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Indice

Copertina
L’immagine
Il libro
L’autore
Frontespizio
Omeopatia
Premessa
1. Il batterio che non c’è
2. Il simile cura il simile?
3. Diluite, diluite, qualcosa (non) resterà
4. La memoria dell’acqua
5. James Randi e il suicidio degli scettici
6. Il rimedio perfetto
7. «Vedi che funziona?»
8. Assenza, più acuta presenza
9. Quindi l’omeopatia funziona o no?
10. Medici, farmacisti e sanità pubblica
11. Cosa possiamo imparare dagli
omeopati
Riferimenti bibliografici
Ringraziamenti
Copyright
Il libro

M
edici autorevoli sostengono
che l’omeopatia non ha
alcuna efficacia. Affidabili
siti internet scrivono nero su bianco
che nei preparati omeopatici non c’è
nulla se non acqua o zucchero.
Eppure ci sono altri medici che
prescrivono e farmacisti che vendono
cure omeopatiche, e molte persone
che conosciamo, di cui non possiamo
mettere in dubbio né l’intelligenza né
la buona fede, affermano di avere
tratto grandissimi benefici
dall’omeopatia. In questo libro,
Roberto Burioni passa in rassegna
bugie, leggende e verità di un metodo
di cura seguito da oltre 9 milioni di
italiani. Parla delle idee di Samuel
Hahnemann, il fondatore, duecento
anni fa, dell’omeopatia; della teoria
dei quattro umori e del salasso come
rimedio universale; di un elusivo
batterio che un medico francese alla
disperata ricerca di una cura per
l’influenza spagnola trovò in grande
quantità nel fegato e nel cuore di
un’anatra muschiata; della tecnica
delle infinite diluizioni alla base delle
preparazioni omeopatiche, del
numero di Avogadro, delle leggi della
chimica e dell’esperimento che
trent’anni fa rischiò di farle saltare,
ipotizzando l’esistenza di una
“memoria dell’acqua”; di un
illusionista innamorato della
razionalità scientifica; delle prodigiose
proprietà della luce di Sole, Luna e
Saturno, della nota Fa e del Muro di
Berlino, tutti infinitamente diluiti; di
effetto placebo e di sperimentazioni
“in doppio cieco”; di omeopatia e
Servizio sanitario nazionale. Questa
appassionante carrellata di storie,
personaggi, fatti incontrovertibili e
opinioni a confronto — alla ricerca
della verità, senza diluizioni — si
conclude con una domanda: gli
omeopati hanno qualcosa da
insegnare ai medici “tradizionali”? La
risposta ci sorprenderà.
L’autore

ROBERTO BURIONI,
medico, è professore
ordinario di Microbiologia
e Virologia presso
l’Università Vita-Salute
San Raffaele di Milano. Ha
pubblicato Il vaccino non è
un’opinione (Mondadori 2016), La
congiura dei Som ari (Rizzoli 2017) e
Balle m ortali (Rizzoli 2018).
Roberto Burioni

OMEOPATIA
Bugie, leggende e verità
Omeopatia

A m io padre Gaetano, m edico


novantenne,
e a m ia m adre Elvira, sua coetanea,
confidando nei loro geni.
Premessa

Apriamo i giornali e leggiamo di


medici autorevolissimi che definiscono
l’omeopatia una bufala; siti internet più
che affidabili scrivono nero su bianco
che i preparati omeopatici non
contengono nulla. Poi però entriamo in
farmacia e accanto ai farmaci che ci
salvano la vita quando abbiamo una
polmonite troviamo interi scaffali
dedicati a queste preparazioni
alternative e non di rado il farmacista,
uno che la chimica dovrebbe
conoscerla bene, a fronte di una nostra
richiesta di un farmaco contro qualche
disturbo ci propone qualcosa di
omeopatico. Ma non ci è stato appena
detto che non contengono nulla? Allo
stesso modo non pochi medici, colleghi
di quelli che nel pronto soccorso
strappano i malati alla morte con la
forza della scienza, curano i loro
pazienti rifacendosi proprio
all’omeopatia.
Infine – ed è questa la cosa più
sorprendente – come possiamo
spiegarci il fatto che tante persone che
conosciamo, e di cui non possiamo
mettere in dubbio né l’intelligenza né
la buona fede, affermano di avere tratto
grandissimi benefici dalle cure
omeopatiche?
La questione è paradossale. Se, per
esempio, stiamo bevendo del vino,
possiamo certamente dire che ci piace
o non ci piace, ma la sua gradazione
alcolica non può essere un argomento
di discussione: basta misurarla per
sapere con esattezza quanto alcol c’è in
quella bevanda. Parlare di cosa è
contenuto in un preparato omeopatico
o dell’efficacia dell’omeopatia è come
parlare dell’alcol contenuto nel vino.
L’efficacia di una cura si può misurare
così come si misura il peso di un
oggetto, il volume di liquido contenuto
in un bicchiere, la distanza tra due
luoghi. È altrettanto sorprendente
incontrare tante persone che affermano
letteralmente di «credere
nell’omeopatia»: se siamo davanti a
dati scientifici non c’è bisogno di
«credere», le cose stanno così e basta.
Potete credere all’oroscopo, alla lettura
delle linee della mano, ai filtri d’amore,
alla Befana o a Babbo Natale, ma non è
necessario che crediate che l’acqua
diventa ghiaccio nel freezer o che il
legno galleggia: basta fare la prova,
accorgersi che l’acqua nel freezer si
congela o che il legno non va a fondo e
prendere atto che le cose stanno così.
Su alcune questioni della vita è
giusto ed è bello avere le proprie
opinioni e metterle a confronto. Su
altre, invece, bisogna arrendersi e
lasciare spazio ai fatti. Milano è una
città che può piacervi o meno, ma
oggettivamente e innegabilmente si
trova in Lombardia. Allo stesso modo
esistono dati che indicano
oggettivamente e innegabilmente
quanto la teoria che è alla base
dell’omeopatia abbia senso alla luce dei
moderni progressi scientifici, cosa è (o
non è) contenuto nei preparati
omeopatici e quanto questi preparati
siano efficaci quando vengono
utilizzati per curare o prevenire
malattie. I dati che ci fornisce la ricerca
scientifica riguardo all’omeopatia sono
tanto incontestabili quanto la
collocazione di Milano in Lombardia. E
li troverete in questo libro, senza
alcuna diluizione.
1
Il batterio che non c’è

Joseph Roy era nato in Francia nel 1891


e sembrava avere scelto un momento
particolarmente fortunato per venire al
mondo. La sconfitta nella guerra con la
Prussia del 1870 era ormai solo un
ricordo e si viveva in un confortevole
senso di sicurezza e prosperità. I
conflitti, se c’erano, erano lontani e non
erano più interessanti: quel neonato si
sarebbe dunque goduto in pieno le
meraviglie della Belle Époque. A
viverla, pareva effettivamente un’epoca
d’oro, di benessere inarrestabile, di
ottimismo sconfinato. La scienza
sembrava, con le sue scoperte, tracciare
una strada verso la felicità e verso una
nuova vita. Le ferrovie venivano
costruite a migliaia di chilometri
l’anno, rendendo vicini posti prima
lontanissimi; i motori stavano
liberando l’uomo dalla fatica del lavoro
più duro; gli avanzamenti della
medicina avevano chiarito la natura di
molte malattie e ridotto in maniera
drastica la mortalità infantile, facendo
sparire numerose epidemie. La
popolazione aumentava e l’economia
prosperava mentre le nazioni, invece di
scontrarsi sui campi di battaglia, si
incontravano pacificamente in
esposizioni universali meta di decine di
milioni di visitatori, in occasione delle
quali venivano costruiti strabilianti
edifici di ferro come il Crystal Palace a
Londra o la Torre Eiffel a Parigi.
Le novità partorite dalla scienza
erano molte e rivoluzionarie: il telefono
di Meucci, la radio di Marconi, la
lampadina e il fonografo di Edison,
l’aereo dei fratelli Wright, il
cinematografo dei fratelli Lumière fino
ad arrivare alle prime automobili.
Insomma, il mondo moderno stava
prendendo forma e sembrava davvero
che questa forma fosse bellissima: pace
e prosperità.
Tutti erano più ricchi: le case erano
più belle, e le tavole imbandite di cibi
più buoni, più sani e più nutrienti.
Ognuno pensava a qualcosa di nuovo:
le donne a conquistare il diritto di voto,
gli uomini a organizzare le prime
Olimpiadi, che cominciarono proprio
in quegli anni insieme ai tornei di
tennis di Wimbledon e di Parigi, al Giro
d’Italia, al Tour de France e ai
campionati nazionali di calcio.
Insomma, agli inizi del Novecento
l’orizzonte era splendido e nulla faceva
pensare che qualcosa avrebbe potuto
turbare il progresso ininterrotto verso
il benessere e la ricchezza. Addirittura
un libro di enorme successo
internazionale, La grande illusione di
Norman Angell, aveva spiegato come il
sopravvenuto capitalismo globale
avesse reso le conquiste territoriali del
tutto inutili, e per questo era
concretamente scomparso il rischio di
una grande guerra tra le nazioni più
ricche e più potenti. A convincere i più
pessimisti ci aveva pensato la
prestigiosa rivista «The Economist»,
che rassicurava i suoi lettori con un
editoriale dal titolo La guerra è diventata
impossibile nel mondo civilizzato. Non si
poteva chiedere una prospettiva
migliore.
Purtroppo i fatti si incaricarono di
dimostrare nel modo più terribile
quanto le previsioni fossero sbagliate.
Il nostro Joseph Roy non aveva ancora
23 anni quando l’Europa, senza un vero
motivo apparente, esplose come una
polveriera. Il 28 giugno 1914, a
Sarajevo, un giovane di 19 anni aveva
ucciso a revolverate l’erede al trono
dell’Impero austroungarico e la moglie.
Non era a prima vista una notizia
sconvolgente: anche il re d’Italia
Umberto I ed Elisabetta di Baviera – la
principessa Sissi – erano stati
assassinati, e l’anarchico con il cappello
nero e la bomba pronta a scoppiare era
allora un cliché tanto quanto lo è oggi il
fanatico islamista imbottito di
esplosivo.
Invece, mentre la notizia
dell’assassinio di Sarajevo scompariva
dalle prime pagine dei giornali francesi
scalzata dal processo per l’omicidio del
direttore del «Figaro», l’Europa era
precipitata nel baratro. L’Austria-
Ungheria aveva dichiarato guerra alla
Serbia, i tedeschi avevano dichiarato
guerra ai russi e ai francesi, poi invaso
il Belgio; infine la Gran Bretagna aveva
dichiarato guerra alla Germania. Era
l’inizio di agosto del 1914 e
l’impossibile, nel giro di pochi giorni,
era diventato inevitabile.
Il mondo, stupito, tratteneva il fiato,
ma l’ottimismo continuava a regnare: la
gente pensava che la guerra sarebbe
stata breve e quasi indolore. Guglielmo
II, imperatore di Germania, aveva detto
ai suoi soldati che sarebbero tornati a
casa prima del cadere delle foglie. Non
fu così.
Di colpo ci si rese conto che la
scienza e la tecnologia, così come
avevano portato benessere e ricchezza,
potevano generare terribili strumenti
di morte. Mitragliatrici, esplosivi,
cannoni giganteschi, gas asfissianti:
quattro anni e mezzo di atrocità
inimmaginabili e morti, tanti morti,
così tanti che fu difficile contarli tutti.
Joseph Roy si era trovato in mezzo a
questa carneficina, precipitato come
medico militare nelle trincee e tra i
reticolati nel pieno dei suoi 23 anni. Per
essere arrivato vivo e indenne alla fine
della guerra doveva essere stato molto
fortunato, visto che degli 8.400.000
soldati francesi quasi 1.400.000 erano
morti e oltre 4.200.000 erano rimasti
feriti. Ma chi ce l’aveva fatta si cullava
nell’illusione che quella sarebbe stata
«la guerra che avrebbe fatto finire tutte
le guerre» (forse non era un caso, però,
che a pronunciare quella frase fosse
stato un grande autore di fantascienza,
H.G. Wells; ci aveva visto giusto invece
Ferdinand Foch, il generale francese
comandante in capo degli eserciti
alleati sul fronte occidentale, che con
incredibile precisione aveva definito
quella pace «un armistizio di
vent’anni»).
Invece, mentre terminava
quell’orrore, ecco che ne arrivava un
altro, addirittura peggiore. L’epidemia
di influenza spagnola.
In realtà questa terribile piaga, del
tutto naturale e completamente slegata
dal progresso scientifico e dalla volontà
dei governanti, che colpì il mondo
dopo che il genere umano si era messo
d’impegno per autoestinguersi, di
spagnolo non aveva molto. I primi casi
si verificarono mentre la guerra era
ancora in corso e la censura in atto
negli Stati belligeranti non faceva
filtrare alcuna notizia. In Spagna la
guerra non c’era, e quando il re Alfonso
XIII si ammalò la stampa diede
grandissimo risalto alla sua grave
malattia e alla sua insperata
guarigione. Questo bastò a dare
all’epidemia il nome con cui è tuttora
ricordata: la «spagnola».
Ancora oggi si discute sul vero luogo
di origine del ceppo mortale, anche se
le ipotesi più accreditate parlano della
Cina meridionale, del Kansas, della
Francia. Il fatto incontrovertibile è che
si trattava di qualcosa mai visto prima,
soprattutto per il modo in cui uccideva
le persone. L’epidemia influenzale,
allora come oggi, arrivava ogni anno
all’inizio dell’inverno e pretendeva il
solito tributo di vecchi e bambini che,
con l’apparato respiratorio indebolito
dall’infezione, cadevano vittime di
polmoniti batteriche che allora non
potevano essere contrastate dagli
antibiotici. La spagnola, invece, era del
tutto diversa: uccideva in particolare i
giovani, che si ammalavano e pochi
giorni dopo morivano tra atroci
sofferenze, non riuscendo più a
respirare. Se la guerra era stata una
tragedia, l’epidemia fu peggiore: tra i
soldati statunitensi, che si erano uniti
al conflitto nel 1917, ne morirono più
per l’influenza che per le pallottole e le
bombe. In fondo la guerra falcidiava
solo chi era al fronte, mentre la
spagnola non risparmiava nessuno. Si
stima che un terzo della popolazione
mondiale sia stato infettato ed è
difficile calcolare il numero preciso dei
decessi. Certo è che se i soldati caduti
in guerra sono stati circa 10 milioni, nel
caso dell’influenza sono morti – a
seconda delle stime – tra i 40 e i 100
milioni di persone. Per capire bene la
portata della più grande strage per
cause naturali mai conosciuta dal
mondo, basti pensare che l’influenza
spagnola ha ucciso in 24 settimane più
di quanto non abbia fatto l’AIDS in 24
anni, e in un anno ha causato più morti
della peste nera in un secolo.
Insomma, un’ecatombe, peggiore
della guerra. Almeno in mezzo al
campo di battaglia si capiva benissimo
che a uccidere erano le pallottole delle
mitragliatrici o le schegge delle bombe
gigantesche scagliate dai cannoni
nemici, invece in questo caso
l’assassino restava sconosciuto. Si
moriva per una malattia infettiva ma –
nonostante i progressi della scienza e
in particolare della microbiologia, che
dopo Pasteur e Koch aveva fatto passi
da gigante individuando le cause di
moltissime infezioni – non si riusciva a
capire l’agente patogeno che provocava
la strage.
In questo mondo attonito e
spaventato lavorava il nostro Joseph
Roy, giovane medico, appena congedato
dall’esercito. Era nato a Digione tre
giorni prima di Natale e aveva
frequentato un liceo dove suo padre era
professore. Poi si era dato agli studi di
medicina e questo l’aveva fatto
partecipare all’inferno della guerra
come medico militare. Sopravvissuto
alla carneficina, era deciso a indagare
sulla natura dell’epidemia che stava
sterminando la popolazione.
Così, armato di un microscopio, si
mise a osservare i campioni clinici
provenienti da malati di influenza
spagnola per tentare di identificarne la
causa. Non era certamente un esperto
batteriologo, ma era animato da molto
entusiasmo e da una notevole fiducia
nelle sue possibilità. Si mise dunque a
lavorare senza sosta e a un certo punto
– eureka! – pensò di avere fatto
un’importantissima scoperta: nei suoi
preparati vedeva chiaramente un
microbo costituito da due corpi
ineguali e animato da un rapido
movimento vibratorio, mai descritto
prima. C’era in tutti i tessuti che
provenivano dai malati e ritenne di
avere fatto centro. Già erano stati
identificati gli stafilococchi, batteri
rotondi (kókkos in greco significa
«chicco») che si radunano in grappoli
(staphylé), e gli streptococchi, che si
osservano in catenelle (streptós in greco
vuol dire «attorcigliato») e sono la
causa di pericolosissime tonsilliti. Roy
pensò dunque di battezzare
«oscillococchi» gli organismi che aveva
scoperto: «batteri tondi che oscillano e
vibrano». Erano però molto strani, in
quanto oltre a essere animati da queste
insolite vibrazioni, cosa unica tra i
microrganismi, erano anche di forma
estremamente variabile: il microbo
poteva restringersi fino a diventare
invisibile al microscopio oppure
ingrandirsi invecchiando, rivelando un
terzo e addirittura talvolta un quarto
corpo tondeggiante. Roy li vedeva in
tutti i preparati ed era contentissimo
che le sue ricerche avessero avuto un
risultato così lusinghiero.
Il dato sperimentale appariva
sensazionale, il che portò Roy a cercare
questo batterio anche in altre
patologie, e questa intuizione diede
risultati talmente positivi da essere
quasi incredibili. L’oscillococco era
presente negli ammalati di tubercolosi,
nelle lesioni causate dalla sifilide, nella
gonorrea, negli individui affetti da
eczema, herpes, reumatismi cronici,
orecchioni, varicella e morbillo.
Insomma, questo strano batterio
pareva essere la causa di tutto, non
soltanto dell’influenza spagnola. Roy
non fu sfiorato dal dubbio che il
batterio, trovandosi ovunque, non
c’entrasse nulla con le malattie. Per cui
continuò alacremente a cercarlo in altri
campioni clinici.
Alla fine della storia, com’è ovvio,
l’oscillococco fu trovato in grande
abbondanza anche nel sangue e nei
tessuti dei malati di cancro, il che portò
il nostro baldo medico a scrivere un
libro dal cauto titolo Verso la
comprensione e la guarigione del cancro.
Questo gli valse l’attenzione di Léon
Daudet, un intransigente monarchico,
fanatico antisemita, oppositore della
democrazia che lo reclutò indovinate in
quale battaglia? Quella contro le
vaccinazioni obbligatorie, con editoriali
al vetriolo sul giornale da lui diretto,
«L’Action Française», che riprendevano
articoli dove il nostro Roy sciorinava
con notevole anticipo sui tempi il
repertorio odierno delle sciocchezze
antivacciniste (i vaccini sono troppi,
sono tossici, uccidono i bambini,
vengono somministrati troppo presto,
non siamo contro le vaccinazioni ma
per la libertà dei pazienti di scegliersi
le cure e dei medici di decidere cosa
somministrare e tutto il resto).
Insomma, il dottor Roy era diventato
famoso e proponeva con notevole
successo, anche economico, le sue
teorie (con relative cure) ai malati che
si convincevano delle sue scoperte.
Però adesso bisognava mettere a punto
un metodo codificato per ottenere una
preparazione standardizzata di questo
fondamentale oscillococco. Dove
prenderlo, visto che era dappertutto?
Dopo lunghi ragionamenti, il nostro
Roy decise che la fonte migliore era
l’anatra muschiata e spiegò nei dettagli
come prepararlo:

Mettere in un pallone da un litro, in


condizioni rigorosamente asettiche,
una miscela di succo pancreatico e
soluzione glucosata. Decapitare
un’anatra muschiata ed estrarne fegato
e cuore. Aggiungere dunque alla
miscela nel pallone 35-37 grammi di
fegato e 15 grammi di cuore
dell’anatra. Lasciare «in incubazione»
per 40 giorni. Dopo questo periodo, i
visceri dell’anatra saranno «autolisati»,
vale a dire i tessuti si saranno
decomposti senza contaminazioni
esterne. L’autolisato filtrato costituisce il
campione a partire dal quale si
preparerà il rimedio.

Se crediamo a Roy, in questo


preparato c’è una grandissima quantità
di oscillococchi. Passi per l’anatra, che
magari si trova in cucina, visto che è un
cibo apprezzato, ma perché proprio il
cuore e il fegato di questo animale? Ce
lo spiega lo stesso Roy con un
ragionamento che non fa una grinza.
Gli antichi vedevano nel fegato una
sede di sofferenza più importante del
cuore; nozione profondamente giusta: è
a livello del fegato che avviene la
modificazione patologica del sangue, è
lì che la qualità di energia del nostro
muscolo sanguigno cambia
durevolmente, in maniera talvolta
leggera, talvolta grave.

Forse l’abitudine dei francesi di


chiamare un generico malessere «crisi
di fegato» (crise de foie) ha qualcosa a
che fare con questa scelta molto
originale?
Ma alla fine qual è stato il destino
dell’oscillococco? In quali malattie è
implicato? Quale ruolo gli è stato
attribuito come causa di malanni?
Certamente l’oscillococco non è
all’origine dell’influenza, il cui
responsabile è un virus che non può
essere visto con un microscopio ottico
come quello usato da Roy; tanto meno
causa i tumori, i reumatismi e gli
eczemi, che non sono provocati da
agenti infettivi.
Siete curiosi? Bene, vi offro un
indizio importante: negli anni
successivi nessuno studioso è mai più
riuscito a osservare questi oscillococchi,
anche con mezzi ben più potenti e con
metodiche estremamente accurate. In
molti ci hanno provato, ma il risultato è
stato sempre lo stesso: niente
oscillococco.
Ebbene, sapete qual è la triste
verità?
L’oscillococco non esiste.
Roy non era proprio un prodigio
come microscopista e non sapeva usare
lo strumento con la necessaria abilità.
Quando preparava i vetrini lo faceva
maldestramente, e i suoi batteri non
erano altro che bolle d’aria che si
formano tra i campioni e i vetrini
coprioggetto, bolle tonde che vibrano
come tutte le bolle del mondo. Io, che
insegno Microbiologia all’università,
questo oscillococco lo vedo molto
spesso: si trova nei vetrini preparati dai
giovani alle prime armi. Quando
cominciano a mettere le mani sul
microscopio sono poco pratici, e
imparano come abbiamo imparato
tutti: facendo errori. Agli inizi, quando
tanti anni fa ero un giovane inesperto,
gli oscillococchi c’erano anche nei miei
vetrini. Per fortuna, però, io avevo un
bravo maestro che mi spiegava l’errore
e mi insegnava a fare gli esperimenti
come si deve. Roy, purtroppo, no.
Faceva da solo, e da solo ha continuato
a sbagliare.
Insomma, l’oscillococco è un
artefatto di laboratorio, e si tratta
semplicemente di un errore
sperimentale da parte di uno scienziato
inesperto. Capita, è sempre capitato e
continuerà a capitare.
Però in tutto questo c’è un fatto
molto strano: in genere gli errori di
laboratorio vengono velocemente
dimenticati, talvolta dopo una sfuriata
del professore nei confronti dell’allievo
inetto.
In questo caso, invece, le cose sono
andate in maniera molto diversa.
Anche se l’oscillococco non esiste, ed è
certo che si tratta soltanto di un
artefatto dovuto al maldestro
microscopista, nel momento in cui
entrate in una farmacia rifornita di
prodotti omeopatici trovate in vendita
il preparato ricavato, secondo le
istruzioni di Joseph Roy, dal fegato e
dal cuore di quell’anatra muschiata,
piena zeppa di oscillococchi, sotto
forma di granuli omeopatici proposti
come cura e profilassi contro
l’influenza: è l’Oscillococcinum, che in
alcune nazioni è nelle prime posizioni
della classifica dei farmaci più venduti.
A essere sinceri, in quei granuli di
Oscillococcinum l’oscillococco – che
come avete già capito non esiste – in
realtà non c’è. Mi rendo conto che il
discorso a questo punto si fa
complicato, ma spiegarvi il paradosso è
cosa lunga e il libro che avete in mano
è stato scritto proprio per questo.
Farmaci che non contengono
qualcosa che non c’è: sembra un gioco
di parole ma è una storia
appassionante, che vi racconterà una
vicenda di errori, di paradossi, di
sostanze assenti dai preparati ma che
per qualche magia, pur non essendoci,
dovrebbero farvi bene. E vi spiegherà
anche perché talvolta queste sostanze –
che non ci sono, beninteso – pur non
essendoci fanno inaspettatamente bene
per davvero.
Nel frattempo, sappiate che
ovviamente l’oscillococco (che non
esiste) non ha alcun ruolo nella
prevenzione e nella cura dell’influenza.
Figuriamoci i granuli dove non c’è.
2
Il simile cura il simile?

L’omeopatia nacque da un’intuizione di


un medico tedesco, Samuel
Hahnemann, che se la ritrovò nei
pensieri intorno all’anno 1800. L’idea
non era banale, ma, come tante altre
cose di quei tempi, era completamente
sbagliata. Una teoria che oggi ci appare
in tutta la sua debolezza ma che – a
essere onesti – era innovativa e
coraggiosa nel mondo di allora. Anche
se il mondo di allora, a pensarci bene,
era molto diverso da quello di oggi.
Non c’era internet, non c’era
Facebook, non c’era Wikipedia, non
c’erano i cellulari, i computer, i satelliti,
la tv, la radio e neanche il telegrafo:
l’unico modo di scambiarsi
informazioni a distanza era la posta, un
sistema (peraltro molto efficiente) di
corrieri in carrozza o a cavallo grazie al
quale una lettera raggiungeva il
destinatario. Non c’era l’elettricità
(Volta inventò la pila nel 1799), quindi
niente frigorifero, niente lavatrice,
niente luce elettrica.

Non esisteva il riscaldamento centrale o


autonomo, e neppure il gas di città.
Lavarsi, lavare la biancheria, farla
asciugare era un’impresa, col risultato
che si era assai più sporchi di adesso, si
puzzava di più, nelle abitazioni
stagnava perenne l’odore umido del
bucato insieme a quello del fumo di
carbonella. Un capitolo a parte
meriterebbero poi i servizi igienici: non
esisteva l’acqua corrente, ogni
abitazione si riforniva dal proprio
pozzo o da una pompa a leva posta nel
cortile, da cui usciva acqua sovente di
qualità assai dubbia.

