionamento del sistema economico sovietico e i suoi problemi futuri. La sua
prima bozza, preparata dall'Ispezione operaia e contadina (Rki) di Ordzonikidze,
mirava ad abolire le cambiali emesse dall'industria, arginare le tensioni
inflazionistiche generate dal loro sconto e centralizzare e razionalizzare gli
investimenti. Nonostante le deformazioni causate dalla teoria secondo cui tutti i
titoli che rappresentavano beni reali andavano scontati, le cambiali erano però
uno strumento di disciplina finanziaria e la loro abolizione apriva, piuttosto che
chiudere, varchi all'inflazione. Invece di richiamare l'attenzione su questo punto,
la Banca di stato - di cui Pjatakov era ora il presidente - sostenne la proposta, che
anzi estremizzò fornendole una giustificazione ideologica. La riforma del credito
divenne così anche uno sforzo per immaginare un diverso modo di gestire
l'economia. La sopravvivenza della moneta, si ribadì, era legata a quella del
settore privato. All'interno del settore socialista essa poteva quindi scomparire,
sostituita da transazioni non monetarie effettuate in base al piano da una banca
che si trasformava così in una non-banca. Quando poi i contadini privati
sarebbero stati eliminati, il settore statale e quello colcosiano si sarebbero, come
scrisse un Preobrazenskij pentitosi del suo trockismo, «fusi in un unico
insieme», dando vita a un nuovo sistema «corrispondente alla vittoria
dell'economia pianificata statale, fondata sul calcolo diretto basato sul tempo di
lavoro». Nella sua prima versione la riforma del credito fu quindi l'ultimo
tentativo di ispirare direttamente la gestione dell'economia al marxismo. L'idea
era quella di accollare i finanziamenti a lungo termine al bilancio dello stato e di
abolire il credito commerciale passando a un credito a breve termine
effettuato automaticamente dalla Banca di stato a imprese che avrebbero aperto
presso di essa conti correnti unici, accreditati o addebitati a seconda di quanto
previsto dal piano. Le imprese perdevano così il controllo sul proprio capitale
circolante e la banca sembrava trasformarsi in un organismo onnipotente. A ben
vedere, però, essa si proponeva solo come organo contabile di un'economia
gestita in base a un piano che prevedeva non solo quanto credito a breve ogni
impresa avrebbe ricevuto, ma anche quanto essa avrebbe prodotto, comprato e
venduto, e a quale prezzo. La presenza di un deficit o di un eccessivo saldo
positivo sul conto corrente unico delle imprese avrebbe segnalato un problema
nella elaborazione o nella gestione del piano, e la banca, che del piano eseguiva i
comandi, perdeva quel potere discrezionale che lo sconto delle cambiali le aveva
lasciato, trasformandosi in mero segnalatore di errori nella pianificazione. Oltre
ad avere deboli presupposti teorici, la riforma si fondò su strumenti tecnici
fragili. Ridurre la contabilità aziendale a un unico conto gestito dalla banca, per
esempio, voleva dire invitare le aziende a disinteressarsene, tanto più che essa
era comunque destinata a saltare a causa delle impossibili riduzioni dei costi
previste per bilanciare il piano. Le imprese, che producevano in perdita, finirono
così per consumare i loro tetti di credito molto più rapidamente del previsto, e
per chiedere nuovi finanziamenti che nessuno negò. La tendenza al
sovrafinanziamento, che doveva restare una caratteristica del sistema sovietico
fino al suo collasso, fu alimentata anche dal primitivismo della concezione
bolscevica della moneta, che intendeva per denaro solo quello circolante e non
comprendeva nella massa monetaria i depositi bancari e i pagamenti non
monetari. Si pensò quindi che riducendo le transazioni in moneta e aumentando
quelle effettuate direttamente dalla banca si riduceva anche il pericolo di
inflazione, tanto più che si credeva che in Urss essa non potesse esistere visto
che all'aumento dei prezzi era possibile rispondere nel settore privato con la
forza, imponendo ai contadini lo scambio ineguale, e nel settore socializzato
tenendo fermi i prezzi. Le idee economiche allora prevalenti furono così
riassunte da C.B. Hoover, un giovane americano recatosi a studiare in Urss.
Secondo i comunisti, egli scrisse, non vi può essere una emissione eccessiva di
moneta se la nuova moneta è utilizzata per mettere in moto manodopera
altrimenti disoccupata e se è possibile trovare macchinari, attrezzi e risorse
naturali con cui questi operai possono lavorare. Siamo qui di fronte a una nuova
teoria della gestione della moneta. L'emissione cartacea e l'espansione del
credito bancario [...] devono essere regolate semplicemente dai bisogni
produttivi dell'economia. Quali che essi siano, essi dovranno essere soddisfatti.
Queste parole erano contenute in un testo che Hoover mandò a Keynes, il quale
ne fu colpito. Il sistema sovietico si presentava in effetti come una versione pura
di ciò che egli avrebbe poi propugnato per far fronte alle conseguenze della crisi
del 1929, e non casualmente visto che entrambi affondavano le loro radici
nell'economia di guerra. Ma, al contrario dell'Occidente, l'Urss del 1929-1930
era un paese in fase di surriscaldamento economico e massicce dosi di medicina
iperkeynesiana non potevano che aggravarne le condizioni. Gli economisti e i
dirigenti sovietici si fidarono però delle loro illusioni, e alla fine del 1929
imposero agli investimenti un nuovo grande balzo, che li portò nel 1930 a 4,1
miliardi, di cui circa 3,15 nell'industria pesante. Iniziava così una peculiare
rivoluzione industriale, gestita interamente dallo stato e condotta a passo di
carica, senza tener conto dei costi. Soprattutto, essa era accompagnata da una
gravissima crisi agraria, anziché preceduta - come in Occidente - da una
«rivoluzione agraria»: dekulakizzazione e collettivizzazione stavano infatti
devastando le campagne, impedendo che esse fungessero da serbatoio di risorse
se non nel senso' della forza lavoro, che peraltro le abbandonò in massa fornendo
un contributo decisivo alla costruzione staliniana. A febbraio-marzo i vistosi
segni di inflazione furono aggravati dagli eventi nelle campagne dove i piani
fatti a inizio anno per finanziare solo i colcos furono vanificati dal loro
scioglimento. Qui e là cominciò a ricomparire il baratto e la valuta straniera e le
vecchie monete d'oro zariste si apprezzarono enormemente. In conformità con le
teorie ufficiali, Stalin e il governo non si preoccuparono però di un'inflazione da
cui ritenevano di poter uscire sequestrando con la forza la moneta in eccesso
nelle mani dei privati. Più seria apparve loro la situazione in campo valutario.
Prima della guerra l'impero aveva esportato beni per circa 1,3 miliardi di rubli,
per il 70% circa in cereali. Nel 1929-1930 si era puntato a esportare beni per
1,15 miliardi senza tener conto dei cereali (le voci principali erano legname,
petrolio e pellicce), portando al 90% la quota dei mezzi di produzione sulle
importazioni. Al tempo stesso fu fatto un ultimo tentativo per ottenere prestiti
esteri, bloccato ancora una volta dalla Francia. La guerra con i contadini e il
crollo dei prezzi provocato dalle ripercussioni di quello di Wall Street mettevano
intanto in crisi il piano di import-export. A metà marzo la valuta disponibile era
scesa a 5 milioni e l'Urss aveva pagamenti esteri in scadenza per circa 10
milioni. Fu in questo contesto che si decise di vendere anche i Raffaello e i
Tiziano. Il 1° aprile entrò in vigore la riforma del credito. Benché implicasse la
completa ristrutturazione del funzionamento dell'economia, le preparazioni non
furono adeguate. Il Gosbank fu presto incapace di aggiornare i conti correnti
delle imprese, di cui divenne impossibile sapere se operassero in attivo o
passivo. A inizio giugno i crediti non regolati superavano il miliardo di rubli,
l'economia funzionava al di fuori di ogni controllo, la contabilità era saltata e in
virtù dell'automatismo nei pagamenti i compratori ricevevano beni diversi da
quelli richiesti, consegnati senza rispettare le scadenze e non sottoposti ad alcun
controllo di qualità. La situazione si stava così avvicinando, anche se per altri
motivi, a quella del 1920. Il Gosbank finì sul banco degli imputati, ma le
responsabilità maggiori erano del governo, che aveva avviato la riforma in
presenza di un piano che tale non era. Poiché i crediti all'industria erano
finanziati con l'emissione di nuova moneta, questa cominciò a crescere a ritmi
accelerati. La situazione fu affrontata su più piani. Il Gosbank fece un grande
sforzo per riprendere il controllo della situazione dal punto di vista tecnico.
Nell'industria, per far fronte alla crisi da eccesso di domanda, si ricorse invece a
un sistema di distribuzione delle risorse basato sulle priorità stabilite dallo stato
simile ai metodi udarnichi in vigore durante il comunismo di guerra. La battaglia
fu combattuta sotto lo slogan della «nobilitazione dei mezzi disponibili della
popolazione», aprendo per esempio una caccia all'oro e alla valuta in mano ai
privati. Cupole e oggetti di culto, così come i beni artistici e i gioielli dei privati,
furono saccheggiati, e si pensò di stimolare la produzione aurifera ricorrendo al
lavoro forzato. Si ricorse anche al lancio di nuovi prestiti sul mercato interno con
metodi basati apertamente sulla forza. Per sottrarre moneta alla popolazione si
batté anche la strada di vendere a prezzi più alti i prodotti introvabili nei
magazzini che vendevano a prezzi calmierati. Il sistema fu perfezionato a luglio
con l'istituzione di una rete di vendita a prezzi doppi, e anche tripli e quadrupli,
denominata «commerciale». In estate essa fu affiancata da un'altra rete di negozi
speciali, i Torgsin, riservati ai soli stranieri. Lo stato, che combatteva gli
speculatori, speculava così sui bisogni della popolazione ma cominciava anche,
sia pure inconsciamente, a imboccare la strada che avrebbe portato alla fine del
razionamento. Crebbe anche il ruolo della vodka, mentre il bisogno di valuta
determinò il ricorso al dumping. Si pensò anche a spremere di più i contadini,
ma la cosa era resa difficile da quanto stava avvenendo nelle campagne. Fu
allora che venne concepito il sistema dei giorni di lavoro (trudoden'), destinato a
regolare per decenni i compensi dei membri delle fattorie collettive. Malgrado il
nome, si trattava di unità teoriche che non rappresentavano giornate reali di
lavoro ma piuttosto una stima, in termini fisici, del prodotto medio di un giorno
di lavoro. Gli inventori del sistema vantarono di essere così riusciti a separare la
remunerazione da calcoli in denaro trovando al tempo stesso una strada per
costringere i fannulloni a lavorare, visto che chi non riusciva a conseguire i suoi
giorni di lavoro non aveva diritto alla retribuzione. In realtà si trattava di
un cottimo la cui efficacia fu presto minata dal fatto che, poiché lo stato
sequestrava una grandissima parte del raccolto prima che i giorni di lavoro
fossero pagati, per remunerare questi ultimi restava pochissimo, lasciando ai
colcosiani la certezza di aver lavorato gratis sui campi del nuovo signore. Anche
i contadini che non avevano- aderito ai colcos furono sottoposti a ogni tipo di
pressione attraverso la richiesta di pagamento di arretrati, l'introduzione di tasse
speciali e la sospensione dei pagamenti per il grano da essi consegnato allo stato.
Nelle fabbriche cresceva intanto la pressione per realizzare la riduzione dei costi
fondamentale per non far deragliare il piano. Il 1929 si chiuse con una nuova
ondata di provvedimenti antioperai e antisindacali. A settembre, per esempio, fu
varata una riforma della sicurezza sociale, «coordinata con le necessità
dell'industrializzazione», che tagliava i benefici e riduceva il numero degli
assistiti grazie all'introduzione di requisiti di anzianità e all'esclusione dei
membri dei focolari contadini, vale a dire la gran massa degli stagionali.
L'inflazione intanto annullava il sistema pensionistico, azzerando tra il 1929 e il
1932 il valore di pensioni per le quali fu stabilito nel 1932 un tetto massimo di
18 rubli mensili che rimase invariato fino al 1947. Questi cambiamenti furono
giustificati con l'ingresso in massa dei contadini in fabbrica, letto dal regime
come snaturamento della classe operaia, alla quale potevano quindi essere
applicati i metodi riservati ai contadini. Per farlo fu deciso un ulteriore aumento
dei poteri dei dirigenti. I licenziamenti per assenteismo e motivi disciplinari
fecero un nuovo balzo in avanti, e a essi si aggiunsero gli arresti dei «sabotatori
della produzione» e degli «agenti dei kulak». Il movimento udarnico diventava
intanto uno strumento per aggirare la legislazione del lavoro. Già nell'estate del
1929 i sindacati avevano denunciato che lavori pericolosi, prima vietati o
protetti, erano diventati «una questione di eroismo» e i giorni festivi erano
dichiarati lavorativi in nome dell'industrializzazione. Nei mesi successivi, mentre
la propaganda gonfiava il mito operaio e la purga travolgeva quel che restava
del. sindacato, il movimento fu esteso con «leve leniniste» grazie alle quali alla
fine del 1930 circa la metà della manodopera era «d'assalto». I salari reali intanto
crollavano, perdendo nel corso del 1930 un altro 20-25% del loro valore e molto
di più nelle imprese e nelle località peggio rifornite. Il bisogno rimise allora in
funzione i riflessi del 1919-1921, costringendo gli operai ad arrangiarsi con
piccoli furti, produzione per il mercato nero ecc. Come dieci anni prima,
insomma, il comportamento in fabbrica cominciò a criminalizzarsi per essere, di
lì a poco, criminalizzato. Maturò allora una sconfitta delle classi lavoratrici
sovietiche, pagata con il deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro; con
lo sradicamento culturale e psicologico; con il disorientamento e la perdita di
status e di garanzie legislative e sociali; con l'instaurazione in fabbrica di un
«intollerabile clima di abuso»; con l'eliminazione dei migliori quadri operai e
con lo snaturamento di quel che restava delle organizzazioni da loro costruite nel
corso di decenni. Era la fine del movimento operaio e sindacale russo, nato come
in tutta Europa a fine Ottocento e ucciso dall'offensiva stalinista, che segnava
anche in questo modo il distacco progressivo dell'esperienza sovietica da quella
europea. Malgrado la loro radicalità, le misure prese per fronteggiare la crisi non
diedero però i frutti sperati. All'inizio dell'estate del 1930 l'inflazione era
sfuggita a ogni controllo e la crisi monetaria stava producendo conseguenze di
grande interesse. In primo luogo la moneta aveva assunto un significato e un
valore diversi a seconda dello status del suo possessore: lo stesso bene aveva
infatti prezzi e disponibilità diversi nei magazzini chiusi riservati all'élite, negli
spacci operai che vendevano a prezzi razionati, nei negozi dei villaggi, in quelli
commerciali e nei vari mercati legali, semílegali e neri. La cosa fu all'inizio
presentata come un fenomeno positivo, che esprimeva le preferenze dello stato e
si accordava alle origini di classe dei suoi detentori. Presto, però, ci si rese conto
che vantare una situazione del genere significava ammettere che tutta la
contabilità sovietica, condotta in base a rubli che non erano un'unità di misura
omogenea, era per definizione falsa. Si tornò quindi a difendere l'unità del rublo.
Ma questa falsità, anche se meno vistosa, rimase una caratteristica stabile del
sistema sovietico, che fu sempre un sistema preoccupato della redistribuzione di
risorse reali scarse a fronte di notevoli disponibilità monetarie, e quindi basato su
una sorta di pararazionamento mascherato anche dopo l'istituzione di un mercato
almeno per i beni di consumo. Il rublo sovietico continuò perciò sempre ad avere
un potere d'acquisto diverso in base alla categoria del suo possessore, restando
un'unità di conto ingannevole e minando alla radice la credibilità della
contabilità e delle statistiche sovietiche, che anche per questo mostrarono sempre
una preferenza per i conti in unità fisiche. Il legame tra il potere d'acquisto della
moneta e lo status sociale del suo detentore rivelava anche la natura paracastale
che il sistema sovietico stava acquisendo, ricalcando in parte, anche in questo
caso, quanto era già avvenuto durante il comunismo di guerra. Si formò allora, in
condizioni di massima scarsità, quella che è stata definita una «gerarchia dei
consumi», e della miseria, costruita attorno alle scelte dello stato e alla loro
alterazione da parte di coloro che volevano beneficiarne, migliorando il proprio
status. Molti stranieri notarono che era difficile trovare al mondo paesi in cui la
stratificazione sociale fosse così vistosa. Al suo vertice vi erano i 26 mila
dirigenti, diventati più di 40 mila nel 1932, alle cui esigenze pensavano gli
organi centrali di rifornimento speciale. Essi avevano anche una lista di secondo
livello, meno privilegiata, al di sotto della quale si muovevano le élite locali che
ne erano escluse e si rifacevano comprando illegalmente con rubli «interni»,
come se fossero rubli-oro, ai negozi per stranieri, o facendosi fornire beni e
servizi dalle organizzazioni che dirigevano. Ancora più sotto vi erano i
dipendenti di fabbriche e istituzioni, stratificati a seconda dell'importanza
accordata dallo stato al loro lavoro o al loro luogo di residenza, in una piramide
alla cui base, diversi gradini più in basso, stavano i forzati dei campi di lavoro,
che lo stato ammetteva di dover nutrire, e al cui esterno vivevano i contadini e le
persone private di ogni diritto perché di «origine sociale aliena». Nella sua forma
più estrema, caratterizzata nel 1929-1934 e poi di nuovo durante la guerra dal
razionamento, questo sistema tendeva a diventare sempre più costoso per il
generale desiderio di farne parte e di ascenderne i gradini, nonché per la
moltiplicazione delle «anime morte» con cui i suoi fruitori cercavano di
compensare la pochezza delle razioni. Ma anch'esso era destinato a diventare una
caratteristica stabile del regime sovietico che restò, anche dopo l'abolizione del
razionamento, un sistema fondato sullo status, determinato dall'importanza che
lo stato assegnava al servizio prestato.

1. Rilancio, catastrofe e vittoria,


1930-1934

1. La nuova offensiva e la sua crisi, 1930-1932


Stalin rispose alla crisi del 1930, da un lato, prendendo misure capaci di
affrontare i problemi e, dall'altro, esasperando con la sua sospettosità e la sua
feroce determinazione la dottrina della lotta di classe, secondo cui ogni crisi era
il risultato dell'azione del nemico e la prova della sua esistenza. La sua
attenzione si concentrò su quanti avevano criticato le sue scelte. A luglio, dopo il
suo invito a scovare più nemici, l'Ogpu moltiplicò arresti e interrogatori, di cui
caddero vittima economisti come Jurovskij, Cajanov, Kondrat'ev e Groman,
grandi tecnici come Ramzin ed ex menscevichi come Suchanov, autore della più
importante storia del 1917. Le inchieste confluirono in tre processi che ne fecero
i capri espiatori offerti alla popolazione per le sofferenze dei mesi precedenti. Il
primo, apertosi a novembre, fu quello al Partito industriale, composto da
specialisti borghesi accusati di aver sabotato i piani. Nel marzo 1931 si tenne
invece il processo all'Ufficio federale menscevico, che coinvolse 14 imputati
pubblici e 114 giudicati per via amministrativa. Il terzo, al Partito contadino
lavoratore che Kondrat'ev fu accusato di dirigere, non fu celebrato. Sempre a
ottobre, dopo un rapporto secondo il quale l'inesistente Partito industriale
pensava di organizzare degli attentati, Stalin, che aveva personalmente diretto gli
interrogatori e quindi le confessioni degli imputati, fece approvare
all'Ufficio politico una risoluzione che gli vietava di andare a piedi per Mosca.
La sua protezione fu rafforzata e crebbe ancor più il legame tra la polizia politica
e il despota, che si appoggiò a essa anche per manipolare il gruppo dirigente del
partito con i verbali di confessioni estorte con ricatti e torture simili a quelle poi
rese famose dai sopravvissuti delle grandi purghe: dalla minaccia di arrestare i
familiari a percosse brutali, privazione del sonno, detenzione in celle gelide ecc.
Già allora, quindi, le torture contarono più dei travagli ideologici, e già nel 1930
i processi sollevarono proteste internazionali, prime fra tutte quelle dei
socialdemocratici. Nelle accuse era possibile leggere una storia del periodo
appena conclusosi più realistica di quella raccontata dalla propaganda. Agli
arrestati fu imputata una crisi che i giornali negavano, il deragliamento del
piano, le privazioni operaie, il caos nella distribuzione ecc. Il partito non fu
colpito direttamente, ma neanche risparmiato. Stalin condusse infatti gli
interrogatori in modo tale da far apparire molti dei suoi dirigenti come succubi e
complici, ancorché involontari, dei sabotatori. Come scrisse ad agosto a Molotov
«è ora chiaro a tutti che il commissariato alle Finanze [Nkf] lo dirigeva Jurovskij
e non Brjuchanov e che la politica del Gosbank la facevano i sabotatori e non
Pjatakov». Di ciò Stalin aveva bisogno anche per i dubbi venuti alla luce al XVI
congresso, dove per esempio S.I. Syrcov, da poco promosso premier della
Repubblica russa, dopo aver vantato i successi della «grande svolta» aveva
anche sollevato i problemi da essa provocati. Per prevenire l'allargarsi della
fronda, Stalin rispose attaccando. Syrcov perse le sue cariche, mentre gli
imputati furono costretti a menzionare nelle loro confessioni dirigenti come
Pjatakov, Rjazanov, che dirigeva l'Istituto Marx-Engels, il presidente del Soviet
supremo Kalinin, Rykov e Tuchaéevskij, che fu accusato a settembre da alcuni
arrestati di appartenere a un'organizzazione di destra. Kalinin si salvò
umiliandosi, ma restò nel mirino di Stalin, convinto che «aveva peccato». Su
Tuchaéevskij Stalin indagò di persona, finendo per convincersi che era «puro al
100%». Brjuchanov e Pjatakov furono invece rimossi e a fine anno cadde anche
l'ultimo centro di potere relativamente indipendente, il Consiglio dei commissari
del popolo di Rykov, sostituito con Molotov. Il governo fu così integrato con
l'Ufficio politico portando a compimento l'unificazione dei centri di comando,
ora sottoposti a un unico padrone. Tra i dirigenti era ormai diffusa la coscienza
di essere nel mirino di sospetti che una nuova crisi avrebbe potuto far scattare.
Come Bucharin scrisse a Stalin, questi si era «convinto dell'esistenza di una
bassa, sinistra, diabolica provocazione» e su di essa basava la sua politica. «Io -
aggiungeva Bucharin non rispondo alle calunnie [...] È perché non ti lecco il culo
[...] che sono diventato un terrorista?» Tutt'altra era però la condizione dei quadri
medio-bassi del partito, e soprattutto dei neopromossi, che a Stalin dovevano
non solo la carriera ma anche i poteri straordinari loro concessi per affrontare la
crisi e i privilegi da cui questi poteri erano accompagnati. Essi stavano
diventando, nelle parole di Lewin, tanti «piccoli Stalin», i pezzi con cui il
padrone costruiva l'impalcatura necessaria a reggere un paese destabilizzato
dall'offensiva e dalla sua crisi. La crisi del 1929-1930 stava quindi riportando
alla ribalta la figura del commissario, sottoposta ora a un commissario generale
che si andava sostituendo al partito. Il processo testimoniava di un nuovo
arretramento nella struttura politica del paese, legato anche questa volta a una
guerra, quella scatenata dal regime contro la sua popolazione. La repressione fu
accompagnata da misure ancor più radicali di quelle dei mesi precedenti. A
settembre, per esempio, mentre la retorica ufficiale si diffondeva sulla
«costruzione di un uomo nuovo», Stalin scrisse a Molotov che, viste le minacce
di intervento, ci volevano più soldati e per averli ci volevano più soldi, ricavabili
solo con l'aumento della produzione della vodka, da perseguire «abbandonando
ogni falsa vergogna». Lo spaccio di vodka giunse così a rappresentare circa il
20% delle vendite nei magazzini cooperativi e quasi il 40% di quelle dei negozi
rurali, garantendo allo stato circa un quinto delle sue entrate. A salvare il regime
fu però soprattutto il buon raccolto del 1930, che apparve ancor più abbondante a
causa dello sterminio del bestiame, che rese disponibile una quantità di grano
molto maggiore del normale. Ai contadini fu preso circa il 28-30% del grano,
pari a circa 22 milioni di tonnellate, e si poté «forzare al massimo l'esportazione
di cereali», che raggiunse nei mesi successivi quasi 5 milioni di tonnellate,
venticinque volte di più che nel 1928. La pressione sull'esportazione fu estesa a
tutte le materie prime, e in particolare al legno, prodotto con il ricorso al lavoro
forzato e a corvée contadine che spesso si svolgevano in condizioni peggiori di
quelle dei campi di lavoro, da cui stavano fuggendo i primi testimoni. Il governo
americano, presto imitato dalla Francia, limitò perciò le importazioni dall'Urss
dei beni che si sospettava fossero prodotti grazie al lavoro coatto. Mosca rispose
ordinando «la rimozione dei prigionieri dal carico delle navi straniere» e
istituendo a fine anno l'Amministrazione centrale dei lager e delle colonie
(Gulag) dell'Ogpu, che controllava il lavoro di più di 200 mila prigionieri,
impegnati in lavori di costruzione, nello scavo di canali e nel taglio del legname.
Nel maggio 1931 Gor'kij definì però sulla «Pravda» le notizie sul lavoro dei
prigionieri in Urss «una calunnia disgustosa e meschina». Nello stesso mese le
proteste suscitate anche nel partito dalle condizioni in cui versavano i kulak
deportati spinsero l'Ufficio politico ad affidare, per ragioni di efficienza, la
gestione dei campi per i deportati speciali all'Ogpu. La forza lavoro a sua
disposizione si moltiplicò così per otto e nacque un impero del lavoro forzato
che sarebbe durato fino al 1953. La necessità di far fronte all'emergenza ebbe
importanti conseguenze sul sistema e sul partito. Il secondo, che incarnava il
primato della politica sull'economia, fu costretto, a causa della decisione di
costruire e della crisi, a occuparsi sempre più di amministrazione,
«economicizzandosi». Anche per questo la politica divenne sempre più
appannaggio del solo Stalin, che concentrò nelle sue mani le decisioni a essa
relative, delegando agli altri dirigenti questo o quel grande cantiere. Un
ruolo importante nella mutazione della natura del sistema che si andava
costruendo lo ebbe la già ricordata ricomparsa dei metodi udarnichi, che
consistevano nella concentrazione di sforzi e risorse sui fronti ritenuti principali.
Il piano cambiò così natura. La necessità di fare i conti con mezzi di gran lunga
inferiori a quelli previsti lo trasformò nello strumento per assicurare la
realizzazione delle priorità stabilite dallo stato, ponendo al primo posto la
costruzione industriale e militare e all'ultimo salari, consumi ecc., nonché gli
investimenti nell'industria leggera e nell'edilizia civile. L'Urss si presentava così
come un paese gerarchizzato sulla base delle priorità decise da un vertice
costretto a rivederne e accorciarne di continuo la lista a causa dei risultati
imprevisti, e in genere negativi, delle sue politiche. Nel suo complesso, il
sistema ricordava quindi di nuovo da vicino quello dell'economia di guerra ma la
risposta alla crisi del 1930 aveva introdotto alcune differenze fondamentali con il
comunismo di guerra. Messo di fronte a una nuova prova dell'incapacità di
quest'ultimo a sopravvivere, il gruppo dirigente sovietico cominciò ad elaborarne
una versione modificata dal riconoscimento del fatto che un sistema
amministrativo privo di moneta, mercati e contabilità non poteva funzionare,
neanche sul breve periodo. Anche se l'inflazione, spinta dai trasferimenti bancari
piuttosto che dall'emissione, continuò, a differenza che nel 1918-1920 essa fu
combattuta. Soprattutto, attraverso alcune modifiche alla riforma del credito, nel
1931 il sistema amministrato puro fu alterato imponendo ai dirigenti industriali
di dedicarsi al «calcolo economico, al risparmio dei rubli e al controllo
attraverso i rubli delle loro imprese». Il sogno dei mesi precedenti, quando sulla
base dei precetti del socialismo si era pensato a un sistema di gestione
centralizzato e pianificato dell'economia, fu denunciato come un'«infamia
burocratica». Il ripristino del buon senso economico aveva però limiti che
rendevano il nuovo sistema una parodia di quello di mercato. Pur capace di
sopravvivere e di crescere, esso rimase minato da contraddizioni il cui peso
sarebbe diventato alla lunga insopportabile. Come lo stesso Stalin avrebbe
ammesso, il calcolo economico nel capitalismo significa che le imprese in
perdita saranno chiuse. Le nostre imprese possono essere assai redditizie o
completamente in passivo. Ma queste ultime noi non le chiudiamo. Esse
riceveranno un sussidio dal bilancio. Il calcolo economico da noi è utile per le
statistiche, per i bilanci, come strumento di controllo in mano ai dirigenti
economici [ma non come criterio di vita o di morte]. Nel settembre 1930 fu
rifondato anche il sistema tributario, che assunse la veste che avrebbe conservato
fino al 1991. Come nel caso della moneta, al contrario che nel 1920-1921 non ci
si propose l'abolizione delle imposte, ma solo la loro razionalizzazione e
semplificazione. Decine di esse furono sostituite con un'imposta sui profitti delle
imprese pubbliche e un'imposta unica sulle vendite, con percentuali diversificate
a seconda dei beni. Quelle sui redditi, invece, scomparvero e l'apparato
necessario al loro accertamento fu soppresso (una misura che gli stati
postsovíetici avrebbero pagata cara). La riforma fiscale segnalava l'intenzione di
Stalin di abbandonare il razionamento per passare a un sistema di commercio
interno a prezzi fissati dallo stato, che lasciasse però libertà di scelta ai
consumatori. In questo sistema una struttura fiscale basata sulle imposte sui beni
di largo consumo era preziosa perché, data la presenza della moneta e la costante
tendenza alla sottoproduzione di questi beni rispetto alla domanda, lo stato
acquisiva una leva per bilanciare domanda e offerta e ripulire periodicamente le
scorte monetarie in eccesso che si formavano presso la popolazione. Il ricorso a
questo strumento implicava però l'abbandono della teoria del valore-lavoro, visto
che i prezzi finali, fissati attraverso l'imposizione fiscale, cessavano di avere
qualunque rapporto con i costi di produzione. Un sistema che si limitava a
bilanciare domanda e offerta sul mercato finale dei beni di consumo, ripulito a
posteriori usando la leva dei prezzi, era però per sua natura generatore di
tensioni. L'inflazione era infatti provocata da quanto avveniva nel mondo della
produzione e si riversava poi sul mercato dei beni di consumo, su cui diventava
perciò necessario intervenire periodicamente in modo drastico, suscitando il
malcontento della popolazione. Anche in questo caso, quindi, la soluzione
trovata dal regime ne permetteva sì la sopravvivenza, ma dava vita a problemi
destinati ad acquistare con il tempo importanza sempre maggiore. L'ultima
riforma fu quella dell'industria. Ordzonikidze, messo a capo del Vsnch, si
circondò di collaboratori capaci e competenti, tra cui spiccava Pjatakov, cui egli
offrì riparo dall'ira di Stalin. I due lavorarono con passione all'introduzione in
Urss delle industrie più moderne e lo fecero in maniera efficace, ponendo le basi
di un moderno complesso militare-industriale che poggiava su un'industria
pesante tecnologicamente avanzata. Stalin ispirò e autorizzò la svolta. In due
discorsi del 1931 ai dirigenti dell'industria egli promosse la riabilitazione degli
specialisti borghesi, attaccò l'egualitarismo, esaltò la disciplina sul lavoro e mise
la sordina alle politiche di classe seguite fino ad allora, compresa la promozione
di operai a posti di direzione. Al fine di tamponare sul piano ideologico la crisi
della primavera-estate del 1930, nel primo discorso Stalin fece anche appello al
nazionalismo russo ricordando la Russia battuta da tatari, turchi, svedesi,
polacchi, anglo-francesi e giapponesi a causa della sua arretratezza, e
promettendo che grazie alla sua rivoluzione dall'alto questo non sarebbe
accaduto mai più. La ripresa del nazionalismo russo implicava un diverso
giudizio delle politiche di indigenizzazione, che avevano sollevato il
malcontento dei russi che vedevano ora esaltati il loro ruolo e la loro storia.
Benché circondate da un'atmosfera ambigua, esse non furono però abbandonate.
Malgrado i dati sul bilancio continuassero a essere negativi, fidando nelle
riforme e nel successo degli ammassi, alla fine del 1930 il gruppo dirigente
staliniano decise che la crisi era finita e si poteva riprendere l'offensiva. Furono
così varati nuovi, grandiosi piani di investimento. Per finanziare le importazioni
a essi necessarie si cercò l'accordo con l'industria tedesca, i cui beni furono
acquistati con cambiali parzialmente garantite dallo stato tedesco. I nuovi
investimenti si diressero con ancor più decisione verso l'industria pesante, che
assorbì oltre 6 miliardi di rubli nel 1931 e circa 8,5 nel 1932. Come era già
accaduto nel 1928-1929, inoltre, il volume, la composizione e la localizzazione
degli investimenti furono decisi limitando al massimo l'utilizzo di dati in valore.
Il ritorno al calcolo economico non toccò quindi le scelte di investimento e, di
nuovo come nel 1928-1929, esse furono finanziate attraverso credito e dotazioni
di bilancio. La moneta in circolazione continuò così ad aumentare, passando dai
4,3 miliardi del gennaio 1931 ai quasi 8,5 di due anni dopo. Il rilancio del 1931
fu perciò maggiore di quello del 1929 e, come era logico attendersi, portò al
moltiplicarsi dei problemi che avevano caratterizzato i primi mesi del 1930. Per
farvi fronte, le spese per la cultura e la sicurezza sociale furono ulteriormente
tagliate, i ritardi nel pagamento dei salari si fecero sistematici e si puntò di
nuovo sul collocamento forzoso di titoli del debito pubblico. La necessità di
pagare le importazioni e far fronte alle cambiali in scadenza spinse inoltre il
governo a forzare sempre più gli ammassi, che già nel 1931 furono qui e là
condotti in presenza di sacche di carestia, e a esportare tutto il possibile. Alla
fine del 1932, i 5,9 milioni di tonnellate di esportazioni di cereali previsti dal
piano quinquennale erano diventati più di 10. Legno, petrolio, pellicce e opere
d'arte costituirono il grosso delle restanti esportazioni, che assunsero la
fisionomia tipica di quelle di un paese sottosviluppato. Si decise anche di
profittare della fame che regnava nel paese per vendere alla popolazione generi
alimentari nei negozi del Torgsin, fino ad allora riservati agli stranieri, in cambio
di oro, gioielli e valuta. Alla fine del 1931 Stalin propose inoltre di formare un
trust per l'estrazione dell'oro nella regione della Kolyma, dove sarebbe nata forse
la più spaventosa isola dell'arcipelago Gulag, descritta da Salamov Fu così
introdotta una versione estremizzata della grottesca caricatura cui, come
sappiamo, l'intelligencija progressista russa aveva ridotto le politiche di Vitte.
L'aumento della pressione sulla popolazione si rispecchiò nel 1931 in quello
della repressione politica. Gli arrestati da parte dell'Ogpu furono 480 mila, con
un aumento di quasi il 50% rispetto all'anno precedente (diminuirono invece le
condanne a morte, che furono comunque più di 10 mila). Dal giugno 1930 allo
stesso mese del 1931 il numero dei focolari collettivizzati passò da circa 6,5 a
quasi 13 milioni, più del 50% del totale. Ai contadini furono lasciate due scelte:
unirsi a un colcos, per il quale si era costretti a lavorare gratuitamente per il 30-
60% del proprio tempo, o abbandonare le campagne. Di questa opzione
profittarono milioni di contadini. Il 1931 fu così l'anno in cui si verificò il picco
dei trasferimenti dalla campagna alle città. Con la collettivizzazione ripresero nel
1931 anche le deportazioni. Sappiamo che alla fine dell'anno erano stati deportati
complessivamente circa 1,8 milioni di persone. Nel gennaio 1932 ve ne erano
però nei villaggi speciali solo 1,3 milioni. Molte erano riuscite a fuggire, ma
moltissime erano le vittime, specialmente tra i bambini (per molto tempo la
mortalità infantile fu del 10% mensile). Un rapporto dell'agosto 1931 dipingeva
un quadro mostruoso, secondo il quale si moriva di fame e di freddo e capi e
piccoli funzionari si davano «a tutti gli abusi e a tutti i furti», scambiando cibo
con le donne dei deportati. Oltre che fuggendo, i deportati risposero spedendo a
familiari e autorità migliaia di dolorose lettere di protesta, e trovarono anche la
forza di ribellarsi, innalzando bandiere recanti la scritta «Abbasso le comuni,
viva il commercio libero, viva la Costituente!». Erano gli ultimi fuochi del
grande movimento contadino cominciato alla fine del XIX secolo e che di lì a
poco sarebbe stato spento dalle carestie. La primavera del 1931 fu il teatro della
prima semina «bolscevica» condotta da colcosiani che, non amando la nuova
servitù, lavoravano di controvoglia. A luglio, per far fronte al problema, si decise
che essi sarebbero stati pagati in base al lavoro fatto e non per bocca, estendendo
il sistema dei trudoden' La misura non diede però i risultati sperati e, anche a
causa di meno favorevoli condizioni atmosferiche, il raccolto fu di circa il 20%
inferiore a quello dell'anno precedente. Ciò spinse a fine anno alcuni segretari di
partito a chiedere una riduzione degli ammassi. Ossessionato dal bisogno di
esportazioni e da quello di nutrire le città, Stalin rispose, attraverso Mikojan, che
«la questione di quanto rimanga per mangiare e per il resto non è importante.
L'importante è rispondere ai colcos: innanzitutto completate il piano statale, poi
potrete interessarvi del vostro». Lo stato portò così via il 35-40% circa del
raccolto, a prezzo però dello sfinimento delle campagne. In alcune aree
produttrici come l'Ucraina e il Caucaso settentrionale gli ammassi presero anche
il 50% del raccolto. In Transcaucasia, invece, e soprattutto in Georgia, la
collettivizzazione fu ritardata anche su richiesta dei dirigenti locali, tra cui stava
emergendo Berija, diventato capo del Partito georgiano nel 1931. Come molti
altri dirigenti repubblicani, egli era preoccupato anche del possibile arrivo di
deportati russi e ucraini, che avrebbero alterato la composizione demografica del
paese. Questo era quel che stava succedendo in Kazakstan, dove la rete dei
villaggi e dei campi per i deportati servì a rafforzare il controllo del centro sul
territorio. Il Kazakstan fu anche la repubblica che conobbe per prima la tragedia.
Spinta dalle necessità di compensare la moria di bestiame in Urss, all'inizio del
1931 Mosca «forzò» la socializzazione delle mandrie dei nomadi. Nel febbraio
dell'anno successivo era stato collettivizzato in Kazakstan circa l'80% del
bestiame, contro una media sovietica del 33 %. Come nel resto del paese, i
pastori uccisero una parte delle bestie prima che queste fossero requisite e
un'altra parte morì dopo la requisizione o fu spedita altrove. In totale i quasi 36
milioni di capi del 1929 erano scesi nel 1934 a meno di 5. Gli ammassi
aggravavano intanto la situazione dei nomadi, costretti a vendere gli ultimi loro
possedimenti per comprare grano da consegnare allo stato o per sfamare le
famiglie. Nell'autunno del 1931, dopo che le ultime grandi rivolte furono
domate, cominciò la grande fame, che si risolse nei mesi seguenti in un disastro
aggravato dal concentramento dei nomadi in punti di sedentarizzazione devastati
da fame ed epidemie. Molti nomadi si rifugiarono in Cina, altri fuggirono invece
in Siberia occidentale e in altre regioni dell'Urss, dove la comparsa di questi
disperati, spesso portatori di tifo e colera, alimentò la preoccupazione
dell'autorità e l'ostilità della popolazione. Si stima che a scappare fu pressappoco
un milione di persone, delle quali circa 400 mila sarebbero poi rientrate. È
quindi difficile calcolare il numero delle vittime, che furono comunque nel 1931-
1933 circa 1,3-1,5 milioni. Si ritiene inoltre che i kazachi perdessero il 33-38%
della popolazione, di contro all'8-9% dei coloni europei, a conferma della
dimensione etnica assunta dalla fame a prescindere dall'assenza di un intento
genocida su base razziale. Contò tuttavia il disinteresse bianco per la sorte degli
indigeni sul posto come a Mosca, dove Stalin fu informato di quanto stava
accadendo dalle lettere di dirigenti comunisti di origine kazaca come Ryskulov. I
più fortunati furono i nomadi che lo stato provò a trasformare in agricoltori,
riunendoli in colcos che, come lamentò una relazione del febbraio 1931, erano
stati «organizzati secondo l'appartenenza tribale». In Asía centrale la
modernizzazione staliniana finì così paradossalmente per rafforzare, dando loro
nuove forme, i legami tradizionali. Nelle città intanto la forza lavoro industriale
balzava in un solo anno da 3,8 a 4,6 milioni, mentre cresceva sensibilmente, da
1,8 a 2,8 milioni, quella delle costruzioni. Molte delle nuove reclute erano
donne, spinte da un crollo dei salari reali che aveva fatto della seconda tessera di
razionamento un bisogno essenziale per le famiglie. Ma l'arrivo incontrollato
nelle città di milioni di contadini fece intravedere al regime la possibilità di
perdere anche il controllo sulla popolazione urbana, tanto più che la si sapeva
malcontenta delle condizioni nelle quali era costretta a vivere. Il suo
moltiplicarsi e il blocco dell'edilizia civile avevano per esempio ridotto i metri
quadri disponibili per abitante a una media di quattro, vale a dire una stanza per
famiglia. Nelle grandi città si scendeva anche al di sotto di questa soglia ma si
viveva comunque meglio che nei «cantieri del socialismo». Qui i lavoratori
vivevano in tende, vagoni abbandonati, buche scavate per terra e baracche divise
tra più famiglie, dove la vita era brutale e violenta e serpeggiavano malattie
epidemiche aiutate da una dieta che, dal 1931 al 1933, non fu molto diversa da
quella prevista, ma raramente rispettata, per forzati e coloni speciali: pane nero,
zuppa di cavoli, qualche grasso e poche proteine, in genere da pesce secco.
Nelle parole di un rapporto di ingegneri tedeschi a Ordzonikidze, in fabbrica
questi operai erano «trattati come bestiame», ma la loro ricerca affannosa di
condizioni migliori fu descritta come un comportamento criminale. Il mondo del
lavoro sovietico assunse così una struttura stratificata, i cui gradini erano
contraddistinti dal maggiore o minore ricorso alla coercizione e alla brutalità nel
trattamento delle categorie che li popolavano. Alla sua base era il lavoro forzato
vero e proprio, che a sua volta, come sappiamo, aveva una struttura piramidale,
con al vertice i campi del Gulag e alla base le corvée stagionali dei contadini.
Sopra il lavoro coatto strictu sensu stava quello colcosiano, considerato dai
contadini una nuova forma di servitù, seguito a sua volta da quello degli operai
comuni di industria e cantieri, privati di gran parte dei loro diritti. Un gradino a
parte era occupato dalle donne, spesso relegate nei lavori peggiori. Il vertice era
occupato da operai qualificati più o meno stabili, la categoria più fortunata, il cui
status era però peggiorato in termini assoluti a causa della fine dei privilegi
goduti durante la Nep, del crollo dei salari reali e della scomparsa della tutela
sindacale. Le reazioni operaie al degrado variarono. In generale, però, fortissimi
furono lo shock psicologico e il disorientamento. Gli operai occidentali
parlarono di «lavoratori affamati e istupiditi», che odiavano il cottimo e gli «eroi
del lavoro» ma si erano «arresi alla disperazione». I fratelli Reuther che, tornati
negli Stati Uniti, fondarono il sindacato dei lavoratori dell'auto, scrissero che
«rubare per vivere» era allora la norma, mentre esplodeva la prostituzione e
soprattutto, date anche le politiche dello stato, il consumo di alcol. Nel 1933
Victor Serge avrebbe descritto Orenburg, dove si trovava in esilio, come una
città in cui metà della popolazione, donne e bambini inclusi, era alcolizzata. Di
fronte a questa realtà e al declino della retorica operaista a uso interno stava la
crescita della menzogna prodotta per l'estero, il cui successo fu coadiuvato da
una crisi che spingeva operai e intellettuali occidentali a credere che altri modelli
funzionassero. Questo processo spontaneo fu aiutato dall'Urss in vari modi,
compresa la corruzione, attuata per esempio attraverso alte tirature, e quindi
importanti diritti d'autore, delle opere degli intellettuali che si intendeva
premiare. Lo strumento principale fu però l'uso di miti costruiti in base a un
meccanismo semplice ma geniale. Gor'kij partì dai desideri e dalle attese dei
socialisti e dei progressisti e dalle loro teorie per costruire una realtà coerente
con esse. In questo mondo immaginario, ma presentato come reale, gli operai
costruivano il socialismo con entusiasmo, lo stato aveva difficoltà nel reclutare
forza lavoro nelle campagne perché nei villaggi si viveva bene, il benessere della
popolazione cresceva e fiorivano tanto la cultura sovietica quanto quelle
nazionali. La sinistra occidentale, che non conosceva la realtà sovietica ma
riconosceva come sue le teorie sulla cui base la realtà virtuale era costruita,
credette a cose allo stesso tempo confortanti e coerenti con le sue speranze. Prese
così forma in Occidente un'immagine degli anni Trenta basata su un'opposizione
tra crisi del capitalismo e progresso del socialismo sostanzialmente falsa ma che
ha influenzato per decenni anche la storiografia e la ricostruzione della storia
europea da essa cristallizzata. Nell'aprile 1932 Gor'kij organizzò anche
un'Unione degli scrittori, l'accesso alla quale garantiva dei privilegi e che fu poi
presa a modello per organizzare pittori, musicisti ecc. Nasceva così forse il più
potente degli strumenti con cui il regime sovietico influenzò, e spesso corruppe,
il mondo intellettuale. La svolta conservatrice già visibile nel ritorno del
nazionalismo russo faceva intanto nuovi passi in avanti. Sollevando scandalo tra
i grandi architetti modernisti, fino ad allora schierati a fianco dell'Urss, a maggio
fu denunciata l'essenza trockista del razionalismo in architettura e si affermò il
ritorno all'architettura monumentale. Sempre a maggio fece forse per la prima
volta la sua comparsa l'espressione realismo socialista, altra geniale creazione di
Gor'kij che consisteva nella «capacità di vedere il presente nei termini del
futuro», permettendo quindi di sostituire nelle opere artistiche la sgradevole
realtà con una menzogna che non era più tale perché legittimata dalla teoria. Nel
settembre 1931 l'invasione giapponese della Manciuria aveva spinto Mosca a
stringere patti di non aggressione con gli stati confinanti e a incrementare le
risorse destinate alle spese militari, nonché a mentire sulle loro dimensioni a
causa dei negoziati di Ginevra sul disarmo. Già nel 1932 esse rappresentavano
almeno il 17% del bilancio, più del doppio di quanto non si stimasse prima del
1991. Malgrado i problemi con ammassi e industrializzazione, e la minaccia
giapponese, nei primi mesi del 1932 le aspettative di Stalin e della sua cerchia
erano ancora alte. La primavera del 1932, tuttavia, fu subito molto più difficile di
quanto i leader sovietici si aspettassero. Ai problemi della costruzione di intere
industrie di cui la Russia zarista era priva si sommavano quelli dell'avvio e della
gestione delle nuove fabbriche. Man mano che esse entravano in funzione veniva
anche alla luce la disarmonia della nuova struttura industriale. . Ma fu soprattutto
la crisi agricola a farsi sentire. All'inizio della primavera di grano ne era rimasto
poco, le esportazioni non potevano essere toccate e vi erano milioni di abitanti
dei grandi centri urbani da nutrire, in particolare gli operai dell'industria, la cui
produttività, a seguito del crollo dei salari reali, cadeva invece di crescere. Ad
aprile, mentre i tassi di mortalità nelle città aumentarono, indicando che non solo
nelle campagne si moriva di stenti, Mosca decise di risparmiare tagliando di più
di un terzo le razioni alla manodopera dell'industria leggera, di rimuovere alcuni
prodotti alimentari dalla lista dei beni razionati e di sospendere le razioni agli
operai che avevano mantenuto un legame con le campagne. Molti degli esclusi
abbandonarono le fabbriche per cercare altrove di che nutrirsi. Altri, però,
reagirono: a Ivanovo, il centro più importante dell'industria tessile, migliaia di
operaie in sciopero urlarono che per una famiglia era ormai «impossibile
vivere». La repressione fu rapida ma non severissima, anche perché Mosca
sapeva che i lavoratori si erano ribellati contro razioni da fame. Si acuì anche la
coscienza dell'ostilità degli operai ai quali si decise di dare in pasto nuovi capri
espiatori, organizzando processi spettacolo contro accaparratori e altri nemici del
popolo. Nelle campagne si lottava intanto per quanto era rimasto del grano
raccolto nel 1931. Gli interessi dello stato, che voleva tutto il grano disponibile,
e quelli dei contadini, che difendevano le loro ultime riserve, si divaricarono al
massimo e le rivolte e le vendette personali contro gli attivisti si fecero più
frequenti. I villaggi, che temevano la spietatezza del regime, si orientarono
tuttavia soprattutto verso forme di «resistenza passiva», un'espressione ambigua
perché copre un'area di fenomeni in cui fame, paura, disperazione,
disorganizzazione e i tanti altri fattori che ostacolavano la produzione agricola
giocavano un ruolo importante. I contadini cercarono in tutti i modi di costituire
dei fondi personali per sfuggire alla fame e si rifiutarono di lavorare nei campi
colcosiani se non gli erano fatti pagamenti anticipati in natura sui giorni di
lavoro, vietati da Mosca perché ciò voleva dire «sprecare» grano. Il conflitto
cessò inoltre di essere quello tra lo stato e le singole famiglie contadine e si
trasformò in una lotta tra il primo e i colcos, una parte dei cui dirigenti si schierò
con i loro subordinati. Nelle repubbliche non russe i colcosiani trovarono anche
il sostegno dell'intelligencija rurale. Quando fu chiaro che i contadini,
specialmente quelli di zone tradizionalmente produttrici di grano come l'Ucraina,
il Caucaso settentrionale e le regioni del Volga, non stavano facendo quel che ci
si aspettava da loro, Stalin lesse, come d'abitudine, la situazione come il prodotto
di un complotto orchestrato da nemici. Egli rispose perciò inasprendo la
repressione, che nelle campagne fu molto più brutale che nelle città. Ripresero
anche le deportazioni di massa, che coinvolsero nel 1932 circa 70 mila contadini.
La crisi, già evidente nella primavera del 1932, spinse tuttavia Stalin a fare
anche alcune concessioni. A fine marzo le famiglie contadine furono autorizzate
al possesso di una mucca. Fu poi annunciata una riduzione relativa dei piani per
l'ammasso di carne e cereali, e a maggio fu dato il permesso di vendere alcuni
prodotti a prezzi maggiorati in mercati ribattezzati «colcosiani» perché solo i
membri dei colcos che avevano già soddisfatto gli ammassi statali potevano
operarvi. I contadini, però, avevano poco o nulla da vendere: i risultati furono
perciò deludenti e i mercati colcosiani, che tanta importanza dovevano avere
nella storia sovietica, cominciarono in sordina la loro avventura. Soprattutto,
nella primavera del 1932 Stalin acconsentì ad acquistare grano all'estero. Fu
questa la misura più importante, e mai ripetuta in seguito, di un pacchetto che,
come ha scritto Oleg Chlevnjuk, «se analizzato con attenzione» rivela che
«Stalin stava solo cercando di ingannare di nuovo i villaggi, calmando i
contadini subito prima del raccolto e degli ammassi. Di fatto, le misure
annunciate furono attuate in proporzioni talmente insignificanti da non avere
quasi nessun significato pratico». È però possibile dedurre da esse «che Stalin
sapeva quel che occorreva fare per rendere meno grave la crisi che si
approssimava. Tuttavia fino all'ultimo momento egli cercò di evitare
cambiamenti alla sua politica», rinviando il più possibile «decisioni che si
sarebbero dovute prendere, al massimo, a fine 1931 - inizio 1932». Le
condizioni del paese tuttavia non aspettavano.

