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Divina Commedia

Il titolo
Il titolo originale dell’opera era ‘Comedìa’ (dal greco). Nonostante non si possa di fatto classificare entro
una rigida categoria, l’opera si può definire come un poema prevalentemente didascalico-allegorico,
seppure essa sia in realtà un poema totale.
La definizione dantesca di comedia è tratta dall’epistola XIII, con cui Dante dedica il Paradiso a Cangrande
della Scala, signore di Verona, in cui ci dice che essa “propone all’inizio delle difficoltà di un evento, ma lo
sviluppo di questo approda ad un esito felice. Oltre a questo vi è una scelta stilistica: la commedia ha uno
stile medio, basso ed umile, che ben si adatta al volgare, a metà fra lo stile alto della tragedia e quello
infimo dell’elegia in basso volgare.
*Volgare: lo dice il termine stesso è proprio del “vulgus” ossia del popolo che nel 1200 corrispondeva
all’alta borghesia ed alla piccola nobiltà dell’epoca dei comuni e delle repubbliche.
Divina -> il termine ‘divina’ venne aggiunto al titolo dell’opera nel 1555 nella prima copia stampata. Questo
aggettivo le era già stato attribuito dal 1373 da Boccaccio nel ‘Trattatello in laude di Dante’ per due
principali motivi:
 Il contenuto, la materia della commedia, che ha a che fare col divino e tratta di un viaggio fra i 3
regni dell’aldilà in cui si trovano tutte le anime.
 la grandezza del poema in sé, per il suo valore in quanto opera

L’originale
Non ci è giunto l’autografo, ossia la copia originale, dell’opera nemmeno copie coeve all’autore, difatti
tutte le copie a noi giunte sono state scritte almeno una decina di anni dopo la morte di Dante. Una volta
redatte le opere venivano affidate ai copisti che inevitabilmente riportavano degli errori. Per questo motivo
ai più colti e più alti fra loro spettava il compito di correggere le copie (correttori), anch’essi però lasciandosi
prendere la mano a volte correggevano il testo originale, creando ulteriori errori. Il testo che noi oggi
studiamo e leggiamo è una ricostruzione dell’originale, prodotta il più fedelmente possibile.
Datazione
È difficile stabilire con esattezza la datazione dell’opera non avendo manoscritti con la data in calce come
era usanza all’epoca, la datazione dell’opera si rifà a riferimenti interni alla stessa:
 Inferno: fra 1304 e 1306/07
 Purgatorio: 1313- 1315/16
 Paradiso: la datazione è qui più incerta, fu probabilmente scritto fra 1315 (oppure nel 1319/20) e
conclusa entro il 1321 anno in cui Dante muore.
La suddivisione del poema
Il poema di compone di 3 cantiche ognuna suddivisa in 33 canti ciascuna più un canto che fa da proemio
all’opera per un totale di 100 canti. È composta di versi endecasillabi, in terzine a rima incatenata (ABA BCB
CDC ecc…). Tutte le cantiche finiscono con la parola “stelle” che assume un significato sempre più ampio:
nell’Inferno è la luce del mondo esterno, nel Purgatorio è la luce del Paradiso mentre nel Paradiso indica
l’universo, governato dall’amore di Dio.

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Numeri: Molto importante è la simbologia dei numeri, il 3 che ritorna e richiama alla tripartizione di Dio in
padre figlio e spirito santo ma che si riunisce poi nell’unità rappresentata dal 100 come somma di 33x3 (+1)
che si riferisce sempre alla figura di Dio.
Modelli: si era già scritto prima di viaggi nell’aldilà, esempio massimo è la Bibbia, testo di assoluto
riferimento nel 200-300. Molti furono sicuramente i testi a cui Dante si ispirò, in particolare prese spunto
da due modelli letterari quello del viaggio ultraterreno e quello della visione che ritroviamo, oltre che nella
Bibbia, in:
o L’apocalisse di S. Giovanni: in cui vi è una ipotetica visione di uno scenario futuro di fine del Mondo
(che si avvicina all’aldilà come idea)
o Eneide: scritta da Virgilio, che sarà la guida di Dante nell’Inferno, tratta di Enea e racconta la sua
discesa nel Tartaro dai Campi elisi per incontrare il padre morto: Anchise.
o ‘Somniu Scipionis’: di Cicerone, ossia il “il sonno di Scipione” dove sonno sta per visione.
Riferimento classico per il tema della visione.
o Metamorfosi: di Ovidio in cui Euridice compie un viaggio all’Inferno per cercare l’anima del suo
amato defunto Orfeo.
*la visione: è un tema molto forte nella letteratura religiosa, assai viva nel Medioevo per esempio:
o Nel racconto delle vite dei santi
o Nelle visioni della fine del mondo
o In visioni in cui si cala anche l’attualità

