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G.

Ledda, Il modello dantesco nei poemi allegorici di Boccaccio e Petrarca: l’Amorosa visione e i Triumphi
RSA, Berlino 26 marzo 2015

Giuseppe Ledda

Il modello dantesco nei poemi allegorici di Boccaccio e Petrarca: l’Amorosa visione e i Triumphi

Abstract

Il confronto con Dante è vitale, in modi diversi e complessi, in parte perfino contraddittori, per i due
massimi poeti italiani del Trecento, Petrarca e Boccaccio. Entrambi sono pure autori di poemi
allegorici in cui il modello della Commedia dantesca è assunto in modo esplicito e diretto, anche
attraverso la ripresa della struttura metrica del capitolo in terzine: l’Amorosa visione di Boccaccio e
i Triumphi di Petrarca.
Questa relazione si propone di esaminare alcuni aspetti della ripresa e della rifunzionalizzazione del
modello dantesco in questi due poemi, sotto l’aspetto delle strutture narrative, delle modalità
retoriche, degli elementi lessicali. Particolare attenzione sarà riservata in questa occasione alla
cornice visionaria e onirica e al tema della memoria come facoltà necessaria per la fissazione
dell’esperienza visionaria e per la sua successiva narrazione. Tra gli elementi retorici di maggiore
importanza strutturale si esamineranno le invocazioni e il topos dell’ineffabilità.

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G. Ledda, Il modello dantesco nei poemi allegorici di Boccaccio e Petrarca: l’Amorosa visione e i Triumphi
RSA, Berlino 26 marzo 2015

1. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, Amor, gli sdegni, e ’l pianto, e la stagione
tant’era pien di sonno in quel punto ricondotto m’aveano al chiuso loco
che la verace via abbandonai. (Inf. I, 10-12) ov’ogni fascio il cor lasso ripone.
Ivi, fra l’erbe, già del pianger fioco,
2. «Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, vinto dal sonno, vidi una gran luce,
qui farem punto, come buon sartore e dentro assai dolor con breve gioco.
che com’elli ha del panno fa la gonna». (Par. XXXII, 139-141) Vidi un victorïoso e sommo duce,
[...]
3. Mirabil cosa forse la presente I’, che gioir di tal vista non soglio
vision vi parrà, donna gentile, [...],
a riguardar, sì per lo nuovo stile, l’abito in vista sì leggiadro e novo
sì per la fantasia ch'è nella mente. (Son. I, 1-4) mirai, alzando li occhi gravi e stanchi,
ch’altro diletto che ’nparar non provo... (Triumphus Cupidinis I,
4. Questo mi mosse, donna, a compilare 1-21)
la Visione in parole rimate,
che io vi mando qui per mio amore. (Son. II, 12-14) 9. La concubina di Titone antico
già s’imbiancava al balco d’orïente,
5. Move nuovo disio la nostra mente, fuor de le braccia del suo dolce amico
donna gentile, a volervi narrare Di gemme la sua fronte era lucente
quel che Cupido graziosamente poste in figura del freddo animale
in vision li piacque di mostrare che con la coda percuote la gente.
all'alma mia, per voi, bella, ferita [...]
con quel piacer che ne' vostri occhi appare. quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
Recando adunque la mente, smarrita vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
per la vostra virtù, pensieri al core, là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
che già temea della sua poca vita, Ne l’ora che comincia i tristi lai
accese lui di sì fervente ardore, la rondinella presso a la mattina,
che uscita di sé la fantasia forse a memoria de’ suoi primi guai,
subito entrò in non usato errore. e che la mente nostra, peregrina
Ben ritenne però il pensier di pria più da la carne e men da’ pensier presa
con fermo freno, ed oltre a ciò ritenne a le sue visïon quasi è divina,
quel che più caro di nuovo sentia. in sogno mi parea veder...» (Purg. IX, 1-19)
In ciò vegghiando, in le membra mi venne
non usato sopor tanto soave, 10. La notte che seguì l’orribil caso
ch'alcun di loro in sé non si sostenne. che spense il sole, anzi ’l ripose in cielo,
Lì mi posai, e ciascun occhio grave di ch’io son qui come cieco rimaso,
al sonno diedi, per lo qual gli agguati spargea per l’aere il dolce estivo gelo
conobbi chiusi sotto dolce chiave. che con la bianca amica di Titone
Così dormendo, in su liti salati suol da’ sogni confusi tôrre ’l velo,
mi vidi correr, non so che temendo quando donna sembiante a la stagione,
pavido e solo in quelli abbandonati, di gemme orïentali incoronata,
or qua or là, null'ordine tenendo; mosse ver’ me da mille corone (Triumphus Mortis II, 1-9)
quando donna gentil, piacente e bella
m'apparve, umil pianamente dicendo: (I, 1-27) 11. «Or, così sia.» diss’ella «I’ n’ebbi honore
ch’anchor mi segue. Ma per tuo diletto
6. E però che fu la prima volta che le sue parole si mossero per tu non t’accorgi del fuggir de l’ore.
venire alli miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato Vedi l’Aurora de l’aurato letto
mi partio dalle genti, e ricorso al solingo luogo d’una mia rimenar ai mortali il giorno, e ’l sole
camera, puosimi a pensare di qeysta cortesissima. E pensando di già fuor de l’oceàno infin al petto.
lei, mi sopragiunse uno soave sonno, nel quale m’apparve una Questa vien per partirne, onde mi dole.
meravigliosa visione. Che mi parea vedere nella mia camera una S’a dire ài altro, studia d’esser breve,
nebula di colore di fuoco, dentro alla quale io discernea una e col tempo dispensa le parole». (Triumphus Mortis II, 175-183)
figura d’uno signore... (Vn 1, 13-14)
12. Questo pensava; e mentre più s’interna
7. Poi quando fuor da noi tanto divise la mente mia, veder mi parve un mondo
quell’ombre, che veder più non potiersi, novo, in etate immobile ed eterna,
novo pensiero dentro a me si mise, e ’l sole e tutto ’l ciel disfar a tondo
dal quale più altri nacquero e diversi; con le sue stelle, anchor la terra e ’l mare,
e tanto d’uno in altro vagheggiai, e rifarne un più bello e più giocondo.
che li occhi per vaghezza ricopersi, Qual meraviglia ebb’io, quando ristare
e ’l pensamento in sogno trasmutai. (Purg. XVIII, 139-145) vidi in un punto quel che mai non stette,
ma discorrendo suol tutto cangiare! (Triumphus Eternitatis, 19-
8. Al tempo che rinova i mie’ sospiri 27)
per la dolce memoria di quel giorno
che fu principio a sì lunghi martìri,
e già il sole al Toro l’uno e l’altro corno
scaldava, e la fanciulla di Titone
correa gelata al suo usato soggiorno.
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13. Quando ciò fia, nol so; se fu soppressa Ritornato ch'io fui poi nella vera
tanta credenza a’ più fidi compagni, conoscenza di prima e lagrimato
a sì alto segreto chi s’appressa? ebbi per certo spazio quivi ov'era:
Credo io che s’avvicini, e de’ guadagni «Omè», dicendo, «dove son io stato
veri e de’ falsi si farà ragione, con tanta gioia? Ora fosse piaciuto
che tutti fien allor opre d’aragni. a Dio ch'i' non mi fossi mai destato,
Vedrassi quanto in van cura si pone, e 'n cotal gioia sempre sare' suto!
e quanto indarno s’affaticha e suda, Ancor mi fora leggiero il dormire
come sono ingannate le persone... (Tr. Et. 100-108) se più tal don mi fosse conceduto. (XLIX, 37-71)