2. La fame e il suo uso, giugno 1932 - dicembre 1933

In primavera, mentre l'area seminata si riduceva, fecero qui e là la loro


comparsa focolai di carestia, più estesi nelle zone dove lo stato aveva
concentrato i suoi ammassi. In Ucraina, i primi a segnalare il fenomeno furono
funzionari locali, che lo spiegarono con le requisizioni. Il 10 giugno Cubar', il
capo del governo ucraino, scrisse a Stalin e Molotov notando che vi erano
almeno cento distretti che avevano bisogno di aiuti alimentari. Poco dopo
Petrovskij, il presidente della repubblica, suggerì a Kosior, il capo del Partito
ucraino, di chiedere a Mosca di interrompere gli ammassi. Entrambi usarono
nelle loro lettere il termine carestia (golod), il cui uso pubblico era vietato. Di
fronte a queste pressioni e a vittime che si aggiravano nell'ordine delle decine di
migliaia, Stalin fece concessioni che, specificò, dovevano essere modeste e
locali. Ben prima che i nazionalisti ucraini cominciassero a elaborarne una
propria e di segno opposto, egli aveva infatti cominciato a sviluppare la sua
interpretazione nazionale della carestia. All'inizio si limitò a sfogarsi in privato
contro i dirigenti della repubblica, che riteneva responsabili di una situazione che
non erano capaci di affrontare con la necessaria fermezza. La situazione nelle
campagne si stava però deteriorando in modo così rapido da spingere il disperato
Partito ucraino a contestare le scelte di Mosca. Alla III conferenza, tenutasi a
luglio, Cubar' invitò per esempio i dirigenti dei colcos a non accettare ordini
indipendentemente dalle loro conseguenze e Skrypnyk fu ancora più tagliente. Il
corso della conferenza fu però ribaltato da Molotov e Kaganovic, che ne
spostarono il fuoco dalle lamentele per la situazione al dovere di fronte allo
stato. Ma Stalin ne fu solo parzialmente soddisfatto, anche perché sospettava che
quella degli ucraini fosse solo una resa formale. Tra luglio e agosto, quindi, la
sua interpretazione nazionale degli eventi fece un nuovo passo avanti. Un ruolo
importante lo giocò anche l'ultima occasione di disaccordo in seno all'Ufficio
politico registrata prima del 1953. Alla riunione del 2 agosto la bozza preparata
da Stalin, che si trovava in vacanza, di quello che sarebbe diventato il decreto del
7 agosto sulla difesa della proprietà statale contro il furto campestre fu
contestata, forse da Petrovskij, che criticò il paragrafo che condannava chi
rubava anche poche spighe alla pena,capitale o a cinque-dieci anni di lavoro
forzato in presenza di circostanze attenuanti (esso sarebbe poi stato approvato
nei termini stabiliti da Stalin e avrebbe portato in pochi mesi alla condanna di
almeno 103 mila persone di cui oltre 4.500 a morte). I sospetti di Stalin venivano
intanto confermati da rapporti dell'Ogpu che accusavano i comunisti ucraini di
essere infettati dal nazionalismo, perché pensavano che «costringere ancora una
volta la popolazione a fare la fame [fosse] criminale. Meglio restituire la tessera
al partito che condannare a morte per fame i contadini con l'inganno». L'11
agosto Stalin scrisse a Kaganovic che l'Ucraina era diventata «la questione
principale». Il suo partito, irriso con sarcasmo, lo stato e persino i suoi organi
della polizia politica erano infestati da «agenti nazionalisti e spie polacche». Si
correva quindi il rischio «di perdere l'Ucraina», che andava invece trasformata in
una «fortezza bolscevica». Di lì a poco l'arrivo dei dati sugli ammassi avrebbe
confermato a Stalin che i problemi si concentravano nelle maggiori aree
cerealicole del paese, specialmente in quelle abitate in prevalenza da non russi.
Su un raccolto di 55-60 milioni di tonnellate, di poco inferiore a quello del 1931,
lo stato riuscì infatti a prenderne meno di 19, il 30-33% di un totale rimasto in
gran parte a marcire nei campi. Ad andare male furono soprattutto gli ammassi
ucraini e del Caucaso settentrionale, che avrebbero reso alla fine meno del 60%
dell'anno precedente. Il mancato arrivo del grano, cui si aggiunse quello di altri
beni da esportazione e del legno, aggravò la crisi della bilancia dei pagamenti.
Ne seguì una crisi valutaria che obbligò lo stato a interrompere i pagamenti in
valuta ai lavoratori stranieri non assolutamente indispensabili, che lasciarono
l'Urss aggravando i problemi dell'avvio delle nuove officine. Anche le
importazioni furono drasticamente ridotte, ma la fine di quelle di metallo rese
acutissimo lo squilibrio tra la produzione siderurgica sovietica, che non riusciva
a decollare, e le esigenze dell'industria. Molte grandifabbriche di auto, trattori,
armi ecc. si fermarono per assenza di materie prime. Tra gennaio e luglio anche
la produzione giornaliera di carbone calò del 25% e persino la produzione
militare risentì della situazione. A settembre-ottobre il regime sembrava
affondare. Ordzonikidze, che pure rappresentava un'industria sempre privilegiata
nella distribuzione delle risorse, lanciò un grido di dolore che equivaleva a
un'ammissione di fallimento, e protestò contro la decisione di ridurre per la
prima volta gli stanziamenti per l'industria pesante. Il malcontento cresceva
anche nel partito dove presero a circolare documenti che attaccavano Stalin. I
più famosi sono quelli dell'Unione marxista-leninista fondata da Rjutin, nei quali
si leggeva che nessun provocatore, per quanto desideroso di affossare la dittatura
del proletariato, avrebbe potuto far meglio di Stalin e della sua cricca, e si
parlava di tirannicidio. Il gruppo dirigente sovietico scelse però di stringersi
intorno a Stalin, anche se forse in privato non si condividevano le politiche,
perché si temeva che toccando lui sarebbe franato l'intero sistema di cui tutti
portavano la responsabilità e che la popolazione mal tollerava. La situazione
restava però disperata: la carestia era alle porte, le riserve cerealicole erano
scarse, le esportazioni ferme, le cambiali tedesche prossime alla scadenza, le
grandi città invase da masse di ex contadini che avevano buoni motivi per odiare
il regime, e cresceva il malcontento di operai che avevano già dimostrato quel
che sarebbe potuto accadere di fronte a un nuovo taglio delle razioni. Ma come
la carestia del 1921-1922 aveva messo fine allo scontro aperto con le campagne,
quella del 1932-1933, dopo aver minacciato la sopravvivenza del regime, ne rese
possibile la salvezza. Quest'ultima era però solo possibile. A farla diventare
realtà fu la straordinaria forza di volontà e crudeltà con cui Stalin affrontò i mesi
a cavallo tra il 1932 e il 1933, applicando il suo modello di repressione
preventiva e collettiva ai gruppi nazionali e sociali che a suo giudizio
rappresentavano una minaccia per il regime. La sua prima mossa fu l'invio a
ottobre di Molotov, Kaganovic e Postysev in Ucraina, nel Caucaso settentrionale
e nelle regioni del Volga a raddrizzare la situazione, punendo i colcos che non
adempivano ai piani. A Mosca si tenevano intanto le celebrazioni per il
quindicennio della rivoluzione. Già cupe, esse furono rese lugubri dal suicidio
della moglie di Stalin, Nadezda Allilueva, avvenuto dopo un alterco con il
marito. Su di esso circolarono presto voci intorno a presunte ragioni politiche,
alimentate dalla crisi nel paese e dalla fede comunista della giovane donna. È in
questo clima che Stalin, che soffrì della sua morte, prese la decisione di usare la
carestia per risolvere la crisi impartendo ai contadini che rifiutavano la nuova
servitù una lezione basata sul precetto del «chi non lavora, non mangia».
Contrariamente al 1931-1932, fino alla primavera del 1933 i villaggi affamati
non ricevettero alcun sostegno. Anzi, mentre il commissario agli Esteri Litvinov
negava l'esistenza della carestia, lo stato lottò «con ferocia» per portare a termine
gli ammassi. La carestia, che aveva fatto fino ad allora in Ucraina poco più di
100 mila vittime, prese così forme e dimensioni di gran lunga superiori a quelle
che avrebbe avuto se la natura avesse seguito il suo corso. Rientrato nel
Caucaso settentrionale, Kaganovié si servì di multe in natura per privare i
contadini anche di carne e patate e fece porre intere aree sulla «lista nera»,
punendole con la rimozione sistematica di tutti i beni esistenti. Altri villaggi
furono puniti con la deportazione già minacciata a ottobre. Si apriva intanto la
caccia ai comunisti accusati di sabotare le direttive di Mosca. Nel solo Kuban i
militanti arrestati furono 5.000 e 15 mila nel Caucaso settentrionale. In Ucraina,
invece, il 18 novembre Molotov fece approvare una risoluzione che ordinava ai
contadini di restituire i miseri anticipi in natura sul nuovo raccolto che essi
avevano appena ricevuto. Il terrore staliniano di fine 1932 seguì perciò due linee
principali, una legata alle requisizioni e quindi più forte nelle regioni cerealicole,
e l'altra di ispirazione politica, che si indirizzava verso le tradizionali roccaforti
dell'opposizione al regime o le zone che, a causa della loro posizione geografica
(il confine), erano giudicate più pericolose. Dove prevaleva una sola
preoccupazione, il terrore - pur drammatico - assunse forme minori, come prova
anche il caso della Bielorussia, colpita per ragioni politiche ma di scarsa
rilevanza dal punto di vista degli ammassi. Dove le linee si intersecavano, esso
fu maggiore e toccò il suo apice nelle repubbliche e nelle regioni non russe
produttrici di grano, nelle quali sin dalla guerra civile il regime aveva incontrato
i problemi maggiori. In particolare Stalin, che nei suoi scritti sul nazionalismo
aveva legato la questione nazionale a quella contadina e aveva visto questa
ipotesi confermata dalle rivolte del 1919 e del 1930, era cosciente del fatto che
in Ucraina e nel Kuban la questione contadina era anche una questione
nazionale. Egli decise perciò che era impossibile risolvere la prima senza
affrontare anche la seconda. Per garantire che tale soluzione durasse nel tempo,
inoltre, egli ritenne necessario eliminare le élite nazionali. Egli fece pertanto
approvare il 14 e il 15 dicembre due risoluzioni segrete che capovolgevano, nella
sola Ucraina, le politiche in materia di nazionalità sancite nel 1923. Vi si leggeva
che l'indigenizzazione, così come era stata applicata in Ucraina e nel Kuban,
lungi dall'aver affievolito il sentimento nazionale lo aveva invece fatto crescere,
producendo nemici con in tasca la tessera del partito. I contadini non erano
quindi i soli colpevoli della crisi, di cui dividevano la responsabilità con il ceto
politico e intellettuale ucraino. In base a tale ragionamento fu posto anche fine
ai programmi di ucrainizzazione nella Repubblica russa. Il 20 dicembre l'Ufficio
politico ucraino si impegnò a realizzare nuovi obiettivi nel campo degli ammassi
cerealicoli, basandoli sulla scoperta e il sequestro delle riserve familiari, aprendo
la strada alla morte di massa. Il 22 gennaio 1933, infine, Stalin e Molotov
ordinarono all'Ogpu di fermare l'esodo alla ricerca di cibo dall'Ucraina e dal
Kuban. In un solo mese i contadini arrestati e rispediti a crepare di fame nei
villaggi furono almeno 220 mila. La crisi diede nuovo impulso anche alla
repressione. Nel 1933 gli arrestati dalla sola polizia politica furono più di 500
mila, di cui 283 mila per crimini controrivoluzionari, e i detenuti nei lager
balzarono dai 334 mila del 1° gennaio ai 456 mila del 10 aprile. Alla fine del
1932 l'Ufficio politico aveva affidato nuovi progetti agli amministratori dei lager,
trasformando il Gulag in una rete di grandi campi che servivano gigantesche
imprese economiche. Esso assunse allora le sembianze che gli furono proprie
fino al 1953, generando una «cultura» che avrebbe finito per contagiare,
attraverso l'altissima percentuale della popolazione che ne fece esperienza,
l'intero paese. Nelle città le scelte di Stalin si incarnarono in misure altrettanto
drastiche, anche se meno terribili, di quelle che colpivano le campagne. Per
rinsaldare il controllo, risparmiare sul razionamento e prevenire il ripetersi di
agitazioni, l'Ufficio politico stabilì per esempio di procedere alla loro ripulitura.
Per farlo, a novembre si decise di reintrodurre, limitatamente alla sola
popolazione urbana, il sistema dei passaporti interni la cui abolizione era stata
una delle principali conquiste della rivoluzione. La concessione di questo
documento diventava ora un privilegio. I colcosiani, che ne erano esclusi,
persero infatti il diritto di trasferirsi in città, trasformandosi anche formalmente
in cittadini di seconda categoria. Ai cittadini, chiamati a presentarsi per ricevere
il passaporto, non fu detto che dal rilascio erano escluse alcune categorie,
elencate nella parte segreta del decreto, di cui si prevedeva l'espulsione. Esse
comprendevano le persone non occupate in lavori socialmente utili, a eccezione
di vecchi e invalidi; i kulak e i dekulakizzati; i profughi provenienti dall'estero, a
eccezione dei rifugiati politici; i contadini arrivati dopo il gennaio 1931 che non
possedevano un lavoro regolare; le persone private dei diritti politici e civili; e
infine gli ex condannati e deportati per crimini anche leggeri, di cui era allegata
una lista, nonché tutti i familiari dei componenti di questi gruppi. L'emissione
dei passaporti costituì quindi un nuovo passo nel controllo e nella ripulitura della
popolazione, poi culminati nelle purghe del 1937-1938 che colpirono le
categorie cui il passaporto era stato rifiutato. I passaporti furono concessi con
diverso rigore nelle aree «a regime» (Mosca, Leningrado e altre città di
particolare importanza, più una fascia lungo i confini di ampiezza variabile) il
cui approvvigionamento era migliore, e nelle zone meno critiche (centri minori,
insediamenti operai, sovcos e cantieri industriali). Per impedire la mobilità tra di
esse, accanto al passaporto fu introdotto un permesso di residenza (propiska) che
tutti i suoi detentori potevano richiedere, ma che era la polizia a rilasciare,
escludendo gli appartenenti alle categorie sospette. Il sistema, rimasto in vigore
fino al crollo del regime, fu mitigato dopo il 1953, ma i colcosiani ricevettero il
passaporto solo negli anni Settanta. Nell'agosto 1934 si calcolò che nelle città
chiuse erano stati rifiutati circa 385 mila passaporti, circa 100 mila dei quali a
Mosca, mentre nelle aree non a regime la passaportizzazione permise di scoprire
oltre 420 mila elementi «alieni», criminali e fuggiaschi dagli insediamenti per i
dekulakizzati, che ci si limitò per il momento a registrare. Alle persone cui il
passaporto fu rifiutato, che furono deportate, vanno aggiunte le centinaia di
migliaia che abbandonarono di propria iniziativa le città non appena si seppe del
destino che toccava a una parte di quelli che si recavano a chiedere il nuovo
documento. Nel 1933 la popolazione urbana crebbe perciò di poche centinaia di
migliaia di abitanti, il dato più basso del decennio. Il destino dei deportati a
causa della passaportizzazione fu a volte più terribile di quello dei dekulakizzati.
In un rapporto dell'autunno del 1933, per esempio, si racconta la storia dei 6.114
«coloni del lavoro», vale a dire «elementi declassati» già abitanti a Mosca e
Leningrado, scaricati nel maggio 1933 sull'isola di Nazino nella Siberia
nordoccidentale dopo un terribile viaggio in treno. Due mesi dopo ne restava in
vita solo un terzo. Gli altri erano morti di fame, di freddo, soffocati dai fuochi
accesi per scaldarsi, uccisi dai colleghi più violenti che li avevano depredati dei
loro averi e talvolta anche usati come cibo. A partire dall'autunno del 1932 si
procedette a una grande pulizia anche dell'economia. La strumento fu la
dichiarazione che, grazie ai successi conseguiti, il piano quinquennale si sarebbe
chiuso anticipatamente a fine anno. Come molti compresero, era in realtà
l'annuncio della decisione di fermarsi per consolidare quanto si era fatto, e
quindi l'ammissione di un fallimento. Il regime si stava comunque costruendo, a
scapito del benessere dei cittadini, una significativa base di potenza. Ma gli
obiettivi non erano stati conseguiti nemmeno nei settori cui era stata data la
massima priorità e non vi era alcun piano pronto a rimpiazzare quello che si
diceva realizzato. Il secondo piano quinquennale fu approvato solo nell'agosto
1934, facendo del 1933 un anno senza piano, dedicato alla soluzione dei
problemi causati da quello lanciato nel 1928. L'immagine degli anni Trenta come
decennio della pianificazione è perciò priva di senso, a meno di non concepire i
piani come semplice espressione della volontà del regime. La ripulitura fu
effettuata selezionando ancor più gli obiettivi economici, mentre il gruppo
dirigente dell'industria pesante si dedicava all'avvio delle nuove fabbriche,
compiendo in pochi mesi uno sforzo straordinario. La caccia all'oro e alla valuta
posseduti dalla popolazione fu intensificata e si moltiplicò il numero dei negozi
Torgsin. Aumentò anche il numero dei negozi che vendevano beni a prezzi
commerciali. Nella primavera-estate del 1933, con la carestia al suo picco, ne
furono aperti di nuovi anche nei distretti rurali ucraini, per sfruttare al massimo
le possibilità offerte dalla fame. I salari reali intanto erano scesi fino a circa un
terzo del livello del 1928. Per arginare il crollo della produttività e riacquistare il
controllo delle fabbriche anche gli operai furono colpiti nel novembre 1932 da
speciali misure repressive. I decreti varati per contenere l'assenteismo e ridurre il
turnover della forza lavoro prevedevano il licenziamento immediato, con
conseguente perdita della tessera di razionamento e sfratto dalle abitazioni, per
assenza ingiustificata. A dicembre, riprendendo l'esperienza del 1921, la gestione
dei rifornimenti alimentari della forza lavoro fu trasferita ai commissariati
industriali e da questi alle gerarchie aziendali. Il razionamento divenne ancor
meno egualitario, furono sospese le tessere a parte dei familiari e la distribuzione
dei cibo fu legata al rendimento, introducendo una versione edulcorata del
detto «chi non lavora non mangia» anche tra il proletariato urbano. Il sindacato
trovava intanto un nuovo ruolo che Pjatakov riassunse così: esso doveva essere il
collaboratore delle gerarchie aziendali nella lotta per disciplina e produttività e il
padrone della vita operaia fuori dalle officine. La strategia elaborata a partire
dall'estate fu sanzionata nel plenum del gennaio 1933. Stalin dichiarò che non
era più necessario «spronare e spingere avanti il paese». Fu perciò approvato un
piano di investimenti moderato, ponendo all'industria l'obiettivo di aumentare la
produttività riducendo la forza lavoro. Nelle campagne furono istituite presso le
Mts delle sezioni politiche incaricate di sorvegliare colcos e colcosiani. Si decise
inoltre di inviare Postysev a normalizzare il Partito ucraino, ritenuto un caso
speciale. Fu però varata anche una purga generale diretta a colpire con
l'espulsione - che aveva gravissime conseguenze personali gli elementi estranei e
quelli ostili, i violatori della disciplina di partito, rinnegati, corrotti, carrieristi,
profittatori, degenerati, e i militanti ormai divenuti passivi. Un'attenzione
speciale era riservata ai doppiogiochisti, vale a dire i quadri che secondo Stalin
non erano d'accordo con lui ma cantavano le sue lodi. La purga, affidata a Ezov,
un ex operaio poco istruito, durò poi diciotto mesi invece dei cinque previsti e
colpì il 18% degli iscritti, che tra il 1928 e il 1932 erano balzati da 1,5 a 3,6
milioni. Su istruzione di Stalin, Ezov se ne servì per preparare dei volumi con i
dati di tutti membri del partito che dal 1917 in poi avevano mostrato simpatia per
una qualsiasi opposizione. A differenza che nella crisi dell'estate del 1930, il
nemico era quindi ora direttamente il partito stesso, che Stalin sospettava di
avversare la sua linea. Da questo punto di vista, così come la passaportizzazione
fu il retroterra delle operazioni di massa del 1937-1938, la purga decisa nel
gennaio 1933 lo fu dell'attacco al partito culminato nei processi del 1936-1938.
Negli stessi giorni in cui si riuniva il Comitato centrale, Hitler prendeva il potere
in Germania. Ciò avveniva in un momento critico per la posizione finanziaria
dell'Urss, che non era in grado di pagare nessuna delle cambiali in scadenza.
Hitler ne accettò la rinegoziazione, salvando Mosca dalla bancarotta, ma
l'inevitabile rottura, arrivata a giugno, rese più acuta la coscienza
dell'inevitabilità della guerra dando ancor più peso alle richieste dei militari. Allo
stesso tempo, essa rafforzò il prestigio di Stalin e dell'Urss, aggiungendo un
nuovo strato al mito sovietico, consolidato dall'immagine di paese guida nella
lotta contro il fascismo e il nazismo. La prima metà degli anni Trenta divenne
così il periodo in cui furono reclutati i più importanti agenti sovietici della
Guerra fredda, come i «magnifici cinque» in Gran Bretagna. A febbraio Stalin
dichiarò che «le grandi difficoltà» erano ormai passate e che quelle ancora
esistenti non erano «comunque tali che valga la pena di parlarne seriamente».
Dal punto di vista del potere ciò era vero: la guerra era già vinta. Nelle
campagne, però, essa stava entrando nella sua fase più terribile. Ogni contadino
che non adempiva al piano delle semine o a qualunque altro suo obbligo verso lo
stato fu allora definito un kulak e si procedette a circa 270 mila nuove
deportazioni, portando il totale dei contadini «reinsediati» con la forza in regioni
remote dal 1930 a circa 2,3 milioni. Le condizioni nei villaggi speciali intanto
precipitavano. Se nel 1932 erano morti circa 90 mila coloni su un totale di 1,3
milioni, nel 1933, anche a seguito del taglio di due terzi nelle razioni deciso a
gennaio, i morti furono più di 150 mila. Si moriva d'inedia anche nelle prigioni e
nei campi del Gulag, dove perirono nel 1933 quasi 70 mila persone.
Ma soprattutto si moriva nelle campagne, dove 25-30 milioni di persone
soffrivano la fame. In pochi mesi i morti furono circa 3,5 milioni,in Ucraina e
centinaia di migliaia nel Caucaso settentrionale. La fame imperversò anche nel
medio e basso Volga e soffrirono anche altre zone della Russia, oltre al
Kazakstan. Persino le grandi città e i maggiori centri industriali non furono
risparmiati, ma qui le morti furono decine di migliaia, non milioni. Mosca e
Leningrado furono toccate solo marginalmente, ma a Char'kov e Kiev i
diplomatici italiani e polacchi videro ogni giorno portar via centinaia di corpi di
morti di fame, in genere contadini che erano riusciti a passare tra le maglie del
blocco da cui i centri urbani erano circondati. Il tasso di mortalità annuo per
mille abitanti, fatto pari a 100 il dato relativo al 1926, saltò nel 1933 nell'intero
paese a 188,1. Esso era però pari a 138,2 nella Repubblica russa (che pure
includeva allora sia il Kazakstan che il Caucaso settentrionale), e a 367,7, vale a
dire quasi il triplo, in Ucraina. L'intensità, il corso e le conseguenze della carestia
furono quindi diversi nelle differenti regioni e repubbliche. E perciò necessario
distinguere,all'interno del generale quadro di stenti che caratterizzò allora la vita
dell'intero paese, fenomeni specifici, e quindi parlare di «carestie» e non di
«carestia» del 1931-1933. Di questa diversità furono largamente responsabili le
decisioni politiche prese a Mosca a partire dall'autunno del 1932 per rendere il
ricorso alla fame più spietato e la lezione più crudele in Ucraina, nel Caucaso
settentrionale e in parte nelle regioni del Volga. Stalin seppe delle conseguenze
delle sue politiche da dirigenti come Ryskulov o Kosior e da scrittori come
~olochov, che gli scrisse una lettera di sedici pagine su come erano stati condotti
gli ammassi nel distretto del Don. Solochov vi descriveva i metodi adottati per
spremere il grano - i pestaggi di massa, le persone rinchiuse nude nei granai
gelidi, le fucilazioni inscenate, le bruciature con i ferri roventi, gli interrogatori
di persone semisoffocate per essere state appese per il collo ecc. aggiungendo
che si trattava di politiche eseguite su istruzione della direzione regionale del
partito e non di eccessi locali. Stalin ricevette inoltre dei rapporti dall'Ogpu, che
riportò i dettagli della carestia, la mortalità di massa, il cannibalismo ecc.,
nonché i sentimenti antisovietici della popolazione. Egli ricevette infine dati
demografici abbastanza precisi sul numero delle vittime. Stalin tuttavia sostenne
che la situazione era meno grave di quella dipinta da rapporti che rispecchiavano
il desiderio nemico di usare le difficoltà come arma contro il potere sovietico, e
riversò sui contadiní la responsabilità di quanto stava avvenendo. Egli si liberava
così dalla responsabilità di aiutare gli affamati, che non ricevettero nulla benché
esistessero riserve strategiche che al 1° luglio 1933, il momento più basso,
ammontavano a circa 1,4 milioni di tonnellate, sufficienti a nutrire più di 3
milioni di persone per un anno. Sia pure in forme ridotte, l'esportazione di
cereali inoltre continuò, superando nel 1933 le 220 mila tonnellate, e non furono
rinnovati gli acquisti all'estero. Al contrario di quanto aveva fatto Lenin, Stalin si
rifiutò infine di lanciare appelli per l'aiuto internazionale, denunciando come
menzogne le informazioni sulla carestia. Quel che gli interessava era infatti
spezzare con la fame la resistenza dei contadini, e in particolare di quelli ucraini,
alla collettivizzazione. Lo fece distribuendo semi e cibo solo a chi si recava a
lavorare nei campi, e solo per la durata dei lavori. Malgrado le resistenze e i
piccoli conflitti che certo continuarono, il governo aveva realizzato il suo sogno
di prendere dalle campagne quel che voleva senza corrispondere ai contadini
«l'equivalente del loro lavoro». La vittoria sul campo fu segnalata
dall'attenuazione delle misure repressive. A maggio Stalin e Molotov ordinarono
il rilascio di 350 mila detenuti dalle carceri, e ribadirono il divieto di procedere a
nuove deportazioni in massa di contadini e ad arresti arbitrari. In Ucraina, però,
la repressione fu intensificata, ponendo sotto attacco l'ucrainizzazione e con essa
gli intellettuali, i funzionari e gli insegnanti che l'avevano sostenuta, licenziati a
migliaia. A maggio Chvyl ovyj si suicidò, imitato a luglio da Skrypnyk.
Proseguiva intanto la «scoperta» di organizzazioni controrivoluzionarie, alcune
delle quali poi rispolverate durante il Grande terrore, e almeno 15 mila quadri
furono espulsi dal partito per nazionalismo, fucilati o esiliati. Le nazionalità
della Transcaucasia, dell'Asia centrale e della Siberia furono invece trattate
diversamente. Persino in Kazakstan (nel 1936 promosso repubblica sovietica e
ribattezzato Kazachstan) si ribadì che il nemico principale restava lo
«sciovinismo di grande potenza», vale a dire grande-russo, anche se occorreva
lottare più sistematicamente contro il nazionalismo kazaco per il quale però,
come scrisse Stalin, era «più difficile stabilire contatti con gli interventisti
stranieri di quanto non lo sia per quello ucraino». I kazachi, del resto, erano stati
inclusi nella lista, stilata nel 1932, dei popoli «culturalmente arretrati» il cui
sviluppo occorreva promuovere. Al loro fianco vi erano baschiri, uzbechi, jakuti,
kirghisi, ceceni, azeri e tagichi, tra i quali nel 1935 solo poche centinaia avevano
un'istruzione media e nessuno aveva un diploma che desse il diritto di accedere
all'università. Tra costoro la svolta successiva al 1932 si limitò alla fine
della latinizzazione dei loro alfabeti, cui corrispose l'esaltazione del russo, la
lingua di Lenin e Stalin, e del suo alfabeto. Nel suo complesso la carestia fu
quindi insieme il prodotto e la fine dell'ultimo atto della guerra tra nuovo stato e
contadini cominciata nel 1918. Al tempo stesso, grazie al soggiogamento della
repubblica più importante, il rafforzamento della centralizzazione cominciato nel
1928-1929 fece un nuovo e importante passo avanti, avviando la trasformazione
dello stato federale sovietico in un impero dispotico. La crisi e l'uso della fame
per risolverla lasciarono un'impronta profonda anche a livello psicologico e
ideologico. Per molti contadini Stalin divenne il brutale padre-padrone cui era
impossibile disobbedire, anche se era lecito magari imbrogliarlo appropriandosi,
appena possibile, in modo fraudolento di una parte del raccolto. Ma la pulizia
attuata con i passaporti e le morti per strada dei contadini sfuggiti ai blocchi
insegnarono una lezione anche alla popolazione urbana. Quello che fino al 1932
era stato giudicato un crollo dei salari reali contro cui protestare si trasformò
allora nel privilegio della residenza in una grande città. Malgrado la
ruralizzazione delle città, si indebolì così, almeno a livello psicologico, quel
rapporto campagne-città che era stato così forte prima del 1928. Anche ai vertici
del partito il timore del despota fu reso più acuto dalla coscienza di vivere con
chi non aveva esitato a lasciar morire di fame milioni di persone. È qui, in questa
vittoria e nella paura nutrita dai metodi con i quali era stata conseguita, una delle
radici della presa del culto di Stalin dalla metà degli anni Trenta in avanti.
Questo culto, attribuito a un vincitore feroce e che continuò a nutrirsi di timore e
distacco dal suo oggetto, fu accompagnato da un ulteriore salto della menzogna
ufficiale. Dopo aver visto morire di stenti tante persone, divenne necessario
ripetere che la vita era «diventata più gioconda», come avrebbe dichiarato Stalin
nel 1935, anziché elaborare lutti tanto profondi con culti dei morti pubblici e
privati. Collettivizzazione e carestie divennero così il principale tabù del passato
sovietico. Se l'impatto della carestia fu profondo in tutto il paese, in Ucraina e in
Kazakstan essa scavò ancora più a fondo. In quest'ultimo, essa danneggiò le
strutture portanti della società tradizionale. In Ucraina tanto il corpo quanto la
testa della società nazionale furono mutilati, rallentando e distorcendo il
processo di costruzione nazionale. Nelle campagne, i contadini erano stati
distrutti in quanto forza sociale privando del suo tradizionale, ancorché
malfermo, sostegno il movimento nazionale ucraino. Quest'ultimo perse anche
buona parte dei suoi quadri e soprattutto fu interrotto il meccanismo che
presiedeva alla loro formazione. La cosa non passò solo attraverso la
repressione. Postysev indossò camicie ucraine, fece alzare monumenti a
~evicenko, pubblicare, anche se meno che in passato, giornali in ucraino e
riportò la capitale a Kiev. Ma un'ucrainizzazione bolscevica sostituì quella
petljurista di Skrypnyk. Essa consisteva nella promozione di quadri di origine
ucraina, di cui però si favoriva l'integrazione nella cultura russa: il processo di
ucrainizzazione culturale si bloccò e si cristallizzarono due sfere linguistiche di
cui quella russa - che si identificava con il distacco dalle campagne - riacquistò
una netta preminenza. C'è dunque un genocidio ucraino dentro la storia
sovietica? La risposta è negativa se pensiamo a una carestia concepita dal regime
o - versione ancor più indifendibile - dalla Russia per distruggere il popolo
ucraino. E resta tale se si adotta una definizione restrittiva di genocidio come
volontà preordinata di sterminare tutti i membri di un gruppo etnico, religioso o
sociale. Ma la definizione di genocidio adottata dalle Nazioni Unite nel 1948
elenca tra i possibili atti genocidiari «l'infliggere loro deliberatamente condizioni
di vita calcolate per determinarne la distruzione fisica totale o parziale». In
questa prospettiva, se riflettiamo sulla differenza tra i tassi di mortalità nelle
diverse repubbliche; aggiungiamo ai milioni di vittime ucraine i milioni di
ucraini russificati dopo il dicembre 1932; prendiamo in considerazione la
distruzione di gran parte dell'élite politica e intellettuale della repubblica ecc.,
allora la risposta alla domanda sulla presenza di un genocidio ucraino sembra
essere positiva. L'adozione del termine Holodomor, il nome dato alla carestia
ucraina, appare perciò legittima, e anzi indispensabile per operare la distinzione
tra la fame pansovietica del 1931-1933 e quella ucraina dopo l'autunno del 1932.

1. Il nuovo sistema e i suoi problemi,


1934-1939

1. Vittoria e illusioni, 1934-1936


Un bilancio del quinquennio si deve aprire con quello delle sue vittime, circa 7
milioni, alle quali vanno aggiunti i milioni di non nati e quelli di perseguitati,
deportati e affamati. In un primo momento le campagne reagirono con
prontezza: nel 1937 la natalità era in Urss più alta che nel 1929 e fino al 1940 i
nati vivi furono più di un milione l'anno, ma nel 1938 si manifestarono i primi
segni di stanchezza, che testimoniavano della gravità della ferita inferta. Il
bilancio non può poi ignorare il sorgere di un'industria moderna,
l'urbanizzazione e la promozione sociale di qualche milione di individui,
accompagnata però da una ben maggiore mobilità verso il basso, incarnata non
solo da repressi e deportati ma anche dalle decine di milioni di coltivatori
indipendenti ridotti a una condizione di peculiare servitù. Date le condizioni in
cui avevano luogo, tanto la mobilità ascendente quanto quella discendente si
accompagnarono inoltre a fenomeni di brutalizzazione, tra le nuove élite come
tra gli operai e i contadini. Ogni vita, anche quella di chi si ritrovava a
comandare questo o quel fronte, era per di più dominata dall'insicurezza. La
modernizzazione sovietica fu quindi un processo sui generis, che non è semplice
inquadrare nelle categorie tradizionali. La sua specificità fu presentata dalla
propaganda del regime come conseguenza del tentativo di costruire un sistema
diverso, il socialismo, e in ciò vi era del vero. Resta però il problema della
contraddizione, profonda, tra quel socialismo e la carica umana e ideale assunta
dal termine nell'Ottocento: tenendone conto, si potrebbe dire che in Urss fu
costruito allora un «socialismo antisocialista». In ogni caso il grande balzo pose
le basi di un modello politico e di un sistema socioeconomico originali. E se il
primo andò in crisi dopo la morte di Stalin, il secondo, grazie ad aggiustamenti
anche significativi, resistette fino al crollo del regime. Le scelte operate nel
1929-1933 da Stalin sono quindi al cuore della storia sovietica, malgrado
l'indubbia evoluzione del sistema da lui istituito. Le stime della dimensione
quantitativa della costruzione sono contraddittorie. Nel 1934 il regime sostenne
che, rispetto al 1927-1928, nel 1932 il reddito nazionale era raddoppiato, la
produzione di beni di produzione quasi quadruplicata e quella di beni di
consumo quasi raddoppiata. Dal 1928 al 1940, il tasso di crescita annuale del
reddito nazionale sarebbe stato del 13,9% secondo i dati ufficiali sovietici, del
6,1% secondo le stime americane, e del 3,2% secondo quelle elaborate da Girs
Chanin. Lo stesso Chanin ha stimato che nel 1928-1932 il reddito nazionale
sovietico non crebbe, ma declinò di circa il 20%, ed è probabile che se si
prendesse in considerazione lo sperpero di vite umane e di risorse artistiche,
minerarie e naturali che ebbe allora luogo, il declino del 1928-1932 risulterebbe
anche maggiore. Fu quindi l'Occidente, e con esso anche i tanti leader del Terzo
mondo elettrizzati dai successi dell'industrializzazione, abbagliato solo da un
miraggio? No, perché qualcosa di nuovo e potente fu costruito, anche se dal
punto di vista economico questa costruzione avvenne probabilmente in perdita.
L'Urss in quegli anni si industrializzò e urbanizzò, creando un grande e moderno
settore di industria pesante collegato a un complesso industriale-militare di
notevoli dimensioni, capace di produrre cannoni, aerei e carri armati pari se non
superiori a quelli tedeschi o francesi. Le decisioni prese dopo il 1927 avevano
inoltre fatto dell'Armata rossa una forza potente, di cui Tuchacevskij teorizzò sin
dal 1929 l'impiego in «operazioni di profondità», il concetto su cui si sarebbero
basate le grandi vittorie tedesche e sovietiche della seconda guerra mondiale. Il
nuovo sistema economico sovietico era caratterizzato dagli squilibri, che lo
afflissero fino al suo collasso, tra industria pesante e leggera, industria e
agricoltura, accumulazione e consumo, controllo dall'alto e autonomia sociale e
individuale. Al cuore della sua peculiarità stava però la preminenza assoluta
della politica sull'economia, preminenza incarnata dal piano che, come notò
Bruckus, si era rivelato un'«eccellente soluzione» al problema «di costringere il
sistema economico a servire fini non economici». Questo sistema era diventato,
e sarebbe rimasto fino alla fine, un sistema monetario in cui, accanto a quello
della redistribuzione centrale, operavano, sia pure in modo peculiare e molto
imperfetto, diversi mercati -legali, tollerati e illegali - che andavano da quello del
lavoro e dei beni di consumo, a quello colcosiano, alle transazioni tra le imprese
fino al mercato nero vero e proprio. Da questo punto di vista, come ha scritto
Julie Hessler, la Nep non era stata «solo un vicolo cieco, ma piuttosto un ponte
tra le aspirazioni socialiste dell'epoca rivoluzionaria e il "socialismo reale" degli
anni successivi». La decisione di non far fallire nessuna azienda e di espandere
sempre e comunque la produzione fece inoltre sì che il sistema sovietico
prendesse a vivere in condizioni di perenne eccesso di domanda, cui
corrispondeva un'altrettanto perenne presenza di beni deficitari il cui
conseguimento non dipendeva dalla disponibilità di moneta. Ciò diede alle
relazioni tra le imprese e gli individui una natura personale. All'interno di un
quadro dominato dalle preferenze statali, a contare erano infatti le amicizie, la
possibilità di ricambiare i favori e l'appartenere a catene di potere che
permettevano di aggirare le file e di ottenere quel che altrimenti restava
irraggiungibile. Nelle campagne, dove viveva ancora quasi il 70% della
popolazione, il nuovo sistema colcosiano era ormai solidamente impiantato. Nel
1935 il 90% dei circa 19 milioni di nuclei familiari esistenti, 5 milioni in meno
che nel 1929, era stato collettivizzato e viveva in circa 250 mila colcos che
riunivano dalle 30 alle 120 famiglie. Il mancato rilascio dei passaporti aveva
formalizzato lo status inferiore dei contadini collettivizzati e poiché ad
abbandonare le campagne erano stati più spesso gli uomini, nei villaggi lo
squilibrio demografico tra i sessi era più forte che nel resto del paese. Le donne
erano quindi concentrate al fondo della scala sociale e la collettivizzazione,
alterando la divisione del lavoro tra i sessi, aveva lasciato loro il lavoro più duro.
Lo stato aveva invece raggiunto i suoi fini: nel settembre 1935 gli ammassi
prelevavano ormai senza difficoltà quasi il 40% del raccolto. A ogni colcos era
dato un piano di produzione, che indicava quali raccolti principali si dovessero
seminare e forniva indicazioni sull'allocazione delle terre tra di essi. In estate i
funzionari delle Mts e del commissariato all'Agricoltura giravano per i campi e
stimavano il «raccolto biologico», vale a dire quello potenziale. Sulla sua base
erano stabilite le consegne obbligatorie, che andavano eseguite a raccolto ancora
in corso. In seguito i colcos dovevano pagare le Mts per i lavori da esse svolti,
mettere da parte le riserve per la semina successiva, e infine costituire un piccolo
fondo per far fronte a imprevisti e ai bisogni di vedove, invalidi ecc. Alla fine
quel che rimaneva era diviso in due: una parte era venduta sul mercato o allo
stato, e la parte residuale distribuita in natura ai colcosiani in base ai trudoden'
effettuati, recuperando eventuali anticipi. I colcosiani erano inoltre costretti a
fornire illegalmente servizi di tipo personale alle élite rurali capeggiate dai
segretari del comitato di partito di distretto, veri signori del luogo attorniati dai
presidenti dei soviet locali, da procuratori, rappresentanti della polizia politica e
della milizia e da altri funzionari dello stato. Il sistema colcosiano così
organizzato riuscì per qualche tempo a procurare risorse allo stato, ma a prezzo
di un calo strutturale della produttività agricola. All'altro capo della catena
stavano gli abitanti delle città «chiuse», i favoriti del regime. Nell'agosto 1934
12 dei 27 milioni di passaporti rilasciati nella Repubblica russa riguardavano
queste città e le zone di confine. Ma persino a Mosca si viveva in condizioni di
degrado sociale e civile: nel 1935, per esempio, nelle vecchie abitazioni solo il
6% delle famiglie aveva più di una stanza, il 40% una sola stanza, il 23,6% parte
di una stanza, il 5 % viveva in cucine e corridoi e il 25 % in dormitori. Nelle
grandi fabbriche, dove alla fine del 1933 lavoravano oltre 5 milioni di operai, il
40% dei quali aveva meno di 22 anni e tra cui le donne erano più di 2,2 milioni, i
salari reali cominciarono alla fine del 1933 una risalita che li portò quasi a
raddoppiare tra il 1934 e il 1936, senza però recuperare il livello del 1928. La
famiglia urbana si era così trasformata in un gruppo che univa più redditi per
assicurare la sopravvivenza dei suoi membri, come faceva quella contadina, e
che come quest'ultima derivava buona parte del suo reddito da orti e
appezzamenti urbani e suburbani. Laddove era possibile, essa si estese inoltre a
comprendere anche le nonne, cui era affidata buona parte dei compiti
tradizionalmente svolti dalle madri. Gli operai continuavano infine a subire una
fortissima pressione. Non sorprendentemente, i rapporti della polizia politica ne
registravano l'ostilità agli slogan ufficiali e il risentimento nei confronti di capi e
pezzi grossi. Collettivizzazione, carestia e repressione avevano inoltre dato vita a
un mondo di devianti fatto di bambini abbandonati, fuggiaschi di vario tipo
provvisti di falsa identità, çidevants privi di diritti, alcolizzati, persone senza
dimora e lavoro fisso, zingari, ex dekulakizzati o ex reclusi ecc. Si trattava di
qualche milione di persone, di cui diverse centinaia di migliaia identificabili
senz'altro come «marginali», che il regime colpì con la passaportizzazione e i
raid polizieschi alla ricerca di residenti illegali e sterminò con le grandi purghe
del 1937-1938, solo per vederne apparire una nuova leva prodotta dalla guerra e
dalle grandi ondate repressive che la accompagnarono e la seguirono. Dal punto
di vista culturale, gli anni dal 1928 al 1935 furono quelli della formazione di una
nuova ortodossia, rappresentata dal realismo socialista e fissata con'
l'inasprimento ulteriore della censura, avvenuto nel 1934. In quegli stessi anni lo
sviluppo dell'istruzione di massa, i bisogni dei nuovi settori moderni e l'apertura
di canali privilegiati di mobilità sociale e culturale per determinati gruppi sociali
ed etnici causarono l'esplosione, almeno formale, dell'istruzione superiore.
Tuttavia l'inevitabile degrado qualitativo prodotto da un'espansione tanto rapida
si rispecchiò in un notevole abbassamento della serietà degli studi. Un forte peso
nel deterioramento generale lo ebbero anche la distruzione dell'alta cultura e il
trionfo della ciarlataneria che aveva diversi seguaci all'interno del gruppo
dirigente e il cui esponente più famoso fu Lysenko, promosso da Stalin
presidente dell'Accademia delle scienze agricole, da cui scacciò, perseguitandoli,
i genetisti (il più famoso, Vavilov, fu arrestato nel 1940 e morì di stenti nel
1943). Nel campo della politica nazionale, il cambiamento più importante fu la
riabilitazione della Russia e dei russi, segnalata anche dal declino nella stampa
delle minoranze nazionali nella Repubblica russa e soprattutto dalla riduzione
nel numero dei distretti, dei soviet e dei colcos «nazionali». Chiesa e sentimento
religioso presero invece due strade almeno all'apparenza divergenti. La prima,
già indebolita, fu colpita da una nuova ondata repressiva. Nell'aprile 1936 solo
30 mila dei 70 mila edifici di culto esistenti nel paese prima della rivoluzione
erano ancora aperti, e 20 mila funzionanti. Si era anche grandemente ridotto il
numero di popi, rabbini, muftì ecc., lasciando gli abitanti ad affrontare da soli
prove terribili. Queste ultime avevano però provocato anche un'esplosione di
culti e movimenti spontanei. Al declino delle chiese e delle religioni ufficiali
faceva così da contraltare un revival semiclandestino che si esprimeva, secondo
la polizia politica, nella moltiplicazione di «popi itineranti, monaci girovaghi,
chiaroveggenti, profeti e cappelle clandestine nelle case dei colcosiani», ma
anche nell'arrivo di petizioni per riaprire i luoghi di culto. Anche per questo
Stalin fece aggiungere una domanda sulla religione nel censimento del 1937: il
56,7% della popolazione si dichiarò credente, spingendo il regime prima a
intensificare la repressione e poi, nel momento del pericolo, a fare appello a
questi sentimenti. E questo lo sfondo su cui vanno inseriti gli anni dal 1934 al
1936, i cosiddetti anni «buoni», dominati dal desiderio di ordine e stabilità
emerso, come sempre dopo una guerra, tanto nella popolazione quanto tra i
quadri del regime. Questa stabilità era però minata dal crescere delle minacce
all'estero e all'interno dalla volontà di Stalin di regolare i conti con avversari e
doppiogiochisti. All'inizio prevalse però l'aspirazione alla calma, tanto più che le
minacce di un conflitto su due fronti, con il Giappone e la Germania,
consigliavano prudenza anche in politica estera. Nella seconda metà del 1933 fu
così abbandonata la teoria secondo cui ogni aggravamento della tensione
internazionale era favorevole all'Urss e ogni stabilità politica ed economica le
era invece sfavorevole. In autunno Litvinov riuscì a ottenere da Roosevelt il
riconoscimento diplomatico dell'Urss e nei mesi successivi egli diresse il
mutamento della politica estera sovietica che portò Mosca a aderire nel
settembre 1934 alla Società delle nazioni. Le tensioni che agitavano le
acque sotto la superficie emersero però già all'inizio del 1934 al XVII congresso
del partito, battezzato il «congresso dei Vincitori» a conferma del fatto che il
regime aveva condotto, e vinto, una guerra contro la sua popolazione. In politica
estera Bucharin si scagliò per esempio con decisione contro Hitler, ma Stalin
sostenne che finché non c'era un'aperta politica antisovietica le relazioni con la
Germania non erano destinate a peggiorare e, alle spalle di Litvinov, continuò a
seguire anche negli anni successivi una politica di doppio binario. Sul piano
interno, lo stesso spazio dato a Bucharin era un segno di pace, rafforzato dalla
riammissione di molti ex oppositori, che poterono intervenire al congresso a
patto di fare atto di pentimento. Al tempo stesso, però, il congresso approvò
l'obiettivo della liquidazione della mnogoukladnost' nel paese per la fine del
secondo piano quinquennale, quando la costruzione del socialismo doveva essere
ultimata. La stabilità ritrovata fu segnalata da una riduzione, che si protrasse fino
al 1936, nell'intensità della repressione, che continuò però a colpire regioni e
istituzioni sensibili e nuove categorie di criminali. Nel dicembre 1933, per
esempio, l'omosessualità fu dichiarata un reato punibile con pene fino a cinque
anni e nell'aprile 1934 si decise di applicare la pena di morte ai minori di diciotto
anni. A giugno essa fu estesa al tradimento della patria e si decise di punire con
pene fino a dieci anni la mancata delazione dei reati politici. Un anno dopo
anche il tentativo di abbandonare l'Urss fu reso punibile con la morte e fu
ribadita la responsabilità collettiva dei familiari, indipendentemente dal fatto che
essi conoscessero o meno le intenzioni del reo. I preparativi per la guerra
spinsero inoltre il regime ad accentuare il clima di sospetto nei confronti degli
stranieri, nutrendo quella peculiare xenofobia sovietica destinata a restare a
lungo un tratto permanente del sistema. Il sospetto fu esteso ai cittadini sovietici
di nazionalità ritenuta inaffidabile perché collegabile a uno stato estero, come
tedeschi, polacchi, finlandesi, rumeni, greci, bulgari ecc. Contro di loro l'Ufficio
politico creò nell'autunno del 1934 la categoria di zona di confine proibita, estesa
a comprendere Leningrado, dove si poteva risiedere solo con il permesso del
commissariato agli Interni (Nkvd) e da dove molti degli appartenenti alle
nazionalità furono infine rimossi. Nel 1934 e 1935 le esecuzioni furono però
poco più di 2.000, mentre calavano arresti e condanne. Il numero dei prigionieri
continuò tuttavia a crescere. Al 1° gennaio 1936 i campi, che due anni prima
avevano avuto poco più di mezzo milione di detenuti, potevano contare su una
forza lavoro di quasi 840 mila unità, cui andavano aggiunti i circa 460 mila
reclusi delle colonie di lavoro e i 900 mila abitanti degli insediamenti speciali.
Solo nel 1936 vi fu una lieve diminuzione, resa possibile dal rilascio di invalidi e
anziani e da alcune amnistie. La maggior parte di questi detenuti erano «elementi
socialmente pericolosi» e non politici e persino tra questi ultimi prevalevano i
membri degli strati inferiori della popolazione, gente come il padre e lo zio di
El'cin, che avevano lasciato il villaggio per lavorare in uno dei tanti cantieri
dell'industrializzazione e che nel 1934 furono condannati a tre anni di lavori
forzati per propaganda antisovietica. Malgrado l'importanza che il Gulag aveva
acquisito in alcuni settori economici, la produttività del lavoro coatto rimaneva
bassa, e si può ritenere che, anche senza tenere conto di quelli umani, i costi
economici del sistema furono sin dalla sua nascita di gran lunga superiori ai suoi
benefici. Nei confronti degli intellettuali fu rafforzata la politica di inclusione,
legata alla concessione di privilegi, varata con l'Unione degli scrittori, che tenne
nell'agosto 1934 a Mosca il suo primo congresso. In tale occasione Zdanov,
appena divenuto segretario del Comitato centrale, definì il realismo socialista
come «servire il popolo, la causa del partito di Lenin-Stalin, la causa del
socialismo». Gor'kij tenne invece un discorso schizofrenico che, dopo aver
denunciato il «complesso del capo», «malattia del secolo» caratterizzata da
fenomeni immondi come Hitler, si chiudeva inneggiando a Stalin, grande capo
del partito e dell'Urss. Ma i discorsi entusiastici coprivano idee molto diverse. A
quello stesso congresso la polizia politica scoprì per esempio un volantino,
destinato agli ospiti stranieri e firmato «Prostitute sovietiche dello spirito», in cui
si leggeva: Capite voi a che gioco giocate? O forse, come noi, prostituite i vostri
sentimenti, la vostra coscienza, i vostri doveri? [...] Noi ci prostituiamo per
paura, per necessità, non abbiamo modo di uscire dall'Urss se non morendo. Ma
voi [...]. Altri, meno attenti, misero in versi i loro sentimenti, guadagnandosi
l'arresto o la morte nel lager. Fu questo il destino di Osip Mandel'stam, il più
grande poeta sovietico, che nella primavera del 1934 irritò Stalin con un
componimento che iniziava così: Viviamo, senza sentire la terra sotto i nostri
piedi, / i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza, ma dove c'è
anche una mezza conversazione / là si parla del montanaro del Cremlino. Le sue
dita carnose sono grasse come vermi, / e le sue parole sicure come piombi. I suoi
occhi di scarafaggio ridono, / e brillano i gambali dei suoi stivali. La vita dei
grandi scienziati di cui il regime sentiva di aver bisogno era relativamente più
protetta. Kapica, costretto a stabilirsi in Urss dopo aver lavorato per tredici anni
a Cambridge, trovò nel paese uno spirito affine nell'ottantaseienne Pavlov, che
gli disse: «Qui sono l'unico a dire ancora quello che pensa. Quando morirò,
dovreste fare la stessa cosa. È molto importante per il nostro paese»,
assegnandogli un compito che egli assolse fino agli anni Ottanta. Nell'agosto
1934 fu approvato, con quasi due anni di ritardo, il secondo piano quinquennale,
più realista ed equilibrato del primo. Con la sua attenzione agli indici qualitativi
e all'industria leggera, esso fu forse il più importante strumento di stabilizzazione
nella vita del paese e dette all'inizio buoni risultati. Il successo degli ammassi
permise a Stalin di preparare l'abolizione del razionamento, che della
stabilizzazione di metà decennio fu forse il segno più vistoso. L'insofferenza nei
suoi confronti era cresciuta per la falla che esso apriva nel bilancio dello stato,
l'ottundimento che provocava nell'uso degli incentivi monetari per stimolare la
produttività del lavoro e soprattutto perché impediva di far tornare nelle casse
dello stato la moneta data ai lavoratori sotto forma di salari. In sua presenza era
quindi impossibile raggiungere l'equilibrio sia sul mercato che nelle finanze
dello stato. Il 7 dicembre fu così annunciata la fine, dal l'1, gennaio 1935, del
razionamento di pane e farina, da cui dipendevano circa 50 milioni di persone tra
lavoratori e membri delle loro famiglie. Un anno dopo fu eliminato anche il
razionamento dei rimanenti beni di consumo e subito dopo, a febbraio, fu
annunciata la chiusura dei Torgsin e dei negozi commerciali. A concorrere con i
magazzini statali, che vendevano a prezzo unificato, restarono solo i mercati
colcosiani, i cui prezzi si abbassarono avvicinandosi a quelli stabiliti dal
governo, che continuarono però a influenzare. Il sistema sovietico non perse del
tutto la sua natura paracastale, ma il valore dei diversi rubli nascosti dietro la
stessa denominazione si avvicinò e fu posta fine alle più vistose ingiustizie del
razionamento. Ai contadini fu di nuovo permesso di fare acquisti in città, dove
iniziarono a formarsi le lunghe code di famiglie provenienti dai villaggi che si
potevano vedere ancora negli anni Ottanta. L'impatto «democratico»
dell'instaurazione del paramercato sovietico si fece sentire anche nel settore
statale, dove il reddito reale operaio crebbe più velocemente di quello di
gerarchie che avevano goduto di privilegi nei rifornimenti. Nelle campagne,
dove furono sciolte le sezioni politiche delle Mts, il regime varò un «piccolo
compromesso» con i contadini. Alla sua base vi era la divisione della terra non
occupata dai sovcos in due parti. La prima, più del 90%, fu assegnata ai colcos,
tenuti a consegnare allo stato gran parte dei suoi prodotti. Il residuo fu invece
assegnato ai colcosiani - provvisto che adempissero agli obblighi di lavoro nelle
terre collettivizzate - sotto forma di piccoli appezzamenti le cui dimensioni
andavano dai 2.000 ai 5.000 metri quadrati. Era poco - nel 1917 in Ucraina si
consideravano povere le famiglie che possedevano meno di 3 ettari - ma poiché
in precedenza i colcosiani avevano potuto coltivare orti di 100-500 metri
quadrati si trattava di un miglioramento notevole. L'appezzamento divenne
subito il perno della vita dei contadini, che a esso dovettero la sopravvivenza
negli anni difficili della guerra e del dopoguerra e che da esso traevano il
sostentamento durante la vecchiaia. In genere, le terre collettivizzate furono
riservate ai cereali e alle colture industriali e gli appezzamenti all'orticoltura e
alle patate. Ai colcosiani fu inoltre concesso il diritto di possedere più animali di
quanto si fosse stabilito nel 1932, stimolando un piccolo boom del bestiame
privato. Nel 1936 vi erano già 118 capi per 100 famiglie (ma nel 1929 essi erano
stati 263) e nel 1938 il bestiame privato produceva il 50-70% della carne e del
latte e l'80% delle uova. Il compromesso con le campagne sconfitte portò dunque
a un miglioramento relativo della situazione dei colcosiani, i cui consumi erano
comunque di molto inferiori a quelli degli anni Venti. Essi restavano inoltre fuori
dal minuscolo welfare sovietico: non avevano pensione (ma del resto in tutto il
paese i pensionati erano nel 1940 solo 4 milioni), nessuno di loro usufruiva di
sanatori o case di riposo ecc. Il sistema costruito nelle campagne aveva
quindi due gambe: come disse Stalin nel 1935, c'era «un cooperazione agricola
sociale grande, molto grande, indispensabile per soddisfare i bisogni sociali, e
accanto a essa una piccola azienda personale, indispensabile per la soddisfazione
dei bisogni personali del colcosiano». Esso era perciò in grado di reggersi e
anche di dare qualche frutto nell'immediato, ma le due gambe tendevano a
marciare in direzioni opposte e vivevano l'una a spese dell'altra. I contadini non
erano interessati al settore colcosiano, la cui produzione andava allo stato, e lo
stato ostacolava lo sviluppo dei miniappezzamenti, per timore che danneggiasse
quello dei colcos. Il compromesso del 1935, quindi, diede all'agricoltura
sovietica delle fondamenta fragili, facendone uno dei punti deboli del sistema
fino al suo crollo. Poco prima che esso fosse sancito, il 1° dicembre 1934, Kirov,
il capo del partito a Leningrado, fu ucciso in circostanze che parvero sospette da
un ex militante, Nikolaev, subito giustiziato. L'omicidio destò sensazione. Nelle
fabbriche, dove circolarono voci secondo le quali l'assassino era un operaio
infuriato per la fine del razionamento, la disciplina vacillò. Per altri l'attentato
era stato organizzato dalla polizia politica, o da agenti stranieri, e si diffusero
dicerie secondo le quali era stato Stalin a ordinare l'omicidio. L'emigrazione
menscevica sostenne poi la tesi secondo cui Kirov era il capo di una fazione
moderata al XVII congresso e Walter Krivitsky, un alto ufficiale riparato in
Occidente, avanzò la tesi che Stalin fosse il mandante dell'omicidio. Le due tesi
si combinarono poi a formare una delle chiavi interpretative del decennio, che
Chruscëv sembrò avallare nel 1956-1957, ma le inchieste successive ribadirono
che Nikolaev aveva agito da solo e i documenti apparsi dopo il 1991 sembrano
confermare questa ipotesi. Vi sarebbero quindi stati due crimini: quello di
Nikolaev e quello di Stalin, che - forse anche sotto l'impressione della notte dei
lunghi coltelli in Germania - decise di usare la morte di Kirov per liquidare i suoi
nemici e i grandi feudatari che aveva attaccato a inizio anno. In un primo
momento, dopo aver fatto approvare un provvedimento che, ispirandosi al
terrore rosso del 1918, autorizzava il Nkvd a non rispettare la legge, Stalin -
subito recatosi a Leningrado - sostenne che dietro il complotto vi era un gruppo
di guardie bianche. Ma già il 20 dicembre il Nkvd annunciò di aver scoperto un
«centro leningradese» ispirato da Zinov'ev e Kamenev, cui seguì a gennaio la
scoperta di un «centro moscovita». A metà mese Zinov'ev e Kamenev, che
riconobbero la loro «complicità ideologica», furono processati e condannati a
cinque-dieci anni per aver fornito sostegno morale al centro leningradese, alla
cui azione furono però dichiarati materialmente estranei. Subito dopo, la purga
del partito lanciata nel 1933, che si sarebbe dovuta chiudere nel 1935, fu estesa
con il controllo generale di tutte le tessere, mentre tra i dirigenti che avevano
fatto parte in passato di questa o quella opposizione si diffondeva la paura. A
Leningrado, intanto, la repressione causata dall'omicidio Kirov si saldò con la
già prevista ripulitura delle zone di confine, generando l'impressione che si
trattasse di un unico provvedimento. A febbraio Stalin nominò Zdanov segretario
del partito a Leningrado al posto di Kirov e Chruscëv a Mosca. Ezov, di cui il
giovane Malenkov era il vice, fu nominato invece segretario del Comitato
centrale e presidente della Commissione centrale di controllo, l'organo preposto
alla purga. Subito prima l'Ufficio politico aveva approvato la proposta di Stalin
di modificare la Costituzione. Iniziava allora, assieme al terrore, il dibattito sulla
Costituzione «più democratica del mondo», poi approvata nel dicembre 1936,
che fu forse il principale lascito dell'ambigua stabilizzazione di quegli anni. Essa
concedeva pari diritti a tutti i cittadini, incluso il voto eguale e segreto, garantiva
la libertà di religione e di coscienza ecc. L'idea che la animava era che il
socialismo fosse ormai stato costruito e si potesse quindi immaginare la fine
della dittatura del proletariato. Essa poneva così le basi dello «stato di tutto il
popolo», il concetto rivoluzionario adottato alla fine degli anni Cinquanta per
definire il sistema sovietico. Sul breve periodo, però, poteva anche essere vista
come una conferma della necessità di una purga generale della popolazione visto
che, se si concedevano a tutti eguali diritti, era il caso di sbarazzarsi di chi
avrebbe potuto utilizzarli in modo poco opportuno. Come hanno notato Heller e
Nekric, la Costituzione ribadiva inoltre la differenza tra il discorso ufficiale
sovietico e quello nazista. Alla crudeltà, apertamente dichiarata, di quest'ultimo
faceva da contraltare la «bontà» del primo, che ribadì allora il suo legame con i
valori democratici e le speranze sociali dell'Occidente. Di Germania parlò a
marzo sulla «Pravda» Tuchacevskij in un articolo intitolato I piani militari della
Germania odierna e rivisto da Stalin, da cui emergeva la comprensione del piano
hitleriano di espandersi a est e della sostanza della nuova strategia militare
tedesca. Poco dopo all'Accademia militare Stalin tenne un discorso
sull'importanza degli esseri umani rispetto alla tecnica, poi riassunto con lo
slogan «I quadri decidono tutto». Esso sembrò un'ulteriore conferma della
stabilizzazione in corso, ma ne era possibile anche un'altra interpretazione,
secondo cui proprio la loro importanza suggeriva la necessità di cambiare al più
presto quelli ritenuti inaffidabili. A giugno questa possibilità fu segnalata
dall'espulsione dal partito, per condotta scandalosa, di Enukidze, l'influente
segretario del Comitato esecutivo del Soviet supremo, amico di Stalin ma
sospettato di essere vicino alla destra. Il mese dopo, però, una risoluzione
dell'Ufficio politico che annullava le sentenze delle centinaia di migliaia di
colcosiani condannati a meno di cinque anni negli anni precedenti aggiunse una
nuova prova a favore delle tesi di chi sperava nella stabilizzazione, suggerita a
settembre anche dal ripristino dei voti nelle scuole e dei gradi nell'esercito. Essa
sembrava del resto necessaria anche in base a considerazioni di politica estera, le
stesse che ad agosto spinsero il VII e ultimo congresso dell'Internazionale
comunista ad appoggiare la politica filo-occidentale di Litvinov e l'opzione dei
fronti popolari. Quello stesso mese, in una miniera del Donbass, un picconatore
di origini contadine, protagonista in passato di episodi di violazione della
disciplina del lavoro, compiva, con l'aiuto di un gruppo di specialisti e la
supervisione del partito, un record straordinario. Al mondo fu gridato che
Aleksej Stachanov aveva usato il suo «amato» piccone pneumatico (un attrezzo
che i minatori odiavano) per estrarre centodue tonnellate di carbone in meno di
sei ore, pari a circa quattordici volte la norma giornaliera allora vigente. Si
trattava di cifre gonfiate, e a Stachanov era stato imputato anche il lavoro di altri
operai, ma il record divenne l'esempio delle possibilità offerte dalla tecnica nelle
mani di operai dediti al socialismo. In poche settimane le fabbriche sovietiche si
popolarono di suoi imitatori, un fenomeno che Stalin spiegò dichiarando che «la
vita si è fatta migliore compagni. La vita si è fatta più gioconda. E quando la vita
è gioconda, il lavoro ferve». Qualcosa di vero c'era, non solo per il nuovo strato
di operai privilegiati, ma anche per i quadri medi e medio-alti che fino al 1933
avevano condotto una vita modesta, e Stalin ne profittò per mutare la sua
immagine di padre severo aggiungendo agli epiteti che accompagnavano il suo
nome quelli di amato, caro, adorato, benevolo, umanitario. Lo stachanovismo
riesumava, sotto nuove spoglie, il miracolismo che costituiva una delle anime
dello stalinismo e trovò anche per questo sostegno fra i neopromossi
di estrazione popolare. Esso fu però usato dal dittatore soprattutto come nuova
arma nel regolamento dei conti con una parte importante del gruppo dirigente
che lo aveva sostenuto negli anni precedenti. In particolare, lo stachanovismo fu
lo strumento per decapitare il commissariato all'Industria pesante (Nktp) di
Ordzonikidze e Pjatakov, che aveva sostitutito il Vsnch. Convinti della
superiorità del sistema d'industria di stato che avevano costruito rispetto a quello
capitalistico, e quindi della possibilità che la sua produttività potesse fare
portentosi balzi in avanti, essi collaborarono dapprima al movimento che doveva
portare alla loro distruzione. Presto, però, i danni provocati dallo stachanovismo
divennero evidenti. Nei reparti l'organizzazione dei record comportava infatti la
concentrazione di risorse su singole produzioni, che crescevano a dismisura
rispetto alle altre stravolgendo il piano. Lo stachanovismo fece inoltre aumentare
la conflittualità in fabbrica. Già nei primi mesi del 1936 i dirigenti del Nktp
cominciarono perciò a manifestare perplessità nei confronti degli eccessi del
movimento. Quando a fine marzo la «Pravda» invitò ad «aprire il fuoco sui
sabotatori» del movimento, tra questi ultimi figuravano ormai i dirigenti che
avevano costruito l'industria sovietica, dei quali Stalin intendeva ora sbarazzarsi.
Date le tensioni tra il Nktp e tanto gli altri commissariati quanto le
organizzazioni locali del partito e dello stato, che ne invidiavano i privilegi e ne
risentivano lo strapotere, il compito di Stalin non fu difficile. Poiché tra i nemici
dei dirigenti che voleva colpire vi erano anche i sindacati e gli operai, la
propaganda riprese allora toni populisti e operaisti. Ma l'operaismo del 1935-
1936 era un movimento ancor più artificiale di quello utilizzato nel 1928 per
attaccare i sindacati e gli specialisti borghesi. Ben più importante della piccola
ripresa populista e operaista fu il progredire della riabilitazione del nazionalismo
russo. Essa comportò una rilettura del passato alla cui radice vi erano anche
preoccupazioni come quelle espresse da Zdanov, secondo il quale «se educhiamo
i nostri giovani sugli uomini di Narodnaja volja, tireremo su dei terroristi». Si
trattava quindi di emarginare i rivoluzionari del passato. Nel maggio 1935 fu
sciolta la Società dei vecchi bolscevichi e il mese successivo quella dei
prigionieri e degli esiliati politici. Pokrovskij, il critico dello zarismo morto nel
1932, fu poi sottoposto a duri attacchi e l'Ottobre cominciò a essere presentato
anche come un atto patriottico grazie al quale la Russia si era salvata
dalla sconfitta e aveva posto le basi per la rigenerazione nazionale. Nelle parole
di Hans Kohn, il comunismo veniva così nazionalizzato da uno Stalin che
aggiungeva il nazionalismo russo ai materiali con cui edificava il suo impero.
Con il popolo russo fu allora esaltata anche «la grande e potente lingua russa» e
si procedette alla russificazione dei vari alfabeti nazionali, molti dei quali
passarono al cirillico, ma gli altri popoli non furono dimenticati. Accanto alla
classe, al centro del discorso ufficiale fu quindi posto il popolo (narod), di cui si
sottolineavano le radici storiche profonde e l'esistenza oggettiva. La svolta era
stata anticipata dall'introduzione nel passaporto interno di un punto, il quinto,
dedicato alla nazionalità del portatore, che ebbe presto conseguenze importanti
per la vita dei cittadini. Ma la teoria secondo cui le nazionalità erano un prodotto
della storia non fu mai abbandonata e le politiche repressive su base nazionale
non furono mai legate a un'ideologia razzista. Il fatto nuovo stava piuttosto
nell'uso aperto e spregiudicato dei concetti di popolo e nazione a fini di
mobilitazione e legittimazione del regime, come nel caso del nazionalismo russo,
o a fini repressivi. Populismo e nazionalismo russo furono le più importanti, ma
non le sole, delle svolte operate nel 1935-1936 in campo ideologico. La
«Pravda», per esempio, mise sotto accusa Sostakovic, che componeva
confusione invece che musica, gli architetti modernisti, i pittori «imbrattatele» e
gli scrittori come Bulgakov, la cui forma brillante mascherava un contenuto
falso. Soprattutto, le preoccupazioni suscitate dal disastro demografico del 1930-
1933, dall'altissimo numero di aborti e divorzi e dal calo della natalità
convinsero Stalin a varare leggi a sostegno della famiglia tradizionale. Si
teorizzò allora che nel socialismo la famiglia, lungi dallo scomparire, si
consolidava. Nel giugno 1936 i divorzi furono resi più difficili e nel mese
successivo l'aborto, legalizzato nel 1920, fu di nuovo dichiarato un crimine. La
svolta rispetto alla tradizione rivoluzionaria era troppo notevole perché non fosse
percepita anche all'estero, dove il primo a denunciarla fu Trockij nel suo famoso
La rivoluzione tradita. Egli vi sosteneva però che essa non aveva alterato la
sostanza del sistema sovietico, fondato sulla nazionalizzazione dell'economia. Si
poteva quindi sperare che la sovrastruttura, corrotta, sarebbe un giorno tornata a
corrispondere a questa base «sana», magari con una rivoluzione. Fu questa nei
decenni successivi la posizione dei trockisti e della loro Quarta internazionale
sull'Urss, «stato socialista degenerato». La denuncia di Trockij fu però oscurata
da eventi che rinsaldarono la fiducia di gran parte dei militanti della sinistra
nell'Urss. Nel febbraio 1936 la politica dei fronti popolari diede il suo primo
frutto con la vittoria elettorale in Spagna, seguita a maggio da quella in Francia. I
comunisti, che ne erano gli animatori, si presentavano così come i più
conseguenti avversari del fascismo, trascinando dietro di sé socialisti,
socialdemocratici, radicali e liberali di sinistra.

