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Manuale di Psicologia Sociale

di Luciano Arcuri
Psicologia Sociale
Università degli Studi di Napoli Federico II
51 pag.

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Manuale di
Psicologia Sociale

Di Luciano Arcuri

(Guida all’Esame di Psicologia Sociale)

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UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTI AL TESTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA
La Ricerca in Pag. 37-83 Teoria Scientifica
2 Psicologia sociale Qualità-Validità
Efficacia-Attendibilità
Intrusività
UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA AL TESTO
Percezione e cognizione Pag. 87-126 Formazione delle
3 sociale impressioni
Gestalt Theory
Schema Locus di
causalità Attribuzione
causale
Errore fondamentale di
attribuzione
Biases Stereotipo
UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO AL TESTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA
Le dimensioni sociali Pag. 131-154 Io-Me
4 del sé Gli Schemi del sé
Autostima
Autoaccrescimento
Coerenza
Autoregolazione
Autopresentazione
UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO AL TESTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA
Le Emozioni Pag. 161-191 Multicomponenzialità
5 Intrapsichico
Predisposizioni emotive
Processo di
valutazione
Multidimensionalità
Fisiologicità
UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO AL TESTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA
Il Processo di Pag. 197-220 Socializzazione
6 socializzazione Primaria-
Secondaria
Interazione
Risocializzazione
Transizione Ecologica

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UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
DIDATTICA TESTO
Gli Atteggiamenti sociali Pag. 229-251 Risposte cognitive
7 affettive
comportamentali
Condizionamento
operante Acquiescenza
Interiorizzazione
Misura
dell’atteggiamento
Azione ragionata
Coerenza Equilibrio
cognitivo
Dissonanza cognitiva
OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
UNITA’ TESTO
DIDATTICA
Attrazione personale e Pag. 299-332 Behaviorismo
8 relazioni sociali Comportamentismo
Cognitivismo
Interazionismo
Modelli di equazione
strutturale
Resoconti retrospettivi
Attribuzione causale-
Locus attributivo
Rivalità
Comunicazione non
verbale
UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
DIDATTICA TESTO
Aggressività/Altruismo Pag. 335-363 Multidisciplinarietà/
9 Multidimensionalità
Frustrazione
Fraintendimento
Psicoanalisi
sogno Condotta
interpersonale e sociale
Determinante biologica
Empatia
UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
DIDATTICA TESTO
L’interazione nei gruppi Pag. 365-406 Gruppo/categoria/
10 aggregato
Interdipendenza
Status
Ruolo Leadership

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UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
DIDATTICA TESTO
Persuasione e influenza Pag. 425-442 Messaggio persuasivo
11 sociale Bisogno di cognizione
Conformismo/
Conversione

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La psicologia sociale studia il comportamento sociale umano nell'ambito delle interazioni della vita
quotidiana.

Comportamento e interazione sono i due concetti fondamentali della psicologia sociale (in
particolare, con “interazione” si intende il rapporto con gli altri).

La differenza tra la psicologia generale e la psicologia sociale: la prima ha a che fare con gli
individui (i loro comportamenti e i loro punti di vista); la seconda si occupa della situazione. In
realtà, studiare la situazione e l'interazione non è sufficiente a capire i motivi del comportamento.
Per comprendere il comportamento sociale sono necessari quattro livelli di analisi:
1. intrapersonale che riguarda processi mentali quali l’organizzazione e la struttura di
atteggiamenti
interpersonale che considera le dinamiche dei processi interindividuali fra persone simili
intergruppi che considera i processi di categorizzazione sociale, gli effetti delle appartenenze di
gruppo
sociale che riguarda le credenze condivise, l’ideologia

LA STORIA DELLA PSICOLOGIA SOCIALE


Gli inizi di questa disciplina si situano tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, un'epoca
che vide la nascita del metodo scientifico, la nascita della cultura industriale, ma anche importanti
trasformazioni della scocietà e della politica. La psicologia sociale nacque in Europa, ma poi si
sviluppò negli USA. Tra i primi psicologi sociali europei ricordiamo Tarde e Wundt. Quest'ultimo
è anche il fondatore della psicologia moderna.
Per quanto riguarda gli USA, qui la psicologia sociale fin dall'inizio fu molto pragmatica (cioè
basata su esperimenti nei laboratori). Tuttavia gli psicologi sociali americani non si preoccupavano
di fornire analisi che spiegassero i fenomeni sociali.
Negli anni '20 negli USA il più noto psicologo sociale era Floyd H. Allport (1890-1979), esponente
del behaviorismo e autore di Social Psychology (1924).
Arriviamo così alla terribile crisi economica del 1929 e alla Seconda Guerra Mondiale. Questi due
eventi storici segnarono un profondo cambiamento nella psicologia sociale: essa finalmente iniziò
ad occuparsi dell'attualità. In realtà ciò avvenne solo negli USA. Infatti in Europa, specialmente
negli Sati sotto controllo nazista, la psicologia sociale subì una battuta d'arresto.
In questo periodo lo psicologo sociale più famoso era Kurt Lewin. Egli era un ebreo tedesco che
scappò dalla Germania e si rifugiò in America. Lewin era un esponente della Gestalt. Lo ricordiamo
ancora oggi per aver sviluppato la teoria dell'interdipendenza (= tutti gli elementi di un ambiente
sono interdipendenti tra di loro) e per il fatto che, grazie a lui, la psicologia sociale abbandonò il
paradigma comportamentista per passare all'approccio interazionista e cognitivista. Oltre a Lewin,
in questo periodo sono inportanti anche George Herbert (autore di Mente, Sé, Società, 1934) e
Mead (che ha elaborato la psicologia del Self introducendo in psicologia sociale concetti come
“ruolo” e “identità”). Lewin e Mead hanno condotto la psicologia sociale nella sua fase moderna.

LE DIVERSE SCUOLE DI PENSIERO DELLA PSICOLOGIA SOCIALE

Orientamento comportamentista
Questa scuola di pensiero si proponeva di identificare le leggi che spiegano i comportamenti umani
in base a risposte elementari a stimoli altrettanto elementari. In altre parole, prima c'è uno stimolo
elementare (nell'ambiente), poi arriva la reazione elementare (dovuta al nostro organismo).
Uno dei presupposti del comportamentismo (o behaviorismo) è che non siamo in grado di misurare
i processi mentali, ma solo i comportamenti visibili (infatti, il comportamentismo radicale negava
perfino l'esistenza della coscienza).
Il primo comportamentista fu John Watson, autore di La psicologia così come la vede il
comportamentista, 1913.
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Il comportamentismo si diffuse specialmente negli USA.

Critiche al comportamentismo: secondo il comportamentismo, l'individuo ha un ruolo passivo,


perchè può solo rispondere agli stimoli ambientali, ma questa è una visione troppo semplicistica.
In base a questa critica il comportamentismo cercò di rinnovarsi elaborando il modello S-O-R (cioè
tra Stimolo e Risposta si riconosce l'esistenza dei processi cognitivi ed emozionali dell'individuo).
Così, negli anni '60, con Albert Bandura si giunse alla teoria dell'apprendimento.

Teoria psicoanalitica di Freud


Per uno psicologo sociale, il concetto più importante della psicoanalisi è l'inconscio, visto che ha
grande importanza per il rapporto fra individuo e società. L'inconscio comprende tutti quei
contenuti psichici che rimuoviamo dalla coscienza perchè contrastano con:
• fattori bio-sociali (che regolano la nostra condotta);
• pulsioni sessuali.
Altri concetti importanti della teoria psicoanalitica:
• ES (sede delle pulsioni e delle motivazioni basilari dell'essere umano. Tali pulsioni sono la
rappresentazione psichica dei bisogni);
• IO (istanza psichica con funzioni di controllo percettivo, comportamentale, cognitivo. L'io è
necessario per il confronto con la realtà esterna. Inoltre, l'io è il mediatore tra il conscio, il
preconscio e l'inconscio);
• SUPER-IO (controllo e autocritica. Il Super-io è l'origine del senso di colpa ed è guidato dal
senso del dovere).
Ad ogni modo, la psicoanalisi non ha avuto molto successo in psicologia sociale, perchè non ha
metodiche sperimentali. Tuttavia, tra gli psicologi sociali ispirati dalla psicoanalisi ricordiamo John
Dollard e Theodor W. Adorno.

Gestalt
Essa studia la percezione, il modo in cui la realtà ci appare. La “psicologia della forma” nacque
all'inizio del Novecento. La sua importanza risiede anche nel fatto che furono i suoi esponenti a
condurre i primi esperimenti, fatto che ha avuto un'influenza enorme sugli studiosi successivi. Non
a caso, è dalla Gestalt che provengono concetti come campo e interdipendenza. Inoltre, fu la Gestalt
a spostare l'attenzione degli psicologi dall'individuo al gruppo e poi alla comunità.

Cognitivismo
Dopo decenni di studi basati sull'orientamento comportamentista, alcuni studiosi decisero che si
doveva studiare anche la mente.
Tra i molti studiosi comportamentisti ricordian Jean Piaget che negli anni '80 studiò l'intelligenza.
Ricordiamo anche Ulric Neisser, autore di Psicologia cognitivista (1967). Secondo Neisser, non
bastava nemmeno studiare la mente: bisogna studiare la mente inserita nel proprio ambiente.

Per uno psicologo sociale cognitivista è necessario comprendere il mondo sociale in cui agisce
l'individuo. Se si conosce il mondo sociale, allora si capirà anche come esso influenza l'individuo.

UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTI PAROLE CHIAVE


DIDATTICA AL TESTO
La Ricerca in Pag. 37-83 Teoria Scientifica
2 Psicologia Qualità-Validità
sociale Efficacia-Attendibilità
Intrusività

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APPROFONDIMENTO
Questo Capitolo analizza le caratteristiche principali dell’indagine e della ricerca scientifica in
psicologia sociale. Quello che distingue la raccolta e l’elaborazione di informazione scientifica
dalla raccolta ed elaborazione di informazioni che ciascuno di noi quotidianamente è in grado di
apprendere è il carattere sistematico e intenzionale della ricerca e dell’indagine scientifica. Sia
l’uomo comune (della strada) che il ricercatore, infatti, si pongono domande e pervengono a
conclusioni circa il comportamento umano, ma mentre l’uomo comune è fondamentalmente
inconsapevole dei processi attraverso il quale elabora le sue conclusioni, lo scienziato è in grado di
controllare la validità e la qualità delle informazioni raccolte. Questo significa che la ricerca
scientifica e le teorie scientifiche differiscono da quelle dell’uomo comune perché sono definite in
modo più sistematico ed esplicito. Le teorie scientifiche si distinguono in quanto processi di
osservazione intenzionali, deliberati e controllati. In conclusione la teoria scientifica può essere
definita come un insieme di preposizioni correlate logicamente che descrivono e spiegano un
oggetto di studio.
Il primo step di una ricerca scientifica è la selezione dell’oggetto d’indagine. Una volta selezionato
l’oggetto d’indagine possiamo intraprendere due tipi di ricerca F3 0A la ricerca di base e la ricerca
applicata.
Nel primo caso lo scopo del ricercatore è quello di rendere meno ambigua e di sottoporre a verifica
una teoria o parte di essa. Nel secondo caso lo scopo del ricercatore è quello di facilitare l’adozione
di decisioni che si rilevino le migliori ai fini della ricerca. La distinzione fondamentale fra le due
F0
ricerche si basa sull’origine del quesito di base al quale la ricerca intende rispondere esempio
AE

pag. 40.
Una volta definita la teoria è importante definire anche e soprattutto definire il concetto di ipotesi F3 0A
una ipotesi è parte di una teoria, ed è un’affermazione in grado di mettere in relazione due variabili
ad esempio se accade x, allora con una certa probabilità si osserverà y. L’ipotesi può quindi essere
definita come una congettura non ancora dotata di un buon valore scientifico-teorico, una buona
ipotesi scientifica, infatti non utilizza le definizioni concettuali delle variabili fra le quali afferma
che esista una relazione, ma le loro definizioni operative.
Passiamo ora ad esaminare gli scopi fondamentali dell’indagine e empirica ai quali corrispondono
tre livelli di indagine empirica F3 0A
1. Indagine descrittiva ha lo scopo di assicurare una rappresentazione quanto più possibile fedele
ed accurata dell’oggetto di indagine (quadro descrittivo) ed è il primo approccio della ricerca in
grado di fornire elementi ed informazioni utili per l’approfondimento dell’indagine.
Indagine correlazionale costituisce il secondo livello di indagine empirica, ed ha lo scopo di
mettere in rapporto la variabile oggetto di studio con gli altri fattori e condizioni presenti nella
situazione oggetto di indagine.
Indagine sperimentale ha come scopo quello di produrre informazione circa le relazioni causali.
Questo terzo livello di indagine è fondamentale in quanto cerca di stabilire che tipo di relazioni si
vengono a creare fra la variabile dipendente oggetto di studio, quella cioè le cui variazioni il
ricercatore si limita ad osservare (di cui si suppone il ruolo causale), e la variabile
indipendente o sperimentale, quella cioè che viene fatta variare dal ricercatore( di cui si
esempio pag. 44
suppone il ruolo di effetto) FA 0E .
Una ricerca scientifica deve essere attendibile, ovvero empiricamente verificabile, questo significa
valutare in termini di qualità e validità le conclusioni a cui perviene. La validità delle conclusioni
alle quali si può pervenire si misura attraverso l’uso di tecniche statistiche queste sono applicate ai
dati relativi ad un campione allo scopo di trarre conclusioni circa la probabilità che la relazione fra
le variabili sia effettiva. In questo senso esistono due tipi di errori possibili, l’errore di primo tipo
consiste nel concludere che esiste una relazione fra due variabili quando in realtà questa non è
presente, l’errore di secondo tipo, viceversa, conclude che non esiste una relazione fra due
variabili quando in realtà questa è presente.

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Un altro momento fondamentale di una ricerca scientifica è quello che consiste nel verificare la
validità interna del rapporto fra le due variabili. Una volta accertata la relazione fra le variabili x
ed y si tratta di decidere se è presente una relazione di causa-effetto fra le due e se l’influenza
causale va da x ad y o viceversa. Il rapporto fra X ed Y comunque può essere comunque mediato
anche dalla presenza di una terza variabile che chiameremo C. L’accertamento della validità interna
consiste essenzialmente nell’esaminare ed eventualmente nello scartare perché non plausibili le
relazioni che implicano l’intervento di una terza variabile C.
E’ inoltre importante tenere in considerazione quelle che vengono definite le variabili parassite
chiamate comunemente artefatti dovuti ai soggetti o al ricercatore che indicano quelle situazioni
in cui l’aspettativa del ricercatore è così forte da stimolare, attraverso un meccanismo
inconsapevole, nei soggetti sottoposti ad esperimento il tipo di risposta che egli si aspetta e che
conferma l’ipotesi da lui formulata. Per evitare questo tipo di situazione , in grado di mettere in
pericolo l’esito della ricerca è opportuno utilizzare tecniche non intrusive, motivare i soggetti,
utilizzare appositi disegni di ricerca, monitorare costantemente la situazione (manipulation ceck).
Per quel che riguarda l’evento-comportamento osservato esistono quattro livelli a cui corrispondono
quattro diversi tipi di scale F3 0Ascala nominale con caratteristiche di tipo qualitativo che non possono
essere ordinate , ad esempio il sesso, il colore dei capelli, l’area di residenza di un campione. La
scala ordinale quando le modalità del carattere osservato possono essere ordinate secondo una
determinata caratteristica e fra ogni coppia di categorie si può stabilire una relazione ordinale, ad
esempio titolo di studio universitario maggiore di quello elementare. La scala intervallare è una
vera e propria scala quantitativa che assegna a tutte le unità dei valori numerici. Sulla scala
intervallo le differenze numeriche costituiscono delle differenze di grandezza o distanza, in
sostanza si ordinano le osservazioni stabilendo anche il grado di distanza che corre fra esse ad
esempio gli intervalli fra fasce di reddito da o a 8 milioni, da 9 a 15 ecc. La scala a rapporto si ha
allorché si possa partire da uno zero assoluto fissandone arbitrariamente un’unità di misura
costante, ad esempio la misura del reddito in lire o milioni di lire in quanto lo zero assoluto
corrisponde alla possibilità che gli intervistati non abbiamo alcun reddito.
Generalmente si distinguono quattro tipi di validità delle misure F3 0A
Validità di contenuto indica la misura in cui lo strumento in esame contiene un campione
rappresentativo del comportamento che si ritiene esprima il concetto che si intende
esempio pag. 55
F0
studiare A E .
Validità concorrente corrisponde alle modalità con le quali ci si accerta della validità di strumenti
esempio pag. 56
di misura di proprietà fisiche FA 0E .
Validità predittiva indica la possibilità di prevedere in base ad essa le prestazioni future dei
soggetti in aree nelle quali si ritiene che la variabile concettuale considerata eserciti una forte
influenza ad esempio il test di livello intellettuale.
Validità concettuale, intesa come estensione della validità predittiva, in quanto è data dalle
relazioni che essa ha con un insieme di concetti in relazione fra loro.
Per Validità esterna invece si intende la possibilità di generalizzare i risultati di una determinata
ricerca a tipi di attori, tipi di contesti, modalità di osservazione e occasioni diverse da quella
dell’indagine stessa.
Esistono diverse strategie di indagine quali gli studi sul campo condotti mediante osservazione
partecipante e sistematica, le survey research, sondaggi o indagini campionarie, gli esperimenti
sul campo, gli esperimenti di laboratorio ed infine le simulazioni sperimentali.
Negli studi sul campo con osservazione partecipante (field work) lo scopo principale del ricercatore
consiste nel registrare in modo preciso e sistematico lo svolgimento delle varie attività delle
persone nel loro ambiente naturale. Il ricercatore può utilizzare varie strumenti quali appunti, diari,
registratori, riprese video. Gli studi sul campo con osservazione sistematica sono quegli studi in
cui il ricercatore possiede già informazioni circa l’oggetto di indagine e ha già formulato alcuni
quesiti relativi alle variabili e ai fattori che concorrono a produrre il fenomeno oggetto di indagine
F0
AEesempio pag. 57 Schema di Bales.
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Le survey research indicano tutte quelle ricerche nelle quali ai soggetti viene richiesto di fornire
resoconti soggettivi relativi a se stessi, alle proprie opinioni, atteggiamenti e comportamenti,
attraverso questionari che terranno conto delle caratteristiche socio-demografiche di chi dovrà
rispondere. I sondaggi sono delle indagini a livello descrittivo che hanno come scopo principale
quello di trarre conclusioni circa una determinata popolazione ad esempio, casalinghe, studenti
universitari ecc. Tecnica fondamentale delle survey research è il CAMPIONAMENTO.
L’operazione di campionamento consiste nello scegliere tra le unità della popolazione quelle cui
rilevare il carattere che forma l’oggetto di indagine. L’obiettivo che ci si pone è quindi quello della
rappresentatività, ovvero la maggiore somiglianza possibile fra la distribuzione del carattere nel
campione e la sua distribuzione nell’intera popolazione. Naturalmente la difficoltà nell’ottenere
buoni risultati sarà influenzata dalla variabilità del carattere nella popolazione, maggiore è la
variabilità più è facile ottenere campioni poco rappresentativi, e a ciò si cercherò di ovviare
aumentando la numerosità del campione. All’estremo opposto, se la variabilità del carattere fosse
nulla sarebbe sufficiente un campione di una sola unità per ottenere una rilevazione senza errore.
Negli esperimenti sul campo il ricercatore si basa essenzialmente sulla osservazione sistematica
delle dimensioni rilevanti, attuando però anche una manipolazione diretta delle variabili. In questo
tipo di esperimenti il ricercatore ha di solito precise ipotesi circa la natura delle conseguenze che
dovrebbero fare seguito all’introduzione di un determinato trattamento e le conclusioni che intende
trarre sono di natura causale ( il trattamento X ha causato l’effetto Y)
L’esperimento di laboratorio è la strategia di ricerca che consente il massimo controllo da parte
del ricercatore sulle condizioni nelle quali il comportamento oggetto di interesse viene osservato,
fornendo le usale informazioni più efficaci per dimostrare la natura causale della relazione fra due
variabili. Nell’esperimento di laboratorio, quindi, il ricercatore è in grado di controllare totalmente
la manipolazione della variabile indipendente e può determinare con assoluta libertà l’assegnazione
dei soggetti alle diverse condizioni sperimentali. La realizzazione dell’esperimento di laboratorio si
articola in 4 fasi F3 0A
1. creazione di un contesto nel quale introdurre la manipolazione della variabile indipendente
la messa in opera della manipolazione, ovvero la creazione della storia di copertura
la misurazione della variabile dipendente
spiegazione ai soggetti delle finalità dell’esperimento.
La simulazione sperimentale come strategia di indagine può essere considerata come quel
tentativo di ricostruire il modello di un sistema reale. Esempio fondamentali di questo tipo di
ricerche sono i cosiddetti giochi di ruolo Role Playing Games.

