Sei sulla pagina 1di 5

CITTADINANZA E COSTITUZIONE

DALLO STATUTO ALBERTINO ALLA COSTITUZIONE ITALIANA: PROFILI STORICI

1. Lo Statuto albertino: la Carta costituzionale del Regno d’Italia


Lo Statuto albertino fu promulgato il 4 marzo 1848 dal Re di Sardegna Carlo Alberto. Fu denominato
Statuto e non Costituzione allo scopo di evidenziare l’origine non rivoluzionaria: esso, infatti, fu concesso
dal Re ai sudditi. Lo Statuto albertino era una Costituzione scritta, in quanto redatta in un documento
solenne; breve, poiché formata da un preambolo e da soli 84 articoli dedicati ai rapporti tra Stato e cittadini
e volti a disciplinare soltanto alcuni diritti e libertà fondamentali; ottriata, cioè concessa unilateralmente
dal Sovrano; flessibile, perché modificabile da una legge ordinaria.
Nel 1861, anno in cui nacque il Regno d’Italia, lo Statuto albertino divenne la Carta costituzionale del
Regno stesso.
2. Il referendum del 2 giugno 1946
Nell’ottobre del 1945, Alcide de Gasperi, leader della DC e capo del Governo, indisse per il 2 giugno 1946 il
referendum costituzionale. Fu così che quel giorno tutti gli italiani vennero chiamati alle urne per votare il
referendum sulla forma istituzionale da dare al Paese. Per la prima volta furono ammesse al voto anche le
donne. Nella storia del Paese, infatti, le elezioni del 2 giugno rappresentarono le prime elezioni che si
svolsero a suffragio universale (cioè tutti i cittadini, uomini e donne, ultraventunenni, senza distinzione di
sesso, di reddito e di titolo di studio). Si votò per scegliere tra Monarchia e Repubblica e per eleggere 556
deputati dell’Assemblea costituente che avrebbe redatto la nuova Costituzione repubblicana. Il
referendum diede esito favorevole alla Repubblica. Quanto all’Assemblea costituente, invece, per poter
procedere alla stesura della nuova Costituzione nella maniera più efficace, all’interno di essa fu istituito un
comitato ristretto chiamato la Commissione dei 75. Composta da 75 deputati scelti secondo un criterio
proporzionale fra i diversi partiti, la Commissione dei 75, divisa in tre sottocommissioni, aveva il compito di
elaborare e di proporre all’Assemblea il progetto di Costituzione. Si riunì la prima volta il 20 luglio 1946; il
28 luglio nominò Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Dopo sei mesi presentò il progetto di
Costituzione che venne discusso in 173 sedute e approvato il 22 dicembre 1947. La Costituzione della
Repubblica italiana è stata promulgata dal Capo provvisorio dello Stato De Nicola il 27 dicembre 1947. È
entrata in vigore il 1 gennaio 1948.

Lezione 2
DEFINIZIONE, CARATTERISTICHE E STRUTTURA DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

1. Definizione
La Costituzione della Repubblica Italiana è la principale fonte del diritto, posta al primo gradino della
gerarchia delle fonti. Ciò comporta che le altre fonti (primarie, secondarie e consuetudinarie) sono ad essa
gerarchicamente subordinate, e che tutte le norme di diritto si devono conformare, necessariamente, ai
principi in essa contenuti. Per Costituzione, dunque, si intende l’insieme delle norme essenziali e dei
principi fondamentali di un ordinamento giuridico, cioè le regole che disciplinano l’organizzazione dello
Stato e le relazioni fra questo e i cittadini. In un’accezione più ristretta, la Costituzione è la legge
fondamentale dello Stato che riconosce alcuni diritti inviolabili ai cittadini.
2. I caratteri della Costituzione della Repubblica Italiana
La Costituzione italiana è: scritta, essendo contenuta in un documento scritto; votata, essendo stata
redatta da un’Assemblea costituente i cui membri sono stati eletti dal popolo italiano, a suffragio
universale, il 2 giugno 1946; rigida, non potendo essere modificata da una legge ordinaria, ma soltanto
attraverso un procedimento complesso, detto procedimento di revisione costituzionale di cui all’art. 138
Cost.; lunga, riconoscendo, a differenza dello Statuto albertino, non solo le libertà fondamentali, ma anche i
diritti sociali ed economici, civili e politici.
3. La struttura
La Costituzione italiana si compone di 139 articoli (alcuni dei quali abrogati o modificati con la legge
costituzionale n. 3 del 2001, c.d. legge di riforma del titolo V della Costituzione) e 18 disposizioni transitorie