Questa era la condizione delle case


di Milano verso il 1820, ma lo stesso
vale per qualunque città europea ai
primi dell’Ottocento. Non c’erano i
bagni come li intendiamo oggi
(difficile, senza acqua corrente): ci si
lavava in camera con una brocca e un
catino, si facevano i bisogni in un pitale
che veniva poi vuotato tra i rifiuti, in un
canale o semplicemente per strada. Ci
si scaldava con la carbonella del
focolare in cucina e con un caminetto
in una sola stanza, quando il caminetto
c’era.
I trasporti erano lenti e pericolosi. Ci
si poteva servire solo dell’energia
animale sulla terraferma, o del vento in
mare. La prima linea ferroviaria, la
Stockton-Darlington in Inghilterra, fu
inaugurata nel 1825, e la locomotiva a
vapore Rocket, dell’ingegner George
Stephenson, apparve nel 1829. Più o
meno nella stessa epoca si cominciò a
utilizzare l’asfalto, ma ci sarebbero
voluti decenni perché si diffondesse
come metodo per la pavimentazione
delle strade, che rimasero a lungo
sterrate e percorse lentamente dagli
zoccoli dei cavalli, degli asini e dei buoi
tra nuvole di polvere.
La prima vera nave a vapore fu
varata nel 1807, ma i mari e gli oceani
continuarono a essere solcati da velieri
perché era problematico imbarcare il
combustibile sufficiente per un lungo
tragitto: la prima traversata
dell’Atlantico con un piroscafo
avvenne solo nel 1838.
Era un mondo lontano dal nostro
anche nel modo di rappresentarlo e
misurarlo. La base del sistema metrico
decimale, il metro, è un’invenzione
rivoluzionaria del 1791. Letteralmente
rivoluzionaria, visto che, in Francia,
l’Accademia delle scienze volle
applicare i principi razionalisti della
Rivoluzione francese per trovare
un’unità di misura universale, e
propose appunto il metro, definito
come la decimilionesima parte dell’arco
di meridiano che va dal Polo Nord
all’Equatore passando da Parigi. La
nuova misura cominciò a diffondersi in
Europa sulla punta delle baionette di
Napoleone Bonaparte, ma proprio per
questo incontrò violente opposizioni,
che si rafforzarono dopo la caduta
dell’Impero napoleonico e il congresso
di Vienna, con la Restaurazione che ne
seguì. Ci vollero decenni prima che le
vecchie unità di misura fossero
abbandonate, e quindi il mondo tra il
1790 e il 1820 continuava a fare i conti
con leghe, tese, miglia, passi, piedi, e
poi pertiche, once, staia, grani, libbre,
nomi molto comuni che però
equivalevano a valori completamente
diversi a seconda dei luoghi in cui ci si
trovava.
A pensarci, la differenza maggiore
tra il mondo alle soglie del XIX secolo e
il nostro sta in un dato molto semplice:
intorno all’anno 1800 l’aspettativa di
vita alla nascita continuava a essere la
stessa del Medioevo, circa 30 anni.
Anche la medicina, come potete
immaginare, era molto, molto, molto
differente da quella alla quale siamo
abituati oggi. Si basava su concetti che
risalivano addirittura agli antichi greci,
ai filosofi seguaci di Pitagora, che
avevano fondato le loro teorie sulla
numerologia. Il loro principio era il
numero quattro: quattro gli elementi
fondamentali (aria, acqua, fuoco e
terra), quattro le qualità elementari (il
caldo, il freddo, il secco e l’umido, che
potevano poi combinarsi fra loro),
quattro le stagioni, quattro le parti in
cui si divide la giornata (mattina,
pomeriggio, sera e notte), quattro le età
della vita (infanzia, giovinezza,
maturità e vecchiaia), quattro i punti
focali del corpo umano (cervello, cuore,
ombelico e inguine).
Quattro dovevano essere –
ovviamente – anche gli elementi alla
base della salute dell’uomo, e quattro
furono: vennero chiamati «i quattro
umori», classificati da Ippocrate e poi
da Galeno.
Il primo umore era il sangue, che
aveva naturalmente sede nel cuore, il
suo elemento corrispondente era l’aria,
la sua qualità il caldo umido,
abbondava nell’infanzia e aumentava
in primavera. Il secondo era la bile
gialla, che risiedeva nel fegato,
rimandava al fuoco e dunque al caldo
secco, ed era dominante durante la
giovinezza e l’estate. Il terzo era la bile
nera, che aveva sede nella milza,
corrispondeva alla terra, al freddo secco
e prevaleva nell’adulto e in autunno.
L’ultimo era detto flegma, risiedeva
nella testa, era legato all’acqua e al
freddo umido, e la sua quantità era
massima nella vecchiaia e d’inverno.
Quando questi umori erano in giusta
proporzione tra loro, il paziente stava
bene. Si trovava in uno stato che veniva
chiamato di «eucrasia», in altre parole
di armonioso bilanciamento. Però
questo non accadeva spesso: molto più
frequentemente si verificava la
prevalenza di uno degli umori, con uno
sbilanciamento detto «discrasia», che
dava luogo ai quattro temperamenti
anche chiamati «complessioni». Le
persone nelle quali era in eccesso la
bile nera erano individui depressi,
avari, indeboliti, tristi e pallidi. Tra le
parole che usiamo anche oggi,
«malinconico» e «melancolia» sono
discendenti diretti del nome greco
della bile nera, mélaina cholé. Al
contrario, la persona che aveva troppa
bile gialla era magra, asciutta e con un
colorito sano, ma allo stesso tempo era
irascibile, permalosa, iraconda e incline
ad arrabbiarsi per un nonnulla (di
temperamento collerico, insomma). Se
ci pensate, anche ai giorni nostri un
signore con questo carattere viene
definito «bilioso», e quando lo
incontriamo in uno dei suoi momenti
peggiori non esitiamo a dire «che si sta
rodendo il fegato» o che ha «un travaso
di bile». Allo stesso modo definiamo
«flemmatica» una persona serena, che
non perde mai la calma, quasi pigra.
Anche in questo caso l’origine
dell’aggettivo odierno è l’antica
medicina ippocratica: chi aveva un
eccesso di flegma era caratterizzato
proprio da un’indole di questo tipo.
Infine, anche oggi ci sono individui
«sanguigni». Amano la vita, non
disdegnano il buon cibo e il buon vino
e sono particolarmente ben disposti nei
confronti di tutti i piaceri della carne.
In questi, secondo la medicina di una
volta, prevaleva – tra gli umori – il
sangue.
Il carattere, o meglio – come si
diceva allora – la complessione, si
presentava nei pazienti quando
l’eccesso di un umore tra i quattro era
lieve; ma se questo eccesso diventava
notevole, o se qualche umore mancava
in grande quantità, allora cominciavano
i guai: il dolore e le malattie.
Naturalmente la complessione
predisponeva all’eccesso dell’umore
che era già abbondante, e la quantità
poteva essere incrementata dalla
formazione dell’umore nel corpo o
dall’ingestione di cibi che ne
accrescevano la produzione. Per
esempio i cibi caldi aumentavano la
bile gialla, mentre i cibi freddi facevano
produrre flegma. Ovviamente gli umori
crescevano e diminuivano con
l’alternarsi delle stagioni, e le malattie
si attenuavano o si aggravavano proprio
sulla base di questi cambiamenti.
Perché quando c’era un eccesso grave,
ci si ammalava.
Insomma, anche per chi non si
occupa a tempo pieno di medicina è
facile capire che tutte queste teorie non
avevano la minima corrispondenza con
la realtà, visto che è ormai assodato che
i quattro umori semplicemente non
esistono. Verso l’anno 1800, quando
l’omeopatia stava vedendo la luce,
erano stati fatti tantissimi progressi
nella conoscenza del corpo umano,
grazie all’anatomia rifondata
sull’osservazione e sulla dissezione dei
cadaveri (nel XVI secolo a opera di
Andrea Vesalio), alla fisiologia (in
particolare quella circolatoria, con la
scoperta nel XVII secolo della
circolazione sanguigna da parte di
William Harvey) e all’anatomia
patologica codificata nel XVIII secolo
da Giovanni Battista Morgagni.
Si tratta di passi giganteschi della
conoscenza scientifica, che hanno fatto
uscire la cura delle malattie dall’ambito
della stregoneria e
dell’approssimazione, e sono la base
sulla quale si è costruita la medicina
moderna. Ma in quegli anni queste
conoscenze non erano ancora in grado
di spiegare le cause delle patologie e in
minima parte guidavano nella diagnosi.
Come conseguenza, la possibilità di
suggerire terapie efficaci ai malati era
molto aleatoria, e le cure messe in
pratica dal medico si basavano
sostanzialmente sulla teoria dei quattro
umori.
Quindi, una volta diagnosticata la
malattia e capito quale umore era in
eccesso, cosa poteva inventarsi un
medico nell’anno 1800? Ben poco.
Poteva fondamentalmente fare due
cose: prima di tutto dieta, purghe,
caldo e freddo per far sì che non si
formasse una maggiore quantità
dell’umore in eccesso; poi agire per
sottrazione. Ovviamente, non avendo
alcun senso la teoria dei quattro umori
che era alla base di questo intervento,
le cure che su di essa si fondavano non
avevano nessuna efficacia. Ma c’è di
peggio: cosa si poteva sottrarre?
L’umore più facile da sottrarre era il
sangue attraverso il salasso,
sostanzialmente l’unica «terapia» della
quale disponeva il medico
contemporaneo alla nascita
dell’omeopatia. Un salasso, tuttavia,
non è una cosa proprio da nulla.
Togliere a una persona del sangue non
solo non cura la sua malattia, ma
espone il povero paziente anche a
rischi non indifferenti. In altre parole,
l’azione del medico che tentava di
curare i malati quando l’omeopatia
muoveva i primi passi, oltre a non
essere tra le più efficaci, risultava
spesso estremamente dannosa.
Un esempio ci deriva dalla storia
della morte di George Washington, il
primo presidente degli Stati Uniti.
Bisogna dire che l’allora
sessantasettenne aveva una fibra
decisamente robusta: da ragazzo era
sopravvissuto prima al vaiolo, poi alla
tubercolosi; aveva contratto la malaria
dalla quale si era salvato, aveva avuto
anche diverse polmoniti, che a quei
tempi, quanto a mortalità, non
scherzavano per nulla. I rischi più
grossi, tuttavia, li aveva corsi in guerra:
nella battaglia del Monongahela
avevano ucciso per due volte il cavallo
che stava montando e quattro palle di
moschetto gli avevano bucato
l’uniforme, lasciandolo
miracolosamente illeso.
Voi capite che Washington, quando il
13 dicembre 1799 si svegliò con i
sintomi di un fastidioso raffreddore,
non si preoccupò per nulla, anche se si
trattava di un venerdì 13 e la
superstizione avrebbe dovuto indurlo a
una certa cautela. Però il raffreddore
durante la giornata si aggravò, così il
fattore della sua tenuta agricola gli
preparò una miscela di melassa, aceto e
burro per alleviare (non si capisce sulla
base di quale principio, ma così fu) i
sintomi. Come prevedibile, l’intruglio
non ebbe alcun effetto, per cui si decise
di procedere con qualcosa di «più
efficace». Un bel salasso, con il quale
gli venne tolto un terzo di litro di
sangue.
La mattina dopo Washington non
stava meglio, perciò la moglie chiamò
tre medici. Uno di loro applicò alla gola
dell’illustre paziente polvere di
cantaride (derivata da un coleottero
essiccato) e nel momento in cui si vide
che – ovviamente – il rimedio non
aveva sortito alcun beneficio i tre
medici convennero che era necessario
un ulteriore salasso di mezzo litro di
sangue. Poche ore dopo la procedura fu
ripetuta, e nel pomeriggio gli fu tolto
un intero litro e poi un altro ancora.
Nell’ultimo salasso il sangue appariva
viscoso e scorreva lentamente: i medici
annotarono con diligenza questo fatto
che li sorprese, ma noi non siamo per
nulla stupiti, in quanto sappiamo
spiegare perfettamente il fenomeno.
L’alterata densità del sangue era dovuta
alla disidratazione e alla perdita di
fluidi corporei causate dai salassi
precedenti. La mattina dopo il povero
malato morì. George Washington era
un omone di oltre un metro e novanta e
verosimilmente il suo organismo
conteneva cinque litri di sangue. A
occhio e croce i medici, nel tentativo di
curarlo, gliene avevano sottratto più di
metà in una giornata. Pensavano di
guarirlo, invece l’avevano ammazzato.
Questo dimostra che la medicina
praticata intorno al 1800 non solo non
aveva alcuna efficacia, ma era
addirittura dannosa per i pazienti.
Incredibilmente e inequivocabilmente
la mortalità era maggiore tra i ricchi
che, potendosi permettere un medico,
erano «meglio» curati rispetto ai
poveri, che dovevano lasciar fare alla
vis sanatrix naturae, ovvero alla capacità
naturale del nostro corpo di guarire.
Nel XVIII secolo un medico fiorentino,
Antonio Durazzini, analizzando i tassi
di guarigione da una febbre che si stava
diffondendo nella regione, scoprì con
sorpresa che chi non poteva
permettersi un medico aveva maggiori
probabilità di non lasciarci la pelle.
Avete capito bene: si moriva di meno se
non ci si curava! Voltaire diceva che il
bravo medico non era quello che
sapeva curare, ma quello che divertiva i
pazienti mentre la natura guariva la
malattia; Molière, nel Malato
immaginario, fa dire al fratello del
protagonista, Beraldo, che «gli uomini
muoiono a causa delle cure, e non delle
malattie», mentre nell’Amore medico un
personaggio afferma: «È morta di
quattro medici e due farmacisti».
Erano battute, ma per chi conosce la
medicina di allora e la medicina di oggi
è chiarissimo che in quel periodo (e per
molti anni a venire) un paziente
avrebbe fatto mille volte meglio a non
curarsi piuttosto che ricorrere alle
terapie in auge. In altre parole, sarebbe
stato preferibile il niente rispetto alle
cure dei medici di quei tempi.
Dunque, c’era bisogno di medici che
non facessero niente. E quando c’è un
bisogno, da che mondo è mondo, il
mercato finisce per soddisfarlo. Infatti,
prontamente, un medico arrivò a
proporre il «niente». Fu Samuel
Hahnemann, il padre dell’omeopatia.
Hahnemann nacque nella notte tra il
10 e l’11 aprile 1755 a Meissen, una
cittadina della Sassonia che si affaccia
sul fiume Elba. Era una zona famosa
per l’industria della porcellana, che
aveva preso l’avvio in un modo molto
singolare: un tizio piuttosto geniale e
bizzarro, Johann Friedrich Böttger,
pensava di avere trovato il modo per
trasformare il piombo in oro.
Ovviamente aveva preso un colossale
granchio che venne subito dimostrato
come tale, ma il giovane doveva avere
un certo talento perché uno scienziato
serio e autorevole, Ehrenfried Walther
von Tschirnhaus, fu incuriosito da
questo geniaccio e iniziò una
collaborazione con lui: insieme non
ottennero l’oro dal piombo, ma
riuscirono invece a confezionare
magnifiche ceramiche.
Proprio nella fiorente industria della
ceramica lavorava come decoratore il
padre di Hahnemann, Christian
Gottfried. Samuel, il fondatore
dell’omeopatia, era il terzo figlio di una
famiglia che conduceva una vita
decorosa ma decisamente modesta; già
da bambino dimostrò interesse e
talento per lo studio e frequentò le
scuole nella sua cittadina; era molto
bravo e gli insegnanti riuscirono, non
senza fatica, a convincere il padre a
lasciargli continuare gli studi. Dopo il
liceo, con pochissimo denaro ma con
un enorme talento per le lingue antiche
e moderne, Samuel andò a studiare
medicina prima a Lipsia, poi a Vienna.
In qualche modo riuscì a mantenersi
traducendo opere in tedesco e infine
tornò in patria, dove si laureò in
Medicina.
La laurea l’aveva ottenuta ma i soldi
ancora scarseggiavano, così cominciò a
girare la Sassonia cercando di stabilirsi
come medico in qualche cittadina, ma
senza troppo successo. Le traduzioni,
che lo aiutavano a sopravvivere, gli
consentivano inoltre di continuare a
studiare; aveva poi sposato la figlia di
un farmacista e – per arrotondare –
dava una mano nel laboratorio del
suocero. Insomma, era un giovane che
tentava di superare i difficili inizi della
professione. Però non si scoraggiava e
aveva di sé un’opinione piuttosto alta:
si considerava lo strumento prescelto
da Dio per guarire l’intera umanità. Al
di là di questo, tuttavia, molto presto si
rese conto del fatto che la medicina che
praticavano i suoi colleghi non era
efficace e tanto meno sicura. Questo lo
portò a un certo punto a smettere di
esercitare la professione per dedicarsi a
tempo pieno alla traduzione dei testi
scientifici.
Proprio nell’ambito di questa
attività, intorno al 1800 gli capitò di
dover tradurre una pubblicazione del
medico scozzese William Cullen, che
forniva una spiegazione sul perché la
corteccia dell’albero della china fosse
molto efficace contro la malaria.
Dal nostro punto di vista di
occidentali del XXI secolo, la malaria è
una malattia esotica per la quale
dobbiamo sottoporci a una fastidiosa
profilassi nel caso di viaggi in zone
tropicali. Da una prospettiva un po’ più
ampia, la malaria è tuttora un enorme
problema medico e sociale: pensate
che, per casi e numero di morti, è
ancora oggi la seconda malattia
infettiva più pericolosa dopo la
tubercolosi, che il 40% della
popolazione mondiale vive in zone
dove la malaria è presente e che essa
causa 200 milioni di malati e molte
centinaia di migliaia di morti all’anno,
soprattutto bambini e donne in stato di
gravidanza. Alla fine del Settecento era
una piaga terribile anche in Europa.
La malaria si chiama così in tutte le
lingue e il suo nome deriva
dall’italiano: la «mala aria» era quella
delle zone paludose dove la gente si
ammalava di febbri violente (la terzana,
in cui l’accesso febbrile arrivava ogni
terzo giorno, e la quartana, ogni
quarto). In Italia, le aree in cui la
malaria era diffusa erano il delta del
Po, la Maremma nel sud della Toscana,
l’Agro Pontino, appena fuori Roma, e
ampie zone dell’Italia meridionale,
della Sicilia e della Sardegna. Basta
aprire Il mulino del Po di Bacchelli, le
novelle di Verga, Cristo si è fermato a
Eboli di Carlo Levi per accorgersi di
quanto la malaria facesse parte della
vita quotidiana nell’Ottocento e anche
nei primi decenni del Novecento.
Per secoli non si è avuta la minima
idea della causa della malattia: era
evidente la correlazione tra le acque
stagnanti e la malaria, e si pensava
dunque che dalle paludi si levassero
«miasmi» malsani. Quanto alla terapia,
pare siano stati i gesuiti a introdurre,
nel Seicento, un rimedio tradizionale
degli indigeni del Sudamerica, che
avevano scoperto le proprietà
«febbrifughe» della polvere ricavata
dalla corteccia essiccata dell’albero
della china, classificato da Linneo nel
genere Cinchona.
Solo nel 1880, nell’ospedale di
Costantina, in Algeria, un medico
francese, Alphonse Laveran, scoprì nel
sangue dei malati di malaria un
microrganismo poi chiamato
plasmodio, e ipotizzò che fosse quel
parassita la causa delle febbri (per
questa scoperta ricevette il premio
Nobel nel 1907). Qualche anno più
tardi Camillo Golgi dimostrò la
corrispondenza tra l’andamento
periodico delle febbri malariche e il
ciclo di vita del plasmodio; altri
ricercatori italiani identificarono le
specie che provocano i diversi tipi di
malaria. Però ancora rimaneva un
grandissimo punto interrogativo: non
si capiva come la malattia riuscisse a
trasmettersi da un paziente all’altro.
Persone che stavano a contatto tra loro
non si contagiavano, mentre
inspiegabilmente si registravano casi
successivi in persone che mai avevano
visto un malato da vicino.
Insomma, sembrava proprio che
questa malattia fosse trasportata dalla
mala aria. In effetti, la realtà non era
poi tanto lontana. Come si capì alla fine
dell’Ottocento, il vettore del contagio è
una particolare zanzara, l’anofele (la
scoperta fruttò, nel 1902, il Nobel al
medico britannico Ronald Ross).
Capire la modalità del contagio è stato
decisivo per combattere e vincere
contro questa terribile infezione: se la
trasmissione avveniva solo grazie alle
zanzare, bastava far sparire le zanzare
per far sparire la malattia. Questo è
esattamente ciò che accadde.
I governi cominciarono ad agire in
maniera molto efficace (per esempio
quello italiano, dall’Unità d’Italia fino
agli anni Cinquanta del Novecento) per
eliminare le zanzare e di conseguenza i
focolai di malaria: da un lato sono stati
fondamentali gli interventi idraulico-
ingegneristici per bonificare le paludi e
trasformarle in campi da coltivare,
dall’altro si è cercato di sterminare la
zanzara anofele con gli insetticidi. Così
ci siamo liberati dalla malaria.
Quanto alla cura, oggi sappiamo
benissimo perché la corteccia
dell’albero della china era efficace:
contiene il chinino, un alcaloide che
attacca il plasmodio all’origine della
malaria e che tuttora, sintetizzato
chimicamente e non più estratto dagli
alberi, viene utilizzato per la cura di
questa infezione insieme a molti altri
farmaci che riescono ad attaccare il
plasmodio. Però alla fine del
Settecento, non sapendo nulla della
causa della malattia, si facevano le
ipotesi più varie sul motivo per cui
quella corteccia risultava effettivamente
curativa.
La conclusione – sbagliata – di
William Cullen presupponeva che
l’effetto antimalarico della corteccia di
china derivasse dal suo potere
astringente e soprattutto dal suo
sapore amarissimo. Un sapore che
molti di voi conoscono, visto che una
piccola quantità di chinino (ben sotto le
dosi curative) è contenuta nell’acqua
tonica. Una delle prime aziende a
produrre industrialmente la bevanda fu
quella fondata da Johann Jacob
Schweppe, un orologiaio svizzero-
tedesco con l’hobby della scienza, che
aveva trovato il modo di rendere
«gassata» l’acqua addizionandola di
anidride carbonica.
Hahnemann non era convinto delle
affermazioni di Cullen e, mentre
rifletteva su possibili spiegazioni
alternative al meccanismo d’azione del
chinino, un bel giorno decise di fare un
esperimento su se stesso: ingurgitò una
dose sproporzionata di estratto di
corteccia di china. Il risultato fu
sorprendente: la sostanza gli causò
febbre, brividi, spossatezza, in altre
parole gli stessi sintomi della malaria.
Non è facile capire cosa sia successo
in quel frangente: non siamo in grado
di ricostruire con esattezza cosa
Hahnemann avesse assunto e in che
quantità (pare fosse una dose quasi
letale, comunque); forse addirittura
ebbe una reazione allergica, ma poco
cambia. Hahnemann si convinse che la
corteccia che curava la malaria
provocava gli stessi sintomi della
malaria. Tanto bastava per formulare la
sua teoria, ancora oggi alla base
dell’omeopatia moderna: il simile cura
il simile. La corteccia di china causa gli
stessi sintomi della malaria e cura la
malaria. Per analogia, quello che
provoca nei pazienti i sintomi di una
certa malattia (sintomi, badate bene)
infallibilmente la guarirà.
Si mise a fare ulteriori esperimenti
con altre sostanze, trovando (non
chiedete come) conferma alla sua
ipotesi. È vero che a quei tempi di
medicine efficaci ce n’erano veramente
poche, ma lui si guardò bene dal
mettere alla prova la sua teoria nel
modo più completo allora possibile.
Avrebbe potuto usare il succo di
limone, che curava con grande efficacia
lo scorbuto (una malattia dovuta alla
mancanza di vitamina C), e si sarebbe
accorto che un eccesso di succo di
limone non causa nessuno dei sintomi
della malattia che cura (gengive
sanguinanti e altre cose poco
piacevoli), ma non lo fece perché tutto
sommato non ne sentiva il bisogno. In
perfetta coerenza con il suo carattere
modesto e poco incline
all’autocelebrazione, Hahnemann
definì la sua scoperta «una sublime
rivelazione di una legge eterna» e tirò
diritto.
Capite che le premesse di questa
teoria sono del tutto sbagliate: la
malaria è causata dal plasmodio ed è
curata dal chinino perché questa
sostanza va a bloccare il plasmodio;
peraltro egualmente efficaci nella cura
della malattia sono altri farmaci che
agiscono contro il plasmodio senza
causare febbre o sintomi simili a quelli
della malaria. Ignorare questo
ragionamento era scusabile nel 1800,
ma è imperdonabile nel XXI secolo.
Sulla base dell’esperimento con la
corteccia di china Hahnemann formulò,
come detto, la «legge di similarità»:
quel preparato guariva la malaria e
induceva gli stessi sintomi della
malaria; quindi, in generale, una
sostanza in grado di causare in una
persona sana sintomi simili a quelli
della malattia sarebbe stata in grado (il
simile cura il simile) di guarire quella
malattia. Le sue parole, riportate nella
bibbia dell’omeopatia, l’Organon, sono:

Poiché ogni malattia consiste in una


perturbazione [...] del nostro principio
vitale, [esso,] perturbato
dinamicamente da malattia naturale,
nella cura omeopatica viene regolato
mediante un’affezione più forte, simile,
artificiale, determinata dalla
somministrazione di una medicina
potenziata e scelta esattamente per la
somiglianza dei sintomi. In questo
modo si spegne e scompare il senso
dell’affezione patologica naturale (più
debole) dinamica, che da questo
momento non esiste più per il principio
vitale. E il principio vitale viene
interessato e ora dominato da questa
affezione patologica artificiale, più
forte, che, estinta presto la sua azione,
lascia libero e guarito il malato.

Siccome questa nuova «medicina»


prevedeva di curare il simile con il
simile, venne chiamata «omeopatia»
(dal greco hómoios, «simile», e pátheia,
suffisso legato a páthos, che significa
«malattia»), in contrapposizione alla
medicina «convenzionale» di allora,
che tentava di curare i pazienti
mediante sostanze in grado di riportare
in equilibrio l’organismo contrastando
gli umori in eccesso (la medicina
«allopatica», fondata su ciò che è
diverso, in greco állos).
Alla luce delle conoscenze attuali, la
teoria alla base dell’omeopatia non ha
nessun senso. Un antibiotico cura una
tonsillite non perché infiamma le
tonsille, ma perché uccide il batterio
che causa la tonsillite. Non si muore
più di AIDS – una grave
immunodeficienza provocata dal virus
HIV – non perché i farmaci che
abbiamo a disposizione determinano
loro stessi l’insorgere di
un’immunodeficienza, ma perché,
bloccandone alcuni enzimi,
impediscono la replicazione del virus
HIV che causa l’immunodeficienza.
Insomma, la teoria formulata da
Hahnemann, così come quella dei
quattro umori, non ha alcun
fondamento scientifico né alcuna
corrispondenza con la realtà. Eppure è
ancora oggi alla base della medicina
omeopatica.
C’è un altro aspetto meritevole di
nota che marca una differenza tra la
medicina «ufficiale» e quella
omeopatica, oltre al fatto che la prima
ha solide basi e funziona mentre la
seconda ha la stessa rilevanza
scientifica dell’oroscopo. Per il medico
«vero» i sintomi sono soltanto qualcosa
che deve essere interpretato per capire
la causa della malattia e rimuoverla. Se
un paziente ha dolori al petto, per
esempio, il sintomo può essere dovuto
a una polmonite batterica, e in questo
caso dobbiamo tempestivamente
somministrare antibiotici per eliminare
i microbi che stanno provocando la
malattia (che poi causa il dolore); se al
contrario il dolore è dovuto a un
infarto, gli antibiotici non servono a
niente perché la causa non sono i
batteri: bisogna rimuovere subito
l’ostacolo alla circolazione del sangue
presente nei vasi che nutrono il cuore
(è questo che causa l’infarto, una
mancanza di afflusso di sangue, e
quindi di ossigeno, al muscolo
cardiaco) per salvare la vita al paziente.
La cosa è tanto banale da risultare
scontata, ma per l’omeopata (antico e
moderno) non è così. I sintomi sono
sostanzialmente la malattia e il modo
di curarla è somministrare qualcosa
che causa gli stessi sintomi. Non
dormi? Ti somministro del caffè che
non fa dormire e ti guarisco. Hai mal di
testa? Ti prescrivo qualcosa che ti causa
il mal di testa e ti guarisco. Questa, in
estrema sintesi, è l’omeopatia.
Torniamo ai tempi di Samuel
Hahnemann. Sulla scia dell’entusiasmo
dovuto a questa geniale scoperta, il
medico abbandonò le traduzioni e si
dedicò alla pratica clinica, cominciando
a sperimentare su se stesso e sugli altri
l’effetto delle più diverse sostanze con
una procedura che ancora oggi viene
eseguita e si chiama «proving
omeopatico». Per curare il mal di testa
bisognava trovare qualcosa che
causasse il mal di testa; per curare il
mal di stomaco ci voleva un preparato
che provocasse il mal di stomaco. Ma
per capire cosa poteva causare il mal di
stomaco o il mal di testa era
indispensabile somministrare i
composti a persone sane e annotare i
sintomi provocati. Questo fece, e
questo ancora oggi fanno gli omeopati.
Una volta scelta correttamente la
sostanza che avrebbe causato gli stessi
sintomi della malattia da curare,
secondo Hahnemann la «malattia
artificiale» indotta dalle cure avrebbe
stimolato la «forza vitale» del paziente
portandolo a guarigione certa. Forza
vitale? Sì, forza vitale. Perché una delle
teorie più in voga agli inizi
dell’Ottocento era quella del
«vitalismo», che presupponeva che gli
esseri viventi fossero dotati di una
forza del tutto estranea alle leggi della
fisica e della chimica che li teneva in
vita proteggendoli dalla
decomposizione; decomposizione
invece possibile – sempre secondo
questa teoria – soltanto quando la forza
vitale abbandonava l’organismo
lasciandolo in balia delle sole leggi
fisiche e chimiche.
Hahnemann era molto convinto;
queste sono le sue parole:

L’organismo materiale, considerato


senza la forza vitale, è incapace di
alcuna sensazione, di alcuna attività e
di autoconservazione. Unicamente
l’essenza immateriale – principio vitale,
forza vitale – conferisce all’organismo
materiale, nello stato di salute o
malattia, tutte le sensazioni e
determina le sue funzioni vitali.

Secoli fa questa speculazione poteva


avere senso, considerato che alcuni
sostenevano che gli organismi viventi
fossero completamente diversi da
quelli non viventi e dotati di questa
forza vitale. Oggi no, visto che pochi
anni dopo la formulazione delle teorie
omeopatiche Louis Pasteur, scienziato
francese padre della microbiologia
moderna, dimostrò al mondo che la
decomposizione non era dovuta a
mancanza di forza vitale, ma alla
presenza di batteri facilmente
identificabili, come oggi tutti
sappiamo. Di nuovo siamo in presenza
di qualcosa che era ragionevole ai primi
dell’Ottocento, ma che non lo è ai
giorni nostri.
In particolare, secondo Hahnemann
non era necessario che gli «agenti
patogeni» entrassero in contatto con il
paziente per causare le malattie: chi
aveva il morbillo lo trasmetteva a
distanza con un effetto simile a quello
di una calamita.

La forza dinamica degli agenti patogeni


sull’uomo sano, come la forza
dinamica dei medicamenti sul
principio vitale per guarire il malato,
va concepita non in modo materiale o
meccanico, ma come si concepisce la
forza di una calamita [...]. Questa
forza invisibile della calamita [...]
attrae il ferro ed agisce su di esso, o su
un’asta di acciaio, anche comunicando
in modo dinamico, ossia in modo
puramente immateriale, invisibile la
propria energia – forza magnetica –
pure invisibile (dinamica). [...] allo
stesso modo un bambino malato di
vaiolo o di morbillo trasmette ad un
altro bambino vicino, sano, senza
toccarlo, in modo invisibile,
dinamicamente il vaiolo o il morbillo,
in altre parole il contagio avviene a
distanza senza che qualche cosa di
materiale sia arrivato o sia potuto
arrivare dal bambino malato al
bambino sano, come è avvenuto nel
caso della calamita.

Questo capitolo sta prendendo una


piega che con la scienza non ha nulla a
che fare. Potremmo continuare a lungo
a descrivere le teorie alla base
dell’omeopatia, ma è meglio mettere
due punti fermi.
Il primo è che agli inizi
dell’Ottocento non era evidente che
queste teorie non stanno in piedi; oggi,
invece, è impossibile non accorgersene.
Curiamo con successo tantissime
malattie perché riusciamo a
rimuoverne le cause dopo averle
individuate: in nessun caso il simile
cura il simile.
Il secondo è che queste teorie, così
com’erano alla base dell’omeopatia ai
tempi di Hahnemann, sono alla base
dell’omeopatia al giorno d’oggi. Per cui
quando avete davanti un «medico
omeopata» o un «farmacista
omeopata» state parlando con
qualcuno che vi vuole curare sulla
scorta di una teoria priva di basi
tentando di stimolarvi il «fluido vitale»,
qualcosa che in realtà non esiste.
Insomma, una situazione che non
promette nulla di buono per voi e per
la vostra salute.
«La grande legge della cura
omeopatica si basa su questa legge
della natura umana, rivelata
dall’esperienza: le malattie sono
distrutte e curate da malattie simili.»
Nel 1810 qualcuno poteva crederci, nel
XXI secolo per essere d’accordo
bisogna seppellire duecento anni di
scoperte straordinarie della medicina e
della scienza in generale.
Al di là della legge della cura con il
simile e delle altre storie che stavano (e
stanno) alla base delle diagnosi e
terapie omeopatiche, nel momento in
cui Hahnemann provò ad applicare la
nuova, prodigiosa teoria sui pazienti si
trovò di fronte a un problema non
banale: le sostanze che somministrava
erano tossiche. Una di queste era per
esempio il mercurio, ma erano
disponibili anche estratti di belladonna
che contenevano atropina e altri
composti potenzialmente molto
pericolosi, oppure arsenico, aconito
(che gli antichi romani usavano come
veleno a causa della fatale presenza
dell’aconitina), edera velenosa (che
contiene un irritante tossico per la
pelle), ipecacuana (che induce il
vomito) e via dicendo. Ovviamente
dopo la somministrazione il paziente
stava molto peggio, quando non
passava a miglior vita. Per giustificare
lo «stare peggio» Hahnemann si
inventò l’«aggravamento omeopatico»,
che nei suoi racconti altro non era se
non un peggioramento delle condizioni
cliniche in grado di consentire poi la
definitiva guarigione. Tuttavia, per
motivi facilmente immaginabili, questa
argomentazione non faceva molta
presa sui poveri malati e sui loro
familiari quando la tossicità delle
terapie mandava qualcuno al Creatore:
urgeva una soluzione.
Hahnemann non si perse d’animo e
risolse brillantemente questa difficoltà
con un colpo di genio. In contrasto con
tutte le conoscenze scientifiche che già
allora fornivano una chiara evidenza
che diluire una sostanza ne diminuiva
l’efficacia (il concetto di «vino
annacquato», ovvero diluito, è ben noto
fin dall’antichità), lui se ne uscì con il
principio (anche questo valido tutt’oggi
per gli omeopati) che più si diluisce il
principio attivo, maggiore è la sua
potenza.
Avete capito bene: per un omeopata
più un preparato è diluito, più è
potente. Fate la prova con il detersivo
che mettete nella vostra lavatrice, o
bevete una sera un bicchiere che
contiene un quarto di gin e tre quarti di
acqua tonica e la sera dopo un
bicchiere pieno di gin, annotate gli
effetti (astenendovi dal guidare), e poi
ne riparliamo. Dire che diluire significa
potenziare è quanto meno temerario,
però somministrando sostanze molto
diluite il problema della tossicità era
completamente ed elegantemente
risolto. C’è da dire che ai tempi di
Hahnemann le basi di questo
ragionamento erano in qualche modo
scientifiche: siccome la teoria del
vitalismo non era ancora stata
dimostrata come del tutto falsa, quello
che contava non era la sostanza
presente nel rimedio, ma la forza vitale.
Dunque non era la molecola a curare,
ma questa forza in essa contenuta che
gli omeopati ritenevano venisse
trasferita all’acqua. Oggi sappiamo che
la forza vitale non esiste e che il
vitalismo non ha nessuna base. Quindi
per giustificare la maggiore potenza di
una sostanza diluita non servirebbe più
la scienza: ci vorrebbe la religione.
C’è di più: siccome Hahnemann si
era accorto che le sue «medicine»
diluite erano più efficaci quando le
somministrava ai pazienti dopo una
visita a domicilio, preceduta da un
viaggio a cavallo o in calesse
(ricordatevi questo dettaglio: sarà
importante più avanti), stabilì la regola
secondo la quale le «medicine»
omeopatiche devono essere preparate
non solo diluendole, ma anche
agitandole dopo ogni diluizione.
Questo procedimento, detto
«succussione», è considerato tanto
cruciale da essere descritto con
precisione nel testo base degli
omeopati, l’Organon. La succussione
deve essere rigorosamente operata
battendo per cento volte il recipiente
dove si diluisce il preparato su un libro
rilegato in pelle oppure una tavola di
legno ricoperta da un lato con della
pelle e dall’altro con del crine di
cavallo. Perché cento volte? Perché il
libro rilegato in pelle (secondo alcuni
una Bibbia)? Non si sa. Però ancora
oggi i preparati omeopatici vengono
allestiti in questo modo: è la
«dinamizzazione» di cui parlano gli
omeopati, essenziale – dicono – perché
il prodotto abbia effetto.
Il problema della tossicità era
dunque risolto con le diluizioni,
bisognava però provare l’efficacia della
terapia sul campo e i risultati non
tardarono ad arrivare. I pazienti si
affidavano all’omeopatia evitando le
crudeli, inutili e dannose pratiche della
medicina di allora: da un lato erano
contentissimi di risparmiarsi le atroci
sofferenze causate dalle terapie in voga
affidandosi a cure che consistevano
nell’ingurgitare qualche goccia di un
composto innocuo ma indolore;
dall’altro si accorsero che questi
trattamenti davano risultati migliori di
quelli tradizionali. Ciò risultò evidente
quando Londra fu colpita da uno dei
flagelli del tempo: il colera.
La diffusione del colera è uno dei
frutti avvelenati della rivoluzione
industriale e soprattutto di quella
commerciale. Il colera è un’infezione
intestinale che si manifesta
principalmente con diarrea e provoca
una grave disidratazione. Prima del
1817 era relegato all’Asia sud-orientale,
ma l’epidemia scoppiata quell’anno nel
Bengala colpì le truppe coloniali
inglesi, raggiunse i confini dell’India e
da lì si espanse in ogni direzione: verso
la Cambogia, le Filippine, la Cina, verso
il Madagascar e l’Africa orientale,
arrivò nella penisola arabica portata
direttamente dalle truppe inglesi
giunte dall’India per soffocare una
rivolta e parve arrestarsi sul Caucaso, ai
confini dell’Impero russo. Parve. In
realtà alla fine del 1830 il colera aveva
raggiunto Mosca, il Baltico e l’Europa
centrale, dove fece una strage. Il
commercio inglese nel Mar Baltico lo
importò nelle isole britanniche e nel
1832 il contagio imperversò prima a
Londra, poi a Parigi e nel resto della
Francia, proseguì per la Germania, i
Paesi Bassi, la penisola iberica. Nel
1835 la malattia sbarcò in Italia,
probabilmente con un gruppo di
contrabbandieri che infranse il cordone
sanitario.
Ricordate cosa dicevamo a proposito
delle condizioni igieniche e sanitarie
dell’Europa ai primi dell’Ottocento?
Ecco, erano ideali perché si diffondesse
la causa (allora ignota) della malattia, il
Vibrio cholerae, un batterio (identificato
da Filippo Pacini nel 1854 e studiato da
Robert Koch nel 1883) che veniva
trasmesso principalmente dall’acqua
contaminata con feci umane. E tutta
l’acqua disponibile nelle città europee
era a rischio di contaminazione, vista
l’inesistenza delle fognature e la
facilità con cui le deiezioni umane
entravano in contatto con i pozzi a cui
si attingeva l’acqua da bere.
L’impatto sulla popolazione fu
devastante. L’Europa, in pieno sviluppo
economico e industriale, aveva
dimenticato cosa volessero dire le
grandi malattie epidemiche del
passato, la peste su tutte. Ovunque il
nuovo contagio fece piombare la gente
in un clima di terrore. Si sospettava
degli stranieri, degli sconosciuti, ma
anche dei proprietari terrieri, accusati
di voler sterminare parte delle classi
popolari, considerate troppo numerose.
Il colera si riaffacciò in Europa nel
rivoluzionario 1848 ed evidenziò
nuovamente l’arretratezza igienica e la
difficoltà di attuare efficaci politiche
sanitarie. Analizzando il caso specifico
di Londra, questo rapporto ufficiale
scritto da Edwin Chadwick, autore di
numerose relazioni sulle condizioni dei
lavoratori, testimonia che le misure
volte a migliorare l’igiene nelle altre
grandi città europee furono molto
scarse.

L’epidemia è stata leggera se comparata


con il suo corso in altri Paesi. A
Pietroburgo, dove scarsi miglioramenti
sanitari sono stati compiuti, durante il
recente attacco ci sono stati
ufficialmente 25.000 casi di malattia e
14.000 morti; ma si teme che i deceduti
siano stati in realtà più di 20.000. A
Parigi, dove, per quanto si è appreso, ci
si era preoccupati poco dell’improvviso
avvicinarsi dell’epidemia, e si erano
fatti pochi preparativi contro il suo
dilagare, la malattia è stata più dura
che in passato. [...] A Parigi, oltre a una
cattiva rete fognaria, c’è un
affollamento in una misura di cui ci si
può rendere conto dal fatto che una
popolazione di circa un milione di
persone è ammassata in poco più di
40.000 case; mentre i due milioni di
abitanti di Londra sono distribuiti in
più di 280.000 case; la media di persone
per casa è di 25 a Parigi e di 7 a Londra.
Nel paragonare la mortalità a Parigi
durante il recente attacco, appare che a
Parigi la mortalità è stata di 144 ogni
10.000 casi, a Londra invece 24 volte
più bassa.