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UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA AL TESTO
Percezione e Pag. 87-126 Formazione delle
3 cognizione
sociale
impressioni
Gestalt Theory
Schema Locus di causalità
Attribuzione causale
Errore fondamentale di
attribuzione
Biases Stereotipo
APPROFONDIMENTO
Questo Capitolo analizza i processi psicologici di base attraverso cui gli individui utilizzano e
rendono attivi gli schemi mentali che permettono di interpretare ed analizzare i comportamenti
degli altri e gli eventi che quotidianamente si devono affrontare. Dietro una semplice descrizione
riguardante una persona c’è una enorme quantità di attività che coinvolge diversi aspetti della vita
mentale e dell’esperienza psicologica dell’individuo. Ognuno di noi nel momento in cui si trova a
dover costruire l’impressione di una persona viene a contatto con un numero elevatissimo di
informazioni che vengono decodificate e tradotte in unità concettuali , le quali interagiscono con
quella struttura di conoscenza che ogni individuo possiede a proposito del mondo.
Salom Asch è stato uno dei primi psicologi che abbiano esplorato l’organizzazione della percezione
sociale. L’assunto di base da cui partiva Asch era che la percezione è un processo costruttivo i cui
risultati sono mediati dalle strutture di interpretazione che si attivano nel nostro cervello. Il
modo attraverso cui noi interpretiamo un certo oggetto dipende dal contesto in cui esso è
inserito, il contesto in sostanza fornisce di volta, in volta, configurazioni diverse che
producono modificazioni nel significato degli oggetti che andiamo a interpretare. Questo
assunto rimanda ad una teoria fondamentale in psicologia ovvero la Gestalt Theory. Seconda
questa teoria la percezione totale di un’altra persona non è la semplice somma di concetti usati nel
definire la persona, ma il soggetto percipiente tenta di organizzare i vari tratti della persona in un
insieme, e nel fare ciò crea una percezione qualitativamente diversa dalla semplice somma delle
parti. Anticipando la tematica degli schemi, che sarà approfondita più avanti, Asch partiva dal
presupposto che noi concepiamo le persone come delle unità psicologiche e che le diverse
informazioni che di loro possediamo vengono rapportate ad un nucleo interpretativo unificante. Per
comprendere meglio questo processo interpretativo ci serviremo di due modelli F3 0Ail modello
configurazionale e il modello algebrico . Asch per l’appunto è l’autore che sposa la teoria del
modello configurazionale in quanto afferma, come spiegato precedentemente, che nel processo di
formazione delle impressioni di persona si manifestano delle forze unificanti che agiscono per
raccordare e integrare gli elementi di informazione in una impressione globale. In questo modello,
in sintesi, viene sottolineato il carattere olistico della realtà soggettiva F3 0A sono le relazioni fra le
parti, ovvero le caratteristiche dell’insieme ad attribuire senso alle nostre esperienze psicologiche. Il
modello algebrico, a differenza, prevede che ogni tratto di persona possieda uno specifico e non
modificabile significato e che la valutazione ad esso rimanga costante. In sintesi questo modello
non è altro che la semplice somma algebrica delle valutazioni, ad esempio se incontro uno
sconosciuto che possiede alcuni tratti di personalità, non dovrò fare altro che combinare le
valutazioni associate alle sue caratteristiche positive e negative, in questo modo il risultato
costituirà la mia impressione globale di quella persona A E
F0
esempio pag. 93.
Un concetto molto importante che emerge da questo processo è che i tratti che compaiono per primi
nella descrizione hanno un impatto decisamente maggiore sulla valutazione globale rispetto a quelli
che si presentano successivamente EFFETTO PRIMACY. Alla luce di quanto affermato fino ad
ora risulta chiaro come nella vita di ogni giorno gli individui utilizzano le informazioni direttamente
disponibili, integrandole spesso con quelle che già sono in loro possesso TEORIA IMPLICITA
DELLA PERSONALITÀ’ questa teoria ben descrive quell’attività fondamentale della mente
umana di andare oltre l’informazione data. e’ importante sottolineare che questa teoria implicita
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della personalità sembra guidare non solo i giudizi dell’uomo della strada ma anche il lavoro degli
addetti ai lavori.
Concludendo i legami che i soggetti attivano per trarre inferenze sul comportamento manifesto
degli individui costituiscono spesso delle strutture che potremmo definire multidimensionali ricche
ed articolate che facilitano i percorsi di recupero delle informazioni e che, nel caso di persone
sconosciute, rendono più sicuri i giudizi e le previsioni. Questo concetto ci aiuta a comprendere
l’aspetto più generale riguardante la nostra conoscenza sociale ovvero il fatto che essa è frutto del
complesso intreccio tra ciò che sta dentro di noi e ciò che la nostra mente attivamente costruisce ed
organizza. Introduciamo a questo punto il concetto di schema sociale F3 0A gli schemi sono delle
strutture di dati che servono a rappresentare i concetti immagazzinati in memoria.
Esistono vari tipi di schema ognuno a seconda del caso che ci troviamo ad analizzare, schemi di
persone, schemi di sé, schemi di eventi ed infine schemi di ruolo.
Gli Schemi di persone sono strutture di conoscenza che si riferiscono a particolari categorie di
individui che focalizzano i tratti di personalità che li distinguono e che ne rendono significativo il
comportamento.
Gli Schemi di sé a differenza sono quelle strutture schematiche che riguardano le conoscenze
relative a noi stessi. Gli Schemi di ruolo sono quelle strutture cognitive che organizzano le
conoscenze circa i comportamenti previsti, ad esempio esercitare una professione vuol dire
acquisire determinati comportamenti di routine, il cui significato è compreso se lo schema
corrispondente viene attivato . A questo riguardo è importante fare una precisazione, e cioè tenere
presente che esistono dei ruoli che le persone incarnano fin dalla nascita e che li accompagnano per
tutta la vita, questi sono i cosiddetti ruoli ascritti come ad esempio la razza, il sesso, l’età.
Per quel che riguarda gli schemi di eventi questi possono essere definiti come quelle strutture di
conoscenza che descrivono varie azioni negli opportuni contesti. Questi schemi o script sono in
grado di produrre aspettative su ciò che è probabile che si verifichi in una particolare situazione,
generano prescrizioni sul come ci si deve comportare, offrendo anche indicazioni sulla sequenza di
azioni che porta al raggiungimento di un obiettivo. Questi schemi il più delle volte si innescano
automaticamente, inconsapevolmente, per fare una telefonata e per prendere un treno nessuno di noi
rifletterebbe sulle strutture che programmano tali tipi di azioni.
Il concetto di schema ci introduce un altro concetto molto importante per l’analisi del giudizio
sociale, ovvero lo studio di come le persone cercano spiegazioni circa il loro e l’altrui
comportamento. Questo processo prende il nome di attribuzione causale spiegabile come quel
processo che si mette in atto quando cerchiamo di capire le origini e le cause di determinati
comportamenti. Ognuno di noi esprime la necessità di dover sempre prevedere il futuro e
controllare gli eventi a cui quotidianamente siamo sottoposti. E’ facile dedurre che se riusciamo a
capire quali fattori hanno prodotto un certo risultato presumibilmente siamo anche in grado di
controllare la probabilità con cui questo risultato si può verificare in futuro o almeno a prevedere
quando questo si realizzerà.
Secondo Heider, il criterio principale per interpretare il comportamento di qualcuno consiste nel
decidere il LOCUS della causalità, ossia nello stabilire se la causa del comportamento della persona
sta nella persona che lo ha prodotto, nell’ambiente circostante o in ambedue. Da qui la capacità,
secondo Heider di individuare i vari livelli di responsabilità che determinano quanto ad una persona
può essere fatto carico di un determinato accadimento.
Sulla scia del pensiero di Heider Jones e Davis hanno elaborato la teoria dell’inferenza
corrispondente ponendosi l’obiettivo di analizzare i modi in cui le persone effettuano stabili
attribuzioni circa le disposizioni di chi compie un’azione. L’assunto di base di questa teoria
stabilisce che il comportamento di una persona risulta informativo agli occhi di un’altra quando
questo è il frutto di un’intenzione e quando tale intenzione si mantiene costante nel tempo.
Conoscere bene un individuo significa quindi comprendere e prevedere il suo comportamento
(l’amicizia).
Attraverso le teorie esposte di Heider, e di Davis emerge l’importanza di definire l’origine di causa
interna o esterna di una determinata situazione, modello proposto da Weiner . La causa sarà interna

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quando essa è riconducibile alla persona che ha messo in atto un certo comportamento mentre sarà
esterna quando è riconducibile alla situazione A E
F0
esempio pag. 110.
Ognuno di noi è poi anche in grado fare questo tipo di inferenze anche riguardo il proprio
comportamento, ovvero ricercare le cause dei propri successi o insuccessi all’esterno o all’interno
di sé. La tendenza generale che le persone hanno di attribuire i propri successi a cause interne e i
propri insuccessi a cause esterne va sotto il nome di self-serving bias, ossia di attribuzione al
servizio di sé.
Quando noi osserviamo e valutiamo i comportamenti delle persone, generalmente tendiamo ad
attribuire tali comportamenti alle loro qualità o disposizioni più che a fattori di tipo situazionale.
Questo meccanismo introduce un altro concetto fondamentale e cioè quello dell’errore
fondamentale di attribuzione, con il quale si indica quella tendenza generale di giudizio che i
soggetti manifestano allorché, nell’individuare i fattori che determinano il comportamento della
gente, sottostimano l’impatto dei fattori situazionali mentre sovrastimano l’impatto dei fattori
disposizionali. Il soggetto tende, secondo questo principio ad attribuire il comportamento
dell’attore a sue disposizioni permanenti, come ad esempio gli atteggiamenti, senza considerare che
in alcuni casi l’attore assume determinati comportamenti perché non ha la possibilità di comportarsi
in maniera differente. Questo processo introduce anche un altro meccanismo molto importante e
cioè la differenza attore-osservatore nei processi attribuzionali, ossia quella tendenza
sistematica a spiegare il comportamento degli altri nei termini di fattori disposizionali ed il proprio
nei termini di fattori situazionali o instabili. le persone in sintesi tendono ad essere
disposizionaliste solo quando giudicano il comportamento degli altri, mentre le stesse persone
tendono ad essere situazionaliste quando devono spiegare il proprio comportamento.
Nel momento in cui ci troviamo a dover affrontare determinate situazioni o ad esprimere giudizi nei
confronti degli altri il giudizio o il comportamento degli altri sembra avere un ruolo abbastanza
debole , in genere infatti utilizziamo informazioni di consenso autogenerate. L’effetto del
consenso basato sul sé consiste nella tendenza a percepire il proprio comportamento come tipico e
nell’assumere che nelle stesse circostanze gli altri si sarebbero comportati nello stesso modo.
Questo discorso per introdurre il concetto del falso consenso una tendenza che vede i soggetti
bisognosi nel ricercare la compagnia di coloro che sono a loro simili o che si comportano in
maniera simile. L’effetto di falso consenso appare particolarmente forte quando i fattori situazionali
e le condizioni ambientali sono percepiti come responsabili del comportamento, al contrario,
l’effetto sui affievolisce quando emergono delle attribuzioni disposizionali del comportamento.
Infine. l’effetto diventa molte forte nel caso dei gruppi di minoranza, coloro che appartengono ad
una minoranza giudicano i propri comportamenti molto più condivisi entro il proprio gruppo di
quanto non capiti ai membri di un gruppo di maggioranza.
Tutti gli esempi che abbiamo riportato fino ad ora sottolineano l’importanza degli schemi ed in
generale delle strategie cognitive perché sostanzialmente in grado di semplificare l’interpretazione
della realtà in cui viviamo. gli psicologi sociali hanno dato a queste strategie cognitive di
semplificazione il nome di euristiche.
Esistono tre diversi tipi di euristiche

1. L’Euristica della rappresentatività

L’Euristica della disponibilità

L’Euristica della simulazione

L’Euristica della rappresentatività è una scorciatoia di pensiero che permette al soggetto di fare
inferenze circa la probabilità del verificarsi di un certo evento. Il suo impiego in sostanza ci aiuta a
rispondere a domande quali ad esempio qual è la probabilità che la persona A appartenga alla

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F0
categoria B AE esempio pag. 118 quindi l’euristica della rappresentatività è un giudizio
circa la rilevanza che produce un giudizio di probabilità.
L’Euristica della disponibilità è quella strategia di pensiero che viene attivata quando le persone
devono valutare la frequenza o la probabilità di verificarsi di un evento essa si basa sulla facilità e
sulla velocità con cui vengono alla mente esempi o associazioni che si riferiscono alla categoria su
cui il giudizio viene espresso.
L’Euristica della simulazione è una variante di quella della disponibilità e viene impiegata quando i
soggetti devono immaginari ipotetici scenari in modo da produrre ipotesi su come certi eventi si
potrebbero verificare.
Schemi, teorie implicite della personalità, processi di attribuzione causale sono tutte parti di un
panorama concettuale che ci ha aiutato a capire quali sono i meccanismi che generano la nostra
rappresentazione del mondo sociale e quali sono i giudizi su di esso.
Come abbiamo più volte sottolineato un aspetto fondamentale di tale attività è la creazione di
sistemi in grado di semplificare le nostre rappresentazioni, a questi sistemi gli psicologici hanno
dato il nome di Stereotipo. Il più importante veicolo di trasmissione degli stereotipi è quello
linguistico e il più semplice livello di analisi che a questo riguardo può essere scelto si riferisce
al vocabolario che viene impiegato in ogni data cultura per trasmettere informazioni o per
denominare alcuni gruppi.

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UNITA’ DIDATTICA OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
TESTO
Le dimensioni Pag. 131-154 Io-Me
4 sociali del Gli Schemi del sé
sé Autostima
Autoaccrescimento
Coerenza
Autoregolazione
Autopresentazione
APPROFONDIMENTO
Mentre il Capitolo precedente ha analizzato i meccanismi della percezione sociale, ovvero il modo
attraverso cui ognuno di noi si rapporta agli altri ,questo capitolo ha come obiettivo quello di
spiegare l’insieme dei pensieri e dei sentimenti che definiscono ciò che ciascuno di noi ritiene di
essere ovvero il concetto di sé. Se combiniamo i pensieri e i sentimenti che definiscono il
concetto di sé con i giudizi di valore ad esso associati, ne deriva un altro costrutto teorico i
importante quello di autostima.
Esistono, infatti, forti differenze tra coloro che possiedono un’alta autostima, sia nella sfera
delle disposizioni comportamentali sia nelle strategie di costruzione della realtà. Le persone
con alta autostima hanno, quindi, una visione ottimistica della vita, questo fa si che riescano a
porsi obiettivi ambiziosi sapendosi, allo stesso tempo gestire gli eventi negativi con tranquillità.
Al contrario le persone che hanno una bassa tendono ad essere pessimiste, maturando un
atteggiamento negativo nei confronti della vita e sviluppando così sindromi depressive.
Il Sé presenta due aspetti fondamentali, da un lato c’è il sé come conoscitore, ovvero come istanza
capace di riflettere, dall’altro lato c’è il sé inteso come flusso di consapevolezza. Riassumendo
potremo definire il sé come un Io che è origine di tale consapevolezza e un Me come oggetto di
tale della consapevolezza stessa.
James padre fondatore della psicologia americana è stato il primo ad individuare le caratteristiche
principali del Me in quanto oggetto di conoscenza. Egli ha distinto il Me in tre componenti F3 0Aun
Me materiale che attiene alle conoscenza che l’individuo ha in relazione al proprio corpo, alla
propria casa, ai vestiti alla famiglia. Un Me sociale che attiene alle molteplici immagini che gli
altri si formano nei riguardi dell’individuo (ad esempio i ruoli che si ricoprono all’interno della
società) ed infine un Me spirituale che attiene alle conoscenze che l’individuo possiede rispetto
alle sue facoltà psicologiche, ai suoi tratti personali, atteggiamenti, emozioni ecc.
Markus è stato un altro psicologo che ha dato una definizione interesse del concetto di sé
intendendolo come un insieme di conoscenze, o meglio come una rete di informazioni che guida
l’individuo nella percezione, elaborazione ed integrazione delle esperienze. da queste
considerazioni emerge un netto parallelismo del concetto di sé con il concetto di schema,
secondo Markus, infatti, tutte le rappresentazioni del sé sono immagazzinate in memoria dentro
uno schema concettuale distinto F3 0Aquanto più forti sono le i legami fra un insieme di esperienze
memorizzate e il concetto di sé tanto più quelle esperienze diventeranno parte integrante di
questa struttura di rappresentazione. Un altro modo per porre a confronto l’Io e il Me è stato
proposto dal modello di Greenwald e Pratkanis secondo cui l’Io conoscitore sarebbe inteso come
un programma di un computer che opera trasformazioni sui dati input in entrata ed esegue
elaborazioni su quelli in uscita output. il Me sarebbe invece l’insieme dei dati depositati in
memoria del computer, ovvero le esperienze, le memorie del computer. E’ importante inoltre
definire un altro aspetto molto importante del sé e cioè il fatto che ognuno di noi possieda un
nucleo concettuale stabile referente al nostro sé e del quale siamo costantemente consapevoli
durante tutto l’arco della nostra vita. Questo non vuol dire che non esistano casi in cui
un’identità personale e o sociale non sia ben stabilizzata e radicata ne è un chiaro esempio il caso
F0
degli adolescenti A Eesempio pag. 137 .
Un modo attraverso cui le persone costruiscono la rappresentazione del sé consiste nel mettere
in relazione il sé attuale con quello passato. Questo tipo di comparazione è molto utile in

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quanto permette all’individuo di fare inferenze sullo sviluppo e sui progressi delle proprie
capacità e sulla coerenza della propria visione del mondo. Importante è tenere presente che
tendenzialmente quando questa comparazione avviene, l’individuo tende a modificare con più
facilità il ricordo del passato, questo significa che la ricostruzione del proprio passato spesso non
è attendibile, nel senso che le persone tendono a ricordare meglio e ad enfatizzare gli aspetti
positivi del sé. Le concezioni di sé riguardano anche stati ipotetici del sé proiettati nel futuro,
Markus e Nurius definiscono i sé possibili come componenti del sistema del sé orientate al
futuro. Queste rappresentati del sé proiettato in possibili stati futuri possono favorire e la
realizzazione degli obiettivi che il soggetto si pone. Questo significa, quindi che il concetto di sé
non determina solo l’elaborazione delle informazioni riguardanti noi stessi, ma influisce anche
su come percepiamo gli altri e come interagiamo con loro.
Nella concezione che ognuno ha di sé stesso possono emergere anche delle incongruenze. Possono
nascere cioè delle tensioni fra i vari sé possibili. Higgins ritiene, infatti, che l’individuo abbia
una concezione di sé principale nei termini di un sé effettivo,(formato da quell’insieme di
caratteristiche che l’individuo ritiene di possedere) nei termini di un sé ideale (formato da
quell’insieme di caratteristiche che l’individuo idealmente vorrebbe possedere), nei termini di un
sé imperativo (formato da quell’insieme di caratteristiche che l’individuo ritiene di dover
possedere).
La situazione ottimale è quando sussiste equilibrio fra queste tre dimensioni del sé. Sulla base del
modello di Higgins è possibile prevedere che se un soggetto desidera realizzarsi in una qualche
attività (sé ideale) ma non ci riesce (sé effettivo), il quadro affettivo della persona sarà
caratterizzato da depressione. Se invece il conflitto si manifesta fra sé effettivo e sé imperativo
Higgins ipotizza che il quadro affettivo più probabile non sia basato sulla depressione ma
sull’ansia.
Greenwald fu un altro psicologo che indicò l’esistenza di tre dimensione del sé che secondo lui
sono l’egocentralità, la benefficienza e il conservatorismo cognitivo. L’egocentralità si
riferisce a quella tendenza a mantenere una focalizzazione sui contenuti del sé durante i processi
di giudizio e memoria in cui gli individui sono coinvolti. Nella dimensione della benefficienza
Greenwald racchiude due diversi concetti, il fare bene e il farlo con competenza. Sono questi
concetti che, in termini di assunzioni implicite, stanno alla base dei criteri con cui i soggetti
valutano la loro condotta e ricordano il loro passato. Ad esempio i soggetti, come abbiamo già
avuto modo di osservare, tendono a ricostruire il loro passato ricordando i successi e
dimenticando i fallimenti. Infine la terza dimensione è quella del conservatorismo cognitivo,
ossia quella tendenza spesso presente nel comportamento umano che porta gli individui a
resistere per quanto sia possibile al cambiamento. Questo significa che i soggetti sono portati a
recuperare in maniera selettiva le informazioni dalla loro memoria.
Uno dei motivi fondamentali che stanno alla base dei meccanismi di valutazione del sé è quello
dell’autoaccrescimento, con il quale si intende il tentativo che i soggetti mettono costantemente
in atto di ottenere delle risposte ambientali positive riguardo al sé, di evitare quelle negative, di
sperimentare emozioni piacevoli per quanto riguardo la propria condotta, di mantenere un alto
livello di autostima.
Le persone, infatti, tendono quotidianamente a ricercare situazioni e ad adottare strategie di
azioni capaci di confermare i convincimenti che esse hanno del proprio sé. Nello stesso tempo
cercano di evitare tutte quelle situazioni capaci di contraddire le loro concezioni.
I motivi di autoaccrescimento e di coerenza possono però anche agire in direzioni antagoniste, è il
caso ad esempio di una persona con bassa autostima, il motivo di autoaccrescimento indurrà quel
soggetto a ricercare feedback positivi, mentre il motivo dovrebbe fargli preferire feedback negativi
e più prevedibili, data l’immagine di sé che egli ha maturato. Secondo i risultati ottenuti in una
indagine sperimentale condotta da Swann, Griffin, Predmore e Gaines sia il bisogno di coerenza
con il sé sia il motivo di autoaccrescimento sono operativi nell’esperienza psicologica del soggetto,
ma il primo ha influenza sugli aspetti cognitivi, il secondo sui gli aspetti emotivi.
I processi di autoregolazione sono dei meccanismi complessi attraverso i quali gli individui
selezionano situazioni e persone con cui interagire, adottano strategie che consentono loro di gestire

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un’immagine pubblica e di presentare sé stessi in modo da raggiungere gli obiettivi che si sono
posti. Oltre ai processi di autoregolazione esistono anche processi di autopresentazione attraverso
i quali le persone manipolano la loro immagine e il loro comportamento in modo da creare
specifiche impressioni nei loro interlocutori. i motivi che stanno alla base della gestione di queste
strategie sono riconducibili a quelli già esaminati a proposito del sé in generale.

