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Università Bocconi - Dipartimento di Accounting 1

ins.cod.30005 - Bilancio
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nota didattica

VALUTAZIONE DELLE PARTECIPAZIONI IN BASE AL


METODO DEL PATRIMONIO NETTO (EQUITY METHOD)

a) ASPETTI GENERALI (si fa riferimento alle sole società il cui bilancio non è “under IAS-IFRS”)
a.1) In base al cc art 2426 pp 3 e 4, le partecipazioni che una società di capitali:
- detiene in imprese collegate e controllate ex art 2359, e
- ha classificato nello stato patrimoniale ex art 2424 come immobilizzazioni finanziarie (i.e. non sono
iscritte nell’attivo corrente),
possono essere valutate con il cd “metodo del patrimonio netto” (o “equity method”), anziché con il
metodo tradizionale del “costo storico rettificato” (o “modified cost measurement”). Affinché l’equity method
sia applicabile è necessario che sussistano entrambe tali condizioni.
Ad esempio, se la partecipazione è di controllo ex art 2359 ma essa è classificata tra le attività correnti, allora non è possibile applicare
l’equity method e occorre valutare tale partecipazione al costo storico rettificato.
Ad esempio, se si detiene una partecipazione di controllo sin lì classificata tra le immobilizzazioni finanziarie e valutata con l’equity
method, e si riclassifica tale partecipazione come “available for sale” tra le attività correnti, allora non si può più usare l’equity method,
bensì occorre valutare al costo storico rettificato. Peraltro, vale anche il caso opposto.
Ad esempio, se si detiene una partecipazione sin lì classificata tra le immobilizzazioni finanziarie come “partecipazioni in società
controllate” e valutata con l’equity method, e in seguito si perdono sia il controllo che il collegamento ex art 2359 (ad es perché nella ex
controllata v’è stato un rilevante aumento di capitale sociale a titolo oneroso non sottoscritto dalla ex controllante), allora la
partecipazione può continuare a essere classificata tra le immobilizzazioni finanziarie, tuttavia deve essere valutata al costo storico
rettificato.

In ogni caso – almeno in Italia e nei principali Paesi continentali dell’UE – ancora oggi il ricorso all’equity
method non è obbligatorio, bensì è una facoltà il cui esercizio è appannaggio degli amministratori. Altresì, la
sua eventuale adozione non deve necessariamente essere estesa a tutte le partecipazioni immobilizzate di
controllo/collegamento, ma può essere limitata ad alcune tra esse; sicché, può accadere che in un dato
bilancio d’esercizio figurino talune partecipazioni immobilizzate in società controllate/collegate le quali sono
valutate con l’equity method, mentre altre sono valutate al costo storico rettificato, così determinandosi
un’eterogenesi estimativa che forse non giova alla “chiarezza” invocata dalla clausola generale ex art 2423
secondo cpv.
a.2) L’equity method si contraddistingue particolarmente per una sua caratteristica di fondo che lo dovrebbe
fare preferire rispetto al metodo del costo storico rettificato, quantomeno in termini di “best practice” per
l’assolvimento della clausola generale ex art 2423 secondo cpv e dunque ai fini della “true and fair view”
dell’informativa di bilancio.
Infatti, mentre il metodo del costo storico rettificato tende a fare restare inalterato nel tempo il valore della
partecipazione (a meno che non si manifestino quegli eventi notevoli ma sporadici che ne impongono
appunto la “rettifica”, quali le svalutazioni per perdite durevoli di valore e le rivalutazioni conseguenti alla
sottoscrizione di aumenti a titolo oneroso del capitale sociale), invece l’equity method comporta un continuo
aggiornamento del valore della partecipazione, il quale riflette l’effettiva consistenza patrimoniale della
società controllata o collegata (e dunque rispecchia anche gli esiti dell’influsso dominante/notevole esercitato
dalla controllante/collegata che esegue la valutazione della partecipazione).
Ad esempio, applicando il metodo del costo storico rettificato non si tiene conto dell’influsso che l’utile o la perdita d’esercizio della
società partecipata esercitano sul valore della partecipazione detenuta, a meno che la perdita non sia tale da imporre ex art 2446 la
svalutazione del capitale sociale di quest’ultima.

