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UMBERTO FRANZ

SABA GUY DE KAFKA


LETTERATURA Trieste MAUPASSANT LETTERATURA Die Verwandlung LETTERATURA
ITALIANA Solitude TEDESCA SPAGNOLA
LETTERATURA
FRANCESE

RUBÉN DARÍO
Sonatina

LA SOLITUDINE
SCIENZE LETTERATURA
INE
DELL’INDIVIDUO
D
LA SOLITU
UMANE INGLESE
nella società liquida
per il sociologo MARY SHELLEY
Zygmunt Bauman Frankenstein

LETTERATURA
LATINA
FILOSOFIA
Si possono fare scoperte
matematiche importanti
in solitudine? Quanto
sono solitari i
numeri primi? SENECA
NIETZSCHE De otio, De
Il concetto di solitudine tranquillitate animi e
filosofica in La gaia scienza RELIGIONE Epistulae morales ad
Aspetti della
(“Dio è morto”) e Così solitudine nell’arte Lucilium. Vita attiva
parlò Zarathustra (opera contemporanea: La solitudine e vita contemplativa:
intera, a partire dal ARTE le opere di 8 artisti dell’uomo e MATEMATICA il raggiungimento
Proemio) ci accompagnano di Gesù della serenità e della
attraverso diverse pace interiore a
SCHOPENHAUER sfaccettature della disposizione del bene
L’ascesi come liberazione solitudine pubblico
UMBERTO SABA
LETTERATURA ITALIANA Trieste

«La solitudine è la prima conquista di un uomo», scriveva Umberto Saba. Fin dai primi libri, Saba indaga se
stesso senza sconti, non trovando nella sua vocazione artistica alcun segno di elezione e di superiorità (ma
nemmeno di inferiorità, più o meno reale, come capitò ai poeti crepuscolari): la solitudine e il contrasto
con la società – che l’autore soffre o asseconda nei diversi momenti della sua vita e della sua opera –
nascono piuttosto da eventi remoti che hanno reso ipersensibile la sua psiche. E anche la storia ha infierito
sulla sua emotività: due guerre mondiali, il fascismo, l’antisemitismo.

Già a partire dal titolo di una delle sue raccolte più importanti e famose, Trieste e una donna (1912), Saba ha
messo al centro della sua poesia, insieme alla figura della donna amata, quella della città in cui è cresciuto. E
proprio il fatto che egli associ la città (Trieste) a una persona (una donna) indica che Trieste non retrocede
mai al ruolo di semplice scenario, ma diventa un personaggio vero e proprio, un organismo vivo, del quale è
possibile cogliere la fisionomia e i dati caratteriali.

Due poesie della raccolta, Trieste e Città vecchia, mostrano due diverse declinazioni del rapporto dell’autore
con la sua città. In Trieste Saba raggiunge il massimo di adesione sentimentale nel momento stesso in cui
sottolinea il suo isolamento, il suo bisogno di separazione. Trieste diventa un mondo intero, il mondo
degli “altri”, che il poeta osserva con la coscienza della sua separatezza, quasi rivendicando la propria
solitudine consapevole, ma con uno slancio di autentica simpatia; nonostante i momenti di ripiegamento e il
pessimismo di fondo, infatti, Saba rimane un poeta che celebra l’esistenza, con un’invincibile passione per la
realtà, per le sue più elementari meraviglie e per le sue zone inaccessibili alla ragione.

Ho attraversato tutta la città.


Poi ho salita un’erta1,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa


grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
1. erta: strada in salita.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via 2. mena
  … spiaggia: conduce verso il mare. In
questo caso il termine spiaggia può essere inteso
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia2,
in senso lato come “costa”: sulla costa di Trieste,
o alla collina cui3, sulla sassosa al porto e nelle vicinanze, fervono le attività (navi
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa. che arrivano e che partono, il carico e lo scarico
Intorno delle merci…); perciò si dice che la spiaggia è
ingombrata.
circola ad ogni cosa
3. cui: alla quale.
un’aria strana, un’aria tormentosa, 4.  alla mia … schiva: è un chiaro rimando alla
l’aria natia. poesia di tradizione, soprattutto petrarchesca. Vedi
il famoso sonetto di Petrarca Solo e pensoso, in
particolare la prima quartina: «Solo e pensoso i
La mia città che in ogni parte è viva,
più deserti campi / vo mesurando a passi tardi e
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita lenti, / e gli occhi porto per fuggire intenti / ove
pensosa e schiva4. vestigio uman la rena stampi».
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Analisi del testo
Il «cantuccio» in posizione umile ma privilegiata
Ognuno di noi ha un luogo preferito nella città o nel paese in cui abita. Rivelarlo significa esprimere qualcosa
o molto della propria indole, significa dichiarare con l’evidenza di una predilezione un intero modo di vivere, o
quantomeno di vivere la città o il paese.
Saba predilige una strada che sale dalla città fino alla collina. Il «cantuccio» (v. 5) dove siede si trova più in
alto delle strade affollate del centro e del porto. La sua collocazione, umile perché non situata in un contesto
lussuoso (come potrebbe essere una terrazza, un belvedere ecc.), è allo stesso tempo privilegiata: osservare
la città dall’alto non significa solo distinguerne in maniera nitida il profilo, ma anche, e soprattutto, riuscire a
coltivare nella solitudine il raccoglimento necessario a interpretare, a “vedere” davvero quello stesso profilo.

Il legame tra gli edifici e chi li abita


La disposizione degli edifici e delle vie allora rivela la natura intima degli uomini che la abitano. Emergono così,
dopo l’ossimoro «scontrosa / grazia» (vv. 8-9), che di per sé richiama una condizione di giovinezza, le due
bellissime similitudini che paragonano Trieste prima a un «ragazzaccio aspro e vorace» (v. 10), cioè pieno di
vita, che ispira tenerezza per la goffaggine infantile che non gli permette l’eleganza del gesto, e poi a un amore
spinoso, forse litigioso: «un amore / con gelosia» (vv. 13-14).

Una città dall’aria «strana»


A Trieste – a quel tempo uno dei maggiori porti d’Europa – circola «un’aria strana, un’aria tormentosa» (v.
21), una vitalità varia e incessante che il poeta riconosce come la cifra distintiva della sua città.
Come nella prima strofa Saba mette in scena l’attraversamento della città verso uno spazio di solitudine, così
negli ultimi tre versi è condensato un tema fondamentale di Saba, vale a dire il contrasto tra due sentimenti di
segno opposto: da una parte il desiderio di solitudine, ben radicato nel poeta, nell’artista; e dall’altro la volontà
di «essere come tutti» (come dirà nella poesia Il borgo).

La forma: ossimori e stile aulico


Trieste è un sentimento, non si trovano particolari realistici, se non alcuni accenni che ne segnano i termini e i
confini: un muricciolo, la spiaggia, le alture. Saba la attraversa, la descrive, riflette: è lui il protagonista, insieme a
una sorta di assimilazione tra sé e la città, tra appartenenza ed estraneità, in primo luogo a se stesso. Questo
rapporto ambivalente si regge soprattutto sugli ossimori: «Trieste ha una scontrosa / grazia» (vv. 8-9). La
vicinanza e l’incontro di opposti è espresso con le figure etimologiche, le ripetizioni termina / termini (vv. 6-7),
viva / vita (vv. 23, 24).
La Trieste di Saba è moderna e vivace, ma è anche una città piuttosto arretrata nell’orizzonte italiano ed
europeo. Si parlava poco l’italiano, era diffuso il dialetto: per Saba l’italiano è quello della letteratura, e la
distanza della lingua “poetica” da quella dell’uso si manifesta anche nelle scelte auliche e alte. La poesia di
Saba è fatta anche di questo “scarto”. Non tanto precise scelte lessicali ma una serie di opzioni sintattiche:
inversioni («in cui solo / siedo», vv. 5-6), prolessi degli aggettivi («ingombrata spiaggia», v. 16), dislocazioni dei
verbi («collina cui, sulla sassosa / cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa», vv. 17-18).
C’è anche una memoria leopardiana: la prima e l’ultima strofa sembrano risolversi in una riedizione del
sentimento idillico, con la ricerca e il desiderio di un «cantuccio» solitario; l’inizio e la fine della poesia
ricordano inoltre le situazioni corrispondenti dell’Infinito. Altri forti “memorie poetiche” riguardano la poesia di
Petrarca: l’io poetico che vaga e trova espressione nel paesaggio, l’ideale della vita solitaria, il richiamo ad amori
tormentati e al contrasto interiore.

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Laboratorio
COMPRENDERE
1.  Quali sentimenti mostra di avere il poeta nei confronti della sua città?
2.  Quali sono i due caratteri contrastanti della città che emergono nella descrizione di Trieste?
ANALIZZARE
3. Individua gli enjambements e gli ossimori. Quale funzione espressiva hanno all’interno del testo?
4. Nell’ultima strofa c’è una ripetizione dell’aggettivo possessivo: come mai?
CONTESTUALIZZARE E INTERPRETARE
5. Il muricciolo (v. 4) della prima strofa ricorda la siepe leopardiana dell’Infinito. Confronta le due immagini e
indica le analogie e le differenze.
6.  Stare da soli: è una cosa che ti affascina o che ti fa paura? Spiega oralmente le ragioni della tua risposta.
7. Nel mondo di Facebook e delle amicizie virtuali, ti sembra che le persone siano più o meno sole rispetto
alle persone che vivevano all’epoca di Saba?

[tratto da Claudio Giunta, Cuori intelligenti, ed Rossa, vol 3B, Garzanti Scuola, pp. 137-139]

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La solitudine dell’individuo
SCIENZE UMANE nella società liquida

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman (1925-2017) ha affrontato il tema della


solitudine nel contesto di una riflessione più ampia sulla società contemporanea,
interpretando la solitudine dei nostri giorni come risultato delle profonde
trasformazioni che caratterizzano il passaggio dalla società moderna alla società
“postmoderna”.

Link a video “Zygmunt Bauman e la modernità liquida”

Secondo Bauman queste trasformazioni sono espresse al meglio dalla metafora


della liquidità.
Ciò che diventa “liquido”, oggi, sono i “corpi sociali” di riferimento della società moderna, industriale e
“pesante”, come i partiti e i sindacati, le istituzioni, come la famiglia, i luoghi tradizionali del lavoro, come le
grandi fabbriche e le cornici fondative di valori certi cui riferirsi nel decidere come agire.
Nel mondo contemporaneo, per tanti aspetti privo di coerenza e di direzione, i singoli individui hanno perciò
la responsabilità di scegliere da soli che direzione dare alla loro vita e di costruirsi identità significative
(laddove prima, in un certo senso, la società sceglieva per loro).