1
e finali. I primi 12 articoli enunciano i principi fondamentali (artt. 1-12 Cost.). La parte prima della
Costituzione è dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini (artt. 13-54 Cost.). La parte seconda è dedicata
all’ordinamento della Repubblica (artt. 55-139 Cost.). Ciascuna parte è suddivisa in Titoli. Alcuni Titoli sono
suddivisi in Sezioni.
I PRINCIPI FONDAMENTALI (artt. 1-12 Cost.)

1. Art. 1 Cost.: il principio democratico e il principio di sovranità popolare


Il principio democratico è enunciato dal comma 1 dell’art. 1 Cost. secondo il quale «L’Italia è una
Repubblica democratica». Tale principio viene a coincidere con il principio di sovranità popolare, sancito dal
comma 2 del medesimo articolo, in base al quale «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle
forme e nei limiti della Costituzione». A tal stregua, la legittimazione del potere politico e dell’assetto
istituzionale risiede nel consenso del popolo, e l’esercizio di questo potere è attribuito sia ai cittadini forniti
di diritti politici (c.d. democrazia diretta), sia agli organi rappresentativi dello Stato, ossia i membri eletti dai
cittadini (c.d. democrazia indiretta o rappresentativa).

Il primo articolo della Costituzione dà indubbiamente rilievo al tema del lavoro. Il lavoro è il mezzo con cui
la gran parte delle persone si guadagna da vivere e quindi ha una funzione strumentale. Il lavoro però
fornisce anche una definizione sociale della persona. Il lavoro, inoltre, impegna buona parte della giornata
ed è un’attività in cui si immette qualche cosa di sé stessi. Questo è evidente in un’attività intellettuale o
artistica, ma vale anche per i lavori manuali e persino per lavori ripetitivi. Dire che l’Italia è una Repubblica
fondata sul lavoro equivale ad ammettere l’importanza di tutti questi aspetti e a impegnarsi affinché il
lavoro sia tutelato e promosso, soprattutto in periodi di crisi. È un impegno ricordato dal Capo dello Stato
Napolitano, secondo il quale in questo primo articolo “c’è un principio regolatore cui si devono uniformare
tutti gli attori sociali e le rappresentanze politiche”.
2. Art. 2 Cost.: il principio personalista
Il principio personalista è sancito dall’art. 2 Cost., che dispone «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».
I diritti inviolabili dell’uomo sono indisponibili (cioè il titolare non ne può disporre né può rinunciarvi),
intrasmissibili (cioè non possono essere trasmessi dal titolare ad un altro soggetto e si estinguono solo con
la morte del titolare), imprescrittibili (cioè non si estinguono nonostante il mancato esercizio da parte del
titolare) ed irrinunciabili. Tali diritti costituiscono la base ed il fondamento del nostro regime politico e, in
quanto tali, possono essere limitati solo in sede costituzionale; sono riconosciuti all’uomo sia come singolo
(diritto alla vita, diritto al nome, all’onore, alla libera manifestazione del pensiero, ecc.), sia come membro
di formazioni sociali (diritto di associazione e di riunione).
L’art. 2, accanto ai diritti inviolabili, richiede l’adempimento dei «doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale». Con l’espressione doveri inderogabili si intendono quei doveri dal cui adempimento
nessun soggetto può essere esentato.