La conseguenza più evidente è che se si ricorre al metodo del costo, allora le plusvalenze o le minusvalenze
relative alla partecipazione emergeranno soltanto in un tempo futuro anche alquanto remoto allorché essa
sarà alienata o annullata. Invece, con l’equity method le plusvalenze o minusvalenze relative alla
partecipazione si svelano al termine di ogni esercizio, via via che esse si originano progressivamente,
magari con andamento contrastante rispetto al fluire del tempo.
In breve, l’equity method è il criterio di valutazione che – se correttamente applicato - meglio soddisfa la
logica “fair value” con la quale rappresentare la situazione patrimoniale, poiché consente una “valutazione
dinamica e trasparente” versus quella “valutazione paludata” (conservative measurement) in cui si presta a
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degenerare il metodo del costo rettificato, la quale è facile preda di talune politiche di bilancio tese a
evidenziare attività patrimoniali ora sopravvalutate ora sottostimate.

b) ASPETTI APPLICATIVI
Come si fa ad applicare correttamente l’equity method? La sua appropriata applicazione consta di tre
momenti fondamentali, uno dei quali ha carattere “una tantum” mentre gli altri due hanno frequenza ripetitiva
al termine di ogni esercizio. Tali momenti sono così schematizzabili:
- il “controllo legale” concernente la partecipazione, il quale deve essere eseguito almeno ogni volta che
si chiude l’esercizio al fine di sincerarsi che la partecipazione: i) non sia in realtà detenuta
fiduciariamente per conto di terzi (in tal caso deve essere esposta nel bilancio di tali terzi), ii) sia
realmente di controllo o collegamento in base a quanto dispone l’art 2359 (si appurano l’influenza
dominante o l’influenza notevole sulla società partecipata), iii) sussistano ragioni credibili/verificabili che
ne giustificano l’allocazione nello stato patrimoniale tra le immobilizzazioni finanziarie;
- il calcolo dell’avviamento incluso nel prezzo pagato per acquisire la partecipazione, e più in generale
la “spiegazione/scomposizione” di tale prezzo pagato; questa operazione viene eseguita una tantum
allorché si acquista la partecipazione (o comunque è eseguita la prima volta in cui si procede ad
applicare l’equity method) e serve per definire taluni valori-parametro a cui è necessario ancorare in
modo funzionale la successiva valutazione periodica della partecipazione;
- il calcolo periodico della variazione di valore della partecipazione, il quale si esegue a ogni chiusura
d’esercizio nell’ambito delle valutazioni di bilancio e dà evidenza – secondo il caso – del succedersi di
rivalutazioni e/o svalutazioni del suo valore. Tali rivalutazioni e svalutazioni sono oggetto di scritture
contabili di rettifica a mezzo delle quali si mantiene “aggiornato” il valore della partecipazione evidenziato
nello stato patrimoniale.
Consideriamo più in dettaglio tali tre momenti, quantomeno nella segnata prospettiva dell’Accounting.
b.1) Controllo legale. In astratto, si potrebbe pensare a ragione che l’equity method sia di per sé applicabile
a qualsiasi tipo di partecipazione, anche se di minoranza. Tuttavia, vi sono più motivazioni le quali inducono
a concordare con la limitazione ex art 2426 che rende l’equity method riferibile alle sole partecipazioni
immobilizzate di controllo e collegamento. In particolare, per quanto attiene alle ragioni che ne giustificano il
controllo legale, qua ci si limita a considerare almeno le seguenti:
- l’equity method è applicabile alle sole partecipazioni in controllate/collegate poiché la sua metodologia di
calcolo esige che si disponga di dati e di informazioni all’un tempo recenti, puntuali e affidabili che di
solito un socio di minoranza non riesce ad ottenere, quantomeno con la prontezza e con la precisione
richieste affinché il suo bilancio risulti corretto e – soprattutto - aderente al vero;
- in concreto, svolgere adeguatamente i processi estimativi (talvolta complessi) richiesti dal calcolo
