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Storia delle idee d’Europa

1924: il primo insegnamento della materia fu tenuto da Gaetano Mosca, politologo e


storico delle dottrine politiche, all’Università di Roma.

1968: viene pubblicata la rivista “Il pensiero politico” -> si raggiunge la maturità
della disciplina e si dà avvio al dibattito metodologico.

1996: scontro sul dibattito metodologico tra la scuola di Zarka della Sorbonne e Skinner
dell’Università di Cambridge. La prima sosteneva un’interpretazione più filosofica del testo
classico, la seconda invece un approccio filologico come studio della lingua.

“La storia delle dottrine politiche si propone come proprio compito specifico la ricostruzione
storica e l’analisi critica delle riflessioni che sono state elaborate nel corso della storia
dell’umanità sui problemi via via sollevati dalle aggregazioni sociali, in tema di potere,
governo, organizzazione, consenso, rapporti di dipendenza, distribuzione dei compiti e delle
risorse: in una parola, tutti i problemi dettati dal fatto che l’uomo è un animale politico
capace di sopravvivere e di progredire solo in società con i suoi simili.”

Luigi Firpo

L’uomo è considerato un animale politico, concetto tipicamente aristotelico, che per natura
tende a socializzare e associarsi con i suoi simili. Aristotele infatti affermava che se l’uomo
non avesse l’indole di socializzare e costruire un’organizzazione politica sarebbe soltanto una
divinità o peggio una bestia. Dunque secondo Aristotele l’organizzazione politica nasce dalla
prima cellula di associazione come il villaggio, la polis.

Non tutti condivisero il pensiero aristotelico, in particolare il concetto di animale politico. I


sofisti, infatti, considerano l’uomo come un individuo inserito in uno stato di natura,
innocente e incapace di offendere il suo simile e fargli del male. Hobbes invece intende lo stato
di natura come uno stato conflittuale.

Modelli istituzionali spartano e ateniese


Il Cristianesimo ebbe un ruolo importante nella dottrina politica, pur essendo una religione,
proprio perché sposta l’attenzione dallo Stato all’uomo. Si tratta di uno sconvolgimento della
visione politica dell’antica Grecia in cui l’uomo godeva di un importante status sociale
attraverso la partecipazione attiva alla vita pubblica della polis. Per il Cristianesimo lo
stato doveva operare per il bene dell’uomo, non è più l’uomo che opera per il bene collettivo.

Nel modello politico-sociale della polis greca si configura la prima contrapposizione tra
l’Europa e il Non-Europa. Si inizia a scorgere questa divisione nel periodo tra le Guerre
Persiane (499-479 a.C.), che impegnano le polis greche e l’Impero Persiano. Questo confronto si
basa sulla differenziazione politica ma anche sulla rappresentazione della libertà dell’Europa
contro il dispotismo asiatico -> differenza tra cittadino e suddito.

Erodoto ha un’idea geografica di Europa che si spinge dalle foci del Po fino alla Scozia;
si tratta di un’idea abbastanza limitata.
Le poleis
La polis è il frutto di un lungo processo storico che si completa nell’VIII secolo a. C.

Prima di allora l’organizzazione politica si basava sulla monarchia patriarcale, costituita da:

Re;
Consiglio dei maggiorenti;
Assemblea dei cittadini, che veniva convocata nei momenti di grande gravità.

Tuttavia la monarchia patriarcale perde sempre di più il suo potere e la figura del re si
trasforma in una figura sacerdotale che dovrà occuparsi della salvaguardia dei
costumi, l’empietà e dell’ateismo verso la religione ufficiale.

L’evoluzione assume nel modello ateniese una precisa organizzazione:

Arconte polemarco -> capo militare che si dedica alla


guerra; Arconte eponimo -> custode delle famiglie;
Arconte Re -> evoluzione del re nel ruolo sacerdotale;
Sei Arconti tesmoteti -> custodi della legge e istruiscono le cause pubbliche e
private; Bulè -> Assemblea che si occupa di sorvegliare i magistrati e proteggere la
Costituzione politico-sociale.

Le cariche venivano acquisite per sorteggio o per acclamazione tranne le cariche della
magistratura, che venivano assegnate per competenza.

L’evoluzione dall’VIII al VI secolo delinea il modello spartano delle poleis, che si


basava sull’organizzazione militare.

Senofonte narra nella “Costituzione dei Lacedemoni” (380 a. C) di come Sparta fosse una polis
tra le meno popolosa e sia riuscita in breve tempo a diventare una delle poleis più potenti.
Egli attribuisce il successo alla sua forma di governo: il modello misto, costituito dalla
componente monarchica, democratica e aristocratica. Riesce a sintetizzare gli aspetti positivi
delle tre forme di governo.

L’organizzazione spartana era costituita da:

Due re che avevano uguali diritti. In tempo di pace erano giudici dei problemi
familiari e religiosi, mentre in tempo di guerra uno era il capo militare mentre l’altro
amministrava la città (componente monarchica);
Assemblea degli anziani e la magistratura dell’Eforato, composto da cinque membri
che dovevano controllare l’operato del Re. La durata della carica era di un anno,
per evitare la degenerazione del potere (componente aristocratica);
Ecclesia, ovvero l’assemblea dei cittadini (componente democratica).

Erodoto è il primo storico a fare una classificazione delle forme di governo e le


loro degenerazioni:

DEMOCRAZIA -> DEMAGOGIA

ARISTOCRAZIA -> OLIGARCHIA

MONARCHIA -> TIRANNIDE

Nella sua opera “Storie”, attraverso il dialogo di tre personaggi (Otane, Megabizio e Dario),
accenna alle tre forme di governo e alle loro rispettive degenerazioni. Nel testo, più che il
termine “Democrazia” compare il termine “Isonomia” (uguaglianza di fronte alla legge). Nel
dialogo, ogni personaggio dichiara la propria preferenza sulle forme di governo e spiega le
degenerazioni delle altre forme. Otane è per la democrazia, vede nella monarchia la possibile
degenerazione in tirannide; Megabizio è per l’aristocrazia, condivide la critica di Otane ma
vede nella democrazia la sua degenerazione in demagogia; Dario sostiene invece la
monarchi, criticando l’aristocrazia poiché degenera in oligarchia e la democrazia che
degenera in demagogia.

Sparta ha un modello nel quale grande importanza ha l’aspetto fisico, la potenza. Infatti i
bambini venivano sottoposti a dei controlli e quelli con problemi fisici non potevano
sopravvivere. L’uomo spartano doveva contribuire con tutto ciò che produceva in casa,
doveva garantire i posti comuni per mantenere il suo status sociale. In periodo di guerra la
donna doveva occuparsi della gestione della casa.

Un altro storico che vive nello stesso periodo di Erodoto è Tucidide, autore dell’opera
storica “Guerra del Peloponneso”, l’oggetto è la guerra che dal 431 al 404 a.C. impegnò le
poleis greche.

Tucidide esamina le vicende del conflitto in maniera esaustiva e completa. Utilizza il metodo
storiografico, rifiuta ogni espediente fantastico o l’uso del mito, egli preferisce una
narrazione reale dei fatti. Secondo Tucidide si può avere una competenza autentica solo degli
eventi contemporanei. Qualora ciò non fosse possibile, bisogna lasciare libero il lettore di
farsi una propria idea (antilogia).

Tucidide esalta il modello di Pericle, che aveva dato un notevole contributo al


consolidamento della democrazia ateniese, provvedendo con la Riforma della Mistoforia: le
cariche riguardavano la partecipazione alla vita politica e venivano retribuite. Ciò introdusse
la possibilità di partecipazione ai ceti meno agiati e non più solo all’aristocrazia.

Pericle viene considerato il padre della democrazia ma in realtà la sua fu una forma di
governo che, basandosi sul consenso popolare, governava in assoluta autonomia (democrazia
democratica).

Le riforme di Atene
Atene aveva subìto importanti riforme, come quella di Solomone e Clistene:

Riforma di Solone (594 – 593 a.C.): Solomone divise la popolazione in base al censo:

- Pentacosiomedimni;
- Cavalieri;
- Zeugiti;
- Teti;
- Meteci;
- Schiavi.

Le cariche pubbliche sostanzialmente erano monopolio delle prime due classi.

L’ecclesia è l’assemblea popolare dei cittadini liberi. I pentacosiomedimni compongono il


“Consiglio dei 400” che prepara le leggi ed eleggono nove Arconti, gli ex Arconti formano
l’Areopago, ovvero il tribunale per reati gravi, massimo organismo politico.

Elièa; tribunale del popolo.


Riforma di Clistene (508-507 a.C.): il suo fondamento è il demos e l’ordinamento prende il
nome di democrazia, anche se fu piuttosto un’isonomia. La Grecia fu divisa attraverso un
sistema decimale per zona (10 pianure, 10 coste, 10 montagne) e per popolazione (10 tribù).
Il sistema decimale diventa fondamento della democrazia.

Bulè: 500 membri, propone all’Ecclesìa le leggi. E’ costituito da 50 membri per tribù e
viene eletto dall’Ecclesìa.

Ecclesìa: 5000 membri. L’assemblea popolare costituita da 500 membri per ogni tribù, ha
il potere politico.

Riforma di Efialte: ci giungono poche notizie se non quelle di un uomo incorruttibile, grande
figura morale. La riforma concentrò nell’assemblea generale il potere legislativo, giudiziario
e l’esecutivo tenuto dalla Bulè.

Riforma di Pericle: Attraverso la Mistoforia per la prima volta le cariche politiche


venivano retribuite, consentendo ai ceti meno abbienti di poter partecipare.
L’età di Pericle incise nella storia della civiltà in quanto si distinse nella democrazia,
nell’arte, nella filosofia, nel pensiero politico, nella cultura e nei costumi.

Ad Atene nel IV e V secolo si affermano i sofisti, filosofi che commerciano la propria sapienza
insegnando a pagamento. Danno molta importanza all’arte retorica, fondamentale per gli
ateniesi.

Il primo dei sofisti è Protagora, la cui massima è “L’uomo è misura di tutte le cose”. L’oggetto
del loro interesse non è la verità in sé, quanto la sua approssimazione e relatività che
possono darne gli uomini. La verità non è assoluta.

L’eristica, l’arte del disputare, la cui padronanza serve a far prevalere una tesi
indipendentemente dal suo contenuto, è una caratteristica della metodologia sofistica.
Sono stati definiti da Platone “mercanti di parole” che abbindolano l’interlocutore
attraverso argomentazioni false ed ingannevoli.

Socrate è contemporaneo dei sofisti, ma si pone in contrasto con loro su alcuni punti.

Secondo Socrate, l’ignoranza è caratterizzante dell’uomo. L’esserne consapevoli, conoscere se


stessi e affermare di sapere di non sapere ci libera dalla presunzione intellettuale, che
induce all’errore e all’Hybris (tracotanza).

Socrate utilizza il metodo dialettico, il dialogo fra tesi opposte, per far emergere come ogni
presunzione di conoscenza venga smontata se messa di fronte alle proprie contraddizioni.
Socrate viene accusato di empietà e condannato a morte.

Dopo la sconfitta nel Peloponneso contro Sparta era seguito il periodo dei Trenta anni,
caratterizzato da un regime oligarchico. Al termine, fu instaurato un governo democratico
conservatore -> restaurazione democratica.

Protagora e Gorgia da Lentini sono i massimi rappresentanti della sofistica. La massima di


Protagora è rappresentativa per la sofistica: “Ciò che appare a me non sempre coincide con ciò
che appare agli altri.”

Platone
Tra le opere di Platone ci sono:

- La Repubblica: modello ideale;


- Le leggi: modello reale;
- Il politico.

Platone si avvale del dialogo perché lo ritiene l’unico strumento in grado di riportare
l’argomento alla concretezza storica di un dibattito. Protagonista di molti dialoghi è
Socrate, che scompare del tutte nel “Le leggi”, suo grande maestro.

La condanna di Socrate segna profondamente Platone e il suo pensiero.

Platone descrive gli ultimi momenti della vita di Socrate, quando gli amici lo esortano a
fuggire dalla pena di morte. Socrate respinge la proposta per tenere fede all’adempimento
delle leggi e sceglie di bere la cicuta. Socrate è l’uomo giusto che umilmente dichiarava “Io
so di non sapere” e insegnava ad andare alla continua ricerca del sapere. Attraverso l’arte
della maieutica, secondo Socrate, bisognava far partorire la verità.

Socrate decise di non scrivere nulla perché la verità è una continua ricerca e non può
essere delimitata ad un pagina di un libro.

L’influenza socratica si manifesta nella decisione di adottare la forma dialogica. Nei


dialoghi platonici in cui Socrate è il protagonista si delinea il modello ideale dell Stato per
un uomo giusto. “Le leggi”, invece, non presenta più Socrate come protagonista e si
abbandona l’utopismo iniziale per delineare e descrivere modelli concreti.

Platone cercò per ben tre volte di realizzare a Siracusa il suo modello ideale di Stato delineato
nell’opera “La Repubblica”. Il suo modello si fonda sullo stretto legame tra filosofia e politica.
Nella VII lettera, scritta nel pieno della sua maturità, Platone racconta il perché si sia
dedicato alla politica ed è una premessa all’idea che, dinnanzi alla corruzione del suo tempo, è
necessario l’intervento dei filosofi nello Stato. Nel “Dialogo della giustizia”, all’interno della
“Repubblica”, Platone afferma che i filosofi, i saggi per eccellenza, devono salire al potere e
governare lo Stato. In questo senso la legge scritta diventa superflua in quanto l’uomo
virtuoso non potrà che garantire l’autentica giustizia. Riguardo la giustizia, alcuni sofisti
sostenevano che il più forte doveva comandare sugli altri e imporre la propria giustizia.
Secondo Platone la giustizia si realizza quando ciascuno si colloca in un preciso ruolo secondo
le proprie propensioni.

Socrate sosteneva l’universalità dei concetti rifiutando la relatività, la soggettività di essi.


Platone, partendo dall’universalità dei concetti, lo supera considerando il loro valore. Questo
problema viene affrontato attraverso il rapporto tra le idee, ponendo il mondo delle idee
(Iperuranio) in contrasto con il mondo sensibile. Si ha una struttura gerarchica al cui vertice
c’è l’idea di Bene, di Vero in quanto danno valore a tutte le idee (valore avvalorante e fonte
di tutte le idee).

Ponendo l’Iperuranio, Platone vuole rappresentare l’universalità delle idee, mentre


la conoscenza sensibile è rappresentata dal mondo sensibile, fenomenico.

Secondo questa visione dualistica l’uomo non è spinto dall’esperienza a conoscere, ma


conosce solo attraverso un processo innato e naturale. Secondo Platone l’anima vagava nel
mondo dell’Iperuranio e una volta giunta nel mondo sensibile riconosce e ricorda le copie
imperfette delle idee.

Lo Stato secondo la concezione platonica


Lo Stato viene descritto da Platone come un modello ideale a cui gli uomini devono avvicinarsi il
più possibile. Nella VII lettera della Repubblica descrive il “mito della caverna” e paragona
il mondo fenomenico a degli esseri incatenati e costretti a rivolgere il loro sguardo verso la
caverna osservando le ombre di ciò che gli altri volevano che loro vedessero. Il filosofo riesce a
liberarsi dalle catene e resta abbagliato dal Sole (personificazione del Bene); tuttavia decide di
rientrare nella caverna per rendere partecipi gli altri dell’accaduto. Il mito viene utilizzato
spesso da Platone e svolgono un ruolo pedagogico.

“Il Gorgia” è un dialogo che critica la sofistica e la democrazia ateniese, colpevole della
condanna a morte di Socrate. L’arte culinaria viene paragonata ai sofisti, essa infatti può
essere poco sana, ma l’unico scopo è il piacere dei clienti. La politica viene paragonata alla
medicina, che spesso è sgradevole e non viene apprezzata, ma è la premessa del bene
della collettività.

Platone delinea nella Repubblica un’organizzazione organicistica dello Stato, attraverso


un rapporto dualistico tra macrocosmo (Stato) e microcosmo (uomo).

L’anima dell’uomo è tripartita:

Razionale: virtù della saggezza (auriga);


Irascibile: virtù del coraggio (cavallo nero);
Concupiscibile: virtù della temperanza (cavallo bianco).

Mito della biga alata: è importante che l’auriga guidi i due cavalli e che non si lasci trasportare
da nessuno dei due. Così come l’auriga, un uomo è giusto se a governare è l’anima razionale
che guida l’anima concupiscibile e quella irascibile.

Così come l’anima, lo Stato è suddiviso in:

Classe dei filosofi: classe plasmata con l’oro;


Classe dei guerrieri: classe dell’argento e dei custodi dello Stato;
Classe dei lavoratori: classe del bronzo e del ferro, che si occupa di garantire i mezzi
di sussistenza alle due classi precedenti.

La comunità politica platonica è una società chiusa, non tende ad espandersi ma è limitata
sotto il profilo dell’espansione geografica e della popolazione. Secondo Platone una polis
troppo estesa, che commercia con tanti paesi e integra numerosi territori sarà soggetta alla
degenerazione. Secondo Platone bisogna mantenere l’equilibrio nella vita del singolo così come
nella vita politica, ciò riguarda la popolazione (premessa dell’eugenetica).

In tarda età aveva compreso che tutti i regimi al suo tempo erano corrotti, la crisi della
polis ateniese, della democrazia viene denominata da Platone Teatrocrazia.

Si rende conto che solo il rapporto filosofia-politica può porre rimedio alla corruzione del
suo tempo “O i filosofi cominciano a governare, o ire cominciano a filosofare” (Lettera VII).

L’obiettivo è realizzare la giustizia all’interno dello Stato ideale. Il parallelismo tra


microcosmo-uomo e macrocosmo-Stato è una concezione organicistica. Platone sostiene che chi
governa non deve avere un conflitto di interessi e deve essere privato dei propri beni. Deve
vivere in un collettivismo (comunismo platonico) in cui vanno eliminate la ricchezza e la
povertà per avere una parità di diritti e un equilibrio sociale. Così facendo lo Stato garantirà
armonia e pace. Chi governa deve anteporre i propri interessi per tutelare quelli della
collettività, quindi bisogna eliminare la proprietà privata e la famiglia. Chi governa sarà
soggetto ad una rigida educazione, destinata sia agli uomini che alle donne. Secondo la
visione organicistica, tutti devono svolgere un proprio compito. I migliori si devono accoppiare
con i migliori, i peggiori con i peggiori affinché il potenziale dei primi non sia guastato. La
riproduzione deve essere pianificata per evitare una crescita demografica (premessa
dell’eugenetica). Aristotele contrariamente parla di una “gerarchia di intelligenze” in cui
la donna è collocata ad un livello inferiore rispetto all’uomo.

Forme di governo descritte nella “Repubblica”

Quando la saggezza è al potere, le forme di governo sono la monarchia e l’aristocrazia. Chi


governa deve anteporre gli interessi della collettività così ci sarà armonia e giustizia tra
le classi. Col passare del tempo nascerà una corruzione tra i saggi (Crisi della razionalità)
e i filosofi abbandoneranno il potere. Saliranno al potere i guerrieri.

Quando il coraggio è al potere, la forma di governo è la Timocrazia, che è la prima forma di


governo reale dopo la forma di governo precedente perfetta. Questa sarà la meno corrotta
rispetto alle seguenti. L’amore, la gloria e le armi si tradurranno in ambizione sfrenata.
Quando i lavoratori più ricchi governeranno ci sarà l’oligarchia, nell’immediato ci sarà un
benessere collettivo che si trasformerà in ingordigia e avarizia contro la massa più povera.

Quando i lavoratori più poveri, ovvero la maggioranza, saliranno al potere ci sarà la democrazia. Il
principio dovrebbe essere quello della libertà ma, secondo Platone, questa forma di governo,
proprio perché non è guidata da persone competenti, si tradurrà in demagogia.

In uno stato di anarchia si imporrà il più forte, il tiranno. Egli sembra essere in grado
di contenere l’anarchia ma si avvalorerà della violenza come strumento del suo stato.

Nel “Politico” Platone afferma che il politico deve esercitarsi nell’arte regia, avere il senso
della misura, evitando l’eccesso e il difetto, come espressione di un’azione politica equilibrata.

La monarchia, sinonimo di autorità e ordine, sarà la forma di governo migliore, mentre la


peggiore tra le peggiori è la tirannide. La democrazia è la peggiore tra le migliori e la migliore tra
le peggiori, nella classificazione è il continuum tra le forme rette e quelle degenerate.

1. Monarchia
2. Aristocrazia
3. Democrazia
4. Oligarchia
5. Tirannide

“Le leggi” è il dialogo della maturità, in cui non rinuncia al suo modello ideale, ma delinea
un modello reale.

L’accademia di Platone aveva studiato le costituzioni del tempo e il suo modello riassume
tutti gli aspetti migliori. E’ composto da 12 libri, i primi sei esaminano le costituzioni del
tempo mentre gli altri sei delineano una nuova costituzione.

Il carattere realistico del modello politico è dato dal fatto che si ripristina la proprietà
privata e la famiglia. Inoltre sceglie di codificare la legge (scritta) e di costudirla grazie a
trentasette cittadini.

L’ateismo è considerato una malattia che può contagiare il politico, dunque gli atei devono
essere allontanati. Il Consiglio dell’Assennatezza cercherà di far convertire l’ateo in
cinque anni attraverso una serie di incontri. Se l’esito sarà negativo, l’ateo verrà eliminato
con la pena di morte.

Le forme di governo “madri”, da cui tutte le altre scaturiscono, sono la monarchia e


la democrazia (forma mista). L’uomo politico incarna il legislatore saggio.
Nelle “Leggi” Platone analizza la corruzione della democrazia ateniese. Le cause sono:

- Costituzionale per quanto riguarda la gestione del potere;


- Psico-antropologica ovvero la sfrenatezza, la libertà diventata licenza che si traduce
in anarchia.

C’è un gusto del pubblico incompetente che prende il sopravvento e ha come unico parametro
il piacere (Teatrocrazia). Gli spettacoli teatrali non hanno un fine educativo, ma diventano la
rappresentazione della corruzione della democrazia.

Aristotele
In Aristotele vi è un’attenzione verso il mondo reale piuttosto che verso il mondo ideale
come in Platone.

Le maggiori opere aristoteliche sono:

- L’etica nicomachea;
- La politica;
- La Costituzione degli ateniesi;
- L’economia;
- Le retoriche.

Le opere si distinguono in:

- Essoteriche, ovvero destinate al pubblico, divulgative. Sono andate perdute;


- Esoteriche, destinate agli allievi, alla scuola peripatetica da lui fondata.

Molti studiosi hanno dibattuto sull’aspetto storico-genetico delle opere che ci sono giunte,
considerate non attendibili, in quanto si tratta di appunti che costantemente venivano
modificati. Aristotele è un meteco nato a Stagira. Il padre esercitava la professione di
medico presso la corte di Filippo il Macedone, il quale affiderà ad Aristotele il compito di
educare Alessandro Magno. Aristotele dedicherà tutta la sua vita a tale compito. Alla morte
di Alessandro Magno, una rivolta antimacedone lo accusa di empietà e, abbandonata Atene,
si rifugia a Calcide dove morirà.

