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L'età di

Giustiniano

Giorgio Ravegnani
Giustiniano (48�-565) è il più noto imperatore di Bisanzio.
Originario dell'Illirico, percorse una brillante carriera pubblica
fmo a salire al trono nel 5�7 assieme alla famosa consorte.
Teodora. Il nuovo sovrano di Bisanzio si sentiva profondamente
romano e si ripropose di attuare alcuni obiettivi che cambiarono
profondamente l'assetto del suo impero. riformandolo dall'in­
terno, raccogliendo in modo sistematico il diritto romano ed eli-
minando ogni forma di dissidenza religiosa. Riconquistò poi al­
meno in parte i territori già appartenuti a Roma e caduti nel v
secolo sotto il dominio dei barbari. Il libro restituisce la com­
plessità della sua figura e del suo potere al centro delle crisi mi-
litari, demografiche, politiche e teologiche che agitarono l'Im­
pero romano d'Oriente in età tardoantica.

Giorgio Ravegnani insegna Storia delrltalia bizantina airUniversità ca·


Foscari di Venezia. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Teodora (Roma 2017):
Ezio (Roma 2018): Bisanzio e /"Occidente medierai e (Bologna 2019).

Carocci editore @, Quality Paperbacks


Una collana per chi ritiene che nella vita
non si smetta mai di imparare

. Ull l L.
ISBN 978-U-430-9831-6

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Giorgio Ravegnani

L'età di Giustiniano

Carocci editore @ Quality Paperbacks


L'editore è a disposizione per i compensi dovuti agli aventi diritto.

1' edizione, novembre 2019

© copyright 2019 by Carocci editore S.p.A., Roma

Realizzazione editoriale: Omnibook, Bari

Impaginazione: Luca Paternoster, Urbino

Finito di stampare nel novembre 2019

da Digitai Team, Fano (PU)

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 2.2. aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche per uso interno
o didattico.
Indice

Introduzione 9

Abbreviazioni 13

I. L'ascesa al trono 17

L'impero di Bisanzio 17
L'elezione di Giustino I 2.6
Giustiniano, l'erede designato 33
Teodora, l'imperatrice venuta dal bordello 38

2.. Il nuovo impero 43

La guerra all'Est 43
La riforma del diritto 46
La repressione della dissidenza 52.
Una rivolta popolare 64
La conquista dell'Africa 7S
La campagna d'Italia 84
Finanze e riforme amministrative 92.

3. Gli anni cruciali IOS


Guerre contro i Persiani IOS
La rivolta in Italia 109
8 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

Nuovi contrasti religiosi 119

Attacco in Spagna 121

Disfatte nei Balcani 123

4. Il mondo di Giustiniano 127

L'imperatore eletto da Dio 127

I luoghi del potere imperiale 130

L'immagine dell'autorità 136

Il governo dell'impero 142

Nobiltà e consolato 151

Cerimoniale palatino 156

5. I volti di un'epoca 171

Il protagonista 171

Giustiniano e Teodora 182

L'edilizia 187

La fine del regno 194

Bilancio di un'epoca 198

Note 213

Cronologia 223

Cartine 227

Bibliografia 237

Indice dei nomi 243


Introduzione

Qualunque sia il giudizio che si vuole dare su Giustiniano, non si può


negare che abbia avuto una fortissima personalità. Questo figlio di un'o­
scura famiglia illirica, arrivato quasi per caso sul trono di Bisanzio, trovò
in sé la forza per cambiare il volto di un'epoca. Egli sentì profondamente
la sua missione di sovrano romano e si adoperò con ogni mezzo per re­
staurare l'antica potenza dell'impero dimezzato dalle invasioni barbari­
che. A tal fine si propose essenzialmente due obiettivi: una riforma che
investisse i rami principali della vita pubblica, per renderla funzionante,
e la riconquista dei territori appartenuti all'ex impero d'Occidente. L'ef­
ficienza del sistema era condizione essenziale per una politica di potenza
e i punti di passaggio obbligati per ottenerla non potevano che essere la
certezza del diritto e la solidità delle istituzioni.
Fin dai primi giorni del suo insediamento Giustiniano si dedicò a
rinnovare l'ordinamento giuridico e a questo scopo consacrò grandi
energie, riuscendo in poco tempo laddove altri erano falliti. Dalla sua
opera scaturì non solo un codice di leggi, ma anche una raccolta com­
piuta della giurisprudenza romana, un'impresa tanto gigantesca che un
secolo prima era stata abbandonata ancor prima di essere iniziata.
L'opera successiva, cui mise mano ugualmente fin dall'inizio del re­
gno, riguardò la riforma dello stato e Giustiniano intervenne nei setto­
ri che riteneva indispensabili per garantirne un buon funzionamento.
Vennero eliminate le forme di dissenso religioso, in nome di un'unità
che in molti casi doveva essere anche politica; si consolidò l'apparato
difensivo riorganizzando l'esercito e costruendo cinte fortificate; venne
semplificata l'amministrazione della giustizia e fu riformata la gestione
della cosa pubblica per renderla razionale e arginarne gli abusi.
Negli stessi anni delle riforme fu avviata anche la fase più ambiziosa
della grande restaurazione attraverso la riconquista dei territori occiden­
tali. Con poche forze, ma ben addestrate, e soprattutto con generali ca-
IO L'ETÀ DI GIUSTINIANO

paci, fu liquidato il dominio dei Vandali in Africa e la stessa sorte toccò


poi al regno degli Ostrogoti in Italia. Più tardi la controffensiva imperia­
le raggiunse anche la Spagna, sottraendo ai V isigoti la parte meridionale
del loro regno.
Il fatto che Giustiniano fosse definito dai contemporanei "imperato­
re insonne" o "l'imperatore che meno dorme" rende immediatamente
l'idea del suo modo di concepire il ruolo di sovrano. «Siamo soliti tra­
scorrere tutti i giorni e le notti - afferma in una sua legge - vegliando
continuamente e con grandi preoccupazioni, cercando sempre il modo
di fare qualche cosa di utile ai nostri sudditi e che sia gradita a Dio».
Si trattava in questo caso di mettere fine alla vendita delle cariche pub­
bliche, da tempo fonte di corruzione e di malgoverno, ricorrendo a un
antidoto efficace che potesse eliminarla una volta per tutte. «E non
stiamo svegli inutilmente - prosegue l'imperatore - ma per prendere
decisioni di tale genere, passando le giornate e usando allo stesso modo
le notti per far sì che i nostri sudditi godano di tranquillità e siano pri­
vi di ogni preoccupazione mentre noi ci assumiamo a loro vantaggio la
cura di tutto»'. Giustiniano era convinto di dover essere responsabile
davanti a Dio del suo operato. Dio lo aveva scelto, ponendolo sul tro­
no con un potere assoluto, ma a Dio doveva rispondere dell'uso che di
questo faceva. Di qui lo zelo infaticabile, del cristiano oltre che dell'im­
peratore, e la certezza quasi mistica di essere stato chiamato a svolgere
una missione.«Ci siamo posti sempre uno scopo - si legge in una sua
ordinanza - di purificare tutto ciò che dapprima sembrava imperfetto e
confuso e di renderlo perfetto da imperfetto»'. Un obiettivo non sem­
plicemente annunciato, ma da lui perseguito con indomita determina­
zione. Si deve a questo straordinario sovrano l'ultimo vigoroso sussulto
di un vecchio impero decadente, che trova un'imprevista energia dopo
un lungo declino. Prima di lui, forse, mai si sarebbe pensato che un gior­
no lo stato romano potesse risorgere e riconquistare almeno in parte ciò
che era stato perduto, ma che Giustiniano considerava suo di diritto. La
marea barbarica aveva sommerso l'Occidente cancellando il dominio di
Roma; dall'Oriente venne con Giustiniano una restaurazione nel nome
di Roma.
Egli intervenne più o meno in ogni campo, rinnovando, modificando
e dettando di persona le regole da seguire. Ascoltava la voce dei suoi mi­
nistri e, molto spesso, della moglie Teodora; si informava direttamente
dai sudditi delle loro necessità e prendeva provvedimenti laddove rite­
neva opportuno. «A noi che siamo occupati nel governo di tutto l'im-
INTRODUZIONE II

pero - scrive l'imperatore - e non abbiamo da pensare a cose da poco,


affluiscono anche le cure private riferite continuamente da tutti i sudditi
e a ognuna diamo la conveniente regola»3•
Molte leggi ebbero origine dalla sua iniziativa, data la meticolosità
con la quale amava interessarsi di ogni cosa. Il suo sguardo vegliava su
rutto, dai grandi problemi di governo fino all'edificazione delle città,
che talvolta gli offrivano l'occasione per dare suggerimenti agli architet­
ti. Quando venne innalzata la chiesa di Santa Sofia, seguì di persona i la­
vori e discusse i progetti con i costruttori. Aveva anche l'abitudine di re­
digere egli stesso i testi di legge, forte delle sue conoscenze in materia di
diritto, appropriandosi di compiti tradizionalmente di pertinenza della
cancelleria. Prestava attenzione ai quesiti posti da giudici o avvocati e,
talvolta, coglieva da questi lo spunto per emanare leggi. Era anche solito
giudicare personalmente nel tribunale imperiale, esercitando i suoi com­
pici di magistrato senza delegarli ad altri, come in genere usavano fare i
sovrani. E pure in questo caso coglieva talvolta lo spunto per emettere
una norma generale in relazione ai casi che gli venivano sottoposti. «È
stata portata dinanzi a noi una causa - osservava nel 538 - che riteniamo
postulare una conveniente interpretazione da parte nostra e nello stesso
tempo un aiuto legislacivo» 4•
Chiunque poteva giungere fino a lui per presentare suppliche e ri­
mostranze, anche se si trattava di persone ignote e oscure e, come scrive
un contemporaneo, «aveva la facoltà di conversare con lui e dividerne
i segreti». E lo stesso autore prosegue affermando che Giustiniano «si
mostrava affabile e mite con coloro che lo incontravano e non capitò
mai che vietasse a qualche postulante di arrivare fino a lui e anzi non si
irritò mai neppure con coloro che stavano o parlavano in sua presenza
in modo non corretto» 1• In alcune occasioni i visitatori addirittura esa­
gerano nella mancanza di rispetto, come fecero alcuni burberi monaci,
ma, a parte questi casi estremi, il contatto proficuo con i sudditi è ampia­
mente documentato dalle testimonianze del tempo.
Giustiniano mise mano a un'impresa titanica e ad essa dedicò le
energie degli anni giovanili, rallentando notevolmente l'impegno man
mano che si avvicinava alla vecchiaia. Non sempre, tuttavia, i suoi sforzi
vennero coronaci da successo. Per quanto possa sembrare un luogo co­
mune, si può affermare che la riforma del diritto fu l'opera più duratura;
ma non di meno anche alcune conquiste ebbero una vita relativamente
lunga, pur nella transitorietà delle cose umane. Lo stesso può dirsi per
le innumerevoli opere edilizie da lui promosse, in parte giunte fino a
12 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

noi pur se, come ci si può aspettare, logorate dal tempo o dall'azione
dell'uomo. Meno felice fu semmai la riforma amministrativa, in par­
te già abbandonata sotto lo stesso Giustiniano: non si raggiunsero gli
obiettivi e, soprattutto, non fu possibile estirpare la corruzione nell'am­
ministrazione pubblica, che fu causa di danni consistenti. I costi della
grandezza, però, furono pesanti per i contemporanei. Il fisco imperiale
divenne per necessità sempre più oppressivo, le spedizioni militari in
Occidente indebolirono altri fronti e si rivelarono onerose in termini
di bilancio. La dispersione delle forze militari offrì inoltre l'occasione ai
Persiani e ai barbari che vivevano al di là del Danubio per attaccare con
successo l'impero. Le regioni occidentali a loro volta vennero devastate
dalle guerre, che portarono con sé stragi, carestie e distruzioni. A ren­
dere il quadro più fosco contribuirono, poi, i danni recati dai cataclismi
naturali che si abbatterono su Bisanzio, in particolare la grande peste,
che fece migliaia di vittime e continuò a imperversare ciclicamente.
Questi fatti diminuirono notevolmente la portata dei successi di
Giustiniano, soprattutto negli ultimi anni del suo impero quando molte
contraddizioni vennero alla luce.
Abbreviazioni'"

Agap. Agapeti diaconis Expositio capitum admonitoriorum,


inJ.-P. Migne (éd.), Patrologia Graeca , Paris 1865, 86,
I, CC. 1164-1185.

Agath. Agathiae Myrinaei Historiarum libri quinque, ree. R.


Keydell, Berolini 1967 ("Corpus fonrium historiae
n
Byzantinae ).
Anon. de re strat. The Anonymous Byzantine Treatise on Strategy, in
Three Byzantine Military Treatises, text, translation
and notes by G. T. Dennis, Washington DC 1985, pp.
1-136 ("Corpus fontium historiae Byzantinae n).
Chron. Pasch. Chronicon Paschale, I, ree. L. Dindorf. Bonnae 1832.
n
("Corpus scriptorum historiae Byzantinae ).
Cod. lust. Corpus iuris civilis, voi. II, Codex lustinianus, ree. P.
Krueger, Berolini 1877.
Cod. Theod. Theodosiani libri XVI cum comtitutionibus Sirmondia­
nis, ed. Th. Mommsen, P. Krueger, I, 2., Berolini 1905.
Coll.Av. Epistulae imperatorum ponti.ficum aliorum. Avellana
quae dicitur collectio, II, ree. O. Guenther, Pragae­
Vindobonae-Lipsiae 1898.
Cor. Corippe (Flavius Cresconius Corippus),Éloge de l'em­
pereur]ustin II, éd. et trad. par P. Antès, Paris 1981.
decerim. Constantini Porphyrogeniti de cerimoniis aulae
Byzantinae, I, ree. I. I. Reiske, Bonnae 182.9 ("Corpus
scriptorum historiae Byzantinae n).
Dig. Corpus iuris civilis, voi. I, lmtitutiones Digesta, ree. P.
Krueger, Th. Mommsen, Berolini 1870.
Ed. Just. lustiniani XIII edicta quae vocantur, in Corpus iuris
civilis, voi. III, Novellae, ree. R. Schoell, G. Kroll,
Berolini 1895, pp. 759-95.

• Se non diversamente indicato, le traduzioni in italiano sono da intendersi


del)' autore.
14 L'ETÀ DI GIUSTINI ANO

Evagr. Ihe Ecclesiastica! History ofEvagrius, ed. by J. Bide z,


L. Parmencier, London 1898.
lo. Lyd. loannes Lydus, On Powers or the Magistracies of the
Roman State, lntroduction, criticai text, translacion,
commencary and indices by A. C. Bandy, Philadel­
phia (PA) 1983.
Ioh. Anc. loannis Anciocheni Fragmenta quae supersunt omnia,
ree. S. Mariev, Berolini-Novi Eboraci 2.008 ("Corpus
fontium historiae Byzancinae").
Lib. pont. Le liber pontificalis. Texte, introduction et commen­
taire, I, éd. par L. Duchesne, Paris 1886.
Lives ofthe Eastern Saints John of Ephesus, Lives of the Eastern Saints, éd. et
trad. par E. W. Brooks, 3 voli., Paris 192.3-2.5 ("Patro­
logia Oriencalis", 17-19).
Mal. loannis Malalae Chronographia, ree. I. Thurn, Bero­
lini-Novi Eboraci 2.000 ("Corpus foncium historiae
Byzantinae").
Mare. Com. Marcellini V. C. Comitis Chronicon ad a. DXVIII con­
tinuatum ad a. DXXXIV cum additamento ad a. DXL­
VIII, ed. Th. Mommsen, in Monumenta Germaniae
historica,Auctores antiquissimi, XI, 2. ( Chronica mino-
ra saec. IV. v. VI. VII.), Berolini 1894, pp. 39-104.
Nov. Iust. Corpus iuris civilis, voi. III, Novellae, ree. R. Schoell,
G. Kroll, Berolini 1895, pp. 759-95.
Paolo Sii. M. L. Fobelli, Un tempio per Giustiniano. Santa Sofia
di Costantinopoli e la descrizione di Paolo Silenziario,
Roma2.005.
Pel. I Pelagii I Papae Epistulae quae supersunt (556-561), ree.
P. M. Gassò, in abbatia Moncisserrati 1956.
Proc. Beli. Goth. Procopii Caesariensis de bello Gothico, ed. J. Haury,
G. Wirth, L ipsiae 1963 (Procopii Caesariensis Opera
omnia, voi. II, de bellis libri V-VIII); trad. Craveri =
Procopio di Cesarea, Le guerre persiana vandalica
gotica, a cura di M. Craveri, Torino 1977.
Proc. Beli. Pers. Procopii Caesariensis de bello Persico, ed. J. Haury,
G. Wirth, Lipsiae 1962. (Procopii Caesariensis Opera
omnia, voi. I, de bellis libri I-IV); trad. Craveri = Pro­
copio di Cesarea, Le guerre persiana vandalica gotica,
a cura di M. Craveri, Torino 1977.
Proc. Bell. Vand. Procopii Caesariensis de bello Vandalico, ed. J. Haury,
G. Wirth, Lipsiae 1962. (Procopii Caesariensis Opera
omnia, voi. I, de bellis libri I-IV); trad. Craveri = Pro­
copio di Cesarea, Le guerre persiana vandalica gotica,
a cura di M. Craveri, Torino 1977.
ABBREVIAZIONI 15

Proc. de aed. Procopii Caesariensis de aedifìciis libri VI, ed.J. Haury,


G. Wirch, Lipsiae 1964 (Procopii Caesariensis Opera
omnia, 1v).
Proc. Hist. are. Procopii Caesariensis Historia arcana, ed. J. Haury,
G. Wirch, Lipsiae 1963 (Procopii Caesariensis Opera
omnia, m); trad. Cesaretti = Procopio, Storie segrete,
a cura di F. Conca, versione it. di P. Cesaretti, Milano
1996.
Theoph. Theophanis Chronographia, I, ree. C. De Boor, Lip­
siae 1883.
Vice. Tonn. Victoris Tonnensis episcopi Chronica a. ccccxuv­
DLXVII, ed. Th. Mommsen, in Monumenta Germa­
niae historica, Auctores antiquissimi, XI, 2. ( Chronica
minora saec. IV. v. VI. VII), Berolini 1894, pp. 178-2.06.
Vita s. Sabae E. Schwartz, Kyrillos von Skythopolis, Leipzig 1939,
pp. 85-2.00.
Zach. Rh. Jhe Syriac Chronicle known as that o/Zachariah o)
Mitylene, transi. by F. J. Hamilton, E. W. Brooks,
London 1899.
Zon. loannis Zonarae Epitome historiarum, III, ed. L. Din­
dorf, Lipsiae 1870.
I
L'ascesa al trono

L' impero di Bisanzio

L' impero che Giustiniano trovò ali'inizio del proprio regno, da noi mo­
derni impropriamente definito bizantino, era in realtà la metà orientale
di quello romano, sopravvissuto alla tempesta che un secolo prima aveva
spazzato via l'Occidente, dove i barbari erano divenuti i nuovi domina­
tori. Era un territorio immenso comprendente più o meno Libia, Egitto,
Palestina, Libano, Siria, Iraq, Turchia, parte della Romania, Bulgaria, ex
Iugoslavia, Albania, Grecia e isole dell'Egeo. Nonostante la crisi da cui
era stato investito nel v secolo, al pari dell'altra metà, era scampato alla
tormenta barbarica, e anzi aveva manifestato forti sintomi di ripresa nei
primi anni del secolo successivo.
L'impero aveva due cardini che ne costituivano la stessa ragione di
essere: la città di Costantinopoli e l'autorità del suo sovrano. La fon­
dazione di Costantinopoli, la "nuova Roma", fu un atto rivoluzionario
divenuto tale anche al di là della volontà dei protagonisti. L'idea era ve­
nuta a Costantino I che nel 32.4, una volta sconfitti i suoi rivali, decise
di creare una propria capitale e, dopo qualche incertezza, optò per l' an­
tica città greca di Bisanzio, eretta da coloni megaresi nel VII secolo a.C.
I lavori di ristrutturazione iniziarono nello stesso anno e terminarono
con la solenne inaugurazione della città l' 11 maggio 330. Costantinopoli,
"la città di Costantino", prese nome dal suo fondatore e non si presentò
ali' inizio come una rottura con il passato, bensì si collocò nel solco del­
la tradizione tardoantica, per cui spesso gli imperatori sceglievano una
p ropria residenza diversa da Roma. Costantino, infatti, pensò alla sua
città come a una capitale in Oriente, alla quale voleva probabilmente
legare la propria dinastia, e non come a un centro antagonista del pas­
s ato. Nella sensibilità collettiva, Roma restava la sede ideale dell'impe­
ro, anche se da tempo i sovrani non vi avevano più la sede effettiva del
18 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

governo. La capitale reale si trovava laddove risiedeva l'imperatore. Se


i sovrani erano più di uno, ognuno di loro aveva il proprio governo e il
proprio apparato amministrativo che lo seguiva costantemente. La scel­
ta di Costantino fu quanto mai felice: la nuova città era naturalmente
destinata a crescere per una serie di circostanze favorevoli. La posizione
strategica consentiva di chiudere l'imbuco formato dal continente euro­
peo e di sbarrare agli invasori provenienti da Nord l'accesso alle ricche
regioni dell'Asia Minore. A ciò si aggiungevano l'importanza commer­
ciale come punto di transito fra Europa e Asia, il generale spostamento
del baricentro dell'impero verso Oriente e, da ultimo, l'abitudine degli
imperatori a risiedervi. Tale tendenza, già forte nel IV secolo, diventò
poi una costante quando, con i successori di Teodosio I, morto nel 395, i
sovrani divennero sedentari.
La scelta di una nuova capitale in cui risiedere da parte di un sovrano
non implicava una sua trasformazione dal punto di vista istituzionale, ma
il caso di Costantinopoli fu diverso e, anche se non subito, finì per essere
a tutti gli effetti una copia della città imperiale. La sua crescita fu rapida,
anche dal punto di vista demografico, e nell'arco di poco più di un se­
colo ne assunse le stesse caratteristiche. Come l'antica capitale, ebbe un
senato con analoghe funzioni, un prefetto come primo magistrato civico
e divenne sede ecclesiastica preminente. Costantino creò nella sua città
un primo nucleo del senato, formato da una rappresentanza di senatori
romani che lo seguirono nella nuova residenza. Un'istituzione senatoria
analoga a quella romana si ebbe però con il successore, il figlio Costanzo
II, che trasferì a Costantinopoli i senatori romani residenti in Oriente e
altri ne incluse nell'ordine. Questo nuovo senato è già nel pieno delle sue
funzioni nel 340: sotto Costanzo II concava 300 membri, che salirono
a 2.000 verso la fine del IV secolo. Lo stesso sovrano, nel 359, dotò Co­
stantinopoli di un prefetto cittadino, equiparando così la nuova capitale
a Roma, l'unica città a essere governata da un proprio magistrato al di
fuori del normale ordinamento amministrativo. Relativamente alle isti­
tuzioni ecclesiastiche, l'assimilazione a Roma fu più lenta ed ebbe come
punto di arrivo il 451, quando il concilio di Calcedonia stabilì l'ugua­
glianza fra le due sedi vescovili. Quella di Costantinopoli, all'inizio assai
marginale, era venuta affermandosi accanto alle maggiori dell'Oriente,
cioè Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, comunemente definite pa­
triarcali. Il canone 28 del concilio di Calcedonia sancì l'equiparazione
fra le cattedre di Roma e Costantinopoli, pur riconoscendo al papa il
primato nella chiesa. Questa risoluzione segna il punto di arrivo della
r,'ASC ESA AL TRONO 19

crescita della "nuova Roma" che sotto ogni profilo venne così assimilata
al i ' antica.
L' imperatore di Bisanzio era un monarca assoluto, molto diverso da
quello che era stato a Roma al tempo del principato, ossia sino alla fine
del III secolo, quando, sia pure formalmente, veniva considerato come un
primo cittadino. L'ordinamento dell' unpero giustinianeo si era lasciato
alle spalle già da tempo questa convinzione, da quando, cioè, Dioclezia­
no ne aveva modificato la fisionomia. Il grande riformatore romano ave­
va radicalmente cambiato l'assetto del suo impero e la nuova configura­
zione fu in buona parte alla base della struttura dell'impero di Bisanzio
nei suoi primi secoli. Le riforme dioclezianee furono conseguenza della
grande crisi che aveva investito il mondo romano e, con una svolta radi­
cale, cercarono di porre un freno alla disgregazione dell'apparato statale.
Per effetto di tali riforme mutò in primo luogo la concezione della figura
del sovrano, in modo da assimilarlo a una divinità e rendere così meno
facili, almeno in teoria, le usurpazioni. L'imperatore divenne, infatti, un
dominus assai diverso da come era stato concepito fino ad allora e assun­
se i connotati di un monarca orientale più che di un magistrato romano.
Diocleziano si presentò come un dio e si fece chiamare Iovius ma, con il
trionfo del cristianesimo, tale concezione fu abbandonata per far posto
a quella più sfumata, ma ugualmente pregnante, di "imperatore eletto da
Dio", con un potere e un'autorità di gran lunga al di sopra di tutti i mor­
tali. Il sovrano di Costantinopoli - e questa convinzione non venne mai
meno per tutta la durata dell' impero - si considerò scelto da Dio, anche
se eletto con procedure umane, e i suoi poteri investivano ogni campo
della vita politica: era comandante dell'esercito, giudice supremo, unico
legislatore e protettore della chiesa. Come rappresentante di Dio in ter­
ra, andava soggetto a un culto particolare di carattere politico-religioso:
la sua persona era sacra e sacro tutto quanto a lui connesso; i sudditi
erano servi, tenuti a prostrarsi dinanzi al loro signore.
Diocleziano, inoltre, incise notevolmente sull'amministrazione
dell'impero e, anche sotto questo profilo, lasciò una forte impronta
sulla prima epoca di Bisanzio. L'amministrazione venne notevolmente
cencralizzata così da rafforzare l 'autorità imperiale, indebolita dalle fre­
quenti rivolte. Furono perciò limitate le autonomie periferiche e venne
ancor più ridotto il potere antagonista del senato, che spesso si era oppo­
sto ai sovrani. L' imperatore, attraverso una rete capillare di funzionari,
riuscì a controllare tutto lo stato. A tal fine la burocrazia fu di molto
ampliata: si aumentò il numero delle province e vennero create le dioce-
20 L'ETÀ D I GIUSTINIANO

si, che comprendevano più province; al tempo di Costantino, l'impero


venne ulteriormente suddiviso in prefetture, in modo che ciascuna di
esse comprendesse più diocesi e ogni diocesi più province. A capo di
ciascuna prefettura si trovava un prefetto del pretorio, uno dei più alti
funzionari imperiali. Le diocesi erano rette da delegati dei prefetti, con
il titolo di vicari, e le province da governatori di diverso titolo e rango.
Diocleziano riformò anche l' imposta fondiaria introducendo l ' an­
nona, una tassa in natura che, a motivo dell'enorme svalutazione, so­
stituì l'antico tributo in denaro. Questa sua riforma era tuttavia in gran
parte superata al tempo di Giustiniano, perché a Bisanzio già dal v se­
colo l 'economia monetaria aveva ripreso il sopravvento. Il solido aureo
bizantino, formato da 4,55 grammi d'oro, era una moneta assai stabile e
tale sarebbe poi rimasta per parecchi secoli. Lo stesso destino toccò alla
riforma del sistema di successione al trono. Diocleziano la concepì per
ovviare alla cronica instabilità del potere centrale che, privo di una base
legittima, andava spesso soggetto a usurpazioni. Consisteva nella gestio­
ne collegiale del potere da parte di quattro imperatori: due augusti più
anziani e due cesari scelti dagli augusti e destinati a subentrare loro au­
tomaticamente. Tale sistema si rivelò un fallimento e i successori di Dio­
cleziano iniziarono una lunga serie di guerre civili, dalle quali uscì vin­
citore Costantino. Eg1 i ristabilì il principio della successione ereditaria
dinastica, che in seguito venne mantenuta accanto al sistema elettorale,
utilizzato in caso di assenza di eredi. Sopravvissero i titoli di augusto e
di cesare: il primo riservato ai sovrani, l'altro, sia pure usato occasio­
nalmente, ai membri della famiglia imperiale per designare il probabile
successore al trono.
La ristrutturazione dell'esercito creò infine un'organizzazione de­
stinata a durare fino a Giustiniano e oltre. Il nuovo ordinamento, in­
trodotto da Diocleziano e perfezionato da Costantino, consisteva nella
suddivisione fra esercito di frontiera ed esercito di manovra, acquartie­
rato in profondità. Il primo era formato dai limitanei; il secondo dai
comitatenses e doveva essere utilizzato per intervenire rapidamente nei
settori in cui si fossero avuti sfondamenti. Veniva così abbandonata la
strategia precedente, in forza della quale tutto il dispositivo difensivo
gravitava sui confini, che aveva creato grossi problemi nel momento in
cui gli invasori erano riusciti a superarli.
Le forme di governo mutarono nel corso dei secoli, ma non venne
intaccato il principio fondamentale: Bisanzio fu sempre uno stato di
burocrati retto da un monarca assoluto che si ispirava al modello roma-
L 'ASCESA AL TRONO 2.1

no da cui traeva origine il suo potere. La cultura della metà orientale


dell 'impero di Roma fu pressoché esclusivamente greca, anche se fino al
vn secolo, accanto al greco, si continuò a utilizzare il latino come lingua
dell'amministrazione. L'Oriente romano, infine, fu ampiamente cristia­
nizzato fin dai primi tempi e in seguito la religione cristiana sarebbe sta­
ra una componente inscindibile dalla vita di Bisanzio.
Giustiniano fu un imperatore particolarmente sedentario, che si al­
lontanò soltanto di rado da Costantinopoli e governò l'impero dall'in­
terno del suo palazzo. Il suo potere, com'era nella tradizione, non aveva
limiti, se non quello soggettivo del rispetto delle leggi, ma nell'attività
di governo era assistito da due corpi ufficiali di consiglieri: il concistoro
e il senato. Il sacrum consistorium era un consiglio ristretto, formato da
membri di diritto e da altri non ufficiali di nomina imperiale. Il termi­
ne "concistoro" derivava dal fatto che i partecipanti dovevano consistere,
cioè stare in piedi di fronte all'imperatore. Le riunioni avevano luogo
a palazzo ed erano dette silentia, perché i presenti stavano in religioso
silenzio dinanzi al sovrano. Il senato costituiva la più elevata aristocrazia
dell' impero e vi si accedeva per lo più esercitando alte cariche pubbliche.
Olrre a funzionare quale consiglio di stato, conservava alcune prerogati­
ve tradizionali, come la facoltà di proporre leggi o l'esercizio di compiti
giudiziari, che erano svolti anche dal concistoro. Si riuniva per lo più
nell'aula ad esso destinata in prossimità del palazzo imperiale, sotto la
presidenza del prefetto cittadino. Senato e concistoro ebbero tuttavia un
ruolo marginale nel governo dell'impero, dato che Giustiniano rafforzò
notevolmente l'assolutismo. Il primo pare essere stato consultato solo in
omaggio alla tradizione; il secondo sembra essersi ridotto a poco più di
una carnera di cerimonia. Il sovrano preferiva trattare direttamente con
i suoi ministri le grandi questioni di stato. L'assemblea senatoria in ogni
modo aveva un peso soltanto in caso di vacatio imperii, perché in questa
circostanza spettava al senato il compito di eleggere un successore.
L'amministrazione centrale era costituita da una complicata serie di
uffici i cui impiegati erano per lo più militarizzati. Fra i capi servizio,
oltre al prefetto del pretorio, rivestivano particolare importanza il magi­
ster officiorum, il quaestor sacri palatii, il comes sacrarum largitionum e il
comes rerum privatarum che erano i principali ministri civili dello stato.
li magister officiorum aveva una serie di compiti che ne facevano allo stes­
so tempo un responsabile degli affari esteri e di quelli interni; il quaestor
amministrava la giustizia e aveva, in particolare, il compito di redigere
le leggi imperiali; il comes sacrarum largitionum ricopriva diversi inca-
22 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

richi di natura finanziaria, mentre il comes rerum privatarum dirigeva i


possedimenti della corona. Tutti e quattro erano membri di diritto del
concistoro e, con loro, facevano parte d'ufficio del consiglio imperiale il
prefetto del pretorio, che aveva sede a Costantinopoli e, come membri
militari, i due comites domesticorum, il comes excubitorum e i magistri mi­
litum praesentales. I primi comandavano il corpo scelto dei domestici, il
secondo un altro reparto della guardia, mentre i magistri militum prae­
sentales - di solito due ma, per qualche tempo, sotto Giustiniano se ne
aggiunse un terzo - erano responsabili delle truppe campali acquartie­
rate a Costantinopoli.
L'insieme della corte era chiamato il comitatus (letteralmente "il se­
guito"), perché formato da personale che doveva seguire il sovrano nei
suoi spostamenti. Ne erano membri, oltre ai funzionari ricordati con i
relativi dipendenti, gli eunuchi del sacrum cubiculum, il personale do­
mestico (i castrensiani) e gli uscieri (i silentiarii), la guardia delle scholae
palatinae e il concistoro con la relativa segreteria. Un ruolo centrale nel­
la vita di corte fu poi assunto sotto Giustiniano dal curopalate, il fun­
zionario più elevato nella gerarchia del palazzo, che aveva il comando
generale della guardia palatina. Crebbe anche notevolmente l'autorità
del praepositus sacri cubiculi, l'eunuco capo di palazzo, preposto ali'am­
ministrazione della casa imperiale.
L'amministrazione civile delle province faceva capo ai prefetti del
pretorio; sotto di loro si trovavano vicari delle diocesi e governatori del­
le province e tutti avevano alle dipendenze uffici amministrativi più o
meno ampi. Il prefetto del pretorio assolveva compiti di particolare rilie­
vo: supremo giudice di appello dopo il sovrano, addetto alla riscossione
delle maggiori imposte, responsabile del reclutamento e dell'approvvi­
gionamento dell'esercito, della posta, dei lavori pubblici e controllore
dei governatori periferici. All'inizio del regno di Giustiniano esistevano
un prefetto del pretorio dell'Oriente, con sede a Costantinopoli, e uno
dell'Illirico a Tessalonica. Il prefetto dell'Oriente era di rango più eleva­
to rispetto ali'altro e aveva giurisdizione sui territori che si estendevano
dalla Libia all'Asia Minore e la Tracia; quello dell'Illirico sulla Grecia
e la parte centrale della penisola balcanica. Il primo aveva sotto di sé le
diocesi di Egitto, Oriente, Ponto, Tracia e Asia; il secondo quelle di Da­
cia e Macedonia. Giustiniano, nei primi anni di governo, abolì i vicariati
dipendenti dalla prefettura d'Oriente, ma in seguito ne restaurò tre e
aggiunse a questi il vicariato di Tracia, che era stato soppresso qualche
tempo prima di lui. A questi cambiamenti si aggiunsero poi l'istituzione
1,'ASC ESA AL TRONO 2,3

della quaestura exercitus, di fatto una nuova prefettura pretoriana con


autorità su alcune province sottratte all'Oriente, e la creazione di nuo­
vi distretti amministrativi nei territori occidentali riconquistati. Al di
so tto dei vicari si aveva un numero notevole di province, rette da pro­
consoli, consolari, correctores, praesides oppure da magistrati con l'anti­
co titolo di praetor, fatto rivivere da Giustiniano, e di moderator, da lui
inventato. Anche l'amministrazione provinciale fu spesso rimaneggiata
da Giustiniano e vennero ugualmente create nuove circoscrizioni nei
paesi recuperati all'impero. L'ultimo anello della catena era infine rap­
presentato dalle amministrazioni cittadine, con i consigli municipali e le
magistrature di origine romana, molto spesso, però, messe in ombra dai
funzionari del governo centrale.
In linea teorica l'autorità civile era separata da quella militare; in di­
verse occasioni, tuttavia, Giustiniano riunificò i due poteri per far fun­
zionare meglio l'amministrazione. In questi casi il potere era in gene­
re concentrato nelle mani di un militare al fine di garantire una difesa
efficace dai pericoli esterni o dal banditismo. L'esercito campale delle
province, all'inizio del suo regno, era agli ordini di tre magistri militum,
uno dell'Oriente con il comando delle truppe acquartierate nella prefet­
tura d'Oriente, e gli altri due della Tracia e dell'Illirico. Nelle province
di frontiera, e talvolta all'interno, il comando veniva esercitato da duces
o comites nell'ambito delle rispettive giurisdizioni. I comandanti dei di­
stretti di frontiera dipendevano in termini operativi dai magistri mili­
tum ed erano quindi di rango inferiore a questi. Giustiniano modificò
anche l'amministrazione militare attraverso la creazione di altri coman­
di e di nuovi ne introdusse nei territori conquistati. I magistri militum, i
duces e gli altri funzionari con autorità militare avevano, come i civili, un
ufficio amministrativo alle loro dipendenze.
Gli alti funzionari dello stato, nella Bisanzio di Giustiniano, erano
in genere bilingui: latino e greco erano le due lingue ufficiali dell'impe­
ro e la cultura giuridica continuava a essere per lo più basata sul latino.
la grande compilazione giustinianea, terminata nel 534, venne in gran­
dissima parte redatta in questa lingua. Latine erano infatti le opere dei
giurisperiti romani e gran parte delle leggi emesse dagli imperatori fino
allo stesso Giustiniano. Tale linea di tendenza, però, in seguito si invertì,
perché la produzione legislativa di Giustiniano fu prevalentemente gre­
ca. Il latino continuava a ogni modo a essere insegnato nelle università e
a costituire il fondamento degli studi giuridici; veniva inoltre usato nella
b urocrazia e nell'esercito. Lo stesso imperatore era indicato nei proto-
L'ETÀ DI GIUSTINIANO

colli come imperator, caesar augustus, e questa titolatura venne meno


soltanto nel VII secolo per essere sostituita con la denominazione greca
di basileus, che diventò il titolo ufficiale dei sovrani di Bisanzio. Quando
Giustiniano salì al crono, il latino era parlato in alcuni territori della pe­
nisola balcanica, ai quali egli stesso apparteneva; a questi poi si aggiun­
sero le province occidentali riconquistate, dove per lo più ci si esprimeva
in latino. La lingua della cultura, al contrario, era prevalentemente greca.
A parte poche eccezioni, la grande produzione letteraria del tempo è
tutta in greco. In greco scrissero, ad esempio, i maggiori storici di età giu­
stinianea: Procopio di Cesarea di Palestina e il suo continuatore, Agazia
di Mirina. La lingua di questi autori eruditi e di altri del genere non era
però quella parlata del tempo, bensì un'espressione artificiosa canoniz­
zata in epoca ellenistica. Una lingua artificiale, in sostanza, codificata
secondo una norma di eleganza formale, che si basava sui grandi modelli
della letteratura classica. Un fenomeno destinato a durare per tutta l'età
bizantina, creando una frattura tra la letteratura erudita, imbalsamata in
vecchi modelli espressivi, e quella popolare, già presente nel VI secolo,
che costituiva un genere letterario autonomo.
Con la vittoria di Costantino iniziò l'ascesa inarrestabile del cristia­
nesimo. Non è del tutto chiaro quale sia stato il reale atteggiamento di
questo sovrano di fronte alla religione cristiana, ma il problema è secon­
dario rispetto all'ascendente che il nuovo credo acquistò nell'impero.
Tale influenza si manifestò fin dal primo concilio ecumenico, tenutosi
a Nicea nel 325, convocato dall'imperatore, che ne diresse i lavori e ne
influenzò l'esito. In questo modo egli si poneva a capo della chiesa cri­
stiana, sottolineandone il ruolo centrale nello stato. Quello di Nicea fu il
primo dei grandi concili che posero le basi dogmatiche e canoniche della
chiesa. Segnò anche l'inizio del legarne fra stato e chiesa, tipico del mon­
do bizantino, per cui i sovrani, pur non avendo autorità in materia di
fede, si inserirono regolarmente nelle dispute teologiche in appoggio o
anche in contrasto con le tendenze prevalenti nella chiesa. A Nicea ven­
ne condannata la teoria del prete alessandrino Ario, che negava l'identità
fra il padre e il figlio, sostenendo che il Cristo era stato creato dal padre.
La dottrina ariana fu messa al bando e si affermò il dogma della consu­
stanzialità, ossia della perfetta identità fra il padre e il figlio. Qualche
tempo più tardi, però, Costantino cambiò idea e impose la riammissione
di Ario nella comunità ecclesiastica, creando una forte opposizione nel
mondo ortodosso. Ariano fu inoltre il suo successore Costanzo II e ciò
fu storicamente rilevante perché, socco di lui, iniziò l'opera di conversio-
1, 'AS C ESA AL TRONO

n e dei Goti a opera del vescovo Ulfila; i popoli germanici accettarono


pe rciò il cristianesimo nella versione ariana e questo costituì un forte
elemento di attrito con i Romani quando iniziarono le grandi invasioni.
Le controversie religiose si riacutizzarono nel v secolo in rapporto
alla questione della natura del Cristo. Si ebbe dapprima il nestoriane­
sim o, cosiddetto da Nestorio, vescovo di Costantinopoli nel 428. Se­
condo questa dottrina, sostenuta dalla sede patriarcale di Antiochia e
avversata da Alessandria, esisterebbero in Cristo due nature distinte con
prevalenza di quella umana. L'eresia nestoriana venne però sconfitta al
terzo concilio ecumenico, tenutosi a Efeso nel 431. Fu quindi la volta
del monofisismo, appoggiato da Alessandria contro Costantinopoli e
Roma, per cui in Cristo esisterebbe la sola natura divina. Il monofisismo
ottenne con la forza la vittoria al cosiddetto "concilio dei briganti" nel
449, ma fu poi sconfitto nel 451 al quarto concilio ecumenico, svoltosi a
Calcedonia. Il monofisismo continuò tuttavia a rappresentare un gran­
de problema sul piano religioso e politico. Pur essendo stato battuto a
Calcedonia, infatti, andò radicandosi soprattutto nelle province orien­
tali, in Siria e in Egitto. La divisione religiosa portò a contrasti fra centro
e periferia anche di natura politica, perché i monofisiti facevano coin­
cidere l'opposizione religiosa a Costantinopoli con il nazionalismo e le
tendenze separatiste. I sovrani, di conseguenza, furono spesso costretti a
cambiare politica religiosa per favorire l'uno o l'altro partito.
Il 4 settembre 476 l'ultimo imperatore romano d'Occidente, Ro­
molo Augustolo, venne deposto dal barbaro Odoacre. Si chiudeva così
formalmente una vicenda storica secolare anche se, di fatto, già da alcuni
anni l'impero in Occidente non esisteva più, e sopravviveva soltanto una
successione di sovrani senza reale potere. Al momento della deposizione
di Romolo Augustolo restavano in mano all'elemento romano ancora
una piccola zona della Gallia e una della Dalmazia, mentre tutto il resto
dell' impero era stato occupato dai barbari, che avevano costituito una
serie di regni. Questi regni avevano subito aggiustamenti nel corso del
tem po e, quando Giustiniano salì al trono, la situazione si era stabiliz­
zata a opera di alcune potenze egemoni. L'Africa romana e le isole di
Cor sica, Sardegna e Baleari formavano il regno dei Vandali; la penisola
italiana, la Dalmazia e la Sicilia costituivano il regno degli Ostrogoti;
la Spagna quello dei Visigoti e la Gallia romana era soggetta ai Fran­
chi. Odoacre, deponendo Romolo Augustolo, aveva inviato le insegne
imperiali al sovrano di Bisanzio che, in questo modo, diveniva titolare
anche della sede d'Occidente. I barbari riconoscevano infatti un'ideale
26 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

giurisdizione dell'impero sui loro regni dovuta al fatto che si erano in­
sediati in territorio romano come alleati e non come conquistatori. Ma
si trattava di pura teoria, che nulla toglieva alla reale situazione di domi­
nio. L'impero di Costantinopoli, nel v secolo, era stato troppo debole
per reagire alle invasioni e i pochi tentativi fatti per impedire il tracollo
dell'Occidente erano falliti. L'imperatore Zenone, in carica nel 476,
aveva problemi a mantenere il trono e non poté occuparsi del collega
d'Occidente, limitandosi a fare buon viso a cattivo gioco.
La situazione di fatto non implicava comunque la rinuncia bizantina
all'Occidente. La divisione delle due parti, dal punto di vista giuridico­
formale, non comportava alcuna separazione: l'impero era considerato
unico e semplicemente diviso per necessità amministrative. L'unità era
sentita come un fatto reale dai contemporanei - anche se prima della
fine dell'Occidente vi erano stati occasionali motivi di contrasto -, e
soprattutto veniva avvertita come tale dall'aristocrazia senatoria, ancora
pervasa da un forte senso della romanità. Nel v secolo, tuttavia, i destini
delle due parti si divaricarono e, mentre l'Occidente veniva sommerso
dai barbari, l'Oriente risentiva in misura soltanto marginale dei gran­
di spostamenti di popoli. Le invasioni barbariche furono infatti meno
pericolose in Oriente di quanto non lo siano state in Occidente. Ciò
dipese probabilmente anche dal caso, ma ebbe una componente di natu­
ra strategica da non sottovalutare: i barbari provenienti dal Nord erano
costretti a disperdersi nella penisola balcanica, in territori disagevoli e
con grossi problemi di rifornimento. Non disponendo di flotte, non po­
tevano inoltre raggiungere le terre più ricche dell'Asia Minore perché
Costantinopoli impediva il passaggio con le sue imprendibili mura. In
Occidente, al contrario, una volta superato il confine renano, attraver­
so la Gallia si apriva la via alle invasioni, e l'impero risultava pressoché
indifendibile. A ciò si aggiungeva, come elemento di forza, la maggiore
solidità interna dell'Oriente, che a pochi anni di distanza, per volontà di
Giustiniano, fu in grado di avviare una fortunata controffensiva.

L'elezione di Giustino I
Verso l'anno 470 un giovane di circa vent'anni, insieme a due amici,
prese la via di Costantinopoli dal paese in cui era nato. Si trattava di
Giustino, originario del castello di Bederiana in prossimità di Naisso
(l'attuale Nis), nell'allora provincia della Dacia mediterranea, vicino
L 'AS CESA AL TRONO 27

ali ' arcuale Skopje. In quella parte remota dell'impero, tradizionalmente


cerra di buoni soldati, si parlava latino e si professava il cristianesimo
ortodosso definito al concilio di Nicea nel 451, privo quindi delle con­
caminazioni ereticali che pullulavano altrove. Gli altri due compagni di
Giustino avevano nomi più insoliti per le nostre orecchie, ossia Zimar­
co e Ditibisto, e diversamente da lui non avrebbero lasciato tracce nella
scoria, anche se non è da escludere che il primo sia da identificare con
un generale che combatté nella guerra persiana fra 503 e 504. La distan­
za da percorrere era notevole, all'incirca 800 chilometri, e i tre giovani
viaggiarono a piedi provvisti inizialmente soltanto delle gallette che, alla
partenza, avevano messo nelle loro bisacce. Li spingevano la povertà e
la prospettiva allettante di poter essere arruolati nell'esercito, cosa che
avrebbe assicurato loro una carriera dignitosa. E in effetti le cose andaro­
no forse al di là delle più rosee previsioni perché, avendo un fisico robu­
sco, vennero destinati a un corpo della guardia imperiale, probabilmente
gli excubitores, un reparto scelto di 300 membri costituito verso il 460
dall'imperatore Leone I.
Giustino era nato tra il 450 e il 452 da una modesta famiglia contadi­
na e, durante gli anni che precedettero il suo viaggio a Costantinopoli,
aveva forse esercitato la professione di mandriano o guardiano di maiali'.
Se, come probabile, venne arruolato negli excubitores, si trovò a essere
un soldato effettivo, a differenza dei commilitoni inseriti in altri corpi
della guardia palatina, il cui servizio era più di apparato che reale. Iniziò
la carriera come soldato semplice e di lui in seguito si perdono le tracce
per parecchi anni fino a ritrovarlo come un alto ufficiale con l'incarico
di vicarius (o alla grecaypostrategos), ossia vicecomandante dell'esercito,
che operò nella guerra isaurica combattuta dal 492 al 498. Gli !sauri,
popolazione combattiva dell'Asia Minore, erano stati il principale so­
s tegno dell'imperatore Zenone, che apparteneva alla loro stirpe; dopo
l a s ua morte nel 491 si erano visti messi da parte dal successore Anasta­
sio I e si erano ribellati. Vennero tuttavia sanguinosamente sconfitti nel
492. dai generali lealisti Giovanni lo Scita e Giovanni il Gobbo, ai cui
ordini operò Giustino, anche se la loro ribellione si protrasse per alcu­
ni anni ancora. In questa occasione Giustino dovette commettere però
una grossa mancanza per cui Giovanni il Gobbo lo fece imprigionare
con l'intenzione di metterlo a morte. Quale crimine avesse commesso
non ci è dato di sapere, anche se è verosimile che per meritare una simile
pu nizione si sia reso responsabile di qualcosa di rilevante, forse un grave
atto di insubordinazione. Giustino comunque riuscì a cavarsela. Chi ci
2.8 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

tramanda l'episodio racconta una graziosa favola su come il generale ab­


bia deciso di comare sui suoi passi, il che, a dire il vero, ci lascia alquanto
perplessi su come si siano svolci i facci. Il giorno prima dell'esecuzione
capitale, Giovanni il Gobbo avrebbe infatti sognato un essere di enorme
scatura che gli aveva ingiunco di rilasciare il prigioniero. Al risveglio non
se ne era dato per inceso, anche se aveva rimandato l'esecuzione capitale,
e il sogno si era ripetuto la notte successiva. Giovanni persisteva nella sua
intenzione ma, nonostante avesse deciso di giustiziare Giustino il giorno
successivo alla condanna, ne passò un terzo con il rinnovarsi della visio­
ne notturna e l'ordine minaccioso di non ucciderlo. Alla fine si arrese e
lo risparmiò'.
La vicenda non gettò ombre sulla carriera del futuro imperatore e,
qualche anno più cardi, lo ritroviamo nuovamente in servizio con un
grado elevato nel conflitto fra Bizantini e Persiani, combattuto questa
volta fra il 502. e il 505. Nell'inverno 503-504, in particolare, era presence
ali' assedio della città mesopotamica di Amida in qualità di comes: po­
trebbe essere stato quindi un comes rei militaris, un ufficiale con un ran­
go non esattamente identificabile nella gerarchia, al comando di reparti
dell'esercito campale3.
E ancora nel 515 era alla guida di una flottiglia che in prossimità di
Costantinopoli, all' ingresso del Corno d'Oro, sconfisse l'usurpatore
Vitaliano, questa volca in qualità di comes excubitorum, ossia di coman­
dante in capo degli excubitores4• Il nuovo grado, ottenuto per volontà
di Anastasio I al più cardi nel corso dello stesso anno, segnava il punto
di arrivo della carriera militare di Giustino: si trattava di una posizione
molco importante nella gerarchia militare, il cui titolare era inserito al
vertice della nobiltà del tempo ed entrava di diritto a far parte del consi­
glio imperiale. L'umile contadino illirico era dunque salico molto in alto
nella professione militare, un caso abbastanza insolito, anche se non uni­
co, nel mondo bizantino, dopo aver percorso una carriera che, almeno a
giudicare da ciò che si sa, non deve essere stata neppure troppo brillante.
Ma non era finita. Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 518, infatti, morì
a Costantinopoli il vecchio imperatore Anastasio I senza aver provve­
duto a scegliere un erede. Non c'era neppure un'imperatrice in grado
di designare un nuovo sovrano e, come si usava in questi casi, quando
non esisteva la possibilità di stabilire una successione dinastica, venne
convocato il collegio elettorale per nominare un altro titolare del crono.
Quando si creava una dinastia, infatti, la successione non destava grandi
problemi perché al sovrano si associava un collega destinato a regnare
L 'A SC ESA AL TRONO

d op o di lui; nel momento in cui però si verificavano situazioni del gene­


re , l e cose si complicavano e la scelta del nuovo signore dello stato aveva
l u ogo attraverso un'elezione. In teoria la scelta spettava al senato di Co­
sc ancinopoli e all'esercito; in pratica dipendeva dal solo senato al quale,
nd VI secolo, vediamo affiancarsi come membri del collegio elettorale
an che i principali ministri palatini. Il pericolo di sedizioni e rivolte era
sem pre nell'aria nella turbolenta Costantinopoli e, in una situazione
così delicata, i maggiori responsabili della politica non persero tempo.
Appena informati del decesso, il magister officiorum Celere e Giustino
vennero convocati a palazzo. La scelta non fu casuale perché Celere, pur
essendo un ministro civile, comandava le scholaepalatinae, il più nume­
roso reparto della guardia imperiale, e Giustino gli excubitores. L'umore
dei militari era condizione essenziale per poter garantire un ordinato
trapasso dei poteri e sia l'uno sia l'altro si assunsero l'onere di tenere
a freno le truppe rivolgendosi agli ufficiali con un breve discorso il cui
cesto nella sua essenzialità è arrivato fino a noi: «Il nostro signore, essen­
do un uomo, è morto. Bisogna quindi che tutti noi di comune accordo
ci consigliamo per scegliere un successore che piaccia a Dio e sia utile
all' impero»1 •
Il collegio elettorale si riunì ali'alba ali' interno del palazzo imperia­
le, ma la decisione si rivelò più laboriosa del previsto. Non si riusciva
ad arrivare a un accordo e il tempo passava inutilmente, con pericolose
manifestazioni di nervosismo. I soldati della guardia e i popolani che,
secondo l'uso, si erano riuniti all'ippodromo per acclamare l'eletto, die­
dero chiari segni di impazienza, seguiti da disordini in cui ogni fazione
cercava di imporre il proprio candidato. Gli excubitores elessero impera­
core un tribuno di nome Giovanni e, secondo la prassi, lo sollevarono
su uno scudo per la proclamazione. I membri della fazione sportiva de­
gli Azzurri, però, rappresentanti di parte del popolo della capitale, non
gradirono affatto la scelta e iniziarono a prendere a sassate i soldati, che
reagirono a modo loro tirando fuori gli archi e colpendo a morte alcuni
avversari. Gli scholares non restarono inerti e introdussero a forza nel
p alazzo un generale con l'intenzione di incoronarlo, ma vennero viva­
cemente contrastati dagli excubitores, che strapparono loro di mano il
prescelto per ucciderlo. A questo punto intervenne il futuro imperato­
re Giustiniano, allora un semplice candidatus - un soldato scelto de­
gli scholares -, che salvò il malcapitato e lo fece portare al sicuro; nel
contempo, rifiutò fermamente l'offerta fattagli dai soldati di accettare
la designazione. È questa la sua prima apparizione pubblica che ci sia
30 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

nota. Il caos divenne generale e ognuno tirava fuori il proprio aspiran­


te e bussava alle porte del palazzo per farsi consegnare dagli eunuchi le
insegne imperiali, di cui erano depositari. Questi però sistematicamente
rifiutavano di farlo.
Alla fine il collegio elettorale, messo alle strette e nel timore che il
montante nervosismo finisse per degenerare, scelse il comes excubitorum
Giustino. Il disappunto degli scholares non tardò a manifestarsi e uno
di loro colpì il neoeletto con un pugno che gli ruppe il labbro. Senza
perdere tempo si passò quindi alla solenne cerimonia di proclamazione.
Giustino I si recò nel Kathisma, la tribuna imperiale in comunicazio­
ne con l'arena, assieme al patriarca di Costantinopoli e ai dignitari che
erano soliti seguirvi il sovrano, mentre il popolo lo acclamava e i sol­
dati erano schierati di fronte alla tribuna, con le insegne abbassate. Sul
Kathisma venne sollevato su uno scudo e un sottufficiale istruttore del
reparto dei lanciarii gli pose in capo il maniakis, decorazione che que­
sti soldati portavano al collo, simbolo della trasmissione del potere da
parte dell'esercito al nuovo eletto. Contrariamente all'uso, Giustino r
non tornò nella sala comunicante con il Kathisma per indossare gli abiti
imperiali, ma si cambiò dietro alla "testuggine", il riparo realizzato dai
soldati con gli scudi, sulla tribuna stessa. Il patriarca di Costantinopoli
gli pose in capo la corona ed egli, presi lancia e scudo, si mostrò alla folla
che lo acclamò con il tradizionale grido di vittoria, «Giustino Augu­
sto, tu vincas », dopo avergli reso omaggio prosternandosi al suolo. Il
nuovo imperatore si rivolse quindi all'assemblea e promise un donativo
alle truppe e un buon governo, e venne più volte interrotto dalle accla­
mazioni:

«Per decisione di Dio onnipotente e per la vostra comune scelta avendo ottenu­
to l'impero, invochiamo la divina provvidenza ... ».
Tutti gridarono: «Ogni bene all'impero. Così come hai vissuto, regna.
Ogni bene al governo. O sovrano celeste, salva quello terrestre. Giustino Au­
gusto, tu vincas! Molti siano gli anni del nuovo Costantino. Noi siamo servi
dell'imperatore! » .
L'imperatore cesare augusto: «Affinché per sua grazia ci dia la forza per
compiere tutto quanto è utile a voi e allo stato».
Tutti gridarono: «Figlio di Dio, abbi pietà di lui. Tu lo hai scelto, tu abbi
pietà di lui. Giustino Augusto, tu vincas! » e molte altre cose del genere.
L'imperatore cesare augusto: «Sarà infatti nostra premura farvi ottenere
ogni benessere con l'aiuto della divina provvidenza e custodire ognuno di voi
con affetto, cura e sicurezza » .
r,'A SC ESA AL TRONO 31

Tutti gridarono: « Degno dell'impero, degno della Trinità, degno della cit­
tà. Molti siano gli anni dell' imperatore. Chiediamo per l' impero governanti
onesti! » e molte altre cose del genere.
L' imperatore: «Per la celebrazione del nostro felice impero doneremo a
ognuno di voi cinque nomismata e una libbra d'argenco» 6•
Tutti acclamarono: «Dio protegga l'imperatore cristiano: questi sono i voci
di rutto l' impero! » e molte altre cose del genere.
L' imperatore: « Dio sia con voi».

Terminò così l'allocuzione di Giustino I, che ci è stata tramandata da un


suo contemporaneo, Pietro Patrizio, probabilmente sulla scorta di un
processo verbale. La cerimonia continuò con una processione solenne
fino alla chiesa di Santa Sofia, seguita dal ritorno a palazzo e dal ban­
chetto offerto ai dignitari7.
La proclamazione di Giustino I si era svolta secondo una procedura
rimale che, con minime varianti, aveva luogo in ogni occasione del gene­
re; ma l'avvento di questo sovrano era un fatto nuovo che sarebbe stato
gravido di conseguenze. A detta del contemporaneo Procopio, quando
Giustino I salì al trono era « un vecchio con ormai un piede nel sepol­
cro» e, cosa che mai era capitata ai sovrani di Bisanzio, un analfabeta al
punto che, per firmare gli atti pubblici, si serviva di uno stampo con in­
cisa la parola legi (ho letto) in cui faceva passare la penna. Lo stesso, d'al­
tronde, si racconta per un altro illustre contemporaneo, il re Teodorico,
ma nella colta Bisanzio una simile rozzezza era più insolita che presso i
barbari ostrogoti. Non era inoltre in grado «né di dare disposizioni né
di stare dietro a ciò che veniva eseguito» , un caso evidente di demenza
senile, insomma, tanto che al suo posto ogni pubblica incombenza ve­
niva assolta dal questore Proclo8• Giovanni Lido a sua volta rincara la
dose, definendolo un uomo inoperoso e conoscitore soltanto dell'arte
dell a guerra9•
Ma era davvero così ? Giustino, al di là della sua pochezza culturale,
sembra aver sempre mostrato una sorta di furbizia contadina che lo ac­
compagnò nella vita fino a portarlo al trono. Aveva, infatti, percorso una
carriera militare del tutto insolita ed era passato indenne dalla disgrazia
che rischiava di travolgerlo, non tanto per le apparizioni oniriche quan­
to piuttosto per qualche evento provvidenziale, o qualche protezione
altolocata, di cui ci sfuggono le informazioni. L'elezione a imperatore,
poi, non gli era caduta dal cielo. Al momento del trapasso del precedente
sovrano aveva ricevuto una cospicua somma di denaro dall'eunuco capo
3 2. L'ETÀ DI GIUSTINIANO

di palazzo, il praepositus sacri cubiculi Amanzio, che insieme a un altro


eunuco di nome Andrea intendeva mettere sul trono una sua creatura,
il comes Teocrito. Non si trattava naturalmente di un atto di generosi­
tà: a Bisanzio come d'altronde in Persia, per una consolidata tradizio­
ne, un uomo mutilato nel fisico non poteva aspirare alla carica suprema
e, come in questo caso, doveva agire per interposta persona'0• Giustino
fece tutt'altro uso di quanto ricevuto e se ne servì a proprio vantaggio
per sedurre soldati e popolani, che avrebbero concorso all'elezione o,
secondo una versione più accomodante, coloro che ottennero il denaro
furono più grati a chi lo aveva dato che al mandante, perché questa era
la volontà di Dio. Amanzio e Andrea, insieme ad altri dignitari di coree,
erano potenziali avversari di Giustino anche sul piano religioso, in quan­
to monofisiti, a differenza del nuovo sovrano, che era ortodosso (cosa
che a quel tempo aveva il suo peso). Giustino chiuse subito la partita con
loro mettendoli a morte o inviandoli in esilio. Non arrendendosi alla
sconfitta, Amanzio, a quanto pare, cercò anche di suscitare una sedizio­
ne popolare e venne giustiziato assieme ad Andrea. A Teocrito toccò la
stessa sorte e altri due eunuchi di palazzo furono mandati in esilio, men­
tre il Giovanni che gli excubitores volevano proclamare imperatore, forse
per precauzione, venne ordinato vescovo di Eraclea di Tracia".
Al di là di queste lotte di potere, l'avvento al trono di un personag­
gio così singolare suscitò stupore e, in vena di servilismo, l'ex prefetto
Marino fece dipingere in un edificio termale di Costantinopoli la storia
della vita di Giustino, da quando era partito dal paese natale per arri­
vare nella città imperiale e la successiva carriera fino ali' ascesa al trono.
Marino era stato prefetto del pretorio sotto Anastasio I e, di fede mo­
nofisita, aveva preso parte al complotto contro Giustino. La sua inizia­
tiva gli valse comunque un breve ritorno di favore nel 519 con una nuo­
va nomina a prefetto del pretorio, anche se per un tempo brevissimo,
finché venne deposto per finire i suoi giorni senza più ottenere cariche
pubbliche 11•
L'elezione di Giustino vale come testimonianza dell'elasticità sociale
che esisteva a Bisanzio, al di sotto di una forte rigidità formale, per cui un
uomo senza cultura che avesse fatto carriera nell'amministrazione pote­
va divenire imperatore. Cosa che, d'altronde, non deve stupirci dato il
peso che i funzionari ebbero in un mondo di burocrati quale fu l'impero
romano d'Oriente. Ma l'avvento di questo nuovo sovrano ha importan­
za non canto per il fatto in sé, quanto per le conseguenze che ebbe. Dal
rozzo Giustino, il cui regno durò pochi anni, venne infarti portato al
1,'A SC E SA AL TRONO 33

crono Giustiniano, un uomo destinato a lasciare un' impronta molto più


m arcata nella storia. Giustino era sposato con una ex schiava barbara, di
nome Lupicina, che aveva riscattato ed era divenuta quindi sua concu­
bina : la incoronò augusta (ossia imperatrice, e non semplicemente mo­
glie del sovrano) e la donna assunse il nome di Eufemia, dato che quello
originario suonava ridicolo agli orecchi raffinati dei Bizantini. I due non
ebb ero figli e, privo di eredi diretti, il vecchio imperatore favorì i nipoti,
occ upandosi di farli studiare e di avviarli alla carriera pubblica. Uno di
questi, Germano, divenne un celebre generale, ma il preferito fu Flavio
Pietro Sabbazio, che egli adottò apparentemente come figlio, dandogli il
nome di Giustiniano e destinandolo a succedergli al trono' 3 •
Zaccaria il Retore dice di Giustino I che era un uomo di bella pre­
senza dai capelli bianchi e Maiala, a sua volta, che ama delineare i tratti
fisici dei sovrani, lo dipinge di media statura, dal petto forte, capelli ricci
e grigi, naso regolare, carnagione rossastra e bello di aspetto' 4• Proco­
pio, da storico più raffinato, non si perde in descrizioni fisionomiche,
ma insiste sui tratti caratteriali del nuovo sovrano: non era in grado di
far bene o male, era un sempliciotto del tutto incapace di parlare e con i
modi da villano•s. Chi deteneva al suo posto il potere reale era il nipote
Giustiniano. Concetto poi ribadito in altra parte della sua opera, dove
è detto che il nipote amministrava lo stato a suo piacimento dato che
lo zio era molto vecchio e non aveva alcuna esperienza degli affari pub­
blici '6. Un'opinione che trova riscontro anche in un'opera agiografica
del tempo, in cui si racconta che il vecchio Giustino era oppresso dalle
malattie e che quindi era Giustiniano a tenere in mano le redini del!' im­
pero'7. Probabile sia andata così, anche se la critica storica moderna non
è concorde su questa interpretazione: Giustino non era vecchissimo, ma
non cerco di primo pelo, non aveva fatto altro che il soldato, mentre
Giustiniano era un giovane brillante e di belle speranze da lui intenzio­
nalmente introdotto nelle stanze del potere per essergli di aiuto.

