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Un PO di

contraddizioni
Il Libro Verde
della Lega
«La lega ha inventato le ronde e basta, in 15 anni non hanno inventato una
cosa, sono solo ideologia. E mentre noi dicevamo che le ideologie erano
finite, se ne sono costruita una!».

Pierluigi Bersani, Venezia, 10 luglio 2010.


Sommario

Governano loro (anche se fanno finta di stare all’opposizione)

Più voti alla Lega, meno soldi ai Comuni

Basta tasse, basta Roma (sì, ciao)

Letteratura di evasione

Padroni a casa nostra, ma non in house

Acqua: privatizzare le ampolle

Il nucleare «a nostra insaputa»

Strettamente favorevoli

Del Porcellum non si butta via niente

Il ‘sacro’ suolo

Piccolo commercio?

«In latte veritas» ovvero la Lega lattona

Malpensa, la punta dell’iceberg

Il genere letterario delle ordinanze

Radici molto profonde

La sicurezza e la cricca da difendere

Ronde, taglie, collette e check point

«Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve»

Cattivismi

Titoli di coda: Radio Padania


Governano loro
(anche se fanno finta di stare all’opposizione)

L’antipolitica di governo

Fin dai suoi esordi nel panorama politico nazionale, con la denominazione di
Lega Lombarda, la Lega Nord si è candidata a occupare il terreno che i partiti
tradizionali hanno cominciato a perdere nello spazio politico a partire dalla fine
degli anni Settanta, inserendosi perfettamente in un processo storico di lungo
corso.
L’insoddisfazione crescente per le performance della classe politica italiana
aveva spinto quote crescenti di elettorato verso due sponde distinte: il non-voto
(composto da astensione, schede bianche e schede nulle) e nove formazioni
politiche con carattere di protesta e opposizione. Tra queste, la Lega Lombarda
si è distinta per la capacità di catturare consensi stabili, a differenza di altre
formazioni che invece raccoglievano il voto d’opinione e mostravano nelle
consultazioni successive una scarsa fedeltà degli elettori inizialmente
conquistati.
La proposizione politica della Lega si è progressivamente adattata al clima
d’opinione e il suo modello è cambiato dall’iniziale cliché autonomista (che
prendeva a riferimento Union Valdôtaine e SVP) a quello di un movimento di
forte contestazione ai partiti tradizionali, tanto di governo quanto di
opposizione. In questo modo il nuovo attore sulla scena politica ha cominciato a
intercettare (anche) il voto degli elettori scontenti e insoddisfatti della classe
dirigente.
Oggi, 23 anni dopo l’elezione dei primi due parlamentari lumbàrd alla Camera e
al Senato della Repubblica1, la Lega Nord è una formazione politica fortemente
istituzionalizzata: quella presente da più tempo nel Parlamento italiano con la
stessa denominazione. Tutte le altre hanno infatti una genesi molto più recente:
il Popolo della Libertà e il Partito Democratico sono nati in occasione delle
elezioni politiche del 2008, l’UDC e l’Italia dei Valori pochi anni prima, l’Api di
Rutelli nel corso della corrente legislatura.
Non solo: è anche il partito che può vantare il periodo più lungo trascorso al
governo del Paese da tangentopoli in avanti. Alleati del primo governo
Berlusconi, i leghisti hanno contribuito a fare cadere quel gabinetto, durato
soltanto 8 mesi. Rappacificatisi con il Cavaliere, sono stati leali alleati di Forza
Italia e del suo leader per l’intera XIV legislatura sostenendo i governi Berlusconi
II e III dal 2001 al 2006. Nel 2008 sono tornati al governo nell’alleanza di
centrodestra con il PDL. La Lega Nord ha quindi cumulato quasi 8 anni a
presidio del governo centrale: più di qualsiasi altro partito, appunto.

Il movimento insediato

Nonostante queste considerazioni, i militanti della Lega si auto-percepiscono


come partecipi di un movimento e i vertici della formazione sostengono questa
percezione con dichiarazioni, posizioni e linguaggio movimentista, immediato,

1
Già nel 1983 la Liga Veneta, formazione federata con le altre leghe e poi confluita nella Lega
Nord, aveva però conquistato un seggio in entrambi i rami del Parlamento.
populista. La presunta diversità della Lega viene sostenuta e alimentata dai
quadri, dai militanti e dai simpatizzanti, consolidandone la convinzione
nell’elettorato.
Oggi ha senso prendere atto del profondo grado di istituzionalizzazione della
Lega, partito di governo nazionale e locale, in grado di assumere, orientare e
condizionare le politiche del Paese su molti temi. Una forza politica
istituzionalizzata è un soggetto che detiene il potere, lo negozia con altri partiti,
occupa posizioni. Nel farlo evidentemente perde la verginità primigenia di fronte
al potere (inizialmente concepito come strumento, come mezzo per realizzare le
finalità politiche del movimento) e si adopera per conservarlo, per riprodursi, per
assicurare un ruolo stabile ai suoi esponenti.
Una breve ricostruzione del potere istituzionale della Lega Nord può rendere
palese l’incongruenza tra l’immagine movimentista e la realtà.
La Lega Nord ha una forte presenza a livello municipale con 2.500 consiglieri
comunali; sono presenti nelle giunte comunali con 121 sindaci, quasi altrettanti
vice-sindaci (106) e 402 assessori.
In ambito provinciale vanta 194 consiglieri che esprimono 3 presidenti e 28
assessori nelle giunte, più 4 tra presidenti e vice-presidenti di consiglio. La
capacità di insediamento in queste amministrazioni nelle regioni del Nord offre
un’opportunità di sbocco al crescente numero di militanti, che si attivano per
convinzioni profonde ma anche perché la Lega è un’opzione vincente nello
scenario politico attuale e quindi attrae simpatizzanti anche perché promette
percorsi professionali nella partecipazione politica. Per questo motivo,
probabilmente, la Lega contesta gli sprechi e le inefficienze nella pubblica
amministrazione ma è contraria all’abolizione di questo livello amministrativo
intermedio con compiti residuali, schiacciato com’è tra Comuni e Regioni.
Nelle regioni sono presenti 53 consiglieri leghisti e come è noto da quest’anno la
Lega esprime i governatori di due delle tre più grandi regioni del Nord. Si
contano due assessori (e il presidente del Consiglio regionale) in Lombardia, 4 in
Piemonte e 6 in Veneto.
Dopo la vittoria del centrodestra alle elezioni politiche del 2008, la Lega Nord
vanta 59 deputati alla Camera e 26 senatori. Benché il Parlamento eserciti una
sovranità limitata dal peculiare rapporto di subordinazione che si crea tra eletti
nelle fila della maggioranza e capo del governo, a causa dell’attuale legge
elettorale che prevede liste bloccate decise dai vertici dei partiti, il potere pure
residuo si esercita nelle commissioni. Vale quindi la pena di fare mente locale sui
ruoli occupati dai parlamentari leghisti nelle commissioni, evidenziando le 6
presidenze.

Camera

Lussana, vicepresidente della II commissione (Giustizia)


Stefani, presidente della III commissione (Affari esteri e comunitari)
Fava, vicepresidente della IV commissione (Difesa)
Giorgetti, presidente della V commissione (Bilancio, tesoro e programmazione)
Goisis, segretaria della VII commissione (Cultura, scienza e istruzione)
Alessandri, presidente della VIII commissione (Ambiente, territorio e lavori pubblici)
Buonanno, segretario della IX commissione (Trasporti, poste e telecomunicazioni)
Dal Lago, presidente della X commissione (Attività produttive, commercio e turismo)
Raineri, segretario della XIII commissione (Agricoltura)
Pini, vicepresidente della XIV commissione (Politiche dell’Unione europea)
Brigandì, vicepresidente della commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo
sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali.

Senato

Bodega, segretario della I commissione (Affari costituzionali, affari della Presidenza del
Consiglio e dell'Interno)
Filippi, vicepresidente della III commissione (Affari esteri, emigrazione)
Garavaglia, vicepresidente della V commissione (Programmazione economica, bilancio)
Montani, segretario della IX commissione (Agricoltura e produzione agroalimentare)
Monti, vicepresidente della XIII commissione (Territorio, ambiente, beni ambientali)
Boldi, presidente della XIV commissione (Politiche dell'Unione europea)
Divina, presidente della Commissione straordinaria per la verifica dell'andamento generale
dei prezzi al consumo e per il controllo della trasparenza dei mercati
Cagnin, segretario del Comitato per le questioni degli italiani all'estero
Maraventano, segretario della Commissione di inchiesta sugli infortuni sul lavoro
Rizzi, segretario della Commissione di inchiesta sull'efficienza del Servizio sanitario nazionale

Sono particolarmente evidenti le tre presidenze di commissioni importanti della


Camera dei deputati: bilancio tesoro e programmazione (affidata a Giancarlo
Giorgetti, mente economica della Lega e ufficiale di collegamento tra il leader
Umberto Bossi e il ministro Tremonti); ambiente territorio e lavori pubblici;
attività produttive, commercio e turismo, nonché il livello di interlocuzione con
l’Europa garantito dalla presidenza della commissione Affari esteri e comunitari.
Infine il governo. L’attuale governo Berlusconi IV vanta un leghista al ministero
dell’Interno, quindi due ministeri senza portafoglio ma con le chiavi per il
cambiamento e le riforme, tema portante della retorica leghista: il senatùr
Umberto Bossi al ministero delle Riforme per il Federalismo e Roberto Calderoli
al ministero per la Semplificazione Normativa. Accanto ai ministri ci sono poi il
vice-ministro Roberto Castelli (infrastrutture e trasporti) e i sottosegretari:
Francesca Martini (Salute), Michelino Davico (Interno), Francesco Belsito
(Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio per la semplificazione
normativa).

Partito di lotta e di sottogoverno

Accanto agli incarichi istituzionali frutto del consenso elettorale e del peso
parlamentare, che esprimono una specifica capacità di indirizzo normativo ma
anche di orientamento degli investimenti sul territorio, la Lega occupa ormai da
anni un sottobosco di potere a livello di enti e società di emanazione pubblica o
a partecipazione pubblica: banche, autostrade, ospedali, Rai, Expo 2015,
Finmeccanica, Cinecittà.
Un censimento su questo piano è più difficile. Ci limitiamo a riferire i risultati di
un reportage di Marco Damilano pubblicato da l’Espresso del 17 febbraio 2010,
elencando le società in cui esponenti leghisti o persone designate dalla Lega
hanno un ruolo.

Consip, la spa del ministero dell’Economia per l’acquisto di beni e servizi destinati alle
amministrazioni dello Stato: Danilo Broggi, amministratore delegato.
Cinecittà: Roberto Codonati (consulente per l’immagine della Lega), membro del cda.
Agea, l'agenzia che vigila sull'erogazione dei fondi comunitari per l'agricoltura: professor
Dario Fruscio, presidente (designato su indicazione di Zaia).
Finmeccanica: Dario Galli, membro del cda (e presidente della provincia di Varese)
Fiera Milano: Attilio Fontana, membro del cda (e sindaco di Varese)
Eni: Paolo Marchioni, consigliere di amministrazione (e vice-presidente della provincia di
Verbano-Cusio-Ossola, nonché assessore al Bilancio)
Sviluppo Sistema Fiere: Leonardo Ambrogio Carioni, presidente (nonché presidente della
Provincia di Como, sindaco di Turate, presidente dell'Unione delle Province lombarde)
Expo 2015: Leonardo Ambrogio Carioni, consigliere di amministrazione;
Pedemontana: Leonardo Ambrogio Carioni, consigliere di amministrazione;
Enel: Gianfranco Tosi, consigliere di amministrazione (ex sindaco di Busto Arsizio);
Poste italiane: Mauro Michielon, consigliere di amministrazione;
Sea (gestione dello scalo di Malpensa): Giuseppe Bonomi, presidente e direttore
generale;
Inail: Marco Fabio Sartori, presidente;
Fincantieri: Francesco Belsito, consigliere di amministrazione;
Rai: Giovanna Bianchi Clerici nel cda; Antonio Marano, vice-direttore generale;
Serenissima: Attilio Schneck, presidente (e presidente della provincia di Vicenza);
Buonitalia («la cabina di regia nella promozione dell'agroalimentare italiano nei mercati
mondiali»): Walter Brunello, presidente.

Nel mondo bancario un alleato prezioso è Massimo Ponzellini, presidente della


Banca Popolare di Milano, oltre che di Impregilo.
Nulla di scandaloso, ovviamente, o quasi: è insediandosi nei gangli dell’operosità
quotidiana che una forza politica diviene egemone economicamente e
culturalmente. Ma certo si tratta di una identità incompatibile con quella di un
movimento dotato di una forte retorica censoria e moralista, che lucra consensi
criticando l’attitudine dei partiti cosiddetti tradizionali a consolidare il potere
attraverso l’occupazione di tutti i posti disponibili nella società civile e
determinati dal livello politico. E che, quando è chiamato a rispondere delle
proprie scelte, spesso finge di essere forza di «opposizione» all’interno
dell’esecutivo Berlusconi (come già capitava con Galan ed è sempre accaduto
con Formigoni) e non come forza di governo centrale, insediata e nel pieno delle
proprie facoltà. Per decidere. Anche quando decide cose che poi non le
piacciono.

«Lega poltrona»

«Roma ladrona, la Lega non perdona»: lo slogan, urlato più volte ai tempi di
Pontida, è rimasto lo stesso fino alle ultime elezioni regionali. E - nonostante
fosse figlio di una semplificazione inaccettabile - per certi versi rispecchia la
realtà del Paese. Soprattutto per un verso, e cioè quando le stesse facce che si
battono contro gli sprechi, contro il nepotismo, contro la “cattiva” politica,
quella delle poltrone, si ritrovano ad avere due o più uffici, spesso difficilmente
conciliabili, a Roma e al Nord.
Troviamo così la difesa a oltranza del Nord, il vero e proprio sindacato del Nord,
per raggranellare voti e costruire il consenso, al costo di causare possibili
sprechi e inefficienze nell'intero sistema - con i soldi dei cittadini del Nord, si
intende -, e troviamo il nepotismo, strictissimo sensu, che non premia il merito
ma la consanguineità, che non guarda agli interessi del Nord, ma agli interessi
della casta verde.
Troviamo, infine, i fallimenti politici. Le cose non fatte e gli slogan mai realizzati.
La realizzazione, insomma, di un quotidiano tradimento del Nord.
Esistono veri e propri recordman, perché non è facile saper fare
contemporaneamente «il deputato, il presidente della provincia e il
sottosegretario all'Economia, con delega al bollente dossier sul federalismo
fiscale» (Affaritaliani.it, 31 maggio 2010), a meno che non si possieda il dono
dell'ubiquità.
Daniele Molgora eppure ha rivestito tutti questi incarichi contemporaneamente,
rinunciando, in questo periodo, allo stipendio da Presidente della Provincia, ma
non a quello da sottosegretario e parlamentare. Commentando la rinuncia ha
sostenuto: «Ecco quindi un ottimo esempio di risparmio virtuoso; a volte gli
incarichi multipli permettono delle sensibili economie nell'interesse pubblico» (Il
Messaggero, 20 maggio 2010). A fine maggio del 2010 ha deciso di lasciare il
posto di sottosegretario: niente più economie per il Paese, anche se alla poltrona
di Montecitorio non intende rinunciare. Per la cronaca Molgora è stato presente
alle votazioni nel 24,28% dei casi, mentre nel 66,04% risulta essere «in missione»,
probabilmente nella lontana Brescia.
Altro caso è quello di Roberto Cota, nuovo Presidente della regione Piemonte,
nonché ovviamente parlamentare. Cota ha dovuto saltare la riunione del
consiglio regionale convocato per il 25 maggio 2010 nell'urgenza della crisi
economica e del dramma della disoccupazione con all'ordine del giorno il
bilancio 2010. (La Repubblica, 31 maggio 2010, Deputati multi-incarico, undici col
doppio stipendio di Antonello Caporale), perché anch'egli siede alla Camera dei
Deputati, nonostante le due cariche siano costituzionalmente incompatibili. Ma
come mai nessuno si è ancora pronunciato sull'incompatibilità, nonostante
appaia così semplice e quasi automatico? È semplice anche la risposta: per
dichiarare l'incompatibilità è necessario passare per una commissione
parlamentare. E le commissioni parlamentari sono formate dai parlamentari. «La
commissione parlamentare finora non ha potuto deliberare. La Lega diserta, il
Pdl ha seri problemi a essere presente».
Cota ha chiesto che la decisione sul suo doppio incarico, incompatibile per
legge, fosse decisa dalla Giunta per le elezioni in futuro: richiesta accordata dalla
maggioranza di centrodestra. Cota si è poi dimesso il 17 giugno 2010, dopo
questa inutile manfrina.
Ma la palma di campione del «gioco delle sedie» spetta a Gianluca Buonanno,
che va ad aggiungersi al riconoscimento per aver «emesso un'ordinanza che
vieta l'utilizzo del burkini, del burqa e del niqab alle donne islamiche, corredata
di cartelli di avviso negli ingressi principali della città» (fonte: wikipedia.org).
Gianluca Buonanno, per meglio difendere gli interessi del Nord, ha pensato di
occupare più posti possibili. Ed è così che è riuscito a essere deputato,
consigliere regionale in Piemonte, sindaco di Varallo Sesia e vicesindaco di
Borgosesia.
«Metta però che prima di fare il sindaco a Varallo sono stato sindaco a
Serravalle. E a Borgosesia sono assessore esterno, ma con una lista che porta il
mio nome», ha dichiarato a La Repubblica. Aggiungiamo noi che Buonanno è
stato anche presidente della Provincia di Vercelli, ma si è dimesso il 15 giugno
2009.
Commentando la sua pluripremiata attività Buonanno ha commentato: «Sono sul
territorio, sempre e comunque. Come vuole Bossi». Ma avrà il tempo per stare in
tutti i territori?