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UNITA’ DIDATTICA OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
TESTO
Le Emozioni Pag. 161-191 Multicomponenzialità
5 Intrapsichico
Predisposizioni emotive
Processo di
valutazione
Multidimensionalità
Fisiologicità
APPROFONDIMENTO
In questo Capitolo ci si occuperà dei fenomeni emotivi, delle loro origini e cause. Molte teorie
concordano nel definire l’emozione come un’esperienza multicomponenziale, inoltre le emozioni
sono definite come fenomeni prevalentemente intrapsichici e intrapersonali.
In alcuni degli approcci più recenti, invece si sottolinea il carattere sociale ed interpersonale delle
emozioni arrivando anche a definirle come costruzioni sociali .
Le emozioni, infatti, sono fenomeni complessi e per essere studiate hanno sempre necessitato un
approccio interdisciplinare che vedeva coinvolte più discipline quali ad esempio la sociologia,
l’antropologia, la psicologia e la biologia. Ogni disciplina naturalmente focalizzerò la sua
attenzione su di uno aspetto diverso comunque sono le stesse variabili strutturali dell’emozione ad
essere considerate a vari livelli.
L’esperienza emotiva si articola in varie componenti, come è già stato osservato. l’emozione
sostanzialmente è composta da elementi chiamati antecedenti, ovvero quegli eventi che stimolano,
suscitano l’emozione aspetto che di fatto si situa al di fuori dell’esperienza stessa. Le emozioni,
infatti, hanno un oggetto, sono cioè suscitate da eventi o antecedenti di varia natura, da quelli più
microscopici ( lo sguardo di qualcuno) a quelli macroscopici ( la morte di qualcuno). Esiste di fatto
una sorta di prototipicità dei rapporti evento-emozione che permette di prevedere con buona
approssimazione quale emozione proverà un individuo se incontra un determinato evento e di
ipotizzare quale tipo di evento è all’origine di una certa emozione che osserviamo in un altro
individuo. Uno stesso evento, infatti, può generare reazioni diverse ed emozioni diverse. Persone
appartenenti a gruppi culturali diversi possono quindi provare emozioni differenti date certe loro
caratteristiche sociodemografiche, cioè essere più o meno sensibili ad un certo tipo di evento.
Il rapporto evento-emozione è quindi complesso ma soprattutto probabilistico e non di tipo
assoluto. Questo significa non tanto prevedere quale emozione proverà un individuo quando si
verificherà un certo evento, ma piuttosto che significato attribuirà quell’individuo a quel tipo di
evento. Da questo si deduce che è l’evento come percepito e non l’evento in sé a provocare
l’emozione. Dietro ogni emozione ci sono infatti tantissimi elementi fondamentali che fanno parte
dell’universo personale dell’individuo di cui non si può sottovalutare l’importanza. Questi sono ad
esempio i valori, gli scopi, le credenze, le conoscenze a loro volta connessi con la storia culturale e
alla specifica cultura in cui ogni individuo vive che fanno dell’emozione un segnale con una
specifica funzione adattiva. In sintesi, ciò che costituisce l’evento antecedente di un’emozione è
strettamente connesso con la codifica, anche culturalmente determinata dell’evento. I tipi di eventi
sono allora assimilabili a degli schemi che connettono eventi specifici a significati socialmente
condivisi. Gli eventi, infatti, vengono valutati cognitivamente, sia in relazione alle loro implicazioni
circa il benessere dell’individuo e i suoi interessi, sia circa il modo in cui l’individuo può far fronte
all’evento in questione. Il processo di valutazione è quindi multidimensionali implica cioè una serie
di controlli rispetto a varie dimensioni quali F3 0A
1. valenza e salienza di un evento (situazione spiacevole o piacevole)
novità (la situazione si è presentata prima dell’individuo, ovvero era attesa?)
controllo (la situazione è modificabile da parte dell’individuo)
certezza (l’individuo è in grado di far fronte all’evento?)
causa (Chi ha causato l’evento?)
intenzionalità (l’evento è stato causato intenzionalmente)

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Nel complesso le ricerche hanno evidenziato che le diverse emozioni sono caratterizzate da
specifiche configurazioni di valutazione, che definiscono qual è la struttura di significato
situazionale di una certa emozione.
Le emozioni, inoltre, inoltre comportano spesso cambiamenti fisiologici: il battito del cuore rallenta
o accelera, si arrossisce o si impallidisce e via dicendo. Queste reazioni di tipo fisiologico
definiscono l’intensità dell’esperienza emotiva. Esistono poi dei comportamenti espressivi innati
come ad esempio quelli più elementari che si possono identificare nello spalancare degli occhi e
tutte quelle reazioni che potremmo definire istintive. Gli eventi emotigeni suscitano cambiamenti
nelle modalità di tendenza all’azione, la tendenza all’azione è relazionale in quanto l’individuo
cerca di stabilire, mantenere o interrompere una certa relazione con un altro individuo, un oggetto
o un aspetto dell’ambiente a seconda dello scopo finale che vuole raggiungere. Alcune ricerche
empiriche hanno individuato varie dimensioni o fattori di tendenza all’azione che differenziano le
varie emozioni, come l’avere il controllo sulla situazione, il sentirsi impotente, l’inibizione,
l’opporsi ecc.
Per regolazione si intende sia il controllo inibitorio sull’emozione sia la sua intensificazione
volontaria. La regolazione opera, quindi, nel senso di evitare stati emotivi negativi e ricercare
invece stati emotivi positivi.
Tutte le componenti analizzate fino ad ora formano il nucleo centrale del processo emotivo. Le
emozioni sono associate ad una struttura intenzionale, cioè l’insieme di piani che il soggetto
sviluppa ed esegue per far fronte ad un dato evento. Queste strutture intenzionali consce o meno
sono importanti perché estendono lo stato momentaneo di tendenza d’azione la paura dell’altezza
ad esempio evita di frequentare posti alti)
Le emozioni hanno anche un decorso temporale, alcune emozioni infatti durano più di altre come
terrore, stupore, gioia, ma molto dipende anche dall’impatto dell’evento e dai processi regolazione.
un’altra caratteristica molto importante dell’emozione è che essa opera in concomitanza con o
indipendentemente da, altri sistemi, e che se necessario può interferire con il loro operato. Infatti
un’emozione può insorgere in qualunque momento, indipendentemente, da quello che sta facendo
l’individuo.
La valutazione emotiva degli eventi è dunque continua e contemporanea rispetto alle attività in
corso.
In sintesi le emozioni non sono pure, mere esperienze interne, puramente irrazionali, ma piuttosto
modi di percepire il mondo , più precisamente sono dei processi adattivi, intelligenti, di transazione
con l’ambiente, a livello quindi non solo intrapsichico ma anche interpersonale e sociale.
Le esperienze emotive dell’individuo sia quelle indirette ( le emozioni che l’individuo apprende dai
resoconti degli altri) che quelle dirette (le emozioni che l’individuo apprende nel corso della sua
vita), è fonte di molte conoscenze che e credenze che nell’insieme possono essere definite come le
teorie ingenue delle emozioni, queste comprendono i seguenti aspetti
La natura delle emozioni e i vari rapporti fra causali fra le sue componenti
Gli interessi e gli eventi focali di una data cultura
Gli aspetti globali del processo emotivo
Le norme sociali e personali
I significati del lessico emotivo
Le emozioni possono essere involontariamente comunicative, un osservatore può inferire in base ad
esse qual è l’emozione provata , qual è la valutazione dell’evento. Le emozioni possono essere sia
intenzionali che inconsapevoli, questo significa che il contesto interazionale ricopre un ruolo
importante sulla regolazione dell’emozione in quanto stimola, inibisce o mantiene stabile una certa
emozione e la sua espressione.

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UNITA’ DIDATTICA OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
TESTO
Il Processo di Pag. 197-220 Socializzazione
6 socializzazi Primaria-
one Secondaria
Interazione
Risocializzazione
Transizione
Ecologica
APPROFONDIMENTO
In questo capitolo si tratteranno i modelli teorici più classici sul tema della socializzazione.
Il processo di socializzazione è una fase fondamentale nell’individuo, ma nella psicologia sociale
questo tema a partire dagli anni ‘30 e ‘40 ha suscitato non poche polemiche generando interessanti
conflitti culturali. Sintetizzando le definizioni più comuni di quel periodo, con il termine
socializzazione si intende un insieme di processi mediante i quali gli individui diventano
persone, ovvero acquistano le conoscenze, le abilità, i comportamenti che li mettono in grado
di partecipare alla vita sociale. E’ chiaro come in questa accezione la società svolga un ruolo
predominate nel fissare quegli obiettivi ai quali l’individuo è chiamato a rispondere, questo
significa che l’individuo non è l’artefice della propria vita. Contro questa teoria si opponeva
l’ideologia americana che al contrario enfatizzava l’uomo in grado di farsi da sé particolarmente
attiva in quegli anni. Queste tue tendenze contrapposte costituivano i due paradigmi dominati sui
processi di socializzazione, il primo fautore della plasticità permanente delle risposte dell’individuo
alla società, l’altro a favore del ruolo combinato di fattori biologici uniti a quelli sociali come
determinanti nel processo di socializzazione.
Agli inizi degli anni ‘60 molte ricerche hanno cominciato ad occuparsi dei bambini e ad analizzare
i meccanismi di socializzazione fin dai primi anni di vita. Le prime teorie definivano il processo di
socializzazione come quel processo attraverso cui il bambino inerme diviene gradualmente una
persona consapevole di sé stessa, questa tesi sosteneva la necessità di adeguamento del bambino
alle regole della società a cui appartiene, e quindi il suo sviluppo sociale veniva inteso
principalmente come acquisizione dei prerequisiti sociali per arrivare solo in seguito all’interazione
con gli altri. Tesi che fu offuscata dalla teoria costruttivista di Piaget e dal prevalere del paradigma
cognitivista.
Secondo questo approccio l’interazione del bambino con gli altri e con l’ambiente che lo
circonda è di fondamentale importanza per il suo sviluppo sociale e cognitivo. Il contesto
familiare, il gruppo dei pari, la scuola e i mezzi di comunicazione di massa diventano agenti di
socializzazione cruciali che accompagneranno il percorso evolutivo del bambino per tutta la
vita. Fu Bronfenbrenner, infatti, a sottolineare il fatto che il processo di socializzazione si snoda
per tutto l’arco temporale dello sviluppo umano, non ha in sostanza una fine. Egli considerava la
socializzazione come quel costante processo di adattamento reciproco fra il soggetto e i
cambiamenti che caratterizzano l’ambiente che lo circonda, definito come ambiente ecologico. Per
Bronfenbrenner esistono varie strutture con cui relazionarsi, la prima, la più interna è definita
Microsistema caratterizzata dalla relazione diadica e dall’interazione faccia a faccia, la struttura
successiva definita Mesosistema comprende le interrelazioni fra due o più situazioni ambientali nel
quale il soggetto ha un ruolo attivo; la caratteristica principale di questa struttura è quella di
produrre delle transizioni ecologiche, ovvero dei cambiamenti più o meno radicali nel sistema delle
relazioni diadiche, ad esempio non più solo il nucleo familiare per il bambino, ma il suo ingresso
nella scuola, i suoi primi amici, nuovi adulti con cui interagire ecc. Nella struttura dell’ Esosistema
simile al Mesosistema l’individuo non ha un ruolo attivo, ma quello che gli accade può comunque
influenzare la situazione ambientale che lo riguarda. L’ultima struttura è il Macrosistema che può
essere definita come una sorta di cornice culturale dell’ambiente ecologico.
In sintesi il Modello ecologico permette di descrivere e comprendere l’insieme dei fenomeni che
vanno sotto il nome generico di cambiamenti, ovvero le cosiddette transizioni ecologiche che non
dimentichiamo si possono verificare durante tutto l’arco della vita. Questo modello presenta delle

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similitudini con un altro modello molto importante quello riproduttivo-interpretativo,
concretizzatosi negli studi etnografici, e sviluppatosi recentemente all’interno della corrente
sociologica dell’interazionismo simbolico, questo modello ipotizzato da autori quali Passeron
Bordieu sottolinea il ruolo discriminate svolto, ad esempio, dalle istituzioni scolastiche e dagli
insegnanti stessi nel trattare in modo differente gli alunni, generando una socializzazione e
un’educazione tale da riprodurre il sistema di classi sociali dominante.
La socializzazione è un processo che dura per tutta la vita, ma può essere suddivisa in due fasi
principali: la socializzazione primaria e secondaria . Nella prima il bambino verifica una
progressiva generalizzazione dai ruoli e dagli atteggiamenti degli Altri in particolare i membri della
famigli (padre, madre, fratelli, nonni). In questa fase il bambino comincia ad apprendere l’insieme
delle norme e delle regole che governano la vita sociale. Questo apprendere dagli altri attraverso
l’interazione con essi è stato definito da G.H Mead il modello teorico dell’Altro Generalizzato,
momento cruciale in quanto permette al bambino di identificarsi con una generalità di altri e quindi
di iniziare a comprendere la società. Nella socializzazione primaria il bambino è naturalmente
dipendente dagli altri, nel senso che non ha la capacità di scegliere le persone per lui importanti. E’
stato studiato, infatti, che i bambini di tutte le culture cominciano il proprio sviluppo in situazioni di
dipendenza totale dagli adulti, per poi conquistare la relativa autonomia. E’ in questa fase che il
bambino svolge funzioni elementari di apprendimento di ruoli chiamate turn taking, ovvero schemi
di azioni e di interazioni complementari, come ad esempio, dare, prendere, fare domande,
rispondere ecc.
La socializzazione primaria si distingue da questo carattere di assoluta dipendenza del
bambino rispetto al nucleo familiare di appartenenza, la famiglia è quindi per lui la società, il
suo ambiente, anche perché l’unico che conosce realmente: quando il bambino però comincia
per esempio ad andare all’asilo e a scuola, vediamo che anche i coetanei assumono
progressivamente un ruolo molto importante ai fini del suo processo evolutivo, tanto
importante quanto quello svolto fino a quel momento dalla sua famiglia. I bambini, in sostanza,
cercano con tenacia di costruirsi modalità di controllo e di governo della propria vita quotidiana,
attraverso la creazione di una rete di rapporti con compagni-amici che permetta loro di partecipare
alla vita sociale. E’ in questa fase che il bambino comincia a mettere in discussione il ruolo
degli adulti e a fare le prime inferenze fra il suo ambiente di crescita e quello degli altri. E’
anche in questa fase che si scatenano le prime tensioni emotive come ad esempio, paura ,
confusione, curiosità, momenti che vengono stimolati e compresi soprattutto nella fase del
gioco.
Mentre la partecipazione sociale e l’amicizia sono elementi centrali della cultura dei coetanei, una
crescente differenziazione sociale e la presenza di conflitti nelle relazioni sociali sono aspetti
caratteristici nel corso dell’infanzia fino all’adolescenza. Il primo segnale di differenziazione
sociale è l’intensificarsi delle differenze fra i sessi. Riassumendo tre grandi caratterizzano la cultura
dei coetanei. Il primo attiene all’importanza della partecipazione alla vita sociale. I ragazzi sono
cioè in grado di produrre collettivamente gruppi gerarchici, e diventano cruciali temi quali
l’accettazione nel gruppo, la popolarità e la solidarietà fra a mici.
Un secondo tema centrale è costituito dai tentativi di affrontare le incertezze, gli interessi, le
paure e i conflitti che determinano la vita quotidiana. Un terzo tema riguarda la messa in
discussione dell’autorità degli adulti, processo che si innesca fin dal primo anno di vita.
La socializzazione secondaria comporta naturalmente un’identificazione emotiva con gli
adulti significativi meno intensa di quella primaria, ma comunque importante. Il rapporto
genitori figli è infatti sempre indispensabile ed allo stesso tempo estremamente funzionale ad
una socializzazione completa e regolare. Fonte di crisi durante la socializzazione secondaria è
proprio la presa di coscienza da parte dei ragazzi del fatto che la famiglia e i genitori in particolari
non sono più l’unico mondo esistente. In generale la socializzazione secondaria implica riti più o
meno espliciti e ufficiali di iniziazione al mondo adulto, periodi di apprendistato, l’esperienza di
transizioni ecologiche, come ad esempio la scuola, ed in seguito l’ingresso nel mondo del lavoro e
l’uscita dalla famiglia.

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Uno dei fenomeni più interessanti della socializzazione secondaria è la risocializzazione, termine
con cui si vuole spiegare la natura cangiante e soggetta a cambiamenti e trasformazioni della
realtà appresa nel processo di crescita, per quanto essa possa sembrare massiccia e definita.
Il concetto di risocializzazione ha molte sfumature, nel senso che può presentare aspetti normali
come semplice processo di cambiamento e di maturazione, o aspetti più radicali in cui gli individui
sperimentano un vero e proprio mondo nuovo ne é un esempio l’addestramento militare, o una
degenza cronica in ospedale.