Poiché il vecchio ordine, facendosi liquido, scompare e non se ne vede uno nuovo, la società contemporanea
può essere vista come il regno dell’incertezza.
Incertezza sociale, prima di tutto, ma anche degli individui. In diverse opere Bauman applica la metafora della
liquidità a tutti gli aspetti più importanti della nostra vita: alle istituzioni e alle relazioni sociali, ai rapporti
d’amore, all’ansia generata da questa precarietà diffusa.
Nelle “società liquide” prevale la perdita della stabilità lavorativa, le relazioni d’amore durano fin che durano,
secondo il modello usa e getta, cresce l’indifferenza verso la politica, di cui si avverte l’incapacità di risolvere i
grandi problemi e di trovare risposte ai malesseri sociali; il cittadino è ridotto a mero consumatore e lo spazio
pubblico sempre più insignificante.
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Proprio il consumo è lo strumento attraverso il quale l’individuo “liquido” cerca di costruire la propria
identità. Uomini e donne vivono la loro vita attraverso gli oggetti che acquistano e consumano, lo shopping è un
“rito di esorcismo” nei confronti delle paure e delle incertezze: comprare oggetti che sono simboli significa
comprare “identità”. Quindi, il “capitalismo consumista” di oggi, che offre a tutti (o quasi) la felicità universale,
promuove una particolare forma di esclusione: le “vite superflue o di scarto” di coloro che scelgono di non
consumare o di non lavorare, o che non possono farlo.
La misura del consumo – di beni, di esperienze, di relazioni – diventa la misura dell’identità ma anche
dell’inclusione e dell’esclusione sociale. Quanto più si consuma, tanto più si è “dentro” la società; meno si
consuma, più se ne viene esclusi.

L’indebolimento delle reti di protezione sociale


Le vecchie reti di protezione sociale, tessute e tutelate con mezzi propri, le “trincee di seconda linea”
un tempo messe a disposizione dalle relazioni di vicinato o dai rapporti familiari, dove si poteva trovare
rifugio e curare le ferite procurate nelle dure battaglie della vita esterna, se non sono ancora del tutto
smantellate hanno comunque subìto un considerevole indebolimento. Parte della responsabilità è da
attribuire alle nuove (ma sempre mutevoli) pragmatiche delle relazioni interpersonali, pervase ora dallo
spirito dominante del consumismo che identifica nell’altro un potenziale mezzo per ottenere gradevoli
esperienze. Qualsiasi cosa siano in grado di fare, le nuove pragmatiche non possono generare legami
duraturi. Il tipo di legami che esse producono in abbondanza, incorpora clausole “a scadenza” e “a libera
ricontrattazione”, e non promettono né l’attribuzione né il conseguimento di diritti o di obbligazioni.
(Testo adattato da Z. Bauman, La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999, 61-65 passim)

Guida alla comprensione


Rispondi alle domande
1.  Quali sono i compiti dell’individuo nella società liquida? Perché sono diversi rispetto al passato?
2.  Quali sono le caratteristiche della società liquida?
3.  Qual è il ruolo del consumo per l’individuo contemporaneo?
4.  Che cosa intende Bauman quando parla di indebolimento delle vecchie reti di protezione sociale?

Solitudine e social media


A conclusione di un’ampia ricerca etnografica sui social media,
l’antropologo Daniel Miller pone una domanda interessante: i social
media ci rendono più felici? La risposta, apparentemente semplice, in
effetti è complessa.
Il dibattito sulla relazione fra social media e felicità (o infelicità) degli utenti
è apertissimo.
Negli ultimi anni, importanti testate giornalistiche nazionali e
internazionali hanno riportato studi psicologici che indicano che i social
media possono far aumentare la depressione, l’insoddisfazione, la gelosia,
l’immagine negativa del proprio corpo e il senso di solitudine. Questi
studi attribuiscono le sensazioni negative a una varietà di motivi. A volte
gli utenti possono pensare di essere ignorati dai loro contatti sui social media. In diversi studi gli utenti
comparano la propria vita alle immagini della vita dei loro conoscenti pubblicate online, ricavandone un senso
di frustrazione e insoddisfazione verso se stessi. In altri casi ancora, le persone si sentono depresse perché
considerano il loro tempo su Facebook improduttivo.
Altri studi, però, criticano e contraddicono questi risultati. Alcuni ritengono, per esempio, che usare i social
network per chattare o fare programmi aumenti il senso di appagamento, la sensazione di essere parte di una
community più ampia e, di conseguenza, una migliore consapevolezza di sé.
Il fatto che alcuni studi evidenzino conseguenze emotive negative dei social media mentre altri ne vedano il
potenziale positivo è di per sé interessante, e mostra quanto il dibattito su questo tema sia ancora aperto.
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https://www.youtube.com/
watch?v=xcqsXbWEVJA

Guida alla comprensione


Rispondi alle domande
1.  Quali sono, secondo alcuni, gli effetti emotivi negativi legati all’uso dei social network?
2.  Quali sono, invece, secondo altri, gli effetti positivi?

Spunti di riflessione
Con l’aiuto delle domande stimolo rifletti sui uno o più temi indicati ed esponi le tue
considerazioni in un’esposizione che duri tra i 3 e i 5 minuti.
1.  Secondo Zygmunt Bauman esclusione e povertà, appartenenza alla sottoclasse, riduzione delle reti di
protezione familiare e sociale, costituiscono le paure diffuse nella società liquida e le principali “fonti” di
solitudine dell’individuo contemporaneo. Ritieni che queste affermazioni siano fondate o che esprimano un
eccessivo pessimismo? Argomenta la tua risposta.
2.  Durante il confinamento sociale dovuto alla pandemia di COVID-19, qual è stato, secondo te, il ruolo dei
social media? Gli effetti sono stati più positivi o più negativi? Argomenta le tue affermazioni.

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Aspetti della solitudine
ARTE nell’arte contemporanea

La solitudine dell’angoscia: L’urlo, Edvard Munch


Munch, rievocando l’origine di questo famosissimo dipinto, scriverà questo
appunto: «Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città
e sotto di me il fiordo [...] Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava
tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare
la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole
come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo». In
una seconda redazione di questo ricordo l’artista preciserà: «Sul fiordo
nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici
continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura... E sentivo che
un grande urlo infinito pervadeva la natura».
Chi è dunque la persona raffigurata in primo piano? Non sappiamo se
l’artista abbia voluto rappresentare in maniera simbolica se stesso, o se
piuttosto l’immagine ideale d’ognuno di noi. È comunque raffigurato
un grido d’aiuto, ciò che potremmo definire un urlo interiore. Munch
possiede quella stessa coscienza tragica dell’esistenza che è alla base
Edvard Munch, L’urlo, 1893. Tempera del pensiero del filosofo danese Søren Kierkegaard (1813–1855), da lui
e pastello su cartoncino, 91 x 73,5 attentamente studiato (tra i suoi libri fondamentali, Il concetto dell’angoscia,
cm. Oslo, Nasjonalmuseet.
che è del 1844, mentre La malattia mortale è del 1849), secondo il quale
la condizione costante dell’uomo è lo stato di disperazione, essendo
sempre e inutilmente alla ricerca di un io che sia certo e non mutevole a causa di quella malattia mortale che è
il continuo peccare verso le cose e gli uomini.
Un’altra fonte culturale cui può farsi risalire il significato più profondo dell’opera è il lavoro Gli spettri (del 1881)
del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (1828-1906), il cui protagonista soffre d’una incurabile depressione.
Dal punto di vista cromatico il dipinto gioca sull’associazione di colori complementari (rosso-verde, azzurro-
arancio), ma la predominanza è data dal colore rosso, che vuole simboleggiare contemporaneamente
più idee: il sangue, la tinta del cielo al tramonto, la violenza d’un sentimento a fatica represso e che ora sta
esplodendo. Dal punto di vista formale colpisce la filiforme deformità della figura del protagonista, che,
stringendosi il capo tra le mani, lancia verso di noi il suo grido, mentre le figure di due persone, sullo sfondo,
sembrano spettatori casuali della scena. Dal punto di vista compositivo è interessante osservare come l’opera
si ponga come un ponte tra il linearismo decorativo (qui evidentemente più drammatico che ornamentale)
dell’Art Nouveau e l’incompiutezza della pennellata corsiva e violenta dei primi pittori espressionisti.
L’Artista La corrente
Edvard Munch Pre-espressionismo
Edvard Munch (Løten, 1863 – Oslo, 1944) si forma Indica alcune parole chiave che inquadrano la
nell’ambito del realismo d’Ottocento, ma l’esperienza corrente:
della morte lo segna già da bambino e si riflette nella ................................................................................................................
sua pittura: la scomparsa della madre e della sorella ................................................................................................................
contribuiscono al suo pessimismo e determinano ................................................................................................................
fortemente la scelta dei soggetti delle sue opere. ................................................................................................................
A Parigi nel 1885 e nel 1889 scopre l’Impressionismo ................................................................................................................
e le tendenze simboliste, ampliando così le sue ................................................................................................................
conoscenze pittoriche e lasciandosi influenzare ................................................................................................................
dall’idea di rappresentare temi e sentimenti ampi e
universali tramite visioni e immagini enigmatiche.

• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................