La poltrona piace, ancora di più se doppia

La cura degli interessi collettivi richiede tempo ed energie. Evidentemente non


devono mancare alle decine di Deputati e Senatori leghisti che, oltre ad
occupare gli scranni parlamentari, ricoprono cariche presso le amministrazioni
locali di origine. Se la Lega ha fatto della valorizzazione degli amministratori
locali, il suo cavallo di battaglia, è interessante considerare come questi
amministratori possano occuparsi della «loro gente» dovendo assiduamente
frequentare le aule parlamentari.
L’elenco di deputati con il doppio incarico sembra essere infinito: su un gruppo
parlamentare di composto da 59 persone, ben 15 hanno incarichi nelle
amministrazioni locali, a cui si devono aggiungere Ministri e Sottosegretari. Ecco
l’elenco dei doppioni della Camera:

Massimo Bitonci: sindaco di Cittadella (PD);


Giacomo Chiappori: sindaco di Villa Faraldi (IM), ma anche vicepresidente del Faita;
Consiglio Nunziante: vicesindaco di Cazzano Sant'Andrea (BG) (dal 2004 al 2009 ne era stato
Sindaco);
Claudio D’Amico: sindaco di Cassina de' Pecchi (MI);
Marco Desiderati: sindaco di Lesmo (MB);
Giovanni Fava: consigliere provinciale a Mantova e comunale a Sabbioneta (MN);
Luciano Dussin: sindaco di Castelfranco Veneto (TV);
Gianluca Forcolin: sindaco di Musile di Piave (VE);
Manuela Lanzarin: sindaco di Rosà (VI);
Alessandro Montagnoli: vicepresidente della Camera e sindaco di Oppeano (VR);
Giovanna Negro: sindaco di Arcole (VR);
Ettore Pirovano: presidente della Provincia di Bergamo;
Erica Rivolta: assessore del Comune di Erba (CO);
Roberto Simonetti: presidente della Provincia di Biella e consigliere comunale di Mongrando (BI);
Pierguido Vanalli: sindaco di Pontida (BG).

Anche a Palazzo Madama il gruppo è nutrito: su un gruppo di 26 ben 12 hanno


ruoli sul “territorio” (quasi il 50% del totale). Eccoli:

Alberto Filippi: consigliere comunale di Vicenza (VI);


Massimo Garavaglia: fino al 2009 sindaco, ora consigliere comunale di Marcallo con
Casone (MI);
Angela Maraventano: vicesindaco di Lampedusa e Linosa (AG);
Sandro Mazzatorta: sindaco di Chiari (BS);
Enrico Montani: consigliere comunale di Verbania (VB);
Cesarino Monti: assessore e consigliere comunale di Lazzate (MB);
Roberto Mura: sindaco di San Genesio ed Uniti (PV);
Fabio Rizzi: sindaco di Besozzo (VA);
Giovanni Torri: consigliere comunale di Langhirano (PR);
Gianvittore Vaccari: sindaco di Feltre (BL).
Paolo Vallardi: Sindaco di Chiarano (TV)
Mandell Valli: Consigliere provinciale di Como.

«Se il caso non ti avesse voluto erede…»

Inizia così la lettera che Marco Pinti, consigliere provinciale leghista di Varese ha
indirizzato a Renzo Bossi, detto Il Trota a seguito di un celebre battuta del papà
(La Provincia di Varese, 7 febbraio 2010). Il consigliere leghista ed esponente
nazionale dei Giovani Padani esprime con queste parole tutta la sua delusione
per l’investitura a consigliere regionale del figlio di Umberto Bossi.
Chissà cosa ne penserà il giovane consigliere Pinti sull’idea del Senatùr di
incoronare il figlio Renzo a leader del carroccio: scelta a cui pare abbia
partecipato anche Silvio Berlusconi (Corriere della Sera, 12 Settembre 2008).
Dopo esser stato per settimane candidato a possibile membro di un
osservatorio per l’Expo 2015 da circa 12.000 euro al mese, Renzo finalmente un
posto l’ha trovato: nel Consiglio regionale della Lombardia. Eletto a Brescia. Con
tanti, tantissmi «Bossi» sulla scheda.
Ha conquistato il prestigioso incarico con vari meriti: tra i suoi fiori all’occhiello,
la partecipazione ad un gioco di Facebook, Rimbalza il clandestino (La Stampa,
2 febbraio 2010), ed il ruolo di segretario generale (del partito, macché) della
nazionale di calcio padana, campione del mondo tra le nazioni non riconosciute.

Toccatemi tutto, ma non le mie province

Mentre si discute dell’abolizione di alcune province, le più piccole (con una


popolazione inferiori ai 120.000 abitanti, ma non quelle sul Confine di Stato, tipo
Sondrio), qualcuno si ricorda che la Lega, nella provincia in cui è stato
supervotato Renzo Bossi, aveva recentemente proposto la nuova Provincia della
Valcamonica.

E i Camuni? Niente ai Camuni? Deciso a vendicare l’ingrata storia, il deputato


leghista Davide Caparini ha deciso di tirare dritto: vuole a tutti i costi la nuova
Provincia della Valcamonica. Capoluogo: Breno, metropoli di 5.014 anime. Direte:
ancora un’altra provincia? Ma non avevano promesso quasi tutti di abolirle?
Certo: prima delle elezioni, però. […] Se dovesse passare l’iniziativa camunica del
parlamentare del Carroccio, quella con capitale Breno (inno ufficiale: «E su e giù
e per la Valcamonica / la si sente la si sente...») sarebbe la provincia numero 110.
Quando nacquero nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, erano qua-si la metà:
59. Distribuite sul territorio con un criterio semplice: dovevi attraversare ciascuna
in una giornata di cavallo. Nel 1947 erano già 91. E col passaggio dagli equini alle
autoblu, hanno continuato ad aumentare, aumentare, aumentare a dispetto del
proposito dei padri costituenti, che avevano previsto la loro aboli-zione con
l’arrivo delle Regioni, fino a diventa-re 95 e poi 102 e su su fino a 109

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 14 ottobre 2009

Del resto, «Chi tocca Bergamo…», si sa, finisce male:

«È una notizia falsa. Nella manovra economica varata dal governo non ci sarà
nessuna abolizione delle province». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio
Tremonti, rispondendo ad una domanda specifica dei parlamentari Pdl, riuniti alla
Camera per ascoltare l’illustrazione della manovra da parte dello stesso Tremonti
e del premier, Silvio Berlusconi.
Quanto al taglio delle province, Bossi afferma che «andare oltre» sarà «difficile».
Scherzando, il leader del Carroccio aggiunge: «Se provi a tagliare la provincia di
Bergamo, succede la guerra civile…».

Blitzquotidiano, 26 maggio 2010


Più voti alla Lega, meno soldi ai Comuni

Lo dicono a Varese, e lo dice anche la Lega. Del resto, Tremonti ha spiegato


come ti taglio i trasferimenti ai comuni:

«Se i tagli della manovra finanziaria nazionale ai danni delle Regioni sono insostenibili,
quelli imposti ai comuni lo sono almeno altrettanto». L'ennesimo grido di allarme arriva
ancora una volta dal Partito democratico e dai suoi consiglieri regionali varesini Stefano
Tosi e Alessandro Alfieri. «Considerando i soli comuni con più di cinquemila abitanti –
spiegano i consiglieri -, 443 su 1500, un terzo di quelli lombardi, il taglio che il Governo
prevede di applicare alle amministrazioni cittadine è di 1,4 miliardi nel prossimo biennio».
Un taglio che in provincia di Varese si traduce così: i quarantasette comuni con
popolazione superiore ai cinquemila abitanti, cioè quelli che sono soggetti al patto di
stabilità, dovranno tagliare la spesa di 31.220 milioni nel 2011 e di 42.208 milioni nel 2012.
Il più colpito è Cardano al Campo, che dovrà risparmiare circa il 30 per cento rispetto al
2010, quasi 6,9 milioni nel biennio, più di quanto imposto a Busto Arsizio, che pure dovrà
contrarre la spesa di oltre il 14 per cento. Duramente colpiti anche Venegono Inferiore,
Jerago con Orago e Besozzo, che lasceranno sul campo attorno al 15 per cento.

Varesenews, 16 giugno 2010

A stretto giro di posta, la ‘replica’ del sindaco leghista di Varese, Attilio Fontana:
«Così la manovra è insopportabile», (Varesenews, 17 giugno 2010)
Lo stesso Fontana, presidente di Anci Lombardia, qualche giorno più tardi, si
lascia andare. Le sue uscite sono memorabili:

«Tutto si può dire, meno che questa sia una Finanziaria federalista...».
«Purtroppo è la Finanziaria nel suo complesso a non muoversi nella direzione del
federalismo, ne tradisce i concetti cardine e cioè la libertà per gli enti locali unita al
principio di responsabilità».
«Rischiamo di condurre alla morte molte delle nostre città e dei nostri territori».

Attilio Fontana, sindaco di Varese, Lega Nord, Corriere della Sera, 22 giugno 2010.

Trasferimenti dello Stato ai Comuni del Veneto

Chissà come vanno le cose in Veneto. Lì c’è Zaia, che è uno che sa il fatto suo e
sicuramente in questi anni è riuscito a condizionare gli alleati per dare più rsorse
alla sua regione:

Trasferiti nel 2003: 956,3 Milioni di €


Trasferiti nel 2009: 786,2 Milioni di €

Rispetto al 2003: 170,1 Milioni di € in meno


Mancato rimborso ICI 2009: 35,5 Milioni di € in meno
In totale nel 2009: 205,6 Milioni di € in meno

Fonte: Marco Stradiotto, www.marcostradiotto.it

Comuni senza Ici


La Lega guida la rivolta. Contro Tremonti e contro se stessa. D’altra parte, dal
punto di vista economico, si assiste a un approccio tutt’altro che federalista: si
tratta di un rinnovato centralismo. Alcune scelte lo testimoniano chiaramente.
Come scrivono i deputati del Pd, l’esenzione della “prima casa”, in particolare, ha
comportato una perdita di gettito ICI, per il 2008, pari al 23,3% di accertato e
pari al 26,4% di riscosso: vale a dire un quarto della voce di entrata tributaria
maggiormente importante per i Comuni.
L’abolizione dell’ICI sulla “prima casa”, infatti, non ha riguardato la totalità delle
famiglie proprietarie della casa di abitazione. Era già vigente un sistema di
detrazioni, rafforzato dal Governo Prodi, che abbatteva l’ICI sulla casa di
abitazione fino a circa 300 euro di importo dell’imposta. L’abolizione introdotta
dal Governo Berlusconi, quindi, ha beneficiato solo le famiglie proprietarie di
appartamenti per i quali era dovuta un’imposta superiore ai 300 euro. L’iniquità
del provvedimento è dunque palese, dato che si tratta di una “redistribuzione al
contrario” che premia le famiglie più ricche, equiparandole a quelle con
patrimoni di valore inferiore, ed esclude totalmente le famiglie in affitto, che
nemmeno sono proprietarie della casa in cui abitano. La redistribuzione è
perversa anche in senso territoriale, perché premia di più le famiglie residenti al
Nord rispetto a quelle del Centro-Sud, nonché quelle residenti in aree urbane a
maggiore valore immobiliare, spesso maggiormente dotate di infrastrutture
materiali e immateriali, rispetto a quelle residenti in aree rurali».

Fonte: Federalismo a parole. Deputati Pd.


Basta tasse, basta Roma (sì, ciao)

Dati alla mano si sfata un luogo comune del centrodestra: non è affatto vero che
i governo del Cavaliere hanno ridotto la pressione fiscale: in nove anni le entrate
sono cresciute del 33%. Certo, la crisi economica dà il proprio contributo (con
una sensibile riduzione del Pil che naturalmente comporta un aumento della
pressione fiscale), ma qualche parola in più va spesa.

Il sogno: "Meno tasse per tutti". La realtà: nel 2000 le entrate complessive dello Stato
rappresentavano il 45,4% cento del Pil, nel 2009, alla fine del "decennio berlusconiano",
questa percentuale è salita al 47,2%, il valore più alto mai raggiunto. In termini assoluti,
nello stesso periodo le entrate sono cresciute del 33%, un valore superiore di ben 12 punti
percentuali rispetto alla crescita dei prezzi, ferma al 20,6%. […] 1) le entrate dello Stato
nel "decennio berlusconiano" non soltanto non sono diminuite ma sono addirittura
aumentate, in relazione sia all'inflazione, sia al prodotto interno lordo. Non soltanto non
c'è quindi stata la promessa riduzione delle tasse, ma al contrario è aumentata la voracità
dello Stato. 2) L'incremento delle entrate dello Stato non è stato però causato da un
incremento omogeneo delle principali fonti di gettito, ossia imposte dirette (quelle sul
reddito), imposte indirette (Iva e accise) e contributi previdenziali (essenzialmente Inps e
Inpdap). […] Le imposte dirette non sono aumentate, ma neppure diminuite, ed in ogni
caso non vi sono state "meno tasse per tutti". È invece leggermente diminuito il gettito
delle imposte indirette, ossia Iva e accise, se lo si rapporta all'andamento dell'inflazione
(meno 2,3 per cento nel periodo considerato), ed in particolare, se lo si confronta con il
Pil: da un 14,7 per cento del 2000 si è scesi ad un 13,6 del 2009. In particolare, c'è da
notare che la riduzione più accentuata è avvenuta negli ultimi due anni, e cioè nel 2008 e
nel 2009 (nel 2007 era ancora uguale a quella del 2000). Questo spostamento dal
prelievo indiretto a quello diretto viene in genere considerato nei testi di Scienza delle
Finanze come un fatto equitativo: infatti con le imposte dirette si paga in maniera
progressiva a seconda del reddito (più è alto più si versa al fisco). In altre parole, i più
"poveri" pagano meno tasse in proporzione al proprio reddito. Al contrario, sempre nella
dottrina classica, il minore peso delle imposte indirette può essere considerato un fatto
positivo dal punto di vista sociale, in quanto le imposte indirette non hanno natura
progressiva, e quindi rappresentano un fardello evidentemente più pesante per i
percettori di redditi più bassi. Calando questi argomenti nella situazione italiana,
caratterizzata da un'evasione fiscale impressionante (si stimano ormai 120 miliardi di euro
di imposte non pagate), la riduzione del gettito delle imposte indirette che si è verificato,
ad aliquote Iva e importi delle accise invariati, potrebbe segnalare una maggiore
evasione, che si realizza essenzialmente con le attività in nero e con il meccanismo delle
cartiere, ossia delle società create per emettere fatture false. […] Sono cresciute le
imposte dirette - che colpiscono particolarmente coloro che, come i dipendenti (ma
anche molti autonomi) non possono evadere - e questo non è in Italia e nelle attuali
circostanze un fatto positivo: dice soltanto che si è accresciuto l'obolo che lo Stato
pretende sui redditi effettivamente dichiarati. Ovvero, come ha detto di recente il
Governatore della Banca d'Italia, sostanzialmente sulle stesse persone. Mentre non ci
sono stati nel decennio berlusconiano segnali di un recupero dell'evasione, altrimenti si
sarebbe visto anche un aumento delle imposte indirette. Va comunque detto che il calo
delle imposte indirette negli ultimi due anni è certamente da mettere in relazione anche
con la crisi economica. Da notare, tuttavia, che nel decennio considerato l'anno in cui il
gettito delle imposte indirette è stato più alto in assoluto è il 2007, al tempo del secondo
governo Prodi: 227 miliardi, poi scesi 216 nel 2008 e a 207 nel 2009. Insomma, comunque
la si voglia vedere, di certo i governi di Berlusconi non si sono caratterizzati per una lotta
all'ultimo sangue contro l'evasione e l'elusione. Anzi.

A. Bonafede e M. Di Pace, Repubblica, 10 luglio 2010

Ecco il risultato di sedici anni di promesse in tema di riduzione della pressione fiscale:
Pressione fiscale dal 1994 in % sul PIL
1994 40,8
1995 41,2
1996 41,6
1997 43,7
1998 42,3
1999 42,4
2000 41,6
2001 41,3
2002 40,8
2003 41,4
2004 40,6
2005 40,4
2006 42,0
2007 43,1
2008 42,9
2009 43,2

Fonte: Istat. rielaborata dal blog Il Nichilista di Fabio Chiusi


Letteratura di evasione

Dopo un quindicennio di condoni e lo scudo fiscale, tutti provvedimenti che la


Lega ha votato senza fare un plissé, ecco che, con qualche ritardo Berlusconi,
Bossi e Tremonti scoprono l’evasione fiscale.

Qualcuno potrebbe considerarlo un mezzo miracolo, in un Paese dove il 27% del


Prodotto interno lordo sfugge regolarmente al Fisco e l’evasione veleggia paciosamente
(e sfrontatamente) verso quota 100 miliardi l’anno. O forse più. E tale sarà, se uscirà
indenne dalla battaglia parlamentare che già si prepara. Perché le misure della manovra
fiscale, va detto, sono oggettivamente senza precedenti per una maggioranza che nel
passato aveva sostenuto la politica scriteriata dei condoni e delle sanatorie. Certo, si è
dovuto rispolverare il principio, anche se in forma più morbida (il tetto massimo per l’uso
“legittimo” dei soldi liquidi è fissato a 5 mila euro), della tracciabilità dei pagamenti su cui
aveva puntato il centrosinistra. E che il centrodestra aveva spazzato via bollandolo come
una forma insensata di controllo poliziesco sul denaro, sottolineando come in caso
contrario il limite per l’utilizzo del contante sarebbe sceso progressivamente fino a 100
euro. Ma la tanto contestata tracciabilità, unita ad altri due meccanismi come il nuovo
redditometro e la fattura telematica potrebbe davvero rappresentare, se non altro sulla
carta, un deterrente micidiale per l’evasione. Il redditometro, innanzitutto. I tecnici di
Attilio Befera, il capo dell’Agenzia delle Entrate, ci stanno lavorando da settimane. Per
arrivare a una soluzione completamente diversa dall’ormai desueto meccanismo messo a
punto negli anni Ottanta. La grossa novità è che sarà impostato su un criterio territoriale.
Diverso quindi da regione a regione, ma anche da provincia e provincia, come da città e
periferia. Il redditometro dei milanesi sarà differente da quello dei romani o dei
palermitani. Secondo l’idea che un avvocato o un dentista di Milano ha di sicuro maggiori
possibilità economiche rispetto a quelle di un suo collega di Napoli o Reggio Calabria.
Una specie di “gabbia salariale” fiscale per i ricchi e i benestanti che funzionerà sulla base
di numerosi parametri. Non più soltanto la barca, la Porsche o il cavallo nel maneggio, ma
pure le crociere di superlusso, le scuole private con rette astronomiche, i circoli sportivi
da vip, le palestre alla moda…

Sergio Rizzo, Corriere.it, 31 maggio 2010.