2. Chirurgia etno-sociale e avvisaglie di crisi, 1936-1939

A luglio scoppiò la guerra di Spagna, cui Mosca partecipò con aiuti e circa
tremila fra piloti, consiglieri militari e specialisti della sicurezza. Essa consolidò
in Occidente un'immagine e un'interpretazione degli anni Trenta in cui l'Urss era
dalla parte dei buoni, oscurando per decenni quanto era successo al suo interno.
Stalin, che seguiva gli eventi spagnoli con grande interesse, vi trovò la conferma
dei suoi timori circa la possibile saldatura tra dirigenti infidi, scontenti del
regime - che egli sapeva essere tanti - intervento straniero e «quinte colonne»
di vario tipo. Decise perciò di accelerare la resa dei conti con i vecchi oppositori,
già avviata dopo la morte di Kirov e facilitata dalla morte di Gor'kij, che aveva
cercato di porre un freno alle persecuzioni dell'élite. Una settimana dopo lo
scoppio della guerra fu arrestato Sokol'nikov, già padre della riforma monetaria
della Nep. Tra i vertici del partito la paura e lo sgomento raggiunsero allora
livelli tali da spingere Pjatakov a spedire ad agosto, dopo l'arresto dell'ex moglie,
una lettera a Ezov, subito mostrata a Stalin, in cui chiedeva gli fosse data una
qualunque possibilità (su decisione del Comitato centrale) di riabilitarsi. In
particolare, ha avanzato la proposta di permettergli di uccidere personalmente
tutti i condannati a morte al processo [Kamenev-Zinov'ev], inclusa la sua ex
moglie, dandone notizia sulla stampa. I condannati di cui parlava erano quelli del
primo dei tre processi spettacolo del 1936-1938 contro il vecchio gruppo
dirigente bolscevico. Gli imputati furono giustiziati il giorno dopo la chiusura
del processo. Due giorni prima si era suicidato Tomskij, l'ex capo dei sindacati, il
cui nome era stato fatto al processo assieme a quello di altri dirigenti come
Bucharin, Pjatakov e Rykov. Un mese dopo Stalin e Zdanov spedivano
all'Ufficio politico un telegramma in cui accusavano la polizia politica di essere
«in ritardo» di quattro anni nelle inchieste sul «blocco trockista-zinov'evista».
Tutto era quindi ricondotto alla crisi dell'autunno del 1932, confermando che
Stalin si era allora sentito tradito da buona parte del gruppo dirigente. Il
parallelismo tra 1932 e 1936 era fra l'altro confermato dai rispettivi raccolti, i
peggiori del decennio. Nei villaggi si diffuse la paura e prese il via una nuova
ondata migratoria verso le città. Malgrado qui e là si facesse la fame, la
catastrofe tuttavia non si ripeté, grazie soprattutto ai piccoli appezzamenti. Con
Ezov la fabbricazione di nuovi casi fu accelerata, ma l'ondata repressiva non
oltrepassò i confini dell'élite e nel 1936 i fucilati furono poco più di mille. In
quelle stesse settimane veniva approvata la nuova Costituzione, alla quale
Bucharin, ora sotto accusa, aveva contribuito. Rimasta in vigore fino al 1977,
essa formalizzava la soluzione federale al problema delle nazionalità, ponendo
un limite alla russificazione dello stato. Soprattutto, essa sanciva l'avvenuta
costruzione del socialismo facendo quindi del comunismo il nuovo obiettivo del
partito, che aveva perciò bisogno di un nuovo programma, visto che i traguardi
posti da quello approvato nel 1919 erano stati conseguiti. Subito dopo, nel
gennaio 1937, fu portato a termine un censimento allo scopo di conoscere la
realtà del nuovo paese socialista. I suoi risultati furono però tutt'altro che
soddisfacenti. In base alle dichiarazioni di Stalin al XVII congresso, la
popolazione sovietica avrebbe dovuto superare i 175 milioni. Il censimento
indicò però che non si andava oltre i 162 milioni, riflettendo con chiarezza i costi
umani della costruzione del socialismo. A gennaio si aprì anche il secondo dei
grandi processi, quello contro il «centro parallelo trockista-zinov'evista», che
aveva Pjatakov e Radek come imputati principali. Le accuse e le confessioni,
spesso rivedute da Stalin, oltre a creare capri espiatori, presentavano
Trockij come il malvagio capo della rete di sabotatori d'alto bordo che avevano
avvelenato la vita sovietica. All'estero i processi suscitarono un'ondata di dubbi e
preoccupazioni che indebolirono il prestigio dell'Urss e di Stalin. La condanna di
Pjatakov aprì la strada alla liquidazione di gran parte dell'apparato dirigente
dell'industria sovietica. Per difenderlo Ordzonikidze si recò più volte dal suo
vecchio amico, per protestare contro la distruzione di chi aveva fatto tanto per il
paese. I confronti culminarono a febbraio in un alterco alla fine del quale
Ordzonikidze si suicidò. Subito dopo il suicidio si aprì un plenum in cui,
spazzata via con Sergo ogni possibilità di resistenza, Stalin partì all'attacco di ex
oppositori e grandi feudatari. Bucharin e Rykov furono espulsi e arrestati e prese
il via la distruzione anche dei dirigenti che, dopo aver fatto il 1917, erano rimasti
fedeli alla linea generale. Dei 139 membri del Comitato centrale eletti al XVII
congresso e riunitisi nel plenum del febbraio 1937, solo 41 sopravvissero alle
purghe. Il partito fu avvolto dalla paura. L'attacco all'élite proseguì a giugno con
la liquidazione di buona parte del gruppo dirigente militare, accusato di aver
lavorato per i tedeschi. L'Armata rossa perse 3 marescialli su 5, 15 comandanti
d'armata su 18, 60 comandanti di corpo d'armata su 67, 136 comandanti di
divisione su 169, 4 ammiragli su 4, per un totale di 30-40 mila ufficiali. Prima di
essere giustiziati, molti scrissero a Vorosilov o a Stalin ricordando i servizi resi
alla rivoluzione, come fece Jakir, che nei mesi precedenti aveva sanzionato liste
di ufficiali da espellere dal partito e votato a favore dell'arresto di Bucharin. Ora
però, per tutta risposta, Stalin scrisse di suo pugno, sulla risoluzione che
confermava la sua sentenza, «vigliacco e prostituta». Molotov aggiunse «una
definizione azzeccata» e Kaganovic «mascalzone, stronzo e mignotta». La
scomparsa, tra accuse infamanti, degli eroi della guerra civile provocò
scompiglio tra i quadri del partito e dello stato. A causa di un numero di ufficiali
di molto maggiore rispetto a quello dichiarato, l'impatto della purga sull'esercito
fu però meno forte di quanto non si sia a lungo pensato. Si calcola che gli epurati
rappresentassero circa un quinto di un corpo ufficiali in piena espansione, ma
perirono allora i quadri militari migliori e l'Urss perse la sua posizione
d'avanguardia nell'organizzazione di forze corazzate e meccanizzate e nella
teoria del loro impiego. La fine di Tuchaéevskij travolse anche molti dei
più innovativi specialisti di armamenti. Tupolev, il grande progettista di aerei, fu
arrestato nell'ottobre 1937 e Korolev, poi padre dell'epopea spaziale sovietica,
finì a lavorare come forzato nei campi auriferi della Kolyma. Nel paese, intanto,
le cose sembravano andare meglio. Il raccolto del 1937 fu il migliore del
decennio, permettendo alla ripresa del tenore di vita di raggiungere il suo
culmine, mentre fino a giugno il terrore rimaneva circoscritto ai membri dell'élite
sovietica. Proprio allora, però, Stalin decise di estenderlo ai gruppi sociali e
nazionali che riteneva infidi, operando un grande intervento di chirurgia etno-
sociale sul corpo della popolazione che si protrasse per circa quindici mesi,
intrecciandosi con la prosecuzione della purga del partito, dello stato e della
cultura. Quest'ultima culminò nel marzo 1938 con il processo a Bucharin e
Rykov, che vide tra gli imputati anche l'ex capo della polizia politica Jagoda,
accusato fra l'altro di aver fatto avvelenare Gor'kij, un'accusa poi estesa ad alcuni
medici. La condanna a morte, anche in questo caso subito eseguita, fu ancora
una volta esaltata da scrittori come Tolstoj. Tuttavia sembra che il processo a
Bucharin, di cui tutti conoscevano la moderazione e che era molto popolare nel
partito, minasse la credibilità del regime non solo all'estero ma anche all'interno.
Il paese era allora sconvolto dalle «operazioni di massa», lanciate con il decreto
Nkvd 00447 del 30 luglio 1937, che cominciava elencando le categorie da
colpire e terminava con quote precise per regione delle persone da eliminare,
circa 270 mila divise in due gruppi, quello da giustiziare (circa 76 mila) e quello
da deportare nei campi da lavoro. L'elenco era aperto dagli ex kulak e proseguiva
con «gli elementi socialmente pericolosi membri di formazioni insurrezionali,
fasciste, terroristiche e dedite al brigantaggio che avevano scontato la pena»; i
membri dei partiti antisovietici, inclusi quelli socialisti; gli ex gendarmi e
funzionari zaristi, i rimpatriati, i banditi e i loro complici; gli elementi più attivi e
pericolosi delle organizzazioni ribelli cosacche, delle guardie bianche e delle
formazioni controrivoluzionarie; gli ecclesiastici e i membri delle sette religiose
che continuavano a svolgere attività antisovietica; e infine i criminali comuni
(«banditi, rapinatori, ladri recidivi, contrabbandieri e truffatori»). Costoro
andavano colpiti indipendentemente dalla loro residenza in città, campagna o nei
luoghi di detenzione. L'operazione avrebbe dovuto finire in quattro mesi, ma fu
poi estesa e ampliata: alla fine gli arrestati in base allo 00447 furono più di 750
mila, e i fucilati 390 mila. Il decreto fu seguito l' 11 agosto 1937 dallo 00485,
diretto contro «i membri dell'organizzazione militare polacca in Urss», vale a
dire buona parte dei cittadini sovietici adulti di origine polacca. Esso servì da
modello per una serie di decreti rivolti contro le altre nazionalità ritenute
inaffidabili (lettoni, tedeschi, estoni, finlandesi, greci, iraniani, cinesi, romeni,
macedoni e bulgari), definite come «nazionalità soggette a governo straniero»
benché i loro membri spesso risiedessero nel paese da secoli. È stato calcolato
che le nazionalità colpite, che rappresentavano circa l'1,7% della popolazione del
paese, fornirono circa un quinto del totale delle vittime dei terrore. Gli arrestati
nel corso delle operazioni nazionali furono infatti oltre 330 mila, di cui circa 250
mila furono fucilati. Dopo la metà del 1937, quindi, il terrore divenne un
fenomeno di massa e quello contro le élite, che pure continuò e rimase il più
visibile, ne costituì solo una parte molto minoritaria. Nel 1937 la polizia politica
arrestò 936.750 persone, condannandone 790.665, di cui 353.074 a morte, quasi
tutte dopo luglio. Nel 1938 vi furono invece 638.509 arresti e 554.258 condanne,
di cui 328.618 a morte, crollate a 2.600 nel 1939. Le esecuzioni di massa furono
condotte da piccoli gruppi di boia professionali che giustiziavano i condannati in
rapida successione, facendo largo uso di vodka. Gruppi di prigionieri erano
condotti, spesso vestiti dei soli indumenti intimi, a grandi buche scavate nelle
foreste, e fatti inginocchiare ai loro bordi dagli assistenti del boia, che procedeva
poi a sparargli alla nuca. Gli assistenti buttavano infine il corpo nella fossa che,
una volta piena, veniva coperta di calce e terra. Il terrore ebbe quindi un inizio e
una fine precisi, e fu scandito da grandi operazioni dirette da Mosca. Pur in un
quadro saldamente controllato da Stalin, che poté, quando lo decise nel
novembre 1938, porvi termine senza difficoltà, esso assunse in loco - come era
successo al «piano» - un andamento caotico. Ciò era la conseguenza di almeno
tre ragioni. Ricevute le quote, i dirigenti della polizia politica controllavano
quante persone delle categorie da colpire erano elencate nei loro schedari. Il
numero di regola non coincideva con quello indicato e ciò rendeva necessario
«procurarsi» le persone mancanti. Poiché inoltre i decreti invitavano a eccedere
le norme proposte, chi si voleva distinguere si affannava a trovare altri colpevoli
rientranti nelle categorie indicate. Infine, anche se le persone da colpire erano
condannate per via amministrativa, la procedura esigeva che le condanne
avvenissero in base a prove. Per ogni arrestato andava quindi raccolto un dossier
e data la massa coinvolta e l'impossibilità di svolgere indagini, le prove non
potevano consistere che in confessioni, che andavano estorte con la tortura, il cui
uso fu autorizzato da Stalin nel 1937. Questi si rivelò ancora una volta
un dittatore operativo, che non solo decise inizio e fine del terrore, ma
intervenne anche spesso per orientarne il corso. Si calcola inoltre che nel 1937-
1938 egli abbia vistato almeno 383 liste, contenenti un totale di 44.465 nomi di
dirigenti molti dei quali conosceva personalmente, ed ebbe sempre viva
coscienza di quel che stava facendo. Il 15 agosto 1937 fece per esempio varare
un decreto, lo 00486, che stabiliva cosa fare dei famigliari delle vittime della
purga alta ordinando, allo scopo di evitare vendette, la repressione delle loro
mogli e dei loro figli se maggiori di 15 anni. Anche gli altri leader del partito
parteciparono attivamente al terrore. Molotov e Kaganovic firmarono spesso gli
elenchi vistati da Stalin, dirigenti come Malenkov furono spediti a incitare lo
«smascheramento» dei nemici del popolo in provincia, mentre i leader di
repubbliche e grandi regioni dovettero curare il raggiungimento degli obiettivi
loro assegnati e firmare elenchi dei quadri locali da fucilare. Come ammise
Chruscëv, tutti immersero le braccia nel sangue. Stalin diede nuovo impulso
anche alle deportazioni su basi etniche. Il 21 agosto 1937 fu per esempio
decretata la prima deportazione integrale - comunisti compresi - di una
popolazione residente in Urss, i circa 170 mila coreani stanziati in Estremo
Oriente, la cui presenza poteva, secondo Stalin, agevolare l'infiltrazione di spie
giapponesi. Secondo i dati ufficiali, la malnutrizione e le malattie uccisero
durante il viaggio e nei mesi successivi circa 40 mila persone, soprattutto vecchi
e bambini. Ai coreani fu però concesso di conservare le proprie strutture e i
propri organi nazionali, e negli anni successivi la mortalità calò grazie al loro
inserimento nell'economia delle regioni d'arrivo, dove però aumentarono le
frizioni etniche. Il terrore del 1937-1938 fu quindi una gigantesca opera di
pulizia decisa dall'alto, che seguiva due strade: l'eliminazione dei «detriti» ostili
lasciati dalla costruzione del socialismo e quella di ogni quinta colonna
potenziale in vista della prossima guerra. Ciò spiega fra l'altro il carattere
xenofobo dell'operazione e il peso determinante che vi ebbero le nazionalità
collegate a stati esteri, le persone che avevano contatti con l'estero e gli stranieri,
inclusi gli emigrati politici. In una lettera scritta a fine 1937 dalla prigione per
compiacere Stalin, di cui conosceva bene la psicologia, Bucharin riuscì a
penetrare quanto stava succedendo: C'è qualcosa di grandioso e audace nell'idea
politica di una purga generale. Essa è connessa a) alla vigilia della guerra e b)
alla transizione alla democrazia. La purga riguarda 1) i colpevoli; 2) i sospetti; 3)
le persone potenzialmente sospette. Alla fine del 1938 l'Urss era però di nuovo in
crisi, una crisi di cui le purghe erano una causa importante ma non esclusiva. Il
terrore aveva infatti scardinato le strutture del partito e dello stato e Stalin,
impegnato nelle purghe, aveva lasciato l'economia senza guida. Ma la crescita
aveva cominciato a rallentare dal 1936 e nel 1938 i segnali di stagnazione erano
evidenti persino nei settori privilegiati dal regime. Pesava il forte aumento delle
spese militari, ma contavano anche l'isolamento dell'economia sovietica da
quella internazionale, le contraddizioni insite nel sistema colcosiano, lo
stachanovismo e gli effetti della grande iniezione monetaria successiva al 1935.
La crisi colpì anche i salari reali che ripresero a diminuire toccando, alla vigilia
dell'invasione tedesca, un livello di poco superiore a quello del 1933. Questo
provocò, già a partire dal 1938, un aumento delle attività sussidiarie di operai e
impiegati, dalla coltivazione di patate all'allevamento di bestiame di piccola
taglia. Le contraddizioni del sistema colcosiano furono aggravate dal lysenkismo
e dal progressivo calo degli investimenti in agricoltura, ma pesò anche
l'atteggiamento dei contadini che, a ragione del cattivo raccolto del 1936, si
concentrarono sulla produzione di cibo negli appezzamenti privati, rafforzandoli
a danno di colcos che, come si legge nelle loro lettere, esistevano solo per
soddisfare le esigenze dello stato. Persino nel Gulag, la cui forza lavoro era
cresciuta grazie all'inasprimento della repressione, passando dagli 821 mila
forzati di inizio 1937 ai quasi 1.320.000 di due anni dopo, le cose erano
peggiorate. Il valore della produzione era diminuito e le condizioni di vita nei
campi erano divenute «assolutamente insopportabili». Alla fine del 1938 la
situazione nel paese era perciò insostenibile. Anche per questo Stalin ordinò
allora di porre termine alle purghe, che avevano comunque raggiunto i loro
obiettivi, tanto in termini di liquidazione dei nemici reali o potenziali quanto di
ringiovanimento dei quadri. L'ordine arrivò il 15 novembre con la proibizione di
esaminare nuovi casi. Poco dopo Ezov, che pare aspettasse la morte ubriaco e
depresso, fu sostituito agli Interni da Berija. Pur avendo diretto nei mesi
precedenti la purga del Partito armeno, Berija giocò un ruolo cruciale nella fine
del terrore, ordinando fra l'altro di procedere all'esame dei reclami per
confessioni strappate con la tortura che provenivano a decine di migliaia dai
campi e dalle prigioni. Nei mesi successivi più di 7.000 ufficiali del Nkvd, quasi
un quarto del totale, furono licenziati, oltre 2.000 ritenuti colpevoli di
violazione della legalità socialista e quasi 1.000 arrestati e condannati. Nel
gennaio 1939 la moltiplicazione dei reclami convinse Stalin a intervenire per
porre un freno alle richieste di revisione con un telegramma in cui si assumeva la
responsabilità delle torture praticate dopo il 1937. Malgrado questo stop, nei
mesi successivi furono liberate dai campi centinaia di migliaia di detenuti, tra cui
circa 11 mila ufficiali arrestati nel 1937-1938. Vi fu quindi allora la prima
esperienza di un ritorno di massa di prigionieri, che anticipò in qualche modo
quel che sarebbe successo nel 1953-1956. Nel Gulag Berija adottò riforme tese a
rendere più efficiente il lavoro forzato. Da un lato egli aumentò gli orari di
lavoro a undici ore, riducendo i giorni di riposo, e sospese le liberazioni
anticipate. Dall'altro cercò di migliorare il cibo e le condizioni dei detenuti e di
assegnare loro lavori più adatti alle loro competenze, anche attraverso la
creazione di un Ufficio tecnologico da cui dipendevano laboratori-prigione
per gli scienziati arrestati. Stalin aveva intanto ripreso a occuparsi anche
dell'economia. Ma, come era già accaduto alla fine del 1932, l'orientamento che
ispirò il suo sforzo di riportarvi ordine fu essenzialmente di tipo repressivo.
Nelle campagne fu introdotto nel maggio 1939 un minimo obbligatorio di 60-
100 trudoden' l'anno, il cui adempimento era necessario per conservare il diritto
a far parte del colcos e quindi l'uso dell'appezzamento. Nel tentativo di stimolare
la ripresa della migrazione verso l'industria, rallentata dalla caduta dei salari
reali, lo stesso decreto agiva anche sul tenore di vita nei villaggi stabilendo limiti
severi all'estensione degli appezzamenti. Il decreto segnò così la fine del piccolo
benessere cominciato nel 1935, e non solo nelle campagne. Esso contemplava
infatti anche una riduzione degli orti di operai e impiegati, mentre ne peggiorava
l'approvvigionamento a causa tanto della riduzione delle derrate sui mercati
colcosiani, quanto del crescente impiego a fini militari delle risorse che lo stato
estraeva dai villaggi. Gli operai furono colpiti anche dall'indurimento della
legislazione sul lavoro. Nel dicembre 1938 le già severe misure del 1932 furono
inasprite con disposizioni che rimasero in vigore fino all'aprile 1956. Tutti gli
operai furono dotati di un libretto di lavoro che restava nelle mani dell'officina in
cui lavoravano e senza il quale non si poteva essere assunti. Ciò rendeva
impossibile abbandonare il lavoro di propria volontà, a meno di non causare il
proprio licenziamento. I motivi di questo erano però registrati sul libretto e
potevano costituire un precedente pericoloso. Poco dopo, venti minuti di ritardo
furono equiparati a un'assenza ingiustificata e furono ridotti i diritti dei licenziati
a pensioni e indennità di invalidità. Un mese prima l'irrigidimento dei clima
ideologico e culturale era stato invece segnalato dalla pubblicazione del Breve
corso di storia del Partito comunista che faceva seguito a quello di storia
dell'Urss pubblicato nel 1937, di cui solo nel 1937-1938 furono stampate 12
milioni di copie e che fu ritirato solamente dopo il 1956. Anche la tiratura delle
opere di Stalin raggiunse proporzioni gigantesche, con 131 milioni di copie nel
1933-1937. In questa situazione si riunì nel marzo 1939 il XVIII congresso del
partito, che celebrò il conseguimento del socialismo. Ma la necessità di
rafforzare ordine e disciplina non fu dimenticata. Infatti, come spiegò Stalin, in
presenza di accerchiamento capitalista lo stato, e quindi il suo apparato
repressivo, non muore né svanisce una volta costruito il socialismo - come aveva
predetto il marxismo - ma anzi assume una funzione sempre maggiore
nell'edificazione del comunismo. Parlando della strada che occorreva seguire per
raggiungere quest'ultimo, Stalin ribadì che si trattava di superare i paesi
capitalistici aumentando ancor di più l'accumulazione, e quindi attraverso nuovi
sacrifici. Il socialismo era presentato come un'accumulazione lineare di
miglioramenti continui, in cui non c'era posto per le crisi perché nella società
socialista non vi erano contraddizioni antagoniste. Nel campo della politica
estera il congresso, che si tenne poco dopo la conferenza di Monaco e i nuovi
successi di Hitler e del Giappone, fu dominato dal problema di come superare
l'isolamento sovietico di fronte a una minaccia che si sviluppava su due fronti. A
occidente si temeva che la guerra cominciasse con un'aggressione contro l'Urss
da parte di una Germania sostenuta da Francia e Inghilterra, considerate i centri
di un capitalismo internazionale che manovrava anche Hitler. Piuttosto che di
impedire una guerra comunque inevitabile e che se ben gestita, vale a dire se
cominciata come scontro interno alle potenze imperialiste, poteva procurare
all'Urss solidi vantaggi, si trattava quindi di alimentare il più possibile
l'inimicizia anglo-tedesca. Bisognava tuttavia fare i conti con il fallimento della
politica dei fronti popolari, che non erano riusciti né ad arginare l'espansione
nazifascista in Spagna né a far schierare le potenze occidentali contro la
Germania, come si era visto a Monaco. Stalin lanciò quindi un avvertimento a
Francia e Gran Bretagna, sostenendo che la loro politica verso Hitler si sarebbe
risolta in un fallimento, e discreti segnali alla Germania sulla possibile apertura
di una nuova stagione politica. Subito dopo la chiusura del congresso,
l'estensione della garanzia britannica, e poi francese, alla Polonia migliorò la
posizione dell'Urss, suggellando invece il destino del paese che si proponeva di
salvare. Stalin sapeva ora che Germania e occidentali avrebbero combattuto per
la Polonia e che tanto Hitler, il quale non voleva combattere su due fronti, quanto
Londra e Parigi avevano bisogno dell'Urss, divenuta arbitro dell'equilibrio
europeo. Come Stalin intendesse giocare il nuovo ruolo fu presto chiaro. A
maggio egli diede ai tedeschi un nuovo segnale destituendo il filo-occidentale
Litvinov. Il censimento del 1939 confermava intanto che gli abitanti erano meno
di 169 milioni. Anche per questo il dato ufficiale fu arrotondato. Fu vantato che
il 31% della popolazione risiedeva ormai in città, ma nelle campagne vivevano
ancora 115 milioni di persone. Secondo le teorie ufficiali, nel socialismo ormai
raggiunto questa popolazione, in realtà distribuita su una piramide sociale con
più gradini, era divisa in tre soli gruppi non antagonisti: i colcosiani, gli operai e
l'intelligencija. Le dimensioni di quest'ultima erano state gonfiate come quelle
della popolazione urbana per provare la modernità del paese, includendovi
gli impiegati di basso livello. Al suo vertice erano le quasi 250 mila persone che
occupavano posti di responsabilità, la cui élite comprendeva allora circa 33 mila
posizioni. Il gruppo dirigente era alimentato da un sistema di istruzione superiore
in rapida crescita - i 170 mila studenti universitari del 1928 erano diventati nel
1940 più di 800 mila - che celava però, come l'intera modernizzazione del paese,
forti elementi di debolezza. Negli anni Quaranta si diventava per esempio medici
con soli quindici anni di istruzione, elementari comprese, e gli ingegneri
sovietici erano piuttosto dei tecnici dalla specializzazione assai ristretta. Anche
da questo punto di vista ci troviamo dunque di fronte al paradosso di una società
che si ammodernava tecnicamente ed economicamente e al tempo stesso si
degradava socialmente, culturalmente e politicamente. Questo degrado
raggiungeva il suo culmine nel Gulag, ma la vita era dura anche per la
maggioranza degli operai, molti dei quali sopravvivevano «senza gioia» in
baracche comuni «infestate da alcolismo, violenze familiari, piccoli furti e
oscenità». Le differenze e le animosità sociali determinate da questa situazione
erano tali che, riferendosi alla vita prima del conflitto, i profughi intervistati
dall'Harvard Project dopo la guerra avrebbero sostenuto che in Urss non vi erano
stati allora forti sentimenti antagonistici tra i gruppi etnici. Questo non solo
perché la loro espressione era severamente punita, ma anche perché quei
sentimenti erano sovrastati dalla più generale ostilità tra «noi» e «loro», a
testimonianza che il regime era ancora vissuto come regime di «conquistatori».
La giusta percezione che il regime opprimeva tutti oscurava però il crescente
peso assunto dai criteri etnonazionali nell'orientarne le politiche. Alla fine del
1937 Stalin aveva per esempio sottolineato la necessità di un esercito in cui tutti
parlassero la stessa lingua e quindi quella di estendere l'apprendimento del russo.
Poco dopo la rivista teorica del partito aveva pubblicato un saggio intitolato Il
grande popolo russo in cui si esaltavano l'immortalità e le qualità di un popolo
combattente, rappresentate l'anno dopo nell'Aleksandr Nevskij di Ejzengtejn.
Nella repubbliche la liquidazione dei quadri superiori del partito, dell'economia e
della cultura aveva spazzato via la quasi totalità delle élite nazionali, impartendo
ai sopravvissuti e ai neopromossi, anche quando appartenevano alla stessa
nazionalità di coloro che sostituivano, una dura lezione sulle priorità del regime.
L'opera di svuotamento e successivo riempimento dei gruppi dirigenti operata
nel 1933-1938 danneggiò quindi seriamente i processi di costruzione nazionale,
ai quali si continuò tuttavia a prestare formalmente omaggio, specie tra le
nazionalità orientali. La situazione era diversa per gli ebrei che, fino al 1937-
1938, si erano giovati della modernizzazione sovietica. Nel 1937 la
«Komsomol'skaja Pravda» aveva avanzato la proposta che gli ebrei adottassero
pseudonimi russi. Nel 1939 anche al Nkvd, dove già circolavano direttive non
scritte sull'introduzione di un sistema di quote ai vertici della sicurezza statale,
arrivò la richiesta di controllare quante persone di ciascuna nazionalità
occupavano posizioni di un certo livello. La purga più vistosa fu però quella
condotta al commissariato degli Esteri subito dopo la sostituzione di Litvinov
con Molotov. Alla vigilia della guerra l'Urss presentava quindi un quadro
contraddittorio in cui sembravano prevalere i segnali di crisi. Lo Stalin di fine
anni Trenta aveva inoltre adottato uno stile di vita e di governo che rifletteva il
suo strapotere e le sue preferenze. Le riunioni dell'Ufficio politico, del Comitato
centrale e gli stessi congressi del partito si fecero sempre più rare ed erratiche.
Le decisioni erano prese personalmente da Stalin, o in riunioni fatte convocando
chi in quel momento egli sentiva più vicino. Tale sistema, oltre a creare
confusione, rallentamenti e inefficienza, era ritenuto patologico anche da buona
parte del complesso burocratico plasmato, con terrore e promozioni, dallo stesso
Stalin. Esso ne accettava per questo senza discutere gli ordini, ma agognava a
qualcosa di diverso. I grandi processi avevano inoltre determinato un calo del
prestigio del regime. L'idea che Trockij potesse profittare della situazione e del
riavvicinamento con la Germania nazista spinse già a marzo il despota a
ordinarne l'eliminazione fisica. Il regime sovietico del 1939 aveva però anche
importanti punti di forza e tra di essi vi era anche l'altra faccia dello strapotere di
Stalin, despota cui era impensabile disobbedire e capace perciò di orientare
velocemente il paese in questa o quella direzione. Sappiamo anche che la presa
del suo culto sui giovani e su alcuni strati urbani, placati con privilegi e capri
espiatori, si era fatta più forte, come ricorda anche Solzenicyn, che marciò allora
inneggiando al suo nome. Stalin poteva inoltre contare su una nuova classe
dirigente giovane e fedele, selezionata dalle purghe. Gli uomini al suo vertice
erano succubi del dittatore, così come lo erano i trentenni elevati a posizioni di
responsabilità, i Kosygin, Gromyko, Ustinov e altri selezionati da Stalin, che
seguiva a suo modo criteri meritocratici, in base alla loro dedizione e capacità di
lavoro. Anche grazie a questi quadri, dopo le purghe il regime era sicuro del
controllo che esercitava sulla popolazione. Questa continuava ad arrangiarsi per
sopravvivere, ma era nel complesso passiva e arrendevole, un atteggiamento che
Vasilij Grossman ha spiegato con l'istinto di conservazione e la paura provocata
dalla violenza esercitata dallo stato, una violenza così grande «da diventare
l'oggetto di un'adorazione quasi mistica e religiosa», ma anche con la potenza
ipnotica delle grandi idee e sfide del regime. Non si trattava solo del fascino
delle imprese, come le spedizioni nell'Artico. In quanto mito popolare e fonte di
consenso, infatti, l'ideologia socialista a suo modo teneva ancora. Tanto le
risposte al già ricordato Harvard Project quanto memorie anticomuniste famose,
come quelle di Krawchenko, confermano che il paese non aveva ancora
abbandonato la scelta socialista del 1917, anche se si trattava certo di un
socialismo molto diverso da quello ufficiale. La struttura federale assicurava
inoltre al sistema sovietico, malgrado il suo progressivo svuotamento, un buon
grado di elasticità e coesione. Soprattutto, esso poteva contare su un sistema
industriale di buon livello che, al di là dei suoi costi, poteva vantare dei risultati
tutt'altro che disprezzabili. La produzione di elettricità, nel 1932 pari a 13,4
miliardi di KWh, era salita nel 1937 a 36,2. Quella di carbone era passata negli
stessi anni da 64 a 128 milioni di tonnellate, quella di ghisa da 6,2 a 14,5 e quella
di acciaio da meno di 6 a quasi 18. L'Urss aveva inoltre un complesso militare-
industriale superiore a quello degli altri paesi europei, dotato di robusti legami
con il resto di un'economia che poteva essergli subordinata in fretta e servito da
una popolazione alla quale era stato insegnato ad accettare sacrifici
inimmaginabili in Occidente, nonché un grande esercito, potentemente armato.
La sua forza, oscurata dagli effetti delle grandi purghe e dall'incultura e dallo
stile di comando di Stalin e dei suoi intimi, stava per essere confermata - agli
occhi di chi volle vedere - dalla lezione impartita ai giapponesi.

PARTE SECONDA Una nuova vita, 1939-1964


1. Rovina e rinascita, 1939-1945


1. Con Hitler, 1939-1941


Il conflitto cominciò per l'Urss in estate in Mongolia, dove Zukov applicò ai


giapponesi che l'avevano invasa la «guerra in profondità» poi usata contro i
tedeschi. La sconfitta contribuì a far sì che il Giappone rivolgesse la sua
attenzione a sud, senza far nulla per aiutare l'attacco tedesco all'Urss. Mentre
Zukov spingeva avanti le sue truppe, il 23 agosto le capitali occidentali, ma
anche tanti comunisti e cittadini sovietici e tedeschi, furono scioccate dalla firma
a Mosca del patto Molotov-Ribbentrop, alla cui base vi era la convergenza tra gli
interessi tedeschi e sovietici resa possibile dalla garanzia anglo-francese alla
Polonia. L'accordo permetteva all'Urss di cancellare l'ipotesi di un'aggressione
tedesca spalleggiata dalle potenze occidentali, facendo sì che la guerra fosse, dal
punto di vista sovietico, la migliore possibile. Mosca poteva infatti riservarsi il
ruolo di arbitro di un conflitto che consumava i suoi avversari, creando al tempo
stesso un'estesa fascia di sicurezza intorno ai suoi confini. Anticipando in
maniera brutale quel che sarebbe successo a Jalta, un protocollo segreto di cui i
leader sovietici negarono l'esistenza fino al 1990 riconosceva infatti all'Urss, per
la prima volta dal 1917, il ruolo di grande potenza, arbitra del destino di piccoli
paesi. Mosca poteva così vendicare Brest-Litovsk e recuperare gran parte dei
territori allora persi rioccupando parte dell'Europa orientale. Malgrado gli
indubbi vantaggi che recava alla posizione di Mosca, non tutto l'Ufficio politico
fu entusiasta dell'accordo, ma Stalin non ebbe problemi a sciogliere i dubbi
spiegando che il patto era uno strumento temporaneo atto a guadagnare tempo e
a far sì che l'Urss non dovesse fronteggiare la Germania da sola. Le cose non
erano tuttavia altrettanto facili nel movimento comunista internazionale, scosso
da una politica basata sulla convinzione, espressa da Stalin a settembre, che se
prima della guerra la difesa di un regime democratico contro il fascismo era
giusta, durante lo scontro fra potenze imperialiste «la divisione degli stati
capitalisti in fascisti e democratici» non aveva «più alcun senso». La situazione
apriva perciò nuovi spazi all'azione di Trockij, rendendo la sua eliminazione
ancora più necessaria. La collaborazione tedesco-sovietica prese presto quota, in
campo economico - dove l'interscambio tra i due paesi si decuplicò - come in
quello politico, mentre Gestapo e Nkvd, si scambiarono prigionieri delle
rispettive nazionalità, inclusi numerosi comunisti tedeschi, anche di origine
ebraica. Furono fatti scambi anche tra i tedeschi residenti nei territori occupati
dall'Urss e gli ucraini e i bielorussi rimasti nella Polonia tedesca, molti dei quali
si opposero al trasferimento a oriente. Anche in questo caso emerse il problema
degli ebrei, che i tedeschi avrebbero voluto aggiungere a ucraini e bielorussi, ma
che i sovietici non accettavano. Vennero allora alla luce nuovi segni del
crescente antisemitismo di stato sovietico, mentre a Mosca Stalin proponeva di
espellere dal Comitato centrale la moglie ebrea e molto amata di Molotov, che il
marito, astenendosi, riuscì per il momento a salvare. Alla fine di
novembre Stalin decise di regolare i conti anche con la Finlandia. Malgrado la
schiacciante superiorità numerica, le truppe sovietiche furono fermate con
gravissime perdite e Mosca fu costretta ad annullare l'offensiva, oscurando i
successi in Mongolia e mostrando ai tedeschi un'Armata rossa assai più debole di
quanto non fosse in realtà. L'attacco riprese nel febbraio 1940, costringendo i
finlandesi a una pace che, anticipando quel che sarebbe successo nel 1944-1945,
offrì loro termini molto moderati. Mosca si contentò di occupare i territori
necessari alla difesa di Leningrado e i due paesi si scambiarono i prigionieri.
Anche in questo caso anticipando gli eventi del 1944-1945, quelli sovietici
furono trattati con sospetto: centinaia furono fucilati e migliaia finirono nei
campi. La sconfitta iniziale, però, cominciò a convincere Stalin della necessità di
prestare ascolto al parere dei competenti, intaccando la considerazione che aveva
per i suoi amici della guerra civile. A giugno Stalin tornò così sulla decisione di
abolire i corpi corazzati, di cui si avviò la ricostituzione. Il nuovo commissario
alla Difesa, Timosenko, e Zukov, richiamato a Mosca, ottennero anche la
subordinazione dei commissari politici agli ufficiali e la possibilità di liberare gli
alti ufficiali detenuti, come Rokossovskij. Nei territori polacchi occupati Stalin
fece dapprima appello ai nazionalismi bielorusso e ucraino, già usati per
giustificare a settembre l'intervento. In Galizia ucrainizzazione e sovietizzazione
andarono così di pari passo, mentre si scatenava la caccia ai polacchi, e in
particolare alla loro élite che i sovietici, seguendo una linea parallela a quella
tedesca, mirarono a distruggere. Queste politiche, che sgomentarono la parte
moderata delle comunità ucraine ed ebraiche, furono accolte con favore dalle
loro componenti più radicali. Tra i polacchi, che misero subito in piedi una forte
organizzazione clandestina, crebbe invece l'odio oltre che per sovietici, «russi» e
comunisti, anche per ucraini ed ebrei, accusati di tradimento e
collaborazionismo. Presto, però, la maggioranza della popolazione cominciò a
osteggiare un'occupazione attuata applicando in modo concentrato quella pulizia
sistematica, categoriale e preventiva cui l'Urss era stata sottoposta nel decennio
precedente. L'operazione, che colpì più di 400 mila persone, fu portata a termine
con tre ondate di deportazioni effettuate tra il febbraio 1940 e il giugno 1940, cui
ne seguì una quarta, più piccola e violenta, al momento dell'invasione tedesca.
La prima riguardò per lo più i coloni polacchi, molti dei quali veterani della
guerra contro l'Urss del 1920. La seconda coinvolse proprietari terrieri,
imprenditori e funzionari statali, nonché le famiglie degli ufficiali presi
prigionieri. Toccò poi ai cittadini polacchi - quasi tutti di origine ebraica - che
erano fuggiti dalla zona di occupazione tedesca. Malgrado perissero di stenti a
migliaia, essi costituirono la maggioranza degli ebrei di quei territori
sopravvissuti alla Shoah. La quarta deportazione, del maggiogiugno 1941, colpì
invece i nazionalisti ucraini. La volontà di eliminare l'élite polacca fu dimostrata
dalla decisione presa nel marzo 1940 di liquidare i circa 25.700 ufficiali e
funzionari detenuti dal Nkvd. A tutti questi «nemici dichiarati e incorreggibili
del potere sovietico», tra cui vi erano professori universitari, giudici, avvocati,
medici e giornalisti, ma anche diverse centinaia di intellettuali e professionisti di
origine ebraica, fu applicata «la misura punitiva suprema», con esecuzioni di
massa condotte in almeno tre diverse località, come la foresta di Katyn', vicino
Smolensk. Un mese dopo le esecuzioni, la caduta di Parigi scosse uno Stalin che
aveva contato sul fatto che i francesi avrebbero tenuto occupati i tedeschi a
occidente almeno per un altro anno. Il malumore era giustificato: a fine luglio,
nell'entusiasmo per la resa della Francia, Hitler ordinò di cominciare i preparativi
per un attacco all'Urss. Esso fu però mitigato dalla notizia dell'assassinio di
Trockíj, avvenuto in Messico a opera di Ramón Mercader il quale, rilasciato nel
1960, si rifugiò a Mosca dove Chruscëv lo decorò del titolo di eroe dell'Urss e lo
promosse generale. La vittoria tedesca spinse Stalin ad accelerare i tempi
dell'annessione di altri territori come la Bessarabia e la Bucovina settentrionale.
All'ambasciatore tedesco, che obiettava notando che in quest'ultimo caso si
trattava di territori già asburgici, Molotov rispose che erano gli ucraini a
reclamarlo e che era «necessario riunificare gli ucraini». Una questione più
complicata era quella dei paesi baltici, il futuro dei quali si prestava a scelte che
anticipavano quelle del 1944-1947 su cosa fare degli stati occupati dell'Europa
orientale. Sarebbe stato infatti possibile creare degli stati vassalli ma
formalmente indipendenti. La caduta di Parigi fece però pendere la bilancia a
favore della loro sovietizzazione, saldando il revanscismo imperiale con l'idea di
estendere il sistema socialista profittando dell'accresciuta potenza sovietica.
Anche in questo caso, però, Stalin giocò sul fattore nazionale, cedendo ai lituani
l'agognata Wilno polacca, e facendo capire a estoni e lettoni che la
sovietizzazione avrebbe comportato la fine del dominio tedesco. Il capitale di
popolarità così costituito fu però dissipato da politiche repressive che
ricalcavano quelle adottate nei territori polacchi e prevedevano la deportazione
in Urss degli elementi nazionalisti e controrivoluzionari. La rivoluzione
dall'esterno ebbe conseguenze profonde. Nel Baltico il 1940 capovolse il
tradizionale sentimento filorusso delle popolazioni locali, che cominciarono a
vedere nei tedeschi, già odiati, il male minore. In tutti i territori annessi, inoltre,
la distruzione delle vecchie élite, oltre a disgregare e disorientare le società locali
e a insegnare loro che era possibile disfarsi con la violenza del nemico, aprì
spazi alle forze estremiste, le cui strutture ressero meglio l'ondata repressiva. Fu
questo il caso dell'Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun) che aveva
creato una solida rete clandestina contro il regime polacco. I suoi leader
propugnavano una versione estrema del nazionalismo integrale, influenzata dal
fascismo ma anche dal pensiero di Dmowski, e vedevano nella Germania lo
strumento per distruggere l'ordine di Versailles, che aveva sacrificato le
ambizioni nazionali ucraine. Un'altra delle conseguenze dell'annessione fu la
crescita del già forte antisemitismo. Benché fossero colpiti più degli ucraini, se
non dei polacchi, dalle politiche sovietiche, gli ebrei furono infatti identificati
con il comunismo, che aveva aperto loro l'accesso al pubblico impiego.
Nell'ottobre 1940, poco dopo la firma del patto tripartito fra Germania, Italia e
Giappone, Ribbentrop scrisse a Mosca proponendole di associarvisi. Poco dopo
Molotov fu ricevuto da Hitler in un colloquio interrotto da un bombardamento
inglese. Al Führer, il quale sostenne che sarebbe stato possibile dividere la terra
in quattro zone di influenza, egli rispose chiedendo il ritiro dei tedeschi dalla
Finlandia, basi nel Bosforo e la Bucovina meridionale, cui Stalin aggiunse il
mese successivo parti della Turchia orientale, dell'Iran settentrionale e dell'Iraq.
Hitler firmava intanto, il 18 dicembre, le direttive per l'operazione Barbarossa, di
cui Mosca fu informata già a fine mese. In Urss i successi del 1939-1940 davano
intanto nuovo fiato al mito dell'infallibilità di Stalin, causando un sussulto di
nazionalismo grande-russo, orgoglioso della riconquista della quasi totalità dei
territori persi dal vecchio impero. Negli stessi anni le repubbliche centroasiatiche
passarono dall'alfabeto latino a quello cirillico, seguite dalla Moldavia appena
occupata, mentre i commissariati militari si preoccupavano di ridurre, come già
avevano fatto quelli agli Esteri, agli Interni e al Commercio estero, i quadri di
origine ebraica. Fu rafforzato anche l'isolamento del mondo culturale e aumentò
la pressione cui esso era sottoposto. Tutto avveniva all'insegna di una
preparazione alla guerra perseguita con tanta più determinazione perché Stalin
sapeva che la resa della Francia aveva ridotto il tempo a disposizione. Il
problema era perciò come rinviarne il più possibile lo scoppio. Il desiderio di
combattere nel 1942 portò però Stalin a cullarsi in illusioni pericolose, come
quella secondo cui, finché Londra avesse retto, Hitler non avrebbe attaccato.
Queste illusioni contribuirono a creare nei vertici del paese un atteggiamento
psicologico di impreparazione a una guerra che sarebbe però sbagliato sostenere
essi non prepararono dal punto di vista materiale. La quota delle spese per la
difesa sul reddito nazionale passò dal 13,6% del 1939 al 22,1% del primo
semestre del 1941 e gli effettivi dell'esercito superarono i 5 milioni di uomini. Il
piano di riarmo varato nel 1939 era inoltre di buona qualità e portò in poco più di
due anni alla produzione di 17 mila aerei, 7.600 carri armati, tra cui gli ottimi T-
34, e 80 mila cannoni e mortai. La partenza precoce del riarmo, che risaliva al
1927, faceva però sì che buona parte della produzione bellica fosse di tipo
obsoleto. Vi era quindi bisogno di tempo anche per procedere alla sua
sostituzione. Tuttavia il perdurare delle difficoltà economiche in cui il paese si
dibatteva dal 1937 rendeva le cose difficili. All'inizio del 1941 la produzione di
ghisa e acciaio era ancora ai livelli del 1938 e quella di autoveicoli e trattori
inferiore al 1939, e gli sforzi di aumentare la produttività facevano emergere i
problemi strutturali del sistema creato all'inizio del decennio. Risalgono ad allora
le prime tra quelle discussioni sul «miglioramento del meccanismo economico»
che avrebbero accompagnato il regime fino alla morte. Nel 1939, per esempio,
Kantorovic pubblicò i principi della programmazione lineare e Novozilov,
protagonista vent'anni dopo dei grandi dibattiti sulle riforme, rianimò gli studi
teorici sul problema dell'allocazione delle risorse sollevando implicitamente il
problema della comparazione della produttività marginale degli investimenti. I
dirigenti industriali, come il giovane Dmitrij Ustinov, si concentrarono invece
sulla questione degli incentivi alle imprese, chiedendo l'abbandono della minuta
signoria degli organi centrali sulle fabbriche. Queste richieste furono in parte
esaudite e furono accresciuti i privilegi della forza lavoro occupata nel
complesso militare-industriale. I salari reali continuavano però a ridursi. Nel
gennaio 1940 Stalin rispose alla crisi produttiva e alle necessità della
preparazione bellica con un decreto, poi inasprito a fine anno, che dichiarava
«guerra all'ozio» aumentando l'orario di lavoro a più di cinquantacinque ore
settimanali e facendo delle assenze ingiustificate (e quindi, in base al decreto del
1938, anche dei ritardi superiori ai venti minuti) un reato penale, punibile con sei
mesi di lavoro coatto sul posto di lavoro a salario decurtato del 25%. Anche
cambiare lavoro senza il permesso dei dirigenti divenne un reato punibile con
due-quattro mesi di prigione. Nel solo secondo semestre del 1940 più di 300
mila operai furono condannati in base a quest'ultima disposizione e quasi 1,8
milioni per assenteismo. Anche gli arresti per reati politici aumentarono,
soprattutto in virtù delle politiche seguite nei territori annessi, balzando dai 45
mila del 1939 agli oltre 200 mila del 1941, mentre le condanne a morte
passavano da circa 2.600 a quasi 24 mila (un dato però inaffidabile, se si
considerano le fucilazioni di massa eseguite subito prima dell'arrivo dei tedeschi
nel 1941 e lo sterminio degli ufficiali polacchi nel 1940). Anche il numero dei
prigionieri nei campi riprese a salire. All'inizio del 1941 essi contenevano 1,5
milioni di prigionieri, ai quali andavano aggiunti i circa 430 mila rinchiusi nelle
colonie di lavoro e i quasi 500 mila detenuti delle prigioni, più altri 1,5 milioni
di coloni speciali. L'universo concentrazionario aveva perciò circa 4 milioni di
abitanti, e stava cambiando pelle a causa dell'arrivo dei deportati nei nuovi
territori, che rafforzarono l'opposizione politica al suo interno, e di operai che ne
rafforzarono invece i legami con il mondo del lavoro. Aumentò anche il peso
sulle campagne, dove crebbero i trudoden' - nel 1939-1940 ogni colcosiano ne
accumulò anche più di duecento all'anno - e diminuì il loro pagamento. Dai
magazzini rurali i beni scomparvero quasi del tutto, costringendo di nuovo i
contadini a recarsi in città per fare acquisti. Le file davanti ai negozi urbani
furono sciolte da soldati che ne caricavano i componenti sui camion,
abbandonandoli in aperta campagna. I villaggi affidarono quindi la loro
sopravvivenza agli appezzamenti e soprattutto alle mucche. Lo stato si
preoccupò anche di aumentare l'estrazione dalle campagne di forza lavoro, sia
facilitando la concessione di passaporti sia ordinando la mobilitazione annuale
per il lavoro in fabbrica di giovani maschi dai 14 ai 18 anni. Il peggioramento
della situazione nel paese e l'ansia per una guerra che tutti sentivano avvicinarsi
si riflessero in una crisi dei comportamenti individuali e collettivi. Nel 1940 i
matrimoni, circa un milione, erano diminuiti di circa il 30% rispetto al 1938, e le
nascite, gonfiate nel 1937 dalle nuove leggi contro l'aborto, avevano ripreso a
declinare. Nell'agosto 1940 fu varato un rigidissimo codice disciplinare per
l'esercito che trasformava i soldati in ciechi esecutori di ordini. Questo mentre le
purghe avevano insegnato agli ufficiali che iniziativa e indipendenza di giudizio
erano doti pericolose e che la sottomissione ai superiori era una virtù necessaria,
ancorché non sufficiente, alla salvezza. Alle prese con un nemico vero la
paranoia di Stalin si trasformò in realismo e alla guerra il gruppo dirigente
sovietico pensò senza sosta. Piuttosto fu scadente la qualità dei preparativi,
portati avanti in una clima di crescente tensione, anche personale. Chruscëv ha
ricordato come a partire dall'inverno del 1940-1941 Stalin prendesse a bere
sempre di più, trasformando i suoi collaboratori in alcolizzati, forse - come
sosteneva Mikojan - anche per scioglierne la lingua e controllarne la fedeltà.
Uomini carichi di lavoro e responsabilità furono costretti a restare in piedi fino
all'alba. Questo stile di vita, sfavorevole all'analisi, aiuta a capire la reazione di
Stalin - il quale si lasciava guidare dal desiderio di rinviare il conflitto al 1942 -
alle informazioni sul prossimo attacco tedesco che cominciarono a pervenirgli
dalla fine del 1940. Come ha scritto Seweryn Bialer, si verificò allora un caso
davvero unico di «divario tra la disponibilità di una messe di notizie di
intelligence e di avvertimenti da alleati, neutrali e nemici e il rifiuto testardo [di
accettarli] da parte di un gruppo dirigente che pure faceva vanto della sua
capacità di guardare ai fatti con freddezza». Ciò che rendeva Stalin tanto sicuro
di sé era la convinzione che gli inglesi, ansiosi di trovare a Hitler un altro
nemico, avessero messo in piedi una gigantesca operazione di
controinformazione per spingere Mosca a una guerra che Berlino non poteva
volere perché avrebbe voluto dire combattere su due fronti. In questa
prospettiva, l'attacco tedesco avrebbe dovuto essere preceduto da un
riavvicinamento alla Gran Bretagna e anche per questo a maggio il viaggio di
Hess in Gran Bretagna preoccupò il despota, che fu però rassicurato dal suo
fallimento. Ma se diffidare era ragionevole, non lo era il rifiuto di prendere
misure che mettessero il paese e l'esercito in grado di far fronte al caso peggiore.
Si spiega così la contraddizione tra i grandi preparativi per la guerra e la linea di
disarmo psicologico di fronte alle azioni tedesche che sta dietro i disastri dei
primi mesi del conflitto. Ed è qui la chiave per risolvere le polemiche suscitate
dalle preparazioni offensive sovietiche della primavera del 1941, che hanno
portato alcuni a sostenere che Stalin stesse per scatenare un attacco preventivo
contro la Germania. La strategia sovietica si basava in effetti sulla primazia
dell'attacco rispetto alla difesa, ma quest'attacco era rinviato al 1942. Nel 1941 la
guerra doveva essere evitata a tutti i costi: anche per questo, passata la frontiera,
i generali tedeschi non trovarono, come scrisse Karl von Rundstedt, «alcun
segno di preparazioni offensive nella zona più avanzata, anche se ve ne era
qualcuna nelle retrovie». A giugno, rassicurato dall'approssimarsi dell'estate,
Stalin pensò di essere vicino al suo obiettivo. Il 14 egli negò a Zukov, nominato
a gennaio capo di stato maggiore, l'autorizzazione a mettere le truppe in stato di
allerta. Malgrado fosse in seguito uno dei pochi capaci di contraddire il dittatore,
Zukov si lasciò intimorire e annullò le disposizioni dei comandanti che al fronte
avevano ordinato alle truppe di occupare posizioni avanzate per essere pronti
all'attacco nemico. Poco dopo l'Agenzia telegrafica dell'Urss (Tass) emise un
comunicato che era un aperto invito a Berlino affinché avanzasse nuove richieste
che, si lasciava capire, Mosca era pronta a esaudire. Esso informava inoltre la
popolazione che la Germania stava scrupolosamente rispettando i patti,
contribuendo al disarmo morale del paese. Il 16 l'ambasciata tedesca iniziò a
evacuare il suo personale ma, benché il 18 un disertore informasse i sovietici che
l'attacco sarebbe stato sferrato nella notte tra il 21 e il 22, la «Pravda» del 19
dedicò la sua attenzione alla successiva stagione estiva. La sera del 21, poche ore
prima dell'invasione, Stalin fu raggiunto da una nuova nota che confermava, in
base alle dichiarazioni di un nuovo disertore, data e ora dell'attacco. La sua
risposta fu che non era il caso di seminare panico senza motivo e che al massimo
si trattava, come disse rivolto a Timosenko, dell'iniziativa di generali tedeschi
che avevano mandato apposta quel sottufficiale per provocare un conflitto.