Diritti e doveri in questo articolo vanno di pari passo. Immaginate di vivere in una società di soli diritti e
senza doveri: in poco tempo la situazione sarebbe ingestibile perché ciascuno sosterrebbe le proprie ragioni
a danno degli altri. Viceversa una società di soli doveri e senza diritti limiterebbe sensibilmente la possibilità
di ciascuno di essere se stesso e sviluppare la propria personalità e le proprie potenzialità. Ma i doveri sono
espressi in questo articolo come forma di solidarietà: essi cioè vengono intesi come una condizione
necessaria per il mantenimento di una società solidale.
3. Art. 3 Cost.: il principio di uguaglianza
Il principio di uguaglianza è sancito dall’art. 3 Cost. nella duplice declinazione di uguaglianza in senso
formale e di uguaglianza in senso sostanziale.
Il primo comma sancisce l’uguaglianza formale che comporta due conseguenze fondamentali: tutti sono
uguali davanti alla legge; il legislatore non può approvare leggi che contengano discriminazioni fondate sul
sesso, sulla razza, sulla lingua, sulla religione, ecc. Nel caso lo facesse, le leggi sarebbero costituzionalmente
illegittime. Il secondo comma sancisce l’uguaglianza sostanziale, cioè lo Stato deve eliminare quelle
condizioni che privano i cittadini dell’esercizio di quei diritti fondamentali che la Costituzione garantisce e
che considera necessari per un adeguato sviluppo della persona umana.
2
Il principio di uguaglianza è molto radicato nella nostra società, anche se periodicamente episodi di
razzismo e di intolleranza sembrano metterlo in discussione. Secondo questo principio gli uomini sono
uguali per natura, non nel senso che sono identici come se fossero fotocopie o che devono diventarlo, ma
nel senso che hanno gli stessi diritti. Razza, sesso, opinioni politiche ecc. determinano importanti differenze
tra i cittadini, ma non tali da rendere alcuni superiori e altri inferiori dal punto di vista dei diritti. In una
società democratica la diversità non è solo un dato di fatto, ma una caratteristica essenziale, senza la quale
la democrazia si trasformerebbe (come è avvenuto in passato) in un regime.

4. Art. 4 Cost.: il principio lavorista


Il principio lavorista trova menzione sintetica nell’affermazione secondo cui la Repubblica italiana è
«fondata sul lavoro» (art. 1 Cost), mentre si esprime più compiutamente nel riconoscimento a tutti i
cittadini del diritto al lavoro, non disgiunto dal dovere, imposto ai medesimi soggetti titolari del diritto, «di
svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al
progresso materiale o spirituale della società» (art. 4 Cost). Il lavoro, dunque, è considerato dal legislatore
costituente come uno strumento (sebbene non l’unico) di realizzazione della personalità e di
adempimento del dovere di solidarietà. La tutela del diritto al lavoro garantito dall’art. 4 Cost. si traduce
non in una pretesa giuridica del singolo soggetto ad ottenere un determinato posto di lavoro, bensì nella
possibilità di avere accesso ai posti di lavoro disponibili e nell’obbligo, imposto al legislatore, di realizzare
un ordinamento che renda effettivo questo diritto, attraverso l’adozione di misure concrete per la
creazione di posti di lavoro.