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La solitudine della povertà: Il venditore di fiammiferi, Otto Dix
La Prima guerra mondiale ha lasciato segni indelebili nei corpi e
nei cuori degli uomini e questo quadro di Dix è un preciso atto
d’accusa. Al centro della scena vediamo un reduce, abbandonato
dallo Stato e trasformato in un relitto umano; è senza braccia
e gambe, cieco e senza denti; sulle sue cosce è posata una
cassetta piena di scatole di fiammiferi; dalla bocca escono,
come in un fumetto moderno, le parole disegnate in gessetto
bianco: «Fiammiferi, originali fiammiferi svedesi!». Nessuno lo
ascolta; le persone (i borghesi) s’allontanano frettolosamente e
in direzioni opposte. Non ne vediamo i volti, ma, quasi per una
legge del contrappasso, solo le gambe e l’eleganza dei vestiti e
delle scarpe. Dix non li ritiene degni d’essere ritratti. Non solo
gli uomini, ma neppure la natura dimostra pietà nei riguardi
Otto Dix, Il venditore di fiammiferi, 1920. Olio del sopravvissuto; un cane fa i suoi bisogni sul pover’uomo,
su tela, 141 x 166 cm. Stoccarda, Staatsgalerie. considerato da tutti non di più d’un oggetto abbandonato su
un marciapiede della città. Questo essere, che rappresenta
simbolicamente i disastri della guerra e la crudeltà di quel capitalismo che l’ha generata, è una “pietra d’inciampo”
e la nera porta che si profila alle sue spalle sembra quella che immette nell’inferno di una storia che ciclicamente
tende a ripetersi.

L’Artista La corrente
Otto Dix Neue Sachlichkeit
Otto Dix (Gera, 1891 – Singen, 1969) è il principale Indica alcune parole chiave che inquadrano la
esponente della Neue Sachlichkeit (“Nuova corrente:
Oggettività”) corrente che si sviluppa, in seno ................................................................................................................
all’Espressionismo, negli anni Venti del Novecento in ................................................................................................................
Germania. Motivato da profonde ragioni politiche ................................................................................................................
di stampo antimilitarista e anti-capitalista, ................................................................................................................
nelle sue opere affronta il tema della malvagità e ................................................................................................................
dell’immoralità della classe governativa. Sono gli ................................................................................................................
argomenti che nello stesso tempo il poeta Bertold ................................................................................................................
Brecht sta affrontando nelle sue Ballate.

• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................

La solitudine nella città: I nottambuli, Edward Hopper


Uno dei capolavori di Hopper, I nottambuli, ci
mostra un angolo di strada costituito dalla vetrina
circolare di un ristorante notturno. A livello stradale
si snodano dei negozi con le luci spente. Possiamo
vederli attraverso la parete trasparente del locale,
all’interno della quale sono presenti quattro
personaggi, una coppia, una figura singola di avventore
e il barista, intento ad armeggiare dietro al banco. Le
figure sono immobili e l’artista fa comprendere che
non c’è alcuno scambio di parole tra i presenti. I tre
Edward Hopper, I nottambuli (Nighthawks), 1942. Olio su avventori sono entrati nel locale nel pieno della notte
tela, 84,1 x 152,4 cm. Chicago, Art Institute. in un’atmosfera da film poliziesco. Ognuno di essi
porta con sé la sua storia misteriosa e incomunicabile.
L’interno del ristorante è illuminato da una luce molto forte, che acuisce il tono giallo ocra delle pareti e del
soffitto, in contrasto con il marrone del banco e il verde industriale della struttura esterna dell’ambiente, un

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colore che si estende, in tonalità più chiara, anche sulla strada. Un’insegna sovrasta la vetrina e indica, accanto
all’immagine d’un sigaro, il nome del locale.
Il titolo originale del quadro è Nighthawks: si traduce “nottambuli”, ma il gioco di parole è singolare, poiché
letteralmente significherebbe “falchi notturni” (Hawk vuol dire falco): la ragione nasce dal fatto che l’avventore
accanto alla donna, con una sigaretta tra le dita, ha un profilo particolare, dal naso a becco, come quello di
un uccello rapace. La compagna, se è tale, dalla camicetta rossa e con i capelli castano rossi sta mangiando
qualcosa in maniera distratta. Un dato sconcertante, inoltre, è che i due personaggi raffigurati non sono che due
autoritratti dell’artista, e quello della donna è il ritratto della stessa moglie. Il velo di profonda malinconia è
una caratteristica che permea tutta l’opera di Hopper
L’Artista La corrente
Edward Hopper Realismo americano
Edward Hopper (1882-1967) è il maggiore Indica alcune parole chiave che inquadrano la
rappresentante del realismo americano. Nasce a corrente:
Nyack, nello stato di New York. ................................................................................................................
Pittore della realtà quotidiana, nelle sue inquietanti ................................................................................................................
solitudini ed enigmatiche situazioni, Hopper sceglie il ................................................................................................................
mondo americano quale luogo ideale di ricerca e di ................................................................................................................
espressione artistica. Le sue opere infatti mostrano ................................................................................................................
spesso individui solitari, in abitazioni private o locali ................................................................................................................
pubblici della metropoli – i bar, i caffè, i teatri – in ................................................................................................................
posizioni pensose e melanconiche, in un’atmosfera ................................................................................................................
notturna, tagliata dalle luci fredde al neon, o in ................................................................................................................
momenti crepuscolari e sospesi, che trasmettono un ................................................................................................................
senso di attesa. ................................................................................................................
Un’altra componente ricorrente è la figura ................................................................................................................
femminile: donne assorte in pensieri imperscrutabili,
con lo sguardo perso nel vuoto o fisso nella lettura,
colpite da un raggio di sole o dalla luce al neon
di un locale che sta chiudendo. Con struggente
malinconia, Hopper si fa così cantore della
solitudine femminile nella società contemporanea,
frenetica e disattenta ai sentimenti più intimi. Vi è
infine un aspetto “cinematografico” della sua pittura,
anch’esso tipicamente americano.

• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................

La solitudine dell’abbandono: Autoritratto con collana di spine, Frida Kahlo


Nel drammatico Autoritratto con collana di spine e colibrì, realizzato nel
1940, l’artista racconta sia le sue sofferenze fisiche, sia quelle a causa della
fine dell’amore con Diego Rivera, paragonandosi nel dolore a Gesù Cristo.
A questo il titolo stesso allude, nonché la simbologia degli elementi del
dipinto: il riferimento a Rivera e alla separazione è nel colibrì morto che
pende dalla collana e che formalmente riprende la forma delle sopracciglia
di Frida stessa; le spine si appuntano come una collana, appunto, sul collo e
sul petto, ferendolo; gli altri due animali, la scimmia e il gatto nero alle sue
spalle, alludono simbolicamente al demonio e alla malasorte. Dietro, una fitta
vegetazione rimanda a un mondo selvaggio e intricato, soffocante.

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine, 1940. Olio su tela, 61,25 x 47 cm.
Austin, Texas, Harry Ransom Center.
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L’Artista La corrente
Frida Kahlo Non ha aderito a nessuna corrente. Influenze
surrealiste, naÏf e della cultura precolombiana.
La più nota al grande pubblico, tra tutti gli artisti Indica alcune parole chiave che inquadrano il
messicani (Coyoacán, 1907-1954). La sua vita, surrealismo:
drammaticamente segnata da un grave incidente che ................................................................................................................
la costrinse all’immobilità e la spinse, autodidatta, a ................................................................................................................
dipingere, è interamente descritta dalla sua opera, ................................................................................................................
nella quale si fondono tratti legati alla sua cultura ................................................................................................................
d’appartenenza, elementi surrealisti e onirici fortemente ................................................................................................................
inquietanti e introspettivi, atmosfere naïf. Stretta in una ................................................................................................................
relazione tormentata con Diego Rivera, che sposa nel ................................................................................................................
1929, Kahlo è in contatto con il gruppo dei surrealisti ................................................................................................................
e particolarmente con Breton, come dimostra la ................................................................................................................
sua pittura che si esprime nel tempo in autoritratti ................................................................................................................
sempre più violentemente disperati, dove la condizione ................................................................................................................
femminile emerge nelle sue lacerazioni e contraddizioni. ................................................................................................................
Il suo nome è diventato un vero e proprio mito ................................................................................................................
e la sua opera una testimonianza, drammatica e
appassionante, della capacità di una giovane artista di
farsi strada nel mondo maschilista dell’arte, sostenendo
la rivoluzione popolare della sua terra e riuscendo a
ritagliarsi uno spazio di assoluta centralità nella vita
artistica del suo tempo. Fino a oggi, Frida Kahlo non ha
mai smesso di rappresentare un esempio indomito di
resistenza e ricerca, poesia e passione, energia e verità:
la sua opera dichiara tali valori, durissima nelle immagini,
appassionata nelle storie che rappresenta e cui allude
spesso in modo simbolico. A partire dalla fine degli anni
Trenta, quando è già acclamata a livello internazionale, si
collocano le opere più mature di Frida Kahlo.

• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................

La solitudine del rimpianto: Donna con cane, Duane


Hanson
Una signora legge delle lettere, alcune delle quali riposano sul suo
grembo. È seduta in modo leggermente scomposto, è rilassata e
immersa nella lettura. Ha trovato il tempo, tra una pulizia e l’altra,
di aprire la posta che stava attendendo. Un tappetino delimita la
scena. Il cane, un barboncino bianco, sta riposando ai suoi piedi.
Il risultato è scioccante. Gli spettatori sono quasi tutti ingannati
dall’incredibile verosimiglianza della scena. Da essa ci si allontana
con un senso di for te disagio, come se effettivamente avessimo
turbato la privacy d’una persona.
Se l’ar te di ogni tempo, e quella moderna in par ticolare, sono
servite per liberarci della realtà e per poter godere di altre Duane Hanson, Donna con cane, 1977.
dimensioni, di tipo immaginario, simbolico o irreale, opere come Polimero sintetico e olio su calco polivinilico
questa di Hanson stanno invece a significare qualcosa di ben più con vestiti, capelli, occhiali, orologio, scarpe,
doloroso e tragico, vale a dire che, forse, non c’è più speranza di sedia in legno, cane in ceramica con collare
poter sfuggire a questa realtà che ci circonda e che ci coinvolge e tappeto, dimensioni totali 116,2 x 128,3 x
tutti. 121,9 cm. New York, Whitney Museum of Art.

11
L’Artista La corrente
Duane Hanson Iperrealismo
Esponente dell’iperrealismo, dalla fine degli anni Indica alcune parole chiave che inquadrano la
Sessanta, Duane Hanson (Alexandria, Minnesota, corrente:
1925 – Boca Raton, 1996) inizia a realizzare sculture ................................................................................................................
antropomorfi a grandezza naturale, caratterizzate ................................................................................................................
da un realismo portato all’eccesso, utilizzando come ................................................................................................................
materie costruttive la resina di vetro (fiberglass), il ................................................................................................................
poliestere, e veri capelli, abiti, accessori. ................................................................................................................
• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................