2. La dolorosa via per Stalingrado, 1941-1942

Il conflitto sul fronte orientale è stato il fulcro della seconda guerra mondiale,
che qui fu subito diversa perché improntata allo sterminio: i tedeschi praticarono
la liquidazione preventiva di comunisti, commissari e, soprattutto, ebrei,
proclamarono che gli slavi erano una razza inferiore e non applicarono la
Convenzione di Ginevra. I sovietici reagirono: sin dai primi giorni non si fecero
prigionieri e a novembre Stalin annunciò che se i tedeschi volevano «una guerra
di sterminio, l'avrebbero avuta». Al momento dell'invasione l'Urss aveva sotto le
armi 5,5 milioni di uomini e più mezzi corazzati e più aerei del nemico. I
comandanti delle truppe sovietiche furono però avvertiti del possibile attacco
tedesco solo tre ore prima che questo avesse luogo e ricevettero poi ordini
ambigui. Vennero poi direttive che riflettevano l'incomprensione tanto della
strategia tedesca quanto della situazione. Esse incitavano infatti al contrattacco,
spedendo le truppe nelle sacche preparate dai tedeschi. Sul fronte interno
venivano intanto presi provvedimenti come l'abolizione dei giorni festivi e la
liquidazione dei nemici che si trovavano nelle prigioni. Furono inoltre mobilitati
milioni di soldati delle classi 1919-1922 e 1905-1918: frettolosamente addestrati
e male armati, essi fornirono le decine di nuove divisioni scagliate nei mesi
successivi contro i tedeschi che le distrussero consumando però le loro forze e
perdendo tempo prezioso. Anche se impreparati e mal comandati i sovietici
infatti combatterono, ma pagarono a caro prezzo gli errori vecchi e nuovi. La
sera del 28 giugno, quando i tedeschi avevano preso Minsk e accerchiato intere
armate, Stalin entrò in crisi e si ritirò nella sua dacia dove rimase fino al 1°
luglio, quando ricevette la visita di Molotov, Berija, Malenkov, Kaganovic e
Mikojan che volevano organizzare la resistenza. Stalin si riprese, ma per quasi
tre giorni non era stato in condizione di dirigere il paese. I tedeschi si illudevano
intanto di aver vinto la guerra «in due settimane», come scrisse il 3 luglio Franz
Halder nel suo diario. Proprio quel giorno, però, Stalin lesse alla radio un famoso
discorso che, sin dalle prime parole, rovesciava la linea seguita dopo il '1929 nei
rapporti con la popolazione. Esso si apriva così: «Compagni! Cittadini! Fratelli e
sorelle! Uomini dell'esercito e della marina! Mi rivolgo a voi, amici miei!» e
continuava con un invito a unirsi per la difesa della patria. L'appello era rivolto
anche alla Chiesa ortodossa, che fu quindi salvata dalla guerra. Ripresa
l'iniziativa, riemersero anche le capacità e la durezza di Stalin. Il 12 luglio fu
firmato un accordo di cooperazione con Londra che escludeva ogni pace
separata e lasciava intendere come gli inglesi avessero già accettato che non era
necessario che la Polonia tornasse alle frontiere del 1939. Poche settimane dopo
fu la volta di un accordo con Washington, seguito da un secondo, più ampio, con
entrambi i paesi. La struttura dello stato sovietico conosceva intanto una rapida
evoluzione, facilitata dalla capacità di reagire alle situazioni di emergenza di un
sistema e di un gruppo dirigente nati e forgiati dalla guerra civile e poi da quella
contro le campagne. Del nuovo organo chiamato a dirigere il paese, il Comitato
statale alla difesa (Gko), facevano parte Stalin, Molotov, Malenkov, Berija,
Vorosilov e Kaganovic, che ebbero amplissime deleghe e godettero di grande
autonomia d'azione, assaggiando quella libertà cui avrebbero aspirato dopo il
1945. Il Gkò era quindi una specie di Ufficio politico ristretto, che governava per
decreto, intervenendo direttamente, o tramite plenipotenziari, laddove ve n'era
bisogno, mettendo Stalin in grado «di concentrare grande potere in punti
particolari, ma anche costringendolo a scegliere persone capaci». Si trattava
inoltre di un organo statale, superimposto alle amministrazioni esistenti, di cui
usava gli apparati: il partito si trovò così sottoposto allo stato, e di fatto ne
fu «assorbito» al centro, mentre in periferia le sue organizzazioni spesso si
identificavano con quelle statali. La direzione militare fu invece concentrata
nella Stavka, l'Alto comando delle forze armate, vale a dire di Stalin che
concentrò tutto il potere nelle sue mani, logorandosi. Segretario del partito,
presidente del Consiglio, commissario alla Difesa, comandante supremo delle
forze armate e presidente del Gko, egli impose allora al paese, come non mai, i
propri ritmi, costringendo i suoi collaboratori, che cacciava per il minimo errore,
a lavorare senza sosta, riducendoli al balbettio con la sua sola presenza.
All'inizio egli cercò capri espiatori per sconfitte di cui portava la responsabilità.
Alti ufficiali furono fucilati e altri arrestati e torturati. Gli arresti furono però
compensati da nuovi rilasci e improvvisi perdoni, che testimoniavano la
coscienza di Stalin di non poter fare a meno di uomini come Vannikov o
Mereckov. Il regime viveva perciò una situazione contraddittoria, in cui alla
paura del tradimento e di rivolte popolari, che Stalin stesso riteneva giustificate,
faceva da contraltare il bisogno di collaborazione e coinvolgimento di dirigenti e
cittadini. úl! All'inizio a prevalere fu la prima. Un mese dopo la scoppio della
guerra furono ripristinati i poteri dei commissari politici e fu abolita la divisione
tra i commissariati agli Interni e alla Sicurezza dello stato, riunificati a luglio
sotto il comando di Berija, le cui truppe arrestarono in pochi mesi centinaia di
migliaia di persone. Altrettanto spietata fu la politica di terra bruciata. La sua
radicalità scioccò i tedeschi, sorpresi anche dal successo dell'evacuazione, il
primo banco di prova del Gko. Il giovane ed energico Kosygin riuscì a spostare
da luglio a novembre, in 1,5 milioni di vagoni, più di 1.500 fabbriche, cui se ne
aggiunsero poi altre centinaia, l'equivalente economico di una trentina di nuove
armate. Con le fabbriche si mossero milioni di persone, di cui almeno sette
riuscirono a fuggire. L'evacuazione ufficiale, affidata al Nkvd, avveniva secondo
linee gerarchiche, a cominciare dai responsabili del partito e del Nkvd con le
loro famiglie, seguiti da ufficiali, specialisti, operai qualificati e giovani
mobilitabili. Assieme al trasferimento dell'industria, essa intralciò il movimento
spontaneo dei civili, tra cui molti erano gli ebrei, costretti a camminare per
decine di chilometri per aggirare gli inevitabili colli di bottiglia, creando tensioni
e conflitti. Al fronte, intanto, malgrado i successi, le difficoltà tedesche si
moltiplicavano. A fine luglio Hitler sperava ancora di aver distrutto il nucleo
operativo dell'Armata rossa. Nei primi giorni di agosto una nuova controffensiva
sovietica che fermò i tedeschi a Smolensk per venti giorni lo convinse però che è
sempre più evidente che abbiamo sottostimato il colosso sovietico [...] Le
divisioni sovietiche sono male armate ed equipaggiate, comandate spesso male,
ma sono lì, e se ne facciamo a pezzi una dozzina i russi si limitano a mettercene
di fronte altre dodici. Era il segnale di una nuova voglia di combattere, prima di
tutto russa, e della liberazione di energie che l'invasione stava provocando in un
popolo sottoposto per anni a vessazioni e che aveva ora la possibilità di rifarsi
contro un nemico odioso. La guerra stava insomma diventando la Grande guerra
patriottica ma Stalin non lo aveva ancora capito. E così, mentre gran parte dei
soldati e ufficiali combatteva duramente, il despota emise il 16 agosto l'ordine
270, che li accusava di «scandalosa codardia». Chi si arrese fu dichiarato un
traditore e le famiglie dei prigionieri di guerra furono private di aiuti e razioni, e
quindi spesso condannate alla morte per stenti. I generali, i quali sapevano che
solo il 3-4% dei prigionieri si era arreso volontariamente, non nascosero il loro
malumore. Proprio in quei giorni, inoltre, anche Stalin cambiò idea, capendo che
l'atteggiamento prevalente era ispirato al patriottismo. Ciò portò alla rinuncia a
nuove operazioni repressive di massa e a un relativo allentamento politico e
ideologico espresso dalla decisione di reclutare nel partito «tutti quelli che si
erano distinti sul campo di battaglia», indipendentemente dalle loro origini
sociali. In quattro anni i nuovi iscritti sarebbero stati più di quattro milioni, in
maggioranza combattenti pieni di orgoglio nazionale. Nei territori occupati da
Mosca nel 1939-1940 l'ingresso dei tedeschi fu salutato con favore da buona
parte della popolazione, disgustata dal regime sovietico. In Galizia l'Oun pensò
di poter sfruttare l'occasione per dichiarare l'indipendenza, ma si scontrò con la
repressione tedesca. La delusione dei nazionalisti si accompagnò alla ripugnanza
provata dalla parte migliore della popolazione polacca e ucraina per i pogrom
aizzati dai tedeschi, cui invece un'altra parte e alcuni settori del nazionalismo
parteciparono attivamente, in Galizia come nel Baltico. Su questo sfondo
cominciarono le operazioni degli Einsatzgruppen che seguivano le truppe
tedesche con il compito di liquidare, servendosi dell'aiuto di collaboratori locali,
oppositori, comunisti, funzionari statali e, soprattutto, ebrei. In poche settimane,
dal Baltico all'Ucraina meridionale, dove le truppe rumene portarono avanti con
ferocia ma meno sistematicamente una politica simile, centinaia di migliaia di
ebrei furono radunati in boschi o avvallamenti, e qui spogliati, fucilati e sepolti.
In un primo momento anche gli abitanti delle regioni che appartenevano all'Urss
sin dalla sua nascita non videro di cattivo occhio l'arrivo dei tedeschi. Il nesso tra
rigetto popolare del regime e rese in massa delle prime settimane ha suscitato
accese polemiche; ma se da un lato esso ebbe forse una qualche importanza,
dall'altro è più probabile che le ripetute sconfitte provocassero fra le truppe e la
popolazione, come del resto in Stalin, scoramento nei confronti di tedeschi che
dovettero sembrare invincibili. È certo, invece, che nelle campagne ucraine e
bielorusse corsero voci sul prossimo scioglimento dei colcos e che qui e là
i contadini profittarono delle settimane passate tra la ritirata sovietica e l'arrivo
tedesco per dividersi la terra ed eleggere nuovi dirigenti che figurarono poi come
collaborazionisti. La diversa evoluzione dell'atteggiamento delle popolazioni
soggette al Reich fu poi in larga parte determinata dalla diversità delle politiche
naziste. Molti estoni e lettoni, considerati «materiale razziale» soddisfacente,
accettarono l'occupazione e fornirono ai tedeschi un buon numero di
combattenti. In Lituania i rapporti tra popolazione e invasori furono invece più
difficili, mentre in Galizia e Volinia il movimento partigiano, fermamente
antisovietico, si sviluppò presto, ma limitò gli interventi antitedeschi per
preparare la lotta contro i polacchi. Polacchi e ucraini si aspettavano infatti una
riedizione della guerra del 1918-1919 e circolavano voci sulla necessità di
disfarsi, sulla scorta degli esempi forniti da tedeschi e sovietici, dell'uno o
dell'altro gruppo nazionale. Nell'Ucraina e nella Bielorussia ex sovietiche,
invece, la decisione tedesca di preparare il territorio per la colonizzazione da
parte di un popolo superiore mutò presto l'atteggiamento della popolazione.
Anche lo sterminio degli ebrei suscitò sgomento: il 29-30 settembre, subito dopo
l'occupazione di Kiev, più di 30 mila ebrei furono per esempio fucilati a Babyn
jar, dove nei mesi successivi furono liquidate altre 60 mila persone. Tuttavia fu
la sorte dei prigionieri di guerra a chiarire a russi, ucraini e bielorussi che
l'invasore non li considerava esseri umani ma, appunto, Untermenschen.
Secondo dati tedeschi del maggio 1944 perì circa il 60% di quelli catturati: 2
milioni per «sprechi», vale a dire di fame, quasi 300 mila nei campi di transito e
più di un milione fucilati mentre «tentavano la fuga». La fame fu usata dai
tedeschi anche per ridurre la quota di abitanti urbani di «razza inferiore»: alla
fine dell'occupazione a Kiev, colpita da evacuazioni, fame e massacri, erano
rimasti poco più di 220 mila dei quasi 900 mila abitanti del 1941. Nel gennaio
1942, benché alcuni funzionari premessero, in funzione antirussa, a favore di
politiche di ucrainizzazione, fu anche annunciata la prossima chiusura delle
scuole superiori, con l'intento esplicitato da Himmler «dí decimare l'intera
intelligencija ucraina [...] per rendere obbedienti le masse». Poco dopo,
rovesciando l'iniziale politica permissiva, fu ostacolata anche l'istruzione
religiosa e il processo di smantellamento dei colcos fu di fatto arrestato. Un
ruolo decisivo lo giocarono jnfine le razzie di manodopera fondate sull'obbligo
del lavoro in Germania per i giovani dai 18 ai 20 anni: i deportati, volontari
della prima ora inclusi, furono quasi 3 milioni, più di 2 dei quali dall'Ucraina. E
così, dopo la veloce liquidazione nel 1941 delle prime formazioni partigiane,
composte da resti delle truppe accerchiate e militanti comunisti e circondate
dall'indifferenza, se non dall'ostilità, della popolazione, prese vita dalla
primavera del 1942 una seconda stagione di resistenza. All'inizio le bande
sfuggivano al controllo di Mosca, dove nel maggio 1942 fu costituito un quartier
generale partigiano che riuscì a prendere la guida delle unità formatesi in
particolare nelle zone boscose e paludose della Bielorussia e dell'Ucraina
settentrionale, dove nacquero repubbliche partigiane che si estendevano su
migliaia di chilometri quadrati. Nel 1943 queste unità, che contavano oltre 100
mila uomini nella sola Bielorussia, impegnavano il 10% delle forze tedesche sul
fronte orientale, portando a termine migliaia di operazioni militari e atti di
sabotaggio. I tedeschi risposero con operazioni di sterminio contro i civili che
fecero milioni di vittime. Nei territori rimasti sotto il controllo sovietico
l'avanzata tedesca fu un duro colpo tanto per il sistema quanto per la popolazione
che, secondo la polizia politica, si divise nella capitale in tre gruppi: i patrioti,
una vasta «palude» pronta a dar fede a ogni sorta di voci e i disfattisti, numerosi
tra gli operai «politicamente ignoranti», i quali speravano che i tedeschi
avrebbero presto liberato il paese da ebrei e comunisti. Tuttavia, l'arrivo delle
notizie sulle atrocità tedesche e l'approssimarsi del nemico rafforzarono il
sentimento patriottico. Tra gli ebrei gli stermini nutrirono un risveglio della
coscienza nazionale incoraggiato dal regime, che sostenne la formazione di un
Comitato antifascista ebraico (Eak). I cittadini sovietici di origine tedesca furono
invece trattati come nemici. Alla metà di agosto Stalin ne ordinò il trasferimento
nella prima delle tre ondate di deportazione a base etnica effettuate nel 1941-
1944. Circa 1,2 milioni di persone, cui fu assegnato uno status simile a quello
dei dekulakizzati del 1930-1931, furono spediti in gran parte in Kazachstan,
dove riempirono i vuoti aperti dalla carestia. i cittadini di origine tedesca furono
seguiti da quelli di origine finlandese, scacciati come i primi anche dall'Armata
rossa. I deportati furono poi inquadrati in una nuova Armata del lavoro usata in
miniere, campi, cantieri ecc., i cui effettivi raggiunsero nel solo Kazachstan
quasi 700 mila unità. I polacchi deportati nel 1939-1941 furono invece liberati e
cominciarono a darsi da fare per uscire dal paese e andare a combattere con gli
inglesi. I tedeschi, arenatisi nelle battaglie intorno a Smolensk ed El'nja,
ripresero a muoversi a fine agosto. Hitler decise allora di usare la parte ancora
attiva del Gruppo di armate Centro per aggirare alle spalle le armate sovietiche
in Ucraina. Stalin, che non credeva che i tedeschi avrebbero rinunciato a
Mosca, negò alle truppe minacciate il permesso di ritirarsi per tempo,
scontrandosi con Zukov, che ne chiedeva l'evacuazione. In quella che fu la più
grande vittoria tedesca i sovietici persero, senza ragione, almeno 600 mila
uomini, compreso l'intero comando del fronte, a eccezione del commissario
Chruscëv, che riuscì a salvarsi e fu per questo insultato da Stalin. Nelle parole di
un alto dirigente, dopo la sconfitta «la maggioranza assoluta della popolazione
civile ucraina» cessò di sostenere la lotta contro i tedeschi e cercò «in vari modi
di adattarsi al regime di occupazione». Ma questo ebbe poco a che fare con una
sconfitta che giunse più tardi che altrove, dopo accaniti combattimenti e per gli
errori di Mosca. Tuttavia il vertice politico-militare, e in particolare Stalin, creò
allora, anche per trovare un capro espiatorio alla sconfitta di cui aveva la
responsabilità, lo stereotipo dell'«ucraino traditore» da punire alla fine del
conflitto. Malgrado le vittorie, Hitler si stava convincendo che la Germania
avrebbe perso la guerra. A novembre egli annotava che l'esercito aveva perso
quasi 750 mila uomini, il 23 % degli effettivi con cui aveva iniziato la
campagna. Le compagnie non disponevano in media che di 50-60 uomini, e a
Mosca come a Leningrado i tedeschi erano sì in vista dei loro obiettivi ma vi
erano giunti stremati. Buona parte delle loro vittorie era inoltre imputabile agli
errori sovietici, il che faceva prevedere che le cose potevano andare
diversamente, come mostrò l'arrivo a Leningrado di Zukov, speditovi dopo i suoi
alterchi con Stalin. Egli riuscì con brutale efficienza a salvare una città che
Vorogilov e Zdanov non erano stati in grado di difendere. La città fu salvata
anche dal comportamento dei finlandesi che si limitarono a rioccupare i territori
persi nel 1940, nonché dalla decisione tedesca di trasferire verso Mosca parte
delle truppe destinate alla sua conquista. A Leningrado, stretta d'assedio ma non
isolata, cominciò così il terribile inverno del 1941-1942. Le perdite umane
furono aggravate anche dal ritardo con cui fu dato l'ordine di evacuazione. Solo a
fine gennaio si decise di portar via 500 mila civili, ma ormai in città morivano
migliaia di persone al giorno: 200 mila di fame nei soli primi due mesi del 1942.
Leningrado divenne così il simbolo delle sofferenze dei civili nei territori non
occupati dai tedeschi, che furono generali anche per la decisione di riconvertire
alla produzione di armi e munizioni tutte le officine dotate di macchine per la
lavorazione del metallo, incluse quelle dei commissariati all'Alimentazione e
all'Industria leggera. All'inizio questi sacrifici furono resi insopportabili dalle
notizie sui ripetuti disastri al fronte. Nelle officine, dove montava l'odio per i
privilegi dei dirigenti, lo «spirito combattivo» era scomparso e si discuteva se
«con Hitler si vivrà meglio che con il potere sovietico», una domanda che
segnalava la scarsa legittimazione del regime. Quest'ultima ebbe la sua crisi più
profonda con i primi successi dell'operazione tedesca contro la capitale.
L'esercito, che aveva perso quasi 2.750.000 uomini, sembrava sul punto di
cedere. Stalin richiamò allora Zukov, affidandogli la difesa di Mosca, dove
cominciava a serpeggiare il panico. Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, mentre i
tedeschi superavano Borodino, una risoluzione del Gko ordinò l'evacuazione dei
diplomatici stranieri e di parte del governo a Kujbysev. La notizia e i preparativi
dell'evacuazione, che inclusero la liquidazione dei detenuti e avvolsero Mosca in
una nube di fumo, scatenarono però il «si salvi chi può» in una città che
ricordava il 1812. I negozi furono saccheggiati e le strade furono intasate da
veicoli e colonne di persone che partivano verso est, trascinando con sé quel che
riuscivano a portare. Non tutti però cedettero al panico e, contrariamente a quel
che si era pensato, Stalin non aveva deciso di cedere la capitale. La notizia della
sua presenza contribuì a calmare una popolazione sottoposta dal 19 allo stato
d'assedio. Il panico si diffuse anche nei reparti in formazione, dove aumentarono
i disertori, e in altri centri del paese, come Ivanovo. La ripresa del controllo a
Mosca contribuì tuttavia a stabilizzare la situazione, anche grazie a «un risveglio
di patriottismo nel popolo», notato anche a Leningrado e di cui Chruscëv era già
stato testimone nella Kiev minacciata dai tedeschi a settembre. Il simbolo della
calma e della fiducia ritrovate fu la sfilata per celebrare la rivoluzione d'Ottobre
che Stalin ordinò fosse tenuta come ogni anno il 7 novembre sulla piazza Rossa.
Il miracolo, cui contribuì la notizia dell'estensione all'Urss del programma Lend-
Lease, fu confermato dal comportamento delle truppe al fronte, che impegnarono
i tedeschi in scontri terribili, costringendoli per le perdite subite a sciogliere
interi reggimenti. L'Unione Sovietica fu così salvata dalla tenacia e dalla
capacità di soffrire del soldato russo, nonché dalla durezza dei suoi comandanti.
A metà novembre, quando la crisi sovietica era risolta, i tedeschi ripartirono
all'attacco di Mosca. Ma i sovietici, che avevano già conquistato la supremazia
aerea, stavano aumentando il numero delle divisioni al fronte, anche - ma non
solo - per la possibilità, fondata sulle informazioni che Richard Sorge mandava
da Tokyo, di ritirare truppe dalla Siberia. Stalin si convinse allora di avere
un'opportunità di vincere la guerra distruggendo il Gruppo di armate Centro.
Nelle discussioni del 3-4 dicembre con i rappresentanti del governo polacco, di
cui sino ad allora si era servito per chiedere aiuti agli inglesi, cominciò a porre
loro, e quindi a Londra, il problema di cosa fare in Europa dell'Est dopo la
vittoria. In discorsi inframmezzati di frecciate contro gli ebrei, «cattivi
combattenti», e gli ucraini occidentali, che andavano «distrutti», egli invitò il
primo ministro del governo polacco in esilio Sikorski a tornare a Londra,
sostenendo che i sovietici erano in grado di farcela da soli e avrebbero
provveduto loro a ridare la Polonia ai polacchi. I tedeschi, concluse, erano una
razza forte, ma gli slavi li avrebbero schiacciati. Poco tempo dopo, egli ripeté
concetti simili a uno stupefatto Eden, proponendogli, sulla scia del patto
MolotovRibbentrop, di firmare un protocollo segreto contenente «uno schema
generale di riorganizzazione delle frontiere europee dopo la guerra». Oltre alla
conferma di quanto ottenuto nel 1939 da Hitler, esso prevedeva basi in Finlandia,
Bulgaria e Romania e l'uso della Prussia per compensare la Polonia dei territori
persi a est a favore dell'Urss, un'idea che Stalin aveva già esposto a Dimitrov
dicendo: «Se vinceremo, restituiremo la Prussia orientale al mondo slavo, al
quale appartiene». Negli incontri con i polacchi si discusse anche della questione
degli ufficiali scomparsi. A Sikorski, il quale gli faceva notare che nessuno di
essi era nei campi di prigionia tedeschi e nessuno era tornato, Stalin rispose che
evidentemente essi erano scappati. «Sì, ma dove?» chiese il generale Anders.
«Oh, beh, in Manciuria per esempio» fu la cinica risposta poi smentita dalle
fosse di Katyn'. Alle tre del mattino del giorno seguente, il 5 dicembre, mentre la
flotta giapponese muoveva verso Pearl Harbor, le truppe sovietiche attaccarono
le posizioni tedesche sotto Mosca, sfondandole in quello che per Zukov rimase
l'evento più importante della guerra. Il giubilo nel paese fu grande. E se
malcontento e sofferenze rimasero, il disfattismo si dileguò, anche per l'ingresso
in guerra degli americani e la sconfitta italiana in Africa settentrionale, che
confermavano che la guerra era a una svolta. Nei giorni successivi la gravità
della sconfitta tedesca si rivelò in tutte le sue dimensioni: la Wehrmacht,
costretta a ritirarsi per 150-300 chilometri, perse alla fine centinaia di migliaia di
uomini e migliaia di carri, cannoni e veicoli. Il 1941 tedesco, cominciato con
l'euforia della vittoria, finiva così «in una cupa atmosfera di gravi
preoccupazioni». L'ottimismo sovietico raggiungeva invece il suo picco. Eppure
l'avanzata tedesca aveva sottratto al paese territori dove viveva il 40% della
popolazione, era localizzato circa un terzo del capitale fisso e si produceva circa
il 60% del carbone, della ghisa e dell'acciaio e il 40% dei cereali. Gli errori di
Stalin avevano quindi annullato buona parte di quanto costruito nel decennio
precedente a prezzo di tanti sacrifici, dimostrando la vanità di buona parte di
essi, visto che con meno errori sarebbe bastato costruire meno per vincere lo
stesso la guerra. Quanto succedeva nei territori ancora controllati da Mosca
aggravava intanto le cose. La pesantissima situazione alimentare incideva sulla
produttività di una forza lavoro che andava riempiendosi di donne, anziani e
adolescenti, mentre nel paese regnava un caos cui, almeno all'inizio, contribuì
anche l'evacuazione dell'industria. I primi sette-otto mesi del 1942 furono quindi
i più duri. Stalin li affrontò ripetendo lo schema che gli aveva permesso di
superare la crisi del 1932. Il 26 dicembre 1941 gli operai dell'industria bellica,
presto estesa a comprendere anche quella tessile, furono militarizzati. Fu
introdotto il lavoro straordinario obbligatorio e fu annunciata l'abolizione delle
ferie sino alla fine della guerra, mentre l'abbandono del posto di lavoro veniva
equiparato alla diserzione e reso passibile di corte marziale (in tre anni i
condannati furono circa 900 mila). Fu inoltre decretata la coscrizione della forza
lavoro: nel solo 1942 oltre 3 milioni di persone furono avviate d'autorità verso
fabbriche e cantieri e anche il Gulag fu trattato alla stregua di una riserva di
soldati e manodopera. Circa 600 mila detenuti furono liberati e avviati al lavoro
in fabbrica, in condizioni coatte, e al fronte, dove formarono alcuni dei reparti
più temuti dal nemico e dalle popolazioni civili e dove anche così cominciò a far
breccia la verità. Le difficoltà non ridussero però l'ottimismo di Stalin, che
intendeva dare il colpo di grazia al Gruppo di armate Centro, insaccandolo. La
vittoria di dicembre si trasformò così nella prima offensiva strategica sovietica,
che Stalin arricchì di operazioni su più fronti, disperdendo le forze contro il
parere di Zukov. Furono così lanciate più di dieci offensive. Tutte rimasero
incomplete e alcune finirono in tragedia, come quella sul Volhov, affidata al
generale Vlasov e tesa a spezzare l'assedio di Leningrado. A marzo la crisi
tedesca poteva dirsi superata. L'Armata rossa aveva consumato nelle offensive
oltre 2,3 milioni di uomini, quattro volte più del nemico, scioccato però
dall'entità delle sue perdite. Malgrado questa situazione Hitler propose di
preparare una grande offensiva estiva, con due obiettivi: prendere in una sacca a
occidente di Stalingrado le truppe sovietiche e puntare contemporaneamente al
Caucaso. La sfiducia che nutriva verso i generali spinse inoltre il Fürher a
rovesciare la tradizione tedesca, che lasciava ampia libertà di esecuzione ai
comandanti sul campo, esigendo ordini dettagliati. Mentre venivano elaborati
questi piani, che spostavano a sud l'asse principale della guerra, anche Stalin e il
comando sovietico, convinti che il nemico avrebbe di nuovo puntato su Mosca,
stavano pensando a una grande offensiva estiva. Essa poggiava anche sugli
ingenti aiuti americani, cui le difficoltà sovietiche diedero in quei mesi un ruolo
decisivo. Dall'ottobre 1941 al giugno 1942 raggiunsero Murmansk 16 convogli
con 3.000 aerei, 4.000 carri armati, 30 mila autoveicoli ecc. che alla fine del
conflitto sarebbero diventati, rispettivamente, 18.700, 10.800 e più di 400 mila,
cui si aggiunsero milioni di tonnellate di cibo, che nel 1942 salvarono il paese
dall'inedia. La loro importanza non deve però oscurare il successo ottenuto dai
sovietici nell'organizzare la produzione bellica. , Anche per questo Stalin accettò
la proposta di un'offensiva per riprendere Char'kov, sostenuta da Timosenko e
Chruscëv. Vasilevskij, allora vicecapo di stato maggiore, avrebbe poi ammesso la
gravità dell'errore di partire all'attacco invece di preparare bene le difese. Presto
fu chiaro che l'offensiva, lanciata il 12 maggio, avrebbe permesso ai tedeschi di
chiudere i sovietici in una nuova sacca. Pertanto sia Vasilevskij che i suoi stessi
iniziatori ne chiesero l'interruzione; ma Stalin rifiutò, finendo con il perdere
l'equivalente di altre quattro armate e indebolendo il fronte contro cui sarebbe
partito l'attacco tedesco. Poco prima era finito in un disastro anche il tentativo di
ricacciare i tedeschi dalla Crimea, guidato da Mechlis. Era il quinto, grave errore
di Stalin dopo gli attacchi lanciati in bocca al Blitzkrieg, il divieto di ritirarsi a
Kiev, le dispersive offensive di inizio 1942 e l'errata valutazione delle intenzioni
tedesche per l'estate. I leader militari ne avevano talvolta condiviso la
responsabilità, ma egli ne aveva spesso ignorato il parere. Questa volta, però, la
lezione non fu dimenticata e nelle settimane successive i tedeschi capirono che
l'Armata rossa aveva imparato a ritirarsi. Soprattutto, cominciò la rivalutazione
degli ufficiali che rinnovarono la loro richiesta di poter agire autonomamente,
come avevano fatto fino ad allora i loro avversari. Sul momento, però,
l'offensiva tedesca aprì una seconda, gravissima crisi nell'esercito e nel paese. Il
24 luglio i tedeschi presero Rostov, avviando la biforcazione delle loro forze,
una parte delle quali si diresse verso Stalingrado, mentre l'altra prendeva la via
del Caucaso. Mosca però, alle prese con il disastro, non aveva ancora percezione
delle difficoltà nemiche. La notizia che i tedeschi avevano forzato il Don scatenò
una nuova ondata di panico, segnalata dal disordine della ritirata, dal tracollo
nella disciplina e dall'aumento di diserzioni e automutilazioni, soprattutto fra le
truppe non russe. La crisi militare minacciava così di trasformarsi in crisi
politica. A settembre aerei tedeschi avrebbero diffuso un appello del generale
Vlasov, catturato a luglio, che chiamava i russi a rovesciare il regime di Stalin.
L'Urss stava inoltre perdendo nuovi territori, abbandonati da un'ondata di almeno
quattro milioni di profughi in marcia verso est. Stalin rispose con l'ordine 00227
del 28 luglio, ribattezzato «,Non un passo indietro!»: Tutti gli ufficiali, i soldati e
i commissari politici devono sapere che i nostri mezzi non sono infiniti, che il
territorio dello stato sovietico non è un deserto, ma è fatto di individui [...] È
venuto il tempo di finirla con le ritirate. Non un passo indietro! Possiamo
reggere il colpo e poi ributtare indietro il nemico verso occidente? Sì, possiamo,
perché le nostre fabbriche e le nostre retrovie lavorano ora in modo eccellente [.]
Cosa ci manca? Ci mancano ordine e disciplina [...] Uomini in preda al panico e
codardi devono essere sterminati sul posto. Lo 00227, che Zukov stigmatizzò,
prevedeva fra l'altro la formazione di battaglioni penali per gli ufficiali esitanti, e
quella di reparti pronti ad aprire il fuoco su chi si ritirava. Stalin raccomandò che
fosse applicato con durezza, chiedendo rapporti regolari sulla sua esecuzione.
Più della metà dei 157 mila soldati condannati a morte nel corso del conflitto per
panico, codardia e abbandono non autorizzato del campo di battaglia lo fu nel
1941-1942. Il dato, pari a circa quattordici divisioni, non tiene conto del lavoro
del Nkvd che arrestò, e spesso fucilò, migliaia di vere e presunte spie, circa 90
mila «traditori», 126 mila disertori e 251 mila obiettori. Anche sul fronte interno
la crisi politica fu affrontata con grande determinazione. Malgrado il calo della
popolazione e quello della criminalità nelle retrovie, nel 1942 gli organi
giudiziari condannarono circa 3,4 milioni di persone. Il regime, e il paese, non si
salvarono però solo grazie al rigore. Il risveglio del sentimento nazionale,
ravvivato dalla vittoria di Mosca, non si arrestò. Specialmente i russi, ma non
solo loro, ritrovarono allora il sentimento di appartenenza, se non di cittadinanza.
Nelle parole dello storico Gefter, allora combattente, «molti degli sviluppi del
1941 e del 1942» rappresentarono inoltre «una destalinizzazione primordiale»,
che presto convisse con il ritrovato orgoglio nazionale e una nuova devozione al
capo. L'ambivalenza di questi sentimenti è stata colta da Grossman, per il quale
la guerra permise lo sbocciare di un sentimento nazionale in cui la parola russo
ritrovò il suo senso: «Dapprima, durante le ritirate esso si associò principalmente
a fenomeni negativi: l'arretratezza russa, il disordine russo, il fatalismo russo [...]
Ma una volta nato, il sentimento nazionale non aspettava che il giorno del trionfo
militare,. Esso era cioè pronto a caricarsi anche di tratti aggressivi e
nazionalistici e su questi elementi puntò la propaganda del regime. Zar, statisti e
generali prima condannati come reazionari furono esaltati e nell'agosto 1942 la
Sezione agitazione e propaganda del Comitato centrale lanciò una campagna per
la «purezza dell'arte russa», raccomandando di ripulire le istituzioni culturali dai
«non russi (principalmente ebrei)». Il 1942 insegnò quindi a Stalin che con i
tedeschi, a differenza che con i contadini del 1932-1933, repressione e rigore,
anche estremi, non bastavano. Di qui discesero le importanti concessioni al
rinato orgoglio e al senso di autonomia della popolazione e all'oggettività del
sapere militare. Stalin decise allora di affidarsi, come non aveva mai fatto prima,
ai suoi migliori comandanti, Vasilevskij e Zukov. Con loro anche nei momenti
più bui dell'estate del 1942 pensò a come distruggere con una controffensiva
almeno uno dei gruppi di armate tedesche. Da queste riflessioni prese forma
all'inizio di settembre l'idea di una grande manovra incentrata su Stalingrado. In
quei giorni, però, il panico regnava anche in una parte delle truppe sovietiche
che difendevano l'ingresso alla città. Alcolismo, codardia, agitazione
antisovietica e automutilazioni erano in aumento e qualche migliaio di uomini
passò ai tedeschi. Solo all'inizio di ottobre la sezione politica del fronte poté
annunciare che il clima di disfattismo era stato sradicato, anche grazie alla
fucilazione di 13.500 soldati. Il tempo, però, cominciava a giocare a favore di
Mosca anche perché i tedeschi cominciavano a pagare l'errore di essersi dati due
obiettivi diversi. La battaglia per Stalingrado stava intanto diventando durissima.
Grossman descrisse una città ridotta in rovina dal comandante dell'aviazione
tedesca a Guernica: «Stalingrado è bruciata. Stalingrado è in cenere. E morta. La
gente vive nelle cantine L...] Molti impazziscono». Ma tra i soldati sovietici che
leggevano avidamente i suoi articoli si diffondeva la certezza «che i tedeschi non
ci avrebbero retto», anche perché, in virtù del boom demografico della Nep e
della mobilitazione totale imposta alla popolazione, dalla fine di settembre fu
possibile dare a Cujkov, che comandava le truppe in città, i rinforzi di cui aveva
bisogno e soprattutto accumulare le riserve necessarie all'assalto. A guidare
politicamente la battaglia fu Chruscëv, che si confermò così il membro
dell'Ufficio politico con la maggiore esperienza di combattimento. A Mosca,
intanto, Vasilevskij e Zukov riflettevano su come trasformare la resistenza in
un'offensiva strategica, resa possibile anche dalla rinnovata dimostrazione che lo
stato sovietico era capace di spremere le risorse del paese fino all'ultima goccia.
Nel 1942 il reddito nazionale era crollato al 66% di quello del 1940, la
produzione industriale lorda al 77% e quella agricola al 38%, ma la produzione
bellica - efficacemente diretta da Berija, il vicepresidente del Gko - era quasi
raddoppiata. Il basso reddito pro capite sovietico fece sì che gli altissimi tassi di
mobilitazione fossero ancora più pesanti. I redditi della popolazione urbana
toccarono il fondo, mentre nelle campagne cominciavano gli anni più difficili,
dopo il 1931-1933, dell'agricoltura sovietica. Nel 1942 il raccolto fu di poco
superiore ai 29 milioni di tonnellate, un terzo di quello del 1940 a fronte di una
popolazione ridottasi «solo» di un terzo. Lo stato ne prelevò la quasi totalità e
cessò quasi del tutto il pagamento dei trudoden' a colcosiani che sopravvissero
solo grazie ai loro appezzamenti. Anche il sistema del lavoro forzato, popolato
nel 1942 da 4,35 milioni di persone, di cui 1,7 milioni in lager e colonie e gli
altri negli insediamenti speciali o impiegati nelle armate del lavoro, conobbe
allora il suo momento più difficile. Nell'estate del 1942, quando nei lager la
mortalità raggiungeva il 25 %, furono segnalate le prime organizzazioni
controrivoluzionarie formate da nazionalisti polacchi, ucraini e baltici, nonché
dai cittadini sovietici di origine tedesca, e agitazioni che erano la prima
espressione di quanto sarebbe poi avvenuto a guerra finita. Malgrado queste
condizioni il paese resse l'ultimo grande attacco a Stalingrado. La lotta contro
258 divisioni tedesche e alleate permise a Stalin di deridere gli angloamericani
che in Nord Africa penavano contro 4 divisioni tedesche e 11 italiane, facendo
aumentare i loro sensi di colpa e rimarcando il credito che stava contraendo con
essi. La richiesta era l'apertura di un secondo fronte in Francia che, come ha
ammesso Molotov, egli sapeva bene essere nel 1942 al di là delle capacità
alleate. Ciò, però, nutriva fra i dirigenti sovietici come Chruscëv il sospetto che
gli angloamericani preferissero «lasciare che i sovietici si sfinissero per
intervenire poi alla fine del conflitto, determinando le sorti del mondo», che era
poi la strategia esposta da Stalin prima del 1941, quando aveva sperato che gli
«imperialisti» si sarebbero consumati in una lotta fratricida. Novembre - quando
Rommel fu sconfitto a elAlamein, Eisenhower sbarcò in Marocco, costringendo
Hitler a rafforzare le difese europee, e le truppe sovietiche circondarono
Stalingrado - fu il mese decisivo. Mentre iniziavano le operazioni di pulizia di
una sacca che conteneva più di 250 mila nemici, a Mosca e nel mondo si cantava
vittoria. Nelle parole di Grossman, Stalin assaporò allora il suo trionfo. Non
aveva sconfitto solo il suo nemico presente, aveva sconfitto anche il suo passato.
L'erba sarebbe cresciuta più folta sulle tombe del 1930 nei villaggi. Le nevi e i
ghiacci al di là del circolo polare sarebbero rimasti silenziosi. Sapeva meglio di
ogni persona al mondo che i vincitori non vengono giudicati. Al momento della
vittoria, dopo diciotto mesi di guerra, i sovietici avevano perso oltre 11 milioni
di uomini tra morti (più di 2,5 milioni), dispersi e prigionieri (quasi 6,5 milioni)
e feriti di vario tipo. I tedeschi avevano subito perdite di gran lunga inferiori ma
per loro spaventose: già al settembre 1942 essi avevano perso tra morti, dispersi
e mutilati quasi un milione di uomini, ai quali se ne aggiunsero nei mesi seguenti
almeno altri 400 mila. Soprattutto la Wehrmacht si trovava ora di fronte un
esercito di gran lunga migliore di quello contro cui aveva fin lì combattuto. In
particolare, si era selezionato un corpo ufficiali giovane e di elevata qualità che
nei decenni successivi avrebbe costituito uno dei perni dell'élite sovietica e
rappresentato, fino al suo invecchiamento, una delle grandi forze del regime.
Cosa rese possibile la vittoria alla fine del 1942, e quindi quella del 1945? Nel
1946 Stalin spiegò quest'ultima con il partito e il marxismo, ai quali nel 1947
Voznesenskij aggiunse il Gosplan che, grazie al socialismo, era stato capace di
manipolare le leggi economiche. Altri hanno sottolineato il ruolo del gelo,
dell'immensità russa, delle risorse del paese, dello stesso Stalin, degli aiuti
americani, delle capacità di sopportazione del popolo e di quelle di
apprendimento dei generali sovietici, tutti fattori che sicuramente contarono. Ma
resta il carattere miracoloso della mobilitazione sovietica, specialmente in
considerazione della povertà di chi fu mobilitato e delle sconfitte dei primi mesi.
Più che il ruolo del partito, emerge quello del «conglomerato statale di agenzie
flessibili e personalizzate, ma centralizzate e sottoposte al Gko». Il sistema
sovietico, incarnazione della potenza dello stato in condizioni estreme, era
tornato alla missione per cui era stato concepito, mentre la più importante e forse
unica forma di concorrenza cui gli stati sono sottoposti, il conflitto con i loro
simili, lo aveva costretto a fare spazio alla verità.

3. Riscatto e impero, 1943-1945

La possibilità del ritorno sovietico mise in allarme il complesso mondo della


collaborazione con i tedeschi, che andava dalle autorità locali sorte nei villaggi
dopo il ritiro sovietico a funzionari motivati dall'odio per il regime staliniano o
attirati da privilegi o dalla possibilità di sfogare la loro crudeltà sulla
popolazione, quella ebraica in particolare. In totale, alla fine del 1942 i tedeschi
impiegavano come ausiliari militari e civili tra i 700 mila e i 900 mila ex
cittadini sovietici. Il corpo più numeroso era quello degli Hilfswilliger, gli
ausiliari volontari, quasi mezzo milione, spesso ex prigionieri di guerra o
disertori, in genere aggiunti a unità regolari dell'esercito. C'erano poi gli ausiliari
di polizia e il personale amministrativo, altre 200 mila persone circa. Gli
elementi peggiori erano quelli delle unità usate contro i partigiani e nella
liquidazione delle comunità ebraiche. Vi erano infine le unità regolari formate
con cittadini sovietici appartenenti alle minoranze del Caucaso, dell'Asia
centrale, della Volga e degli Urali, in cui militarono decine di migliaia di azeri,
georgiani, montanari del Caucaso settentrionale, ceceni compresi, tatari di
Crimea, armeni e calmucchi. Dopo Stalingrado i tedeschi favorirono anche la
nascita di grandi unità baltiche, incluse tre divisioni di Waffen SS lettoni e
estoni. I lituani, ritenuti razzialmente inferiori, contribuirono con quasi 35 mila
uomini e nel 1943 fu annunciata anche la formazione di una divisione di Waffen
SS ucraina, la cui nascita fu salutata con favore dai nazionalisti ucraini e dalla
Chiesa uniate che vi videro il primo nucleo di un esercito nazionale. Al
collaborazionismo militare russo fu fatto spazio con più esitazione. All'interno
dell'Urss si sviluppavano intanto processi di grande rilevanza e contraddittorietà.
La guerra produceva infatti al tempo stesso riscatto e asservimento, speranze e
depressione, orgoglio e miseria, crescita della fiducia nelle proprie forze e del
senso di impotenza e stupore di fronte allo stato vittorioso e al suo despota. Le
nascite precipitarono e la mortalità infantile crebbe del 50%, mentre quella
generale rimase al di sotto della mortalità fino al 1945, aprendo una voragine i
cui effetti sulla vitalità del paese si sarebbero manifestati negli anni Sessanta.
Anche i matrimoni crollarono e con loro i divorzi, in virtù di nuove leggi ancora
più restrittive di quelle del 1936. Questa popolazione ferita continuò a essere
sottoposta a un intensissimo sforzo di mobilitazione. Quello per l'esercito fruttò
nel suo complesso circa 34,5 milioni di uomini e alcune centinaia di migliaia di
donne. I disertori furono, fino all'estate del 1944, circa 1,3 milioni. A essi vanno
aggiunti i circa 1,5 milioni di renitenti alla leva, mezzo milione dei quali furono
catturati. Il loro numero fu più alto nelle regioni maggiormente ostili al regime,
specie tra i musulmani dell'Asia centrale e del Caucaso settentrionale. La
mobilitazione per il fronte del lavoro fu effettuata attraverso «bilanci del lavoro»
che tenevano conto di tutte le risorse umane del paese e incarnavano la superiore
capacità mobilitatrice del sistema amministrativo sovietico. Quello dell'aprile
1945 comprendeva per esempio 99,6 milioni di persone, divise tra città e
campagna e tipo di occupazione (nel paese vi erano ancora, oltre a 27 milioni di
operai e 31,4 milioni di colcosiani, quasi 7,5 milioni di artigiani e contadini
individuali). Milioni di persone furono assegnate a fabbriche distanti anche
migliaia di chilometri. Nelle campagne i colcosiani ebbero, a patto di fornire allo
stato accresciute prestazioni sui campi collettivi, più margini per sviluppare la
produzione dei loro appezzamenti, che crebbero in modo illegale ma tollerato di
circa il 50%. Le entrate delle famiglie contadine tuttavia precipitarono, sia per la
riduzione quasi a zero della remunerazione dei trudoden', sia per la fortissima
inflazione. Tenuto conto anche dell'aumento delle tasse sulla produzione
degli appezzamenti e degli acquisti forzosi di titoli di stato è possibile sostenere
che, al contrario di quello che era accaduto nel 1914-1921, e di quanto credettero
Stalin e molti abitanti delle città, le campagne non riuscirono ad accumulare
denaro. I rapporti del 1943-1944 dipingono un quadro, dominato dall'alcolismo e
dalla brutalità dei poteri locali, molto simile a quello degli anni della guerra
civile e della collettivizzazione. Anche così si ottenne che i contadini
continuassero a dedicare circa il 70% del loro tempo di lavoro ai campi
collettivi, dove le donne erano attaccate agli aratri e sopportavano «la tortura di
tutte le torture», come era chiamata la corvée per il legno. Furono infatti le
donne a reggere il fronte interno, assumendo un ruolo che non avrebbero più
perso. Nel 1944 esse costituivano spesso oltre l'80% della forza lavoro di
villaggi indeboliti da una guerra che ne dilapidava l'energia, anche demografica.
Ma i rapporti della polizia, che pure parlano di famiglie salvate solo dai prodotti
del loro appezzamento, notavano come ciò non generasse l'ostilità causata dalla
collettivizzazione perché questa volta le sofferenze erano legate alla necessità di
sacrificarsi per la patria. La popolazione urbana e la parte di quella rurale non
impiegata in attività agricole avrebbe dovuto vivere grazie al razionamento,
reintrodotto senza alcuna pretesa ideologica e alla cui abolizione Stalin cominciò
a pensare già nel 1943. Nel 1944 le persone rifornite di solo pane erano 74
milioni, quasi 50 milioni delle quali abitavano in città. Poco più della metà erano
lavoratori, il resto loro familiari. Le tessere però non bastavano e anche nelle
città fu presto possibile trovare nei negozi quasi solo vodka. Il ruolo dell'alcol
nella vita della popolazione prese così di nuovo proporzioni gigantesche, e non
solo al fronte, rafforzando in tutti gli strati sociali abitudini che non sarebbero
più scomparse. In questa situazione i privilegi dei dirigenti suscitavano sorda
ostilità tra operai che, specie nelle fabbriche evacuate, vivevano senza
riscaldamento e servizi igienici e sanitari, dormendo a turno sui letti, tra
«sporcizia, parassiti, malattie, furti e risse». La sopravvivenza della popolazione,
che accettò lo sforzo impostole dallo stato per un misto di paura, abitudine e
patriottismo, fu quindi affidata, per forza di cose, a rapporti economici non
ufficiali e spesso illegali, non registrati dalle statistiche. Era la terza dura lezione
nell'arte di arrangiarsi ricevuta in poco più di due decenni. Questa volta lo stato,
concentrato sulle necessità del fronte, lasciò fare, permettendo per esempio agli
operai di avere orti domestici, non senza preoccuparsi tuttavia di insegnare, con
leggi spietate, che occorreva in primo luogo lavorare per la guerra. E entro questi
limiti che è possibile parlare di una sorta di nuova Nep, che giocò un ruolo
importante nel permettere la sopravvivenza della popolazione e quindi la
vittoria. In particolare, vista la miseria del razionamento, fu incentivata la
vendita privata di cibo, effettuata in mercati che comparvero in ogni città e
all'uscita di ogni grande fabbrica e che fornirono circa il 50% del cibo
consumato dai privati, rispetto al 20% dell'anteguerra. Alle grandi officine di
Gor'kij, come scrisse un operaio italiano che vi lavorava, i lavoratori e gli
invalidi di guerra dovettero la sopravvivenza a piccoli furti, produzioni illegali e
mercato nero. Il suo racconto è confermato da un rapporto di Berija del 1944,
che notava come nella regione di Gor'kij si fosse verificato un forte aumento
dell'accattonaggio da parte di decine di migliaia di mendicanti provenienti dalla
Repubblica autonoma dei Mordvini. In un altro rapporto egli descriveva la
recrudescenza della criminalità minorile. Erano i segnali del nuovo, enorme
aumento degli strati marginali della popolazione, prodotto dalla guerra, con le
sue famiglie rovinate, i suoi mutilati, orfani e deportati. Questo mondo fu
alimentato anche dalla strategia repressiva di Stalin, che le vittorie allentarono
solo di poco.Fino al 1944 il numero dei forzati del lavoro continuò invece a
ridursi, sia per il reclutamento sia per l'altissima mortalità. I detenuti di lager e
colonie passarono così da un totale di quasi 2 milioni del 1941 a meno di 1,2
milioni nel 1944, quando ripresero a crescere in coincidenza con la repressione
effettuata nei territori riconquistati. La vittoria dí fine 1942 contribuì a
un'ulteriore evoluzione delle mentalità sia tra i combattenti che nelle retrovie:
Negli attacchi, alla retorica del grido di battaglia ufficiale, «Per la patria, per
Stalin!» (Za rodinu, za Stalinu), si sovrapposero il tradizionale hurrà russo, o la
semplice invocazione alla patria o al proprio Dio, o espressioni oscene. E se
prima dell'attacco molti si iscrivevano al partito, quasi tutti si mettevano la croce
al collo. La rigida obbedienza richiesta dagli assalti frontali conviveva poi con
l'individualismo che la guerra insegnava ai combattenti, e la retorica ufficiale
con le promesse fatte ai soldati-contadini che dopo la guerra non vi sarebbero
stati più colcos. Al fronte crebbe la popolarità dei versi di Pasternak e della
Achmatova, che cominciarono a ricevere un flusso crescente di lettere.
Anticipando in un certo senso le esperienze del samizdat, le loro opere
passavano in varie forme di mano in mano, suscitando a Mosca un'irritazione
che sarebbe esplosa alla fine della guerra. Nel 1943 l'inizio della corsa verso
Berlino, che contagiò le truppe sovietiche di frenesia e volontà di potere, diede
alla mentalità dei combattenti un nuovo orientamento. Come Grossman aveva
intuito, la riscoperta della dignità umana anche contro il regime
stalinista passava in secondo piano di fronte al nazionalismo e alla potenza, che
la propaganda ufficiale alimentava senza sosta, assieme all'odio per i tedeschi,
che poeti e scrittori invitavano a uccidere. Al tempo stesso, la necessità di
contrastare la propaganda tedesca verso le nazionalità non russe portò in un
primo momento anche a insistere sulle loro virtù e i loro eroi nazionali, scelti
però tra quelli prorussi o deformandone in questa chiave biografia e attività. Le
nazionalità furono blandite anche con la promessa di una loro maggiore
partecipazione agli affari internazionali e nel febbraio 1944 fu presa la decisione,
mai attuata, di permettere alle repubbliche di formare delle loro forze armate.
Essa suscitò grandi discussioni, che fecero parte del più generale risveglio
dell'interesse politico generato dalla guerra. Accanto al risveglio dell'interesse
c'era però il dilagare di depressione, lutti e sofferenze, che molti annegavano
nell'alcol. Si moltiplicarono allora le richieste di permettere la riapertura delle
chiese, giustificate con il desiderio di pregare per i caduti, i combattenti e la
vittoria. Le vittorie suscitarono anche grandi speranze. Nelle campagne la più
diffusa era quella relativa allo scioglimento dei colcos, che molti ritenevano
Stalin avrebbe concesso come premio per la vittoria o per compiacere gli
americani. Le aspettative erano alimentate anche da decisioni che fecero
sensazione. Tra esse vi fu lo scioglimento della Terza internazionale della cui
necessità Stalin si era convinto già nell'aprile 1941, ragionando sulle difficoltà
create ai partiti comunisti occidentali dal patto Molotov-Ribbentrop e sui compiti
diversi posti dalla guerra a ciascuno di essi, nonché sull'assenza di quella
prospettiva di una rivoluzione internazionale cui si era creduto nel 1919. Pochi
mesi dopo Stalin permise anche l'elezione di un patriarca di tutta la Russia, la
nomina di un buon numero di vescovi e la formazione di un sinodo. Nel 1945 le
chiese aperte erano di nuovo circa 15 mila e fino al 1948 il regime rispettò il
patto informale stretto con la Chiesa, sottoposta in seguito a nuove persecuzioni,
ma mai più minacciata di estinzione come prima del 1941. Il risveglio della
coscienza nazionale ebraica causato dalle stragi tedesche cominciava intanto a
essere nutrito anche dal montare dell'antisemitismo sovietico, che militanti di
origine ebraica denunciarono in lettere a Stalin protestando contro la comparsa
di articoli sull'«orgoglio nazionale russo» che accennavano a «gente che adulava
servilmente le cose straniere». Il Comitato antifascista ebraico si andava intanto
trasformando in un organo rappresentativo della comunità. Importante a questo
fine fu il viaggio in America compiuto dai suoi dirigenti nell'estate del 1943,
viaggio che Mosca autorizzò per attirare più aiuti ma durante il quale Michoels -
chiamato «il nostro presidente» - incontrò anche Weizmann e discusse l'ipotesi di
una repubblica ebraica in Crimea. I segnali dell'antisemitismo ufficiale erano
tuttavia sommersi dal tragico flusso di notizie che arrivava dai territori liberati,
dove i sovietici stavano scoprendo la Shoah, di cui nel 1944 Grossman poté
parlare in un pezzo su Treblinka. Il prestigio dell'Urss, nutrito dalle vittorie,
raggiungeva intanto il suo punto più alto. Pochi, quindi, furono disposti a credere
il 13 aprile 1943 all'annuncio di Goebbels della scoperta nella foresta di Katyn'
di fosse comuni con migliaia di ufficiali polacchi giustiziati tre anni prima dai
sovietici. Malgrado Churchill cercasse di mettere a tacere la cosa, a Londra tanto
il governo polacco in esilio quanto gli inglesi compresero subito di cosa si
trattava. Negando l'evidenza e fondandosi sul suo prestigio, Mosca respinse però
ogni addebito, e Stalin rispose alle richieste polacche di una commissione
d'inchiesta rompendo il 25 aprile le relazioni diplomatiche con il governo di
Sikorski e costituendo un altro governo in esilio, composto dai comunisti
polacchi scampati alle purghe del 1937-1938. Era la prima frattura tra le
«Nazioni Unite», per le quali Katyn' si trasformava così da crimine in problema
politico. Il fango primaverile stava intanto imponendo una tregua ai
combattimenti, di cui i contendenti profittarono per riorganizzare le forze. A
marzo Stalin ordinò anche la formazione di una commissione incaricata di
lavorare alla bomba atomica, di cui Molotov fu il primo responsabile. Presto,
però, il fisico Kurcatov, che la presiedeva, e i suoi colleghi cominciarono a
lamentarsi della sua mancanza di energia, lasciando capire che avrebbero
preferito lavorare con Berija, dai cui apparati di spionaggio stavano già
ricevendo informazioni vitali sui progressi degli americani. Al contrario delle
offensive estive precedenti, quella tedesca contro Kursk, partita il 5 luglio, si
trovò di fronte un saldo schieramento difensivo. La sconfitta della Wehrmacht
segnò la fine delle capacità offensive tedesche sul fronte orientale, decidendo,
dopo Mosca e Stalingrado, l'esito della guerra. Mentre a Kursk si combatteva, gli
angloamericani sbarcavano in Sicilia, suscitando i sospetti di Stalin che - pur
condividendo l'idea di far cadere Mussolini - pensò a una manovra per arrivare
nei Balcani prima dei sovietici. Come già era accaduto nel dicembre 1941, la
sconfitta tedesca stava infatti sottraendo importanza alle considerazioni militari e
rafforzando quelle politiche relative alla sistemazione del dopoguerra. Poco
tempo dopo Stalin avrebbe nominato Litvinov e Majskij, ambasciatore a Londra
dal 1934 al 1943, a capo di due commissioni incaricate di studiare l'impostazione
dei trattati di pace e il problema delle riparazioni. Il primo propose la conferma,
con alcune modifiche favorevoli, dei confini raggiunti nel 1939-1940, la
richiesta di basi e servitù militari in Finlandia, Romania e negli stretti,
l'acquisizione di alcune isole giapponesi, la riduzione della Germania
all'impotenza e la posizione di ostacoli alla rinascita della Francia, in modo da
fare dell'Urss l'unica potenza kontinentale europea. Egli parlò anche della
riorganizzazione kdi molti stati europei in base a principi «di ampia democrazia
.nello spirito delle idee dei fronti popolari», un'idea, questa, Condivisa anche da
Majskij, il quale sostenne che governi simili sarebbero potuti sorgere
spontaneamente in Scandinavia, Belgio, Olanda, Francia e Cecoslovacchia, ma
avrebbero richiesto l'aiuto esterno degli Alleati negli altri paesi. Majskij previde
anche che per la ricostruzione sarebbero occorsi almeno dieci anni, e che essa
avrebbe reso necessario un lungo periodo di occupazione della Germania, da cui
andavano estratte le risorse necessarie. Con idee come queste alla fine di
novembre Stalin partì per la conferenza di Teheran, in cui godette di una
posizione di incontrastata preminenza, dovuta ai successi delle armi sovietiche,
alla riconoscenza e ai sensi di colpa degli Alleati e al comune odio per i tedeschi.
Egli poté anche profittare delle contraddizioni tra americani, interessati allo
smantellamento degli imperi coloniali, e inglesi, che cercavano di difenderli,
nonché dell'ingenuità di Roosevelt, convinto che Stalin volesse solo la sicurezza
del suo paese. Stalin riuscì così a ottenere la bocciatura del piano di Churchill
per un secondo fronte nei Balcani e il riconoscimento della linea Curzon come
confine sovietico-polacco, vale a dire delle frontiere ottenute con il patto
Molotov-Ribbentrop in Polonia, ma non nel Baltico, la cui occupazione gli
americani non riconobbero. Le truppe sovietiche erano intanto impegnate nelle
campagne che le portarono in meno di due anni a Berlino. Benché inferiori in
uomini e mezzi, i tedeschi opposero una resistenza durissima, anche per la paura
di essere chiamati a pagare il conto di quel che avevano fatto. Ma le perdite
sovietiche furono terribili anche a causa dell'abitudine di lanciare attacchi
frontali che ottenevano la vittoria «soffocando il nemico con i nostri morti».
Dopo la liquidazione delle truppe tedesche in Ucraina, venne la volta del Gruppo
di armate Centro, sconfitto grazie a una strategia che Rokossovskij riuscì a
imporre a Stalin dopo momenti di altissima tensione, che dimostrarono il mutato
rapporto tra il despota e i suoi generali nonché il coraggio e lo spirito di
indipendenza di questi ultimi. Queste caratteristiche erano del resto state sancite
dal nuovo regolamento di battaglia dell'Armata rossa, dove si leggeva che «la
prontezza nell'assumere personalmente la responsabilità di decisioni coraggiose
e nel portarle a termine con tenacia è la base dell'azione di tutti i comandanti in
battaglia». Erano le virtù che Stalin e il suo sistema avevano cercato di
distruggere tra il 1929 e il 1941. La guerra si confermava così vivaio di un
mondo nuovo e pietra tombale dello stalinismo, proprio mentre le vittorie
rafforzavano il nazionalismo e l'autorità di Stalin, legittimandone il regime. Quel
che accadde nei territori riconquistati mostrò tuttavia subito che Stalin non aveva
alcuna intenzione di rispettare, se non a suo modo, il patto che la popolazione
riteneva di aver stretto nel 1941. Nel giugno 1942 egli aveva giurato che «nulla
sarebbe stato perdonato a nessuno». E ritorno del potere sovietico assunse così i
tratti cupi di operazioni di filtraggio e punizione di massa. Gli ucraini, che pure,
nelle parole di Chrugcëv, avevano accolto l'Armata rossa come «i nostri», furono
sottoposti a speciali attenzioni, ma tutti quelli che avevano vissuto nei territori
occupati, ritenuti per questo potenzialmente sospetti, furono sottoposti a
discriminazioni che si protrassero per decenni. I circa 3 milioni di ucraini
reclutati nel 1943-1944, per esempio, furono spesso mandati a combattere senza
armi, uniformi o addestramento affinché, come ripetevano loro i commissari
politici, potessero «lavare con il sangue la colpa di fronte alla patria e al suo
grande leader». Queste politiche erano alimentate anche dall'antiucrainismo di
Stalin che fu attento, non appena ebbe ripreso il controllo della repubblica, a
ribaltare le politiche di relativa apertura ai sentimenti nazionali seguite fino al
1943. La sorte peggiore fu quella dei popoli che Stalin giudicò traditori e che
erano abbastanza piccoli per poter essere puniti nella loro interezza. Si trattava
delle nazionalità del Caucaso settentrionale e della Crimea, cui fu applicato il
criterio della responsabilità collettiva: sul modello di quello che era successo nel
1941 ai tedeschi del Volga, la punizione consistette nello scioglimento della
repubblica o regione autonoma, seguito dalla deportazione di tutti gli
appartenenti alla nazionalità selezionata. Le loro terre furono in genere
ripopolate con slavi e cittadini dei territori confinanti, ponendo le basi di acuti
conflitti quando, dopo il 1956, a molti dei deportati fu concesso di tornarvi. I
primi a essere colpiti furono i circa 70 mila karacaevi, trasferiti nell'ottobre 1943
verso il Kazachstan e il Kirghizistan. Fu poi la volta dei 93 mila calmucchi,
deportati in Siberia, seguiti dai quasi 500 mila ceceni e ingusci, il gruppo più
numeroso e difficile, trasportato in Asia centrale, e infine dai circa 37 mila
balcari, deportati nel marzo 1944. L'avanzata della primavera del 1944 rese poi
possibile la deportazione dei tatari di Crimea e nei mesi successivi furono infine
deportati anche gli appartenenti alle nazionalità, «sospette» perché dotate di stato
proprio, residenti nelle regioni di confine o sulle coste del Mar Nero. La pulizia
coinvolse greci, bulgari e armeni, ma anche rumeni, iraniani, italiani ecc. per
finire, nel novembre 1944, in previsione di una guerra contro la Turchia, con le
minoranze musulmane al confine tra Georgia e Turchia (quasi 100 mila tra turchi
mescheti, curdi e armeni musulmani). Come già era successo con i kulak, il
trasferimento di queste popolazioni fu accompagnato da violenze. Molti furono
caricati nei vagoni sulla punta delle baionette, il Nkvd massacrò i gruppi che era
difficile trasferire e nel luglio 1944 Berija scrisse a Stalin per accusare la
dirigenza kazaca di non aver preparato nulla per i deportati, i quali senza cibo,
casa e terra erano mietuti dal tifo e costretti a dedicarsi al crimine. Nel giro di
qualche mese morì anche il 20% dei deportati. Non stupisce perciò che alcuni
popoli, come i ceceni e i tatari di Crimea, abbiano considerato queste
«punizioni» dei genocidi. Nel settore centrale le truppe sovietiche raggiunsero la
Vistola a metà agosto, fermandosi sulla sua riva orientale fino al gennaio
successivo. L'arresto era dovuto alla necessità di riorganizzare i reparti dopo
un'avanzata di centinaia di chilometri, ma soprattutto alla scelta di lasciare che i
tedeschi liquidassero le forze nazionali polacche insorte a Varsavia. A sud,
invece, i sovietici continuarono ad avanzare, per arrivare nei Balcani prima degli
Alleati. Il collasso del gruppo di armate tedesche nel Meridione causò quello
della Romania e costrinse i tedeschi a rivedere la loro politica verso la
formazione di truppe slave. A settembre Himmler autorizzò la formazione di un
Comitato di liberazione dei popoli della Russia capeggiato da Vlasov,
promettendo che in caso di vittoria esso sarebbe stato riconosciuto come governo
provvisorio, e poco dopo Hitler accettò a malincuore la proposta di formare dieci
divisioni russe. Ma era ormai troppo tardi. La stragrande maggioranza-dei
prigionieri di guerra sopravvissuti rifiutò di aderire e nei mesi successivi si riuscì
a formare una sola divisione che finì con lo scontrarsi con i tedeschi,
intervenendo a sostegno dei cechi insorti a Praga. Lo sbarco in Normandia e le
vittorie sovietiche dell'estate del 1944 accelerarono le trattative tra gli Alleati sul
dopoguerra. A maggio Eden aveva proposto all'ambasciatore sovietico un piano
per una possibile divisione delle sfere di influenza nei Balcani che lasciava
all'Urss mano libera in Romania e alla Gran Bretagna in Grecia. Le proteste di
Roosevelt avevano poi bloccato l'iniziativa, ma a luglio Churchill aveva
rinnovato la proposta. La Polonia, però, continuava a rappresentare uno scoglio.
A settembre, mentre a Varsavia si spegnevano i combattimenti, Stalin rassicurò il
comunista polacco Bierut dicendogli: «Adesso avete una tale forza che se diceste
che due per due fa sedici i vostri oppositori sarebbero costretti a confermarlo».
Entrambi, tuttavia, sapevano che quella forza era costituita dall'Armata rossa
senza la quale, aggiunse Stalin con parole che anticipavano il futuro degli stati
satellite, «in una settimana non esistereste più». E in questa situazione che
a ottobre Churchill giunse a Mosca per discutere della sistemazione in Europa
orientale. Se sulla Polonia non poté far altro che rimarcare il proprio disaccordo,
le altre sue proposte incontrarono il favore di Mosca, lieta di vedere che gli
occidentali accettavano l'idea di instaurare a est dei governi di «democrazia
popolare», basati su fronti popolari a guida comunista. Ancor di più piacque
l'ipotesi di accordo sull'Europa sudorientale che lo stesso Churchill definì
«cinico e rozzo». Esso contemplava la spartizione anglo-sovietica dei Balcani
secondo le seguenti percentuali di influenza: 90-10 a favore dei sovietici in
Romania e 10-90 a favore degli inglesi in Grecia, 50-50 in Jugoslavia e Ungheria
e 75-25 a favore dei sovietici in Bulgaria. Stalin e Molotov accettarono il
documento come base di partenza di una trattativa alla fine della quale ottennero
un 90% a loro favore in Bulgaria e un 75% in Ungheria. Con l'eccezione della
Polonia, l'accordo tra gli Alleati sembrava dunque completo, e riguardava
anche il destino della Germania, di cui si sarebbe dovuto impedire la
ricostruzione come potenza autonoma. Stalin era anche rassicurato dalla sua
influenza nell'amministrazione Roosevelt dove, oltre che sull'atteggiamento
favorevole del presidente e su alcuni agenti, aveva fino ad allora potuto contare
anche sul sostegno del vicepresidente, Henry Wallace, travolto però nel 1944 da
uno scandalo che convinse Roosevelt a sostituirlo nel ticket eletto a novembre
con Truman. Le conseguenze di questa scelta non avrebbero tardato
a manifestarsi, ma alla fine dell'anno, nel clima di generale collaborazione, Stalin
accettò di cooperare alla nascita delle Nazioni Unite e di stabilirne la sede a New
York. La penetrazione dell'Armata rossa nei territori plurilingui che tedeschi e
sovietici si erano divisi nel 1939 metteva intanto Mosca di fronte a una
molteplicità di tentativi di costruire o ricostruire, armi alla mano, propri stati
nazionali. I conflitti raggiunsero il culmine quando il potere tedesco apparve
prossimo alla fine e quello sovietico di là da venire. I più violenti opposero
polacchi e ucraini: tra il 1943 e la primavera del 1944 essi fecero decine di
migliaia di vittime e provocarono l'esodo verso ovest di centinaia di migliaia di
polacchi, liquidati i quali i partigiani ucraini si rivolsero contro le truppe
sovietiche in arrivo. Cominciava così il feroce scontro fra il tentativo dei
nazionalisti ucraino-occidentali di profittare della guerra per fondare un loro
stato e quello sovietico di integrare questi territori nella Repubblica socialista
ucraina. All'inizio del 1945 Berija dichiarò che in un anno i banditi liquidati
erano stati 73 mila, mentre altrettanti erano stati presi prigionieri e più di 50 mila
si erano arresi. A essi vanno aggiunti quelli catturati e i loro familiari deportati in
Siberia o in Asia centrale. Secondo Chruscëv, solo tra il marzo e l'ottobre 1944 i
primi, spediti nei lager, erano stati circa 37 mila, e i secondi oltre 100 mila.
L'Armata insurrezionale ucraina (Upa) rispose uccidendo migliaia di funzionari
locali, ma anche di contadini accusati di aver collaborato con Mosca. Come nel
1939-1941, tuttavia, i sovietici non si limitarono alla repressione e giocarono la
carta nazionale ucraina. In quegli stessi mesi, infatti, Stalin realizzava il sogno
nazionalista della «grande Ucraina», unificando quasi tutte le terre etniche
ucraine, incluse quelle già appartenenti a rumeni e cecoslovacchi. In Bielorussia
e nel Baltico accaddero fenomeni simili, ma su scala minore. In Lituania, dove
nel 1945 i membri delle famiglie di banditi e nazionalisti deportati erano già 38
mila, almeno 100 mila persone furono coinvolte nella lotta contro i sovietici. Nel
1946, però, la ribellione era già domata, e in Estonia e Lettonia i conflitti ebbero
dimensioni ancora più limitate perché buona parte degli uomini validi
combatteva in unità ritiratesi con i tedeschi. A eccezione dell'Ucraina
occidentale, il grosso della resistenza fu quindi liquidato abbastanza
velocemente, a prezzo però del rafforzamento del malcontento e dell'instabilità
di territori la cui inclusione nell'Urss era destinata a giocare negli anni successivi
un ruolo di grande importanza in tutte le crisi attraversate dal paese fino alla sua
disgregazione. Alla fine del 1944 l'Armata rossa, ancora ferma alla Vistola, era -
nelle parole di David Glantz - la più potente ed efficiente macchina da guerra
mai apparsa in Europa. A essa si rivolsero gli Alleati messi in difficoltà
dall'offensiva tedesca nelle Ardenne, chiedendo a Stalin di anticipare la data
dell'assalto, che fu scatenato il 12 gennaio. In pochi giorni le armate sovietiche
avanzarono di quattrocento chilometri, raggiungendo a fine mese l'Oder e
attaccando a nord la Prussia orientale. In quegli stessi giorni, tra il 4 e l'11
febbraio, sotto l'impressione dei grandissimi successi sovietici e dell'aiuto che
Mosca aveva offerto agli Alleati, i tre grandi si riunivano, per la seconda volta, a
Jalta. I loro rapporti erano buoni e Stalin era ancora convinto della possibilità di
fondare le relazioni con gli occidentali, e in particolare quelle con gli americani,
su una cooperazione da cui sperava di trarre grandi vantaggi. Lo aveva
dimostrato non opponendosi a luglio agli accordi di Bretton Woods e
partecipando a settembre alla conferenza di Dumbarton Oaks, che aveva posto le
basi delle Nazioni Unite, in cui Mosca chiese l'ingresso di tutte le repubbliche
sovietiche. A dicembre, inoltre, l'economista ungherese Varga aveva iniziato a
pubblicare ipotesi che negavano la crisi imminente del capitalismo,
sostenendone le capacità di adattamento e quindi, implicitamente, la necessità di
raggiungere un accordo con esso. In particolare, Stalin mirava a un accordo con
Churchill basato su sfere di influenza in Europa orientale e nel Medio Oriente
sulla cui ampiezza relativa pensava di poter «fregare» gli inglesi. Egli contava
altresì sul fatto che gli Stati Uniti, come era successo dopo la prima guerra
mondiale, avrebbero abbandonato l'Europa. Mosca avrebbe potuto così dominare
il continente, lasciando agli inglesi il Benelux, la Francia e l'Italia e costruendo
con il tempo una Germania neutrale ma sottomessa all'Urss. Agli Stati Uniti
Stalin era invece pronto a riconoscere il ruolo di nuova potenza internazionale,
non interessata alle sorti del continente europeo e amica dell'Urss, e ad
appoggiarne gli sforzi per smantellare gli imperi coloniali europei. Gli accordi di
Jalta sembrarono confermare la bontà delle ipotesi sovietiche. Roosevelt,
preoccupato dalla guerra in Giappone e quindi pronto a fare concessioni a Mosca
in cambio di un aiuto in Oriente, non solo si disse disposto a concedere a Stalin i
territori persi dall'Impero russo nel 1905, ma gli confessò che il popolo
americano non gli avrebbe permesso di tenere l'esercito in Europa dopo la
vittoria. A Jalta si ribadì anche l'accordo sul carattere punitivo della politica nei
confronti della Germania, la sua divisione in zone di occupazione, la riduzione
del suo territorio e l'espulsione delle minoranze tedesche, considerate micce di
guerre future, dai paesi dell'Europa orientale. L'accordo sulla Germania apriva le
porte a quello sulla Polonia, che Stalin voleva traslare a occidente,
ricompensandone le perdite a oriente portandone la frontiera sull'Oder-Neisse.
Nell'accordo finale si parlò genericamente di «guadagni territoriali sostanziali»
da parte polacca a nord e a ovest, ma di fatto il destino polacco era stato deciso.
Sovietici e Alleati firmarono infine un accordo sul rimpatrio dei cittadini
sovietici e Mosca ottenne l'ingresso di Ucraina e Bielorussia nelle Nazioni Unite.
Il comportamento alleato a Jalta è stato oggetto di critiche, specie da parte
polacca. Ma se è vero che Roosevelt avrebbe potuto forse ottenere qualcosa di
più e manifestare il suo scontento, non va dimenticato quale era il rapporto di
forza in Europa orientale, dove l'Armata rossa aveva appena dilagato: la guerra
contro i tedeschi era stata combattuta e vinta da Mosca, e non dagli
angloamericani, e se ne traevano ora le conseguenze. Fino al 1949 Stalin avrebbe
rispettato la sostanza degli accordi di Jalta sulle sfere di influenza, senza però
rinunciare a tastare i limiti della rigidità o della cedevolezza alleata. Il primo in
questa serie di «assaggi», che avrebbero scandito l'avvento della Guerra fredda,
arrivò già a marzo, quando Mosca denunciò il trattato di amicizia turco-sovietico
mentre sulla «Pravda» si parlava dei diritti armeni su Kars, Van, Erzurum ecc.,
scatenando l'entusiasmo degli armeni sovietici e di quelli della diaspora. Subito
dopo, il 12 aprile, moriva Roosevelt, l'uomo politico occidentale che nutrì le
maggiori illusioni su Stalin e le sue politiche. Molotov, il primo a incontrare
Truman, si accorse subito che le cose erano cambiate, registrandone il malumore
sulla questione polacca, un malumore inaccettabile per Stalin che in quello
stesso mese spiegò alla delegazione jugoslava che la guerra in corso era «diversa
da tutte quelle del passato: chiunque occupa un paese ha il diritto di imporvi il
proprio sistema sociale». Il suo atteggiamento dovette confermare ai comunisti
jugoslavi la giustezza delle loro posizioni, tese a espandere quanto più possibile
l'influenza di Belgrado nei Balcani. Due giorni dopo la morte di Roosevelt le
truppe sovietiche si lanciarono all'attacco di Berlino. I tedeschi, benché allo
stremo, si difesero con durezza. Il 30 aprile, quando il Führer si suicidò, sovietici
e polacchi avevano già perso più di 350 mila uomini e catturato quasi mezzo
milione di prigionieri, portando le perdite complessive della Germania, tra morti,
feriti, malati, prigionieri e dispersi, intorno ai 13,5 milioni di uomini, quasi 11
milioni, dei quali sul fronte orientale. Le perdite sovietiche erano ben più alte. I
soli morti in battaglia erano stati quasi 5,2 milioni, cui andavano aggiunti 1,1
milioni periti a causa di ferite e più di mezzo milione di morti per malattia.
C'erano poi stati oltre 4,5 milioni di prigionieri e più di 15 milioni di feriti e di 3
milioni di malati. Le truppe sovietiche entrarono quindi in Germania ansiose di
rivalsa anche per le tracce degli stermini nazisti trovate nei territori liberati. In
particolare, lo slogan «Spezzare l'orgoglio della razza tedesca» fu interpretato
come un invito alla violenza sulle donne. Le violenze furono accompagnate da
un saccheggio sistematico, implicitamente autorizzato da Mosca. La fanteria
prese quel che poteva portare via, dagli orologi ai vestiti. Carristi e artiglieri, e
soprattutto gli ufficiali, presero anche arredi e motociclette e i generali
organizzarono rimozioni sistematiche, inviando a casa interi vagoni. Il bottino,
completato da quanto razziato negli altri paesi dell'Europa centro-orientale, fu
enorme. L'impero appena nato dava così i suoi frutti, e non solo agli ufficiali e ai
funzionari delle truppe di occupazione. Da Riga e Praga a Berlino e Vienna i
soldati sovietici non si limitarono tuttavia a combattere e vendicarsi. Essi videro
anche una realtà molto diversa da quella descritta loro da una propaganda che
insisteva sulla miseria del mondo capitalistico, una miseria che appariva ora di
gran lunga inferiore a quella che regnava in Urss. Le loro osservazioni, ripetute
in patria, erano confermate dai beni che essi riportavano con sé. Il muro costruito
negli anni Trenta intorno alla popolazione sovietica mostrava intanto anche altre
crepe. A fine aprile Stalin ricevette i primi rapporti sugli incontri amichevoli tra
le sue truppe e quelle angloamericane e a fare i conti con il ritorno in patria di
quasi 2 milioni di prigionieri di guerra e dei circa 3,5 milioni di cittadini
sovietici che erano stati impiegati nell'economia tedesca. Come al solito, la sua
reazione fu pronta e dura. Ai comandi locali fu ordinato di impedire la
fraternizzazione e a maggio Stalin ordinò la formazione di circa cento campi
nelle retrovie per filtrare i prigionieri di guerra liberati e i cittadini sovietici
rimpatriati, parte dei quali finì nel Gulag. La vittoria, però, faceva sopportare
tutto, dissolvendo - come ha ricordato Pavel Sudoplatov - «tutti i dubbi nutriti
sulla saggezza della leadership di Stalin». Sentimenti simili dovevano provarli
anche molti di coloro che la notte dell'8 maggio festeggiarono la vittoria a
Mosca. Stalin era però osannato anche perché si pensava avesse compreso la
necessità di mutare i rapporti tra regime e popolazione, riuniti dai sacrifici e dal
trionfo, e di porre fine alle persecuzioni degli anni Trenta. Ma lo slogan del
giorno della vittoria, «Lunga vita alla nostra vittoria stalinista [il corsivo è mio]»,
metteva in evidenza la profonda contraddizione innescata dalla guerra tra la
consacrazione del potere del despota e le aspirazioni tanto del popolo quanto dei
dirigenti sovietici. Questa contraddizione, che avrebbe definito gli anni
successivi, preoccupava anche Stalin, che agì per dare alla vittoria il significato
da lui voluto. Esso emerse al ricevimento offerto da Stalin il 24 maggio ai suoi
generali, ai quali egli si rivolse brindando al popolo russo, che si era comportato
in maniera eccezionale, non ribellandosi contro un governo che aveva commesso
gravi errori ma anzi combattendo e vincendo in condizioni durissime. Il brindisi
toccò i presenti anche perché, come ebbe a dire Molotov, esso corrispondeva alla
verità: i russi erano stati davvero la colonna portante dell'Armata rossa. Ma esso
racchiudeva altri significati. Stalin, preoccupato dai sentimenti nazionali che la
guerra aveva risvegliato in tutti i popoli dell'Urss, usava i russi come unico
cemento possibile del suo impero e lo faceva solleticandone l'orgoglio, come
avrebbe fatto poi di nuovo a settembre presentando la vittoria sul Giappone
come la rivalsa per la sconfitta del 1905. Anche l'onore reso al popolo, che
sembrò confermare il patto stretto con esso, era formulato in modo ambiguo.
Certo, come Stalin sottolineò, senza la gente comune «noi, i marescialli e i
comandanti di fronti e armate, non varremmo, per dirla crudemente, un soldo».
Ma questo perché quella gente formava - disse - i piccoli ingranaggi (vintiki) su
cui riposava il funzionamento della grande macchina dello stato che i potenti
guidavano. La guerra, però, era stata vinta anche perché quella gente aveva
smesso di agire e di considerarsi come vintiki, prendendosi nella lotta spazi di
libertà di azione e pensiero, di responsabilità e di iniziativa. Almeno una parte di
essa immaginò allora di poter vivere, se non in un mondo dove tutto sarebbe
stato «giusto e puro», come speravano alcuni, almeno in una situazione sociale
e politica «caratterizzata da nuove relazioni tra lo stato e il popolo» e anche tra
l'Urss e il resto del mondo, americani in prima fila, come dimostrarono le
manifestazioni di giubilo che accolsero ad agosto Eisenhower a Mosca.
L'illusione che ciò fosse possibile raggiunse forse il suo acme durante la
grandiosa celebrazione della vittoria organizzata sulla piazza Rossa il 24 giugno,
preceduta da un'amnistia per i condannati per reati comuni che seguiva alcuni
provvedimenti di clemenza presi nei confronti di quelli giudicati in base alle
leggi del 1940-1941. Zukov - in cui molti videro un nuovo san Giorgio - su un
cavallo bianco e Rokossovskij su un cavallo nero passarono in rassegna
reggimenti che rappresentavano i vari fronti, composti da ufficiali e soldati
decorati al valore e comandati dal maresciallo o generale d'armata che guidava il
fronte stesso. Poi, al rullo dei tamburi, un battaglione gettò le bandiere prese ai
tedeschi ai piedi del mausoleo di Lenin, dove avevano preso posto Stalin e i suoi
compagni. Come molti suoi concittadini, Erenburg si chiese allora: Come
sarebbero andate le cose nel nostro paese dopo la guerra? [...] Soprattutto, cosa
avrebbe fatto ora Stalin? [...] Mi rendevo conto che la nuova vita del dopoguerra
sarebbe stata dura [...] ma sapevo anche quanto il nostro popolo era cresciuto.
Ricordavo le sagge parole piene di speranza sul futuro che avevo ascoltato più di
una volta nelle trincee e nei rifugi. Se qualcuno mi avesse detto che ci
aspettavano l'affare di Leningrado e quello dei medici [...] l'avrei preso per un
pazzo. No, non fui un profeta.
Profittando dell'aureola conferitagli dalla vittoria, Stalin riuscì
infatti a identificarsi con essa e a usarla per imporre la consacrazione
della sua persona e del suo regime. Ma la coscienza che la guerra era
stata anche qualcos'altro e che essa aveva un secondo e più profondo
significato non scomparve.

