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LA LEGISLAZIONE LINGUISTICA IN ITALIA DA UN

PUNTO DI VISTA STORICO

1.Lo status planning, legislazione e politica linguistica

2.L’italiano nel periodo dell’Unità: la questione della lingua e politiche linguistiche fino alla fine
dell’Ottocento

2.1.Questione della lingua, a ridosso dell’Unità

2.2.Il Proemio di Ascoli all’archivio glottologico italiano

2.3.Educazione linguistica, dibattito pedagogico e politica scolastica nell’Italia unita

2.4.Il problema linguistico: una questione nazionale

3.Politica linguistica in epoca fascista

3.1.Dall’unificazione linguistica alla dialettologia

3.1.1.L’analfabetismo e il dialetto

3.1.2.La politica linguistica nella scuola

3.2.Le minoranze linguistiche

3.3.La questione della lingua nell’epoca fascista

3.4.Dal purismo alla xenofobia

3.4.1.Il neopurismo e la norma linguistica

3.4.2.I lavori della commissione per l’italianità della lingua

3.5.Riesame finale

4.La legislazione linguistica nell’epoca della Repubblica

4.1.Quattro piani di analisi

4.2.La tutela della lingua italiana

4.3.Mancanze da parte della costituzione

4.4.Le leggi sulle minoranze linguistiche

4.5.Le politiche linguistiche nei confronti degli immigrati

4.6.Il modello costituzionale


2

5.La legislazione regionale italiana in materia di tutela linguistica dal 1975 ad oggi

5.1.Verso una nuova tutela linguistica (1970-1975)

5.2.Il ruolo delle regioni in materia di tutela linguistica nel 1975

5.3.La tutela linguistica dopo il 1975 tra la legislazione europea e quella regionale

5.4.La legislazione regionale dopo la carta europea delle lingue regionali o minoritarie del 1992

5.5.La legislazione regionale dopo la legge 482/99

6.Trattamento della lingua italiana nella legislazione per quanto riguarda l’emigrazione

7.Conclusioni e uno sguardo sul futuro

INTRODUZIONE

La presente trattazione intende portare un modesto contributo al chiarimento delle complesse vicende
della legislazione e della politica linguistica in Italia da un punto di vista storico. L’arco di tempo preso in
considerazione è quello che inizia appena prima dell’Unità fino agli anni più recenti dopo la legge 482 del
1999.

Si analizzeranno inizialmente lo status planning e le definizioni più tecniche di legislazione e


pianificazione linguistica con uno sguardo anche al diritto linguistico di altri Paesi.

Si passerà poi al dibattito culturale creatosi verso la fine dell’Ottocento a seguito della

“questione della lingua” e come questo abbia influito direttamente sull’educazione linguistica, il
dibattito pedagogico e sulla politica linguistica dell’Italia appena unita.

Successivamente il fulcro della ricerca diventano le iniziative di politica linguistica in epoca fascista. Per
non incorrere nei rischi di una rigida periodizzazione, circoscritta dall’inizio e dalla fine di un regime
politico, è indispensabile tener conto dell’eredità storica di cui sono portatrici le varie problematiche qui
affrontate: la lotta all’analfabetismo, la questione dell’educazione linguistica, il ruolo del dialetto
nell’istruzione scolastica, l’amministrazione delle minoranze linguistiche, e infine la questione del
neopurismo. Tale impostazione vuole puntualizzare in che modo il regime fascista abbia influito
attivamente su queste problematiche: se è vero che il fascismo non è da considerare come parentesi, e
quindi neanche come rottura, con il passato nei confronti degli argomenti trattati, la sua politica
linguistica risulta pur sempre peculiare.

In seguito si esamina la legislazione linguistica nell’epoca repubblicana, dapprima come tutela e


valorizzazione della lingua italiana, poi a sostegno delle minoranze linguistiche e infine come assistenza
verso gli immigrati. Si presterà infine una particolare attenzione alla tutela linguistica notevolmente
intensificata dopo il 1975 e che vede protagonista la legislazione regionale che segue come modello
quella europea.

1. LO STATUS PLANNING, LEGISLAZIONE E POLITICA

LINGUISTICA

Con status planning1 ci si riferisce all’insieme dell’apparato normativo e legislativo volto a rendere
effettivi (o al contrario a ridurre, nelle situazioni di limitazione linguistica) i diritti linguistici della
popolazione. Bisogna allora distinguere in linea preliminare fra diritto linguistico, ossia l’effettiva
legislazione linguistica vigente sul territorio, diritti linguistici (cioè i diritti che i parlanti acquisiscono
rispetto alle diverse varietà) e l’attuazione e implementazione di questi diritti, la cosiddetta language
policy (politica linguistica), di tipo sociolinguistico.

Fra i diritti dell’uomo, ancorché in una posizione giustamente di secondo piano rispetto ad altri che
possiamo considerare primari, ultimamente si sta diffondendo l’opinione di includere il diritto del
parlante a usare la lingua che preferisce nei rapporti sociali e pubblici. In effetti, al momento non si
discute propriamente di che cosa sia la lingua che il parlante preferisce: si assume come dato di fatto che
ciò voglia dire lingua madre, lingua di socializzazione primaria (e a sua volta il concetto di lingua madre
non è praticamente mai definito). Viene sempre più riconosciuto, in sostanza, se non proprio il diritto al
plurilinguismo per elezione, il diritto almeno a poter usare nella vita sociale e nel rapporto con la scuola,
l’alta cultura, la giustizia, l’amministrazione, la lingua che si domina meglio, nella quale ci si sente più
sicuri. Questo a livello personale, ovviamente, ma anche a livello collettivo: i diritti linguistici
comprendono infatti anche il diritto delle varie comunità (spontanee) a considerarsi come tale, a
costituirsi cioè in comunità autonome e a creare istituzioni o gruppi riconosciuti come tali e a usare sul
proprio territorio la lingua che ritengono opportuna.

Nei casi più avanzati questi diritti linguistici sono codificati nel diritto linguistico dello Stato in cui i
parlanti si trovano a vivere, che regola i rapporti fra cittadini e stato sul piano della lingua, così come fra
cittadini che parlano lingue differenti, tutelando a volte il plurilinguismo all’interno dei propri confini, ma
talvolta reprimendolo o contrastandolo, o regolandolo a favore di alcune comunità piuttosto che di
altre. Ora, nella teorizzazione corrente della pianificazione linguistica, è fondamentale la distinzione tra
personalità e territorialità del

1 Un’interessante analisi dell’argomento, da cui si è preso spunto, si trova in Dell’Aquila, Jannacaro,


2004.

5
diritto linguistico, ossia fra la possibilità teorica da parte dei singoli cittadini di usare la propria lingua su
tutto il territorio dello stato e la delimitazione territoriale di un tale uso, che viene regolato nelle diverse
aree geografiche. Il sintagma “personalità del diritto” indica l’inesistenza di una legge territoriale unica e
vincolante per tutti i soggetti a un medesimo ordinamento giuridico, che possono vivere secondo le leggi
proprie della nazione o della stirpe da cui discendono. Si tratta di un sistema applicato ovunque manchi
l’interesse o l’utilità di imporre una legge unica e comune su base territoriale. Diffuso nel mondo antico,
era normalmente in uso nei regni europei dopo la caduta dell’Impero romano. Il sistema iniziò ad essere
seriamente messo in discussione con la costituzione dei comuni e delle città libere, che pervennero alla
creazione di una normativa territoriale vincolante per tutti i soggetti. Ciò nonostante si hanno casi di
riferimento a diritti personali anche in epoca molto posteriore a quella comunale2.

C’è comunque da definire in quali ambiti questi principi legislativi debbano essere applicati, e sono
fondamentalmente quello istituzionale e del sistema educativo; a seconda delle diverse situazioni e delle
diverse esigenze politiche, a questi ambiti possono corrispondere usi legislativi diversi. Ad esempio, fino
alla sua dissoluzione, la Jugoslavia annoverava comuni amministrativamente monolingui, in cui però le
scuole erano plurilingui: mentre invece la Catalogna attuale è amministrativamente bilingue, ma il
sistema educativo pubblico è (quasi esclusivamente) catalano.

Fra gli usi amministrativi, quello che sembra il meno permeabile è l’uso giuridico o legale del linguaggio;
le legislazioni sono più spesso monolingui anche in territori che ammettono la compresenza di più
varietà ufficiali: la Valle d’Aosta, ad esempio è ufficialmente bilingue,italiano-francese, ma
l’amministrazione della giustizia è esclusivamente in italiano. Una legislazione che tenda ad
implementare l’uso di un particolare codice all’interno della società, deve anche prevedere la possibilità
per i cittadini di redigere contratti, scritture private e qualsiasi atto con valore legale stipulato tra
cittadini o fra cittadini e istituzioni anche nel codice oggetto di tutela. Per esempio, per quanto riguarda i
testamenti olografi, in genere anche i paesi monolingui ne permettono la redazione in codici diversi
(lingue straniere, dialetti); questi atti però, per avere valore legale, devono essere trascritti dal notaio e
prodotti in traduzione giurata (ma i cittadini che si avvalgono di tale possibilità sono pochi, il più delle

2 Si possono trovare informazioni più dettagliate sulla territorialità-personalità del diritto linguistico in


Piergigli, 2001, pp. 25-34.

volte per ignoranza della norma che permette la redazione non in lingua nazionale dei testamenti e per
una sorta di restrizione implicita che vuole il documento legale scritto in una buona lingua). Lo stato che
vuole essere plurilingue può eliminare l’obbligo di traduzione giurata per le varietà che vuole rendere
ufficiali e soprattutto accertarsi che i cittadini siano informati di queste possibilità. Ci sono poi tentativi di
regolamentazione legale anche dell’uso sociale (inteso come uso della società civile) e familiare – si
pensi, ad esempio alla legislazione fascista –, ma questi sono caratterizzati generalmente da grande
estemporaneità, a causa della modestissima rispondenza dei cittadini a tali regolamentazioni (che
giunge spesso fino all’esplicita ostilità) se queste non sono accompagnate alternativamente o da una
fortissima tensione ideologica o da esplicite operazioni di politica linguistica.

Di maggiore fortuna sembrano godere, al momento, i tentativi di intervento sull’uso delle lingue nelle
imprese economiche private previsti nelle legislazioni del Québec, della Catalogna e della Francia, che
stanno trovando una certa rispondenza nella società civile3.

Concernono la pianificazione linguistica anche le azioni linguistiche, politiche o legislative effettivamente


intraprese per incentivare o scoraggiare l’uso di una o più lingue. Esperienze di sostituzione di lingua
sono da vedersi, oltre che in un certo numero di casi africani o asiatici – si pensi ad esempio al Tibet,
dove il tibetano non è esplicitamente proscritto, ma è palese il suo tentativo di sostituzione con il
cinese –, anche in Europa nelle attività di pianificazione linguistica della Generalitat di Catalogna, che
tende ad accantonare il castigliano in favore del catalano. È invece difficile trovare attualmente nel
mondo lingue il cui uso sia vietato da leggi e regolamenti; ma questa è una situazione recentissima.
Ancora pochi anni fa, ad esempio, la Costituzione turca del 1982 (in ciò emendata nel 2001)
comprendeva diversi articoli di esplicita proibizione linguistica. All’art. 26 si scriveva che “nessuna lingua
proibita dalla legge può essere usata per esprimere o diffondere opinioni”; all’art. 28: “nulla può essere
pubblicato in una lingua proibita dalla legge”; all’art. 42: “nessuna lingua al di fuori del turco può essere
insegnata ai cittadini turchi, o utilizzata come lingua materna nell’educazione”.

La territorialità del diritto linguistico è attualmente il regime giuridico linguistico più diffuso, il più adatto
alle esigenze di uno stato-nazione così come esce dalla Rivoluzione francese e dal Romanticismo. Il caso
più semplice è quello in cui a uno stato corrisponde una e una sola lingua, unica varietà ammessa su
tutto il territorio: è il modello francese adottato nell’Ottocento dalla maggior parte degli stati nazionali
nascenti e solo ultimamente rivisto e

3 Cfr. Jannacaro, 1998, pp. 39-53.

corretto in alcuni. Altrove più lingue sono riconosciute nella stessa entità statale, e a queste sono
assegnate regioni specifiche: l’esempio classico è la Confederazione Elvetica, divisa in regioni linguistiche
monolingui (con qualche eccezione), mentre il modello più frequente sembra essere quello di tipo
italiano, in cui ad una varietà egemone diffusa e ufficiale su tutto il territorio e per tutti gli ambiti, si
affiancano localmente varietà diverse con differente grado di riconoscimento giuridico. L’unico esempio
europeo moderno di totale personalità del diritto linguistico legalmente codificata era l’Impero austro-
ungarico alla fine della sua parabola statale: la popolazione era divisa in comunità nazionali, ognuna con
la sua lingua, e queste avevano il diritto (con le sole limitazioni di carattere demografico) all’istruzione e
alla vita culturale nella propria varietà, indipendentemente dal territorio che si trovassero a occupare;
anche l’assegnazione dello status di lingua ufficiale alle varietà di una certa zona non era effettuata a
priori ma determinata dai rapporti reciproci fra le lingue effettivamente in uso sul territorio. Ciò
significava che, al variare della composizione demografica ed etnico- linguistica di un’unità
amministrativa potevano parimenti cambiare le lingue in uso nell’amministrazione.

Istituzione particolarmente plurilingue, ma in cui dominavano anche fattori di tipo diastratico, era
l’esercito. Vale la pena di ricordare la situazione dell’esercito austro-ungarico, nel quale, nonostante la
teorica prevalenza del tedesco e dell’ungherese, gli alti gradi degli ufficiali avevano spesso buona
competenza attiva in cinque, sei o addirittura sette lingue diverse, e se ne servivano per i rapporti con le
singole unità militari, spesso caratterizzate dalla presenza di lingue tradizionali4.

I vari sistemi giuridici manifestano la loro attenzione alla realtà linguistica del paese in diversi gradi e
modalità: dall'assenza di qualunque menzione nel corpus legislativo (Regno Unito fino al Welsh Act del
19675, Stati Uniti6), fino ad un ricco e completo Corpus che regola l'uso della lingua ad ogni livello e in
ogni occorrenza (Finlandia, Catalogna e altri). E tuttavia, la mancanza di una regolamentazione giuridica
della realtà linguistica non significa effettivo disinteresse per il problema, perché delegando la fissazione
dei rapporti fra i codici alle consuetudini sociali e ai rapporti di forza si costituisce di per sé o si abbraccia
una precisa politica linguistica. Piergigli

4Goebl, 1999, pp. 213-242.

5Modificato poi dal Welsh Language Act nel 1993.

6Fino alla nascita, negli anni ottanta - novanta, dell’ideologia dell’English only movement, che peraltro
riflette un’effettiva situazione di sofferenza dell’inglese rispetto allo spagnolo.

fa notare che “in mancanza di riconoscimento, la minoranza linguistica si colloca, per così dire, ad uno
stadio pregiuridico, di mero fatto, che non le consente di beneficiare di misure di protezione dissimili da
quelle, generali e generiche, fruibili da qualunque cittadino o individuo, indipendentemente da
qualsivoglia appartenenza minoritaria. […] In linea di principio, il rifiuto di riconoscimento […] è
suscettibile di concretarsi in un atteggiamento di indifferenza nei confronti delle sorto delle situazioni
minoritarie ovvero spingersi a manifestazioni repressive”7.

Non necessariamente, comunque, paesi con più lingue ufficiali o con maggiore attenzione al problema
linguistico presentano una legislazione linguistica più ampia e articolata rispetto agli altri; basterà a tal
proposito citare il caso della Svizzera, che, con le sue quattro lingue ufficiali, ha che un solo articolo della
costituzione federale (il 116) che faccia menzione alle lingue, e solo pochissimi dei 26 cantoni hanno
parti relative alla lingua nei loro sistemi giuridici.

Tuttavia bisogna ricordare che anche il diritto linguistico esplicito non è sempre teso a introdurre
elementi di parità fra i codici in contatto: anzi, più spesso produce una gerarchizzazione sociale e politica
delle lingue, anche attraverso una particolare scala di denominazioni, che possono andare da «lingua
nazionale», con tutte le specificazioni di status e funzioni simboliche che ciò comporta, a «lingue
minoritarie». Di seguito sono riportate brevemente le più usate fra queste denominazioni8:

•LINGUA NAZIONALE: è la denominazione più classica, di diretta discendenza dai principisette-


ottocenteschi, è la lingua della nazione costitutiva dello stato; le lingue definite come nazionali sono
quelle a cui viene attribuito maggior valore simbolico dalle istituzioni. (Francia, Grecia, Spagna);

•LINGUA UFFICIALE: una tale denominazione punta molto di più sul valore pragmatico e comunicativo
della lingua, essendo al contempo molto meno marcata simbolicamente; in situazioni in cui coesistano
nella legislazione «lingue ufficiali» accanto a «lingue nazionali», le prime sono appunto quelle a cui viene
intenzionalmente attribuito un valore precipuo di lingua veicolare di comunicazione, prescindendo dai
valori simbolici e identificativi. Inutile aggiungere che una lingua può essere contemporaneamente
«nazionale» e «ufficiale» (Irlanda, Lussemburgo, Svizzera prima del

7Piergigli, 2001, pp.152-153.

8Lo schema riprende quello esemplificato da Dell’Aquila, Jannacaro, 2004.

1996). Se in uno stesso territorio sono presenti più lingue ufficiali, alcuni sistemi giuridici le

definiscono “Lingue coufficiali”.

•LINGUA PROPRIA (LENGUA PRÒPIA): la denominazione, in uso nella terminologia giuridica catalana,
definisce la condizione di una lingua che per così dire sta alla lingua nazionaledellostatocome etnia sta
a nazione. Si indica dunque con lingua propria quella lingua cui è legato un forte valore simbolico in una
entità regionale che, non essendo considerata nazione, non può avere una «lingua nazionale». Il
concetto è attualmente in espansione negli studi di language planning, e potrebbe essere acquisito
anche da altre legislazioni linguistiche.

•LINGUA REGIONALE (LANGUE RÉGIONAL): concetto del diritto francese che riconosce alcuni pochi diritti
a certe lingue autoctone, e solo nell'educazione. La lingua regionale sta alla lingua nazionale come la
regione sta allo stato in un stato nazionale in cui le regioni non hanno alcuna reale autonomia.

•LINGUA MINORITARIA: La politica linguistica, in quanto funzione dei rapporti di potere costruiti sulla
base dell'ideologia linguistica, presuppone la creazione di minoranze linguistiche. D'altra parte, la
politica linguistica e i diritti delle minoranze possono essere considerati come le due facce di una stessa
realtà: due facce del pluralismo linguistico che si trovano a volte in contraddizione. La definizione del
concetto si lingua minoritaria, al contrario di quelli appena scorsi, non può limitarsi ad una esposizione di
tipo giuridico, perché l'espressione è mutuata dalla lingua comune, e se ne porta dietro più di un
sovrasenso. Tecnicamente alcune legislazioni

impiegano il sintagma “lingua minoritaria” come scorciatoia per non dover distinguere in maniera più
fine e perspicua fra i codici linguistici presenti sul territorio, ma nel contempo per segnare in modo
molto netto la distanza rispetto alla “lingua nazionale”. Si intende dire che quando il sistema legale di un
paese utilizza la denominazione “lingua minoritaria”, questo accade perché la legislazione concernente è
fondamentalmente intesa come a difesa di alcuni diritti - non solo linguistici – di popolazioni, in genere
piccole, rurali e non in grado di nuocere, lontane comunque dalla possibilità di accedere aduna effettiva
autonomia linguistica e amministrativa. Una lingua definita come minoritaria, in genere, qualunque sia la
sua estensione sociale o demografica, ha in ogni caso meno diritti rispetto alla lingua nazionale o
ufficiale, e, se attenzione le viene portata da parte del legislatore, è il tipo di attenzione che si
definirebbe “museale”, ossia incentrato sulla conservazione e rivitalizzazione, mai sull'effettivo lavoro
per accrescere e potenzialità comunicative e veicolari. Ne consegue che il concetto di “lingua
minoritaria” è portatore di un prestigio ridotto. Diverse sono invece le definizioni sociologiche,
linguistiche o socio-politiche, del concetto di “lingua minoritaria”.

10

Dato il loro alto numero e la loro diversità non possiamo qui occuparcene estesamente: sarà però
opportuno ricordare alcuni casi di lingue nazionali o ufficiali la cui considerazione sociale non
corrisponde allo status legale. Nel novero delle lingue minoritarie, sia dal punto dei vista della
letteratura scientifica, sia di quella più divulgativa che tratta dell'argomento, ritroviamo lingue come
l'irlandese o il lussemburghese, che sono, giuridicamente, lingue nazionali di stati sovrani; o lo svedese
in Finlandia e il romancio che sono lingue ufficiali; o, dal lato opposto, lingue che, pur essendo diffuse sul
territorio, sono completamente sottaciute dalla legislazione, come l'Arumeno (o forme romanze
orientali ad esso assimilabili) in Grecia. Questa breve disamina dei concetti fondamentali del diritto
linguistico è, come si sarà notato, principalmente dedicata al chiarimento di questioni di livello statale o
infrastatale; va tuttavia qui menzionato il fatto che, a livello internazionale, l'espressione “lingua di
minoranza” è da tempo in uso per

definire le lingue diverse da quelle ufficiali degli stati di cui fanno parte, i cui parlanti sembrano

necessitare di sostegno e protezione linguistica e culturale. Con l'entrata in vigore della Carta Europea
per le lingue regionali e minoritarie del 1998, i diritti delle lingue minoritarie hanno cominciato ad essere
riconosciuti come categoria a sé, svincolati dal concetto di popolazione di minoranza. In questo
contesto, i diritti linguistici sono considerati come parte integrante, per loro natura, dei diritti umani, in
particolare di quelli politici e civili con i quali sono strettamente intrecciati, come ad esempio nei
concetti di “giusto processo” e in quello di “libertà di espressione”. La preoccupazione principale dei
giuristi internazionali, in questo campo, è stata sempre stata quella di tutelare le popolazioni parlanti
lingue minoritarie nei confronti di abusi e persecuzioni, normalmente attuati dagli stati di cui i parlanti
stessi sono cittadini. Si tratta fondamentalmente di diritti «negativi», cioè volti a tutelare le persone da
atti rivolti contro di loro (diritto alla non discriminazione, principio di protezione e di non assimilazione).
Tuttavia nelle più recenti normative internazionali sono entrate disposizioni di carattere “positivo”, ossia
che riguardano il godimento di servizi e occasioni comunicative e culturali nelle lingue minoritarie, come
quello all'educazione nella propria lingua, o all'uso di questa nei rapporti sociali e con la pubblica
amministrazione.
Nel prossimo capitolo si tratterà ora della specifica situazione italiana, del nascere della consapevolezza
dell’esistenza di una lingua italiana unitaria e del suo espandersi nell’uso comune, fino al momento in cui
si cominciò a percepire l’esigenza di una legislazione che la tutelasse.

11

2.L’ITALIANO NEL PERIODO DELL’UNITÁ: LA

QUESTIONE DELLA LINGUA E POLITICHE

LINGUISTICHE FINO ALLA FINE DELL’OTTOCENTO

L’identità italiana si è rivelata ricca e feconda in quanto frutto di una millenaria ibridazione di genti,
lingue e culture divenendo così dinamica e plurale. I fattori predisponenti sono stati indicati nella
collocazione della nazione, proiettata dall’arco alpino verso il centro del

Mediterraneo, in un crocevia strategico tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Meridione del
vecchio mondo, sia nella particolare conformazione del suolo, con la dorsale appenninica a marcarne lo
sviluppo longitudinale e a separarne le coste, con la grande varietà morfologica, climatica ed ambientale
che caratterizza il territorio della penisola e delle isole. Si può perciò affermare che i caratteri della
geografia hanno assecondato gli eventi della storia nel provocare invasioni, conflitti e tensioni, ma anche
nel promuovere contatti, relazioni e scambi9.

Se si analizzasse attentamente la storia della lingua emergerebbe con evidenza, che per riconoscere le
linee dell’identità linguistica e culturale italiana non serve marcare confini, ma occorre invece prendere
coscienza di un ricco tessuto di relazioni intercorse tra le diverse regioni d’Italia e con altri paesi,
testimoniate del resto da una fitta rete di apporti lessicali10.

Nell’esperienza linguistica passata e presente si riflette nel modo più esemplare un aspetto centrale
della civiltà italiana, vale a dire l’intreccio tra la costitutiva pluralità di tradizioni culturali e l’incessante
ricerca di un’identità comune11.

Per quanto riguarda i dialetti, tra i romantici italiani ebbe fortuna una rivalutazione del dialetto nella
letteratura, contro la radicata tradizione classica che condannava questo strumento espressivo in
quanto basso e plebeo. Il classicismo primo-ottocentesco aveva confermato il giudizio negativo sui
dialetti, dando alla condanna una giustificazione nella

9Gambi, 1972, pp.5-60.

10Un riassunto della storia della lingua italiana si può ricavare ad esempio da Serianni, Trifone, 1994.

11Cfr. Trifone, 2009, pp.23-24.

12
quale si può riconoscere un valore sociale: solo la lingua poteva essere veicolo di promozione per il
popolo, mentre il dialetto restava un freno per lo sviluppo e per il sapere. Una condanna dei dialetti si
era avuta anche in Francia durante la Rivoluzione, attraverso le tesi dell’abbé

Grégoire, il quale aveva proposto di combattere le parlate locali per imporre e diffondere la lingua
nazionale. In Italia la tradizione dei dialetti era più forte e vitale che in Francia, e molti di essi vantavano
una letteratura di prim’ordine. All’inizio dell’Ottocento, ad esempio, si ebbero due grandi poeti dialettali
come Porta a Milano e Belli a Roma. La vitalità italiana dei dialetti rendeva ancora più delicata una
discussione sul loro ruolo.

Una prima polemica sul dialetto si era avuta nel Settecento, tra il padre e letterato Onofrio Branda
(antidialettale) e Giuseppe Parini (favorevole ai dialetti). Una nuova polemica di scatenò ancora a
Milano, nel 1816, allorché Pietro Giordani (il letterato classicista amico di Leopardi) condannò il dialetto
e la letteratura dialettale in genere, in occasione della pubblicazione del primo volume di una Collezione
delle migliori opere scritte in dialetto milanese. Giordani era guidato da ideali civili illuministici. Era il
tipico esponente di quella posizione nella quale l’antica antipatia per le parlate popolari “basse” era
rivista e aggiornata attraverso una nuova sensibilità sociale: Giordani vedeva nel dialetto un ostacolo alla
comune circolazione delle idee, una sorta di divisione che si aggiungeva a quelle già esistenti tra le
regioni italiane. In questo senso, la sua condanna del dialetto non può essere intesa come un segno di
conservatorismo. Gli rispose, in versi dialettali pieni di insulti più che di argomenti (in linea con lo scopo
aggressivo di quella poesia satirica), il sarcastico Porta, e gli risposero i romantici, difensori del dialetto,
della sua dignità, della sua capacità letteraria, della sua tradizione. Tra i difensori si ricordano anche il
patriota e scrittore Pietro Borsieri e il lessicografo Francesco Cherubini12.

L’attenzione per i dialetti non era necessariamente disgiunta dal desiderio di unificare l’Italia anche
linguisticamente; se si legge la prefazione al dizionario piemontese-italiano pubblicato nel 1859 da
Vittorio di Sant’Albino13, si trova la seguente argomentazione: la raccolta dei

12Sulla storia del classicismo e purismo italiano si veda M. Vitale, 1986.

13Cit. da Sant’Albino, 1859, p. X-XI: “Ma se i miei voti non possono giungere a tanto da farmi gridar
l’ostracismo contro il dialetto, non si dovrà inferirne che io ne ami la coltivazione in detrimento della
lingua universale d’Italia, questo vero patrimonio comune, troppo caro e sacro tesoro, per non amarlo
quanto si conviene, per non cercare con ogni studio di farlo fruttificare quanto più si può e come
strumento potentissimo di unità, e come mezzo efficacissimo di progresso. Dirò anzi importare assai che
la nazione possa rivelarsi interamente al paese, e il paese possa assolutamente aprirsi alla nazione: che
l’uomo di mezza istruzione, l’uomo che vive alla giornata, possa, quando il bisogno lo richieggia, avere
tra le mani una guida facile e sicura, onde

13
materiali dialettali si rivela utile proprio perché i dialetti stessi sono destinati a cedere il passo alla lingua
nazionale.

La questione, comunque, fu vista in modo nuovo, non solo come fatto letterario, solamente quando si
diffuse la linguistica scientifica, a partire dalla metà dell’Ottocento. Essa fu molto attenta ai dialetti, e li
considerò un oggetto fondamentale di indagine. Il dialetto fu finalmente considerato a tutti gli effetti un
materiale prezioso, che poteva essere letto e interpretato in chiave storica, sul quale la linguistica
poteva esercitare il proprio metodo di ricerca, mediante la classificazione, riconoscendo le leggi di
sviluppo della lingua, e anche analizzando gli antichi reperti di lingua scritta, risalenti al Medioevo, nei
quali si ritrovavano forme locali più o meno facilmente collegabili con le parlate moderne. Il pioniere
dello studio dei dialetti italiani fu Bernardino Biondelli14, autore del saggio Saggio sui dialetti gallo-
italici (1853-56),ampia raccolta relativa ai dialetti dell’Italia settentrionale. Dagli studi di Biondelli
dipendeva ancora direttamente la classificazione dialettale adottata da coloro che condussero il primo
censimento dopo l’unificazione italiana, nel 1861. In questo censimento si cercò di individuare (seppure
con mezzi ancora inadeguati) quanti fossero gli alloglotti e quanti abitanti parlassero i vari dialetti della
Penisola. I dialetti e le parlate alloglotte venivano censiti, ma coloro che compilarono il commento dei
risultati si preoccuparono anche di insistere sul fatto che le divisioni linguistiche non dovevano essere in
alcun modo intese come una possibilità di divisione politica, né dovevano dar luogo a rivendicazioni
delle minoranze.

Lo spirito nazionale era ormai prevalente, e si manifestava come difesa dell’ideale rigorosamente
unitario frutto del Risorgimento.

Fondamentale per lo studio dei dialetti fu soprattutto il contributo di Graziadio Isaia Ascoli, il fondatore
della glottologia italiana, esponente della cultura del cosiddetto “positivismo”, seguace del “metodo
storico”. Ascoli diede una classificazione precisa dei dialetti italiani,

potere a un tratto, e senza affaticarsi in lunghe ricerche ottenere la esatta e schietta versione di que’
vocaboli e modi di dire, che per avventura possono riuscirgli incompresi; quello che importa è in somma
che il Piemontese possa conoscere nel suo vero e reale valore la lingua sua nazionale, che egli possa
impararla senza lunghi e perdurati studj, ch’egli possa conoscerla e impadronirsene nelle più minute sue
particolarità, ch’egli abbia ove trovar tosto il più certo equivalente a ciascun vocabolo del suo dialetto”.

14Bernardino Biondelli (Zevio, 14 marzo 1804 - Milano, 11 luglio 1886) è stato


un linguista, numismatico earcheologo italiano. Dopo aver
insegnato matematica, storia e geografia nelle scuole di Verona e de altre città dal Veneto, nel 1839 si
trasferisce a Milano, dove collabora con il Politecnico e dove escono alcune pubblicazioni di linguistica
riedite nel 1845 con il titolo: Studii linguistici. In seguito si occupa diindoeuropeistica e dialettologia. (Da
questo momento in poi le informazioni di approfondimento riportate nelle note saranno tratte
dall’Enciclopedia Treccani).

14
individuando inoltre l’area ladina15. Con Ascoli, comunque, siamo già al di là della linguistica

“romantica”, e si apre la stagione della moderna glottologia, basata sul comparativismo e sulla
ricostruzione storica. Si vedrà più avanti come Ascoli intervenne anche nella questione della lingua,
contro la soluzione manzoniana.

In questa situazione di estrema varietà e rigogliosa vitalità dei dialetti, la progressiva affermazione
nell’uso comune del modello letterario toscano è stata frenata dall’impressionante dilagare
dell’analfabetismo, che ha impedito ad ampi strati della popolazione di imparare l’italiano. Soltanto
dopo l’unificazione politica del paese la nostra lingua è diventata gradualmente patrimonio effettivo
della maggioranza, mentre per i secoli precedenti era stato appannaggio esclusivo di una ristretta fascia
di persone colte e letterate.

2.1. QUESTIONE DELLA LINGUA A RIDOSSO DELL’UNITÁ

Alessandro Manzoni è una delle figure centrali della storia linguistica italiana dell’Ottocento: per
l’obiettivo acume delle sue riflessioni, per l’allineamento sulle sue posizioni di una parte considerevole
della cultura e della classe dirigente coeve. Le sue furono riflessioni precoci sulla specifica situazione
italiana e si potrebbe affermare che l’elaborazione teorica più importante nell’età del Romanticismo sia
stata la sua. Lo scrittore si dedicò con continuità agli studi linguistici, dapprima per trovare la forma
migliore per il proprio romanzo, in seguito per dare agli italiani una lingua nazionale. La riflessione di
Manzoni sull’italiano, inoltre, venne a collegarsi direttamente alla nuova situazione creatasi con
l’unificazione politica del Regno d’Italia. È questo che la rende ancora più interessante, e viene da dire
che con Manzoni la questione della lingua acquistò una valenza sociale e politica prima impensabile.

Già in una nota lettera a Claude Fauriel del 1806 (la prima di quel cospicuo carteggio, e l’unica scritta in
italiano) Manzoni lamentava come “Per nostra sventura, lo stato dell'Italia divisa in frammenti, la pigrizia
e l'ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta, che questa può
dirsi quasi lingua morta. Ed è per ciò che gli Scrittori non possono produrre l'effetto che eglino
(m'intendo i buoni) si propongono, d'erudire cioè la moltitudine, di farla invaghire del bello e dell'utile, e
di rendere in questo

15 Sulla nascita della dialettologia italiana cfr. C. Grassi, A. A. Sobrero, T.Telmon, 1997.

15

modo le cose un po' più come dovrebbono essere”16. La progressiva scoperta del fiorentino vivo, alla
base dell’edizione definitiva del romanzo I promessi sposi (1840 - 1842), si accompagnò a un lungo
processo di elaborazione teorica intorno ai temi linguistici, fino ad arrivare al 1847 per leggere uno
scritto in cui Manzoni “svolgeva in forma decisa il principio della assunzione del fiorentino vivo come
lingua comune italiana”17. Si tratta di una lettera – pubblicata in forma definitiva nel 1850 – in cui
Manzoni ringraziava il letterato piemontese Giacinto Carena18 d’avergli inviato un Prontuario di
vocaboli relativi all’ambito domestico, alle arti e ai mestieri che aveva come base l’uso tosco-
fiorentino. Manzoni approvava questa scelta, ma dissentiva sull’eclettismo dell’autore, essendo convinto
che ogni lingua fosse in primo luogo parlata e che, in quanto tale, dovesse riflettere nella sua interezza
quella di una città determinata: nel caso dell’italiano fiorentina, dunque, non toscana, dal momento che
sussistevano differenze tra i vari dialetti toscani, per quanto simili tra loro. Ispirarsi a Firenze solo per
una parte di lingua “è un concetto contraddittorio. Una lingua è un tutto, o non è”19.

La novità sta nel fatto che Manzoni non arrivò al fiorentino in forza di una sua presunta superiorità
genetica o espressiva rispetto ad altre parlate, distanziandosi da tanti altri prima di lui. Tutti i dialetti
sarebbero stati in astratto passibili di diventare la lingua di una nazione; ma la soluzione fiorentina gli
appariva l’unica proponibile perché, nonostante le critiche suscitate, il fiorentino era il solo dialetto che,
grazie alla sua contiguità con l’italiano letterario – del quale aveva costituito la base nel
medioevo –, potesse essere accolto dal resto d’Italia come lingua comune.

Il pensiero linguistico di Manzoni attraversò varie fasi, dapprima affrontando in maniera specifica il
problema della prosa narrativa. Dopo aver terminato nel 1823 il Fermo e Luciainiziato nel 1821, Manzoni
scrisse un’Introduzione alla propria opera che merita di essere ricordata, perché in essa veniva messa
lucidamente a fuoco la situazione italiana, caratterizzata dalla presenza e dalla forza dei dialetti. Chi era
abituato a parlare in dialetto, osservava Manzoni, finiva per esserne influenzato anche quando scriveva
in italiano. Da ciò

16Si veda Botta, 2000.

17Manzoni, 2000, p.3.

18Giacinto Carena era un lessicografo che nel 1846, a Torino, aveva pubblicato un Vocabolario
domestico in cui ricorreva la terminologia per indicare cose comuni. Nel compilare l’opera, si era
premurato di raccogliere anche la terminologia dell’uso vivente toscano ma, non avendo voluto limitare
i propri spogli al fiorentino, e nemmeno solo al toscano, aveva utilizzato anche la lingua letteraria.

19Manzoni, 2000, p.11.

16

derivava il “colore municipale” caratteristico della lingua degli autori italiani. Egli ammetteva di aver
adoperato nel romanzo alcune espressioni lombarde, e descriveva la propria lingua, usata fino a quel
momento, come qualcosa di non omogeneo, di composito: al suo interno si trovavano elementi
lombardi, toscani, ma anche francesi e latini. Manzoni si dichiarava insoddisfatto del risultato ottenuto:
“Scrivo male […]; e se conoscessi il modo di scriver bene, non lascerei certo di porlo in opera”20.
Proseguiva dicendo anche che allo stato attuale non era facile stabilire cosa volesse dire effettivamente
scrivere bene.

In sostanza, Manzoni affermava che per scrivere in maniera adeguata era necessario disporre di uno
strumento linguistico omogeneo e completo, che legasse in una fluida continuità l’espressione scritta e il
parlato, senza fratture. Riconosceva che i dialetti erano delle lingue con queste caratteristiche ed erano
uno strumento naturale di comunicazione. Egli stesso aveva una diretta esperienza e una padronanza
assoluta del milanese, e conosceva anche il francese, che aveva le caratteristiche di scioltezza,
omogeneità e continuità tra lo scritto e il parlato. Il dialetto aveva ai suoi occhi i requisiti necessari per
essere una lingua adatta a scrivere bene. Il difetto del dialetto, però, stava nel fatto che aveva una
circolazione limitata. In Italia esisteva tuttavia il toscano, il più bello e ricco dei dialetti che, secondo
Manzoni, poteva essere assunto come lingua di livello alto, al posto della lingua composita ed
eterogenea in cui entravano barbarismi, dialettismi, localismi vari, francesismi e latinismi. Ma di fronte a
questa possibilità Manzoni non insisteva di più: è una questione, notava, “su la quale non ardisco dire il
mio parere”21.

In ogni caso, la Lettera a Carena non ebbe molta risonanza. Ma dopo l’Unità, quando Firenze divenne
capitale provvisoria (1865) e il milanese Emilio Broglio22, amico di Manzoni e fautore delle sue idee
linguistiche, divenne ministro dell’Istruzione pubblica (1867), le cose cambiarono radicalmente. Broglio
nominava, il 14 gennaio 1868, una commissione allo scopo

20Le citazioni dalla cosiddetta “II prefazione” al Fermo e Lucia sono tratte da A. Manzoni, Opere, vol. III,

Scritti linguistici, a cura di M. Vitale, UTET, Torino, 1990, pp. 74-7. È un’antologia molto valida per
seguire lo sviluppo del pensiero linguistico manzoniano.

21Ivi, pp. 74-77.

22Emilio Broglio, è stato un giurista e uomo politico (Milano 1814 - Roma 1892). Partecipò alle Cinque
giornate di Milano (1848) e dovette poi rifugiarsi a Torino, nella cui univ. insegnò per qualche tempo
economia politica. S'interessò di diritto tributario (Dell'imposta sulla rendita in Inghilterra e sul capitale
negli Stati Uniti. Lettera al Cavour, 1856-57) e di diritto costituzionale (Delle forme parlamentari, 1865),
fu deputato (dal 1861), membro di varie commissioni, ministro dei Lavori Pubblici (1867) e della Pubblica
Istruzione (1867-69). In quest'ultima veste costituì (1868) una commissione per lo studio dei problemi
relativi all'unificazione linguistica italiana, chiamandone alla presidenza A. Manzoni che ne trasse
occasione per lo scritto Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla. Promosse il Novo Vocabolario
della lingua italiana secondo l'uso di Firenze (il "Giorgini- B.", 4 voll.,1870-97), che ebbe scarsa
diffusione. Lasciò anche una Vita di Federico il Grande (2 voll., 1874).

17
“di ricercare e di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere universale in
tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia”.

Non si trattava più di scegliere la lingua migliore e più “bella” per scrivere un romanzo. Infatti, per
quanto un’opera letteraria possa essere senza dubbio un fatto importante, ben diverso rilievo ha una
strategia politico-educativa che cerchi di uniformare la lingua dell’intero popolo di una nazione appena
formata, una nazione come l’Italia dell’Ottocento, alle prese con grandi problemi nel campo
dell’educazione e impegnata a superare gravi squilibri sociali.

La commissione istituita dal ministro era composta da due sottosezioni, una milanese e una fiorentina.
Già l’assunto era orientato in senso manzoniano: il problema della lingua non appariva più come un
dibattito tra letterati, ma come una questione che riguardava l’intera società e che si riferiva
prioritariamente alla lingua parlata (la “buona pronunzia”). Manzoni, nominato presidente generale (e
guida di una sezione milanese, formata da Ruggiero Bonghi e

Giulio Carcano) si diede all’opera con grande alacrità e stilò in poche settimane una

Relazione, pubblicata nella «Nuova Antologia» nel marzo successivo e recante in appendice, ad opera di
Carcano, l’indicazione di una serie di strumenti politici per raggiungere lo scopo. Lo strumento
fondamentale era la compilazione di un vocabolario, rigorosamente esemplato sull’uso sincronico dei
fiorentini; molto più discutibili, e comunque di difficile attuazione, erano altre proposte, come il
privilegio da accordare a insegnanti toscani, «da mandarsi nelle scuole primarie delle diverse province»
oppure soggiorni-premio in Toscana per gli studenti. Guidava la sezione fiorentina il vicepresidente
Raffaello Lambruschini (noto pedagogista ed educatore) accompagnato dallo scrittore e letterato Niccolò
Tommaseo e Gino Capponi, storico, pedagogista e uomo politico. Questa sezione contrappose a quella
manzoniana una relazione ben diversa, nella quale, pur ammettendo l’importanza dell’uso vivo, si
proponeva di tener conto della lingua letteraria tradizionale.

Manzoni insomma, con grande entusiasmo, coglieva il significato della questione della lingua nella
nuova situazione dell’Italia unita, tanto è vero che parlava di una “questione sociale e nazionale”
sostituitasi a “un fascio di questioni letterarie”23. La sua sensibilità, in questo

23 Manzoni attribuiva questo merito al ministro Broglio, ma certo il suo contributo fu fondamentale. Cfr.
Manzoni, Scritti linguistici, cit., p. 596. Il manoscritto originale della Relazione manzoniana fu poi
regalato dal ministro Broglio a Margherita di Savoia in occasione delle nozze con il principe Umberto
(futuro re d’Italia), ed è conservato oggi nella Biblioteca Reale di Torino. Né è stata allestita l’edizione
critica con facsimile del manoscritto. Cfr. A. Manzoni, Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla,
edizione critica del ms. Varia 30 della Biblioteca reale di Torino, a cura di C. Marazzini e L. Maconi,
Società Dante Alighieri-Imago s.r.l., Castelguelfo di Bologna, 2011.

18

senso, era moderna e avanzata, ma i mezzi indicati erano al di sotto di quello che occorreva.
Proprio qui la teoria manzoniana rivelava la propria debolezza, perché l’unificazione linguistica
richiedeva ben altri strumenti di intervento che i vocabolari. Inoltre era impossibile trovare gli insegnanti
toscani da inviare dappertutto.

La Relazione manzoniana del 1868 destò subito un dibattito vivacissimo, nel quale si confrontarono tutte
le posizioni possibili, riprese dai maestri e anche da vari epigoni, anche le più retrograde, legate al
vecchio purismo intransigente. Tra i due estremi, tra l’adesione alla lingua viva e vera della città di
Firenze da una parte, e la fiducia nella lingua scritta e letteraria arcaica dall’altra, si collocavano posizioni
intermedie. Alcuni, come già avevano fatto gli appartenenti alla sottocommissione fiorentina nominata
dal ministro Broglio, cercavano di conciliare la tradizione scritta con la lingua viva, negando che la lingua
italiana dovesse essere, per così dire, rifondata dall’inizio, quasi che non esistesse del tutto. Inoltre vi era
chi, come Niccolò Tommaseo, linguista e scrittore, era ben poco favorevole all’idea che la lingua fosse da
ricercare in una città. Egli pensava piuttosto che le città fossero il luogo della corruzione della lingua
stessa, per la forte influenza esterna (ad esempio dei forestierismi moderni), mentre la buona lingua si
conservava meglio nelle campagne, presso il polo legato alle tradizioni antiche. Meglio, dunque,
proporre al posto del fiorentino, il toscano, intendendo con questa designazione una lingua più ampia di
quella della sola città capoluogo, più variata e più ricca di possibilità espressive. Ascoltando parlare i
contadini e i montanari toscani, Tommaseo e altri come lui avevano l’impressione di sentir rivivere la
lingua degli autori medievali. Anche in questo senso, dunque, la lingua toscana genericamente intesa
poteva garantire meglio la continuità con la lingua letteraria, alla quale molti non se la sentivano di
girare le spalle per abbracciare la teoria manzoniana nella sua rigida formulazione originaria24.

2.2 IL PROEMIO DI ASCOLI ALL’“ARCHIVIO GLOTTOLOGICO ITALIANO”

Non tutti gli avversari della teoria di Manzoni erano conservatori e passatisti. Molti, al contrario,
tenevano conto della nuova realtà politico-sociale del paese. Esemplare è la

24 Per un approccio alle teorie del Tommaseo, può essere utile l’antologia N. Tommaseo, La mirabile
sapienza della lingua. Ragionamenti sull’origine e i destini dell’italiano, a cura di M. Borghi, Christian
Marinotti Edizioni, Milano, 2005.

19

reazione del letterato meridionale Luigi Settembrini, il quale insistette sulla dipendenza tra il grado di
sviluppo della società e i problemi linguistici: per avere una “buona lingua”, diceva

Settembrini, riassumendo un una semplice formula i termini del problema, occorreva fare una

“buona Italia”; affermò inoltre che la Relazione e l’iniziativa ministeriale erano un “telum imbelle sine
ictu”25.

Il miglior intervento in questo senso fu quello di Graziadio Isaia Ascoli, nel Proemiodell’Archivio


glottologico italiano scritto nel 1872 e pubblicato nel 1873. L’Archivio glottologico italiano fondato e
diretto da Ascoli, era la prima rivista interamente dedicata alla linguistica moderna che nascesse nel
nostro paese. È significativo che il primo fascicolo di questa rivista specialistica di taglio universitario si
aprisse con una critica alla proposta manzoniana. Del progetto manzoniano Ascoli indica lucidamente i
limiti teorici e storici ravvisati nella “scarsa densità della cultura e l'eccessiva preoccupazione della
forma”, ostacoli a un’effettiva unità linguistica della penisola. Al razionalismo astratto oppone le ragioni
della storia, sia linguistica che politica (e in ogni caso le sue simpatie vanno alla soluzione tedesca,
inclinando, anche culturalmente, verso il modello policentrico della Germania bismarckiana).

L’autore parte dall’osservazione di fatti meramente fonetici a un’analisi dei moventi che dovrebbero
ispirare la politica del nuovo Stato unitario in fatto di lingua. Ascoli contrappone una proposta che
individua nella crescita complessiva degli studi, delle relazioni tra i dotti, della diffusione di una cultura
scientificamente moderna il quadro in cui sviluppare la progressiva e fisiologica elaborazione di un
italiano nuovo: “e quando milioni di menti agitano o hanno agitato la penna operosa, lo scambio si fa
così rapido, complesso, nobile ed efficace, la suppellettile messa in comune si allarga, si affina, si afforza
così mirabilmente, che l'agglomerazione o associazione di uomini, tra cui lo scambio avviene, può
innalzarsi di fase in fase nella regione del pensiero (che non è poi una regione artificiale), mentre altrove
si disputa di glottidi privilegiate o non privilegiate”26.

Una lingua, quella voluta da Ascoli, meno rigidamente monocorde di quella indicata dai manzoniani, e
più aperta ai molteplici contributi delle migliori tradizioni linguistiche e

25Cfr. Marazzini, 1977, p. 65. La lettera aperta di Settembrini al Broglio fu pubblicata da vari giornali, tra
cui l’“Universo illustrato”, n. 32 del 10 maggio 1868, pp. 534-536, e poi, con il titolo Della lingua d’Italia.
all’on.

Ministro della pubblica Istruzione Deputato E. Broglio, 22 marzo 1868, entrò in un volume postumo: L.
Settembrini, Scritti vari di letteratura, politica, arte, riveduti da F. Fiorentino vol. I, Morano, Napoli 1879,
pp.367-75. La citazione è da p. 375 del volume.

26Tomasin, 2011, pp. 15-17.

20

culturali d’Italia. Una lingua più ricca, realizzabile con maggior fatica e maggiore impegno di quella,
semplice e mollemente colloquiale, promossa dai toscanisti, inadatta al paese serio, maturo e moderno
vagheggiato da Ascoli: un paese per il quale la Toscana granducale non poteva rappresentare un
modello convincente anche solo dal punto di vista linguistico. La contrapposizione tra cattolico
romanticismo dei manzoniani definito “zelo illusorio e nocivo” e laico positivismo ascoliano non riflette
solo una diversa idea della lingua e della sua funzione culturale: riflette anche un’alternativa nella scelta
dei modelli per il processo di costruzione della nazione. Ascoli profila tale alternativa in termini espliciti:
da un lato, l’idea

– d’ascendenza francese – di uno Stato che si costruisce attorno a un centro, insieme linguistico
culturale politico (Parigi), e mira ad attenuare progressivamente le disomogeneità della «periferia»
adeguando quest’ultima allo stampo di quel centro. Dall’altra l’idea – realizzatasi tipicamente nel mondo
germanico – di una nazione policentrica, non interessata ad una città di riferimento che fa della propria
compattezza un fatto di crescita culturale più che d’imposizione politica. Da un lato la Rivoluzione
francese, dall’altro la Riforma protestante: i due grandi momenti storici in cui culminò la costruzione di
una coscienza nazionale rispettivamente in Francia e in Germania. Ascoli constata la mancanza, nella
storia d’Italia, di qualcosa di paragonabile alla traduzione luterana della Bibbia e all’impulso che essa
aveva dato alla policentrica storia della lingua e insieme della cultura germaniche, "ruppe l'unità della
fede e creò l'unità della nazione" soprattutto a livello linguistico, accendendo con il dibattito su temi
religiosi in ogni regione tedesca la circolazione di idee, diffondendo l'istruzione elementare e la lettura
dei testi sacri. Ma non può fare a meno di rilevare che guardare anche al modello culturale germanico
sarebbe per l’Italia più utile che irrigidirsi. E individua il “doppio inciampo della civiltà italiana”: "scarsa
densità della cultura e l'eccessiva preoccupazione della forma". Ascoli pone, dunque, l'esigenza di una
lingua partecipe della cultura nazionale ed europea e di una cultura diffusa nel popolo. L'unità linguistica
nazionale può essere raggiunta soltanto attraverso quel " moto complessivo delle menti" che consegue
allo scambio e all'organizzazione culturale; questo perché l'unità della lingua è "unità di pensiero e
parola", ovvero è il risultato di un'omogeneità culturale, primo obiettivo della nazione costituita e
fattore esclusivo capace di modellare uno strumento reale di comunicazione. Tuttavia, in un’Italia
unificata da una dinastia francofona sotto una bandiera d’origine napoleonica e col decisivo contributo
di Napoleone Bonaparte, la proposta di Ascoli risultava difficile non che da attuare, persino da
comprendere. Anche per questo la lezione del

Proemio fu per molti decenni di fatto ignorata dalla linea maestra della cultura italiana, e venne
riscoperta e valorizzata appieno solo nel clima ormai profondamente mutato del

21

secondo Novecento27. La sua analisi fu certamente favorita anche dai nascenti studi scientifici sul
linguaggio. Con l’emergere e il diffondersi delle scienze glottologiche e dello studio dei dialetti, infatti, si
affermarono nuove e forti concezioni scientifiche sulla lingua.

Coloro che ancora oggi si collocano più dalla parte di Manzoni che da quella di Ascoli, insistono sul fatto
che il manzonismo offriva strumenti per intervenire subito nelle scuole, nell’educazione popolare,
mentre la teoria di Ascoli rinviava la soluzione del problema a tempi migliori. Questa critica ad Ascoli
però, si può dire che sia fuori luogo, se si pensa non solo all’attenzione dello studioso per la scuola (ad
esempio alle sue proposte per l’insegnamento della grammatica italiana attraverso il nativo dialetto, che
non furono accolte dai pedagogisti del tempo), ma anche alla carica di attivismo e di modernità insita nel
programma culturale di Ascoli. Certo nel suo sistema non vi era alcuna illusione populista, ma un forte e
duro realismo. Non era facile per i contemporanei apprezzare appieno il suo pensiero, sorta di “bastione
alpino” tra la vecchia e la nuova questione della lingua, come ha scritto Dionisotti; si spiega così che i
contemporanei arrivassero a preferire la proposta di

Francesco D’Ovidio (1849-1925), esponente della scuola storica, per una conciliazione


(peraltro ben difficile) delle tesi di Manzoni e di Ascoli, le “concilianti collinette d’ovidiane”, come le ha
sarcasticamente definite Dionisotti28. Lo stesso Dionisotti riteneva che ogni italiano appena acculturato
avrebbe dovuto leggere a scuola il Proemio di Ascoli. Evidentemente questo auspicio è rimasto
inascoltato, e credo anzi che la maggioranza degli italiani di media cultura non sappia nemmeno chi era
Ascoli, e ignori completamente la polemica antimanzoniana. Tale sostanziale insuccesso, pur
accompagnato dalla fortunata riedizione moderna del Proemio, si spiega in diversi modi: la difficoltà di
lettura a causa dello stile oscuro e intricato, la durezza delle idee espresse, il rigore senza perdono in una
società buonista e pronta sempre al compromesso, come quella italiana, il permanere del cancro della
retorica, che è vivissimo anche oggi nel nostro paese. Non a caso Ascoli proveniva da una cultura
diversa: israelita e nato suddito austriaco, per di più dotato di un carattere non certo dolce, anzi nota
per una certa asprezza.