Padroni a casa nostra, ma non in house

È la norma con cui si cerca di “sotterrare” l’utilizzo delle società “in house” per la
gestione dei servizi pubblici locali, proprio mentre di quel tipo di società si fa
sempre più ampio uso da parte dello Stato e dei Ministeri centrali. La questione
riguarda l’acqua e le ampolle di cui parleremo tra qualche riga. Intanto vale la
pena di approfondire anche questo aspetto, perché «in house», dopotutto, vuol
dire «a casa propria».
L’in house – che riguarda gli affidamenti «all’interno della pubblica
amministrazione, ad esempio tra amministrazione centrale e locale o, ancora, tra
un’amministrazione e una società da questa interamente controllata» - non va
bene, dice il governo. Rispondono i deputati dell’opposizione:

Prima bugia: non c’è nessun obbligo né nessuna infrazione comunitaria a cui il nostro
paese debba corrispondere.
Seconda bugia: la sentenza della Corte di Giustizia europea, a cui il governo ha fatto
riferimento come motivo fondamentale dell’intervento d’urgenza, è successiva
all’emanazione del decreto e si occupa di società miste, e non di società pubbliche.
Terza bugia: il ministro Fitto dichiara a Il Sole 24 Ore che negli ultimi anni avremmo
assistito a «vergognose politiche di pubblicizzazione» nel settore dell’acqua. Questa è
davvero grossa come bugia, dato che negli ultimi quindici anni, dopo la legge Galli, alla
precedente gestione diretta dei Comuni si è sostituita una gestione industriale del ciclo
dell’acqua che, su 114 ATO, vede oggi 56 casi di gestioni miste e 58 di gestioni pubbliche.
Il Partito Democratico difende invece il principio della libertà di scelta della gestione
ottimale dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua, da parte delle comunità locali e
delle loro rappresentanze democraticamente elette.
Quarta bugia: il governo propaganda che per i cittadini ci saranno solo vantaggi, mentre
il rischio vero è che questo Governo metta le mani nelle tasche degli italiani tramite
aumenti non regolati delle tariffe di servizi essenziali come quelli dell’acqua e dei rifiuti.
Settori in cui non esiste neppure, né è prevista dalle norme di questo decreto, un’autorità
nazionale di controllo sulla qualità dei servizi e sulla congruità delle tariffe.

Fonte: Federalismo a parole. Deputati Pd.

In un documento inviato dalla sede centrale della Lega Nord, firmato dal
segretario Giorgetti e dal vice Reguzzoni, e disponibile su internet, così si legge.

La Lega Nord ribadisce il proprio sì alla gestione pubblica, preferendo la gestione in


house (società a capitale pubblico controllata dal pubblico) al monopolio dei privati o
delle multinazionali europee e vuole altresì garantire ai cittadini una gestione efficiente
dei servizi, economica e di qualità, consentendo la crescita delle nostre imprese al fine di
renderle competitive sul mercato europeo e internazionale. […] È innegabile che senza la
Lega Nord i servizi pubblici locali (acqua, gas, trasporti, ecc.) sarebbero gestiti dalle
multinazionali francesi da oltre dieci anni, e la presenza al Governo della Lega Nord ha
contribuito a rafforzare i ruolo del pubblico e ad evitare la privatizzazione delle reti.
Peraltro occorre dire che solo l’apposizione della questione di fiducia sul provvedimento
ha evitato che sull’argomento la Lega votasse ulteriori emendamenti migliorativi nel
senso da noi auspicato. Del resto però una coalizione si basa sulla ricerca del consenso, e
bisogna prendere atto che con gli alleati del PDL sull’argomento «servizi pubblici locali»
le posizioni erano e sono differenti.

http://www.padaniaoffice.org/pdf/ambiente/doc_politici/acqua_pubblica.pdf
Meno male che c’è stata la Lega, così il governo ha potuto votare una legge che
obbliga l’ingresso dei privati (i francesi!) per almeno il 40% nelle società
pubbliche, che supera definitivamente l’in house (quello a cui teneva la Lega,
nella propaganda, e che ora tenta di difendere con un ordine del giorno
‘postumo’) e che aderisce perfettamente a quelle posizioni «differenti» che il
resto del governo ha imposto al Parlamento.
Acqua: privatizzare le ampolle

La Lega vota il decreto Ronchi che costringe gli enti locali a una forzata
privatizzazione dell’acqua. Secondo il vicecapogruppo del Carroccio alla
Camera, Marco Reguzzoni, «la fiducia impedisce di migliorare ulteriormente il
testo. Presenteremo dunque un ordine del giorno e lavoreremo con il governo
per renderlo più aderente alle aspettative degli amministratori locali del Nord».
A babbo morto, il solito distinguo. «Il testo che è arrivato dal Senato è
migliorativo rispetto a quello originario, però la Lega sull'articolo 15 (quello sui
servizi pubblici locali, ndr.) avrebbe voluto migliorarlo per farlo corrispondere
con la sua posizione storica a favore dell’acqua pubblica». Avrebbero voluto
migliorarlo, ma non hanno potuto. Già.

Cfr. Corriere.it, 17 novembre 2009.

Eppure la posizione ufficiale era un po’ diversa

Il programma della Lega, così come riportato sul sito internet del movimento,
affermava cose un po’ diverse (in neretto quelle salienti):

Affrontare il tema delle risorse idriche significa intervenire attraverso una energica e
oculata politica di investimenti, con interventi organici sull’intero ciclo d’acqua (dalla fase
di prelievo a quella del rilascio), che coinvolga tutti gli aspetti economici, gestionali e di
programmazione e con il fine di frenare lo sfruttamento indiscriminato della natura. La
legge n. 36 del 1994 (cd. legge Galli), ha avviato un processo di riorganizzazione
dell’intero settore idrico introducendo il principio di salvaguardia della risorsa e la sua
gestione integrata. A tal fine, è stata prevista la creazione di nuovi soggetti istituzionali,
gli Ambiti territoriali ottimali (ATO), con lo scopo di superare la frammentazione delle
gestioni nel rispetto dell’unicità del bacino idrografico, e l’istituzione del Servizio Idrico
Integrato (SII), inteso come l’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e
distribuzione d’acqua a usi civili, di fognatura e depurazione delle acque reflue.
L’introduzione di direttive e leggi, miranti a proporre gare per l’assegnazione della
gestione delle reti e l’erogazione dei servizi pubblici locali, ha reso il quadro normativo
molto complesso e articolato e favorito, a livello nazionale, un orientamento in tal senso;
questo, però, determina, come conseguenza, che multinazionali straniere possano
introdursi nel nostro sistema, traducendosi di fatto nella svendita del nostro
patrimonio idrico. La previsione di un regime particolare per la gestione dell’acqua dei
comuni, introducendo la possibilità di rendere facoltativa l’adesione alla gestione unica
del servizio idrico integrato è, dunque, un passaggio fondamentale; la Lega Nord ha
presentato un Progetto di legge A.C. 1326- XV Legislatura, “Modifiche al decreto
legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di gestione del servizio idrico e di
determinazione delle relative tariffe nei comuni montani” che prevede che l’adesione al
servizio idrico integrato sia facoltativa per i comuni con popolazione fino a 1.000
abitanti, nonché per i comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti inclusi nel
territorio delle comunità montane. Fino a poco tempo fa i comuni hanno gestito in
economia il proprio servizio idrico e le amministrazioni comunali si sono adoperate per
preservare la rete e il suo corretto funzionamento. La gestione del servizio da parte di un
unico gestore centrale e l’introduzione di una tariffa unica a livello di ATO porterebbero
alla rottura del fragile equilibrio dell’economia locale. E’ evidente che l’acqua non può
cedere alle logiche di mercato: è un bene comune e, come tale, va gestito pubblicamente.
Febbraio 2008.

[http://www.leganord.org/elezioni/2008/lega/ambiente/risorse_idriche_acqua.pdf]
Ambiti territoriali non più ottimali

Nel frattempo, all’insegna della semplificazione a tutti i costi, si bocciano anche


gli Ato (acronimo che a leggerlo dovrebbe piacere ai leghisti, perché significa,
Ambito territoriale ottimale). La soppressione degli Ato lascia nell’incertezza gli
enti locali e si aggiunge al decreto Ronchi nell’esposizione del comparto ai rischi
di una privatizzazione senza criterio.

Il Senato ha definitivamente convertito in legge il decreto legge 25 gennaio 2010, n2


conosciuto come decreto enti locali, mantenendo integro l'emendamento presentato
dalla Lega che sopprime gli ambiti territoriali ottimali su acqua e rifiuti e bocciando
invece gli oltre 200 emendamenti presentati dall'opposizione.
Il provvedimento sopprime quindi gli Ato e sposta invece al 2011 il taglio del 20% delle
poltrone degli enti locali previsto in Finanziaria, mentre la riduzione degli assessori
comunali e provinciali inizierà dal 2010.
Entro un anno dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, «sono soppresse le
autorità d'ambito territoriale di cui agli articoli 148 e 201 del decreto legislativo 3 aprile
2006, n.152 e successive modificazioni»: così sta scritto al comma 1-quinquies. […]
Pertanto rimane compito delle regioni non più definirne i confini ma attribuire le funzioni,
sino ad ora svolte dagli Ato. […] L'ambito territoriale ottimale è un territorio su cui sono
organizzati servizi pubblici integrati, in particolare quello idrico e quello dei rifiuti,
introdotti per i servizi idrici dalla L. 36/94 (legge Galli) e per i rifiuti dal Dlgs. 22/97
(decreto Ronchi) e confermati nel Testo unico ambientale (dlgs 152/2006). Gli Ato sono
individuati dalle Regioni con apposita legge (nel caso del servizio idrico integrato con
riferimento ai bacini idrografici e dei rifiuti principalmente alle province) e su di essi
agiscono le Autorità d'Ambito, strutture dotate di personalità giuridica che hanno il
compito di organizzare, affidare e controllano la gestione del servizio.
[…] Il ruolo di definire a chi attribuire le funzioni tolte agli Ato spetta ancora alle regioni
che potrebbero optare per scelte diverse dalle province e addirittura farle rimanere
competenza diretta delle amministrazioni regionali. Come ha prospettato il candidato a
governo della regione Toscana, Enrico Rossi, che parlando di Ato aveva annunciato un
intervento - qualora eletto - per la definizione di un unico ambito regionale per l'acqua e
altrettanto per i rifiuti; una scelta che al di là della personalità giuridica potrebbe rimanere
in termini di attribuzione di funzioni. Ovvero potrebbe essere la regione a svolgere le
funzioni che sino ad ora sono state attribuite agli Ato.
Qualsiasi saranno le scelte che le regioni andranno a fare nel prossimo anno, resta il fatto
che la previsione della soppressione di qui a quella data delle funzioni sino ad ora svolte
dalle autorità d'ambito porterà sicuramente una impasse nelle loro attività. Con
conseguenze facilmente immaginabili. Si pone infatti il tema di come gestire le gare per
l'affidamento del gestore dei servizi, che in alcuni casi sono in fase avanzata e in altri
prossime ad essere bandite. «Siamo al caos, aveva detto Raffaella Mariani, capogruppo
Pd in commissione Ambiente della Camera, all'approvazione del decreto legge alla
Camera, perché «nell'attesa che ora le regioni legiferino per la nuova organizzazione, c'è
un vuoto normativo: chi farà le gare? Chi tutelerà gli enti locali?».

Lucia Venturi, greenreport.it, 24 marzo 2010.

Riepilogando

Grazie al voto di fiducia in Parlamento e nonostante i distinguo dell’ultimo


minuto, con la Lega l’acqua si privatizza. E i territori non si difendono
dall’attacco dei soggetti privati nazionali, internazionali e multinazionali.
Il nucleare «a nostra insaputa»

Spaccare l’atomo

Tutti ricorderanno i distinguo in campagna elettorale: sì al nucleare, ma non in


Veneto, sì, al nucleare, ma non in Lombardia. E così nel Lazio e in Puglia, per la
verità, da parte dei candidati della destra.
Non si capisce perché l’abbiano votato, i leghisti, il nucleare voluto da Scajola e
da Berlusconi. Un nucleare deciso a Roma, in cui le Regioni non hanno alcun
protagonismo. I siti saranno individuati a livello nazionale. Un nucleare imposto
«con stile centralistico e autoritario», hanno commentato i presidenti delle
Regioni del centrosinistra.
Come ha scritto Greenpeace (il verde, in questo caso, non è padano), il 10
febbraio 2010: «Con il decreto nucleare varato oggi, il governo persevera nella
sua politica di centralismo, mettendo un bavaglio alle regioni cui saranno
imposti i siti».
Il nucleare deciso a Roma, senza mediazioni, senza discussione, senza
federalismo. Votato da tutti, salvo poi lamentarsi e far notare che le ‘nostre’
regioni sono autosufficienti.
Cota almeno è coerente. A lui il nucleare piace. A Roma e a Torino. Per gli altri,
la stagione dei distinguo è sempre aperta.
Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, si è detto, si dice e (forse) si dirà
favorevole al nucleare ma non sul territorio della sua Regione che l’esponente
della Lega definisce «energeticamente autosufficiente».

«Io ho assolutamente votato a favore di questi criteri che prevedono principi di sicurezza
per i cittadini e di sostenibilità degli impianti» ha detto Zaia riferendosi al provvedimento
approvato mercoledì 10 febbraio Consiglio dei Ministri.
«Ma questo – ha aggiunto Zaia – non vuol dire assolutamente che si sia parlato di siti. È
un provvedimento che va nell’alveo della ragionevolezza e dà continuità alla delibera del
Consiglio dei Ministri che abbiamo fatto quando abbiamo adottato la scelta del
nucleare». Quanto al ‘no’ di alcune Regioni, per il ministro si tratta «di delibere elettorali,
soprattutto se vengono da Regioni dove abbiamo avuto per mesi la spazzatura sui
marciapiedi e il governo ha dovuto occuparsene». Insomma al Sud secondo Zaia le
centrali nucleari si possono mettere.
Zaia ha ribadito che è comunque da escludere l’ipotesi di impianti sul territorio del
Veneto: «In totale trasparenza noi siamo estremamente convinti che si debba partire
innanzitutto da un senso di coerenza. Il Veneto ha oggi un bilancio energetico positivo,
produce più energia di quanta ne compra. Anche se parliamo di assoluta virtualità,
perché non esistono siti né candidature del Veneto, il secondo dato da sottolineare è che
quello del Veneto è un territorio molto antropizzato, tanto che viene definito la Los
Angeles d’Europa. E dove non ci sono insediamenti, ci sono aree ad elevatissimo valore
ambientale. Proprio per questo motivo, diciamo che non ci sentiamo di affrontare il
tema».

Blitzquotidiano.it, 10 febbraio 2010.

Anche Brunetta in campagna elettorale aveva spiegato: «Sto con Zaia. Il Veneto
ha già dato» (Asca). In Friuli nel frattempo nicchiano. Qualcuno è favorevole,
qualcuno è contrario, tutti sono parecchio silenziosi. Tranne in un caso, quando
Ballaman apre al nucleare:
Edouard Ballaman, ”reo” di aver aperto le porte ad una centrale nucleare nel ”giardino di
casa” seppur in cambio di bollette superscontate, si ritrova accerchiato: piove il fuoco
nemico del centrosinistra, quello amico di Pdl e Udc, ma piove soprattutto il fuoco
‘domestico’. La Lega, sul ritorno all’atomo, non perdona nemmeno il suo presidente:
«Idee sue, solo sue, personalissime. Il partito e il gruppo consiliare non hanno mai
affrontato la questione. E comunque una centrale nucleare in Friuli Venezia Giulia, anche
per il rischio sismico, è impensabile» scandisce Pietro Fontanini.
Il segretario regionale, subito dopo, infila la battuta: «Speriamo che non si stia andando
verso una ”sindrome Fini” a livello regionale». L’accostamento con il grande ribelle di
Montecitorio fa breccia: Ballaman, ex questore della Camera e quasi ex tutore dei minori
con pochette verde, pistola e stuzzicadenti anti-ritardatari ma niente più auto blu, ama
spiazzare. Da sempre. Stavolta, però, non fa arrabbiare solo l’opposizione. Isidoro
Gottardo, coordinatore regionale del Pdl, sbotta a muso duro: «Non se ne può di
presidenti con ruoli istituzionali super partes che esternano e fanno politica». Peggio:
complicano la vita a chi, come Renzo Tondo, si ritrova non solo a dover governare, ma
anche «a rimediare a poco ponderate esternazioni».

Roberta Giani, Il Piccolo, 8 maggio 2010.

Il sole delle Alpi non splende più

Meglio il nucleare, perché il fotovoltaico deturpa. In Piemonte, Cota e i suoi


assessori la pensano così.
Sul nucleare si è pronunciata all’inizio del mese di luglio la nuova giunta
piemontese, tirando mazzate ai pannelli solari colpevoli di “deturpare il
territorio” piemontese. La Regione Piemonte accelera sul nucleare e rallenta sul
fotovoltaico. Nel campo dell’energia la giunta guidata dal leghista Roberto Cota
non ha dubbi: si può costruire una centrale. E, dalle parole ai fatti, l’assessore
all’ambiente Roberto Ravello dichiara a ilFattoQuotidiano.it: «Siamo contrari ad
una chiusura ideologica. Il Piemonte è pronto a fare la sua parte per l’interesse
nazionale».
La tesi è semplice: mentre a pochi chilometri (in Francia e Svizzera) si produce
energia con l’atomo, il Piemonte subisce solo i rischi e non i benefici «derivanti
dalla costruzione di impianti di ultima generazione con le più ampie garanzie di
tutela per il territorio e la popolazione». Benefici, prima di tutto, legati alla
vendita sul mercato dell’energia elettrica e ad un minore costo della bolletta,
secondo Ravello. Anche se dalla prima pietra all’esercizio della centrale passano
20 anni.
E se in materia di energia ‘pulita’ da una parte si accelera dall’altra è meglio
rallentare. Dalla stessa giunta arriva uno stop alle autorizzazioni per i nuovi
impianti forovoltaici, in grado di creare corrente elettrica dal sole. L’iniziativa è
di Massimo Giordano, assessore all’energia e all’innovazione, che grazie ad un
disegno di legge regionale vuole regolamentare l’installazione a terra dei
pannelli solari nelle aree di particolare pregio dal punto di vista agricolo,
naturalistico ed estetico. Per Giordano «c’è stata un’eccesiva crescita degli
impianti che hanno deturpato il territorio piemontese». Anche se danno energia
pulita, i terreni liberi per l’installazione sono cresciuti del 149% e la precedente
giunta regionale ha investito, a partire dal 2008, trecento milioni di euro per lo
sviluppo della green economy.

Il Fatto quotidiano, 13 luglio 2010


E pensare che Cota (in una intervista del 2 febbraio 2010) all’osservazione -
«Mercedes Bresso dice che la strada da seguire è quella delle energie
rinnovabili» - aveva così risposto:

Riconosco alla Bresso il merito di aver investito molto sulle energie rinnovabili, ha fatto
benissimo e io continuerò su quella strada. Ma serve anche il nucleare. Quindi se la scelta
verrà fatta in base a criteri trasparenti noi ci saremo. Io non sono un ipocrita, lo dico
chiaramente.

Riepilogando

La Lega ha votato il nucleare a Roma, imposto alle Regioni. Nelle Regioni, salvo
Cota, che è pronto a rinunciare alle rinnovabili, ma non al nucleare, protesta e si
dichiara contraria alle installazioni di centrali sul territorio.
Strettamente favorevoli

Un ponte verso il Sud

Il governo è felice di annunciare la realizzazione della grande opera, un altro


clamoroso successo della Lega.