1. Il despota e il suo impero, 1945-


1953

1. L'impatto della guerra


La guerra-rivoluzione del 1939-1945 ridisegnò i confini e gli elementi tanto


della storia sovietica quanto di quella europea e internazionale. L'Urss ne usciva
vittoriosa, ma questa vittoria era carica di contenuti e aspettative contraddittori,
non solo perché la nuova posizione imperiale le imponeva nuovi pesi, o perché
dietro il trionfo del sistema politico sovietico e la convalida delle sue basi
socioeconomiche restavano le fragilità da cui essi erano afflitti: benché nel
maggio 1945 l'unità tra despota, sistema e sue burocrazie, e popolo potesse
sembrare completa, ciascuno dava alla vittoria significati diversi. L'unità si
fondava insomma su degli equivoci, che il tempo avrebbe sciolto, e la vittoria
legava in modo nuovo coloro che l'avevano conseguita. Tra costoro vi era in
primo luogo il «popolo sovietico». Le virgolette sono necessarie perché la
posizione dei vari popoli che lo componevano era molto diversa: per quelli
puniti nel 1943-1944 la vittoria coincideva con una tragedia. Per i russi, invece,
essa riscattava le frustrazioni degli anni Trenta. Collettivizzazione,
industrializzazione e purghe, che li avevano visti oggetto quasi impotente
dell'iniziativa dello stato, potevano essere ora in parte sostituiti dalla guerra, che
rimpiazzava così la rivoluzione come punto di riferimento ideale. La vittoria
legittimava quindi il regime anche riportandolo nel solco russo, a spese del
patrimonio ideologico bolscevico. C'erano insomma le premesse per una
rigenerazione del regime e del sistema su cui si fondava. Le speranze in questo
senso traevano alimento dal patto che Stalin sembrava aver invocato nel 1941,
dai mutamenti psicologici prodotti dalla guerra e infine dalla nuova posizione
internazionale del paese, che sembrava per la prima volta privo di nemici. Molti
erano convinti che il regime avrebbe ricompensato la popolazione abolendo le
sue istituzioni più detestate, i colcos e la polizia politica, sviluppando invece
caratteristiche apprezzate come la proprietà statale della grande industria, la
legislazione sociale di cui si criticava la mancata applicazione e la teoria
dell'eguaglianza di razze e nazioni. Gli americani scoprirono allora che il
sostegno al sistema era positivamente correlato alla giovinezza e al livello di
istruzione, a conferma delle potenzialità di un regime sostenuto dalla parte più
energica della popolazione. Tra questi giovani istruiti si distinguevano gli ex
combattenti, i frontoviki. Circa 7 milioni di loro avevano varcato nel 1944 i
confini sovietici e visto come si viveva al di là di essi, scoprendo le menzogne di
anni di propaganda. Ma quegli stessi frontoviki si erano abituati a eseguire gli
ordini senza discutere, a rispettare la gerarchia, ad annegare la tensione nella
vodka e a identificare la vittoria con Stalin, di cui alcuni erano divenuti fanatici
sostenitori. La vittoria era anche degli anni Trenta, di Katyn', della punizione dei
popoli e di Stalin. Ai suoi occhi essa aveva provato la bontà del sistema costruito
dopo il 1929 e giustificato il terrore del 1937-1938. Soprattutto essa aveva
trasformato il paese in una superpotenza, bisognosa di dotarsi di un apparato
militare-industriale in grado di competere con quello degli Stati Uniti. Ciò
contraddiceva le speranze relative a un miglioramento del tenore di vita, visto
che l'economia sovietica era di diverse volte inferiore a quella del suo nuovo
avversario, con cui Stalin era convinto che l'Urss si sarebbe prima o poi
scontrata. Egli sapeva però che il paese era in rovina, e quindi in una condizione
di inferiorità che la bomba atomica aveva esteso al campo militare. La guerra
insomma era inevitabile, ma andava rimandata, e occorreva trovare nel frattempo
qualche forma di convivenza con l'Occidente. Ciò non escludeva però il
regolamento, se possibile, dei conti che il 1945 non aveva saldato, tra cui vi
erano quelli con la Turchia e l'Iran, dove l'Urss non era riuscita a recuperare le
posizioni perse nel 1917. Dopo quattro anni nei quali era stato presidente del
Gko, del Snk, commissario alla Difesa e comandante supremo delle forze
armate, il sessantasettenne Stalin era inoltre esausto quanto il paese, e ne era
cosciente. Per questo, a partire dall'autunno del 1945 cominciò a prendersi ogni
anno mesi di vacanze. Ciò, però, rese necessaria la formalizzazione di una
struttura di gestione del potere capace di funzionare anche in sua assenza. Essa
aveva il suo perno nel governo, al cui interno si manifestò una tendenza
tecnocratica, assecondata da un despota che teneva per sé il monopolio della
politica. Questa situazione aprì nuovi spazi ai vertici delle burocrazie, l'altro
grande vincitore del conflitto, liberi per mesi di agire senza l'immediata
sorveglianza del padrone. Alla loro testa c'era nel 1945 un «quartetto» formato
da Molotov, Mikojan, Malenkov e Berija. Al di sotto di loro operavano alcune
decine di grandi dignitari civili e militari, ai quali le nuove condizioni imperiali
offrivano margini di autonomia. Di essi godevano i proconsoli delle grandi
repubbliche, ma soprattutto quelli inviati nei paesi occupati, in Ungheria,
Romania, Germania e Finlandia. Fu in queste condizioni che si svilupparono le
pratiche di dirigenza collettiva teorizzate nel 1953. Aumentò però anche lo
strapotere di Stalin, che poteva intervenire in modo arbitrario in ogni questione.
Dal 1945 al marzo 1953 il Comitato centrale tenne tre sole riunioni e dopo
l'estate del 1946 l'Ufficio politico si riunì solo due volte. Al loro posto lavorava
una cerchia che si riuniva quando, come e nelle forme decise da Stalin, spesso
nella sua daéa. Vi erano poi le centinaia di migliaia di ufficiali e funzionari della
classe media staliniana, che aveva tratto da vittoria e impero nuovi privilegi e
nuovo potere: uomini giovani, selezionati da prove terribili e convinti che il
futuro appartenesse al sistema sovietico. Promossi insieme essi sarebbero
invecchiati insieme, contribuendo al deterioramento del paese, un fenomeno che
era aggravato dalla preferenza, rimasta immutata, di Stalin per uomini energici e
intelligenti sì, ma privi di formazione intellettuale. Sul piano internazionale la
guerra alimentò la ripresa del movimento comunista. Mosca era ora la vincitrice
del nazifascismo e ciò diede al mito dell'Urss in Occidente nuove forme, in cui
una dimensione positiva, fondata sulla sconfitta di un nemico crudele, conviveva
con un rinnovato culto della forza incarnato da Stalin e dall'Armata rossa. Come
nel passato, il nuovo mito era costruito su un impasto di verità e menzogna: un
antifascismo che cancellava non solo quanto era successo nel 1939-1941 ma
anche i vistosi tratti totalitari dell'Urss. La forza della vittoria avrebbe comunque
garantito a questa nuova versione del mito decenni di vita. Esso era potenziato
dalla crescita del rispetto per Stalin e l'Urss generata dalla guerra anche tra i non
comunisti, un rispetto che si estendeva al suo sistema economico. Di piano e
nazionalizzazioni si discusse allora in Francia come in Italia, ma furono i
laburisti inglesi, malgrado il loro fermo anticomunismo, a spingersi più oltre,
costruendo un sistema che con quello sovietico aveva notevoli punti in comune.
Mosca poté così rafforzare la sua rete di influenza all'estero, retta da figli della
lotta politica degli anni Trenta, come i «magnifici cinque» di Cambridge o Klaus
Fuchs, e sostenuta da coloro che, come scrisse il capo dell'Amministrazione
centrale di intelligence (Gru), offrivano collaborazione senza chiedere nulla in
cambio, come fece nel 1946 il fisico francese Joliot-Curie, premio Nobel per la
chimica. Già allora, però, i tratti di un despota e di un regime odiosi provocarono
defezioni importanti, come quelle di Viktor Krawchenko e Whittaker Chambers.
Dopo il 1945 l'Urss godette di grande popolarità anche nel Terzo mondo, scosso
da movimenti per l'indipendenza le cui élite videro nel modello economico
sovietico la soluzione di molti dei loro problemi. L'iniezione di vitalità concessa
al regime dalla vittoria fu quindi moltiplicata a livello internazionale dalla
decolonizzazione. Si trattava però solo di un'opportunità che allora non fu colta.
Stalin, con gli occhi fissi su Europa e Stati Uniti, non seppe capire appieno le
possibilità offerte dalla nuova situazione, di cui pure era cosciente. In Cina Mao
fu ostacolato, si parlò di Gandhi e Nehru come di agenti inglesi, e Nasser fu
definito un «ufficiale reazionario» legato agli Stati Uniti. In Europa, invece, la
vittoria mutò subito lo spazio che i dirigenti sovietici erano chiamati a dirigere.
L'Urss era infatti dilagata negli spazi lasciati liberi dal collasso nazista, creando
quel «sistema internazionale del socialismo» poi vantato come il più grande
acquisto della guerra. Così facendo, tuttavia, essa si era spinta in regioni che
erano al centro dell'instabilità europea e dove la guerra aveva alimentato conflitti
e regolamenti di conti tra gruppi nazionali. La loro manifestazione più vistosa è
rappresentata dai grandi esodi sanzionati dagli Alleati: a essere punita fu allora
buona parte dei popoli «imperiali», a cominciare dai tedeschi, ma il conto fu
presentato anche a ungheresi, italiani e polacchi delle regioni orientali. A fronte
di ciò stava il rafforzamento dei russi come nazionalità imperiale, ma di tipo
particolare, e non solo per l'ideologia formalmente anti-imperiale di cui era
portatrice. I nuovi «signori» avevano infatti livelli di sviluppo e istruzione
inferiori rispetto a quelli presenti in molti dei territori conquistati, e istituzioni
più primitive di quelle prevalenti prima del 1939 in alcuni di essi. All'inizio
Stalin riuscì a cogliere le opportunità offerte dalla situazione, sfruttando e
appoggiando la spinta verso l'omogeneizzazione etnica. Il perno della nuova
sistemazione fu la traslazione della Polonia a occidente per circa centocinquanta
chilometri. Stalin riuscì così a risolvere la questione tedesca a est, nonché quella
polacca in Lituania, Bielorussia e Ucraina, e quella ucraina in Polonia e
Cecoslovacchia, usando gli scambi di popolazione per costruire nazioni
omogenee. Diverso fu invece il suo atteggiamento nei confronti degli ungheresi
in Transilvania, ai quali fece concedere una regione autonoma, e in Bulgaria e
Jugoslavia, per le quali non parlò di omogeneità ma di fratellanza di popoli. Lo
strumento per realizzare queste politiche furono i governi di democrazia
popolare, ai quali le politiche «socialiste e nazionali» garantirono in un primo
momento una certa popolarità: in Cecoslovacchia Benesch fu celebrato per aver
riconquistato i Sudeti e Gomulka dovette la sua fama all'aver diretto nel
dopoguerra i territori recuperati alla Germania. Altri dirigenti comunisti furono
messi invece in difficoltà, quelli tedeschi prima di tutto, ma anche Râkosi, che si
lamentò dei «folli» comunisti cechi e slovacchi che cacciavano gli ungheresi. La
maggioranza dei dirigenti comunisti appoggiò tuttavia le politiche nazionali
staliniane. Essi si giovarono anche del compimento delle «nostrificazioni»
economiche, vale a dire di quelle nazionalizzazioni che spesso equivalevano
all'esproprio di gruppi etno-sociali diversi da quello maggioritario. Queste
misure di «estremo nazionalismo slavo» avevano inoltre il vantaggio di rendere
Polonia e Cecoslovacchia dipendenti dalla presenza sovietica, che le proteggeva
dalla revanche tedesca. L'approccio sovietico ebbe due eccezioni: la Finlandia,
verso cui Stalin, ricordando le scelte leniniste del 1917, fu clemente, e la
Jugoslavia, l'unico paese dove i comunisti avessero conquistato da soli il potere.
Stalin riceveva già rapporti su Tito che sottolineavano come questi non avesse
intenzione di dipendere da nessuno, ma l'entusiasmo che egli dimostrava per lo
stato sovietico, per il quale, prigioniero di guerra austroungarico, aveva
combattuto nella guerra civile, coprirono agli occhi di Mosca i pericoli insiti
nell'autonomia jugoslava. Malgrado il puntello garantito ad alcuni dei nuovi
regimi dalle politiche nazionali staliniane, la loro fragilità fu subito chiara. A
contare non era solo il fatto che, a eccezione della Cecoslovacchia, i partiti
comunisti locali erano entità minuscole: essi agivano in paesi dove, con
l'eccezione della Cecoslovacchia, della Bulgaria e della Jugoslavia, i sentimenti
antisovietici erano cresciuti per tutti gli anni Trenta per poi esplodere nel 1939-
1941. Mosca, del resto, sapeva che si trattava di regimi impopolari, che
bisognava puntellare con la forza anche per arginare gli effetti del secondo
insieme di politiche applicate nei paesi occupati. Al saccheggio spontaneo
operato dalle truppe seguirono infatti durissime riparazioni punitive. Persino ai
paesi alleati, come la Polonia e la Cecoslovacchia, furono imposti termini di
scambio sfavorevoli, mentre i loro eserciti e apparati di sicurezza venivano
ricostituiti con migliaia di quadri sovietici. In particolare, ma non solo, i paesi
sconfitti, come l'Ungheria e la Romania, furono quindi da subito, nelle parole di
Chruscëv, degli «alleati involontari» e l'impopolarità sovietica raggiunse il suo
culmine in Germania dalla quale furono portati via raccolti, materiali, beni
museali, fabbriche e dove parte della popolazione fu impiegata in lavori forzati.
L'Urss ottenne così gran parte degli oltre 20 miliardi di dollari (a prezzi del
1945) di aiuti e riparazioni ricevuti dal 1945 al 1953, una somma superiore a
quella del piano Marshall. Di particolare importanza fu l'acquisizione delle
conoscenze scientifiche e tecnologiche tedesche, ma anche ceche, polacche e
ungheresi. Molte produzioni furono presto trasferite in Urss, assieme a circa 10-
15 mila scienziati e tecnici che giocarono un ruolo importante, soprattutto in
campo missilistico. Si trattò della seconda e ultima grande iniezione di
tecnologia occidentale ricevuta dal sistema sovietico. Essa garantì a Mosca la
parità, almeno in campo applicativo, per i dieci-quindici anni successivi,
compensando in parte i danni causati dall'ideologia in ambiti come la genetica e
la cibernetica, condannate come scienze borghesi. Specie sul lungo periodo,
come Kennan capì nel 1946, gli effetti di impero e annessioni erano però
negativi. L'annessione diretta di parte dell'Europa centro-orientale formò inoltre
all'interno dell'Urss una cinghia di trasmissione che vi diffondeva l'insofferenza
accumulata nell'impero esterno. Il fenomeno faceva parte di un altro mutamento
che minava le fondamenta del modello sovietico. Lo status di superpotenza
rendeva infatti difficile ripristinare l'isolamento raggiunto negli anni Trenta: esso
obbligava Mosca a guardare il nemico, e centinaia di migliaia di funzionari e
militari sovietici rinnovavano ogni anno la loro esperienza del mondo esterno,
favorendo la penetrazione di una coscienza, per quanto confusa, della situazione
al di là delle frontiere e della cortina di ferro che avrebbe giocato un ruolo
importante nella nascita di élite riformiste. La vittoria ebbe inoltre effetti sociali
corruttori. Si consolidò in Urss un'élite imperiale e le differenze sociali si
approfondirono, scavando un abisso tra «noi» e «loro» che, per quanto celato
con cura, non si sarebbe più colmato. Il nuovo status di superpotenza
comportava poi un livello di spese militari tale da imporre al paese, in rovina, e a
un sistema economico che restava quello, inefficiente, degli anni Trenta un
fardello quasi insostenibile, il cui peso era aggravato dalle distruzioni operate
dalla guerra. Le perdite più gravi erano però quelle umane. Subito dopo la guerra
Voznesenskij fornì a Stalin una stima di 15 milioni di vittime, che il despota
ordinò di dimezzare per celare l'indebolimento del paese. Si ritiene tuttavia che
le perdite ammontarono a circa 26-27 milioni, di contro a 7 milioni di tedeschi,
circa 500 mila britannici e 300 mila statunitensi. I più colpiti furono i cittadini di
origine ebraica e slava. Ma se tra i russi il danno fu all'inizio mascherato da una
veloce ripresa, per bielorussi e ucraini lo shock fu spaventoso. Le perdite
ucraine, per esempio, furono così pesanti che, malgrado l'incorporazione della
Transcarpazia nel 1944 e della Crimea dieci anni dopo, solo nel 1960 fu
raggiunta la popolazione del 1941. Il conflitto produsse anche mutamenti
importanti nella struttura etnica della popolazione delle varie repubbliche,
favorendo la russificazione. In Asia centrale evacuati, profughi e deportati
costituirono una nuova tappa della colonizzazione europea, ma il mutamento più
drastico fu quello verificatosi nei territori occidentali, in particolare in Ucraina,
dove il numero di ebrei, polacchi e tedeschi si ridusse in misura notevole e
aumentò quello dei russi, producendo un nuovo tipo, binario (ucraino-
russo, bielorusso-russo), di popolazione mista. Il divario tra uomini e donne si
aggravò enormemente: nel 1946 le donne erano 96,2 milioni a fronte di 74,4
milioni di uomini, con una differenza di circa 10 milioni anche tra i 20 e i 44
anni. Non a caso, quando iniziò il boom delle nascite, moltissime furono dovute
a donne non sposate, malgrado l'ulteriore stretta data nel 1944 alla legislazione
sulla famiglia, che rese il divorzio più difficile e reintrodusse il concetto di figlio
illegittimo. Si rafforzò così, specie nelle città, un conformismo bigotto favorito
dalla propaganda del regime, che puntava sui matrimoni regolari e sulle «madri
eroine», incoraggiava le denunce per «comportamenti immorali» e faceva a
pugni con i milioni di donne sole con figli. Oltre ai 26 milioni di morti, vi erano
nel paese 25 milioni di rifugiati e 37 di allontanati dalle famiglie per coscrizione
al fronte o sul lavoro, evacuazione o deportazione. Tra quelli che tornarono a
casa, inoltre, circa 18 milioni erano feriti o mutilati, e nessuno contava i
traumatizzati dal punto di vista psicologico. Il lutto da elaborare era quindi di
proporzioni enormi. Contrariamente a quanto era accaduto dopo il 1933, i riti
non furono vietati, ma agli ebrei fu proibito ricordare la Shoah e il significato
ambiguo della vittoria mise per anni la sordina alle celebrazioni ufficiali. La
popolazione fu quindi lasciata sola ad affrontare i suoi traumi. I veterani, tra i
quali milioni erano i decorati, ebbero sì qualche piccolo privilegio ma milioni di
invalidi non ricevettero nulla, o quasi, e dovettero arrangiarsi al mercato nero.
Spesso lutti e sofferenze furono annegati nell'alcol, mentre il compito di
attendere ai bisogni dei traumatizzati ricadde sulle donne. Continuò anche il
risveglio religioso: nel 1946 quasi il 30% dei neonati, venti volte di più che alla
fine degli anni Trenta, furono battezzati e si moltiplicarono le petizioni per
l'apertura di chiese. Anche per questo fu adottata una linea di maggior rigore,
che non intaccò però la sostanza del compromesso con la Chiesa ortodossa, le
cui relazioni con lo stato si fondavano ora anche sulla convergenza in almeno tre
aree: il nazionalismo grande-russo, la lotta contro l'Occidente e quella contro
l'individualismo. Nel mondo urbano la guerra rafforzò la gerarchia degli
approvvigionamenti e dei privilegi. Mosca e Leningrado, considerate città di
prima categoria, furono, nei limiti del possibile, ben rifornite. Le capitali
repubblicane e le città-eroine della guerra vennero poste in una seconda
categoria e gli altri centri urbani in una terza, rifornita di pane e patate, ma non
di carne, latte, frutta e verdura. Nacque così un sistema destinato a ingannare gli
occidentali, che vedevano solo le due capitali e tendevano quindi a estenderne le
condizioni al resto del paese, e si consolidò la spinta al perbenismo di una
società in cui chi era riuscito ad arrivare ai gradini superiori viveva nella paura di
sprofondare in quelli inferiori da cui era emerso. Al vertice vi era un gruppo di
dimensioni abbastanza limitate. Nel 1946, la nomenklatura centrale contava
circa 43 mila cariche, di cui 4.800 davvero importanti. Vi erano poi poco più di
150 mila cariche di secondo livello, in genere concentrate a Mosca. Che le cose
per questa élite andassero nella giusta direzione sembrò confermato nel marzo
1946 dalla trasformazione dei commissariati in ministeri, che pose formalmente
fine alla fase straordinaria dello stato sovietico. La decisione sembrò coronare
l'aspirazione dei suoi servitori alla tranquillità necessaria per godere della vittoria
e dei suoi vantaggi. Ma finché Stalin fu al potere, la sicurezza rimase per loro un
sogno, come dimostrò l'arresto delle mogli di Molotov e del presidente Kalinin.
Al di sotto di questo vertice stava un più vasto ceto urbano e intellettuale, di
carattere burocratico, conscio dei suoi privilegi e abbastanza soddisfatto delle
sue condizioni, per accedere al quale vi era ormai bisogno di un diploma
universitario. Grazie alla guerra gli ufficiali ne erano divenuti un pezzo
importante, che i pericoli della Guerra fredda riparavano da purghe come quelle
del 1937, anche se Stalin, che temeva però una ripetizione di quanto era
accaduto nel 1825, li teneva sotto stretta sorveglianza. Anche la cultura ufficiale
era ormai parte integrante dell'élite. Dell'alta cultura russa rimaneva però ben
poco, e la scena letteraria era sommersa da opere che i loro stessi autori, come
Fadeev, giudicavano volgari. Alcuni si chiedevano se e quando la guerra avrebbe
prodotto una letteratura degna di quelle del passato. All'appello avrebbero poi
risposto solo Grossman e Solzenicyn, ché la pur buona e spesso commovente
letteratura del disgelo e del dissenso sarebbe rimasta di gran lunga inferiore ai
grandi modelli russi. La base del consenso al regime era assicurata dai membri
del partito passati, malgrado i caduti, da meno di 4 milioni all'inizio del 1941 a
circa 5,7 al momento della vittoria. Nelle riunioni essi lamentavano la perdita di
un potere che al fronte si era concentrato nelle mani dei militari e nelle retrovie
in quelle degli organi dello stato e dell'economia. Il partito dovette perciò lottare
per riguadagnare il suo primato. La battaglia, combattuta anche favorendo
l'iscrizione dei ceti dirigenti, iniziò nel 1945, quando il leningradese Aleksej
Kuznecov fu chiamato a Mosca per sovrintendere a una riorganizzazione del
Comitato centrale: nel 1948 i settori dell'Ufficio organizzazione (Orgbjuro)
furono trasformati in dipartimenti indipendenti, incaricati di seguire i ministeri
loro affidati. La massa della popolazione viveva invece in inferi articolati, come
negli anni Trenta, in gironi di diverso rigore. Ma anche nelle città poste al vertice
del primo, la guerra si faceva sentire. Ancora nel 1947 centinaia di migliaia di
famiglie vivevano in buche scavate nel terreno e ovunque si soffriva di fame,
freddo, avitaminosi, distrofia ed eccesso di fatica. Persino per i più privilegiati
tra i 10 milioni di operai impiegati in fabbrica nel 1945, più della metà dei quali
erano adolescenti e donne reclutati durante la guerra, l'assenza di vestiti, cibo e
abitazioni era la norma. Ciò nonostante il già lungo orario di lavoro fu
prolungato, con ore obbligatorie per la ricostruzione. Nelle lettere intercettate
dalla censura ci si lamentava perciò delle condizioni di vita e nell'autunno del
1945 ci furono dimostrazioni nelle fabbriche degli Urali e della Siberia. Una
bolgia a parte era quella in cui vivevano anziani, invalidi e mutilati. Sussidi e
pensioni, quando pure esistevano, erano stati divorati dall'inflazione, tranne che
nel caso degli alti dignitari che potevano contare su «pensioni personali». Tutti
dovevano quindi continuare a lavorare, oppure appoggiarsi alla famiglia, che in
cambio ne sfruttò il lavoro e il tempo. Il secondo girone era quello delle
campagne. Benché il loro numero fosse precipitato dai 18,1 milioni del 1941 agli
11,4 del 1945, nel dopoguerra i colcosiani restavano il gruppo sociale più
consistente dell'Urss. La speranza che la vittoria avrebbe portato la fine dei
colcos fu presto schiacciata da una politica di sfruttamento che, cumulandosi ai
disastri degli anni Trenta e alle devastazioni della guerra, fece scivolare i villaggi
verso il baratro, spingendo chi poteva alla fuga. Si trattava in genere di giovani
maschi: nel 1946, malgrado la parziale smobilitazione, lavoravano nei colcos 7-8
milioni di uomini e circa 17 di donne. La paura di perdere l'appezzamento, il
castigo riservato a chi non raggiungeva il minimo previsto di trudoden', erano
ancora la molla principale che spingeva i contadini a lavorare. Il girone più duro
era però quello in cui vivevano i popoli deportati e gli altri esiliati speciali,
nonché i detenuti del Gulag. Al luglio 1948 erano morti circa 264 mila degli
oltre 2 milioni di coreani, finlandesi, tedeschi, ceceni, tatari di Crimea ecc.
deportati dopo il 1937. I popoli del Caucaso settentrionale e i tedeschi erano
quelli che avevano sofferto di più. Alla fine della guerra le condizioni in cui
versava la popolazione erano insomma tali da spingere persino alcuni dirigenti
sovietici a chiedersi come essa potesse tollerarle, specie dopo aver saputo come
si viveva in Europa. Ma il governo aveva pur vinto la guerra e la gente era stanca
e voleva pensare alla vita. La solidità del potere non va però confusa con il
controllo, che versava invece in condizione critica. L'arte di arrangiarsi,
indispensabile alla sopravvivenza, aveva contagiato tutta la piramide sociale e
anche tra i dirigenti la corruzione conosceva già «proporzioni assai vaste» in un
paese dove tutto si comprava e si vendeva ed esistevano diffusi sentimenti di
cinismo e scontento. L'instabilità, anche psicologica, era testimoniata dalle voci
su una presunta ondata di criminalità, smentita dalle statistiche. I reati violenti
erano tuttavia in aumento, soprattutto nelle zone rurali degli ex territori occupati.
Ancor più radicato a occidente era il banditismo sociale, concentrato nel 1946
per il 30% in Ucraina e per un altro 30% nel Baltico. Anche nelle repubbliche
occidentali, tuttavia, Stalin poté giocare sulla combinazione tra fattore nazionale
e sociale. In Lituania fu per esempio redistribuita ai contadini la terra che i
tedeschi avevano ripreso e i lituani riebbero Vilnius, dove avevano costituito nel
1939 meno del 2% della popolazione e dove nel 1959 avrebbero invece sfiorato
il 35%, con i polacchi ridotti al 20%, gli ebrei al 7% e i neoarrivati russi al 30%.
Anche in Bielorussia, che aveva quasi raddoppiato la sua estensione, nelle terre
prese ai polacchi fu portata avanti una riforma agraria che rafforzò i contadini
individuali, poi colpiti dalla collettivizzazione, e un fenomeno analogo ebbe
luogo in Moldavia. Il caso più difficile fu però ancora una volta quello ucraino.
La repubblica era passata da 445 mila a 576 mila chilometri quadrati,
acquistando territori già polacchi, rumeni e slovacchi, profondamente rurali e
afflitti dal latifondo, di regola in mani straniere. Anche qui, dunque, la riforma
agraria poteva contare sul favore popolare. Stalin, inoltre, solleticò l'orgoglio
nazionale facendo del paese e della Bielorussia membri fondatori delle Nazioni
Unite e facendo partecipare l'Ucraina alle trattative di pace con vari paesi
sconfitti. La nascita dei nuovi stati socialisti e nazionali, ma non sovietici, in
Europa dell'Est diminuiva però lo status delle repubbliche sovietiche, che non si
capiva perché non dovessero essere indipendenti come la Romania. In
Bielorussia e Ucraina si dovette altresì ricostruire l'amministrazione e il partito,
distrutti dalla guerra. Molti dei nuovi dirigenti furono importati dalla Russia, ma
il grosso dovette essere reclutato in loco. Gli ex partigiani erano il materiale più
adatto, e nel 1944-1946 vide così la luce una nuova generazione di
quadri nazionali. Molti di essi avevano avuto esperienza diretta della grande
carestia e del terrore, cosa che acuì la diffidenza di Mosca, raddoppiandone la
vigilanza contro possibili riprese del nazionalcomunismo.

2. Superpotenza e nuova accumulazione primitiva, 1945-1947

Nel giugno 1945 cominciò la smobilitazione, che portò in tre anni l'esercito da
circa 11,5 a poco meno di 3 milioni di uomini. Diminuirono anche le spese
militari e furono adottate misure distensive, come la reintroduzione delle ferie o
l'abolizione di alcune delle tasse introdotte durante il conflitto. Si mise così in
moto un nuovo, grande movimento di popolazione. Ai milioni di soldati che
all'inizio poterono scegliere la loro destinazione si sommarono i milioni di
evacuati del 1941-1942 che si scontrarono con il desiderio di Mosca di tenere gli
operai presso le fabbriche sorte a oriente. Il loro malcontento alimentò la
sindrome della vittoria rubata, che si nutrì anche della stretta repressiva, sociale
prima che politica, con cui Stalin affrontò il caos generato dalla vittoria. Nel
1945 e 1946 furono condannati rispettivamente 2,5 e 2,7 milioni di persone, un
milione dei quali per furto e quasi 2,3 tnilioni in base alle leggi antioperaie degli
anni precedenti. Al centro dell'azione repressiva furono tuttavia gli abitanti dei
territori riconquistati e gli oltre 4 milioni di ex prigionieri di guerra, civili portati
a lavorare in Germania e persone che avevano cercato di abbandonare l'Urss e
che gli Alleati riconsegnarono ai sovietici, dando luogo a scene disperate. Tutti i
rimpatriati vennero filtrati in campi speciali, dove furono sottoposti a trattamenti
brutali. Nella primavera del 1946 circa 2,15 milioni di civili e 280 mila ex
prigionieri di guerra erano comunque stati autorizzati a tornare a casa e altri 800
mila erano stati integrati nell'Armata rossa. Poco più di 600 mila furono invece
inviati per due-tre anni in battaglioni della ricostruzione simili a quelli del lavoro
costituiti dai circa 2 milioni di prigionieri di guerra tedeschi, rumeni, ungheresi e
italiani, nonché da alcune centinaia di migliaia di civili tedeschi. Circa 50 mila
rimpatriati furono infine mandati nei lager e 200 mila nelle colonie di lavoro,
quasi tutti accusati di «vlasovismo» (Vlasov e i suoi collaboratori
furono giustiziati a Mosca nel luglio 1946), e altre 300 mila persone furono
condannate a dieci-venticinque anni di campo per «tradimento della patria» nel
solo 1945-1946. Questi nuovi arrivi, che si sommavano a quelli provenienti dai
territori occidentali e ai popoli deportati nel 1943-1944, mutarono il volto del
Gulag e dei suoi abitanti. Il numero dei detenuti e il danno demografico causato
dalla guerra costrinsero lo stato a riprendere gli sforzi per utilizzarli meglio.
Proprio la nuova composizione di questa manodopera speciale, tra cui cresceva
la percentuale di nazionalisti baltici e ucraini, «vlasoviti» ecc., dotati di
esperienza bellica, ne diminuì tuttavia la produttività, rendendo necessario
aumentare la sorveglianza di un sistema sempre più costoso e ingovernabile.
Mutamenti simili ebbero luogo anche negli insediamenti speciali, dove
nell'autunno del 1946 vivevano 2.463.000 persone. Tra esse i kulak degli anni
Trenta erano ormai meno di 600 mila a fronte di 774 mila tedeschi, 400 mila
ceceni e ingusci, quasi 200 mila tatari, bulgari e greci di Crimea, 95 mila
vlasoviti e 30 mila membri dell'Oun. La durezza interna rispondeva anche agli
sgraditi sviluppi della situazione internazionale, ormai in cima ai pensieri di
Stalin, come dimostrò la creazione di una commissione permanente dell'Ufficio
politico per gli affari esteri presieduta dallo stesso Stalin, che divenne il massimo
organo decisionale del paese. La conferenza di Potsdam, che si svolse dal 17
luglio al 2 agosto, era stato l'evento che aveva determinato la svolta. Sulle due
questioni principali al centro delle trattative, riparazioni e frontiere polacche,
Stalin ottenne quanto voleva, incluso il riconoscimento delle linee Curzon a est e
Oder-Neisse a ovest, sanzionato dall'approvazione della deportazione dei
tedeschi che vivevano a est di quest'ultima oltre che in Cecoslovacchia e in
Ungheria. Ma l'esplosione della prima bomba atomica, avvenuta il 16 luglio,
alterò i rapporti di forza. E così, malgrado l'apparente successo sovietico, la
conferenza si chiuse in modo frustrante, lasciando ai partecipanti la sensazione
che l'alleanza fosse agli sgoccioli, come poi dimostrò l'incapacità di raggiungere
un accordo sulla Germania. Subito dopo la fine della conferenza Truman usò la
bomba per chiudere la guerra con il Giappone, deludendo Stalin, il quale aveva
sperato che essa si sarebbe trascinata, rendendo gli Stati Uniti interessati all'aiuto
sovietico e garantendo all'Urss una vasta zona di sicurezza in Asia. Mosca
interpretò perciò Hiroshima e Nagasaki come messaggi all'Unione Sovietica e
Stalin decise di impegnare il paese, stremato, in un massiccio programma di
riarmo. Al suo vertice c'era il tentativo di procurarsi al più presto l'atomica,
affidato al Comitato statale per il Problema numero uno - la bomba appunto -,
diretto da Berija, che si guadagnò la stima degli scienziati, poi affiancato da un
comitato «per il Problema numero due», vale a dire i missili. Grazie all'aiuto
della comunità scientifica internazionale, alle informazioni ricevute da alcuni
scienziati comunisti e ai materiali e minerali tedeschi, la prima reazione
controllata ebbe luogo già alla fine del 1946. Un ruolo cruciale lo giocarono però
anche i fisici sovietici, il cui livello era ottimo e che, nelle parole di Sacharov, si
sentivano «soldati» di una nuova guerra scientifica. Questi soldati lavoravano in
speciali «città chiuse» segrete che si presentavano come «una singolare
combinazione tra un istituto di ricerca scientifica ultramoderno e un grande
lager», dove migliaia di forzati lavoravano fianco a fianco a scienziati che
ascoltavano i programmi della Bbc. I rapporti con gli angloamericani
conoscevano intanto un costante degrado, che sfociò nella Guerra fredda.
Quest'ultima fu il prodotto inevitabile della diversa natura dei due vincitori. La
sostituzione di Roosevelt con Truman fu certo importante, ma elementi di
conflitto erano emersi già dopo Katyn' e a Jalta, e comunque il desiderio
sovietico di dominare l'Europa, contando sul ritiro americano, era irrealistico,
come irrealistica era la speranza di poter fare ciò che si voleva in Europa
orientale senza suscitare proteste. Pur stando attento a non violare le sfere
d'influenza, nel 1945-1946 Stalin fece inoltre una serie di mosse tese a saggiare
la consistenza di quella angloamericana, che lo portarono sempre più vicino a
uno scontro che pure non desiderava. La prima frizione, dopo quelle sulla
Polonia, avvenne sulla Turchia. A novembre, poi, l'Armata rossa impedì la
repressione di una rivolta organizzata dai comunisti nell'Iran settentrionale,
occupato durante la guerra e dal quale i sovietici avevano promesso di ritirarsi.
Si trattava di territori popolati da azeri e curdi e che quindi in teoria era possibile
annettere all'Azerbaigian sovietico, sulla scorta di quanto fatto in ucraina con la
Galizia. A dicembre vi fu così proclamata una repubblica popolare che faceva
spazio alle rivendicazioni curde. Gli inglesi, però, mobilitarono le loro truppe e
gli americani reagirono con una fermezza ispirata dall'erronea convinzione di
Truman che un'invasione sovietica della Turchia fosse alle porte. La reazione
angloamericana scatenò il malumore di Stalin, la cui rabbia si scaricò sul
«quartetto» e in particolare su Molotov, che fu umiliato di fronte agli altri
dirigenti. Era il primo dei conflitti che avrebbero lacerato il gruppo dirigente
sovietico nel dopoguerra. Ancora una volta lo strumento principale di Stalin fu la
polizia politica, alla cui testa un uomo di Berija fu rimpiazzato da Abakumov,
incaricato di raccogliere, con strumenti che includevano l'uso della tortura,
materiale compromettente contro tutti i centri di potere. Il primo «affare» così
costruito fu, nella primavera del 1946, quello contro i vertici dell'aviazione. Il
conflitto coincise con l'annuncio del riarmo fatto all'inizio del 1946 in occasione
delle elezioni al Soviet supremo. Durante il loro svolgimento emersero fermenti
e malcontento che preoccuparono il gruppo dirigente: gli operai chiedevano
quando sarebbe stata ripristinata la libertà di cambiare lavoro e quella di tornare
a casa, i contadini domandavano la possibilità di accrescere le dimensioni del
loro appezzamento, tutti volevano informazioni sui pericoli di guerra e molti
criticavano burocrati e capi locali. Nel suo discorso Stalin sottolineò il bisogno
di creare le condizioni per la crescita economica di lungo periodo e quello di
garantire la sicurezza sovietica. Come hanno notato Zubok e Pleshakov, egli
dava così «il via a un'altra "rivoluzione dall'alto", ordinando [...] tra le macerie
del dopoguerra, la creazione di una superpotenza nucleare». In quegli stessi
giorni, Churchill parlava a+ Fulton della «cortina di ferro» che stava calando
sull'Europa e in Iran la tensione raggiungeva il suo culmine. Confermando
l'accettazione delle sfere tracciate a Jalta, Stalin ordinò tuttavia il ritiro
dell'Armata rossa, seguita da migliaia di curdi che si insediarono in Uzbekistan.
Tito intanto agiva come un primo della classe desideroso di seguire l'esempio del
maestro ma dimentico di chiedergli il permesso. Il suo obiettivo era la
formazione nei Balcani di uno stato federale esteso dalla Slovenia alla Bulgaria,
ma dominato da Belgrado. Nel 1946 Stalin acconsentì a che egli si «pappasse»
l'Albania, ma sottovalutò le sue mire, e soprattutto la sua iniziativa in Grecia,
dove la guerra civile era riesplosa a maggio. Truman lesse questi avvenimenti,
aggravati ad agosto dall'ultimatum di Mosca alla Turchia, come segnali di una
guerra imminente e ordinò la preparazione di piani di ritorsione nucleare contro
l'Urss. Sembra che Stalin ne venisse informato e anche per questo assumesse un
atteggiamento conciliante e non spingesse troppo oltre la persecuzione di Zukov,
accusato di tenere conversazioni antisovietiche e destinato a un comando
minore. Le decisioni in materia di ricostruzione aprivano intanto in Urss un
nuovo periodo di accumulazione primitiva accompagnato da politiche tese a
riprendere il controllo sui settori dell'economia lasciati alla popolazione durante
la guerra. La smobilitazione cominciata nel 1945 si arrestò e crebbero di nuovo
gli investimenti nell'industria pesante, concentrata sul mantenimento di un
maglio corazzato in Europa, e sul nuovo complesso di «tecnica bellica speciale»
(atomo, razzi, radar ed elettronica) che assorbiva enormi somme di denaro. Per
ricostruire il paese si decise anche di puntare sull'uso di lavoro semiservile su
scala più vasta rispetto al primo piano quinquennale. Il nuovo sistema, cui si fece
ricorso ovunque, ma specialmente nel Nord e a oriente, nonché nei territori
svuotati dalle deportazioni e dalla guerra, si articolava su vari livelli. Oltre ai
contingenti speciali composti dai detenuti del Gulag e dai popoli deportati ecc.
ne facevano parte le persone liberate dai campi e mandate a scontare il resto
della pena in fabbriche e miniere lontane. C'erano poi i milioni di lavoratori
mobilitati durante il conflitto, ai quali non era permesso di rientrare a casa. E
c'era il sistema della riserva di lavoro che arruolò dal 1946 al 1952 più di 4
milioni di giovani, assegnati per quattro anni a officine o miniere situate in
località disagiate. Vi era infine l'Orgnabor (assunzione organizzata) che
reclutava, spesso con false promesse, colcosiani da inviare là dove nessuno
voleva recarsi. Chi cercava di fuggire era punito con durezza: nei tre anni del
dopoguerra in cui rimase in vigore, la sola legge del dicembre 1941 sulla
diserzione dal posto di lavoro fu usata per condannare circa 200 mila operai.
Anche grazie a questi sistemi gli operai crebbero tra il 1945 e il 1953 da circa 8 a
14 milioni. Le loro condizioni variavano in maniera considerevole: la
manodopera delle industrie alle quali lo stato teneva di più era meglio integrata
socialmente e politicamente. Nelle regioni più disagiate, dove era diretta la
maggior parte della forza lavoro coscritta, le tensioni erano invece maggiori e
più alto il tasso di marginalizzazione. Tornarono allora a manifestarsi i
«fenomeni negativi» tipici della forza industriale sovietica: dalla produzione
difettosa alla scarsa disciplina sul lavoro, dalla bassa produttività all'ostilità nei
confronti degli eroi del lavoro. Le campagne furono l'altra fonte interna della
nuova accumulazione primitiva. Nel giugno 1946, tuttavia, fu chiaro che il
raccolto era compromesso dalla siccità e che il paese si doveva preparare ad
affrontare una seria crisi in un contesto di tensione internazionale crescente e di
malumore interno. È su questo sfondo che va inquadrata la decisione di Stalin dì
operare la stretta politico-ideologica poi nota come zdanovscina. A proclamarla
fu infatti Zdanov, ma egli agì piuttosto come un «arrendevole e tiranneggiato»
agente di Stalin. La fase pubblica della campagna fu aperta da un violentissimo
attacco contro Zoscenko e la Achmatova, che furono espulsi dall'Unione degli
scrittori. All'inizio di settembre gli attacchi si estesero al mondo del cinema: la
seconda parte di Ivan il terribile di Ejzenstejn, appena premiata, fu accusata di
non aver apprezzato il «ruolo progressista» dello zar che, come Stalin avrebbe
confidato al regista, era stato semmai troppo indeciso nell'eliminazione dei
boiari. Nella zdanovséina confluirono anche le preoccupazioni suscitate dalle
nuove generazioni che, forti della esperienza della guerra, cominciavano a
pensare con troppa libertà, e quelle relative al desiderio di una parte
dell'intelligencija russa di far parte della comunità culturale europea, ravvivata
dall'alleanza con angloamericani e francesi. A queste preoccupazioni si
sommavano quelle sulla rottura dell'isolamento costruito nel decennio
precedente. Non a caso la crociata contro il servilismo nei confronti
dell'Occidente e il cosmopolitismo sarebbe poi diventata uno dei motivi
dominanti di una campagna tesa a provare la superiorità e l'indipendenza della
Russia in ogni campo. Essa si trasformò così, nelle parole di Terry Martin, in un
misto tra ripresa di alcuni temi della rivoluzione culturale di fine anni Venti e di
nazionalismo russo xenofobo. L'esaltazione del passato russo e ortodosso
coincise con l'aumento della pressione russificatrice. Come in passato, tuttavia,
la coscienza del rischio che l'insistenza sul nazionalismo russo potesse dar fiato
ai nazionalismi repubblicani continuò a impedire che tale linea fosse spinta fino
alle sue estreme conseguenze. La stretta sulla comunità ebraica fu invece severa.
Già nella prima parte del 1946 i «controlli di lealtà» erano stati estesi agli istituti
scientifici dell'Accademia delle scienze. Data l'impossibilità, se si voleva la
bomba, di fare a meno del talento degli scienziati ebrei, qui l'assalto si dovette
arrestare, ma in altri settori l'epurazione proseguì, anche sotto la spinta di giovani
dirigenti come Suslov, che nell'autunno del 1946 accusò il Comitato antifascista
ebraico di nazionalismo nonché di attività antisovietica e di spionaggio. Nelle
campagne intanto la situazione precipitava. Il raccolto del 1946 fu il più basso
del secolo e nelle regioni colpite dalla siccità la situazione fu presto tragica.
Qualche aiuto fu accordato, ma le intenzioni di Stalin furono chiarite
dall'aumento degli obblighi imposti ai colcosiani da uno stato che, come sempre,
mise al primo posto i rifornimenti per le città e l'esercito, e perseguì una politica
tesa a incrementare le riserve in vista di un eventuale conflitto. Di nuovo
l'estrazione di cibo dalle campagne si trasformò in un dramma. Stalin si
preoccupò anche di ridurre le spese tagliando il razionamento, la cui abolizione
fu rinviata, e aumentando i prezzi dei beni razionati. Nell'estate del 1946 87,8
milioni di persone avevano diritto a uno dei vari tipi di tessere per il pane e quasi
72 milioni di persone disponevano di tessere che davano diritto ad altri prodotti.
Dopo di essa le persone munite di tessera per il pane erano solo 59 milioni. A
essere colpiti furono soprattutto gli impiegati e i lavoratori delle imprese situate
nelle campagne. Le lamentele furono numerose ma non ci furono, sembra,
scioperi o proteste collettive. A settembre fu inoltre avviata una campagna per
rafforzare la disciplina sul lavoro e riprendere la terra che i contadini avevano
sottratto ai colcos durante la guerra allargando i propri orti. Furono anche
combattute le piccole imprese, illegali ma prima tollerate, messe in piedi dai
contadini negli anni del conflitto per supplire alla mancanza di beni di consumo
di produzione statale. All'inizio di ottobre Stalin profittò invece dell'incipiente
carestia per infliggere una lezione a Mikojan, accusato di «completa
impreparazione», e poco dopo varò un decreto per la «difesa del grano dello
stato» che ingiungeva alle procure di applicare con fermezza la legge del 1932
sul furto campestre. Nei due mesi successivi alcune decine di migliaia di
contadini furono condannati a cinque-otto anni di lavoro forzato per aver
rubato qualche spiga. A fine anno milioni di persone pativano la fame,
soprattutto in Moldavia, nelle province russe di Kursk, Voronez e Tambov e in
parte dell'Ucraina, dove banditismo e cannibalismo fecero la loro ricomparsa.
Ma quando Chruscëv lo fece presente a Stalin, questi ringhiò: «Riportano casi
del genere per far leva sul tuo sentimentalismo. Cercano di obbligarti a
consegnargli le nostre riserve». Per far fronte alla crisi, nel febbraio 1947 Stalin
varò infine una riforma dei centri decisionali, che finì con il rafforzare il
principio della gestione collegiale e l'autonomia dei bjuro, ciascuno dei quali
coordinava più ministeri, in cui fu suddiviso il Consiglio dei ministri. Come nel
1933, egli sostituì anche la leadership ucraina, rimpiazzando Chruscëv con
Kaganovic, incaricato di lottare contro il nazionalismo borghese
dell'intelligencija, accusata di essere la causa della crisi economica. Nelle
campagne alle vittime della fame si aggiungevano intanto quelle delle epidemie.
I morti furono circa 1-1,5 milioni, centinaia di migliaia nella sola Ucraina. Data
la dinamica degli eventi, Venjamin Zima ha sostenuto che, se non la carestia in
quanto tale, frutto anche della siccità, almeno le sue dimensioni e quelle del
numero delle sue vittime furono il prodotto artificiale delle scelte staliniane.
Come aveva fatto nel 1932-1933, nel 1946-1947 l'Urss continuò inoltre a
esportare cereali, anche per ragioni di prestigio, come nel caso degli aiuti
concessi alla Francia. Di nuovo come nel 1932-1933, inoltre, di carestia fu
vietato parlare. Ma vi furono anche differenze importanti che spiegano perché,
con un raccolto di gran lunga inferiore a quello del 1932, i morti furono meno di
un quarto di quelli di allora. I contadini avevano ora i loro appezzamenti e lo
stato non impedì la migrazione verso altre regioni. L'onda dei profughi si diresse
anche verso i territori annessi all'Urss, dove il loro arrivo rinfocolò la lotta al
regime, del cui fallimento essi erano la testimonianza vivente. Nei mesi
successivi, però, le operazioni congiunte polacco-sovietiche e una nuova ondata
di deportazioni riuscirono a liquidare il grosso della resistenza ucraino-
occidentale, di cui dopo il 1948 rimasero solo sacche isolate. I decreti
dell'autunno del 1946 e la carestia misero fine alle speranze, anche di benessere
materiale, suscitate dalla vittoria. Chi poté conservare i propri privilegi e un
minimo di agi ne divenne un difensore accanito, e si accentuò il perbenismo dei
ceti burocratici urbani, circondati da classi lavoratrici che somigliavano sempre
più a classi pericolose, anche perché rese tali dal regime. Si approfondirono così
le divisioni sociali che tagliavano la società sovietica e si accumularono i
risentimenti poi venuti alla luce con l'allentamento della repressione dopo il
1953. La cupezza del 1947 si riflesse a livello ideologico nel progredire della
zdanovscina, che impose al paese una cappa ricostruita nel 1962 da Bondarev in
Il silenzio. Ma non tutti tacevano. Nel dicembre 1946, per esempio, i generali
Gordov e Rybal'éenko, dopo aver ricordato la carestia, la corruzione e l'odio di
«tutti i colcosiani per Stalin», auspicarono l'avvento di «una democrazia reale,
pura». Entrambi furono arrestati, torturati e fucilati, ma in almeno una parte della
gioventù urbana e dell'intelligencija, come scrisse poi Pasternak, malgrado la
delusione «un presagio di libertà rimase nell'aria, costituendo l'unico contenuto
storico degli anni del dopoguerra». Il confronto con l'Occidente fu acuito nel
marzo 1947 dall'enunciazione della dottrina Truman, che segnalava la decisione
americana di impegnarsi nel confronto con l'Urss. Essa spinse Stalin a muovere
nuovi passi in direzione della stabilizzazione interna e ad arroccarsi nella sfera di
influenza conquistata a Jalta. Mosca annunciò il divieto dei matrimoni con
cittadini stranieri e istituì «tribunali d'onore» che avevano il compito di difendere
il «patriottismo sovietico» e combattere il servilismo verso l'Occidente. Nei mesi
successivi furono celebrati centinaia di questi processi e il segreto di stato fu
allargato a coprire ogni sorta di informazioni, impedendo ai ministeri di
scambiarsi notizie essenziali. Si aggravarono così i problemi di un sistema in cui
i dati circolavano con una lentezza di gran lunga superiore a quella occidentale,
provocando ritardi, distorsioni e inefficienze. Anche la pressione sulla comunità
ebraica continuò a crescere e crebbe anche l'avversione di Stalin nei confronti
degli ebrei. Più che un antisemitismo teoricamente fondato, nella mente di questi
si cristallizzò una gerarchia delle nazionalità di cui gli ebrei occupavano ormai
l'ultimo posto, anche perché erano ormai evidenti le potenzialità
dell'antisemitismo come strumento di governo. Sempre nel giugno 1947 Stalin
fece approvare due decreti sulla protezione della proprietà statale e privata che
inasprivano ferocemente le pene per i furti moltiplicatisi a causa della carestia.
Nei sei anni in cui essi restarono in vigore i condannati furono quasi un milione
e mezzo. Malgrado il ritorno dai campi di parte dei condannati a dieci anni del
1937, la crescita del numero dei reclusi nel Gulag quindi si accelerò, si
intensificarono i contatti tra il mondo concentrazionario e quello del lavoro e si
approfondì il mutamento nella composizione della popolazione di un sistema del
lavoro forzato ormai abitato da poveri ed emarginati ai quali si sommava un
nucleo di criminali professionisti e un altro nucleo, altrettanto duro, di ex
combattenti. Il pericolo che l'ultimo gruppo contagiasse il primo convinse il
regime a creare, nel febbraio 1948, una rete di lager speciali a esso riservata. Lo
stato riusciva intanto a prendere ai contadini circa il 50% del raccolto del 1947,
confermando che Stalin era riuscito a riprendere come sapeva il controllo del
paese. All'estero, tuttavia, la situazione gli sfuggiva di mano. A maggio egli
aveva dato una nuova prova del suo rispetto di Jalta respingendo le richieste di
aiuto dei comunisti greci, che però non ascoltarono perché sicuri dell'appoggio
jugoslavo. Soprattutto, all'inizio di giugno gli americani presero l'iniziativa
lanciando il piano Marshall. L'impotenza di Mosca di fronte a una proposta che
fondava la ricostruzione sul benessere di vincitori e vinti furono subito evidenti:
il piano Marshall divenne perciò una sfida alla visione staliniana del futuro
dell'Europa e delle relazioni tedesco-sovietiche, e una sfida della stessa scala del
monopolio atomico e forse anche più insidiosa di essa, perché fondata su
un'iniziativa di grande respiro e una visione economica nuova. Nei giorni
successivi Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Ungheria fecero domanda per
parteciparvi, scatenando l'ira e i timori di Stalin.- Il piano venne perciò
denunciato come un tentativo di inondare l'Europa di merci americane,
distruggendone l'industria e soggiogandola politicamente, e ai paesi satellite fu
imposto di rinunciarvi. La risposta sovietica arrivò poi nel settembre 1947 con la
fondazione del Kominform, un ufficio di coordinamento tra Mosca, i partiti al
potere in Europa orientale e i due principali partiti comunisti occidentali, il
francese e l'italiano. Con il Kominform nasceva un blocco continentale basato
sul consolidamento, spesso brutale, della sfera d'influenza sovietica. Le
democrazie popolari furono soppresse e sostituite con regimi socialisti basati
sull'imitazione del modello sovietico. La decisione di costruire un blocco
socialista rafforzò quella di stabilizzare la situazione all'interno, un obiettivo che
il successo degli ammassi rendeva possibile. Alla fine dell'anno fu così
annunciata la cessazione del razionamento, accompagnata da una riforma
monetaria preparata sotto la direzione personale di Stalin che, come nel 1934, la
fece precedere da un aumento dei prezzi così alto da suscitare il sospetto che egli
volesse precostituire le basi per poterli poi diminuire, acquistando consenso. La
riforma stabiliva un cambio tra vecchia e nuova moneta differente a seconda
delle classi sociali e del tipo di deposito, e fu di fatto un'enorme imposta sui
risparmi che, nella sua articolazione, confermava il diverso valore che il rublo
aveva in mani diverse. Essa mitigò gli effetti positivi dell'abolizione del
razionamento, nutrendo fra la popolazione una sorda ostilità a ogni progetto di
riforma monetaria. Gli effetti positivi, però, non mancarono: come nel 1935, la
riforma pose fine ad alcuni privilegi della nomenklatura e, ridando valore alla
moneta, consentì al governo di utilizzare di nuovo gli incentivi monetari. Gli
esclusi dal razionamento ottennero un migliore accesso ai beni e di nuovo le città
si trasformarono in grandi supermercati, dove i contadini e gli abitanti dei piccoli
centri urbani si recavano a fare la spesa. A differenza che nel 1935, tuttavia, fu
sequestrata gran parte delle scorte monetarie delle campagne, assestando un altro
colpo ai colcosiani. Mentre varava la riforma monetaria Stalin cambiò linea in
materia di ricostruzione anche in Ucraina, dove Kaganovic fu di nuovo sostituito
da Chruscëv. La mossa, apparentemente contraddittoria, testimoniava ancora una
volta dell'indecisione di Stalin di fronte alla questione ucraina, troppo grande per
essere risolta con la sola repressione, capace sì di arrecare danni gravissimi alla
repubblica ma non di permettere la soluzione sul lungo periodo del problema da
essa costituito. Dal punto di vista socioeconomico, il secondo semestre del 1947
fu quindi il crinale che chiuse la fase più dura della ricostruzione. All'inizio del
1948 una prima stabilizzazione poteva dirsi acquisita e almeno nelle città si
potevano vedere i primi segni di ricostruzione, nonché quelli di un
miglioramento delle condizioni di vita, accentuato in primavera dalla riduzione
dei prezzi, la prima di una serie annuale che sarebbe durata fino al 1954. Alla
fine di maggio, poi, le disposizioni che punivano penalmente chi abbandonava le
imprese «militarizzate» furono abolite e oltre centomila persone furono
amnistiate. Nelle campagne, invece, le cose continuarono ad andare nella
vecchia maniera. Su suggerimento di Chruséév si decise di reprimere i colcosiani
che «conducevano uno stile di vita parassitico e antisociale» esiliandoli per otto
anni in regioni inospitali come i vecchi «coloni speciali», in base a decisioni
lasciate agli stessi colcos. «Parassiti» erano coloro che non raggiungevano il
minimo annuo obbligatorio di centocinquanta trudoden': l'obiettivo era quindi
obbligare i contadini al lavoro sui campi collettivi, impedendogli di dedicarsi al
loro appezzamento e di colpire gli emarginati che si erano abituati a
sopravvivere rubacchiando. Per questo nel giugno 1948 gli appezzamenti furono
colpiti anche da un nuovo aumento delle tasse in natura e in moneta. A causa di
queste misure il raccolto fu solo leggermente superiore a quello del 1947, ma il
notevole aumento di quello di patate, prodotte proprio dagli appezzamenti
personali, fece del 1948 il primo anno in cui anche i contadini riuscirono a
vivere. Il successo degli ammassi e il parziale miglioramento delle condizioni
del paese diedero fiato ai dibattiti sul passaggio dal socialismo al comunismo,
«un problema pratico» che l'Urss avrebbe «risolto in un brevissimo periodo
storico». Essi spinsero anche Stalin ad aumentare gli obiettivi del piano,
rafforzando un ciclo di crescita economica che si sarebbe esteso fino alla fine
degli anni Cinquanta e sarebbe stato il più notevole della storia sovietica. La
corsa fu accelerata nell'autunno del 1948 con il lancio dei «cantieri del
comunismo», che si affiancavano al trionfale stile imperiale che dominava i
grandiosi edifici con cui il despota, spesso ricorrendo al lavoro forzato,
arricchiva la sua capitale. Uno dei più ambiziosi di questi cantieri fu il
programma di trasformazione della natura, che prevedeva la creazione di otto
fasce forestali, alcune delle quali lunghe più di mille chilometri, per proteggere i
terreni agricoli dai venti aridi di sudest, e la creazione di innumerevoli bacini
artificiali. In Asia centrale, al prezzo di «immense corvée», venivano intanto
scavati giganteschi impianti di irrigazione e migliaia di famiglie erano trasferite
con la forza sulle terre così rese coltivabili, avviando disastri ecologici che
avrebbero sconvolto enormi regioni. In campo politico e ideologico continuava
invece a regnare una rigidità - nel 1948 e nel 1949 gli espulsi dal partito
superarono per esempio i nuovi iscritti - ritenuta necessaria anche per via del
montare della Guerra fredda, accelerato alla fine del 1947 dalla
proposta occidentale di organizzare le loro tre zone di occupazione in un nuovo
stato tedesco. La reazione sovietica fu violentissima. Nel febbraio 1948,
applicando la decisione di porre fine alle democrazie popolari, i comunisti
assumevano con un colpo di stato il controllo della Cecoslovacchia e alla fine
dei mese successivo, per bloccare la rinascita di uno stato tedesco, i sovietici
cominciarono a ostacolare i movimenti per Berlino. Al blocco, ordinato il 24
maggio, rispose la mobilitazione dell'aviazione angloamericana, che i vertici
dell'Armata rossa pensarono in un primo momento di fermare con le armi.
L'opzione fu scartata a causa del monopolio atomico americano e della relativa
impreparazione dell'esercito sovietico, che riprese allora a crescere: in pochi anni
esso avrebbe raddoppiato i suoi effettivi, che raggiunsero i sei milioni. La
chiusura nazionalistica, testimoniata dai rinnovati attacchi a Sostakovic,
Prokof'ev e Chacaturjan, accusati di «compiacere i gusti degenerati di un pugno
di esteti individualisti affascinati dall'Occidente», rafforzò la posizione della
Chiesa ortodossa, che nel 1948 celebrò in gran pompa i cinquecento anni del
patriarcato di Mosca. Si aggravò invece la posizione degli ebrei, tra i quali già a
fine 1947 erano stati operati i primi arresti. Ai detenuti furono estorte, sotto
tortura, confessioni che compromettevano il Comitato antifascista ebraico il cui
presidente, Solomon Michoels, fu trovato morto a Minsk nel gennaio 1948,
apparentemente vittima di un incidente stradale, ma in realtà ucciso su ordine di
Stalin. Il Comitato era intanto «assediato» da ex soldati ebrei che si offrivano
volontari per andare a combattere le «bande fasciste arabe sostenute
dall'imperialismo angloamericano». Quando a maggio, grazie anche alle armi
cecoslovacche, fu proclamata la nascita di Israele, che l'Urss fu tra i primi a
riconoscere, esso fu sommerso da telegrammi di giubilo, ma il Comitato
antifascista ebraico e la comunità ebraica entravano in realtà nell'occhio del
ciclone. Israele rendeva infatti gli ebrei sovietici una nazionalità infida come
quelle punite negli anni Trenta perché collegate con uno stato estero e quindi
potenzialmente sospette di doppia fedeltà, una posizione aggravata dai loro
rapporti, oltre che con Israele, con gli Stati Uniti. Arresti e torture presero così
dimensioni di massa, mentre la stampa alimentava l'ondata antisemita. Un
intervento nei confronti di suo figlio Jurij, che aveva sostenuto i fisici nella lotta
contro Lysenko, colpiva intanto anche Zdanov, un uomo esausto e malandato che
Stalin non riusciva più a usare come voleva perché affetto da un'arteriosclerosi
che «curava» con l'alcol. A metà luglio Zdanov partì così per il Sud, dove
sarebbe morto alla fine del mese successivo anche a causa di una diagnosi
sbagliata. Subito prima si era aperta nel neonato blocco socialista la prima di una
serie di crepe che avrebbero confermato le previsioni di Kennan e accompagnato
la storia sovietica fino al suo termine. Essa si verificò in Jugoslavia, il paese
dove il Partito comunista era più forte e il cui leader era il più entusiasta
imitatore dell'esperienza sovietica. Come si è detto, però, egli aveva già
cominciato a portare avanti la sua politica in modo troppo indipendente perché
Stalin potesse tollerarlo. Le tensioni avevano raggiunto il punto di non ritorno
già a marzo, ma la rottura venne alla luce solo alla fine di giugno quando un
vertice del Kominform espulse la Jugoslavia. Alla loro origine vi era il già
ricordato progetto di costituire una federazione balcanica, il ruolo di Belgrado
nella guerra civile greca e soprattutto lo stile di Tito, che a febbraio Molotov
aveva rimproverato di non seguire la normale procedura di chiedere il permesso
preventivo di Mosca per le sue azioni. Tito aveva risposto prendendo misure tese
a diminuire la dipendenza dall'Urss, provocando lo scoppio della crisi, che
all'inizio vide gli jugoslavi accusati di «chiusura e ottusità nazionalistica». Stalin,
che aveva creduto di potersi liberare facilmente di Tito, fu messo di fronte ai
limiti del proprio potere anche in quella che credeva essere la sua sfera interna.
Ciò acuì i suoi sospetti sia sui leader degli stati satellite e delle repubbliche
sovietiche sia sugli uomini che lo circondavano, che sapeva non del tutto sordi
alle ragioni di Tito e poteva immaginare pronti a imitarlo, profittando della sua
crescente debolezza. Il conflitto sovietico-jugoslavo aprì così una nuova fase
nelle lotte ai vertici del partito, che tornarono ad avere esiti sanguinosi.