D’Ovidio, dunque, offrì un compromesso: si sforzò di individuare pregi e difetti di ciascuna delle due
teorie contrapposte. Affermò che Manzoni aveva guardato troppo ai primi tre secoli

27Ivi, pp.15-17.

28Dionisotti, 1967, cit., pp.122-123. Cfr. la raccolta degli Scritti linguistici del D’Ovidio, a cura di P.


Bianchi, Guida, Napoli, 1982. Un giudizio sul D’Ovidio molto più favorevole di quello di Dionisotti fu
espresso da B. Migliorini, 1978, pp. 688-9, ed è ripreso da F. Bruni, 1984, p. 145.

22

della letteratura, in cui il toscano e il fiorentino avevano avuto la prevalenza, mentre Ascoli aveva
guardato con troppa predilezione ai tre secoli seguenti, in cui l’attività letteraria e linguistica era stata
dell’Italia intera. Poiché “la nostra gloriosa e dolorosa storia abbraccia tutti e sei quei secoli, e la nostra
condotta presente e futura deve di necessità discendere da essi tutti”29, D’Ovidio, in vari interventi
scritti negli ultimi vent’anni dell’Ottocento e in un saggio posto come prefazione alla ristampa
del Proemio, tentò di dar ragione all’uno e all’altro, ad Ascoli e a Manzoni. La sua tesi godette di una
certa fortuna, e fu ripresa anche da Bruno Migliorini nella Storia della lingua italiana del 1960. La
conciliazione tra Manzoni e Ascoli, però, implica lo snaturamento e il rimpicciolimento di entrambe le
teorie di quei due grandi, smussando le punte dei lori sistemi e incrinandone la coerenza30.

Mentre il progetto manzoniano portò il Governo ad intraprendere subito la pubblicazione del

Novo Vocabolario – che pure non ebbe un iter facile né larga diffusione – la proposta di

Ascoli non ebbe effetti immediati nemmeno nell’ambito ministeriale e, soprattutto non portò
all’elaborazione di un preciso programma relativo agli studi linguistici. Tuttavia, quando negli anni ’80
del 1800 la ventata di un rinnovamento pedagogico positivista spinse gli addetti a riformare nuovamente
tutti i programmi, anche qualche rara traccia del pensiero ascoliano comparve tra le righe di alcuni
documenti ministeriali e si manifestò, comunque, una diversa impostazione delle questioni di
“educazione linguistica”. Nelle direttive ministeriali l’evidente segnale della presenza ascoliana si trova
nei programmi delle scuole tecniche, normali e nautiche del 1880. Qui si suggerì, infatti, per la prima
volta di adottare un metodo contrastivo tra dialetto e lingua che potesse “far rivelare in che
principalmente consiste la loro difformità, non per mettere in dispregio il dialetto, ma per far tesoro di
quel fondo più o meno ricco, ma prezioso, che esso ha in comune con la lingua” (R.D. 30 sett. 1880
n.5664).

2.3 EDUCAZIONE LINGUISTICA, DIBATTITO PEDAGOGICO E POLITICA

SCOLASTICA NELL’ITALIA UNITA

Al momento dell’Unità l’insegnamento scolastico venne ritenuto un ambito ideale per compiere “il lento
lavoro educativo” 31 necessario per “ricostruire la fibra e rialzare le forze

29La frase di D’Ovidio è citata da Marazzini, 1977, p. 139.

30Marazzini, 2013, p. 190.

31De Sanctis,1972, p.188.

23

vitali”32 della società che doveva fondersi e rifondarsi in un unico e nuovo assetto statale, nonostante
fosse frammentaria e fortemente differenziata al suo interno. In questo progetto con circa l’80% di
analfabeti e una presenza sparuta di italofoni, l’insegnamento della lingua nazionale non poteva che
assumere, fin dall’inizio, un ruolo di grande importanza.

La ricerca di uno strumento nazionale di comunicazione, accettabile per la nuova classe dirigente, agile e
moderno, ma non travolto dalla moda del momento, è tanto più urgente in quanto, nei primissimi anni
dell’unità, i dati offerti dalla situazione e dalla tradizione sono sconsolanti. Sembra che la scelta
obbligata si ponga tra un barbarismo francesizzante e giornalistico e il frigido purismo. Il primo oramai
non conserva più nulla dell’impegno culturale e civile dell’illuminismo razionalistico, ma è
semplicemente il risultato della preponderanza piemontese nel processo di unificazione: si tratta cioè di
un francesismo di frontiera, dialettale, culturalmente assai povero. Lo diffondono nelle varie regioni
liberate la burocrazia, con i suoi quadri piemontesi, l’esercito. Ne risente sensibilmente anche il
giornalismo, contro il cui linguaggio impuro, si levano delle proteste scandalizzate33. In certi limiti anche
la scuola, piemontese nel suo atto di nascita e soprattutto nella prima ondata dei libri di testo,
costituisce un momento di “barbaro dominio” nella lingua; ben presto però il sorgere soprattutto a
Firenze di fortunate iniziative editoriali scolastiche, le stesse persone dei ministri che si succedettero dal
1860 al 1880 al ministero della pubblica istruzione, contribuiscono a rendere l’atmosfera linguistica della
scuola da subalpina italiana34.

Nella prima fase di ricognizione su vari aspetti della realtà scolastica del paese (compiuta con l’inchiesta
Matteucci del 1864) il Ministero indagò anche sul tipo di lingua adoperato in classe con l’obiettivo di
appurare se nella scuola veniva usato il dialetto o la lingua italiana e la qualità di quest’ultima. Fu da
allora che, per combattere la dialettofonia imperante e la scarsa conoscenza dell’italiano nella
maggioranza, si tentò in sede governativa di elaborare uno specifico progetto d’intervento che agisse
nell’ambito scolastico con efficacia.

32De Sanctis,1970, p.339.

33La deplorazione della lingua dell’uso burocratico francesizzante, come corruttrice della purezza, è
diffusissimo luogo comune durante i primi anni dell’unità. Così per esempio, Zanobi Bicchierai (Prato
1816- ivi 1887, laureato in medicina ma letterato di vocazione con idee liberali) la giudicava
“inespugnabile rocca delle barbarie e della rozzezza letteraria” in un discorso pubblicato su «La
Gioventù» (rivista che costituisce una delle principali fonti per il punto di vista toscano sulla questione)
1868, 407, nel pieno cioè della polemica sulla Relazione manzoniana.

34Raicich, 1981, pp. 97-169.

24

Chiaramente, negli anni successivi all’unificazione erano pochissimi i cittadini in grado di comprendere,
parlare e scrivere la lingua nazionale. Negli anni dell’unificazione nazionale, gli italofoni, lungi dal
rappresentare la totalità dei cittadini italiani, erano poco più di seicentomila su una popolazione che
aveva superato i 25 milioni di individui, a mala pena, dunque, il 2,5% della popolazione, cioè una
percentuale di poco superiore a quella di coloro che allora e poi nelle statistiche ufficiali venivano
designati come “alloglotti”. Persone che provenivano da regioni diverse, parlavano dialetti differenti e si
sentivano per questo stranieri l’uno nei confronti dell’altro. Il paragone fra coloro che parlavano italiano
nel 1861 e gli alloglotti non ha giustificazione soltanto nella casuale vicinanza di percentuali, o nel fatto
che esso affiorò alla mente di qualche scrittore di quei decenni, come il De Amicis. Se nel 1861 al
toscano Bandi pareva “africanissimo” il dialetto siciliano, qualche anno prima i fratelli

Visconti, durante un loro viaggio nel Regno borbonico, quando parlavano italiano venivano scambiati per
inglesi; e se i maestri del Piemonte e della Lombardia non riuscivano a comunicare con i loro alunni
parlando italiano, ancora venti o trent’anni più tardi, gli emigranti italiani negli Stati Uniti d’America,
giungendo da diverse regioni della penisola e costretti a venire a contatto reciproco, per superare la
barriera delle diversità dialettali preferivano ricorrere a un rozzo gergo anglicizzante, che a mala pena
cominciavano a conoscere, piuttosto che a quella lingua la quale, sulla carte delle statistiche e dei
manuali di linguistica, era la loro lingua nazionale. Certamente lo sforzo di politici e letterati, durante
tutto il Risorgimento, aveva fatto sì che l’italiano non fosse più, come ai tempo di Carlo

Gozzi, una “lingua morta”. Ma è certo anche che la sua acquisizione era possibile non vivendo i normali
rapporti quotidiani della vita associata privata e pubblica, ma soltanto grazie a uno studio scolastico
prolungato; il suo uso non era normale, ma eccezionale, non spontaneo, ma voluto e, rispetto alla
naturalezza dei suoi dialetti, artificioso35.
È ovvio che in una situazione linguistica così complicata, uno degli interessi principali del governo fosse
quello di raggiungere l’unità linguistica quanto più velocemente possibile in modo da poter far sorgere
nei cittadini un senso di appartenenza comune.

La situazione linguistica dell’Italia appena unificata era, insomma, uno degli aspetti in cui si palesavano le
profonde fratture che nel corso storico si erano create non solo tra regione e regione ma anche tra l’una
e l’altra delle classi sociali esistenti nel paese. Sperare di modificare le condizioni linguistiche italiane
solo attraverso l’azione di maestri toscani che

35 De Mauro, 1981, pp. 17-18.

25

diffondessero la lingua comune era e doveva rivelarsi illusorio. Mancava qualsiasi tutela da parte della
legge in favore della lingua italiana.

A far conoscere la lingua italiana non fu perciò un sistema organizzato in ambito legislativo. Nel processo
di diffusione della lingua comune in tutte le regioni e in sempre più larghi strati sociali dopo l’Unità, un
posto di primo piano ha avuto la scuola, che in tale diffusione, diversamente da altre forze che hanno
pur cooperato a ciò, ha trovato uno dei suoi fini programmatici, costitutivi. Il processo di
modernizzazione dell'istituzione scolastica appare infatti lungo, articolato, difficoltoso e attraversato da
dinamiche e scelte complesse riguardanti sia l’aspetto legislativo sia quello più strettamente
pedagogico. La legge Casati(promulgata da Vittorio Emanuele II il 13 novembre 1859) rappresenta l’atto
di nascita del sistema scolastico italiano. Il vero “propulsore” della politica scolastica, così come risultava
dalla legge, era il Ministro che, secondo quanto riportato all’ art.

3, “governava l’insegnamento pubblico in tutti i suoi rami e ne promuoveva l’incremento”.


L’ordinamento degli studi previsti dalla legge riguardava l’istruzione superiore impartita nell’università,
l’istruzione secondaria (classica, tecnica, normale), l’istruzione elementare, gratuita ed articolata in due
gradi, inferiore e superiore, della durata di due anni ciascuno. La legge, ad ogni buon conto, ebbe il
merito di essere organica e di essere stata approvata per tempo, ancora prima che l’unità geografica
dell’Italia fosse compiuta e, soprattutto, di aver affermato l’obbligo e la gratuità della frequenza:
tuttavia, essa non considerò le difformità delle situazioni e i peculiari bisogni socio-culturali ed educativi
delle popolazioni locali. Questa, peraltro, non fu altro che una scelta speculare del generale
orientamento dell’ala conservatrice, che voleva privilegiare i ceti borghesi ed era refrattaria ad intendere
il valore essenziale del capitale intellettuale per lo sviluppo dell’Italia, nonché la ricaduta socio-
economica di un’istruzione di base più capillare e qualificata. La cultura del popolo rimaneva purtroppo
ristretta ad uno scarno corso che, nella maggior parte dei comuni, non andava oltre il secondo anno di
studio, e ad una scuola tecnica costituita solo nei centri più importanti.

Per “mettere al sicuro”, come scrive Raicich36, la legge Casati che aveva parvenza di fragilità, il ministro
Terenzio Mamiani37 decise di dare subito attuazione alla legge. Così furono

36 Cfr. Raicich, 1981, p. 46.

37Terenzio Mamiani della Rovere (Pesaro, 19 settembre 1799 – Roma, 21 maggio 1885) è stato


un filosofo,politico, scrittore e patriota italiano. Ultimo conte di Sant'Angelo in Lizzola, fu fra i
protagonisti di rilievo delperiodo risorgimentale italiano. Nel gennaio 1860 Cavour assegnò al Mamiani il
ministero della Pubblica Istruzione.

26

emanati, solo per ricordare i testi più importanti, il 24 giugno 1860 il regolamento delle scuole normali e
magistrali, il 15 agosto quello delle scuole secondarie e mezzane, il 15 settembre quello delle scuole
elementari, il 19 settembre quello per l’istruzione tecnica, il 20 ottobre quello per medicina, il 7
novembre quello per lettere e scienze fisiche, il 14 novembre il programma per gli esami ginnasiali, il 17
novembre quello per gli esami liceali, il 24 novembre quello per gli esami nelle scuole e negli istituti
tecnici. Si sono citati solo i testi di maggior rilievo: un anno dopo la promulgazione della legge, essa
possedeva una corazza di regolamenti e programmi che la poneva al riparo dalle insidie e dalle
incertezze. La celerità di questa operazione fa tanto più spicco nella tradizione italiana, dove spesso le
leggi attendono molti anni prima di avere i loro regolamenti di attuazione.

La legge Casati si può considerare come uno dei primi provvedimenti scolastici nella direzione dell’unità
linguistica perché estese a tutta la nazione dell’obbligatorietà e gratuità per il primo biennio della scuola
elementare. Ovviamente questo fu un obiettivo di non facile raggiungimento. Innanzitutto per la
modestissima entità dei fondi stanziati dai comuni per istituire le scuole e poi per l’ostilità delle famiglie
che ritenevano la scuola una perdita di tempo e preferivano che i loro figli imparassero al più presto un
mestiere. L’inchiesta promossa nel 1864-65 dal ministro Matteucci. Sulle condizioni della pubblica
istruzione in Italia restituì un quadro davvero sconfortante soprattutto per quanto riguardava la
preparazione degli insegnanti, che risultava essere carente e lacunosa: “[a Napoli] gli insegnanti vecchi
usano il dialetto e quei pochi che parlano in scuola italiano parlano assai scorretto; [a Milano] la lingua
italiana i maestri non la conoscono o non vogliono adoperarla difendendosi con la scusa che i loro alunni
non li intendono”38.

Anche i tassi di analfabetismo erano desolanti: si aggiravano intorno al 78% al Nord ma potevano
giungere a picchi del 90% nel Sud e nelle isole (in quegli stessi anni in Germania e Austria si stimavano il
20% di analfabeti, in Inghilterra il 33% e in Francia il 47%)39. Sebbene questa situazione andasse di pari
passo col monolinguismo dialettale di gran parte della popolazione, nei programmi di Angelo Fava40 del
1860 del dialetto non si faceva parola: tutta

38Cfr. Balboni, 2009, p. 7.

39Cfr. Gensini, 2005, p.10.

40Angelo Fava (1808-1881): Nominato segretario generale ad interim del ministero della Pubblica


Istruzione con decreto 21 luglio 1859 e dal 10 settembre anche ispettore generale dell'istruzione
universitaria, il 30 ott. 1859 fu nominato segretario generale del ministero della Pubblica Istruzione e in
questa veste collaborò, con D. Berti e L.A. Melegari, alla redazione della legge 13 nov. 1859, la ben nota
legge Casati, che sarebbe rimasta sino alla riforma Gentile del 1923 la legge fondamentale sull'istruzione
pubblica in Italia.

27

l’attenzione era focalizzata sulla grammatica, al punto da prevedere che si iniziasse con l’analisi
grammaticale già nella seconda classe. Nei programmi del 1867 al dialetto invece si accennava in una
forma stigmatizzata e negativa che resterà a lungo quella vigente.

Il dialetto doveva essere evitato dagli insegnanti e, qualora esso fosse utilizzato dagli alunni, doveva
immediatamente essere corretto e rimpiazzato con la forma toscana corrispondente. Questa era una
condizione che veniva di rado rispettata poiché la maggior parte dei maestri non conosceva la lingua
nazionale. I programmi del 1867 miravano quindi ad una progressiva

“cancellazione” della parlata dialettale e ad una sua rapida sostituzione attraverso la lingua nazionale.

Con l’intervento di Michele Coppino41 che, con la riforma del 1867 che porta il suo nome, prestò una
particolare attenzione allo studio dell’italiano, si iniziò ad insistere soprattutto sulla necessità di
correggere una pronuncia scorretta dovuta all’influsso del dialetto di alcuni suoni e sulle ripercussioni
che questa avrebbe avuto sull’ortografia. Le direttive ministeriali del

1867 però non davano indicazioni circa quale fosse concretamente questo italiano. Era inevitabile che
questa “questione della lingua” uscisse dalle sedi accademico-letterarie per essere affrontata
nell’ambito delle nuove problematiche educative e sociali.

Se ne rese conto Emilio Broglio nominando due commissioni, come si è visto sopra, che avrebbero
dovuto elaborare un preciso progetto unitarista. Come si è visto già nel paragrafo precedente,
nella Relazione42 Alessandro Manzoni, Ruggero Bonghi e Giulio Carcano indicano il fiorentino “vivo”
contemporaneo come base dell’insegnamento e suggeriscono di compiere uno stretto controllo sui libri
di testo. Si comprese presto però che la possibilità di attuare e sviluppare questo tipo di politica
centralizzata e di risolvere la questione comunicativa e didattica si sarebbe rivelata illusoria. Furono di
impedimento le difficili condizioni in cui versava la scuola italiana e una serie di questioni ideologiche e
culturali più generali. Nell’epoca postunitaria furono strettamente connessi tra loro la “questione della
lingua”, la nascita degli studi glottologici e dialettologici e quella delle scienze pedagogiche.

L’unificazione linguistica cominciò alla fine dell’Ottocento e si sviluppò sotto la spinta di fattori indiretti
come: industrializzazione, migrazioni interne, urbanesimo, allargamento del dibattito politico a ceti più
vasti, adozione dei mezzi di informazione e di spettacolo di

41 Michele Coppino: uomo politico e letterato italiano (Alba 1822 - ivi 1901); professore di eloquenza
nell'università di Torino, di cui fu anche rettore, deputato dal 1861, fu quattro volte ministro della
Pubblica Istruzione nel periodo dal 1867 al 1888. Fu autore di rilevanti leggi scolastiche, tra cui quella del
15 luglio 1877, che sancì per la prima volta in Italia l'obbligo dell'istruzione elementare gratuita.

42 Pubblicata nella “Nuova Antologia” VII pp. 425-41 e su “La Perseveranza” del 5 marzo dello stesso
anno.

28

massa43. Anche la vita al fronte durante la Prima Guerra Mondiale e l’emigrazione verso altri paesi
contribuirono a suscitare in uomini e donne il desiderio di imparare a leggere e scrivere per poter
comunicare con i parenti lontani.

In questo complesso di fattori, la scuola assunse un ruolo subordinato limitandosi di volta in volta,
attraverso i suoi programmi (soprattutto quelli fino al 1905), a perseguire la sua lotta contro il dialetto in
maniera più o meno esplicita e con metodi troppo spesso inadeguati alla realtà linguistica del tempo.
Interessante a tal proposito sono le parole del filologo Ernesto

Monaci: “[…] nelle scuole, quando accade di parlare di dialetti, spesso ciò si fa in termini tali che
nell’animo del fanciullo s’ingenera soltanto vergogna e disprezzo di quello che apprese fra le pareti
domestiche, quasichè il dialetto non sia se non una specie degenerata della lingua,nient’altro che un
ammasso di spropositi da evitare. Causa di ciò è che sul valore del dialetto troppo poco finora sa la
scuola”44.

Unica eccezione in questi anni è data dai programmi del 1880 per le scuole tecniche promossi da
Francesco De Sanctis, allora ministro dell’istruzione. Nonostante essi non abbiano avuto molto seguito,
esortavano per la prima volta a non denigrare il dialetto e ad avviare un confronto metodico tra dialetto
e lingua sia dal punto di vista grammaticale che da quello lessicale. Il ministro riprendeva inoltre uno
spunto di Manzoni auspicando la pubblicazione di vocabolari dialettali italiani. Questa proposta rimase
per parecchio tempo inascoltata, e infatti fu solo dieci anni dopo che venne bandito un concorso per la
compilazione di vocabolariitaliano-dialetto. Della commissione facevano parte personaggi illustri tra cui
Ascoli (che ne era il presidente), Francesco D’Ovidio e Luigi Morandi45 ma l’iniziativa non diede risultati
all’altezza delle aspettative e dello spirito del concorso. I vocabolari riscossero scarsissimo successo e
non ebbero quasi nessuna circolazione scolastica.

Il fatto che a livello ministeriale non si facesse molto per tutelare i dialetti e venire incontro alle reali
esigenze linguistiche della popolazione e che il metodo imperante a scuola fosse quello
dell’antidialettalismo, venne criticato da molti intellettuali e insegnanti di quel periodo

43Cfr. De Mauro 1981, p. 21.

44Cfr. Monaci, 1918, p.16.

45Luigi Morandi fu un letterato (Todi 1844 - Roma 1922). Militò con Garibaldi nel1867 e dell'impresa


lasciò ricordo nel volume Da Corese a Tivoli (1868). Professore nelle scuole medie e libero docente nelle
università; dal 1881 all'86 maestro di letteratura del principe di Napoli (di qui il libro Come fu educato
Vittorio Emanuele III, 1901). Deputato e dal 1905 senatore. Opere principali: Saggi di proverbi
umbri (1869); Le correzioni ai

"Promessi Sposi" e l'unità della lingua (1879); Voltaire contro Shakespeare, Baretticontro

Voltaire (1882); Origine della lingua italiana (1883); Antologia della nostra critica letteraria

moderna (1885); Grammatica italiana (in collab. con G. Cappuccini, 1894). Nel 1886-87 pubblicò una


fortunata edizione commentata in 6 voll. dei Sonetti di G. G. Belli.

29

(oltre al sopracitato Monaci). In particolare, alcuni coraggiosi maestri decisero di adottare un approccio
comparativo dialetto-lingua andando incontro alle aspre critiche della maggior parte dei colleghi e in
alcuni casi perfino alla censura. Secondo questo metodo innovativo, il compito dell’insegnante era
quello di far notare agli alunni: “[… ] in che il dialetto differisca dalla lingua e porga buone regole
pratiche per togliere quelle differenze: così i fanciulli non saranno costretti a smettere il linguaggio col
quale ànno acquistata qualche facilità, ma lo andranno correggendo gradatamente e lo ridurranno man
mano in tutto simile alla lingua”46.

Questi casi isolati furono significativi in quanto prepararono il terreno ad un nuovo atteggiamento di
apertura nei confronti del dialetto che sfociò nei programmi per la scuola elementare del 1923. De
Sanctis si era posto il problema della preparazione linguistica dei maestri. Egli riteneva fondamentale
che gli insegnanti riuscissero a comprendere esattamente la differenza tra dialetto e lingua nazionale per
poter cominciare, nelle loro lezioni, da ciò che i bambini già conoscevano. I programmi scolastici
elementari del 1923 sancirono la fase di massima apertura delle istituzioni scolastiche nei confronti del
dialetto. Le ragioni che portarono a questo cambiamento di rotta furono molteplici e si manifestarono,
in gran parte, nel primo ventennio del secolo. Innanzitutto, l’inchiesta Corradini aveva messo in luce
l’inutilità della stigmatizzazione del dialetto e dimostrato come, nonostante gli sforzi tesi al formalismo e
al purismo linguistico, la stragrande maggioranza degli italiani parlasse ancora esclusivamente il proprio
idioma locale ricusando la lingua nazionale. Era quindi necessario trovare un altro metodo che
avvicinasse gradualmente i cittadini all’italiano senza però privarli della propria identità e delle proprie
radici culturali.

Le tappe importanti in questo cammino di apertura al dialetto furono sicuramente quelle segnate dal
professore marchigiano Giovanni Crocioni, con la sua ideologia regionalista, e dal filologo Ernesto
Monaci attorno cui ruotava la Società filologica romana. Il primo, infatti, sosteneva l’importanza di
valorizzare le differenze culturali e linguistiche delle diverse regioni d’Italia. Secondo lui, non era
attraverso l’appiattimento ed il livellamento forzato della società che si poteva ottenere l’unità d’Italia
ma solo con la presa di coscienza e il riconoscimento delle diversità che da sempre caratterizzano la
nostra nazione. Così, il dialetto non doveva essere ignorato, ma utilizzato come punto di partenza per un
apprendimento consapevole della lingua comune. Ernesto Monaci, alla guida della Società filologica
romana, si occupò della pubblicazione di manuali per l’insegnamento dell’italiano che avessero come

46 Nazari, 1873.

30

base di partenza il dialetto, indirizzati soprattutto alle zone di confine.

Tutti questi fermenti conversero nei programmi del pedagogista Giuseppe Lombardo-Radice,chiamato a


Roma da Giovanni Gentile per collaborare alla riforma della scuola voluta dal

Fascismo. E’ strano come una politica linguistica così liberale irrompesse “nell’atmosfera conservativa
della scuola italiana proprio mentre sul paese calava la cappa della dittatura”47.

D’altronde, anche le illuminanti riflessioni di Gramsci sull’insegnamento del dialetto fin dall’infanzia
giungevano proprio nel momento in cui il dialetto veniva radiato dalla scuola italiana ad opera del
fascismo. Nella lettera del 26 marzo 1927 alla sorella Teresina, Gramsci scriveva: “E’ stato un errore, per
me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua
formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore
con i tuoi bambini. […] è bene che i bambini imparino più lingue, se possibile”48.

Nei programmi del 1923 di Lombardo-Radice si diede ampio spazio ad esercizi di traduzione dal dialetto
all’italiano che stimolassero nei bambini la consapevolezza della diversità dei due idiomi senza però
mettere in dubbio la legittimità o la validità di uno o dell’altro. Sulla base delle indicazioni di Lombardo-
Radice, si diede il via alla pubblicazione di nuovi manuali per la scuola che fossero basati sul metodo
comparativo dialetto-lingua. Nonostante lo sforzo compiuto fosse notevole, i risultati ancora una volta
non furono quelli sperati. Le cause sono da ricercare anzitutto nelle difficoltà tecniche che un tale
progetto presentava. In mancanza di una koiné dialettale stabile era infatti difficile scegliere il metodo di
trascrizione, le fonti e le forme ortografiche da utilizzare. Se a questo si aggiungono le resistenze dei
puristi e di una scuola abituata da troppo tempo a lavorare secondo schemi normativo-
grammaticali, nonché il progressivo ritiro di Lombardo-Radice, non stupisce il fatto che, già negli anni
trenta un ispettore scrivesse: “Appena qualche anno dopo la pubblicazione dell’ordinanza del ’23 la
questione del dialetto fu creduta risolta col fare imparare a memoria qualche poesiola o commediola
dialettale; ma tutti si resero conto della limitata utilità didattica di tali imparaticci”49.

47De Mauro, 1981, p. 340.

48Cit. in Grassi 2003, p. 92.

49Cit. in Balboni, 2009, p.52.

31

2.4 IL PROBLEMA LINGUISTICO: UNA QUESTIONE NAZIONALE

Il problema linguistico non si pose solo come questione sociale e di educazione popolare.

Emerse anche la questione “nazionale”, connessa alla presenza delle minoranze e degli alloglotti50. A
partire dalla metà dell’Ottocento, proprio negli anni in cui si andava diffondendo la nuova scienza
glottologica interessata ai dialetti e intenta a disegnare la carta delle parlate diffuse sul territorio della
Penisola (preoccupata cioè di descrivere una situazione intricata e complessa, che lo stesso Bernardino
Biondelli e poi Ascoli avevano finalmente messo a fuoco), fu anche discussa la questione della
nazionalità linguistica: in questo caso la questione linguistica scivolava facilmente in quella politica. La
polemica si accese intorno allo status dei francofoni della Valle d’Aosta e del Piemonte. Nel 1861 il
deputato Giovenale

Vegezzi-Ruscalla pubblicò un opuscolo sul Diritto e necessità di abrogare il francese come lingua ufficiale


in alcune valli della Provincia di Torino (la Valle d’Aosta, la Valle di Susa e la Valle Pellice, quest’ultima di
religione valdese). Vegezzi-Ruscalla riteneva che l’uso del francese fosse dovuto in gran parte
all’influenza del clero (in quel periodo infatti si era in un clima di scontro tra Stato e Chiesa), e comunque
non potesse essere tollerato, altrimenti si sarebbe stati costretti ad ammettere tutta una serie di
eccezioni alla lingua nazionale, come il tedesco dei Walser (in Piemonte e nella stessa Val d’Aosta),
l’albanese delle minoranze sparse per l’Italia, il catalano ad Alghero, e infine lo sloveno “quando
l’Istria sarebbe stataunita all’Italia”51.

In conclusione, Vegezzi-Ruscalla affermava, guardando anche a quanto avevano fatto i Francesi in


Corsica, che non era conveniente la presenza di isole di difformità linguistica nella nazione appena
unificata. Non si trattava soltanto di un occasionale e velleitario tentativo di soffocare le minoranze, ma
di un segno dei tempi: si manifestava l’idea romantica di nazione come unità politica, territoriale, ma
soprattutto linguistica. Nel 1854, infatti, Vegezzi-Ruscallaaveva pubblicato uno studio su Che cosa è
nazione nel quale, mostrandosi al corrente degli sviluppi della linguistica moderna, da Schlegel a
Humboldt, a Rask e Bopp, esponeva i principi secondo i quali “il territorio costituisce la patria, non la
nazionalità”, e la lingua è “il

50 Sono detti “alloglotti” coloro che parlano una lingua diversa da quella ufficiale della maggioranza
della popolazione. Si tratta quindi di gruppi umani che risiedono stabilmente in un territorio, possiedono
la cittadinanza di quello Stato, ma vantano caratteristiche, origini etniche e tradizioni diverse.

51 Vegezzi-Ruscalla, 1861, p.40.

32

certificato d’origine delle nazioni”52. Fin da questo saggio egli si dimostrava molto attento all’esistenza
delle minoranze etniche e linguistiche. Negli anni seguenti avrebbe dedicato i suoi studi alla situazione di
Nizza e alle colonie slave del Molise.

Come si vede, dunque, questo studioso voleva completare il quadro etnologico dell’Italia, cioè
descrivere scientificamente realtà minori poco note o ignote, dall’altra proponeva in intervento per
limitare o addirittura distruggere quelle minoranze, in nome del principio di nazionalità. Questi
atteggiamenti aggressivi nei confronti delle minoranze non rimasero solo enunciazioni teoriche. A
cavallo tra Ottocento e Novecento, la politica linguistica messa in atto nel Regno d’Italia entrò spesso in
attrito con le tradizioni alloglotte, ad esempio in Valle d’Aosta, dove per secoli il francese era stato usato
come lingua di cultura senza che questo incrinasse in nessun modo il rapporto di fedeltà con i duchi di
Savoia (il cui Stato era ufficialmente bilingue: italiana la parte a sud delle Alpi, francesi la Valle d’Aosta e
la Savoia). Con l’affermarsi di sentimenti accesamente e rigidamente nazionali, questo antico
bilinguismo risultava ora insoddisfacente, veniva messo in discussione, e combattuto con vari
provvedimenti, così come aveva proposto Vegezzi-Ruscalla. L’attrito con le minoranze continuò durante
il regime fascista. In questo caso, anzi, il fascismo si comportò con sostanziale continuità rispetto ai
governi liberali che l’avevano preceduto. Si ebbe una svolta solo con la Costituzione repubblicana del
1948, che esplicitamente enuncia il principio della protezione delle minoranze linguistiche, come verrà
analizzato nei seguenti capitoli53.

Successiva alla legge Casati, venne promulgata la Legge Coppino, promossa dalla Sinistra "storica” nel
1877, e si stabilirono sanzioni per chi evadesse l’obbligo scolastico, specificando che tale obbligo non
poteva essere certamente preteso da parte di coloro che non avevano possibilità economiche adeguate
per attuarlo, di coloro che fossero ammalati e di quelli, infine, che fossero troppo distanti da una sede
scolastica. In Italia, dunque, cominciava a mettersi in moto il processo che nella prima metà del secolo
XIX si era manifestato nella maggior parte degli stati: un crescente interesse per l’alfabetizzazione e la
scolarizzazione del popolo, che si tradusse, come abbiamo potuto vedere, in disposizioni legislative
dirette a riordinare e generalizzare la scuola di base, gestita o controllata dallo Stato54. Nel periodo
immediatamente successivo all'unificazione, l’acculturazione degli strati inferiori della società

52Id., 1854, pp. 9 e 15.

53Marazzini, 2013, pp. 192-193.

54Cfr. Bacigalupi, Fossati, 1986, p. 89

33

divenne questione di grande interesse: economisti, politici, proprietari terrieri e in seguito i protagonisti
della prima industrializzazione, guidarono l’operazione di conquista culturale delle masse popolari. La
borghesia risorgimentale sentiva l’urgenza di conquistare il popolo non tanto a progetti politici di cui
essa sola riteneva di poter e dover sopportare il peso quanto ai propositi di rinascita economica e di
conquista di quel grado di “civiltà” considerato indispensabile alla fondazione morale del nuovo stato.

Nel prossimo capitolo si analizzeranno gli interventi legislativi nei confronti dell’italiano e dell’uso della
lingua dai primi anni del 1900 all’immediato dopoguerra focalizzandosi con particolare attenzione sul
fascismo.

34

3.POLITICA LINGUISTICA IN EPOCA FASCISTA

Le scelte di politica linguista fascista sono inizialmente condizionate dal sentimento della patria,
dell’Italia unita, di Roma capitale che, soprattutto all’interno della piccola borghesia istruita, costituisce
la vera base del consenso fino alla rottura tra regime e popolo nel 193855. Questo sentimento alimenta
il dibattito teorico sull’unificazione linguistica d’Italia in cui vari linguisti si trovano discordanti. Da un lato
affermano l’unificazione come un dato di fatto, dall’altro si impegnano nella purificazione della lingua
chiamata “nazionale” da elementi

“disturbanti” e in una campagna ostile verso tutte le varietà linguistiche diverse dalla lingua “nazionale”.
Lingua che è l’unica riconosciuta ed accettata come unica varietà a cui spetta il diritto di costituire la
norma linguistica all’interno dei confini politici del paese56.

Il dibattito su queste questioni di politica linguistica ha come retroterra ideologico la questione della
lingua con le ideologie puristiche e nazionalistiche ottocentesche basate sull’equiparazione tra lingua e
nazione, tra lingua e popolo, e che nel clima culturale del fascismo possono riemergere, modificate e
adattate alla realtà attuale.

I filoni della discussione sono sostanzialmente tre: uno caratterizzato dall’ostilità contro i dialetti ma
anche verso regionalismo nella lingua comune; il secondo contrassegnato dall’ostilità verso le lingue
delle minoranze; il terzo determinato dalla xenofobia tesa a eliminare qualsiasi elemento linguistico
straniero. Il denominatore comune di questi tre filoni è la difesa della lingua nazione affinché mantenga
la sua purezza e unità.

L’affermazione di una “unità nazionale della lingua”, di fatto non esistente57, ha come conseguenza il
tentativo di sopprimere le varietà linguistiche altre come i dialetti e le lingue minoritarie sulla base di
una standardizzazione severamente monocentrica ed endonormativa.

Nelle analisi dei meccanismi delle politiche linguistiche, si deve tener presente “l’intuizione
fondamentale più importante del Giacobinismo linguistico”, e cioè che “in un paese moderno non è più
possibile l’assenza di una politica linguistica”58. La formula del giacobinismo è

55Cfr. Chabod 1961, pp.63 e 65.

56Sul rapporto tra il concetto di “lingua nazionale” e la formazione degli stati borghesi nazionali da un
lato e l’impostazione di una politica linguistica accentratrice dall’altro si veda Rosiello (1979, p.309-310).

57Cfr. Devoto (1939, p.60), uno dei pochi linguisti dell’epoca a dare rilevanza alle varietà dialettali e
regionali, affermando l’inesistenza dell’unità linguistica.

58Cfr. Renzi 1981, pp.20,158 e 165.

35

applicabile anche al fascismo e si esplica, nel caso del regime, sotto forma di repressione dei dialetti,
delle lingue minoritarie e delle espressioni straniere, nell’intento di raggiungere il consenso nella ricerca
di un’unificazione linguistica che, all’epoca, ancora non si era realizzata. E questo nonostante gli
interventi linguistico-pianificatori effettuati fin dai primi anni dell’Unità d’Italia e la diffusa convinzione
sull’utilità dell’italofonia come strumento di comunicazione59 si fosse “radicata nella coscienza culturale
media”60.

Seguendo i tre filoni indicati, si delineeranno in questo capitolo i paragrafi che analizzano i tre momenti
principali della politica linguistica del fascismo e cioè: la politica di unificazione linguistica all’interno
dell’istruzione pubblica fino a giungere alla dialettofobia, gli interventi nei confronti delle maggiori lingue
minoritarie nel campo dell’istruzione, nell’uso pubblico e privato e infine la politica linguistica autarchica
nei confronti degli esotismi.

3.1 DALL’UNIFICAZIONE LINGUISTICA ALLA DIALETTOFOBIA

3.1.1 L’ANALFABETISMO E IL DIALETTO

L’Italia unita si caratterizza per la ricchezza di varietà linguistiche regionali e locali ma il bisogno che si
avvertiva era quello di sentire la “nuova” nazione più compatta e unita. Per arrivare ad ottenere l’uso di
un’unica varietà alta era necessario innanzitutto combattere l’analfabetismo e la dialettofonia.
Nonostante i linguisti dell’epoca cerchino di sostenere, a livello di dibattito teorico, l’unità nazionale
della lingua, deve esistere, almeno per quanto concerne l’istruzione pubblica, la consapevolezza che
questa unità manca presso i parlanti, che, nella maggioranza dei casi non hanno piena padronanza
dell’italiano. In pratica questa mancanza viene ammessa proprio attraverso la costituzione di un
“Comitato contro l’analfabetismo”61 con sede presso il

59Cfr. Raicich, 1981, p.85-169.

60Cfr. Vignuzzi, 1982, p.710.

61Chiamato “Opera contro l’analfabetismo” fino al1923; cfr. R.D. n.2410 del 31/10/1923 e il R.D.L. n.
1371 del

28/08/1921 in cui si stanzia un finanziamento di 6 milioni di lire.

36

Ministero della Pubblica Istruzione e, nel 1926, attraverso varie associazioni locali che sono unite nella
lotta contro l’analfabetismo62.

Oltre alla lotta all’analfabetismo, l’istruzione pubblica affronta l’unificazione linguistica attraverso il
metodo di insegnamento “dal dialetto alla lingua” nello spirito della riforma

Lombardo-Radice, almeno prima della “fascistizzazione” della scuola, cioè prima del 1925 e della nomina
di Fedele a ministro della Pubblica Istruzione63.
In questo periodo in cui la società italiana è in mutamento, l’avvento del fascismo rafforza la lotta contro
l’analfabetismo, e già il programma del Partito nazionale fascista64 elaborato dal giornalista e deputato
fascista Massimo Rocca e presentato da Mussolini il 27 dicembre 1921 sul quotidiano fascista “Il Popolo
d’Italia”, insiste sul potenziamento dell’istruzione elementare e della lotta contro l’analfabetismo65. In
realtà questo proposito si scontra con la condizione economica delle famiglie, le condizioni ambientali
delle scuole, la scarsa retribuzione degli insegnanti e la generale povertà dei fondi disponibili per la
scuola. Al riguardo scrive Pietro Jahier66: “Il contadino legge volentieri? Rispondo: questo dipende

(oltreché dalle attitudini individuali) dallo stato del suo campo, dalle condizioni del suo lavoro e dalla sua
abitazione […]”67.

Oltre a questi impedimenti, non si era ancora consolidata una coscienza sociale della necessità
dell’istruzione.

62Cfr. Ostenc 1981, p. 197.

63Ibidem, p. 103 e 127.

64Riportato in De Felice, 1966.

65Vedi Canestri-Ricuperati 1976, p. 131-132.

66Jahier fu uno scrittore italiano (Genova 1884 - Firenze 1966). Appartenne al gruppo della Voce.


Combattente nella prima guerra mondiale come ufficiale degli alpini, diresse un giornale di
trincea, L'Astico (1918), e curò una raccolta di Canti di soldati (1918). La sua opera è strettamente
autobiografica: di un'autobiografia che non è solo ricordo, ma esame di coscienza e giudizio di sé, della
società e della vita. Pertanto, sia che rievochi le sue prime esperienze d'impiegato (Resultanze in merito
alla vita e al carattere di Gino Bianchi, 1915), o la sua travagliata adolescenza (Ragazzo, 1919), o i giorni
di guerra (Con me e con gli alpini, 1919) in lui alla commozione si accompagna l'ironia, ai toni elegiaci
quelli oratorî e profetici (un poco al modo di P. Claudel o di Ch.-P. Péguy): unificati, specie nei racconti
di Ragazzo, da un calore lirico che dà alla sua prosa scorciata, anacolutica, sintatticamente ardita, un
ritmo di canto, risolventesi talora in versi (i quali, insieme con altri, nati

indipendentemente dalle prose, sono raccolti nel vol. Poesie, 1964). Gli approfondimenti bibliografici
che da ora si riporteranno sono tratti dal Dizionario biografico degli italiani.

67 Jahier, 1920, p.7.

37

Con l’affermarsi del regime alla fine degli anni ’20, la lotta contro l’analfabetismo diventa una battaglia
per il prestigio nazionale davanti agli occhi del mondo. La questione acquista un’importanza nazionale
se, già prima della presa del potere di Mussolini nel 1922, il giornalista Tarquinio Armani scrive:
“L’analfabetismo deve scomparire: è una questione di dignità civile, di bonificazione spirituale, di
disintossicazione nazionale, di valorizzazione commerciale, di propaganda internazionale” 68. La riforma
Gentile del 1923 sottolinea l’importanza delle classi elementari nell’impedire il ritorno al
semianalfabetismo, la gratuità dell’istruzione e l’obbligo portato ai 14 anni coi decreti del 1 ottobre e del
31 dicembre 1923. Viene naturale chiedersi se allora davvero il fascismo sia riuscito ad eliminare gli
analfabeti e non solo a cancellarli dalle statistiche, come invece avviene nell’ottavo censimento del
1936, in cui manca qualsiasi domanda sull’istruzione. I dati ISTAT confermano che l’Italia passa dal 27,7%
di analfabeti nel 1921 al 21,1% nel 1931 e al 12,9% nel 1951.

Il superamento dell’analfabetismo è legato alla diffusione dell’italiano, anche se l’alfabetizzazione non


era l’unico canale per imparare a padroneggiarlo correttamente. Il problema si pone tenendo conto che
in una prima fase, la diffusione dell’italiano attraverso l’istruzione comprende l’utilizzazione didattica del
dialetto, mentre in una seconda fase, il dialetto viene escluso da tale ambito. La polemica relativa a
questa questione si sviluppa intorno alla questione se occorra o meno insegnare il dialetto a scuola e
quale tipo di dialetto sia opportuno insegnare dal momento che, come affermano l’insegnante Giovanni
Lucaroni e

Evaristo Marsili: “L’idea di un dialetto regionale unico, o per lo meno di un dialetto tipico della regione,
dal quale, con lievi varianti, derivano tutti i dialetti locali, è un’idea completamente arbitraria.69” Il
suggerimento più realistico, e al tempo stesso moderno al punto da essere sottoscritto anche
successivamente dai teorici dell’educazione linguistica, proviene da Terracini: “Qui col tempo potrà fare
molto l’opera delle scuole magistrali, non tanto perché si introduca addirittura, come fu auspicato, un
insegnamento elementare di dialettologia comparata che in fondo non è affatto necessario, quanto
perché si educhi nel futuro insegnante il sentimento di quello che potremo chiamare la dignità del
dialetto”.70

Il dibattito in conclusione rimane sterile e non lascia emergere una linea chiara su come operare
concretamente a livello didattico.

68Armani, 1921 p.150.

69Marsili, 1928.

70Terracini 1927.

38

Dalle posizioni del dibattito si nota l’oscillazione tra la contrapposizione manzoniana, tra l’interesse per
le manifestazioni dialettali e folkloriche del popolo, sia pur considerato spesso idealizzato, e il purismo,
tendente al nazionalismo linguistico, che troverà poi il suo culmine a partire dalla seconda metà degli
anni Trenta, nell’autarchia linguistica. Concezione, quest’ultima, che si basa su uno scetticismo che trova
la propria giustificazione nelle difficoltà insormontabili nell’applicazione pratica del metodo. Ambedue le
posizioni hanno come obiettivo quello di unificare linguisticamente il paese attraverso la diffusione
dell’italiano.
Mentre gli avversari del metodo intendono ottenere tale scopo attraverso la distruzione delle varietà
linguistiche regionali e locali, i suoi difensori intendono realizzarlo proprio a partire dalle tradizioni
linguistiche di ciascun alunno. Le due posizioni non divergono nel fine ultimo ma nel mezzo, le didattiche
linguistiche.

Le iniziative pro-dialettali avranno vita al di fuori della scuola e, ancora nel 1931 Camillo

Pariset afferma: “Pur dopo la riforma Gentile la scuola italiana si dimostra piuttosto arcigna e diffidente
verso quella Cenerentola che è la letteratura dialettale”71.

3.1.2 LA POLITICA LINGUISTICA NELLA SCUOLA72

In una società plurilingue e con alto tasso di dialettofonia, è prevedibile che un regime totalitario, come
quello fascista dagli anni ’20 agli anni ’40 in Italia, si sia posto la questione della costituzione di una
norma linguistica ufficiale e unificante. Per raggiungere tale obiettivo, la scuola, quale principale
strumento di acculturazione, rappresenta l’elemento cardine su cui lo stato fascista ha puntato la sua
attenzione attraverso precisi interventi di educazione linguistica per proseguire quella modalità di
standardizzazione formale, monocentrica ed endonormativa anche oltre la scuola dell’obbligo. Le
motivazioni sono state il più delle volte il controllo socio-politico e l’integrazione nazionale.
L’insegnamento della prima lingua ma anche quello delle seconde lingue assumono, soprattutto con il
consolidarsi del potere fascista negli anni ’30, un significato di formazione socio-politica dell’alunno. Si
esamineranno brevemente i comportamenti dello stato nei confronti della norma linguistica e,

71Pariset, 1931, p. 378.

72Per un esame più puntuale si veda Klein, 1986.

39

per farlo, si prenderanno in considerazione periodici scolastici e pedagogici e in particolare il

“Bollettino ufficiale della Pubblica Istruzione” quale testo legislativo della scuola73.

I programmi ministeriali del 1923 con Gentile e quelli del 1934 con Ercole costitituiscono i momenti più
incisivi per quanto concerne l’educazione linguistica elementare. Si può osservare, analizzandoli, come
parallelamente alla sempre maggiore esclusione del dialetto dalla scuola elementare, l’insegnamento
della grammatica acquisti un significato rilevante.

Il dialetto ha il suo significato come punto di partenza per arrivare all’insegnamento dell’italiano quale
lingua nazionale, il cui fine ultimo è diventare la varietà linguistica unificante, come si riflette nella
dizione dell’art. 4, comma 1, del R.D 1 ottobre 1923, n.2185, in cui si legge: “In tutte le scuole elementari
del Regno l’insegnamento è impartito nella lingua dello Stato”. Questo comma rimarrà invariato nei
ritocchi alla riforma Gentile, effettuati dal ministro Fedele, e cioè nel R.D. 22 gennaio 1925, n.432 (art.
21, comma 1) e nel T.U. approvato con R.D. 5 febbraio 1928, n.577 (art.33).
La conseguenza diretta è che il rapporto tra dialetto è lingua è concepito nei programmi per la scuola
come dipendenza in senso unilaterale: si proposero nell’O.M. 11 novembre 1923, a partire dalla III
elementare, “esercizi di traduzione del dialetto” (cfr. anche art. 8, punto 4 del

R.D. 1 ottobre 1923, n.2185; art. 27 del T.U. approvato con R.D. 22 gennaio 1925, n. 432; e art.29 del
T.U. approvato con R.D. 5 febbraio 1928, n.577), perché l’alunno potesse imparare adeguatamente
l’italiano74.

Alla varietà dialettale era attribuito un ruolo subordinato, che si manifesta già nelle prescrizioni
didattiche per la II classe negli “esercizi metodici e graduati di dettatura, rivolti specialmente a
combattere gli errori di ortografia, più frequenti perché suggeriti dal dialetto”

(O.M. 11 novembre 1923).

La commissione ministeriale per i libri di testo, che pubblica le sue relazioni e le sue liste sul

“Bollettino Ufficiale della pubblica Istruzione”, riporta, fino al 1928, gli elenchi dei testi sussidiari per la
cultura regionale e dei libri per gli esercizi di traduzione del dialetto (cfr. Circ n.90, 18 ottobre 1924; D.M
19 giugno 1925). La commissione del 1928 riferisce dell’imminenza della compilazione e adozione del
testo unico di stato, criticando il fatto che

“i libri di cultura regionale non corrispondono, nella maggior parte, ai programmi di

73A questo testo fanno riferimento le disposizioni legislative che verranno citate.

74Manca all’epoca qualsiasi concezione sulla differenza funzionale tra lingua e dialetto come varietà
integranti in una rete di bisogni comunicativi sociali, secondo cui il dialetto soddisfa determinate
necessità comunicative in determinate situazioni di interazione sociale, mentre la lingua soddisfa altri
bisogni comunicativi in altre situazioni sociali.

40

insegnamento e mancano di freschezza, di sveltezza e di attraente varietà” (D.M. 20 novembre 1928).

I programmi prima del ’34 non rigettano il dialetto in toto ma vertono sull’eliminazione graduale di
elementi dialettali dovuti alle interferenze, mentre i programmi successivi a tale data non prendono in
considerazione che il dialetto possa essere un punto di partenza per arrivare all’italiano, anzi il dibattito
scolastico acquista toni sempre più rigidamente antidialettali. Il rifiuto del dialetto si configura come
rifiuto di ciò che rappresenta e verso gli anni ’40 l’obiettivo dell’unificazione linguistica acquista un
valore esplicitamente politico, con esiti che si analizzeranno in seguito. Ciò emerge per esempio dalle
parole di Parente75:
“Parlare italiano vuol dire pensare in italiano”, per cui “quando noi strappiamo il bambino al dialetto del
suo paese, non gli insegniamo soltanto un linguaggio più educato, ma in effetti lo portiamo in un
orizzonte intellettuale e morale che gli era ignoto”.

Un’interessante testimonianza la possiamo ricavare anche da Villa che, parlando della lingua come
valore politico scrive: “L’unificarsi della parlata significa l’unificarsi degli animi” e, descrivendo il decorso
del riconoscimento del dialetto nella scuola, dalla riforma Gentile alla

Carta della Scuola di Bottai, aggiunge: “Giovanni Gentile nella sua riforma dell’insegnamento aveva
disposto che tenessero i dialetti qualche posto nella scuola, almeno come elementi euforici occasionali
di fronte alla lingua comune. Ma di ciò il ministro Bottai, nella nuova Carta della scuola, non credette far
conto e soppresse ogni cura determinata di vernacoli. Interpretiamo bene il suo intendimento, meno
idealistico forse, ma più positivo e fascista, e vi consentiamo appieno. I singoli dialetti sono già per se
stessi fin troppo vitali e tenaci: occorre sopra di essi operare fortemente a costruire, soda, la lingua
nazionale, invece di recar loro ulteriore e non necessario alimento”76.

L’unificazione linguistica sembra poter essere ottenuta mettendo al centro dell’insegnamento linguistico
quello delle regole grammaticali. Da questo punto di vista, tra i principali programmi ministeriali per la
scuola elementare, cioè quelli contenuti nell’O.M. dell’11 novembre 1923 e quelli allegati al D.M. del 28
settembre 1934 si possono osservare alcuni cambiamenti. Infatti per quanto riguarda l’insegnamento
grammaticale nella scuola elementare i programmi del 1923 sono relativamente generici, suggerendo un
apprendimento

75Parente, 1937, p.388.

76Villa, 1941.

41

induttivo a partire da determinati esercizi, mentre quelli del 1934 sono più specifici, prescrivendo
esercizi modellati proprio sulle regole grammaticali.

L’evoluzione da una concezione poco grammaticale a una pro-grammaticale si verifica non solo


nell’italiano ma anche nell’insegnamento delle seconde lingue, a partire dal latino. Si equipara lo studio
di questa lingua con lo studio della sua grammatica, ritenendo il metodo grammaticale “l’unico […]
possibile per l’insegnamento fruttuoso di questa lingua, al quale si debba rigorosamente ritornare”77.

Col tempo si inizia a riconoscere l’importanza dell’insegnamento delle lingue straniere e si ritiene di
perfezionare all’estero gli insegnanti; infatti il Ministero della Pubblica Istruzione decide di chiedere dei
fondi (non sempre concessi dal Ministero delle Finanze) per il perfezionamento all’estero degli
insegnanti e propone di moltiplicare le cattedre di lingua straniera nelle scuole di istruzione media78.
È interessante notare come l’istituzione di nuove cattedre di lingua straniera abbia come scopo quello di
aumentare le cattedre d’inglese a discapito di quelle di francese. Così nel 1938 il Ministero intraprende
l’opera di riduzione delle cattedre di francese e Mussolini ordina a

Bottai di renderne l’insegnamento non più obbligatorio ma facoltativo79. La riduzione delle cattedre di
francese è da considerare anche in relazione all’accordo culturale italo-tedesco,secondo cui si devono
istituire nuove cattedre di italiano in Germania e di tedesco in Italia.