Aristotele, pur essendo allievo di Platone, si distacca notevolmente dal pensiero del suo
maestro. Se Platone tendeva all’Utopismo, Aristotele ha una forte componente scientifica. Egli
guardava la realtà così com’è e la analizzava attraverso proposizioni rigidamente logiche.
Aristotele distingue i ragionamenti deduttivi (a priori) fondati sul sillogismo (da una premessa
generale si ricava una conseguenza necessaria) dai ragionamenti induttivi (a posteriori) fondati
sull’esperienza. Pone alla base del sillogismo il principio di non contraddizione.

Realismo: la riflessione politica e sociale non può prescindere dall’indagine e dalla


conoscenza della realtà.

Le scienze vengono classificate da Aristotele in:

- Scienze teoretiche: sono le più importanti (metafisica, fisica, matematica) perché


ricercano il sapere per sé stesso. La metafisica è la “scienza prima” in quanto studia
l’essere nel suo valore più assoluto, universale; mentre le altre si interessano a
determinati ambiti. La metafisica è il sapere superiore e libero, non asservito a
niente. Il loro fine è conoscitivo, libero da scopi pratici. Di fronte alla realtà
necessaria, la scienza non può che essere contemplativa.
- Scienze pratiche: ricercano il sapere per il perfezionamento personale (etica, economia,
politica) ed orientano l’azione umana, gli atti, i comportamenti. Fra le scienze pratiche
particolare importanza ha la politica, che orienta tutte le altre scienze ad un unico
fine, il bene per l’uomo. Di fronte alla realtà possibile la scienza può modificare
l’azione o la produzione.
- Scienze produttive: sono finalizzate alla produzione (poesia, musica, danza).

Aristotele parte dal presupposto che la natura è in continuo movimento, divenire.


Il divenire è un continuo fluire dall’atto alla potenza, che non è infinito:

- L’atto puro o forma pura non ha alcuna potenzialità, è perfezione assoluta ovvero Dio.
Dio è il “motore immobile” che tutto muove senza essere mosso. Dio è la causa finale
a cui tutto tende, che indirizza verso una forma.
- La potenza è la materia che subisce il mutamento, il divenire. La materia prima è
il determinarsi dell’essere nelle varie forme.

Aristotele delinea una struttura gerarchica degli esseri naturali viventi che dalla base via
via si evolvono:

- Anima vegetativa: propria delle piante;


- Anima sensitiva: procura piacere o dolore; è propria degli animali;
- Anima razionale: propria dell’uomo.

Vivere secondo ragione è la via per raggiungere la felicità. La politica deve essere
correlata all’etica per porre le condizioni necessarie alla felicità degli esseri umani.

L’etica è legata al comportamento personale. Vivere secondo ragione, che distingue l’uomo
dalla bestie, significa raggiungere la felicità. La felicità è uno stato di appagamento interiore,
di beatitudine che riguarda l’animo e non tanto il corpo. Tuttavia il suo realismo lo spinge ad
affermare che la felicità possa essere raggiunta attraverso il soddisfacimento delle cose
materiali.

Aristotele distingue:

- Virtù dianoetiche: sono proprie della vita speculativa che l’uomo realizza attraverso
la conoscenza, il sapere, lo studio e l’intelligenza e sono fondamentali per lo sviluppo
della ragione. La contemplazione della verità è un’attività fine a sé stessa, libera da
ogni finalità pratica. Esse sono: sapienza (la più importante), arte, saggezza, scienza e
intelligenza.
- Virtù etiche: non derivano dal sapere, ma attraverso la pratica si acquisiscono tali
abitudini comportamentali. Si allena la ragione a dominare gli impulsi attraverso la
ricerca del “giusto mezzo” fra estreme passioni. Esse sono: giustizia (la più
importante e completa, suprema perché è unica), coraggio, mansuetudine, liberalità e
magnanimità.

Per Aristotele la giustizia riguarda la comunità politica; è il conformarsi alle leggi. Il mezzo
della giustizia corrisponde all’eguale. Non si tratta di dare a tutti in modo uguale, ma di dare
a ciascuno il proprio.

Aristotele distingue:

- Giustizia distributiva, basata sul principio della proporzione geometrica, che regola
i rapporti pubblici (distribuzione di oneri e ricchezze) -> giustizia meritocratica;
- Giustizia correttiva, basata su un metodo aritmetico, che si occupa degli
scambi economici e ristabilisce l’ordine violato in seguito ad un reato.

Secondo Aristotele non esiste una legge assoluta applicabile in ogni contesto storico-
geografico -> Teoria dei climi.

Teoria dei climi:

- Popoli europei (clima freddo): hanno molto coraggio, ma poca


intelligenza. Ordinamento politico liberale;
- Popoli asiatici (clima caldo): hanno poco coraggio, ma molta intelligenza. Loro
sono portati al dispotismo;
- Popoli greci (clima mite): hanno coraggio e intelligenza, hanno il migliore
ordinamento politico.

Così come le forme di governo, anche le leggi non sono esportabili e facilmente applicabili
in zone geograficamente e storicamente diverse. Esistono dei principi assoluti,
rispettabili ovunque (il giusto naturale), mentre il giusto legale varia da polis a polis.

Aristotele aveva criticato gli aspetti utopici dello Stato ideale di Platone e il suo
comunismo. Ritiene tale organizzazione disarmonica, si rischia una condizione di
parassitismo. Avere un bene o una famiglia è uno stimolo che consente il
raggiungimento del bene collettivo.

La proprietà privata è il soddisfacimento dei bisogni primari. La famiglia è il primo


nucleo organizzativo fondamentale che cronologicamente si associa ad altre creando dei
villaggi e poi lo Stato.

L’uomo è un animale sociale (zoon politikon) che naturalmente socializza. All’interno dello
Stato, il cittadino conta qualcosa se messo a servizio di esso.

La famiglia si basa sui legami in base alla loro intelligenza (Gerarchia delle intelligenze):

- Marito-moglie: la moglie, avendo una posizione inferiore, non ha alcuna autorità. Vi


è il monopolio del capofamiglia;
- Padrone-schiavo: lo schiavo, un animale da soma, si deve dedicare al lavoro manuale alle
strette dipendenze del padrone per potergli far raggiungere la felicità. Va distinta la
schiavitù innaturale, dove la guerra porta il vinto alle dipendenze del vincitore.
- Padre-figlio: i figli, essendo giovani, devono essere comandati da chi è più maturo, cioè
il padre.

L’economia riguarda l’amministrazione della gestione familiare che spetta al capofamiglia.


Aristotele ritiene che tutto ciò che è finalizzato al soddisfacimento dei bisogni primari
(agricoltura, pastorizia, caccia) rientra nell’economia così come il sistema dello scambio.
Questo sistema, però, storicamente produsse dei problemi che spinsero all’introduzione della
moneta, che ha comportato il passaggio dall’economia alla Cremastica (il denaro è finalizzato
a produrre profitto; la forma più immorale delle forme di arricchimento è l’usura.)

Secondo Aristotele la politica è una scienza pratica, alla quale spetta il compito
della realizzazione del bene comune e deve essere strettamente connessa all’etica.
“L’etica nicomachea”: la politica deve sempre fare i conti con la morale, in quanto deve essere
permeata da valori etici. Il bene del cittadino e il bene della polis coincidono e sono inscindibili.

“La Politica”: classificazione delle forme di governo


Aristotele fa un’analisi scientifica delle forme di governo in quanto tende a classificarle
sulla base di due parametri:

- Parametro qualitativo: nell’interesse di chi governano?


- Parametro quantitativo: quanti sono i governanti?

Aristotele analizza le forme rette e le rispettive degenerazioni affermando che la legge offre
la garanzia dell’ordine e i governanti ne devono essere i custodi, gli interpreti ed esecutori.

La legge, anche se imperfetta, è preferibile ad un tiranno. La democrazia mescolata


all’aristocrazia o all’oligarchia (forma mista) può essere positiva così come la monarchia
temperata (leggi e re virtuoso). Aristotele è a favore dell’uomo più carismatico, capace,
adatto a salire al potere (il genio). Egli è considerato come una giustificazione del potere di
Alessandro Magno.

Monarchia temperata: la legge garantisce imparzialità che altrimenti nessun


governante sarebbe in grado di fare.

In presenza di brogli elettorali aumenta il malcontento, ciò porta alla rivoluzione e ad un


mutamento della Costituzione.

Le cause del disordine politico sono molteplici (paura, disprezzo) e aumentano le occasioni
di rivolta. L’analisi scientifica si esprime nelle forme di governo. Esse sono delle etichette
che differiscono in base a situazioni differenti.

Ellenismo
Il periodo post-aristotelico viene definito “Ellenismo” da Groysen e va convenzionalmente dal
323 (morte di A. Magno) al 31 a.C. (Battaglia di Azio, morte di Cleopatra e annessione del
Regno d’Egitto nel 30 a.C.).

Filippo il Macedone era salito al trono nel 325 a.C. e aveva approfittato del conflitto tra le
polis greche per creare una confederazione, la lega panellenica, per contrastare la Persia.
Questo progetto non viene portato al termine. Alla sua morte gli succede il figlio Alessandro
Magno che viene affidato al precettore Aristotele per ricevere un’ottima educazione. Alla sua
morte l’impero si frantuma, si afferma una visione cosmopolita che rappresenta l’evoluzione
della visione del cittadino inserito nella polis.

Le tre principali correnti filosofiche di questo periodo sono l’epicureismo, lo stoicismo, il


cinismo e lo scetticismo. Sono scuole che hanno il fine do confortare l’uomo che si
ritrova catapultato in una fusione di razze e culture differenti.

Scetticismo: corrente filosofica del IV secolo a.C. che nega la possibilità di raggiungere la
verità attraverso la conoscenza. Essa infatti si basa sui sensi che danno impressioni
ingannevoli e mutabili. Lo scettico deve astenersi dal giudizio (epochè), in questo modo
raggiungerà l’Atarassia, ovvero l’imperturbabilità dalle passioni e raggiungere la felicità.

Cinismo: corrente filosofica fondata da Antistene e Diogene nel IV secolo a.C.


I cinici professavano una vita randagia e autonoma, indifferente alle passioni e ai bisogni.
L’ideale era l’autosufficienza (autarkeia), il pieno controllo di sé stessi. Vi è la ricerca
della felicità come unico fine dell’uomo, vivendo in accordo con la natura.
Epicureismo: scuola di pensiero fondata da Epicuro nel IV secolo a.C. Si basa sull’atomismo
democriteo, pur distaccandosi, e sulla ricerca del piacere. Epicuro si presenta come il medico
dell’anima in grado di rassicurare l’uomo dalle sue paure. L’epicureismo è stato oggetto di
diverse critiche, come quella di un insegnamento immorale e oltraggioso. Secondo Epicuro:

- Non bisogna avere paura della morte poiché la realtà è costituita da atomi e la
morte non è altro che la loro disgregazione senza dolore. Riprende la concezione
atomistica (materialismo) di Democrito;
- Non bisogna avere timore degli dei pensando di poter essere puniti da essi. Le divinità
infatti sono talmente perfette rispetto agli uomini da non curarsi delle loro vicende;
- Il dolore è temporaneo, mentre il piacere è una condizione facilmente raggiungibile.
Epicuro distingue i piaceri cinetici, ovvero i piaceri del corpo, dai piaceri
catastematici che si traducono in un piacere stabile dopo un acuto dolore.

Epicuro ha una concezione contrattualistica secondo cui l’uomo non è portato per natura ad
associarsi ma lo fa volontariamente. Gli individui danno vita allo Stato attraverso un
contratto. Le leggi sono convenzioni umane tra lo Stato e i cittadini. Il saggio deve estraniarsi
dalle passioni, dal dolore e dalla politica in una condizione di imperturbabilità.

Stoicismo: corrente filosofica fondata da Zenone di Cizio nel IV secolo a.C. Sebbene le altre filosofie
post-aristoteliche ebbero una certa fortuna a Roma, lo stoicismo fu la dottrina più influente e
diventò “ufficiale” tra la classe dirigente dell’Impero romano. Gli stoici sostenevano l’ideale della
tranquillità dello spirito (atarassia), ovvero l’autocontrollo e il distacco dalle cose terrene. Il
dominio sulle passioni (apatia) conduce lo spirito al raggiungimento della saggezza
(l’amore è una forma di schiavitù). Il fine ultimo dell’uomo è quello di vivere
conformemente alla natura (secondo ragione) e accettare il corso delle cose.

Gli stoici si fanno sostenitori del principio di eguaglianza degli uomini, ponendosi agli antipodi
della posizione aristotelica (gerarchia delle intelligenze).

Per gli stoici la legge deve modellarsi all’ordine naturale delle cose, ai principi assoluti.
Inoltre la legge non ha bisogno di essere interpretata.

Riprendono la concezione aristotelica dell’uomo come animale sociale. Si fanno sostenitori


del cosmopolitismo.

Polibio
Polibio è uno storico stoico che vive nella realtà in cui la Grecia diventa una provincia romana
(146 a.C.). Si trasferisce a Roma e si inserisce nel Circolo degli Scipioni. Resta impressionato dallo
straordinario sviluppo di Roma che ha saputo creare un vasto impero. Roma ha incarnato
l’universalismo grazie alla forza dell’esercito e alla sua forma di governo: la Res
Publica.

La Res Publica è una forma mista:

- Due consoli: Componente monarchica;


- Senato: Componente aristocratica;
- Comizi e tribuni della plebe: componente democratica.

Cicerone
Cicerone è una delle figure più complesse, in quanto è stato un filosofo, un oratore, uno
scrittore e un politico romano. Nasce in una famiglia agiata, esponente del ceto equestre,
che gli permette di studiare nei centri culturali più importanti.
In Cicerone emerge l’eclettismo, ovvero riprende tutti gli aspetti positivi delle filosofie del
suo tempo (Platone, Aristotele, Polibio, scuole post-aristoteliche). La sua vasta produzione
letteraria offre un ritratto della società romana negli ultimi anni travagliati della Repubblica
Romana.

Tra le opere più importanti di Cicerone:

- De Republica;
- De Legibus;
- De Officiis.

“De Officiis” è un trattato in cui enuncia una serie di precetti indispensabili per il buon
cittadino romano, che adempie ai suoi doveri. Vi è una dura critica a Giulio Cesare poiché
bisogna avere cura dello Stato, dei cittadini e dei loro interessi mentre Cesare è stato un
avido; egli ha messo in pericolo il bene dei cittadini (Crisi dei costumi e brama di potere).

“De Legibus” si ispira all’omonima opera di Platone e alla visione stoica secondo cui le
leggi devono conformarsi a quelle naturali. Occorre che ci sia giustizia in uno Stato, un
diritto e quindi le leggi.

“De Republica” è un trattato di filosofia politica che racchiude il suo messaggio politico.
L’opera fu scritta in un periodo di forte crisi della Res Publica, caduta nelle mani di uomini
ambiziosi e assetati di potere. L’opera è composta da sei libri e ha una forma dialogica (anche
qui riprende Platone). Rispetto all’opera platonica, però, c’è un excursus storico e degli
sviluppi della Costituzione romana. Il dialogo si svolge in tre giorni e il protagonista è
Scipione (Cicerone esprime il suo pensiero attraverso le parole del protagonista) che muore nel
129 a.C., anno di ambientazione dell’opera. Scipione l’Africano analizza le tre forme di governo
rette e le loro rispettive degenerazioni. Tuttavia preferisce la costituzione mista che
contempera gli elementi fondamentali delle tre forme rette e garantisce maggiore stabilità.

Secondo Cicerone gli uomini si aggregano, differenziandosi dalla massa e dalla folla,
e diventano popoli perché legati dal diritto.

La legge è espressione della legge naturale che concilia Dio e la ragione. La legge naturale
è superiore a quella umana.

Cristianesimo
Il Cristianesimo è l’insieme delle dottrine in nome di Gesù. Di certo non è una filosofia, né
una dottrina politica ma una religione rivelata.

Le principali fonti sono:

- Il vecchio e il nuovo Testamento;


- Testimonianze di autori pagani.

Fu un evento rivoluzionario, la prospettiva del rapporto individuo-potere politico viene


stravolta. Non c’è la presenza dell’idea di costruire un nuovo Stato, di avere un’identità
politica perché si tratta di una realtà interiore, di un messaggio biblico. Per il Cristianesimo
la storia può essere rappresentata come una retta geometrica in cui si collocano eventi unici e
irripetibili e si proietta sempre verso il bene.

Ci si pone il problema di come rapportarsi con il potere politico, all’epoca l’Impero romano.
I primi cristiani, rispettando il messaggio evangelico, decidono di non partecipare alla vita
politica. Secondo il Cristianesimo l’individuo ha maggiore importanza dello Stato, Cristo
diventa l’ideale politico che può sfamare e assolvere i bisogni del popolo. Cristo stesso si
allontana dalla vita politica. Questo disinteresse è stato definito “Anarchismo Cristiano”.

Nella “Lettera ai Romani”, San Paolo afferma che ogni potere deriva da Dio. Si sancisce il
dovere dell’obbedienza nei confronti dell’autorità civile, nel caso in cui i due doveri si
trovassero in conflitto, il divino aveva il sopravvento sul terreno. Di fronte a un’autorità iniqua
non si può rispondere con la violenza, ma con la resistenza passiva pregando Dio affinché
liberi l’uomo da quella tirannide.
Il “dai a Cesare quel che è di Cesare” è il dovere del cittadino di pagare i tributi e di rispettare le
leggi; mentre il “dai a Dio quel che è di Dio” è l’obbligo del cittadino di obbedire a Dio. Il
Cristianesimo si fa sostenitore del principio di uguaglianza, di amore e di carità.

Fra i primi padri della Chiesa vi sono Origene e Sant’Agostino. Dopo anni di persecuzioni, nel
313 d.C. l’Editto di Milano sancisce la tolleranza religiosa. Costantino vede la religione come
uno strumento del potere per consolidarlo, dietro dunque vi è una motivazione politica. Si
verifica una svolta perché la Chiesa minacciata ora ottiene una protezione.

Nel 380 d.C. l’Editto di Tassalonica di Teodosio ufficializzò la religione cristiana come
religione dell’impero.

Nel 476 d.C. inizia convenzionalmente il Medioevo. Il patrizio Oreste depone l’imperatore e
proclama il figlio Romolo Augusto nuovo imperatore. Le milizie chiedono di avere lo status di
ospites, che permetteva di ricevere proprietà terriere. L’imperatore rifiutò e i barbari
scelsero Odoacre come loro duce. Odoacre invia le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente,
Zenone. Ciò causò il crollo dell’Impero Romano d’Occidente.

Il primo ad utilizzare il termine “Medioevo” è stato Bussi, mentre gli umanisti lo


attribuiscono a Cellario. E’ visto come un periodo di oscurantismo. Il Medioevo comprende:

- Invasioni barbariche (V-VII secolo);


- Feudalesimo (IX-XII secolo);
- Comuni (XII-XIV secolo);
- Signorie e Principati (XIV-XVI secolo).

La Chiesa di questo periodo cede al processo di temporalizzazione e si distacca dal messaggio


evangelico. Raggiunge una sua autonomia e si presenta come un’organizzazione che vuole
avere la sua supremazia. Adotta la lingua romana e si ispira al diritto romano. Verso la
metà del V secolo il Cristianesimo si afferma come una realtà terrena, scontrandosi con il
potere temporale.

Papa Gelasio (492-96), concezione teocratica: la Chiesa presume di essere superiore. E’ autore di
una lettera in cui afferma l’esistenza di due poteri: quello del papa e quello dell’imperatore.
Preannuncia una teoria politica molto importante, la teoria delle due spade: due sono i poteri e due
sono le spade, ciascuno ha la supremazia nel suo ambito. Dante la riprenderà definendola
“Teoria dei due soli”

Giustiniano (Imperatore dell’Impero Romano d’Oriente), concezione cesaropapista: l’idea di


unire il potere temporale e quello spirituale nella stessa persona. In un’epistola
Giustiniano afferma che la vita sacerdotale è un modello, tuttavia non sostiene il modello
gelasiano ma afferma la superiorità dell’Impero. L’imperatore deve garantire un’unità di
fede, ricorrendo alla forza se necessario.

Giustiniano è noto per il “Corpus iuris” che conserva il diritto romano:


- Prima parte, Istituzioni: principi generali del diritto;
- Seconda parte, Digesto: raccoglie gli scritti dei giuristi;
- Terza parte, Codex: contiene le leggi precedenti degli imperatori;
- Quarta parte, Novelle: gli editti emanati da Giustiniano.

Fra il X e l’XI secolo sorse un movimento di grande importanza per la purificazione della
Chiesa: il movimento dei Benedettini. Un ruolo fondamentale lo gioca il monastero di
Cluny. Ogni monastero è governato da un abate, i monaci cluniacensi costituivano un unico
ordine, restando soggetti all’abate di Cluny.

Nel 1073 papa Gregorio VI proclama il “Dictatus Papae” con il quale dichiara che tutti i
vescovi devono essere proclamati dal Papa e soggetti a lui soltanto. L’imperatore Enrico IV,
appoggiato dal clero tedesco, ha ribattuto affermando la necessaria prerogativa imperiale
sulla nomina dei vescovi (Lotta per le investiture). Il papato sembra prevalere sull’imperatore
che dovette recarsi in pellegrinaggio a Canossa dopo che fu scomunicato e deposto.

Sant’Agostino (354-430)
Sant’Agostino viene considerato un pensatore europeo, moderno. Le due opere principali sono:

- Le confessioni: in cui c’è un’analisi interiore per la prima volta nella storia;
- Città di Dio.

Egli ha vissuto in una famiglia romanizzata: il padre era un funzionario romano e la


madre era Santa Monica, che ebbe un ruolo fondamentale nella conversione del figlio. Egli
si è convertito all’età di 33 anni dopo un lungo travaglio intellettuale.

Sant’Agostino è una delle figure più importanti della patristica. Egli aderisce al
Manicheismo, una religione fondata dal sacerdote Mani che afferma due principi eterni e
increati (bene-male/luce-tenebre).

I caratteri della sua produzione artistica sono: l’occasionalità (scrive le opere perché spinto
da eventi particolari) e la polemica.

“La città di Dio” è un’opera apologetica per difendere i cristiani dall’accusa che la decadenza
di Roma fu segnata dall’affermazione del Cristianesimo. L’occasione per scrivere quest’opera è
stato il “Sacco di Roma” (410 d.C.). L’opera può essere divisa in due parti:

1. Agostino confuta le pretese della religione politeista dei pagani di garantire fortuna
e prosperità sul piano temporale e la salvezza dopo la morte;
2. Espone la genesi delle due città: chi ama Dio e il prossimo è cittadino della città di
Dio, chi ama sé stesso sino al disprezzo di Dio e del prossimo è cittadino della città del
diavolo (città terrena).

Viene affrontato il tema della giustizia, del rapporto tra i cittadini. La giustizia si realizza
nella città di Dio, in Paradiso.

Per Agostino si ha fede con la ragione e non si può conoscere senza fede. La fede è legata
alla ragione, anche se questa è serva della fede.

Il distacco dal Manicheismo e la conversione al Cristianesimo si vede nel concetto di


peccato: esso non ha una sua causa efficiente, ma è mancanza di bene. Il problema del
peccato è drammatico in Agostino, secondo il suo pessimismo antropologico.