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UNITA’ DIDATTICA OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE
TESTO
Gli Pag. 229-251 Risposte cognitive affettive
7 Atteggiame comportamentali
nti sociali Condizionamento operante
Acquiescenza Interiorizzazione
Misura dell’atteggiamento
Azione ragionata
Coerenza Equilibrio cognitivo
Dissonanza cognitiva
APPROFONDIMENTO (CAPITOLO 7)
Una prima definizione di atteggiamento è stata data da Thomas e Znaniecki secondo i quali
l’atteggiamento è un processo mentale e individuale che determina risposte attuali e potenziali
di ogni individuo. Gli atteggiamenti secondo questo assunto sono processi sia individuali che
sociali, frutto di scambi reciproci fra l’individuo e il suo ambiente.
Un’altra definizione degna di nota è quella di Allport, il quale definisce l’atteggiamento come uno
stato di prontezza mentale e neurologica, organizzato nel corso dell’esperienza, che ha
un’influenza direttrice e dinamica sulle risposte dell’individuo agli oggetti e alle situazioni con
cui è in relazione.
Un’altra definizione importante è quella della scuola comportamentista e neo comportamentista che
vede l’atteggiamento non come un processo psicologico ma come una variabile ipotetica di cui si
può misurare l’intensità e la valenza positiva o negativa. Esempio tipico di questa posizione è il
modello tripartito. Questo modello vede coinvolte tre dimensioni particolari nella formazione di
un atteggiamento, che corrispondono precisamente a tre risposte, una di tipo cognitivo, una di tipo
affettivo e la terza di tipo comportamentale. FA 0E esempio pag. 232
La prima risposta attiene alle credenze, la seconda ai sentimenti e agli stati d’animo, la terza alle
azioni manifeste ma anche alle intenzioni che si possono dimostrare nei confronti di un determinato
oggetto. Da queste affermazioni ne consegue che l’atteggiamento può essere il risultato della
mediazione di queste tre componenti come può derivare in tutto o in parte da una sola.
L’aspetto fondamentale di un atteggiamento è che questo è sempre in relazione a qualcosa di
esterno che funge da stimolo. Gli atteggiamenti sono importanti in quanto svolgono molte funzioni
fra cui quelle di adattamento sociale e di guida al comportamento umano. Gli atteggiamenti infatti
tendono a rimanere stabili nel tempo, preservano e conservano l’immagine di sé, organizzano e
regolano la memoria di azioni, persone ed eventi, svolgono un’azione egodifensiva, e per ultimo
influenzano il comportamento sociale.
Gli atteggiamenti nascono quindi come dall’esperienza diretta della mediazione delle figure
parentali, dei gruppi di riferimento e dei mezzi di comunicazione di massa. Fra i processi che
contribuiscono alla formazione delle componenti dell’atteggiamento citiamo i processi di base
come l’elaborazione cognitiva dell’informazione, le reazioni emotive, i meccanismi di
condizionamento classico ed uno operante: il primo si ha quando esiste uno stimolo neutro capace
di evocare una risposta negativa o positiva, il secondo invece si basa sul meccanismo della
ricompensa, per cui se un comportamento viene premiato aumenteranno le probabilità che venga
ripetuto, viceversa se punito questa probabilità diminuirà.
Vari esperimenti hanno inoltre dimostrato che gli atteggiamenti formatisi tramite esperienza diretta
sono più radicati nella mente dell’individuo, tuttavia anche il ruolo degli altri non è da sottovalutare
nella formazione dei nostri atteggiamenti; questo vale soprattutto per quei temi di ordine sociale
come la politica, la sanità ecc. I piccoli gruppi, la famiglia, i colleghi di lavoro svolgono tutti un
ruolo importante nella creazione delle norme e dei valori sociali, questo comunque porta a vari
livelli di convinzione rispetto agli atteggiamenti che ognuno di noi possiede.
Una persona che adotta l’atteggiamento di un’altra non essendone pienamente convinta si dice che
abbia assunto quell’atteggiamento per acquiescenza, mentre l’interiorizzazione di un
atteggiamento presuppone naturalmente la piena convinzione e consapevolezza della validità di

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quel particolare atteggiamento. Come abbiamo già accennato in precedenza, un ruolo molto
importante lo svolgono anche e soprattutto i mezzi di comunicazione di massa. I mass media, infatti
non solo sono in grado di creare atteggiamenti ma anche di inventarne di nuovi.
Misurare un atteggiamento significa sapere come questo si distribuisce all’interno della
popolazione. Quando si vuole sottoporre ad analisi un atteggiamento è necessario prima di tutto
selezionare quegli indicatori che hanno un rapporto significativo con quel costrutto. Esistono due
tecniche fondamentali dirette e indirette. Le tecniche dirette consistono nel chiedere alle persone,
per mezzo di item di vario tipo un’autovalutazione del proprio atteggiamento. Le tecniche indirette,
invece, rilevano l’atteggiamento senza che la persona se ne accorga o mascherando l’obiettivo di
indagine.
Per quel che riguarda le tecniche dirette analizzeremo i vari tipi di scale atte alla misurazione degli
atteggiamenti.
La prima di cui presenteremo i caratteri principali è la Scala di Thurstone definita ad intervalli
soggettivamente uguali. La procedura per costruire questa scala consiste nel:
1. Formulare una lista di 100 item
Sottoporre gli items a controllo da parte dei giudici i quali divideranno gli items in rodine di
intensità favore/sfavore che ogni opinione esprime
Assegnazione di un intervallo a cui associare il relativo punteggio e calcolo del valore scalare
di ogni item che corrisponde a la mediana degli intervalli (intensità)
Selezionare i 20/30 item più significativi e meno ambigui per poi sottoporli ai soggetti
Bisogna tenere in considerazione che Thurstone vede l’atteggiamento come una struttura
decisamente complessa in cui influiscono vari elementi composti dai sentimenti, dalle credenze, dai
pregiudizi, dalle convinzioni delle persone, ma quello che interessa nella misurazione è solo
l’intensità e la direzione. L’atteggiamento, in questo senso è visto da Thurstone come un continuum
psicologico graduato, compreso fra un polo massimo di sfavore ed un massimo di favore.
Costruire una scala significa quindi ricostruire questo continuum attraverso una serie ristretta di
esempio pag 234
affermazioni con valori scalari FA 0E .
Un’altra scala che passiamo ad osservare è quella formulata da Likert definita a punteggi sommati.
Questa scala decisamente più semplice, ma comunque efficace, prevede la formulazione di 50 item
in grado di coprire tutte le possibili angolazioni dell’atteggiamento considerato. I soggetti in questo
modo sono chiamati a rispondere alle domande usando una scala a 5 intervalli ed esprimendo il loro
parere nei termini di d’accordo, molto d’accordo, abbastanza d’accordo, neutro, contrario, molto
contrario, abbastanza contrario. Ad ogni risposta sarà dato un punteggio che andrà da 1 a 5.
L’atteggiamento più favorevole corrisponderà al punteggio 5 A E
F0
esempio pag. 234.
Entrambe le scale devono rispondere ai requisiti fondamentali della ricerca scientifica, ovvero
attendibilità, fedeltà e validità. Ricordo che per validità si intende la capacità della scala di
misurare effettivamente l’atteggiamento per cui è stata selezionata. Un modo per assicurare la
validità è quello di sottoporre la scala a campioni diversi di cui si conosce il parere.
Un’altra tecnica importante di misurazione è quella del differenziale semantica costruita da
Osgood; attraverso questo sistema si misura il significato connotativo dei concetti . Lo strumento è
formato da una serie di scale bipolari come buono/cattivo, bello/brutto a 5 o a 7 intervalli. I soggetti
devono segnare l’intervallo fra i due aggettivi che sposa meglio il loro parere.
Un’altra tecnica attendibile è quella dell’item singolo, ovvero utilizzare una singola domanda
F0
chiaramente collegata all’atteggiamento che interessa misurare. AE esempio pag. 235
Tutte le scale di cui abbiamo parlato si basano sulla autovalutazione dei soggetti.
Le tecniche indirette sono molto varie e come abbiamo detto, hanno la prerogativa di non essere
intrusive, cioè di misurare l’atteggiamento con sistemi che aggirano la consapevolezza del soggetto.
Fra queste tecniche rileviamo quella del falso canale di informazione di Jones e Sigall che ha lo
scopo di scoraggiare i soggetti dal mentire, collegandoli ad una macchina in grado di scoprire se le

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loro opinioni sono attendibili e non falsificate. Le tecniche indirette utilizzano tutte indicatori di
tipo fisiologico, in grado cioè di misurare gli atteggiamenti dei soggetti interpretando e controllando
le loro reazioni fisiche.
Un aspetto degno di nota è quello della coerenza degli atteggiamenti. Abbiamo visto come
l’atteggiamento sia un insieme composto di elementi psicologici, il problema della coerenza è
proprio quello di esaminare in che modo questi elementi si relazionano fra di loro. Ci si chiede in
sostanza se le credenze che una persona ha verso un oggetto abbiamo la stessa valenza positiva o
negativa delle sue reazioni affettive e delle sue intenzioni comportamentali.
A questo proposito un aspetto molto studiato è l’organizzazione degli atteggiamenti e la loro
relazione con le credenze da cui derivano. Un esempio può essere quello del modello
dell’aspettativa-valore, secondo cui l’atteggiamento dipende da due tipi di dati, la probabilità
soggettiva che un oggetto ha certi attributi e la valenza positiva o negativa di questi (mi piace
andare al cinema e ci vado di mercoledì perché costa anche meno).
Questo dimostra come la valutazione dell’oggetto correla bene solo con le credenze più salienti e
. F0esempio pag. 236
accessibili AE . Quando un sistema di credenze riferito ad un
atteggiamento è composto da caratteristiche sia positive che negative si dice ambivalente
Fino ad ora abbiamo visto come esista un legame molto stretto tra quella che è la formazione degli
atteggiamenti e il ruolo che i processi cognitivi svolgono in tale formazione. Una delle prime teorie
con cui si definisce l’atteggiamento come l’insieme delle categorie personali con cui un individuo
valuta degli stimoli è stata coniata da Sherif e Hovland, secondo i quali gli atteggiamenti sono
categorizzazioni persistenti che si formano nel corso dell’interazione sociale e che sono caricate di
affettività positiva e negativa.
secondo questa definizione, l’atteggiamento è quindi visto come una costruzione possibile grazie
alla percezione e classificazione di stimoli riguardanti persone, gruppi, eventi sociali, e le categorie
così formate regoleranno le successive valutazioni.
C’è da ribadire comunque che l’atteggiamento di una persona non deve essere visto come una
posizione sul continuum di sfavore/favore verso un oggetto, ma piuttosto come la gamma delle
posizioni di atteggiamento che la persona si sente di accettare e di quelle che ritiene di
rifiutare. Lo studio di Sherif mostra che l’area del rifiuto diventa tanto più ampia quanto più una
persona è estremista nei suoi atteggiamenti. Infine citiamo quegli studi che considerano
l’atteggiamento come una struttura di riferimento, ovvero uno schema, per usare un termine
familiare.
Secondo infatti la teoria dell’azione ragionata di Fishbein e Ajzen il comportamento è determinato
dall’intenzione che la persona ha di intraprenderlo, l’intenzione è a sua volta determinata
dall’atteggiamento verso il comportamento e le norme soggettive, quest’ultime a loro volta sono
determinate dalla credenza che altre persone ritengano che quel comportamento sia o no da mettere
in atto.
E interessante notare il ruolo che qui viene attribuito agli schemi di riferimento sociale, in sostanza
gli atteggiamenti si formano attraverso l’esperienza diretta e presuppongono una stretta relazione
tra l’oggetto e la sua valutazione, di conseguenza un atteggiamento è molto accessibile quando è
forte e si attiva quindi automaticamente di fronte all’oggetto, questo tipo di automatismo infine
aumenta la probabilità che l’atteggiamento sia seguito da un comportamento coerente.
Arrivati a questo punto è opportuno chiedersi cos’è che cambia gli atteggiamenti o che a differenza
li conserva stabili nel tempo. Va subito ribadito che il cambiamento può essere il risultato non solo
di fattori esterni (persone, mass media) ma può essere stimolato anche da esigenze di tipo cognitivo
e motivazionale interne all’individuo. Una teoria che spiega bene questo fenomeno è quella nota
con il nome di Teoria dell’equilibrio cognitivo che tratta del modo in cui una persona percepisce i
F0
suoi rapporti con un’altra e con un oggetto di comune interesse AE esempio pag. 272 .
Secondo Heider le persone preferiscono gli stati equilibrati a quelli disequilibrati a causa delle
tensioni spiacevoli che caratterizzano questi ultimi, e suggerisce possibili modi per riequilibrare il

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sistema, tra cui il cambio di atteggiamento. Questa teoria ci introduce uno dei concetti più
importanti della psicologia sociale ovvero la Dissonanza cognitiva.
La maggioranza delle persone ha bisogno di un rapporto di coerenza logica fra le proprie idee.
Festinger fu il primo ad individuare questa necessità. Secondo l’autore un individuo che ha
due rappresentazioni cognitive (idee sul mondo) coerenti l’una con l’altra è in uno stato di
equilibrio detto di consonanza. Al contrario due rappresentazioni cognitive incoerenti
producono dissonanza, ovvero uno spiacevole stato di disturbo. In sostanza la gente spesso
guidata dalla motivazione a realizzare uno stato di coerenza tra le proprie rappresentazioni
cognitive, quando si accorge di avere due posizioni mentali discordanti e quindi
contemporaneamente contrapposte entra in uno stato di dissonanza sgradevole. Questo in sintesi
significa che le persone sono avvezze ad agire in conformità con le proprie conoscenze e
convinzioni, quanto più questa conformità è elevata, maggiore sarà l’equilibrio e lo stato di
benessere. Favoriscono la dissonanza fattori quali le pressioni di gruppo, le regole e le norme
sociali, fattori di natura situazionale in genere. Le persone riducono lo stato di dissonanza
modificando il proprio atteggiamento. Quando il comportamento contrasta con questo, la gente
modifica l’atteggiamento nella stessa direzione del comportamento. Se però si sente costretta ad
agire in un certo modo i suoi atteggiamenti non cambieranno in modo sensibile. Al contrario il
comportamento liberamente scelto accresce la probabilità che l’attore ricorra a meccanismi di
riduzione della dissonanza. Dopo la libera scelta la gente tende a sviluppare un atteggiamento più
F0
positivo verso l’alternativa scelta e uno più negativo verso quella rifiutata esempio
AE

pag. 273
La persuasione è lo strumento più specifico attraverso il quale si cerca di far cambiare
atteggiamento, in psicologia gli studi su questo tema sono stati iniziati con il programma di
Hovland negli anni ‘40 e ‘50 presso l’Università di Yale. Il gruppo di Yale ha studiato quella
situazione specifica in cui si esplica la comunicazione fra una fonte che invia un messaggio ed un
destinatario, l’audience che lo riceve. In generale è stato dimostrato che più la fonte è credibile
F0
maggiore è il cambiamento AE esempio pag. 282
Nel settore della persuasione sono inoltre particolarmente numerose le ricerche che utilizzano il
MOOD ovvero l’umore come variabile capace di modificare la persuadibilità di una persona.
Negli ultimi anni la relazione fra gli stati affettivi e il cambio di atteggiamenti è stata studiata alla
luce delle teorie della persuasione come quella della risposta cognitiva e il modello della
probabilità di Petty e Cacioppo. Secondo questi modelli le persone che ricevono una
comunicazione persuasiva possono o prestare molta attenzione al contenuto del messaggio, oppure
possono far caso solo agli aspetti più semplici e superficiali del messaggio, come ad esempio la
piacevolezza o il prestigio della fonte. Il primo tipo di elaborazione, quello centrato sul contenuto è
definito elaborazione sistematica, via centrale, mentre la seconda strategia è chiamata
elaborazione euristica, via periferica. Per concludere vi sono due elementi che determinano il
percorso dell’informazione e cioè la capacità cognitiva e la motivazione dell’ascoltatore. Se queste
due caratteristiche sono presenti è probabile che una persona elabori l’informazione in profondità,
per la via centrale, mentre se l’ascoltatore non è motivato né capace verrà usata la via periferica.
Le teorie funzionalistiche degli anni ‘50 e ‘60 hanno studiato il ruolo che gli atteggiamenti
ricoprono nel sostegno di sé e della propria immagine. Come anticipato all’inizio del capitolo si
distinguono 4 funzioni principali: quella egodifensiva, quella di espressione di valori, quella di
adattamento sociale e quella esperienzale. Analizzare le funzioni aiuta a capire perché esistono
certi atteggiamenti e a cosa servono. Studi hanno dimostrato che esiste un certo grado di
automonitoraggio chiamato self monitoring attraverso cui ognuno di noi è in grado di adattarsi o
meno all’ambiente che lo circonda. Un alto grado di monitoraggio high self monitoring
corrisponderà ad una persona in grado di sapersi adattare a tutte le situazioni senza particolari
problemi, viceversa per un basso grado di monitoraggio, low self monitoring.
Come abbiamo dimostrato fino ad ora le persone hanno bisogno di conoscere la realtà che le
circonda, hanno bisogno di sapersi adattare e di interagire con gli altri affermano le proprie istanze
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morali. Allo stesso tempo però le persone si devono anche difendere, in questo senso
l’atteggiamento svolge una funzione egodifensiva trasformandosi spesso in pregiudizio, cioè in un
atteggiamento sfavorevole verso un oggetto, che tende ad essere altamente stereotipato. Il
pregiudizio socialmente più rilevate è quello razziale.

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LA TEORIA DELLE RAPPRESENTAZIONI SOCIALI (CAP 8)
Le rappresentazioni sociali sono frutto di credenze socialmente condivise, idee e valori ampiamente diffusi
nel nostro sistema culturale. Aiutano a dare un senso al mondo, all’ambiente che ci circonda. (Myers, 2009)

La teoria della rappresentazioni sociali (Gattino, Miglietta, Converso 2008) si occupa di spiegare come le
persone ricostruiscono la realtà sociale con lo scopo di controllarla, adattarsi in essa, agire e condividerla
con gli altri.

Il primo autore che utilizza questo concetto è Serge Moscovici (1989) definendo le rappresentazioni sociali
come una serie di concetti, asserti e spiegazioni che nascono nella vita di tutti i giorni, attraverso le
comunicazioni interpersonali. Esse possono essere considerate dalla nostra società come l’equivalente dei
miti e delle credenze nelle società tradizionali, possono essere addirittura considerate la versione
contemporanea del senso comune.

Moscovici definisce le rappresentazioni sociali come sistemi cognitivi, con una loro logica e linguaggio
attraverso i quali gli individui di una società costruiscono la realtà sociale, si può così parlare di una
conoscenza socialmente elaborata e partecipata, che concorre alla costruzione della realtà sociale e designa
una forma di pensiero sociale.

Le rappresentazioni sociali vengono create e ricreate dalle persone nel corso dell’interazione reciproca
come ad es. durante una conversazione.

Le persone e i gruppi creano le rappresentazioni sociali nel corso della comunicazione interagendo con gli
altri. Una volta create, le rappresentazioni, non rimangono isolate, circolando si fondono l’un l’altra e danno
vita a nuove rappresentazioni, dando così un senso comune alla realtà.

Si formano attraverso due processi: l’ancoraggio e l’oggettivazione.

L’ancoraggio è un processo che permette l’assimilazione di stimoli nuovi al nostro sistema di categorie e di
porlo a confronto con quelli esistenti. Denominazione, classificazione ed etichetta mento sono le operazioni
che permettono la categorizzazione di un oggetto , cioè di assegnarlo ad una categoria in relazione al suo
grado di somiglianza con un prototipo (un esemplare che rappresenta al meglio quella categoria). Permette
l’utilizzo di categorie pre esistenti per agganciare oggetti sociali nuovi e non familiari.

L’oggettivazione permette a qualcosa di sconosciuto di assumere sembianze fisiche e accessibili che


risultano più semplici. Le persone costruiscono una figurazione che concretizza l’oggetto, anche attraverso
l’uso di metafore, immagini o l’associazione con personalità conosciute. Ogni rappresentazione sociale
(Gattino, Miglietta, Converso 2008) è la rappresentazione mentale di qualcosa e di qualcuno: oggetto,
persona, avvenimento, idea ecc… ogni rappresentazione si associa a un simbolo, a un segno. Non c’è
rappresentazione sociale che non sia quella di un oggetto sia pure mitico o immaginario.

Le funzioni delle rappresentazioni sociali sono tre (Myers, 2009). La prima funzione è quella di rendere
familiare ciò che è estraneo e rappresenta l’esito dell’ ancoraggio: le persone, gli oggetti, gli eventi vengono
assegnati ad una precisa categoria definendoli come modelli di quel tipo, ed è un modello condiviso da tutte
le persone.