Per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, il cui «costo complessivo sarà di
6,3 miliardi», i cantieri principali saranno avviati «all'inizio del 2011 con l'obiettivo di aprire
il Ponte al traffico il primo gennaio 2017». Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture,
Altero Matteoli, rispondendo ad alcune interrogazioni in Aula al Senato sul Ponte sullo
Stretto di Messina. Sul costo dell'opera, Matteoli, ha spiegato che «per effetto
dell'aggiornamento dei corrispettivi previsti, l'opera da un costo di 6,1 miliardi di euro
passa a un costo complessivo di 6,3 miliardi, rispettando così il costo previsto». Nel
ribadire che Governo e maggioranza sono «fortemente convinti di realizzarlo», Matteoli
ha ricordato…

Il Sole 24 Ore Radiocor, 4 febbraio 2010.

Durante il biennio del Governo Prodi il controverso progetto del Ponte che fin
dal momento del suo concepimento aveva finito per dividere anziché unire gli
italiani, pareva infatti destinato definitivamente ad obliare nel novero delle opere
ciclopiche che mai sarebbero state cantierizzate.
Secondo alcune stime, in 40 anni, il Ponte sullo Stretto è costato al contribuente
italiano oltre 160 milioni di euro.
La Lega, al solito, non ha nulla da obiettare. E si accoda.
In un momento, anzi, sembra addirittura familiarizzare con l’idea del Ponte.
Siamo nel 2005, si preparano le elezioni politiche del 2006, e Bossi si allea con
Lombardo (Mpa). Sulla scheda appare un simbolo comune. E pensare che solo
qualche mese prima, nel marzo 2005, la Lega «scatena un’offensiva senza
precedenti contro il progetto di ponte sullo Stretto di Messina. «Il ponte è un
ecomostro, un’opera vergognosa e dispendiosa, inutile sotto tutti i punti di
vista», dice Andrea Gibelli, nel 2005 capogruppo della Lega alla Camera, nel
2010 vice di Formigoni in Regione Lombardia (Signore e Trocino, Razza Padana,
Bur 2008, pp. 252-253). L’alleato Lombardo qualche mese dopo così dirà: «Il
Ponte servirà anche a guarirci dalla solitudine, a svelarci a noi stessi per quel che
siamo, uomini come gli altri: infatti lo chiamerei Ponte della Rivoluzione»
(ibidem, p. 257).

Leghisti ad altissima velocità

Sulla Tav è giusto dare la parola direttamente a Roberto Cota. Era il 2 febbraio
2010, in piena campagna elettorale:

Roberto Cota, politiche di rilancio e di decisione. Ci spiega?


«Dico che bisogna andare oltre questa empasse nella quale è caduto il Piemonte. Prenda
ad esempio la Tav: non c'è più tempo perché i finanziamenti europei stanno per scadere,
bisogna avviare l'Alta velocità altrimenti si perderà un'occasione unica. In questa
situazione la Bresso cosa ha fatto? Ha rifatto l'alleanza con quelli che la Tav non la
vogliono. Per capire meglio pensi al segnale forte da un punto di vista psicologico dei 5
sindaci del Pd che scrivono all'Osservatorio sulla Torino-Lione chiedendo che si riparta da
zero. Mi spiego? La Tav va fatta e subito».

Sì certo, però come la mettiamo con la società civile per buona parte contraria al
progetto?
«Comincio col dire che le manifestazioni molto spesso pullulano di persone che non
sono neanche piemontesi, manifestanti di professione. Detto questo bisogna aprire il
dialogo con i sindaci di tutti gli schieramenti e spiegare bene le ragioni e la bontà del
progetto Tav. Poi è chiaro che dobbiamo rivedere il piano di sviluppo della Val di Susa
colpita dalla cementificazione e industrializzazione selvaggia. Bisogna creare dei canali
che portino a delle ricadute positive per quella zona, rivedendo appunto il piano
strategico».
Del Porcellum non si butta via niente

Distanza dei cittadini verso le istituzioni? Roma lontana, che tradisce i ‘territorio’.
Che cosa c’è di meglio di una legge elettorale come il Porcellum? Nulla, anche
perché il Porcellum è leghista, made in Padania. L’ha inventato, come ognun sa,
Roberto Calderoli, il ministro della semplificazione (della democrazia?).
Del resto, come è noto, Calderoli aveva smentito se stesso ancor prima che i
cittadini votassero (forse per invitare, pedagogicamente, al voto, nel 2006).

Parola dell'ex ministro della Lega Roberto Calderoli che, a Enrico Mentana il quale,
durante la registrazione di 'Matrix', gli chiede di quale legge sia contento, risponde senza
esitazioni: "La legge sui reati di opinione l'ho scritta io e sono onestamente orgoglioso e
ovviamente la legge sulla legittima difesa". Poi, aggiunge, "Un po' meno orgoglioso sono
della legge elettorale che si dovrà riscrivere". E già perchè, confessa Calderoli, "glielo
dico francamente, l'ho scritta io ma è una porcata. Una porcata - precisa ancora - fatta
volutamente per mettere in difficoltà una destra e una sinistra che devono fare i conti col
popolo che vota".

Roberto Calderoli a Matrix, Repubblica.it, 15 marzo 2006

Nel 2009, anche la decisione di rinviare (rendendo difficile se non impossibile il


raggiungimento del quorum) il referendum contro il Porcellum è leghista. Maroni
decide di non accorpare il voto con quello delle Elezioni Europee e lo sposta in
occasione del secondo turno delle elezioni amministrative, il 21 giugno.
Nei fatti, la Lega è indisponibile a qualsiasi riforma elettorale.
Alla Lega il Porcellum conviene, per tanti motivi. Perché dà l’impressione di
essere alleati con Berlusconi, ma senza troppa enfasi, così si possono
raggiungere anche gli elettori delusi dal premier, come la Lega fa abilmente. Una
sorta di paratassi, che poi serve per inaugurare la stagione dei distinguo di
governo, che la Lega ormai frequenta quotidianamente. «Non lo abbiamo deciso
noi, siamo in un’alleanza, certe cose si devono sopportare»: chiaro? Ci hanno
votato in un’alleanza…
Perché è un sistema che annulla le individualità e così si possono candidare
esponenti non proprio di primo piano, e il leader può avere diritto di vita e di
morte sulla lista da comporre. Perché nella Lega decide Bossi. E basta.
Perché è un sistema proporzionale, che la Lega ha sempre difeso, anche se
costruito in modo tale da rendere più fragile il rapporto tra eletti ed elettori. Alla
Lega interessa soprattutto il voto di partito. Forse è anche per questo, poi, che
ricorre ai doppi incarichi, per mantenere un legame con il territorio a cui tanto
tiene. Dal punto di vista delle poltrone, anche troppo.

P.S.: a proposito di maiale, vale la pena di ricordare un’altra «porcata» di


Calderoli.

Il vice-presidente del Senato della Repubblica ed esponente della Lega Nord, Roberto
Calderoli, già noto per le sue proposte fantasiose e talvolta provocatorie, è andato
all'attacco sulla proposta di costruzione di una moschea, luogo di culto per gli islamici, a
Bologna: «Metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la
moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si
vorrebbe costruire la moschea». Il senatore ha poi aggiunto: «Visto che dalle nostre parti
ce n'è piena l'aria potremo organizzare in futuro il maiale-day ovvero concorsi e mostre
per i maiali da passeggiata più belli da tenersi nei luoghi dove chiunque pensi di edificare
non un centro di culto ma il potenziale centro di raccolta di una cellula terroristica».
Per la tradizione musulmana, infatti, il maiale è considerato un animale impuro che non
può essere toccato e mangiato, e quindi se toccasse il suolo sul quale si è deciso di
costruire, l'edificio non potrebbe più essere innalzato.
L'idea di Calderoli non è nuova, poiché ricalca quello che fece tempo fa a Lodi per
impedire proprio la costruzione di un'altra moschea.

Wikipedia, Maiale-Day, cfr. anche Corriere della Sera, «Un maiale-day contro la moschea»,
13 settembre 2007.
Il ‘sacro’ suolo

6 piazze del Duomo ogni giorno

Secondo l’Osservazione nazionale sul consumo di suolo:

Il territorio Lombardo è pari a circa 2,1 milioni di ettari. Di questi, al 2005- 2007, le aree
agricole coprono oltre 930mila ettari, quelle naturali (boschi, vegetazione arbustiva ed
erbacea, vegetazione rada) circa 825mila ettari e le superficie urbanizzate oltre 288mila
ettari. […] Tra il 1999 e il 2005/07 le coperture agricole del suolo sono state quelle più
urbanizzate: oltre 22.000 ettari di campi sono diventate superficie urbane pari ad una
riduzione del 2,3% dello stock di aree agricole del 1999. Si tratta di trasformazioni
irreversibili e artificiali. Anche 2.600 ettari di superficie naturali sono diventate urbane,
sebbene il saldo delle coperture naturali sia positivo: +3.900 ha circa. L’urbanizzazione
rimane il fattore di pressione più forte verso l’agricoltura e la natura. Il tasso di crescita
periodico dell’urbanizzato in Lombardia è stato pari a 8,7%.

I dati sono inequivocabili:

Suolo URBANIZZATO in 6-8 anni


+ 22.954 ettari
(pari a +4,7 città come Brescia)

Suolo AGRICOLO PERSO in 6-8 anni


- 26.728 ettari
(pari a –5,4 città come Brescia)

Suolo URBANIZZATO OGNI GIORNO


103.000 metri quadri
(pari a circa 6 volte piazza del Duomo di Milano)

«La Lombardia è una delle regioni più urbanizzate e cementificate d'Europa.


Negli ultimi anni il suolo è stato consumato al ritmo di 140.000 metri quadrati
(l'equivalente di circa 20 campi di calcio) al giorno, per un totale di quasi 5.000
ettari l'anno coperti da cemento ed asfalto, distrutti dall'edilizia residenziale e
commerciale, da strade, impianti industriali, centri commerciali e capannoni:
terra che non tornerà più, poiché è quasi impossibile che un terreno edificato
possa tornare fertile», così scrive un’altra Lega, la Legambiente.
Si citano gli esempi dei «grandi fondovalle alpini: in Valtellina e Valcamonica
urbanizzati ogni giorno 2300 mq di suolo di fondovalle; scompaiono prati e
coltivi, viene meno il paesaggio».
Oppure, sempre dal Primo rapporto 2009 dell’Osservatorio nazionale sul
consumo di suolo, si desume che in provincia di Varese, tra il 1999 e il 2005,
sono stati urbanizzati ogni giorno – mediamente – 5.000 metri quadrati di
terreno. Ogni settimana, in provincia di Varese, abbiamo cementificato un’area
pari a due volte la piazza del Duomo di Milano. Per cinque anni, giusto per avere
un’idea. «Stop alle cemenitificazioni, difendiamo la terra dei nostri padri!» è lo
slogan leghista. Quello che è successo in questi anni, a Varese e non solo,
dimostrerebbe il contrario. La terra dei nostri padri per i nostri figli non ci sarà
più. Sopra ci troveremo un bel centro commerciale.
In questo senso, va detto, le responsabilità non sono certo esclusivamente della
Lega. Anzi. Solo che colpisce il fatto che i difensori delle radici non si siano
preoccupati, in questi anni di governo senza interruzione, di proteggere anche il
piano campagna (o terra, se si preferisce), lasciando che le nostre regioni
fossero ricoperte di cemento.

In Veneto?

Così in cinque anni in Veneto sono state rilasciate concessioni per 94 milioni di metri cubi
di nuove costruzioni, l’equivalente di una palazzina alta e larga dieci metri e lunga 1800
chilometri. […] Le costruzioni attuali, dicono i tecnici, sono sufficienti (anche tenendo
conto dell’ondata migratoria) fino al 2022. In Veneto dal 2001 al 2006 sono state
realizzate case per 788.000 persone (ma i nuovi abitanti sono soltanto 248.000). Nel
solo 2002 sono stati costruiti 38 milioni di metri cubi di capannoni. Ma soprattutto: la
superficie urbanizzata in Veneto è aumentata del 324 per cento rispetto al 1950 (mentre
la popolazione è aumentata soltanto del 32 per cento).

Ferruccio Sansa et alii, La colata, Chiarelettere 2010.

Per non parlare del Piano casa che non ha funzionato

E che è stato ovviamente sostenuto anche dalla Lega Nord, sospendendo


temporaneamente la campagna di affisioni: «Basta cemento!». Avrebbero
potuto aggiungere una nota a piè di pagina.
Piccolo commercio?

Opposizione commerciale

Cota delibera contro la proliferazione dei centri commerciali. Sono duri i leghisti,
contro i centri commerciali. E gli outlet, la nuova frontiera del “commercio
speculativo”. Come se non fossero mai stati al governo delle Regioni di cui
parlano e che dicono di amministrare solo da oggi:

Anche nel Veneto della neo amministrazione di Luca Zaia, per esempio, c'è chi si è
battuto – in passato – contro l’apertura alla grande distribuzione. L'attuale assessore all'
Agricoltura Franco Manzato oggi ricorda come una vittoria per la Lega il blocco di un
paio di delibere «che avrebbero inevitabilmente penalizzato i piccoli» nella passata
legislatura regionale: «Certo, sarebbe stato ed è tuttora anacronistico additare i centri
commerciali come il nemico. Ma lo spazio a loro riservato deve poter coesistere in
equilibrio con la piccola e piccolissima distribuzione che non delocalizza mai, porta posti
di lavoro e va sempre promossa e sostenuta».

Elsa Muschella, Corriere della Sera, 29 aprile 2010.

La Lega ha bloccato due delibere. Cavoli. Chissà quanti sono i centri


commerciali del Veneto che sono riusciti a sottrarsi alla dura opposizione interna
della Lega…
In Lombardia, le cose non vanno molto diversamente. Già nel 2007, nell’ambito
dell’approvazione della nuova legge regionale sugli orari di vendita del settore
commerciale (n. 30 del 28.11.07), i dati dell’Istituto di Ricerca Scenari Immobiliari
confermavano che il settore commerciale nella nostra Regione è arrivato a
saturazione, con la presenza di ben 470 strutture di vendita distribuite per una
superficie di 3,4 milioni di metri quadri, senza contare i grandi centri
commerciali per i quali sono già state date autorizzazioni per la loro
realizzazione.
Anche in quel caso fu rimarcato, da Ardemia Oriani, consigliera Pd, che «la
scelta che la Giunta Regionale compie non è, infatti, quella della liberalizzare il
mercato, né tanto meno quella di definire equità nelle condizioni di competitività
nel settore, di cui si sente invece un grande bisogno, è bensì la scelta di
privilegiare ancora una volta la grande distribuzione, mettendo in discussione
l’equilibrio tra grande, piccola e media distribuzione, necessario per uno
sviluppo positivo del commercio in Lombardia».

Tiriamo via la polenta? Il circuito della speculazione

Cosa farà Zaia con Motorcity, ad esempio?


Leggiamo nel pezzo di Ferruccio Sansa, il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2010

Chissà che cosa deciderà il Governatore “contadino”. Luca Zaia deve ancora mostrare la
sua idea del nuovo Veneto, deve far capire se intende proseguire sulla strada del
predecessore, che sarà pure ministro delle Politiche Agricole, ma ha cementificato la sua
terra. Sulla scrivania di Zaia presto arriverà un progetto che cancellerà 460 ettari di
campi e modificherà per sempre la campagna veronese: l’autodromo di Motorcity, un
progetto lanciato anni fa dalle società di Chicco Gnutti e Gianpiero Fiorani… sì, proprio i
furbetti del quartierino. L’autodromo sarà una delle più grandi opere del Veneto, insieme
con il passante di Mestre e il Mose. Finora la Lega si è astenuta, ma adesso tocca a lei
decidere.
Siamo a Vigasio e Trevenzuolo, in provincia di Verona. A centocinquanta chilometri da
Monza e Imola, due circuiti storici che in questo periodo non se la passano troppo bene.
Già, l’industria automobilista è in crisi, la Formula 1 annaspa e punta sull’Asia dove girano
soldi e fioriscono piste su isole artificiali. Ebbene, che cosa si fa in Veneto? Un autodromo
lungo 5,2 chilometri per oltre un miliardo di investimento. […] Siamo al confine tra Veneto
e Lombardia, dove la Lega affonda le sue radici, rurali più che metropolitane. Ora, però,
all’immagine che avete davanti sovrapponetene un’altra: quella del futuro autodromo
elaborata nel “rendering” degli architetti (www.motorcityvr.it). Ecco, al posto della
campagna comparirà il serpente d’asfalto della pista. Ma il grosso del progetto, e
dell’affare, sta nel centro commerciale da 769 mila metri quadrati, nel parco tematico
da 350 mila metri quadrati (il doppio della vicina Gardaland), nel polo tecnologico (268
mila metri quadrati), in alberghi, ristoranti e immancabili case. Poi caselli, strade e
metropolitane. Insomma, cemento. «È un progetto colossale che rischia di stravolgere i
nostri paesi, di Vigasio e Trevenzuolo, che saranno divorati da Motorcity, diventeranno
un’appendice della pista», sospira Cesare Nicolis. La sua storia racconta tante cose del
Veneto di oggi che ha il record dei cantieri, ma anche dei comitati. Nicolis è un ex
dirigente di banca, uno che sa maneggiare bilanci e che a 59 anni ha deciso di andare in
pensione per dedicarsi alla sua terra. Nel suo archivio conserva migliaia di pagine con la
strana vicenda Motorcity.
[…] Oggi a tenere le redini sono le cooperative. Ma della società fanno parte anche enti
locali. Perfino la Regione Veneto. Amministrazioni che con una mano firmano gli atti
societari e con l’altra le autorizzazioni a costruire. E il progetto va avanti, nonostante i
dubbi. Lo stesso Giancarlo Galan, allora Governatore, disse: «Quel progetto non mi
convince». Ma intanto la Regione dà via libera. Nonostante le ombre delle valutazioni di
impatto ambientale. Carte che forse gli abitanti di Vigasio e Trevenzuolo non conoscono.
La società realizzatrice promette che a Motorcity arriveranno fino a 106.483 persone nei
giorni feriali; nei giorni festivi si toccheranno 180.995 presenze. Molti visitatori, soldi,
certo, ma anche inquinamento. E nel giugno 2008 l’Arpav mette nero su bianco le sue
cautele: “La valutazione dell’impatto riguardo al Pm10 appare fortemente sottostimata.
Dalle nostre stime l’aumento di traffico – anche realizzando sistemi di trasporto come la
metropolitana – comporta un aumento delle emissioni di sei volte”. Parliamo di
particolato, di polveri sottili, quegli inquinanti che se finiscono nei polmoni provocano
tumori. Che minacciano soprattutto anziani e bambini. Il progetto, però, va avanti. A
trainarlo è la promessa dei posti di lavoro. […] Il centrodestra è favorevole (nella società
siedono anche ex amministratori del Pdl), mentre il centrosinistra è contrario. Beppe
Grillo e i suoi meet up si sono battuti contro la pista. Alle elezioni di Vigasio, a marzo,
vince il Pdl (41,4%), viene riconfermato il sindaco Daniela Contri che non ha mai fatto
mistero delle sue simpatie per Motorcity (che tra l’altro risanerà le casse pubbliche con
gli oneri di urbanizzazione): «è una grossa opportunità per il Comune e i proprietari dei
terreni. Oggi c’è una distesa di granoturco, di polenta… tiriamo via la polenta…
l’agricoltura non ha grandi prospettive». Maurizio Fontanili, presidente della Provincia di
Mantova (Pd), contro Motorcity invece sta combattendo da anni: «siamo una delle zone
più fertili d’Italia, qui si alleva il 17 per cento dei suini, si produce il 23 per cento di Grana
Padano. Vi rendete conto dell’impatto che avrebbero sulla nostra terra centomila persone
al giorno?». Mantova, però, è in Lombardia. A pochi passi da Motorcity, ma oltre la linea
invisibile che divide le regioni. Insomma, rischia di dover subire le decisioni prese a
Venezia.