Verso gli anni ’40 la rilevanza politica e culturale delle lingue moderne si accentua e lo confermano le
iniziative prese anche al di fuori della scuola per incentivare l’apprendimento delle lingue straniere.
Infatti, in un Appunto per il Duce del 1940 si legge: “un bisogno sempre più profondamente sentito, non
solo nel campo scientifico, ma anche, e forse più, negli ambienti professionali e industriali, è quello delle
lingue straniere moderne intese come lingue viventi”, per cui si propone l’istituzione di scuole speciali
presso l’università, le quali dovrebbero “assicurare l’insegnamento pratico delle quattro principali lingue
straniere: tedesca, spagnuola, francese, inglese”80. Degno di nota è anche il fatto singolare che la
Segreteria particolare nel 1944 chiede al Gabinetto della Presidenza del consiglio dei ministri,

77Tescari 1941, p.182.

78Cfr. ACS (Archivio centrale dello Stato), PCM (Presidenza del Consiglio dei ministri) 1929, f.5.5, n.6263.

79Cfr. ACS, PCM 1938, F.5.3, N.5502.

80Cfr. ACS,PCM 1940, f.5.1, n. 321.

42

all’“Ente assistenza province invase” e agli Uffici dipendenti da tale segreteria di comunicare i nominativi
di coloro che conoscono “lingue estere”81.

L’importanza politica delle lingue moderne è sottolineata anche dal fatto che oltre alle quattro lingue
principali comincia ad assumere un posto di necessità anche l’arabo per i rapporti con le colonie
africane: il Ministero dell’Educazione Nazionale nel 1938, in un Appunto per il Capo del
Governo propone, all’interno del nuovo ordinamento scolastico, oltre a queste lingue, corsi facoltativi
per l’arabo82.

In conclusione si può affermare che la politica scolastica per l’insegnamento linguistico era tesa non
all’elaborazione di tecniche didattiche quanto piuttosto a considerazioni di politica linguistica, per le
quali l’istituzione scolastica costituiva un utile e indispensabile canale attraverso cui il regime poteva
perseguire diversi obiettivi. Uno è stabilire una norma linguistica attraverso l’insegnamento dell’italiano
per diminuire allo stesso tempo dialettofonia e analfabetismo. Il secondo è utilizzare il latino come
oggetto di insegnamento per costituire un modello linguistico sia per la lingua dell’istruzione che per le
lingue moderne.
3.2. LE MINORANZE LINGUISTICHE

3.2.1LINGUE DELLA MINORANZA NELLA SCUOLA

Nell’immediato primo dopoguerra il governo italiano si dimostra liberale nei confronti delle minoranze:
il 21 settembre 1919 il ministro degli esteri Tittoni, garantisce in una dichiarazione alla Camera dei
deputati il massimo rispetto per le loro istituzioni e per la loro lingua; lo stesso viene confermato dal re
Vittorio Emanuele III all’inaugurazione della nuova

Camera dei deputati il 1 dicembre 191983. Anche lo stesso Mussolini difende questa posizione, salvo poi
cambiarla non appena eletto deputato nel maggio 192184. Con l’inoltrarsi negli anni Venti la posizione
sulle minoranze cambia: “i tedeschi dell’Alto Adige non

81Cfr. ACS, PCM-RSI b.12, f.1.1.5, n.01306, s.d., ma 1944.

82Cfr. ACS, PCM 1937-39, f. 5.3, n. 5502.

83Cfr. Salvemini 1952, p.433.

84Ibidem, p. 434-435 e 438.

43

rappresentano una minoranza nazionale, rappresentano una reliquia etnica”85. Parole emblematiche
per esemplificare ciò che il regime intende per minoranza, tanto più che si riferisce alla minoranza di una
nuova provincia.

Per quanto riguarda la politica linguistica del regime, si tratta di un caso tipico in cui lo statusdi una
varietà ufficiale (con le sue variazioni diastatiche e diatopiche) verrà trasformato prima in lingua
scoraggiata e poi in lingua vietata, almeno nell’uso pubblico. È un esempio di varietà che passa da lingua
standard a vernacolo in quanto lingua di un gruppo dominato da una popolazione di un’altra lingua. La
lingua di quest’ultima popolazione deve perciò essere promossa nel gruppo dominato a livello di lingua
ufficiale.

Gli ambiti in cui si verifica tale politica linguistica nei confronti delle minoranze etnico- linguistiche sono
vari. Nella sfera privata si hanno interventi sull’onomastica e sull’istruzione, che costituisce il canale
ideale per formare il nuovo Italiano e per incidere nel suo privato: con la perdita della prima lingua si
tende a rompere il legame con la patria precedente. Nella sfera pubblica si hanno degli interventi sulla
toponomastica, la pubblica amministrazione, le insegne pubbliche.

L’avvento del fascismo lascia un segno più profondo nella politica linguistica attuata nei confronti delle
minoranze linguistiche, in particolare per quanto riguarda l’istruzione, rispetto ad altri ambiti di politica
linguistica. Infatti mentre nell’immediato dopoguerra, nelle province annesse sulla base dei trattati di
St. Germain-en-Laye86, che annette il Tirolo meridionale all’Italia, e di Rapallo87 che annette la Venezia
Giulia e Fiume, continuano ad esistere scuole con lingua dell’istruzione non italiana, ciò cambierò
drasticamente a partire dal 1923. Bisogna aggiungere, comunque, che una certa trasformazione era già
in atto prima di questa data: nel 1918 vengono chiuse 34 classi di lingua tedesca a Pola. In Alto Adige
sono ancora in maggioranza le scuole di lingua tedesca, spesso frequentate anche dalla popolazione
italiana.

85Cronaca quinquennale dell’Alto Adige. 1924-1928, “AAA” (Archivio per l’Alto Adige), XXIII, 253-640.

86Il 10 settembre 1919 fu firmato a St. Germain-en-Laye il trattato di pace fra l’Austria e le potenze
alleate e associate vincitrici con cui furono definite le frontiere dell’Austria dopo il distacco dei territori
attribuiti ai cosiddetti Stati successori (Italia, Iugoslavia, Polonia, Cecoslovacchia); si precisarono le
clausole politiche, militari (abolizione della coscrizione, esercito volontario di 30.000 uomini, divieto di
aviazione militare), le riparazioni, nonché le altre clausole, identiche a quelle del trattato di Versailles, fra
le quali il divieto di Anschluss con la Germania. (Enciclopedia Treccani)

87Fu firmato il 12 nov. 1920 fra Italia e Iugoslavia; stabiliva sulle Alpi Giulie il confine fra i due Paesi e
attribuiva all’Italia Zara, le isole di Cherso e Lussino, Lagosta e Pelagosa; Fiume era riconosciuta Stato
indipendente e si regolavano le condizioni degli italiani nella Dalmazia. (Enciclopedia Treccani)

44

Nella Venezia Giulia molte scuole slave e croate vengono trasformate in italiane a partire dall’anno
scolastico 1918-191988. Qualche avvisaglia della situazione si percepisce prima dell’avvento dei fascisti:
sono gli ambienti nazionalistici che sentono l’esigenza di una sistematica azione a favore del processo di
italianizzazione delle popolazioni alloglotte. Nonostante le dichiarazioni ufficiali di rispetto nei confronti
delle minoranze, il trattato di Rapallo non menziona in alcun modo gli interessi e la tutela delle
minoranze slovena e croata89.

Il R.D. 1 ottobre 1923, n.2185 (ministro Gentile) sancisce l’uso dell’italiano come unica lingua
dell’istruzione in tutte le scuole del Regno, quindi anche nelle nuove province: “In tutte le scuole
elementari del Regno l’insegnamento è impartito nella lingua dello Stato. Nei

Comuni nei quali si parli abitualmente una lingua diversa, questa sarà oggetto di studio, in ore
aggiuntive”90. Per usufruire delle ore aggiunte, i genitori devono fare esplicita richiesta all’inizio
dell’anno scolastico (comma 3 dell’art.4), il che li mette in pericolo di essere bollati come “antinazionali”
e “antifascisti” con le relative conseguenze91. Sulla base di questo provvedimento, tutte le scuole
alloglotte devono essere gradatamente italianizzate a partire dall’anno scolastico 1923-1924 così che col
tempo si arrivi ad insegnare in italiano in tutte le classi sia delle scuole elementari che di quelle
civiche92. Inoltre si stabilisce che per le scuole delle province annesse, nelle quali la lingua
dell’istruzione non è ancora l’italiano, ne viene stabilito l’insegnamento per 5 ore settimanali per i primi
3 anni e 6 negli anni seguenti93 e comunque la conoscenza dell’italiano diventa indispensabile per la
promozione alla classe superiore94.
Contemporaneamente per le scuole alloglotte dei territori annessi sia medie che magistrali un

R.D. del 27 settembre 1923, n.2665 sancisce l’obbligo dell’insegnamento in lingua italiana a partire
dall’anno scolastico 1927-28, procedendo gradualmente dalla prima classe del corso

88Cfr. Cottone 1938, p.131 e 141.

89Jeri 1974, p.45.

90Art. 4, comma 1 e 2.

91Salvemini 1952, p.445.

92Cfr. art.17.

93Cfr. art. 24 comma 2 e 4.

94Cfr. art. 24 comma 3.

45
inferiore95. Provvedimento questo, che guadagna l’approvazione del prefetto della Venezia

Tridentina, Guadagnini96, e del Senatore Ettore Tolomei97. Tolomei è anche il principale ispiratore
dell’idea che sostiene l’italianità dell’Alto Adige già prima del regime fascista e per favorire l’iscrizione di
studenti allogeni (provenienti da ambienti in cui l’italiano non era percepito come prima lingua d’uso)
nelle scuole italiane, propone l’istituzione di borse di studio e di posti gratuiti per gli alunni più
meritevoli, iniziative non completamente realizzate98. Già nel 1924 le lingue minoritarie sono
considerate alla stessa stregua di una qualsiasi seconda lingua e, per essere ammessi al primo corso
degli istituti magistrali con lingua dell’istruzione tedesca, slovena o croata, diventa obbligatorio, a partire
dall’anno 1923- 24 un esame di italiano99.

Infine il R.D.L. 22 novembre 1925, n. 2191 (ministro Fedele) sopprime definitivamente l’insegnamento
delle lingue minoritarie, abolendo anche la possibilità delle ore aggiunte per la

95Cfr. art. 4

96Giuseppe Guadagnini nacque a Bologna il 9 giugno 1876. Dopo la laurea in giurisprudenza, il 10 apr.
1899 fu immesso per pubblico concorso nei quadri della carriera di funzionario del ministero degli
Interni, prestando servizio successivamente a Monza, Novara, Bologna; in quest'ultima sede, durante la
guerra, coadiuvò la prefettura come ispettore addetto a compiti di pubblica sicurezza. Nel corso del
conflitto e immediatamente dopo lavorò presso il ministero in qualità di segretario generale dell'alto
commissariato per l'Assistenza ai profughi. Il

25ag. 1919 fu nominato prefetto di 2ª classe; fu, quindi, prefetto di Caltanissetta (agosto 1919 -
novembre 1920), Cosenza (novembre 1920 - dicembre 1921), Cremona (dicembre 1921 - luglio 1922),
restando a disposizione fra il luglio e il novembre 1922. Da quella data ricoprì l'incarico di prefetto di
Trento (novembre 1922 - dicembre 1926), per essere infine nominato, il 5 marzo 1926, prefetto di 1ª
classe a Bologna (dicembre 1926 - gennaio 1934). Senatore del Regno dal novembre 1933, venne
collocato a riposo per ragioni di servizio nel gennaio 1934; al Senato fu presidente della commissione
legislativa Affari interni. Subito dopo la marcia su Roma, nell'ambito della "manovra dei prefetti" che
portò 48 prefetture a cambiare titolare nei primi sei mesi del governo Mussolini, il G., il 3 nov. 1922, fu
nominato prefetto di Trento; gli venne, inoltre, assegnata la giurisdizione sulla provincia unica della
Venezia Tridentina, comprendente l'Alto Adige. La collocazione di Guadagnini a Trento fu chiaramente
dettata dalla volontà di avere un uomo fedele al nuovo governo in un'area delicata, sia per ciò che
rappresentava sia per quel che aveva rappresentato; tanto più che il modus operandi nei confronti delle
minoranze linguistiche dell'Alto Adige fu uno dei banchi di prova significativi del fascismo giunto al
potere. Morì a Castel San Pietro Terme (Bologna) l'8 nov. 1966.

97Il conte Ettore Tolomei fu un pubblicista (Rovereto 1865 - Roma 1952). Fondatore e direttore (1889-
90) del periodico La Nazione italiana, si adoperò per la diffusione della cultura italiana in Alto
Adige, dando vita all'Archivio per l'Alto Adige (1906-47). Lottò per il confine del Brennero durante e
dopo la prima guerra mondiale, fu commissario per l'Alto Adige e promosse la trasformazione in italiano
della toponomastica e dei cognomi della regione: a lui in particolare si deve il termine Alto Adige in
luogo di Südtirol. Senatore del Regno (1923), fu deportato in Germania durante l'occupazione nazista
della Venezia Tridentina (1943-45).

98Tolomei 1928, p.36-37.

99Cfr. ordinanza amministrativa Gentile 1923, “BU” (Bollettino Ufficiale della Pubblica Istruzione), 1923,
pp.255-256.

46

prima lingua degli alunni alloglotti della scuola elementare. Questo provvedimento riguarda
direttamente non solo scuole tedesche, slovene e croate, ma anche quelle dove si insegna ancora il
francese.

Per quanto riguarda poi le lingue slovena e serbo-croata un R.D. del 10 marzo 1927, n. 480 fornisce delle
disposizioni speciali relative ai programmi d’esame sia di licenza della scuola complementare che di
ammissione ai vari tipi e gradi degli istituti medi, nonché di maturità e di abilitazione; tali esami
consistono in varie prove attestanti la competenza linguistica per l’italiano (prove scritte di traduzione,
orali di lettura e conversazione, ecc…). Nel 1931 si dispone con il D.M. dell’11 settembre, la soppressione
dell’insegnamento dello sloveno nei ginnasi di Gorizia e Tolmino, negli istituti magistrali di Gorizia, S.
Pietro al Natisone, Trieste

(dove viene sostituito con l’inglese) e negli istituti tecnico e magistrale di Udine (sostituito con il
francese), mentre già nel 1928-29 sono state chiuse tutte le scuole elementari slave tranne una100.

Un’ulteriore disposizione tesa a favorire l’italianizzazione della popolazione è l’istituzione dei corsi serali
di lingua italiana a partire dal 1925 e così, quattro anni più tardi, nel 1929, in Alto

Adige ne esistono 243 “con ben 5600 frequentanti: il sei per cento della popolazione adulta
alloglotta”101. Oltre a questi corsi serali organizzati dai Comuni, il Circolo Linguistico di Bolzano,
organizzando per i propri soci corsi di studio di varie lingue, ne istituisce specialmente di italiano e si fa
patrocinare nel 1926 dalla “Società Nazionale Dante Alighieri”102. Tale società è particolarmente attiva,
fin dall’inizio del regime, nella propaganda per l’italianità, non solo contro le espressioni straniere, ma
“dedica ora sforzo costante ed efficace alle frontiere, le quali attendono la redenzione spirituale dopo
quella politica”103. Vengono istituite scuole per apprendisti artigiani e agricoltori e corsi per l’economia
domestica, la frequenza è obbligatoria secondo un regolamento del 3 giugno 1924, art. 205. In questo
modo il regime ottiene il vantaggio di raggiungere, anche dopo la scuola dell’obbligo, i settori
dell’istruzione professionale.

Tutti questi provvedimenti coinvolgono non solo gli studenti ma anche gli insegnanti alloglotti. Infatti il
R.D. del 1 ottobre 1923, n. 2185, che sancisce la possibilità di insegnare la

100Cfr. Salvemini 1952, p. 457.


101Cfr. Cronaca dell’Alto Adige 1929, «AAA», XXIV, p.529.

102Cfr. Cronaca quinquennale dell’Alto Adige, «AAA», XXIII, 1928, p.552.

103Cfr. Cronaca…1928, p. 543.

47

lingua minoritaria in qualità di seconda lingua in ore aggiunte (art.17, comma 4), dà la preferenza per
tale insegnamento al maestro della classe o della scuola stessa che sia anche abilitato per
l’insegnamento in italiano (art. 19). Chi invece non avesse tale abilitazione, poteva insegnare l’italiano
solo se avesse superato i relativi esami: infatti non venivano riconosciuti come validi i diplomi e le
abilitazioni rilasciati dal precdente stato austriaco ai fini dell’insegnamento in lingua italiana (art. 18).
Tuttavia in linea di massima si preferisce non reintegrare i maestri non riconosciuti abilitati ma
prepensionarli oppure trasferirli in altre province italiane, sostituendoli con insegnanti dell’Italia centrale
o meridionale.

Gli insegnanti venivano inizialmente nominati in seguito a concorso senza apparenti discriminazioni ma
nel 1928 Tolomei suggerisce che vengano fatte delle nomine direttamente dal Ministero della Pubblica
Istruzione, sperando che in questo modo venissero scelte delle persone “apostoli di cultura nazionale,
preferibilmente ex-combattenti, e, per l’origine regionale, per la conoscenza della lingua e tradizioni
locali, i meglio adatti”104. Fortunatamente questa proposta estrema non viene accolta dal governo che
cerca invece di riscattare la fedeltà patriottica distribuendo dei premi agli insegnanti più meritevoli.

Secondo il R.D.-L. del 22 novembre 1925, n.2191, art.2, i maestri elementari alloglotti, in servizio ma non
ancora provvisti di abilitazione per l’insegnamento della lingua italiana, sono obbligati a conseguirla
entro due anni, se non vogliono essere rimossi dall’incarico. Per questo motivo nella provincia di Bolzano
vengono istituiti dei corsi d’italiano per i docenti da parte del Provveditorato. Chi supera questo esame
ottiene il posto di ruolo ma si richiede che abbia anche sufficiente conoscenza dei costumi e dei dialetti
atesini e trentini. Per gli insegnanti, invece, che sono rimasti senza posto, non è neppure facile dare delle
lezioni private: infatti l’ispettore scolastico ha la facoltà di “porre il veto a quelle lezioni, se riteneva che
non avessero probabilità di trasformare lo scolaro in un buon cittadino italiano”105. Un decreto delle
autorità scolastiche di Bolzano del 18 dicembre 1923 proibisce esplicitamente l’insegnamento privato
della lingua tedesca. Come reazione sorgeranno delle scuole clandestine, di cui si parlerà in seguito.

Questi provvedimenti linguistico-legislativi non hanno ovviamente solo una funzionelinguistico-


strumentale, di adoperare cioè la lingua italiana anziché un’altra, ma hanno un preciso scopo di
integrazione nazionale; lo si può leggere anche nelle parole ufficiali del

104Cfr. Tolomei 1928b, p.36.

105Cfr. Salvemini 1952, p. 446.


48

ministro della Pubblica istruzione, il senatore Casati, il 10 agosto 1924: “Il programma di istruzione non
ha solo lo scopo di indurre scolari e adulti a usare l’italiano come lingua abituale, ma anche di farne degli
italiani per sentimento”106. Lo conferma anche il successore di Casati, il ministro Fedele che, in
occasione di una sua visita ufficiale alle scuole della

Venezia Tridentina il 20 giugno 1926, disse: “la scuola ha il compito di operare l’assimilazione del popolo
alloglotto”107.

Già nelle scuole elementari delle nuove province non ancora trasformate in scuole italiane, “la
promozione alla classe superiore non si consegue se non superando una prova di lingua italiana”108;
perciò l’italiano deve avere non meno di cinque ore settimanali di insegnamento.

Lo stato agevola la popolazione scolastica di cittadinanza italiana mediante esenzione dalle tasse per le
scuole superiori e l’università109. Inoltre esiste una politica di incoraggiamento per iscriversi nelle
scuole italiane e di imparare la lingua dello stato, mediante borse di studio e altri tipi di gratificazione.

Non solo gli alunni vengono premiati, ma sono previste incentivazioni anche per gli insegnanti. Così, per
incrementare l’immigrazione di personale insegnante italiano, si stabiliscono dei trattamenti di favore,
nella fattispecie a coloro che abbiano prestato servizio nelle nuove province in periodo antecedente
all’annessione: per loro il servizio viene conteggiato per intero e viene anche offerto il rimborso per le
spese di viaggio110.

Come conseguenza a questi decreti, nel 1928 esistono in Alto Adige 760 classi con l’italiano come unica
lingua dell’istruzione; in altre 30 classi il tedesco rimane come materia supplementare tollerata111. Ma
anche queste classi vengono soppresse all’inizio dell’anno scolastico 1929-1930.

Lo stesso succedersi di eventi si verifica nelle scuole slovene della Venezia Giulia. Un R.D. del 2 agosto
1926 sopprime la Lega delle associazioni dei maestri sloveni di cui fanno parte

106Cit. in Salvemini 1952, p.445.

107Cit. in Cronaca… 1928, p. 525,526.

108R.D.-L. 7 gennaio 1926, n.71.

109Si veda R.D.-L. 8 febbraio 1925, n.242; R.D.-L .7 gennaio 1926, n.135; R.D. 25 giugno 1926, n.1675; L.
2 luglio 1929, n.1183; R.D.-L. 22 giugno 1933, n.863.

110R.D. 22 gennaio 1925, n.432, artt 245 e 246; R.D.-L. 22 maggio 1927, n. 851, art.1 conv. in L. 17
maggio 1928, n. 1144; R.D. 5 febbraio 1928, n.577, artt. 242-244.

111Cfr. Salvemini 1952, p. 445.


49

circa i due terzi dei 500 insegnanti slavi presenti nelle scuole della Venezia Giulia. L’accusa principale è
quella di alimentare lo spirito nazionalistico slavo112. All’inizio dell’anno scolastico 1928-1929 esiste
ancora a Trieste solo una scuola non italiana, frequentata da circa mille allievi ; ma viene definitivamente
chiusa il 22 ottobre 1930113.

Questi provvedimenti non rimangono senza reazioni, sia di assenso che di dissenso. Il prefetto di
Bolzano, Umberto Ricci, risponde in un’intervista alla “Telegraphen Union” alle proteste provenienti
dall’estero in questo modo: “[…] il Governo ha ben il diritto di insistere perché tutti i sudditi italiani
imparino nella scuola la lingua italiana e conoscano l’italiano […].

Certo, il Governo non intende in nessun modo di «soffocare» la lingua tedesca nella provincia di
Bolzano, come purtroppo si vuole affermare in certi ambienti. Posso sottolineare il fatto, che nel
Piemonte, la culla della nostra Casa Reale, la lingua francese è molto diffusa e che abbiamo inoltre
diversi «enclave» slavi. Da nessuna parte queste differenze linguistiche causano contrasti interni.
Abbiamo perfino in Sicilia un Comune greco e uno albanese, e il Governo vi sovvenziona le scuole greche
e albanesi. Però delle differenti lingue non si deve fare un mezzo di propaganda anti italiano, ciò il
Governo non potrebbe tollerare”114.

Altre proteste vengono dagli slavi emigrati in Jugoslavia: “La riforma Gentile non si limitò a italianizzare
le scuole, ma italianizzò anche i maestri. Di 2300 maestri in servizio nel 1923, quasi la metà erano di
nazionalità slovena o croata. Questi maestri furono in breve congedati, collocati a riposo, trasferiti nelle
vecchie Provincie di Italia, o cacciati oltre confine e sostituiti da maestri e maestre dell’Italia meridionale.
La scuola dovette diventare italiana e fascista”115.

A queste accuse «Il Piccolo di Trieste» reagisce difendendo l’azione del governo fascista in quanto esso
avrebbe lasciato sufficiente tempo agli insegnanti allogeni di imparare l’italiano ma allo stesso tempo
riconosce come non si tratti tanto del problema di apprendere la lingua italiana quanto di accettarla,
poiché “i più la conoscevano, anche odiandola”, per cui, “per

112Cfr. Le associazioni dei maestri sloveni soppresse, «Il Popolo di Trieste», VII (5 agosto), 1926, p.2.

113Cfr. Salvemini 1952, p.457.

114Cfr. L’alto Adige in un’intervista col prefetto di Bolzano, «Il Giornale d’Italia» XXVII, n.55 (5 marzo)
1927, p.1.

115Cit. in La scuola italiana al confine e gli ameni sfoghi dei delusi d’oltre Nevoso, «Il Piccolo» (13 luglio)
1933, p.5.

50
guarirli da prevenzioni dovute a ignoranza e salvarli da dannose e pericolose tentazioni e nostalgie, il
governo italiano li trasferì in altre regioni”116.

Con l’intento di rendere più veloce e più efficace l’italianizzazione delle nuove province, il Ministero
dell’Educazione nazionale dispone con il R.D. 5 febbraio 1928, n.577, a decorrere dal 1 marzo dell’anno
corrente, il trasferimento in alter regioni d’Italia di molti insegnanti allogeni.

La situazione politico-linguistica non è molto differente neanche nella Valle d’Aosta. Lo dimostra una


lettera al ministro della Pubblica Istruzione in cui Mussolini esprime incredulità per il fatto che “l’uso del
linguaggio francese sia in quelle valli così esteso da richiedere un particolare ed eccezionale
insegnamento nelle scuole elementari. […] Non vogliamo costringere con la forza quelle popolazioni a
non parlare francese. Ma neanche dobbiamo incoraggiarle ed aiutarle a continuare in un costume che
avrebbe già dovuto cessare. In Italia si parla italiano”117. In realtà il ministro Gentile ha già dato
disposizioni per far sospendere l’insegnamento della lingua francese dalle scuole nelle valli d’Aosta, di
Susa e di Pinerolo, a giudicare da una sua lettera a Mussolini, il 19 agosto 1923118. A questi
provvedimenti si oppone soprattutto la Ligue Valdôtaine (associazione fondata nel 1909 con il fine di
difendere la lingua francese in Val d’Aosta), il cui presidente, Anselmo Réan, invia una lettera di protesta
a Mussolini contenente delle rivendicazioni che però non vengono prese in considerazione.

Al contrario, con il R.D. 22 novembre 1925, n. 2191 la politica linguistica nei confronti dei gruppi allogeni
si inasprisce in assoluto con l’abolizione per tutte le scuole elementari alloglotte anche delle ore
aggiunte per l’insegnamento di lingue diverse dall’italiano.

Verso la metà degli anni ’30, a seguito del riavvicinamento politico all’Austria e poi alla Germania da
parte dell’Italia, inizia un nuovo corso della politica linguistica specialmente nell’Alto Adige. Si
ripristinano nel 1934 le scuole private con insegnamento del tedesco, nel

1935 si restituisce l’insegnamento del tedesco alle scuole elementari della provincia di Bolzano; e in
seguito all’accordo italo-tedesco del 22 maggio 1939, relativo all’opzione per la

116Cfr. ibidem, p. 1933.

117Cfr. lettera 7 agosto 1923, in ACS, PCM 1927, F. 5.1.3.

118In ACS, PCM 1927, f. 5.1.3.

51

cittadinanza, si riaprono addirittura le scuole tedesche destinate agli alloglotti optanti per la la lingua
tedesca invece di quella italiana.

Come già detto, la politica linguistica nei confronti delle minoranze, e in particolar modo all’interno delle
nuove province, costituisce il momento più caratterizzante del regime fascista rispetto agli altri suoi
interventi politico-linguistici. È quindi naturale che sia proprio in questo ambito che si verifichino anche
le reazioni più decise manifestate in tentativi tesi a salvaguardare il patrimonio antropologico-culturale e
linguistico dei gruppi etnici, in particolare attraverso scuole private clandestine e l’azione del clero.

All’inizio il regime accetta ufficialmente l’esistenza di alcune scuole private nei comuni dell’Alto Adige in
cui la lingua italiana è stata introdotta prima dell’avvento fascista, nel caso non ci fosse stata una scuola
statale. Vengono sovvenzionate dai rispettivi comuni e quindi sono poste sotto la vigilanza dello
stato119. Ma già alla fine del 1923 il governo cambia impostazione e, come già detto, vieta
l’insegnamento privato del tedesco con l’eccezione per quegli insegnanti che hanno superato un esame
di lingua italiana, talmente difficile che la maggioranza è scoraggiata a sostenerlo. Con questo
provvedimento le scuole private, senza essere vietate ufficialmente, vengono però impedite di fatto. Nel
caso che un insegnante volesse impartire lezioni private a singoli alunni, avrebbe dovuto avvertire
l’insegnante di italiano dell’alunno interessato e l’ispettore scolastico avrebbe potuto vietarlo se questo
avesse, a suo parere, intaccato la formazione del “buon cittadino italiano”120.

Anche nella Val d’Aosta le scuole private vengono soppresse o perlomeno ostacolate: così il

10 febbraio 1926, il prefetto di Torino invia una lettera al sottoprefetto perché impedisca che i sindaci
stanzino finanziamenti a favore della “Ligue”, che avrebbe usato questo denaro per gli “insegnanti quasi
clandestini, in piccole scuole serali per montanari”121.

Dopo aver considerato brevemente questi esempi, emerge chiaramente l’idea che la cultura e quindi la
lingua egemone, essendo quella dello stato, rappresentino l’unico bisogno; di conseguenza la gente che
non ne ha competenza dovrebbe avere come desiderio quello di

119Questo accordo era stato stipulato dal Partito Nazionale Fascista con il “Deutscher Verband” sul
finire del 1922 e vi si conviene che “il P.N.F. non si proporrà alcun programma di snazionalizzazione
dell’Alto Adige riguardo alla popolazione di lingua tedesca”. (art. 1, cit. da Negri 1973, p.211)

120Informazione ricavata da una circolare dell’ispettore scolastico provinciale di Trento del 20 febbraio
1929, cit. in Salvemini 1952, p. 446.

121Passerin d’Entreves 1973, p. 240.

52

apprenderla. È un’idea, questa, in cui è insita una repressione di fatto nei confronti di tutto ciò che non è
cultura o lingua egemoni.

Ai boicottaggi delle scuole private si reagisce in Alto Adige con la creazione di scuole clandestine,
chiamate significativamente Katakombenschulen122 e che vengono appoggiate dal Comune che
fornisce locali e attrezzature, nel 1925 risultano già numerose. Tali scuole e i loro insegnanti subiscono
delle persecuzioni123, ma non sembra che riescano ad essere soppresse del tutto. Lo stesso destino è
condiviso anche nella Venezia Giulia e nella Valle d’Aosta.
Oltre alle scuole clandestine private, anche il clero si impegna nell’insegnamento delle e nelle lingue
minoritarie, insegnamento clandestino anche quest’ultimo, in quanto i seminari e gli istituti religiosi
dovrebbero attenersi all’italiano nell’insegnamento religioso, eccetto che, nei primi anni del regime, nel
grado inferiore delle scuole elementari in zone alloglotte e nelle zone mistilingui124.

Nemmeno il Concordato tra la Santa Sede e lo stato italiano nel 1929 muta la situazione a favore degli
allogeni, dal momento che Mussolini non accetta la richiesta del Papa che l’istruzione religiosa venga
svolta in lingua materna nelle scuole elementari delle nuove province e di far venire dei sacerdoti
dall’estero nel caso di mancanza di sacerdoti parlanti la relativa lingua minoritaria125. Al contrario il
Concordato recita all’art. 22: “Non possono essere investiti di benefici esistenti in Italia ecclesiastici che
non siano cittadini italiani. I titolari delle diocesi e delle parrocchie devono inoltre parlare la lingua
italiana”. Sono rari i casi in cui si concede il permesso di affiancare i preti italiani con preti coadiutori che
sappiano anche la lingua minoritaria per facilitare l’assistenza religiosa ai fedeli secondo le regole della

Chiesa. La resistenza del clero, e in particolar modo del basso clero, a queste decisioni si è fatta sentire e
uno dei motivi della loro preoccupazione è perdere il legame con la popolazione alloglotta, preferendo
alla lingua minoritaria quella di stato. Così il presidente della “Legione

Trentina”, Cristofolini, dichiara nel 1925: “Ora che, dopo tante incertezze, si è avviato a risoluzione il
problema della scuola, il problema del clero si impone ancora di più. Esso è

122Vedi Schloh 1925, p. 310.

123Cfr. Cronaca dell’Alto Adige. Vita e problemi del paese 1934, «AAA», XXIX, p.470.

124Cfr. Ordinanza 10 gennaio 1924, art. 1.

125Cfr. Salvemini 1952, p.474.

53

oggi l’ostacolo più serio alla nostra penetrazione. Il governo consideri bene questa verità e provveda
tosto, usando dei suoi diritti incontrastabili […]. Provveda dunque a far sostituire, specialmente nei paesi
con forti nuclei di italiani, i parroci pangermanisti ivi posti dall’Austria”126.

Il governo reagisce alle resistenze del clero con la sostituzione dei sacerdoti alloglotti con quelli italiani.

A parte l’uso della lingua minoritaria nei riti religiosi (preghiere, canti liturgici, prediche e così via), un
altro mezzo di mantenimento linguistico per i gruppi allogeni è rappresentato dall’insegnamento
religioso, di cui il clero si serve largamente per attuare la sua opposizione al regime; a ciò si aggiunga il
fatto non secondario che la religione costituisce materia obbligatoria in ogni ordine e grado scolastico
delle scuole statali. Le autorità scolastiche in Trentino127 e nella Venezia Giulia vietano l’uso della lingua
minoritaria nell’insegnamento religioso. Questi provvedimenti hanno come ovvia conseguenza la quasi
automatica esclusione dalle scuole di quei preti tedeschi e slavi che non vogliano conformarsi al regime.
Oltre alle reazioni dei preti colpiti, si ha anche la protesta da parte dei genitori degli alunni, i quali, in
base all’art. 25, comma 3 del R.D. 22 gennaio 1925, n.432, chiedono per i loro figli l’esonero
dall’insegnamento della religione. Il clero decide così di concentrare l’insegnamento della religione nelle
chiese piuttosto che nelle scuole.

In qualche luogo si fa richiesta al prefetto affinché i preti possano insegnare la religione nella lingua
materna degli alunni durante delle ore aggiunte in quelle classi in cui altrimenti la si insegna in italiano;
ma tale domanda viene fermamente respinta128. Il ministro Fedele infine impone l’uso della lingua
anche per le prime tre classi elementari e propone una trasformazione graduale, entro un massimo di
tre anni, a partire dall’anno scolastico 1928- 1929129. Mussolini accoglie favorevolmente questa
proposta e ordina che a partire da ottobre

1929 l’insegnamento della religione venga impartito unicamente in italiano, inizialmente nella

126Cfr. Cristofolini 1925, p.88.

127Cfr. Dec. Pref., 12 dicembre 1925, n.1614.

128Cfr. la lettere riservara del provveditore agli studi della Venezia Tridentina il 29 ottobre 1926 al MPI
(in ACS, PCM , f.1.1.13), la lettera del cancelliere F.Mutschlechner della Curia Vescovile di Bressanone il 9
ottobre 1926 al provveditore agli studi di Trento (in ACS, PCM 1931, f. 1.1.13) e la lettera riservata di
Fedele il 14 dicembre 1927 a Mussolini (in ACS, PCM 1931, f. 1.1.13).

129Cfr lettera riservata del 23 novembre 1927, in ACS, PCM 1931, f. 1.1.13

54

provincia di Bolzano e poi si estende all’intero Alto Adige, nelle curie vescovili di Trento e Bressanone,
nella Venezia Giulia e nell’Istria130.

Alle resistenze del clero, che insiste nella sua opera di mantenimento della lingua minoritaria
insegnando il catechismo in quella lingua, le autorità fasciste reagiscono denunciando i preti, sequestri
delle pagelle che di frequente non sono scritte in italiano, e con il forzato apprendimento dei canti
religiosi latini con rispettive traduzioni in italiano, negli asili e nelle scuole elementari. Jeri131 ricorda
anche come, dopo il Concordato, anche l’alto clero appoggi la politica fascista.

3.2.2 LE LINGUE DELLA MINORANZA ALL’INTERNO DELLA SFERA PUBBLICA E

PRIVATA

Si è analizzato come nell’ambito dell’istruzione l’avvento del fascismo abbia costituito una svolta netta
per la politica linguistica verso le lingue della minoranza, specialmente delle nuove province, e anche
della Valle d’Aosta e del Piemonte, facenti parte sin dall’Ottocento del territorio italiano, ma senza
esserne state assimilate interamente dal punto di vista linguistico.
L’opera di assimilazione di queste minoranze non italianizzate è concentrata in alcuni ambiti che
verranno trattati: oltre all’istruzione, l’onomastica per ottenere un effetto sull’uso privato della lingua;
nella toponomastica, nelle scritte pubbliche e negli uffici pubblici, come ad esempio quelli comunali,
provinciali, della magistratura e negli uffici notarili, per ottenere un effetto sull’uso pubblico della lingua.

Nei quattro anni precedenti all’avvento del fascismo nell’Alto Adige è Tolomei che si impegna affinché le
scritte pubbliche monolingui o bilingui ma con priorità e preminenza grafica dell’italiano. Questa sua
proposta comunque non viene accettata, nonostante provenga dal direttore del “Commissariato alla
Lingua e Cultura per l’Alto Adige”, perché quest’organo non ha potere esecutivo ma può dare solo
consigli; inoltre viene sciolto il 9 settembre del

130Cfr. un documento del Ministero dell’Interno del 10 gennaio 1929 (in ACS, PCM 1931, f. 1.1.13)

131Cfr. Jeri 1974, p.48.

55

1919. In seguito si ha un rapido, anche se parziale, ritorno alla toponomastica esclusivamente tedesca
per iniziativa del segretario di Credaro, Lambertenghi132.

Dunque, si può constatare come già prima dell’inizio del regime fascista si verifichino delle iniziative di
italianizzazione nei territori annessi dopo la prima guerra mondiale, giustificate dalla nuova situazione
politica e linguistica. Quello che cambia con il nuovo governo è che non viene più tollerato il regime di
bilinguità133 nell’uso pubblico della lingua, vale a dire nelle scritte pubbliche di ogni genere e negli uffici
pubblici.

Scritte pubbliche

Le scritte pubbliche comprendono le pubbliche insegne, gli stampati come i dépliantscommerciali e


pubblicitari, destinati al pubblico. Con il decreto del 26 novembre 1922, n. 21083 operato da Giuseppe
Guadagnini, nuovo prefetto della provincia di Trento, si prescrive l’impiego, nella Venezia Tridentina,
dell’italiano o la sua priorità grafica nei testi bilingui. I testi concernono tabelle, cartelli, scritte, insegne,
tariffe ogni iscrizione in lingua tedesca134.

Un’ulteriore restrizione viene operata dallo stesso Guadagnini tramite il Dec. Pref. 28 ottobre

1923, n. 14718, abolendo la possibilità di bilinguità (art. 1) salvo poche eccezioni. L’articolo 1 recita:
“Nella Provincia di Trento i manifesti, avvisi, indicazioni, segnalazioni, tabelle, cartelli, insegne, etichette,
tariffe, orari e, in genere tutte le scritte e leggende comunque rivolte o destinate al pubblico, sia in luogo
pubblico che aperto al pubblico, anche se

132Un’interessante e dettagliata storia sulla questione delle scritte pubbliche di quel periodo si trova in
Raffaelli,
1983, p. 93-117.

133A chi scrive è parso interessante approfondire l’attestazione del termine, in quanto generalmente
meno usato rispetto a “bilinguismo”, solitamente percepito come esatto equivalente. Il Devoto-Oli lo
definisce come “la condizione (consapevole o meno) di essere bilingue, di parlare due lingue: per es.
latino e volgare nell’alto Medioevo, lingua letteraria e dialetto oggi”. Il LEI di Pfister lo spiega così:
“l’essere bilingue riferito sia a persone e collettività che usano due lingue, sia a territori, ad ambienti, a
testi in cui sono usate due lingue”. Nei volumi di Tommaseo non viene accennato all’esistenza del
termine. Il Battaglia non distingue tra bilinguità e bilinguismo e infatti scrive: “condizione di essere
bilingue, adozione del bilinguismo specie nelle popolazioni miste” e di bilinguismo aggiunge: “Uso
contemporaneo e corrente di due lingue da parte di un individuo o di una popolazione (specialmente nei
territori di confine; nelle nazioni formate di gruppi linguistici diversi, come il

Belgio; anche rispetto al dialetto e alla lingua comune)”. Infine il Treccani riporta questa definizione
“L’essere bilingue: riferito sia a persone e collettività che usano due lingue o due varietà linguistiche, sia
a territori, as ambienti (e anche testi, giornali e sim.) in cui sono usate due lingue”.

134Cfr. Guadagnini 1923, p. 14 e Raffaelli 1983, p. 111-112.

56

concernono interessi privati, devono essere redatte esclusivamente nella lingua ufficiale dello

Stato”.

È interessante ricordare che sul territorio nazionale sono ancora permesse insegne in lingua straniera,
anche se penalizzare da una tassazione maggiore rispetto all’insegna in italiano. È un aspetto notevole e
utile per dimostrare come nelle politiche linguistiche spesso non si tratti della lingua in sé stessa ma
piuttosto della funzione e dello status che essa riveste all’interno della comunità linguistica. In questo
caso il tedesco, con funzione di lingua straniera, ha ancora uno status di lingua tollerata, mentre con
funzione di lingua minoritaria (e quindi di vernacolo, in quanto veicolo di comunicazione di un gruppo di
popolazione dominato da un altro gruppo all’interno degli stessi confini politici) non solo non è più
tollerato, ma scoraggiato e vietato.

Le eccezioni al decreto Guadagnini riguardano, in via provvisoria, quei comuni in cui la lingua
dell’istruzione nella scuola pubblica non è ancora interamente l’italiano (anche se, come già detto, dal
1929 non ci sarebbe più stata nessuna scuola con lingua dell’istruzione tedesca nelle elementari), perciò
nelle scritte dirette o destinate al pubblico si tollera ancora la traduzione in tedesco accanto alla scritta
in italiano, a condizione che fosse redatta in caratteri non maggiori per dimensioni e appariscenza della
dizione italiana (art.2 del Dec. Pref.). Tinzl e von Sternbach, deputati altoatesini alla Camera, esprimono
la loro protesta e domandano l’annullamento del decreto ritenuto illegale per tre ragioni: non sarebbe
di competenza prefettizia; non esisterebbe nessuna norma generale che regoli l’uso della lingua di stato
in Italia; l’uso delle lingue straniere nei cartelli e insegne pubblici non sarebbe vietato in Italia, come
invece lo sarà a partire dalla fine degli anni ’30135. Le proteste ufficiali dei deputati vengono respinte
ma la resistenza continua perché, nei fatti, il decreto sembra non essere molto rispettato e infatti
albergatori ed esercenti di Bolzano subiscono contravvenzioni per le loro insegne e per i volantini scritti
in tedesco ed è la norma che commercianti e industriali usino per le loro lettere delle intestazioni
esclusivamente in tedesco136.

Dal 1927 in poi i provvedimenti in questa materia si intensificano: per esempio i farmacisti devono
apporre sui prodotti solo etichette in italiano e la Cassa di Risparmio di Bolzano nei

135Cfr. Cronaca… 1928, p. 351-352.

136Ibidem, p.552. nota 1.

57

libretti che prima erano scritti esclusivamente in tedesco deve aggiungere la dicitura in italiano137.

Il prefetto di Bolzano Umberto Ricci, emette un Dec. Pref. l’11 ottobre 1927, n. 6480 con cui viene
decretato in maniera definitiva l’uso della sola lingua italiana su tutte le scritte pubbliche della provincia
di Bolzano. Si precisa inoltre che nel caso di scritte precedentemente bilingue, non è sufficiente la
cancellatura della parte in tedesco, ma va rinnovato l’intero testo, cosicché non si alluda con il posto
vuoto al precedente testo in tedesco. Così al termine del 1 ottobre 1929 dovrebbe cessare
definitivamente il regime di bilinguità in tutto l’Alto Adige138.

Contro queste disposizioni si sviluppa una sottile forma di protesta e di critica ironica rappresentata dal
fatto che molte insegne pubbliche compaiono in una forma italiana non corretta. Così le autorità si
vedono costrette a emanare un ulteriore decreto prefettizio che stabilisce che le scritte italiane debbano
essere redatte nell’esatta dizione italiana, e a controllarne la correttezza viene predisposto l’ufficio
comunale competente per le pubbliche insegne.

I provvedimenti appena affrontati riguardano soprattutto l’Alto Adige ma anche nella Venezia

Giulia il regime di bilinguità viene abolito nel 1927 e così le scritte pubbliche bilingui.

L’applicazione a questi provvedimenti legislativi è estesa perfino alle iscrizioni funerarie: un decreto
prefettizio del 16 novembre 1927, n. 7622 vieta l’uso del tedesco sulle tombe, in seguito limitato alle
iscrizioni seguenti l’1 ottobre 1927. La stessa circolare prende in considerazione anche le scritte di
carattere storico e artistico, per le quali la prefettura si riserva il potere di decidere caso per caso. Non si
tralasciano nemmeno gli alberghi e infatti si stabilisce che la prefettura decida volta per volta l’uso di
varie lingue nelle scritte interne agli alberghi e sulle liste dei menu con precedenza al testo italiano.
Anche la chiesa è tenuta a rispettare le disposizioni circa l’uso scritto pubblico della lingua. Tuttavia, sulla
base del
Concordato del 1929, viene permesso alla Santa Sede di pubblicare e affiggere, negli edifici destinati al
culto, delle scritte pubbliche a beneficio dei fedeli di ogni lingua, ai vescovi invece, solo in latino e in
italiano139.

137Ibidem, p.556.

138Cfr. Cronaca…1929, p.531.

139Cfr. art. 2, commi 2 e 3.

58

Nella Venezia Giulia i divieti riguardanti scritte pubbliche sono più blandi e la bilinguità rimane in vigore
fino al 1927. Il P.N.F. però, ordina la cancellazione delle parole slave dalle insegne, e se il proprietario del
pubblico esercizio non esegue l’ordine, i fascisti lo fanno per lui, specialmente di notte140. Come
nell’Alto Adige, anche nella Venezia Giulia le iscrizioni funerarie sono oggetto di italianizzazione, e i
podestà hanno la competenza di emanare delle norme specifiche in merito. Ma si hanno notizie di
alloglotti slavi che, per eludere il provvedimento, evitano ogni forma scritta sulle lapidi che non sia il
nome, la data di nascita e morte del defunto141.

Toponomastica

Il R.D. 29 marzo 1923, n. 800 stabilisce l’uso della lingua italiana nei nomi di luogo e allega le sostituzioni
italiane dei nomi dei comuni più importanti: “Agli effetti di cui negli articoli seguenti, sono pubblicati gli
uniti elenchi di nomi dei comuni e di altre località delle nuove

Provincie del Regno, visti e firmati, d’ordine Nostro, dal Ministro dell’Interno.

Lo stesso Ministro è autorizzato a pubblicare, con proprio decreto, agli effetti medesimi, gli elenchi che
successivamente si rendessero necessari, e ad introdurre le variazioni occorrenti in quelli allegati al
presente decreto.

Per i nomi di luogo non compresi negli elenchi uniti al decreto – e cioè per i nomi delle località minori, e
delle sedi d’ufficio che venissero nuovamente costituiti, ed in generale per tutti i nomi degli enti
geografici e topografici non ancora fissati ufficialmente – le Autorità e le Amministrazioni accoglieranno
intanto le forme adottate nei Prontuari e Repertori della

Reale Società Geografica Italiana”. (art.1)

Questo provvedimento è addirittura anteriore a quello che sancisce l’uso della lingua italiana come unica
lingua dell’istruzione del 1 ottobre 1923.

Tale disposizione rende ufficiale nelle nuove province la forma italiana di tutti i toponimi più importanti;
per gli altri, un numero comunque ristretto, rimane permessa la forma bilingue purché preceduta da
quella italiana. E, come afferma l’art. 3: “il nome aggiunto nella seconda colonna deve tenere il secondo
posto, fra parentesi, e non può essere scritto con caratteri più appariscenti di quelli del nome italiano”.

140Cfr. Salvemini, 1952, p.455.

141Cfr. Apih, 1966, p.351.

59

Per la definizione e stesura di questo decreto, firmato da Mussolini, ci si avvale di una speciale
“Commissione che fu istituita con il Nostro decreto 20 gennaio 1921, con l’incarico di stabilire i decreti di
massima per la scelta dei toponimi nei territori annessi e di proporre la lezione ufficiale dei nomi dei
comuni, delle frazioni e delle altre località abitate dei territori predetti”142.

Tale commissione è suddivisa in due sottocommissioni, una per il Trentino-Alto Adige e una per la
Venezia Giulia. Il criterio, a cui la commissione decide di attenersi è quello della bilinguità e viene
formulato da Tolomei143 in questo modo: “Nelle nuove terre d’Italia di carattere mistilingue – tra
queste l’intiero Alto Adige – la Commissione propone il principio della bilinguità, in questo senso, che il
nome italiano riviva ufficialmente (con forme dell’uso, o con forma richiamata in vita, o ricostrutto, o
tradotto, o transliteraato, secondo i casi), ed abbia il primo luogo nei documenti dell’amministrazione
statale e in quei documenti privati che abbiano rapporti giuridici con essa: ciò senza diminuzione alcuna
del nome alloglotto, che gli resta accanto: così per la designazione dei Comuni, Frazioni e Località,
Stazioni ferroviarie e Orari, Uffici postali e Carte geografiche di carattere ufficiale”144.

In concomitanza con la decisione sui nuovi toponimi, viene accettata anche la proposta dello stesso
Tolomei riguardo il riconoscimento ufficiale di determinate forme nominali e aggettivali riferite alla
allora Venezia Tridentina: così Tirol, Südtirol e Deutsch-Südtiroldiventano “Alto Adige”.

È sempre Tolomei che detta le direttive principali del processo di italianizzazione dei toponimi: il suo
primo studio risale al 1906, il secondo lo segue di un anno ed è centrato sulla dimostrazione della latinità
e della italianità dell’Alto Adige. È del 1916 il suo Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige in cui
presenta il suo programma di “restituzione” dei toponimi “germanizzati” nelle voci “originarie latine o
italiane, quasi irriconoscibili in molti casi sotto la secolare deformazione tedesca”. Per far questo si basa
sulla Carta Topografica dell’Istituto geografico militare di Vienna con lo scopo di “ricondurre” tutti i nomi
lì contenuti nella forma italiana “purgandoli” dalle “non poche storpiature dei cartografi militari
austriaci”. Quanto questo fosse ritenuto un importante problema di natura politica, lo si può dedurre da
quanto scritto nella Relazione sull’attività svolta dal Governatorato di Trento dal 1 maggio al 31

142Cfr. R.D. 29 marzo 1923, n.800.

143Si ricorda che Tolomei è un geografo e non un linguista o un filologo.

144Cfr. Cronaca e notiziario degli anni 1920 e 1921, «AAA» XVI, p.406; corsivo dell’originale, n.d.a.
60

luglio 1919. Infatti qui si legge: “Il prontuario aveva lo scopo preciso di poter procedere subito, quasi di
sorpresa, all’immediata restituzione dei nomi italiani od all’italianizzazione di quelli tedesche dell’Alto
Adige contemporaneamente all’avanzata del nostro esercito”. Si può anche trovare, all’interno della
stessa Relazione, l’individuazione dei quattro criteri di “italianizzazione” della toponomastica altoatesina
che sono alla base del Prontuario:

1.Una parte dei nomi proposti sono vere restituzioni dei nomi italiani (e ladini) che il paese aveva perso a
causa della recente germanizzazione;

2.Una parte dei nomi sono reintegrazioni di nomi italiani usati nelle zone di contatto con il tedesco e che
localmente hanno lo stesso diritto di coesistere come Venezia e Venedig, München e Monaco;

3.Una parte dei nomi sono riesumazioni e restaurazioni di nomi ladini, fondate su documenti e
raramente su studi glottologici;

4.La maggior parte dei nomi sono, per esplicita dichiarazione dell’autore, traduzioni letterali e
soprattutto arbitrarie dei nomi tedeschi.

I tentativi di Tolomei per la creazione dei toponimi sono scientificamente infondati e difficilmente
attualizzabili ed è perciò di poco interesse linguistico indagare più a fondo su questo procedimento.

La sua iniziativa va inquadrata sullo sfondo di uno zelo nazionalistico che traspare dalle sue parole:
“Nell’atto di riprendere il proprio suolo fino ai termini sacri […], doveva l’Italia affermare il suo diritto e il
suo genio, reimprimendo con tutti i nomi dei monti e delle acque, delle città e dei paesi, fino all’ultimo
casolare, il sigillo perenne del nazionale dominio.145”

Benché le proposte di italianizzazione di Tolomei incontrino anche degli oppositori e da “La Stampa” di
Torino il 16 ottobre 1923 gli pervengano delle accuse quanto ai criteri spesso “fantastici” adoperati nelle
sue “traduzioni”146, egli riveste comunque un ruolo di primo piano nelle decisioni politico-
linguistiche del regime fascista nei riguardi delle minoranze.

A questo proposito è interessante ricordare l’opinione di un dialettologo eminente, Carlo Battisti, che ha
lavorato con Tolomei: “Il problema della rigenerazione toponomastica dell’Alto Adige si poteva
presentare e affrontare in due modi. Il più semplice era quello di adattare alle nostre necessità
linguistiche le forme dell’uso della maggioranza tedesca. C’era

145Tolomei, 1920, VI.

146Per esempio Vipiteno da Sterzing, Siusi da Seis, Sciliar da Schlern, Carezza da Karersee, cit in


Cronaca…1923, p.911-912.

61
per esempio un  Sterzing» che si poteva benissimo risolvere in «Sterzinga» o «Sterzingo», senza curarsi,
se a «Sterzing» o al suo ambito comunale avesse corrisposto, prima della germanizzazione «Vipitenum».
La commissione toponomastica della Venezia Giulia ritenne opportuno proprio questo processo di
adattamento e ci regalò delle migliaia di ibridi sloveni ocroato-italiani, in cui di nostro non c’è che la sola
desinenza. Se Tolomei avesse ceduto a questo processo di pseudo italianità, noi, dopo l’evacuazione
dell’Alto Adige da parte degli optanti per la Germania e immigrazione di contadini italiani, avremmo
dato a una regione non solo geograficamente e politicamente italiana, ma anche rigenerata
integralmente, una toponomastica bastarda. Tolomei fu un uomo di fede, di coraggio ed ebbe troppo
chiara la visione dell’importanza storica del nome pre-tedesco per cedere ad un simile accomodamento
e insisté perché si corresse l’alea della ricostruzione e della sostituzione della forma dell’uso alloglotto
con una che fosse italiana, non nella sola desinenza, ma anche nella sua intima essenza”147.