La seconda funzione delle rappresentazioni sociali è quella di favorire gli scambi interpersonali e sociali. Le
rappresentazioni si possono tramandare di generazione in generazione, contribuiscono a creare un contesto
sociale, una cultura, nella quale gli individui condividono rapporti di routine, riti di incontro e di
conversazione. Le rappresentazioni sociali funzionano perciò da codice condiviso per l’azione e l’interazione
sociale, come sistemi di conoscenza condiviso che guida e orienta nei comportamenti.

La terza funzione è quella normativa e di costruzione dell’identità. Collocando le persone in gruppi sociali si
determinano i contenuti delle rappresentazioni e la loro organizzazione. Essendo contenuti condivisi, le
rappresentazioni sociali funzionano, anche, come formazione di un identità sociale e di un’appartenenza.
L’identità sociale è una rappresentazione del sé derivato da un processo di categorizzazione

OGGETTO RIFERIMENTO AL PAROLE CHIAVE


UNITA’ TESTO
DIDATTICA

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Attrazione Pag. 299-332 Behaviorismo Comportamentismo
8 personale e Cognitivismo Interazionismo
relazioni Modelli di equazione strutturale
sociali Resoconti retrospettivi
Attribuzione causale-Locus
attributivo
Rivalità
Comunicazione non verbale
APPROFONDIMENTO
Dato che l’attrazione interpersonale ha effetti formidabili sulla vita della gente, la comprensione dei
fattori che tengono unite le persone è diventato un obiettivo assai stimolante per la psicologia
sociale.
Possiamo distinguere nella storia recente di quest’area di studio tre periodi differenti: nel
primo a partire dagli Anni ‘40 Festinger concentrò la sua attenzione sui fattori che
influenzano lo sviluppo e la coesione dei gruppi sociali, mentre Newcomb si dedicava ai
processi di conoscenza e alla amicizia, la sua attenzione principalmente era focalizzata ai
momenti iniziali di una relazione e quindi al fenomeno dell’attrazione interpersonale. Nel
secondo periodo caratterizzato dagli Anni ‘60, la relazione fra somiglianza di atteggiamenti ed
attrazione divenne il centro di attenzione di numerose ricerche, la più famosa fu quella di
Byrne, il quale attraverso una serie indagini (esperimenti-tipo in cui si invitavano i soggetti a
rispondere a questionari anonimi composti da circa 20 items su temi quali lo sport, il fumo, il
ruolo della donna chiedendo poi loro di esprimere giudizi sulle persone che lo avevano
compilato) concluse che la somiglianza di atteggiamenti conduce ad attrazione attraverso un
meccanismo di stimolo-risposta che chiamò A reinforcement model of attraction
F0
AE esempio pag 301.
Lungo la linea di ricerca similarità-attrazione si è poi avuto un grande proliferare di indagini.
Huston e Levinger in una rassegna di almeno una sessantina di studi sull’argomento hanno per lo
più confermato, ma a volte anche messo in dubbio, l’effetto previsto. Huston e Levinger hanno
sottolineato l’importanza di distinguere tra diverse qualità e significati della somiglianza,
suggerendo una prospettiva connessa all’information processing per interpretare le situazioni in cui
la somiglianza non induce attrazione, ma costituisce una minaccia al nostro senso di unicità
provocando un senso di inadeguatezza.. Comunque le critiche di maggior rilievo agli studi di Byrne
sono maturate agli inizi degli Anni ‘60 con gli esperimenti di laboratorio, con cui tra l’altro si è
verificata una grande crisi per la psicologia sociale e le conclusioni a cui essa perveniva. Rilevante
a questo proposito è la teoria di Moscovici, il quale sostiene che la psicologia sociale sarà scienza
solo quando si solleverà dallo stato di semplice parafrasi dell’ovvio, per arrivare a d una
interpretazione dei fenomeni meno scontata più innovativa e particolare.
Quello della polemica sull’esperimento di laboratorio è stato un periodo di grande importanza per la
psicologia sociale. La psicologia nasce come disciplina orientata allo studio dei modi e delle forme
dell’articolazione tra il mondo psichico e quello sociale, ovvero è una disciplina destinata allo
studio sistematico dell’interazione umana e delle sue basi psicologiche. Questo ha comportato una
sorta di omologia strutturale fra un’ottica di tipo psicologico mirante soprattutto alla comprensione
degli aspetti invariati dei processi mentali e delle dinamiche affettive (percezione, memoria,
emozioni) e un’ottica più specificatamente sociologica in grado di analizzare gli aspetti strutturali
delle situazioni sociali. Questo ha comportato sul piano metodologico la necessità di esperimenti
sul campo e della ricerca sul terreno, e la sperimentazione atta a costruire specifiche situazioni nei
laboratori. Questo modo ha comportato da un lato una positiva peculiarità della psicologia sociale,
ma dall’altro anche restringimenti di campo, dovuti ad una totale identificazione da parte della
psicologia sociale con questa tecnica di indagine durata per molti anni e poi sfatata a partire dalla
fine degli Anni ‘60.

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La critica si riferiva al fatto che l’esperimento di laboratorio fosse una tecnica non in grado di
cogliere con le dovute attenzioni il ruolo cruciale giocato dal contesto sociale, culturale e
storico nel condizionamento dell’oggetto di studio, ovvero l’azione e il pensiero degli attori
sociali. L’importanza di tale ruolo è da alcuni autori così fortemente sottolineata da mettere
sostanzialmente in dubbio l’esistenza di processi generali e caratteristici della natura umana
in quanto tale. Questo periodo che va dalla fine dei Settanta è dunque caratterizzato da dibattiti e
riflessioni di natura teorica metodologica e da una progressiva evanescenza dello studio delle
attrazioni e dei rapporti interpersonali. Il terzo periodi di studi, a differenza, è stato caratterizzato da
una netta ripresa di lavori, indagini, libri, articoli, riviste specializzate sull’argomento. Periodo
caratterizzato inoltre da una forte interdisciplinarietà che diede vita ad un nuovo corso di studi
chiamato l’arcipelago delle relazioni interpersonali, caratterizzato da uno spiccato interesse verso
le relazioni reali nelle loro varie fasi di formazione, mantenimento, declino e dalla tendenza, spesso
condivisa dai ricercatori ad allontanarsi dalla sperimentazione in favore di studi empirici ad essa
alternativi.
Secondo Hinde una relazione interpersonale consiste in una serie di interazioni che avvengono nel
tempo e che sia la prima sia le seconde posseggano delle proprietà che non si trovano solo nelle
singole persone, come ad esempio, la sincronia. Questo significa che le relazioni non si possono
esaurire in una prospettiva individualistica, ma è indispensabile costruire un approccio specifico
allo studio che tenga innanzitutto conto del contenuto, della varietà e della qualità delle
relazioni. Ma è anche fondamentale sconto della frequenza relativa e delle modalità ricorrenti delle
interazioni, quello che conta cioè è la loro struttura, la simmetria o complementarietà dei
rapporti.
Cercheremo ora di definire i vari modelli teorici che hanno caratterizzato lo studio dello sviluppo,
del mantenimento e del declino delle relazioni. Tre sono stati i modelli teorici più importanti che
come abbiamo già avuto modo di spiegare hanno caratterizzato la ricerca psicologica a partire dagli
Anni’ 50.

Il paradigma behaviorista Anni ‘20-50


L’assunto di questo paradigma è che l’azione umana è governata da eventi esterni (caso di Pavlov il
cane ). Il comportamento umano, secondo questa teoria può essere spiegato solo in base all’azione
dell’ambiente, ipotesi rimpiazzata poi dal neo behaviorismo che all’azione preponderante
dell’esterno associava gli stati psicologici come veri responsabili del comportamento. Secondo
questo modello di grande importanza per le relazioni sociali sono i meccanismi di scambio e di
ricompensa. Watson ad esempio, sosteneva l’importanza nell’apprendimento degli atteggiamenti e
nella formazione delle relazioni interpersonali dei bambini, di ricompense e punizioni contestuali
come fattori in grado di plasmare e dr forma al comportamento infantile. Il postulato base di tale
teoria è simile al principi base di massimizzazione del profitto economico, ovvero, anche nelle
relazioni iinterpersonali le persone tendono a massimizzare i propri benefici e minimizzare i propri
F0
costi AE esempio pag 306. Secondo la teoria dell’interdipendenza di Kelley, una
relazione esiste quando i comportamenti, le emozioni, i pensieri di due persone sono interconnessi;
lo studio di tale relazione va allora orientato tenendo conto dell’influenza reciproca che intercorre
fra le due persone.

Il paradigma cognitivista Anni ’60


Paradigma che dà rilievo ai processi cognitivi interni. Le teorie cognitive sottolineano il ruolo del
pensiero e dell’interpretazione sull’attività sociale degli individui( fu il cognitivismo ha dar vita alle
teorie sugli script, gli schemi del comportamento). Il cognitivista è colui il quale crede nella Gestalt
Theory, cercando di scoprire i meccanismi in virtù dei quali i processi interni della gente danno
forma al mondo esterno. Uno dei più grandi esponenti di questa corrente fu Kurt Lewin il primo a
sviluppare una teoria sul comportamento umano ovvero la teoria del campo, secondo la quale la
rappresentazione del mondo è il fattore responsabile principale delle azioni degli individui. Il modo

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in cui un soggetto costruisce la rappresentazione del proprio mondo varia a seconda degli scopi e
dei suoi bisogni interni.
Una delle correnti più significative di Lewin è la action research.
-Il termine action research (ricerca/azione o ricerca/intervento) coniato da Kurt Lewin, si
riferisce ad un modello di ricerca che collega la ricerca stessa al cambiamento e
miglioramento dei sistemi sociali con i quali viene in contatto.
Nel momento stesso in cui si conosce la realta', si opera per modificarla.
Lo scienziato quindi, diviene oltre che ricercatore anche agente di cambiamento e la ricerca
stessa oltre ad avere carattere conoscitivo promuove l'azione sociale.
Come disse Lewin "se producesse solo dei libri, non sarebbe soddisfacente".
La ricerca azione studia in che modo avviene il cambiamento ed in quale misura, quali
sono i fattori che possono ostacolarlo, quali interventi adottare nel caso il cambiamento non
avvenga, quali sono gli effetti dell'intervento nel breve e lungo termine.
- Stesura ipotesi ed obiettivi;
- Attuare le strategie per auspicare il cambiamento;
- Verificare gli effetti dell'intervento;
- Aggiustare e riformulare le ipotesi e gli obiettivi.
La ricerca azione si e' rivelata un metodo estremamente efficace in quanto e' una procedura
flessibile e prevede la verifica in ogni sua fase.
Cio' permette di aggiustare in itinere il disegno di ricerca sulla base dei nuovi elementi
emersi e produce effetti nel momento stesso in cui la si attua.

Quali sono le caratteristiche della ricerca azione?


La ricerca azione viene progettata per modificare il campo di indagine nel momento stesso
in cui lo si studia.
La ricerca non si limitera' ad indagare per sapere ma sara' volta all'azione concentrandosi
sulla risoluzione del problema.
Da un lato quindi spiegazione dei fatti, dall'altro progettazione dell'intervento.
Tra i ricercatori e gli operatori c'e' un rapporto di parita' e confronto e collaborano nel
definire i problemi oggetto di indagine, cosi come collaborano nello svolgimento ed
impostazione della ricerca.
Anche i destinatari dell'intervento sono quindi coinvolti direttamente.
Il contesto educativo (con le sue dinamiche sociali ed ambientali) viene considerato in
maniera attenta, essendo una variabile facente parte dello svolgimento della ricerca.
Dinamiche di gruppo e forze sociali vengono quindi esaminate per fare in modo che non siano
di impedimento ma di aiuto alla ricerca.
Un ulteriore modello di ricerca è la ricerca-azione partecipata in cui la partecipazione dei
diversi attori costituisce un nucleo essenziale.
La ricerca azione partecipata si fonda sulla convinzione che nel momento in cui si interviene in
un contesto non si può assolutamente trascurare l’aspetto umano, le dinamiche di gruppo, le
interazioni tra i soggetti.
Aspetti essenziali sono rappresentati dall’obiettivo di facilitare i partecipanti a identificare le
problematiche o un interesse specifico, rilevare informazioni utili alla conoscenza di tali
problemi, creare spazi di riflessione e analisi, utilizzare i risultati come base di conoscenza per
migliorare la qualità della vita.

Il paradigma interazionista Anni ‘70


Questo paradigma diverge completamente dai paradigmi precedenti che mettevano in risalto
l’individuo. Gli interazionisti simbolici sottolineano, a differenza, l’importanza delle relazioni
sociali fra gli individui e non il singolo. Questa paradigma sta alla base della costruzione della
realtà e concentra la sua attenzione sulle regole e delle relazioni interpersonali e sulla loro
variabilità culturale.
In contrasto con l’idea di una tendenza a raggiungere l’equilibrio nelle relazioni, analizzeremo ora
l’ultima prospettiva che si rifà ad una concezione dialettica. Secondo questo modello i processi

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sociali sono caratterizzati da polarità e opposizioni, quali apertura/chiusura, stabilità/
cambiamento, novità/prevedibilità, e che tali polarità costituiscano un unico sistema unitario
e che i processi di opposizioni siano di natura dinamica e implichino un cambiamento nel
esempio pag. 311.
corso del tempo FA 0E
Come abbiamo detto le relazioni hanno come caratteristica fondamentale il loro svilupparsi nel
corso del tempo, questo comporta una attenzione notevole alle diverse fasi che le
contraddistinguono e ci inserisce nel discorso dell’introduzione del tempo nei disegni di ricerca. A
questo scopo si possono utilizzare più sistemi, tra cui il cross-sectional, vale a dire confrontare
nello stesso momento gruppi di persone coinvolte in relazioni con una diversa storia, oppure i
disegni di ricerca per serie temporali, studi di laboratorio attraverso cui si analizzano sequenze di
eventi per misurare la probabilità condizionale di determinati modelli (pattern) di interazione.
Oppure il paradigma di interazione diadica, il cui scopo è quello di registrare il comportamento
spontaneo di coppie di persone in attese di essere sottoposte ad un esperimento e raccogliere i loro
stati introspettivi.
Questa tecnica permettere di fare inferenze circa la natura di fenomeni quali l’intersoggettività e
l’empatia. Infine i modelli di equazione strutturale che integrano aspetti di analisi fattoriale con
modelli di anali causale, ovvero valutare l’attendibilità dei risultati con il principio teorico che ne è
alla base. Da queste considerazioni emerge come le tecniche fondamentali alla base della raccolta
dati sul fenomeno relazioni sono i resoconti retrospettivi (diari, e libri di bordo) e le narrazioni.
Fonte insostituibile per la raccolta di questi dati è l’osservazione.
Tra i processi cognitivi più studiati della psicologia sociali quelli attributivi occupano un ruolo
importante. La psicologia in questo senso risponde a domande del tipo Perché si è verificato un
certo evento? Chi o cosa lo ha provocato?. In queste circostanze, ritorna utile il modello
dell’attribuzione causale di Heider secondo il quale le persone ricorrono ad una serie di errori o bias
sottovalutando il ruolo delle circostanze, giudicando in modo diverso un’azione di cui sono
spettatori o protagonisti (diff. attore-osservatore) o adottando modelli funzionali al mantenimento
dell’autostima. In una relazione a due quando il grado di interdipendenza con il partner è alto,
questi casi vengono affrontati con il dialogo che diventa il modo attraverso cui discutere sulla
natura delle situazioni coinvolgendo i motivi e gli interessi di tipo personale o nettamente
relazionali.

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UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA AL TESTO
Aggressività/ Pag. 335-363 Multidisciplinarietà/Multidimensionalità
9 Altruismo Frustrazione Fraintendimento
Psicoanalisi
sogno Condotta interpersonale e sociale
Determinante biologica
Empatia
APPROFONDIMENTO
Carattere essenziale dell’aggressività essendo un’esperienza emotiva è la multidimensionalità,
caratteristica base anche dell’altruismo. nel caso di entrambi i fenomeni il riconoscimento della loro
complessità comporta la necessità di contemplare diversi livelli di analisi. In un’ottica psicolgico-
sociale l’aggressività e l’altruismo si configurano come fenomeni nterpersonali che interessano
soprattutto il rapporto dell’individuo con i suoi simili. all’interno di gruppi o fra gruppi differenti.
Per comprendere ed illustrare il problema dell’aggressività faremo riferimento a due modelli teorici
di segno completamente diverso: uno si fonda sulla teoria ereditaria e l’altro sul carattere appreso
dell’aggressività. Nonostante gli esseri umani nascano con la predisposizione biologica al
comportamento aggressivo, sembra sia l’apprendimento sociale il fattore cruciale nel determinare
come e quando l’aggressività si manifesti. Quanto risulta, infatti, dalle ricerche induce a ritenere
che la fenomenologia aggressiva nella sua multiformità non è riconducibile né ad un istinto, né ad
una disposizione. Il comportamento aggressivo innanzitutto è un insieme di azioni dirette a colpire
uno o più individui, tali da infliggere loro sofferenze fisiche o morali, di conseguenza il prototipo
aggressione è qualcosa di indesiderabile, di ingiusto, di riprovevole agli occhi della gente. Da
questo si evince come sia comunque il frutto di norme, attribuzioni ,di significati, di aspettative e
di affetti.
In Freud sono rintracciabili tre ipotesi di base:
aggressività come impulso primario
aggressività come reazione alla frustrazione
aggressività come esternazione della pulsione di morte
Queste tre ipotesi non sono in alternativa l’una all’altra, ma sembrano complementari ai
diversi aspetti della fenomenologia aggressiva.
Dopo Freud le stesse ipotesi sono state riprese nell’ambito della psicologia dell’Io, nel senso di un
intreccio profondo fra aggressività e privazioni precoci, fra frustrazioni e ansie distruttive e
persecutorie. La relazione madre-figlio e le interazioni dell’individuo con l’ambiente costituiscono
gli elementi più importanti per il costituirsi delle condotte aggressive così come quelle altruistiche.
Se dunque è plausibile che l’Io si difenda allontanando e aborrendo qualsiasi fonte di dispiacere, è
evidente che le reazioni primitive di fastidio, avversione e rifiuto nei confronti di ciò che è fonte di
disturbo variano in relazione alle privazioni e alle difficoltà incontrate nei diversi ambienti.
La frustrazione è un antecedente base per lo sviluppo del comportamento aggressivo, l’ostacolo
che si frappone tra un bisogno e la meta del suo appagamento, la privazione di una ricompensa, un
attacco fisico, un insulto possono generare frustrazione che nei soggetti degenera in forme
aggressive. Lo stato sociale degli attori e i legami fra loro preesistenti influenzano
significativamente il ricorso a reazioni più o meno aggressive. Secondo Berkowitz, quindi, tutto ciò
che è fonte o può essere fonte di dolore o disturbo, dà vita a reazioni cognitive e psicomotorie che
s i traducono in tentativi di fuga o comportamenti aggressivi. E’ dunque l’esperienza che porta ad
escludere la tesi biologica per confermare i fattori ambientali e sociali all’origine dell’aggressività.
Una teoria dell’aggressione deve, infatti soddisfare tre ordini di motivi: quelli connessi alle
situazioni che portano gli individui all’aggressività, quelli connessi alle condizioni e agli effetti che
ne assicurano il mantenimento. Ancora più oggi che in passato si è portati a pensare che non vi è
alcuna evidenza fisiologica a favore di una stimolazione aggressiva all’interno dell’organismo
umano, e che non è la natura dell’uomo, ma il modo in cui esso viene cresciuto. E’ infatti nel
contesto sociale che la condotta aggressiva si manifesta. ed è rispetto alle norme e ai valori sociali
che si definiscono e si selezionano i criteri che porteranno a classificare come aggressivo un

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comportamento. In questo ci sono molti studi che confermano il ruolo della famiglia come
istigatore e produttore di aggressività. I genitori punitivi forniscono i modelli e i pretesti per i
comportamenti aggressivi dei figli. In questo un ruolo significativo lo hanno anche i fratelli e i
compagni.
Esistono varie forme di aggressione più o meno controllabili, più o meno consce e consapevoli.
Oggi comunque sembra esserci un accordo in ambito accademico su due forma principali di
aggressione: reattiva, ostile-affettiva, caratterizzata dalla predominanza di componenti affettivo-
emotiva, e una proattiva o strumentale, caratterizzata da componenti cognitive e intenzionali.
A differenza in ambito socio-biologico il termine altruismo confermano ipotesi di tipo biologico
evoluzionista , secondo cui la selezione opera a livello di parentela e dei principi di adattamento
globale, per cui le capacità adattive di un individuo risultano dalla somma della sua forma genetica
e da quella sociale come parte di un gruppo. L’altruismo si configura come quel meccanismo con
cui, in accordo ai principi della selezione naturale, gli individui e i gruppi sociali aumentano le
possibilità di riproduzione. Il carattere di questo atteggiamento sarebbe in sostanza genetico.
In ambito psicologico l’altruismo è quell’azione diretta al beneficio di altre persone senza
riconoscimenti esterni.
Per quanto concerne le origini della plausibilità dell’ipotesi di una predisposizione naturale verso le
diverse forme dell’altruismo si ritiene plausibile l’ipotesi secondo cui l’ambiente sociale con le sue
regole, con i suoi valori, svolge una parte decisiva nel veicolare, nell’ordinare l’importanza e nel
disciplinare le espressioni delle varie manifestazioni di altruismo: quando prestare aiuto, come
corrispondere alle emozioni altrui. Da tempo gli psicologi sociali si interrogano sulla dimensione
sociale del comportamento di aiuto: chi aiuta e perché aiuta, chi si aiuta, quali sono le condizioni
che incoraggiano o scoraggiano il comportamento d’aiuto. Alcuni sono più inclini degli altri ad
aiutare per bisogni sociali di affiliazione o di potere.. Quando la presenza degli altri comporta un
valore aggiunto alla gratitudine, allora è probabile che essa aumenti la probabilità del prestare aiuto.
In conclusioni le condotte altruistiche ed aggressive si configurano tutte come espressioni di
strategie più o meno riuscite di rapporto con la realtà, riflettono particolari organizzazioni mentali
risultano dal concorso di differenti componenti affettive e cognitive. Per quanto le riguarda le
origini è stata sottolineata l’importanza dei processi d apprendimento, di socializzazione e di
assimilazione e costruzione spontanea dell’esperienza.