La Lega si astiene. Franco Bonfante (Pd). «La Lega Nord ha dimostrato ancora
una volta la sua incoerenza. I leghisti avevano proclamato la loro contrarietà al
Motorcity anche di fronte alla popolazione di Vigasio. Si sono rimangiati tutto
dopo che Luca Zaia è stato indicato come candidato del centrodestra alla
presidenza della Regione. Hanno barattato lo sviluppo equilibrato del territorio
dei prossimi 50 anni con una poltrona» (L’Arena, 15 gennaio 2010).

Le Fornaci, Tradate: come ti costruisco il nulla


Ecco come ti difendo il suolo e come ti costruisco il nulla. In provincia di Varese.

«L’atteso multisalacon 7 sale cinematografiche, uno spazio ludico ricreativo che


comprenderà un bowling, sala giochi, centro benessere, palestra; in tutta l’area
saranno poi concesse venti licenze tra ristoranti, bar e fast food (tra cui
un McDonald’s), un albergo di due piani il cui edificio sarà tutto in vetro e che
comprenderà oltre 96 camere, una grande area feste coperta di due mila metri
quadri che rimarrà di proprietà del Comune, uffici e un centinaio di
appartmanenti residenziali. Il tutto con a disposizione 1.700 parcheggi disposti
su tre piani, di cui uno sottoterra. Inoltre, l’edificio della Fornace, una volta
restaurato, ospiterà sette tipi di attività ristorative», il tutto «su un terreno di
oltre 80 mila metri quadri […] il terreno della ex fornace, storica azienda del
tradatese ormai in disuso da diversi decenni». Ma la bergamasca Bitter srl non
poteva certo limitarsi a questi terreni, e così una variante al P.I.I. ha allargato il
progetto a quattro terreni vicini all’area già di loro proprietà.
Ci troviamo a Tradate, cittadina del Varesotto amministrata da Stefano Candiani,
segretario provinciale della Lega Nord. Candiani era sicuro della bontà del
progetto: «Sarà uno spazio a disposizione di tutti i giovani che oggi vanno a
cercare all’esterno della città. E poi è un progetto che cambierà il volto di tutto il
territorio con un indotto centinaia di nuovi posti di lavoro. […] Una risorsa
importante che valorizzerà sicuramente anche i centri storici, portando nuovi
visitatori in città».

Tempo due anni, siamo nel maggio 2008, la procura di Varese apre un’inchiesta
sull’area in questione, e «il sindaco di Tradate è stato raggiunto dall’avviso di
garanzia la mattina di martedì 13 maggio alle 10, quando gli agenti della Digos
hanno bussato al municipio di Tradate per sequestrare, su ordine del pm
Agostino Abate, tutta la documentazione relativa». «In particolare gli abusi
contestati riguarderebbero la lunghezza dei due edifici principali, quello del
multisala (lungo la Varesina) e quello dell’albergo (tra via Sciesa e via Curiel).
Entrambe le costruzioni sarebbero risultate più lunghe di alcuni metri (si parla di
3 per il lotto A e di 2,5 per il lotto B), difformità che genererebbero un notevole
incremento di volume realizzato. Le irregolarità in fase di notifica si aggiungono
a quelle già riscontrate alcuni mesi fa, che avevano già portato ad altri avvisi di
garanzia nei confronti del direttore dei lavori del cantiere e dell’amministratore
delegato di una delle società coinvolte nella realizzazione. […] Non è una
posizione semplice quella del comune di Tradate, che in questo momento si
trova sotto la lente d’ingrandimento della Procura, che sulla vicenda dell’ex
Fornace ha deciso di volerci vedere chiaro, passando al setaccio tutti gli atti
prodotti dal comune stesso. E del resto non poteva essere altrimenti, vista la
mole dell’intervento che muove capitali ingenti. Si tratta infatti di un affare
prossimo ai 100 milioni di euro: attualmente una delle iniziative private più
grandi in Italia».
Passano altri due anni, maggio 2010, e il grandissimo centro polifunzionale si
rivela un flop, tanto da spingere i commercianti al suo interno a richiedere – con
l’acqua alla gola - l’apertura domenicale. Picche, fanno sapere dal comune di
Tradate. «Purtroppo quando abbiamo scelto di aprire il negozio qui ci sono state
fatte molte promesse e rassicurazioni – spiega Stefano Racca, dal banco del suo
negozio di abbigliamento alla Fornace -, ad esempio sull'imminente apertura di
un supermercato, che per noi piccoli negozi sarebbe stata garanzia di un certo
giro di clienti. Il supermercato non ha aperto e adesso siamo addirittura
penalizzati. Qui siamo aperti dal 3 settembre 2009 e c'è qualcuno che ha già
chiuso i battenti. Io stesso se dovessi trovare un'alternativa me ne andrei, la
situazione non è per nulla piacevole, si sta parlando di famiglie che ci hanno
messo soldi ed energie, non ci si può ricordare della Fornace solo quando ci
sono da incassare gli oneri, noi abbiamo diritto di lavorare».
Il verdetto finale lo lasciamo a Il Sole 24 ore del 14 giugno 2008 (citato da
altratradate.com): «L'eco mostro più grande della Lombardia, il centro
commerciale della varesina, la Fornace, a due passi da Tradate, è stato colpito
da un avviso di garanzia della Procura di Varese inviato al sindaco leghista di
Tradate, anche a seguito delle inchieste giornalistiche (anche di Casa&Case)
sull'eccessiva cementificazione di questa zona. Intorno a Tradate in pochissimi
anni il Comune ha concesso la decuplicazione dell'attività edilizia, creando
un parco di invenduto impressionante, in alcuni casi con immobili mal costruiti. E
di conseguenza i prezzi sono crollati a poco più di mille euro al metro quadrato».

Riepilogando

Con l’astensione della Lega, Motorcity si farà. A meno che Zaia non intenda dire
qualcosa, dopo che la Lega ha approvato, in maggioranza, tutte le norme che
hanno consentito l’individuazione dell’area, il progetto dell’autodromo, la
costituzione della società e anche il comma che consente l’edificazione di un
nuovo centro commerciale monstre, di fatto in deroga alla normativa generale
sui nuovi insediamenti della grande distribuzione. Deroga votata: anche quella.
«In latte veritas» ovvero la Lega lattona

Galan ha perso. Ha vinto la Lega lattona. Sono anche andati sotto casa sua (sul
serio) per protestare. E adesso lo prendono in giro. Forse il ministro dovrebbe
lasciare anche perché era stato lui a chiedere agli altri di dimettersi. Lascerà?
Risponditore automatico: ma quando mai?!
Nel frattempo, è sufficiente leggere Wikipedia per capire che c'è qualcosa che
non va. Il motivo è presto detto: 4 miliardi, il costo degli interventi per sanare le
multe delle quote latte, a cui se ne aggiungerà un altro. Viviana Beccalossi, che
era stata a lungo assessore all'agricoltura in Lombardia (in quota Pdl), aveva
proclamato: «non passerà!». Infatti, passa. Con la fiducia. Senza discussione.
Come sempre.
«Hanno strumentalizzato un gruppo sparuto di allevatori, chiedendo i loro voti in
cambio di una difesa politica sulle quote latte. Parlano tanto di legalità e poi il
risultato è una pessima figura, l’ennesima, con Bruxelles», aveva detto l'ex
assessore. Ma per gli allevatori della proroga aveva garantito Bossi Jr.
Galan è sincero: «Il guaio ora è che tutti in Europa vedono quel che facciamo noi
e questo ci deve preoccupare». E, a proposito di legalità, la proposta da parte
del ministro era stata seria: «Si dimetta chi causa le sanzioni».
Chissà se i leghisti saranno inflessibili come sono stati con le rette della mensa di
Adro. Perché il pasto si può saltare, ma il latte multato, invece, va tutelato.
«Bisogna tenere duro» sulla vicenda delle quote «e spero che il parlamento
italiano abbia un minimo di dignità». Galan aveva sfidato la Lega.

Un miliardo e mezzo di euro di multa che, divisi per i tre milioni di voti che la Lega ha
preso nel 2008, fanno 500 euro. Il contribuente italiano pagherà salato i consensi che il
Carroccio raccoglie tra le 23 mila aziende di allevatori del Nord che grazie al ”regalino”
contenuto nella manovra correttiva, potranno evitare di pagare le multe.
Un ”dono” ancor più pesante se si considera i tagli che il mondo dell’agricoltura ha già
subito e che subirà molto presto dalle regioni. Inoltre, grazie al maxiemendamento, si
premieranno i furbetti. Ovvero quegli allevatori che non hanno pagato, e non hanno
intenzione di pagare le multe. Allevatori che la Lega, movimento che lotta contro gli
sprechi... degli altri, difende e protegge trovando nel superministro dell’Economia un
nume tutelare non da poco. Dice infatti il leader dell’Udc Pier Ferdinanco Casini: «La
manovra economica è inevitabile ma è fatta male, si chiedono sacrifici ma poi si aiutano i
furbetti delle quote latte. Ci sono troppi emendamenti della Lega di cui Tremonti è
garante, il ministro è stato garante delle furberie della Lega». Casini sottolinea la
questione morale perché «non si può dire a chi ha pagato che ci sono altri che fanno i
furbi e non pagano. La Lega protegge quegli allevatori che non hanno pagato mentre
sarebbero necessarie più equità e meno furberie».

Il Messaggero, 19 luglio 2010.

«Sono sconcertato: i leghisti sono stati arroganti e irresponsabili», così conclude


Galan. E Dario Di Vico, editorialista vicino ai piccoli, sul Corriere della Sera, è
stato molto netto:

La Lega in realtà sta rischiando di far pagare al Paese una scelta miope, quella di
difendere sempre e comunque l’interesse immediato di piccole porzioni del proprio
elettorato. I Cobas del latte sono costati già all’Italia all’incirca quattro miliardi di euro ai
quali andrà aggiunto l’ammontare della maxi-multa (i pessimisti la stimano in un miliardo)
che ci comminerà Bruxelles dopo l’apertura di una procedura di infrazione. Eppure Bossi
insiste ed è disposto anche a far votare dalla maggioranza un atto di governo che serve
nella buona sostanza a coprire l’impunità degli allevatori. E così facendo dimostra che pur
possedendo la golden share gli manca una «leganomics », un orientamento di politica
economica credibile che metta al riparo il suo stesso partito dalle pressioni delle micro-
lobby.
La verità è che il sindacalismo di territorio sta mostrando la corda, si dimostra un alfabeto
politico- culturale insufficiente di fronte alle sfide che il dopo-recessione impone.

Dario Di Vico, «Quote latte, una vicenda che paghiamo tutti. Un conto già versato di 4
miliardi, ai quali se ne aggiungerà un altro», Corriere della Sera, 15 luglio 2010.

C’è anche chi in Parlamento se ne approfitta, parola di ministro

Il ministro Galan tra le altre cose, confida: «Un parlamentare della Repubblica, si
chiama Rainieri, ha dichiarato di aver venduto le quote di produzione senza
produrre latte». Il Rainieri è parlamentare della Lega Nord, originario di Parma.
Ora, sulle quote latte la Lega-lità è sospesa per motivi elettorali. Ma che un
ministro accusi un parlamentare di aggirare le norme mi pare un fatto
clamoroso. Ci spiegate meglio? Perché, nella stessa intervista, Galan si diffonde
e afferma: «Non si possono tentare delle furbate e commettere un’infrazione
sapendo di farlo. E, poi, per aiutare chi?». In questo caso la domanda è retorica,
la risposta è leghista.

Cfr. La Stampa, 13 luglio 2010.

Un intervento ad quotam

Il Pd con Nicodemo Oliverio, capogruppo in Commissione Agricoltura alla


Camera, mette in risalto come si tratti di «un furto per il Paese onesto,
l’agricoltura ridotta a merce di scambio politico”. Già perché per un pugno di
allevatori Tremonti accetta di farci pagare una maximulta per la procedura
d’infrazione che la UE dovrà aprire, come ha già fatto sapere più volte, con un
maxisalasso di oltre un miliardo. Un governo ostaggio delle lobby che mentre è
lestissimo ad aumentare l’età pensionabile delle donne per evitare la procedura
d’infrazione, accetta immediatamente la maximulta che paga la cambiale agli
agricoltori padani».

Una storia lunga 4 miliardi di euro (di cui recuperati solo 300)

Nella ricostruzione della redazione di Partitodemocratico.it:

La lunga controversia sulle “quote latte” nasce nel 1984, con una multa assegnata agli
allevatori italiani che avevano prodotto più latte rispetto alla quota consentita dall’allora
CEE. La gran parte degli allevatori multati erano fin dal principio del nord Italia. Le
proteste con i trattori nelle piazze si susseguono per anni ed anni. Multe non pagate,
dilazionate, con trattative che hanno spesso coinvolto i governi italiani, che hanno
effettivamente ottenuto delle riduzioni delle multe ed un aumento della quota aggiuntiva
consentita di latte prodotto del 5% nel 1999 con la riforma comunitaria nota come
“Agenda 2000”.
Il precedente ministro dell’agricoltura dell’attuale governo, Luca Zaia, aveva già ottenuto
per l’Italia l’aumento delle quote produttive di altri 5 punti percentuali, piuttosto che 1%
per 5 anni previsto da Bruxelles per gli altri Paesi dell’Unione, offrendo in cambio la
regolarizzazione del pagamento delle multe attraverso un nuovo piano di rateizzazione
fino a 30 anni. Poi passa l’emendamento leghista e c’è di più: i leghisti hanno anche
ottenuto che il nuovo testo del provvedimento contenga un esplicito rimando agli
«accertamenti in corso», cioè alle indagini condotte dall’Arma dei Carabinieri e
dall’apposita commissione di indagine sulle quote latte, sui dubbi sollevati dagli allevatori
sulla legittimità delle multe inflitte per lo sforamento delle quote. Come se gli accordi
stipulati negli anni con l’Ecofin (Consiglio Economia e Finanze dell’Unione Europea), non
avessero valore. Tutto mentre il Commissario europeo competente in materia agricola,
Dancian Ciolos, ci richiama: «Con l’Italia sono stato chiaro, non esistono margini negoziali,
le regole vanno rispettate», ha dichiarato alla stampa. Anche perché nel mese di aprile
del 2015 è previsto lo smantellamento definitivo delle quote latte, secondo l’ultimo
accordo del novembre 2008 dei ministri agricoli dell’ UE.
«Dopo le dichiarazioni del ministro Galan, sarebbe interessante sapere se tra i 67
allevatori (perché è di questa cifra che stiamo parlando), che hanno usufruito dei
benefici della legge Zaia, vi siano anche i finanziatori delle campagne elettorali della
Lega, di Zaia e del Pdl». Si chiede Marco Carra, deputato Pd, nell’interrogazione
parlamentare che ha depositato.
È dura Colomba Mongiello, senatrice del Pd, in aula ha parlato di un «governo che ha
messo a punto un meccanismo diabolico che d’ora in avanti ci autorizza a dire: Lega
ladrona. Sulle quote latte la Lega mette tutta l’Italia nell’illegalità e fa pagare a tutti i
contribuenti italiani le colpe di pochi produttori, e ci isola in Europa in un momento
chiave per l’elaborazione della nuova politica agricola comune».
Ha aggiunto la senatrice: «La manovra taglia 58,2 milioni di euro all'agricoltura ma riesce
a scovare i soldi necessari per prorogare il pagamento delle multe quote latte per i 67
grandi elettori della Lega Nord, è paradossale».

Credieuronord chiama Quote latte

Un’ultima chicca dalla cricca. Perché nel frattempo, allevatori ed ex parlamentari


leghisti sulle quote latte vanno a processo. In un filone dell’inchiesta Fiorani-
Brancher come ha riportato il Riformista:

Mentre si discute dell’emendamento Azzollini, nel capoluogo lombardo ha avuto inizio il


processo su una maxi truffa legata al sistema delle quote a carico di aziende agricole
padane, tra Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Gli amministratori, i
consiglieri e rappresentanti legali di due cooperative, La Lombarda e La Latteria Milano,
sono accusati a vario titolo di peculato e truffa ai danni dello Stato per non aver versato
all’Agea, Agenzia per le erogazioni in Agricoltura, dall’aprile del 2003 al febbraio del
2009, oltre 100 milioni di euro di «prelievo supplementare» dovuto allo sforamento dei
limiti Ue.
Quando Frank Di Mario iniziò le indagini a inizio del 2009, su un esposto presentato in
Procura, il quadro di fronte agli inquirenti fu abbastanza chiaro: le cooperative erano nate
per aggirare il sistema delle quote. I due accusati di spicco sono Alessio Crippa e
Gianluca Paganelli. Il primo, ex presidente della “Lombarda”, è stato tra i protagonisti
della protesta dei Cobas nel 2002 e nel 2003, quando le strade del nord furono bloccate
dalle proteste degli agricoltori. Non solo. Fra le altre società indagate della stessa
inchiesta ce sono quattro che vedono tra i rappresentanti legali Giovanni Robusti, ex
europarlamentare della Lega, da tempo escluso dal giro di via Bellerio. Robusti, infatti,
ricompare in un altro procedimento giudiziario analogo, per truffa di quote latte a Cuneo:
fu condannato a tre anni e mezzo di carcere.
Dove nacque quest’ultima inchiesta? Da quella milanese su Credieuronord, l’istituto di
credito tanto voluto da Bossi, poi finito in disgrazia, ma salvato dalla Banca Popolare di
Lodi di Giampiero Fiorani. Lo stesso Fiorani che ha portato in tribunale Aldo Brancher, il
breve ministro, per l’inchiesta sulla scalata ad Antonveneta, che andrà a sentenza il
prossimo 28 luglio.