Tommaso D’Aquino (1225-74)


A Tommaso D’Aquino si deve la conciliazione di aristotelismo e pensiero cristiano. La filosofia
di Tommaso vuole essere una sintesi universale di tutto lo scibile unendo fede cristiana e
razionalismo aristotelico. Il contesto storico è quello del Medioevo, periodo nel quale l’Europa
è investita dall’influenza della cultura araba e si riscopre l’opera di Aristotele. Ciò si deve ad
alcuni filosofi arabi, in particolare ad Avicenna e ad Averroè.
L’aristotelismo in Europa viene recepito attraverso due correnti: maestri laici dell’università di
Parigi (averroisti) che ritengono che fede e ragione abbiano due oggetti inconciliabili, quindi
l’oggetto della fede e quello della ragione devono ignorarsi a vicenda; maestri dell’ordine
domenicano, a cui appartiene Tommaso D’Aquino, affermano che fede e ragione possono essere
conciliabili poiché una è necessaria quanto l’altra e consentono all’uomo di arrivare alla verità.
Sono paragonabili a due ali, come due rette parallele che vanno verso l’infinito, verso Dio.
Entrambe derivano da Dio.

La rivoluzione di Tommaso sta nell’aver conciliato l’aristotelismo con il Cristianesimo. Il


Tomismo diventerà filosofia della Chiesa cattolica. Dalla patristica nasce una nuova
corrente, la scolastica. La scolastica ha l’etimologia di “scolasticus”, filosofia insegnata dalle
scuole organizzate dalla Chiesa, e si fonda sulle discipline facenti parte di Trivio e Quadrivio.
La caratteristica degli scritti degli scolastici è la discussione su un testo “Disputatio” e la
“Lexio” con un commento al testo. Le opere sono commenti sul lavoro aristotelico:

- Summa theologiae;
- Summa contro gentles;
- Questiones et opuscola;
- De regimine principum ad regem Cypri.

Tommaso nasce vicino ad Aquino. Il “De Regimine principum” è il capolavoro per eccellenza.
Un’altra opera è “Le sentenze a Pietro Lombardo”, vescovo di Parigi. La ragione è parte della
natura e deriva da Dio, come la fede. L’operazione di cristianizzazione si manifesta anche in
termini di concezione antropologica, secondo tale concezione l’uomo è portato al bene e la
prospettiva dello Stato è diversa. Lo Stato nasce per rimuovere il male e diventa lo
strumento per realizzare il bene. Perciò è lontano dal pessimismo agostiniano.

La virtù consente all’uomo di vivere rettamente e di fuggire dal male (riprende la


virtù aristotelica).

Tommaso distingue:

- Virtù etiche, tra le quali le cardinali (giustizia, temperanza, prontezza e coraggio),


che per lo Stato e la famiglia sono le più importanti;
- Virtù intellettuali, che consentono all’uomo di raggiungere la felicità;
- Virtù teologali (carità, fede e speranza) le più importanti secondo Tommaso.

La logica aristotelica viene applicata e reinterpretata, il rigore metodologico che si esprime


nel triplice metodo: storico, logico e sistematico. Storico perché omaggio alla tradizione, agli
uomini passati; logico perché si basa sulla razionalità; sistematico perché la trattazione è
organica.

Nel 1260 in Europa comincia a circolare una traduzione latina de “La Politica” di Aristotele
attenzionando le forme di governo, nasce un nuovo genere letterario: Speculum principis.

Speculum principis si traduce in “Specchio dei principi”. È un modello virtuoso che consente al
principe di poter trarre spunto dall’assimilazione dell’opera di Aristotele.
Nel “De regimine principum” Tommaso esalta la monarchia, affermando che il governo di un
uomo solo rispecchia l’ordine naturale delle cose. Dunque l’uomo per natura è portato a
vivere in comunità. La Tirannide diventa la forma più degenerata: la demagogia o l’oligarchia
non saranno mai tanto nocive. Se la tirannide non è eccessiva, è meglio sopportarla che
reagire (non sempre le rivoluzioni hanno esiti positivi, la comunità potrebbe dividersi in
fazioni e il successore potrebbe essere peggiore per paura di rivivere la stessa situazione.).

Tommaso dedica il “De regimine principum ad regem Cypri” al re di Cipro, Ugo II,
perché l’ordine domenicano è presente lì.

L’opera è stata completata da Bartolomeo da Lucca, allievo di Tommaso, e delinea le virtù


del principe. Nacque un dibattito poiché la parte in cui viene avvisato il principe di non
diventare tiranno fu scritta dall’allievo, ma effettivamente la riflessione di Tommaso si
esprimeva nell’accettazione del tirannicidio.

Nel Medioevo la legge era ritenuta possesso esclusivo del popolo e il sovrano interveniva solo
per mettere in chiaro una norma. Nasce in questo periodo l’idea di concepire il rapporto tra
governanti e governati come un patto con vincoli precisi, questo rapporto fu definito “patto di
soggezione”: un governante deve avere sempre di mira il bene comune, il popolo si sottomette
al governante affinché lo crei. Se il governante viola il patto, questo si scioglie e i governati
delegano una nuova autorità. Secondo Tommaso in astratto il potere deriva da Dio ma
concretamente è di diritto umano. Così come per Aristotele, per Tommaso l’uomo è un
animale sociale.

Sempre in quest’opera distingue due tipi di tiranno:

- Tirannus Regiminis, il quale ha preso legittimamente il potere ma ne ha abusato. Il


popolo deve decidere bene se ucciderlo o no, il tirannicidio può avvenire solo se lo
decide la comunità, non arbitrariamente;
- Tirannus Esurpationis, Tommaso afferma che se l’usurpatore ha ottenuto l’incarico con
la violenza, ma si rivela un buon sovrano, il popolo non può ribellarsi. Se cade nella
violenza può essere ucciso anche da un cittadino, poiché non possiede legittimità.

Per quanto riguarda la proprietà privata, questa non si esprime nella legge naturale ma nel
diritto privato. Ognuno, possedendo un bene, è più sollecitato e motivato, contrariamente il
comunismo creerebbe parassitismo. Inoltre avere dei beni propri da tutelare beneficia la
società, in cui ognuno si occupa di ciò che è proprio e tutto è più pacifico. Il diritto di
proprietà coincide con la legge naturale.

Nella “Summa theologiae” Tommaso esprime la legittimità della guerra affermando che un
episodio bellico può essere definito giusto quando:

- Vi è un’iniziativa statale, ovvero solo l’autorità del sovrano può dichiarare guerra;
- Vi è una motivazione valida, coloro contro cui si fa la guerra devono avere una grave
colpa;
- Vi è una retta intenzione, ovvero deve promuovere il bene o evitare il male.

Tommaso distingue:

- Legge eterna;
- Legge divina;
- Legge naturale, prodotta dalla ragione e comune a tutti gli uomini. Da questa deriva
la legge umana, che deve essere coerente con essa.
L’uomo è un animale sociale, la società è un sistema di scambi reciproci. La comunità politica
è necessaria per tutelare le libertà individuali.

Per Tommaso la forma di governo migliore è la forma mista poiché da più stabilità ed è
meno permeabile alla possibilità di rivolte.

Il miglior ordinamento si ha quando:

- Le redini del potere le possiede un solo uomo, che governa secondo virtù;
- Sotto di lui presiedono altri uomini virtuosi;
- Il governo è cosa che riguarda tutti, in cui ognuno può aspirare a rivestire
cariche pubbliche che egli stesso assegna.

Contesto europeo del XIII e XIV secolo


Il contesto storico-politico di questo periodo è caratterizzato dalla presenza di più enti
politici. Basti pensare alla divisione politica fra Guelfi e Ghibellini in Italia, che spinge Dante
a meditare su tali questioni.

Ai tempi in Europa regnava la monarchia, in Francia si sviluppò dal 1100. Dante vive in
un periodo in cui le monarchie nazionali si consolidano sempre più.

“Rex in regio suo est imperator et superiorem non recognoscens”: “Il re non riconosce
nessun potere superiore a lui.”. L’impero prese il ruolo di guida e dunque le monarchie
nazionali si rinforzarono. Non si verificò più la lotta per le investiture ma il papa credette di
poter affermare le teorie teocratiche di fronte a monarchie costituzionali.

Enrico VI e Federico II desideravano consolidare il potere imperiale in Germania. Federico


II fu scomunicato da Gregorio IX, papa teocratico, e morì nel 1250. Il potere andò al figlio
Manfredi, anche lui scomunicato da Urbino IV, il quale nominò Carlo D’Angiò, fratello del re
di Francia. La discesa di Enrico VII fu accolta con gioia da Dante, che considerò questo
evento motivo di pace. Il conflitto tra il re di Francia, Filippo IV, e il papa Bonifacio VIII
scosse molto Dante.

Nel 1302 Filippo IV convocò per la prima volta gli Stati Generali, in cui furono rappresentati i
tre ordini sociali: nobiltà, clero e terzo stato. La richiesta di Filippo IV riguardava la
tassazione dei beni ecclesiastici per risollevare le casse dello Stato. Bonifacio VIII reagì
pubblicando la bolla “Unam Sanctam” (1302) in cui fece emergere la sua concezione
teocratica. Venne affermato il principio di “Plenitudo podestatis” ovvero che Gesù concesse a
Pietro la pienezza della podestà (non solo spirituale, ma anche temporale) e il papa, in quanto
successore di Pietro, avrebbe dovuto ereditare questo diritto.

Il re di Francia non riconobbe l’autorità superiore, neanche quella dell’imperatore, affermando


che ogni re nel proprio stato ha un potere assoluto.

All’inizio Bonifacio VIII cercò di sanare il conflitto con Filippo IV con la bolla “Asculta filii”
ma venne respinta dal re di Francia.

La vicenda si concluse con la vittoria della monarchia francese e la conseguente “Cattività


Avignonese”, ovvero lo spostamento della sede papale ad Avignone fino al 1377, quando
Gregorio VII ricostruì la sede a Roma. Questo conflitto causò una copiosa produzione di
scritti politici, si formarono due schieramenti:

- I papisti, a favore di Bonifacio VIII;


- I regalisti, a favore del re Filippo IV, tra di essi vi fu Giovanni da Parigi, che negava il
principio della Plenitudo Podestatis, e Guglielmo d’Ockham, francescano che auspicava
una chiesa della povertà e la povertà del clero. Pierre Dubois affermava il ruolo di
supremazia della Francia, come monarchia guida nell’Europa occidentale del tempo.

Dante Alighieri
Dante fa una profonda meditazione sulla vicenda tra Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo
IV. Infatti colloca papa Bonifacio VIII nell’Inferno, mentre definisce Filippo IV il nuovo Pilato.
In Dante il termine “Europa” è molto ricorrente, in particolare nel “De Monarchia” e nella
“Divina Commedia”. L’idea d’Europa dantesca è di un’entità geografica non definita da precisi
confini territoriali; coincide con la parte occidentale del continente.
L’Europa non ha unità morale e risulta frammentata. L’Italia viene definita da
Dante “Regione nobilissima d’Europa”.

Dante cercò di sanare il conflitto della sua Firenze e si recò presso il papa per farlo. I guelfi
bianchi furono sconfitti e Dante, che ne faceva parte, venne esiliato. Proprio la condizione
di esilio, vissuto da Dante in modo drammatico, diventa spunto di riflessioni per le
generazioni future. Morì a Ravenna nel 1321. Le riflessioni di Dante vertono su:

- Imperium;
- Regnum (civitas);
- Principatum.

Dante riflette sulla civitas, sulla situazione travagliata della sua Firenze, lacerata dal
conflitto tra guelfi e ghibellini. A Firenze c’erano guelfi bianchi (sostenitori della famiglia
Cerchi; moderati e sostenitori dell’autonomia di Firenze) e guelfi neri (sostenitori della
famiglia Donati; radicali e disposti a cedere l’autonomia comunale all’ingerenza papale.

La sua produzione politica riflette tali riflessioni sulla situazione storico-politica del suo
tempo:

- Paradiso – Impero e Giustiniano;


- Purgatorio – Italia, definita una donna che si prostituisce allo straniero;
- Inferno – litigiosità di Firenze.

Nel VI canto dell’Inferno Dante incontra Ciacco. Dante descrive la situazione politica
di Firenze e Ciacco gli predice il suo esilio e la cacciata dei neri e il ritorno del papa.

Nel VI canto del Purgatorio Dante incontra Sordello da Mantova, illustre poeta provenzale.

L’Italia non è più signora di province ma luogo di vizi e prostituta, serva di


innumerevoli tiranni. Alberto I d’Austria ha abbandonato l’Italia causando numerosi
contrasti al suo interno.

Vi è anche un attacco alla Chiesa, inutilmente Giustiniano ha cercato di ordinare le leggi


civili (corpus iuris civili), dal momento che non c’è più un imperatore che faccia rispettare le
leggi. La Chiesa ha usurpato funzioni temporali proprie del potere imperiale.

Nel VI canto del Paradiso Dante incontra Giustiniano e ricorda la sua maestosa opera di
codificazione delle leggi. L’impero viene considerato come mediatore tra le entità
politiche inferiore. Giustiniano è il simbolo dell’autorità che interviene con le leggi a
conservare la comunità degli uomini.
Dante riprende la teoria di papa Gelasio (Teoria delle due spade) sostenendo il ruolo
fondamentale dell’impero che deve tenere la podestà di diritto sul potere temporale e in
grado di realizzare la pace nel principatum.
Quest’idea nasce dalla necessità di distaccarsi da un luogo comune. Nella “Genesi” Stato e
Chiesa erano rappresentati rispettivamente dalla luna (che vive di luce riflessa) e dal sole.
Dante sviluppa la “Teoria dei due soli”, considerando i due poteri assolutamente separati.

“La monarchia” è suddivisa in tre libri, ognuno dei quali presenta una questiones
(metodologia medievale della scolastica):

1. Questione filosofica – la monarchia è in grado di pacificare?;


2. Questione storica – esalta il ruolo di Roma, poiché il popolo romano è stato il più nobile
e si è meritato la sede dell’impero. Se ha capeggiato e si è imposta sugli altri popoli, ciò
è un segno provvidenziale. Dio ha scelto l’impero romano per far nascere Cristo ed egli
è stato giustiziato con le leggi romane;
3. Questione politica – la monarchia è priva di libido dominandi. Dante si pone il
problema dell’autorità dell’imperatore, essa non deriva dal papa ma da Dio.

Marsilio da Padova
Marsilio da Padova è un medico, teologo e pensatore politico influenzato dalle teorie
averroiste. Egli interviene a favore dell’impero nella polemica con il papato scrivendo il
trattato “Defensor pacis” dove auspica la piena indipendenza del potere politico dalla Chiesa.
L’opera “Defensor minor” anticipa la riforma protestante luterana.

Per Marsilio fede e ragione sono inconciliabili. Quella di Marsilio è una costruzione laica dello
Stato, in cui il popolo è sovrano. L’imperatore ha il suo potere grazie alla concessione del
popolo e non per traslazione. Secondo Marsilio la Chiesa ha il compito d amministrare
l’eucarestia, ma non la confessione o la scomunica. Egli ritiene che la Chiesa sia soltanto
una comunione dei cristiani, il cui unico capo è Dio. Sulla base di questa visione egli
contesta il potere temporale del papato.

Marsilio partecipa al dibattito sulla sovranità popolare dei giuristi medievali, i quali
elaborano una prima teoria sulla sovranità popolare. La loro riflessione nasce dal commento
all’opera “Il Digesto”, una parte del corpus iuris civilis: il diritto creato dal popolo ha un
implicita superiorità rispetto al diritto creato dall’imperatore.

Traslazione (traslatio): il popolo ha trasmesso tutta la propria originaria autorità


all’imperatore, il quale diventa esecutore e titolare della sovranità popolare; è un
passaggio irrevocabile.

Concessione (concessio): il potere che deriva dal popolo è soltanto concesso; può essere ritirato.
L’imperatore ha l’esercizio della sovranità, ma non l’autorità.

Marsilio si pone a sostegno della concessio, teorizza nella costruzione dello Stato la
centralità del popolo e l’elettività del governo. Per definire un buon governo bisogna
verificare se esso realizz il bene comune; occorre che esprima ampliamente il consenso del
popolo, che si manifesta nel momento in cui viene eletto dal popolo.

Marsilio contesta l’indissolubilità del matrimonio, che deve essere considerato un


contratto civile. Se una delle due parti viene meno, il contratto scinde.

Il “Defensor pacis” è strutturato in tre discorsi con lunghezza diversa:


- Origine dello Stato – non attinge ad una spiegazione religiosa, ma si avvale di una
spiegazione razionale. Lo Stato è un’aggregazione naturale, la differenza fra una
forma retta ed una degenerata è la capacità di perseguire il bene comune e di
anteporre gli interessi della collettività (influenza aristotelica). Esalta la forma
monarchica derivante da elezioni.

Marsilio rompe con la visione precedente di Tommaso d’Aquino.

Egli inoltre non riconosce lo status giuridico; secondo Marsilio il diritto può essere definito
tale soltanto se si identifica con un precetto coattivo legato ad una punizione o ad una
ricompensa da attribuire in questa terra. La legge naturale non è un precetto coattivo,
poiché non prevede punizioni in questa terra, ma nella vita ultraterrena. L’universalità
dei cittadini è chiamata a compiere le funzioni del legislatore o la sua parte più valente.
Questa interpretazione di “valentior” ha un duplice significato: qualitativo e quantitativo.

L’idea marsiliana può essere interpretata come espressione di una forma mista,
poiché distingue:

- Pars principans che governa ed è quella a cui spetta il potere;


- Universitas civium come espressione della componente democratica che ha il
compito di votare la legge;
- erudentes hanno il compito di redigere una legge che deve essere approvata dal popolo.

Nel “Defensor minor” vi è una dura critica alla Chiesa. L’unico ministro di Dio è il principe, a
cui spetta la convocazione di sinodi. La Chiesa non dovrebbe avere un potere temporale e
riduce il compito del clero al ruolo spirituale. Il ruolo del papa è solo consultivo a capo di un
concilio il cui compito è quello di spiegare e interpretare passi delle scritture più complessi. Il
concilio può essere convocato solo dall’autorità universale dell’imperatore.

Marsilio fu scomunicato.

Umanesimo e Rinascimento
Gli umanisti italiani sono sostanzialmente nazionalisti. Pongono un confronto fra
italiani, appartenenti alla penisola, e barbari, esterni ad essa.

Petrarca afferma “Fuori i barbari, son gli stranieri”. Sulla stessa scia si colloca papa Giulio II,
il quale sconvolge Erasmo da Rotterdam che, giunto a Bologna, lo vede armato.

Tra i più importanti umanisti:

- Savonarola, ancora legato a retaggi medievali;


- Tommaso Moro, cancelliere di Enrico VIII;
- Erasmo da Rotterdam, precettore di Carlo V;
- Niccolò Machiavelli, che si pone agli antipodi del pensiero di Moro, Erasmo e
dell’evangelismo politico;
- Leon Battista Alberti, che scrisse “I libri della famiglia”, in cui rintraccia le cause
delle discordie civili come causa della disgregazione dello Stato; i regimi monarchici o
repubblicani possono rafforzare lo Stato;
- Monsignor De Las Casas scrive “Il Galateo”;
- Baldassarre Castiglione scrive “Il cortigiano”.

Con l’Umanesimo siamo in un contesto culturale considerato di rinascita rispetto


all’oscurantismo del Medioevo. Tra il XV e il XVI secolo vi è una copiosa
produzione letteraria.
Il termine “Umanesimo” deriva da “studiorum umanitatis” che ha insita l’idea della
dignità dell’uomo. L’uomo manifesta questa dignità operando delle scelte, attraverso cui
esprime la propria personalità. Humanae litterae si contrappongono alle divinae litterae
dell’epoca medievale. Viene riproposto lo studio di Platone poiché il suo idealismo ben si
presta ai valori di quest’epoca; si studiano il greco e il latino. I principi mecenati
coinvolgono intellettuali, poeti e artisti commissionando opere artistiche o compiti politici.

Marsilio Ficino definisce l’uomo “La coppa del mondo”, l’intermediario tra cielo e terra.

In questo clima vi è un distacco dalla cristianità, si crea una sorta d’indipendenza.

Fra i primissimi umanisti nel 1300 vi è Petrarca. Il dibattito politico si concentra


sulla crisi dell’universalità della Chiesa e dell’Impero. A Firenze, Savonarola svolge le
sue predicazioni, dopo la sua morte Machiavelli comincia proprio lì la sua attività
politica. Savonarola infatti non avrebbe acconsentito alla sua partecipazione poiché
con ideali molto diversi dai suoi. Firenze diventa il modello delle libertà repubblicane.

In questo periodo vengono riscoperti Livio (anche nell’opera machiavelliana “Discorsi


sulla prima decade di Tito Livio”), Tacito, Cicerone e Tucidide.

L’autore Burdach, che ha scritto “Dal Medioevo alla riforma”, si fa sostenitore della
continuità tra Rinascimento e Medioevo. Darà impulso alle nuove interpretazioni
della scuola francese sulla continuità.

Savonarola
Savonarola è un domenicano, la cui formazione è fortemente influenzata dal pensiero di
Tommaso D’Aquino (distinzione tra i tiranni) e soprattutto dalla Teoria dei climi
aristotelica, che lo porta ad esaltare la monarchia. Nasce a Ferrara ma si trasferisce a
Firenze, nella quale le sue predicazioni diverranno famose. Le sue prediche sono rivolte
al signore e al papa del tempo. Savonarola influenzerà le istituzioni fiorentine. Nel 1498
viene condannato a morte ed arso vivo.

Savonarola vede per la città di Firenze un nuovo tipo di governo: il “Reggimento civile”.

Il popolo ha un ruolo rilevante, perciò il” Principio di rappresentanza” è fondamentale.


Savonarola sottolinea il dovere etico del rappresentante, che deve partecipare alla
vita assembleare (consiglio maggiore).

Savonarola esalta anche la repubblica veneziana, non idonea però per Firenze secondo
la teoria dei climi.

Su questo filone si collocano altre due figure importanti dell’Umanesimo: Thomas More ed
Erasmo da Rotterdam.

Erasmo da Rotterdam
Erasmo è importante perché con lui è nata la satira politica: “Il lamento della pace” e
“Elogio della pazzia”. Nelle sue opere scrive utilizzando la prima persona,
personificando appunto la pace e la pazzia.

Quello di Erasmo è stato considerato un evangelismo politico, ovvero egli sollecitava


gli uomini del suo tempo ad essere coerenti con i loro principi religiosi.

La pace non trova accoglienza tra le corti del suo tempo né in quei luoghi che
dovrebbero naturalmente accoglierla, come la Chiesa.
Dopo la morte di Giulio II comincia a circolare un’opera anonima, “Iulius exclusus”, in
cui in maniera ironica l’autore descrive Giulio II davanti S. Pietro che rifiuta di farlo
entrare in Paradiso perché indegno allora Giulio minaccia di entrare con il suo esercito.
Erasmo non la riconobbe mai come una sua opera, ma gli studiosi la attribuiscono a lui.