Anche per il colera, come per la


malaria, si tirò fuori la teoria dei
miasmi, ma solo quando si comprese
esattamente che l’agente patogeno era
il vibrione del colera e che si
trasmetteva principalmente bevendo
acqua contaminata si riuscì a mettere
in atto una prevenzione efficace. A quei
tempi le cure proposte dalla medicina
tradizionale non solo non erano
d’aiuto, spesso erano dannose. Il colera
provoca, con la diarrea e il vomito, una
gravissima disidratazione; quindi la
prima necessità è reidratare i pazienti
somministrandogli i liquidi che hanno
perso. Invece i medici dell’Ottocento,
sostenendo che fosse necessario
ridurre i fluidi corporei, sottoponevano
i pazienti a salassi e gli
somministravano purganti ed emetici.
Le cure, dunque, non solo non
guarivano il colera, ma peggioravano di
gran lunga la situazione. Ecco perché,
durante l’epidemia del 1854, in un
ospedale omeopatico di Londra si ebbe
un tasso di sopravvivenza dell’84%
paragonato a quello del 47% di un
vicino ospedale dove si
somministravano cure tradizionali. In
realtà queste cure tradizionali, viste
con le conoscenze di oggi, erano
esattamente l’opposto di quello che è
necessario per sopravvivere al colera.
Le cure omeopatiche funzionavano
per un motivo estremamente semplice:
le terapie del tempo – salassi, farmaci
che provocavano il vomito sottraendo
liquidi al paziente – erano molto
dannose, mentre quelle omeopatiche
erano equivalenti al non fare nulla,
visto che nei «medicinali» omeopatici –
alle diluizioni utilizzate – non c’era e
non c’è alcuna traccia del principio
attivo. In altre parole, curando una
persona con preparati omeopatici,
allora come oggi, non le si somministra
nulla, come ha dimostrato in maniera
inequivocabile la chimica negli anni
successivi. E ai primi dell’Ottocento
non fare nulla era meglio di fare quello
che prescrivevano i medici.
Ma siamo davvero sicuri che nei
preparati omeopatici non ci sia nulla
del principio attivo?
Hahnemann non poteva saperlo, ma
noi sì. Nei preparati omeopatici non c’è
nulla, e la chimica ce ne fornisce la
certezza.
3
Diluite, diluite, qualcosa (non)
resterà

La chimica è una scienza


fondamentale: la sua conoscenza e le
sue acquisizioni sono indispensabili
per capire il mondo che ci circonda e
per comprendere le basi della vita
nostra e di tutti gli esseri viventi. È
relativamente giovane: molti ritengono
che il primo vero libro di chimica
moderno sia stato quello di Antoine-
Laurent de Lavoisier, che uscì proprio
nel 1789, l’anno della Rivoluzione
francese, coincidenza singolare e
tragica considerando che la carriera di
questo genio della scienza si sarebbe
conclusa cinque anni dopo sotto la
ghigliottina dei rivoluzionari.
Hahnemann non poteva saperlo, ma
nel 1776 a Torino era nato, da una
nobile famiglia, Amedeo Avogadro,
conte di Quaregna e Cerreto. Il padre
era una persona molto importante, era
stato senatore del Regno di Sardegna e
per il figlio aveva programmato
un’educazione rigorosa che doveva
consentirgli di ricalcare le orme
paterne: il giovane – come previsto – si
laureò brillantemente in Diritto e iniziò
a praticare la professione di avvocato.
Però la sua vera passione era la chimica
e infine a quella si dedicò con
grandissimo successo, formulando la
«legge di Avogadro» che è ancora oggi
alla base della disciplina.
Per comprendere la legge di
Avogadro bisogna, prima di tutto,
capire che, così come ogni oggetto ha il
suo peso che è la somma delle sue
parti, ogni singola molecola ha un peso
che è la somma del peso di tutti gli
atomi che la compongono. Mentre il
peso di un oggetto è tipicamente
espresso in grammi, chilogrammi e via
dicendo, per gli atomi e le molecole ci
vuole un’unità di misura
immensamente più piccola, che si
chiama dalton (Da), in onore del
chimico inglese John Dalton, che ha
dato anche il nome al disturbo della
vista che non consente di distinguere
bene i colori. (In verità sarebbe più
corretto parlare di «massa molecolare»,
ma per scelta privilegio la chiarezza e
la semplicità, le doverose
puntualizzazioni le trovate nei
Riferimenti bibliografici alla fine del
libro.)
Una molecola d’acqua, che ha
formula H 2O, è costituita da due atomi
di idrogeno (ognuno dei quali pesa 1
dalton) e da un atomo di ossigeno (che
pesa 16 dalton). Il peso di una molecola
d’acqua è dunque 18 dalton. Se
consideriamo lo zucchero (che i chimici
chiamano più propriamente
saccarosio), il peso di tutti gli atomi che
lo compongono (12 di carbonio che
pesa 12 dalton, 22 di idrogeno che pesa
1 dalton e 11 di ossigeno che pesa 16
dalton) è 342 dalton. Quello della
molecola di etanolo, l’alcol contenuto
nel vino, è 46 dalton.
Perché è importante il peso
molecolare? Immaginate di dover
utilizzare dei bulloni – ognuno
costituito da una vite e da un dado
avvitati tra loro – e di avere in due
contenitori delle viti che pesano 20
grammi l’una e dei dadi che pesano 5
grammi l’uno. Venti chili di viti e
cinque chili di dadi corrisponderanno a
mille viti e mille dadi, che
comporranno mille bulloni. Sapendo il
peso di una singola vite e di un singolo
bullone potete, con una semplice
operazione aritmetica, contare le viti e i
dadi con l’ausilio di una bilancia.
Per le molecole vale lo stesso
principio. La molecola di alcol etilico
pesa 46 dalton e quella di zucchero 342
dalton. Se voi pesate 46 grammi di alcol
etilico e 342 grammi di zucchero avrete
lo stesso identico numero di molecole
di alcol e di zucchero in quella quantità
di sostanza, così come avete avuto lo
stesso numero di viti e dadi nella
pesatura precedente. La costante di
Avogadro, intitolata al suddetto conte,
indica con esattezza quante molecole
sono contenute in una mole, ovvero
nella quantità di una sostanza
corrispondente al suo peso molecolare
espresso in grammi. In altre parole, ci
dice quante molecole di metano ci sono
in 16 grammi di metano, quante di
ossigeno in 32 grammi di ossigeno,
quante in 44 grammi di anidride
carbonica, 46 grammi di etanolo e 342
grammi di zucchero. Questo numero di
molecole è pari a 6,02214 x 10 23,
quindi, semplificando, a 6 seguito da 23
zeri, il che corrisponde a un numero di
quelli che i bambini trovano nelle
fantasie di Zio Paperone: 600 triliardi
(cioè 600.000 miliardi di miliardi) di
molecole. Sapendo quante molecole ci
sono in una mole, possiamo dunque, di
nuovo con una semplice operazione
aritmetica, sapere con esattezza quante
molecole sono contenute in una data
quantità di ogni sostanza.
Lasciamo per un attimo da parte
metano, ossigeno e zucchero che ci
sono familiari e passiamo a qualcosa di
estremamente più minaccioso: il
cianuro di potassio (lo chiameremo
d’ora in poi cianuro), che è un veleno
potentissimo e ha la formula KCN.
Il cianuro, che tutti avrete senz’altro
sentito nominare, esplica i suoi effetti
letali semplicemente impedendo ai
nostri tessuti di utilizzare l’ossigeno.
Agatha Christie l’ha usato in diversi
suoi romanzi, primo fra tutti Dieci
piccoli indiani. I gerarchi nazisti avevano
sempre con sé una capsula di cianuro, e
molti l’hanno usata: Himmler quando
fu catturato dagli inglesi, Göring dopo
la condanna al processo di
Norimberga, e probabilmente lo stesso
Hitler, nel suo bunker a Berlino, per
morire insieme a Eva Braun (non prima
di averne testato l’efficacia sul suo
pastore tedesco).
Se facciamo due conti, il peso
molecolare del cianuro è 65 (il peso
atomico del potassio – K – è 39, quello
del carbonio – C – 12 e quello dell’azoto
– N – 14). Quindi se pesiamo 65
grammi di questo sale (con le dovute
cautele, altrimenti passiamo a miglior
vita) avremo i nostri 600 triliardi di
molecole di cianuro e, nel momento in
cui sciogliamo questa quantità di
cianuro in un litro di acqua, quel litro
di acqua conterrà esattamente quel
numero di molecole.
Ma cosa succede se cominciamo a
diluire questa soluzione mortifera di
cianuro? Se prendiamo 10 millilitri di
soluzione e li mettiamo in 990 millilitri
di acqua, il numero di molecole di
veleno per unità di volume diminuirà.
Avendo diluito cento volte, il numero
di molecole di cianuro per ogni litro di
acqua della nuova soluzione sarà più
basso rispetto alla soluzione di
partenza, dove ci sono 600 triliardi di
molecole. Mancheranno due zeri, per
cui nella nuova soluzione ci saranno 6
triliardi di molecole (6 seguito da 21
zeri) per ogni litro di acqua; se
diluiamo ancora cento volte, il numero
di molecole per ogni litro di acqua
scende a 60 miliardi di miliardi (6 con
19 zeri), se diluiamo ancora cento volte
avremo, per ogni litro di acqua, 600
milioni di miliardi (6 con 17 zeri), se
diluiamo ancora cento volte avremo,
per ogni litro di acqua, 6 milioni di
miliardi (6 con 15 zeri) e così via.
Anche quelli che come me hanno
fatto il liceo classico e non hanno una
grande dimestichezza con la
matematica intuiranno che, se ogni
volta che si diluisce uno a cento si
tolgono due zeri, dopo tredici
diluizioni per berci una singola
molecola di cianuro dovremo
tracannare quasi 200 litri di acqua. Per
cui possiamo tranquillamente bere un
bicchiere del terribile veleno diluito
uno a cento per tredici volte perché –
avete capito dove voglio arrivare con il
mio ragionamento – di veleno in quella
diluizione non ce n’è più.
Ho parlato di diluizioni centesimali
perché sono proprio quelle che
utilizzano gli omeopati. Partono da una
«tintura madre», preparata nei modi
più strani – alcuni li vedremo dopo –, e
cominciano a diluirla. Le diluizioni
tradizionali, dette hahnemanniane,
sono indicate con CH. La diluizione
1CH (o 1C) è una diluizione uno a
cento identica a quella che vi ho
descritto per il cianuro; la diluizione
2CH significa diluire ancora cento volte
la diluizione 1CH e via dicendo, e tra
una diluizione e l’altra bisogna battere
il contenitore cento volte sul libro
altrimenti la diluizione non potenzia il
principio diluito, dicono gli omeopati...
C’è un altro metodo, un po’ più
sbrigativo, messo a punto da un
omeopata russo più o meno
contemporaneo di Hahnemann, Semën
Korsakov (quindi le diluizioni vengono
indicate con la lettera K): anche qui
bisogna sciogliere in un recipiente una
parte di principio attivo in 99 parti
d’acqua, e procedere alle canoniche
cento agitazioni (le succussioni). A
questo punto però si butta via tutto il
contenuto e si versano di nuovo 99
parti d’acqua: l’idea è che sulle pareti
del recipiente resti più o meno un
centesimo della soluzione, come nel
metodo hahnemanniano. Forse non lo
sapete, ma è l’identico principio con
cui si prepara una versione
particolarmente dry del Martini
cocktail, chiamata «Hemingway
Martini», in onore del famoso scrittore,
o «In and Out Martini»: si versa una
dose di Martini nel mixing glass, si
agita (meno di cento volte, o il cliente si
spazientisce), poi si butta il Martini e si
versa il gin, che è alla fine l’unica cosa
che si beve. Naturalmente il barman
che vi prepara un Hemingway Martini
procede a una sola diluizione
korsakoviana; gli omeopati invece
riempiono, agitano con cento
succussioni e svuotano quindici, trenta,
duecento volte il recipiente; anzi,
siccome si usa un recipiente solo, e
dunque il procedimento è più rapido,
questo metodo consente di arrivare a
1000K, 10.000K, 50.000K, addirittura
1.000.000K (non è uno scherzo, esistono
davvero preparati che deriverebbero da
un milione di diluizioni).
Per farla breve: che si tratti di
diluizioni hahnemanniane (CH) o
korsakoviane (K), quando avete in
mano un preparato omeopatico a una
diluizione 15CH di cianuro (diluita
cento volte per quindici volte
consecutive), per bere una singola
molecola di cianuro dovreste
ingurgitare un’intera piscina olimpica
da 50 metri. In realtà le diluizioni
omeopatiche sono in genere 30CH, e
qui le cose si fanno più complicate
perché per assumere questa famigerata
singola molecola di principio attivo
bisognerebbe bere un quantitativo pari
a cento miliardi di volte la massa della
Terra.
Tuttavia le preparazioni
«antinfluenzali» di Oscillococcinum, il
«farmaco» di cui avete letto la storia
nelle prime pagine, sono molto più
«potenti» (per l’omeopata, più una
sostanza è diluita più è potente,
ricordate): 200K. Avete capito bene, la
tintura madre della sfortunata anatra è
diluita uno a cento per duecento volte.
Qui la cosa si fa davvero molto difficile
da spiegare, perché una simile
diluizione è complicata anche solo da
immaginare. Per assumere una singola
molecola di quell’iniziale preparazione
bisognerebbe ingurgitare litri di acqua
in un numero immensamente
superiore a quello che corrisponde a
tutte le molecole che compongono
l’intero universo conosciuto. In altre
parole, l’oscillococco (lo pseudo-
oscillococco: in realtà un mezzo etto di
fegato e cuore di quella disgraziata
anatra muschiata) è stato diluito al di
fuori del mondo esistente, dobbiamo
dimenticare la matematica e la chimica
e lasciare il passo alla filosofia o, per
chi ci crede, alla religione.
Insomma, se la chimica che
conosciamo è valida (e credetemi, è
valida per il semplice fatto che la colla
che tiene insieme questo libro è stata
formulata secondo le sue leggi), nei
preparati omeopatici non c’è nulla.
Come ha scritto in un libro uno di cui
non ricordo il nome ma che se la
prende spesso coi somari, se facciamo
pipì nell’Oceano Atlantico la sua
diluizione sarà 10CH, immensamente
più concentrata rispetto alle diluizioni
utilizzate nei preparati omeopatici. Se
davvero in quei granuli e in quelle
gocce omeopatiche ci fosse ancora una
traccia di principio attivo, chi avrebbe
più il coraggio di fare un bagno?
4
La memoria dell’acqua

Ci sono quotidiani che sono molto


propensi all’entusiasmo e all’iperbole:
il parigino «Le Monde» non è però uno
di questi. Per cui, quando il 29 giugno
1988 uscì con il titolo Una scoperta
francese potrebbe sconvolgere i fondamenti
della fisica, molti lettori rimasero
stupiti. Certo, non era la prima volta
che la scienza riusciva a raggiungere la
prima pagina di questo giornale, ma
bisogna considerare che il precedente
Una rivoluzione scientifica: gli americani
lanciano la loro prima bomba atomica sul
Giappone era uscito l’8 agosto 1945 per
una notizia di innegabile rilevanza.
Cosa era successo nel giugno 1988?
Un immunologo di ottima
reputazione aveva pubblicato su
«Nature», una prestigiosissima rivista
scientifica, dati che sembravano
letteralmente incredibili. Aveva infatti
preso delle sostanze biologicamente
attive e le aveva sottoposte ad altissime
diluizioni omeopatiche nelle quali, per
i motivi che abbiamo spiegato, non
avrebbe dovuto esserci nulla oltre
all’acqua; invece queste altissime
diluizioni avevano, a suo dire, un
effetto misurabile e specifico nei test di
laboratorio. In altre parole, l’acqua
pareva avere la memoria di ciò che
all’inizio era stato presente, e
successivamente era scomparso a causa
delle diluizioni. Era qualcosa di
impensabile e inspiegabile e allo
scienziato francese che aveva fatto
questa clamorosa scoperta – Jacques
Benveniste – le implicazioni non
sfuggivano. Aveva dichiarato a «Le
Monde» che i dati che aveva ottenuto
richiedevano agli scienziati lo
spostamento in un altro mondo
concettuale, perché

gli studi che presentiamo mostrano


l’esistenza di un effetto specifico da
parte delle molecole in assenza delle
molecole stesse. Insomma, è come se
avessimo agitato nell’acqua della Senna
che scorre sotto il Pont Neuf [un ponte
di Parigi] le chiavi di un’automobile per
poi riuscire ad aprirla e farla partire –
proprio quell’auto e non un’altra –
semplicemente prendendo qualche
goccia d’acqua a Le Havre, alla foce del
fiume.

Avete letto bene, non è un errore di


stampa: un’auto – non un’auto a caso,
proprio quella e non un’altra – che si
avvia con gocce d’acqua del fiume dove
avete immerso le sue chiavi: queste le
testuali parole dello scienziato. Il
mondo era dunque davanti a qualcosa
che risultava fortunatamente meno
letale della bomba atomica, ma
altrettanto esplosivo. Per capire bene
cosa accadde, e come la bomba fu
disinnescata scoppiando infine in
mano a chi l’aveva costruita, dobbiamo
partire da lontano.
Jacques Benveniste era – uso il
passato perché è mancato nel 2004 – un
medico che si occupava di allergie, di
infiammazione e di immunologia
clinica molto stimato nel mondo
scientifico. Era pieno di carisma,
simpatico, affascinante e con un
aspetto da star del cinema: insomma,
un vero bon vivant. Cresciuto in una
famiglia parigina molto agiata, aveva
intrapreso una promettente carriera di
corridore automobilistico terminata
dopo un grave incidente che gli aveva
rovinato irreparabilmente la colonna
vertebrale. La sua famiglia lo indirizzò
verso la medicina, ma dopo la laurea
all’Università di Parigi Benveniste si
accorse che il suo mal di schiena non
gli permetteva di avere la resistenza
fisica necessaria per occuparsi dei
pazienti: per questo si dedicò alla
ricerca in campo immunologico. Dopo
la laurea aveva lavorato a lungo
all’estero in prestigiosi laboratori, per
singolare coincidenza anche allo
Scripps Research Institute di La Jolla,
in California, dove io stesso ho passato
diversi anni. Aveva fatto scoperte
rilevanti (che tali rimangono tuttora) e
le aveva pubblicate su giornali
autorevolissimi, guadagnandone
prestigio e considerazione insieme a un
posto di direttore di laboratorio
all’interno dell’Istituto nazionale di
sanità francese, un ente statale
chiamato INSERM.
All’inizio degli anni Ottanta la
svolta: un suo giovane collaboratore,
Bernard Poitevin, omeopata, gli chiese
il permesso di saggiare, con i test messi
a punto nel laboratorio, diluizioni
altissime, omeopatiche, per tentare di
dimostrare un loro eventuale effetto
biologico. Benveniste non sapeva molto
di omeopatia: in un’intervista affermò
addirittura che sentendo per la prima
volta questa parola si era immaginato
che si trattasse di una malattia
trasmessa sessualmente. Però, dopo
essersi informato e incuriosito,
consentì a Poitevin di cominciare gli
esperimenti.
Ora, per comprendere lo sviluppo
degli eventi, dobbiamo raccontare che
durante gli anni Settanta nel
laboratorio di Benveniste era stato
messo a punto un test immunologico
detto «analisi della degranulazione dei
basofili», che ha a che fare con le
allergie e la loro diagnosi. Dunque, per
capire bene cosa è successo, bisogna
cominciare dalle allergie, dai basofili e
dalla loro degranulazione.
Come tutti certo sapete, quando il
nostro sistema immunitario incontra
sostanze estranee, dette antigeni,
risponde producendo gli anticorpi,
proteine che a queste sostanze estranee
si sanno legare in maniera specifica. Gli
anticorpi sono molto importanti,
perché quando tutto va per il meglio ci
proteggono da batteri, virus e altre
minacce. Sono una difesa
estremamente efficace ed
estremamente specifica, perché – per
esempio – gli anticorpi che ci
proteggono dalla tossina del tetano
non ci proteggono dalla tossina della
difterite, e viceversa. Ogni anticorpo,
quindi, riconosce l’antigene che ne ha
stimolato la produzione da parte del
sistema immunitario. Però c’è
un’ulteriore complicazione: esistono
diversi tipi di anticorpi che riconoscono
lo stesso antigene, facendo cose molto
diverse.
Per esempio, gli anticorpi di tipo
IgM (immunoglobuline M) sono le
prime molecole a essere prodotte dal
nostro organismo in risposta a uno
stimolo: non sono perfette, non sono
efficientissime nel legarsi al loro
bersaglio e neppure troppo specifiche,
però servono ad arginare in maniera
provvisoria, e nel più breve tempo
possibile, le minacce che mettono in
pericolo la nostra salute. Ben presto (è
questione di qualche settimana) gli
anticorpi di tipo IgM scompaiono e
vengono sostituiti dagli anticorpi più
importanti, detti IgG. La presenza di
queste molecole in moltissimi casi
significa «difesa efficace e ben
stabilita». Infatti, se un esame di
laboratorio rileva nel vostro sangue la
presenza di IgG contro il virus del
morbillo, della rosolia, della parotite o
dell’epatite A, significa o che siete stati
vaccinati o che avete contratto
l’infezione e siete guariti: in entrambi i
casi siete al sicuro dalla malattia.
Altri anticorpi, invece, sono quelli di
tipo IgA: anche questi sono importanti
per la difesa del nostro organismo,
visto che sono presenti principalmente
sulla superficie delle nostre mucose, in
particolare quelle respiratorie e
intestinali; servono a proteggerci con
particolare efficacia dagli agenti
patogeni che possono infettarci
attraverso queste barriere
continuamente in contatto con il cibo
che mangiamo e l’aria che respiriamo.
Se un nostro familiare si prende un
raffreddore e noi no, è estremamente
probabile che a proteggerci siano state
proprio le IgA contro quei virus
presenti nelle mucose del nostro naso e
della parte iniziale del nostro apparato
respiratorio.
Gli anticorpi, quindi, sembrano eroi
che difendono coraggiosamente ed
efficacemente la nostra salute.
Purtroppo non è sempre così: ci sono
anche anticorpi che hanno un ruolo
meno benefico. I pazienti allergici
soffrono di un disturbo che è già
spiegato bene dal nome della loro
malattia: «allergia» deriva dalle parole
greche állos («altro», «diverso») ed
érgon («attività») e indica una «risposta
diversa». Quando questi soggetti
incontrano particolari sostanze, come
per esempio alcuni pollini o alcuni
antigeni prodotti da minuscoli
animaletti che si trovano nella polvere
di casa (gli acari), producono –
diversamente dalle persone non
allergiche – anticorpi di un tipo che si
chiama IgE, e queste molecole sono
responsabili dell’allergia. In pratica chi
ha prodotto anticorpi IgE contro il
polline della betulla è allergico alla
betulla (e non ad altro, perché anche le
IgE sono specifiche); se uno ha
prodotto IgE contro sostanze contenute
nelle arachidi è allergico alle arachidi, e
così via.
Ma in che modo la presenza nel
sangue di IgE contro una certa
sostanza si traduce in un’allergia,
caratterizzata da numerosi e fastidiosi
disturbi? Ecco che entrano in gioco i
basofili: con questo termine si indica
una piccola popolazione dei nostri
globuli bianchi – cellule che sono nel
nostro sangue – che ha la caratteristica
di farsi colorare molto bene da
coloranti che vengono chiamati basici
(da qui il loro nome, «basofili»: «che
amano il basico»).
In realtà oltre a questa propensione
hanno altre caratteristiche, ben più
importanti. La prima è quella di avere
sulla loro superficie alcune strutture in
grado di legare le IgE. Dovete quindi
immaginare nella realtà un basofilo
come una cellula che in una persona
allergica circola per il corpo ricoperta
dalle IgE che il paziente ha prodotto.
La seconda caratteristica è ancora più
particolare: sostanzialmente il basofilo
è un bombardiere stracarico di ordigni
esplosivi. Queste bombe sono
contenute in granuli all’interno della
cellula e sono costituite da diverse
sostanze capaci di scatenare una
potente risposta infiammatoria; di esse
la più importante è l’istamina. Pensate
di non conoscerla, ma quando venite
punti da un’ape o da una vespa una
parte non indifferente del dolore, del
gonfiore e del disagio che sentite
intorno alla puntura deriva proprio
dalla capacità che il veleno di questi
insetti ha di far rilasciare
immediatamente e massicciamente alle
vostre cellule l’istamina. I granuli dei
basofili hanno infine una particolarità
davvero singolare: quando il basofilo è
trattato con un colorante detto «blu di
toluidina» la cellula si colora di blu, ma
i granuli appaiono al microscopio di un
rosso vivo e diventano molto ben
visibili.
Ricordate cosa abbiamo detto poco
fa delle IgE? Quando un paziente è
allergico a una sostanza – per esempio
il polline di betulla – produce IgE che
si legano specificamente a quella
sostanza. Ma le IgE si legano anche alla
superficie del basofilo, per cui quando
il polline di betulla che provoca
l’allergia viene respirato, penetra le
mucose e infine si lega alle IgE che si
trovano sul basofilo, questo reagisce
sganciando le sue bombe: rilascia
all’esterno il contenuto dei suoi
granuli, ovvero «degranula». A questo
punto l’istamina e le altre sostanze
entrano in circolo e provocano i tipici
sintomi dell’allergia (e i farmaci
utilizzati per curare le allergie si
chiamano, appunto, antistaminici), che
possono andare da una serie di starnuti
nel caso di una lieve allergia
respiratoria fino a situazioni molto
gravi nel caso di allergie ad alimenti
come le arachidi. Infatti quando molti
basofili liberano contemporaneamente
i loro granuli nel circolo sanguigno si
può verificare quello che viene
chiamato shock anafilattico. Il paziente
ha difficoltà respiratorie e
cardiocircolatorie e può essere
addirittura in pericolo di vita.
Benveniste aveva trovato il modo di
riprodurre nel suo laboratorio questo
processo di degranulazione. Si
prendono globuli bianchi ricoperti di
IgE, si mettono a contatto con una
sostanza che legando le IgE provoca la
degranulazione e si contano infine i
basofili che hanno perso i loro granuli
rossi e che – colorati con il blu di
toluidina – sono semplici sferette
azzurro chiaro. Questo è il «test di
degranulazione dei basofili», che negli
anni Ottanta poteva avere una certa
importanza nella valutazione di alcune
allergie.
Quando Poitevin, l’omeopata che
lavorava nel gruppo di Benveniste,
utilizzò questo test di laboratorio con
diluizioni omeopatiche, i risultati
apparvero strabilianti: diluizioni che
non dovevano più contenere neppure
una molecola di una sostanza in grado
di legare le IgE riuscivano egualmente
a causare la degranulazione dei
basofili. Non solo: mentre le diluizioni
della sostanza che legava le IgE
degranulavano i basofili, quelle di una
sostanza simile ma in grado di legare
solo anticorpi di tipo IgG erano prive di
ogni efficacia. L’acqua non solo aveva
una memoria, ma questa memoria non
era vaga e generica. Era estremamente
specifica!
La cosa si faceva interessante, per
cui Benveniste affiancò a Poitevin la
tecnica biologa più brava che aveva in
laboratorio: Elizabeth Davenas, un
prodigio di capacità manuale e di
devozione lavorativa. I dati ottenuti
confermavano le osservazioni
preliminari. Benveniste, convintosi
della realtà del fenomeno, cominciò a
raccontarlo a convegni di omeopati, che
non accolsero bene la sua scoperta. A
un congresso che si tenne alla Temple
University di Philadelphia, quando un
omeopata gli fece notare che se la sua
teoria della memoria dell’acqua fosse
stata vera tutti i rimedi omeopatici
basati su diluizioni infinite di veleni
pericolosissimi avrebbero potuto avere
un effetto dannoso, se non fatale,
cominciò a gridare prendendo
pubblicamente il suo omeopatico
interlocutore a male parole.
Benveniste continuò a presentare in
giro per il mondo i suoi dati,
suscitando un grande interesse e le
prime polemiche, ma da ricercatore
navigato sapeva benissimo come
funziona la comunità scientifica ed era
perfettamente cosciente che i suoi
risultati stupefacenti, per essere presi
seriamente in considerazione, non
dovevano essere raccontati soltanto a
raduni di medici alternativi: era
necessario che venissero pubblicati su
una rivista scientifica della massima
importanza. Per cui li descrisse in un
articolo che inviò a «Nature», la rivista
più prestigiosa del mondo. Quando il
direttore, John Maddox, lesse quanto
Benveniste aveva scritto sobbalzò sulla
sedia: i dati erano più che rivoluzionari.
Inviò ad alcuni colleghi il materiale per
avere il loro parere sul lavoro appena
ricevuto e le risposte furono tutte
uguali: gli esperimenti sono perfetti,
ma io non credo a una riga di quello
che c’è scritto. Così Maddox rifiutò la
pubblicazione.
Benveniste si infuriò: cominciò a
tempestare Maddox di telefonate, lo
accusò di avere un pregiudizio nei suoi
confronti e di perseguitarlo così come il
cardinale Bellarmino aveva
perseguitato Galileo. La situazione si
faceva complicata: Maddox decise che
avrebbe pubblicato il lavoro se i
risultati fossero stati duplicati anche in
altri laboratori. Furono dunque
coinvolti ricercatori italiani, canadesi e
israeliani. In Italia e in Canada furono
ottenuti risultati preliminari che – più
o meno – confermarono quanto
osservato da Benveniste, in Israele la
questione fu un po’ più complicata. I
numeri non tornavano, uno dei capi di
quel laboratorio si insospettì e chiese a
uno studente di analizzare le provette
che dovevano contenere diluizioni
altissime della sostanza degranulante.
Quello che saltò fuori fu un risultato
davvero inaspettato: nelle provette
dove non doveva esserci nulla c’era
invece qualcosa di molto simile alla
sostanza degranulante. Il ricercatore,
sentendo puzza di bruciato, si ritirò
dallo studio, ma Benveniste non si
scoraggiò, inviò la sua superspecialista
Davenas in Israele e in mano sua i
risultati furono infine quelli attesi.
Maddox aveva chiesto nuovi dati e i
dati erano arrivati: fu costretto a cedere
e ad accettare la pubblicazione di un
articolo che richiedeva agli scienziati di
riscrivere buona parte della scienza
nota fino a quel momento.
Il clamore che seguì la
pubblicazione dell’articolo sul numero
333 di «Nature», il 30 giugno 1988, fu
ovviamente notevole, le polemiche
feroci, la stampa si gettò a pesce sulla
questione dividendosi tra fautori della
memoria dell’acqua e scettici che non
credevano alla strabiliante novità. Per
chiarire le cose, il direttore di «Nature»
propose a Benveniste – che accettò con
entusiasmo – l’esecuzione di un
sopralluogo nel suo laboratorio per
valutare la situazione ed
eventualmente ripetere gli esperimenti,
soprattutto per tacitare i tanti che
pensavano che quei dati fossero frutto
di una frode scientifica.
Qui comincia la seconda parte della
storia, perché a questo scopo si formò
un team piuttosto singolare, composto
da tre individui molto diversi tra loro.
Il primo era ovviamente il direttore
della rivista che aveva pubblicato il
lavoro di Benveniste, John Maddox. Il
secondo era Walter Stewart, un biologo
americano che aveva iniziato come
ricercatore, ma presto si era dedicato a
un’altra attività, diventando uno dei
personaggi più temuti nell’ambiente
scientifico: lavorava infatti all’interno
dell’Istituto di sanità statunitense
(NIH), insieme a un collega – Ned
Feder –, con il compito di smascherare
le frodi scientifiche ed era diventato
incredibilmente bravo a farlo.
La sua prima «vittima» era stato un
ricercatore texano che sosteneva di aver
scoperto una sostanza che poteva
trasferire l’apprendimento da un topo
all’altro. Il ricercatore affermava di
poter prendere un topo, indurgli la
paura del buio dandogli una lieve
scarica elettrica quando veniva spenta
la luce, ed estrarre dal topo «istruito»
una sostanza che, iniettata in un
secondo topo, gli trasmetteva la paura
del buio. L’aveva chiamata
«scotofobina», dalle parole greche
skótos («oscurità») e phóbos («timore»,
«paura»). Saltò fuori, con dispiacere
degli studenti svogliati che avrebbero
beneficiato moltissimo della possibilità
di avere infusa la sapienza, che la storia
era – nella migliore delle ipotesi – un
errore sperimentale. Insomma, per
apprendere non ci sono scorciatoie: per
i topi ci vogliono le scariche elettriche o
cose simili, per noi umani
fortunatamente bastano i libri e le
scuole.
Questo non fu che l’inizio: poco
dopo Stewart partì all’attacco di uno dei
medici più famosi degli Stati Uniti, il
cardiologo Eugene Braunwald. I lavori
pubblicati dal suo giovane allievo
prediletto, John Darsee, sembravano
poco credibili, soprattutto dopo che
alcuni colleghi lo avevano sorpreso a
inventarsi di sana pianta i dati che
dovevano essere la base sulla quale
poggiavano le sue nuove scoperte.
Braunwald difese il suo pupillo facendo
pesare tutta la sua autorevolezza,
giurando che Darsee era pentito e che
si trattava solo di un episodio
spiacevole che non si sarebbe più
ripetuto. Ma quando Stewart si accorse
che in un lavoro scientifico che
descriveva una malattia cardiaca
ereditaria – pubblicato dalla più
importante rivista medica del mondo, il
«New England Journal of Medicine» –
Darsee aveva attribuito a un ragazzo di
17 anni quattro figli di 8, 7, 5 e 4 anni ci
fu un certo imbarazzo, perché
certamente esistono i bambini
prodigio, ma concepire un figlio a otto
anni è roba da Mozart della
riproduzione. Per Darsee fu la fine:
cacciato dalla prestigiosa università
dove lavorava, fu addirittura radiato
dall’Ordine dei medici e ora si
guadagna da vivere facendo il
divulgatore scientifico. Insomma,
Stewart era uno che di dati falsi se ne
intendeva e poteva dare un’occhiata
molto attenta e affidabile al laboratorio
di Benveniste.
Il terzo era il più inconsueto: James
Randi, semplicemente un bravissimo
prestigiatore che a un certo punto
aveva deciso di dedicare la sua vita allo
smascheramento dei più abili bugiardi
nel campo della scienza e della
pseudoscienza; di lui riparleremo più
avanti.
Comincia la parte più appassionante
della storia della memoria dell’acqua: i
tre arrivano nel laboratorio di
Benveniste che li accoglie con cordialità
e simpatia, con uno spirito
estremamente costruttivo e la massima
disponibilità, dicendosi felice di poterli
ospitare e capire insieme a loro se nella
procedura ci sono falle che la rendono
inaffidabile. In questo quadro idilliaco
Benveniste consente immediatamente
a Maddox e a Stewart di accedere ai
quaderni di laboratorio di Elizabeth
Davenas, dove sono registrati i dati di
tutti gli esperimenti che sono stati
descritti nel lavoro apparso su
«Nature».
E già qui a Stewart salta la mosca al
naso: i dati sono troppo perfetti. Ma
come troppo perfetti? I dati di un
esperimento eseguito perfettamente
devono essere perfetti! In teoria è così,
ma la pratica è molto diversa, perché
noi uomini facciamo errori anche
quando lavoriamo perfettamente, ed
esiste solo un modo per non fare errori:
inventarsi i dati. Infatti, se io chiedessi
a dieci di voi di misurare la distanza tra
due case separate da 71 metri e 19
centimetri con una fettuccia lunga 20
metri, sarei molto sorpreso se tutti mi
riportaste come risultato «71 metri e 19
centimetri». Se davvero avete
indipendentemente, realmente e
concretamente misurato la distanza tra
le due case, qualcuno avrà sbagliato in
difetto, altri in eccesso. Ovvero, i
numeri ottenuti saranno intorno a
quello previsto, ma per la maggior
parte saranno lievemente superiori o
lievemente inferiori. Se tutti mi
riportate la stessa identica cifra, quello
che io penso, da ricercatore abbastanza
scafato, è che uno solo abbia misurato
e tutti gli altri abbiano copiato quel
dato; oppure che misurando abbiate
arrotondato alla misura che io mi
aspetto per farmi contento. Certo,
esiste anche una terza possibilità: vi
siete inventati il numero e invece di
misurare siete andati a bere in allegra
compagnia, e in quel caso – capite –
sono guai seri!
Il secondo elemento che
insospettisce molto il terzetto di
investigatori è che la Davenas ha
l’abitudine di fare gli esperimenti e
riportare sul quaderno solo quelli «che
hanno funzionato». In altre parole,
quando un esperimento non fornisce i
dati attesi, viene scartato. Secondo
Benveniste è un comportamento
corretto, ma la cosa lascia tutti un po’
perplessi, perché un ricercatore
rigoroso considera i risultati di tutti gli
esperimenti eseguiti, altrimenti è come
lanciare una moneta in aria e annotare
il risultato solo quando esce testa,
dimostrando così che non esce mai
croce. Ma queste sono solo perplessità:
cominciano gli esperimenti e
cominciano ad arrivare i numeri, che
forniranno una risposta definitiva ai
molti interrogativi.
Durante i primi giorni a Benveniste
e alla sua équipe viene chiesto
semplicemente di ripetere gli
esperimenti come al solito mentre gli
«ispettori» li osservano. Tutto procede
per il meglio e nella massima serenità,
si vive in un clima cordiale e
armonioso. I dati dei primi tre
esperimenti confermano quanto
descritto nel lavoro, e nel laboratorio si
respira un’aria di sincero e poco
trattenuto entusiasmo. Benveniste ha
già messo in fresco lo champagne e ha
programmato una conferenza stampa
che si prevede trionfale. Ma i tre segugi
non sono convinti: altri dettagli li
insospettiscono. Randi si accorge che la
Davenas ha una strana abitudine:
scrive i risultati a matita e poi li ricalca
a penna a casa sua; inoltre – cosa che
avrebbe dovuto far accendere un
gigantesco segnale di allarme nella
mente di un ricercatore esperto – gli
esperimenti «funzionano meglio»
quando a contare le cellule è la
Davenas. Tutte cose che non vanno
bene: quando un esperimento funziona
solo in mano a un singolo ricercatore
c’è sempre un problema che deve
essere identificato, e, una volta capito e
risolto il problema, l’esperimento
funziona nelle mani di tutti. Fino a quel
momento i dati non sono per nulla
affidabili, e non possono – e non
devono – essere utilizzati.
Non essendo dunque per nulla
convinti dell’accuratezza del lavoro del
laboratorio, i tre decidono di muoversi
a sorpresa: propongono a Benveniste di
eseguire tre esperimenti in cieco. In
altre parole, le provette contenenti le
diluizioni verranno preparate in una
stanza, a ogni provetta verrà assegnato
un codice, le provette verranno
analizzate e i dati registrati, ma solo
dopo la fine dell’esperimento il codice
verrà svelato e si potranno interpretare
i dati ottenuti. Chi conterà le cellule al
microscopio non saprà se sono state
esposte alla sola acqua o alle diluizioni
omeopatiche o alla sostanza
degranulante, usata come controllo
positivo: l’esperimento sarà
completamente in cieco, annullando
qualunque errore di misurazione, sia
esso volontario o involontario.
Benveniste comincia a essere meno
entusiasta: è tardi, i suoi collaboratori
sono stanchi e via dicendo. Però alla
fine accetta, facendo buon viso a cattiva
sorte. Le provette con le diluizioni
vengono preparate dalla Davenas e
lasciate in una stanza chiusa dove,
mentre Randi riprende tutto con una
videocamera, Maddox e Stewart
sostituiscono alle etichette che
identificano le varie soluzioni quelle
con i codici. Del foglio che contiene la
chiave per decodificare l’esperimento si
occupa invece Randi. Lo avvolge in una
pellicola di alluminio per impedirne la
lettura in trasparenza, lo chiude in una
busta che infila in una seconda busta,
attaccata con il nastro adesivo al
soffitto del laboratorio. Per fare ciò,
naturalmente, ha bisogno di una scala
che trova appoggiata alla parete. Nel
riporla, senza farsi notare, fa alcuni
segni sul pavimento per vedere se
durante la notte qualcuno la sposterà.
La mattina dopo i risultati dei tre
esperimenti sono disponibili ed è
arrivato il momento di decodificarli.
Benveniste è più che ottimista, è certo
che gli ospiti ripartiranno con la coda
tra le gambe, lo champagne è sempre
in fresco, le troupe televisive stanno
attendendo fuori, dice che i nastri
registrati con la videocamera
entreranno a far parte della storia della
scienza. Addirittura scherza con
Maddox dicendogli che a causa di
questa figuraccia perderà il posto e lo
rassicura: se «Nature» dovesse
licenziarlo, sarà lui a offrirgli un lavoro
salvandolo dalla povertà! I tre chiedono
a Benveniste se tutto è a posto e se ha
qualcosa da ridire sulla procedura
seguita: il ricercatore francese dice che
per lui va tutto bene.
Randi va a prendere la busta dal
soffitto e qui arriva la prima sorpresa:
si accorge che la scala è stata spostata
durante la notte; si avvicina al soffitto
ed ecco la seconda sorpresa: qualcuno
ha tentato di aprire la busta per violare
il codice, ma non è riuscito nel suo
intento. Chi è stato? Non si saprà mai:
l’unico ad avere le chiavi del
laboratorio era Benveniste, ma nessuno
indagherà ulteriormente. Randi
rassicura i presenti: qualcuno ha
provato a barare, ma non ci è riuscito,
la chiave per decodificare l’esperimento
è rimasta segreta.
Si apre la busta e il clima cambia
improvvisamente: gli esperimenti
eseguiti in cieco non hanno funzionato.
Niente di niente. Un fallimento totale.
Nel laboratorio si comincia a litigare, a
piangere, a urlare; Benveniste esce dai
gangheri e si scaglia contro i tre di
«Nature» che lui stesso aveva invitato,
minaccia, urla, manda a quel paese i
giornalisti. Però i numeri sono lì,
inequivocabili, a indicare che la
memoria dell’acqua era solo
un’illusione. Maddox gli offre una via
d’uscita: gli propone di ritirare la
pubblicazione, lui ribadisce la
correttezza del suo operato,
l’affidabilità dei suoi dati e rifiuta
sdegnato; così «Nature», nel numero di
luglio del 1988, pubblica la relazione
degli investigatori che distrugge
istantaneamente e completamente la
reputazione dell’immunologo francese.
La stampa, che aveva innalzato
Benveniste tra le stelle, ora lo attacca in
maniera feroce; lui si difende e
continua a sostenere di essere vittima
di una caccia alle streghe degna della
peggiore Inquisizione, mentre la
comunità scientifica francese inizia a
detestarlo per il colpo mortale
assestato alla rispettabilità dei
ricercatori della sua nazione. Vengono
chieste le sue dimissioni, diversi
collaboratori vengono cacciati, il
laboratorio viene chiuso e lui riesce –
seppur molto traballante – a mantenere
un posto di lavoro all’interno
dell’INSERM. Però non si ferma,
continua ad attaccare i talebani della
scienza che l’hanno distrutto, si
considera un martire moderno e in
maniera ostinata prosegue le sue
ricerche sulla memoria dell’acqua – in
un piccolo container nel parcheggio del
centro di ricerca di cui era un tempo
potente e prestigioso direttore –
finanziato da aziende private e da
singoli sostenitori.
Dopo un lungo silenzio se ne esce
con un’altra scoperta eccezionale. «Nel
nostro laboratorio, la ricerca ha
superato di gran lunga la “memoria
dell’acqua”. Abbiamo, ne siamo
convinti, svelato la natura fisica, finora
trascurata, del segnale molecolare, che
consiste in onde nella scala del
kilohertz, che abbiamo registrato su
computer e spedito a piacimento
attraverso il network di internet.»
Insomma, secondo Benveniste la
memoria dell’acqua non solo esiste, ma
è stata identificata, e c’è la possibilità di
registrarla elettromagneticamente e
trasferirla con una telefonata. Avete
capito bene: si registra il segnale della
memoria dell’acqua e si spedisce con
un telefono o con un computer a
distanza, dove voi potrete riprodurla in
un vostro bicchiere. State male, il
vostro medico vi invia una mail e voi vi
preparate l’aspirina o l’antibiotico a
casa: qualcosa tra la fantascienza e la
stregoneria.
Benveniste non solo è convinto di
questa teoria, ma addirittura la
presenta a un convegno con il titolo:
«Trasferimento transatlantico di un
segnale antigenico digitalizzato
attraverso un collegamento telefonico».
Fonda anche una società
biotecnologica, la DigiBio, per sfruttare
commercialmente la scoperta, ma
questa volta nessuno gli crede: altri
ricercatori provano a riprodurre la
procedura e il tutto si traduce –
naturalmente – in un secondo buco
nell’acqua. Benveniste affonda ancora
di più nel dimenticatoio e l’unica cosa
che ottiene è essere insignito per la
seconda volta del premio IgNobel, la
parodia del premio Nobel assegnata
alle ricerche più assurde. Una beffa,
per chi in gioventù aveva coltivato il
sogno di vincere il vero premio Nobel.
E la memoria dell’acqua? Il bello
della scienza è che dire bugie non
conviene mai. Se la bugia riguarda
qualcosa di insignificante, non serve a
nulla raccontarla; se al contrario si
tratta di novità importanti,
immediatamente qualcuno tenterà di
replicare gli esperimenti e la verità
salterà fuori. Nel caso della memoria
dell’acqua, tutti quelli che hanno
tentato di replicare gli esperimenti di
Benveniste hanno invariabilmente
fallito. Qualcuno, di tanto in tanto, dice
di avere risultati interessanti, ma
quando si controlla meglio il risultato è
sempre lo stesso: così come la Befana,
la memoria dell’acqua non esiste, fino a
prova contraria. E la prova contraria
ancora manca, sia per la Befana sia per
la memoria dell’acqua.
Resta aperta una domanda: ha fatto
bene «Nature» a pubblicare uno studio
che conteneva dati così rivoluzionari e
che alla fine si è dimostrato falso o
comunque del tutto inaffidabile? Se me
lo aveste chiesto alla fine degli anni
Ottanta, quando stavo terminando il
dottorato di ricerca a cavallo tra
l’Università della California di San
Diego e lo Scripps Research Institute, il
luogo dove anche Benveniste aveva a
lungo lavorato, vi avrei risposto
«certamente sì». Il senso profondo
della scienza è quello di non porre
ostacoli alla conoscenza, di non avere
alcun dogma o pregiudizio e di basare
tutto sulla fiducia concessa al singolo
ricercatore. Se vengono ottenuti dei
dati inaspettati, incomprensibili,
inspiegabili, è giusto condividerli e
pubblicarli. Se sono corretti, saranno la
base per nuove scoperte e per grandi
avanzamenti; se risulteranno sbagliati,
la scienza saprà correggersi e sarà il
ricercatore a perderci la reputazione, il
che è esattamente quello che è successo
con la memoria dell’acqua: abbiamo
capito che non esiste e Benveniste ci ha
rimesso la faccia.
Però, se me lo chiedeste oggi, sarei
molto più cauto. Articoli scientifici che
contengono baggianate vengono sì
smentiti, ma nel frattempo possono
causare danni molto gravi nel
momento in cui vengono portati
all’attenzione dell’opinione pubblica.
Uno di questi lavori è quello, apparso
sul prestigiosissimo «Lancet», che ha
messo in correlazione le vaccinazioni
con l’insorgenza dell’autismo. È stato
dimostrato come falso oltre ogni
ragionevole dubbio e il suo autore è
stato radiato dall’Ordine dei medici,
ma ancora oggi quella bugia è diffusa
da chi vuole fare disinformazione. E
disinformazione, quando si parla di
salute, significa molto semplicemente
malattia, dolore, morte, anche di
persone che con la disinformazione e le
scelte che da essa derivano non
c’entrano nulla. Io penso che nel
mondo moderno sia necessaria molta
cautela se si vogliono pubblicare dati
sensazionali. Meglio ripetere gli
esperimenti prima dell’uscita che farlo
dopo, quando i buoi sono già scappati
dalla stalla e vagano indisturbati su
internet e sui social media.
Questa, comunque, è la storia della
memoria dell’acqua e della parabola
umana di Jacques Benveniste, che uscì
di scena nel 2004 morendo durante un
intervento al cuore, ancora convinto di
essere nel giusto. Non possiamo sapere
se sbagliò in buona fede, magari
accecato dalla bellezza e dalla potenza
della sua idea, o se si trattò di una
deliberata frode scientifica. La mia
personale impressione è quella di un
leader di laboratorio molto innamorato
delle sue idee, circondato da
collaboratori adoranti e poco critici; di
un ricercatore sorprendentemente
carente nel cogliere gli errori, anche
involontari, nei quali si può incorrere
facendo ricerca. A questo punto direi
che la questione è poco importante. In
fondo, considerato tutto quello che
ogni molecola d’acqua ha incontrato
nel tempo, forse è meglio dimenticare
Benveniste e rileggersi Petrarca che,
raccontando le sue «chiare, fresche e
dolci acque, ove le belle membra pose
colei che sola a me par donna», non si
pose mai il problema della memoria
dell’acqua, immaginandola pura e
incontaminata da ricordi anche orrendi
e innominabili.
Nel frattempo, sempre parlando di
memoria, la presenza di qualunque
elemento di efficacia nei preparati
omeopatici possiamo tranquillamente
scordarcela. Si tratta solo e unicamente
di acqua, nel migliore dei casi pura, ma
niente altro. Chiara, fresca e dolce (se
c’è stato aggiunto dello zucchero)
acqua.
5
James Randi e il suicidio degli
scettici