Citato da Partitodemocratico.it
Malpensa, la punta dell’iceberg

«Un anno fa, eravamo venuti da tutta la Padania a Malpensa; faceva un freddo
cane; per protestare contro il progetto Prodi che voleva vendere Alitalia ad Air
France. […] Poi è venuto Berlusconi, è venuta la cordata, è venuta la Cai, è
venuta l´alleanza con Air France e sono rimasti pochissimi voli su Malpensa.
Quanto freddo abbiamo patito, in cambio di una beffa». Parola di Letizia Moratti,
sindaco di Milano. (Tito Boeri, La Repubblica, 14 gennaio 2009).
È questo l'epilogo di una storia iniziata mezzo secolo fa, quando tra gli anni ‘60
e gli anni ‘70 la SEA (compagnia che gestisce l'aeroporto) predispose alcuni
progetti per la realizzazione della “Grande Malpensa”. Cominciano in quel
periodo gli studi per la realizzazione di Malpensa, e le idee di partenza non
cambieranno fino alla realizzazione. Adozione del “modello a satelliti”, in voga
negli anni '60, che ben presto «si rivelò un disastro: gli aerei dovevano compiere
lunghi tragitti e movimenti per arrivare ai satelliti come i passeggeri ed i bagagli
che erano costretti a lunghi percorsi per raggiungere gli arrivi o le partenze. Va
detto che il numero di movimenti era basso rispetto agli anni successivi e quindi
il problema non era accentuato come ai giorni nostri». Chicago, Atlanta, Tokio,
Francoforte, o gli ampliamenti di Parigi Orly ed altri, tutti costruiti dopo gli anni
'80, hanno adottato una diversa tipologia, quella “lineare”. Malpensa, ultimata nel
1998, no.

La faremo volare

«La Lega farà volare Malpensa», titola così il sito della Lega Nord. Volare verso il
basso, senza controllo, si sono dimenticati di aggiungere.
Quando la crisi di Malpensa (e di Alitalia) era evidente a tutti, i proclami leghisti
si sono sprecati, come al solito: «una Lega pronta a tutto per difendere
Malpensa, anche geometrie variabili in Parlamento» (Roberto Castelli), «Per
Bossi Malpensa resta la madre di tutte le battaglie. I leader del Carroccio si
riuniscono per salvare lo scalo e i lavoratori» (La Padania), «Berlusconi è un
uomo del Nord, quindi dovrebbe comprendere appieno qual è l'importanza di
Malpensa. Non è soltanto un aeroporto, non è soltanto un'infrastruttura, è la
punta dell'iceberg della questione settentrionale». (Roberto Cota).
I fatti, purtroppo, ci raccontano un'altra storia.

Il fallimento di Malpensa

Quanti passeggeri all’anno passano per Malpensa? Nel 2009 sono transitati 17,5
milioni di passeggeri, collocando l’aeroporto milanese al 23° posto tra gli
aeroporti europei, e fuori dalla graduatoria mondiale che si ferma al 30° posto di
Monaco (con 32,7 milioni di passeggeri).
Beh, c’è la crisi. Sì, in tutto il mondo. E allora se prendiamo come riferimento il
2007, anno in cui Malpensa stabilì il record di 23,9 milioni di passeggeri, notiamo
che in Europa siamo stati superati da colossi (?) come Dusseldorf, Oslo, Vienna,
Antalya, Manchester, Mosca, Copenhagen, Stansted (Londra), Dublino, Palma di
Maiorca e Zurigo. Leader europeo Heathrow (Londra) con 65,9 milioni di
passeggeri all’anno, seguito da Parigi-Roissy (57,9 milioni) e Francoforte (50,9
milioni).
Sulla stampa locale si è azzardata la mirabolante cifra di 75 milioni di passeggeri,
nonostante le previsioni più ottimistiche siano 25 milioni di passeggeri nel 2015 e
circa 50 milioni nel 2030 (Certet Bocconi), e nonostante l’unico aeroporto al
mondo che abbia sfondato questa soglia nel 2009 sia Atlanta (88 milioni di
passeggeri). Sopra i 60 milioni solamente Heathrow, Chicago, Pechino e Tokyo.
Ambizioso, il popolo padano.

Il fallimento si ripercuote, ovviamente, nel campo occupazionale. «Alla fine,


dopo la pesante ristrutturazione, i dati attuali forniti dai sindacati parlano di
3000 lavoratori in stato di cassa integrazione e mobilità. Sono andati del tutto
persi invece all'incirca 1000 contratti a termine avviati soprattutto per le attività
commerciali e di ristorazione».
Esiste inoltre un “nodo SEA”, la compagnia che «si comporta anzi, come un
operatore che gioca al di fuori delle regole di mercato, costruendo all'interno del
sedime aeroportuale alcune attività in concorrenza con quelle esterne, senza
pagare oneri di urbanizzazione né ICI: ad esempio si sta costruendo un enorme
albergo da 500 camere proprio mentre, secondo i dati diffusi dalla
Federalberghi e relativi al primo trimestre del 2010 a Varese, l'occupazione delle
camere è scesa del 14,5 % a marzo (dal 49,8 al 42,6 %) e, nello stesso tempo, si
vedono in picchiata i prezzi medi delle camere, registrando un -10,7 % a marzo
(da 75,73 a 67,63 euro)».
Infine, il più odioso dei problemi. Malpensa è una vera e propria culla del
precariato, una «situazione che colpisce soprattutto i più giovani e le persone
più fragili. Malpensa secondo alcuni studi della Bocconi e della LIUC del 1997
doveva portare a 100.000 posti di lavoro; in realtà come sappiamo i posti sono
qualche migliaio e prevalentemente con contratti a termine o simili».
Esiste un altro fallimento, quello dell’hub Malpensa. All’inizio del 2009 la
situazione era già chiara: Milano perdeva posizioni come grande aeroporto del
Nord Italia. A raccontarlo, le classifiche di «accessibilità intercontinentali nel
trasporto aeromerci» elaborate da Certet-Bocconi: Per quanto riguarda Milano
(Malpensa) i recenti eventi riguardanti Alitalia segnano la crisi dell’aeroporto,
che slitta dalla VII alla IX posizione perdendo 8,9 punti rispetto all’edizione
dell’indicatore di dicembre 2007 (da 35,3 a 26,5); più precisamente, lo scalo
lombardo è oggi preceduto dai quattro colossi aeroportuali (Francoforte,
Amsterdam, Parigi e Londra) oltre che da Lussemburgo, Bruxelles, Monaco e
Zurigo (questi ultimi due in passato successivi nella graduatoria).
Nel dettaglio, l'offerta di Milano si contraddistingue, rispetto a dicembre 2007,
per: una riduzione del numero di destinazioni da 58 a 54 (circa il 7%), con alcune
importanti variazioni in termini di rotte servite, tra cui l’eliminazione dei
collegamenti per Bangkok, Boston, Los Angeles, San Paolo e Toronto; una
contrazione dei voli effettivi (da 269 a 210); il mantenimento di un discreto
livello della qualità del servizio (capacità cargo dei velivoli e tempo di volo) e
delle politiche tariffarie applicate. Quest'ultimo aspetto, si rammenta, si è
sempre dimostrato essere concorrenziale in relazione ad ogni destinazione
raggiunta e, dunque, un fondamentale punto di forza per il nodo di Milano
rispetto ai suoi competitor.
In sintesi, i dati esposti non consentono più di affermare il ruolo di preminenza
ricoperto dall'hub lombardo tra gli aeroporti giudicati di "secondo ordine" in
termini di accessibilità intercontinentale aeromerci; oltre al divario elevato e
difficilmente colmabile rispetto ai poli tedesco, olandese, francese e inglese si
rafforza infatti la debolezza di Malpensa rispetto al complessivo sistema
aeroportuale europeo”.

Il fallimento della Lega

Il fallimento della Lega si concretizza nell'incapacità di negoziare con Roma, con


Berlusconi, che, come ci ricorda Letizia Moratti «è venuto Berlusconi, è venuta la
cordata, è venuta la Cai, è venuta l’alleanza con Air France e sono rimasti
pochissimi voli su Malpensa». Certo, la Lega ha cercato di salvarsi in corner (o di
far credere di essersi salvata in corner) con l'emendamento “salvamalpensa”: il
Governo si è cioè impegnato a liberalizzare gli “slot” già assegnati ad Alitalia ma
non ancora utilizzati, come per altro qualcuno chiedeva da tempo. Altri
operatori potranno subentrare, in teoria, ma il problema sta nell'effettiva
utilizzazione degli slot, ostacolata da accordi bilaterali stipulati per proteggere
la compagnia di bandiera. La Lega Nord, quindi, si sarà impegnata nel
rinegoziare questi accordi. Come, no? Ugo Parolo (Consigliere Regione
Lombardia – Lega Nord) il 30 giugno 2010 riteneva che sono due gli obiettivi
strategici per Malpensa: «Il primo - ha spiegato - riguarda il miglioramento
dell'accessibilità dell'aeroporto, mentre il secondo è la liberalizzazione degli slot
e delle rotte intercontinentali». Ci scusi, Parolo, ma finora, che avete fatto?
Il 15 gennaio 2009, Mario Agostinelli descrive così la questione Alitalia-Malpensa:
«Si tratta di un disastro annunciato, da imputare a scelte che hanno privilegiato
interessi politici di parte, prive di qualunque verità industriale ma sempre
infarcite di una sterile propaganda confezionata a cena nelle residenze private
del premier. Un risultato a cui si perviene nelle peggiori condizioni oggettive: ai
tempi di Prodi, Air France avrebbe messo 1,85 miliardi di euro per risanare e
investire, dando in cambio titoli Air France allo Stato; oggi la cordata dei “venti
patrioti” di Cai ha pagato 427 milioni, facendo gravare sui cittadini italiani il
debito rilevante; per l’occupazione, rispetto all’ipotesi di Prodi, si passa da 2120
esuberi a oltre 4000; per la flotta, Cai mantiene 148 aerei ma tra essi si
assumono in leasing i velivoli di Air One determinando un costo aggiuntivo; i voli
intercontinentali dall’Italia passano da 20 a 16, cioè 13 da Fiumincino e solo 3 da
Malpensa; i voli Alitalia da Malpensa erano 170, ne rimangono 16».
Hub per sempre?

«E comunque Malpensa resterà hub. Su questo siamo tutti d'accordo». Parola


del Senatùr, al quale rispondiamo con le parole del professor Ugo Arrigo,
docente a Milano alla Bicocca: «Si dovrebbero analizzare le ragioni del mercato,
non quelle di un partito politico. Se si facesse così, si capirebbe prima di tutto
che non ha più senso parlare di hub, né per Milano, né per Roma. Un hub è
funzionale quando si ha una struttura a raggiera, detta in gergo, appunto, ‘hub &
spoke’. Si tratta di un meccanismo per cui si fanno convergere in un centro i voli
locali di breve raggio (da 20 minuti a un’ora di volo), e da qui si parte per le
grandi destinazioni intercontinentali. È un modello vincente solo quando si
gestisce un grande traffico intercontinentale, appunto. Altrimenti conviene il
modello opposto, quello point-to-point».

Ora si rilancia. Terza pista. Interventi da centinaia di migliaia di euro. Per far
volare l’aeroporto. Ancora.
Il genere letterario delle ordinanze

Il Nord Italia, e la Lombardia in particolare, sono le regioni che hanno più


bisogno degli immigrati per il lavoro in fabbrica, nelle campagne o per
l’assistenza agli anziani. Eppure gli immigrati sono accettati solo fino a quando
sono dentro il posto di lavoro e producono ricchezza. Poi, finito il loro turno, si
vorrebbe che scomparissero. Tra ordinanze delle amministrazioni locali o
semplici proposte ecco qualche esempio di come, con timbri e carta da bollo, si
sta legalizzando forme di evidente discriminazione tra i cittadini.
La Regione Lombardia nel 2007 impone vincoli sui "phone center", i centri dove
si può telefonare e navigare in Internet:dalla toilette al parcheggio, alla
metratura ecc. La Corte Costituzionale boccia la norma poiché limita il diritto
alla libera comunicazione. Nel frattempo 250 esercizi di questo tipo hanno
dovuto chiudere i battenti. È vietata la consumazioni di cibo sui marciapiedi
vicini a rosticcerie, pizzerie d’asporto, gelaterie e kebaberie.

Alcuni esempi:

Adro (Bs), premio di 500 euro ai vigili urbani per ogni clandestino individuato.
Alassio (Sv), divieto di trasporto di mercanzia in borsoni e sacchi di plastica e di utilizzo di
furgoni come deposito merce.
Alessandria, la moschea viene chiusa perché i locali sono giudicati inidonei e privi del certificato
di agibilità.
Alzano Lombardo (Bg), incentivi economici alle nuove coppie ma solo se italiane.
Assisi (Pg), divieto di mendicare nei luoghi pubblici situati a meno di 500 metri da chiese ed
edifici pubblici. L’ordinanza anti elemosina vige in diverse altre città, da Cesena a Savona, da
Firenze a Roma.
Azzano Decimo (Pn), divieto di burqa. Proposta di censimento dei residenti di fede islamica.
Brignano Gera d'Adda (Bg), aiuti economici solo per i disoccupati italiani.
Cantù (Co), un numero verde per segnalare la presenza di clandestini.
Capriate San Gervasio (Bg), divieto di aprire kebaberie e call center in centro.
Caravaggio (Bg), nozze agli stranieri solo se in possesso di un permesso di soggiorno e in grado
di capire l’italiano.
Casalpusterlengo (Lo), il centro islamico viene chiuso per presunti abusi edilizi.
Ceriano Laghetto (Mb), vietati kebab, phone center e servizi di trasferimento di denaro (ma non
è contro gli stranieri, no).
Cernobbio (Co), ispezione dei vigili urbani nelle case dei futuri sposi per accertare la pulizia di
muri e pavimenti, e il perfetto funzionamento di docce, bagni e caldaie.
Cittadella (Pd), residenza solo a chi ha un reddito di almeno 5000 euro all'anno e una casa con
un minimo di metri quadri (Moratti a Milano si dice interessata). 18 anni di residenza per ottenere
una casa popolare. Schedatura di tutti gli stranieri.
Coccaglio (Bs), controlli anti immigrati in occasione del Natale: è la famosa operazione “White
Christmas” (Bianco Natale).
Como, la ‘moschea’ viene chiusa per “irregolarità edilizie”.
Crespano del Grappa (Tv), cittadinanza solo a chi conosce l’italiano.
Drezzo (Co), vietato il burqa in pubblico.
Fermignano (PU), vietato il burqa in pubblico.
Firenze, vietato trasportare merci in borsoni sacchetti di plastica e simili.
Gallarate (Va), dura opposizione del Comune al centro islamico.
Gerenzano (Va), i cittadini sono invitati a non vendere o affittare casa agli stranieri.
Lecco, panchine più piccole per impedire ai barboni di dormire, divieto di sistemare giacigli nei
luoghi pubblici e di chiedere l' elemosina in piazze e parcheggi.
Lodi, per impedire la costruzione di una moschea la Lega Nord versa sul terreno urina di maiale
(poi, la stessa cosa, a Padova).
Lucca, vietati ristoranti etnici nel centro storico.
Magenta (Mi), la moschea viene chiusa perché giudicata abusiva.
Milano, (proposta) autisti di autobus e tram solo italiani. (proposta) vagoni della metropolitana
riservati ai milanesi. Milano, autobus con le grate alle finestre vengono usati per rinchiudere gli
extracomunitari che nei controlli sono trovati sprovvisti di documenti in regola. L’uso di questi
“autobus galera” verrà abbandonato dal Comune dopo qualche mese anche a seguito di
polemiche.
Monfalcone (Ts), divieto di sputo, «comportamento comune tra i bengalesi».
Morazzone e Tradate (Va), un assegno per i neonati esclusi quelli extracomunitari.
Ospitaletto (Bs), per diventare residente è necessario presentare la fedina penale.
Piacenza. La moschea viene chiusa per violazioni di norme edili e urbanistiche.
Prato. Vietati ristoranti etnici nel centro storico.
Romano d'Ezzelino (Vi), i bambini extracomunitari sono esclusi dai bonus scuola (vedi
anche Brescia).
Rovato (Brescia), divieto per i non cristiani di avvicinarsi a meno di 15 metri dalle chiese.
San Martino dall'Argine (Mn), il comune invita a denunciare la presenza di immigrati clandestini.
Sanremo (Im), vietato sedersi sulle panchine comunali per chi ha un’età compresa tra 12 e 60
anni.
Teolo (Pd), cittadinanza solo a chi conosce l’italiano.
Tombolo (Pd), espulsione degli stranieri dopo 90 giorni di permesso.
Treviso, divieto ai negozi cinesi di esporre lanterne rosse. La provincia nega qualsiasi
autorizzazione alla costruzione di moschee.
Varallo Sesia (Vc), vietati burqa e burqini.
Varese, la moschea viene chiusa per cambio di destinazione d’uso non autorizzato.
Venezia, vietato trasportare merce in borsoni sacchetti di plastica e simili.
Verona, (proposta) ingressi separati sugli autobus. Vietato chiedere l’elemosina. Controllo sulla
pericolosità sociale per chi chiede la cittadinanza.
Vicenza, vietato sedersi sulle panchine per i minori di 70 anni.
Voghera (Pv), vietato sedersi in più di tre persone sulle panchine.

A cura di Gino Selva.