“L’elogio della pazzia” è narrata dalla pazzia. La quotidianità può essere espressione
delle piccole pazzie che possono dare un esito più stabile rispetto ad un’organizzazione
razionale. A queste spetta il compito di contrastare la grande follia, rappresentata dalla
guerra, laddove c’è la guerra non può esserci benessere per gli individui. La comunità ne
risente perché i più giovani ed energici sono impegnati sul fronte.

Erasmo è l’anticipatore della riforma luterana. Egli condanna la pratica delle indulgenze
e le pratiche di superstizione. Erasmo, pur condividendo le tesi luterane, se ne distacca
perché comprende gli esiti drammatici di quell’atto.

Erasmo scrive il “De libero arbitrio” dove afferma che è grazie al potere della volontà
umana che l’uomo può applicarsi a tutto ciò che lo conduce all’eterna salvezza. E’
difficile metterlo in atto per via dell’abitudine al peccato.

Thomas More
Thomas More è stato un’umanista, scrittore e politico inglese. Nel corso del tempo si
guadagna fama a livello internazionale come autore umanista e riveste numerose
cariche pubbliche, come quella di Lord Cancelliere di Enrico VIII. Da cattolico rifiuta
l’Atto di supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e di disconoscere il potere papale.

1535: More condannato a morte da Enrico VIII.

1935: More diventa santo. Dal 2000 è considerato protettore degli uomini politici.

Moro pagherà con la sua vita l’opposizione all’imperatore per restare fedele ai suoi
principi etici, morali e politici.

More conia il termine “Utopia”, con cui si riferisce ad un’isola immaginaria abitata da
una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua omonima opera.

“L’Utopia” è una polemica e una contestazione dell’Europa del tempo. Alcuni


sostengono che sia un’alternativa ideale ad essa, altri la considerano una satira
sferzante non solo all’Europa ma anche alla politica inglese a lui contemporanea.

Il modello a cui attinge More è la descrizione platonica de “La Repubblica”, anche se


lo scopo è diverso: quella di More è una descrizione ideale con cui tenta di
ridicolizzare i costumi, i valori della cultura europea del tempo.

“L’Utopia” è divisa in due libri:

1. Città Reale, in cui vi è la descrizione polemica della situazione politico-


economica dell’Inghilterra del tempo;
2. Città Perfetta, in cui vi è la descrizione dell’isola fantastica di Utopia.

Quest’opera esprime il sogno rinascimentale di una società pacifica dove è la cultura a


dominare e a regolare la vita degli uomini; tuttavia More mette in risalto l’impossibilità
di tradurlo concretamente (utopia=nessun luogo).
More è consapevole del fatto che una nuova parola, creata con l’uso erudito e raffinato delle
lingue classiche, è difficilmente comprensibile ai più, perciò l’opera è rivolta a pochi
umanisti del suo tempo.

La prima parte contiene una polemica violentissima contro gli ordinamenti politici inglesi, in
particolare viene condannata la pratica di sanzionare il furto con la morte. La pena viene
ritenuta ingiusta, inefficace e sproporzionata alla gravità del reato. Secondo Itlodeo,
protagonista che dialoga ad Anversa con Peter Gilles, i reati di furto, vagabondaggio ed
omicidio scaturiscono dall’enclosures che cacciano i contadini dalle terree li riducono alla
miseria. La soluzione consiste nell’ordinamento economico della comunione dei beni. La
seconda parte contiene la descrizione dell’isola, essa comprende 54 città. La forma di governo è
“Mista elettiva” poiché è più efficiente e duratura.

La famiglia è il nucleo centrale di Utopia:

- Ogni gruppo di trenta famiglie elegge i filarchi (magistrati). Componente democratica;


- Ogni dieci filarchi viene eletto a capo un protofilarco. Componente aristocratica;
- I filarchi designano un magistrato a vita con il nome di “Ademo”.
Componente monarchica.

Gli utopiani si distinguono per le poche leggi, quante ne bastano ad un popolo erudito.
L’Europa si considera la culla della civiltà con migliaia di leggi, ma è una grave ingiustizia
vincolare i cittadini con troppe leggi.

Nell’opera si afferma il “Principio di tolleranza religiosa” ma non per l’ateismo. L’ateismo


da More è considerato l’espressione di una ragione malata, è una malattia sociale.

Gli utopiani lavorano sei ore al giorno e, piuttosto che subire la pena di morte per furto, i rei
erano costretti alla schiavitù, considerata più utile.

Un tema trattato è quello dell’indissolubilità del matrimonio, essi durano fino alla morte,
salvo in caso di adulterio o incompatibilità. Chi ha subito adulterio ha la possibilità di sposarsi
nuovamente, i colpevoli invece sono costretti alla schiavitù mentre i più recidivi vengono
condannati a morte.

Altro tema è quello dell’eutanasia, se la malattia è incurabile, in una situazione di dolore e di


grande sofferenza è giusta la morte. Il suicidio invece è categoricamente rifiutato perché è la
cessazione di uno stato di benessere. Per quanto riguarda la guerra, è contemplata in caso di
offesa, per difendersi o aiutare un popolo aggredito.

Gli utopiani disprezzano l’oro e l’argento esaltando l’acqua e il ferro come strumenti utili
nella vita quotidiana.

Lo stato moderno
Per Stato si intende quella forma storicamente determinata di organizzazione del potere o
delle strutture delle autorità, contrassegnata dal fatto che ogni istanza detiene il monopolio
legittimo della costrizione fisica.

Lo Stato moderno nasce nell’Europa continentale agli inizi dell’età moderna, tra il XV e il XVI
secolo.

I tre grandi eventi che inaugurarono la modernità sono:

- La caduta di Costantinopoli e la fine dell’Impero Romano d’Oriente (1453);


- La scoperta dell’America (1492);
- La riforma protestante di Lutero (1517).

L’età moderna è un punto di rottura con il Medioevo e con quell’assetto politico che ha
caratterizzato quel periodo storico. Nonostante la presenza del Sacro Romano Impero,
la realtà politica del tempo era frastagliata con livelli di governo multipli e sovrapposti.
L’imperatore si affidava a vassalli, che prestavano giuramento e facevano capo al re,
in cambio di un complesso scambio di benefici e protezioni. Il potere politico appare
così frammentato e non centralizzato con un’organizzazione verticale.

Si impone così una nuova visione del potere politico che ha comportato una serie di
mutamenti istituzionali della struttura politica dell’Europa. Le principali caratteristiche
dello stato moderno sono:

- Il monopolio della forza, ovvero la capacità di esercitare coercizione legittima sui


cittadini in un determinato territorio. Il diritto incomincia a regolare i rapporti sia
a livello pubblico che privato; lo Stato dunque impone il diritto, il rispetto della
legge, l’amministrazione della giustizia;
- Il concetto di sovranità, concetto introdotto da Jean Bodin, è il cardine su cui poggia
la struttura dello Stato. Era già emersa durante il Medioevo come sommo potere che
non riconosce nessun potere superiore. La sovranità all’interno dello Stato si
manifesta nella capacità di evitare la guerra di ciascuno contro tutti. Lo Stato
garantisce la convivenza pacifica tra i suoi cittadini. Lo Stato non accetta interferenze
da parte di altri Stati e poteri;
- L’accentramento del potere rispetto all’organizzazione verticale dell’assetto politico
medievale. Adesso il potere è detenuto da un’unica autorità politica che governa in un
determinato territorio. Alla frammentazione dell’organizzazione politica medievale segue
un’unificazione e una centralizzazione del potere politico. “Stato-macchina”

Niccolò Machiavelli
La genesi e lo sviluppo dello Stato moderno procedono parallelamente ad un’intensa
riflessione teorica, il cui massimo interprete è Niccolò Machiavelli. Machiavelli segna il
passaggio all’età moderna e ad una nuova visone politica di Stato moderno. Viene
abbandonata la visione medievale caratterizzata dal progetto agostiniano delle “due
città” e dal problema continuamente riproposto riguardo il rapporto fra potere politico e
potere religioso.

L’attenzione degli scrittori politici adesso è rivolta ai temi principali della modernità:

- L’origine e il fondamento della sovranità:


- Relazione fra diritto naturale e diritto positivo;
- Problema della pace e della guerra;
- Problema della convivenza fra Stati sovrani.

Machiavelli è un autore di grande attualità, poiché prima di allora nessuno aveva mai
realizzato un’opera come “Il principe”, in cui analizza in modo organico e schietto il
rapporto fra morale e politica, privandolo di ogni riferimento religioso.

Machiavelli afferma l’autonomia della politica dalla morale. L’azione politica non dipende
dalla morale, ma è la morale del Principe a dipendere dal successo della sua azione politica.

La virtù politica sta nel conquistare, estendere e mantenere i propri possedimenti; spesso
per raggiungere questi fini è necessario ricorrere al male, che viene accettato. Avere un
comportamento retto non è certo escluso, ma è necessario che il governante sappia essere
spregiudicato e violento se richiesto dalla situazione in cui si trova. Rettitudine e disonestà
devono essere dosate e diventano “situazionali”. Nel corso del tempo è stato definito come il
primo vero scienziato della politica, il padre nobile dell’unità d’Italia; egli è il primo pensatore
che vide gli inizi della modernità politica e colse, nella figura del Principe, la figura cruciale
di quella forma di ordine politico. Nei primi del 1500 emergono e si affermano le monarchie
assolute in Europa. In Spagna, dopo il matrimonio di Isabella di Castiglia e Ferdinando
d’Aragona che ha unito le due corone, Carlo V rende ancor più unitario il regno spagnolo. In
Inghilterra il regno di Enrico VII inaugura il periodo dell’assolutismo della dinastia Tudor. In
Francia dalla seconda metà del 1400 vi è un forte accentramento politico della monarchia
assoluta. L’area germanica e italiana sono le due eccezioni.

Nel 1498, alla morte di Savonarola, Machiavelli inizia la sua carriera politica diventando
segretario della Cancelleria di Firenze. Quando Savonarola decade viene restaurata la
repubblica a Firenze, ovvero una sorta di oligarchia delle famiglie più abbienti che
trasformano la carica di gonfaloniere a vita eleggendo Pier Soderini. Machiavelli si lega molto
a Soderini diventando il suo uomo di fiducia e segretario di ambasciata. Nel 1512 la
repubblica fiorentina cade e viene ripristinata la signoria dei Medici. Machiavelli perde la sua
carica dopo una presunta congiura antimedicea alla quale è accusato di aver partecipato. Egli
viene dunque arrestato e fatto prigioniero per diversi mesi e liberato nel 1513 grazie ad
un’amnestia di papa Leone X (mediceo).

Tuttavia non può occuparsi di politica e viene esiliato presso San Casciano dove scriverà le
sue maggiori opere. Si dedica allo studio di classici greci e romani. Una lettera molto nota è
“Lettera al Vettori” (1513) nella quale descrive la vita del primo periodo di esilio. Se durante
la giornata si dedicava al lavoro manuale e al gioco d’azzardo, alla sera si dedicava ai classici.
Bisogna trarre insegnamento dagli antichi perché la scienza politica è costruita intorno
all’uomo e questo soggetto non muta.
Fra il 1512-18 scrive i “Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio” dove emerge l’influenza dei
classici e dello stoicismo di Polibio. Qui riprende intere pagine dell’opera polibiana senza
specificare l’appartenenza di quella riflessione. Il tema dominante è quella della “Repubblica”,
utile per occuparsi di quella fiorentina; spesso le forme di governo sono solo etichette dietro le
quali si celano valori e caratteristiche non compatibili con quel tipo di forma politica. Infatti
Machiavelli vede nella repubblica fiorentina solo conflitti d’interesse tra gli uomini politici.
L’opera polibiana esalta la res pubblica romana, una forma mista in grado di dare maggiore
stabilità. Da Polibio riprende anche la concezione pessimistica della storia, l’idea di una
mancanza di progresso e di un perenne ritorno. Inoltre dallo studio dei classici prendono spunto le
sue posizioni profondamente laiche, quasi una sorta di rifiuto della religione cristiana. Espone la
sua critica affermando che la religione cristiana ha portato alla debolezza e all’ozio, sostituendoli
alla virtù e alla grandezza. Machiavelli riprende la struttura ciclica delle forme di governo
usando, al posto di “aristocrazia”, il termine “governo degli ottimati” e, al posto di oclocrazia, il
“governo dei licenziosi”, monarchia diventa principato.

Machiavelli esaltando la res publica romana distingue tra tirannide e dictatur, il magistrato
eccezionale chiamato in occasione di gravi disordini per porvi fine. Machiavelli, in seguito
alla ripresa del potere dei Medici, lascia incompleta quest’opera scrivendo di getto il “De
Principatibus”. L’autore vede nell’ascesa al potere dei Medici la possibilità di far diventare
l’Italia uno Stato forte e potente, come la Francia e la Spagna. Quest’occasione in passato è
mancata all’Italia per colpa della Chiesa, che non è stata tanto forte da essere l’artefice della
liberazione del territorio nazionale, né tanto debole da permettere a qualcun altro di
occuparsene. Adesso vi è una grande opportunità poiché sia a Firenze che a Roma vi sono
esponenti della famiglia medicea; se essi scegliessero di rendersi artefici di questa liberazione,
troverebbero l’appoggio della Chiesa.

Secondo Machiavelli la politica è la capacità di un uomo o un gruppo di conquistare e


mantenere il potere, ovvero il controllo dello Stato. Egli per la prima volta volgarizza il
termine riferendosi ad un organismo fornito dalla capacità di esercitare il monopolio della
forza. Nella sua idea di Stato emerge il suo pessimismo antropologico che lo spinge a scrivere
che gli uomini dimenticano prima la morte del padre delle questioni dell’eredità. Machiavelli
coglie nell’uomo la malvagità che lo porta a dare dei consigli al Principe: egli non può essere
leale perché non conviene affidarsi alla lealtà altrui. Gli uomini sono ingrati e malvagi e non
hanno molto rispetto a offendere chi si fa amare, rispetto a chi si fa temere. Il timore infatti
si basa su una paura di pena che non ti abbandona mai. L’uomo di successo è coraggioso e sa
destreggiarsi e farsi avanti.

Le azioni dell’uomo sono dominate sia dalla capacità che dalla fortuna che non sempre è
considerata positiva. La fortuna è come un fiume in piena che straripando inonda le terre
vicine quando in tempo di quiete l’uomo non ha provveduto nella costruzione di argini.

Pretendere di farlo quando le acque sono ingrossate è irrazionale e irragionevole. Se l’uomo


non contrasta l’imponderato, l’azione prevaricante della fortuna si impone su di esso. La
capacità di colui che governa è di non affidarsi ciecamente alla fortuna; egli deve prevedere le
azioni, anticipare la situazione e porre rimedio. Machiavelli apprezza coloro che hanno
questa capacità, disprezza i mediocri che non sono capaci.

Inoltre la identifica come una donna che va battuta e sottomessa.

Il Principe è spregiudicatezza, audacia e lo identifica con la figura di Cesare Borgia, figlio di


papa Alessandro VI, duca del Valentinois. Il Valentino ha dovuto fronteggiare la sfortuna,
poiché nel momento di massima espansione territoriale la morte del padre ne causa la rovina.
Gli uomini sono avidi e dunque lo Stato deve arginare la natura umana che esprime un
profondo pessimismo. “Tutti gli Stati che hanno governato sui popoli o sono repubbliche o sono
principati”. Così esordisce nel “De Principatibus”.

Il suo obiettivo è quello di consolidare, riformare e pensare alla sua grandezza. Nel suo
trattato emerge la sua anima repubblicana. Machiavelli educando il principe dona anche
un insegnamento ai popoli.

La religione è considerata un “instrumentum regni”, un potente strumento nelle mani del


principe poiché il popolo vedrà di buon occhio questa devozione, vera o falsa che sia,
traducendosi così in un potente strumento politico. Ciò non significa non riconoscere la sua
importanza, ciò che porta a detestare la Chiesa è il comportamento del clero corrotto e la
sua influenza sulla divisione dell’Italia.

Nella prima parte Machiavelli distingue:

- Il principato ereditario, che si eredita per discendenza, solo un inetto può perderlo ed è
molto umiliante;
- Il principato misto, che è un principato ereditario e dato anche da nuove conquiste,
si basa sul principio della conservazione e dell’innovazione;
- Il principato nuovo, in cui il principe diventa tale grazie alla fortuna, alla virtù e alla
scelleratezza. Vi sono due tipi di scelleratezza: il primo esempio (positivo) è di
Agatocle di Siracusa, il quale ha usato la violenza per prendere il potere ma non
perseverando è riuscito a mantenerlo; il secondo esempio (negativo) è Oliverotto da
Fermo, il quale ha perseverato con la violenza;
- Il principato civile, viene costruito dai cittadini con il consenso dell’aristocrazia o del
popolo;
- Il principato ecclesiastico, coincide con i territori della Chiesa, in cui la religione è
uno strumento di coesione per placare il popolo. E’ dunque semplice da mantenere,
ma è difficile conquistarlo e si ottiene per virtù o per fortuna.

La sua attenzione si concentra sul principe nuovo, poiché è colui che crea un’organizzazione
politica ed è il capo perfetto. Il principe è colui che riesce a rappresentare lo Stato e incarna i
desideri della società, utilizzando i sudditi come strumento della sua volontà. La virtù non è
legata alla religione, ma si traduce nella capacità di contrapporsi agli eventi e dominarli.
Cesare Borgia è riuscito a dominarli, ma la fortuna ha avuto il sopravvento. La virtù risiede
nella capacità di essere duttile, ora leone ora volpe, in base alle circostanze e nel saper
cogliere l’occasione, la fortuna o prevederla per dominare gli eventi.

Il consenso si afferma con la forza, mentre con la parola via via si perde. A tal proposito
distingue il profeta disarmato, Savonarola, destinato al fallimento, dal profeta armato
come Mosè. Il principe deve essere audace e impetuoso, piuttosto che rispettoso, astuto
come una volpe e forte come un leone.

È giustificabile un delitto politico, purché il principe non lo commetta in prima persona ma lo


commissioni a dei suoi funzionari.

Rispetto alla repubblica fiorentina, Machiavelli esalta la res publica romana poiché era
perfetta, armonicamente consolidata e vedeva la partecipazione di molte classi sociali. La
repubblica fiorentina escludeva molte classi e Pier Soderini era l’emblema dell’inetto
politico poiché aveva trasformato la carica di gonfaloniere a vita.

Nella seconda parte del “De principatibus” egli analizza il problema delle milizie. Ne
classifica tre tipi:

- Milizia mercenaria, è considerata inaffidabile, si vende al miglior offerente


passando da uno schieramento all’altro. Il principe deve evitare di utilizzarla;
- Milizia ausiliare, va in aiuto del principe che, non avendo un esercito, chiede aiuto ad
uno Stato potente. Questa milizia facilmente può portare alla rovina perché in caso di
vittoria non si accontenterebbe del bottino di guerra;
- Milizia propria, è composta da sudditi e cittadini che combattono per lo
spirito patriottico.

Nella terza parte del “De principatibus” è presente la precettistica machiavelliana, in cui dà
consigli e suggerimenti sul modo di governare o su esempi da evitare. In questa parte emerge
il suo realismo politico, la verità effettiva. Egli delinea le qualità umane e politiche che il
principe deve avere. Emerge anche il suo pessimismo antropologico: la massa è fatta da
uomini malvagi e ingrati che possono danneggiare lo Stato. Il principe deve essere clemente
e mai troppo crudele, ma non deve abusare della sua clemenza.

Il principe prima o poi riceverà l’etichetta di crudele. La crudeltà va usata se necessario e


deve incutere un certo timore, senza mai sfociare nell’odio. Dunque meglio essere temuto che
amato, perché gli uomini non riconosceranno mai un comportamento lodevole. In caso di
necessità il principe non troverà nessuno disposto ad aiutarlo. Il principe non deve abusare o
toccare il patrimonio del popolo, in quanto tale azione può ritorcersi contro. Dunque meglio
non abusarne, ma essere dispendioso con i bottini di guerra.

Il principe deve allearsi con i confinanti più deboli, piuttosto che con quelli più forti,
per stringere rapporti più saldi senza avere il timore di essere attaccato.
Nella quarta parte del “De principatibus” Machiavelli esorta il principe a prendere le armi
e liberare l’Italia dal dominio straniero nell’esortatio finale.

Jean Bodin (1529-96)


Jean Bodin, giurista e deputato agli Stati generali del 1576 è il vero inventore dell’dea stessa di
sovranità, concetto centrale nella costruzione statuale moderna. Egli sostiene la libertà di culto,
ma con le sue teorie favorisce la persecuzione della stregoneria. Egli è stato anche un economista e
in un’opera spiega il rincaro dei prezzi, dunque ripristina il binomio economia-politica. Inoltre
cerca di limitare il potere del sovrano, in quanto ha dei limiti umani rispetto a
Dio. La caratteristica della sovranità è l’assolutezza. La sovranità è il cuore della concezione
bodiniana, essa è necessaria e indispensabile per l’unione di più famiglie.

Le sue opere più importanti sono:

- Methodus ad facilem historiarum cognitionem;


- Sei libri dello Stato.

Bodin aderisce al partito dei politici che si contrappone al partito dei monarcomachi. Il loro
compito è quello di rafforzare il potere e non di limitarlo, contrariamente al partito dei
monarcomachi, che altro non è che il partito calvinista, che sollecita una limitazione del
potere affinché una fede religiosa possa avere maggior raggio d’azione. I monarcomachi si
fanno sostenitori di una resistenza attiva e di un’alleanza in primo luogo tra Dio e il popolo,
che diventa il difensore di Dio, e in secondo luogo un’alleanza tra il re e il popolo, che si fa
difensore della legge di Dio.

Bodin distingue la forma di governo e la forma di Stato, ovvero l’esercizio e la titolarità


della sovranità. La corruzione dello Stato si verifica a causa della sua forma di governo.

La notte fra il 24 e il 25 agosto 1572 segna un punto di svolta nelle lotte di religione in
Francia. L’episodio del massacro tra cristiani e ugonotti segna profondamente le opere
bodiniane. Queste tensioni spingono Bodin ad affermare che se lo Stato ha intenzione di
rafforzarsi, deve estraniarsi dalle dispute religiose, che non deve essere considerato come una
tolleranza religiosa. Il monarca si staglia al di sopra del conflitto tra cattolici e ugonotti, quale
espressione istituzionale d’imparzialità tutelando la libertà religiosa. Così facendo si
otterranno dei risvolti positivi riguardo la centralità dello Stato e del rafforzamento del
potere. Si tratta di una posizione divergente rispetto all’idea della religione come
instrumentum regni machiavelliana.

Secondo Bodin lo Stato è il governo giusto che si esercita con potere sovrano su diverse
famiglie e su tutto ciò che esse hanno in comune. Il governo quindi deve essere
amministrato secondo giustizia. La famiglia, la sovranità e i beni comuni sono gli elementi
costitutivi dello Stato. La proprietà privata diventa il cardine dello Stato.

