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20 febbraio 2021 - 11:24 > Versione online

Prima il gas ora Sputnik V. La nuova


geopolitica di Putin
Di
Igor Pellicciari | 20/02/2021
-
Esteri

Alla geopolitica del gas si affianca e sostituisce la geopolitica del vaccino. Igor Pellicciari,
professore all’Università di Urbino e alla Luiss, spiega come Sputnik V sta riscrivendo
la mappa di alleanze di Vladimir Putin. E a cosa è servita quella missione russa a
Bergamo
In cuor suo l’analista, in particolare di politica estera, si sente simile all’astronomo che
aspira ad osservare eventi celesti ma finisce con l’essere confuso con l’astrologo cui si
chiede un oroscopo. Vorrebbe descrivere le relazioni internazionali ma viene interrogato
sul futuro delle principali crisi mondiali.
È una trasposizione di intenti diventata norma cui si soggiace confortati dal fatto che,
nell’eterno presente dell’informazione h24, le previsioni centrate hanno troppi genitori,
quelle sbagliate sono orfane premature.
Ad un anno dall’inizio formale del Covid, mentre si sprecano i riassunti giornalistici sul
tema, a costo di sembrare ineleganti torniamo su alcune nostre ipotesi formulate in
questo periodo per un primo fact-checking a posteriori.
La principale previsione ad essersi avverata è proprio quella che a marzo 2020 tra i primi
definimmo la “corsa al vaccino”, diventato il vero asset di politica estera nella terza fase
pandemica, soprattutto per quei Paesi – su tutti, la Russia – che ne hanno
nazionalizzato sia percorso di ricerca che produzione che, soprattutto, distribuzione.
La matrice statale del vaccino ne ha fatto uno strumento geopolitico flessibile,
permettendo a Mosca di muoversi come un “donatore” nel decidere a chi consegnarlo
prima, se del caso a condizioni privilegiate. E di avvantaggiarsi in quella che è a tutti gli
effetti una competizione orizzontale con gli altri donatori nella “guerra degli aiuti” per
legare a sé il beneficiario di interesse strategico di turno. Micro o macro non importa: un
lancio di Interfax del 19 Febbraio 2021 titola che “la Repubblica di San Marino è il
30simo paese al mondo a prendere Sputnik V”.
È la potenza dell’uno-vale-uno nel contesto diplomatico internazionale.

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Si moltiplicano casi specifici – clamoroso quello della Serbia – dove l’arrivo in massa del
vaccino russo sta ridisegnando le sfere di influenza politiche complessive a vantaggio di
Mosca e a scapito di Bruxelles, Washington – e a volte pure Pechino.
Si veda anche la recente telefonata tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Ergodan, dove i
due presidenti negoziano la collaborazione nella produzione del vaccino e al contempo
parlano di Nagorno-Karabakh, Siria e Libia. Inoltre, con l’ingresso di Sputnik V nella
stessa Ue attraverso canali bilaterali di Stati membri – l’Ungheria lo ha già importato
mentre Croazia e Slovacchia stanno negoziando – si crea un effetto Cavallo di Troia
talmente evidente da non dovere essere nemmeno dissimulato.
Lo riassume bene Sergey Lavrov che con inusuali toni perentori minaccia Josep
Borrell di interrompere ogni collaborazione sullo Sputnik V in caso di inasprimento delle
sanzioni europee per il caso di Alexei Navalny. Non è esagerato dire che per Mosca il
vaccino stia diventando uno strumento di condizionamento politico più efficace
dell’energia.
Non concederlo come retaliation a Paesi terzi è mossa molto più reale e fattibile del
tagliare loro gli approvvigionamenti di gas, da cui in ultima istanza dipende la
sopravvivenza della stessa fragile economia russa. Che questa evoluzione del vaccino
come strumento strategico di politica estera non sia casuale ma sia stata programmata
nei dettagli dall’inizio trova conferma in tre aspetti.
Il primo è che, nonostante la difesa d’ufficio che Mosca ha fatto dell’Oms davanti alla
campagna di critiche capeggiata da Donald Trump, si è guardata bene dal coinvolgere
la dimensione multilaterale per un piano di distribuzione vaccinale, anche là dove
l’approccio è continentale (come i 300 milioni di dosi offerte da Mosca al Centro per il
controllo delle Malattie Infettive – CDC – in Africa).
Il secondo è che, seguendo in parte una tradizione diplomatica sovietica, il vaccino è
stato pensato come un prodotto di soft-power principalmente da export. Lo dimostra il
ritmo della campagna di distribuzione del vaccino più veloce all’estero che all’interno del
Paese, nonché la crescita esponenziale degli accordi fatti da Mosca per facilitare
decentramenti produttivi dello Sputnik V nei paesi beneficiari (pare che pure alcune
Regioni italiane si stiano muovendo in questo senso, rincuorate dall’endorsement
scientifico arrivato dallo Spallanzani di Roma).
Ma l’elemento che maggiormente conferma la pianificazione politica prima ancora che
sanitaria dell’operazione da parte di Mosca è dimostrato dalla genesi stessa di Sputnik V
che vede uno dei suoi prodromi cruciali nella spedizione di aiuti russi all’Italia, ipotizzato
su queste pagine pure a marzo 2020.
Nell’assoluta confusione della prima fase pandemica, l’arrivo dei militari di Mosca in un
paese Nato divise molti osservatori in una polemica dal retaggio ideologico tra favorevoli
e contrari all’intervento.
Li distolse dalla considerazione che, mandando corpi di élite di ricerca nel campo
batteriologico nel primo scenario pandemico aperto dopo quello cinese, i Russi
ottenevano a Bergamo e Brescia accesso preliminare e diretto a sequenze virali
originali. Raccogliendo preziosi bio-dati per lo sviluppo del loro vaccino con alcuni mesi
in anticipo rispetto a quelli dei Big-Pharma.
Lo stesso pregiudizio Occidentale si è riproposto all’annuncio russo della scoperta di
Sputnik V. Accolto con freddezza ed una certa ironia, al vaccino russo fu imputato di
essere stato rilasciato frettolosamente, senza avere avuto un’adeguata sperimentazione.
Oggi che pure Lancet ne riconosce l’efficacia sappiamo che – come scrivemmo ad
agosto 2020 – il vaccino russo è probabilmente stato sviluppato e testato in ambienti
militari con protocolli per tradizione tenuti segreti, di cui non sapremo mai a sufficienza.

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Né alla luce di questo è realistico aspettarsi in futuro che Mosca apra i suoi laboratori
come richiesto dall’Ema per certificare Sputnik V.
Sottolineammo inoltre che il vaccino russo era da prendere sul serio sia per il nome
sacro scelto dal Cremlino per battezzarlo (il primo satellite umano mandato nello spazio);
sia per il fatto che Putin in persona ne aveva dato l’annuncio, mettendo in gioco il suo
carisma in una fase interna delicata.

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