Radici molto profonde

«Il cinghiale: la forza e la conoscenza»

La Lega Nord che combatte gli sprechi di Roma Ladrona e della Regione
Lombardia, da ultimo i fondi destinati al Meeting di Rimini (La Repubblica
Milano, 5 luglio 2010). Eppure la Lega è tra i partiti più attivi nel finanziare
iniziative di cultura, non solo sul territorio lombardo. Si parla ovviamente di
cultura rigorosamente padana. Esempio di mecenatismo padano è stato Ettore
Adalberto Albertoni, ex assessore alla Cultura al Pirellone, che negli ultimi cinque
anni è stato capace di far passare in giunta delibere ben più onerose, rispetto ai
234 mila euro destinati quest’anno alla manifestazione di Comunione e
Liberazione. Come non ricordare, infatti, i 700mila euro stanziati per il progetto
Volgar Eloquio nel solo 2009, per la seconda edizione della manifestazione
dedicata alla cultura del dialetto: quattro giorni di spettacoli teatrali, gare canore
tutte improntate sull’antico verbo milanese.
Idolo del popolo leghista è l’artista Davide Van De Sfroos al quale sono state
destinate due tranche di spesa: la prima di 40mila euro e la seconda di 250 mila.
Il Carroccio, si sa, oltre ai dialetti è particolarmente legato ai riti celtici, quelli dei
«celti antichi padri della milanesità». Dal 2000 al 2009, su diretta richiesta
leghista, è stato sostenuto con 600mila euro il Capodanno Celtico, giunto
quest’anno alla sua undicesima edizione.
Ancora nel 2006, sempre su iniziativa dell’assessore leghista alla Cultura, sono
stati versati 390mila euro nelle casse del Museo della Seta di Garlate, in
provincia di Lecco. Stesso meccanismo per “Twister”, rassegna di dieci opere di
artisti contemporanei, «selezionati attraverso un concorso internazionale, per
dieci musei di arte contemporanea lombardi». Costo dell’operazione? 400mila
euro. Finanziato anche il Festival Identità e Musica, per una spesa pubblica di
circa 104mila euro.
L’annus horribilis del Carroccio nella “promozione culturale” si ha nel 2006,
quando su richiesta del presidente del Consiglio regionale Attilio Fontana, fu
pubblicata La Storia della Lombardia a fumetti di Macchione Editore.
Ovviamente del tutto assenti riferimenti all’Unità d’Italia e a Giuseppe Garibaldi,
che, a legger la pubblicazione, non ebbe nessun ruolo nella storia lombarda. In
ogni caso, l’acquisto di 10mila copie della preziosa opera costò ai contribuenti
lombardi la somma di 103mila euro.
Sulle radici celtiche i leghisti non badano a spese. Nel 2009 sono stati erogati
4mila euro per il progetto Le radici celtiche dell’Europa antica a favore del
Comune di Lozio. Poi c’è il capitolo bande musicali. 15 mila euro per il Gruppo
Folclore Popolare di Corogna e Carcano, per La battaglia di Carcano edizione
2007. A Treviso, intanto, c’è ancora adesso chi fa i conti in tasca all’ex sindaco
Giancarlo Gentilini che versò 10 mila euro della giunta comunale per celebrare il
suo mandato con un libro: Il sindaco Sceriffo.
Se queste iniziative cultura hanno sicurezza di ricevere i finanziamenti leghisti,
quest’anno è niente di meno che la Scala di Milano ad essere messa in
discussione. I finanziamenti del Comune di Milano sono stati infatti messi in
discussione dai rappresentanti della Lega Nord; l’accusa, ovviamente, è di scarsa
padanità: «Ci piacerebbe che nell’organico della Scala, ci sia, non dico qualche
milanese, ma qualche italiano», ha affermato Massimiliano Orsatti, assessore
milanese in giunta. (Corriere della Sera, 1 maggio 2010).

Le polemiche insubri

Tra le massime iniziative culturali leghiste figura “Il Cinghiale: la forza e la


conoscenza”, una mostra dedicata all’animale sacro tra i celti, finanziata con
diverse migliaia di euro nel 2010. Così recita il volantino: «Animale selvaggio si
nutre di ghiande, i frutti della quercia, una delle essenze sacre dei Celti e l’albero
druidico per eccellenza, pianta della sapienza». La mostra è stata il culmine
anche del 4° Festival Insubria Terra d’Europa che nel 2009 è stata finanziata con
27mila euro. La prestigiosa rassegna, ospitata quest’anno nella piazza centrale di
Varese (di cui Attilio Fontana è diventato sindaco) aveva altri momenti di
insuperabile cultura: spiccavano I Celti in Insubria – Nuove prospettive e Se ta
capi…ta copi, film con doppiaggio in lingua lombarda.
Ma qualcosa va in crisi tra la Lega e Terra Insubre.
Il Riformista, l’8 luglio 2010, offre un lungo resoconto della vicenda:

Il consiglio federale della Lega Nord ha sancito la incompatibilità tra la tessera della
associazione culturale Terra Insubre e la tessera del movimento. La decisione è stata
comunicata ieri sera alla segreteria cittadina di Varese, dove è particolarmente forte la
presenza di iscritti all’associazione culturale nata per la riscoperta delle radici ancestrali
del nostro territorio, a cavallo tra Italia e Svizzera.
Il segretario cittadino Carlo Piatti ha dichiarato al quotidiano La Prealpina che la Lega
non farà però ispezioni, toccherà a ogni militante regolarsi di conseguenza. Una
scomunica soft per Terra Insubre, fondata dall’avvocato Andrea Mascetti, un ex militante
del Msi, più di 10 anni fa, e cresciuta fino a diventare la più importante corrente
organizzata del movimento a Varese, tanto da diventare molto influente nell’attuale
dirigenza provinciale del partito. Alla base della decisione vi sarebbe una eccessiva
autonomia rispetto alla posizione ufficiale leghista che Terra Insubre avrebbe mostrato
nella questione delle nomine dei rappresentanti della Regio Insubrica.

Nota Daniele Sensi sul suo blog anti-comunitarista: «Il consiglio federale della
Lega Nord (ovvero Umberto Bossi) ha dunque scomunicato Terra Insubre,
l'associazione culturale varesina che 1) declina il presidio identitario in chiave
"piccolo padana" (la supposta "Insubria" comprenderebbe la Lombardia
occidentale, il Piemonte orientale e la Svizzera italiana); 2) condivide il proprio
logo con le nuove estreme destre europee; 3) ogni anno organizza un festival
dagli sponsor eccellenti; 4) annovera tra i propri iscritti il ministro Maroni».

Celti giorni

Da sempre si finanziano cose celtiche. È, ad esempio, dell’aprile del 2006 la


delibera di Giunta che stanzia la prima tranche di finanziamenti alle iniziative di
promozione culturale (legge 9/93) organizzate dagli operatori e dagli enti locali
della Lombardia: un milione e 688mila euro le risorse complessivamente
impegnate per i 127 progetti che hanno passato la selezione. Scorrendo la
graduatoria e gli importi assegnati, si trova conferma di una interpretazione
della legge 9 più volte denunciata come discrezionale dai consiglieri di
opposizione, che l’assessore leghista Albertoni porta avanti ormai da un
quinquennio: a poco sono valse le schermaglie interne al centrodestra per
arginare la deriva localistico-identitaria perseguita dal Carroccio e malvista da
diversi esponenti di An e di Forza Italia. Alla rievocazione del “giuramento della
Concordia” di Pontida andranno dunque 12mila euro; altrettanti alla rassegna
folkloristica “La Dona del Zuc” di Vezza D’Oglio e alla sagra del vino in
Valcamonica “Al Scior del Torcol”; 13mila se li aggiudicano gli insubri per il 4°
Festival Celtico dell’Insubria e del Ticino (www.trigallia.com), 15 mila ciascuno
alla Associazione Liberi Escursionisti Padani (www.alpe.org), costola alpina del
partito di Bossi con sede nella stessa via Bellerio; al comune di San Genesio e
Uniti (Lega) per la rassegna Battaglia di Pavia (www.barcho.it); e al comune di
Adro (Lega) per l’iniziativa «Con il riso e con il canto dilettando correggo
costumi»; 20mila rispettivamente al Palio del Baradello di Como; alla settima
edizione di Samonios, il Capodanno Celtico al Castello Sforzesco di Milano
(www.capodannoceltico.com); e all’associazione Gens d’Ys (www.gensdys.it),
l’accademia di danza irlandese di Busto Arsizio. Passano anche i 10mila euro per
la VII edizione dei Celtic Days della Confraternita del Leone
(www.confraternitaleone.com) e i 9mila all’Antica Credenza di Sant’Ambrogio
(www.anticacredenzasantambrogiomilano.org). Un sostanzioso contributo di
50mila euro va al Dominato Leonense (www.dominatoleonense.it), emanazione
della Cassa Padana. 40mila euro, infine, sono stati assegnati alla Provincia di
Varese per «Festival Note Radici», il concorso di brani musicali scritti in uno dei
dialetti lombardi presenti nella Regione Lombardia, nelle province piemontesi
del Verbano-Cusio-Ossola e di Novara e nei dialetti dei Cantoni Svizzeri del
Ticino e delle valli italiane dei Grigioni (www.legaticinesi.ch/noteradici). Quel
che lascia più perplessi è la contestuale assegnazione di contributi di ugual
misura ad iniziative quali La Giornata Fai di Primavera (20mila euro), al Festival
internazionale della letteratura di Mantova (15mila) o al Film Festival
Internazionale di Milano (15mila). Eventi di portata internazionale messi sullo
stesso piano di iniziative di puro sapore localistico proposte da gruppi spesso
legati ufficialmente al Carroccio. La Lombardia non può permettersi di sprecare
risorse preziose in una cultura delle contrade e dei campanili che non è, e non è
mai stata, il segno distintivo dell’identità di una terra storicamente aperta agli
scambi, al commercio e alla contaminazione. Soprattutto oggi che migrazioni e
globalizzazione dovrebbero essere affrontati con strumenti critici sofisticati, ben
diversi dal panorama da strapaese offertoci dalla giunta Formigoni.

A furia di continuare a scavare, c’è il rischio di una sindrome cinese: il colmo per
i leghisti.
La sicurezza e la cricca da difendere

Così dice Bossi, orgoglioso del governo di cui fa parte e del giro di amici del Pdl.
«Subito la legge sulle intercettazioni!», dice, perché la sicurezza per lui è da
affidare alle ronde. E aggiunge: «Ogni giorno si inventano una P2 o una P6. Sono
cose che fanno ridere, ma la gente non vuole essere ascoltata». Certo, anche la
notte del terremoto facevano molto «ridere», queste cose.
Ci si chiede quale sia l’idea di sicurezza che la Lega intende seguire. Su Dell’Utri,
a proposito della condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione
mafiosa, Bossi commenta: «Un conto è provare che uno è mafioso, ma
l'appoggio esterno non dimostra nulla, è meno grave» (Repubblica.it, 29 giugno
2010).
Sulla proposta di estendere il Lodo Alfano c'è il sì di Umberto Bossi. Il leader
della Lega apre infatti all'ipotesi di ampliare il ddl costituzionale, prevedendo
maggiori impunità per il premier e i ministri. Queste modifiche, ha spiegato il
numero uno del Carroccio «sono piccole cose: il presidente del Consiglio – ha
aggiunto Bossi – deve badare a un Paese: qualcosa gli devi».
Bossi preferisce far ricorso a un distinguo: «Un conto è provare che uno è
mafioso, ma l'appoggio esterno non dimostra nulla, è meno grave», (Corriere.it, 1
luglio 2010).

Banche padane (e lodigiane, soprattutto)

Non è la prima volta che ragioni di opportunità invitano la Lega a modificare la


propria posizione moralista.
Nel 1998 parte l’avventura di CrediEuroNord, con sede a Monza e comitato
promotore fondato a Samarate (VA). Nel 2000 si costituisce la Banca Popolare
CrediEuroNord. Le cose in pochi anni precipitano: nel 2003 interviene la Banca
d’Italia che denuncia, attraverso un’ispezione, la cattiva gestione dell’istituto.
Pochi controlli, poca cura nei confronti dei grandi rischi, facilitazioni e prestiti
accordati senza criterio e senza garanzie, soprattutto.
Nel 2004 interviene Fiorani e cambia tutto. La Banca Popolare di Lodi, che
diventerà tristemente famosa, rileva per 2,8 milioni di euro il ramo bancario. I
leghisti si ammansiscono e «cambiano repentinamente atteggiamento nei
confronti di Antonio Fazio: da implacabili critici (per i casi Cirio e Parmalat)
diventano tifosi del governatore di Bankitalia» (Adalberto Signore e Alessandro
Trocino, Razza padana, Bur 2008, p. 257). Purtroppo non c’è lieto fine, questa
volta, per la Lega: «Fiorani finisce in galera e spiega ai magistrati di aver salvato
CrediEuroNord per conquistare il consenso leghista nei confronti di Antonio
Fazio, dal quale sperava di ottenere favori. In meno di quattro anni la banca
dilapida venti milioni di euro. Nel flop vengono coinvolti 3.500 soci, che avevano
acquistato per venticinque euro azioni che ora ne valgono quattro» (ibidem).

Brancher, questo sconosciuto

Nel libro dedicato alla storia della Lega (Adalberto Signore e Alessandro
Trocino, Razza padana, Bur 2008), Aldo Brancher, che tanti fingevano di non
capire che cosa ci facesse al governo, è citato più volte.
Quando si lavorò al riavvicinamento tra Berlusconi e Bossi, per esempio, la
missione fu affidata a Giulio Tremonti e Aldo Brancher, «ancora oggi veri e
propri ambasciatori del Cavaliere in terra padana. Leghisti ad honorem, si
potrebbe dire, tanto che quando dopo le elezioni del 2008 il Senatùr ricomincia
a frequentare Roma con una certa assiduità, i due sono sempre presenti alle
serate al ristorante con la pattuglia leghista. Unici e soli ospiti autorizzati» (p.
115).
Per il resto vale la pena di leggere una breve biografia del leghista ad honorem:

Lasciata la vita religiosa, Brancher viene attratto dalla galassia berlusconiana: le


esperienze nel ramo pubblicitario maturate quando si occupava di Famiglia Cristiana gli
spianano la strada di Publitalia. Passa poi alla Fininvest, dove si occupa sempre di
pubblicità con una competenza particolare sugli spot per i partiti. È in quegli anni che il
manager veneto finisce nei guai giudiziari. Il pool di Mani Pulite, indagando sui conti
Finivest, lo spedì tre mesi a San Vittore, sospettandolo di finanziamento illecito del Psi:
accusa che , dopo la condanna in primo grado e in appello, cadde in cassazione.
All’indomani della tempesta giudiziaria Brancher passa alla polltica. Nel 2001 entra in
Parlamento e Berlusconi lo vuole nel governo come sottosegretario alle riforme e alla
devolution. È lui che fa la spola tra Roma e la baita d Lorenzago in Cadore dove Calderoli,
insieme agli altri «saggi» del centrodestra, riscrive la Costituzione in senso federalista. Di
riforme e federalismo Brancher si è occupato fino a oggi come sottosegretario di Bossi.
In tale veste ha partecipato a riunioni e vertici tra Bossi e Berlusconi. Altri guai giudiziari
sono venuti per Brancher anche in anni più recenti: attualmente è imputato nell’ambito
del processo Antonveneta con l’accusa appropriazione indebita per aver ricevuto
versamenti in contanti da Giampiero Fiorani.

La Stampa, 18 giugno 2010.

Proprio quel Fiorani che aveva salvato la banca della Lega.

Quando Maroni ha provato ad alzare la testa

Anche Maroni ha provato a lamentarsi dello scarso impegno del governo


Berlusconi per la sicurezza e per l’insufficiente sostegno alle Forze dell’Ordine:

Sulla sicurezza «non vogliamo avere vincoli di maggioranza»: se dunque dall’opposizione


arriveranno proposte concrete «per dare più soldi alla polizia», la Lega «è pronta a
sostenerle». Per la prima volta il ministro dell’Interno Roberto Maroni ammette che i tagli
hanno inciso pesantemente sulle risorse a disposizione del comparto e perciò avverte gli
alleati: se da «ambienti governativi» saranno avanzate nuove richieste di tagli, «noi
voteremo contro».
Parole dure, quelle del titolare del Viminale, che vengono però subito stoppate da
Umberto Bossi. «Maroni l’ho allevato io quando era ragazzino e quindi farà quello che
dice la Lega - sentenzia il Senatur - Noi manteniamo la parola: abbiamo fatto le elezioni
con Berlusconi, non con l’opposizione. E per avere fondi tratteremo con il ministro
Tremonti». Dopo il botta e risposta, i due si sono comunque sentiti, facendo filtrare che
non ci sono «divergenze» sul tema della sicurezza. E che l’obiettivo dell’affondo di Maroni
è in realtà proprio il titolare di via XX settembre, che gestisce i cordoni della borsa e che
non sembra disposto a fare molte concessioni.

LaStampa.it, 4 novembre 2009

Bossi gli risponde duramente: «Decide il partito, non lui». E la sicurezza passa in
secondo piano, perché la Lega non ha la forza per far cambiare idea al governo.
Lo stesso accadrà con le intercettazioni che, nonostante le critiche e le
rimostranze delle Forze dell’Ordine, saranno sostenute fino in fondo dalla Lega e
da Bossi in particolare. Berlusconi e Bossi da una parte e Fini dall’altra: non fa
niente che poi ci siano problemi per poliziotti, carabinieri e magistrati. La politica
è quello che conta.
Ronde, taglie, collette e check point

Una ronda non fa primavera

Le ronde di governo non hanno funzionato. Ecco cosa ne scrivono i giornali:

L’unica ronda visibile a Milano per ora, è quella di «Porta Volta»: Aldo, Giovanni e
Giacomo con basco, gonnellino kilt e carriola, che impazzano alla tv da Fabio Fazio.
In Prefettura è arrivata una sola domanda, quella dei poliziotti in pensione riuniti nell’Api,
a libro paga di Palazzo Marino per controllare scuole e parchi. Presto ne arriverà un’altra
dell’associazione «Milano più sicura», l’ex ronda di militanti leghisti di via Crema e piazza
Trento che, smessa la casacca verde come impone la legge firmata dal ministro
dell’Interno Maroni, si presenta con nuovi colori ma con la stessa testa. Sarà perchè non
se ne parla più, sarà perchè gli indici della criminalità sono in discesa, sarà pure perchè le
regole per molti sono troppo restrittive, malgrado mille annunci e mille aspettative le
ronde di mezzanotte fanno fatica a decollare.
Gli ottomila cittadini delle ronde, di cui parlava dieci anni fa il parlamentare della Lega
Mario Borghezio sembrano un miraggio.

Fabio Poletti, «Ronde, tanto rumore per nulla», La Stampa, 5 gennaio 2010.

Collette per le taglie

Cronache da Lesmo, a due passi da Arcore.