Giustiniano, l'erede designato

Giustiniano era nato nel 482 a Tauresium, un villaggio vicino a Bederia­


n a, da una sorella di Giustino I. Come lo zio, era dunque un provinciale
d i lingua latina, proveniente da una modesta famiglia e figlio di un oscu­
ro Sabbazio, del quale nulla si sa, e di una donna di cui si ignora il nome.
Lo zio lo volle presso di sé a Costantinopoli ancora prima di diventare
34 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

imperatore; gli fece impartire un'educazione accurata come usava per i


rampolli delle famiglie importanti e ne favorì la carriera. Giustiniano
mostrò in seguito notevoli cognizioni di diritto e uno spiccato interesse
per la teologia, che doveva essere stata parte della sua formazione, com­
ponendo anche trattati in materia religiosa giunti fino a noi1 8• Non sap­
piamo quando sia arrivato nella capitale, anche se è da ritenersi che lo zio
lo abbia chiamato quando era ancora un ragazzo: in ogni caso non dopo
il 518, quando - come si è visto - era un candidatus, cioè un membro
scelto delle scholae palatinae, i cui appartenenti indossavano un'unifor­
me bianca e formavano la scorta del sovrano. Giustiniano aveva allora
circa trentasei anni e già rivestiva un incarico pubblico abbastanza ele­
vato. Ma con l'avvento di Giustino la sua carriera fu rapida e brillante.
Subito dopo venne promosso comes, con ogni probabilità dei domestici,
l'alta carica militare alla quale si associava il rango elevato di illustris. Nel
520 uscì di scena il suo principale avversario politico, il magister militum
praesentalis Vitaliano, e il nipote dell'imperatore gli subentrò nella cari­
ca: otteneva così il prestigioso comando di uno dei due eserciti campali
acquartierati a Costantinopoli. Flavio Vitaliano era stato alla ribalta per
parecchi anni: da comandante di truppe barbariche si ribellò ad Anasta­
sio I nel 513, proclamandosi campione dell'ortodossia religiosa avversa
al monofisismo di questo sovrano. Negli anni successivi restò in armi e
attaccò Costantinopoli più volte senza esito; dopo la morte di Anasta­
sio, si riappacificò con Giustino I, che lo nominò magister militum prae­
sentalis, patrizio e console tra il 518 e il 520. Questa nuova situazione gli
fece acquisire un notevole potere, ma nel luglio del 520 venne assassinato
nel palazzo imperiale di Costantinopoli a seguito di un complotto forse
ordito da Giustiniano' 9•
La carriera del favorito proseguì rapidamente verso mete sempre più
elevate. Nel 521 fu console e arrivò così alla più alta carica alla quale po­
teva aspirare un privato cittadino. Il detentore si poneva, infatti, sullo
stesso piano dell'imperatore, che assumeva occasionalmente la dignità e
conservava l'antico privilegio dell'eponimia, ossia di dare il nome ali'an­
no assieme al collega eletto in Occidente. Da quando l'impero era stato
diviso, nel 395, salvo occasionali interruzioni, a Costantinopoli si nomi­
nava annualmente un solo console ordinario o effettivo, che esercitava la
carica per la durata di un anno. Il console ordinario aveva quale compito
principale l'allestimento dei giochi pubblici a Costantinopoli, e Giusti­
niano, allorché entrò in carica, non finì di stupire organizzando splen­
didi divertimenti per i cittadini. Queste feste fecero epoca e impressio-
1,'A S C ESA AL TRONO 35

na rono i contemporanei. Il programma dei giochi fu più ricco di quello


di c uc ci i precedenti consoli orientali: vennero spese 4.000 libbre d'oro,
pari a 2.88.000 solidi, sia per donazioni al popolo sia per organizzare gli
sp ettacoli. La cifra era enorme e, se si pensa al peso della libbra, si ha
rapidamente l'idea delle spese sostenute ( pari più o meno a 51,5 milioni
di euro), ma il giovane console non lesinava nulla per accattivarsi il fa­
vore del popolo, attingendo naturalmente al tesoro imperiale messogli a
disposizione dallo zio. I giochi comprendevano, secondo l'uso, corse di
carri e combattimenti con animali feroci. Giustiniano fece esibire con­
temporaneamente 2.0 leoni e 3 0 leopardi e altre belve per il diletto del
popolo di Costantinopoli più una quantità imprecisata di cavalli usaci
per le gare1°.
Giustiniano ottenne quindi il titolo nobiliare di patrizio, al quale
fece seguito, verso il 52.6, quello di nobilissimus. Il primo era una dignità
assai elevata, non legata ad alcuna carica, che i sovrani di Bisanzio con­
cedevano per meriti particolari; il secondo, assieme al curopalate e al
cesare, faceva parte delle tre dignità riservate ai membri della famiglia
imperiale. Al di sopra di queste esisteva soltanto il rango di augusto, pro­
prio dell' imperatore. Così facendo, Giustino I metteva il nipote nella
verosimile posizione di erede al trono, anche se non definita da alcu­
na veste legale; il passo successivo fu l'associazione formale al potere,
che ebbe luogo il 4 aprile del 52.7, con la promozione del nobilissimo
al rango di augusto. Su invito del senato, il vecchio imperatore, grave­
mente ammalato, incoronò Giustiniano, che in questo modo divenne
imperatore in seconda, destinato a sostituire l'anziano se fosse stato im­
pedito e a succedergli automaticamente al trono. La cerimonia si svolse
ali ' interno del palazzo imperiale, nel Triclinio dei XIX letti, la sala così
detta per la presenza di letti su cui gli invitaci si sdraiavano, alla maniera
romana, allorché partecipavano ai banchetti solenni offerti dai sovrani.
G iustino I riunì i dignitari palatini, i soldati della guardia e il patriarca
di C ostantinopoli e pronunciò dinanzi a loro un discorso di nomina. Si
formò quindi un corteo solenne che raggiunse il Delphax, la corte che
precedeva questa sala, dove Giustiniano venne incoronato alla presenza
delle truppe schierate. Il patriarca recitò una preghiera e Giustino I pose
in capo al nipote la corona; i presenti acclamarono il nuovo imperatore
e questi, secondo la tradizione, rivolse un'allocuzione ai soldati promet­
te ndo un donativo. Dal palazzcrGiustiniano si recò all'ippodromo, che
con questo era in comunicazione, salì sulla tribuna imperiale e si mostrò
alla folla in tripudro che acclamava il nuovo padrone del mondo. Iniziava
L'ETÀ DI GIUSTINIANO

così un regno fra i più lunghi della storia millenaria di Bisanzio. Quattro
mesi dopo, Giustino I morì e Giustiniano divenne l'unico imperatore.
Di ritorno dall'ippodromo, Giustiniano compì un rito che, sicuramen­
te, gli stava molto a cuore e si recò a porre la corona in capo alla moglie
Teodora, che diveniva così augusta. Era, infatti, usanza a Bisanzio che
la sovrana non partecipasse alle cerimonie pubbliche e, rispettosa delle
tradizioni, Teodora attese il suo turno".
I nove anni di regno di Giustino I furono densi di avvenimenti im­
portanti, tra cui il più notevole fu senza dubbio il mutamento della poli­
tica religiosa seguita fino a quel momento. Appena salito al trono, anche
su pressione del popolo di Costantinopoli, per lo più di fede calcedonia­
na, liquidò rapidamente la politica monofisita del predecessore. I mono­
fisiti, in auge sotto Anastasio I, vennero allontanati dalle loro posizioni
di potere e spesso perseguitati, ma il governo imperiale non ebbe la forza
di intervenire in Egitto, la culla dell'eresia, divenuto il centro dell'oppo­
sizione al nuovo corso religioso. Subito dopo, Giustino I avviò negozia­
ti con Roma per mettere fine al cosiddetto "scisma acaciano". L'origine
di questa controversia, che si inseriva nelle interminabili dispute fra le
maggiori sedi episcopali, alle quali come era prassi prendevano parte
gli imperatori, faceva capo ali'Henotikon, o editto di unione, emanato
da Zenone nel 482 per mettere pace fra Alessandria e Costantinopoli.
Roma non accettò, però, la procedura seguita da Bisanzio e le successive
rimozioni di patriarchi ribelli e, nel luglio del 484, un sinodo convocato
in Laterano condannò il decreto imperiale, scomunicando anche il pa­
triarca di Costantinopoli, Acacia, che ne era stato l'ideatore. Sostenuto
dal suo imperatore, Acacia non accettò la scomunica e diede vita così
a uno scisma con la chiesa romana. I tentativi di ricomporlo fatti sotto
Anastasio I fallirono, ma Giustino I fu più fortunato: dopo la rinuncia
a sostenere il monofisismo, inviò una legazione a papa Ormisda e, no­
nostante le difficoltà incontrate, le trattative andarono avanti fino a che,
il 28 marzo del 519, venne solennemente proclamata la riunificazione
con Roma. In seguito, come inevitabilmente capitava in casi del gene­
re, nell'impero gli oppositori vennero perseguiti; l'unione venne però
mantenuta e non fu più messa ufficialmente in discussione se non dai
dissidenti.
Fin dai primi momenti Giustiniano fu parte in causa nei nego­
ziati con la chiesa romana, nonostante la sua posizione ufficiale non
elevatissima, e questo fatto sembra avvalorare l'idea che fosse il vero
detentore del potere o, quanto meno, che avesse fin da allora un for-
L 'A SCE SA AL TRONO 37

re asc endente sullo zio. Il 7 settembre del 518, infatti, il comes Grato
ve nn e mandato a Roma con una lettera con cui Giustino I pregava il
p apa di inviare ambasciatori e a questa si univano una seconda lettera
da par te del patriarca Giovanni e una di Giustiniano, con cui quest 'ul­
ti m o invitava il pontefice a recarsi di persona e senza indugio nella città
n
i m p eriale . Grato era un alto funzionario dello stato e la sua missione
si gius tifica con la posizione che ricopriva ; la presenza della lettera di
Giustiniano, al momento soltanto un modesto comes, non si spieghe­
rebbe se non con l 'aver egli già assunto un importante ruolo a corte.
Papa Ormisda gli rispose, lodandolo per la serietà del suo zelo nelle
questioni religiose e lo scambio epistolare proseguì fino al 520. In par­
ticolare, in almeno due occasioni Giustiniano non si limitò a fare da
notaio, ma espresse opinioni personali, di chiara importanza politica,
su questioni cruciali dei negoziati. Sostenne, infatti, la posizione di al­
cuni vescovi orientali che chiedevano di sospendere la condanna dei
loro predecessori e nuovamente appoggiò in seguito la richiesta presen­
tata a Roma da monaci sciti, con una lettera del 9 settembre del 520 13 .
Quando poi la delegazione papale arrivò a Costantinopoli per trattare
con Giustino I, il 25 marzo del 5 1 9, fu solennemente accolta all'esterno
della città imperiale da Vitaliano, Giustiniano, dal patrizio Pompeo,
nonché da religiosi e senatori, che li condussero in città insieme a una
processione di fedeli che portavano croci e fiaccole14 •
Significativo è infine, nella prospettiva di un ruolo attivo da lui svol­
to nella gestione dell' impero, un fatto riguardante le lotte delle fazioni
del circo a Costantinopoli, di cui si dirà. Giustiniano sosteneva sfac­
ciatamente gli Azzurri, chiudendo gli occhi sui loro crimini, ma Giu­
stino I non doveva essere del tutto consenziente o, per lo meno, non in
grado di avere piena consapevolezza dei fatti. Quando però, fra il 524
e il 525, l'erede al trono si ammalò e sembrò sul punto di morire, alcuni
dig nitari ne approfittarono per informare il sovrano. Questi, cadendo
all 'apparenza dalle nuvole, ordinò al prefetto cittadino Teodoro Zuc­
chino di punire i responsabili e il magistrato, quale garante dell'ordi­
ne pubblico, adottò i provvedimenti del caso. Ma Giustiniano guarì e
Teodoro si trovò nei guai: l 'erede al trono cercò senza riuscirvi di farlo
uccidere, poi lo mandò in esilio a Gerusalemme, dove Teodoro finì i
suoi giorni11• Il racconto, nonostante la fonte che lo riporta sia da pren­
dere con cautela,,sembra veridico e, se così fu, pare attestare anch'esso
che il potere di fatto fosse nelle mani di Giustiniano negli ultimi anni
di vita dello zio.
L'ETÀ DI GIUSTINIANO

Teodora, l'imperatrice venuta dal bordello


Teodora è sicuramente la più conosciuta delle imperatrici bizantine.
La sua fama è giunta fino ai nostri giorni in una quantità di modi e
di espressioni e con una prepotente vitalità nell'immaginario collet­
tivo. A tutt'oggi, comunque, rappresenta ancora un enigma, sia per
gli antichi che la descrissero in modo diverso a seconda delle proprie
inclinazioni politiche, sia, e soprattutto, per gli storici contempora­
nei, per i quali questa singolare imperatrice è oggetto di un infinito
dibattito riguardante la sua vera natura. Il motivo di tanta difficol­
tà è essenzialmente da ricercare nella Storia segreta di Procopio di
Cesarea, un'operetta di feroce critica del regime giustinianeo redatta
verso il 550 (quando l'imperatrice era morta), in cui la giovinezza di
Teodora è dipinta in un quadro di sfrenata lussuria. La Storia segre­
ta, o Inediti o anche Storia arcana, era destinata a rimanere inedita,
per ovvi motivi, e tale restò fino al XVII secolo, e a circolare in un
ristretto gruppo di nemici della coppia imperiale; di conseguenza,
vi trovava posto qualsiasi esagerazione scandalistica che, in quanto
tale, non poteva essere confutata e obbediva alle più aspre regole della
diffamazione letteraria,6•
«L'imperatrice venuta dal bordello», come già osservava un agio­
grafo del VI secolo,7, non era stata certo in gioventù un campione di
moralità, intesa nel senso tradizionale del termine, ma questo nulla
toglie alla straordinarietà della sua figura. L'aggravante è poi data dal
fatto che Procopio è pressoché l'unico autore a parlarci della giovinez­
za di Teodora, cosa che ci costringe a sottostare all'acredine dei suoi
giudizi di fiero avversario politico. L'imperatrice venuta dal popolo, in
sostanza, era vista come fumo negli occhi dalla nobiltà, cui Procopio
apparteneva, e quanto egli scriveva era diretto a un pubblico motivato a
recepire un messaggio così duro. Un messaggio consono, sì, a quella che
sicuramente era stata la formazione della futura imperatrice, ma con al­
trettanta sicurezza esagerato nei toni e nelle forme, al fine di divertire
lettori che, come lui, dovevano farsi grasse risate ripercorrendo le tap­
pe della carriera della sovrana. Una volta sul trono, Teodora non fece
più parlare della sua moralità e, nonostante gli errori politici e le sue
evidenti fisime, soprattutto in materia religiosa, non fu né migliore né
peggiore di altre imperatrici di Bisanzio. E fu meglio certamente alme­
no di Irene, vissuta alcuni secoli più tardi, che per aprirsi la strada ver­
so il trono fece allegramente accecare il proprio figlio. Secondo alcune
1,'A SC E SA AL TRONO 39

fon ti tarde, di scarsa attendibilità, Teodora sarebbe stata nativa di Ci­


pro o anche una filatrice di lana arrivata a Costantinopoli dalla Paflago­
n ia. Un'altra tradizione, ancora, la dipinge come nativa di un villaggio
in prossimità di Callinico di Siria e figlia di un sacerdote da cui sarebbe
stata cresciuta nella fede monofisita, che fu effettivamente il suo credo.
La fama della sua bellezza sarebbe giunta fino a Costantinopoli e Giu­
stiniano, desideroso di verificare di persona, si era recato in Siria, dove si
sarebbe innamorato della fanciulla al punto da chiederla in moglie. Teo­
dora avrebbe accettato e ottenuto, però, di non essere costretta ad abiu­
rare alla propria fede e, anzi, di essere aiutata a diffonderla. Niente di più
falso: Teodora nacque probabilmente a Costantinopoli verso l'anno 500
( secondo alcuni nel 496 o 497) e non aveva alcunché di elegante nella
sua infanzia; non usciva da una fiaba, ma da una cruda realtà.
Questa donna, destinata a diventare famosa, era entrata nella vita
dell'imperatore alcuni anni prima - non si sa esattamente quando né
in quale occasione -, verosimilmente per le frequentazioni del giova­
ne Giustiniano con l'ambiente dello spettacolo. Aveva circa trent'anni
quando divenne imperatrice e, come il consorte, proveniva dal popolo.
Era figlia di un certo Acacio, guardiano di orsi ali' ippodromo di Costan­
tinopoli, alle dipendenze dei Verdi, una delle società sportive addette
ali 'organizzazione dei giochi. Il circo-ippodromo rappresentava la mas­
sima attrattiva mondana della capitale; vi si svolgevano soprattutto le
corse dei carri ma, accanto a queste, avevano luogo anche spettacoli di
diverso genere, come rappresentazioni teatrali, combattimenti con ani­
mali feroci, esibizioni di giocolieri o di animali ammaestrati. Gli aurighi
gareggiavano, come nell'antica Roma, con i colori di quattro squadre:
Azzurri, Verdi, Bianchi e Rossi. Azzurri e Verdi erano quelle più impor­
tanti, che si dividevano le simpatie della popolazione, attratta sino al
fanatismo da questo genere di spettacoli. L'organizzazione delleJactio­
nes, come si chiamavano le squadre, provvedeva a reclutare gli aurighi e
l ' altro personale necessario per le corse; si occupava, inoltre, di fornire i
cus todi delle belve, come Acacio, e i professionisti dello spettacolo che
op eravano ali' ippodromo.
Acacio era morto durante il regno di Anastasio I, lasciando la mo­
glie e tre figlie in minore età: Comitò, Teodora e Anastasia. La più
grande di queste, Comitò, aveva meno di sette anni e la madre, verosi­
tn il mence in difficoltà, si era risposata. Il nuovo marito aveva conser­
vato il mestiere del precedente; non più, però, alle dipendenze della fa­
zione dei Verdi, bensì di quella rivale degli Azzurri. Non appena ebbe
L'ETÀ DI GIUSTINIANO

l'età per farlo, Teodora calcò le scene insieme alle sorelle e divenne
presto una celebrità. L'ambiente del circo era rozzo e crudele, e ben
poco la futura imperatrice doveva aver dedicato alla sua persona se non
quanto le era necessario per la professione; probabilmente non sapeva
neppure leggere e scrivere.
Le attrici dell'ippodromo, nel VI secolo, si esibivano nel genere pre­
dominante del mimo, che doveva essere una sorta di danza accompa­
gnata da canti. Gesti ed espressioni del mimo seguivano temi precisi e
gli argomenti, di carattere faceto, riguardavano le situazioni della vita
quotidiana e le storie della micologia classica esposte in chiave ridico­
la. Ali'aspetto comico si accompagnava una forte dose di oscenità e,
perciò, gli attori erano una categoria disprezzata, sebbene molti fos­
sero idoli popolari, né più né meno come gli aurighi di successo. I
detrattori di Teodora, quando divenne imperatrice, le rimproverarono
i costumi dissoluti della gioventù, conditi da una sfrenatezza sessuale
fuori da ogni misura, ma è probabile che non fosse molto diversa dalle
colleghe, obbligate dalla professione a una vita non edificante secondo
gli scherni tradizionali del moralismo. A questa epoca di vita sfrena­
ta e senza regola si fanno risalire anche due gravidanze: nonostante i
tentativi fatti per abortire, Teodora avrebbe avuto un figlio, condotto
dall'anonimo padre lontano da Costantinopoli e riapparso quando
era imperatrice, senza però ottenere il riconoscimento da parte della
rnadre 18• A questo si aggiunse, poi, una figlia avuta prima delle nozze,
non da Giustiniano, che le diede un nipote per il quale, da imperatrice,
cercò di combinare un matrimonio importante. Teodora divenne fa­
mosa a Costantinopoli, nonostante l'ostilità dei benpensanti, al punto
di trovarsi un amante illustre, un certo Ecebolo, che attorno al 5 1 8 la
portò con sé in Libia, di cui era stato nominato governatore. Si era
evidentemente stancata della vita pubblica e preferì tentare l'avventura
lontano dalla capitale. Il legarne con quest'uomo, tuttavia, durò poco
e, dopo aver peregrinato per alcune città dell'Oriente, Teodora tornò
a Costantinopoli un paio di anni più tardi. I vagabondaggi in Oriente
furono anche proficui dal punto di vista spirituale: ebbe modo infatti
di incontrare il patriarca monofisita di Alessandria, T imoteo IV, con
cui entrò in relazione e che esercitò su di lei una profonda influenza
diventandone il padre spirituale. Da lui, forse, fu battezzata, visto che
come attrice poteva anche non esserlo stata. Frequentò anche il teologo
Severo di Antiochia, anch'egli di fede monofisita, per il quale avrebbe
mantenuto una forte arnrnirazione 19•
1,'A S C ESA AL TRONO 41

Quando fu di nuovo a Costantinopoli, Teodora entrò in rapporti con


Gi ustiniano che era già uno dei più eminenti personaggi dell'impero.
G iustiniano si innamorò follemente di lei e decise di sposarla, ma trovò
res istenza in alcuni ambienti di corte e nell'imperatrice Eufemia. L'op­
posizione dell'anziana sovrana, alla quale il grande amore del nipote do­
ve va andare di traverso, fu inamovibile e le nozze divennero fattibili sol­
canto alla sua morte, forse nel 523. Nel frattempo Teodora aveva mutato
genere di vita, abbandonando le scene e approfittando dell'agiatezza che
le offriva l'amante. Quando l'unione fu possibile, il vecchio Giustino
1 non si oppose. Non solo, con una legge sgomberò la via agli ostacoli
legali che si opponevano, abrogando un antico divieto e consentendo
alle attrici che avessero abbandonato la professione di sposare uomini di
rango elevato, a condizione però che avessero ottenuto l'autorizzazione
imperiale. Forse per non ferire l'orgoglio di Teodora, inoltre, venne anche
individuato un percorso più semplice, stabilendo che, se una donna già
dello spettacolo avesse ricevuto un'onorificenza della gerarchia palatina
( cosa che per lei doveva già essere avvenuta), non sarebbero stati necessari
altri permessi. Giustino, che affermava di agire così per imitare la bontà
divina, si preoccupò anche delle eventuali figlie delle attrici, nate prima o
dopo il pentimento, alle quali si estendeva la possibilità di sposarsi senza
restrizioni. Si legge retoricamente nella prefazione:

Ritenendo che sia proprio della benevolenza imperiale tanto investigare in ogni
tempo i bisogni dei sudditi quanto porre rimedio a questi, crediamo opportuno
sollevare con competente moderazione, e non togliere la speranza di ottenere
una migliore condizione, anche gli errori delle donne in forza dei quali a causa
della debolezza del loro sesso si siano rese indegne dell'onore della civile convi­
venza, in modo che per cura nostra più facilmente abbandonino un'impruden­
te e meno onesta scelta che abbiano facto. In questo modo crediamo di imitare
per quanto sia possibile alla nostra natura la benevolenza di Dio e la sua somma
clemenza verso il genere umano, egli che sempre si degna di perdonare i quo­
tidiani peccati degli uomini e accogliere la nostra penitenza e rivolgerla a una
condizione migliore. Cosa che, se noi differissimo rispetto ai sudditi del nostro
impero, non ci sembreremmo essere degni di alcun perdono30•

Le nozze ebbero luogo probabilmente nel 524. Giustiniano doveva es­


s ere allora già patrizio e l'altissima dignità, di conseguenza, si estese alla
rnoglie, che soltanto tre anni più tardi sarebbe salita sul trono di Bisan­
zio. L'ex attrice, divenuta amante dell'uomo più potente dell'impero,
aveva già consolidato anche la propria posizione politica, intrometten-
42 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

dosi negli affari pubblici, cosa che poi avrebbe fatto sistematicamente.
La sua fede monofisita dovette rappresentare un sicuro riferimento per
gli aderenti a questo credo, perseguitati da Giustino I e da Giustiniano,
che prima ancora che divenisse imperatrice si rivolsero a lei in cerca di
aiuto. Teodora, infatti, intervenne in favore del vescovo di Amida, Maras,
deportato a Petra insieme ad altri sacerdoti, che mal sopportava il clima
malsano dell'Arabia, e riuscì a ottenere dall'imperatore che potesse riti­
rarsi ad Alessandria3 '.
2,

Il nuovo impero

La guerra all'Est

Il regno di Giustiniano fu un'epoca di guerre pressoché ininterrotte, di


cui le principali si svolsero sulla frontiera orientale contro i Persiani e i
loro alleati arabi, in Africa, Italia e Spagna, per riconquistare in tutto o in
parte questi territori ai barbari invasori, e nei Balcani per far fronte alle
ripetute scorrerie delle popolazioni stanziate al di là del Danubio. Una
guerra contro i Persiani, dopo un sessantennio di pace, si era combattu­
ta sotto Anastasio I. Le ostilità iniziarono nel 502. quando, di fronte al
rifiuto di corrispondere il tributo cui l'impero si era impegnato nel 442.
per mantenere la pace, il re Cavade (Kavad 1) attaccò all'improvviso il
territorio bizantino, conquistando le città di Teodosiopoli e Martiropoli
in Armenia e facendo capitolare, dopo un sanguinoso assedio, la piazza­
forte mesopotamica di Amida. Nel 503 Anastasio I inviò contro di lui
un grande esercito, ma i risultati della spedizione lasciarono a desidera­
re, soprattutto per la mancata cooperazione fra i generali. Più fortuna
ebbe la controffensiva del 504, che condusse tra l'altro alla riconquista
di Ami da, e l'anno seguente iniziarono le trattative di pace fra i due con­
tendenti, concluse da una tregua di sette anni nel 506.
La cessazione delle ostilità con i Persiani durò in realtà più del pre­
visto, e la guerra si riaccese occasionalmente sotto Giustino I, nel 52.6, a
cau sa della penetrazione bizantina nel Caucaso, con un attacco persiano
nella regione della Lazica, l'attuale Georgia, e un contrattacco bizantino
in Armenia. Vennero avviati negoziati per mettere fine alle ostilità; le
trattative, però, non andarono in porto e, dopo un attacco persiano sul
confine mesopotamico, nel 52.8 le ostilità proseguirono in Lazica e in
Mesopotamia. Il nuovo sovrano non aveva certo ambizioni di conquiste
te rritoriali in Oriente e, anzi, desiderava mettere fine alle operazioni per
dedicarsi ai suoi progetti di governo e, soprattutto, alla riconquista dei
44 L'ETÀ DI GIUSTINIANC

territori occidentali in cui si erano insediati i barbari. La guerra contro t


Persiani, al contrario, logorava le forze di Bisanzio perché questi nemici
erano una potenza considerevole, con la quale ci si doveva misurare su un
piano di parità, impegnando e distraendo da altri scopi uomini e risorse.
La sostanziale equivalenza delle forze impediva, inoltre, una risoluzione
definitiva del conflitto che, come già al tempo di Anastasio I, finiva per
frantumarsi in operazioni logoranti e sostanzialmente inconcludenti.
Giustiniano non restò indifferente e adottò le misure opportune per
far fronte alla situazione. Rese più sicuro il dispositivo militare di fron­
tiera e nello stesso tempo calò i suoi assi, affidando comandi importanti
a giovani ufficiali che conosceva di persona: una delle sue principali doti,
di cui avrebbe dato prova anche in seguito, anche se con occasionali er­
rori, consisteva infatti nel saper scegliere le persone giuste per destinarle
a incarichi di grande responsabilità. L' imperatore di Bisanzio da tempo
non partecipava più alle guerre e Giustiniano neppure avrebbe saputo
come muoversi in uno scenario bellico; era di conseguenza giocoforza
servirsi di persone che non solo riscuotevano la sua fiducia, ma anche si
mostravano all'altezza della situazione. Nel 528 creò un nuovo coman­
do militare in Armenia, sottraendo così il settore nord del fronte al co­
mando unico del magister militum per Orientem, e ne nominò titolare
un giovane generale armeno, Sitta, con il grado di magister militum per
Armeniam'. Istituì inoltre comandi provinciali di confine, retti da duces,
sia in Armenia sia in Mesopotamia, le zone più esposte alla pressione
nemica, rafforzando così un importante settore della difesa. Nell 'aprile
dell'anno successivo nominò magister militum per Orientem il coman­
dante del distretto militare di Mesopotamia, Belisario, che in seguito
sarebbe divenuto il più famoso generale dell' impero. Egli aveva allora
una trentina di anni; era nato in una località di nome Germania, fra la
Tracia e l ' Illirico, non lontano dal villaggio di origine di Giustiniano, da
una famiglia di cui nulla si conosce. Come Sitta, aveva iniziato la carriera
militare in qualità di ufficiale nel seguito del futuro sovrano'.
Nel 528 i Bizantini subirono rovesci in Mesopotamia e in Lazica e, nel
marzo dell'anno seguente, gli Arabi alleati dei Persiani misero a segno
un devastante attacco in territorio romano; altri episodi militari ebbe­
ro poi luogo nel 529 con un' incursione imperiale in territorio nemico e
un probabile successo persiano lungo le rive dell' Eufrate. Si trattava co­
munque di eventi di scarso rilievo e già nell'estate del 529, evidentemen­
te logorati da una guerra senza esito," i due avversari ripresero i colloqui
di pace. La situazione sul campo cambiò tuttavia con l'arrivo dei nuovi
I L N UOVO IMPERO 45

c o m andanti: nel 530 Sitta, che per i successi ottenuti era stato nomina­
co magister militum praesentalis, sconfisse i Persiani in due battaglie e,
n d corso dello stesso anno, Belisario riportò un'importante vittoria nei
press i della città mesopotamica di Dara, mettendo in fuga più di 40.000
n e mici con i suoi 25.000 uomini. Sitta conseguì la sua seconda vittoria,
[a più spettacolare, affrontando i nemici in prossimità di Satala (Sada­
gh) in Armenia, dove utilizzò una tattica tipica dei Bizantini, ossia il
ricorso a colpi di mano e imboscate, che i generali preferivano in gene­
re agli scontri campali a motivo dell'inferiorità numerica o della scarsa
combattività dei loro soldati. Il comandante persiano Mermeroe irruppe
in territorio imperiale dirigendosi verso la città fortificata, ma Sitta lo
prevenne, lasciando il grosso dell'esercito dentro le mura e conducen­
do fuori un migliaio di uomini che fece appostare dietro una collina:
« riteneva infatti di non essere assolutamente in grado di scontrarsi in
campo aperto con i nemici, che erano non meno di trentamila, mentre
essi ne raggiungevano appena la metà»3. L'espediente ebbe successo e lo
schieramento nemico fu disarticolato; subito dopo, gli imperiali di stan­
za in città uscirono dalle mura e assalirono gli avversari; nel sanguinoso
corpo a corpo che ne seguì i Persiani si trovarono a mal partito e alla fine
si ritirarono. Si era trattato, in questo come in molti altri frangenti delle
guerre dell'epoca, di uno scontro esclusivamente di cavalleria, specialità
che da tempo era divenuta preminente nell'organizzazione degli eserciti.
Belisario a Dara si mosse sulla stessa linea e fece ancora di più, mostran­
do chiaramente il suo genio tattico. Per evitare il contatto ravvicinato
con la massa dei nemici, in cui i suoi sarebbero stati facilmente sbaraglia­
ci, ordinò di scavare a poca distanza dalla città un profondo fossato, con
un andamento del tutto particolare: esso presentava un tratto diritto al
centro, due lati perpendicolari a questo a ogni estremità e, al termine,
proseguiva a lungo di nuovo diritto. Belisario dispose i suoi dietro il fos­
s ato nell'ordine che ritenne opportuno e, quando i nemici, abbastanza
disorientati, attaccarono in forze finirono per avere la peggio a seguito
dei movimenti e dei contrattacchi bizantini. Per quanto tutto ciò possa
sembrare alquanto astruso, Belisario aveva fatto un calcolo esatto: i suoi,
come spesso accadeva, non sarebbero caduti in preda alla tradizionale
indisciplina, sentendosi protetti all'esterno, e la grande quantità di ne­
mici non avrebbe avuto su di loro un effetto travolgente. «Tutta la loro
fanteria - disse il generale ai suoi, arringandoli prima dello scontro - è
n ient'altro che una massa di miserabili contadini, assoldati unicamente
allo scopo di scavare fossati e spogliare i caduti e, oltre a questo, per fare
L'ETÀ DI GIUSTINIANoj
I

da servitori ai soldati. Per questo motivo essi non hanno armi di nessuni
genere con cui ferire gli avversari e mettono davanti a sé degli scudi di
enormi dimensioni soltanto per non essere essi stessi colpiti»4 • Non ul"'!
timo, poi, le forti e ospitali mura della città di Dara avrebbero potuto
dare riparo ai fuggiaschi, un motivo in più per cui i generali bizantini
amavano combattere in prossimità di centri fortificati.
Le sorti del conflitto cambiarono tuttavia nel 531: i Persiani attaccaro­
no più a sud, al confine della Siria bizantina, e in aprile sconfissero Belisa­
rio in una grande battaglia combattuta fra le città di Sura e di Callinico.
Questa volta il generale abbandonò la consueta prudenza e, spinto anche
dal!' indisciplina dei soldati, accettò la battaglia campale, che si risolse
in un disastro; di notte riuscì a rifugiarsi con i superstiti in un'isola sul
fiume e di qui il giorno successivo a raggiungere Callinico. La sconfitta
gli costò il richiamo, senza comunque incidere sull'andamento generale
della guerra: i Bizantini ottennero altri successi locali e, nell'autunno
dello stesso anno, il 13 settembre del 531, la morte del re persiano Cavade
mise fine di fatto alle ostilità. Stremati da anni di guerra, gli avversari
decisero di avviare serie trattative di pace, verso la quale si mostrò di­
sponibile il nuovo re persiano Cosroe 1. Nel settembre 532. venne infine
sottoscritta la "pace perpetua", che ripristinava lo status quo anteriore alla
guerra e in più obbligava Bisanzio al versamento di 1 1.000 libbre d'oro
(una quantità pari a circa 3.600 chilogrammi) che Giustiniano accettò
di pagare per chiudere definitivamente la pendenza. Erano già in corso,
infatti, i preparativi per l'attacco ali' Occidente e l'imperatore non inten­
deva in alcun modo tenere aperto un altro fronte di guerra.

La riforma del diritto

La guerra persiana aveva rappresentato per Giustiniano un fastidioso


contrattempo che lo costrinse a rimandare l'attacco all'Occidente. Ma
nello stesso tempo si dedicò alacremente a realizzare altri due punti pro­
grammatici: la lotta alla dissidenza religiosa e la riforma del diritto. Uno
stato non può funzionare senza un ordinato corpo di leggi e Giustinia­
no, nella sua aspirazione costante a renderlo efficiente, se ne accorse su­
bito, tant'è che a soli sei mesi dalla proclamazione mise mano al riordino
delle leggi. Gli esiti di questa sua iniziativa furono un'opera immensa
che a partire dal XVI secolo siamo soliti definire Corpus iuris civilis, tut­
tora alla base della civiltà giuridica di molti paesi. Un'opera «più glorio-
I L NUO
VO IMPERO 47

s a d elle vittorie di Belisario e Narsete - come osserva Ernest Stein nella


sua Histoire du Bas-Empire1, abbandonando per un attimo la consueta
�obrietà - e molto più importante dello splendore di Santa Sofia, poiché
;10 n si esagera affermando che il Corpus iuris civilis supera in importanza
per l'evoluzione del genere umano qualsiasi libro eccezion fatta per la
Bib bia » . E prima di lui Charles Diehl, nel suo magistralejustinien et la
àvilisation byzantine au VI' siècle (del 1901), aveva scritto con altrettanta
en fasi che «la volontà di Giustiniano ha portato a compimento una del­
le opere più feconde per la storia dell'urnanità» 6•
Roma fu la patria del diritto, ma, per quanto strano possa sembrare,
n ella carda antichità fu impossibile usarlo in modo razionale. La giu­
stizia era amministrata sulla base delle leggi imperiali e delle opere dei
maggiori giureconsulti e, in un caso e nell'altro, regnava una grande con­
fusione. Non esisteva, se non in parte, una raccolta ufficiale di leggi e,
di conseguenza, giudici e avvocati incontravano notevoli ostacoli nella
loro attività. Un primo tentativo di catalogazione era stato fatto al tem­
po di Diocleziano da due avvocati, Gregorio ed Ermogene, che nel 291 e
nel 295 avevano messo in circolazione altrettante raccolte private, il Co­
dex Gregorianus e il Codex Hermogenianus, divenute autorevoli pur non
avendo carattere di ufficialità. L'iniziativa da parte dell'autorità pubbli­
ca fu presa quasi un secolo e mezzo più tardi. Nel 429, a Costantinopo­
li, l'imperatore Teodosio II nominò una commissione con l'incarico di
raccogliere i testi di legge emessi dopo il 312, senza curarsi del fatto che
fossero o meno disposizioni obsolete. Il lavoro era considerato prepa­
ratorio per un'opera più organica, comprensiva anche della letteratura
giuridica, ma nella pratica non se ne fece nulla. La prima commissione
non riuscì neppure a completare il lavoro e, nel 435, ne fu nominata una
seconda soltanto per la raccolta delle leggi e questa mise a punto il Codex
1heodosianus, pubblicato nel 438. Le cose andavano ancor peggio con
la giurisprudenza, imponente per la sua stessa mole e, di conseguenza,
d ifficilmente consultabile e molto spesso causa di confusione anziché di
chiarezza. Per ovviare a questo problema, il governo occidentale aveva
emanato nel 426 la cosiddetta "legge delle citazioni" - che può essere
considerata il punto più basso raggiunto dalla giurisprudenza romana -,
con la quale si dava un regolamento empirico per l'utilizzo della lettera­
t u ra giuridica ai fini dell'amministrazione della giustizia. Vennero con­
siderate autorevoli le opinioni di Papiniano, Paolo, Ulpiano, Modestino
e Gaio, i cinque maggiori giureconsulti romani. In caso di conflitto di
0 pinioni sullo stesso terna, la maggioranza avrebbe avuto la vittoria; se
L' ETÀ DI G IUSTINIANO

le opinioni si dividevano equamente doveva prevalere Papiniano e, se


Papiniano non si era pronunciato sul tema e gli altri si dividevano in
parti uguali, il giudice doveva operare secondo il proprio discernimento.
Giustiniano risolse il problema alla radice, con l 'energia e la deter­
minazione tipiche della sua indole. Il 1 3 febbraio 52.8 con la costituzione
de novo codice componendo, meglio nota come Haec quae necessario (così
detta dalle prime parole), nominò una commissione di 10 membri (7
funzionari, 2. avvocati e un professore di diritto) incaricata di preparare
un nuovo codice di leggi; si trattava, egli scrive, di « uomini gloriosissimi
sia per la conoscenza delle leggi sia per l 'esperienza in materia e per l ' at­
tività incessante a favore dello stato» 7• A differenza dei compilatori del
Codex lheodosianus, i commissari ebbero un ampio margine di mano­
vra. Fu loro ordinato di raccogliere la legislazione in vigore attingendo
ai tre codici e alle leggi emesse in Oriente dopo il 438 (quelle occidentali
non furono considerate) , sopprimendo le disposizioni cadute in disuso
e modificando o fondendo i testi esistenti. I loro predecessori, un se­
colo prima, avevano dovuto raccogliere acriticamente il materiale, con
licenza soltanto di operare cambiamenti utili per rendere più chiaro il
dettato delle norme. Lo scopo dell 'opera e le finalità ambiziose che si
proponeva sono chiaramente espressi in quanto l ' imperatore affermava
rivolgendosi al senato:

Abbiamo deciso al presente di fare dono alla comunità con l 'aiuto di Dio on­
nipotente delle cose che a molci sovrani precedenti è apparso necessario cor­
reggere, ma che nessuno di loro ha osato portare a compimento, e di diminuire
la lunghezza dei processi, cagliando il gran numero di costituzioni che erano
contenute nei ere codici Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano e anche quelle
che dopo questi codici sono state emesse da Teodosio di divina memoria e da
altri imperatori dopo di lui e ugualmente dalla nostra clemenza per comporre
un unico codice, chiamato con il nostro felice nome, in cui raccogliere le leggi
sia dei tre codici ricordaci sia le novelle emesse in seguito.
Per questo motivo, avendo in animo un'opera tanto grande e il rafforzamen­
to dello stesso impero, abbiamo scelto per un lavoro così alto e per una cura così
grande l 'eccellentissimo Giovanni, ex questore del nostro sacro palazzo, con­
solare e patrizio; Leonzio, uomo assai sublime, magister militum, ex prefetto
del pretorio, consolare e patrizio; Foca, uomo eminentissimo, magister militum,
consolare e patrizio; Basilide, uomo eccellentissimo, ex prefetto del pretorio
dell'Oriente e patrizio; Tommaso, uomo gloriosissimo, questore del nostro sa­
cro palazzo ed ex console; Triboniano, uomo magnifico decorato fra gli agentes
della dignità di magister; Costantino, uomo illustre, conte delle largizioni fra
gli agentes e magister dello scrinio dei libelli e consigliere di stato; Teofilo, uomo
I L N UOVO IMPERO
49

illuscre, comes del nostro sacro concistoro e docente di diritto in questa nostra
,zlma urbe; Dioscoro e Presentino, avvocati del nobilissimo foro pretoriano.
A questi in particolare abbiamo affidato il compito di sopprimere i pream­
boli inutili, le ripetizioni e le contraddizioni, a meno che le leggi che appaiono
in contraddizione non si riferiscano a obiettivi differenti, e anche le leggi cadute
in desuetudine, di redigere con poche parole le leggi valide prese dai tre codici
suddetti, di comporre le leggi anche sulla base delle costituzioni novelle e di
raggrupparle sotto titoli convenienti, aggiungendo e togliendo anche le parole
di queste dove fosse necessario, raggruppando in una sola costituzione ciò che
era disperso in più di una e rendendone più chiaro il senso. In modo tuttavia che
la successione cronologica di queste apparisse evidente non solo dalla menzio­
ne dei giorni e dei consoli, ma anche dalla stessa composizione così che quelle
anteriori fossero collocate prima e quelle posteriori dopo e, se qualcuna fosse
stata trovata senza giorno e senza menzione del console negli antichi codici o in
quelli in cui si conservano le nuove costituzioni, fosse comunque collocata nel
nuovo codice senza alcun dubbio sulla relativa validità generale in modo che ot­
tenessero così la forza di una costituzione generale anche quelle che indirizzate
come rescritti a determinate persone o promulgate sotto la forma di prammati­
ca siano state inserite nel nuovo codice a motivo dell'utilità del dettato.
Ci siamo dunque affrettati a informarvi di ciò in modo che sappiate quanta
preoccupazione ogni giorno ci solleciti per la comune utilità, nel momento in
cui ci adoperiamo per far sì che leggi certe e indubbie siano riunite in un unico
codice, in modo che soltanto dal codice redatto sotto il nostro felice nome sia
possibile emettere giudizi più rapidi in tutti i processi8•

La commissione lavorò con alacrità e il 7 aprile del 52.9, con la costi­


tuzione Summa rei publicae, Giustiniano poté pubblicare ufficialmen­
te il suo codice. La riuscita dell'impresa si doveva in particolare a uno
dei commissari, Triboniano, un avvocato, originario della Panfilia ( in
Asia Minore), che aveva fatto carriera nell'amministrazione pubblica;
per ricompensarlo dei suoi meriti, verso l'ottobre 52.9, l'imperatore lo
nominò questore. Giustiniano mostrava il suo solito particolare intuito
nella scelta dei collaboratori e Triboniano negli anni seguenti gli rese un
t: ccellente servizio come animatore delle grandi riforme giuridiche. Egli
res tò in carica ininterrottamente fino al 532.; si ritirò quindi per un trien­
n io, per riassumere di nuovo la questura e mantenerla fino alla morte,
v erso il 542..
Giustiniano non si fermò al codice, che sarebbe stato comunque un
gra nde salto di qualità rispetto al passato ma tuttavia un'opera incom­
piu ta, e con l'aiuto di Triboniano meditò, subito dopo, un'impresa co­
los sale, dinanzi alla quale i collaboratori di Teodosio II si erano arresi
50 L' ETÀ DI G I USTINIANO

ancora prima di iniziare. Dopo un lavoro preparatorio di definizione di


alcune controversie della giurisprudenza classica, il 15 dicembre 530, con
la Deo auctore ordinò al suo questore di formare una commissione per
raccogliere in un unico testo quanto si riteneva utile delle opere dei giu­
risti classici. Triboniano nominò 1 6 persone - 11 avvocati, un funziona­
rio e 4 professori di diritto - e gli eletti si misero alacremente all'opera,
muniti della stessa autorità di intervenire sui cesti avuta dai compilatori
del codice. Essi esaminarono con incredibile velocità quasi 2.000 opere,
scritte da una quarantina di autori e di lunghezza disuguale, utilizzando
poi nella redazione circa un ventesimo del totale. Vennero usare anche
opere molto antiche, ma il grosso proveniva dagli scritti dei giuristi ro­
mani dell'età imperiale (n e III secolo) e, particolarmente, da Ulpiano,
che da solo fornì quasi un terzo del materiale. Nel 5 3 3 il lavoro era termi­
nato e il 16 dicembre di quell'anno, con la costituzione Tanta circa nos,
Giustiniano diede valore legale ai 50 libri del Digesto che ne erano stati
il frutto.
Al Digesto fece seguito nel 534 una seconda edizione del Codex Iu­
stinianus, chiamato Codex repetitae praelectionis, resasi necessaria per
aggiornarlo e armonizzarlo con quanto pubblicato dopo il 5 29. Fu opera
di Triboniano, coadiuvato da alcri 4 membri della commissione del Di­
gesto, e la nuova edizione, l'unica giunta integralmente fino a noi, venne
promulgata con la costituzione Cordi nobis est, indirizzata al senato il 1 7
novembre 534. I l Codex Iustinianus è una raccolca d i leggi da Adriano
allo stesso Giustiniano, ordinata cronologicamente e secondo la mace­
ria in 1 2 libri, ed è redatta per lo più in latino. In margine alla grande
compilazione venne inoltre edito un manuale di diritto, le Institutiones,
scritto ugualmente in !arino da Triboniano e da alcri due giuristi sulla
base di opere più antiche. Si trattava questa volca di un testo elementare,
in 4 libri, a uso degli studenti delle università. Giustiniano lo pubblicò
il 21 novembre 533 con la Imperatoriam maiestatem e qualche settima­
na più cardi, in concomitanza con l'uscita del Digesto, riformò anche
il programma di insegnamento del diritto: esso poteva essere impartito
solcanto nelle scuole superiori di Roma (al momento sotto il dominio
ostrogoto), Costantinopoli e Berito, ma dì lì a pochi anni la sorre lo ri­
dusse alla sola Costantinopoli. Roma, infatti, subì un colpo terribile in
seguito alle devastazioni operate dalla guerra gotica, e i successivi ten­
tativi per ricostruirvi l ' insegnamento superiore ebbero scarso risulcato.
Uno spaventoso terremoto, inolcre, distrusse Berito nel 551, spazzando
via anche la sua università; di conseguenza, Costantinopoli si trovò di
I L N U OVO IMPERO 51

focto a essere l'unico centro di studi giuridici dell'impero. Giustiniano


portò il corso di studi dai precedenti quattro anni a cinque, con un pro­
gramma obbligatorio, da lui stesso definito con la cura dei particolari che
gli era solita. Gli studenti del primo anno, già indicati con il soprannome
sc herzoso di dupondii (studenti da due soldi), dovevano ora essere chia­
m ati Justiniani novi: avrebbero studiato le lnstitutiones, ossia i principi
fon damentali del diritto; quelli dal secondo al quarto anno la tradizione
,,iu
t>
risprudenziale (il Digesto) e gli studenti del quinto le leggi del Codice.
Giustiniano lasciò poi in vita le feste che tradizionalmente seguivano
] 'ingresso al terzo anno, ma proibì gli scherzi che gli studenti facevano
ai nuovi arrivati e talvolta ai professori, ritenendoli «degni di un animo
da schiavo» 9• Per evitare ogni genere di confusione, infine, vietò di fare
commenti al Digesto e di usare abbreviazioni nelle edizioni dell'opera.
Erano ammesse soltanto traduzioni letterali in lingua greca, raccolte di
testi paralleli e la redazione di brevi riassunti di testi normativi'0•
Terminava così il grande riordinamento del diritto romano. Giusti­
niano ne era a ragione orgoglioso: in pochi anni era arrivato laddove
nessuno prima di lui era riuscito e aveva così messo la prima pietra, fon­
damentale, del nuovo impero che stava creando. Gli studenti diligenti
avrebbero costituito un nuovo ceto dirigente, più preparato: «Ricevete
- raccomandava loro - con sommo impegno e alacre studio queste leggi
che noi promulghiamo e mostratevi così studiosi da poter concepire la
bellissima speranza che, dopo aver percorso tutto lo studio del diritto,
possiate anche governare questo nostro stato nei posti che vi saranno
assegnati», e nello stesso tempo esortava i professori a insegnare «con
l 'aiuto di Dio la dottrina delle leggi e ad aprire la via che noi abbiamo
mostrato in modo che diventino ottimi servitori della giustizia e dello
stato e voi possiate conseguire un grandissimo onore in ogni tempo» 11•
La sua attività legislativa non si esaurì comunque con questo sforzo
e, negli anni successivi, l'imperatore, instancabile, continuò a emanare
leggi sui più svariati argomenti. Si devono a lui, infatti, 154 Novelle (No­
vellae constitutiones) pubblicate fra il 535 e il 565, ma in gran parte nei
primi anni dopo l'uscita del Codex, quando fu più intensa l'attività rifor­
matrice. Le Novelle non vennero raccolte ufficialmente, ma sono giunte
a n oi attraverso alcune collezioni private. Si riferiscono soprattutto a
q u estioni amministrative ed ecclesiastiche e hanno come caratteristica
principale il fatto che ci sono arrivate per lo più integre, il che significa
ch e il testo contiene una prefazione in cui viene illustrato il motivo per
cu i sono state emesse, cosa che vale non solo per lo studio del diritto ma
52 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

anche per la ricostruzione della società del tempo. Altro aspetto peculia,1
re è il facto che, a differenza delle al ere compilazioni giuridiche, esse sono
in genere redatte in greco, la lingua più diffusa nell'impero e che scava
lentamente sostituendosi al latino anche nell'amministrazione. I motivi
della scelta sono spiegaci dallo stesso Giustiniano, che in una Novella del
535 afferma chiaramente di non aver scritto la legge nella lingua patria
bensì « nella lingua comune, il greco, in modo che sia conosciuta a tutti
per la facilità di comprenderla » a.

La repressione della dissidenza

Giustiniano fu un imperatore molco religioso e alla religione dedicò


buona parte della sua produzione legislativa. Quasi un quinto delle
circa 500 leggi da lui emanate riguarda infatti questioni in cale mace­
ria. Egli operò su tre piani: legislazione ecclesiastica, repressione della
dissidenza e definizione del dogma per tentare un' impossibile riconci­
liazione con i monofisiti. L' imperatore cristiano non concepiva come
possibile l'autonomia della sfera religiosa e, al contrario, si sentiva in
dovere di intervenire in materia, arrogandosi l'autorità di pertinenza
dei concili. Considerava i vescovi come sudditi qualsiasi e, convinco
di ciò, non ebbe scrupoli nel fare rispettare le sue decisioni. Nei primi
anni di regno prese provvedimenti in materia ecclesiastica, regolando
le giurisdizioni episcopali ed emettendo regolamenti che disciplinava­
no la vita interna della chiesa e dei monasteri. Fissò norme per l 'ordina­
zione del clero, l'accesso alla dignità episcopale, la condotta e il ruolo
del clero nella vita civile, le fondazioni pie e la gestione dei beni della
chiesa. Un particolare rilievo assunse nella sua legislazione la figura del
vescovo, che, nella prassi, già da tempo aveva facto proprie responsabili­
tà pertinenti al potere civile.
La situazione che Giustiniano dovette affrontare all ' inizio del regno
era preoccupante non canto per l'organizzazione interna della chiesa
o i rapporti fra le maggiori sedi episcopali, che erano stati ricomposti,
quanto piuttosto per l 'enorme diffusione dei culci non in linea con la
religione ufficiale. La vittoria del cristianesimo nell'impero romano ave­
va infatti creato un marasma dal punto di vista religioso. Fortemente
litigiosi e conflittuali, i cristiani si erano subito scissi in differenti cor­
renti di pensiero con la nascita delle grandi eresie e il pullulare di sette di
dissenzienti; i pagani non erano affatto scomparsi e anzi, fino all'epoca
I L NU O
VO IMPERO 53

d i Gi ustiniano e in parte anche olcre, avevano tenacemente ostacolato


b n uo va fede. Tra IV e v secolo si erano sviluppate le grandi eresie di
c ui si è detto, e accanto a queste proliferavano decine di correnti devia­
re di pensiero cristiano sparse in tutto l'impero (più in Oriente che in
O ccidente, però), a volte con un numero limitato di seguaci e con riti
piuttosto grotteschi. Quante fossero le eresie lo ignoravano anche i con­
cem po ranei e le cifre fornite occasionalmente dai teologi variano da un
min imo di 56 a un massimo di 128. Giustiniano, riprendendo e amplian­
do nel Codice una vecchia legge di Teodosio 11, ne conca ufficialmente
,+, di cui fornisce l'elenco, anche se per alcune è da ritenersi che si tratti
di un nome diverso della stessa setta' 3 •
Nonostante l'avversione delle autorità (e della chiesa, naturalmen­
te), le eresie avevano continuato a prosperare ed è da ritenersi che gli
interventi pubblici per reprimerle siano stati episodici e comunque non
efficaci. Le pene inflitte dai sovrani ai dissidenti variarono notevolmente
senza seguire una linea precisa, e andavano dalla semplice proibizione
del culco alla confisca dei beni o alle multe e, sul piano del diritto pri­
vato, all'incapacità di fare testamento o ricevere eredità. Più grave era
l 'esclusione dagli impieghi pubblici, imposta nel 395, o dall'avvocatura,
come stabilì Leone I nel v secolo. La pena di morte veniva raramente
inflitta e la disposizione più severa in materia fu emessa da Anastasio
r nel 510 con la condanna capitale per i manichei, ampiamente diffusi
nell' impero. Tanto lassismo non poteva soddisfare il nuovo imperatore,
intransigente per natura, e che dell'unità dell'impero a qualsiasi costo
aveva fatto un pilastro della sua linea programmatica.
Non appena fu sul trono, di conseguenza, il nuovo sovrano di Bi­
sanzio si mise alacremente all'opera per estirpare la dissidenza religiosa.
Il problema da affrontare era duplice e riguardava l'atteggiamento da
tenere nei confronti delle eresie e del paganesimo sopravvissuto alla vit­
toria del cristianesimo. Sette ereticali e paganesimo erano già stati am­
piamente colpici dalla legislazione dei precedenti imperatori ma, nella
pratica, avevano goduto di una sostanziale tolleranza. Il paganesimo, in
particolare, continuava a essere professato in molte parti dell'impero e
t rovava ancora larghe simpatie nelle popolazioni rurali e fra le classi ele­
vare. Giustiniano non era però persona da ammettere alcuna forma di
c on testazione: nella sua visione del mondo il potere religioso e il braccio
se colare si identificavano e quest'ulcimo aveva il compito di far trionfare
l 'ortodossia. I dissidenti, a suo modo di vedere, non dovevano neppure
e sis tere ed egli fece di tutto per rendere loro la vira impossibile. Con una
54 L' ETÀ D I G IUSTINIANQ

serie di leggi, che risalgono per lo più ai primi anni di regno, si adoperèA
quindi per eliminare ogni diversità in materia di religione.
Nel 527, con la sua associazione al potere, venne ripresa la legislazione
contro gli eretici, con la sola eccezione per i Goti che prestavano servizio.
nell'esercito imperiale. Poco dopo, quando fu solo sul trono, le leggi si
moltiplicarono diventando implacabili e andarono a colpire i dissiden ti
al punto da escluderli dalla società civile. Dalla sia pur relativa tolleran­
za dei predecessori si passò quindi all' intransigenza più rigida che non
lasciava spazi ai rei: « È giusto - scriveva l 'imperatore - privare dei beni
terreni coloro che non adorano il vero Dio » ' 4 e su questa linea si mosse.
Di conseguenza le sue disposizioni escludevano gli eretici da tutti gli
impieghi pubblici, sia civili sia militari, e da tutte le cariche municipali:
nessuno sarebbe stato ammesso alle pubbliche funzioni se tre testimoni,
giurando sui Vangeli, non avessero certificato la sua ortodossia. Va da sé,
poi, che ogni eretico in carica al momento dell'emanazione della legge
sarebbe stato allontanato dal servizio, lasciandogli al massimo gli uffici
più onerosi ma privandolo dei relativi privilegi. Gli eretici venivano inol­
tre esclusi dalle professioni liberali: non potevano esercitare l'avvocatura
né tanto meno essere professori, per evitare che « educassero le anime
semplici nei loro errori » ' 1 • Ogni manifestazione pubblica o segreta degli
eretici era naturalmente proibita e i loro edifici di culto andavano chiusi.
Non pago di ciò, li colpiva anche nella vita privata riducendoli a mi­
nus habentes: l ' idea dominante del sovrano, come avrebbe detto alcuni
anni più tardi compiacendosi della sua legislazione repressiva, era che gli
ortodossi dovessero avere più privilegi degli eretici e che per gli eretici
era sufficiente poter restare in vita' 6• Non era loro consentito di testi­
moniare in giudizio contro gli ortodossi, di ereditare e in larga misura
di fare testamento: se infatti tra i figli di un padre eretico vi fossero stati
colpevoli come lui e ortodossi, questi ultimi sarebbero stati preferiti; se
i figli fossero stati sospettati di eresia, l 'eredità sarebbe passata a parenti
più lontani, a condizione che fossero nella fede giusta; se infine i geni­
tori fossero stati in disaccordo nell 'educazione dei figli, la legge avreb­
be favorito chi professava l 'ortodossia. Gli eretici non potevano, infine,
avere schiavi cattolici. Con grande magnanimità, degna della migliore
causa, comunque, la legge prevedeva per chi sbagliava la possibilità di
convertirsi, ma se costui fosse caduto nel precedente errore sarebbe stato
condannato a morte.
«Definisco eretici - scriveva Giustiniano - tutti coloro che non se­
guono la nostra chiesa cattolica e la nostra fede santa e ortodossa » ,-, e
I L N UOVO IMPERO 55

.1l t rove affermava di odiarli' • Nelle sue leggi non si rivolge mai a queste
8

perso ne reiette con comprensione o anche sopportazione, ma al contra­


ri o denuncia la loro follia e l'opera demoniaca che compivano. Ci sono
t u ctavia alcune oscillazioni nella sua opera repressiva: nei confronti dei
manichei è implacabile, mentre con i monofisiti l'atteggiamento è più
co n ciliante e talvolta ambiguo. Dei manichei denunciava apertamente
i l « furore», ordinando che fossero messi a morte in qualsiasi luogo si
trovassero; bisognava poi bruciare i loro libri, e chi li possedeva, se non li
co nsegnava, era ugualmente minacciato di subire la pena capitale.
L'atteggiamento nei confronti dei monofisiti fu completamente di­
verso . Data la loro forza e la diffusione dell'eresia, cercò inizialmente di
rrovare un terreno d'intesa con l'ala più moderata del movimento, che
faceva capo al teologo Severo di Antiochia. In questa politica era attiva­
mente sostenuto dalla moglie, che fu sempre una convinta monofisita,
e si mosse con grande cautela. Le misure adottate contro i monofisiti
dopo la restaurazione cattolica di Giustino I vennero alleggerite, forse
anche a seguito di una violenta rivolta scoppiata ad Antiochia nel 531
per impedire l'esilio di alcuni aderenti all'eresia, che potrebbe essere
stata un campanello d'allarme. Giustiniano, rendendosi probabilmen­
te conto che la repressione del monofisismo a nulla era servita, per le
tenaci resistenze degli eretici, adottò una linea più morbida invitando
a Costantinopoli 8 vescovi severiani, che vi giunsero accompagnati da
parecchie centinaia di monaci. Nel 532 fece svolgere nella capitale una
discussione fra 6 calcedomani e 6 monofisiti alla presenza di numerosi
preti e monaci, i cui risultati pratici furono deludenti, e nel 533 emanò
socco forma di editto una professione di fede con la quale indicava una
versione della dottrina religiosa che, a suo giudizio, poteva essere accet­
tata da entrambe le parti; ne sottopose quindi il testo a papa Giovanni II,
che l'anno successivo diede la sua approvazione. Nel 535 si ebbero disor­
din i in Egitto, causati dai monofisiti più radicali ma, non di meno, i ne­
goziati fra le parti continuarono e il nuovo patriarca di Costantinopoli,
il m oderato Antimo, di sospetta simpatia per le tesi eretiche, invitò nella
capitale lo stesso Severo di Antiochia per proseguirli. Il riavvicinamen­
to fra ortodossi e monofisiti subì però una brusca battuta di arresto nel
5 3 6. Nella primavera di quell'anno papa Agapito, succeduto a Giovanni
I I , spinto dai cattolici che vedevano pericolosamente in forse l'unione
raggiunta con Giustino I, si recò a Costantinopoli, dove lo aveva inviato
i n missione il re ostrogoto Teodato, e convinse l'imperatore a cambiare
p olitica in materia di fede. Giustiniano dapprima fece resistenza, ma alla
56 L' ETÀ DI G I US T INIAN O

fine dovette arrendersi alla determinazione del pontefice, come ricorda


compiaciuto e con una sufficiente dose d' ingenuità il suo biografo :

« Io da peccatore ho desiderato venire dal cristianissimo imperatore Giustinia­


no, ma ora ho trovato un Diocleziano; non temo comunque le tue minacce» .
E ancora gli disse il venerabile papa Agapito: «Perché cuccavia tu sappia che
non sei idoneo alla religione cristiana, il cuo vescovo riconosca che vi sono due
nature in Cristo» . E quindi, mandato a chiamare per ordine dell'augusto il ve­
scovo di Costantinopoli, di nome Antimo, e apertasi la discussione, questi mai
volle aderire alla domina della religione cattolica quando veniva interrogato dal
beato papa, affermando cioè che esistono due nature nell ' unico signore Gesù
Cristo. Il santo papa Agapito lo ammonì e fu glorificato da cucci i cristiani. Al­
lora il piissimo augusto Giustiniano, pieno di gioia, si umiliò davanti alla sede
apostolica e adorò il beatissimo papa Agapito. Nello stesso tempo allontanò
Ancemo dalla comunione e lo mandò in esilio''.

Antimo venne deposto e sostituito con il prece Menas, che presiedet­


te un sinodo nella capitale (il papa era morto il 2.2. aprile) in cui venne
proclamato un anatema contro Antimo e rinnovato quello contro Seve­
ro e i severiani. Giustiniano dovette far buon viso a cattivo gioco e il 6
agosto 536 emanò una legge con la quale prescrisse di bruciare gli sericei
di Severo e bandì Antimo, Severo e i suoi seguaci dalla capitale e dal­
le grandi città dell' impero'°. All'editto fece seguito la persecuzione dei
monofisiti, ancora più rigorosa a quanto pare della precedente, e questa
venne estesa anche all' Egitto, tradizionale roccaforte dell 'eresia. La po­
polazione di Alessandria insorse e si ebbero migliaia di vittime; a fatica
il governatore militare bizantino riuscì a riportare l 'ordine distruggendo
parte della città.
Giustiniano cercò di convincere il patriarca alessandrino Teodosio ad
aderire all'ortodossia. Teodosio era un monofisita moderato, che Teo­
dora aveva collocato in crono nel 535, dopo la morte di Timoteo IV, e
che vi era stato mantenuto con la forza delle armi malgrado l 'ostilità de­
gli abitanti. Teodosio non si lasciò convincere e, nel 537, venne deposto
per essere sostituito con un calcedoniano, il monaco Paolo. Esiliato in
una località vicina a Costantinopoli ma godendo, come altri monofi­
siti, della protezione dell' imperatrice, Teodosio poté rifugiarsi a corte
dove visse tranquillamente per molto tempo. L'avvento di Paolo sullo
scranno patriarcale, in termini politici, segnò la ripresa del centralismo
di Costantinopoli sulle tendenze separatiste dell' Egitto, che trovavano
espressione nel credo monofisita. Egli ebbe pieni poteri: fu autorizzato a
I L NVO VO IMPERO 57

ri c o rrere alla forza militare e anche a revocare gli ufficiali imperiali non
or r odossi. Riuscì a spezzare ogni resistenza e, su ordine di Giustiniano,
fece chiudere a forza tutte le chiese monofisite, poi convertite al culto
c accolico. Il terrore che ispirava (si diceva che bruciasse gli eretici per
riscaldare il bagno) gli assicurò il successo e nell'arco di un paio di anni
il monofisismo sembrò estirpato dall'Egitto. La brutalità di cui dava
prova e altri intrighi poco chiari gli valsero tuttavia la deposizione nel
5 .p.; fu sostituito da un monaco palestinese, di nome Zoilo, che man­
renne il regime ecclesiastico del predecessore senza però fare ricorso agli
sressi metodi repressivi. La situazione tornava così al punto di partenza:
Giustiniano non era riuscito a risolvere le interminabili e pretestuose liti
fra le sedi ecclesiastiche (e una parte nel suo fallimento ebbe la politica
parallela svolta dalla moglie) e aveva ripiegato su ciò che gli era riuscito
bene fino a quel momento, ovvero la persecuzione dei dissidenti. La par­
ri ta era tuttavia ancora aperta e avrebbe avuto altri sviluppi in seguito.
La furia persecutoria del sovrano di Bisanzio non si limitò a colpire
gli eretici, ma si estese nello stesso tempo anche ai pagani. La vittoria del
cristianesimo aveva modificato i tradizionali rapporti di forze e nell'arco
di un tempo relativamente breve i seguaci della vecchia religione da per­
secutori erano diventati perseguitati. Gli imperatori del IV secolo, tutti
cristiani a eccezione di Giuliano - che peraltro regnò poco, dal 361 al
363 -, mostrarono la loro adesione alla nuova fede adottando provve­
dimenti sempre più restrittivi. Il culmine era stato raggiunto con una
legge di Teodosio I del 39 2. con cui veniva vietata in tutto l'impero ogni
forma di culto pagano'1. Intanto i templi venivano chiusi o trasformati
in chiese, mentre all'azione legale dei sovrani si affiancava lo zelo fana­
tico dei monaci che era IV e v secolo distrussero di propria iniziativa
una grande quantità di edifici di culto. Le leggi che proibivano l'antica
religione vennero mantenute in vigore fino a Giustiniano e, a dire il vero,
da parte imperiale a un certo punto ci si illuse che il paganesimo fosse
111 orco, a giudicare da quanto si legge in una costituzione di Teodosio II
del 42. 3 in cui si dice: «riteniamo che ormai non vi siano più pagani»".
Non era invece così semplice: il paganesimo sopravviveva in larghi stra­
t i della popolazione, alcuni templi non avevano smesso di funzionare e
l a r eligione degli dèi resisteva alle persecuzioni, sia per la non eccessiva
c ura dei sovrani nel reprimerla sia anche per la complicità di funzionari
i mperiali che volentieri chiudevano un occhio, a pagamento, sull'eser­
c iz io delle forme di culto proibite. Al tempo di Leone I, verso il 472., il
P aganesimo veniva considerato ufficialmente un crimine pubblico, ma
58 L' ETÀ DI G I USTINIAN O

nello stesso tempo, con un sano pragmatismo, era contemplata una rela-.1
riva tolleranza per i pagani che vivevano tranquillamente e non facevano:
alcunché di contrario alla legge.
A inizio VI secolo vi erano ancora numerosi pagani disseminati in:
tutto l'impero. Nel cristianissimo Egitto funzionavano ancora scuole
neoplatoniche e alcuni templi erano oggetto di culto ; in Siria, nono­
stante la pesante persecuzione attuata dai cristiani, si trovavano ancora
molti pagani a Gaza, e in Palestina alcuni templi conservavano i loro
idoli, di cui veniva segretamente praticato il culto. Altre sopravvivenze
di credo idolatrico sono poi attestate in Fenicia, Siria e Mesopotamia,
Asia Minore e Armenia. La popolazione di Carre (I-:Iarran) , in Mesopo­
tamia, nel 540 era a maggioranza pagana e il re persiano Cosroe, quando
fece incursione in territorio romano, rifiutò per una sorta di solidarietà
religiosa il tributo che gli veniva offerto. Ma soprattutto in Grecia l' an­
tica religione manteneva la sua forza, e non a caso il termine "elleno" a
quest 'epoca veniva usato per indicarne i seguaci. I templi come altrove
erano stati chiusi, gli oracoli non funzionavano più, i giochi olimpici
soppressi dalla fine del IV secolo, ma ad Atene la scuola filosofica pagana
continuava a essere attiva e i sacrifici, discretamente, venivano ancora
praticati. Allo stesso modo a Costantinopoli il vecchio culto degli dèi
non era scomparso e trovava seguaci anche nella più alta aristocrazia.
Per un animo intollerante come quello di Giustiniano tutto ciò era
naturalmente insostenibile e il sovrano si mise all'opera con lo stesso zelo
e negli stessi tempi in cui aveva colpito gli eretici. Non vi sarebbe neppu­
re stato bisogno di tanto accanimento, non essendo i pagani un pericolo
per lo stato: il ceto intellettuale si limitava a conservare le tradizioni e la
massa a praticare come un rito tribale le usanze antiche. Il paganesimo
con ogni probabilità sarebbe perito di morte naturale nell'arco di una
generazione o poco più e con altrettanta probabilità sarebbe scomparso
senza fare rumore. Gli eretici, al contrario, costituivano una minaccia
reale per il corpo della chiesa e, fra questi, i più pericolosi erano senza
dubbio i manichei, la cui dottrina metteva in discussione i fondamenti
della vita civile. Va da sé comunque che per l ' imperatore Giustiniano
simili sottigliezze non avevano alcun significato.
I provvedimenti adottati contro il paganesimo non furono dissimili
da quelli presi per gli eretici, ma sicuramente ancora più aspri. La « follia
degli elleni empi e scellerati » andava repressa con i castighi più severi"1.
Alle prescrizioni già adottate per gli altri miscredenti si aggiunsero il di­
vieto di fare donazioni o legati in qualsiasi forma, pena la confisca dei
I L NU
OVO IMPERO 59

ben i e la loro devoluzione alle città o allo stato. Il divieto di insegnare


\'en ne particolarmente inasprito e lo stato ritirò le sovvenzioni di cui
,,od evano le scuole pagane: «Vietiamo - scrive compiaciuto l'impera­
�re - che ogni disciplina sia insegnata dai malati che seguono la follia
1
d egli elleni» 4 • Per i pagani convertiti che fossero tornati al vecchio cul­
co era prevista la pena di morte e per gli altri fu introdotto l'obbligo di
co nvertirsi entro tre mesi per non essere privati di ogni diritto civile.
Chi non fosse stato battezzato doveva segnalarsi e recarsi in una chiesa
assieme a tutta la famiglia per ricevere l'educazione cristiana e, quindi, il
sacramento. Le pene previste per i trasgressori erano efferate: l'esilio e la
confisca dei beni per chi disobbediva, la morte per chi celebrava di na­
,costo i riti proibiti. Per chi si convertiva ma lasciava nell'errore moglie,
figli e servi, qualora fosse un funzionario era prevista la destituzione e in
ogni caso la confisca dei beni. I figli dei pagani, infine, dovevano essere
sottratti ai genitori per ricevere l'istruzione cristiana. Questa ordinanza
venne affissa in tutto l'impero (nel 52.9) e fu dato a vescovi e autorità lai­
che il compito di farla rispettare riferendo, se necessario, ali' imperatore.
Alla furia repressiva del sovrano non potevano mancare Ebrei e sa­
maritani. I primi costituivano una forte comunità in Palestina e per il
resto erano dispersi in vari luoghi; i samaritani erano ugualmente pre­
senti in buon numero in Palestina. Il culto ebraico era stato tollerato
dagli imperatori cristiani, nonostante il rafforzarsi dell'antisemitismo
fra la popolazione, ed erano stati presi soltanto occasionali provvedi­
menti non devastanti. Parecchie leggi dichiarano che le sinagoghe non
andavano bruciate o saccheggiate (in un'epoca in cui i templi pagani
subivano la violenza dei cristiani) e che, se fatti del genere erano acca­
duti, esse dovevano essere ripristinate e il bottino restituito, a meno che
non fossero state nel frattempo convertite al culto cristiano: in questo
caso si doveva pagare un indennizzo. Nella prima metà del V secolo (nel
·P-3 e nel 438) era stata però vietata la costruzione di nuove sinagoghe,
m en tre era autorizzata la riparazione di quelle esistenti. La stessa tolle­
ranza, pare, si estendeva anche ai samaritani. Le sinagoghe erano esen­
tare dall'obbligo di ospitare i soldati in transito, un onere pesante che
r icadeva sulle popolazioni civili, e il loro clero godeva di un'immunità
sim ile, anche se più limitata, a quella del clero cristiano per quanto ri­
gu ardava gli obblighi da assolvere nei consigli municipali. La professio­
ne della religione ebraica era consentita, anche se agli Ebrei si intimava
di astenersi da quei riti considerati provocatori dai cristiani. A questi
privilegi si contrapponeva comunque una serie di incapacità legali fissate
60 L' ETÀ D I G I US TINIANQI

tra IV e v secolo. Era proibito il matrimonio fra Ebrei e cristiani, vietatf


la circoncisione degli schiavi e il possesso di schiavi cristiani, anche se
con alcuni distinguo. Nel v secolo in Oriente (già era stato fatto in Oc­
cidente) gli Ebrei furono esclusi da ogni carica pubblica e da ogni grado
di nobiltà; potevano soltanto mantenere i servizi gravosi di cohortalis e
di curialis, ossia rispettivamente di funzionari dipendenti dai governato ­
ri provinciali e di membri dei consigli municipali. Infine, nel 468, Leone
1 li escluse dall 'esercizio della professione legale. Il culto ebraico venne
comunque mantenuto accanto a quello di stato e, nonostante l 'ostilità
dell'opinione pubblica, perfino un imperatore intransigente come Giu­
stiniano evitò di renderlo illegale, eccezion fatta per l 'Afoca riconquista­
ta, dove nel 5 3 5 vietò indistintamente la pratica della propria religione a
pagani, donatisti, ariani e giudei, le cui sinagoghe andavano trasformate
in chiese l1 • Alcune sinagoghe vennero distrutte in Oriente per far posto
a santuari cristiani e si ebbero anche conversioni occasionali, ma non
ci fu mai una persecuzione in grande stile. Come era solito fare più o
meno in ogni cosa, Giustiniano volle dire la sua anche sulle pratiche del
culto ebraico : proibì ai giudei di celebrare la loro Pasqua prima di quella
cristiana e, con una legge del 553, regolò una controversia riguardante la
lingua in cui dovevano essere lette le Scritture, raccomandando come
migliore traduzione quella dei Settanta e vietando l ' uso delle tradizioni
rabbiniche ( il Talmud ). Questa stessa legge, poi, disponeva pene severe
per quegli Ebrei che non credevano alla rivelazione contenuta nell 'An­
tico Testamento l6•
Giustiniano mantenne gli antichi divieti per Ebrei e samaritani e ag­
giunse di suo. Già da ca-imperatore nel 527 si sentì in dovere di affer­
mare che le norme su pagani, eretici e samaritani andavano inasprite e
naturalmente fu di parolal7• Modificando la legge di Teodosio II in cui
si vietava agli Ebrei di assumere la funzione di dej-ènsor civitatis, i com­
pilatori del Codex aggiunsero anche quella di pater civitatis, una secon­
da carica municipale di un certo rilievo. Inoltre, negli anni roventi della
persecuzione dei dissidenti impedì sia agli uni sia agli altri di fare testa­
mento o di ricevere eredità, di testimoniare in tribunale e di compiere
qualsiasi atto legale.
I samaritani, colpiti dalla legislazione e forse anche esasperati dall 'o­
stilità dei cristiani, alla fine si ribellarono. Nell'aprile 529 ci furono disor­
dini a Scitopoli (che in buona parte fu incendiata) e forse anche a Cesa­
rea: subito dopo si misero a devastare la regione massacrando i cristiani e
incendiando le loro chiese e le loro proprietà. Giustiniano reagì in malo
I L NU OVO IMPERO 61

Jllodo deponendo il governatore civile della Palestina II e condannando­


l o a morte, cosa a dire il vero abbastanza contraria alle sue abitudini. I
s amaritani, per parte loro, elessero re un bandito di nome Giuliano, che
si impossessò di Neapolis e ne fece uccidere il vescovo. Tuttavia, i ribelli
nulla potevano contro la forza dello stato e avevano le ore contate: il dux
Rzlaestinae Teodoro, assieme al capo tribù (il filarco) degli alleati arabi di
Palestina, marciò contro di lui per affrontarlo in battaglia. I ribelli ven­
n ero sanguinosamente sconfitti e persero una grande quantità di uomini
( da lo.o o o a 100.000, secondo le cifre come sempre piuttosto fantasiose
fornice dagli storici del tempo); la testa di Giuliano, fatto prigioniero,
e il suo diadema furono inviati a Giustiniano. Alcuni superstiti si rifu­
giarono sulle montagne, ma i più caddero prigionieri e il filarco arabo,
trionfante, poté vendere in Persia come schiavi 20.000 giovani samarita­
n i di ambo i sessi. Quando poi Giustiniano venne a sapere che Teodoro
non era intervenuto con la necessaria determinazione nella prima fase
della rivolta, lo rimosse con ignominia, lo fece incarcerare e lo sostituì
con il nuovo dux Ireneo, che portò a termine la repressione, catturando i
samaritani nascosti sui monti e uccidendone un buon numero. Lo stato
della Palestina, a cose fatte, era miserevole: «quella terra, la più bella di
cucce - scrive Procopio - da allora rimase senza più un contadino». Gli
esponenti del ceto medio cittadino avevano infatti scelto di convertirsi
al cristianesimo, per pura finzione, mentre i contadini avevano aderito
i n massa alla rivolta ed erano stati massacrati. I proprietari terrieri, che
al contrario erano cristiani, avevano visto devastate le loro proprietà e,
a guerra conclusa, si trovavano nell'impossibilità di pagare le tasse, che
secondo le migliori regole della burocrazia continuavano comunque a
dov er essere riscosse. Il disastro era di tale portata che poco più tardi il
vescovo di Gerusalemme inviò a Costantinopoli il più famoso monaco
di Palestina, san Saba, per ottenere da Giustiniano il soddisfacimento
delle cinque richieste che gli fece: una forte remissione di imposte per
due anni contributivi, la ricostruzione degli edifici sacri bruciati dai sa­
maritani, la fondazione di un grande ospedale a Gerusalemme con la
relativa dotazione, la costruzione di una chiesa dedicata alla Vergine e,
ultima, l'edificazione di un castello e la dislocazione di un presidio mili­
t are a protezione della sua comunità monastica18•
L'imperatore non fece però tesoro della lezione e, anziché addolcire
l 'atteggiamento ostile nei confronti dei samaritani, come forse il buon
s enso avrebbe richiesto, nel 537 legiferò di nuovo contro di loro. Il pre­
_
fe tto del pretorio Giovanni di Cappadocia lo aveva informato che, in
L'ETÀ DI GIUSTINIANQ
I

barba alla legge, fra i curiali si trovavano Ebrei, samaritani, montanisti


o «altri esseri spregevoli non ancora illuminati dalla retta e immacolat;\
fede» : ordinava perciò che mantenessero gli obblighi al servizio della
municipalità, ma fossero privati di tutti i corrispondenti privilegil9 • SolJ
tanto nel 551, infine, su richiesta del vescovo di Cesarea, si decise a rive­
dere la legislazione antisamaritana in materia civile. Il vescovo gli aveva
assicurato «che erano diventati migliori» e di conseguenza venne loro
consentito di fare testamento e fare o ricevere donazioni e legati3°. Fu co­
munque una clemenza mal riposta perché nel luglio 555, con l'aiuto degli
Ebrei, i samaritani attaccarono i cristiani di Cesarea, uccidendone molti
e distruggendo le loro chiese, il proconsole di Palestina fu assassinato e il
magister militum per Orientem dovette procedere alla repressione. L'o­
pera di conversione tentata nei loro confronti non dava i frutti sperati e
nel 572. il successore di Giustiniano, Giustino II, osservando amaramen­
te quanto fosse stato inutile cercare di liberare «le loro anime dal morbo
che le corrompeva », tornò ai rigori delle vecchie leggi3 '.
Le disposizioni di Giustiniano in materia di fede non restarono con­
finate al dettato legislativo, come per lo più era successo in precedenza,
ma furono tradotte in pratica con il ricorso a una persecuzione sistema­
tica. Nel 5 2.7 parecchi manichei di Costantinopoli furono mandati al
rogo, dopo che l'imperatore in persona, Sacra Scrittura alla mano, aveva
tentato di convertirli; fra loro, nobili, donne illustri e senatori, i cui corpi
vennero gettati in mare e le sostanze confiscate. Molti altri poi, meno
illustri, subirono la stessa sorre. Le chiese degli eretici, che erano molto
ricche, in particolare quelle degli ariani, furono chiuse e i beni di queste
sequestrati, verosimilmente con doppia soddisfazione dell'imperatore,
sempre in cerca di denaro. I suoi delegati perlustravano l'impero costrin­
gendo all'abiura tutti i rei: molti vennero uccisi dai soldati, altri si suici­
darono mentre i più preferirono la via dell'esilio. Particolarmente feroce
fu la repressione dei montanisti di Frigia. Erano questi gli aderenti a una
setta alquanto bislacca - fondata da Montano, un prete frigio vissuto
nel I I secolo - , che praticavano una vita dalla morale rigorosa, rifiuta­
vano il matrimonio ed erano dediti a pratiche ascetiche in attesa della
venuta del Paraclito; era una setta abbastanza diffusa e il suo principale
luogo di culto si trovava in una città deserta della Frigia. I montanisti
non vollero arrendersi e si rinchiusero nei loro templi, appiccandovi il
fuoco e morendo tra le fiamme. I pagani a loro volta furono colpiti sen­
za pietà e subirono torture fisiche e saccheggi delle proprietà. Alcuni
( o molti, non si sa) finsero di convertirsi, ma qualche tempo più tardi
I L N UOVO I MPERO

ven nero nuovamente colti in flagranza « intenti a libagioni, a sacrifici e


i1
ad altre pratiche empie» • La religione degli dèi, d'altronde, era diffusa
an che negli strati più alti della società, persino fra i diretti collaboratori
d ei sovrano: di Triboniano si diceva che fosse pagano e ateo, mentre del
p refetto del pretorio Giovanni di Cappadocia, dal 531 il principale col­
laboratore di Giustiniano, si sapeva che consultava stregoni e oracoli e
c he era un falso cristiano. Se andava in chiesa a pregare non si compor­
cava secondo le consuetudini, ma indossava un mantello ruvido simile a
quello di un sacerdote pagano e borbottava alcune formule rituali volte
a ottenere la benevolenza del sovranoll, La loro notorietà e il servizio
che offrivano allo stato li misero probabilmente al riparo dalle punizio­
n i, ma in molti altri casi non fu così. Nel 529 furono intentati processi
p er paganesimo che colpirono anche alcuni dignitari di corte e nuove
p ersecuzioni nella capitale si ebbero nel 545-546 H. In questa occasione
molci senatori e uomini di cultura vennero denunciaci e l'ex prefetto del
p retorio dell'Oriente, Foca, già implicato nella precedente epurazione,
si suicidòis. Quando Giustiniano lo seppe, ordinò che venisse sepolto
come un asino e che non vi fosse per lui alcun corteo o alcuna preghiera:
la famiglia, terrorizzata, durante la notte mise il suo corpo su una lettiga,
tece aprire una tomba e ve lo gettò come un animale morto. Oltre a Foca
vennero scovaci «uomini illustri e nobili con una folla di grammatici,
sofisti, avvocati e medici». Messi alla tortura, ammisero di essere paga­
ni; furono quindi flagellati e incarceraci e infine « vennero consegnaci
alle chiese perché apprendessero la fede cristiana come si conviene ai
pagani»l6• Tra le vittime vi furono l'ex referendario Macedonio, che fu
ucciso e le cui proprietà vennero confiscate; l'ex prefetto Asclepiodoto,
che si avvelenò; e l'ex questore e console onorario Tommaso, uno dei
redattori del Codex /ustinianus, forse messo a morte.
L'operazione nella capitale era stata condotta dal monaco Giovanni
di Amida, in seguito vescovo di Efeso, che già aveva avuto dall'impera­
to re l 'incarico di convertire i pagani nell'Asia Minore occidentalel7. Gio­
vanni di Efeso, il maggiore storico siriaco dell'epoca, era un monofisita
e com e cale entrò nelle grazie di Teodora quando si trasferì a Costanti­
n op oli. Con molto pragmatismo, o forse anche assecondando la moglie,
Gi ustiniano gli accordò la propria fiducia per prendersi cura dei pagani,
c o sa che fece con la ferocia necessaria. « In quell'anno - egli scrive - la
b o ntà di Dio visitò l'Asia, la Caria, la Lidia e la Frigia grazie allo zelo
dei vittorioso Giustiniano e a opera del suo umile servitore». L'umile
servicore, con metodi facili da immaginare, riuscì a portare al cristianesi-
L' ETÀ DI GIUSTINIANrj

mo circa 70.000 persone, incorporandole nella chiesa di stato. I tempi�


e gli oggetti di culto furono distrutti e il battesimo venne amministrar�
in massa; per l'occasione l' imperatore pagò le spese e gli abiti per il bat-,
tesimo e donò un terzo di moneta d 'oro a ogni battezzato. I convertiti
« quando Dio ebbe aperto i loro cuori » prestarono aiuto per distruggere
i templi e cancellare tutti i segni del culto idolatrico, compresi i numero�.
sissimi alberi che si veneravano. Al posto di questi sorsero 96 chiese e 12.
monasteri; 55 chiese vennero costruite a spese pubbliche e le altre a opera
dei nuovi cristiani. Giustiniano, evidentemente soddisfatto, fece donare
attraverso il suo monaco i vasi sacri, gli abiti liturgici e i libri di culto 1 8•
In quegli stessi anni si ordinò la chiusura degli ultimi santuari pagani
ancora funzionanti, fra cui il tempio di Iside nell' isola nilotica di File e
quello di Ammone nell'oasi di Augila del deserto di Cirenaica, sostitui­
to con una chiesa dedicata alla Vergine. La vittima più illustre delle per­
secuzioni giustinianee fu la scuola filosofica di Atene. Città ormai assai
decaduta, Atene conservava ancora la sua prestigiosa scuola di filosofia
neoplatonica, tradizionalmente un rifugio della religione pagana. La
scuola fu chiusa nel 5 2.9, ma il suo ultimo rettore, il fil osofo Damascio, e
altri 6 professori non vollero convertirsi e preferirono l 'esilio, recandosi
alla corte del re persiano Cosroe, che si vantava di essere un filosofo.
Costui li accolse con rispetto anche se alla fine gli esuli si pentirono della
scelta che avevano fatto e quando, nel 532, fu conclusa la pace perpetua,
il re ottenne per loro da Giustiniano il permesso di farli rientrare in pa­
tria senza subire danni. Nel generale marasma delle persecuzioni, l' avve­
nimento non suscitò clamore, ma per noi moderni il 529 può idealmen­
te valere come un elemento di periodizzazione, che segna un punto di
arrivo nella fine del mondo antico, le cui scarse sopravvivenze venivano
definitivamente cancellate in un crescendo persecutorio.