dell’avviamento e dal calcolo periodico della variazione di valore comporta il sostenimento di notevoli
costi amministrativi, scarsamente giustificabili con il “peso” della partecipazione detenuta se questa non
è di controllo o di collegamento (infatti, deve sempre esservi un trade-off tra costi di elaborazione
accurata delle informazioni di bilancio e rilevanza/significatività/utilità di tali informazioni);
- il metodo del costo storico rettificato riflette forse meglio lo “spirito di investimento” del piccolo azionista,
il quale certamente non acquista la partecipazione allo scopo di esercitare attivamente un influsso sulla
gestione della partecipata, bensì per tutt’altre motivazioni (diversificazione delle proprie attività
patrimoniali, speculazione finanziaria di medio-lungo termine, possibilità di presenziare alle assemblee,
rafforzamento del rapporto con le principali imprese clienti e fornitrici vantando la qualifica di loro socio e
così via).
b.2) Calcolo “una tantum” dell’avviamento, previa “scomposizione” del prezzo pagato. Quantunque
questo calcolo (meglio, “ragionamento-calcolo”) sia eseguito una sola volta con riguardo alla partecipazione
(i.e. quando la si acquista o quando essa diviene di controllo/collegamento), non v’è dubbio alcuno che la
sua esecuzione accurata sia fondamentale allo scopo che l’equity method esprima valutazioni corrette,
affidabili e credibili.
Questo calcolo ha massima valenza critica poiché ove fosse svolto in maniera grossolana e superficiale
esso sarebbe esiziale per la corretta valutazione della partecipazione, sortendo l’effetto nei bilanci di
produrre valori della partecipazione erronei quando non addirittura falsi. Pertanto, nel caso gli amministratori
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reputassero di non disporre delle informazioni per eseguirlo in maniera ragionevolmente attendibile, essi
debbono rinunciare all’equity method e “ripiegare” sul metodo del costo storico rettificato.
Ciò posto, il “ragionamento-calcolo” in questione risponde a una domanda precisa: perché il prezzo
sostenuto per acquisire la partecipazione è stato tale?
Per rispondere a tale quesito si ragiona in base al seguente schema metodologico:
- acquistare una partecipazione significa di fatto acquistare (in tutto o in parte) le attività e le passività di
una società; cioè, considerata l’equazione di bilancio [ A – P = PN ] significa acquistare in tutto o in parte
il suo patrimonio netto;
- tuttavia, non necessariamente (anzi, quasi mai nel concreto) accade che il prezzo pagato sia identico al
valore del PN acquistato quale esso è espresso nel bilancio della società partecipata, denominato nella
pratica professionale “patrimonio netto contabile (PNC)”; il più delle volte il prezzo della partecipazione è
maggiore del PNC, altre volte invece è minore;
- ebbene, come mai si verifica tale “differenza” tra prezzo pagato e PNC acquistato? ciò può accadere per
più motivi, anche concomitanti tra loro, i quali fanno appunto sì che il “fair value del patrimonio netto
(PNFV)” – il quale esprime il prezzo di compravendita della partecipazione - si discosti anche
sensibilmente rispetto al PNC della partecipata;
- in primo luogo, tra PNC e PNFV v’è di solito una “differenza” la quale – almeno ad una prima analisi -
risulta dall’effetto concomitante di una serie di più “differenze analitiche positive e/o negative” attinenti ai
singoli elementi dell’attivo e del passivo della società partecipata; cioè, tale differenza risulta dalla
diseguaglianza:
[(A contabili – P contabili = PNC) ≠ (A fair value – P fair value = PNFV)]
- nella realtà, le cause più frequenti di tali “differenze analitiche positive e/o negative“ sono le seguenti:
► le attività della partecipata sono contabilizzate a un valore minore rispetto al loro valore
corrente/effettivo (ad es, gli immobili sono iscritti al loro costo storico di decenni addietro, il
magazzino è iscritto in base al LIFO, i crediti commerciali risentono di un eccessivo accantonamento
