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Joseph Grifone

QUANDO DIO
CHIAMA

12 storie di conversione
da sant’Agostino a Madre Teresa

Prefazione del card. Robert Sarah

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Titolo originale: Prends le large. L’appel à la sainteté
et à l’évangélisation
© Éditions Le Laurier, Paris, 2018

Per la presente edizione:


© 2019 Edizioni Ares
Via Santa Croce, 20/2 - 20122 Milano

Traduzione italiana di Mario Grifone


Curatela editoriale di Matteo Andolfo

Il catalogo completo delle Edizioni Ares


è consultabile nel sito www.ares.mi.it

La nostra e-mail è:
info@ares.mi.it

ISBN 978-88-8155-861-2

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In copertina: Marc Chagall, Mosè e il roveto ardente (1966 ca.), Nizza,
Musée National Marc Chagall

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PREFAZIONE

Il tema della nuova evangelizzazione appare come una linea di forza


principale del Magistero ecclesiastico degli ultimi decenni. Proposta con
una luce particolare nelle costituzioni del Concilio Vaticano II,
l’evangelizzazione del mondo contemporaneo è uno degli assi principali
dell’insegnamento dei Pontefici successivi, da Paolo VI a Francesco.
«È chiaro a tutti noi che il mondo attuale ha bisogno di una nuova
evangelizzazione, che i cristiani diano nuovamente conto della speranza
che è in loro», diceva Benedetto XVI. Questa chiamata si dirige appunto a
tutti i cristiani, «è l’impegno primario che tutti ci coinvolge, che aiuta le
nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio che è Amore».
Lo scopo di questo libro, appunto, è di far risuonare nel nostro cuore la
chiamata di Dio. Sì, perché Dio ci chiama in continuazione: talvolta lo fa
in modo eclatante come con Abramo o san Paolo; normalmente, però, la
chiamata avviene in modo sommesso, senza voler disturbare. Dio è
rispettoso della nostra libertà, ma al tempo stesso conta su di noi e sa
trarre da ciascuno il meglio che può dare per gli altri e per sé.
Lo sviluppo vorticoso dell’informatica ha ormai assunto un peso
determinante nelle nostre vite. Mai come oggi l’uomo è stato in grado di
avere in maniera semplice e veloce qualsiasi tipo di informazione;
qualunque smartphone è in grado con pochi touch di metterci in
comunicazione con chiunque o di farci avere immagini, suoni e testi.
Neanche i più bravi fra gli scrittori di fantascienza sono riusciti a
prevedere i tempi che stiamo vivendo. E tra questa ridda di voci, immagini
e suoni che affolla le nostre giornate, non siamo più in grado di distinguere
le voci buone da quelle inutili, per non dire dannose. Gli uomini e le donne
che ci hanno preceduto, completamente sprovvisti delle nostre meraviglie
tecnologiche, probabilmente avevano a disposizione molto più tempo di noi

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e potevano quindi impegnarlo anche nella riflessione interiore, lo spazio
ideale nel quale si può talvolta sentire una speciale chiamata di Dio.
L’originalità e ciò che fa l’interesse di questo libro è di presentare i temi
centrali della nuova evangelizzazione – scienza e fede, fede e cultura, fede
e ragione... – non in un modo teorico e astratto, ma attraverso l’esempio e
la vita di un certo numero di santi.
Le vite dei santi hanno sempre un certo fascino e chi vi si avvicina non
rimane mai deluso. Queste pagine, però, hanno qualcosa in più: nel
racconto delle loro vite l’autore ci fa riflettere non soltanto su come ogni
chiamata ha avuto delle ripercussioni nella società del proprio tempo, ma
anche come l’esempio del santo è attuale anche per noi. Con l’acutezza e la
precisione del professore di matematica, Joseph Grifone mette in relazione
la fede del santo con un aspetto del mondo che viviamo: fede e ragione in
Tommaso d’Aquino, fede e impegno nella società minacciata dal
relativismo in Tommaso Moro, fede e cultura in Edith Stein, scienza e fede
in Jérôme Léjeune.
Per altri, invece, il rapporto è più direttamente legato alla chiamata alla
santità e alla missione nella Chiesa, come l’abbandono fiducioso nelle
mani di Dio in Abramo, l’aspirazione alla verità in sant’Agostino, la
necessità della fedeltà alla Chiesa nella Tradizione e nel progresso in
Sant’Ireneo, o ancora l’amore immenso e commovente per i più poveri in
santa Teresa di Calcutta. Altre figure ci affascinano e ci interpellano come
san Paolo o santa Teresa d’Ávila, mostrando come l’efficacia
dell’evangelizzazione è sempre il frutto dell’unione a Cristo e della vita di
preghiera. Il tutto illuminato dalla perfetta umiltà della Madre di Gesù. La
fede e la santità, l’evangelizzazione e la risposta alla chiamata di Dio,
anche vissute nel modo più intenso, non sono realtà astratte o teoriche, ma
fisicamente inserite nella vita e nei comportamenti.
Ciò che sorprende, leggendo queste pagine avvincenti, è il carattere
attuale, contemporaneo direi, della figura di questi santi e del loro
esempio. Nelle loro problematiche, nella fedeltà alla loro vocazione,
possiamo scoprire i nostri problemi, le nostre sfide, i nostri compiti. Nel
raccontare le loro vite, l’autore ci fa vedere come questi santi e queste
sante non fossero in generale dei superuomini o delle superdonne, ma
persone che hanno preso sul serio la chiamata e hanno risposto con un «mi
hai chiamato Signore? Eccomi!». Ognuno di loro si è abbandonato
fiduciosamente nelle mani di Dio lasciandosi poi guidare e modellare senza
opporre resistenza. E in questo modo non solo hanno raggiunto la santità,

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ma ciascuno nel proprio campo ha veramente inciso in maniera
significativa nella società. Si vede così che l’evangelizzazione si fa con la
santità della vita che irradia i valori evangelici, vita totalmente offerta a
Dio e posseduta da Lui.
I santi sono uomini e donne immersi in Dio nel loro essere e nelle loro
opere. Hanno visto sotto i loro occhi la misericordia di Dio, più forte della
morte, potenza d’Amore che il Padre ha dato a suo Figlio sulla terra;
hanno udito la voce di Dio parlare nel silenzio della preghiera e
dell’adorazione, sperimentando cioè l’ardore dello Spirito Santo che
brucia ogni peccato, scrivendo nel loro cuore i comandi che nessun uomo
con le sole sue forze è in grado di compiere. Anzi, la loro esistenza è
inseparabile dall’essere di Dio e sempre in dialogo con Dio nel silenzio e
nella preghiera contemplativa.
Il libro si conclude con san Josemaría Escrivá. La ricerca della santità
nella vita ordinaria proposta dal fondatore dell’Opus Dei concretizza nel
modo più naturale la risposta alla chiamata di Dio, il quale effettivamente
ci vuole santi nel posto dove ci troviamo: lavorando con passione,
precisione e col desiderio di offrire il proprio lavoro, qualunque esso sia,
per la propria e per l’altrui santificazione.
Essere santi, oggi, significa saper vivere nel mondo senza cedere alle
mode del momento, ben sapendo che le persecuzioni e le incomprensioni
non mancheranno.
Come diceva santa Teresa d’Ávila, «la vita è una cattiva notte in una
pessima locanda»; ma se ci rendiamo conto che Dio ci chiama ogni giorno,
allora le tenebre svaniscono e la locanda, alla fine, non è così cattiva. E i
piccoli grani che abbiamo offerto al Signore, si sono trasformati in chicchi
d’oro fino.

Cardinale Robert Sarah


Prefetto della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti

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INTRODUZIONE

La vita umana è un cammino. […] È come un viaggio sul mare


della storia, spesso oscuro e in burrasca, un viaggio nel quale
scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della
nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente.
Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per
antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per
giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di
persone che donano luce traendola dalla sua luce e offrono così
orientamento per la nostra traversata.
Benedetto XVI, Enciclica Spe salvi, 49.

Nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, vibrante chiamata alla


nuova evangelizzazione, Papa Francesco sottolinea l’importanza
dell’esempio offerto dai credenti. Siamo tutti chiamati, dice, a essere
testimoni dell’amore salvifico del Signore, nonostante le nostre debolezze e
miserie.
Questa testimonianza brilla soprattutto nella vita dei santi. I santi aprono
la strada, indicano il cammino come un faro luminoso. È sorprendente
vedere, quando si leggono le loro vite, come il loro esempio attraversi il
tempo e le culture, rimanendo affascinante e attuale. In loro si è realizzato,
infatti, il mistero contemplato da san Paolo: senza perdere la propria
personalità, hanno riprodotto in sé il volto di Cristo; ci rinviano la luce del
Verbo eterno, che essi riflettono come tessere di un mosaico, come uno
specchio a mille facce.
Basti pensare, per esempio, a san Paolo e a san Francesco d’Assisi.
Possiamo trovare due personalità così differenti? E tuttavia entrambi

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rivelano il volto di Gesù di Nazareth, in modo così genuino da sembrare un
ritratto fedele del Redentore. La povertà di Francesco piena di gioia, la sua
semplicità e poesia, rimandano spontaneamente a Colui che camminava in
Palestina senza aver dove posare il capo, proclamando le Beatitudini sulle
colline della Galilea, accogliendo i bambini, i peccatori e gli ammalati. Ma
è ancora Cristo che si rivela nella personalità così diversa di san Paolo, nel
suo ardore, nel suo zelo infaticabile, nella sofferenza e nella persecuzione,
nelle dure contrarietà, nelle veglie ripetute, nella fatica... La sua
identificazione con il Redentore era tale che poteva dire di sé stesso: «Non
sono più io che vivo, è Cristo che vive in me»1.
Tali esempi ricorrono lungo tutta la storia. Più vicina a noi l’umiltà e
l’oscurità della vita di santa Teresa di Gesù Bambino, il suo sacrificio
silenzioso in quei pochi metri quadrati di un piccolo convento in Francia, la
sua esistenza ignorata da tutti, ci ricordano quei sorprendenti trent’anni di
vita nascosta del Signore, durante i quali la divinità del carpentiere di
Nazareth rimase completamente velata a coloro che lo frequentavano ogni
giorno. Che contrasto con tanti altri santi che nella loro vita conobbero la
notorietà, o svolsero un ruolo fondamentale nella Chiesa, nella società o
nelle arti... Giovanni Paolo II, Tommaso Moro, Madre Teresa, per citarne
solo alcuni! Eppure, scrutando bene, anche in loro si vede prendere forma,
come in filigrana, il volto del Figlio di Dio, con la stessa forza e con la
medesima evidenza dell’umile carmelitana di Lisieux.
È così che i santi tracciano il percorso: tutti parlano a noi in modo
particolare, con la loro propria fisionomia e la loro propria somiglianza a
Cristo. Anche loro conobbero la debolezza e il dubbio; e tuttavia, con la
loro testimonianza, umile e discreta, o luminosa e raggiante, ci illuminano,
anche a secoli di distanza, poiché proiettano sulle circostanze più attuali e
personali la luce di Cristo.
Bergson ha detto che «i santi non hanno bisogno di esortare. Esistere è
loro sufficiente. La loro stessa esistenza è una chiamata, un invito alla
santità. Hanno aperto percorsi dove altri possono passare»2. Cosicché,
proponendomi di approfondire l’insegnamento di san Giovanni Paolo II, di
Benedetto XVI e ora di Papa Francesco sulla chiamata alla nuova
evangelizzazione, ho pensato che il modo più efficace e più utile fosse
quello di cercare la luce e l’esempio nella vita dei santi.
I temi trattati avrebbero potuto essere illustrati attraverso l’esempio di
ben altre figure di santi. Ma una scelta era necessaria e spero che un giorno
altri colmeranno le lacune e completeranno queste note.

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Un’ultima parola per dire che, per illustrare il tema del rapporto tra
scienza e fede, mi sono permesso di scegliere la figura del professor
Léjeune, il cui processo di beatificazione è ancora in corso. Naturalmente,
la mia intenzione non è quella di anticipare il giudizio della Chiesa, ma di
proporre un esempio particolarmente significativo che illumina uno dei
temi fondamentali della nuova evangelizzazione. Dopo tutto, i santi che la
Chiesa ha canonizzato sono solo una piccola quantità di quegli
innumerevoli punti luminosi che brillano nel cielo e che i nostri occhi
contemplano affascinati.
Per finire, vorrei esprimere la mia riconoscenza verso tutti coloro che mi
hanno consigliato e aiutato nella redazione di queste pagine, come pure a
Mario Grifone per la traduzione in italiano.

Tolosa, 23 aprile 2018

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I
ABRAMO & LA CHIAMATA DI DIO

In cammino verso un Paese sconosciuto

Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo


che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione
straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe,
coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città
dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
[...] Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte,
nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come
la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può
contare (Eb 11, 8-12).

Con queste parole, di cui si può ammirare la semplicità e l’emozione


solenne, l’autore della Lettera agli Ebrei ci descrive la fede di Abramo. Una
fede forte e generosa, che innumerevoli generazioni di credenti hanno
considerato come il modello, il paradigma, della risposta dell’uomo alla
chiamata di Dio.
Questo testo ci permette di entrare direttamente nel cuore della
questione. La fede, infatti, è essenzialmente questo: la risposta a una
chiamata che Dio rivolge all’uomo, il consenso a un invito che richiede
l’impegno di tutta la vita.
Troppo spesso riduciamo la fede all’accettazione di verità colte nella
penombra. Certo, la fede è anche questo, come vedremo, ma non si può

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ridurla a un assenso intellettuale. La fede è un atto molto più nobile e
generoso, che consiste nell’aprire il cuore, l’intelligenza e la vita. La fede
implica tutta la persona: intelletto e volontà, l’azione e le relazioni
interpersonali.
In un certo senso, la fede è come l’amore di chi accoglie nelle profondità
del suo essere la persona amata, con tutto il suo mistero e la sua ricchezza.
Come Abramo, coloro che si amano si mettono in cammino, senza sapere
dove stanno andando, soggiornano in una terra straniera, avendo in
comune una tenda precaria. Senza questo salto nel buio, non dettato dalla
superficialità né da un giudizio acritico, ma frutto dell’apertura dell’anima e
del presentimento che una promessa si compirà, non c’è amore. E senza
questa apertura dell’anima, senza il dono di sé in un rapporto personale,
non c’è vera fede. Può esserci una «credenza», ma è un’altra cosa.

Tempo di preparazione

Ecco dunque che Abramo si mette in cammino verso un Paese sconosciuto.


Le fonti della storia patriarcale sono antiche. Quando assunsero la forma
letteraria che ci è riportata nelle narrazioni bibliche, vari secoli saranno
trascorsi. Il loro ricordo è stato tramandato da una generazione all’altra
nelle vecchie storie dei clan: storie di parentele, tradizioni sulle origini ed
eventi salienti, amicizie e inimicizie; spiegazioni degli usi e costumi;
ricordi di luoghi antichi di culto; frammenti di poesie1: tutta una memoria
collettiva trasmessa da una generazione all’altra.
La narrazione biblica è ricca di colore. Così come ci è arrivato, il ciclo su
Abramo si è senza dubbio arricchito attraverso l’approfondimento e la
riflessione alla luce della storia d’Israele e con la presa di coscienza sempre
più chiara del rapporto speciale del popolo eletto con Dio. Ma possiamo
fidarci dei tratti essenziali del materiale storico. La migliore conoscenza
che oggi abbiamo dell’antico Oriente, le scoperte archeologiche di migliaia
di tavolette cuneiformi degli archivi amministrativi, hanno stabilito certezze
circa l’età di queste fonti e il valore della loro testimonianza. Tutto un
sottofondo culturale e legislativo dell’antico Oriente si è svelato a poco a
poco, nel quale si inserisce in modo naturale la relazione biblica2. Se ci

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sono state fedelmente trasmesse le leggi e i costumi che, al momento della
redazione dei documenti biblici erano scomparsi da tempo, è probabile che
anche la sostanza dei fatti storici sia stata trasmessa con fedeltà.
Ciò che più colpisce nel racconto biblico è il significato religioso che, fin
dalle più antiche tradizioni, è stato assegnato alla migrazione del clan di
Abramo.
La Genesi riferisce due partenze di Abramo, due episodi distinti in cui la
sua vocazione prese forma. La prima è quella del padre di Abramo, Terah,
che con tutto il suo clan, lascia la città di Ur in Caldea. Si trattava di una di
quelle famiglie provenienti da gruppi semi-nomadi d’origine aramaica che,
secoli prima, si erano stabilite nel sud della Mesopotamia, proponendosi
come allevatori, soldati o carovanieri3. È possibile che la causa di questo
fenomeno siano stati disordini religiosi e politici; forse dovuti all’obbligo di
riconoscere la sovranità del dio Marduk sopra gli dèi locali. Un’antica
tavoletta cuneiforme ci informa che, negli anni prima dell’avvento di
Hammurabi, il grande re legislatore di Babilonia, probabilmente
contemporaneo di Abramo (XVIII secolo), «ci fu un gran massacro a Ur».
Comunque, la famiglia di Terah riprese la vita semi-nomade e partì in
direzione di Canaan; «ma giunti a Harran, vi si stabilirono» (Gn 11, 31).
Abramo, ancor giovane, dovette vivere questo evento come una
separazione difficile, sia fisicamente sia psicologicamente. La città di Ur
aveva esercitato la sua egemonia sulla Mesopotamia inferiore per più di un
secolo alla fine del III millennio a.C., e aveva conosciuto lo sviluppo di una
fiorente civiltà sul piano politico, economico e religioso. Al tempo di
Abramo, era sotto il dominio babilonese e, se il suo potere economico e
politico era solo un ricordo, si trattava di una città tutt’altro che
insignificante, e doveva conservare nelle strutture sociali e nella sua
memoria storica, i resti del suo passato glorioso.
Questa prima partenza rappresentava dunque una rottura con una vita
tranquilla e facile. Mettendosi in cammino con il clan di suo padre, Abramo
si troverà ad affrontare le restrizioni e le incertezze della vita nomade, la
privazione e il disagio. Ma è appunto questa situazione precaria a offrirgli
l’opportunità di vivere il distacco materiale e spirituale e di godere della
libertà di spirito senza la quale è praticamente impossibile udire la chiamata
di Dio. La solitudine degli spazi aperti, la semplicità e la sobrietà della vita
pastorale, lo prepareranno a essere sensibile alla voce di Dio e ad aprirgli il
cuore.

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Questa prima migrazione è come una fase di preparazione. Di solito è
così che Dio agisce. La chiamata alla fede, a una missione o a un compito,
non è una luce che brilla all’improvviso e illumina irresistibilmente
l’intelligenza e il cuore. Poche sono le conversioni come quella di san
Paolo, nelle quali Dio interviene con la sua potenza e i suoi diritti assoluti
per legare le anime a Sé. Di solito, il Signore dell’Universo agisce sugli
uomini adattandosi alla loro natura. Dio parla all’uomo il linguaggio
umano. Prima di far risplendere la sua luce, si insinua nel cuore
delicatamente. Eventi minimi e apparentemente insignificanti acquistano a
poco a poco un contorno più preciso e dei tratti più profondi che stimolano
la riflessione, suscitano un’inquietudine e risvegliano la sete e il desiderio
di qualcosa di assoluto.
Ogni anima, prima o poi, sente nel più profondo del cuore questo genere
di aspirazioni. Per alcuni si tratterà forse di un presentimento della
trascendenza, come una luce che sembra illuminare il senso degli
avvenimenti. Per altri, al contrario, è un’inquietudine che sorge
dall’impressione che qualcosa manchi nella loro vita, come un vuoto
difficile da spiegare. In altri casi è la chiamata a una maggiore generosità,
che si insinua delicatamente nel cuore e invita al dono di sé. Aspirazioni al
superamento di sé, a mettersi in discussione, per dare un nuovo indirizzo
alle aspirazioni e ai progetti; inviti a prendere le distanze da sé stessi e a
lasciare questa sorta di prigione dove a volte ci si rinchiude. In ogni caso, è
sempre come desiderio di una maggiore esigenza – perché l’amore, quando
è vero, è esigente – che la chiamata di Dio si manifesta. Ed è spesso lì, in
questi momenti fugaci, che tutto si decide: o si apre il cuore e a poco a poco
la luce illumina il cammino, o lo si chiude e lo sguardo dell’amore si
spegne, si respingono questi presentimenti con superficialità,
considerandoli insignificanti o illusori.
Le ragioni di questo declino del cuore possono essere diverse. A volte il
tipo di vita, l’ambiente famigliare o sociale, l’influsso dei media, agiscono
come uno schermo attraverso il quale raggi della grazia passano con
difficoltà. Queste situazioni oggi sono sempre più comuni e costituiscono,
per coloro che hanno ricevuto la luce della fede, una chiamata alla
responsabilità, a non tenere questo tesoro per sé. Altre volte, gli eventi della
vita, le cause esterne, possono intorpidire e perfino paralizzare l’anima:
eventi dolorosi che offuscano la visione e avvolgono il cuore in una nebbia
di tristezza.

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Tuttavia, nella maggior parte dei casi, questo primo dialogo dell’anima
con Dio, premessa di una chiamata, di una «vocazione», può diventare
inaudibile per motivi più banali, dei quali forse non si è pienamente
coscienti, ma dei quali più o meno si porta la responsabilità: la leggerezza
di una vita confortevole che intorpidisce e taglia le ali dell’amore; il rifiuto
ricorrente di aprire il cuore per mancanza di generosità; le preoccupazioni
mondane e superficiali che soffocano le buone ispirazioni. E, diciamolo
francamente, questa mancanza di lucidità, così comune oggi, per la quale
troppo facilmente ci si contenta del provvisorio e dell’immediato, fa sì che
non si riesca più ad apprezzare ciò che è essenziale e permanente.
Pertanto, quando queste «preoccupazioni divine» s’insinuano nell’anima,
bisogna impegnarsi a discernerle con lealtà, comprendendo che ci si trova
di fronte a scelte importanti. È in queste occasioni che spesso si decide la
direzione che si darà alla propria vita. È il momento di raccogliersi in una
riflessione serena, cercando magari il consiglio di un amico o di una
persona esperta. È forse pure l’occasione di dimostrare coraggio per
sradicare le barriere interne e gli egoismi personali che impediscono alla
luce di aprirsi un cammino nell’anima. Come Abramo, bisogna essere
disposti a «complicarsi la vita».

La chiamata

La chiamata di Dio colse Abramo nella regione di Harran vari anni dopo,
invitandolo a recarsi in un Paese che gli sarebbe stato indicato. E Abramo,
portando con sé la sua famiglia, le sue proprietà e i suoi servitori, dice la
Genesi, si mette in cammino, senza conoscere la meta, lasciandosi guidare
da Dio. Anche in questo caso, ha lasciato una situazione confortevole per
andare dove Dio vuole. Né l’ignoranza di quello che l’aspetta né le
incertezze della vita nomade né la sua età, già avanzata, lo fanno esitare.
Obbedisce alla volontà di Dio con quella determinazione e serenità che
sono il privilegio delle anime rette.
Da quel momento, la sua vita si identifica con la sua vocazione. Una vita
che non sarà priva di difetti e di errori di valutazione, ma una vita fedele.
Non fu dato a Abramo di vedere la realizzazione della promessa divina –

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una progenie numerosa come la sabbia del mare e come le stelle del cielo,
una terra che sarà la sua patria –: ci vorranno secoli perché la sua prole
possa prendere possesso della terra di Canaan. Ma questo non ha
importanza per lui. La sua fede è così grande, la sua disponibilità così
completa, che quando Dio, per metterlo alla prova, gli chiederà di
rinunciare al suo unico figlio Isacco, nel quale appunto cominciava a
realizzarsi l’oggetto della promessa, non esita ad accogliere la volontà di
Dio. In un atto di fedeltà eroico, accetta che Dio riprenda la vita di suo
figlio. Poiché sa che Dio è fedele e adempie le sue promesse, anche se in
modo a noi sconosciuto. E Dio non si lascia vincere in generosità. Si
accontenta delle disposizioni del suo cuore e gli restituisce suo figlio4.
Questo è il modo in cui Dio agisce con coloro che chiama: se chiede
molto è per rendere il centuplo. Colui che risponde al suo appello, lo
ricolma oltre ogni misura: il centuplo anche nella vita presente5, la certezza
della sua presenza e del suo sostegno nei momenti di dubbio, quella
serenità che nulla può cancellare quando si sa che la propria vita ha un
senso e che si è sulla strada giusta.
La chiamata di Dio – la fede, la vocazione – è una manifestazione di
predilezione divina. Anche se di solito nulla cambia nella vita, è la visione
della realtà, delle persone, degli avvenimenti a cambiare. È come una luce
potente che si accende nell’anima permettendo di percepire che ciò che si
sta facendo ha un senso, che le azioni più banali possono avere un valore di
eternità: «tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8, 28).
Ricevere la chiamata di Dio e rispondervi, ha detto il beato Álvaro del
Portillo, è molto più grande che innamorarsi, essendo l’amore umano
qualcosa di grande e nobile. È ben altra cosa che impegnarsi in un lavoro
che colma tutte le aspirazioni, quantunque il lavoro ben fatto sia una realtà
nobile e santa, che santifica e che ci santifica. La vocazione non è
un’emozione passeggera, e nemmeno la semplice decisione di impegnarsi
maggiormente al servizio di Dio. Non è qualcosa che si sovrappone ad altri
compiti: è Dio che irrompe nell’anima, marcandola con un segno
indelebile, che dà un nuovo significato all’esistenza.

La risposta

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Quando Dio chiama e il chiamato rinvia la risposta a un momento «più
propizio», questo momento immaginario in realtà si allontana, perché ogni
ritardo indurisce il cuore. Una risposta parziale, indecisa, sfuggente, non
risolve nulla: prolunga solo il periodo sgradevole d’instabilità che
attraversano coloro che sono così radicati su sé stessi da perdersi in un
groviglio di nodi, cercando di analizzare a sazietà e di risolvere le
complicazioni della loro anima. Che pace, che serenità, invece dà il sapersi
abbandonare con semplicità nelle mani di Dio!
Certo non si tratta di prendere decisioni alla leggera ed è normale cercare
di vedere chiaramente il cammino. Tuttavia, spesso non è la luce a
mancare, bensì la risolutezza, il coraggio della decisione. Taluni, di fronte
alla chiamata di Dio, vorrebbero raggiungere un grado di certezza che
reputerebbero eccessivo per altre decisioni che comportano un rischio. Una
persona che esigesse di conoscere la volontà di Dio in questo modo, non
potrebbe mai fare nulla nella sua vita: né scegliere una carriera né sposarsi
né qualunque altra cosa: perché questa certezza matematica non l’avrà mai.
Rispondere è un problema d’amore, di generosità, di magnanimità. Non si
tratta di sentire un’emozione, un trasporto, una disposizione
particolarmente forte. Non è ai sentimenti che Dio si rivolge, ma alla
volontà che è la parte più nobile dell’uomo.
Il linguaggio che Dio usa è quello dell’amore, non quello dell’emozione.
E quando bussa alla porta dell’anima6, tirare in lungo per calcolare i rischi,
rinviare la decisione alle calende greche per cercare certezze, è segno di un
amore mediocre. Perché è proprio dell’amore spezzare la catena delle
logiche che potrebbero prolungarsi all’infinito. Amare è accettare di
rinunciare a voler dimostrare come un teorema ciò che il cuore, nella sua
intuizione, già conosce. Perché spesso, nel fondo del cuore, si sa che la
chiamata di Dio è reale e vera, e che le scuse che gli si oppongono sono
solo fittizie. Quante esitazioni sono, in fondo, solo un problema di
generosità!

Perseveranza & fedeltà

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La chiamata di Dio si imprime per sempre nell’anima. Si può rispondere o
non rispondere, essere fedeli per tutta la vita o rompere l’impegno che si
preso un giorno: gettare, come si suol dire, la vocazione dalla finestra. Ma
ciò non cambia la realtà che Dio ha davvero chiamato. La vocazione è per
sempre, poiché «i doni di Dio e la chiamata di Dio sono irrevocabili»7.
A differenza degli esseri irrazionali, che non sono padroni delle loro
azioni e del loro destino, l’uomo ha la capacità di orientare liberamente la
sua vita e di prendere decisioni che impegnano per sempre il suo futuro.
Nonostante il passare inesorabile del tempo e nonostante gli ostacoli che
possono sorgere nel suo cammino, l’uomo può perseverare nelle scelte
fondamentali compiute ed essere fedele ai suoi impegni. «Anche nelle
circostanze esterne più sfavorevoli, rimane per tutti uno spazio di libertà
che nessuno può violare e del quale Dio è la sorgente e il garante»8.
Povera immagine dell’uomo ha chi si lascia ingannare dall’idea, oggi
prevalente, che l’uomo è capace solo di una fedeltà a termine, di una fedeltà
fragile, di un impegno ambiguo. Che senso avrebbe dire qualcosa del tipo:
«Ti amerò fino al 23 luglio...», oppure: «Manterrò la promessa, a meno che
cambi idea?».
Ci sono persone che magari non sono un esempio per il loro
comportamento morale, ma che sanno essere fedeli alla loro azienda, alla
parola data, a una persona che stimano... La fedeltà riscatta molte mancanze
e molti errori, perché rivela un cuore che sa amare. Le risorse più nobili del
cuore umano si esprimono nella fedeltà.
Alcune difficoltà possono sorgere durante il cammino: momenti di
oscurità, scoraggiamento di fronte ai propri errori, monotonia delle
situazioni ordinarie o fastidiose. Le tradizioni bibliche fanno menzione di
questo tipo di eventi, in generale di poco rilievo, che si intrecciano nella
vita di Abramo: controversie famigliari o conflitti di clan, difficoltà nel
discernere il modo giusto di agire, conseguenze negative dei propri errori e
limiti. Se la vita di Abramo acquista una dimensione che trascende il tempo
e si impone come modello e riferimento non è perché le sue azioni abbiano
avuto un valore straordinario, e neppure perché il suo comportamento sia
stato sempre esemplare, ma perché ha saputo orientare la sua vita secondo i
disegni di Dio con fede e generosità.
Questa fedeltà, cui l’esempio di Abramo ci invita, è come una guida nella
quale tante persone che camminano nelle tenebre, possono trovare
sostegno.

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II
LUCI & OSCURITÀ
LA FEDE DELLA VERGINE MARIA

Se fossi un pittore

Vigilia di Natale 1940. Nello Stalag XII D a Treviri, si rappresenta


un’opera teatrale scritta da uno dei prigionieri su richiesta degli altri
detenuti. L’autore non è credente, ma forse per le circostanze, o l’emozione
che accompagna sempre la festa di Natale, ha composto un magnifico
poema in cui è descritta con delicatezza ammirevole la fede della Vergine
Maria di fronte al mistero che si realizza in lei. Immagina sé stesso vicino
alla culla e contempla la Santa Vergine con lo sguardo di un pittore che
vorrebbe dipingerla:

La Vergine è pallida e guarda il bambino.


Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso
è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso
umano.
Poiché Gesù è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto
del suo ventre.
L’ha portato nove mesi e gli darà il seno, e il suo latte diventerà il
sangue di Dio.
E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è
Dio.
Lo stringe tra le sue braccia e dice: «Piccolo mio!»
Ma altre volte si sofferma perplessa, e pensa: «Dio è qui»,

20
e prova umilmente timore di fronte a questo Dio muto,
dinanzi a questo bambino.
Perché tutte le madri sono a volte colte dall’emozione
davanti a quel frammento della loro carne che è il loro bambino,
e si sentono in esilio di fronte a questa nuova vita
fatta con la loro vita e abitata da pensieri estranei.
Ma nessuno è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a
sua madre
perché Egli è Dio e sorpassa d’ogni lato tutto ciò che lei può
immaginare.
E una dura prova per una madre
di avere paura di sé e della sua condizione umana di fronte a suo
figlio.
Ma penso che ci siano altri momenti, rapidi e fugaci,
in cui sente che Cristo è allo stesso tempo suo figlio, il suo piccolo,
e che è Dio.
Lo contempla e pensa: «Questo Dio è il mio bambino!
Questa carne divina è la mia carne, fatta di me;
ha i miei occhi e questa forma della bocca è la forma della mia!
Mi assomiglia! Egli è Dio e mi assomiglia!».
Nessuna donna ha avuto come lei il suo Dio, per lei sola.
Un Dio piccolo che si può prendere in braccio e coprire di baci,
un Dio caldo che sorride e respira,
un Dio che si può toccare e che vive.
Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore,
e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di
timidezza
con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo
bambino-Dio
di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride.

Con una delicatezza ammirevole, il poeta ha saputo descrivere la


psicologia così particolare dell’atto di fede della Santa Vergine. Si è
sorpresi d’apprendere che l’autore è Jean-Paul Sartre... Difficile dubitare
che in questa occasione il filosofo ateo sia stato toccato dalla grazia, anche
se più tardi lo negò. Negli anni ’50, Sartre diede generosamente il permesso

21
di pubblicare questo testo nel Breve Trattato sulla Vergine Maria, di René
Laurentin1.

Tra luci & tenebre

La situazione di Maria era, per certi aspetti, diversa dalla nostra. La


maternità divina, come ogni maternità è un rapporto tra persone. Ciò
nonostante, differisce dalle altre relazioni tra madre e figlio. In queste, la
madre preesiste al figlio: è lei che ha l’iniziativa di questo rapporto. Nel
caso della Santa Vergine, invece, la persona del Figlio preesiste a sua
madre: il Verbo eterno entra nella sfera temporale, si fa uomo nel seno di
Maria per un atto di cui Egli stesso ha iniziativa, è Lui a scegliere sua
madre. Di conseguenza, nel caso di Maria, diventare madre è aderire a un
progetto, rispondere a una chiamata, dare un consenso.
È quindi comprensibile che, dovendo dare il suo accordo al piano di Dio,
le fosse dato, in qualche modo, di conoscere l’origine divina di Colui che
sarebbe diventato suo figlio. Nella sua prima giovinezza intravvide,
commossa, il mistero che si realizzava in lei: fin dal primo momento lo capì
con la chiarezza sufficiente per potervi aderire senza restrizioni. Aderendo
con tutte le sue facoltà, la Santa Vergine ha pronunciato per la prima volta
il consenso dell’umanità al piano redentore di Dio. Ma ciò che «vide» del
mistero di suo Figlio, lo vide nella fede, cioè nell’oscurità. La luce che Dio
le aveva dato apriva il cammino attraverso il velo della sua condizione
umana. Costantemente la visione del primo istante era messa alla prova da
ciò che percepiva nel quotidiano. Un bambino coperto di povere fasce,
pianti e giochi, situazioni sorprendenti che non sempre comprendeva, ma
che accettava meditandole nel suo cuore (Lc 2, 19.51). Progressivamente,
nel realizzarsi, il mistero divino le si rivelava a poco a poco; si chiariva
acquistando contorni più precisi, ma sempre alla prova della fede. E il suo
cuore batteva d’emozione e di stupore.
La cosa più notevole nella fede di Maria è il contrasto tra il carattere
eccezionale del suo ruolo e la semplicità in cui viveva. La Bibbia si apre
con la visione della donna il cui lignaggio schiaccia la testa del serpente: la
figura di Maria appare radiosa all’alba della storia umana, associata a suo

22
Figlio nell’opera della Redenzione (Gn 3, 15). E la donna misteriosa appare
ancora nelle ultime pagine della Bibbia, nel libro dell’Apocalisse, coronata
di stelle, rivestita di sole, la luna sotto i suoi piedi, proteggendo il bambino
appena nato e tutta l’umanità contro l’attacco del dragone infernale2. La
presenza di Maria incornicia così tutta la storia della Salvezza come le
estremità di un arcobaleno luminoso teso sull’umanità.
Ora – ed è questo ciò che più sorprende – questa figura misteriosa, che
trionfa sul Male e ci appare rivestita di gloria, è la stessa giovane donna che
in una povera casa di Nazareth si occupò della sua famiglia adempiendo i
compiti più banali: andare ad attingere l’acqua alla fontana, filare la lana,
allattare il suo bambino e insegnargli a camminare... Tra momenti di gioia e
momenti di difficoltà, come in tutte le famiglie, ma sempre illuminati
dall’amore. Ogni giorno rinnovava con amore la sua adesione a ciò che,
nella sua giovinezza, aveva visto nel chiaroscuro della fede.

La grandezza della vita ordinaria

È questo il tesoro che possiamo scoprire meditando l’esempio della Santa


Vergine: abitualmente è nelle situazioni semplici e banali della vita
ordinaria che il Signore chiama, ed è lì che la nostra vocazione si
concretizza.
Quando si è in alto mare o su una vasta pianura, l’occhio è affascinato
dalla linea dell’orizzonte dove il cielo e la terra sembrano congiungersi. San
Josemaría Escrivá commentava che in realtà là dove il cielo e la terra si
incontrano è nel cuore dell’uomo3. Essere unico nella creazione, plasmato
con la polvere del suolo e creato a immagine di Dio, l’uomo unisce in sé la
vita divina e la «materialità» delle sue azioni.
Tuttavia, nelle sue attività correnti e ordinarie l’uomo corre il pericolo di
lasciar scorrere tra le sue dita le perle e l’oro fino di una vita trasfigurata
dall’amore. Dio chiama e l’uomo dice: domani! Ai suggerimenti divini
risponde: più tardi! Quando avrò risolto questo problema; quando non avrò
questo impegno, questa preoccupazione; quando avrò tempo... E così
facendo si perdono occasioni di cui non si sa discernere il valore e
l’importanza...

23
Non cadere in un circolo vizioso: tu pensi: quando questa faccenda
si sarà aggiustata in un modo o nell’altro, allora sarò molto
generoso con il mio Dio. Ma Gesù non starà forse aspettando che
tu sia generoso senza riserve, per aggiustare Lui le cose meglio di
quanto tu possa immaginare?4

Oggi! Anche se questo problema è ancora presente e questo compito


impegna il mio tempo. Oggi! Benché queste difficoltà non siano ancora
risolte, la situazione sia delicata, il contesto difficile... È oggi che il Signore
dà appuntamento: non malgrado queste situazioni fastidiose, ma proprio
attraverso di esse.
In un magnifico romanzo che ha segnato la letteratura italiana degli anni
Quaranta, è descritto il sogno ambizioso di un giovane ufficiale pieno di
promesse che parte per una fortezza, ultimo avamposto ai confini del
Regno, dove spera di incontrare la gloria. Ma il sogno non si realizza ed è
sepolto sotto il passare inesorabile del tempo, nella monotonia e nel vuoto.
Finalmente il tanto atteso avvenimento in cui potrebbe dare infine la misura
del suo valore, l’invasione delle truppe nemiche, si produce; ma è ormai
troppo anziano e altri hanno preso il posto che aveva sognato. Tutti i miseri
resti dei suoi sogni si disintegrano, invitando alla accettazione dolorosa
della propria umiltà e debolezza. È la vivida immagine del vuoto di una vita
che, non sapendo apprezzare il valore del reale, si concentra su chimere e
affonda inesorabilmente nella tristezza e nella mediocrità. Però è proprio in
questa circostanza, così triste e così banale, che il protagonista scopre ciò
che dà un senso alla sua vita: accogliere la realtà con umiltà, e affrontare la
morte accettando di vivere con dignità quegli ultimi istanti che gli restano
ancora della sua esistenza5.
«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente»6 proclamava Maria: se la
sua vita scorreva apparentemente anodina, era in realtà ricca di frutti
inesauribili. È per questo che poteva annunciare con audacia, come solo
coloro che hanno l’anima pura come i bambini possono fare: «Tutte le
generazioni mi chiameranno beata»7. La sua fede era così forte e grande
che, al di là dell’apparente banalità della propria vita, intravedeva ciò noi
vediamo come una realtà meravigliosa che dura, senza decrescere, da
secoli: le innumerevoli folle di fedeli che le rendono omaggio in tanti

24
santuari e luoghi di pellegrinaggio: Fatima, Lourdes, Guadalupe, Jasna
Gora...; e le umili visite alle cappelle dei più piccoli villaggi; i milioni di
anime che la lodano con il saluto angelico, che l’invocano come Madre, o
che la contemplano nella recita del rosario; i templi elevati in suo onore, le
icone e le sculture degli artisti più grandi, come quelle modeste e ingenue
della pietà popolare. Nonostante la crescente secolarizzazione della cultura
e della società, tutte le generazioni continuano chiamarla beata
riconoscendo che nella semplicità della sua vita Dio ha realmente realizzato
in lei grandi cose.

Una fede forte & serena

Nell’enciclica Redemptoris Mater, san Giovanni Paolo II analizza vari


episodi in cui Maria ha dovuto vivere concretamente la virtù della fede. Ne
emerge il ritratto di una donna forte nella fede.
Maria era una giovane forte e determinata. L’esortazione apostolica
Marialis Cultus rileva che:

Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del


Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una
religiosità alienante, ma donna che non dubitò di proclamare che
Dio è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i
potenti del mondo (cfr Lc 1, 51-53); [...] una donna forte, che
conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio (cfr Mt 2, 13-23)8.

La sua forza d’animo si manifesta, in particolare, nella serenità e nella


determinazione con cui compì la volontà di Dio. All’Annunciazione, si
mette nelle sue mani: dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo,
pronuncia il fiat – «avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1, 38) –
senza esitazione, serenamente. Con la stessa determinazione, si reca da
Elisabetta – «in fretta», dice il Vangelo (Lc 1, 39) – per offrire il suo aiuto
nell’ora in cui la sua anziana cugina dovrà dare alla luce il proprio

25
bambino. Il suo carattere fermo e deciso si rivela ancora a Cana, dove la si
vede attenta ai bisogni degli altri. Si è perfino un po’ sorpresi de vederla
tener testa, con la delicatezza e la fermezza di una madre, all’apparente
rifiuto del suo Figlio9. «Non hanno vino», dice a Gesù, che sembra
rifiutare: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Ma si
scambiano uno sguardo e Maria ha capito. Il momento della separazione
non è ancora venuto. Gesù le deve ancora obbedienza filiale: Egli farà
quello che lei vuole. Allora prende in mano la situazione e domanda ai
servitori di fare ciò che Gesù indicherà10.
Ha compreso che «costringendo» Gesù a intervenire e a rivelarsi, lei
stessa ha anticipato l’ora dolorosa della separazione? In ogni caso, da quel
momento, l’ora è giunta. Gesù inizia la sua vita pubblica, si circonda di
coloro che chiama a sé, separandosi dalla sua casa e dalla sua famiglia. E
Maria si fa da parte a poco a poco, il suo ruolo diventa più discreto. La si
può immaginare mentre contempla con emozione quegli inizi, guardando i
primi discepoli di suo figlio con tenerezza materna, certo, ma anche con la
pena nel cuore che tutte le madri sentono quando i loro figli si separano da
loro. Ed è con determinazione che aderisce al piano di Dio, seguendo Gesù
sulle strade della Galilea. Un sì discreto e sereno alla volontà di Dio, questa
volontà che si manifestò a lei un giorno, nella sua gioventù, e che ora
prende contorni precisi ed esigenti.
La virtù della forza d’animo non consiste nel continuare «stringendo i
denti», ma nel fare ogni cosa con uno spirito sempre più giovane e sempre
più innamorato. Perseverare non è «trascinarsi», ma andare sempre più
avanti con gioia e serenità, imparando a crescere di fronte agli ostacoli.
L’esempio della Vergine Maria è un invito a vivere le esigenze della
vocazione, non trascinandole come un peso, ma assumendole con la gioia
di chi va all’incontro della persona amata. Le occasioni non mancheranno
nella vita di ciascuno: essere fedeli agli impegni presi; resistere alla
pressione di un ambiente frivolo; sopportare con pazienza i piccoli fastidi
provenienti dalle circostanze o dalle persone con cui si convive; accettare,
senza fare un dramma, gli insuccessi e le conseguenze dei propri errori... E
poi, naturalmente, essere coerente nel comportamento morale; difendere il
dono della fede, senza lasciarsi sviare dall’ambiente, da mode e da false
dottrine.

26
Vicino alla Croce

Come per Abramo, Dio chiederà alla Vergine di rinunciare a suo Figlio
affinché Egli possa consacrarsi alla sua missione: dare la vita per tutta
l’umanità. «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? [...] Perché chiunque
fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e
madre»11, le dirà un giorno Gesù quando, circondato dalla folla dei suoi
discepoli, Maria verrà a cercarlo. Certamente si può riconoscere in queste
parole un elogio discreto di colei che con tutto il suo cuore aveva
pronunciato il fiat! – che sia fatta la tua volontà – al momento
dell’Annunciazione. Ma queste parole costituivano anche una chiamata alla
separazione e alla rinuncia dei suoi diritti di madre.
Maria non sarà presente alla Trasfigurazione quando Gesù manifestò la
sua divinità per sostenere la fede di Pietro, Giovanni e Giacomo
nell’imminenza della Passione: Dio sa di poter contare sulla sua fede e la
sua forza quando l’ora sarà venuta. Si può immaginare anche che al
momento dell’istituzione dell’Eucaristia non fosse nella sala dove si teneva
il rito pasquale, occupata con altre donne alla preparazione della cena,
com’è consuetudine in Oriente. Eppure, in un certo modo era lì: perché il
Sangue di Cristo, che è reso presente sotto l’apparenza del vino, è lo stesso
sangue che scorreva nelle vene di sua madre. La sua presenza è una
presenza discreta, rinuncia, dono, desiderio di passare in secondo piano per
servire suo Figlio.
Il consenso di Maria raggiunge il suo culmine presso la Croce:

Ai piedi della croce, la promessa che il Signore darà a suo Figlio il


trono di suo Padre e che il suo regno non avrà fine sembra
definitivamente smentita. La sua anima è nell’oscurità più totale.
Ma è proprio in quel momento che Maria partecipa alla kenosi –
l’umiliazione – di Cristo nel modo più pieno12.

Quanto grande, quanto eroica è allora l’obbedienza della fede


dimostrata da Maria di fronte agli «imperscrutabili giudizi» di Dio!
Come «si abbandona a Dio» senza riserve, «prestando il pieno

27
ossequio dell’intelletto e della volontà» a colui, le cui «vie sono
inaccessibili» (Rm 11, 33)13.

La prova della fede fu per lei ancora più completa, più totale, che per
Abramo, a cui il Signore rese il figlio che stava per immolare. Suo Figlio
spira davanti a lei, domandandole, in un supremo atto di dono, di rinunciare
a Lui per poter dare la sua vita per tutta l’umanità:

Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli


amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al
discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse
con sé14.

Da quel momento, Maria scompare ancora di più, obbediente alla parola


ricevuta dall’alto della Croce, per orientare ancora una volta la sua vita
nella direzione che Dio le ha indicato. Non sappiamo nemmeno quando la
sua vita terrena si sia conclusa né le circostanze in cui si è unita a Dio per
sempre. Probabilmente nella stessa Gerusalemme, sostenendo con la sua
fede quella nascente della prima comunità cristiana. Ma il culto della Madre
di Dio, «colei che ha creduto»15, fiorì ben presto come una primavera
radiosa che illuminò poco a poco la creazione. Ben prima della fine del
primo secolo, il Vangelo di san Luca raccoglieva già alcuni inni della prima
comunità cristiana, inni che cantano le sue lodi, proclamando che tutte le
generazioni la chiameranno beata16.