Tale criterio storico-linguistico viene utilizzato in modo strumentale in quanto il percorrere a ritroso


realmente la storia linguistica dei toponimi fino alle origini porterebbe a radici germaniche e
addirittura pre-latine, che però non farebbero al caso di Tolomei e dei nazionalisti.

Ritornando al decreto del 1923 si nota come la sua applicazione avvenga a vari livelli. Intanto la
prefettura di Trento stabilisce, tramite il decreto del 28 ottobre, n.14718 dello stesso anno, che tutte le
indicazioni pubbliche di luogo devono essere riportate solo nella dizione ufficiale italiana a norma del
decreto del 1923148. Lo stesso vale per i timbri e i sigilli postali. Questo decreto ha particolari
conseguenze per gli editori che devono ristampare con le nuove nomenclature le carte geografiche, le
guide, i testi di geografia per le scuole.

Per aggiornare e completare l’italianizzazione dei toponimi anche dei luoghi atesini più piccoli, l’Istituto
di Studi per l’Alto Adige pubblica delle riedizioni del Prontuario: una seconda nel 1929 e una terza nel
1935 (con 163000 voci rispetto alle 12000 del 1916). A suo complemento l’Istituto fa pubblicare
un Dizionario toponomastico atesino in sette volumi, la preparazione del quale viene affidata alla Scuola
di Glottologia della Regia Università di

Firenze sotto la direzione di Battisti con il concorso del Ministero dell’Educazione nazionale.

Lo scopo è di giungere alla sostituzione di tutti i toponimi fino alle minime voci catastali ma

147Cit in Battisti 1940, p.670.

148Vedi artt. 4 e 5 del decreto prefettizio 28 ottobre 1923.

62

con un fondamento filologico maggiore, ragion per cui diventa anche meno agile per l’uso comune149.
Battisti giustifica l’operato di Tolomei affermando che “toponomastica e rivendicazione dei nomi di
luogo non sono due termini identici: quest’ultima crea, quando è necessario toponimi nuovi che però
devono avere un qualche rapporto o ideologico, o storico col nome da sostituire”150.

Alla fine del 1936 Tolomei dichiara compiuta l’opera di restituzione dei toponimi di forma italiana. La
provincia di Bolzano è quella che ha subito l’impatto maggiore nella battaglia per l’italianizzazione dei
toponimi rispetto alla Venezia Giulia ad esempio. Le zone alloglotte del Piemonte e della Valle d’Aosta
non sembrano subire degli interventi sulla toponomastica almeno fino al 1928: d’altra parte i toponimi
francesi sono più vicini all’italiano per la loro radice latina. Tolomei infatti lo giustifica così: “Non è punto
qui lo stesso caso che si presenta in Val d’Aosta e in altre minori valli alpine di toponomastica francese;
colà i dialetti nostri sfumano nell’idioma di Francia insensibilmente; la radice è comune, latina; latina in
ogni maniera la toponomastica. Qui invece siamo di fronte a un esotismo barbaro e irriducibile. Non
possiamo accoglierlo. Siamo in dovere di sostituirlo. Possono sopravvivere nelle valli
piemontesi Villeneuve, Châttilon, roche, crête, mont, tête, accanto a Villanova, Castiglione, rocca, cresta,
monte, testa; ma nelle valli atesine, cioè a dire venete, ricongiunte alla Patria, non possiamo accogliere
dei dorf, schloss, knott, schneide, berg, kopf e via dicendo”151.

Ma con il consolidarsi del fascismo verso la fine degli anni venti questi argomenti evidentemente non
trovano più riscontro e si preferisce applicare anche a queste zone gli stessi provvedimenti per la
toponomastica come nelle nuove province. Per tale scopo vengono emessi vari decreti: R.D. 11 ottobre
1928, n. 2255; R.D. 28 febbraio 1929, n. 313; R.D. 7 marzo 1929, n. 442; R.D. 7 marzo 1929, n. 443; R.D.
27 giugno 1929, n. 1354; R.D. 11 luglio 1929, n. 1558; L.18 aprile 1935, n. 634; R.D. 12 aprile 1937, n.
751; L. 22 maggio 1939, n. 811; R.D. 22 luglio 1939, n. 1442; R.D. 21 giugno 1940, n. 912. È interessante
notare che anche in Sardegna, nella provincia di Cagliari, e in Sicilia, nella provincia di Catania, viene
preso qualche provvedimento del genere, e cioè rispettivamente R.D. 27 giugno 1929, n. 1353
«Autorizzazione al comune di Villarios Masainas a modificare la propria denominazione in

149Cfr. Battisti, 1940, pp.671-672.

150Ibidem, p.662.

151Tolomei. 1916, p.22.

63

quella di 'Giba'» e R.D. 27 giugno 1929, n. 1355 «Autorizzazione al comune di Adernò a modificare la
propria denominazione in quella di 'Adrano'».

L’uso della lingua negli uffici pubblici

Contemporaneamente ai provvedimenti di legge sulle scritte rivolte e esposte al pubblico, si danno


anche delle disposizioni per l’uso della lingua nei luoghi di pubblica amministrazione, come gli uffici
comunali e provinciali, nella magistratura, negli uffici giudiziari e notarili nell’ambito delle nuove
province.
Con il R.D. 11 gennaio 1923, n. 9, non viene riconosciuta l’abilitazione di segretario comunali agli
impiegati e provinciali se non “comprovino di conoscere la lingua italiana” (art. 16). Viene anche stabilito
con l’R.D. 18 febbraio 1923, n. 440 che gli impiegati e agenti in servizio presso l’amministrazione italiana,
diventi obbligatoria la conoscenza della lingua italiana (art. 6, comma 1). Nel R.D. 29 febbraio 1924, n.
386 che dà le disposizioni per l’esame di abilitazione alle funzioni di segretario comunale nelle nuove
province, si ribadisce l’indispensabilità della conoscenza dell’italiano da parte dei candidati, e, anzi, che
“nella classificazione degli elaborati si terrà conto anche del grado di conoscenza della lingua” (art.

2, comma 4).

Allo stesso modo viene chiesto che, per le nuove province, all’interno delle modificazioni
all’ordinamento giudiziario e della sistemazione del personale della magistratura (R.D. 14 settembre
1923, n. 1921) i magistrati abbiano un’adeguata conoscenza della lingua italiana e che nel caso contrario
vengano addirittura sospesi dal servizio (art. 63 comma 1). Nel 1925 si impone l’obbligo dell’uso
dell’italiano in tutti gli uffici giudiziari, a norma del R.D.-L. 15 ottobre 1925, n.1796. Sono previste delle
pene pecuniarie da duecento fino a un massimo di cinquemila lire nel caso di contravvenzione al
suddetto obbligo (art.2).

Sulla base dei decreti dell’11 gennaio 1923, n. 9 e del 14 settembre 1923, n.1921, il prefetto della
Venezia Tridentina, Guadagnini, ordina con Dec. Pref. del 28 ottobre 1923, n. 1796 quanto segue: “per
tutti gli Uffici statali della Venezia Tridentina, per tutti i corpi consultivi o di giurisdizione amministrativa
da essi dipendenti, per il Consiglio di Prefettura, per la Giunta Provinciale amministrativa, per il Consiglio
e la Deputazione provinciale e per gli istituti, stabilimenti, uffici, servizi, ecc. da essi dipendenti, nonché
per tutti i comuni e per gli istituti,

64

stabilimenti, Uffici, servizi ecc. da essi dipendenti, la lingua d’ufficio è soltanto l’ITALIANA” (Art.1)152.

L’onomastica

L’italianizzazione nelle zone alloglotte, soprattutto delle nuove province annesse, non si arresta
nemmeno davanti a un ambito così privato come quello dei cognomi, dei titoli nobiliari e dei nomi di
battesimo. In tappe successive, che hanno inizio nel 1926 per l’Alto

Adige e nel 1927 per la Venezia Giulia si arriva fino a un progetto (mai attuato completamente) che ha
come obiettivo di arrivare nel biennio 1939-1940 a italianizzare diciottomila cognomi francesi.

Nel 1928 “La Provincia di Bolzano” commentando il R.D.-L 10 gennaio 1926, n.17 concernente
l’italianizzazione dei cognomi, compresi i predicati nobiliari, delle famiglie della provincia di Trento,
scrive: “il decreto del 10 gennaio è venuto ad eliminare questo grave inconveniente, che condannerebbe
l’onomastica a non partecipare al processo d’assimilazione linguistica e nazionale, che assorbe in ogni
paese gli immigrati e i discendenti degl’immigrati e degli alloglotti”153.
Per minimizzare la prevaricazione sul diritto delle persone al proprio cognome, il regime manipola la
questione in termini di legittimità di reclamare un cognome italiano e quindi non si tratterebbe di
cambiare cognome o predicato nobiliare, ma anzi di restituire la sua forma originaria italiana, dopo
secoli di dominazione austriaca.

Come protagonista e precursore degli interventi compare ancora Tolomei che nel 1921 sollecita
l’intervento legale da parte delle autorità dal momento che: “V’è la categoria numerosa dei cognomi
derivati direttamente da nomi di luogo dell’Alto Adige - egli sostiene

– che sono di origine latina in gran parte, altri d’origine diversa, o ignota, ma tedesca in ogni modo no:
nomi di luogo che erano stati germanizzati, e ai quali l’Italia restituisce la forma primitiva, lavata e
detersa”154. Il risvolto legislativo delle sue sollecitazioni si verificherà solo alcuni anni più tardi con
il decreto-legge convertito in L.24 maggio 1926, n.898 che all’art.1 recita: “Le famiglie della provincia di
Trento che portano un cognome originario italiano o

152Cfr. in ACS, PCM 1924, b.740, f. 1.1.6.

153L’adattamento dei nomi stranieri alle leggi fonetiche della lingua nazionale, in «La Provincia di
Bolzano», II (10 aprile) 1928.

154Tolomei 1921, p.25.

65

latino tradotto in altre lingue o deformato con grafia straniera o con l’aggiunta di un suffisso straniero,
riassumeranno il cognome originario nelle forme originarie. Saranno ugualmente ricondotti alla forma
italiana i cognomi di origine toponomastica, derivanti da luoghi, i cui nomi erano stati tradotti in altra
lingua, o deformati con grafia straniera, e altresì i predicati nobiliari tradotti o ridotti in forma straniera.
[…]”
Invece, secondo l’art.2 la riduzione in forma italiana dei cognomi stranieri risulta facoltativa: “Anche
all’infuori dei casi preveduti nel precedente articolo, possono essere ridotti in forma italiana con decreto
del Prefetto i cognomi stranieri o di origine straniera, quando vi sia la richiesta dell’interessato”.

Ovviamente la facoltatività è puramente fittizia, e nel caso che qualcuno non avesse avuto questa
iniziativa spontaneamente, non c’è dubbio che il segretario fascista sarebbe intervenuto al posto
suo155.

La trasformazione del cognome è esente da tasse di bollo, come è previsto dal paragrafo VI, comma 5
del D.M. 5 agosto 1926, contenente le istruzioni per l’esecuzione del R.D.-L. 10 gennaio 1926, n.17.
Addirittura per gli elenchi telefonici la Società telefonica delle Venezie assicura di farsi carico essa stessa
delle spese di variazione156. È compito del prefetto stilare gli elenchi dei cognomi e dei predicati
nobiliari da sostituire; per tale scopo può valersi del parere di istituzioni o persone competenti. I
contravventori alle decisioni della prefettura, a ogni modo, vengono puniti con ammende da
cinquecento a cinquemila lire.

Allo stesso modo degli altoatesini, anche le altre popolazioni annesse hanno il “diritto” di soddisfare il
loro “naturale desiderio” di avere un cognome conforme “alla loro coscienza nazionale”. Avrebbero il
diritto sulla stessa “legittima aspirazione” alla “correzione del loro cognome foneticamente impuro”157.

Il prefetto della provincia di Trieste, Fornaciari158, in linea con queste idee, esige l’estensione alla sua
provincia del R.D.-L. 10 gennaio 1926, n.17. Il “Piccolo” commenta questa

155Cfr. Salvemini 1952, p.443.

156L’italianità dei cognomi, in «Il Piccolo», (31 marzo) 1927.

157Ibidem, 1927.

158Bruno Fornaciari Nacque a Sondrio il 17 ott. 1881 da Giuseppe e da Eugenia Croce. Laureatosi in
giurisprudenza nel 1902, entrò nel gennaio 1903 nell'amministrazione dell'Interno come "alunno" a
Pavia. Nell'ottobre dello stesso anno assunse il ruolo di sottosegretario provinciale e nel marzo 1906 fu
nominato regio commissario per il Comune di Godiasco (Pavia). Qualche mese più tardi fu promosso
segretario e nel 1907 trasferito a Genova, dove trascorse due anni prima di ottenere il comando presso
la direzione generale della Sanità pubblica a Roma nel gennaio del 1909. Da quel momento la carriera
del F. prese un indirizzo più definito

66
decisione: “A questo nuovo atto di fede della regione giuliana non v’ha dubbio che Roma risponderà
come madre affettuosa aprendo le braccia ai figli che bramano stringersi più strettamente e più
devotamente a lei; decidendo, come era stato già previsto, che le disposizioni dei due decreti 10 gennaio
e 5 agosto 1926 siano estese alle province nostre”159.

La richiesta del prefetto di Trieste infatti viene accolta con il R.D. 7 aprile 1927, n.494, che in base
all’art.3 del R.D.-L. 10 gennaio 1926, n.17, estende le disposizioni sull’onomastica a tutti i territori
annessi nel 1920; un R.D. del 31 maggio 1928, n.1367 le estende anche al territorio di Fiume (annesso
nel 1924). Con Dec. Pref. 6 maggio 1927, n.11419/10137 il prefetto di Trieste, Fornaciari, nomina una
commissione consultiva di filologi, glottologi e giurisperiti, affidando la presidenza ad Aldo Pizzagalli,
consigliere di prefettura160, che con criteri eterogenei, che vanno dall’adattamento grafico alla
traduzione in vario modo,

con la sua collocazione in questo settore dell'amministrazione dell'Interno che, grazie anche alla stabilità
della struttura e alle limitate modifiche delle competenze, consentiva al personale lo svolgimento di un
percorso graduale ma lineare come testimonia la sua nomina a consigliere, nel 1917, e la successiva
promozione a capo sezione nel 1919. Nel 1923 iniziò la carriera prefettizia con un incarico di viceprefetto
a Firenze e di commissario prima a Venezia e poi a Genova fino al dicembre 1926.

L'avvento del fascismo aveva portato con sé un generale cambiamento nell'amministrazione


dell'Interno: a una prima fase di semplificazione degli uffici e di riduzione dei servizi era seguita una
espansione delle competenze che, nel caso di questo dicastero, non aveva corrisposto ad un aumento
delle direzioni generali, bensì ad una redistribuzione degli incarichi. Tra il 1922 e il 1927 il governo
provvide anche alla movimentazione dei prefetti, che fu stabilita secondo criteri che generarono spesso
tensioni e forti contrasti tra quei funzionari che provenivano dalle diverse esperienze politiche o
amministrative. Il caso del F. fu in tal senso emblematico, poiché, con la soppressione (il 2 ag. 1926) di
95 sottoprefetture sulle 167 esistenti nel Regno si avviò un consistente spostamento di funzionari con
una conseguente ridefinizione delle carriere. Il F., con la promozione a prefetto, si trovò, nella rosa di
coloro che furono premiati suscitando - secondo quanto descritto in un promemoria riservato - il
dissenso di quel gruppo di funzionari di più stretta militanza fascista che lo accusavano di essere
"filonittiano", rivendicando, invece, per l'assegnazione degli incarichi dei prefetti e dei viceprefetti
"anche il solo criterio politico" al fine di scegliere "i soli funzionari di sentimenti fascisti". Il governo,
invece, stabilì di nominare i prefetti scegliendoli tra coloro che avessero già svolto funzioni di
viceprefetti, oppure che avessero prestato servizio al ministero dell'Interno, o che possedessero
l'idoneità per consiglieri nell'esame di merito. Il F., dunque, rientrava nel disegno governativo che
affidava alla figura del prefetto esclusivamente il ruolo di portavoce del governo nelle amministrazioni
locali, già troppo agitate - secondo quanto affermava B. Mussolini - dalla presenza di gerarchi e di fascisti
militanti, al fine di svolgere un ruolo di vigilanza improntata alla moderazione e al controllo. Nominato
prefetto e destinato a Trieste il 6 dic. 1926, fu impegnato in una costante e sempre più attenta attività di
sorveglianza delle zone di confine, secondo le direttive che provenivano dal governo, fino al giugno del
1929. Con le dimissioni del 9 agosto 1943 e l'avvicendamento allo stesso dicastero del prefetto U. Ricci,
già direttore generale dell'amministrazione civile, il F. concluse la sua carriera nell'amministrazione
dell'Interno. Nel 1948 fu nominato consigliere di Stato e destinato alla prima sezione. Nel novembre
dello stesso anno assunse la carica di giudice presso il tribunale supremo militare del ministero della
Difesa. Il F. fu collocato definitivamente a riposo nel novembre del 1951 con il titolo onorifico di
presidente di sezione del Consiglio di Stato. Morì a Roma il 19 giugno 1959.

159 L’italianità…, 1927.

160Cfr. Pizzagalli, 1929, p.47-48.

67

suggerisce le sostituzioni italiane ai cognomi esistenti. La modificazione avviene a volte per rettifica della
grafia in maniera tale che la dizione sia corrispondente alle regole fonetiche italiane (“Cante” per Kante);
altre volte per soppressione dei suffissi soprattutto in –ich
(Andriancich diventa “Andriani”); oppure tramite una traduzione che sia conforme alle risultanze
storiche e sulla base della coesistenza nella stessa località di due cognomi nella forma italiana e straniera
(Vodopivez diventa “Bevilacqua”); o anche una traduzione sulla base di elementi filologici ed etimologici
(Klum diventa “Coloni”). Su decisione del prefetto vengono cambiati anche i predicati nobiliari in quanto
sarebbero parte integrante del cognome. Si dibatte anche sulla possibilità che i cognomi dialettali siano
da implicare sotto le norme del decreto dell’onomastica ma la commissione consultiva decide di non
intervenire in questo senso. Poiché i funzionari generalmente non sono preparati in materia filologica, si
hanno casi ridicoli ma anche drammatici di due familiari con lo stesso cognome che, dopo
l’italianizzazione, si ritrovano dei cognomi differenti se questi sono stati decisi da uffici differenti161.

Come previsto dal paragrafo VI dello stesso D.M. 5 agosto 1926, per il cittadino vi è la possibilità di
presentare ricorso contro il cognome italianizzato. Ma tale possibilità è certo fittizia se tutte le
opposizioni vengono respinte perché nessuno dei ricorrenti può dimostrare che deriverebbe un danno
alla persone dal cambiamento di cognome162.

Se già da parte dei sostenitori del regime esistono critiche al metodo di applicazione di queste leggi, ci si
può ben immaginare quanto la stampa tedesca e quella austriaca ridicolizzino i risultati degli sforzi di
italianizzazione dei cognomi. Con il miglioramento dei rapporti tra Roma e Vienna, il governo fascista
rinuncia in parte alla battaglia dei cognomi in Alto Adige, sentita giustamente offensiva da parte delle
popolazioni alloglotte163. Ciononostante l’Istituto di Studi per l’Alto Adige non interrompe la sua attività
e, al contrario, incaricato dalla

Prefettura di Bolzano164, elabora in quattro anni di attività, dal 1930 al 1934, gli elenchi-tipoper la
modifica d’ufficio dei cognomi, ribadendo – contro le recriminazioni – la legittimità di tale azione.

161Cfr. Apih, 1966, p.282.

162Cfr. Pizzagalli 1929, p.88.

163Cfr. Salvemini 1952, p.444.

164Cfr. Cronaca dell’Alto Adige, «AAA» XXV, 1930, p. 364.

68

Questo dimostra come in una politica linguistica inizialmente partita dagli organi governativi centrali e
quindi con un supporto legislativo, col passare del tempo, le istituzioni, predisposte all’esecuzione della
politica linguistica pianificata dal centro, diventino autonome e possano assumere il ruolo di organi
anche pianificatori, nonostante il fatto che nel frattempo il regime, a livello centrale, abbia disposto in
maniera diversa, rinunciando talvolta addirittura al proprio progetto politico-linguistico iniziale. Si deve
ricordare che la politica linguistica e repressiva del regime nei confronti delle minoranze, viene
sostenuta anche dalle attività accademiche degli addetti ai lavori che con il loro impegno nella Società
Dante Alighieri e con le loro conferenze contribuiscono alla “buona propaganda della cultura in Alto
Adige”: per esempio la conferenza di Gino Cucchetti a Bressanone su “La romanità della Venezia
Tridentina” o quella di Bartoli, professore universitario a Torino, all’inaugurazione dell’anno accademico
alla presenza del Principe Ereditario su “Gli alloglotti d’Italia, L’Italia dialettale una e indivisibile”165. Il
mondo accademico non si oppone a tale politica linguistica e qualcuno, come Battisti, addirittura la
promuove attivamente.

Nella Venezia Giulia, dove lo zelo di italianizzazione dei cognomi è più grande, si passa nel

1928 addirittura all’italianizzazione dei nomi di battesimo, poiché portare un cognome italiano e un
nome slavo sarebbe ridicolo e vergognoso. Verso la fine degli anni Trenta con l’accentuazione
dell’autarchia linguistica si aggiunge con R.D. 9 luglio 1939, n.1238 sull’ordinamento di stato civile,
perfino il divieto di imporre nomi stranieri a bambini con cittadinanza italiana (art.72).

3.3. LA QUESTIONE DELLA LINGUA NELL’EPOCA FASCISTA

La lingua, nell’Italia unita, non era questione che stesse a cuore ai soli letterati e che influisse solo
nell’attività giornalistica. Se ne occupavano anche i politici, nella prospettiva di una società di massa
avviata alla modernizzazione. Nel 1923 il ministro dell’istruzione Giovanni

Gentile tolse alla Crusca il compito di compilare il vocabolario, la cui terza edizione si trascinava da gran
tempo: il primo volume, infatti, era uscito nel 1863 con dedica a Vittorio Emanuele II. Per la verità molte
voci si erano levate contro la Crusca. Si riporta a questo proposito una testimonianza inedita, tratta da
una lettera scritta da Vienna il 29 maggio 1886

165 Cfr. Cronaca… 1934, p.460-461.

69

dall’intellettuale e uomo politici Costantino Nigra, diretta al linguistica Ascoli166. In essa si cerca di
invogliare l’illustre studioso a un’iniziativa lessicografica che ha come scopo quello di soppiantare la
Crusca: “ [Vienna, 29 maggio 1886] la prefazione all’ultima edizione [la quinta Crusca, nel vol. I del 1863]
è un oltraggio continuo al retto senso, alla lingua e all’ortografia. […] Si figuri che comincia con
un avvegnaché! Mi pare che sarebbe proprio tempo che si ponesse fine a un difetto che è un vero
disonore per l’Italia. Colla sua autorità Ella potrebbe, mi pare, preparare l’opinione della gente colta e
dirigerla in guisa da renderla feroce [= “smaniosa”] per ottenere un dizionario razionale, e scritto con
ortografia della lingua nostra; per ottenerlo, non dall’accademia della Crusca, ma da una schiera di
valenti giovani diretti da Lei, e largamente compensati con pubblici mezzi e anche con mezzi privati, se
questi non bastassero.”

Le opinioni di Nigra possono essere confrontate utilmente con i pareri di un altro celebre uomo politico
del tempo, Quintino Sella, ben noto per la sua avversione alle teorie manzoniane (aveva avuto modo di
litigare con Manzoni sui temi del fiorentino durante una gita a Brusuglio vicino a Milano, dove lo
scrittore lombardo aveva la propria villa di campagna: l’episodio è riportato dal Giorgini nel Novo
vocabolario, ed è anche confermato da una lettera del 1873 diretta all’Ascoli). Non solo era avverso alle
teorie manzoniane, ma era anche scettico nei confronti della Crusca, contro la quale intervenne nel 1877
in un discorso parlamentare, mentre si dibatteva sui modi per accelerare la realizzazione del
vocabolario. Sella, pur mostrando il massimo rispetto per la Crusca, affermò di aver comprato il primo
volume uscito della V edizione, ma di non aver più comprato il secondo, perché la troppa lentezza
rendeva in sostanza l’opera inutile, di fronte al mutare della lingua. L’opera sarebbe dunque uscita
disomogenea, con le ultime parti diverse dalle prime, e non avrebbe giovato all’unificazione della lingua
in Italia167.

L’eliminazione dell’attività lessicografica della Crusca fu compiuta con atto formale nel 1923, ad opera
del governo fascista. Durante questo periodo di dittatura, si tentò in vario modo di legare nuove
proposte linguistiche all’attualità politica di un’Italia che andava modernizzandosi e aveva grandi
ambizioni imperiali. Nel 1939 Giulio Bertoni e Francesco A.Ugolini scrissero alcune pagine da premettere
al Prontuario di pronunzia e di ortografiadestinato a fornire la pronuncia ufficiale all’EIAR, l’ente
radiofonico di Stato. Come è facile

166La lettera è conservata nel carteggio Ascoli dell’Accademia dei Lincei di Roma e viene pubblicata per
la prima volta da Claudio Marazzini, 2013.

167Cfr. V. Della Valle, in M. Guardo e A. Romanello, 2012, pp. 43-64

70

dedurre, anche questa era un’occasione di carattere nazionale, che si legava alla fondazione nel nostro
paese di una produzione e diffusione radiofonica moderna, destinata a grande sviluppo.

Il fascismo fu sempre particolarmente attento ai mezzi di comunicazione di massa, alla stampa, alla
radio, al cinema. È interessante, dunque, che il problema linguistico fosse allora affrontato proprio in
relazione alla buona pronuncia da adottare nelle trasmissioni della radio. La pronuncia riguarda la lingua
che si parla e che si ascolta, non quella che si scrive. La lingua italiana, con il progredire del paese, dopo
l’unità nazionale, si era messa rapidamente in moto, aveva cessato di essere morta ed era uscita dai
rarefatti spazi della letteratura oer diffondersi tra la gente. Non è strano, quindi, che nel 1939 “la
questione della lingua” si presentasse piuttosto nella forma di “questione della pronuncia”: non si
trattava più di stabilire la norma grammaticale per scrivere testi, ma di fissare le regole della lingua
parlata

“ufficiale”.

Si deve anche notare, però, che la “questione della lingua”, nella prima metà del Novecento, aveva
ormai un’importanza minore rispetto ai secoli precedenti. In essa non stava più racchiuso tutto il
dibattito attorno alla natura della lingua. La linguistica aveva raggiunto la propria indipendenza
scientifica e istituzionale, come disciplina a livello universitario, ben collegata alla cultura del resto
dell’Europa, ed era capace di elaborare la sua problematica settoriale indipendentemente dalla vecchia
questione della “norma” e della “lingua modello”.
Questioni di metodo o questioni di estetica e di filosofia avevano occupato completamente, nel dibattito
ai più alti livelli della cultura, lo spazio che un tempo era stato proprio della

“questione della lingua”. Quest’ultima era emersa solo occasionalmente, in interventi di minor respiro,
come quello di Bertoni e Ugolini a cui abbiamo fatto cenno, nel quale si proponeva la regolamentazione
della pronuncia dell’italiano su base tosco-romana (non più fiorentina, dunque). I due studiosi
proponevano di dare legittimità alle pronunce romane, nei casi in cui esse divergessero da quelle
fiorentine, soprattutto in riferimento all’apertura o chiusura delle vocali toniche. La loro era una scelta
che riconosceva l’influenza linguistica di Roma, capitale d’Italia, di cui il fascismo sapeva rinnovare
l’immagine, richiamando i fasti dell’antica romanità imperiale. Nel loro Prontuario, infatti, scrivono a p.
9: “E ci auguriamo che (con l’aiuto delle scuole e, in particolare, degli insegnanti elementari) si diffonda
in Italia e fuori d’Italia, salvo naturalmente qualche vezzo dialettale, la bella e calda pronunzia della
conversazione colta romana.”

Per quanto sia interessante la questione della pronuncia e per quanto sia notevole il riconoscimento di
Roma come città protagonista della storia linguistica italiana, sta di fatto

71

che il quadro primo-novecentesco è in sostanza caratterizzato, in confronto ai secoli precedenti, da una


elaborazione teorica meno profonda nella “questione della lingua”. Non ci fu certo teorizzazione
profonda dietro gli interventi di politica linguistica del fascismo contro i forestierismi (l’autarchia
linguistica), e peggio, contro le minoranze linguistiche: tutt’al più, in questo modo, si portavano a
compimento certi principi elaborati in precedenza. Né si può dire che ci fosse un notevole sforzo teorico
nell’opera di divulgatori come Paolo Monelli, autore del Barbaro dominio (1933), un libro che voleva
collaborare a “ripulire il linguaggio dagli esotismi”168. Più interessante fu invece, l’esperimento di Bruno
Migliorini, che diede vita al “neopurismo”, equilibrato tentativo per portare il tradizionale purismo verso
qualcosa di più scientifico, in modo da controllare con intelligenza l’afflusso di neologismi e forestierismi,
verificando anche la terminologia che il progresso della tecnica rendeva necessaria nei diversi settori del
sapere e, se il caso, indicando sostituzioni plausibili ed efficaci. Migliorini vagheggiava una glottotecnica
o una linguistica applicata che avesse la capacità di sviluppare la collaborazione tra scienza, tecnica
applicata e la linguistica. Nel dopoguerra, mutati i tempi, il neopurismo decadde e si spense. Il
contributo principale che diede fu lo stimolo allo studio dell’italiano contemporaneo, a cui Migliorini si
dedicò con l’energia di un pioniere. Quanto ai forestierismi va precisato che alcuni intellettuali pur vicini
al regime, come il linguista Schiaffini (che invitava a distinguere tra prestiti forestieri utili e inutili) e lo
stesso Migliorini, manifestarono pubblicamente posizioni moderate, mentre gli atteggiamenti più
fanatici erano caratteristici di dilettanti e giornalisti.

La lettura completa delle parole di cui si voleva imporre la sostituzione, condotta oggi, a distanza di
tempo e con mente distaccata, può suggerire un atteggiamento diverso dalla consueta ironia sulle
sostituzioni ridicole e prive di seguito come i celebri cocktail-arlecchino,festival-festivale, brioche-
brioscia, spider (automobilistico)–scarabeo, caramella mou- tenerella. In realtà non tutti i tentativi di
sostituzione hanno come esito termini goffi e involontariamente ridicoli come quelli che si sono citati. È
vero che sono poche le sostituzioni che effettivamente ebbero fortuna, come régisseur-regista, régie-
regia, amerissage- ammaraggio, carta glacée-carta patinata lucida, carta pelure-carta velina, zucchero
pilé- zucchero in polvere; ma in molti casi l’elenco mostra la concorrenza tra termini coesistenti,
rivelando una situazione di incertezza o una doppia possibilità che certo trovava e talora trova ancora
oggi riscontro nelle oscillazioni dei parlanti. Gli esempi possono essere moltissimi, se

168 Monelli, 1933, p.VIII.

72

si scorrono le quasi duemila parole riproposte nell’edizione di Alberto Raffaelli169: budget-


bilancio, bureau-scrittoio, cargo-nave da carico, carter-coppa, châssis-telaio, clown- pagliaccio, coiffeur-
parrucchiere, ski-sci. Si vede bene che la gara tra questi doppioni trovava risposta in una più generale
dialettica interna alla società italiana.

È interessante notare che nei verbali sia riportato un bell’intervento di Migliorini che, nell’unica seduta a
cui partecipò, invitava alla moderazione: “vi sono alcuni vocaboli la cui immediata sostituzione non
potrebbe essere accettata nell’uso comune e costituirebbe inoltre una fonte di turbamenti in particolar
modo nel campo industriale e commerciale. Ritiene [Migliorini] pertanto che è necessario tollerare in un
primo tempo tutte quelle parole universalmente diffuse ed usate pur suggerendo per ognuna di esse
l’equivalente italiano che, come è già accaduto in vari casi, potrebbe affermarsi vittoriosamente con il
decorso degli anni, quando cioè la nuova voce sia penetrata nell’uso e nell’abitudine delle masse”170.

Senza dubbio gli atteggiamenti xenofobi del regime fascista meritano di essere condannati, e soprattutto
vanno condannate le vessazioni nei confronti dei gruppi linguistici alloglotti presenti nel territorio
italiano, arrivando, come si è visto, a costringerli a modificare il loro cognome per renderlo italiano.
Tuttavia non si può insistere solo su questi fatti negativi, o peggio, esagerare la portata degli elementi
ridicoli (a cui si potrebbe aggiungere l’uso imposto dal Foglio di disposizioni dal segretario del Partito
fascista Storace nel 1933, poi stabilizzatosi, di scrivere sempre in carattere maiuscolo la parola “DUCE”).
Non si può procedere solo per aneddoti o casi isolati, altrimenti verrebbe da rammentare che
nell’Europa del dopoguerra è stato espunto a forza il forestierismo champagne dalle etichette italiane,
sostituito da Spumante metodo classico. In questo caso si è intervenuti autoritariamente sulla lingua per
interessi commerciali, ovviamente, non per ragioni puristiche. Dunque, se si vogliono cercare spiegazioni
storiche che aiutino meglio a comprendere, non va dimenticato che durante il Ventennio, per l’ultima
volta, la lingua italiana fu considerata al centro di una fase espansiva internazionale e si progettò allora
una politica linguistica coerente con questo obiettivo ambizioso. L’italiano, in effetti, si espandeva in quel
momento nelle colonie d’oltreoceano e nei territori sottoposti all’amministrazione italiana. Venivano
avanzate rivendicazioni su territori politicamente non italiani come Malta e la Corsica. Il ministro

Bottai progettava di dar vita a una fase di espansione dell’italiano, avvalendosi della “Dante Alighieri” e
degli Istituti italiani di cultura all’estero. Bottai era convinto che ci fosse un nesso
169Raffaelli, 2010.

170Migliorini, 1940.

73

stretto tra storia politica e lingua, e che il fascismo avesse impresso nella lingua italiana un sano
movimento innovatore, modernizzandola e semplificandone le antiche strutture171.

Nel quadro dell’Italia di allora, le iniziative dirigistiche o di politica linguistica erano meno velleitarie di
quanto possano apparire a degli occhi contemporanei, almeno fino al momento dell’entrata in guerra. Il
paese godeva di una buona considerazione internazionale, era annoverato tra le “potenze” protagoniste
della politica mondiale. Nulla di strano, quindi, che la lingua spirasse al conseguimento di successi
“imperiali”. La penetrazione dei forestierismi non aveva ancora la forza che ha oggi, anche se allarmava i
puristi fin dall’Ottocento. Non era ancora sparito di scena l’italiano scientifico, come dimostrano i saggi
in italiano di fisici come

Edoardo Amaldi o Enrico Fermi.

Il fascismo combatté il dialetto e la letteratura dialettale, nella convinzione che si trattasse di un


incentivo allo sviluppo di sentimenti particolaristici. Anche in questo caso però, non ci si può limitare
all’aspetto negativo di questo atteggiamento (del resto la lotta ai dialetti era cominciata ben prima del
fascismo). Il fastidio per il dialetto, per la sua intromissione nella lingua letteraria, poteva essere
originato anche, in certi casi, da buoni propositi172, e la difesa dell’espressività dialettale poteva invece
essere vantata da coloro che erano più chiusi all’apporto delle lingue europee. È interessante ricordare
ad esempio che sulle colonne della rivista “Primato”173 si svolse nel 1942 un dibattito in cui lo scrittore
Giovan Battista Angioletti sostenne, contro le tesi di Paolo Monelli, la legittimità di un ideale stilistico
ispirato all’assoluta estraneità ad ogni macchia dialettale, e lo fece riallacciandosi a ideali illuministici ed
europei perfettamente condivisibili ancora oggi, auspicando una lingua italiana “unica, lucida,
comprensibile in ogni regione”174, in cui si eliminassero gli arcaismi e i preziosismi, che non ricorresse al
dialetto, ma in cui trovassero posto anche alcune parole straniere, se necessario. Angioletti arrivava a
dire che alcun sostituzioni di forestierismi proposte dall’Accademia d’Italia erano semplicemente
“trovate”175.

171Marazzini, 1997, p.1-12.

172Marazzini 2013, a p.170 ricorda il caso di Pietro Giordani che vedeva nel dialetto un ostacolo alla
comune circolazione delle idee, una sorta di divisione che si aggiungeva alle fin troppe divisioni già
esistenti tra le regioni italiane.

173Si tratta della rivista letteraria del ministro Bottai.

174Angioletti, 1942, p.172.


175Ibidem, p.298.

74

Paolo Monelli, per contro, rispondeva ribadendo la sua condanna a oltranza dei forestierismi e
ribadendo il diritto del dialettismi ad essere assunto in una lingua che sapesse ricevere in sé “il tesoro di
tutti gli idiomi nazionali”176.

Come si vede, né l’una né l’altra posizione espressa in questa disputa su «Primato»$ confortano
l’immagine corrente, unidimensionale e vulgata, ma quasi caricaturale, delle idee linguistiche nel
periodo fascista. Le posizioni di molti intellettuali, dunque, erano più sfumate di quella ufficiale, fino a
criticare (con cautela) l’intervento autoritario centrale.

3.4 DAL PURISMO ALLA XENOFOBIA

Quello che si è compreso fino ad ora è che una costante della politica linguistica fascista è la
preoccupazione per la purezza della lingua secondo una pianificazione linguistica. In questo caso
l’obiettivo è quello di epurare la lingua dalle influenze disturbanti dialettali e specialmente straniere.
Questa tendenza puristica, che troverà il suo culmine in un’accesa xenofobia, è legata al mito
dell’italianità, caratteristico in generale della politica culturale dell’epoca, sviluppandosi in particolare
nel campo linguistico sulla scia di quanto sopravviveva del purismo ottocentesco177. Delle avvisaglie,
come si è notato, si hanno già nel

1923 con il decreto n.352 dell’11 febbraio che aggrava la tassa per le insegne in lingua straniera.
Disposizioni di questo genere si sono poi estese, oltre alle insegne e scritte pubbliche o destinate al
pubblico, ad altri settori pubblici come il cinema e i mass media in genere ancora prima dell’avvento
fascista.

Non è nuova, per i regimi totalitari, l’ingerenza anche in questioni linguistiche. Si possono ricordare
tentativi analoghi in Turchia sotto Kemal Atatürk e poi in Germania sotto Adolf Hitler.

Atatürk intraprende la riforma linguistica nel 1928, abolendo la grafia araba in favore di una
sostanzialmente latina e eliminando dal turco numerosi termini arabi e persiani; anche nelle funzioni
religiose viene sostituito l’arabo con il turco e dal 1929 poi non vengono più insegnati né il persiano né
l’arabo nelle scuole. Nello stesso anno inoltre si costituisce un comitato linguistico, che avvia i lavori per
un dizionario turco e una terminologia scientifica turca. Il 12 luglio 1932 viene fondata la Società
linguistica turca che nel 1933 pubblica sui

176Monelli, 1942, p,244.

177Cfr. De Mauro 1970, p.362-368.

75
quotidiani per tre mesi, ogni giorno, un’inchiesta con dieci - venti parole di origine araba o persiana per
le quali si chiede ai lettori di suggerire sostituzioni turche: in tutto si tratta di circa 1400 parole. Ma le
difficoltà di creare sostituzioni sono enormi e la Società linguistica non riesce ad assolvere il suo compito
in breve178. Le difficoltà che si presentano non sono solo linguistiche ma anche e soprattutto
sociologiche, come fa notare Godel in un saggio che contiene numerosi esempi delle innovazioni sul
piano lessicale nel turco.179

A loro volta nella Germania del Terzo Reich entrano in campo gli Sprachpfleger o curatori della lingua.
L’Associazione linguistica tedesca sollecita nell’aprile del 1933 gli organi competenti a intervenire per la
“cura e protezione della lingua tedesca” soprattutto negli ambiti delle autorità pubbliche e
amministrative, della scuola, della radio, degli uffici di stato civile, dell’ufficio brevetti statali, dello sport,
della nomenclatura di trattorie e alberghi, delle insegne dei negozi e della toponomastica. I suggerimenti
dell’Associazione sono diretti a favore di un tedesco standard (Deutsche Hochsprache), che nella
pronuncia si identifica con quella del teatro (Bühnenaussprache) e contro ogni espressione e nome non
chiari o univoci per il “semplice cittadino” nonché contro parole ed espressioni straniere180.

Da una lettera del 23 novembre 1942, di Ernst Junker, direttore della Mittelstelle Italien della

Deutsche Akademie, emerge l’interesse dell’Accademia tedesca per la legislazione italiana sull’uso delle
parole straniere e per le attività dell’Accademia d’Italia in fatto di lingua: “Saremmo grati, se la R.
Accademia d’Italia come Ente competente potesse darci il testo esatto di tutti i decreti in questione, i
quali sono di un altissimo valore per l’attività analoga della nostra Accademia in Germania.”181

La politica linguistica fascista si accentua nella seconda metà degli anni Trenta e trova difensori nel
giornalismo. Attraverso l’impegno di quotidiani come la “Gazzetta del popolo” di Ermanno Amicucci e la
“Tribuna” ci si indirizza a un pubblico più ampio e addirittura si cerca di coinvolgerlo richiedendone la
collaborazione pratica, nell’eliminazione di parole

178Cfr Heyd 1954.

179Cfr. Godel 1977.

180Cfr. “Muttersprache”, 48, 5, 1933, p.145-148, cit. da Simon 1979.

181Cfr. Archivio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, busta «Commissione Italianità della Lingua»,
fascicolo “Divieto dell’uso delle parole straniere. Massime e varie”, cit. in Klein, 1986.

76
stigmatizzate come “esotiche”, attraverso delle proposte di sostituzioni italiane, un po’ allo stesso modo
che in Turchia.

Evidentemente nel periodo del maggior consenso (tra il 1929 e il 1934) queste iniziative avranno avuto
successo ma il sostegno definitivo e stabilizzante deve essere mancato. La prova potrebbe essere fornita
dal fatto di aver formulato dei divieti così espliciti sull’uso di parole straniere prima in certi settori, come
nel 1930 nei confronti del cinema straniero e nel

1934 in quello dei giornali, che si analizzeranno successivamente. Un’ulteriore dimostrazione della
mancanza di consenso alla politica linguistica contro gli “esotismi” potrebbe essere quella della velina
(cioè disposizioni perentorie del Ministero per la cultura popolare circa le notizie da dare, i termini e gli
epiteti con cui darle e anche le notizie da tacere; questi comunicati, distribuiti a quotidiani e periodici
che erano tenuti ad applicarle, furono diramati con particolare zelo a partire dal 1931) dell’8 novembre
1935 che dice: “Non riprodurre l’articolo La soppressione delle parole straniere, pubblicato dal
“Telegrafo ” dell’8 corrente, né occuparsi di questo argomento”182.
Verso la fine degli anni Trenta, infatti, gli interventi sui forestierismi si intensificano ed esce una serie di
decreti e di leggi al riguardo. Se prima, nel 1923, le insegne straniere vengono solamente tassate, ora,
nel 1938, vi è il divieto si diciture e denominazioni in lingua straniera se non accompagnate da
indicazioni italiane su prodotti italiani183. Lo stesso anno vengono vietate le denominazioni straniere ai
locali di pubblico spettacolo184. Nel 1940 una legge, la L.

23 dic. 1940, n.2042 vieta l’uso di parole straniere nelle intestazioni delle ditte e nelle varie forme
pubblicitarie. Questa legge sollecita la costituzione di un’apposita Commissione “per l’italianità della
lingua” della Reale Accademia d’Italia su esplicito incarico del ministro dell’Interno185. La Commissione,
che ha il compito di eliminare le parole straniere trovandone delle sostituzioni, pubblica in tre anni, dal
1940 al 1943, quindici elenchi di sostituzioni italiane. Questi elenchi costituiscono testo normativo per
l’uso linguistico pubblico. I provvedimenti legislativi agiscono principalmente nel campo del commercio,
della tecnologia

182Cfr. Flora 1945, p.79.

183R.D.-L. 28 giugno 1938, n.1162, convertito poi con modificazioni in L. 19 gen. 1939, n.251,
ulteriormente precisato nella L. 12 feb. 1940, n.215.

184R.D.-l. 5 dic. 1938, n.2172.

185«Bollettino di informazioni della Reale Accademia d’Italia» I, n.1-3, nov. 1940 - gen. 1941, 5.

77

e dell’industria, nel settore dell’economia, della vita produttiva del paese. Ma questo si analizzerà più
sotto.

Raramente invece la politica linguistica verso gli esotismi tocca l’intera comunità linguistica e il parlante
nella sua quotidianità. Un caso però è ben noto, e cioè quello del divieto del Lei
(prendendolo erroneamente per un ispanismo ricalcato sulla forma di Usted) al cui posto viene
sollecitato l’uso del Voi. Vengono scritti vari articoli da linguisti e letterati per giustificare l’abolizione del
“Lei” e l’introduzione del “Voi”186.

È notevole l’articolo di Sergio Raffaelli187 al riguardo che si cercherà di riassumere brevemente. Bruno
Cicognani, con il suo articolo “Abolizione del lei”, che apparve nella terza pagina del «Corriere della
sera» il 15 gennaio 1938 riaprì la discussione sull’argomento, che taceva da tempo (mentre crescevano
invece le condanne sull’uso dei dialetti e dei forestierismi). Le ultime voci di riprovazione (Isidoro del
Lungo188) e di difesa (Piero Giacosa, un letterato) si erano levate nei primordi del ventennio tra il 1923
e il 1925 su «La Lettura», il mensile del «Corriere della Sera». Per contingenze ideologico-
politiche particolari dell’Italia di allora, il testo di Cicognani ebbe riflessi politici inusitati, pur non
differendo da tanti altri appelli puristici di intellettuali della stessa opinione. La sua era l’usuale
argomentazione di matrice civico – retorica nonché l’auspicio finale di rito: “La Rivoluzione fascista si è
proposta di riportare lo spirito della razza alle sue autentiche origini, liberandolo da ogni inquinamento.
Ebbene: si compia anche questa purificazione, si torni, anche in questo, all’uso di Roma, al tu
espressione dell’universale romano e cristiano. Sia il voi segno di rispetto e riconoscimento di
gerarchia” 189. Questo articolo ebbe però il vantaggio di

186 Cfr. Del Buono 1971, pp.361-364 e 386-389.

187Raffaelli, 1993.

188Isidoro del Lungo è stato uno storico della letteratura italiana (Montevarchi 1841 - Firenze 1927),
presidente della Società dantesca, senatore (dal1906). Socio nazionale dei Lincei (1901). Acuto
conoscitore della storia della lingua (Per la lingua d'Italia un vecchio accademico della Crusca,1923),
collaborò alla compilazione delVocabolariodella Crusca (della quale accademia fu l'ultimo arciconsolo e il
primo presidente); pubblicò importanti ricerche su testi italiani antichi (Leggende del sec. XIV, 1863), sul
Poliziano (Prose volgari inedite e poesie latine e greche di Angelo Poliziano, 1867; altri studî in Florentia,
1897), sulla Cronica di Dino Compagni (Dino Compagni e la sua Cronica, 3 voll., 1879-81; Storia
esterna,vicende, avventure d'un piccol libro de' tempi di Dante, 2 voll., 1917-18; e inoltre l'edizione per
la nuova serie dei Rerum Italicarum Scriptores, fasc. 117-119, 1913) e sull'età di Dante (Beatrice nella
vita e nella poesia del sec. XIII, 1891; Da Bonifacio VIII ad Arrigo VII, pagine di storia fiorentina per la vita
di Dante, 1899; un'ediz. commentata dellaDivina Commedia, ecc.).

189Cicognani Bruno, Abolizione del “lei”, «Corriere della Sera» (15 gen. 1938), 3.

78

comparire mentre si andava accentuando quel rigorismo convulso del regime, che stava proprio allora
investendo anche l’ambito linguistico.

Prima che il potere politico traducesse in norme vincolanti il richiamo di Cicognani, il mondo giornalistico
produsse due altre sollecitazioni, di peso politico differente. Una nota uscì nella rubrica severa e
tagliente di costume, Piccola guardia, dell’autorevole rivista bottaiana «Critica fascista»190 che lodava la
bellezza dell’articolo e l’altra sollecitazione è costituita dall’articolo di Enrico Rocca, Dare del tu, apparso
sul «Lavoro fascista» del 9 febbraio 1938, auspicò, riproponendo vagheggiati ideali egualitari del
fascismo, l’uso generalizzato del cameratesco tu. Alle pagine 1-2 scrive: “Il tu unisce e il Tu può
distanziare. Facciamo che la maiuscola sia scritta nell’invisibile grafia dello spirito e che la persona a cui
ci rivolgiamo sia trattata cameratescamente e umanamente con la seconda persona singolare. Così il
Fascismo compirà la sua rivoluzione anche nella storia del costume”191. Sicuramente fu Enrico Rocca
l’animatore del sostegno dato da questo quotidiano all’innovazione linguistica: sostegno insistente e
vistoso, con articoli e motti.

La proibizione del lei fu decisa e proclamata in breve. Ma in prospettiva essa appare norma non
estemporanea, bensì funzionalmente inserita nel progetto di repressione, quanto mai rigoroso e
incalzante a partire dal 1937, di tante caparbie manifestazioni (anche linguistiche) di “borghesismo”
nella vita sociale italiana. Promotore politico della prescrizione del lei si deve ritenere con fondata
sicurezza, da numerosi indizi che compensano l’assenza di testimonianze esplicite, il segretario del
Partito Nazionale Fascista, Achille Starace. E Starace fu, dicono i documenti, lo zelante banditore e poi,
per quasi un biennio il guardiano della sua osservanza. Come banditore della nuova norma grammaticale
di regime procedette con accorto senso propagandistico, scaglionando provvedimenti e conseguenti
echi giornalistici.

Il Foglio di disposizioni del PNF, n. 983, datato 14 febbraio 1938, recava, nel contesto di otto prescrizioni
(come sempre firmate da Starace, loro abituale estensore), in terza posizione ma evidenziata in
grassetto, questa direttiva:

“Nei rapporti fra gli iscritti alla G.I.L (Gioventù Italiana del Littorio) è abolito il 'lei' e viene adottato il 'tu'
come segno di più intimo cameratismo e di comunità di fede.

Il 'voi' spetta ai superiori di grado gerarchico, i quali adotteranno il 'tu' nei confronti dei pari grado e dei
propri dipendenti.

190Fascicolo datato 1 febbraio 1938.

191 Rocca Enrico, Dare del tu, «Lavoro fascista», 9 febbraio 1938.

79

Nei rapporti tra gli iscritti alle organizzazioni maschili e le iscritte alle organizzazioni femminili della G.I.L,
sia adottato di norma il 'voi'.

Fra i balilla e le piccole italiane è prescritto il 'tu'” 192.

Il bando di un provvedimento di tanto rilievo sociale e politico esigeva un luogo e un momento adeguati.
Torino, con la sua federazione, era città all’altezza dell’evento e proprio lì a febbraio si sarebbe recato
Starace per incontrare i dirigenti della G.I.L. del Piemonte e le gerarchie locali. E infatti Starace diede la
grande notizia a coronamento del discorso mattutino della domenica 13 febbraio 1938 a circa tremila
dirigenti del fascismo piemontese, suscitando un grande entusiasmo. Quel momento venne trasmesso
dalla stampa nazionale e si riporta di seguito nella cronaca del «Giornale d’Italia» del martedì 15
febbraio 1938 (ma identico risulta, nella grande maggioranza di quotidiani maggiori e minori):
“L’annuncio che è stata prescritta l’abolizione del 'lei', ha sollevato un’eco immediata di consenso; tutti
hanno compreso che è questo un altro passo in avanti, e non dei minori, nelle modificazioni dello stile
che il Fascismo intende stabilire affinché il cameratismo si rinsaldi efficacemente anche negli aspetti
formali”.

Il processo di adeguamento alla nuova disposizione cominciò immediatamente, nell’ambito del partito e
quindi per estensione, in ogni settore, inevitabilmente fascistizzato, della vita pubblica. Mussolini aveva
usato fino a quel momento, a seconda della situazione, sia il lei, sia, meno spesso, il voi; egli accettava
comunque dagli interlocutori l’una o l’altra forma, a sua volta ricambiandola liberamente. Pur non
essendo l’ideatore della campagna contro il lei, egli vi aderì subito, curando di sradicare questa forma
allocutiva dal linguaggio proprio con diligenza e da quello altrui con fermezza e irritata imperiosità.
Anche la burocrazia statale cominciò a provvedere affinché la disposizione fosse correttamente applicata
dai suoi dipendenti. Nelle prime settimane vennero emessi dei testi normativi con istruzioni peculiari.
Sollecito quanto nessun altro risulta essere il ministero della Cultura popolare, che a firma del suo
titolare, Dino Alfieri, emise il 16 febbraio 1938 il seguente ordine di servizio:

“Dispongo che tutto il personale del Ministero si attenga alle seguenti norme:

1.L’uso del 'Lei' è abolito.

2.Fra pari grado è obbligatorio il 'tu'.

3.Tra superiori ed inferiori (e naturalmente viceversa) è adottato il 'voi'” 193.

192Cit. tratta dagli Atti del P.N.F., vol. VII, tomo II, 29 ottobre, Anno XVI-E.F., Bologna, 1939, Stabilimenti
Poligrafici Editori de «Il Resto del Carlino».

193Cit. da copia dattiloscritta conservata in ACS, Presidenza del Consiglio dei Ministri 1937-39 f.1.3.1,
n.4116.

80

Il 23 dello stesso mese fu la volta del ministero dell’Educazione nazionale; ecco una trascrizione della
circolare n.8514 di Bottai:

“In relazione alle norme impartite dal Segretario del Partito, il Ministro dell’Educazione nazionale ha
disposto che nella corrispondenza ufficiale ed ufficiosa il 'lei' venga sostituito dal 'voi'. Analogamente
dovrà provvedersi nei rapporti tra funzionari e gli insegnanti.
Per quanto concerne i rapporti tra insegnanti e alunni saranno adottate le stesse norme stabilite per gli
iscritti della G.I.L.: il 'voi' spetterà agli insegnanti, i quali adotteranno il 'tu' nei confronti degli alunni. Nei
rapporti tra alunni saranno adottate a seconda dell’età degli stessi, le norme stabilite per gli iscritti alle
organizzazioni maschili e femminili della

G.I.L.”194.