Nel capitolo precedente abbiamo


incontrato una figura originale e
completamente fuori dagli schemi,
James Randi. Il suo percorso di vita è
molto inusuale, e merita di essere
raccontato.
Randi nasce a Toronto alla fine degli
anni Venti. Quando, ancora piccolo,
assiste a uno spettacolo del famoso
illusionista americano Harry
Blackstone, capisce di aver trovato la
sua vocazione: sarà un prestigiatore. E
così, nel momento in cui a 16 anni un
incidente lo immobilizza a letto, divora
tutti i libri sull’argomento. Tredici mesi
dopo, a soli 17 anni, lascia la scuola, si
unisce a un gruppo itinerante di artisti
e comincia il suo apprendistato. Nel
1956, in diretta in una delle più famose
trasmissioni della neonata televisione
americana, il Today Show, stupisce il
mondo intero rimanendo in una bara
di metallo sigillata sul fondo di una
piscina di un hotel per ben 104 minuti.
Undici minuti più di Houdini.
Sono gli esordi di James «lo
Stupefacente» Randi, il prestigiatore,
razionalista e scettico che ha
smascherato Benveniste e il suo team.
Prima di usare la sua esperienza per
mostrare l’inconsistenza delle basi
scientifiche dell’omeopatia, Randi
aveva dedicato le proprie notevoli
capacità alla demolizione sistematica
delle pretese dei sostenitori del
paranormale, incluse quelle di
Benveniste, che nel paranormale
sconfinavano ampiamente.
Gli anni Settanta videro infatti un
boom di occulto, soprannaturale e
parapsicologia. Fu cavalcando
quest’onda che diverse figure
diventarono star mediatiche. Tra
queste, molti ricorderanno l’israeliano
Uri Geller, che divenne famoso in tutto
il mondo grazie alla televisione, dove
esibiva i suoi «poteri paranormali»:
sosteneva, per esempio, di riuscire a
piegare i cucchiai con la forza del
pensiero.
Randi scuoteva la testa: era un trucco
alla portata di qualunque buon
prestigiatore, com’era possibile che il
pubblico credesse davvero ai poteri
paranormali di questo signore? Nel
1972, quindi, Randi accusò
pubblicamente Geller di essere un
ciarlatano e un imbroglione, e dimostrò
di essere in grado di ottenere gli stessi
effetti con semplici trucchi di magia.
Ma – come sa benissimo chi mi
segue da anni nella mia lotta contro gli
antivaccinisti – spesso le dimostrazioni
scientifiche non sono sufficienti a
convincere la gente. Randi capisce che
per aprire gli occhi delle persone si
devono fare le cose in grande. Cerca
quindi alleati nel mondo della
televisione, e ne trova uno nientemeno
che nel presentatore del Tonight Show,
Johnny Carson, intenzionato quanto lui
a smascherare Geller. Bisogna tenere
presente che il Tonight Show è
un’istituzione della tv americana (oggi
è condotto da Jimmy Fallon) e negli
Stati Uniti Johnny Carson era famoso
quanto da noi Pippo Baudo, Mike
Bongiorno e Corrado messi insieme.
Carson è andato in onda per 30 stagioni
consecutive, dal 1962 al 1992, per un
totale di 4531 puntate, tutte che si
aprivano con la frase «Here’s Johnny!»
(Ecco Johnny!), lui che entrava e
mimava un colpo di golf. Insomma,
qualcosa di più vicino a un rito pagano
che a una trasmissione televisiva.
Ma torniamo a noi. Randi e Carson
elaborarono un piano: avrebbero
invitato Uri Geller in trasmissione e, al
momento dell’intervista pattuita,
Carson gli avrebbe chiesto a bruciapelo
di dimostrare le sue abilità utilizzando
oggetti preparati dallo staff dello show.
E così fecero. Geller, che si aspettava di
dover rispondere soltanto ad alcune
domande e non certo di dover dare
prova dei suoi poteri, fece
clamorosamente fiasco di fronte a
decine di milioni di telespettatori
statunitensi: si difese dicendo che in
quel preciso momento non si sentiva
abbastanza «forte».
Uri Geller rimediò una bruttissima
figura e si arrabbiò a morte, ma questo
non fu naturalmente sufficiente per
convincere la gente che la
parapsicologia e tutto il resto sono al
massimo numeri riusciti di
prestidigitazione. Allora Randi,
insieme allo psicologo Ray Hyman, nel
1976 fondò il CSICOP (Committee for
the Scientific Investigation of Claims of
the Paranormal, Comitato per
l’indagine scientifica delle affermazioni
sul paranormale) con lo scopo di
promuovere l’inchiesta scientifica,
l’investigazione critica e l’uso della
ragione nell’esaminare affermazioni
che contraddicono le normali leggi
della fisica e le evidenze scientifiche.
L’organizzazione a suo tempo coinvolse
anche importanti personalità come
Martin Gardner, editorialista di
«Scientific American», il filosofo Paul
Kurtz, Isaac Asimov e Carl Sagan.
Randi, in altre parole, divenne il volto
pubblico del movimento degli scettici.
In seguito al caso Geller, Randi si
specializzò nello smascherare i
truffatori: sbugiardò il sensitivo James
Hydrick, che sosteneva di saper girare
le pagine di una rubrica telefonica con
il solo potere della mente; mise alla
berlina il predicatore televisivo Peter
Popoff dimostrando che le
informazioni ricevute «direttamente da
Dio» passavano prima da un piccolo
ricevitore nascosto dietro il suo
orecchio; addirittura provò al mondo
intero come fosse facile ingannare il
cervello umano, mettendo in piedi, ai
danni dei media australiani e del
pubblico che affollava la Sydney Opera
House, una colossale truffa con un
finto medium e un presunto spirito di
duemila anni fa di nome Carlos.
Nel 1996 Randi, tramite una sua
fondazione, lanciò ufficialmente la One
Million Dollar Paranormal Challenge
(«la sfida da un milione di dollari sul
paranormale», ovvero il Premio Randi):
chiunque fosse riuscito a dimostrare
affermazioni relative a poteri
paranormali, occulti o soprannaturali
attraverso criteri scientifici stabiliti
dalla fondazione e accettati dai
concorrenti avrebbe vinto un milione
di dollari. Per portarsi a casa il
milioncino era sufficiente dimostrare la
possibilità di diagnosi paranormale di
malattie o l’efficacia di pranoterapia,
rabdomanzia e radiestesia, telepatia,
astrologia, chiromanzia e – ovviamente
– omeopatia. Nel caso specifico
dell’omeopatia, un possibile test
proposto ai partecipanti era:

Saranno preparati 50 recipienti


contenenti un preparato omeopatico
almeno alla 12CH (sarebbe a dire
diluito dodici volte uno a cento) e 50 di
solo solvente. I recipienti saranno
siglati e mescolati da un giudice
esterno, e i codici conservati in luogo
sicuro.
Il richiedente dovrà scegliere 50 dei
100 recipienti, dopo avere determinato
con qualunque mezzo (chimico-fisico,
test di laboratorio su animali, ecc.) se
contengono del preparato o del
solvente.
La prova sarà considerata superata
se almeno 40 recipienti su 50 saranno
stati identificati correttamente.

Se i preparati omeopatici
contenessero qualcosa, distinguerli dal
solvente sarebbe questione di pochi
minuti e di esperimenti di laboratorio
molto semplici. Invece, siccome nella
realtà non contengono proprio nulla,
nessuno ha mai intascato il milione di
dollari. Nel 2015, raggiunta la
veneranda età di 87 anni, James Randi
è andato in pensione e ha ritirato il
premio, ritenendo concetto acquisito
che l’omeopatia e tutte le altre pratiche
sopra menzionate non possono essere
dimostrate.
Il fatto che nessuno – men che meno
un omeopata – sia riuscito a ottenere il
premio nel corso di tutti questi anni in
un mondo normale avrebbe convinto
l’opinione pubblica in maniera
definitiva. Invece no. In un’intervista,
Randi ha dichiarato addirittura che
solo uno sparuto gruppo di
partecipanti prese seriamente in
considerazione l’idea che il fallimento
fosse dovuto al semplice fatto che
omeopatia, parapsicologia e le altre
pratiche si basano su presupposti del
tutto sbagliati.
L’opera di sensibilizzazione di Randi
e del CSI (come dal 2006 è stato
ribattezzato il CSICOP: Committee for
Skeptical Inquiry, Comitato per
l’indagine scettica) ha comunque
ispirato numerose persone in tutto il
mondo. Per dimostrare che i «farmaci»
omeopatici sono assolutamente privi di
qualunque principio attivo, nel 2004
un’organizzazione di scettici belga, la
SKEPP (Studiekring voor Kritische
Evaluatie van Pseudowetenschap en het
Paranormale, Associazione di studio
per la valutazione critica delle
pseudoscienze e del paranormale), è
finita in prima pagina dopo che una
ventina di suoi rappresentanti hanno
tentato il «suicidio omeopatico di
gruppo»: si sono dati appuntamento
all’Università di Gand e hanno assunto
contemporaneamente una grande
quantità di «medicine» omeopatiche a
base di veleno di serpente, belladonna
e arsenico. Nessuno ci ha lasciato la
pelle, ma quelli arrivati in auto hanno
dovuto aspettare qualche tempo prima
di rimettersi alla guida: l’alcol usato
come diluente in alcune delle soluzioni
omeopatiche li aveva resi un po’ brilli.
Qualche anno dopo l’inglese
Merseyside Skeptics Society adottò
l’idea per un evento internazionale e il
30 gennaio 2010 ebbe luogo la prima
10:23 Challenge (l’ora scelta rimanda
alla costante di Avogadro di cui
abbiamo parlato), nella quale i
partecipanti, al motto di «Homeopathy:
There’s nothing in it» (Omeopatia, non
c’è dentro niente), hanno assunto 84
pillole ciascuno di preparazione
omeopatica di arsenicum album
(arsenico, mica ridere), venti volte la
dose consigliata, per protestare contro
la catena di farmacie Boots, che aveva
cominciato a vendere «farmaci»
omeopatici. Ovviamente tutti sono in
perfetta salute. L’anno successivo,
dall’Inghilterra la campagna si è estesa
a 70 città di 30 Paesi.
Naturalmente l’iniziativa ha attirato
qualche critica: l’Associazione
omeopatica britannica ha respinto la
campagna descrivendola come
irresponsabile. La cosa è più che
comprensibile: non si può pretendere
che sotto le feste i negozianti di
giocattoli siano felici di un’iniziativa
volta a dimostrare l’inesistenza di
Babbo Natale. Però, nonostante tutto,
Babbo Natale non esiste. Con la
differenza che Babbo Natale non esiste
però fa felici i bambini, l’omeopatia ha
la stessa attendibilità di Babbo Natale e
fa felici gli adulti che la prescrivono, la
vendono, la producono e la
promuovono.
6
Il rimedio perfetto

Come sapete, passo molto tempo a


studiare e a documentarmi. Durante le
mie ricerche ho trovato la descrizione
di un caso clinico apparentemente
molto grave. La storia è tetra e in alcuni
punti angosciante, ma vi anticipo che
finisce molto bene. Anzi, benissimo.
Anna è una donna di 35 anni,
disoccupata, che vive da sola e ha tre
bambini. È visibilmente malnutrita,
impaurita, molto stressata e nervosa
durante il colloquio con il medico.
«Sto investendo tutto in questa
terapia, è l’ultima speranza che mi è
rimasta. Non so cosa debba essere la
vita, ma la paura è alla base della mia
esistenza» dice al medico alla prima
visita. «Una parte di me sta
combattendo per vivere, il resto è come
imbottigliato, soppresso. Sono ansiosa
e stressata, mi sento fuori controllo,
insicura. Penso spesso al suicidio e
fuggo dentro fantasie macabre in
scenari di morte. La morte, poi, è una
continua lusinga. Mi fa sentire reale.
«Ho sempre vissuto con la
sensazione di essere irreparabilmente
danneggiata, che c’è qualcosa che non
va in me; ho passato tutti questi anni
facendo ogni tipo di terapia
disponibile, ma ancora non riesco a
rimettere insieme la mia vita. Mi sono
sposata giovanissima solo per poter
scappare di casa. A un certo punto
stavo così male da pensare di essere
posseduta da qualche forza aliena. Mio
marito si è preso cura di me e sono
stata un po’ meglio, poi ho cominciato
a sentirmi intrappolata, disperata, in
preda al panico. Volevo uscirne il prima
possibile e non ci riuscivo. Le mie
relazioni sono state sempre così. Sono
finite tutte allo stesso modo: mi sentivo
chiusa e incarcerata, e alla fine fuggivo
con i bambini, terrorizzata e ferita.
«Sono spaventata pensando a quello
che sono diventata: una donna con un
pessimo carattere e addirittura
violenta. Sono terribile con i miei figli,
grido e talvolta li picchio. È una cosa
orribile ma mi sento incapace di
trattenermi. Vorrei avere orrore del mio
comportamento ma non mi capita mai.
Non ce la faccio neanche a cucinare per
loro, così finiscono per arrangiarsi con
quello che c’è in cucina. Sono incapace
di prendere anche la più piccola
decisione.»
Il medico, giustamente, si preoccupa
delle condizioni della paziente. Oltre a
quanto raccontato, Anna soffre di asma
e da tempo prende cortisonici e altri
medicinali. Ha un’ulcera gastrica,
disturbi uditivi, palpitazioni cardiache
per la minima emozione. Si sente
«strana» all’interno del suo corpo, una
sensazione che non riesce a spiegare.
La situazione è grave, ma c’è
speranza. Il medico le prescrive la
giusta medicina e la rivede un mese
dopo.
«Cosa c’era in quel farmaco?» chiede
Anna. «Mi sento molto più calma,
come se mi trovassi in una bolla
perfetta. Non riesco a credere di aver
avuto una reazione simile. Sono
concentrata e lucida. Posso dire che è
quello che ho desiderato per tutta la
vita. Non mi sento più tirata per la
giacca dagli altri. Per la prima volta da
molto tempo ho la sensazione di essere
presente a me stessa. Ho ricominciato a
lavorare e mi sento bene. Non faccio
più psicodrammi, questa è la mia vita e
la voglio vivere.»
Il medico è felicissimo del
miglioramento della paziente, che
respira meglio e addirittura riesce a
scherzare sulla sua malattia. La cura
naturalmente prosegue.
Passano altre tre settimane e Anna
continua a migliorare. Ha ridipinto la
casa, ha decorato la stanza dei bambini,
non si sente più sola e intrappolata. La
gente ora costituisce una presenza
positiva. Si sente unita agli altri, non
più isolata, unita anche a se stessa e al
suo corpo. Tutto va meglio, le
palpitazioni sono scomparse e per la
prima volta riesce a respirare bene.
La terapia continua con potenza
ancora maggiore, la paziente sta
sempre meglio. Partecipa al
compleanno della madre insieme a
tutta la famiglia e si gode i parenti, ai
quali finalmente riesce a parlare; ci
discute, ci litiga. Ma è un cambiamento
positivo.
Le cose vanno a gonfie vele. Sono
trascorsi quattro mesi dall’inizio della
terapia e Anna ha addirittura ottenuto
un lavoro a tempo indeterminato.
Nonostante l’ansia generata dalle
nuove responsabilità, riesce ad andare
avanti.
Dopo altre sei settimane il medico
dovrebbe rivederla, ma Anna lo chiama
per dirgli che non c’è bisogno della
visita perché lei sta benissimo. È
mentalmente e fisicamente in forma. Il
lavoro va molto bene e lei ha
finalmente fatto pace con la famiglia.
Passano gli anni, e Anna di tanto in
tanto telefona al suo medico per
informarlo di come sta. A volte ha la
sensazione di peggiorare, ma è
sufficiente prendere di nuovo la
medicina e le cose migliorano. Alla fine
ha trovato un fidanzato con il quale ha
una relazione stabile ed è felice.
Un grandissimo successo della
scienza medica. Ma quale farmaco è
stato prescritto a questa donna?
Prima di tutto dobbiamo chiarire
una cosa: il medico non era un medico
«normale», ma un omeopata. E,
ricordate, il principio cardine
dell’omeopatia è curare il simile con il
simile. Se hai il mal di testa, devo
prescriverti in infinite diluizioni
qualcosa che ti provocherebbe il mal di
testa. Se non dormi, devo prescriverti
in infinite diluizioni qualcosa che non
ti farebbe dormire.
Anna si sentiva chiusa, intrappolata,
incapace di comunicare con il mondo.
Che cosa può provocare queste
sensazioni? Se riusciamo a identificare
qualcosa che induce esattamente questi
sentimenti, siamo sulla strada giusta
per la cura omeopatica di questa brutta
avventura. Ma non è semplice,
facciamo uno sforzo di fantasia.
Immaginiamo di svegliarci e
chiamare un amico, ma il telefono non
funziona, e se funziona è controllato
dai servizi segreti. Accendiamo la radio
ma c’è solo un canale, proviamo con la
televisione ma anche in quel caso la
stazione è unica e ancora non ha
iniziato le trasmissioni. Usciamo di
casa per raggiungere delle persone;
sappiamo che poco lontano c’è un
mondo ricco e pieno di cose belle, di
colori, di amici, di divertimenti, di
spettacoli e musica. Vogliamo
andarcene fuggendo dal nostro luogo
triste, monotono e grigio, ma qualcosa
ci ferma e non possiamo proseguire.
Siamo frustrati: ci sentiamo in una
terra straniera, tetra, dalla quale non
possiamo scappare e nella quale non
possiamo neanche sfogarci a parole,
perché siamo tutti sorvegliati e
controllati.
Bene, direi che ci siamo quasi. Se
riuscissimo a identificare cosa provoca
tutto questo, saremmo sulla giusta
strada – strada omeopatica, ovviamente
– per guarire Anna. Lo scenario che
abbiamo immaginato non è molto
diverso dai sintomi e dai sentimenti
che la paziente sta provando.
Basterebbe avere questo composto e
diluirlo immensamente per ottenere
una cura omeopatica efficace.
Per fortuna, grazie all’intelligenza
degli omeopati, il composto è stato
identificato ed è proprio quello che il
medico ha utilizzato – infinitamente
diluito – per trattare con successo la
malattia di Anna.
Ma qual è questa sostanza che fa
(anzi faceva) sentire le persone chiuse,
oppresse, bloccate, sorvegliate,
ostacolate nei loro desideri? Cosa
tratteneva gli individui dallo scappare,
viaggiare, vedere amici, percorrere il
mondo in piena libertà? Che cosa,
dunque, rendeva reale questa nostra
fantasia? Se ci pensate, la risposta è
piuttosto semplice.
Il Muro di Berlino.
Avete letto bene, il Muro di Berlino.
Quel muro costruito in una notte nel
1961 e abbattuto nel 1989, che per
ventotto anni ha tenuto separati
famiglie, amici, amanti e ha oppresso
gli abitanti della Germania dell’Est,
imprigionandoli in una dittatura.
Una diluizione infinitesimale di
Muro di Berlino è quello che ha
«guarito» questa donna (a proposito: la
signora sta veramente meglio. Quindi
l’omeopatia funziona? Ne riparleremo).
Un preparato omeopatico che anch’io
ho acquistato da un negozio
specializzato e che ho qui sulla mia
scrivania mentre sto scrivendo questo
libro. Nel caso mi sentissi chiuso,
oppresso, ostacolato, ho la soluzione. Il
simile cura il simile. Posso assumere
Muro di Berlino. E certamente guarirò.
Muro di Berlino infinitamente diluito.
Siccome dovevo pagarmi la spedizione,
ho anche ordinato preparati a base di
Muraglia Cinese e Vallo di Adriano.
Considerando che il simile cura il
simile, siccome la Muraglia Cinese
serviva a tenere lontani i feroci mongoli
e il Vallo di Adriano tratteneva gli
irriducibili pitti, dovrebbero essere
utili ai barbari che si sentono oppressi
dalla vita moderna, ma chi sono i
barbari dei giorni nostri? I selvaggi
ricoperti di pelle non ci sono più, però
ci sono omeopati che curano pazienti
con queste preparazioni e farmacisti
che le vendono (a me le hanno vendute,
anche senza prescrizione!). E pensare
che qualcuno ha il coraggio di
affermare che l’omeopatia è una cosa
poco seria.
Secondo me, arrivati a questo punto,
state pensando che la storia del
preparato omeopatico a base di Muro
di Berlino diluito sia un’esagerazione.
Invece no, questo preparato e anche
quelli che contengono il Vallo di
Adriano e la Grande Muraglia Cinese
esistono veramente, ed è vera la storia
che vi ho raccontato. Se pensate che
questo sia surreale, sappiate che ancora
non avete visto niente. Se c’è una cosa
che non manca agli omeopati è la
fantasia.
Un bambino canadese di 4 anni
aveva problemi comportamentali. Non
dormiva e si comportava male a scuola,
diventando aggressivo con i compagni.
La naturopata-omeopata di turno ha
trovato un rimedio perfetto. Cosa causa
la rabbia? Il virus della rabbia! La
signora ha preso la saliva di un cane
rabbioso (così ha detto), l’ha
doverosamente diluita per potenziarla
(altrimenti sarebbe risultata
semplicemente letale al 100%, il virus
della rabbia non fa prigionieri) e poi
l’ha data al bambino che «entro due
minuti dalla somministrazione ha
ricominciato a ridere ed è
perfettamente guarito». Dobbiamo
ringraziare il cielo che alle diluizioni
omeopatiche non c’è più nulla, perché
il virus della rabbia – se fosse stato
contenuto nel preparato – avrebbe
curato in maniera risolutiva
l’irrequietezza e l’agitazione del
bambino provocandogli una definitiva
pace eterna.
Certo, ci sono anche rimedi meno
pericolosi, come una diluizione di
tasso. Il tasso non nel senso della
pianta, né della percentuale, né del
poeta della Gerusalemme liberata, ma il
carnivoro dei mustelidi con il muso
allungato a strisce bianche e nere. La
Scuola inglese di omeopatia ha scelto
questo animale su basi altamente
scientifiche:

Abbiamo scelto il tasso perché evoca in


modo particolarmente efficace il
paesaggio della campagna inglese e per
certi versi le peculiarità del carattere
degli inglesi. Nel romanzo di Kenneth
Grahame Il vento tra i salici [un
capolavoro della letteratura per
l’infanzia], il tasso condensa queste
qualità: burbero, poco incline alla
compagnia, stizzoso, ma anche fedele,
gentile e disposto a tutto per difendere
gli amici, la tradizione e i suoi valori.
Dunque il tasso ha qualità che
trascendono la sua effettiva natura.
Queste qualità metaforiche spesso
segnalano che una sostanza potrà
diventare un rimedio importante.