La sovranità risiede nel trono e nella corona, ma non nella figura del monarca. Diventa
dunque una funzione imperscrittibile, perenne e immutabile. Il potere supremo di un singolo o
di un’assemblea mantiene la pienezza della sovranità; un governo misto lederebbe la
compattezza della sovranità che è indivisibile, inalienabile. Il sovrano può delegare e
conferire, in modo revocabile, il potere a terzi. La sovranità ha una funzione giuridica, che ha
il potere di dare movimento al corpo politico. Il potere sovrano non ha limitazioni. Nell’opera “I
sei libri dello Stato” Bodin accusa Machiavelli di aver fondato lo Stato sull’empietà e
l’ingiustizia, piuttosto che sulla giustizia e sulla religione.
La sovranità è la facoltà di dare, annullare, interpretare e modificare la legge; sovrano è
colui che detiene il potere legislativo, che fa le leggi.

Bodin definisce la legge come “Il comando di colui che ha il pieno potere sugli altri senza
eccezione per alcuno, sia collettivamente che singolarmente, restandone eccettuato solo colui che
comanda”. Il sovrano è ab solutus, sciolto da ogni comando che ha come unico limite Dio.

Nell’organizzazione dello Stato esclude qualunque ipotesi di collettivismo e comunismo, a


parte ciò viene ripreso il pensiero platonico. La sovranità si palesa nella deliberazione
della guerra, nella stipula dei trattati di pace. Senza sovranità non si può parlare di Stato.

La sovranità è perpetua, assoluta, indivisibile e inalienabile. L’indivisibilità della


sovranità mette in crisi un principio cardine dei pensatori passati: la mescolanza delle
forme rette garantisce una maggiore stabilità, la sovranità non può essere suddivisa in
soggetti eterogenei. E’ perpetua perché la sovranità non muore con chi la detiene, non ha
limiti temporali. L’assolutezza è la caratteristica più importante della sovranità.

Le forme di stato hanno la titolarità della sovranità, mentre le forme di governo sono
l’esercizio della sovranità. Le forme di governo sono nove, frutto delle diverse combinazioni tra
le forme di Stato. La forma di stato non è soggetta alla corruzione.

Sono presenti diversi tipi di giustizia:

- Giustizia geometrica;
- Giustizia aritmetica;
- Giustizia armonica.

Nel “Methodus” Bodin riprende la teoria dei climi di Aristotele. La migliore latitudine si
presta a presentare la monarchia regia, la migliore tra le forme di governo in cui il sovrano è
assoluto ma è limitato dal potere di Dio.

Le latitudini nordiche sono caratterizzate da uomini forti e per governarli è necessaria la


forza. Le latitudini meridionali sono uomini portati alle attività speculative, intellettuali e per
governarli è necessaria la religione. Nella latitudine centrale gli uomini sono meno forti
rispetto a quelli delle latitudini nordiche e meno intelligenti di quelli delle latitudini
meridionali; essi si governano con la ragione e la giustizia perché mescolano le due attitudini.
Essi sono inclini alla monarchia regia.
Bodin non le considera indicazioni meccanicistiche, ma afferma che applicando una forma di
governo che non rispecchia i caratteri peculiari del territorio non si ottiene un ottimo risultato. La
monarchia regia è la migliore perché la giustizia si esplica nella sua forma armonica.
All’interno di essa vi è la mescolanza della giustizia aritmetica e geometrica.

Nei “Sei libri dello stato” Bodin distingue:

- Tiranno usurpatore che può essere ucciso e non ha legittimità nel governare;
- Tiranno in esercizio che ha preso legittimamente ma in seguito ne ha abusato. Egli
è titolare della sovranità e non può essere ucciso. Resistenza passiva;
- Tiranno in esercizio limitato, emerge da una divisione di forma di stato e di
governo; può essere giustiziato.

Davanti al potere delle donne esprime un’idea retrograda. Secondo Bodin uno Stato non
può essere guidato da una donna.
La guerra può avere dei risvolti positivi se lo Stato è impegnato in battaglie e non
nasceranno guerre civili interne. La guerra è inevitabile perché, sebbene l’uomo è un essere
razionale, spesso esprime la sua bestialità. Le guerre difensive e di sostegno a uno Stato
tirannico sono legittime. Il cittadino onesto è colui che davanti la richiesta del sovrano,
dichiarerà i propri redditi. Il sovrano non può controllare i beni privati, ma può intervenire
attraverso la tassazione e l’imposizione fiscale.

Thomas Hobbes (1588-1679)


Nel XVII secolo in Inghilterra ci furono le due rivoluzioni. Hobbes vive pienamente la
prima rivoluzione, tuttavia se ne distacca trasferendosi in Francia.

1603: muore Elisabetta e sale al potere la dinastia Stuart con Giacomo I. La monarchia degli
Stuart si dichiara “Monarchia assoluta” facendola derivare dal diritto divino.

1620: iniziano le emigrazioni dei padri pellegrini, che si allontanano in quanto


dissenzienti alle persecuzioni dei cattolici in Inghilterra. Toqueville vede i prodromi dei
principi democratici moderni.

Durante il periodo francese Hobbes ha avuto la protezione di Carlo II, fondamentale perché al
rientro in Inghilterra il Leviathan è stato interpretato come una giustificazione
dell’assolutismo del Commonwealth di Cromwell e ha potuto godere dell’amicizia degli
Stuart. Il Leviathan si presta ad una duplice lettura: l’assolutismo del singolo e l’assolutismo
di un’assemblea.

Sotto la dittatura di Cromwell nascono dei movimenti all’interno dell’esercito. I “Livellatori”


rappresentano la piccola borghesia che non intende abolire la proprietà privata, ma i grandi
privilegi e le grandi proprietà dei ceti più abbienti. Dunque si fanno i difensori della piccola
proprietà privata. Gli “Zappatori” si contrappongono ai livellatori sostenendo l’abolizione
della proprietà privata. L’opera rappresentativa dei Diggers è “L’Utopia” di More, mentre il
manifesto dei livellatori è il “Patto del libero popolo inglese” scritto da Lilburne. Il movimento
dei diggers non è riuscito ad ottenere il risultato sperato a causa dell’opposizione dei grandi
proprietari, che non accolsero positivamente l’espropriazione delle loro proprietà.

John Milton e James Harrington sono due autori che sostengono l’idea repubblicana del
Commonwealth di Cromwell.

Giacomo I Stuart porta avanti l’idea di una concezione patriarcale della monarchia,
lontana dal risultato della seconda rivoluzione della monarchia costituzionale.

Robert Filmer diventerà il mirino all’interno dell’opera “Primo trattato sul governo” di
John Locke, in quanto esprime l’idea Stuartiana della monarchia di origine divina. Infatti
il sovrano, come pater familias, ha ereditato il suo potere da Adamo e impone il suo volere
ai suoi sudditi.

L’assolutezza portata avanti dagli Stuart trova un risvolto nelle riflessioni di Hobbes, tuttavia
se avesse voluto giustificare il potere assoluto dei suoi sovrani, egli avrebbe dovuto parlare di
un’origine divina. Hobbes fa derivare tale potere da un contratto, tanto che viene definito uno
dei padri del giusnaturalismo che però si avvicinerà a un giuspositivismo.

5 Aprile 1588: data di nascita di Hobbes e data importante per la storia inglese. Le coste
britanniche sono minacciate dall’Invincibile Armata di Filippo II. Questo evento, narra
Hobbes, avrebbe procurato un parto prematuro alla madre. “La paura diventerà l’afflizione
della mia esistenza. Da quel momento io e la paura saremo stati fratelli gemelli”.
La paura è la posizione che ci consente di interpretare la costruzione politica di Hobbes.
Siamo dinnanzi ad un pessimismo antropologico molto più radicale rispetto a quello di
Machiavelli, che non aveva radici teologiche.

Hobbes si reca in Francia all’inizio degli anni ’30 del 1600 e, dopo lo scoppio della prima
rivoluzione inglese, ritornerà nuovamente. In questo periodo conosce Cartesio e Galileo
Galilei in Italia, quest’ultimo fu molto importante per lui.
Hobbes rappresenta l’intellettuale tipico del 1600 che abbraccia filosofia, matematica, geometria,
cultura greca. Hobbes si definisce il “Galilei della filosofia e della scienza politica”.

Alla base della sua filosofia politica vi è l’intreccio tra causa ed effetto che viene utilizzato
nella visione psicologica dell’uomo. L’uomo può essere considerato come un macchina in
continuo movimento caratterizzato da un modo d’attrazione, verso tutto ciò che gli procura
piacere e un moto di repulsione, che lo disgusta e considera male. Questo moto caratterizza la
realtà nel rapporto causa-effetto e l’uomo come espressione di questo meccanismo. Il porre
fine a questo moto significa la fine dell’esistenza.

L’opera più importante di Hobbes è il “Leviathan”, il primo frontespizio raffigura il Leviatano che
sorregge in una mano il pastorale e nell’altro la spada. È Stato e Chiesa. Il corpo del sovrano è
composto da tanti piccoli uomini che metaforicamente rappresentano l’origine dello
Stato. La volontà del sovrano coincide con quella dei sudditi.

L’idea dello stato di natura e della costruzione dello Stato politico vengono esposti
nella grande triade:

- De Civae (1652);
- De Corpore (1655);
- De Ominae (1658).

In questa triade viene esposta la realtà psicologica dell’uomo e ci fornisce gli strumenti per
comprendere il suo pensiero politico: “la vita è una continua corsa. Sorpassare chi ci precede
è la felicità, abbandonare la corsa è morire.”

Secondo Hobbes bene e male sono relativi alle persone, al contesto storico, politico e
culturale; dunque non esiste un fine ultimo secondo la concezione di Hobbes.

I postulati della natura umana da cui deriva la concezione politica di Hobbes sono:

- Cupiditas naturalis, una bramosia naturale, un desiderio costante di tutto ciò che
ci circonda. Ognuno, spinto da questa cupiditas, desidera tutto ciò che è comune;
- Ratio naturalis, la ragione naturale che spinge l’uomo affinché fugga dalla
morte violenta del peggiore dei mali.

Questi concetti si estrapolano dal “De civae”.

L’origine della società è riconducibile al timore reciproco: la cupiditas naturalis è propria


a tutti gli uomini ed è naturale che ne scaturisca un conflitto sociale.

Per il giusnaturalismo moderno e per Hobbes la legge naturale è il prodotto della


ragione umana.

Hobbes distingue:
- Legge naturale, è un prodotto della ratio umana. La ratio naturale va considerata non
come un’attività speculativa, quanto piuttosto una tecnica calcolatrice che permette di
calcolare i benefici, di sottrarre i costi, di prevedere le circostanze future e di operare
scelte migliori. La legge naturale non è libertà, ma obbligazione dettata della ragione.
È un precetto in base al quale viene vietato all’uomo di fare ciò che è dannoso per
la sua vita o che lo priva dei mezzi per conservarla;
- Diritto naturale, è la libertà che ognuno ha di usare come vuole il proprio potere per la
conservazione della propria vita. Quindi in base al proprio giudizio e alla sua ragione
egli ritiene che sia il mezzo più adatto per raggiungere lo scopo.

Diritto naturale e legge naturale sono però finalizzati allo stesso scopo: la ricerca della pace.
È una regola generale della ragione che “ogni uomo debba cercare la pace fino a che ha la
speranza di poterla ottenere, e se non può ottenerla gli sia permesso di cercare e usare tutti i
mezzi di aiuto e i vantaggi della guerra”. Da questa legge deriva la seconda legge che ”ogni
uomo sia disposto, quando lo siano anche gli altri, tanto quanto egli ritenga ciò necessario per
la sua pace e per la sua sicurezza, a rinunziare al suo diritto su ogni cosa e si contenti di
conservare nei riguardi degli altri uomini tanta libertà quanto egli vorrebbe che gli altri ne
avessero verso di lui.”

Hobbes si pone agli antipodi della divisione dell’uomo zoon politikon. L’uomo non è per
natura un animale sociale, come lo si può dedurre dal “De civae”, ma piuttosto è “Homo
hominis lupus”. L’uomo viene definito come un essere felino che tende a sbranare il suo simile
perché, se non ucciderà l’altro, sarà ucciso lui. Dunque la strategia di arrivare per primo si
rivela una salvezza per l’uomo.

Con Hobbes si può parlare di modello giusnaturalistico, ovvero un modello basato su


due elementi fondamentali:

- Lo stato di natura, in Hobbes è un’ipotesi filosofica. È uno stato felino, di


belligeranza in cui regna la cupiditas naturalis;
- Lo stato politico, la società civile.

È un modello dicotomico.

I maggiori filosofi del diritto si sono occupati di giusnaturalismo. Giulio Fassò, i cui studi
sono considerati i migliori per quanto riguarda l’approfondimento del giusnaturalismo
moderno, sottolinea l’eterogeneità del giusnaturalismo. Egli riconosce una costante nel
modello dicotomico giusnaturalista: non è possibile una terza posizione, l’uomo si deve
trovare o nello stato di natura o nello stato civile.

Hobbes si inserisce nella tradizione del giusnaturalismo moderno parlando dello Stato di
natura, descritto come uno Stato di felinità, nel quale la vita è a repentaglio. Nella
società civile la vita viene assicurata e protetta.

Il Leviathan rappresenta lo stato civile. Vengono ripresi i miti biblici (Leviathan è un mostro
marino, mentre l’altra opera “Behemot” rappresenta il mostro terrestre. La loro potenza
viene mostrata da Dio).

L’opera “Behemot” viene utilizzata da Hobbes per rappresentare la guerra civile. Il “Leviatha”
può porre fine alla guerra civile e ristabilire la pace. Queste due realtà opposte rappresentano
l’opposizione tra lo stato naturale e civile. Nello stato naturale gli individui vivono nella loro
singolarità senza alcun rapporto di comando e obbedienza.

Gli individui associati nello stato civile operano secondo ragione.


Nel “Leviathan” la ragione naturale si manifesta nelle 19 leggi naturali, utilizzate
per formulare il diritto positivo:

- Bisogna rinunciare al proprio diritto su tutto;


- Bisogna ricercare la pace;
- Bisogna rispettare i patti, le regole.

La ragion di Stato
E un’espressione che appartiene al linguaggio tardo-rinascimentale. Ancora oggi viene
utilizzata per sottolineare il ricorso alla forza, a strumenti eccezionali. I soggetti politici sono
dunque legittimati per mantenere l’ordine della società, conservare la sicurezza. Si tratta di
una locuzione che nasce con Machiavelli, anche se non vi è una pagina che riporti tale
locuzione, eppure il significato di quest’espressione è insito nel pensiero machiavelliano. “Il
principe”, in particolare il capitolo diciottesimo, consacra Machiavelli come padre della
ragion di Stato.

Nel clima della controriforma (1545-63) l’opera di Machiavelli viene condannata. Colui che ha
negato l’intervento della provvidenza e ha ridotto la religione a semplice strumento di Stato è
da considerare empio. Nel 1559 gli scritti di Machiavelli vengono messi nell’Indice dei libri
proibiti.

Anche Bodin viene condannato dalla Chiesa per aver criticato la scissione del binomio politica-
etica ed economia-etica, portata avanti da Machiavelli. L’opera “Sei libri sullo Stato” viene
messa all’indice perché l’idea di un rafforzamento del potere, a svantaggio della ragione, non
poteva che essere condannato.
L’espressione di questa formula viene attribuita tra il XVI e XVII secolo ai polemisti, a coloro che
avevano polemizzato e condannato la rivoluzione machiavelliana. Non era un tema che
interessava gruppi di intellettuali o uomini di corte, ma si trattava di un dibattito quotidiano.

A proposito di Ragion di Stato, Guicciardini scrive nel “Dialogo del reggimento di Firenze” che
“la voce ragion di Stato è poco cristiana e umana. Tutti gli stati, chi ben considera la loro
origine, sono violenti.”

Botero ha il merito di sottrarre l’idea di Ragion di Stato dalla prassi politica e morale e
di attribuirle un contenuto neutro. Nella “Ragion di Stato” afferma che per ragione di
Stato dobbiamo intendere tutti i mezzi volti a fondare, ampliare e conservare lo Stato. La
conservazione è l’aspetto prioritario, considerato da Botero come garanzia del potere.

Botero afferma che è più facile conservare i territori mezzani, ovvero non troppo vasti
né troppo piccoli.

La ragion di Stato si occupa dei mezzi necessari alla conservazione della costituzione:

- Ragion di stato regio, mezzi opportuni per istituire o conservare il regno;


- Ragion di stato tirannico, mezzi utili per introdurre o conservare la forma tirannica.

Una buona ragion di Stato se volta a conservare una forma retta, altrimenti sarà perversa
e cattiva.

Scipione Ammirato distingue:

- Ragione naturale, laddove si è in presenza dei primi aggregati tra gli individui;
- Ragione civile, laddove vi è la nascita della vita associata;
- Ragione militare, laddove si verificano dei conflitti e prende il sopravvento;
- Ragione internazionale, regola i rapporti tra gli Stati.

La ragion di Stato è una ragione straordinaria che ha di mira il pubblico interesse.

Bobbio afferma che per Ragion di Stato si intende quell’insieme di principi e massime in
base alle quali, azioni che non sarebbero giustificate se compiute dal singolo individuo, sono
giustificate se compiute dal principe o da chiunque eserciti il potere in nome dello Stato.
Questi autori appartengono al Tacitismo genuino, riprendendo le riflessioni di Tacito sulle
nefandezze degli imperatori raccontate negli “Annales”. Molti si fanno sostenitori di un
tacitismo falso, sostituendo il nome di Machiavelli con quello di Tacito. Tacito diventa
un’espediente per non incorrere nella censura.

Tommaso Campanella (1568-1639)


Tommaso Campanella è stato un filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano. La sua
opera maggiore è “La città del sole", scritta nel 1602, che fa riferimento a Thomas More per
l'utopismo. Tale opera rappresenta la summa delle sue aspirazioni, della sua ansia, del suo
desiderio di liberare il mondo da ciò che lo affligge.

Nasce a Stilo, in Calabria, nel 1568 e muore nel 1639 a Parigi dove godrà un periodo sereno.
La volontà di rovesciare il governo spagnolo lo porta all'arresto e alla condanna, ma
fingendosi pazzo restò in carcere per sette anni. In seguito alla scarcerazione vive a Roma, ma
la costante attenzione dell'Inquisizione lo intimorisce, perciò si trasferisce in Francia. Lì viene
accolto con grande onore e morirà nel 1639.

Campanella descrive la terribile tortura a cui viene sottoposto; 40 ore di tortura per fargli
confessare di non essere pazzo, ma lui riesce a resistere. Durante il periodo della
carcerazione egli scrive la sua opera più importante.

Viene comunemente ricordato, insieme a Giordano Bruno e Telesio, come uno degli esponenti
della filosofia della natura. Campanella dice che la verità del Vangelo è conforme alla natura
ed esprime l’importanza nel processo conoscitivo dei cinque sensi. L'autocoscienza è
l’elemento fondamentale per il processo conoscitivo delle cose esterne. Campanella viene
accusato di avere organizzato una rivolta contro gli spagnoli; infatti egli afferma che la fonte
di ogni discordia tra gli stati europei sia il Regno di Napoli. Il Regno di Napoli è la causa di
grandi conflitti poiché desiderato dalla Francia, posseduto dalla Spagna e fonte di atti di
belligeranza continua. Egli si inserisce nel clima della Controriforma, polemizzando contro il
machiavellismo e il protestantesimo, in cui vede mali del tempo. Con la sua opera cerca di
esprimere la sua richiesta di riforma, il desiderio di una rinovatio generale.

Tra le sue opere vi sono:

- La monarchia di Spagna (1598);


- Aforismi politici (1601);
- La Città del Sole (1602).

Secondo Campanella, la sua opera è più organica e completa rispetto all’opera platonica “
Repubblica”. La caratteristica del suo pensiero è l'idea di edificare un potere politico che
possa governare l'intera umanità, identificabile nella monarchia universale dantesca. La
ribellione, la polemica è un’altra caratteristica di Campanella. Ehi polemizza contro tutte le
forme di ingiustizia, il parassitismo ozioso del ceto aristocratico, sugli ostacoli per i disabili
che devono integrarsi per poter contribuire anche loro.
Nell’opera viene saltato il ruolo pedagogico dei grandi; le mura della città del sole sono
istoriate raffigurando gli eventi più importanti della storia. I bambini, accompagnati dagli
adulti, attraverso metodi ludici, apprendono la storia. È un dialogo, come le opere platoniche e
moreane, che si svolge tra il nostromo di Colombo e un cavaliere di Malta. Il nostromo descrive
l’isola di Taprobana e ciò che ha visto. Questa città del sole sorge sul monte, vi sono 7 porte (
attenzione per l’astronomia, astrologia, e la magia; le porte sono sette come i pianeti allora
scoperti); è circondata da 7 giri di mura istoriate, le porte sono collocate secondo i punti
cardinali; in cima sorge un tempio con due mappamondi che rappresentano rispettivamente il
cielo e la terra.

Quest’opera esprime il suo desiderio di evasione dal suo tempo, il suo grido di protesta
dall’'oppressione baronale, dal governo della miseria. Alla miseria si contrappone lo sforzo e
l’opulenza del ceto aristocratico baronale. La sua opera diventa un’opera che condanna l’olio
e l'accumulazione della ricchezza.

Nell'organizzazione della città non circola denaro; nessuna attività viene disprezzato dai cittadini
( i lavori manuali si contrappongono ai vizi e all’ozio aristocratico). A capo dello Stato vi è il gran
metafisico, il sole virgola che ha una conoscenza enciclopedica; il saggio a cui viene affidato il
potere politico e religioso punto il capo del governo viene coadiuvato da tre ministri:

Sin, La Sapienza virgola si potrebbe definire il Ministro della pubblica istruzione;


Mor, l’amore, si occupa dell’unione e della procreazione. Non ci sono famiglie;
Po’, la potenza, si occupa della difesa e della guerra.

I ministri sono tre come i principi dell’essere, hanno al loro servizio altri tre funzionari,
magistrati tutti maschi. La politica dell’Istruzione è innovativa nella città del sole. Dopo i 3
anni, i fanciulli imparano la lingua e l’alfabeto nelle mura istoriate, dopo i 7 anni li portano
nelle varie attività commerciali per indirizzarli verso la loro naturale attitudine. Tra i 7 e i 10
anni seguono le lezioni scientifiche. Sulla politica di procreazione campanelliana ci sono
elementi di eugenetica, come in Platone, laddove bisogna compensare determinate
caratteristiche fisiche e migliorare le future generazioni. Vi è un’età minima, sia per la donna
che per l’uomo, per la procreazione. Interessante è la liceità della pena di morte in
Campanella. La proprietà privata sarebbe la causa di ingiustizia, dunque i pasti si svolgono
in comune, le dispense alimentari sono organizzate dagli ufficiali che collaborano con i tre
ministri del sole. Vige una grande armonia, il Cavaliere muove delle critiche a questo sistema
che degenera in una condizione di parassitismo nel quale nessuno vorrà faticare, il genovese
controbatte dicendo che più si privano i cittadini della proprietà, più nutrono un sentimento
d'amore per la città. Le abitazioni sono comuni, si lavora soltanto 4 ore al giorno fino all’età di
40 anni, viene abolita la schiavitù; è lecita la guerra difensiva. La religione è naturale,
precristiana, senza dogmi.