La solitudine della morte: The Morgue (Knifed to Death – II), Andres Serrano
In questa fotografia del braccio d’un suicida, ogni dettaglio è
perfettamente e crudelmente inciso, ma l’impressione che produce
non è quella d’una macabra profanazione di un corpo estinto, quanto
di un’esaltazione di ciò che vi è di più enigmatico nella morte. L’artista
pone l’accento su un particolare concettuale: la persona si è uccisa,
tagliandosi le vene, ma il motivo che l’ha spinto a quest’estrema azione,
che è sempre quello di gridare la propria presenza, che altri hanno
dimenticato o tradito, è stato inutile: la polizia ha preso le impronte delle
sue dita per risalire alla sua identità ancora sconosciuta.

Andres Serrano, The Morgue


(Knifed to Death – II) 1992
L’Artista La corrente
Andres Serrano Fotografia
Andres Serrano (New York, 1950) è un artista Indica alcune parole chiave che inquadrano la
che si occupa, tra l’altro, di temi legati alla morte. “corrente”:
Le sue immagini sono stampate a colori, in grandi ................................................................................................................
dimensioni. Come ogni artista che utilizza la ................................................................................................................
fotografia Serrano vuole affrontare e comunicare ................................................................................................................
la realtà per quella che è, senza ricorrere ................................................................................................................
più ad alcuna mediazione. Ne risultano spesso ................................................................................................................
delle immagini forti, che è difficile sopportare
emotivamente.
• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................

La solitudine dell’artista: Art must be Beautiful, Artist must be Beautiful), Marina Abramović
Art Must be Beautiful, Artist Must be Beautiful è una delle più intense
video performance della Abramović. L’ar tista, dapprima sussurrando
e infine urlando, dapprima spazzolandosi ed infine colpendosi i lunghi
capelli con una spazzola dalle setole di ferro, si domanda, anzi ci
domanda, perché l’ar te e l’ar tista debbano ancora rispondere a questa
tragica, mor tale, richiesta di bellezza. Dal punto di vista compositivo
la ripresa inizia con un primo piano sfumato, seguito da un lento
arretramento della macchina fino ad inquadrare dapprima la testa ed
infine tutto il corpo, nudo, della performer, mettendosi gradatamente
sempre più a fuoco.

Marina Abramović, Art Must be Beautiful, Artist Must be Beautiful, 1975. Still da video.
12
L’Artista La corrente
Marina Abramović Arte concettuale
La produzione artistica di Marina Abramović (nata Indica alcune parole chiave che inquadrano la
a Belgrado nel 1946) per la sua complessità e la sua corrente:
ricca varietà stilistica, può essere catalogata nell’Arte ................................................................................................................
Concettuale, soprattutto di tipo installativo, come ................................................................................................................
nella Performance o nella Body Art. Contrariamente ................................................................................................................
a molti artisti contemporanei che utilizzano come ................................................................................................................
lei strumenti elettronici, come per esempio il video, ................................................................................................................
Marina Abramović non ama la tecnologia, ritenendo ................................................................................................................
che essa stia disumanizzando l’individuo. Per questa ................................................................................................................
ragione quasi tutte le sue performance hanno il
corpo come elemento centrale dell’azione. Al centro,
infatti, delle sue opere c’è sempre lei stessa, il suo
corpo, talvolta ferito e sofferente.
• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................

La solitudine del ricordo: Il Cretto, Alberto Burri


I Cretti sono una serie di opere iniziate da Burri negli anni Settanta, impastando vinavil, acqua e terre
sintetiche o caolino con pigmenti sul cellotex e sottoponendo questi impasti al calore vivo d’una fiamma.
Il termine “cretto” deriva da latino crepitare, “spaccare aprendosi in crepe”: il rimando geologico è
alle nostre più povere terre bruciate e fessurate dal sole. Burri intende dimostrare come sia possibile
scoprire persino nelle infinite e imprevedibili ferite della materia un ordine di estrema bellezza, un puro
ritmo di linee caotiche che solo l’ar te può interpretare e trasformare in poesia.
Par tendo da questo principio, Burri interviene su dodici ettari di macerie a Gibellina, paese siciliano
colpito da un devastante terremoto nel 1968, su invito del sindaco Ludovico Corrao. L’opera di Burri,
una volta realizzata, appare come una gigantesca colata di cemento, un cretto in scala smisurata.
Le fessure sono in questo caso strade, vicoli, slarghi, piazze: tutto ciò che era vuoto rimane vuoto;
il cemento ricopre solo ciò che è il ricordo degli edifici, assumendo la forme stesse delle piante
architettoniche ma limitandosi, pur seguitando i dislivelli naturali, a un’altezza di soli 150 centimetri. Il
risultato ottenuto da Burri è strepitoso; pressoché unica testimonianza italiana di Land Ar t.
Il Grande Cretto di Gibellina viene attraversato dai visitatori, che si aggirano tra le spire caotiche di
queste fessure, vedendosi l’un l’altro solo dalle spalle in su, busti vaganti sopra un cimitero diventato
opera d’ar te totale.

Alberto Burri, Grande Cretto, 1984-89, completato nel 2015. Cemento. Gibellina.

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L’Artista La corrente
Alberto Burri Arte informale
La produzione artistica di Alberto Burri (1915-1995) Indica alcune parole chiave che inquadrano la
è complessa ed eterogenea, comprendendo anche corrente:
la scultura e persino grandi installazioni ambientali. ................................................................................................................
A partire dagli anni Quaranta crea i Catrami, che ................................................................................................................
inaugurano una serie di opere composte con ................................................................................................................
materiali che danno il titolo a cicli specifici: le Muffe, i ................................................................................................................
Sacchi, i Legni, i Ferri, le Plastiche, i Cellotex: le tecniche ................................................................................................................
utilizzate vanno dal collage, con notevoli interventi ................................................................................................................
manipolativi, alle combustioni, ottenute mediante ................................................................................................................
il ricorso a una fiamma ossidrica (questa tecnica ................................................................................................................
darà titolo a un altro gruppo cospicuo di opere) al ................................................................................................................
ricorso di gessi, sabbie, sugheri, carte e tessuti grezzi. ................................................................................................................
Notevole importanza avrà anche la produzione di ................................................................................................................
grandi sculture di ferro verniciato. Ma l’opera, ................................................................................................................
che, forse, maggiormente lo pone al di sopra dei sia
pur notevoli risultati formali fin allora conseguiti è il
gigantesco Cretto di Gibellina, il paese devastato dal
terribile sisma del 1968. In quest’opera Burri realizza
il suo ideale di arte, quello di far rinascere la vita
sulle macerie e sulla morte.
• Suggerisci almeno un’opera che indaga un soggetto analogo ................................................................................................................

Laboratorio
COMPRENDERE E ANALIZZARE
Completa la tabella.
L’urlo, Il venditore I nottambuli, Autoritratto Donna The Art must be Il Cretto,
Edvard di fiammiferi, Edward con collana con cane, Morgue, Beautiful, Alberto
Munch Otto Dix Hopper di spine, Duane Andres Artist must Burri
Frida Kahlo Hanson Serrano be Beautiful,
M. Abramović
Qual è il soggetto
dell’opera.

A quale tipologia/
genere appartiene
l’opera?

Precisa la tecnica:
che funzione ha
nell’esprimere il
tema?
Ci sono simboli
espliciti che
parlano della
solitudine?
Di quali altri
mezzi espressivi si
avvale l’artista per
esprime il tema?
Elementi
compositivi
significativi

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RELIGIONE La solitudine dell’uomo e di Gesù

Nei giorni in cui il mondo intero è in quarantena, l’esperienza della solitudine non è prerogativa di una parte della
popolazione terrestre, possiamo dire che lo è di tutti. Nessuna epoca storica precedente a questa ha mai potuto
sperimentare una diffusione così massiva della solitudine. Non sto parlando di solitudine mentale, e neppure della
solitudine cronicizzata dagli stili di vita fatui imposti dalla contemporaneità. Intendo una solitudine comprovata e
fisica, com’è quella a cui siamo costretti per sfuggire al contagio.
Andrea Pomella, illibraio.it, 04/04/2020

La solitudine è un tema ricorrente nella vita dell’uomo ed è tipico della nostra società. È l’isolamento dagli
altri che ci priva del sostegno fisico, psicologico e spirituale ed è una condizione inadatta all’uomo che
genera sofferenza.
Anche Gesù ha provato la solitudine, soprattutto nei momenti più drammatici della sua esistenza umana.

La solitudine di Gesù nel giardino dei Getsemani


Nel Getsemani, Gesù è solo.
I discepoli, ai quali ha chiesto di vegliare con lui, si addormentano e
non partecipano alle sue pene.
È una solitudine che crescerà mettendo Gesù di fronte all’ingiustizia
di chi viene condannato senza motivo, ma anche di fronte a un totale
senso di abbandono: dagli uomini, dagli amici e, a un certo punto,
sembrerebbe, perfino da Dio.