E bisogna dire che gli omeopati


inglesi ci hanno visto giusto, perché gli
utilizzi clinici della diluizione
omeopatica di tasso sono molteplici:
pensate che questo preparato
miracoloso ha – tra gli altri effetti –
quello di indurre un notevole desiderio
sessuale.
Nella vita potrebbero capitarvi altre
disavventure: una molto comune è
quella di rimanere bloccati in un
ingorgo stradale per ore e di
conseguenza arrabbiarsi non poco.
Niente paura, mentre in questi casi la
medicina allopatica è abbastanza
impotente e non può fornirvi altro che
il potere apotropaico e liberatore di un
intenso turpiloquio, gli omeopati
propongono qualcosa di ben più
efficace: una preparazione iperdiluita
della nave Helvetia, che nel 1887 si
trovò in mezzo a una terribile tempesta
e affondò in una baia gallese.
Ricordate, il simile cura il simile: il
sentimento di un naufrago solo e
abbandonato su una spiaggia deserta
non è troppo diverso da quello di chi è
fermo incolonnato sotto il sole. Come
ci si aspettava, le rigorose
sperimentazioni condotte dagli
omeopati hanno dimostrato
chiaramente che le opportune
diluizioni del naviglio naufragato
possono liberarvi dalla sensazione
spiacevole di imbottigliamento che si
prova durante una coda in autostrada.
Pensate che ci si fermi qui? Ma
neanche per idea: non crederete di
lasciare fuori i colori e il loro potere
terapeutico! Di nuovo entra in gioco la
creatività omeopatica, in questo caso
per nulla diluita. Una persona normale
potrebbe prendere un colorante – che
so, il blu di metilene – e procedere con
la solita diluizione. Ma sarebbe troppo
facile. Gli omeopati prendono l’acqua
pura, la mettono in un tumbler (il
bicchiere giusto per un bourbon on the
rocks, per intenderci), la coprono con
della seta colorata e la espongono al
sole. Quattro ore dopo, voilà, la base
del rimedio è pronta per essere diluita.
Se la pozione magica che avete
preparato non vi sembra efficace, state
tranquilli: non è l’omeopatia che non
funziona, semplicemente avete scelto
di preparare il rimedio il giorno
sbagliato. Provate a ripetere il
procedimento il solstizio d’inverno o
quello d’estate e vedrete che a questo
punto, grazie all’«ora del tempo e la
dolce stagione», il rimedio sarà
efficace.
Ogni colore, poi, avrà il suo utilizzo,
io personalmente traggo grande
giovamento dal biancazzurro per
motivi di fede calcistica (sono tifoso
laziale), ma ce n’è per tutti i gusti. Il
verde, per esempio, opportunamente
agitato e diluito, sarà perfetto per chi
soffre di eccessiva tensione perché
rilassa e bilancia il sistema nervoso,
favorisce l’eliminazione delle tossine e
soprattutto agisce come diuretico per le
congestioni, in particolare per il cuore e
per la testa. Attenti, però, il verde ha
anche le sue controindicazioni: se siete
persone indolenti, con scarsa energia, o
se avete appena subito una grave
perdita di liquidi, forse non è il caso
che lo assumiate.
Per i casi più ostinati, gli omeopati
hanno «farmaci» molto più potenti nel
loro repertorio: per esempio il Fa. Il Fa,
la quarta nota della scala musicale. Le
sue proprietà sono simili a quelle del
colore verde: aiuta a lenire la tensione
nervosa, ripristina l’equilibrio e
l’armonia, dà stabilità al cuore,
diminuisce l’angoscia e, a differenza
del verde, pare sia privo di
controindicazioni. Se però non siete
certi di sapere come catturare le onde
sonore, nessun problema: potete
comprare il rimedio direttamente su
Amazon.
Insieme ai colori e alle note
musicali, il Sole è uno dei più grandi
alleati degli omeopati. Naturalmente –
il simile cura il simile – aiuta in caso di
scottature, colpi di sole e persino
cancro (controintuitivo rispetto a
quanto da anni i medici vi dicono
sull’uso delle protezioni solari, però
non sottilizziamo), ma in maniera
piuttosto inaspettata è efficacissimo
anche per guarire le più diverse
malattie, dal mal di testa alle
mestruazioni premature, dal lupus alla
paralisi. Jonas Salk non brevettò il
vaccino antipolio che aveva appena
messo a punto affermando: «Non si
può brevettare un raggio di sole»; gli
omeopati non lo brevettano, ma hanno
trovato il modo di prepararlo e
vendervelo a caro prezzo. Il rimedio si
ottiene esponendo il lattosio ai raggi
solari e rimestandolo con una
bacchetta di vetro finché non
raggiunge la saturazione. Saturazione
di cosa? Non fate i difficili. Tanto, alla
diluizione omeopatica, qualunque cosa
abbia saturato quel lattosio non c’è più.
Se invece siete sonnambuli e non
vedete l’ora di riuscire a trascorrere una
nottata tranquilla, la Luna è ciò che fa
per voi (non solo se siete insonni: è
efficace anche in casi di epilessia, mal
di testa, irregolarità mestruali e vermi
intestinali). Avete due opzioni: o
seguite lo stesso procedimento di
prima oppure, se avete del tempo
libero che non sapete come occupare,
potete provare il trattamento Spongia-
Luna. Prendete una spugna, tagliatela a
fettine e grigliatela alla fiamma di una
candela. Fatto? Ora triturate, diluite in
acqua piovana o acqua di fiume,
imbottigliate tre giorni prima della
luna nuova e mettete tutto in cantina.
Non dimenticatevene però, perché ogni
giorno le bottiglie andranno agitate. La
cura dovrà cominciare gradualmente,
con un cucchiaio la mattina e uno la
sera. Non si è a conoscenza di eventuali
controindicazioni, nemmeno per i
licantropi.
Rimanendo in ambito siderale,
abbiamo detto dell’abilità con la quale
gli omeopati riescono a creare rimedi
da sostanze intangibili come una nota
musicale. Eppure l’omeopata irlandese
Nuala Eising è andata oltre: ha
catturato il vuoto. Il vuoto cosmico.
Vale la pena di far esporre questa
mirabolante scoperta direttamente
all’interessata:

Ho fatto un sogno, come al solito, e


questo tipo che vedo continuamente mi
dice: «Nuala, sei cosciente che il Vuoto è
lo spazio tra paradiso e terra? Prova il
Vuoto!». Così mi sono svegliata e mi
sono detta: «Sì, certo. Ma come?». Ci
ho pensato su per un po’ di mesi prima
che l’uomo mi riapparisse in sogno e
dicesse: «È molto semplice: prendi una
bottiglia e riempila con dell’alcol. Poi
aspira il contenuto della bottiglia, e
otterrai l’effetto del Vuoto sull’alcol».
Misi dell’alcol in una bottiglia da
mezzo litro e poi aspirai fuori l’aria.
Controllai la pressione ogni ora per
circa sette ore e agitai la soluzione circa
quaranta volte ogni ora. Finii a
mezzanotte. E a mezzanotte il Vuoto
era pronto per essere diluito.

Al di là degli aspetti poco credibili


della realizzazione pratica di questa
preparazione arditissima, è possibile,
direte voi, che il vuoto possa avere
un’efficacia curativa? Ricordate, il
simile cura il simile: se una persona
sente che nella sua vita manca qualcosa
è ovvio che non esiste miglior rimedio
a questa spiacevolissima sensazione
della somministrazione (ovviamente
omeopatica) del vuoto stesso. Ma
l’omeopata deve sempre tenere la
mente aperta e non limitarsi alle strade
già percorse. Così quando la nostra
intrepida Nuala, dopo aver assistito a
numerosi casi di una particolare e non
meglio precisata «influenza killer»,
capisce che le vittime sono tutte
accomunate da una vita priva di amore,
somministra loro il vuoto e le guarisce
miracolosamente.
Stupiti? Ma non è la fine della storia:
qualche settimana dopo alcuni
«scienziati» gallesi stabiliscono che
quella brutta influenza era causata da
un virus, ma non uno di quelli che
studiamo noi virologi con la mente
chiusa dalla scienza tradizionale: un
virus non terrestre. Indovinate da dove
veniva? Ma certo, dallo spazio
profondo, dal vuoto cosmico. Lo stesso
vuoto cosmico che Nuala ha catturato e
somministrato ai pazienti. Dal vuoto
viene il male, il vuoto cura il male. Il
cerchio non si sarebbe potuto chiudere
in modo migliore, se non con l’assegno
che salda la parcella dell’omeopata.
Abbiamo avuto l’ennesima riprova
che l’omeopatia sostiene di curare il
simile con il simile, ma vi siete mai
chiesti come vengono sperimentati
questi «farmaci»? In altre parole, come
si fa a capire quali sintomi provoca la
nota Fa diluita, in modo da poterla poi
usare per trattare proprio quei sintomi?
L’abbiamo già detto: si prende un
gruppo di persone in buona salute, gli
si fa assumere il preparato omeopatico
e si analizzano le loro reazioni in una
procedura detta «proving». Ciò che il
«farmaco» provoca sarà quello che il
«farmaco» potrà curare. Qualche
esempio ci aiuterà a capire meglio.
A Buffalo, New York, l’omeopata
Patricia Maher ha testato il suo rimedio
a base di luce di Saturno – catturata
con lattosio esposto a un potente
telescopio puntato nella direzione del
pianeta – su quattro donne e tre
uomini. Gli effetti sono stati
sconvolgenti: dopo le prime tre ore di
euforia, i fantastici sette hanno
cominciato a sentirsi spossati, confusi,
avevano prurito, caldo, mal di testa, e
l’assenza di una chiara percezione dello
spazio-tempo. Alla luce di tutto ciò,
secondo voi Patricia quali conclusioni
ha tratto? Che Saturno è un rimedio
efficace per le allergie, per traumi
dovuti a incidenti, per patologie legate
allo scheletro e al sistema nervoso.
Allo stesso modo, dalle reazioni
delle sei donne scelte per il suo
proving, Louis Klein ha capito che le
«emanazioni» di un televisore Sony
Trinitron prodotto nel 1984 – ottenute
lasciando per 48 ore una scodella di
lattosio a 60 centimetri dallo schermo
di questo preciso televisore,
ovviamente sempre acceso – sono utili
«per le persone che hanno difficoltà a
esprimere loro stesse o a connettersi
emotivamente con gli altri». Peccato
non sapere su quale programma fosse
sintonizzato l’apparecchio, e chissà se
funziona anche con i moderni schermi
a cristalli liquidi.
Dunque non solo la preparazione,
ma anche la sperimentazione di questi
presunti «medicinali» è oltremodo
bizzarra. E che dire dei resoconti?
Eccone un esempio, direttamente dal
proving su sei donne delle emanazioni
di un computer Hewlett-Packard,
raccolte attaccando palline di lattosio
sul monitor per un anno e mezzo,
palline successivamente diluite e
agitate.

Il test è stato intenso e complesso. È


cominciato in maniera leggera, con
battute e risatine, ma ben presto è
diventato caotico. [...] Una partecipante
ha avuto difficoltà con l’intensità della
prova e si è dovuta allontanare. I
successivi quattordici giorni non sono
stati meno significativi. Un
partecipante ha preso una polmonite
ed è finito al pronto soccorso, mentre
altri due hanno avuto sintomi della
sindrome da intestino irritabile. Molti
altri soggetti hanno sperimentato forti
sintomi da dipendenza, confusione di
genere, irritabilità e disperazione.

Dunque i rimedi omeopatici non


sono solo infinitamente diluiti, ma
anche infinitamente efficaci e quasi
illimitati in numero. Nelle farmacie
omeopatiche potete infatti trovare di
tutto (agitato e diluito fino al nulla):
pipistrello, rondine, latte di cagna,
sangue di tartaruga, acqua di Lourdes,
raggi X, radiazioni elettromagnetiche,
Sole dell’Inghilterra e Sole
dell’Australia, aria, condom, eclissi,
onde di telefono cellulare, gas di
scarico di automobili e luce di lampada
al neon, a led e al mercurio, escrementi
di cane, alabastro e acciaio, dischi
intervertebrali... Vendono anche birra
Guinness e champagne in diluizioni
omeopatiche, ma pare che la maggior
parte dei pazienti li preferisca nelle
formulazioni tradizionali che
sembrano giovare di più all’umore, se
non alla salute. Quando la sostanza da
diluire non si può ottenere
concretamente, perché si tratta per
esempio di plutonio o uranio
radioattivo, o di un monumento come
Stonehenge (se qualcuno prova a
triturare un megalito finisce
giustamente in galera), non ci sono
problemi: basta passare vicino a una
centrale nucleare o al sito archeologico
con dell’acqua e quella diventa la
tintura madre per le diluizioni
successive.
Tutto quello che vi ho raccontato è
incredibile, ma vero. Penso che meglio
di qualunque discorso vi possa
illustrare in concreto quanto
l’omeopatia sia una disciplina seria e vi
evidenzi la sua vicinanza non tanto alla
scienza, quanto al cabaret e
all’avanspettacolo, o all’arte moderna
nella sua forma più spinta. E proprio in
questo senso va inteso il preparato
omeopatico definitivo, quello con il
quale davvero si arriva alla pura
genialità, all’arte concettuale più ardita,
a qualcosa che fa scomparire le Basi
magiche di Piero Manzoni o 4’33’’ di
John Cage (le prime dei trespoli che
trasformavano chiunque ci saliva in
un’opera d’arte, il secondo un brano
musicale fatto di 4 minuti e 33 secondi
di assoluto silenzio).
Il culmine della medicina
omeopatica è la preparazione
omeopatica a base di acqua. Avete
capito bene. Acqua diluita in acqua,
con l’acqua originale che ha in sé tutto
quello che ha toccato e sfiorato durante
la sua esistenza, passando da mari,
nuvole, ghiacciai, fiumi, laghi (e anche
fogne, bagni pubblici e corpi umani e
animali), e di tutto contiene la benefica
memoria. Le guerre puniche,
l’attraversamento del Rubicone, la
battaglia di Poitiers, la caduta di
Costantinopoli, la scoperta
dell’America, la sconfitta
dell’Invincibile Armata, la ritirata di
Napoleone in Russia, l’attentato di
Sarajevo, la vittoria della Repubblica al
referendum del 1946, il mondiale di
calcio vinto nel 2006, le bottigliette di
minerale bevute dagli atleti alle ultime
Olimpiadi e dai politici durante i
comizi delle ultime elezioni. Un fluido
magico che attraverso la regola
secondo la quale il simile cura il simile
può fondamentalmente curare tutti i
mali del mondo. Incredibile, tutto
questo dentro un semplice flacone di
plastica.
Ma a pensarci bene, l’acqua (anche
se diluita in acqua) contenuta in un
flacone di plastica è, se guardiamo la
cosa da un altro punto di vista, essa
stessa un preparato omeopatico di
flacone di plastica, essendo a contatto
con le pareti. E a cosa serve il preparato
omeopatico di flacone di plastica?
Semplice. Secondo la teoria del
«simile cura il simile», serve a curare
chi è chiuso in un flacone di plastica.
Basta pagare.
7
«Vedi che funziona?»

«Perché continui a battere le mani?»


Il malato rispose: «Per scacciare gli
elefanti».
Il medico ribatté: «Ma non ci sono
elefanti qui!».
Il malato replicò continuando a
battere le mani: «Vedi che funziona?».
R.G. CAPUANO, Oracoli quotidiani

Arrivati a questo punto possiamo


affermare con sicurezza un fatto
scientifico: i principi attivi che
dovrebbero essere contenuti nei
preparati omeopatici sono spesso
qualcosa di surreale e in ogni caso –
qualunque sostanza costituisca il
principio attivo – la questione è
completamente irrilevante perché alle
diluizioni utilizzate nei preparati
omeopatici non c’è nulla. Ripeto, fino a
prova contraria – e la prova contraria al
momento non c’è e neppure si vede
all’orizzonte – nei preparati omeopatici
non c’è traccia del principio attivo.
Questa affermazione,
oggettivamente vera, confligge però
con un’esperienza comune. Ognuno di
noi ha amici, parenti e colleghi che
affermano con risoluta certezza di
avere tratto grandissimo beneficio dai
trattamenti omeopatici. Sono persone
che conosciamo, siamo certi della loro
buona fede, non ci stanno raccontando
bugie. Sono sinceramente convinte di
quello che dicono e non hanno nessun
interesse a mentirci. Ma allora, se
l’omeopatia assomiglia a una
barzelletta immensamente diluita,
com’è possibile che queste persone
stiano meglio? La risposta a questa
domanda non è per nulla semplice e, ve
lo prometto, sarà molto più
interessante e articolata di quanto
possiate immaginare.
Prima di tutto bisogna ricordare che
la maggior parte delle malattie lievi
guariscono spontaneamente: in
particolare la quasi totalità dei malanni
che affliggono, specie nei mesi freddi,
noi e i nostri familiari sono infezioni
virali respiratorie, che chiamiamo
comunemente (e impropriamente)
«influenza» o (più correttamente)
«raffreddore». Proprio prendere in
considerazione questi diffusissimi
quanto benigni disturbi può aiutarci a
capire.
Le banali infezioni respiratorie
hanno un andamento tipico: nel primo
giorno i sintomi sono lievi, giusto un
po’ di tosse, qualche starnuto e una
sensazione di spossatezza, unita a
qualche linea di febbre; il malessere
peggiora durante il secondo e terzo
giorno, dal quarto si comincia a stare
meglio e nei giorni successivi si
guarisce perfettamente.
Qual è il nostro comportamento
usuale quando prendiamo una di
queste malattie? Il primo giorno ce ne
freghiamo, pensando che sia una cosa
da nulla: continuiamo tranquillamente
la nostra vita quotidiana andando al
lavoro o – se bambini – a scuola
(peraltro questa è una cosa che il virus
ha imparato a sfruttare: l’emissione
virale è massima proprio in questo
periodo, quando il malato va in giro a
diffondere l’infezione!). Il giorno dopo
le cose cambiano: ci viene la febbre,
stiamo male e rimaniamo a letto, tutto
sommato però ancora non ci
allarmiamo; restiamo a casa ma senza
troppe preoccupazioni. Una buona
notte di sonno – pensiamo – ci farà
stare meglio.
Ma così non succede. Ci svegliamo –
dopo avere dormito molto male – nel
terzo giorno di malattia e abbiamo
ancora tosse, naso chiuso, febbre alta,
mal di testa. Ai fastidiosi sintomi si
aggiunge il fatto che il nostro morale,
già dal secondo giorno di malattia,
peggiora drasticamente, in questo
aiutato dall’interferone, una sostanza
che il nostro organismo produce per
combattere i virus, bloccando la loro
replicazione ma generando anche
cattivissimo umore. Qui ci
preoccupiamo: bisogna fare qualcosa.
Bisogna curarsi, altrimenti staremo a
letto per un mese, anzi forse non
guariremo più.
È questo il momento in cui
cominciamo ad assumere qualcosa, e
magari ci ricordiamo di quelle
pasticche che il farmacista ci ha
consigliato qualche tempo fa.
Vitamine? Sciroppo per la tosse?
Granuli con una diluizione siderale di
qualcosa che non esiste (l’oscillococco)?
Una collanina di giada? Un anello con
un rubino? Non importa. Lo
prendiamo e già nel momento in cui la
pillola va giù ci sentiamo meglio
(capiremo tra un attimo perché). Sta di
fatto che l’indomani cominciamo a
sentirci molto meno malati, e due
giorni dopo siamo di nuovo in forma.
Ora voi capite bene che, qualunque
composto noi abbiamo spalmato,
indossato o ingurgitato al terzo giorno
di malattia, siamo guariti. Siamo
guariti non grazie alla collanina, alle
vitamine o all’oscillococco che non c’è.
Siamo guariti grazie alla nostra
naturale capacità di guarire, che è
quella che ci permette di superare
indenni la grandissima parte delle
infezioni virali.
Però la nostra mente è facile da
ingannare: tende a stabilire un
rapporto causa-effetto tra due
avvenimenti che accadono a breve
distanza l’uno dopo l’altro. Abbiamo
preso l’Oscillococcinum (o le vitamine,
o la tisana consigliataci dalla cugina
naturista) e siamo guariti: la
conclusione ovvia (ma sbagliata) è che
siamo guariti grazie
all’Oscillococcinum, invece nella realtà
siamo guariti dopo l’Oscillococcinum, e
saremmo guariti dopo qualunque cosa
perché quello è il decorso normale
della malattia. È la fallacia espressa
dalla frase latina post hoc, ergo propter
hoc (dopo ciò, dunque a causa di ciò): la
nostra mente, predisposta all’errore,
attribuisce il merito al «farmaco» che
abbiamo preso.
La guarigione spontanea della
maggior parte delle infezioni virali, in
realtà, è sfruttata in molte pratiche
«alternative», per esempio nel caso
dell’epatite di tipo A. È una malattia
molto diffusa nei Paesi in via di
sviluppo, in quanto viene trasmessa
per quella che noi medici chiamiamo
«via oro-fecale». Come nel caso del
colera, di epatite A ci si infetta quando
una piccola traccia di escrementi
contamina l’acqua che viene bevuta o il
cibo che viene mangiato. Vi è senz’altro
facile capire che prima dell’arrivo
dell’acqua corrente nelle case, prima
dei bagni, delle fogne e del sapone
questa disgustosa eventualità era molto
frequente, e così l’epatite A. Epatite che
spesso porta con sé un segno molto
evidente e per alcuni aspetti
inquietante: l’ittero. Il paziente diventa
giallo come un limone.
Questo avviene perché, quando
stiamo bene, il fegato provvede a
eliminare i rifiuti che derivano dallo
«smontaggio» dei globuli rossi. Tra
questi rifiuti c’è la bilirubina, una
sostanza di colore giallo, che proprio il
fegato ha il compito di prelevare dal
sangue e spedire nella bile, che a sua
volta finisce nella cistifellea. Da lì la
bilirubina – a quel punto contenuta
nella bile – arriva nel nostro intestino,
dove verrà ulteriormente degradata
cambiando colore e contribuendo a
dare alle nostre feci il loro caratteristico
aspetto. Nel paziente con l’epatite A il
fegato funziona male e la bilirubina
non viene eliminata come dovrebbe
accadere. Per questo, in caso di epatite,
le feci diventano bianche: non
contengono più bilirubina perché il
fegato non riesce a espellerla con la
bile. Ma che fine fa la bilirubina che
non viene più eliminata? Rimane nel
sangue, conferendo al paziente il colore
giallo tipico di questa condizione
clinica, e finisce nelle urine, che
diventano scure. Feci bianche, paziente
giallo, urine color Coca-Cola. Questo è
il quadro, spesso molto
impressionante, del paziente affetto da
epatite A.
Tuttavia, seppur con tempi molto
più lunghi rispetto a quanto accade con
un raffreddore, la malattia si risolve
quasi sempre in maniera positiva, con
una completa guarigione. Proprio per
questo motivo in passato ci si è
sbizzarriti nelle terapie per curare chi
si prendeva l’infezione, lieve ma dai
segni evidenti e preoccupanti: chi
appoggiava un piccione sulla pancia del
paziente, affermando che avrebbe
assorbito il «giallo» e sarebbe andato a
morire lontano; chi, non fidandosi della
lontananza del piccione, provvedeva
letteralmente a schiacciarlo sulla
pancia del paziente, e via dicendo. Il
bello è che, com’è ovvio, queste terapie
funzionavano tutte, visto che i pazienti
guarivano alla perfezione!
C’è poi un altro motivo per cui, a
sentire la gente, ci sembra che
l’omeopatia funzioni, anche per
malattie gravissime: è dovuto a quello
che con un termine tecnico si chiama
survivorship bias, che potremmo
tradurre «distorsione cognitiva dovuta
alla sopravvivenza». E proprio dalla
sopravvivenza dei piloti degli aerei
militari dobbiamo partire.
Siamo nel 1943 e sta infuriando la
Seconda guerra mondiale. Gli Alleati
compiono quasi ogni giorno raid nel
cielo della Germania nazista con i loro
bombardieri, ma le cose non vanno
come dovrebbero andare. La difesa
aerea dei tedeschi è coriacea e la loro
contraerea, che si giova dei letali
cannoni da 88 mm, è ben disposta,
ottimamente addestrata e si oppone
agli attacchi con grande efficacia. Tra
gli Alleati serpeggia il pessimismo:
stanno perdendo troppi bombardieri e
la situazione non promette nulla di
buono. Bisogna fare qualcosa, ma non
si sa cosa. Qualcuno suggerisce
addirittura di diminuire il numero di
persone che compongono ogni
equipaggio, per limitare le perdite di
personale prezioso, addestrato e
difficile da sostituire, ma, ovviamente
non è questa la soluzione. Alla fine si
decide di corazzare la fusoliera dei
bombardieri, ma, siccome ogni chilo di
corazza è un chilo di bombe in meno,
non si può proteggere tutta la fusoliera.
Non solo, la corazza è un’arma a
doppio taglio: protegge ma pesa, e un
aereo pesante ha prestazioni peggiori
ed è molto più vulnerabile. Bisogna
scegliere dove piazzare le protezioni,
che vanno usate con grande
parsimonia. Non si può andare per
tentativi, perché un errore potrebbe
avere conseguenze fatali.
Dunque, gli Alleati si organizzano
come si deve. Nel momento in cui i
bombardieri atterrano tornando nella
base da cui erano partiti, alcuni addetti
devono annotare la posizione dei colpi
ricevuti nelle fusoliere dei velivoli.
Dopo alcuni mesi di lavoro rigoroso e
metodico, finalmente è disponibile una
mappa precisa delle zone più
danneggiate dei bombardieri. Il
problema, insomma, sembra in via di
soluzione: le parti più colpite sono
state identificate e sono quelle da
proteggere. Basterà farlo e le cose
miglioreranno.
Però, per fortuna, questi dati
arrivano in mano a un tipo genialoide:
Abraham Wald. Wald è nato nel 1902 in
Transilvania, fino al 1918 parte
dell’Impero austroungarico. È ebreo
ortodosso e non può frequentare la
scuola elementare, perché il sabato è
per lui una festività intoccabile: viene
quindi istruito a casa dai suoi genitori.
Ottiene ottimi risultati, spostandosi
infine a Vienna, dove prima si laurea e
poi consegue brillantemente un
dottorato in Matematica. È bravissimo,
ma non riesce a fare carriera a causa
delle discriminazioni contro gli ebrei.
Alla fine un professore, che lo stima
molto, lo fa entrare alla facoltà di
Economia, dove inizia a interessarsi di
statistica. Ma è una tranquillità di breve
durata: nel 1938 i nazisti invadono
l’Austria e Wald, insieme alla famiglia,
chiede asilo negli Stati Uniti, che per
loro fortuna lo accolgono. Saprà
ricambiare molto bene questa
ospitalità. Infatti è proprio a lui che a
un certo punto arrivano i dati
riguardanti i danni dei bombardieri e
le proposte di rinforzo delle fusoliere.
Quello che agli altri appare scontato,
alla sua mente addestrata ed esperta di
statistica fa accendere una luce di
allarme: fermi tutti!
Ciò che sembra ovvio, ovvero la
necessità di rinforzare le parti più
colpite, sarebbe un errore gravissimo.
Infatti, fa giustamente notare Wald, i
danni vengono annotati nei
bombardieri che sono atterrati alla
base; ma in questa situazione non
possono essere osservati tutti gli aerei
che sono precipitati. Dunque non si
può sapere quali sono le zone più
danneggiate dei velivoli abbattuti, ma
di sicuro i colpi subiti nelle parti più
danneggiate dei bombardieri tornati
alla base non hanno provocato la loro
caduta: quindi bisogna rinforzare le
zone che appaiono indenni. Così si
procede, e funziona alla perfezione.
A questa storia dei bombardieri
dovete pensare quando incontrate
l’amico che ha curato una polmonite
con l’Oscillococcinum ed è
completamente guarito, o vi dice: «Mio
zio ha 96 anni, ha fumato 40 sigarette al
giorno da quando ne aveva 18, e sta
benissimo»; oppure cita la regina
madre (la vedova del re del Regno
Unito Giorgio VI e madre di Elisabetta
II) che è morta a 102 anni bevendo
quotidianamente abbondanti dosi di
superalcolici sin dalle ore mattutine.
Tutti quelli che sono morti di
polmonite mal curata, di cancro
causato dalle sigarette o per l’eccesso di
alcol hanno qualche difficoltà ad
affermare la sicurezza e l’innocuità di
queste abitudini. Sono i bombardieri
che non sono atterrati, e che non
vengono contati: chi guarisce e
sopravvive può testimoniare, chi non
guarisce e passa a miglior vita ha
minori capacità dialettiche con le quali
convincere il prossimo.
In realtà tutto questo non basta a
spiegare l’apparente efficacia dei
prodotti omeopatici: le cose sono molto
più complicate, perché la nostra mente
è allo stesso tempo estremamente
potente ed estremamente facile da
ingannare. Per capire bene perché
l’omeopatia «funziona» dobbiamo
approfondire l’efficacia di quello che
non c’è, ma che dovrebbe esserci. O
meglio, l’efficacia di quello che i
pazienti credono ci sia.
8
Assenza, più acuta presenza