Si agì nello stesso modo nella promulgazione della nuova norma linguistica anche nell’ambito militare, e
velocemente in tutte le amministrazioni dello Stato.

Va rilevata la secca perentorietà di tutti i testi normativi, che non spesero una parola per motivare le
prescrizioni (un breve chiarimento ufficiale offrì solo il discorso di Starace a Torino). Non deve poi
sfuggire la scarsità (ma solo in questa fase iniziale) sia di documenti che palesino l’affiorare di dubbi
sull’opportunità e sull’efficacia dell’innovazione linguistica, sia di episodi di indisciplina, sia di proteste
esplicite (da segnalare almeno una lettera anonima del 20 marzo da Milano, indirizzata al duce da un
“fascista della prima ora, italianissimo e serio, soprattutto serio fascista”195). E può essere infine
rilevata, accantonando per ora ogni altro rilievo di un certo interesse storico-
linguistico196, l’intangibilità della norma che, fin dalla disposizione staraciana del 15 febbraio,
prevedeva nell’allocuzione pronominale fra uomo e donna sempre e soltanto il reverenziale 'voi'.

194Cit. da «L’illustrazione italiana», 3 aprile 1938, p.XII, il testo è arricchito da ulteriori prescrizioni,
dedotte dalle norme impartite dal «R. provveditore agli studi di Roma alle scuole dipendenti», nella
redazione pubblicata da «I diritti della scuola», 20 marzo 1938, p.354.

195Un brano, naturalmente con il lei: “Nulla da osservare per il Tu, ma abolire il Lei che è italianissimo
per sostituirlo con il Voi che è francese non mi sembra una decisione da buon italiano, e credo che anche
V.E. la pensi così” (biglietto manoscritto, in ACS, SPD.CO, f. 500.021/2.1.).

196Si pensi ai problemi di etichetta in ambito burocratico, e per fare un esempio si cita una nota del 4
marzo 1938, non intestata ma probabilmente ispirata dal segretario particolare di Mussolini, Osvaldo
Sebastiani (si trova infatti nel f.500.021/2.1 qui sopra citato): “S.E. ha confermato che occorre dare del
tu ai Prefetti e Capi di Gabinetto in qualsivoglia lettera o modulo (ne ha trovati anche col lei). Quando
invece sia il caso di dare del Voi distinguere: a) se ad inferiore gerarchico usare la minuscola, b) se ad un
superiore gerarchico usare la maiuscola.

Per lo più però, dando dell’Eccellenza, si può evitare”.

81

I linguisti, letterati e uomini di cultura non sono passivi di fronte a questa ondata di purismo di stato e lo
si vede dalle tante pagine sprecate in riflessioni scientificamente e storicamente insostenibili per trovare
un concetto di norma linguistica, soprattutto dopo la metà degli anni Trenta, su cui si potessero fondare
le pratiche di politica linguistica oramai in atto da qualche tempo.
3.4.1IL NEOPURISMO E LA NORMA LINGUISTICA

Èdel 1923 la proposta di Isidoro Del Lungo e poi di Torquato Gigli e Giuseppe Coceva di

formare una comunità di specialisti che si occupasse dell’eliminazione dei vocaboli stranieri. Dal 1925
“l’idea della difesa della lingua e della guerra ai barbarismi si fa strada, e cresce il numero dei difensori
valorosi e autorevoli”197 tra cui vengono citati Monelli, Tittoni e Chiappelli.

Tittoni, membro del partito fascista e ambasciatore a Londra (1906) e a Parigi (1910-1926),ministro degli
Affari Esteri in vari periodi, ministro di stato (1916) e presidente del Senato(1919-1928), poi direttore
della «Nuova Antologia» dal 1926, provoca un dibattito su questa rivista con l’articolo La difesa della
lingua (1926). Egli consiglia un rimedio energico e repressivo contro le parole straniere, ritenendo “il
parlare e scrivere italianamente” come “un’azione nazionale”198.

Ci si organizza anche sul piano pratico e Amicucci pubblica per un anno (dal 1932 al 1933) sulla
«Gazzetta del popolo» in terza pagina una rubrica, affidata a Monelli, intitolata “Una parola al giorno”
per purgare la lingua dai barbarismi. Le note della rubrica vengono poi raccolte dallo stesso Monelli nel
suo libro Barbaro dominio del 1933. Questa raccolta costituisce in assoluto il primo tentativo sistematico
di eliminazione delle parole straniere attraverso concrete proposte di sostituzione. Il lavoro di Monelli
risponde a una esigenza diffusa, e infatti nel 1932 il quotidiano «La Tribuna» arriva a formare una
commissione per decidere la sostituzione di cinquanta parole “esotiche”, e bandisce un concorso
pubblico sul

197Cfr. Gigli, 1933, p.254. Gigli tra l’altro informa che nel 1925 il Comune di Firenze stanzia L. 200.000
per la continuazione del Vocabolario dell’Accademia della Crusca.

198Tittoni 1926, p.387.

82

giornale (3 e 7 marzo 1932) a cui, fino a giugno, seguono varie proposte dei lettori; infine il 7 luglio
vengono pubblicate le soluzioni finali con i criteri di scelta.

Il 22 ottobre 1930 viene ordinata la soppressione di scene parlate in lingua straniera nel cinema
italiano199 e il 2 febbraio 1934 viene vietato l’uso di parole straniere nei giornali. Sulla stessa linea di
azione anche gli ordini alla stampa di determinate forme linguistiche, le cosiddette “note di servizio” o
“veline”, emesse dall’Ufficio centrale per la stampa del Capo di Governo e successivamente dal Ministro
della Cultura popolare, subentrato dal 1937 al precedente e ad altri organismi in quel compito.

Con l’inasprirsi delle relazioni diplomatiche dopo il 1935, la campagna contro gli esotismi si intensifica,
come provato da una serie di provvedimenti e da circolari ministeriali e di altri enti competenti,
contenenti divieti di denominazioni e diciture non italiane.
Il 28 giugno 1938 esce il decreto-legge n.1162 «Norme dirette alla difesa del prodotto italiano contro la
illecita concorrenza del prodotto straniero», che vieta diciture e denominazioni in lingua straniera se non
accompagnate da indicazioni in italiano. Questo decreto viene poi convertito, con modificazioni in legge
n.251 il 19 gennaio 1939 e precisato ulteriormente con la legge n.215 del 12 febbraio 1940, per la
«Protezione del prodotto italiano contro la illecita concorrenza del prodotto camuffato come straniero».
Il 5 dicembre 1938 il decreto-leggen.2172 vieta le denominazioni straniere anche ai locali di pubblico
spettacolo. Il controllo delle utilizzazioni pubbliche della lingua raggiunge il suo culmine durante gli
ultimi anni del regime con la legge n.2042 del 23 dicembre 1940 sul «divieto dell’uso di parole straniere
nelle intestazioni delle ditte e nelle varie forme pubblicitarie».

3.4.2. I LAVORI DELLA COMMISSIONE PER L’ITALIANITA’ DELLA LINGUA

Oramai la politica linguistica in Italia appare come un fatto importante ai fini dell’organizzazione del
consenso, per cui il regime sente la necessità di coordinare tutte le iniziative nate al riguardo e di
istituire un comitato di esperti. Infatti nel 1940 il Ministero dell’Interno dà all’Accademia d’Italia, la più
prestigiosa e rappresentativa istituzione culturale del regime, e in particolare a una sua apposita
commissione “per l’italianità della lingua”, l’incarico di eliminare gli esotismi, assicurandosi così il
controllo burocratico della politica linguistica.

199 Cfr. Raffaelli, 1979, p.41.

83

La messa al bando di un cospicuo numero di parole straniere e la loro conseguente sostituzione, in forza
della legge n.2042 già citata, sono da considerarsi l’iniziativa puristica più severa e autoritaria della
politica linguistica perseguita dallo stato italiano negli anni del fascismo200. Infatti fu il traguardo di una
ventennale campagna sostanzialmente ideologica contro la libera esibizione scritta di parole e locuzioni
straniere, che fu condotta per un quindicennio attraverso le strategie dissuasorie della propaganda e
soprattutto dell’onere pecuniario: una speciale imposta sulle insegne commerciali in lingua diversa
dall’italiano, che fu dapprima quadrupla (decreto-legge 11 febbraio 1923, n.352) e che, dopo aumenti
intermedi, raggiunse infine la maggiorazione di venticinque volte (regio decreto 9 settembre 1937).

Tornando alla legge n.2042 del divieto della pubblica utilizzazione di tutti i prestiti integrali, esso costituì
l’opportunità di disciplinare e agevolare l’applicazione del provvedimento, trovando modo di indicare i
prestiti da bandirsi e i relativi sostituti italiani.

Il presidente Luigi Federzoni201 ricevette la richiesta ufficiale da parte del ministro dell’Interno di


iniziare subito, in attesa dell’emanazione del provvedimento, “la ricerca dei termini italiani da sostituire
a quelli stranieri, e particolarmente a quelli in maniera tecnica, finora ritenuti intraducibili, in maniera
che possa essere offerta tempestivamente una guida a coloro che saranno tenuti ad attuare i precetti
della legge”. Federzoni propone anche, in una riunione del consiglio accademico, la pubblicazione di un
Bollettino, utile ad assolvere il compito assegnato alla Commissione. Il suo compito è quello di compilare
elenchi di parole straniere determinando in base a dei criteri di necessità ed urgenza, quali di esse vanno
sostituite con termini italiani, quali semplicemente italianizzate, quali tollerate o date già per acquisite
nella lingua italiana. Nel caso di esotismi tecnici di settori quali quelli commerciale, alberghiero,
industriale e altri, la Commissione deve tener conto delle proposte pervenute dai rispettivi organi
sindacali o dagli stessi competenti di settore. Viene anche precisato nel Bollettino202 che le “decisioni, e
cioè la sostituzione del vocabolo straniero o l’adattamento di esso al modo nostrano”, sarebbero di
competenza degli Accademici dell’intera classe di

200Iniziativa questa che si collegava del resto a un orientamento molto sentito anche nei decenni
precedenti al regime, aggiornando un filone di purismo peraltro secolare. Tra gli antecedenti più
significativi, i congressi novecenteschi della Società Nazionale Dante Alighieri: quelli di Brescia (1909),
Pallanza (1913) e Fiume (1924).

201Luigi Federzoni (1878-1967) è stato un uomo politico e letterato, più volte ministro, presidente del
Senato dal 1929 al 1939, accademico e presidente dell’Accademia d’Italia dall’8 marzo 1938 al 28 luglio
1943, accentuandone la connotazione ideologica.

202«Bollettino di informazioni della Reale Accademia d’Italia», I, n.1-3, 5.

84

Lettere, che dovrebbero essere coadiuvati da altre classi qualora ve ne fosse la necessità.

Tuttavia il prospettato “riassunto delle proposte, stese da un relatore per ogni singola voce in esame”,
con relativa pubblicazione nello stesso Bollettino, non viene mai fatto. Infatti nel

Bollettino si trovano unicamente gli elenchi delle sostituzioni.

Le decisioni degli Accademici sulle parole straniere da sostituire, a seguito di disposizioni del

Ministero dell’Interno, avrebbero efficacia non solo “morale ma anche legale e quindi obbligatoria”, e in
questo senso il Bollettino assumerebbe valore di “testo normativo”. Però il decreto n.720 del 26 marzo
1942 riguardante le norme integrative alla legge 2042, limita i poteri della Commissione: le sostituzioni
proposte dalla Commissione finiscono per avere soltanto valore di suggerimenti, e viene così limitato
anche il potere dell’Accademia, senza peraltro ridurne la responsabilità in quanto comunque “arbitra
delle questioni di massima che possano sorgere in materia tecnico-linguistica”203.

Il Bollettino parla enfaticamente dell’eliminazione delle parole straniere e addirittura si ritiene

“un’offesa per ogni italiano il dover sopportare che nelle insegne pubblicitarie, nelle intestazioni delle
ditte commerciali, e talvolta, anche in qualche giornale od in opere a stampa, siano ripetuti vocaboli
stranieri, veri barbarismi, penetrati clandestinamente nel nostro idioma e tanto affermatisi da far molto
spesso dimenticare e quasi abrogare per desuetudine il vocabolo italiano o da impedire la formazione
del vocabolo italiano corrispondente”204.
Se si scorrono gli elenchi dei forestierismi da eliminare, è facile riscontrare che gli ambiti terminologici
che maggiormente interessano alla Commissione sono le lingue speciali di interesse produttivo,
commerciale e artigianale, ciò spiega anche il ricorso alle organizzazioni di settore da cui ricevere
consulenze. Più difficile è capire la ragione di un interesse così esclusivo, diversamente da quanto è
accaduto in Turchia, dove l’epurazione ha tentato di coprire anche il campo della lingua comune. Si può
supporre che questa sensibilità verso la terminologia propria della sfera produttiva e commerciale sia
dovuta a una sorta di sforzo di rispondere a uno stimolo dei tempi: negli anni in cui le strutture
produttive italiane, commerciali e di servizi, assumono dimensioni anche politicamente rilevanti, appare
probabilmente necessario che esse si presentino all’esterno con un apparato terminologico specifico e
autoctono. Una sorta di riprova, insomma, della totale indipendenza italiana dall’estero, sia di tipo
produttivo che di tipo terminologico.

203Cit. da Migliorini, 1942, p.120.

204«Boll.», I, n.1-3, 5.

85

La lotta ai forestierismi sotto il fascismo si svolse in un contesto diverso da quello del vecchio purismo.
Esasperando l’identificazione già ottocentesca di lingua e nazione, trasferì le istanze del tradizionale
piano teorico a quello pratico della comunicazione quotidiana e pubblica. Pur non abbandonando del
tutto la vecchia impostazione, si ammise “che non era possibile voltare le spalle all’Europa” (senza però
assecondare un “europeismo servile”), e non si accettò di “limitare l’orizzonte al mondo delle
lettere”205. L’alta considerazione della tradizione nazionale non doveva quindi pregiudicare un
arricchimento attraverso il contatto con le altre lingue. I loro apporti erano sempre più massicci e al
tempo stesso articolati, a causa della diffusione delle nuove invenzioni e dei nuovi modi di trasmissione
del sapere. La

Commissione per l’italianità della lingua si astenne dal respingere indiscriminatamente ogni voce
straniera, mostrando di non voler modellare del tutto le proprie scelte su quelle dei puristi intransigenti,
quali si erano mostrati negli anni precedenti, per esempio, Torquato Gigli o Paolo Monelli e di non
dimenticare l’atteggiamento sostanzialmente moderato seguito per esempio da Tommaso Tittoni o da
Panzini. Nonostante questo, nella pratica il lavoro della Commissione, pur senza identificarvisi
totalmente, si avvicinò al rigido purismo xenofobo che era esploso alla fine degli anni Trenta e che era
proprio allora incontenibile. Esso rispecchiava anche un riconoscimento verso la funzione sociale e gli usi
pubblici della lingua, quale era stato sviluppato e sostenuto già all’inizio del secolo dal movimento
nazionalista, peraltro con obiettivi soprattutto politici.

La distanza tra il compito istituzionale affidato all’Accademia, che era essenzialmente di taglio socio-
linguistico, e l’eterogeneità delle competenze dei membri della Commissione, di tipo invece
prevalentemente letterario, non fu mai del tutto colmata, anche per la rapidità dei tempi operativi
imposti dalla legge, e nonostante il coinvolgimento degli enti professionali. Anche per questo motivo le
indicazioni metodologiche formulate dagli accademici furono sporadiche e fragili. Nell’adunanza
inaugurale del 14 febbraio 1941 si discusse della necessità di seguire un criterio che tenesse conto “ad
un tempo delle necessità pratiche e sostanziali della lingua e della opportuna e conveniente eleganza
formale di essa”, anche se talvolta il lavoro si presentava “molto difficile in quanto, come ad esempio nel
campo dello Sport”, vi erano ormai “termini radicati e internazionalmente riconosciuti”206.

205Migliorini, 1942, pp. 91 e 143.

206Cit. in Raffaelli 1983, pp.52-53.

86

Gli addetti ai lavori sono attenti alle disposizioni legislative in fatto di lingua e ciò viene dimostrato dalla
rubrica «Si dispone che…» in cui la rivista «Lingua Nostra» inizia, fin dalla sua fondazione ad opera di
Migliorini e Devoto nel 1939, la “raccolta delle disposizioni legislative, amministrative e le deliberazioni
delle autorità competenti, le quali si riferivano alla lingua o che avessero conseguenze linguistiche”207.
Infatti in essa viene riportato il testo della legge n.2042 e la notizia sul relativo compito
dell’Accademia208. Migliorini la continuò con cadenza quasi regolare per dieci puntate, fino al 1942,
riuscendo a pubblicarvi 25 schede, metà delle quali ovviamente, dati i tempi, informavano su
provvedimenti xenofobi209.

Il 26 marzo 1942 esce il decreto n.720 con norme integrative alla legge n.2042, e anche questo testo
viene pubblicato nei suoi punti essenziali sulla rivista210. Di queste due leggi, che sono senza dubbio le
più importanti nella politica linguistica del regime, addirittura Alfredo

Panzini nell’ottava edizione del Dizionario moderno (1942) riferisce nell’appendice “Forestierismi da
eliminare”. È opportuno ricordare che la legge n.2042 è stata abrogata solo con decreto 26 aprile 1946,
n.543.

Per completare l’elenco delle leggi occorrerebbe aggiungere la lunga serie di quelle che nel ventennio
fascista sancirono innovazioni in svariati ambiti: per esempio nella toponomastica con Montenapoleone
> Vibo Valentia o Provincia del Friuli>Provincia di Udine, nel lessico, con levatrice>ostetrica211.

E dovrebbe essere menzionata perfino qualche legge di maggior respiro: per l’ambito toponomastico, il
r.d.l. 10.5.1923, n.1158, che disciplinò il mutamento del nome delle vecchie piazze e strade urbane (e
che fu convertito nella legge 17.4.1925, n.473) e la legge 23.6.1927, n.1188, che regolò la dedica di
odonimi e di mutamenti a persone defunte; inoltre, sulle lingue straniere, il r.d.l. 5.10.1993, n.1414, che
prescrisse la doppiatura in italiano di tutti i film importanti, da compiersi con personale artistico e
tecnico esclusivamente nazionale. Infine sui

207«Lingua Nostra», I, 1939, p.64.

208«LN», I, 1941, pp.95-96.
209Esse informavano cioè su testi legislativi riguardanti i teatronimi, le etichette di prodotti industriali, i
nomi dei neonati, i forestierismi, su circolari ministeriali relative ai nomi degli artisti, su mutamenti
onomastici o lessicali deliberati da altre organizzazioni. Cfr. Raffaelli 1997, pp.30-45.

210«LN», IV, 1942, pp.119-120.

211Le disposizioni di legge che sancirono le singole innovazioni toponomastiche sono menzionate in
Cappello, Tagliavini 1981.

87

dialetti la legge 2.2.1939, n.466 (relativa al “Riordinamento della Discoteca di Stato” e alla censura
discografica), che nell’art. 2, comma 6, sollecitava fra l’altro, a far registrare i dialetti, i canti popolari e le
manifestazioni tradizionali e di costume di tutte le regioni, le colonie e i possedimenti d’Italia.

Due interessanti testimonianze di testi ispirati alla politica linguistica del fascismo sono le cosiddette
“note di servizio” alla stampa e le “disposizioni” agli iscritti al Partito nazionale fascista.

Vanno ascritti alla prima categoria quei brevi messaggi che nel periodo fascista disciplinarono l’attività
dei giornali sia di partito che quelli indipendenti. Tali messaggi orientativi – che spaziavano dall’ordine
perentorio all’istruzione vincolante, al consiglio, al biasimo e talora all’encomio – erano all’epoca
ufficialmente chiamati, con asettica locuzione burocratica di probabile ascendenza ottocentesca, note di
servizio212. In ambito giornalistico erano correntemente detti veline. Questo termine, che i lessicografi
hanno tardato a registrare213, si affermò probabilmente verso il 1932, servendo a designare non
soltanto le succinte istruzioni alla stampa, ma anche i cosiddetti comunicati, cioè i testi di provenienza
burocratica da pubblicarsi nei quotidiani, previa abituale revisione di Mussolini. Dal giornalista Gastone

Silvano Spinetti sappiamo che il Duce ogni giorno “verso le 13, consegnava tutti i comunicati che gli
erano stati consegnati da lui modificati o abbreviati, se non li aveva cestinati, oltre che le disposizioni per
la stampa”; a quel punto entravano in funzione gli addetti alla loro diffusione. Spinetti aggiunge: “non
potendosi usare il ciclostile per ragioni di tempo, i comunicati si battevano su una comune macchina sa
scrivere con più fogli di carta carbone e si davano in velina ai giornalisti, mentre le disposizioni di
massima si comunicavano ai giornalisti in attesa ogni giorno del rapporto quotidiano oppure per
telefono alle redazioni

[…]. Veline con disposizioni non sono state date mai o quasi mai dal 1933 al 1940, ma i quotidiani che
ricevevano le disposizioni dai giornalisti tornati dal rapporto o per telefono le

212La locuzione è costituita dai tecnicismi burocratici nota per “comunicazione di carattere ufficiale” e
servizio per “prestazione operata nell’ambito di una impresa collettiva”. La locuzione non figura
nemmeno in lessici di vasto respiro, quali il GDLI (Grande dizionario della lingua italiana impostato a cura
di Salvatore Battaglia) e il DELI (Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani).
213La prima registrazione lessicografica del termine in accezione giornalistico-politica si deve a G.
Aliprandi,

1962, p.55, che attinge l’attestazione a G. Mottana, 1960, pp. 178 e 269.

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battevano in più copie e distribuivano le veline ai responsabili dei singoli settori”214. Comunque la più
lontana attestazione di velina finora reperita si trova, comprensibilmente non connotata, in una
“riservatissima” del 13.2.1940, che il capo di gabinetto del Ministero della cultura popolare, Celso
Luciano, inviò a Carlo Tiengo, prefetto di Torino: “Caro Tiengo, ti rimetto l’unica copia di una Velina, in
base alla quale sarebbe opportuno che tu tenessi un po’ d’occhio – se credi – l’ambiente de La Stampa.
Cordialmente, L.”215.

Sui modi e sui tempi di emissione delle note di servizio si possono dire alcune cose desunte dalla
storiografia sul giornalismo fascista216. Dopo che Mussolini ebbe portato nel 1922 il fascismo al potere,
mirò presto ad estendere il controllo sui quotidiani e sui periodici, e per poterlo esercitare
efficacemente allestì e pose alle proprie dipendenze, con decreto del 23 agosto 1923, l’Ufficio stampa
del capo del governo. A quell’efficace organismo personale di intervento che gli permetteva di dirigere i
lavori in maniera vigile e intransigente, di tutti i giornali italiani e che proprio per questo prediligeva,
affidò tra l’altro il compito di comunicare istruzioni alla stampa nazionale o a singole testate; e glielo
fece svolgere con una cadenza che, dopo l’instaurazione della dittatura e il concomitante asservimento
dell’informazione al regime fascista nel 1925, da estemporanea diventò gradualmente, sotto la direzione
di Giovanni Capasso Torre217 (1924-1928) e Lando Ferretti218 (1928-1931), meno rada. L’azione
dirigistica dell’Ufficio stampa fu, insomma, nel decennio iniziale, alquanto modesta e relativamente
misurata. Ebbe invece una netta impennata quando, nel dicembre 1931, Mussolini sostituì Ferretti con
Gaetano Polverelli219 che, animato da schietto fervore

214 Si veda la lettera di G.Silvano Spinetti in Storia contemporanea, II, 1971, p.224. Lo Spinetti fu
addetto all’emanazione delle veline dall’aprile del 1933 al giugno del 1940. Storia Contemporanea fu
una rivistafondata nel 1970 da Renzo De Felice e da lui diretta per 27 anni fino alla morte, avvenuta
nel 1996; era edita daIl Mulino e trattava di ricerca storica, in particolare sul Fascismo. La periodicità,
originariamente trimestrale, divenne bimestrale nel 1978. Dopo la morte di De Felice, nel 1997 ha
cessato le pubblicazioni.

215Ministero Cultura Popolare, busta 119, fascicolo 16.

216Cannistraro, 1975.

217Giovanni Capasso Torre (1883-1973) fu nominato dal 1925 capo dell’ufficio della stampa della
presidenza del consiglio e durante la guerra collaborò a diversi giornali, come «La Stampa», «Il
Messaggero», e «Nuova Antologia».
218Lando Ferretti (1985-1977) è stato un politico, giornalista e dirigente sportivo.

219Gaetano Polverelli, marchigiano (1886-1960) era allora deputato e anche (dal 1928) segretario del
sindacato fascista dei giornalisti di Roma e del Lazio; perduta la carica di capo dell’Ufficio stampa nel
1933, tornò ad occuparsi autorevolmente di giornalismo dapprima come sottosegretario (dal 12.1.1941)
e poi come titolare del

89

ideologico e guidato da severità e inflessibili idee, riuscì subito a rendere l’Ufficio più efficiente e
prestigioso, facendolo diventare soprattutto un attivissimo centro di raccolta, di rielaborazione e di
smistamento delle note di servizio.

Veniamo alle disposizioni agli iscritti al PNF. Per anni il direttorio nazionale fascista mancò di un canale
stabile di comunicazione continua che gli permettesse di informare, guidare e pungolare le gerarchi
locali. Infatti anche il Foglio d’Ordini, che il segretario Augusto Turati varò il 31.7.1926 e che i successori
continuarono a compilare, si limitava a diffondere poche direttive di carattere ufficiale, con periodicità
variabile (giunse al n. 292 il 6.5.1942). Conscio della lacuna, Achille Starace, che, già vicesegretario,
divenne segretario nazionale del partito il 7.12.1931, fece uscire all’indomani della sua promozione
(11.12.1931), un bollettino per gli iscritti, dal titolo Foglio di Disposizioni; e da quel momento curò per
anni di redigerne personalmente e per intero le due e più facciate, ogni giorno, e di diffonderlo, a
stampa, facendogli raggiungere così, alla fine del suo mandato, il n.1455 (3.11.1939). Con questa
pubblicazione, che anche i suoi successori pubblicarono con cadenza pressoché quotidiana, Starace mirò
a gestire con pignola intransigenza la vita di partito, distribuendo, con ossessivo incalzare, comandi,
avvisi, suggerimenti, deplorazioni e pure encomi, a proposito dei suoi più svariati aspetti e problemi,
inclusi quelli della comunicazione linguistica. Queste disposizioni, a parte immediata notorietà negli
ambiti di partito e, specialmente negli anni di guerra, anche fra i lettori dei quotidiani, furono in grado di
influire sul linguaggio non solo dei fascisti e della loro stampa, ma anche, inevitabilmente dati i tempi, su
quello di tutti gli italiani.

Lo studioso Sergio Raffaelli nel suo articolo su «Lingua Nostra» “Si dispone che… Direttive fasciste sulla
lingua: antiregionalismo e xenofobia” fa notare come le note di servizio di interesse linguistico siano
circa 500; le disposizioni invece quasi 100, sulle almeno 15000 comunicate agli iscritti da Starace e
successori (Ettore Muti, Achille Serena, Aldo Vidussoni e Carlo Sforza). Esse toccano, in chiave
naturalmente più o meno ideologica, svariati temi che, per opportunità espositiva, si possono così
classificare: dialettalità, rapporto linguistico dell’Italia con l’estero, lessico e onomastica di regime,
pronome allocutivo lei, stile giornalistico e burocratico fascista .

I modelli linguistici non vengono stabiliti solo dalle leggi. Gli stessi uomini politici, senza escludere
Mussolini, proponendo un loro modello di comportamento linguistico, diventano
Ministero della cultura popolare (dal 6.2.1943). Per una ricostruzione puntale della sua carriera politica
cfr. Missori, 1986.

90

parte integrante della politica linguistica ufficiale. Mussolini collabora alla sesta edizione del

Dizionario moderno di Panzini (1931) e sostiene pubblicamente la purezza della lingua italiana. Inoltre,
nel Vocabolario della lingua italiana dell’Accademia d’Italia (1941) e nella

Grammatica degl’Italiani di Traballanza e Allodoli (1934) si trovano citazioni di Mussolini e diventano


anche frequenti.

Riguardo alla purezza della lingua, viene prodigato notevole impegno dagli studiosi e, in particolar modo,
da linguisti e letterati. Le proposte dei linguisti sulla rinnovata “questione della lingua”220 non si basano
su teorie linguistiche e su metodi descrittivi di analisi e di verifica empirica. Si tratta piuttosto di
concezioni nutrite di deteriore e vecchio purismo, che nell’ideologia fascista trovano un nuovo terreno.
La posizione più autorevole tra i

“neopuristi” dell’epoca è quella di Bruno Migliorini, il principale elaboratore e fautore del “neopurismo”,
concetto da lui stesso definito in questi termini: “Il carattere essenziale del purismo è la sua lotta contro
ogni specie di innovazione. Il neopurismo, distinguendo tra forestierismi e neologismi, vuole saggiare gli
uni e gli altri alla luce della linguistica strutturale e funzionale […] D’altra parte il purismo teneva
d’occhio solo l’Italia; il neopurismo vuole servire alle necessità italiane, ma reputerebbe cattiva politica
quella di chiudere gli occhi alla realtà europea. Il purismo aveva di mira soprattutto la lingua letteraria; il
neopurismo estende lo sguardo anche alle lingue speciali”221.

Al contrario del purismo classico che insorgeva contro ogni tipo di neologismo, specificatamente nella
lingua letteraria, il neopurismo distingue più precisamente tra i neologismi inerenti al sistema linguistico
italiano e i cosiddetti “esotismi” o “forestierismi” entrati nella lingua, concentrandosi in particolare sulla
lingua di uso comune e sulle lingue speciali dei settori della vita economica (industria, commercio) e
della vita culturale (cinema e stampa) in contrapposizione alla lingua letteraria.

In pratica, per identificare la norma linguistica si cerca di individuare principalmente quali siano gli
elementi disturbatori per poi eliminarli dalla lingua italiana, basandosi da un lato sul principio
dell’“autarchia linguistica”222, dall’altro sull’equazione lingua = nazione. A loro volta, l’idea di autarchia
linguistica e l’identificazione di lingua, nazione e popolo sono naturalmente l’antitesi di una lingua
eterogenea costituita dagli apporti di diverse tradizioni

220Cfr. per esempio Bertoni, 1938.

221Cit. in Migliorini 1940, p.47.

222Espressione che ricorre per la prima volta in Bruno Migliorini.


91

locali223. Ciò spiega come l’assunto dell’unità nazionale della lingua si traduca in lotta e
successivamente, repressione, dell’uso dei dialetti italiani in situazioni formali e pubbliche. D’altro canto,
la concorrenza internazionale in campo economico e politico, sulla base dell’ideale egemonia italiana,
incentiva la pianificazione linguistica nei riguardi della norma dell’uso dell’italiano e contro gli elementi
linguistici provenienti da altre lingue, soprattutto da quelle delle nazioni nemiche. Ciò acquista
particolare importanza dal momento che gran parte delle parole straniere del campo industriale ed
economico, ma anche culturale e sportivo, provengono dal francese, dall’inglese e anche dal tedesco. Il
risultato è appunto una serie di leggi contro le parole straniere e, per ottenerne l’epurazione, la
conseguente attività dell’Accademia d’Italia. Sugli esotismi si concentrano sia la politica linguistica
ufficiale che gran parte degli addetti ai lavori, individuando in essi il peggior pericolo per la lingua
italiana. La discussione teorica dei linguisti è tesa ad individuare da un lato i criteri secondo i quali un
termine deve essere considerato esotismo e quindi eliminato o accettato ormai nell’italiano224,
dall’altro i criteri di sostituzione degli esotismi (traduzione, adattamento a livello fonetico e/o
morfologico o espressioni nuove coniate ad hoc).

Tra le varie proposte sulla questione degli esotismi, vi è chi li condanna in assoluto e chi, meno
intransigente, cerca di conservarli giustificando la necessità del loro uso con la mancanza della relativa
parola italiana o semplicemente col fatto che ormai intorno a determinati termini stranieri esiste un
consenso generale225.

3.5. RIESAME FINALE

Dai dati finora considerati è possibile affermare in maniera sufficientemente dettagliata l’esistenza di
una politica linguistica durante il periodo fascista, anche se non sempre è stata coerente e pianificata.

223Questa tesi è sostenuta ad esempio da Monelli in Lingua, dialetto e gergo, «Primato», III n.13 (1
luglio), p.244.

224Menarini, per esempio, rifiuta il metodo etimologico, perché secondo questo troppe parole
andrebbero eliminate, per le quali non si potrebbe dimostrare la continuità dell’antica latinità. Anche
nella questione delle lingue minoritarie la riprova della latinità costituisce un metro di
giudizio linguistico-puristico.

225Cfr. Bertoni 1939 p.166 o Panzini 1932, p.84.

92

Si è visto come la varietà linguistica ufficiale stabilita come norma deve essere unicamente un italiano
standardizzato, riconoscendo uno status del tutto subordinato alle lingue minoritarie e ai dialetti.
Mentre i dialetti vengono tollerati nell’uso privato, si cerca con tutti i mezzi di scoraggiare l’uso della
lingua minoritaria anche nella vita privata: basti ricordare che le disposizioni contro l’uso della lingua
minoritaria sulle lapidi mortuarie, l’italianizzazione dei cognomi e il divieto di imporre nomi di battesimo
non italiani. Le misure adottate contro le lingue minoritarie sono più considerevoli rispetto a quelle per i
dialetti. La lingua minoritaria quindi è una lingua scoraggiata e la varietà standard arriva ad assumere
tutte le funzioni a livello pubblico e, nel caso delle minoranze, esiste il tentativo di imporla col tempo
anche nell’uso privato.

La pianificazione linguistica verte in definitiva su tutte le varietà muovendosi in un’ottica micro- e


interlinguistica (battaglia contro i regionalismi ed esotismi) ma anche macro- ed extralinguistica con le
disposizioni contro i gerghi, i dialetti in genere, e soprattutto contro le lingue minoritarie226. Più in
generale si può affermare che essa parte da un’ottica macro- ed extralinguistica. Da un punto di vista
intralinguistico, la politica linguistica del fascismo si presenta in veste di purismo linguistico,
specialmente per quel che riguarda dialettismi e forestierismi nell’uso linguistico pubblico. Tuttavia mira
da un lato alla stabilità del codice prescelto (codificazione di una lingua ufficiale) dell’italiano
standardizzato nei confronti dei dialettofoni e dall’altro all’estensione funzionale della lingua ufficiale
per quanto riguarda i gruppi minoritari. Allo stesso tempo la standardizzazione, per quanto riguarda gli
interventi dall’alto, è formale, dal momento che il comportamento linguistico è codificato dalla
comunità dei parlanti, anche se, accanto a questa, esiste il processo spontaneo di standardizzazione
informale, inoltre essa è monocentrica e endonormativa. Quanto ai datori della norma, se ne trovano sia
nell’ambito governativo (i Senatori del Regno Tommaso

Tittoni e Alessandro Chiappelli e Luigi Federzoni, oppure i ministri della pubblica istruzione come Gentile
e Bottai) che al di fuori delle strutture governative (i linguisti Migliorini e Bertoni): la pianificazione si
trova così ad essere gestita sia a livello decisionale che esecutivo.

Le motivazioni sottese a questa politica linguistica sono prevalentemente di controllo sociale al fine di
far corrispondere alla proclamata unità nazionale, l’unità anche sul piano linguistico.

Sul piano ideologico il tutto viene colorito da autarchia e xenofobia.

226 Cfr. Foresti, Proposte interpretative e di ricerca su lingua e fascismo: la “politica linguistica”, in Leso-


Cortellazzo-Paccagnella-Foresti, 1977, pp.119-120 e 139.

93

Per quel che concerne le misure di intervento riferite sia alle aree che ai mezzi, si ha anche qui un
quadro abbastanza vario. Vi è un canale governativo di legislazione con leggi, decreti e circolari
ministeriali e le cosiddette “veline” emesse dal Ministero della Cultura Popolare che regolano l’uso
linguistico della stampa. Nelle comunicazioni di massa si hanno le trasmissioni radio, la stampa con
quotidiani, riviste e altri giornali attraverso cui passano degli ordini di tipo linguistico e retorico-
stilistico; lo stesso vale anche per il cinema. Infine l’istruzione e la cultura accademica si avvalgono di
riviste scientifiche (come «Lingua Nostra» con una parte appositamente normativa), specialistiche e
altre pubblicazioni. Rispetto ai mestieri le Confederazioni sono attive in campo di politica linguistica
fornendo pubblicazioni di liste per la sostituzione di termini stranieri.

In queste considerazioni è importante tener presente che non si tratta solo di una politica linguistica del
fascismo, ma anche di una politica linguistica durante il fascismo. È una puntualizzazione essenziale per
comprendere bene che tale politica linguistica comporta un indirizzo intragovernativo e uno
extragovernativo; ma vi è legata anche un’altra domanda: è il fascismo che impone una linea di politica
linguistica ai linguisti o sono i linguisti a dettare le linee di politica linguistica agli esponenti del regime?
Non è facile rispondere ma non pare tuttavia che la risposta sia a favore più di una o dell’altra tendenza,
ma piuttosto che entrambe si completino in un complicato intreccio.

94

4. LA LEGISLAZIONE LINGUISTICA NELL’EPOCA DELLA

REPUBBLICA
4.1.QUATTRO PIANI DI ANALISI

Anzitutto una domanda: c’è spazio per una politica linguistica orfana di una legislazione linguistica?
Sembrerebbe di no dal momento che la legge è il veicolo della decisione politica e quindi senza una
legge non c’è nemmeno una politica.

Ma non è esattamente come appare, in primo luogo perché le stesse lacune normative possono ben
riflettere una scelta, quella del laissez-faire, dell’astensione da parte dei poteri pubblici in campi
consegnati all’autonomia privata. Oppure si potrebbe vedere nell’atteggiamento dello Stato l’attuazione
del principio di deregolamentazione, termine con il quale ci si riferisce al ritrarsi degli Stati dalla
ingerenza e dall'interventismo nella società civile da una serie di fattori eterogenei ma convergenti
concorre ad indurre Sono fattori, al contempo, culturali e politici (sintetizzabili nell'espressione 'ondate
liberiste'), economici e sociali (sintetizzabili nella formula, pur abusata, di crisi degli Stati sociali).

In secondo luogo si tratta pur sempre di valutare l’indirizzo politico che si rispecchia nelle leggi, di
misurarne l’efficacia alla prova dei fatti, di metterne a nudo gli obiettivi. Sempre che, beninteso, le leggi
rispondano a un progetto e/o a una trama preordinata. Prerequisito, questo, non sempre verificabile.

Michele Ainis227 suggerisce di analizzare l’argomento su quattro piani. Primo: il resoconto degli


interventi normativi che si sono succeduti dalla Costituzione in poi, rispetto alla tutela e alla
valorizzazione della lingua italiana, alla salvaguardia dei suoi caratteri essenziali, alla sua diffusione.
Secondo: l’esame della legislazione di sostegno alle minoranze linguistiche, che d’altronde la Carta
Costituzionale del 1947 protegge espressamente. Terzo: il fronte delle politiche linguistiche verso gli
immigrati che chiedono ospitalità all’Italia. E in quarto luogo l’analisi deve considerare se ci sia un
elemento di doverosità costituzionale nella politica linguistica e nel caso, quale sia.

227 Ainis, 2010, pp. 175-194. Michele Ainis (Messina, 6 gennaio 1955) è


un giurista e costituzionalista italiano.

95

4.2 LA TUTELA DELLA LINGUA ITALIANA

Il primo livello è costituito dalla tutela dell’italiano, insieme alla promozione della sua conoscenza. Se da
quest’ambito di osservazione si escludono le normative sull’istruzione primaria e secondaria (che
ovviamente prevedono sempre l’insegnamento della lingua italiana, a partire dalla legge Casati del 1859)
rimane ben poco. È probabile che questa lacuna rifletta un’identità nazionale debole, incerta sui suoi
stessi connotati, per l’appunto fin dagli esordi dello Stato unitario. E infatti basti pensare agli americani
che hanno una festa nazionale (il Memorial Day) dal 1868, la Germania (con la Giornata di Sedan) dal
1871, la Francia dal 1880 (il Quattordici luglio), dopo l’unità in Italia l’unica ricorrenza pubblica rimase la
Festa dello Statuto228 introdotta in Piemonte nel 1851. Nelle monete, nei francobolli, nelle piazze non si
incontrava tanto l’immagine dell’ “Italia turrita” (allegoria e personificazione dell’Italia) messa in
circolazione durante il Risorgimento da Canova e altri, quanto piuttosto la croce di Savoia229.
Poi si è sperimentata la parentesi fascista, e in quel ventennio ha preso corpo una politica linguistica
nazionalistica ed aggressiva, inframmezzata da interventi punitivi verso le lingue delle minoranze
etniche, dalla lotta ai forestierismi ed esotismi, dal mito della purezza della lingua italiana. Ma quando
quella parentesi fascista si è chiusa, nella legislazione dell’età repubblicana è tornato a prevalere il
vuoto. La ragione può essere identificata in una reazione di rigetto verso gli eccessi del fascismo, o nel
fatto che non si siano accettate mezze misure.

Questo non significa che l’ordinamento italiano sia del tutto privo di norme sulla lingua italiana. Sarebbe
impossibile, perché la lingua è un potente elemento di cultura, e perché ogni

228 Lo Statuto del Regno o Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia del 4 marzo 1848, noto
come Statuto Albertino dal nome del re che lo promulgò, Carlo Alberto di Savoia, fu
la costituzione adottata dalRegno sardo- piemontese il 4 marzo 1848 a Torino. Nel preambolo autografo
dello stesso Carlo Alberto viene definito come «Legge fondamentale perpetua ed irrevocabile della
Monarchia sabauda». Il 17 marzo 1861, con la fondazione del Regno d'Italia, divenne la carta
fondamentale della nuova Italia unita e rimase formalmente tale, pur con modifiche, fino al
biennio 1944-1946 quando, con successivi decreti legislativi, fu adottato un regime costituzionale
transitorio, valido fino all'entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana, il 1º gennaio
1948. Lo Statuto Albertino, nonostante non abbia natura di fonte legislativa sovra ordinata alla legge
ordinaria, può essere considerato a tutti gli effetti un primo esempio di costituzione breve. La festa dello
Statuto albertino fu celebrata per la prima volta il 27 febbraio 1848, dopo che lo Statuto era stato
annunciato l'8 febbraio, ma non ancora proclamato. Già festa nazionale del Regno di Sardegna, fu
spostata alla prima domenica di giugno e fu estesa alle altre regioni in seguito alle annessioni.

229C. Duggan, 2008, pp.332 ss.

96

ordinamento giuridico non può che riflettere la cultura nazionale. E così dovrebbe essere poiché, come
dice Montesquieu230, le buone leggi dovrebbero rispecchiare la geografia dei popoli, i loro tratti
antropologici, il numero dei cittadini e il clima.

Durante i decenni successivi alla Carta del 1947, si incontra una quantità di leggi e di regolamenti che
configurano l’uso dell’italiano come obbligatorio per avvalersi di determinate prestazioni pubbliche. Per
esempio il D.M. 27 giugno 1991, dove si dispongono contributi per l’acquisto di particolari
apparecchiature, purché l’attestazione del costruttore sia scritta in lingua italiana; il d.P.R. n. 43 del
1973, che prescrive l’esibizione di attestati in lingua italiana per lo sbarco di merci trasportate via mare;
la legge n. 31 del 1982, che esige una serie di comunicazioni in italiano per consentire l’attività forense
ad avvocati provenienti da altri Stati della Comunità europea; nonché vari altri provvedimenti normativi
dello stesso tenore. In secondo luogo, per ragioni simili, l’italiano viene imposto da molte disposizioni sui
pubblici uffici risalenti al periodo statutario, che la Repubblica italiana ha ereditato senza abrogarle e
nemmeno correggerle. Ci si riferisce ad esempio alla legge n. 89 del 1913231, secondo la quale gli atti
notarili devono essere scritti in lingua italiana; il r.d. n. 1133 del 1942, che impone l’italiano nella
redazione del manifesto di chiamata alle armi; il r.d. n. 1592 del 1933, dove la lingua italiana assurge a
lingua ufficiale dell’insegnamento universitario. In terzo luogo, c’è tutta una serie di atti normativi che
stabiliscono l’uso dell’italiano nell’etichettatura dei prodotti alimentari. Per esempio esistono due
decreti del 1953 (d.P.R. n. 567 e 578) rispettivamente dedicati ai brodi concentrati e agli alimenti per le
diete e per l’infanzia che specificano come la denominazione, l’indicazione della natura del prodotto e la
composizione effettiva analitica del prodotto devono essere necessariamente in lingua italiana. La legge
n. 1354 del 1962, sulla commercializzazione della birra importata che deve avere le informazioni relative
alla sua origine in italiano. La legge n. 351 del 1976, sui prodotti di cacao. La legge n. 753 del 1982, sul
confezionamento del miele. Il D.M. 1 febbraio 1983 relativo alle acque minerali. Il d.lgs. n. 109 del 1992,
circa i prodotti alimentari preconfezionati. In quarto luogo, altri provvedimenti normativi concernono le
modalità di redazione dei fogli informativi che accompagnano svariati tipi di prodotti, dai ricevitori per le
televisioni (D.M. 23 febbraio 1977) ai giocattoli (d.lgs. n. 313 del 1991), dai mezzi di

230C.L. de Montesquieu, 1748.

231Legge n. 89/2013 art. 54: “Gli atti notarili devono essere scritti in lingua italiana. Quando però le parti
dichiarino di non conoscere la lingua italiana, l'atto può essere rogato in lingua straniera, sempre che
questa sia conosciuta dai testimoni e dal notaro. In tal caso deve porsi di fronte all'originale o in calce al
medesimo la traduzione in lingua italiana, e l'uno e l'altra saranno sottoscritti come è stabilito nell'art.
51”.

97

sollevamento (d. P.R. n. 673 del 1982) al tabacco (D.M. 31 luglio1990), dai detersivi (legge n. 136 del
1983) agli apparecchi domestici (d.P.R. n. 783 del 1982), e in tutti questi casi figura sempre l’obbligo di
redigere le istruzioni in lingua italiana. In quinto luogo e infine, l’obbligo medesimo viene replicato
quanto ai criteri di redazione dei contratti di massa, dalle assicurazioni sulla vita (d.P.R. n. 449 del 1959)
all’acquisto di titoli azionari (d.l. n. 95 del

1974)232.

Attraverso questa catena di episodi normativi non si può comunque affermare che si possa definire una
precisa politica linguistica. Non hanno la lingua per oggetto e non si preoccupano del suo stato
all’interno dell’ordinamento legislativo. Hanno come obiettivo invece quello di proteggere l’interesse del
consumatore, reclamano l’uso dell’italiano nei prodotti offerti al pubblico perché altrimenti potrebbe
essere ingannato da offerte incomprensibili. Altre volte rispondono ad esigenze organizzative, con lo
scopo di facilitare i controlli amministrativi e più in generale di garantire il buon funzionamento dei
servizi pubblici. D’altronde anche una legge profondamente innovativa come quella che ha regolato le
attività di comunicazione delle amministrazioni pubbliche (legge n. 150 del 2000) non spende una parola
sul buon uso della lingua italiana: si diffonde ampiamente sui veicoli della comunicazione pubblica (dai
congressi alla televisione), però tace sulle sue tecniche espressive. E ovviamente in questi sei decenni di
legislazione manca qualunque intervento delle autorità sulla selezione delle parole, sia nelle versione
repressiva praticata dal fascismo, sia nella versione direttiva tipica dell’esperienza francese.

A questo fa eccezione una legge, la n. 4 del 1974, che ha vietato agli uffici dello Stato e a tutti gli istituti
pubblici “di usare il termine lebbra, lebbrosario e qualsiasi altro che dalla parola lebbra derivi”. In questo
caso non si tratta di proteggere la lingua perché la legge aggiunge che “tali termini dovranno essere
sostituiti da 'morbo di Hansen', hanseniano, colonia o istituto hanseniano o qualsiasi altro nome che
derivi da Hansen”. La ragione è che negli usi collettivi sentirsi dare del “lebbroso” significa ricevere un
insulto, mentre alla maggioranza è all’oscuro del significato del termine medico. Si tratta quindi di una
legge “politicamente corretta” disposta però a risultare incomprensibile a chiunque non abbia
un’approfondita conoscenza medica.

232 Questa casistica è tratta da A. Somma, 1997, pp. 40 ss e 53 ss.

98

4.3 MANCANZE DA PARTE DELLA COSTITUZIONE

Viene da chiedersi se ci sia solo una responsabilità politica in questo atteggiamento distratto o
negligente nei riguardi della lingua italiana o se vi si affianchi anche una scelta giuridica di fondo, che ha
poi orientato ogni scelta politica, che a sua volta dipende dalle basi su cui fu costruito l’ordinamento
normativo italiano. In Italia manca l’elemento propulsivo e cioè la norma costituzionale. Nella Carta del
1947 non c’è alcuna disposizione che riconosca l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica, e infatti
l’Accademia della Crusca chiede fin dal 1988 che questa lacuna sia colmata. Questa via è già stata
intrapresa dalla Francia attraverso la revisione costituzionale del 1992, in Portogallo nel 2001, e come
più in generale stabiliscono varie Costituzioni di paesi europei: l’Austria, la Bulgaria, l’Estonia, la
Finlandia, l’Irlanda, la Lettonia, Malta, la Polonia, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia, la Spagna.

Questi paesi si riferiscono nelle loro costituzioni alla lingua ufficiale, che è quella scelta come lingua
amministrativa, e altre volte alla lingua nazionale, diventano uno dei simboli identitari come la bandiera,
altre volte ancora viene indicata come lingua, senza altri aggettivi233.

Se ne deduce che l’italiano necessiti quindi di un’integrazione nella Costituzione italiana.

A questa conclusione però, fa notare Ainis234, possono opporsi cinque argomenti. Primo: non esiste una
direzione univoca che seguono tutte le costituzioni europee al di fuori dell’Italia.

Sono quattordici i paesi dell’Unione Europea che fanno posto alla lingua nella propria Carta
costituzionale e quindi sono altrettanti quelli che non si pronunciano al riguardo, senza che il silenzio
riguardo all’argomento significhi anche assenza di qualunque politica di sostegno alla lingua nazionale.

Secondo: non si può dire che l’ordinamento italiano sia nella sua interezza spoglio di fonti costituzionali
riguardanti il ruolo della lingua italiana, dal momento che la Valle d’Aosta e il Trentino Alto Adige fanno
eccezione con i loro statuti. La Valle d’Aosta con lo statuto approvato nel 1948 dedica, sebbene siano
effettivamente dei riferimenti indiretti, tre articoli alla questione della lingua: l’art. 38 recita: “Nella Valle
d'Aosta la lingua francese è parificata a quella italiana. Gli atti pubblici possono essere redatti nell'una o
nell'altra lingua, eccettuati i provvedimenti dell'autorità giudiziaria, i quali sono redatti in lingua italiana.
Le

233Il tema della distinzione tra la lingua ufficiale e quella nazionale è trattato in Faingold, 2004, pp. 11
ss.

234Ainis, 2010, p.180.

99

amministrazioni statali assumono in servizio nella Valle possibilmente funzionari originari della Regione
o che conoscano la lingua francese.”

L’art. 39 aggiunge: “Nelle scuole di ogni ordine e grado, dipendenti dalla Regione, all'insegnamento della
lingua francese è dedicato un numero di ore settimanali pari a quello della lingua italiana.
L'insegnamento di alcune materie può essere impartito in lingua francese”.

Infine l’articolo 40 e il suo bis riportano : “L'insegnamento delle varie materie è disciplinato dalle norme
e dai programmi in vigore nello Stato, con gli opportuni adattamenti alle necessità locali. Tali
adattamenti, nonché le materie che possono essere insegnate in lingua francese, sono approvati e resi
esecutivi, sentite Commissioni miste composte di rappresentanti del Ministero della pubblica istruzione,
di rappresentanti del Consiglio della Valle e di rappresentanti degli insegnanti.”

Art. 40bis: “Le popolazioni di lingua tedesca dei comuni della Valle del Lys individuati con legge regionale
hanno diritto alla salvaguardia delle proprie caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali.Alle
popolazioni di cui al primo comma è garantito l'insegnamento della lingua tedesca nelle scuole
attraverso gli opportuni adattamenti alle necessità locali.”

Il Trentino Alto Adige ha uno statuto approvato nel 1972 che tratta l’argomento della lingua ad esempio
nell’art. 19: “Nella provincia di Bolzano l'insegnamento nelle scuole materne, elementari e secondarie è
impartito nella lingua materna italiana o tedesca degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia
ugualmente quella materna. Nelle scuole elementari, con inizio dalla seconda o dalla terza classe,
secondo quanto sarà stabilito con legge provinciale su proposta vincolante del gruppo linguistico
interessato, e in quelle secondarie è obbligatorio l'insegnamento della seconda lingua che è impartito da
docenti per i quali tale lingua è quella materna.”

A questo articolo si aggiunge l’affermazione ancora più esplicita che è quella che si trova nell’art. 99:
“Nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato. La lingua
italiana fa testo negli atti aventi carattere legislativo e nei casi nei quali dal presente statuto è prevista la
redazione bilingue.”
Il terzo argomento messo in luce da Ainis è che il testo costituzionale, nonostante manchi di una
specifica disposizione, è inserito in un contesto che non si presta a equivoci, così come suona eloquente
il fatto che quel testo sia stato redatto in italiano. E infatti la Corte costituzionale a partire dalla legge n.
28 del 1982 ha osservato che: “la Costituzione conferma

100

per implicito che il nostro sistema riconosce l’italiano come unica lingua ufficiale, da usare
obbligatoriamente, salvo le deroghe disposte a tutela dei gruppi linguistici minoritari, da parte dei
pubblici uffici nell’esercizio delle loro attribuzioni”.