28
III
SAN PAOLO & L’ANNUNCIO
DEL VANGELO

L’attività evangelizzatrice di san Paolo

Appena pochi anni dopo la risurrezione di Cristo, la chiamata della fede


risuona nel cuore di Paolo di Tarso, la cui figura domina il cristianesimo
nascente. La sua dottrina e la sua vita ci forniscono il commento più
suggestivo del Vangelo: con la sua predicazione, ha portato il messaggio
cristiano fino ai confini dell’Impero romano; con il suo insegnamento, ha
gettato le basi per comprendere il mistero di Cristo; per la sua fede ardente,
il suo zelo, il suo donarsi inesauribile e senza riserve, rimane per sempre un
esempio e un modello di amore di Dio e di servizio alla Chiesa.
Paolo nacque a Tarso, in Cilicia, nel sud della Turchia attuale, in una
famiglia ebrea di stretta osservanza. Era quasi contemporaneo di Gesù,
forse un po’ più giovane, perché, come dicono gli Atti degli Apostoli, alla
morte di Stefano, era ancora giovane1.
Tarso era, all’epoca, una vera metropoli. Città portuale e commerciale,
sito di transito, si apriva al collegamento tra l’Occidente e l’Oriente. Le sue
scuole rivaleggiavano con quelle di Atene e di Alessandria. La comunità
ebraica, come spesso capitava nella Diaspora, era più aperta di quella della
Palestina e Paolo ricevette una formazione al tempo stesso rigorosa e
aperta, in linea con uno dei grandi maestri d’Israele, Hillel, favorevole a
un’interpretazione aperta e ponderata della Torah. Quando più tardi si
convertì a Cristo, la sua apertura, l’ampiezza del suo sguardo capace di
superare la limitatezza del proprio ambiente, la sua grande cultura, gli

29
permetteranno di cogliere la dimensione universale dell’insegnamento di
Gesù, e lo lanceranno per le strade e i cammini dell’Oriente e d’Europa per
diffondervi il suo messaggio.
Il futuro Apostolo delle genti era un uomo integro ed esigente, dotato di
un carattere fermo e deciso. La sua vita religiosa era segnata da un’adesione
fedele alla Legge, una fede solida e una pietà profonda e sincera al Dio dei
suoi padri. Si capisce che quando gli arrivò l’eco dell’insegnamento di
Gesù, lo percepì come una bestemmia: come poteva riconoscere il Messia,
il liberatore di Israele, colui che avrebbe ripristinato il culto e il rispetto
della Legge, in questo falegname crocifisso come un malfattore, i cui
seguaci persistevano a considerare come uguale a Dio? Sicché, come egli
stesso dice nelle sue lettere, si oppose con violenza alla Chiesa nascente,
con tutto lo zelo e tutto l’ardore del suo carattere.
Poi, all’improvviso, ebbe luogo la conversione (verso l’anno 36). In
questo episodio che, data la fermezza delle sue convinzioni e la forza del
suo carattere, rimane psicologicamente inspiegabile, Paolo vide sempre
l’azione diretta di Dio, l’incontro con Cristo nella sua gloria, e anche la
radice della sua investitura apostolica. Fu come un fulgore che illuminò
tutto. In una bella immagine, Paolo paragona la luce che si fece nella sua
anima alla luce della prima creazione, che cacciò le tenebre per irradiare
tutto l’universo2.
Dopo un periodo di meditazione in Arabia (in realtà nella regione all’est
e sud-est di Damasco) e di predicazione in Siria e in Cilicia, Paolo inizia la
sua impressionante opera evangelizzatrice. Partito da Antiochia verso
l’anno 46, la sua attività missionaria lo condusse prima a Cipro e poi nella
Galazia del sud (sud-est dell’attuale Turchia). Verso l’anno 50, dopo aver
evangelizzato la Galazia del nord, si spinge in Europa dove fonda delle
comunità cristiane a Filippi, Tessalonica, Corinto, Atene. Si reca poi a
Efeso, in Asia Minore, e da lì evangelizza la regione. Verso il 60, è
condotto in cattività a Roma, «annunciando il regno di Dio e insegnando le
cose riguardanti il Signore Gesù Cristo»3. Secondo la tradizione registrata
nelle lettere pastorali4, sarebbe stato liberato e avrebbe di nuovo ripreso i
suoi viaggi apostolici: a Creta, in Epiro, vale a dire nella zona condivisa tra
la Grecia e l’Albania di oggi, e in Asia Minore, arrivando forse fino in
Spagna. È probabilmente a Troade, in Asia Minore, che fu di nuovo
arrestato e condotto a Roma dove fu condannato a morte verso l’anno 67.
Si può avere un’idea dell’enorme opera realizzata, quando si pensa che
percorse 9000 km via mare, e 7800 km a piedi in condizioni

30
impressionanti: cammini rocciosi, passaggi ripidi attraverso le montagne
infestate di briganti, torrenti da attraversare a guado...
Le lettere che scrisse alle diverse comunità, ci rivelano, ancor più che gli
Atti degli Apostoli, il fondo della sua anima: lo si vede affezionato e
premuroso «come una madre che ha cura dei propri figli»5 con i
Tessalonicesi che aveva dovuto abbandonare precipitosamente e sui quali
pendeva la persecuzione; grato e riconoscente per la generosità e
l’attenzione dei Filippesi, ai quali scrive dal fondo della sua prigione; si
mostra appassionato e vibrante per strappare i Galati dall’errore; esigente e
fermo nel correggere le deviazioni morali dei Corinzi; delicato e nobile e
verso il suo amico Filemone nel chiedergli di accogliere lo schiavo
fuggitivo e perdonarlo... E, soprattutto, come non ammirare l’altezza della
sua riflessione teologica nell’epistola ai Romani, la profondità della sua
concezione di Cristo quando scrive ai Colossesi, o ancora i consigli e le
indicazioni pratiche nelle lettere che invia a Timoteo o a Tito?
L’anima di Paolo ci appare vivida e impressionante nell’apologia che è
costretto a fare per difendere il suo ministero:

Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di
loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie,
infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte.
Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre
volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato
lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una
notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi,
pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai
pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare,
pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza
numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a
tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte
le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve
scandalo, che io non ne frema?6

Ma è soprattutto leggendo l’Inno alla carità nella prima Lettera ai


Corinzi che si ha l’impressione di cogliere i tratti dell’amore di Cristo che
ha trasformato la sua anima. Si direbbe che in questo magnifico testo

31
risuoni l’eco del Discorso della Montagna che sarà più tardi raccolto nel
Vangelo di Matteo7:

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la


carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che
strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i
misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da
trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E
se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo
per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La
carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si
vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il
proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa,
tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.
Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la
conoscenza svanirà8.

L’esempio dei primi cristiani

San Paolo è certamente un caso unico per l’ampiezza e la qualità del lavoro
apostolico che ha realizzato. Tuttavia, la preoccupazione di annunciare il
Vangelo era naturale e comune tra i primi cristiani, che avevano bene in
mente il mandato del Signore: «Andate dunque e fate discepoli tutti i
popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato»9. Erano
consapevoli che la loro fede non era una questione privata, ma che erano
stati chiamati ad annunciare la Buona Novella e a essere testimoni di
Cristo.
Nulla è più lontano dallo spirito infuso da Cristo ai suoi discepoli che
una fede «passiva», limitata a una testimonianza vaga e senza impatto. Fin
dai primi anni, il Vangelo cominciò a diffondersi a partire da Gerusalemme.
Gli Atti degli Apostoli ci dicono che, anche prima della predicazione di

32
Paolo, i cristiani erano presenti in Galilea e in Samaria, sulla zona costiera a
Lidda e a Giaffa, nel nord fino a Cesarea, e anche in Fenicia, l’attuale
Libano, e in Siria, a Damasco e Antiochia10. Molto presto sorsero piccole
comunità un po’ dappertutto. Quando Paolo fu condotto prigioniero a
Roma, il cristianesimo vi era già arrivato. Sbarcando a Pozzuoli, presso
Napoli, ebbe la consolazione di trovare dei fratelli: sulla strada che
conduceva a Roma, alle Tre Taverne, una cinquantina di chilometri dalla
capitale dell’Impero, i cristiani, informati del suo arrivo, gli vennero
incontro per accoglierlo e confortarlo11.
È interessante notare che nella Chiesa primitiva, l’azione
evangelizzatrice non era un’attività promossa da un mandato della
gerarchia. Fu piuttosto il risultato di un’iniziativa spontanea, non
organizzata, che si realizzava principalmente attraverso l’amicizia, le
relazioni di vicinato, per le confidenze scambiate, le relazioni commerciali,
nel Foro o nelle case domestiche. Spesso erano gli schiavi che facevano del
loro lavoro umile trasfigurato dalla speranza cristiana lo strumento per
diffondere la nuova fede nella famiglia da cui dipendevano.
Le donne svolsero un ruolo insostituibile nella diffusione del Vangelo.
Negli Atti degli Apostoli si vede Priscilla evangelizzare Apollo. Durante le
sue peregrinazioni, Paolo era assistito da alcune donne, come Gesù stesso,
peraltro. San Clemente di Alessandria descriverà un po’ più tardi il ruolo
delle donne cristiane che potevano introdursi nei ginecei per portare in
queste zone anguste e soffocanti riservate alle donne la dottrina di
liberazione di Cristo «senza dar luogo a calunnie»12. Alcuni scrittori
pagani, Plinio, Celso, Porfirio, ironizzano, insinuando che il cristianesimo è
una religione per le donnicciole, riconoscendo, in fondo, il rapido
movimento di conversione tra le donne, in contrasto con la condizione di
reclusa della donna greca e in generale in Oriente13.
L’immagine convenzionale che mostra la Chiesa dei martiri interrata
nelle catacombe, non ha alcun rapporto con la realtà. I primi cristiani erano
consapevoli di essere chiamati a portare la luce della fede nel mondo in cui
vivevano per rigenerarlo attraverso l’esempio e l’insegnamento di Cristo. E
non era un compito facile. Dovevano affrontare le incomprensioni, le
calunnie più inverosimili, lo scandalo che la nuova dottrina suscitava con la
sua esigenza morale, il carattere sorprendente del suo insegnamento. A ciò
si aggiungeva la persecuzione che, sebbene sia stata cruenta solo in certi
periodi, era sempre latente: l’accusa di essere cristiano implicava la perdita

33
del proprio onore, dei propri beni, dei diritti civici e non di rado anche della
vita.

Compito di ogni cristiano

Lo slancio missionario si è sempre mantenuto durante tutta la storia della


Chiesa. Come non pensare ai monaci celtici, san Colombano, san
Bonifacio, che tra il VI e l’VIII secolo portarono la fede ai Barbari; a san
Oscar, l’apostolo della Scandinavia nel secolo IX; all’evangelizzazione
degli slavi e ungheresi tra il X e XI secolo; o allo straordinario lavoro di
evangelizzazione realizzato da san Francesco Saverio in Estremo Oriente14;
e più tardi, ai tempi moderni, alle missioni in America, Africa, Oceania.
Voltaire, con tutta l’avversione che aveva per la Chiesa, non poteva fare a
meno di esprimere la sua ammirazione per le reducciones, queste comunità
fondate nel secolo XVII dai Gesuiti in Paraguay, modello di organizzazione
sociale senza equivalente nella storia.
Purtroppo, oggi, si pensa comunemente che l’evangelizzazione sia un
compito riservato a specialisti, come se ci fossero due categorie di cristiani:
i «funzionari dell’apostolato» e poi gli altri, che si limitano ad assicurare la
propria salvezza. È triste ammetterlo, ma la maggior parte dei cristiani non
prova il desiderio profondo di annunciare Cristo, di far scoprire agli altri la
bellezza della fede. A volte perché non si sentono in grado, a volte, forse,
perché l’idea non passa nemmeno per la loro mente, segno che non si è
capito il valore della fede cristiana. Scrive Papa Francesco:

Anche tu hai bisogno di concepire la totalità della tua vita come


una missione. Prova a farlo ascoltando Dio nella preghiera e
riconoscendo i segni che Egli ti offre. Chiedi sempre allo Spirito
che cosa Gesù si attende da te in ogni momento della tua esistenza
e in ogni scelta che devi fare, per discernere il posto che ciò
occupa nella tua missione. E permettigli di plasmare in te quel
mistero personale che possa riflettere Gesù Cristo nel mondo di
oggi15.

34
Essere l’«anima del mondo»

Annunciare la verità, comunicare le convinzioni che informano la propria


visione della realtà, dare il meglio di sé, è in realtà un’esigenza della
persona e una conseguenza naturale dell’amore. Quanta gente vive
nell’oscurità! Hanno perso la luce soprannaturale e non conoscono la
bellezza e il conforto della fede, la felicità di sentirsi figli di Dio. «Alcuni
passano per la vita come per un tunnel, e non si spiegano lo splendore e la
sicurezza e il calore del sole della fede»16.
La presenza dei primi cristiani nella società fu un dono di Dio.
Brillavano come lampade in un luogo oscuro17, erano un segno di speranza
per coloro con i quali vivevano. Un documento del II secolo testimonia la
responsabilità che essi sentivano di portare al mondo la luce e la vita. Si
tratta di una lettera inviata a un pagano, per spiegare che cos’è la fede
cristiana e chi sono i cristiani. La persecuzione imperversa ed è
commovente vedere come in questo clima pagano e ostile i cristiani siano
consapevoli di essere l’anima del mondo:

A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i
cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani
nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo;
i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima
invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel
mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l’anima e la
combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di
prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai
cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L’anima ama la
carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che
li odiano. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo;
anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi
sostengono il mondo. L’anima immortale abita in una dimora
mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si

35
corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. Maltrattata nei
cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati,
ogni giorno più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che
a essi non è lecito abbandonare18.

Se tra i cristiani si estinguesse lo zelo per annunciare Cristo, il mondo


morirebbe – come quando l’anima si separa dal corpo. Annunciare Cristo è
un dovere che spetta a tutti i cristiani, e in particolare ai laici, i quali sono
chiamati a santificare il mondo dall’interno, come l’insegna il Concilio
Vaticano II:

Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio


trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel
secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e
nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la
loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a
contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la
guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare
Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro
stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e
carità19.

Il ruolo dei laici nella Chiesa non si riduce a collaborare nelle strutture
ecclesiastiche. Cosa, ovviamente, buona, utile e in certi casi, anche
necessaria. Ma la loro funzione – la loro vocazione – come per i primi
cristiani, è quella di illuminare il mondo con la luce di Cristo: con il loro
esempio, con la testimonianza della loro la vita, la loro parola e il loro agire
nella società.
L’apostolato dei laici, dice il Concilio Vaticano II, non può mai essere
assente nella Chiesa perché si tratta di una conseguenza della loro
vocazione cristiana:

Le circostanze odierne richiedono assolutamente che il loro

36
apostolato sia più intenso e più esteso. Infatti l’aumento costante
della popolazione, il progresso scientifico e tecnico, le relazioni
umane che si fanno sempre più strette, non solo hanno allargato
straordinariamente il campo dell’apostolato dei laici, in gran parte
accessibile solo a essi, ma hanno anche suscitato nuovi problemi,
che richiedono il loro sollecito impegno e zelo. Tale apostolato si è
reso tanto più urgente, in quanto l’autonomia di molti settori della
vita umana si è assai accresciuta, com’è giusto; ma talora ciò è
avvenuto con un certo distacco dall’ordine etico e religioso e con
grave pericolo della vita cristiana20.

La fonte dell’efficacia: l’unione con Cristo

Nel corso della sua missione, san Paolo sperimenterà insuccessi, critiche,
calunnie, persecuzioni, ma resterà sempre fedele al suo compito,
consapevole della sua responsabilità di annunciare Colui del quale aveva
intravisto la luce un giorno nella sua giovinezza.
Da dove traeva la sua energia, il suo zelo, la sua efficacia? Lo dice egli
stesso: dalla sua unione con Cristo. Paolo era ben consapevole di essere
impotente, debole e inetto, ma sapeva che la grazia di Dio opera attraverso
la debolezza (2 Cor 12, 9-10). I miracoli, le rivelazioni, l’eloquenza non
sono niente, dice; non sono questi i segni distintivi del vero apostolo.
L’unica cosa che conta è l’unione con Cristo crocifisso e risorto. Solamente
se è unito a Cristo l’apostolo porterà frutto.
Il cristiano che vive profondamente la sua fede, riflette Cristo che porta
in sé: lo annuncia con la sua sola presenza. Come Gesù diceva, è la luce del
mondo:

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che
sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il
moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono
nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché
vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che

37
è nei cieli21.

La presenza di Cristo nella vita del cristiano illumina necessariamente,


attrae e si comunica. A volte l’immensità del compito e la costatazione dei
propri limiti e difetti potrebbero indurre allo sconforto. Ma le qualità
personali non sono la cosa essenziale. Ciò che conta è «riflettere Cristo»:

Non dire: non posso avere un’influenza sugli altri. Perché se sei
cristiano, è impossibile che tu non possa influenzare gli altri.
Sarebbe più facile al sole non produrre calore o luce, sarebbe più
facile alla luce confondersi con le tenebre, che a un cristiano di
non brillare [...]. Se orientiamo bene la nostra vita, tutto ciò sarà
qualcosa di naturale. La luce di un cristiano non può passare
inosservata: una torcia così brillante non può restare nascosta22.

A volte potrebbe succedere di chiedersi se, dopo aver trattato temi


riguardanti la fede e aver cercato di rispondere ai dubbi o alle domande, le
spiegazioni e gli argomenti trattati siano stati compresi, se abbiano lasciato
una traccia, perché la fede non è sempre facile da spiegare. Ebbene, sì:
sovente l’esperienza prova che un discorso non necessariamente eloquente,
o una spiegazione che ci è forse sembrata insufficiente, hanno
effettivamente lasciato una traccia. Al di là delle parole, la gente percepisce
la voce di Cristo in colui che cerca di vivere unito a Lui.
L’uomo è semplicemente uno strumento che Dio si degna di usare. Molte
opere che sembrano avere grande successo all’inizio, rimangono sterili se
non sono fondate sui mezzi soprannaturali: la preghiera, il sacrificio, la
pratica delle virtù, la vita sacramentale. Se la vita interiore s’indebolisce o
addirittura scompare, allora l’eloquenza, l’empatia umana, la proliferazione
di attività e riunioni, la pubblicità e gli sms... tutto ciò non serve a niente. È
come l’albero di cui parla il Vangelo, pieno di foglie e vuoto di frutti (cfr
Mt 21, 19).
Guardiamo, invece, non così lontano da noi, l’esempio del Curato d’Ars.
Era dotato di un’intelligenza più che modesta, incontrava enormi difficoltà
nei suoi studi di teologia. I suoi superiori esitavano perfino a ordinarlo e
poi, una volta diventato un prete, si chiedevano se fosse prudente

38
concedergli il permesso di confessare... Poi, finalmente, gli affidano una
piccola parrocchia sperduta in un paese scristianizzato, dove arriva solo,
senza mezzi, accolto con diffidenza. La sua unica arma è la preghiera, il suo
unico sostegno la fede. La sua vita sembra tratta dalla Leggenda Aurea:
intensa preghiera, diverse ore al giorno; mortificazione esigente; un povero
letto, grosse e misere scarpe, un paio di patate per un pasto; e ore e ore in
confessionale; momenti di solitudine, di incomprensione... e a poco a poco
l’arrivo di folle da tutta la Francia, che per anni, riempiranno la chiesa
dall’alba fino a notte, per ascoltare la sua predicazione, fare la coda al
confessionale, convertirsi e fare penitenza. Una vita in cui Dio agisce e si
rende presente visibilmente, trasformando la debolezza umana in forza
divina.

La gioia dell’evangelizzazione

Non porteremo uomini a Cristo, ha scritto mons. Chevrot, «con le reti d’una
dialettica che genera il contrasto o d’una eloquenza il cui effetto non dura
sino al giorno successivo; e neppure con l’attrattiva d’una simpatia
personale che può finire d’improvviso come d’improvviso è nata. Li
pescheremo con l’esca che Cristo ha messo in noi. Li attireremo con il
fascino d’una virtù sempre preoccupata di nascondersi. Li conquisteremo
con una carità che si sforzerà d’essere discreta. Li convinceremo con
qualche nostra dote a noi stessi sconosciuta, con lo splendore nascosto della
nostra vita intima, della nostra vita soprannaturale. L’apostolo più
persuasivo è quello che non si avvede di esserlo»23.
In realtà, il cristiano realizza l’apostolato nelle situazioni correnti nella
sua vita; in modo discreto, ma concreto, con delicatezza e forza d’animo;
essendo, come dice san Paolo, «il profumo di Cristo» (2 Cor 2, 15).
L’Apostolo ce ne dà una bella immagine. Come commentava con finezza in
una delle sue omelie padre Jean Lévêque, il profumo segnala una presenza
e rende gradevole l’incontro, la persona; è una libera offerta a disposizione
di tutti; porta la gioia, la propria gioia e la gioia condivisa24. Così è per
colui che porta Cristo in sé.

39
Si comprende perché Papa Francesco abbia voluto chiamare La Gioia del
Vangelo la sua prima Esortazione apostolica. Come dice nel suo linguaggio
così diretto e così accattivante, un evangelizzatore non dovrebbe avere
costantemente una faccia da funerale; non può avere l’aria di una
Quaresima senza Pasqua!25. Egli deve trovare «la dolce e confortante gioia
d’evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. [...] Possa il
mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza,
ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati,
impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore,
che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo»26.

40
IV
SANT’IRENEO & LA FEDE DELLA CHIESA
TRADIZIONE & PROGRESSO

Il pericolo della corruzione della fede

L’espansione del cristianesimo, mentre il mondo religioso pagano crollava,


ha sorpreso e a volte atterrito i pagani, nota Hamman1. Meno di due secoli
dopo la morte di Gesù, i cristiani sono ovunque: nelle città, nelle campagne,
nell’esercito, nel mondo del commercio, nonostante le persecuzioni, la
diffidenza, l’ostilità della popolazione. «Noi siamo di ieri», scrive con
fierezza Tertulliano alla fine del II secolo, «e tutto il vostro abbiamo
riempito, città, isole, castelli, municipi, borgate, gli accampamenti stessi,
tribù, decurie, il Palazzo, il Senato, il foro: solo i templi vi abbiamo
lasciato»2.
Tuttavia, molto presto, si presentò un pericolo più insidioso della
persecuzione: la contaminazione e la corruzione della fede. Alla fine del II
secolo, un certo Montano pretese di essere l’oracolo dello Spirito Santo, o
perfino lo Spirito Santo stesso, annunciando una nuova era per la Chiesa,
l’era appunto dello Spirito Santo, e l’imminenza della fine dei tempi.
Accompagnato da due donne esaltate come lui, che avevano abbandonato i
loro mariti per seguirlo, Montano si lanciò in una campagna di
evangelizzazione attraverso tutte le provincie del Medio Oriente. Le folle
accorrevano dappertutto. Si organizzavano pellegrinaggi in un piccolo
villaggio in Frigia, nel nord-ovest della Turchia attuale, dove si supponeva
che la Gerusalemme celeste si sarebbe manifestata. Un dilagare di
esaltazione mistica percorreva le comunità asiatiche e cominciava a

41
diffondersi in Occidente. Perfino Tertulliano, la cui opera apologetica e
teologica aveva avuto un’influenza notevole all’inizio del cristianesimo in
Africa, si converti purtroppo al montanismo alla fine della sua vita.
Ma un pericolo ben più grave minacciava la fede: lo «gnosticismo»,
fenomeno assai complesso e variegato di cui gli specialisti cercano ancora
di individuare le costanti e temi essenziali3. A partire dal II secolo, diverse
sette cominciano a sorgere un po’ dappertutto, soprattutto in Oriente,
professando un sincretismo della fede cristiana con elementi eterogenei
provenienti da varie fonti, dall’ebraismo al platonismo, dal dualismo
zoroastriano alle credenze babilonesi, alla Qabala. L’obiettivo era di
ottenere –grazie non alla ragione, ma essenzialmente a una rivelazione
riservata a un’élite – una conoscenza dei misteri divini che avrebbero
garantito la salvezza.
La preoccupazione principale sembra essere stata il problema
dell’esistenza e della natura del male. Il mondo materiale, si diceva, non è
l’opera del vero Dio, ma di un Demiurgo malefico. Tra Dio e il mondo
materiale, si frappone tutta una serie di intermediari, gli eoni – tra i quali
figura Cristo –, dei quali ci si compiace a calcolare il numero (si giunge a
enumerarne 365 tipi). Il corpo, che ha un carattere essenzialmente negativo,
avrebbe tratto origine dalla «caduta» di un eone celeste nel mondo della
materia. Ma il mondo è impregnato di particelle divine, frammenti
dell’anima del mondo, che saranno liberate, risuscitando dall’ignoranza per
tornare all’unità primordiale...
Se il montanismo era un’aberrazione del sentimento, le differenti correnti
gnostiche che proliferarono nel II secolo erano un’aberrazione
dell’intelligenza e costituivano una minaccia molto più insidiosa e
perniciosa. Un’effervescenza di dottrine e di teorie, stravaganti e
contraddittorie, si diffondeva. Tutti vogliono essere maestri, afferma
sant’Ireneo, per cui escono da una setta e ne fondano una nuova per
insegnare un’altra dottrina. È così che le sette spuntano dappertutto come
funghi: simoniani, nicolaiti, ofiti, naseani, setiani, cainiti, valentiniani,
basilidiani, marcosiani... Alcuni, come Valentino, parlano un linguaggio
vicino a quello dei cristiani e cercano di conciliare le loro eresie con i
Vangeli; altri professano le dottrine più inverosimili, frutto
d’immaginazioni stravaganti; altri ancora, più marginali a dire il vero,
esaltano l’immoralità, praticano la magia, o perfino i culti satanici.
Sorprende che speculazioni così strambe abbiano potuto sedurre
numerose persone e costituire un reale pericolo per il cristianesimo. Ma ci

42
si può veramente stupire quando, in pieno XXI secolo, si è assistito
all’immenso successo di un romanzo che, risuscitando qualche briciola di
gnosticismo e presentando come «scoperte straordinarie» qualche vangelo
apocrifo ben conosciuto dall’antichità, sia stato accolto con
un’ammirazione ingenua da milioni di lettori, abbia turbato la fede di
numerosi cristiani (ingenui) e sia stato perfino salutato da certi critici come
«un’opera d’una notevole erudizione»? E ciò nonostante il rispetto per il
ruolo della ragione che, da tre secoli, l’Illuminismo ha preteso d’inculcare.
«Mentre il patrimonio comune della Chiesa e dell’Illuminismo», scrive
Vincent Aubin, «ha un certo rispetto per la ragione, il romanzo di Dan
Brown pretende di liberarsi, secondo le parole stesse dell’autore, dal giogo
della ragione e della ricerca storica»4.
Per quanto incredibile possa essere, questa pretesa di «liberazione dal
giogo della ragione», in pieno XXI secolo, dimostra che la tentazione dello
gnosticismo è sempre attuale. Probabilmente perché le condizioni che
hanno favorito lo sviluppo di queste sette nel II secolo, così ben descritte da
Daniel Rops, sono presenti ancor oggi:

Con il suo vago misticismo, con il suo pessimismo fondamentale,


con il profumo di mistero per il quale il dogma poteva sembrare
banale e superficiale, lo gnosticismo cristiano era perfetto per
attrarre gli spiriti in un mondo in perdizione, in una società
profondamente perturbata, ossessionata dal desiderio di
liberazione, ma avendo perso il senso del fine5.

L’eresia si diffondeva e molti ne erano sedotti. Ma la Chiesa manteneva


la rotta e la maggior parte dei cristiani non aderì al nuovo insegnamento. Fu
appunto una rigorosa opera di ricerca storica quella realizzata da
sant’Ireneo per difendere la fede dalla tentazione gnostica. Nella sua opera
principale Smascheramento e confutazione della falsa gnosi, nota sotto il
nome di Adversus haereses, si propose si descrivere e confutare le varie
sette gnostiche. Il lavoro è ancora oggi di un valore inestimabile per la
conoscenza dello gnosticismo6.
Sant’Ireneo era probabilmente nato a Smirne, in Asia Minore, tra il 140 e
il 160. Ancora bambino, conobbe personalmente san Policarpo, che era

43
stato discepolo dell’apostolo san Giovanni. È pertanto, un testimone
privilegiato della tradizione apostolica:

Ti potrei dire ancora il luogo dove il beato Policarpo sedeva per


parlare, il suo esordire ed entrare in argomento, il suo modo di
vivere, l’aspetto della sua persona, le conversazioni che teneva al
popolo, come riferiva le sue relazioni con Giovanni e con gli altri
che avevano visto il Signore, come rammentava le loro parole e
quel che aveva sentito raccontare da loro a proposito del Signore,
dei suoi miracoli e del suo insegnamento; come Policarpo, dopo
aver ricevuto tutto ciò dai testimoni oculari della vita del Verbo, lo
riferiva in armonia con le Scritture. Queste cose anche allora, per
la misericordia di Dio che è venuta in me, ascoltai attentamente,
annotandole non sulla carta (di papiro), ma nel mio cuore e,
sempre, per la grazia di Dio, le ripenso fedelmente7.

È possibile che, meditando questi ricordi della sua infanzia, Ireneo abbia
intravisto appunto il compito a cui Dio lo chiamava: trasmettere e difendere
la tradizione. Verso il 177 è presbitero della Chiesa di Lione. Inviato a
Roma con una lettera per Papa Eleuterio per trattare d’un problema relativo
al Montanismo, trovò al suo ritorno la Chiesa colpita alla persecuzione
nella quale morirono il vescovo Potino, Blandina e i loro compagni.
Nominato successore di Potino, governò la Chiesa di Lione con
un’infaticabile dedizione.
Ireneo era un’anima retta, profonda, uno spirito sempre accogliente e
conciliante, proprio l’opposto del polemista aggressivo. Questo non gli
impedì, però, di intervenire con chiarezza e decisione nella lotta per
difendere la tradizione di cui fu il testimone diretto. Era di una grande
integrità intellettuale (studiava direttamente i testi gnostici) con un gran
rispetto per tutti, compresi i suoi avversari. Gli gnostici, di cui combatteva
le idee, erano anch’essi l’oggetto del suo zelo pastorale. Seppur bendisposto
e accogliente a loro riguardo, sapeva distinguere l’uomo in quanto tale dai
suoi possibili errori che andavano denunciati.

44
L’unità dottrinale della Chiesa

Il merito di Ireneo è di aver delineato il ruolo della Chiesa nella protezione


e la trasmissione integra della fede. La prima caratteristica della Chiesa che
Ireneo sottolinea è l’unità dottrinale, nonostante la realtà delle deviazioni
gnostiche:

Infatti, anche se le lingue nel mondo sono diverse, la forza della


Tradizione è una e identica. E né le Chiese che sono state fondate
in Germania credono diversamente o tramandano diversamente, né
quelle che sono presso gli iberi, né quelle che sono presso i Celti
[in Gallia], né quelle che sono in Oriente, né quelle dell’Egitto, né
quelle della Libia, né quelle che sono stabilite al centro del mondo
[in Palestina]8.

L’unità della fede, dice, è dovuta al fatto che proviene dagli apostoli
attraverso una tradizione ininterrotta. Contrariamente alle sette gnostiche,
che sono nate per una specie di germinazione spontanea, si può ricostruire
l’elenco dei vescovi che si sono susseguiti a partire dall’epoca apostolica in
ogni comunità. E siccome sarebbe troppo lungo enumerare le liste dei
vescovi di tutte le Chiese, Ireneo riferisce l’elenco della Chiesa più antica,
quella che fu fondata dai gloriosi apostoli Pietro e Paolo, la Chiesa di
Roma9. È così che abbiamo l’elenco dei primi dodici Papi da san Pietro a
Eleuterio, suo contemporaneo.
Alcuni anni prima, al tempo di Papa Aniceto, verso il 160, un cristiano di
Gerusalemme, Egesippo aveva viaggiato di chiesa in chiesa fino a Roma,
con l’intenzione di verificare «la tradizione autentica della predicazione
apostolica». Anche lui rileva l’unità della fede e si impegna a verificare che
discenda dagli Apostoli. Dobbiamo quindi a lui la successione dei vescovi
di Corinto risalendo fino a san Paolo, quella della Chiesa di Gerusalemme
risalendo all’apostolo san Giacomo, e quella di Roma da Aniceto a San
Pietro. Stessa costatazione qualche anno dopo, verso il 216, da parte di un
cristiano di nome Albercio che, nel celebre epitaffio che compose egli
stesso per la sua tomba, dice di aver fatto un viaggio dall’Asia Minore a

45
Roma «per contemplare la regina rivestita d’oro e alle scarpe d’oro»10.
Durante tutto il suo percorso, racconta, aveva osservato che i battezzati
condividevano la stessa fede e rendevano a Dio lo stesso culto.
Tuttavia, l’importanza di Ireneo va al di là di quello di un testimone e di
un ardente difensore della tradizione. Il suo merito fu infatti quello di
conciliare la fedeltà al patrimonio della fede con l’impegno per
comprenderla più profondamente e per aprire nuove prospettive. Alcune
delle sue intuizioni, alcune visioni penetranti, hanno aperto vie allo
sviluppo teologico dei secoli successivi. Così scrive Hamman:

Sant’Ireneo conosce oggi un rinnovato interesse. Ed è giusto.


Pochi scrittori dei primi secoli cristiani mantengono una tale
attualità, pochi sono quelli per i quali il trascorrere del tempo ne ha
messo ancor più in rilievo la qualità. [...]. Le idee che ha difeso si
sono imposte nella Chiesa. Le sue considerazioni sulla storia
appaiono non di rado anticipatrici11.

La sua teoria della ricapitolazione in Cristo è un notevole sviluppo delle


idee di san Paolo sull’unione misteriosa di tutti i cristiani con Cristo ed è
stata citata da san Pio X nel programma pastorale del suo pontificato. La
sua visione del mistero della Vergine Maria ha permesso di approfondire il
ruolo specifico della Madre di Cristo nella «rigenerazione» del genere
umano12, ed è ora più che mai d’attualità nella riflessione che il Concilio
Vaticano II ha incoraggiato sul rapporto tra Maria e la Chiesa.
Si può dire che il merito di sant’Ireneo è di avere compreso, non
attraverso una speculazione astratta, ma per amore della Chiesa, il
dinamismo interno della fede: la fede progredisce attraverso la tensione tra
la fedeltà alla tradizione e l’impegno per esplicitarne la ricchezza e la
vitalità.

La Tradizione vivente

46
La Chiesa, infatti, deve far fronte periodicamente a nuove situazioni e, di
conseguenza, si trova nella necessità di dover precisare il contenuto della
sua fede13. Talvolta è necessario chiarire il significato delle verità che sono
contestate dalle eresie che sorgono; altre volte è la riflessione teologica che
cerca di chiarire e approfondire il contenuto della fede; altre volte è la vita
di preghiera – la contemplazione – che invita a esplorare il mistero di Cristo
penetrandolo come un’esperienza vitale14. La tradizione che viene dagli
apostoli non è, dunque, qualcosa di rigido e statico, ma una realtà vivente e
dinamica.
Nel suo discorso di apertura del Concilio, l’11 ottobre 1962, Papa
Giovanni XXIII ha spiegato che:

Noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come


se ci preoccupassimo della sola antichità, ma [...] occorre che
questa dottrina certa e immutabile, alla quale si deve prestare un
assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è
richiesto dai nostri tempi15.

L’insegnamento di Benedetto XVI va nella stessa direzione. Sappiamo


quanto fermamente abbia cercato di conservare il contenuto essenziale della
fede, con quale rispetto si ponesse di fronte alla tradizione suscitando
spesso la critica, anche violenta, di alcuni ambienti. Ugualmente si è visto
con quale profondità abbia scrutato i contenuti della fede cercando di
illuminare le esigenze del nostro tempo con la luce di Cristo, cosa che gli è
costata le critiche da altri ambienti. In un famoso discorso alla Curia
romana, poco dopo la sua elezione, spiegava come la Chiesa, tenendosi
sempre nella linea della Tradizione, s’è trovata in varie occasioni nella
necessità di precisare il contenuto della fede: di fronte agli interrogativi
posti dallo sviluppo della scienza moderna; di fronte al progresso realizzato
dalle scienze bibliche; quando si confrontò con i problemi sollevati dalla
rivoluzione industriale del XIX secolo, o ancora rispetto alle nuove
situazioni create dai princìpi di tolleranza e di coesistenza sui quali si fonda
lo Stato moderno16.

47
Fedeltà alla Tradizione

Innanzitutto, è essenziale trasmettere intatto il patrimonio ricevuto,


evitando d’introdurre novità che ne cambino il contenuto. Pensiamo a san
Paolo. Presagendo eresie che sarebbero sorte dopo la sua morte,
all’approssimarsi del suo martirio, chiama presso di sé, dalla sua prigione a
Roma, il discepolo più fedele, Timoteo, per assicurarsi che il deposito della
fede sia conservato e trasmesso fedelmente:

Le cose che hai udito da me davanti a molti testimoni, trasmettile a


persone fidate, le quali a loro volta siano in grado di insegnare agli
altri (2 Tm 2, 2).

Con che forza esortava il discepolo a non cedere alle novità e alla moda:

O Timòteo, custodisci ciò che ti è stato affidato; evita le


chiacchiere vuote e perverse e le obiezioni della falsa scienza (1
Tm 6, 20).

Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i


vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la
Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci,
rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà
giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur
di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i
propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi
dietro alle favole (2 Tim 4, 1-4).

Si direbbe che questi presentimenti di san Paolo si siano realizzati alla


lettera in questi ultimi decenni. L’entusiasmo puerile e sconsiderato per ciò
che è «nuovo» – come se ciò che è nuovo fosse di per sé un progresso e una

48
garanzia di maturità intellettuale – ha provocato in pochi anni e in vasti
ambienti un’autentica devastazione del patrimonio immutabile e venerabile
della fede. Si è cercato di demolire tutto: dogma, morale, liturgia... Inezie
luccicanti da quattro soldi, iniziative kitsch ammirate ingenuamente come
espressioni di un cristianesimo «adulto», sono state salutate come «segni
dei tempi» e imposte, non senza arroganza, per sostituire lo splendore e la
solidità della liturgia e della fede. Tutto ciò ha finito per stancare...Vari
segni mostrano che, qua e là, si tende a tornare ad atteggiamenti più
ragionevoli. I giovani, peraltro, non si sono fatti ingannare: a milioni, hanno
acclamato con entusiasmo l’insegnamento esigente di Giovanni Paolo II, si
sono rivolti con fiducia al magistero di Benedetto XVI, attratti dalla sua
fermezza nella fede e nell’amore per la liturgia, e hanno accolto
favorevolmente le parole vibranti di Papa Francesco sulla risposta alla
chiamata di Dio. Ma il cammino è ancora lungo, i frutti di queste
aberrazioni irresponsabili sono ancora palpabili nel disorientamento
spirituale delle masse e nella perdita di riferimenti etici di cui soffre la
società.

Progresso & approfondimento

Tuttavia, la preoccupazione che tali infedeltà sollevano non deve far


dimenticare che la fedeltà alla Tradizione non consiste nel rifiutare
qualsiasi progresso e qualsiasi approfondimento vedendolo come una
deviazione della fede. Anche le verità che la Chiesa ha definito e
proclamato solennemente come dogmi, sono state più volte meditate,
chiarite e approfondite, dando luogo a nuove definizioni dogmatiche. Basti
l’esempio dello sviluppo del dogma cristologico: un lungo processo di
riflessione, di chiarificazione, di analisi, durato dal IV al VII secolo, ha
portato a una formulazione sempre più precisa delle verità sulla natura e la
persona di Cristo. La fede nella doppia natura, umana e divina, nell’unica
persona di Cristo fu proclamata nei Concili di Efeso, nel 431, poi
completata nel concilio di Calcedonia, nel 451, e queste definizioni
rimangono come punto di riferimento permanente per la fede della Chiesa.

49
E tuttavia i Concili che seguirono furono essi stessi dei fari che
illuminarono il significato delle definizioni di Efeso e Calcedonia17.
Lo stesso vale anche per il Concilio Vaticano II:

Non soltanto il Vaticano II va interpretato alla luce di precedenti


documenti magisteriali, ma anche alcuni di questi vengono meglio
capiti alla luce del Vaticano II. Ciò non è niente di nuovo nella
storia della Chiesa. Si ricordi, a esempio, che nozioni importanti
nella formulazione della fede trinitaria e cristologica (hypóstasis,
ousía) adoperate nel concilio di Nicea I furono molto precisate nel
loro significato dai concili posteriori18.

Benedetto XVI ha ricordato nell’Esortazione apostolica Verbum Domini


questa verità confortante:

La Chiesa vive nella certezza che il suo Signore, il Quale ha


parlato nel passato, non cessa di comunicare oggi la sua Parola
nella Tradizione viva della Chiesa e nella sacra Scrittura19.

Tensioni & divisioni

Purtroppo, questa visione profonda, che permette di riconoscere la


continuità del contenuto al di là della molteplicità e della ricchezza dei suoi
sviluppi, è mancata a volte in alcuni ambienti, causando tensioni e
divisioni, spesso ingiustificate, le cui conseguenze dolorose si fanno ancora
sentire. È il caso, per esempio, del documento sulla libertà religiosa del
Concilio Vaticano II, il cui rifiuto da parte di certi ambienti cattolici è
l’origine dello scisma di questi ultimi anni20.
Il problema, infatti, è presente fin dai primi tempi della Chiesa. San
Paolo stesso ne ha sofferto: quando aprì alla nuova fede il mondo pagano,
dichiarando obsoleta la legge mosaica, dovette sopportare innumerevoli

50
opposizioni e avversità. Anche sant’Agostino affrontò il medesimo
problema durante lo scisma donatista21. Anche ai suoi tempi c’erano
cristiani che credevano che la barca di Pietro sarebbe affondata e che
fossero solamente loro a mantenerne la rotta. Credevano di difendere «la
purezza della fede», mentre distruggevano l’unità del Corpo di Cristo.
L’amore per l’unità della Chiesa, il dolore del vescovo di Ippona di fronte a
tale cecità e a tanta energia spirituale perduta lo facevano esclamare:

«Quella Chiesa, cui appartennero tutte le genti, ormai non esiste


più: è andata distrutta». Questo dicono coloro che sono fuori della
Chiesa ed è un’affermazione davvero impudente. Forse essa non
esiste perché tu ne sei fuori? Sta’ dunque attento che non sia tu a
non esistere; essa esisterà anche se tu ne sei fuori! Tale
affermazione abominevole e odiosa, tanto presuntuosa quanto
falsa, non certo fondata sulla verità né suggerita dalla saggezza né
ispirata alla più elementare prudenza, inutile e temeraria, avventata
e dannosa, fu prevista dallo Spirito di Dio, allorché parlando – si
direbbe – contro quegli uomini annunziava l’unità della Chiesa22.

Sono parole particolarmente forti: la crisi donatista aveva causato


disordini particolarmente gravi, degenerando anche in una guerra civile
vera e propria. Ma possono essere utili per coloro che dimenticano che lo
Spirito Santo assiste la Chiesa lungo tutto il corso della sua storia, come
Gesù promise a san Pietro e ai suoi successori: «Tu sei Pietro e su questa
pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su
di essa»23.

La voce della Chiesa

Come possiamo sapere se il contenuto essenziale della fede non è stato


alterato nella sua sostanza? La risposta viene da Cristo stesso: ascoltando la
voce «ufficiale» della Chiesa, vale a dire quella della sua gerarchia

51
legittimamente costituita cui ha promesso il suo aiuto e l’indefettibilità.
«Chi ascolta voi ascolta me»24. Sulla Chiesa riposa, come una benedizione
di Dio, l’assistenza promessa a Pietro, poco prima della Passione: «Ho
pregato per te, perché la tua fede non venga meno»25.
Sant’Ireneo ha affermato con forza che nella Chiesa si trova la purezza
della tradizione a causa della sua unione con Cristo:

In essa è depositata la comunità di Cristo, cioè lo Spirito Santo, il


pegno di immortalità, il consolidamento della nostra fede e la scala
che ci fa salire fino a Dio. [...] Dove è la Chiesa, lì è lo Spirito di
Dio; e dove lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia26.

Il criterio di cui disponiamo è sicuro e indiscutibile. Il Signore l’ha


promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»27.
È un grave errore separarsi dalla Chiesa visibile – dalle sue strutture,
dalla sua giurisdizione, dall’autorità del suo Supremo Pastore –: il Signore
l’ha voluta come una luce che illumina, come un faro che guida. Purtroppo,
in ogni epoca, persone irresponsabili non esitano a erigersi depositarie della
verità e a contraddire l’insegnamento della Chiesa, seminando confusione e
smarrimento.
San Vincenzo di Lerino, nel V secolo, ha formulato così il criterio che
permette di discernere se la verità della Tradizione rimane intatta durante i
secoli:

Nella Chiesa cattolica infatti dobbiamo con ogni cura attenerci a


ciò che è stato creduto dovunque, sempre e da tutti (quod ubique,
quod semper, quod ab omnibus)28.

È interessante rileggere il suo testo. Certe persone avrebbero gran


bisogno di apprendere da coloro che hanno saputo unire la pietà e la
saggezza, l’intelligenza e l’umiltà:

«O Timoteo», dice, «custodisci il deposito [della fede]» [...]. Ma

52
che cos’è il deposito? Deposito è ciò che ti è stato affidato e che
non hai trovato tu stesso, che tu hai ricevuto e che non hai
inventato. Non è il frutto della tua intelligenza, ma di un
insegnamento; non è un bene che ti appartiene, ma appartiene alla
tradizione pubblica (comune); non viene da te, ma è venuto a te.
Tu non puoi comportati come se ne fossi l’autore, ma come un
semplice custode; non sei tu l’iniziatore, ma il discepolo. Non hai
il diritto di modificarlo secondo il tuo volere: il tuo dovere è di
conservalo (seguirlo) [...]. Ma forse qualcuno dice: Dunque nella
Chiesa di Cristo non vi sarà mai nessun progresso della religione?
Ci sarà certamente, ed enorme. Infatti chi sarà quell’uomo così
maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo? Ma
tuttavia in modo tale che sia un vero progresso della fede, non un
cambiamento. Infatti si può parlare di progresso quando una
questione si approfondisce sempre di più rimanendo la stessa,
mentre si tratta di cambiamento quando una cosa viene cambiata in
un’altra. È opportuno dunque che cresca e grandemente
progredisca sia l’intelligenza, la scienza, la sapienza di ogni
singola questione come della loro globalità, sia di ogni uomo che
di tutta la Chiesa, nel corso delle età e dei secoli, ma rimanendo
dello stesso tipo, nello stesso dogma, nello stesso senso e nello
stesso significato29.

La stessa dottrina, lo stesso significato, lo stesso contenuto. È nella


Chiesa che si trova la garanzia della continuità che Ireneo, Egesippo,
Albercio avevano costatato nel II secolo. È essenziale rispettare, amare e
difendere le prerogative del successore di Pietro: sono la garanzia della
verità che salva e la prova dell’amore di Dio. Uniti alla Chiesa si è in un
porto sicuro. Non come «fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da
qualsiasi vento di dottrina»30, ma come quegli uomini deboli e rudi, ma
fedeli, che erano gli Apostoli, i quali, nonostante le loro debolezze, seppero
riconoscere la voce del Signore e proclamarono la fede al mondo.