14. Questi triumphi, i cinque in terra giuso 20. Poi mi parea che, poi rotata un poco,
avem veduto, ed a la fine il sexto, terribil come folgor discendesse,
Dio permettendo vederem lassuso. (Tr. Et., 121-1239 e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea che ella e io ardesse;
15. Ne l’età più fiorita e verde avranno e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
con immortal bellezza eterna fama. che convenne che ’l sonno si rompesse.
Ma innanzi a tutte ch’a rifarsi vanno Non altrimenti Achille si riscosse,
è quella che piangendo il mondo chiama gli occhi svegliati rivolgendo in giro
con la mia lingua e con la stancha penna; e non sappiendo là ove si fosse,
ma ’l ciel pur di vederla intera brama. [...]
A riva un fiume che nasce in Gebenna che mi scoss’io sì come da la faccia
Amor mi die’ per lei sì lunga guerra mi fuggì ’l sonno... (Purg. IX, 28-41)
che la memoria anchora il cor accenna.
Felice sasso che ’l bel viso serra! 21. L’altra prendea, e dinanzi l’apria
Che, poi che avrà ripreso il suo bel velo, fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
se fu beato chi la vide in terra, quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. (Purg. XIX, 31-33)
or che fia dunque a rivederla in cielo? (TE 133-145)
22. Dico che poi che 'l sonno fu partito
16. Quel sempre acerbo et honorato giorno tutto di me, che stava lagrimando
mandò sì al cor l’imagine sua viva ancora in me di tal bene smarrito,
che ’ngegno o stil non fia mai che ’l descriva, in piè drizzato, intorno a me guardando
ma spesso a lui co la memoria torno. (RVF 157, 1-4) vidi la bella donna, la qual voi
per lo giardin mi feste andar cercando.
17. Udi’ dir, non so a chi, ma ’l detto scrissi (TT, 100). – Che pensi? – disse a me, e poco poi
soggiunse: – Andiam, ch'egli è voler di quella
18. Io non l’intesi allor; ma or sì fisse che nel tuo sonno mi ti diè ancoi –.
sue parole mi trovo entro la testa Ond'io risposi stupefatto ad ella:
che mai più saldo in marmo non si scrisse. (TC I, 61-63) – E dove andremo? e torneren noi forse
dov'io era or con quella donna bella? –.
19. In cotal guisa stando, al mio parere, – Mai sì –, disse allora, – e ciò che porse
già questa bella donna stava cheta, il tuo dormire alla tua fantasia
consentendo umilmente, al mio piacere tututto avrai, se da me non ti smorse.
tutta disposta, quando l'alma lieta Ancora più per me dato ti fia
di cotal bene tanta gioia prese di grazia, di veder ciò che perdesti
in sé, che ritener dentro a sua meta quando lasciasti la mia compagnia.
allora non poté, ma 'l sonno offese In quella parte là, dove or dicesti,
là dov'io dolce allor facea dimora, sanza consiglio molto esaminato
per che si ruppe e più non si difese. ir non si vuol, ché tu ten penteresti.
Tutto stordito mi riscossi allora Primieramente là dove m'è grato
e strinsi a me le braccia, e mi credea seguita, ché sanza dubbio intenta
intra esse madama avervi ancora. farò di farti a tempo consolato:
Omè, quanto angosciosa e quanto rea e quel disio, che or più ti tormenta,
tal partita mi fu, e quanto caro porrò in pace con quella bellezza
mi fu il dormir mentre 'n braccio v'avea! che l'alma al cor tuttora ti presenta –.
Ahi come ritornò in duolo amaro Ristette allora, ed io tanta dolcezza
quel diletto che 'l sonno m'avea porto, presi della promessa, che nel viso
ch'a ogni affanno avea posto riparo! tututto sfavillava d'allegrezza.
Lasso, angoscioso e sanza alcun conforto, Con voce piana e tutto pien di riso
levato pur dintorno mi mirava risposi a lei: – Donna gentile, io vegno,
immaginando ancora star nell'orto. né più da te voglio esser mai diviso.
La fantasia non so come m'errava, Humile e pian, quant'io posso, m'assegno
e, mentre avea sognato, mi credeva a te: fa sì ch'al piacer di colei,
non sogno avesse e così estimava. di cui io sono, io non trapassi il segno –.
Ora stordito sognar mi pareva, – Ell'ha del mio voler –, disse costei,
e lungo spazio non seppi ov'io m'era – in mano il fren, sì ch'io non posso fare
né vero sentimento in me aveva. se non sol quel ch'è in piacere a lei.
Di tanto sempre mi veggo onorare
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da essa, ch'io lel lascio, che giammai 27. «Tu nota; e sì come da me son porte,
oltre alla voglia mia non vuol mutare –. così queste parole segna a’ vivi
E questo detto disse: – Andiamo omai, del viver ch’è un correre a la morte.
ché 'l tempo è brieve a quel che voi fornire –; E aggi a mente, quando tu le scrivi,
per ch'io sanza più dir la seguitai. di no celar qual hai vista la pianta
Così adunque vo per pervenire, ch’è or due volte dirubata quivi». (Purg. XXXII, 52-57)
donna gentile, al loco dove sendo
voi ebbi tanta gioia nel mio dormire, 28. Fecesi voce quivi, e quindi uscissi,
tuttor notando quel ch'andrò vedendo per lo suo becco in forma di parole,
dietro a costei per la portella stretta, quali aspettava il core ov’io le scrissi. (Par. XX, 28-30)
e di scriverlo oltre ancora attendo.
Or vi voglio pregar, donna diletta, 29. «La mente tua conservi quel ch’udito
che poi che la passata visione hai contra te», mi comandò quel saggio;
tututta con diletto avrete letta, «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
mirando dove cade riprensione «quando sarai dinanzi al dolce raggio
mi correggiate, e cara la teniate di quella il cui bell’occhio tutto vede,
pensando alla mia buona affezione. (L, 1-57) da lei saprai di tua vita il viaggio». (Inf. X, 127-132)