Siamo di nuovo nel bel mezzo della


Seconda guerra mondiale. I soldati
sono gravemente feriti e soffrono pene
indicibili. A curarli c’è un giovane
medico, Henry Beecher, che come tutti
fa abbondante uso dell’unico farmaco
che riesce ad attenuare le terribili
sofferenze dei corpi straziati: la
morfina. Purtroppo però la guerra sta
durando più a lungo del previsto, le
ferite sono tante e il medicinale
scarseggia. Beecher è sul punto di
occuparsi di un soldato ferito quando si
accorge con terrore che la morfina è
finita: non ne è rimasta neanche una
fiala. La cosa lo turba molto, perché
teme che il dolore che sta per infliggere
al suo paziente – dolore indispensabile
per salvargli la vita – possa causargli
uno shock cardiovascolare e ucciderlo.
Una delle infermiere capisce cosa sta
succedendo e senza esitazione riempie
una siringa di soluzione salina (una
miscela sterile di acqua e sale) e la
inietta al soldato dicendogli che è
morfina. Beecher non può aspettare e
procede con l’operazione, perché il
paziente potrebbe morire da un
momento all’altro. Taglia la carne,
pulisce la ferita, ricuce la pelle. Tutto
questo con il paziente calmo come se
fosse sotto l’effetto di una potente dose
di morfina quando in realtà ha ricevuto
solo qualche millilitro d’acqua. Alla
fine, a subire un vero shock, in senso
buono, è proprio il medico. Acqua che
funziona come morfina.
Da quel momento in poi, tutte le
volte in cui scarseggia la morfina
Beecher sa cosa fare. Somministra ai
feriti acqua e sale dicendogli che è
morfina. Non sempre funziona, ma il
numero di casi positivi lo lascia
davvero stupito: il 30%. Quasi uno su
tre.
I dati ottenuti da Beecher, seppure
raccolti in maniera molto avventurosa e
giocoforza poco precisa, furono
confermati nella loro sostanza da studi
più accurati. La suggestione dei
pazienti poteva avere effetti incredibili
e alterare lo studio di qualunque
farmaco. Dunque nella comunità
scientifica divenne ancora più
imperativa la necessità di progettare gli
studi in modo da distinguere la vera
efficacia di una terapia da quello che
poteva derivare dalla semplice
suggestione, che viene definito «effetto
placebo».
Il placebo (una parola latina che
significa «ti piacerò») è qualcosa di
assolutamente identico al farmaco, ma
che non contiene il farmaco e viene
somministrato al paziente dicendogli
che lo è. In altre parole, è ciò che è in
grado di evocare tutti gli effetti benefici
dovuti alla suggestione del paziente,
ma non quelli dovuti invece al
principio attivo di cui si vuole valutare
l’efficacia. Se si intende studiare
l’efficacia della morfina contro il dolore
non è corretto prendere due gruppi di
pazienti somministrando a un gruppo
la morfina e all’altro nulla. In questo
caso l’effetto della morfina risulterebbe
erroneamente superiore a quello che ha
davvero, in quanto non misureremmo
quel 30% di efficacia dovuto soltanto
alla suggestione. Per studiare in
maniera rigorosa l’efficacia della
morfina dovremo iniettare a un gruppo
di pazienti la morfina e a un altro
gruppo – dicendo che è morfina – una
preparazione identica, ma che non
contiene il farmaco.
L’idea che il nulla possa suscitare
effetti benefici (o nocivi!) è
estremamente affascinante: ci illustra
nel modo più chiaro la potenza della
mente e la sua capacità di influenzare il
nostro corpo e le nostre percezioni. Per
capire meglio questo punto è
indispensabile tenere presente che la
mente è condizionata dalle nostre
esperienze passate e dalle nostre
aspettative, giuste o sbagliate che
siano.
Lo studio scientifico di questi aspetti
parte dai cani. La prima investigazione
al riguardo, infatti, è uno studio molto
famoso che fruttò il premio Nobel al
russo Ivan Pavlov. Pavlov si occupava
della digestione nei cani. I cani,
ovviamente, quando vedevano arrivare
una scodella piena di carne
cominciavano a salivare, così come
capita a noi quando vediamo in tavola
un piatto pieno della nostra pietanza
preferita, che ci fa venire appunto
l’acquolina in bocca. Fin qui tutto
normale, ma Pavlov si accorse di un
particolare: se, prima di dare il cibo ai
cani, si faceva suonare un campanello,
dopo poco tempo era sufficiente il
campanello per far salivare il cane. Il
cibo non serviva, bastava il suono.
L’animale associava la scampanellata
all’arrivo del pasto e, salivando, si
portava – diciamo così – avanti con il
lavoro.
Questa è un’immensa
semplificazione dei nostri meccanismi
mentali, ma fondamentalmente
l’effetto placebo funziona così. Da un
lato noi umani possiamo essere
condizionati come il cane di Pavlov
(campanello-cibo, sostituendo questi
termini a piacere), ma dall’altro
bisogna considerare che – a differenza
degli animali – siamo immersi in un
contesto culturale di aspettative e i
«campanelli» già attivi nella nostra
mente sono stati messi in funzione sia
da quello che abbiamo provato sia da
quello che, per i motivi più disparati, ci
aspettiamo.
Vediamo zampillare acqua fresca e
limpida e pensiamo che sia buona;
vediamo acqua più torbida e pensiamo
l’opposto, anche se magari in quella
limpidissima e freschissima c’è un
veleno mortale. Vediamo qualcuno che
taglia un limone e lo spreme e
associamo immediatamente
l’immagine all’acidità del succo di
questo agrume. Un vino stappato da un
sommelier e versato in un calice di
cristallo da una bottiglia con
un’etichetta altisonante ci sembrerà più
buono dello stesso vino bevuto in un
bicchiere di plastica e contenuto in un
cartone di quelli per i succhi di frutta.
Talvolta, purtroppo, i campanelli sono
meno innocui: qualcuno è portato ad
associare a caratteristiche negative il
colore della pelle o il luogo di
residenza, in poco encomiabili
pregiudizi nei confronti delle singole
persone.
Quando parliamo di salute, poi, non
abbiamo certamente bisogno
dell’addestramento che è
indispensabile per il cane, visto che
abbiamo già pensieri ben fissi dentro
di noi. I farmaci, l’ospedale, i camici, le
siringhe, le cannule, i bisturi e
soprattutto il medico stesso sono tutti
fattori che inducono in noi
un’aspettativa di guarigione e
stimolano la nostra mente in maniera
analoga a quanto accade al cane con il
campanello, seppur in modo molto più
complesso.
Sicuramente nessuno è stupito del
fatto che la suggestione e le aspettative
possano influire sull’efficacia di una
terapia, o per lo meno sulla percezione
della sua efficacia. Ma sono certo che
nessuno di voi immagina quanto possa
essere intensa, in determinate
situazioni, la potenza della mente e
quanto possa essere utilizzata in
medicina.
A pazienti che soffrivano di dolori
molto forti, per esempio, si è
somministrata quotidianamente una
dose di morfina. Essendo, come detto,
la morfina un antidolorifico molto
efficace, i risultati sono stati ottimi.
Tuttavia dopo qualche giorno si è
cominciato ad alternare la
somministrazione di morfina con
quella di un placebo (ovvero il niente
spacciato per farmaco), senza dire nulla
al paziente che continuava a credere di
ricevere morfina. Sorprendentemente
si è riusciti a diminuire del 50% la dose
totale di antidolorifico senza perdere in
efficacia. Naturalmente questo avviene
solo se il paziente crede che gli venga
somministrata morfina: se gli si svela
l’inganno, l’effetto svanisce all’istante
insieme all’illusione.
La parte fondamentale dell’effetto
placebo, infatti, è costituita da due
elementi: l’aspettativa e la suggestione.
È ovvio che in questo caso un ruolo
cruciale lo giocano i medici e i sanitari,
che con le loro parole e i loro
comportamenti possono indurre (o far
scomparire) sia le aspettative sia la
suggestione del paziente.
Immaginiamo un malato che dopo
un intervento chirurgico sta soffrendo
dolori molto intensi. È preoccupato, è
sofferente: però a un certo punto arriva
un medico che, tranquillizzandolo e
rassicurandolo, gli inietta un farmaco
antidolorifico. Il paziente si sente
curato, considerato, capisce di non
essere solo ad affrontare il dolore,
infine subisce l’iniezione di un potente
farmaco che sa essere efficacissimo. Le
premesse sono le migliori: suggestione
e aspettative. Immaginiamo invece la
stessa situazione ma in un contesto del
tutto diverso: il paziente è solo in
camera, con una flebo attaccata al
braccio, non arriva nessun medico e
nessun sanitario. Semplicemente una
macchina – di nascosto e a sua insaputa
– gli inietta la stessa dose di
antidolorifico somministrata dal
medico all’altro malato. Se l’azione del
farmaco fosse dovuta solo al principio
attivo, dovremmo avere un’identica
efficacia nelle due situazioni. Invece,
sorprendentemente, l’efficacia è del
tutto diversa: alcuni farmaci (non tutti,
beninteso) perdono moltissimo di
potenza se la somministrazione è fatta
di nascosto!
Non tutti gli individui, però,
rispondono al placebo. Ci sono persone
completamente refrattarie che non si
fanno suggestionare. Tralasciando i
complessi motivi alla base di questa
insensibilità (che potrete approfondire
grazie a uno studio citato nei
Riferimenti bibliografici), anche chi
non si fa suggestionare può alla fine
essere reso sensibile all’effetto placebo.
Alcuni ricercatori, che talvolta ne
sanno una più del diavolo, a tal
proposito fecero un esperimento.
Presero un gruppo di soggetti e li
sottoposero a piccole scariche
elettriche nel braccio che provocavano
una sensazione dolorosa. Utilizzando
l’elettricità, il dolore poteva essere
accuratamente dosato e questo era un
grande vantaggio sperimentale. Dopo
averli stimolati una prima volta,
spalmarono sulla pelle di tutti i
partecipanti allo studio una «crema
anestetica» che – l’avrete già capito –
non conteneva nessun anestetico. Una
parte dei soggetti avvertì una riduzione
del dolore grazie all’effetto placebo,
altri no. Su questi «altri», che non
avevano risposto al placebo, si
concentrò l’attenzione degli
sperimentatori, che utilizzarono uno
stratagemma molto originale. A loro
spalmarono una nuova finta crema
anestetica, con un altro nome e un altro
finto principio attivo, però stavolta le
scariche elettriche furono ridotte
rispetto alle precedenti. In altre parole,
con questo trucchetto, la crema
anestetica sembrava essere efficace: in
realtà erano le scariche a essere più
lievi, ma i partecipanti allo studio
avevano la sensazione che la crema
stesse funzionando. Dopo questo
esperimento, dunque, anche i più
scettici avevano – per esperienza
personale – acquisito la consapevolezza
che quella crema diminuiva il dolore. A
quel punto furono sottoposti di nuovo
alla prova iniziale, scariche elettriche a
pieno voltaggio e finta crema
anestetica: questa volta il placebo
funzionava benissimo anche su di loro!
La nostra mente è proprio facile da
ingannare.
La cosa incredibile è che un notevole
effetto placebo si può verificare anche
in occasione di interventi chirurgici,
tanto che in passato per valutare in
maniera corretta l’efficacia di qualche
intervento si è dovuto ricorrere a «finte
operazioni», durante le quali il
paziente veniva addormentato, tagliato
e ricucito senza che venisse compiuto
l’atto operatorio. La storia più famosa è
quella che riguarda la terapia
dell’angina pectoris in uso fino agli
anni Cinquanta.
Voi sapete che i nostri muscoli per
funzionare hanno bisogno
dell’ossigeno e dei nutrienti, che
vengono portati nei tessuti dal sangue.
A questa regola non fa eccezione il più
importante dei muscoli, il cuore, che ha
anche la caratteristica non trascurabile
di non potersi fermare mai, pena
spiacevoli conseguenze per la salute
del soggetto. A portare al cuore in
maniera incessante ossigeno e
nutrienti pensano le arterie coronarie. I
guai cominciano quando, per qualche
motivo, le coronarie si ostruiscono e il
sangue non arriva al cuore. Se
l’interruzione del flusso è grave si può
avere un infarto cardiaco; se
l’interruzione è meno grave si hanno
invece tipici dolori al petto, una
condizione che viene chiamata, con un
termine latino, angina pectoris («dolore
del petto», appunto). L’angina pectoris,
capite, è una situazione molto
pericolosa perché è il segno che di
sangue al cuore ne arriva poco e può
essere il campanello di allarme che
preannuncia un ben più grave (e
potenzialmente mortale) infarto.
Quindi, nel momento in cui ci si
accorge che arriva poco sangue al cuore
bisogna immediatamente fare
qualcosa. Oggi si introduce nelle
arterie coronarie un catetere per
«aprirle» in modo che il sangue possa
fluire senza ostacoli irrorando il
muscolo cardiaco. Però una volta
questo non si poteva fare e bisognava
pensare ad altre soluzioni. Una fu
particolarmente geniale. Se voi andate
al supermercato all’ora di punta
troverete un po’ di coda in tutte le
casse. Ma se improvvisamente
chiudono due casse su sei, nelle
quattro rimaste aperte la coda si
allungherà. Con l’angina si tentò di fare
qualcosa di simile. Chiudere l’arteria
mammaria, che si trova a valle delle
arterie coronarie, è un po’ come
chiudere due casse al supermercato:
bloccandolo altrove, si aumenta
l’afflusso di sangue verso le coronarie e
quindi verso il cuore, con la speranza di
portare al miglioramento della
condizione clinica di un soggetto
affetto dall’angina.
Questo intervento chirurgico
sembrava funzionare benissimo, visto
che quasi il 70% dei pazienti riferiva un
notevole beneficio. Tuttavia qualche
chirurgo non era del tutto convinto,
anche perché tra quelli più esperti e
smaliziati era nota una storia molto
singolare. Quando non esistevano
ecografia, TAC, risonanza magnetica
nucleare e via dicendo, per capire la
causa di una malattia (e impostare una
terapia efficace) talvolta non c’era altra
possibilità se non quella di aprire la
pancia del paziente e guardare dentro:
si chiamava «laparotomia esplorativa».
Ebbene, molti chirurghi riferivano che
non era rarissimo sottoporre un malato
a questa procedura, non scoprire nulla
di anormale e ritrovarsi il paziente
perfettamente guarito dai disturbi
lamentati in precedenza dopo
un’operazione durante la quale non si
era fatto altro che guardare all’interno
del suo addome.
Sulla base di queste esperienze fu
programmato (non senza polemiche
dal punto di vista etico, per ovvi
motivi) uno studio nel quale alcuni
pazienti venivano a loro insaputa
sottoposti a un finto intervento di
legatura delle arterie mammarie
(quindi addormentati, tagliati e ricuciti
senza toccare le loro arterie), mentre
altri erano operati per davvero.
Ovviamente tutti credevano di aver
subito l’intervento programmato. I
risultati furono stupefacenti: lo studio
confermò il notevole miglioramento
che si verificava nel 67% dei pazienti
operati realmente. La sorpresa fu che
l’«operazione» apportava questo
notevole miglioramento nell’83% dei
pazienti operati per finta!
Naturalmente la pratica chirurgica
della legatura delle arterie mammarie
fu presto abbandonata; ma simili
sconcertanti risultati furono ottenuti in
altre sperimentazioni riguardanti
operazioni chirurgiche per le malattie
più disparate. Il problema è che,
mentre non ci sono problemi a
somministrare un placebo che consiste
in una finta pastiglia o in una finta
iniezione, dal punto di vista etico è
problematico sottoporre un paziente a
un finto intervento (quindi fargli
correre i non trascurabili rischi legati
all’anestesia e a tutto il resto). Però, nel
caso della chiusura delle arterie
mammarie, se quei pochi pazienti non
avessero corso questo rischio, migliaia
di altri sarebbero stati operati
inutilmente con conseguenze
complessive molto gravi. D’altra parte
per fare un intervento simulato non si
può chiedere al paziente un consenso
informato, visto che nel momento in
cui gli comunichiamo che l’operazione
è finta – ovviamente – l’effetto placebo
svanisce del tutto, essendo basato
sull’inganno. Non si fraintenda:
l’effetto placebo non potrà mai
rimuovere un’ostruzione intestinale,
far scomparire un tumore o un calcolo
renale. Però bisogna sempre essere
molto attenti nel giudicare l’efficacia di
qualunque atto medico, soprattutto se
la valutazione dipende principalmente
dai sintomi riportati dal paziente in
modo soggettivo, perché l’errore è
davvero dietro l’angolo.
Ci sono anche altre considerazioni
etiche, riguardo al placebo, che sono
piuttosto inquietanti. Prendiamo il
paziente che ha dolore: come abbiamo
detto, se noi gli somministriamo ogni
giorno una dose di morfina lui starà
meglio. Se poi a un certo punto invece
di iniettargli morfina gli iniettiamo
acqua distillata senza dirglielo
otterremo comunque un effetto
antidolorifico. In altre parole, in alcuni
casi (quelli sensibili al placebo) sarà
come avergli somministrato morfina
senza avergli somministrato morfina.
Ma – pensateci un attimo – non
potremmo fare la stessa cosa con una
sostanza che migliora le prestazioni di
un atleta? Certamente. Durante gli
allenamenti gli iniettiamo un farmaco
eccitante e quando arriva la gara gli
iniettiamo acqua distillata, che per
l’effetto placebo potrà avere lo stesso
effetto della sostanza. Con la differenza
che, mentre le analisi possono
dimostrare la presenza della sostanza
eccitante e portare l’atleta alla
squalifica, il placebo non può essere
rilevato perché, appunto, si tratta di un
nulla camuffato da farmaco. E se
l’atleta non risponde al placebo, non
possiamo fargli credere che funziona
alterando la sua percezione? A un
pesista potremmo far sollevare pesi più
leggeri, a un corridore potremmo
comunicare tempi falsi della sua
prestazione, indurgli l’aspettativa di un
miglioramento e poi dargli il placebo il
giorno della gara. Potrebbe essere un
vantaggio nei confronti degli altri atleti,
ma è legittimo o no? Insomma, un bel
problema.
Avete in ogni caso senz’altro capito
che il potere della mente, delle
aspettative e della suggestione è
altissimo. La scienza ci ha permesso di
comprendere i meccanismi alla base
del funzionamento del placebo e di
definirne le potenzialità e i limiti.
Anche se le esperienze quotidiane ci
portano talvolta a dubitare di questa
affermazione, il nostro cervello è molto
diverso da quello delle scimmie: la
differenza maggiore è dovuta allo
sviluppo dei lobi prefrontali, che sono
la sede delle funzioni cosiddette
superiori, quelle cioè responsabili
dell’alta complessità del pensiero
umano. Ebbene, quando i lobi
prefrontali non funzionano – come
accade in certe malattie quali le
demenze –, l’effetto placebo non c’è
oppure c’è in maniera minima. Se con
una complicata tecnica che si chiama
«stimolazione magnetica intracranica»
alteriamo il funzionamento di queste
parti del nostro cervello (si può fare
appoggiando un apparecchio sul cuoio
capelluto), di nuovo l’effetto placebo
sparisce o si attenua moltissimo. Allo
stesso modo, quando misuriamo
(anche qui con metodologie
immensamente sofisticate) la
connessione dei lobi prefrontali con il
resto del cervello, ci accorgiamo che
minori sono le connessioni, minore è
l’effetto placebo.
Insomma, ci sono situazioni (poche)
nelle quali il placebo funziona e molte
altre nelle quali non ha nessuna
efficacia. Il paziente può essere
suggestionato quanto si vuole, ma una
compressa di zucchero così come
un’iniezione di acqua distillata non
sarà mai in grado di impedire la
replicazione dei batteri che stanno
provocando una polmonite, di riparare
il DNA in una malattia genetica o di
indurre un’anestesia generale. Nessuno
guarisce dal cancro o recupera le
lesioni derivate da un ictus con la forza
del pensiero, e converrà tenerlo bene a
mente, in tempi in cui sembra che la
guarigione da gravi malattie dipenda
fondamentalmente dalla «forza di
lottare» e non dalla disponibilità di
cure efficaci, che non derivano dalla
forza di volontà del singolo o dalla sua
capacità di autosuggestione, ma da
anni e anni di ricerca rigorosa e tenace.
Però è importante tenere presente,
per capire perché l’omeopatia talvolta
sembra funzionare, che l’efficacia di
ogni farmaco è la somma di due
efficacie: quella derivante dalla
suggestione e dalle aspettative e quella
derivante dal principio attivo che è in
esso contenuto. Mentre l’effetto del
principio attivo è relativamente
costante, quello della suggestione e
delle aspettative può essere
notevolmente modificato da
numerosissimi fattori, primo tra tutti
l’atteggiamento del medico nel
rapporto con il paziente.
La medicina seria si pone
giustamente l’obiettivo di distinguere
quanto dell’efficacia di un farmaco è
dovuto al principio attivo da quanto è
dovuto alla suggestione e all’effetto
placebo. Perché il farmaco costa e ha
effetti collaterali, dunque prima di
usarlo si devono avere informazioni
certe sulla sua reale efficacia. Per
questo sembrerebbe sufficiente quello
che viene chiamato uno studio «in
cieco»: si prendono mille pazienti, a
cinquecento si dà il farmaco e agli altri
cinquecento il placebo, poi si osserva
quanti stanno meglio. Gli effetti della
suggestione si manifesteranno in
entrambi i gruppi, quelli del principio
attivo solo nel gruppo che ha ricevuto il
farmaco. Se i miglioramenti sono
maggiori nel gruppo al quale è stata
somministrata la terapia, vuol dire che
questa funziona. Se tra i due gruppi
non ci sono differenze apprezzabili, il
farmaco non è efficace ed eventuali
benefici sono dovuti soltanto all’effetto
placebo.
Questa è la condizione necessaria,
ma non sufficiente, per valutare in
modo rigoroso l’efficacia reale di un
farmaco. Purtroppo, per fare le cose
come si deve e annullare
completamente l’effetto della
suggestione e delle aspettative, occorre
fare molto di più. In uno studio come
quello appena descritto ci siamo
dedicati ai pazienti, ma chi deve
decidere se i pazienti stanno meglio
dopo la cura è un medico, quindi un
uomo. Un uomo con le sue aspettative,
con i suoi condizionamenti, con i suoi
pregiudizi e con una mente che può
essere influenzata e ingannata proprio
come quella del paziente. Per essere
sicuri dell’efficacia di un farmaco,
dunque, non basta tenere all’oscuro il
paziente. Bisogna tenere all’oscuro
anche il medico. Per questo gli studi
seri e accurati per la valutazione
dell’efficacia dei farmaci sono fatti «in
doppio cieco». Paziente e medico sono
entrambi bendati, e questo buio è
indispensabile per vedere le cose con la
luce della scienza.
D’altra parte l’influsso di
suggestioni e aspettative è una costante
della nostra vita quotidiana. Così come
un placebo creduto molto costoso è
decisamente più efficace rispetto a un
placebo spacciato come a buon
mercato, allo stesso modo quando noi
siamo davanti a un bene di lusso siamo
portati istintivamente a osservarlo con
una disposizione d’animo molto
diversa, sia esso un vino, un cibo o un
abito da sera. I pubblicitari e gli esperti
di comunicazione lo sanno bene e
sfruttano la forza della nostra mente a
loro vantaggio. Anzi, mentre in
medicina tutta l’efficacia del placebo in
genere svanisce se al paziente viene
svelato l’inganno, al di fuori degli
ospedali non è così: quando guardiamo
un film dell’orrore sappiamo benissimo
che è tutto finto, che nessuno muore e
che tutto è simulato; nonostante questo
ci emozioniamo e ci spaventiamo a
morte.
Se si deve valutare l’efficacia di un
farmaco è dunque indispensabile tener
conto dei condizionamenti e delle
aspettative dei medici che lo devono
saggiare. Un medico può avere infatti
una prevenzione negativa verso una
nuova terapia sulla base degli studi che
ha letto e che gli sono sembrati
insoddisfacenti; oppure può desiderare
ardentemente di curare pazienti di
fronte ai quali è del tutto impotente, o
essere schiavo dell’abitudine o ancora
peggio prigioniero dell’ovvio che, non
di rado, è il maggiore ostacolo per chi
cerca la verità. Per condurre studi con
la massima affidabilità, infatti, è
necessario che non solo i pazienti siano
tenuti all’oscuro e ricevano senza
saperlo il farmaco o il placebo. È
indispensabile che non lo sappiano
neanche i medici che li visiteranno e
che ne valuteranno eventuali
miglioramenti o peggioramenti. È
questo lo studio in doppio cieco. Sono
ciechi i pazienti, che non sanno se
hanno ricevuto il farmaco o il placebo,
e sono ciechi i medici, che a loro volta
lo ignorano. Questo azzera l’influenza
della suggestione e delle aspettative sia
da parte di chi è curato, sia da parte di
chi cura.
Per farvi capire l’importanza di
questo aspetto della sperimentazione
clinica basta raccontare che per anni gli
ortopedici hanno curato i pazienti che
soffrivano di artrosi (una
degenerazione della cartilagine
dell’articolazione che causa
infiammazione, rigidità e gonfiore)
inserendo una sonda nel ginocchio con
un’operazione chiamata artroscopia,
raschiando e rimuovendo la cartilagine
danneggiata. Di fronte alla domanda
«Come fai a dire che questo
trattamento funziona?» ogni chirurgo
avrebbe risposto: «Perché lo vedo con i
miei occhi: osservo ogni giorno
pazienti che si sottopongono
all’intervento incapaci di camminare e
un mese dopo saltano la corda».
A un certo punto, però, un
ortopedico più lungimirante decise di
vederci chiaro: prese alcuni pazienti e li
divise in due gruppi. Il primo fu
sottoposto all’intervento tradizionale,
al secondo fu inserito l’artroscopio
dentro il ginocchio ma non venne
eseguita alcuna manovra sulla
cartilagine; poi tutti i pazienti furono
seguiti e riabilitati da medici che non
sapevano se i soggetti erano stati
sottoposti all’intervento vero oppure
finto. In altre parole, né medici né
pazienti sapevano se avevano subito il
raschiamento o ricevuto un placebo.
Nei pazienti operati per davvero
furono riscontrati effettivamente i soliti
entusiasmanti benefici; ma la cosa
sorprendente fu che gli stessi benefici
furono osservati in quelli operati per
finta. Questo, ricordate, non vuol dire
che ogni intervento chirurgico vero
possa essere sostituito da uno finto:
significa che bisogna essere sempre
molto rigorosi nel giudicare l’efficacia
di qualunque cosa perché in medicina è
davvero molto facile sbagliarsi e trarre,
anche in perfetta buona fede e animati
dalle migliori intenzioni, conclusioni
completamente errate.
Peraltro, che un medico possa essere
influenzato nel suo giudizio è cosa
risaputa e provata da sperimentazioni
molto rigorose. Durante uno studio in
doppio cieco di una nuova terapia
contro una malattia neurologica grave,
la sclerosi multipla, gli sperimentatori
introdussero una variabile interessante.
Una piccola parte dei medici era «in
chiaro». Ovvero, mentre quasi tutti i
medici non sapevano se i pazienti
stavano prendendo il placebo o il
farmaco, alcuni medici invece lo
sapevano. I risultati furono
sorprendenti: i sanitari in chiaro
osservarono un’efficacia della terapia
molto superiore rispetto a quanto non
avevano fatto quelli in cieco! In altre
parole, professionisti esperti e
disincantati si erano letteralmente
inventati dei miglioramenti solo perché
si aspettavano di vederli.
Insomma, Ippocrate l’aveva già detto
che in medicina «l’esperimento è
ingannevole e il giudizio difficile»,
perché quando si tratta di uomini, oltre
alla complicazione intrinseca dello
studio e dell’osservazione dei fenomeni
che abbiamo davanti, c’è la nostra
mente a confondere tutto. La verità è
profondamente nascosta e solo con
metodo e rigore (il doppio cieco è
fondamentale, ma ci sono anche altri
importanti aspetti che esulano da
questo libro) si può riuscire a svelarla,
peraltro sempre in modo provvisorio.
Se «provvisorio» vi sembra un
aggettivo poco soddisfacente, sappiate
che tutto quello che la scienza vi può
insegnare è «provvisorio». Però vi
consiglio di non fare troppo i difficili,
perché è quello che vi salva la vita e la
morte non ha nulla di provvisorio,
sappiatelo; anzi, è piuttosto definitiva.
Concludendo, «Ho preso
l’Oscillococcinum e il mal di testa mi è
passato» significa solo che una persona
ha preso dei granuli che non
contengono nulla e che il mal di testa le
è passato. Non che il nulla le ha fatto
passare il mal di testa.
9
Quindi l’omeopatia funziona o no?

Il re Gustavo III di Svezia odiava il


caffè. Era convinto che facesse molto
male alla salute, opinione peraltro
ampiamente diffusa nel suo Paese, che
ne consumava in grandi quantità.
Multe, tasse e divieti non avevano
cambiato molto la situazione: gli
svedesi continuavano a bere caffè senza
battere ciglio. Non appena fu
incoronato, nel 1771, Gustavo III decise
di fornire la prova definitiva dei danni
provocati alla salute da questa –
secondo lui mortifera – bevanda. Prese
due gemelli identici che erano stati
condannati a morte ed erano
imprigionati nelle regie galere e gli fece
una proposta: la condanna a morte
sarebbe stata convertita nell’ergastolo,
ma a una condizione. Uno dei due
gemelli doveva per tutta la vita bere tre
tazze di tè al giorno, l’altro doveva bere
tre tazze di caffè.
I gemelli, considerando che le
bevande in questione, per quanto
pericolose, erano immensamente meno
mortali del patibolo che li aspettava,
accettarono di buon grado e si
affidarono a due medici nominati da re
Gustavo per sovrintendere
all’esperimento. Cominciarono a bere
l’uno tè, l’altro caffè mentre giorno
dopo giorno il tempo passava sotto gli
occhi dei medici. Il più sfortunato fu re
Gustavo, ucciso in un attentato nel
1792, con i due gemelli ancora
entrambi in ottima salute. Anche i due
medici, prima l’uno e poi l’altro,
passarono a miglior vita. Si dovette
aspettare molto perché uno dei due
gemelli si ammalasse e lasciasse solo il
fratello: per la cronaca fu, a 83 anni,
quello dei due che beveva tè. Intanto in
Svezia si continuava a bere caffè a litri,
tanto che al momento è una delle
nazioni al mondo con il consumo più
alto per persona.
Le intenzioni di re Gustavo erano
ottime, ma sono sicuro che ognuno di
voi si rende conto che non è questo il
modo per capire se il caffè fa male. Per
capire se il caffè (o il fumo, o
qualunque altra cosa) fa male è
indispensabile uno studio con una
struttura molto più complessa e al
quale devono partecipare non solo due
persone, seppur identiche, ma un gran
numero di individui in modo da poter
dare solidità statistica alle osservazioni.
Questa storia serve a rendere
evidente che non tutte le osservazioni
cliniche hanno lo stesso valore. Per
dimostrare l’efficacia reale di un
farmaco bisogna riuscire a separarla
dall’effetto placebo dovuto alla
suggestione del paziente e dalla
distorsione dell’osservazione che deriva
dalle aspettative del medico; oltre a
questo bisogna avere un numero di
pazienti adeguato, ben selezionato e
omogeneamente distribuito tra il
gruppo che riceve il farmaco e il
gruppo che riceve il placebo.
Il fatto che nelle medicine cosiddette
«alternative» la suggestione del
paziente possa giocare un ruolo
fondamentale (anzi, esclusivo) è noto
da tempo, e da sempre si sa bene che
per valutarne l’efficacia è
indispensabile eliminare questo
elemento che può confondere in
maniera irreparabile le osservazioni dei
ricercatori e portare a conclusioni
completamente errate.
Più o meno negli anni in cui
Hahnemann poneva le basi
dell’omeopatia, un medico tedesco
attivo a Vienna e in Francia, Franz
Anton Mesmer, proponeva la sua teoria
per la spiegazione delle malattie e per
l’individuazione delle relative cure: il
«magnetismo animale». La sua
convinzione era che tutte le creature
viventi possedessero un’invisibile forza
naturale che le teneva in connessione.
A suo dire, la malattia derivava da uno
«sbilanciamento» della forza vitale
all’interno del corpo. La cura dunque
richiedeva il «reindirizzamento» del
fluido vitale, attraverso il magnetismo
che Mesmer era convinto di possedere
in grande quantità e di poter
trasmettere ai pazienti.
I trattamenti avevano luogo in una
stanza poco illuminata, attorno a «una
vasca circolare fatta di quercia e rialzata
30 centimetri da terra», che serviva
come «riserva» del magnetismo del
dottore. I pazienti sedevano attorno
alla vasca, ognuno reggendo una barra
di metallo da applicare direttamente
sulla parte dolorante del proprio corpo.
Un ruolo importante aveva la musica
(Mesmer era un bravo musicista, amico
e mecenate di musicisti tra i quali
spiccava Mozart): nella stanza suonava
un pianoforte, e talvolta Mesmer si
serviva a fini terapeutici della
Glasharmonika, l’«armonica di vetro»,
cioè a bicchieri, un singolare strumento
che si suona applicando le dita bagnate
su coppe di vetro in rotazione, ognuna
delle quali emette un suono diverso
grazie alla diversa dimensione. La
combinazione di luce, musica e
incantesimi induceva una forma di
profonda suggestione che divenne
famosa con il nome di «mesmerismo».
Il processo era talmente efficace da
causare convulsioni e svenimenti in
alcuni pazienti.
Dopo aver esercitato a Vienna,
Mesmer si trasferì a Parigi, dove
riscosse un enorme successo anche tra
alcuni membri della corte di Francia.
Al diffondersi della sua fama, tuttavia,
seguirono alcune controversie. Il re
Luigi XVI decise a quel punto di
vederci chiaro e chiese all’Accademia
delle scienze di investigare. A questo si
dedicò una commissione, nella quale
sedevano insieme Benjamin Franklin
(quello del parafulmine, che allora
viveva in Francia), Antoine de Lavoisier
(che abbiamo conosciuto qualche
capitolo fa) e il medico Joseph-Ignace
Guillotin, che sarebbe passato alla
storia per avere inventato la
ghigliottina, sotto la quale proprio la
testa di Lavoisier sarebbe caduta
qualche anno dopo.
Per testare la veridicità di quanto
affermato da Mesmer, la commissione
pensò a una serie di esperimenti.
Inizialmente sette pazienti noti per
credere al magnetismo animale furono
riuniti a casa di Benjamin Franklin per
una dimostrazione. Nessuno di loro
provò alcun beneficio (evidentemente
mancava la «scenografia», che aveva un
impatto decisivo nelle sedute
terapeutiche di Mesmer).
All’esperimento successivo fu
sottoposto un membro della
commissione, colpito da un forte mal
di testa. Anche lui non trasse alcun
giovamento dalla «cura» impartita
dall’assistente di Mesmer.
Già era chiaro che a funzionare non
fosse tanto il «reindirizzamento del
fluido» quanto l’impressionabilità e
l’autoconvinzione dei diversi pazienti –
l’effetto placebo, insomma –, così i
commissari decisero di fare un
ulteriore passo avanti e sperimentare
quanto l’immaginazione del singolo
potesse concretamente essere causa
degli effetti attribuiti al magnetismo.
Bendarono quindi una donna convinta
del potere del mesmerismo e la
sottoposero a due sedute di
magnetizzazione: una vera e una falsa.
I risultati furono identici. Lo stesso
esperimento fu poi ripetuto su più
soggetti, e in tutti i casi le sensazioni
dei pazienti derivavano unicamente
dalla loro suggestione.
In seguito la «cura» fu saggiata su
un’altra paziente incline al
mesmerismo ma ignara di essere
sottoposta al trattamento: i commissari
la fecero sedere davanti a una porta
nascosta da carta da parati dietro la
quale era stato sistemato l’addetto alla
magnetizzazione. La donna non provò
assolutamente nulla: in assenza della
suggestione, il magnetismo non aveva
alcun effetto. La conclusione fu che
l’energia mesmerica era tutta
un’illusione, nessun fluido vitale era
presente e tutto quanto era dovuto alla
suggestione di pazienti e di medici.
Negli stessi anni apparve anche
un’altra teoria, egualmente bislacca: il
perkinismo, dal nome del suo
«inventore», Elisha Perkins, un medico
americano. In questo caso la terapia
consisteva nel mettere due sbarre di
acciaio e ottone in contatto con il corpo,
nella convinzione che potessero
risucchiare fuori il fluido elettrico
nocivo alla base delle malattie. Il
successo fu clamoroso: Perkins
affermava di avere guarito cinquemila
persone e l’efficacia della sua cura fu
attestata da otto professori, quaranta
medici e trenta preti, che non guastano
mai per convincere la folla. Addirittura
importanti università e ospedali
cominciarono a utilizzare il metodo con
autocertificato successo. A un certo
punto, però, un medico inglese di
grande esperienza decise di chiarire la
questione una volta per tutte. Costruì
delle barre che sembravano in tutto e
per tutto di metallo, ma erano di legno.
Quando ci si accorse che con le barre
false i pazienti avevano gli stessi
miglioramenti che si verificavano con
quelle vere si comprese che anche in
questo caso si trattava di suggestione, e
la questione finì nel dimenticatoio.
Non si capisce perché la stessa cosa
non sia accaduta per l’omeopatia. A
metà Ottocento un maestro francese
della medicina, Armand Trousseau,
sostituì alle pasticche omeopatiche
molliche di pane camuffate e giunse a
un’identica conclusione: l’omeopatia è
tutta suggestione. Però, mentre il
mesmerismo e il perkinismo li
troviamo ormai solo nei libri di storia,
l’omeopatia inspiegabilmente è ancora
ben presente negli studi medici e nelle
farmacie. Potenza del marketing?
Come abbiamo detto all’inizio, ci
sono molte persone che affermano di
trarre beneficio dai preparati
omeopatici. Ma a questo punto vi è
certamente ben chiaro che
l’affermazione «Ho preso la pasticca di
Arnica 30CH e mi è passato il mal di
testa» significa ben poco, anche se
pronunciata da una persona in perfetta
buona fede. Anzi, a dirla tutta non
significa proprio niente. È come dire
«Ho recitato una poesia di Giacomo
Leopardi e ha cominciato a piovere» e
pretendere di trarre conclusioni circa
l’influenza dei versi del poeta
marchigiano sulle condizioni
meteorologiche.
Poco lontano, nella scala
dell’affidabilità, c’è il medico che
afferma: «Ho somministrato una
pasticca di Arnica 30CH e il mio
paziente sta meglio». Certo, qui c’è un
medico che valuta il miglioramento, ma
siamo ancora a un livello di
conversazione da scompartimento di
treno, non di verità scientifica, per i
motivi che ho già spiegato. Certamente
non si vuole sminuire l’importanza
dell’esperienza personale di un
sanitario: ma se siamo davanti a un
professionista serio e rigoroso, egli
saprà benissimo che la sua esperienza
personale è il punto di partenza per
uno studio scrupoloso e controllato che
consenta l’acquisizione di dati
affidabili che possono essere condivisi,
non un punto di arrivo che porta a una
reale conoscenza e tanto meno a
decisioni riguardo al trattamento di un
singolo paziente.
Dopo avere capito quanto la
suggestione e le aspettative possono
influenzare le osservazioni cliniche, è
evidente che se vogliamo avere dati
affidabili riguardo all’efficacia dei
preparati omeopatici (o di qualunque
farmaco) bisogna fare studi in doppio
cieco randomizzato. È indispensabile
cioè che i pazienti non sappiano se
assumono il farmaco o il placebo, che
anche i medici ne siano all’oscuro e che
i due gruppi di pazienti vengano
formati in modo casuale (questa è la
«randomizzazione»). Se lo studio è
fatto rispettando queste condizioni,
siamo davanti a un disegno
sperimentale che può darci
informazioni utili basate su dati solidi
e ripetibili. Se non si seguono queste
regole, le conclusioni sono poco o per
nulla affidabili.
Insomma, un conto è dire che una
mela pesa 231 grammi avendola presa
in mano, un conto è dirlo dopo averla
pesata con una bilancia di precisione.
Gli studi che vogliono dimostrare
l’efficacia dei prodotti omeopatici in
effetti esistono, ma se si va a
controllarli sono tutti di scarsissima
affidabilità. O non sono in doppio
cieco, o non sono nemmeno in cieco
(anche i pazienti sanno che stanno
prendendo il farmaco!), o sono
semplici episodi aneddotici come
quello che vi ho riportato e che
raccontava del gran successo
terapeutico ottenuto con il Muro di
Berlino immensamente diluito.
Dunque, questi signori in generale
pesano la mela con un semplice
sguardo, senza neanche prenderla in
mano, per cui non c’è troppo da fidarsi.
Ci vuole la bilancia.
Nel caso dell’omeopatia, poi,
dobbiamo considerare anche un altro
aspetto molto importante: siamo in una
situazione nella quale, se venisse
dimostrata una qualunque efficacia
superiore al placebo di un preparato
omeopatico, dovremmo rivedere tutta
la chimica e tutta la fisica che
conosciamo, perché significherebbe
che qualcosa può avere un effetto
anche quando non c’è. Dunque
saremmo in presenza di dati
letteralmente rivoluzionari che
richiederebbero di mettere in
discussione tutto quello che sappiamo.
Il che senz’altro si può fare, perché la
scienza non ha dogmi e tutto può
essere dimostrato come falso. Però
affermazioni straordinarie, di fronte
alle quali tutti gli scienziati dovrebbero
dire «ci siamo sbagliati», richiedono
prove straordinarie. Se io affermo di
avere visto un giocatore della mia
squadra di calcio alla stazione basta
una mia foto sfocata per convincere il
mondo che l’ho incontrato, dato che è
una cosa possibile; diverso è se io
sostengo di avere incontrato alla
stazione Elvis Presley. In quel caso,
capite, non basta una foto. Ci vuole
qualcosa di più.
Spostando questo discorso
all’omeopatia, affermare che i preparati
omeopatici funzionano è come dire di
aver incontrato alla stazione non Elvis
Presley, ma Beethoven, Leonardo da
Vinci, Giulio Cesare, Raffaello,
Napoleone e Giorgio Chinaglia. È
un’affermazione così straordinaria da
richiedere prove di straordinaria
solidità.
Queste prove di straordinaria
solidità riguardo all’efficacia dei
preparati omeopatici ci sono? No, non
ci sono.
Quando i lavori che dovrebbero
stimare l’efficacia dei preparati
omeopatici vengono raccolti e valutati a
uno a uno per la loro affidabilità
(massima quella degli studi in doppio
cieco randomizzato, minima quella dei
lavori in stile «ho provato a curare dieci
pazienti e stanno meglio») il risultato è
chiaro e indiscutibile.
L’omeopatia ha la stessa efficacia del
placebo. Ricordiamo, per chiarezza, che
dire «ha la stessa efficacia del placebo»
è il modo scientificamente corretto per
dire «non ha alcuna efficacia». Infatti
tutto ciò che non funziona – inclusi la
lettura delle poesie di Carducci per
contrastare la perdita dei capelli,
l’ascolto dei dischi di Julio Iglesias
contro la cellulite, lo studio di un
discorso di Ciriaco De Mita per
dimagrire in previsione dell’estate –
«ha la stessa efficacia del placebo». In
tutti i casi sopra elencati potete
sostituire a Carducci, Iglesias e De Mita
un preparato omeopatico e avrete gli
stessi risultati.
Il fatto che l’omeopatia funzioni
esattamente come il placebo, peraltro,
è perfettamente in linea con quanto
sappiamo. Il placebo è una
preparazione che non contiene nulla e
ha la stessa efficacia dei preparati
omeopatici che la chimica e la fisica ci
dicono non contenere nulla. Insomma,
i conti tornano. Il placebo e l’omeopatia
sono entrambi il nulla addizionato alla
nostra suggestione, e non a caso
funzionano esattamente allo stesso
modo.
In altre parole, è vero che ci sono
centinaia di lavori che affermano
l’efficacia dei preparati omeopatici, ma
non possiamo fidarci di quello che
dicono perché non sono affidabili:
basarsi su di essi sarebbe come
dimostrare l’esistenza di Babbo Natale
chiedendolo a un campione di bambini
di 4 anni. Negli studi dove l’omeopatia
funziona, i pazienti ben di rado sono
tenuti in cieco, i medici che li visitano e
valutano i loro progressi clinici sono
quasi sempre gli stessi che gli hanno
prescritto i preparati omeopatici. Per
cui questi studi non misurano
l’efficacia dell’omeopatia, ma la
suggestione dei pazienti sommata a
quella dei loro medici. Si svolgono
tranquillamente e spudoratamente in
un contesto nel quale il medico ha
un’altissima aspettativa (se è omeopata
è convinto che l’omeopatia funzioni) e
allo stesso modo l’aspettativa alta ce
l’ha il paziente, perché se si è rivolto a
un omeopata è egualmente convinto di
poterne ricavare beneficio. Insomma, si
creano le premesse ideali per trarre
conclusioni sbagliate. Ci vuole il
doppio cieco. E quando viene studiata
in doppio cieco, come detto,
l’omeopatia ha la stessa efficacia del
placebo.
Potremmo citare decine e decine di
studi e di metanalisi, ma la conclusione
più esaustiva e chiara è quella di un
lavoro monumentale svolto dal
National Health and Medical Research
Council, l’ente australiano che ha il
compito di promuovere la salute
pubblica e di valutare le ricerche
cliniche. Le risultanze sono
chiarissime: quando lo studio è fatto
bene, l’omeopatia non funziona.
Quando l’omeopatia pare funzionare,
lo studio è fatto male. In conclusione,
«non c’è nessuna malattia e non esiste
nessuna condizione clinica per cui
risultino prove affidabili in grado di
dimostrare l’efficacia dell’omeopatia».
Tradotto: l’omeopatia non ha alcuna
efficacia.
Ovviamente questo non è un dogma,
perché la scienza di dogmi non ne
ammette. Dunque tutti possono tentare
di dimostrare che non è vero e fornire
una prova contraria, ma fino all’arrivo
di quella prova contraria ciò che
sappiamo è che l’omeopatia è un
placebo e come tale funziona (ovvero
non funziona), come peraltro è
scontato trattandosi di una pratica
medica che sfrutta una teoria che risale
a duecento anni fa e che si basa da un
lato su fondamenti che la scienza ha
dimostrato essere completamente
sbagliati e dall’altro su preparati
omeopatici che non contengono nulla.
Se vi dicono poi che l’omeopatia è
efficace perché funziona sui neonati,
sappiate che semmai funziona sui loro
genitori, che suggestionati vedono i
loro piccoli migliorare. Quando vi
dicono che l’omeopatia cura gli
animali, sappiate che anche in questo
caso non è vero, perché pure nelle
bestie, quando viene studiata come si
deve, l’efficacia è pari a quella del
placebo. Gli unici dati contrastanti
sono quelli sui pesci, ma solo perché
nell’acqua si trovano molto bene.
Insomma, rassegnatevi: l’omeopatia
non funziona.
Oppure, da un altro punto di vista,
forse l’omeopatia funziona. Mano a
mano che le prove della sua efficacia
vengono diluite dalle evidenze
scientifiche, la gente continua a
crederci. Hahnemann non avrebbe mai
potuto prevederlo, ma forse l’unica
cosa che mantiene la sua efficacia
anche dopo essere stata diluita da
migliaia di smentite è la teoria che si è
inventato. Però Hahnemann poteva
crederci; dopo duecento anni di scienza
che ne smentiscono ogni aspetto, chi
ancora la propaganda è quanto meno
rimasto un po’ indietro con gli
aggiornamenti professionali.
10
Medici, farmacisti e sanità
pubblica