al fondo rischi su crediti, etc; in una parola, vi sono riserve occulte dovute a sottovalutazioni delle
attività le quali fanno sì che il PNFV sia maggiore del PNC);
► non tutte le attività della partecipata risultano contabilizzate nello stato patrimoniale (caso tipico è
quello di un marchio o di un brevetto sviluppati internamente alla partecipata, i quali hanno sul
mercato valori significativi, opportunamente non contabilizzati come tali tra le attività poiché non
acquisiti da terze economie a mezzo di scambi monetari; anche in questo caso la differenza tra PNC
e PNFV è dovuta all’esistenza di una riserva occulta);
► le attività contabilizzate dalla partecipata sono sopravvalutate o fittizie (ad es risultano iscritti
crediti inesigibili, i quali non trovano opportuna corrispondenza nel fondo rischi su crediti; in questo
caso, il PNFV è minore del PNC, poiché quest’ultimo risulta “gonfiato”);
► le passività contabilizzate dalla partecipata sono sopravvalutate o addirittura fittizie (ad es figura
un prestito obbligazionario che in realtà esprime il “rientro mascherato” in azienda dei cd “fondi neri”,
cioè delle cd “”riserve nascoste”; al di là del fatto che tale situazione è ovviamente illegale,
quantunque non insolita nelle spa di piccola-media dimensione, ne è che il PNFV risulta maggiore
del PNC);
► le passività contabilizzate dalla partecipata sono sottostimate oppure vi sono passività non
contabilizzate (ad es risulta errato per difetto il debito verso i lavoratori dipendenti costituito dal TFR,
oppure vi sono passività potenziali connesse al sostenimento futuro di costi delle quali non si è
tenuto conto; in questo caso il PNFV risulta minore del PNC);
- in secondo luogo, si noti che tali “differenze analitiche” tra PNC e PNFV devono essere considerate al
netto del loro eventuale effetto fiscale per le imposte dirette (II DD), negativo o positivo; infatti:
► se relativamente a date attività e passività della partecipata il PNFV risulta maggiore del PNC, e
se tale maggiore valore – una volta che in futuro esso dovesse essere realizzato – comporta il
sostenimento di oneri fiscali, allora il maggior valore del PNFV deve essere decrementato di tali
oneri fiscali (viceversa, nella misura in cui tale maggior valore è fiscalmente neutro, non si opera
alcuna rettifica al riguardo);
► se relativamente a date attività e passività della partecipata il PNFV risulta minore del PNC, e se
tale minore valore – una volta che in futuro esso dovesse essere realizzato – consente il risparmio di
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oneri fiscali, allora il minor valore del PNFV deve essere incrementato di tale risparmio fiscale
(viceversa, nella misura in cui tale minor valore è fiscalmente neutro, non si opera alcuna rettifica al
riguardo);
Per es, assumiamo che il tax rate delle II.DD. sia il 30%. Dopodiché consideriamo che tra PNC e PNFV vi siano due
differenze analitiche che rilevano anche ai fini fiscali: i) il valore contabile di un immobile è 100 e il suo fair value è 150, ii) il
valore contabile di un credito è 20 e il suo fair value è 8.
i) Nel primo caso, la differenza positiva da assumere per spiegare il prezzo non è (150 – 100 = 50), bensì è pari a
[(150 – 100 = 50) – (50 * 30%) = 35]
Infatti, il plusvalore “lordo” di 50 – una volta che dovesse essere realizzato vendendo l’immobile – è fiscalmente rilevante e
comporterebbe maggiori oneri tributari per 15. Invece, ove la plusvalenza costituisse un “ricavo esente” ai fini fiscali, si
dovrebbe mantenere il valore di 50.
ii) Nel secondo caso, la differenza negativa da assumere non è pari a (8 – 20 = - 12), bensì essa risulta pari a
[( 8 – 20 = - 12) + (12 * 30%) = - 8,4]
Infatti, il minusvalore “lordo” di 12 – una volta che dovesse essere realizzato incassando il minor credito e spesando la relativa
perdita su crediti tra i CNR – è fiscalmente rilevante e comporterebbe minori oneri tributari per 3,6. Invece, ove la perdita su
crediti costituisse un “costo indeducibile” ai fini fiscali, si dovrebbe mantenere il valore di - 12.