Una rivolta popolare

L'andamento positivo dei primi cinque anni di governo venne brusca­


mente arrestato da una rivolta scoppiata a Costantinopoli che mise in
forse la stessa permanenza sul trono di Giustiniano. Da parecchio tem­
po, a Bisanzio e nelle principali città dell' impero, le fazioni sportive più
importanti, dei Verdi e degli Azzurri, avevano assunto una fisionomia
politica. Si erano organizzate in una specie di partiti, anche militariz­
zati, con i quali doveva misurarsi l 'assolutismo dei sovrani, come in una
J L N VOVO IMPERO 65

,o r ca di sopravvivenza di dialettica democratica fra governanti e gover­


;1 ;iri. Non si trattava comunque di un semplice confronto politico per­
ch é i demi (come venivano definiti alla maniera greca) erano una fonte
c o ntinua di turbamento dell'ordine pubblico. Procopio lo spiega chia­
rJ111ente:
In ogni città, fin da tempi antichi, la plebe è divisa nelle fazioni degli Azzurri e
dei Verdi, ma solo di recente, per la rivalità nelle gare sportive tra queste due fa­
zioni e la scelta dei posti nel circo da cui assistere alle gare stesse, i cittadini sper­
perano denaro e si azzuffano tra di loro, non esitando a rischiare anche la vita
per uno scopo così futile. Vengono violentemente alle mani con i loro avversari,
senza pensare per quale sciocchezza si gettano nel pericolo, e pur sapendo che se
anche riusciranno a sopraffare i loro antagonisti nella zuffa, non avranno altro
risultato che quello di essere immediatamente tradotti in carcere, per morire,
quindi, dopo aver sofferto le peggiori pene. Ma è vivo tra di loro un odio che
non ha giustificazioni, e che pure continua per tutta la vita, senza mai placarsi,
perché non cede né ai legami del matrimonio né a quelli della consanguineità
o dell'amicizia, anche se sono fratelli o parenti prossimi coloro che si trovano
rivali nella passione per l'uno o l'altro di questi colori. Non importa loro né
di leggi religiose né di leggi umane, di fronte all'entusiasmo di veder vincere
il colore prediletto. Se anche qualcuno in città commette un sacrilegio verso
Dio, se le leggi e gli ordinamenti dello Stato vengono violati da concittadini
o da stranieri, se anche essi si trovano privi delle cose di prima necessità o la
patria è colpita dalle più grandi sventure, non muovono un dito, a meno che
n
ciò non offra una possibilità di vittoria per la loro "parce (così essi chiamano
il proprio gruppo di faziosi). Né da tale fanatismo vanno esenti le donne, che
anzi non solo si associano ai propri mariti, ma litigano con loro, se si presenta il
caso, sebbene esse non vadano mai agli spettacoli del circo e non abbiano altro
giustificato motivo. A mio parere, non si può definire questo se non un per­
vertimento morale. Eppure, proprio in questo modo vanno le cose fra le masse
popolari delle città19•

Gli imperatori erano soliti favorire una fazione o l'altra per consolidare
il proprio potere; Giustiniano da erede al trono aveva appoggiato aper­
tamente gli Azzurri (o per sua convinzione o perché spinto da Teodora
che detestava i Verdi), suscitando una forte ricaduta sull'ordine pubblico
a Costantinopoli. Gli Azzurri, o per lo meno la parte più turbolenta di
questi, forti dell'impunità, si diedero a ogni sorta di sopruso e i loro av­
Vtrsari non rimasero a guardare, ma risposero alla violenza con la violen­
z a. Per prima cosa gli attivisti cambiarono acconciatura e abbigliamento
Per distinguersi dalla gente comune e indossarono una sorta di divisa: si
r adevano i capelli fino alle tempie per lasciarli ricadere lunghi sulla nuca
66 L' ETÀ D I G I USTINIAN O

"come gli Unni" e, alla maniera persiana, portavano barba e baffi. lndos�
savana poi una tunica con maniche a sbuffo nonché mantelli, calzoni
e calzature ancora secondo la moda unna. Giravano armaci di colcelli
e, all' imbrunire, si riunivano in gruppi per rapinare le persone che ma­
lauguratamente venivano loro a tiro. I responsabili dell 'ordine pubblico
facevano finta di niente e la licenza dilagava fino agli omicidi, anche su
commissione, che venivano compiuti in qualsiasi momento e restavano
impuniti: dapprima gli Azzurri avevano ucciso i propri avversari, poi la
violenza si era estesa a cucci, mentre i Verdi o passavano dalla loro parte o
cercavano di nascondersi dove possibile, con il rischio di essere scoperei
o comunque puniti dall'autorità. La condiscendenza dell'erede al trono,
almeno secondo quanto racconta Procopio ( che, come sappiamo, è for­
temente avverso a Giustiniano), garantiva agli Azzurri non solo l ' impu­
nità, ma anche un congruo bottino di favori, ricchezza, onori e cariche
pubbliche40•
L'intervento del prefetto Teodoro Zucchino fu temporaneo, ma l ' av­
vento al potere di Giustiniano come ca-imperatore pare aver causato una
maggiore equidistanza: i due sovrani emisero un editto per punire omi­
cidi e violenze sia dell'una che dell'alcra fazione e far sì che i giochi del
circo si svolgessero in buon ordine. La tregua imposta alle fazioni durò
comunque poco e nel 5 29 la plebe di Antiochia si era spinta a cali eccessi
che l' imperatore aveva vietato i giochi del circo in città per qualche mese.
A Costantinopoli, nei primi giorni del 532, la situazione divenne esplosi­
va a causa di un'inedita alleanza dei due demi, che si coalizzarono contro
Giustiniano dando luogo a una rivolca passata alla scoria con il nome di
Nika (Vinci !), la parola greca con cui le fazioni del circo incitavano i
loro atleti. Forse Giustiniano pensava di essere amato dal suo popolo e
sottovalutò il pericolo: il cono brillante del suo regno, le opere edilizie
avviate, la pace con i Persiani e la riforma del diritto, nella sua mente
priva di grandi contatti con la realcà, potevano averlo convinto di avere
avviato un regno splendido, di cui i sudditi coglievano gli aspetti straor­
dinari. Ma non era così: le feroci persecuzioni dei dissidenti dovevano
aver creato un solco fra lui e la sua gente, ma soprattutto, ciò che preme­
va di più al popolo di Costantinopoli, la pesante imposizione fiscale e il
malgoverno dei suoi principali ministri lo rendevano inviso. Buona par­
te dell'aristocrazia lo detestava, considerandolo un corpo estraneo alle
loro tradizioni, e ancor più aveva in odio Teodora, l ' imperatrice venuta
dal popolo, un disprezzo peralcro ricambiato dal! ' imperatrice che non
perdeva occasione per umiliare i nobili. Per chi lo odiava era semplice-
I L NU OVO IMPERO

i n en re l' «asino» ottuso che come tale si comportava, seguendo «chi lo


ci ra per la cavezza e non smette di agitare le orecchie» 4', un insulto forse
su ggerito dall'assonanza fra le ultime lettere del suo nome e onos, che in
greco significa appW1to "asino':
L Nei giorni che precedettero la rivolta vi era stata nelle vie cittadine
u na delle solite zuffe sanguinose fra Verdi e Azzurri e il prefetto aveva fat­
co condannare a morte alcuni responsabili delle due parti. Un Verde e un
Azzurro, però, erano riusciti a sfuggire ali' impiccagione approfittando
del fatto che si era spezzato il capestro. I religiosi di un vicino monastero,
crovandoli ancora vivi, li presero sotto la loro protezione e li portarono
in una chiesa che godeva del diritto di asilo, impedendo così ali' autorità
d i polizia di riprenderseli. Per tutta la durata delle corse di carri svoltesi
il 1 3 gennaio i loro amici ne avevano chiesto inutilmente la grazia ali' im­
peratore, che assisteva dalla sua tribuna e non si era degnato di dare una
risposta. Dopo la ventiduesima corsa (il programma ne prevedeva l4)
i popolani spazientiti levarono un grido del tutto nuovo: «Lunga vita
ai misericordiosi Verdi e Azzurri», che già di per sé era foriero di una
cempesta in arrivo. Alla fine dello spettacolo la tensione era al massimo
e i due demi occasionalmente alleati uscirono insieme dall'ippodromo
dopo aver adottato nika come parola d'ordine, per evitare che i soldati
o gli excubitores si mescolassero a loro. Si recarono quindi in massa al
pretorio, la sede della prefettura cittadina, in cui si trovavano anche le
prigioni, chiedendo una risposta sui due condannati protetti dai mona­
ci. Non avendola ricevuta, la loro rabbia divenne incontenibile: uccisero
le guardie, liberarono i detenuti e diedero fuoco all'edificio. Fu il segnale
della rivolta: bruciò la prefettura, poi fu la volta del vestibolo del palazzo
imperiale, con l'adiacente quartiere delle scholae, della chiesa di Santa
Sofi a e di altri edifici dei dintorni.
Probabilmente durante le corse del 13 gennaio si era svolto un con­
ci rato dialogo fra il portaparola imperiale (il mandator) e i Verdi, con
qualche breve intervento degli Azzurri, che è giunto a noi con il titolo
di R esoconto di Calopodio cubiculario e spatario, ossia di un eunuco di
\Or te messo sotto accusa dai Verdi che da lui erano stati danneggiati. Chi
fosse questo Calopodio e cosa avesse fatto contro i popolani non è dato
di s aperlo; era comunque usuale che i demi dialogassero con il sovrano
ali ' ipp odromo per rivolgergli richieste di natura politica. Il rapporto fra
i in peratore e demi è in questo caso assai teso, ma anche in condizioni
norm ali il popolo usava mescolare suppliche di vario genere alle accla-
111 a zioni che ritualmente era tenuto a fare al suo sovrano. Ce lo dice, ad
68 L' ETÀ DI G I USTINIANQ

esempio, il verbale dell'elezione di Anastasio I allorché i presenti, ac1


clamando l ' augusta Ariadne, introdussero esplicitamente la proposta di:
sostituire il prefetto cittadino: « Rimuovi quel prefetto cittadino, che è
un ladro » . La stessa richiesta di governanti onesti è poi inframmezzata;
alle acclamazioni in onore di Giustino I dopo la sua proclamazione 4 ,. In
questo caso, nel Resoconto di Calopodio, i Verdi entrano direttamente in,
argomento senza mescolarla alle consuete ovazioni:

VERDI Lunga vita, Giustiniano Augusto, tu vincas! Mi si fanno dei torci, uni-,
co buono, non lo sopporto. Lo sa Dio. Non oso nominarlo perché le cose non
gli vadano ancora bene e io debba correre pericolo.
MANDATOR Chi è ? non lo so.
VERDI Colui che mi opprime, o tre volte augusto, si trova nel quartiere dei
calzolai.
MANDATOR Nessuno commette ingiustizie verso di voi.
VERDI Uno e lui solo commette ingiustizie verso di me. Madre di Dio, non
gli fare alzare la testa!
M ANDATOR Chi è quello? non lo sappiamo.
VERDI Tu e tu solo lo sai, ere volte augusto, chi oggi mi opprime.
MANDATOR Non sappiamo se c'è un uomo del genere.
VERDI Lo spacario Calopodio mi fa torto, signore di cucci.
M ANDATOR Calopodio non c'entra.
VERDI Chiunque sia, farà la fine di Giuda. Dio lo ripagherà presto per l' in­
giustizia che mi fa.
M ANDATOR Voi non siete venuti ad assistere, ma solo per insultare i gover­
nanti.
VERDI Se qualcuno dunque mi reca ingiustizia, farà la fine di Giuda.
M ANDATOR Smettetela, giudei, manichei e samaritani.

Il tono si fa poi sempre più aspro con invettive reciproche fra sovrano
e popolani. I Verdi si automaledicono proclamandosi manichei, G iu­
stiniano minaccia di farli giustiziare ed essi proseguono lamentando di
essere puniti in pubblico soltanto per l'appartenenza alla loro fazione.
L 'accusa si fa quindi più articolata e prende di mira direttamente il go­
verno imperiale:

VERDI Oh, se Sabbazio non fosse mai nato per non avere un figlio assassino.
È il ventiseiesimo assassinio che ha avuto luogo nello Zeugma. Alla mattina
guardava e alla sera era scannato, o signore di cucci.
AZZURRI Solo voi in tutto lo stadio avere gli assassini.
VERDI Forse uccidi e fuggi ?
AZZURRI Tu uccidi e fai confusione. Solo voi avete gli assassini nello stadio.
OVO IMPERO
I L NU

VERDI Signore Giustiniano, essi provocano e nessuno li uccide. Chi vuole


capirà. Chi uccise il legnaiuolo nello Zeugma, autocratore?
MANDATOR Lo avete ucciso voi.
VERDI Chi uccise il figlio di Epagato, autocratore ?
MANDATOR Voi avete ucciso anche lui e cercate di coinvolgere gli Azzurri.
VERDI Ecco! Signore, pietà. La verità è strapazzata. Vorrei discutere con chi
dice che le cose provengono da Dio. Da dove viene questa infelicità ?
MANDATOR Dio non è tentato dal male.
V ERDI Dio non è tentato dal male ? Allora chi è che mi fa torto ? se è un filo­
sofo o un selvaggio, dimmi la differenza fra i due.
MANDATOR Bestemmiatori e maledetti da Dio, quando starete zitti ?
V ERDI Se la tua maestà lo vuole, sto zitto, anche se non lo vorrei, tre volte
augusto. Tutto, tutto so, ma sto zitto. Stai salva, Giustizia, non conti più. Me ne
vado e divento giudeo. Ma è meglio essere pagani che Verdi, Dio lo sa.
AZZURRI Questa cosa mi fa ribrezzo, non voglio vedere. La vendetta mi pressa.
VERDI Le ossa di chi assiste ai giochi restino dissepolce4'.

L'indomani Giustiniano cercò di calmare la folla con nuove corse, ma fu


una scelta infelice che ottenne l'effetto contrario: la sommossa proseguì
e andarono a fuoco parte dell'ippodromo e i portici delle terme di Zeu­
sippo. La folla inferocita chiedeva la rimozione del prefetto cittadino, di
Triboniano e del prefetto del pretorio Giovanni di Cappadocia. Il pri­
mo era considerato responsabile della repressione; gli altri erano odiati
soprattutto dagli aristocratici, che forse ispirarono la richiesta. Tribo­
niano era accusato di avidità e di far mercato della sua carica; ali'altro
si rimproveravano i costumi licenziosi e i metodi sbrigativi con i quali
riscuoteva le tasse.
Alcuni senatori inviati a rendersi conto delle lagnanze dei popolani
n e riferirono a Giustiniano e questi si mostrò debole allontanando su­
bito i funzionari invisi, che sostituì con altri irreprensibili. Non ottenne
però i risultati sperati: la folla in rivolta assediò il palazzo imperiale e la
sommossa andò crescendo d'intensità nei giorni successivi. Gli incendi
proseguirono e il tentativo di ristabilire l'ordine con la forza da parte di
Belisario, a Costantinopoli al ritorno dalla guerra persiana, e di Mun­
d o, magister militum per Jllyricum, non fu decisivo e si ebbero soltan­
t o numerose vittime. Il giorno 15 prese corpo il proposito di sostituire
G i ustiniano con un nuovo imperatore e la scelta dei sediziosi cadde su
u n o dei tre nipoti di Anastasio I presenti in città. Due di questi, Ipazio
e Pompeo, erano con Giustiniano a palazzo mentre il terzo, Probo, si
trovava a casa propria. I rivoltosi andarono da lui con il proposito di
70 L' ETÀ D I GIUSTINIAN�

proclamarlo imperatore; non trovandolo, però, al culmine della rabb i4


diedero fuoco all'edificio.
La sera del 17 la situazione per il sovrano si era fatta drammatica�
Con una decisione sicuramente incauta congedò lpazio e Pompeo, ri�
mandandoli nelle loro case, anche se i due interessati, pur professando I�
loro lealtà, non erano affatto intenzionati a eseguire l 'ordine. In questd
modo offrì ai rivoltosi su un piatto d'argento un pretesto per legaliz­
zare la loro azione : sparsasi la voce che i due erano nelle loro dimore,
all'alba del giorno 1 8 i rivoltosi si recarono da lpazio e lo proclamarono
imperatore, conducendolo poi nel foro di Costantino per incoronarlo.
La moglie cercò in ogni modo di impedirlo, presaga evidentemente di
quanto poteva accadere, ma venne sopraffatta dalla calca. Quando fu
nel foro, lo acclamarono e gli misero indosso le insegne che riuscirono a
trovare : non avendo una corona, alla bell'e meglio gli posero in capo una
collana e così, sia pure in modo "artigianale", divenne l'antimperatore di
Giustiniano. I senatori che avevano aderito alla ribellione proposero di
prendere subito d'assalto il palazzo imperiale per farla finita con l 'odiato
sovrano, ma si levò anche la voce moderata di un senatore di nome Ori­
gene, il quale suggerì di evitare soluzioni precipitose, data anche la diffi­
coltà di espugnare l 'edificio, e lasciare piuttosto a Giustiniano il tempo
per fuggire. Alla fine prevalse l 'opinione di recarsi tutti all' ippodromo
in vista non si sa di cosa.
Qualche ora prima, l ' imperatore aveva fatto un estremo tentativo di
commuovere il suo popolo presentandosi con i Vangeli in mano sulla tri­
buna imperiale dell ' ippodromo per placare la rivolta. Alla notizia tutto
il circo si riempì. Giustiniano iniziò a parlare promettendo un'amnistia
generale con parole accattivanti che ci sono riportate dalle fonti : si levò
qualche acclamazione, ma i più lo insultarono accusandolo di spergiuro.
Visto che tutto era inutile, l ' imperatore tornò a barricarsi nel palazzo,
mentre un gruppo di Verdi in armi ne attaccava le porte. Qui si consultò
sul da farsi con i cortigiani che gli erano rimasti fedeli e la discussione
cadde sulle due ipotesi praticabili: rimanere in attesa degli avvenimenti
o fuggire con le navi, cosa che non sarebbe stata difficile attraverso il
porto palatino. Non arrivarono a una decisione, ma a un certo punto
entrò in scena Teodora e questo fu il suo grande momento, nel quale
mostrò chi avesse veramente carattere tra i due. Le sue parole sono rife­
rite da Procopio in una cornice retorica, come prevedeva l'abbellimento
del racconto storico ; vere o false che siano, rendono comunque l ' idea
dell' indole della persona:
]'!UOVO IMPERO 71
IL

Teodora li ammonì con queste parole: «L asciamo da parte i l fatto che forse una
donna non dovrebbe permettersi di dare consigli a uomini e mostrarsi corag­
giosa in mezzo a gente che trema di paura: mi pare che in questo momento non
sia il caso di sottilizzare quali siano o non siano le buone regole del comporta­
mento. Allorché è evidente, come adesso, che si sta tutti correndo un gravissimo
pericolo, penso che ognuno abbia il dovere di cercar di risolvere la situazione
critica nel modo che gli sembra migliore. Quanto a me, il mio parere è che pro­
prio in questo momento la fuga sia assolutamente inopportuna, anche se porta
alla salvezza della vita. Ogni essere vivente è destinato prima o poi a morire,
e chi è sul trono non può evitare la morte, abdicando vergognosamente. Che
io non debba mai vedermi strappare di dosso questa porpora ed essere viva il
giorno in cui quelli che incontrerò non mi chiameranno più regina! Ma se tu,
imperatore, hai in mente di metterti in salvo, nulla te lo può impedire: abbiamo
molte ricchezze, e laggiù c'è il mare, ci sono delle navi. Bada, però, se una volta
al sicuro sarai veramente più felice o non preferirai essere morto piuttosto che
salvo. Quanto a me, approvo il vecchio detto che la porpora è uno splendido
sudario»••.

Il discorso di Teodora operò il miracolo e prevalse il partito della re­


sistenza. La situazione non era però facile: la folla era fuori controllo,
molti senatori avevano cambiato bandiera e neppure ci si poteva fida­
re dei soldati di stanza in città, mal disposti nei confronti di Giustinia­
no e comunque in prudente attesa per vedere come andasse a finire. Si
poteva contare pienamente sugli uomini di Belisario, fra cui un buon
numero di suoi soldati privati, veterani di guerra, e sui barbari Eruli al
servizio di Munda. Ad essi si univa Narsete l'eunuco, rimasto ugual­
mente fedele al sovrano, che si occupò di corrompere con il denaro una
parte degli Azzurri. La progettata azione militare, comunque, non si
presentava semplice: i soldati di guardia alla porta dell'ippodromo ne­
garono il passaggio a Belisario e questi fu sul punto di rinunciare, ma
poi tornò indietro e, attraverso alcuni passaggi secondari, si arrampicò
au dacemente con i suoi sulle macerie causate dagli incendi fino a sbu­
care nell'ippodromo, seguito poco dopo da Munda. I popolani, am­
massati in disordine, si fecero cogliere di sorpresa e ne fu fatta una ter­
ri b ile strage, che lasciò sul campo circa 30.000 persone. Ipazio, che si
era accomodato sul trono della tribuna imperiale, fu catturato assieme
al fratello Pompeo; i loro beni vennero confiscati ed entrambi furono
c on dannati a morte il giorno seguente. Pompeo si mise a piangere e a
i tn plorare dicendosi estraneo agli intrighi, mentre Ipazio mantenne un
contegno più dignitoso, sostenendo che erano stati forzati dal popolo
contro la loro volontà ed erano andati all'ippodromo non per mettersi
72 L 'E TÀ D I GIUSTINIAN 4

contro l' imperatore, e in un certo senso era anche vero. Giustiniano ij


avrebbe probabilmente graziati, ma Teodora fu inflessibile. Altri 1 8 se�
natori implicati nella sommossa subirono ugualmente la confisca d9
beni e l ' imperatore si limitò a esiliarli. Qualche tempo dopo, ruttavi�
vennero graziati e ottennero la restituzione di parte dei beni allo stessd
modo dei figli dei due giustiziati.
Il racconto dettagliato della drammatica giornata del 1 8 gennaio si
legge in un'anonima cronaca universale del VII secolo, da considerarsi
la fonte più importante e che, come tale, merita di essere riprodotta per
intero :

La domenica, 18 dello stesso mese•I, l' imperatore andò ali' ippodromo dopo
una notte insonne sedendosi sul suo trono 46 e portando con sé il santo Vangelo,
Quando si sparse la voce, tutto il popolo vi si recò e l ' ippodromo fu riempito
dalla folla. Il sovrano disse loro sotto giuramento: « In nome di questa potestà
vi condono l 'offesa che mi avete farro e ordino che nessuno di voi venga arresta•
to. Calmatevi, dunque! Voi non avete alcuna colpa, essa è soltanto mia. I miei
peccati, infatti, mi hanno spinto a non concedere ciò che mi avere chiesto ali' ip­
podromo » . Molti popolani acclamarono: « Augusto Giustiniano, vinci! » ma
altri gridarono: «Giuri il falso, asino ! » . L'imperatore smise di parlare e se ne
andò dall'ippodromo. Diede quindi congedo al personale di palazzo dicendo
ai senatori: «Andate, ognuno custodirà la propria casa » . Quando uscirono il
popolo andò incontro al patrizio Ipazio e al patrizio Pompeo gridando: « Ipa·
zio augusto, vinci! » . I popolani presero quindi Ipazio e lo portarono a braccia
nel foro di Costantino, con indosso un mantello bianco, fino ai gradini della
colonna che regge la statua dell' imperatore Costantino. Prelevarono dal palaz·
zo di Pl,1cillùmae k insegne imperiali che vi si trovavano e decorarono il sua
capo ponendogli inolm: un collare d 'oro intorno al collo. Quando l' impera·
rare lo seppe, il palazzo venne chiuso. La moltitudine dei popolani, tenendo
con sé Ipazio, il patrizio Pompeo e Giuliano l'ex prefetto del pretorio, condusse
Ipazio sul Kathisma imperiale con l ' intenzione di portar fuori dal palazzo la
porpora sovrana e il diadema e incoronarlo imperatore. Tutto il popolo raccol·
to all ' ippodromo gridava al suo indirizzo : « Augusto Ipazio, vinci ! » . Ipazio.
prevedendo che l ' indole della plebe è mutevole e che di nuovo l ' imperatore
avrebbe prevalso, inviò di nascosto da Giustiniano il candidatus Efraimio, nel
quale aveva fiducia, per riferirgli: «Ecco che tutti i tuoi nemici si sono raccolti
nell'ippodromo : fa' ciò che ordin i » . Efraimio si recò a palazzo per andare a
riferire l 'ambasceria all ' imperatore. Ma gli si fece incontro un cerro a saretis40
Tommaso, medico del sovrano e a questo assai caro, che gli disse: « Dove vai:
dentro non c'è nessuno. L' imperatore, infatti, è fuggito » . Efraimio tornò indie·
tro e disse a Ipazio: «Signore, Dio vuole che sia tu a regnare piuttosto che lui:
Giustiniano infatti è fuggito e a palazzo non c 'è nessuno » . Udito ciò, lpazic
I L NU OVO IMPERO 73

parve stare con maggiore tranquillità nella tribuna imperiale dell'ippodromo e


ascolcare le acclamazioni del popolo a lui rivolte e le voci ostili verso Giustinia­
no e l'augusta Teodora. Arrivarono inolcre dal quartiere di Constantianae gio­
vani armati di corazza appartenenti alla fazione dei Verdi, in numero di 2.50 48•
Questi giovani vennero in armi ritenendo di poter forzare l'accesso del palazzo
per introdurvelo.
Quando il divinissimo imperatore Giustiniano seppe quanto avevano osato
i popolani assieme a Ipazio e Pompeo, raggiunse immediatamente attraverso la
scala a chiocciola il sito chiamato Pulpita, dietro la tribuna dell' ippodromo, e
di qui arrivò alla sala con le porte di bronzo che al momento erano chiuse. Con
lui si trovavano Mundo, Costanziolo, Basilide, Belisario e alcuni altri senatori.
Aveva poi anche la guardia armata di palazzo con i suoi spatari49 e cubiculari.
Mentre accadevano queste cose, Narsete cubiculario e spatario uscì di nasco­
sto e, ricorrendo al denaro, si conciliò personalmente o tramite emissari alcuni
membri della fazione degli Azzurri. Coloro che avevano cambiato partito ini­
ziarono a gridare: «Augusto Giustiniano, vinci! O Signore, salva Giustiniano e
Teodora ! » . Tutto il popolo presente all'ippodromo mandò alte grida e alcuni
rivolcosi della fazione dei Verdi li aggredirono con il lancio di pietre. Alla fine
gli assediati a palazzo si decisero e radunarono le forze militari che si trovavano
ail'interno all' insaputa degli excubitores e degli scholares che erano passati dal­
la parte del popolo. Entrarono nel!' ippodromo ognuno con i propri uomini,
Narsete dalle porte, il figlio di Mundo attraverso la sphendone, altri attraverso
la porta a un unico battente del Kathisma imperiale raggiungendo l'arena, altri
ancora passando dalla porta di Antioco e da quella chiamata Nekra. Comincia­
rono a uccidere i popolani come capitava e nessuno fra i cittadini o gli stranieri
che si trovavano all' ippodromo ebbe scampo. Morì fra questi anche Antipatro,
il vindix10 di Antiochia di Teopoli. Gli uomini del generale Belisario, aperte le
porte, irruppero sul Kathisma imperiale con gli spatari catturando Ipazio assie­
me al patrizio Pompeo, suo cugino, e li portarono dal!' imperatore. Quando fu­
rono introdotti alla sua presenza, caddero a terra dicendo: «Signore, abbiamo
facto molca fatica per radunare all' ippodromo i nemici della vostra maestà ».
L'imperatore rispose loro: «Avete fatto bene; ma se essi ubbidivano ai vostri
ordini, per quale motivo non lo avete fatto prima che tutta la città bruciasse?».
Disse quindi agli eunuchi, ai suoi spatari, a Eulalio il barbuto e ai candidati:
« Prendete costoro e incarcerateli» . Essi li portarono nei sotterranei del palazzo
e rinchiusero Pompeo e lpazio da soli. In quel giorno vennero massacrate a pa­
lazzo, a quanto dice chi ha fatto i conti, 35.000 persone fra cittadini e stranieri.
E non si vide più in giro neppure un popolano, ma vi fu calma fino a sera.
li giorno dopo, 19 dello stesso mese di gennaio, i patrizi Ipazio e Pompeo
furono uccisi e i loro corpi gettati in mare. Il cadavere di Ipazio fu ritrovato sulla
spiaggia e l' imperatore ordinò che fosse sepolco assieme agli altri condannati a
morte e che sopra il suo corpo fosse posta una placca con su scritto: «Qui giace
l' imperatore della lupa ». Dopo alcuni giorni, però, ordinò ai parenti di pren­
dere il corpo e seppellirlo. Questi lo portarono via deponendolo nella chiesa di
74 L' ETÀ D I GIUSTINIANd

Santa Maura. Il corpo di Pompeo, al contrario, non fu più ritrovato. I loro belli
vennero confiscati. Gli altri patrizi passati dalla parte di questi fuggirono chi iq
monasteri chi in edifici sacri. Alcuni subirono la confisca dei beni e l 'esilio. Si
ebbe grande paura del sovrano. Quando egli conobbe la risposta data da Tomi
maso l 'a secretis al candidato Efraimio, fece tagliare la testa a Tommaso ed esilicS
Efraimio ad Alessandria la grande1 1 •

Giustiniano aveva vinco grazie al coraggio dei suoi generali e alla de­
terminazione della moglie (più che alla propria), anche se la strage era
stata orribile, e dopo il successo proseguì con ancora maggiore determi­
nazione nel suo programma di governo. La parte più riottosa della no­
biltà era stata domata e, con l'eliminazione dei nipoti di Anastasio I, un
concorrente più o meno legittimo al trono non esisteva più. A giudicare
da quanto scrive il comes Marcellino, uno storico sintetico ma ben infor­
mato, il ruolo di questi tre personaggi non era poi stato tanto margina­
le e alle loro spalle si muoveva una congiura di aristocratici scontenti.
« lpazio, Pompeo e Probo, tra loro cugini e nipoti del divo Anastasio,
alle Idi di gennaio tentarono di impossessarsi dell' impero, che ognuno
di loro con indegna ambizione voleva per sé, con già numerosi nobi­
li implicati nella congiura e tutta la turba dei sediziosi fatta parte della
trama dando a questa armi e doni» 1 0. Difficile dire se sia andata così;
sta di fatto che esisteva una forte opposizione a Giustiniano e il popolo
di Costantinopoli ne fu espressione o perché coinvolto o perché di suo
non ne poteva più del sovrano. Comunque sia, la repressione del 532 fu
un colpo tremendo per i demi, che per una quindicina di anni, quando
sono ricordati altri contrasti fra Azzurri e Verdi, non crearono più alcun
problema di ordine pubblico. Giustiniano soppresse probabilmente i
giochi del circo per alcuni anni e rafforzò la vigilanza della polizia nella
capitale. Nel 5 3 5 istituì il praetor plebis, un capo di polizia più affidabile
del precedente praejèctus vigilum, e nel 539 creò la nuova carica di quae­
sitor con il compito di controllare gli stranieri presenti in città, di dare
lavoro ai poveri disoccupati o allontanarli dalla capitale se lo rifiutava­
no 11 . In questo modo si consolidava chiaramente il controllo sulla parte
più pericolosa della popolazione, facile preda di agitatori e naturalmente
disponibile alle avventure. Con analoga determinazione, come era d'al­
tronde suo costume, Giustiniano provvide a ricostruire quanto era stato
distrutto dalle fiamme. Nel febbraio del 532, ali ' indomani della vittoria,
iniziarono i lavori di Santa Sofia, che venne inaugurata solennemente
cinque anni dopo.
I L N UOVO IMPERO 7S

La conquista dell'Africa

l]na volta terminata la guerra persiana, Giustiniano ebbe le mani libere


per dar corso a un altro dei suoi obiettivi, ossia la riconquista dell 'Occi­
denre romano caduto in mano ai barbari nel secolo precedente. La con­
clusione della "pace eterna" nel 532 tolse ogni ostacolo al progetto ed
egli decise di attaccare per prima l'Africa vandalica. I Vandali erano una
popolazione germanica penetrata insieme ad altre nella Gallia romana al
momento della grande invasione del 407. Dalla Gallia passarono nella
penisola iberica, dove nel 410 ottennero lo stato difoederati dall' impe­
ratore Onorio, e di qui nel 429 raggiunsero l'Africa, che sottrassero pro­
gressivamente al morente impero d'Occidente, estendendo poi il loro
dominio sulle isole Baleari, la Corsica, la Sardegna e per qualche tempo
la Sicilia, ceduta quindi al barbaro Odoacre, signore dell' Italia, e in se­
guito passata sotto il dominio ostrogoto. A differenza degli altri popoli
germanici, acquisirono una progredita capacità marinara che li condusse
a fare ripetute scorrerie nel Mediterraneo, di cui la più nota fu il sacco di
Roma nel 455. La loro pericolosità spinse le due parti dell'impero a ten­
tare un'operazione navale congiunta per sloggiarli dall'Africa, ma questa
si risolse in un disastro per l'abilità del re Genserico, che incendiò gran
p arte della flotta romana. I re vandali furono per lo più ariani intransi­
genti, e come tali perseguitarono i cattolici, ma nel VI secolo l'avvento
al potere di Ilderico (nel 523) portò alla fine dell'ostilità nei confronti
dell 'elemento cattolico. Sensibile alla civiltà romana, e in buoni rapporti
con Giustiniano, Ilderico nel 530 venne però deposto dal cugino Geli­
mero, i cui rapporti con Costantinopoli si guastarono, fornendo ai Bi­
zantini un pretesto per intervenire.
La prospettiva di una guerra contro i Vandali, una potenza notevole
an che se decaduta rispetto all'epoca della conquista, non suscitò l'entu­
siasmo dei soldati che tornavano dal fronte orientale e vi furono anche
co ntrarietà tra generali e ministri. Si temeva un esito disastroso della
campagna, come era accaduto con la spedizione navale del 468, e il cari­
\O finanziario che questa avrebbe comportato. Nessuno osò comunque
tarlo presente a Giustiniano e soltanto il prefetto del pretorio Giovanni
di Cappadocia espose con chiarezza le sue obiezioni durante una seduta
dei consiglio di stato. Le sue osservazioni erano sensate e vertevano es­
sen zialmente sulle difficoltà quasi insormontabili che avrebbe compor­
tato un'operazione del genere, sia che l'attacco fosse lanciato da terra sia
L' ETÀ DI G I UST INIANQ,

che partisse dal mare. Giovanni riuscì in un primo tempo a convincerlo�


ma poi Giustiniano cambiò nuovamente idea, suggestionato - a quanto!'
pare - da un vescovo orientale a cui Dio in sogno aveva detto di andard
dall' imperatore per esortarlo all'azione. Diede quindi il via all'operazio ­
ne : venne allestita una grande Botta di 5 0 0 navi da carico, scortata da 120
vascelli da guerra, su cui furono imbarcati circa 18. 0 0 0 soldati, ai quali
si aggiungevano 3 0.0 00 marinai sulle navi da carico e 2.000 su quelle da
guerra. Questi ultimi, secondo l'uso del tempo, erano marinai e soldati
nello stesso tempo. Fu nominato per l'occasione un prefetto del pretorio
straordinario, il patrizio Archelao, con il compito di seguire la spedizio ­
ne e provvedere all'approvvigionamento delle truppe. Il rifornimento
iniziale fu curato da Giovanni di Cappadocia, come prevedevano i suoi
doveri di prefetto del pretorio ma, poiché era un disonesto che predicava
bene e razzolava male, fece cuocere una sola volta le gallette dei soldati
al posto delle due necessarie: in questo modo risparmiò sulla paga dei
fornai, ma il risultato fu che, una volta giunti a Metone, circa 5 0 0 soldati
morirono per aver mangiato del cibo avariato.
Comandante in capo della spedizione venne nominato Belisario, che
dopo il rientro dall'Oriente aveva ricevuto la dignità di patrizio e, pur
conservando formalmente il grado di magister militum per Orientem,
ottenne ora quello di strategos autokrator (un titolo inventato per l'occa­
sione e di cui non conosciamo l'equivalente latino), cioè di generalissi­
mo con pieni poteri al fine di ovviare ali' assenza del sovrano al comando
delle truppe. Egli portò con sé un buon numero di bucellarii, le truppe
di élite al suo servizio personale; fu seguito dai suoi migliori ufficiali e
dalla moglie Antonina, che spesso lo accompagnava in guerra. L'armata
al completo si imbarcò nel porto di Costantinopoli e prese il largo ver­
so la metà di giugno del 533, con la benedizione del patriarca e sotto lo
sguardo compiaciuto dell' imperatore.
La decisione di Giustiniano, al di là dei primi dubbi, si rivelò feli­
ce, perché la scelta dei tempi fu quanto mai opportuna. Le popolazio­
ni africane mal sopportavano il dominio pesante dei Vandali, ariani e
persecutori dei cattolici; l'autorità del nuovo re Gelimero non era mol­
to solida e, da ultimo, erano in corso rivolte in Tripolitania e in Sarde­
gna, tali da indebolirne la capacità di reazione. Dopo aver fatto tappa
nella Sicilia ostrogota, la Botta imperiale raggiunse l 'Africa gettando
le ancore presso il promontorio di Caput Vada, oggi Ras Kaboudia, in
Tunisia. Doveva essere il 3 1 agosto 533 quando i Bizantini sbarcarono
senza incontrare resistenza e proseguirono via terra alla volta di Carta-
I L N V OVO IMPERO 77

,rine, distante alcuni giorni di marcia. Il primo contatto con i Vandali


�bbe luogo il 13 settembre a Decimo, una località a circa 15 chilometri
da Cartagine, sulla costa del golfo di Tunisi, dove questi ultimi venne­
ro sconfitti nel corso di una battaglia dai contorni molto confusi. Due
,rio rni più tardi gli imperiali entrarono a Cartagine e, di nuovo, dopo
�n van o assedio vandalo della città, verso metà dicembre si scontrarono
con i nemici guidati dal loro re nella pianura di Tricamaro, a 30 chilo­
metri da Cartagine. Gelimero ne uscì sconfitto e abbandonò il campo,
la scian do i suoi uomini al loro destino e rifugiandosi con pochi seguaci
su un monte della Numidia, dove si arrese ai nemici ali' inizio della pri­
mavera dell'anno successivo.
La capitolazione di Gelimero segnò materialmente la fine del regno
vandalo. Gli indigeni Mauri avevano fatto atto di sottomissione ai nuovi
padroni e, nel corso dell'inverno, gli imperiali si erano impadroniti di
Sardegna, Corsica, Cesarea di Mauretania, delle Baleari e della piazza­
forte di Septem Fratres, l'attuale Ceuta. Giustiniano, al colmo dell'entu­
siasmo, aggiunse ai suoi titoli quello di "Vandalicus e, nell'aprile del 534,
emanò istruzioni per la riorganizzazione civile e militare della provincia.
Archelao venne nominato prefetto del pretorio dell'Africa e sotto di lui
si ebbero 7 governatori civili; il comando militare supremo, al momento
d etenuto da Belisario, fu in seguito affidato a un magister militum per
,1fricam con 5 duces ai suoi ordini, 4 in Africa e uno in Sardegna, che
faceva parte del nuovo governatorato assieme agli altri territori ricon­
q uistati.
I duces africani ebbero sedi provvisorie, in attesa che tutti i territori
dell'Africa romana fossero presi ai Mauri che al momento li occupa­
vano. Vennero inoltre costituiti reparti di limitanei, con il compito
di presidiare il confine e coltivarne le terre, e furono date disposizio­
ni per ripristinare un limes, la provincia fortificata di frontiera, come
er a esistito in precedenza. Con una serie di provvedimenti, adottati
nell'arco di pochi anni, i Vandali vennero cancellati dall'Africa come
componente etnica e politica. I guerrieri superstiti divennero bucellarii
di B elisario o entrarono a far parte dell'armata imperiale, costituendo
5 reggimenti di cavalleria chiamati "Vandali lustiniani, che furono spe­
di ci sul fronte orientale; gli Africani ebbero cinque anni di tempo per
re c lamare i beni dei quali fossero stati privati sotto la dominazione
d ei barbari e, nel frattempo, le terre dei Vandali vennero confiscate.
Al la chiesa cattolica furono restituite le proprietà e tutti i culti non
0 rtodossi proibiti, colpendo così in primo luogo l'arianesimo praticato
L' ETÀ DI G I USTINIAN ç

da questo popolo germanico. A conclusione delle successive rivolt�


infine, i Vandali che erano riusciti a restare in Africa furono progressi�
vamente espulsi dal paese.
Nella prefazione della legge istitutiva della nuova provincia Giusti;
niano ringraziava Dio per la fortuna che gli era capitata. « La nostra
mente - egli scriveva - non è in grado di concepire e la nostra lingua
non sa proferire i ringraziamenti e le lodi che dobbiamo fare al nostro
signore Gesù Cristo» 1 +. E, in effetti, la campagna africana era andata al
di là delle più rosee previsioni, facendo crollare in pochi mesi il regnd
che aveva terrorizzato le regioni che si affacciavano sul Mediterraneo.
L' imperatore poteva ben credere a questo punto che Dio fosse dalla sua
parte e lo avesse eletto per compiere la più sacra delle missioni: la restau­
razione dell' impero di Roma. Dalle rive del Bosforo, la "nuova Roman
sembrava ora farsi carico di questo compito attraverso il suo sovrano.
Giustiniano gustò fino in fondo il sapore della vittoria e ordinò a Be­
lisario di rientrare a Costantinopoli portando con sé il re Gelimero e i
Vandali catturati. Belisario ubbidì e si imbarcò all' inizio dell'estate con
un gran numero di prigionieri e un enorme bottino, di cui facevano par­
te anche i tesori sottratti durante il sacco di Roma. A Costantinopoli gli
fu accordato l'onore del trionfo che da secoli nessun generale romano
aveva più avuto, essendo stato prerogativa degli imperatori o dei mem­
bri della famiglia imperiale. Le spoglie di guerra e i prigionieri sfilarono
per il centro della città; Belisario andò a piedi da casa fino alla tribuna
imperiale dell' ippodromo, dinanzi alla quale era stato collocato il tesoro
dei re vandali. Tra i prigionieri si trovava anche Gelimero, con i membri
della sua famiglia, che entrò nell' ippodromo indossando « una sorta di
manto di porpora» per andare a prosternarsi assieme a Belisario dinanzi
al trono dell' imperatore. L'ultimo re vandalo, probabilmente alquanto
stordito dagli avvenimenti, non sembrò interessarsi molto alla sua sorte;
quando arrivò dinanzi al Kathisma gli fu tolto il manto e venne costretto
a terra in atto di riverenza di fronte al suo nuovo signore. Era questo il
gesto dell'adorazione o, alla greca, proskynesis, che i sudditi erano tenuti
a compiere nei confronti del sovrano "eletto da Dio" per mostrare tan·
gibilmente la propria sottomissione. Giustiniano, console in carica in
quell'anno, vestiva in trono l'abito consolare, con corona in capo, scet·
tro d'avorio in mano e la trabea triumphalis, un mantello color porpora,
avvolto intorno al corpo e arricchito da gemme. Com'era suo costume,
fu clemente con il vinto, concedendogli di vivere assieme ai familiari
nelle terre che gli donò in Galazia1S .
O IMPERO 79
I L ]'/ U OV

Giustiniano aveva tuttavia peccato di ottimismo, perché la riconqui­


sc a era quanto mai fragile. Il successore di Belisario nel comando africa­
n o , il magister militum Salomone, che cumulò eccezionalmente anche la
c arica civile di prefetto del pretorio, dovette fronteggiare la rivolta delle
cribù indigene in Bizacena e Numidia. A questa si aggiunse nel 536 una
sollevazione militare, così grave da mettere in pericolo la stessa domina­
zione bizantina. Ne furono causa il cronico ritardo del soldo e le misure
a dottate dal governo imperiale: confiscando le terre dei Vandali, infatti,
e rano stati danneggiati molti soldati che ne avevano sposato le donne e
pretendevano di rientrare in possesso dei beni. Il divieto dei culti eretica-
1 i, inoltre, aveva colpito un buon numero di questi, che erano ariani. La
rivolta esplose a Cartagine e Salomone fu costretto a fuggire in Sicilia;
gli ammutinati misero a sacco la città e si riunirono quindi nella pianura
di Bulla Regia (in Tunisia), eleggendo come capo un soldato di nome
Scotzas. Passarono dalla loro parte circa 8.000 uomini, ai quali si uniro­
no i Vandali che erano riusciti a restare in Africa, molti schiavi fuggitivi e
un reggimento di Vàndali lustiniani, che si era ribellato durante il trasfe­
rimento in Oriente riuscendo a raggiungere le coste africane. Gli insorti
attaccarono Cartagine e furono sul punto di prenderla quando dalla Si­
cilia arrivò Belisario, con un piccolo seguito di soldati, riuscendo a salva­
re la città. Belisario aveva appena terminato la conquista della Sicilia e si
accingeva a passare nella penisola per liquidare il regno ostrogoto; ma,
vista la gravità della situazione, lasciò la sua armata e si precipitò a Carta­
gine. Qui raccolse le truppe fedeli e incalzò i ribelli, infliggendo loro una
scon fitta; ripartì quindi alla volta dell' Italia. La situazione, dopo la sua
partenza, si fece di nuovo critica: i generali lealisti marciarono contro
Sto tzas per finirlo, ma questi riuscì a convincere i soldati a passare dalla
sua parte. L'ammutinamento fu generale e gli ufficiali fedeli ali' impera­
to re furono costretti ad arrendersi e subito dopo vennero uccisi.
Come spesso nei momenti di emergenza, Giustiniano riuscì a salva­
re l a situazione ricorrendo all'uomo giusto. Nel 536 spedì in Africa il
cugino Germano, nel quale riponeva grande fiducia malgrado l'ostilità
che gli dimostrava Teodora. Germano aveva già una solida esperienza
1 nil itar
e: magister militum per Thracias fra il 518 e il 5l7, aveva inflitto
u n a solida sconfitta agli Ami, un popolo barbarico che aveva superato
il D an ubio; al ritorno a Costantinopoli era quindi divenuto magister
rnilitum praesentalis, console onorario e patrizio. Germano sbarcò a Car­
tagine con un piccolo seguito, ma non osò entrare subito in campagna,
d ato che i due terzi dell'armata africana erano in rivolta. Cercò quindi di
80 L' ETÀ DI G I USTINIANtj

recuperare il maggior numero possibile di ribelli, con una politica conci�


liante, e prese l 'offensiva quando ebbe riorganizzato le forze. La battagli�
campale si svolse nel 537 in Numidia, a Scalae Veceres, e Germano ripor11
cò una piena vittoria, costringendo Stotzas a fuggire in Maurecania in..t
sieme ai Vandali che lo seguirono. Qui il ribelle sposò la figlia di un capq
mauro e, per alcuni anni, non fece più parlare di sé. Tornò in azione nel
544, quando si accese una nuova insurrezione africana, finendo ucciso iQ
battaglia l'anno successivo. l
Nel 539 Germano rientrò a Costantinopoli e al suo posto riprese U
comando africano Salomone, che ancora una volta cumulò le funzio �
ni di comandante supremo e di governatore civile. Salomone prese una
serie di provvedimenti per pacificare la provincia e fece guerra ai Mauri
dell 'Aurès, estendendo notevolmente il dominio territoriale dell' impe­
ro. Sotto il suo reggimento tornò finalmente la tranquillità in Africa,
dopo sei anni di guerre, ma ancora una volta si trattò di una pace pura­
mente illusoria. Nel 543, infatti, scoppiò una nuova rivolta indigena per
colpa del duca bizantino di Numidia, Sergio, che fece massacrare i nota­
bili della tribù dei Levaci. Si trattò con ogni probabilità di un equivoco:
credendo che i notabili mauri intendessero uccidere il duca imperiale nel
corso di un'udienza, le sue guardie del corpo ne fecero strage e, da 80 che
erano, uno soltanto riuscì a fuggire. Comunque siano andate le cose, la
tribù insorse e la rivolta si propagò assumendo una dimensione cale da
costringere Salomone a entrare in campagna. Nella primavera del 544 si
svolse una battaglia campale nella località di Cillium, in Bizacena, in cui
gli imperiali ebbero la peggio e lo stesso Salomone morì.
Giustiniano nominò suo successore Sergio, ma la scelta questa volta
non fu felice, data la pochezza dell'uomo. Gli imperiali subirono altri in­
successi e il sovrano alla fine lo richiamò, affidando il comando generale
in Africa al patrizio Areobindo, che aveva inviato qualche tempo prima
per condurre le operazioni insieme a Sergio. Oltre all' insurrezione indi­
gena, Areobindo dovette far fronte a una nuova rivolta militare, guidata
dal duca bizantino di Numidia, Gontari, che si accordò segretamente
con i Mauri per divenire, con il loro aiuto, dominatore dell'Africa impe·
riale. Gontari ebbe dalla propria parte un buon numero di soldati, esa­
sperati dal ritardo della paga, e a Cartagine riuscì a catturare Areobindo,
facendolo subito dopo uccidere. In breve tempo, nell' inverno 545-546,
lo stesso Gontari venne però assassinato per mano di un ufficiale lealista
di nome Artabane, che si era finto suo sostenitore. Giustiniano, ricono­
scente, lo nominò magister militum per Africam e Artabane esercitò per
I L NU OVO IMPERO
81

qualche tempo il co�ando, per essere sostituito nel 546 da Giova�ni


'froglica, un generale illustre che aveva preso parte alla campagna africa­
na di Belisario, era stato duca di un distretto militare nella stessa regione
e quindi dux Mesopotamiae prima di assumere il comando supremo can­
c ro i Mauri ribelli. Giovanni Troglita sconfisse le tribù indigene travol­
aen do ogni resistenza e, finalmente, nel 548 per l'Africa bizantina giunse
[i pace. Gli abitanti avevano molto sofferto per le operazioni militari,
c on le stragi e i saccheggi che a queste si accompagnarono; la pace non
fu rurbata fino al 563, quando si ebbe una nuova rivolta maura, domata
in poco tempo.
Per la conquista iniziale dell'Africa, i Bizantini impiegarono un cor­
po di spedizione relativamente modesto e il successo, sulla carta molto
incerto, venne assicurato dalla capacità di Belisario e dagli errori gros­
solani dei suoi avversari, secondo l'aurea regola, sempre valida, che in
guerra vince chi sbaglia meno. Era infatti problematico all'epoca met­
rere insieme una grande armata a causa della penuria di soldati efficienti
e del loro prevalente impiego in difesa di un enorme territorio che non
poteva essere lasciato sguarnito. Per l'aggressione all'Africa vandalica,
resa possibile dalla pace conclusa con i Persiani, venne appositamente
formato un corpo di spedizione composto in gran parte da truppe pro­
venienti dall'Oriente. Si calcola che comprendesse all'incirca 10.000
fanti, era comitatenses e foederati, 5.000 cavalieri, ugualmente delle due
specialità, un migliaio di alleati ( 600 Unni e 400 Eruli) e 2..000-2..500
hucellarii di Belisario, cui si contrapponevano circa 2.0.000 Vandali,
p arre dei quali (5.000) impegnata in Sardegna. Com'era consuetudine,
un'armata operativa era composta da truppe di diverse specialità, che
ne garantivano un buon livello di qualificazione: soldati nazionali (co­
mitatenses), barbari al servizio quasi regolare dell'impero (foederati),
alleaci stranieri (Unni ed Eruli) e infine soldati privati dei generali (bu­
cellarii), che costituivano, in questo come in altri casi, la migliore forza
combattente. La sproporzione numerica, non tanto forte in Africa dove
le forze più o meno si equivalevano (ma i Vandali giocavano in casa), era
compensata da una notevole superiorità tattica dei soldati di Bisanzio,
divenuta evidente nella battaglia decisiva con i loro nemici, come poi
s arebbe accaduto anche in Italia.
I Vandali erano, almeno sulla carta, una potenza temibile, ma nella
p ratica il loro regno si dissolse come neve al sole. Secondo Procopio si
trattava del popolo più effeminato fra tutti quelli che gli erano noti ma,
al di là di questo giudizio morale, la loro fine tutto sommato ingloriosa
82. L' ETÀ DI G I US T IN IAN (Ì

fu la risultante di una serie di contingenze più o meno imprevedibilh


I generali di Bisanzio e lo stesso Belisario temevano realisticamente di
doversi misurare con questi avversari, tanto più che non ne conoscevano
se non in maniera approssimativa le abitudini belliche. La loro sconfitta
nella campagna del 533 ebbe del prodigioso, dato che in poco tempo C!
con poca fatica fu liquidato il regno che più aveva terrorizzato il morena
te impero romano d'Occidente. Venne comunque resa più facile dalle
circostanze favorevoli e dagli errori di prospettiva di Gelimero. La Tri­
politania, in cui probabilmente non c 'erano guerrieri vandali, si ribellò
per passare ai Romani; ma l 'elemento determinante che condizionò il
corso degli avvenimenti fu la rivolta in Sardegna, dove un ufficiale di
nome Godas si era sollevato contro il suo sovrano chiedendo l ' aiuto di
Giustiniano. Gelimero reagì inviando contro la Sardegna 5.000 fra i mi­
gliori guerrieri e una flotta di 12.0 navi, che doveva costituire il grosso se
non la totalità della sua armata navale. Lo stesso re, non prevedendo af­
fatto l 'arrivo dei Bizantini, si era recato a combattere i Mauri dell' inter­
no, a quattro giornate di marcia dalla costa su cui gettarono le ancore gli
imperiali: di conseguenza si trovò ad affrontare i nemici nelle peggiori
condizioni organizzative.
Quando Gelimero seppe che i Bizantini erano sbarcati e si stavano
avvicinando a Cartagine, ordinò al fratello Ammata di uscire dalla città
con le truppe disponibili per attaccarli a Decimo, mentre con il grosso
li avrebbe presi alle spalle. Il piano di guerra era teoricamente valido,
perché all 'altezza di Decimo la strada arrivava a una strettoia in cui fa­
cilmente i Bizantini sarebbero stati messi in difficoltà, ma fallì per un
susseguirsi di eventi che la trasformarono in una sorta di commedia
degli errori. Gelimero dispose, inoltre, che il nipote Gibamundo pre­
cedesse il grosso con 2..000 soldati a cavallo, spostandosi sulla sinistra
della direzione di marcia per completare l 'accerchiamento del nemico.
I tre tronconi dell 'armata vandalica dovevano ricongiungersi a Decimo,
ma Ammara arrivò troppo presto con pochi soldati lasciandone i più a
Cartagine e verso mezzogiorno si imbatté nell'avanguardia imperiale di
300 bucellarii, guidata dall' optio (un loro ufficiale) di nome Giovanni. I
Vandali vennero sbaragliati e lo stesso Ammata fu tra i caduti; i supersti ti
ripiegarono verso Cartagine gettando lo scompiglio fra le truppe che
stavano uscendo dalla città e coinvolgendole nella fuga. Gibamundo a
sua volta incappò nella colonna di 6 0 0 cavalieri unni che Belisario aveva
ugualmente inviato in avanscoperta e i suoi guerrieri vennero annientati
nel combattimento che seguì. Nel frattempo Belisario, completamente
I L N U OVO IMPERO

al i 'oscuro di quanto stava accadendo, si mosse verso Decimo lasciandosi


al l e sp alle i fanti (e trasformando così 1' intera baccaglia in uno scontro di
sol i cavalieri) con l'intenzione di saggiare la resistenza dei nemici prima
di affrontarli in campo aperto. Mandò avanti ifoederati e questi, quando
,Ti u n sero a Decimo, si imbatterono nei corpi dei caduti: 12 loro commili­
�ni e alcuni Vandali, fra cui Ammata. Incerti sul da farsi, si attardarono
per qualche tempo finché comparvero i primi drappelli della cavalleria
di Gelimero, da cui vennero messi rapidamente in fuga e ripiegarono in
disordine verso Belisario trascinandosi dietro anche 800 bucellarii che
avevano incontrato. A questo punto, verosimilmente, la vittoria era già
ndle mani dei Vandali, ma Gelimero perse tempo senza costrutto. Ri­
nunciò a inseguire i nemici in fuga e ad attaccare Belisario e, nello stesso
tempo, non marciò neppure verso Cartagine, dove avrebbe potuto sor­
prendere le truppe di Giovanni, che si erano sbandate, ma rese soltanto
gli onori funebri al fratello, dando la possibilità al suo nemico di rior­
ganizzare le forze e di assalirlo a Decimo, riportando così una completa
vittoria. Il generalissimo prese rapidamente i provvedimenti del caso,
informandosi sulla topografia del luogo e la situazione dei nemici, e si
mosse contro Gelimero cogliendolo impreparato. I Vandali non oppo­
sero resistenza e i più fuggirono in direzione della Numidia lasciando sul
campo soltanto parte del loro esercito, con il quale i Bizantini combat­
terono fino a notte.
I Vandali disponevano di un esercito formato da cavalieri protetti di
corazza e abituati a servirsi di lancia e spada: come cali non erano ido­
nei a combattere a piedi e avevano scarsa dimestichezza con l'uso del
giavellotto e dell'arco, cosa che li poneva in grossa inferiorità tattica ri­
spetto alla cavalleria imperiale, costituita per lo più da temibili arcieri a
cavallo. L'idea di misurarsi con gli arcieri unni, a quanto pare, li terroriz­
zava e Belisario, parlando ai suoi uomini, ebbe buon gioco nel mettere
in evidenza la superiorità di chi come loro aveva combattuto sul fronte
o rientale dinanzi a nemici abituati a far guerra soltanto con i Mauri.
la diversità di tecniche belliche emerse drammaticamente a Tricamaro
quando Gelimero ordinò di usare in combattimento soltanto la spada
co nero la cavalleria nemica - anche in questa occasione l'unica a pren­
de rvi parte. Intendeva evidentemente sfruttare la maggiore propensione
de i s uoi al corpo a corpo, ma dopo una serie di violenti combattimenti
I ni ziali, in cui cadde anche il fratello del re, i Vandali non riuscirono a
so s tenere 1 'attacco dell'intero esercito imperiale ripiegando in disordine
n d loro accampamento. A quel punto ne erano caduti circa 800 contro
L' ETÀ DI G I US T INIA NQ

una cinquantina di Bizantini e, probabilmente, la lotta sarebbe prose'!


guita se Gelimero non fosse fuggito con un piccolo seguito, gettando
nella costernazione i suoi guerrieri, che poco più tardi si dileguarono a:
loro volta.

La campagna d' Italia

Il secondo obiettivo della riconquista dell' Occidente romano fu rappre..


sentato dall ' Italia ostrogota. La popolazione germanica degli Ostrogoti
nella seconda metà del v secolo era stanziata nella parte orientale dell' im­
pero, dove aveva avuto un rapporto non sempre facile con i sovrani di
Costantinopoli, fatto di alleanze e di ostilità. Nel 488, quando il loro re
Teodorico era formalmente un generale romano, l' imperatore Zenone
ebbe l' idea geniale di spedirlo in Italia con tutta la sua gente: otteneva
così il duplice risultato di liberarsi della sua presenza ingombrante e di
contrastare Odoacre, la cui politica danneggiava gli interessi di Bisanzio.
L' intero popolo ostrogoto (si pensa costituito da un 100.000 anime) si
mosse così verso la penisola: Odoacre fu sconfitto più volte e costretto a
chiudersi in Ravenna, considerata allora una fortezza imprendibile, dove
si arrese nel 493 per essere subito dopo ucciso dal suo rivale.
Teodorico governò l' Italia come re della sua gente e in teoria per con­
to di Bisanzio : il suo fu un buon governo, segnato da una lunga pace e
da una relativa prosperità accompagnata anche dalla costruzione di im­
portanti opere pubbliche. Il re barbaro cercò la collaborazione dell 'ari­
stocrazia romana e fu tollerante in materia religiosa, senza far pesare ai
Latini la fede ariana della sua gente. L' idillio con i Romani, però, iniziò a
incrinarsi quando Giustino I ordinò la confisca dei luoghi di culto degli
ariani presenti in Oriente: Teodorico la prese male e a sua volta ordi­
nò misure repressive contro numerosi luoghi di culto cattolici del suo
regno. Al di là della controversia dottrinale, poi, Teodorico si sentiva
direttamente minacciato dalla nuova politica di Giustino e Giustiniano
che mirava a un riavvicinamento con l'aristocrazia italica in vista di un
possibile intervento di Bisanzio in Italia, al quale la grande maggioranza
del ceto dirigente italico sarebbe stata favorevole, nonostante l'amicizia
di facciata con i Goti. Ilfuror barbaricus finì quindi per prevalere in lui,
suscitato sia dalla paura sia probabilmente dall'età avanzata. Molti Ro·
mani illustri, già collaboratori del re, vennero arrestati e uccisi: tra que­
sti, i più noti furono il filosofo Severino Boezio e suo suocero Simmac o,
J J , ]'!U O
VO IMPERO 85

con l'accusa di tradimento e messi a morte nel 5 2.4. Per tenta­


i n c arcerati
r\.'. di con vincere Giustino a desistere dalle persecuzioni degli ariani, poi,
Te o do rico costrinse papa Giovanni I ad andare per suo conto in amba­
sc e ria a Costantinopoli. Giovanni I ricevette grandi onori nella capitale
e 0 c renne risultati parziali (la cessazione dell'ostilità contro gli ariani); al
rico rno, però, non convinse il re, che lo sospettava di tradimento e lo fece
br ut almente imprigionare: sottoposto a privazioni e a violenze, il papa
Jll o rì in prigione nel mese di maggio del 5 2.6.
Si trattava di un sopruso inaudito, da cui sarebbero potute venire
co nseguenze pesanti, ma Teodorico ebbe il buon gusto di morire il 30
agosto del 52.6, poco più che settantenne, senza aver fatto altri disastri
e ,enza aver subito le conseguenze dei precedenti, che dovevano aver­
ali suscitato contro una notevole carica di odio. Essendogli premorto
t,
il figlio, il trono passò al giovane nipote Atalarico, in nome del quale
assunse la reggenza la madre Arnalasunta. Atalarico morì a sua volta nel
5 H e Arnalasunta, per consolidare il suo debole potere, essendo come
donna poco gradita ai guerrieri goti, si associò al trono il cugino Teoda­
to. Teodato tradì gli impegni presi con lei (forse anche per istigazione
della corte di Bisanzio) e si accordò con i Goti avversi alla regina, che
seguiva una politica filoromana; nel 535 la depose facendola imprigio­
nare in un'isola del lago di Bolsena, dove fu strangolata per suo ordine
qualche tempo più tardi.
Giustiniano era alleato di Arnalasunta e la sua eliminazione gli offrì
il c,1sus belli per poter intervenire in Italia. Nel giugno del 535 una flotta
imperiale, al comando di Belisario, che ebbe di nuovo l'autorità di gene­
ralissimo, raggiunse la Sicilia sbarcando circa 10.000 uomini in prossi­
mità di Catania. Nello stesso tempo un altro esercito imperiale, guidato
d al magister militum per Illyricum Munda, attaccò i possedimenti goti
in Dalmazia. I Goti si fecero cogliere alla sprovvista: Munda si impos­
s t:ssò facilmente della Dalmazia e Belisario prese la Sicilia incontrando
solt anto una breve resistenza a Palermo.
Gli Ostrogoti rappresentarono un avversario temibile per Bisanzio e,
a lm en o nei primi tempi, in netta superiorità numerica nei confronti del
P i c colo esercito sbarcato in Sicilia, la cui consistenza nella fase cruciale
d d co nflitto, ossia all'assedio di Roma del 537, si era pressoché dimezza­
ta. I G oti, al contrario, attaccarono l ' Urbe con una forza di gran lunga
P i ù ampia, che doveva aggirarsi sulle 30.000 unità. Valeva comunque
a nche per loro come per i Vandali la differenza qualitativa che li poneva
1 11 n etta
inadeguatezza tattica rispetto ai soldati di Bisanzio e, sopratcut-
86 L ' ETÀ D I GIUSTINIAN �

co, i loro capi non erano idonei a competere con un comandante dalle
mille risorse quale fu Belisario. I Goti erano essenzialmente guerrieri •
cavallo, anche se disponevano di reparti di fanteria. I loro cavalieri com;
battevano con lancia e spada e portavano per lo più la corazza come ani
che i cavalli. A parte lo sbandamento iniziale al tempo del re Teodatoi
quando si arresero pressoché senza difendersi ai Bizantini, si dimostra-1
rono per tutto il corso del conflitto validi combattenti. L'aspetto fisicd
degli Ostrogoti, alci, biondi e forti, destava lo stupore dei Bizantini, i cui
eserciti erano molto assortiti dal punto di vista etnico, e di questo si me­
ravigliò anche Giustiniano quando gli furono portati a Costantinopoli
i prigionieri di Belisario. La maggior parte delle forze gote quando arri.;
varano i Bizantini era dislocata nel Nord Italia e i due generali imperiali
ebbero buon gioco sfruttando il fattore sorpresa. Il successo dell'opera­
zione italiana, d'altronde, era stato affidato più al caso che alla program­
mazione: Belisario aveva avuto ordine di fingere che intendeva recarsi a
Cartagine e di far sembrare l'arrivo in Sicilia soltanto uno scalo tecnico.
Se non avesse incontrato resistenza, doveva impossessarsi dell' isola; in
caso contrario far vela alla volta dell'Africa e rinunciare all ' impresa.
La fortuna sembrò una volta in più dalla parte dell' imperatore. Be­
lisario celebrò a Siracusa il 3 1 dicembre del 5 3 5 l'uscita dalla carica di
console, da lui esercitata nel corso di quell 'anno, e si preparò al balzo
in avanti, attendendo gli ordini del suo sovrano, che nel frattempo ave­
va avviato trattative con il re Teodaco per convincerlo a venire a miti
consigli. Teodaco era un uomo di lettere, molto lontano come mentalità
dai rudi costumi dei Goti, e poco amante della guerra. Si lasciò pren­
dere facilmente dallo sconforto e accettò le condizioni di pace propo­
stegli dall 'ambasciatore imperiale verso la fine del 5 3 5 . Questi si recò a
Costantinopoli per riferire a Giustiniano ma, al ritorno, nella primave­
ra dell'anno seguente, ebbe la sgradita sorpresa di constatare che il re
goto aveva cambiato radicalmente idea. I suoi generali avevano infatti
riconquistato la Dalmazia, con un'operazione fortunata, costringendo
gli imperiali a evacuare la regione e il successo, per quanto modesto, gli
aveva fatto riprendere coraggio. Gli imperiali avevano inoltre problemi
in Africa e a ciò si aggiungeva, per confortare l ' improvviso ottimismo di
Teodaco, la promessa di aiuto che era riuscito a ottenere dai Franchi. Il
re goto fece tuttavia un errore di prospettiva sottovalutando la macchina
bellica dell' impero. Giustiniano inviò un nuovo comandante in Dalma­
zia, che riprese rapidamente la regione, e ordinò a Belisario di superare
lo stretto di Messina e invadere l' Italia.
I L ]'/ U OVO IMPERO

Iniziava così la fase acuta della più lunga e sanguinosa delle guerre
oc entali di Giustiniano, ma anche quella che gli recò maggiore lustro
cid
perché condusse al recupero dell'antica Roma. Belisario risalì la penisola
Jungo la costa e non incontrò resistenza fino a Napoli, che gli chiuse le
porre in faccia. I cittadini rifiutarono di arrendersi e Belisario, viste inu­
til i le trattative, lanciò i suoi all'attacco delle mura. Dopo una ventina
di giorni un soldato del generalissimo si accorse che si poteva entrare
in città attraverso un acquedotto e, con un colpo di mano, i Bizantini si
impossessarono di Napoli, mettendola a sacco. Belisario cercò di arre­
stare lo scempio, tra l'altro politicamente dannoso per chi si presentava
come liberatore dal giogo barbarico, e riuscì a fatica a domare i soldati.
Questo fatto di sangue fece impressione e destò un forte malcontento,
ma non fu che l'anticipazione di quanto si sarebbe visto in seguito, con
il progressivo inasprirsi della guerra. La caduca di Napoli ebbe inoltre
un'altra vittima illustre nel re Teodato. Irritati per la sua inazione, che si
sospettava dovuta al tradimento, i Goti si riunirono vicino a Terracina e
lo deposero nominando al suo posto un generale di nome Vitige. Teoda­
ro, che si trovava a Roma, cercò di fuggire a Ravenna, ma fu raggiunto e
ucciso da un emissario del nuovo re.
V itige si recò a Roma e di qui proseguì alla volta di Ravenna per ri­
organizzare le forze, collocando in Roma un presidio di 4.000 uomini.
Belisario non perse tempo a Napoli e si diresse a Roma, che aveva fretta
di occupare. Il 9 dicembre gli imperiali entrarono in città dalla porta
Asinaria, mentre i Goti si allontanavano senza combattere dalla porta
Flaminia. I Bizantini passarono dalla via Latina, ma Procopio (che aveva
raggiunto Belisario in Sicilia) ebbe modo di vedere la vicina Appia e de­
scriverla con toni di ammirazione:

Belisario allora condusse l'esercito per la via Latina, lasciando alla propria sini­
stra la via Appia, che il console romano Appio aveva costruito novecento anni
prima e a cui aveva dato il proprio nome. La via Appia ha una lunghezza di cin­
que giorni di marcia per un buon camminatore, in quanto va da Roma a Capua,
e l'ampiezza della strada è tale che vi possono passare due carri i quali vadano in
senso contrario; è veramente una delle opere più meravigliose del mondo. Tutte
h: pietre del selciato, che sono pietre da mola molco dure, Appio le fece cavare
in un'alcra zona, alquanto distante, e trasportare lì, poiché sul posto non se ne
trovano affatto. Poi fece scalpellare quelle pietre fino a renderle lisce e uguali
alla superficie e le fece cagliare squadrate, in modo che combaciassero tra di
l oro, senza mettervi in mezzo ghiaia o alcro materiale. Esse sono così saldamen­
te connesse l'una con l'altra e così ben serrate, che danno l' impressione, a chi le
88 L' ETÀ DI GIUSTINIAN O

guarda, non di essere state lì disposte ad aree, ma di essersi formate spontanea­


men te in quel modo, una accanto all ' altra. Anche col trascorrere di così lunghi
anni, pur essendo stata percorsa ogni giorno avanti e indietro da molcicud ini
di veicoli e di animali di ogni specie, la pavimentazione non si è in alcun modo.
danneggiata, né è accaduto che qualche pietra si sia rotta o si sia consumata, e
nessuna di esse ha perduto la propria levigatezza. Tale è la via Appia1 6•

Il generale bizantino mandò a Giustiniano le chiavi di Roma e il capo


del presidio goto, che si era arreso; poi si occupò di consolidare le mura
aureliane e di fare i preparativi necessari per sostenere un assedio. La
controffensiva di Vitige non si fece attendere e, nel febbraio del 537, mol­
te migliaia di Ostrogoti calarono dal Nord mettendo l 'assedio a Roma.
Belisario si trovò a mal partito: disponeva solcanto di 5.000 uomini, in­
sufficienti per custodire una città così grande ; le mura erano espugna­
bili in più punti e la popolazione mal si adattava ai disagi, con il rischio
conseguente di tradimento. Ciò malgrado, riuscì a difendere Roma con
grande tenacia e, dopo un assedio durato un anno, tra incredibili diffi­
colcà, ebbe ragione dei nemici.
La battaglia per Roma è il fatto d'armi più importante della guerra
gotica e che meglio conosciamo attraverso le testimonianze storiogra­
fiche. Segna anche il capolavoro di Belisario, un generale con all'atti­
vo straordinari successi, che riuscì ad aver ragione dei Goti sfruttando
abilmente le superiori capacità belliche dell ' impero. Belisario applicò a
Roma la sua tattica preferita, che consisteva nell'evitare il più possibile lo
scontro decisivo laddove la sproporzione di forze ne rendeva assai incer­
to l 'esito. In questo caso preferiva trincerarsi in un caposaldo fortificato
per costringere il nemico ad assediarlo e poterlo logorare con operazioni
di guerriglia. Si trattava d'altronde della tattica preferita da questo gene­
rale, come osserva uno scrittore di cose militari del tempo affermando
che « così fa anche Belisario: poiché infatti non poteva misurarsi con
i nemici, a causa del loro numero, prima che arrivassero distruggeva il
necessario in modo che, a causa del bisogno, le falangi nemiche si divi­
dessero le une dalle altre consentendogli di assalirle separatamente » 17•
La ricerca della vittoria tendendo tranelli al nemico è tipica dell'azione
dei Bizantini e, almeno in parte, dei loro avversari meno sprovveduti
nell'arte della guerra. Sull'esito finale della battaglia per Roma pesaro­
no inoltre due fattori: l ' incapacità degli Ostrogoti di condurre assedi
in modo adeguato e la superiorità sul campo della cavalleria imperiale.
Il contatto con la civiltà romana aveva solo in parte affinato le capacità
1 L N UOVO I MPERO

bell iche di questo popolo germanico e i Goti, pur conoscendo le tec­


ni che ossidionali, non erano in grado di adoperarle correttamente. Nei
p ri mi tempi dell'assedio essi lanciarono un attacco generale alle mura
utilizzando torri lignee approntate per l'occasione. Questi macchinari,
o pp ortunamente protetti, erano dotati di ruote e servivano per avvici­
na rsi alle mura e consentire ai soldati di raggiungerne l'estremità serven­
dosi delle scale che si trovavano all'interno delle torri stesse. I Goti di
\'irige commisero però l'imprudenza di farle trainare da buoi. Belisario,
dall 'alto degli spalti, rise della loro ingenuità. I Romani restarono per­
plessi giudicando un po' balzano un generale che trovava un lato comico
11 d pericolo mortale, ma ebbero subito modo di ricredersi e compren­
dere perché reagiva così. Egli infatti ordinò ai suoi arcieri di uccidere i
buoi e, quando gli animali caddero, le torri si immobilizzarono gettando
lo scompiglio fra i Goti. L'attacco generale si frammentò così in una se­
rie di scontri isolati e fallì miseramente. Allo stesso modo, nei successivi
combattimenti, il generale bizantino si servì con perizia dei suoi arcieri
a cavallo. Erano questi i migliori soldati che Bisanzio metteva in campo,
sia che si trattasse di truppe nazionali sia che fossero alleati unni che
combattevano per l'impero. Gli arcieri riuscivano a scoccare frecce dal
cavallo in corsa con rapidità e precisione e Belisario li usò ripetutamente
inviando piccoli drappelli in azione fuori dalle mura. I Bizantini provo­
cavano i Goti a battaglia e questi ultimi, con arcieri appiedati e cavalieri
con lancia e spada, erano annientati senza neppure venire a contatto con
il nemico.
Belisario, a dire il vero, subì anche alcuni rovesci nei numerosi com­
battimenti che si svolsero durante l'assedio di Roma, ma questi nulla
to lsero all'esito finale. Quando gli arrivarono rinforzi, fece occupare dai
suoi alcune piazzeforti laziali che controllavano le vie di rifornimento
dei nemici. Da assedianti, gli Ostrogoti divennero così assediati e inizia­
nin o a soffrire la fame, alla quale si aggiunse un'epidemia. Verso l'inizio
di dicembre del 537, si sparse la voce dell'arrivo di viveri e di soldati in
ai uto agli imperiali e Vitige, scoraggiato, fece proposte di pace. Otten­
ne soltanto una tregua di tre mesi, durante la quale entrarono in Roma
uom ini e provviste, arrivati a Ostia via mare, senza che i Goti cercassero
di i m pedirlo. Data l'abbondanza di truppe di cui ora disponeva, Belisa­
r io fece occupare diverse località da reparti di cavalleria. Uno dei suoi
ge nerali, Giovanni, prese possesso con 2.0 0 0 uomini di Alba Fucezia e
d i q ui, nel febbraio 538, fece un'incursione nel Piceno saccheggiando le
P roprietà dei Goti e conducendo in schiavitù i loro familiari. Belisario
90 L' ETÀ D I GIUSTINI A N' Ci]

gli aveva ordinato, inolcre, di occupare tutti i centri fortificati che i n,


contrava; ma Giovanni disubbidì al generalissimo e, lasciando Osimo ,
Urbino in mano gota, prese Rimini. Aveva calcolato che Vitige avrebbe
abbandonato Roma se una città così vicina a Ravenna fosse caduta in
mano nemica, e non ebbe torto. In fretta e furia i Goti se ne andarono
da Roma, nel marzo del 538, e raggiunsero Rimini per assediarla, senza
però riuscire a impossessarsene.
La battaglia per Roma aveva di fatto determinato l 'esito della guer­
ra, anche se le operazioni si prolungarono per un paio di anni, con un
andamento ancor più drammatico di quanto non fosse stato fino ad al­
lora. Il passaggio dei soldati comportò devastazioni tali da far attribui­
re a Giovanni l'appellativo significativo di "Sanguinario"; le regioni del
Centro-Nord vennero messe in ginocchio dalla carestia e dalle conse­
guenti malattie che causarono la morte di migliaia di persone. Gli abi­
tanti dell' Emilia, per la fame, si spostarono nel Piceno, pensando che
questa regione vicina al mare avesse più viveri; i Tusci si adattarono a
macinare le ghiande per farne pane; nel Piceno, a quanto pare, moriro­
no di fame circa 50.000 persone e molce altre migliaia subirono la stes­
sa sorte nelle regioni che si affacciano sulle rive settentrionali del Mare
Adriatico. A ciò si aggiunse nel marzo del 53 9 la distruzione di Milano.
La città, occupata dai Bizantini durante l'assedio di Roma, era stata ac­
cerchiata congiuntamente dai Goti e dai Burgundi inviati in Italia dal
re merovingio Teodeberto. Dopo una lunga resistenza, capitolò: i sol­
dati di Bisanzio ebbero salva la vita, mentre la città fu rasa al suolo, gli
abitanti maschi di qualunque età vennero uccisi e le donne furono trat·
te in schiavitù e donate ai Burgundi come premio per l'aiuto prestato,
Cadde in mano ai Goti anche il prefetto del pretorio d' Italia nominato
dall ' imperatore ed essi ne tagliarono il corpo in piccoli pezzi gettandoli
a1 cam.
Belisario inseguì i Goti in fuga da Roma e li sconfisse, ma rientrò poi
in città fermandovisi per qualche tempo ancora. Nel frattempo gli im·
periali occuparono il porto di Ancona e la fortezza di Petra Pertusa, che
controllava la via Flaminia nel tratto corrispondente all 'attuale gola del
Furio, tra Cagli e Fossombrone. Belisario riprese l'offensiva soltanto in
giugno e, secondo le sue abitudini, avanzò molco lentamente espugnan·
do tutte le piazzeforti in mano nemica. Poco dopo la sua partenza da
Roma, un esercito imperiale forte di 7.000 uomini sbarcò nel Piceno
al comando dell'eunuco Narsete e Belisario lo raggiunse a Fermo. I due
comandanti si trovarono subito in disaccordo: Belisario intendeva re·
I L ]'! U OVO IMPERO
91