John Locke (1632-1704)


Con Locke siamo nell'ambito del giusnaturalismo moderno, ma in una posizione divergente
rispetto a quella di Hobbes. Il XVII secolo è il secolo che accomuna Hobbes e Locke, anche se
il primo vive la prima rivoluzione inglese e la decapitazione di Carlo I Stuart mentre il
secondo la rivoluzione gloriosa, senza spargimenti di sangue, che porterà la monarchia
costituzionale di Guglielmo D'Orange. Locke è il fondatore del liberalismo politico moderno,
oltre ad essere una delle colonne della filosofia moderna.

Angelo Panebianco, politologo italiano, afferma che “Hobbes dipingendo lo stato di natura,
come luogo dell' insicurezza massima e della guerra, aveva indicato nel contratto sociale la
sola via di fuga possibile per gli uomini. Con il contratto sociale gli uomini accettano di
sottomettersi al potere statale guadagnando l’uscita dallo stato naturale e l’ingresso nella
comunità civile. In Hobbes non c'è diritto, né morale, libertà al di fuori dello Stato; l’unico
diritto in grado di garantire la sicurezza il diritto positivo ( passaggio dal giusnaturalismo al
positivismo). Locke impiega gli stessi argomenti di Hobbes, ma dà loro un significato
differente. Nello stato di natura di Locke, gli uomini non sono privi di diritti, né vivono la loro
esistenza in preda all'angoscia. Nella visione giusnaturalistica di Locke, gli uomini nascono
dotati di diritti naturali, sono capaci di collaborare e di godere e ciò che hanno prodotto. Lo
stato di natura è uno stato di libertà, uguaglianza in cui l’uomo gode di diritti inalienabili. Il
passaggio dallo stato di natura alla società civile non avviene per mettere in sicurezza la
propria vita, ma per meglio tutelare e garantire i diritti. Con Locke l’ empirismo metodologico
ottiene una delle sue prime formulazioni. Nasce nel 1632 vicino a Bristol e studia ad Oxford,
s'interessa alla medicina, insegna retorica ad Oxford, diventa tutor di greco. L’insegnamento
non lo gratifica. Pur non avendo conseguito titoli, acquisirà una competenza tale da essere
riconosciuto come un esperto nel campo medico. Nel 1668 diventa membro della prestigiosa
Royal Society di Londra, che non aveva accolto Hobbes per via delle sue tesi. La svolta sia con
l’incontro nel 1672 con Lord Ashley, cancelliere di Inghilterra; quest'uomo lo trascinerà verso
idee liberali e nell'ambito religioso verso il latitudinarismo. Quando Lord Ashley sarà accusato
di aver organizzato una congiura contro Carlo II, egli si trasferirà in Olanda. Locke tornerà in
Inghilterra con i nuovi sovrani. Muore nel 1704.

La sua filosofia è ben esposta nel “Saggio sull’intelletto umano” del 1690. È un'opera sui limiti
della ragione. Nel 1689 pubblica “lettera sulla tolleranza”. Scrive altri lavori che mostravano
posizioni intolleranti. Precedentemente all’incontro con Lord Ashley, è cresciuto nell’ambito
familiare puritano. L'evoluzione del suo pensiero in chiave liberale lo fa approdare a posizioni
assolutamente diverse. Un’altra importante opera è “ due trattati sul governo”. Il primo
contiene una serrata critica all’opera di Filmer “Patriarca", in cui sostiene l'origine divina del
potere monarchico; . Da Adamo ai patriarchi, fino al sovrano, il potere viene concesso e per
Locke tutto ciò non è ammissibile. Il secondo trattato è la costruzione del modello
giusnaturalistico, ovvero la descrizione del passaggio dallo stato di natura alla società
politica. Questi due trattati sono stati pubblicati nel 1690. Per molto la critica ha sostenuto
l'idea che queste due opere sostenessero e giustificassero la monarchia costituzionale degli
Orange e della Gloriosa Rivoluzione. Grazie all'attento studio degli studiosi di Locke, si è
scoperto che l’opera era stata redatta già nel 1680, quindi preparava la rivoluzione. Un'altra
opera è “ Sulla ragionevolezza del cristianesimo” del 1695, in cui Locke afferma che la
religione cristiana è conforme alla ragione umana perché si oppone alle superstizioni. Per
quanto riguarda il problema gnoseologico, dalla conoscenza Locke esamina l’intelletto umano
perché interessato a rintracciarne i limiti. Il “ Saggio sull’intelletto umano” è un'analisi dei
limiti, delle condizioni e delle possibilità effettive della conoscenza umana. Locke si reca in
Francia quando Lord Ashley ha avuto dei problemi con gli Stuart. Lì entra a contatto con il
cartesianesimo, ma ne prende le distanze sull’ innatismo delle idee. Secondo Locke non
esistono idee innate e l’intelletto si presenta come una tabula rasa sulla quale l’esperienza
scrive i suoi contenuti. Secondo Locke non è presente una legge naturale nell'uomo, ma la
legge naturale scaturisce dalla ragione e dall’esperienza.

Nello stato di natura vige la libertà, non è libero arbitrio. Locke si riferisce a quella possibilità
che all’uomo di lasciare in sospeso le sue azioni. Libertà è poter agire o astenersi dall’agire.

Locke osserva che lo stato di natura e dominato dalla legge naturale e per questo è uno stato
di libertà e non di licenza. La ragione spinge l'uomo a rispettare i tre diritti inalienabili: la
vita, la proprietà privata e la libertà. Lo stato di natura è fondato sulla legge naturale, spinge
gli uomini ad agire o non agire grazie alla ragione. Vi è una stretta relazione tra libertà e
proprietà: sì assolutamente liberi quando si è proprietari di qualcosa. Il diritto di proprietà
non scaturisce da fattori ereditari, ma dal lavoro che consente di edificare la proprietà (
concezione moderna).

Locke afferma che, attraverso il lavoro e l’impiego di energia di ciascun individuo, è


consentito all’individuo di estrarre da una condizione di comunione un bene e rendere lecita
l’appropriazione. Nello stato di natura ciascuno è giudice di sé stesso, dunque non c'è una
super partes che garantisce la giustizia. Il passaggio dallo stato di natura alla società civile
implica l’alienazione del diritto di farsi giustizia da sé, perché solo lo Stato è in grado di
garantire una situazione di giustizia.

Il godimento dei diritti nello stato di natura è precario; è una tendenza naturale dell’uomo
entrare in conflitto con i suoi simili. Nello stato di natura manca una legge conosciuta da
tutti ed espressione del consenso popolare, manca un giudice. Con Locke vige il principio
dell’unanimità, ovvero la decisione della maggioranza è considerata come deliberazione della
totalità. Nello stato di natura l'uomo ha due poteri:

- Fare tutto ciò che opportuno per la conservazione di sé, nei limiti di ciò che
è consentito dalla legge naturale;
- Punire i delitti commessi che vanno contro la legge naturale.

Al primo potere l’individuo rinuncia entrando nella società civile, per una libertà che ha dei
limiti secondo la legge della società. Tale legge garantirà all’autoconservazione. Al secondo
potere l’uomo rinuncia interamente, impegnandosi ad assistere il potere esecutivo della
società secondo la legge di questa.

Il punto di partenza dello stato civile è il consenso, che la collettività dà al nuovo organo
politico, attraverso il principio di maggioranza garantendo unità del volere. Locke insiste
sulla necessità che questo passaggio avvenga attraverso il consenso del popolo. Il popolo è il
fiduciario, che può revocare il consenso. Secondo il modello giusnaturalistico vengono stipulati
due contratti:

- Pactum societatis, il patto orizzontale tra gli uomini;


- Pactum subjectionis, patto verticale e di soggezione tra governanti e governati.

Mentre in Hobbes esisteva un solo patto d'unione e dunque l'eventuale ribellione avrebbe rotto
il patto e ripristinato lo stato di natura, con Locke vigendo 2 Patty la società politica resta
coesa perché a scindersi è il patto verticale che vincola governanti e governati. Locke è a
favore della Resistenza attiva.

Locke è il teorico del costituzionalismo liberale. Si pone agli antipodi dell’assolutismo e quindi
non può che sostenere la necessità che chi governa abbia dei limiti attraverso la separazione
dei poteri. Il potere legislativo viene concepito come il potere supremo della società politica,
che non può presentarsi come potere assoluto arbitrario perché innanzitutto ha un limite
nella legge naturale. Il potere esecutivo è subordinato a quello legislativo, così come quello
federativo. Il potere giudiziario non figura perché lo considera parte integrante del potere
legislativo. Il potere federativo si manifesta nelle relazioni internazionali, nei rapporti di uno
Stato che ha con gli altri stati.

Potere esecutivo = re;

Potere legislativo = Parlamento;

Potere federativo = re.


Secondo Locke lo Stato non deve interferire nelle questioni religiose. Sulla tolleranza religiosa
aveva composto nel 1667 il “ Saggio sulla tolleranza” che non ha mai voluto editare. Il fatto
che molte opere non siano state pubblicate, perché oggetto di critiche per le sue posizioni
intolleranti, e sia stata pubblicata “ Lettera sulla tolleranza” è indicativo.

Dopo tre anni dalla fine della stesura, l’opera viene pubblicata nel 1689. Si notano le influenze
del latitudinarismo, una dottrina che chiedeva di interpretare in maniera non rigorosa i
dogmi, rispetto al calvinismo puritano rigido e rigoroso. Si tratta di una lettera dominata
dagli aspetti erasmiani del pacifismo. Il principio cardine è la separazione tra lo Stato e la
Chiesa, peccato al reato sono due elementi che sono distinti e separati. Allo Stato compete
controllare che i cittadini non commettano reati, ma non ha alcuna competenza sulle questioni
religiose. I compiti del magistrato civile riguardano la salvaguardia dei diritti di vita, libertà e
proprietà. La Chiesa deve curare le anime.

Lettera sulla tolleranza


La prefazione viene scritta da William Purple, il quale traduce l’epistola in latino in lingua
inglese. Sin dall’inizio il curatore informa dell’importanza di questo scritto e sulle vicende
editoriali dell’epistola. Egli sostiene che “abbiamo bisogno di rimedi più generosi di quelli
impiegati finora per i nostri malanni; non sono le dichiarazioni di indulgenza né gli atti di
comprensione quali sono stati praticati o progettati fra noi, che possono assolvere questa
funzione il primo sarebbe un palliativo del nostro male”. Nel marzo 1672 Carlo II aveva fatto
promulgare una dichiarazione sulle indulgenze che sospendeva le leggi penali contro i
dissidenti della Chiesa anglicana. La dichiarazione permetteva solo ai cattolici di praticare
privatamente la loro religione. L'anno successivo il Parlamento impone la revoca della
dichiarazione, in quanto solo il Parlamento ha il potere di sospendere le leggi penali. Nello
stesso anno Giacomo II si converte al cattolicesimo e il Parlamento risponde con il Test A ct,
ovvero sono gli anglicani possono accedere alle cariche pubbliche. Il linguaggio utilizzato è
criptato e la si può notare dell’utilizzo di acronismi che si traducono in acrostici.

Locke invia l’Epistola indirizzandola ad un anonimo “Honored Sir", in realtà era Philip van
Limborch. La vera Chiesa è tollerante e rifiuta i vizi, insegnando la bontà d’animo. Chi deve
entrare a far parte della vera Chiesa deve dichiarare guerra alla superbia e devo insegnare
l’amore. Il principio di carità e pace sono frutto dell’influenza di Erasmo da Rotterdam.
Secondo Locke bisogna combattere ogni forma di moralità avendo cura dell'anima. Non si può
costringere con la violenza ad ossequiare un credo piuttosto che un altro. Cristo non ha mai
esercitato violenza perciò se la Chiesa ricorre a metodi repressivi va contro i suoi principi. La
chiesa è una libera società di uomini che si riuniscono liberamente per onorare il culto che sarà
riconosciuto per la salvezza delle anime. Il messaggio di Cristo è il primo messaggio sulla
tolleranza. Locke ritiene necessario mantenere separato lo Stato dalla Chiesa per evitare ogni
possibile conflitto. I due interessi devono restare separati. Lo Stato è una società di uomini
costituita per conservare e promuovere i beni civili ovvero vita, libertà e proprietà. Secondo Locke,
il magistrato non può imporre un culto, non può proibire riti sacri perché la Chiesa è la libera
adesione degli individui che manifestano la loro fede, non può intervenire negli affari della
Chiesa, non può entrare nei meriti di un culto, non può tollerare orge e sacrifici umani che sono
illegittimi e può dunque negarli per legge. In caso di carestia egli può negare il sacrificio di
animali. Più avanti e gli esaminerà l’idolatria, una chiesa idolatrica deve essere tollerata da un
magistrato. L'idolatria per Locke è un peccato, ma il magistrato non ha il potere di pulirla.
Nessuno deve essere privato dei propri beni a causa della religione. Secondo Lord Ashley non si
può convertire con la forza un popolo. Inoltre Locke descrive la società politica ebraica “ Cristo
insegna loro la fede, ma non come far nascere uno Stato”.
La differenza tra società ebraica e società cristiana sta nel fatto che il regno di Cristo è un
Regno interiore e non può essere identificato con un regno temporale. Successivamente cita il
settimo capitolo del Deuteronomio e le 7 popolazioni che occupavano la Terra Promessa, gli
israeliti, che dovevano essere distrutte completamente. Verso la conclusione e gli parla della
fede. Distingue:

- le credenze pratiche, ovvero quelle che riguardano i costumi;


- Le credenze speculative, ovvero quelle che riguardano le intelligenze e non
possono essere introdotte nelle chiese attraverso le leggi civili.

Le prime dipendono dal tribunale interiore, ovvero la coscienza, le seconde dal Tribunale
Superiore, ovvero la giustizia. Il pericolo è che le due autorità interagiscano una con l’altra
sconfinando i propri campi d’azione; tale pericolo può essere evitato se si tiene sempre
presente il limite di entrambe le attività.

Locke fa un'analisi sull' immortalità dell'anima che spinge a seguire i comandamenti di


Dio. L'uomo a una vita terrena bisogno di beni materiali, che riesce a ottenere
attraverso il lavoro. Nelle ultime tre pagine Locke parla delle eccezioni sulla tolleranza:

- Il magistrato non deve tollerare quei costumi che non preservano la società civile e
non deve imporre le proprie convinzioni;
- È pericolosa quella setta che riserva ai propri fedeli prerogative contrarie al
diritto civile utilizzando un linguaggio poco chiaro. I cattolici rivendicano per sé
privilegi abusivi che vengono utilizzati a discapito degli altri;
- Non devono essere tollerati i cattolici perché essi stessi sono intolleranti ( riferimento
a San Tommaso);
- Non può avere diritto di tolleranza una chiesa nella quale chiunque vi entri passa
all’obbedienza e al servizio di un altro sovrano ( riferimento ai papisti);
- Non possono essere tollerati gli atei, poiché inaffidabili.

I sudditi di un governo giusto saranno quieti e sicuri mentre i sudditi di un governo ingiusto
si ribelleranno sempre. Nell'ultima pagina distingue l'eresia dallo scisma.

L'eresia è un termine che si applica alla parte dottrinaria della religione. È una separazione
della comunità cristiana, è una frattura tra uomini della stessa comunità religiosa per una
teoria che non rientra nella norma. La separazione può avvenire cacciando chi non crede
perché la Chiesa non professa opinioni esplicitamente impartite delle Sacre Scritture.

Analogia di fede = principio in base al quale tutti quei passi oscuri delle Sacre Scritture
devono essere interpretati coerentemente a tutti i passi più chiari.

Lo scisma è la separazione nella comunità ecclesiastica che riguarda gli errori relativi al
culto e alla disciplina.

Locke chiude la lettera rivolgendosi a un illustrissimo signora a cui è destinata: Limbroch.

Montesquieu (1689-1755)
Tra 1600 e 1700 fiorisce tutta la letteratura sui viaggi. Vengono pubblicati testi che raccolgono
lettere scritte da finti Turchi, Persiani, orientali. L’Europa diventa sinonimo di libertà
contrapposto al dispotismo orientale. Montesquieu coglie questa idea d’Europa attraverso il suo
confronto Europa e non Europa. Nella “ lettera di Usbek” si nota questa litigiosità per la presenza
di guerre civili. Egli afferma che non è la pluralità delle religioni che ha causato tante guerre, ma
piuttosto lo spirito di intolleranza della religione che si credeva dominante.
Nel viaggio di Usbek emerge la mitizzazione del modello politico inglese, per la capacità di
mantenere la concentrazione dei poteri nelle mani del sovrano. Nessun sovrano inglese
chiede obbedienza o sottomissione ai propri sudditi, altrimenti sarebbe considerato illegale.
L'assolutismo francese trova degli eredi dopo Luigi XIV. Montesquieu scrive che il re di
Francia è il più potente d’Europa e ironizza sul suo potere di curare i sudditi. L’altro mago più
forte del re è il Papa, critica e ironizza la mondanizzazione della Chiesa. Tra le sue opere più
importanti vi è “Lo spirito della legge”, in cui esamina le leggi con uno spirito scientifico.
Infatti Montesquieu parla del relativismo giuridico, riesce a cogliere l’anima delle leggi che
può adattarsi ad esprimere la peculiarità del popolo al quale deve applicarsi. Non esiste un
modello di leggi perfetto ed esportabile.

Nella sua opera e gli esami nel rapporto positivo tra i popoli distinguendo:

- Diritto internazionale, che riguarda i rapporti tra popoli di stati diversi;


- Diritto civile, che riguarda i rapporti tra cittadini;

Diritto politico, che riguarda i rapporti tra governanti e governati.

Ogni ente ha le proprie leggi. Le istituzioni e le leggi non sono casuali, ma sono condizionate
dalla natura dei popoli stessi.

Riconosce tre tipi di governo: la monarchia, la repubblica e il dispotismo. La Repubblica è


l’insieme dell’aristocrazia e della democrazia mentre il dispotismo è una forma di
governo adatta per l’Oriente.

Ciascuna forma ai propri principi e le proprie nature.

La natura ( ciò che la rende tale) è affiancata dal principio quantitativo. Il principio ( ciò che
spinge ad agire) del dispotismo è la paura, come strumento del governo. Il principio della
monarchia è l’onore. Il principio della Repubblica è la virtù, cioè l'amor di patria e
dell'uguaglianza. Si deve distinguere tra repubblica aristocratica, il cui principio è la
moderazione del ceto aristocratico, depositario della virtù, e la.repubblica democratica, il
cui principio è l'amore per la patria.

Montesquieu distingue inoltre la democrazia diretta da quella rappresentativa. La prima è la


forma embrionale della democrazia, la seconda è la forma migliore di democrazia all’interno di
grandi e popolosi paesi.

Esalta il modello inglese, basato sul sistema di separazione dei poteri che garantisce il più
alto livello di libertà al mondo. Chi gestisce il potere è portato ad abusarne, dunque ci deve
essere un potere in grado di limitarlo. Montesquieu riflette che alla luce della separazione dei
poteri, il sistema di pesi e contrappesi riguarda il potere esecutivo e legislativo. Il potere
giudiziario deve essere autonomo poiché chi deve esprimere un giudizio o una sentenza deve
essere al riparo da ogni pregiudizio. Il potere esecutivo è nelle mani del re, mentre il potere
legislativo deve essere nelle mani di un'assemblea popolare che sarà scelta per rappresentare
il popolo. La camera alta è depositaria della rappresentanza del ceto aristocratico, mentre la
camera bassa rappresenta il ceto popolare. La camera alta ha diritto di veto sulle leggi che
devono essere elaborate dalla camera bassa. Per evitare il dispotismo del Parlamento, il
potere esecutivo limita il potere legislativo. Il modello inglese riesce a tenersi lontano da
eventuali degenerazioni e ulteriore garanzia è rappresentata dai corpi intermedi, che sono
presenti in una forma costituzionale di governo. Sono descritti come dei poteri “cuscinetto” che
consentono al sovrano di veicolare il potere dal vertice fino alla base.

Jean-Jacques Rousseau (1712-1788)


Illuminista e romantico, anticipatori di Kant e precursore di Marx, Rousseau è stato oggetto
di diverse interpretazioni e critiche perché fare una figura complessa e controversa. Con
Rousseau siamo in presenza del capovolgimento del pensiero di Hobbes. Egli definisce lo stato
di natura come uno stato di innocenza che con il tempo è diventato corrotto ed egoista.
Rousseau nasce a Ginevra nel 1712 e resta orfano di madre. Nel 1750 vince un premio
dell’Accademia di Digione con “Discorso sulle scienze e sulle arti” e nel 1754 consolida la sua
fama con “Il Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” in cui
emerge che le disuguaglianze hanno origine con la società in cui la pressione dei ceti
dominanti colpisce i ceti più bassi. Rousseau sottolinea che le diseguaglianze consentite ed
accettate sono quelle imposte dalla natura ( disuguaglianza naturale o fisica), non quelle
morali e politiche che dipendono dalla società e consistono in privilegi.

Nel “Discorso sulle scienze e sulle arti” Rousseau afferma che il progresso scientifico delle
scienze delle arti ha solo allontanato l’uomo dai veri valori e lo ha reso schiavo di un disagio
chiamato società civile. La società ha creato desideri fittizi e immorali, frutto della
civilizzazione e del progresso, con la conseguenza più grave di averlo allontanato dalle virtù
tradizionali. Rousseau dunque si rifà alla polis greca come esempio di mirabile armonia tra il
singolo e la comunità, tra cultura e politica. Le nazioni moderne dovrebbero ripristinare le
virtù tradizionali, ovvero l’amor di patria. Il ritorno alle Polis è la via per cercare di sanare il
conflitto tra società e natura. Esalta Sparta come polis guerriera e virtuosa, mentre Atene
appare come una civiltà già decadente.
Nel “Discorso sull’origine ei fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” (1755), viene
approfondita la contrapposizione fra uomo naturale e civilizzato. L’uomo naturale è una
costruzione intellettuale che ci consente di comprendere quanto la società abbia plasmato e
deformato gli uomini. L’amore di se è un sentimento naturale ed è l’istinto di conservazione,
tuttavia tale sentimento si trasforma in amor proprio nella vita associata. Il male della società
è la proprietà privata che crea disuguaglianze economiche. I possidenti controllano il potere e si
assicurano la stabilità dei loro possessi. Con il progresso e la proprietà si spezza la solidarietà fra
gli uomini e l’uomo sociale prende il sopravvento su quella naturale. La storia è un processo
degenerativo che svuota gli uomini della loro vera umanità colmandola con virtù artificiali e
immorali. Nell'uomo naturale stanno le potenzialità positive, mentre nell'uomo sociale quelle
negative. Nel “Contratto sociale" (1762) Rousseau afferma che l’umanità è schiacciata da due
impossibilità: lo stato naturale non è recuperabile mentre quello civile non
è tollerabile. Il contratto sociale è l’unico mezzo per garantire la libertà e l’uguaglianza degli
uomini. Con esso si giunge una comunità politica la cui coesione è tale che ciascuno, unendosi
a tutti, non obbedisce che a sé stesso. Si crea un corpo morale dotato di coesione, di io
collettivo la cui volontà generale indirizza verso il bene comune. La trasformazione sociale
garantita dalla volontà generale si esprime nella legge.