- tutto ciò posto, in terzo luogo si consideri che la gran parte delle volte anche la più attenta e diligente
analisi delle differenze analitiche tra PNC e PNFV (al netto degli effetti fiscali) ancora non basta per
esaurire la “spiegazione” del prezzo pagato per la partecipazione; ebbene, nella misura in cui tale prezzo
non trova giustificazione nell’esito d’assieme di tali differenze, allora esso deve essere attribuito in via
residuale all’avviamento della società partecipata; il tema dell’avviamento è oltremodo delicato per
l’attendibilità dei bilanci (infatti, l’avviamento non è soltanto un valore “intangibile”, ma è addirittura
“astratto”) e in ogni caso si tiene a rammentare che in questa nota si fa riferimento ai soli bilanci delle
società italiane che non applicano i principi contabili internazionali IFRS-IAS, ma che si rifanno al codice
civile e – eventualmente – ai principi contabili domestici emanati dall’OIC (Organismo Italiano di
Contabilità, il quale è lo standard setter nazionale); al riguardo andiamo con ordine;
- innanzitutto consideriamo che l’avviamento – in prima approssimazione - deve essere classificato come
avviamento positivo o come avviamento negativo; in particolare:
► si ha avviamento positivo quando il prezzo pagato è comunque maggiore del PNC rettificato delle
differenze fair value al netto dei loro eventuali effetti fiscali;
► viceversa, si ha avviamento negativo quando il prezzo pagato è comunque minore del PNC
rettificato delle differenze fair value al netto dei loro eventuali effetti fiscali;
- tuttavia, tale prima classificazione dell’avviamento (la quale è di tipo eminentemente meccanicistico-
quantitativo) ancora non basta per completare la “spiegazione” del prezzo pagato per la partecipazione;
infatti:
► nel caso di avviamento positivo, questo va ulteriormente “qualificato” secondo che la sua ragion
d’essere risieda in fondate attese di redditi futuri e di aumento della dimensione economico-
finanziaria oppure sia esito di un “cattivo affare” nel quale si è incorsi pagando eccessivamente la
partecipazione; nel primo caso l’avviamento positivo è inteso come una sorta di “investimento
consapevole” che darà ritorni futuri in termini di maggior valore di mercato della partecipazione e/o di
dividendi percepibili (non per nulla, se tale è l’ipotesi, si è allora soliti denominarlo “goodwill”), mentre
nel secondo caso esso è un CNR, cioè una “perdita su partecipazioni” (“equity holding write-off”) da
imputare nel conto economico a fronte della correlata svalutazione patrimoniale della partecipazione;
► nel caso di avviamento negativo, questo va ulteriormente “qualificato” secondo che la sua ragion
d’essere risieda in fondate attese di perdite future le quali hanno influenzato la negoziazione del
prezzo oppure sia esito di un “buon affare” concluso pagando per la partecipazione un valore
inferiore al suo fair value (ad esempio, perché la si paga subito per contanti o perché la si paga
cedendo al venditore attività da questi particolarmente ambite); nel primo caso l’avviamento negativo
è inteso come una sorta di “fonte di finanziamento” a cui ricorrere per coprire le future perdite attese,
tanto che esso deve essere accantonato in uno specifico fondo rischi tra le passività (non per nulla,
se tale è l’ipotesi, si è allora soliti denominarlo “badwill”); invece, se l’avviamento negativo di pende
da un “buon affare”, il suo valore forma oggetto di costituzione di una “riserva indisponibile” nel PN
della società acquirente la partecipazione (“negative goodwill reserves”), la quale sarà liberata
quando si dismetterà la partecipazione o sarà impiegata per assorbire eventuali future svalutazioni
della partecipazione; in ogni caso, che si verifichi la prima o la seconda delle ipotesi, finché la
partecipazione è in essere l’avviamento negativo non va mai allocato tra i CPR del conto economico
(… a differenza di quanto invece previsto dai principi contabili internazionali IFRS-IAS) poiché esso è
una ricchezza non ancora “realizzata”, dunque non ancora attribuibile al reddito d’esercizio.
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Esempio Al termine di una laboriosa trattativa, la società Mater Spa acquista in data 1.1.0X dal sig. Rossi al prezzo di € 2.700 il 70%
della società Filia Spa, classificando la partecipazione tra le immobilizzazioni finanziarie e considerando che si ottiene l’influenza
dominante (controllo) sulla gestione di Filia Spa. Pertanto, alla data dell’acquisto Mater Spa esegue la rilevazione:
DARE  01.01 AVERE  + -
PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATE IN SOC. CONTROLLATA FILIA a DEBITI VS. SIG. ROSSI 2.700 2.700