�·. .1rsi ad assediare Osimo, Narsete voleva accorrere a Rimini in aiuto di


(;i ovanni. Belisario finì per cedere e si recò a liberare il suo subordinato
fac endo fuggire i Goti, che si rifugiarono a Ravenna. Subito dopo, però,
si ebbero nuovi contrasti fra i due che compromisero le operazioni mi­
hrari e furono la causa prima del disastro di Milano. Narsete, forte della
s ua confidenza con l'imperatore, non intendeva obbedire a Belisario e lo
ab bandonò con i suoi durante l'assedio di Urbino, recandosi in Emilia
a far guerra per conto proprio. Belisario riuscì ugualmente a prendere
lJrbino, ma si trovò in grandi difficoltà. Alla fine, tuttavia, Giustinia­
no si rese conto della situazione e richiamò Narsete a Costantinopoli.
Senza più ostacoli, Belisario nel 539 procedette alla conquista dei centri
fo rtificati in mano ai nemici.
Nel frattempo un esercito franco, al comando del re Teodeberto,
invase l'Italia devastando la Liguria e l'Emilia. In estate, a corto di vi­
veri e colpiti da un'epidemia, gli invasori lasciarono l' Italia dopo aver
messo a sacco Genova. Verso fine anno, Belisario assediò Ravenna e
nel maggio del 540 i Goti gli aprirono le porte. Cadeva così la capitale
dell'ex impero d'Occidente, che sarebbe rimasta bizantina per più di
due secoli.
Durante l'assedio, i Goti avevano trattato la resa con Giustiniano;
era stato raggiunto un accordo soddisfacente per entrambe le parti sulla
base della cessione ali'impero delle regioni a sud del Po e di metà del te­
soro regio contro il mantenimento dell'altra metà e delle regioni a nord
del fiume. Belisario non volle però aderire e trasgredì gli ordini forzando
la situazione: finse di accettare la designazione a imperatore d'Occiden­
te offertagli dai Goti e si fece aprire le porte di Ravenna, facendo credere
che in seguito si sarebbe fatto proclamare. Quando il generalissimo fu a
Rav enna molti Goti ancora in armi si arresero, ma l'usurpazione si fece
at te ndere. Con grande stupore dei Goti, poco tempo più tardi egli ripar­
tì perché chiamato ad assumere il comando delle operazioni sul fronte
pe rsiano, lasciandosi alle spalle un conflitto apparentemente finito. La
s u a disobbedienza doveva inoltre aver destato i sospetti di Giustiniano
ch e preferì allontanarlo dall' Italia e, questa volta, non gli concesse il
t rionfo né alcuna ricompensa pubblica. Belisario portò con sé il tesoro
de i Goti, il re Vitige con la moglie Matasunta, i figli della nipote di Teo­
dorico, Arnalaberga, e i notabili goti che si erano arresi. Anche Vitige
ebbe da Giustiniano un trattamento generoso: ottenne, a quanto pare,
grandi proprietà in Oriente dove visse fino alla morte, nel 542., e venne
11 0 ininato patrizio.
92 L' ETÀ D I G I USTINIA N d

Finanze e riforme amministrative

La politica grandiosa e un po' megalomane di Giustiniano costava mol,


to e l'imperatore ebbe sempre bisogno di denaro. Le grandi guerre esige­
vano uno sforzo finanziario costante ; a ciò si aggiungevano i pagamenti
per concludere la pace, i sussidi che, più o meno regolarmente, venivano
versati ai barbari perché non invadessero l'impero e le occasionali ma­
nifestazioni di munificenza imperiale. A più riprese alcune importanti
città vennero devastate da terremoti e Giustiniano intervenne per rico­
struirle; in tutto l'impero fu condotto a termine un programma edilizio
sistematico che si rivelò particolarmente oneroso. Accanto agli edifici
civili e religiosi, che soddisfacevano il gusto e la vanità del sovrano, ven­
nero rinnovate le mura di molce città e fu eretta una grande quantità di
castelli militari o destinati a dare rifugio alle popolazioni. Le conquiste
non portarono molto denaro e, anzi, l'amministrazione finanziaria delle
province occidentali tardò a stabilizzarsi a causa del continuo stato di
guerra.
All 'inizio del regno Giustino e Giustiniano poterono attingere all'e­
norme riserva aurea lasciata da Anastasio I, ben 320.000 libbre d 'oro,
ma a quanto pare già durante gli anni di Giustino tutto andò dilapida­
to1 H . Così almeno sostiene Procopio, il cui livore nei confronti del suo
sovrano è cosa nota, anche se è probabile che i costi enormi della prima
guerra persiana abbiano dato il colpo di grazia a ciò che restava del teso­
ro imperiale. In seguito fu necessario far fronte alle spese con le entrate,
anche perché le guerre di conquista non portarono grandi ricchezze e tl
prolungarsi delle operazioni militari dovette rendere assai irregolare la
riscossione dei tributi.
Secondo i detrattori dell'imperatore, ogni pretesto era buono per
impossessarsi più o meno legalmente delle ricchezze dei sudditi (con·
fische, donazioni, testamenti ecc.), ma il grosso degli introiti Giustinia·
no lo realizzò inasprendo la cassazione e ricorrendo a sistemi spietati di
esazione dei tributi. Nel 528 abolì un'imposta relativa al rifornimento
di olio e legna delle truppe barbare ; in seguito, però, si guardò bene dal
mettere in atto di nuovo tanta liberalità. L'antica usanza di imporre cri·
buci supplementari in una provincia o in una città, quando se ne presen·
tasse il bisogno, divenne un costume usuale e, a quanto pare, in Egitto
si trasformò in un tributo regolare. Vennero poi imposti pagamenti di
diritti doganali sugli stretti che consentivano l'accesso delle navi a Co·
I L NU OVO IMPERO 93

s r a n cinopoli, laddove prima c'erano controlli poco onerosi sui carichi,


� J ' inventiva del fisco si rivolse anche alla cosiddetta "cassa dell'aria", già
è sistente peraltro per regolare a Costantinopoli la distanza da tenere tra
,rii edifici. La legge fu estesa ora a tutto l'impero e consentì, a quanto
;are, un introito annuo di 3.000 libbre d'oro dovuto alla necessità per i
contribuenti di mettersi in regola19•
Anche in campo finanziario Giustiniano seppe ricorrere a validi col­
laboratori, che gli assicurarono un gettito sufficiente di imposte, malgra­
do i loro metodi di governo non sempre corretti. Essi si rendevano spesso
invisi ai sudditi, anche per gli illeciti che perpetravano, ma a Giustiniano
premeva il fine e fingeva di non vedere i mezzi. Il ruolo più importante,
socco questo profilo, veniva svolto dai prefetti del pretorio d'Oriente,
che avevano giurisdizione sulle regioni più ricche, e in tale funzione fu
determinante negli anni migliori di Giustiniano l'attività di Giovanni
di Cappadocia. Giovanni di Cappadocia è una delle figure più caratte­
ristiche del tempo. Aveva iniziato la carriera come contabile al seguito
di uno dei due magistri militum di Costantinopoli, dove Giustiniano lo
conobbe intorno al 520 facendolo poi trasferire nell'ufficio finanziario
della prefettura pretoriana d'Oriente. Giovanni divenne a sua volta pre­
fecco del pretorio d'Oriente nel 531; fu allontanato nel 532 a seguito della
rivolta di Nika, ma venne reintegrato nel corso dello stesso anno. Restò
al potere per un decennio, malgrado la forte ostilità di Teodora, che alla
fine riuscì a farlo cadere nel 541 coinvolgendolo in una falsa congiura
contro l'imperatore. Venne costretto ad assumere l'abito sacerdotale e
fu esiliato a Cizico. L'odio di Teodora continuò tuttavia a perseguitar­
lo. Quando, nel 5 42, il vescovo di Cizico fu assassinato, l'imperatrice lo
fece accusare del crimine ma non riuscì a ottenerne la condanna perché
la commissione incaricata di giudicarlo non trovò prove contro di lui.
Giovanni fu però deportato ad Antinopoli di Egitto dove, nel 547, Teo­
d ora cercò nuovamente di farlo condannare con la stessa imputazione
111 a senza risultato. Dopo la morte di questa, nel 548, tornò a Costanti­
nopoli senza però riacquistare più il potere e morì dimenticato in data
s conosciuta.
Giovanni di Cappadocia era un arido e volgare funzionario senza
scrupoli; fu particolarmente inviso all'aristocrazia, spesso colpita dalla
s u a politica fiscale, ed ebbe numerosi detrattori che gli rimproveravano
1 n an
canza di cultura, brutalità e una condotta scandalosa. Come gran
P arre dei dirigenti del tempo, approfittò della propria condizione per
a rricchirsi, ma non di meno rese un eccellente servizio al suo sovrano,
94 L'ETÀ D I G I USTINI ANO

criticabile dal punto di vista morale ma certamente utile in funzione dcl


pragmatismo politico. La sua azione di governo fu spregiudicata ma so.
stanzialmente valida per far quadrare i conti ed ebbe quali obiettivi la
riscossione puntuale dei tributi, il tentativo di rendere più funzionale
l'amministrazione pubblica, in modo che fosse all'altezza dei suoi com­
piti e meno costosa, insieme a una serie di economie per diminuire la
spesa pubblica. Furono introdotte nuove tasse, non in misura tale co­
munque da sconvolgere il sistema fiscale, e per lo più ci si limitò all'e­
sistente, riscuotendo i crediti arretrati e abolendo, di conseguenza, la
prassi consolidata dei periodici condoni. Il meccanismo di riscossione
dei tributi fu però reso funzionante attraverso un regime di terrore fi­
scale. Il prefetto stesso, a giudizio dei suoi detrattori, dava l'esempio,
incarcerando e mettendo alla tortura nella sua sede i contribuenti so ­
spetti di evasione fiscale, senza curarsi in alcun modo del loro rango e dei
privilegi che esso comportava. Giovanni Lido, alle sue dipendenze nella
prefettura per qualche tempo, ricorda il caso di un certo Antioco, un
uomo anziano da lui conosciuto personalmente, che venne arrestato con
il sospetto di nascondere una certa quantità d'oro e appeso per le mani a
due corde finché morì. Giovanni, ancora secondo Giovanni Lido, era un
tipico cappadoce e si comportava nei modi ritenuti caratteristici di que­
sta gente: « I Cappadoci sono sempre malvagi; se poi mettono le mani
su una carica sono peggiori, quando poi hanno la possibilità di fare un
guadagno pessimi» 60• Procopio non è da meno nel formulare su di lui
un giudizio del tutto negativo :

Giovanni mancava di un' istruzione e di una cultura liberale, perché non


aveva fatto altri scudi dopo le scuole elementari, cosicché sapeva scrive­
re solcanto le lettere dell 'alfabeto, e anche quelle piuttosto male, ma per
le sue doti naturali era divenuco l'uomo più potente di quanti io abbia
mai conosciuto. Era infatti bravissimo nel sapersi destreggiare in ogni si­
tuazione, ricavandone sempre vantaggio, ma era così malvagio che si serviva
senza scrupoli di cale sua abilità. Né le leggi di Dio né quelle degli uomini gli
mettevano ritegno, ma rovinare la vita degli altri, per suo profitto, e turba re
l ' intera città, era la sua occupazione costante. Così in breve tempo aveva ac­
cumulato grandi ricchezze, che gli permettevano di abbandonarsi ad una vita
di dissolutezze senza freno: fino all 'ora del pranzo si dedicava a depredare le
sostanze dei concittadini, per il resto della giornata si dava all'ubriachezza e a
licenziosi bagordi. Era assolutamente incapace di controllarsi, ma ingurgitava
cibo fino a vomitare, ed era sempre pronto a rubar denaro e ancor più pronto a
spenderne e a sperperarne'"'.
1 r, N U
OVO IMPERO 95

L'esempio del capo era seguito alacremente dai collaboratori che ope­
r;i,· an o nelle province. Fra questi, un certo Giovanni soprannominato
,\"1:xilloplumbacius (mascella di piombo) per la sua smisurata pinguedi­
ne. A Filadelfia di Lidia, ancora secondo Giovanni Lido ( che di questa
ci ccà era originario), aveva compiuto ogni genere di sopruso, fra cui due
11 zio ni emblematiche del suo modo di concepire il rapporto con i con­
t rib uenti. Un notabile di nome Petronio possedeva un prezioso gioiello
di famiglia, sul quale si era appuntato lo sguardo di Giovanni. Egli fece
pertanto arrestare e torturare il proprietario, restando insensibile alle
su ppliche del vescovo locale, che allontanò con ingiurie grossolane. A
un alcro cittadino, di nome Proclo, venne richiesta una somma notevole
rhe non era in grado di pagare. Arrestato e messo alla tortura, chiese
quindi di essere condotto a casa per prelevare il denaro e qui si tolse la
vira impiccandosi mentre le guardie lo attendevano all'esterno. I suoi
beni furono depredati e il cadavere venne sprezzantemente gettato in
piazza come ammonimento6'.
Il controllo della spesa venne attuato anche con espedienti poco ele­
ganti, a giudicare almeno da quanto Procopio, che è la nostra principale
fonte di informazione, scrive nella Storia segreta; ma in assenza di meglio
dobbiamo prendere per buono quanto dice, sia pure mettendo in guar­
dia chi legge dal diffidare delle sue, per quanto verosimili, esagerazioni,
un esercizio storiografico che con lui viene puntualmente fatto. Venne­
ro inviati nelle province revisori di conti, soprattutto delle città e dei
reparti militari. Questi logotheti, come si chiamavano con parola greca
(discussores in latino), che erano funzionari della prefettura pretoriana,
fecero risparmiare molte somme all'erario, anche perché il loro zelo era
in centivato da un premio in percentuale, ma spesso diedero scandalo ar­
ricchendosi indebitamente. Infastidirono inoltre i soldati, che si videro
p rivati di fonti di guadagno ormai consuetudinarie, causandone una no­
tevole demoralizzazione. Si distinse in particolare un logotheta di nome
Alessandro, soprannominato "Forbicinà' per l'abilità che mostrava nel
rifilare a proprio tornaconto le monete d'oro. Nel 540 Giustiniano lo
i nviò in Italia ed egli contribuì notevolmente a indispettire i soldati, che
p ersero la voglia di combattere favorendo così la ripresa degli Ostrogoti.
l i p rogramma di economie contemplò la revisione delle matricole dei
n:ggimenti, con l'eliminazione dei militari non idonei al servizio (e in
dfecci un editto di Anastasio, di pochi anni anteriore, ci dice che nei re­
Parei stanziali della Libia non esistevano limiti di età al servizio); alcuni
re ggimenti della guardia furono sciolti trattenendo i diritti che i soldati
L' ETÀ DI G I USTINIAN(1

avevano pagato per arruolarsi e ad altri si impose di rinunciare alla pa�


per non essere inviaci al fronte. Fu abolito, inoltre, il donativo quinquen�
nale corrisposto alle truppe e, dopo la conclusione della "pace eternal
vennero sciolti i reparti di limitanei sulla frontiera orientale. I limitane;,
all'epoca dovevano costituire il grosso dell'esercito e, a dire il vero, no�
erano gran cosa dal punto di vista mili rare, in quanto prestavano un'atti,
vicà sedentaria e non venivano impiegati in operazioni di ampio respiroJ
limitate unicamente ai soldati dell 'esercito mobile. Alcuni di loro (non
sappiamo quanti) si erano già da tempo trasformati in soldati coloni,
che coltivavano le terre ottenute dal demanio in cambio del servizio
prestato ; svolgevano comunque un'attività utile presidiando le frontie­
re dell ' impero senza però la pretesa di poter arrestare un' invasione in
grande stile come quella persiana del 540. Alla concessione di terre do­
vevano poi aggiungere un piccolo soldo, regolarmente in ritardo, anche
di anni, come era tristemente la prassi del tempo, e su questo con ogni
probabilità si appuntarono gli sguardi interessati dei responsabili della
finanza imperiale, che sospesero il pagamento degli arretrati. Nonostan­
te il linguaggio vago di Procopio, che riferisce il fatto nella Storia segreta,
sembra inoltre che sia stata anche colta la qualifica di militari ( e in effetti
già da tempo di militari avevano soltanto il nome) per cui « da allora le
frontiere dell' impero romano restarono sprovviste di difesa » e i soldati
dovettero ricorrere alla beneficienza per potersi sosrentare 63 •
Il tiro giocato ai reparti della guardia palatina fu poi ancora più per­
fido: da secoli esistevano a palazzo 7 reggimenti di scholae palatinae, per
un corale di 3.500 uomini, da tempo divenuti soldati esclusivamente da
parata da truppe effettivamente combattenti quali erano state nel IV
secolo. Durante il regno dello zio, Giustiniano ne assoldò altri 2.000
soprannumerari, al fine di far cassetta con i diritti di arruolamento che
pagavano, per poi licenziarli non appena divenuto imperatore senza cor­
rispondere alcun indennizzo. In seguito ingiunse loro di prepararsi per
prendere parte a una delle tante campagne del tempo, contando sul facto
che questi, assolutamente ignari di guerra, si sarebbero piegati a qualsiasi
ricatto pur di non partire e in effetti, per ottenere l'esenzione, gli scho­
lares rinunciarono agli stipendi per un periodo determinato. Analogo
trattamento venne poi riservato ai membri del corpo dei domestici e dei
protectores, ugualmente inesperti di guerra e allo stesso modo messi alle
strette per non essere costretti ad andare al fronte.
Un'altra economia più sostanziale, almeno rispetto alle altre, che pa·
iono operazi oni piuttosto grette, fu la consistente riduzione del cursus
I L NU OVO IMPERO 97

prt blicus, cioè il servizio della posta di stato. Era un sistema complesso
e ram ificato per lo spostamento delle persone e delle merci all'interno
d ell'impero, che richiedeva in quanto tale un costoso apparato logistico;
u n lusso, ancorché utile, spesso prestatosi ad abusi per l'utilizzo da parte
di c hi non ne aveva propriamente titolo. Come funzionasse è racconta­
ro da Procopio, che ne lamenta la perdita anche per l'utile finanziario
ricavato dai proprietari terrieri vendendo le eccedenze per il vettovaglia­
mento di cavalli e cavalieri:

Gli imperatori romani d'un tempo, ch'erano solleciti della completezza e della
rapidità dell'informazione - i movimenti dei nemici in ciascuna regione, le se­
dizioni cittadine, ogni ulceriore inatteso incomodo, la condotta dei magistrati e
degli altri cittadini in tutti gli angoli dell'impero - e che volevano alcresì garan­
tire sicurezza ai portatori dei tributi annuali, proteggendoli da ogni pericolo e
indugio, avevano ovunque istituito un celere servizio di posta pubblica. Anda­
va così: erano state istituite stazioni lungo il tratto di strada percorribile in un
giorno da un marciatore spedito; a volce erano otto, a volce meno - in genere,
però, mai meno di cinque. In ogni stazione c'erano una quarantina di cavalli, e
stallieri in numero proporzionato a quello dei cavalli. I responsabili del servizio,
pertanto, montavano sempre cavalli eccellenti, che cambiavano di frequente, e
percorrendo anche in un sol giorno il cammino di dieci, riuscivano a svolgere il
compito cui s'è prima accennato64•

G iovanni di Cappadocia lo soppresse nelle diocesi di Asiana, Pontica,


Oriente ed Egitto, fuorché sulla strada principale che da Costantinopo­
li conduceva alla frontiera orientale. Un'economia probabilmente non
molco saggia, ma che in quanto tale incontrò l'approvazione del suo im­
peratore.
La politica fiscale, anche se condotta con tanta determinazione, non
t=ra di per sé sufficiente a garantire un regolare gettito delle imposte per­
ché si scontrava con le resistenze periferiche dovute in primo luogo alla
corruzione dei funzionari di ogni livello, che tradizionalmente consi­
deravano i loro compiti come una fonte inesauribile di arricchimento
personale. Ebbe perciò come corollario un ampio programma di riforma
de lla pubblica amministrazione, volta al duplice scopo di renderla più
e ffic iente e, nello stesso tempo, garantire la regolarità degli introiti senza
c h e si perdessero nei mille rivoli della corruzione generalizzata. I gover­
n atori provinciali, che compravano le cariche pubbliche, erano i mag­
giori responsabili dell'andazzo negativo e amministravano nel peggiore
d e i m odi allo scopo di garantirsi illegalmente proventi sufficienti per ri-
L' ETÀ DI GIUSTINIANd

pagarsi delle spese sostenute: seguendo questo illuminante esempio, e U1


forza dell'aurea regola che cane non mangia cane, la corruzione dilagavi
impunemente anche fra i loro impiegati, i responsabili della finanza tj
per soprammercato, gli agenti di polizia e militari pesavano sui sudditi
con malversazioni ed estorsioni e vivevano alle loro spalle. La pratica
delle ruberie veniva poi coltivata anche dagli ispettori del governo cen1
trale inviati nelle province. La rapacità dell'amministrazione finanziariai
suscitava frequenti disordini, la parzialità della giustizia, amministrata a
favore di chi pagava di più, produceva un' insicurezza generale da cui era
esente solo chi fosse abbastanza ricco per garantirsi l ' impunità. I grandi
proprietari fondiari, che avevano milizie armate al seguito, esercitavano
inoltre violenze e occupavano terre a loro arbitrio senza nemmeno cu­
rarsi che appartenessero alla chiesa o alla corona. Tutto questo marasma
aveva fatalmente ripercussioni sulla buona gestione della cosa pubblica:
il mancato funzionamento del sistema amministrativo creava nelle pro­
vince uno stato generale di insicurezza, con inevitabili ripercussioni an­
che sulla riscossione delle imposte. L'abbandono delle campagne, il bri­
gantaggio, i disordini e l 'azione incontrollabile dei potenti ne esaurivano
infatti la ricchezza causando un danno considerevole anche al governo
centrale. Secondo i calcoli di Giustiniano, solo un terzo delle imposte
veniva effettivamente riscosso e la miseria delle province, di conseguen­
za, esauriva la ricchezza pubblica. Inoltre, i paesi si spopolavano perché
da ogni parte chi avesse subito un danno si recava a Costantinopoli per
cercare di ottenere giustizia dai tribunali superiori, con inevitabili con­
seguenze per l'ordine pubblico nella capitale dovute alla gestione di così
tante persone disperate.
La situazione che Giustiniano ci presenta caso per caso nelle sue No­
vellae è davvero drammatica e di una sconcertante uniformità. In Pan­
filia i sudditi si lamentavano di essere esposti senza alcuna difesa alle
vessazioni, di vedere molestata la loro gente, le terre usurpate dai soldati
e dalle forze di polizia incaricate di assicurare la sicurezza pubblica. In
Pisidia le autorità civili e militari collaboravano solo per vessare i contri­
buenti, di conseguenza le sedizioni erano frequenti, il paese era in preda
al brigantaggio, le tasse non venivano pagate e l' insicurezza generale era
accresciuta dai saccheggi e dai crimini dei grandi proprietari. Analoga
situazione in Licaonia e lsauria, la cui popolazione riottosa era costan­
temente pronta a ribellarsi. Nel Ponto e in Pafl.agonia non c 'erano che
omicidi, aggressioni a mano armata, rapimenti di donne e di bestiame,
soperchierie di soldati e poliziotti, usurpazioni dei grandi proprietari e
I L N U OVO IMPERO 99

ru berie dei governatori. In Cappadocia la situazione era ancora peggiore


e l ' im peratore si meravigliava che restassero ancora abitanti nella disgra­
zi ata provincia, oppressa da imposte, illegalità, con le campagne in rovi­
n a e le città in difficoltà, mentre i governatori si occupavano soltanto del
l oro lucro. Uguale disordine amministrativo nell'Armenia mal civilizza­
ta e in tutta l'Asia Minore, divenuta pressoché inabitabile per la malizia
dei rappresentanti del governo. La situazione, infine, non era migliore in
Siria, Palestina, Fenicia, Arabia ed Egitto. Non erano esenti neppure le
province europee di Tracia, Scizia e Mesia, dove il malgoverno era acuito
dalla minaccia costante delle incursioni dei barbari che vivevano al di là
del Danubio.
Giustiniano non poteva voltarsi dall'altra parte di fronte a una così
plateale violazione del buon governo, che metteva in forse sia il suo
programma di moralizzazione sia l'esigenza di avere un regolare getti­
to di imposte. Alla metà degli anni Trenta si mise quindi decisamente
ali 'opera dopo aver atteso forse che la situazione generale si stabilizzas­
se, e il suo intervento riguardò essenzialmente il territorio della prefet­
tura d'Oriente, per cui si può ragionevolmente pensare che Giovanni
di Cappadocia ne sia stato l'ispiratore. Anziché colpire situazioni occa­
sionali, Giustiniano andò direttamente al cuore del problema, convinto
come doveva essere che bisognava schiacciare la testa del serpente per
renderlo del tutto inoffensivo. Nel 535 emanò infatti due leggi genera­
li con cui abolì la vendita dei governatorati provinciali e fissò i doveri
dei funzionari. Secondo una prassi consolidata, il cosiddetto sujfragium,
l 'aspirante a una carica pubblica la acquistava direttamente dal tesoro
imperiale. Il sistema aveva in sé una portata dirompente perché di norma
l 'acquirente si rifaceva ad abundantiam delle spese sostenute a scapito
dei suoi amministrati, per lo più facendosi corrompere nell'amministra­
zione della giustizia. Di conseguenza, i governatori erano inevitabilmen­
te disonesti, arrecando danni in pari misura ai provinciali e al governo
cenrrale. Come funzionasse il sistema è chiaramente esposto da Giusti­
niano nella prefazione della sua prima legge: i governatori, assolvendo i
l oro compiti giudiziari, erano attenti unicamente al lucro ed emettevano
l e s emenze in funzione delle somme ricevute, sia nelle cause civili sia in
qu elle criminali; con questa e altre forme di rapina recuperavano dagli
amm inistrati fino a dieci volte più di quanto avevano speso, a forte detri-
1n e nto del fisco cui questi introiti venivano sottratti. La spirale perversa
no n si esauriva qui e i sudditi abbandonavano il loro paese per recarsi in
c e rca di giustizia a Costantinopoli. L'abolizione del sujfragium implica-
100 L' ETÀ D I G IUSTINIANQ

va minori rendite per la corona, ma l' imperatore era convinto che il mi;
glioramento dell 'amministrazione le avrebbe ampiamente compensateJ
A seguito della sua riforma, i governatori sarebbero stati tenuti soltanto
a corrispondere alcuni diritti fissi per la nomina e giurare di servire fe.
delmente Giustiniano e Teodora e di non aver acquistato la carica. Essi
dovevano mantenere le « mani pulite » e seguire un codice di comporta­
mento ispirato ai principi di buon governo, definito nei dettagli dal loro
sovrano con la cura dei particolari che gli era congeniale :

Abbiamo pensato - scrive Giustiniano nella prefazione della legge - che rag­
giungeremo questo obiettivo se i governatori che ricoprono cariche civili nelle
province si manterranno con le mani pulite astenendosi da ogni forma di lucro
e accontentandosi del solo stipendio pubblico. Ciò non potrà avvenire in altro
modo se non mettendoli nella condizione di ottenere gratuitamente le cariche
senza dare alcunché né a titolo del cosiddetto sujfragium né a coloro che deten­
gono gli uffici né ad alcun altro.

L' imperatore si rendeva conto che la riforma avrebbe portato a un di­


minuito introito nelle casse pubbliche, ma preferiva sacrificarlo alla cor­
rettezza amministrativa. Il meccanismo del sujfragium si rivelava infatti
deleterio:

Non è forse chiaro a tutti che chi ha pagato per acquistare la carica non si limita
a dare quanto è richiesto per il cosiddetto sujfragium ma deve dare anche alcro
in sovrappiù a coloro da cui gli è stata data la magistratura o la promettono per
essere gratificaci ? 61

Nello stesso tempo fu redatto un complesso di istruzioni (mandata) per


servire da riferimento ai governatori provinciali nell'esercizio delle loro
funzioni, vennero rafforzate le competenze del dej-ènsor civitatis ( che do­
veva proteggere i cittadini dalle vessazioni dei governatori di provincia)
e furono ampliati i suoi poteri in materia giurisdizionale, sempre allo
scopo di mettere un freno all ' invadenza di questi 66 •
I funzionari, comunque, continuavano a non essere campioni di mo­
ralità nonostante le speranze di Giustiniano, come d'altronde era un mal
costume inveterato, e le vessazioni e gli arbitrii a danno dei provinciali
restavano all'ordine del giorno. Ma almeno in un paio di casi il potere
pubblico intervenne: al di là dei giudizi abbondantemente negativi for­
mulati su di lui, fu proprio Giovanni di Cappadocia a informare il sovra­
no che, sotto il pretesto di diritti giudiziari (sportulae), era stato esrorco
101
I L N U OVO IMPERO

1 11 0 J co denaro a presunti eretici, spingendolo a comminare una pena. E


d uovo con una legge del 535 venne severamente punito un certo scri-
i n
11iarius Giovanni, inviato nell'Ellesponto come revisore dei conti, che
aveva spogliato le città senza astenersi da alcuna rapina.
La seconda fase delle riforme riguardò le situazioni locali che necessi­
cavano di un correttivo e, nell'arco di alcuni anni, furono fatti interventi
i n Tracia, nelle diocesi Asiana, Pontica, d'Oriente e in Egitto. Vennero
create nuove magistrature, aumentati gli stipendi dei governatori, furo­
no aboliti vicariati, modificate province, riunite autorità militari e civili.
N'el 535 il vicario civile e quello militare del Lungo Muro (la fortificazio­
ne a una settantina di chilometri da Costantinopoli che ne proteggeva
gli accessi) sparirono per dar posto al nuovo praetor Ihraciae, che ac­
centr ava autorità militare e civile: i due precedenti governatori, osserva
Giustiniano, dipendenti uno dal prefetto del pretorio, l'altro dai magi­
.-tri militum, nulla facevano di buono e, anzi, aggiunge con involontaria
ironia, «hanno come perpetua e infinita occupazione litigare eterna­
mente fra loro» 67• Nel 535 fu la volta del praetor plebis a Costantinopoli
e l 'anno successivo fu creata una nuova carica, la quaestura exercitus, con
giurisdizione su Mesia, Scizia e le province marittime di Caria, Cipro,
Rodi e le Cicladi, che formarono un governatorato autonomo sottrat­
to all'autorità dei prefetti del pretorio e dei magistri militum. II nuovo
quaestor Iustinianus exercitus venne investito di autorità civile e militare
e, di conseguenza, dovette provvedere anche al rifornimento delle trup­
pe stanziate nelle regioni danubiane, facendovi verosimilmente affluire
il necessario dalle isole. Si giustificava così l'unione apparentemente biz­
zarra di un comando marittimo e uno terrestre, in funzione cioè di un
111 igliore rifornimento di regioni ripetutamente devastate da continue
i ncursioni barbariche68•
Nel 535-536 fu la volta delle diocesi Asiana, Pontica e d'Oriente. Il
sis tema delle diocesi era macchinoso e poco funzionante, per cui Giusti­
niano intervenne al fine di semplificarlo almeno in parte. I vicari dell'A­
s iana e della Pontica furono aboliti e i loro stipendi andarono ad au-
1nencare quelli dei governatori provinciali di Phrygia Pacatiana e Galatia
1 ( nell'attuale Turchia) che ebbero il titolo di comites e autorità civile
e m ilitare69• La province di Honorias e Paflagonia così come quelle di
Helenopontus e Ponto Polemoniaco vennero fuse e i governatori delle
n uove circoscrizioni ebbero rispettivamente il titolo dipraetor e modera­
tor, l'autorità militare e gli stipendi sommati dei governatori preceden­
ti In Pisidia e Licaonia le cariche di comes militare e governatore civile
' 0.
102 L' ETÀ D I G I US TINIAN(]

vennero unite in quella di pretore, ugualmente con stipendi più alti7�


Nella Cappadocia I le cariche di governatore e di comes domorum furon�
riunificate in un proconsole con uno stipendio molto alto e anche l 'au1
torità militare 72 • L'Armenia subì una riorganizzazione a tutto campoj
l 'Armenia Maior fu allargata con l 'aggiunta di tre città e messa sotto
un proconsole, l 'Armenia I ebbe a sua volta due nuove città e cambiò
nome in Armenia II, mentre la numero due divenne Armenia I I I e fu
posta sotto un comes con poteri militari; furono infine abolite le satrapie:
vassalle ivi esistenti e queste andarono a costituire l'Armenia IV71 . Nella
diocesi d' Oriente venne abolito il vicario, che qui portava il nome di
comes Orientis, e il suo titolo e stipendio passarono al governatore della
Siria I con il nome di consolare74• Nell' lsauria la carica militare di co­
mes e quella di governatore civile, che erano state separate, vennero di
nuovo riunite 7S . Nell'Arabia e nella Phoenice Libanensis i governatori
civili si videro aumentato lo stipendio e acquisirono il titolo di mode­
rator, mentre il governatore di Palestina I divenne proconsole con uno
stipendio più alto 76 • Qualche tempo più tardi fu la volta dell' Egitto, la
cui amministrazione venne completamente ristrutturata, forse nel 53 9,
con 1 'abolizione dell 'autorità del praefectus Augustalis sull' intera diocesi
e una serie di interventi riguardanti le province7 7
L'intervento variò secondo le necessità locali, ma vennero tenuti pre­
senti i principi unificatori che lo avevano determinato: il rafforzamento
dell 'autorità pubblica, il desiderio di semplificare l 'amministrazione, di
fare economia, consolidare i governi provinciali attraverso l 'eliminazio­
ne dei conflitti di competenza, aumentare il prestigio e gli emolumenti
dei governatori e, infine, di potenziare al massimo la capacità contribu­
tiva delle province. La riunificazione di potere civile e militare evita­
va i conflitti di competenza e doveva rendere più efficace l ' intervento
pubblico, specie nelle regioni infestate dal brigantaggio ; l 'aumento di
stipendio dato ai governatori mirava a renderli meno inclini alla corru­
zione, a tutto vantaggio dei sudditi. I nuovi governatori creati da Giusti­
niano ebbero il rango intermedio di spectabiles e ottennero il diritto di
giudicare senza possibilità di ricorso fino a un certo valore e di esercitare
in alcuni casi la giurisdizione di appello. Queste misure erano volte a
limitare il flusso dei giudizi di appello a Costantinopoli e completavano
adeguatamente la riorganizzazione amministrativa.
Le riforme amministrative furono certamente lo sforzo maggiore fat­
to da Giustiniano per assicurare un ordinato funzionamento dello stato,
Esse, tuttavia, si scontrarono con forti resistenze e non intaccarono se
I L N U OVO IMPERO 103

no n in superficie il malcostume ormai consolidato. La caduta di Giovan­


n i di Cappadocia nel 541 comportò, inoltre, la distruzione pressoché co­
ral e dell'opera compiuta sotto il suo governo e i princìpi generali furono
resi vani. Le cariche continuarono a essere vendute, i funzionari a rubare
e la giustizia a essere lenta, venale e corrotta. Lo stesso imperatore - se
ragliamo credere a Procopio - a neppure un anno di distanza dalla sua
legge era tornato a vendere apertamente le cariche pubbliche78• La forza
delle leggi, nelle quali Giustiniano riponeva esagerata fiducia, si dimo­
srrava impotente dinanzi alla corruzione e, nel 556, l'imperatore era nuo­
,·amente costretto a vietare gli abusi come aveva fatto vene' anni prima e
come aveva ripetuto in più occasioni. Egli prescriveva ancora una volta
di amministrare correttamente, di provvedere con cura alla riscossione
dei tributi e alla sicurezza del paese denunciando i mali della giustizia, i
magistrati corrotti, la cupidigia e l'amore del guadagno, « unica regola di
condotta del funzionario» 79•
3
Gli anni cruciali

Guerre contro i Persiani


La "pace eterna" fu meno perpetua di quanto il suo nome poteva far pen­
sare e, nel marzo 540, il re Cosroe attaccò a sorpresa l' impero, aprendo
così una nuova fase del conflitto, che si sarebbe protratto ancora per un
ventennio. Il momento era ben scelto, perché buona parte delle truppe
bizantine si trovava sui fronti occidentali, e i Persiani penetrarono in
territorio nemico quasi senza incontrare resistenza. Un grande esercito,
guidato dal re in persona, avanzò lungo la riva destra dell 'Eufrate, senza
curarsi di assediare il munito castello di Circesio, e si arrestò soltanto
dinanzi alla cittadina di Sura, nella provincia di Eufratesia.
I Persiani investirono le mura e si ebbe battaglia ma, dopo la morte
d el comandante del presidio imperiale, gli abitanti spedirono da Cosroe
il vescovo per trattare la resa. Cosroe finse di voler trattare; fece riaccom­
pagnare il vescovo da una scorta di soldati che, a sorpresa, bloccarono la
porca della città quando stava rientrando. Arrivò quindi il grosso dell'e­
serci to e Sura fu presa e messa a ferro e fuoco; molti abitanti perirono e i
superstiti, in numero di 1 2..000, vennero tratti in schiavitù, per essere poi
risc attati un anno dopo dal vescovo di Sergiopoli.
Il magister militum per Orientem Buze, non osando attaccare il nemi­
co c on i pochi soldati che aveva, si mise in salvo e Giustiniano, informa­
to del disastro, non poté fare altro che inviare in aiuto suo cugino Ger-
1n an o con un piccolo contingente di truppe. La resistenza militare fu
a ssai scarsa e, insieme ai soldati, mancarono all'appello le autorità civili,
l asc ian do per lo più ai vescovi l'onere di provvedere alla salvezza delle
P opolazioni. Lo stesso Giustiniano si limitò a inviare ambasciatori al re
P er co nvincerlo ad abbandonare il territorio di Bisanzio. Incoraggiato
dai successo, Cosroe proseguì alla volta di lerapoli, risparmiata dietro un
Ve rs amento di 2..000 libbre d'argento, ed entrò in Siria dove prese la cit-
ro6 L' ETÀ D I GIUSTINIAN' f

tà di Beroea, che diede alle fiamme costringendo subito dopo alla resa ·.
abitanti fuggiti sull 'acropoli. Fu quindi la volta di Antiochia, la capit!
della Siria : i 6.000 soldati affluiti per difenderla fuggirono dopo i pri

iJl
combattimenti e la città venne conquistata senza fatica, messa a sacco e
in parte distrutta dai nemici. Migliaia di prigionieri furono trasferiti
Persia, dove andarono a popolare una città fatta costruire appositamen te
per loro, alla quale fu dato il nome di Antiochia di Cosroe. �
Il re Cosroe si fermò per qualche tempo ad Antiochia per condur-.
re trattative con i messi dell ' imperatore e, di qui, proseguì alla volta di
Apamea, il cui vescovo ottenne la salvezza dei concittadini pagando un
ingente tributo. Si concesse poi il lusso di entrare in città, con un pid
colo seguito, per asportare tutti i tesori della chiesa, a eccezione di una
reliquia della croce, e per farsi allestire uno spettacolo di corse di carri,
al quale assistette sostenendo i Verdi, dato che Giustiniano era un sim­
patizzante degli Azzurri. Prese quindi in tutta calma la via del ritorno
seguendo un itinerario diverso da quello dell 'andata e dirigendosi alla
volta della Mesopotamia, dove intendeva fare altro bottino. Con il so­
lito sistema estorse 200 libbre d'oro a Calcide e altrettante a Edessa; ri­
fiutò poi il tributo offertogli dagli abitanti di Carre (a motivo del fatto
che i più non erano cristiani), ma lo accettò da Costantina e da Dara,
dove si fece dare 1.000 libbre d'argento per togliere l 'assedio. Giusti­
niano rifiutò ogni ipotesi di accordo e il gran signore rientrò tranquil­
lamente in patria con un enorme bottino e un gran numero di prigio­
nieri. Quando, durante il viaggio di ritorno, si trovò sotto le mura di
Edessa propose il riscatto dei prigionieri e i cittadini organizzarono una
colletta per pagarlo: nulla fu fatto, alla fine, perché il magister militum
Buze presente in città impedì che la transazione andasse in porto. Ter­
minava così la prima delle quattro invasioni del territorio bizantino,
alla quale meglio di ogni altra si adatta quanto afferma Procopio, se­
condo cui i Persiani distrussero le città e dei prigionieri catturati parte
ne uccisero, parte li portarono via con sé lasciando così spopolata ogni
terra in cui passavano'.
Nei quattro anni successivi Cosroe attaccò sistematicamente l ' impe·
ro. Nel 541 entrò a sorpresa in Lazica e prese la città di Petra, che ne era
la fortezza principale. Nel corso dello stesso anno il comando delle ope·
razioni contro i Persiani fu assunto da Belisario, che Giustiniano aveva
richiamato dall' Italia, e questi contrattaccò con scarsi risultati in Meso ·
potamia, facendo un' incursione in territorio nemico. Nel 542. Cosroe
invase l ' Eufratesia, come due anni prima, passando poi in Osroene, dove
e;
LI ANNI CRUCIALI 107

p rese la città di Callinico, ma abbandonò rapidamente la regione, forse


pe rché intimorito dalla diffusione dell'epidemia di peste nell' impero.
Ì'e fu colpito anche Giustiniano e Belisario, con altri ufficiali, si pro­
n u n ciò su un eventuale successore, che doveva essere gradito ai militari;
Li cosa però gli valse il richiamo a Costantinopoli e un momentaneo
periodo di disgrazia quando il sovrano si ristabilì. Nel 543 si ebbero ope­
razioni nel settore nord del fronte e l'anno successivo fu di nuovo la
,·olca della Mesopotamia, dove Edessa venne assediata senza successo. I
Persiani fecero ricorso ai più raffinati mezzi della poliorcetica, come la
costruzione di una collina artificiale per dominare la città; tutto però fu
inu tile di fronte alle mura e alla tenacia dei difensori, che riuscirono a
respingere gli attacchi nemici. Fu in quell 'occasione che tornò alla luce
il famoso mandylion di Edessa, nascosto nelle mura cittadine. Era questo
un pezzo di tessuto su cui figurava un'immagine che si riteneva forma­
casi miracolosamente per il contatto con il volto di Cristo. L' immagine
d i Edessa, forse identificabile con la Sindone, era la più importante fra
le cosiddette immagini acheiropoiete, cioè non fatte da mano umana,
che iniziarono ad apparire nel VI secolo e furono oggetto di grande ve­
nerazione a Bisanzio. Quando fu scoperta, venne portata in giro per la
ciccà assediata e, secondo la pietà popolare, contribuì ad allontanare il
pericolo che la minacciava.
L'assedio di Edessa concluse la fase di attacchi iniziati con l'invasione
della Siria e, nel 545, il re Cosroe acconsentì a firmare una tregua quin­
quennale dietro versamento di 5.000 libbre d'oro. La tregua non venne
però applicata alla Lazica, dove le operazioni militari proseguirono negli
ann i seguenti. L'avvenimento più importante fu la riconquista imperiale
di Petra, nel 551. Nel corso dello stesso anno si rinnovò la tregua, scaduta
nel 550, ma ancora una volta non venne applicata alla Lazica. I combat­
ti menti andarono tuttavia esaurendosi di intensità e, nel 557, la proroga
del!' accordo interessò anche questa regione. Da quel momento non si
ebbero più fatti d'armi e, nel 561, fu conclusa una pace di cinquant'an­
ni. La sostanza dell'accordo riproponeva ancora una volta lo status quo,
a ccanto a clausole minori che andavano incontro alle esigenze locali del­
le due parti in conflitto. Vennero confermate le frontiere di Armenia
e Mesopotamia e i Persiani rinunciarono alle loro pretese sulla Lazica
e vacuando le ultime posizioni che vi tenevano; in cambio Giustiniano
acconsentiva a pagare un ingente tributo annuo, impegnandosi inoltre a
Ve rs arne dieci annualità nell'arco di due anni. Terminava così un conflit­
to che, con fasi alterne, si era protratto per più di trent'anni; si trattava
ro8 L' ETÀ D I G IUSTINIANO

però ancora una volca di una pace molto fragile, che sarebbe stata infran.
ta sotto il successore di Giustiniano.
Le guerre contro i Persiani che, sia pure in maniera discontinua, si
protrassero per diversi anni, sono da ritenere le più impegnative sotto
il profilo militare. Giustiniano non aveva alcuna voglia di confrontar­
si con questi nemici raffinati e, senza dubbio, il conflitto drenò risorse
all' impero che non poterono essere utilizzate alcrove; se fosse possibile
fare la storia con i se, la conclusione più ovvia è che esse posero un freno
consistente all'espansionismo in Occidente, forse destinato in caso con­
trario ad avere sviluppi più ampi.
I Persiani erano avversari temibili non solo negli assedi di città, ma
anche quando dovevano essere affrontati in campo aperto, in condizio­
ni di sostanziale parità operativa con i Bizantini e di regola in maggior
numero. Insieme ai loro alleati riuscivano infatti a schierare eserciti assai
numerosi contro i quali spesso le esili risorse militari dell ' impero di Bi­
sanzio si trovavano in difficolcà. I Persiani possedevano un' organizza­
zione militare di prima qualità, basata essenzialmente sulla cavalleria e,
come i Bizantini, erano per lo più abili combattenti con l'arco : la loro
tattica ordinaria consisteva nell'aprirsi la via con un fitto lancio di frecce
per decimare il nemico. E da questo punto di vista i Bizantini erano in
grado di sostenere l'urto in maniera adeguata, essendo a loro volca forni­
ti ampiamente di abili arcieri, il cui tiro era meno fitto rispetto a quello
degli arcieri persiani, ma aveva una maggiore forza di penetrazione.
Le capacità organizzative dei Persiani equivalevano a quelle raffinate
che i Bizantini avevano ereditato da Roma ed erano ben superiori alle
sgangherate risorse che i barbari potevano utilizzare nelle loro imprese
belliche. Erano in grado di condurre un'operazione militare di ampio
respiro, come accadde nel 541 con l'invasione della Lazica, una regione
accidentata e piena di foreste, tagliando i grandi alberi che vi si trovava­
no e utilizzando i tronchi per spianare gli avvallamenti del terreno. Nel
540 il re Cosroe fece costruire un ponte sull' Eufrate e ordinò ai suoi
uomini di superarlo nell'arco di tre giorni perché alla scadenza sareb­
be stato distrutto, cosa che poi fu fatta senza curarsi dei ritardatari. Un
altro ponte fu poi fatto dai Persiani nel 542 e, come osserva Procopio,
la cosa rientrava nella prassi abituale dato che « quando compiono una
spedizione, portano, con gli altri attrezzi, degli uncini di ferro di cui si
servono per agganciare insieme lunghi pali di legno e così improvvisare
rapidamente un ponte dovunque vogliano » ". Allo stesso modo, qualche
anno più tardi, sorpresero l'avversario realizzando di notte un ponte di
109
l ; J,1 ANNI CRUCIALI

b arche sul fiume Fasi, su cui fecero passare l'intero esercito. Lo scontro
c o n i Persiani creava seri problemi e l'ureo massiccio delle loro forma­
zi oni era spesso insostenibile. I generali di Bisanzio, di conseguenza, ri­
corsero spesso a espedienti che evitassero il contatto diretto o, quanto
meno, cercarono di prevenirlo con tattiche ingannevoli per ristabilire
l 'e quilibrio delle forze, come si è visto fare a Belisario e a Sitta nel 530.

La rivolta in Italia
L' Italia non fu da meno dell'Africa e ancora una volta la ribellione scon­
volse le prime illusioni di vittoria. I Goti ancora in armi elessero a Pavia
un re di nome Ildibado e si apprestarono a continuare la lotta. Erano ali' i­
nizio soltanto un migliaio, ma in poco tempo riuscirono a radunare un
seguito molto più ampio. La loro azione fu facilitata dal malcontento dei
soldati imperiali e delle popolazioni italiane causato dal rigore dei fun­
zionari del fisco inviati in Italia da Giustiniano. L'esercito, demoralizza­
to e mal condotto, non fu in grado di intervenire efficacemente e i Goti
vinsero in battaglia, presso Treviso, le truppe del magister militum Vita­
lia, che da solo aveva deciso di affrontarli. Con questa battaglia, combat­
tuca nel 540, si apriva una nuova fase del conAitto, che nell'arco di poco
tempo si sarebbe esteso a tutta la penisola. Ildibado venne assassinato nel
5 41 e capo dei Goti divenne il re dei Rugi, Erarico, assassinato a sua volta
ndl 'autunno dello stesso anno. Dopo di lui fu eletto re il comandante
del presidio di Treviso, Baduila (comunemente conosciuto come Totila),
sotto il quale le fortune dei Goti cambiarono radicalmente. A differenza
di Vitige, Totila si dimostrò un generale capace e un politico accorto. Ri­
nunciò alla folle ostinazione di assalire le città fortificate, da cui le forze
dei Goti erano state inutilmente logorate, e preferì ottenerne la resa per
trattative. Una volta conquistata la piazzaforte, ne abbatteva le mura per
1:v itare che gli imperiali potessero nuovamente servirsene. Cercò inoltre
di ovviare a un altro punto debole dei Goti, che aveva ugualmente favo­
ri to il successo di Bisanzio, e armò una Aotta in grado di intercettare le
navi nemiche e di condurre azioni di pirateria nel territorio dell'impero.
N ella prima fase del conAitto, a parte un breve intervento in Dalmazia,
l a A otta degli Ostrogoti era stata assente, consentendo a Bisanzio il do-
111 in io del mare e la conseguente sicurezza dei rifornimenti.
Sul piano politico, mostrando una duttilità abbastanza insolita per i
r1: barbari, Totila cercò di dare ai suoi un volto più rispettabile e di divi-
I IO L' ETÀ DI G I US T INIAN (j

dere il campo avversario. Evitò il più possibile la brutalità, che si accom.


pagnava alle operazioni militari, e al contrario si sforzò di alleviare i di­
sagi delle popolazioni civili. Convinto poi che i peggiori nemici dei Goti
fossero gli aristocratici, naturali alleati di Bisanzio, concepì un progetto
per stroncarne il potere con una nuova politica agraria e adottò misure
intese all'esproprio dei latifondi. Nei territori riconquistati, infatti, pas­
sarono al fisco regio non solo le imposte ordinarie ma anche le rendite
delle grandi proprietà fondiarie e, per di più, i servi vennero sistematica­
mente affrancati per entrare nelle dissanguate armate dei Goti. Non fu
con ogni probabilità una politica rivoluzionaria dal punto di vista socia­
le, come spesso si è voluto credere, ma soltanto strumentale agli interessi
del re germanico, al quale premeva soprattutto di cacciare gli imperiali
dall' Italia e salvare così il suo popolo dalla distruzione.
Totila sconfisse gli imperiali nel 542 a Faenza e, di nuovo, nella valle
del Mugello. Le forze bizantine si sbandarono e i superstiti si rifugiaro­
no nelle città fortificate. Il re goto, nell'estate dello stesso anno, superò
l'Appennino dopo aver conquistato alcune fortezze e si impossessò di
Benevento, le cui mura furono abbattute. Di qui andò ad attaccare Na­
poli, presidiata da un migliaio di soldati imperiali. L'assedio della città
durò qualche mese e nel frattempo i Goti armarono la loro flotta e occu­
parono gran parte dell ' Italia meridionale. Giustiniano inviò una flotta
in aiuto a Napoli, ma i soccorsi vennero intercettati da Totila e la città si
arrese per fame nella primavera del 543. Il re ostrogoto fece smantellare
buona parte delle mura ma fu generoso con i vinti, lasciando libero di
andare dove volesse il presidio bizantino e alleviando le sofferenze dei
civili con distribuzioni di cibo. Nel frattempo, i soldati imperiali se ne
stavano chiusi nelle fortezze che ancora restavano nelle loro mani, guar­
dandosi bene dal combattere il nemico ; essi si limitavano a compiere
soprusi nei confronti degli Italiani, accrescendo così le simpatie che su­
scitava la politica di Totila.
Giustiniano non si curò più di tanto della rivolta dei Goti e trascu­
rò il fronte italiano. I Goti fecero nuovi progressi e assediarono Otran­
to, che - a quanto pare - era l'unico centro rimasto a Bisanzio in Italia
meridionale. Nell'estate del 5 4 4 Giustiniano, a corto di risorse, destinò
nuovamente Belisario al comando supremo in Italia, ma questi non ebbe
i mezzi sufficienti per risolvere il conflitto. Una flotta inviata dal gene·
ralissimo riuscì a liberare Otranto e, verso la fine dell 'anno, egli sbarcò a
Ravenna. Non fu in grado però di impedire ulteriori successi dei Goti e,
alla fine del 545, Totila andò a mettere l'assedio a Roma, difesa dal ma·
e; Ll ANNI CRUCIALI III

l.!,i.iter militum Bessa con 3.000 uomini. Belisario chiese urgenti rinforzi
"J Giustiniano, ma ottenne solo pochi soldati con i quali si ricongiunse a
l)urazzo. Di qui raggiunse via mare il castello di Porto, alla foce del Te­
\'t:re, mentre altre forze imperiali al comando di Giovanni il Sanguinario
J n darono a operare contro i Goti in Puglia. Belisario non riuscì tuttavia
11 sbloccare Roma e il 17 dicembre del 546, dopo un anno di assedio, la
città cadde per il tradimento di alcuni soldati bizantini. Bessa e la mag­
aior
ti
parte dei suoi fuggirono, mentre gli abitanti cercarono rifugio nelle
chiese. La città venne messa a sacco dai Goti. Erano rimaste a Roma circa
;oo persone che, per ordine di Totila, vennero deportate in Campania
lasciando così l' Urbe deserta per alcune settimane. Totila decise in un
primo momento di distruggerla, ma poi si limitò ad abbatterne le porte
e parte delle mura; si allontanò quindi per andare a combattere Giovan­
ni, che aveva ottenuto notevoli successi in Italia meridionale. Operò per
qualche tempo nel Sud Italia, poi si spostò di nuovo al Centro, dove gli
imperiali si erano impadroniti di Spoleto.
L'assenza del re goto diede modo a Belisario di riprendere Roma,
nell'aprile del 547, con un'azione a sorpresa che fu la sua operazione più
brillante di questo periodo. Ne rimise in sesto alla meglio le mura e fu
in grado, poco più tardi, di sostenere l'assedio di Totila, che furioso per
lo smacco subito tentò di venirne di nuovo in possesso con la forza, ab­
bandonando la prudenza con la quale aveva agito fino a quel momento.
Totila rinunciò all'impresa e le operazioni militari continuarono fino
ali ' anno successivo senza avvenimenti di grande rilievo. Nel 548 Beli­
sario inviò la moglie a Costantinopoli per intercedere presso Teodora e
avere aiuti ma, quando Antonina arrivò nella capitale, l'imperatrice era
inorra ed essa non poté ottenere altro che il richiamo del marito. Ali' ini­
zio del 549, perciò, Belisario se ne andò definitivamente dall' Italia, dopo
av ervi combattuto inutilmente per quattro anni.
Il ritorno del generalissimo sul teatro operativo a conti facci era ser­
v ito a poco, ma almeno aveva allontanato la prospettiva di uno scontro
decisivo come elemento risolutore del conflitto, sebbene questo fosse
i ns istentemente cercato da Totila. Parlando al diacono Pelagio, il futuro
P apa, sia pure nella ricostruzione retorica del suo discorso fatta dallo
s toric o, il re osservava come i nemici avevano vinto la sua gente «con
t rabocchetti e meschine astuzie» fino a divenire padroni del territorio
sen za averne alcun merito3 . Non si doveva perciò ripetere l'errore fatto
da i suoi predecessori e, in questa prospettiva, l'abbattimento delle mura
cit tadine era indispensabile per fare uscire il nemico allo scoperto e de-
!12 L' ETÀ D I G I US TINIAN rj

cidere con una battaglia l'esito della guerra. Belisario tuttavia si guardò
bene dal cadere nel tranello e, dove non disponeva più di mura, si serv}
della flotta per evitare ogni eventualità del genere, che con ogni probabi­
lità avrebbe condotto allo sfascio dell'esercito imperiale in Italia.
La partenza di Belisario causò il tracollo dell'armata imperiale. Nel
gennaio 550, dopo alcuni mesi di assedio, Roma cadde nuovamente in
mano ai Goti e, nel corso dello stesso anno, Totila invase la Sicilia. Giu­
stiniano, a questo punto, avvertì tutta la gravità del pericolo : la regione
più fertile d' Italia finiva in mano nemica e la presenza imperiale era ri­
dotta a poche piazzeforti isolare. L'esercito, privo da tempo della paga,
e senza alcuna voglia di combattere, era sul punto di liquefarsi com­
promettendo così definitivamente il suo sogno di riconquista. Affidò
pertanto a Germano l ' incarico di costituire un'armata per farla finita
con Totila e, questa volta, non lesinò sui mezzi. Germano morì durante
i preparativi, nell'autunno del 550, e il comando della spedizione passò a
Narsece. Narsete era allora praepositus sacri cubiculi e sacellario, cioè te­
soriere dell' imperatore: la sua nomina fu un atto rivoluzionario perché
mai fino a quel momento un eunuco aveva avuto una così alca responsa­
bilità militare, a parte Solomone in Africa, ma questo era un eunuco par­
ticolare perché cale era divenuto per un incidente. Egli godeva tuttavia
della piena fiducia del sovrano e, inoltre, la sua particolare condizione
fisica rappresentava una garanzia contro eventuali tentativi di usurpa­
zione. Non si riteneva possibile, infatti, che una persona mutilata nel fi­
sico potesse divenire imperatore, seguendo in ciò un costume derivato a
Bisanzio dalla Persia. La controindicazione alla sua nomina era semmai
costituita dalla scarsa esperienza militare ma, in casi del genere, a fian­
co del generale, nominato per motivi politici, operavano professionisti
della guerra in grado di dirigere le operazioni. Per Narsete, il compito fu
svolto da Giovanni il Sanguinario, rivale di Belisario e già da tempo nella
confidenza dell'eunuco.
Narsete ebbe i pieni poteri di generalissimo e un'ampia disponibilità
di denaro, utile sia per approntare l'esercito sia per saldare gli arretra­
ti della paga alle truppe italiane. Egli partì da Salona nella primavera
del 552, con circa 30.000 uomini, dei quali una buona parte era formata
da ausiliari barbarici. La condotta delle operazioni fu del tutto opposta
alla strategia cara a Belisario anche perché, a differenza del predecesso·
re, Narsete disponeva di uomini e di mezzi mai avuti da lui. Ma su cuc­
co si imponeva una diversa concezione della conduzione della guerra,
tipica della mentalità di Giovanni, che consisteva nel preferire la mobi-
( ; LI ANNI CRUCIALI 113

[i rà alle avanzate lente e prudenti e nell'accettare il confronto decisivo


per mettere fine al conflitto. Narsete raggiunse l' Italia via terra perché
no n disponeva di una flotta sufficiente per le sue truppe; passò lungo
[a costa veneta e raggiunse Ravenna all' inizio di giugno. Di qui, senza
cu rarsi di assediare Rimini e le altre piazze in mano ai Goti, proseguì
decisamente incontro a Totila. Il re goto mosse da Roma verso il nemi­
co e lo scontro ebbe luogo a Busta Gallorum, in prossimità di Gualdo
Tadino. Fu una battaglia sanguinosa, che terminò con la disfatta dei
barbari, ancora una volta sopraffatti dalla superiore capacità bellica de­
gli imperiali.
Lo scontro si svolse in due fasi: la prima fu un'azione preliminare
consistente nella conquista di un colle che dominava il campo di bat­
taglia; la seconda fu lo scontro vero e proprio che ebbe luogo il giorno
successivo. Seguendo le sue concezioni tattiche innovative rispetto a
quelle di Belisario, che preferiva servirsi il meno possibile della fanteria,
Narsete a Busta Gallorum affidò a questa un ruolo centrale rivelatosi
determinante per l'esito della battaglia. Totila, per parte sua, ordinò ai
guerrieri ostrogoti di usare soltanto le lance, nella speranza evidente che
l' impeto della loro carica sfondasse le linee nemiche evitando il combat­
timento a distanza, in cui i Bizantini con i loro arcieri risultavano più
efficaci. I due eserciti si fronteggiarono « a non più di due tiri di freccia»
senza attaccare fino al calar delle tenebre. Presidiare il colle consentiva
di dominare il campo di battaglia e, per evitare che se ne impossessassero
i Goti, Narsete lo fece occupare nel corso della notte da 50 fanti, che il
mattino seguente i nemici non riuscirono a sloggiare caricando a più
riprese con la cavalleria. Le truppe assunsero quindi lo schieramento di
baccaglia con la cavalleria alle ali e i barbari alleati al centro. L'ala sinistra,
al comando di Narsete e di Giovanni, aveva l'estremità, formata da 1.500
cavalieri, disposta ad angolo rispetto allo schieramento, con il compito
per 500 di questi di venire in aiuto in caso di cedimento di qualche repar­
to e per i restanti di aggirare la fanteria nemica non appena si fosse messa
in movimento. I barbari al centro dello schieramento, inoltre, erano stati
fotti scendere da cavallo per renderne difficile l 'eventuale fuga. Lungo le
due ali di cavalleria imperiale erano stati disposti 8.000 arcieri appiedati
app artenenti ai reparti di fanteria, 4.000 per parte. Poco prima dell' ini­
zi o della battaglia, gli arcieri cambiarono leggermente lo schieramento
d isponendosi a semicerchio. I Goti, al contrario, si disposero con la ca­
valleria davanti e i fanti alle spalle allo scopo di coprirne l 'eventuale ri­
t irata. Totila perse tempo fino a metà mattinata perché attendeva 2.000
114 L' ETÀ D I G I U S T I N I ANQ

cavalieri di rinforzo e, quando arrivarono, fece consumare il rancio ai


suoi e subito dopo li condusse all'attacco. I Goti caricarono con i lancieri
a cavallo per incunearsi nello schieramento avversario, ma si trovarono
sotto il tiro concentrico degli 8.000, che strinsero progressivamente l e
estremità del fronte chiudendoli in mezzo e destinandoli a una folle cor.
sa verso la morte. Subirono così fortissime perdite e giunsero decimati al
contatto con i nemici, al punto che non riuscirono a sopportare il con.
trattacco e volsero in fuga travolgendo le loro fanterie. La fuga diven ne
generale e coinvolse lo stesso re, che si allontanò durante la notte con
pochi uomini al seguito ; fu però raggiunto e ferito a morte da un uffi­
ciale bizantino che ignorava chi fosse. Continuò a cavalcare ancora per
qualche tempo fino a che giunse in una località chiamata Capre ( Caprara
di Gualdo Tadino), dove spirò e fu sepolto dai suoi. Secondo un'altra
versione, venne ferito da una freccia e si allontanò lentamente dal campo
di baccaglia finché giunse a Capre per morirvi.
I Goti non si arresero, anche se la situazione ormai non presentava
più vie di uscita. La loro ostinazione fu pari alla tenacia dimostrata nei
lunghi anni di guerra, contendendo all' invasore quella che ormai rite­
nevano la propria patria. I superstiti elessero a Pavia un nuovo re nella
persona di Teia e questi scese al Sud per combattere Narsece, che nel frat­
tempo aveva ripreso Roma; fu però vinto e ucciso nel corso dello stes­
so anno ai Monti Lattari. La battaglia dei Monti Lattari non evidenziò
particolari abilità tattiche né da una parte né dall'altra e fu più che altro
uno scontro di cavalieri appiedaci: i Goti, esausti per la permanenza sui
monti dove mancavano del necessario, si gettarono sui nemici e li affron­
tarono scendendo dai cavalli, imitati in ciò dai Bizantini, che assunsero
un'analoga disposizione. Teia si collocò davanti ai suoi e combatté con
accanimento per alcune ore fino a quando cadde trafitto da una freccia. I
soldati di Narsece infissero la sua testa su un palo, ma non di meno i Goti
proseguirono la lotta fino a notte per poi riprenderla il giorno successivo
« simili ad animali feroci » e alla fine arrendersi tranne un migliaio di
indomiti, che presero la via del Nord.
Con la morte di Teia ebbe fine il regno goto : gli sconfitti si sottomi­
sero e, a quanto pare, ebbero dai vincitori il permesso di tornare nelle
loro sedi. La guerra che devastava l' Italia non era tuttavia finita. Nell'e­
state del 553 un'orda di Franchi e di Alamanni, forre secondo le fonti del
tempo di 75.000 uomini, raggiunse infatti la valle del Po inolcrandosi
nel Centro e nel Sud della penisola fino però a essere sconfitti l'anno
successivo. Erano stati chiamaci dai Goti ancora in armi nel Nord Italia
{ ; LI ANNI CRUCIALI 115

ch e, non potendo più opporsi da soli ai Bizantini, avevano chiesto l'a­


i u to dei Franchi inviando un'ambasceria al re merovingio Teodebaldo.
Questi era alleato di Giustiniano (ma si sapeva che in fatto di alleanze
i franchi erano molto disinvolci) e a lui l'anno precedente si era rivolto
l o stesso imperatore sollecitando un intervento contro Totila e la resti­
cu zione dei territori italiani sotto il suo dominio. Teodebaldo respinse
però le richieste dei Goti ma non impedì a due capi alamanni, Leutharis
e il fratello Butilin, da lui messi a capo della loro gente, di intraprendere
una spedizione militare in Italia per cacciarne gli imperiali.
Era una minaccia molto seria dato che si trattava di un'enorme massa
di guerrieri (anche se probabilmente la cifra di 75.000 è esagerata) e, per
quanto barbari, in possesso di temibili strumenti bellici. I Franchi e gli
Alamanni attivi in Italia combattevano per lo più come guerrieri appie­
dati, senza corazza e in genere privi di elmetti, armati di spada, scudo,
giavellotto e scure a doppio taglio. Giavellotto e scure erano però armi
molto temibili per gli avversari: i giavellotti, gli angones, presentavano
una caratteristica punta a uncino e venivano usati sia come arma da lan­
cio sia nei combattimenti ravvicinati: se - osserva lo storico Agazia -
uno di questi penetrava nel corpo, difficilmente poteva essere estratto e,
viceversa, quando si attaccava a uno scudo, il nemico in difficoltà poteva
venire atterrato e ucciso. La scure (la cosiddettaftancisca) era utilizzata
prevalentemente come arma da getto, scagliata contemporaneamente da
piu guerrieri con effetti devastanti.
I Franchi erano già comparsi occasionalmente in Italia durante il
lun go conflitto che l'aveva insanguinata, ma soltanto con l'invasione
del 553 vi penetrarono in massa e ben decisi all'apparenza a liberarsi di
Narsece e degli imperiali. I capi della spedizione erano convinti della
superiorità in combattimento dei loro uomini e che i Bizantini neppure
avre bbero resistito, ironizzando a quanto pare sui timori dei Goti per
« un 'ancella» allevata lontano da ogni pratica virile, come definivano
l 'eunuco Narsete, ma lo svolgersi degli avvenimenti finì per deludere le
l o ro aspettative4• Nel 553 gli Eruli al servizio di Bisanzio si scontraro­
no a Parma con i guerrieri di Butilin: insieme ai reparti regolari al loro
s eguito gli Eruli attaccarono in disordine e vennero sorpresi dai Fran­
ch i n ascosti nell'anfiteatro che li misero in fuga. Poco più tardi Narse­
te affrontò in prossimità di Rimini con 300 soldati una banda isolata
co m posta da fanti e cavalieri e forte di circa 2..000 unità. I Franchi as­
s u n sero uno schieramento di battaglia, con fanteria fiancheggiata dalla
cavalleria, e sostennero con disciplina dietro ai loro scudi il tiro degli
II6 L' ETÀ D I G IUSTINIAN O

arcieri lanciando gli angones e utilizzando per copertura anche un bo­


sco vicino. Alla fine, però, vennero sbaragliati quando i Bizantini usaro­
no lo stratagemma usuale della finta fuga da cui si lasciarono ingannare:
persero in combattimento 9 0 0 uomini e i superstiti fuggirono per ri­
congiungersi al grosso.
I Franco-Alamanni non furono arrestati al Nord, come Narsete
sperava, e proseguirono la loro marcia fino al Sannio, dove si divisero
in due gruppi: uno, al comando di Butilin, si spinse fino allo stretto di
Messina; l'altro, agli ordini di Leutharis, raggiunse Otranto e quindi
riprese la via del Nord. Il gruppo di Bucilin, risalendo a sua volta ver­
so Roma, si scontrò con Narsete in prossimità di Capua, lungo il fiume
Casilinus ( il Volturno), nella battaglia più importante di questa ultima
fase del conflitto, dove i Bizantini utilizzarono nuovamente con profit­
to la fanteria. I Franco-Alamanni, rutti a piedi, assunsero una formazio­
ne a cuneo con la punta verso lo schieramento avversario, un metodo
favorito dalle tattiche primitive dei barbari allo scopo di spezzare al pri­
mo urto lo schieramento nemico. Attaccarono in direzione della fan­
teria di linea disposta al centro dell'armata imperiale, che questa volta
non fu all ' altezza della situazione e venne spazzata via, ma la battaglia
terminò comunque con la vittoria dei Bizantini. Con una conversione,
infatti, gli arcieri a cavallo si disposero di fianco ai nemici e ne fecero
strage senza neppure caricarli. Quando poi rientrarono in campo gli al­
leati eruli, che si erano rifiutati di combattere per un contrasto con il
generalissimo, la rotta dei barbari fu completa. Il massacro degli invaso­
ri era stato tanto grande da inondare di sangue i campi circostanti e da
riempire di corpi il fiume.
Lo scontro questa volta ci è raccontato con dovizia di particolari da
Agazia:

Narsece, arrivato nel luogo in cui si sarebbero scontraci, fa prima di cucco schie­
rare l 'esercito in ordine di baccaglia. I cavalieri vennero disposti alle ali, dalle due
parti, con in mano lance e scudi e portando appesi archi e spade, mentre alcuni
erano muniti di lance lunghe. Egli stesso scava all'estremità dell'ala destra. Zan­
dala, il comandante di coloro che accompagnavano l 'esercito, e cucci coloro fra
i servitori e gli accendenti che erano in grado di combattere erano ugualmente
presenti. Da entrambe le parei si trovavano gli uomini di Valeriano e Arcabane,
che avevano ricevuto l 'ordine di nascondersi in parte nella parte più densa del
bosco e, quando il nemico si fosse mosso, di uscire dai loro nascondigli e at­
taccarlo dalle due parei. La fanteria occupava cucco lo spazio intermedio: nella
parte anteriore, in prima linea, i fanti rivestiti di corazze lunghe fino ai piedi e
e ; LI ANNI CRUCIALI 117

con elmetti molto solidi costituivano una serie continua di scudi. Gli altri, alle
]oro spalle, stavano in ranghi serrati e questa disposizione era mantenuta fino
alla retroguardia. Tutti coloro che portavano armi leggere o da getto stavano
dietro e attendevano il momento in cui entrare in azione. Un posto era stato
riservato agli Eruli a metà della linea di attacco, ma questo non era occupato
dato che ancora non erano arrivati [ ... ] [due disertori eruli invitano i barbari ad
attaccare a motivo del disordine in cui si trova lo schieramento nemico per la
defezione degli Eruli]. Butilin si lasciò facilmente convincere da queste parole
perché, io credo, voleva che fossero vere. Subito, di conseguenza, fa avanzare le
sue forze e queste si gettano con entusiasmo contro i Romani senza criterio e
ordine ma, eccitate dalle novità udite, avanzano nel tumulto e nella confusione
come se al primo assalto potessero stroncare ogni resistenza. La disposizione
della loro linea di battaglia era a forma di cuneo: assomigliava infatti alla lettera
delta e la parte anteriore, che terminava a punta, era compatta, impenetrabile
da ogni parte a motivo della barriera formata dagli scudi. Si sarebbe detto che
con tale disposizione imitavano la testa di un cinghiale. I lati del cuneo, formati
da più ranghi di uomini, si estendevano obliquamente ed essi si allontanavano
progressivamente trovandosi alla fine a una grande distanza gli uni dagli altri:
ne risultava tra questi uno spazio non riempito lungo il quale si vedevano i dorsi
non protetti dei guerrieri [ ...] .
Per Narsete, che aveva avuto i n sorte un a notevole fortuna e sapeva benissi­
mo cosa si doveva fare, tutto si presentava per il meglio. Quando i barbari, che
si erano lanciati in avanti di corsa emettendo alte grida e con grande rumore,
arrivarono allo scontro con i Romani attraversarono subito le prime linee al
centro per arrivare in uno spazio vuoto visto che gli Eruli non avevano ancora
ripreso il loro posto. L'avanguardia nemica, tagliando in due lo schieramento
romano senza fare molte vittime, arrivò all'altezza della retroguardia roma­
na e alcuni avanzarono ancora di più come se andassero a prendere il campo
imperiale. Allora Narsete, avendo fatto girare lentamente le ali e allungato lo
schieramento, facendo come dicono i tattici un movimento rotatorio, ordina
agli arcieri a cavallo di scagliare le frecce contro la schiena dei nemici. Essi ese­
guirono l'ordine con facilità in quanto dall'alto dei loro cavalli dominavano i
barbari a piedi e potevano colpire con facilità a distanza un bersaglio scoperto
e senza ostacoli intermedi. [ ... ] I Franchi erano dunque bersagliati alle spalle
da ogni parte e i Romani dell'ala destra colpivano quelli a sinistra e viceversa. I
barbari non potevano né proteggersi dalle frecce né rendersi conto chiaramente
da dove provenissero [ ... ] . Quando si trovavano di fronte ai Romani, guardando
soltanto i loro avversari, combattevano a corpo a corpo con i fanti che avevano
di fronte, ma non scorgevano gli arcieri a cavallo alle spalle ed erano colpiti
non al petto, bensì alle spalle senza potersi rendere conto della loro situazione
disperata. Un gran numero di costoro non aveva neppure il tempo di chiedersi
ciò che stava accadendo e già era ferito a morte [ ... ] [Entrano in combattimento
an che gli Eruli e i Franchi, terrorizzati, fuggono, ma sono inseguiti e decimati.
I nemici sbandati vengono uccisi dovunque]. I Romani uccidevano i nemici
118 L' ETÀ D I GIUSTINIAN�

non solo con gli archi, ma i fanti armati e chi portava arm i leggere li colpiva con
i giavellotti, li cagliava a pezzi con le spade. I cavalieri, con un movimento di
conversione, li circondarono e, se qualcuno sfuggiva alle spade, coloro che erano
spinti dai loro inseguitori cadevano nel fiume morendovi annegaci 1.