Il lavoro è il mezzo con il quale le persone si sostengono e, soprattutto in periodi di crisi economica e di
aumento della disoccupazione, il diritto al lavoro appare quanto mai importante. Tale diritto non equivale
all’obbligo da parte dello Stato di creare e trovare un lavoro a chi lo sta cercando: se fosse così, lo Stato
dovrebbe impiegare in modo improduttivo le proprie risorse, con la conseguenza che in breve tempo i
disoccupati tornerebbero a essere tali e lo Stato avrebbe sperperato inutilmente le proprie risorse.
Il diritto al lavoro è stato spesso interpretato come difesa del posto di lavoro: un lavoratore non può essere
licenziato senza giusta causa. Eppure proprio questo aspetto viene oggi da molti messo in discussione: una
maggiore libertà di licenziare, ritengono alcuni sostenitori del libero mercato, indurrebbe le imprese a
investire di più, nella consapevolezza di poter licenziare i dipendenti in momenti di crisi. Per altri invece
questa maggior libertà di licenziare renderebbe solo più drammatica la condizione di vita dei lavoratori
dipendenti.
5. Art. 5 Cost.: il principio del riconoscimento delle autonomie territoriali
L’ art. 5 sancisce il fatto che l’Italia è indivisibile. Alle autonomie locali è riconosciuta una certa autonomia
volta a facilitare le diverse esigenze territoriali. Sulla base del principio in esame, la posizione costituzionale
degli enti territoriali è disciplinata dal Titolo V della Costituzione, modificato con l. cost. n. 3 del 2001.

La struttura dello Stato italiano, unitario ma con autonomie locali, è stata al centro di un vasto dibattito
negli ultimi vent’anni. Più volte è stata proposta la trasformazione dell’Italia in una Repubblica federale
(come lo sono gli Stati Uniti, la Svizzera e la Germania). L'idea di un’Italia federale era stata proposta anche
in epoca risorgimentale, ma era stata accantonata subito dopo l’Unità perché pareva mettere a rischio il
processo di unificazione ancora in corso. L’effetto di queste discussioni in Italia non è stato però la
trasformazione dello Stato in una Repubblica federale, ma il conferimento di un maggior potere decisionale
alle Regioni.
6. Art. 6 Cost.: la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche
Rispettare la lingua di una comunità è un atto di alto valore civile, perché significa rispettare quella stessa
comunità. La lingua madre non è un elemento accessorio o secondario dell’identità personale e collettiva,
ma è radicata profondamente nella mente di una persona ed è uno specchio della cultura che l’ha generata.
Per questa ragione la riduzione del numero di lingue esistenti sulla Terra, provocata dalla globalizzazione,
viene oggi considerata una forma di impoverimento.

3
7. Art. 7 Cost.: lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non
richiedono procedimento di revisione costituzionale

La presenza del cattolicesimo nella società italiana è molto radicata. Spesso esponenti della Chiesa cattolica
si pronunciano sui fatti di cronaca o sulle scelte politiche. Alcune forze politiche, in passato e ancora oggi,
fanno della Chiesa un loro punto di riferimento. È spontaneo il quesito se tutto ciò rappresenti o no una
forma di ingerenza della Chiesa cattolica, che contravviene all’art. 7. Proprio per la libertà di culto presente
in Italia, è legittimo richiamarsi ai valori espressi da una fede religiosa; tuttavia, nello stesso tempo, coloro
che appartengono alle alte gerarchie della Chiesa cattolica sono membri non solo di un ente con finalità
spirituali ma anche di un vero e proprio Stato, per quanto di dimensioni minuscole (il Vaticano). Per queste
ragioni alcuni commentatori considerano le prese di posizione delle gerarchie cattoliche in merito a
questioni inerenti la vita politica italiana come “interferenze non giuridicamente perseguibili”; altri, invece,
“questioni di diritto internazionale” da risolvere per via diplomatica.
8. Art. 8 Cost.: Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in
quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per
legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Sulla base di questo articolo tutte le confessioni religiose possono essere professate in Italia. L’unico limite
è rappresentato dal rispetto della legge italiana. Tuttavia, anche all’interno di questo vincolo,
l’ordinamento italiano non ha ancora eliminato le disparità, perché distingue gerarchicamente fra la Chiesa
cattolica, le confessioni dotate di intesa (Tavola valdese, Unione comunità ebraiche), le confessioni
riconosciute dalla legislazione sui culti ammessi e quelle prive di riconoscimento.
9. Art. 9 Cost.: il principio dello Stato di cultura
L’art. 9 Cost. dispone che «la Repubblica promuove lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il
paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Con il termine «Repubblica» si fa riferimento
allo Stato-ordinamento in tutte le sue possibili articolazioni, attribuendosi ad ogni soggetto pubblico (lo
Stato, le Regioni, gli enti locali) il compito di promuovere la cultura. Anche il concetto di «cultura» deve
essere interpretato in senso lato. Questo comprende: l’insegnamento, lo studio, la ricerca, la tutela del
paesaggio e delle cose di interesse storico ed artistico. Ulteriori applicazioni della promozione culturale
sono sancite negli artt. 33 e 34 Cost. che disciplinano la materia dell’istruzione scolastica. Tutela il paesaggio
e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente
riconosciute.
10. Art. 10 Cost.: L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale
generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati
internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà
democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo
le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Il diritto d’asilo rappresenta un tratto importante delle democrazie: tramite esso si afferma che una serie di
valori sono così alti e importanti da permettere, a chi non può esercitarli, di rifugiarsi in Italia. Quando però
si tratta di capire chi è minacciato nel suo Paese e chi ha diritto all’asilo politico, la questione diventa molto
più complessa. Nel mondo esistono infatti molti Paesi nei quali le libertà democratiche caratteristiche
dell’Occidente non vengono rispettate. Spesso la fuga da questi Paesi non avviene però per ragioni di
democrazia ma è dettata da bisogni materiali, dalla povertà e dal sogno di una vita migliore. Proprio perché
queste due dimensioni si sovrappongono, spesso lo Stato è restio a concedere il diritto d’asilo.
11. Art. 11 Cost.: rifiuto della guerra
L’Italia non può dichiarare guerra ad alcun paese. Se le truppe italiane sono necessarie in un altro paese,
queste possono recarsi sul territorio interessato per tentare di instaurare la pace. L’Italia ripudia la guerra
come strumento di offesa alla liberta` degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
4
internazionali; consente, in condizioni di parita` con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad
un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni
internazionali rivolte a tale scopo.