Giovanni Battista Caracciolo, Cristo sul Monte degli Ulivi, 1615 circa,
Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Il Vangelo di Matteo
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là
a pregare”. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: “La
mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra
e pregava, dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come
vuoi tu!”. Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: “Così, non siete stati capaci di vegliare
con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”.
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Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo
beva, si compia la tua volontà”. Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti.
Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e
disse loro: “Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori.
Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino”.
Mt 26, 36-46

Le parole di Papa Francesco


Quando entriamo nei nostri Getsemani – ognuno di noi ha, ha avuto o avrà i propri Getsemani – ricordiamoci di
pregare così: “Padre”. È l’invito del Papa, che nella catechesi dell’udienza di oggi ha spiegato che “nella prova Gesù
ci insegna ad abbracciare il Padre, perché nella preghiera a lui c’è la forza di andare avanti nel dolore”. “Mentre i
discepoli non riescono a stare svegli e Giuda sta arrivando coi soldati, Gesù comincia a sentire paura e angoscia”,
questo è il racconto di Francesco della preghiera di Gesù nel giardino del Getsemani, dopo l’Ultima Cena. “Prova
tutta l’angoscia per ciò che lo attende: tradimento, disprezzo, sofferenza, fallimento. È ‘triste’ e lì, nell’abisso della
desolazione, rivolge al Padre la parola più tenera e dolce: ‘Abbà’, cioè papà”. “Nella fatica la preghiera è sollievo,
affidamento, conforto”, ha osservato il Papa: “Nell’abbandono di tutti, nella desolazione interiore Gesù non è solo,
sta col Padre”. “Noi, invece, nei nostri Getsemani spesso scegliamo di rimanere soli anziché dire ‘Padre’ e affidarci
a lui, come Gesù, affidarci alla sua volontà, che è il nostro vero bene”. Il monito: “Ma quando nella prova restiamo
chiusi in noi stessi ci scaviamo un tunnel dentro, un doloroso percorso introverso che ha un’unica direzione: sempre
più a fondo in noi stessi”. “Il problema più grande non è il dolore, ma come lo si affronta”, la tesi di Francesco: “La
solitudine non offre vie di uscita; la preghiera sì, perché è relazione, affidamento. Gesù tutto affida e tutto si affida al
Padre, portandogli quello che sente, appoggiandosi a lui nella lotta”.
Papa Francesco, agensir.it, 17/04/2019

Spunti di riflessione
Partendo dai testi proposti e dopo aver letto l’udienza generale di Benedetto XVI del
1° febbraio 2012 sulla preghiera di Gesù al Getsemani e la recente testimonianza del teologo
Maurizio Chiodi, riflettete e argomentate scegliendo uno o più dei seguenti spunti. Tenete
presente che avrete a disposizione tra i 3 e i 5 minuti al massimo.
• Qual è il rapporto tra preghiera e solitudine?
• L’ambivalenza della solitudine: che può essere positiva quando la si riceve come un dono ed è necessaria
per portare l’individuo alla maturità; che può essere negativa quando fa cadere l’uomo in uno stato di apatia.
• La solitudine come momento di preparazione, perché ogni scelta importante richiede una profonda
riflessione per comprendere bene la strada da percorrere, e quindi necessita di uno spazio adatto. È il caso,
per esempio, del tempo vissuto da Gesù nel deserto (Mt 4, 1-11; Mc 1, 12-13; Lc 4, 1-13).

A cura di A. Coppola

16
Si possono fare scoperte matematiche
MATEMATICA importanti in solitudine?

La storia della scienza insegna che l’isolamento può diventare una buona occasione per fare delle importanti
scoperte. È accaduto almeno tre volte: a Renato Cartesio e Isaac Newton nel Seicento, e a Bertrand Russell
nel Novecento.
Nel 1618 scoppiò la Guerra dei Trent’anni. L’anno successivo Cartesio, che aveva 23 anni e stava girovagando
per l’Europa, trascorse tutto l’inverno in casa, mentre fuori nevicava e imperversava la guerra. Cartesio scrive
nel Discorso sul metodo:
Mi trovavo allora in Germania, richiamatovi dalle guerre che colà ancora si combattono, fui costretto dall’inverno
incipiente ad acquartierarmi in una località dove, non essendo distratto da alcuna conversazione e non essendo
turbato, per fortuna, né da preoccupazioni né da passioni, trascorrevo tutto il giorno da solo chiuso in una stanza
ben riscaldata da una stufa, dove avevo tutto l’agio di intrattenermi con i miei pensieri.
Da solo, confortato dal calore amichevole di una stufa, Cartesio poté studiare e riflettere, e gettò le basi del
suo pensiero scientifico e filosofico.

17
Nel 1665, a causa di un’epidemia di peste scoppiata a Londra, l’allora
ventiquattrenne Isaac Newton si mise per due anni in “quarantena
volontaria” nella sua casa di campagna, dove elaborò le sue teorie
rivoluzionarie di matematica e di fisica. È lui stesso a raccontarcelo, negli
ultimi anni della sua vita:
Trovai il metodo delle approssimazioni delle serie e la regola per ridurre un
qualunque esponente di un binomio qualsiasi a tali serie [NdR: il binomio di
Newton]. Lo stesso anno trovai il metodo delle tangenti e il metodo diretto delle
flussioni, e l’anno dopo il metodo inverso delle flussioni [NdR: il calcolo delle
derivate e degli integrali]. Formulai la teoria dei colori. Cominciai a pensare alla
gravità che si estende all’orbita della Luna e dedussi che le forze che trattengono
i pianeti nelle loro orbite devono essere reciprocamente come i quadrati delle loro
distanze dai centri intorno a cui ruotano [NdR: la gravitazione universale]. Perché
a quei tempi ero nel pieno della mia età e pensavo alla matematica e alla
filosofia più che in qualsiasi altro momento.
Fu proprio in questo periodo di isolamento forzato che Newton formulò le teorie che lo resero uno degli
scienziati più importanti della storia.
Nel 1918 Bertrand Russell scontò in una prigione inglese una condanna a
sei mesi di reclusione per aver partecipato a un movimento pacifista durante
la prima guerra mondiale. Non si trattava di Auschwitz o Guantanamo: in
una lettera dal carcere Russell paragonò l’esperienza a una crociera su un
transatlantico, in cui ci si trova intrappolati assieme a tante persone mediocri
e si può cercar rifugio solo nella propria cabina. La prigione, dunque,
«aveva dei lati positivi, addirittura piacevoli: nessun impegno, né decisioni da
prendere, né visite inaspettate, né interruzioni mentre si lavora». Il risultato
fu l’Introduzione alla filosofia matematica, un’opera sui fondamenti della
matematica.
In definitiva, si può fare matematica anche in solitudine. Come diceva George
Pólya: «La matematica è la scienza più a buon mercato. A differenza della
fisica o della chimica non richiede nessun equipaggiamento costoso: tutto ciò
di cui ha bisogno è carta e matita».

Quanto sono “solitari” i numeri primi?


Un numero primo è un numero naturale maggiore di 1 che ha solo due divisori interi positivi (1 e sé stesso).
Da millenni i numeri primi stuzzicano la curiosità di matematici e appassionati. Nel III secolo a.C. Euclide
provò che sono infiniti, mentre nel 1798 Carl Friedrich Gauss dimostrò il teorema fondamentale dell’aritmetica:
ogni numero naturale maggiore di 1 si scompone come prodotto di numeri primi in un unico modo. Molti
problemi sui numeri primi sono facili da enunciare ma molto difficili da risolvere: basta pensare alle famose
congetture tuttora irrisolte di Goldbach (ogni numero pari maggiore di due è la somma di due primi) e dei
primi gemelli (ci sono infinite coppie di primi che differiscono tra loro di due).

Figura 1  La distribuzione dei numeri primi fino a 400.

I numeri primi non sono distribuiti uniformemente (Fig. 1): ce ne sono quattro fra i primi dieci numeri, 25 tra
i primi cento, 168 fino a mille, 1229 fino a diecimila, e così via. L’intervallo tra due numeri primi consecutivi è

18
molto variabile: ci sono numeri primi consecutivi separati da un solo numero (i primi gemelli) e numeri primi
consecutivi “solitari”, separati da veri e propri “deserti” formati da moltissimi numeri non primi. Lo scrittore
Paolo Giordano, nel suo romanzo La solitudine dei numeri primi, descrive la situazione con un tocco letterario:
«I numeri primi sono numeri sospettosi e solitari e per questo meravigliosi».
Nessuno sa di preciso come sono distribuiti i numeri primi. Il teorema dei numeri primi descrive
approssimativamente la loro distribuzione asintotica. Per ogni numero reale positivo , definiamo innanzitutto la
funzione:

numero di primi minori o uguali a


Il teorema dei numeri primi afferma che

dove è il logaritmo naturale di . Ciò significa che il quoziente delle funzioni


per che tende all’infinito. La tabella 1 e la figura 2 confrontano le due funzioni.

Tabella 1 Distribuzione dei numeri primi: confronto tra le funzioni

Figura 2 Confronto tra le funzioni (in blu) e (in rosso)

19
Il teorema dei numeri primi fu enunciato per la prima volta da Adrien-Marie Legendre nel 1798 e fu
riproposto pochi anni dopo da Carl Friedrich Gauss. Nel 1859 Bernhard Riemann collegò la dimostrazione del
teorema a una funzione di una variabile complessa, nota come funzione zeta di Riemann. Anche se Riemann
non riuscì a provare il teorema, le sue idee sono state fondamentali. Nel 1896, Jacques Hadamard e Charles
Jean de la Vallée-Poussin, indipendentemente, dimostrarono il teorema. Entrambe le dimostrazioni si basano
sulla zeta di Riemann.
La funzione zeta di Riemann è legata alla congettura di Riemann, che riguarda la distribuzione degli zeri della
funzione zeta, a sua volta collegata alla distribuzione dei numeri primi. Sembra un problema destinato a
rimanere confinato nel mondo dell’alta speculazione matematica. Invece riguarda tutti noi, perché dai numeri
primi dipende la sicurezza delle comunicazioni informatiche, fra cui le email, i messaggi WhatsApp e gli acquisti
su Internet. Se ne svelassimo tutti i segreti, nessuna crittografia usata attualmente sarebbe più sicura.

Ora tocca a te
•  
Consideriamo la funzione

Qual è il suo dominio? Dove incontra gli assi coordinati? Qual è il suo segno?
Quali sono i suoi limiti nei punti di frontiera del dominio? La funzione ha massimi? Ha minimi? Ha flessi?

• U
 n’approssimazione della funzione migliore della funzione è data dalla funzione
logaritmo integrale:

Studia la funzione precedente, determinandone le intersezioni con gli assi, il segno, i massimi, i minimi e i flessi.
A tal fine, ricordiamo il seguente teorema fondamentale del calcolo integrale. Se è una funzione integrabile, la
funzione integrale di è la funzione tale che:

Il teorema fondamentale del calcolo integrale stabilisce che se è continua, allora è derivabile e si ha:

cioè è una primitiva di .

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MARY SHELLEY
LETTERATURA INGLESE
Frankenstein (1818)

The scientist Victor Frankenstein devotes himself to scientific studies. What intrigues him most is the mystery of
the origin of life, and finally he does discover ‘the cause of generation and life’. He ‘builds’ a creature, assembling
various parts that he takes from the bodies of dead people, and then manages to instil the spark of life into it. To his
amazement, the creature begins to breathe and opens his eyes, but he looks so hideous that Frankenstein is filled
with horror and disgust.

The loneliness of the monster (from Chapter 16)


The poor monster feels utter desolation and is condemned to loneliness. After being abandoned by Frankenstein, he
wanders about the country; at first, he is full of curiosity and benevolence, but soon he is disappointed and wounded
by the horror and hostility with which people react at the sight of him.
He lives in total solitude and, simply by observing a family who live in a small cottage, learns to speak and then to
read. But again, his horrible aspect frustrates his attempts at making friends, as is described in this passage.