La Federazione Americana
Nel 1786 emergono tutte le problematiche di questo secolo nel nuovo Stato confederativo.
Nell’estate del 1787 si riuniscono a Philadelphia una cinquantina di delegati statali per visionare
degli articoli della Confederazione, riscrivendo così la vigente Costituzione federale.
La storia americana ci indica l’importante distinzione tra Confederazione e Federazione. Con la
rivoluzione americana il costituzionalismo si traduce nell’elaborazione di una costituzione
scritta. Nel 1607 fu fondata la prima colonia inglese nell'America Settentrionale. Molti
protestanti ortodossi e cristiani perseguitati in patria partirono per fondare nuove colonie. I
Padri Pellegrini erano di religione puritana. Nel 1776 le tredici colonie del Nord America si
dichiarano indipendenti. Le colonie sono politicamente organizzate con un capo del governo e
da due assemblee. Importantissima è l’opera di Tocqueville “La democrazia in America” in cui
afferma “ confesso che nell’America ho visto qualcosa di più di un’America; ho cercato
un’immagine della democrazia stessa, delle sue tendenze, del suo carattere, dei suoi
pregiudizi, delle sue persone e le ho volute studiare per capire ciò che da esse dobbiamo
sperare e temere”. La sua indagine ci consente di capire come la storia della democrazia o del
federalismo non può non tenere conto dell’esperienza americana. La Guerra dei Sette Anni
segno un passaggio cruciale per le colonie americane, l'imposizione fiscale proveniva da un
parlamento in cui non vi erano rappresentanti delle colonie. Il 4 luglio 1776 i delegati
approvarono la dichiarazione di indipendenza, scritta dalla Commissione dei cinque tra cui
Thomas Jefferson e Franklin. Nella prima parte vi sono alcuni riferimenti ai principi
illuministici e giusnaturalisti, si fa inoltre riferimento ai diritti inalienabili e al diritto del
popolo di ribellarsi all’autorità. I diritti inalienabili sono la vita, la libertà e il perseguimento
della felicità. Le tredici colonie americane all’inizio si sono date un assetto confederativo, il 17
novembre 1777 viene approvata la Costituzione confederale che istituiva gli Stati Uniti
d’America. Questa Costituzione è stata ratificata nel 1781. Subito è emerso nella gestione e
nell’organizzazione della Confederazione la necessità di progredire verso una forma
istituzionale federale. Nel 1786 i delegati si sono riuniti per modificare la quella che doveva
essere un'assemblea consultiva si trasforma in assemblea costituente. Il 17 settembre il
progetto costituzionale è stato approvato ed è stato ricordato come la costituzione americana.

La Confederazione è un'alleanza tra diversi Stati che perseguono, soprattutto in campo


internazionale, scopi comuni pur mantenendo la propria indipendenza e sovranità. Vi sono
organi comuni aventi diverse competenze. Il popolo è escluso dalla scelta dei rappresentanti
o dalla partecipazione all'assemblea.

La Federazione è un un'unione di Stati che si fonda su una Costituzione scritta che prevede
una divisione di competenza tra il governo federale e i governi degli Stati federati. Il
governo federale gestisce la politica estera, la difesa, l'economia. Questi ambiti non sono più
competenze degli Stati federati.

Nesce una acceso dibattito tra i sostenitori del vecchio ordine, della confederazione,
(Antifederalisti) e i sostenitori della federazione (Federalisti). Questo dibattito veniva
portato avanti dai padri del federalismo Madison, Hamilton e Jay, autori di 85 articoli, che
sono stati pubblicati sui più importanti quotidiani del tempo, per sollecitare e promuovere
questo dibattito con lo pseudonimo "Publius" per difendere il progetto costituzionale di
Philadelphia. Nel 1788 questi articoli sono stati raccolti in un'unica pubblicazione "Il
Federalista", opera centrale nella storia del federalismo.

In questo dibattito emerge l'idea di ispirarsi al modello della madrepatria britannica, con un
esecutivo più forte e presieduto da un presidente. Quest'idea si fonda sul principio della
divisione dei poteri di Montesquieu (sistema dei pesi e contrappesi).

Il potere legislativo è in mano al Congresso, costituito da:


Camera dei rappresentanti eletta sulla base della popolazione.
Camera del senato composto da due senatori per ogni Stato.

Degli 85 articoli, 51 sono di Hamilton, 14 di Madison e 5 di Jay. Jay in questi 5


articoli sottolinea l'importanza delle politica estera.
"Il Federalista" si suddivide in 4 parti:
- articoli che sottolineano la necessità dell'unione federale esaltando gli aspetti positivi e
negativi della confederazione
- articoli che focalizzano l'attenzione sulla federazione come modello istituzionale in grado
di garantire un esecutivo forte ed energico
- articoli che informano l'opinione sul rapporto tra governo federale e statale
- articoli che esaminano i rapporti tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Il potere
legislativo viene affidato al Congresso costituito dalla Camera dei Rappresentanti e dalla
Camera del Senato. Il potere esecutivo viene affidato al presidente degli Sati Uniti. Il
potere giudiziario è rappresentato dalla Corte Suprema formata da 9 giudici nominati
a vita dal Presidente.
I padri del federalismo distinguono:
gli interessi permanenti che richiedono una condotta politica ben coordinata in vista di un
unico fine
gli interessi temporanei che possono essere gestiti quotidianamente dall'amministrazione.

Secondo Jay bisogna avere un'attenzione particolare sugli interessi permanenti che
richiedono una politica che coordini gli atti. La politica estera dunque non può essere gestita
da un governo statale che già si occupa degli interessi temporanei.

Giambattista Vico (1688-1744)


Vico è stato un filosofo, storico e giurista italiano. Nasce nel 1688 e riceve una
formazione umanistica che poi abbandonerà per seguire gli studi legali. Intraprende la
carriera di insegnamento presso l'università di Napoli e muore nel 1744.
Tra le opere più importanti vi è "Scienza Nuova", soggetta a numerose critiche e per questo più
volte rimaneggiata e riedita. L'ultima stesura del 1744 è quella più completa. Egli, grazie al lavoro
da precettore nel Cilento, riesce a completare la sua formazione culturale usufruendo di una ricca
biblioteca leggendo e intrepretando i classici come Platone, grazie al quale ha scoperto come un
uomo dovrebbe essere (uomo ideale), Tacito per la sua analisi dell'uomo reale, Ugo Grozio per
l'analisi sul diritto internazionale. A questi quattro grandi pensatori si ispirerà per una
rielaborazione originale. La novità consiste nel metodo, nel nuovo approccio all'opera "Scienza
Nuova". Fino ad ora i filosofi hanno avuto la presunzione della conoscenza del mondo fenomenico,
della natura. Invece avrebbero dovuto fermarsi all'ambito della coscienza, ovvero il riconoscimento
di tutto quello ciò che circonda l'uomo. La novità sta nel porre fine a tale presunzione che hanno
avuto i filosofi precedenti, i quali devono spostare l'attenzione verso il mondo conoscibile, e in una
metodologia nella quale la filosofia deve avere una stretta connessione con la filologia. La filologia
è lo studio di tutte le forme ed espressioni di un popolo nella sua indagine storica. Anche il
linguaggio ha avuto un'evoluzione. Secondo Vico è cadenzata attraverso tre età fondamentali: l'età
degli dei, l'età degli eroi e l'età degli uomini. Nell'età degli dei la lingua è un linguaggio di
preghiera, esito del timore di Dio. Nell'età degli eroi diventa un linguaggio reverenziale, mentre
nell'età degli uomini recupere una dimensione diretta tra pari. La filologia è anche lo studio dei
reperti archeologici.

Con Hobbes lo stato di natura era uno stato felino in cui gli uomini si sbranano reciprocamente,
mentre con Locke si ha una visione meno belligerante ma è sempre una situazione precaria tanto
da motivarne l'abbandono e l'ingresso alla società civile. Tuttavia sia con Hobbes che con Locke di
un'ipotesi filosofica. Con Vico siamo in presenza di una preistoria, nella visione vichiana lo stato di
natura era uno stato felino perché l'uomo era una bestia. L'uomo nel suo ingresso nella storia
abbandona lo stato di natura, in cui vive una condizione simile se non uguale a una bestia. Il suo
ingresso nella è una conseguenza del fatto che cerca di differenziarsi dalla bestia. Tra i fattori
umanizzanti, grazie ai quali l'uomo matura la scelta del suo ingresso nella storia, c'è il timore di
Dio che nasce grazie alla sua fantasia, altro fattore
umanizzate. Criticato dagli illuministi perché non poteva essere accettato al pari della
ragione. Gli illuministi criticano l'idea di fare storia in Omero attraverso la fantasia. Vico fa
una grande rivoluzione in termini di fantasia come momento che precede la fase della ragione.
Nasce nell'uomo la necessità di darsi delle spiegazioni dinnanzi all'impossibilità di spiegare
determinati eventi. La pietà incominciò dalla religione e propriamente è timore degli dei. La
pietà è essente nel mondo animale. Il timore di Dio fa nascere il pudore, il provare vergogna,
la riservatezza per difendere la propria intimità. L'origine della famiglia, delle istituzioni
civili derivano dal timore di Dio. Dalla necessità di porre fino al cattivo odore dei cadaveri,
scaturisce la credenza dell'immortalità dell'anima Dare la sepoltura ai defunti differenzia
l'uomo dalla bestia.

L'oggetto della filologia ci dà il certo; la manifestazione del passaggio di una civiltà sono i rapporti
archeologici che certamente attestano ciò. La certezza deve essere ricostruita dalla filosofia,
dunque la filologia è cronaca dei fatti senza però una loro ragion d'essere che può dare la filosofia.
La filosofia è scienza del vero, mentre lo filologia è scienza del certo. La filosofia, mediante la
ricerca dei principi universali, ci consente di dare verità, la ragion d'essere dell'analisi filologica.
Nella concezione vichiana il corso della storia è caratterizzato da tre età ma anche dai ricorsi, dalle
ricadute che dimostrano la libertà dell'uomo. I ricorsi dell'uomo sono un procedere avendo insita
l'idea di progresso. Se l'uomo è protagonista della sua storia e le ricadute sono espressione della
sua libertà, la Provvidenza, che è matrice che tutto governa, cerca di spingerlo verso l'eterogenesi
dei fini, inteso come un processo che consente di dirigere i fini verso un fine ultimo (il bene). Non è
una realtà del tutto autonoma, vista l'azione della Provvidenza. Vico si pone in antitesi alla visione
della storia di Machiavelli, della fortuna e del fato. La Provvidenza non è il fato, ma è la garanzia
di ordine e libertà. Laddove c'è il caso per Vico non c'è ordine, libertà e quindi Provvidenza. La
storia è ordine. La provvidenza ordinatrice dirige dunque le coscienza degli uomini senza però
determinarle. La storia può essere geometricamente rappresentata come una spirale. La storia è
progresso e i ricorsi non sono copie perfette rispetto al corso precedente, ma è un episodio di
decadenza migliore rispetto al corso precedente grazie alla Provvidenza ordinatrice.

L'età degli dei non un'età nella quale vi è il predominio dei sensi che segue immediatamente
la preistoria. Gli uomini avvertono la presenza della Provvidenza ordinatrice, ma non sono
capaci di comprendere tutto ciò. Vi è la nascita dello Stato della famiglia che va inteso come
una forma pre-statale. Le famiglie sono organizzate con il pater familias, il nucleo familiare e
i servi. VI è un'autorità che gestisce l'organizzazione economica della famiglia: il padre. Il
passaggio dall'età degli dei a quella degli eroi o fantastica porta a una fase pre-razionale;
questo passaggio si verifica quando il padre di famiglia, per placare la ribellione dei servi,
organizza un governo che si presenta come una REPUBBLICA ARISTOCRATICA, in cui
l'elemento aristocratico è rappresentato dai pochi pater familias. Nella concezione vichiana le
guerre, le ribellioni determinano il dinamismo sociale. Si tratta di uno stato eroico, nel quale
gli eroi sono i privilegiati di Dio. La lingua si evolve da lingua muta, di gesti a una lingua che
esalta le gesta memorabili degli eroi (carattere apologetico). Nell'età degli uomini o della
ragione la storia si conclude con la monarchia costituzionale. Vico ritiene che il popolo non sia
capace quei diritti che hanno rivendicato rivoltandosi contra la repubblica aristocratica.
Dunque la MONARCHIA COSTITUZIONALE nasce come unica soluzione, in cui predomina
la ragione e vi è l'osservanza delle leggi fondate su criteri egualitari.

Dopo la terza età la storia può degenerare verso la prima età, manifestando un grado di
civiltà superiore. Nella fase umana la lingua recupera una dimensione orizzontale, tra pari.
Immanuel Kant (1724-1804)
Kant è stato uno dei più importanti esponenti dell'illuminismo tedesco e anticipatore degli
elementi fondanti della filosofia idealista. Egli nasce nel 1724 e approfondisce gli studi
classici, ideologici e filosofici. Nel 1781 pubblica " Critica alla ragion pura". Nel 1788 pubblica
"Critica alla ragion pratica". Nel 1795 pubblica "Per la pace perpetua". Muore nel 1804.

Nell'opera "Per la pace perpetua" Kant presenta un ipotetico trattato di pace, che dovrebbe
impedire il verificarsi di qualsiasi conflitto futuro. Il suo progetto è giuridico e non etico,
poiché egli non spera che gli uomini possano diventare più buoni ma è possibile ma è possibile
costruire un ordinamento politico giuridico tale da abolire la guerra . E' un'opera anti
machiavelliana, in cui il binomio etico-politica fa da protagonista " La politica deve piegare le
ginocchia dinnanzi alla morale". Kant critica il tema della ragion di Stato. Kant afferma che
in ogni Stato la costituzione civile deve essere repubblicana, istituita secondo:
il PRINCIPIO DELLA LIBERTA' di ciascuno in quanto uomo.
il PRINCIPIO DELLA DIPENDENZA di ogni suddito da un'unica comune
legislazione, ovvero l'uguaglianza formale davanti alla legge.
il PRINCIPIO DELL'UGUAGLIANZA di tutti i cittadini, ovvero il suffragio universale. La
repubblica deve presentare la separazione dei poteri: il POTERE LEGISLATIVO, considerato
da Kant il potere sovrano, che appartiene al popolo; il POTERE ESECUTIVO, ovvero il
governo che deve essere controllato dal potere sovrano; il POTERE GIUDIZIARIO che deve
essere identificato come il potere del popolo esercitato attraverso giudici popolari.

Kant inoltre distingue:


la FORMA REGIMINIS è il modo attraverso cui è retto il potere; si può considerare come
il principio della forma di governo montesquiana, ciò che fa agire. La forma di governo è il
modo in cui viene esercitato il potere e può essere un dispotismo o una repubblica
la FORMA IMPERII è la forma di Stato di dominio e riguarda tre specificazioni, a seconda
che il potere di comando sia detenuto di uno solo (monarchia o autocrazia) da alcuni
(aristocrazia) o da tutti (democrazia).

La differenza tra dispotismo e repubblica sta nel principio della separazione dei poteri e nella
rappresentanza. La forma imperii è il criterio quantitativo. Anche la monarchia o l'autocrazia
può essere una forma repubblicana se garantisce la separazione dei poteri e la
rappresentanza. Il dispotismo viene contrapposto alla repubblica. Secondo Kant essendo in
una repubblica i cittadini responsabilmente pondereranno se dichiarare guerra o meno. Tale
forma di governo è quella che più di tutte garantisce la pace. Kant scrive quest'opera nel 1795
occasionato dalla firma della pace di Basilea tra Prussia e la Francia rivoluzionaria. La
struttura di quest'opera è tipica dei trattati diplomatici, costruita da articoli preliminari e
articoli definitivi. Kant struttura questo trattato applicando il metodo giusnaturalistico non
più alle relazioni tra gli uomini, ma alle relazioni tra Stati. Lo Stato di natura con l'insocievole
socievolezza è lo Stato di guerra, dunque la pace perpetua costituisce quello stato civile nel
modello giusnaturalistico che deve essere istituito. La dimensione di pace è una dimensione
non naturale che deve essere delineata. In questa dimensione nasce l'idea di confederazione
tra gli Stati in grado di garantire la pace.

Questa federazione si deve basare sulle repubbliche in grado di realizzare la pace perpetua. I
trattati di pace precedenti erano delle tregue, dei pretesti per guerre future. Gli eserciti
permanenti sono incompatibili con la costruzione dello Stato. Non si devono creare debiti
pubblici per non creare pretesti per conflitti futuri. La sovranità di uno Stato non può essere
messa in discussione da un altro Stato (aspetto confederativo). Questi espedienti possono
mettere in discussione la fiducia tra Stati. Sugli articoli preliminari si fondano gli articoli
definitivi. La costituzione repubblicana si fonda sulla separazione dei poteri e sulla
rappresentanza. Gli Stati devono costituire una libera federazione riununciando
volontariamente a farsi guerra gli uni contro gli altri. E' una tappa intermedia che precede
la lega dei popoli. E' il diritto universale delle singole persone di accogliere e di essere accolti
ovunque senza fare o subire sopraffazioni o colonizzazioni, ideali rivoluzionari francesi,
cosmopolitismo.

ARTICOLI PRELIMINARI

1. Nessun trattato di pace deve considerato tale se stipulato con la tacita riserva di
argomenti per una guerra futura.
2. Nessuno Stato indipendente, piccolo o grande, deve poter essere acquistato da un altro
Stato mediante eredità, scambio, compera o donazione.
3. Col tempo gli eserciti permanenti devono essere aboliti.
4. Non si devono contrarre debiti pubblici in vista di conflitti esterni allo Stato.
5. Nessuno Stato si deve intromettere con la forza della costituzione e nel governo di un
altro Stato.
6. Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi atti di ostilità con altro tali da
rendere impossibile la reciproca fiducia nella pace futura; come ad esempio l'impiego di
assassini, avvelenatori, la rottura di una capitolazione, l'istituzione al tradimento nello
Stato contro cui si combatte.
ARTICOLI DEFINITIVI

1. La costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana.


2. Il diritto delle genti (diritto internazionale) deve fondarsi su una federazione di Stati liberi.
3. Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni di una ospitalità universale.

Kant partecipa con entusiasmo alla cultura del suo tempo, agli ideali della rivoluzione
francese (libertà, uguaglianza e fratellanza) non condividendone però i mezzi. Egli non
condivide la violenza che il popolo non può pretendere di utilizzare. Nel modello
giusnaturalistico kantiano la ribellione al sovrano determinerebbe il ritorno a uno stato
di natura di insocievole socievolezza.

La morale kantiana si basa sulla libertà assoluta e sul dovere incondizionato, espressione
dell'imperativo categorico. La morale è una regola universale che ha la propria origine
nella ragione (libertà interna). Il diritto è la libertà esteriore nella convivenza e regola il
rapporto tra gli uomini attraverso una limitazione della loro libertà. Il diritto è legge
prodotta dallo Stato che agisce con la perfezione di una macchina legislativa.

Lo stato di natura è un'ipotesi intellettuale, priva di relazioni statuali e giuridiche in cui


domina la libertà di ciascuno e di tutti. Manca però il diritto che regola le relazioni tra gli
uomini; dunque è necessario il suo superamento secondo ragione. Il suo superamento
coincide con l'affermazione della volontà generale, in cui l'esercizio del potere è legittimato
dalle leggi. Gli uomini che hanno rinunciato allo stato di natura, attraverso un contratto
originario, entrano nello stato civile. Tale contratto ha origine tra individui che, dotati di
insocievole socievolezza, si uniscono attraverso la comune sottomissione alle leggi. Il popolo
non ha alcun diritto di resistenza. Quindi come Hobbes, Kant afferma la necessità di uscire
da una condizione precaria e violenta per garantire la pace.
Socialismo
Otto giorni dopo la morte di Hegel (14 novembre 1831) accade un evento fondamentale nella
storia del socialismo, "La rivolta dei lavoratori della seta" a Lione in Francia. Il motto di
questi lavoratori è "vivere lavorando o morire combattendo" . Questa lotta sarà considerata
l'inizio della lotta dei poveri.
August Blanqui viene accusato perché accusato di fomentare le insurrezioni proletarie dei
lavoratori francesi. Egli utilizza il termine "proletario" con un contenuto diverso. Fino ad
allora il proletario era colui che possedeva solo i propri figli, mentre Blanqui afferma che
sono non solo che possiedono la prole e nessun'altra ricchezza esclusi i diritti politici. I
borghesi sono i privilegiati che vivono opprimendo il proletari. Hegel non aveva manifestato
giudizi positivi nei confronti della plebe che avrebbe finito per minacciare la società civile.
(1830-1848) Monarchia di Filippo d'Orleans in Francia di natura borghese. In questo periodo
emerge la consapevolezza dell'esistenza di una questione sociale che non può più essere
affrontata attraverso la carità privata o interventi pubblici.
Blanqui parla di un socialismo utopistico, mentre quello di Marx ed Engels sarà un
socialismo scientifico. Il programma politico delle classi lavoratrici, che si sono formate nel
corso della rivoluzione industriale, prende il nome di socialismo. Engels definisce questo
processo di industrializzazione che interessa l'Europa della seconda metà del '700 come
"Rivoluzione industriale", perché i mutamenti e le conseguenze sono simili a quelli della
rivoluzione francese. I socialisti sono contrari alla violenza, alla lotta di classe, alla
limitazione e alla redistribuzione della proprietà privata. Fanno parte del socialismo
utopistico Blanqui, Saint-Simon, Owen, Fourier, mentre Proudon viene annoverato tra gli
esponenti del socialismo borghese. Gli esponenti del socialismo utopico sono pensatori che
prendendo le distanze dai modelli politici esistenti, come il modello prussiano, la repubblica
americana, la monarchia costituzionale inglese, immaginano delle forme di governo che
assumono caratteri estremamente utopici.
Owen non solo costruisce un modello politico-sociale, ma cerca di tradurlo in realtà in Scozia e
in America. Nei suoi villaggi cooperativi venivano garantite abitazioni decorose per tutti i
lavoratori, condizioni igieniche, riduzione dell'orario lavorativo da 14 a 10 ore. Tuttavia, il suo
esperimento sarà economicamente fallimentare, ma tornato in Europa le sue idee circoleranno
e riceverà diversi riconoscimenti. In Inghilterra per esempio sarà vietato l'impiego dei
bambini sotto ai 9 anni d'età. Owen pubblica un pamphlet nel 1841"Che cos'è il socialismo"
cercando di dare una definizione. Socialismo e comunismo sono da considerare da contraltare
dell'individualismo e il liberismo politico ed economico.
Saint-Simon (1760-1825), figura chiave del socialismo, appartiene all'aristocrazia francese ma
assolutamente decaduta, seppur è una prestigiosa famiglia aristocratica. Viene ricordato
come il padre della tecnocrazia, il governo degli esperti, dei tecnici. Si pone in maniera nei
confronti del capitalismo e dell'industrializzazione, ma negativo all'oppressione e alle
ingiustizie sociali delle classi dominanti. Auspica la possibilità di edificare una società in cui
riprodurre il modello organizzativo industriale; propone una riforma del parlamento che si
presenta "tricamerale": camera dell'invenzione, camera dell'esame, camera dell'esecuzione.
Nella prima vi sono gli ingegneri e i poeti, i quali lavorano insieme per produrre i progetti di
legge. Nella seconda sono presenti i matematici e i fisici, i quali esaminano progetti di legge.
Nella terza vengono presentati i progetti di legge.
Saint-Simon critica l'ozio e il parassitismo della classe aristocratica , esaltando invece quella
dei lavoratori. Egli scrive "Il nuovo cristianesimo" dove evidenzia la necessità di tornare ad
un vero e proprio cristianesimo non corrotto dal clero, dagli interessi terreni e personali.
Fourier, altro esponente del socialismo utopistico, appartiene a una famiglia benestante ma si
ritroverà in gravi condizioni economiche. Egli non ha fiducia nella lotta di classe ed esprime
una concezione originale della storia. Egli afferma che la sua è un'epoca intermedia,
espressione di un momento di degenerazione, tra l'eden e la nuova armonia. L'uomo deve
assecondare le proprie passioni per giungere alla felicità, che contaminerà la società.
Bisogna svolgere un lavoro a cui si è naturalmente portati.
Proudhon, socialista borghese, è autore di un pamphlet "Che cos'è la proprietà?" (1840) che Marx
accoglierà con furore. Egli afferma che la proprietà privata è un furto; Marx condivide il suo
pensiero fin al 1846 quando il loro rapporto si inclina. Proudhon è l'artefice dell'anarchia positiva,
ovvero l'autogestione delle classi lavoratrici nella gestione del poter attraverso l'associazionismo.
Si esprime nella questione italiana, sul dibattito sull'assetto federativo, confederativo o unitario,
a favore di un assetto federativo considerato il più consono. Fa del lavoratore un'azionista, un
piccolo proprietario; su questo Marx avanza la sua critica.