Poiché si ha in animo di valutare la partecipazione in base all’equity method, facendo riferimento alla situazione in essere alla data
dell’acquisto si ricostruisce la “giustificazione” del prezzo pagato, anche al fine di isolare l’eventuale avviamento incluso nel prezzo.
A tale riguardo, Mater (la quale controlla … e comanda) dà disposizione agli amministratori di Filia di redigere la situazione patrimoniale
contabile esistente in data 1.1.0X. Essa è la seguente:

STATO PATRIMONIALE (contabile) FILIA SPA al 01.01.200X


ATTIVITA’ PASSIVITA’ e P.NETTO
Banche c/c attivi 200 Obbligazioni non convertibili 800
Credito “A” 500 Fondo rischi credito “A” 30
Credito “B” 800 Fondo rischi credito “B” 10
Rimanenze finali 1.000 Debiti commerciali 1.490
Impianti netti 2.500 TFR 300
Mutui passivi 850
Debiti tributari 20

Riserve indisponibili 100


Riserva straordinaria (disponibile) 400
Capitale sociale 1000

Gli amministratori di Mater, sia impiegando talune informazioni assunte e verificate già nella fase della trattativa, sia eseguendo una
aggiornata “due diligence” della situazione patrimoniale di Filia, concludono quanto segue:
 il saldo dei c/c attivi è corretto,
 il valore esigibile del credito “A” non è (500 – 30 = 470), bensì è 450; l’eventuale perdita su crediti è fiscalmente deducibile;
 il valore esigibile del credito “B” non è (800 – 10 = 790), bensì è 800; l’eventuale inutilizzo del f.do rischi è imponibile ai fini fiscali;
 il valore corrente delle rimanenze finali è 1.500 e il maggior valore è fiscalmente imponibile allorché si vende il magazzino;
 il valore corrente degli impianti netti è 2.000 e tale minor valore si potrebbe tradurre in una minusvalenza fiscalmente deducibile;
 la società dispone di un brevetto non contabilizzato il cui fair value è 300 e che se ceduto origina una plusvalenza fiscalmente
imponibile;
 si scopre che le obbligazioni non convertibili non costituiscono una passività, bensì sono in realtà un elemento del patrimonio
netto, poiché formate con redditi frutto di evasione fiscale; il signor Rossi ammette il fatto e consegna le obbligazioni a Mater;
 con riferimento al punto precedente, occorre considerare una “passività fiscale” collegata al pagamento delle imposte evase e
delle correlate sanzioni pecuniarie, stimata in 450; ovviamente, essa non consente benefici fiscali…
 il valore corrente dei debiti commerciali è 1.600; tuttavia i maggiori costi associati a tali debiti sono fiscalmente indeducibili poiché
concernenti spese non inerenti all’attività d’impresa;
 i valori di TFR, mutui passivi e debiti tributari sono corretti.
Ciò posto, si consideri che il PNC di Filia di pertinenza (70%) di Mater è pari a:
Obbligazioni non conv. 800 + Riserve ind. 100 + Riserva straord. 400 + Capitale sociale 1.000 = 2.300 * 70% = 1.610
Pertanto, la differenza di prezzo da “spiegare” – eventualmente inclusiva dell’avviamento – è pari a:
prezzo (PNFV) 2.700 – PNC 1.610 = 1.090
A tale riguardo occorre considerare che il tax rate è il 40%. In primo luogo si calcolano i plusvalori e i minusvalori che concorrono a
determinare il PNFV:

100% 70% di plusvalore


100% valore 100% fair plusvalore pertinenza di effetto fiscale minusvalore
ATTIVITA’ contabile value minusvalore Mater Spa latente 40% netto (70%)
credito “A” 470 450 (20) (14) 5,6 (8,4)
credito “B” 790 800 10 7 (2,8) 4,2
rimanenze finali 1.000 1.500 500 350 (140) 210
impianti netti 2.500 2.000 (500) (350) 140 (210)