Una taglia per i rapinatori. La proposta arriva dall'assessore leghista alla Sicurezza del
comune di Lesmo Flavio Tremolada. «Ades basta! Gá n'ho pien i ball! - scrive in dialetto in
una nota -. Ho deciso di sottoporre ai componenti leghisti della giunta comunale l'ipotesi
di istituire, autotassandoci e costituendo un fondo, una taglia sui rapinatori che stanno
terrorizzando la nostra comunità. I miei ricordi di bambino mi riportano a quando si
cacciavano i ladri di galline a legnate».
Tremolada ha dunque proposto agli altri due leghisti in giunta (il sindaco e parlamentare
Marco Desiderati e l'assessore ai Servizi sociali Paola Gregato) di autotassarsi per creare
un fondo e istituire le taglie. «Lesmo non è il Far West ma è anche vero che non possiamo
più tollerare una situazione di terrore come quella con cui siamo costretti a convivere in
questi giorni con rapine continue - spiega l'assessore -. Abbiamo anche chiesto un
incontro al prefetto». Che Arcore sia a pochi chilometri e che nel comune di Lesmo si
trovi villa Gernetto, dove il premier ha intenzione di aprire l'università della Libertà,
sembra non aver impaurito i rapinatori, nonostante la massiccia presenza delle forze
dell'ordine.
L'idea di Tremolada ha già superato i confini di Lesmo arrivando alle orecchie del
deputato leghista Paolo Grimoldi, che si dice assolutamente d'accordo con le taglie.
Tanto che metterà i primi 500 euro di tasca propria. «L'iniziativa serva a tenere alta
l'attenzione sui fenomeni delinquenziali che, pur in calo in questo territorio, sono
comunque da combattere in ogni modo - spiega -. Quella della taglia può essere letta
come una richiesta di collaborazione della comunità all'ottimo lavoro delle forze
dell'ordine, sul modello inglese del vicinato solidale».
Non la vede così il Partito Democratico. «Prima di inventarsi un Far West collinare
bisognerebbe fare qualcos'altro - ha commentato Giuseppe Civati, consigliere regionale
eletto a Monza -. L'assessore, il sindaco di Lesmo e il ministro dell'Interno Maroni, anche
lui leghista, dovrebbero fare una colletta per pagare la benzina alle auto delle forze
dell'ordine».
Apprezza invece l'idea, ma non la ritiene percorribile a Milano, il vicesindaco meneghino
Riccardo De Corato. «Se fossi assessore in un paese con settemila abitanti magari l'avrei
fatto. A Milano è una strada non percorribile - spiega il deputato del Pdl -. Abbiamo un
ottimo prefetto, questore e comandante dell'Arma. I reati in città si sono ridotti del 18%».
Uno strumento di questo tipo, secondo il vicesindaco, può servire «dove non ci sono
forze dell'ordine».

Corriere.it, 6 aprile 2010

Check point Johnny

L'iniziativa va segnalata solo per il suo alto tasso simbolico. Chiuderci dentro, in
Valtellina, in Italia. Del resto, il Trivio di Fuentes fa un po' Tijuana. Jonny (si
scrive così) sostituisce Charlie (del più famoso checkpoint). E il trivio è sempre il
trivio.

Escalation di furti in provincia di Sondrio in negozi, bar, appartamenti e l’onorevole


leghista valtellinese, Jonny Crosio, componente del Comitato per la sicurezza quando era
assessore provinciale a Sondrio, lancia la proposta di istituire una sorta di check-point al
Trivio di Fuentes.
Onorevole Crosio ma questa proposta di un check-point anticriminalità al Trivio di
Fuentes è una provocazione? «Assolutamente no. Questo è pragmatismo amministrativo
e utilizzo delle risorse in modo giusto. Fermo restando che abbiamo due arterie che da
sud vengono in provincia di Sondrio, il Trivio di Fuentes e il Ponte del Passo di Gera e, i
pendolari del furto, si presume siano tali venendo per lo più dal Milanese, il check point
significa un controllo più rigido da parte delle forze dell’ordine in quel punto da cui si
deve per forza passare per entrare e uscire dalla provincia di Sondrio».

Irene Tucci, Il Giorno, 13 maggio 2010.


«Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono
nelle riserve»

Fermare l’invasione degli immigrati! Ecco la prima ambizione politica leghista, su


cui costruire tutte le iniziative elettorali. «A casa loro», devono andare, gli
stranieri. Quelli «clandestini», soprattutto, ma anche gli altri, nel caso, perché
sono troppi. Che se ne tornino pure da dove sono venuti, che noi di stranieri non
abbiamo mica bisogno.
Eppure i fatti confermano che la Lega ha approvato nel corso degli anni gli
ingressi e le sanatorie. E non avrebbe potuto fare altrimenti, nonostante la
coerenza con la propaganda anti-stranieri li avrebbe invitati a non fare nulla di
tutto ciò.
Ecco come sono andate le cose, in questi anni.

Sanatoria Bossi-Fini: 705.000 irregolari ‘sanati’


Decreto flussi 2002: 20.500 ingressi
Decreto flussi 2003: 99.000 ingressi
Decreto flussi 2004: 79.500 ingressi
Decreto flussi 2005: 79.500 ingressi
Decreto flussi 2006: 170.000 ingressi
Decreto flussi 2008: 150.000 ingressi
Sanatoria Colf e Badanti (2009): 294.000 irregolari ‘sanati’
Decreto flussi 2010: 80mila ingressi
Cattivismi

I bambini di Adro e di Montecchio

Nel mese di marzo, a Montecchio Maggiore (VI).

Pranzo con panino e bottiglietta d'acqua alla mensa scolastica per nove bambini, due
italiani e sette stranieri, i cui genitori non hanno pagato la retta al Comune. È successo
ieri a Montecchio Maggiore (Vicenza), dove il Comune ha deciso di sospendere la
refezione scolastica a chi è in arretrato con i pagamenti. Un'iniziativa che ha lasciato
interdette le maestre e la preside della scuola materna ed elementare.
«Trovo dispregiativo dare un pezzo di pane - commenta la preside Anna Maria Lucantoni
- Se lo avessimo immaginato avremmo fatto una raccolta di fondi». Ma l'assessore
all'Istruzione e alle politiche sociali della giunta di centrodestra Barbara Venturi dice:
«Non è giusto non pagare le rette per rispetto di chi ha problemi economici e le versa».
E poi oggi precisa: «Non era un tozzo di pane, ma panini imbottiti al prosciutto e al
formaggio per quelli che non mangiano carne di maiale». La controversia va avanti da
mesi, da quando la nuova giunta Pdl-Lega scopre che ammontano a 150 mila euro le rette
arretrate, in qualche caso fin dal 2002, di qualche decina di famiglie italiane e straniere
per la mensa scolastica: «Non avevano mai neppure iscritto i loro figli al servizio di
refezione», puntualizza l'assessore.
Il Comune allora fa affiggere manifesti in varie lingue all'interno delle scuole con la
scadenza per il versamento: entro il 15 marzo. L'ultimatum viene comunicato anche con
una raccomandata a mano consegnata dai vigili urbani. Risultato: tutti gli insolventi
pagano, tranne nove famiglie, i cui figli da ieri si trovano nel piatto un panino e una
bottiglietta d'acqua.
[…] «Qui non si tratta - dice il sindaco di Montecchio Milena Cecchetto - di voler infierire
sui piccoli, ci mancherebbe. Le famiglie impossibilitate a pagare le rette dovevano
avvisare. Era sufficiente restituire i moduli non compilati. Sapevano a cosa andavano
incontro anche per tutti gli avvertimenti che nei mesi scorsi erano stati diffusi. Alcune
famiglie hanno scelto deliberatamente di non aderire al servizio. A febbraio - ricorda il
sindaco - avevamo 261 famiglie che non pagavano: aiutandole siamo riusciti a ridurre il
numero a otto, ma anche per questi casi gli aiuti sono pronti». Sul cibo servito ieri e oggi
agli otto bambini, il sindaco non si stanca di ripetere: «Non è vero che gli abbiamo lasciati
con un tozzo di pane. Son stati distribuiti panini imbottiti ripieni di prodotti che
rispettano le diete, anche religiose, dei ragazzi».

Avvenire.it, 23 marzio 2010.

Nel mese di aprile, a Adro (BS).

Dopo la vicenda di Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza, è accaduto anche in una


scuola elementare di Adro, in Franciacorta nel bresciano. Il Comune ha negato il pranzo
ai figli delle famiglie in arretrato con i pagamenti delle rette per la mensa. Anche in
questo caso l'amministrazione comunale è guidata dalla Lega. Se in Veneto, però, due
settimane fa la giunta aveva almeno lasciato gli scolari a pane e acqua, il sindaco di Adro,
Oscar Lancini ci andato ancora più pesante. Li ha lasciati letteralmente a bocca asciutta.
Impedendo l'ingresso nella mensa agli alunni non a posto con i pagamenti della mensa.

Repubblica.it, 8 aprile 2010.

Ci si chiede: ma era proprio impossibile per l'ente pubblico riempire il buco scavato dai
morosi? Secondo Lancini, sì. «Il Comune non se lo può permettere, punto e basta, e poi la
mensa non è un servizio obbligatorio. All'inizio dell'anno l'associazione di genitori che
gestisce la mensa ci ha fatto sapere che c'è una situazione economica praticamente
impossibile da sostenere. Abbiamo sollecitato diverse volte, ma non è successo nulla. Ora
i debiti sono di circa 15-20mila euro. E sono destinati ad aumentare». Secondo il primo
cittadino la colpa è di quelle famiglie - circa un terzo delle quaranta totali - che non
pagano la retta da più di un anno. La situazione, sempre secondo Lancini, «si è poi
complicata quest'anno un po' per la crisi economica e un po' per emulazione. Nel senso
che diversi genitori hanno deciso di smettere di pagare perchè si sentono presi in giro.
Non pagano gli altri? Non paghiamo neanche noi».
«Perchè umiliare i piccoli?»
Le famiglie sono sul piede di guerra. La signora Vittoria Gandossi ha insegnato per una
vita proprio in questa scuola; oggi è in pensione e dà una mano nei compiti ad alcuni dei
bimbi che sono stati esclusi dal servizio. Dice: «Anche mia nipote dovrà tornare a casa,
perché mia figlia si è dimenticata di pagare la retta. Ha pagato con qualche giorno di
ritardo e la bimba è stata esclusa: ma si può? Come si può pensare di umiliare una
bimbetta di dieci anni davanti ai propri compagni? E lo stesso discorso, per come la
penso io, vale per tutti, anche per quei bimbi i cui genitori proprio non possono pagare».
Oggi a mezzogiorno ci sarà anche lei, la signora Vittoria, insieme a quelli della Caritas e ai
pensionati Cgil. Prepareranno panini e frutta per gli esclusi, anche se il sindaco non
permetterà ai ragazzi l'ingresso nella mensa: «Sono sotto la nostra responsabilità, non
possono mangiare cibi prodotti da estranei all'interno della struttura». Il Pd ha messo a
corrente della vicenda anche l'onorevole Paolo Corsini, peraltro originario proprio di
Adro, che presenterà un'interpellenza in Parlamento. Il segretario locale del Pd, Silvio
Ferretti, attacca: «È una cosa vergognosa, sono bambini. Che insegnamento stiamo
dando? Il sindaco non può farlo». Ma Lancini non ci sente: «Sono le regole: chi non paga,
non mangia». Oggi, alle 12, la resa dei conti. Di una storia amara, comunque.

Vivicentro.org, 7 aprile 2010.

Il funerale di Paderno

L’appuntamento è per sabato, in piazza a Udine. I seguaci di Bossi, come ha detto a suo
tempo il capogruppo Luca Dordolo, ritengono gli islamici della terra friulana «irrispettosi
dei sentimenti più intimi della maggioranza delle popolazione». Lo scorso anno i
cinquemila musulmani “friulani” hanno ottenuto ciò che chiedevano da una decina di
anni. Il 28 settembre dello scorso anno la giunta di centrosinistra capitanata dal Furio
Honsell, ex rettore dell’Università di Udine, ha deliberato (30 voti a favore, 7 contrari) la
realizzazione di un un piccolo cimitero destinato ad ospitare 200 fosse scavate in senso
obliquo, orientate sull’asse Nordest-Sudovest, in direzione della Mecca. L’iniziativa, la
prima in questa parte d’Italia, scatenò, fin dallo scorso anno, l’ira del leghisti, Ci furono
fiaccolate e raccolte di firme (ne furono raccolte 1700). Anche il parroco di Paderno,
periferia di Udine, luogo che ospita il cimitero, è sceso in campo ed ha affidato a “Il
Giornale” le sue lamentele. «Questa gente - dice il religioso riferendosi ai musulmani -
dovrebbe laicizzarsi un po..’». Cioè adeguarsi ai costumi e alle tradizioni della Chiesa
cattolica. comunità musulmana Ma i capi della comunità degli immigrati hanno fatto
notare che non erano più in grado di sostenere i «costosi rimpatrii» delle salme nei paesi
d’origine. Il progetto del comune è andato avanti; le proteste si sono raffreddate per
qualche tempo. Fino a pochi giorni fa quando, all’ospedale Santa Maria della Misericordia
di Udine è morta una neonata figlia di una coppia di fedeli dell’Islam. I genitori hanno
deciso di tumularla a Paderno. Raccontano testimoni che la piccola bara è stata sepolta e
coperta con la terra dopo il funerale celebrato con rito islamico. I leghisti e non solo loro,
non hanno perso tempo ed hanno nuovamente dato fiato alle rimostranze. Sabato ci sarà
una nuova raccolta di firme. Del malumore per l’oltraggio alle tradizioni cattoliche, si fa
interprete il capogruppo del Pdl Loris Michelini che affida il suo pensiero al “Gazzettino”:
«Intendo verificare - dice l’esponente del partito di Berlusconi - se, come mi è stato
riferito, nella sepoltura siano state commesse delle irregolarità, come il lavaggio di un
luogo improprio di alcune parti della salma. Dal punto di vista cristiano ci sconvolge
questo modo di iniziare un’epoca all’insegna dell’integrazione». Dà manforte il leghista
Dordolo secondo il quale «la giunta ha chinato la testa di fronte ad una richiesta degli
islamici irrispettosa dei sentimenti più intimi della maggioranza della popolazione». Per
sabato la Lega convoca la piazza. Resta appunto da vedere quale sarà il contenuto del
volantinaggio. Chiederanno di trasferire la salma della piccola musulmana altrove? Sul
Web molti commenti sul caso. Scrive un anonimo cittadino. «Sarebbe un bel gesto se il
parroco di Paderno, alla prima occasione, rivolgesse “un pensiero” ai quei poveri genitori,
a quella bimba. Un gesto dettato da pietà e rispetto. Davanti alla morte, davanti a Dio, e
soprattutto alla nostra coscienza non siano tutti uguali?».

Toni Fontana, Unita.it, 14 aprile 2010.

Che marciscano nei magazzini

Il cammino perché le donne italiane possano abortire con la pillola Ru486, in ospedale o
in day hospital, potrebbe essere più lungo del previsto. Un segnale forte della nuova aria
che tira nelle regioni arriva dal neo presidente del Piemonte, Roberto Cota, che ha già
fatto che le confezioni arrivate nella sua regione potrebbero restare nei magazzini,
spiegando di pensarla in modo "completamente diverso" dall'ex presidente Mercedes
Bresso. «Sono per la difesa della vita - ha detto Cota - e penso che la pillola abortiva
debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero». E sulle scatole già
arrivate, la conclusione polemica è che per lui «potranno marcire nei magazzini».

RaiNews24.Rai.it, 31 marzo 2010.


Titoli di coda: Radio Padania

«I trans sono immondi cessi umani, aborti della natura, stranieri che sono qui a
buttare malattie... Ci vorrebbe un'azione più incisiva, più aggressiva, perché i
tempi sono maturi e la gente ci seguirebbe: non possiamo fare le espulsioni di
massa come in Germania?».
Benvenuti su Radio Padania Libera, l'emittente con i cui ripetitori, da vent'anni, il
Carroccio irradia odio xenofobo, omofobo ed antimeridionalista in tutto il Nord
Italia, in Emilia, in Sardegna e, via web, nel resto del paese. Diciassette ore di
diretta al giorno, sette giorni su sette, col best of della giornata mandato in
replica fino all'alba, quando Sammy Varin, ex voce di Radio Italia e dispensatore
di consigli per i militanti meno scaltri («Su Facebook non aderite al gruppo
'bruciamo i rom', non date pretesti alla sinistra per attaccarci»), all'urlo di
«Padania sveglia!» dà il via alle danze.
[…] Anche uno spazio settimanale per i Giovani padani («Andare coi travoni è da
cani, i trans andrebbero chiamati bestie»); uno per l'«Associazionismo padano»,
curato da Renata Galanti, già collaboratrice di Luca Zaia al ministero delle
Politiche agricole («Ognuno si deve alimentare secondo il dna dei propri
genitori: chi viene dal Meridione non deve integrarsi completamente con le
abitudini alimentari del Nord, altrimenti saranno inevitabili i disturbi di
stomaco»); un altro dedicato alla «Cultura padana» («Non vogliamo vedere film
dove gli omosessuali si slinguano tra di loro; la depravazione morale sta
raggiungendo il suo limite estremo arrivando a superare la cattiveria con la
quale Hitler ha mandato milioni di ebrei a morire: crepate, voi che ci date dei
moralisti e dei bacchettoni, crepate con Satana!»); un altro ancora affidato dalla
diaspora dei "Padani nel mondo" («Una delle più importanti figure sciite ha
profetizzato la fine del mondo a seguito dell'ascesa al potere, in Occidente, di un
nero alto di statura: Barack Obama è l'Anticristo»); e tante, tantissime telefonate
di militanti e simpatizzanti («Accoltellarli è troppo, però ai gay due calci nelle
palle li darei anch'io»).
Nel palinsesto non mancano […]: intraprendenti presidenti di provincia (Ettore
Pirovano, deputato e presidente della provincia di Bergamo) che annunciano di
star predisponendo, nei pronto soccorso, canali preferenziali per «i nostri
anziani, altrimenti i medici si dimenticano di assisterli, presi come sono dalla
febbre di curare i clandestini»; frustrati consiglieri comunali che proprio non
riescono a darsi pace per via di quelle associazioni e di quei sindacati che
aiutano i rom «in modo esagerato, informandoli su leggi che vengono a
discapito di noi cittadini [come se i rom non lo fossero, tra l’altro], tanto che,
quando andiamo a sgomberarli, loro, chissà come, sanno che se il terreno è di
proprietà c'è bisogno della richiesta del proprietario»; ancor più frustrati
assessori comunali (Massimiliano Orsatti, assessore al Turismo, Marketing
territoriale e Identità del comune di Milano) che si spiacciono per la
«recrudescenza di zingari», ma «ahimè molti di loro sono cittadini italiani, e se
non commettono reati non puoi smuoverli»; e loro omologhi regionali (Massimo
Zanello, assessore alla Cultura e all'Identità della Regione Lombardia) che
probabilmente credono che anche la storia della cicogna abbia un fondo di
verità: «Mica è necessario prendere le impronte a tutti i rom, ma solo ai loro
bambini, perché che gli zingari rubino i bambini è una cosa che nelle nostre
famiglie si dice da sempre, quindi qualche episodio si deve pur essere verificato.
E poi se non hanno niente da nascondere che problema c'è?». […]
Anche Radio Padania, però, ha un cuore. Gennaio 2010, terremoto ad Haiti;
l'Umanitaria Padana, una delle innumerevoli associazioni che fanno capo al
Carroccio, si mobilita con un conto corrente. Questo l'appello diffuso in radio
«Aiutiamo la gente nel loro paese. Per evitare l'immigrazione selvaggia nel
nostro».

Daniele Sensi, «Qui Padania, è radio delirio», l’Espresso, 18 giugno 2010.


Credits

Al Libro verde hanno collaborato Andrea Civati, Giuseppe Civati, Roberto Basso
e Stefano Catone.

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