I continued to wind among the paths of the wood, until I came to its boundary which was skirted by a deep
and rapid river, into which many of the trees bent their branches, now budding with the fresh spring. Here
I paused, not exactly knowing what path to pursue, when I heard the sound of voices, that induced me to
conceal myself under the shade of a cypress. I was scarcely hid when a young girl came running towards the
spot where I was concealed, laughing, as if she ran from someone in sport. She continued her course along
the precipitous sides of the river, when suddenly her foot slipped, and she fell into the rapid stream. I rushed
from my hiding-place and with extreme labour from the force of the current, saved her and dragged her to
shore. She was senseless, and I endeavoured by every means in my power to restore animation, when I was
suddenly interrupted by the approach of a rustic, who was probably the person from whom she had playfully
fled. On seeing me, he darted towards me, and tearing the girl from my arms, hastened towards the deeper
parts of the wood. I followed speedily, I hardly knew why; but when the man saw me draw near, he aimed a
gun, which he carried, at my body, and fired. I sank to the ground, and my injurer, with increased swiftness,
escaped into the wood.
This was then the reward of my benevolence! I had saved a human being from destruction, and as a
recompense I now writhed under the miserable pain of a wound which shattered the flesh and bone. The
feelings of kindness and gentleness which I had entertained but a few moments before gave place to hellish
rage and gnashing of teeth. Inflamed by pain, I vowed eternal hatred and vengeance to all mankind. But the
agony of my wound overcame me; my pulses paused, and I fainted.

Other suggestions:
•T he overwhelming loneliness: Emily Dickinson, The Loneliness One dare not Sound (1862),
from Emily Dickinson’s Complete Poems
• The female loneliness: Virginia Woolf, Mrs Dalloway (1925), Chapter 1
• The loneliness of adolescence: J.D. Salinger, The Catcher in the Rye (1951), Chapter 15
• Loneliness as solitude: Ernest Hemingway, The Old Man and the Sea (1952), Chapter 1
• Loneliness as abandonment: Philip Larkin, Home is so sad (1958)
• Loneliness as reclusion: Jane Rhys, Wide Sargasso Sea (1966), Part III
• Loneliness as memory: Margaret Atwood, The Blind Assassin (2000), Part I, The Bridge

21
RUBÉN DARÍO
LETTERATURA SPAGNOLA
Sonatina (Prosas profanas y otros poemas, 1896)

En el poema se narra el deseo de libertad y de amor de una princesa que vive en completa soledad en
su lujoso palacio. El autor, a través de la tristeza de la princesa, expresa su propia alienación en la sociedad
moderna. También hace alusión a sus ganas de libertad, de alejarse del palacio y marcharse a países lejanos, ya
que este se ha convertido en una cárcel para ella.

La princesa está triste... ¿Qué tendrá la princesa? En la primera estrofa la soledad es expresada a través
Los suspiros se escapan de su boca de fresa, de un suspiro nostálgico que añora una felicidad perdida
que ha perdido la risa, que ha perdido el color. o futura. De hecho, el color rojo de los labios, señal
La princesa está pálida en su silla de oro, de una vida que fluye, junto con el sabor a fresa, ha
desaparecido de su boca.
está mudo el teclado de su clave sonoro,
Otro símbolo que indica soledad es la palidez del rostro
y en un vaso, olvidada, se desmaya una flor. de la princesa, en claro contraste con la silla de oro,
símbolo a la vez de poder y de riqueza material.
La soledad es dada también por la ausencia de música,
ya que nadie toca el piano, al igual que una flor solitaria
sin vigor en un vaso.
El jardín puebla el triunfo de los pavos reales. También en la segunda estrofa queda evidente el sentido
Parlanchina, la dueña dice cosas banales, de soledad: a pesar de estar rodeada por todo tipo de
y vestido de rojo piruetea el bufón. diversión y entretenimiento, la princesa no ríe y no siente
nada.
La princesa no ríe, la princesa no siente;
La única solución en que puede pensar para romper
la princesa persigue por el cielo de Oriente el aislamiento es la fuga hacia un destino desconocido
la libélula vaga de una vaga ilusión. identificado con el Oriente, donde la princesa espera
encontrar el amor mediante la unión con un príncipe o
un rey de aquellas tierra lejanas.

¿Piensa, acaso, en el príncipe de Golconda o de China, En esta estrofa se retoma y se profundiza el tema de
o en el que ha detenido su carroza argentina la fuga hacia un destino desconocido tratado en la
estrofa anterior. La fuga le permitirá a la princesa salir del
para ver de sus ojos la dulzura de luz?
aislamiento en le que se encuentra.
¿O en el rey de las islas de las rosas fragantes,
o en el que es soberano de los claros diamantes,
o en el dueño orgulloso de las perlas de Ormuz?

¡Ay!, la pobre princesa de la boca de rosa La jaula representada por su castillo y que la condena a la
soledad solo puede desaparecer por medio de un vuelo
quiere ser golondrina, quiere ser mariposa,
que la pueda llevar a un destino diferente y liberar del
tener alas ligeras, bajo el cielo volar; cautiverio al que está sometida.
ir al sol por la escala luminosa de un rayo,
saludar a los lirios con los versos de mayo
o perderse en el viento sobre el trueno del mar.

22
Ya no quiere el palacio, ni la rueca de plata,
ni el halcón encantado, ni el bufón escarlata,
ni los cisnes unánimes en el lago de azur.
Y están tristes las flores por la flor de la corte,
los jazmines de Oriente, los nelumbos del Norte,
de Occidente las dalias y las rosas del Sur.

¡Pobrecita princesa de los ojos azules!


Está presa en sus oros, está presa en sus tules,
en la jaula de mármol del palacio real;
el palacio soberbio que vigilan los guardas,
que custodian cien negros con sus cien alabardas,
un lebrel que no duerme y un dragón colosal.

¡Oh, quién fuera Hipsipila que dejó la crisálida! El vuelo puede darse solo con una trasformación, de gusano
(La princesa está triste. La princesa está pálida.) a mariposa. Solo esta metamorfosis puede permitir el
¡Oh visión adorada de oro, rosa y marfil! encuentro regenerador con un príncipe más hermoso que la
¡Quién volara a la tierra donde un príncipe existe primavera y más luminoso que el amanecer.
(La princesa está pálida. La princesa está triste)
más brillante que el alba, más hermoso que abril!

¡Calla, calla, princesa – dice el hada madrina – ; Sin embargo, el hada madrina al final del poema anuncia a
en caballo, con alas, hacia acá se encamina, la princesa que la soledad de la que es víctima solo puede
en el cinto la espada y en la mano el azor, desvanecer gracias a la intervención de un príncipe, que
el feliz caballero que te adora sin verte, volverá a dar el color a sus labios con un beso de amor.
y que llega de lejos, vencedor de la Muerte,
a encenderte los labios con un beso de amor!

(De: En un lugar de la literatura, De Agostini Scuola, p. 261)

Otras sugerencias:
• La Regenta (1885) – Leopoldo Alas “Clarín” (De: En un lugar de la literatura, De Agostini Scuola, p. 234)
•R  omancero gitano (1928) – Federico García Lorca (De: En un lugar de la literatura, De Agostini Scuola, p. 328)

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FRANZ KAFKA
LETTERATURA TEDESCA
Die Einsamkeit von Gregor (Die Verwandlung, 1915)

Die hoffnungslose Einsamkeit steht im Mittelpunkt der Erzählung Die Verwandlung, einer der bekanntesten Werke
von Kafka. Der Protagonist Gregor Samsa entdeckt eines Morgens, dass er ein Käfer geworden ist.
Die Geschichte beginnt mit einem lapidaren Satz: „Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumen
erwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem ungeheueren Ungeziefer verwandelt. “ Von Anfang an verstehen wir,
dass die Verwandlung Gregors in ein gigantisches Ungeziefer kein Traum ist: „Es war kein Traum.“
Zur Zeit der Abfassung dieser Erzählung fühlte sich Kafka isoliert und verbrachte viel Zeit allein in seinem
Zimmer. An seinen Freund Max Brod schrieb er, er sei verzweifelt und habe an Selbstmord gedacht. Kafka
fühlte sich, nicht zuletzt wegen des schwierigen Verhältnisses zu seinem Vater, sowohl in der Familie als auch in
der Gesellschaft wie ein schmutziger Schmarotzer.

Ein ungewöhnlicher Morgen


Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumen erwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem
ungeheueren1 Ungeziefer2 verwandelt. Er lag auf seinem panzerartig3 harten Rücken und sah, wenn er den
Kopf ein wenig hob, seinen gewölbten, braunen, von bogenförmigen Versteifungen geteilten Bauch4, [...]
seine vielen, im Vergleich zu seinem sonstigen Umfang kläglich5 dünnen Beine flimmerten6 ihm hilflos vor
den Augen.
„Was ist mit mir geschehen?“, dachte er. Es war kein Traum. Sein Zimmer, ein richtiges, nur etwas zu kleines
Menschenzimmer, lag ruhig zwischen den vier wohlbekannten Wänden. Über dem Tisch, auf dem eine
auseinandergepackte Musterkollektion von Tuchwaren7 ausgebreitet8 war – Samsa war Reisender –, hing das
Bild, das er vor kurzem aus einer illustrierten Zeitschrift ausgeschnitten und in einem hübschen, vergoldeten
Rahmen9 untergebracht hatte. [...]
„Ach Gott,“ dachte er, „was für einen anstrengenden Beruf habe ich gewählt! Tag aus, Tag ein auf der Reise.
Die geschäftlichen Aufregungen10 sind viel größer, als im eigentlichen Geschäft zu Hause, und außerdem ist
mir noch diese Plage des Reisens auferlegt [...] Nun, die Hoffnung ist noch nicht gänzlich aufgegeben; habe
ich einmal das Geld beisammen11, um die Schuld der Eltern an ihn abzuzahlen12 – es dürfte noch fünf bis
sechs Jahre dauern –, mache ich die Sache unbedingt. Dann wird der große Schnitt gemacht.“ [...]
Als er dies alles in größter Eile überlegte, ohne sich entschließen zu können, das Bett zu verlassen – gerade
schlug der Wecker dreiviertel sieben – klopfte es vorsichtig an die Tür am Kopfende seines Bettes. „Gregor,“
rief es – es war die Mutter – „es ist dreiviertel sieben. Wolltest du nicht wegfahren?“ Die sanfte Stimme!
Gregor erschrak, als er seine antwortende Stimme hörte, die wohl unverkennbar seine frühere war, in die
sich aber, wie von unten her, ein nicht zu unterdrückendes, schmerzliches Piepsen13 mischte [...]
Gregor hatte ausführlich antworten und alles erklären wollen, beschränkte sich aber bei diesen Umständen
darauf, zu sagen: „Ja, ja, danke Mutter, ich stehe schon auf.“ Infolge der Holztür war die Veränderung
in Gregors Stimme draußen wohl nicht zu merken, denn die Mutter beruhigte sich mit dieser Erklärung
und schlürfte14 davon. Aber durch das kleine Gespräch waren die anderen Familienmitglieder darauf
aufmerksam geworden, daß Gregor wider Erwarten noch zu Hause war [...] Gregor aber dachte gar nicht
daran aufzumachen, sondern lobte die vom Reisen her übernommene Vorsicht15, auch zu Hause alle Türen
während der Nacht zu versperren16.
(Focus KonTexte Neu, Cideb, S. 241-243)