brevetti 0 300 300 210 (84) 126

totale plusv. 121,8


PASSIVITA’
passività fiscali 0 450 (450) (315) === (315)
debiti commerciali 1.490 1.600 (110) (77) === (77)
totale minusv. (392)
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Vale a significare che la situazione fair value di attività e passività denota un minusvalore complessivo netto pari a:
+ plusvalore netto attività 121,8 – minusvalore netto passività 392 = minusvalore complessivo netto 270,2
Ciò implica che nel prezzo complessivo pagato di 2.700 sia incluso un avviamento positivo pari alla somma della “differenza prezzo” di
1.090 incrementata di tale minusvalore complessivo netto di 270,2. Infatti, nella differenza prezzo non risulta incluso un plusvalore
complessivo netto. Si ha cioè:
avviamento positivo = 1.090 + 270,2 = 1.360,2
A questo punto, gli amministratori – considerate le prospettive di reddito futuro per Filia e le sue possibilità di crescita economico-
finanziaria – si adunano in consiglio in data 20.01 e (anche sentiti i responsabili del controllo contabile) valutano che l’avviamento
positivo propriamente definibile come “goodwill” sia prudenzialmente stimabile in non oltre 360,2 e che pertanto il “maggior prezzo”
pagato pari a (1.360,2 – 360,2 = 1.000) sia da attribuire a un “cattivo affare”, sicché occorre prenderne atto e svalutare la
partecipazione eseguendo il suo relativo write-off (nonché volgendo un … riconoscente pensiero al signor Rossi):
DARE  20.01 AVERE  + -
SVALUTAZIONE PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATE DI a PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATE IN SOC. 1.000 1.000
CONTROLLO (CE) CONTROLLATA FILIA

In altre parole, il valore della partecipazione figurante in contabilità al 20.01.0X è di € 1.700.

b.3) Calcolo periodico della variazione di valore della partecipazione.


Una volta ricostruita la spiegazione del prezzo pagato e l’individuazione quali-quantitativa dell’avviamento
che ha influenzato la misura di tale prezzo, al termine di ogni esercizio si aggiorna il valore della
partecipazione tenuto conto dei seguenti fattori della società partecipata (in misura proporzionale alla propria
interessenza in essa), i quali attengono direttamente o indirettamente al suo patrimonio netto:
1. si assume come base di calcolo il saldo in essere del conto acceso alla partecipazione;
2. se v’è utile d’esercizio si aumenta il valore della partecipazione, mentre se v’è perdita d’esercizio lo si
diminuisce;
3. se vi sono dividendi deliberati che si ha diritto di ricevere si diminuisce il valore della partecipazione
(altrimenti si rileva due volte l’utile); lo stesso dicasi se v’è una distribuzione di riserve o una riduzione
con rimborso del capitale sociale;
4. se si sottoscrive un aumento a titolo oneroso del capitale sociale della partecipata (dunque se si iscrive
un debito nei suoi riguardi in c/aumento capitale) si aumenta il valore della partecipazione (non è
sufficiente la delibera di aumento, poiché poi la sottoscrizione potrebbe essere effettuata da un soggetto
terzo) (gli aumenti a titolo gratuito sono ininfluenti poiché non modiciano il valore complessivo del
patrimonio netto della partecipata);
5. se vi è una svalutazione per perdite del capitale sociale, e se tali perdite non hanno ancora concorso a
fare ridurre il valore della partecipazione, si riduce il valore della partecipazione;
6. tenuto conto della vita residua delle attività rispetto alle quali si è annotato un plusvalore fair value,
occorre considerare la vita economica utile di tali attività e imputare l’ammortamento di tale plusvalore a
decremento del valore della partecipazione (cioè, si ammorta quanto non è ammortato da parte della
società partecipata); peraltro, nel caso opposto, cioè se si è considerato un minusvalore fair value delle
attività nel calcolo dell’avviamento, occorre aumentare il valore della partecipazione al fine di non
considerare i maggiori ammortamenti spesati dalla partecipata (v. esempio);
7. se le attività e le passività a cui sono riferiti plusvalori e minusvalori fair value sono dismesse, estinte o
alienate, il valore della partecipazione è rettificato dei plusvalori e dei minusvalori rilevati in sede di
spiegazione del prezzo; in particolare i plusvalori sono portati in diminuzione (essi infatti dovrebbero
figurare tra i CPR della partecipata e risultare inclusi nel suo reddito), mentre i minusvalori sono portati in
aumento (poiché già inclusi nei CNR della partecipata);
8. se si sono effettuate operazioni di compravendita tra la controllata e la controllante (cd operazioni
infragruppo) e il risultato economico di tali operazioni non è stato effettivamente “realizzato” cedendo i
beni a soggetti esterni al gruppo, tale risultato deve essere stornato, tenendo altresì conto del suo effetto
fiscale;
9. se non si applicano i principi IFRS-IAS, il goodwill è ammortato in un periodo convenzionale di cinque
anni per quote costanti, riducendo il valore della partecipazione; infatti si presuppone prudenzialmente
che esso esaurisca i propri effetti positivi entro tale termine, salvo prova contraria.
L’esito d’assieme di tali variazioni determina ora una “rivalutazione da equity method” ora una “svalutazione
da equity method” del valore della partecipazione.
Università Bocconi - Dipartimento di Accounting 7
ins.cod.30005 - Bilancio
© 2010 m. pini