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UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO PAROLE CHIAVE
DIDATTICA AL TESTO
L’interazione nei Pag. 365-406 Gruppo/categoria/aggregato
10 gruppi Interdipendenza
Status
Ruolo Leadership
APPROFONDIMENTO
Nei capitoli precedenti abbiamo più volte tracciato il quadro delle ricerche psicologiche nel corso
degli anni, e abbiamo notato come fra gli Anni Venti e Trenta si sia dedicata molta attenzione alla
misurazione degli atteggiamenti, nel periodo caratterizzato dai Cinquanta e Sessanta, invece,
l’argomento più discusso fu quello riguardante il cambiamento degli atteggiamenti, nel terzo
periodo infine, quello che inizia a metà degli Anni Ottanta l’interesse predominante è stato
sviluppato nei confronti dello studio della struttura degli atteggiamenti. In questa fase si sono poi
consolidate due linee di ricerca: una riguardante i processi di gruppo, l’altra il concetto di
cognizione sociale. Questi saranno gli argomenti che tratteremo in questo capitolo.
Un gruppo sociale è costituito da un numero di individui che interagiscono fra loro con regolarità.
Questa regolarità consente alla formazione di una distinta unità con una propria identità sociale. I
membri di un gruppo, quindi, sono legati da forme di comportamento simili che differiscono da
quelle di chi non è membro del gruppo. Per aggregato, invece, si intende un insieme di individui
che si trovano nello stesso luogo, nello stesso momento, senza però condividere tra loro un legame
preciso. Una categoria sociale è un raggruppamento di tipo statistico, cioè è costituita da un
insieme di individui classificati nella stessa categoria in base ad una caratteristica ad esempio il
reddito, l’età. Gli individui appartenenti ad una stessa categoria sociale non interagiscono fra loro,
né si trovano insieme nello stesso luogo. La sociologia inoltre distingue fra gruppi primari e
secondari: i primi sono insiemi di persone che interagiscono direttamente in quanto legate da
vincoli di natura emotiva, ne sono un esempio la famiglia, gli amici, i gruppi secondari invece sono
formati da persone che hanno rapporti frequenti ma di tipo più che altro impersonale, in quanto
determinati da scopi pratici e funzionalistici.
Fu Kurt Lewin ha definire lo studio sociopsicologico della nozione di gruppo sociale. Lewin si
appoggia alla teoria della Gestalt per dimostrare come ogni totalità sia diversa dalla somma
delle sue parti in quanto ha proprietà diverse. Lewin in sostanza, fa coincidere il concetto mente
di gruppo con quello gestaltiano di totalità dinamica che evidenzia caratteristiche diverse da
quelle risultanti dalla somma delle sue componenti. Il gruppo, quindi, è un’entità diversa rispetto
all’insieme di singoli che lo compone. Il gruppo sono composti da individui che percepiscono se
stessi come parte di unità durevole nel tempo e nello spazio, i membri inoltre condividono la
caratteristica di avere una finalità in comune.
Questa definizione di totalità dinamica presuppone un concetto molto importante, ovvero quello di
interdipendenza dei membri del gruppo. In breve, non è la somiglianza o la diversità che decide se
due individui appartengono allo stesso gruppo o a due gruppi diversi, ma l’interazione sociale o
altri tipi di interdipendenza. Un gruppo è definibile come una totalità dinamica basata
sull’interdipendenza invece che sulla somiglianza. Lewin inoltre sostenne che i processi che
governano la vita dei piccoli gruppi possono essere applicati tranquillamente anche a quelli di
grandi dimensioni, (teoria del campo) ovvero le concezioni della dinamica di gruppo derivate dalle
ricerche in gruppi molto piccoli, possono essere applicati con successo a gruppi di milioni di
individui.
Passiamo ora ad analizzare un altro concetto molto importante, quello di status, questo si riferisce
alla posizione che una persona occupa all’interno di un sistema sociale e alla valutazione di tale
posizione in una scala di prestigio. Sono considerati centrali due indicatori in questa definizione: la
tendenza da parte di chi occupa uno status elevato a promuovere iniziative che poi vengono
continuate dal gruppo; una valutazione consensuale del prestigio connesso ad un certo status come
il pattern generale di influenza del gruppo.
E’ interessante notare come molti studi hanno evidenziato che il sistema di status si sviluppa con
sorprendente rapidità, poco dopo che il gruppo si sia formato. Vi sono due principali spiegazioni per

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questo: in teorici degli stati di aspettativa sostengono come già dai primi incontri del gruppo le
posizioni vengono attribuite in accordo con le aspettative riguardo al possibile contributo di ognuno
al raggiungimento degli obiettivi del gruppo. I teorici della corrente etologica sostengono invece
che fin dai primi incontri i membri del gruppo valutano la forza di qualcuno a partire dalla su
apparenza e dal suo contegno. In altre parole si formerebbero dei contesti in grado di produrre
vincitori e vinti e l’assegnazione di status avverrebbe in base a queste categorizzazioni.
Connesso al concetto di status c’è quello di ruolo che può essere inteso come un insieme di
aspettative condivise circa il modo in cui dovrebbe comportarsi un individuo che occupa una
determinata posizione all’interno del gruppo. All’interno di un gruppo si possono ricoprire vari
ruoli, principalmente quello di leader, del nuovo arrivato e del capro espiatorio, è sulla base di
tali differenziazioni che sorgono i conflitti all’interno del gruppo.
Le norme di gruppo possono essere definite come un insieme di aspettative condivise circa il
comportamento dei membri del gruppo. La dinamica delle interazioni sociali all’interno di un
gruppo comporta la costruzione di un set limitato di comportamenti ed opinioni cui ci si attende che
i membri debbano uniformarsi, un insieme di norme consensuali la cui effrazione può portare a
sanzioni per coloro che le deviano. Sono proprie le norme del gruppo a definirne il tipo e a
consolidare la sua coesione così come la devianza. Il deviante all’interno del gruppo riceve un
maggior numero di comunicazioni nel tentativo di ricondurlo verso le norme e i comportamenti
principali di tale gruppo. Allo stesso tempo il deviante non gode di popolarità nel gruppo, anzi
viene definito antipatico in quanto non in grado di uniformarsi e adeguarsi alle leggi del gruppo. La
costruzione delle norme di gruppo svolge quindi quattro funzioni principali:
1. Avanzamento del gruppo, raggiungimento degli obiettivi
Mantenimento del gruppo
Costruzione della realtà sociale le norme offrono sostegno alle opinioni die membri per costruire
attraverso il consenso una realtà sociale condivisa
Definizione dei rapporti con l’ambiente sociale le norme permettono ai membri del gruppo di
definire le proprie relazioni rispetto all’ambiente sociale più vasto.
La comunicazione è essenziale alla vita di gruppo ci si riferisce ai modelli di comunicazione che
il gruppo adotta per adempiere al proprio compito. Studi hanno messo in evidenza regolarità
statistiche dei processi di comunicazione all’interno dei gruppi. Gli studi più famosi a riguardo
sono:
Bales FA 0Esecondo cui le strutture di comunicazione che emergono spontaneamente in un gruppo sono
il risultato del numero di comunicazioni che ogni individuo riceve ed emette nei confronti degli
altri membri del gruppo
Festinger FA 0Eha analizzato le dinamiche comunicative in rapporto con altri fenomeni di gruppo, per
esempio il caso del deviante che riceve più comunicazioni degli altri almeno fino a che non si
uniforma alle opinioni e agli atteggiamenti degli altri.
Bavelas FA 0Eha proposto un modello matematico in grado di descrivere le strutture di gruppo,
riprendendo la teoria del campo di Lewin attraverso mappe topologiche esempio pag.
F0
AE

377.
Fra gli indici per descrivere vari tipi di reti importanti sono l’indice di distanza che misura il
numero minimo di legami di comunicazione che un individuo attraverso per comunicare con un
altro membro e l’indice di centralità che misura il grado di centralizzazione cioè quanto le
comunicazioni in un gruppo siano centralizzate su una persona o distribuite uniformemente fra i
membri del gruppo. Leavitt con questi studi dimostrò che più una rete di comunicazioni è
centralizzata più rapido è lo svolgimento di compiti all’interno del gruppo perché le comunicazioni
sono meno numerose e più semplici. Ma allo stesso tempo anche la natura del compito da eseguire
è fondamentale; nei compiti complessi i gruppi decentralizzati comunicano in modo uniforme le
informazioni necessarie per risolvere il compito, ottimizzando i risultati rispetto ai gruppi
centralizzati, in cui la maggior parte dei casi il leader rischia di non essere in grado di elaborare
tutta la mole di informazioni.

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Parlando di norme, status, ruoli e reti comunicative abbiamo notato come all’interno di un gruppo le
posizioni di un membro possono essere centrali o periferiche, quello che emerge da questo discorso
è il rapporto dominanza-sottomissione all’interno dei gruppi. Questo ci conduce al concetto di
potere che implica la capacità di influenzare o controllare altre persone. Esistono cinque possibili
fonti di potere:
1. potere di ricompensa abilità del membro del gruppo di promettere ricompense materiali o
simboliche
potere coercitivo il membro del gruppo che aziona sanzioni punitive o minacce nei confronti di
altri membri
potere legittimo
potere d’esempio
potere di competenza
Passiamo ora ad analizzare un concetto molto importante quello di leadership. la leadership
implica un processo di influenza fra il leader e i seguaci del gruppo in ordine al raggiungimento
degli obiettivi del gruppo stesso.
Turner definisce leader le persone o i ruoli sociali che esercitano maggiore influenza in un gruppo
rispetto ad altre persone o agli altri ruoli. Il leader, in sostanza, è più propositivo, mostra più
iniziativa degli altri nel gruppo ed occupa una posizione elevata nella gerarchia di status e nella rete
di comunicazione del gruppo si trova in posizione centrale. Esiste una i dea di leader di senso
comune che lo vede nei termini di grande uomo ossia di leader naturale, ma è importante ribadire
che i comportanti del leader, così come quelli delle persone in generale tendono a variare da
situazione a situazione per cui i tratti della leadership si possono definire dinamici e non statici.. Il
bisogno di trovare una alternativa scientifica alla teoria del grande uomo, teoria di senso comune,
porta secondo Hollander a due sviluppi teorici interrelati fra loro: da una parte lo studio dei
comportamenti del leader e dall’altra l’approccio situazionista.
Per quel che riguarda il primo sviluppo Bales e Slater hanno individuato due funzioni specifiche
che attengono al comportamento del leader: assicurare un clima di armonia di gruppo
mostrando considerazione nei confronti dei membri funzione del leader socio-emozionale;
realizzare il compito, mostrando le migliori idee e organizzando il lavoro di gruppo funzione
specifica del leader centrato sul compito.
Uno studio famoso di Lewin, Lippit e White ha inoltre distinto la leadership in autoritaria,
democratica e laissez-faire. lo stile democratico e autoritario rappresentano rispettivamente il
leader socio-emozionale e quello centrato sul compito.
L’approccio situazionista si fonda, invece, sull’idea che il leader debba assolvere dei compiti e
diverse funzioni a seconda delle situazioni; il contenuto e il contesto delle attività determineranno,
quindi, differenti richieste di comportamento. C’è poi la teoria del modello di contingenza
proposta da Hollander che si basa su un’idea interazionista della leadership, la cui efficienza
dipende dalla corrispondenza fra lo stile adottato dal leader e il controllo che questo detiene della
situazione. Questo modello sostiene che il leader centrato sulle relazioni ha migliori prestazioni in
condizioni di controllo moderato delle situazioni rispetto al leader centrato sul compito che offre
migliori prestazioni in situazioni di controllo o alto o basso della situazione. Hollander insieme ad
altri studiosi considera inoltre come punto fondamentale la dinamica iniziale di adesione alle norme
del gruppo e di successiva immissione di nuove idee da parte del leader. Hollander parla
precisamente di credito idiosincratico che il leader deve conquistare presso il gruppo nelle fasi
iniziali della relazione. La credibilità che viene acquistata dal leader si basa secondo Hollander su 4
requisiti fondamentali::
1. il conformismo iniziale alle norme del gruppo
l’essere scelto dal gruppo liberamente
dar prova di competenza
identificazione del leader con il gruppo
Ogni situazione di gruppo che richieda una scelta o presa di decisione fa si che si produca un
conflitto tra opinioni o giudizi, o alternative diverse. Se non ci sono differenze fra le opzioni e non
c’è conflitto non esiste il problema della scelta o della decisione. Quel che succederà dipenderà in

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gran parte da come gli attori sociali si pongono di fronte al conflitto. Possono cercare di evitarlo
F0
oppure di affrontarlo con risolutezza. AE esempio pag. 390-391.
In conclusione possiamo affermare che nei gruppi in cui i membri sono scarsamente coinvolti
nell’affrontare una scelta o nell’optare per una decisione si realizzerà un confronto di idee cauto
(normalizzazione); nei membri in cui si denota un alto grado di coinvolgimento si realizzerà un
conflitto e la decisione sarà in questo caso fortemente polarizzata (polarizzazione).
Levine e Moreland hanno raccolto numerose ricerche attinenti al concetto di socializzazione di
gruppo, analizzando i processi di origine, evoluzione, trasformazione e conclusione di un gruppo. Il
modello da loro proposto insegna che la socializzazione di gruppo si fonda su tre processi
F0
psicologici particolari quali:: la valutazione, l’impegno e la transizione di ruolo AE esempio
pag. 397 .
Ogni processo è stato considerato sia nella prospettiva di gruppo che in quella individuale. La
valutazione attiene agli sforzi compiuti dal gruppo e dai singoli attori per aumentare la convenienza
reciproca, questo implica lo sviluppo di aspettative normative, il monitoraggio delle discrepanze fra
il comportamento atteso e quello reale, ed infine il tentativo di diminuire tali discrepanze.
L’impegno si fonderà sulla stima, fatta sia dal gruppo sia dagli individui che lo compongono, della
convenienza passata, presente e futura della relazione reciproca in corso in confronto ad altre
relazioni alternative.
La transizione di ruolo infine, che si verifica quando l’impegno giunge a definire un criterio di
decisione implica una riformulazione della relazione dell’individuo con il gruppo ed un
cambiamento della valutazione reciproca fra il gruppo e l’individuo in questione.
Riassumendo la valutazione implica che la convenienza reciproca della relazione sia stimata dai due
principali attori della relazione e cioè il gruppo e l’individuo. Poiché il gruppo ha degli scopi che
vuole raggiungere, valuterà quanto gli individui che lo compongono contribuiscono al loro
raggiungimento: quale specifico contributo ogni membro può fornire e quali attese possono essere
sviluppate. la valutazione non si svolge, quindi, solo allo stato attuale dei fatti , ma si realizza in una
dimensione temporale che va dal passato al futuro della vita del gruppo e di ogni suo membro.
L’impegno attiene alla prospettiva individuale, e analizza il modo in cui un individuo si impegna
con gli altri membri del gruppo. L’impegno sarà tanto più forte quanto più le parti in gioco
ricordano relazioni avute in passato, sperimentano relazioni più gratificanti rispetto ad altre, si
aspettano relazioni future più gratificanti.
Poiché i livelli di reciproco impegno gruppo e individuo e viceversa, si modificano nel tempo anche
la natura del rapporto si modificherà. Questi cambiamenti sono resi possibili in relazione a criteri di
decisione o da livelli specifici di impegno che indicano come si possa giustificare un cambiamento
qualitativa nella relazione delle due parti. Quando l’impegno di un gruppo verso un individuo tocca
uno di questi livelli di decisione, il gruppo metterà in moto una transizione di ruolo. La situazione
sarò la stessa anche per l’impegno di un individuo nei confronti del gruppo. Con la transazione di
ruolo la relazione reciproca fra le due parti in gioco verrà ridefinita e le parti modificheranno le
attese reciproche circa il comportamento dell’una e dell’altra parte. E’ importante sottolineare che
Levine e Moreland, hanno notato che dopo la transizione di ruolo nel processo di socializzazione, si
attiva una nuova valutazione che produrrà altre transizioni di ruolo.
E’ ovvio che se una sola delle due parti è orientata a raggiungere il proprio obiettivo la
socializzazione di gruppo non si realizzerà. Nella fase di mantenimento, una volta scattata la
socializzazione si realizzerà una sorta di negoziazione fra l’individuo che tenta di trovare il suo
ruolo specifico nel gruppo per soddisfare i suoi bisogni, e il gruppo che farà di tutto per rendere il
più elevato possibile il contributo del soggetto agli obiettivi del gruppo stesso. se il negoziato avrà
successo ambedue le parti manterranno alto il proprio impegno reciproco, se invece il negoziato
avrà esito negativo, l’impegno delle due parti diminuirà sino ad arrivare all’inevitabile divergenza
di pensiero fra le parti in gioco per cui l’individuo diventerà una figura marginale.
Gli studi sul pregiudizio e sugli stereotipi sociali hanno messo in evidenza l’esigenza di analizzare
il rapporto esistente fra un gruppo sociale, e l’ambiente in cui è inserito. L’ambiente, e di
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conseguenza gli altri gruppi sociali, eserciteranno un ruolo determinate che influenzerà il gruppo in
tutte le sue fasi dell’esistenza..
Gli studi sulle relazioni fra gruppi e le dinamiche di gruppo svolti da Sherif, esempio
F0
AE

pag. 407 hanno evidenziato che se due gruppi che sono in rapporto fra loro si pongono degli
scopi competitivi, giungeranno rapidamente al conflitto, se, invece, due gruppi si pongono scopi
sovraordinati giungeranno ad una cooperazione reciproca. Esistono anche delle ipotesi riguardanti
il principio secondo cui l’esistenza pura e semplice di un gruppo altro dal proprio (out-group, in-
group) possa comunque produrre competizione e conflitto intergruppi. In altre parole importante in
questa teoria, è la categoria altro gruppo in sé, piuttosto che caratteristiche particolari di quella
categoria. In sintesi, un gruppo è definito come una totalità dinamica basata sull’interdipendenza,
invece che sulla somiglianza. Una categoria, invece, può essere definita come un insieme di
individui legati da una caratteristica comune che li distingue dagli altri. Questo comporta un assunto
fondamentale spiegabile tramite il concetto di interdipendenza lewiniana, il solo fatto di
condividere la stessa sorte indipendentemente da come questa si realizza, sembra sufficiente a far
nascere discriminazioni valutative a favore della proprio gruppo di appartenenza. esempio
F0
AE

pag. 410.
Secondo il modello di Doise devono essere distinti tre aspetti delle relazioni fra gruppi: quello
comportamentale, quello dei giudizi, quello delle rappresentazioni. Tutti questi aspetti
interagiscono fra loro all’interno di un gruppo, in quanto il processo di categorizzazione che
permette agli individui di organizzare la propria esperienza soggettiva dell’ambiente circostante,
rende conto anche dello strutturarsi di un sistema di interazioni sociali. In questa prospettiva Doise
introduce il concetto di processo di differenziazione categoriale per spiegare in modo articolato
come i comportamenti di differenziazione sociale si svolgano proprio partendo dal concetto di
categorizzazione. il processo di categorizzazione, come già abbiamo avuto modo di spiegare nei
precedenti capitoli, non permette solo agli individui di organizzare e semplificare il proprio mondo,
ma permette anche e soprattutto la differenziazione fra gruppi e categorie sociali.