1. ungeheuer: mostruoso 7. e
  Musterkollektion von 13. n
 icht zu unterdrückendes,
2. s Ungeziefer, -: insetto parassita Tuchwaren: campionario di stoffe schmerzliches Piepsen: un pigolio
3. panzerartig: come una corazza 8. ausgebreitet sein: essere esposto irrefrenabile, doloroso
4. gewölbter, brauner, von 9. r Rahmen, -: cornice 14. schlürfen:
  andarsene strascicando i
bogenförmigen Versteifungen 10. e Aufregung, -en: inquietudine piedi (con ciabatte)
geteilter Bauch: ventre bruno,  as Geld beisammen haben: aver
11. d 15. e Vorsicht: prudenza
convesso, solcato da nervature arcate messo insieme i soldi 16. versperren: chiudere a chiave
5. kläglich: miseramente 12. e ine Schuld abzahlen: saldare un
6. fl immern: sfarfallare debito

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Focus: Einsamkeit
Gregor Samsa führt eine unbedeutende Existenz im Schoße einer kleinbürgerlichen Familie. Vor seiner
Verwandlung in einen riesigen Käfer übte er den verhassten Beruf des Handlungsreisenden.
Die Geschichte ist schrecklich, sie grenzt ans Groteske, denn Samsa ist ein Ungeziefer geworden, aber gleichzeitig
bleibt er doch ein Mensch, ein Sohn und ein Handlungsreisender, auf jeden Fall aber ein einsamer Mensch.
Das Zimmer erscheint hier nicht als ein Zuhause, sondern als Gefängnis. Das frühere Zimmer
verwandelt sich allmählich zu einer Zelle, wo Gregor zweimal Gefangener ist: eingeschlossen in den Körper
dieses ekelhaften Insekts und in diesem Raum. Gregors psychische Situation in der Familie und seine totale
Einsamkeit in der Menschenwelt werden durch die konkrete Situation des Zimmers ausgedrückt. Er ist ein
Gefangener in seiner Familie. Die verschlossene Tür ist ein deutlicher Hinweis auf seine Isolation.
Auch in der Prager Gesellschaft voller spannungsvollen Wechselbeziehungen ist Kafka ein Einsamer:
Dort herrschen die verdeckten Rivalitäten zwischen Tschechen und Deutschen, die vielfältigen oft
widersprüchlichen kulturellen Traditionen der Metropole, das Nebeneinander von kleinbürgerlich-
nationalistischen und bohemienhaft-kosmopolitischen Tendenzen, von jüdischer Identität und militantem
Antisemitismus.
In dieser Umwelt ist Kafka in seinen einsamen Figuren, deren Tagträumen und Ängsten verschlüsselt. Dieser
Tatbestand erscheint deutlich auch in seinen Briefen und Tagebüchern.
Eines Tages entsteht in Gregor das Bedürfnis nach Kommunikation und Kontakt mit den anderen, das
Verlangen, von der Familie akzeptiert zu werden. Unter akrobatischen Anstrengungen gelingt es ihm, die Tür
seines Zimmers aufzuschließen, aber er ist zu abstoßend und sein Vater bewirft ihn mit Äpfeln.
Gregor versteht allmählich, dass seine Existenz unmöglich ist, und daher lässt er sich sterben: Er isst nicht mehr
und stirbt nach einigen Tagen allein in seinem Zimmer.

Tipps:
• E insamkeit in der Romantik (Aus dem Leben eines Taugenichts von J. Eichendorff)
• E insamkeit einer Frau (Effi Briest von T. Fontane)
• E insamkeit des Künstlers in der Dekadenz (Der Tod in Venedig von T. Mann)
• E insamkeit des Menschen in der Nachkriegszeit (Draußen vor der Tür von W. Borchert)
• E insamkeit des Außenseiters (Ansichten eines Clowns von H. Böll)

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GUY DE MAUPASSANT
LETTERATURA FRANCESE Solitude (1885)

L’œuvre de Maupassant est en général connue pour sa force réaliste, la présence du fantastique, son pessimisme et
la maîtrise stylistique.
La nouvelle Solitude a été publiée le 31 mars 1884 dans « Le Gaulois » (quotidien littéraire et politique français),
puis reprise en 1885 dans le recueil Monsieur Parent.

Solitude
C’était après un dîner d’hommes. On avait été fort gai. Un
d’eux, un vieil ami, me dit :
— Veux-tu remonter à pied l’avenue des Champs-Élysées ?
Et nous voilà partis, suivant à pas lents la longue promenade,
sous les arbres à peine vêtus de feuilles encore. Aucun bruit, que
cette rumeur confuse et continue que fait Paris. Un vent frais nous
passait sur le visage, et la légion des étoiles semait sur le ciel noir Le narrateur et un vieil ami rentrent à
une poudre d’or. pied après un dîner entre hommes.
Mon compagnon me dit :
- Je ne sais pourquoi, je respire mieux ici, la nuit, que partout
ailleurs. Il me semble que ma pensée s’y élargit. J’ai, par moments,
ces espèces de lueurs dans l’esprit qui font croire, pendant une
seconde, qu’on va découvrir le divin secret des choses. Puis la
fenêtre se referme. C’est fini.
- De temps en temps, nous voyions glisser deux ombres le long des La vue de deux amoureux assis sur un
massifs ; nous passions devant un banc où deux êtres, assis côte à banc déclenche une longue réflexion de
côte, ne faisaient qu’une tache noire. la part de l’ami sur la solitude.
Mon voisin murmura :
Pauvres gens ! Ce n’est pas du dégoût qu’ils m’inspirent, mais
une immense pitié. Parmi tous les mystères de la vie humaine, il
en est un que j’ai pénétré : notre grand tourment dans l’existence L’ami constate que quoi qu’on fasse pour
vient de ce que nous sommes éternellement seuls, et tous nos ne pas l’être, on est seuls. Même l’amour
efforts, tous nos actes ne tendent qu’à fuir cette solitude. Ceux- n’est rien d’autre qu’une tentative
là, ces amoureux des bancs en plein air, cherchent, comme échouée de combattre la solitude.
nous, comme toutes les créatures, à faire cesser leur isolement,
rien que pendant une minute au moins ; mais ils demeurent, ils
demeureront toujours seuls ; et nous aussi.
On s’en aperçoit plus ou moins, voilà tout.
Depuis quelque temps j’endure cet abominable supplice d’avoir Le même reproche est fait à l’égard du
compris, d’avoir découvert l’affreuse solitude où je vis, et je sais sentiment de l’amitié, d’ailleurs également
que rien ne peut la faire cesser, rien, entends-tu ! Quoi que nous défaillant.
tentions, quoi que nous fassions, quels que soient l’élan de nos On reste toujours seuls, parce qu’on ne
cœurs, l’appel de nos lèvres et l’étreinte de nos bras, nous sommes peut pas arriver à se connaître à fond.
toujours seuls. L’ami demande au narrateur s’il le
Je t’ai entraîné ce soir, à cette promenade, pour ne pas rentrer comprend. Il le fera plusieurs fois, tout
chez moi, parce que je souffre horriblement, maintenant, de la au long du texte, en mettant en scène
solitude de mon logement. À quoi cela me servira-t-il ? Je te parle, en première personne la tragédie de
la solitude humaine. Il explique qu’on
tu m’écoutes, et nous sommes seuls tous deux, côte à côte, mais
est seuls car on n’est pas compris par
seuls. Me comprends-tu ?
les autres et il parle de son angoisse,
Bienheureux les simples d’esprit, dit l’Écriture. Ils ont l’illusion
demandant la compréhension du narrateur,
du bonheur. Ils ne sentent pas, ceux-là, notre misère solitaire,
qui ne peut pas arriver. Ce qui crée un
ils n’errent pas, comme moi, dans la vie, sans autre contact cercle vicieux.
que celui des coudes, sans autre joie que l’égoïste satisfaction
de comprendre, de voir, de deviner et de souffrir sans fin de la
Seulement les simples d’esprit sont heureux,
connaissance de notre éternel isolement. parce qu’ils gardent l’illusion du bonheur.