23. Ritornato ch'io fui poi nella vera 30. «Ciò che narrate di mio corso scrivo,
conoscenza di prima e lagrimato e serbolo a chiosar con altro testo
ebbi per certo spazio quivi ov'era: a donna che saprà, s’a lei arrivo». (Inf. XV, 88-90)
«Omè», dicendo, «dove son io stato
con tanta gioia? Ora fosse piaciuto 31. Se ben ricordo, e’ mi parve costui... (XII, 19)
a Dio ch'i' non mi fossi mai destato,
e 'n cotal gioia sempre sare' suto! 32. Hai, come bella seguiva una storia
Ancor mi fora leggiero il dormire della figliuola d’Inaco, mi pare,
se più tal don mi fosse conceduto. se be mi rappresenta la memoria. (XVII, 1-3)
Pianto ed angoscia e noioso martire
di ciò mi crebbe, e multiplicò 'l foco 33. Appresso questo, al mio parer, vedea
in me vie più d'amoroso disire, tanto contenti Florio e Biancifiore,
il quale io sento che a poco a poco quantunque più ciascuno esser potea:
tutto mi sface; e già saria finita tututto il lor trapassato dolore
la vita mia, se non che a quel loco v’era dipinto, degno di memoria,
veracemente spero che reddita pensando al lor perfettissimo amore. (XXIX, 31-36)
ancor farò con essenza perfetta,
allor prendendo quella gioia compita, 34. Soletta appresso Antiopa seguiva,
nella quale ora dormendo imperfetta con la qual quivi Giove in forma quale
stetti. E questo l'amorosa mente un satiro, alla mia stimativa. (XVIII, 61-63)
solo disia e fermamente aspetta,
ove Colui, che di tutto è potente, 35. Tra que’ luoghi medesmi mi parea
mi rechi e servi nella vostra grazia con essa lui veder dentro ad un letto,
quanto vi piace, madonna piacente, dintorno al quale, al mio parere, avea... (XIX, 13-15)
nella qual sempre fia la mente sazia». (XLIX, 64-88)
36. Ivi seguiva poi, al parer mio... (XX, 10)
24. Amor mi diede a voi, voi sola sete
il ben che mi promette la speranza, 37. Così appresso vidi, mi pare... (XX, 22)
sola mia vita in gioia tener potete.
Solo mio ben, sola mia disianza, 38. ... se bene imaginai
solo conforto della vaga mente, o vidi il vero, io vidi ch’adunata... (XXXIX, 6-7)
sola colei che mia virtute avanza
sete e sarete sempre al mio vivente; 39. al qual pareami, se ’l mio intelletto
né più disio né disiar più voglio bene stimò, che ... (XLV, 19-20)
fuor che d'esser a tal biltà servente.
Adunque quello ardor in cui m'invoglio 40. Ognor seguendo lei, così mirando
terminerete omai quando vi piace, intorno a me per veder ciò che v’era
ch'io vi sono entro ognor più ch'i' non soglio: e nella mente ogni cosa recando,
io v'acomando al Sir di tutta pace. (L, 83-94) sì vidi io, per una porta che c’era
alla sinistra mano, un bel giardino
25. Che, poi che avrà ripreso il suo bel velo, fiorito e bello com di primavera. (XXXVII, 61-66)
se fu beato chi la vide in terra,
or che fia dunque a rivederla in cielo? (TE, 143-145) 41. Certo non credo che natura od arte
bellezze tante formasse giammai
26. O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; quanto ne’ visi a quelle vidi sparte.
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, Tra me medesmo men meravigliai,
qui si parrà la tua nobilitate. (Inf. II, 7-9) ma volto il viso a lor, come venieno
così nella memoria le fermai. (XLII, 4-9).