STEREOTIPI E PREGIUDIZI
Alla base di atteggiamenti non basati sull'esperienza diretta vi sono spesso stereotipi e pregiudizi.
Per la psicologia sociale uno stereotipo corrisponde a una credenza o a un insieme di credenze in
base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di
persone.
•Gli stereotipi
Gli stereotipi assomigliano molto dunque a degli schemi mentali e quando per valutare o prevedere
il comportamento di una persona ricorriamo a degli stereotipi, questo tipo di ragionamento ricorda
molto quanto detto a proposito delle euristiche: utilizzando uno stereotipo per valutare una

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persona noi non facciamo altro che utilizzare come scorciatoia mentale l'ipotesi che chi rientra in
una determinata categoria avrà probabilmente le caratteristiche proprie di quella categoria.
D'altra parte uno stereotipo non si basa su una conoscenza di tipo scientifico, ma piuttosto
rispecchia una valutazione che spesso si rivela rigida e non corretta dell'altro, in quanto
attraverso gli stereotipi si tende in genere ad attribuire in maniera indistinta determinate
caratteristiche a un'intera categoria di persone, trascurando cioè tutte le possibili differenze che
potrebbero invece essere rilevate tra i diversi componenti di tale categoria. Occorre tuttavia
ricordare, sulla base di quanto detto poco sopra sulla somiglianza tra stereotipi e modelli mentali,
che non necessariamente tutti gli stereotipi sono negativi: ad esempio, lo stereotipo che gli anziani
hanno i capelli bianchi non ha una connotazione negativa, e se utilizzato tenendo conto che possono
anche esistere eccezioni (vivendolo dunque non come “tutti gli anziani hanno i capelli bianchi” ma
“molti anziani hanno i capelli bianchi”), può anche rivelarsi un'utile strategia cognitiva. In effetti se
considerati come delle generalizzazioni che possono rivelarsi approssimative, gli stereotipi
dimostrano di potersi rivelare, così come gli schemi mentali, delle valide strategie mentali.

Può essere utile riflettere sul come e sul perché tendiamo a creare degli stereotipi, anche se spesso
essi si rivelano nient'altro che concezioni errate. In parte molti dei nostri stereotipi sono mutuati
culturalmente (come quelli legati alla differenza uomini/donne, oppure relativamente al carattere
o ai difetti di certe popolazioni), e ci spingeranno ad etichettare certi atteggiamenti in maniera
diversa a seconda dell'attore coinvolto per rimanere coerenti con lo stereotipo di base. Ad esempio,
se condividiamo lo stereotipo che le donne siano meno brave degli uomini nell'impiegare il
computer, interpreteremo come mancanza di competenza un errore che causa l'arresto del sistema
operativo da parte di un'amica o di una collega, mentre vedremo come una distrazione lo stesso
errore commesso da un amico o un collega. Al contrario vedremo come eccezioni che confermano
la regola, una donna particolarmente a suo agio con questioni informatiche o un uomo che non è in
grado di utilizzare un computer, senza rischiare così di dover mettere in forse lo stereotipo di
riferimento. Gli studi sulla memoria hanno anche dimostrato come tendiamo a ricordare meglio e
con più precisione episodi che confermano le nostre credenze e a dimenticare o sfumare quelli
che le contraddicono; inoltre, dal punto di vista cognitivo, le persone tendono a dare un peso
maggiore alle prove che confermano le proprie ipotesi piuttosto che a quelle che le
contraddicono.
•I pregiudizi
Similare alla connotazione più negativa di uno stereotipo, in psicologia un pregiudizio è
un'opinione preconcetta concepita non per conoscenza precisa e diretta del fatto o della
persona, ma sulla base di voci e opinioni comuni. Il significato di pregiudizio è cambiato nel
tempo: si è passati dal significato di giudizio precedente a quello di giudizio prematuro e infine di
giudizio immotivato, di idea positiva o negativa degli altri senza una ragione sufficiente (il
pregiudizio è in tal senso generalmente negativo). Bisogna anche distinguere il concetto errato

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dal pregiudizio: un pensiero infatti diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla
luce di nuove conoscenze.
Un pregiudizio può essere considerato un atteggiamento e come tale può essere trasmesso
socialmente, e ogni società avrà dei pregiudizi più o meno condivisi da tutti i suoi componenti.
Inoltre – riflessione valida anche nel caso degli stereotipi – tendiamo a formare i nostri
pregiudizi soprattutto relativamente a persone appartenenti a un gruppo diverso dal nostro, di
cui necessariamente avremo una conoscenza meno approfondita, e di cui saremo quindi meno in
grado di vedere differenziazioni interne. Le ricerche sociologiche hanno anche posto in evidenza
come le persone inserite, anche arbitrariamente, in un gruppo tendono ad accentuare le differenze
che portano ad una distinzione del gruppo di appartenenza rispetto agli altri, e a cercare quindi di
favorire il proprio gruppo.
Spesso il nutrire pregiudizi relativamente a determinate categorie di persone porta, come
evidenziato parlando degli atteggiamenti, a modificare il nostro comportamento sulla base delle
nostre credenze, con la conseguenza di creare condizioni tali per cui ipotesi formulate sulla base di
pregiudizi si verificano (profezie che si autoavverano). Naturalmente questi comportamenti
porteranno poi al rafforzamento degli stereotipi stessi. Ad esempio, se per un qualche motivo
Amilcare si è convinto che i toscani sono persone estremamente litigiose, incontrando il cugino
livornese di Matilde assumerà probabilmente un atteggiamento più provocatorio, intendendo
difendersi dagli “inevitabili” attacchi che si aspetta. Ma questo suo atteggiamento sarà visto come
ostile e ingiustificato dal cugino toscano che a sua volta si metterà sulla difensiva nei confronti di
Amilcare, che lo percepirà come litigioso, rafforzando di conseguenza il suo pregiudizio.

È possibile eliminare i pregiudizi? Non si tratta di un'impresa facile, in quanto i pregiudizi, come
abbiamo visto, sono determinati da una serie di concause che hanno le loro radici nel sociale e
possono quindi vantare una forte influenza sugli individui. Favorire contatti tra gruppi diversi,
migliorare la conoscenza delle persone che per qualche motivo vengono percepite come “diverse”
può servire a ridurre i pregiudizi, ma naturalmente occorre che le persone siano effettivamente
disposte a rivedere le proprie convinzioni.

IL GENERE TRA EPISTEMOLOGIA E TRASFORMAZIONE SOCIALE


Gli studi di genere o gender studies, come vengono chiamati nel mondo anglosassone,
rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-
culturali della sessualità e dell'identità di genere.
Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell'ambito degli studi culturali, si
diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta. Si sviluppano a partire da un certo filone del
pensiero femminista e trovano spunti fondamentali nel poststrutturalismo e decostruzionismo
francese (soprattutto Michel Foucault e Jacques Derrida), negli studi che uniscono psicologia e

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linguaggio (Jacques Lacan e, in una prospettiva postlacaniana, Julia Kristeva). Di importanza
specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo.
Questi studi non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma rappresentano innanzitutto una
modalità di interpretazione. Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che
abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità e del rapporto tra
individuo e società, tra individuo e cultura. Per questo motivo una lettura gender sensitive, attenta
agli aspetti di genere, è applicabile a pressoché qualunque branca delle scienze umane, sociali,
psicologiche e letterarie, dalla sociologia alle scienze etnoantropologiche, alla letteratura, alla
teologia, alla politica, alla demografia ecc.

Soprattutto ai loro inizi, ma in parte anche oggigiorno, gli studi di genere sono caratterizzati da una
impronta politica ed emancipativa. Sono infatti strettamente connessi alla condizione femminile e a
quella di soggetti minoritari. Non si limitano quindi a proporre teorie e applicarle all'analisi della
cultura, ma mirano anche a realizzare cambiamenti in ambito della mentalità e della società.

Sesso e Genere
Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze
biologiche. Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt'uno. Gli studi di
genere propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti
dell'identità:
• il sesso (sex) costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e
anatomici che producono un binarismo maschio / femmina,
• il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e
incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status
di uomo / donna.
Sesso e genere non costituiscono due dimensioni contrapposte ma interdipendenti: sui caratteri
biologici si innesca il processo di produzione delle identità di genere. Traducono le due
dimensioni dell'essere uomo e donna. Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un
persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso
una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale
è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il
comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di genere. In
sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e
donne si diventa[1].
Il rapporto tra sesso e genere varia a seconda delle aree geografiche, dei periodi storici, delle
culture di appartenenza. I concetti di maschilità e femminilità sono concetti dinamici che devono
essere storicizzati e contestualizzati. Ogni società definisce quali valori additare alle varie
identità di genere, in cosa consiste essere uomo o donna. Maschilità e femminilità sono quindi
concetti relativi.
La prima formulazione del concetto di genere nell'accezione utilizzata da questo tipo di studi
venne formulata dall'antropologa Gayle Rubin nel suo The Traffic in Women (Lo scambio delle
donne) del 1975. La studiosa parla di un sex-gender system in cui il dato biologico viene
trasformato in un sistema binario asimmetrico in cui il maschile occupa una posizione
privilegiata rispetto al femminile, al quale è legato da strette connessioni da cui entrambi ne
derivano una reciproca definizione.

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Il genere in psicologia
La letteratura scientifica in ambito psicologico non definisce il genere in termini certi e assoluti.
Sebbene si sia scritto molto sull'argomento, esplorando le differenze fra maschile e femminile,
pochi esplorano in pratica le cause che oggettivamente producono tali differenze.
Il dibattito sulla importanza relativa che ricopre il contrasto natura/ambiente sembra destinato a
rimanere senza soluzioni a breve; la considerazione di come i fattori genetici o culturali/
ambientali possano influenzare lo sviluppo acquista ancora maggiore importanza alla luce delle
moderne istanze di rivalutazione del ruolo della donna.
In generale la ricerca del settore evidenzia come la personalità e le differenze di comportamento
siano da attribuire ad apprendimento e condizionamenti od a modelli e imitazione piuttosto che
a fattori puramente biologici, sebbene ancora oggi una parte non trascurabile delle ricerche si
concentri sul tentativo di individuare differenze nelle dimensioni e nella struttura del cervello
che potrebbero condizionarne le funzionalità.
Si è comunque notato che l'ambiente in cui si sviluppa l'esperienza del soggetto ricopre una
maggiore importanza rispetto ai fattori genetici per lo sviluppo della personalità (al quale non
fanno eccezione alcune malattie legate a ben documentati fattori genetici come il disordine
bipolare, alcune forme di ritardo mentale come la sindrome di Down, la schizofrenia).
PSICOLOGIA DI COMUNITA’ E PSICOLOGIA CULTURALE
(CAP 14)
La psicologia di comunità è l’ambito della psicologia sociale che si occupa dello studio
dell’interazione tra individuo e contesto delle analisi delle molteplici variaili, tra cui quelle
culturali.
La psicologia di comunità si caratterizza, nell’ambito della psicologia sociale, come psicologia
generativa, tesa cioè a sviluppare cambiamenti sociali positivi attraverso interventi diretti.
Nel corso degli anni la disciplina attribuisce un valore centrale alla dimensione
dell’empowerment, e alla critica sociale del potere.
EMPOWERMENT E POTERE

Con il termine empowerment viene indicato un processo di crescita, sia dell'individuo sia del
gruppo, basato sull'incremento della stima di sé, dell'autoefficacia e dell'autodeterminazione per
far emergere risorse latenti e portare l'individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo
potenziale.

Questo processo porta ad un rovesciamento della percezione dei propri limiti in vista del
raggiungimento di risultati superiori alle proprie aspettative. L'Empowerment è un costrutto
multilivello che in base alla tripartizione di Zimmerman (2000) si declina in: 1. psicologico-
individuale; 2. organizzativo; 3. socio-politico e di comunità. Questi tre livelli sono analizzabili
individualmente ma strettamente interconnessi fra di loro (Figura 1).

UNITA’ OGGETTO RIFERIMENTO PAROLE CHIAVE


DIDATTICA AL TESTO
Persuasione e Pag. 425-442 Messaggio persuasivo
11 influenza sociale Bisogno di cognizione
Conformismo/Conversione
APPROFONDIMENTO
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Nel capitolo sulla formazione degli atteggiamenti abbiamo visto il ruolo importante della
comunicazione e del messaggio persuasivo, che può essere emesso da una fonte astratta e distante,
come nel caso di un messaggio pubblicitario, oppure da una fonte presente e immediata come nel
caso di una discussione. in entrambi i casi il messaggio, se sostenuto da argomentazioni valide e
presentato in modo convincente , è in grado di modificare l’atteggiamento altrui.
L’efficacia della persuasione è però il complicato intreccio di numerosi fattori che andremo ad
analizzare.. Fu principalmente agli inizi degli Anni Quaranta con la guerra e l’avvento dei
mezzi di comunicazione di massa che fiorirono le ricerche sul cambiamento degli
atteggiamenti e gli effetti della comunicazione persuasiva , ovvero le caratteristiche
dell’emittente, del destinatario, del messaggio, del contenuto e del tipo di canale. I dati emersi
da questo filone di studi furono molto importanti e diedero inizio a quello che oggi viene
chiamato lo studio degli effetti sociali della comunicazione di massa.
Agli inizi degli Anni Ottanta alle numerose teorie sviluppate nel corso degli anni si aggiunse un
nuovo modello proposto da Petty e Cacioppo chiamato il Modello della probabilità di
elaborazione, in grado di integrare molti risultati ritenuti contraddittori e inconciliabili fino a quel
momento.
Secondo questo modello esistono due meccanismi distinti attraverso i quali il messaggio persuasivo
può indurre un cambiamento degli atteggiamenti. Il destinatario di un messaggio può elaborare il
contenuto del messaggio riflettendo sul suo contenuto e generare argomentazioni o
controargomentazioni proprie in risposta a tale messaggio.
Se il messaggio è esposto in maniera convincente i pensieri che tale messaggio susciterà saranno
positivi agli occhi del destinatario e il suo atteggiamento cambierà in corrispondenza, viceversa se
le argomentazioni proposte sono poche convincenti o deboli il messaggio non sorbirà l’effetto
desiderato. In entrambi i casi il soggetto ha la capacità di esaminare la qualità del contenuto del
messaggio a cui è sottoposto accettando o rifiutando le argomentazioni proposte. Capita però che il
destinatario accetti o meno il contenuto del messaggio senza elaborarlo, ma basandosi
semplicemente su criteri superficiali che non attengono alla reale qualità delle argomentazioni
proposte, come ad esempio il caso della credibilità della fonte di emissione o che il messaggio sia
lungo o corto.
Naturalmente l’efficacia persuasoria di un messaggio attiene alle capacità di elaborazione
cognitiva del destinatario, cioè da un attento esame di quel messaggio e non dal prevalere di
altri fattori. In sostanza un messaggio per essere assorbito e per ottenere un certo risultato
deve possedere dei caratteri di validità, di chiarezza, di rilevanza associati anche all’interesse
del destinatario verso i temi trattati dal messaggio. In breve l’elaborazione di un messaggio
segue due distinti percorsi che il modello di Petty e Cacioppo chiamano centrali e periferici.
Il percorso centrale produce atteggiamenti duraturi, resistenti al cambiamento e predittivi di
comportamento, mentre il percorso periferico produce atteggiamenti più superficiali soggetti a
mutazioni nel corso del tempo A E
F0
esempio pag. 430 .
A parità di caratteristiche del messaggio e delle condizioni in cui questo viene presentato, è
importante notare che non tutte le persone hanno la stessa disposizione ad elaborarlo attivamente.
Ci sono persone cognitivamente più portate ad una analisi attenta e approfondita rispetto ad altre
più pigre e meno coinvolte nell’elaborazione delle informazioni. Per misurare questa disposizione
Petty e Cacioppo hanno elaborato una scala a 18 item sulla quale il soggetto è tenuto a descrivere la
sua tendenza all’attività cognitiva.
Secondo Chaiken il soggetto applica una regola semplici per giudicare la validità di un messaggio
chiamata euristica che attiene alla fiducia nei confronti degli esperti oppure ad una condivisione con
la maggioranza 8 opinione pubblica predominate).
La teoria di Petty e Cacioppo è sostanzialmente una teoria cognitiva anche se prevede che la scelta
del percorso dipenda tra l’altro da fattori motivazionali, come già è stato detto. un esempio può
essere quello dell’influenza dell’umore positivo o negativo sulla percezione di un messaggio.
effettivamente è stato dimostrato che persone in buona disposizione di umore si lascino influenzare
più facilmente da un messaggio senza prestare la dovuta attenzione alla qualità o alla validità dei
suoi contenuti. L’umore negativo, al contrario, stimolerebbe un’elaborazione più attenta e analitica
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dei contenuti informativi. Discriminante di questi processi è comunque sempre la predisposizione
soggettiva ad un’elaborazione centrale piuttosto che periferica..
per quel che attiene alla tematica dell’influenza sociale nei gruppi la dimostrazione più nota del
potere persuasivo della maggioranza viene dalle ricerche di Asch, il quale ha dimostrato il potere
straordinario e disarmante del meccanismo del conformismo, ovvero sposare atteggiamenti o
convinzioni solo per il fatto di essere unanimemente accettate e condivise dalla maggioranza della
esempio pag. 435.
popolazione FA 0E
L’influenza informazionale si riferisce al fatto che le opinioni e i comportamenti degli altri
costituiscono un’importante fonte di informazione per la costruzione della realtà. Soprattutto in
momenti di incertezza e indecisione. Come dimostra Asch accettare l’opinione predominante,
comunque non comporta un cambiamento radicale e profondo delle convinzioni, spesso le persone
ritornano alle loro opinioni iniziali non appena la maggioranza è assente o se viene data loro la
possibilità di esprimersi in privato.
Il potere persuasivo della minoranza è stato analizzato da Moscovici, il quale rovescia il
paradigma di Asch sostenendo il potere influenzante delle minoranze nel modificare gli
atteggiamenti di persone ingenue FA 0E esempio pag. 437.
Numerosi esperimenti successivi hanno anche dimostrato il potere persuasorio delle minoranze in
ambiti sociali rilevanti come gli atteggiamenti sulla pena di morte, sull’aborto, l’inquinamento, i
diritti dei gay e delle donne. in sintesi le minoranze influiscono soprattutto sulle opinioni private ed
inoltre l’influenza è più duratura di quella riscontrata nel caso della maggioranza.
A questo punto del discorso è lecito domandarsi perché la maggioranza attiva un processo di
elaborazione periferico, mentre la minoranza un processo di elaborazione centrale. la minoranza è
per definizione molto saliente e quindi in grado di attirare l’attenzione del bersaglio, inoltre gode di
vantaggi a livello di attribuzione causale, queste due caratteristiche secondo Petty e Cacioppo
aumentano la motivazione ad elaborare attivamente il messaggio minoritario. Un terzo fattore,
infine, sembra influire più sulle capacità che sulla motivazione dell’elaborazione: trovarsi in
disaccordo con una minoranza è meno stressante.
Infine il modello di Nemeth ha dimostrato che le persone sottoposte all’influenza minoritaria si
impegnano in un’attività di pensiero divergente prendendo in considerazione un ampio insieme di
stimoli, che va ben al di là del messaggio minoritario, questo spiegherebbe inoltre il percorso
centrale di elaborazione tipico della conformazione alla minoranza.

PSICOLOGIA DI COMUNITA’ – “EMPOWERMENT E POTERE”


Con il termine empowerment viene indicato un processo di crescita, sia dell'individuo sia del
gruppo, basato sull'incremento della stima di sé, dell'autoefficacia e dell'autodeterminazione per far
emergere risorse latenti e portare l'individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.