53
V
SANT’AGOSTINO
ITINERARIO DI UNA CONVERSIONE

La ricerca della verità

Il 9 febbraio 2003 nella Cattedrale Notre-Dame di Parigi ebbe luogo un


evento sorprendente e ricco d’emozioni: davanti a un pubblico numeroso,
Gérard Depardieu, che difficilmente ci si sarebbe immaginato in questo
ruolo, lesse dei brani delle Confessioni di sant’Agostino:

Non è un ruolo – dichiarò il celebre attore –. È una riflessione,


come una comunione, un atto gratuito, un tempo di solitudine con
sé stessi... Sant’Agostino esprime cose che non si possono
semplicemente recitare. Bisogna viverle! Da due anni ho sempre le
Confessioni a portata di mano. La forza di questi testi risiede nella
luce che diffondono, in questa sempiterna domanda: «Che cosa
dobbiamo fare per cercare di diventare migliori?».

È impossibile leggere le Confessioni, questo libro unico e affascinante,


sorprendentemente moderno, senza esserne profondamente toccati. Si
penetra nelle pieghe di un’anima appassionata, nelle sue lotte e battaglie
interiori, nella sua ricerca della verità, nella sete inconsapevole di Dio, che
supera le debolezze e gli errori. Ma la cosa più interessante è notare come il
cammino della conversione non è cambiato per nulla nel corso dei secoli.
Una tappa dopo l’altra, l’evoluzione di Agostino è descritta con tale lucidità

54
che, leggendo questo celebre testo, si possono cogliere le linee essenziali di
ogni conversione.
Agostino nacque nel 354 a Tagaste, oggi in Algeria, vicino al confine
con la Tunisia. Probabilmente d’origine berbera, era cittadino romano, di
cultura e di lingua latina. Ma era anche un africano, legato al suo Paese
natale, alla sua terra, ai suoi abitanti. Sua madre, la futura santa Monica, era
cristiana, mentre il padre, un piccolo proprietario terriero, molto più
anziano di lei, era pagano. Un uomo un po’ rude, non sempre fedele a sua
moglie, il cui modo d’organizzare l’educazione di suo figlio ne influenzerà
la formazione, ma in fondo un uomo onesto e operoso. Monica, che viveva
e sopportava con pazienza queste prove, avrà la gioia di condurre suo
marito alla fede e al battesimo, che egli ricevette poco prima di morire.
Secondo le consuetudini prevalenti in quell’epoca, Agostino ricevette il
battesimo in età adulta per motivi che ci è difficile capire: si pensava,
infatti, che i peccati sarebbero stati meno gravi se commessi prima di
diventare cristiani... Pur avendo ricevuto una formazione cristiana da parte
della madre, è certo che il battesimo tardivo privò l’infanzia di Agostino
della presenza operativa dello Spirito Santo che, nel segreto dell’anima,
apre il cuore alla fede.
Privare un bambino del battesimo è come privarlo della voce di sua
madre che gli parla con affetto e tenerezza. Sebbene possa sembrare che,
data l’età, non sia in grado di capire che cosa stia succedendo, tuttavia è
proprio grazie al sacramento che l’anima del bimbo si apre, che i suoi
sentimenti si svegliano e le sue disposizioni s’orientano. Ma quelli erano i
pregiudizi del tempo e Monica cedette, senza rendersi ben conto,
probabilmente, delle conseguenze di tale scelta. Più tardi, forse conscio
dalla sua esperienza, Agostino lotterà appassionatamente in favore del
battesimo dei bambini.
Dotato d’un temperamento vivace e appassionato, Agostino era un
bambino dai talenti eccezionali, equilibrato, anche se un po’ indisciplinato,
più interessato al gioco che allo studio. Quante volte, la grammatica per la
quale conserverà sempre una profonda avversione, gli costerà punizioni,
lacrime e preghiere da parte di sua madre. Ma sotto le apparenze di un
comportamento dissoluto, era dotato di una natura ricca e feconda e,
nonostante le sue debolezze e i suoi errori, era animato da un profondo
amore per la verità.
Per le sue notevoli doti, fu mandato per iniziare i suoi studi a Madaura,
una piccola città nei pressi di Tagaste, le cui scuole godevano di buona

55
reputazione. Agostino vi studierà i grandi classici greci e latini: Omero,
Virgilio, Ovidio, Cicerone. Al contatto con il paganesimo, il suo genio
cominciò a risvegliarsi. Egli stesso racconta che in quel momento delicato
dell’adolescenza, sciolse le redini della sua natura ardente, trascinato da
compagni dissoluti, «correndo, come loro, dietro le passioni». Al ritorno da
Madaura, il suo cuore era cambiato: passioni e vanità intellettuale avevano
soffocato il suo senso religioso. «Le parole che facesti risuonare alle mie
orecchie per la bocca di mia madre, tua fedele», scrive nelle Confessioni,
«io le prendevo per ammonimenti di donnicciuola, cui mi sarei vergognato
di ubbidire»1.
È in questo momento difficile e critico che suo padre, per preparargli un
brillante avvenire letterario, lo inviò a continuare i suoi studi a Cartagine,
dove avrebbe trovato insegnanti più qualificati che a Madaura. Aveva
sedici anni quando fu condotto da sua madre nella capitale dell’Africa
romana, città della scienza, dell’eloquenza, del successo, ma anche «città
del piacere e della voluttà». È lì, come racconta nelle Confessioni, che si
abbandonò con tutta la violenza della sua natura appassionata, ai disordini
di una vita dissoluta:

Amare ed essere amato mi riusciva più dolce se anche del corpo


della persona amata potevo godere. [...] Quindi mi gettai nelle reti
dell’amore, bramoso di esservi preso. [...] Fui amato, raggiunsi di
soppiatto il nodo del piacere e mi avvinsi giocondamente con i
suoi dolorosi legami, ma per subire i colpi dei flagelli arroventati
della gelosia, dei sospetti, dei timori, dei furori, dei litigi2.

Ben presto si legò a una donna con la quale visse a lungo e dalla quale
ebbe un figlio. Lo sfrenarsi delle passioni, la vanità spensierata propria
della sua età e la coscienza della sua superiorità intellettuale, minavano la
sua anima. Ambizioso e appassionato si gettò negli studi e rapidamente si
distinse in tutte le materie: letteratura, critica, eloquenza e filosofia alla
quale si accedeva dopo aver assimilato le altre scienze: fisica, astronomia,
matematica ecc. Questi successi gli procurarono qualche soddisfazione
passeggera, ma la sua anima ardente aspirava a qualcosa d’altro.
Un giorno, ebbe l’occasione di leggere l’Ortensio di Cicerone. L’oratore
romano vi esprimeva la consolazione e l’aiuto che gli offriva la

56
meditazione dei problemi dello spirito, nel momento della sua vita in cui le
sue ambizioni politiche s’erano infrante. La lettura lo scosse
profondamente, risvegliando i ricordi dell’educazione religiosa ricevuta
nella sua infanzia e gli ispirò il desiderio di leggere la Bibbia. Ma fu una
delusione: la Bibbia gli apparve come la barbarie pura, non solo dal punto
di vista letterario, ma anche spirituale, di un livello che reputava molto al di
sotto della filosofia romana.
Ma Agostino scoprì presto che la saggezza dei classici antichi non gli
bastava. Sempre più spesso, le preoccupazioni metafisiche occupavano il
suo spirito: Dio, il destino dell’anima, la natura del male. Cercava
affannosamente, le soluzioni più diverse. Fu in queste circostanze che sentì
parlare della dottrina manichea. Si trattava di un sincretismo di tradizioni
giudeo-cristiane, di buddhismo e di gnosticismo, che professava la credenza
di due principi assoluti, il Bene e il Male. Questa speculazione gli sembrava
la risposta ai problemi metafisici che agitavano il suo cuore. Agostino vi
aderì con tutto il fervore della sua anima. Una volta convertito, non ebbe
altra preoccupazione che conquistare alla sua nuova fede amici e compagni
di studio, cosa che gli riusciva fin troppo bene. Egli si ricorderà sempre di
un giovane amico, profondamente legato a lui, che si convertì al
manicheismo e che la morte stroncò poco tempo dopo.
Quando tornò a Tagaste, all’età di vent’anni, per aprirvi una scuola,
Monica, che nel frattempo era rimasta vedova, ebbe il dolore di costatare il
fallimento dell’istruzione religiosa che aveva cercato di impartire a suo
figlio. I suoi sforzi per ricondurlo la fede, mettendolo in contatto con
persone istruite e competenti, non servivano a nulla. Il divario fra loro si
faceva sempre più largo. Nacquero conflitti e discussioni tra madre e figlio
il quale, forte della sua superiorità intellettuale, cercava di convincerla con
argomenti filosofici. Fu allora che Monica, che aveva accettato di
condividere con un’altra donna l’amore di suo figlio, non poté più accettare
di vedere ogni giorno non soltanto che l’anima di Agostino si stava
perdendo, ma che metteva anche in pericolo quella di altre persone; si
decise a cacciarlo di casa per non rivederlo più. Trovò la forza di lasciarlo
nella speranza di farlo reagire, e si ritrovò sola con Dio a portare questa
pena, a piangere e pregare per la conversione di suo figlio.

57
La conversione

Agostino restò ancora dieci anni nel manicheismo, dedicandogli le migliori


energie. Quando finirà per abbandonarlo, insoddisfatto nel suo intelletto e
nel suo cuore, attraverserà una crisi di scetticismo. Non uno scetticismo
«filosofico»: era troppo assetato di verità per non rendersi conto che si
sarebbe trattato di un’abdicazione dello spirito. La crisi era più di ordine
morale che intellettuale: delusione, sconforto, invadevano il suo animo.
Una volta che la sua mente fu in grado di riprendersi e raccogliere le forze,
si rimise in cammino verso la verità.
Spinto dalla sua passione di conoscere, cominciò a leggere Platone,
Plotino, i trattati neoplatonici. Per lui fu un’illuminazione. La scoperta del
neoplatonismo gli premetteva una più profonda comprensione di Dio e
apriva il suo cuore al problema religioso, risvegliando in lui le
preoccupazioni spirituali della sua infanzia. La sua riflessione filosofica
diventava più coerente e percepiva le contraddizioni interne delle dottrine
dualiste3, il che finì per spazzar via le ultime tracce di eresia manichea.
Nel frattempo, era partito per l’Italia per continuare la sua carriera di
professore di retorica. Monica, temendo che questa nuova partenza potesse
diventare l’ennesima occasione per affondare ancor più nell’errore, aveva
cercato di dissuaderlo e a questo scopo l’aveva accompagnato a Cartagine.

Mi seguì fino al mare; quando mi strinse violentemente, nella


speranza di dissuadermi dal viaggio o di proseguire con me, la
ingannai, fingendo di non voler lasciare solo un amico, che
attendeva il sorgere del vento per salpare. Mentii a mia madre, a
quella madre, eppure scampai, perché la tua misericordia mi
perdonò questa colpa, mi salvò dalle acque del mare malgrado le
orrende brutture di cui traboccavo, per condurmi all’acqua della
tua grazia, le cui abluzioni avrebbero asciugato i fiumi delle
lacrime di cui gli occhi di mia madre volti a te rigavano per me
quotidianamente la terra sotto il suo volto. Però si rifiutò di tornare
indietro senza di me, e faticai a persuaderla di passare la notte
nell’interno di una chiesuola dedicata al beato Cipriano, che
sorgeva vicinissima alla nostra nave. Quella notte stessa io partivo
clandestinamente, mentre essa rimaneva a pregare e a piangere. E

58
cosa ti chiedeva, Dio mio, con tante lacrime, se non d’impedire la
mia navigazione?4

Ma Dio lo attendeva. A Milano fece conoscenza di sant’Ambrogio e


cominciò a seguire le sue omelie. A poco a poco la dottrina cristiana
entrava nella sua anima e vi si radicava profondamente.
La conoscenza di sant’Ambrogio fu un’esperienza importante. Come
racconta nelle Confessioni, l’austero vescovo di Milano, che certamente
aveva toccato il suo cuore, lo tenne a una certa distanza, mostrandosi poco
desideroso d’incontrarlo e prestargli attenzione. Ma questa apparente
freddezza ridimensionò il suo carattere spingendolo a un atteggiamento di
maggiore umiltà. Agostino andava ad ascoltarlo spinto certamente da un
sincero desiderio di verità, ma anche con una piccola punta di presunzione
intellettuale. La sua intelligenza acuta e vivace gli aveva dato l’illusione di
poter comprendere tutto, di avere un giudizio critico su tutto, ma ora si
rendeva conto di quanta ricchezza si ottiene sapendosi aprire, avendo un
atteggiamento umile e appoggiandosi agli altri.
Agostino riprese allora la lettura della Bibbia, ma adesso con
disposizioni completamente diverse. Non leggeva solamente con lo sguardo
dell’intelligenza: il suo cuore si apriva e si lasciava interpellare. Il volto di
Cristo cominciava a delinearsi e a attirarlo a Lui. Allo stesso tempo, i limiti
della metafisica platonica si precisavano: il Dio dei filosofi, «un Dio di cui
non si può godere», non poteva più soddisfarlo. A poco a poco cominciava
a comprendere che la sua ricerca sempre insoddisfatta era una ricerca di
Dio. Non di un Dio in grado di dare una risposta intellettuale ai suoi dubbi,
ma un Dio vivente, che è Verità e Amore, che si può amare e che parla al
cuore.

Ultime resistenze

La conversione era però un altro affare. Bisognava liberarsi dalle


corruzioni, dalle passioni colpevoli, dal piacere dei sensi, cosa di cui non si
sentiva capace. In pagine toccanti delle Confessioni descrive le sue ultime

59
battaglie, le sue esitazioni dolorose tra la verità che cerca con tutto il suo
cuore e le sue passioni dalle quali non riesce a distaccarsi:

Il nemico deteneva il mio volere e ne aveva foggiato una catena


con cui mi stringeva. Sì, dalla volontà perversa si genera la
passione, e l’ubbidienza alla passione genera l’abitudine, e
l’acquiescenza all’abitudine genera la necessità. Con questa sorta
di anelli collegati fra loro, per cui ho parlato di catena, mi teneva
avvinto una dura schiavitù. La volontà nuova, che aveva
cominciato a sorgere in me, volontà di servirti gratuitamente e
goderti, o Dio, unica felicità sicura, non era ancora capace di
soverchiare la prima, indurita dall’anzianità. Così in me due
volontà, una vecchia, l’altra nuova, la prima carnale, la seconda
spirituale, si scontravano e il loro dissidio lacerava la mia anima5.

A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità delle


vanità, antiche amiche mie, che mi tiravano di sotto la veste di
carne e sussurravano a bassa voce: «Tu ci congedi?», e: «Da
questo momento non saremo più con te eternamente», e: «Da
questo momento non ti sarà più concesso di fare questo e
quell’altro eternamente»6.

Finalmente Dio l’attirò a Lui, sciogliendo le catene tenaci che lo


imprigionavano. In una pagina indimenticabile, la celebre scena del
giardino, Agostino descrive quel momento preciso della sua esistenza in cui
l’amore di Dio lo chiamò e lo attirò irresistibilmente a Sé7. Il suo cuore si
placò, la pace invase la sua anima: l’intelligenza si apriva ora senza ostacoli
alla verità. «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non
riposa in te»8, scriverà più tardi, pensando al lungo cammino che l’aveva
ricondotto alla fede.
Nel frattempo, sua madre lo aveva raggiunto a Milano. Con lei e con
alcuni amici e allievi aprì, in una proprietà di campagna, presso Milano, un
sorprendente cenacolo, se si può chiamarlo così, dove ci si dedicava a una
serena vita intellettuale, discutendo di soggetti di filosofia e di questioni di
fede e dove si pregava.

60
Nel 387 Agostino ricevette finalmente il battesimo insieme a suo figlio:
«E fummo battezzati», scrive, «e si dileguò da noi l’inquietudine della vita
passata»9.

Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la


tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi:
individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi,
dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati,
dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme. Talvolta
facciamo fatica a uscire da un territorio che ci era conosciuto e a
portata di mano. Tuttavia, le difficoltà possono essere come la
tempesta, la balena, il verme che fece seccare il ricino di Giona, o
il vento e il sole che gli scottarono la testa; e come fu per lui,
possono avere la funzione di farci tornare a quel Dio che è
tenerezza e che vuole condurci a un’itineranza costante e
rinnovatrice10.

Una nuova vita

Le Confessioni terminano con la conversione di sant’Agostino, ma la sua


vita era appena iniziata. Si resta sorpresi, dopo aver letto questo libro
meraviglioso nel quale si potrebbe pensare che tutto sia stato detto, di
apprendere come il secondo periodo della sua vita sia stato così ricco,
intenso e pieno di opere e frutti.
Una vita piena di fatica e di sacrifici, ma illuminata dalla fiducia e dalla
serenità di chi sa di essere giunto in porto e si mette nelle mani di Dio.
Avrebbe voluto restare con i suoi amici e sua madre per vivere una vita di
studio e di contemplazione, ma «poi capì che la chiamata di Dio era quella
di essere Pastore tra gli altri, e così di offrire il dono della verità agli
altri»11.
A 35 anni fu ordinato sacerdote, poi vescovo di Ippona. Il compito che
assumerà e che svolgerà con zelo infaticabile va ben al di là di quello che
possiamo immaginare. Predicava ai suoi fedeli più volte alla settimana,

61
aiutava i poveri e gli orfani, si consacrava nella formazione del clero e
nell’organizzazione di monasteri femminili e maschili. Come vescovo,
doveva anche occuparsi delle questioni civili, della gestione dei beni e delle
finanze della diocesi, dei campi e dei vigneti, o delle donazioni per i poveri
e per il clero. Gli spettava ancora di arbitrare controverse e litigi, risolvere
problemi legati alla successione e farsi carico della funzione di giudice
quando si faceva ricorso al foro episcopale12.
Più estenuante e difficile, fonte di tante contraddizioni e divisioni, fu la
lotta contro le correnti religiose che mettevano in pericolo la fede, come il
manicheismo, il donatismo e il pelagianesimo. La sua vita finì a Ippona,
assediata dai Vandali nel 430. Alcuni anni prima, il sacco di Roma da parte
dei Visigoti di Alarico aveva gettato il mondo nello stupore.
Si potrebbero scrivere libri su questa nuova parte della sua vita, non
meno appassionata, ardente e agitata di quella della sua gioventù. Si stenta
a credere che in mezzo a questa attività incessante Agostino abbia potuto
produrre un lavoro immenso, sia pastorale sia catechetico, filosofico e
teologico, che ha segnato come pochi altri il pensiero e la fede cristiana13.

Sant’Agostino – ha detto Benedetto XVI – è un uomo che non è


mai vissuto con superficialità; la sete, la ricerca inquieta e costante
della Verità è una delle caratteristiche di fondo della sua esistenza;
non, però, delle «pseudo-verità» incapaci di dare pace duratura al
cuore, ma di quella Verità che dà senso all’esistenza ed è «la
dimora» in cui il cuore trova serenità e gioia. Il suo, lo sappiamo,
non è stato un cammino facile: ha pensato di incontrare la Verità
nel prestigio, nella carriera, nel possesso delle cose, nelle voci che
gli promettevano felicità immediata; ha commesso errori, ha
attraversato tristezze, ha affrontato insuccessi, ma non si è mai
fermato, non si è mai accontentato di ciò che gli dava solamente un
barlume di luce; ha saputo guardare nell’intimo di sé stesso e si è
accorto, come scrive nelle Confessioni, che quella Verità, quel Dio
che cercava con le sue forze era più intimo a sé di sé stesso, gli era
stato sempre accanto, non lo aveva mai abbandonato, era in attesa
di poter entrare in modo definitivo nella sua vita (cfr III 6.11; X
27.38)14.

62
Le tappe di un itinerario

Come dice Benedetto XVI15, la conversione di Agostino non fu improvvisa


né pienamente realizzata fin dall’inizio, ma fu un vero e proprio cammino,
un modello per ciascuno di noi.
In fondo, il cuore dell’uomo è sempre lo stesso: le stesse tappe, le stesse
aspirazioni segnano il percorso di colui che marcia verso la fede: saper
riconoscere le proprie debolezze; lasciarsi guidare e istruire; non cedere alla
tentazione di voler giustificare un comportamento morale che si intuisce
come scorretto; la preghiera, infine, e l’aiuto della grazia che sarà sempre
necessaria. Queste tappe sono più o meno marcate, a seconda dei
temperamenti e delle circostanze, ma devono essere percorse una dopo
l’altra. Non si può giungere alla conversione se non si è umili nel cuore, se
si pretende di camminare da soli rifiutando aiuto e consigli, se si transige
con un comportamento scorretto, se non si è disposti a piegare il ginocchio
in una preghiera umile e fiduciosa.
Agostino estirpò i legami delle sue debolezze e dei suoi errori
intellettuali innanzitutto per il suo spirito critico. Non una critica di
principio, assai frequente purtroppo nell’approccio intellettuale, che è frutto
di un segreto orgoglio e che genera una sottile auto-soddisfazione. Al
contrario, il suo senso critico era fondato sulla sua rettitudine interiore,
sull’umiltà sincera di colui che riconosce l’inadeguatezza della ragione, che
intuisce che le proprie convinzioni non sono sufficientemente radicate nella
verità: un sentimento che lascia inquieta l’anima e lo spirito.
È questa voce interiore che ebbe l’onestà di non tacitare mai, che poco a
poco lo condusse all’incontro con la verità. Nelle Confessioni descrive
questa ricerca, i suoi dubbi, i suoi interrogativi:

Che è ciò? Interrogai sul mio Dio la mole dell’universo, e mi


rispose: «Non sono io, ma è lui che mi fece». Interrogai la terra, e
mi rispose: «Non sono io»; la medesima confessione fecero tutte le
cose che si trovano in essa. Interrogai il mare, i suoi abissi e i
rettili con anime vive; e mi risposero: «Non siamo noi il tuo Dio;
cerca sopra di noi». Interrogai i soffi dell’aria, e tutto il mondo

63
aereo con i suoi abitanti mi rispose: «Erra Anassimene, io non
sono Dio». Interrogai il cielo, il sole, la luna, le stelle: «Neppure
noi siamo il Dio che cerchi», rispondono. E dissi a tutti gli esseri
che circondano le porte del mio corpo: «Parlatemi del mio Dio; se
non lo siete voi, ditemi qualcosa di Lui»; ed essi esclamarono a
gran voce: «È lui che ci fece» (Sal 99, 3)16.

Scoprì poi, nel suo rapporto con sant’Ambrogio, il valore dell’autorità,


l’importanza di lasciarsi guidare. Esaltato dal suo successo e cosciente delle
sue qualità intellettuali, Agostino s’era lasciato sedurre dall’idea che
avrebbe potuto accedere alla verità da solo, confidando nelle sue capacità e
intuizioni. Ma alcune difficoltà incontrate nell’esercizio della sua
professione, la delusione provocata dal crollo delle sue convinzioni
manichee, e senza dubbio, anche i ricordi, nascosti ma mai dimenticati,
della formazione cristiana ricevuta nella sua infanzia, lo ricondussero a una
conoscenza più umile e più giusta di sé. E fu in questo momento critico in
cui cominciava a percepire i suoi limiti e ad affrontare i suoi dubbi, che si
decise ad ascoltate sant’Ambrogio e riprese la lettura della Bibbia,
superando i suoi pregiudizi. Comprese allora che nella ricerca della verità
bisogna essere umili, dare fiducia e lasciarsi guidare e istruire: non si può
entrare nel Regno di Dio se non ci si fa piccoli come bambini17.
Dovrà pure vincere la sua carne perché l’amore di Dio si radichi nel suo
cuore. Agostino ne era ben cosciente, ma se ne sentiva incapace. Malgrado
le sue debolezze e i suoi errori fu sempre cosciente che su questo punto non
poteva transigere, giudicando ipocrita anestetizzare la sua coscienza con
argomenti teorici. La verità è esigente: presuppone un certo stile di vita, un
sistema di valori e la coerenza nel comportamento morale. Quante «crisi di
fede», crisi che si presentano come «intellettuali», sono di fatto delle crisi
morali, frutto della debolezza della volontà che, lasciandosi corrompere,
falsa il proprio giudizio critico.
La conversione di sant’Agostino fu pure il frutto delle preghiere e delle
lacrime di sua madre. Durante la sua prima formazione, Monica gli aveva
inculcato i princìpi e le aspirazioni della fede e aveva seguito con
apprensione il suo cammino. Agostino si smarrirà, si lascerà dominare dalle
sue passioni, ma «le esperienze dell’infanzia lasciano nelle anime ricordi
incancellabili; e ancor più, agiscono inconsciamente in colui che le ha
vissute»18. Verità confortante per i genitori che hanno gettato il seme divino

64
nel cuore dei loro figli e che, come a volte succede, li vedono prendere un
cammino sbagliato. La loro missione non finisce lì, niente è definitivamente
perso, la grazia e la misericordia di Dio continuano a agire. «Calmati»,
disse un giorno a Monica un buon vescovo davanti al quale era scoppiata a
piangere: «Non può essere che il figlio di tante lacrime perisca»19.

La gioia della conversione

La conversione è fonte di gioia profonda, che colma l’anima: gioia di colui


che ritrova la sua verità interiore, che ama e che sa di essere amato. Nel
Vangelo, varie parabole mettono in relazione la conversione e la gioia: il
pastore che rintraccia la pecorella smarrita, la donna che ritrova la moneta
perduta, il padre che accoglie il ritorno del figliol prodigo... Ci si rallegra,
gli amici sono invitati, si festeggia:

Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si
converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno
di conversione20.

Non è necessario percorrere il cammino così difficile di sant’Agostino


per fare esperienza di questa gioia così particolare che è associata al ritorno
a Dio. Ogni uomo, finché dura il suo soggiorno sulla terra, ha tante cose da
correggere, tanti comportamenti da rettificare, che sono di fatto delle
«conversioni» da realizzare. Ed è là che risiede la santità, che appunto non
consiste nell’essere perfetti, ma nel rialzarsi ogni volta che si cade. Questa
gioia è provata particolarmente da chi ricorre al sacramento della Penitenza.
Sant’Ambrogio, che ebbe un ruolo importante nella conversione di
Agostino, scrisse un intero trattato sulla Penitenza, per confutare le
tendenze rigoriste che negavano la possibilità d’ottenere il perdono per i
peccati più gravi. Con una grande misericordia, incoraggiava i peccatori a
riporre la loro fiducia in Dio, che è sempre disposto a restituire la vita della
grazia. Nell’evocare il miracolo della risurrezione di Lazzaro21, le sue

65
parole assumono un tono particolarmente vibrante e commovente. Il
sacramento della Confessione è presentato come una vera risurrezione
dell’anima, che Cristo opera attraverso il sacerdote:

Il Signore sa tutto, vuole, però, sentire la tua voce, non già per
punire ma per perdonare. [...] Cristo verrà al tuo sepolcro. Se vedrà
che Marta, la solerte massaia, versa lacrime per te e così Maria, la
quale piamente, come la santa Chiesa, ascoltava la parola di Dio e
«scelse per sé la parte migliore» (Lc 10, 42), proverà pietà.
Vedendo che moltissimi piangono la tua morte dirà: «Dove lo
avete deposto?» [...]. La gente gli dice: «Vieni e vedi» (Gv 11, 34).
[...] Gesù, dunque, verrà e comanderà che sia tolta la pietra, che il
reo si è posta da sé stesso sulle spalle. [...] Vedendo il grave peso
che opprime il peccatore, Gesù versa lacrime (Gv 11, 35). [...] Ha
pietà della prediletta e dice a chi è morto: «Vieni fuori» (Gv 11,
43), cioè, tu che sei immerso nel buio della coscienza, nella
sozzura dei misfatti, vieni fuori come da una prigione di
delinquenti, metti a nudo la tua colpa per ottenere giustificazione.
[...] Ecco, il defunto riacquista la vita. Si ordina alle persone che
tuttora vivono nel peccato di sciogliere i lacci (Gv 11, 44), di
liberare il volto del defunto dal sudario con cui occultava la verità
della grazia ricevuta. Viene impartito il comando di togliergli il
sudario dal viso, di denudargli il volto, giacché il reo ha ricevuto il
dono del perdono. Chi ha ottenuto la remissione dei peccati non ha
motivo di vergognarsi22.

La Confessione è il sacramento della misericordia e dell’amore di Dio:

È una cosa molto saggia aver stabilito come condizione del


perdono che ci debba essere la confessione. La formula «Io ti
assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo. Va’ in pace» è piena di amore e riempie l’anima di
serenità. Altrimenti, chi potrebbe essere sicuro di avere una
contrizione così perfetta, un dolore così profondo che possano
distruggere, come un fuoco che consumi, tutte le sue colpe e i suoi

66
errori? Ma le parole del sacerdote ci rassicurano: l’atto umile e
sincero della confessione, la decisione di correggere la nostra
condotta, traducono un livello di pentimento sufficiente a far sì che
i meriti di Cristo siano applicati e che il peccato sia cancellato23.

Io vorrei domandarvi – ma non ditelo a voce alta, ognuno si


risponda nel suo cuore –: quando è stata l’ultima volta che ti sei
confessato, che ti sei confessata? Ognuno ci pensi... Sono due
giorni, due settimane, due anni, vent’anni, quarant’anni? Ognuno
faccia il conto, ma ognuno si dica: quando è stata l’ultima volta
che io mi sono confessato? E se è passato tanto tempo, non perdere
un giorno di più, vai, che il sacerdote sarà buono. È Gesù lì, e Gesù
è più buono dei preti, Gesù ti riceve, ti riceve con tanto amore. Sii
coraggioso e vai alla Confessione! [...] «Ma padre, io mi
vergogno...». Anche la vergogna è buona, è salute avere un po’ di
vergogna, perché vergognarsi è salutare. Quando una persona non
ha vergogna, nel mio Paese diciamo che è un «senza vergogna»:
un «sin verguenza». Ma anche la vergogna fa bene, perché ci fa
più umili, e il sacerdote riceve con amore e con tenerezza questa
confessione e in nome di Dio perdona. Anche dal punto di vista
umano, per sfogarsi, è buono parlare con il fratello e dire al
sacerdote queste cose, che sono tanto pesanti nel mio cuore24.

La confessione è fonte di gioia e di pace; crea nell’anima una coscienza


chiara e delicata, migliora l’umiltà e la conoscenza di sé. La confessione
rende l’anima forte a amante, capace, come nel caso di sant’Agostino, di
realizzare, malgrado le debolezze e gli errori, delle grandi cose per Dio e
per il prossimo.

67
VI
SAN TOMMASO D’AQUINO
FEDE & RAGIONE

Ai piedi di sant’Alberto Magno

Università di Parigi, 1245. Certamente nessuno immagina che quel giovane


studente, robusto e imponente, piuttosto taciturno, che segue con attenzione
le lezioni del celebre Maestro Alberto, lascerà un’impronta come nessun
altro nella filosofia e nella teologia cristiana. Soprattutto i suoi
condiscepoli, che non sapendo interpretare il suo silenzio – un silenzio fatto
di raccoglimento e di concentrazione: lungi dall’essere una fuga dal mondo
era appunto l’espressione più eloquente dell’accettazione e dell’apertura
alla realtà – l’avevano sopranominato «il bue muto». Il suo maestro, invece,
aveva percepito qualcosa del genio di frate Tommaso: «Voi lo chiamate
“bue muto”!», diceva loro. «Ma io vi dico che questo bue muggirà così
forte che l’universo intero ne sarà scosso».
La vita universitaria era allora particolarmente intensa. Il tema che
occupava le ricerche e le discussioni era sorprendentemente moderno. Si
trattava di comprendere il rapporto tra la ragione e la fede. Quali sono i loro
limiti rispettivi, quali i loro àmbiti di competenza? Fede e ragione sono
conciliabili o incompatibili? Diversi filosofi pensavano che fossero opposte
l’una all’altra; altri invece che fossero indistinguibili nel senso che la fede
dovesse essere subordinata alla ragione o, inversamente, la ragione dovesse
essere assorbita dalla fede. In realtà, tutto ciò non era ancora chiaro.
Spettava a questo giovane studente, Tommaso, dimostrare, con tutta la sua
opera e attraverso un’analisi rigorosa del problema, che fede e ragione non

68
si oppongono e non sono identiche, ma si completano armoniosamente e
proficuamente.
Tommaso era originario di Aquino, un borgo a sud di Roma. Nato nel
1225, la sua famiglia era una tra le più importanti d’Italia: suo padre era
imparentato coll’imperatore Federico Barbarossa; sua madre con famosi
prìncipi e condottieri normanni, Tancredi, Guiscardo, Boemondo, che
avevano conquistato l’Italia meridionale e si erano distinti nella prima
Crociata. Per la sua posizione sociale, fin dall’età di sei anni era stato
destinato a diventare abbate di Montecassino, la celebre abbazia fondata da
san Benedetto nel secolo VI, uno dei centri più prestigiosi della spiritualità
cristiana. Ma Tommaso si sentiva chiamato a entrare nell’ordine dei
Predicatori che san Domenico aveva recentemente fondato e, con la sua
salda determinazione, una delle caratteristiche distintive della sua
personalità, aveva saputo resistere alla dura opposizione della sua famiglia.
Sequestrato dai suoi fratelli, fu tenuto recluso per due anni nel castello di
San Giovanni e sottoposto a pressioni di ogni tipo per dissuaderlo dal suo
progetto. Si arrivò perfino a introdurre nella sua stanza una cortigiana, che
Tommaso, senza parole inutili, scacciò brandendo un tizzone acceso...
Riuscì finalmente a far prevalere i suoi diritti ed eccolo là, all’età di
vent’anni, ai piedi del celebre Alberto.
Poter seguire le lezioni di Maestro Alberto era un privilegio e una sfida.
Alberto Magno, pure lui domenicano, era una celebrità della sua epoca. Lo
si denominava «Dottore universale» per la sua cultura enciclopedica, la sua
competenza e la sua straordinaria apertura mentale. La sua autorità era così
grande che la formula «il Maestro Alberto ha detto» metteva fine a ogni
discussione.
Qualche anno prima, il Papa aveva chiesto ai professori dell’Università
di Parigi, di proporre una riforma generale degli studi. Più che una riforma
del piano di studio, si trattava di esaminare la possibilità di riorientare il
pensiero cristiano in modo da tener conto delle nuove tendenze filosofiche
che si stavano progressivamente diffondendo negli ambienti culturali
occidentali. L’Occidente, infatti, cominciava a riprender contatto, grazie
soprattutto ai filosofi arabi ed ebrei, con la filosofia di Aristotele, che,
eccettuata la logica, era caduta nell’oblio. Il pensiero filosofico cristiano, in
effetti, grazie alla profonda influenza di sant’Agostino e al fatto che il
platonismo e il neoplatonismo, in virtù del loro misticismo, sembravano più
idonei a essere assimilati dal cristianesimo, si era formato nella tradizione
platonica. Ma da qualche anno un flusso di nuove conoscenze, di nuovi

69
indirizzi di ricerca e nuovi punti di vista, s’apriva più efficacemente
all’intelligenza. Alberto era particolarmente favorevole a questa corrente ed
era convinto che la filosofia cristiana avrebbe dovuto costruirsi basandosi
su Aristotele, come Agostino ai suoi tempi si era basato su Platone.
Si trattava di un’impresa difficile e audace. L’aristotelismo, infatti, era
stato accolto con diffidenza negli ambienti cristiani. A causa del suo
realismo e del suo interesse per il concreto, appariva come una specie di
razionalismo poco aperto a una sensibilità spiritualista. Per di più, i
commentatori arabi lo sviluppavano in un senso che metteva in pericolo la
fede: la tendenza al determinismo per Avicenna e la negazione della
spiritualità e dell’immortalità dell’anima per Averroè. Per questi motivi
erano state pronunciate condanne contro l’opera di Aristotele e se ne
proibiva l’insegnamento all’Università di Parigi1.
Tuttavia, era impossibile chiudersi a questo grande movimento di idee: la
fede e la ragione rischiavano di entrare in un conflitto inconciliabile, e Papa
Gregorio IX, mantenendo comunque le interdizioni, aveva aperto una porta
promovendo una riforma degli studi.
È in questo ambiente che fiorì il genio di san Tommaso. Sant’Alberto
aveva saputo discernere rapidamente in questo giovane, che seguiva con
attenzione le sue lezioni, quella mente vigorosa e organizzata che avrebbe
portato a termine la sua opera. Lo incoraggiò, lo associò al suo lavoro di
ricerca fornendogli le occasioni più favorevoli per il suo sviluppo. Se spetta
ad Alberto il merito di aver mostrato, con il suo lavoro sull’opera di
Aristotele, che le verità soprannaturali della fede non avevano nulla da
temere dalle verità naturali accumulate dalla saggezza pagana, sarà il suo
alunno Tommaso a realizzare la grande sintesi filosofica e teologica che
lascerà un’impronta decisiva nel pensiero cristiano e occidentale.

L’opera di san Tommaso

San Tommaso fu considerato dai suoi contemporanei un uomo dotato di


una personalità intellettuale straordinaria. Sotto i tratti discreti di un
giovane robusto e pacifico si nascondeva infatti la tempra di uno di quei i
geni che raramente si incontrano in un secolo. La sua reputazione

70
eccezionale crebbe rapidamente. In pochi anni aveva acquisito una cultura
immensa, un criterio sicuro e una maturità impressionante. Una volta
ottenuta l’abilitazione, moltissimi accorrevano attirati dal suo insegnamento
limpido e chiaro, dall’analisi precisa delle questioni trattate e dalla
profondità delle sue sintesi. Le sue lezioni erano qualcosa di fuori dal
comune. Uno dei suoi biografi, Guglielmo da Tocco, commenta così
l’originalità e la profondità delle sue lezioni:

Ha introdotto nei suoi corsi nuovi spunti di riflessione, ha


inaugurato un indirizzo nuovo e chiaro nella ricerca e nella
discussione scientifica, ha sviluppato delle argomentazioni inedite
per le sue dimostrazioni. Nessuno tra coloro che lo ascoltavano
insegnare e risolvere su nuove basi dubbi e difficoltà poteva
dubitare che Dio avesse illuminato questo pensatore con raggi di
una nuova luce.

L’attività letteraria di san Tommaso è tanto più impressionante se si


pensa che visse meno di cinquant’anni e che l’insegnamento e i doveri della
vita religiosa gli lasciavano poco tempo per la ricerca. La semplice lista dei
suoi scritti richiede varie pagine. Quando li si contempla in una di quelle
venerabili biblioteche che hanno trasmesso fino a noi la cultura del
Medioevo, le sue opere comprendono numerosi volumi di migliaia di
pagine in-folio2. Contengono il commento di quasi tutta l’opera di
Aristotele; opere di vasta portata, la più importante delle quali è la Somma
Teologica; un gran numero di trattati di filosofia e di teologia dogmatica;
scritti di apologetica, di teologia pratica, di filosofia del diritto; esposizioni
ascetiche; studi di esegesi, senza dimenticare le pagine di alta spiritualità, di
profonda e ammirevole poesia, come il Lauda Sion o il Pange Lingua. La
somma delle conoscenze di san Tommaso è impressionante. Nei suoi scritti
si possono contare più di ottantamila tra citazioni e rimandi. Quando si
entra in contatto con la Somma Teologica, si resta stupefatti per la
straordinaria chiarezza mentale. Così ne parla un eminente medievista,
Martin Grabmann:

Da un capo all’altro la Somma Teologica forma un tutto organico.

71
L’organizzazione in tre parti, con i suoi 38 trattati, le sue 631
questioni, i suoi circa 3.000 articoli e le sue 10.000 obiezioni, è
costruita con un’abilità architetturale stupefacente. Esposizioni e
dimostrazioni si sviluppano con semplicità e chiarezza. Le
ripetizioni sono quanto più possibile evitate, le questioni superflue
omesse. Non si tratta solo di un ordine esteriore e superficiale, di
una classificazione ben riuscita, ma di uno sviluppo sistematico
vigoroso, di un’articolazione organica che riposa su legami
profondi. Più si avanza in quest’opera, più si considerano i
dettagli, e più si ammira l’architettura che regge l’intero edificio3.

Quando si pensa che Tommaso ha scritto tutto questo senza disporre di


computer, di banche dati, di possibilità di comunicazione elettronica, né di
alcuno degli strumenti di lavoro che oggi si stimano indispensabili per
questo genere di attività, e che in quell’epoca la scrittura stessa era già
un’operazione complicata4, l’unico atteggiamento onesto è quello di farsi
umili e ammettere che, con tutta la nostra scienza del XXI secolo, abbiamo
ancora bisogno di imparare e di formarci.

Fede & ragione

Una cosa che colpisce in san Tommaso è che il suo rigore intellettuale è
sempre unito al desiderio di contemplare la verità di Dio. Nella sua mente
convivevano due qualità che raramente si trovano riunite con una tale
naturalezza e profondità: da un lato, uno straordinario rispetto per la
ragione e per i suoi diritti; dall’altro una visione profondamente religiosa
che segna peraltro tutta la sua opera. Il suo biografo racconta che all’età di
sei anni sorprendeva i suoi maestri domandando inaspettatamente: «Chi è
Dio?». In questa domanda c’è già tutta la problematica di san Tommaso: la
«sete» di Dio e l’esigenza di razionalità. San Tommaso è fermamente
convinto che non ci può essere un contrasto tra la ragione e la fede, poiché
è lo stesso Dio che l’una e l’altra cercano, benché sotto aspetti e luci
differenti5. La ragione cerca Dio come Prima Causa, come Creatore

72
dell’universo, come Colui che è l’Onnipotente, l’Essere eterno, la
Perfezione infinita. La fede va più lontano: la fede cerca Dio come Prima
Verità, come Colui al quale l’uomo può affidarsi più ancora che alla sua
ragione, come Colui che è il fondamento della verità6. In altre parole: con la
ragione si cerca di comprendere chi è Dio – con tutti i limiti propri della
creatura, cogliendo comunque qualcosa di vero; con la fede, invece, si
aderisce a Dio come la Verità completa e perfetta, come la Luce che
illumina, come il Bene unico e autentico.
Per colui che contempla Dio con la fede si apre un campo immenso,
molto più vasto di quello cui si accede con la sola ragione: è Dio stesso che
illumina il cammino; in Lui si intravedono le armonie, la coerenza e il
senso di ogni cosa. E tuttavia la ragione è, in un certo senso, indispensabile
alla fede. Innanzitutto, per esprimerla in un linguaggio intelligibile e per
mostrare che il contenuto della fede è coerente, che non ha niente di
assurdo. L’esigenza di razionalità è inerente alla natura umana. La fede non
ci chiede di credere a qualcosa di irrazionale o assurdo, o contraddittorio.
Nessuno è obbligato a dire: ciò è assurdo, ma lo credo poiché ho la fede.
Certo, i contenuti della fede sono profondi e a volte difficili, e può
succedere che non tutto sia chiaro, che ci sia dell’oscurità: ma «oscurità» e
«assurdità» non sono la stessa cosa.
Ragione e fede possono lavorare insieme e aiutarsi vicendevolmente. La
fede agisce come un faro che indica il cammino e segala gli ostacoli.
Inoltre, moderando i pregiudizi dell’orgoglio e l’agitarsi delle passioni, la
fede facilita le disposizioni necessarie per trovare la verità. Dal canto suo,
la ragione può aiutare la fede. Come abbiamo detto, la ragione permette
innanzitutto di esprimere le verità della fede in un linguaggio coerente
adatto alla condizione umana e renderle dunque, in un certo modo,
accessibili e intelligibili; permette di intravedere la coerenza e l’armonia
delle verità proposte dalla fede; può mettere in evidenza la loro
convenienza per l’uomo e per la natura.
Per esempio, approfondendo la riflessione su ciò che è l’uomo – per la
filosofia, l’antropologia, la sociologia ecc. – la ragione può mostrare che i
princìpi della morale rivelata sono conformi alla natura umana e
permettono all’uomo di sviluppare i suoi doni e le sue potenzialità. In tal
modo, la fede apre orizzonti più vasti, senza far violenza alla ragione. E la
ragione, dal canto suo, mette la fede alla portata dell’uomo, proteggendola
dal pericolo di divenire una speculazione astratta, inintelligibile, disgiunta
dalla vita: cosa che lascerebbe la porta aperta al rifiuto della fede –

73
l’agnosticismo, l’ateismo – o ai diversi tipi di fondamentalismo, cioè
all’adesione cieca e incoerente – come si vede appunto nella nostra epoca
postmoderna, caratterizzata dalla crisi della ragione.
Si può dire, con Gilson, che san Tommaso «è il primo filosofo moderno
nel senso pieno del termine, perché il tomismo inaugura nella cristianità
un’epoca specificamente filosofica, distinguendo con precisione ragione e
fede, che fino ad allora erano più o meno indistinte»7.

Le due ali dello spirito

La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito


umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad
aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e,
in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo,
possa giungere anche alla piena verità su sé stesso8.

È una visione piena di speranza che la Chiesa propone attraverso il


pensiero di san Tommaso. Una visione di molto superiore al riduzionismo
razionalista dell’epoca contemporanea, che contesta alla ragione la capacità
di trascendere l’ordine dell’esperienza sensibile. E anche molto più
profonda del discorso «scientista» che pretende superficialmente di vedere
un conflitto – che di fatto non esiste – tra le conquiste della scienza e il
discorso della fede. Il grande merito di san Tommaso è di aver dimostrato
che fede e ragione non sono termini in antitesi fra loro. Per san Tommaso,
quando si ha l’impressione che una verità di fede si opponga alle esigenze
della ragione, o alle conclusioni della scienza, o che un comandamento
della fede o della morale non sia in accordo con quello che ci sembra essere
il bene, significa che si è prodotto errore: o si è ragionato male, o il
contenuto della fede è stato mal compreso9. È necessaria allora
un’«autocritica», cercare con lealtà e umiltà la causa dell’errore, ricorrendo
eventualmente a qualcuno più esperto e competente.
Quando si ha l’impressione di trovarsi davanti a un’opposizione tra la
fede e le affermazioni della ragione, della scienza, è necessario un atto di

74
umiltà, diffidando da conclusioni affrettate. San Tommaso, con tutta la
scienza e con tutto il rigore intellettuale di cui disponeva, impiegava tutto il
tempo necessario per criticare i suoi ragionamenti o per interrogarsi sul
contenuto della fede. Le circa diecimila obiezioni della Somma Teologica
con le loro altrettante risposte mostrano a qual punto si preoccupava di
garantire i diritti della ragione e quelli della fede.
Benedetto XVI, facendo seguito a Giovanni Paolo II e all’enciclica Fides
et Ratio, ha particolarmente insistito, durante il suo pontificato, sul
problema dei rapporti tra fede e ragione. Ripetutamente ha invitato a
scrutare i segni dei tempi e a prender coscienza del fatto che la maggior
parte delle crisi spirituali contemporanee derivano da un uso erroneo della
ragione umana10. A forza di affermare l’autonomia della ragione e a
rivendicare la sua indipendenza, rifiutando a priori la luce della fede, si è
arrivati a imprigionare la ragione in uno spazio chiuso. E la ragione ha
perso la fiducia nelle proprie capacità di scrutare la realtà profonda delle
cose e di cogliere i princìpi universali della morale. Cosicché si naviga
senza direzione e senza la speranza di arrivare in porto. Come diceva
Benedetto XVI, «l’Occidente, da molto tempo, è minacciato da questa
avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così
potrebbe subire solo un grande danno»11. E invitava ad avere il coraggio di
riconoscere la vera grandezza della ragione, di rigettare l’orgogliosa pretesa
di un’utopica autonomia, per aprirsi, con umiltà e con una sana ambizione,
alle prospettive della fede.