Posto che tali rivalutazioni e svalutazioni sono “fiscalmente neutre” (per il vigente TUIR esiste soltanto il
metodo del costo storico rettificato), esse di regola debbono essere fatte transitare sì in conto economico,
ma con un “intendimento” particolare. Infatti:
 le rivalutazioni sono sì CPR, tuttavia esse esprimono un reddito non ancora realizzato; pertanto,
occorre che in sede di destinazione del reddito, una quota-parte di quest’ultimo equivalente alla
plusvalenza sia accantonato in una specifica riserva indisponibile;
 le svalutazioni sono sì un CNR, tuttavia – ove in precedenti esercizi si sia costituita la riserva
indisponibile di cui al punto precedente, nella misura in cui quest’ultima è “capiente”, la svalutazione
è imputata non al reddito dell’esercizio bensì a storno della riserva.
In breve: le rivalutazioni delle partecipazioni sono infine accantonate in una riserva indisponibile nel
patrimonio netto della società partecipante, mentre le svalutazioni comportano una diminuzione di tale
riserva (sempre che questa vi sia, altrimenti deprimono il reddito d’esercizio).
Nel caso di rivalutazione si ha:
DARE  31.12 AVERE  + -
PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATE IN SOC. CONTROLLATA a RIVALUTAZIONI
DARE  31.12 AVERE  + -
UTILE NETTO D’ESERCIZIO a RISERVA INDISPONIBILE EQUITY METHOD

Nel caso di svalutazione – nel caso di riserva “capiente” per assorbire la svalutazione - si ha:
DARE  31.12 AVERE  + -
SVALUTAZIONI a PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATE IN SOC. CONTROLLATA
DARE  31.12 AVERE  + -
RISERVA INDISPONIBILE EQUITY METHOD a SVALUTAZIONI

Tuttavia, se si opera una svalutazione e non v’è una riserva indisponibile sufficientemente capiente per
assorbire l’intera svalutazione, allora quanto residua della svalutazione è spesato in conto economico tra i
CNR. Dopodichè, se in seguito v’è una rivalutazione, essa va attribuita ai CPR del conto economico nella
identica misura in cui si spesò la svalutazione, mentre l’eventuale eccedenza è imputata alla riserva
indisponibile.
Esempio. Continuiamo con l’esempio precedente. Al termine del 200X Mater appura quanto segue relativamente alla partecipata Filia:
 utile d’esercizio 100,
 dividendi distribuiti 50,
 si è incassato il credito “B”,
 si è venduto il brevetto,
 la vita economica degli impianti è 10 anni e li si ammorta al 10% annuo costante.
Ciò posto, il valore della partecipazione al 31.12.200X è:
+ valore saldo in contabilità 1.700
+ utile d’esercizio (100 * 70%) 70
- dividendi distribuiti (50 * 70%) (35)
- plusvalore credito “B” (4,2)
- plusvalore brevetto (126)
+ amm.to minusvalore impianti (210 : 10) 21
- amm.to goodwill (360,2 : 5) (72,04)
= valore finale partecipazione 1.553,76
Come si nota, il valore della partecipazione deve essere adeguato in contabilità in senso decrementativo per 1.700 – 1.553.76 = 146,24.
Poiché non vi sono riserve indisponibili costituite in precedenza con rivalutazioni della partecipazione, la contropartita del decremento
della partecipazione è un CNR:
DARE  31.12 AVERE  + -
SVALUTAZIONE PARTECIPAZIONI (CNR) a PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATE IN SOC. CONTROLLATA FILIA 146,24 146,24

Infatti, tenuto conto anche degli accadimenti descritti nella prima parte dell’esempio, si ha la seguente situazione del conto acceso alla
partecipazione, il cui saldo è 1.553,76:
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PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATE IN SOCIETA’ CONTROLLATA FILIA SPA


dare + avere -
(1 – acquisto 1.1) 2.700 (2 – write-off 20.01) 1.000
(3 – svalutazione 31.12) 146,24

saldo del conto 1.553,76