Durante la ritirata, infine, l'avanguardia del gruppo di Leutharis si scon­


trò con gli imperiali lungo la strada costiera tra Fano e Pesaro subendo
molte perdite, ma poté avanzare per la rinuncia dei Bizantini a prosegui­
re la battaglia. Riuscirono ad arrivare in Veneto, ma qui vennero decima­
ti da un'epidemia.
Terminavano così le grandi operazioni della campagna italiana. A
Narsete ci volle tuttavia ancora qualche anno per riportare la pace. Con­
quistò le ultime piazzeforti ancora in mano ai Goti, fra cui Cuma, e in se­
guito passò a operare al di sopra del Po, sloggiando i Franchi che durante
la guerra gotica avevano occupato ampie zone del Nord e costringendo
alla resa gli Ostrogoti ancora in armi. Le ultime operazioni ebbero luogo
nel 561, con la conquista di Brescia e di Verona e la sottomissione della
penisola fino alle Alpi. Già nel 554, tuttavia, Giustiniano considerava fi­
nita la guerra e il 1 3 agosto di quell'anno emanò la Prammatica sanzione,
con la quale ristabiliva legalmente il dominio imperiale in Italia. Con
questo testo di legge, tra l'altro, venivano cancellati tutti i provvedimen­
ti adottati dal "tiranno" Totila. I proprietari recuperavano i diritti di cui
erano stati privati ; gli schiavi tornavano ai loro padroni e i servi della gle­
ba alle loro terre. Le terre della chiesa gotica passarono alla chiesa catto­
lica; i pochi proprietari goti ancora in vita conservarono, a quanto pare,
i loro beni e il resto di questi passò alla corona. Narsete restò in Italia con
i poteri straordinari di cui era stato investito e si occupò della ricostru­
zione. L'amministrazione civile non subì sostanziali variazioni rispetto
al periodo precedente : continuarono a esserci un prefetto del pretorio
d' Italia, un prefetto e un vicario di Roma e, a quanto sembra, venne
restaurato il vicariato d' Italia. Il territorio italiano già soggetto ai Goti
fu però notevolmente ridotto, perché ne furono staccate la Sicilia con
un pretore dipendente direttamente da Bisanzio; la Dalmazia, annessa
alla prefettura dell' Illirico; la Sardegna e la Corsica, che passarono sotto
l'Africa. Si trattò tuttavia di una restaurazione apparente, che in realtà
segnava la fine dell'autonomia politica italiana: mentre, infatti, sotto i
Goti il prefetto del pretorio era un romano, ora divenne regolarmente
un funzionario bizantino. Allo stesso modo, inoltre, la burocrazia sta·
tale venne formata per lo più con elementi di provenienza orientale. La
c; L l ANNI CRUCIALI

ri o rganizzazione militare comportò la creazione di una linea di frontiera


alp in a. Narsete, a quanto pare, fece costruire un buon numero di castelli
e is tituì quattro ducati per proteggere gli accessi alla penisola. Un primo
co m ando militare ebbe come sede Forum Iulii ( Cividale del Friuli) e un
seco ndo Trento; nel settore ovest sorse un terzo ducato nella zona dei
lagh i Maggiore e di Como e un altro venne costituito per proteggere i
\'ali chi delle Alpi Graie e Cozie. A differenza dell'Africa, non fu creato
un comando dell'armata campale e l'incarico continuò a essere svolto
dall o stesso Narsete.
Il generalissimo bizantino provvide anche alla riedificazione delle
città distrutte, ma sappiamo molto poco in merito. La situazione ita­
liana, comunque, era sicuramente miserevole: per molti anni dopo la
riconquista Roma dovette apparire come una città spopolata e in parte
in rovina. Dei 14 acquedotti esistenti prima del 5 37, e interrotti da Vitige
durante l'assedio, ora doveva essere in funzione soltanto l'aqua Traiana
a seguito del restauro di Belisario. Le dimore dell'aristocrazia senato­
ria erano in gran parte fatiscenti e spogliate degli arredi. Molti senatori
erano scomparsi o fuggiti e l'antico consesso, ancora funzionante sotto
i Goti, era stato letteralmente devastato dalla guerra. Alcuni edifici mo­
numentali probabilmente già cadevano in rovina e, come già era accadu­
to in Africa, da questi erano verosimilmente prelevati i materiali per le
costruzioni pubbliche o private. Il volto dell'Italia romana, mantenutosi
brillante fino all'inizio della guerra, si era in sostanza modificato irrepa­
rabilmente, annunciando i secoli bui che sarebbero seguiti.

Nuovi contrasti religiosi


Nei primi anni Quaranta l' imperatore si dedicò intensamente alle que­
stioni religiose e alla politica ecclesiastica. Iniziò nel 54 3 con il condan­
na re l'origenismo, una complessa teoria elaborata tre secoli prima dal
te ologo Origene di Alessandria (morto nel 254) che cercava di concilia re
la filosofia pagana con il cristianesimo. L'origenismo, combattuto dalla
ch iesa ufficiale, all' inizio del VI secolo aveva incontrato il favore di parte
dei monaci di Palestina e, nonostante il fatto che un illustre origenista
( Teodoro Askidas) godesse del favore di Giustiniano, questi all'inizio
de[ 5 43 condannò la dottrina con un trattato pubblicato come editto e
l]U indi con forza di legge. Più importante fu comunque il passo succes­
si vo da lui compiuto nella speculazione teologica, allo scopo evidente di
1 20 L' ETÀ D I G IUSTINIA NO

ritentare un'ipotesi di accordo con i monofisiti. Nel 543-544 pubblicò


infatti un editto in tre capitoli che condannava le opere di Teodoreto
di Ciro, Iba di Edessa e Teodoro di Mopsuestia, accolte dal concilio di
Calcedonia ma respinte dai monofisiti in quanto sospette di nestori a­
nesimo. Questa nuova iniziativa fu approvata dai patriarchi orientali
ma venne respinta in Occidente. Papa Vigilia evirò prudentemente di
pronunciarsi e Giustiniano, che aveva bisogno della sua approvazione,
decise di passare alle vie brevi. Il 22 novembre 545 un distaccamento del­
la guardia imperiale, arrivato da Costantinopoli, si impadronì del pon­
tefice e lo portò nella capitale d' Oriente. Una simile prassi era perfetta­
mente in linea con l'autoritarismo giustinianeo e con analoga brutalità
si era già operato nei confronti di papa Silverio, deposto da Belisario nel
537, durante l 'assedio di Roma, ufficialmente perché sospettato di essere
d'accordo con i Goti ma, forse, soltanto perché inviso all ' imperatrice. Il
viaggio fu molto lungo e comportò una sosta in Sicilia, per cui il papa
arrivò a destinazione soltanto all ' inizio del 547.
A Costantinopoli Vigilia resistette per qualche tempo alle pressioni
che gli venivano fatte; da ultimo però finì per cedere e nel 548 condan­
nò, sia pure con riserve, i Tre capitoli, come ora si chiamavano le opere
messe al bando dall'editto imperiale. Il documento di condanna (iudi­
catum) venne però respinto dai vescovi occidentali e suscitò tali prote­
ste che il papa cambiò idea; fece pressioni sull ' imperatore per il ritiro e
ottenne da lui la promessa di convocazione di un concilio ecumenico.
Nel 551 Giustiniano pubblicò un nuovo editto contro i Tre capitoli e il
papa, questa volta, si oppose. Temendo l ' ira del sovrano, cercò rifugio in
una chiesa con il suo seguito, dove fu raggiunto da un distaccamento di
polizia imperiale guidato dal praetor plebis. Il clero che cercava di pro­
teggerlo venne malmenato e il papa aggredito. Vigilia si avvinghiò all'al­
tare, mentre gli aggressori lo tiravano per la barba e per i piedi, finché
l 'altare gli cadde addosso; sopraggiunse gente e i gendarmi preferirono
allontanarsi senza porcare a termine la missione. Dopo l ' incidente, Giu­
stiniano passò a più miri consigli e lo convinse a tornare nel palazzo im­
periale in cui era ospitato più o meno come un prigioniero. Si ebbero in
seguito altri morivi di contrasto fra il papa e i suoi avversari e trascorsero
altri due anni finché, nel 553, venne finalmente convocato nella capitale
il quinto concilio ecumenico, ai lavori del quale, però, il papa rifiutò di
partecipare. Il concilio sancì la condanna dei Tre capitoli ma Vigilia, c on
il constitutum del 553, si limitò ad assumere una posizione intermed ia,
con una condanna solo parziale degli scritti. L'anno successivo, però,
( ; LI ANNI CRUCIALI I 2.1

ti n ì per capitolare condannando decisamente i Tre capitoli; ebbe quindi


i l p ermesso di rientrare in patria e morì durante il viaggio, a Siracusa, il
- giugno del 555. Gli successe il diacono Pelagio che, sebbene fosse stato
,n·ve rso a Vigilio, accettò di sostenere la politica imperiale.
Giustiniano era riuscito a fare a modo suo, ma i risultati furono de­
l u den ti. L'Occidente respinse le decisioni del concilio: i metropoliti di
,\ lilano e di Aquileia rifiutarono di entrare in comunione con Pelagio,
dan do l'avvio a uno scisma che sarebbe durato più del regno dell'im­
peratore. In Oriente le decisioni furono accettate dai calcedoniani ma
non servirono allo scopo di riconciliare con questi i monofisiti, la cui
chiesa si ricostituì negli anni delle persecuzioni a opera del monaco Gia­
como Baradeo, consacrato segretamente vescovo di Edessa da Teodosio,
l 'ex patriarca di Alessandria. Giacomo Baradeo ebbe notevole successo
e da lui i monofisiti di Siria presero il nome di "giacobiti". L'imperatore
non abbandonò comunque il progetto di arrivare a un accordo e, negli
ultimi anni di vita, si spinse più in là nell'elaborazione dottrinale, ma
ancora una volta senza successo perché i capi della chiesa gli negarono
1 'appoggio. Nel 564 pubblicò un editto che dichiarava ortodossa la dot­
trina afcardoceta che, a suo giudizio, era compatibile con il dogma calce­
doniano delle due nature del Cristo. Secondo tale dottrina, elaborata dai
monofisiti più radicali, il corpo di Cristo è incorruttibile e non soggetto
alla sofferenza.
Giustiniano si apprestava certamente a imporla con la forza, ma la
morte gli impedì di fare questo ulteriore disastro in materia di fede e
il s uccessore, Giustino II, non diede seguito all'iniziativa. L'editto af­
tardoceta ebbe comunque una vittima illustre nel patriarca di Costanti­
nopoli Eutichio, che rifiutò di sottoscriverlo e venne arrestato. Qualche
giorno più tardi un sinodo di vescovi, ossequienti al sovrano, lo depose
( , , gennaio 565) ed egli fu relegato in un monastero lontano da Costan­
ti n opo li, da dove tornò alcuni anni dopo per riassumere la precedente
carica.

Attacco in Spagna
l 'ultima operazione di riconquista del territorio romano ebbe luogo nel
552. con l'intervento contro i Visigoti nella penisola iberica. I Visigoti
( o Goti dell'Ovest) erano una vecchia conoscenza dei Romani: nel 376
av evano superato il confine danubiano, con l'assenso delle autorità im-
122 L' ETÀ D I G I USTINIANO

periali, per essere insediati nella Tracia dal governo d 'Oriente. I rapp orti
si erano però guastati e, due anni più tardi, il 9 agosto del 378, avevano
inflitto all' imperatore Valente la catastrofica disfatta di Adrianopoli,
in cui era morto lo stesso sovrano. Iniziavano così le grandi invasio ni
barbariche con lo stanziamento in territorio romano di un popolo stra­
niero che si governava secondo le proprie leggi e non fu più possibile
debellare. Dopo il 395, quando si infranse il trattato di alleanza faticosa­
mente concluso con Teodosio I, i Visigoti avevano iniziato a peregrinare
per l' impero raggiungendo l' Italia, dove erano stati fermati per qualche
tempo dal magister militum Stilicone; alla morte di questo, però, ripre­
sero le ostilità e nel 410 riuscirono a saccheggiare Roma, rimasta invitta
per otto secoli e ora miseramente caduta, quasi indifesa, in mano a ne­
mici implacabili. Erano quindi passati in Gallia, dove finirono per stabi­
lire un regno con capitale Tolosa. All ' inizio del VI secolo vennero però
spinti fuori dalla Gallia dai Franchi riparando in Spagna e mantenendo
soltanto una fascia costiera sul Mediterraneo in Gallia.
L'occasione per inserirsi nel mondo dei Visigoti fu offerta a Giusti­
niano dalle contese civili che devastavano il loro regno. Nonostante la
tragedia della guerra in Italia, e sebbene non fosse più giovanissimo, il
sovrano non si lasciò sfuggire l'occasione di aggiungere un tassello alla
sua riconquista, avviando una campagna piuttosto breve, sulla quale, a
dire il vero, siamo molto poco informati. Il re visigoto Agila aveva susci­
tato una ribellione dei sudditi romani e, nel 551, si era sollevato contro di
lui anche un pretendente al trono, Atanagildo, chiedendo aiuto all'im­
pero. Giustiniano colse al volo l'occasione e l'anno seguente inviò un
esercito al comando del patrizio romano Liberio. Pietro Marcellino Feli­
ce Liberio non era certo un giovanotto: nato verso il 465, doveva infatti
avviarsi alla novantina. Aveva iniziato la carriera in Italia sotto Odoacre
per poi passare al servizio di Teodorico, che lo aveva nominato prefetto
del pretorio d ' Italia, era poi stato prefetto del pretorio delle Gallie (si
intende del territorio gallico sotto il dominio di Teodorico), e quindi
patrizio. Nel 534 si era recato in missione a Costantinopoli e là probabil­
mente era rimasto: Giustiniano lo nominò praejèctus Augustalis in Egit­
to, carica che mantenne fin verso il 542. Si servì ancora di lui nel 550 p er
affrontare la flotta dei Goti in Sicilia, ma poi ci ripensò ritenendo che
fosse troppo anziano e privo di esperienza di guerra e lo sostituì con un
capo più affidabile. Due anni dopo, comunque, lo mise al comando della
spedizione in Spagna, non si sa bene perché, dalla quale Liberio sarebbe
poi tornato un anno dopo per morire a Costantinopoli verso il 554.
( ; Li ANNI CRUCIALI 12.3

Poco si conosce sullo svolgimento delle operazioni, ma è certo che gli


i eriali occuparono senza fatica una parte della Spagna meridionale.
m p
L a guerra civile terminò nel 555 con l'uccisione di Agila e la vittoria di
Aranagildo, che divenne re dei Visigoti, ma i Bizantini non mostrarono
,1 [cuna intenzione di ritirarsi e il nuovo re riuscì soltanto a farsi cedere
una parte del territorio occupato. In questo modo la dominazione im­
periale fu estesa a una porzione della Spagna, che comprendeva le città
di Nova Carthago, Malaca e Corduba (Cartagena, Malaga e Cordova).
Il nuovo dominio, troppo esiguo per formare una prefettura autonoma,
i:nrrò senza dubbio a far parte della prefettura africana. Ebbe però con
ogni probabilità un comando militare autonomo, con un magister mili­
tum, la cui istituzione dovrebbe risalire a Giustiniano, anche se è attesta­
to soltanto dopo la sua morte.

Disfatte nei Balcani

Del tutto diversa dai successi ottenuti su altri fronti fu la situazione


nell 'area balcanica. Qui l'impero fu costantemente sulla difensiva e in
genere impotente di fronte alle popolazioni che, a getto continuo, su­
peravano il fragile confine danubiano per inoltrarsi in territorio bizanti­
no. La spiegazione di questo fenomeno, che contrasta vivacemente con
i successi giustinianei, è di duplice ordine: da una parte Tracia e Illiri­
co, le regioni investite dalle incursioni, subirono una costante emorra­
gia di soldati a vantaggio di altri fronti, dall'altra l'imperatore trascurò
intenzionalmente questo settore, preferendo comprare la ritirata dagli
invasori piuttosto che impegnarsi in una difesa attiva. Gli invasori erano
d 'altronde bande di predoni, di nessun peso dal punto di vista militare
i:, per far fronte alle loro scorrerie, Giustiniano aveva fatto costruire un
g ran numero di castelli al fine di fornire così un rifugio alle popolazio­
ni. Il suo calcolo, d'altronde, si rivelò per lo più esatto: privi di capacità
ossidionali e tagliati fuori dalle loro basi, i nemici dovevano per forza di
cose ritirarsi al più presto. Non si poteva fare altro, di conseguenza, che
l i mitarne al massimo i danni.
La vicenda delle incursioni nella penisola balcanica è tuttavia deso­
l a n te, dato che a più riprese i territori imperiali vennero saccheggiati e
Percorsi fino in profondità dai barbari. Nel 52.8, dopo l'annientamento
di u n esercito campale bizantino, gli Unni devastarono l'impero fino
i n Tracia e Giustiniano fu costretto a riscattare un suo generale caduto
124 L' ETÀ D I GIUSTINIA N O

prigioniero, senza impedire che tornassero indietro con cucco il botti­


no. Si ebbero quindi alcuni anni di tregua ma, in seguito, i Gepidi (una
popol azione germanica stanziata nell'area di Belgrado) devastarono
la dioc esi dacica e, nel 540, si ebbe una disastrosa invasione unna che
non incontrò ostacoli. Un'orda barbarica si riversò sulle diocesi tracica
e mace done: in Illirico i barbari si impadronirono di 3 2 castelli e della
città di Cassandrea in Calcidica. Penetrarono inoltre nel Chersoneso
Tracic o (la penisola di Gallipoli) superando il muro che lo proteggeva e
alcune bande attraversarono l ' Ellesponco saccheggiando la cosca asiati­
ca mentre, probabilmente, altre forzarono il Lungo Muro che protegge­
va gli accessi a Costantinopoli, giungendo fin nei sobborghi della capi­
tale. Si ritirarono quindi senza essere disturbaci con un numero enorme
di prigionieri e, in una seconda irruzione, si diressero verso la Grecia
saccheggiandola fino all ' istmo di Corinto. Le incursioni si rinnovarono
negli anni successivi, a quanto pare con cadenza annuale, sia pure con
minore intensità, e vennero contrastate soltanto occasionalmente dai
generali imperiali.
Nel 545 e 548 si ebbero incursioni di Sclaveni e, all ' inizio del 550, altri
3.000 Sclaveni forzarono il confine danubiano e, dopo aver annientato
le scarse guarnigioni bizantine, saccheggiarono la Tracia e l ' Illirico: si
impossessarono della città costiera di Tapiro, in Tracia, e uccisero cucci
gli uomini traendo in schiavitù donne e bambini. Nel 559 vi fu un' incur­
sione ancora più devastante. Gli Unni Cucriguri passarono il Danubio
ghiacciato e attraversarono i Balcani senza incontrare ostacoli. Quando
giunsero in Tracia si divisero in tre gruppi: il primo andò a saccheggia­
re la diocesi macedone penetrando poi in Grecia, dove fu arrestato alle
Termopili; il secondo si diresse nel Chersoneso Tracico ma non riuscì a
superarne il muro ; mentre il terzo, dopo aver vinco un esercito imperiale,
superò il Lungo Muro puntando sulla capitale.
La situazione che si presentò fu di estremo pericolo, ma ancora una
volta le sorci dell' impero vennero salvate da Belisario. Questi non ave­
va più esercitato compici militari di rilievo dopo la seconda campagna
italiana e viveva ora appartato a Costantinopoli. Come in più occasioni
aveva facto, l ' imperatore ricorse a lui nel momento del bisogno e Belisa­
rio non si sottrasse alla responsabilità. Chiamò a raccolta cucce le eruppe
che poté trovare, mescolando a queste anche elementi civili, e riuscì a re·
spingere i nemici vincendoli alle porte della capi cale. Li costrinse così ad
allontanarsi, anche se la victoria non fu decisiva. I Cucriguri superstiti si
riunirono infatti con la banda proveniente dal Chersoneso Tracico con·
(; L I AN NI CRUCIALI 125

ci n u ando per almeno quattro mesi a devastare la diocesi tracica finché


p resero la via del ritorno. Giustiniano si impegnò a versare un tributo
e a favorirli nella traversata del Danubio; fu inoltre costretto a riscatta­
re i prigionieri. Due anni più tardi, infine, comparve una nuova tribù,
,ri i Avari, che dopo Giustiniano sarebbero diventati fra i più pericolosi
�e mici di Bisanzio. Essi avanzarono fino al Danubio e chiesero di stan­
zi arsi in territorio imperiale ma, alla fine, furono convinti ad accettare
un rributo.
4
Il m ondo di Giustiniano

L' imperatore eletto da Dio

La corte di Bisanzio andò famosa nei secoli per il suo cerimoniale for­
temente ritualizzato, in cui si ripetevano gesti e formule tradizionali. Al
massimo del suo splendore, ossia nel x secolo, colpì fortemente l' im­
maginazione dei contemporanei, come Liutprando vescovo di Cremona
che la visitò in almeno due occasioni lasciandone un'ampia descrizione:
la prima del 949, alla corte di Costantino VII Porfirogenito, piena di am­
mirato stupore; la seconda del 968, molto più critica e dissacrante, ma
per motivi politici legati al momentaneo contrasto fra Bisanzio e l'im­
pero d'Occidente, non perché non ne avvertisse più la singolarità. Gli
stessi Bizantini restavano ammirati dalla vita che conducevano i loro so­
vrani, dagli abiti che indossavano e dallo sfarzo del cerimoniale. Se pitto­
ri e mosaicisti dovevano raffigurare un santo, gli arcangeli o un re bibli­
co, infatti, ricorrevano spesso e volentieri al costume indossato dal loro
imperatore, che rappresentava quanto di più splendido potesse esistere.
Non mancarono neppure gli scrittori che si occuparono della vita di cor­
te: come al tempo di Giustiniano Pietro Patrizio, di cui restano soltanto
frammenti, e più avanti nel tempo il dignitario palatino di nome Filoteo,
autore nell'899 di un trattato sui banchetti imperiali, e ancora il più fa­
moso di questi, l'imperatore Costantino VI I Porfirogenito (913-959), a
cui si deve un suggestivo trattato sulle cerimonie della corte di Bisanzio
( il Libro delle cerimonie) che è giunto fino ai nostri giorni.
Al tempo di Giustiniano le usanze di corte si erano consolidate e ave­
vano raggiunto un considerevole splendore derivato da una pratica seco­
lare. La premessa dottrinale che le rendeva tanto complicate va ricercata
in precise convinzioni dell'ideologia politica. Il concetto fondamentale
che ispirava i Bizantini era infatti che l'autorità imperiale proviene da
Dio. È Dio a scegliere il sovrano, influenzando i meccanismi umani di
L'ETÀ DI GIUSTINIAN�
<

elezione, ed è Dio l'unico giudice di un imperatore. «La potestà im..•


periale - scrive un teorico del tempo di Giustiniano - è data da Dio �!
presentata dagli uomini» '. L'imperatore eletto da Dio è di gran lunga al
di sopra dei suoi sudditi, verso i quali ha obblighi morali di buon gover-1
no ma che altro non sono se non i suoi servi. Sovrano assoluto di fatto!
e di diritto, egli è una sorta di intermediario fra gli uomini e la divinità,':
«Nell'essenza corporale l'imperatore è uguale a ogni uomo - afferma,,
nel s 27 Agapito diacono di Santa Sofia - ma per l'autorità che deriva dal
suo potere è simile al Dio supremo: non ha infatti nessuno in terra più
alto di lui» ". La concezione era di lontana origine e si rifaceva all'idea
dell'imperatore inteso come divinità vivente tipica dell'ultima età pa­
gana ; una convinzione che non poteva ovviamente convivere con il cri­
stianesimo e che venne modificata per influsso di questo. Alla nozione
dell'imperatore-dio, di cui Diocleziano aveva fatto uno dei cardini della
sua riforma dello stato, si era infatti sostituita già con Costantino I quella
più sfumata e accettabile per i cristiani di sovrano investito da Dio, una
sorta di tredicesimo apostolo a capo dell'ecumene romana. Come già
quella dell'imperatore pagano, la figura del sovrano di Bisanzio è sacra,
sacro o divino è tutto quanto a lui connesso ed è un sacrilegio offenderlo
in qualsiasi modo, anche trasgredendo i suoi ordini. «Se qualcuno ha
usurpato un posto che non gli spetta - si legge nel Codex Iustinianus -
non si difenda con alcun pretesto e sia senza dubbio reo di sacrilegio per
non aver rispettato le divine disposizioni» 1 • «Divine disposizioni» che
altro non sono se non la volontà imperiale, così indicata con un linguag­
gio stereotipo che sopravvive alla fine del paganesimo. Allo stesso modo
è sacro il palazzo in cui abita il sovrano, sacre o divine sono le sue leggi
e di «divina sorte» gli imperatori defunti. Lo stesso sovrano indica sé
stesso in atti ufficiali come «nostrum numen » o «nostra aeternitas» 4•
L'imperatore di Bisanzio, che da Dio ha ricevuto una straordinaria
autorità, deve mostrarsene degno obbedendo alle sue leggi e governando
correttamente. «Poiché tu, imperatore - scrive ancora Agapito - hai
una dignità superiore a qualsiasi altro onore, onora sopra tutti Dio, che
te ne ha reso degno, in quanto egli ti ha dato lo scettro del potere ter·
restre a somiglianza del regno celeste affinché tu insegni agli uomini a
custodire la giustizia » 1• Se lo stato è ben governato, mantiene in sé l'im·
magine dell'ordine divino, che è perfezione e non è suscettibile di deca·
dimento. Buon governo significa in altre parole imitare Dio; imitare per
essere imitato dai sudditi e condurli così verso il modello celeste. Come
poi Dio è unico, unico deve essere l'imperatore e tale può essere soltanto
J L MONDO DI GIUSTINIANO 1 29

i l sovrano di Costantinopoli. Questi non solo ha ricevuto la sanzione


religiosa dell'investitura divina ma è anche l'unico e il legittimo erede
dei cesari romani.
Lo studio dell'ideologia imperiale è il punto di partenza per com­
prendere la corte di Bisanzio, all'epoca di Giustiniano o di qualsiasi al­
ero sovrano, ma a questo va aggiunto il corollario dell'origine divina del
potere: la dottrina dell'imitazione di Dio. Questa dottrina ha una lunga
scoria e trova ampio spazio nelle teorizzazioni di età giustinianea: «chi
ha raggiunto una grande autorità deve imitare, per quanto possibile,
chi questa gli ha dato», scrive ancora Agapito e aggiunge rivolgendosi
all 'imperatore: «poiché hai ottenuto il regno per volere di Dio, imitalo
con le tue opere buone» 6• «Ci sforziamo di rendere onore in tutto al
salvatore e signore di tutte le cose Gesù Cristo nostro vero Dio - afferma
Giustiniano nel 533 - e di imitare la sua benignità per quanto può com­
prendere la mente umana» 7• Chi detiene in terra la suprema autorità
per volere divino ha in cielo un modello di perfezione, di cui porta in sé
l' immagine e che deve imitare per governare secondo la volontà di Dio.
E imitarlo significa attuare le virtù proprie di Dio, quali bontà, saggezza,
potenza, giustizia o previdenza, al fine di giungere alla perfezione mo­
rale e di condurre a questa anche i sudditi attraverso l'emulazione del
sovrano. L'importanza di tale concezione risulta evidente anche dallo
sviluppo che ebbe nell'arte ufficiale, in cui erano sistematicamente pro­
posti i temi dell'ideologia imperiale. L'imperatore era perciò raffigurato
in atto di investire i dignitari, di ricevere l'adorazione o le offerte dei
sudditi a similitudine di analoghi atti compiuti dai devoti nei confronti
di Cristo. Un esempio illuminante ci viene dal tema dell'offerta a Cristo
che trova un parallelo artistico e dottrinale nelle figurazioni di età giu­
stinianea. Come infatti Cristo riceve le offerte dei fedeli, ad esempio nei
mosaici di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna o da parte di Giustiniano e
Teodora in San Vitale, così l'imperatore riceve le offerte dei sudditi o dei
v inci imitando il suo sovrano celeste nel cosiddetto avorio Barberini, in
cu i si vede un sovrano a cavallo, che potrebbe essere Giustiniano, sotto
al quale stanno i barbari in atteggiamento di supplici. Allo stesso modo
in un mosaico perduto, che ornava un edificio del palazzo imperiale di
Costantinopoli, Belisario offriva simbolicamente i regni sottomessi al
su o sovrano. Si tratta di una figurazione che Giustiniano fece eseguire
nella Chalké, o vestibolo del palazzo imperiale, per celebrare i suoi trion­
fi in Italia e in Africa e di cui conserviamo soltanto la descrizione di un
contemporaneo:
130 L ' ETÀ D I G I U S T I N I ANO

Su entrambi i lati si vedono scene di guerra e di battaglia e la conquista di n u.


merosissime città sia in Italia sia in Africa. L'imperatore Giustiniano vince per
mano del suo generale Belisario e il generale avanza verso l'imperatore, condu.
cendo tutto l'esercito intatto e gli offre come preda re, regni e tutto quanto è
considerato straordinario fra gli uomini 8•

L' imitazione di Dio ha come luogo di elezione, per manifestarsi visi­


vamente, la corte del sovrano terrestre. Il palazzo e la corte di Bisanzio
devono infatti dare ai sudditi 1' idea della perfezione del regno celeste.
« Possa il potere imperiale - scriverà Costantino V I I - esercitandosi
con ordine e regolarità riprodurre il movimento armonioso che il crea­
tore dà a tutto l'universo » 9 • Diretta conseguenza di tale nozione è il
culto particolare di cui è oggetto il sovrano, che serve per suggerire
immediatamente la straordinarietà del suo potere e in cui la ripetizione
esatta di gesti, atteggiamenti ed espressioni richiama il legame con l'or­
dine celeste. Nel mondo bizantino, infatti, forma e sostanza tendono
spesso a identificarsi, nel senso che il rispetto di una forma è ritenuto
valido anche per esprimere la sostanza. In altre parole, rendere osse­
quio al sovrano attraverso determinate forme, quasi rituali, significa
manifestargli l'accettazione dei principi della dottrina imperiale e, in
ultima analisi, il proprio lealismo. Nulla quindi alla corte di Bisanzio
è lasciato al caso perché tutto ha un significato nel rituale, dagli atti di
ossequio dei sudditi alle acclamazioni, alle precedenze e persino alla
foggia e al colore delle vesti. Lo stesso cerimoniale è concepito come
una sorta di rappresentazione scenica, stabilita fin nei minimi dettagli,
in cui attori e comparse recitano una parte fissa e il cui fine pare essere
una continua glorificazione del sovrano e di quanto simbolicamente lo
rappresenta.

I luoghi del potere imperiale

Giustiniano era l'undicesimo sovrano dell' impero romano d' Oriente


dopo la divisione definitiva delle due parti nel 3 95. Tutti i suoi prede­
cessori a partire da questa data erano stati sedentari e si può quindi tran­
quillamente parlare di imperatori di Costantinopoli, vista l'abitudine
invalsa con il primo di questi, Arcadio, di non allontanarsi dalla propria
capitale. L' imperatore romano era essenzialmente un capo militare, ma
in questo modo veniva meno ai suoi obblighi, motivo per cui la nuova
J L MONDO DI GIUSTINIANO 131

u s anza si rivelò molto spesso disastrosa. Giustiniano non amava lasciare


[;1 sua città e si ricordano ben pochi casi in cui lo fece. Si trasferiva tal­
,.0[ca nel palazzo di Jocundianae, a qualche chilometro della capitale, e
qui si portava dietro la corte. Nel 559 si recò con questa a Selimbria, in
Tracia, e vi restò per qualche mese durante l'invasione degli Unni Cu­
c riguri. Al ritorno entrò trionfalmente a Costantinopoli e, racconta un
;111onimo cronista, si fermò a pregare dinanzi alla tomba di Teodora nel­
la chiesa dei Santi Apostoli10• Quattro anni più tardi, ormai ottantenne,
prese la via della Galazia per un pio pellegrinaggio al fine di venerare una
presunta tunica del Signore. L'iniziativa contrastava con le sue abitudi­
ni sedentarie, ma fu sicuramente dettata dalla devozione che pare avere
avuto il primo posto nelle cure degli ultimi anni.
L'assenza del sovrano dai campi di battaglia creava problemi nella
conduzione delle operazioni militari, che venivano delegate a generali
più o meno capaci. Giustiniano nominò Belisario strategos autokrator
in modo che potesse rappresentarlo nella pienezza dei poteri, ma anche
questo espediente rischiò di trasformarsi in un'arma a doppio taglio, un
po' perché il generalissimo faticava comunque a imporsi sui suoi subor­
dinati e un po' ancora perché non era da escludere che potesse approfit­
tarne per farsi proclamare imperatore a sua volta. Un caso emblematico,
a parte le tradizionali insubordinazioni dei sottoposti di Belisario, è dato
da quanto capitò in Italia nel 538. L'eunuco Narsete era stato inviato al
fronte da Giustiniano con truppe di rinforzo, o forse anche per sorve­
gliare il comandante in capo che non concludeva la campagna, e i due si
trovarono subito in disaccordo su come condurre le operazioni militari.
Di fronte alla minaccia da parte di Narsete di portarle avanti separata­
mente, Belisario perse la pazienza e tirò fuori una lettera dell'impera­
tore in cui si leggeva che sarebbe stato l'unico a esercitare il comando
supremo e che quindi "nell'interesse dello stato" gli si doveva ubbidire.
Ma Narsete, da buon bizantino, obiettò che il suo antagonista in quel
momento stava prendendo decisioni contrarie agli interessi dello stato,
per cui cadeva l'obbligo di ubbidirgli e, di lì a poco, lo piantò in asso
pe r andare a fare una guerra personale con i soldati che aveva portato
co n sé e rispondevano ai suoi ordini. Il richiamo dell'usurpazione risulta
p oi evidente da quanto capitò, sempre in Italia, nel 540 quando Belisa­
rio accettò di trattare con gli Ostrogoti per farsi proclamare imperatore
d' Occidente (e aveva le carte in regola per farlo): come si è osservato, si
trattava probabilmente di un espediente per farli arrendere ma Giusti­
niano, prudente e sospettoso, lo richiamò in patria.
1 3 2. L'ETÀ DI GIUSTINIAN O.

Come ogni imperatore incoronato, Giustiniano acquisì il diritto dr


abitare nel Gran Palazzo o Palazzo Sacro di Costantinopoli, diritto che
divideva con la consorte. Prima di salire al trono aveva dimorato nella
casa di Ormisda, così chiamata dal nome di un principe persiano, e in se­
guito l'aveva incorporata nel recinto del vicino palazzo. Il Palazzo Sacro,
di cui oggi ben poco rimane, sorgeva sulla collina che da Santa Sofia e
l'ippodromo scendeva verso il Mar di Marmara. Comprendeva edifici di
vario genere, corti, terrazze e giardini ed era adibito sia all'attività pub­
blica sia alla vita privata del sovrano. Il primo nucleo venne costruito da
Costantino I e, nel corso dei secoli, si ampliò notevolmente giungendo
alla massima estensione intorno al Mille. In seguito iniziò a decadere;
venne abbandonato a poco a poco e cadde in rovina ancor prima della
conquista turca nel 1453. Descriverne i vari edifici è tecnicamente pos­
sibile, almeno in parte, e il tentativo è stato più volte compiuto dagli
studiosi tra Ottocento e Novecento ricorrendo soprattutto al Libro delle
cerimonie di Costantino Porfirogenito, che a questi fa spesso riferimen­
to, sia pure in modo generico, per l'esposizione dei singoli atti del ceri­
moniale. Ma ne risulta una ricostruzione puramente astratta ed erudita,
che non riesce a renderne esattamente l'idea o a riproporre quel senso
di gelo che, nel 565, colpì gli ambasciatori avari, i quali credettero di ve­
dervi un nuovo cielo. Il poeta Corippo, autore di questa considerazione,
lo descrive poi con entusiastica ammirazione: «Il palazzo imperiale nel
suo aspetto imita l'Olimpo. Allo stesso modo ogni cosa è splendente,
allo stesso modo è ben ordinato nei suoi movimenti, così rifulgente di
luce fiammeggiante» e ancora: «Altissimi atri sporgono dai tetti molto
ampi, splendenti per il fulgore dei metalli, mirabili per l'apparato, e più
ancora lodevoli per l'aspetto del luogo e superbi per gli addobbi»".
Il Gran Palazzo era stato concepito secondo l'idea che gli impera­
tori avevano della loro autorità. Quali rappresentanti di Dio in terra,
dovevano vivere in una dimora splendente che, con lusso abbagliante e
architettura solenne, suggerisse immediatamente il loro distacco dalla
comune umanità. Come la loro persona, il palazzo che li ospitava era
sacro. Era inoltre una sorca di santuario, costellato di chiese e oratori, in
cui nel corso dei secoli si accumularono i tesori di devozione. Il tempo
non ha avuto però rispetto di questo straordinario complesso e oggi ben
poco ne resta, nonostante gli scavi archeologici ripresi anche in epoca
recente, che non hanno condotto però a risultaci straordinari. Di ciò
che fu il palazzo di Giustiniano le testimonianze più significative sono
offerte dai ruderi dell'edificio del Boukoleon e dal mosaico con varie fi-
J L MONDO D I GIUSTINIANO 133

gu razioni che ornava il pavimento di una corte interna giunto fino a noi
ri emergendo negli scavi ivi compiuti dopo gli incendi che nei primi anni
del Novecento distrussero i quartieri a sud-ovest di Santa Sofia. Il mosai­
co, lungo 70 metri e largo 6,30, oggi conservato nel Museo del mosaico
a Istanbul, è variamente datato fra IV e VI secolo e doveva quindi far
parte dell'edificio giustinianeo: vi sono stati individuati ben 92. motivi
iconografici composti da animali, reali e fantastici, figure micologiche,
giochi infantili, scene di caccia, di vita campestre e altro ancora. La parte
andata distrutta nell'incendio del 532. fu ricostruita sontuosamente da
Giustiniano: in questa occasione sorse la nuova Chalké, l'edificio che
ne formava il vestibolo ed era così detto per la grossa porta di bronzo
o per le tegole di bronzo dorato che la coprivano. Giustiniano ne fece
una costruzione a pianta rettangolare, con una grande cupola centra­
le e due volte minori. All'interno le pareti furono decorate con marmi
policromi e il soffitto con i mosaici rappresentanti i suoi trionfi, con le
figure di Belisario e i due sovrani circondaci dai senatori festanti. Nella
Chalké si trovavano inoltre numerose statue, fra cui quelle di Belisario,
di Giustino I e dei membri della sua famiglia, nonché quattro teste di
Gorgoni provenienti dal tempio di Diana a Efeso e due cavalli di bronzo
che Giustiniano aveva ugualmente fatto venire da Efeso.
L'ingresso del palazzo si trovava nell'Augusteon, un'ampia piazza cin­
ta da portici (probabilmente simile a piazza San Marco a Venezia) che
prendeva nome da una statua dell'augusta Elena, madre di Costantino I,
ivi eretta su una colonna di porfido. Vi si trovavano, inoltre, altre quattro
colonne onorifiche, erette a glorificazione dei sovrani secondo le usanze
dell'epoca, con statue di Costantino I, Teodosio I, l'imperatrice Eudocia
e Leone I. Dopo la costruzione di Santa Sofia, Giustiniano fece demolire
la colonna di Teodosio e ne fece fondere la statua d'argento, il cui peso
pare essere stato di circa 2..000 chilogrammi. Al posto di questa fu eretta
la sua statua a cavallo su una colonna rivestita di lamine e corone di bron­
zo dorato che poggiava su una base quadrangolare con sette gradini. Da­
vanti alla statua, secondo una carda testimonianza di due pellegrini russi,
si vedevano ere capi saraceni con il ginocchio piegato e in atto di porge­
re al sovrano le loro città. Le tre figure, su altrettante colonne, scavano
in atteggiamento supplice al fine di sottolineare visibilmente un tema
consueto della propaganda ufficiale: la viecoria perpetua dell'imperatore
al quale i popoli assoggettati offrivano tributi. Come già l'imperatore
p agano, il sovrano di Bisanzio doveva essere sempre vincitore e la sua
v ittoria era dovuta a Dio.
134 L' ETÀ DI GIUSTINIAN �

Superata la Chalké si arrivava al quartiere delle guardie (scholares, ex1


cubitores e candidati) e, di qui, alla parte più interna, che comprende�
fra l'altro il Triclinio dei XIX letti, la chiesa del Signore e il concistoro�
Quest'ultimo pare essere stato costruito da Costantino ed è più volto
ricordato nel cerimoniale di età giustinianea. Era così detto perché vt
si riuniva il consistorium, il già ricordato consiglio della corona. Si di1
videva in due edifici comunicanti: il Grande Concistoro o Concisto.;
ro d'estate e il Piccolo Concistoro, o Concistoro d'inverno, nel quale:
probabilmente si riuniva il consiglio quando il clima era più rigido,
Ancora più ali' interno sorgeva il palazzo di Daphne, opera di Costan­
tino I e formato da una serie di edifici, terrazze, portici e forse anche
giardini. Ne facevano parte l'Augusteus, una sala di rappresentanza in
cui furono incoronate numerose imperatrici; la chiesa di Santo Stefano,
costruita nel 42.8 da Pulcheria, sorella di Teodosio II, in cui si conserva­
vano preziose reliquie, e I' Octagonos che era una sala così chiamata per
la sua architettura. La chiesa di Santo Stefano era in collegamento con
il Kathisma, un edificio composto da piano terra e due superiori con
vari appartamenti e la tribuna per seguire i giochi dell'ippodromo. A
nord del nucleo centrale del Gran Palazzo, in posizione isolata, sorgeva
la Magnaura (forse dal latino magna aula), una sala di rappresentanza
attribuita a Costantino I e che avrebbe assunto grande importanza nel
cerimoniale dei secoli successivi. Lungo la costa del Mar di Marmara si
trovavano la casa di Ormisda, il porto del Boukoleon (così detto per la
presenza di una statua raffigurante un bue e un leone) con il relativo
palazzo costruito nel v secolo da Teodosio II e, forse, la Porphyra dove,
secondo la tradizione, avrebbero dovuto partorire le imperatrici fin
dal tempo di Costantino. Tra questi edifici e il complesso del palazzo
sorgevano probabilmente giardini. In posizione isolata vi era infine lo
Tzykanisterion, anch'esso opera di Teodosio II, che era uno stadio per
i divertimenti della corte. Era così detto perché vi si praticava lo tzyka­
nion, un gioco importato dalla Persia simile al moderno polo. L'esten·
sione del Gran Palazzo copriva una superficie di circa 100.000 metri
quadrati. Gli imperatori continuarono ad ampliarlo fino al x secolo,
con maggiore o minore intensità nei diversi periodi. Sotto il successore
di Giustiniano, ad esempio, fu inaugurato il Chrysotriklinos, o Sala d'o•
ro, che in seguito sarebbe divenuto uno dei principali edifici. Si trattava
di una sala del trono di forma ottagonale e ricoperta da una cupola, la
cui architettura era simile a quella della chiesa di San Vitale a Ravenna
o dei Santi Sergio e Bacco a Costantinopoli.
I L MONDO D I GIUSTINIANO 13 5

Il palazzo imperiale era come una piccola città in cui, secondo un con­
cernporaneo di Giustiniano, la sola guardia contava 10.000 uomini11• I
ser vizi palatini erano assicurati da un grande numero di dipendenti pri­
vaci dei sovrani. Fra questi, un posto di rilievo spettava agli eunuchi, «la
folla degli uomini casti» ai quali, secondo Corippo, era data «la più alca
confidenza e la piena libertà di occuparsi del servizio nei luoghi sacri, di
preparare gli aurei giacigli, di riempire le mense regali di magnifici cibi,
di custodire la casa e di entrare nella santa camera, di chiudere le porte
dall'interno e di preparare le vesti»1 3• In qualità di cubicularii, o ciam­
bellani, gli eunuchi facevano parte del sacrum cubiculum con i diversi
compiti enumerati da Corippo. Assieme ad altri dipendenti non eunu­
chi, quali i silentiarii, erano sotto l'autorità del praepositus sacri cubiculi,
anch'egli eunuco, che aveva compiti finanziari quale amministratore di
beni imperiali, oltre a un'importante funzione a coree. Entrando al servi­
zio imperiale, se erano schiavi, gli eunuchi acquistavano la libertà' 4• L'u­
sanza degli eunuchi è tipica di Bisanzio. Erano indispensabili per il servi­
zio palatino sia per la familiarità con le imperatrici sia perché avevano un
posto di rilievo nel cerimoniale dove, come gli angeli in cielo, assistevano
il sovrano terrestre. A causa della vicinanza con l'imperatore acquisivano
facilmente potenza e ricchezze. Anche se non potevano aspirare al trono,
spesso furono in grado di dirigere la politica imperiale, se il sovrano era
debole, o anche di predisporne la successione, come sarebbe avvenuto
anche alla morte di Giustiniano, che però mai si era lasciato condiziona­
re da questi personaggi nell'esercizio del suo potere. L'importanza degli
eunuchi è inoltre messa in evidenza dal loro rango ufficiale : il più elevato
in grado, il praepositus, era equiparato ai più alci funzionari pubblici e
aveva il titolo nobiliare di illustris. I praepositi a riposo, inoltre, entravano
a far parte del senato. L'ostilità nei loro confronti era sempre stata forte
nella pubblica opinione, anche perché di norma approfittavano della po­
sizione acquisita a corte per arricchirsi smodatamente, ma il pregiudizio
andò attenuandosi nel corso del tempo e, all'epoca di Giustiniano, Nar­
s ece rivestì un'altissima carica militare senza con ciò suscitare scandalo.
La presenza di numerosi eunuchi a coree era in contraddizione con le
leggi che proibivano l'evirazione. Era proibito evirare i cittadini dell' im­
pero e si ricorreva perciò ali' importazione. La maggior parte dei cubicu­
larii veniva dalla Persia, dall'Armenia o da regioni caucasiche: al tempo
di Giustiniano la principale fonte di rifornimento era il regno pagano
degli Abasgi che si estendeva dal Mar Nero fino alla catena del Caucaso.
Narra Procopio che i due re locali rapivano i fanciulli ai sudditi per evi-
L'ETÀ DI GIUSTINIAN�
'
radi e venderli a caro prezzo in territorio imperiale. Sceglievano a tal find
i giovani più belli e, per di più, ne uccidevano i padri per evitare futuro
vendette'1 • L'operazione doveva essere assai lucrosa perché gli schiavi eu�
nuchi erano molto richiesti a Bisanzio sia dalla corte sia dagli aristocra1
tici. Costavano inoltre più degli schiavi normali e il loro prezzo variava
in funzione dell'età e di quanto sapevano fare: un ragazzo sotto i dieci
anni costava 30 solidi, un adulto senza mestiere so e 70 un adulto esper1
to. Questo tariffario contro i 10, 2.0 e 30 solidi per uno schiavo norma!�
in analoghe condizioni e contro i 60 che costava un medico, lo schiavo
più pregiato' 6• Quando però Giustiniano conquistò il regno degli Abasgi
abolì l'usanza assieme al regno e ne convertì gli abitanti al cristianesimo.
Forse tale provvedimento, chiudendo un importante mercato, fece au­
mentare la produzione illegale di eunuchi nell'impero, che il legislatore
non sembra essere mai riuscito a impedire. Ce lo suggerisce una Novel­
la di Giustiniano del 558 con cui il vecchio imperatore, scandalizzato da
quanto era venuto a sapere, comminò pene severissime contro chi creava
illegalmente eunuchi. Aveva infatti ordinato un'inchiesta e da questa era
emerso che, su 90 operati, sì e no ne sopravvivevano 3 . Se i rei di aver
trasgredito la legge erano uomini, sarebbero stati puniti con la pena del
taglione, la confisca dei beni e l'esilio; se donne, con la confisca dei beni e
l'esilio. Gli eunuchi in forza di questa legge, se erano schiavi, ottenevano
la libertà in tutto l'impero'7•
Oltre agli eunuchi prestavano servizio a palazzo i castrensiani, così
detti perché dipendenti dal funzionario eunuco di nome castrensis, che
vi svolgevano i servizi minuti. Si avevano poi i silentiarii, di cui si dirà
più avanti; i notarii, che erano segretari del concistoro; i referendarii,
impiegati giudiziari e messaggeri imperiali; i funzionari amministrativi
dei sacra scrinia; i dipendenti del magister ojficiorum e quelli soggetti al
quaestor sacri palatii; gli agentes in rebus, corrieri imperiali; gli admissio­
nales; i lampadarii, che presumibilmente si occupavano delle lampade; i
decani, portieri; i mensores addetti agli alloggi; il corpo degli interpreti e
i funzionari dipendenti dai ministri finanziari.

L' immagine dell'autorità

Gli imperatori della tarda antichità avevano dismesso gli abiti sobri da
magistrato romano cambiandoli con un abbigliamento che, al pari dd
palazzo imperiale, potesse rendere con immediatezza l' immagine del•
J L MONDO DI GIUSTINIANO 1 37

F I G U RA I
L'imperatore Giustiniano nel mosaico della chiesa di San Vitale a Ravenna

la loro potenza. Al momento dell'incoronazione i sovrani indossavano


per la prima volta gli abiti e le insegne distintive. Corippo, con la sua
consueta enfasi, ci tramanda una prolissa descrizione letteraria dell'abi­
to portato da Giustino II, nipote successore di Giustiniano nel 565, che
corrisponde nelle linee essenziali a quello che l'iconografia mostra per
suo zio. Si tratta di una tunica bianca con bande d'oro lunga fino al gi­
nocchio, una cintura d'oro tempestata di gemme, un manto di porpora
fermato da una fibbia con pendagli, morbidi calzari rossi (il «purpu­
reo fulgente coturno»' 8 ) e la corona che in seguito il patriarca avrebbe
messo in capo al nuovo imperatore. Ciò che il poeta descrive con la sua
us u ale prolissità è il cosiddetto "abito civile" del sovrano, lo stesso abbi-
L ' E TÀ DI G I USTINIANO

gliamento portato da Anastasio I per la sua incoronazione nel 491, come


ricorda una relazione del tempo, ma soprattutto sono gli indumenti che
vediamo indosso a Giustiniano nel mosaico di San Vitale di Ravenna
(cfr. FIG. 1 ) , sia pure con piccole varianti: la cintura che non è dorata e,
a quanto si può capire da Corippo, un diverso tipo di calzari. Giustinia­
no porta infatti una specie di sandali, mentre del successore è detto che
calza i coturni, cioè verosimilmente stivali di tipo militare che meglio
si adattavano alla cerimonia di proclamazione. Forse sono gli stessi che
vediamo ai piedi di Giustiniano in una sua raffigurazione a cavallo del
534 o anche dell' imperatore anonimo effigiato nell'avorio Barberini che
si trova al Louvre. Corippo non parla inolcre del tablion, il riquadro di
stoffa ricamato d'oro che si nota sulla clamide di Giustiniano e che face­
va parte anche dell'abito ufficiale di imperatrici e dignitari, ma potreb­
be alludervi accennando all'ornamentazione di « fulvo metallo » ' 9 nel
mantello del suo eroe.
Giustiniano a San Vitale offre un interessante esempio di abbiglia­
mento imperiale. Ai piedi, si è detto, porta sandali purpurei ornati con
pietre preziose che erano chiamati campagi; indossa poi brache aderenti
(i tibialia) di porpora come già Anastasio I e come, probabilmente, an­
che Giustino 11. Sopra a queste, la tunica bianca con banda d'oro (cla­
vi), lunga fino al ginocchio, è fermata da una cintura. La tunica veniva
chiamata divitision, mentre la cintura aveva nome cingulum ( in greco
zone) ed era insegna distintiva del servizio pubblico, dal semplice impie­
gato al più alto dei funzionari. Sulla tunica Giustiniano veste il manto
o clamide, di porpora con tablion dorato e decorazione di uccelli verdi
(pavoni ?) inscritti in cerchi rossi. Il tablion pare aver avuto una sempli­
ce funzione ornamentale. Lo vediamo anche sul mantello dei dignitari
alla destra dell' imperatore. Sia nella clamide imperiale sia in quella dei
dignitari, esso prosegue nella parte posteriore in modo da formare un
disegno continuo quando questa era chiusa, ma noi non abbiamo alcuna
immagine su come proseguisse questo ornamento dell'abito. Secondo la
consuetudine del tempo, la clamide è indossata in modo da lasciare libe­
ro solcanto il braccio destro ed è perciò fermata da una fibbia sulla spalla
destra. La fibbia (fibula) imperiale di Giustiniano consta di una spilla
circolare d'oro con una pietra rossa al centro e una corona di perle da cui
pendono tre catenelle, terminanti ognuna in una grossa perla. L' impera­
tore ha poi in capo una ricca corona (lo stemma) formata da un cerchio
rigido da cui scendono quattro pendagli. Questi ultimi sono comune·
mente chiamati pendilia per distinguerli dai prependulia che ornavano
J L M OND O DI GIUSTINIANO 139

le corone delle imperatrici. La corona rigida con pendagli entra nell'uso


n el VI secolo. Si distingue dallo stephanos rigido ma senza pendagli che
porta, ad esempio, l'imperatore dell'avorio Barberini o dal più antico
diadema formato da una banda di stoffa con pietre e perle preziose che
si annodava sulla nuca. Lo vediamo in capo a Giustiniano in alcuni tipi
m onetari talvolta anche annodato sull'elmetto.
I capi di abbigliamento sopra descritti venivano considerati quali
in segne della regalità, anche se in misura diversa e con diverso rilievo.
Particolare importanza sotto questo profilo avevano la corona e la cla­
mide purpurea. La porpora veniva prodotta nelle fabbriche di stato in
diverse gradazioni cromatiche e l'uso ne era riservato all'imperatore e
alla sua casa. Lo vediamo chiaramente nel mosaico di San Vitale: Giu­
stiniano ha un manto di porpora violetta, a differenza dei dignitari che
lo portano bianco. Allo stesso modo, nel mosaico del catino absidale,
il Cristo indossa la porpora riaffermando ancora una volta, in termi­
ni simbolici, il parallelismo fra le due corti. Di porpora scarlatta sono
anche i campagi di Giustiniano, distinguendosi sia per il colore sia per
gli ornamenti da quelli del seguito. L'uso dei calzari purpurei, scrive
Corippo, era consentito soltanto agli imperatori. Procopio, dal canto
suo, precisa che l'onore era condiviso dal re dei Persiani e, finché Giu­
stiniano non li abolì, dai satrapi armeni vassalli che da Bisanzio rice­
vevano le insegne del potere. Fra queste, appunto, i «calzari di color
fenicio alti fino al ginocchio», di certo corrispondenti al «purpureo
fulgente coturno» di Corippo10• La corona veniva consegnata al nuovo
sovrano, come si è visto, nel momento più solenne della sua proclama­
zione. L'importanza di questa come emblema primario della regalità
ì: messa in evidenza dal cronista Giovanni Maiala, il quale ricorda che
l'imperatore non portò lo stemma per trenta giorni in segno di lutto
per il terremoto che aveva colpito Costantinopoli 11. Un episodio simile,
relativo a Giustino I, dà inoltre con chiarezza l'idea di come la corona
fosse associata alla clamide quale insegna primaria. A motivo del terre­
tnoto che nel 52.6 distrusse Antiochia, infatti, il sovrano si recò a Santa
S ofia per la celebrazione della Pentecoste senza clamide e corona, ma
i ndossando come i suoi dignitari un semplice abito scuro. Lo stesso si
p uò rilevare dall'incoronazione di Anastasio I. Dopo aver vestito tuni­
c a con cintura, brache e calzari, Anastasio si presentò sul Kathisma per
l 'in coronazione militare; di qui tornò nella sala attigua per indossare
le " insegne imperiali": clamide e corona che il patriarca gli porse dopo
aver recitato una preghiera.
L'ETÀ DI GIUSTINIA Ntj

Gli abiti avevano un ruolo importante nel cerimoniale di corte]


L'imperatore si mostrava ai sudditi in un abbigliamento che dava l'irn�
pressione immediata del suo potere straordinario. Essi erano conservatj:
dal personale addetto al servizio del sovrano: «I suoi fidi servi - affer�
ma Corippo - si affrettano a eseguire gli ordini secondo i compiti di
ciascuno, traggono fuori e portano le auguste vesti, le cinture preziose
per le gemme e il diadema del sacro capo» ,.,.. I «fidi servi» cui accen­
na genericamente il poeta erano i vestitores, gli eunuchi che sovrinten­
devano al guardaroba imperiale. Era loro affidata in particolare la cura
delle insegne primarie conservate al Gran Palazzo, il cui possesso po�
teva rivelarsi determinante in caso di sedizioni, come era successo du­
rante la tumultuosa elezione di Giustino I quando i soldati in rivolta
chiesero più volte le insegne imperiali agli eunuchi ma questi, chiusi in
un edificio del palazzo, rifiutarono di consegnarle finché non si ebbe
un'elezione regolare,.3• Qualche anno più tardi, l'antirnperatore Ipazio
fu proclamato al foro di Costantino dalla folla in rivolta contro Giu­
stiniano sollevandolo sullo scudo e ponendogli addosso una collana
(il torques) che, con un'innovazione ripresa poi da Giustino II, gli fu
messo attorno al collo anziché sul capo. Di qui i rivoltosi si diressero al
palazzo imperiale per impossessarsi di clamide e corona con cui perfe­
zionare la proclamazione ma non riuscirono nell'intento,.4 • Un curioso
aneddoto riportato da un cronista del IX secolo ci informa però su una
disattenzione dei vestitores, che durante una cerimonia ali'Hebdomon
(un quartiere periferico di Costantinopoli) smarrirono la corona di
Giustiniano. Corona che, egli aggiunge, fu ritrovata quasi intatta dopo
otto rnesi,.5.
Oltre al sovrano, i dignitari avevano un'uniforme propria che ne
indicava il rango. Essi si distinguevano per «la varietà dei loro abbi­
gliamenti, le diverse acconciature e le maniere di ornarsi» ,.6• Su que­
sto terna, però, non siamo bene informati o, per meglio dire, abbiamo
soltanto notizie sparse e imprecise che non consentono di delineare un
quadro dettagliato. Se ancora una volta guardiamo al mosaico di San
Vitale, notiamo che i due personaggi a destra di Giustiniano vestono
un abito ufficiale con tunica, brache, clamide bianca, tablion porpora
e carnpagi neri. Ali' altezza dell'omero destro portano inoltre un moti­
vo decorativo, una sorra di spallina con un disegno che potrebbe cor­
rispondere a un grado. Ma purtroppo non si sa a quale costume si rife­
risca, se non forse a quello di patrizio per il dignitario barbuto, in caso
si tratti di Belisario, che ottenne la dignità verso il 532.. È incerta infatti
J L MONDO DI GIUSTINIANO 141

l ' identificazione dei dignitari, che alcuni ritengono Belisario e l'eunuco


Narsete: Belisario con la barba, secondo l'uso degli ufficiali del tempo,
e Narsete senza. Lo stesso si può dire per il mosaico del catino absida­
le, in cui san Vitale è verosimilmente raffigurato negli abiti di un alto
dignitario bizantino, purtroppo non identificabile nella sua corrispon­
denza reale. Un abito particolare indossavano anche i dinasti vassalli,
che da Costantinopoli ricevevano le insegne del potere. Il re dei Lazi,
ad esempio, fu proclamato a Bisanzio da Giustino I, che lo fece battez­
zare e gli diede una moglie cristiana, di nome Valeriana, nipote di un
dignitario di corte. Ebbe quali insegne una «corona imperiale», clami­
de di seta con tablion in cui era ricamata l'immagine di Giustino, tuni­
ca bianca a bande d'oro ugualmente con l'immagine dell'imperatore,
cintura con gemme e calzari rossi ornati con perle 17• I satrapi dell'Arme­
nia, a loro volta, ricevevano da Costantinopoli la clamide di porpora
con il tablion dorato, fibbia d'oro con una pietra preziosa incassata da
cui pendevano tre catenelle d'oro, tunica di seta ricamata e calzari rossi
alci fino al ginocchio'8•
L'imperatore poteva indossare anche il costume militare, che ricor­
dava sia pure fittiziamente, a quell'epoca, il suo stato di comandante de­
gli eserciti. Questo prevedeva corazza e lungo mantello di porpora (il
paludamentum), lancia e scudo, calzari militari ed elmetto con diadema
con o senza pendagli oppure la cosiddetta toupha. Quest'ultima era una
corona rigida sormontata da penne di pavone disposte a ventaglio che, a
quanto pare, poteva venire usata nei trionfi. Giustiniano la portava nella
statua di bronzo eretta in suo onore a Costantinopoli, che lo raffigurava
a cavallo con il globo crucigero nella sinistra e la destra sollevata verso
oriente come monito, si diceva, per i Persiani affinché non invadessero
1 ' impero. Il costume militare si adattava naturalmente alle cerimonie in
cui il sovrano figurava nella sua qualità di capo degli eserciti. È usua­
le nella monetazione giustinianea che ci suggerisce anche la forma e la
figurazione dello scudo imperiale, in cui si nota un cavaliere intento a
trafiggere l'avversario.
Il sovrano portava infine l'abito consolare assumendo il consolato
o in occasione dei trionfi, come fece Giustiniano nel 534 allorché cele­
brò la victoria sui Vandali. L'imperatore si vestiva in questo caso come
i consoli raffigurati nei numerosi dittici che ci sono pervenuti. Erano
c aratteristici dell'abito consolare lo scettro (scipio eburneus) recto con
la mano sinistra e la trabea triumphalis, un manto voluminoso decorato
con rosette su fondo porpora, avvolto in modo complicato attorno al
142 L' ETÀ D I G I USTINIAN O

corpo. La trabea imperiale, a differenza di quella dei semplici consoli,


era inoltre arricchita con gemme e, in aggiunta agli ornamenti consolari,
il sovrano portava anche la corona. Non possediamo purtroppo imma­
gini di imperatori-consoli e per la ricostruzione del! ' abito dobbiamo far
capo ai dittici nonché a quanto poeticamente Corippo ci dice a propo­
sito di Giustino II.

Il governo dell' impero

I due corpi di consiglieri che affiancavano l'imperatore nell'esercizio


delle sue funzioni, il concistoro e il senato, avevano nella pratica un ruo­
lo alquanto marginale. Le riunioni del primo avevano luogo nel palazzo
imperiale, mentre il senato si riuniva per lo più nell 'aula ad esso destinata
nell'Augusteon sotto la presidenza del prefetto cittadino. Il concistoro
era stato effettivamente un consiglio del sovrano, ma al tempo di Giusti­
niano si era trasformato in una camera da cerimonia e, durante i silentia,
non sembra che si facesse molto più che leggere le nuove leggi, promuo­
vere i dignitari o ricevere gli ambasciatori stranieri. Una serie di quindici
leggi in materia civile, ad esempio, risulta dal Codice essere stata promul­
gata il 30 ottobre 529 dopo che ne fu data lettura « nel nuovo concistoro
del palazzo di Giustiniano al settimo miliario » , cioè il palazzo di Jo­
cundianae dove evidentemente Giustiniano dimorava in quel periodo.
Pietro Patrizio, dal canto suo, ci informa sull'usanza di promuovere i di­
gnitari o di ricevere solennemente gli ambasciatori durante le seduce del
concistoro e in proposito Corippo si dilunga sul ricevimento dell'am­
basceria avara nel 565, poco dopo l'avvento al trono di Giustino II. Lo
stesso, d'altronde, si può dire per il senato, la cui soggezione al principe
datava a tempi ancora più antichi. Ci dice Procopio che veniva regolar­
mente consultato, ma per semplice routine e in omaggio alla tradizione
perché, di fatto, non doveva decidere alcunché >9 • La notizia è contenuta
nella Storia segreta ed è probabilmente esagerata come molte altre ma,
di fatto, è verosimile che l 'assolutismo giustinianeo lasciasse ben poco
spazio ali 'autonomia amministrativa. In teoria il senato conservava I ' an­
tica funzione di legiferare emettendo senatus consulta, ma nella pratica
questo ruolo si limitava a ratificare formalmente le decisioni già prese
dall ' imperatore. Una legge del 446, emessa da Teodosio II e conservata
nel Codex lustinianus, riconosceva però all 'assemblea senatoria il dirit­
to-dovere di intervenire in materia:
I L MONDO DI GIUSTINIANO 143

Riteniamo giusto, se in qualche causa pubblica o privata è emersa la necessi­


tà di introdurre una legge generale e non compresa nelle raccolte antiche, che
ciò sia dapprima esaminato tanto da tutti i ministri del nostro palazzo quanto
dalla vostra gloriosissima assemblea, padri coscritti, e che, in caso di accordo
generale, ne venga redatto il testo e questo sia di nuovo esaminato da tutti as­
sieme e, quando tutti lo avranno approvato, venga letto nel sacro concistoro del
nostro nume in modo che l'accordo generale sia convalidato dall'autorità della
nostra serenità. Sappiate perciò, padri coscritti, che in futuro la legge non sarà
promulgata dalla nostra clemenza se non sarà stata osservata la forma suddetta.
Sappiamo bene infatti che porta grande felicità al nostro impero e gloria a noi
ciò che è stato disposto con il vostro consiglio'0•

Questo testo fu chiaramente letto dinanzi al senato e, forse, la legge fu


emanata su richiesta dell'assemblea, che poteva trasmettere i propri desi­
deri al sovrano attraverso il suo presidente. La consuetudine di emanare
leggi indirizzate al senato si conserva anche al tempo di Giustiniano.
Si ha infatti nel Codex un certo numero di costituzioni ad senatum che
potrebbero anche essere state elaborate nel modo indicato da Teodosio
rr. Tra queste, la già ricordata Haec quae necessario con cui Giustiniano
annunziò l'intenzione di far compilare un nuovo codice di leggi, la Cor­
di del 1 6 novembre 534 relativa alla compilazione del secondo codice e
la Novella 81 del 539 (constitutio quae per dignitates et episcopatum.filios
a patria potestate liberat). In ogni caso la competenza dei senatori pare
essere stata sempre limitata al diritto civile. Si era mantenuta, inoltre,
l'usanza più antica di informare l'assemblea senatoria delle decisioni im­
periali.
Senato e concistoro funzionavano anche come alta corte di giusti­
zia, riunendosi talvolta congiuntamente. Queste riunioni congiunte ve­
nivano chiamate silentium cum conventu e potevano essere presiedute
dall' imperatore nella sua qualità di giudice supremo. Un esempio di tale
p rocedura si ha per il 52.8 nel racconto di Giovanni Maiala. Una sessione
co ngiunta giudicò Probo, parente di Anastasio, e lo condannò ma Giu­
s tin iano finì per graziarlo:

In quell'anno il patrizio Probo, parente dell' imperatore Anastasio, fu accusa­


ta di aver oltraggiato l'imperatore Giustiniano. Venne convocato un silenzio­
convento per la lettura dei capi di accusa. Quando fu terminata la lettura di
questi alla presenza dell'imperatore, il senato unanime lo ritenne colpevole. Ma
l' imperatore stracciò la condanna e disse a Probo : « Io ti perdono l'errore che
hai compiuto nei miei confronti: prega dunque perché anche Dio ti perdoni»
e l' imperatore fu acclamato dal senato''.
1 44 L' ETÀ D I G IUSTINIAN �

Una legge di alcuni anni più tardi stabilisce in proposito che ogni silen­
tium, o sessione giudiziaria del concistoro, dovesse comprendere anche
un conventus:

Quando è fissato solamente un silenzio per l'esame di qualche causa, anche se


non è aggiunto il vocabolo di convento, tuttavia essi concorrano e tutti sedendo
nel medesimo luogo decidano ciò che parrà loro opportuno alla presenza dei
sacrosanti Vangeli e ne informino noi e attendano la disposizione dell ' augusta
maestà".