Il silenzio & l’«ascolto» della realtà

Troppo spesso gli uomini sono inclini a ergersi giudici della verità,
invece di lasciarsi istruire da essa. Hanno deciso di sostituirsi
all’Onnipotente in tutta imparzialità, oggettivamente, a mente
fredda12.
Ma l’uomo, che in tal modo si rende signore della verità,
s’inganna. A un simile signore essa si sottrae e si apre soltanto a
colui che le si avvicina con rispetto, con umiltà venerante13.

75
L’atteggiamento di san Tommaso è appunto l’opposto di questo segreto
orgoglio che minaccia gli intellettuali (o coloro che si credono tali) e che
consiste nel proiettare sulla realtà i propri schemi mentali. Tutta la sua
filosofia è contrassegnata dall’attenzione e dal rispetto della realtà e nel
raccoglimento, in quell’atto di silenzio in cui «il pensiero raccoglie ciò che
le cose dicono, per il fatto semplicemente di essere»14. Afferma il cardinal
Robert Sarah:

Il silenzio non è un’assenza, ma la manifestazione di una presenza,


la più intensa di tutte le presenze. Il discredito portato sul silenzio
dalla società moderna è sintomo di una malattia grave e
inquietante. I veri interrogativi sulla vita si pongono nel silenzio15.

Tutti gli aneddoti che si conoscono della sua vita, mostrano che il
silenzio era «il suo spazio spirituale»16. Un silenzio che, lungi dall’essere
una fuga verso il suo mondo interiore, era l’espressione dell’apertura della
sua anima alla realtà esteriore, al flusso delle conoscenze, alla verità, a Dio.
L’abbiamo visto raccolto ascoltare Maestro Alberto; sappiamo che
assisteva alle discussioni senza mettersi in evidenza. Un giorno, uno dei
suoi condiscepoli, convinto che non capisse niente alle lezioni, si propose
di spiegargli qualcosa. Tommaso accettò, lo ascoltò in silenzio
rispettosamente, ma a un certo punto l’amico si perse nel ragionamento...
Allora Tommaso «lasciando il suo amore della verità prevalere sulla sua
umiltà», come dice uno dei suoi biografi, finì con lo spiegare lui stesso la
lezione al generoso precettore.
Silenzio, ascolto, apertura alla realtà, rispetto. Una cosa che colpisce in
san Tommaso è l’accoglienza che riserva nella sua filosofia a ciò che è
valido in coloro che lo hanno preceduto: da Platone ad Agostino, da Plotino
a Boezio, da Aristotele ai suoi commentatori arabi o ebrei. Era cosciente del
fatto che la scienza avanza attraverso un lavoro di gruppo e che la scoperta
della verità è un’opera collettiva17, di modo che intraprendeva sempre con
un gran rispetto lo studio dei suoi predecessori. Il suo rispetto per il reale
era tale che, sempre mantenendo un’adesione incondizionata alla
Rivelazione, si preoccupava di preservare i diritti della ragione rifiutando
un atteggiamento dogmatico irragionevole:

76
Bisogna rigettare tutto ciò che si oppone alla fede e al dogma. Però
la nostra fede diventa oggetto di scherno per i non credenti, quando
un credente insufficientemente formato enuncia come dogma ciò
che in realtà non lo è, e che alla luce di una seria critica scientifica
si rivela essere falso18.

Se risolviamo i problemi della fede unicamente per l’autorità del


maestro, possediamo certo la fede, ma in una testa vuota19.

San Tommaso restò fedele al metodo che sant’Alberto gli aveva


insegnato:

Nelle questioni di fede e di morale se si è di diverso avviso,


bisogna dar fiducia più ad Agostino d’Ippona che ai filosofi. Ma se
parliamo di medicina, allora io mi rimetto a Galliano e a Ippocrate,
e se si tratta della natura delle cose è Aristotele che consulto, o
qualche altro esperto in materia20.

Anche in questo san Tommaso è «moderno», almeno in ciò che c’è di


positivo nella modernità: attenzione alla realtà concreta, riconoscimento dei
diritti della ragione, rispetto delle persone e delle loro idee, rispetto della
natura, rifiuto dei dogmatismi... Paradossalmente è più «moderno» anche
più della filosofia moderna e contemporanea, che, a partire da Cartesio, ha
progressivamente rinunciato ad appoggiarsi sull’apertura al reale per
condurre una speculazione che dà priorità al soggetto. Il risultato, come san
Tommaso aveva intravisto21, è il prevalere del soggettivismo e del
relativismo, che finiscono per sfociare nell’irrazionalismo della cosiddetta
cultura «postmoderna».

77
Dottrina di teologi & pietà di bambini

L’«ascolto» rispettoso della realtà, l’apertura mentale hanno permesso a san


Tommaso di chiarire i rapporti tra fede e ragione. Ma queste disposizioni
non sarebbero state sufficienti se la sua ricerca e la sua opera non fossero
state ispirate da una disposizione profondamente religiosa. Certo, nella sua
maniera di esporre, Tommaso non ha la vibrazione, né l’emozione e la
sensibilità di sant’Agostino. E tuttavia, attraverso la sua presentazione
didattica e sobria e, diciamolo pure, piuttosto arida, traspare costantemente
il desiderio di una conoscenza sempre più approfondita di Dio che guida
ogni passo della sua ricerca.
San Josemaría Escrivá incoraggiava i suoi figli spirituali ad avere «una
dottrina di teologi e una pietà di bambini», cioè integrare una solida
formazione dottrinale in una vita di pietà semplice e forte. Pietà e dottrina
devono aiutarsi mutualmente, appoggiarsi l’una sull’altra, alimentarsi
reciprocamente. I cristiani coerenti hanno l’obbligo di ampliare la propria
formazione dottrinale, non soltanto per «“rendere ragione della speranza”
che è in loro di fronte al mondo e ai suoi gravi e complessi problemi»22, ma
anche perché non è possibile amare Dio «con tutto il cuore, con tutta
l’anima, con tutta la mente», se la sua conoscenza è ridotta al minimo, come
purtroppo spesso succede. Lo studio della dottrina illumina con una luce
nuova ciò che si conosce già per la fede: svela le ricchezze e le armonie
delle verità rivelate, rende possibile entrare più profondamente nel piano di
Dio e nel suo amore per l’uomo. Attraverso lo studio, la fede si fortifica,
diventa adulta. Una pietà senza dottrina rischia di trasformarsi in un
sentimentalismo emotivo, che si dissolve alla prima difficoltà.
Sul piano pratico, la formazione dottrinale è necessaria per santificare
l’attività professionale, poiché non si può santificare il lavoro se si
trascurano le esigenze della deontologia; è necessaria, naturalmente, anche
per santificare la vita di famiglia, nella quale si è chiamati ad assumere
responsabilità gravi e inalienabili; è necessaria per compiere con coerenza e
rettitudine gli obblighi civili. Quante imprudenze, avventatezze e ingiustizie
sono purtroppo commesse a causa di una formazione dottrinale poco curata
e inconsistente!
Ciò non vuol dire che bisogna essere degli eruditi – formazione non
equivale a erudizione – o avere un’idea personale su tutto o parlare in modo
brillante di qualunque argomento. Avere una vera cultura significa avere

78
idee chiare sui temi essenziali; dare una risposta giusta ed equilibrata, frutto
di convinzioni profonde, acquisite e arricchite non soltanto con lo studio,
ma anche con lo scambio di idee e il dialogo. Il che esige una mente aperta
e ricettiva, che sappia porsi in ascolto con l’umiltà sufficiente per
apprendere, come appunto sapeva fare molto bene frate Tommaso. Non c’è
niente di più lontano dalla vera cultura che la rigidità, il fondamentalismo,
lo spirito polemico e l’orgoglio intellettuale. Dickens diceva che ci sono
persone che hanno una sola idea, e anche sbagliata...
Oggi abbiamo a disposizione un eccellente strumento per migliorare la
nostra formazione dottrinale: il Catechismo della Chiesa Cattolica. Ci si
trova tutto: tutte le domande sulla nostra fede e tutte le risposte che la
Chiesa, nel corso dei secoli, assistita dallo Spirito Santo e alla luce dei suoi
dottori, ha potuto dare. La vita di pietà sarebbe certamente più vigorosa, se
ci si prendesse a cuore di leggerlo, studiarlo o, per lo meno, consultarlo
regolarmente.
San Gregorio Magno affermava che la pietà è inutile se manca del
discernimento della scienza; e aggiungeva che la scienza è «niente» se non
si appoggia sulla pietà23. La teologia non si può studiare in un modo
«neutro», come la matematica, per esempio, o come una scienza meramente
tecnica. Chi potrebbe pensare di conoscere l’anima, le aspirazioni, le
intenzioni profonde di un essere amato – la sua sposa, i suoi figli –
studiandolo freddamente come un teorema o analizzandolo con schemi
psicologici «oggettivi» e distanti? Ugualmente, lo studio delle verità divine
dev’essere ispirato dall’amor di Dio e deve contribuire al progresso della
vita di pietà e alla maturazione spirituale. Quando lo studio della dottrina
procede dalla semplice curiosità intellettuale, quando la ricerca teologica è
solo un’occupazione tecnica al fine d’«inventare» delle nuove teorie, ci si
fuorvia: la fede si disperde, l’amore di Dio svanisce, come svanirebbe
l’amore tra due persone che pretendessero di interessarsi l’una all’altra
unicamente attraverso test psicologici.
Se l’amore di Dio non inspira la ricerca teologica, è l’amore di sé che
prende il suo posto con tutti i pericoli e le deviazioni, anche intellettuali,
che ciò comporta. «La conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore
edifica», dice san Paolo24. Ci sono moltissime persone semplici e rette,
d’intelligenza modesta, che, senza aver avuto la possibilità de fare degli
studi avanzati, possiedono una meravigliosa conoscenza di Dio, un senso
così giusto, preciso e profondo della fede, da poter dare delle lezioni a dei

79
«teologi» che hanno lasciato spegnere la lampada della fede, per
l’abbandono della vita interiore.
San Tommaso, il più grande dei teologi, diceva che il Crocifisso era il
suo libro. I suoi biografi raccontano che a volte scriveva i suoi trattati
davanti al tabernacolo: la sua riflessione teologica era il frutto del dialogo
contemplativo con Dio. La contemplazione della fede e la contemplazione
della ragione si congiungevano nella sua anima. Qualche settimana prima
della sua morte, mentre celebrava la Messa, decise di porre fine ai suoi
lavori. «Non posso più scrivere», rispose al suo segretario che cercava di
dissuaderlo. «Ho visto cose di fronte alle quali i miei scritti sono solo
paglia». Quel giorno, già vicino alla visione di Dio, le «ali dello spirito» lo
avevano elevato così in alto che la ragione non aveva potuto far altro che
invitarlo al raccoglimento e al silenzio che avevano sempre guidato la sua
condotta.

80
VII
SAN TOMMASO MORO
IL PREZZO INESTIMABILE
DELLA VERITÀ

Uno dei grandi personaggi del Rinascimento

«Era un uomo tale che da secoli il sole non ne ha visti di più leali, di più
sinceri, di più fedeli, di più saggi». In questi termini Erasmo da Rotterdam
parlava di sir Tommaso Moro, il Gran Cancelliere del Regno d’Inghilterra,
che il 6 luglio del 1535, fedele alla voce della sua coscienza, saliva sul
patibolo per aver rifiutato di seguire il re Enrico VIII nella sua rottura con
Roma.
Tommaso Moro fu uno dei grandi personaggi del Rinascimento. Giudice,
filosofo, diplomatico, teologo, autore reputato, intratteneva delle relazioni
di scambi e d’amicizia con i più importanti protagonisti della cultura
umanistica in Europa, in particolare con Erasmo. Costui nutriva per Moro
un’ammirazione speciale. Lo considerava come «l’unico genio
d’Inghilterra» ed ebbe l’occasione di fargli visita varie volte nel corso della
sua vita.
Diversi tratti spiccavano in questa personalità così ricca da renderla
particolarmente accattivante. Innanzitutto la sua cultura e la sua ampiezza
di vedute. Moro aveva studiato Diritto a Oxford e a Londra e si era
interessato a vasti settori del sapere, alla teologia, alla letteratura classica.
Lascerà ai posteri scritti importanti, tra i quali la famosa Utopia, che
certamente lo erge «al rango dei più eminenti umanisti e visionari più
profondi della Rinascenza»1. In modo allegorico vi descrive «la società

81
ideale» del futuro. Di fatto si tratta di una satira politica penetrante, scritta
con humour e finezza, nella quale denuncia le tare della società del suo
tempo: «inflazione, corruzione, disinteresse per i poveri, guerre futili o
completamente inutili, ostentazione dei cortigiani, abuso di potere assoluto
da parte dei monarchi...»2. Oltre ad altre considerazioni e affermazioni, si
trova in quest’opera «una certa premonizione delle scelte e delle virtù che
segneranno il destino di questa personalità eccezionale. Si può dire, a giusto
titolo, che l’Utopia è il primo vangelo dell’epoca moderna della
tolleranza»3.
Tommaso Moro fece una carriera politica straordinaria. Pur essendo
completamente sprovvisto della minima ambizione sociale e politica, le
circostanze lo condussero ad accettare, a volte contro la sua volontà, diversi
compiti e funzioni che lo inserirono nel cuore della vita pubblica inglese.
Nello svolgimento della professione d’avvocato e di giudice fu in contatto
con gli ambienti popolari di Londra; successivamente ricoprirà incarichi a
corte che ne faranno un protagonista della scena politica europea. Fu
l’uomo di fiducia del Re, che rappresentò, in particolare, in occasione del
trattato di Cambrai, dove i suoi talenti diplomatici evitarono all’Inghilterra
la guerra sul continente per tredici anni.
Il prestigio di Moro riposava non solo sulle alte funzioni che ebbe a
svolgere e sui suoi numerosi scritti e trattati teologici, ma anche sulla sua
rettitudine e la sua semplicità, che ispiravano una profonda simpatia. «È
forse perché, pur vivendo nel mondo ne era distaccato, come si vedeva nel
suo modo di vivere, che Moro affascinò tanti dei suoi contemporanei»4.
Sapeva scherzare con amabilità, essere accogliente e comprensivo, integro
e responsabile nell’esercizio delle sue funzioni, sereno nelle difficoltà.
Partecipava alla vita della società, dice Erasmo, comportandosi in modo
affabile e piacevole, senza ostentazione né vanità «sì meravigliosamente
negligente di tutte quelle cerimonie nelle quali tanti s’immaginano che la
buona educazione consista».
Erasmo che soggiornò a lungo da lui, era conquistato dall’atmosfera
semplice e affabile che regnava in casa. La famiglia era composta da vari
figli e figlie e servitori, ai quali con gli anni s’aggiunsero altri membri: suo
padre, i suoi generi, e anche poveri, vedove, persone anziane sole, tutti
raccolti nell’esercizio della sua professione. S’occupava dell’educazione
dei suoi figli con cura e un’apertura mentale veramente moderna. Era
fortemente favorevole a un’educazione più avanzata per le ragazze, fondata
in particolare sullo studio delle opere classiche e della filosofia, «antidoto

82
necessario, diceva, alle fastidiose lezioni di musica, ricamo e cucina».
Erasmo era impressionato dall’erudizione delle figlie di Moro che
leggevano correntemente gli autori latini e discutevano sovente in questa
lingua5. Si è detto, e non si è certamente esagerato, che Tommaso Moro fu
l’uomo più moderno del suo tempo. La sua personalità era particolarmente
affascinante, poiché i suoi doni naturali, lungi dall’essere saccenti e
opprimenti, si velavano discretamente dietro la semplicità e l’eleganza, e
soprattutto la rettitudine del suo carattere.

Un messaggio che attraversa i secoli

Tuttavia, il messaggio universale che lascerà, e destinato ad attraversare i


secoli, è la testimonianza che darà rinunciando a tutto, perfino alla sua vita,
per essere fedele alla verità e alla voce della sua coscienza. Quando, nel
1529, all’apice della sua carriera, fu nominato Gran Cancelliere
d’Inghilterra – il secondo personaggio del reame – il re Enrico VIII era già
invaghito di Anna Bolena, dama di corte della regina Caterina d’Aragona.
Come si sa, il Re, volendo ottenere l’annullamento del suo matrimonio,
domandò al Papa che la causa fosse giudicata dalla Corte di giustizia del
reame. Contrariato dal rifiuto del Papa, Enrico VIII andò oltre. Fece
annullare il matrimonio da Thomas Cranmer, cappellano della famiglia
Bolena, e si sposò con Anna. Il Papa rispose scomunicando il Re, la nuova
Regina e Cranmer (1533). In quel momento la rottura con Roma era
consumata. Il Parlamento dichiarò il Re e i suoi successori sola autorità
suprema della Chiesa d’Inghilterra. I poteri e le risorse pontificali
passavano nelle mani del Re. I sudditi dovevano sommettersi per
giuramento, pena l’accusa di alto tradimento, passibile di morte.
Consapevole che a seguito di questi avvenimenti, avrebbe dovuto
prendere delle decisioni contrarie alle sue convinzioni più profonde,
Tommaso rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di Gran Cancelliere,
giustificandole con ragioni di salute. Ma era evidente a tutti quali erano i
veri motivi di questa decisone. Si astenne dal partecipare alla cerimonia
d’incoronazione di Anna Bolena e si ritirò dalla vita pubblica, accettando di

83
sopportare con la sua famiglia la povertà e l’abbandono di numerose
persone che, nella prova, si rivelarono falsi amici.
Fu senza dubbio con un sorriso impregnato di tristezza e di dolcezza che
Moro, come racconta il genero, riunì la famiglia e disse:

Ho vissuto a Oxford, poi al Palazzo, poi alla corte del Re,


montando dal grado più povero al più elevato. E ora, come salario
annuale, mi restano solo un centinaio di sterline. Sarà dunque
necessario, se vogliamo vivere insieme, che ognuno porti il suo
contributo. Ma credetemi, non vivremo alla stregua dei più poveri,
né a quello degli studenti di Oxford, e neppure a quello degli
avvocati. Ci metteremo al regime della Lincoln’Inn6. E, se non
riusciremo a mantenerci, scenderemo di un gradino, quello degli
stagisti. Sarà ancora corretto per un onest’uomo. E se sarà difficile
mantenerci, l’anno dopo vivremo come a Oxford. E infine, quando
non avremo più risorse, andremo tutti insieme, in gioiosa comitiva,
a domandare l’elemosina alla brava gente e canteremo la Salve
Regina a ogni porta, come fanno gli studenti poveri di Oxford7.

Nel 1534 fu convocato per prestare il giuramento di supremazia del Re.


Avendo rifiutato, fu imprigionato nella Torre di Londra, dove restò quindici
mesi, prima di salire sul patibolo per essere decapitato. Nel corso del
processo, Moro pronunciò una vibrante apologia delle sue convinzioni
sull’indissolubilità del matrimonio, il rispetto delle leggi ispirate da valori
cristiani, la libertà della Chiesa di fronte allo Stato. La nobiltà del suo
carattere non si è forse mai manifestata più luminosamente che al momento
in cui fu condannato a morte dai suoi giudici. Le ultime parole che rivolse
loro furono piene di moderazione e di dignità:

Spero veramente e pregherò fermamente, che le Vostre Signorie,


che mi hanno giudicato e condannato sulla terra, e io stesso ci
incontreremo gioiosamente nel Cielo per la nostra eterna salvezza.
Con questa speranza, prego Dio che Vi protegga tutti e
particolarmente il Re mio signore, e che Dio gli invii sempre dei
fedeli consiglieri8.

84
Questo periodo della vita di Tommaso Moro passato in prigione è
particolarmente commovente. Nella Torre di Londra soffriva per il freddo e
l’umidità, per i crampi, per un’angina pectoris e anche per l’angoscia
naturale di fronte all’avvicinarsi della morte. Tuttavia, la principale
sofferenza fu forse quella del cuore: essere rifiutato dal suo Re e dal suo
Paese, morire come un traditore; incompreso dai suoi famigliari e persino
dalla sua amata figlia Margaret, che veniva a rendergli visita alla Torre e
con la quale si confidava.
Era sempre più vicino alla povertà e all’indigenza di Cristo. La
meditazione dell’agonia di Gesù nel Getsemani, della «tristezza, paura e
ripugnanza» che inondavano il cuore del Signore, sarà il tema della sua
preghiera durante quei terribili mesi in prigione. Essa gli ispirerà il suo
ultimo scritto, La tristezza di Cristo, commovente contemplazione della
preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi. Il libro è incompiuto. Finisce al
momento in che tutti gli apostoli fuggono quando «per la prima volta
misero le mani su Gesù» dicono le ultime parole del manoscritto, quando
confiscarono a Moro tutto il materiale che aveva per scrivere, e le
condizioni della sua reclusione si fecero molto più dure. Qualche giorno
dopo, l’ascia del carnefice s’abbatteva su lui.
Nella tragica conclusione della sua vita, Tommaso Moro ci appare come
una figura di un coraggio e di un’integrità eccezionali. Pur restando lucido
circa i difetti e gli errori che vedeva nella Chiesa, e che non mancava di
segnalare, non poteva transigere con la verità, con la fede, con la sua
coscienza. «Lo addolorava vedere il potere spirituale avvilito e quello
temporale occupare un ruolo che non era il suo»9.
La lucidità politica, che aveva già esercitato scrivendo l’Utopia, gli
faceva intravedere che l’usurpazione del potere spirituale della Santa Sede
da parte del Re conteneva il germe della disgregazione dell’unità organica
morale, sociale e politica della Cristianità. Vendeva l’Europa disunita,
divisa, le guerre sempre più frequenti, l’apparire e il moltiplicarsi delle
sette... Il che spiega l’elogio che ne faceva Winston Churchill,
riconoscendogli un posto privilegiato nella storia:

L’opposizione di Moro e di Fischer10 al potere supremo che il Re


pretendeva di esercitare sulla Chiesa era un atto di resistenza

85
eroica e nobile. Non ignoravano le tare del cattolicesimo della loro
epoca, ma detestavano il nazionalismo aggressivo che stava
distruggendo l’unità della cristianità. [...] Moro prese la difesa di
tutto ciò di migliore che c’era nella concezione medievale. Nella
Storia incarna l’universalismo del Medioevo, la sua adesione ai
valori spirituali, il suo senso istintivo dell’Aldilà. L’ascia crudele
del carnefice non ha soltanto fatto cadere la testa di un consigliere
saggio e talentuoso; nello stesso tempo ha decapitato un sistema
che, anche se nella pratica aveva tradito i suoi ideali, aveva a lungo
ispirato all’umanità, i suoi sogni più luminosi11.

Si può dire che, per il messaggio che ci lascia, san Tommaso Moro sia
«un uomo per l’eternità», come lo descrive il titolo francese di un bel film
che gli fu dedicato negli anni Sessanta12.

Lo splendore della verità

I suoi biografi raccontano che Moro salì sul patibolo con serenità, e
conservando pure il senso dello humour che sempre aveva avuto – inglese
fino alla fine... – senza lasciarsi paralizzare dalla paura né ostentare
eroismo. Come raccontano i testimoni oculari, incoraggiò con una frase
divertente uno dei suoi buoni amici che non poteva ritenere le lacrime.

Avanzò quindi verso il ceppo, davanti al quale s’inginocchiò per la


recita del Miserere. Poi si rialzò in piedi, e quando il boia gli si
avvicinò per chiedergli perdono, lo baciò affettuosamente e gli
mise in mano una moneta d’oro. Poi gli disse: «Tu mi rendi oggi il
più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta
attento: il mio collo è corto. Vedi di non sbagliare il colpo. Ne
andrebbe della tua riputazione...». Non si lasciò legare. Da sé si
bendò gli occhi con uno straccetto che s’era portato appresso.
Quindi, senza fretta, si coricò lungo disteso, appoggiando il collo

86
sul ceppo, che era molto basso. Inaspettatamente si rialzò con un
sorriso sul labbro, raccolse con una mano la barba e se la collocò
di lato scherzando: «Questa per lo meno non ha commesso alcun
tradimento»13.

Ciononostante, nel fondo della sua anima era come ogni uomo
angosciato per il timore e l’apprensione della morte. Era sostenuto dalla
fermezza della sua fede e la certezza che non si può transigere con la
coscienza.

Puoi essere sicura, Meg – s’era aperto un giorno con la figlia – che
non puoi trovare un cuore più debole, più fragile che quello di tuo
padre [...]. Eppure, mia cara figlia, la mia forza è tale che, benché
la mia natura ripugni sì fortemente alla sofferenza che un semplice
schiaffetto mi fa quasi tremare, ciononostante, malgrado tutte le
agonie che ho sofferto, giammai, grazie alla pietà e alla forza di
Dio, ho pensato di consentire a qualsiasi cosa contro la mia
coscienza14.

Un giorno che Margaret cercava di convincerlo a cambiare parere, le


rispose con dolcezza e determinazione:

Sapessi, Margaret, quante notti insonni ho trascorse, mentre mia


moglie dormiva o credeva che fossi anch’io addormentato, a
passare in rassegna tutti i pericoli cui potevo andare incontro. Mi
sono spinto così lontano con l’immaginazione che ora sono certo
che niente d’imprevisto potrà arrivarmi. E mentre ci pensavo,
bambina mia, sentivo l’animo oppresso dall’angoscia. E tuttavia
ringrazio Dio che, nonostante tutto, non ho mai pensato di venire
meno al mio proposito, e il peggio che potrebbe accadermi sarebbe
che la mia paura prendesse il sopravvento15.

87
Magnifico esempio di coerenza che è stato equiparato a quello di Socrate
o di Antigone, l’eroina della tragedia di Sofocle. In una scena di notevole
intensità, costei non esita a affrontare la morte per aver dato sepoltura al
cadavere del fratello, infrangendo il decreto del re Creonte. «Le leggi
stabilite dagli uomini», dichiara, «non possono sopprimere le leggi non
scritte e immutabili degli dèi»16. E con un gesto commovente getta un
pugno di terra sul cadavere di suo fratello per simbolizzarne la sepoltura.
Il martire che compie fino in fondo la sua missione, fino al sacrificio
della sua vita, è una luce che splende per l’umanità. Come dice san
Giovanni Paolo II, conferma in modo eloquente «l’inaccettabilità delle
teorie etiche [...], che negano l’esistenza di norme morali [...] valide senza
eccezione»17. Questi esempi hanno un valore straordinario perché
contribuiscono a evitare che non ci si precipiti nella crisi più pericolosa che
può affliggere l’uomo, la confusione del bene e del male: quando si
confondono bene e male è impossibile costruire e conservare l’ordine
morale dei singoli e delle comunità18.

La dittatura del relativismo

La rettitudine e la dignità del comportamento di san Tommaso Moro


contrastano con il comportamento disinvolto e indolente che l’uomo
moderno ha adottato nei confronti della verità. La possibilità di arrivare alla
verità sui valori essenziali sembra a molti illusoria. Un relativismo
compiacente s’impone sempre più nelle mentalità e nei comportamenti19.
È importante precisare che l’atteggiamento relativista non consiste nel
dire che la verità non esiste – affermazione che in sé è assurda –, ma
sostenere che tutto ciò che è in rapporto con i valori, con il fenomeno
religioso o con le realtà soprannaturali è accessibile solo in modo limitato e
incompleto: così limitato e così incompleto che non abbiamo diritto di
assolutizzarlo, poiché così facendo rischieremmo di non rispettare gli altri.
Come quei ciechi di un’antica parabola hindù, citata in una conferenza alla
Sorbona nel 1999 dal card. Ratzinger20: furono riuniti e fu chiesto loro di
tastare un elefante e dire di che cosa si trattasse. Uno tastò le orecchie, un
altro la proboscide, un altro la pelle, un altro la coda, dopodiché uno

88
affermò che un elefante è qualcosa che ha la forma di un gran cestino, un
altro che è come un serpente, un altro ancora che è come un tappeto di
vimini... Ognuno sosteneva di aver ragione e finirono col litigare. Questo,
secondo alcuni, è quel che succede quando si pretende di assolutizzare la
verità sulla natura umana, la religione ecc. È preferibile quindi accettare il
criterio relativo delle nostre idee, non soltanto a causa dei limiti del nostro
sapere, ma anche per garantire la democrazia e la pacifica convivenza nella
società.
Come diceva Papa Benedetto XVI, il relativismo è la difficoltà più
grande della nostra epoca. In un’omelia che è diventata celebre, durante la
Messa che precedeva l’inizio del conclave che l’avrebbe eletto Papa, il
cardinal Ratzinger parlava della «dittatura del relativismo» che caratterizza
il nostro tempo. L’espressione non è esagerata, e lo si vede nel modo in cui
si dibatte con coloro che difendono i valori essenziali sulla natura umana.

A chi afferma, per esempio, che la etero-sessualità fa parte


dell’essenza del matrimonio, non si dice che questa tesi è falsa, ma
lo si accusa di fondamentalismo religioso, di intolleranza o di
spirito antimoderno. Meno ancora gli si dirà che la tesi contraria è
vera, vale a dire, non si cercherà di dimostrare che la
eterosessualità non ha niente a che vedere con il matrimonio. La
caratteristica della mentalità relativista è pensare che questa tesi è
una delle tesi esistenti nella società, insieme a quella contraria e
magari ad altre ancora, e che in definitiva tutte hanno ugual valore
e lo stesso diritto a essere riconosciute dalla società. Nessuno è
obbligato a sposare una persona dello stesso sesso, ma chi vuole
deve poterlo fare. È il medesimo ragionamento con il quale si
giustifica la legalizzazione dell’aborto e di altri attentati alla vita di
esseri umani che, per lo stato in cui si trovano, non possono
rivendicare attivamente i loro diritti e la cui collaborazione non ci
è necessaria. Nessuno è obbligato ad abortire, ma chi pensa di
doverlo fare, deve poterlo fare21.

Così non c’è più dibattito, ma solo etichette che si attaccano a coloro che
non la pensano in quel modo: tale persona è retrograda, intollerante, si dice,

89
tale tesi è inaccettabile poiché è contraria alle libertà individuali, tale
opinione è «fascista» ecc.
In tal modo si erige a dogma il relativismo che pretende di abolire i
diversi dogmatismi, senza rendersi conto della contraddizione interna di
questo modo di ragionare. I problemi nemmeno si studiano o si discutono;
al massimo si evoca il carattere frammentario della nostra conoscenza, il
rispetto dell’opinione degli altri o la protezione della pace sociale,
argomenti che possono sembrare inconfutabili a molti. Per altro non sono
completamente falsi e contengono, come ogni affermazione un po’
«generosa», una parte di verità. Ciononostante si appoggiano su un sofisma
e costituiscono un vero pericolo per l’uomo, per la cultura e anche per
un’autentica tolleranza nei rapporti umani. Il sofisma consiste nel
pretendere che, rivolgendo lo sguardo sulla realtà siamo come i ciechi che
tastano l’elefante. Che ci si possa sbagliare e che effettivamente a volte, e
magari spesso, ci sbagliamo, è un fatto; ma che ci sbagliamo sempre, come
ciechi, è tutt’altra cosa ed è falso. Non siamo così ciechi...
La ragione umana ha il dono inestimabile di trascendersi, di potersi
superare: non è imprigionata in ciò che è individuale e contingente. Non di
rado può cogliere ciò che è essenziale, può discernere i valori permanenti,
indubitabili. È così che nel corso dei secoli l’uomo ha riconosciuto e ha
integrato nella sua cultura tutta una serie di comportamenti considerandoli
come necessari e intangibili nelle relazioni umane: la tolleranza appunto, il
diritto alla libertà, il rispetto ecc. Chi potrebbe dire, per esempio, che
l’abolizione della schiavitù o il rifiuto del razzismo siano semplicemente
«delle espressioni culturali del nostro tempo»? Chi potrebbe pensare, in
nome della tolleranza, che lo schiavismo o il razzismo possano un giorno
essere considerati come modi accettabili di organizzare i rapporti sociali?
Qualunque persona sensata respinge spontaneamente tale prospettiva e, se
la rigetta, lo fa perché, al di là degli aspetti contingenti, parziali o soggettivi
della nostra conoscenza, ha saputo cogliere qualcosa di stabile e di
universale nella natura umana.
Lo si chiami come si vuole, ma in fin dei conti questo significa che è
possibile emettere un giudizio avente un valore assoluto e immutabile, che
si fonda su qualcosa di stabile e di permanente della realtà. Che poi ci siano
errori, che l’umanità avanzi con esitazioni e dubbi, e che a volte ci siano
stati momenti di regressione, è un fatto. Ciò non toglie che esistano
situazioni di fronte alle quali l’uomo può – e deve – erigersi a giudice per
condannarle e respingerle in quanto contrarie alla dignità umana. E se non

90
lo fa, tradisce il suo dovere: «Si fa complice dei truffatori e dei falsari»,
diceva Péguy.
Si afferma che sacrificando la verità si rispettano le coscienze, ma in
realtà non si rispettano se si nega all’uomo – magari non teoricamente, ma
nella pratica – il bene più prezioso: la capacità di giungere alla verità. E
quando non si rispetta l’uomo nella sua dimensione trascendente lo si
espone a ogni tipo di manipolazione. Certo, si possono manipolare gli
uomini sfruttando l’aspirazione alla verità, o perfino servendosi della verità,
come purtroppo è successo nel corso della storia. Ma li si manipola ancor
più con la menzogna, con l’anestesia delle coscienze e con l’insensibilità ai
valori.
La mentalità relativista afferma che difendere e insegnare certe verità
sull’uomo crea conflitti, opprime le coscienze e limita le libertà. Falso! È
l’ignoranza della verità sull’uomo che conduce alla limitazione della sua
libertà. Un meccanismo finisce per rompersi se lo si impiega senza
conoscerne le istruzioni d’uso: la natura umana finirà per «rompersi» se si
pretende di fare a meno della conoscenza del suo funzionamento. L’uomo
«postmoderno», che si vorrebbe fabbricare ingenuamente senza riferimenti
universali, rischia di crollare tragicamente, come un ponte che si fosse
costruito senza tener conto delle regole di costruzione.

L’impegno dei cattolici in politica

Sulla scia del relativismo, purtroppo, non è raro sentire nelle dichiarazioni
pubbliche che il pluralismo etico è la base della democrazia.
Insidiosamente, certe personalità politiche sostengono perfino una specie di
teoria della doppia verità: una cosa, dicono, sono le mie convinzioni
personali, un’altra cosa le scelte – per esempio quando ci si confronta con i
princìpi morali – che sono tenuto ad adottare in funzione del mio elettorato
o delle posizioni del gruppo parlamentare al quale appartengo ecc. Non ho
il diritto d’imporre le mie convinzioni. Ci si può domandare se abbiano
convinzioni! Altri ancora, ed è questo il caso più frequente, confondono
legalità e moralità: se una legge autorizza un comportamento (per esempio
l’aborto) allora questo comportamento è moralmente legittimo.

91
Nel 2002, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato una
Nota dottrinale riguardante l’impegno e il comportamento dei cattolici nella
vita politica. Eccone qualche estratto particolarmente interessante e
d’attualità:

Si assiste invece a tentativi legislativi che, incuranti delle


conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei popoli
nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali,
intendono frantumare l’intangibilità della vita umana. I cattolici, in
questo frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per
richiamare al senso più profondo della vita e alla responsabilità che
tutti possiedono dinanzi a essa. Giovanni Paolo II, continuando il
costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che
quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative
hanno il «preciso obbligo di opporsi» a ogni legge che risulti un
attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige
l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di
simili leggi né ad alcuno è consentito dare a esse il suo appoggio
con il proprio voto (cfr Giovanni Paolo II, Evangelium vitæ, 73)
[...]. Quando l’azione politica viene a confrontarsi con princìpi
morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso
alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di
responsabilità22.

Questioni si importanti come il rispetto della vita, la protezione degli


embrioni umani, la difesa della famiglia, l’educazione dei giovani sono
purtroppo minacciate, in vari Paesi, da legislazioni o da progetti di legge
che esigono la vigilanza e l’impegno pratico di qualunque persona onesta e
responsabile.

In un momento di crisi come l’attuale è dunque urgente che possa


crescere, soprattutto tra i giovani, una nuova considerazione
dell’impegno politico, e che credenti e non credenti insieme
collaborino nella promozione di una società dove le ingiustizie
possano essere superate e ogni persona venga accolta e possa

92
contribuire al bene comune secondo la propria dignità e mettendo a
frutto le proprie capacità23.

La voce della coscienza & l’imperativo della verità

La verità si manifesta all’uomo nella sua coscienza:

Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui
a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo
chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al
momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo,
evita quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio
dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo
questa egli sarà giudicato (cfr Rm 2, 14-16)24.

Ma non ci illudiamo. La coscienza non è un giudice infallibile. Non è lei


che determina categoricamente e senza errore ciò che è bene e ciò che è
male. La coscienza può sbagliarsi: per ignoranza o per aver mal giudicato le
situazioni; o anche à causa d’un offuscamento di cui si può essere più o
meno responsabili. La coscienza può atrofizzarsi se non ci si prende la cura
di formarla; può indurirsi se si accetta passivamente di vivere nel peccato.
Può anche diventare completamente cieca se, per orgoglio o per passione, si
rifiuta di essere sinceri con sé stessi, poiché è facile convincersi che è vero
e buono, ciò che si vorrebbe che sia vero e buono.
«Come dice l’apostolo Paolo, la coscienza deve essere illuminata dallo
Spirito Santo (cfr Rm 9, 1), deve essere “pura” (2 Tm 1, 3), non deve con
astuzia falsare la parola di Dio ma manifestare chiaramente la verità (cfr 2
Cor 4, 2)»25.
Per formare la coscienza, i cristiani sono notevolmente aiutati dalla
Chiesa e dal suo Magistero. L’autorità della Chiesa, quando si pronuncia
sulle questioni morali, non lede affatto la libertà dei cristiani: essa «si pone
solo e sempre al servizio della coscienza, aiutandola a non essere portata

93
qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini (cfr
Ef 4, 14), a non sviarsi dalla verità circa il bene dell’uomo, ma,
specialmente nelle questioni più difficili, a raggiungere con sicurezza la
verità e a rimanere in essa»26.
Prendiamo l’esempio di questa nobile figura che fu san Tommaso Moro.
Malgrado la sua intelligenza, i suoi doni, la sua cultura, non si fidava della
sola voce della coscienza, ma si appoggiava sulla fede della Chiesa. Nel
corso del processo gli fu rimproverato di essere in disaccordo con il Re e
con quasi tutti i vescovi e le autorità politiche: «Ho per me», rispose, «i
santi e i saggi di ogni epoca, il Consiglio Generale della cristianità, poiché i
santi vescovi di cui ho parlato sono più di cento per ognuno dei vostri
vescovi. E contro i vostri Consigli e Parlamenti (e Dio sa quanto
valgono...), ho per me i Concili riuniti da mille anni. E per questo reame, ho
per me tutti i reami cristiani di Cristo»27.

94
VIII
SANTA TERESA D’ÁVILA
FEDE, AZIONE & CONTEMPLAZIONE

Il ritratto di Fray Juan

Nel 1970, per la prima volta, una donna venne proclamata Dottore della
Chiesa. Si trattava di Santa Teresa d’Ávila, che il Papa Benedetto XVI ha
descritto come «uno dei più alti esempi della spiritualità cristiana di tutti i
tempi».
Teresa de Cepeda y Ahumada, che fu contemporanea di san Tommaso
Moro, era una donna dotata di una personalità eccezionale che non lasciava
nessuno indifferente. Attraverso le testimonianze che sono arrivate a noi, e
soprattutto attraverso le sue opere, si rivela una figura particolarmente
accattivante, per i suoi doni, la sua forza d’animo e la sua allegria naturale,
il buonumore che conservava sempre, anche nelle circostanze più difficili.
Di certo, si sarebbe disposti a pagare una buona quantità di ducati per avere
un suo ritratto fedele e poterla conoscere com’era realmente.
Possediamo, a dire il vero, un ritratto della santa che il suo superiore
d’allora, padre Geronimo Graziano, fece dipingere da un bravo frate, uno
dei primi carmelitani scalzi, Fray Juan de las Miserias. Teresa che aveva
orrore di farsi ritrarre, si sottomise per obbedienza, rassegnandosi a «non
muovere né la testa, né gli occhi», a tenere le mani giunte all’altezza delle
spalle, cosa che, conoscendola un po’, le dovette costare non poco... E
quando frate Giovanni ebbe finito, Teresa guardo il dipinto ed esclamò, con
il suo fare naturale e il suo senso dello humour, un po’ spiritoso ma
profondamente affettuoso: «Che Dio ti perdoni, frate Giovanni, perché in
più mi hai dipinto brutta e depressa!».

95
Bisogna riconoscere che Fray Juan aveva delle scuse: non doveva essere
facile realizzare un ritratto della santa, tanto la sua personalità era dotata e
numerosi i tratti ammirevoli del suo carattere. Innanzitutto, lo charme e la
simpatia che ispirava. L’austero Fray de León racconta che, secondo coloro
che l’avevano conosciuta ancora giovane, faceva «perdere la testa» a
chiunque la frequentasse:

La sua bellezza e la cura che portava alla sua persona, l’eleganza


della conversazione, le sue maniere piacevoli e oneste,
l’abbellivano ancor più: tanto che il profano come il santo, il
mondano come l’asceta, dai più anziani ai più giovani, tutti erano
attirati e affascinati, senza che niente di ciò venisse ad alterare la
schiettezza del suo comportamento e la sua personalità. Per tutti
coloro che l’avvicinarono fu come il magnete per il ferro.

Questo stesso fascino sarà presente durante tutta la sua vita, anche
quando si fece religiosa e quando, più tardi, percorrerà la Spagna, in
condizioni particolarmente difficili, per aprire dei conventi secondo la
riforma che aveva promosso. La sua allegria incantava. All’ora della
ricreazione, non esitava a prendere tamburelli e castagnole per distrarre e
rallegrare le sue figlie spirituali. «Che Dio mi liberi dei santi
incappucciati!» soleva dire. Coloro che la frequentavano ed erano al
corrente della sua alta santità e delle grazie che riceveva da Dio, scrive il
suo primo biografo, il gesuita Ribera, si meravigliavano che «potesse
parlare alla gente come se niente fosse, con allegria, con amore, per nulla
austera o accigliata, e con tale dolce e gradevole libertà».
Questo potrebbe già darci un’idea del fascino che Teresa de Ahumada
esercitava. Ma il ritratto non sarebbe ancora fedele, perché è necessario
descrivere anche il suo temperamento appassionato, la sua forza d’animo, il
suo carattere fermo e deciso, il coraggio e la determinazione che dimostrava
nel realizzare ciò che intraprendeva. Un giorno – aveva allora appena sette
anni – riuscì a convincere suo fratello Rodrigo, di quattro anni più grande di
lei, a seguirlo nel Paese dei Mori per subire il martirio...1. Era affascinata
dall’idea della felicità eterna nel Cielo. «Per sempre, per sempre, per
sempre...» ripeteva a suo fratello che si stancava durante il cammino...
Finalmente, all’uscita da Ávila, i due bambini incontrarono uno zio, che li

96
ricondusse a casa. Qualche anno dopo – aveva allora vent’anni – fu un altro
fratello, Antonio, che riuscì a convincere a scappare di casa per entrare
come lei in un convento. Suo padre, che s’era opposto alla loro vocazione,
disperato, cercò di fare di fare pressione sulla superiora, su di lei e sul
fratello, ma finì per cedere ed ebbe l’occasione, in seguito, di sostenerla nel
corso di circostanze difficili.
E tuttavia, questo carattere fermo e deciso era estremamente umano.
Teresa conobbe la fragilità e la debolezza, la tiepidezza spirituale, la
negligenza nella lotta. Se nella sua infanzia aspirò al dono totale, è certo
che non vi pervenne immediatamente. Durante l’adolescenza furono i
romanzi di cavalleria, che leggeva di nascosto contro la volontà di suo
padre, che l’affascinavano. Letture leggere, dove si mescolavano frivolezza
ed eroismo, che l’attirarono verso la vanità, il desiderio di piacere ai suoi
ammiratori, cosciente com’era d’essere al centro dell’attenzione dei suoi
cugini e cugine (soprattutto dei cugini...).

Iniziai a partecipare a feste e a desiderare di fare bella figura,


prestando molta cura alle mani, ai capelli, ai profumi, e a tutte le
altre possibili vanità; non poche, dedicandovi molto tempo. [...].
Alcuni cugini erano gli unici estranei che potevano mettere piede
in casa mia; mio padre era, infatti, molto prudente, e Dio avrebbe
potuto renderlo tale anche nei loro confronti. Ora mi rendo conto
che parlare delle vanità del mondo con chi non ne ha avuta
esperienza serve solo a farle desiderare, mentre si è ancora nell’età
in cui dovrebbero solo svilupparsi le virtù. Questi cugini avevano
all’incirca la mia età, o poco più grandi. Stavamo sempre insieme.
Mi volevano molto bene. Davo ascolto a tutto ciò che mi
raccontavano, ascoltavo la storia delle loro affezioni e di altre cose
da bambini per nulla buone. [...] Feci mio tutto il male di una
parente2 che veniva spesso in casa. Aveva un modo di fare così
vuoto che mia madre si impegnò a non farla più tornare; sembrava
intuire il male che mi avrebbe causato. Ma erano tante le occasioni
che aveva per venire, che ogni mezzo si sarebbe rivelato inutile.
Mi piaceva parlare con questa persona. Con lei si svolgevano le
mie conversazioni e chiacchierate, accettava i passatempi che
proponevo e partecipavo delle sue conversazioni e vanità3.

97
Queste vanità e leggerezze affievolirono le aspirazioni alla santità della
sua infanzia, a tal punto che suo padre decise di metterla a pensione in un
convento di suore agostiniane per proteggerla dalle cattive influenze.
Teresa si piegò a malincuore, mal sopportando la mancanza di libertà. «Ero
estremamente refrattaria alla possibilità di diventare religiosa
(enemiguissima de ser monja)» scriveva anni dopo. La vita in convento le
era fastidiosa; i suoi adoratori le inviavano messaggi... Ma alla fine il
soggiorno le fece bene. Il buon esempio di certe religiose, lo star lontana
dalle mondanità, la lettura di buoni libri, risvegliarono le grandi aspirazioni
della sua infanzia e cominciò a prendere in considerazione la possibilità
d’entrare in convento.
Vi entrò finalmente all’età di vent’anni, in un convento di carmelitane
d’Ávila, superando, come abbiamo visto, la resistenza di suo padre. Ma
anche lì non fu tutto facile. Nel convento vivevano circa 180 religiose (più
tardi dirà che quando più di quaranta donne vivono insieme tutto è tumulto
e agitazione, e si molestano le une con le altre4). Anche se non era uno dei
conventi più «rilassati» di Spagna, la disciplina veniva derogata da mille
compromessi: si viveva mondanamente, non si osservavano né silenzi né
digiuni, ci si adornava di gioielli, e soprattutto s’era introdotto l’uso di
passare delle ore al parlatorio con gentiluomini devoti che venivano
intrattenersi con le suore per parlare di problemi spirituali... Cosa
considerata normale, malgrado i pericoli evidenti che comportava. Teresa,
che riusciva con successo in questo «apostolato», si lascerà attirare, con un
vago senso di colpa, ma senza veramente aprire gli occhi, mancando di un
direttore spirituale avveduto. Durante tutta la sua vita avrà sempre presenti
questi anni di tiepidezza e di rilassatezza, che la condussero ad abbandonare
la preghiera, cosa che si rimprovererà amaramente.
Poi, un giorno, quando era già nel convento da diciassette anni, la vista di
una statua di Gesù Cristo tutto coperto di piaghe la «folgorò»
letteralmente5. Il suo cuore s’infiammò, l’amore della sua infanzia si
risvegliò, forte e consolante. Con decisione rigettò definitivamente le
abitudini rilassate, riprese la pratica della preghiera per non abbandonarla
più, e non ebbe più altra aspirazione che lavorare per la riforma del
Carmelo. Animata da un amore ardente di Dio e da uno zelo inarrestabile,
Teresa vi si consacrerà tutte le sue energie con una determinazione e una
tenacia incredibili, affrontando ogni sorta d’opposizioni e di ostacoli,

98
sempre munita del suo coraggio e del suo entusiasmo, del suo senso dello
humour e del suo charme intatto.