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Tu me trouves un peu fou, n’est-ce pas ?
Écoute-moi. Depuis que j’ai senti la solitude de mon être, il
me semble que je m’enfonce, chaque jour davantage, dans un
souterrain sombre, dont je ne trouve pas les bords, dont je ne Puis il compare la vie à un souterrain
connais pas la fin, et qui n’a point de bout, peut-être ! J’y vais sans sombre où il ne voit rien et dont il essaie
de déchiffrer les bords et les bruits. Il s’y
personne avec moi, sans personne autour de moi, sans personne
promène seul, avançant à tâtons vers les
de vivant faisant cette même route ténébreuse. Ce souterrain, c’est
voix qu’il entend, tout comme dans la vie
la vie. Parfois j’entends des bruits, des voix, des cris... je m’avance
on avance, inutilement, vers quelqu’un
à tâtons vers ces rumeurs confuses. Mais je ne sais jamais au juste
d’autre qui nous semble pouvoir
d’où elles partent ; je ne rencontre jamais personne, je ne trouve combler notre solitude.
jamais une autre main dans ce noir qui m’entoure. Me comprends-
tu ?
Quelques hommes ont parfois deviné cette souffrance atroce.
Musset s’est écrié :
Qui vient ? Qui m’appelle ? Personne.
Je suis seul. — C’est l’heure qui sonne. Il cherche des complices. Il cite Musset.
Ô solitude ! — Ô pauvreté ! Mais lui, étant poète, il réduit sa solitude
Mais, chez lui, ce n’était là qu’un doute passager, et non pas en la peuplant de fantômes.
une certitude définitive, comme chez moi. Il était poète ; il peuplait
la vie de fantômes, de rêves. Il n’était jamais vraiment seul. — Moi,
je suis seul !
Gustave Flaubert, un des grands malheureux de ce monde,
parce qu’il était un des grands lucides, n’écrivit-il pas à une amie
cette phrase désespérante : « Nous sommes tous dans un désert.
Personne ne comprend personne. »
Non, personne ne comprend personne, quoi qu’on pense, quoi
qu’on dise, quoi qu’on tente. La terre sait-elle ce qui se passe Flaubert, par contre, reconnu comme
dans ces étoiles que voilà, jetées comme une graine de feu à un maître par Maupassant et défini « un
travers l’espace, si loin que nous apercevons seulement la clarté grand lucide », constate lui aussi qu’il
est impossible de comprendre ce qui se
de quelques-unes, alors que l’innombrable armée des autres est
passe dans la tête d’une autre personne.
perdue dans l’infini, si proches qu’elles forment peut-être un tout,
comme les molécules d’un corps ?
Eh bien, l’homme ne sait pas davantage ce qui se passe dans
un autre homme. Nous sommes plus loin l’un de l’autre que ces
astres, plus isolés surtout, parce que la pensée est insondable.
Sais-tu quelque chose de plus affreux que ce constant
frôlement des êtres que nous ne pouvons pénétrer ! Nous nous
aimons les uns les autres comme si nous étions enchaînés, tout
près, les bras tendus, sans parvenir à nous joindre. Un torturant Il reprend le thème du début : l’amour
besoin d’union nous travaille, mais tous nos efforts restent ne peut pas préserver de la solitude. On
stériles, nos abandons inutiles, nos confidences infructueuses, nos ressent un « torturant besoin d’union »
étreintes impuissantes, nos caresses vaines. Quand nous voulons qui n’arrive jamais à être satisfait.
nous mêler, nos élans de l’un vers l’autre ne font que nous heurter
l’un à l’autre.
Je ne me sens jamais plus seul que lorsque je livre mon cœur à
quelque ami, parce que je comprends mieux alors l’infranchissable
obstacle. Il est là, cet homme ; je vois ses yeux clairs sur moi !
mais son âme, derrière eux, je ne la connais point. Il m’écoute.
L’amitié non plus ne peut pas aider à se
Que pense-t-il ? Oui, que pense-t-il ? Tu ne comprends pas ce
sentir moins seul, parce que, comme déjà
tourment ? Il me hait peut-être ? ou me méprise ? ou se moque
dit avant, on ne peut pas comprendre
de moi ? Il réfléchit à ce que je dis, il me juge, il me raille, il me
complètement une autre personne, ni
condamne, m’estime médiocre ou sot. Comment savoir ce qu’il
savoir ce qu’elle pense vraiment.
pense ? Comment savoir s’il m’aime comme je l’aime ? et ce qui
s’agite dans cette petite tête ronde ? Quel mystère que la pensée
inconnue d’un être, la pensée cachée et libre, que nous ne pouvons
ni connaître, ni conduire, ni dominer, ni vaincre !

27
Et moi, j’ai beau vouloir me donner tout entier, ouvrir toutes
les portes de mon âme, je ne parviens point à me livrer. Je
garde au fond, tout au fond, ce lieu secret du Moi où personne
ne pénètre. Personne ne peut le découvrir, y entrer, parce que
Être compris c’est son plus grand désir,
personne ne me ressemble, parce que personne ne comprend le seul moyen d’échapper à la solitude.
personne. C’est ce qu’il souhaite, ce qu’il n’arrête
Me comprends-tu, au moins, en ce moment, toi ? Non, tu me pas de demander au narrateur, mais qu’il
juges fou ! tu m’examines, tu te gardes de moi ! Tu te demandes : n’obtient pas.
« Qu’est-ce qu’il a, ce soir ? » Mais si tu parviens à saisir un jour,
à bien deviner mon horrible et subtile souffrance, viens-t’en me
dire seulement : Je t’ai compris ! et tu me rendras heureux, une
seconde, peut-être.
Ce sont les femmes qui me font encore le mieux apercevoir ma
solitude.
Misère ! misère ! Comme j’ai souffert par elles, parce qu’elles
m’ont donné souvent, plus que les hommes, l’illusion de n’être pas
seul !
Quand on entre dans l’Amour, il semble qu’on s’élargit. Une
félicité surhumaine vous envahit ! Sais-tu pourquoi ? Sais-tu d’où
vient cette sensation d’immense bonheur ? C’est uniquement
parce qu’on s’imagine n’être plus seul. L’isolement, l’abandon de Encore, mais raconté d’un point de vue
l’être humain paraît cesser. Quelle erreur ! personnel, l’amour, la femme comme
Plus tourmentée encore que nous par cet éternel besoin tentatives inutiles de remplir le vide de
d’amour qui ronge notre cœur solitaire, la femme est le grand la solitude, tentatives qui au contraire
mensonge du Rêve. deviennent révélatrices de l’impossibilité
Tu connais ces heures délicieuses passées face à face avec de le combler.
cet être à longs cheveux, aux traits charmeurs et dont le regard
nous affole. Quel délire égare notre esprit ! Quelle illusion nous
emporte !
Elle et moi, nous n’allons plus faire qu’un, tout à l’heure,
semble-t-il ? Mais ce tout à l’heure n’arrive jamais, et, après des
semaines d’attente, d’espérance et de joie trompeuse, je me
retrouve tout à coup, un jour, plus seul que je ne l’avais encore été.
Après chaque baiser, après chaque étreinte, l’isolement
s’agrandit. Et comme il est navrant, épouvantable !
Un poète, M. Sully Prudhomme, n’a-t-il pas écrit :
Les caresses ne sont que d’inquiets transports,
Infructueux essais du pauvre amour qui tente
L’impossible union des âmes par les corps...
Et puis, adieu. C’est fini. C’est à peine si on reconnaît cette Il développe le thème en rendant
femme qui a été tout pour nous pendant un moment de la vie, et hommage à Sully Prudhomme, poète
dont nous n’avons jamais connu la pensée intime et banale sans de son époque, qui sera plus tard le
doute ! premier lauréat du Prix Nobel de
Aux heures mêmes où il semblait que, dans un accord littérature en 1901.
mystérieux des êtres, dans un complet emmêlement des désirs et
de toutes les aspirations, on était descendu jusqu’au profond de
son âme, un mot, un seul mot, parfois, nous révélait notre erreur,
nous montrait, comme un éclair dans la nuit, le trou noir entre
nous.
Et pourtant, ce qu’il y a encore de meilleur au monde, c’est
de passer un soir auprès d’une femme qu’on aime, sans parler,
heureux presque complètement par la seule sensation de sa L’impossibilité d’être vraiment compris
et de comprendre est définitivement
présence. Ne demandons pas plus, car jamais deux êtres ne se
constatée, alors le protagoniste se rend
mêlent.
et décide de fermer son âme, de se
Quant à moi, maintenant, j’ai fermé mon âme. Je ne dis plus
désintéresser de tout.
à personne ce que je crois, ce que je pense et ce que j’aime. Me
sachant condamné à l’horrible solitude, je regarde les choses,

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sans jamais émettre mon avis. Que m’importent les opinions, les
querelles, les plaisirs, les croyances ! Ne pouvant rien partager
avec personne, je me suis désintéressé de tout. Ma pensée,
invisible, demeure inexplorée. J’ai des phrases banales pour
répondre aux interrogations de chaque jour, et un sourire qui dit :
« oui », quand je ne veux même pas prendre la peine de parler.
Me comprends-tu ?
Nous avions remonté la longue avenue jusqu’à l’Arc de
triomphe de l’Étoile, puis nous étions redescendus jusqu’à la place
de la Concorde, car il avait énoncé tout cela lentement, en ajoutant
encore beaucoup d’autres choses dont je ne me souviens plus.
Il s’arrêta et, brusquement, tendant le bras vers le haut La promenade finit sur la place de la
obélisque de granit, debout sur le pavé de Paris et qui perdait, Concorde dont l’obélisque qui se dresse
au milieu des étoiles, son long profil égyptien, monument exilé, tout seul sur le pavé est vu comme un
portant au flanc l’histoire de son pays écrite en signes étranges, symbole de la condition humaine, de la
mon ami s’écria : solitude de chaque être humain.
— Tiens, nous sommes tous comme cette pierre.
Puis il me quitta sans ajouter un mot.
Était-il gris ? Était-il fou ? Était-il sage ? Je ne le sais encore.
Parfois il me semble qu’il avait raison ; parfois il me semble qu’il
avait perdu l’esprit.
31 mars 1884

D'autres suggestions :
• La solitude de la femme : Germaine de Staël, De la philosophie, dans « De l'influence des passions sur le
bonheur des individus et des nations », Section III, Chapitre II (1796)
• La solitude chez les Romantiques : François-René de Chateaubriand, René, (1802)
• La solitude comme repli sur soi-même : Alphonse de Lamartine, L'isolement,
dans « Méditations poétiques » (1820)
• La solitude du prisonnier : Victor Hugo, Le dernier jour d'un condamné, chapitre I, VI, VII (1829)
• La solitude de celui qui est différent : Charles Baudelaire, L'Albatros, dans « Les fleurs du mal » (1859)
• La solitude après une rupture : Guillaume Apollinaire, Le pont Mirabeau, dans « Alcools » (1913)
• La solitude comme isolement de la société : Jean-Paul Sartre, La Nausée, (1938)
• La solitude et ses multiples nuances : Antoine de Saint-Exupéry, Le Petit Prince, Chapitres I/XVII (1943)
• La solitude créative : Jean Giono, L'homme qui plantait des arbres (1953)
• La solitude : Paul Eluard, L'Univers solitude (2017)

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