Da anni l’Italia partecipa a missioni di pace internazionale, decise dall’O.N.U., mediante il proprio esercito,
che è coinvolto anche in azioni di guerra. È legittimo chiedersi se tale partecipazione sia lecita, dato che
l’Italia ripudia la guerra. L’invio di soldati sotto le bandiere dell’O.N.U., che implica l’uso della forza armata
con modalità belliche, ha suscitato un forte dibattito: secondo una corrente di pensiero, questi interventi
sono privi della necessaria legittimità costituzionale; altri studiosi, invece, ritengono ammissibile la
partecipazione italiana sulla base di una consuetudine di diritto internazionale che impone la tutela dei
diritti umani. Detto in altri termini, partecipare a missioni che contemplano l’uso delle armi sarebbe in
questo caso uno strumento per affermare la pace e i diritti umani; di fatto, non si tratta di partecipare a
una guerra per ampliare il territorio italiano, ma di inviare i propri soldati in missioni internazionali allo
scopo di difendere valori ritenuti universali.
12. Art. 12 Cost.: bandiera della Repubblica italiana
La bandiera italiana è formata da tre strisce verticali di eguali dimensioni di colore verde, bianco e rosso, ed è
immodificabile.

La bandiera è il simbolo della Repubblica italiana e per questa ragione il suo uso e la sua cura sono tutelati e
protetti dalla legge. In particolare è previsto il reato di vilipendio alla bandiera, che sanziona tutti gli atti
finalizzati alla distruzione o al danneggiamento della bandiera: è vietato, ad esempio, bruciare la bandiera
durante una manifestazione. Alla base di questo divieto vi è il dovere di rispettare i simboli dello Stato. In
altri Paesi invece prevale il diritto a esprimere la propria opinione: è considerato legittimo danneggiare o
distruggere la bandiera per manifestare il proprio dissenso verso la politica del Governo. Ci si può quindi
chiedere se, in questo modo, in Italia non venga limitata la libertà di espressione; va tuttavia notato che è
legittimo criticare le scelte del Governo apertamente: solo questo specifico modo viene considerato illegale.