L’«epopea» delle fondazioni

È così che superando ogni sorta de difficoltà, Teresa fondò dapprima un


monastero ad Ávila, in cui veniva restaurata la regola primitiva in tutto il
suo rigore. Poi incominciò a percorrere tutta la Spagna per aprire dei
conventi analoghi. Viaggiava con tre o quattro compagne, a volte un po’ di
più, in grossi carri coperti da teloni, avanzando attraverso sentieri
malridotti, sotto il sole spietato della Castiglia o sotto la neve invernale che
cadeva per tutta la giornata. Incoraggiava le une e le altre, conservando il
suo contegno, sfiorando non di rado la morte. Alcuni ecclesiastici, a cavallo
di muli, le accompagnavano e gli staffieri dei carri le scortavano. Le soste
negli alberghi scomodi e malsani (più tardi paragonerà la vita sulla terra a
una «brutta notte in una brutta locanda»), le casucce minuscole in rovina e
inadeguate, che trovavano per aprire il convento, dove le condizioni di vita
erano più che precarie... Tutto ciò verrà raccontato da Madre Teresa di
Gesù nelle Fondazioni, con vivacità e humour, in uno stile letterario
magnifico e vivace che fa di lei uno degli autori più importanti della
letteratura castigliana:

Forse due giorni prima, accadde un’altra cosa che ci preoccupò,


mentre attraversavamo con una barca il fiume Guadalquivir.
Quando si trattò di far passare i carri, non fu possibile rintracciare
la gomena. Occorreva superare il fiume, aiutati da qualcuno che
tirasse la corda. Ma questa cadde di mano a quelli che la tiravano,
o non so cosa accadde; fatto sta che l’imbarcazione se ne andava
per il fiume senza corda e senza remi, con sopra il carro. Mi faceva
più pena vedere l’uomo della barca affannarsi tanto, del medesimo
pericolo. E noi, a pregare: tutte ad altissima voce. Un nobile ci
osservava da un castello vicino, e, mosso a pietà, mandò chi
potesse aiutarci, non senza portare con sé una corda, presa,

99
all’altro capo, dai nostri confratelli, che ci mettevano tutto
l’impegno. Ma la forza dell’acqua strapazzava tutti e fece cascare
qualcuno a terra. [...]. Ma nostro Signore fa sempre patire sino al
giusto limite, e così fece qui. La barca si incagliò in una spiaggetta,
dove da una parte c’era poca acqua; il tutto andò per il meglio6.

Un’altra volta, all’occasione di un viaggio a Burgos:

In alcuni luoghi l’acqua era tanto alta da strabordare sopra i ponti e


farli sparire. Non si vedeva dove poter andare, era tutto acqua, e
molto profonda, dall’una come dall’altra parte. [...] . Era normale
che i carri affondassero nel fango; per recuperarli dovevamo
prendere le bestie dell’uno e legarle all’altro. Fu molto
impegnativo per i padri che ci accompagnavano; avevamo infatti
vetturini giovani e distratti. [...] Nel vedersi avanzare in un mondo
d’acqua, senza strada né barca, anch’io fui colta da gran paura,
malgrado quel che mi aveva detto il Signore7.

Fu in questa occasione ch’ebbe luogo un dialogo sorprendente e


simpatico: «Signore, in mezzo a tanti infortuni, ci mancava pure questo!»,
esclamò. E il Signore le rispose: «Teresa, è così che tratto i miei amici». Al
che, Teresa rispose con il suo parlare schietto e spontaneo: «Ah, Dio mio! È
per questo che ne avete così pochi!».
La prendevano per pazza o per depravata. Il nunzio l’aveva giudicata con
disprezzo «donna agitata e vagabonda» (fémina inquieta y andariega).
Correva la diceria che, con il pretesto di aprire conventi, conducesse le
giovani di città in città per... Si pensò persino di rinchiuderla in convento in
America. È in queste condizioni, che spinta dal suo amore per Cristo,
malgrado le minacce, le calunnie, le diffamazioni, le difficoltà d’ogni tipo,
Teresa fondò conventi a Medina del Campo, Malagón, Valladolid, Toledo,
Pastrana, Salamanca, Alba de Tormes, Veas, Almodóvar del Campo,
Siviglia, Villabuona, Burgos, Granada... In queste condizioni Teresa
percorrerà circa 8000 km attraverso tutta la Spagna. Vera epopea,
comparabile, sotto certi aspetti, a quella che san Paolo aveva realizzato
all’inizio dell’era cristiana.

100
La sua vita mistica

A queste note, che ci danno un’idea della personalità di Teresa d’Ávila,


bisogna aggiungere la malattia e le sofferenze fisiche che
l’accompagneranno durante tutta la vita, la formazione e la cura spirituale
delle suore, le ore passate alla luce di una candela a scrivere i suoi ricordi e
i suoi insegnamenti, come i superiori le avevano chiesto.
Tuttavia il ritratto finora dipinto di Teresa di Gesù è ancora molto al di
sotto della realtà, poiché quel che c’è di più straordinario in lei è l’itinerario
della sua vita di preghiera e della contemplazione mistica che il Signore ha
voluto farle percorrere e che ci ha descritto nei suoi libri, in particolare: la
sua Vita, Il cammino della perfezione e soprattutto il Castello interiore,
autentici capolavori della spiritualità cristiana e della vita mistica, tra i più
importanti che il genio cristiano abbia prodotto e che le hanno valso il titolo
di Dottore della Chiesa, benché, nella sua umiltà fosse convinta di essere
un’«incapace» e «una debole donna, senza cultura, né formazione».
«È una lettura affascinante», diceva Benedetto XVI, «perché la santa non
soltanto espone, ma rivive e ci fa contemplare l’esperienza profonda della
sua relazione con Dio». Con lucidità e con un talento eccezionale, Teresa
racconta i differenti stati mistici attraverso i quali il Signore la condusse e si
fece intendere da lei, mostrandole meravigliosi traguardi inesplorati. Con
una chiarezza e una precisione impressionanti, descrive le estasi, le visioni,
le locuzioni divine, distinguendole con lucidità dai sogni e dalle
rappresentazioni dell’immaginazione, dalle manifestazioni
dell’ipersensibilità e dagli stati patologici, o dalle insidie del demonio. Non
è esagerato dire che, leggendo i suoi scritti, si ha non di rado l’impressione
d’essere in presenza di qualcosa di sacro e che un orizzonte soprannaturale
sconosciuto si sveli qua e là per tratti luminosi.
La santa si preoccupa, tuttavia, di dire e di ripetere che questi fenomeni
mistici non sono l’essenziale. Lungi dal considerarli come segno di santità,
pensa che il Signore le abbia concesso queste grazie per sostenerla nella
fragilità causata «dai suoi numerosi peccati». E spiega che ciò che è
essenziale è imparare a «fare l’orazione» in tutta semplicità, riservandosi

101
qualche momento per la preghiera, senza dimenticarla mai, per nessuna
ragione.
Quando morì, nel 1582, all’età di 67 anni, aveva attratto al suo seguito,
nella via della preghiera, una moltitudine di anime: fra i suoi discepoli vi
furono preti, religiosi e vescovi, oltre alla gente comune... Ancora oggi, la
sua influenza continua a essere efficace e affascinante.

La preghiera nella vita di santa Teresa

Tutte le tappe, tutti i momenti decisivi della vita di santa Teresa sono
caratterizzati dalla scoperta e l’approfondimento della vita di preghiera.
Durante la sua adolescenza, fu attraverso la lettura delle lettere di san
Geronimo che la voce di Dio cominciò a risuonare in lei. Era l’epoca in cui
alloggiava, con poca convinzione, nel convento delle religiose agostiniane.
Un giorno s’ammalò e si decise di ricondurla da suo padre. In cammino
fece tappa a casa di uno zio. Si trattava d’un uomo pio e devoto e che
possedeva senza dubbio un gran buon senso, poiché probabilmente
comprese il fondo della sua anima:

Voleva che leggessi anch’io libri spirituali», racconta, «e,


malgrado non mi piacessero, fingevo di sì. [...] Pur avendo
trascorso con lui pochi giorni, per l’efficacia che avevano in me le
parole di Dio, lette o ascoltate, e per la buona compagnia, compresi
le verità contemplate da bambina, di come tutto fosse nulla, della
vanità del mondo, e di come tutto termina presto8.

Questo contatto con la voce di Dio che delicatamente si introduceva nel


suo cuore, la fece decidere finalmente a superare i suoi dubbi e a farsi
religiosa.
Più tardi, poco dopo il suo ingresso nel convento delle Carmelitane,
Teresa s’ammalò di nuovo, questa volta gravemente. Angosce e
inquietudini attanagliavano la sua anima. Aveva l’impressione di non essere

102
all’altezza: mancando di un buon direttore spirituale, il suo amore ardente e
appassionato la portava a darsi al di là di ciò che era fisicamente e
spiritualmente ragionevole. In occasione di questa convalescenza rivide lo
zio che già le aveva fatto tanto bene. Gli aprì la sua anima e gli fece
conoscere le sue inquietudini e i suoi scoraggiamenti:

Lo zio mi diede un libro intitolato Tercer Abecedario9. Questo


libro insegna l’orazione di raccoglimento. Durante il primo anno
avevo letto molti libri buoni (avendo inteso il danno che mi
avevano procurato, non volli leggerne d’altro genere), e non
sapevo come procedere nella mia vita d’orazione, né come
raccogliermi. Profittai molto di quel libro, e mi decisi a seguirne la
strada con tutte le mie forze10.

Infine, fu di nuovo attraverso la preghiera che maturò in lei la


conversione definitiva. Nel convento, come abbiamo visto, la regola s’era
«rilassata». Teresa si trascinava nella tiepidezza, cosciente del fatto che il
Signore le stava chiedendo qualcos’altro che lei non sapeva offrirgli. Si
sentiva pertanto indegna di pregare e aveva finito per abbandonare la
preghiera. Quando ebbe l’occasione di contemplare la scultura del Cristo
coperto di piaghe si decise a cambiar vita, ma non sapeva che cosa fare.
Questa volta, ebbe la fortuna di confidarsi con un domenicano, padre
Vicente Barón, il quale, tra vari consigli precisi, le spiegò che la cosa più
importante e assolutamente necessaria era di non abbandonare mai la
preghiera mentale: la regolarità nell’orazione è cammino per la santità11.
Vent’anni erano passati dal giorno in cui, leggendo libri a suo zio, Dio
aveva bussato alla porta del suo cuore. Questa volta la decisione era presa,
per sempre. La preghiera l’accompagnò durate tutta la vita. La preghiera
sostenne le sue forze, le aprì gli orizzonti, la mantenne in quella relazione
costante con Dio senza la quale niente sarebbe stato possibile nella sua vita.

La necessità della preghiera nella vita cristiana

103
La preghiera è il respiro dell’anima, è importante come l’aria che si respira.
E come la linfa per la pianta. È necessaria come il cuore che batte e che non
può fermarsi senza che la vita si spenga.
Gesù stesso ci ha insegnato, con il suo esempio, l’importanza della
preghiera. Era in dialogo costante con il Padre. La preghiera caratterizza
ognuno dei suoi atti: prega quaranta giorni nel deserto prima di
intraprendere il suo ministero pubblico; prega nella sinagoga e nel Tempio;
si rivolge a Dio prima di realizzare i miracoli; prega con intensità prima di
scegliere i suoi apostoli. A volte passava tutta la notte in preghiera. Saliva
sulla collina alla fine della giornata e lì, quando le luci della città si
spegnevano una a una, elevava il suo cuore verso Dio suo Padre. I discepoli
erano meravigliati. Un giorno lo seguirono timidamente e, quando il
Signore ebbe terminato, gli domandarono: «“Maestro, insegnaci a pregare”.
Quando pregate, dite: “Padre nostro che sei nei Cieli...”».
E come non pensare al momento della Passione, nel Getsemani, quando
chiede ai discepoli di vegliare con lui. I loro occhi si chiudevano per il
sonno, mentre Gesù pregava e delle gocce di sangue imperlavano il suo
volto... E pregherà ancora sulla Croce, fino all’ultimo istante della sua vita.
L’orazione non è un’attività riservata a un’élite, come se ci fossero due
categorie di anime: quelle che sono chiamate alla preghiera e altre che ne
sono dispensate. La chiamata all’orazione è tanto universale quanto la
chiamata alla santità, perché le due vanno sempre insieme12.
Dato che siamo tutti chiamati alla santità13, tutti, senza eccezione, siamo
chiamati alla vita di preghiera. Per questo, il Signore ha riservato la più
profonda rivelazione sulla preghiera (la preghiera che è gradevole a Dio è la
preghiera in spirito e verità, cioè il culto fondato su Cristo) a una
peccatrice, una samaritana che era venuta attingere l’acqua al pozzo di
Sicar14. Pensare, come spesso succede, che «pregare vada bene per le
persone più sante o migliori di me» è in contraddizione con il Vangelo.
Questo modo di pensare deriva più dalla svogliatezza intellettuale che dalla
coscienza della propria indegnità.
La preghiera è essenziale per la vita cristiana. Impossibile elevarsi
spiritualmente quando non si prega. Impossibile far progressi nella virtù
quando la preghiera è assente o sporadica: non è da cercare altrove la
ragione di tante risoluzioni incompiute, di tante sventatezze, di tanti slanci
che si afflosciano. Ed è completamente illusorio attendersi frutti da opere
apostoliche che non si appoggino su una vita di preghiera intensa, come

104
dimostra il fallimento di tanti attivismi che pretendono di fare a meno della
preghiera, benché non manchino di buona volontà.

Una nuova evangelizzazione, una Chiesa che evangelizza deve


partire sempre dalla preghiera, dal chiedere, come gli Apostoli nel
Cenacolo, il fuoco dello Spirito Santo. Solo il rapporto fedele e
intenso con Dio permette di uscire dalle proprie chiusure e
annunciare con parresia il Vangelo. Senza la preghiera il nostro
agire diventa vuoto e il nostro annunciare non ha anima, e non è
animato dallo Spirito15.

Che cos’è pregare?

Nel libro che suo zio le aveva regalato, Teresa apprese che ci sono diversi
modi di pregare. Oltre l’orazione vocale che consiste a recitare delle
preghiere già scritte come l’Ave Maria, il Padre Nostro o dei salmi, c’è
anche una preghiera senza parole: si lascia parlare il cuore, raccontando al
Signore, le preoccupazioni, i progetti... Questi momenti d’intimità con Dio
sono indispensabili per costruire l’edificio della santità. Non si tratta di
cercare belle formule, riflessioni elevate o emozioni: ciò che conta è parlare
con Dio con semplicità, come si parla a un amico, a un padre.

Mi hai scritto: «Pregare è parlare con Dio. Ma, di che cosa?». Di


che cosa? Di Lui, di te: gioie, tristezze, successi e insuccessi,
nobili ambizioni, preoccupazioni quotidiane..., debolezze! E atti di
ringraziamento e suppliche: e Amore e riparazione. In due parole:
conoscerlo e conoscerti: «stare insieme»!16

È indispensabile riservarsi un tempo preciso per l’«orazione mentale»:


raccogliersi, cercare Dio in sé e parlargli. Dieci o quindici minuti al giorno
sono sufficienti, in generale, ameno all’inizio. E guardando bene, si vede

105
che non è un granché. Non scorderò ciò che mi disse un giorno un amico,
tanto tempo fa, quando gli dissi che mi sembrava molto trovare un quarto
d’ora al giorno. Cinque minuti potrebbero bastare, gli dicevo. Molto? Mi
disse. E tirò fuori dalla sua tasca un metro (era ingegnere e ne aveva sempre
uno con sé); lo dispiegò e posò il pollice e l’indice sul primo centimetro.
«Vedi? Aggiunse: un quarto d’ora in un giorno è come un centimetro in un
metro». Ed effettivamente ci sono 96 quarti d’ora in una giornata.
Argomento d’ingegnere... E mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato
e che ho ritrovato con piacere in un libro di Jacques Philippe17: Cinque
minuti? sono il tempo che si accorda a qualcuno di cui ci si vuole
sbarazzare...

La perseveranza nella preghiera

Per progredire verso la santità, è assolutamente necessario non abbandonare


mai l’orazione mentale: che si abbia voglia o no, che si disponga di tempo o
che si abbia molto da fare... Santa Teresa d’Ávila insisteva particolarmente
su questo punto:

Non dico loro di non offendere più Dio e cadere nei peccati, pur
essendo ragionevole che se ne guardi bene chi ha iniziato a
ricevere tali grazie, ma siamo miserevoli. Ciò che davvero
sottolineo è che non lascino l’orazione; lì comprenderanno quel
che stanno facendo, otterranno il pentimento dal Signore e la
fortezza per rialzarsi18.

E la santa aggiungeva che garantiva la santità a colui che ogni giorno si


riservava un momento per l’orazione mentale.
Succede spesso che si sia tentati d’abbandonare la preghiera mentale
perché è diventata arida e secca, o perché ci si distrae in continuazione, o
ancora perché si ha l’impressione che non ci apporti niente... Ma in realtà,
questi momenti in cui si è «perso il gusto» della preghiera sono

106
particolarmente importanti nel cammino della santità. Sono anzi una tappa
necessaria che il Signore permette per avvicinarsi a Lui. Quando si è fedeli
all’orazione in questi periodi di aridità, l’anima si fortifica nella fede e nella
speranza, e anche nella carità: è la perseveranza la prova migliore che è Dio
che si sta cercando e non le emozioni e le consolazioni.
Padre Jacques Philippe arriva a dire – e la sua affermazione è
perfettamente fondata – che nell’orazione la perseveranza, la regolarità
contano più che la qualità:

L’importante non è che la preghiera sia bella e «riuscita», ricca di


considerazioni e di sentimenti profondi, ma che sia perseverante e
fedele. Se posso esprimermi così, quel che bisogna prefiggersi
innanzitutto, non è la qualità, ma la fedeltà alla preghiera. La
qualità sarà il frutto della fedeltà. [...] È meglio una preghiera
«povera», ma regolare e fedele, che momenti di preghiera sublimi,
ma sporadici19.

Soprattutto, non si deve abbandonare l’orazione mentale perché ci si


sente indegni di pregare per colpa delle proprie debolezze, errori o anche
peccati. La santa d’Ávila ci dice che è proprio in questi momenti che
bisogna essere fedeli alla preghiera, perché se ne ha maggiormente bisogno.
«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono
venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»20.

I progressi nella preghiera

L’orazione mentale può assumere anche una forma semplificata: uno


sguardo verso Dio, nell’intimo dell’anima senza l’auto di concetti o
immagini, in un’unione di sentimenti, d’intenzioni, di volontà. Santa Teresa
chiamava questo tipo di preghiera «orazione di raccoglimento».
L’evoluzione verso questa forma di preghiera ha qualcosa di
sconcertante, perché, dopo un periodo in cui ci si sente portati, si prova in

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seguito una specie d’aridità, un’incapacità a meditare su un tema preciso, a
produrre considerazioni e atti d’amore, una propensione a restare piuttosto
«senza far niente» davanti a Dio. A tal punto che si può pensare che si stia
regredendo nella vita interiore. Ma in realtà, questa semplificazione è un
dono di Dio ed è così che bisogna accoglierlo: perché tutto ciò che è
«semplice», soprattutto nell’amore, è in generale un progresso.
Non si tratta però di uno «stato mistico straordinario»: è il cammino
normale, un’evoluzione che opera progressivamente, frutto dell’intimità
crescente tra l’anima e Dio. Un po’ come succede tra due persone che si
amano e che «si trovano bene» insieme, senza bisogno di considerazioni e
di discorsi. È ben noto questo episodio della vita del Curato d’Ars. Ogni
giorno vedeva uno dei suoi parrocchiani entrare nella chiesa e restare in
silenzio davanti al tabernacolo. Un giorno gli domandò che cosa dicesse al
Signore. «Niente», rispose il brav’uomo. «Lo guardo e mi guarda...».
Santa Teresa di Gesù Bambino, la «piccola Teresa» (che non era affatto
piccola), magnifico fiore sbocciato tre secoli più tardi in un convento nato
dalla riforma di Teresa d’Ávila, ha conosciuto, certamente, questo tipo di
preghiera:

Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo


verso il Cielo, è un grido di riconoscenza e di amore, nella prova
come nella gioia; insomma è qualcosa di grande, di soprannaturale,
che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù21.

A questa orazione di raccoglimento, di quiete, si giunge normalmente,


con il tempo, per un dono di Dio. È necessario però cercare di mettere in
pratica alcune virtù. La prima è l’impegno a donarsi a Dio sul serio:

Il solo modo perché Dio si dia a noi (che poi è il fine della
preghiera) è che noi ci diamo interamente a Lui. [...] Se nella
nostra vita ci riserviamo qualcosa per noi, rifiutando di cederlo a
Dio – un difetto, per esempio, anche piccolo, al quale
acconsentiamo deliberatamente, senza far niente per correggerlo, o
una disubbidienza cosciente, o non voler perdonare – questo rifiuto
rende sterile la vita di preghiera22.

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«Et in meditatione mea exardescit ignis» (Sal 39, 4) – e, nella mia
meditazione, si accende il fuoco. – Per questo vai all’orazione: per
fare di te stesso un falò, un fuoco vivo, che dia calore e luce23.

Così era santa Teresa d’Ávila. Una vita bruciante d’amore, dove la
contemplazione, lungi dall’essere un ostacolo alla sua intensa attività, le
permise di realizzare un’opera immensa, d’essere un fuoco ardente, una
fiamma viva, che dà luce e calore. Ed è così che l’ha rappresentata Bernini
nella scultura della chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma. Il più
grande artista del Seicento non ebbe la fortuna di conoscerla
personalmente, ma ne colse l’intimo della sua anima: la rappresentò
nell’estasi e nella sua bellezza trasfigurata dalla preghiera.

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IX
SANT’EDITH STEIN
LA FEDE & IL MONDO DELLA CULTURA

A volte si sostiene che la fede è incompatibile con la cultura: o piuttosto,


che il fatto di avere la fede sarebbe di ostacolo al contributo della cultura:
introducendo dogmatismi e pregiudizi, la fede limiterebbe le espressioni
artistiche, frenerebbe la ricerca scientifica ecc. Tali affermazioni sono
dettate da una scarsa conoscenza della storia. Numerosi sono i credenti, e
tra loro vari santi, che hanno lasciato la loro impronta nel mondo della
cultura, appunto attraverso l’influenza luminosa della loro fede.
Benedetto XVI ha recentemente proclamato Dottore della Chiesa
sant’Ildegarda di Bingen. Abadessa benedettina del XII secolo, Ildegarda fu
un autentico genio universale, una specie di Leonardo da Vinci ante
litteram: scrittrice, drammaturga, poetessa, musicista e compositrice,
filosofa, linguista, cosmologa, esperta in medicina e dotata di conoscenze
universali nelle scienze naturali, mistica e teologa, talentuosa anche nel
commento allegorico della Sacra Scrittura, distinguendosi perfino nella
promozione del ruolo della donna. La santa costruì addirittura una lingua, la
lingua nova, con alfabeto, grammatica, vocabolario e sintassi, come i
linguisti contemporanei che hanno inventato l’esperanto o elaborato l’ebreo
moderno.
La cultura ha anche un debito enorme nei confronti di san Benedetto. La
sua opera e in particolare la sua Regola, diceva Papa Benedetto XVI, sono
state il fermento che ha trasformato l’Europa, suscitando, nel momento in
cui si disfaceva l’unità dell’Impero romano sotto la pressione dei barbari,
una nuova unità spirituale e culturale1. Come ignorare il lavoro, spesso
anonimo, dei monaci del Medioevo, copisti, amanuensi, miniatori,

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bibliotecari, che hanno saputo salvare dall’oblio biblioteche intere,
trasmettendoci il patrimonio della cultura antica. Sono solo alcuni esempi,
ai quali si potrebbero aggiungere educatori come san Filippo Neri o san
Giovanni Bosco; missionari come san Cirillo e san Metodio o padre Matteo
Ricci, che hanno contribuito notevolmente alla comunicazione tra le culture
delle diverse civiltà. O ancora fra Giovanni da Fiesole, il Beato Angelico,
che è stato effettivamente beatificato nel 1982, la cui pittura che illumina il
Rinascimento, non ci si stanca mai di contemplare, tutta ispirata dalla pace,
dal colore e la luce.
La figura di Edith Stein è particolarmente interessante per due motivi.
Innanzitutto, perché, essendo vicina a noi nel tempo, ha condiviso le
aspirazioni intellettuali della nostra epoca e ne ha vissuto i drammi e le
tensioni: può quindi stimolare una riflessione particolarmente attuale.
Inoltre, proprio perché nella nostra epoca si esalta il divorzio tra la fede e la
cultura, mentre fu proprio il suo lavoro filosofico, frutto di una lunga
ricerca intellettuale e spirituale, che la condusse alla fede cristiana.

All’Università di Breslavia

La svolta della vita d’Edith Stein, il primo passo che la condusse


progressivamente all’incontro con Cristo, fu appunto una decisione di
ordine professionale, dettata dal desiderio di migliorare la sua formazione
ed allargare il campo delle sue conoscenze intellettuali.
Siamo nel 1912 a Breslavia2, nella Slesia, alla confluenza dell’Oder e
dell’Ohle. Lontana dai grandi centri culturali e intellettuali, Breslavia è
dotata d’un’università, non molto grande, ma di buon livello, con le sue
tradizioni e la sua personalità. Durante l’anno accademico, la vita
studentesca dà un volto caratteristico alla città. Edith fa parte di quei gruppi
di ragazzi e ragazze che, come oggi, dopo le lezioni, passeggiano nelle vie e
nelle piazze, si ritrovano nei caffè, si riuniscono per una festa dall’uno o
dall’altro, o partono in escursione la domenica. Interessata alle questioni
sociali, insieme a militanti socialisti, partecipa a movimenti e a
manifestazioni in favore del diritto di voto per le donne e del diritto di
sciopero.

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Dal 1908, le università sono aperte alle donne, benché siano ancora rare
all’epoca quelle che intraprendono studi superiori. Particolarmente dotata
per gli studi (ha imparato il francese, l’inglese, lo spagnolo, che parla
correntemente; più tardi leggerà il latino, il greco e l’ebraico) Edith, che
pensa di consacrarsi all’insegnamento, si è iscritta ai corsi di storia, di
filologia e di letteratura tedesca. Il ciclo di studi comprende anche, come
materia facoltativa, la psicologia sperimentale, il cui programma include la
filosofia. Ed è proprio la filosofia la materia che riscuote il suo interesse.
Fin dall’epoca della sua infanzia, è animata dalla sete di conoscere, dalla
tensione verso la verità, e pensa che, attraverso la psicologia e la filosofia,
potrà trovare la risposta alle sue inquietudini e alle sue domande.
Appassionata agli studi e dotata di forte volontà, Edith s’applica con
intensità alla sua tesi: L’esplorazione del pensiero dei bambini a partire da
questionari sperimentali in psicologia, senza trascurare peraltro le attività
ricreative, come il tennis, gli incontri con gli amici, le escursioni
domenicali, la danza. Un giorno, mentre è intenta a consultare dei
documenti nella Biblioteca, uno dei suoi colleghi le porge un libro e le dice:
«Lascia stare queste cose, e leggi piuttosto questo». Si tratta del secondo
volume delle Ricerche Logiche del gran filosofo Edmund Husserl,
professore a Gottinga e fondatore della fenomenologia, una corrente che
apriva nuovi orizzonti ricchi di promesse nel paesaggio tradizionale della
filosofia. Husserl invitava a disfarsi dei pregiudizi razionalisti, e proponeva
un metodo rigoroso per lasciarsi istruire dalla realtà come si presenta a noi,
mettendo tra parentesi le opinioni preconcette.
Assorbita dal suo lavoro, Edith prestò distrattamente attenzione, ma
quando infine, qualche settimana dopo, prese in mano il libro, ne fu
immediatamente conquistata. Alla sua anima retta e appassionata s’apriva
d’un tratto un panorama nuovo. La psicologia sperimentale con i suoi
questionari non la soddisfaceva più: non era lì che poteva trovare la risposta
alla ricerca della verità, sua aspirazione essenziale e motore della sua
esistenza.
Decide pertanto di trasferirsi a Gottinga per studiare sotto la direzione di
Husserl. La cosa non è del tutto facile, innanzitutto a causa dei problemi
materiali che si presentano: è nata a Breslavia dove abita con la sua
famiglia, è affezionata alla sua università, ai suoi colleghi, e stima i suoi
professori. Discretamente le si fa notare che la partenza della «più brillante
delle studentesse» per «cercare altrove dei maestri di suo gusto» li
mortifica. Queste osservazioni amichevoli e altre piccole critiche

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l’addolorano. Inoltre, sua madre, donna dotata d’una fede forte e profonda,
è inquieta, perché teme che Edith, già abbastanza lontana dalla fede, rischi
di allontanarsene ancora di più.
Ciononostante, malgrado la pena che questa situazione le causa, la
decisione è presa: partirà per Gottinga. Intraprendendo questo cammino,
Edith prende inconsciamente la via che la condurrà alla fede.

L’approccio della fenomenologia

In questo periodo della sua vita, in effetti, Edith non ha la fede e si professa
perfino atea. Nata in una famiglia ebrea profondamente praticante, non
aveva mai trascurato, fin dalla sua infanzia, le feste e i digiuni, la preghiera
nella sinagoga, il rispetto del sabato, i rituali di un’osservanza scrupolosa.
Sua madre, rimasta vedova quando lei non aveva ancora tre anni, aveva
inculcato la fede e profondi princìpi morali ai suoi dieci figli. Tuttavia,
verso i 13 anni, Edith perse la fede in un Dio personale:

In quel periodo sono svaniti tutti i miei sogni infantili e, volendo


affermarmi come un essere autonomo, cominciai a sottrarmi a ogni
autorità proveniente da mia madre e dai miei fratelli e sorelle [...].
È del tutto volontariamente e coscientemente che ho perso
l’abitudine di pregare3.

La mia sola preghiera era la mia sete di verità4.

A Gottinga viene rapidamente ammessa nel circolo degli allievi di


Husserl. Le sue capacità intellettuali e la sua profonda personalità
impressionano immediatamente coloro che la frequentano in questo
periodo. Rapidamente si distingue e diventa una figura di primo piano nel
circolo dei discepoli di Husserl, molti dei quali acquisteranno fama

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internazionale, come Max Scheler, Dietrich von Hildebrand, Alexander
Koyré, Jean Héring.
Nel 1916, Edith sostiene brillantemente la tesi, ottenendo il massimo dei
voti. Il suo lavoro meraviglia Husserl, che ha l’impressione che la sua
allieva lo anticipi su una parte della sua opera Idee per una fenomenologia
pura e una filosofia fenomenologica. Poco tempo dopo, la sceglie come
assistente, incaricandola di mettere ordine nella sua produzione filosofica.
Lavoro difficile e delicato, che consiste nel «decifrare» migliaia di pagine,
classificarle, farne la sintesi, partendo da note scritte secondo l’ispirazione
del momento e accantonate senza ordine, né metodo.
L’evoluzione naturale della carriera avrebbe dovuto valerle un posto di
professore all’università. Ma, malgrado l’appoggio favorevole di Husserl,
l’abilitazione le viene rifiutata. I maneggi degli avversari di Husserl e il
pregiudizio psicologico ancora presente ad affidare una cattedra
universitaria a una donna, le chiudono le porte dell’università.
Nel frattempo, quasi senza che se ne renda conto all’inizio, Edith è già in
cammino verso la fede.

Il cammino verso la fede

È singolare notare che la maggior parte dei discepoli di Husserl, molti dei
quali ebrei, si siano convertiti al cattolicesimo o al protestantesimo, come
Max Scheler, Adolph Reinhach, Dietrich von Hildebrand, Alexander
Koyré, Roman Ingarden... Husserl stesso si avvicinò al cattolicesimo alla
fine della sua vita e, dopo la sua morte, sua moglie Malvina si convertì.
È interessante studiare i motivi di questo movimento di conversione.
Secondo Edith Stein, le conferenze che teneva Max Scheler – una mente
particolarmente brillante, che non si asteneva dal trattare i temi religiosi e
lo studio dei valori e delle virtù nel quadro filosofico proposto da Husserl –
giocarono un ruolo importante, aprendo ai discepoli del filosofo il mondo
della fede. Ma il fattore più determinate fu l’atteggiamento nei confronti
della fede adottato dalla scuola fenomenologica. La disposizione di umile
ricettività e l’impegno con cui Husserl invitava i suoi studenti a disfarsi dei
pregiudizi, per analizzare le cose e le situazioni, facendo passare l’Io al

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secondo piano, lasciavano, per così dire, l’anima «senza difesa» di fronte
alla verità. L’incontro con la verità seduce chi è integro e onesto, perché
l’uomo è fatto per la verità. E se le disposizioni sono rette, normalmente la
verità finisce per abbattere le resistenze e i pregiudizi.
Così dirà Edith nel 1931-32, in uno studio sulla fenomenologia, a
proposito del Maestro:

La maniera che aveva di guidare lo sguardo direttamente sulle cose


e di educarci a comprenderle con rigore [...] ci ha insegnato a
liberarci dei pregiudizi, a disfarci di ciò che rende insensibili alle
nuove intuizioni. Questa abitudine, alla quale ci ha coscientemente
educati, ha liberato diversi di noi, e ci ha reso disponibili ad
accettare la verità cattolica5.

A poco a poco Edith scopre diverse manifestazioni della fede cristiana


che la colpiscono e la fanno riflettere. Piccole cose spesso: impressioni in
occasione d’eventi anche insignificanti, l’esempio di certe persone,
un’osservazione che qualcuno le fa sul suo carattere, l’abitudine di aprirsi
senza reticenze alla verità le spianano progressivamente il cammino, che la
condurrà all’incontro con Cristo.
Nel 1916 ha l’occasione di vistare la cattedrale di Francoforte:

Entrammo per qualche minuto nella cattedrale e, mentre ci


trattenevamo lì in un rispettoso silenzio, entrò una donna con il suo
cesto per la spesa e s’inginocchiò in un banco per fare una breve
preghiera. Per me fu qualcosa di completamente nuovo. Nelle
sinagoghe o nelle chiese protestanti nelle quali ero entrata i
credenti vi si recano solamente per gli uffici religiosi. Ma qui
arrivava una persona qualunque, nel mezzo delle sue occupazioni
quotidiane, in una chiesa deserta, che veniva per un intimo
dialogo. Non ho mai potuto dimenticare questo episodio6.

Altri inviti alla fede busseranno ancora al suo cuore: lo studio del testo
del Padre Nostro in antico tedesco, sul quale si era applicata nei suoi studi

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di filologia, la colpisce profondamente e la commuove a ogni lettura;
l’accoglienza ricevuta in una fattoria durante una gita e la preghiera recitata
il mattino dal padrone con i suoi servitori prima di iniziare la mietitura; la
pace e la serenità mantenuta da persone colpite da dure prove...
Nel 1917, Adolph Reinach, che coordinava il gruppo dei discepoli di
Husserl, muore sul fronte belga. L’anno prima aveva ricevuto il Battesimo
con sua moglie Anna. Edith aveva una profonda stima per questo giovane
filosofo ebreo, pieno di promesse, che l’aveva accolta al suo arrivo a
Gottinga e l’aveva incoraggiata e aiutata in momenti difficili.
«Non ero mai stata accolta da qualcuno con una tale bontà, così cordiale,
così aperto... C’era in lui qualcosa di diverso dalla gentilezza e l’affetto; fu
come se un mondo nuovo s’aprisse alla mia vista». Chiamata da Anna per
aiutarla a ordinare e a classificare i documenti e le note del marito, Edith si
recò da lei con una certa apprensione, temendo di vedere la giovane vedova
spossata dal dolore. Ma si trovò di fronte a una persona che, certo, soffriva
molto, ma faceva trasparire una pace e una serenità ammirevoli. Comprese
allora che questo comportamento non era semplicemente dettato della
rassegnazione, ma dall’accettazione della Croce di Cristo alla luce della
fede. Ne fu sconvolta:

Fu il mio primo incontro con la Croce, con la forza divina che la


Croce dà a coloro che la portano. Per la prima volta vidi la Chiesa
nata dalla sofferenza redentrice di Cristo, trionfando del
pungiglione della morte, lì, visibile davanti a me. Fu l’istante in cui
la mia irreligiosità crollò, il mio giudaismo sbiadì e Cristo rifulse:
Cristo alla luce della Croce7.

È così che a poco a poco, l’invito alla fede risuona nel suo cuore:

Mi accontentai di accogliere in me gli influssi che provenivano


dalle persone del mio ambiente e, dal momento che non opponevo
loro alcuna resistenza, ne fui, quasi senza accorgermene,
trasformata [...]. La barriera dei pregiudizi razionalistici, in cui ero
cresciuta senza saperlo, è crollata e per me si è aperto il mondo
della fede8.

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Restava da fare l’ultimo passo. Una cosa, infatti è «comprendere»
l’esistenza e la presenza di Dio, altra cosa è abbandonarsi a Lui nella fede;
una cosa è credere alla Verità, altra cosa aprirle l’anima e la vita.
Finalmente giunse il momento propizio in cui Dio s’introdusse
risolutamente nella sua anima e la prese per Sé. Fu durante l’estate de 1921.
Si trovava allora a Bergzabern, ospite della sua amica Hedwig Conrad-
Martius, lei pure discepola di Husserl. Una sera che i Martius erano usciti,
Edith cercò qualcosa da leggere per distrarsi:

Entrata nella biblioteca, presi a caso un libro abbastanza spesso,


che aveva per titolo Vita di Santa Teresa d’Ávila scritta da lei
stessa. Cominciai a leggerlo e immediatamente ne fui presa, e non
lo chiusi prima d’averlo terminato. Quando lo chiusi mi dissi:
questa è la verità9.

Fuori spuntava l’alba. Edith aveva passato la notte a leggere. La prima


cosa che fece, quel mattino, fu di recarsi al villaggio per comprare un
catechismo cattolico e un messale. Qualche giorno dopo assistette per la
prima volta alla Messa:

Nulla mi risultava estraneo. Grazie a quel che avevo appreso potei


seguire tutta la cerimonia fino all’ultimo dettaglio. Un venerabile
prete, anziano, si recò all’altare e celebrò il Santo Sacrificio con un
profondo raccoglimento. Dopo la Messa attesi che terminasse il
ringraziamento per raggiungerlo nel presbiterio e, dopo un breve
colloquio, gli domandai il Battesimo. Mi guardò sorpreso e mi
rispose che per essere ammessi nella Santa Chiesa è necessario
ricevere una preparazione. «Da quanto tempo siete istruita nella
fede cattolica e chi vi ha guidato?», mi chiese. Per tutta risposta
non potei che balbettare: «Vi prego, Reverendo, interrogatemi»10.

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Dall’insegnamento al Carmelo

Edith ricevette il Battesimo il primo dell’anno del 1922. Aveva allora


trent’anni. Fu l’inizio d’un nuovo periodo della sua vita in cui, mentre la
fede si radicava, la sua riflessione filosofica si sviluppò aprendosi a nuovi
orizzonti.
Nel frattempo, aveva maturato nella sua anima la decisione di entrare nel
Carmelo. Tuttavia, il suo direttore spirituale, cosciente del bene che poteva
fare aprendo nuovi cammini al dialogo tra la fede e la cultura, e per evitare
anche una rottura troppo brusca, le consigliò di ritardare questo progetto e
di proseguire le sue ricerche filosofiche. Accettò quindi un posto come
insegnante in un Liceo per ragazze a Spire.
Come in tutto quel che faceva, Edith si consacrò pienamente in questa
nuova occupazione, perché per lei l’educazione era un vero servizio alla
dignità della persona. Dotata di una particolare apertura mentale non
comune ai suoi tempi, non esitava a portare le studentesse all’Opera a
Monaco o a teatro per far loro scoprire Shakespeare. Le sue allieve
ricorderanno sempre il suo esempio e la sua dedizione delicata e silenziosa,
«la totale armonia tra l’insegnamento e la vita personale [...]: insegnava più
per la sua personalità che per le sue parole»11.
Intanto, Edith, così come le è stato consigliato, comincia a studiare la
filosofia di san Tommaso. Colpita dalla globalità e profondità della
riflessione tomistica, Edith vi si consacra con dedizione, nonostante le
lezioni che deve dare, la correzione dei compiti e i colloqui pedagogici. Pur
essendo lontana dall’ambiente universitario, la sua fama s’estende ed è
invitata a tenere conferenze filosofiche, pedagogiche e religiose a
Heidelberg, Friburgo, Colonia... Non di rado le capita di parlare di un
argomento che le era stato molto a cuore e per il quale si era battuta quando
era studentessa: la condizione e i diritti della donna, tema che ora penetra e
chiarisce con la sua maturità filosofica e alla luce dalla fede.
Nel 1931 è incoraggiata a lasciare la piccola scuola di Spire, dove non
poteva esprimere al meglio il suo valore intellettuale, per consacrarsi a
un’opera filosofica importante. Edith si trasferisce allora nella sua casa
natale di Breslavia dove si dedica alla traduzione in tedesco delle
Quæstiones disputatæ e del De Veritate di san Tommaso. A Breslavia, la
sua reputazione l’ha preceduta. Presto si raduna intorno a lei un circolo di

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giovani intellettuali, in maggioranza ebrei, alla ricerca della fede cattolica.
Molti di loro si faranno battezzare e ad alcuni di loro farà anche da
madrina. È in questo periodo che sua sorella Rosa si converte al
cattolicesimo dandole una grandissima gioia.
La sua fama non cessa di espandersi e diversi Istituti d’insegnamento
superiore la richiedono. Nel 1932 accetta una cattedra in un Istituto privato,
l’Istituto tedesco di Pedagogia di Münster. Una brillante carriera sembra
infine aprirsi. Purtroppo, questa consacrazione sarà di breve durata. Nel
1933 Hitler prende il potere e le tenebre del nazismo si abbattono sulla
Germania. A Münster, come nelle altre città universitarie, gli studenti sono
esaltati dal nazional-socialismo. Da parte sua, Edith s’impegna
coraggiosamente a promuovere una visione cristiana della società, per
difendere la libertà e la dignità di ogni essere umano. Malgrado la tensione
e le intimidazioni che non cessano d’aumentare, incoraggia i suoi allievi a
fondare un’associazione per opporsi alla propaganda nazista e riflettere
sulle esigenze che la fede e il Battesimo comportano.
Una sera, durante la Quaresima del 1933, mentre è in viaggio per
Colonia, riceve la rivelazione della sua propria vocazione e della tragedia
che sta per travolgere il Popolo eletto. «D’improvviso, vidi chiaramente che
la mano del Signore s’abbatteva duramente sul suo popolo, e che ero
chiamata a condividerne il destino». Sentì che doveva offrire la sua vita al
Signore insieme al popolo ebreo.
Al suo ritorno a Münster, qualche settimana dopo, viene informata che
l’insegnamento e le pubblicazioni sono vietati ai non ariani. Si rende conto
che ormai la sua carriera è irrimediabilmente stroncata. L’Istituto presso cui
lavora viene chiuso poco tempo dopo per non aver voluto piegarsi alla
dittatura che il regime nazista esercita sull’insegnamento. Un posto le viene
offerto in America Latina, ma ormai si sente chiamata altrove: ora che
l’azione nel mondo le è impedita, niente si oppone più a quella che era la
sua aspirazione più profonda dopo la conversione: l’entrata nel Carmelo.
Il 14 ottobre 1933, vigilia della festa di santa Teresa d’Ávila, all’età di 42
anni, Edith Stein entra nel Carmelo di Colonia, dove assume il nome di
Teresa Benedetta della Croce. Nel 1936 ha la gioia di vedere sua sorella
Rosa raggiungerla al convento.

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Teresa Benedetta della Croce

La vita in convento di suor Teresa Benedetta della Croce è una


testimonianza commovente del progredire di un’anima nel cammino della
fede. La sua umiltà esemplare e la sua vita di preghiera hanno conosciuto
senza dubbio la contemplazione mistica.
I suoi superiori le chiedono di continuare lo studio della filosofia. Suor
Teresa accetta per ubbidienza, malgrado le difficoltà pratiche dovute
all’assenza di biblioteche specializzate, al frazionamento del tempo per le
preghiere in comune, e l’incombenza dei suoi umili incarichi materiali. In
queste condizioni, lavorando nella sua cella, termina la sua opera più
importante Essere finito ed Essere eterno, nella quale tenta di costruire un
ponte tra la fenomenologia e la filosofia di san Tommaso.
Ma nuvole nere s’addensano ormai sulla Germania. La persecuzione
nazista s’intensifica e colpisce anche gli ordini religiosi. Sacerdoti e pastori
sono arrestati. Temendo che la sua presenza costituisca une minaccia per il
Carmelo, Edith chiede di essere trasferita in un convento all’estero. La
notte del 31 dicembre 1938, attraversa la frontiera per raggiungere il
convento d’Echt in Olanda, dove qualche tempo dopo è raggiunta dalla
sorella Rosa. E proprio là, in questa situazione drammatica, porta a termine
il suo studio su san Giovanni della Croce, La scienza della Croce. La sua
missione intellettuale segue ancora una volta i passi della sua ascesi
spirituale.
Ma gli avvenimenti precipitano. L’orrore della guerra mondiale s’abbatte
sull’Europa. Rapidamente l’Olanda è invasa e la persecuzione antisemita vi
si scatena con violenza. L’11 luglio 1942, l’episcopato cattolico olandese,
d’accordo con il Sinodo riformato, indirizza a Seyss-Inquart, commissario
politico del Reich, un telegramma di ferma e coraggiosa protesta per i
sequestri e le deportazioni di cui gli ebrei sono vittime. Di fronte
all’intransigenza e alle intimidazioni delle autorità naziste, la lettera di
protesta viene letta pubblicamente in tutte le chiese il 26 luglio. La reazione
nazista è immediata e colpisce ora anche i cattolici: più di 300 religiosi e
religiose d’origine ebrea vengono arrestati e deportati.
Il 2 agosto, mentre la comunità di Echt è intenta a recitare la preghiera
del mattino nel coro, la Gestapo bussa alle porte del convento e domanda di
Teresa Benedetta della Croce e di sua sorella Rosa. Concedono loro dieci
minuti per prendere l’indispensabile. In strada, dove una folla numerosa si è

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radunata per protestare, le due suore vengono caricate a forza in un’auto
che parte immediatamente. Le conducono dapprima nel campo di
Westerbork, nel nord. Alcuni testimoni, dopo la guerra, riportano come la
serenità delle due suore si distinguesse in mezzo a alla disperazione e
all’angoscia generale. Suor Teresa si prodigava nel calmare alcuni, curare
altri, occuparsi dei bambini abbandonati dalle loro madri in preda allo
shock. Il 7 agosto, Teresa e Rosa vengono caricate nei vagoni di un treno in
partenza per l’Est. Dopo una fermata alle stazioni di Breslavia, il convoglio
arriva a Auschwitz-Birkenau il 9 agosto. Nessuno degli arrivati sarà ascritto
al campo. Tutti sono immediatamente uccisi nelle camere a gas.