3. Un vecchio di cui è impossibile disfarsi, 1948-1953

Il posto di Zdanov alla guida delle campagne ideologiche fu preso da Suslov


sotto il quale esse assunsero tratti quasi apertamente antisemiti. A novembre il
Comitato antifascista ebraico fu sciolto e nei mesi successivi, mentre numerosi
autori di origine ebraica venivano repressi, a Molotov fu imposto di divorziare
dalla moglie, poi condannata a cinque anni di deportazione in Kazachstan. Il
marito pagò il suo malanimo con la perdita, nel marzo 1949, del ministero degli
Esteri, affidato a Vysinskij, diventando il capro espiatorio per il fallimento del
blocco di Berlino. Sulla stampa prese invece il via una campagna contro il
«detestabile cosmopolitismo senza stato» di cui erano accusati intellettuali dai
nomi evidentemente ebraici. Vi furono inchieste sul numero di persone di origine
ebraica nelle istituzioni culturali, seguite da licenziamenti che non furono però
mai fatti in base all'origine nazionale, e si stabilizzò un sistema segreto di quote
nazionali, teso a limitare la presenza ebraica nel mondo della cultura. Gli unici a
salvarsi furono i fisici, che pure erano forse i più cosmopoliti, e non solo per le
origini ebraiche di molti di loro ma anche per le loro convinzioni. Nel 1948 si
era cominciato a parlare di una conferenza per sradicare cosmopolitismo e
idealismo dalla fisica sovietica, ma quando Kurcatov spiegò a Berija che senza
relatività e quantistica non era possibile costruire la bomba, e questi lo riferì a
Stalin, la conferenza fu cancellata. Ciò non impedì però l'allontanamento dei
fisici migliori, quasi tutti ebrei, dall'insegnamento, e l'operazione di pulizia fu
estesa a tutti i campi, aizzando l'antisemitismo che allignava nel paese. Secondo
Chruscëv, nel 1950 Stalin avrebbe commentato i dati sulla predominanza degli
ebrei tra i dirigenti delle fabbriche belliche dicendogli che sarebbe stato il caso
di suggerire «a dei robusti operai di prendere dei bastoni e [...] picchiarli». I suoi
giudizi stavano intanto assumendo un ancor più netto fondamento etno-
nazionale, testimoniato dall'elogio che egli fece dei popoli russo e tedesco in
occasione della fondazione della Repubblica democratica tedesca (Ddr)
nell'ottobre 1949. L'ideologia del tardo stalinismo degenerò allora in un aperto
sciovinismo ed è in questo clima che crebbero e fecero carriera i funzionari che
raggiunsero posti di responsabilità sotto Breznev. L'Unione comunista della
gioventù (Komsomol), per esempio, prese parte attiva alla battaglia contro il
cosmopolitismo, trasformandosi in una scuola di carrierismo e in un nido di
nazionalismo grande-russo e antisemitismo. All'estero Mosca evitava invece di
attaccare i cosmopoliti, assegnando premi Stalin anche ad artisti di origine
ebraica, e sembrava voler imitare la neolingua che Orwell aveva appena
inventato per il suo 1984. Nell'agosto 1948 il primo congresso degli intellettuali
per la pace lanciò per esempio un Movimento dei partigiani della pace il cui fine
era l'interdizione dello sviluppo di quella bomba a idrogeno cui in Urss si
lavorava senza sosta. I suoi slogan, come «La difesa della pace è il compito di
tutti i popoli», permisero però alla retorica dei buoni sentimenti di penetrare
nella coscienza di almeno una parte della popolazione, burocrazia inclusa, tra cui
invece la campagna sciovinistica e l'attacco agli ebrei sollevavano anche dubbi e
reazioni. I più inquieti erano i dirigenti di origine ebraica e coloro che avevano
degli ebrei tra i parenti, ma l'insistenza sul nazionalismo grande-russo
preoccupava i dirigenti delle nazionalità non russe, come Beríja, e reazioni
vivaci si registrarono tra intellettuali e studenti, mentre le famiglie progressiste
erano turbate dalla ricomparsa di espressioni associate al vecchio regime. La
reazione più dura fu però quella della comunità ebraica, che ruppe i suoi legami
con il regime, ponendo le basi per la grande migrazione cominciata negli anni
Sessanta. Le campagne che scuotevano il mondo intellettuale furono
accompagnate dal crescere di una repressione diretta soprattutto contro gli strati
sociali inferiori e le nazionalità sospette. Quella politica, con poche decine di
migliaia di arrestati e poche migliaia di fucilati all'anno, restò infatti
considerevolmente inferiore al decennio precedente. I reclusi nei lager e nelle
colonie crebbero da 1.722.000 nel 1947 a 2,2 milioni nel 1948 e 2.505.000 nel
1952. I comuni erano quasi 2 milioni, oltre un milione dei quali condannati in
base alle leggi contro il furto del giugno 1947. Tra i detenuti vi erano anche
numerosi aderenti a sette religiose, ai quali si erano aggiunti dopo il 1948 le
vittime della ripresa, sia pure su scala limitata, della repressione antireligiosa.
Fortissima era soprattutto la componente nazionale. Già tra i detenuti di campi e
colonie alcune nazionalità, come l'ucraina, superavano significativamente la loro
percentuale sul totale della popolazione. Era tuttavia tra i coloni speciali che la
presenza di tedeschi, caucasici, ucraíní occidentali e baltici si faceva
schiacciante: più di 2 milioni su un totale di quasi 2,7 nel gennaio 1953.
L'allentarsi della repressione politica nutrì il senso di stabilità dell'élite sovietica.
Stalin, però, ne era infastidito e tanto più quanto più crescevano la coscienza
della propria debolezza e il timore, della possibilità che qualcuno lo sfidasse,
come aveva fatto Tito. Con l'affare di Leningrado egli inflisse perciò ai suoi
collaboratori una punizione che andava ben oltre le umiliazioni elargite dopo il
1945. I sospetti sui dirigenti leningradesi del partito si addensarono all'inizio del
1949 a seguito di comportamenti che fecero temere a Stalin la ricomparsa in città
di un centro di potere autonomo, che a Mosca aveva i suoi capofila in
Voznesenskij, il capo del Gosplan, e Kuznecov, che dirigeva il partito. Malenkov,
che non li amava, fu poi sospettato di aver tramato per eliminarli, ma non sembra
che il suo gruppo avesse programmi differenti e gli arresti colpirono buona parte
della piccola élite sovietica, tra cui esistevano legami che superavano gli
schieramenti. Kosygin, che ai leningradesi era vicino, cominciò allora a salutare
sua moglie ogni mattina indicandole cosa fare se non fosse rientrato la sera,
diventando, malgrado la sua ammirazione per Stalin, un fermo oppositore di
qualsiasi ritorno ai suoi tempi. Agli interrogatori, fatti da carcerieri che non
esitavano a picchiare donne incinte e a fucilare parenti, parteciparono anche
Berija, Bulganin e Malenkov. Gli imputati principali, condannati nel 1950 in un
processo a porte chiuse ben diverso da quelli della fine degli anni Trenta, furono
subito fucilati, sempre in segreto anche perché nel maggio 1947 l'Urss aveva
temporaneamente abolito la pena di morte. Nelle settimane in cui i leningradesi
venivano arrestati, due eventi facevano entrare la Guerra fredda in una nuova e
più pericolosa fase. Il primo fu lo scoppio della bomba sovietica, avvenuto il 29
agosto 1949, che poneva fine al periodo in cui l'Urss era stata costretta a seguire
una politica di pace, limitandosi a esercitare pressioni ai margini della propria
sfera di influenza. La guerra, rimasta sempre «inevitabile», ridiventava una
possibilità concreta, e su di essa si concentrò l'attenzione del despota. Il secondo
evento che cambiò la natura del mondo creato a Jalta fu la proclamazione della
Repubblica popolare cinese il 1° ottobre 1949, un trionfo che oscurò i già
numerosi insuccessi della politica estera staliniana, dalla rottura con Tito alla
nascita della Nato nell'aprile 1949. Mao, però, aveva vinto malgrado i consigli di
Stalin, che gli aveva a lungo preferito Chiang Kai-shek, e fin dall'inizio le
relazioni sino-sovietiche furono danneggiate dalla ricerca di Mosca di vantaggi
unilaterali. Ciò nonostante la vittoria in Cina sembrò una conferma della
grandezza delle politiche staliniane e destò impressione anche in Urss. Quando
nel dicembre 1949 fu celebrato il 70° anniversario di Stalin, il regalo più
prezioso fu l'arrivo a Mosca di Mao il quale, costretto a una lunga anticamera
dopo un primo incontro, vi si trattenne fino a febbraio. Il 14 gennaio fu firmata
un'intesa che accordava alla Cina facilitazioni creditizie e il 22 ci fu il secondo
incontro, dopo il quale fu firmato il trattato sino-sovietico. Le soddisfazioni in
Asia erano però velate dalle preoccupazioni in Europa orientale. Nel giugno
1948 Mosca aveva dimezzato le riparazioni dovute da Ungheria e Romania, un
provvedimento poi esteso alla Germania Est. Nel gennaio 1949 era stato inoltre
fondato il Consiglio di cooperazione economica (Comecon) dei paesi socialisti,
sottoposto però al dominio di Mosca, come testimoniò l'esecuzione dei ministri
del Commercio estero bulgaro e cecoslovacco, accusati di aver condotto le
trattative con l'Unione Sovietica in modo troppo duro. La situazione nei singoli
paesi era tuttavia dominata dalle reazioni negative suscitate dal lancio,
accompagnato da nuove ondate repressive, di collettivizzazioni e
industrializzazioni forzate. Già all'inizio del 1950 regimi che sapevano di essere
impopolari in patria e sospetti agli occhi di Mosca erano alle prese con difficoltà
economiche e un malcontento popolare delle cui stupefacenti dimensioni Mosca
era informata dai rapporti dei suoi rappresentanti, che suscitavano profonda
preoccupazione. Quest'ultima era aggravata dalle notizie che provenivano
dall'interno del paese. Non tanto dal mondo urbano, dove anche in virtù
dell'aumento dei salari, che superarono nel 1950 il livello del 1940, era ancora
possibile ritenere il sistema sovietico - di cui pure economisti come Liberman
già intravedevano i difetti strutturali - superiore a quello occidentale, quanto dai
territori annessi con la guerra, dalle campagne e dal sistema concentrazionario.
La situazione dei primi ricordava quella dell'Europa centro-orientale. A
infiammare gli animi erano infatti anche qui repressione e collettivizzazione, che
diedero vita a «una situazione di acuta lotta di classe». Nel Baltico essa fu
superata con ripetute ondate di deportazioni, spesso seguite dallo stanziamento
di slavi (in Lettonia, per esempio, i russi passarono anche per questo dal 12% del
1935 al 27% del 1959). In totale, secondo memorandum preparati da Berija nel
maggio 1953, dal 1944 al 1952 i repressi in Lituania furono 270 mila su 2,7
milioni di abitanti; 90 mila in Lettonia, su circa 2 milioni di abitanti e 50 mila in
Estonia, su una popolazione di circa 1 milione. Nell'Ucraina occidentale la
situazione era ancora peggiore. I sovietici vi avevano perso più di 25 mila soldati
e collaboratori del ministero agli Affari interni (Mvd) e circa 30 mila tra membri
del partito e di organizzazioni filosovietiche, mentre i repressi erano stati oltre
500 mila (153 mila uccisi in combattimento, 157 mila condannati ai lavori
forzati e 205 mila deportati) su meno di 9 milioni di abitanti. Si può quindi
immaginare quale situazione lasciasse la pur raggiunta pacificazione del 1950-
1951: nel Baltico si erano radicati il disprezzo per gli slavi, «poveri e ignoranti»,
e l'odio per i comunisti, che avevano capovolto l'immagine positiva di cui la
Russia aveva goduto fino al 1917. Una buona cartina di tornasole dei reali
sentimenti degli ucraino-occidentali è invece fornita dalle sorti della Chiesa
uniate. La riunificazione con quella ortodossa dei 1946 ne provocò infatti solo la
scomparsa formale. Quando, con la caduta dell'Urss, essa fu ricostituita, la
stragrande maggioranza dei fedeli e dei preti ortodossi della regione ritornò nel
suo seno. I territori annessi nel 1945 rimasero quindi, anche quando le fiamme
parvero domate, focolai di un'avversione al sistema sovietico che si sarebbe
manifestata in ogni momento di crisi. Nelle campagne sovietiche le cose
andavano malissimo. Malgrado la sua concentrazione sulla produzione di cereali
nei campi collettivizzati, lo stato non riusciva a far riprendere agli ammassi il
passo dell'anteguerra ed essi non erano in grado di reggere il boom della
popolazione urbana. Per far fronte alla situazione, nel 1949 fu varato un
ambizioso piano di sviluppo zootecnico nei colcos, che però lo usarono per
impadronirsi del bestiame privato, facendo diminuire la percentuale di famiglie
contadine che possedevano una vacca, fondamentale - ricordiamolo - per la loro
sopravvivenza. A fine anno la direzione dell'agricoltura fu affidata a Chruscèv,
richiamato a Mosca per sostituire i leningradesi arrestati ma anche per bilanciare
il potere di Malenkov e Berija. Egli adottò misure dalle quali trasparivano la sua
fiducia nella bontà del sistema sovietico e l'erroneità delle sue
concezioni economiche, ma il suo attivismo non ebbe successo: nel 1950 la
produzione agricola era aumentata di poco e le prospettive per il 1951 erano
ancora peggiori. Seguendo un copione che avrebbe recitato più volte dopo la
presa del potere, egli reagì rilanciando, e nel gennaio 1951 tratteggiò un piano di
trasformazione radicale della vita contadina. Esso si fondava su «agrocittà» che
avrebbero dovuto sostituire i villaggi, concentrandone la popolazione che vi
sarebbe stata trasferita. I contadini avrebbero così condotto un'esistenza urbana,
lontano dai loro appezzamenti. La divisione tra città e campagna sarebbe stata
finalmente superata, i muzik sarebbero scomparsi e la marcia verso il socialismo
avrebbe fatto un nuovo balzo in avanti. La reazione degli altri dirigenti non fu
però entusiasta. Soprattutto non lo fu quella di Stalin, che fece nominare una
commissione per indagare su proposte che, a suo dire, mettevano in
pericolo l'intero sistema colcosiano. Chrugcëv pensò che per lui fosse finita e i
suoi collaboratori lo videro invecchiare in pochi giorni di dieci anni. Alla fine,
però, Stalin si limitò a parlare di avventurismo di sinistra e schemi scervellati,
senza punirlo, e l'unica politica adottata fu l'ulteriore aggravamento del tributo
imposto alle campagne, e in particolare agli appezzamenti, sia in denaro che in
natura, che in lavoro. Ma le campagne erano ormai in rovina: anche nel 1952, il
miglior anno del dopoguerra staliniano, la produzione agricola pro capite fu
inferiore a quella del 1913 e la miseria raggiungeva il suo culmine in Asia
centrale, dove i colcosiani ricevevano per il loro lavoro anche un copeco al
giorno. Ma anche in Russia Aleksandr Jakovlev, allora funzionario di un
comitato regionale, era colpito dai bambini che raccoglievano le spighe, dai
colcosiani che maledivano i capisquadra che assegnavano loro lavori per i quali
non vi sarebbe stata retribuzione, e da ingiustizie e soprusi di ogni genere: una
situazione che ricordava quella descritta dai grandi classici sulla servitù. Non a
caso, il primo affiorare di un malessere anche morale rispetto alla situazione
esistente nel paese trovò espressione nella pubblicazione, già prima della morte
di Stalin, di un romanzo sulla vita nella campagne, Rajonnye budni («Vita di
provincia»), apparso su «Novyj mir» (Il nuovo mondo). Come in passato, i
contadini, in particolare gli uomini, risposero con la fuga. Dal 1946 al 1953 se ne
andarono in circa 12 milioni. L'altro settore dove la crisi era più acuta era quello
del lavoro forzato. Ma se di agricoltura si discusse anche all'Ufficio politico, la
discussione dei problemi del Gulag restò confinata all'interno del Mvd. I suoi
documenti erano pero letti da Berija, e tutti gli alti dirigenti erano preoccupati
dalla crescita del mondo concentrazionario e dalla sua contiguità con quello del
lavoro. Anche per questo nel luglio 1951 si decise di depenalizzare
l'assenteismo, tranne che per i recidivi, provocando un'esplosione del fenomeno,
che la paura aveva tenuto a freno. Nel Mvd si era invece preoccupati del crollo
della produttività e i suoi dirigenti si andavano convincendo della inferiorità del
lavoro forzato rispetto al lavoro libero, consolidando il blocco di opinione
favorevole allo smantellamento del sistema. Il ricordato mutamento nella
composizione dei reclusi contribuiva al deterioramento della situazione nei
campi attraverso il montare della conflittualità tra i detenuti e di quella tra questi
e l'apparato di sorveglianza. Il problema fu affrontato anche con misure
repressive, ma la risposta principale consistette nell'avviare una lenta evoluzione
della manodopera servile verso condizioni che ricordavano quelle del lavoro
libero. Il pagamento dei salari fu esteso a tutti i campi, esclusi quelli speciali, ma
i risultati furono scarsi anche perché i tentativi di migliorare la situazione
nutrivano aspettative crescenti e acceleravano il rilassamento della disciplina, e
quindi quella caduta della produttività che avevano inteso combattere. Nel caso
dei circa 250 mila detenuti isolati nei campi speciali si procedette anche a
trasferimenti per spezzarne le organizzazioni clandestine. Le più forti erano
quelle dei militanti dell'Oun, ma ve ne erano anche di baltiche, polacche, di ex
militari sovietici ecc. I trasferimenti, tuttavia, aiutarono il diffondersi della
loro rete e tra il 1947 e il 1952 si contarono almeno nove tra tentativi armati di
fuga, scioperi della fame e sommosse di grandi proporzioni. I dirigenti ai quali
Stalin aveva affidato la gestione del paese erano quindi preoccupati e pensavano
ai rimedi da adottare. Ma, finché il despota fu vivo, non fu loro possibile
discutere liberamente, e quindi elaborare programmi generali, il che spiega in
parte il carattere frammentario delle misure adottate dopo il marzo 1953. Stalin
era quindi un ostacolo sulla via delle riforme e molti dei suoi collaboratori
nutrivano risentimento nei suoi confronti. Come Chruséév avrebbe poi detto a
Erenburg, nei suoi ultimi anni di vita Stalin era psicopatico, PSI-CO-PA-TICO,
te lo dico io. Un pazzo sul trono. Riesci a immaginarlo? [...] I nostri nervi erano
tesi allo spasimo, e dovevamo bere vodka tutto il tempo. E dovevamo essere
sempre sul chi vive. Questa paura divenne il sentimento dominante al vertice del
paese, soprattutto dopo l'affare di Leningrado che costrinse gli alti dirigenti a
prestare molta attenzione ai propri rapporti reciproci, visto che Stalin usava i
loro dissidi per travolgerli. Le ansie del gruppo dirigente non riguardavano però
solo la situazione interna o i rapporti con il despota. Dopo il 1949 faceva paura
anche la sua politica estera, basata sulla convinzione, espressa da Stalin a Mao,
che «una volta presa la decisione di rivedere i trattati, bisogna essere pronti
a tutto», e quindi sulla possibilità della guerra. Quel che successe in Corea ne è
la migliore dimostrazione. Da tempo Kim Il Sung chiedeva invano il permesso
di invadere il Sud. All'inizio del 1950, però, l'autorizzazione fu data, anche
perché le dichiarazioni americane avevano spinto Stalin a ritenere che
Washington considerasse la Corea fuori dal suo perimetro difensivo. L'unica
condizione che Stalin pose a Kim fu ottenere l'accordo di Mao. Questi
acconsentì e l'attacco cominciò il 25 giugno. In pochi giorni i più numerosi e
meglio armati nordcoreani controllavano quasi tutto il paese, ma a settembre
MacArthur sbarcò di sorpresa alle loro spalle. Grazie all'errore di Stalin, che non
fece uso del diritto di veto, gli americani poterono fra l'altro intervenire come
forza delle Nazioni Unite e, sotto queste vesti, avanzarono rapidamente verso
nord. Kim, disperato, chiese aiuto a Stalin, che domandò a Mao di intervenire.
Certo, gli scrisse il 5 ottobre, «occorre fare i conti con la possibilità che gli Stati
Uniti [...] decidano comunque, per motivi di prestigio, di imbarcarsi in una
grande guerra». Ma, continuava Stalin, non ne dovremmo aver timore: «Se la
guerra è inevitabile, che cominci pure adesso». A fine ottobre i volontari cinesi
travolsero gli americani. In Occidente, ma anche a Mosca, molti temettero che
fosse il preludio di un nuovo conflitto mondiale e nel gennaio 1951 Stalin riunì a
Mosca i leader dell'Europa orientale per discutere dei compiti di preparazione
militare imposti dalla situazione. Il piano di riarmo sollevò però perplessità, in
particolare tra i polacchi. Stalin tuttavia insistette, spiegando che era necessario
prepararsi a una guerra che si avvicinava rapidamente. Negli Stati Uniti, dove
era forte il ricordo di Pearl Harbor, si discuteva invece se quella sovietica fosse
una minaccia reale o se. Stalin restasse, «malgrado tutto, un uomo cauto, astuto e
contrario alla guerra», un'anteprima delle polemiche che avrebbero diviso la
comunità politica, militare e intellettuale americana durante tutta la Guerra
fredda. Prevalse allora l'opinione che l'attacco alla Corea preparasse quello in
Europa. La cosa non era immediatamente vera, ma ebbe conseguenze di grande
importanza, trasformando il conflitto in Corea in una seria sconfitta politica dei
sovietici: gli Stati uniti avviarono infatti un enorme sforzo economico e militare
dando il via a una corsa agli armamenti che Mosca non era in grado di reggere.
A causa delle scelte del 1946, già nel 1950 le spese militari assorbivano quasi un
quarto del reddito nazionale sovietico. Nel 1950-1952 esse fecero un nuovo
passo avanti, mentre il numero degli uomini sotto le armi quasi raddoppiava,
deprimendo ulteriormente l'agricoltura e l'industria leggera e danneggiando la
crescita del tenore di vita nelle città. Si solidificò allora il complesso militare-
industriale che avrebbe dominato il paese fino al suo collasso. Nel gennaio 1951
l'Ufficio politico approvò la nascita di un Ufficio per le questioni militari e
militari-industriali presso il Consiglio dei ministri, poi ribattezzato Commissione
militare-industriale, che controllava i ministeri che lavoravano per la difesa. Il
suo gruppo dirigente, che comprendeva politici, militari, scienziati e grandi
manager, diventò uno dei pezzi fondamentali dell'élite sovietica, contribuendo
all'evoluzione della sua mentalità, che nutrì con un impasto in cui si
combinavano il ricordo della guerra mondiale, e quindi di Stalin, il patriottismo
sovietico, l'autoritarismo, una sofisticazione dovuta anche ai necessari contatti
con l'Occidente, e quindi un certo pragmatismo e l'insofferenza per lentezze e
ritardi. In Occidente la svolta provocata dalla Corea fu accompagnata da violente
campagne anticomuniste, come il maccartismo. In Urss, invece, il montare della
tensione costrinse Stalin a richiamare a Mosca comandanti come Kuznecov,
rinominato nel 1951 ministro della Marina. Le notizie sulla Corea e sul
confronto in Germania trasformavano intanto anche nella parte «sovietica» della
popolazione l'orgoglio per la potenza del proprio paese in preoccupazione per lo
scoppio di una nuova guerra mondiale. La tensione crescente ebbe effetto anche
sull'ultrasettantenne Stalin, che nel 1952 ricevette meno di cinquecento persone a
fronte delle duemila del 1940. Egli era però cosciente di almeno alcuni dei
problemi strutturali del sistema da lui creato, e vi rifletteva nei lunghi periodo di
riposo. Le prime a essere affrontate erano state le questioni relative alla
linguistica, vale a dire alla nazionalità, alle quali nel 1950 dedicò tre articoli.
Criticando Marr, Stalin vi aveva chiarito che la lingua apparteneva a intere
società e non a singole classi; che queste società corrispondevano a gruppi etnici,
disposti su una linea evolutiva che andava dalle tribù alle nazioni; e che questi
gruppi etnici, inseparabili dalla lingua, vivevano più a lungo di qualunque base o
sovrastruttura. Le classi e le epoche, insomma, andavano e venivano, ma la
nazionalità e la lingua sopravvivevano loro, per quanto anch'esse avessero una
vita e alcune fossero più forti e longeve delle altre. Quest'ultima affermazione
apriva la strada a un modo più sofisticato di intervenire sulla questione
nazionale. Se sradicare le nazionalità era un compito difficile e impossibile sul
breve periodo, tranne forse che nel caso di piccole nazionalità che potevano
essere represse nella loro interezza, si poteva però pensare a un programma di
assimilazione delle più deboli, basato sulla manipolazione della lingua.
L'obiettivo era fare del russo, in modo nuovo, la lingua nazionale del paese,
favorendone l'affermazione con l'ausilio dello stato (vedi infra, cap. XVII, par.
2). Stalin non si limitava però alle speculazioni teoriche. Egli continuava a tenere
per sé, in modo esclusivo, politica estera, sicurezza interna, selezione dei quadri
e ideologia, quando era a Mosca esercitava il suo potere nei confronti dei
collaboratori in modo sempre più odioso, ed era in preda a manie di
persecuzione. L'affare dei medici, l'ultimo da lui architettato, ne fornisce un
perfetto esempio. Esso era stato gonfiato dalla recrudescenza dell'ossessione per
l'infiltrazione di agenti nemici provocata dalla guerra di Corea e dai presagi di un
nuovo conflitto mondiale. Poiché ormai «le agenzie del nazionalismo ebraico» e
il «sionismo mondiale» erano secondo Stalin i tentacoli più importanti del
nemico imperialista, l'affare colpì soprattutto professionisti di origine ebraica. Il
suo inizio risaliva in realtà alla morte di Zdanov, accelerata come sappiamo da
una diagnosi sbagliata subito denunciata in una lettera a Stalin che questi aveva
però ignorato. Ma quando, nel giugno 1951, un investigatore del ministero alla
Sicurezza statale (Mgb), Rjumin, gli scrisse che Abakumov stava nascondendo i
piani terroristi di alcuni professori «nazionalisti ebraici», Stalin fece arrestare
Abakumov e ordinò al suo successore di «prendere misure decisive per
smascherare il gruppo di dottori-terroristi». L'inchiesta fece riferimento al
processo ai «medici avvelenatori» del 1938-1939 e fu condotta con l'impiego
massiccio di torture. Si svolgeva intanto, a porte chiuse, il processo ai dirigenti
del Comitato antifascista ebraico, conclusosi nell'agosto 1952 con alcune decine
di condanne a morte, mentre contro Berija veniva messo in piedi l'affare
«mingreliano», incolpando di nazionalismo il gruppo dirigente, a lui vicino, di
una regione della Georgia. Stalin era quindi un tiranno vecchio e sospettoso che
considerava l'Urss un suo patrimonio. Da un certo punto di vista, egli era quindi
diventato una peculiare sovrastruttura di un sistema pronto a passare dal
dispotismo all'oligarchia. La tensione tra questi due elementi aiuta a spiegare le
dinamiche al vertice del sistema stesso, una cui parte era ansiosa di sbarazzarsi
dell'altra per giungere alla normalizzazione. Ma l'oligarchia era una creatura del
dispotismo e gli era subordinata, e le iniziative personali di Stalin continuavano
perciò a essere determinanti. Molti indizi fanno ritenere che egli stesse allora
pensando ad una nuova purga di grande portata, intesa come quella del 1937 a
preparare il paese alla guerra. La possibilità che questa scoppiasse si era fatta più
concreta all'inizio del 1952, quando la Nato aveva adottato un piano di riarmo
della Germania. Stalin, che non si sentiva ancora pronto, anche perché non aveva
ancora strumenti atti a trasportare una bomba atomica fino agli Stati Uniti, ed era
preoccupato per la situazione economica della Germania orientale, rispose
avanzando la proposta di stipulare un trattato di pace con una Germania
riunificata e neutralizzata. Ma se egli pensava solo a rimandare una guerra che
riteneva necessaria, gli altri membri dell'Ufficio politico non la volevano affatto.
Gli americani, che non avevano allora «occhi o orecchi in Unione Sovietica»,
questo però non lo potevano sapere. La campagna per le presidenziali si svolse
così all'insegna dell'esasperazione dei toni antisovietici, e nes$uno in Urss dubitò
del fatto che la candidatura del generale Eisenhower fosse stata avanzata in
previsione di una guerra. E in questa atmosfera che si svolsero i preparativi per il
XIX congresso del partito per cui Stalin fece circolare uno scritto, Problemi
economici del socialismo. In esso egli rifletteva sui problemi strutturali del
sistema che aveva costruito, +in particolare sulla questione del passaggio al
comunismo e quindi sulla moneta (vedi infra, cap. XV, par. 2). Il primo era
ridotto a un'accumulazione quantitativa che avrebbe posto fine alla scarsità, e
all'omogeneizzazione delle forme di proprietà. Prima che queste mete fossero
raggiunte la legge del valore continuava però a funzionare, sia pure in modo
alterato - una formula proposta da Rumjancev, che cominciò così una carriera
che ne avrebbe fatto uno dei protagonisti del riformismo sovietico. Stalin
specificò anche che mentre in Urss i beni di consumo restavano delle merci, lo
stesso non si poteva dire per il capitale e gli investimenti, che non lo erano in
quanto allocati dallo stato. Certo, aggiunse, anch'essi avevano un costo, ma solo
perché ciò era necessario «per fare i conti, per definire la redditività e la passività
delle aziende [...] Questo è tuttavia solo un lato formale della questione», parole
che erano un'ammissione implicita della falsità della contabilità sovietica. Si
trattava in un certo senso del riconoscimento delle difficoltà intraviste da Mises,
ma esso restava ancora una volta implicito. Le basi della teoria non erano infatti
messe in discussione: in futuro tutta l'economia sarebbe stata statizzata e «allora
la circolazione delle merci con la sua economia monetaria» sarebbe
scomparsa, sostituita dal più elevato «scambio di prodotti» in un «unico corpo
economico nazionale», gestito in base al calcolo dei costi in tempo di lavoro. La
statizzazione integrale era però, per il momento, esplicitamente esclusa, e non si
spiegava come e quando sarebbe stato lecito procedervi. Il cerchio apertosi nel
1919-1920 si chiudeva così con un tabù che rendeva definitivo l'abbandono di
ogni pretesa alla costruzione di una teoria economica, facendo del sistema
sovietico un sistema pratico di gestione, privo - se non in frange vicine alla
dissidenza - di riflessione teorica su se stesso, e il passaggio al comunismo,
preconizzato solo pochi anni prima, era di fatto rimandato a tempo indefinito.
L'impossibilità di avanzare verso il futuro era del resto confermata dalle pesanti
condizioni del paese, che fecero da sfondo alla riunione nell'ottobre 1952, a
tredici anni dal precedente, del XIX congresso del partito. La composizione dei
delegati, il 61% dei quali aveva partecipato al XVIII, confermava la stabilità dei
quadri succeduta alle purghe degli anni Trenta. Il rapporto ufficiale fu tenuto da
Malenkov, che assumeva così il ruolo di erede apparente. Egli annunciò,
mentendo, che il raccolto aveva superato i 130 milioni di tonnellate (il dato reale
era di circa 90) e, seguendo Stalin, ribadì che la costruzione del socialismo era
stata realizzata nel 1929-1934 e suggellata dalla Costituzione del 1936. Anche
l'analisi del capitalismo riprendeva le teorie di Stalin: a causa dell'espansione del
mondo socialista, la produzione nei paesi occidentali era destinata a contrarsi,
sfociando in «una crisi generale del sistema capitalistico legata alla
disintegrazione del mercato mondiale». L'aggressività di questi paesi riposava
quindi su una base fragile e sul medio-lungo periodo sarebbe emersa la
superiorità del sistema socialista. Il nuovo Comitato centrale, in cui aumentò il
peso dei segretari regionali, si riunì il 16 ottobre. Questa volta Stalin intervenne
per più di un'ora e mezzo, dicendo che all'ordine del giorno vi erano due
questioni: l'elezione del nuovo segretario generale, carica da cui chiese di essere
esentato, ricevendo un impaurito ed entusiastico rifiuto, e quella dell'Ufficio
politico. A questo proposito, sibilando con «odio e rabbia», fece notare che «nel
nostro partito vi è, di fatto, un grave scisma, dal basso verso l'alto [...] Molotov
ha posizioni antileniniste. Mikojan commette errori di carattere trockista». Dato
questo scisma, concluse, per ingannare i nemici che sopravvalutavano l'unità del
partito, occorreva eleggere al posto dell'Ufficio politico un grande Presidium. Al
suo interno sarebbe poi stato eletto un Ufficio politico segreto ristretto, dal quale
Molotov e Mikojan erano destinati a restare esclusi. L'attacco ai due vecchi
dirigenti, terrorizzati, gelò il resto della leadership, che si rendeva conto che la
scure era stata sollevata sull'intero partito. Cominciarono allora settimane di
paura, nutrita anche dalla memoria dai processi spettacolo in cui erano culminate
le purghe nei paesi dell'Europa orientale, cominciate alla fine del 1949 con
l'arresto e l'impiccagione di Lâzló Rajk in Ungheria. Tra il maggio e il novembre
1951 erano stati arrestati Gomulka in Polonia, Vasíle Luca e Ana Pauker in
Romania e Rudolf Slânskÿ in Cecoslovacchia. Come era già successo nel 1930-
1931 e nel 1936-1938, agli imputati fu addossata anche la colpa delle politiche
che avevano reso impopolari i regimi est-europei, ma le accuse presero anche
una netta coloritura antiebraica. Anche il capo delle guardie del corpo di Stalin,
Vlasik, e quello della sua segreteria, Poskrebysev, furono arrestati, mentre
l'affare dei medici avvelenatori continuava a svilupparsi, sia pure ancora in
segreto. Esso divenne pubblico a gennaio, quando Stalin preparò un comunicato
per la stampa contro i dottori assassini, mostri in forma umana, servi del
nazionalismo ebraico, che avevano liquidato o preparavano la liquidazione dei
capi sovietici su mandato angloamericano. Esso scatenò nel paese un'ondata di
antisemitismo, mentre - secondo la polizia molti ebrei si convincevano che il
regime stava preparandosi a regolare i conti con loro. Veniamo così alla
questione se Stalin stesse pensando a una nuova grande purga, e in particolare
alla deportazione della comunità ebraica. In assenza di documenti al problema
non può essere data una soluzione certa, ma l'intera dinamica messasi in moto
dopo il 1949 avvalora l'ipotesi di una nuova purga, diretta come nel 1936-1938
tanto contro il gruppo dirigente quanto contro specifici settori della popolazione,
ma naturalmente diversa da quella di quindici anni prima. Il 1° marzo, però, tutto
si arrestò grazie all'emorragia cerebrale che colpì Stalin. Cominciarono allora
giorni strani, che la leadership del paese passò davanti al corpo del despota, steso
su un sofà pieno di orina, in attesa degli eventi. Stalin morì solo il 5, alle 21.50,
dopo una riunione in cui erano già stati spartiti gli incarichi più importanti. Essa
fu presieduta da Chruscëv, ma Malenkov e Berija, che parlarono per primi, erano
le persone al comando. L'ipotesi che Berija avesse avvelenato Stalin circolò
presto (vedi infra, cap. XIII, par. 2), e Molotov avrebbe poi rivelato che, mentre
assistevano alla sfilata del 1° maggio, Berija si era vantato con lui di aver
liquidato il tiranno, salvandoli tutti. È comunque indubbio che, almeno per il
gruppo dirigente, la morte di Stalin equivalse a una liberazione. Arriviamo così
alla questione del significato della morte di Stalin, il Padre dei popoli e il
Massimo genio e il Massimo condottiero di tutti i tempi, per usare solo alcune
delle espressioni che comparvero sui giornali del movimento comunista.
L'evento ebbe un impatto enorme, nel paese e fuori di esso. All'estero il
cordoglio di parte degli strati popolari e del mondo intellettuale fu sincero, e
molti avversari resero omaggio al gigante caduto. In larga parte dell'impero
interno, nel Gulag e nelle colonie speciali, invece, regnò la gioia. Tra i membri
del partito, parte della popolazione urbana e anche tra molti ex combattenti lo
shock fu violento, paragonabilesolo alla scomparsa di un padre onnipotente,
temuto perché severo e malvagio, ma pur sempre un padre, dal quale era dipeso
il destino. Nella gioia o nel dolore, il sentimento prevalente fu quello
dell'incertezza. Ma proprio questa apprensione e il tentativo di «immaginare
come il paese potesse continuare a vivere» senza la sua guida segnalavano la
riappropriazione almeno parziale del futuro da parte degli individui che
rappresentò forse, in Urss, il significato più profondo della scomparsa di Stalin.
Da questo punto di vista, la sua morte fu davvero un «colpo allo stalinismo». I
funerali si tennero a Mosca il 9 marzo. Nella calca, moltitudini che trovavano le
vie di fuga sbarrate dai camion militari furono schiacciate contro i muri. I morti
furono almeno cento, forse cinquecento. Finiva così, in modo sanguinoso, l'èra
feroce della storia sovietica.