È chiaro dal testo che il sovrano non doveva essere necessariamente pre­
sente, anche se si riservava l'ultima parola. Parrebbe inoltre sottinteso
che tali riunioni avevano luogo a palazzo, forse nella sala del concistoro.
Per far funzionare una macchina amministrativa complessa come
l ' impero di Bisanzio era necessario un corpo assai ampio di impiegati
pubblici e nella sola Costantinopoli se ne contavano a migliaia. La buro­
crazia comprendeva uffici civili e militari; tutte le forme di occupazione
nello stato all 'epoca andavano sotto il nome di militia, ma esisteva una
distinzione sostanziale fra le cariche definite dignitates, honores o ad­
ministrationes, e la militia in senso stretto, ovvero l' impiego subalterno
nell'amministrazione pubblica. Le prime erano conferite direttamente
dall ' imperatore per un periodo in genere breve attraverso una lettera di
nomina chiamata codicillo, da lui firmata; l'altra invece veniva accordata
con un semplice atto amministrativo, la probatoria, rilasciata dagli uffici,
e implicava un servizio continuativo fino al raggiungimento dei limi­
ti di età. A seguito delle riforme di Diocleziano l'apparato burocratico
dell ' impero si era notevolmente dilatato, sia negli uffici centrali sia in
quelli periferici, e a partire da Costantino r tutti gli impiegati pubblici
furono militarizzati e divennero nominalmente soldati. Come tali por­
tavano un'uniforme, erano suddivisi in reggimenti fittizi e rivestivano
gradi, anche se nella pratica nulla avevano a che fare con l'esercito vero
e proprio.
L' impiego pubblico offriva una carriera tranquilla e priva di risch i:
l'avanzamento, anche se per lo più lento, avveniva regolarmente per an­
zianità. A quanto si può giudicare dalle testimonianze che possediamo,
non era comunque il massimo dell'efficienza: l 'assenteismo era diffuso
e talvolta anche tollerato nonostante occasionali e blandi interventi dei
sovrani per limitarlo. Zenone, nel 47 4, di fronte all' irreperibilità dei tri­
buni e notarii, un corpo di segretari del consiglio imperiale, decretò ad
I L M OND O DI GIUSTINIANO 145

èsempio che perdessero un anno di anzianità per ogni anno di assenza


fi n o a quattro anni e, dopo cinque o più, fossero cancellati dal servizio
:ir rivo conservando però il titolo e i privilegi della carriera. Con simili
privilegi, di conseguenza, non vi era nulla di strano se il servizio pub­
blico, in particolare nei prestigiosi uffici centrali, era ambito al punto
da suscitare spesso una vera e propria corsa ai posti, per lo più comprati
0 ricevuti come beneficio e comunque a nomina diretta da parte dei ti­
colari delle alte cariche. A fianco degli impiegati ordinari, si formavano
perciò liste di soprannumerari in attesa e genitori prudenti e preoccupati
per la carriera dei loro figli, come precisa una legge, avevano preso I' abi­
cudine di iscriverli negli organici dei ministeri palatini già in età infan­
rile in attesa di esservi immessi. Teodosio I, evidentemente infastidito
dalla cosa, decretò che «coloro i quali iniziano a servire come infanti
o fanciulli» fossero retrocessi al grado più basso in attesa di meritarsi
l'incarico. Frequente era anche il cumulo delle cariche e Giustino I cercò
di abolirlo ordinando a coloro che ne detenevano due o più di limitarsi
a una soltanto, eccezion fatta per alcuni diritti consolidati che vennero
mantenutiH.
Gli esempi sulle modalità di accesso nella burocrazia degli uffici cen­
trali, evidentemente la più ambita, sono illuminanti: i posti di segretari
del concistoro, il consiglio imperiale, erano in vendita ali' inizio del VI
secolo e una legge del 506 prevedeva che gli avvocati fiscali del prefetto
del pretorio dell'Oriente avessero diritto a posti gratuiti per i loro figli.
I posti in organico nei sacra scrinia (le segreterie imperiali) erano ugual­
mente in vendita e una norma di Teodosio II del 443-444 ne discipli­
nava le modalità: siccome ogni anno si ritirava dal servizio il membro
più anziano dell'ufficio (il proximus), questi aveva la facoltà di vendere
il posto libero che si veniva a creare nella lista alla ragguardevole somma
di 250 solidi al primo dei soprannumerari e, in caso di rifiuto da par­
te di questo, al successivo e di così procedere finché non si trovava un
acquirente. L'automatismo era soltanto apparente perché, nonostante
l 'anzianità di iscrizione, l'ordine dei soprannumerari poteva essere va­
riato a discrezione degli impiegati più anziani, con la cautela tuttavia di
g arantire i figli dei capi ufficio, che mantenevano la loro anzianità se si
trovavano in quello stato. Se poi si liberava un posto per la morte di im­
piegati in servizio, gli eredi del defunto lo vendevano allo stesso prezzo
al soprannumerario più anziano. La stessa procedura valeva per i dipen­
denti del quaestor sacri palatii, il ministro responsabile delle questioni
legali, cui era data la facoltà di vendere gli incarichi in organico, e per il
L'ETÀ DI GIUSTINIANtj

corpo degli agentes in rebus, i corrieri imperiali, era forte la tendenza �


stabilire un diritto ereditario alla successione; in vendica erano anchei
dall'inizio del VI secolo, i posti di tribunus e notarius. E ancora, al tempo
di Giustiniano, la regola era seguita in alcuni reparti della guardia impe,
riale (scholares e protectores), in cui i posti venivano acquistati dai militari
che andavano a riposo.
La carriera di un burocrate di epoca giustinianea, sia pure in una pro­
spettiva del tutto particolare, è descritta nell'autobiografia di Giovanni
Lido. Giovanni, figlio di Lorenzo, detto Lido, nacque da una famiglia
agiata a Filadelfia di Lidia intorno al 490. All'età di ventun anni si recò
a Costantinopoli con l'intenzione di entrare a far parte dei memoria/es,
un corpo di funzionari palatini; nel frattempo, prima di esservi chiama­
to, seguì le lezioni del filosofo Agapio da cui apprese i rudimenti del­
la dottrina aristotelica e platonica. Al di là delle aspettative, però, nel
corso dello stesso anno il suo concittadino Zotico divenne prefetto del
pretorio dell'Oriente, ricoprendo così la più alca magistratura civile, e
lo arruolò fra i dipendenti della prefettura, di cui già faceva parte un
nipote del padre. Lido iniziò il servizio come exceptor, ossia scrivano, ma
percorse una carriera rapidissima al di là di ogni consuetudine. Sin dal
primo anno venne infatti promosso primo segretario del funzionario ab
actis, addetto allo svolgimento delle cause civili, nonostante ve ne fosse­
ro già altri due, con uno stipendio annuale di 2.4 monete auree. «Coloro
che svolgevano l'ufficio di aiutanti del funzionario - scrive con disar­
mante franchezza - mi vollero presso di sé come primo cartulario, cosa
che mai in precedenza era avvenuta. In tale ufficio erano entrati in prece­
denza solcanto altri due dipendenti ormai anziani, che avevano sborsato
denaro per ottenerlo». Il suo compito consisteva nel redigere i registri
dell'attività e nell'approntare le relazioni per le cause che dovevano esse­
re trattate. Un incarico verosimilmente non impegnativo, integrato poi
da Lido con una serie di lavoretti extra commissionaci dal suo protettore
per tutto il tempo che ricoprì la carica (poco più di un anno) da cui gua­
dagnò ben 1.000 monete d'oro. Per ringraziarlo compose in suo onore
un panegirico e Zotico lo ricompensò donandogli un solido per ogni
verso, naturalmente a spese della cassa della prefettura pretoriana. In se­
guito, nonostante fosse cambiato il prefetto, Lido salì ancora di grado
e «come volando» giunse a far parte anche degli a secretis, che erano i
segretari del concistoro imperiale; non vi restò tuttavia a lungo dato che,
quando nel 52.4 Giustino I emise l'editto con cui vietava il cumulo delle
cariche, dovette optare per il servizio nella prefettura.
J L MONDO DI GIUSTINIANO 1 47

Giovanni Lido godeva evidentemente di forti appoggi, che tra l' al­
ero dovevano renderlo inviso agli impiegati venuti dalla gavetta, ma
p resenta la situazione con candore, anche perché rientrava nello spi­
ri co dei tempi, e tende a mostrare i suoi successi personali come pura­
mente incidentali. Questi trovarono poi coronamento nel matrimonio
con una donna ricca, trovatagli dal cugino Ammiano, che gli portò l'e­
norme dote di 100 libbre d'oro. Forse si trattava della figlia dello stesso
Zotico ; sta di fatto, comunque, che la moglie « che in tutto superava
le donne oggetto di ammirazione per la loro saggezza» morì preco­
cemente lasciandolo vedovo. Ripescando antiche convinzioni pagane,
con il gusto antiquario e qualche venatura di superstizione, tipici del
suo modo di pensare, ne dà la colpa al fatto che il matrimonio era
stato contratto nel mese di giugno, ma probabilmente - aggiungiamo
noi - per consolarsi quanto possibile. L'evoluzione della situazione
politica, con l'avvento alla prefettura pretoriana dell'odiato Giovanni
di Cappadocia, gli suscitarono tuttavia una forte crisi di rigetto, non
essendovi più a suo dire la considerazione in precedenza esistita per
i letterati. Perse quindi ogni interesse per il servizio, ma non lo ab­
bandonò, rifugiandosi piuttosto nell'assenteismo e dando, come egli
stesso ci dice, tutto sé stesso ai libri. La sua fama di letterato giunse
comunque agli orecchi di Giustiniano, che dapprima lo incaricò di
pronunciare un panegirico in suo onore alla presenza anche «dei mag­
g iorenti della Roma più antica» , poi di scrivere un'opera sulla guerra
contro i Persiani. Grazie alla fama ottenuta, infine, Lido ebbe dallo
stesso imperatore una cattedra all'università di Costantinopoli, dove
probabilmente insegnò grammatica o retorica latina. Finì la carriera,
di burocrate e di docente, nel 551-552 e, per l'occasione, si svolse in
suo onore una piccola cerimonia. Nella sala di rappresentanza della
prefettura pretoriana il prefetto allora in carica, Efesto, lo baciò con
cordialità, gli consegnò il mandato degli emolumenti che avrebbe in
seguito percepito, lo ringraziò ufficialmente tessendo le sue lodi e, alla
p resenza di tutti i membri dell'ufficio, lesse un decreto di congedo an­
nunciando che anche il sovrano, ai piedi del quale sarebbe comparso,
gli avrebbe fatto avere ricompense ancora più elevate. Al termine si
rec ò a corte accompagnato da tutti i colleghi dove ottenne da Giu­
s tini ano «la dignità consueta per coloro che terminano il servizio » :
aveva prestato la sua opera per quarant'anni e quattro mesi. Subito
do po tornò sui libri'4• Questi ultimi erano stati infatti la sua grande
Vera passione : erudito, conoscitore del latino come ormai non molti
L'ETÀ DI GIUSTINIAN 1

a Costantinopoli, cultore di antichità romane, Giovanni Lido ci ha


lasciato un'operetta sui prodigi (de ostentis) e una sulla storia del caJ·
lendario (de mensibus), scritte probabilmente quando abbandonò per
sua scelta il servizio attivo. Al periodo del ritiro definitivo risale poi
l'opera maggiore, Sulle magistrature delpopolo romano, in cui tratta la
materia da Enea fino ai suoi giorni, dedicando il terzo e ultimo libro
alla prefettura del pretorio, di cui è la maggior fonte di informazione
per l'epoca giustinianea. Favorevole al suo imperatore, di cui spesso
tesse le lodi, odiava al contrario di tutto cuore Giovanni di Cappado­
cia, da lui considerato l'antitesi di tutti i valori in cui credeva.
Un corpo del tutto singolare di impiegati di corte era rappresentato
dagli eunuchi, il cui rilievo nella tarda antichità fu spesso notevole: ri­
tenuti indispensabili per il servizio di corte e, nella complessa ideologia
che ne regolava la vita, considerati come angeli in quanto né maschi né
femmine al servizio del sovrano il cui potere doveva essere imitazione di
quello di Dio. Gli eunuchi potevano ottenere un impiego privilegiato
entrando a far parte della casa imperiale, che ali'apice vedeva il praeposi­
tus sacri cubiculi. Esisteva di norma una casa di eunuchi dell'imperatore,
ma a volte ve n'era anche una parallela delle sovrane, alle dipendenze
delle quali si trovavano anche le domestiche (cubiculariae) del loro se­
guito. In forza del divieto di evirazione dei cittadini romani, gli eunuchi
del sacrum cubiculum (così si chiamava la casa imperiale) erano necessa­
riamente schiavi barbari importati, acquistati e rivenduti dai mercanti
oppure donati al sovrano dalle grandi famiglie, che a loro volta dispone­
vano di eunuchi per il servizio personale. La loro presenza è attestata an­
che in epoca precedente e sarebbe stata caratteristica di Bisanzio anche
nei secoli a venire, quando giunsero a costituire una gerarchia palatina
con propri gradi di nobiltà e funzioni particolari a loro riservate. Non
godevano di grande popolarità (nel 399 a Costantinopoli la promozione
a console dell'eunuco Eutropio aveva suscitato scandalo), ma molti di
loro nella posizione in cui si trovavano acquisirono grande potere e ric­
chezza riuscendo spesso anche a condizionare imperatori deboli o, come
aveva tentato Amanzio, a imporre le loro creature sul trono; ciò era pos­
sibile a causa soprattutto dell'isolamento in cui per tradizione vivevano
i sovrani, dei quali, di conseguenza, essi costituivano il principale filtro
con l'ambiente esterno.
Giustiniano si servì ampiamente degli eunuchi senza però lasciarsene:
condizionare, a differenza di quanto avevano fatto altri suoi predecesso·
ri. L'innovazione più importante, come si è osservato, fu rappresentata
I L MONDO DI GIUSTINIANO 1 49

dall'aver promosso un eunuco a un'altissima carica militare rompendo


con una tradizione che vedeva in questi personaggi soltanto grigie e te­
nebrose figure che al massimo usurpavano un potere al quale non aveva­
no diritto. L'innovazione avrebbe poi fatto scuola nel mondo bizantino,
con un gran numero di eunuchi promossi in ruoli chiave della vita civile
e anche religiosa. Si trattava d'altronde anche di un calcolo politico, es­
sendo impossibile per la mentalità corrente che una persona mutilata
nel fisico potesse aspirare alla suprema carica dello stato, quindi essere
un potenziale antagonista del sovrano. Narsete, il primo generale eunu­
co della storia di Bisanzio, era originario dell'Armenia persiana, entrò
giovane al servizio di corte e divenne uomo di fiducia di Giustiniano e
di Teodora. Alcuni anni dopo aver avuto parte attiva nella repressione
della rivolta di Nika, ottenne (nel 538) il primo comando militare, che
lo condusse sul fronte italiano dove si scontrò con Belisario, finendo per
essere quindi richiamato in patria. Nel 551, però, quando da tempo Be­
lisario era tornato a Costantinopoli, ebbe dal suo imperatore il grado di
generalissimo per mettere fine alla guerra gotica che ancora si trascina­
va. Narsete, anche se aiutato da militari professionisti, si dimostrò uno
stratega brillante: vinse i Goti in due decisive battaglie campali, respinse
l' invasione di Franchi e Alamanni e pacificò l' Italia, dove rimase come
una sorta di viceré fino al 568, allorché il nuovo imperatore Giustino II
lo richiamò a Costantinopoli. Restò tuttavia in Italia, non obbedendo
all'ordine ricevuto per dissensi con la corte, e qui morì ormai molto an­
ziano verso il 570.
L'accesso alle alte cariche dello stato era un privilegio relativamente
limitato, dato il numero ristretto di queste, e in ogni caso di perti­
nenza dell'imperatore, che sceglieva i propri collaboratori. La desi­
gnazione agli incarichi più importanti era un affare di stato, risolto in
maniera più o meno brillante dai sovrani, ma per quelli meno elevati
spesso essi ricorrevano al consiglio dei loro collaboratori, dando così
l uog o inevitabilmente a un sistema di raccomandazioni e di corruzio­
n e che nella carda antichità fu una delle numerose piaghe dell'ammi­
nistrazione pubblica e a cui Giustiniano cercò di porre rimedio forse
i nutilmente con l'abolizione della venalità delle cariche. L'imperatore
e b be in genere la mano felice nella scelta dei suoi ministri: per quanto
concerneva la più importante carica pubblica, quella di prefetto del
pretorio dell'Oriente, che essendo un ministro finanziario gli procu­
rava il gettito di denaro di cui costantemente aveva bisogno, ricorse
a persone capaci nonostante la loro dubbia moralità. Di Giovanni
150 L'ETÀ DI GIUSTINIAN (l

di Cappadocia si può dire tutto il male possibile, ma era senza alcun


dubbio all'altezza della situazione: l'imperatore lo liquidò per qualche
tempo dopo la rivolta di Nika per sostituirlo con Foca, lo stesso cht
si sarebbe suicidato per l'accusa di paganesimo. Foca doveva essere
troppo scrupoloso per i suoi gusci e, non appena le acque si calmaro­
no, a pochi mesi dalla rivolta, Giovanni di Cappadocia fu richiamato
al potere per restarvi ininterrottamente fino al 541. Gli subentrò Te­
odoro, un uomo che secondo Procopio non riusciva a soddisfare in
tutto Giustiniano e Teodora, per cui dopo poco più di un anno venne
allontanato dalla carica per essere rimpiazzato con un farabutto pro­
fessionale, Pietro Barsime, all'altezza però della parte più sgradevole
del suo compito.
Pietro Barsime, di origine siriaca, era stato un cambiavalute prima
di diventare impiegato nella prefettura dell'Oriente. Verso il 540 fu
nominato comes sacrarum largitionum e, nel 543, divenne prefetto. Fu
rimosso dalla carica nel 546 e, l'anno successivo, fu di nuovo comes
delle largizioni, per tornare alla prefettura verso il 554 e restare prefet­
to fino almeno al 562, ere anni prima della morte del suo imperatore.
Al pari di Giovanni sembra essere stato un uomo senza scrupoli ma,
a differenza di questo, ebbe l'appoggio di Teodora. Mostrò inoltre,
come il predecessore, una notevole competenza tecnica, come attesta
una legge del 545, probabilmente da lui preparata, che regola minuzio­
samente il sistema di riscossione delle imposte. Nella prassi, tuttavia,
il livello di illegalità e di arbitrarietà del fisco pare avere raggiunto il
massimo durante la sua prefettura. Nel 544 si rese impopolare impo­
nendo ad alcune città di acquistare a prezzi maggiorati le eccedenze
del grano importato a Costantinopoli, sebbene fosse in parte marcito;
l'anno successivo per aver costretto i provinciali a una vendica forzosa
di grano a cosci inferiori al normale. La prassi rientrava nei suoi diritti
perché la legge prevedeva per i sudditi l'obbligo di vendere prodotti
allo stato a un prezzo fissato dall'autorità, ma Pietro realizzò proba­
bilmente anche ingenti guadagni personali contro l'utile pubblico.
Il grano non fu ugualmente sufficiente per il fabbisogno; si ebbero
proteste e l'imperatore lo allontanò dalla prefettura. Malgrado la sua
evidente disonestà, Pietro Barsime fu in grado di far fronte alle esi­
genze finanziarie del momento, che si erano aggravate dai tempi dd
cappadoce e richiedevano una grande disponibilità di fondi, come ad
esempio quando fu definita la pace con i Persiani. Quale responsabi­
le delle largitiones, Barsime ebbe modo di proseguire la sua attività
I L M ONDO DI GIUSTINIANO

spregiudicata ; il maggiore successo fu l' introduzione del monopolio


di stato sui tessuti di seta imposto quando i privati vennero messi in
difficoltà dalla guerra contro i Persiani che ne rendeva precari i rifor­
nimenti dall'Oriente. Il monopolio venne mantenuto anche dopo la
conclusione della tregua con la Persia nel 545; ma il problema della
seta di lì a pochi anni avrebbe cambiato aspetto. Tra 552 e 554, infat­
ti, due monaci bizantini introdussero nell'impero il baco e da questo
facto prese inizio, sia pure lentamente, la produzione della seta nel
mondo mediterraneo che liberò Bisanzio dall'obbligo di ricorrere ai
Persiani per l'importazione del prodotto.

Nobiltà e consolato

I titoli nobiliari a Bisanzio non erano ereditari ma per lo più connessi


all 'esercizio di una carica pubblica. Si trasmetteva unicamente di pa­
dre in figlio la condizione senatoria, non l'accesso al senato. Si aveva
perciò in parallelo alla nobiltà dei funzionari un'aristocrazia perma­
nente, una sorta di nobiltà del sangue basata sulla tradizione e non
necessariamente legata al possesso di titoli. Funzionari civili e militari
ottenevano titoli di nobiltà fissi in rapporto al posto occupato nella
gerarchia, sia che si trattasse di funzionari in servizio attivo (in actu,
agentes), a disposizione (vacantes) o semplicemente onorifici (honora­
rii). A partire da un certo grado ogni funzione era infatti compresa in
una classe di nobiltà. Al tempo del nostro imperatore, al gradino più
basso si trovavano i clarissimi; venivano poi gli spectabiles e gli illustres,
che formavano la classe più elevata. Facevano parte di quest'ultima i
più alti dignitari dello stato, suddivisi a loro volta secondo il rango,
e a quest 'epoca iniziano a comparire i gloriosi come illustres di grado
più alto. Il grado di illustris consentiva a certe condizioni l'accesso al
sen ato. Il figlio di un senatore, si è detto, ne ereditava lo status, che lo
poneva in una posizione sociale privilegiata, ma non l'effettiva appar­
t en enza al senato. Era infatti un semplice clarissimus per diritto di na­
sc i ca e soltanto la concessione imperiale del grado più alto o l'esercizio
di una carica appropriata potevano condurlo a sedere in senato. Nella
pratica, tuttavia, l'appartenenza all'assemblea pare essere stata almeno
in parte ereditaria. Sembra suggerirlo una Novella giustinianea del 555
in cui si fa riferimento all'eredità del senatore lerio, qualificato come
vir gloriosus, cioè illustris del grado più alto. Il figlio e il nipote di lerio
L'ETÀ DI GIUSTINIAN Q

sono infatti come lui viri gloriosi, ovvero membri effettivi del senatàj
dopo essere stati semplici clarissimi31 •
Ai vertici delle classi di nobiltà si aveva il titolo di patricius, che non
era legato ad alcuna magistratura. Come tale, veniva concesso diretta•
mente dall'imperatore indipendentemente dall'esercizio di funzioni
pubbliche. Giustiniano lo conferì con molta larghezza, favorendone
così il processo di svalutazione che era d'altronde già in atto da tem­
po. È tipica infatti di Bisanzio una ricorrente mobilità dei titoli, per lo
più dovuta ali'abuso nella concessione che costringeva i sovrani a creare
continuamente nuovi gradi per compensare la decadenza di quelli esi­
stenti. All'inizio del 5 2.8, ad esempio, si incontra la categoria nuova degli
illustres inter agentes, cioè illustri vacantes ma considerati per il rango
come effettivi. L'innovazione è senza dubbio da connettere all'eccessiva
generosità con cui Giustiniano verso la stessa epoca distribuiva il rango
di illustre onorario i cui detentori erano considerati più in alto dei va­
cantes. Oltre al patriziato, esistevano poi altri titoli speciali, più elevati,
riservati però ai membri della famiglia imperiale. Questi erano, in or­
dine ascendente, il curopalate, il nobilissimo e il cesare. Il primo aveva
anche un compito effettivo quale comandante della guardia palatina e
non era pertanto un semplice titolo. Fu creato nel v secolo, ma assunse
particolare importanza sotto Giustiniano allorché venne conferito al fu.
turo Giustino II rendendolo, in assenza di cesare o di nobilissimo, il più
alto dignitario e il probabile erede al trono. Il titolo di nobilissimo non
fu conferito sotto Giustiniano ma lo portò lo stesso imperatore prima di
essere incoronato. Anche il rango di cesare era caduto in desuetudine e
fu di nuovo conferito da Giustino II nel 574 a T iberio, che poi gli suben­
trò al potere quattro anni più tardi.
La più alca dignità cui potesse aspirare un privato cittadino era il
consolato, sopravvivenza dell'antica magistratura romana. Al tempo di
Giustiniano si distinguevano due tipi di consoli: effettivi o ordinarii, che
realmente rivestivano la dignità, e onorarii (honorarii, codicillarii), che la
esercitavano in modo fittizio ottenendo però il diritto di fregiarsi delle
insegne distintive. A questi si aggiungeva poi il consolato imperiale, che
non era una vera e propria istituzione, ma si aveva quando occasionalmen·
te il sovrano assumeva la dignità in sostituzione del console ordinario,
Un'usanza seguita anche da Giustiniano, che fu console nel 52.8, nel 5 3 3
e di nuovo nel 5 3 4. Una legge del v secolo precisa che il consolato onora·
rio poteva essere ottenuto con il pagamento di 100 libbre d'oro destinate
al fondo degli acquedotti di Costantinopoli'6• Il consolato ordinario era
I L MONDO DI GIUSTINIANO 153

,1 s saipiù oneroso perché comportava l'organizzazione di giochi pubblici


n ella capitale. Era tuttavia assai ambito per l'enorme prestigio che com­
po rtava. In primo luogo, infatti, il detentore si poneva sullo stesso piano
dell'imperatore, che assumeva occasionalmente la dignità. I consoli ave­
vano poi il privilegio di dare il proprio nome all'anno di carica, secondo
I ' antica consuetudine romana. In terzo luogo raggiungevano il grado più
alto dell'aristocrazia occupando, con i patrizi, i ranghi più elevati della
rerza classe di nobiltà. Dopo la divisione dell'impero si ebbe un console
in Occidente e uno in Oriente e l'usanza venne mantenuta anche sotto
le dominazioni barbariche fino al 534. In Oriente il consolato ordinario
iniziò a declinare nel v secolo fino a sparire sotto Giustiniano a causa,
soprattutto, dei costi enormi che comportava. La vanità di Giustiniano,
il quale sembra aver mal sopportato l 'esistenza di colleghi sia pure fittizi,
pare inoltre averne affrettato la decadenza. Una legge del 31 agosto 53 7
abolì infatti il diritto di dare il nome ali' anno o, se non vi era console, di
contare gli anni dall'ultimo consolato, introducendo l'obbligo di datare
gli atti secondo l'anno di regno del sovrano e il ciclo di indizione37• Veniva
così a cadere l'unico compenso reale accordato ai consoli per le spese che
dovevano sostenere durante l'esercizio della carica. Nel corso dello stesso
anno ( il 2.8 dicembre) Giustiniano tentò però di rianimare il consolato,
riducendone notevolmente i costi. La legge relativa gli fu probabilmente
suggerita da Giovanni di Cappadocia e pare essere stata redatta personal­
mente dal sovrano, che amava fare sfoggio delle sue conoscenze giuridi­
che 18. Il tentativo non ebbe però successo e, di lì a pochi anni, il consolato
ordinario sparì forse anche a seguito della rimozione di Giovanni di Cap­
padocia nel 541. Lo stesso Giovanni era stato console nel 538, dopo due
anni di interruzione seguiti al consolato di Belisario nel 535. Furono poi
consoli l'egiziano Flavio Apione nel 539, Flavio Giustino parente dell' im­
peratore nel 540 e, da ultimo, Flavio Anicio Fausto Albino Basilio nel 541.
Dopo questo discendente dall'antica aristocrazia romana non si ebbero
più consoli ordinari a Costantinopoli. Sopravvissero, al contrario, ancora
per parecchio tempo il consolato onorario e quello imperiale: il primo era
an cora presente nella gerarchia palatina del x secolo con il nome greco di
YPatos, l'altro si esaurì nel corso del VII secolo.
Il console ordinario entrava in carica il primo gennaio con una ceri­
monia solenne. Ali' alba rivestiva in casa propria le insegne e distribuiva
a p arenti e amici i dittici e altri doni. I dittici erano tavolette doppie
rip iegabili attorno a una cerniera, per lo più fatti in avorio, simili a quel­
l e d i cui ci si serviva per scrivere. Contenevano le partecipazioni e, nel
154 L'ETÀ DI GIUSTINIAN�
'.,

lato esterno, si vedeva per lo più l'immagine convenzionale del nuovcai


console in abiti da cerimonia con la scritta che ne ricordava la carriera e�
talvolca, comparivano immagini di altro genere relative spesso ai giochi
del circo da lui organizzati. Ne sono pervenuti una sessantina di esem;
plari, distribuiti in diversi musei europei ed extraeuropei, integri con i
due sportelli, con sportelli isolati ma ricostruibili nell'originaria formà
o ancora come pezzi unici non riconducibili ad altri. In alcuni casi, poi,
le immagini che presentano sono state modificate per adattarle ad altre
o i pezzi sono mutili.
Ai primi festeggiamenti faceva seguito il processus consularis, il corteo
di inaugurazione, durante il quale il console, portato a braccia su una
sedia gestatoria, spargeva denaro alla folla. A dire il vero, questa antica
usanza fu abolita nel v secolo dall'imperatore Marciano, ma Giustiniano
la ripristinò nel 537 consentendo la sparsio (come si chiamava) di piccole
monete d'argento. Le liberalità offerte dai consoli variavano secondo i
mezzi di ognuno e si è visto quanto denaro il giovane Giustiniano aveva
speso nel 521 per compiacere la folla della capitale, cosa che fece anche
in occasione del consolato imperiale del 528. Nel 535 Belisario fu ugual­
mente in grado di celebrare sontuosamente l'inizio della carica serven­
dosi del tesoro dei Vandali. Fu portato a spalle per la città dai prigionieri
di guerra e, quindi, salì sul carro trionfale spargendo alla folla parte del
bottino bellico: coppe d'argento, cinture d'oro e altri oggetti preziosP9•
Per un paio di anni, in seguito, non si ebbero più candidati, sicuramente
perché nessuno riteneva di poter competere con tanta magnificenza. La
legge del 537 ridimensionò notevolmente la portata degli obblighi del
nuovo console, al quale si chiedevano solcanto sette spettacoli. Il primo,
non specificato, doveva aver luogo per l' inaugurazione. Altri cinque du­
rante l'anno e l'ulcimo il 31 dicembre, al momento di uscire di carica.
Anche l'ultimo non è specificato, mentre del secondo e il sesto si sa che
erano mappae o corse di carri, il terzo una caccia alle belve nell' ippo­
dromo, il quarto un combattimento di adeti professionisti assieme ad
altre lotte con le belve per un'intera giornata e il quinto uno spettacolo
con buffoni, cantanti e danzatrici. Questo programma ridotto veniva a
costare non meno di 2.000 libbre d'oro40•
Il tipo di spettacoli che si svolgevano ali' ippodromo, olcre alle corse
dei carri, e al mimo in cui si specializzò la futura imperatrice Teodora, è
parzialmente ricostruibile dagli scomparti inferiori di alcuni dittici con­
solari dell'epoca, in cui si vedono combattimenti fra belve, fra uomini
e belve e giochi di abilità, a cui si aggiunge, in un unico caso, uno spet·
J L MONDO DI GIUSTINIANO 155

F I G URA 2.
In cisione raffigurante il dittico di Anastasio conservato nel Gabinetto delle meda­
glie della Biblioteca nazionale di Parigi

tacolo teatrale. Nel dittico di Areobindo, console in Oriente nel 506,


di cui si sono conservati entrambi gli sportelli (Zurigo, Schweizerisches
Landesmuseum) si notano giochi di abilità con orsi. Sotto lo sguardo
degli spettatori, alcuni cacciatori (venatores) combattono con gli ani­
rn ali, mentre sullo sfondo si nota un edificio in mattoni che potrebbe
es sere un serraglio. Tre uomini sono afferrati dalle belve a un polpac­
cio mentre un quarto brandisce un laccio ed è intento a lanciarlo. Nel­
l o scomparto di destra risaltano, invece, quattro cacciatori che, sempre
socco lo sguardo del pubblico, infilzano con le lance altrettanti leoni. In
ttno sportello isolato di Areobindo (Besançon, Musée des beaux arts)
L'ETÀ DI GIUSTINIAN �
',

si vede la consegna dei premi ai vin<:_itori delle gare e in un altro ancor�


(Parigi, Musée national du Moyen Age et des chermes de Cluny) ritor�
nano le scene cruente con la lotta fra belve e fra uomini e animali. A
partire dal!'angolo destro in basso compaiono un leone che azzanna un
toro sul dorso, un cacciatore protetto da una maschera e un cavallo che
sfugge a un orso colpendolo con gli zoccoli posteriori. Seguono più in
alto due figure umane, una con le braccia alzate forse in segno di vittoria
e l'altra con un laccio in mano. In alto, al centro, un orso che tenta di
penetrare in un riparo ovale fatto apparentemente di legno ali'interno
del quale si trova un cacciatore e, a sinistra, un altro orso colpito da una
lancia del venator. Sotto, una figura che pare entrare nel!'arena da una
porticina e, alla sua sinistra, un altro atleta con il laccio; qua e là, sparsi,
si notano poi i premi per i vincitori: foglie di palma, piatti rotondi e uno
rettangolare. Nel dittico di Anastasio, console nel 517, ugualmente inte­
gro (Parigi, Bibliothèque nationale, Cabinet des médailles; cfr. FIG. 2.),
si notano nello scomparto di sinistra i cavalli condotti simbolicamente
dalle Amazzoni e, sotto, un riferimento a spettacoli di rappresentazione
tragica con tre donne fornite di maschere teatrali, di cui la prima è se­
duta; nella parte sinistra si vede un episodio di mimo, che pare essere la
parodia della guarigione di due ciechi. Nell'altro scomparto si torna alle
scene di caccia con leoni e, forse, una iena. In alto, si nota un giovane a
cavallo con in mano la frusta mentre, in basso a destra, un cacciatore è
azzannato dal!'animale a una gamba, un altro contende con un leone al
riparo di un cancello mobile che brandisce con le mani e un altro ancora
si nasconde dietro una sorta di supporto girevole per difendersi dalle
belve. Si vedono, inoltre, altri due personaggi con in mano un laccio.
Nonostante la predominanza delle scene di caccia, alle quali doveva­
no indirizzarsi i gusti prevalenti degli spettatori, sono occasionalmen­
te riconoscibili infine in un frammento di Anastasio (San Pietroburgo,
Ermicage) una possibile presenza di cantanti, giochi di abilità come un
giocoliere con la palla e una composizione acrobatica formata da uomini
e ragazzi in equilibrio.

Cerimoniale palatino

L'etichetta di corte seguiva una serie di regole precise. Giustiniano, che


aveva un'alta concezione della sua missione imperiale, rafforzò notevol�
mente l'assolutismo anche nelle forme esteriori in cui si manifestava,
I L M ONDO DI GIUSTINIANO 1 57

mettendo in primo piano nella nuova etichetta di corte anche la moglie,


c ome ricorda con disappunto Procopio:

Un tempo, quando l'assemblea senatoria si recava presso l' imperatore, soleva


ossequiarlo nel modo che segue: un patrizio si inchinava sino al torace dell'im­
peratore, a destra, e questi lo congedava dopo un bacio sul capo; gli altri pote­
vano andarsene dopo aver piegato il ginocchio destro dinanzi all'imperatore;
per l' imperatrice non era invece prevista genuflessione alcuna. Ma ora, quando
accedevano al cospetto di Giustiniano e Teodora, tutti - patrizi compresi - era­
no lesti a gettarsi bocconi, con mani e piedi ben tesi: potevano alzarsi solo dopo
aver sfiorato con le labbra il piede di entrambi.

E non era tutto:

Prima di loro, chi aveva conversazione con la coppia imperiale soleva rivolger­
si all'uno come "imperatore" [basileus], all'altra come "imperatrice"; lo stesso
valeva per le altre autorità, per le quali si ricorreva al nome della carica rivestita
al momento. Ma se, rivolgendosi anche a uno solo dei due, si fosse detto "impe­
ratore" o "imperatrice" anziché "signore" o "signora", o se ci si fosse azzardati a
chiamare un magistrato altrimenti che "schiavo", si sarebbe apparsi ignoranti e
sboccati, per ritrovarsi con la nomea di chi commette errori gravissimi e offende
chi proprio non si doveva••.

La variazione semantica era molto significativa alle orecchie di un bi­


zantino e può essere colta soltanto in parte in una traduzione. Il termine
greco basileus (imperatore) era già nell'uso corrente per indicare il so­
vrano e non comportava come tale un particolare vincolo di servilismo;
despotes (signore), al contrario, qualificava il rapporto fra padrone e ser­
vo con tutte le implicazioni del caso. Allo stesso modo doversi proster­
nare fino a baciare i piedi dei sovrani accentuava il rapporto di servile
dipendenza nei confronti della coppia imperiale di fronte alla quale tut­
ti indistintamente erano da considerarsi schiavi. Procopio apparteneva
ali 'aristocrazia e come i rappresentanti della sua classe doveva masticare
amaro davanti ad atteggiamenti che non solo facevano piazza pulita di
q uanto restava della tradizione romana ma, cosa forse ancor più grave ai
loro occhi, venivano rivolti a una coppia di personaggi venuti dal nul­
la (Teodora in particolare) verso cui molti di loro dovevano nutrire un
odio smisurato.
Nei protocolli Giustiniano conservava l'antica titolatura latina, for­
mata da praenomen, nomen e cognomina. Questi ultimi esaltavano am­
piamente le vittorie sui nemici, vere o presunte, e il carattere venerabile
L'ETÀ DI GIUSTINIANQ

della sua persona. Così si legge ad esempio nell'iscrizione di una legge


del 534: «lmperator Caesar Flavius lustinianus Alamannicus Gothicus
Francicus Germanicus Anticus Alanicus Vandalicus Africanus pius felu:
inclitus vietar ac criumphator semper Augustus» 4 1• Ma ci si rivolgeva
a lui chiamandolo semplicemente Auguste in latino e basileus in greco,
mentre i termini despotes e, al femminile, despoina erano utilizzati ma,
evidentemente, non ancora introdotti a corte prima di lui. Esigere tale
appellativo significava cancellare gli ultimi ricordi di una tradizione "de­
mocraticà' di governo. Tutti i sudditi indistintamente, compresi i digni­
tari, si pongono nella condizione di "servi" e non di collaboratori a vario
titolo dei sovrani. In sostanza, un programma di governo antiaristocrati­
co, che sappiamo essere stato tipico di Giustiniano e con lui di Teodora.
Il principale santuario del culto rivolto agli imperatori era il Palazzo
Sacro e qui, come in una sorta di religione, veniva manifestata la venera­
zione del sovrano attraverso atteggiamenti rituali. Le regole di cale eti­
chetta erano molto precise. Il passo di Procopio su riportato ci fa capire,
sia pure in toni caricaturali, che il trasgredirle era considerato un fatto
gravissimo. In presenza del sovrano eletto da Dio si richiedeva il silenzio
religioso, un onore che ancora una volta l'imperatore di Bisanzio divi­
deva con il re di Persia. Esistevano a palazzo alcuni impiegati dal nome
significativo di silentiarii, il cui compito principale consisteva nel man­
tenere il silenzio in presenza dell'imperatore. Lo stesso valeva verosimil­
mente per l'imperatrice, a giudicare dall'attribuzione di alcuni di questi
a Teodora. Si trattava di un corpo elevato di uscieri, in numero di 30 e
con a capo 3 decurioni. Li troviamo all'opera nella Vita di san Saba men­
tre introducono nel concistoro i legati del patriarca di Gerusalemme. I
silenziari «che custodiscono le porte», nota il biografo, respinsero Saba
che era tanto malconcio da sembrare un mendicante e soltanto più cardi
ci si accorse dell'errore. L'episodio avvenne sotto Anastasio I quando per
la prima volta il santo si recò a Costantinopoli; qualche anno più tardi fu
però accolto con tutti gli onori da Giustiniano, che si alzò dal crono per
andargli incontro, si inchinò dinanzi a lui e lo baciò sul capo43 •
Durante le assemblee solenni del concistorio, i silentia, era d'uso che
il sovrano in crono si esprimesse con brevi formule o semplici segni,
come in una cerimonia religiosa. Il carattere religioso veniva inoltre sot·
colineato da altri elementi, quali l'uso esclusivo della porpora, la confor·
mazione del trono che ricordava l'altare delle chiese o l'usanza di tende
per nascondere alla vista l'imperatore. Della porpora si è già detto a pro·
posito degli abiti. Basterà qui aggiungere che il sovrano non calpestava
J L MONDO DI GIUSTINIANO 1 59

il suolo comune ma soltanto tappeti di porpora o lastre di porfido, iden­


ti ficando simbolicamente la sua persona nell'antico colore del trionfo.
Di porfido furono, inoltre, per molto tempo anche i sarcofagi imperiali.
Come un altare, il trono del concistoro era sormontato da un baldacchi­
no sorretto da quattro colonne sopra al quale vi erano due vittorie alate
con in mano una corona di alloro. Sorgeva su un palco di marmo cui si
accedeva attraverso quattro gradini di porfido e sul pavimento del quale,
davanti al trono, si trovava una lastra della stessa materia. Ne abbiamo
una descrizione in Corippo:

Il centro di questa sala è nobilitato dal!' augusta sede cinta da quattro esimie
colonne sopra le quali una volta splendente per la profusione di oro massiccio,
che imita le regioni del cielo convesso, copre il capo immortale di chi siede e il
trono ornato di gemme, superbo per oro e porpora. Aveva riunito quattro archi
connessi uno con l'altro. A destra e a sinistra una Vittoria si librava più in alto
nel!' aria con le ali spiegate portando con la destra fulgente la corona di alloro44•

La sala del concistoro era celata ai sudditi da una tenda, il velum, che
pendeva dalla porta centrale da cui venivano ammessi i visitatori. Vi si
aprivano in totale tre porte, alle quali, nel lato opposto, facevano riscon­
tro altre tre da cui entravano il sovrano e il suo seguito, il primo dalla
porca centrale che portava al palco del trono e gli altri da quelle lacerali
che, dall'alto, conducevano direttamente nella sala. Allorché un visita­
tore era ammesso alla presenza dell'imperatore, i silenziari scostavano
il velum come in una cerimonia religiosa. Per avere un'idea di cali vela
dobbiamo pensare alle immagini figurate e, in particolare, ai mosaici di
Ravenna. Li vediamo infatti in Sant'Apollinare Nuovo nel palazzo di
Teodorico o a San Vitale nel mosaico di Teodora. Altri esempi ci ven­
gono poi dalle raffigurazioni musive dei Miracoli di sant:Apollinare o del
Tradimento di Pietro visibili ancora in Sant'Apollinare Nuovo.
Faceva parte del rituale palatino anche l'usanza di ricevere qualche
co sa dalle mani del sovrano nascondendo le proprie sotto il mantello. Si
voleva così evitare la profanazione dell'"eletto da Dio" da parte di una
in ano comune. Si tratta di un'usanza di origine persiana, che troviamo a
c oree già nel IV secolo e che entrò anche nella liturgia ecclesiastica, come
è ampiamente illustrato nell'iconografia religiosa di età giustinianea.
l'esempio visivo più interessante ci viene dal mosaico con il Cristo che
Porge la corona del martirio a san Vitale, nel catino absidale della chiesa
ravennate, in cui possiamo vedere adombrato un rito palatino di inve-
160 L'ETÀ D I GIUSTINIAN q

stitura. Altri mosaici ravennati, quali i Magi o le Processioni di marti�


e vergini in Sanc'Apollinare Nuovo, ci suggeriscono che nel rituale di
palazzo erano previste le mani coperte anche quando si portava un donQ
all'imperatore.
Il rito forse più importante era l'adoratio (.proskynesis), cioè la pro­
sternazione di fronte al sovrano. Ancora una volta la matrice è orientale.
L'adorazione è presence a tracci nel mondo romano e nell'ottica pagana
manifesta la sottomissione del suddito dinanzi ali' imperatore-dio dalla
cui luce si è abbagliaci. Nella Bisanzio cristiana fu mantenuta con ana­
logo significato di soggezione e giunse anche ad assumere un valore isti­
tuzionale come atto formale che sanciva la promozione dei dignitari. Si
è visco che Giustiniano e Teodora ne estesero l'obbligo ai senatori, che
fino a quel momento ne erano stati esenti. A giudicare dall'opera di Co­
rippo, l'uso si affermò al punto di divenire la forma normale di ossequio
dell'assemblea. Ancor prima che diventasse imperatore, inoltre, il senato
si prosternò dinanzi a Giustino II e alla moglie per invitarlo ad assumere
lo scettro:

I senatori, manifestando il proprio consenso e i propri voti, ripetutamente ado­


ravano i signori, e supplici, con il ginocchio piegato, davano moltissimi baci alle
piante divine41•

Tutti i sudditi erano obbligati a prosternarsi di fronte all' imperatore,


mentre egli concedeva lo stesso onore soltanto in casi eccezionali. A
quanto ci racconta una fonte occidentale, infatti, Giustino I nel 525 si
umiliò prosternandosi dinanzi a papa Giovanni, in missione a Costanti­
nopoli per conto di Teodorico, e lo stesso fece Giustiniano qualche anno
più tardi con papa Agapito4 6• Anche a proposito dell'onore concesso a
san Saba si parla di proskynesis di Giustiniano e di Teodora, ma potrebbe
trattarsi di un semplice inchino, dato che il termine era usato anche in
questo senso. L'adorazione si estendeva, inoltre, alle immagini imperia­
li, oggetto di un culto particolare di chiara derivazione pagana. Pietro
Patrizio ci ha conservato un resoconto sul ricevimento dell'immagine
dell'imperatore d'Occidente Antemio nel 467. In presenza di Leone I,
che allora regnava a Bisanzio, l' immagine fu ricevuta in concistoro dove
il prefetto cittadino pronunciò l'elogio dei due sovrani. Leone ordinò
di inviarla in tutto l' impero e di esporre i ritratti dei due imperatori alla
venerazione pubblica47• Quando un nuovo sovrano saliva al trono, si in­
viavano le sue immagini laureate per tuero l' impero e queste erano rice-
I L M ONDO DI GIUSTINIANO

vure con grandi onori. Alcune leggi del Codex lustinianus sono esplicite
sul carattere sacro delle immagini imperiali. Alle statue era connesso il
diritto di asilo purché la causa dei rifugiati fosse riconosciuta giusta. Era
in oltre vietato profanare le immagini con la vicinanza di raffigurazioni
in degne:

Se nei portici pubblici o in quelle parti delle città in cui si è soliti consacrare le
nostre immagini qualche pittura mostra un pantomimo dall'abito modesto e
un auriga dalle pieghe grinzose o un vile istrione, questa sia immediatamente
rimossa e in futuro non sia più lecito notare persone disoneste in luoghi onesti.
Non vietiamo però che siano collocare ali' ingresso del circo o nel proscenio del
teatro.

Un'altra legge disponeva, infine, che la dedicazione di statue o immagini


nelle province avvenisse con una cerimonia alla presenza del governato­
re, sia pure «senza l'ambizioso fastigio dell'adorazione» 4 9•
Le acclamazioni erano un altro elemento essenziale delle cerimonie.
Questa volta è un'usanza romana nata come manifestazione spontanea
ma conservata a Bisanzio in formule e atteggiamenti rituali. L'acclama­
zione più usuale veniva pronunciata in latino ed era un augurio di vitto­
ria ( Tu vincas!). Assieme a questa, il popolo della capitale pronunciava in
latino anchefelicissime, mentre di norma si esprimeva in greco e i soldati
ricorrevano al latino. Si avevano poi i polychronia, o auguri di lunga vita,
nonché canti e danze rituali eseguiti, questi ultimi, dai membri delle as­
sociazioni sportive di Costantinopoli. A palazzo l'imperatore era accla­
mato dai dignitari, mentre i popolani erano soliti farlo ali' ippodromo.
Corippo ci dice, ad esempio, che Giustino II fu lungamente acclamato a
palazzo dopo l'incoronazione:

Risuonò improvviso il clamore dei padri. Crescono quindi i clamori dei clienti.
Ai clamori risponde l'eco. Con innumerevoli lodi esaltano i nomi dei sovrani.
Con trecento voci augurano lunga vira a Giustino e altrettante invocazioni fan­
no tutti i presenti per l'augusta Sofia. Mille voci differenti cantano mille lodi.
Dicono che Giustino e Sofia sono in ugual misura le due luci del mondo. « Re­
gnate assieme nei secoli » affermano e invocano anni felici per i sovrani felici.
Questo clamore risuonò a lungo e infine racque49•

Ancora Giustino II fu acclamato a palazzo dai senatori con il grido «Tu


V incas! » prima di iniziare la processione consolare nel 566 10• Lo stes­
s o grido veniva normalmente levato all'ippodromo accompagnato da
L' ETÀ DI GIUSTINIAN O

invocazioni, come ad esempio, « O Signore, salva l ' imperatore Giusti­


niano e l'augusta Teodora » che risulta pronunciata nel 5321 '. In alcuni
casi le acclamazioni assumevano un andamento solenne attraverso canti
e danze rituali, come ci dice ancora Corippo :

Quando il principe si appoggiò sull'alco trono per sedersi si levò un alto fragore
di letizia: la plebe con cento voci augura ai principi l 'età dell 'oro. Le fazioni da
una parte e dall'altra si rinviano auguri di lunga vita per G iustino e formulano
voti infiniti per l'augusta Sofia. Battono le mani per applaudire, si levano grida
di gioia e i settori rispondono l'uno ali' alcro con frasi alternate. Insieme alzano
le destre e insieme le abbassano. A gara in tutto il circo il volgo palpita da ogni
parte [ ... ] . Cantano con ordine e ai canti si aggiungono evoluzioni. Ora con
le membra erette tutti assieme, ora con le membra chine alzano il capo. Nello
stesso momento si avvicinano, nello stesso momento si ritraggono1 '.

Siamo all' ippodromo, subito dopo l ' incoronazione e i demoti eseguo­


no i canti e le danze in onore del nuovo sovrano, che si è mostrato sul
Kathisma. Qualche cosa di simile accadde sicuramente anche quando
Giustiniano fu proclamato.
A palazzo avevano luogo anche le investiture dei dignitari e dei funzio­
nari. Siamo informati in proposito dai frammenti di Pietro Patrizio relati­
vi ad alcune promozioni. La legge del 535 con cui si abolì la venalità delle
cariche ci conserva inoltre il testo del giuramento che Giustiniano impo­
se a governatori di provincia, vicari e funzionari di grado equivalente. Il
giuramento doveva essere prestato in presenza dell'imperatore o di alcuni
ministri se il sovrano non era disponibile, e comprendeva una professione
di fedeltà ( un tipo di giuramento già esistente) assieme alla dichiarazione
di non aver acquistato la carica e di voler governare correttamente:

Giuro per Dio onnipotente e per suo figlio unigenito Gesù Cristo Dio nostro
e lo spirito santo e la santa gloriosa madre di Dio e sempre Vergine Maria e i
quattro evangeli, che tengo in mano, i santi arcangeli Michele e Gabriele, di
conservare un animo puro e di rendere un servizio onesto ai nostri divinissimi e
piissimi signori Giustiniano e Teodora, coniuge della sua maestà".

La promozione del comes admissionum offre un esempio significativo di


tali cerimonie. Era questo un funzionario di grado elevato, dipendente
dal magister ojficiorum, che guidava il corpo degli admissionales con il
compito di introdurre le persone in concistoro. Poteva essere promosso
durante un silentium oppure quando il sovrano si recava all' ippodromo :
J L MONDO DI GIUSTINIANO

È così promosso : dopo che il magister è stato chiamato ed è entrato assieme


a cucci i maggiorenti, l' imperatore ordina al comes admissionum che sta per
lasciare il servizio di condurre il primo decurione chiamandolo per nome,
come si usa fare anche per gli altri dignitari. Egli esce e lo porta. L' impe­
ratore gli dà i codicilli di comes admissionum e questi, dopo averli presi,
bacia i suoi piedi e si dispone dinanzi a lui. L' imperatore ordina quindi a
quello che ha ricevuto i codicilli di comes admissionum di condurre colui
che è uscito di carica, cioè l'ex comes admissionum, e il comes lo porca in sua
presenza. Il basileus gli dà i codicilli di illustre ed egli, dopo averli ricevuti,
bacia la punta dei suoi piedi. Il nuovo comes admissionum lo conduce quindi
via e lo colloca nel posto che gli spetta dopo gli agentes e davanti a cucci gli
illustri onorari14•

Quando dunque tutto era in ordine, il comes uscente conduceva alla


presenza del sovrano il «primo decurione», che era il più anziano dei
silentiarii, destinato a succedergli. L'imperatore gli consegnava i codi­
cilli, cioè il diploma di nomina, e il comes admissionum uscente otteneva
a sua volta il rango di illustre. Altre investiture, come questa, potevano
aver luogo in concistoro, ma al tempo di Giustiniano si era fatta strada
l 'usanza di conferirle in privato senza particolari solennità.
Il ricevimento di ambasciatori in concistoro era una delle cerimonie
più solenni e che meglio conosciamo attraverso Pietro Patrizio e Corip­
po. Sappiamo, ad esempio, come si ricevevano le ambascerie persiane
socco Giustiniano. L'ambasciatore e il suo seguito erano accolti ai con­
fini della Mesopotamia e di qui accompagnati fino a Costantinopoli
con un viaggio, a carico del governo imperiale, che non durava meno di
1 0 3 giorni. Il magister o.fficiorum si occupava del viaggio e dell'alloggio
nella capitale. Quando il sovrano decideva di ricevere il legato, era con­
vocato un silentium, cosa che avveniva la sera precedente con un man­
daton, un ordine verbale che l'incaricato imperiale portava verosimil­
mente di casa in casa. L'indomani si riunivano al concistoro i dignitari
con gli oloserici (gli abiti di seta) e il personale palatino. La composi­
zio ne dell'assemblea variava infatti secondo la funzione. Come organi­
s mo amministrativo comprendeva i soli consiglieri imperiali e a questi
si aggiungevano gli avvocati se fungeva da tribunale. Come camera da
c eri monia era composto da tutti i nobili e dal personale palatino. Così
i nfatti precisa Corippo:

L'augusta casa fu ornata e, per ordine del sovrano, furono convocaci cucci i di­
gnitari e ogni scuola palatina ebbe l'ordine di disporsi nei posti assegnaci11•
L'ETÀ DI GIUSTINIANd

I partecipanti entravano nel concistoro dal vestibolo comunicante (l' an�


ciconcistoro) e si disponevano ordinatamente nella sala secondo i posti
che il rango assegnava a ognuno. Come esattamente si collocassero non
sappiamo, ma certamente in funzione del grado di nobiltà. Essere nobili
a Bisanzio significava infatti, era le altre cose, godere di privilegi mate­
riali, ma anche di fruire di posti differenti in una complessa gerarchia
delle precedenze. Nel rituale di corte ciò si traduceva simbolicamente
nell'essere più o meno vicini al sovrano occupando posti diversi nelle
cerimonie. In una corte gerarchizzata come un organismo militare ci si
deve infatti disporre secondo uno "schieramento" preciso al quale corri­
spondono precedenze, atteggiamenti, formule e gesti.
Quando tutto era pronto, l'imperatore entrava in concistoro seguito
dal senato e dagli eunuchi. Prendeva posto in crono e, probabilmente, i
senatori si disponevano per fargli corona mentre gli eunuchi lo seguiva­
no fin sul palco. Così almeno suggerisce l'iconografia religiosa del tem­
po, dove il Cristo in crono è attorniato dagli angeli di cui, come già si è
accennato, è ovvio il paragone con gli eunuchi della corte terrestre. Due
angeli per parte si vedono infatti intorno al Cristo in trono in Sant'A­
pollinare Nuovo di Ravenna, mentre i due arcangeli attorniano il Cristo
seduto sul globo in San Vitale. In entrambi i casi sembrano compiere
gesti di presentazione, forse mediaci dalle usanze di corte. Corippo ac­
cenna, inoltre, ali' armiger Narsece, uno spacario, che segue Giustino II
allorché si siede in trono e che sovrasta per la sua scatura non meglio pre­
cisati agmina 16• Potrebbe forse alludere alla guardia di eunuchi disposta
intorno al trono e comandata da questo Narsete, che sappiamo essere
stato un favorito dell'imperatore. Il sovrano in trono assumeva di certo
un aspetto ieratico che voleva ricordare l'origine divina del suo potere e
i princìpi ideologici su cui essa si basava.
L'ambasciatore veniva ricevuto dal magister all'ingresso del palazzo
e qui accendeva di essere convocato. Quando era arrivato il momento,
superava la Chalké e raggiungeva l' anticoncistoro fra due ali di soldati
della guardia. I candidati in armi si disponevano nella sala « a destra e a
sinistra davanti agli archontes dopo i consolari» , come scrive Pietro Pa­
trizio 17. La cerimonia di ricevimento era diretta dal magister (ojficiorum)
che prendeva poi posto nel concistoro e che, al momento giusto, ordina­
va di introdurre il legato chiamandolo ad alca voce per nome. L'ordine
era ripetuto all 'admissionalis, nell'anciconcistoro, al quale erano stati già
dati in precedenza i nomi delle persone da introdurre. A questo punto
un decurione faceva entrare i candid ati dal Piccolo Concistoro, poi usci-
I L MONDO DI GIUSTINIANO 165

va per recarsi presso il legato. Se anche questo era pronto, gridava in lati­
no: «Leva!» e i silenziari aprivano il velum. Nel caso in cui l'ambascia­
core portasse anche cavalli fra i doni, venivano aperte tutte le tre porte
del concistoro, perché il sovrano potesse vederli, e a tutte si apponevano
rende di seta. Alle porte stava anche l'ostiarius, l'eunuco portiere, ma
non è chiaro con quale funzione. Doveva forse battere con il dorso del­
la mano sul velum per introdurre le persone quando l'ordine proveniva
Jall' interno, come avverrà in epoca più tarda. Non appena veniva solle­
vato (o scostato) il velum, l'ambasciatore si gettava a terra per adorare nel
punto in cui si trovava una lastra di porfido, e ciò ancor prima di entrare
nella sala. Si rialzava per poi prosternarsi di nuovo sulla soglia; ripeteva
quindi l'operazione a metà concistoro e infine dinanzi al sovrano, di cui
baciava i piedi. Al suo passaggio, la tenda era subito richiusa. Dopo di
che si rialzava e, in piedi di fronte al trono, consegnava le lettere del suo
re, di cui porgeva inoltre il saluto. L'imperatore gli rivolgeva alcune frasi
di cortesia: «Come sta il nostro fratello in Dio ? siamo lieti se è in buona
salute» e altre cose del genere. Il legato rispondeva: «Tuo fratello ti ha
inviato dei doni e ti prega di accettarli». L'imperatore acconsentiva ed
egli usciva per rientrare subito dopo con i portatori, che si prosternava­
no per tre volte dopo l'apertura del velo. Terminata l'esibizione dei doni,
il sovrano congedava il legato: «Riposati per qualche giorno e, se ci sarà
qualche cosa da trattare, lo tratteremo; dopo di che ti daremo congedo
per tornare dal nostro fratello». L'ambasciatore ringraziava, di nuovo
prosternandosi, e usciva dalla sala facendo l'adorazione negli stessi punti
in cui l'aveva fatta entrando. Su ordine del magister uscivano i candidati
e il basileus si alzava. Afferma Pietro Patrizio che tutto a questo punto
si svolgeva secondo l'uso. A quanto sappiamo noi, l'assemblea veniva
congedata con una formula che ricorda il rituale ecclesiastico (Abi, fac
missasi) e i presenti uscivano probabilmente dopo aver acclamato1 8•
In alcune occasioni l'imperatore usciva solennemente dal palazzo.
Gli obblighi del cerimoniale richiedevano infatti che celebrasse pubbli­
camente le grandi festività civili e religiose. Su queste ultime sappiamo
tnolto poco. Paolo Silenziario ricorda un'uscita di Giustiniano per re­
carsi in Santa Sofia: l'imperatore aveva fretta ( era il giorno della consa­
crazione) e non attese come d'uso «la scorta munita di scudi che porta
collane d'oro intorno all'indomito collo né la verga d'oro che sempre
precede i sovrani». Lo stile poetico è vago, ma si riferisce probabilmente
a soldati della guardia equipaggiati come quelli che vediamo nel mosai­
co di San Vitale a Ravenna, che hanno appunto collane d'oro, mentre
166 L'ETÀ D I GIUSTINIA NO

la «verga d'oro» dovrebbe far allusione al decurione dei silentiarii che


precedeva il corteo impugnando un bastone dorato. Mancava all'appel­
lo inoltre «la schiera della veloce giovinezza, insigne di forze gagliarde,
ben armata, compagna di strada, dai neri calzari» , forse i reparti degli
excubitores. Spiazzata dall'entusiasmo del sovrano quasi ottantenne,
la scorta accorre poi da ogni lato e si ricompone il corteo solenne con
l'eco degli scudi percossi e le acclamazioni59• Una notizia del cronista
Teofane ricorda, inoltre, che nel 557 Giustiniano si recò in Santa Sofia
per la funzione religiosa ma senza corona, in segno di lutto per il terre­
moto che aveva colpito Costantinopoli. Per lo stesso motivo rinunciò al
banchetto che, secondo la consuetudine, era offerto al Triclinio dei XIX
letti devolvendone la spesa ai poveri60• L'usanza di offrire banchetti fa­
ceva parte del cerimoniale, ma per quest'epoca se ne conosce ben poco,
a parte occasionali menzioni dell'esistenza di questi. Qualche cosa di
più ci dice Corippo, che dedica alcuni versi al banchetto solenne seguito
ali' incoronazione di Giustino II. Sono enumerati i vini pregiati che ven­
nero serviti e si fa riferimento all'uso di mense purpuree e di vasellame
d'oro arricchito anche con gemme. In particolare, si utilizzò un servizio
di piacei d'oro fatto fare da Giustiniano con il tesoro dei Vandali, in cui
erano raffigurate immagini dell'imperatore e dei suoi trionfi61•
Rientrano nelle cerimonie religiose, ma con carattere occasionale, le
consacrazioni di chiese alle quali il sovrano prendeva parte. La più im­
portante è naturalmente quella di Santa Sofia, che ebbe luogo il 27 di­
cembre del 537. L'imperatore arrivò su un carro tirato da quattro cavalli;
fu ricevuto ali' ingresso dal patriarca ed entrò in processione nella chiesa.
Si dice che in cale circostanza, dopo aver ringraziato Dio, abbia pronun­
ciato la nota frase: «Ti ho vinto, Salomone » . Che questa fosse l'opi­
nione corrente è d'altronde testimoniato anche da Corippo, il quale a
proposito di Santa Sofia scrive: «Taccia ormai la descrizione del tempio
di Salomone » 61• Ma vent'anni più tardi, il 7 maggio 558, la cupola di
Santa Sofia crollò. Fu subito ricostruita con maggiore solidità della pre­
cedente, tanto che è durata fino a oggi, e il 24 dicembre 562 ebbe luogo la
seconda inaugurazione solenne. In questa occasione il poeta Paolo Silen­
ziario declamò un suo lungo poema intitolato La descrizione del tempio
di Santa Sofia che tuttora si conserva. Un'altra inaugurazione solenne
della quale ci è giunta qualche notizia si svolse nel quartiere suburbano
di Sycae nel 55 2 dove fu dedicata la chiesa di Santa Irene. Le reliquie della
santa vennero traslate da Santa Sofia. Due patriarchi, Menas di Coscan·
tinopoli e Apollinare di Alessandria, presero posto sul carro imperiale
I L M ONDO DI GIUSTINIANO

portando sulle ginocchia la teca che le conteneva. La processione attra­


\'ersò il Corno d'Oro e il sovrano andò incontro a questa63•
Un'occasione frequente per lasciare l'interno del palazzo imperiale
er data dai giochi dell'ippodromo. In tal caso il sovrano raggiungeva
a
il Kathisma direttamente dalla sua dimora, attraverso una scala a chioc­
ciola, e vi prendeva posto assieme ai dignitari autorizzati a seguirlo. Le
corse di quadrighe all'ippodromo per molti secoli furono l'avvenimen­
ro sportivo più popolare a Costantinopoli fino a quando, in età tarda,
iniziarono a essere sostituite dai tornei alla maniera occidentale. La pas­
sione per le corse contagiava tutti gli strati della popolazione in modo
quasi morboso. Procopio, si è visto, osserva il violento antagonismo tra
i fautori delle diverse fazioni che non cedeva neppure «ai legami del
matrimonio o a quelli della consanguineità o dell'amicizia» e aggiunge
che da tale fanatismo non erano esenti neppure le donne sebbene non
assistessero agli spettacoli64• Due aneddoti sono illuminanti in propo­
sito. Si racconta che, al momento di costruire Santa Sofia, Giustiniano
avrebbe voluto acquistare la casa di un tale Antioco, ma questi rifiutò
energicamente. Il prefetto cittadino lo fece perciò incarcerare proprio
in un giorno di corse e Antioco, pur di non perderle, fu pronto a cedere
la sua proprietà. Un altro proprietario, di nome Senofonte, accettò di
vendere a condizione che gli aurighi delle quattro squadre partecipan­
ri ai giochi gli rendessero omaggio ali' ippodromo come usavano fare
ali' imperatore. Giustiniano acconsentì ma la proskynesis fu fatta a Seno­
fonte in modo grottesco.
Gli spettacoli si protraevano per un'intera giornata o, a volte, per più
giorni e avevano luogo a cadenze fisse o in occasioni straordinarie. Si
svolgevano sempre nella stessa data, ad esempio, i giochi per commemo­
rare l'anniversario della fondazione di Costantinopoli, che cadeva l' I I
maggio. A seguito della convocazione, che era fatta con l'esposizione di
un drappo, il popolo prendeva posto sulle gradinate e lo spettacolo ini­
ziava allorché si presentava il sovrano. Al suo arrivo veniva solennemente
accolto e acclamato e, quando aveva preso posto sul trono del Kathisma,
cominciavano le gare dei carri. Gli aurighi che li conducevano avevano
un posto importante nella società bizantina. Erano spesso colmati di
onori che giungevano fino alla dedicazione di statue. Gareggiavano con
le casacche di quattro colori: azzurro, verde, bianco e rosso corrispon­
denti alle diverse squadre. Lo spettacolo tipo si prolungava per tutta la
giornata e giungeva a comprendere fino a 2.4 corse di quadrighe riparti­
te fra mattina e pomeriggio. Oltre all' intervallo per il pranzo, c'erano
168 L' ETÀ D I GIUSTINIANO:

anche intermezzi con esibizioni di vario genere. Malala ci restituisce itl:


proposito un quadro vivace dei gusti alquanto grossolani della popola�
zione di Costantinopoli:

In quel tempo comparve un girovago di origine italica portando con sé un can�


fulvo, che su ordine del padrone faceva cose degne di meraviglia. Quando in­
fatti il padrone era nel foro e si era raccolta la folla per osservare, di nascosto
dal cane prendeva gli anelli dalle dica dei presemi e li appoggiava al suolo na­
scondendoli nella terra. Ordinava quindi al cane di raccoglierli e di renderli ai
proprietari. Il cane li cercava, li prendeva in bocca e restituiva a ognuno il pro­
prio. Lo stesso cane era anche in grado di classificare un gran numero di monete
di diversi imperatori secondo il nome di ognuno. Quando poi erano presenti
molti uomini e donne sapeva mostrare, se richiesto, le donne gravide, i lenoni,
gli adulteri, i taccagni e le persone di animo generoso61•

L'ippodromo era luogo di spettacolo ma anche di celebrazione della


maestà imperiale. Qui si è visto presentarsi al popolo il nuovo sovrano e
qui venne celebrato nel s 34 il trionfo sui Vandali. Ali' ippodromo, inol­
tre, l'imperatore poteva avere modo di confrontarsi con i sudditi e anche
in questo caso una testimonianza eloquente è data, come si è visto, dal
convulso succedersi degli avvenimenti in questo luogo in occasione del­
la grande rivolta del 532..
L'imperatore usciva dal palazzo anche per la celebrazione del suo
consolato. Dei tre consolati imperiali di Giustiniano sappiamo poco,
ma qualche notizia in più ci giunge per l'inaugurazione di quello di
Giustino II nel 566, a cui Corippo dedica l' intero IV libro del suo pane­
girico del sovrano e che può servire per ricostruire anche le precedenti
cerimonie tenendo presente che si svolsero verosimilmente allo stesso
modo. Nei giorni precedenti furono costruiti palchi di legno nell'Au­
gusteon per consentire al popolo di assistere al passaggio del corteo e
di ricevere la sparsio di monete «fitte come la neve». Al mattino del
primo gennaio vennero preparati oro e argento in due grandi mucchi
per i donativi. Giustino II, vestito con la trabea imperiale, salì sul trono
consolare ali' interno del palazzo. Questa divalis sella, come scrive Co­
rippo, altro non era se non il trono consolare, la sella curulis che vediamo
di frequente nei dittici. Sarebbe stata poi portata fuori dal palazzo solle­
vata da «giovani scelti, tutti della stessa età, con lo stesso abito, lo stesso
aspetto» vestiti di rosso e con una cintura d'oro. Per primi lo adorarono
i senatori acclamandolo. I nomi di questi furono poi letti a uno a uno
dal «sacro albo» e tutti si avvicinarono al sovrano ricevendo in dono
I L MONDO DI GIUSTINIANO

vasi d'argento colmi d'oro. Gli oratori cantarono in greco e in latino le


[odi di Giustino II ottenendo anch'essi premi pari a quelli dei senato­
ri « sebbene fosse differente l'onore». Vennero quindi le elargizioni ai
funzionari palatini chiamati per gruppi al cospetto del console. Termi­
nata questa fase, Giustino II uscì dal palazzo imperiale, atteso dalla città
in festa, in un corteo solenne:

Avanzano lieti i senatori nelle splendide vesti, in parte vestici con le trabee in
parte con le toghe secondo il posto e il costume che dava a ognuno il rango a lui
conferito. Vengono poi i divini uffici e vicino ai primi sta un araldo che gridan­
do ordina a cucci di procedere in ranghi serraci. Incedono le coorti serrate con
in mezzo un littore. A questo punto una schiera in armi protegge a destra e a
sinistra il fianco del principe. I maestosi excubitores proteggevano con gli scudi
le pie spalle e le falangi dei protettori splendevano con i giavellotti luccicanti di
rutilo oro66•

Il popolo applaudì il sovrano appena lo vide e poco dopo iniziò la spar­


sio, durante la quale, con un'immagine poetica ardita, Giustino II nutrì
i sudditi ansiosi come la rondine fa con i suoi figli tornando al nido.
Dall'Augusteon il corteo raggiunse Santa Sofia, dove il console elargì
ricchi doni e si fermò a pregare. Uscì quindi dalla chiesa e fu di nuovo
portato in processione accompagnato dai principali dignitari. Cosa poi
sia accaduto non lo sappiamo, perché il finale del poema è tronco.
Il Libro delle cerimonie di Costantino VII Porfirogenito ci conserva
infine una breve relazione anonima relativa a un ingresso trionfale di
Giustiniano a Costantinopoli. Non è precisato a quando risalga, ma è
verosimilmente da collocare nel 559, dopo la conclusione di un trattato
con il capo unno Zabergan che aveva poco prima invaso l'impero alla te­
sta di bande formate da Unni Cutriguri, Bulgari del Danubio e Sclaveni.
Zabergan si avvicinò a Costantinopoli ma fu sconfitto dalle forze impe­
riali guidate da Belisario; di qui si spostò più a nord e, quattro mesi più
tardi, in agosto, concluse con Giustiniano un trattato in forza del quale
l ' imperatore riprese il pagamento interrotto del tributo ai Cutriguri,
riscattò molti prigionieri e fornì ai barbari le imbarcazioni per passare
al di là del Danubio. Durante questi mesi Giustiniano, come si è visto,
aveva preso dimora a Selimbria soprattutto per dirigere la ricostruzione
del Lungo Muro che era stato gravemente danneggiato da un terremoto.
l' 1 1 agosto l'imperatore rientrò solennemente nella capitale di primo
tn attino passando attraverso la porta del monastero di Carisio dove era
atteso da senato e prefetto cittadino. Si fermò quindi ai Santi Apostoli
1
170 L ETÀ DI GIUSTINIAN O

per pregare sulla tomba della moglie, poi si recò in campidoglio (un edi­
ficio pubblico) e di qui entrò nella Mese, che era la via centrale della città.
Qui gli andarono incontro la guardia, i funzionari palatini e i dipendenti
del prefetto del pretorio, gli operai delle fabbriche di stato (fabricenses),
argentieri, negozianti e i membri di tutte le corporazioni civiche. Tutti
lo scortarono fino alla Chalké in modo disordinato, dato che il cavallo
imperiale riuscì ad avanzare a fatica. Insieme a loro, i dignitari, i patri­
zi e i cubicularii che lo avevano atteso ai Santi Apostoli. Entrato nella
Chalké, Giustiniano venne ricevuto dall'admissionalis che fece intonare
in suo onore un canto trionfale67•
5
I volti di un'epoca

Il protagonista

«Era basso di statura - scrive Giovanni Malala - con il petto forte, il


naso regolare, la carnagione chiara, i capelli ricci, il viso rotondo, scem­
piato, una complessione florida, i capelli e la barba sbiancati » '. E Pro­
copio aggiunge che era di statura media, un poco in carne, con il viso
rotondo e non brutto e manteneva un buon colorito anche dopo due
giorni di digiuno1 • Il celebre mosaico ravennate di San Vitale, eseguito
fra 540 e 547, lo mostra con fattezze relativamente giovanili quando do­
veva avvicinarsi alla sessantina o anche averla superata. Il ritratto venne
realizzato da artisti sconosciuti sulla base delle immagini imperiali che
erano inviate in Occidente e qui Giustiniano mostra un viso affusolato,
non paffuto come dicono le fonti letterarie, il naso regolare e i tratti de­
licati, con l'aggiunta dei baffi sopra a una bocca con il labbro inferiore
apparentemente carnoso. I capelli sono coperti dalla corona, anche se
alcune ciocche irregolari sporgono sulla fronte e non possiamo verificare
se fossero proprio ricci. A Sant'Apollinare Nuovo, sempre a Ravenna,
esiste inoltre un frammento di mosaico che mostra un sovrano a mezzo
busto con diadema e vestito alla maniera bizantina. L' iscrizione sovra­
stante lo indica come « IVSTINIAN(vs) » , ma si tratta di una scritta non
pe rtinente in quanto aggiunta nel corso di un restauro dell'Ottocento;
probabile, inoltre, che non si tratti veramente di Giustiniano, bensì di un
altro personaggio, che secondo alcuni potrebbe essere il re Teodorico. Se
di Giustiniano si trattasse, avremmo un aspetto più invecchiato e un tan­
tino sfatto, in contrasto con la figura energica evidente in San Vitale; si
noterebbe, inoltre, con chiarezza la pinguedine e, forse, l'immagine po­
tr ebbe rispecchiare il sovrano fortemente invecchiato degli ultimi tempi.
Le monete dell'epoca, ancorché numerose, ne restituiscono un'im­
magine stilizzata e convenzionale e non ci sono di grande aiuto. Lo stes-
172 L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

so può dirsi delle immagini sua e di Teodora che compaiono nella part�
superiore del dittico di Giustino, console in Oriente nel 540 (Berlino­
Dahlem, Staadiche Museen). Più chiaro è però un medaglione realizza­
to verso il 534 per commemorare con ogni probabilità la vittoria sui Van­
dali. L'originale in oro fu sottratto nel 1831 dal Cabinet des médailles a
Parigi scomparendo senza lasciare traccia e ora si dispone soltanto di una
copia conservata al British Museum di Londra. Il medaglione ha uno
scopo diverso e misure maggiori di una comune moneta e quindi i tratti
fisionomici sono più verificabili : Giustiniano compare nel recto in abiti
militari con la legenda che così si scioglie: «dominus noster Iustinianus
perpetuus Augustus » ; mentre nel verso è effigiato a cavallo con una lan­
cia in mano e preceduto da una Vittoria con la legenda: «salus et gloria
Romanorum ». I tratti soprattutto nella parte anteriore sembrano più
realistici e qui l'imperatore mostra chiaramente il viso un po' florido che
gli è attribuito. Esiste poi una tavoletta di avorio conservata al Louvre
con l'immagine trionfale di un imperatore a cavallo in abiti militari e
altre figure che contornano la scena (il già ricordato avorio Barberini);
difficile però dire se si tratti di Giustiniano o di un altro sovrano dell'e­
poca. A Costantinopoli, infine, esisteva la sua colossale statua di bronzo,
in cui era raffigurato a cavallo con il globo crucigero nella sinistra, e la
destra sollevata verso oriente come monito per i Persiani affinché non
invadessero l'impero. La statua venne fusa dai Turchi nel Cinquecento,
ma ne possediamo un disegno eseguito nel 1340 che, sia pure in modo
sommario, riproduce le fattezze dell' imperatore1 •
«Pochi personaggi storici sono più difficili da giudicare dell'impe­
ratore Giustiniano» , scriveva nel 1901 il bizantinista francese Charles
Diehl 4• E continuava argomentando che su di lui si può dire tutto il bene
che si vuole e nello stesso tempo tutto il male, essendoci un'abbondanza
di testimonianze sia in un caso sia nell'altro. A parte l'opportunità di
esprimere giudizi morali, più avvertita forse ai suoi tempi di quanto non
lo sia oggi, Diehl con la sua consueta finezza andava al cuore del proble­
ma, ossia l'estrema contraddittorietà delle fonti di età giustinianea. A
differenza di quanto talvolta accade per altri uomini famosi, questa epo­
ca è molto documentata dalla letteratura; gli autori, però, differiscono
molto nei giudizi: un fatto abbastanza normale per i grandi uomini, sui
quali i pareri non sono spesso concordi, ma reso ancor più grave nel caso
di Giustiniano per cui il maggiore storico dell'epoca, Procopio di Cesa­
rea, fa letteralmente due parti in commedia, comportandosi in maniera
diametralmente opposta nel presentarci il ritratto del suo imperatore.
I VOLTI DI UN 'EPOCA 1 73

L'opuscolo sugli edifici fatti costruire da Giustiniano, infatti, ne tesse un


elogio addirittura rivoltante secondo i peggiori schemi della letteratura
encomiastica; gli 8 libri sulle guerre lo presentano come un sovrano ac­
cento alle vicende del suo stato (anche se talvolta non mancano spunti
ironici), mentre la Storia segreta è un veemente atto di accusa rivolto
all'imperatore. La ragione di questa differenza va cercata negli scopi di­
versi di questi scritti: uno a esaltazione dell'attività edificatoria, e quin­
di commissionatogli formalmente, l'altro come cronaca quasi ufficiale
delle guerre e l'ultimo risultante dall'attività dei circoli di opposizione a
cui Procopio aveva aderito. Procopio era un grandissimo storico, anche
se abbastanza squallido sotto il profilo umano per aver attaccato senza
scrupoli chi aveva prima esaltato (e insieme all'imperatore viene infan­
gato anche Belisario, di cui era stato al servizio, presentandolo come in­
sicuro e succube della moglie), e non si può naturalmente prescindere
dalle sue opere; la confusione che esse hanno però creato negli storici
moderni è stata infinita e in parte non ancora risolta.
«Nella nostra età - scrive Procopio - regna l'imperatore Giustinia­
no che, assunto uno stato tormentato dal disordine, lo rese più grande
per estensione ma anche molto più splendido». E prosegue dicendolo
superiore a Temistocle, che si era vantato di trasformare una città piccola
in una grande, mentre Giustiniano aveva conquistato altri paesi ali' im­
pero, aveva messo fine ai contrasti religiosi, preservato le leggi, aiutato
i bisognosi e rafforzato la difesa militare1• Il regno del persiano Ciro,
magnificato da Senofonte, era da considerarsi al confronto un gioco da
ragazzi e, ancora, le opere fatte erigere da Giustiniano andavano ritenute
più utili delle piramidi, edificate per una vuota pompa e non per l'utilità
che le fortificazioni del suo imperatore avevano recato ai sudditi6 • Paolo
Silenziario lo ritiene protetto dalla mano di Dio e un altro poeta di cor­
te, Corippo, immagina che tutta la terra pianga la sua morte7. Sulla stessa
linea di Procopio, ma con minore enfasi adulatrice, è poi il ritratto che
ne fa il contemporaneo Giovanni Lido:

Dopo che Giustino, a lui succeduto8, ebbe quietamente vissuto, senza ideare
nulla di particolarmente nuovo, il successore, Giustiniano, un suo nipote, mi­
rando a procurare allo stato ogni utile, e resuscitando l' intera gravità delle anti­
che forme, cominciò col creare il cosiddetto prefetto della Scizia9•
Essendo colto, aveva scoperto dai libri quanto prospera in ricchezze e forte
militarmente la regione fosse un tempo, non meno di ora: il primo a conqui­
starla, sconfiggendo Decebalo, capo dei Geti, fu il grande Traiano; egli, a dire
174 L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

di Critone'0, pre5ente alla guerra, ricondusse a Roma s milioni di libbre d'oro


e il doppio d'argento, senza contare, nella stima, coppe e suppellettili, greggi e
armi, e oltre 500.000 valorosissimi combattenti con le loro armi.
Giustiniano, non essendo affatto inferiore a Traiano, decise di conservare
integra per Roma la regione settentrionale, già altra volta mostratasi riottosa. E
non c'è proprio da meravigliarsi se tutto procedette secondo i suoi voti, poich�
egli non solo emulò Traiano in campo bellico, ma superò Augusto nella stessa
pietà verso Dio e nell'equilibrio di condotta, T ito in probità e Marco Aurelio
in intelligenza".