Le derive del mondo contemporaneo

Edith Stein è stata canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2008 e proclamata


patrona dell’Europa. Il Santo Padre intendeva così affidare a questa
ammirevole figura une delle intenzioni principali del suo pontificato: la
rievangelizzazione della società e, in particolare, del mondo della cultura.
In senso lato, il termine «cultura» indica ogni attività attraverso la quale
l’uomo perfeziona e sviluppa le sue capacità spirituali e umane. Si tratta del
patrimonio comune di conoscenze, riflessioni e produzioni artistiche e
scientifiche, di esperienze politiche e sociali, di intuizioni morali e religiose
che l’umanità ha accumulato nel corso dei secoli e che essa trasmette per
contribuire al progresso del genere umano12.
È evidente che ogni cristiano, per il fatto stesso della sua vocazione, deve
far proprio l’obbligo di lavorare con gli altri uomini per la costruzione di un
mondo più umano e, conseguentemente, non può disinteressarsi
dell’evoluzione culturale della società in cui vive. Edith Stein, come
abbiamo visto, aveva una mentalità aperta e sapeva comunicare il gusto per
le arti, l’interesse per la filosofia e la letteratura, la sensibilità e il senso
della responsabilità nell’azione politica e sociale. Si impegnò attivamente
per la valorizzazione della figura e del ruolo della donna, promovendo un
femminismo ispirato dai valori cristiani.
Purtroppo, come allora, anche oggi – e forse in modo più aggressivo e
sfrontato – si sta sviluppando un forte processo de scristianizzazione che

121
compromette gravemente la dignità umana. I media, l’arte, l’informazione,
il mondo dello spettacolo, la moda, si oppongono, spesso frontalmente, alle
esigenze della persona. La cultura moderna ha creato delle strutture mentali
che rendono difficili, a molti, l’accesso alla fede. Per esempio, la pretesa,
originata dal successo della scienza moderna, di non ammettere altra
certezza che quella che corrisponde alle discipline «scientifiche»; il
principio soggettivista e il rifiuto dell’autorità; la concezione di una libertà
assoluta totalmente individualista; l’attenzione portata all’azione e
all’efficacia a scapito della speculazione metafisica. Nella cultura
dominante, il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato,
visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto
all’apparenza.
La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le
comunità e i legami sociali. L’individualismo postmoderno e globalizzato
favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei
legami tra le persone, e che snatura i vincoli famigliari13. San Giovanni
Paolo II ha denunciato ripetutamente e con vigore la cultura della morte
che ha segnato il secolo XX. E Papa Francesco, dirigendosi ai membri del
corpo diplomatico, ha criticato la cultura dello scarto che non si applica
solo al cibo o ai beni superflui, ma spesso agli stessi esseri umani, che
vengono «scartati» come fossero «cose non necessarie»: «Desta orrore,
dice, il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la
luce, vittime dell’aborto»14.
La frattura tra il Vangelo e la cultura è certamente il dramma del nostro
tempo. Perché, perdendo il senso di Dio, si finisce per perdere anche il
senso dell’uomo: privato della sua dimensione trascendente, l’individuo
non trova più in sé quel fondamento inviolabile su cui costruisce la sua
dignità e che obbliga al rispetto. Come la storia dimostra – abbiamo appena
parlato della tragedia della Shoah – nulla può impedire allora che l’uomo
sia considerato un oggetto e trattato come tale. Ci si lamenta, con ragione,
dell’indifferenza di fronte a tante situazioni umane degradanti: la miseria, la
fame, le diseguaglianze sociali; ma come si può stupirsene, quando oggi,
con la legalizzazione dell’aborto e dell’eutanasia, si diffonde una mentalità
che fissa con indifferenza e leggerezza le frontiere tra ciò che è umano e ciò
che non lo è, tra ciò che è degno d’essere vissuto e ciò che non lo è?15

122
La rievangelizzazione del mondo della cultura

In un momento come quello attuale, si può essere facilmente indotti ad


abbandonare le proprie certezze o, peggio, a lasciarsi contaminare dalle
derive della società odierna pensando che, in fondo, i tempi sono cambiati e
che l’evoluzione è inevitabile. Ma bisogna respingere tali considerazioni,
anche se si pensa di andare contro corrente e che coloro che propongono i
valori autentici sono un’esigua minoranza. Nei momenti di crisi più
profonda, non sono mai stati numerosi coloro che hanno saputo opporsi alle
forze del male e hanno riempito di nuovo il mondo della luce della Chiesa.
Un altro pericolo è quello di rifugiarsi in un rifiuto sterile, condannando
in blocco il mondo in cui si vive. Esistono molti motivi per amare il mondo
contemporaneo: il progresso della scienza e dell’istruzione; le conquiste
tecnologiche, che hanno reso più umana la vita di tante persone; la presa di
coscienza dei diritti e della solidarietà umana; la sensibilità per il rispetto
della natura; la facilità degli scambi e l’accesso all’informazione; il
riconoscimento, per lo meno nei princìpi, dell’autodeterminazione dei
popoli... È importante amare questo mondo, con i suoi aspetti positivi: non
un mondo teorico, o un mondo ideale, ma questo mondo qui, con i suoi
aspetti positivi, le sue sfide, le sue proprie peculiarità, differenti da quelle
dei secoli passati. Perché, se si adotta un comportamento ottuso e distante,
se non si ama il mondo in cui si vive, come lo si potrà aiutare?
Far brillare di nuovo la luce. Promuovere una cultura che rispetti la
dignità della persona umana. Questo è il compito che spetta a ogni uomo e
in particolare a coloro che hanno ricevuto la luce della fede.
È necessario in primo luogo oltrepassare il cerchio limitato di una
formazione puramente utilitarista che cerca unicamente ciò che è
indispensabile «per riuscire» nella vita. La perdita progressiva d’interesse
per una vera formazione umanistica nei programmi della scuola secondaria,
l’ignoranza della storia e delle radici della nostra cultura sono aspetti tipici
della società attuale. È importante saper comunicare ai giovani, agli
adolescenti (e non soltanto a loro) il gusto per la buona lettura, oggi
minacciato dall’invasione dell’informatica, dei videogiochi e
dell’ipercomunicazione attraverso i social network.
Naturalmente, non è necessario essere un «erudito»: avere una cultura
non consiste nell’accumulare una moltitudine di conoscenze. Più che per la

123
quantità, la cultura si caratterizza per la profondità e la finezza della
visione. Non multa sed multum, dicevano gli antichi: non «molte cose», ma
«molto [bene]». Uno dei problemi del nostro tempo deriva forse dal fatto
che si ha facilmente accesso a una quantità inimmaginabile di dati –
attraverso Internet, i social network, le biblioteche personali che si possono
caricare con un semplice clic – cosa che rappresenta un indubbio progresso
nella comunicazione, ma che non conduce necessariamente alla riflessione
e all’approfondimento: la facilità può favorire la dispersione e la
superficialità. Acquisire una cultura richiede lavoro, impegno: è necessario
leggere, ascoltare, riflettere e, soprattutto, apprendere. Ascoltare, riflettere,
apprendere: sono qualità che troppo spesso si trascurano, in particolare
nella formazione dei giovani. È un compito importante riscoprirne il valore
e risvegliare l’interesse per coloro che Dio chiama più particolarmente ad
avere una influenza nel mondo della trasmissione della cultura: genitori,
insegnanti, educatori, personaggi della vita politica.
Tra i diversi aspetti della cultura è necessario acquisire una formazione
coerente sulle questioni d’attualità che hanno delle ripercussioni etiche:
doveri di stato, deontologia professionale, scelte politiche. Nella situazione
attuale formare bene la coscienza è una priorità. Quante decisioni prese alla
leggera, quante ingiustizie commesse, magari senza rendersene conto,
perché si è trascurata la formazione fidandosi superficialmente
dell’intuizione e del buon senso! Coloro che rifiutano di costruirsi un
criterio oggettivo e solido – con la scusa per esempio di proteggere la loro
autonomia e la loro libertà – sono degli ingenui che inevitabilmente
finiscono per essere manipolati dai media, dalle mode o da chi, nel loro
ambiente, ha una personalità più forte. Come sorprendersi del fatto che il
senso morale della società si corrompe e che i riferimenti svaniscono,
quando tanti dedicano cura estrema per perfezionare la loro cultura
scientifica e non conoscono nemmeno due righe del Catechismo dei
bambini?
Una responsabilità particolarmente importante spetta a coloro che
svolgono un ruolo nella vita universitaria e là dove si sviluppa la riflessione
intellettuale. Il loro impatto può sembrare estraneo alle preoccupazioni
immediate e alle sfere decisionali: «Vivono un po’ nelle nuvole...» si dice a
volte di loro con un po’ di condiscendenza... E pertanto, in modo
impercettibile, creano il clima in cui fiorisce o si corrompe la cultura:

124
Parlò loro delle cime delle montagne coperte di neve, che
sembrano fredde e senza vita, ma quando la neve fonde, l’acqua
che scende lungo i versanti, finisce per rendere fertili le pianure e
le scarpate. È così, diceva, per l’università, che apparentemente
può sembrare un luogo lontano dalla vita e dall’azione, ma il
pensiero che lì si forma illumina e ispira l’azione di molti16.

Questa bella immagine, che ci rinvia così bene alla figura di Edith Stein,
viene da san Josemaría Escrivá. Si rivolgeva a un gruppo di professori
d’università, invitandoli a prendere coscienza dell’importanza del loro
compito, e a lavorare con competenza, disinteresse e senso della
responsabilità.
Purtroppo, gli ostacoli che Edith Stein incontrò nell’esercizio del suo
lavoro e la sua fine tragica non le permisero di portare avanti un dialogo
così ricco di promesse tra il pensiero tomista e le domande fondamentali
dell’uomo moderno. Ma il suo percorso singolare dimostra che è possibile
percorrere un itinerario che partendo dalla cultura dell’epoca in cui si vive
conduca alla fede. La sua nobile figura, il suo pensiero e la sua azione, che
hanno toccato temi così diversi come la ricerca della verità, la pedagogia,
l’impegno nella politica, il femminismo, la libertà di coscienza o ancora il
dialogo giudaico-cristiano, può indicare all’umanità d’oggi le vie di un
dialogo fecondo tra la fede e la cultura.

125
X
JÉRÔME LEJEUNE
SCIENZA & FEDE

All’Ospedale Necker

Siamo a Parigi all’Ospedale Necker dei Bambini Malati. I genitori vengono


con i loro piccoli affetti da malattie gravi. La loro vista spezza il cuore.
Arrivano sperduti, spossati. Il loro bambino è disabile. Inquietudine per
l’avvenire, difficoltà a prendere in mano la situazione: divisi tra il rifiuto di
questa creatura che sconvolge la loro esistenza e l’amore che sentono per il
loro piccolo. L’ufficio del celebre professore s’apre, li chiamano. Entrano
intimiditi:

Il professore ci accoglie con un sorriso. Cortese, amicale, ma


rispettoso. Si volge verso il bebè, domanda il suo nome e lo
chiama: «Pierino, vuoi venire con me?». Lo prende in braccio,
domanda alla mamma d’infilare una blusa bianca e le indica una
sedia. La donna si siede e il dottore le porge il bambino; poi si
siede di fronte a lei e al papà e comincia ad auscultare il piccolo
sulle ginocchia della mamma. Per noi questi gesti semplici sono
una rivelazione. Non è un malato che questo medico esamina, è
nostro figlio. Poi ci spiega tutto. Qual è la malattia che lo affligge,
quale sarà l’avvenire per il bambino e per noi. Ci rassicura,
risponde a tutte le nostre domande, alle nostre angosce. Prima di
lasciarci, ci dice: «Se volete, alla prossima visita, venite con le sue
sorelle. Anche loro hanno il diritto di sapere e di comprendere».

126
Partiamo con il nostro bebè, con un po’ più di pace nel cuore. Ci
ha fatto scoprire il nostro amore di genitori1.

Scena magnifica, piena di tenerezza, che si è certamente ripetuta sovente.


Ho voluto trascriverla alla lettera, perché ci fa comprendere, più che un
lungo discorso, chi era il professor Lejeune. Un grande scienziato e allo
stesso tempo una persona profondamente umana, di una grande bontà,
sempre disponibile e accessibile, attento ai bisogni e alle sofferenze degli
altri:

Ogni giorno ritornava a casa per pranzare in famiglia, rinunciando


ai «pranzi d’affari» che gli avrebbero permesso d’intrattenere
relazioni professionali. La sera era di ritorno alle sette e mezza per
cenare con noi. Non mancava mai di rispondere alle nostre
domande senza mai dire che non aveva tempo [...]. Lo rivedo
ancora concentrato nella lettura o nella redazione di un testo.
«Papà, puoi ripararmi il mio costume da cow-boy?». Quando
vedeva che per noi era molto importante, non rispondeva mai:
«Non vedi che sono occupato? Lo farò più tardi». Metteva da parte
il testo della conferenza o i calcoli scientifici per riparare la
gomma di una bicicletta, fabbricare un arco, incollare una bambola
che s’era rotta o rispondere alle domande più stravaganti. Dopo la
preghiera della sera, ci baciava, recitava con noi un Padre Nostro e
un’Ave Maria e terminava invocando «Guarite tutti i malati»2.

Un grande scienziato

Quest’uomo premuroso e modesto era un grande scienziato, uno di quelli


attraverso i quali la scienza compie passi fondamentali. La ricerca
scientifica è un’opera collettiva: spesso avanza con il contributo di un
lavoro comune, l’apporto, a volte impercettibile, di mille piccole conquiste.
È come quando si costruisce un edificio: mattoni che si sovrappongono,

127
lavori di rifinitura, punti d’appoggio sui quali altri possono costruire,
correzioni e controlli, talora modifiche di strategia e d’obiettivi... Tutto
questo lavoro, a volte oscuro, è necessario e non ci potrebbe essere una
produzione scientifica profonda e solida senza questo retaggio di cui ogni
ricercatore è più o meno cosciente. Eccezionalmente, però, a volte sorgono
delle persone geniali che aprono brecce rivelando nuovi orizzonti.
Il professor Lejeune è celebre nel mondo per aver scoperto l’origine della
sindrome di Down. All’epoca questa malattia era assimilata a una «tara
razziale», a una regressione di certi tratti tipici di una razza verso un’altra.
Era chiamata pure «mongolismo», e si pensava che fosse una conseguenza
della sifilide o dell’alcolismo dei genitori, cosa che aggravava il dolore
della famiglia, già colpita dal dramma della nascita d’un bimbo disabile.
Questi pregiudizi, queste false piste, sbarravano la strada alla ricerca delle
cause e della natura della malattia ostacolando una possibile terapia.
Sensibile alla sofferenza di queste famiglie e di questi bambini, Jérôme
Lejeune consacrò i suoi studi e le sue ricerche a questa infermità per
ricercarne le cause e trovare un modo di curarla.
La genetica era allora agli inizi. Dal 1956 si sapeva che nella specie
umana il numero dei cromosomi è sempre di 46 (mentre nei primati, per
esempio, è di 48). Nel 1958 Jérôme Lejeune arrivò a provare che la malattia
era dovuta alla presenza di un 47° cromosoma3. Si trattava di una scoperta
particolarmente importante. Per la prima volta era messa in evidenza la
causa di una malattia sconosciuta fino ad allora: l’anomalia genetica. Un
nuovo campo, estremamente fecondo, s’apriva alla ricerca medica; si
cominciava a intravvedere la possibilità d’arrivare a guarire non soltanto
questa malattia, ma anche molte altre la cui origine restava ancora ignota.
Il mondo della medicina non restò indifferente. Accolta dapprima con
una certa esitazione, la scoperta attirò rapidamente l’attenzione degli
specialisti del mondo intero. Diversi scienziati e membri di laboratori
importanti si recarono a Parigi per conoscere questo giovane ricercatore,
che lavorava con una piccola équipe e un microscopio di fortuna e i cui
lavori cominciavano a imporsi nel mondo della ricerca. Rapidamente
Jérôme Lejeune è invitato a congressi internazionali, proclamato dottore
honoris causa in diverse università, membro e laureato di numerose
accademie e associazioni scientifiche straniere. Nel 1962, il Presidente
degli Stati Uniti gli conferisce il premio della fondazione Joseph Kennedy
per la ricerca sulle malattie dell’intelligenza. Qualche anno dopo, ottiene il
premio William Allan, la più alta distinzione in genetica al mondo, che in

128
seguito non è più stato attribuito a un francese. Nel 1964, l’Università di
Parigi crea una cattedra di Genetica umana e Lejeune ne è nominato
professore. Si trattava di una procedura derogatoria, prevista
eccezionalmente in favore dell’autore di una scoperta importante: in
Francia, in effetti, per essere nominato professore bisogna aver passato
prima l’esame d’internato4 e Lejeune non era un «interno».
Le scoperte in genetica di Lejeune non si limitarono alla trisomia 21.
Con la sua équipe, descrisse altre malattie legate ad aberrazioni
cromosomiche5. Avrebbe potuto continuare le sue ricerche in questa
direzione: era una via largamente aperta, con pubblicazioni, partecipazioni
a congressi, premi e ricompense. Ma la sua unica ambizione era quella di
trovare quanto prima come curare o per lo meno alleviare le sofferenze dei
pazienti. Cosicché orienterà la maggior parte delle sue ricerche in questo
senso: trovare il modo di neutralizzare o di eliminare il cromosoma
supplementare.
Nel corso della sua vita, il professor Lejeune ebbe l’occasione di
frequentare i più grandi scienziati e le personalità politiche più importanti.
Conobbe personalmente san Paolo VI, che nel 1974 lo elesse
all’Accademia Pontificale delle Scienze. San Giovanni Paolo II strinse con
lui un’amicizia profonda e lo invitò varie volte al Vaticano, alla Messa che
celebrava e alla sua mensa. Ciononostante, al culmine della sua gloria, restò
sempre un uomo semplice e modesto. Come tutti i suoi colleghi, avrebbe
potuto aprire uno studio medico privato che gli avrebbe permesso di
guadagnare molto di più, ma vi rinunciò per consacrarsi interamente al
servizio dei malati. La domenica lo si vedeva alla Messa con la sua famiglia
e partecipare alla corale della parrocchia. Era sempre semplice e affabile
con la gente che frequentava. La sua sola ricompensa era la gioia che gli
davano i suoi piccoli malati, le famiglie che uscivano confortate dalle visite
mediche che avevano con lui. Erano delle gioie profonde, come quando
ricevette questo piccolo poema che Cécile, una bambina affetta dalla
sindrome di Down, scrisse in onore del suo professore:

Mio Dio, Vi prego,


proteggete il mio Amico.
Alla mia famiglia non piaccio,
Lui mi trova un po’ carina,
perché conosce di cosa è fatto il mio cuore.

129
Ce ne sono che sono belli, certo,
ma lo sono veramente
quelli che si burlano impunemente?6

La sua battaglia per la vita

Le scoperte del professor Lejeune hanno rivoluzionato la genetica e aperto


la via alla ricerca terapeutica. Durante gli anni ’60 fu naturalmente
proposto, varie volte, per il premio Nobel. Poi, improvvisamente, tutti
coloro che avevano riconosciuto le sue scoperte, esaltato i suoi meriti,
attribuito premi e ricompense, si irrigidirono. Progressivamente, si passò
dal silenzio imbarazzato, al rifiuto, all’ostilità, alla condanna e alla vera e
propria persecuzione. Questo perché il professor Lejeune aveva avuto il
coraggio e l’onestà di sacrificare la sua carriera per difendere la verità, quel
coraggio e quella lealtà che sono il privilegio delle persone superiori.
Accadde nel 1969. Jérôme Lejeune è invitato a San Francisco per
ricevere il prestigioso premio William Allan. Durante il suo soggiorno si
rende conto che si sta sviluppando un movimento che si propone di
legalizzare l’aborto nei casi di nascituri affetti dalla sindrome di Down.
Alcuni specialisti di genetica, sfruttando le sue scoperte, hanno messo a
punto una terapia diagnostica prenatale in grado di predire l’eventuale
sindrome di Down nel nascituro. Lo scopo naturalmente è quello di
impedire la nascita di soggetti affetti da tale sindrome, con il pretesto
apparentemente caritatevole, ma in realtà barbaro e disumano, di evitare a
questi bambini una vita di livello inferiore che oltretutto causerebbe
l’infelicità dei propri genitori7.
La scoperta che tutto il suo lavoro, volto al miglioramento della
condizione umana, si sta in realtà dirigendo verso un fine esattamente
opposto lo sconvolge. Decide quindi di raccogliere la sfida: non si presterà
a questo gioco che lo renderebbe complice di questi progetti, non accetterà
di chiudere ipocritamente gli occhi.
La sera precedente alla consegna del premio, riscrive completamente il
suo discorso trasformandolo in una magnifica difesa della vita. Il giorno
successivo di fronte agli scienziati che lo stanno premiando, pronuncia

130
un’allocuzione appassionata per dimostrare, con tutte le evidenze
scientifiche da lui scoperte e studiate, che la vita umana inizia fin dal
momento del concepimento. Il patrimonio cromosomico dell’embrione,
spiega, è esattamente quello di un essere umano completo e pertanto la sua
soppressione non può che essere considerata un vero e proprio crimine. Per
quanto piccolo sia, il nascituro possiede in sé tutte le informazioni sul suo
fisico, sul suo temperamento, sul suo carattere. Una vera e propria «carta
d’identità genetica»: in grado di dirci se avrà gli occhi blu, i capelli scuri, se
sarà di temperamento collerico e appassionato, se sarà brillante in
matematica8. In buona sostanza fin dal concepimento si può dire che tipo di
uomo sarà quello che ora è un embrione.
Un silenzio glaciale accoglie la fine del suo discorso. Nessun applauso,
nessuna congratulazione, lo evitano, l’ignorano... Di colpo si ritrova isolato
tra i suoi colleghi: mai gli sarà perdonato d’aver detto forte e chiaro la
verità, d’aver messo la coscienza di fronte alle proprie responsabilità.
A partire da quell’istante la battaglia è ingaggiata. Dovunque andrà,
approfittando della tribuna che gli viene offerta, proclamerà quella verità
alla quale un uomo di scienza e una persona onesta non possono sottrarsi.
Ha perfettamente capito che la sua carriera è minacciata, ma intravede con
lucidità le conseguenze che si manifesteranno di lì a poco: dall’aborto
terapeutico si giungerà a favorire tutte le interruzioni di gravidanza
invocando il diritto della madre a una vita felice. È infatti di tutta evidenza
che, se si rifiuta di considerare l’embrione come un essere umano, niente
impedisce di trattarlo come un oggetto che si può accettare o rifiutare,
accogliere o sopprimere.
Stigmatizzava la teoria che taluni avevano inventato secondo la quale il
bambino che la mamma porta nel suo seno non è un uomo se non è
desiderato e accettato dai genitori.

Hanno scoperto questa sorprendente teoria secondo cui basta


pensare intensamente che quel qualcosa che si sta sviluppando è un
uomo perché lo divenga. Ma se si pensa fortemente il contrario,
per una strana percezione e per una specie d’infusione di uno
spirito psicologico-parentale, questa cosa non si umanizza9.

131
Qualche settimana dopo, partecipa a un congresso all’ONU. Le sedute
prevedono un dibattito sull’aborto. Tutti i cliché e tutti i luoghi comuni
vengono tirati fuori: la morte delle donne per gli aborti clandestini, la pietà
per i bambini disabili che nascerebbero, le sofferenze psicologiche dei
genitori, il diritto delle donne a disporre del proprio corpo. Il professor
Lejeune è il solo a prendere la difesa del bambino che sta per essere
condannato a morte. Non è insensibile alla sofferenza dei genitori: nessuno
come lui sa condividerla e lenire, come abbiamo visto, in tanti casi,
all’Ospedale Necker. Ma, in quanto scienziato, sa che abortire è strappare la
vita a un essere umano e che non si può proteggere qualcuno uccidendo un
innocente. «Il vostro Istituto della Salute (Health)», esclama, «si trasforma
in un Istituto della Morte (Death)». La sera, scrivendo a sua moglie, come
fa ogni giorno, le confida: «Oggi ho perso il premio Nobel».
Ma non se ne pente. Ci sono battaglie che bisogna saper combattere.
D’ora in poi s’impegnerà a fondo per la difesa della vita. In trent’anni
pronuncerà non meno di 164 conferenze in francese o in inglese nelle
università e fondazioni d’Europa, America, Australia, Giappone, nel Medio
Oriente e nell’ex blocco sovietico.
In Francia, dove, malgrado il senso critico e l’interesse per l’obiettività,
si è lungi dall’essere insensibili alle mode di pensiero d’oltre Atlantico, la
legalizzazione dell’aborto è proposta fin dal 1972. Il professor Lejeune
moltiplica gli interventi, nei congressi, sulla stampa e alla televisione,
partecipa a dibattiti, ai meeting. La petizione da lui suscitata raccoglie la
firma di 18.000 medici, ottenendo in un primo momento il blocco del
progetto di legge. Ma progressivamente si ritrova isolato, abbandonato
anche dai suoi amici. Le personalità politiche sulle quali in principio
avrebbe potuto contare gli chiudono le porte. Il Primo ministro rifiuta di
riceverlo, per evitare d’opporsi al Ministro della sanità, che difende la legge
sull’aborto. Anche le autorità religiose, purtroppo, si rifugiano in un
silenzio deplorevole.
Certo, le manifestazioni di solidarietà e di lealtà non mancano, da parte
di un certo numero dei suoi colleghi e anche di personalità civili e religiose.
Ma nell’insieme, l’atteggiamento generale è di tergiversazione, di silenzio
complice e profilo basso. È accusato di colpevolizzare le madri, di voler
istaurare la «dittatura dell’ordine morale». Si cerca di far pressione per
tacitare la sua coscienza; è vittima di autentiche aggressioni, non solo
verbali. Gruppuscoli organizzati vengono a disturbare le sue conferenze.
Una volta, alla Mutualità, gli è impedito di parlare, bande di scalmanati che

132
urlano gli gettano addosso pomodori e perfino frattaglie. Sui muri della
facoltà di Medicina cominciano ad apparire scritte come: «Lejeune
assassino!», «A morte Lejeune!», «A morte Lejeune e i suoi piccoli
mostri!»...

Derive oscurantiste in pieno secolo XX

Può sembrare incredibile, ma è quello che accadde. Si potrebbe pensare che


queste contestazioni fossero dovute al fanatismo di qualche contestatore
intollerante, ma purtroppo si trattava di qualcosa di più grave. In pieno XX
secolo, quando la scienza riscuote così grande successo al punto che spesso
la si considera ingenuamente come l’unico criterio di salvezza e di verità,
l’ideologia dominante impegnò tutte le sue forze proprio per far tacere la
voce della scienza! Per aver enunciato forte e chiaro una verità scientifica,
la carriera di Lejeune fu bloccata, le sue ricerche promettenti sulle malattie
dell’intelligenza intralciate. D’ora in poi non sarà più invitato a congressi
internazionali; i suoi fondi di ricerca saranno soppressi; perderà il suo
laboratorio e la possibilità di finanziare l’équipe che lavorava con lui10. Lui,
che aveva formato generazioni di genetisti in Francia, sarà obbligato a
mendicare all’estero le borse di studio e gli stanziamenti per assumere i
collaboratori. Se poté continuare la ricerca fu grazie a fondi americani,
inglesi, neo-zelandesi e a quelli dell’Istituto Claude Bernard11.
Stranamente e paradossalmente questa situazione evoca il caso Galileo.
Ma Galileo ebbe più fortuna. Non fu né aggredito né denigrato né fu
bersaglio di scritte minatorie. Anche la sua condanna nel 1633, per altro
riprovevole, era meno ottusa e meno perentoria di quella che fu pronunciata
contro Lejeune: nel corso del processo, si riconobbe esplicitamente che la
sentenza sarebbe stata considerata caduca se un giorno si fossero apportate
prove decisive della rotazione della terra. Queste prove non poterono essere
fornite che un centinaio d’anni dopo, con le osservazioni di Bradley
sull’aberrazione della luce, e a partire da questo momento le censure furono
tolte12. A Galileo non fu nemmeno impedito di continuare le ricerche nella
sua villa d’Arcetri, dove, circondato dai suoi discepoli (Viviani, Torricelli,
Peri ecc.), scontava gli arresti domiciliari. Fu lì che scrisse la sua opera più

133
importante, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove
scienze, che poneva le basi della meccanica moderna.
Beninteso, non è il caso di minimizzare la gravità del caso Galileo,
relegandolo a un semplice malinteso o a un falso problema. Ci fu senz’altro
una valutazione erronea dei rapporti tra la conoscenza scientifica e la fede
teologica, una percezione ancora imperfetta dei limiti e della portata della
scienza sperimentale allora agli inizi, e anche l’ignoranza dei princìpi
fondamentali dell’ermeneutica biblica che oggi sono chiari a tutti gli
studiosi. Il rapporto dell’Accademia Pontificia delle Scienze del 1992
giustamente riconosce che in questo disastroso affaire Galileo «ebbe molto
a soffrire» a causa della misura penitenziale di cui fu oggetto. Tuttavia, non
si deve pesare che la «riabilitazione» di Galileo, voluta ufficialmente e
formalmente da Giovanni Paolo II nel 1992, sia dovuta a un cambio di
atteggiamento della Chiesa, come se questa, infine, avesse preso coscienza
dei suoi errori. In realtà il caso Galileo era già chiuso da secoli13.
Ecco invece che, in pieno XX secolo, in cui ci si compiace di
stigmatizzare un po’ rapidamente le manifestazioni della fede come
espressioni dell’«oscurantismo», si assiste a questo spettacolo sorprendente:
la ricerca scientifica di un brillante ricercatore viene frenata proprio nel
momento in cui comincia a intravedersi un progresso nella terapia di una
malattia grave. Ed è sconcertante vedere come l’ostracismo di cui questi fu
vittima fu messo in atto da ambienti scientifici e proprio da coloro che si
ergevano apostoli della tolleranza e contestatori dell’oscurantismo
religioso.
Le intuizioni del professor Lejeune sono state confermate negli anni
successivi. Le sue ricerche vertevano sul modo di far tacere, come lui
diceva, il cromosoma supplementare, sia sopprimendolo sia
neutralizzandolo. Recentemente due équipe americane sono appunto
riuscite a ottenere in vitro una l’espulsione del cromosoma supplementare14
e l’altra la sua neutralizzazione15. Benché l’applicazione terapeutica resti
ancora lontana, si tratta d’un passo avanti notevole che conferma la
speranza di guarigione dalla sindrome di Down.

Scienza & fede

134
Che lezioni possiamo trarre dalla vita di Jérôme Lejeune?
Prima di tutto che si può essere scienziati e credenti. È sempre
consolante, per un credente, sapere che ci sono persone particolarmente
intelligenti, la cui competenza scientifica è universalmente riconosciuta,
che integrano perfettamente la fede nel loro sistema di conoscenze e nella
loro vita.
Ai nostri giorni, quando si intende parlare di «scienza» e di «religione»,
molti pensano immediatamente al processo di Galileo e ignorano che i
grandi scienziati che sono all’origine della rivoluzione scientifica del secolo
XVII, Copernico, Galileo, Newton, Keplero, erano profondamente credenti.
Credenti erano anche grandi matematici, come Cauchy, Cantor, Gauss,
Eulero, per citare i più celebri, come pure fisici, quali Ampère, Faraday,
Maxwell, Marconi e tanti altri. Si sa che Pasteur era credente; che il padre
della genetica moderna, Gregor Mendel, era un monaco cattolico. L’autore
della teoria del Big Bang è un prete belga, Georges Lemaître, per il quale
Einstein aveva grande stima. La lista sarebbe troppo lunga se dovessimo
enumerare tutti gli scienziati celebri che sono stati credenti.
In realtà non può esserci contraddizione tra scienza e fede,
semplicemente per il fatto che la scienza e la fede affrontano le questioni
con metodi differenti e sotto angolature diverse. Un esempio può aiutare a
comprendere. Un botanico e un poeta che esaminino una rosa formulano
considerazioni differenti: il primo spiegherà, per esempio, la rete cellulare
dei petali, il modo in cui il seme si trasforma in fiore, le condizioni ottimali
nelle quali possa svilupparsi ecc. Il poeta, invece, descriverà le emozioni
che la rosa suscita, i simbolismi che evoca ecc. Le due descrizioni sono
vere e non è detto che l’analisi dello scienziato sia più vera, più profonda, o
anche più utile, di quella del poeta. Ogni cosa ci rivela diversi livelli della
realtà, secondo il punto di vista adottato. Se lo sguardo sulle cose, la
valutazione del loro valore, l’analisi delle conseguenze sul comportamento
dovessero essere unicamente quelle di uno scienziato che misura e calcola,
la nostra esistenza e il nostro mondo sarebbero desolatamente poveri.
Molti, è vero, si accontentano di spiegazioni scientifiche, ritenendole
sufficienti per la loro visione del mondo. Ma altri si domandano
legittimamente se sia stato detto ciò che è veramente importante e pensano
che la spiegazione tecnica e scientifica non basti a spiegare il nostro
mondo, l’uomo, la vita, la cultura. Comprendere la realtà da un punto di
vista più vasto, è un’opportunità e una ricchezza.

135
Oggi, un gran numero di scienziati sono agnostici e alcuni – anche se più
raramente – si dichiarano atei. Ma questo non è dovuto all’incompatibilità
tra la scienza e la fede, come se l’uomo contemporaneo avesse finalmente
compreso che una persona colta e intelligente non possa essere anche
credente. L’esempio del professor Lejeune, come quello d’altri scienziati
contemporanei di primo piano, mostra appunto che non è così. Il problema
è piuttosto d’ordine culturale. Il successo della scienza moderna ha
contribuito a diffondere l’idea che il metodo delle discipline «scientifiche»,
che unisce la sperimentazione e la matematica, sia la sola forma di
conoscenza ragionevole. Ora, quando si adotta questo modo di ragionare,
inevitabilmente la sensibilità per le questioni metafisiche, la finezza
dell’intuizione spirituale finiscono per perdersi. Allo stesso modo che si
perderebbe il gusto e la sensibilità per l’arte in una società in cui si pensasse
che le stampanti 3D possano sostituire la produzione artistica. A questa
insensibilità s’aggiunge la carenza crescente di formazione dottrinale che,
come spesso accade, va di pari passo con la presunzione: si pensa di
«sapere» e dunque non ci si preoccupa di formarsi.
Un altro insegnamento che si può trarre dal caso Lejeune è che la scienza
e la religione hanno bisogno di farsi luce reciprocamente. Per esempio, i
progressi nella genetica, che ci svelano ogni giorno di più i segreti della
vita, sostengono le intuizioni della fede, la quale invita a considerare
l’embrione come un essere umano. Recentemente, la comunità scientifica
ha ricompensato, con l’attribuzione del premio Nobel, i lavori di Shinya
Yamanaka e di John Gordon, che dimostrano come l’utilizzo delle cellule
staminali adulte renda completamente inutile la sperimentazione sulle
cellule embrionali16. Una volta ancora, la Chiesa, condannando la
manipolazione degli embrioni umani, si è dimostrata, come diceva
Giovanni XXIII, Mater et Magistra, Madre ed Educatrice.
Ma come abbiamo visto, quando il senso della sacralità è assente o
s’affievolisce, gli stessi progressi della genetica che erano serviti a
dimostrare che l’essere umano è presente a partire dal suo concepimento
sono stati utilizzati per banalizzare l’aborto. Si può fare della scienza
un’opera santa o un’arma di distruzione e di avvilimento.
Einstein diceva nel 1940 che «la scienza senza la religione è zoppa e la
religione senza la scienza è cieca». La fede non può ignorare i progressi
della scienza, a rischio di separarsi dal mondo che dovrebbe invece
illuminare (come dimostra il caso Galileo). Inversamente, la scienza che si
chiude all’orizzonte della religione è incapace di comprendere il senso di

136
ciò che essa cerca (come dimostra il caso Lejeune) e allora tutte le derive
sono possibili: basti pensare alla minaccia nucleare, alle manipolazioni
genetiche, ai problemi posti alle libertà individuali per lo sviluppo
dell’informatica, ai pregiudizi ecologici nello sfruttamento sconsiderato dei
beni naturali.
Di tutto ciò molti sono coscienti: l’uomo contemporaneo si sente sempre
più debole per portare sulle sue spalle il peso vertiginoso del progresso
della scienza che lui stesso ha generato. Esiste una tragica sproporzione,
nota Stanley Jaki, tra gli strumenti e le tecniche che l’uomo utilizza e gli
obiettivi che persegue. E cita a questo proposito ciò che diceva il capitano
Achab nel romanzo di Melville, Moby Dick: «Tutti i miei metodi sono
sensati: è il mio motivo e il mio obiettivo che non lo sono».
In questo senso la figura del professor Lejeune è esemplare, perché,
guidato dalla fede, si è impegnato a evitare che il progresso scientifico
fosse vittima delle sue chimere e che «l’uomo si trasformasse in strumento
dei suoi propri strumenti»17.

Un mattino di Pasqua

Jérôme Lejeune morì il mattino di Pasqua del 1994. Qualche giorno prima
era stato ricoverato all’ospedale per un tumore ai polmoni. Colpivano la
pace e la serenità con le quali accettava la sua situazione e le sofferenze
dovute alla malattia. Ciò che gli rincresceva era di non aver potuto condurre
a termine le ricerche per i suoi «piccoli malati». Ai suoi figli, che gli
domandavano che cosa avrebbe voluto lasciar loro, rispondeva: «Non un
granché, lo sapete... A loro ho dato la mia vita. E la mia via è tutto quello
che avevo»18.
I bambini che curava, messi al corrente della sua malattia, pregavano per
lui e gli inviavano lettere commoventi, esprimendo il loro desiderio di
rivederlo. Sì! queste ingenue manifestazioni d’affetto dovevano avere per
lui un valore più grande del premio Nobel e gli onori a cui aveva rinunciato
per non aver voluto negare la verità.
In quel mattino di Pasqua, numerosi telegrammi arrivarono dal mondo
intero, poi un gran numero di lettere di condoglianze. Informato della sua

137
morte, Giovanni Paolo II inviò un messaggio eccezionale al card. Lustiger,
allora vescovo di Parigi:

Se il Padre dei cieli lo ha chiamato da questa terra lo stesso giorno


della Risurrezione di Cristo, è difficile non vedere un segno in
questa coincidenza. La Risurrezione di Cristo costituisce una
grande testimonianza resa alla Vita che è più forte della morte.
[...]. Nel corso di tutta l’esistenza del nostro fratello Jérôme, questo
richiamo ha costituito una linea portante. Nella sua qualità di
biologo, si è appassionato alla vita. Nel suo campo è stato una
delle massime autorità a livello mondiale. Molti organismi lo
invitavano a tenere delle conferenze e sollecitavano il suo parere.
Era rispettato anche da quanti non ne condividevano le convinzioni
più profonde. [...] Il Professor Lejeune ha sempre saputo far uso
della sua profonda conoscenza della vita e dei suoi segreti per il
vero bene dell’uomo e dell’umanità e solo per questo. È divenuto
uno degli arditi difensori della vita, soprattutto della vita dei
bambini prima della nascita che, nella nostra civiltà
contemporanea, è spesso minacciata a tal punto che si può pensare
a una minaccia programmata. [...]. Il Professor Jérôme Lejeune si è
assunto pienamente la responsabilità specifica dello scienziato,
pronto a diventare un «segno di contraddizione» senza tener conto
di pressioni esercitate dalla società permissiva né dell’ostracismo
di cui era oggetto19.

Ai funerali del professor Lejeune, a Notre-Dame di Parigi, Bruno, un


bambino affetto dalla sindrome di Down, prese il microfono e, nella
cattedrale riempita d’una gran moltitudine di persone, improvvisò un
panegirico che terminò con queste parole: «Grazie, mio professor Lejeune,
per tutto quello che hai fatto per mio padre e per mia madre. Grazie a te
sono fiero di me. La tua morte mi ha guarito»20.
Il processo di canonizzazione del professor Lejeune si è aperto nel 2007.
La prima fase, l’istruzione diocesana, si è conclusa con la dichiarazione
solenne pronunciata nella cattedrale Notre-Dame di Parigi l’11 aprile 2012.

138
XI
MADRE TERESA
IL MIRACOLO DELL’AMORE

Calcutta

Non ci si può fare un’idea del lavoro e dell’opera di Madre Teresa se non si
prova a entrare un minimo nell’atmosfera si particolare di Calcutta.
L’agglomerato conta 16 milioni di abitanti, con una densità di
popolazione che si approssima a 25.000 abitanti per metro quadrato. La
prima impressione quando si arriva è il calore soffocante, la marea umana,
il traffico allucinante che genera un gigantesco inquinamento e il rumore
assordante e aggressivo dei claxon. La città possiede qualche bel quartiere,
un’università, vari campus. Ma la miseria è dappertutto presente. Migliaia e
migliaia di edifici e di case in rovina rischiano di crollare; tubi di scarico
fuori uso e canalizzazioni sfondate, linee telefoniche distrutte creano un
quadro desolante e inquietante. L’assenza di un servizio di raccolta
efficace, fa sì che la spazzatura si accumuli a tonnellate ogni giorno,
attirando mosche, causando epidemie e rendendo l’aria irrespirabile.
Due milioni di persone sono senza alloggio:

Provenienti dalla campagna o scacciati dalle loro dimore a causa


della divisione del Paese, migliaia di rifugiati sono affluiti verso la
grande metropoli. Quelli che ne hanno la possibilità abitano in
tuguri sordidi e malsani; i più miserabili vivono in mezzo alla
strada, preda facile delle epidemie, delle malattie e della fame1.

139
Ovunque per strada si vedono musicisti ambulanti, fachiri nelle pose più
inverosimili; dappertutto mendicanti, lebbrosi con monconi e visi
deformati, altri con le gambe mostruosamente gonfiate dalla malattia;
mutilati e paralitici si trascinano con miserabili stampelle. Molti muoiono
in strada, nell’indifferenza generale, in una solitudine e un abbandono
indicibili. «La loro rassegnazione sembra così totale», scriveva un
giornalista, «che si finisce per considerarla normale e si arriva a separarsene
quasi con indifferenza».
Negli slum – le bidonville – che costituiscono quasi la metà della città, lo
spettacolo di una miseria incredibile stringe il cuore. Quantità di baracche
miserabili, una povertà appena immaginabile, si affastellano, incollate le
une alle altre. Le strade sono state trasformate in depositi d’immondizia alti
come colline, sui fianchi dei quali bambini vestiti di stracci cercano
qualcosa da mangiare. Se ci si avventura durante la stagione dei monsoni, ci
si impantana nell’acqua, sempre scortati da storpi, mendicanti, bambini...2.
È in questa città, «uno dei più grandi disastri urbani del mondo»3, dove la
miseria giunge a proporzioni inimmaginabili, che irrompe, visibile in tutta
la terra, un raggio luminoso dell’Amore di Dio.

La vocazione

Il 16 agosto, suor Teresa, direttrice degli studi di Loreto Entally, una scuola
per bambini bisognosi di Calcutta, si congeda dai suoi alunni. Avendo
ottenuto l’autorizzazione della Santa Sede, ha cambiato l’abito della
congregazione delle Suore di Loreto con un modesto sari bianco a strisce
azzurre, come quello delle donne povere di Calcutta, e si prepara a lasciare
il convento. Le alunne, che l’amano particolarmente, hanno preparato una
canzone d’addio:

Suor Teresa, che sta dirigendosi verso il portone con una piccola
valigia e un sacco, si ferma in mezzo a centinaia di alunne. Le

140
bambine cominciano a cantare, ma ben presto una scoppia in
singhiozzi, seguita da un’altra. Dopo qualche minuto piangono
tutte e il canto si interrompe. Suor Teresa s’inchina commossa,
riprende i suoi bagagli e, varcando il portone, parte per andare a
vivere nella bidonville vicina. Senza girarsi, mentre il portone del
convento si chiude definitivamente, va a vivere la sua vocazione al
servizio dei poveri tra i più poveri. È l’indomani della festa
dell’Assunzione4.

Fu così, con quella semplicità e determinazione che sempre la


caratterizzeranno, che cominciò la nuova vita di colei che presto il mondo
intero chiamerà Madre Teresa.
Si chiamava Agnes Gonxhe Bojaxhiu, ed era nata nel 1910 a Skopje, la
capitale dell’attuale Macedonia, da una famiglia albanese cattolica. Dai
suoi genitori aveva appreso il valore della preghiera e, in particolare, della
preghiera in famiglia. Dichiarava:

I bambini, come tutta la famiglia, hanno bisogno della preghiera.


L’amore si costruisce innanzitutto nella cellula famigliare e prende
un’altra dimensione nella preghiera comune. Se pregate insieme,
sarete sempre uniti e vi amerete reciprocamente come Dio vi ama.
[...] Per coloro che abbandonano la preghiera in famiglia diventa
più difficile perseverare a rendere forte e santa la loro unione5.

Fin da bambina i genitori le insegnarono l’importanza di soccorrere i


poveri, di portare loro qualcosa da mangiare, dei vestiti. Si può dire che i
due tratti principali della sua spiritualità, la preghiera e l’amore dei poveri,
trovano la loro origine nell’educazione che ricevette in famiglia.
La sua vocazione maturò nei ritiri organizzati dalla parrocchia. A 18
anni, nel 1928, durante un pellegrinaggio, Agnes decise di consacrarsi a
Dio. Entrò allora nella congregazione delle Suore di Loreto, un ordine
missionario insegnante, la cui casa madre si trova in Irlanda. Poco dopo fu
inviata in India, dove imparò l’inglese e il bengali. Il giorno della
Professione dei voti perpetui prese il nome di Teresa, per devozione a santa

141
Teresa di Gesù Bambino, che amava particolarmente perché «faceva le
cose ordinarie con un amore straordinario»6.
Dopo aver lavorato un mese in un dispensario in Bengala, dove si
occupava di curare i poveri, suor Teresa fu inviata a Calcutta per insegnare
nella scuola di Loreto Entally. Un giorno successe un piccolo avvenimento
significativo del cammino spirituale di suor Teresa. Quando fu nominata
direttrice degli studi, scrisse a sua madre per comunicarle la nomina e farla
partecipe della sua gioia. Sua madre le rispose in tono affettuoso, ma fermo:
«Figlia mia, non dimenticare che se sei partita per un Paese così lontano è
per occuparti dei poveri». Queste parole ferme e soprannaturali la fecero
riflettere. Fin da quando era arrivata a Calcutta era stata toccata dallo
spettacolo di miseria e non aveva omesso di occuparsi dei poveri per
visitarli e aiutarli. Ma ecco che a poco a poco un’altra chiamata comincia a
insinuarsi nel suo cuore, una chiamata a un dono più pieno e più grande che
intuisce, ma che non riesce ancora a distinguere.