Questo processo porta ad un rovesciamento della percezione dei propri limiti in vista del
raggiungimento di risultati superiori alle proprie aspettative. L'Empowerment è un costrutto
multilivello che in base alla tripartizione di Zimmerman (2000) si declina in: 1. psicologico-
individuale; 2. organizzativo; 3. socio-politico e di comunità. Questi tre livelli sono analizzabili
individualmente ma strettamente interconnessi fra di loro.

Il livello individuale rimanda al concetto di self-empowerment e si riferisce al processo di crescita


del singolo individuo che attraverso percorsi di natura diversa (terapeutico, formativo,
esperienziale, ecc.) sviluppa nuove abilità e competenze. Zimmerman (2000) si è occupato di
empowerment psicologico individuale come percorso che porta dalla learned helplessness (cioè la
passività appresa accompagnata da senso di sfiducia e sconforto nell'affrontare problemi quotidiani)
alla learned hopefulness (maggiore fiducia in se stessi e apprendimento della speranza). Tale
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costrutto viene scomposto in tre componenti che, considerate insieme, costituiscono un modello di
base per la valutazione dell'empowerment a livello di analisi dell'individuo:

1. La componente intrapersonale - controllo- (corrisponde a controllo e competenza percepiti.


Include caratteristiche di personalità, caratteristiche cognitive e aspetti motivazionali).

2. La componente interpersonale – consapevolezza critica- (corrisponde alla capacità di analizzare


il contesto socio-politico in cui si vive per comprendere il proprio ambiente. Essa si concretizza
nella capacità di individuare le risorse necessarie per raggiungere un obiettivo e nella scelta di un
piano di azione).
3. La componente comportamentale – partecipazione- (corrisponde alle azioni svolte per esercitare
il controllo attraverso la partecipazione attiva).

Rappaport (1981) delinea l'empowerment come un processo sociale multidimensionale che aiuta le
persone a raggiungere un maggior controllo sulla propria vita. Permette, quindi, di incrementare il
potere delle persone, per fare in modo che utilizzino tale capacità nella loro vita, nella loro
comunità, nei loro gruppi. Sono tre gli aspetti in questa definizione che risultano centrali:
processo sociale: processo in quanto è un percorso, un viaggio che si sviluppa e si definisce in
itinere;
multidimensionale: si esprime a diversi livelli (comunità, gruppi, individui) ma anche su diverse
dimensioni (sociologiche, psicologiche, economiche);
controllo: inteso come potere positivo, possibilità di scelta e azione.

Bruscaglioni (1991) introduce il termine “self-empowerment” e sostiene che l'attenzione debba


cadere maggiormente sul polo positivo di questo processo: su una tensione positiva, un desiderio
piuttosto che su un sentimento di mancanza. Egli parla di “io desiderante” come elemento che avvia
il processo di empowerment; per cui, colui che promuove il self-empowement deve cercare di
attivare fiducia, ambizione e desiderio nell'altro per “l'apertura di una nuova possibilità all'interno
del soggetto” (Dallago, 2008). La possibilità di scegliere è la condizione necessaria per l'assunzione
di responsabilità. L'approccio generale del self-empowerment ritiene che il comportamento sia
causato dalla personale percezione di successo o insuccesso e quindi sia cognitivamente
determinato. Per empowerizzare l'individuo bisognerà intervenire, dunque, sui suoi schemi
cognitivi. Il modello del self-empowerment prende in considerazione quattro dimensioni:

1) Autoefficacia;
2) Collocazione interna della causalità;

3) Speranzosità (la hopefulness in Zimmerman);

4) Pensiero positivo.

Una criticità della proposta teorica di Bruscaglioni sta nell'aver sottolineato solo l'importanza dello
sviluppo di tali competenze per il benessere individuale, trascurando ,invece, la centralità di una
prospettiva circolare di interazione fra individuo e ambiente, presa invece in considerazione da
Zimmerman. Infatti l'empowerment individuale è necessariamente connesso con il rafforzamento
della dimensione sociale e della sua esperienza nei contesti di vita quotidiana. Individui
maggiormente empowered sono tasselli di base per il gruppo, l'organizzazione e la società.
Kiefer (1984), invece, si occupa di empowerment individuale in un'ottica completamente
comunitaria. Il suo modello di sviluppo naturale e spontaneo dell'empowerment psicologico viene
elaborato dopo una indagine concretamente compiuta fra individui attivi nella loro comunità e con
un alto livello di empowerment individuale. Il modello si struttura in modo circolare; qui la
partecipazione, l'empowerment psicologico e il vivere in ambienti che favoriscono l'empowerment

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può cambiare la minaccia percepita e rafforzare il senso di comunità che, a sua volta, avrà risvolti
positivi sull'individuo. Gli stadi dello sviluppo spontaneo dell'empowerment individuale sono: 1)
Entrata: questa fase si basa su presupposti quali un forte senso di comunità da parte degli individui
e la presenza di una minaccia ai loro interessi. Ciò porta a mettere in discussione l'autorità. 2)
Avanzamento: in questa fase l'individuo si lascia affiancare da una guida che lo aiuta a superare
eventuali difficoltà, che condivide le sue stesse preoccupazioni e cerca con lui possibili soluzioni,
ampliando la comprensione di aspetti sociali, economici e politici della situazione. 3) Integrazione:
momento cruciale in cui le nuove conoscenze ed esperienze vengono integrate con la propria
identità. In questa fase ci si inizia a percepire come leader e a sentirsi bene nel portare avanti tale
ruolo. Contemporaneamente, però, possono emergere dei conflitti legati alle altre sfere della vita e
ad altri impegni. 4) Impegno: questa fase inizia nel momento in cui si riesce a risolvere i conflitti e
a stabilizzare la propria identità. L'individuo si sente in grado di partecipare più attivamente alla
vita di comunità, di avere una maggiore comprensione della realtà e possedere risorse individuali e
collettive.
L'approccio organizzativo deriva dall'ambizione di superare le dinamiche strettamente individuali
considerando rilevanti anche altre prospettive come i legami tra le persone, le dinamiche relazionali
e la struttura delle organizzazioni. Nonostante questo approccio faccia riferimento a molteplici
contesti e situazioni, gli studi si sono limitati a considerare lo sviluppo dell'empowerment
individuale all'interno dei gruppi, delle organizzazioni e delle associazioni principalmente a livello
aziendale.
Approccio comunitario
A livello di comunità, l'empowerment fa riferimento all'azione collettiva finalizzata a migliorare la
qualità di vita e alle connessioni tra le organizzazioni e le agenzie presenti nella comunità.
Attraverso l'empowerment di comunità si realizza la “comunità competente”, in cui i cittadini
hanno “le competenze, la motivazione e le risorse per intraprendere attività volte al miglioramento
della vita”. Le strategie di empowerment di comunità sono volte a favorire il processo di crescita di
potere nei cittadini tramite la partecipazione di questi ad esperienze significative. In tal senso,
pertanto, questi cittadini costituiranno una risorsa per le altre persone. Secondo Iscoe e Harris
(1984), le comunità competenti sono caratterizzate da tre fattori:
1. Il potere di generare opportunità ed alternative
2. La coscienza di come ottenere risorse ovvero gli strumenti necessari per risolvere un problema
3. L'autostima considerata in termini di orgoglio, ottimismo e motivazione.

Psicologia critica di comunità


Psicologia di comunità critica: definizione

“La psicologia di comunità offre – pertanto – una cornice per lavorare con gli emarginati dal
sistema sociale che porta alla consapevolezza del cambiamento sociale con un’enfasi sul lavoro
partecipato e la costruzione attiva di alleanze. È una forma di lavoro pragmatica e riflessiva che,
allo stesso tempo, non si unisce ad una specifica ortodossia metodologica.
In quanto tale la psicologia di comunità è un’alternativa alla psicologia individualistica dominante
elaborata e praticata nei Paesi ad alto reddito. È una psicologia di comunità perché enfatizza il
livello di analisi e d’intervento aldilà dell’individuo e del suo più vicino contesto relazionale. È
psicologia di comunità in quanto considera come la gente sente, pensa, esperisce e agisce insieme
per resistere all’oppressione e creare un mondo migliore.

Il modello di Prilleltensky
Prilleltensky utilizza il termine potere per riferirsi alla capacità e alla possibilità di soddisfare o
ostacolare esigenze personali, relazionali o collettive (Prilleltensky, 2008) e ritiene che la psicologia

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di comunità debba avere come scopo quello di evidenziare le competenze e i punti di forza
disponibili e attivabili a livello individuale, organizzativo e sociale. Per Prilleltensky, il punto di
partenza per strategie efficaci di promozione del benessere è l’essere consapevoli dell’importanza
dei desideri e dei bisogni delle persone unitamente ad un modello di equa distribuzione delle risorse
di una comunità.
Sul piano personale, possiamo considerare l’auto-determinazione e l’avere il diritto a prendere
decisioni, quali valori assoluti alla base della promozione del benessere. Il primo passo è nel non
subire passivamente le decisioni altrui, “non vestire i panni del cliente”, del paziente, e, agire
attivamente all’interno della comunità.
Ad un livello organizzativo i valori fondamentali per la promozione del benessere risultano essere la
collaborazione, la partecipazione democratica, e il rispetto per la diversità umana, mentre sul piano
comunitario ciò che deve essere perseguita è la giustizia sociale, in riferimento ad un equilibrio di
distribuzione di risorse, obblighi e doveri tra i diversi membri di una comunità. Tutti questi valori
sono interconnessi l’uno all’altro.
Il modello di Prilleltensky introduce tre elementi attraverso i quali è possibile individuare le fonti
del benessere: la coscienza, l’esperienza e l’azione critica.
Per coscienza critica si intende la capacità di comprendere riflessivamente le reali forze in gioco
che portano all’ingiustizia e al malessere sociale, e alla consapevolezza che le cose possono
cambiare. A livello personale, le risorse della coscienza critica risiedono nello sviluppo di una
dimensione morale, in grado di trascendere il puro utilitarismo, di favorire la convinzione che il
bene comune non è inconciliabile con il proprio benessere, anzi, ne è l’indispensabile premessa. La
ricerca psicologica ha evidenziato come le strade più efficaci, verso questa dimensione, siano
l’empatia, l’identificazione con figure di spessore morale e l’insegnamento di valori e principi, tutto
ciò da promuovere nell’ambito della socializzazione e dell’educazione. A livello organizzativo, è
essenziale che le istituzioni, che si propongono di promuovere il benessere, sviluppino una
coscienza critica delle loro attività, per avere un quadro obiettivo dei risultati dei loro interventi, che
possono essere addirittura nocivi, o spesso insufficienti, in quanto non inquadrano il problema nella
sua dimensione globale. È dalla coscienza critica che si mette in moto l’enorme processo di
cambiamento, è in base ad essa che bisogna utilizzare al meglio le risorse che si hanno e crearne di
nuove dove esse sono insufficienti. Le problematiche vanno affrontate sia inquadrandole come
questioni tecniche, che richiedono una preparazione qualificata da parte dei professionisti, sia come
questioni politiche, interpretabili come oppressioni e squilibri di potere, e che richiedono soluzioni
liberatorie per le persone.

Psicologia culturale
La psicologia culturale studia le regole adottate dall'uomo al fine di creare significati all'interno
di contesti culturali. In altre parole, la psicologia culturale si pone l'obiettivo di verificare che la
mente e la vita umana sono lo specchio della cultura (oltre che della storia e dei fenomeni
biologici).
Tale concetto è apparso abbastanza recentemente nell'ambito delle teorie psicologiche ed è
soggetto a diverse interpretazioni.
Due correnti principali sono comunque riconoscibili: la prima, di origine soprattutto americana,
designa con questo termine lo studio delle differenze culturali nel comportamento psicologico
(in questa accezione si preferisce però il termine "psicologia inter-culturale"); la seconda,
prevalentemente di matrice europea, intende per "psicologia culturale" lo studio del rapporto di
natura psicologica (quindi sia affettivo che cognitivo) che l'individuo elabora ed intrattiene con
la propria cultura
Cenni storici
La psicologia culturale si impernia sul concetto di una inscindibile connessione tra i processi
mentali e il complesso dei valori, dei significati, dei discorsi, delle pratiche e degli artefatti
mediante i quali gli esseri umani empiricamente si relazionano con il mondo e tra essi.

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Tra i precursori della psicologia culturale di stampo europeo va considerato Lev Vygotskij, in
particolare per la sua opera Pensiero e linguaggio, del 1934, che però fu pubblicata in Russia e
rimase a lungo sconosciuta in occidente.
Fu lo psicologo ed antropologo americano Douglass Price-Williams —oggi professor emeritus al
Dipartimento di Psichiatria e Antropologia dell'Università della California a Los Angeles—uno
dei primi a proporre il termine di "cultural psychology" in una sua conferenza a Honolulu nel
1978, in occasione di un convegno sull'approccio interculturale (Price-Williams, 1979). Più
tardi, lo stesso Price-Williams ritornò sul tema, sottolineando come l'approccio interculturale, sia
in antropologia che, a maggior ragione, in psicologia, dovesse basarsi su una "psicologia
culturale" che ne legittimasse i fondamenti (Price-Williams, 1985).
Ciò nonostante, la cultural psychology anglo-americana rimane ancor oggi orientata al confronto
tra diverse culture: il problema della "diversity" continua ad essere una preoccupazione
maggiore per la società nordamericana e le sue imprese educative (cfr. Cole, 1996; Shweder,
1991; Stigler et al., 1990).
Anche il noto psicopedagogista Jerome Bruner (1990), che adottò anche lui – dopo molti altri –
il termine di psicologia culturale, si allinea a questa corrente: le sue preoccupazioni rimangono
legate alla problematica della diversità culturale e del confronto tra culture.
È soprattutto in Europa centrale che la psicologia culturale prende progressivamente forma come
disciplina autonoma, distinta dalla psicologia interculturale e intesa come studio del rapporto tra
l'individuo e la sua cultura.
Già nel 1957 all'Università Cattolica di Nimega fu istituita una cattedra speciale in
cultuurpsychologie e psicologia delle religioni, alla quale fu nominato l'illustre religioso e
psicologo olandese Han Fortmann.
PSICOLOGIA DEL LAVORO E DELLE ORGANIZZAZIONI
La psicologia del lavoro o psicologia delle organizzazioni è lo studio dei comportamenti delle
persone nel contesto lavorativo e nello svolgimento della loro attività professionale in rapporto alle
relazioni interpersonali, ai compiti da svolgere, alle regole e al funzionamento dell'organizzazione.

In altre parole, la psicologia delle organizzazioni ricava i modelli e le teorie della psicologia e li
applica all'ambiente di lavoro, cercando di:
1.favorire sia il massimo benessere per le persone che lavorano, sia il massimo vantaggio per
l'organizzazione per cui lavorano;
2.migliorare le condizioni psicologiche, la motivazione ed i rapporti con gli interlocutori di ruolo,
con l'azienda e con l'ambiente di lavoro in genere.

La psicologia delle organizzazioni, quindi, utilizza molti degli aspetti propri della psicologia
generale nell'ambito organizzativo-gestionale. I campi d'applicazione della psicologia delle
organizzazioni sono soprattutto: la gestione del personale, la leadership, la selezione, la valutazione,
la formazione professionale, la comunicazione e i rapporti, le dinamiche di gruppo, la motivazione
al lavoro, il sistema premi-punizioni, lo sviluppo della carriera.
La psicologia delle organizzazioni nasce come psicologia industriale. La denominazione psicologia
industriale apparve per la prima volta nel 1904, in un articolo di Bryan, come un errore tipografico
al posto di psicologia individuale; negli Stati Uniti questo termine venne usato fino agli anni '70.
Negli anni ’50 per indicare la psicologia del lavoro, nella letteratura anglosassone, entrò in uso
l’espressione Occupational Psychology, che negli Stati Uniti era invece riferita solo allo studio
dell’orientamento professionale. Fu in Italia, in un convegno del 1951, che Alberto Marzi propose
di utilizzare l'espressione Psicologia del lavoro invece di psicologia industriale.

La psicologia del lavoro, una volta evidenziati questi nuovi paradigmi, cercò di dare il suo
contributo per migliorare le condizioni dei lavoratori. Innanzitutto esplorò il campo della
"human engineering", allo scopo di perseguire le condizioni di lavoro più confacenti alle

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proprietà sensoriali, fisiche e sociali del lavoratore (buona visibilità dell'ambiente, livello
acustico sopportabile, leggibilità delle apparecchiature, postura durante il lavoro,
meccanizzazione per risparmiare energia fisica, durata del lavoro e intervalli).
Inoltre, la ricerca focalizzò la sua attenzione sulle modalità di apprendimento maggiormente
funzionali (tempi e movimenti). Una innovazione furono lo studio per l'introduzione di una
accurata selezione professionale, di un giusto criterio di "collocamento" e delle dinamiche di
gruppo; a livello preventivo, vennero approfondite le probabilità di rischi infortunistici per ogni
candidato.
La Psicologia del lavoro e la psicologia delle Organizzazioni sono due discipline unite nel loro
complesso, ma distinte da alcune peculiarità.
• La psicologia del lavoro si occupa dell'analisi psicologica delle interazioni tra individuo ed
attività lavorativa. All'individuo viene richiesto lo svolgimento di un compito all'interno
dell'organizzazione. Tale compito comprende al suo interno numerose variabili che vanno ad
influenzare la messa in opera da parte dell'individuo stesso: il carico di lavoro, l'ambiente
lavorativo, gli atteggiamenti verso l'attività lavorativa, le caratteristiche del soggetto e le sue
aspettative, il clima lavorativo ecc.
• La psicologia delle organizzazioni si occupa dell'analisi psicologica del comportamento di
individui e gruppi in relazione al funzionamento delle organizzazioni. In questo campo
l'individuo è visto come un soggetto membro di un gruppo definito organizzazione.
Vengono analizzati i sistemi di interdipendenza tra individui ed organizzazione che portano
al raggiungimento di uno scopo comune e le relazioni che possono portare miglioramenti
all'interno del gruppo.

Il nuovo concetto di lavoro subisce l’influenza di due scuole: da quella psicoanalitica deriva
l’idea di uomo come possessore di una parte inconscia e, quindi, come attore di comunicazioni
non solo razionali ma anche simboliche; dalla psicologia sociale eredita la concezione di
pensiero collettivo, che introduce definitivamente nella definizione di lavoro la dimensione
sociale e gruppale.

La piramide di Maslow e la motivazione dei lavoratori


La piramide dei bisogni di Maslow
Tra il 1943 e il 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow concepì il concetto di
"Hierarchy of Needs" (gerarchia dei bisogni o necessità) e la divulgò nel libro Motivation and
Personality del 1954.
Questa scala di bisogni è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari (necessari alla
sopravvivenza dell'individuo) ai più complessi (di carattere sociale). L'individuo si realizza
passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo. Questa scala è
internazionalmente conosciuta come "La piramide di Maslow". I livelli di bisogno concepiti
sono:
1. Bisogni fisiologici (fame, sete, ecc.)
2. Bisogni di salvezza, sicurezza e protezione
3. Bisogni di appartenenza (affetto, identificazione)
4. Bisogni di stima, di prestigio, di successo
5. Bisogni di realizzazione di sé (realizzando la propria identità e le proprie aspettative e
occupando una posizione soddisfacente nel gruppo sociale).

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Successivamente sono giunte critiche a questa scala di identificazione, perché semplificherebbe
in maniera drastica i reali bisogni dell'uomo e, soprattutto, il loro livello di "importanza". La
scala sarebbe perciò più corretta in termini prettamente funzionali alla semplice sopravvivenza
dell'individuo che in termini di affermazione sociale. Si tratterebbe perciò di bisogni di tipo
psicofisiologico, più che psicologico in senso stretto. Altre critiche vertevano sul fatto che la
successione dei livelli potrebbe non corrispondere ad uno stato oggettivo condivisibile per tutti i
soggetti.
Lo stesso Maslow nel libro Toward a Psychology of Being del 1968 aggiungerà alcuni livelli che
aveva inizialmente ignorato.
L'applicazione di questa piramide alla psicologia del lavoro è dovuta a Douglas McGrogor con
la teoria X e la teoria Y. Secondo la teoria X i lavoratori non sono motivati e devono essere
guidati; mentre la teoria Y consiste nel postulare il fatto che i lavoratori vogliano lavorare, ma
anche che il loro lavoro abbia un senso.

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