Se, al contrario, ci spostiamo sul versante opposto, quello dei detrattori


dell'imperatore, il quadro cambia completamente e non gli viene fac­
to alcuno sconto né per l'attività di governo né per le sue abitudini di
vita. Nella Storia segreta lo si paragona a Domiziano, un feroce tiranno
«causa di tali e tante disgrazie ai Romani che mai si erano sentite nel
corso dei secoli » 11• La critica è molto serrata, quasi un modello di diffa­
mazione letteraria, e copre qualsiasi aspetto dell'attività di Giustiniano,
ma in particolare la sua insaziabile bramosia di denaro e i danni inflitti
ali'impero da una sconsiderata azione di governo causa di migliaia di
vittime e della distruzione dell'impero in un disgraziato turbine di ri­
forme. Procopio per il sollazzo dei suoi lettori si compiace di definirlo
un demone incarnato e riporta in proposito racconti abbastanza insulsi:
«Alcuni del suo seguito - egli scrive - che rimanevano a palazzo con lui
fino a notte inoltrata (era gente di sano intelletto) credettero di vedere
al posto suo un fantasma demoniaco affatto inconsueto. Uno, in parti­
colare, diceva che Giustiniano s'era levato a un tratto dal trono imperiale
per camminare, poiché non era capace di stare seduto a lungo; ma ecco
che la testa sparisce, e par che sia il resto del corpo a farsi quei grandi giri
avanti e indietro» . Un altro, seduto a fianco dell'imperatore, aveva poi
aggiunto a sua volta di aver visto il suo volto pari a un ammasso di carne
informe. Non convinto, comunque, dell'enormità di cali affermazioni,
precisa di aver scritto certe cose non per averle osservate di persona, ma
per averle udite da persone che si dicevano attendibili'\ La disapprova­
zione nei confronti dell'imperatore si esprime più o meno su ogni tema
e copre gran parte dell'operetta (sono 30 capitoli in tutto) per lascia­
re spazio ad altre "bestie nere" come Teodora, Belisario e altri ancora.
Giustiniano appena salito al trono tutto sconvolge, rapina insaziabile
i sudditi e ordina omicidi, conduce una politica folle nei confronti dei
barbari e dei Persiani, pagando tributi per tenerseli buoni, perseguita gli
eretici e aizza i partiti del circo. Le sue guerre di conquista sono causa di
I VOLTI DI UN' EPOCA 1 75

m ilioni di morti, la popolazione e i soldati sono vessati dalle imposte,


da lle confische, dalle persecuzioni religiose e dai ritardi della paga, men­
ere i territori dell'impero nei Balcani e in Oriente vengono saccheggiati
dai barbari transdanubiani, dai Persiani e dai Saraceni; alle disgrazie del­
le guerre si aggiungono poi le calamità naturali che colpiscono Bisan­
zio , la cui responsabilità ricade su « quel demonio maligno», o quanto
meno è conseguenza della punizione divina. Giustiniano dilapida in
p oco tempo l'enorme riserva aurea lasciata da Anastasio I e, al fine di
p rocurarsi il denaro, ricorre a ogni mezzo lecito e illecito, ma soprattutto
illecito, per derubare i sudditi, e continua a sperperarlo. L'amministra­
zione finanziaria è corrotta e predatoria e l'imperatore impone nuovi
magistrati disonesti e rapaci, ma in grado di escogitare i mezzi sporchi
che gli consentano di fare bottino lasciandoli stare finché gli procura­
no un utile, e giunge a vendere a caro prezzo le cariche pubbliche dopo
aver emanato una legge che vietava di farlo. La sua malignità si rivolge
poi contro tutti gli strati della popolazione: militari, mercanti, artigia­
ni, negozianti, avvocati, medici, insegnanti e altri ancora, prendendosela
anche con i più poveri, sempre allo scopo sordido di accumulare denaro
con imposte, monopoli e truffe di vario genere. I crimini di Giustiniano
per lo scrittore erano talmente tanti che non sarebbe bastata l'eternità
per raccontarli: « a nulla badava se non a impossessarsi delle ricchezze
dell'universo mondo» e la sua condotta era ispirata da cattiveria e fal­
sità; non si curava del popolo « per il quale simulava tanto affetto» e
non mostrava alcun riguardo per il bene pubblico « o di ciò che potesse
tornare utile ali'impero, o tanto meno, di coprire con qualche pretesto i
suoi crimini» ' 4 • In tanto squallore non mancano le vessazioni ali'aristo­
crazia, già colpita sotto il profilo finanziario, con le umiliazioni inflitte
al senato dalla riforma dell'etichetta di corte.
L'opinione degli avversari di Giustiniano, al di là dei toni sfrenati di
Pro copio, è riassunta con efficacia da Giovanni Zonara, uno storico di
molti secoli più tardi ma comunque attendibile e ben informato: « gettò
via denaro sconsideratamente e se lo procurò in modo lecito e illecito
spendendolo parte nelle costruzioni, parte nel fare ciò che si propone­
va, parte ancora nelle guerre e nelle lotte contro chi si opponeva alla
sua volontà. Per questo motivo, avendo sempre bisogno di denaro, se
l o procurava con mezzi poco onesti e teneva in considerazione chi gli
i n dicava la via per raccogliere ricchezze»' 1• Un giudizio critico sempre
s u lla stessa linea è espresso nel VI secolo anche da Evagrio nella sua Sto­
ria ecclesiastica, in cui si legge che Giustiniano ardeva di un'avidità così
L'ETÀ DI GIUSTINIAN
1

insaziabile e così desideroso di impossessarsi delle ricchezze altrui da af,


fidare i sudditi a funzionari indegni, il cui principale scopo consisteva
nell'escogitare mezzi per far pagare chi nulla doveva. Aveva poi privato
i ricchi dei loro beni con accuse diffamatorie e incoraggiato le donne di
malaffare a ricattare uomini benestanti a condizione che dividessero cori
lui parte del ricavato. Temperando un po' il giudizio negativo, tuttavia,
sottolinea che era molto liberale e aveva promosso iniziative buone fa­
cendo costruire chiese, ospedali dotati da lui di un reddito appropriato,
e «con un'intenzione molto santa» àveva fatto altre opere pie' 6•
Il ritratto di Giustiniano che emerge dal racconto della Storia segreta
sembra più il portato di un giornale scandalistico a uso di un pubbli­
co astioso di anziani frustrati che un'opera storica e, come ormai rico­
nosciuto dalla letteratura storica, va preso con molta cautela. Ci si può
quindi chiedere a questo punto quale sia stato il vero Giustiniano nella
sua attività di ogni giorno: un imperatore illuminato o un efferato ti­
ranno? Fra le sue debolezze si può senz'altro annoverare una sconfinata
vanità che lo spingeva prima di tutto a voler essere presente in ogni cosa:
Procopio scrive che aveva modificato tutto l'esistente non perché spinto
da un'idea di utilità, ma soltanto perché «tutto fosse novità che portas­
se il suo nome». E ancora che l'adulazione trovava sempre accoglienza
presso di lui al punto da credere al questore Triboniano quando gli aveva
detto di temere che a motivo della sua pietà fosse ali' improvviso porta­
to in cielo. Espressioni del genere, fossero di elogio o di beffa, venivano
prese sul serio dal sovrano'7• Ma se anche così era, si sarebbe trattato di
normali aspetti della vita di corte, dove da che mondo è mondo gli adu­
latori sono spesso ben rappresentati. Sta di fatto che l'imperatore amava
che il suo nome fosse presente ovunque: denominò, infatti, con il pro­
prio nome non meno di 27 città, fra cui lustiniana prima sorta laddove
era nato, la sua compilazione giuridica, un buon numero di magistrati da
lui creati, come il praetor Iustinianus, alcuni reparti militari (tra questi
i Persoiustiniani in Italia e i Vandali Iustiniani in Africa) e perfino una
classe di studenti di diritto. Non era una novità dare il proprio nome alle
cose, perché anche altri sovrani lo avevano fatto, ma in lui tutto finiva
per essere smisurato.
Per dare una buona impressione di sé, e anche verosimilmente perché
il suo animo era generoso, fu tuttavia capace di gesti di grande magnani·
mità. Verso il 528, come si è visto, era intervenuto sul giudizio del senato
perdonando il patrizio Probo, che lo aveva diffamato, e a seguito della
rivolta di Nika si limitò a esiliarlo confiscandone i beni; l'anno successi·
I VOLTI DI UN 'EPOCA 1 77

vo, tuttavia, lo richiamò in patria e gli restituì le proprietà che gli erano
srare tolte. Sappiamo inoltre che, dopo la stessa rivolta, tanto grave da
costargli quasi il trono, sarebbe stato propenso a graziare i maggiori re­
sponsabili, ma poi non lo fece per l'intransigenza della moglie, anche se,
passata la tempesta, finì per perdonare gli aristocratici sopravvissuti alla
prima repressione. Probo era parente del defunto imperatore Anastasio
1 e, forse, un atteggiamento di clemenza da parte di Giustiniano poteva
anche avere il risvolto politico di ingraziarsi una famiglia che gli era osti­
le. Il magister militum Artabane non era, al contrario, una personalità di
grande rilievo, ma aveva soltanto fatto una brillante carriera militare: nel
548 o 549 cospirò contro l'imperatore. Tuttavia, Giustiniano non punì
né lui né gli altri congiurati, lo destituì soltanto dalla carica che ricopriva
e lo confinò in una blanda prigionia; l'anno successivo, poi, il perdono
fu completo e lo destinò come generale in Tracia.
Il carattere del sovrano non mostrava alcunché di demoniaco, sem­
mai egli era volubile, a volte insicuro e all'apparenza anche piuttosto
instabile: diversamente da come si erano comportati altri suoi prede­
cessori, lontani dalla gente in forza delle rigide regole dell'etichetta, non
era difficile arrivare al suo cospetto. Chiunque poteva giungere fino a lui
per presentare suppliche o rimostranze e questo fatto gli offriva spesso lo
spunto per emanare leggi. Afferma Procopio, naturalmente presentan­
dolo come aspetto negativo, che tutti avevano la facoltà di incontrarsi
con l'imperatore, anche se persone ignote e oscure, e «di conversare con
lui e dividerne i segreti»' 8• In un altro suo passo, al di là del solito intento
diffamatorio, lo storico riferisce che in questi casi il sovrano riceveva i
postulanti seduto in trono e senza grandi formalità:

Si dice anche che un monaco assai caro a Dio, convinto da coloro che con lui
abitavano nel deserto, si sia recato a Bisanzio al fine di intercedere per le genti
che vivevano vicine alla comunità, vittime di maltrattamenti e di insopportabi­
li angherie. Non appena arrivò fu ammesso alla presenza dell'imperatore ma,
mentre scava per entrare, si ritrasse all'improvviso come ebbe superato la soglia
con un piede. L'eunuco che lo aveva introdotto e i presenti insistettero a lungo
perché entrasse ma egli, senza rispondere, quasi paralizzato se ne tornò nella
stanza in cui alloggiava. Quando chi lo seguiva gli chiese perché si era compor­
tato così, si dice che abbia risposto apertamente di aver visco a palazzo, seduto
in trono, il signore dei demoni.

I n altro luogo, poi, Procopio torna sullo stesso tema per meglio chia­
rirlo:
L'ETÀ DI GIUSTINIANO

Il carattere di Giustiniano era quale è stato descritto, ma egli si mostrava affabile


e mite con coloro che lo incontravano e non capitò mai che vietasse a qualche
postulante di arrivare fino a lui e, anzi, non si irritò mai neppure con coloro che
stavano o parlavano in sua presenza in modo non corretto'•.

Le prefazioni delle Novellae, che spesso valgono come testimonianze


di vita quotidiana, confermano il rapporto privilegiato che Giustinia­
no aveva con la sua gente e come questa potesse influire su di lui per
ottenere nuove leggi. La già ricordata norma sugli eunuchi derivò dalle
proteste che alcuni di questi gli avevano rivolto per lo stato in cui era­
no stati illegalmente ridotti. E ancora altre norme generali derivarono
dagli incontri con i sudditi, e tra questi anche tre donne, Marra, Tecla
e Gregoria, che tra il 535 e il 544 gli rivolsero suppliche spingendolo a
emettere nuove disposizioni. Nel 537, inoltre, comparvero dinanzi a lui
abitanti della Caria, di Rodi e di Cipro lamentando «di essere stati spes­
so costretti, anche durante l'inverno, a recarsi nel paese di Sciti e Mesi»
sfidando il mare e le terre infestate da briganti per portare qui gli appelli
giudiziari al quaestor exercitus sotto la cui giurisdizione cadevano. Due
finanzieri di Costantinopoli trattarono inoltre con il sovrano nel 540 la
modifica di una legge sui prestiti marittimi, mentre in data non precisata
«un tal Zosario, oriundo della provincia di Mesia» lo supplicò fra le
lacrime, ottenendo così una nuova disposizione normativa10•
Dal punto di vista di Procopio, nemmeno dirlo, non era una virtù
bensì un'ulteriore prova della sua mostruosità: sembrava un agnello,
«ma non per questo arrossiva dinanzi a chi destinava alla rovina, né
mai lasciò trapelare segno d'ira o d'irritazione verso chi lo offendeva.
Tutt'altro: a volto sereno, con fronte distesa, a voce bassa, egli disponeva
la rovina di migliaia d' innocenti, la distruzione di città, la confisca di pa­
trimoni interi» 11 • Che l'imperatore non perdesse mai la calma ci è con­
fermato da un curioso aneddoto. Un monaco orientale di nome Mare,
ardente monofisita, capitò un giorno a Costantinopoli e fu ammesso alla
presenza di Giustiniano e Teodora per rivolgere loro «un severo rim­
provero» a causa della politica religiosa seguita. L'atleta di Dio che, da
solo, dice il suo biografo, poteva atterrare dieci briganti, offese grosso­
lanamente i sovrani «senza rispetto della porpora e della corona», ma
essi si limitarono a osservare: «Quest'uomo è in verità un filosofo spi­
rituale». Teodora ordinò comunque all'eunuco tesoriere di porgere un
dono al monaco, ma questi lo gettò letteralmente in faccia alla sovrana
pronunciando la sentenza evangelica: «Vada il tuo denaro in perdizione
J VOLTI DI UN 'EPOCA 1 79

con ce!». La cosa non finì di stupire perché il dono era di 100 libbre
d 'oro, corrispondenti a più di 30 chilogrammi di peso. Una situazione
simile si creò con un altro monaco monofisita, di nome Zooras, il quale
rispose con incredibile arroganza a una richiesta di Giustinianou.
Giustiniano era, come si suole dire, un uomo dalle mani bucate: in­
traprese spese faraoniche per le guerre e per le opere edilizie, che solleci­
cavano la sua vanità, o, nel caso di edifici militari, perché utili alla difesa
dello stato e fu quindi costretto a ricorrere alle più svariate fonti di finan­
ziamento. Ma il successo di uno statista si misura anche con i risultati
ottenuti, indipendentemente dai costi e, senza Procopio o anche malgra­
do Procopio, la fama di questo sovrano non sarebbe sfiorata da ombre.
Riformò profondamente il suo stato, che era sopravvissuto traballante
alla bufera del V secolo, e questi furono naturalmente successi effimeri.
Riconquistò all'incirca un terzo dell'ex impero d'Occidente e, in questo
caso, gli esiti furono più duraturi: la Spagna andò perduta abbastanza
presto, mentre in Africa e in Italia i Bizantini restarono molto più a lun­
go. Ma soprattutto Giustiniano riformò e rinnovò il diritto romano e
questa sua vittoria è rimasta imperitura, costituendo ancor oggi il fon­
damento di molte civiltà giuridiche. La sua smania di costruire diede
inoltre un forte impulso ali'arte del suo tempo e qualcosa della sua opera
è sopravvissuto, in primo luogo la chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli,
anche se devastata dal tempo e soprattutto dagli uomini. Tutto ciò ebbe
naturalmente un costo elevato, ma quale grande uomo non costa ?
Giustiniano, nonostante le sue umili origini, avvertiva profondamen­
te l'eredità della grandezza di Roma di cui si sentiva il continuatore. In
una legge del 536 tesse l'elogio di Cesare «che aveva dato un buon inizio
al nostro impero» e in un'altra, dello stesso anno, quello di Vespasiano,
« validissimo fra gli imperatori», e del figlio T ito13. Seguendo nel pro­
tocollo l'usanza romana aggiungeva al proprio nome una serie di titoli
a ricordo dei suoi trionfi più o meno reali, come fece ad esempio licen­
ziando nel s 34 il nuovo codice di leggi e definendosi, come già detto,
« alamannico, gotico, francico, germanico, antico [ ossia vincitore degli
Anti], alanico, vandalico, africano» e proseguendo con gli epiteti usuali
di «pio, felice, inclìto, vincitore e trionfatore sempre augusto» 14 • Da
buon sovrano bizantino, inoltre, riteneva che ogni successo gli fosse ac­
cordato dal favore divino e così nel s 34, una volta riconquistata l'Africa
romana, poteva scrivere con orgoglio che «in nome di nostro Signore
Gesù Cristo prendiamo sempre ogni decisione e compiamo ogni atto».
E, riferendosi alle recenti vittorie militari, aggiungeva : «per sua volontà
180 L'ETÀ D I GIUSTINIAN O

abbiamo infatti assunto la guida dell'impero, per suo volere abbiamo


confermato una "pace eterna" con i Persiani, per lui abbiamo disfatto ne­
mici durissimi e fortissimi tiranni, per lui abbiamo superato molte diffi­
coltà, per lui ci è stato concesso di difendere l'Africa e di riportarla sotto
il nostro impero e ancora in lui confidiamo che sia ben governata sotto il
nostro dominio e venga custodita stabilmente» 11• Ci sono naturalmente
esagerazioni retoriche e un forte autocompiacimento, tipici d'altronde
di questo sovrano, ma i concetti espressi sono chiari: l' impero di Bisan­
zio deriva da quello di Roma, quindi è universale; in più gode della pro­
tezione divina e questo fatto ne rafforza la pretesa all'universalità. Mai
Dio, egli afferma, aveva dato ai Romani tanti successi come sotto il suo
impero e, ancora, in altra occasione invita il senato e tutti gli abitanti
dell'impero a rendere grazie al cielo «che ha riservato al vostro tempo
il compimento di un'opera così grande», riferendosi in questo caso alla
sua codificazione giuridica16•
Giustiniano aveva uno stile di vita da asceta: mangiava e beveva
pochissimo, limitandosi a sbocconcellare quanto gli veniva imban­
dito per poi lasciare il resto. Non beveva vino ma soltanto acqua e
non mangiava pane; suo unico nutrimento erano erbe selvatiche fatte
macerare in aceto e sale. Restava spesso senza cibo per due giorni e
due notti, soprattutto durante il digiuno di Pasqua e, in questi casi,
si sostentava con un po' d'acqua e le solite erbe selvatiche. Queste
abitudini alimentari avevano finito per farlo ammalare di qualche cosa
di simile a un tumore al ginocchio ( che in realtà poco ha a che fare
con il cibo), ma alla fine, quando i medici ormai disperavano di sal­
varlo, guarì miracolosamente per intercessione delle reliquie da poco
ritrovate nella chiesa di Santa Irene a Costantinopoli. Andava, inoltre,
a letto molto tardi e dormiva pochissimo, sì e no un'ora; durante la
veglia passeggiava per il palazzo imperiale pensando agli affari di stato
o trattandoli con i suoi collaboratori, cosa che poi faceva regolarmente
anche di mattino e a mezzogiorno. Di questa abitudine rende testimo­
nianza anche una sua legge, nella cui prefazione 1'imperatore afferma
di trascorrere il giorno e la notte a pensare ciò che di utile poteva
fare per i sudditi, aggiungendo che le veglie non erano inutili appunto
perché portavano giovamento alla cosa pubblica. Giovanni Lido a sua
volta lo definisce «il più insonne degli imperatori», e in un'iscrizione
nella chiesa dei Santi Sergio e Bacco a Costantinopoli è ugualmente
ricordato come «il sovrano che non dorme mai» 17• Un'insonnia cro­
nica quindi, anche se a quanto pare produttiva per la gestione dello
I VOLTI DI UN 'EPOCA

stato, che però nella Storia segreta con il consueto rovesciamento di


p rospettiva è vista in modo del tutto negativo:

se avesse voluto dedicare tutto questo tempo a buone cause, grande giovamento
ne avrebbe tratto la situazione. Invece, il vigore del suo fisico egli lo impiegò
per nuocere ai Romani, il cui stato riuscì in tal modo a prostrare affatto. Quella
continua veglia, quei patimenti, quelle fatiche: per null'altro si fecero se non per
macchinare sempre maggiori disgrazie ai danni dei sudditi28•

Giustiniano almeno nei primi anni (in vecchiaia perderà energie) fu un


lavoratore indefesso. Era convinto di dover assolvere una missione che
consisteva essenzialmente, forse in maniera un po' fanatica, nel rendere
perfetto ciò che era imperfetto. In termini politici questa convinzione
si traduceva in un'azione riformatrice instancabile, che potesse modi­
ficare fin dalle fondamenta l'assetto dell'impero, e nell'eliminazione di
qualsiasi forma di dissidenza. Aveva una grande sensibilità per le que­
stioni teologiche, al punto da scrivere trattati sul tema e partecipare at­
tivamente alle discussioni in materia di fede. Il suo carattere autoritario
e accentratore lo spingeva, inoltre, ad assumersi compiti normalmente
delegati ai subordinati: redigeva di persona le leggi, scriveva i dispacci
ufficiali, volentieri rendeva giustizia di persona, non consentiva ad al­
cuno di prendere decisioni autonome. Arrivava al punto di elaborare a
distanza i piani di guerra e i sistemi di fortificazione, come fece nel 534
al momento di riorganizzare l'Africa riconquistata. E allo stesso modo
quando fu il momento di restaurare la lontanissima città di Dara, in Me­
sopotamia, decise a palazzo come intervenire per canalizzare il fiume
che minacciava la città19•
L'elenco dei pro e contro Giustiniano potrebbe durare ali'infinito,
ma anche da queste brevi informazioni risulta chiaro quanto la sua figu­
ra debba essere ritenuta controversa e difficile da mettere a fuoco. Certa­
mente l'imperatore aveva una concezione molto elevata della sua missio­
ne e, per quanto possibile, cercò di mettere in pratica le sue aspirazioni,
caratteristica che lo fa risaltare come un personaggio straordinario, che
forse non ha uguali nella storia. Si trovò fra le mani un impero immenso
roso da una ormai secolare serie di mali intrinseci e agì su diversi fronti
con la convinzione di essere stato destinato da Dio a farlo. Certamente
urtò gli interessi e le suscettibilità di molti e si trovò contro un'opposi­
zione furiosa, non espressa chiaramente dato che l'assolutismo non lo
consentiva, bensì nelle armi striscianti della calunnia. Per sua natura era
L'ETÀ DI GIUSTINIAN tj

tollerante, a meno che non avesse a che fare con miscredenti, con i quali
poteva anche diventare feroce, e apparentemente andava con facilità d�
un estremo all'altro. Un uomo del suo tempo, si potrebbe dire, se non
fosse banale; ma forse, e più propriamente, un uomo dalle grandi con­
traddizioni che paiono denotare uno spirito turbato e non sempre all'al­
tezza del reale, che spesso sostituiva con l'immaginario, derivante forse,
quest'ultimo, dalla situazione un po' folle in cui si era immedesimato.

Giustiniano e Teodora

Accanto a Giustiniano la moglie Teodora fu sicuramente il personag­


gio più caratteristico dell'epoca. Non vi sono dubbi oggi sul fatto che
in gioventù Teodora non sia stata uno specchio di virtù, nonostante la
difesa d'ufficio fattane da storici antichi e moderni dal cuore generoso.
Ma come si comportò da sovrana e quale ruolo ebbe nella vita pubblica è
una questione insolubile e ancora una volta dipende da quel groviglio di
verità, falsità e pettegolezzi che è la Storia segreta di Procopio. Resta co­
munque il fatto che da imperatrice non diede scandalo per la moralità,
altrimenti lo scarico suo nemico non avrebbe perso l'occasione per rica­
marvi sopra. L'unico caso di trasgressione che riporta Procopio riguarda
una presunta relazione dell'imperatrice con un servitore barbaro, che
comunque a un cerco punto Teodora avrebbe fatto sparire nel nulla. Tra
l'altro, interruppe ogni rapporto con le sue ex colleghe dell'ippodromo,
con le quali d'altronde già da giovane si era trovata in attrito, con la sola
eccezione di tre ballerine che la seguirono a palazzo.
Al contrario, la diffamazione che ne fa Procopio riguarda la sua smi­
surata crudeltà, il suo furore vendicativo verso chi l'avesse offesa, che si
estendeva anche ai parenti delle vittime. Mai «dall'origine dei tempi»
- nota Procopio - vi era stato un tiranno che aveva ispirato un uguale
terrore: chi entrava in urto con lei non poteva neppure nascondersi, dato
che i suoi informatori erano ovunque, e se non voleva far trapelare qual­
che sua azione ci riusciva benissimo, perché nessuno poteva parlarne ;
se poi qualcuno era a conoscenza dei fatti, non aveva la possibilità di
riferirli neppure ai suoi intimi e meno che mai era possibile saperne di
più. Viceversa i suoi favoriti, anche se erano complete nullità, avevano
la carriera facilitata e accedevano spesso e volentieri a posti di comando.
Altra accusa che le viene mossa riguarda poi il suo ricorso alle pratiche
magiche, cosa che avrebbe fatto fin da bambina per poi proseguirla an·
J VOLTI DI UN 'EPOCA

che in età adulta30• Superfluo dire che la magia, nella Bisanzio cristiana,
era considerata in maniera molto negativa oltre a essere in contrasto con
la legislazione corrente.
L'aspetto più intrigante di Teodora riguarda il suo ruolo nella politi­
ca del tempo e, di conseguenza, il rapporto che ebbe con il suo imperia­
le consorte. Le imperatrici di Bisanzio conducevano tradizionalmente
un'esistenza riservata e, almeno ali' apparenza, non avevano alcun ruolo
ufficiale se non in particolari occasioni relative alla successione al trono.
Ma Teodora, l'attrice arrivata al potere, non si accontentò di un posto
marginale, volle apparire e dire la sua. Procopio osserva con raccapriccio
come si prendesse la libertà di ricevere gli ambasciatori stranieri gratifi­
candoli con doni, cosa che di norma erano soliti fare i sovrani. E, non
paga di ciò, pretendeva di assegnare le cariche pubbliche, civili e religio­
se, a persone di suo gradimento, escludendo o all'occorrenza persegui­
tando chi non le andava a genio. Era sempre a suo giudizio una « maestra
di schiavitù » in un regime di schiavi come era diventato l 'impero con
l'avvento della coppia di sovrani che tutto accentravano o controllava­
no. Chi poi non le andava particolarmente a genio erano gli aristocratici
e, memore evidentemente delle umiliazioni subite in gioventù, non per­
deva occasione per mortificarli.
Giustiniano doveva essere sinceramente innamorato della moglie e
non le lesinava alcun onore sia privato sia pubblico, al punto che si è
anche ipotizzata, probabilmente a torto, una qualche forma di co-reg­
genza ufficiale da parte di quest'ultima; ciò non toglie comunque che,
di fatto, Teodora esercitasse un'autorità pari a quella di un imperatore.
Il suo nome compare accanto a quello del marito nelle chiese, come nei
capitelli di Santa Sofia a Costantinopoli, con il loro monogramma con­
tornato da foglie di acanto, o in quelli uguali della chiesa di Santa Irene
o ancora nella chiesa dei Santi Sergio e Bacco ( ora la Piccola Santa Sofia
a Istanbul), fondata dopo il 52.7 nelle vicinanze del palazzo di Ormisda,
con un'epigrafe che celebra la coppia imperiale. È presente, inoltre, in­
sieme a quello dell' imperatore nelle iscrizioni commemorative dell'ere­
zione delle cittadelle africane. Una di queste, integralmente conserva­
ta, ricorda ad esempio l 'edificazione fra 539 e 540 del forte imperiale
all 'interno dell'antica città di Thamugadi (Timgad): « Con l'aiuto di
Dio nell'anno tredicesimo dei felicissimi tempi dei nostri signori Giusti­
niano e Teodora perpetui augusti fu edificata dalle fondamenta la città
di Thamugadi per la provvidenza dell'eccellentissimo signore Solomone
rnagister militum ex console e patrizio in ogni cosa eccelso e prefetto
1
L ETÀ DI GIUSTINIANO

dell'Africa»3 '. E ancora a Cirro, in Siria, un'epigrafe menziona Teodora


e Giustiniano quali artefici delle mura cittadine. Alcune città presero
nome da lei come anche una provincia, la Theodoriade; l'imperatrice
ebbe statue in suo onore, a lei e a Giustiniano dovevano prestare giura­
mento di fedeltà i governatori provinciali e la sua immagine a mosaico,
in San V itale, si trova simmetrica e affrontata su un piano ideale di pa­
rità a quella dell'imperiale consorte. Accanto a Giustiniano, insieme ai
senatori, si mostrava infine nei perduti mosaici della Chalké del palazzo
imperiale. Altre immagini dei due sovrani erano poi ricamate nei ten­
daggi esistenti in Santa Sofia, sulle tovaglie dell'altare e su altre stoffe.
V i si potevano vedere raffigurate le numerose opere benefiche da loro
patrocinate a Costantinopoli.
Le fonti tendono a insistere sul fatto che Giustiniano era succube
della moglie: l'affermazione è probabilmente eccessiva e forse va li­
mitata al fatto che fra i due vi fu una perfetta consonanza di intenti.
Zonara scrive senza mezzi termini che quello di Giustiniano non fu il
regno di una sola persona ma del sovrano con la moglie che non era
meno potente di lui, anzi lo era di più3 i. Opinione che pare condivisa
anche dal re persiano Cosroe: costretto a ritirarsi dalla Lazica nel 5 41,
rabbonì i suoi nobili scontenti sostenendo che non poteva essere defi­
nito stato un paese governato da una donna. Donna che tempo prima
aveva trattato con il suo ambasciatore dicendogli, fra l'altro, che Giu­
stiniano nulla faceva contro il suo parere. Allo stesso modo, Teodora
aveva svolto una propria attività diplomatica prima dell' inizio della
guerra gotica mantenendo i contatti con la casa regnante ostrogota e
ricevendo la richiesta, da parte di questa, di intercedere presso Giusti­
niano. L'ascendente dell'imperatrice sembra poi essere stato più forte
di quello del marito anche in questioni di ordinaria amministrazio­
ne. In caso di disposizioni discordanti, infatti, i funzionari imperiali
prestavano attenzione più ai suoi ordini che a quelli di Giustiniano e
la cosa fu molto evidente verso il 540, allorché si trattò di convertire
al cristianesimo i Nobati, una popolazione della Nubia. L'imperatore
intendeva convertirli al cristianesimo ortodosso e cercò di prevenire
la moglie, che al contrario li voleva monofisiti, inviando una missione
ecclesiastica presso di loro e nello stesso tempo ordinando al duca di
Tebaide di fornire tutto l'appoggio necessario. Prima però che questa
ambasceria arrivasse, il duca ricevette una lettera intimidatoria dell' im­
peratrice con cui lo minacciava di morte se così avesse fatto. Il duca,
consapevole del fatto che Giustiniano era spesso svagato e la moglie
J VOLTI DI U N ' EPOCA

vendicativa, agì in conformità alle sue disposizioni e i Nobati vennero


convertiti al cristianesimo monofisita dall' inviato di Teodora.
Ci si può chiedere se agivano così per fare una sorta di gioco delle
p arti e la stessa domanda si ponevano anche i contemporanei. Il solito
Procopio non ha dubbi in merito e scrive che «l'imperatore e la moglie
solitamente mostravano opinioni più divergenti sulle questioni contro­
verse, ma prevaleva quello che essi avevano pattuito fra loro» n. Per quan­
co poi riguarda la questione più spinosa che dovettero affrontare, ossia
la politica religiosa, è sicuro che ostentassero opinioni diverse, Teodora
monofisita e Giustiniano ortodosso, allo scopo di dividere i fronti oppo­
sti e, alla fine, rafforzare il loro potere. Più sobrio, ma sostanzialmente
sulla stessa linea, lo storico della chiesa Evagrio, per il quale Giustiniano
era devoto al dogma di Calcedonia, ossia all'ortodossia religiosa, mentre
la moglie parteggiava per i sostenitori dell'unica natura del Cristo. Si
chiede poi, senza però dare una risposta, se questo atteggiamento dipen­
deva dalle rispettive convinzioni o dal fatto che avevano realizzato un
accordo fra loro; nel primo caso non c'era di che stupirsi perché, quando
si trattava di fede, i padri si opponevano ai figli, i figli ai padri, la moglie
al marito e il marito alla moglie. Sta di fatto, conclude, che nessuno dei
due cedette ed entrambi mantennero le rispettive posizioni in materia di
fede, adoperandosi per chi le sosteneva34•
Non vi sono dubbi sul fatto che Giustiniano ricorreva spesso al con­
siglio di Teodora (come per la legge che aboliva la venalità delle cariche
dove la definisce un « dono venuto dal cielo» 31 ) e in questo caso doveva
far tesoro non tanto della cultura della moglie, da ritenersi assai mo­
desta, quanto piuttosto del buon senso di popolana, che compensava
le sue occasionali stravaganze. Ma è anche vero che Teodora non fu in
grado, e neppure volle, condizionare le grandi scelte di politica fatte dal
consorte. I suoi interventi erano limitati a questioni di basso profilo,
come prendersela con chi detestava o con i parenti di Giustiniano, salvo
alcune rare eccezioni. A lei Procopio, ad esempio, attribuisce l'assassinio
della regina Arnalasunta, non però per le implicazioni che avrebbe avuto
ma, al contrario, perché era gelosa della sua bellezza e temeva che si tra­
sferisse a Costantinopoli dove avrebbe potuto farle ombra 3 6• E ancora,
nel 537, le si attribuì la deposizione di papa Silverio, un ostacolo ai suoi
disegni in materia di fede, brutalmente rimosso da Belisario durante l 'as­
sedio ostrogoto di Roma e sostituito con il diacono Vigilio. Il meglio di
sé lo avrebbe tuttavia dato nel 541 con l'intrigo che condusse all'allon­
tanamento di Giovanni di Cappadocia. Teodora odiava il potentissimo
186 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

prefetto, ma non era mai riuscita a persuadere Giustiniano a cacciarlo e


lo aveva sopportato per un decennio, cosa che parrebbe indicare l ' im­
possibilità da parte sua di influenzare il marito più di tanto. Con l'aiuto
della fidata Antonina ( la moglie di Belisario) Teodora riuscì a realizzare
un colpo da maestra, circuendo la figlia del cappadoce (l'unica persona
che il prefetto amava) perché spingesse il padre a organizzare un colpo di
stato per rimuovere l 'imperatore. Giovanni, convinto dalla ragazza della
fattibilità del progetto, abboccò all'amo ma venne scoperto. Giustinia­
no, quando a sua volta ne fu messo al corrente, non era probabilmente
del tutto convinto: fu costretto però ad adeguarsi e le cose andarono
come si sa. Nulla, al contrario, poté Teodora contro Germano, il cugi­
no dell' imperatore, che avrebbe volentieri visto nella polvere, e riusd
soltanto a danneggiarlo negli affetti familiari. Sulla stessa linea, infine,
dovette accettare in seguito l'allontanamento del favorito prefetto del
pretorio Pietro Barsime, che fu comunque compensato con la concessio­
ne di un'altra carica pubblica importante.
Non vi era, in conclusione, una linea di condotta uniforme e, se
Giustiniano spesso lasciò fare alla moglie, su questioni fondamentali
manteneva il punto. A Teodora sicuramente nulla importava della con­
quista dell'Occidente o di altre cose del genere, ma non si inserì in al­
cun modo nelle decisioni adottate dal consorte. Nonostante sedessero
sul trono più importante dell'epoca, si mossero talvolta in direzioni di­
verse ma a conti fatti non in collisione ed erano in sostanza una coppia
ben assortita: Giustiniano a volte insicuro e perso nei suoi sogni, Teo­
dora con poche idee ma chiare e una volontà di ferro. Vi erano tuttavia
due punti in cui l 'imperatrice mostrò una linea di condotta del tutto
originale: la protezione delle donne e la difesa del suo credo religioso.
Sul primo punto non vi furono contrasti e l'iniziativa partì da lei rag­
giungendo l 'apice con la liberazione delle prostitute di Costantinopoli,
che per sua volontà furono sottratte allo sfruttamento ( un atto di pietà
per chi le era favorevole, un crimine per Procopio dato che il pentimen­
to coatto le spinse al suicidio), sostenendo la libertà di costumi delle
donne e influenzando in alcuni punti la legislazione a loro favore, tradi­
zionalmente soggette alla protervia di una società dominata dai maschi.
L' intervento in materia di fede fu, invece, molto articolato e mostrò in
questo caso una contrapposizione tra marito e moglie che a ben guar­
dare non doveva esistere, dato che Giustiniano in più occasioni aveva
cercato una riconciliazione con i monofisiti. Teodora si adoperò per
insediare patriarchi monofisiti e, dopo la rottura con i severiani nel 536,
I VOLTI DI UN 'EPOCA

prese l'iniziativa di ospitare a palazzo il deposto patriarca Antimo in­


sieme a una colonia di più di 500 monaci, cacciati dalle loro sedi dalle
persecuzioni religiose e che furono alloggiati nel palazzo di Ormisda
trasformato per l'occasione in monastero. Giustiniano era naturalmen­
te al corrente di quanto avveniva ( anche se l'amore è cieco, non poteva
esserlo fino a quel punto), ma nulla fece per impedirlo e soltanto dopo
la morte della moglie (nel 548) fu costretto dalle pressioni dei nemici
in materia di fede ad allontanare l'insolita comunità. Teodora protesse
in ogni modo i correligionari e non li abbandonò mai al loro destino:
«Nel fervore della sua fede - scrive un monofisita - fece ancora molte
altre cose in favore degli ortodossi», quelli si intende che erano orto­
dossi secondo il suo punto di vista; ciò mentre Giustiniano si lasciava
suggestionare dalle menzogne dei vescovi dell'altra parte37• L'ultimo
colpo grosso in materia di fede fu infine tentato dall' imperatrice al
tempo della vicenda dei Tre capitoli, questa volta in perfetta intesa con
il consorte. Quando papa Vigilio alla fine condannò gli scritti, nel 548,
l 'imperatrice (che forse era responsabile del suo rapimento a Roma)
considerò l'avvenimento come un proprio successo: il monofisismo in
crisi era stato rivitalizzato e il papa aveva finalmente aderito al nuovo
corso di politica religiosa. Ma non ebbe modo di gioirne e nemmeno di
vedere i risultati deludenti dell'operazione: un cancro devastante infatti
la portò via il 2.8 giugno del 5483 8•

L'edilizia
Santa Sofia di Costantinopoli è il più imponente edificio monumen­
tale dell'epoca di Giustiniano. La sua costruzione venne avviata il 2.3
febbraio del 532., subito dopo il grande incendio che aveva distrutto la
precedente chiesa dello stesso nome. Si deve all'opera di due architetti
originari dell'Asia Minore, Antemio di Tralles e Isidoro di Mileto, che
anche in altre occasioni avevano lavorato per l'imperatore. Giustinia­
no spese somme enormi per costruirla e la ornò splendidamente: per
provvedere al necessario, i governatori provinciali inviarono a Costan­
tinopoli gli oggetti più sontuosi dei monumenti antichi. L'edificazione
della seconda Santa Sofia fu al contrario affidata a Isidoro il Giovane,
nipote di Isidoro di Mileto, che sopraelevò la cupola di circa 6 metri
u tilizzando materiali più leggeri e rafforzando i pilastri di sostegno.
Questa è la chiesa giunca fino a noi almeno nella sua struttura essen-
188 L'ETÀ DI GIUSTINIAN tj

ziale: le offese del tempo e, soprattutto, dell'uomo ne hanno infatti


modificato notevolmente l'aspetto e l'attuale Santa Sofia è soltant�
una pallida ombra di quella che doveva essere la chiesa di Giustinianoi
ricca di mosaici, materiali preziosi di ogni genere, migliaia di lampade
e candelabri e di marmi policromi.
Santa Sofia fu l'opera più splendida realizzata a Costantinopoli, ma
non l'unica. Nella capitale e nei dintorni sorsero una trentina di chie­
se e una serie di edifici civili. Oltre a Santa Sofia sono visibili ancora
oggi le chiese dei Santi Sergio e Bacco, la "Piccola Santa Sofia", ora
trasformata in moschea, e quella di Santa Irene, un edificio più antico
ristrutturato, che ha subito modifiche nei secoli e adesso è un museo.
Perduta è invece la chiesa dei Santi Apostoli, che doveva essere un'altra
delle meraviglie della Roma d'Oriente. Secondo una tradizione tarda,
questa chiesa fu voluta da Teodora, il cui amore per le costruzioni era
condiviso con il marito: sorse nel sito di un'omonima basilica costanti­
niana, in cattivo stato, che venne demolita. Fu inaugurata nel 550, due
anni dopo la morte di Teodora, alla presenza del patriarca Menas, che
vi depositò solennemente le reliquie degli apostoli Andrea, Luca e T i­
moteo, già conservate nella chiesa precedente. L'architettura dell'edi­
ficio doveva essere molto simile a quella della successiva chiesa di San
Marco a Venezia; per secoli ebbe un posto di rilievo nella vita cittadina
e servì da sepolcreto imperiale; venne però abbattuta nel 1 461 per or­
dine del sultano Maometto II e sostituita da una moschea. Una sorte
non migliore è toccata ai numerosi edifici civili con i quali Giustiniano
abbellì la capitale, come un settore del palazzo, l'edificio del senato,
le terme di Zeusippo o i portici della Mese. Di questa straordinaria
attività edilizia oggi possiamo vedere soltanto la cisterna nota come
"palazzo sotterraneo" e quella cosiddetta delle mille e una colonne, una
suggestiva attrattiva turistica di Istanbul. La pietà cristiana di Teodora
si manifestò anche fuori dalla capitale e la sua attività in questa dire­
zione, oltre che nelle chiese di Bitinia, è ricordata ad Antiochia, dove
le fonti indicano come opere sue una chiesa dell'Arcangelo Michele
e un basilica di Anatolio per cui inviò colonne da Costantinopoli. A
Sergiopoli (Resafa), la città santa del culto di san Sergio nel deserto
siriano, Giustiniano e Teodora donarono, inoltre, un frammento della
vera croce, asportato dai Persiani nel 542 e restituito qualche anno più
tardi. Un'altra croce preziosa fu poi da lei mandata a Gerusalemme.
Sia Giustiniano sia Teodora, infine, si occuparono a più riprese di far
sorgere edifici destinati a funzioni di carità, come ospedali, ospizi per
I VOLTI DI UN 'EPOCA

anziani, orfanotrofi e altro, e mostrarono particolare interesse per la


diffusione dei monasteri nella capitale e nelle province.
La conclusione della pace con i Persiani consentì a Giustiniano di
proseguire a pieno ritmo il programma di edilizia militare in Oriente,
iniziato non appena era salito al trono e in seguito esteso con sistema­
ticità a tutto il territorio dell'impero al fine di «cingerlo di mura e ren­
derlo inespugnabile per i barbari» i9• «Dall'inizio del suo regno fino a
oggi - scrive un contemporaneo - [Giustiniano] non ha mai smesso di
occuparsi delle costruzioni e, per la difesa dell'impero, ha moltiplicato
le fondazioni di città e ne ha rinnovato ovunque le fortificazioni» 40•
Le grandi opere ebbero inizio nell'autunno del 527 con il restauro del­
la città di Palmira per poi proseguire attivamente sul fronte orientale
dopo la conclusione della "pace eterna" e a seguito della nuova guerra
contro i Persiani del 540-545. In Oriente i tecnici imperiali, in parte in­
viati dalla capitale, si limitarono per lo più al rafforzamento delle cinte
murarie esistenti, mentre altrove vennero edificate in gran numero nuo­
ve piazzeforti. Nel 534 Giustiniano diede l'avvio alla ricostruzione del
sistema difensivo in Africa, dove quasi tutte le fortezze erano state di­
strutte o lasciate cadere in rovina dai Vandali, facendo erigere, secondo
una stima probabilmente esagerata, ben 150 cinte fortificate; in realtà
siamo sicuri di molte meno e spesso, per quelle senza ombra di dubbio
dell'epoca, l'attribuzione è confermata da epigrafi commemorative. In
Tracia e in Illirico vennero restaurate o costruite più di 600 fortezze,
in gran parte ali'indomani dell'invasione bulgara del 540. Lungo il
Danubio furono edificati o restaurati più di So castelli dal punto della
confluenza con la Sava fino al Mar Nero, fra cui Singidunum, Novae,
Viminacium e, sulla riva sinistra, il castello di Lederata. In questo caso
si trattava per lo più di opere romane restaurate, ma ali' interno del
territorio sorsero in gran numero nuovi forti. Vennero prese misure,
infatti, per rafforzare le retrovie formando una serie articolata di ca­
pisaldi, che è il tratto caratteristico della difesa territoriale del tempo.
Una seconda linea fortificata si snodava a ridosso dei Monti Balcani e
altre sorgevano in profondità in Epiro, Macedonia, Tracia, Tessaglia e
Grecia settentrionale, fino alle Termopili e ali' istmo di Corinto. Ven­
nero inoltre consolidati il Lungo Muro di Anastasio I, che si estendeva
per circa 77 chilometri dal Mar di Marmara al Mar Nero, e le fortifica­
zioni continue che proteggevano il Chersoneso Tracico, le Termopili e
l'istmo di Corinto. L'intera penisola balcanica formava così una zona
fortificata con un'originale estensione del sistema difensivo all'interno
L'ETÀ DI GIUSTINIAN Q

dei confini. Le fortificazioni giustinianee erano particolarmente nume�


rose lungo la strada fra Belgrado e Costantinopoli, probabilmente al
fine di proteggere una delle maggiori arterie di invasione in diretto col­
legamento con la capitale.
In Crimea Giustiniano fece erigere un muro che proteggeva gli acces­
si alla città di Cherson, rafforzandone inoltre la cinta insieme a quella
di Bosporo. Altre costruzioni vennero fatte in Lazica, fra cui Petra Iu­
stiniana, il castello di Sebastopoli e un muro che sbarrava le gole mon­
tane attraverso le quali si poteva penetrare in Lazica. Nel "paese degli
Tzani", confinante con l'Armenia e di recente acquisito all'impero, fu­
rono edificati castelli e strade. Il settore fra l'Armenia e l'Eufrate venne
particolarmente rafforzato, completando l'opera già iniziata da Anasta­
sio I con la fortificazione di Dara e di Teodosiopoli. Le mura di Dara
furono consolidate e la cinta di Amida fu completamente ristrutturata.
In Armenia furono rinnovate le mura di Teodosiopoli, di Martiropoli e
del castello di Kitharizon; il restauro investì, inoltre, le piazzeforti del­
la seconda linea lungo tutto il confine, fra cui Edessa, Carre, Callinico,
Sura e lerapoli. Altre opere furono intraprese in Sira, particolarmente
con il rifacimento di Antiochia, e in Libia, ma con minore intensità e
capillarità. L'Africa riconquistata si coprì in poco tempo di una rete di
nuove fortezze bizantine. Il via alle costruzioni fu dato dallo stesso Giu­
stiniano nel s 3 4 e il primo nucleo di queste venne portato a compimento
dal magister militum Salomone. Lo sforzo difensivo fu particolarmente
intenso, dato che poco era rimasto dei centri fortificati romani, e segna
la massima realizzazione delle capacità organizzative del tempo. Un pro­
gramma di ricostruzione venne infine avviato anche in Italia dopo la
conclusione della guerra gotica, di cui poco si conosce, e questo ebbe un
forte impulso da parte di Narsete.
Giustiniano costruiva per soddisfare la propria ambizione di model­
lare un'epoca, ma anche in obbedienza a una chiara visione strategica.
Le grandi invasioni del v secolo e quelle occasionali del suo tempo di­
mostravano infatti l'impossibilità di difendere l'impero soltanto con i
soldati. Questi ultimi erano spesso insufficienti al bisogno e, per quanto
numerosi, non potevano coprire tutto il territorio. Il confine fortifica­
to ( il limes) era nei fatti una linea molto fragile e poteva essere violato
impunemente non solo dagli agguerriti eserciti persiani ma anche dalle
bande di predoni che abitavano a nord del Danubio. L'armata campale
tardava a mettersi in movimento per tamponare le falle; nel frattempo,
le città cadevano e le popolazioni erano tratte in schiavitù dai nemici.
I VOLTI DI UN 'EPOCA

Tutto ciò era intollerabile per "l' imperatore insonne': che del rafforza­
mento dello stato faceva il punto centrale del proprio programma di go­
verno. Se, nella sua visione politica, l' impero romano doveva ricomin­
ciare a funzionare con le leggi e la buona amministrazione, a ciò non
poteva mancare 1 'apporto di un sistema difensivo efficace che ne facesse
una fortezza inespugnabile. La difesa dei confini rientrava nelle tradi­
zionali linee politiche dei sovrani, ma anche in questo caso Giustiniano
volle dare un'impronta personale. Non si limitò, infatti, a rafforzare il
dispositivo milicare, ma intervenne anche nell'ambito della difesa civile,
attribuendosi compiti che in precedenza facevano capo per lo più all' i­
niziativa privata, e moltiplicò il numero di piazzeforti disponendole in
modo da coprire ampiamente il territorio. La zona militare di confine,
pur restando il cardine della difesa attiva, si collocava così in un con­
testo strategico più ampio attraverso il contemporaneo rafforzamento
delle retrovie. I castelli militari e le città fortificate erano gli anelli della
difesa territoriale, ma a questi si affiancava una rete di forti isolati, non
necessariamente presidiati e funzionali alle necessità delle popolazioni.
Questo obiettivo è chiaramente enunciato dal propagandista ufficiale
delle opere edilizie giustinianee, Procopio, il quale, nel libro sugli edi­
fici, loda la lungimiranza del suo imperatore che, dopo aver restaurato i
castelli del confine danubiano, aveva fatto costruire un gran numero di
forti anche all'interno nell'eventualità che i nemici forzassero la prima
linea. In questo caso, egli prosegue, le popolazioni rurali sarebbero state
massacrate o tratte in schiavitù non avendo a disposizione alcun luogo
in cui rifugiarsi4'. Un'eventualità, possiamo aggiungere, non remota e
anzi resa di particolare drammaticità dagli avvenimenti del VI secolo.
Anche in questo caso, dunque, gli obiettivi di una difesa programmata
si inserivano nell'ottica politica del generale rafforzamento dello stato.
Il ricordo delle opere militari di Giustiniano non è soltanto un fat­
to letterario, perché in alcuni territori le sue fortificazioni sono ancora
visibili. Ciò vale soprattutto per il limes orientale e per 1 'Africa, laddove
non vi è stata continuità edilizia che ha cancellato le tracce del passato. Si
pensi, ad esempio, alle mura di Sergiopoli in Siria, tra le meglio conser­
vate del confine orientale di Bisanzio, o a quelle di Zenobia (Halabiyah)
lungo l'Eufrate, le fortificazioni del celebre monastero di Santa Cateri­
na del Sinai, o ancora di Dara nella Mesopotamia settentrionale, ora in
Turchia. Dara era particolarmente esposta agli attacchi persiani ed ebbe
perciò un sistema di difesa molto elaborato. Era stata costruita fra il 505
e il 507 su richiesta dei generali di Anastasio I, che ritenevano sguarnito
L'ETÀ DI GIUSTINIAN�

quel settore di fronte, al confine fra i due stati, e si erano trovati a mal
partito nella guerra contro i Persiani. La città fu però edificata con una
certa fretta, sotto la minaccia di una rappresaglia persiana, e una trentina
di anni più tardi le mura erano parzialmente in rovina. Giustiniano la
restaurò aumentandone le difese e rendendola una fortezza imponente
ritenuta inespugnabile e ne cambiò il nome in lustiniana Nova. Il muro
di cinta venne elevato di circa 9 metri; furono consolidati le torri e il
secondo muro che proteggeva la città dall'esterno e venne scavato un
fossato. Dara offriva una corrispondenza pratica ai canoni della scienza
militare del tempo, che suggeriva una difesa triplice formata da muro,
antemurale e fossato insieme a una serie di accorgimenti per rendere si­
cura la piazzaforte. Le rovine di quella che fu una città imponente, ora
abbandonata, nel distretto di Oguz, mostrano i resti della fortezza, una
necropoli scavata nella roccia, opere di canalizzazione sotterranea con
una cisterna e una strada.
Come Dara, inoltre, presentavano un elaborato sistema difensivo
quasi tutti i centri dell'Oriente, contrapposti a un nemico abile nell'arte
della guerra come i Persiani. L'anonimo scrittore di cose militari dell'e­
poca giustinianea definisq: una fortezza-tipo che, con una singolare me­
scolanza fra teoria e pratica, si avvicina molto ai canoni edilizi messi in
atto dai tecnici di Giustiniano a Dara e nelle altre piazzeforti che appun­
to contrastavano i Persiani come potenziali nemici. La città ideale dal
punto di vista militare doveva sorgere su un'altura o comunque sfruttare
difese naturali, come fiumi, rupi o altro, che potessero accrescerne la si­
curezza. Ma, aggiunge l'autore con la tradizionale contrarietà del mili­
tare di fronte alla leggerezza dei civili, non sempre questa regola veniva
seguita: «molti, vedendo la presente felicità e convinti che possa durare
in eterno, nel costruire grandi città si sono preoccupati più della bellezza
che della sicurezza di queste» 4 '. Bisognava perciò rimediare alla preva­
lenza dell'estetica sulla solidità rendendole sicure con accorgimenti arti­
ficiali. Se proprio si voleva edificarle in pianura, era necessario a suo dire
realizzare mura sufficientemente alte e spesse, di cui fornisce le misure
minime, torri particolarmente solide, merli angolari per poter dare più
riparo ai difensori, fondamenta profonde, nonché dotarle di antemurali,
fossati e buche esterne in cui collocare i difensori. Proposte teoriche, che
l'autore er�dita tra l'altro dalla scienza ellenistica, che si adattano però ai
canoni di sicurezza utilizzati nelle fortezze giustinianee, la cui caratteri­
stica è di presentare, laddove necessario, un sistema difensivo elaborato e
particolarmente solido. Anche in questo, d'altronde, Giustiniano inse-
I VOLTI DI UN ' EPOCA 193

guiva con tenacia il suo sogno di rendere l' impero uno stato veramente
funzionante e indistruttibile.
In Africa i Bizantini costruirono con minori accorgimenti difensivi
anche se non con inferiore solidità. In questo caso, una volta eliminati i
Vandali, i potenziali nemici erano i nomadi del deserto, inadatti a con­
durre assedi in piena regola e perciò meno temuti; si edificò, inoltre, con
molta fretta e in economia per far fronte alla situazione di emergenza se­
guita alla riconquista. Vennero così ampiamente spogliati i monumenti
antichi delle città romane ormai abbandonate o in rovina per utilizzarli
come materiale da costruzione. Per i Vandali abbattere o non conserva­
re le antiche fortificazioni era stata una scelta politica: consapevoli di
essere poco esperti di assedi, come di norma i popoli germanici, prefe­
rirono rinunciare alle difese statiche piuttosto che permettere ai nemici
di utilizzarle come loro basi operative. Una scelta valida, a giudicare dal
fatto che le mura di Cartagine, rimaste in piedi anche se in cattivo sta­
to, servirono a Belisario come eccellente base operativa nella prima fase
della conquista. Gli Africani, danneggiati da questa iniziativa dei barbari
loro dominatori, supplivano alla carenza di difese attaccando le case una
all'altra, un sistema che sarebbe stato di scarsa efficacia di fronte ad av­
versari esperti nella poliorcetica, ma che valeva per i nomadi mauri che
potevano essere fermati anche da un riparo approssimativo.
Le memorie del passato dell'Africa bizantina sono particolarmen­
te abbondanti e significative. Numerose piazzeforti sono giunte fino a
noi in buono stato e senza aver subito vistosi rimaneggiamenti, non es­
sendo state riadattate dopo i Bizantini, ed è questo ad esempio il caso
di Timgad, l'antica Thamugadi, in Algeria o di Ksar Lemsa (Limisa)
che, sebbene non datata, pare appartenere all'epoca giustinianea per i
caratteri architettonici. Il sistema di fortificazioni eretto dai Bizantini,
inoltre, non coincideva normalmente con quello romano. Malgrado l' il­
lusione di Giustiniano di recuperare tutta l'Africa romana, il dominio
territoriale di Bisanzio non fu così esteso, limitandosi spesso alla zona
costiera o a un piccolo entroterra. In numerosi casi, inoltre, le nuove cin­
te murarie non coprivano l 'estensione delle precedenti città romane, in
parte o del tutto senza abitanti, e i Bizantini si limitarono a costruire i
loro forti su circuiti più ridotti riutilizzando ove possibile i vecchi edifici
e inglobandoli nelle mura. Il suggerimento per operare così, d'altronde,
era venuto dallo stesso imperatore, che nel 5 34 aveva raccomandato a
Belisario di ridurre le cinte troppo ampie per assicurare la difesa con il
m inor numero possibile di soldati. Belisario di lì a poco se ne andò e il
1 94 L'ETÀ DI GIUSTINIANQI

suo successore, il magister militum Salomone, a cui si deve un'intensa


attività edilizia, seguì lo stesso principio. Sappiamo che a Leptis Magna
il circuito venne ristretto e le indagini archeologiche hanno mostrato
che la regola fu applicata spesso con l'esclusione dalla zona fortificata di
buona parte dell'antico abitato. A Theveste ( Tébessa in Algeria) venne­
ro compresi nelle mura il tempio di Minerva, il foro e altre costruzioni
oggi scomparse, mentre rimasero esclusi l'anfiteatro, le terme e buona
parte della città romana. Una basilica cristiana nel lato settentrionale
della città rimase all'esterno, ma venne fortificata per fungere da difesa
avanzata. All' interno di Timgad sorse una cittadella e a Thelepte in Tu­
nisia, infine, la cinta muraria di età giustinianea escluse i templi, le terme
e le basiliche dell'abitato precedente.

La fine del regno

Non sappiamo come Giustiniano reagì alla morte di Teodora, ma è vero­


simile che abbia avuto su di lui un effetto sconvolgente. Pur non essendo
ancora molto anziano ( aveva all' incirca sessantasei anni) , la perdita della
moglie fu senza dubbio la causa dell'abbandono da parte sua dei grandi
sogni della prima parte del regno, che già avevano subito una brusca bat­
tuta d'arresto con l ' incauta rimozione di Giovanni di Cappadocia. Bene
o male, comunque, continuò ad andare avanti nel governo dell' impero,
anche se gli anni gli pesarono sempre più, arrivando ad altri sia pur rela­
tivi successi: la fine della guerra in Italia, l' intervento in Spagna e la pace
con i Persiani. Le incursioni dei barbari delle regioni balcaniche, contro
le quali l' impero era quasi impotente, proseguirono tuttavia con maca­
bra regolarità fino a quella disastrosa degli Unni Cutriguri, che si spinse
fin quasi a Costantinopoli. Giustiniano non trascurò neppure l' infinita
questione religiosa, che nel 553 arrivò a una definizione nonostante gli
strascichi che avrebbe poi avuto in seguito.
Negli ultimi cinque anni di vita l' imperatore sembra aver perso in
gran parte il senso della realtà. La promulgazione di leggi, così frequente
in epoca precedente, si ridusse a un numero irrisorio e, in modo signifi­
cativo, l'ultima di queste (del 2.6 marzo 565), in linea con le sue preoccu­
pazioni al momento prevalenti, riguardava la disciplina ecclesiastica. La
spinta emotiva che in lui ancora suscitava il trascendente e la consapevo·
lezza della vicinanza del trapasso lo indussero poi ad abbandonare una
delle sue abitudini più inveterate, ossia la sedentarietà, e a intraprendere
1 VOLTI DI UN 'EPOCA 195

nell'ottobre del 563 un viaggio faticoso per recarsi in Galazia alla chiesa
degli Arcangeli, o di San Michele, dove si venerava una tunica del Signo­
re. La situazione gli sfuggiva sempre più di mano e le fazioni del circo
già da qualche anno avevano ripreso ad agitarsi. Nel 560 scoppiarono
disordini ad Antiochia e nel novembre del 561, a Costantinopoli, i Verdi
assalirono gli Azzurri all'ippodromo e si ebbero numerosi morti e feriti;
l 'imperatore infierì contro i Verdi, ma la calma non tornò prima di Na­
tale. Altri incidenti si verificarono in febbraio, marzo e maggio dell'anno
successivo, in occasione, questi ultimi, dei giochi per l'anniversario della
fondazione della città, e venne incendiata la casa di Pietro Barsime. I
roghi, di probabile natura dolosa, erano d'altronde frequenti in quest'e­
poca e la repressione colpì a casaccio senza tuttavia arrestare gli eccessi,
che si prolungarono fino al mese successivo. Nell'ottobre del 562 gli Az­
zurri si azzuffarono tra loro e nell'aprile del 563 i Verdi se la presero con il
nuovo prefetto cittadino: i disordini durarono parecchi giorni e il curo­
palate Giustino, il futuro Giustino 11, ebbe l'incarico di reprimerli. Nella
primavera del 565, infine, i Verdi insorsero di nuovo e, senza una linea di
condotta precisa, seguendo gli umori popolari, l'imperatore cambiò per
quattro volte in due anni il prefetto cittadino.
La sostanziale abulia di Giustiniano favorì anche i complotti dei cor­
tigiani per toglierlo di mezzo. Nel 560, dato che soffriva di violenti mal
di testa, si sparse la voce che fosse morto e la città fu in agitazione. Dopo
che si ristabilì, l'ex prefetto del pretorio dell'Oriente Eugenio accusò il
curator divinae domus Antiochi Eterio e il curator domus Marinae Gior­
gio di aver voluto, d'intesa con il prefetto cittadino Geronzio, portare
all'impero Teodoro, figlio del magister o.fficiorum Pietro. L'inchiesta
non confermò le accuse: Eugenio cadde in disgrazia e si dovette rifugiare
in una chiesa per non essere condannato a morte. Nel novembre del 562
numerosi dignitari vennero accusati di aver progettato un attentato per
uccidere l'imperatore. Il banchiere Marcello e un altro personaggio di
nome Ablabio, di cui non è chiaro se sia stato un musicista o un moneta­
rius, ossia un funzionario della zecca, vennero arrestati mentre entrava­
no armati nel palazzo imperiale. Il primo riuscì a suicidarsi, ma un altro
congiurato di nome Sergio, nipote del curator Eterio, venne portato a
forza fuori dalla chiesa in cui si era rifugiato e, sotto tortura, denunciò
alcuni ufficiali di Belisario. Questi ultimi, interrogati, denunciarono a
loro volta Belisario come complice. Il caso fu portato davanti a senato
e concistoro riuniti: al vecchio generale si tolsero gli ultimi uomini che
aveva al suo servizio e venne costretto agli arresti domiciliari. Fu l'ultima
L'ETÀ DI GIUSTINIANa

disgrazia pubblica di Belisario, che tuttavia sette mesi più tardi venne:
riabilitato, non essendo possibile più di tanto provare l'accusa nei suoi
confronti, e riebbe tutte le sue dignità. La leggenda però si impadronì di
lui e, già nel Medioevo, si favoleggiò che fosse stato accecato per ordine
del suo imperatore e costretto a mendicare per le strade della capitale; in
realtà morì a Costantinopoli senza più essere disturbato nel 565.
Giustiniano morì nella notte fra il 1 4 e il 15 novembre 565, dopo
trentotto anni di regno. Alla sua morte sicuramente molti tirarono
un sospiro di sollievo. In effetti, aveva sottoposto il suo impero a uno
sforzo immane e in molti casi lasciava soltanto disastri: le finanze
erano in rovina, le riforme si erano risolte in un fallimento, i barba­
ri continuavano a essere aggressivi e l'esercito, trascurato e lasciato
a disintegrarsi, non esisteva quasi più. « L'esercito imperiale - scri­
ve Agazia - non aveva mantenuto la forza di cui disponeva sotto i
precedenti imperatori, ma si era ridotto ai minimi termini con una
consistenza non più adeguata alla grandezza dello stato» e aggiun­
ge che, mentre sarebbero stati necessari 645.0 00 uomini, ce n'erano
soltanto 150.000, per di più sparsi in diversi territori43 • Molto critico
nei suoi confronti, il successore sul trono di Bisanzio, Giustino 11, di­
pingeva una situazione alquanto nera - « Abbiamo trovato il tesoro
oppresso da molti debiti e ridotto all'estrema penuria» - al punto
che aveva dovuto saldarli di tasca propria, e ancora: « l'esercito già
rovinato per la mancanza delle cose necessarie, in modo che l'impero
viene devastato dagli innumerevoli assalti e incursioni dei barbari» 44•
Il disinteresse per gli affari pubblici mostrato dal sovrano in vecchiaia
era esattamente agli antipodi della straordinaria energia profusa nei
primi tempi. Pesava certamente l'età, ma non doveva essere l'elemento
determinante: negli ultimissimi anni, si diceva da parte dei contempora­
nei un po' stupiti, aveva perso l'energia giovanile e si occupava soltanto
di questioni religiose, lasciando che l'amministrazione si disgregasse in
mano a funzionari corrotti e rapaci. Il poeta di corte Corippo, usando il
necessario tatto legato alla sua posizione, scriveva con una critica velluta­
ta che il vecchio imperatore, tutto preso dalle cose celesti, non si curava
più di quelle terrene 41 • La passione per la teologia, d'altronde, era sem­
pre stata connaturata in lui e già qualche anno prima, fra 548 e 549, in
tempi quindi meno sospetti, quando venne messa in piedi la congiura
in cui fu implicato Artabane, si diceva che sarebbe stato facile sor­
prenderlo perché ogni notte a ora tarda era solito recarsi senza guar­
dia del corpo in una piccola cappella per studiare la Sacra Scrittura
J VOLTI DI UN 'EPOCA 19 7

insieme ad anziani sacerdoti. Un decennio più tardi la sua vocazione


mistica si era con ogni probabilità accentuata fino a prevalere sulle
cure per lo stato. E ancora, tra le molte critiche più o meno manifeste,
si diceva di lui che non aveva più l'energia giovanile di quando aveva
vinto Vandali e Goti e verso la fine del regno preferiva trattare con i
barbari piuttosto che combatterli.
Giustiniano e Teodora non ebbero figli e questo era stato un grande
cruccio per l'imperatrice, che aveva anche supplicato san Saba di inter­
cedere per lei con le sue preghiere, anche se l'asceta si era rifiutato di far­
lo per un'eretica che ovviamente detestava. Non si preoccupò neppure
di nominare un successore. I candidati possibili all'impero erano tut­
tavia due: l'allora curopalate Giustino, figlio della sorella Vigilantia
e l'omonimo figlio di Germano. Il primo era avvantaggiato, perché
si trovava in quel momento a Costantinopoli. Inoltre, aveva fatto
carriera a coree a differenza dell'altro, che come il padre preferiva il
mestiere delle armi. A coree contava su validi appoggi: il patriarca
Giovanni III, il comandante degli excubitores T iberio e il potente
eunuco Callinico. A questi si deve poi aggiungere la moglie Sofia, la
nipote di Teodora. Tutti questi personaggi, con i rispettivi gruppi di
potere, furono in grado di dirigere la scelta e, a quanto racconta Co­
rippo, i senatori si recarono a casa di Giustino nel cuore della notte
pregandolo di accettare la designazione, cosa che egli fece dopo aver
inizialmente rifiutato o, più probabilmente, dopo aver fatto finta di
rifiutare, e poco più tardi il nuovo reggitore dell'impero venne inco­
ronato a palazzo46•
Durante lo svolgimento della cerimonia di proclamazione, ali' ippo­
dromo, Giustino II saldò di tasca propria i debiti lasciati da Giustiniano,
che aveva emesso obbligazioni forzose senza poi rimborsarne l'importo,
e su preghiera delle madri e delle mogli dei carcerati concesse un'amni­
stia generale. La sua giornata proseguì dopo mezzogiorno con i funerali
solenni dello zio e un banchetto che pare essersi protratto fino a notte
inoltrata. Il corpo di Giustiniano già dal mattino era stato esposto su un
catafalco, ornato della veste purpurea e del diadema, e i sudditi gli pre­
starono l'estremo omaggio. Sofia offrì una veste di porpora con ricamati
in oro i trionfi del defunto per accompagnarlo nella tomba come dono
pietoso. Poco dopo mezzogiorno il corteo funebre si mosse dalla Chalké.
Giustino II salutò per l'ultima volta lo zio e diede l'avvio alla processio­
ne che lo accompagnò fino ai Santi Apostoli. Qui il corpo dell'impe­
ratore venne deposto nel sepolcro che si era fatto costruire, dove restò
L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

inviolato fino al 1204 quando i crociati conquistatori di Costantinopoli


lo saccheggiarono. In seguito i resti di Giustiniano e con lui di Teodora
scomparvero senza lasciare traccia.
L'altro Giustino pretendente al trono qualche tempo più tardi venne
assassinato forse su ordine dell'imperatore e così Giustino II non ebbe
alcri potenziali rivali. Il suo non fu però un regno fortunato e l'equilibrio
precario in cui Giustiniano aveva mantenuto l'impero cominciò a fare
acqua da più parti. Nel 568 i Longobardi provenienti dalla Pannonia
invasero l' Italia e non fu possibile respingerli: si insediarono dapprima
a Nord, poi al Centro e al Sud dando vita a un'occupazione stabile che
si sarebbe mantenuta per secoli. L'Africa fu agitata da nuove rivolte e i
Visigoti di Spagna iniziarono la controffensiva che li avrebbe condotti in
poco tempo a cacciare i Bizantini. L'errore disastroso fu comunque fatto
dallo stesso Giustino II con la sua decisione di attaccare la Persia nel 572:
dopo i successi iniziali, infatti, la campagna si rivelò un completo falli­
mento, dando luogo a una guerra sanguinosa destinata a protrarsi con
alterne vicende anche sotto i suoi successori. Per colmo di sfortuna, poi,
Giustino impazzì e le redini del governo vennero assunte da Sofia, degna
erede di tanta zia, che si appoggiò al comes excubitorum T iberio. In un
momento di lucidità dell'imperatore, lo persuase a proclamare cesare e
ad adottare come figlio T iberio, rinnovando così una prassi di scelta di
un successore da tempo caduta in desuetudine. Quando poi fu vicino
alla morte, nel 578, T iberio fu associato al trono come augusto. Il regno
di T iberio I durò soltanto quattro anni e fin dai primi tempi, nonostante
le premesse, i rapporti con Sofia si fecero tesi. Dopo una congiura ordita
contro l'imperatore insieme a Giustiniano, figlio di Germano, Sofia ven­
ne allontanata dal palazzo imperiale e relegata in una sua dimora citta­
dina. Fu trattata con il massimo rispetto, ma di fatto non ebbe più voce
in capitolo nella direzione dell' impero e, malgrado occasionali riappari­
zioni sulla scena pubblica, non si sente più parlare di lei a partire dal 601.
Finiva così l'avventura di una famiglia venuta dal nulla che Giustino I
aveva iniziato nel 518.