«La chiamata nella chiamata»

Nel settembre 1946, suor Teresa parte per Darjeeling per seguire degli
esercizi spirituali. Durante il viaggio, a ogni stazione dove il treno si ferma,
sfilano davanti a lei le conseguenze terribili degli ultimi scontri etnici, che
poco prima dell’indipendenza hanno causato la morte di milioni di persone:
le folle nell’indigenza, la povertà estrema, la miseria e l’abbandono più
assoluto. È allora che si palesa l’avvenimento decisivo della sua vita:

Mentre pregavo in silenzio raccolta in me stessa, ho udito


nettamente una chiamata nella chiamata: lasciare il convento per
consacrarmi al servizio degli altri vivendo come loro [...]. Gesù
m’invitava a seguirlo nella povertà reale, sposando il genere di vita
dei più poveri nei quali è presente, nei quali soffre e nei quali
vive7.

Mettere in pratica questa decisione non era cosa facile. Critiche e


obiezioni abbondavano. Era peraltro necessaria l’autorizzazione del

142
vescovo di Calcutta e dei suoi superiori e la dispensa della Santa Sede per
uscire dalla congregazione. Ma finalmente, il 16 agosto 1948, suor Teresa
poté lasciare il convento per andare a vivere nello slum di Motijhil, con in
più poveri tra i poveri.

Lo sviluppo della sua opera. La Casa di Kalighat per i morenti

Dopo aver seguito una formazione di quattro mesi come infermiera in un


ospedale, secondo le indicazioni del suo vescovo, suor Teresa si recò per la
prima volta nella bidonville per cominciare la sua nuova attività. La prima
cosa che fece fu d’aprire una scuola per bambini. Una scuola nella strada!
Senza locali, senza banchi né lavagne...

S’inginocchiò nel fango tra le capanne, e servendosi di un bastone,


cominciò a scrivere le lettere dell’alfabeto per terra. Dei curiosi,
dei bambini s’avvicinano per vedere che cosa fa. Ben presto una
trentina di bambini rannicchiati per terra circondano suor Teresa
per imparare a leggere e a scrivere8.

Oltre alla sua «lezione», quel giorno visitò famiglie, lavò le ferite di
alcuni bambini, si prese cura di un uomo anziano che giaceva ammalato
sulla strada e di una donna che stava morendo di fame e di tubercolosi.
Iniziava ogni giornata con Gesù nell’Eucaristia e usciva con la corona del
Rosario tra le mani, per cercare e servire Lui in coloro che sono «non
voluti, non amati, non curati»9.
Nel frattempo, alcune ragazze, ex-allieve di Loreto Entally, la
raggiungono per aiutarla. Una persona amica mette a disposizione una casa.
Il loro stile di vita è estremamente povero: tutte le suore dormono nella
stessa stanza, prendono un pasto frugale e vivono come le persone povere
di cui si prendono cura. Fu così che cominciò la Congregazione della
Missionarie della Carità. Alla morte di Madre Teresa, la famiglia religiosa

143
che aveva fondato conterà cinque congregazioni e sarà presente, con 592
case, in tutte le parti del mondo.
Un giorno, nel 1952, Madre Teresa scopre nella strada, per terra, un
uomo agonizzante. Si precipita all’ospedale per chiedere aiuto, ma il
personale rifiuta d’intervenire poiché lo sventurato non ha niente per
pagare. Poco dopo l’uomo muore, senza che nessuno si fermi o cerchi di
soccorrerlo. Qualche giorno dopo, è ancora più sconvolta quando trova
nella strada una donna agonizzante il cui corpo ha già cominciato a essere
divorato dai topi. Decide allora d’aprire un locale per accogliere i morenti e
offrire loro il conforto, le cure principali e una morte dignitosa. Dopo vari
tentativi, ottiene finalmente di poter utilizzare una dipendenza del tempio di
Kali, il Kalighat, originariamente destinato a accogliere i pellegrini. Si
trattava di un locale vetusto e sordido, abusivamente occupato da trafficanti
d’ogni genere, del quale la municipalità aveva cessato d’occuparsi.
È così che nacque la Nirmal Hriday (Casa dei puri di cuore) nella quale
sono accolti i morenti senza distinzione di razza e religione, cattolici o
protestanti, musulmani, induisti o parsi. Le suore prendono in carico i
malati che arrivano, li lavano, li disinfettano, offrono loro le prime cure,
come pure l’alloggio e il vitto.
Ma la missione delle Suore della Carità non si ferma lì. Madre Teresa
non intende limitarsi a un’azione sociale. «La nostra missione specifica»,
diceva, «è di ordine spirituale, lavorare per la salvezza e la santificazione
dei più poveri tra i poveri»10. La cosa importante è di preparare i malati alla
morte, infondendo loro fiducia e serenità, offrendo la tenerezza d’una
attenzione affettuosa, aiutandoli ad abbandonarsi a Dio. Mirabile lavoro,
commovente e carico di frutti e di grazie. «Non abbiamo mai trovato
qualcuno», dirà un giorno Madre Teresa, «che si fosse rifiutato di
domandare perdono a Dio o di dire “mio Dio, ti amo”»11.
Col tempo, numerosi volontari arriveranno da tutto il mondo per aiutare
le suore nel loro lavoro d’assistenza. Come racconta suor Nirmala, che alla
morte di Madre Teresa fu eletta alla testa della congregazione delle
Missionarie della Carità:

Nei nostri Centri, le volontarie laiche imparano che non sono lì per
realizzare un’opera sociale, ma che sono con noi per un incontro
con i loro fratelli e che è attraverso la preghiera che si impara ad
amare. La priorità non è di guarire la malattia o l’infezione, ma

144
restituire alla persona la sua dignità. In tal modo, impareranno ad
amare per amare, ad aiutare per aiutare, e ad accettare che non
siamo capaci di un granché12.

I bambini, i lebbrosi

Fin dall’inizio, Madre Teresa si è occupata dei bambini. Calcutta è la città


dei bambini abbandonati: ogni giorno si scoprono neonati vicino ai loro
genitori agonizzanti o morti, altri abbandonati nella spazzatura, a volte
divorati dai topi; centinaia di bambini e bambine vagano per le strade alla
ricerca di un po’ di cibo, dormono sui marciapiedi, sono ridotti a rubare o a
prostituirsi per qualche rupia13.
Nel 1955 Madre Teresa decide di aprire una casa per accogliere bambini
abbandonati, la Nirmala Shishu Bavan. Quest’opera è per Madre Teresa un
modo di lottare contro l’aborto al quale è profondamente ostile, e che,
conformemente all’insegnamento della Chiesa cattolica, considera un
crimine, una piaga che mostra la miseria morale di coloro che lo praticano:

Se si arriva a commettere l’aborto nei Paesi ricchi, allora vi dico


che questi Paesi sono i più poveri tra i più poveri [...]. Un Paese
che ammette l’aborto è un Paese di grande miseria spirituale. La
madre capace di assassinare il suo bambino preferisce una
televisione o una macchina piuttosto che avere un figlio da
alimentare e da educare. Se questa madre può uccidere il proprio
figlio, come non pensare che saremmo capaci di ucciderci tra noi?
Che differenza c’è? Nessuna. Nessun cuore umano dovrebbe osare
sopprimere la vita. La vita è un dono di Dio. Nel feto c’è già
questa vita che viene da Dio. Penso che il grido dei bambini che
non arrivano a nascere ferisce le orecchie di Dio. La vita è il più
gran dono che Dio ha fatto agli uomini14.

145
I lebbrosi sono un’altra preoccupazione di Madre Teresa. Le condizioni
vita di questa povera gente sono terribili: reietti per una paura ancestrale,
vivono ai margini della società in condizioni particolarmente difficili.
Madre Teresa lancia una campagna di sensibilizzazione, allerta l’opinione
pubblica, raccoglie fondi. Grazie ai doni raccolti, può creare un villaggio
per lebbrosi ad Asansol, la Città della Pace, con un ospedale per malati e
una scuola per bambini. Il villaggio accoglie quattrocentocinquanta
famiglie. Queste dispongono di una casa, di un piccolo terreno e sono
incoraggiate ad aprire dei piccoli atelier per ottenere un minimo di
autonomia finanziaria e restare in contatto con il pubblico15.

Espansione

A partire del 1959, l’attività delle Missionarie della Carità si estende al di


fuori della diocesi di Calcutta e presto si diffonde in tutto il mondo, là dove
c’è la povertà, anche nelle regioni e nei Paesi poco favorevoli ai cristiani,
fino a quel momento vietati ai missionari: nello Yemen, nella Cina
comunista, a Cuba...
Per aprire una casa Madre Teresa è particolarmente esigente. Innanzitutto
le suore devono poter disporre di un tempo e di un luogo per la preghiera
comune; devono anche poter contare sull’aiuto spirituale di un sacerdote
che sappia unire virtù e solida formazione dottrinale. D’altra parte,
domanda che le suore possano sempre lavorare tra i più poveri,
specialmente quando si tratta di Paesi ricchi: anche lì, infatti, la povertà e la
miseria – materiale o morale – non mancano. Per esempio a New-York, nel
Bronx, le suore si occupano degli indigenti, delle donne sole, dei malati
mentali, degli alcolizzati, dei tossicodipendenti. Si prendono cura anche dei
bambini che vagano nelle strade, per sottrarli all’influenza delle gang che
pullulano nel quartiere e che cercano a reclutare nuovi membri16. Fin dal
1985, poco dopo la comparsa dell’AIDS, è stato aperto il primo centro che
accoglie o cura persone che hanno contratto il virus. A Rikers Island, le
suore visitano i detenuti e s’occupano della loro reinserimento.

146
Il miracolo dell’amore: il mondo intero è commosso

Lo sviluppo d’un opera cominciata così umilmente in una bidonville di


Calcutta è veramente sorprendente, tanto più che Madre Teresa ha stabilito
che le suore vivano nella povertà più assoluta. Ancora più ammirevole è
forse la reazione che la sua opera suscita ovunque. Progressivamente,
l’azione di Madre Teresa comincia a essere conosciuta in India e nel
mondo. Vengono create fondazioni per sostenere la sua opera. I donativi
affluiscono. La stampa e la televisione cominciano a interessarsi a questa
piccola religiosa che gestisce tutte queste iniziative con tanta umiltà e
semplicità, nelle povertà e nel disinteresse più totale.
Le manifestazioni di simpatia si moltiplicano, gli incoraggiamenti
arrivano dappertutto, da semplici cittadini, come da Capi di Stato e
personalità civili, quale che sia la loro confessione religiosa o la loro
opinione politica. Una nipote del primo ministro del Bengala Occidentale,
che non era nemmeno cattolica, le offrì la sua collaborazione attiva. Fidel
Castro la ricevette con riguardo nel 1985 quando andò a domandargli
l’autorizzazione ad aprire una casa a Cuba. Madre Teresa non esitò a dirgli:
«Pregate per me. Io pregherò per voi». A che il Líder Máximo rispose:
«Pregherò perché Madre Teresa apra una casa a Cuba», cosa che avvenne
l’anno seguente17.
Stesso clima nelle relazioni con Deng Xiaoping, che le fece incontrare
suo figlio, paralizzato, che dirigeva con abnegazione un centro
specializzato. Madre Teresa gli manifestò la propria ammirazione per il suo
lavoro e gli disse che ciò che faceva era l’opera di Dio. Ne seguì un
simpatico dialogo nel quale Madre Teresa lo invitò a pregare e il giovane
disse che non poteva pregare perché era ateo, non credeva. Madre Teresa
gli rispose che avrebbe pregato per lui e lo invitò di nuovo a pregare,
«perché», gli disse, «per credere bisogna pregare».
Più complicato fu l’incontro che la fondatrice delle Suore della Carità
ebbe con il dittatore marxista Daniel Ortega, capo dei sandinisti, per
chiedere l’autorizzazione ad aprire una casa in Nicaragua. Il Padre
Maasburg, che accompagnava Madre Teresa racconta che furono ricevuti,
con una suora incaricata di tradurre, in un locale sinistro, senza finestre.
Ortega era seduto dietro un tavolo situato su un podio più alto, circondato

147
da quattro uomini armati e col viso coperto da un passamontagna.
L’udienza cominciò con un violento monologo di mezz’ora del Presidente,
che attaccava i suoi avversari politici, facendo l’elogio della guerriglia e
della lotta di classe. Quando ebbe terminato, ancora fremente di collera, si
fece un silenzio carico di tensione, che Madre Teresa interruppe con una
sola frase: «Le opere dell’amore sono opere di pace».
La suora che accompagnava era a tal punto spaventata che non osava
tradurre. Quando finalmente ebbe tradotto, Madre Teresa non diede tempo
al dittatore di reagire e, frugando nella sua borsa, gli domandò se avesse
figli. «Si, sette», le rispose Ortega. Allora tirò fuori sette medaglie della
Madonna Miracolosa, le baciò una a una, e le porse a Ortega. Mentre
questo, visibilmente sorpreso, s’inchinava dal suo podio per vedere che
cos’era, Madre Teresa gli domandò se avesse una moglie e tirò fuori
un’altra medaglia, la baciò e la tese al dittatore. Alla fine gliene diede una
per lui, dopo averla baciata. «E questa è per voi», gli disse. «Ne avete
bisogno! Ma dovete portarla intorno al collo, così». E Madre Teresa indicò
il collo del dittatore, spiegandogli con gesti come dovesse portarla. Di
colpo l’atmosfera si distese, come per miracolo. L’indomani, le Missionarie
della Carità ebbero l’autorizzazione a fondare la loro prima casa in
Nicaragua18.

Come una finestra aperta sull’Amore di Dio

Le manifestazioni di simpatia e le ricompense ufficiali affluiscono da ogni


parte. Nel 1962 il Governo indiano le conferisce il premio Patma Sihri, che
le è consegnato dal Capo dello Stato in presenza del primo ministro
Jawaharlal Nehru. Madre Teresa è così poco abituata e talmente distante da
questi fasti che, alla fine della cerimonia, dimentica di ritirare il diploma
ufficiale19.
Poi tutto si accelera: il premio Giovanni XXIII, che Paolo VI decide di
conferirle personalmente; il premio Templeton per la «promozione della
fede nel mondo»; il premio Nehru per la sua azione durante la guerra del
Bangladesh; il Premio Mater et Magistra; la medaglia CERES della FAO;

148
il premio Balzan creato «per sviluppare la cultura, le scienze e le iniziative
umanitarie più meritevoli per la pace e la fraternità nel mondo».
Il 16 ottobre 1979 la notizia arriva sulle telescriventi: il premio Nobel per
la Pace è attribuito a Madre Teresa. Per lei è un giorno normale. La sola
cosa che la preoccupa è di sapere che, più tardi, non potrà assistere
all’adorazione quotidiana del Santissimo senza che i fotografi cerchino
d’entrare nella cappella dove le suore l’attendono20.
La cosa più straordinaria è che questo accumulo di ricompense, premi e
riconoscimenti giunge spontaneamente, naturalmente, senza alcun calcolo
politico o gesto di propaganda. Si sarebbe detto che la Provvidenza aveva
permesso che il mondo, questo mondo così desacralizzato e così
disincantato, questo mondo agitato dagli odi e dai conflitti, si sentisse
sinceramente commosso di fronte alla bontà. Fu come se una piccola
finestra si fosse aperta per lasciar passare un raggio dell’Amore di Dio.
Nel conferirle il premio Templeton in presenza del Sindaco di Londra e
della regina Elisabetta, il principe Filippo esprimeva la sua riconoscenza
«per la bontà che, grazie a Madre Teresa, ha illuminato il mondo,
suscitando in noi l’umiltà, l’ammirazione, l’entusiasmo». Nel 1972, quando
le fu attribuito il premio Nehru per la sua azione durante la guerra del
Bangladesh, il Presidente indiano dichiarava: «Sono ottimista, perché sono
convinto che, finché ci saranno persone come Madre Teresa, l’umanità
potrà vivere nella speranza». «Oggi», scriveva l’Indian Times in occasione
dell’attribuzione del premio Nobel, «l’umanità vede in lei qualcosa di
differente dagli altri, perché ella ha reso all’uomo la speranza in lui stesso».
Madre Teresa, tuttavia, si mostrava totalmente disinteressata di fronte a
queste manifestazioni di simpatia, premi e ricompense. Diverse università
le conferirono la laurea honoris causa. Lei, che non aveva fatto studi
superiori, scherzava gentilmente:

Non comprendo perché le università e i college mi ricoprono di


titoli... per me non vuol dir niente. Ma mi danno l’occasione di
parlare davanti a tanta gente che forse non ha mai inteso parlare di
Gesù21.

In effetti, approfittava di queste occasioni per diffondere il messaggio


cristiano senza reticenze, senza curarsi delle critiche che non mancavano.

149
Non si servirà di giri di parole per denunciare, ritirando il premio Nehru, la
passività del Governo nell’assistenza ai lebbrosi. In occasione del premio
Nobel a Oslo, davanti alle più importati personalità del mondo, pronunciò
un discorso vibrante per la difesa della vita e una dura requisitoria contro il
crimine dell’aborto:

Le nazioni che hanno legalizzato l’aborto sono le più povere del


mondo. Hanno paura dei più piccoli, hanno paura del bambino che
sta per nascere: e questo bambino deve morire perché non
vogliono nutrire un bambino in più [...]. Un figlio è il più bel
regalo che Dio fa a una famiglia, a un Paese, al mondo.

Il segreto del successo

A un giornalista che le domandava quale fosse il segreto del suo successo,


Madre Teresa rispose un giorno: «La Comunione. Io mi comunico ogni
giorno»22.
Nella Nirmal Hriday, un posto principale è riservato alla cappella dove il
Santissimo è esposto in permanenza. Madre Teresa volle che il Santissimo
Sacramento fosse sempre il centro di ogni casa delle Missionarie della
Carità. Voleva che tutto fosse ben pulito, che gli ornamenti liturgici e i vasi
sacri fossero particolarmente lucidi e splendidi. Naturalmente certe persone
le rimproverarono queste spese, incapaci di comprendere come la povertà
possa perfettamente combinarsi con la magnificenza nel culto, espressione
dell’amore di Dio. San Josemaría Escrivá, che in molti punti aveva la
medesima sensibilità spirituale di Madre Teresa, e che anche nella povertà
più estrema non esitava a spendere per il culto tutto ciò che aveva, diceva:
«Quando i fidanzati si regaleranno degli anelli in fil di ferro o dei sacchi di
cemento, allora io cambierò, forse, il modo di comportarmi con il Signore».
Di sicuro, Madre Teresa avrebbe potuto ripetere le stesse parole.
Le Missionarie della Carità consacrano un’ora al giorno alla preghiera
davanti al Santissimo Sacramento: oltre alla Messa, alla Via Crucis,
all’istruzione religiosa, alla recitazione del Breviario, all’esame di

150
coscienza, alla preghiera della sera... E la loro vita è particolarmente
intensa: la cura dei malati, la ricerca e la raccolta di cibo donato per la
dispensa, la pulizia della casa – che naturalmente richiede una cura
considerevole, essendo l’igiene un’autentica condizione di sopravvivenza
nella situazione in cui si trovano. Il mattino si alzano alle quattro e mezza,
sei giorni su sette. Il settimo giorno, la preghiera è più intensa, perché è
consacrato al ritiro.
A volte, certe persone suggerivano a Madre Teresa di ridurre il tempo
della preghiera, per lo meno nelle situazioni in cui il lavoro era
particolarmente intenso, per esempio quando le suore s’installarono in
Armenia per occuparsi delle vittime del terremoto. Ma lei spiegò che è
appunto quando il lavoro è più esigente, più estenuante che bisogna pregare
di più: altrimenti sarebbe stato impossibile perseverare nel compito che si
erano prefissate. Diceva:

La preghiera è il respiro dell’anima. Senza la forza che riceviamo


nella preghiera la nostra vita sarebbe impossibile [...]. Non siamo
delle assistenti sociali. La nostra vita è una vita di contemplative.
Non potremmo perseverare se non sapessimo che, dietro ogni
malato, ogni lebbroso, ogni persona abbandonata in fin di vita, si
nasconde Gesù Cristo23.

Misericordia & evangelizzazione

Tra evangelizzazione e promozione umana, diceva san Paolo VI, esistono


legami profondi. In effetti, come proclamare il comandamento nuovo –
«Amatevi come io vi ho amato» (Gv 13, 34) – senza promuovere la
giustizia e la vera pace, l’autentico progresso umano?24 Non ci si può
accontentare di un annuncio del Vangelo che astragga dalle situazioni
materiali nelle quali gli uomini vivono, perché l’uomo da evangelizzare non
è un essere astratto, ma soggetto ai condizionamenti sociali ed economici.
San Giacomo stigmatizza coloro che si accontentano di pie esortazioni e
di discorsi teorici:

151
A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le
opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella
sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice
loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date
loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?25

Peraltro, se evangelizzare significa mostrare agli uomini il volto di Dio,


la misericordia è necessaria, non tanto per ragioni di ordine sociale, ma
soprattutto per ragioni teologiche. In effetti, la virtù della misericordia ha
un senso, una direzione: va, cioè, verso colui che si trova in una situazione
d’inferiorità, d’indigenza. A rigor di logica, non si può essere
misericordiosi con qualcuno che si trova in una situazione di superiorità
materiale o spirituale. Pertanto, la misericordia conviene a Dio in modo
assoluto, quando si dirige all’uomo: perché Dio è il Bene supremo, mentre
l’uomo non è nulla. Così l’esercizio della misericordia permette, in un certo
modo, di riprodurre, sia pure nella limitazione della creatura, il
comportamento divino. Questo è il motivo per il quale l’esempio di Madre
Teresa, come quello di innumerevoli altri santi, per la maggior parte
sconosciuti, s’inserisce nella storia umana come un segno di speranza e di
luce: l’amore misericordioso per i poveri, caratteristico del cristianesimo fin
dall’inizio, ha aperto uno spiraglio nel Cielo attraverso il quale gli uomini
hanno potuto contemplare l’Amore di Dio.

Caratteristiche specifiche della misericordia cristiana

Il fatto di riprodurre nell’uomo il comportamento di Dio conferisce alla


misericordia cristiana caratteristiche peculiari, che la contraddistinguono
dalla semplice benevolenza o dalla filantropia e la preservano dalla
corruzione.
Innanzitutto, la misericordia ha una prospettiva soprannaturale: nelle sue
motivazioni e nelle sue manifestazioni essa tiene conto della dimensione

152
trascendente dell’uomo, figlio di Dio. Quando l’amore del prossimo perde
la sua radice soprannaturale, come spesso avviene nella società odierna,
diventa fragile, precario e facile da manipolare. Anche se animato dalle
migliori intenzioni, in fondo è cieco, perché gli manca quella dimensione
soprannaturale che lo rende veramente puro e disinteressato. Lo si può
notare nelle derive della società contemporanea. Mai si è parlato tanto di
diritti dell’uomo e mai come oggi sono stati violati i diritti delle persone più
innocenti e più indifese. I crimini del terrorismo commessi in nome di un
ideale di «giustizia» e di «pace» sono un chiaro esempio di questa
perversione dello spirito. Come non pensare alla marginalizzazione delle
persone anziane, che arriva fino all’assassinio deliberato per «abbreviarne
le sofferenze»; o all’offesa alla dignità della donna, quando la si incoraggia
a sopprimere «in nome dei suoi diritti e della sua libertà» la vita innocente
che porta dentro di sé.
Per comprendere il senso profondo della misericordia cristiana,
rileggiamo il testo di san Matteo, dove il Signore accoglie nella sua gloria
coloro che hanno praticato la misericordia:

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi


avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi
avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete
venuti a trovarmi. [...] Tutto quello che avete fatto a uno solo di
questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me26.

È interessante notare che Gesù s’identifica non in colui che dà, ma in


colui che soffre: il povero, il malato, il senzatetto, e persino colui che si è
reso colpevole di crimini per i quali la società lo ha escluso.
È proprio lì il significato essenziale della misericordia cristiana: nel
praticare la carità, il cristiano riconosce Cristo in colui che soffre. Ed è per
questa ragione che il dono non si riduce a qualcosa di materiale, ma tocca
profondamente l’intimo della persona: restituisce al povero la sua dignità.
L’impatto dell’opera di Madre Teresa, o di quella di san Vincenzo de
Paolis, di san Giovanni Bosco, di padre Damiano, per citare solo qualche
esempio, ne sono un emblema. Nei loro gesti si intravede qualcosa di più
profondo di un dono materiale o anche spirituale: la loro azione ha qualcosa
che oltrepassa le frontiere della finitudine, perché riconoscendo Gesù Cristo

153
in colui che soffre rende omaggio al povero, miserabile e abbandonato,
riconoscendo in lui la sua dignità di persona e di figlio di Dio.
Pertanto, la pratica della misericordia non si limita a regalare qualche
moneta. L’aiuto materiale è certamente necessario, e quante resistenze a
volte per dare! Senza pensare a casi in cui la reticenza degenera in avarizia:
non è forse vero che potremmo essere più generosi con i poveri, con la
Chiesa, con le istituzioni che contano su questo sostegno per realizzare le
loro opere di beneficenza? Certo, la prudenza è necessaria, come il buon
senso, ma la generosità, in molti casi, è un dovere. Inoltre, aprire il cuore (e
il portamonete) aiuta a essere distaccati da sé stessi, a relativizzare tanti
problemi artificiali e superflui, ad avere un cuore più libero. Ma la carità
non si riduce a dare, a privarsi di qualcosa per offrirlo a chi non ha. È anche
carità compiere un gesto di attenzione, prestare un servizio di buon cuore...
e sorridere: quando forse si è stanchi e preoccupati o, chissà, irritati. Un
sorriso incoraggia, distende l’atmosfera, colui che lo dà non si priva di
niente e colui che lo riceve si sente amato e compreso, o per lo meno
apprezzato. A volte non è facile sorridere, ma non è così difficile se ci si
abitua a vedere Cristo nel prossimo. Madre Teresa dava questa regola alle
sue religiose: «Quando non si può sorridere, allora sorridi»27.
Misericordia è anche consolare coloro che sono tristi, dare il consiglio
opportuno, insegnare, correggere quando è necessario, vedendo Cristo in
colui che è corretto. Misericordia è ascoltare con pazienza e con vera
attenzione, e non soltanto per buona educazione; è perdonare; è pregare per
i vivi e per i defunti. Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo ricorda (n.
2447). Rileggere e meditare questo insegnamento può costituire un buon
proposito al termine della nostra riflessione.
Madre Teresa morì a Calcutta il 5 settembre 1997, per un infarto. Se ne
andò discretamente, tutta l’attenzione da qualche giorno era concentrata
sulla morte accidentale di Lady Diana. Ma ai suoi funerali centinaia di
migliaia di persone si riversarono nelle strade di Calcutta per renderle
omaggio. L’India dichiarò due giorni di lutto nazionale. Come per i Capi di
Stato e i Primi Ministri, ebbe diritto ai funerali nazionali ai quali
assistettero personalità ecclesiastiche e civili provenienti dal mondo intero.
Tutti i fasti di questo mondo furono dispiegati per colei che li aveva sempre
rifiutati. Il corteo si allungava su un percorso di cinque chilometri per le
strade di Calcutta. Una folla sorprendente, composta da personaggi illustri e
dagli abbandonati cui Madre Teresa aveva consacrato la sua vita, lebbrosi,
malati, ciechi e storpi, venivano a esprimere la loro riconoscenza per questa

154
donna che, un giorno, aveva lasciato discretamente la scuola di cui era la
direttrice per andare a vivere con «i più poveri tra i poveri».

155
XII
LA SANTIFICAZIONE
DELLA VITA ORDINARIA
SAN JOSEMARÍA

Un consiglio in un momento di dubbio

Il 7 ottobre 2008 si teneva, nella sala dell’Ateneo Municipale di Bordeaux,


una presentazione dell’Opus Dei. Pubblico numeroso, atmosfera cordiale.
Qualche membro dell’opera fondata da san Josemaría spiegava come
nell’Opus Dei si impari a cercare la santità nella vita di ogni giorno: nel
lavoro, nella famiglia, vivendo con visione soprannaturale i piccoli
avvenimenti, gioie e pene, che fanno parte della vita stessa.
Una giovane madre di famiglia – sei figli, ingegnere presso Airbus –
raccontava come si organizzava per conciliare i doveri famigliari con il suo
lavoro professionale, e come cercava di aiutare le sue amiche e colleghe a
incontrare Dio nella vita d’ogni giorno. La sala ascoltava con attenzione,
gradevolmente sorpresa da questa testimonianza. Ma a un certo momento
qualcuno intervenne dichiarando che «limitarsi alla vita ordinaria
manifestava uno scarso senso sociale» e che sarebbe stato più interessante
partire per l’Africa o per l’India per realizzare un lavoro di maggior utilità
per la società.
La signora non si scoraggiò. Riprese la parola e raccontò che appunto,
quando era studentessa, era partita per l’India con un gruppo di giovani di
un’associazione umanitaria. La loro missione consisteva nel riabilitare una
vecchia scuola a Calcutta. Era l’agosto del 1997. Faceva un caldo umido e
soffocante, faticavano a trovare pennelli e pittura e a farsi capire dalla

156
popolazione locale. Malgrado la loro buona volontà, avevano l’impressione
di essere inefficaci. Soprattutto vedendo la miseria così diffusa, sembrava
loro che il contributo che prestavano fosse simile a una goccia nell’oceano.
Erano demoralizzati! Raccontava:

Cominciavo a perdere i miei riferimenti abituali. Avevo


l’impressione che la presenza di Dio nostro Salvatore si fosse
dissolta e sentivo quella di altre divinità terrificanti delle quali
vedevo le rappresentazioni dappertutto a Calcutta. Ebbi allora
l’idea d’incontrare Madre Teresa, di cui avevo inteso parlare, per
ritrovare presso di lei le certezze e la fede in nostro Signore.

La sua reputazione era così grande che non ebbe difficoltà a trovarla: a
una Messa che si celebrava la mattina alle cinque, in una casa delle
Missionarie della Carità. Nella cappella si respirava la pace, l’ordine, la
serenità: la liturgia era semplice e bella:

Nel fondo della sala scorgevo una donna anziana, piccola, avvolta
in sari bianco e blu, seduta in una sedia a rotelle, le mani giunte,
profondamente raccolta e silenziosa durante tutta la Messa. Era
Madre Teresa. Dopo la preghiera personale che seguì la Messa,
sembrò come «svegliarsi» di colpo, si raddrizzò, e domandai a una
suora se potevo parlarle. Mi avvicinai e, un po’ impacciata, le
parlai delle mie inquietudini. Allora mi disse semplicemente
questo: «Figlia mia, torni a casa e cerchi di fare il bene intorno a
lei». La ringraziai, a dire il vero un po’ sconcertata. Lasciai la pace
della casa e ritornai a piedi, nel concerto dei claxon. Cominciavo a
ritrovare la serenità: la Messa, la pace di quei momenti... Dio,
dunque, non era completamente assente in quel Paese... Ma devo
riconoscere che in quel momento non avevo ben compreso ciò che
Madre Teresa intendeva dirmi. Ero anche un po’ delusa. Fare del
bene a casa mia? nella mia vita ordinaria di ogni giorno? Mi
sembrava troppo banale e senza relazione con le mie
preoccupazioni sociali e le mie aspirazioni.
Conservai, però, nel mio cuore quel consiglio. E poi un giorno, due

157
settimane appena dopo la mia visita, quando ero già rientrata in
Francia, quelle parole mi tornarono con forza in mente allorché la
radio, la televisione, annunciarono che Madre Teresa era deceduta.
Avevo l’impressione che quelle parole fossero come il suo
testamento spirituale per me, e forse anche per altri, e che mi
indicavano un cammino che non conoscevo ancora, ma avrebbe
dato un senso alla mia vita. Cominciavo a comprendere un poco
ciò che Madre Teresa voleva dire: che per lottare contro la miseria
nel mondo bisogna cominciare a compiere semplicemente,
correttamente, il proprio dovere di stato... Contrariamente alle
apparenze, si tratta di qualcosa di molto profondo. Coincideva con
ciò che raccomandava santa Teresa di Lisieux, che «salvava il
mondo restando nella sua piccola cella». Fu soltanto qualche anno
dopo, quando conobbi l’Opus Dei, che compresi la verità di quelle
parole piene di buon senso. Con l’aiuto della formazione e
dell’accompagnamento spirituale che ricevevo nell’Opus Dei,
scoprii il modo concreto di realizzare quell’ideale della mia
giovinezza. Ero partita per cercare me stessa lontano in India, e
potei trovarmi vicino ai miei, nella vita quotidiana con Dio1.

Questa testimonianza conferma ciò che si conosce di Madre Teresa. A


volte qualcuno le diceva, pieno d’ammirazione, che non avrebbe mai potuto
fare quello che faceva lei. Al che rispondeva: «Ciò che io faccio, forse Lei
non potrebbe farlo; ma ciò che fa Lei, io non potrei farlo». Comprendeva
bene che ciascuno ha un posto preciso nel piano di Dio e che quel che è
importante, come diceva santa Teresa di Gesù Bambino, è di realizzare
bene ciò che Dio ci affida.

Nel silenzio di un ritiro spirituale

Qualche anno prima che Madre Teresa cominciasse il suo lavoro nelle
bidonville di Calcutta, un giovane sacerdote di Madrid, Josemaría Escrivá,
ricevette chiaramente nell’intimità della sua anima una chiamata che

158
s’impresse per sempre in lui. Aveva 26 anni e lui pure realizzava gran parte
del suo lavoro sacerdotale nelle bidonville e nei quartieri poveri della
capitale spagnola.
Avvenne il 2 ottobre 1928, durante un ritiro spirituale nella casa centrale
dei Missionari di San Vincenzo de Paolis. Mentre era intento a rileggere i
suoi appunti tra una meditazione e l’altra, d’improvviso vide con la
chiarezza nitida della luce divina la missione che Dio gli affidava. Si
trattava di aprire un cammino verso la santità che potesse essere percorso
da tutti. Non un cammino riservato a un’élite, ad anime privilegiate che
realizzano cose straordinarie o che consacrano la loro vita a Dio ritirandosi
dal mondo, ma un cammino per «cristiani comuni», che potesse essere
intrapreso nella vita abituale nel mondo, cercando l’incontro con Dio
nell’esercizio del lavoro professionale attraverso la realizzazione delle
occupazioni quotidiane.
In un’omelia che sintetizza luminosamente lo spirito dell’Opus Dei,
pronunciata nel 1967 nel Campus dell’Università di Navarra, san Josemaría
esclamava:

Dio vi chiama per servirlo «nei» compiti e «attraverso» i compiti


civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella
sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di
un’università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare
domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci
aspetta ogni giorno. Sappiatelo bene: c’è «un qualcosa» di santo, di
divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a
ognuno di voi scoprire. [...] Non vi è altra strada, figli miei: o
sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo
troveremo mai2.

Fu così che nel silenzio di un ritiro, nel dialogo personale di un’anima


con Dio, la Spirito Santo aprì nuove vie per le quali la grazia della
redenzione si riversa sull’umanità.
Quel che Dio gli domandava era di aprire un nuovo cammino nella
Chiesa. Oggi, dopo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il messaggio
che Dio gli affidava può sembrarci naturale, ben conosciuto. Ma all’epoca
non era così. Questo cammino bisognava aprirlo, tracciarlo. Di fatti, nel

159
corso della storia la chiamata alla santità nella vita ordinaria – che è tanto
antica quanto il Vangelo3 – era stata in un certo senso persa di vista.
Naturalmente, non si negava che ci si può santificare nel mondo, ma si era
finito per pensare che le occupazioni ordinarie – il lavoro, le relazioni
sociali, le mille preoccupazioni della vita – fossero un handicap da superare
se si voleva vivere una vita contemplativa, una vita d’unione con Dio. Nel
messaggio che san Josemaría aveva ricevuto, invece, le occupazioni della
vita ordinaria, lungi d’essere un intralcio, costituiscono la materia stessa da
modellare per realizzare l’unione con Dio4.
Qualche settimana prima di essere eletto Papa, il card. Albino Luciani,
futuro Giovanni Paolo I, descriveva perfettamente in un articolo apparso sul
Gazzettino di Venezia, la novità del messaggio predicato da san Josemaría
negli anni ’30:

Cose simili aveva insegnato oltre trecento anni prima san


Francesco di Sales. Sul pulpito un predicatore aveva
pubblicamente dato alle fiamme il libro nel quale il santo spiegava
che, a certe condizioni, il ballo può essere lecito e, perfino,
conteneva un intero capitolo dedicato all’«onestà del letto
matrimoniale». Escrivá de Balaguer sorpassa però sotto più aspetti
Francesco di Sales. Anche questi propugna la santità per tutti, ma
sembra insegnare solo una «spiritualità dei laici», mentre Escrivá
vuole una «spiritualità laicale». Francesco cioè suggerisce quasi
sempre ai laici gli stessi mezzi praticati dai religiosi con opportuni
adattamenti. Escrivá è più radicale: parla addirittura di
«materializzare» – in senso buono – la santificazione. Per lui è lo
stesso lavoro materiale che deve trasformarsi in preghiera e
santità5.

Con il suo linguaggio semplice e luminoso, ecco come Papa Francesco


suggeriva recentemente qualche pista per vivere concretamente la santità
nella vita ordinaria:

Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante


piccoli gesti. Per esempio: una signora va al mercato a fare la

160
spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche.
Ma questa donna dice dentro di sé: «No, non parlerò male di
nessuno». Questo è un passo verso la santità. Poi, a casa, suo figlio
le chiede di parlare delle sue fantasie e, anche se è stanca, si siede
accanto a lui e ascolta con pazienza e affetto. Ecco un’altra offerta
che santifica. Quindi sperimenta un momento di angoscia, ma
ricorda l’amore della Vergine Maria, prende il rosario e prega con
fede. Questa è un’altra via di santità. Poi esce per strada, incontra
un povero e si ferma a conversare con lui con affetto. Anche
questo è un passo avanti6.

Gli inizi

Negli anni Trenta, la novità del progetto era tale che certe persone
consideravano questo sacerdote un idealista o un pazzo. Ma fin dai primi
giorni san Josemaría si mise al lavoro. Riuniva intorno a lui dei giovani, per
la maggior parte studenti, ma anche artigiani, impiegati, qualche sacerdote,
per formarli a questo ideale. Non avendo dove riunirsi, utilizzava a questo
fine diversi locali: una stanza che gli riservavano alcune religiose in un
centro per attività sociali, un bar-cioccolateria chiamato El Sotanillo, oggi
scomparso, o ancora la casa di sua madre7.
Per formarli alla generosità e aprirli all’amore di Dio, andava negli
ospedali, generalmente la domenica pomeriggio, accompagnato da un buon
gruppo di ragazzi. All’epoca gli ospedali erano sovraccarichi: i malati
s’ammassavano pure nei corridoi; migliaia di persone morivano ogni anno
di tifo, di polmonite acuta, di vaiolo e soprattutto di tubercolosi, che allora
era incurabile.
San Josemaría sapeva che tutta la forza e tutta l’efficacia del lavoro
apostolico provengono dalla preghiera e dall’unione alla Croce di Cristo.
Un giorno, nel 1974, qualcuno gli domandò perché dicesse «il tesoro
dell’Opus Dei sono i malati». Allora, lentamente, come assaporando i suoi
ricordi, parlò di un prete che

161
aveva ventisei anni, grazia di Dio, buon umore e basta. Non aveva
né virtù, né denaro. E doveva fare l’Opus Dei... E sai come ho
potuto? [...] Con gli ospedali, Quell’Ospedale generale di Madrid
pieno di malati, poverissimi [...]. Quell’Ospedale del Re, dove
c’erano soltanto tubercolotici, e allora dalla tubercolosi non si
guariva... Queste sono state le armi per vincere! Questo il tesoro
per far fronte ai pagamenti! E questa la forza per andare avanti
[...]. E il Signore ci ha sparsi per il mondo, e adesso siamo in
Europa, in Asia, in Africa, in America e in Oceania, grazie ai
malati, che sono un tesoro8.

Guerra civile & persecuzione religiosa

Poco a poco il lavoro di san Josemaría si sviluppava. Era ancora un piccolo


seme, simile a «un granello di senape che un uomo prese e gettò nel suo
giardino». Ma sapeva che sarebbe cresciuto «crebbe, divenne un albero e
gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami» (Lc 13, 19).
Qualche studente, qualche ragazza, l’avevano seguito e avevano scelto di
darsi Dio per realizzare l’Opus Dei continuando la loro vita abituale.
Nel 1936 il progetto comincia ad assumere maggior consistenza.
Josemaría si propone d’aprire un centro di formazione a Valencia e un altro
a Parigi. Le persone che devono andare in queste città sono già state scelte,
quando nel mese di luglio scoppia la Guerra civile. La persecuzione
religiosa s’abbatte su Madrid e sulla zona repubblicana. Migliaia di preti, di
religiosi, di suore, decine di vescovi sono assassinati, le chiese profanate9.
Avere con sé un rosario, un’immagine della Madonna in casa, nascondere
un sacerdote, è un «crimine» per il quale si può essere fucilati
immediatamente.
L’espansione dell’Opus Dei è frenata. San Josemaría deve nascondersi:
prima, per vari mesi, in una clinica psichiatrica, dove un medico che
conosceva lo accoglie facendolo passare come pazzo; poi in un
appartamento dotato di una vaga copertura diplomatica, la Legazione
dell’Honduras, dove trova rifugio con un piccolo numero di membri
dell’Opera tra varie decine di altre persone.

162
Ma il Padre – è così che lo chiamano già i suoi figli spirituali – è
impaziente di ritrovare la sua attività sacerdotale. Cosicché nel mese
d’agosto 1937 lascia la Legazione per esercitare il suo ministero un po’
dappertutto a Madrid – nella strada, in casa d’un amico, costretto sempre a
nascondersi, a cercare un rifugio, costantemente sotto la minaccia d’essere
scoperto e immediatamente fucilato. Confessa, porta la Comunione, predica
e qualche volta battezza.
Alla fine lo convincono a passare nella zona nazionale per coordinare
l’attenzione spirituale dei membri dell’Opera che la guerra aveva sparso un
po’ dappertutto. Il 1° dicembre 1937, dopo una marcia estenuante attraverso
i Pirenei, accompagnato da un piccolo gruppo dei suoi figli, arriva in
Andorra da dove può raggiungere Burgos. Da lì può riprendere contatto con
vari membri dell’Opus Dei e rilanciare il lavoro apostolico. Malgrado le
difficoltà, la sua fede non lo abbandonava. Aveva sempre viva la certezza
soprannaturale che l’Opera che il Signore gli aveva affidato si sarebbe
realizzata. Nel suo cuore risuonavano con forza quelle parole del salmo che
un giorno aveva inteso chiaramente durante la preghiera: le acque
passeranno attraverso le montagne10.

La Croce delle persecuzioni

Nel 1939, al termine della Guerra civile, san Josemaría può riprendere la
sua attività e occuparsi della formazione spirituale dei suoi figli e
dell’espansione dell’Opus Dei. L’Opera contava allora una dozzina di
membri, la maggior parte studenti universitari, sparsi dalla guerra sul
territorio spagnolo. Bisognava piantare nuovamente il seme e appoggiarsi
sulla grazia di Dio, sulla fedeltà e la generosità delle prime vocazioni.
Durante quei primi anni nei quali l’Opus Dei era ancora come una
piccola pianta che cominciava a portare il suo frutto, le opposizioni
imperversavano, dure e numerose. Alle difficoltà materiali s’aggiungevano
ora, come prova di predilezione divina, le incomprensioni, le critiche, le
calunnie. Per molti, l’opera di san Josemaría era semplicemente una follia.
Altri erano condizionati dagli schemi abituali di ciò che s’intendeva per
«vocazione»: se un giovane manifestava il desiderio di un più grande

163
impegno nella vita cristiana non aveva altro cammino che il sacerdozio o il
noviziato. Di conseguenza l’opera di san Josemaría appariva come una
pericolosa macchinazione per cercare di sottrarre vocazioni ai seminari o ai
conventi. L’insegnamento di quel giovane sacerdote era dunque eretico e
doveva essere condannato dalla Chiesa.
A partire dal 1940, viene organizzata un’autentica campagna
denigratoria, innanzitutto negli ambienti cattolici. I genitori sono messi in
guardia persino nei confessionali, preti e religiosi si recano nelle loro case
per avvertirli che i loro figli hanno intrapreso un cammino di perdizione,
che l’opera di san Josemaría è sul punto d’essere condannata da Roma.
Successe perfino che in chiesa, dal pulpito, fossero denunciati,
nominalmente e in loro presenza, i giovani che seguivano san Josemaría,
radiandoli solennemente dalle associazioni cattoliche di cui facevano parte.
A Barcellona si giunse a far bruciare in pubblico Cammino, il piccolo libro
dove san Josemaría aveva raccolto dei pensieri per facilitare la preghiera e
la riflessione dei suoi figli spirituali11. La Falange, ala politica
dell’organizzazione franchista, vi prese parte, vedendo in quel gruppo di
giovani un movimento segreto che avrebbe potuto far loro concorrenza: i
ragazzi furono accusati di organizzare riunioni clandestine, di nascondere
armi in un pozzo ecc.
Un piccolo avvenimento rende ben conto del clima di questo periodo. Un
giorno, un sacerdote amico del fondatore, si trovava di passaggio a
Barcellona, dove vivevano una mezza dozzina di studenti dell’Opus Dei. Il
giorno dopo doveva celebrare la Messa in un collegio tenuto da religiose e
si fece accompagnare da alcuni di questi giovani. Dopo la Messa, la
superiora e un’altra religiosa, ammirate nel costatare la pietà di quegli
studenti, li invitarono a colazione. Quando si furono messi a tavola, il
sacerdote disse: «Ecco gli eretici per la conversione dei quali mi avete
domandato di dire la Messa». Le brave suore per poco non svenivano:
avevano parlato loro di pericolosi eretici sul punto di essere condannati e
avevano sotto gli occhi degli studenti correnti e ordinari, che assistevano
alla Messa con devozione e che ricevevano la Comunione12.
Josemaría sopportava con gioia e senso soprannaturale queste prove.
Domandava ai suoi figli non soltanto di perdonare, ma anche di non parlare
tra di loro di questi avvenimenti in modo da evitare la minima possibilità di
mancare alla carità. Dite la verità, semplicemente, come stanno le cose,
diceva loro, e non vi preoccupate, perdonate e continuate a lavorare13.