1. Strade nuove, mal tracciate, 1953-


1964

1 Riforme, 1953-1956: occasioni mancate?


Stalin lasciò un impero potente, minato tuttavia dallo scontento della sua cerchia
esterna e dal malessere della sua periferia interna, nonché da una crisi causata
dall'incapacità di venire incontro alle aspirazioni della popolazione. I suoi vertici
si distinguevano per il basso livello culturale, un provincialismo che sconfinava
nella xenofobia, una concezione primitiva del potere e della sua gestione. Sotto
di loro stavano i nuovi ceti dirigenti, di cui il partito - che nel 1953 aveva quasi 7
milioni di iscritti e circa 120 mila quadri a tempo pieno - stava
diventando l'organizzazione, e i ceti burocratici e operai che vivevano nelle 340
città e nei centri minori a regime. Vi era poi un fortissimo esercito, con 5,4
milioni di soldati ma pochissime bombe atomiche, e privo di strumenti per
lanciarle sul nemico principale. I dirigenti erano coscienti della debolezza che ne
derivava, della propria incompetenza e del disastroso lascito del padrone in
politica estera, dove l'apparente unità del movimento comunista internazionale
era già incrinata dalla rottura con la Jugoslavia e dai malumori di Mao.
Soprattutto, erano pessimi i rapporti con l'Occidente, in Corea si combatteva, le
questioni tedesca e austriaca erano ancora aperte, i rapporti con la Turchia
prossimi alla rottura ecc. In campo economico Stalin lasciava oltre duemila
tonnellate d'oro, accumulate spremendo il paese ma anche derubando le riserve
spagnole, nonché quelle tedesche e dei paesi dell'Est. Egli lasciava tuttavia
campagne in rovina e un sistema ultracentralizzato, con prezzi sempre più irreali
e che dava pochissimo alla popolazione. Il suo ritardo in campo scientifico e
tecnologico e in termini di produttività del lavoro era già stato notato da alcuni
economisti, che parlavano di«stagnazione tecnologica» e di mancanza di un
«meccanismo interno di autosviluppo». Gli storici sovietici Heller e Nekric
hanno scritto che questa tarda società staliniana manifestava i segni di un
invecchiamento precoce, sottovalutando però i processi positivi innescati dalla
guerra e dal desiderio di vivere della popolazione. Quest'ultimo si esprimeva in
un baby boom e nella fortissima aspirazione a migliorare le proprie condizioni di
vita, sostenuti dalla rivoluzione sanitaria innescata da antibiotici e vaccini, che
spingeva verso l'alto l'attesa di vita. Una politica riformista aveva quindi forze e
aspirazioni alle quali fare appello, incluse quelle del gruppo dirigente. Non a
caso, benché presto emergessero i diversi modi di intenderle, dapprima la corsa
alle riforme coincise con quella al potere, i cui principali contendenti
erano Malenkov, Chruscëv e Berija. Il primo era l'erede apparente. Si trattava di
un uomo di buona estrazione sociale, meno rozzo, ma anche meno furbo, di
Chruscëv, e più istruito, anche se meno intelligente, di Berija. Egli aveva scelto
la carica di primo ministro, lasciando il partito a Chruscëv, un tipico
neopromosso di umili origini. Già soggetto anche psicologicamente al despota,
nel 1937-1938 egli aveva cominciato a rivedere le sue certezze e durante la
guerra, quando fu l'unico dirigente di primo piano ad avere un ruolo importante
al fronte, qualcosa in lui era cambiato. Egli inoltre ambiva a essere degno delle
cariche affidategli e credeva alla «favola buona» che il regime raccontava di sé,
pur sapendo di avere «le braccia immerse fino al gomito nel sangue». Berija si
ritagliò invece un ruolo di eminenza grigia. Dei tre era quello che aveva rotto più
nettamente con Stalin, e quello che aveva pensato di più a quali riforme
introdurre. Per questo egli fu anche il primo a darsi da fare per attuarle.
Impersonava tuttavia, nella coscienza popolare e anche in quella dei suoi
colleghi, proprio quei tratti odiosi e straordinari del sistema che, morto Stalin, si
aveva intenzione di eliminare. Berija si trovava quindi nella paradossale
posizione di guidare la lotta contro ciò con cui era identificato. Il programma di
riforme sul quale all'inizio tutti convennero si può riassumere come segue.
Occorreva allentare al più presto la tensione internazionale e spingere verso le
riforme le leadership dei paesi satellite. All'interno bisognava invece porre fine
al clima di paura, smantellando il potere della polizia politica e restaurando la
supremazia del partito dello stato. Bisognava inoltre allentare la pressione sulle
nazionalità non russe e promuovere riforme che garantissero il miglioramento
delle condizioni di vita della popolazione, specie nelle campagne. La spinta in
questa direzione emerse già il 10 marzo, quando al Presidium Malenkov
denunciò per la prima volta il culto della personalità che aveva causato
«anomalie di grandi proporzioni». Il 15 egli parlò della necessità di puntare alla
massima soddisfazione dei bisogni materiali e culturali del popolo, ma nei giorni
successivi l'iniziativa passò nelle mani di Berija, che la tenne fino al suo arresto.
Già ai funerali di Stalin egli aveva comunicato a Mikojan la sua intenzione di
«ripristinare lo stato di diritto», di ridurre i detenuti e «gli effettivi del Mvd che
servono a spiare il popolo, non a proteggerlo». Nei giorni successivi Berija
ordinò la revisione di casi «fabbricati», come quello dei medici, e il 20 marzo
propose di fermare la maggioranza dei progetti di costruzione basati sul lavoro
forzato e di chiudere i grandi cantieri del comunismo. Il 26, poi, egli presentò un
progetto di amnistia nonché di revisione, in senso «liberale», delle leggi penali.
Il decreto, adottato il giorno dopo, determinò il rilascio di circa 1,2 milioni di
detenuti; ad altri 600 mila fu ridotta la pena e 500 mila persone, tra le quali molti
colcosiani, videro cadere le accuse contro di loro, in quello che fu il primo
segnale della destalinizzazione. Il 2 aprile Berija rivelò al Presidium che
Michoels era stato fatto assassinare da Stalin e due giorni dopo fece pubblicare
un rapporto sulla falsificazione dell'affare dei medici, scioccando il paese.
Sempre il 4 Berija emise un decreto contro la tortura e per il rispetto dei diritti
dei prigionieri. A maggio risalgono i suoi memorandum che criticavano le
politiche di russificazione e denazionalizzazione nelle repubbliche occidentali e
soprattutto nei territori annessi. In politica estera il Consiglio dei ministri decise
già il 19 marzo di porre fine alla guerra in Corea al più presto possibile. Anche
in questo campo Berija fu il più attivo, allargando a fine maggio, con il sostegno
di Malenkov, ai paesi satellite la svolta sulla questione nazionale avviata in Urss.
Cominciò chiedendo «misure per migliorare la situazione politica nella Ddr»,
definita «estremamente insoddisfacente» a causa dell'erronea politica del Partito
tedesco di accelerare la costruzione del socialismo. Egli proponeva fra l'altro di
smantellare i colcos istituiti senza il consenso contadino, di fornire garanzie alle
piccole e medie imprese private nel commercio e nell'industria e di rafforzare la
legalità e l'osservanza dei diritti civili. Queste proposte provocarono vivaci
discussioni. Secondo Molotov il dissidio esplose quando Berija propose di
eliminare la parola accelerata da una risoluzione che chiedeva di cessare «la
politica di costruzione accelerata del socialismo nella Ddr», dandole così un
significato ben diverso. Egli inoltre irritò i presenti rispondendo con disprezzo
alle loro obiezioni: «La Ddr? Ma cosa vale questa Ddr? Non è nemmeno un vero
stato. Si regge solo sulle truppe sovietiche». I dirigenti sovietici furono
comunque uniti nel maltrattare quelli tedeschi e l'ungherese Râkosi, al quale
Berija chiese come fosse possibile perseguitare quasi 1,5 milioni di persone in
un paese con 9,5 milioni di abitanti. Mentre l'Occidente, paralizzato
dall'immagine che l'Urss aveva dato di sé, non coglieva appieno le possibilità
offerte dal nuovo corso, a Mosca le cose procedevano sempre più speditamente.
Il 10 giugno la «Pravda» criticò per la prima volta in pubblico il «culto della
personalità», mentre il nome di Stalin veniva ricordato sempre meno di
frequente. Poco dopo le cariche della nomenklatura centrale furono ridotte da 45
mila a 23.500, alleggerendo il sistema dei privilegi, il rilascio dei passaporti fu
reso più agevole e furono adottate misure a favore di quasi 4 milioni di ex
condannati all'esilio e dei loro familiari. Berija stava però facendo passi falsi,
come la proposta di vietare di portare ritratti di leader ancora in vita alle
manifestazioni, che provocò reazioni irritate. Nel partito giravano intanto voci
circa la sua volontà di ridimensionarne il ruolo, mentre le misure di cui si era
fatto promotore cominciavano a creare problemi, primo esempio di quel nesso
tra riforme e crisi che affondava le sue radici nella natura e nella storia del
sistema sovietico. L'amnistia causò per esempio un'ondata di criminalità,
nutrendo un panico di massa in cui si esprimeva anche l'insicurezza causata dalla
morte di Stalin e la paura generata dal contatto con le sgradevoli conseguenze
delle sue repressioni, che avevano prodotto una criminalità e una marginalità a
volte feroci e di grandi proporzioni che negli anni Cinquanta si riversarono sul
paese. L'amnistia nutrì inoltre il malcontento dei 221 mila prigionieri dei lager
speciali, che ne erano stati esclusi. Tra la fine di maggio e l'inizio di agosto a
Noril'sk e Vorkuta scoppiarono grandi scioperi-rivolte, preparati dalle
organizzazioni clandestine, in particolare nazionaliste e ucraino-occidentali. Essi
furono spenti nel sangue, ma alcune delle principali rivendicazioni dei forzati
furono accolte, facendo fare un nuovo passo alla dissoluzione del sistema
concentrazionario. L'allentamento della presa di Mosca - così erano avvertite le
riforme - provocò reazioni simili anche in Europa orientale. In Germania Est,
dalla quale nel 1952 erano fuggite quasi 200 mila persone, il 16-17 giugno
scoppiarono moti subito repressi con decisione, ma proteste simili si verificarono
anche in Cecoslovacchia e Bulgaria, aprendo un triennio di sommovimenti poi
culminati nel 1956. E in questo clima che il 26 giugno ebbe luogo l'arresto di
Berija, organizzato da Chruscëv con il consenso degli altri dirigenti e la
partecipazione attiva di alcuni marescialli. Al plenum di luglio Berija, poi
giustiziato a dicembre, fu usato per condannare i metodi illegali del passato, ma
altri interventi svelarono il significato reale del suo arresto. Malenkov, per
esempio, lo accusò di aver sostenuto la promozione di quadri nazionali, di aver
voluto normalizzare i rapporti con la Jugoslavia e di aver sabotato la costruzione
del socialismo in Germania orientale. Chruscëv, invece, lo incolpò di aver
cercato di separare lo stato dal partito, limitando il potere del secondo. Al
plenum fece anche la sua comparsa l'accusa relativa alla sua depravazione
sessuale, e Kaganovic cercò di profittare del clima per difendere Stalin, ma fu
messo a tacere da Malenkov. Questi era intanto messo in difficoltà dalla
riaffermazione del principio della supremazia del partito che il plenum aveva
sancito. A quello successivo Chruscëv ottenne anche il ripristino della carica di
primo segretario, rafforzando la sua posizione, e cominciò ad avanzare una
diversa concezione del concetto di culto della personalità, identificata con il
mancato rispetto dell'autorità del partito. Malgrado l'arresto del suo principale
promotore, il clima e le aspirazioni del paese continuavano comunque a premere
per il rinnovamento. A fine luglio fu concluso un accordo sul cessate il fuoco in
Corea e subito dopo Malenkov lodò l'allentarsi della tensione internazionale,
ricorrendo al termine distensione (razrjadka), e si impegnò a sfruttare l'industria
pesante «per aumentare il livello dei consumi della popolazione», promettendo
che gli ammassi sarebbero stati alleggeriti e le discriminazioni contro gli
appezzamenti ridotte. Chrugcëv, che si vide rubare la scena, ne fu indignato ma
la corsa alle riforme fece un grande passo avanti. I prezzi pagati dallo stato agli
ammassi furono aumentati, garantendo ai colcos il denaro necessario per
introdurre pagamenti annuali in moneta per i trudoden'. Le imposizioni in natura
agli appezzamenti personali furono invece ridotte e furono tagliate le imposte in
denaro. A ottobre, infine, furono emanate nuove disposizioni per rendere più
facile il rilascio dei passaporti per il lavoro stagionale e furono ridotte anche le
vendite forzose di titoli del debito pubblico, mentre crescevano la produzione e
l'acquisto di beni di consumo. Il peso delle spese per il ministero della Difesa nel
bilancio statale scese invece dal 31,2% del 1953 al 17,4% del 1956, in un paese
reso più sicuro dalla fine della guerra in Corea e dallo scoppio, nell'agosto 1953,
della prima bomba a idrogeno, una creazione del giovane Sacharov, che a
trentadue anni si guadagnò l'elezione all'Accademia delle scienze. Il 1° marzo
1954 Washington rispose alla bomba termonucleare sovietica facendone
esplodere una capace di spazzare via intere regioni. In un discorso di Malenkov
fece allora per la prima volta la sua comparsa il concetto che una nuova guerra,
«in virtù delle armi moderne, avrebbe significato la distruzione dell'umanità». Si
trattava del ribaltamento della dottrina leninista che aveva legato guerra e
rivoluzione: se la prima diventava impossibile, la seconda era infatti costretta a
trovare altre strade. Il cambiamento provocava intanto conseguenze che ne
accelerarono ulteriormente il cammino. Le dichiarazioni sulla violazione della
legalità socialista avevano spinto i familiari di quadri e dirigenti importanti ad
avanzare le prime domande di riabilitazione. La caduta di Berija fece dilagare il
fenomeno: nel secondo semestre del 1953 ne arrivarono quasi 100 mila, e 200
mila l'anno successivo, ma nel marzo 1955 i casi riesaminati erano solo 13 mila,
mentre circolavano ai vertici del partito le prime stime delle dimensioni delle
repressioni politiche dello stalinismo. Nel 1955 erano tornate a casa solo alcune
migliaia di prigionieri politici, ma i problemi da loro creati furono altrettanto
grandi di quelli provocati dalla liberazione di massa dei prigionieri comuni. Si
trattava infatti di quadri importanti, la cui riapparizione nelle case e negli uffici
delle grandi città sollevava difficoltà anche personali e morali. I milioni ancora
detenuti intanto ribollivano, come dimostrò nel maggio-giugno 1954 la rivolta di
Kengír. Nuove amnistie concesse ne ridussero ulteriormente il numero, mentre
l'arresto di Berija spingeva anche i «popoli puniti» a inviare petizioni nelle quali
chiedevano di essere liberati visto che la loro deportazione era stata diretta da un
nemico del popolo. Nel luglio 1954 furono abolite le restrizioni giuridiche che
gravavano sui figli dei deportati speciali e poche settimane dopo un analogo
provvedimento stabiliva la liberazione degli ultimi ex kulak e quella di un primo
contingente di cittadini di origine tedesca, seguito a fine anno dai rimanenti 695
mila. Nel gennaio 1956 i deportati speciali erano poco più di 900 mila, un terzo
di quel che erano stati tre anni prima. Il paese respirava anche grazie alle
depenalizzazione dell'aborto, del novembre 1955, e all'eliminazione dei tratti più
odiosi delle disposizioni che regolavano i divorzi, il cui numero crebbe. Ma il
barometro più fedele del nuovo clima, e un suo potente fattore, fu il mondo
culturale, scosso a fine 1953 dalla pubblicazione di Ob iskrennosti v literature
(«Sulla sincerità in letteratura») di Pomerancev, che si scagliava contro la
vuotezza di una produzione artistica che si era trasformata in propaganda,
mettendo in evidenza il peso che l'indignazione morale ebbe sin dall'inizio nella
rivolta contro il sistema sovietico. Poco dopo Erenburg pubblicò Il disgelo, un
racconto mediocre che però diede il nome a un'epoca. Emerse allora una nuova
intelligencija, che affondava le sue radici nella riflessione sulle sofferenze degli
anni Trenta e sull'esperienza della guerra e che aveva riconquistato valori
profondamente umani. Questa conquista aveva le luci e le ombre del modo in cui
era avvenuta, vale a dire in un isolamento quasi completo, nutrito dai classici
della cultura russa e paradossalmente da quelli del marxismo. Il nuovo
umanesimo sovietico, benché universale nell'aspirazione, fu quindi un fenomeno
autarchico, al tempo stesso affascinante nella sua originalità e piagato dal
provincialismo. Esso si diffuse nelle università, e l'ansia di libertà contagiò anche
i credenti, che moltiplicarono gli appelli alla riapertura dei luoghi di culto,
mentre fiorivano le organizzazioni religiose informali, soprattutto tra i
musulmani. Si respirava anche perché si mangiava e si aveva un po' di tempo per
sé, anche nelle campagne, dove tra il 1953 e il 1958 il reddito contadino quasi
raddoppiò e la produzione agricola aumentò di circa il 50%. La parte del leone la
fecero gli appezzamenti personali. Nei campi collettivi la resa era invece nel
1955 ancora inferiore agli 8,6 quintali per ettaro del 1940. L'Urss aveva quindi
ancora nei villaggi un motore, per quanto indebolito, in grado di partire se gli si
fosse concessa più libertà. Soprattutto per motivi ideologici, questa libertà fu
invece tenuta entro limiti assai ristretti, sprecando un'occasione che non si
sarebbe più presentata. L'economia urbana si giovò allora per l'ultima volta del
massiccio arrivo di forza lavoro a buon mercato che contribuì non poco al boom
economico degli anni Cinquanta, il cui tasso di sviluppo - pari in media al 7,2 %
annuo - fu il migliore della storia sovietica. L'inflazione diminuì e la produttività
crebbe del 5% annuo, anche grazie alla maggiore libertà di movimento, che si
trasformava in una più razionale allocazione del lavoro. Il desiderio di benessere
alimentò lo sviluppo anche attraverso l'esplosione dell'edilizia civile, compressa
dal 1928. I consumi aumentarono: nel 1954, quando i sindacati ricominciarono
ad alzare la testa, i salari reali superarono finalmente il livello del 1928 e
continuarono a crescere almeno fino al 1958, anche in virtù di fattori
demografici. Nel dopoguerra vi erano moltissime famiglie composte da donne
sole, o da due adulti, con molti figli, che vivevano di stenti in una sola camera
con un unico stipendio. Con il tempo il numero degli stipendi aumentò e quelle
famiglie ebbero i loro piccoli appartamenti, con un miglioramento che iniziò a
esaurirsi negli anni Sessanta, quando le famiglie cominciarono a dividersi e
quegli appartamenti e quei salari non bastarono più. Prese così corpo quel
«contratto sociale implicito» tra regime e una parte delle classi lavoratrici
fondato sulla promessa di una distribuzione di parte del surplus economico e
sull'acquiescenza nei confronti di una bassa intensità del lavoro. Si consolidò
allora anche quella che è stata definita l'«economia dell'accordo», che addolcì il
sistema di comando, facendo sì che i piani e la distribuzione delle risorse si
formassero in conseguenza di una serie di compromessi fatti a diversi livelli
gerarchici, in cui la volontà di Mosca, pur conservando un peso preminente, era
costretta a fare i conti con gli interessi e le aspirazioni di regioni, repubbliche,
ceti e gruppi sociali. Fra i contraenti privilegiati del contratto vi furono, ancora
una volta, gli abitanti delle grandi città e i dipendenti del complesso militare-
industriale, che formavano un'«aristocrazia operaia» abbastanza stabile e
attentamente selezionata. Il suo solidificarsi favorì quello del regime, che stava
comunque allargando la base del suo consenso. Gli anni Cinquanta furono quindi
un periodo di grandi opportunità, che si sarebbe potuto cogliere per superare il
sistema costruito nei primi anni Trenta. Ciò però non avvenne, non solo perché
mancavano idee e coraggio, ma anche perché si pensò che il boom indicasse la
buona salute del sistema. Questa illusione fu coltivata tanto dalla popolazione,
che cominciò a nutrire aspettative crescenti, quanto dai dirigenti, i quali
ritennero che il sistema sovietico fosse davvero in grado di raggiungere
e sorpassare un Occidente ormai in pieno miracolo economico. Questa opinione
fu condivisa da economisti occidentali, i quali si persuasero che la crescita
avrebbe posto fine ai problemi economici sovietici, come scarsità e file, senza
capire che proprio il meccanismo che alimentava la crescita creava le basi per il
loro aumento. Analogamente a quanto era accaduto dopo il 1925, essa poggiava
infatti su quella dell'emissione, generando una persistente, e sempre più acuta,
condizione di eccesso di domanda, favorita anche dall'aumento degli
investimenti in agricoltura, fino ad allora usata per estrarre risorse. Con la
liquidazione di Berija anche le riforme a favore delle repubbliche rallentarono.
Più che sul ruolo «progressista» della Russia, si insistette però su quello del
«popolo sovietico», di cui si sottolineavano i legami con l'urbanizzazione, il
progresso e l'ottimismo. E se è vero che la modernizzazione promuoveva la
lingua e la cultura russe, ciò avveniva in modo meno aggressivo che nel passato.
Si ebbero così due fenomeni contraddittori. Da un lato la maggiore mobilità e il
prevalere del russo come lingua di comunicazione andarono a sommare i loro
effetti a quelli della guerra, aumentando l'interpenetrazione delle nazionalità e la
presenza dei russi e della loro cultura nelle altre repubbliche. Dall'altro il nuovo
spazio concesso ai gruppi dirigenti repubblicani, e alle culture locali, innescava
processi e richieste di segno opposto. Sia pure in modo peculiare, ciò si verificò
anche nella Repubblica russa, dove parte dei funzionari e degli intellettuali
risentì l'abbandono del nazionalismo russo come ideologia semiufficiale del
regime, dando vita alle prime reti di quello che sarebbe diventato il
nazionalcomunismo russo. Il sentimento russo emerse anche in campo letterario
con l'affermazione della scuola degli scrittori contadini (derevensciki), che
affermavano la necessità di difendere tradizioni, monumenti e ambiente, e
descrivevano le sofferenze delle campagne. Nel farlo essi non potevano però
ignorare il ruolo di Stalin, che pure era stato il fautore della rinascita del
patriottismo russo, nel determinarne la rovina. Sin dall'inizio, perciò, il rinato
sentimento nazionale russo portò i segni di una contraddizione che ne minò
l'ulteriore sviluppo e ne ostacolò tanto l'alleanza con il regime quanto
l'affermazione al momento della crisi di questo. Fuori della Russia le nuove
politiche contribuirono alla crescita delle élite non russe, sostenuta anche dalle
politiche a favore del partito, che accrescevano altresì il potere dei partiti
repubblicani, rafforzato inoltre dal decentramento economico. A questi nuovi
dirigenti era stato però insegnato che non si doveva guardare a occidente senza
passare attraverso Mosca ed essi nutrivano sentimenti nazionali primitivi, basati
sul folklore spesso reinventato che il regime tollerava. Contraddizioni simili si
manifestavano nel campo della lingua e dell'istruzione. Dopo il 1953, per
esempio, la pubblicazione di libri in ucraino riprese fiato, ma negli stessi anni
era possibile crescere «senza quasi avere alcun concetto dell'Ucraina come
nazione definita da una lingua e da una cultura comuni». Allo stesso tempo,
però, urbanizzazione e industrializzazione producevano ceti che, pur parlando
russo, con i russi si sentivano in competizione per le occupazioni più ambite. La
contraddittoria formazione di una nuova Ucraina avveniva anche tramite il
gravitare su Kiev delle regioni occidentali, che vi portavano i loro sentimenti,
rafforzati come in tutti i territori annessi nel 1940-1941 dal ritorno dei repressi
dopo il 1955. In Caucaso e in Asia centrale i nuovi spazi erano ampliati dal
riparo che la lingua offriva ai dirigenti e alle popolazioni locali. Mosca inoltre,
anche perché meno preoccupata, vi seguì una linea più permissiva. Si
rafforzarono così gruppi di potere locali abituati a parlare due linguaggi, quello
del conformismo nei rapporti con Mosca e il loro all'interno delle repubbliche.
Spesso essi si trasformarono in solide organizzazioni, legate talvolta da vincoli
di parentela, che Mosca combatté come fenomeni di corruzione. Queste erano
tuttavia anche l'espressione deforme di pulsioni nazionali. Un caso speciale fu
quello kazaco. I dirigenti che si erano opposti al piano per l'aumento delle
superfici coltivate annunciato da Chruscëv a fine 1953, perché impauriti da una
nuova ondata di immigrazione slava, furono sostituiti da russi. L'ascesa dei
quadri locali non fu però impedita, come dimostrò la promozione a primo
ministro di Kunaev, poi segretario del Partito kazaco fin quasi al collasso
dell'Urss. La campagna per le Terre vergini fu approvata nel gennaio 1954
insieme alla proposta di aumentare il ruolo del mais. Chruscëv sperava così di
risolvere la crisi agricola senza fare ulteriore spazio agli appezzamenti, cui era
ideologicamente ostile. Il progetto, che aveva molti punti in comune con le
grandi iniziative staliniane, portò in tre anni alla messa a coltura di quasi 37
milioni di nuovi ettari, situati in Siberia occidentale e nel Kazachstan
settentrionale. Dopo qualche difficoltà, esso diede ottimi frutti. Più della metà
dell'eccellente raccolto del 1956, pari a 125 milioni di tonnellate, proveniva dalle
Terre vergini, che riuscirono per qualche anno a migliorare la situazione
cerealicola sovietica. Sul lungo periodo il bilancio è però differente. Esse
assorbirono infatti enormi investimenti, a scapito delle regioni tradizionali, e la
loro resa iniziale con il tempo diminuì, provocando l'aumento del costo dei
cereali sovietici. Trattandosi di terre marginali, la loro messa a coltura ebbe
anche un grave impatto ambientale. Il progetto diede inoltre sin dall'inizio
numerosi problemi sociali. Alcuni dei 300 mila volontari erano davvero tali. Ma
accanto a essi vi erano giovani mobilitati in modo coatto, reclute con
precedenti penali e marginali di vario tipo. I volontari divennero così l'incubo
della popolazione locale e alimentarono rivolte di vario tipo, trasformando gli
accampamenti in serre di ideologie antisovietiche. In generale, la situazione era
tesa in tutti i cantieri delle zone più disagiate del paese, nonché nelle città e nei
centri minerari di nuova costruzione, dove era forte la presenza di ex detenuti.
Negli anni tra il 1954 e il 1959 si registrò così il picco di un malessere sociale
che si espresse nella crescita del teppismo e in centinaia di disordini di massa
brevi e brutali. L'Urss degli anni Cinquanta non va quindi giudicata attraverso la
lente deformante del popolo sovietico che abitava le grandi città pulite, ordinate
e filtrate, dove si cominciava a costruire un sistema di welfare che almeno nelle
sue pretese si avvicinava all'immagine che il regime aveva di se stesso e
presentava all'estero. E in questo contesto contraddittorio che riprese la lotta al
vertice, rilanciata da un Chruscëv cosciente di star «sprecando [...] il capitale di
fiducia che il popolo nutre verso il partito [...] Promettiamo il regno dei cieli
mentre mancano le patate». Egli sferrò l'attacco a Malenkov nel gennaio 1955,
accusandolo di aver anteposto il governo al partito; di aver favorito l'industria
leggera a danno di quella pesante; di essersi opposto alla campagna per le Terre
vergini e al superamento degli appezzamenti; e infine di aver sostenuto che la
guerra atomica portava alla «distruzione della civiltà mondiale», impaurendo i
rivoluzionari. Malenkov riconobbe i suoi errori e rimase vicepremier, ma fu
sostituito alla guida del governo da $ulganin. Il provvedimento, che
rappresentava anche formalmente un passo indietro, affermava infatti quella
supremazia del partito, un organo straordinario, sullo stato, che avrebbe
raggiunto la sua maturità con Breznev. Tra le possibili opzioni riformistiche
emerse dopo il 1953, si finì così con lo scegliere la più conservatrice, aggravata
dal carattere impulsivo e dai paraocchi ideologici del nuovo leader. Le riforme
tuttavia proseguirono, i salari continuarono a crescere e fu accelerata la riduzione
degli effettivi dell'esercito. I cambiamenti più significativi ebbero luogo in
politica estera, e furono incarnati da viaggi che contribuirono all'apertura del
paese, testimoniata anche dall'espansione del commercio estero. La nuova
leadership rinnovò anche i suoi inviti a quelle dei paesi satellite affinché
introducessero riforme, scontrandosi con la resistenza di dirigenti che, oltre a
essere personalmente legati allo stalinismo, temevano di essere travolti dall'onda
riformista. Mosca cercò di rispondere al successo della Repubblica federale
tedesca fornendo consistenti aiuti alla Repubblica democratica, che però non era
in grado di competere con il boom occidentale. Anche gli aiuti alla Cina furono
moltiplicati, dando vita a un grandioso trasferimento di tecnologia che nel 1955
fu esteso all'energia atomica, lasciando intendere che esso avrebbe compreso la
bomba. Il viaggio più difficile fu tuttavia quello del maggio 1955 in Jugoslavia,
un'ammissione della colpa sovietica nella rottura del 1948. Molotov, che vi si
oppose, sostenne che esso segnò lo spartiacque del giudizio di Chruscëv su
Stalin. Benché qualche giorno prima fosse istituito il patto di Varsavia, in Europa
dell'Est la riconciliazione tra Mosca e Belgrado fu interpretata come
riconoscimento delle vie nazionali al socialismo. Essa innescò quindi la speranza
che i controlli si sarebbero ulteriormente allentati e il malcontento perché ciò
avveniva troppo lentamente. Negli stessi giorni fu firmato anche il trattato
sull'Austria, da cui l'Urss accettò di ritirare i propri soldati in cambio della
neutralità permanente del paese. L'accordo aprì le porte al primo summit dei
quattro grandi dopo Potsdam, che si tenne a luglio a Ginevra. Eisenhower pose
per la prima volta la questione del controllo degli armamenti, mentre Chruscëv
lasciò intendere che avrebbe gradito visitare gli Stati Uniti. Poco dopo Adenauer
visitò Mosca, l'Urss riconobbe la Germania federale, acconsentì alla liberazione
dei prigionieri di guerra ancora detenuti e restituì alla Germania orientale gran
parte delle opere d'arte prese nel 1945. Mutamenti ancora maggiori avevano
luogo nel Terzo mondo, che nacque politicamente nel 1955 alla conferenza di
Bandung. Benché la conferenza, che diede in seguito vita al movimento dei non
allineati, dichiarasse la sua opposizione a qualunque imperialismo, l'Occidente e
gli Stati Uniti ne erano i bersagli principali, come testimoniava la presenza tra gli
organizzatori della Jugoslavia e della Cina. Cominciava così, nelle relazioni
internazionali, un periodo estremamente favorevole all'Urss, che mutò strategia,
tornando all'appoggio alle borghesie nazionali. La fornitura di armi a Nasser fu il
primo segnale, confermato a fine anno dal viaggio in India di Chruscëv e
Bulganin, che osannarono Gandhi come leader progressista, e avviarono il
programma sovietico di aiuti economici al Terzo mondo. L'Occidente si sentì
accerchiato, mentre gli Stati Uniti furono spinti dalla perdita della Cina e dalla
guerra di Corea ad assumere un atteggiamento molto più duro verso i movimenti
di liberazione nazionale. L'Urss, dove affluivano migliaia di studenti asiatici e
africani, cominciò invece a comprendere che l'idea di un mondo bipolare non era
più nei suoi interessi. Occorreva piuttosto ragionare su un mondo con tre attori
principali (campo socialista, imperialisti e, appunto, Terzo mondo), il che poneva
le basi all'accettazione, previa una sua rilettura radicale, del concetto di
coesistenza pacifica avanzato da Malenkov. La rinuncia alla guerra con
l'Occidente non equivaleva infatti più alla rinuncia alla rivoluzione, promossa
sostenendo movimenti di liberazione nazionale presentati come una sua
componente. La coesistenza pacifica acquistava però così un nucleo aggressivo
che avrebbe provocato continui problemi nei rapporti con gli americani. Il
plenum del luglio 1955 dava intanto il via ai preparativi per il XX congresso. La
crescita delle domande di riesame dei casi di quadri repressi nel 1936-1939 rese
inevitabile discutere del se e come presentarvi la questione. Si decise perciò di
formare una commissione d'inchiesta sulle repressioni contro «i membri e i
candidati del Comitato centrale eletto al XVII congresso» del 1934, vale a dire la
sola élite comunista. I conflitti nel Presidium, dove tutti, Chrugcëv compreso,
avevano paura che il disgelo potesse trasformarsi in «un'onda di piena che
avrebbe travolto ogni cosa», furono acuti, anche a causa di drammatiche
testimonianze su come e per ordine di chi erano state estorte le confessioni di
famosi dirigenti, che posero la questione di quale giudizio dare di Stalin al
congresso. Le posizioni antistaliniste furono rafforzate dalla relazione presentata
dalla commissione d'inchiesta, che certificò l'uso sistematico della tortura su
autorizzazione di Stalin. Il suo capo, Pospelov, fu incaricato di preparare la
bozza di un discorso che venne discussa in modo teso, stabilendo alla fine di
mettere il crinale tra quanto di buono e quanto di cattivo era stato fatto al 1934,
includendo collettivizzazione e carestia tra le «cose buone». Nel rapporto
ufficiale Chruscëv parlò poco di Stalin, ma ruppe con lo stalinismo in politica
estera, invocando la coesistenza pacifica. Chruscëv aggiunse che ogni paese
poteva seguire la sua via al socialismo e salutò l'avvento del «nuovo periodo
della storia mondiale, predetto da Lenin, in cui i popoli dell'Oriente giocheranno
un ruolo attivo nel decidere i destini del mondo». Riferendosi ai popoli sovietici,
egli sostenne che il socialismo assicurava lo sviluppo di tutte le nazionalità, di
cui però andava rafforzata la «grande amicizia». Chruscëv prese inoltre una
posizione di grande ottimismo nei riguardi del futuro: grazie al suo potenziale
industriale, sostenne, l'Urss era nella condizione di sorpassare in un prossimo
futuro i paesi capitalistici. Il congresso era terminato quando i delegati vennero
riuniti senza preavviso per ascoltare, nella notte tra il 24 e il 25 febbraio, il
rapporto segreto su Stalin. La platea, composta in larga parte di quadri che lo
avevano idolatrato, lo ascoltò in un silenzio mai rotto da applausi. Chruscëv
sapeva di andare - diversamente da quanto aveva fatto fino ad allora - contro
l'opinione del partito e di correre dei rischi. Facendolo, però, egli toccava il
vertice della sua carriera. Come ha scritto Georgij Sachnazarov, nessun altro
avrebbe avuto infatti il coraggio di «denunciare Dio», facendo rialzare «le
persone inginocchiate» davanti al suo potere assoluto. Il significato liberatorio
della denuncia non cancella però i limiti del rapporto segreto, che filò intorno
alla storia sovietica una leggenda basata su tre assiomi falsi. In primo luogo, esso
sosteneva che sofferenze e distorsioni erano cominciate dopo il 1934, salvando
così l'essenza del sistema costruito da Stalin e impedendone la riforma radicale.
In secondo luogo, il terrore del 1936-1938 era ridotto a quello contro i quadri
dello stato e del partito. Il partito era infine presentato come una vittima, non
più della polizia politica, come nel 1953, ma di Stalin. Ciò permetteva di
oscurare le colpe tanto dei vecchi bolscevichi, vittime delle purghe, quanto dei
«compagni di Stalin», incluso lo stesso Chruscëv. Queste falsificazioni erano
inoltre accompagnate da numerose imprecisioni, come quelle contenute nelle
critiche rivolte agli errori di Stalin durante la guerra. Dopo il congresso furono
varate nuove, importanti riforme: l'orario di lavoro fu ridotto, venne cancellato il
minimo nazionale obbligatorio di trudoden' e furono abolite le leggi antioperaie
del 1940-1942, in base alle quali dal 1940 al 1956 erano stati condannati più di
18 milioni di persone. A luglio fu infine varato un sistema pensionistico che, pur
escludendo ancora i colcosiani, costituì una pietra miliare nella costruzione del
pur modesto stato sociale sovietico. Cavalcando il boom demografico, fu
stabilita un'età pensionabile pari a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne,
l'importo, bassissimo, delle pensioni fu quasi raddoppiato e furono istituite
pensioni di invalidità. Fu anche stabilito che i condannati non perdessero più il
diritto alla pensione e che, nel caso delle persone riabilitate, il periodo trascorso
nei campi valesse come anzianità di servizio. Dal 1956 al 1965 i pensionati
balzarono così da 16,5 a 26,5 milioni. Ma se dal punto di vista economico e
sociale la situazione era soddisfacente e il regime sembrava incamminato sulla
strada delle riforme, l'impatto del rapporto segreto, che veniva nel frattempo
letto a milioni di persone, stava per spingere la direzione del partito in tutt'altra
direzione.

2. Crisi imperiale e «piccolo balzo in avanti», 1956-1959

Quelli di Chruscëv furono «anni di smarrimento» oltre che di speranza. Il


rapporto desacralizzò infatti il potere e squassò le fondamenta della
legittimazione del regime. La disciplina sociale sarebbe stata ripristinata, ma le
verità emerse nel 1956 fecero sì che essa si fondasse su una dose notevole di
ipocrisia, che avrebbe contribuito alla degenerazione del regime. Anche
Chruscëv e la sua immagine ne furono scossi, perché era impossibile credere alla
sua innocenza. Persino chi condivideva il rapporto si chiedeva se il partito
avrebbe potuto reggere il colpo e quale fosse «il punto di lavare in pubblico i
propri panni sporchi». Grandi dirigenti come Sepilov o Togliatti si domandavano
invece a che cosa giovava rovinare l'immagine del paese e del socialismo agli
occhi del mondo e avrebbero preferito che, più che di Stalin, si fosse parlato
dell'eredità del suo regime. I dubbi su quanto era stato fatto furono moltiplicati
dalle notizie che provenivano dalla Georgia, dove in occasione dell'anniversario
della morte di Stalin ci furono manifestazioni in onore del grande connazionale.
Il 7 marzo c'erano in piazza 70 mila persone e ai ritratti di Stalin si erano
aggiunti quelli di Lenin e Molotov, preoccupando Mosca. Molte delle loro
richieste furono accolte e così il 9, mentre nel resto dei paese si ascoltava la
lettura del rapporto segreto, in Georgia, anche a causa dell'arrivo dell'esercito, la
celebrazione di Stalin assumeva un carattere apertamente nazionale. I cerchi
provocati dalla lettura del rapporto continuavano intanto ad allargarsi. Esso
spargeva i semi della futura opposizione anche spingendo coloro che lo
prendevano sul serio a considerare altrettanto seriamente il socialismo: parve
allora che malgrado errori e orrori, l'esperimento lanciato nel 1917 stesse
evolvendo nella giusta direzione. E ci fu chi cominciò a domandare che ci si
spingesse oltre nel cammino verso la democratizzazione, criticando il
monopartitismo, come accadde all'Accademia delle scienze. I vertici,
preoccupati, decisero di revocare il previsto plenum destinato a criticare la
leadership militare di Stalin, ma le critiche alle politiche del passato, soprattutto
a quelle agricole, si facevano sempre più ardite. Il romanzo dell'anno fu Non si
vive di solo pane di Dudincev, alla cui prima discussione intervenne una grande
folla e risuonò una delle prime analisi dell'esistenza di caste e classi nella società
sovietica. Almeno nelle grandi città queste discussioni avvenivano in gruppi di
amici che presero il nome di kompanye. I loro membri si scambiavano i primi
samizdat ed entravano in contatto, attraverso chi ne tornava, con la cultura dei
campi. Il fenomeno si giovò degli spazi creati dalla ripresa dell'edilizia civile e
trasse la sua forza anche da legami privati che la sgradevolezza della sfera
pubblica contribuiva a rinsaldare. Le kompanye ebbero però anche tratti
autodistruttivi: confinate in ambiti angusti, le loro energie finirono talvolta per
consumarsi nell'alcol e in notti insonni. Ma questo non fu un destino obbligato,
la vitalità che il XX congresso aveva stimolato non si spense mai del tutto e
almeno alcuni dei loro protagonisti lo furono poi del dissenso. I più fortunati
furono gli scienziati, che soffrivano meno di storici e letterati della
contraddizione tra le loro convinzioni e quel che facevano e, protetti dal bisogno
che il regime aveva di loro, rinnovarono i contatti con la comunità scientifica
internazionale. Più difficile è valutare l'impatto del rapporto di Chruscëv sulla
popolazione e nelle repubbliche. Specialmente, ma non solo, tra gli ex
combattenti molti non capirono, e alcuni non approvarono, il brusco passaggio
dalla deificazione alla denuncia di Stalin. Ma vi sono anche rapporti del Kgb che
parlano di sfregi ai ritratti di Stalin, di richieste di dichiararlo un nemico del
popolo ecc. I sentimenti generati dalle sofferenze che aveva causato erano del
resto ravvivati dall'accelerazione delle liberazioni. Nel 1956 furono liberati altri
350 mila detenuti politici, il 70% del totale, e nel 1958 ne erano rimasti nei
campi solo poche migliaia. I prigionieri scesero così per la prima volta al di sotto
del milione, per poi oscillare tra gli 800 e i 900 mila, eccezion fatta per il 1960 e
il 1961, quando toccarono, con meno di 600 mila, il punto più basso. Contando
anche i campi speciali del Kgb e le colonie di lavoro, il sistema penale
continuava però ad avere tra un milione e un milione e mezzo di detenuti di cui
si usava ancora il lavoro. Continuava anche la liberazione degli esiliati. A luglio,
quando il numero di quelli liberati nei tre anni precedenti superò i 2,5 milioni,
furono eliminate le misure coercitive nei confronti di oltre 245 mila ceceni e
ingusci. La loro liberazione non coincideva però con la riabilitazione né con il
permesso di rientrare nei territori d'origine, verso cui i ceceni - più organizzati
anche grazie alle confraternite religiose clandestine si diressero comunque a
migliaia. Fu decisa anche la liberazione degli ex prigionieri di guerra sovietici
ancora detenuti. Anch'essi, però, non furono riabilitati, per «non danneggiare il
morale delle truppe». Alla fine di giugno tuttavia il Comitato centrale aveva
posto nuovi limiti alla critica dello stalinismo, e il buon clima generato dalle
speranze sul prossimo raccolto, poi confortate da ammassi eccellenti, fu guastato
dalle notizie provenienti dall'estero. In Occidente la pubblicazione del rapporto
diede al mito dell'Urss un colpo da cui non si sarebbe più ripreso. Ma erano
soprattutto i paesi socialisti a destare preoccupazione. Come Râkosi disse ad
Andropov, allora ambasciatore a Budapest, in Europa orientale il rapporto era
«un disastro. E non so cosa ne verrà fuori, nel vostro paese o nel mio». Mao vi
vide invece una critica al suo culto della personalità, e la sua irritazione crebbe
quando si rese conto che il XX congresso aveva dato fiato ai suoi nemici,
costringendolo a rallentare l'«alta marea socialista» lanciata nel 1955. Tito,
infine, vi trovò un riconoscimento delle sue ragioni e così interpretarono il
rapporto anche altri dirigenti dell'Europa orientale, che vi videro una conferma
della linea a favore delle «vie nazionali», confermata dallo scioglimento del
Kominform e ribadita a giugno dal trionfale viaggio del leader jugoslavo in Urss.
Subito dopo, la Polonia cominciò a ribollire, facendo di nuovo emergere il
meccanismo, apparso nel 1953, che nel sistema imperiale sovietico legava le
riforme al centro alle agitazioni in periferia. Dopo che a Poznarí la milizia ebbe
ucciso decine di operai, i dirigenti polacchi decisero di rivolgersi a Gomulka, la
cui popolarità era stata ingigantita dalle persecuzioni. Quando a ottobre egli si
candidò a dirigere il partito, Mosca temette di perdere la Polonia. Chruscëv
decise perciò di recarsi a Varsavia. Le trattative, condotte mentre le truppe
sovietiche convergevano sulla città, furono durissime. Alla fine, però, Chruscëv
accettò Gomulka, che lo rassicurò ricordandogli che la Polonia «aveva bisogno
dell'amicizia dell'Urss più di quanto questa abbia bisogno dell'amicizia con la
Polonia» a causa del revanscismo tedesco. La sua vittoria avrebbe fatto per
qualche anno della Polonia il paese più libero del blocco comunista,
incoraggiando i suoi intellettuali a esplorare idee che sarebbero penetrate in
Urss. L'impatto maggiore degli eventi polacchi si verificò tuttavia a Budapest, le
cui strade furono invase il 23 ottobre 1956 da una folla che inneggiava alla
Polonia e abbatteva le statue di Stalin, dando ragione ai rapporti di Andropov
sulla possibilità di una rivolta ungherese. Il gruppo dirigente sovietico era
tuttavia diviso sul da farsi. Mikojan e Suslov, inviati in loco, appoggiarono il
ritorno a capo del governo di Nagy, come Tito un ex prigioniero di guerra
austroungarico che aveva partecipato alla guerra civile russa. Malgrado i morti
causati da un primo intervento sovietico, che trasformò una sollevazione che
poteva essere presentata come antistalinista in una sollevazione contro Mosca,
chiudendo forse la finestra per una soluzione pacifica, il 29 la situazione sembrò
tornare alla tranquillità. Nel Presidium parve allora prevalere la tesi che l'Urss
dovesse rivedere la sua presenza in Europa orientale in base ai principi della non
interferenza. Ma il ritiro delle truppe sovietiche da Budapest generò eccitamento
nei paesi vicini e Mosca fu scossa dall'annuncio di Nagy che l'Ungheria avrebbe
lasciato il patto di Varsavia. Aumentarono così le pressioni su Chruscëv, che
sapeva di essere ritenuto il responsabile dei disordini che scuotevano l'impero.
La goccia che fece traboccare il vaso fu l'ingresso delle truppe israeliane in
Egitto, seguito dall'ultimatum anglofrancese a Nasser. Il 31 Chruscëv dichiarò al
Presidium che non si poteva più parlare di ritiro, ma semmai del ripristino
dell'ordine a Budapest. L'intervento fu preceduto da consultazioni con i
principali leader comunisti, che lo appoggiarono. I sovietici preferirono
comunque agire da soli, senza ricorrere alle strutture del patto di Varsavia, a
conferma che quest'ultimo era ancora un'organizzazione fittizia. Il 4 novembre
l'esercito sovietico entrò a Budapest, a sostegno di un governo formato da Kâdâr,
che aveva da poco dichiarato la propria intenzione di combattere un'eventuale
invasione. La battaglia fece circa 2.500 morti e 16 mila feriti tra gli insorti.
Caddero anche 700 soldati dell'Armata rossa, la cui vittoria fu seguita da
migliaia di arresti, centinaia di esecuzioni e la fuga in Occidente di decine di
migliaia di persone. Nagy fu arrestato e imprigionato in Romania. L'attenzione
di Mosca si era intanto spostata sull'Egitto. Una volta scoperto che anche gli
americani condannavano l'iniziativa anglo-francese, Chruscëv decise di usare
contro Londra e Parigi la minaccia atomica per costringere i rispettivi paesi a
ritirarsi. Date le condizioni delle forze atomiche sovietiche, si trattava di un
bluff, che sembrò però funzionare. Già il 6 novembre gli anglo-francesi
accettavano il cessate il fuoco, in realtà a causa delle pressioni americane,
mitigando il colpo che il prestigio sovietico aveva ricevuto nel Terzo mondo
dall'invasione dell'Ungheria. L'invasione aveva anche cementato con la paura il
blocco sovietico, ma nell'insieme il suo lascito era disastroso. L'impopolarità dei
regimi comunisti dell'Europa orientale era sotto gli occhi di tutti e la crisi
rallentò l'evoluzione delle concezioni di politica estera di Chruscëv, incoraggiato
dal successo del bluff a imboccare una strada che a Cuba si sarebbe rivelata un
vicolo cieco. A fine anno le Nazioni Unite condannarono Mosca con il voto di
molti paesi africani e asiatici, e, come predisse Sidney Hook, dopo il 1956 la
comparsa di fermenti riformatori avrebbe costituito una costante negli stessi
gruppi dirigenti dei paesi socialisti. All'interno la crisi indebolì Chruscëv e
rafforzò i suoi avversari, guidati da Molotov. I lituani, per esempio, profittarono
della festa di Ognissanti per cantare inni a sostegno dell'Ungheria e il Presidium
fu informato che scienziati come Landau si riferivano ai dirigenti sovietici come
a «turpi carnefici». A fine anno fu quindi approvata una lettera alle
organizzazioni di partito che invitava i militanti a rafforzare il lavoro per
«stroncare le sortite degli elementi ostili antisovietici». Giovani, studenti e
intelligencija erano individuati come gli elementi più pericolosi, ma si lamentava
anche l'influenza delle opinioni di amnistiati e riabilitati. Per placare gli operai fu
invece deciso di abbassare le norme di produzione, aumentando i salari. A fine
anno ripresero anche le condanne per agitazione e propaganda e diffusione di
calunnie antisovietiche. La stretta fu generale e colpì soprattutto i marginali con
il lancio di una campagna contro il parassitismo diretta contro vagabondi,
alcolizzati ma anche artisti informali, cambiavalute clandestini ecc. La
repressione si fece sentire anche nelle repubbliche, specialmente in quelle
occidentali, dove più forte era il timore di contagio. La politica nei confronti
delle nazionalità punite, invece, non mutò e si cercò di placare il malumore
provocato dalle limitate amnistie del 1956 con nuove concessioni. All'inizio del
1-957 maggior parte delle repubbliche soppresse fu re-istituita e ai loro ex
abitanti, riabilitati, fu concessa la possibilità di farvi ritorno, a eccezione dei
tedeschi del Volga e dei tatari Ii Crimea. Decine di migliaia di ingusci, ceceni,
calmucchi ecc. si unirono così a chi aveva già preso la via del ritorno.
Specialmente in Cecenia, i rapporti con le famiglie che vi si erano trasferite al
momento dello scioglimento della repubblica furono subito tesissimi. Quando il
governo approvò una risoluzione che facilitava l'evacuazione dalla rinata
Cecenianguscezia di chi vi si era recato dopo il 1944, scoprì che quelli the
volevano andarsene erano molto più numerosi del previsto. fenomeno interessò
soprattutto chi viveva nelle campagne, ,che i ceceni riconquistarono. Le città
invece resistettero e a Caaroznyj l'ostilità contro i ceceni montò rapidamente,
sfociando stell'agosto 1958 in un pogrom durante il quale fu chiesto che visse
nuovamente abolita la repubblica autonoma. Ma torniamo alla fine del 1956,
travagliata anche da diffità economiche affrontate con la decisione di rivedere
verso il asso gli obiettivi di investimento del sesto piano quinquennale 1956-
1960), e con una proposta di riorganizzare la direzione dell'industria ispirata a
criteri centralisti, che contraddicevano :e intenzioni di Chruscëv. I problemi con
gli investimenti aveano anche stimolato la ripresa dei dibattiti su prezzi,
profitto ruolo della «legge del valore», ma, a causa delle repressioni iniane, non
si andò oltre il livello raggiunto alla fine degli i Venti (vedi infra, cap. XV, par.
2). Chruscëv usò questi dibattiti, che non capiva, per attaccare suoi nemici. Nel
febbraio 1957 egli denunciò lo strapotere dei ministeri economici retti dai suoi
avversari ed esaltò il decentramento, proponendo di sostituirli con decine di
Consigli economici regionali (Sovnarchoz). Il progetto, difeso anche con
l'argomento che era divenuto impossibile dirigere dalla capitale un'economia che
contava su centinaia di migliaia di imprese, fu approvato a maggio. Subito prima
Chruscëv era riuscito a far bocciare la nuova versione del piano quinquennale e a
mettere in cantiere un piano settennale (1959-1965). L'attacco ai grandi
funzionari era reale e la loro opposizione fu forte, ma la riforma veniva incontro
a interessi altrettanto potenti, come quelli dei gruppi dirigenti repubblicani e dei
primi segretari regionali, che acquistavano un potere considerevole, spartito con
migliaia di quadri locali. La vittoria sulla burocrazia centrale eccitò ancor più
Chruscëv, il quale annunciò che l'Urss avrebbe in pochi anni «raggiunto e
superato» gli Stati Uniti nella produzione pro capite di carne, latte e burro. Erano
le prime avvisaglie del suo «piccolo balzo in avanti», ma l'annuncio, che parve a
molti ridicolo, incoraggiò i suoi nemici, riuniti in un gruppo eterogeneo, poi
definito «antipartito», in cui accanto a Molotov, Kaganovic e Vorogilov si
schierarono Malenkov, desideroso di rifarsi, e ~epilov, imbarazzato dal
comportamento del leader. Il 18 giugno, all'insaputa di Chruscëv, fu convocata
una riunione del Presidium chiamata ad approvare le sue dimissioni. I suoi
nemici disponevano della maggioranza, ma Bulganin riuscì a rinviare la riunione
per permettere agli assenti di partecipare. Ciò permise la mobilitazione dei
sostenitori di Chruscëv, organizzata dai militari e dall'apparato del Comitato
centrale, che portarono a Mosca il maggior numero possibile di membri del
Comitato stesso per chiederne una riunione straordinaria, che fu vivacissima.
L'intervento principale fu quello di Lukov, che denunciò il pericolo di un ritorno
allo stalinismo e accusò Molotov, Kaganovic e Malenkov di aver preso parte ai
crimini degli anni Trenta: «Se solo il popolo avesse saputo che le loro mani
grondavano sangue innocente, li avrebbe accolti non con l'applauso ma con le
pietre». Molotov avrebbe poi spiegato la sconfitta dicendo che nessuno voleva
tornare ai tempi crudeli di Stalin. Chruscëv, aggiunse, «prometteva ai vertici una
vita tranquilla, e molti erano d'accordo». Sono parole confermate dal destino
dello stesso Chruscëv, sostituito anche per non aver mantenuto quella promessa.
La vittoria, infatti, apparteneva anche all'apparato del Comitato centrale,
sostenuto dai primi segretari regionali e repubblicani. Da questo punto di vista il
plenum aveva posto fine alla fase personale-dispotica della storia sovietica: il
ruolo del capo continuò a pesare, ma il «pensionamento» di Chruscëv avrebbe
rivelato quali erano i rapporti di forza se il capo non teneva più conto dei suoi
grandi elettori. La sconfitta del gruppo antipartito pose fine alla deriva
conservatrice. Poco dopo di essa Chruscëv incontrò Tvardovskij, riaprendo i suoi
rapporti con gli intellettuali progressisti, mentre la sconfitta delle posizioni
centraliste poneva fine all'indurimento della politica nei confronti delle
nazionalità, anche se dopo Polonia e Ungheria, la paura di possibili
manifestazioni nazionalcomuniste restò sempre viva. Alla fine dell'anno il capo
del Kgb fu sostituito da Selepin, l'ex primo segretario del Komsomol che aveva
guidato la mobilitazione per le Terre vergini. La sua nomina fu accompagnata
dal varo di linee guida per nuovi codici penali che decretavano la fine delle
caratteristiche più feroci della legislazione staliniana, abolendo nemici del
popolo e crimini controrivoluzionari e depenalizzando numerosi reati. La svolta
«progressista» più importante si verificò tuttavia in campo ideologico ed ebbe tra
i suoi protagonisti Otto Kuusinen, già capo dei socialdemocratici finlandesi,
convinto che la costruzione del socialismo comportasse la trasformazione della
dittatura del proletariato in uno stato di tutto il popolo, un passaggio
fondamentale visto che rimuoveva le basi teoriche delle repressioni di massa. La
nuova svolta antistalinista distanziò ancor più le posizioni dell'Urss da quelle
della Cina, dove Mao stava per operare una nuova sterzata a sinistra, rafforzando
l'asincronia tra gli sviluppi dei due paesi. Chruscëv, che voleva le mani libere, si
disfaceva intanto di Zukov, accusato di rappresentare un pericolo per la
supremazia del partito. Egli toccò allora il culmine del suo potere e cominciò a
isolarsi da chi lo aveva sostenuto e a comportarsi in modo imprevedibile anche
con i suoi sostenitori. Sul momento, però, egli aveva di che gloriarsi: il 4 ottobre
1957 l'Urss annunciò di aver spedito in orbita lo Sputnik, il primo satellite
artificiale della storia. Il successo di immagine fu enorme, e altrettanto grande fu
l'implicito messaggio in termini di potenza, visto che il lancio confermava che
l'Urss aveva finalmente missili capaci di colpire gli Stati Uniti. In realtà il
missile dello Sputnik non era un'arma operativa. Eppure, quando Chruscëv
annunciò che l'Urss aveva superato gli Stati Uniti nel campo del progresso
scientifico e tecnologico, e quindi militare, molti gli credettero, persino in
America. A credere al bluff furono però soprattutto gli altri partiti comunisti,
riunitisi subito dopo il lancio in una conferenza internazionale per celebrare il
quarantennale della rivoluzione. Mao, per esempio, sostenne che la coesistenza
pacifica era ormai inutile, visto che la guerra si poteva fare e vincere.
L'eventuale morte di un terzo dell'umanità, aggiunse, costituiva un prezzo
appropriato per raggiungere il comunismo. Chruscëv propose di creare una
rivista internazionale di tutti i paesi socialisti. La sede scelta fu Praga, dove dalla
fine del 1958 uscì la rivista «Problemy mira i socializma» (Problemi della pace e
del socialismo), diretta da Rumjancev e destinata a diventare una serra del
riformismo sovietico. Le conseguenze della posizione internazionale dell'Urss si
manifestarono anche a Mosca dove, per rimediare alla situazione di una
superpotenza priva di centri di analisi, furono fondati nuovi istituti, come quello
di economia e relazioni internazionali, destinati a rimanere, malgrado le
traversie, spazi di pensiero relativamente libero. Nell'agosto 1957 si era riunito a
Mosca anche il VI congresso internazionale della gioventù. Malgrado i
partecipanti fossero in genere militanti comunisti, per i giovani sovietici venuti a
contatto con comportamenti e abiti tanto diversi dai loro, esso fu fonte di
scoperte confermate dai primi passi tanto del turismo occidentale in Urss quanto
di quello sovietico in Europa orientale, nonché dalle delegazioni sovietiche in
visita all'estero. Come nel 1944-1945, l'essenza di queste scoperte era
l'inferiorità del sistema sovietico, che però si riteneva ancora in grado di
recuperare terreno. All'interno la nuova libertà e le speranze di Chruscëv si
concretizzarono nel lancio del già ricordato piccolo balzo in avanti, che sarebbe
naufragato contribuendo alla chiusura delle opportunità aperte dal 1953. Il ruolo
cruciale nel fallimento fu ancora una volta giocato dall'orizzonte culturale di
Chruscëv e del gruppo che lo circondava, il quale non solo non riuscì a staccarsi
dal modello socioeconomico fondato da Stalin, ma pensò che esso potesse
costituire il motore di uno sviluppo che si voleva sinceramente orientato a
migliorare le condizioni di vita della popolazione. L'agricoltura ebbe la priorità.
Sull'onda del successo delle Terre vergini, Chruscëv si convinse che era possibile
abolire le consegne obbligatorie degli appezzamenti. Il provvedimento, del
gennaio 1958, fu accolto con giubilo dai colcosiani ma alle sue spalle vi era la
convinzione che gli appezzamenti ormai non servissero più e si potesse pensare
alla loro scomparsa, puntando sullo sviluppo dell'agricoltura socialista. Il primo
passo l'imposizione ai colcos dell'acquisto dei macchinari delle Mts ebbe però
effetti disastrosi, aggravando l'indebitamento dei primi e provocando la rovina di
buona parte delle macchine agricole, mentre il personale delle Mts rifiutava la
caduta di status associata al passaggio ai colcos trasferendosi in città. Ad agosto
Chruscëv si spinse oltre, prendendo provvedimenti contro gli appezzamenti per
moltiplicare la produzione di carne e latte, ostacolata, secondo lui, dalla inferiore
produzione privata. Ai colcosiani fu perciò consigliato di vendere i loro animali
ai colcos. Al solito, essi preferirono macellare le bestie, provocando un aumento
della produzione di carne che era però il segnale di una crisi a venire. Al XXI
congresso del partito, tenutosi nel gennaio 1959, Chruscëv poté così vantare che
i primi segni di successo erano già visibili. Egli prese a esempio la regione di
Rjazan', esaltandone il segretario Larionov, che si era in realtà distinto per le sue
menzogne. Il segnale agli altri dirigenti era chiaro: imbrogliate, commettete
eccessi, ma fate vedere grandi risultati. Gli armenti furono macellati e gli
appezzamenti devastati per costringere i colcosiani a lavorare di più sui campi
collettivi. Chruscëv promosse anche la fusione dei circa novantamila colcos in
unità più grandi e la promozione di alcuni di essi - spesso quelli prossimi al
fallimento - a sovcos, finanziariamente a carico dello stato, appesantendone il
bilancio. Eppure alla fine del 1959, malgrado il raccolto fosse stato inferiore alle
aspettative, il Comitato centrale lodò la vittoria in agricoltura, sottolineando
come le promesse del 1957 riguardo a carne e latte fossero ormai una realtà.
Larionov ricevette il titolo di eroe dell'Unione Sovietica ma, poco dopo, la
scoperta delle sue bugie lo costrinse al suicidio, e la produzione di carne e latte
diminuì invece di aumentare. Il XXI congresso approvò anche l'ambizioso piano
settennale che voleva fare dell'Urss la prima potenza economica del mondo entro
il 1965. L'ottimismo si basava anche sulla scoperta dei giacimenti petroliferi
della Siberia occidentale ma i grandi investimenti, che privilegiavano ancora una
volta l'industria pesante, furono finanziati ricorrendo come sempre a iniezioni
finanziarie fatte attraverso il bilancio o il credito bancario. L'effetto fu un
immediato boom economico, che accelerò l'urbanizzazione e la mobilità della
forza lavoro, e fu alimentato anche dalla continuazione di quello edilizio, che
comportò fra l'altro la demolizione di parte del centro storico di Mosca
provocando sconcerto tra gli intellettuali, già scossi dal fallimento del
modernismo nelle campagne. In quello stesso 1958 fu anche annunciata la
costruzione di una fabbrica di cellulosa sulle rive del lago Bajkal, che avrebbe
dato origine alle prime proteste ecologiche. La crescita continuò a ritmi
accelerati fino al 1960, ma si posero le basi per la comparsa dei fenomeni
inflazionistici e di scarsità che si sarebbero manifestati nel 1962. Soprattutto,
malgrado lo Sputnik, il differenziale tecnologico tra l'Urss e l'Occidente
cominciava ad aggravarsi, come dimostravano i primitivi computer sovietici. Lo
squilibrio era confermato dalla ripresa dell'acquisto di tecnologia e dalla priorità
assegnata nel lavoro del Kgb allo spionaggio scientifico-tecnologico. Ma se in
campo scientifico il desiderio dei vertici di compiere un balzo in avanti favorì la
posizione degli scienziati, il piccolo balzo in avanti fu in generale accompagnato
da un rinnovato fervore ideologico. Esso si tradusse in un aumento della
pressione in materia di religione, cultura e nazionalità che contraddiceva la
tolleranza precedente: le chiese ortodosse, circa 20 mila nel 1959, erano quattro
anni dopo 8.000, mentre i protestanti, colpiti con durezza, reagirono
incrementando la loro militanza. I vertici della Chiesa ortodossa, controllati e
filtrati dal regime, diedero invece meno problemi. Anche in campo culturale, la
stretta di fine 1958 era stata preceduta da una stagione di fermento incarnata da
cantautori come Okudzava, Galic e Vysockij, mentre i samizdat si arricchivano
di traduzioni di autori come Orwell e Hemingway e delle memorie degli ex
detenuti nei campi. Nel giugno 1958 il ritorno di Tvardovskij alla direzione di
«Novyj mir» lasciò sperare che questi manoscritti sarebbero stati pubblicati, e a
luglio l'inaugurazione a Mosca di un monumento a Majakovskij fornì ai giovani
intellettuali un luogo per incontrarsi nel fine settimana. Proprio allora scoppiava
però il caso Pasternak, `premiato a ottobre con il Nobel per il Dottor Zivago.
L'attacco contro lo scrittore fu violentissimo. Pasternak, disperato, annunciò di
aver rifiutato il premio e disse al giovane poeta iVoznesenskij che «il paese,
governato tanto a lungo da un assassino», lo era ora da «un pazzoide che è anche
un maiale». Il Kgb cominciava intanto a minacciare e arrestare i partecipanti alle
riunioni presso il monumento di Majakovskij, in seguito sostituito da quello a
Puskin, accusandoli di parassitismo. L'attacco alle nazionalità fu portato
profittando di una riforma della scuola ispirata alla stessa ideologia di sinistra
che animava le iniziative in campo economico. Essa innalzava l'obbligo a otto
anni, seguiti da tre anni di studio e lavoro indispensabili per accedere
all'istruzione superiore, legando l'ingresso all'università al passato professionale
e a criteri politici. Il malcontento tra i giovani, le loro famiglie e i ceti
intellettuali fu enorme e la vittoriosa opposizione a questa parte della riforma fu
una delle prime manifestazioni della presenza in Urss di una proto-opinione
pubblica di cui il regime doveva tener conto, perché era costituita dai ceti sui
quali esso poggiava. Ancora più acute furono le polemiche legate al ruolo del
russo, promosso per favorire il senso di appartenenza al «popolo sovietico».
L'idea che quest'ultimo fosse basato sull'unità e l'amicizia di popoli diversi
veniva ora sostituita da quella per cui, in connessione al passaggio dal
socialismo al comunismo, si poneva «il problema della futura fusione delle
nazioni e dello sviluppo di una lingua unica». La riforma prevedeva perciò che
fosse data agli abitanti delle repubbliche la possibilità di scegliere in quale lingua
educare i propri figli, abolendo l'obbligo dell'istruzione nelle lingue locali. Nel
Baltico e nel Caucaso l'opposizione fu subito fortissima, ma persino dirigenti del
Partito ucraino chiesero il mantenimento del bilinguismo nell'istruzione
obbligatoria. Al Soviet supremo molte delegazioni repubblicane difesero le
stesse posizioni, ma la riforma fu comunque introdotta, anche se in forma
modificata, mentre in Asia centrale i segretari dei partiti turkmeno, uzbeco e
kazaco venivano rimossi per nazionalismo. In breve tempo le scuole russe
furono più numerose di quelle ucraine persino a Leopoli, dove non ve
n'erano mai state. Si arrivava così, in un certo modo, all'applicazione delle idee
sulla possibilità di una russificazione dolce cui Stalin aveva alluso nel 1950. Si
sperava che con il tempo, specialmente nei paesi slavi, le lingue locali sarebbero
diventate oggetto di interesse per studiosi stravaganti e residui usati dai
colcosiani, mentre il russo sarebbe stato lo strumento di promozione sociale dei
nuovi strati urbani. In Ucraina questo processo fu tuttavia turbato dalla
mobilitazione dell'opinione pubblica: gli scrittori ucraini approvarono mozioni in
difesa della lingua, e intorno a essi si coagularono studenti e insegnanti, ma
anche quadri dell'industria e persino del partito. Nel 1958 Chruscëv partì
all'assalto anche in politica estera. All'inizio Cina e Jugoslavia ricevettero più
attenzione dell'Occidente. A giugno, per punire Tito e ricordare ai sostenitori
delle vie nazionali chi era il padrone, egli decise di far fucilare Nagy in
Romania. Con Mao, invece, Chruscëv cercò di appianare i problemi, recandosi a
Pechino, ma i colloqui servirono solo a convincerlo che Mao «si riteneva Dio».
Sul momento, tuttavia, Chruscëv fu colpito soprattutto dalla decisione di Mao di
bombardare, il 23 agosto - lo stesso giorno in cui lanciò il suo Grande balzo in
avanti -, alcune isolette presso Taiwan per costringere gli americani a reagire e
sabotare la distensione. Era la prima manifestazione della disintegrazione del
bipolarismo che aveva caratterizzato fino ad allora la Guerra fredda. Quando
Mao chiarì che era disposto a subire un attacco nucleare tattico se l'Urss si
impegnava a reagire con uno strategico, Mosca decise di rimangiarsi la promessa
di consegnare l'atomica a Pechino, rovinando i rapporti tra le due potenze
comuniste, un evento di enorme importanza, che sfuggì agli osservatori
occidentali. Mosca cominciava intanto a sperimentare alcune delle difficoltà che
avrebbero poi piagato i suoi rapporti con i movimenti di liberazione nazionale
scontrandosi con la Société africaine de culture di Senghor, Fanon e Césaire, che
aveva preteso di scegliere da sola i propri delegati alla Conferenza degli scrittori
dell'Asia e dell'Africa convocata a Tagkent nell'ottobre 1958, e contaminava il
socialismo con i valori del panafricanismo e della négritude, infastidendo i
sovietici. In Europa Chruscëv desiderava fare qualcosa di eclatante per riscattare
il 1956 e punire l'Occidente per la mancata risposta alle sue aperture. L'idea era
quella di trasformare Berlino Ovest da problema per la Ddr e l'Urss in strumento
per una soluzione favorevole della questione tedesca. A novembre fu così
annunciato un ultimatum: o entro sei mesi le potenze vincitrici raggiungevano un
accordo, riconoscendo i due stati tedeschi e facendo di Berlino una città libera, o
l'Urss avrebbe firmato una pace separata con la Ddr, consegnandole il controllo
di comunicazioni e confini. Berlino tornava così al centro delle angosce
occidentali, ma l'ultimatum era un bluff. Al posto di una risposta, Chruscëv
accettò un incontro dei ministri degli Esteri che gli fruttò l'agognato invito negli
Stati Uniti. La visita, che cominciò nel settembre 1959, fu considerata da
Chruscëv un onore reso a lui come persona e al paese che rappresentava. Al
ritorno gli fu preparata un'accoglienza trionfale e a Mosca ci fu un montare di
sentimenti filoamericani, che coincise con una nuova crisi nei rapporti con la
Cina, dove Mao stava reprimendo la rivolta tibetana e provocando scontri di
confine con l'India, con cui Mosca aveva ottimi rapporti. La visita che Chruscëv
fece a Pechino subito dopo il suo ritorno dall'America si risolse così in un
disastro e Mosca accusò per la prima volta un paese comunista di cattive
relazioni con gli Stati Uniti. La componente personale del dissidio, certo
presente, fece però nascere tra molti dirigenti sovietici la convinzione, errata, che
esso fosse dovuto alle intemperanze del loro capo. Eppure, come Suslov dichiarò
a fine anno al Comitato centrale, essi avevano compreso che il Grande balzo di
Mao, come quello di Stalin, sarebbe sfociato in una carestia e poi in grandi
purghe. Almeno in politica estera, il segno delle improvvisazioni di Chruscëv
rimase comunque positivo. L'idea che le animava fu infatti quella di allentare la
tensione, anche per ridurre le spese militari e avere così a disposizione più
risorse per le trasformazioni interne. Chruscëv perseguì questo fine anche
puntando sui missili, che sosteneva essere sufficienti alla difesa, a scapito delle
forze armate, che si indignarono per i tagli alle forze convenzionali. La
scommessa sui settori tecnologicamente avanzati, però, provocò comunque un
aumento delle spese militari. In quello stesso 1959, alla vigilia del suo ultimo
decennio vitale, l'Urss tenne il suo primo censimento dopo il 1939. Esso disegnò
i contorni di un paese ancora arretrato ma provvisto della base demografica,
culturale, industriale, militare e scientifica sufficiente per essere una
superpotenza. Grazie al boom demografico gli abitanti risultarono essere 209
milioni, 30 in più di quelli degli Stati Uniti. Per la prima volta, inoltre, i residenti
urbani superavano, sia pure di poco, quelli rurali e l'attesa di vita continuava a
migliorare: quella maschile, in particolare, risultò essere nel 1959 di quasi 63
anni in Russia e di più di 65 in Ucraina, dati simili a quelli di Francia e
Giappone. Oltre a registrare i danni degli anni Trenta, il censimento mise in
mostra le ferite inflitte dalla guerra. Le donne erano 20 milioni più degli uomini
e la penuria di manodopera cominciava a farsi sentire, costringendo il regime a
spremere le campagne e a spingere le donne al lavoro. La percentuale degli
occupati tra gli adulti abili raggiunse così quasi il 100%, dando un'ulteriore,
ultima spinta alla crescita del tenore di vita. D'altro canto, a segnalare la diversità
della modernizzazione sovietica, il fatto di gonfiare il numero degli organici
creò, per usare le parole di Nekric, «un grande strato di persone incompetenti in
tutte le aree [...] che formarono uno dei più importanti sostegni del regime». Il
peso imposto sulle donne, in genere occupate agli scalini professionali più bassi,
continuava a essere altissimo, visto che l'assenza di servizi sociali concentrava su
di loro un doppio carico di lavoro. Nel 1959, inoltre, quasi il 70% delle famiglie
composte da una persona, le più povere, era costituito da donne sole. Soprattutto,
sulle donne gravava uno straordinario numero di aborti. La loro crescita, in parte
spiegabile con la ri-legalizzazione, era tale da suggerire un profondo malessere
sociale e psicologico. Il censimento rivelò anche che i russi costituivano meno
del 55% della popolazione del paese, gli ucraini circa il 18, i bielorussi il 3,8, gli
uzbechi il 2,9, i tatari il 2,4 e i kazachi, gli azeri, gli armeni, i georgiani, i
moldavi, i lituani e gli ebrei percentuali comprese, in ordine discendente, tra l'1,7
e l'1,1 %. Queste popolazioni avevano piramidi di età differenti, che
rispecchiavano il diverso modo in cui avevano vissuto le tragedie del 1929-1953,
e il differente livello di natalità e mortalità. Gli slavi erano per esempio più
numerosi nelle classi di età superiori: per ogni uzbeco dai 50 ai 59 anni vi erano
32 russi, ma tra gli 0 e i 10 anni si scendeva a 6,5, cifre che preoccupavano
Mosca. Significativa era anche la distribuzione delle nazionalità tra le
repubbliche. I russi costituivano 1'82-83 % della popolazione della loro
repubblica, gli ucraini circa il 77% e i bielorussi quasi il 74%. Molto forte, e in
aumento, era in queste due repubbliche, e nel Baltico, la presenza russa, che
raggiungeva il suo picco in Kazachstan, dove i kazachi costituivano nel 1959
solo il 30% degli abitanti. I russi erano inoltre sovrarappresentati nelle
occupazioni che richiedevano più istruzione e garantivano maggior potere. Il
censimento mostrò inoltre che gli ucraini non erano ancora un gruppo nazionale
«moderno». Solo il 36% di essi viveva nelle città e il lavoro nei campi era ancora
l'occupazione di quasi il 50% della popolazione attiva di origine ucraina. In
qualche decennio, tuttavia, un popolo composto quasi esclusivamente da
contadini si era dotato di strati urbani, operai, impiegatizi e professionali. Le
cose erano più complicate nel campo della lingua. Nel 1959 il93,5% degli
abitanti di origine ucraina sostenne che l'ucraino era la sua madre lingua, ma i
censimenti sottostimavano la russificazione, visto che il russo era la lingua d'uso
prevalente, almeno nelle città. Gli ebrei risultarono essere quasi 2,3 milioni, un
dato sottostimato perché molti nascondevano le proprie origini. I rapporti con il
regime, sia pure migliorati rispetto al 1952, continuavano infatti a essere difficili,
il sistema delle quote aveva ristretto i canali tradizionali dell'ascesa sociale, e
una parte della comunità viveva ancora nella paura. La situazione peggiore era
però quella delle nazionalità represse durante la guerra che, come sappiamo,
avevano perso quote significative della loro popolazione, ma avevano al tempo
stesso respinto gli sforzi di assimilazione culturale e linguistica. La
modernizzazione del paese nel suo complesso era comunque innegabile. La
percentuale di chi aveva un'istruzione media o superiore era passata in vent'anni
dal 15,9 al 58,7% e quella dei laureati dall'1,2 al 3,8%. La giornata di lavoro, in
diminuzione dal 1956, sarebbe stata portata di lì a poco a sette ore più sei al
sabato e la maggioranza dei lavoratori godeva di circa venti giorni di ferie
all'anno. Le radio in grado di ricevere le emittenti straniere erano passate in dieci
anni da meno di 2 a circa 27 milioni, e il milione di apparecchi televisivi del
1955 salì nel 1960 a 5 milioni e a 10,5 nel 1963. Poco prima era stata fondata la
prima rete nazionale, con il compito di mobilitare, istruire e svagare la
popolazione, senza ancora rendersi conto del valore che il nuovo mezzo poteva
avere come strumento di russificazione. Questa modernizzazione era però
deturpata dall'alcol, dall'inefficienza, dai milioni di marginali, dalla miseria
rurale e dagli aborti. I vertici del paese preferirono tuttavia concentrarsi sulle
luci: il socialismo era conquistato, l'opposizione interna di gruppi e classi sociali
debellata e l'Urss era entrata nella fase della costruzione del comunismo. Vinti
gli ultimi ostacoli, che Chruscëv identificava nell'indifferenza e nel
conservatorismo di quadri e funzionari, il sistema sovietico avrebbe presto
raggiunto il più alto livello di produttività del mondo, provando la sua
superiorità. Un decennio che si sarebbe aperto con la costruzione del muro di
Berlino e chiuso con la repressione della primavera di Praga, che in realtà
dimostravano l'inferiorità sovietica, cominciava così con il lancio di una sfida
all'Occidente posta in termini materiali: la Guerra fredda sarebbe stata vinta da
chi avrebbe saputo garantire un benessere maggiore ai suoi abitanti. Su queste
promesse il regime sovietico sarebbe stato giudicato anche dalla sua
popolazione.