Bilancio di un'epoca

Ci si può chiedere a questo punto se il lungo regno di Giustiniano, per


canti versi straordinario, rappresentò o meno un cambiamento epocale
e se fu, secondo la domanda famosa, vera gloria o piuttosto un disastro.
I VOLTI DI UN 'EPOCA 199

L a risposta che si può dare è ardua e retoricamente, utilizzando un luogo


c omune, si può affermare che l'impresa più duratura fu la sistemazione
della legislazione romana, che andò al di là del suo tempo, costituendo
la base del diritto bizantino e di quello occidentale dopo la sua risco­
perta. Guardando oltre, poi, gli aspetti contingenti, si può anche ritene­
re nella stessa prospettiva che le sue grandi opere monumentali furono
una realizzazione straordinaria, ancora oggi da ammirare per quanto ne
è rimasto. Ma è altrettanto vero che le guerre di conquista, sia pur san­
guinose e crudeli come sono i conflitti bellici, non significarono un suc­
cesso da poco nel quadro della transitorietà delle cose umane. In Spagna
la presenza imperiale durò poco, ma in Africa venne mantenuta fino al
698, quando gli Arabi presero Cartagine mettendo fine al dominio della
Roma d'Oriente. Più complessa e, nello stesso tempo, più duratura, fu la
situazione italiana. I Longobardi con la loro venuta frammentarono l'u­
nità della penisola, ma i Bizantini conservarono tenacemente la loro pre­
senza per secoli. I possedimenti del Centro e del Nord durarono fino al
751, a parte Venezia, allorché la conquista longobarda travolse l'esarcato
di Ravenna; nelle estreme regioni del Sud, tuttavia, il dominio imperiale
non solo si mantenne ma in seguito si rafforzò estendendosi a Calabria,
Basilicata e Puglia finché, nel 1071, non fu spazzato via a sua volta dall'e­
spansionismo normanno. La Sardegna si rese indipendente già nel corso
del IX secolo, mentre la Sicilia fu contesa con determinazione agli Arabi
invasori, che vi arrivarono dalla Tunisia nell'827, i quali dovettero com­
battere fino al 902 per avere il controllo dell'intera isola. Venezia infine,
strana e singolare appendice della presenza bizantina in Italia, mantenne
molto a lungo un rapporto del tutto particolare prima di sudditanza e
poi di collaborazione con Costantinopoli.
Giustiniano fece del suo meglio per rendere difficile la vita ai sud­
diti illudendosi di fare il loro bene, mentre la natura sembra quasi aver
cospirato a sua volta per complicare le cose. Già al tempo di Giustino I
terremoti violenti avevano devastato Durazzo, Corinto e Anazarbo di
Cilicia; nel 525 la città di Edessa fu inoltre inondata dal fiume locale e
p ressoché interamente spazzata via. Verso la stessa epoca il tempio di
Eliopoli (Baalbek) fu distrutto da un incendio e per alcuni anni la fame
imperversò in Palestina a motivo di una prolungata siccità. Nel 526 An­
tiochia venne rasa al suolo da un terremoto che fece 50.000 vittime e in
s eguito un altro sisma colpì Seleucia. In ogni circostanza il governo prese
provvedimenti per aiutare le popolazioni colpite, ma nel secondo ven­
tennio del regno di Giustiniano la natura riprese a imperversare. Nel 543
2.00 L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

un terremoto distrusse la metà della città di Cizico, verso il 544 il Mar


Nero inondò la costa di Tracia, tra 545 e 548 si ebbero altri sismi e piog­
ge torrenziali che causarono cattivi raccolti e la fame. Nel 550 il fiurne
Cidno esondò distruggendo buona parte della città di Tarso di Cilicia
e parecchi villaggi vicini, nel 551 di nuovo un terremoto violento colpi
la diocesi d'Oriente facendosi avvertire anche a Costantinopoli. Quasi
tutti gli abitanti di Cos nell'isola omonima perirono e il disastro colpi
anche la Fenicia marittima; a Berito si contarono più di 30.000 vittime
e la celebre scuola di diritto subì un colpo irreversibile. Verso il 553 fu la
volta della peste bovina e l'anno successivo la terra tremò violentemente
a Costantinopoli, Nicomedia e altre città. Un altro terremoto ancor più
violento, nel 557, distrusse interi quartieri della capitale.
Tutti questi disastri furono tuttavia poca cosa di fronte alla terribile
epidemia di peste bubbonica che colpì l'impero a partire dall'autunno
del 541, con conseguenze devastanti sull'economia e sulla società, pro­
prio nel momento in cui lo sforzo militare era al massimo. Il contagio
iniziò in Egitto, dove era stato importato dall'Abissinia, e si diffuse in
seguito attraverso la diocesi d'Oriente, l'Asia Minore, la penisola balca­
nica e l'Africa latina, da dove penetrò in Spagna e in Gallia senza rispar­
miare l' Italia e la Persia. Ali' inizio di maggio del 542. raggiunse Costan­
tinopoli, dove imperversò per quattro mesi, e nel corso del 544 aveva
toccato tutto l'impero per poi ricomparire più di una volta a intervalli
irregolari. A Costantinopoli uccise più di 300.000 persone (all'incirca
la metà della popolazione) devastando l'intera vita della capitale, come
ricorda Procopio che fu presente durante l'epidemia. I morti erano tal­
mente tanti che non si riusciva nemmeno a seppellirli, al punto che ven­
nero utilizzate le torri della cinta muraria:

A Bisanzio la pestilenza durò quattro mesi, e in tre di questi fu soprattutto vio·


lenta. Da principio la mortalità fu di poco superiore al consueto, poi l'epidemia
si diffuse sempre più rapidamente e il numero dei morti raggiunse la media di
cinquemila al giorno, per arrivare persino a diecimila e anche di più.
Nei primi tempi ciascuno si preoccupava di dar sepoltura ai morti della pro·
pria famiglia, magari deponendoli di nascosto e con la violenza nelle tombe di
altre persone; in seguito tutto finì in una grande confusione generale. Vi furono
schiavi che rimasero senza padrone, uomini prima molto benestanti che si ero·
varono privati del servizio dei loro domestici o perché malati o perché defun·
ti; alcune case restarono completamente deserte di persone. Per conseguenza
accadde che in quel caos anche qualche illustre personaggio rimase parecchi
giorni insepolto.
J VOLTI DI UN ' EPOCA 2.01

L' imperatore naturalmente si preoccupò di prendere provvedimenti per cale


situazione e diede incarico di occuparsi di tutti questi problemi a Teodoro, asse­
gnandogli guardie di palazzo e una somma di denaro. Costui aveva la mansione
di segretario relatore delle decisioni imperiali, nel senso che segnalava all'im­
peratore le richieste dei postulanti e poi riferiva a costoro, a loro volta, quali
erano le sue deliberazioni. I Romani chiamano questa carica col nome latino
di referendarius.
Così, mentre coloro che non avevano ancora visto cadere in completa di­
struzione la loro situazione famigliare provvedevano personalmente alla se­
poltura dei propri congiunti, Teodoro, distribuendo il denaro avuto dal!' im­
peratore e attingendo anche al suo patrimonio famigliare, faceva seppellire i
cadaveri di coloro che erano rimasti senza assistenza. Quando alla fine si giunse
al punto che tutte le tombe esistenti furono piene di cadaveri, la gente se la sbri­
gava scavando delle fosse nelle campagne intorno alla città, una dopo l'altra, e
deponendovi i morti, ciascuno come meglio poteva. Ma in ultimo, coloro che
scavavano le fosse, non potendo più far fronte al numero dei defunti, salivano
sulle torri che sorgono lungo le mura di Sica, e, scoperchiati i tetti, vi gettavano
dentro i cadaveri in gran disordine; così praticamente riempirono tutte le torri
di cadaveri, accatastandoli alla rinfusa, secondo come cadevano, e poi le copri­
rono di nuovo coi tetti. Perciò da esse cominciò a diffondersi fino alla città un
puzzo nauseabondo, che diveniva sempre più insopportabile per gli abitanti,
specialmente se soffiava il vento provenendo da quella parte47•

Costantinopoli, dove quasi più nessuno osava uscire di casa, per qualche
tempo si trasformò in un deserto e tutte le attività si paralizzarono: si
ammalò anche Giustiniano, a cui spuntò il bubbone mortifero, ma an­
cora una volta riuscì a cavarsela.
Oltre alla natura maligna, la mano dell'uomo fece la sua parte per
devastare l'impero. Le operazioni militari incessanti ebbero un impatto
fortissimo sulla società del tempo in termini di vite e risorse perdute
e anche questi disastri vanno messi nel bilancio negativo del regno di
Giustiniano. La prima guerra persiana non fu sua responsabilità diretta,
rna il prezzo pagato per ottenere al più presto la "pace perpetuà' e in­
tervenire in Occidente (le 11.000 libbre d'oro) fu un aggravio notevole
per le casse dello stato. La seconda guerra persiana, al contrario, ebbe
quale maggior responsabile lo stesso imperatore, che scontò la fiducia
ec cessiva nell'accordo concluso con Cosroe I, l'imprevidenza nell'aver
sciolto i reparti limitanei e il trasferimento delle truppe migliori sul
fronte occidentale. Ali'imprudenza di Giustiniano vanno poi attribu­
ite anche le frequenti incursioni nella penisola balcanica delle popo­
lazioni barbariche stanziate al di là del Danubio, ugualmente favorite
202 L'ETÀ DI GIUSTINIAN�

dalla scarsità di soldati imperiali presenti, in quanto impiegati su altri


teatri operativi, e poco o nulla limitate negli effetti devastanti dai nu.
merosi castelli difensivi edificati nella regione. Ancora peggio andaro.
no le cose in Occidente: l'Africa uscì stremata soprattutto dalla lunghe
e sanguinose rivolte dei Mauri seguite alla riconquista, al punto che,
secondo Procopio, alla fine era quasi completamente deserta48• L' Italia
a sua volta subì un colpo mortale dalle vicende belliche con distruzio­
ne di città, carestie ed epidemie, collasso demografico, decapitazione di
buona parte del ceto dirigente e via elencando. Quando tutto fu finito,
era irriconoscibile e la civiltà ancora fiorente sotto i re goti finita per
sempre. In termini geopolitici, infine, l'eccessiva dilatazione dei confini
dovuta alla megalomania di Giustiniano ebbe un pesante contraccol­
po per i suoi successori, costretti a difendere con forze insufficienti un
fronte troppo vasto.
I Persiani erano senza dubbio il popolo più civilizzato con cui i
Bizantini si confrontarono, non di meno anche le guerre contro di
loro portarono a crudeltà e rapine. I Saraceni alleati dei Persiani fecero
continue scorrerie in Oriente, dall'Egitto fino ai confini della Persia,
lasciando tracce pesanti del loro passaggio. L'incursione di Alamun­
daro (Al-Mundhir, un capo ghassanide) nel 529 fu devastante e ac­
compagnata da massacri e dalla cattura di un gran numero di prigio­
nieri, portati via dai Saraceni assieme al bottino: in questa occasione
egli si impadronì, forse a Emesa, di 400 vergini cristiane che furono
sacrificate in un solo giorno a una divinità pagana. La prima guerra
persiana fu comunque relativamente poco onerosa per Bisanzio e sol­
tanto l'incursione di Cosroe I nel 540 si rovesciò sull'impero in tutta
la sua brutalità. L'aggressione del 540 fu concepita, infatti, come una
massiccia azione di saccheggio e dal punto di vista del re persiano si
rivelò notevolmente proficua, tanto che si stimò si fosse impadronito
in un sol colpo di tutte le ricchezze della Siria. Per Giustiniano, fra
saccheggi e tributi imposti alle più ricche città dell'Oriente, fu al con­
trario un danno incalcolabile. La mancata resistenza imperiale ridusse
al minimo le perdite persiane e, nello stesso tempo, il bottino fu vero·
similmente superiore alle più rosee aspettative. Nell'assenza pressoché
totale dell'autorità centrale, le amministrazioni civiche rappresentate
dai vescovi si assunsero l'onere di proteggere le comunità, un fenome·
no d'altronde tipico del mondo tardoromano in situazioni del genere,
e condussero le trattative con gli invasori fino a quando arrivò un'am·
basceria da Costantinopoli.
I VOLTI DI UN 'EPOCA 203

La ripresa delle operazioni militari nel 541 non ebbe più l'impatto
devastante dell'anno precedente e a Petra, dopo la capitolazione, venne­
ro confiscate soltanto le ricchezze del comandante del presidio imperia­
le, mentre gli abitanti conservarono la vita e i loro beni e i soldati super­
stiti si aggregarono all'esercito persiano. Nel 542 Cosroe riprese però la
vecchia abitudine di taglieggiare i civili presentando il conto al vescovo
di Sergiopoli per l'impegno di riscattare gli abitanti di Sura, che aveva
preso due anni prima senza soddisfarlo. Il vescovo non aveva di che pa­
gare, per cui fu imprigionato e torturato, e la popolazione di Sergiopo­
li riuscì a raccogliere soltanto parte di quanto il re chiedeva, subendo
di conseguenza l'assedio, risoltosi peraltro in un nulla di fatto. Subito
dopo, Callinico venne distrutta e i prigionieri seguirono i vincitori in
Persia. Durante l'ultima incursione in territorio imperiale, nel 544, fu
infine la volta di Edessa, da cui Cosroe si allontanò dopo aver ottenuto
un tributo di 500 libbre d'oro. La tregua del 545 (che consentì a Giusti­
niano di inviare rinforzi in Africa) costò all'erario 2.000 libbre d'oro e
il rinnovo di questa nel 551 per cinque anni ne comportò altre 2.600.
La guerra in Lazica continuò ad avere effetti devastanti per le parti in
causa e, quando dopo la sospensione delle operazioni militari si arrivò
nel 561 alla pace di cinquant'anni, Giustiniano in cambio della regio­
ne disputata si assunse l'onere di versare ai Persiani un tributo annuo
di 30.000 solidi. Alle devastazioni dei conflitti si unirono poi le conse­
guenze spesso nefaste del passaggio degli eserciti amici, un fenomeno
del resto normale per quei tempi, per cui i funzionari incaricati dell 'ap­
provvigionamento spesso esercitavano abusi e vessazioni sugli abitanti.
In Lazica si distinse in questa attività un africano di nome Giovanni,
agente del magister militum Giustino, che approfittò della sua posizio­
ne per chiedere rifornimenti impossibili da procurare e concedendo le
esenzioni dietro cospicui pagamenti in denaro. Le sue vittime - osserva
Agazia - vendevano le cose più preziose per soddisfarlo ed evitare così
le rappresaglie, aggiungendo danno su danno a una regione già marto­
riata dal conflitto 49•
Le scorrerie dei barbari nei Balcani avevano come unico scopo la
razzia e si accompagnavano regolarmente a devastazioni di ogni genere
e alla cattura di prigionieri portati via assieme al bottino di guerra. Os­
serva Procopio che dall'ascesa al trono del suo imperatore le incursioni
in Illirico e Tracia si erano ripetute pressoché annualmente infliggendo
s cempi fatali agli abitanti e, con il suo consueto gusto per l'iperbole,
aggiunge che a ogni invasione dovevano essere morte o tratte in schia-
L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

vitù sulle 200.000 persone, tanto da rendere l' intera regione « una vera
desolazione scitica » 10• E in effetti le cronache del tempo insistono sul
tema con ricorrente monotonia. Nel 528 i generali imperiali vincito­
ri riuscirono a recuperare la preda che i Bulgari si scavano portando
in patria, ma probabilmente la persero subito dopo, quando vennero a
loro volta sconfitti dagli altri Bulgari. Il magister militum Coscanziolo
fu riscattato al prezzo di 10.000 solidi da Giustiniano, mentre un altro
generale, Ascum, venne preso insieme a diversi prigionieri dai Bulgari
che riattraversarono indenni il Danubio. Sirmio occupata dai Gepidi
divenne un « completo deserto» e le regioni vicine dovettero subire
i loro continui saccheggi1 1• La grande invasione bulgara del 540 fu ac­
compagnata da distruzioni e saccheggi, che arrivarono fin sulla costa
asiatica e, se vogliamo credere a Procopio, dalla cattura di 1 20.000 per­
sone porcate via senza che nessuno si opponesse e una violenza analoga
contraddistinse la loro seconda offensiva in Grecia 11• Nel 545 i soldati
illirici di stanza in Italia disertarono in massa lamentando i consueti
ritardi della paga, ma anche e soprattutto perché le mogli e i figli era­
no stati tratti in schiavitù dai Bulgari invasori. Gli Eruli al seguito di
Narsece liberarono i prigionieri degli Sclaveni, mentre nulla poté essere
facto al tempo dell'incursione del 548. Privi di ogni umanità verso i
vinti, nel 550 gli Sclaveni misero a morte fra i tormenti il comandante
del presidio di Tzurullo (ebbe il dorso spellato e fu bruciato vivo) e a
Topiro uccisero cucci gli uomini (circa 15.000) prendendo le donne e i
bambini come schiavi. Si trattava comunque di una triste variazione sul
tema consueto, dato che fino a quel momento erano stati soliti uccidere
chiunque capitasse nelle loro mani impalando le vittime, colpendole
con mazze o bruciandole vive in capanne in cui le chiudevano con buoi
e pecore. L'irruzione di questi barbari si lasciò alle spalle le usuali de­
vastazioni e nel 551, quando abbandonarono il territorio imperiale, una
consistente massa di prigionieri li seguì nel ritorno alle loro terre. Par­
ticolarmente devastante fu infine l'arrivo dei Cucriguri nel 559 e questi,
come sempre accadeva in cali frangenti, si diedero ad atti di ferocia e di
rapina, violentarono le monache e costrinsero le partorienti ad abban­
donare i neonati.
In Africa lo svolgimento fulmineo della campagna di Belisario fece
sì che la guerra non mostrasse il suo aspetto peggiore, ma il quadro
cambiò con la rivolta maura, accompagnata da una serie spaventosa di
saccheggi e di mesce colonne di prigionieri. I soldati ribelli, nel 536,
fecero poi la loro parte perpetrando uccisioni e saccheggi a Cartagine
I VOLTI DI UN 'EPOCA 2.0 5

e depredando le vicine campagne. La vittoria di Salomone sui Mauri


ebbe come conseguenza un breve periodo di tranquillità, in cui la pro­
vincia sembrò riprendersi dalle conseguenze della guerra e, sotto il suo
governo illuminato, si poteva dire che gli Africani erano «i più felici
di tutti i mortali» 13• Con la nuova sollevazione dei Mauri, comunque,
cu cco tornò come negli anni più cupi e, anche dopo la fine di questa,
la rivolta del 563 fu accompagnata come sempre da devastazioni. La
provincia africana uscì prostrata dalle guerre: i Bizantini non vi aveva­
no più nemici, ma per le traversie subite si trovò a essere immiserita e
« quasi completamente deserta». Secondo Procopio si poteva affronta­
re un lungo viaggio senza incontrare anima viva: i Vandali erano pres­
soché scomparsi, come pure i Mauri e le loro famiglie, le attività eco­
nomiche degli Africani distrutte e un gran numero di soldati imperiali
vi erano caduti, tanto che i morti in totale potevano essere stimati in s
milioni14 • L'esagerazione e la polemica politica contro Giustiniano si
commentano da sé, ma il quadro dei disastri causati dalle guerre africa­
ne è tutto sommato veritiero. Le popolazioni indigene furono vessate
in ogni modo e una sorte non migliore toccò agli sconfitti. I Vandali
superstiti vennero in gran parte espulsi dalla provincia e le loro donne
si accasarono di nuovo con i soldati di Bisanzio portando in dote le
proprie terre e gettando le basi, così, della grande sollevazione milita­
re del 536 suscitata dalla pretesa governativa di confiscarle. Gli stessi
Mauri subirono pesantemente le conseguenze delle sconfitte con le loro
donne e bambini portati via come schiavi, il cui numero era talmente
elevato dopo la battaglia decisiva contro gli imperiali che un fanciullo
poteva essere venduto al prezzo di una pecora. Più fortunata dell' Italia,
tuttavia, l'Africa alla fine trovò la pace per tornare a essere una regione
relativamente prospera.
L'Italia subì le conseguenze più gravi dalla riconquista, con dan­
ni talvolta irreversibili alle popolazioni e alle cose e senza una sia pur
faticosa ripresa, dato che all'indomani della pacificazione arrivarono i
Longobardi. Il benessere raggiunto dalla regione sotto la dominazione
di Teodorico cambiò radicalmente con il conflitto, anche se con ogni
probabilità i danni subiti non ebbero fa stessa entità in tutte le regio­
ni. I primi mesi di guerra non portarono gravi conseguenze, a motivo
soprattutto dell'inazione di Teodaco e delle trattative diplomatiche che
si svolgevano per comporre il conflitto prima che Belisario riprendesse
l 'avanzata dalla Sicilia. Il re minacciò di passare a fil di spada tutti i sena­
tori con mogli e figli se non si fossero adoperati per far ritirare i Bizan-
206 L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

tini e spedì papa Agapito in missione di pace a Costantinopoli, ma alla


fine non adottò alcun provvedimento del genere. Il quadro di relativa
tranquillità, tuttavia, mutò quando nel 536 i Bizantini ripresero le ope­
razioni militari. Il passaggio delle soldatesche in marcia verso Roma non
fu probabilmente indolore e a Napoli si ebbe il primo rilevante fatto di
sangue quando, dopo la presa della città, vi fu fatta una strage; come poi
succedeva normalmente in casi del genere, venne saccheggiata e le donne
e i bambini finirono nella preda del vincitore. La situazione verosimil­
mente sfuggì di mano a Belisario (o forse il generale era intenzionato
con cinica determinazione a dare un esempio) e questi alla fine riportò
all'ordine la truppa ingiungendo di restituire i prigionieri ma lasciando
la facoltà di tenersi il bottino, un compromesso indice della sua consue­
ta debolezza verso i soldati e scarsamente proficuo in termini politici.
L'ingresso dei soldati di Bisanzio fu seguito anche da un incendio par­
ziale e, verosimilmente, da un eccidio di ampie proporzioni, se vogliamo
credere a una testimonianza più tarda secondo cui la città venne ripo­
polata trasferendovi altri Italici dal Sud, Siciliani e prigionieri africani11•
Quando Vitige abbandonò Roma per andare a Ravenna si portò dietro
molti senatori come ostaggi e, qualche tempo più tardi, lo spostamento
delle sue truppe verso il Sud lasciò la via aperta a un'incursione di bande
alamanno-burgunde che si spinse fino alla Venezia causando a quanto
pare notevoli devastazioni.
L'assedio di Roma alienò a Belisario molte delle iniziali simpatie de­
gli abitanti, costretti a sopportare un disagio notevole, e cambiò radi­
calmente il volto della guerra portandola a un'asprezza senza preceden­
ti. I Goti tagliarono subito i 14 acquedotti che rifornivano la città e ne
saccheggiarono le campagne. All'inizio dell'estate del 537 la situazione
si fece drammatica per l'imperversare della fame e di un'epidemia. La
città si trovava chiusa in una morsa in modo tale che «nessuno aveva la
facoltà di entrare o di uscire » 1 6 e soltanto l'arrivo dei rinforzi imperia­
li verso l'inizio di dicembre alleggerì questa situazione drammatica, di
cui finirono per essere vittime anche gli Ostrogoti, a loro volta pressati
dalla fame e dall'imperversare del morbo. Nel 538 il magister militum
Giovanni ebbe l'ordine di far prigionieri nel Piceno le mogli e i figli
dei nemici, ma è da ritenersi che la brutalità sia stata esercitata senza
distinzioni etniche, a giudicare dal numero delle donne in fuga, dallo
stato di desolazione in cui si trovava la regione e, forse, dall'appellativo
di "Sanguinario" che fu dato a questo generale. Nell'estate del 538 ca­
restia ed epidemia imperversavano e non mancarono neppure casi di
I VOLTI DI UN 'EPOCA 207

cannibalismo, scoperti in prossimità di Rimini e in Liguria dove, come


riferì il vescovo di Milano Dazio, le madri «spinte dalla fame mangia­
rono i figli»17• A Milano sotto assedio la popolazione affamata finì per
nutrirsi di animali normalmente non commestibili e, quando fu presa,
i Goti la rasero al suolo facendo la strage di cui si è detto e destinando
tutte le donne alla schiavitù. Gli assediati di Osimo, per parte loro, de­
vastarono le campagne per procurarsi viveri finché ne ebbero la possi­
bilità, poi fino alla resa a Belisario dovettero rassegnarsi a sfamarsi con
cuoio e pelle ammorbiditi nell'acqua. Nel frattempo gli Eruli di Nar­
sete, che avevano abbandonato l'esercito imperiale, risalivano la peni­
sola saccheggiando verosimilmente per ogni dove e, quando furono in
Liguria, vendettero ai Goti gli schiavi e gli animali che portavano con
sé. La scorreria dei Franchi di Teodeberto nel 539 fu accompagnata dal
sacco di Genova e da devastazioni delle province di Emilia e di Liguria
fino al loro ritiro nel corso dello stesso anno a causa della dissenteria
che li aveva colpiti. Arrivati a Pavia sacrificarono le donne e i bambini
dei guerrieri goti, che erano fuggiti davanti a loro, gettandone i corpi
nel Po, in ossequio ai loro riti ancestrali e saccheggiarono quindi gli ac­
campamenti di entrambi i contendenti. La campagna spopolata per la
fuga degli abitanti consentì loro di trovare soltanto i buoi per sfamarsi
e l'acqua del Po da bere, per cui molti si ammalarono e circa un terzo
dell'esercito perì di malattia fino a quando tornarono nel loro paese.
V itige, dal canto suo, si lasciò prendere dal furore vendicativo quan­
do venne sconfitto a Roma ordinando di uccidere i senatori condotti a
Ravenna come ostaggi e soltanto pochi di questi riuscirono a fuggire.
Il conflitto si avviava così alla conclusione in un crescendo di sciagu­
re, ma le condizioni di resa imposte da Belisario nel 540 furono tutto
sommato abbastanza miti: i Goti che abitavano a sud del Po ottennero
il permesso di tornare alle loro case e di conservare i beni, mentre sol­
tanto il tesoro regio venne confiscato e pochi prigionieri lo seguirono a
Costantinopoli assieme a Vitige.
La situazione italiana peggiorò ulteriormente durante la seconda
fase del conflitto e la riconquista, di Totila fu accompagnata da lutti
e distruzioni quanti mai se n'erano visti prima, con l'incombere con­
tinuo della fame per gli assediaci. L'atteggiamento di Totila verso gli
Italici fu abbastanza discontinuo e oscillò fra grandi manifestazioni di
c rudeltà e atti di mitezza, dovuti evidentemente al calcolo politico del
momento ma anche, forse, a una componente caratteriale che lo rende­
va piuttosto instabile. Alquanto onerosa in termini di sconvolgimenti
208 L'ETÀ DI GIUSTINIA N O

sociali ed economici fu poi la sua politica agraria volta a colpire il cero


senatorio (e di rimando l' impero di cui i senatori erano naturalmente
alleati) attraverso l'esproprio sistematico dei latifondi e la liberazio­
ne degli schiavi, che andarono a rafforzare i suoi eserciti. Dopo aver
sconfitto sul campo i Bizantini, il nuovo re goto iniziò a devastare il
territorio italiano e, nel 542, a Benevento appena conquistata cadde­
ro le prime mura cittadine. Durante l 'assedio di Napoli furono prese e
saccheggiate Cuma e altre località e finirono in mano dei Goti anche le
mogli dei senatori che Totila con un atto di calcolata generosità lasciò
libere guadagnandosi « fra tutti Romani fama di saggezza e di umani­
tà » 18. In seguito avrebbe scritto al senato, a Roma, per convincerlo a
passare dalla sua parte, ma nello stesso tempo, non appena conquistò
le regioni del Sud, diede l'avvio alla nuova politica agraria riscuotendo
i tributi pubblici e appropriandosi delle rendite dei proprietari terrieri.
Le sue milizie imperversavano in Campania e un comes di nome Zalla
si acquistò una triste fama mettendo a morte tutti i chierici e i monaci
in cui si imbatteva. Una visita a Cassino da san Benedetto pare aver
frenato la furia vendicatrice di Totila e in effetti, quando prese Napoli,
non incrudelì sui vinti mostrando « un'umanità del tutto insolita in un
nemico e per di più un barbaro» 19• Si prese cura della popolazione or­
mai allo stremo per la fame, aumentando progressivamente la quantità
di cibo concessa finché riprese le forze, e la lasciò libera di andare dove
volesse concedendo la stessa facoltà al presidio imperiale che si trasfed
a Roma. Non rinunciò comunque a farne abbattere parte delle mura e
l'anno successivo, quando fu la volta di T ivoli, venne meno ogni de­
menza con la strage di tutti gli abitanti, compreso il vescovo, messi cru­
delmente a morte sebbene i Goti vi fossero stati introdotti dai cittadini
in lite con i soldati di Bisanzio.
Nel 544, a quanto pare, divenne pesante anche la fiscalità di Beli­
sario, pressato dal bisogno di procurarsi denaro per la guerra, e la con­
dizione degli Italici si fece particolarmente misera, vessati da entrambi
i contendenti. A Fermo e Ascoli nel 545 i soldati ebbero salva la vita
mentre gli abitanti vennero spogliati dei loro beni e uccisi, Spoleto subi
la furia della guerra e l' intero Piceno fu devastato dai Goti. Quando
poi Totila andò ad assediare Roma non fece violenze sui contadini,
seguendo le linee programmatiche che si era dato, ma strinse la città
con un blocco serrato la cui conseguenza fu una spaventosa carestia.
Gli ufficiali imperiali e i loro soldati, ancora in possesso di provviste, ne
approfittarono per mettere in piedi un fiorente mercato nero, la gran
I VOLTI DI UN'EPOCA 209

massa della popolazione però si nutriva di ortiche bollite e, quando il


cibo e il necessario per pagarlo vennero meno (fuorché per il magister
militum Bessa, il comandante del presidio imperiale, che ancora conser­
vava un po' di frwnento), tutti ripiegarono sulle ortiche o su altri cibi
immondi iniziando di conseguenza a morire di stenti o a suicidarsi per
la disperazione. A una sorte misera andarono incontro anche i Romani
catturati sulla flotta che papa Vigilia inviò dalla Sicilia in soccorso della
sua città: vennero tutti uccisi, mentre a un vescovo di nome Valentino,
accusato dal re di avergli mentito, furono tagliate entrambe le mani.
Alla fine i comandanti imperiali consentirono a chi voleva di lasciare la
città, ma pochi riuscirono a mettersi in salvo perché morirono per stra­
da fiaccati dalla fatica o uccisi dal nemico. L'ingresso degli Ostrogoti in
Roma fu accompagnato dall'uccisione indiscriminata di un'ottantina
di persone, fra soldati e cittadini, ma poi Totila, su richiesta del diacono
Pelagio (il futuro papa Pelagio 1), ordinò di cessare la strage: la gran
parte della popolazione era comunque già venuta meno e Roma si era
ridotta ad avere soltanto 500 abitanti che trovarono rifugio nelle chie­
se. I soldati di Bisanzio, e con loro il magister militum Bessa, riuscirono
a fuggire seguiti da alcuni senatori che ripararono poi a Costantino­
poli per presentarsi « afflitti e desolati» 60 al cospetto di Giustiniano.
Roma subì il saccheggio e molte ricchezze furono asportate dalle case
patrizie, fra cui i proventi dei loschi traffici di Bessa. Totila si prese an­
che la soddisfazione di riunire i senatori e di rimproverarli apertamen­
te per il loro atteggiamento filobizantino «come avrebbe potuto fare
con i suoi schiavi un padrone irritato» 61 e i patrizi umiliati ascoltarono
in silenzio, con la sola voce in loro difesa levata dal diacono Pelagio.
L'occupazione gota fu particolarmente umiliante per i senatori rimasti,
costretti a indossare abiti servili e a mendicare dai nemici i generi di
sussistenza. Il disastro fu quindi reso completo con l'abbattimento di
circa un terzo delle mura e l'incendio parziale della città, salvata dalla
totale distruzione soltanto per l'intervento di Belisario, che inviò a To­
tila un'ambasceria da Porto, a poca distanza da Roma, dove si trovava,
dissuadendolo dall'intenzione di farne, come dichiarava, un pascolo di
pecore. Nel corso dello stesso anno, inoltre, Piacenza si era arresa dopo
che la fame insopportabile aveva spinto gli abitanti a mangiarsi fra loro.
L'esercito goto lasciò Roma trasferendosi ad Algido e Totila si mos­
se verso la Lucania portando con sé un certo numero di senatori e in­
viando gli altri con mogli e figli in Campania, dove poi sarebbero stati
liberati con un colpo di mano dal magister militum Giovanni. Il risul-
2IO L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

taco di questi spostamenti fu che Roma restò completamente deserta


per alcune settimane finché non venne ripresa da Belisario che comin­
ciò a ripopolarla e, in parte, a restaurarla. Quando infine Totila si ritirò
dopo aver cercato inutilmente di riconquistarla, fece distruggere tutti i
ponti sul Tevere ad accezione del ponte Milvio. Alla resa del castello di
Rossano, nel 548, il re ostrogoto mandò a morte il comandante impe­
riale dopo averlo mutilato, ma come era solito fare risparmiò i soldati
ponendoli di fronte all'alternativa di andarsene rinunciando ai beni
o di arruolarsi nel suo esercito conservandoli. Risparmiò gli abitan­
ti limitandosi a privarli delle ricchezze. A Perugia, al contrario, tornò
alla crudeltà consueta e, quando prese la città (da cui molti abitanti
erano fuggiti), ordinò di scorticare vivo e quindi decapitare il vescovo
Ercolano, anche se il comes goto incaricato dell'esecuzione ebbe pietà
e invertì la procedura. Mise poi a morte gli ultimi difensori e soltanto
quaranta giorni più tardi consentì ai profughi che lo volessero di rien­
trare in città.
Al momento del terzo assedio Roma soffrì meno la fame per la pre­
videnza del comandante del presidio bizantino, ma quando la città cad­
de si ebbero uccisioni e fu fatta strage dei fuggiaschi che cercavano di
riparare a Civitavecchia ancora in mano imperiale. La guarnigione si
trincerò nel mausoleo di Adriano per poi arrendersi e passare in massa
con i Goti. Divenuto padrone della città, Totila non imperversò deci­
dendo di ripopolarla e insediarvi i senatori ancora in circolazione, dato
che si sentiva ormai sicuro del successo, e parte di questi vi tornò effet­
tivamente dalla Campania. Nel sso la Sicilia fu messa a sacco e l'anno
successivo, quando ormai si prevedeva l'arrivo di Narsete, Totila diede
ai Romani rientrati in città l'ordine abbastanza assurdo, considerate le
condizioni in cui si trovavano, di provvedere alla difesa. La situazione
dell'Italia a quel punto aveva raggiunto il punto più basso e l' intero
teatro di guerra si era ridotto in gran parte a un deserto, con l'ecce­
zione della Sicilia e della Dalmazia, ancora relativamente intatte. Al
Nord sotto l'occupazione franca le cose non dovevano andare meglio
e a queste apparentemente si riferisce una lettera più tarda di papa Pe­
lagio I secondo cui i Franchi tutto devastavano in Istria e Venezia61• Le
convulsioni del regno ostrogoto si portarono dietro gli ultimi orrori
e, quando Roma venne definitivamente liberata, i senatori rimasti in
Campania cercarono di tornare nella loro città, ma vennero intercettati
dai Goti, che li uccisero tutti. I Goti in fuga sopprimevano chiunque
capitasse nelle loro mani e i numerosi barbari dell'armata di Narsece
I VOLTI DI UN 'EPOCA 2II

quando entravano nelle città non erano da meno, al punto che il gene­
ralissimo dopo Busta Gallorum mandò via i Longobardi che non riu­
sciva a tenere a freno.
In un delirio di follia Teia, prima di muovere contro Narsete, fece
quindi assassinare i circa 300 giovani figli dei maggiorenti delle città ita­
liane presi come ostaggi da Totila e tenuti a nord del Po. I Goti sconfitti
ebbero probabilmente il permesso di tornare alle loro case (o, secondo
un'altra versione, furono espulsi dall' Italia), ma altri restarono in armi
nelle cittadelle che rifiutavano la resa e altri ancora si aggregarono in se­
guito ai Franco-Alamanni, che a loro volta avanzarono in Italia metten­
do tutto a sacco. L'unica cosa che li distingueva - nota Agazia - era che
i Franchi professavano la religione cristiana, per cui a differenza degli
altri risparmiavano le chiese63 • Il costo dell'invasione fu comunque altis­
simo anche per loro: oltre alla distruzione al Volturno dell'esercito, già
minato dalla dissenteria, i superstiti del gruppo di Leutharis perirono in
gran parte per la successiva epidemia. La Prammatica sanzione emessa da
Giustiniano nel 554 per riportare la normalità ottenne solo una minima
parte dei risultati voluti: il regresso economico e sociale in atto in Italia
non fu arrestato e la ricostruzione tardò ad arrivare, mentre il senato, le
cui fortune il sovrano avrebbe voluto ricostruire, dopo i colpi subiti si
ridusse a un simulacro fino probabilmente a scomparire ali' inizio del
VII secolo. Il collasso demografico doveva inoltre avere assunto una di­
mensione massiccia : nel 556 papa Pelagio I lamentava lo stato disastroso
delle campagne italiane « così desolate che nessuno è in grado di recu­
perarle » 64 e ancora nel 553, donando alla chiesa ravennate alcuni beni
nel territorio di Lucca e di Urbino, la sublimis/emina ostrogota Ranilo
e il marito Felithanc concedevano anche la possibilità di recuperare i
servi fuggiti durante la guerra. La chiesa romana aveva subito ugualmen­
te danni rilevanti e, verso il 560, Pelagio I ricordava in una sua lettera
come, a causa di venticinque anni e più anni di guerra, era in grado di
ricevere proventi soltanto dalle isole e da regioni esterne all' Italia61 • La
stessa organizzazione ecclesiastica era stata parzialmente devastata : nel
551-552 tutte le sedi episcopali dipendenti da Milano erano vacanti di
modo che un'immensa massa di popolazione moriva senza aver ricevuto
il battesimo e alla stessa epoca molti religiosi di diverse regioni italiane
risultavano dispersi in conseguenza degli avvenimenti bellici. Gli Ostro­
goti avevano subito un ridimensionamento tale che nell'arco di pochi
anni scomparvero come componente demica, anche a seguito delle con­
versioni al cattolicesimo che li fecero confondere con la popolazione
212 L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

romana. Alcuni si arruolarono o furono arruolati a forza nell'esercito


imperiale e, fra questi, i 7.000 fatti prigionieri a Conza, che dovevano
rappresentare il massimo del loro estremo sforzo bellico, presero la via
dell'Oriente e forse almeno in parte sono da identificare nei Ravenna­
ti e nei Goti presenti in Egitto nel 568 a quanto pare come bucellarii.
Malgrado i provvedimenti di Giustiniano e il compiacimento di alcune
voci contemporanee, secondo cui 1' Italia era tornata una terra felice, la
situazione doveva essere ben lontana dalla normalità e anche 1 ' Italia, allo
stesso modo dell'Africa, era divenuta, come osserva Procopio, più simile
a un deserto che ad altro66•
Note

Introduzione
1. Nov. Iust. 8, praef., a. 535.
2.. lvi, 7, praef., a. 5 3 5.
3. lvi, 1, praef., a. 535.
4. lvi, 76, praef., a. 538.
5. Proc. Hist. are. xm, 1.

I
L'ascesa al trono
1. Zon. XIV, 5, p. 2.65.
2.. Proc. Hist. are. VI, 6-9.
3. Zach. Rh. VII, 4; Ihe Chronicle ofjoshua the Stylite Composed in Syriac A.D. 507, ed.
W. Wright, Cambridge 1882., p. 81.
4. Ioh. Am. fr. 2.42..
5. de cerim. 1, 93, p. 42.6.
6. Nomismata è plurale di nomisma, parola greca corrispondente al latino solidus, ossia
una moneta d'oro dal peso di 4,55 grammi. La libbra romana contava poco più di 32.7
grammi (da 32.7,168 a 32.7,43).
7. lvi, I, 93, pp. 42.8-30. Pietro Patrizio, originario di Tessalonica, esercitò la professio­
ne di avvocato a Costantinopoli, dove si distinse per le sue capacità conquistando il
favore dell'imperatrice. Condusse le trattative fra Giustiniano e il re Teodato, ali' inizio
della guerra gotica, e nel 536 venne imprigionato dai Goti, quando l'esito della guerra
sembrò cambiare in loro favore. Ottenne di nuovo la libertà nel 539 e, allorché tornò
a Bisanzio, l'imperatore riconoscente lo nominò magister ojficiorum, carica che Pietro
mantenne fino alla morte nel 565. Tra le sue opere, di cui ci restano soltanto frammenti,
un trattato Sulla costituzionepolitica che riguardava la storia e l'ordinamento del magi­
sterium officiorum. Ci sono giunti alcuni capitoli relativi al cerimoniale di corte, la cui
organizzazione era di competenza di questo ministro palatino. Il frammento compare
come inserto nel più tardo Libro delle cerimonie di Costantino VII Porfirogenito e ci dà
214 L' ETÀ DI GIUSTINI ANO

informazioni sulla proclamazione di sovrani del v e VI secolo, l'investitura dei dignitari


e il ricevimento solenne degli ambasciatori.
8. Proc. Hist. are. VI, rn-16.
9. lo. Lyd. III, 51.
IO. Evagr. IV, 2., dove si dice che Amanzio, il rivale di Giustino I, aveva grandi ricchezze,
ma non poteva servirsene per divenire imperatore «poiché non era lecito che un uomo
privo degli attributi virili diventasse imperatore dei Romani».
11. Mare. Com. ad a. 519: «Amantius praepositus seditionem in populo suscitans im­
perator alius posculatur, qui luscini praecepto principis una cum Andrea cubiculario
occiditur et in Rheuma iactatur » [Il preposito Amanzio suscita una sedizione per avere
un altro imperatore. Questi per ordine di Giustino viene ucciso insieme al cubicolario
Andrea e il suo corpo è gettato in mare]; ivi, ad a. 52.0: ordinazione di Giovanni; Vice.
Tonn. ad a. 519: uccisione di Amanzio, di Andrea e Teocrito, esilio dei cubicularii Misa­
el e Ardabur. Secondo Proc. Hist. are. VI, 2.6, Amanzio e altri vennero messi a morte per
essersi espressi in malo modo contro il patriarca Giovanni.
12.. Zach. Rh. VIII, 1.
13. Antologia palatina I, a cura di F. M. Pentani, Torino 1978 , n. 97: Giustiniano figlio
di Giustino. Il vero nome di Giustiniano (Flavius Petrus Sabbatius lustinianus) compa­
re nei suoi dittici consolari del 5 2.1.
14. Zach. Rh. VIII, 1; Mal. XVII, 1. Giovanni Maiala, un avvocato di probabile origine
antiochena, fu il principale esponente del genere storiografico noto come "popolare�
che trovava espressione nella cronaca universale, in cui la narrazione prende per lo più
l'avvio dalle origini del mondo e prosegue fino ai tempi dell'autore. Nel caso di Maiala,
la sua Cronografia parte dalla creazione dell'uomo e si arresta al 563, anche se probabil­
mente in una sezione perduta proseguiva fino al 575.
15. Proc. Hist. are. VI, 19.
16. Proc. Beli. Vànd. I, 9, 5.
17. Proc. Hist. are. VI, 18-19; Proc. Bell Vànd. I, 9, 5; Vìta s. Sabae 68.
18. In Coll Av. 196 (del 52.0) Giustiniano cita l'opera di Agostino. I trattati sono editi
in Scritti teologici ed ecclesiastici di Giustiniano, a cura di M. Amelotti e L. Migliardi
Zingale, Milano 1977.
19. Nelle fonti l'uccisione di Vitaliano è variamente attribuita a Giustiniano, ai familia­
ri di coloro che erano stati giustiziati per suo ordine o anche a Giustino I, per il timore
che volesse usurpare il trono.
2.0. Mare. Com. ad a. 52.1: «Famosissimum hunc consulacum lustinianus consul
omnium Orientalius consulum profecto munificentior his liberalitatibus edidit.
nam ducenta octoginta octo milia solidorum in populum inque spectacula sive in
spectaculorum machinam distributa, viginti leones, triginta pardos exceptis aliis fe­
ris in amphiteatro simul exhibuit, numerosos praeterea faleratosque in circo caballos
iam donatis quoque impertivit aurigis, una dumtaxat ultimaque mappa insanienti
populo denegata » [ Giustiniano da console allescì in questo modo il suo famosis­
simo consolato sicuramente con più munificenza di ogni console orientale. Infatti
distribuì 2.88.000 solidi al popolo e per gli spettacoli o per l'organizzazione degli
spettacoli, esibì nello stesso tempo nell'anfiteatro 2.0 leoni, 30 leopardi e altre fiere
ancora, impiegò anche nel circo numerosi cavalli bardati per cui aveva provveduto
NOTE 2.1 5

anche a donarli agli aurighi e negò soltanto una corsa di carri, l'ultima, al popolo
che delirava].
2.1. de eerim. I, 9, pp. 432.-3. La descrizione dell'incoronazione di Giustiniano è molto
schematica; va però integrata con quanto l'autore, Pietro Patrizio, scrive su quella di
Leone II nel 474, aggiungendo che « tutto si svolse allo stesso modo» (ivi, I, 94, pp.
431-2.). L'incoronazione di Teodora è menzionata in Theoph. p. 170.
2.2.. Coli. Av. 147.
2.3. lvi, 148, 154, 162., 176, 187, 188, 189, 190, 191, 196, 2.00, 2.06, 2.07, 2.35, 2.43. È menzio­
nato, inoltre, in 167, 2.10, 2.18, 2.2.3, 2.2.7, 2.30.
2.4. Lib. pont. 54, p. 2.70; cfr. Coli. Av. 167, 5; 2.2.3, 1.
2.5. Proc. Hist. are. IX, 35-42..
2.6. La Storia segreta fu scarsamente conosciuta, a quanto pare, per il tutto il Medioevo
bizantino, a giudicare dal fatto che viene ricordata soltanto un paio di volte, in un les­
sico del x secolo e negli scritti di uno storico ecclesiastico del Trecento. Nel 1 62.3, però,
un bibliotecario della Vaticana, Nicolò Alemanni, ne scoprì un esemplare e lo pubblicò
con note e traduzione latina. La diffusione dell'opera diede luogo a un dibattito, trasci­
natosi a lungo, che verteva soprattutto sull'autenticità dell'opera.
2.7. Lives ofthe Eastern Saints I, p. 189.
2.8. Proc. Hist. are. XVII, 16-2.3.
2.9. Severo di Antiochia era originario di una famiglia eminente di Sozopoli, in Pisi­
dia. Studiò diritto a Berito (Beirut) allo scopo di dedicarsi all'avvocatura, ma poi ab­
bandonò il mondo per praticare l'ascetismo in un monastero monofisita di Palestina.
Dal 508 al 511 soggiornò alla corte di Anastasio I, influenzandone la politica religiosa;
divenne in seguito patriarca di Antiochia ma fu deposto nel 518 dall'ortodosso Giu­
stino I. Si rifugiò in Egitto acquistando grande fama e, tra il 531 e il 536, dimorò di
nuovo nella capitale, sotto la protezione di Teodora. Quando fu costretto all'esilio,
raggiunse nuovamente l'Egitto, dove morì nel 538. È onorato dalla chiesa copta come
santo e martire. La sua cospicua produzione letteraria comprende trattati polemici e
dogmatici, per lo più giuntici in traduzione siriaca dell'originale greco, omelie e un
ricco epistolario.
30. Cod. lust. v, 4, 2.3. La legge è datata fra 52.0 e 52.3, ma è più probabile che si avvicini
alla seconda data.
31. Lives ofthe Eastern Saints I, pp. 194-5.

2
Il nuovo impero

1. Cod. lust. I, 2.9, 5, s.d. Per l'occasione Giustiniano fornì al suo generale consistenti
forze militari: «certosque subdidimus numeros, non modo quos in praesenti novos
constituimus, sed etiam de praesentalibus et orientalibus et aliis agminibus segregatos»
[ti abbiamo dato alcuni reparti militari, presi non solo da quelli nuovi che abbiamo ora
formato, ma anche dai presentali e dalle truppe dell'Oriente e ancora tratti da altri eser­
citi]. Sitta era stato doriforo (ossia ufficiale dei soldati privaci) di Giustiniano quando
216 L' ETÀ DI GIUSTINIAN O

questi deteneva il comando militare a Costantinopoli. Nel 530 divenne magister mili­
tum praesentalis e in seguito ottenne il titolo nobiliare di patrizio e la dignità di console
onorario. Morì in battaglia nel 538/ 539. La sua carriera venne facilitata anche dal matri­
monio con Comitò, sorella di Teodora.
2.. Germania o Germana è da identificare con l'attuale Sapareva Banja, nella Bulgaria
occidentale.
3. Proc. Beli. Pers. I, 15, I I, trad. Craveri.
4. lvi, 14, 2.5, trad. Craveri.
5. E. Stein, Histoire du Bas-Empire, voi. 1, De l'État romain a l'État byzantin (284-
470), Paris-Bruxelles-Amsterdam 1959, pp. 402.-3.
6. Ch. Diehl.]ustinien et la civilisation byzantine au VI'siecle, Paris 1901, p. 2.48.
7. Cod. lust., Summa rei pubi. 1.
8. Cod. lust., Haec 1-2..
9. Dig., Omnem 9.
10. lvi, 8.
II. Cod. Iust., Imp. maiestatem 7; Dig. , Omnem I I.

12.. Nov. lust. 7, 1, a. 535.


13. Cod. lust. I, 5, 5, a. 407.
14. lvi, 5, 12., 5, a. 52.7.
15. lvi, 5, 18, 4, s.d.
16. Nov. lust. 109, 1, a. 541; 37, 6, a. 535.
17. Cod. lust. I, 5, 12., 4, a. 52.7.
18. Nov. Iust. 45, praef., a. 537.
19. Lib. pont. 59, pp. 2.87-8.
2.0. Nov. Iust. 42., a. 536.
2.1. Cod. Theod. XVI, 10, 12., a. 392..
2.2.. lvi, XVI, 2.2., a. 42.3.
2.3. Cod. Iust. I, I I, 10, s.d., praef.
2.4. lvi, I I, 10, 2..
2.5. Nov. Iust. 37, 8, a. 535.
2.6. lvi, 146, a. 553.
2.7. Cod. Iust. 1, 5, 12., 4, a. 52.7.
2.8. Vita s. Sabae 72.. La biografia di san Saba si deve a Cirillo di Scitopoli, che fu il
più autorevole esponente della letteratura agiografica, un genere di grande fortuna nel
mondo bizantino. Nacque intorno al 52.4 e fu monaco in Palestina, dove morì verso il
560. Compose un corpus di 7 biografie di monaci di Palestina.
2.9. Nov. Iust. 45, praef.. a. 537.
30. lvi, 12.9, a. 551.
31. lvi, 144, a. 572..
32.. Proc. Hist. are. Xl, 3 1-32., trad. Cesaretti.
33. La notizia su Triboniano è contenuta in una fonte tarda, il lessico Suda; Proc. Bell
Pers. 1, 2.5, 8-10: Giovanni di Cappadocia.
34. Mal. xvm, 42.; Theoph. p. 180.
35. Foca era un aristocratico che esordì come silentiarius, poi nel 52.6 divenne patrizio
e nel 532. prefetto del pretorio dell'Oriente. In seguito fu ancora al servizio dell'impero
NOTE 217

come iudex pedaneus e come uno dei giudici inviati a Cizico nel 542.-543 per indagare
sulla morte del vescovo locale.
3 6. F. Nau, L 'histoire ecclésiastique deJean d'A.sie, in "Revue de l' Orient Chrétien� 1897,
p. 481.
37. Giovanni di Efeso redasse in siriaco le Vite dei santi orientali, una serie di biografie
di monofisiti a lui contemporanei. Si deve a lui anche una Storia ecclesiastica, sempre in
siriaco, relativa agli avvenimenti dei suoi tempi.
38. Nau, L'histoire ecclésiastique dejean d;./sie, cit., p. 482..
39. Proc. Bell Pers. 1, 2.4, 2.-6, trad. Craveri.
40. Proc. Hist. are. VII, 42.;
41. lvi, VIII, 3.
42.. de cerim. I, 92., p. 42.0; 93, p. 430.
43. Theoph. pp. 181-4. Il frammento in lingua greca è contenuto per intero nella cro­
naca del monaco Teofane (1x secolo) e in parte nel Chronicon Paschale del VII secolo.
44. Proc. Bell Pers. I, 2.4, 33-39, trad. Craveri.
45. Di gennaio, a cinque giorni dall'inizio della rivolta.
46. Nella tribuna del Kathisma.
47. Funzionario addetto alla segreteria imperiale.
48. l demoti della fazione dei Verdi, in questo caso nelle vesti di milizia civica.
49. Reparto della guardia palatina composto da eunuchi.
50. Magistrato cittadino addetto alla raccolta delle tasse.
51. Chron. Pasch. pp. 62.3-8.
52.. Mare. Com. ad a. 532.. Il Chronicon latino del comes Marcellino va dal 379 al 534 e ha
una continuazione fino al 548.
53. Nov. lust. 13, a. 535 (il praetor plebis). Nella prefazione della legge Giustiniano iro­
nizza chiedendosi se il precedente magistrato, detto localmente "prefetto di notte� si
alzava al tramonto e andava a letto ali' alba. Il quaesitor, istituito con la Novella 80 del
539, ebbe anche l'incarico di occuparsi dei sacrilegi e dei vizi contro natura, come è
attestato da Proc. Hist. are. xx, 9. L'omosessualità (insieme ai giuramenti «per i capelli
di Dio» o altro e la bestemmia) è punita severamente anche in Nov. lust. 77, a. 538. La
condanna è poi ripetuta ivi, 141, a. 559.
54. Cod. lust. I, 2.7, 1, a. 534, praef.
55. Proc. Beli. Tiind. II, 9.
56. Proc. Bell Goth. I, 14, 6-11, trad. Craveri.
57. Anon. de re strat. 33.
58. Proc. Hist. are. XIX, 8.
59. Cod. lust. VIII, 10, 11, 1° settembre 531.
60. lo. Lyd. 111, 57.
61. Proc. Bell Pers. I, 2.4, 12.-15, trad. Craveri.
62.. lo. Lyd. III, 59-60.
63. Proc. Hist. are. XXIV, 14, trad. Cesaretti.
64. lvi, xxx, 2.-5, trad. Cesaretti.
65. Nov. lust. 8, praef., a. 535.
66. lvi, 15, a. 535; 17, a. 535.
67. lvi, 2.6, praef., a. 535.
218 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

68. lvi, 41, a. 535; cfr. Io. Lyd. II, 2.8-2.9.


69. lvi, 8, 2.-3, a. 535.
70. lvi, 2.8, a. 535; 2.9, a. 535.
71. lvi, 2.4, a. 535; 2.5, a. 535.
72.. lvi, 30, a. 536.
73. lvi, 31, a. 536.
74. lvi, 8, 5, a. 535.
75. lvi, 2.7, a. 535.
76. lvi, 102., a. 536; !03, a. 536; Ed. Iust. IV, s.d.
77. Ed. lust. XIII, s.d.
78. Proc. Hist. are. XXI, 18.
79. Nov. Iust. 134, 3-4, a. 556.

3
Gli anni cruciali
1. Proc. Hist. are. XVIII, 2.3.
2.. Proc. Beli. Pers. II, 2.1, 2.1-2.2., crad. Craveri.
3. Proc. Beli. Goth. III, 16, 2.2..
4. lvi, I, 7, 8.
5. Agath. II, 8-9. Agazia di Mirina, nato intorno al 532., studiò ad Alessandria e a Co­
stantinopoli; a Costantinopoli esercitò l'avvocatura ma si dedicò contemporaneamente
all'attività poetica e alla storia. Fu autore di epigrammi, una forma di poesia di origine
ellenistica che ebbe una notevole fioritura nella Bisanzio del VI secolo, e si deve a lui
un'opera Sul regno di Giustiniano, che continua dal 552. al 558 quella di Procopio.

4
Il mondo di Giustiniano
1. Menae patricii cum Thoma referendario De scientia politica dialogus, quae extant in
codice Vaticano palimpsesto, ed. C. M. Mazzucchi, Milano 1982., v, 17.
2.. Agap. 2.1, c. 1172.. Agapito, diacono di Santa Sofia al tempo di Giustiniano, compose
una Esposizione di capitoli parenetici, dedicata all'imperatore, con una serie di esorta­
zioni retoriche per il buon governo della cosa pubblica. Si tratta di uno dei più antichi
esempi dei cosiddetti "specchi dei principi� un genere letterario destinato a grande for­
tuna a Bisanzio e nel Medioevo occidentale.
3. Cod. Iust. XII, 8, 1, a. 384.
4. Nov. Iust. 9, a. 535.
5. Agap. 1, cc. 1164-1165.
6. lvi, 45, c. 1177.
7. Chron. Pasch. p. 630.
8. Proc. de aed. I, 10, 16.
NOTE 219

9. de eerim. praef., p. 5.
10. de eerim. App. ad libr. I, pp. 497-8.
1 1. Cor. III, vv. 179-181, 191-193, 144. L'africano Flavio Cresconio Corippo fu maestro
di scuola a Cartagine e, verso il 550, compose lohannis, un poema a esaltazione di Gio­
vanni Troglita, il generale che domò la rivolta indigena. Una quindicina di anni più
tardi si trasferì a Costantinopoli per assumervi un impiego a palazzo. Qui scrisse un
panegirico In laudem ltutini per celebrare l'avvento al trono del successore di Giusti­
niano. Corippo è l'unico cultore di epica latina a Costantinopoli, anche se la letteratura
latina del tempo ha altre voci autorevoli.
Il. lo. Lyd. II, 14.
13. Cor. III, vv. 115-119.
14. Cod. Iust. XII, 5, 4, s.d. (471 o 473).
15. Proc. Beli. Goth. IV, 3, 15-10.
1 6. Cod. Iust. VII, 7, 1, a. 530.
17. Nov. lust. 141, a. 558.
1 8. Cor. II, v. 104.
19. lvi, v. 1 19.
10. Proc. de aed. III, 1, 18-13; Cor. II, v. 104.
li. Mal. XVIII, 114.
11. Cor. II, vv. 86-89.
13. de eerim. I, 93, p. 418.
14. Chron. Paseh. p. 614.
15. Theoph. p. 116.
16. Cor. III, vv. 163-164.
17. Mal. XVII, 9.
18. Proc. de aed. III, 1, 18-13.
19. Proc. Hist. are. XIV, 8.
30. Cod. Iust. I, 14, 8, a. 446.
31. Mal. XVIII, 11.
31. Nov. Iust. 61, 1, a. 537.
33. Cod. Iust. XII, 33, 5, a. 514.
34. lo. Lyd. III, 16-30.
35. Nov. lust. 159, a. 555.
36. Cod. /ust. XII, 3, 3, s.d. (di Zenone).
37. Nov. lust. 47, a. 537.
38. lvi, 105, a. 537.
39. Proc. BelL Tand. II, 9, 15-16.
40. Nov. lust. 105, a. 537. L'informazione sul costo del consolato è in Proc. Hist. are.
XXVI, 13.
41. Proc. Hist. are. xxx, 11-16, trad. Cesaretti.
41. Cod. Iust. I, 17, 1, a. 534.
43. Vìta s. Sabae 51. La Nov. lust. !l6, praef., a. 546 ci dice che, per poter comparire di­
nanzi all'imperatore, si dovevano usare abiti e calzari particolari nonché un linguaggio
appropriato. I dignitari portavano una clamide « atrabatica » (de eerim. I, 85, p. 388; 86,
pp. 389-90), cioè di colore scuro (come precisa Io. Lyd. I, 17).
2.2.0 L'ETÀ DI GIUSTINIAN O

44. Cor. III, vv. 194-2.03.


45. lvi, I, vv. 156-158.
46. Lib. pont. 55, p. 2.75; 59, p. 2.88.
47. de cerim. I, 87, p. 395.
48. Cod. Iust. I , 2.4, 2., a. 42.5; I, 2.5, 1, a. 386; XI, 4, 4, a. 394. L'immagine dell'imperatore
dava anche validità alla procedura giudiziaria, come precisa lo. Lyd. II, 17.
49. Cor. II, vv. 165-174.
50. lvi, IV, vv. 130-131.
51. Chron. Pasch. p. 62.6.
52.. Cor. II, vv. 307-319.
53. Nov. lust. 8, a. 535.
54. de cerim. I, 84, p. 387.
55. Cor. III, vv. 157-159.
56. lvi, vv. Ho-2.30. Lo stesso autore (III, vv. 2.13-2.15) ci dice che il sovrano entrava in
concistoro seguito da senato ed eunuchi: «Egreditur princeps magno comitante sena­
tu. Affuit obsequio castorum turba virorum » .
57. de cerim. I, 89, p. 406.
58. lvi, pp. 398-408. Il capitolo successivo (pp. 408-10) è dedicato al soggiorno in città
dell'ambasciatore.
59. Paolo Sii. vv. 2.55-2.64. Paolo Silenziario, un dignitario di corte vissuto fra 52.0 e 575,
fu come Agazia autore di epigrammi e di due poemetti descrittivi della chiesa di Santa
Sofia. Il primo venne recitato a pochi giorni di distanza dalla seconda inaugurazione
(nel 562.) e ancora più tardi l'altro dedicato alla descrizione dell'ambone che sorgeva
al centro dell'edificio. Ancora a Paolo Silenziario viene attribuito, ma forse a torto, un
componimento poetico sulle fonti termali pitiche di Bitinia, dove era solita recarsi l'im­
peratrice Teodora.
60. Theoph. p. 2.32..
61. Cor. III, vv. 85-133.
62.. lvi, IV, v. 2.83.
63. Mal. XVIII, 113.
64. Proc. Bell. Pers. I, 2.4, 6.
65. Mal. XVIII, 51.
66. Cor. IV, vv. 2.33-2.42..
67. de cerim. App. ad libr. I, pp. 497-8.

s
I volti di un'epoca
1. Mal. XVIII, 1.
2.. Proc. Hist. are. VIII, 12..
3. Il monumento è descritto da Proc. de aed. 1, 2., 1-12..
4. Ch. Diehl.]ustinien et la civilisation byzantine au VI'siede, Paris 1901, p. 8.
5. Proc. de aed. I, 1, 7.
NOTE 221

6. lvi, I, 1, 15; II, 1, 3.


7. Paolo Sii. v. 2.1; Cor. I, vv. 167-170.
8. Ad Anastasio I (491-518).
9. Il quaestor lustinianus exercitus.
10. Medico e storico dell'imperatore Traiano.
11. lo. Lyd. II, 2.8.
12.. Proc. Hist. are. VI, 19, trad. Cesaretci.
13. lvi, XII, 2.0; cfr. ivi, XVIII, 1: Giustiniano demone in fattezze umane.
14. lvi, XXVII, 2., trad. Cesaretti.
15. Zon. XIV, 6, p. 2.70.
16. Evagr. IV, 30.
17. Proc. Hist. are. XI, 2.; XIII, 10-12..
18. lvi, xv, 12..
19. lvi, XII, 2.4-2.6; XIII, I ; cfr. V, 12..
2.0. Nov. lust. 2., a. 535; 41, a. 537; 135, s.d.; 155, a. 533; 158, a. 544.
2.1. Proc. Hist. are. XIII, 1-2., trad. Cesaretti.
2.2.. Lives ojthe Eastern Saints I, p. 2.8; II, pp. 630-3.
2.3. Nov. lust. 30, praef., a. 536; 103, praef., a. 536.
2.4. Cod. lust. praef. II, a. 534.
2.5. lvi, 1, 2.7, 2., praef., a. 534.
2.6. Nov. lust. 1, praef., a. 535; Dig., const. Tanta.
2.7. Proc. Hist. are. XII, 2.7; 13 , 2.8-30; de aed. I, 7, 6-12. (guarigione miracolosa); Nov.
lust. 8, praef., a. 535 (giorno e notte pensa alle cure dello stato); Proc. Bell. Goth. III,
32., 9 (l' imperatore anziano discute lino a tarda notte sulla Sacra Scrittura); Corpus
inscriptionum Graeearum IV, 8639 (iscrizione nella chiesa dei Santi Sergio e Bacco a
Costantinopoli).
2.8. Proc. Hist. are. XIII, 31-32., trad. Cesaretti.
2.9. Proc. de aed. II, 3, 1-15.
30. Proc. Hist. are. XXII, 2.7.
31. J. Durliat, Les dédieaces d'ouvrages de défènse dans u!..frique byzantine, Rome 1981,
pp. 47-8.
32.. Zon. XIV, 6, p. 2.70.
33. Proc. Hist. are. XIV, 8.
34. Evagr. IV, 10.
35. Nov. Iust. 8, praef., a. 535.
36. Proc. Hist. are. XVI, 1.
37. Lives ojthe Eastern Saints II, pp. 474-82..
38. Vict. Tonn. ad a. 549: « Theodora Augusta Calchedonensis synodi inimica canceris
plaga corpore toto perfusa vitam prodigiose linivit». L'avverbio «prodigiose» è da
intendersi "in malo modo".
39. Proc. de aed. II, 1, 3.
40. Zach. Rh. IX, 1.
41. Proc. de aed. IV, 1, 35.
42.. Anon. de re strat. 11.
43. Agath. v, 13.
2.2.2. L' ETÀ DI GIUSTINIANO

44. Nov. lust. 148, praef., a. 566.


45. Cor. II, vv. 2.65-2.68.
46. lvi, vv. 1 15-189.
47. Proc. Be!L Pers. II, 2.3, 1-11, trad. Craveri.
48. Proc. Hist. are. XVIII, 5.
49. Agath. IV, 2.1, 5-7.
50. Proc. Hist. are. XVIII, 2.1.
51. lvi, 18.
52.. Proc. Be!L Pers. II, 4, 4-11.
53. Proc. BelL 1'and. II, 2.0, 33.
54. Proc. Hist. are. XVIII, 5-8.
55. La testimonianza sul ripopolamento di Napoli si deve al cronista Landolfo Sagace,
risale quindi al IX-X secolo.
56. Lib. pont. 60, p. 2.91: «His diebus obsessa est civitas ut nulli esset facultas exeundi
ve! introeundi ».
57. Jbid.: «narravit eo quod in partes Lyguriae mulieres filios suos comedissent penu­
riae famis ».
58. Proc. Beli. Goth. 111, 6, 3-4.
59. lvi, Ili, 8, 1.
60. Lib. pont. 61, p. 2.98.
61. Proc. Beli. Goth. 111, 2.1, 14.
62.. Pel. I, 52., a. 559.
63. Agath. II, 1, 6-8.
64. Pel. I, 4: «quia ltaliae praedia ita desolata sunt, ut ad recuperationem eorum nemo
sufficiat » .
65. Ibid.
6 6. Proc. Hist. are. XVIII, 13.
Cronologia

482. Giustiniano nasce a Tauresium.


491 Elezione di Anastasio I.
497 ca. Nascita di Teodora.
5oo ca. Nascita di Belisario.
518 9-10 luglio Morte di Anastasio I ed elezione di Giustino I.
1o luglio Giustiniano compare nelle fonti come ufficiale della guardia.
52.1 Giustiniano console.
52.4 ca. Nozze con Teodora.
52.6 Guerra contro i Persiani.
52.7 aprile Giustiniano associato al trono.
1 ° agosto Morte di Giustino I.
52.9 Chiusura della scuola filosofica di Atene.
; aprile Pubblicazione del primo Codice.
531 settembre Cosroe I re dei Persiani.
532. 13 gennaio Rivolta di Nika.
2.3 febbraio Inizia la costruzione di Santa Sofia.
settembre Pace perpetua con i Persiani.

533 giugno Spedizione contro i Vandali.


2.1 novembre Pubblicazione delle lnstitutiones.
16 dicembre Pubblicazione del Digesto.
534 primavera Gelimero si arrende.
aprile Riorganizzazione dell'Africa.
novembre Seconda edizione del Codice.
535 15 aprile Legge contro la venalità delle cariche.
giugno I Bizantini sbarcano in Sicilia.
224 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

536 primavera Papa Agapito a Costantinopoli; sollevazione militare in


Africa.
autunno Sacco di Napoli.
novembre Vicige re degli Ostrogoti.
9 dicembre Belisario entra in Roma.
537 febbraio Inizia l'assedio goto di Roma.
2.7 dicembre Inaugurazione di Santa Sofia.

538 marzo I Goti abbandonano l 'assedio di Roma.


539 marzo Distruzione di Milano.

540 marzo Cosroe attacca a sorpresa l'impero.


maggio Capitolazione di Ravenna.
giugno Sacco di Antiochia.
estate Rivolca degli Ostrogoti.
541 Caduca di Giovanni di Cappadocia.
autunno Totila re dei Goti.
542. ca. Giovanni di Efeso incaricato di convertire i pagani.
primavera Cosroe invade I' Eu&acesia.
543 Rivolca indigena in Africa.
543-544 Editto dei Tre capicoli.
544 estate Belisario coma in Italia.
545 primavera Tregua con i Persiani.
2.2. novembre Arresto di papa Vigilio.
fine Totila assedia Roma.
545-546 Processi per paganesimo.
546 17 dicembre Roma è presa dai Goti.
547 inizio Papa Vigilio a Costantinopoli.
aprile Belisario riprende Roma.

5 48 primavera- Fine della rivolca in Africa.


estate
2.8 giugno Morte di Teodora.
549 inizio Belisario lascia l' Italia.
550 16 gennaio Roma è presa da Totila.
551 autunno Nuova tregua con i Persiani.
CRONOLOGIA 225

552. primavera Intervento in Spagna; l'esercito di Narsete parte per l'Italia.


giugno Baccaglia di Busta Gallorum.
ottobre Battaglia dei Monti Lattari.
553 maggio- Quinto concilio ecumenico a Costantinopoli.
giugno
estate Franchi e Alamanni invadono l' Icalia.
554 13 agosto Giustiniano emana la Prammatica sanzione.
autunno Sconfitta dei Franco-Alamanni.
555 7 giugno Muore papa Vigilia.
557 autunno La tregua con i Persiani è estesa alla Lazica.
559 Invasione degli Unni Cutriguri.
561 Brescia e Verona prese dai Bizantini.
novembre- Pace con la Persia.
dicembre
562. 2.4 dicembre Inaugurazione della nuova Santa Sofia.
563 Rivolta indigena in Africa.
564 fine Editto aftardoceca.
565 marzo Morte di Belisario.
14-15 Morte di Giustiniano.
novembre
570 ca. Morte di Narsete.
Cartine
L' impero bizantino

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■ Prima dell'avvenco di Giustiniano I (52.7) Dopo la morte di Giustiniano 1 (s6s)


230 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

Guerra vandalica (533-534)

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CARTINE

Guerra gotica, prima fase: febbraio 535-febbraio 537

-- Movimenti dei Romani


- Movimenti dei Goti o 100 km
232 L'ETÀ DI G I USTINIANO

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CARTINE 233

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23 4 L'ETÀ DI GIUSTINIANO

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CARTINE 2.3 5

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o 200 km
@) Città assediate dai Persiani
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Indice dei nomi

Ablabio, 1 9 5 Antipatro, 74
Acacio, padre di Teodora, 39 Antonina, 76, m, 1 8 6
Acacio, patriarca di Costantinopoli, 36 Apione Flavio, 153
Adriano Publio Elio Traiano, impera- Apollinare, patriarca di Alessandria, 166
tore, 50, 210 Appio Claudio Cieco, 87
Agapio, 146 Arcadio, imperatore, 130
Agapito, diacono, 128-9, 218 Archelao, 76
Agapito, papa, 55-6, 1 60, 206 Ardabur, 214
Agazia, 24, 115-6, 196, 203, 211, 218, 220 Areobindo, console, 155
Agila, re dei Visigoti, 1 22-3 Areobindo, patrizio, So
Agostino, santo, 214 Ariadne, imperatrice, 6 8
Alamundaro (Al-Mundhir), 202 Ario, 24
Alemanni Nicolò, 215 Arcabane, 80, 1 1 6, 1 77, 196
Alessandro, 95 Asclepiodoto, 63
Amalaberga, 91 Ascum, 204
Amalasunta, regina degli Ostrogoti, Atalarico, re degli Ostrogoti, 85
85, 185 Atanagildo, re dei Visigoti, 122-3
Amanzio, 32, 148, 214 Augusto Gaio Giulio Cesare Ottavia-
Ammata, 82-3 no, imperatore, 174
Anastasia, 39
Anastasio, console, 156
Anastasio I, imperatore, 28, 32, 34, 36, Baduila, 109; cfr. anche Totila
39, 43-4, 53, 6 8-9, 74, 92, 138 -9, 158, Barsime Pietro, 150, 186, 1 9 5
175, 177, 1 89-91, 215, 221 Basilide, 48, 7 3
Andrea, apostolo, 1 8 8 Basilio Flavio Anicio Fausto Albino,
Andrea, eunuco, 32, 214 153
Antemio di Tralles, 1 87 Belisario, 44-7, 69, 71, 73, 76-9, 8 1 -3,
Antemio Procopio, imperatore, 160 85-91, 106-13, 1 1 9 - 20, 1 24, 1 2 9-31,
Antimo, patriarca di Costantinopoli, 133, 140- 1, 149, 153-4, 1 69, 173-4,
55-6, 187 185- 6, 193 , 19 5-6, 204-10
Antioco, 94, 1 67 Benedetto, santo, 208
244 L' ETÀ DI GIUSTINIANO

Bessa, 1 1 1, 2.09 Epagato, 69


Boezio Anicio Manlio Torquato Se­ Ercolano, vescovo, 2.10
verino, 84 Ermogene, 47
Butilin, u5-7 Eterio, 195
Buze, I05-6 Eudocia Elia, imperatrice, 133
Eufemia, imperatrice, 33, 41
Eugenio, 195
Callinico, 197 Eulalio, 7 3
Calopodio, 67-8 Eutichio, patriarca di Costantinopoli,
Cavade (Kavad 1), re dei Persiani, 43, 46 12.1
Celere, 2.9 Eutropio, 148
Cesare Gaio Giulio, 179 Evagrio, 175, 1 85
Cirillo di Scitopoli, 2. 16
Ciro, re, 17 3
Comitò, 39, 2.16 Felithanc, 2.u
Corippo Flavio Cresconio, 1 32., 1 35, Filoteo, 1 2.7
1 37-40, 142., 159-64, 166, 168, 17 3, Foca, 48, 63, 2.17
196-7, 2.19
Cosroe 1, re dei Persiani, 46, 58, 64,
!05-8, 1 84, 2.01, 2.03 Gaio, 47
Costantino, consigliere di stato, 48 Gelimero, re dei Vandali, 75-8, 82.-4
Costantino I , imperatore, 17-8, 2.0, Genserico, re dei Vandali, 7 5
2.4, 70, 7 2., 12.8, 132.-4, 140, 1 4 4 Germano, 33, 79-80, I05, u2., 1 86, 197-8
Costantino V I I Porfirogenito, impe- Geronzio, 195
ratore, 12.7, 1 30, 132., 169 Gesù Cristo, 2.4-5, 56, 7 8, I07, 1 2.1, 1 2.9,
Costanziolo, 7 3 , 2.04 1 39, 159, 162., 164, 179, 185
Costanzo II, imperatore, 18, 2.4 Giacomo Baradeo, 12.1
Critone, 174 Gibamundo, 82.
Giorgio, 195
Damascio, 64 Giovanni, ex questore, 48
Dazio, vescovo, 2.07 Giovanni, optio, 82.
Decebalo, 17 3 Giovanni, scriniarius, IOI
Diehl Ch., 47, 172. Giovanni, tribuno, 2.9, 32., 2.14
Diocleziano Gaio Aurelio Valerio, Giovanni I, papa, 85, 160
imperatore, 19-2.0, 47, 56, 12.8, 144 Giovanni II, papa, 55
Dioscoro, 4 8 Giovanni II, patriarca di Costantino­
Ditibisto, 2.7 poli, 37
Domiziano Tito Flavio, imperatore, 174 Giovanni III, patriarca di Costantino­
poli, 197
Giovanni Africano, 2.03
Ecebolo, 40 Giovanni di Cappadocia, 6 1, 63, 69,
Efesto, 1 47 75-6, 93, 97, 99- 100, !03, 147-8, 150,
Efraimio, 7 2., 74 153, 1 85, 194, 2.16
INDICE DEI NOMI 2. 45

Giovanni di Efeso (di Amida), 63 Leonzio, 48


Giovanni il Gobbo, 2.7-8 Leutharis, 1 15-6, 118, 2.11
Giovanni il Sanguinario, 89-90, 1 11-2. Liberio Pietro Marcellino Felice, 12.:z.
Giovanni Lido, 31, 94-5, 146-8, 173, 180 Liutprando, vescovo, 12.7
Giovanni lo Scita, 2.7 Lorenzo, 146
Giovanni Maiala, 33, 139, 143, 168, 171, Luca, apostolo, 188
2.14 Lupicina, 33
Giovanni Maxilloplumbacius, 95
Giovanni Troglita, 81, 2.19
Giuda, 68 Macedonio, 63
Maiala, cfr. Giovanni Maiala
Giuliano, bandito, 61
Maometto II, sultano, 188
Giuliano, ex prefetto, 72.
Maras, 42.
Giuliano, imperatore, 57
Marcellino, 74, 2.17
Giustiniano, figlio di Germano, 198
Marcello, 195
Giustino, figlio di Germano, 153, 162.,
Marciano, imperatore, 154
197-8
Marco Aurelio, imperatore, 174
Giustino, magister militum, 2.03
Mare, 178
Giustino I, imperatore, 2.6-9, 30-7, 41-
Maria, 162.
3, 55, 68, 84-5, 92., 133, 139-41, 145-6,
Marino, 32.
160, 173, 198-9, 2.14-5
Marta, 178
Giustino II, imperatore, 6:z., 12.1, 137-8,
Matasunta, regina degli Ostrogoti, 91
140, 142., 149, 152., 160-1, 164, 166,
Menas, patriarca di Costantinopoli,
168-9, 195-8
56, 166, 188
Godas, 8:z.
Mermeroe, 45
Gontari, 80
Misael, 2.14
Grato, 37
Modestino, 47
Gregoria, 178
Mundo, 69, 71, 73, 85
Gregorio, 47

Narsete, armiger, 164


Iba di Edessa, 12.0 Narsete, eunuco, 71, 73, 90-1, 1 1 2.-9, 131,
Ierio, 151 135, 141, 149, 190, 2.04, 2.07, :Z.l0-1
Ilderico, 75 Nestorio, 2.5
Ipazio, 69, 70-4
Ireneo, 61
Isidoro di Mileto, 187 Odoacre, 2.5, 75, 84, 12.:z.
Isidoro il Giovane, 187 Onorio, imperatore, 75
Origene, senatore, 70
Origene, teologo, 119
Landolfo Sagace, :z.:z.:z. Ormisda, papa, 36-7
Leone I, imperatore, 2.7, 53, 57, 60, 133, 160 Ormisda, principe persiano, 132., 134,
Leone II, imperatore, 2.15 183, 187
L'ETÀ DI GIUSTINIANO

Paolo, giureconsulto, 47 Tecla, 178


Paolo, patriarca di Alessandria, 56 Teia, re degli Ostrogoti, 1 1 4, 211
Paolo Silenziario, 165-6, 173, 2.2.0 Teocrito, 32, 214
Papiniano, 47-8 Teodato, re degli Ostrogoti, 55, 85-7,
Pelagio I, papa, 1 1 1, 1 21, 209-11 205, 213
Petronio, 95 Teodebaldo, re dei Franchi, 1 1 5
Pietro, 195 Teodeberto I, r e dei Franchi, 90-1,
Pietro Patrizio, 31, 127, 142, 160, 162-5, 207
213, 215 Teodora, imperatrice, 11, 36, 38-42, 56,
Pompeo, 37, 69-74 63, 65-6, 70-3, 79, 93 , 100, 1 1 1, 1 29,
Presentino, 49 131 , 149-50, 154 , 157-60, 162, 1 72,
Probo, 69, 74, 143, 176-7 174, 178, 1 82-8, 1 94, 197-8, 215- 6,
Proclo, cittadino di Filadelfia, 95 220
Proclo, questore, 31
Teodoreto di Ciro, 1 20
Procopio, 31, 33, 38, 61, 65-6, 70, 81, 87,
Teodorico, re degli Ostrogoti, 31, 84-
92, 94-7, 103, 106, 108, 135, 139, 142,
5, 9 1 , 1 22, 1 59-60, 171, 205
1 50, 157-8, 167, 171-9, 182- 3, 185-6,
Teodoro, duca di Palestina, 61
191, 200, 202-5, 212
Teodoro, pretendente al trono, 1 9 5
Pulcheria Elia, imperatrice, 134
Teodoro, referendario, 201
Teodoro di Mopsuestia, 120
Ranilo, 211 Teodosio, patriarca, 56, 121
Romolo Augustolo, imperatore, 25 Teodosio I, imperatore, 1 8, 57, 122, 133,
145
Teodosio II, imperatore, 47, 49, 53, 57,
Saba, santo, 61, 158, 1 60, 1 97, 216 60, 134, 142-3, 145
Sabbazio, 33, 68
Teodoto, 150
Sabbazio Flavio Pietro, 33, 214
Teodoto Zucchino, 37, 66
Senofonte, cittadino di Costantino-
Teofane, 1 66, 217
poli, 167
Teofilo, 48
Senofonte, storico, 173
Sergio, congiurato, 1 95 Tiberio I, imperatore, 197
Sergio, duca di Numidia, So Timoteo, santo, 188
Sergio, santo, 188 Timoteo IV, patriarca di Alessandria,
Severo di Antiochia, 40, 55, 215 40, 56
Silverio, papa, 120, 185 Tito Flavio Cesare Vespasiano Augu-
Simmaco Quinto Aurelio Memmio, sto, imperatore, 174, 179
84 Tommaso, medico, 72, 74
Sitta, 44-5, 109, 215 Tommaso, questore, 48, 63
Sofia, imperatrice, 161-2, 1 97-8 Totila, re degli Ostrogoti, 109-13, 1 15,
Solomone, 79-80, 1 1 2, 1 83, 190, 194, 205 1 1 8, 207-1 1
Stein E., 47 Traiano Marco Ulpio Nerva, impera­
Stilicone, 1 2.2. tore, 173, 221
Stotzas, 79-80 Triboniano, 48-50, 63, 69, 176, 216
INDICE DEI NOMI 2 47

Ulfila, 2.5 Vitige, re degli Ostrogoti, 87-91, 109,


Ulpiano, 47, 50 1 1 9, 2.06 - 7

Valente Flavio Giulio, imperatore, 12. 2. Zabergan, 169


Valentino, vescovo, 2.09 Zaccaria il Retore, 33
Valeriana, 141 Zenone, imperatore, 2.6-7, 36, 84, 144
Valeriano, 116 Zimarco, 2.7
Vespasiano Tito Flavio, imperatore, Zoilo, patriarca di Alessandria, 57
179 Zonara Giovanni, 175, 184
Vigilantia, 197 Zooras, 179
Vigilia, papa, 12.0-1, 185, 187, 2.09 Zosario, 178
Vitaliano, 2.8, 34, 37, 2.14 Zotico, 1 46-7