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42. In cotal guisa un tristo, altro felice 53. quando donna gentil, piacente e bella,
facea costei, secondo che la mente, m’apparve, umil pianamente dicendo:
la qual non erra, mi ridice. (XXXI, 46-48) «Se questo luogo solo a gire a quella
somma felicità, che alcun dire
43. Tra tanto ben, quanto a’ mie’ occhi offerto non poté mai con intera favella,
era ’n quel loco, vid’io poi seguire, abbandonar ti piace, il me seguire
come ’l ramemorar me ne fa certo, ti poserà in sì piacente festa,
ognor più belle e più conte nel gire ch’avrai sicuro e pieno ogni disire» (I, 26-33)
donne altre assai, i nomi delle quali
io non saprei di tutte bel ridire. 54. «O somma e graziosa intelligenzia
Però le taccio... (XLI, 49-55) che muovi il terzo cielo, o santa dea,
metti nel petto mio la tua potenzia:
44. E l’altre oltre mirando, mi percosse non sofferir che fugga, o Citerea,
ma non so che, e tutto quasi smorto a me lo 'ngegno all'opera presente,
subito altrove gli occhi a me rimosse. ma più sottile e più in me ne crea.
Venend’io così men sanza conforto, Venga il tuo valor nella mia mente,
tremando tutto, mi ritorna’ a mente tal che 'l mio dir d'Orfeo risembri il suono,
ch’io vidi in una parte di quell’orto, che mosse a racquistar la sua parente.
onesta e graziosa umilemente, Infiamma me tanto più ch'io non sono,
una donna sedere il cui aspetto che 'l tuo ardor, di ch'io tutto m'invoglio,
tutto dintorno a sé facea lucente. faccia piacere quel di ch'io ragiono.
In questo alquanto nel tremante petto Poi che condotto m'ha a questo soglio
con forza ritornò l’alma smarruta, costei, che cara seguir mi si face,
rendendo forza al debile intelletto. menami tu colà ov'io ir voglio,
Onde se sua bellezza la mia rima acciò che passi miei, che van per pace
qui al presente perfetta non dice, seguendo il raggio della tua stella,
maraviglia non è; ma tanto estima vengano a quello effetto che ti piace».
sentendo l’alma mia, che om felice Ragionando con tacita favella
mirando quella dovria divenire, così m'andava nel nuovo sentiero
se la memoria mia ver mi ridice. (XLIV, 31-51) seguendo i passi della donna bella. (II, 1-21)