3. Rilanci e fallimenti, 1960-1964

In campo internazionale il decennio cominciò male. Ad aprile l'attacco di Mao


ai concetti di distensione e coesistenza pacifica e il desiderio di non «perdere la
Cina» spinsero Chruscëv a sterzare a sinistra, una svolta rafforzata il 1° maggio
dall'abbattimento di un U-2 nei cieli sovietici. Esso ebbe luogo alla vigilia del
summit di Parigi con Eisenhower, di cui Chruscëv esigette - con un
comportamento sopra le righe - le scuse, con il risultato di far saltare l'incontro,
sconfessare la sua linea precedente e dare credito alle tesi cinesi. Egli stesso
avrebbe poi sostenuto che il fallimento di Parigi aveva segnato l'inizio della sua
fine. I cinesi ne furono deliziati e a Mosca molti dirigenti si convinsero ancor più
della sua inadeguatezza. Tra essi vi era Breznev, appena nominato presidente del
Soviet supremo e che già godeva del favore di un apparato che ne apprezzava il
carattere, avverso a rischi e avventure. Il malumore spinse Chruscëv a ritirare i
consiglieri sovietici dalla Cina, danneggiando irreparabilmente i rapporti con
essa. Le relazioni internazionali cominciavano così a essere dominate dal
triangolo Washington-Mosca-Pechino, di cui l'Europa e il Terzo mondo erano i
terreni di manovra. Proprio quest'ultimo stava però compensando le delusioni. Il
1960, che vide l'Egitto adottare una legislazione socialista in campo economico,
fu l'anno in cui dagli ex imperi coloniali nacque il maggior numero di nuovi
stati. L'amore di Chruscëv si diresse in particolare verso il Congo di Lumumba e
la Cuba di Fidel Castro, che proprio nel 1960 dichiarò la sua adesione al
comunismo. Ma se potevano bilanciare le difficoltà con Pechino e Washington,
gli eventi del Terzo mondo potevano fare poco rispetto ai problemi interni. Il
raccolto del 1960 fu superiore a quello dell'anno precedente, ma gli ammassi
andarono male e Mosca si trovò ancora una volta nella sgradevole situazione di
distribuire risorse scarse secondo liste di priorità. Chruscëv, furioso, si scagliò
contro la dirigenza ucraina, sostenendo che nella repubblica gli ammassi erano
diminuiti a causa di massicci furti campestri. Così facendo egli si rendeva però
impopolare anche tra leader che lo avevano sempre appoggiato, e questa
impopolarità si estese alla burocrazia che dirigeva il settore agricolo. Il problema
principale era però la carne, la cui produzione ristagnava. Piuttosto che riflettere
sui .suoi errori, Chruscëv se la prese con gli imbroglioni come Larionov,
attaccando quei primi segretari regionali che erano stati il suo principale
sostegno nel 1957. Nei mesi precedenti Chruscëv aveva anche dato il via a una
grande operazione contro la corruzione, diretta contro l'economia nera
sviluppatasi ai margini di quella ufficiale, di cui si nutriva. Il suo sviluppo
dipendeva però dall'incapacità di quest'ultima di far fronte ai bisogni dei
cittadini: essa contribuiva quindi al funzionamento del sistema sovietico,
colmandone, anche se in maniera distorta, le lacune, e la sua repressione era
perciò controproducente. Sempre nel 1961 fu intensificata anche la lotta al non
conformismo con l'indurimento delle misure contro i «parassiti» che potevano
ora essere condannati al lavoro rieducativo nei campi. Tra le vittime vi sarebbero
stati artisti poi famosi, come il premio Nobel Iosif Brodskij, ma essa era diretta
soprattutto contro la folla di marginali che stava dando di nuovo filo da torcere
alle autorità con una serie di moti, aperti a gennaio da quello di Krasnodar,
seguito a giugno da Murom e Bijsk, e a luglio da Aleksandrov. Contro la
devianza furono anche usati alcuni articoli dei nuovi codici approvati tra il 1960
e il 1962. Il 90% dei circa 250 condannati all'anno per attività antisovietiche
negli anni successivi lo fu in base a essi, ma vi era anche già chi veniva
rinchiuso negli ospedali psichiatrici, in base alla teoria che chi rifiutava il
benefico sistema sovietico non poteva essere una persona normale. Nella
primavera del 1961 Mosca dovette far fronte anche a nuove fratture del suo
impero esterno. Ad aprile l'Albania scelse di schierarsi con la Cina, che si dava
da fare per conquistare il sostegno degli altri partiti comunisti. Sarebbe stata poi
la volta della Romania, che profittò del dissidio sino-sovietico per cominciare il
suo distacco dall'Urss, poi scatenato dalla decisione di rivitalizzare il Comecon.
Bucarest, relegata al ruolo di fornitrice di materie prime ai paesi più
industrializzati, respinse il progetto e si dichiarò neutrale rispetto al conflitto
sino-sovietico. Chruscëv poteva consolarsi delle sue difficoltà con le notizie su
quelle, terribili, che affliggevano la Cina. Qui il Grande balzo in avanti si
chiudeva con la più disastrosa carestia del XX secolo, costringendo Mao a
cedere di nuovo terreno ai moderati come Liu Shaoqi, favorevoli a un
miglioramento delle relazioni tra i due paesi. A fine anno, per esempio, Pechino
accettò prestiti da Mosca, ma le tensioni rimasero. La soddisfazione arrivò
invece con il volo orbitale di Gagarin, nell'aprile 1961. Solo quattro giorni dopo,
la sconfitta degli esuli cubani nella Baia dei porci e le indecisioni di Washington
che la resero possibile deliziarono ancor più il leader sovietico. Egli si convinse
fra l'altro che il nuovo presidente americano, Kennedy, fosse un debole, mentre
cresceva il suo entusiasmo per Cuba, testimoniato da crediti per centinaia di
milioni di dollari. Fu in questo spirito che Chruscëv si preparò al nuovo summit,
tenutosi a Vienna a giugno, nel corso del quale sottopose Kennedy a continui
attacchi. La pressione fu fortissima anche su Berlino. Chruscëv era però
vincolato dalla crisi in cui si dibatteva la Ddr, abbandonata nei dodici anni
precedenti da oltre 2,5 milioni di persone. La crescita degli aiuti sovietici, con
cui si era cercato di arginare il fenomeno, non aveva dato frutti e la stessa
sopravvivenza del paese era in gioco, ma Chruscëv esitava a stabilizzare la
situazione chiudendo i confini, come chiedeva il presidente della Ddr Walter
Ulbricht, perché farlo avrebbe rappresentato un'ammissione di inferiorità e
impotenza. La crescita della tensione seguita al summit, che fece salire i
profughi a circa tremila al giorno, lo costrinse però a cedere. Il 13 agosto Berlino
era perciò già divisa da un «muro di difesa antifascista», le cui opere antiuomo
erano però rivolte verso l'interno, ad aperta ammissione di quel fallimento che
Chruscëv aveva temuto: esso stava lì a ricordare che senza baionette, carri armati
e muri tutto sarebbe crollato. Nell'immediato, però, il muro funzionò. La sua
costruzione stabilizzò la situazione in Europa per quasi trent'anni, chiudendo -
sia pur male - una ferita dalla cui riapertura molti temevano lo scoppio di una
nuova guerra. Anche per questo esso divenne inconfessabilmente popolare tra
molti dirigenti e vasti strati dell'opinione pubblica occidentale. A ottobre il
disagio causato dal muro fu acuito dallo smascheramento del bluff missilistico,
arrivato con l'annuncio di Kennedy della schiacciante superiorità statunitense.
All'interno, però, l'eccellente raccolto del 1961 rinfocolò le speranze di
Chruscëv, che avviò i preparativi conclusivi del XXII congresso ignorando le
difficoltà in materia di prodotti zootecnici e soprattutto quelle causate dai
sovrainvestimenti. Al gruppo di lavoro incaricato di stendere il nuovo
programma del partito furono indicati obiettivi fantastici: la produzione pro
capite avrebbe dovuto superare quella americana nel giro di un decennio, in
vent'anni la questione abitativa sarebbe stata risolta e il lavoro sarebbe divenuto
genuina attività creativa. Alla fine di ottobre l'apertura del congresso fu
festeggiata facendo esplodere una bomba termonucleare. Il rapporto di Chruscëv
durò diverse ore, alimentando il risentimento generato dal suo piccolo culto della
personalità tra gli alti dirigenti e dalla sua «buffoneria» tra gli alti gradi militari.
Ciò malgrado, il congresso rappresentò l'apogeo politico di Chruscëv. Esso
approvò un programma che poneva fine alla dittatura del proletariato e
proclamava l'istituzione di uno «stato di tutto il popolo» teso alla promozione del
benessere economico e culturale piuttosto che alla repressione. La pace interna
era così eletta a fondamento della vita del paese. Il programma poneva inoltre di
nuovo l'obiettivo del passaggio al comunismo, che andava raggiunto entro il
1981 ed era identificato con il benessere materiale, l'accorciamento dell'orario di
lavoro, i pasti gratuiti a scuola e in fabbrica, l'estensione di pensioni e sistema
sanitario ai colcosiani ecc., ridando fiato a una propaganda cui molti, anche
all'estero, avrebbero creduto. Questo paese di Bengodi sarebbe stato abitato da
un uomo nuovo, dotato di una nuova morale le cui caratteristiche erano elencate
in un catechismo dei «sani principi» che suonava tanto più ipocrita e perbenista
quanto più era lontano dalla realtà. Il potere e l'autorità sarebbero ancora esistiti,
perdendo però il loro carattere politico, identificato con la coercizione. A
scomparire non era quindi la sfera pubblica in quanto tale, ma lo stato come
organo repressivo di classe. Essa sarebbe stata gestita da un'autorità tecnico-
amministrativa che avrebbe preso provvedimenti ispirati all'interesse generale in
base alle conoscenze scientifiche e non in risposta a conflitti sociali eliminati alla
radice. La transizione al comunismo non poneva quindi problemi: in campo
economico si trattava di un accumulo quantitativo, e in quello politico del
progresso sulla strada imboccata nel 1936. Il passaggio al comunismo poneva in
modo ancor più netto il problema di una cultura comune a tutte le nazionalità
sovietiche, di cui andava accelerata la fusione in nuova comunità storica (vedi
infra, cap. XVII, par. 3). In campo economico i diritti delle repubbliche furono
nuovamente compressi. In Kazachstan, dove l'intervento di Mosca fu più pesante
anche a causa dei problemi nelle Terre vergini, Kunaev - che aveva difeso i
confini della repubblica - perse il posto di primo segretario. Più in generale in
Asia centrale l'attacco alle nazionalità si combinò con la lotta alla corruzione, già
diffusissima come dimostrarono le accuse rivolte durante il XXII congresso alla
dirigenza tagica, rea di aver eretto «servilismo e leccapiedismo a sistema» e di
essersi vantato di aver raggiunto anzitempo obiettivi del piano che non erano mai
stati conseguiti. A emergere era la già ricordata formazione di gruppi di potere
favoriti dalla relativa stabilizzazione dei quadri cominciata dopo il 1953. Il XXII
congresso fu segnato anche da un nuovo sussulto antistalinista, causato dal
timore che Molotov potesse profittare dei malumori che lievitavano nel partito.
Una delegata, già detenuta nel Gulag, disse che Lenin le era apparso in sogno per
chiederle di rimuovere la salma di Stalin dal suo mausoleo. La «richiesta di
Lenin» fu approvata, Molotov fu espulso dal partito e nei mesi successivi le
riabilitazioni ripresero vigore. La svolta provocò un nuovo allentamento della
pressione in campo politico e intellettuale, ma non in quello sociale, come
dimostrarono le accuse lanciate da Chruscëv al congresso contro parassiti,
teppisti e alcolizzati. Il nuovo clima favorì, in particolare nelle grandi città, la
crescita delle aree di non conformismo intellettuale, venute già alla luce nel
giugno 1960 quando i funerali di Pasternak si trasformarono in una
manifestazione cui parteciparono migliaia di persone. Poco dopo la chiusura del
congresso, la lettera di uno scienziato diede avvio alla campagna contro la
costruzione della già menzionata fabbrica sulle rive del Bajkal. Sacharov, che
all'inizio del 1962 ricevette per la terza volta il titolo di eroe
dell'Unione Sovietica, stava invece studiando gli effetti delle radiazioni dei test
nucleari sugli esseri umani, scoprendo che a ogni megatone esploso
corrispondeva la comparsa di migliaia di tumori. Egli cominciò così a chiedere
alle autorità il bando dei test nell'atmosfera, ma la risposta fu negativa e lo
scienziato fu «sommerso da un senso di impotenza, di insopportabile amarezza,
di vergogna e di umiliazione». In quegli stessi mesi anche Grossman, che stava
portando a termine Tutto scorre, esprimeva «giudizi ostili sulla società
sovietica». Due anni prima gli era stato sequestrato il manoscritto di Vita e
destino, ed egli sarebbe poi morto senza sapere se il grande romanzo, poi
pubblicato nel 1980 in Svizzera, si era salvato. Malgrado le promesse del
congresso, il 1962 fu aperto dall'aggravarsi dei rifornimenti alimentari e
dall'aumento delle file di fronte ai negozi. Il problema.non era tanto il raccolto.
La causa, come sappiamo, era piuttosto il precedente aumento eccessivo
degli investimenti e quindi della domanda, aggravato da quattro nuovi fattori. Il
primo era l'aumento dei redditi promosso dal regime. Ciò aveva portato a un
surplus crescente di moneta - sia liquida sia sotto forma di crediti alle imprese -
rispetto ai beni prodotti. Il secondo era la necessità di accordare sempre più fondi
all'agricoltura, visto che i prezzi che essa riceveva per i suoi prodotti
continuavano a essere minori dei costi di produzione. Aumentare i prezzi agli
ammassi voleva però dire aumentare le sovvenzioni ai prezzi al minuto, che fino
ad allora erano stati ritoccati solo al ribasso. Lo squilibrio crescente tra domanda
e offerta si era aggravato, mentre l'aderenza dei prezzi alle scarsità relative
esistenti nel paese si era fatta ancora più tenue. La moneta era quindi un'unità
di misura sempre più falsa e falsante. L'economia stava insomma entrando nel
circolo vizioso che l'avrebbe portata alla disgregazione. Chruscëv reagì con
energia sia in campo internazionale sia all'interno. Nel primo, egli temeva che lo
smascheramento del suo bluff missilistico avrebbe pesato nelle trattative e sul
prestigio sovietico nel mondo. È in questo contesto che nacque la decisione di
piazzare dei missili a medio e corto raggio a Cuba. L'operazione Anadyr,
approvata il 22 maggio 1962, fu concepita all'incrocio di tre considerazioni di
diverso peso. La prima era la presenza dei missili americani in Turchia, la
seconda il desiderio di difendere l'isola, confermando l'appoggio ai movimenti
rivoluzionari del Terzo mondo. Fu in questo spirito che i cubani accettarono i
missili, pur sapendo che essi aumentavano anziché diminuire il rischio di un
confronto con gli Stati Uniti. Ma per i sovietici, e per gli americani, era di gran
lunga più importante la terza considerazione, costituita dal fatto che quei missili,
dislocati a Cuba, diventavano missili strategici: una volta divenuti operativi,
Mosca avrebbe potuto trattare con Washington su un piede di parità. Ciò non
voleva dire che la leadership sovietica desiderasse lo scontro, anzi. I missili
servivano, appunto, a trattare e la guerra con gli Stati Uniti rimase, nelle parole
di Chruscëv, «inammissibile». All'interno Chruscëv era preoccupato dalla scarsa
crescita della produttività, dal burocratismo dell'amministrazione e
dall'incapacità del paese di trasformare la crescita estensiva, basata sulla
riproduzione allargata dell'esistente, in crescita intensiva, fondata
sull'introduzione di nuove tecnologie. Nel breve periodo la questione più urgente
era però quella della scarsità dei beni. Mosca sapeva bene che qui la chiave di
volta era il recupero della possibilità di manovrare i prezzi. A maggio il
Presidium decise perciò a malincuore di aumentare quelli di carne, burro e latte.
La misura, necessaria e ragionevole, fu subito impopolare, anche perché veniva
collegata alle precedenti promesse. Il Kgb, preoccupato, avvisò la leadership che
il malcontento, specie nei confronti di Chruscëv, era diffusissimo. Esso si
esprimeva anche con appelli allo sciopero e recriminazioni sugli aiuti ai paesi
satellite e ai «regimi progressisti» del Terzo mondo, testimoniando la crescita di
un'opinione popolare che, particolarmente in Russia, sentiva la presenza
imperiale come una macina al collo. Il l° giugno le proteste esplosero a
Novocerkassk, una delle città nelle quali da tempo non si trovava più carne e
dove la tensione era cresciuta anche a causa della decisione di tagliare i salari.
Delegazioni operaie si dirigevano intanto verso le fabbriche vicine, e
fraternizzavano con i soldati. Il giorno seguente un corteo di migliaia di operai,
ingrossato da passanti, donne e marginali, marciò sulla città, innalzando - anche
come scudo bandiere rosse e ritratti di Marx, Engels e Lenin. Nell'edificio del
partito si trovavano diversi esponenti del Presidium che, insultati dai
manifestanti, toccarono con mano l'impopolarità del loro leader. Sul momento,
però, essi chiesero il permesso di usare la forza. L'esercito sparò ad altezza
d'uomo, uccidendo ventitré persone, quasi tutti giovani, e ferendone ottantasette,
ma alcuni ufficiali manifestarono subito la propria contrarietà. Nelle settimane
seguenti anche i generali Pliev e Saposnikov, comandante e vicecomandante del
distretto militare del Caucaso settentrionale, protestarono contro l'uso delle
truppe, e cinque anni dopo il secondo sarebbe stato arrestato come autore di
lettere anonime contro la repressione. Il processo agli arrestati si concluse con
sette condanne a morte e altre a pesanti pene detentive, una durezza spiegata
dall'allarme suscitato dalle informazioni sull'estensione del malcontento
popolare. A emergere fu anche la paura della società sovietica nei confronti degli
strati marginali che pare giocassero un ruolo cruciale nella rivolta. Di uno degli
imputati si dava per esempio questa biografia: Nato nel 1914 [...] Nel 1933
scappato dal villaggio e arrestato in città, dove mendicava, dall'Ogpu [...]
Condannato a tre anni, poi ad altri cinque. Nel 1941 al fronte, ferito, decorato.
Arrestato in stato di ubriachezza e condannato a due anni nel 1946, poi di nuovo
a dieci nel 1948. Liberato per l'amnistia dei marzo 1953. Da allora operaio.
Subito dopo Novocerkassk furono perciò aumentati i poteri del Kgb,
accogliendo le richieste del suo gruppo .dirigente. Coerentemente con la sua
formazione, avvenuta tra guerra e dopoguerra, esso vedeva nell'alcolismo,
nell'immoralità, nel vagabondaggio, nell'odio per la polizia ecc. la premessa
degli scoppi di violenza che turbavano la società sovietica, e intendeva quindi
affrontarli aumentando la repressione. Furono inasprite anche le politiche
antireligiose e fu introdotto un regime più stretto per i detenuti politici, mentre le
riabilitazioni si riducevano a cifre insignificanti (117 casi nel 1962) e aumentava
il numero dei detenuti, che passò dai 686 mila del 1961 al 1.052.000 del 1963.
La rivolta aveva di nuovo dimostrato la centralità della questione dei prezzi,
impartendo ai suoi leader la lezione che toccarli equivaleva a giocare con il
fuoco. Il freno posto alle riforme fu quindi sostanziale, a fronte della crescente
convinzione che i prezzi fossero la leva su cui agire per migliorare il
funzionamento dell'economia. La questione fu discussa in un dibattito, aperto da
Lieberman a settembre, nel corso del quale emersero molte delle idee che
animarono la riforma del 1965. Esso segnò il culmine delle discussioni avviate
dopo il XX congresso, ma non ne superò i limiti sostanziali, soprattutto per quel
che riguardava i possibili effetti di una riforma che giocasse con i prezzi senza
aver prima ridato loro significato economico. Anche le proposte più radicali
sfociavano perciò in misure che si muovevano sì verso un sistema più efficiente
ma rischiavano, per la loro incompletezza e contraddittorietà rispetto al sistema
economico sovietico, di provocare a quest'ultimo seri danni senza riuscire a
sostituirlo con qualcosa di diverso (vedi infra, cap. XV, par. 2). La sfiducia nel
partito rurale stava intanto portando Chruscëv all'idea di sostituire, nei distretti
agrari, i comitati del partito (Rajkom) con direzioni produttive nel cui organico
avrebbero prevalso agronomi e altri specialisti. La proposta incontrò il favore dei
tecnici, e sembra che convincesse anche alcune assemblee colcosiane. Essa
sollevò tuttavia la contrarietà delle decine di migliaia di funzionari che traevano
potere e privilegi dai circa 45 mila colcos e 7.400 sovcos esistenti nei paese.
Chruscëv, però, reagì spingendosi ancora oltre: durante le vacanze estive egli
concepì l'idea di dividere l'intero partito in agricolo e industriale, nella speranza
che la specializzazione avrebbe migliorato le cose. Pochi ebbero il coraggio di
protestare contro una proposta che sanzionava la fine del partito come
organizzazione politica, ma il malumore si diffuse nell'intero gruppo dirigente,
nutrito dal culto dell'unità e già irritato dal progetto chruscëviano di porre un
limite temporale all'occupazione delle cariche. In autunno, però, di fronte
all'esplodere della questione cubana la politica interna passò in secondo piano.
All'inizio di ottobre erano arrivate nell'isola le prime delle 164 testate nucleari
previste, insieme a circa 42 mila uomini e 42 missili. Il 14 gli americani
compresero cosa stava accadendo e il 22 la scoperta fu annunciata per
televisione da Kennedy, il quale decise di andare a vedere il gioco di Chruscëv,
stabilendo una «quarantena» navale intorno a Cuba, senza però cedere a chi
voleva ricorrere subito alla forza. Il 25, incoraggiato dalle reazioni non
aggressive di Mosca, Kennedy divulgò una nota conciliante, cui Chruscëv
rispose ribadendo che le armi portate a Cuba non erano offensive ma che, data la
diversa interpretazione circa la loro natura, l'Urss era pronta a ritirarle se gli Stati
Uniti si impegnavano a non aggredire l'isola. Il 27 la televisione sovietica, usata
in assenza di comunicazioni dirette tra le due capitali, trasmise un secondo
messaggio, in cui si chiedeva in cambio anche il ritiro dei missili americani dalla
Turchia. Per la popolazione sovietica, fino ad allora tenuta all'oscuro della
vicenda, la sorpresa fu enorme. Castro, che cercava lo scontro, aveva intanto
ordinato di aprire il fuoco sugli aerei americani che sorvolavano l'isola, ma
Kennedy e Chruscëv stavano muovendo verso l'accordo. Quella sera stessa il
primo rispose insieme ai due testi sovietici, promettendo di non invadere Cuba.
Il giorno dopo il leader sovietico gli rispose, sempre per televisione, con un
messaggio ispirato al ripudio della guerra che pose fine alla crisi. Esso fu, dopo
il rapporto segreto, il documento in cui Chruscëv toccò il suo punto più alto, ma
coincise con un'umiliazione resa ancor più grande dal fatto che il ritiro dei
missili americani dalla Turchia rimaneva segreto. I paesi satellite erano irritati
perché Mosca non li aveva informati, ma più di tutto pesavano la rabbia di
Castro, che definì quello sovietico «un tradimento» e Chruscëv «un uomo senza
coglioni», e i dileggi di Mao, che bollò la decisione di mettere i missili come
avventurismo e quella di levarli come capitolazionísmo. Era un giudizio
condiviso da gran parte delle leadership comuniste e anche i leader sovietici
interpretarono Cuba come «un colpo al prestigio del paese». Nacque allora la
determinazione di raggiungere, costasse quel che costasse, la parità strategica
con gli Stati Uniti. Chruscëv fu però condannato dalle sue nuove iniziative sul
piano interno. A un plenum tenutosi subito dopo la crisi, egli si scagliò contro la
gerarchia del partito e fece approvare una riduzione dei Sovnarchoz, che
rovesciava la tendenza al decentramento sostenuta dai segretari regionali. Per
combattere la corruzione dilagante fu creato un comitato affidato a Selepin, che
si mosse con determinazione ma usò i suoi nuovi poteri anche per organizzare il
complotto contro il segretario. Sembra, però, che proprio la sua durezza
spingesse molti a concludere che egli non era il successore adatto. Il plenum
approvò anche l'abolizione dei comitati di partito nelle zone rurali e la proposta
di dividere i comitati regionali in due, agricolo e industriale, sottoponendo
entrambi agli organi economici. Il malumore per le iniziative chruscëviane
cresceva persino tra gli intellettuali, che pure tanto dovevano alle sue aperture,
accelerate dal XXII congresso. Esse erano incarnate dal «Novyj mir» di
Tvardosvkij, ormai organo ufficioso dell'opinione pubblica progressista, in
polemica con altre riviste che difendevano punti di vista ortodossi, spesso
contaminati dallo sciovinismo e dall'antisemitismo. Nel novembre 1962 su
«Novyj mir» apparve Una giornata di Ivan Denisoviè di Solzenicyn, che
Chruscëv aveva fatto distribuire al Presidium, chiedendo l'autorizzazione
a pubblicarlo. Alcuni riluttavano e Suslov si oppose, ma alla fine il Presidium,
pur se contrariato, acconsentì. L'impatto del romanzo fu enorme: il suo autore
divenne una leggenda e il libro, in cui per la prima volta si parlava del Gulag, fu
letto da tutti. In quegli stessi mesi anche gli storici cominciavano a guardare con
occhi nuovi al passato del paese, mentre gli intellettuali tornavano a far parte
dell'apparato del Comitato centrale. Andropov, divenuto capo del dipartimento
delle relazioni con i paesi socialisti, fu il primo a circondarsene, presto seguito
da molti suoi colleghi. Eppure, proprio mentre le concedeva libertà e opportunità
prima impensabili, Chruscëv trovò il modo di inimicarsi anche l'intelligencija,
rispolverando nel corso di una visita a una esposizione di arte d'avanguardia i
temi volgari e lo stile persecutorio del 1958. In politica estera si cominciavano
intanto a manifestare gli effetti positivi della crisi di Cuba, che aveva dimostrato
come le armi nucleari non potessero essere direttamente usate come strumenti
per realizzare fini politici se non a prezzo di una guerra che nessuno dei due
contendenti voleva. Questa coscienza segnò un nuovo spartiacque della Guerra
fredda, che venne allora «addomesticata», mentre a Mosca si cominciava a
pensare alla possibilità di co-gestire il mondo con gli Stati Uniti. Tra le ragioni
della svolta vi era anche la convinzione che la Cina fosse ormai irrecuperabile.
L'influenza di Pechino sulle scelte di Mosca cambiò così di segno. Se fino ad
allora il timore delle critiche cinesi aveva spinto Chruscëv a sinistra, ora il
distacco da Mao favoriva ancor più l'apertura verso l'Occidente. Kennedy colse
l'apertura e il dialogo fu sanzionato dall'installazione della linea rossa tra
Washington e Mosca. Nell'agosto 1963 fu firmato il trattato che metteva al bando
i test nucleari nell'atmosfera. Si trattava solo dei primi passi verso il
contenimento - non la riduzione - della corsa agli armamenti, ma il loro impatto
fu enorme, aprendo nel mondo una stagione di speranze. I cinesi raddoppiavano
intanto i loro attacchi, cui Mosca rispose con una lettera aperta che difendeva la
destalinizzazione e vantava i progressi compiuti dopo il 1953: la riforma delle
pensioni, l'aumento dei redditi contadini, i progetti di edilizia abitativa, la fine
della paura e del sospetto, il rafforzamento della legalità socialista e la
riabilitazione di tanti innocenti. La lettera respingeva anche le teorie maoiste
sull'opportunità di un conflitto nucleare, ribadendo che esso non poteva avere
vincitori. Mentre molti partiti comunisti, preoccupati dello scisma, premevano su
Mosca perché scendesse a patti con Pechino, Mao decise di alzare il tiro con
attacchi personali a Chruscëv, che rafforzarono la convinzione dei dirigenti
sovietici ansiosi di ricucire i rapporti con Pechino che la crisi fosse il frutto degli
errori del segretario. Poche settimane dopo Kennedy veniva assassinato. A
Mosca la preoccupazione fu moltiplicata dall'arresto di Lee Oswald, un ex
marine dichiaratosi un ardente socialista che si era sposato e aveva vissuto in
Urss (il Kgb combatté questi timori alimentando i dubbi e le voci che
circondarono l'omicidio). Presto, però, fu chiaro che Johnson, più interessato alla
politica interna, era intenzionato a lasciare la gestione di quella estera al gruppo
kennediano. All'interno Chruscëv era amareggiato dal fallimento dei suoi
tentativi di riformare il sistema sovietico. In economia esso si manifestava con il
proseguire del declino dei tassi di crescita. A schiacciare il dato verso il basso
era soprattutto l'agricoltura: ai danni arrecati agli appezzamenti privati si
aggiunse nel 1963 una siccità che fece ripiombare il raccolto al livello del 1955.
Già a ottobre la gente era così di nuovo in fila per comprare il pane. Mosca e
Leningrado, meglio rifornite, erano sommerse da centinaia di migliaia di abitanti
dei villaggi circostanti e i giornali lo erano da lettere di protesta. La prospettiva,
concreta, era la reintroduzione del razionamento in tempo di pace, evitata
comprando cereali all'estero. Chruscëv reagì aumentando la pressione nei
confronti dei colcos e degli appezzamenti, tornando a esaltare Lysenko e
prendendosela con gli ignoranti travestiti da ministri. Riecheggiando i sogni del
1950, egli sottolineò la necessità di spingere i colcosiani verso forme di
produzione che li liberassero dal bisogno di contare sulla propria mucca. Ancora
una volta la «decontadinizzazione» delle campagne era indicata come l'obiettivo
da raggiungere. Chruscëv però concepiva questo obiettivo in senso opposto a
quello, sterminatore, di Stalin, e pensava, perseguendolo, di migliorare le
condizioni di vita nelle campagne. Che le sue intenzioni fossero queste è
confermato dalla contemporanea discussione di un provvedimento che estendeva
almeno in parte il sistema pensionistico ai colcosiani. La discussione del
provvedimento era stata accelerata dall'uscita di La casa di Matrjona di
Solzenicyn, che descriveva la miseria di una vecchia contadina costretta a rubare
per sopravvivere. Il racconto combinava una descrizione idealizzata del
contadino russo con una critica della modernizzazione stalinista, ribadita anche
nelle opere di altri scrittori, dove essa si trasformava spesso in una critica della
modernità in quanto tale che si combinava ai progressi del movimento ecologista
e del sentimento nazionale russo. Le kompanye intanto si politicizzavano.
Aleksandr Esenin-Vol'pin, un matematico figlio del grande poeta suicidatosi
negli anni Venti, già ricoverato in un ospedale psichiatrico nel 1949 per «poesia
antisovietica», cominciò allora a discutere la possibilità di difendere i diritti
umani chiedendo il rispetto della legislazione sovietica. Intorno a lui si
raccolsero altri intellettuali e scienziati, formando uno dei rivoli di un nascente
movimento democratico che operava accanto ai gruppi nazionali e religiosi che
costituivano la maggioranza del non conformismo ideologico. Questi processi
erano stimolati anche dalla crescente apertura del paese. Nel dicembre 1963
Mosca fu scossa dalla protesta degli studenti africani contro la morte di un loro
compagno, che imputavano al razzismo, mentre dall'Europa dell'Est arrivavano
in traduzione libri di ispirazione riformista, in cui si sosteneva fra l'altro
l'importanza dei gruppi e degli interessi anche nelle società socialiste. Il plenum
del giugno 1963 denunciò quindi lo sbandamento di parte dell'intelligencija e
l'ondeggiare di alcuni settori della gioventù, chiamando al rafforzamento della
«vigilanza rivoluzionaria». Poco dopo il poeta Voznesenskij fu minacciato di
espulsione dal paese e peggiorò il rapporto con gli scienziati di Chrugcëv, che
nel 1964 minacciò di sciogliere l'Accademia per il rifiuto da essa opposto, su
proposta di Sacharov, all'elezione di un seguace di Lysenko. Le polemiche con
gli intellettuali crebbero anche nelle repubbliche. In Ucraina il punto di svolta
del revival nazionale arrivò con la conferenza sullo status della lingua ucraina
tenutasi nel febbraio 1963 alla presenza di più di mille scrittori, insegnanti e
linguisti. Mosca ne fu sorpresa e preoccupata, tanto più che, sia pure su scala
minore, fenomeni simili si stavano verificando anche in altre repubbliche come
la Bielorussia. Negli anni successivi, ai più visibili arresti di Mosca e Leningrado
sarebbero corrisposti quelli, più numerosi, in Ucraina, dove l'attacco
all'intelligencija coincise con la ripresa dell'antisemitismo, segnalata nel 1964
dalla pubblicazione della prima opera apertamente antisemita apparsa in Urss.
Nella primavera del 1964, dopo i festeggiamenti per il suo
settantesimo compleanno, Chrugcëv si recò in Egitto per assistere
all'inaugurazione della diga di Assuan, costruita con l'aiuto sovietico. Mosca,
divenuta l'altro «forno» cui si rivolgeva chiunque avesse difficoltà con quello
occidentale, toccò allora il primo culmine della sua influenza nel Terzo mondo.
Proprio i frequenti viaggi di Chrugcëv stavano però permettendo ai suoi nemici
di tessere i loro complotti. I gruppi al lavoro per rimuovere Chruscëv erano due.
Il più importante era quello composto da dirigenti anziani, capeggiato da
Breznev, Podgornyj e Suslov e sostenuto da numerosi segretari regionali,
marescialli dell'Armata rossa e dirigenti del complesso militare-industriale. Vi
era poi il gruppo di dirigenti più giovani, che avevano in Selepin il loro leader.
La relativa apertura con cui furono condotti gli intrighi è un'ulteriore
testimonianza del progressivo addolcimento del regime. A settembre il figlio
Sergej avvertì Chruscëv che c'era un complotto in corso, ma questi rifiutò di
credergli e chiamò Podgornyj, che lo ordiva, per farsi rassicurare, spaventando
Breznev, che fu sul punto di cedere. Ciò nonostante il 12 ottobre egli trovò il
coraggio di telefonare a Chruscëv, in vacanza con Mikojan, per chiedergli di
tornare a Mosca per un Presidium straordinario, che si riunì il giorno successivo.
Il primo a parlare fu Breznev che imputò al segretario di aver diviso il partito, di
aver trattato i colleghi villanamente e di aver deciso tutto da solo. Mikojan, che
spese qualche parola in sua difesa, fu sommerso dagli altri interventi. Kosygin,
pur ammettendo che Chruscëv era un uomo onesto, lo accusò di non ascoltare
nessuno e Selest, il leader ucraino, dopo aver ricordato quanto lo avesse
rispettato, gli rinfacciò di «essere diventato un'altra persona», imprevedibile e
arbitraria. ~elepin, che fu il più duro, sottolineò gli errori e le avventure in
politica estera, sostenendo fra l'altro che nel 1963 i colcosiani avevano ricevuto
meno cereali che nel 1940. A differenza del 1957, Chruscëv decise di non dare
battaglia. Come disse a Mikojan: Sono vecchio e stanco. Che facessero senza di
me. Ho ottenuto la cosa più importante. Le nostre relazioni e lo stile di direzione
sono cambiati radicalmente. Chi avrebbe potuto sognare di dire a Stalin che non
andava più bene e si doveva ritirare? Non sarebbe rimasto nulla di lui. Oggi tutto
è diverso. La paura è scomparsa [...]. Questo è il mio contributo. Non
combatterò. Il Comitato centrale sanzionò poi la nomina di Kosygin a primo
ministro ed elesse Breznev primo segretario - un provvedimento che molti
ritennero temporaneo perché non lo consideravano in grado di guidare il paese -
senza tuttavia definire una nuova politica. Washington reagì con calma, la
maggior parte dei commentatori internazionali non diede molta importanza
all'avvenimento, e la stessa sovietologia occidentale fu in un primo momento
unita dalla sottovalutazione dell'operato di Chruscëv, di cui molti sottolinearono
errori e avventure. Con il tempo, tuttavia, le valutazioni negative furono almeno
bilanciate da quelle positive. Certo, Chruscëv aveva fatto molte cose assurde, ma
le contradK, dizioni delle sue iniziative non ne potevano oscurare la portata: le
liberazioni, la díssacrazione di Stalin, il ritorno dei popoli deportati,
l'emancipazione ancorché parziale dei contadini, le più liberali leggi sul lavoro,
la distensione internazionale hanno fatto sì che il giudizio su di lui non possa
essere negativo. È emersa così un'immagine dell'uomo contraddittoria, ben
espressa dai ritratti dedicatigli dai suoi biografi e da quello tratteggiato da
Chruscéëv stesso nelle sue memorie: un essere che si muoveva su due gambe,
«una che marciava coraggiosamente verso il futuro e l'altra affondata senza
speranza nelle sabbie mobili del passato». In seguito, gli stessi intellettuali che lo
avevano osteggiato avrebbero rimpianto quell'uomo imbarazzante, arrivando a
darne un giudizio opposto a quello di Molotov, secondo il quale Chruscëv, pur
essendo un uomo capace, aveva giocato un ruolo nefasto, scatenando una belva
che aveva causato danni enormi al sistema sovietico. Al suo intervistatore, che
gli chiedeva se questa belva fosse la democrazia, Molotov rispose che «la si può
chiamare anche umanesimo», ma in realtà essa era «la mentalità piccolo-
borghese», vale a dire la voglia di vivere in pace la propria vita. L'Urss lasciata
da Chruscëv era la prova vivente del primato assunto da questa voglia. Malgrado
crisi e scarsità, la situazione economica e alimentare della popolazione era
migliorata, i redditi contadini erano raddoppiati rispetto al 1953 e le tensioni tra
società e regime erano minori che nel passato. La presenza e l'attività di un
gruppo riformista nell'establishment sovietico aveva inoltre confermato che il
sistema aveva un'innegabile dinamica, che mal si conciliava con l'immagine
statica che predominava in Occidente. Il problema era quali fossero le molle e la
direzione di questa dinamica. Quel che era successo dopo il 1953 suggeriva che
il vettore della trasformazione era rappresentato dal graduale e incompleto
passaggio dallo stato totale qualitativo staliniano a uno stato totale quantitativo,
attento alle esigenze della popolazione. La questione era quindi la seguente: date
le caratteristiche fondanti del sistema sovietico e la fedeltà a esse professata
anche dai suoi riformatori, era possibile che questo processo arrivasse a
compimento? Era insomma il regime sovietico un organismo vitale, capace di
rinnovarsi senza rompere con il suo patrimonio genetico, iscritto nella sua
struttura socioeconomica e nella soluzione da esso data al problema delle
nazionalità?

PARTE TERZA Il degrado di uno stato totale, 1964-


1991

1. Il «socialismo sviluppato» come


involuzione,1964-1974

1. Ricerca della stabilità e problemi sistemici, 1964-1966


La preferenza di Stalin per persone dotate di istruzione tecnica, rafforzata da


quella di Chruscëv per collaboratori che non gli facessero ombra, aveva fatto sì
che i protagonisti del golpe fossero uomini mediocri, a capo di reti composte
dalle persone che avevano contribuito a far promuovere e dagli interessi che
avevano rappresentato. Nato nel 1906 in Ucraina, ancora nel 1947 registrato
come ucraino ma poi dichiaratosi russo, Breznev era un modello di quella
russificazione dolce di cui fu un sostenitore. Diplomato in metallurgia, la sua
carriera era stata accelerata dal terrore. Durante la guerra era stato commissario
politico di armata e la sua ascesa era legata alla sovietizzazione della Moldavia e
alla campagna per le Terre vergini. Era un uomo dalla personalità tutt'altro che
brillante - Dmitrij Volkogonov lo ha definito un uomo a una dimensione, con la
psicologia di un dirigente intermedio, vanitoso e desideroso di accontentare chi
lo circondava - ma capace di comprendere e seguire i desideri della gerarchia.
Pare confessasse di non leggere libri e nei suoi appunti è quasi impossibile
trovare un'idea interessante, ma proprio la sua impreparazione lo portava a
rispettare i dogmi di un'ideologia che non conosceva e quindi a fidarsi di
consiglieri ortodossi. I suoi orizzonti limitati non ne facevano tuttavia uno
stupido, tanto più che almeno nei primi anni egli fu cosciente dei propri limiti.
La sua capacità di lavoro e la sua astuzia erano inoltre innegabili, le istruzioni
che dava precise, la sua allergia alle avventure gli garantiva popolarità tra
burocrati che apprezzavano anche la sua gentilezza e il suo carattere tranquillo.
Almeno nei confronti di dirigenti e funzionari Breznev non era inoltre crudele e
a quelli di cui si sbarazzava concedeva spesso cariche onorifiche. Il suo carattere
lo portava però a evitare le personalità brillanti, alle quali preferiva «gente grigia
e banale». Le persone più capaci e intraprendenti, che erano spesso quelle legate
al XX congresso, furono così - nelle parole di Fedor Burlackij - «quietamente
messe da parte» e la mediocrità e la mancanza di principi, più che
l'incompetenza, dilagarono. La definizione dell'età brezneviana come
stagnazione (zastoj), adottata dai suoi successori, non è quindi infondata, ma va
qualificata. Almeno la sua prima parte fu contraddistinta da una notevole attività
e sembrò contenere la possibilità di sviluppi diversi. Il passaggio alla seconda
fase, che ha poi impresso il suo marchio al periodo, è legato alla dipendenza da
sonniferi di Breznev, che contribuì ai due colpi apoplettici del 1974 e del 1976.
Essi minarono la sua capacità di lavoro e rafforzarono le sue caratteristiche
peggiori, come il sospetto che qualcuno volesse profittare della sua debolezza
per rimuoverlo e l'amore per i beni materiali, che portò al sorgere di voci sulla
sua corruzione, alimentate dal comportamento dei suoi familiari. Breznev rimase
però per molti la soluzione migliore, anche perché, dato il passato, un re
Travicello sembrava il male minore. Gli uomini forti accanto a Breznev erano
Podgornyj, mandato nel 1965 al Soviet supremo, che avrebbe presieduto fino al
1977, e Suslov. Entrambi avevano la fama, meritata, di conservatori, ma il primo
avrebbe votato nel 1969 contro la riabilitazione di Stalin, al contrario di
Andropov, noto per le sue simpatie «progressiste». Questi era, con Kosygin,
l'uomo più capace del nuovo gruppo dirigente. Fino alla sua nomina nel 1967 a
presidente del Kgb, egli si oppose alle tendenze conservatrici, di cui poi divenne
invece, sia pure a suo modo, un alfiere, preoccupato dalla crisi del sistema che
era incaricato di difendere. Kosygin, che come primo ministro rimase fino al
1980 il numero due del regime, era un uomo onesto, colto e competente, che
Breznev però non amava, limitandosi a tollerarlo perché aveva bisogno di lui e
sapeva che non nutriva ambizioni. La non eccelsa qualità dei gruppo dirigente
centrale sovietico brillava rispetto a quella dei suoi corrispondenti nelle
repubbliche. Selest, che spiccava per la sua vivacità, era per esempio una specie
di piccolo Chrugcév. Nato da una famiglia di contadini poveri, poco istruito e
non esente da un grossolano antisemitismo, anche lui rappresentava in qualche
modo l'essenza plebea del regime sovietico, ma la fedeltà all'Urss non gli
impediva di identificarsi con l'Ucraina, la sua storia e la sua lingua. Su un
gradino inferiore si era invece consolidata al centro un'élite di livello culturale
più elevato e gelosa dei propri privilegi, che puntava ad accrescere. Dopo il 1964
la rete speciale che provvedeva ai suoi bisogni si estese, producendo una sorta di
mondo parallelo, con i suoi sarti, i suoi ospedali e i suoi canali di accesso alle
scuole migliori. L'entità dei privilegi dipendeva dalla posizione nella gerarchia,
in base alla quale variava per esempio il numero di stanze dell'appartamento, o
il tipo di negozio o clinica speciali cui si aveva accesso. A goderne non erano in
molti. Alla fine degli anni Sessanta il Comitato centrale aveva una trentina di
dipartimenti, con meno di duemila alti funzionari, cui andavano aggiunte altre
poche migliaia di alti dignitari dello stato, delle forze armate, dell'industria e
della cultura, più circa duemila dirigenti che disponevano di reale potere in loco,
per un totale di poche decine di migliaia se si tiene conto delle famiglie. A
contare in provincia erano soprattutto i primi segretari (pervyj) regionali, il cui
ruolo era esaltato dagli intellettuali conservatori. La carica garantiva poteri
amplissimi, e Breznev metteva quindi grande cura nella loro scelta. Le idee e i
programmi con cui il nuovo gruppo dirigente intendeva affrontare i problemi del
sistema sovietico erano vaghi. Subito dopo il golpe, Breznev li avrebbe riassunti
così: «Con Stalin la gente aveva paura della repressione, con Chruscëv di
riorganizzazioni e ristrutturazioni [...] Il popolo sovietico dovrebbe vivere in
pace, così da poter lavorare tranquillamente». Più che di un programma, si
trattava quindi di generiche buone intenzioni, però in sintonia con le aspettative
dell'apparato e di un ampio strato della popolazione. Il primo fu soddisfatto dal
ripristino della verticale del potere del partito (Comitato centrale, comitati
regionali, riunificati, e comitati distrettuali) e del controllo del partito
sull'economia. La popolazione fu invece accontentata facendo di Chruscëv il
capro espiatorio delle difficoltà del paese, e moltiplicando le politiche tese ad
aumentarne il benessere, senza però toccare i problemi di fondo che affliggevano
il sistema. Da un lato, la politica di potenziamento del welfare fu preservata,
approvando per esempio l'estensione della pensione ai colcosiani. Nel 1967 fu
inoltre introdotta la settimana di cinque giorni, e l'anno successivo fu elevata la
soglia del salario minimo. Dall'altro; la differenza con Chrugcëv fu marcata
abolendo molte delle misure legate al suo piccolo balzo in avanti e promuovendo
una piccola liberalizzazione in campo economico. Già nel novembre 1964 fu per
esempio varato un provvedimento, subito popolarissimo, che eliminava «le
ingiustificate restrizioni agli appezzamenti» dei colcosiani. Il reddito contadino,
che nel 1966 era ancora poco più della metà di quello medio, migliorò, ma la
miseria rurale rimase. Nell'industria si tornò verso il sistema ministeriale di
gestione economica precedente il 1957, mentre in ambito culturale fu riveduta la
riforma scolastica del 1958, venne allentata la politica antireligiosa e si fecero
sparire i riferimenti alla fusione delle nazionalità. Anche la politica estera fu
segnata dalla continuità. Gli obiettivi erano il riavvicinamento alla Cina; il
riconoscimento all'Urss del rango di superpotenza da parte degli Stati Uniti; la
ratificazione dei confini europei del 1945; la riduzione nelle tensioni tra Est e
Ovest e la costruzione di meccanismi tesi a regolarizzare i rapporti tra i due
blocchi; l'estensione dell'influenza sovietica nel Terzo mondo. Quest'ultimo era
però in contrasto con il precedente, e il secondo richiedeva un grande aumento
delle spese belliche. Combinato alla decisione di puntare contemporaneamente
all'aumento del benessere della popolazione, esso fu all'origine di una politica
finanziaria ancor più lassista che aggravò i problemi del sistema, accelerandone
la tendenza al declino. Anche per questo Breznev e Kosygin vennero con il
tempo a trovarsi in una situazione paradossale. Nelle parole di Yanov,
«qualunque cosa facessero, il risultato era l'opposto di quello desiderato.
Volevano che il paese riprendesse a muoversi, e producevano invece
stagnazione. Desideravano l'abbondanza, e ottenevano scarsità». Lo stesso
accadde al tentativo di riavvicinarsi alla Cina, cui Mao - che aveva appena fatto
esplodere la sua bomba atomica rispose che la disputa tra Mosca e Pechino
sarebbe durata per altri diecimila anni. Più fortuna ebbe invece il desiderio di
migliorare le relazioni con l'Occidente. Le reazioni alla rimozione di Chruscëv
furono positive anche negli ambienti riformisti. L'emarginazione di Lysenko, le
riforme economiche e la nomina di Rumjancev a direttore della «Pravda»
sembrarono dar loro ragione: dibattiti e discussioni continuavano e la speranza
nella rigenerazione del socialismo era ancora viva. Ma già allora una leadership
attenta all'immagine e al prestigio dell'Urss mise la sordina alle critiche a Stalin,
e in realtà già si viveva in un regime «postriformista», la cui deriva era
momentaneamente bloccata da alcuni ostacoli, come i conflitti interni alla nuova
leadership e la «lotta per l'anima» di Breznev, per cui si battevano consiglieri
progressisti e conservatori. I problemi economici furono affrontati in due
plenum. Il primo, del marzo 1965, fu dedicato all'agricoltura. I fallimenti furono
imputati ai metodi volontaristici e all'ignoranza degli stimoli economici, nonché
agli errori nei prezzi, al basso livello della cultura agraria e allo scarso uso di
fertilizzanti. Si decise perciò di porre fine all'epopea del mais e delle Terre
vergini, di abolire le restrizioni all'allevamento privato e di puntare
sull'introduzione della chimica in agricoltura. Prese allora il via una corsa all'uso
di pesticidi e fertilizzanti tale da provocare nel giro di qualche anno gravissimi
problemi ecologici in vaste regioni del paese, soprattutto dell'Asia centrale, verso
cui si propose nell'estate del 1966 di volgere il corso di alcuni grandi fiumi
siberiani grazie all'uso di cariche nucleari. Furono anche stanziate decine di
miliardi di rubli per favorire a modernizzazione del settore, affrontando con un
approccio scientista e «finanziario» i suoi problemi strutturali. Il plenum di
settembre varò invece una riforma dell'industria che poggiava sulle idee emerse
durante i dibattiti precedenti ed era quindi a suo modo un'eredità dell'epoca
ehrusééviana. Ma i nuovi tempi in cui venne varata ne fecero un provvedimento
contraddittorio. La rivalutazione del calcolo economico fece per esempio
riemergere la questione dei prezzi: la loro inaffidabilità rendeva al centro
impossibile capire quali imprese fossero davvero in perdita e quali conseguissero
profitti. Fu quindi deciso di rivedere l'insieme di quelli all'ingrosso. Ma i prezzi
erano milioni, i criteri per rivederli molto grossolani e, dati i continui
cambiamenti, si sarebbe dovuto seguitare a mutarli di continuo, cosa che non fu
fatta. Già nel 1967 almeno tra gli economisti prevaleva quindi la depressione per
lo stato e le prospettive del sistema. Ma i vertici preferivano ignorare problemi
che spesso non erano nemmeno in grado di comprendere. Sembra per esempio
che Breznev reagisse al discorso di Kosygin al plenum esclamando: «Riforme,
riforme... chi ne ha bisogno? Nessuno le capirà. La gente deve lavorare meglio,
questo è il vero problema». Egli era più interessato alla ridefinizione della
legittimazione del regime a partire dalla rivalutazione della Grande guerra
patriottica, ritenuta l'unica «memoria» capace di unire il paese, nonché di
assicurare al regime il sostegno dei veterani, che occupavano spesso posti
chiave. Il ventennale della vittoria fu così festeggiato con una parata grandiosa,
dando il via a un culto della guerra che divenne una delle componenti essenziali
dell'ideologia ufficiale. Esso era basato su un'immagine falsificata del conflitto,
che cancellava gli eventi del 1939-1941, la Shoah, il disprezzo per la vita umana
con cui erano state condotte le operazioni belliche, le repressioni interne e quel
che era avvenuto in Europa orientale e in Germania dopo il 1944. Al tempo
stesso, tuttavia, quel culto ebbe successo perché si basava su una verità - la
vittoria era un successo dovuto agli sforzi di tutto il popolo - che molti veterani
sentivano come tale. A conferma del legame tra guerra, vittoria e stalinismo,
le celebrazioni del 1965 furono però anche la prima occasione in cui i vertici del
paese si riferirono di nuovo a Stalin in modo positivo, provocando una lettera di
protesta firmata tra gli altri da scienziati come Kapica e Sacharov. Anche nel
campo delle nazionalità la situazione fu per qualche tempo caratterizzata da
segnali contraddittori. All'inizio prevalsero quelli positivi, culminati nel 1967
con la restituzione completa dei diritti alla maggior parte delle nazionalità
deportate. In Armenia nell'aprile 1965 fu permessa la commemorazione del 50°
anniversario del genocidio, cui partecipò una folla enorme, che rivendicò anche
il «ritorno» del Nagorno-Karabach, e in Kazachstan Breznev rinominò Kunaev
capo del partito. Il patto con le repubbliche fu ribadito nel 1966 al XXIII
congresso, dove Breznev proclamò che occorreva «rispettare il diritto di ogni
nazionalità a essere padrona in casa propria». Esso trovò tuttavia un'applicazione
contraddittoria in Ucraina, troppo importante e pericolosa perché Mosca non se
ne occupasse direttamente. Anche qui Selest ebbe all'inizio vita più facile, ma
quando nell'estate del 1965 decise di prendere misure per derussificare le
università, il Presidium lo accusò di coprire il nazionalismo. Poco dopo,
numerosi intellettuali ucraini furono arrestati o perquisiti. Ivan Dzjuba, il futuro
ministro della Cultura dell'Ucraina indipendente, reagì con íl suo
Internacionalizm cy rusyfikacija? («Internazionalismo o russificazione?»), in cui
cercava di convincere Selest che gli arrestati non erano colpevoli di nulla se non
della difesa del popolo ucraino e della sua cultura. A conferma dell'ideologia
allora prevalente tra molti intellettuali progressisti, la russificazione vi era
presentata come una deviazione dai principi del leninismo, riallacciandosi alla
tradizione nazionalcomunista degli anni Venti. La ripresa, al riparo della
tranquillità brezneviana, dei meccanismi di «costruzione nazionale» in tutte le
repubbliche, quella russa compresa, fu inoltre rallentata e distorta da dinamiche
di segno opposto, come il crescere delle minoranze russe nelle repubbliche, e in
primo luogo in quelle occidentali, e il procedere della russificazione dolce,
grazie anche alla televisione e a provvedimenti nel campo dell'istruzione
elementare. In Asia centrale la minoranza russa restava invece, con l'eccezione
del Kazachstan settentrionale, abbastanza isolata e a volte oggetto di ostilità. I
disordini più gravi dell'èra brezneviana si verificarono non a caso nel maggio-
giugno 1967 a Symkent, nel Kazachstan meridionale, e a Frunze, la capitale del
Kirghizistan. Nel settembre 1965 il Kgb compì raid anche a Mosca alla ricerca di
manoscritti come quelli di Solzenicyn. Andrej Sinjavskij e Julij Daniel' furono
invece arrestati con l'accusa di aver pubblicato in Occidente senza
autorizzazione. Finiva così l'illusione che i margini di libertà avrebbero
continuato ad ampliarsi. Il risveglio, amaro, fu all'origine del fermento
manifestatosi negli anni successivi e poi cristallizzatosi nel dissenso. La prima
manifestazione di quest'ultimo, organizzata dal movimento per la difesa della
legalità di EseninVol'pin, risale non a caso proprio al 5 dicembre 1965, quando
circa duecento persone si riunirono sotto la statua di Puskin a Mosca per
chiedere trasparenza (glasnost') nel processo a Sinjavskij e Daniel'. Breznev, che
in quello stesso mese era riuscito a togliere a Selepin buona parte dei suoi poteri,
cercava intanto di disfarsi dell'imbarazzante programma del XXII congresso.
All'inizio del 1966 egli cominciò a riferirsi all'Urss come a «una società
socialista sviluppata», un concetto in passato usato dai riformisti per chiedere più
democrazia, tipica, sostenevano, di una tale società, e ora invece reso una
celebrazione dell'esistente (vedi infra, cap. XIV, par. 2). Esso testimoniava anche
della necessità di mettere in soffitta, rinviandole a un futuro lontano, le promesse
chruscëviane sul comunismo. Il miglioramento delle condizioni di vita della
popolazione cominciava infatti a rallentare: le famiglie plurireddito si
dividevano, e capitale, lavoro e risorse naturali, già abbondanti, diventavano più
scarsi, facendo emergere i problemi insiti nel sistema sovietico. I dati ufficiali
raccontavano però un'altra storia, alimentando l'autocompiacimento del regime,
che trasse in inganno anche molti suoi critici. Il conflitto tra i dati ufficiali e
l'emergere di serie deficienze in campo energetico e nella disponibilità di metalli
e beni di consumo, segnalava la presenza di problemi finanziari di carattere
sistemico. Il primo, particolare ma di grande importanza, era rappresentato dalla
ricordata accelerazione delle spese militari, che sottraeva volumi crescenti di
risorse all'economia civile, facendo di quella sovietica, come osservò già nel
1965 Boris Michalevskij, un'economia «militare-totalitaria». Il secondo, simile
al primo ma di natura generale, era la diretta conseguenza dell'approccio dei
nuovi vertici, che tendevano ad affrontare ogni problema stanziando fondi. Le
maggiori spese diedero all'inizio frutti positivi. In agricoltura la media del
raccolto cerealicolo crebbe, le rese salirono e le importazioni si ridussero. La
crescita fu però inferiore alle aspettative e non proporzionale alla quantità di
fondi spesi. Anche dagli appezzamenti non venne quanto sperato, a causa
dell'esaurimento e dell'invecchiamento dei «minicontadini» sovietici. Quel che
era forse ancora possibile dieci-dodici anni prima, vale a dire usare i contadini
per innescare lo sviluppo economico, era ormai irrealizzabile: la maggioranza
dei colcosiani, esausta e sfiduciata, preferì adagiarsi sui sussidi statali, che
danneggiavano la produttività agricola ma che dal 1965 al 1970 fecero
aumentare il loro reddito di circa il 30%. Il settore agricolo, dal cui sfruttamento
era dipesa in passato l'accumulazione di capitale, si trasformò così in un peso per
l'economia del paese. Intere zone furono presto punteggiate da villaggi abitati
solo da vecchi. Nelle città le condizioni materiali continuavano, sia pure più
lentamente, a migliorare, alimentando quel piccolo benessere brezneviano poi
ingigantito dalla memoria. Nel 1967 le ore lavorate scesero da quasi 48 a poco
più di 40 e tra il 1965 e il 1970 i consumi pro capite crebbero, secondo la Cia,
del 4-5 % annuo, mentre i televisori passavano dai circa 10 milioni del 1963 ai
25 del 1970. In altri settori, però, le cose non andavano bene. La questione
abitativa restava per esempio tesa: alla fine del decennio, circa il 60% delle
famiglie viveva ancora in comune, dividendo cucina e toilette con i vicini. Le
vacanze e in particolare i viaggi, pur diventati più frequenti, anche in Europa
orientale, non reggevano il confronto con la comparsa delle vacanze di massa in
Occidente e l'Urss sembrava incapace di risolvere il problema dell'auto. Ancora
nel 1970 venivano vendute ai privati poco più di 120 mila vetture obsolete
all'anno. Per rimediare alla situazione era stato firmato un accordo con la Fiat per
costruire a Togliattigrad una fabbrica capace di produrre circa 600 mila auto
moderne all'anno. Ma la piena capacità fu raggiunta con grande ritardo, quando
il modello prodotto, rimasto poi sostanzialmente inalterato per venticinque anni,
era già invecchiato, e la forza lavoro necessaria era tre volte superiore a quella
occidentale. Questo piccolo benessere era inoltre distribuito in modo assai
ineguale. Al vertice, sotto l'élite di cui abbiamo parlato, vi erano tre-quattro
milioni di dirigenti che si dividevano un paniere di privilegi che cresceva più
velocemente del benessere della popolazione. Come testimoniò un'indagine
riservata, il loro tenore di vita restava tuttavia al di sotto di quello degli operai
qualificati tedeschi o francesi. L'aristocrazia operaia, formata dagli operai e dai
tecnici delle imprese del complesso militare-industriale, godeva di condizioni di
poco inferiori, ma molto peggio stavano gli addetti a lavori ritenuti secondari,
come quelli dei servizi, e soprattutto le donne. Queste ultime continuavano a
svolgere i lavori più faticosi e peggio retribuiti e se il rispetto delle quote faceva
sì che esse figurassero numerose negli organi rappresentativi, in quelli muniti di
potere reale, come il Comitato centrale, la loro presenza era una rarità. Il
miglioramento delle condizioni della popolazione, la crescita dell'urbanizzazione
e l'affermarsi di nuovi stili di vita rinvigorirono alla fine degli anni Sessanta le
teorie che sottolineavano la progressiva convergenza del sistema sovietico e di
quello occidentale in una generica società di tipo moderno (vedi infra, cap. XII,
parr. 3-4). L'indiscutibile, ma mai completata, transizione del sistema sovietico
da stato totale qualitativo a stato totale quantitativo non avrebbe però dovuto far
dimenticare la miseria rurale, la presenza di vasti strati marginali, la povertà dei
servizi sociali e sanitari e le ampie variazioni esistenti tra le repubbliche e le
regioni del paese. Torniamo qui all'impatto della politica di spesa facile sulla
produttività e il funzionamento del sistema sovietico. Esso era amplificato dalla
scelta - spesso motivata da buoni sentimenti di elevare i redditi da lavoro
manuale rispetto a quelli da lavoro intellettuale, eccezion fatta per quelli della
nomenklatura. Nel 1970 gli stipendi del personale tecnico-amministrativo
superavano i salari operai solo di un terzo (nel 1940 erano stati più del doppio), e
quelli dei dipendenti delle istituzioni culturali e della scuola gli erano inferiori,
riducendo gli incentivi alla qualificazione e allo studio. Anche l'accettazi