164
Come si spiegano questa ostilità, questa persecuzione? Innanzitutto, c’era
gente che non comprendeva il fenomeno pastorale dell’Opus Dei.
Pensavano di rendere un servizio a Dio opponendosi all’espansione
dell’Opera: il Concilio Vaticano II, che, una ventina d’anni dopo,
riprenderà l’insegnamento di san Josemaría, era ancora lontano. C’erano
poi, come spesso succede, persone che erano animate da motivi meno
nobili: gelosie e intrighi, pretendere – per alcuni – di essere i soli depositari
della missione apostolica con i giovani. C’erano infine coloro che san Paolo
chiama i «nemici della croce di Cristo» (Fil 3, 18), che trovavano
un’occasione per opporsi alla Chiesa. E poi, come succede in ogni epoca,
persone che ripetono sconsideratamente e senza spirito critico ciò gli altri
dicono.
C’è pure una ragione teologica, se si può dire, che permette di
comprendere il perché di tale situazione14. La Chiesa è talmente unita a
Cristo, che ne riproduce il mistero nel corso della sua storia: l’Incarnazione
per la sua presenza nel mondo; la Risurrezione per i suoi frutti di santità che
si rinnovano in ogni epoca – malgrado gli errori e anche i peccati dei suoi
membri – e per le innumerevoli opere di beneficenza e di misericordia che
realizza; e il mistero della Passione, per l’opposizione che incontra nel suo
itinerario terreno. Cosicché non bisogna pensare che un giorno finalmente
tutti i malintesi saranno dissipati. Secondo i piani di Dio, la Croce è
essenziale alla missione della Chiesa, come lo fu a Cristo per manifestare
agli uomini fin dove giunge l’amore di Dio per noi. Tutti coloro che hanno
aperto nuovi cammini nella Chiesa hanno conosciuto la persecuzione: Gesù
Cristo stesso innanzitutto, poi i primi cristiani; e ciò ha accompagnato
sempre la Chiesa nella sua storia. Che cosa non si è detto di santa Teresa
d’Ávila, di san Giuseppe Calasanzio o di san Giovanni Bosco, per citare
solo qualche esempio. E anche di Madre Teresa. Sì, anche di Madre Teresa!
«Se non incontrate la Croce [...] vuol dire che non andate avanti bene,
perché è segno che non avete trovato Gesù Cristo»15, diceva san Josemaría
a una delle sue figlie che, negli anni Sessanta, partiva per un nuovo Paese
per cominciare il lavoro dell’Opus Dei, senza altro aiuto che la sua
benedizione. E aggiungeva che le contrarietà erano una manifestazione
della predilezione divina e un segno distintivo dell’autenticità del carisma
ricevuto da Dio.

165
Al di là dei sogni più audaci

Malgrado tutte le difficoltà, san Josemaría continuava il suo lavoro. Sapeva


– si potrebbe dire che vedeva – che Dio avrebbe condotto a buon fine la Sua
opera, malgrado le sue proprie incapacità e limitazioni, malgrado l’assenza
di mezzi, le incomprensioni e le persecuzioni. «Il Cielo è impegnato a che
l’Opera si realizzi» diceva ai suoi figli. È perciò che poteva aggiungere:
«Sognate e la realtà oltrepasserà i vostri sogni più audaci».
In effetti, con una fecondità straordinaria, il messaggio che il Signore
aveva consegnato a questo giovane sacerdote di Madrid nel 1928 e che
aveva incontrato tante incomprensioni e tanti ostacoli si diffuse
rapidamente in tutto il mondo. Quando il 26 giugno 1976 rese la sua anima
a Dio, si contavano in decine di migliaia le persone d’ogni età e
professione, intellettuali o semplici operai, impiegati, imprenditori,
agricoltori, donne di casa, studenti, o chissà malati in un ospedale, che
avevano dato la loro vita a Dio, senza abbandonare il loro posto nella
società, sforzandosi di trasmettere lo spirito cristiano nel proprio ambiente.
Inoltre, durante la sua vita, san Josemaría condusse al sacerdozio mille
preti, giovani diplomati delle università, che abbandonavano il loro lavoro
per consacrarsi ai bisogni spirituali dell’Opera e della Chiesa.
Qualche anno prima della sua morte, il Concilio Vaticano II, insegnando
a tutta la cristianità la chiamata universale alla santità, aveva ratificato il
messaggio di san Josemaría in testi celebri che riprendono quasi le parole
esatte dell’insegnamento che dispensava negli anni Trenta16. San Josemaría
si sforzava sempre di passare inosservato: ciò che desidero, diceva, è che
non si faccia attenzione a me, nascondermi e sparire, affinché solamente
Gesù risplenda. Ma malgrado questa aspirazione, sempre di più si riconosce
il suo ruolo storico nella Chiesa. Un illustre prelato, il cardinal Baggio,
s’esprimeva così su di lui:

Non abbiamo la necessaria prospettiva per valutare tutta la portata


storica dell’insegnamento (sotto tanti aspetti autenticamente
rivoluzionario e anticipatore) e dell’azione pastorale (di
un’efficacia e un’irradiazione senza pari) di questo insigne uomo
di Chiesa. Ma è evidente fin da oggi che la vita, l’opera e il

166
messaggio di mons. Escrivá costituiscono una svolta o, più
esattamente, un capitolo nuovo e originale nella storia della
spiritualità cristiana, se la pensiamo – e così dev’essere – come un
cammino rettilineo sotto la guida dello Spirito Santo17.

La santificazione del lavoro

Un giorno, nell’aprile 1970, san Josemaría passava vicino a un villaggio


dell’Aragona dove la tradizione, corroborata da atti notarili dell’epoca,
attesta il miracolo di un uomo che avrebbe ricuperato una gamba perduta in
un incidente. Commentando questo fatto, spiegava a coloro che
l’accompagnavano che credeva, ben inteso, nei miracoli, ma che i miracoli
che lo interessavano erano soprattutto i miracoli spirituali: le conversioni, la
confessione... E aggiungeva:

I miracoli materiali siamo noi che dobbiamo realizzarli, con il


nostro lavoro ben fatto. Se lavoriamo bene, santificando le nostre
occupazioni, se insegniamo agli uomini a cercare Dio nel loro
lavoro, un lavoro ben realizzato, con applicazione e perfezione,
con la collaborazione di altre persone, quanti «miracoli materiali»
realizzeremo nel Mondo! Facendo bene il nostro lavoro,
contribuiremo a che ci sia meno fame, meno ignoranza, meno
povertà, meno malattie... Oggi i buoni medici, con l’aiuto della
scienza, sanno ricucire le membra in modo che recuperino il
movimento e la sensibilità...18.

Un po’ dappertutto nel mondo, dal Perù al Congo, in Colombia, in


Giappone, nelle Filippine, nei quartieri svantaggiati di Madrid o di New
York – nel Bronx – nelle zone più sperdute della cordigliera delle Ande...
sono sorte opere di formazione umana e spirituale, iniziative educative e di
promozione sociale: scuole famigliari agrarie, centri di promozione per la
donna, università, residenze per studenti, dispensari e ospedali... Sono sorte,

167
naturalmente, come frutto dell’amore e dello spirito di sacrificio di coloro
che hanno posto il Signore al centro delle loro occupazioni ordinarie.
Tuttavia, l’apostolato più importante è quello che ciascuno realizza là
dove si trova, nel contatto quotidiano con gli amici e i colleghi. Un episodio
autentico che san Josemaría a volte raccontava può aiutare a comprendere
questa realtà. È la storia di un camionista, membro dell’Opus Dei, che, una
mattina, di buonora, attraversa un piccolo villaggio ancora silenzioso. Sul
bordo della strada un uomo con una modesta valigia fa l’autostop. Il
camionista si ferma e l’uomo gli domanda:

«Va solo? Ha un posto per me?»


«Ebbene... a dire il vero no..., non sono solo, risponde il
camionista dopo aver esitato un poco. Ma salga, salga».
L’uomo con la valigia sale. Getta uno sguardo e non vede nessun
altro nel camion. Mentre il camion riparte, domanda: «Ma perché
mi ha detto che non è solo?».
«Senta», gli risponde il camionista, «non so se può comprendermi,
ma io non viaggio mai solo. Gesù Cristo è accanto a me e mi tiene
compagnia: gli parlo, gli racconto ciò che mi passa per la testa, gli
commento la situazione del traffico...».
L’uomo con la valigia resta pensieroso, poi bruscamente: «Si
fermi, la prego, si fermi! Vorrei scendere».
«Ma che le succede?», domanda il camionista.
«Ritorno al villaggio: sono il parroco e stavo partendo per
abbandonare tutto».

In questo simpatico aneddoto si riflette come in uno specchio tutto il


messaggio di san Josemaría. Un messaggio che ha lasciato un solco ampio
e luminoso nella storia già così ricca e feconda della Chiesa.

A mo’ di conclusione

Il mondo ha bisogno della luce di Cristo per ritrovare i suoi riferimenti e i


suoi valori. Su ogni cristiano ricade la responsabilità di evangelizzare,

168
secondo i doni che lo Spirito Santo gli ha concesso. A ciascuno il Signore
traccia un cammino, spesso apparentemente differente degli altri – ne
abbiamo visti degli esempi – ma in fondo il cammino è essenzialmente lo
stesso: poiché quel che conta è di rispondere con generosità e fedeltà alla
chiamata di Dio.
Così, per terminare queste letture, vorrei citare qualche verso tratto
dell’Offerta di canti di Tagore. In quest’opera, che è una successione di
dialoghi e di lodi a Dio di grande bellezza e umiltà, l’autore, premio Nobel
per la Letteratura nel 1913, consegna una meditazione che potrebbe
costituire l’essenza del messaggio che i santi di ogni epoca ci trasmettono.

Ero andato a elemosinare


di porta in porta
sulla strada del villaggio
quando il tuo carro dorato
apparve in lontananza
come un magnifico sogno
e mi chiesi chi fosse
quel re di tutti i re!

La mia speranza si esaltò


ed ebbi la sensazione
che i miei giorni sventurati
fossero giunti al fine.

Rimasi in attesa
di un’elemosina non richiesta
e di una ricchezza sparsa qua e là
nella polvere.

Il carro si fermò dove stavo io.


Mi desti un’occhiata
e scendesti con il tuo sorriso.
Sentivo che finalmente

169
era arrivata la fortuna della mia vita.

Poi all’improvviso
mi tendesti la mano destra
con queste parole:
«Che cos’hai da darmi?».

Ah, che gesto regale


tendere la mano a un mendicante
per mendicare!

Ero confuso, indeciso.


Poi lentamente tolsi dalla bisaccia
un piccolissimo chicco di grano
e te lo porsi.

Ma quale fu la mia sorpresa


quando, alla fine della giornata,
vuotai per terra il sacco
e nel povero mucchio delle mie cose
trovai un piccolissimo grano d’oro.

Piansi amaramente
pentendomi
per non aver avuto il coraggio
di darti tutto19.

Dare tutto! Non c’è elogio più toccante nel Vangelo che quello che il
Signore fece della povera vedova vedendola versare nel tesoro del Tempio
due monetine:

170
Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece,
nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto
aveva per vivere (Mc 12, 44).

Nella sua umiltà, la povera donna non aveva sicuramente pensato che il
suo gesto sarebbe stato portato a esempio a tutte le generazioni.
È questo il messaggio che i santi ci trasmettono. Nella loro vita ci fu
sempre un momento preciso in cui seppero dire: «Sì, eccomi, sono qui!». E
hanno saputo aprire totalmente il loro cuore all’amore di Dio.

171
Note

Note all'introduzione

1 [indietro] Gal 2, 20; Col 1, 24.


2 [indietro] H. Bergson, Les deux sources de la morale et de la

religion, PUF, Paris 1932, p. 30; tr. it.: Le due fonti della morale e della
religione, Laterza, Roma-Bari, 19982. Le traduzioni di questo e degli altri
passi citati per lo più sono state elaborate o modificate dall’autore (Ndr).

Note al capitolo I

1 [indietro] Come, per esempio, la benedizione di Giacobbe, Gn 49.


2 [indietro] Così le tavolette degli archivi reali e vari documenti privati

del II millennio a.C. scoperti a Nuzi, hanno messo in evidenza il contatto


avvincente tra gli usi e costumi descritti nella Genesi, e quelli delle
popolazioni del nord-est del Tigre. I trattati di alleanza della legislazione
ittita presentano somiglianze sorprendenti con l’alleanza del Sinai del
secolo XII. Gli scritti di Ugarit (1550-1200 a.C.) sono così vicini alla
letteratura dell’Antico Testamento che gli specialisti li considerano, in un
certo modo, come una «finestra aperta» sulla cultura e la religione di Israele
nel suo primo periodo.
3 [indietro] Cfr, per esempio, Auzou, La tradition biblique, L’Orante,

Paris 1965, p. 65.


4 [indietro] Cfr Gn 22.

172
5 [indietro] Cfr Mt 19, 29.
6 [indietro] Cfr Ap 3, 20.
7 [indietro] Cfr Rm 11, 29.
8 [indietro] Jacques Philippe, La liberté intérieure, Éditions des

Béatitudes, Nouan-le-Fuzelier 2002, p. 6; tr. it.: La libertà interiore, San


Paolo, Cinisello Balsamo 201510.

Note al capitolo II

1 [indietro] In una serie di articoli pubblicati sul Nouvel Observateur


poco prima della morte del filosofo nel 1980, il suo segretario, Benny Levy,
che aveva raccolto le sue confidenze, ha testimoniato che una certa
preoccupazione metafisica lo aveva accompagnato nell’ultimo periodo
della sua vita.
2 [indietro] Cfr Ap 12, 1-6.
3 [indietro] San Josemaría Escrivá, Amare il mondo appassionatamente,
Edizioni Ares, Milano 2017, p. 18.
4 [indietro] Idem, Cammino, Edizioni Ares, Milano 2004, n. 776.
5 [indietro] Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano

2016.
6 [indietro] Cfr Lc 1, 49.
7 [indietro] Lc 1, 48.
8 [indietro] Paolo VI, Esortazione apostolica Marialis Cultus, 37.
9 [indietro] Cfr Gv 2, 1-11.
10 [indietro] Vedi l’analisi penetrante e delicata di questo episodio in

Ildefonso de la Inmaculada, La sencilla Vida de la Virgen Maria, Edit. de


Espiritualidad, Madrid 1987, pp. 134 ss.
11 [indietro] Cfr Mt 12, 48-50.
12 [indietro] J. Ratzinger-H.U. Balthasar, Marie première Église,
Médiaspaul, Paris-Montréal 1988, p. 49; tr. it.: Maria Chiesa nascente,
Paoline, Roma 1981.
13 [indietro] Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptoris Mater, 18.
14 [indietro] Gv 19, 26.
15 [indietro] Lc 1, 45.

173
16 [indietro] Cfr Lc 1, 48.

Note al capitolo III

1 [indietro] Cfr At 7, 58.


2 [indietro] Cfr 2 Cor 4, 6.
3 [indietro] At 28, 31.
4 [indietro] Le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito.
5 [indietro] 1 Ts 2, 7.
6 [indietro] 2 Cor 11, 24-29.
7 [indietro] La prima lettera ai Corinzi, come tutte le lettere sicuramente
attribuite a san Paolo, è stata scritta prima dei Vangeli.
8 [indietro] 1 Cor 13, 1-8.
9 [indietro] Mt 28, 19-20.
10 [indietro] Cfr At 8, 14; 9, 31.33; 10, 1.8; 11, 19 ecc.
11 [indietro] Cfr At 28, 14-15.
12 [indietro] Clemente di Alessandria, Stromati, III, 6, 53. Traduzione
tratta da Clemente di Alessandria, Gli Stromati. Note di vera filosofia,
introduzione di M. Rizzi, traduzione e note di G. Pini, Paoline, Milano
2006, p. 336.
13 [indietro] Cfr A.G. Hamman, Vie quotidienne des premiers chrétiens,
Hachette, Paris 1971; tr. it.: La vita quotidiana dei primi cristiani (95-197),
Bur, Milano 1993.
14 [indietro] Nel 1582, trent’anni dopo l’arrivo di san Francesco Saverio,

c’erano in Giappone 150.000 cristiani e circa 200 chiese. Si stima che


quando, nel 1614, il cristianesimo fu dichiarato illegale, la popolazione
cristiana contasse un milione di fedeli.
15 [indietro] Papa Francesco, Costituzione apostolica Gaudete et

exsultate, 23.
16 [indietro] San Josemaría Escrivá, Cammino, cit., n. 575.
17 [indietro] Cfr 2 Pt 1, 19.
18 [indietro] Lettera a Diogneto, 6; traduzione tratta da Didaché – Prima

lettera di Clemente ai Corinzi – A Diogneto, Città Nuova, Roma 2008.

174
19 [indietro] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen
Gentium, 31.
20 [indietro] Cfr Concilio Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem,

1.
21 [indietro] Mt 5, 14-16.
22 [indietro] San Giovanni Crisostomo, In Acta Apostolorum, Hom. XX

(PG 60, 163-164).


23 [indietro] G. Chevrot, Simon Pietro. L’uomo, l’apostolo, il peccatore
pentito, alla guida della Chiesa, Edizioni Ares, Milano 2017, pp. 42-43.
24 [indietro] Cfr http: //j.leveque-ocd.pagesperso-
orange.fr/homeliesnouv/nusom.htm.
25 [indietro] Cfr. Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii

Gaudium, 10.6.
26 [indietro] Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 80.

Note al capitolo IV

1 [indietro] A.G. Hamman, op. cit., p. 71.


2 [indietro] Tertulliano, Apologeticum, XXXVII 4; traduzione di O.
Tescari tratta dal sito http://www.tertullian.org/italian/apologeticum.htm.
3 [indietro] Un congresso internazionale si è tenuto a Messina nel 1966

per classificare le dottrine gnostiche e cercare di identificarne l’origine.


4 [indietro] «La Nef», 158 (marzo 2005), p. 16.
5 [indietro] D. Rops, L’Église des apôtres et des martyrs, Fayard, Paris

1948; tr. it.: La Chiesa degli apostoli e dei martiri, Marietti, Genova 2000.
6 [indietro] Le presunte scoperte di cui parla il Codice Da Vinci, erano

divagazioni ben note a sant’Ireneo.


7 [indietro] Ireneo di Lione, Lettera a Florino, riportata da Eusebio,

Historia Ecclesiastica, 5, 20, 5-7.


8 [indietro] Idem, Adversus hæreses, 1, 10.1-2; 3.24. PG 7, 531-534;

traduzione tratta da Ireneo di Lione, Contro le eresie, a cura di A.


Cosentino, Città Nuova, Roma 2009.
9 [indietro] Cfr ivi, III, 3, 2-3.51.
10 [indietro] Si riferisce, ovviamente, alla Chiesa di Roma.

175
11 [indietro] A.G. Hamman, op.cit., p. 186.
12 [indietro] Si veda, per esempio, Ireneo di Lione, Adversus haereses,
IV, 33, 4 e 11, PG 7, 1074.
13 [indietro] Cfr Benedetto XVI, Motu proprio Porta Fidei, 4. Cfr 1 Pt 3,
15.
14 [indietro] Cfr Esortazione post-sinodale Verbum Domini, 17.
15 [indietro] Discorso d’apertura del Concilio Vaticano II, 6.
16 [indietro] Cfr Discorso alla Curia, 22.XII.2005.
17 [indietro] È il caso, per esempio, delle definizioni dogmatiche del

Concilio di Costantinopoli II, del 553. Nonostante i problemi disciplinari, e


anche teologici, che esso aveva suscitato, provocando anche
disorientamento tra i fedeli, le sue conclusioni hanno portato chiarimenti e
aggiunte alla dottrina cristologica, che, secondo il parere di tutti gli
specialisti, consentono di entrare più profondamente nel significato delle
definizioni di Efeso e di Calcedonia.
18 [indietro] F. Ocáriz, Sull’adesione al Concilio Vaticano II, in

occasione del 50° anniversario della convocazione, in «L’Osservatore


Romano», 1.XII.2011.
19 [indietro] Esortazione post-sinodale Verbum Domini, 18.
20 [indietro] Le questioni liturgiche (sulla la Messa in latino, per

esempio) erano in realtà secondarie, come si vede nel rifiuto della


proposizione di conciliazione offerta da Benedetto XVI. La coerenza del
documento sulla libertà religiosa e la continuità con la dottrina tradizionale
sono state mostrate in modo esauriente nell’imponente opera di Padre
Basile Valuet (vedere la sintesi della sua tesi: Le droit à la liberté religieuse
dans la tradition de l’Église, Ed. Sainte Madeleine du Barroux, sintesi che
comporta non meno di 678 pagine).
21 [indietro] Lo scisma donatista era stato provocato da certi cristiani

rigoristi che negavano la possibilità di amministrare validamente i


sacramenti a coloro che avevano ceduto durante la persecuzione.
22 [indietro] Agostino, Esposizione sul Salmo 101, II 8. Traduzione tratta

dal sito: www.augustinus.it/italiano.


23 [indietro] Mt 16, 18.
24 [indietro] Lc 10, 16.
25 [indietro] Lc 22, 32.
26 [indietro] Sant’Ireneo, Adversus hæreses, 1, 10.1-2; 3, 24.

176
27 [indietro] Mt 28, 20.
28 [indietro] San Vincenzo di Lerino, Commonitorio, 2. Traduzione tratta
da «Consensus ecclesiarum» come criterio di discernimento? Inattuale
attualità del «Commonitorio» lerinese, in:
www.teologiamilano.it/teologiamilano/allegati/458/06.NOTA%20SIMONELLI.pd
29 [indietro] Ivi, 22-23. Traduzione tratta da Vincenzo di Lérins,

Commonitorio. Estratti, a cura di C. Simonelli, Paoline, Milano 2008, pp.


199-201, parzialmente modificata.
30 [indietro] Ef 4, 14.

Note al capitolo V

1 [indietro] Agostino, Confessioni, II 3.7. La traduzione di questo e degli


altri passi di Agostino citati è tratta dal sito: www.augustinus.it/italiano.
2 [indietro] Ivi, III 1.1.
3 [indietro] Dio è per definizione onnipotente: non può dunque esistere
un secondo Dio che, essendo Egli pure onnipotente, avrebbe la possibilità
di limitare l’onnipotenza del primo.
4 [indietro]Agostino, Confessioni, V 8.15.
5 [indietro] Ivi, VIII 5.10.
6 [indietro] Ivi, VIII 11.26.
7 [indietro] Ivi, VIII 12.28-30.
8 [indietro] Ivi, I 1.1.
9 [indietro] Ivi, IX 6.14.
10 [indietro] Papa Francesco, Costituzione apostolica Gaudete et

exsultate, n. 134.
11 [indietro] Benedetto XVI, Udienza generale, 9.I.2008.
12 [indietro] Nel 318, l’imperatore Costantino aveva accordato ai

tribunali episcopali il diritto di giudicare sulle cause civili se l’avvocato


domandava di sottoporsi alla giurisdizione ecclesiastica.
13 [indietro] Si contano non meno di 232 libri divisi in 93 opere,
escludendo le lettere (250 pervenuteci) e i sermoni (360), alcuni dei quali
sono veri e propri trattati.
14 [indietro] Benedetto XVI, Udienza generale, 25.VIII.2010.

177
15 [indietro] Benedetto XVI, Udienza generale, 27.II.2008.
16 [indietro] Agostino, Confessioni, X 6.9.
17 [indietro] Cfr Mt 18, 3-4.
18 [indietro] G. Bardy, Saint Augustin, DDB, Paris 1949, p. 496.
19 [indietro] Cfr Agostino, Confessioni, 3.12.21.
20 [indietro] Lc 15, 7.
21 [indietro] Gv 11, 1-45.
22 [indietro] Sant’Ambrogio, De Poenitentia, II 7. Traduzione tratta da

Ambrogio, La Penitenza, a cura di E. Marotta, Città Nuova, Roma 19963,


pp. 109-111.
23 [indietro] J. Grifone, Dai Vangeli a Gesù Cristo, Edizioni Ares,

Milano 2016, p. 304.


24 [indietro] Papa Francesco, Udienza, 19.II.2014.

Note al capitolo VI

1 [indietro] L’interdizione verteva unicamente sull’insegnamento


pubblico e ciascuno restava libero di studiarlo e commentarlo. Inoltre, la
censura concerneva solamente l’Università di Parigi, cosicché l’Università
di Tolosa s’affrettò a introdurre Aristotele nei programmi di studio per
attirare gli studenti.
2 [indietro] Il formato in-folio corrispondeva più o meno al nostro

formato A3.
3 [indietro] M. Grabmann, Saint Thomas d’Aquin, Bloud et Gay, Paris

1920, p. 43; tr. it.: S. Tommaso d’Aquino, Vita e Pensiero, Milano 1929.
4 [indietro] Benché, come si racconta, san Tommaso abbia avuto la

capacità, come Napoleone, di dettare a quattro o cinque segretari


simultaneamente.
5 [indietro] Cfr san Tommaso, Summa Theologiæ, II, II, q. 1, a. 5, ad 2,

3, 4.
6 [indietro] Cfr ivi, II, II, q. 5, a. 1.
7 [indietro] É. Gilson, Études de philosophie médiévale, Université de

Strasbourg 1921, Prefazione.


8 [indietro] Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et Ratio, incipit.

178
9 [indietro] Cfr É. Gilson, La philosophie au Moyen-Age, pp. 174-176; tr.
it.: La filosofia nel Medioevo, La Nuova Italia, Firenze 1989 rist., p. 634;
cfr. san Tommaso, Summa Theologiæ, Ia, q. 1; Idem, Summa Contra
Gentiles, I capp. I-IX.
10 [indietro] Cfr «Sénevé – Journal des aumôneries catholiques et
protestantes de l’École Normale Supérieure», Noël 2008, Editoriale.
11 [indietro] Benedetto XVI, Discorso all’Università di Ratisbona,
12.IX.2006.
12 [indietro] Cfr J.H. Newman, Grammaire de l’assentiment, Ad Solem,

Paris 2010; tr. it.: Grammatica dell’assenso, a cura di B. Gallo, Jaca Book,
Milano 2005.
13 [indietro] J. Ratzinger, Regarder le Christ, Fayard, Paris 2005, p. 26;
tr. it.: Guardare Cristo, Jaka Book, Milano 20095, p. 18.
14 [indietro] J. Rassam, La métaphysique de Saint Thomas, PUF, Paris
1968, p. 2.
15 [indietro] R. Sarah, La forza del silenzio. Contro la dittatura del
rumore, Cantagalli, Siena 2017, p. 12.
16 [indietro] J. Rassam, Thomas d’Aquin, PUF, Paris 1969, p. 13.
17 [indietro] Ivi.
18 [indietro] San Tommaso, In II Metaphysica, lect. 1.
19 [indietro] Idem, De potentia, 4, 1.
20 [indietro] Idem, Quodlibet, IV, q. 9, a. 3.
21 [indietro] Cfr Idem, Somma teologica, I, q. 85, a. 2.
22 [indietro] Cfr Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Christifideles

laici, 60.
23 [indietro] Cfr san Gregorio Magno, Moralia, 1, 32.
24 [indietro] 1 Cor 8, 1.

Note al capitolo VII

1 [indietro] K. Watson, Sir Thomas More (1478-1535), in «Prospects: the


quarterly review of comparative education» (Paris, UNESCO: International
Bureau of Education), vol. XXIV, no. 1/2, 1994, pp. 185-202.
2 [indietro] Ivi.
3 [indietro] H. Bremond, Le bienheureux Thomas More 1478-1535, Ed.

Lecoffre et Gabalda, Paris 1920, p. 102.

179
4 [indietro] K. Watson, op. cit.
5 [indietro] Cfr J. Dufresne, L’expérience de Dieu avec saint Thomas
More, Fides 1999, pp. 21-22.
6 [indietro] Si trattava della scuola dove Moro aveva fatto gli studi di
Diritto.
7 [indietro] H. Bremond, op. cit., p. 150.
8 [indietro] W. Roper, Écrits de prison précédés de «La vie de Sir
Thomas More», Seuil, Paris, 1953, p. 85; tr. it.: Vita di sir Thomas More, a
cura di G. Faro, Fontana di Trevi Edizioni, Roma 2014.
9 [indietro] D. Sargent, Thomas More, Desclée de Bower, Paris, 1935,

pp. 333-335; tr. it.: Tommaso Moro, Morcelliana, Brescia 2002.


10 [indietro] John Fisher, vescovo di Rochester, fu anch’egli decapitato,

due settimane prima di Moro, per essersi rifiutato di riconoscere l’Atto di


supremazia.
11 [indietro] W.S. Churchill, A History of the English-Speaking Peoples,
vol. 2, Cassell, London 1956; tr. it.: Storia dei popoli di lingua inglese, vol.
II, BUR, Milano 1999.
12 [indietro] Un uomo per tutte le stagioni, di Fred Zinneman.
13 [indietro] G. Pettinati SSP, I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Ed.
Segno, Udine 1991, pp. 246-251.
14 [indietro] H. Bremond, op. cit., p. 165.
15 [indietro] Lettera inviata dalla prigione, cfr D. Sargent, op. cit., p. 331.
16 [indietro] Sofocle, Antigone, vv. 450-457.
17 [indietro] Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis Splendor, 90.
18 [indietro] Ivi, 93.
19 [indietro] Cfr l’eccellente articolo di A. Rodríguez Luño, Relativismo,

verità e fede, in «Romana», 42/6 (2006), pp. 150-158, in


http://www.romana.org/art/42_8.0_1, al quale questo paragrafo è in parte
ispirato.
20 [indietro] Cfr J. Ratzinger, Vérité du christianisme, Conférence au

Colloque à La Sorbonne «2000 ans après quoi?», 27.XI.1999, in C. Michon


(cur.), Christianisme. Héritages et Destins, LGF, Paris 2002.
21 [indietro] A. Rodríguez Luño, op. cit.
22 [indietro] Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno

e il comportamento dei cattolici nella vita politica (24/11/2002), n. 4.

180
23 [indietro] Papa Francesco, Discorso in occasione della visita ufficiale
di S.E. il signor Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica italiana,
8.VI.2013.
24 [indietro] Concilio Vaticano II, Costituzione apostolica Gaudium et

Spes, 16.
25 [indietro] Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis Splendor, 62.
26 [indietro] Ivi, 64.
27 [indietro] Cfr J. Dufresne, op. cit., p. 62.

Note al capitolo VIII

1 [indietro] La riconquista dei territori occupati dai musulmani era stata


portata a termine da poco, nel 1492, e il ricordo era ancora presente.
2 [indietro] Una cugina, a quanto pare.
3 [indietro] Santa Teresa d’Ávila, Vita, cap. 2, 2. Traduzione tratta da
Teresa d’Ávila, Tutte le opere, nuova edizione riveduta e corretta, a cura di
M. Bettetini, Bompiani, Firenze-Milano 2011, pp. 13-15.
4 [indietro] Cfr Idem, Lettere, 46.
5 [indietro] Cfr Idem, Vita, cap. 9, 1.
6 [indietro] Idem, Fondazioni, cap. 24, 10-11. Traduzione tratta da Teresa

d’Ávila, Tutte le opere, cit., pp. 1803-1805.


7 [indietro] Ivi, cap. 31, 16-17.
8 [indietro] Idem, Vita, cap. 3, 4-5. Traduzione tratta da Teresa d’Ávila,

Tutte le opere, cit., pp. 25-27.


9 [indietro] Opera del Padre Francisco de Osuna, francescano, pubblicato

nel 1527.
10 [indietro] Vita, cap. 4, 7. Traduzione tratta da Teresa d’Ávila, Tutte le
opere, cit., p. 37.
11 [indietro] Cfr ivi, cap. 7, 17.
12 [indietro] Cfr J. Philippe, Du temps pour Dieu, Éditions des

Béatitudes, Burtin Nouan-le-Fuzelier 1992, p. 13; tr. it.: Tempo per Dio,
Servizi RnS, Roma 2008. Si tratta di un libro eccellente – come lo sono
tutte le opere di questo autore – che riassume in modo semplice, profondo e
chiaro la dottrina di santa Teresa, che la Chiesa ha fatto sua.

181
13 [indietro] Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione apostolica Lumen
Gentium, 5.
14 [indietro] Cfr Gv 4, 23-24.
15 [indietro] Papa Francesco, Udienza generale, 22.V.2013.
16 [indietro] San Josemaría Escrivá, Cammino, cit., n. 91.
17 [indietro] J. Philippe, op. cit., p. 95.
18 [indietro] Vita, cap. 15, 3. Traduzione tratta da Teresa d’Ávila, Tutte le

opere, cit., p. 207.


19 [indietro] J. Philippe, op. cit., p. 18.
20 [indietro] Mc 2, 17.
21 [indietro] Santa Teresa di Gesù Bambino, Storia d’un’anima,

Manoscritto C, 25r°.
22 [indietro] J. Philippe, op. cit., p. 42.
23 [indietro] San Josemaría Escrivá, Cammino, cit., n. 92.

Note al capitolo IX

1 [indietro] Cfr Benedetto XVI, Catechesi, 10.IV.2008. Cfr anche Idem,


Discorso al Collegio dei Bernardini, 13.IX.2008.
2 [indietro] Oggi Wroclaw, in Polonia.
3 [indietro] Cfr J. Bouflet, Edith Stein, filosofa crocifissa, San Paolo,
Cinisello Balsamo 20034, p. 38.
4 [indietro] Ivi.
5 [indietro] E. Stein, Phénoménologie et philosophie chrétienne, Cerf,

Paris 1986, p. 16; tr. it.: La ricerca della verità: dalla fenomenologia alla
filosofia cristiana, a cura di A. Ales Bello, Città Nuova, Roma 1993.
6 [indietro] Citato in R. Courtois, Convertis du XXe siècle, vol. 1,
Casterman, Paris 1958, p. 43.
7 [indietro] Citato in Elisabeth Kava, Edith Stein: «die vom Kreuz
Gesegnete», Morus-Verlag, Berlin 1953, p. 63.
8 [indietro] Citato in J. Bouflet, op. cit., p. 93.
9 [indietro] Citato da R. Posselt, Edith Stein Schwester Teresia Benedicta

a Cruce, Philosophin und Karmelitin, Herder, Friburg 1962, pp. 55-56.


10 [indietro] Ivi, p. 56.

182
11 [indietro] Ivi, p. 61 Per uno studio sui fondamenti antropologici
dell’educazione secondo Edith Stein, cfr E. de Rus, L’art d’éduquer selon
Edith Stein, Cerf, Paris 2008.
12 [indietro] Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et

Spes, 53.
13 [indietro] Cfr ivi, 66-67.
14 [indietro] Cerimonia di auguri al corpo diplomatico, 13.I.2014. Cfr

Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 53. Il numero


totale d’aborti nel mondo, nel 2003, è stato stimato a 42 milioni: cfr G.
Sedgh – S. Henshaw – S. Singh – E. Ahman – I.H. Shah, Induced abortion:
estimated rates and trends world wide, in «The Lancet», 370 (2007), pp.
1338-1345.
15 [indietro] Cfr Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, 75.
16 [indietro] Cfr J.L. Illanes nell’opera collettiva: La personalidad del
Beato Josemaría Escrivá de Balaguer, EUNSA, Pamplona, 1994, pp. 101-
132.

Note al capitolo X

1 [indietro] Clara Lejeune, La vie est un bonheur. Jérôme Lejeune, mon


père, Criterion, Paris 1977 (tr. it.: La vita è una sfida, Cantagalli, Siena
2008), a cui mi sono ispirato per questo capitolo.
2 [indietro] Ivi, p. 32.
3 [indietro] Più precisamente, ogni cellula somatica umana possiede 22
paia di cromosomi, morfologicamente identici a due a due, più un 23° paio
che, per le donne, è costituito di due cromosomi X (cosiddetti perché
approssimativamente hanno la forma di una X) e per gli uomini di un
cromosoma X e di un cromosoma Y. L’anomalia cromosomica si produce
sul 21° paio, che, invece d’essere costituito di due cromosomi identici,
comporta un cromosoma supplementare. Di lì viene il nome di «trisomia
21» che si attribuirà a questa malattia dopo la scoperta di Lejeune.
4 [indietro] L’internato, all’epoca di Lejeune, era un concorso che dava

accesso a una carriera di specialista. Quando volle passare il concorso,


prese la metropolitana nell’altro senso e arrivò in ritardo all’esame...

183
Essendo al terzo tentativo, non poteva più presentarlo. Cosicché abbandonò
il progetto di diventare chirurgo e s’orientò verso la ricerca medica.
5 [indietro] Tra le altre, la «lame 18q», il «fenotipo Dr», la «monosomia

5p» (l’inverso, in un certo senso della trisomia, proveniente dal carattere


incompleto di un cromosoma); identificò anche altre diverse trisomie (nove
nel 1970, otto nel 1971). Cfr. http://www.fondationlejeune.org.
6 [indietro] Cfr Clara Lejeune, op. cit., p. 43.
7 [indietro] Cfr A. Bernet, Jérôme Lejeune, Biographie, Presse de la
Renaissance, Paris 2004, p. 341.
8 [indietro] Cfr Clara Lejeune, op. cit., p. 25.
9 [indietro] Ivi, p. 61.
10 [indietro] Cfr ivi, p. 69.
11 [indietro] Cfr ivi, p. 70.
12 [indietro] Ecco, per esempio, come s’esprimeva il cardinal Bellarmino:

«Dico che quando ci fusse vera demonstratione che il Sole stia nel centro
del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma
la terra circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione
in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non
l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra» (Lettera al
Padre P.A. Foscarini, 12.IV.1615). Non è inutile precisare che la Chiesa
cattolica ha saputo riconoscere presto il suo errore. Nel 1770, l’interdizione
del Dialogo era tolta; gli astronomi italiani (Riccioli, Cavalieri, Borelli,
Cassini, tra gli altri) hanno potuto continuare le loro ricerche anche nel
secolo XVII, contribuendo considerevolmente all’accettazione del sistema
copernicano.
13 [indietro] Nel 1741, Benedetto XIV fece accordare l’imprimatur alla
prima edizione delle Opere complete di Galileo. Lo studio voluto da
Giovanni Paolo II non aveva come fine la riabilitazione, che non era
necessaria, ma di cercare di comprendere i problemi soggiacenti, in modo
da evitare in futuro di commettere i medesimi errori da una parte o
dall’altra.
14 [indietro] Cfr «Cell Stem Cell», vol. 11/5, pp. 615-619, 18.X.2013.
15 [indietro] Cfr «Nature», 17.VII.2013. L’équipe s’appoggia

esplicitamente sulle perspettive di ricerca del professor Lejeune.


16 [indietro] Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia 2012.

L’utilizzazione delle cellule staminali adulte è anche più efficace e la


procedura di produzione è più semplice e meno costosa che l’impiego delle

184
cellule embrionali. È interessante notare che le due scoperte sulla trisomia
21 a cui abbiamo accennato in precedenza sono state ottenute utilizzando le
cellule staminali adulte e non distruggendo embrioni.
17 [indietro] Questa espressione è di Henry W. Thoreau, Walden, Thomas
J. Cromwell Co., New-York 1961, p. 47.
18 [indietro] Cfr A. Bernet, op. cit., p. 481.
19 [indietro] Giovanni Paolo II, Lettera al Cardinale Jean-Marie Lustiger
per la morte del Prof. Jérôme Lejeune (4 aprile 1994).
20 [indietro] Cfr J.-M. Le Mené, Le professeur Lejeune, fondateur de la

génétique moderne, Mame, Paris 1997, p. 158; tr. it.: Il professor Lejeune
fondatore della genetica moderna, Cantagalli, Siena 2008.

Note al capitolo XI

1 [indietro] J.-M. di Falco, Mère Teresa, le miracle de la foi, Le Club,


1997, p. 107.
2 [indietro] Cfr la descrizione che ne fa Dominique Lapierre nel suo libro
La città della gioia.
3 [indietro] Ivi.
4 [indietro] L. Maasbourg, Fioretti de Mère Teresa, Emmanuel, Paris
2010, p. 43.
5 [indietro] J.-M. di Falco, op. cit., p. 42.
6 [indietro] Ivi, p. 63. Questa devozione le veniva dai suoi genitori.
Gonxhe, in albanese, significa bocciolo: suo padre volle aggiungere questo
soprannome al momento del battesimo per devozione verso santa Teresa di
Gesù Bambino.
7 [indietro] Ivi, p. 75.
8 [indietro] Cfr http://www.motherteresaandme.com/mother-teresas-

bio.html.
9 [indietro] Cfr Giovanni Paolo II, Beatificazione di Madre Teresa di

Calcutta (Omelia), 19.X.2003.


10 [indietro] J.-M. di Falco, op. cit., p. 91.
11 [indietro] Ivi, p. 116.
12 [indietro] http://e-south.blog.lemonde.fr/2007/10/10/teresa-mere-des-

pauvresconversation-avec-soeur-nirmala-joshi.

185
13 [indietro] Cfr J.-M. di Falco, op. cit., p. 129.
14 [indietro] Ivi, p. 133.
15 [indietro] Cfr ivi, p. 138.
16 [indietro] Cfr ivi, p. 175.
17 [indietro] Cfr ivi, p. 260.
18 [indietro] Cfr L. Maasburg, op. cit., p. 78.
19 [indietro] Cfr J.-M. di Falco, op. cit., p. 195.
20 [indietro] Cfr ivi, p. 207.
21 [indietro] J.-M. di Falco, op. cit., p. 204.
22 [indietro] L. Maasbourg, op. cit., p. 69.
23 [indietro] Ivi, p. 69.
24 [indietro] Cfr Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi,
31.
25 [indietro] Gc 2, 14-16.
26 [indietro] Mt 25, 35-40.
27 [indietro] L. Maasburg, op. cit., p. 73.

Note al capitolo XII

1 [indietro] Testimonianza di Manuela Traissac.


2 [indietro] Josemaría Escrivá, Amare il mondo appassionatamente,
Omelia pronunciata l’8.X.1967, Edizioni Ares, Milano 2014, pp. 14-16.
3 [indietro] Cfr il capitolo III.
4 [indietro] Per avere un idea della novità dell’insegnamento che san

Josemaría dispensava, basti pensare che nell’indice analitico del celebre


manuale di A. Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica (San
Paolo, Cinisello Balsamo 2018) – sorta di somma, eccellente per altro, dei
princìpi, delle tappe, pratiche di pietà, virtù da acquisire nella vita
spirituale, occasioni da santificare, ancora in vigore nei seminari all’epoca
che ha preceduto il Concilio Vaticano II, e che resta un testo di riferimento
– non si trova la voce «lavoro».
5 [indietro] A. Luciani, Cercare Dio nel lavoro quotidiano, in

«Gazzettino di Venezia», 25.VII.1978.


6 [indietro] Esortazione apostolica Gaudete et exultate, 16.

186
7 [indietro] È una delle ragioni per le quali san Josemaría aveva una
devozione speciale per san Giovanni Bosco, che aveva cominciato il suo
lavoro apostolico in casa di sua madre, mamma Margherita. Anche don
Bosco fu trattato da pazzo e si cercò di rinchiuderlo in un manicomio.
8 [indietro] S. Bernal, Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer. Appunti
per un profilo del fondatore dell’Opus Dei, Edizioni Ares, Milano 19853,
p. 193.
9 [indietro] Si stima a circa 7.000 il numero di preti, religiosi e religiose
assassinati durante la Guerra civile: un numero ingente, sapendo peraltro
che solo una metà della Spagna conobbe la persecuzione.
10 [indietro] Cfr Sal 104, 10: «Tu mandi nelle valli acque sorgive perché

scorrano tra i monti».


11 [indietro] Attualmente, sono stati pubblicati quasi 5 milioni di

esemplari di Cammino, in 45 lingue e 470 edizioni.


12 [indietro] Cfr A. Vázquez de Prada, Le fondateur de l’Opus Dei, Le

Laurier, Paris 2003, vol. II, p. 516; tr. it.: Il fondatore dell’Opus Dei,
Leonardo International, vol. II, Milano 2003.
13 [indietro] Cfr F. Gondrand, Au pas de Dieu, Éditions France Empire,
Paris 1991, p. 172; tr. it.: Cerco il tuo volto. Josemaría Escrivá fondatore
dell’Opus Dei, Città Nuova Editrice, Roma 1986.
14 [indietro] Cfr J. Grifone, Dai Vangeli a Gesù Cristo, Edizioni Ares,

Milano 2016, pp. 206-211.


15 [indietro] Citato da S. Bernal, op. cit., p. 154.
16 [indietro] Cfr Lumen Gentium, 31; Apostolicam Actuositatem, 3, 7, 11,

ecc. Cfr anche l’Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, Christifideles


laici, 4-6.
17 [indietro] Cfr S. Bernal, op. cit., p. 116.
18 [indietro] Citato in J. Grifone, Rencontrer Dieu dans le travail, Le

Laurier, Paris 2004, n. 221.


19 [indietro] Rabîndranâth Tagore, Gitanjali, n. 50. Traduzione di E.

Marinelli, Giunti, Firenze 2006.

187
INDICE

Prefazione
Introduzione

I. Abramo & la chiamata di Dio


In cammino verso un Paese sconosciuto
Tempo di preparazione
La chiamata
La risposta
Perseveranza & fedeltà

II. Luci & oscurità: la fede della Vergine Maria


Se fossi un pittore
Tra luci & tenebre
La grandezza della vita ordinaria
Una fede forte & serena
Vicino alla Croce

III. San Paolo & l'annuncio del Vangelo


L’attività evangelizzatrice di san Paolo
L’esempio dei primi cristiani
Compito di ogni cristiano
Essere l’«anima del mondo»
La fonte dell’efficacia: l’unione con Cristo
La gioia dell’evangelizzazione

188
IV. Sant’Ireneo & la fede della Chiesa: tradizione & progresso
Il pericolo della corruzione della fede
L’unità dottrinale della Chiesa
La Tradizione vivente
Fedeltà alla Tradizione
Progresso & approfondimento
Tensioni & divisioni
La voce della Chiesa

V. Sant'Agostino: itinerario di una conversione


La ricerca della verità
La conversione
Ultime resistenze
Una nuova vita
Le tappe di un itinerario
La gioia della conversione

VI. San Tommaso d’Aquino: fede & ragione


Ai piedi di sant’Alberto Magno
L’opera di san Tommaso
Fede & ragione
Le due ali dello spirito
Il silenzio & l’«ascolto» della realtà
Dottrina di teologi & pietà di bambini

VII. San Tommaso Moro: il prezzo inestimabile della verità


Uno dei grandi personaggi del Rinascimento
Un messaggio che attraversa i secoli
Lo splendore della verità
La dittatura del relativismo
L’impegno dei cattolici in politica
La voce della coscienza & l’imperativo della verità

189
VIII. Santa Teresa d’Ávila: fede, azione & contemplazione
Il ritratto di Fray Juan
L’«epopea» delle fondazioni
La sua vita mistica
La preghiera nella vita di santa Teresa
La necessità della preghiera nella vita cristiana
Che cos’è pregare?
La perseveranza nella preghiera
I progressi nella preghiera

IX. Sant’Edith Stein: la fede & il mondo della cultura


All’Università di Breslavia
L’approccio della fenomenologia
Il cammino verso la fede
Dall’insegnamento al Carmelo
Teresa Benedetta della Croce
Le derive del mondo contemporaneo
La rievangelizzazione del mondo della cultura

X. Jérôme Lejeune: scienza & fede


All’Ospedale Necker
Un grande scienziato
La sua battaglia per la vita
Derive oscurantiste in pieno secolo XX
Scienza & fede
Un mattino di Pasqua

XI. Madre Teresa: il miracolo dell'amore


Calcutta
La vocazione
«La chiamata nella chiamata»
Lo sviluppo della sua opera. La Casa di Kalighat per i morenti
I bambini, i lebbrosi
Espansione

190
Il miracolo dell’amore: il mondo intero è commosso
Come una finestra aperta sull’Amore di Dio
Il segreto del successo
Misericordia & evangelizzazione
Caratteristiche specifiche della misericordia cristiana

XII. La santificazione della vita ordinaria: san Josemaría


Un consiglio in un momento di dubbio
Nel silenzio di un ritiro spirituale
Gli inizi
Guerra civile & persecuzione religiosa
La Croce delle persecuzioni
Al di là dei sogni più audaci
La santificazione del lavoro
A mo’ di conclusione

Note

191