45. e più ancora assai dopo a quelli 55. Non cred’io ched’ e’ sie sì alto ingegno
n’avea ch’io non conobbi, o che la mente che ’nteramente potesse pensare
non mi ridice bene i nomi d’elli. (XXIX, 43-45) le bellezze di quelle ch’io disegno.
Rimanga adunque qui questo lodare,
50. tanta gioia vi vidi, che ciò ch’io sol procedendo a’ nomi di coloro
dinanzi vidi ivi m’uscì di mente. (XXXVIII, 17-18). ch’io vi conobbi degne di nomare.
Infra quel bello e grazioso coro
51. Ancor più intesi, ma la fantasia di tante donne, vidi una bellezza
nol mi ridice, sì gran parte presi ch’io ancora stupefatto ne dimoro.
di gioia dentro dalla mente mia Pietoso Apollo, alquanto dell’altezza
lei rimirando e’ suoi atti cortesi, del tuo ingegno presta, o tu ispira
il chiaro aspetto e la mira biltate, ora per me con la tua sottigliezza!
della qual mai a pien dir non porriesi. (XVI, 28-32), Omero, Maro, Naso, o chi più mira
discrizione o di donna o di dea
52. Nel cor pien d’amarissima dolcezza fé, saria poco a quella che si gira
risonavano anchor gli ultimi accenti sopra quel prato; ov’io vidi sedea
del ragionar ch’e’ sol brama ed asprezza; giovinetta leggiadra e tanto bella,
e volea dir: “O dì miei trsisti e lenti!” ch’io la pensai per fermo Citerea.
e più cose altre, quand’io vidi allegra Inginocchia’ mi per volere ad ella
girsene lei fra belle alme lucenti. far reverenza, ma poscia m’avidi
Avea già il sol la benda humida e negra ch’era mondana e somigliava stella.
tolta dal duro volto della terra, Sallosi Amore che i piatosi gridi
riposo della gente mortale egra. del cor sentì a sì mirabil vista,
Il sonno, e quella ch’anchor apre e serra ch’io nol so dir, ché non ho chi mi guidi. (XL, 34-57)
il mio cor lasso, a pena eran partiti,
ch’io vidi incominciar un’altra guerra. 56. Qual di pennel fu maestro o di stile
O Polimia, or prego che m’aiti, che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
e tu Memoria, il mio stile accompagni, mirar farieno uno ingegno sottile?
che ’mprende a ricercar diversi liti. Morti li mori e i vivi parean vivi:
Uomini e fatti glorïosi e magni, non vide mai di me chi vide il vero» (Purg. XII, 64-68).
per le parti di mezzo e per l’estreme,
ove sera e matina il sol si bagni, 57. Dentro dal coro delle donne adorno,
io vidi: molta nobil gente inseme in mezzo di quel loco ove facieno
sotto le insegne d’una gran reina, li savi antichi contento soggiorno,
che ciascun l’ama riverisce e teme. (Triumphus Famae Ia, 1-21) riguardando, vid’io di gioia pieno
onorar festeggiando un gran poeta,
tanto che ’l dire a la vista viene meno. (V, 70-75)
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58. Così dormendo, in su liti salati 68. Volendo porre fine al recitare,
mi vidi correr, non so che temendo ch'a tutto dir troppo lungo saria,
pavido e solo in quelli abbandonati, tanto più ch'io non dico ancor vi pare,
or qua or là, null'ordine tenendo; a quella donna graziosa e pia
quando donna gentil, piacente e bella che dentro alla gran porta principale
m'apparve, umil pianamente dicendo: col suo dolce parlar mi mise pria ... (XXX, 1-6)
– Se questo luogo solo a gire a quella
somma felicità, che alcun dire 69. Tra tanto ben, quanto a' mie' occhi offerto
non poté mai con intera favella, era 'n quel loco, vid'io poi seguire,
abbandonar ti piace, il me seguire come 'l ramemorar me ne fa certo,
ti poserà in sì piacente festa, ognor più belle e più conte nel gire
ch'avrai sicuro e pieno ogni disire –. (I, 21-33) donne altre assai, i nomi delle quali
io non saprei di tutte ben ridire.
59. In tanto questa doglia mi molesta Però, le taccio, ma con disiguali
che dir nol posso, ma tu stesso pensa... (XXI, 46-47) passi e maniere si movea catuna,
sì come il suon ne porgeva segnali... (XLI, 49-60)
60. E d'altra parte dignità i rei
fa manifesti, ed ogni lor mancanza 70. ... E poi vedea
è conosciuta più ch'io non potrei dopo essa molte, le qua’ racontare
né parlar, né mostrar: dunque v'avanza per più breve parlar meglio è mi stea. (XLII, 55-57)
questa se vi si mostra allor turbata,
quando chiedendo state in tale erranza... (XXXII, 70-75) 71. e più assai ancora dopo a quelli
n’avea ch’io non conobbi, o che la mente
61. Priamo dico, il cui sommo valore, non mi ridice bene i nomi d’elli. (XXIX, 43-45)
la sua ricchezza, la fama e l'ardire,
i molti figli, il potere e l'onore 72. «e molti altri ancor v’eran li quali
raccontar non porriasi mai né dire; io non pote’ conoscer tutti quanti» (XI, 74-75)
questa arsa e' figli morti innanzi ad esso
tututti vide avanti il suo morire. (XXXIV, 55-60) 73. Risplendevavi ancora, ciò mi pare,
ciò che fé Giuba mai, ed ivi appresso
62. E se per comprazion volessi quanto dopo 'l salir il suo tristo calare.
fu la mia gioia porre, essemplo degno Tarquin, Porsenna e Lentulo dop'esso,
nol crederia trovar; ma dopo alquanto, Ovidio, Tulio, Amulcar si vedieno
con quella gioia che io qui disegno, ed altri molti, i quali io con espresso
la quale immaginar non si porria riguardo non mirai, perché già pieno
da alcuno mai per altezza d’ingegno, di tal materia aveva lo 'ntelletto,
tratto un sospiro, graziosa e pia ed eran tanti che non venien meno. (XXXVII, 13-21)
la donna inver di me disse: […] (XLVI, 43-50)
74. E s’io volessi andar per dritto calle
63. Ancor più intesi, ma la fantasia ogni vittoria a tua mente rendendo,
nol mi ridice, sì gran parte presi io avrei troppo a fare a raccontalle. (XXVI, 67-69)
di gioia dentro nella mente mia
lei rimirando e' suoi atti cortesi, 75. Nostro verace ed util ragionare
il chiaro aspetto e la mira biltate, troppo si stenderia volendo intero,
della qual mai a pien dir non porriesi. (XVI, 27-339 ciò che dir si porria, d'essa parlare. (XXXIII, 73-75)