A questo punto possiamo dire che


abbiamo stabilito alcuni fatti, che come
sapete hanno una forza ben diversa
dalle opinioni.
Il primo è che l’omeopatia si basa
oggettivamente su una teoria che
poteva avere un senso duecento anni
fa, ma che gli studi successivi hanno
dimostrato essere completamente
sbagliata. Il simile non cura il simile, le
sostanze diluite non sono per nulla
potenziate, non esiste nessun fluido
vitale, le malattie non si curano
somministrando qualcosa che causa gli
stessi sintomi, bensì utilizzando quei
sintomi per capire da cosa sono
provocate, e rimuovendone la causa.
Questo è un fatto.
Il secondo è che la chimica, che non
si conosceva ai tempi di Hahnemann
ma che si conosce benissimo adesso, ci
dice con certezza che nei preparati
omeopatici non c’è nulla. Il che peraltro
è tranquillizzante, viste le schifezze che
non di rado sono contenute nelle
tinture madri. Questo è un fatto.
Il terzo fatto è che – cosa del tutto
prevedibile come conseguenza dei
primi due elementi esposti sopra – i
preparati omeopatici non hanno alcuna
efficacia se non quella del placebo. In
altre parole, quando siamo di fronte a
una terapia che si basa su presupposti
completamente sbagliati, nel peggiore
dei casi la cura farà male, nel migliore
dei casi non avrà alcuna efficacia. Con
l’omeopatia, per fortuna, siamo nel
«migliore dei casi». Non contenendo
nulla certamente non fa male, ma fino
a prova contraria (e ci vuole una prova
solidissima, non una sperimentazione
di quart’ordine) i preparati omeopatici
sono del tutto inefficaci.
Stabiliti questi fatti che sono
indiscutibili, se non smentiti da altri
fatti, restano argomenti di discussione
attorno ai quali, al contrario, è
legittimo avere un’opinione.
Prima di tutto dobbiamo affermare
che, se è vero che l’omeopatia non ha
alcuna efficacia dimostrata, è pur vero
che – basandosi su preparati che non
contengono nulla – non ha alcun
effetto collaterale e non mette chi la
usa in pericolo, a patto che il paziente
non ometta di curarsi anche con la
medicina «tradizionale». Ci troviamo in
una situazione molto diversa da quella,
per esempio, che abbiamo conosciuto
riguardo ai vaccini: in questo caso chi li
rifiuta arreca un danno non solo a se
stesso, ma anche alla comunità
consentendo la circolazione di
pericolosi agenti infettivi. Chi si «cura»
con l’omeopatia nel peggiore dei casi fa
male soltanto alla sua persona e al suo
portafoglio.
D’altra parte, chi vuole costruire la
propria abitazione orientata secondo le
indicazioni di un astrologo può farlo, a
patto che i muri glieli progetti un
ingegnere. Allo stesso modo chi vuole
curarsi con l’omeopatia deve poterlo
fare, a patto che non ometta le terapie
di provata efficacia. Riassumendo, se
una persona adulta e informata
afferma che indossando un talismano,
oppure pronunciando formule magiche
consigliate da una fattucchiera, o
curandosi con l’omeopatia sta
soggettivamente meglio, se si paga
tutto di tasca sua non esiste nessun
valido motivo per scoraggiarla.
Però, considerato che l’omeopatia si
basa su una teoria completamente
sbagliata, che i preparati non
contengono nulla e che non hanno
alcuna efficacia, è legittimo che a
prescrivere preparati omeopatici sia un
medico e a venderli sia un farmacista?
Anche qui dobbiamo considerare
alcuni fatti oggettivi: un medico che
utilizza l’omeopatia e non è conscio che
i preparati che prescrive hanno
unicamente l’efficacia che può derivare
dall’effetto placebo, non lo vedo come
un modello professionale da
incoraggiare e al quale tendere. Allo
stesso modo un farmacista, che sulla
carta deve conoscere la chimica ancora
meglio del medico, non può non sapere
che quello che consiglia e vende nelle
preparazioni omeopatiche è
semplicemente il nulla.
Su come comportarsi nella pratica
con i medici che prescrivono
l’omeopatia e con i farmacisti che la
vendono è invece possibile discutere.
Alcuni ritengono che, siccome in
concreto la gente utilizza l’omeopatia,
sia meglio che a prescriverla sia un
medico: secondo loro è auspicabile che
le persone malate vengano comunque
visitate da un professionista, il quale
saprà decidere se per curare il paziente
basta la stimolazione della sua
suggestione con un placebo (usando in
questo caso l’omeopatia) oppure ci
vogliono farmaci veri. Certo, in questo
caso il medico inganna il paziente e
non può svelare l’inganno
informandolo correttamente, altrimenti
il placebo non funziona più; quindi
manda alle ortiche tutte le
considerazioni sul rapporto di fiducia
reciproca che si deve instaurare
durante la cura, ma per alcuni è giusto
così.
Altri, ai quali io sono più vicino, non
hanno nulla contro le pozioni d’amore,
gli amuleti e i filtri magici: ritengono
solo che non sia opportuno che a
prescriverli sia un medico e a venderli
sia un farmacista. Per questo secondo
loro sarebbe opportuno togliere
l’omeopatia dagli studi medici e dalle
farmacie e relegarla – al massimo – nei
reparti dei supermercati dove vengono
vendute le tisane rilassanti.
Tuttavia – lo ripeto – su questo
argomento si può discutere, e infatti se
ne discute. Ci sono però alcuni punti
sui quali non si può transigere. Prima
di tutto, stabilito che l’omeopatia non
ha alcuna base scientifica, non è in
alcun modo accettabile che un medico
ometta una cura efficace per
somministrare il nulla. Chi si comporta
in questo modo deve essere secondo
me sbattuto fuori dall’Ordine dei
medici. In provincia di Pesaro e Urbino
è morto per un’otite un bambino di 7
anni, a Bari è morto di polmonite un
bambino di 4 anni. Entrambi curati da
omeopati irresponsabili che non hanno
somministrato ai loro pazienti cure
efficaci che gli avrebbero salvato la vita.
Questi sono comportamenti che
devono essere puniti sia dalla
magistratura, sia dall’Ordine dei
medici con provvedimenti severissimi.
Quanto agli Ordini dei medici, trovo
altrettanto inaccettabile che questi enti
organizzino corsi di aggiornamento per
sanitari nei quali si acquisiscono crediti
formativi ascoltando falsità scientifiche
e teorie strampalate di duecento anni
fa, come quelle omeopatiche. Si può
discutere se sia opportuno che
l’omeopatia sia prescritta o no da
medici per limitare il danno, ma non è
in alcun modo possibile che i medici e
gli Ordini dei medici si rendano
complici nel disinformare i pazienti
propagando una teoria che ha lo stesso
fondamento scientifico dell’oroscopo. I
corsi che riguardano l’omeopatia
devono partire dalla condivisione del
fatto oggettivo che la teoria alla base
dell’omeopatia non sta in piedi, che i
preparati non contengono nulla e che
non hanno alcuna efficacia. Poi si può
discutere di tutto, ma questa è
l’indispensabile premessa che
dovremmo pretendere.
Lo stesso rigore ci vorrebbe nelle
farmacie: io preferirei che lì i preparati
omeopatici non ci fossero, perché
questo induce nei pazienti la falsa
convinzione che abbiano la stessa
provata efficacia delle medicine che
troviamo in farmacia; in ogni caso
dovrebbero essere esposti con una
scritta in bella evidenza dove si
specifica che non contengono nessun
principio attivo e che la loro efficacia
non è stata dimostrata, come propone –
lo vedremo subito – l’Accademia
francese di medicina. Nel frattempo,
personalmente, assumo un
comportamento molto semplice: tanto
più è grande la scritta «omeopatia»
nell’insegna di una farmacia, tanto
meno il farmacista mi sta simpatico. Se
poi ne trovo uno che non vende
prodotti omeopatici, quello diventa per
me il preferito in modo definitivo. Vi
invito a fare lo stesso: forse alcuni
farmacisti non hanno tempo per
ascoltare le argomentazioni
scientifiche, ma sono certo che molti
sono sensibili all’aumento del
fatturato, dunque privilegiate le
farmacie di chi dimostra rigore
scientifico, è il modo migliore per
combattere l’omeopatia!
Il fatto più grave avviene però nelle
università. So che vi suonerà
incredibile, ma ci sono facoltà di
Medicina e chirurgia che propongono
corsi di omeopatia. Questo è un
abominio, perché l’università è il luogo
dove si deve custodire e insegnare con
rigore il metodo scientifico. Quel
metodo che ci dice che l’omeopatia non
ha senso, che nei preparati non c’è
nulla e che questi preparati non hanno
alcuna efficacia. Insegnare l’omeopatia
in una facoltà di Medicina è come
insegnare a fare oroscopi in una facoltà
di Astronomia. Tutti noi dobbiamo
protestare e far sì che questo non
avvenga.
Però ancora avviene, e il perché è
semplice: molta gente ci guadagna. Ci
guadagnano le università che
organizzano i corsi, ci guadagnano i
medici, ci guadagnano i farmacisti, ci
guadagnano le aziende che producono
preparati omeopatici che in Italia
hanno avuto, nel 2018, un fatturato di
oltre 300 milioni.
Di fatto, il successo dell’omeopatia
sottrae risorse economiche a quello che
è davvero importante per la nostra
salute. Per questo in molti Stati i
governi si stanno muovendo per evitare
di dilapidare denaro che potrebbe
essere utilizzato in maniera ben più
utile.
A metà luglio del 2019 il governo
francese ha annunciato che nel 2021
porrà fine al rimborso dei trattamenti
omeopatici. È stato il ministro della
Salute, Agnès Buzyn, ex medico che ha
messo il rigore scientifico al centro
della sua politica, a prendere la
decisione dopo il verdetto dell’Autorità
nazionale per la salute che per
l’ennesima volta ha negato qualsiasi
efficacia dei preparati omeopatici.
Avete letto bene: ha negato qualsiasi
efficacia dei preparati omeopatici. Per
questo, se fino a oggi ai pazienti
francesi veniva rimborsato il 30% del
prezzo delle «medicine» omeopatiche,
nel 2020 la percentuale calerà al 15%,
per arrivare a zero nel 2021. Un bel
risparmio per il servizio pubblico, che
nel 2018 ha speso quasi 130 milioni di
euro nel rimborso dei trattamenti
omeopatici.
Il provvedimento risponde alla presa
di posizione dell’Accademia francese
di medicina, che nel marzo del 2019
aveva raccomandato che nessun tipo di
preparazione omeopatica fosse
rimborsato dal Servizio sanitario (tanto
più in un periodo di tagli generalizzati
alle prestazioni per ragioni
economiche) finché non si fosse avuta
comprovata evidenza della loro utilità a
livello medico. Inoltre l’Accademia
esortava a fornire al pubblico
un’informazione onesta: i preparati
omeopatici venduti in farmacia
dovrebbero indicare con chiarezza
composizione e diluizione, oltre a
riportare la dicitura inequivocabile
«L’efficacia del prodotto non è stata
dimostrata»; per lo stesso, ovvio,
motivo occorrerebbe introdurre il
divieto di scrivere sulla scatola
qualunque indicazione terapeutica.
Come ci si poteva aspettare, la
notizia ha smosso l’opinione pubblica
di tutta Europa, rilanciando il dibattito
su omeopatia e sanità pubblica. La
posizione francese è analoga a quella
sostenuta dall’associazione che
raggruppa le Accademie nazionali
delle scienze dei Paesi dell’Unione
Europea, della Norvegia e della
Svizzera che insieme hanno affermato:
«I sistemi sanitari nazionali pubblici
che si basano sull’evidenza scientifica
non dovrebbero offrire rimborsi per
prodotti e servizi omeopatici fino a
quando non ne saranno dimostrate
l’efficacia e l’affidabilità attraverso
rigorose sperimentazioni».
Su questa linea si sono sempre
mossi numerosi Stati dell’Unione, a
partire da Svezia, Belgio e Austria, che
non prevedono alcun tipo di rimborso
per l’omeopatia. La Gran Bretagna ha
modificato la sua politica nel 2017.
Simon Stevens, direttore del Servizio
sanitario nazionale (NHS), ha
dichiarato che l’omeopatia è «nella
migliore delle ipotesi un placebo e un
uso improprio dei già scarsi fondi del
Servizio sanitario nazionale». Che poi
nel giugno del 2018 il principe Carlo
abbia concesso il proprio alto
patrocinio alla Faculty of Homeopathy,
un’associazione di omeopati, è tutta
un’altra storia e si inserisce nella
sciagurata e dannosissima passione che
la famiglia reale inglese ha da sempre
nei confronti delle medicine alternative
e in particolare dell’omeopatia, e che
mi rende personalmente molto felice di
vivere in una Repubblica.
La Germania, dove sono registrati
settemila medici omeopati, potrebbe
seguire presto l’esempio della vicina
Francia; in Spagna, dove il ministero
della Salute sostiene che le «cosiddette
terapie alternative influenzano
negativamente la salute perpetuando
malattie, causandone di nuove, o
addirittura accrescendo il rischio di
morte», il governo di Pedro Sánchez ha
presentato il Piano di protezione della
salute contro le pseudoterapie (come
l’omeopatia), per combatterne l’ascesa
e bandirle da università e studi medici.
Sarebbe il primo caso in un Paese
dell’Unione Europea.
In America, il gruppo Walmart, una
popolarissima catena di supermercati,
è stato denunciato da
un’organizzazione non-profit volta a
promuovere una società basata su
ragione e scienza, per le modalità di
vendita dei prodotti omeopatici.
Walmart è stato accusato di etichettare
e promuovere i preparati omeopatici
come alternative ai farmaci la cui
efficacia è scientificamente dimostrata.
E in Italia? Noi abbiamo un Servizio
sanitario nazionale che tutto il mondo
ci invidia, ma che è molto costoso e che
sarà difficile mantenere efficiente. Di
sicuro non potremo sprecare nulla, e
l’omeopatia è oggettivamente uno
spreco che non possiamo tollerare. I
dati dell’ultima ricerca commissionata
da Omeoimprese – l’associazione delle
aziende farmaceutiche omeopatiche –
ci dicono che «oltre l’80% degli italiani
conosce la medicina omeopatica e a
farne uso è il 17% della popolazione»
(quindi 9 milioni di italiani). Se
volessimo vedere il bicchiere mezzo
pieno, potremmo dire che siamo messi
molto meglio della Francia, visto che
secondo un’analoga indagine 72
francesi su 100 credono ai benefici
della medicina omeopatica, 52 vi hanno
fatto ricorso e il 43% dei professionisti
della sanità (medici, ostetriche,
dentisti) prescrivono preparazioni
omeopatiche. A vedere il bicchiere
mezzo vuoto, però, dobbiamo dire che
9 milioni di nostri concittadini
spendono soldi per acquistare
preparati che non contengono nulla e
finiscono per pagare del semplice
zucchero 500, 1000 o 2000 euro al chilo,
il che è piuttosto deprimente.
Se possiamo tollerare il
comportamento dei singoli (che con i
loro soldi sono naturalmente liberi di
comprare quello che gli pare, cornetti
rossi, zampe di coniglio, ferri di cavallo
e preparati omeopatici a base di Muro
di Berlino), non possiamo però
perdonare lo spreco allo Stato, perché
quei soldi sono i nostri e non possono
essere dilapidati nell’acquisto di un
costosissimo nulla. In Italia, invece,
l’omeopatia è sorprendentemente
somministrata all’interno del Servizio
sanitario nazionale, e le spese per
l’acquisto dei preparati omeopatici
sono incredibilmente e
vergognosamente detraibili dalle tasse,
come avviene per i farmaci di
dimostrata efficacia e necessari per
mantenerci in salute.
E non è tutto: pensate che in
Toscana, nell’ambito del Servizio
sanitario nazionale (quindi a nostre
spese, con soldi sottratti alle cure vere),
esistono un Ambulatorio di omeopatia
(a Lucca) e il Centro di medicina
integrata dell’ospedale di Pitigliano,
struttura di riferimento regionale per le
attività di medicina integrata nel
percorso ospedaliero. La Toscana,
infatti, nel 2007 ha inserito nel proprio
sistema dei servizi sanitari le medicine
complementari (tra le quali
l’omeopatia), creando una propria rete
di ambulatori all’interno delle aziende
sanitarie. Il che talvolta genera
situazioni che si collocano tra il
grottesco e il comico: nel 2016 è stato
proprio l’ospedale di Pitigliano a
coordinare la distribuzione di preparati
omeopatici ai terremotati delle Marche,
misura che ha subito scatenato le
reazioni della comunità scientifica
italiana. La polemica si è risolta dopo la
scoperta che i preparati in questione
non erano stati pagati dai contribuenti,
ma forniti gratuitamente dalle aziende
produttrici. Ma è corretto distribuire
questo tipo di «farmaci» in situazioni
di particolare disagio?
Anche qui, consoliamoci: si può fare
di peggio. All’inizio del 2019, in
Québec, Terre Sans Frontières ha speso
350.000 dollari canadesi degli aiuti
provenienti da Global Affairs Canada
per inviare una dozzina di omeopati
volontari in Honduras e offrire così
trattamenti di efficacia mai dimostrata
per curare gravi malattie infettive.
Speriamo nell’effetto placebo!
11
Cosa possiamo imparare dagli
omeopati

Siete a bordo di un aeroplano e state


viaggiando in quota insieme ad altri
passeggeri. A un certo punto,
improvviso e inaspettato, il guaio: il
velivolo ha una gravissima avaria, non
c’è nulla da fare e il suo destino sarà
quello di precipitare schiantandosi al
suolo. La situazione è difficile ma
fortunatamente non è senza speranza:
a bordo dell’aereo ci sono dei
paracadute, che potrete indossare e che
vi potranno salvare la vita. Seguendo le
direttive dell’equipaggio vi trovate
davanti due armadi. Uno, a sinistra,
contiene dei paracadute correntemente
in uso, mentre sull’armadio a destra c’è
scritto «Paracadute alternativi». I
paracadute «ufficiali» sono stati
progettati da ingegneri che conoscono
bene l’aerodinamica, costruiti a regola
d’arte con i materiali più moderni,
collaudati e controllati prima di essere
messi in commercio.
Invece, quando date un’occhiata
dentro il secondo armadio, rimanete
esterrefatti. Mentre i paracadute
ufficiali erano tutti uguali, partendo dal
presupposto che devono funzionare e
quello che funziona deve seguire regole
e principi ben precisi, quelli
«alternativi» sono l’uno diverso
dall’altro, perché secondo i costruttori
dei paracadute alternativi ogni uomo è
differente e deve essere protetto dalla
caduta in una maniera personalizzata.
Alcuni sono progettati partendo da
disegni di duecento anni or sono, i
tessuti non sono quelli attuali –
leggerissimi e resistenti – ma roba
piuttosto grezza e approssimativa,
quella che si poteva ottenere con i
rudimentali telai per tessitura che
erano in uso secoli fa. Non solo: tra i
paracadute alternativi ci sono anche
cappelli con la tesa molto larga,
ombrellini come quello di Mary
Poppins, uno scatolone con l’etichetta
«Tappeti volanti», i palloncini del film
della Pixar Up e alcune biciclette di E.T.
Orbene, se voi vi trovaste su questo
immaginario aereo che sta
precipitando, quale paracadute
scegliereste per salvarvi la vita? Quello
moderno, ben progettato, collaudato,
controllato o uno dei bizzarri aggeggi
dal funzionamento improbabile che
trovate nel secondo armadio?
La risposta, naturalmente, è
scontata. Meno scontato è il fatto che,
quando parliamo di «medicine
alternative», ci troviamo esattamente
nella stessa situazione. Quelli
contenuti nel secondo armadio non
sono paracadute alternativi: sono
aggeggi che non possono funzionare da
paracadute e che potrebbero essere
mortali per il malcapitato che a essi si
affida per contrastare la forza di
gravità. Allo stesso modo, la medicina
è solo una: quella che tenta di
comprendere le cause delle malattie e
dopo averle capite mette a punto cure
che, in rigorose sperimentazioni
cliniche, vengono oggettivamente
dimostrate efficaci. Così come una
medaglietta raffigurante san Cristoforo
incollata sul volante non è un «airbag
alternativo», così come un estintore
pieno di cherosene non è un «estintore
alternativo», la medicina alternativa
non è nulla e, fino a prova contraria,
non ha alcuna utilità nel mantenere o
nel recuperare la salute. Per essere
precisi, non esiste una «medicina
alternativa»: esistono invece pericolose
quanto inefficaci alternative alla
medicina tradizionale.
In quali casi la cosiddetta «medicina
alternativa» può sembrare efficace? La
risposta è semplice: se voi smontate
l’airbag della vostra auto e lo sostituite
con la medaglietta di san Cristoforo,
protettore degli automobilisti, non vi
accorgerete di nessuna differenza se
avrete la fortuna di non essere mai
coinvolti in un incidente. Se il vostro
estintore è pieno di cherosene invece
che di schiuma ignifuga, non accadrà
nessun guaio se non vi troverete mai a
dover fronteggiare un incendio. Allo
stesso modo, in quali condizioni la
medicina alternativa sarà efficace?
Anche qui il parallelo con il paracadute
ci aiuta: se l’aereo è fermo in un hangar
e il portellone si trova a 50 centimetri
da terra, è molto probabile che
l’efficacia del paracadute tradizionale
sia eguale a quella dell’ombrellino.
Entrambi vi permetteranno di arrivare
a terra incolumi. Ma non perché
l’ombrellino funzioni tanto quanto il
paracadute: semplicemente perché del
paracadute non avevate bisogno;
potevate saltare dall’aereo nudi con una
clava in mano o vestiti da Rigoletto
cantando «Cortigiani, vil razza
dannata» e non vi sarebbe accaduto
comunque niente.
Insomma, le medicine alternative,
intendendo con questo termine quelle
delle quali non è stata dimostrata
l’efficacia, non curano né prevengono le
malattie e non hanno nulla a che fare
né con la medicina, né con la scienza. A
pensarci bene, un ingegnere
aeronautico che vi fa saltare con un
ombrellino da un aereo è qualcosa di
ridicolo; non la trovo un’immagine
molto diversa da quella del medico che
vi prescrive un preparato omeopatico o
del farmacista che ve lo vende. In
fondo la prescrizione di una terapia
omeopatica è più simile a un oroscopo
che a una ricetta medica, e chi vende
un preparato omeopatico – anche se ha
preso una laurea in Farmacia – non è
poi tanto diverso da chi vi vende un
filtro d’amore per recuperare gli affetti
perduti. In entrambi i casi quello che vi
viene fornito è qualcosa che non ha
alcuna dimostrata utilità e il massimo
che potrà darvi è serenità e ottimismo
dovuti alla suggestione.
Devo concludere ribadendo
semplicemente che l’omeopatia è una
bislacca disciplina che si basa su teorie
sbagliate e su preparati inefficaci che
non contengono nulla? No, sarebbe un
grosso errore, perché noi medici
«tradizionali» dagli omeopati abbiamo
da imparare moltissimo, e saremmo
sciocchi a farci sfuggire questa
opportunità.
L’inefficacia e l’implausibilità delle
cure omeopatiche sono questioni
oggettive, ma altrettanto oggettivo è il
fatto che milioni di persone si affidano
a questa disciplina. Sono tutti sciocchi?
No, sarebbe una spiegazione molto
superficiale e fondamentalmente
sbagliata. Che ci siano medici a
prescrivere l’omeopatia non ci stupisce:
la cosa li fa ben guadagnare; che ci
siano farmacisti a vendere preparati
omeopatici ci stupisce ancora meno:
pure loro ci guadagnano. Ma le persone
che si affidano all’omeopatia non sono
mosse da secondi fini, la loro è una
scelta libera e fatta in perfetta buona
fede: perché liberamente scelgono
qualcosa che non ha alcuna dimostrata
efficacia e che la scienza cataloga tra le
cose senza senso?
Per spiegare questo apparente
paradosso dobbiamo tornare indietro
alle prime esperienze di Hahnemann, il
fondatore dell’omeopatia. A un certo
punto, come abbiamo detto,
Hahnemann si accorse che quando
andava a visitare i malati a domicilio i
suoi preparati immensamente diluiti
funzionavano molto meglio. Da questa
osservazione concluse che quello che li
rendeva più efficaci era il tragitto dal
suo studio alla casa del malato e i
conseguenti scossoni che i mezzi di
trasporto dell’epoca (il cavallo, il
calesse) imponevano alle preparazioni
omeopatiche. Quindi, pensò
Hahnemann, era indispensabile
sottoporre le diluizioni a una
particolare agitazione, detta
succussione, necessaria per garantire la
massima efficacia. In realtà la
spiegazione giusta era un’altra: i
«farmaci» funzionavano meglio perché
era Hahnemann a portarli. L’arrivo del
medico induceva fiducia nei pazienti e
l’effetto placebo derivante dalla
somministrazione dei preparati
omeopatici era fortemente potenziato.
Questo dovremmo imparare dagli
omeopati: che il medico deve essere
presente e vicino al suo paziente,
perché la vicinanza e la presenza sono
così importanti da riuscire a rendere
apparentemente efficace anche il nulla.
La medicina moderna, che ci salva la
vita e che ha reso curabili moltissime
malattie che fino a pochi anni fa erano
una sentenza di morte certa e veloce, si
è specializzata e spezzettata in mille
discipline. Ciò è indispensabile perché
ognuna di queste discipline è
complicatissima, ma uno degli effetti
dello spezzettamento è che ogni
paziente viene sballottato da uno
specialista all’altro senza che nessun
medico lo prenda in considerazione
come persona, dedicando tempo e
attenzione non solo ai suoi problemi,
ma anche alla sua percezione dei
problemi, che per quanto sbagliata e
soggettiva è tuttavia importantissima
sotto qualunque punto di vista. Il
paziente, dunque, si sente dimenticato,
trascurato, ridotto a una serie di
numeri e di referti asettici. Tutto il
contrario di quello che gli accade
quando entra nello studio di un
omeopata.
Studi approfonditi hanno descritto
come una visita di un medico
«tradizionale» duri pochi minuti,
mentre la durata media della visita di
un omeopata è superiore all’ora! Se nei
pochi minuti il medico «vero» scorre
velocemente i risultati degli esami e i
referti degli altri specialisti limitando
al minimo indispensabile il «contatto»
con il proprio paziente, durante l’ora
della visita il fautore dell’omeopatia
discute con il malato, lo visita, gli
chiede minuziosamente i sintomi, ha
tutto il tempo per stabilire con lui un
rapporto di empatia e di fiducia:
esattamente quello che consente di
sfruttare al meglio l’effetto placebo, che
rappresenta l’unica possibile efficacia
dei preparati omeopatici.
La questione, in realtà, è ben più
grave: in mancanza di questo rapporto
di fiducia e di empatia che gli omeopati
sanno stabilire con grande abilità, non
solo si viene a perdere l’effetto placebo,
ma non si riesce neppure a instaurare
con il proprio paziente quell’«alleanza
terapeutica», fatta di reciproco ascolto
e di reciproca fiducia, che è
fondamentale perché il paziente
aderisca ai consigli e alle prescrizioni
del medico. Se manca la fiducia nel
medico, il malato non sarà preciso
nell’assumere le medicine, non sarà
motivato nel seguire i consigli relativi
ai cambiamenti dello stile di vita che
saranno necessari per farlo guarire o
per non farlo ammalare. Il rifiuto delle
vaccinazioni è il simbolo più chiaro del
fallimento di noi medici nel
conquistarci la fiducia dei nostri
pazienti: sono farmaci sicurissimi,
notevolmente efficaci nel prevenire
gravi malattie, sono gratuiti eppure un
numero altissimo di persone (oltre il
50% nel caso del vaccino contro il virus
del papilloma, che previene addirittura
il cancro!) li rifiuta perché non crede a
quello che dice il proprio medico e non
ne ascolta le raccomandazioni. Nessun
paziente di un omeopata rifiuta i suoi
preparati, perché si fida. Tanti invece
rifiutano i vaccini perché non si fidano.
Le preparazioni omeopatiche non
hanno alcuna efficacia, e l’abbiamo
capito; ma anche i nostri farmaci e i
nostri vaccini non hanno alcuna
efficacia se i pazienti non li assumono.
È inutile avere trasformato le parole
«cancro» o «AIDS» da condanne a
morte a partite che si possono giocare,
e spesso vincere, se i malati rifiutano di
curarsi o si affidano a intrugli di
nessuna efficacia.
Abbiamo mezzi diagnostici
potentissimi e terapie letteralmente
miracolose: non possiamo permetterci
di vedere i nostri pazienti che li
rifiutano preferendo a essi il nulla solo
perché noi non siamo stati capaci di
trovare il tempo per stabilire con loro
un rapporto umanamente appagante
né di fargli sentire la passione e la
dedizione con le quali vogliamo
prenderci cura di loro.
Ecco, prendersi cura: gli omeopati
hanno a disposizione mezzi totalmente
inefficaci ma sanno trasmettere ai
pazienti la loro dedizione, la loro
simpatia (nel senso etimologico del
termine: «sentire insieme») e la loro
attenzione nei confronti di chi soffre, e
lo sanno fare molto meglio di noi
medici che abbiamo prodigiosi
strumenti di terapia e di prevenzione
che ci rimangono in mano perché non
abbiamo saputo comunicare ai pazienti
con empatia e partecipazione.
L’omeopatia, dunque, è una teoria
bizzarra e senza senso; i preparati
omeopatici non contengono nulla e –
come prevedibile – non hanno alcuna
efficacia. Però gli omeopati sanno
interagire meglio di noi con i pazienti,
e per questo non solo riescono a
convincerli a seguire una strada che la
scienza ha provato essere insensata e
inefficace ma, sfruttando al meglio
l’effetto placebo, non di rado li fanno
pure stare meglio. Forse sarebbe il caso
di chiamarli a tenere dei corsi, ma non
– come accade ora – per spiegare ai
sanitari sciocchezze vecchie di
duecento anni e preparazioni che sono
ai confini tra l’arte astratta e il cabaret.
Dovremmo chiedergli di insegnare ai
medici come ascoltare il paziente, come
parlargli, come trasmettergli fiducia
tanto da far diventare apparentemente
efficace anche il nulla che prescrivono.
E noi medici da loro dovremo
imparare: perché se non lo sapremo
fare avremo pazienti che, in pericolo
sull’aereo che sta per precipitare,
sceglieranno al posto del paracadute
un tappeto volante solo perché i suoi
colori sono vivaci e inducono
all’ottimismo o perché chi glielo vende
è simpatico e disponibile.
Ricordiamoci che se quell’aereo è a
50 centimetri da terra anche il tappeto
volante andrà benissimo, ma se è a
2000 metri di quota la scelta del
paziente significherà la sua morte. Il
nostro lavoro non è solo progettare,
costruire e collaudare fantastici
paracadute, ma anche saper
comunicare ai nostri pazienti che con il
paracadute ci si salva e con il tappeto
volante no.
Se non riusciamo a convincerli,
semplicemente, i nostri pazienti
muoiono.
Riferimenti bibliografici

Per un quadro generale della nascita e


delle peculiarità dell’omeopatia, i testi
italiani di riferimento che sono stati
fondamentali per la stesura di questo
libro sono Acqua fresca? Tutto quello che
bisogna sapere sull’omeopatia, a cura di
Silvio Garattini (Sironi 2015), volume
che si avvale del contributo di un
gruppo di medici, ricercatori e
collaboratori dell’Istituto Mario Negri,
centro di eccellenza biomedica, e La
costruzione dell’omeopatia. Teorie ed
ipotesi di Samuel Hahnemann di Andrea
Bellelli (Mondadori Università 2010). Di
omeopatia trattano anche Rose Shapiro
in Suckers: How Alternative Medicine
Makes Fools of Us All (Harvill Secker
2008), Simon Singh e Edzard Ernst nel
volume Aghi, pozioni e massaggi. La
verità sulla medicina alternativa (Rizzoli
2008), sempre Edzard Ernst in
Homeopathy. The Undiluted Facts
(Springer 2016) e Petr Skrabanek e
James McCormick in Follie e inganni
della medicina (Marsilio 1992). Segnalo
infine, per le edizioni C’era una volta di
Cinzia Tocci, il libro di Paola Panciroli
200 anni di omeopatia. Storia di un
equivoco? (2017) e il capitolo
sull’omeopatia nel volume di Marco
Bella Gli inganni della falsa scienza
(2019).
Per diverse informazioni generali ho
consultato l’Enciclopedia Treccani.
1. Il batterio che non c’è
Le notizie storiche sulla Prima guerra
mondiale, oltre che in un buon
manuale di storia, possono essere
approfondite consultando 1914-1918-
Online. International Encyclopedia of
the First World War (bit.ly/2kdArzC) e
l’articolo World War One: First war was
impossible, then inevitable scritto da
Anatole Kaletsky e pubblicato il 27
giugno 2014 dal sito dell’agenzia di
stampa britannica Reuters
(reut.rs/2lNrL3s).
Per maggiori informazioni
sull’influenza spagnola potete leggere
A history of influenza di C.W. Potter,
pubblicato sul «Journal of Applied
Microbiology», vol. 91, 2001, n. 4, pp.
572-579. I dati relativi al terribile
bilancio dei morti causati
dall’influenza sono tratti da John M.
Barry, The Great Influenza: The Epic Story
of the Deadliest Plague in History, Viking
2004.
Le vicissitudini di Joseph Roy e della
«scoperta» dell’oscillococco sono
riportate in numerose fonti, dai testi
citati in apertura al più specifico
volume di Nicole Cure, Oscillococcinum:
autour et alentour, matériau pour servir
aux usagers de la pensée analogique,
Helios 1999.
La procedura per l’estrazione
dell’oscillococco dall’anatra muschiata
la trovate sul sito dell’Association
Française pour l’Information
Scientifique, nell’articolo
Oscillococcinum – Le joli grand canard del
30 giugno 2004 (bit.ly/2lUzRan). Per
approfondire l’uso e la diffusione
dell’Oscillococcinum potete leggere il
seguito dell’articolo, Oscillococcinum –
Le petit canard a grandi (bit.ly/2lUA51d).
L’articolo scritto da Joseph Roy
contro i vaccini – Un complot contre le
sang français: la vaccination obligatoire,
pubblicato il 10 dicembre 1938 su «La
Revue Hebdomadaire» – può essere
consultato sul web grazie all’archivio,
di immenso valore, della Bibliothèque
nationale de France
(https://gallica.bnf.fr). Lo trovate a
questo link: bit.ly/2kj5nP6. La sua
ripresa da parte di Léon Daudet in Un
complot contre le sang français, apparso il
13 dicembre 1938 su «L’Action
Française», è invece disponibile a
questo indirizzo: bit.ly/2mgObKR.