Quarto: c’è una legge ordinaria (la n. 482 del 1999235) dove l’italiano viene solennemente dichiarato la
“lingua ufficiale della Repubblica”. Questa legge si può considerare ricognitiva e interpretativa di un
principio costituzionale implicito, come ha dichiarato la Consulta (n. 159 del 2009).

Quinto: nella prassi parlamentare della Repubblica italiana, la lingua italiana è già quella ufficiale, anche
perché la Carta del 1947 non ripete la norma ospitata dall’art. 62 dello statuto albertino che consentiva
a deputati e senatori di parlare in francese: “La lingua italiana è la lingua officiale delle Camere. È però
facoltativo di servirsi della francese ai membri, che appartengono ai paesi, in cui questa è in uso, od in
risposta ai medesimi.” E infatti oggi accade che se qualche parlamentare interviene pronunciandosi in
dialetto, non ha importanza se per ignoranza o per orgoglio regionale, il Presidente gli toglie la parola. È
successo il 1 agosto 1996, il 25 maggio 1998, quando Federico Bricolo, un deputato della Lega Nord
pretendeva di esprimersi in dialetto, e il presidente Fausto Bertinotti gli rispose in italiano che la
consuetudine parlamentare vieta di discostarsi dall’italiano. Il 14 dicembre 1962 al democristiano Pietro
Riccio fu consentito di intervenire in latino durante la discussione sul riordino, ma in quel caso il
Presidente della Camera pretese una traduzione autentica in italiano da allegare al resoconto236. Anche
nelle sedute della Camera del 10 agosto 1983 e 28 marzo 2007 (in cui è stata anche rifiutata la
pubblicazione in allegato al resoconto di un intervento in dialetto non pronunciato) è stata tolta la
parola a chi voleva parlare in dialetto.

Né è stata data la possibilità di intervenire in altre lingue ai parlamentari eletti all’estero.

Anche perché l’uso dell’italiano costituisce il presupposto per garantire l’attuazione del principio
costituzionale della pubblicità dei lavori parlamentari attraverso il resoconto degli interventi. Si segnala
inoltre che nella seduta del Parlamento europeo del 16 settembre 2009 l’on. Pivellini è riuscito a
pronunciare un discorso in dialetto napoletano237.

235Il primo articolo, recita: “1. La lingua ufficiale della Repubblica é l'italiano. 2. La Repubblica, che
valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle
lingue e delle culture tutelate dalla presente legge”.

236Esempi riportati in G. Piccirilli, 2007, pp. 614 ss.


237Cfr. Ciaurro, Di Ciolo, 2013, p. 52.

101

E poi c’è un ultimo argomento, che potrebbe rivelarsi decisivo nell’analisi che si sta facendo e che si
potrebbe introdurre con un’altra citazione di Montesquieu: “Le leggi inutili indeboliscono le leggi
necessarie”238. E infatti una buona parte del tempo speso dai costituenti ebbe come oggetto la materia
costituzionale, e cioè quello che avesse titolo per entrare nel patrimonio normativo, nella legge italiana.
Questo perché da tutti gli schieramenti politici era avvertita l’esigenza di non sottrarre dignità al testo
che si stava elaborando, sovraccaricandolo di elementi migliori e di dettaglio. A tal proposito si
potrebbero citare le parole del democristiano Edoardo Clerici, pronunciate il 30 aprile 1947 per
contrastare l’approvazione del futuro art. 9 della Carta dedicato alla promozione culturale239. Il
deputato disse, con l’approvazione dei colleghi: “È una norma inutile, perché vivaddio la Costituzione
afferma cose che possono essere controverse, ma che è necessario politicamente affermare come una
novità, come una conquista; non cose che sono pacifiche. Altrimenti, se dovessimo mettere nella
Costituzione tutto ciò che è evidente e pacifico, per quale ragione non dovremmo dire che la lingua che
usiamo è la lingua italiana, e che usiamo le lettere latine e le cifre arabe?240”

Se l’emendamento costituzionale sulla lingua fosse soltanto un modo per scaricare sulla Costituzione
l’inettitudine dei politici italiani, allora verrebbe da dire che sarebbe meglio che questo emendamento
non esistesse. E infatti questa riforma si trascina a vuoto da più di un decennio. Il 26 luglio 2000 la
Camera approvò in prima lettura una riformulazione dell’ art.

12241 per aggiungere alla protezione costituzionale della bandiera anche quella della lingua italiana242.
Si è mossa nella stessa direzione anche la legislatura successiva nel marzo del 2002 e nella legislatura
ancora seguente nel marzo del 2007243.

238Cit. Montesquieu, p. 943.

239Art. 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il
paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

240Cit in Ainis, p. 182.

241Art. 12 “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande
verticali di eguali dimensioni”.

242Interessante il recente libro di Beccaria, 2011 che percorre la storia delle patrie lettere con l'obiettivo
di mostrare che le radici del nostro paese affondano innanzitutto nella continuità e nella durata di una
lingua, nei capolavori del passato, nella ricchezza dello scambio tra la lingua colta e i dialetti materni. Il
suo obiettivo è quello di far capire che nonostante l’unità nazionale, le diversità sarebbero rimaste tali se
le persone non si fossero confrontate e unite sotto il segno di una lingua comune.
243Cfr. al riguardo Squartini, 2009, p.88.

102

Il 7 maggio 2008 è stato depositato un d.d.l. costituzionale del medesimo tenore del quale si

riporta di seguito il testo integrale:

“Nell'assetto costituzionale stabilito con la riforma del 2001 del titolo V della parte seconda della
Costituzione notevoli sono l'autonomia e le attribuzioni riservate alle regioni, nell'ambito pur sempre del
principio di unità e indivisibilità sancito dall' articolo 5 della Costituzione .Purtroppo, la situazione che è
maturata negli anni più recenti è evidente sintomo della profonda crisi di identità nazionale. Proprio in
questa fase si ritiene indispensabile riconoscere il ruolo della lingua italiana quale elemento costitutivo e
identificante della comunità nazionale, a prescindere dalle diversità localistiche. L' articolo 6 della
Costituzione , pur nella sua laconicità, impedisce le pratiche discriminatorie a danno dei gruppi
minoritari e garantisce lo sviluppo e la conservazione dei gruppi medesimi. Notoriamente il massimo
livello di riconoscimento dei diritti linguistici è stato effettuato dallo statuto speciale per il Trentino-
Alto Adige e dalle successive norme di attuazione emanate mediante numerosi decreti governativi con
forza di legge. In questa regione è stato creato un imponente sistema di garanzie delle minoranze
linguistiche che ha investito la composizione stessa delle giunte regionali e provinciali (in modo da
rappresentare proporzionalmente la consistenza dei gruppi linguistici), la tutela della lingua madre
minoritaria in riferimento al pubblico impiego regionale, provinciale e presso gli enti locali minori,
l'organizzazione scolastica, giudiziaria e amministrativa, e ha realizzato persino una limitazione
dell'elettorato attivo per i residenti da un certo numero di anni ininterrotti. È ferma convinzione della
proponente che le stesse garanzie per le minoranze non possano condurre all'avvilimento e all'offesa
degli elementi identificativi della comunità italiana nella regione. Inoltre tale esempio, di fronte ai nostri
occhi in tutta la sua evidenza, ci obbliga a prevenire situazioni critiche analoghe nel momento in cui i più
recenti orientamenti autonomisti portassero a valorizzare la lingua o il dialetto di altre comunità
minoritarie o di altre aree geografiche del territorio della Repubblica. Appare pertanto imprescindibile la
previsione costituzionale della lingua italiana quale lingua ufficiale della Repubblica, espressione
dell'appartenenza degli italiani a una sola comunità nazionale, soprattutto in relazione alle forti tensioni
secessioniste che investono non più soltanto le minoranze storiche nel territorio italiano, ma vaste zone
del territorio nazionale sulla base di identità etniche (o dialetti) a volte meramente virtuali. La pretesa da
parte di altre lingue o dialetti di un sistema di garanzie simile a quello ottenuto dalla minoranza
linguistica tedesca in Trentino-Alto Adige sarebbe così bilanciata in modo equo e razionale. Pertanto la
proponente intende con la presente proposta di legge costituzionale aggiungere tra i valori fondanti la
Costituzione italiana il riconoscimento della lingua italiana come unica lingua ufficiale avente la
precedenza su qualsiasi altra lingua e sui dialetti minoritari. Si prevede la collocazione di una tale norma
costituzionale tra i «principi fondamentali» della Costituzione, all'articolo 12, dopo il riconoscimento
della bandiera nazionale quale simbolo della comune appartenenza dei cittadini italiani alla stessa
patria.

103
All' articolo 12 della Costituzione è aggiunto, in fine, il seguente comma: «La lingua italiana è la

lingua ufficiale della Repubblica nel rispetto delle garanzie previste»”.

Se e quando questa proposta normativa avanzata dal deputato Angela Napoli incontrerà un appoggio
più convinto da parte delle forze politiche italiane, bisognerà fare attenzione a non mescolare politica e
cultura. La sede più adatta per il riconoscimento costituzionale della lingua non è l’art. 12 (che tratta
della bandiera), né l’art. 6 (in cui vengono menzionate le minoranze linguistiche). Piuttosto dovrebbe
essere l’art. 9 che è la disposizione che la nostra carta costituzionale destina alla cultura, dal momento
che, come si è già detto, la lingua è un bene culturale. E anche perché questa collocazione eliminerebbe
alla radice il rischio di fraintendere la tutela costituzionale della lingua, scambiandola per un segnale di
imperialismo culturale, magari andando a danneggiare le minoranze storiche che si trovano sul territorio
italiano, anche se si deve puntualizzare che il riconoscimento dell’italiano come lingua ufficiale non
avrebbe avuto il significato di una sorta di sovraordinazione gerarchica, ma di un affiancamento delle
due tutele.

4.4 LE LEGGI SULLE MINORANZE LINGUISTICHE

Per quanto riguarda le leggi sulle minoranze linguistiche, qui la norma costituzionale esiste per la stessa
ragione che spiega l’assenza di una norma sulla lingua italiana. Cioè i costituenti avevano ancora viva la
memoria della politica fascista contro le popolazioni dei territori acquisiti dopo la prima guerra
mondiale, ed era altrettanto avvertita l’esigenza di marcare un segno di discontinuità. E così ci si prefisse
l’obiettivo di non permettere più l’esistenza di leggi come quelle che nel ventennio furono ispirate da
Tolomei (come si è visto nel capitolo precedente, ci si riferisce ad esempio alla tassazione quadrupla per
le insegne in lingua straniera, il cambiamento forzato dei cognomi, il divieto del tedesco in ogni avviso
pubblico e la proibizione di usare lingue straniere nei processi civili e penali).

Venne scritto perciò l’art. 6, cornice ideale e fondamento delle particolari disposizioni emanate
all’indomani della Liberazione, entrando così a far parte della Costituzione repubblicana, la quale include
tra i principi fondamentali verso cui l’azione dello Stato italiano deve essere orientata, quello della tutela
delle minoranze linguistiche. Questa disposizione costituzionale ha costituito il punto di riferimento di
tutti i successivi sviluppi

104
legislativi del problema. Come risulta dai lavori preparatori244, con questa disposizione i costituenti
vollero attestare che l’Italia non concepiva la protezione delle minoranze come un mero obbligo
internazionale, derivante dal trattato di pace e circoscritto entro limiti precisi, ma faceva proprio,
liberamente e spontaneamente, il relativo principio.

La norma, che non compariva nel progetto elaborato dalla Commissione dei Settantacinque245, trasse
origine da un emendamento presentato all’assemblea dall’on. Tristano Codignola: nell’intenzione di
quest’ultimo, la previsione costituzionale della tutela delle minoranze linguistiche avrebbe dovuto
sostituire l’istituzione delle regioni a statuto speciale in quelle parti del territorio dello Stato nelle quali si
manifestavano corrispondenti esigenze, e l’esito del dibattito fu che l’emendamento venne approvato,
affiancandosi all’attuale articolo 6. Pizzorusso246 fa notare che invece venne ritirato un emendamento
dell’on. Emilio Lussu247 che tendeva a circoscrivere più nettamente all’ambito regionale la tutela
minoritaria e che era così concepito: “Gli enti autonomi regionali non possono, sotto nessuna forma,
limitare il pieno e libero sviluppo delle minoranze etniche e linguistiche esistenti nel territorio dello
Stato”.

244Atti Assemblea Costituente disc. pp. 5315-5320 e 6040-6041.

245All’interno dell’assemblea costituente fu creata un’apposita commissione, composta da 75 membri –


comunemente denominata «Commissione dei 75» – nominati dal presidente dell’Assemblea
costituzionale su designazione dei vari gruppi politici, in modo da rispettarne le proporzioni, con il
compito di elaborare il progetto di costituzione. La commissione si suddivise, a sua volta, in tre
sottocommissioni, competenti a elaborare ciascuna una parte del progetto (Diritti e doveri dei cittadini,
presidente il democristiano U. Tupini; Organizzazione costituzionale dello Stato, presieduta dal
comunista U. Terracini; e Rapporti economici e sociali, presidente il socialista G. Ghidini). Informazioni
tratte dall’Enciclopedia Treccani.

246Pizzorusso, 1975, p. 28.

247Lussu, Emilio fu un uomo politico e scrittore italiano (Armungia, Cagliari, 1890 - Roma 1975).


Interventista e ufficiale nella prima guerra mondale, nel 1919 fondò il Partito sardo d'azione, formazione
autonomista democratica composta in gran parte di ex combattenti. Deputato nel 1921 e nel 1924,
partecipò alla secessione aventiniana e fu energico antifascista. Arrestato nel 1926 e deportato
a Lipari, ne evase nel 1929 con F. Nitti e C. Rosselli, con i quali fondò a Parigi il movimento Giustizia e
Libertà. Partecipò alla guerra di Spagna e alla Resistenza in Francia e poi in Italia. Fu ministro per
l'Assistenza Postbellica nel governo Parri e per i rapporti con la Consulta nel primo governo De Gasperi.
Fu deputato alla Costituente per il Partito d'azione e aderì al PSI nel 1947; senatore di diritto nel 1948,
conservò il seggio fino al 1968; contrario al centrosinistra, nel 1964 aveva aderito al PSIUP.

Si ricorda che le informazioni relative ai personaggi qui citati sono state ricavate dal Dizionario Biografico
degli Italiani edito da Treccani.

105

L’art. 6 venne infine approvato vincendo le resistenze di Meuccio Ruini248 che, in qualità di Presidente
della Commissione dei settantacinque, obiettava che il nuovo testo costituzionale già dava uno spazio
sufficiente al principio di uguaglianza senza distinzione di lingua; la maggioranza rispose che si trattava di
forgiare una tutela in positivo, attiva, di promozione delle identità locali, come peraltro traspare dalla
formula definitiva dell’articolo: “La

Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.

È da osservare che nel testo definitivamente approvato non compare più l’aggettivo “etniche” che
nell’emendamento di Codignola249 figurava accanto a “linguistiche”. Nonostante manchi qualsiasi
motivazione ufficiale per questa modifica, si può supporre che sia stata determinata dall’intento di
attenuare in qualche misura la portata dell’affermazione di principio e precisamente di limitare la tutela
minoritaria al suo aspetto linguistico-culturale, onde isolarlo da quello politico-nazionale. Se questo
dovesse essere stato davvero il motivo della soppressione dell’aggettivo, se ne potrebbe dedurre un
intento di riaffermazione del criterio, accolto dalla massima parte delle legislazioni, anche se protettive
delle minoranze, secondo il quale esse devono essere leali nei confronti dello Stato di cui fanno
parte250. Perciò la loro tutela deve risolversi nella valorizzazione delle loro particolarità culturali,
eventualmente anche attraverso la realizzazione di forme di autonomia più o meno ampie, ma non può
essere rivolta all’incremento di entità nazionali particolari.

248Meuccio Ruini (propr. Bartolomeo) fu un uomo politico (Reggio nell'Emilia 1877 -Roma 1970);


entrato nell'amministrazione dei Lavori pubblici, fu nominato consigliere di Stato nel 1913. Nello stesso
anno, candidato radicale, fu eletto deputato. Vicino a Nitti, condivideva con questi l'impegno per il
superamento dellquestione meridionale, nel quadro di un progetto politico volto a promuovere
l'espansione produttiva dell'intero paese. Favorevole alla guerra a fianco delle potenze dell'Intesa,
durante il conflitto fu sottosegretario al ministero del Lavoro (1917-19) e fu poi ministro delle Colonie
(1920). Negli anni seguenti svolse un'intensa attività pubblicistica, sforzandosi di dare una base
dottrinale al radicalismo. Contrario al fascismo, partecipò alla secessione dell'Aventino (1924); messo a
riposo come consigliere di stato (1926), si ritirò a vita privata, dedicandosi agli studî storici. Dopo il 1942
riprese l'attività politica e partecipò alla lotta clandestina contro il regime. Esponente del Partito
democratico del lavoro, fu ministro senza portafoglio (giugno-dicembre 1944), dei Lavori pubblici
(dic. 1944-giugno1945) e poi presidente del Consiglio di stato (1945-48). Nel 1947 R. presiedette la
Commissione dei 75 incaricata di redigere la costituzione della Repubblica. Senatore di diritto(1948-
53), presidente del Senato (marzo-giugno 1953), fu presidente del CNEL (1958-59) e dal 1963 senatore a
vita.

249Art. 108-bis:

«La Repubblica garantisce il pieno e libero sviluppo, nell'ambito della Costituzione, delle minoranze
etniche e linguistiche esistenti sul territorio dello Stato.

«Gli enti autonomi regionali non possono, sotto nessuna forma, limitare o modificare i diritti
fondamentali del cittadino sanciti dalla presente Costituzione, né emanare norme con essa in
contrasto».

250 Cfr.Pizzorusso, 1993, p. 142 e sgg.

106

Questa limitazione di ordine generale va tenuta presente anche ai fini dell’interpretazione di altre
formule legislative, come quella, usata dagli articoli 2 e 56251, primo comma, dello Statuto regionale per
il Trentino-Alto Adige e dall’articolo 3252 dello Statuto regionale per il

Friuli Venezia Giulia, nella quale l’aggettivo “etniche” compare, accoppiato con “culturali”, o quelle
contenute nell’art. 4253 dello statuto della Regione Molise, ove si parla di “comunità etniche”, e nell’art.
2254 dello statuto della Regione Calabria, dove si parla di “popolazioni di origine albanese e greca”.

La conclusione che se ne può trarre è che l’identificazione delle minoranze del tipo qui in esame
mediante una o un’altra formula non ha un preciso rilievo giuridico, ma sta unicamente a testimoniare
un atteggiamento di maggiore o minore larghezza e benevolenza del legislatore, sempre comunque
limitato dall’esclusione di ogni tutela che appaia diretta a preparare forme di secessione dallo Stato in
cui la popolazione della minoranza vive.

Arrivando a considerare quello che è il vero e proprio contenuto normativo dell’art.6 della

Costituzione, occorre rilevare che, se esso è destinato – come quello di ogni altra disposizione
costituzionale di principio – ad essere specificato da norme volte a dargli attuazione, ciò non esclude che
sia anche autonomamente dotato di un proprio valore giuridico capace di realizzarsi immediatamente
ed indipendentemente da quelle. Infatti Crisafulli255 fa notare che anche le disposizioni di principio
della Costituzione sono idonee ad esercitare effetti immediati sotto vari aspetti e principalmente in
quanto sono suscettibili di porsi, da un lato come norme di raffronto in base alle quali misurare la
costituzionalità delle norme adottate mediante atti normativi che occupano nella gerarchia delle fonti
una posizione inferiore e,

251Art. 56: “Qualora una proposta di legge sia ritenuta lesiva della parità dei diritti fra i cittadini dei
diversi gruppi linguistici o delle caratteristiche etniche e culturali dei gruppi stessi, la maggioranza dei
consiglieri di un gruppo linguistico nel Consiglio regionale o in quello provinciale di Bolzano può chiedere
che si voti per gruppi linguistici”.

252Art. 3: “Nella Regione è riconosciuta parità di diritti e di trattamento a tutti i cittadini, qualunque sia
il gruppo linguistico al quale appartengono, con la salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e
culturali”.

253Art. 4: “La Regione, nell'esercizio delle sue funzioni e dei poteri conferiti dalla Costituzione ed in
relazione ai fini della programmazione regionale e nazionale, in particolare: […]tutela il patrimonio
linguistico e storico e le tradizioni popolari delle comunità etniche esistenti nel suo territorio e, d'intesa
con i comuni interessati, ne favorisce la valorizzazione.

254Art. 2: “La Regione ispira in particolare la sua azione al raggiungimento dei seguenti obiettivi: la
tutela e la valorizzazione delle minoranze etniche, linguistiche e religiose presenti in Calabria, con
particolare riguardo alle popolazioni di origine albanese, grecanica, occitanica e rom”.

255 Crisafulli, 1952, p. 36 e sgg.

107

dall’altro lato, come strumenti di interpretazione delle norme subordinate utilizzabili anche per creare
delle norme applicabili a fattispecie esplicitamente non regolate.

Per valutare la portata dell’art. 6 della Costituzione occorre anche richiamare l’art. 4 del nuovo statuto
regionale del Trentino Alto-Adige che ora esplicitamente include il principio di tutela delle minoranze
linguistiche locali fra gli interessi nazionali, il cui rispetto costituisce un limite per le potestà legislative e
amministrative della Regione stessa e delle province di Trento e Bolzano. Poiché tale principio era già
possibile ricavarlo dall’art. 6 della costituzione, la sua riaffermazione con riferimento alle minoranze
esistenti nell’ambito del

Trentino deve essere considerata non tanto come destinata ad introdurre un precetto nuovo, ma a
rafforzarlo. Essa vale quindi a fugare ogni eventuale dubbio e poiché la portata dell’ art.

6 della Costituzione, considerato come norma di principio, vale indubbiamente a pari titolo per tutte le
minoranze linguistiche esistenti in qualunque parte d’Italia, conseguentemente l’attuale precisazione
deve ritenersi operante in modo analogamente generale in relazione a tutte le regioni in cui esistono
minoranze linguistiche.
L’applicazione dell’art. 6 si divide tra quelle minoranze che scelgono esse stesse di non farsi assimilare
dalla maggioranza e che per questo motivo vengono definite “volontarie”, e quelle “necessarie” che
invece restano separate o disgregate a causa della volontà della maggioranza256.

Questa distinzione crea una serie di questioni. Innanzitutto il concetto di minoranza linguistica
richiederebbe di distinguere le lingue dai dialetti, distinzione che è controversa già nell’ambito della
sociolinguistica, e non aiuta a risolvere il problema né l’esistenza di uno stato di riferimento, né
l’elemento culturale. Inoltre la tutela costituzionale si presta a venire declinata attraverso due diversi
sistemi: il bilinguismo e il separatismo linguistico. Al primo fa riferimento la normativa in favore della
minoranza francofona della Valle D’Aosta e l’altro alle minoranze tedesca e ladina della provincia di
Bolzano ed alla minoranza slovena delle province di Gorizia e Trieste.

Il primo di tali sistemi tende a realizzare una situazione di bilinguismo totale in cui tutti quelli che vivono
nell’area mistilingue conoscono e usano indifferentemente sia la lingua di minoranza, sia quella di
maggioranza. A questo scopo viene mantenuta l’unitarietà del sistema scolastico, ma viene prescritto
che alle due lingue debba essere dedicato un pari numero di ore di insegnamento e che ambedue siano
usate a turno come lingua veicolare per

256 Cfr. Pizzorusso, 1975, p.304, nota 7 e p. 307.

108

l’insegnamento delle altre materie. Coerentemente a queste disposizioni, è stabilita la parificazione


delle due lingue ai fini del loro uso nelle attività degli uffici pubblici, con la conseguenza che gli atti
possono essere redatti indifferentemente nell’una e nell’altra, senza l’obbligo di adottare sempre un
testo bilingue, e si procura di dotare gli uffici di funzionari che conoscano entrambe le lingue, così da
poter comunica re con chiunque si rivolga loro in una o nell’altra lingua.

Il secondo sistema tende invece a stabilire un regime di separatismo linguistico, in quanto presuppone
che gli appartenenti ad un gruppo non siano tenuti a conoscere la lingua dell’altro.

Di conseguenza, vengono istituite scuole separate per gli appartenenti ai diversi gruppi, nelle quali
l’insegnamento è praticato nella lingua materna degli alunni, mentre la lingua dell’altro gruppo assume il
ruolo di “seconda lingua”. Per quanto concerne poi il funzionamento degli uffici pubblici, vengono
stabilite dettagliate regole – con riferimento al gruppo tedesco della provincia di Bolzano – tutte
fondamentalmente orientate in base al criterio che la lingua da usare è quella materna del soggetto,
salvo ricorrere a testi bilingui o a traduzioni nei casi dubbi o quando si tratti di rapporti fra soggetti
appartenenti a gruppi diversi.

Ma il dubbio costituzionale investe poi gli effetti concreti di questi due sistemi, perché il bilinguismo
comporta il rischio di soffocare le differenze culturali, mentre il separatismo può acuire le tensioni fra i
diversi gruppi257.
Inoltre, per applicare questa normativa di favore bisogna per forza misurare l’appartenenza all’uno
all’altro gruppo. Da qui lo strumento del censimento linguistico, che però a sua volta può ritorcersi in un
fattore di discriminazione (e infatti la minoranza slovena si è sempre sottratta), e che inoltre pone sia
problema di veridicità, sia una possibile lesione al principio costituzionale che prospetta l’adesione a
ogni gruppo linguistico su base volontaria258. Infine, quale eguaglianza si riflette nell’art. 6 della
Costituzione? Aristotele259 distingueva tra eguaglianza aritmetica (la stessa cosa a tutti) e proporzionale
(la stessa cosa agli stessi). E allora in che modo la diversa consistenza delle minoranze linguistiche, la
loro politica, il radicamento in un territorio circoscritto può giustificare la disparità di trattamento fra
l’una e l’altra minoranza? Il dato di fatto incontestabile è che il gruppo tirolese di lingua tedesca non

è soltanto la più protetta fra le minoranze linguistiche in Italia, ma è, come afferma

257Palici Di Suni Prat, 2002, pp. 23 sgg.

258Carrozza, 1983, p. 985 ss.

259Aristotele, ed. a cura di Mazzarelli, 2000.

109

Pizzorusso260, forse una delle più favorite su scala mondiale, anche in virtù della proporzionale etnica
che gli riserva una quota dei posti in organico negli uffici statali situati in provincia di Bolzano, compresi
gli uffici giudiziari. Sembra di trovarsi davanti a una discriminazione alla rovescia supportata dall’art. 6.

La storia legislativa di questi sessant’anni riflette i lati positivi e negativi dell’art. 6. Si potrebbe
suddividerla in cinque fasi, cinque stagioni di politica linguistica261.

Il primo tempo è in realtà anteriore alla stessa redazione della Carta costituzionale: coincide con il
battesimo legislativo della minoranze “superprotette”, attraverso speciali concessioni ai francesi
valdostani e ai tedeschi dell’Alto Adige, intervenute nell’autunno 1945 per smorzarne le spinte
separatistiche.

Il secondo tempo è quello della pulizia legislativa rispetto ai vincoli più odiati introdotti dal fascismo,
benché talvolta questa si sia fatta aspettare a lungo, dopo l’entrata in vigore della

Costituzione il 1 gennaio 1948: per fare un esempio, la legge che ha abrogato il divieto di imporre nomi
stranieri ai bambini italiani è la n. 935 del 1966. Mentre l’obbligo di usare la lingua italiana nei processi
(introdotto con r.d. n. 1796 del 1925, a pena di nullità e con l’aggiunta di sanzioni pecuniarie) venne
gradualmente smantellato a partire dagli anni cinquanta, ma soprattutto ad opera del tribunale
costituzionale, finché la revisione del 1999 non ha corretto l’art. 111 Cost. per stabilire che l’imputato sia
sempre assistito da un interprete se non parla la lingua in cui si terrà il processo.

Il terzo tempo è quello dell’inizio degli anni settanta, con l’avvento delle Regioni ordinarie, i cui statuti si
fanno carico delle minoranze linguistiche diffuse nei propri territori (come nel caso del Piemonte, del
Veneto, del Molise, della Basilicata, della Calabria): da qui le prime leggi regionali, molto contrastate dai
governi dell’epoca (che negavano qualsiasi competenza alle Regioni sulla promozione delle culture
locali) e perciò sbilanciate sul versante delle attività produttive e del turismo.

Il quarto tempo copre il ventennio successivo, quando alla normativa statale subentra un’imponente
normativa locale che viene continuamente plasmata e riplasmata e che si analizzerà più
approfonditamente nei paragrafi successivi. Un solo esempio: la legge regionale veneta n. 40 del 1974
(che rappresentò un modello imitato da varie altre regioni) è stata rapidamente sostituita dalla l. reg. n.
38 del 1984, cui ha fatto seguito la l. reg. n. 51 del

260Pizzorusso, 1975, cit.p. 315.

261La periodizzazione si rifà in larga parte a quella proposta da Palici Di Suni Prat, 2002, pp. 27 sgg.

110

1984 e infine la l. reg. n. 73 del 1994. Leggi alle quali, dagli anni novanta in poi, si affiancano gli statuti
delle province e dei comuni, dove si incrocia per esempio la valorizzazione della tradizione poetica in
lingua sarda (comune di Dualchi262), l’insegnamento della lingua occitana nelle scuole piemontesi (a
Guardia Piemontese263), la garanzia del bilinguismo (ad Aquaformosa in Calabria264), l’uso del dialetto
sia nelle comunicazioni orali e scritte fra l’ente e i cittadini, sia nelle sedute del consiglio comunale
(succede per esempio a

Tarvisio265, Santa Teresa di Gallura266, Courmayer e altri)267.

E c’è infine un quinto tempo, in questa storia legislativa delle lingue minori: la legge n. 482 del 15
dicembre 1999, che dopo mezzo secolo cerca di offrire un’attuazione organica all’art. 6

262Statuto comunale di Dualchi: Art. 06 comma 02: “Il comune promuove e valorizza il patrimonio
artistico e culturale locale, con la diffusione della conoscenza della storia della comunità fra i giovani con
la valorizzazione del patrimonio orale delle vecchie generazioni, con la valorizzazione della tradizione
poetica locale in lingua sarda attraverso convegni di studio e con il sostegno all’attività della scuola
dell’obbligo. Il comune, inoltre adotta nell’ambito degli strumenti urbanistici e di programmazione
economica un piano degli insediamenti archeologici e dei beni ambientali, individuando nell’ambito dei
predetti piani le forme per la tutela e la valorizzazione dei predetti beni nonché le forme di integrazione
con gli altri piani di settore”.

263L’art. 1 dello statuto comunale di Guardia Piemontese inizia proprio così: “II Comune di Guardia
Piemontese

è di origine occitana. Ha lingua, costumi e tradizioni propri e costituisce una minoranza etnico -
linguistica. Lo Stato italiano con Legge nazionale riconosce e promuove la valorizzazione della lingua
occitana. Nelle scuole di ogni ordine e grado insistenti sul territorio comunale si prevede, accanto all'uso
della lingua italiana, anche l'uso della lingua occitana per lo svolgimento delle attività educative, il tutto
in sintonia con le direttive impartite dalle Istituzioni scolastiche provinciali e regionali. Il Comune si fa
promotore di iniziative , in accordo con l'Università della Calabria, a favore di attività culturali e
formative tese ad un ulteriore sviluppo e divulgazione della lingua e dei costumi della comunità occitana.
II Comune assegna annualmente somme a favore di progetti e programmi per lo sviluppo e la
divulgazione della cultura occitana nel mondo. Il Comune favorisce Corsi di formazione per
l'individuazione di personale esperto nella traduzione di atti ufficiali del Comune in lingua occitana”.

264L’art. 4 dello statuto comunale di Acquaformosa a tal proposito afferma: “Nel territorio del comune
la toponomastica e la segnaletica sono bilingue; il comune rispetta pienamente la microtoponomastica
originale, quale patrimonio storico della comunità e ripristina quella andata in disuso e che abbia subito
errate trasformazioni nel tempo”.

265Art. 6 dello statuto comunale di Tarvisio: “Il Comune di Tarvisio riconosce la presenza sul proprio
territorio di minoranze etniche di lingua tedesca e slovena, ne assume la tutela quale principio
irrinunciabile di specialità e ne promuove, secondo le modalità fissate nella legge e dal presente Statuto,
la diffusione l’uso e lo studio, è altresì riconosciuto nell’ambito comunale l’uso della lingua tedesca,
slovena e friulana.”

266L’art. 1 dello statuto comunale di Santa Teresa Gallura: “Il Comune valorizza in tutte le forme la
lingua gallurese espressione della cultura locale e dell'appartenenza alla nazione Sarda, e ne incoraggia
l'uso promuovendo attività culturali nelle scuole e nel sociale e consentendo la comunicazione orale
nelle sedute ufficiali. A richiesta di parte, nei casi previsti dal regolamento potranno essere rilasciati atti
scritti contestualmente anche in gallurese”.

267Piergigli, 2001, pp. 419 ss e 487 ss.

111

della Costituzione. Una legge, a propria volta, a lenta gestazione (le prime proposte vennero depositate
in Parlamento dai partiti di sinistra fra il 1979 e il 1981), che in via di principio attenua il divario tra
minoranze linguistiche riconosciute e quelle non riconosciute. A tali minoranze la repubblica ha
concesso ciò che ha sempre negato alle minoranze religiose, soprattutto per l’opposizione del Vaticano:
una legge sulla libertà di espressione, di religione, in modo da tessere un tappeto comune di diritti per
ogni confessione, anche per quelle che non hanno stabilito un’intesa con lo Stato italiano. Viceversa, la
legge n. 482 del 1999, per soddisfare un’esigenza di certezza, procede all’elenco delle popolazioni
tutelate che sono quelle albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, croate, nonché quelle
minoranze che parlano il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo. Si può
affermare solo in parte che questa legge possa costituire un buon punto di arrivo dal momento che da
questo elenco mancano le nuove minoranze che si sono create come conseguenza all’immigrazione. La
politica linguistica italiana viene paragonata da Ainis268 ad un ascensore: viziata da una sorta di
imperialismo normativo nei confronti delle etnie più deboli, arrendevole con le minoranze più ricche e
più coese, pressoché silente rispetto alla tutela della nostra lingua nazionale.

4.5 LE POLITICHE LINGUISTICHE NEI CONFRONTI DEGLI IMMIGRATI

Il terzo livello riguarda le politiche linguistiche nei confronti degli immigrati e che sarà relativamente
breve perché una storia legislativa al riguardo semplicemente non esiste. Niente riguardo alla possibilità
di usare la propria lingua di origine nelle comunicazioni con gli uffici pubblici italiani, e neppure rispetto
alla valorizzazione delle loro identità linguistiche. Nella legge Martelli, la n. 39 del 1990, non si fa nessun
riferimento, e questo nonostante inizi dichiarando che avrebbe trattato di norme urgenti in materia di
asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini
extracomunitari ed apolidi già presenti nel territorio dello Stato. Evidentemente il problema della lingua
madre non veniva considerato pertinente. Se ne parla di più invece nella legge Turco-Napolitano, la n.
40 del 1998 e infatti all’art. 2 comma 5 si trova che “Ai fini della comunicazione allo straniero dei
provvedimenti concernenti l'ingresso, il soggiorno e l'espulsione, gli atti sono tradotti, anche
sinteticamente, in una lingua comprensibile al destinatario, ovvero, quando ciò non sia possibile, nelle
lingue francese, inglese o spagnola,

268 Ainis, 2010, p. 188.

112
con preferenza per quella indicata dall'interessato”, all’art. 36 comma 3: “La comunità scolastica
accoglie le differenze linguistiche e culturali come valore da porre a fondamento del rispetto reciproco,
dello scambio tra le culture e della tolleranza; a tale fine promuove e favorisce iniziative volte alla
accoglienza, alla tutela della cultura e della lingua d'origine e alla realizzazione di attività interculturali
comuni” considerando inoltre la realizzazione di corsi in italiano per favorirne l’integrazione nel nostro
territorio, insieme ad un generico richiamo alla tutela della lingua d’origine all’interno della comunità
scolastica. La legge

Bossi-Fini, la n. 189 del 2002 prevede che il visto di ingresso venga rilasciato allo straniero in una lingua
che gli risulti comprensibile, all’art. 4 si legge: “ Contestualmente al rilascio del visto di ingresso l’autorità
diplomatica o consolare italiana consegna allo straniero una comunicazione scritta in lingua a lui
comprensibile o, in mancanza, in inglese, francese, spagnolo o arabo, che illustri i diritti e i doveri dello
straniero relativi all’ingresso ed al soggiorno in Italia. Qualora non sussistano i requisiti previsti dalla
normativa in vigore per procedere al rilascio del visto, l’autorità diplomatica o consolare comunica il
diniego allo straniero in lingua a lui comprensibile, o, in mancanza, in inglese, francese, spagnolo o
arabo”.

Ma il punto di svolta sta nell’opera del ministro Maroni con la legge n.94 del 2009, quella che ha
introdotto il reato di immigrazione clandestina. Anche se in realtà è clandestina anche questa stessa
novità legislativa che si nasconde nell’art. 1, co. 22 lett. i, che a sua volta modifica l’art. 9, d.lgs. n. 286
del 1998, aggiungendovi un co. 2bis. Questo comma esige dagli immigrati una prova, un test di
conoscenza della lingua italiana, per ottenere il permesso di soggiorno: “Il rilascio del permesso di
soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo è subordinato al superamento, da parte del richiedente,
di un test di conoscenza della lingua italiana, le cui modalità di svolgimento sono determinate con
decreto del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro dell'istruzione, dell'università e della
ricerca”.

Ainis ipotizza che si tratti di razzismo linguistico, visto il fatto che suona razzista anche lo stesso nome
con cui vengono designati gli immigrati, dato che non li qualifica in base alla loro comunità d’origine,
bensì alla nostra, alla Comunità europea da cui questi stranieri vengono irrimediabilmente esclusi. Si
tratta non solo di razzismo semantico, ma anche normativo visto che quello semantico dilaga
nell’ordinamento legislativo perché nella banca dati delle “Leggi d’Italia” il termine “extracomunitario”
figura in ben 807 documenti269. È un

269 Cerrone, 1995, pp. 441 ss.

113

termine che viene usato con una certa accezione negativa specialmente dai mass media nel veicolare
informazioni su atti negativi compiuti da persone provenienti da paesi esteri. È certamente
un’espressione inscrivibile nel campo della politica linguistica e sembra lecito desumerne che se le
strategie legislative sono state fievoli nella tutela dell’italiano rispetto agli italiani, denotano al contrario
un impegno notevole rispetto agli immigrati.

4.6 IL MODELLO COSTITUZIONALE

E quindi cosa deve intendersi per politica linguistica? È importante prestare attenzione al pericolo
concreto di ingaggiare una logomachia, una disputa sulla parola e non sulla cosa.

Poco spazio, poco impegno, pochi risultati, sia nella scuola sia all’università; e allora può succedere che il
denunciante del momento punti regolarmente l’indice contro la politica linguistica del nostro Stato. Ma
il fatto che l’italiano vada studiato, possibilmente meglio di quanto avviene adesso, non significa che il
suo insegnamento sia oggetto di una politica linguistica.

La politica linguistica esprime un nesso fra lingua e potere, o meglio ancora, pone la lingua al servizio del
potere politico, la rende ancella di una strategia di governo. È dunque una categoria della politica
culturale, nel senso che a quest’ultima espressione attribuiva negli anni cinquanta Norberto Bobbio: “la
pianificazione della cultura da parte dei politici”270. Se ne hanno degli esempi concreti nel fatto di
marcare l’egemonia su un popolo colonizzato, come mostra l’espansione del latino nell’impero romano,
dello spagnolo o del portoghese oltreoceano, dell’inglese in India e del francese, lingua coloniale più
egemonica nel mondo; o per decidere le sorti di un territorio disputato (così il destino del Piemonte,
regione a cavallo tra la Francia e l’Italia, fu deciso dalla politica linguistica di Emanuele Filiberto, che
adottò l’italiano in luogo del latino e del francese nell’uso amministrativo e giudiziario); o per soggiogare
le minoranze interne, come nel caso del giacobinismo linguistico della Rivoluzione francese.

Sorge una domanda: non può esserci spazio per una politica linguistica al servizio degli ideali
democratici, anziché nazionalistici? Questa domanda interroga la Costituzione del 1947, che però a sua
volta trasmette segnali contrastanti. Secondo l’art. 3 tutti sono eguali senza distinzioni di lingua; dunque
la lingua è giuridicamente irrilevante e non può offrire la base

270 Bobbio, 1955, p. 37.

114

per una discriminazione normativa, neppure in positivo, neppure per ottenere dei vantaggi.

Ma l’art. 6 reclama invece un intervento speciale di tutela in favore delle minoranze linguistiche: e qui la
lingua diventa giuridicamente rilevante, sicché può e deve entrare nel raggio d’azione dei pubblici
poteri, può e deve occupare gli interessi del governo. Nel primo caso la lingua si configura come libertà,
e la libertà di lingua diventa un’esplicazione della libertà di parola; nel secondo caso viene ascritta al
territorio del potere, sia pure un potere emancipante, che si spende per il sostegno dei più deboli.
D’altronde anche i giuristi osservano il rapporto tra diritto e lingua con prospettive divergenti: i
giusprivatisti ci ravvisano un diritto della personalità271; i giuspubblicisti fanno leva sul concetto di
nazione, di cui la lingua è elemento necessario272.
Per sciogliere il dilemma occorre distinguere fra dimensione individuale e collettiva del fenomeno
linguistico. Più precisamente, la lingua resta giuridicamente irrilevante come scelta individuale, non
come patrimonio collettivo, e quindi la libertà di lingua introduce un obbligo di astensione da parte dello
Stato, l’appartenenza a un gruppo linguistico introduce un obbligo di intervento273. Ma l’intervento è
doveroso anche quando il gruppo coincida con la maggioranza della popolazione? Per rispondere si
potrebbe utilizzare il metodo di John Stuart Mill, il teorico del pensiero liberale. Nel suo saggio, La
libertà, scrive che per imparare è necessario confrontarsi con il falso, con l’idea blasfema o perfino
criminale, piuttosto che ascoltare bei sermoni, perché ciò determina “la visione più chiara e
l’impressione più nitida della verità provocata dal suo contrasto con l’errore”274. E infatti l’esempio a
rovescio lo troviamo: è il Consiglio superiore della lingua italiana che prendeva corpo in un d.d.l.
lungamente discusso dal Senato nel 2004, guidato dal Presidente del Consiglio attorniato da una schiera
di Ministri, e aveva tra i suoi compiti quello di dettare una “grammatica ufficiale” della lingua italiana.
Leonardo Maria Savoia, professore all’università di Firenze di glottologia e linguistica, fa notare come la
questione abbia preso le sembianze del disegno di legge n. 993 relativo all’istituzione del Consiglio
superiore della lingua italiana. Esso nella sua prima stesura prevedeva la seguente composizione: il
Presidente del Consiglio dei ministri, che ne è il Presidente; il Ministro dell'istruzione, dell'università e
della ricerca; il

271Hubmann, 1967, p.309.

272Cerri, 1993, pp. 295 ss.

273Ainis, 2010, p. 191.

274Stuart Mill, 1890, p. 17.

115

Ministro per i beni e le attività culturali; un Segretario con compiti di indirizzo, designato dal Presidente;
due membri designati in rappresentanza dell'Accademia della Crusca e della Società Dante Alighieri, e
due eventuali membri designati in rappresentanza dei comitati scientifici costituiti nell'ambito dello
stesso CSLI275. I compiti, specificati nell’articolo 4, sono così delineati dal relatore, il senatore di Forza
Italia Andrea Pastore: “... uniformarsi ad un modello di lingua in cui tutti possano riconoscersi, indicare
espressioni linguistiche semplici da usare nell'ambito delle amministrazioni pubbliche e private, favorire
l'uso della «buona lingua» e l'italofonia, promuovere l'arricchimento della lingua e valorizzare l'italiano
nel mondo (l'italiano è una grande lingua di cultura e rappresenta, con il latino, uno dei pilastri della
cultura umanistica studiata in tutto il mondo); valorizzare anche i dialetti e le aree che essi
rappresentano nell'ambito di tradizioni regionali tipicamente italiane, specie in un momento in cui ogni
regione dovrà avere la possibilità di esprimersi in una dinamica linguistica adeguata alle esigenze locali,
affinché sia in condizione di offrire il massimo delle sue potenzialità; promuovere l'insegnamento delle
lingue straniere in chiave di diversità culturale, e non di ibridazione, allo scopo di acquisire le conoscenze
interlinguistiche necessarie per la costruzione dell'Europa.”
Nel testo di accompagnamento al disegno di legge, l’onorevole Pastore motiva l’istituzione del CSLI
equiparando la lingua ad un ‘bene culturale’, come i musei, e ad un ‘bene sociale’, esposto a turbative
da cui difenderlo; la lingua deve essere protetta quindi da un organismo che ne conservi l’unità e la
purezza: “La lingua è un «bene culturale» non meno importante delle pinacoteche, anche se non può
essere rinchiusa in un museo, e come tale va difesa e promossa, così come hanno fatto e fanno molti
paesi europei ed extraeuropei. Ma la lingua è anche un bene sociale, che va difeso dall'infiltrazione di
tutte quelle espressioni incongrue e disorientanti per i più, che non provengono unicamente
dall'adozione indiscriminata di parole straniere, ma anche da neologismi incomprensibili ed
accentuazioni vernacolari. Ciò è tanto più necessario nel nostro paese, dove, per cause antiche e recenti,
manca un modello di lingua in cui tutti possano riconoscersi salvando le dinamiche linguistiche regionali,
ma senza che «i cambiamenti sperimentati dalla lingua nel suo costante adattamento alle esigenze dei
parlanti spezzino la sua fondamentale unità»”.

Queste finalità trovano una realizzazione concreta nei compiti dei comitati scientifici, a loro volta
nominati dal Presidente del Consiglio dei ministri, che includono: a) studio scientifico di tutte le
questioni inerenti all'uso corretto dell'italiano; b) elaborazione di una grammatica

275 Il disegno di legge recava la firma di molti senatori e lo si può leggere all’indirizzo internet
http://www.ilc.it/disegnolegge_993.htm.

116

«ufficiale» della lingua italiana e compilazione di un dizionario dell'«uso», da mantenere in costante


aggiornamento. Il progetto tecnico-scientifico era di Lucio D’Arcangelo, giornalista e scrittore, in seguito
autore di libri dedicati alla protezione, difesa e promozione dell’italiano, temi per i quali si era appunto
impegnato come consulente di uomini politici276.

La questione non stava tanto nello studio “scientifico” (che del resto era da anni oggetto delle apposite
cattedre universitarie, e quindi non abbisognava di un potenziamento accentrato in sede governativa),
ma nella grammatica ufficiale e nel dizionario, dove il progetto peccava di dilettantismo, quasi non ci si
rendesse conto che già esistevano ottimi vocabolari dell’italiano e che la grammatica non poteva essere
“unica”. La questione esplose. Un vocabolario del genere era palesemente superfluo; una grammatica
così concepita non era possibile né auspicabile, e soprattutto essa non poteva certamente essere posta
nelle mani di un organismo composto in massima parte da politici o da persone da essi designate. La
costituzione dell’organismo era davvero anomala, anche rispetto ad analoghi istituti stranieri incaricati
di occuparsi di cose di lingua, ai quali gli estensori del progetto si erano ispirati.

Il disegno di legge, che meglio formulato avrebbe potuto forse avere successo, produsse quindi
un’infinità di sterili discussioni, le quali coinvolsero prima di tutto le associazioni scientifiche universitarie
istituzionalmente deputate alle tematiche linguistiche, tra esse l’ASLI (Associazione per la Storia della
Lingua Italiana) e la SIG (Società italiana di Glottologia), e poi anche il Centro internazionale sul
plurilinguismo di Udine, che si occupa di lingue minoritarie e parlate locali. Tutti gli interventi tendevano
a respingere l’eccesso di dirigismo che si riconosceva nella proposta legislativa, la quale sembrava
profilarsi come un’azione di stampo autoritario, piuttosto che privilegiare elementi culturali legati alla
tematica linguistica. Intervenne anche l’Accademia della Crusca, del resto direttamente tirata in causa.
In definitiva, tutti gli interventi furono piuttosto critici. Nella seduta del 2 ottobre 2003, la Commissione
affari esteri apportò una modifica al progetto iniziale, ritoccando la composizione del CSLI, con l’aggiunta
del ministro per gli Italiani nel mondo, con i rappresentanti dell’Accademia dei Lincei, delle università
per stranieri, dell’Istituto della

Enciclopedia Italiana. Oltre al resto, a turbare un sereno esame della questione, entrava il fatto che il
presidente del Consiglio in carica non era molto amato dalla una gran parte degli intellettuali italiani, e
non apprezzato in modo speciale per interessi di natura linguistica. È vero che il disegno di legge
prevedeva la figura istituzionale del presidente del Consiglio, e non era dunque questione di questo o
quell’individuo che ricoprisse la carica in un

276 Cfr. D’Arcangelo, 2003.

117

determinato momento; ma certo anche questo dettaglio influì sulle reazioni largamente negative. Il
progetto, alla fine, non approdò a nulla277.

Nel 2008 un nuovo progetto analogo al primo fu nuovamente elaborato dal senatore Pastore278. La
proposta era molto più moderata della precedente. Non prevedeva più la realizzazione della grammatica
e del vocabolario ufficiali della Repubblica. La presenza eccesiva di ministri, invece, permaneva anche se
essi avrebbero potuto essere sostituiti da delegati (come era facile immaginare, ovviamente tutti di
nomina ministeriale, quindi politici essi stessi, o legati alla politica, non studiosi autonomi). Restavano
espressi i compiti di promozione della lingua, sostanzialmente condivisibili e non certo nocivi. Veniva
introdotto un riferimento ai rapporti con la Commissione nazionale per la promozione della cultura
italiana all’estero istituita con la legge 22 dicembre 1990, n. 401, che sul tema della lingua doveva essere
vincolata ai pareri del CSLI. In questa fase non si creò più un fronte avverso; non ci furono grandi
discussioni, e anzi l’iniziativa passò quasi sotto silenzio, anche perché la grancassa giornalistica aveva
sparato tutte le cartucce nella fase precedente, la quale senza dubbio, per il radicalismo della prima
formulazione, si prestava di più a un infuocato dibattito.

277Cfr. Marazzini, 2013, p. 270.

278All’art. 2 si legge: “Il CSLI sovrintende, nell’ambito degli orientamenti generali definiti dal Governo,
alla tutela, alla valorizzazione e alla diffusione della lingua italiana in Italia e all’estero, anche nell’ambito
della più generale promozione della cultura nazionale, e collabora con istituzioni pubbliche e private che
abbiano analoghe finalità. Il CSLI formula le sue proposte al Governo, indica le modalità d’intervento e
dà il proprio parere sulle questioni inerenti all’italofonia, redigendo un rapporto annuale sullo stato della
lingua italiana. Il
CSLI svolge i seguenti compiti: a) indicare espressioni linguistiche semplici, efficaci e immediatamente
comprensibili, di cui consigliare l’uso alle amministrazioni pubbliche e private, formulando proposte
operative per rendere più agevole e rapida la comunicazione con i cittadini anche attraverso gli
strumenti informatici; b)favorire l’uso corretto della lingua italiana e l’italofonia nelle scuole, nei mezzi di
comunicazione, nel commercio e nella pubblicità con iniziative e incentivi, secondo modalità definite dai
Ministri competenti; c)promuovere l’arricchimento della lingua italiana con lo scopo primario di rendere
disponibili nuovi termini, idonei ad esprimere i fenomeni della società contemporanea, favorendo l’uso
della lingua italiana nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; d) promuovere e
sviluppare l’insegnamento della lingua italiana all’estero, nonché la conoscenza e la diffusione della
cultura italiana nel mondo; e) promuovere l’uso ufficiale della lingua italiana nell’ambito delle istituzioni
europee e internazionali; f) valorizzare i dialetti, che costituiscono un patrimonio storico e culturale
dell’Italia e dei relativi territori, quale espressione delle tradizioni regionali italiane; g) promuovere
l’insegnamento delle lingue straniere, quali fattori di diversità culturale e non di ibridazione, anche allo
scopo di favorire le conoscenze linguistiche necessarie per la costruzione dell’Unione europea; h) fornire
agli operatori culturali, in particolare agli operatori scolastici, indicazioni utili alla conoscenza delle
strutture grammaticali e lessicali della lingua italiana”.

118

Lucio D’Arcangelo sostenne la proposta con un intervento su «Il Giornale»279. Non si approdò a nulla,
anche questa volta.

In questo modo si affaccia quindi la possibilità che lo Stato possa dettare le regole linguistiche e ciò può
suscitare perplessità. Anche circoscrivendo l’efficacia delle direttive linguistiche dello Stato unicamente
nei riguardi delle amministrazioni pubbliche, rimane il rischio di marcare una distanza insormontabile tra
la lingua del potere e quella dei cittadini, nel senso che la prima potrebbe risultare incomprensibile alla
maggioranza, tanto più in Italia dove il linguaggio normativo e burocratico evoca l’“antilingua” di cui
parlava Calvino280. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una
prospettiva di vocaboli che di per sé stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e
sfuggente. Non è perciò un risultato auspicabile!

La conclusione, condivisibile o meno, a cui giunge Ainis è che il parametro costituzionale va ricostruito
secondo questi termini: non ci deve essere alcuna politica linguistica, così come non deve esistere una
politica culturale, perlomeno per il fatto che in ogni manifestazione della vita culturale c’è una scintilla
che non può essere pianificata, e che altrimenti perde il suo senso e muore. Come diceva Adorno,
quando le feste di paese vengono messe in calendario una dopo l’altra, per agevolare i viaggi culturali,
finiscono per perdere la loro qualità di festa, che si regge sull’unicità del rito, sulla sua irripetibilità281.
Le feste vanno celebrate come cadono, la lingua va accettata per com’è, per come spontaneamente
evolve, anche quando assume sonorità estranee. Ma la lingua è allo stesso tempo un bene culturale, è
insieme la memoria dei padri e l’orizzonte dei figli, e la Repubblica dovrebbe avere perciò cura del
proprio patrimonio culturale.
279 10 dicembre 2009, p. 30. Lo si legge in
http://www.paolafrassinetti.it/component/content/article/29-news/106-lingua-e-identita-proposta-di-
legge-per-la-tutela-della-lingua-italiana.