64. Ercule v’era, il cui sommo valore 76. Poi mi voltai al viso grazioso
lungo saria a voler recitare. (VIII, 34-35) di quella donna che m'avea condotto,
dicendo: – Il mio voler, che fu ritroso,
65. ed altri molti, i qua’ qui non diviso. (XI, 54) or è tornato dritto, e già non dotto
che questi ben terren son veramente
66. Rietro a costoro assai che io non metto que' che a' vizi ciascun mettono sotto.
qui ne seguien, però che troppo avrei Nessun porria pensar che tanta gente,
a fare a dirli tutti ed il mio detto così famosa e di tanta virtute,
tireria lungo più ch’io non vorrei, Fortuna avesse sfatti sì vilmente.
posto a la man manca ed alla dritta, Fosse chi nol vedesse? o chi salute
ch’io non ne conto, più ne conoscei. (XII, 35-42) ispererà omai, se non coloro
che le vere ed etterne han conosciute?
67. Davanti e poi e d'uno e d'altro lato Il più far qui omai lungo dimoro,
tanti su per lo monte e giù scendieno donna, mi spiace: però giamo omai
a prender del tesoro disiato: dove volete, e qui lascian costoro. – (XXXVII, 28-42)
ogni lingua verrebbe a dirlo meno,
però qui m'aggia lo lettore alquanto 77. Udire appresso questa mi pareva
scusato s'io non gli ritraggo a pieno. (XIV, 46-51) cantar tanto soave in voce lieta
che me di me sovente mi toglieva. (XL, 79-81)

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G. Ledda, Il modello dantesco nei poemi allegorici di Boccaccio e Petrarca: l’Amorosa visione e i Triumphi
RSA, Berlino 26 marzo 2015