2. Il simile cura il simile?


Molte informazioni sulla vita dei secoli
passati si trovano nella collana Vite
quotidiane della BUR; una trattazione
particolarmente vivace, per il periodo
fra Settecento e Ottocento, è quella del
volume di Guido Bezzola, La vita
quotidiana a Milano ai tempi di Stendhal
(BUR 1991), da cui proviene la prima
citazione del capitolo.
Le informazioni relative alla teoria
dei quattro umori sono tratte da Justin
Lewis-Anthony, Circles of Thorns:
Hieronymus Bosch and Being Human,
Bloomsbury 2008, e da Ubaldo Nicola,
Atlante illustrato di filosofia, Demetra
1999.
Le notizie sui progressi nella
conoscenza del corpo umano
provengono dal già citato volume di
Andrea Bellelli, La costruzione
dell’omeopatia.
Il riferimento al venerdì 13 in merito
a Washington potrebbe essere una
«licenza», visto che tale superstizione
secondo alcune fonti sarebbe nata solo
nel XX secolo. Ma la questione è
dibattuta, come potete vedere leggendo
questi articoli di «Wired»
(bit.ly/2km3EIT) e di «Focus»
(bit.ly/2mhRT6P).
Per la citazione di Voltaire («Il bravo
medico non è quello che sa curare, ma
quello che diverte i pazienti mentre la
natura guarisce la malattia») vi
rimando al citato libro di Singh ed
Ernst, Aghi, pozioni e massaggi.
La storia di Hahnemann, della
nascita dell’omeopatia e dei suoi
principi cardine la trovate nei testi
menzionati in apertura. Le citazioni
riportate nel capitolo provengono
rispettivamente dai paragrafi 29, 10 e 11
della sesta e definitiva edizione (basata
su una bozza del 1842) della bibbia di
Hahnemann, Organon dell’arte del
guarire, che potete leggere nella
traduzione italiana ristampata da Red
Edizioni nel 2006. Nel caso voleste
approfondire la tecnica della
«succussione», potete consultare
l’articolo A brief history of potentizing
machines, scritto da Julian Winston e
pubblicato sul «British Homeopathic
Journal», vol. 78, 1989, n. 2, pp. 59-68
(bit.ly/2kNQvZ4).
Per ulteriori informazioni
sull’origine e la diffusione della malaria
consiglio la lettura dell’articolo di
Francis E.G. Cox, History of the discovery
of the malaria parasites and their vectors,
«Parasites & Vectors», vol. 3, 2010, n. 1,
p. 5, e del volume curato da Rob
DeSalle Epidemic! The World of Infectious
Disease, The New Press 1999.
Della teoria di William Cullen
sull’effetto antimalarico della corteccia
di china parlano i già citati libri di
Garattini ed Ernst. L’esperimento di
Hahnemann sulla stessa corteccia,
invece, è esposto in un capitolo del
volume di Bellelli.
Per il racconto del dramma del
colera ho consultato l’Enciclopedia
Treccani e testi di microbiologia
medica, oltre allo studio di Andrea
Pongetti Il colera nell’Italia
dell’Ottocento (bit.ly/2lQ8WNa). La
citazione sulle condizioni di Londra
proviene dal Report of the Board of
Health, Parliamentary Papers
(1848/XXIV), in English Historical
Documents, a cura di D.C. Douglas, Eyre
& Spottiswoode 1956, pp. 806-807.
Per informazioni più specifiche
relative all’epidemia di Londra nel 1854
si sono rivelati molto utili questi
articoli: B. Leary, The homeopathic
management of cholera in the nineteenth
century with special reference to the
epidemic in London, 1854, «Medizin,
Gesellschaft und Geschichte», vol. 16,
1997, pp. 125-144, e M.E. Dean, Selective
suppression by the medical establishment
of unwelcome research findings: The
cholera treatment evaluation by the
General Board of Health, London 1854,
«Journal of the Royal Society of
Medicine», vol. 109, 2016, pp. 200-205
(bit.ly/2kz3Zbj).

3. Diluite, diluite, qualcosa (non)


resterà
L’approccio di Avogadro è in realtà
originato dalla considerazione che
volumi uguali di gas nelle stesse
condizioni di temperatura e pressione
contengono lo stesso numero di
molecole: da questo è nata l’idea
descritta in merito al peso molecolare;
tuttavia ho preferito una forma
maggiormente efficace dal punto di
vista didattico per spiegare il concetto
di fondo.
Spesso i chimici, nel linguaggio
parlato, usano come sinonimi i termini
«massa» e «peso». In realtà i due
termini sono legati a concetti differenti.
La massa, infatti, è una delle sette
grandezze fondamentali del Sistema
Internazionale (SI), ovvero un sistema
di pesi e misure riconosciuto a livello
globale dalle comunità scientifiche di
tutto il mondo. Semplicisticamente, la
massa si riferisce alla quantità di
materia che costituisce un corpo. I
fisici, che sono in genere più
puntigliosi dei chimici, definiscono la
massa come la misura dell’inerzia di
un corpo, ovvero la resistenza che il
corpo offre a ogni variazione del suo
stato di quiete o di moto. Il peso,
invece, è la forza con cui la Terra attrae
un corpo ed è direttamente
proporzionale alla massa del corpo
stesso. Mentre la massa si misura in
chilogrammi (kg), il peso (la forza-
peso) si misura in newton (N), che è
una combinazione di chilogrammo,
metro (m, ovvero l’unità di misura
della distanza) e secondo (s, ovvero
l’unità di misura del tempo): è la massa
sottoposta all’accelerazione di gravità,
misurata in metri al secondo quadrato.
Da quanto appena detto, si capisce che
mentre la massa è una proprietà
intrinseca di un corpo (cioè un corpo
avrà sempre la stessa massa
indipendentemente dal luogo in cui si
trova, per esempio Terra, Luna, Marte,
Giove o qualunque altro posto dello
spazio profondo), il peso è una
grandezza fisica derivata il cui valore
numerico dipende dal posto in cui ci
troviamo. Sulla Terra, al livello del
mare e alla latitudine di 45°,
l’accelerazione di gravità è pari a 9,81
m/s2, quindi una persona di massa pari
a 70 kg peserà 686,7 N; sulla Luna, il
suo peso sarà di 113,4 N. In realtà nella
vita quotidiana noi misuriamo il peso
con i chilogrammi, e da questo
discende la scelta narrativa del
capitolo. Allo stesso modo i chimici,
quando parlano di peso molecolare, in
realtà si riferiscono alla massa
molecolare (quando parlano di
molecole) o alla massa atomica
(quando parlano di atomi).
Avrete sicuramente notato che
quando ho riportato le masse atomiche
(o pesi atomici, a essere imprecisi)
dell’idrogeno, del carbonio e degli altri
elementi chimici utilizzati negli
esempi, ho usato numeri interi: questo
è frutto di un’approssimazione
funzionale a rendere più chiaro il testo.
Infatti, se prendete una qualsiasi tavola
periodica e cercate le masse degli
elementi citati, scoprirete che la massa
atomica dell’idrogeno non è 1, ma
1,008, quella dell’ossigeno non è 16, ma
15,999 e quella del carbonio non è 12,
ma 12,011. Questi numeri non vogliono
dire che la massa dell’ossigeno è 16
meno qualcosina che non si può
definire. Essi sono legati al fatto che le
masse atomiche riportate nella tavola
periodica sono relative, ovvero pesate
per l’abbondanza naturale dei singoli
isotopi dei vari elementi considerati
(gli isotopi sono atomi che si
differenziano per il numero di neutroni
presenti nel nucleo). Alla luce di tutto
questo, la massa dell’acqua non è 18,
come approssimato nel testo, ma
18,015.
L’unità di massa atomica unificata,
che attualmente è stata sostituita dal
dalton (simbolo Da) con lo stesso
significato, serve per trasformare le
masse da valori adimensionali a valori
con la dimensione del chilogrammo,
ovvero l’unità di misura della massa
accettata dal Sistema Internazionale. Il
valore numerico del dalton (o unità di
massa atomica unificata, uma) è pari a
un dodicesimo della massa, espressa
ovviamente in chilogrammi,
dell’isotopo 12 dell’atomo di carbonio.
Il carbonio-12 ha massa pari a 1,99 x 10 -
26 kg. La dodicesima parte di tale valore
è 1,66 x 10 -27 kg, che corrisponde
proprio a 1 uma oppure 1 Da. Per
chiarezza bisogna dire che né uma né
Da sono unità di misura codificate dal
Sistema Internazionale, che le accetta
solo perché la «lobby» dei chimici ne fa
quotidianamente grande uso.
Nel capitolo ho anche definito la
mole come il numero di molecole con
peso complessivo pari al peso
molecolare espresso in grammi. In
realtà la definizione più corretta di
mole è la seguente: la quantità di
sostanza che contiene tante entità
elementari (atomi, elettroni, protoni,
molecole, ecc.) quante sono contenute
in 0,012 kg di carbonio-12. In termini
pratici non cambia nulla, ma meglio
non far innervosire i chimici.
Sempre per tenermi buona la
categoria, devo evidenziare che quando
ho preso in considerazione il cianuro di
potassio ho parlato di peso molecolare.
Il cianuro di potassio, in realtà,
essendo un sale, non è una molecola.
Dunque i chimici non parlano di massa
molecolare, bensì di massa formula.
Attualmente la distinzione tra
molecola e non-molecola si basa su una
vecchia definizione di Gilbert Lewis
secondo cui molecole sono tutte quelle
in cui gli atomi interagiscono mediante
legami covalenti, mentre altri sistemi,
per esempio i sali, sono identificati
come solidi ionici non molecolari. Per
una disamina divulgativa sul modo in
cui i chimici intendono il termine
«molecola», leggete questo articolo sul
sito del professor Pellegrino Conte:
bit.ly/2knbqSD.
Tornando al cianuro, i suoi effetti
sull’organismo umano sono descritti
online alla pagina del ministero della
Salute: bit.ly/2kBQg3y.
Sui siti delle aziende che producono
preparati omeopatici troverete
minuziose descrizioni delle diluizioni
hahnemanniane e korsakoviane.
Queste ultime, che prevedono l’uso di
un solo contenitore, possono essere
facilmente meccanizzate e permettono
dunque altissime diluizioni. Ammesso
che occorrano 15 secondi per versare le
99 parti di «solvente» (acqua), scuotere
cento volte il recipiente e svuotare il
tutto per ricominciare con la diluizione
successiva, e postulando che le
macchine, non sindacalizzate, lavorino
24 ore su 24 e 7 giorni su 7, ci vogliono
circa 17 giorni e 8 ore per arrivare a una
diluizione di 100.000K e 174 giorni
(dunque quasi sei mesi) per le
potentissime diluizioni di 1.000.000K.
Una spiegazione delle infinite
diluizioni hahnemanniane la trovate
anche nell’introduzione all’omeopatia
di Harriet Hall pubblicata dallo
«Skeptical Inquirer» il 30 aprile 2014 e
disponibile a questo link:
bit.ly/2kiphcT.
Per approfondire gli aspetti di
chimica vi consiglio il libro di
Pellegrino Conte Frammenti di chimica.
Come smascherare falsi miti e leggende,
C’era una volta 2018, o, per maggiori
dettagli, il manuale di John C. Kotz,
Paul M. Treichel e John R. Townsend
Chimica, a cura di G. Marongiu, Edises
2017.

4. La memoria dell’acqua
Del caso del dottor Benveniste e della
memoria dell’acqua si è molto discusso,
e le informazioni riportate nel testo
provengono dalla lettura e dallo studio
di numerose fonti. Il mio consiglio è di
cominciare leggendo gli articoli da cui
la vicenda prese il via: E. Davenas, F.
Beauvais, J. Amara et al., Human
basophil degranulation triggered by very
dilute antiserum against IgE, «Nature»,
vol. 333, 30 giugno 1988, n. 6176, pp.
816-818, e J. Maddox, J. Randi e W.W.
Stewart, «High-dilution» experiments a
delusion, «Nature», vol. 334, 28 luglio
1988, n. 6180, pp. 287-291.
Per resoconti validi e approfonditi
potete poi rifarvi a Michel Schiff, The
Memory of Water. Homeopathy and the
Battle of Ideas in the New Science,
Thorsons 1995, Michel de Pracontal, Les
mystères de la mémoire de l’eau, Éditions
La Découverte 1990, e Philippe Alfonsi,
Au nom de la science, Barrault-Taxi 1989,
e a questi articoli: A. Kaufmann, The
affair of the memory of water. Towards a
sociology of scientific communication,
«Réseaux. The French Journal of
Communication», vol. 2, 1994, n. 2, pp.
183-204, e S. Novella, The memory of
water, «Skeptical Inquirer», vol. 35,
2011, n. 3 (bit.ly/2kmjm6M).
Se volete leggere le reazioni della
stampa mondiale, vi segnalo alcuni
interessanti articoli: Gail Vines, The
ghostbusters report from Paris. How
should the scientific establishment respond
when confronted with inexplicable results?
The journal «Nature» sent in its own
fraud squad, «New Scientist», 4 agosto
1988; Lionel Milgrom, Science: The
memory of molecules, «The
Independent», 19 marzo 1999
(bit.ly/2lXRW7t); Simon Singh, Could
water really have a memory?, BBC News,
25 luglio 2008 (bbc.in/2lOggZz).
L’articolo di «Le Monde» citato nel
testo, dal titolo L’enfant terrible de la
recherche, è consultabile a questo link:
bit.ly/2kz4TVf. I più attenti avranno
notato che la data dell’articolo, 30
giugno, non corrisponde a quella citata
nel testo, 29 giugno; ma «Le Monde»
esce il pomeriggio con la data del
giorno successivo.
Per la figura di Jacques Benveniste
potete leggere i necrologi apparsi in
seguito alla sua morte: quello del
«Guardian» (bit.ly/2mjoE3y) e quello
della rivista scientifica inglese «The
Lancet» (bit.ly/2lVoH5y).
L’intervista in cui Benveniste
afferma che quando ha sentito per la
prima volta la parola «omeopatia» ha
pensato che si trattasse di una malattia
trasmessa sessualmente è visionabile
su YouTube a questo link:
bit.ly/2ket76O.
Il congresso tenutosi alla Temple
University di Philadelphia in cui
Benveniste si adirò al commento di un
omeopata è raccontato da George
Vithoulkas nell’articolo The controversy
over the «memory of water», «Medical
Science Hypotheses», vol. 4, 2017, pp. 1-
6 (bit.ly/2ketsX8).
La teoria presentata da Benveniste al
convegno del 1997 dal titolo
Transatlantic Transfer of Digitized
Antigen Signal by Telephone Link è
illustrata nel programma e nell’abstract
del convegno apparsi sul «Journal of
Allergy and Clinical Immunology». Per
approfondire potete leggere R.
Sheaffer, E-mailed antigens and iridium’s
iridescence, «Skeptical Inquirer», vol. 22,
1998, n. 1, pp. 19-20 (bit.ly/2kNRUPk).
Per i più scrupolosi puntualizzo che
il laboratorio di La Jolla, in California,
dove Benveniste trascorse diversi anni
si chiamava Scripps Clinic and
Research Foundation fino al 1993,
quando diventò Scripps Research
Institute.

5. James Randi e il suicidio degli


scettici
Per avere maggiori e dettagliate
informazioni su James Randi e sulla
sfida da un milione di dollari potete
consultare il sito della James Randi
Educational Foundation
(https://web.randi.org).
Un’altra importante fonte per
raccogliere informazioni sugli
argomenti di questo capitolo è il sito
del CICAP (www.cicap.org), il Comitato
italiano per il controllo delle
affermazioni sulle pseudoscienze. Il
CICAP nasce come corrispettivo
italiano del CSICOP nel 1989 per
iniziativa di un gruppo di scienziati,
intellettuali e appassionati tra i quali va
citato Piero Angela. Il test per provare
a vincere la sfida da un milione di
dollari riportato nel libro è uno degli
esempi proposti proprio dal CICAP, ed
è disponibile, insieme ad altri, a questo
link: bit.ly/2kj7kLj.
Su YouTube potete vedere Uri Geller
messo alle strette al Tonight Show:
bit.ly/2lPkG2v.
Il sito web dell’organizzazione di
scettici belga SKEPP è https://skepp.be.
La 10:23 Challenge è raccontata sul
sito www.1023.org.uk. Tra i diversi
articoli che parlano di questo tentato
suicidio di massa, vi consiglio di
leggere Boots hit by mass homeopathy
«overdose» di Matthew Moore, apparso
sul «Telegraph» il 19 gennaio 2010
(bit.ly/2lVZCai), e Homeopathic products
used for mass «suicide» di Leon Jaroff
(bit.ly/2kjirUF).

6. Il rimedio perfetto
Per parafrasare Amleto, ci sono più
cose in internet che nella nostra
filosofia (e nella nostra
immaginazione).
La storia di Anna e del rimedio a
base di Muro di Berlino la trovate
raccontata a questi link: bit.ly/2kBYxo6,
bit.ly/2lXh26o e bit.ly/2keuuT0.
Per approfondire le facoltà benefiche
del virus della rabbia potete consultare
gli indirizzi: bit.ly/2kmkwiE e
bit.ly/2lX1bop. Al secondo troverete
anche i rimedi a base di diluizione di
tasso e della nave Helvetia.
Se volete cimentarvi nella
preparazione dei rimedi a base di
colori e note musicali vi potranno
tornare utili questi link: bit.ly/2lOhC6B
e bit.ly/2lSijvE.
Se invece preferite fare meno fatica,
eccone alcuni a portata di click:
amzn.to/2lPlrsn.
I prodigi dei rimedi a base di Sole e
di Luna sono raccolti rispettivamente
nei link: bit.ly/2mjtuOh e
bit.ly/2kz6L0d.
Se volete leggere di prima mano il
resoconto della mirabolante cattura del
vuoto da parte di Nuala Eising, lo
trovate a questo indirizzo:
bit.ly/2lW15NQ.
Per raccontarvi i «proving
omeopatici» del rimedio a base di
Saturno ho raccolto le informazioni da
queste pagine: bit.ly/2kPVXe7 e
bit.ly/2mkdxYb. Il proving relativo alle
emanazioni dello schermo del
televisore Sony Trinitron del 1984 lo
trovate a questo link: bit.ly/2lQckYo,
mentre quello che si riferisce alle
emanazioni del monitor del computer
Hewlett-Packard è qui: bit.ly/2lVqszG.
L’assurda spiegazione di come
ottenere una diluizione di uranio si
trova in un articolo di Edzard Ernst
(leggetelo, ne vale la pena):
bit.ly/2knGm5g.
Per altri impensabili rimedi,
consultate questa pagina di The anti-
Quack site: bit.ly/2mgviYd.
Se ormai vi sentite in grado di
smascherare anche i rimedi più astrusi,
mettetevi alla prova e scovate la finta
cura omeopatica tra le venticinque
opzioni proposte in questo test:
bit.ly/2kewOtc. La soluzione la trovate
invece al link: bit.ly/2kodZnG.
«L’ora del tempo e la dolce stagione»
è un verso dell’Inferno di Dante (I, 43).
Se volete acquistare anche voi i
preparati a base di Muro di Berlino,
Vallo di Adriano e così via, potete farlo
presso lo shop online di Helios
Homœopathy (bit.ly/2kj9FG5).

7. «Vedi che funziona?»


L’epigrafe del capitolo, da cui deriva il
titolo, proviene da Romolo G. Capuano,
Oracoli quotidiani. Cos’è e come funziona
la profezia che si autoavvera, ESI 2003.
Se volete saperne di più sulla
fantomatica quanto folle cura per
l’epatite A a base di piccione, trovate un
approfondimento a questo link del sito
Talmudology: bit.ly/2lVrpYM.
Gli studi di Abraham Wald sui danni
subiti dai bombardieri sono stati
pubblicati nel suo saggio A Method of
Estimating Plane Vulnerability Based on
Damage of Survivors, Statistical
Research Group, Columbia University
1943.

8. Assenza, più acuta presenza


«Assenza, più acuta presenza» è un
verso di Attilio Bertolucci tratto dalla
poesia Assenza, componimento
contenuto nella sua prima raccolta,
Sirio, del 1929, e compreso in Attilio
Bertolucci, Le poesie, Garzanti 2014.
Per scrivere questo capitolo è stata
essenziale la lettura di Fabrizio
Benedetti, L’effetto placebo. Breve viaggio
tra mente e corpo, Carocci 2018. Un altro
libro interessante è quello di Giorgio
Dobrilla, Cinquemila anni di effetto
placebo. Nella pratica clinica, negli studi
controllati e nelle medicine non
convenzionali, Edra 2017.
Lo stesso Beecher ha raccolto i dati
ottenuti in H.K. Beecher, The powerful
placebo, «JAMA Network», vol. 159,
1955, n. 17, pp. 1602-1606.
Se volete maggiori informazioni
sugli studi che hanno confrontato
omeopatia e placebo decretando che gli
effetti clinici dell’omeopatia sono
effetti placebo, vi consiglio di leggere
A. Shang, K. Huwiler-Müntener, L.
Nartey et al., Are the clinical effects of
homeopathy placebo effects? Comparative
study of placebo-controlled trials of
homeopathy and allopathy, «The
Lancet», vol. 366, 2005, n. 9487, pp. 726-
732.
Uno studio approfondito
sull’insensibilità di alcuni soggetti
all’effetto placebo, dovuta al mancato
funzionamento dei lobi prefrontali, si
trova in F. Benedetti, C. Arduino, S.
Costa et al., Loss of expectation-related
mechanisms in Alzheimer’s disease makes
analgesic therapies less effective, «Pain»,
vol. 121, 2006, n. 1-2, pp. 133-144.
Per maggiori dettagli sullo studio in
doppio cieco condotto sulle ginocchia
dei pazienti che soffrivano di artrosi,
potete consultare J.B. Moseley, K.
O’Malley, N.J. Petersen et al., A
controlled trial of arthroscopic surgery for
osteoarthritis of the knee, «The New
England Journal of Medicine», vol. 347,
2002, n. 2, pp. 81-88.
9. Quindi l’omeopatia funziona o no?
Se siete interessati ad approfondire la
figura di Franz Anton Mesmer, potete
cominciare da questo articolo sul sito
della Treccani: bit.ly/2kLeLLx.
Per un racconto maggiormente
dettagliato dell’indagine sul
«mesmerismo» portata avanti in
Francia dalla commissione formata da
Franklin, Lavoisier e Guillotin su
iniziativa dell’Accademia delle scienze
vi rimando a M.B. Jensen, E.L. Janik e
A.J. Waclawik, The early use of blinding
in therapeutic clinical research of
neurological disorders, «Journal of
Neurological Research and Therapy»,
vol. 1, 2016, n. 2, pp. 4-16.
Per altre informazioni sulle
sperimentazioni in doppio cieco
segnalo due interessanti articoli: A.
Vickers, R. McCarney, P. Fisher et al.,
Can homeopaths detect homeopathic
medicines? A pilot study for a randomised,
double-blind, placebo controlled
investigation of the proving hypothesis,
«British Homeopathic Journal», vol. 90,
2001, n. 3, pp. 126-130, e D. Beres, The
history of the double-blind experiment, 12
febbraio 2017, Big Think
(bit.ly/2kexFdo).
Numerosi lavori in doppio cieco,
negli anni, hanno dimostrato che
l’efficacia dell’omeopatia è identica al
placebo. Potete consultare il sito
dell’Ordine dei medici italiano
all’indirizzo bit.ly/2mla2R6, dove si
dice chiaramente che «diversi studi
condotti con una metodologia rigorosa
hanno evidenziato che nessuna
patologia ottiene miglioramenti o
guarigioni grazie ai rimedi omeopatici.
Nella migliore delle ipotesi gli effetti
sono simili a quelli che si ottengono
con un placebo (una sostanza inerte)».
Per una revisione completa e
aggiornata delle pubblicazioni
riguardanti questo tema consiglio di
consultare la sezione «Omeopatia» nel
sito dell’ente pubblico di sanità
australiano a questo indirizzo:
bit.ly/2mmO93T. Un altro lavoro molto
interessante è Are the clinical effects of
homeopathy placebo effects?, pubblicato
su «The Lancet» e citato nella
bibliografia del capitolo precedente.
Nello stesso numero della rivista è
uscito un editoriale dal definitivo titolo
La fine dell’omeopatia (disponibile
online all’indirizzo bit.ly/2lXjASe), che
termina con queste parole: «Non è più
il tempo di analisi selettive, studi non
obiettivi e ulteriori investimenti in
ricerche per perpetuare il dibattito
“omeopatia contro allopatia”. Ora i
medici devono essere onesti e
coraggiosi con i loro pazienti riguardo
alla mancanza di efficacia
dell’omeopatia, e con se stessi sulle
lacune della medicina moderna nel
fornire cure personalizzate ai singoli
pazienti».
Per l’inefficacia dell’omeopatia negli
animali, potete fare riferimento a J.A.
Krisch, Review: Homeopathy does not help
livestock, «The Scientist», 13 dicembre
2016 (bit.ly/2mccRDZ), e C. Doehring e
A. Sundrum, Efficacy of homeopathy in
livestock according to peer-reviewed
publications from 1981 to 2014, «Vet
Record», vol. 179, 2016, n. 24, p. 628
(bit.ly/2lPnEEb).
10. Medici, farmacisti e sanità
pubblica
Per una rassegna dei rapporti tra
omeopatia e sanità pubblica in Europa,
potete cominciare dal rapporto ufficiale
dello European Academies Science
Advisory Council, consultabile al link:
bit.ly/2kNUxRc; poi leggete questi
articoli: per la Francia, France to stop
reimbursing patients for homeopathy,
«The Guardian», 10 luglio 2019
(bit.ly/2lRfYBa); per l’Inghilterra,
Bianca Britton, Prince Charles under fire
for becoming patron of homeopathy body,
CNN Health, 26 giugno 2019
(cnn.it/2kLfigv), e Tom Whipple,
Scientists attack Charles for becoming
Faculty of Homeopathy patron, «The
Times», 26 giugno 2019
(bit.ly/2key6V4); per la Germania,
Oliver Moody, Homeopathy: Why
Germany is still stubbornly wedded to the
controversial treatments, «The Times»,
15 luglio 2019 (bit.ly/2kz9Ayl); per la
Spagna, Oriol Güell, Spain moves to ban
pseudo-therapies from universities and
health centers, «El País», 14 novembre
2018 (bit.ly/2kjaGhn).
La presa di posizione con cui in
Francia le Accademie nazionali di
medicina e di farmacia negano per
l’ennesima volta qualsiasi efficacia dei
preparati omeopatici la trovate a questo
link: bit.ly/2mhZnXt.
Sull’affaire Walmart in America
consiglio la lettura dell’articolo di
Stephen Johnson, Walmart sued over
how it markets homeopathic products,
pubblicato da Big Think il 4 giugno
2019 (bit.ly/2keyC5s).
Riguardo alla situazione in Italia, i
dati dell’ultima ricerca commissionata
da Omeoimprese sono consultabili sul
sito dell’associazione, in particolare a
questo indirizzo: bit.ly/2lSqY1j. Se
volete maggiori notizie su come il
nostro Servizio sanitario nazionale
utilizza i soldi dei contribuenti a favore
dell’omeopatia, potete leggere La
Toscana e quell’assurda rimborsabilità dei
prodotti omeopatici (bit.ly/2lQeQOk). Gli
ambulatori di medicine complementari
in Toscana sono indicati sul sito della
Regione: bit.ly/2m067Jy.
La polemica sulla distribuzione, nel
2016, di «farmaci» omeopatici ai
terremotati delle Marche è riassunta
nell’articolo di Gianluca Dotti
Omeopatia ai terremotati, che cosa c’è di
vero?, pubblicato su «Wired» il 30
agosto 2016 (bit.ly/2keyOlc).
Sulla vicenda degli omeopati
volontari mandati da Terre Sans
Frontières in Honduras, consultate
l’articolo di Vik Adhopia su CBC News
del 23 febbraio 2019, Why is $350,000 in
Canadian aid being used to send
homeopaths to Honduras?
(bit.ly/2mhZXV9).

11. Cosa possiamo imparare dagli


omeopati
Sui pro e i contro e le ragioni per cui,
nonostante quanto ci siamo detti,
l’omeopatia continua a riscuotere
successo duecento anni dopo la sua
nascita vi rimando a K. Smith, Against
homeopathy – A utilitarian perspective,
«Bioethics», vol. 26, 2012, n. 8, pp. 398-
409, e Andrea Grignolio, Omeopatia, i
perché di un successo, «la Repubblica», 25
settembre 2018.
Ringraziamenti

Come al solito, prima di tutto ringrazio


di nuovo mia figlia Caterina Maria per
aver riempito di vita le mie giornate,
mia moglie Annalisa per avermi
supportato in questo e in tutti gli altri
impegni; i miei genitori per avermi
trasmesso, soprattutto con l’esempio,
l’importanza dello studio e del lavoro.
Grazie anche a Massimo Clementi
per avermi insegnato la microbiologia,
la virologia e moltissime altre cose; ad
Alberto Zangrillo ed Enrico Gherlone
per avermi sempre incoraggiato con
affetto e amicizia; a tutti i colleghi
dell’Università Vita-Salute San Raffaele
per avermi fatto vivere in un ambiente
umanamente e culturalmente
stimolante, che mi ha permesso di
tenere vivo il pensiero e la voglia di
continuare a studiare; a tutti i miei
studenti e ai miei allievi che hanno
ricambiato, spesso senza saperlo, il mio
tentativo di insegnargli qualcosa di
utile. Ho un debito particolare nei
confronti di Graziano Barera, Raffaele
Barera, Domenico Cianflone, Nicola
Clementi, Nicasio Mancini, Petunia
Nipoti e Moreno Tresoldi per aver
rivisto le bozze di questo libro
aiutandomi a renderlo migliore. Il
debito è particolarmente intenso con
l’amico e collega Pellegrino Conte per il
capitolo che parla delle diluizioni e del
numero di Avogadro.
Un ringraziamento immensamente
sentito è dovuto al mio carissimo amico
avvocato Roberto Marchegiani del Foro
di Ancona, che con la sua competenza
e il suo affetto mi ha difeso e mi
difende con efficacia dagli attacchi
malevoli e sleali. Grazie anche a
Federica Balboni, Dario Nistri e
Giancarlo Passarini che mi hanno
aiutato a tenere in ordine la pagina
Facebook.
Questo ebook contiene materiale
protetto da copyright e non può essere
copiato, riprodotto, trasferito,
distribuito, noleggiato, licenziato o
trasmesso in pubblico, o utilizzato in
alcun altro modo ad eccezione di
quanto è stato specificamente
autorizzato dall’editore, ai termini e alle
condizioni alle quali è stato acquistato o
da quanto esplicitamente previsto dalla
legge applicabile. Qualsiasi
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l’alterazione delle informazioni
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633/1941 e successive modifiche.
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consenso, tale ebook non potrà avere
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Omeopatia
di Roberto Burioni
Pubblicato per Rizzoli da Mondadori
Libri S.p.A.
Proprietà letteraria riservata
© 2019 Mondadori Libri S.p.A.,
Milano
Realizzazione editoriale: Studio
editoriale Littera, Rescaldina (M I)
Ebook IS BN 9788858698693

COPERTINA || ART DIRECTOR:


FRANCESCA LEONESCHI /
THEWORLDOFDOT
«L’AUTORE» || © ALESSIO JACONA