Karl Marx (1818-1883)


Nasce a Treviri nel 1818 in una famiglia ebraica. Il padre è avvocato e lo indirizza agli studi
giuridici. Egli però abbandona gli studi giuridici per quelli filosofici. A Parigi incontra Engels.
Marx scrive soltanto il primo libro del "Capitale, gli altri saranno ereditati da Engels. Muore
a Londra nel 1883. scrive insieme ad Engels "La sacra famiglia", un'opera contro la sinistra
hegeliana, e nel 1847 elaborano "Il Manifesto del partito comunista", in cui si manifesta la
critica contro i socialisti utopisti. A Londra fonda la Prima Internazionale, l'associazione dei
lavoratori. La sua concezione filosofico-politica non può prescindere dall'analisi della filosofia
hegeliana, infatti il suo pensiero si costruisce sulla base del pensiero hegeliano anche se poi
ne prende le distanze e manifesta una opposizione.

Critica a Hegel

Marx non nega il contributo che ha dato alla filosofia. L'errore di Hegel è quello di aver
invertito il mondo, ponendo l'infinito davanti al finito. Bisogna rovesciare la dialettica
hegeliana e rivolgere l'attenzione all'uomo e non all'idea, all'infinto. La storia non è quindi
mossa dal processo dialettico delle idee, ma piuttosto nella lotta tra forze produttive,
proprietari e mezzi di produzione. Tutte le epoche storiche e si delineano con una grande
classe di oppressori e oppressi; una classe che imposto la sua ideologia, il suo vestito di idee
(traduzione del termine di ideologia), la sua cultura. La storia è lotta di classe, nella quale
mutano le classi protagoniste nel conflitto. Nella sua epoca la società, nata dal capitalismo ha
distinto capitalisti e proletari, mentre all'epoca romana vi erano patrizi e plebei. Il tipo di
economia (STRUTTURA DELLA SOCIETA') determina la distinzione tra forze produttive e
proprietari di mezzi di produzione. Lo Stato è l'emblema di questa oppressione. Marx parla di
DITTATURA DEL PROLETARIATO, il termine dittatura è utilizzato nell'accezione romana di
una magistratura eccezionale e temporanea, necessaria perché il proletariato capovolga il
sistema attuale. Nella visione dialettica di Marx non c'è niente di simile del processo
strettamente triadico di Hegel , ma rimane soltanto la necessità del passaggio da una fase alla
sua negazione.

Critica alla Sinistra hegeliana

La distinzione tra la destra e la sinistra hegeliana dei suoi seguaci, dopo la sua morte, si
ha grazie a una rappresentate della sinistra hegeliana, Strauss.

La destra hegeliana è rappresentata da Gabler, Conradi e si distingue per una posizione


di conservatori e per giustificare il cristianesimo.

La sinistra hegeliana, alla quale appartiene lo stesso Strauss che muove posizioni politiche
democratico-radicali e critiche nei confronti del cristianesimo. (Feuerbach)
L'dea di concepire la religione come espressione dell'alienazione dell'uomo è condivisa da Marx
infatti la considerava come "l'oppio dei popoli". Egli non vuole irridere la religione, non vuole
presentare la religione come espressione di preti ingannatori, ma mettere in evidenza l'idea di
una religione come opera di un'umanità sofferente che cerca consolazione. Pertanto da questo
presupposto riconosce il contributo di Feuerbach, però ritiene che l'alienazione descritta da
quest'ultimo resta incomprensibile se non si ricerca la radice storico-materiale di questa
alienazione.

CRITICA AGLI ECONOMISTI CLASSICI

Marx ha il merito di aver evidenziato la contraddizione profonda della società, ovvero alla
massima produzione corrisponde il massimo impoverimento della classe lavoratrice. Pur
descrivendo ciò che accade, non esaminano le cause e neanche propongono le soluzioni a
questa contraddizione economica. Nel "Manifesto del partito comunista" Marx ed Engels
affermano che i socialisti hanno offerto materiale prezioso per illuminare il proletario, ma
non offrono un programma di emancipazione di quest'ultimo e per questo sfocia nell'utopia .

1844-47

La concezione marxiana si evolve verso una visione materialistico-storico-dialettico della


storia, termine che adotta Engels per definire tale concezione. E' una dottrina nella quale le
cause non di natura ideale del divenire storico sono di natura sociale, materiale ed economica.
L'abolizione della proprietà privata, auspica dai due, che li fa approdare dal socialismo al
comunismo, garantisce una condizione più umana dell'uomo. Il lavoro è diventato costruttivo,
il lavoratore è diventato merce e non si esprime in termini di creatività, gli viene alienato il
prodotto del suo lavoro, gli strumenti del suo lavoro e la sua creatività. Dall'alienazione del
lavoro derivano l'alienazione religiosa, politica e tutte le altre forme di alienazione.

Questa divisione fra, forze produttive e proprietari di mezzi di produzione, ai quali il


proletario aliena il suo lavoro, produce divisioni sociali. L'economia struttura della società,
distingue le due classi perennemente in lotta. I rapporti materiali tra le classi, i modi di
produzione e la ripartizione dei beni riguardano la struttura della società, l'economia.
L'insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica sulla quale si eleva la
struttura economica sulla quale si lavora la sovrastruttura, ovvero la cultura, la politica, la
religione, il diritto, l'università stessa. Nell'evoluzione storica la struttura è la prima a
mutare, mentre le sovrastrutture tendono mutare più lentamente e tendono a sovrapporsi e
coesistere. In base al principio che le società variano al variare degli strumenti di lavoro, Marx
ne distingue quattro, alle quali Marx aggiunge l'età dell'avvenire da lui profetizzata:
COMUNITA' PRIMITIVA, nella quale la società è segnata dalla caccia e lo strumento di
lavoro è la pietra.
REGIME DELLA SCHIAVITU', segnato da strumenti di lavoro dell'ascia e dell'aratro.
ETA' FEUDALE, dove parallelamente alla produzione agricola si sviluppa quella
dell'artigianato.
REGIME BORGHESE, l'epoca di Marx, ovvero il regime del capitalismo delle industrie.
Marx riconosce il merito alla borghesia di essersi opposta al regime feudale, ma ha
fatto pagare le conseguenze delle lotte di classi al proletariato.
ETA' DELL'AVVENIRE, caratterizzata dall'abolizione della proprietà privata.
L'idea è quella di fondare una società socialista che poi approdi al comunismo. La differenza
tra socialismo e comunismo sta nell'allocazione delle risorse. Nel socialismo marxista le
risorse sono distribuite in base al numero delle ore di lavoro, mentre il comunismo è la fase
più evoluta che si realizzerà nel momento in cui, sempre con la socializzazione dei mezzi di
produzione, la distribuzione delle risorse avverrà sulla base del bisogno. (comunismo
autentico).

Fattore essenziale è l'abolizione della proprietà privata e la socializzazione dei mezzi di


produzione, così come la dittatura del proletariato. Proudhon muove una critica a Marx
sostenendo che la dittatura del proletariato sia soltanto il capovolgimento di una classe
dominante, di un ruolo di oppressori. Secondo Marx il capitalismo è stato necessario per
superare il sistema feudale, ma ciò comportato delle conseguenze relative per la classe
operaia, oppressa e mero strumento di lavoro. L'imprenditore attraverso la forza-lavoro si
appropria del plus-valore, cioè del profitto, che piuttosto che essere retribuito in termini di
salario al lavoratore, finisce nelle mani del capitalista. La principale forma di accumulazione
del capitale è il plus-valore . Marx distingue:
CAPITALE VARIABILE che si traduce nei salari.
CAPITALE COSTANTE che si traduce nelle materie prime e macchine (il loro acquisto).

Il plus-valore rappresenta il tempo che l'operaio regala al capitalista, che dovrebbe


essere retribuito e Marx distingue:
- il PLUS-VALORE ASSOLUTO è il prolungamento delle ore di lavoro, ma al massimo costo
(aumento di produzione)
- il PLUS VALORE RELATIVO è l'aumento della produzione dovuta grazie all'utilizzo
delle macchine e riducono i tempi di produzione.
L'obiettivo è produrre di più al minor costo, che crea concorrenza tra i capitalisti. Si
verificano crisi cicliche economiche determinando il fallimento di alcuni. Quindi aumenta
sempre il proletariato, e i capitalisti sono sempre più pochi. I lavoratori sono i soli a pagarne
le conseguenze. Quindi è necessaria la rivoluzione del proletariato per capovolgere il sistema
capitalistico perché non hanno nulla da perdere. Ciò è possibile attraverso mezzi dispotici
procedendo verso l'espropriazione della proprietà fondiaria, l'abolizione del diritto di eredità,
l'aumento delle fabbriche nazionali, l'uguale lavoro per tutti, l'educazione pubblica gratuita,
l'abolizione del potere minorile così il potere dello Stato verrà meno e perderà il suo carattere
politico. In questo modo si costruisce una società socialista e poi comunista.

Tocqueville (1805-1859)
E' uno dei più grandi pensatori dell'800. Appartiene a una famiglia aristocratica
profondamente legittimista. Dopo la rivoluzione francese del 1830 si instaura la monarchia
borghese di Luigi Filippo D'Orleans, un sovrano che non è molto amato da Tocqueville. Scrive
"L'antico regime e la rivoluzione" che lascia incompleto, l'amico Gustav de Beaumont cercherà
di risistemare gli appunti pubblicandola. "La democrazia in America" è una delle sue
importanti opere (prima edizione 1835, seconda 1840). E' un giovane magistrato che insieme a
Gustave de Beaumont che nel 1831 compie un viaggio in America. Questo viaggio è liberatorio
rispetto a una situazione politica che, pur avendo giurato fedeltà, la sente estranea. E'
autorizzato dal suo governo per studiare il sistema penitenziario per vedere se si possono
estrapolare degli spunti. Con quest'opera si delinea l'idea d'Europa, in questo caso coincide con
la Francia, e la non Europa è l'America, che va studiata perché lì ha avuto inizio un processo
di democratizzazione che in Francia è rimasto irrisolto dai tempi della Rivoluzione francese.
Ne "La democrazia in America" Tocqueville opera una comparazione tra l'America e la
Francia. La democrazia non è più la forma di governo delle piccole repubbliche, ma per
Tocqueville è quell'assetto politico caratterizzato prima di tutto da una desiderio smodato
verso l'uguaglianza. La massa vuole l'uguaglianza e la storia sembra evolversi sempre verso
una maggiore uguaglianza. Questa passione smodata per l'uguaglianza deve essere limitata
da dei correttivi altrimenti si affermerà a discapito della libertà. Infatti egli afferma che
uguaglianza e libertà sono due principi democratici inversamente proporzionali. Tocqueville e
Beaumont studiano il sistema carcerario americano con un'attenta analisi. Secondo
Tocqueville la carcerazione non serve tanto a per risocializzare il detenuto, ma come un
momento necessario per mettere la società al riparo al danno che il colpevole può arrecare.
Egli auspica a un modello di isolamento notturno e diurno secondo una posizione
conservatrice. Tocqueville condivide la politica colonialista francese, soprattutto in Algeria. Da
deputato dal 1839, egli propone una riforma sull'abolizione della schiavitù nelle colonie e la lor
registrazione. "La democrazia in America" è un'analisi di comparazione tra le Francia e
l'America, ciò che è presente in America e ciò che il più delle volte manca in Franci e in più in
generale in Europa. La prima parte viene pubblicata nel 1835 e la seconda nel 1840. Nella
prima parte egli tratta l'irruenza della democrazia nei costumi politici americani; esamina le
istituzioni delle colonie nel New England fondate dai Padri Pellegrini. Nela seconda parte
analizza l'influenza della democrazia nei costumi privati americani. Infatti mentre in Europa
la classe aristocratica ha determinato il rallentamento del processo democratico perché
avrebbe leso i privilegi acquisiti, in America non c'è mai stata una classe aristocratica e il
processo di democratizzazione è stato portato a compimento. Tutti i lesi si stanno
incamminando verso una maggiore uguaglianza, un assetto democratico e un processo
inarrestabile, un volere provvidenziale a cui non ci si può opporre. (DEMOCRAZIA
PROVVIDENZIALE).
Ne "L'antico regime e la rivoluzione" (1856) egli afferma che tra antico regime e rivoluzione
francese non c'è stata una rottura, ma continuità; la rivoluzione è stato un processo
acceleratorio che ha sviluppato i padroni democratici già esistenti. L'Europa sta compiendo
un passaggio da una regime di disuguaglianze politiche a una maggiore uguaglianza. Nel
rapporto inversamente proporzionale tra uguaglianza e libertà, bisogna edificare e accrescere
la libertà.
Negli Stati Uniti i fattori sociali e geografici sembrano tutelare la forma democratica di
governo, che nella società europea, quando sarà avvenuta non sarà priva di pericoli. Secondo
Tocqueville l'America è un territorio isolato geograficamente ed è al riparo da possibili guerre,
non c'è la necessità di mantenere gli eserciti e quindi di imporre tasse. L'Europa appare
invece come un grande teatro di guerre tra i "vicini". Il fattore sociale americano è invece
l'uguaglianza delle condizioni, secondo la quale nulla viene precluso alla nascita,
l'associazionismo manca in Francia. In Francia la libertà di associazione è limitata e
Tocqueville denuncia l'omertà della società francese e in generale europea. L'associazionismo
evita l'inglobamento del sistema politico e riflette i benefici del sistema politico centrale.
Vi è il desiderio irrefrenabile di giungere a un'uguaglianza delle condizioni e una sempre
maggiore affermazione dell'uguaglianza. L'uguaglianza sociale porta anche a un'uguaglianza
politica, determinando un livellamento spietato. Un pericolo da contrastare con l'affermazione
della libertà. La democrazia, fin dal mondo classico, è stata considerata come degenerazione
del potere di uno solo. Tocqueville parla di TIRANNIDE DELLA MAGGIORANZA . Se la
democrazia può essere definita come il governo della maggioranza, secondo Tocqueville nel
momento il cui la minoranza non può esprimere la sua diversità di opinione, siamo in
presenza della TIRANNIDE (degenerazione della democrazia) che porta a della conseguenze:
- considerare il principio della sovranità come un dogma, in nome del quale la massa si
sente infallibile
- il timore più grande è l'individualismo, ovvero il risultato dell'apatia. Nel momento in cui
non viene tutelato il diritto di dissentire, né viene accolto o ascoltato il cittadino
naturalmente tenderà verso l'apatia nei confronti di una vita pubblica.
L'individualismo è un pericolo che scorge nella società francese del suo tempo, proprio nella
mancanza di associazionismo che riesce a limitare questo problema. La tirannide nella
maggioranza monopolizza il potere legislativo, esecutivo e anche giudiziario. Ritracciati i
mali, Tocqueville ricerca i correttivi per tutelare e meglio garantire la libertà:
-la forma mista di governo non può essere un correttivo. Da sempre considerata come la forma
di governo migliore in grado di garantire la stabilità del governo, Tocqueville pensa che sia
un'utopia poiché una delle tre componenti cercherà di prevalere sulle altre e non ci sarà mai
un utopico equilibrio.
-l'unico principio per contrattare l'uguaglianza spietata livellatrice e le degenerazione della
democrazia è la LIBERTA', che deve concretamente realizzarsi nelle istituzioni politiche.
Nella società americana vede la completa realizzazione, in cui il pericolo degenerativo della
democrazia è minore.
La libertà si esprime sotto forma di quattro espressioni fondamentali:
LIBERTA' RELIGIOSA, la tolleranza religiosa è una caratteristica peculiare nel sistema
americano. Tutto ha origine dai Padri Pellegrini che hanno abbandonato il vecchio
continente alla ricerca di un luogo in cui professare liberamente la loro fede e religione.
DECENTRAMENTO AMMINISTRATIVO, rispetto a un'Europa in cui si tende ad
accentare piuttosto che a decentrare. Nel sistema federale americano vi è ampio spazio per
le autonomie locali, sollecitando così la partecipazione dei singoli cittadini. Infatti il
cittadino prima di tutto è cittadino del comune, come afferma Tocqueville.
L'ASSOCIAZIONISMO educa il cittadino a partecipare, rendersi utile, risolvere le proprie
questioni senza rimandare ad altri le soluzioni. In America funzionano le libere
associazioni.
INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA, che, se autenticamente indipendente, riesce
a riportare il monopolio della maggioranza nei suoi limiti. Mancando in America
un'aristocrazia feudale, è una nazione che si è fondata sui principi democratici. Tale
assenza viene colmata dalla magistratura, ovvero l'organo che, pur appartenendo al popolo
per nascita si configura con un carattere elitario. Infatti il diritto è poco accessibile alla
massa.
Nella conclusione della prima parte della "Democrazia in America" profetizza un imminente e
possibile scontro fra due grandi popoli che si contenderanno il dominio mondiale, gli
americani e i russi.

Mazzini (1805-1872)
E' un pensatore europeo, un cospiratore dell'Italia pre risorgimentale, vero intellettuale a
contatto con i più grandi intellettuali dell'epoca. Dopo aver partecipato alla carboneria, viene
arrestato e condannato in esilio. Egli fonda la Giovane Italia a Marsiglia e in seguito la
Giovine Europa in Svizzera, ovvero delle associazioni patriottiche a contatto con altri patrioti
europei. Durante l'esilio a Londra entra a contatto con le idee liberali dell'epoca; egli partecipa
ai salotti intellettuali. Nel 1846 ha la possibilità di collaborare con il People Journal,
quotidiano del movimento cartista. Questa vicenda sarà ricordata come l'Affare delle lettere
aperte. Viene intercettata a Londra la posta di Mazzini e un suo piano insurrezionale vie finrà
nelle mani degli austriaci che lo accuseranno dell'uccisione dei fratelli Bandiera. Questa
vicenda crea un dibattito nel parlamento inglese e la vicenda si conclude nel 1845 con
un'acclamazione di Mazzini. Mazzini pubblica 8 articoli nel People Journal, in cui si sofferma
sulla sua idea di democrazia. Mastellone farà notare che gli articoli del "Manifesto del partito
comunista" di Marx ed Engels sembrano una costante risposta degli articoli di Mazzini.

Le sue direttive politiche si sviluppano attraverso tre momenti:


la COSPIRAZIONE permette di elaborare il piano e le direttive
l'INSURREZIONE sui progetti cospirativi
la RIVOLUZIONE necessaria per edificare la Repubblica, una e indivisibile
Molti ancora hanno in mente la democrazia giacobina nel 1793, delle ghigliottine , delle
violenze. Per Mazzini la democrazia è rappresentativa, l'unica in grado di garantire il
progresso. Secondo una visione etico-religiosa vede l'azione della provvidenza nelle epoche
storiche sempre in un continuo progresso (IDEOLOGIA SPIRITUALISTA). Egli nega tutte òe
dottrine fondate sull'utile, il comunismo , l'Illuminismo, il materialismo, il socialismo. Secondo
Mazzini l'Illuminismo ha finito per dare vita a una visione di puro egoismo, in cui in fruitori di
tali diritti non credono di doverli estendere a chi ne resta escluso. Mazzini sottolinea la
correlazione tra diritti e doveri perché non esistono diritti senza doveri correlati. Vi è una
supremazia dei doveri sui diritti. Egli inoltre sostiene che il ceto medio deve svolgere un ruolo.
Mazzini contesta il comunismo e l'abolizione della proprietà privata. La proprietà come segno
del lavoro, dell'operosità è giusta e utile, non deve essere però uno strumento di oppressione,
Mazzini teme l'affermazione del comunismo e del socialismo proprio perché li considera i
cultori i cultori dell'utile e del materialismo. La monarchia costituzionale deve avere un ruolo
nella storia, solo però come un momento transitorio tra il dispotismo e la repubblica.
L'approdo finale è la repubblica espressione della democrazia rappresentativa. Prende le
distanze dalla repubblica federativa americana e dalla repubblica sociale autoritaria. Nella
forma americana il fondamento è la l'individualismo borghese e tutela i diritti individuali. La
repubblica sociale autoritaria non è compatibile con il ruolo che egli auspica per il ceto medio e
perché nega la proprietà privata.

Cattaneo (1801-1869)
E' uno dei padri del federalismo che non aveva auspica all'unita d'Italia. Infatti esalta il
modello americano ed elvetico, per la sua visione della questione italiana che avrebbe dovuto
risolversi con un sistema federale per garantire le specificità regionali. Nasce a Milano nel
1801, si laurea in legge e dopo una collaborazione giornalistica fonda la rivista "Il Politecnico".
All'inizio non partecipa alla cospirazione, perché è convinto che l'Impero austriaco si possa
evolvere verso un assetto federale. A seguito delle cinque giornate di Milano (18-22 marzo 18)
sarà uno dei protagonisti del Risorgimento italiano e sarà contrario a una possibile fusione tra
Piemonte e Lombardia. E' costretto all'esilio. A seguito della dell'Unità d'Italia, che non
condivide, sarà eletto al primo parlamento unitario a Torino e anche a quello di Firenze, dopo
lo spostamento della capitale; egli non parteciperà mai per le sue idee. Cattaneo rappresenta
la borghesia progressista. Egli attribuisce un ruolo militante alla filosofia che può illuminare
l'uomo e liberarlo dai pregiudizi, superstizioni e i suoi errori. Si fa sostenitore del liberismo
classico economico, contrario a ogni forma di protezionismo. L'industria deve svilupparsi
liberamente. Se manifesta i suoi dubbi sull'idea di dare vita a un'economia nazionale, riserva
un giudizio positivo sul concetto di nazione come espressione del decentramento politico e
amministrativo, in grado di tutelare le sue autonomie territoriali e municipali. Vi è l'idea di
una federazione e dell'abolizione dell'esercito permanente. Il cittadino deve essere educato
alle armi in caso di necessità.

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