78. Odi 'l pianto e i sospiri, odi le strida


de le misere accese che li spirti 86. Come chi smisuratamente vòle,
rendero a lui che 'n tal modo gli guida. ch'ha scritte, inanzi ch'a parlar cominci,
Non poría mai di tutti il nome dirti, ne gli occhi e ne la fronte le parole,
ché non uomini pur, ma dèi gran parte volea dir io: — Signor mio, se tu vinci,
empion del bosco e de gli ombrosi mirti. légami con costei, s'io ne son degno,
[...] né temer che già mai mi scioglia quinci —
Che debb'io dire? In un passo men varco: quand'io 'l vidi pien d'ira e di disdegno
tutti son qui in pregion gli dèi di Varro, sí grave ch'a ridirlo sarien vinti
e di lacciuoli innumerabil carco tutti i maggior, non che 'l mio basso ingegno;
vèn catenato Giove innanzi al carro. — (Tr. Cup. I, 145-160) ché già in fredda onestate erano estinti
i dorati suoi strali, accesi in fiamma
79. Stanco già di mirar, non sazio ancora, d'amorosa beltate e 'n piacer tinti. (Triumphus Pudicitie, 58-69)
or quinci ora quindi mi volgea guardando
cose ch’a ricordarle è breve l’ora. (TC II, 1-3) 87. Passo qui cose gloriose e magne
ch'io vidi e dir non oso; a la mia donna
80. Non menò tanti armati in Grecia Serse vengo et all'altre sue minor compagne. (Tr. Pudicitie, 115-118)
quanti ivi erano amanti ignudi e presi,
tal che l'occhio la vista non sofferse: 88. I' non poria le sacre e benedette
varii di lingue e varii di paesi, vergini ch'ivi fur chiudere in rima,
tanto che di mille un non seppi il nome, non Calliope e Clio con l'altre sette;
e fanno istoria quei pochi ch'i' 'ntesi. TC II, 136-141) ma d'alquante dirò che 'n su la cima
son di vera onestate; (TP 127-131)
81. Costei non è chi tanto o quanto stringa,
cosí selvaggia e rebellante suole 89. Or qual fusse il dolor qui non si stima,
da le 'nsegne d'Amore andar solinga: ch'a pena oso pensarne, non ch'io sia
e veramente è fra le stelle un sole, ardito di parlarne in versi o 'n rima. (Tr. Mortis, I, 142-144)
un singular suo proprio portamento,
suo riso, suoi disdegni e sue parole; 90. Da poi che Morte triumfò nel volto
le chiome accolte in oro o sparse al vento; che di me stesso triumfar solea,
gli occhi ch'accesi d'un celeste lume e fu del nostro mondo il suo sol tolto,
m'infiamman sí ch'i' son d'arder contento. partissi quella dispietata e rea,
Chi poría 'l mansueto alto costume pallida in vista, orribile e superba,
aguagliar mai, parlando, e la vertute, che 'l lume di beltate spento avea;
ov'è 'l mio stil quasi al mar picciol fiume? quando, mirando intorno su per l'erba,
Nove cose, e già mai piú non vedute, vidi da l'altra parte giugner quella
né da veder già mai piú d'una volta, che trae l'uom del sepolcro e 'n vita il serba.
ove tutte le lingue sarien mute! (TC III, 131-142) Quale in sul giorno un'amorosa stella
suol venir d'oriente innanzi al Sole,
82. Cosí rispose; et ecco da traverso che s'accompagna volentier con ella,
piena di morti tutta la campagna, cotal venía. Et, oh!, di quali scole
che comprender no 'l pò prosa né verso: verrà il maestro che discriva a pieno
da India, dal Cataio, Marrocco e Spagna quel ch'io vo' dire in simplici parole?
el mezzo avea già pieno e le pendici Era d'intorno il ciel tanto sereno
per molti tempi quella turba magna. (Tr. Mortis, I, 73-78) che, per tutto 'l desir ch'ardea nel core,
l'occhio mio non potea non venir meno. (Tr. Fame I, 1-18)
83. Io non posso per ordine ridire
questo o quel dove mi vedessi o quando 91. Poi che questo ebbe detto, disdegnando
e qual andar inanzi e qual seguire; riprese il corso, piú veloce assai
ché cose innumerabili pensando, che falcon d'alto a sua preda volando,
e mirando la turba tale e tanta, piú dico, né pensier poria già mai
l'occhio e 'l pensier m'andava disviando. (Tr. Fame III, 28-33) seguir suo volo, non che lingua o stile;
tal che con gran paura il rimirai. (Triumphus Temporis 31-36)
84. Poco era fuor de la comune strada,
quando Socrate e Lelio vidi in prima: 92. ché quant'io vidi il Tempo andar leggiero
con lor piú lunga via conven ch'io vada. dopo la guida sua, che mai non posa,
O qual coppia d'amici! che né 'n rima io no 'l dirò, perché poter non spero:
poria né 'n prosa ornar assai né 'n versi, i' vidi il ghiaccio, e lí stesso la rosa,
se, come dee, vertú nuda s'estima. (TC IV, 68-72) quasi in un punto il gran freddo e 'l gran caldo,
che, pur udendo, par mirabil cosa. (Triumphus Temporis 46-51)
85. Non fan sí grande e sí terribil sòno
Etna qualor da Enchelado è piú scossa, 93. Quei che 'l mondo governa pur col ciglio,
Scilla e Caribdi quando irate sono, che conturba et acqueta gli elementi,
che via maggiore in su la prima mossa al cui saver non pur io non m'appiglio,
non fusse del dubbioso e grave assalto, ma li angeli ne son lieti e contenti
ch'i' non cre' che ridir sappia né possa. (Tr. Pudicitie, 25-30) di veder de le mille parti l'una,
et in ciò stanno desiosi e 'ntenti! (Triumphus Eternitatis, 55-60)