280Calvino, 1995, pp. 149 ss.

281Adorno, 1976, p. 121.

119

5. LA LEGISLAZIONE REGIONALE ITALIANA IN MATERIA DI TUTELA LINGUISTICA DAL 1975 AD OGGI282

L’Italia è uno dei paesi europei in cui il pluralismo linguistico, nei secoli passati condizione naturale di
tutta l’Europa, è sopravvissuto meglio. Grazie alla sua conformazione geografica, alla sua prolungata
divisione in stati regionali, l’Italia ha oggi un invidiabile patrimonio di particolarità linguistiche ancora
solo in parte adeguatamente studiato e conosciuto.

La situazione non è cambiata neppure quando, tra scuola, servizio militare, radio, cinema, tv e fabbriche,
la stragrande maggioranza degli italiani ha sentito la necessità di imparare l’italiano per migliorare la
propria condizione sociale. Il fascismo ha combattuto la sua

“stupida, ridicola, ma feroce lotta contro i dialetti”283. Ma nonostante fossero lontani quegli anni, negli
italiani è continuata per decenni la convinzione che per essere buoni cittadini occorresse parlare bene
italiano284.

A parte, infatti, gli sloveni, i tedeschi e i ladini del Tirolo (alto-atesini285) – che si consideravano e si
considerano ancora parte di una realtà linguistico–culturale diversa da quella italiana, la maggioranza
degli italiani subisce ancora oggi una forte italianizzazione linguistica (comprese le comunità, come
quelle di lingua greca, albanese e zingara). Solamente negli ultimi anni si è andata diffondendo una
maggiore consapevolezza del fatto che conoscere le lingue, per quanto possano essere anche “solo”
dialetti, sia una ricchezza.

Col tempo una parte della classe politica italiana ha iniziato a incoraggiare il fiorire di iniziative finalizzate
alla valorizzazione di lingue minori, lingue nazionali e dialetti, della lingua nella sua interezza. Non
sempre però questo interesse è espressione della semplice volontà di difendere il pluralismo linguistico.
Una parte della classe politica italiana ha trovato, infatti, nella battaglia per la difesa delle particolarità
linguistiche e culturali uno strumento da usare nella lotta per la conquista del potere. Sfruttando, infatti,
una diffusa

282Importanti spunti e suggerimenti si sono tratti da Tani, 2006, pp. 115-158.

283De Mauro, 1979, p.49. È interessante notare come il fascismo combattesse il pluralismo linguistico a
casa propria, mentre pretendesse la tutela del ladino nella Repubblica Svizzera. Un caso altrettanto
interessante di tutela delle minoranze linguistiche ad opera dello Stato italiano durante il regime fascista
è quello (di matrice

“antislava” delle comunità istro-rumene dell’Istria interna).

284Cfr. De Mauro, 1979, p. 22 in cui si riferisce di un maestro elementare segnalato agli organi di
vigilanza del

Ministero della Pubblica Istruzione per la sua attività editoriale in lingua neogreca all’interno di una
comunità greca della Calabria.

285In De Mauro, 1979, p. 35 si fa riferimento alla tendenza dei ladini del Tirolo ad abbandonare il ladino
per il tedesco (e non per l’italiano, nonostante questo sia linguisticamente più affine).

120

ignoranza sulla realtà linguistica – complice una scuola troppo spesso burocratica, lasciata priva di
adeguate risorse e lenta al rinnovamento – alcuni gruppi di potere locale hanno cercato (spesso
riuscendoci) di conquistarsi una certa visibilità politica andando ad agire sul terreno della tutela
linguistica, tema fino ad allora ignorato dalle autorità centrali dello Stato.

Nonostante che la Carta costituzionale, legge fondante dello Stato italiano, approvata il 7 dicembre 1947
ed entrata in vigore il primo gennaio 1948, prevedesse una garanzia piena per i

“diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”
“senza distinzione di lingua” (art. 2) ed in particolare per “le minoranze linguistiche” (art. 6), in un clima
di piena espressione (art. 21), di promozione della cultura e di difesa del “patrimonio storico” (art. 9), lo
Stato italiano non aveva mai sentito fino ad allora l’esigenza di avviare una politica di tutela organica
delle diversità linguistiche.

Le uniche eccezioni erano costituite dalle leggi d’istituzione delle regioni a statuto speciale286e le
disposizioni a favore della minoranza slovena delle provincie di Gorizia e Trieste (1961- 1963) in cui –
oltre a qualche generico riferimento alla “salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e
culturali”287 – lo Stato menzionava esplicitamente tra le lingue minoritarie degne di tutela soltanto
quelle di confine, legate a paesi esteri: francese, tedesco, ladino e sloveno. Per quanto riguarda tutte le
altre lingue non era prevista nessuna esplicita forma di tutela.

Una politica che si potrebbe definire di comodo, che rimandava ad un futuro più o meno remoto la
questione sollevata dall’art. 6 della Costituzione, e poneva invece come prioritaria l’unificazione
linguistica del paese. È con gli anni ’90 che si assiste ad una crescente attenzione da parte dello Stato
verso il tema fino ad allora ignorato della tutela linguistica, in reazione a certe provocazioni da parte di
alcuni gruppi politici locali e in risposta ad una crescente e legittima richiesta di tutela e valorizzazione
del patrimonio linguistico italiano.
Fino a quando la Guerra fredda ha diviso l’Europa in due blocchi ed ha immobilizzato buona parte della
vita politica italiana, sarebbe stato quantomeno stravagante parlare di questi argomenti. D’altra parte il
concetto stesso di tutela delle minoranze era nato in ambito diplomatico, ovvero nel momento in cui le
potenze vincitrici della seconda guerra mondiale avevano sentito il bisogno di fissare alcuni limiti alle
potenze beneficiarie (tra queste anche

286 In particolare quelli della Valle d’Aosta (a statuto speciale dal 1948, ma circoscrizione autonoma dal
1945), del Trentino Alto-Adige (a statuto speciale dal 1948, ma con autonomia amministrativa dell’Alto
Adige dal 1946) e del Friuli Venezia Giulia (a statuto speciale dal 1964). Negli Statuti della Sardegna,
regione autonoma dal 1948, e negli statuti della Sicilia non ci sono riferimenti alla tutela linguistica.

287Cfr. statuto del Friuli disponibile sul sito della regione:


http://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/GEN/statuto/allegati/statutoGiugno2003.p
df

121

l’Italia) della spartizione del grande impero multi etnico dell’Austria – Ungheria, dove il pluralismo
culturale, religioso e linguistico era ben tutelato da istituzioni antiche288.

Solo col tempo la tutela delle minoranze si affranca, con difficoltà, da questa subordinazione al diritto
internazionale. In Italia, paese giovane e ancora parzialmente “nazionalizzato”, ciò non avviene prima
degli anni ’70. Per gran parte del ‘900 quindi nel nostro paese prevale un concetto tradizionale di tutela
linguistica delle minoranze, riduttiva e strumentale alla creazione di relazioni di buon vicinato tra Italia e
paesi territorialmente contigui. Non è quindi un fatto sorprendente che le autorità dello Stato italiano,
tradizionalmente assai restie a qualsiasi rinnovamento, abbiano per tutto il ‘900 guardato con sospetto
chi chiedeva maggior tutela per le varie minoranze linguistiche ed etniche del paese. Così fino al 1989
l’Italia ha concesso tutela linguistica solamente alle minoranze di confine (tedesco, francese, ladino e
sloveno in Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e province di Gorizia e Trieste)289, resistendo assai bene
anche alle pressioni legislative che venivano dall’Europa.

5.1 VERSO UNA NUOVA TUTELA LINGUISTICA (1970-1975)

L’unica volta in cui, prima del 1989, lo Stato italiano sembrò avviarsi con decisione sulla strada del
cambiamento e della modernizzazione istituzionale fu agli inizi degli anni ’70. In quel momento la
congiuntura internazionale era favorevole al cambiamento. Con il trattato di Osimo290 si era risolto il
lungo contenzioso tra l’Italia e la Jugoslavia sulla questione di Trieste e la paura di mutilazioni territoriali
era svanita. All’interno importanti movimenti di

288Telmon 1994, p. 925. A tal proposito si citano i casi di Trieste e Fiume, città multietniche
rispettivamente dell’Austria e dell’Ungheria, dove l’italiano godeva di un’ampia tutela.
289Tra gli stati usciti nel 1945 sconfitti dalla guerra era normale concedere (o almeno promettere a
parole) tutele per le minoranze etniche. Anche la Romania nazional-comunista, per evitare ulteriori
mutilazioni territoriali (le autorità del paese temevano soprattutto la perdita della Transilvania, per metà
abitata da ungheresi e tedeschi) avviò negli anni ’40 e ‘ 50 del XX secolo importanti iniziative in difesa
della minoranza linguistica ungherese Csàngò, poi velocemente smantellate una volta passato il
pericolo.

290Il trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, sancì lo stato di fatto di separazione territoriale


venutosi a creare nel territorio Libero di Trieste a seguito del Memorandum di Londra (1954), rendendo
definitive le frontiere fra l'Italia e l'allora Jugoslavia. Esso concluse la fase storica iniziata nel 1947 con il
trattato di pace, quando si decise la cessione alla Jugoslavia di gran parte della Venezia Giulia (Fiume e le
isole del Quarnaro, la quasi totalità dell'Istria e gli altopiani carsici a est e nord-est di Gorizia) e la
creazione del Territorio Libero di Trieste comprendente l'attuale provincia di Trieste e i territori costieri
istriani da Ancarano (oggi in Slovenia) fino a Cittanova (oggi in Croazia).

122

protesta politica e sindacale avevano aperto nuovi spiragli per la ripresa del progetto di
democratizzazione – anche linguistica – del paese (impostato con la Carta costituzionale del 1948).

A partire dal 1970 anche le regioni a statuto ordinario (ed in particolare Veneto, Basilicata, Molise,
Piemonte e Calabria) inseriscono importanti e chiari riferimenti alla necessità di tutelare le minoranze
linguistiche presenti nei loro territori: lo statuto del Piemonte (L. 338 del 22 maggio 1971) impegna la
regione a “difendere il patrimonio culturale, anche nelle sue espressioni regionali”; anche nello statuto
del Veneto – approvato con la L. 340 del 22 maggio 1971 – si afferma che “la Regione concorre alla
valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico delle singole comunità”; non si discosta molto da
questo tono lo statuto del Molise (L. 347 del 22 maggio 1971), che afferma che la regione “tutela il
patrimonio linguistico e storico e le tradizioni popolari delle comunità etniche esistenti nel suo territorio
e, d’intesa con i comuni interessati, ne favorisce la valorizzazione” (art. 4); il testo dello statuto della
Basilicata (L. 350 del 22 maggio 1971) reca invece una formula con la quale la regione si impegna a
favorire la “valorizzazione dell’originale patrimonio linguistico, di cultura e di costume di cui sono
portatrici le comunità locali”. La regione che interviene in maniera più chiara e innovativa in favore delle
proprie minoranze linguistiche è però la

Calabria, che con la LR. 519 del 28 luglio 1971 si impegna “nel rispetto delle proprie tradizioni a
promuovere la realizzazione del patrimonio storico, culturale ed artistico delle popolazioni di origine
albanese e greca” e a “favorire l’insegnamento delle due lingue nei luoghi dove esse sono parlate” (art.
56). Questa legge regionale è importante soprattutto perché cita espressamente le lingue sa tutelare
(mentre le altre risultano generiche) e propone una tutela per due lingue, l’albanese e il grico291, che
ancora oggi non godono di considerazione sociale292: da sempre verso gli albanesofoni e i greci di
Calabria, numericamente in fase di regresso, si registra una malcelata avversione da parte delle
popolazioni vicine293.
291Il greco calabro o griko (anche grico), idioma praticato nelle due isole linguistiche della Bovesìa,
Vallata dell'Amendolea, Gallicianò, Roghudi, Roccaforte del Greco nel reggino e della Grecìa
salentina nel Salento, è un dialetto (o gruppo di dialetti) di tipo neo-greco residuato probabilmente di
una più ampia e continua area linguistica ellenofona esistita anticamente nella parte costiera
della Magna Grecia.

292Telmon, 1994, pp. 939-40.

293Telmon, 1994, p. 46.

123

Questi riferimenti alla tutela linguistica negli statuti delle regioni italiane sono molto importanti, ma
comunque non sufficienti ad avviare una fase nuova nella difesa del pluralismo linguistico. Saranno però
questi primi segnali forti di rottura con la tradizione ad avviare la piccola rivoluzione legislativa che
prenderà forma in materia di tutela delle minoranze linguistiche intorno al 1975.

Non bisogna dimenticare che la legislazione regionale di cui si è parlato fino ad ora trova fondamento
giuridico in una serie di documenti internazionali che, soprattutto dopo il 1948, hanno portato ad una
progressiva estensione dei diritti umani e della tutela delle minoranze. Al 10 dicembre 1948 risaliva il
primo documento – approvato dall’Assemblea generale dell’ONU – in materia di tutela dei diritti
dell’uomo: nella “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” in cui si afferma che “Tutti gli esseri
umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, “senza distinzione alcuna, per ragioni di […] lingua, […]
di origine nazionale […] di nascita”294. Tali principi vengono ulteriormente ribaditi dalla Convenzione
per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle Libertà fondamentali, approvata dall’Assemblea generale
del Consiglio d’Europa, riunita il 4 novembre 1950 a Roma. Il 16 dicembre 1966, infine, all’Assemblea
generale dell’ONU si è votato un altro importante documento, conosciuto come Patto internazionale sui
diritti politici e civili, che rafforza il concetto di tutela linguistica.

5.2 IL RUOLO DELLE REGIONI IN MATERIA DI TUTELA LINGUISTICA NEL 1975

Nel 1975 con la L. 382/75 le deleghe, già previste dall’art. 117 della Costituzione repubblicana in materia
di “promozione educativa e culturale attinenti precipuamente alla comunità regionale” e già attribuite
alle regioni a statuto speciale, sono estese anche a tutte le regioni di diritto ordinario. In questa maniera
quegli intenti di tutela linguistica tracciati nel 1971 negli statuti delle regioni ordinarie (ed in particolare
da Calabria, Basilicata, Molise, Piemonte e Veneto) trovano finalmente maggior possibilità di
concretizzazione (anche se per la messa in atto della L. 382/75 occorre aspettare l’approvazione del DPR
24 luglio 1977 n. 616295). Sembra giunto ormai il momento per una politica di tutela linguistica organica
su

294Vedi http://www.interlex.it/testi/dichuniv.htm.

295Per il testo del DPR si veda:


http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.del.presidente.della.repubblica:1977-07-
24;616!vig=

124

scala nazionale: nel 1979 si arriva alla prima proposta di legge in tal senso presentata al parlamento
nazionale italiano296. Le resistenze però sono forti e nonostante tutto bisognerà aspettare ancora
vent’ani per vedere una legge nazionale – la n. 482 del 15 dicembre 1999 (e successivo DPR attuativo
n.345 del 2001) – che finalmente si esprima chiaramente su un tema così delicato. In questo periodo
l’orientamento è ancora quello di favorire principalmente l’italiano. D’altra parte il fatto che ancora negli
anni ’70 solamente il 25% degli italiani dichiarasse di usare esclusivamente l’italiano297 ha un peso non
indifferente nel determinare le scelte della classe dirigente restia ad intraprendere alcuni tipi di scelte.

A queste resistenze fa riscontro una pluralità di importanti iniziative che vengono dalla società civile,
dalla comunità scientifica e dal mondo dell’arte. In ambito letterario (poesia, prosa e teatro) i dialetti –
nel solco dei grandi maestri del teatro dialettale (Pirandello, Musco,

Petrolini, Totò, Eduardo) e della scrittura d’avanguardia (Gadda e Pasolini) – vivono negli anni ‘70 una
stagione di grande creatività. In ogni parte d’Italia “una fetta consistente della migliore produzione
poetica dell’Italia si affida a uno dei dialetti”298. Basti pensare all’Anonimo Romano299 (con la raccolta
di sonetti Er comunismo co’ la libbertà), all’opera del lombardo Franco Loi, al Piemonte della rivista
artigiana di Ij Brandé e di Antonio Bodrero, alla poesia ligure di Adolfo Ivaldi, al dramma brechtiano in
lingua sarda Pedru Zara.Sulla scia delle intuizioni dei grandi intellettuali italiani e stranieri del passato più
o meno recente, di fronte ai grandi sconvolgimenti sociali e culturali dell’Italia degli anni ’60 ha vissuto,
si va diffondendo l’idea che il plurilinguismo dell’Italia sia un “grande fatto di cultura nazionale capace di
garantire il volo internazionale dell’Italia”, per usare le parole del linguista e analista dei fatti della
cultura italiana Tullio De Mauro300. Ed è proprio con persone come De Mauro e associazioni come la
Società di Linguistica Italiana e la Società Italiana di Glottologia, che anche il mondo accademico si fa
sentire con autorevolezza in favore della tutela del pluralismo linguistico, organizzando, per esempio,
vari convegni (come quello di Cagliari del 27-30 maggio 1977) e redigendo documenti sul tema. È in
quegli anni che De

296Cfr. Orioles, 2003, p.17.

297Cfr. De Mauro, 1979, p.87.

298Cit. da De Mauro, 1979, p. 88. Gli esempi che seguono sono tratti dalla stessa opera.

299 L’Anonimo Romano è identificato comunemente con Bartolomeo di Iacovo da Valmontone (...


– 1357 o1358), uno scrittore italiano. Si pensa che sia l'autore di una delle più importanti cronache
medievali, dettaCronica dell'Anonimo Romano.

300 De Mauro, 1979, p. 49.


125

Mauro scrive: “Penso che si debba seguire la politica che viene definita del “doppio binario”, cioè
bisognerebbe dare a tutti la conoscenza piena dell’italiano e dei linguaggi scientifici e delle lingue
straniere, salvando nello stesso tempo le parlate locali, che hanno ancora una parte molto importante
nella nostra lingua, psicologica, sociale, sia privata che pubblica”301.

Mentre in Italia l’esigenza di tutelare le minoranze linguistiche cresce, in Europa sono prodotti ulteriori
importanti testi legislativi e di indirizzo giuridico. Risale al 1 agosto 1975 l’Atto finale della Conferenza
sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE), la prima formulazione ufficiale a livello internazionale
della tutela collettiva dei diritti delle

“minoranze nazionali o culture regionali”. Così si apre la strada verso una coerente politica europea di
tutela delle minoranze linguistiche. Il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa sono tra le istituzioni
più attive nello sviluppo di una legislazione di tutela linguistica. Sarà infatti grazie al lavoro svolto da
queste due organizzazioni sovranazionali che anche in Italia finirà per prevalere – soprattutto a livello
regionale – una sempre più diffusa tendenza alla tutela del plurilinguismo nazionale.

5.3 LA TUTELA LINGUISTICA DOPO IL 1975 TRA LA LEGISLAZIONE EUROPEA E

QUELLA REGIONALE

È con l’Atto finale CSCE di Helsinki e la delega alle regioni che si può delineare una nuova strategia di
tutela linguistica alle minoranze. Il primo segnale in questo senso arriva dal

Parlamento europeo che il 16 ottobre 1981 approva un’importante deliberazione: la

Resolution on a Community charter of regional languages and cultures and on a charter of rights of
ethnic minorities302. Il testo è un vero e proprio appello “ai governi nazionali e ai poteri regionali e
locali” affinché mettano in atto “pur nella grande diversità delle situazioni e nel rispetto delle relative
autonomie” – azioni politiche finalizzate all’insegnamento “nelle scuole di ogni ordine e grado con una
particolare attenzione alla scuola materna” delle “lingue e culture regionali”, alle quali deve essere
garantito anche “l’accesso alla radio e alla televisione locali in forme tali da garantire la continuità e
l’efficacia della comunicazione a

301De Mauro, 1979, p. 70.

302Per il testo completo della risoluzione in italiano si veda:


http://www.provincia.torino.it/cultura/minoranze/dwd/europea1.pdf.

126

livello delle singole Comunità e a favorire la formazione di operatori culturali specializzati”.


Tale documento – via via rafforzato da altri documenti del Parlamento europeo e dell’Unione

Europea – sarà alla base nel corso dei successivi decenni per la tutela regionale in materia di pluralismo
linguistico. Risale infatti all’8 settembre 1981 l’approvazione da parte del consiglio regionale friulano
della LR n. 68, che estende la tutela linguistica – già applicata da decenni alle minoranze nazionali di
confine quali il tedesco, il ladino e lo sloveno – al friulano e al veneto, due idiomi fino ad allora rimasti
fuori dalle leggi di tutela del pluralismo linguistico. L’art. 25 infatti afferma: “La Regione nel rispetto delle
competenze statali in materia sostiene, mediante appositi finanziamenti, le attività rivolte alla tutela e
alla valorizzazione delle lingue, culture e parlate locali non disciplinate e finanziate da altra normativa
regionale, promosse da enti locali singoli o associati, enti pubblici, organi collegiali scolastici, enti ed
associazioni culturali qualificati, non aventi fini di lucro.” Per prima cosa spicca l’inserimento del friulano
tra le lingue degne di tutela. Pur essendo più volte andata vicino a formare una koinè unitaria303 grazie
alla sua relativa omogeneità di varietà, ancora oggi il friulano stenta a essere utilizzato ad un livello di
uso più alto affiancandosi all’italiano304.

Sulla base di tali considerazioni, la LR n.68 risulta ancora più innovativa se si considera che prevede tra le
“lingue e culture regionali” meritorie di tutela “la lingua e cultura locale di lingua veneta”.
Generalmente, infatti, il veneto, o meglio i veneti, non sono considerati dai linguisti un gruppo di varietà
ascrivibili alla categoria “lingua minoritaria”. Il veneto del Friuli ha una storia illustre, in passato era assai
diffuso soprattutto in alcune regioni occidentali e nelle città, ed è usato fino all’unità d’Italia come koinè
scritta305. Considerando poi che la stessa Regione Veneto non sembra essersi interessata del proprio
idioma veneto fino al 2003 (con la LR n. 3 in cui si fa esplicito riferimento all’“identità linguistica veneta”
e di cui si tratterà più avanti), e che la legge nazionale più importante (la n. 482) non elenca il veneto tra
le “lingue regionali o minoritarie” da tutelare, è evidente quanto importante sia nella storia della
legislazione delle minoranze italiane la LR 68/81 del Friuli, una delle leggi più avanzate nella storia della
legislazione italiana. Tale legge, infatti, prevede per la difesa del friulano,

303 Fino ad ora i tentativi fatti di istituire una koinè su base letteraria “non sono mai riusciti a superare
le resistenze delle varietà friulane marginali, pure usate come lingua scritta e con uno stacco sempre più
sensibile tra il friulano parlato e l’ibrido del friulano scritto”. Cit. Francescato 1993, p.325.

304Cfr. Telmon, 1994, p.935.

305Marcato, 2003, p.339.

127

del veneto e delle altre lingue minoritarie una serie di interventi in campo scolastico, accademico,
culturale, linguistico, editoriale e televisivo, concedendo sovvenzioni per ricerche, studi, mostre, attività
informative, giornali e periodici in lingua locale,

“pubblicazioni di opere scientifiche e di divulgazione concernenti la cultura e le lingue locali”, “traduzioni


di tesi teatrali nelle lingue locali”, toponomastica, ricerca, registrazione e pubblicazione dei testi musicali
popolari; allestimento e “organizzazione di recite, spettacoli e concerti di compagnie teatrali, gruppi
folcloristici, complessi corali”, premi per scrive in lingua minoritaria. Ma nonostante che l’azione del
Parlamento Europeo in favore delle lingue regionali e minoritarie favorisca politiche simili a quelle
portate avanti dal Friuli, per circa un decennio la LR friulana 68/81 rimane un caso isolato nel panorama
italiano.

La prima legge a porsi sulla via già tracciata dalle precedenti risoluzioni giunge il 10 aprile

1990, con l’approvazione da parte del Consiglio regionale del Piemonte della LR 26/90 emanata in difesa
dell’“originale patrimonio linguistico del Piemonte”, incrementandone “la conoscenza”, come “parte
integrante dell’azione di tutela e valorizzazione della storia e della cultura regionale” in base “ai principi
della pari dignità e del pluralismo linguistico sanciti dalla Costituzione”. Questa legge sarà molto
importante più avanti per promuovere la tutela delle “quattro lingue storiche presenti sul proprio
territorio (piemontese, franco-provenzale,occitano e walser)”, poiché sotto l’espressione “originale
patrimonio linguistico del Piemonte” si può leggere un grosso intento di tutela e valorizzazione del
pluralismo linguistico italiano.

Dopo queste due importanti leggi, la LR 68/81 del Friuli e la legge 26/90 del Piemonte, è possibile dire
che la legislazione regionale diventa il perno e il motore della tutela linguistica.

5.4 LA LEGISLAZIONE REGIONALE DOPO LA CARTA EUROPEA DELLE LINGUE

REGIONALI O MINORITARIE DEL 1992

Mentre in altre regioni italiane i governi locali iniziano a valutare se seguire l’esempio di Torino e Trieste,
il 5 novembre 1992 il Consiglio d’Europa emana un altro documento fondamentale: la Carta europea
delle lingue regionali o minoritarie (European Charter for Regional or Minority Languages, n.148
nella Serie dei Trattati europei306). Il suo obiettivo prioritario è la “protezione delle lingue regionali o
minoritarie storiche dell’Europa, alcune

306 Testo consultabile al sito: http://www.conventions.coe.int/Treaty/ita/Treaties/Html/148.htm.

128

delle quali rischiano di scomparire col passare del tempo”. Queste lingue vengono considerate una
“ricchezza culturale dell’Europa”. Per raggiungere tale obiettivo la Carta per prima cosa afferma che “il
diritto di praticare una lingua regionale o minoritaria nella vita privata e pubblica costituisce un diritto
imperscrittibile”. Poi ricorda “il valore dell’interculturalismo e del plurilinguismo”, considerando “la
protezione e la promozione delle lingue regionali o minoritarie […] un contributo importante alla
costruzione di un’Europa fondata sui valori della democrazia e della diversità culturale”. Ma l’assoluta
novità di questo documento è il fatto che in esso per la prima volta si dà una definizione di lingua
minoritaria e di “territorio in cui è usata una lingua regionale o minoritaria”:

“a) per «lingue regionali o minoritarie» si intendono le lingue: usate tradizionalmente sul territorio di
uno Stato dai cittadini di detto Stato che formano un gruppo numericamente inferiore al resto della
popolazione dello Stato; e diverse dalla(e) lingua(e) ufficiale(i) di detto Stato; questa espressione non
include né i dialetti della(e) lingua(e) ufficiale(i) dello Stato né le lingue dei migranti;

b) per «territorio in cui è usata una lingua regionale o minoritaria» si intende l’area geografica nella
quale tale lingua è l’espressione di un numero di persone tale da giustificare l’adozione di differenti
misure di protezione e di promovimento previste dalla presente Carta;

c) per «lingue non territoriali» si intendono le lingue usate da alcuni cittadini dello Stato che differiscono
dalla(e) lingua(e) usata(e) dal resto della popolazione di detto Stato ma che, sebbene siano usate
tradizionalmente sul territorio dello Stato, non possono essere ricollegate a un’area geografica
particolare di quest’ultimo”.

Perciò una lingua verrà considerata minoritaria se soddisferà tre condizioni: 1) essere parlata da un
gruppo relativamente piccolo e inferiore al resto della popolazione; 2) essere sufficientemente diversa
dalla lingua ufficiale; 3) non essere un dialetto della lingua ufficiale.

In caso di ratifica della suddetta carta lo Stato membro del Consiglio d’Europa si impegna a rispettare un
minimo di almeno 35 disposizioni in esso contenute. L’Italia non ha ancora ratificato il documento, a
differenza di Finlandia, Liechtenstein, Norvegia, Paesi Bassi, Svizzera, Ungheria, Croazia, Germania,
Svezia, Austria, Danimarca, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Armenia, Cipro, Slovacchia. Nonostante
questo però la carta esercita un importante influsso sulla legislazione italiana, incoraggiando le
istituzioni del paese a prendere concrete misure di difesa del pluralismo linguistico.

129

Il 18 dicembre dello stesso anno, il 1992, anche l’ONU – con la risoluzione 47/135 – elabora un
documento importante sui Diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali, etniche, religiose e
linguistiche307, in cui si fa chiaro riferimento alla libertà di potersi esprimere in lingua minoritaria, di
poter studiare nella lingua madre. Al 1992 risale anche la firma del trattato di Maastricht e la creazione
presso l’OCSE (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) di un Alto commissariato
per le minoranze nazionali (High Commissioner on National Minorities).

Ad alcuni anni dopo, cioè al 1 febbraio 1995, risale l’approvazione da parte del Consiglio d’Europa di un
altro importante documento: la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali
(Framwork convention for the protection of nationale minorities and explanatory report), conosciuta
anche come trattato n. 157 nella Serie dei Trattati europei.

Finalizzata a “proteggere l’esistenza delle minoranze nazionali sui loro rispettivi territori”,
questa Convenzione- quadro ricorda l’importanza della “libertà di ricevere o di comunicare informazioni
o idee nella lingua minoritaria” impegnando gli stati firmatari a “facilitare l’accesso delle persone
appartenenti a minoranze nazionali ai media, per promuovere la tolleranza e permettere il pluralismo
culturale” (art. 9). Viene recepita dal Parlamento italiano con la legge 28 agosto 1997 n. 302, ma
questa Convenzione è essenzialmente un documento programmatico che lascia ai singoli stati nazionali
l’impegno di adottare misure concrete di tutela linguistica308.

Tutte queste leggi emanate da organi europei e mondiali tra il 1992 e il 1995 hanno avuto un effetto
positivo sulla legislazione regionale, che proprio in quegli anni riprende vigore. Infatti non sarebbero
pensabili le molte e importanti leggi approvate in Italia dalle varie regioni tra il 1995 e il 1999 senza
la Carta delle lingue del 1992 e la Convenzione-quadro del 1995. In particolare la definizione di “lingue
regionali” proposta dalla Carta del ’92 spinge il legislatore regionale italiano ad aprire la tutela linguistica
ad idiomi fino ad allora mai espressamente citati come lingue minoritarie: il croato e l’albanese del
Molise (LR molisana

15/97); il sardo, il catalano, il tabarchino e i dialetti sassarese e gallurese (LR Sardegna

26/97); il piemontese, il walser, l’occitano e il francoprovenzale (LR Piemonte 37/97); l’albanese e le


altre minoranze linguistiche di Sicilia (LR Sicilia 26/98).

307 Testo del 47/135. Declaration on the Rights of Persons Belonging to National or Ethnic, Religious
and Linguistic Minorities recuperabile al sito: http://www.un.org/documents/ga/res/47/a47r135.htm.

308 Cfr.Orioles, 2003, p.14.

130

Casi a sé invece risultano invece la LR dell’Abruzzo n.79/95, che estende la tutela linguistica anche agli
immigrati, ed in particolare alla loro “identità linguistica” e la LR Friuli 15/96 con un rafforzamento della
legislazione vigente con particolare attenzione alle “lingue e culture friulane”. La prima è
particolarmente avanti con i tempi, dal momento che quasi vent’anni fa si spendeva in favore del
mantenimento dell’“identità linguistica culturale e religiosa” dell’immigrato e della sua famiglia. La legge
friulana appena citata invece è ricca di richiami alla Carta europea, soprattutto per quanto concerne
l’organizzazione dei servizi educativi, culturali, informativi, amministrativi, accademici in e per la lingua
friulana (“lingua e cultura friulane” sono “componenti essenziali dell’identità etnica e storica della
comunità regionale”).

Tra le attuazioni più interessanti di questa legge meritano di essere citate la creazione a Udine di
un Osservatorio regionale della lingua e cultura friulane e di un centro di raccolta della documentazione
in lingua friulana (alla biblioteca civica Vincenzo Joppi di Udine), e, infine il ruolo guida nello studio e
nella preparazione di insegnanti di friulano dell’università degli studi di Udine (art. 7).

Molto simile alle precedenti è la LR n. 15 del 15 maggio 1997 con la quale il Molise si è impegnato a
“valorizzare e promuovere il patrimonio culturale delle minoranze linguistiche storicamente presenti nel
territorio, quale elemento non secondario della cultura molisana”, ovvero a “valorizzare le comunità
molisane di origine croata ed albanese” riconoscendo che “la protezione e la valorizzazione delle lingue
minoritarie contribuiscono alla costruzione di un’Europa fondata sui principi della democrazia e del
rispetto delle diversità culturali” (art. 1). Contiene inoltre una parte dedicata all’insegnamento del croato
e dell’albanese sia per i bambini e i giovani (nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado) sia per gli
adulti.

Ancor più interessante è la LR n.37 emanata dal Consiglio regionale del Piemonte il 17 giugno 1997 che –
facendo propria la legislazione europea e anticipando quella italiana – riconosce e promuove il diritto
alla tutela e alla valorizzazione per la lingua piemontese, elencata tra le quattro lingue minoritarie del
Piemonte: “La Regione promuove, di intesa con le emittenti pubbliche e private, l’attuazione di
trasmissioni culturali e di informazione anche in lingua piemontese e nelle lingue storiche del Piemonte:
occitano, francoprovenzale e walser” (art.1). L’importanza di questa legge balza subito agli occhi se si
pensa che il piemontese fino ad allora non era mai stato definito, almeno in ambito legislativo, così
chiaramente una “lingua minoritaria”. E questo nonostante che da secoli ormai il piemontese svolge un
ruolo di koinè per tutte le popolazioni della regione. Queste novità non tarderanno

131

ad essere recepite da parte del governo centrale, con l’approvazione della legge n. 482 nel

1999.

Intanto un’altra regione segue l’esempio del Piemonte: la Sardegna che il 15 ottobre 1997 emana la
legge n.26309, destinata a far scuola. Questa al primo articolo afferma: “La Regione Autonoma della
Sardegna assume l' identità culturale del popolo sardo come bene primario da valorizzare e promuovere
e individua nella sua evoluzione e nella sua crescita il presupposto fondamentale di ogni intervento volto
ad attivare il progresso personale e sociale, i processi di sviluppo economico e di integrazione interna, l'
edificazione di un' Europa fondata sulla diversità nelle culture regionali. A tal fine garantisce, tutela e
valorizza la libera e multiforme espressione delle identità, dei bisogni, dei linguaggi e delle produzioni
culturali in Sardegna, in conformità ai principi ispiratori dello Statuto speciale” mentre all’art. 2 il
parlamento regionale sardo “assume come beni fondamentali da valorizzare la lingua sarda -
riconoscendole pari dignità rispetto alla lingua italiana - la storia, le tradizioni di vita e di lavoro, la
produzione letteraria scritta e orale, l' espressione artistica e musicale, la ricerca tecnica e scientifica, il
patrimonio culturale del popolo sardo nella sua specificità e originalità, nei suoi aspetti materiali e
spirituali.”

Per la prima volta, quindi, nella storia della legislazione italiana, il sardo, inteso come insieme di varietà
dialettali parlate da circa un milione di persone310 ma prive di una varietà che funzioni da koinè scritta e
parlata, sono dichiarate dal legislatore “lingua” e degne della massima tutela riservata alle lingue
minoritarie e regionali. Al paragrafo 4 dell’articolo 2 si afferma che: “La medesima valenza attribuita alla
cultura ed alla lingua sarda è riconosciuta con riferimento al territorio interessato, alla cultura ed alla
lingua catalana di Alghero, al tabarchino delle isole del Sulcis, al dialetto sassarese e a quello gallurese.”
In questa maniera la tutela di legge viene stesa a varietà dialettali e minori che, pur avendo le
caratteristiche adatte per rientrare nella tutela prevista dalla Carta europea delle lingue regionali del
1992, non avranno sempre la dovuta fortuna nella legislazione nazionale in materia (ad esempio il
tabarchino, gruppo di dialetti genovesi giunti in Sardegna agli inizi del XVIII secolo, verrà dimenticato
dalla L. 489/99)311.

309Vedi: http://www.regione.sardegna.it/j/v/86?v=9&c=72&s=1&file=1997026.

310Cfr. Orioles, 2003, p.88.

311Sul tabarchino si confrontino i volumi di Fiorenzo Toso: I tabarchini della Sardegna, 2004; Le Mani-
Microart'S; Grammatica del tabarchino, 2005; Le Mani-Microart'S, Dizionario etimologico storico
tabarchino

2004, Le Mani-Microart'S.

132

Circa un anno dopo anche la Sicilia decide di dotarsi di una nuova legge (la 26/98) che, per la prima
volta, riconosce alle “comunità siciliane di origine albanese” e “alle altre minoranze linguistiche”
presenti nella regione il diritto alla “salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico, culturale e
linguistico”. Il testo viene votato il 9 ottobre 1998 e al primo articolo si dichiara che “La Regione siciliana,
nell'ambito della tutela della lingua e della cultura delle popolazioni appartenenti alle minoranze
linguistiche riconosciuta dalle leggi della Repubblica, dispone per le popolazioni di lingua e di cultura
albanese e delle altre minoranze linguistiche presenti nella Regione gli interventi di cui agli articoli
seguenti”. Per concretizzare tale tutela è prevista (all’art. 2) anche una procedura secondo la quale i
comuni in cui il 10% della popolazione sia d’accordo possono chiedere di essere sottoposti alla tutela
linguistica. Tale tutela è attivata direttamente dalla Regione per i comuni albanesofoni di Contessa
Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Caterina Gela (più il comune di
Palermo, su richiesta del suo consiglio comunale). Purtroppo però i due articoli – ai sensi dell’art. 28
dello Statuto Speciale siciliano – verranno impugnati dal Commissario dello Stato per la regione siciliana,
che ha l’incarico di vigilare su ciò che fa la regione Sicilia, e alla fine verranno omessi, insieme a quelli
che avrebbero previsto l’introduzione dell’insegnamento dell’albanese nelle scuole (art. 3) e agli adulti
(art. 4), del sostegno nell’acquisto di materiale didattico (art. 5), dell’uso (orale e scritto) delle lingue
minoritarie negli uffici pubblici (art. 6 e 7), della reintroduzione della toponomastica storica (art. 8).
Sopravvivono alle amputazioni apportate dal Commissario dello Stato per la Regione siciliana gli articoli
9 (sovvenzione a “programmi radiotelevisivi di notiziari, programmi culturali, educativi e di
intrattenimento in lingua albanese o nelle altre lingue minoritarie” e agli “organi di stampa ed alle
emittenti radiotelevisive a carattere privato che utilizzino la lingua albanese o le altre lingue
minoritarie”), 10 (“erogare contributi per le manifestazioni culturali, folcloristiche, religiose ed artistiche
organizzate nei comuni” nei comuni sottoposti alla tutela), 11 (“contributi ad associazioni, centri
culturali, Università ed enti religiosi che operano per la tutela della lingua e delle tradizioni delle
popolazioni di origine albanese e delle altre lingue minoritarie presenti in Sicilia”) e 13 (relativo
all’istituzione nella Piana degli Albanesi di un “'Istituto per la conservazione e la valorizzazione del
patrimonio storico, linguistico, culturale, documentario e bibliografico delle minoranze linguistiche”
finalizzato allo svolgimento di “attività di studio, ricerca, documentazione, conservazione di beni
archivistici e bibliografici, promozione culturale, formazione per i docenti e quant'altro necessario per la
conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico, linguistico e culturale delle minoranze
linguistiche”).

133

Non mancano le proteste, ma alla fine la vicenda della legge siciliana passa in sordina: ormai l’attenzione
di tutti è concentrata su un nuovo disegno di legge.

Da questo nascerà nel dicembre 1999 la legge quadro n. 482 che, seppur tra molti difetti, è un grande
passo avanti, considerando il tradizionale atteggiamento avuto dalle autorità italiane verso la tutela
linguistica. La Legge 482/99, riconoscendo diritto di tutela linguistica a varietà linguistiche come quelle di
alcuni dialetti sardi e al friulani, rappresenta comunque nella storia della legislazione italiana in materia
un punto di non ritorno, dopo il quale, come mostra il seguente grafico e la relativa tabella, l’intervento
delle regioni si fa più frequente. Negli anni successivi alla L. 482 sono state emanate in totale 21
disposizioni regionali in materia di tutela linguistica: un numero quasi doppio rispetto al totale di tutte le
leggi regionali emanate prima di tale legge.

Tabella 1312
Documenti legislativi internazionali, nazionali e regionali

  25              

  20              

15              

documenti                

10              

Numero                

  5              

  0          

    Periodo 2000-

    1946-65 1966-75 1976-90 1991-95 1996-99

    pre 1945           2005

Leggi
Internazionali 6 2 2 6 10 3 3

Leggia Nazionali 0 5 2 2 0 2 9

Leggi
Regionali   0 0 5 2 1 6 21

312 Tabella ricavata dai dati riportati da M. Tani, 2006, p. 137

134

5.5 LA LEGISLAZIONE REGIONALE DOPO LA LEGGE 482/99

Le aspettative per questa legge erano molte dal momento che l’Italia aveva finalmente la possibilità di
dotarsi di una legge che riconoscesse la ricchezza del patrimonio linguistico, facendone il perno di una
politica di pluralismo culturale e democratico. Ci si aspettava che l’Italia si allineasse alla normativa
europea, ma anche che si aprisse per il Paese una nuova fase storica in cui ci fosse uno spazio di azione e
di crescita per tutte le varietà linguistiche d’Italia. Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 297 del 20
dicembre 1999, dopo aver riaffermato con forza all’art. 1 che “la Repubblica valorizza il patrimonio
linguistico e culturale della lingua italiana” e impegna lo Stato a promuovere “altresì la valorizzazione
delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge”, mentre all’art. 2 elenca tali idiomi: “la lingua e
la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti
il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”. Per le lingue citate nell’art. 2
viene garantita una politica di tutela che prevede l’estensione dell’uso a scuola (art. 4 e 5), all’università
(art. 6), nelle istituzioni comunali, pubbliche, nei tribunali (art. 7, 8, 9), a livello di toponomastica (art.
10 ) e di nomi di persona (art. 11), alla radio (art. 12). Per le lingue, i dialetti e i volgari non riconducibili a
questa lista, lo Stato non riconosceva nessun tipo di diritto di tutela. Particolarmente grave risultò subito
l’esclusione di lingue minoritarie come il piemontese e il tabarchino per le quali esistevano già delle leggi
regionali di tutela. Infatti, nel tentativo di conciliare la visione tradizionale che lo Stato italiano ha
sempre mostrato sulle questioni delle minoranze e nelle nuove idee provenienti dall’Europa, il
legislatore aveva deciso di limitare la tutela a quelle realtà linguistiche “storicamente” percepite come
tali. Probabilmente alle autorità centrali dello

Stato non erano sembrate sufficientemente radicate tra la gente e “storicamente” motivate le pretese di
tutela nazionale, era invece considerata sufficiente la tutela di livello locale (regionale, provinciale,
comunale).

Si è già discusso ampiamente sulle scelte che stanno alla base della L. 482 e sulle sue luci e ombre, quel
che invece interessa valutare in questa sede è il ruolo di stimolo avuto da questa legge nazionale sulla
legislazione provinciale e regionale.

Per prima cosa la legge ebbe l’effetto di produrre una serie di aspre proteste tra chi si sentiva
ingiustamente escluso. Nel lungo periodo, invece, ha causato un incremento vertiginoso della
legislazione regionale, con un elenco infinito di proposte, controproposte, dibattiti, disegni di legge. Alla
fine ha avuto l’effetto di stimolare tra gli italiani l’interesse per l’argomento della

135

tutela delle lingue minoritarie. È una legge che ha aperto una fase nuova e lo dimostra anche il fatto che
il 27 giugno 2000 l’Italia sottoscrive la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, mentre l’8
marzo 2001 è votata dal Parlamento nazionale la L. 38/2001313 che riorganizza ed estende alla
provincia di Udine la tutela della minoranza linguistica slovena del Friuli Venezia - Giulia.

Un anno dopo, il 2 maggio 2001, viene finalmente approvato il DPR 345314 che porta alla concreta
attuazione della 482/99. Tra le prime istituzioni ad applicare la legge (che assegna ai condigli provinciali
l’incarico di definire i territori in cui applicare la tutela) si trova l’Amministrazione Provinciale di Udine, la
quale a partire già dal 2000 ha provveduto a legiferare in materia di promozione della lingua friulana
(deliberazioni del Consiglio

Provinciale numero d’ordine 91/2000 e 86/2003), slovena (deliberazione del Consiglio

Provinciale n. 33/2001) e germanica (deliberazione n. 32/2001).

Anche le autorità regionali della Calabria intervengono subito, con la LR 15/99, per dare attuazione alla
L. 482/99. Ma, oltre a rinnovare la tutela (già prevista nello statuto regionale del 1971, la legge nazionale
519/71) per le popolazioni albanese e grecanica, la Regione prevede l’estensione di tale tutela alle
comunità cosiddette “occitaniche” presenti sul territorio e tralasciate dalla 482/99. Per queste tre realtà
linguistiche la Regione prevede una politica di interventi concreti a favore dell’insegnamento nelle
scuole e agli adulti, dell’associazionismo culturale legato a tali comunità e della stampa in lingua
minoritaria.

La reazione, perciò, delle comunità linguistiche non beneficiarie della L. 482/99 è quella di intensificare il
numero di iniziative, proposte di legge, ordini del giorno e documenti prodotti in difesa della loro lingua.
Tra le prime iniziative in tal senso si registra il documento inviato il 29 gennaio 2000 al governo centrale
dalle Amministrazioni Comunali dei centri galloitalici di Sicilia, intenzionati a costruire un coordinamento
in vista di un’azione istituzionale diretta ad estendere la normativa di tutela alla legge 482/99 anche a
tutte le Comunità galloitaliche della Sicilia. In tale documento, oltre ad esprimere protesta nei confronti
della mancata inclusione delle eteroglossie interne nella L. 482, si ricorda al governo che l’idioma
galloitalico è adoperato da una popolazione che supera le 60000 unità e che negli ultimi anni la
consapevolezza dell’identità linguistica è molto aumentata e si chiede che la minoranza

313Vedi http://www.parlamento.it/parlam/leggi/01038l.htm.

314Vedi http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:presidente.repubblica:decreto:2001-05-
02;345~art11.

136

linguistica in questione, parlata in dodici comuni siciliani, venga compresa tra le lingue regionali degne di
tutela.

Intanto la questione arriva ad interessare anche le direzioni nazionali dei partiti. Partono le prime
proposte di legge, tra le quali si segnalano la n. 1059 presentata in Parlamento il 26 giugno 2001 a firma
dell’on. Pecoraro Scanio315 con il titolo di Norme per la tutela e la valorizzazione dei dialetti316. Si
tratta di un progetto di legge senza precedenti, in cui all’art. 1 si propone che le regioni, “in attuazione
delle finalità in materia di promozione del patrimonio storico e culturale del proprio territorio”, tutelino
e valorizzino “i dialetti di origine locale nella loro espressione orale e nel loro utilizzo letterario, presenti
e riconoscibili in porzioni del territorio regionale, coincidenti o meno con circoscrizioni amministrative
subregionali”. E questo attraverso – precisa l’art. 2 – la valorizzazione “della narrativa, il teatro, la poesia
ed il canto”, la realizzazione di “studi e ricerche” (per esempio di toponomastica), “sussidi all’attività
didattica”, “iniziative scolastiche tese a valorizzare i dialetti delle regioni nelle loro varie possibilità
espressive”, “corsi di formazione e di aggiornamento, seminari e convegni”, “iniziative editoriali,
discografiche, audiovisive, multimediali ed espositive”, la “costituzione ed incremento di fondi
bibliografici od archivi sonori”, l’organizzazione di “manifestazioni, spettacoli, trasmissioni radiofoniche e
televisive, produzioni artistiche che trattano dei dialetti delle regioni”, l’assegnazione di “borse di studio
e premi per tesi di laurea riguardanti i dialetti delle regioni”. Una proposta di legge che, a quanto risulta,
non ha avuto molti risvolti concreti, ma che dimostra quanto sia stata forte la reazione alla 482/99.
Una proposta simile a quella dei Verdi, viene presentata dagli on. Sergio Cola317 e Vincenzo
Siniscalchi318 il 14 maggio 2002 in materia di “tutela della lingua napoletana”. Proposte come

315Alfonso Pecoraro Scanio (Salerno, 13 marzo 1959) è un politico italiano. È stato presidente nazionale


dellaFederazione dei Verdi dal 2 dicembre 2001 al 19 luglio 2008, ministro delle Politiche
agricole nel governo Amato II e ministro dell'Ambiente nel governo Prodi II. Attualmente è Presidente
della Fondazione UniVerde e docente presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca e l'Università Tor
Vergata di Roma.

316Si veda http://www.ilc.it/proposta_lg_1059.htm.

317Sergio Cola (San Giuseppe Vesuviano, 8 luglio 1940) è un politico italiano. Nel 1994 è eletto


alla Camera dei deputati, nel 1996 è confermato alla Camera dei deputati per Alleanza Nazionale e
nel 2001 è rieletto alla Camera dei deputati. È membro della II Commissione (Giustizia) e del Comitato
Parlamentare per i Procedimenti Di Accusa.

318Vincenzo Maria Siniscalchi (Napoli, 7 agosto 1931) è un politico italiano. Il 22 ottobre 1995 alle


elezioni suppletive della Camera nel collegio "Napoli-Vomero", viene eletto deputato con una
coalizione RC-PDS,

aderisce al Misto-Rifondazione, ma nel febbraio 1996 passa ai Progressisti. Rieletto nel 1996
gruppo con

2001 al 2006 con i DS-Ulivo, sempre nel maggioritario, ed è eletto presidente della


il PDS-Ulivo, e dal Giunta

per le autorizzazioni della Camera. Ha più volte presieduto il Comitato per la Legislazione nonché
organismi

137

quelle di Cola e Siniscalchi o quella di Pecoraro Scanio hanno l’innegabile pregio di stimolare la dialettica
e la maturazione di nuove esigenze di tutela tra i parlanti delle lingue minoritarie. Più aderenti allo
spirito della 482/99 ed essenzialmente finalizzate alla ratifica della Carta europea delle lingue regionali e
minoritarie del 1992, sono le proposte di legge presentate alla Camera n.2340 del 13 febbraio 2002, la n.
4032 del 3 giugno 2003 e la n. 1723 del 16 ottobre 2003.

Tra i tanti documenti presentati nell’ambito del dibattito parlamentare concernente tali proposte, si
trova l’ordine del giorno approvato alla Camera dei deputati il 17 ottobre 2003 su proposta del deputato
Antonello Mereu319 in cui si richiama l’attenzione sui limiti della legge 482/99. Secondo i parlamentari
tale legge non terrebbe conto né della “volontà popolare”, né di quanto prodotto dagli studiosi; i
promotori auspicano l’inclusione nella tutela delle “eteroglossie interne con particolare riguardo
all’idioma dei Tabarchini di Sardegna ed anche alle parlate galloitaliche di Sicilia e Basilicata”320.
Ormai è chiaro che i luoghi più adatti per fare politica di tutela linguistica sono la regione e la provincia.
Lo dimostra l’azione intrapresa dalla Regione Veneto in favore dell’idioma veneto, anch’esso
dimenticato dalla L. 481/99. L’art. 22 della LR Veneto 14 gennaio 2003321, n. 3, intitolato Iniziative di
promozione e valorizzazione dell’identità veneta, prevede per questo idioma – similmente alla proposta
Pecoraio Scanio – “iniziative di ricerca, di divulgazione e di valorizzazione del patrimonio culturale e
linguistico su cui trova fondamento l’identità veneta mediante l’organizzazione di convegni, seminari,
mostre, ricerche, pubblicazioni ed eventi finalizzati a far conoscere la complessità culturale e linguistica
nella quale si possono riconoscere l’espressione e i segni dell’identità veneta”. Il punto 3 prevede uno
stanziamento su questo progetto di 750000,00 Euro per l’esercizio finanziario 2003.

Sempre con la medesima finalità di vedere il veneto annoverato tra le lingue minoritarie da tutelare,
anche il Consiglio Provinciale di Vicenza vota il 4 febbraio 2004 una mozione denominata Per un
inserimento della lingua veneta fra le lingue tutelate dallo stato italiano (legge 482/99).

interparlamentari. È eletto dal Parlamento in seduta comune, componente del CSM per il quadriennio


2006- 2010.

319Antonello Mereu è nato a Sant’Antioco (Carbonia-Iglesias) il 22 gennaio 1943. Deputato al


Parlamento del gruppo UDC nella XVI, XV, e XVI Legislatura.

320Orioles 2003, p. 175.

321Vedi http://www.consiglioveneto.it/crvportal/leggi/2003/03lr0003.html.

138

A questi interventi vanno aggiunti i riferimenti, più o meno espliciti, alla tutela linguistica che troviamo
nei nuovi statuti regionali, molti dei quali ancora in via di approvazione da parte del governo centrale
(che peraltro ne ha impugnati diversi322).

Tra le prime regioni a proporre la modifica dei propri statuti c’è il Molise, che riconferma quanto già
contenuto in materia di tutela del patrimonio linguistico delle comunità etniche locali nei suoi vecchi
statuti (approvati con la legge nazionale n. 347/71). Nel testo del nuovo statuto, approvato dal consiglio
regionale in data 30 ottobre 2003, all’art. 2, par. 3, lettera “g” la Regione si pone come obiettivo
prioritario il “riconoscimento e la valorizzazione del patrimonio culturale delle minoranze linguistiche
storiche presenti sul territorio regionale”.

I nuovi statuti della Puglia, approvati il 5 febbraio 2004, costituiscono invece una decisa novità rispetto a
quelli precedenti (dove era assente ogni esplicito riferimento alla tutela linguistica), soprattutto quando
affermano che “la Regione riconosce, tutela e promuove le minoranze linguistiche presenti nel proprio
territorio”323.

Non meno importante in materia di tutela linguistica è il nuovo testo di statuto della Regione
Basilicata, presentato nel luglio 2004, che all’articolo 4 (intitolato Salvaguardia dell’identità della
Regione) precisa meglio quanto già accennato nei vecchi statuti della L. 350/71, in modo tale da poter
avviare iniziative anche in favore dei Galloitalici della provincia di Potenza324.

Nonostante ospiti una comunità albanesofona a Villabadessa (frazione del comune di Rosciano in
provincia di Pescara), la Regione Abruzzo – che pure nel 1997 ha dimostrato grande lungimiranza
dotandosi di un’apposita legge di tutela delle lingue degli immigrati (la

LR 79/95) – non va molto oltre le indicazioni generali di principio, quando afferma – all’art. 8 del nuovo
statuto – che la Regione “valorizza gli apporti degli abruzzesi allo sviluppo della Repubblica; cura e
valorizza i beni e le iniziative culturali; salvaguarda il patrimonio costituito dalle specificità regionali”.

Intanto il 7 agosto 2004 anche il Veneto si dà nuovi statuti, che all’art. 9 ricordano come “La Regione,
consapevole dell’inestimabile valore del patrimonio paesaggistico, storico, artistico e culturale del
Veneto e di Venezia, si impegna ad assicurarne la tutela e la valorizzazione e a

322Per approfondire l’argomento si veda: http://uil.it/pol_territoriali/default.htm.

323Vedi http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/nuovostatutopuglia.pdf

324Orioles, 2003, p. 100.

139

diffonderne la conoscenza nel mondo”. Mentre all’art. 25 trasferisce alla provincia di Belluno

(poiché “transfrontaliera e interamente montana, abitata da significative minoranze linguistiche”) e alle


altre che ne facciano domanda “le competenze amministrative regionali in materia di politiche
transfrontaliere, minoranze linguistiche, servizi alla persona, usi del territorio, […] ferma la salvaguardia
delle esigenze di carattere unitario della Regione”325.

Più interessante, almeno in questa sede, è l’articolo 9 (Finalità e obiettivi) del nuovo statuto regionale
della Campania, approvato dal Consiglio regionale con deliberazione n.8/L del 18 settembre 2004: “La
Regione, nel rispetto della sua storia, della sua tradizione e della sua eredità culturale di luogo di
incontro di civiltà nel Mediterraneo, promuove ogni iniziativa per favorire: […] n) il riconoscimento e la
tutela delle diversità culturali, religiose e linguistiche, nonché quelle relative ai dialetti locali”. È un
articolo che, estende la tutela già prevista dalla

L. 482/99 per albanesofoni di Greci (in provincia di Avellino), a tutte le altre “diversità linguistiche”,
compresi i Galloitalici di Tortorella (in provincia di Salerno326) e i “dialetti locali”.

Più esplicito e innovativo è il testo del nuovo statuto della Calabria il 16 ottobre 2004, pubblicato sul
bollettino ufficiale della Regione il 16 ottobre 2004327, in cui la tutela linguistica prevista nel vecchio
statuto del 1971 (L. 519/71) solo per l’albanese e il greco viene notevolmente ampliata fino ad
indirizzarsi anche verso le popolazioni di lingua occitanica (sulla scia della 482/99) e quelle di lingua
rom328. L’art. 2 infatti afferma che “la

Regione ispira in particolare la sua azione al raggiungimento dei seguenti obiettivi: p) la tutela e la
valorizzazione delle minoranze etniche, linguistiche e religiose presenti in Calabria, con particolare
riguardo alle popolazioni di origine albanese, grecanica, occitanica e rom”. Particolarmente degno di
attenzione è l’interesse del nuovo statuto calabrese per la tutela dei

325Vedi http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/statuto_reg_ven.pdf.

326Orioles, 2003, p.100.

327Approvato in seconda lettura nella seduta del 6 luglio 2004, pubblicato sul Bollettino ufficiale della
Regione Calabria (Supplemento straordinario n. 6 del 23/10/2004 al n. 19 del 16/10/2004).

Visibile al sito: http://www.regione.calabria.it/index.php?
option=com_content&task=view&id=483&Itemid=193.

328Sui Caratteri di tali lingue e per i relativi riferimenti si veda Telmon, 1992, pp. 135-9.

140

dialetti rom (detti “romans”329) della regione, che fanno della Calabria la prima regione ad aver
legiferato in tal senso.

Non privo di interesse è anche il nuovo testo di statuto regionale approvato il 18 gennaio 2005 dalla
Liguria, al cui primo articolo, lettera “g”, si afferma come la Regione “conforma la propria azione alle
caratteristiche della Liguria valorizzandone le specificità storiche, linguistiche, culturali, sociali e
geografiche”. Un’affermazione di principio che potrebbe in futuro concretizzarsi in azioni di tutela in
favore di dialetti e nuove minoranze.

Non c’è da meravigliarsi davanti al nuovo testo dello statuto del Friuli (proposto il 1 gennaio

2005) al cui art. 2 – in linea con la grande tradizione di tutela linguistica presente in questa regione – si
afferma che “Il Friuli Venezia Giulia valorizza la diversità linguistica come patrimonio comune di tutti i
suoi cittadini. La Regione riconosce e tutela con propri atti i diritti di quanti appartengono alla minoranza
nazionale slovena e promuove altresì la lingua friulana, la lingua slovena e la lingua tedesca”.

Al testo del nuovo statuto della Sicilia, proposto il 4 aprile 2005, va il merito di riconoscere il diritto di
tutela linguistica a tutte “le minoranze storiche, etniche, linguistiche e religiose presenti in Sicilia, con
particolare riguardo alla popolazione di lingua albanese e galloitalica e ne promuove, tutela e valorizza le
attività e le tradizioni” (art. 1)330.

Un discorso simile a quello fatto per il Piemonte e il Friuli si potrebbe fare per la Regione autonoma
sarda, nel cui progetto di nuovo statuto si afferma che la Regione “tutela le minoranze storiche e
linguistiche presenti in Sardegna, di cui promuove e valorizza le attività e le tradizioni”, mentre
“riconosce e tutela la specificità dei piccoli Comuni, quali portatori di un peculiare patrimonio di
tradizioni locali, di cultura e di identità, promuovendone l’associazionismo e la valorizzazione anche ai
fini di contrastarne lo spopolamento”331.

In tutte le altre regioni, prive di minoranze storiche ufficialmente riconosciute dallo Stato, i nuovi statuti
non vanno molto al di là di generici impegni di principio in favore del pluralismo culturale, il rispetto
delle diversità linguistiche e religiose, la lotta all’intolleranza e alla discriminazione. Seppur non meno
ricche di varietà dialettali e di nuove minoranze

329 Francescato, 1993, p.334.

330Vedi: http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/nuovostatutosicilia442005.pdf.

331 Vedi http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/Reg-Sardegna_ddl-legge-statutaria.pdf.

141

assolutamente bisognose di essere tutelate, molte regioni hanno preferito non impegnarsi troppo in una
materia assai delicata e complessa. È questo il carattere dei nuovi statuti di Marche332, Lazio333 e
Toscana.

Il nuovo statuto della regione Toscana, approvato il 19 luglio 2004, all’art. 4 si limita ad affermare che la
“Regione persegue tra le finalità prioritarie: […] la valorizzazione della differenza”, del “pluralismo della
comunicazione”, delle “distinte identità culturali” presenti nella regione, del “pluralismo delle culture”,
dell’“equità”, nel “rifiuto di ogni discriminazione legata all’etnia […] e a ogni altro aspetto della
condizione umana e sociale”334.

Sulla stessa linea d’onda il nuovo statuto dell’Emilia-Romagna (LR n.13 del 31 marzo 2005), che all’art. 2
afferma che “1. La Regione ispira la propria azione prioritariamente ai seguenti obiettivi: c) il
riconoscimento e la valorizzazione delle identità culturali e delle tradizioni storiche che caratterizzano le
comunità residenti nel proprio territorio; d) il rispetto della persona, della sua libertà, della sua integrità
fisica e mentale e del suo sviluppo; e) il rispetto delle diverse culture, etnie e religioni”335. E così anche
l’Umbria (LR n. 21 del 16 aprile 2005), che all’art. 5 così recita: “La Regione concorre a rimuovere le
discriminazioni fondata in particolare su […] l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la
lingua, la religione o le convenzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura,
l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento
sessuale”336.

Seppur limitate in confronti alle enunciazioni viste negli statuti di regioni come il Friuli o il Molise, anche
queste affermazioni sulla “valorizzazione della differenza”, delle “distinte identità culturali”, delle
“tradizioni storiche” e sulla rimozione delle “discriminazioni fondate sull’origine etnica e la lingua”
potrebbero in un futuro più o meno lontano aprire anche in
332Vedi http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/marche_approvato_new.pdf.

333Vedi http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/bozza_nuovo_statuto.pdf.

334Vedi http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/toscana246.pdf.

335Vedi http://www.issirfa.cnr.it/download/d357.pdf.

336Vedi http://www.uil.it/pol_territoriali/statuti/statuto_umbria10112005.pdf.

142

queste regioni – ancora viste come “linguisticamente monolitiche”337 – nuove iniziative di tutela
linguistica.

A tal proposito sembra utile citare un ultimo esempio relativamente recente proveniente dal Lazio,
regione tradizionalmente ritenuta linguisticamente unificata dall’italiano338. Si tratta di un’interessante
proposta di legge regionale denominata Tutela e valorizzazione dei dialetti di Roma e del
Lazio, presentata dal consigliere regionale Angelo Bonelli e approvata dallo stesso Consiglio Regionale il
20 dicembre 2004339. Nel testo si afferma all’art.1 che “la Regione, al fine di salvaguardare e
incrementare il patrimonio storico e culturale del proprio territorio, tutela, valorizza e promuove i
dialetti locali presenti e riconoscibili in porzioni del territorio regionale, sia nella loro espressione orale
che nelle forme letterarie”. Una tutela che all’art. 2 viene meglio precisato, riprendendo molto di quanto
già contenuto già nella proposta di legge nazionale di Pecoraro Scanio (la n. 1059 del giugno 2001). La
legge prevede il supporto della

Regione ad “attività di ricerca storica, linguistica e demo-etno-antropologica”, a seminari e convegni, alla


realizzazione e pubblicazione di “opere letterarie e teatrali”, alla “costituzione e incremento di fondi
bibliografici, archivi sonori e video-cinematorgrafici afferenti la documentazione di canti, musiche
strumentali e danze tradizionali”, alla “tutela, valorizzazione e divulgazione degli usi linguistici dialettali
afferenti le tradizioni folclori che regionali”, a “iniziative editoriali, discografiche, audiovisive,
multimediali ed espositive nonché trasmissioni radiofoniche e televisive”, a “iniziative rivolte alla
popolazione scolastica”. In più all’art. 3 viene istituito, “al fine di garantire il raggiungimento delle finalità
di cui all’articolo 1”, “l’Istituto per la tutela e la promozione dei dialetti del Lazio (ITPDL)”, “dotato di
personalità giuridica, di autonomia statutaria, amministrativa, regolamentare, organizzativa, finanziaria
e contabile ed esercita le proprie attività conformandosi agli indirizzi politico-programmatici approvati
dal Consiglio”. Questo ennesimo esempio di legislazione regionale mostra come l’epoca inaugurata dalla
482/99 sia caratterizzata da un dinamico fiorire di iniziative in materia di tutela linguistica.

Sarà da questo fervore legislativo e culturale che nasceranno identità e comportamenti linguistici
minoritari nuovi, capaci di dare in un tempo più o meno lungo una storia di fatti a

337Sul tema si veda De Mauro, 1979, p. 70.


338Effettivamente Roma, grazie alla corte pontificia, è considerata di lingua italiana da un tempo assai
più remoto che nel resto dell’Italia extra-Toscana.

339Vedi http://www.verdilazio.net/dossier/dialetti_lazio.pdf.

143

quelle comunità linguistiche minoritarie che ancora attendono di fare un ingresso ufficiale nella
legislazione nazionale italiana come “minoranze linguistiche storiche”.

La lista delle regioni che assicurano una tutela linguistica è destinata a crescere nel prossimo futuro,
sperando nel fatto che ci siano, almeno in fase di discussione, proposte ambiziose da parte del governo.
Non è da escludere che in futuro l’interesse del legislatore, e prima ancora dell’opinione pubblica, cada
anche si realtà linguistiche che, pur non configurandosi come eteroglossie interne, presentano
caratteristiche tali da necessitare una specifica tutela linguistica. Ad esempio, i dialetti della Lunigiana,
una regione che si trova lungo la linea LaSpezia-Rimini, sul confine tra aree linguistiche molto diverse.
Linguisticamente legata alla

Liguria e all’Emilia-Romagna ma amministrativamente facente parte della Regione Toscana, la Lunigiana


potrebbe infatti un giorno aspirare ad una maggiore tutela per le sue varietà linguistiche.

In un paese come l’Italia che ha una lingua nazionale da poco (e dove quindi le coscienze linguistiche non
sono ancora sviluppate come in altri paesi340) e che va nuovamente trasformandosi in un paese
ospitante flussi migratori, c’è da aspettarsi solamente un crescente interesse verso le sorti del pluralismo
linguistico così ricco in tutto il paese. Con uno Stato che troppo spesso tende a tirarsi indietro di fronte
alle nuove sfide di una società che nonostante tutto cambia, anche nella lingua, tutta l’attenzione è
focalizzata sugli Enti locali, che dopo la legge 482/99 sono chiamati ad un ruolo di grande responsabilità.
A loro, infatti, la legge affida l’incarico di coordinare la materia con autorevolezza e nel rispetto di tutti i
punti di vista (da quello dei politici a quello dei linguisti), tracciando le strategie generali di tutela delle
minoranze linguistiche.

Mancando però i confini certi e ben definiti tra lingua, dialetto e lingue in via di elaborazione, con un
concetto di minoranza linguistica assai sfumato341, non meno importante sarà il ruolo dei linguisti,
chiamati a vigilare sull’operato dei politici. Alla fine però, saranno le stesse comunità dei parlanti con le
loro abitudini linguistiche ad avere l’ultima parola in materia di tutela linguistica.

Per questo si auspica che la politica di tutela linguistica sia sempre ispirata ai principi guida della
legislazione italiana ed europea, ovvero al rispetto dei principi di libertà ed uguaglianza tra i cittadini,
senza i quali il rischio di strumentalizzazioni e derive populiste rimane sempre attuale.

340Vedi Telmon, 1994, p. 923.

341Ibidem, p. 924.
144

6. TRATTAMENTO DELLA LINGUA ITALIANA NELLA LEGISLAZIONE PER QUANTO RIGUARDA


L’EMIGRAZIONE342

Quello che si propone di seguito è una breve nota storica sul trattamento della lingua italiana nella
legislazione in materia di emigrazione, e più in generale su ciò che ha riguardato la presenza dell’italiano
fuori d’Italia343.

Dal fatto che la normativa linguistica faccia parte di una più generale tutela dei diritti dei migranti344, si
può facilmente dedurre che anche la legislazione italiana in materia di emigrazione si sia concentrata
innanzitutto sugli scottanti problemi della possibilità di circolazione dei lavoratori, della
regolamentazione delle condizioni del trasporto attraverso le figure degli armatori e noleggiatori di navi
(i cosiddetti “vettori”) e degli agenti, delle drammatiche condizioni di viaggio; insomma, della tutela dei
diritti più elementari di chi, in una definizione ufficiale ancorché tardiva rispetto al fenomeno, veniva
dichiarato emigrante:

“colui che, trovandosi nel proprio Paese in imbarazzi o strettezze economiche, e nella lusinga di
migliorare il suo stato si reca all’estero per trovarvi un lavoro meglio retribuito, o un campo più vasto di
speculazioni”345.

Un rapido esame della normativa italiana sull’emigrazione, partendo dalla storica sistemazione di
Francesco Crispi (n.5866 del 30.12.1888), fino alle altre tappe significative, fissate quando ancora il
fenomeno era nel suo pieno dispiegarsi (soprattutto, quindi, tra il

342L’argomento è stato analizzato puntualmente da Lucilla Pizzoli in Della Valle-Trifone, 2007.

343In questo paragrafo non si valuterà l’importanza delle conseguenze, in termini di promozione della
cultura italiana e del mantenimento dell’identità culturale nei discendenti degli italiani che sono emigrati
all’estero, ricavate da una politica linguistica efficace. Alcuni testi importanti che trattano l’argomento
sono: Vedovelli- Villarini, 1996, pp. 581-762 e sulle strutture a cui l’Italia ha affidato e affida la
promozione della cultura italiana all’estero cfr. Carrera, 2002, pp.1073-1109.

344Cfr. Vaccaro, 1997, p.22 in cui fa notare come ci si soffermi sia sull’esigenza di una
“regolamentazione a livello internazionale per garantire ai lavoratori che emigrano l’accesso al lavoro e
condizioni decorose, tendenzialmente paritarie con quelle riconosciute ai cittadini” sia su quella di
protezione del lavoratore in qualità di individuo (tenendo conto delle difficoltà di adattamento,
linguistiche e culturali).

345La definizione, ripresa da una sentenza della Cassazione di Roma del 15 giugno 1897 (Giustizia
Penale, col.
952) è citata in C. Furno, 1958, p.22. Si può inoltre dedurre che “la determinazione della qualità di
emigrante poggia sui criteri con tingibili, non già sui criteri assoluti o prefissi”: emigrante è non solo
“l’uomo povero, che abbandona la patria, con viaggio gratuito o semi gratuito”, ma anche “colui che pur
avendo anche una scarsa fortuna, e pur essendo riuscito con grandi sacrifici a riunire i mezzi per il
trasporto, si allontana per un tempo indeterminato dalla patria per cercare altrove un lavoro più
proficuo” (ivi, p. 22, n.19).

145

1901 e il 1919), non può che confermare questa urgenza346: le prime leggi, nonché i provvedimenti che
precedettero l’assetto del 1888, si occuparono principalmente di contrastare un fenomeno avvertito
quasi unanimemente come negativo per il paese, di regolamentare la libertà di emigrare, disciplinare
l’attività di agenti, subagenti e vettori

(entrando nel dettaglio della diffusione di notizie non sempre veritiere sulle destinazioni d’arrivo, del
reclutamento degli emigranti, del trattamento prima della partenza e del contratto di trasporto;
momenti che si trasformavano spesso in occasione di sopruso da parte dei diversi interessati nei
confronti degli emigranti).

Nonostante le denunce e gli appelli provenienti da più parti dell’opinione pubblica (laica e religiosa) e le
indagini compiute nei porti e sulle navi, la legge del 1888, ritenuta generalmente una “legge di polizia”,
si occupò soprattutto dei soggetti attivi dell’emigrazione (le compagnie di navigazione, gli agenti e i
subagenti, che, con un’apposita patente, potevano arruolare emigranti, vendere e distribuire biglietti,
farsi mediatori tra gli emigranti e le stesse compagnie di navigazione) relegando in secondo piano i
soggetti passivi (gli emigranti, appunto)347.

La legge successiva (n. 23 del 31.01.1901) affidò a un Commissariato generale per l’emigrazione (Cge)
compiti di sorveglianza sull’attività dei vettori, di tutela delle donne e dei bambini, di repressione
dell’emigrazione clandestina; introdusse la figura del medico di bordo e stabilì requisiti di velocità e
sicurezza per le navi. Nelle successive integrazioni di legge ci si preoccupò ancore di problemi di ordine
pubblico: nella legge n. 1075 del 02.08.1913, per esempio, vennero ridefiniti i compiti delle commissioni
arbitrali incaricate di risolvere le vertenze tra emigranti e vettori e nel Testo unico sull’emigrazione
( Regio Decreto n. 2205 del

13.11.1919) venne confermato l’obbligo del passaporto per chi espatriava per lavoro. In

346Un excursus sulle leggi italiane in materia di emigrazione fino al 1978 si trova in Briani, 1978, pp. 19-
28. I primi atti riconducibili ad una politica in materia di emigrazione riguardano le leggi per
l’unificazione amministrativa (n. 2248 del 20/03/1865, in conseguenza dei problemi derivanti dalla
recente unità d’Italia) e alcuni provvedimenti – peraltro non molto efficaci – tesi a limitare l’emigrazione
sempre più dilagante (circolari del 1873 e del 1876). Oltre a questi precedettero la normativa più
completa in materia di emigrazione (1888) provvedimenti dettati da un’urgenza di tipo morale, come la
legge del 21/12/1873 (sul divieto dell’impiego dei fanciulli in professioni girovaghe) che cercava di
contrastare l’odiosa tratta dei minori al seguito di girovaghi attivi prevalentemente nel centro e Nord
Europa e negli Stati Uniti.

347Nell’ampio dibattito che precedette la definizione normativa si inserì la voce di mons. Giovanni
Battista Scalabrini, che denunciò in più circostanze le carenze legislative sull’emigrazione e tentò, anche
prima della legge Crispi, di sensibilizzare il governo sulla necessità di tutelare gli emigranti fornendo loro
assistenza medica e religiosa durante il viaggio e dopo lo sbarco, istituendo un ufficio di collocamento
degli emigranti. Cfr. Malgeri, 1997, pp.71-83.

146

sostanza, in questo periodo non ci furono le condizioni per occuparsi in modo organico dell’istruzione,
della lingua e della formazione professionale degli emigrati italiani348.

È importante ricordare che a quest’altezza cronologica era stato emanato negli Stati Uniti il Literacy Act
(1917), che impediva l’ingresso agli emigranti analfabeti, e che di conseguenza riduceva l’afflusso
soprattutto di coloro che provenivano da paesi dell’Italia meridionale. Quest’atto pose in modo più
diretto la questione dell’istruzione degli emigranti e sollevò una serie di istanze sulla necessità di
provvedere alla prima alfabetizzazione delle masse in partenza. Ma già durante il primo periodo
dell’emigrazione non mancarono appelli alla necessità di istruire gli emigranti – prima della partenza e
una volta arrivati – sia da parte di esponenti della Chiesa cattolica, sia da parte della Società Dante
Alighieri, sia dal versante istituzionale: nell’ottobre del 1908, in occasione del primo Congresso degli
italiani all’estero, furono espressi voti perché ogni colonia italiana venisse dotata di scuole, e che, per
quanto riguardava “in particolar modo il dirozzamento delle masse migratrici”, fossero approvati
provvedimenti per la costruzione di edifici scolastici, per l’istituzione, nelle zone maggiormente
interessate dal fenomeno, di “corsi di emigrazione” e per la “diffusione in tutte le province che
presentano ragguardevole movimento migratorio e forte percentuale di analfabeti, delle scuole serali e
festive per gli adulti, da sottoporsi alla costante vigilanza delle autorità”. Simili considerazioni vennero
espresse anche dalle apposite commissioni del secondo Congresso degli italiani all’estero (giugno 1911),
con un’impostazione però più concreta, tesa a individuare “i modi più efficaci per provvedere alla
istruzione e alla educazione delle masse emigranti prima dell’imbarco” attraverso la somministrazione di
informazioni di base sui paesi di immigrazione349.

348 Anche se bisogna aggiungere che proprio in quegli anni l’emigrazione contribuì all’innalzamento
dell’istruzione in Italia in modo diretto (grazie alla spinta di parenti e amici verso la scuola da parte di chi,
all’estero, aveva patito il dramma dell’analfabetismo) e indiretto (per il miglioramento delle condizioni di
vita di chi rimaneva in patria e per la sottrazione di un certo numero si dialettofoni al totale degli
italiani), cfr. De Mauro, 1976, pp. 53-63. Tuttavia, negli anni della grande emigrazione non venne
proposto nessun tipo di provvedimento in materia linguistica.
349 Si trattava di mozioni a difesa dell’identità nazionale: nelle conclusioni del secondo Congresso si
raccomanda infatti “che tutto l’insegnamento impartito agli emigranti sia avvivato da un intenso
sentimento d’italianità, il quale costituisca il legame ideale tra l’emigrante e la madrepatria”. Il testo
integrale delle conclusione del I e del II Congresso si legge nell’appendice documentaria che ripercorre
l’iter istituzionale dei vari decreti sulla lingua e sulla cultura italiana e sulle scuole italiane all’estero,
contenuta nel numero monografico di «Studi

Emigrazione»: La diffusione dell’italiano nel mondo e le vie dell’emigrazione. Retrospettivastorico-


istituzionale e attualità, Roma, Cser, 1966, pp. 1-122 (le citazioni si trovano rispettivamente a p. 49 e
p.62). Per le istanze dei religiosi a favore dell’istruzione si veda la lettera aperta di commento al disegno
di legge sull’emigrazione

147

Concretamente, il Cge aveva predisposto per coloro che si accingevano a partire corsi che prevedevano
anche nozioni sui mestieri e molti comitati italiani della Società Dante Alighieri, specie quelli situati nelle
zone più direttamente coinvolte nell’emigrazione, istituirono scuole serali per provvedere
all’alfabetizzazione primaria dei partenti, insieme ad altre attività di sostegno per gli emigrati (sale di
lettura e scrittura o singolari iniziative come quella della

“Bibliotechina navale per emigranti” promossa dal Comitato di Napoli su suggerimento di

Benedetto Croce).

Una riflessione sul trattamento della lingua italiana all’estero da parte delle istituzioni dunque non può
non tenere conto della complessa condizione dell’istruzione all’indomani dell’Unità: la ricostruzione
delle tappe fondamentali della legislazione in quest’ambito si intreccia necessariamente con la storia
della legislazione scolastica e in particolare di quella riguardante le istituzioni scolastiche all’estero.

Per delineare rapidamente un quadro della situazione scolastica fuori d’Italia, va ricordato che le prime
scuole italiane all’estero vennero istituite nel 1889 (nello stesso periodo della prima legge
sull’emigrazione) per volere di Francesco Crispi, che aveva intuito l’importante funzione di politica
culturale che queste avrebbero potuto svolgere oltre al servizio scolastico per gli italiani residenti
all’estero. Nel 1889, anno del primo concorso per il personale insegnante, le Scuole regie contavano
15000 allievi e quelle private sussidiate 9000. Nel 1910 gli studenti di italiano erano arrivati a 80000
unità e, grazie allo straordinario sviluppo del primo dopoguerra, a 120000 ne 1939-1940350. Le scuole
italiane, concentrate in Europa, nel bacino del Mediterraneo e nei territori delle ex-colonie italiane, si
sono diffuse soprattutto in

America Latina. Il sistema scolastico italiano all’estero è articolato in varie tipologie diversificate per la
loro natura giuridica: le scuole statali; le scuole paritarie, le scuole private legalmente riconosciute o
private con presa d’atto; le sezioni italiane in scuole straniere bilingui o a carattere internazionale; le
scuole europee (complessivamente 279 istituzioni, per un’utenza totale, attualmente, di circa 32000
alunni, distribuiti in tutto il ciclo educativo che va dalla scuola dell’infanzia alle secondarie di secondo
grado). Da considerare a parte invece i

italiana del 1887, nella quale mons. Scalabrini chiedeva al Parlamento “di non trascurare neanche la
tutela degli emigrati nei paesi di destinazione, l’assistenza scolastica affidata a maestri, sacerdoti, giovani
seminaristi”

(Malgeri, 1997, pp. 73-74). Sugli appelli fatti nel 1896 dal presidente della Dante Alighieri, Pasquale
Villari, per dotare di scuole le comunità italiane emigrate in Svizzera e negli Stati Uniti si veda il volume
di Caparelli, 1987, pp. 19-20.

350 Informazioni e dati tratti da Schino, 1988, pp. 110-121.

148

corsi di lingua e cultura italiana (istituiti, come si vedrà oltre, dalla legge 153 del 1971) che interessano
oltre 500000 persone351.

Queste scuole vennero in un primo tempo regolate dal Testo unico del 1940 (n. 740 del

12.02.1940), che stabiliva l’equivalenza delle scuole italiane all’estero (negli ordinamenti e nei
programmi) alle corrispondenti scuole del Regno “salvo varianti rese necessarie da particolari esigenze
locali” (art. 5). Il riconoscimento del valore legale dei titoli ottenuti nelle scuole all’estero, in particolare,
era una misura intesa a tutelare gli emigrati italiani decisi a tornare in patria e far terminare in Italia il
percorso di studi dei propri figli. La legge regolava il funzionamento delle scuole, stabiliva i criteri di
assunzione degli insegnanti, esprimendo la preferenza, anche laddove il personale fosse assunto in loco,
per gli insegnanti di cittadinanza italiana (art. 19) e fissava la durata e il trattamento economico da
riservare agli insegnanti durante la permanenza all’estero.

Successivamente, sull’onda del grande flusso migratorio degli anni Sessanta e sulla scia del dibattito
sull’importanza del mantenimento della lingua madre dell’emigrante352, venne approvata la legge n.
153 (del 03.03.1971), che regolava in particolare le “iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di
formazione e perfezionamento professionali da attuare all’estero a favore dei lavoratori italiani e loro
congiunti”.

Tra le novità introdotte dalla legge 153, veniva affidata al Ministero degli affari esteri l’istituzione di 5
differenti tipologie di intervento, che qui vale la pena elencare:

351I dati sono ricavati dal sito del MAE. Per avere un’idea del numero degli studenti di italiano nel
mondo, naturalmente vanno sommati a questi i numeri degli studenti che frequentano altre istituzioni,
come gli Istituti Italiani di Cultura (93 sedi con circa 55000 studenti nel 2000), i lettorati italiani presso le
università straniere (quasi 300), i Comitati della Società Dante Alighieri (circa 400 sedi all’estero per un
totale di quasi 200000 studenti) e la quantità imprecisata di scuole private di lingua. Sui corsi gestiti dalla
legge n. 153 cfr. P. Trifone, 2003, pp. 479-86.

352Per esempio, contestualmente all’istituzione da parte del Consiglio della Comunità Europea del
Fondo

Sociale Europeo (regolamento CEE n. 1761/74), che si occupava della formazione professionale dei
migranti e del sostegno scolastico per l’inserimento nei paesi d’arrivo dei figli degli emigrati o del loro
reinserimento nel paese d’origine in caso di rientro (un problema ampiamente dibattuto proprio negli
stessi anni), la commissione delle Comunità europee al Consiglio propone di “emanare una direttiva agli
stati membri, affinché essi inseriscano nei propri sistemi formativi l’insegnamento gratuito della lingua
materna e della cultura del paese d’origine di quegli allievi immigrati, che frequentano le strutture
scolastiche o extrascolastiche locali”. Cfr. PRESIDENZA CONSIGLIO DEI MINISTRI – Comitato
interministeriale per l’Emigrazione (Studio Iref disposizioni tendenze normative), Disposizioni e tendenze
normative per la formazione degli emigranti. Legislazione in atto e tendenze legislative per la formazione
degli emigranti a livello comunitario, nazionale e regionale, Roma, Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato,
1980, p. 24.

149

a)Classi o corsi preparatori aventi lo scopo di agevolare l’inserimento dei congiunti dei lavoratori italiani
nelle scuole dei paesi di immigrazione; b) corsi integrativi di lingua e cultura generale italiana per i
congiunti di lavoratori italiani che frequentino nei paesi di immigrazione le scuole locali corrispondenti
alle scuole italiane elementare e media; c) corsi speciali annuali per la preparazione dei lavoratori italiani
e dei loro congiunti agli esami di idoneità e di licenza di scuola italiana elementare e media; d) corsi di
scuola popolare per lavoratori italiani; e) scuole materne e nidi di infanzia.

Questa legge, tuttora in vigore, è stata contestata fin dalla sua apparizione: se ne percepì subito, infatti,
l’inadeguatezza e regolamentare una situazione che era già in forte cambiamento, soprattutto per la
forte diminuzione, già ai primi anni Settanta, del fenomeno dell’emigrazione. Inoltre, emersero
immediatamente difficoltà legate alla complessa questione dell’aggiornamento degli insegnanti, ai costi
e al rapporto con gli studenti locali.

Il tema della riforma della legge 153 ha occupato prepotentemente, in questi ultimi 35 anni, il dibattito
sulla questione della promozione della lingua italiana all’estero; dibattito vivace specie negli ultimi dieci
anni, in cui si è presa coscienza, anche a livello collettivo, del processo di trasformazione che ha visto
l’Italia passare da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Principalmente, le critiche alla legge si
sono appuntate sull’impossibilità di riproporre all’estero gli stessi programmi utilizzati in Italia, per
l’evidente varietà delle situazioni in cui si trovano gli emigrati italiani (con prospettive variabili di
permanenza nel paese ospite, con diversi livelli di scolarità, con una differente reazione alla possibilità di
integrazione socio-culturale)353, sulla difficoltà di rivolgersi a un pubblico vastissimo (oltre mezzo
milione di utenti) composto solo in minima parte da italiani e più in generale sul concetto stesso di
politica culturale.

Queste istanze erano emerse già nel 1983, in occasione del Convegno di Urbino sulla riforma della
normativa italiana in materia di scolarizzazione dei figli degli emigrati. In quella sede vennero messi in
luce i difetti della legge: in particolare si mise in discussione la rigidità dell’elenco delle possibili iniziative
scolastiche (nelle tipologie citate sopra), che non permetteva di adeguarsi alle diverse esigenze locali
(anche se nella realtà dei fatti l’applicazione della legge viene definita “ampia”, per esempio
consentendo anche l’inclusione

353 Opportunamente De Mauro e Vedovelli, 1996, pp. 7-41, notavano che la forza di attrazione


dell’italiano deve essere supportata da un’azione normativa agile ed efficace, in grado di permettere alle
scuole italiane di competere con le altre scuole straniere.

150

di utenti stranieri), la restrizione costituita dal livello scolastico limitato alla sola fascia dell’obbligo e la
mancanza di attenzione a situazioni che richiedessero un’assistenza psico- pedagogica. Nel 1983 venne
avanzato inoltre uno degli argomenti che ancora oggi risultano di grande attualità nella discussione: la
possibilità di delegare alcune attività di pertinenza delle istituzioni scolastiche a enti gestori privati (con
un’adeguata certificazione di qualità) e di valorizzare l’azione delle numerosissime comunità di origine
italiana. Tuttavia, dei tre progetti in corso (sulla revisione della 153, sul disegno di legge per la diffusione
della lingua e della cultura italiana all’estero e sulla riforma degli Istituti Italiani di Cultura), nati sull’onda
del dibattito stimolato dal convegno, solo l’ultimo ha visto la luce354.

Da allora, si è parlato con regolare frequenza della necessità di riformare la 153 e del grande ritardo con
cui le istituzioni italiane hanno affrontato i temi dell’insegnamento dell’italiano e della promozione della
lingua italiana all’estero. In realtà il ritardo investe interamente l’analisi del fenomeno migratorio e la
mancanza di una politica complessiva (all’interno della quale poter ascrivere anche delle linee di politica
linguistica). Basta leggere quando hanno rilevato recentemente Antonio Golini e Flavia Amato: “Per
quanto riguarda invece l’azione all’interno del paese, un analisi e una verifica del fenomeno migratorio
che consentisse di delineare una politica davvero globale in favore degli italiani all’estero si è delineata,
incredibilmente, soltanto dopo più di un secolo di assai intensa emigrazione italiana, con la prima
Conferenza nazionale dell’emigrazione tenutasi a Roma nel 1975. Poi in base ad una legge del 1987 è
stata indetta nel 1988 la seconda Conferenza nazionale dell’emigrazione per approfondire gli stessi temi
e problemi. Nel documento finale della conferenza, con l’emigrazione ormai terminata da circa venti
anni, si afferma che la politica dell’emigrazione e delle comunità all’estero deve rappresentare una
questione nazionale”355.

Sicuramente il ritardo nell’affrontare una politica linguistica all’estero è stato determinato, come si è
detto anche in apertura, dalla pressione di problemi e preoccupazioni di ordine diverso. Conterà però
ricordare che spesso gli interventi per la promozione della lingua e della cultura sono stati avvertiti come
espressioni di una politica nazionalistica che trovava il suo

354Ci si riferisce alla legge di riordino degli Istituti Italiani di Cultura (n. 401 del 22/12/1990), che ha
consentito di istituire corsi di italiano per un’utenza diversa rispetto agli studenti delle scuole italiane.

355Golini-Amato, 2001, cit. p. 58.

151

modello nell’azione di propaganda operata dal fascismo. Anche De Mauro-Vedovelli356riconducono al


fascismo il primo intervento istituzionale organico di promozione linguistica, attraverso l’Istituto
Interuniversitario Italiano, poi con l’Istituto Nazionale per le Relazioni Culturali con l’Estero, la Società
Dante Alighieri, le missioni italiane in Estremo Oriente e azioni mirate verso i paesi balcanici. Va
ricordata inoltre la fondazione, nel 1926, degli Istituti Italiani di Cultura, intesi proprio come mezzi di
promozione della lingua e cultura italiane all’estero. Quando la politica del regime, tuttavia, si orientò
verso una più spinta azione di propaganda, le attività di promozione inizialmente affidate ad altre
istituzioni vennero avocate ai Fasci dell’Estero oppure ai locali Istituti di cultura fascista (in base ad un
accordo stipulato nel 1938 tra il Ministero degli affari esteri e la Sede centrale della Dante Alighieri, dove
fossero attivi gli Istituti Italiani di Cultura, i Comitati della Dante dovevano essere soppressi oppure messi
sotto il controllo di un fiduciario, che ne limitava fortemente l’autonomia).

Solo di recente si sta affermando l’idea della promozione linguistica e culturale come forma di
investimento, anche economico, per l’Italia, e ci si sta orientando verso strategie culturali paragonabili a
quelle fortemente sostenute dagli altri paese europei. Tuttavia, la questione della politica linguistica
all’estero (intesa come tutela dell’italiano o piuttosto come promozione della nostra lingua) solleva temi
molto complessi che mettono in moto meccanismi articolati, e che spesso entrano in conflitto con
sensibilità variate a seconda delle situazioni locali e sono condizionati anche dall’attribuzione di
competenza ai relativi organi istituzionali.

Per concludere, la storia della materia legislativa in questo campo, sarà utile ripercorrere le tappe più
significative della riforma della 153, e gli spunti di riflessione che, globalmente, sono emersi dai
numerosi dibattiti di questi anni. Andrà citato, dunque, l’importante appuntamento del Convegno di
Montecatini (26-28 Marzo 1996), promosso dal Ministero degli affari esteri e dal Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero (CGIE), sulle iniziative per l’insegnamento e la diffusione della lingua e cultura
italiana all’estero, nel quadro della promozione culturale e della cooperazione internazionale, e, in
generale, l’intera attività del

356 De Mauro-Vedovelli, 1996, p. 11.

152
CGIE, istituito presso il MAE nel 1989, con compiti di consulenza del Governo e del

Parlamento su temi di interesse per gli italiani all’estero357.

Da sottolineare infine alcuni aspetti, che possono essere considerati ormai acquisiti anche dal punto di
vista operativo: si conferma da più parti la necessità di una riforma organica dell’intervento scolastico
all’estero, che preveda un coordinamento tra le molteplici istituzioni coinvolte per evitare di
frammentare l’azione istituzionale; l’opportunità di prevedere maggiore flessibilità negli interventi (da
diversificare sulla base di diversi piani paese), considerata la difficoltà di ideare una legge valida per tutto
il mondo; l’importanza di garantire la qualità dell’insegnamento attraverso il controllo della formazione
degli insegnanti

(anche tramite gli enti gestori), dei requisiti professionali di tutto il personale coinvolto (non sempre in
grado di integrarsi nei paesi stranieri, per esempio per la scarsa conoscenza della lingua del posto) e in
generale dell’aggiornamento del corpo docente (specie di quello assunto in loco); la necessità di
un’offerta didattica gratuita; il bisogno di insistere sulla dimensione del plurilinguismo e della
multiculturalità, in linea con le esigenze, sempre più sentite, dell’Unione europea (evidenziate nei
documenti prodotti dal Consiglio d’Europa, a partire dal

Quadro comune europeo di riferimento per le lingue moderne del 1998); la necessità di tenere conto
dell’utenza straniera. Un’ultima delicata questione, che vede piuttosto sensibili le organizzazioni
sindacali, riguarda la scelta del personale impiegato all’estero: l’assunzione di personale locale,
amministrato da enti gestori privati (certificati e comunque da sottoporre a controllo), grava meno
pesantemente sul bilancio dello Stato italiano, garantisce una maggiore puntualità nell’erogazione del
servizio fin dall’inizio dell’anno scolastico e permette di valorizzare l’apporto, anche di tipo
interculturale, delle comunità italiane all’estero; d’altro canto, l’invio di personale di ruolo dall’Italia
garantisce la centralità dell’intervento statale e la maggiore familiarità con la madrelingua dei docenti,
oltre a una maggiore trasparenza nelle graduatorie e nei criteri di reclutamento.

In un periodo in cui la lingua italiana ha conquistato le aule parlamentari358, la riforma del sistema
scolastico all’estero è diventato nuovamente un tema di attualità: nel 2006 sono stati

357Gli atti del Convegno di Montecatini sono stati raccolti nei due volumi curati dal Ministero degli affari
esteri, Consiglio Generale degli italiani all’estero, con la partecipazione della Regione Toscana: Convegno
sulle iniziative per l’insegnamento e la diffusione della lingua e cultura italiana all’estero nel quadro della
promozione culturale e della cooperazione internazionale, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato,
1996.

358Ci si riferisce al ddl n. 648/2006 per la modifica dell’art. 12 della Costituzione per il riconoscimento
della lingua italiana come lingua ufficiale dello Stato, al disegno di legge delega di riforma del Testo
unico

153
proposti due progetti di legge, a firma di Severino Galante359 il primo e di Carlo Giovanardi360 il
secondo. La proposta presentata da Antonio Razzi il 16.02.2007 riprende nel titolo la proposta Galante,
rimarcando in questo modo la necessità di una legge organica che riguardi l’intero sistema
scolastico361.

L’ultima proposta, presentata il 13.03.2007 d’iniziativa dei deputati Franco Narducci, Marisa

Bafile, Gino Bucchino, Gianni Farina e Sergio Mattarella, si intitola, in modo meno difforme rispetto alla
153 (anche se nella sostanza la riforma della precedente normativa è radicale),

“Interventi di formazione linguistica e culturale, di formazione continua e di sostegno all’integrazione in


favore dei cittadini italiani e degli oriundi italiani all’estero ed alla promozione e diffusione della lingua
italiana nel mondo” e recepisce le istanze formulate dal

CGIE (anche per il profilo dei firmatari, che sono stati in tempi recenti membri dello stesso Consiglio)362.

sull’immigrazione firmato dai ministri Amato e Ferrero in cui è stata inserita la conoscenza della lingua
italiana come facilitazione per l’ingresso in Italia da parte dei cittadini extracomunitari. Da ricordare,
infine, il progetto di legge (n. 912) presentato dal deputato Mirko Tremaglia il 12/05/1996 per il
funzionamento delle scuole italiane bilingui e dei corsi di lingua italiana in America volto a incentivare
giovani insegnanti italiani, adeguatamente preparati, a lavorare in scuole all’estero. Tutte queste
proposte hanno suscitato un vivace dibattito sulla stampa, che non si riassume in questa sede.

359 La proposta di Galante (e degli altri firmatari) intitolata “Riforma delle istituzioni scolastiche italiane
all’estero e interventi per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero”, presentata il
27/06/2006, propone la costituzione di un’“Agenzia per la promozione della lingua e della cultura
italiane” composta da rappresentanti dei Ministeri della Pubblica istruzione, degli Affari esteri, dei Beni e
delle attività culturali, e del Lavoro e della previdenza sociale. Si punta inoltre alla stipulazione di accordi
per promuovere il bilinguismo e il biculturalismo negli oriundi e un’opportunità di lavoro per gli altri.

360La proposta di Giovanardi, presentata il 15/09/2006 – intitolata quasi come la prima, ma con
l’esclusione della specificazione “all’estero” –, si basa ancora una volta sulla creazione di un’Agenzia di
raccordo tra i vari Ministeri sopra indicati (oltre a un dirigente scolastico e a due insegnanti di ruolo
all’estero), e mira all’istituzione di centri di formazione permanente (con compiti di certificazione di
competenza linguistica) i cui destinatari sarebbero sia gli insegnanti di italiano come lingua straniera
all’estero sia gli insegnanti di italiano in Italia alle prese con studenti immigrati. Nella proposta viene
quindi sottolineata l’esigenza di una professionalizzazione specifica per gli insegnanti e di un’attenzione
maggiore alla dimensione interculturale.

361Anche al centro di questa proposta sta l’istituzione di un’“Agenzia per la promozione della lingua e
della cultura italiane all’estero” composta dai rappresentanti dei Ministeri già citati nell’ottica di
superamento delle tradizionali aree di competenza. L’obiettivo prefissato è quello di mantenere
soprattutto la centralità dell’intervento statale e la gratuità dell’intervento scolastico a beneficio delle
famiglie italiane.
362Principalmente, nella proposta di legge viene ridotta la centralità dell’intervento statale italiano e
vengono responsabilizzati gli enti gestori locali (riqualificati e sottoposti a controllo). Nella proposta è
previsto un maggior coinvolgimento delle comunità italiane, chiamate così a farsi rappresentanti
dell’Italia all’estero: nel reclutamento degli insegnanti viene ad essere gradatamente riassorbito il
contingente di ruolo inviato dall’Italia,

154

C’è da credere che, con l’ulteriore sollecitazione proveniente dal voto degli italiani all’estero, e con la
consapevolezza dell’attuale grande fortuna di cui gode l’italiano fuori dai confini della penisola, si stia
creando un clima favorevole perché il tema della politica linguistica italiana fuori d’Italia possa ricevere
nuova attenzione.

in modo da investire risorse sugli insegnanti già residenti in loco, e si punta sull’inserimento della lingua
italiana nel curriculum scolastico locale attraverso convenzioni e accordi bilaterali.

155

7. CONCLUSIONI E UNO SGUARDO SUL FUTURO

Per molto tempo, nella vita della Repubblica, nessuno avvertì la necessità di legiferare in campo
linguistico. C’era, e sembrava bastare, il riferimento della Costituzione all’uguaglianza dei cittadini anche
rispetto alle differenze di lingua, nell’art. 3 (tema già discusso sopra). Si trattava, tutto sommato, di un
principio importante, ma suggerito in maniera generica, in un contesto non specifico: più
un’enunciazione ideale che uno stimolo a concrete soluzioni pratiche.

Per molto tempo non si andò oltre, salvo poche zone d’Italia protette da norme di salvaguardia nel
quadro delle autonomie locali; ma nel 1991 si tentò di dare corpo alla protezione organica delle
minoranze prevista dalla Costituzione. Ci volle tempo e, di rinvio in rinvio, la legge sulle minoranze si
ebbe solo nel 1999 (legge 482/15 dicembre 1999). Il suo scopo fu quello di tutelare Albanesi,
Catalani,comunità germaniche, greche, slovene, croate, francesi, franco- provenzali, friulane, ladine,
occitane e sarde (la lista è disordinata ed eterogenea, proprio come la si legge all’art. 2 della legge).
Prima di questo intervento, erano tutelati solo i francofoni della Valle d’Aosta, i tedescofoni della
provincia di Bolzano e gli Sloveni delle province di Trieste e Gorizia.

La legge, molto discussa prima e dopo l’approvazione ancora oggi sembra essere rimasta in gran parte
sulla carta, per le difficoltà applicative e per i relativi costi. Si trattava comunque di un procedimento
concepito per accontentare un po’ tutti. Si intende che l’art. 1 contiene un principio diverso dalla
protezione delle minoranze, cioè la definizione dell’italiano come lingua “ufficiale” della Repubblica. In
altri Stati europei questa affermazione non è posta nella legge ordinaria, ma fa parte della carta
costituzionale (ad esempio in Francia). La Costituzione italiana del 1948 non aveva avuto bisogno di
stabilire un principio del genere.
Probabilmente in quel momento non se ne sentiva l’urgenza, dato che il prestigio sovra dialettale
dell’italiano aveva una forza così evidente da rendere superflua ogni precisazione. Non era più così,
tuttavia, nell’Italia di fine millennio, lacerata da particolarismi emergenti, ossessionata dal prestigio
dell’inglese e dalla necessità di adeguarsi a ogni tipo di vero o presunto standard internazionale di
correttezza politica. Nel momento in cui si fissavano per legge larghi diritti delle lingue minoritari, si sentì
dunque la necessità di affermare nel contempo l’ufficialità dell’idioma nazionale di cultura. Si parlava di
ufficialità, si noti, e non di nazionalità, due cose ben diverse. L’ufficialità si riferisce a un uso pubblico, la
nazionalità

156

al possesso naturale da parte di un popolo che si identifica nella propria lingua363. Nel momento in cui
si affermavano i diritti di importanti comunità linguistiche alloglotte, era difficile parlare di “nazionalità”
dell’italiano. La distinzione è sottile, ma assai evidente.

Come hanno affrontato il problema le altre nazioni? La costituzione francese del 1958 afferma con molta
linearità che “La lingua della Repubblica è il francese” (art. 2), poi precisa i colori della bandiera e l’inno:
la lingua, dunque apre l’elenco dei simboli della Francia, al primo posto tra essi. Alla categoria di “lingua
ufficiale” ricorrono altre diverse costituzioni (e di lì è probabile che abbiano tratto ispirazione i legislatori
italiani). Così quella dell’Austria, dove il tedesco è lingua ufficiale della Repubblica, ma “senza pregiudizio
dei diritti che la legislazione federale riconosce alle minoranze linguistiche” (art. 8). Così quella della
Spagna, dove la lingua ufficiale nell’intero Stato è il castigliano, ma altre lingue sono ufficiali nelle
relative comunità autonome (art. 3). In Irlanda si distingue tra l’irlandese nazionale, e al tempo stesso
prima lingua ufficiale, e l’inglese, seconda lingua ufficiale. In altri casi si fa riferimento a più lingue, come
nella costituzione della Finlandia, che menziona finlandese e svedese (art. 14), o in quella del Belgio
(artt. 2 e 4), che menziona tre comunità (francese, fiamminga e germanofona) e quattro regioni
linguistiche (francese, olandese, tedesca e quella bilingue di Bruxelles Capitale). Inutile entrare nei
dettagli di queste distinzioni, o verificare i casi in cui la menzione della lingua ricorre incidentalmente in
altri articoli (come nella costituzione del Portogallo, dove se ne parla tra i compiti dello Stato, che ha il
dovere di assicurare l’insegnamento e la diffusione del portoghese). La Svizzera ha quattro lingue

“nazionali” e tre “ufficiali” (la quarta, il romancio, è “semi-ufficiale” dal 1999, cioè “ufficiale” nei rapporti
della Confederazione con le persone di lingua romancia). La legislazione dei vari Stati mostra come il
tema linguistico si presenti in maniera delicata e sensibile, richieda equilibrio e attenzione nello stabilire
i diritti degli uni e degli altri gruppi364.

I legislatori che non mostrano un completo disinteresse per la politica linguistica sono chiamati a
realizzare un contemperamento di interessi contrapposti. Da un lato il proposito di favorire il libero
sviluppo della personalità e di preservare l’identità culturale degli individui –

363Marazzini, 2013, p. 267.


364Per confrontare le costituzioni europee si può utilizzare come testo di riferimento Palici di Suni Prat,
Cassella, Comba, 1998, dove sono riportati i testi tradotti in italiano.

157

in particolare degli appartenenti a minoranze etnico linguistiche – richiederebbe interventi volti a


garantire una illimitata libertà di lingua. Da un altro punto di vista, l’intento di tutelare i soggetti deboli
nei rapporti tra privati e di favorire la trasparenza e la economicità nei rapporti con l’amministrazione
deve tradursi nella definizione di obblighi legali di impiegare una determinata lingua.

La politica dell’Italia fascista non era evidentemente finalizzata alla definizione di un compromesso tra le
menzionate esigenze. L’obbligo di impiegare la lingua italiana nei rapporti tra i privati e tra questi e la
Pubblica amministrazione rispondeva al proposito di imporre l’italianizzazione del territorio e la
cancellazione della diversità etnico culturale. A tal fine il regime non si limitava ad imporre l’uso della
lingua italiana: il fascismo ne prescriveva anche il contenuto ed avviava una lotta ai forestierismi nel
nome della autarchia della lingua.

In epoca repubblicana l’attenzione del legislatore e dei giudici è attratta dalla regolamentazione dei
rapporti tra i cittadini e la Pubblica amministrazione: in particolare gli uffici giudiziari. Agli appartenenti a
minoranze etnico linguistiche non viene garantita una generale facoltà di imparare la lingua madre. Tal
facoltà è in effetti attribuita ai soli appartenenti alle cosiddette minoranze riconosciute in quanto
esplicitamente riguardate da provvedimenti legislativi. Ed è inoltre limitata ai rapporti con gli uffici che
hanno competenza sul territorio di insediamento della minoranza.

Dall’esame dei vari interventi politici e linguistici in questa sede analizzati, si trae la lezione che in Italia
non è possibile e non è utile instaurare una politica normativa dirigistica della lingua. Men che meno lo si
può fare attribuendo poteri a un nuovo organismo creato ad hoc, quando esistono molte istituzioni
culturali che già operano ottimamente nel campo degli studi linguistici e non di rado versano in
condizioni economiche precarie, per cui potrebbero essere meglio aiutate a raggiungere i loro obiettivi:
è la solita cattiva abitudine di non far funzionare quello che già esiste, per correre dietro a idee sempre
nuove, in una moltiplicazione di funzioni e di responsabilità.

Se si dovesse attribuire una sorta di autorevolezza pubblica nel settore normativo, più che mettere tale
potere nelle mani di politici a tutt’altro interessati, si potrebbe semmai occuparsi di potenziare
l’Accademia della Crusca, oggi ben lontana dal normativismo rigido che l’ha caratterizzata
negativamente per secoli. Anzi, di fatto, l’Accademia svolge già questo compito, non perché le sia stato
attribuito per legge, ma perché il pubblico ha fiducia in essa e

158

si rivolge volentieri all’arbitrato della rubrica telematica di consulenza linguistica, accessibile attraverso il
suo portale e i social network, attribuendole magari più peso di quanto ne riconosca ad analoghe
rubriche linguistiche presenti sui giornali. Ovviamente il parere dell’Accademia non è e non può essere
l’unico, né l’Accademia stessa ambisce a un monopolio che non avrebbe senso, ma la sua autorevolezza
garantisce sobrietà nell’esame dei problemi e nei giudizi.

159

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