Non era certo una novità introdotta da Dante quella della mescolanza fra generi, ma innovativo fu il riuscire
ad ottenere una materia così complessa di trattazioni filosofiche, storiche, politiche, teologiche con una
rappresentazione dottrinalmente unitaria, ossia in cui tutto si lega alla perfezione all’interno della cornice
della visione e del viaggio ultraterreno. La struttura dell’opera è simmetricamente rispondente.
Galileo Galilei
Egli in una delle sue lezioni dantesche, estrapola dalla Commedia e soprattutto dall’Inferno tutte le misure
presenti e dà le proporzioni e le misure di tutto l’Inferno e dei suoi gironi, di come esso sia costruito,
secondo le sue conoscenze scientifiche, usando la terminologia matematica. Lo stesso ragionamento varrà
anche per il purgatorio dato che questo era il corrispondente dell’Inferno ma emerso, sotto forma di
monte, dall’altra parte del mondo rispetto a Gerusalemme (luogo della nascita di Gesù).
La struttura del Paradiso
Secondo Dante era organizzato in sfere sul meridiano che parte da Gerusalemme. Fuori dal mondo si ha
l’empireo ossia Dio stesso perché Dio è in ogni cosa non sta al centro di qualcosa, infatti Dante si troverà a
‘volare’ nello spazio con Beatrice. Il paradiso è il luogo dove l’uomo giusto viene gratificato dalla felicità,
ossia dalla visione perpetua ed immanente di Dio. Tutti i beati hanno sede nell’empireo, quindi in Dio, a
prescindere dal loro grado di beatitudine così da poter essere glorificati dalla sua luce. Tuttavia per
rispettare la rispondenza dell’opera il paradiso viene suddiviso in cieli o sfere dalla valenza puramene
simbolica, per far sì che i beati possano andargli in contro secondo l’attinenza dei vari cieli seppure questi
siano liberi di muoversi e non siano legati ad essi, come invece è per i dannati nei gironi infernali.
L’interpretazione dell’opera
Dante stesso ci dice che essa ha più di una chiave di lettura, nel convivio, quando Dante ci parla dei 4 sensi
di intendere la scrittura:
1. Litterale: che non si stende oltre la lettera

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2. Allegorico: una verità nascosta sotto bella menzogna
3. Morale: quello che li lettori devono andare a cercare nelle scritture ad
utilitate di loro e dei loro discendenti
4. Anagogico: cioè ‘sovrasenso’, quando spiritualmente si pone una scrittura
che sia vera anche in senso letterale per le cose significate delle superne
cose dell’eterna gloria.
Nell’epistola a Cangrande, Dante ci fa questo esempio: il salmo 113 ‘in exitu israel de Egipto’
1. letteralmente parla dell’esodo dei figli di Mosè dall’Egitto
2. Allegoricamente è la nostra redenzione per mezzo di Cristo, cioè il sacrificio compiuto da
Cristo per liberarci dal peccato.
3. Moralmente è l’anima che dallo stato di miseria passa a quello di grazia
4. Anagogicamente è l’uscita dell’anima da uno stato di prostrazione e corruzione verso l’eterna
libertà della gloria.
Questa concezione non era propria soltanto di Dante ma corrispondeva alla concezione medievale.
Diventava dunque anche un esercizio teologico/filosofico non indifferente far sempre coincidere nella sua
opera i 4 significati della scrittura, ma Dante ci riuscirà in maniera eccelsa.
Allegoria: figura retorica che rientra nelle metafore, consta nel dire qualcosa travestendolo con
qualcos’altro, identificandolo con qualcos’altro che non ha nessi col reale significato e senza l’uso di termini
di paragone. Nella cultura medievale più di una metafora, è un senso di lettura. Essa presuppone una
mentalità in grado di coglierla.
La sua funzione è quella di permetterci di rappresentare l’irrappresentabile, difatti grazie a questo artificio
letterario, nella Comedia si presenta l’universale in termini concreti.

Cosmologia e struttura dei Regni


La Terra è una sfera i cui punti di riferimento sono:
 A nord: Gerusalemme, luogo della nascita di Gesù, la città santa. Nelle sue viscere si sviluppava
l’inferno.
 A ovest: le colonne d’ercole ossia lo stretto di Gibilterra.
 A est: il Gange.
 A sud: la montagna del Purgatorio che spiccava in mezzo alle acque.

Questa concezione deriva dal mito di Lucifero che cadendo sulla Terra ha creato un cratere profondo al cui
termine sta Lucifero stesso incastrato (l’Inferno). La terra che ha spostato ha poi fatto emergere dal lato
opposto della Terra, quindi a Sud, il monte del purgatorio. Attorno alla Terra ruotano poi 9 cieli, immaginati
come sfere concentriche. L’intero universo è poi contenuto in un cielo infinito detto Empireo che coincide
con Dio stesso.
Ogni Regno è costituito da 9 zone: l’inferno costituito di 9 cerchi più un antinferno, il purgatorio costituito
da 7 cornici più un antipurgatorio ed il paradiso terrestre in cima ed il paradiso suddiviso in 9 cieli.
Tematiche del Paradiso
Tematica religiosa
La Commedia è anzitutto poema religioso con cui il personaggio Dante si ravvede dei suoi peccati e si eleva
a Dio. Questa è un’esperienza al contempo individuale e collettiva, in quanto esemplare. Per rendere

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questa esperienza più universale Dante fa uso frequente di allegorie, in sintonia con la mentalità medievale,
che vedeva riflesso in ogni atteggiamento terreno l’essenza della volontà divina e dell’ordine da essa
stabilito. Lo stesso fine ha l’abbondante simbologia numerica del 3 e dei suoi multipli (9,33).
Le conseguenze oltremondane del peccato sono mostrate da Dante con grande vigore realistico, secondo la
legge del contrappasso che vede uno stretto legame per analogia o contrasto fra peccato e pena. Affinché il
messaggio morale si imprima meglio nei lettori i personaggi che Dante incontra sono tutti celebri.
Tematica politica: chiesa e impero
La tematica politica è strettamente legata a quella religiosa. Nella concezione di Dante, la Chiesa e l’Impero
sono due istituzioni volute da Dio, l’una per garantire la felicità spirituale e l’altra quella terrena. Forte è la
sua critica tanto verso l’avidità politica dei papi, in particolare Clemente VII, principale autore del suo esilio,
sia verso gli imperatori tedeschi e la loro ignavia nell’abbandonare l’Italia all’anarchia.
Alla data del 1300 in cui è ambientata l’opera, l’esilio non è ancora avvenuto (1302) perciò Dante scrive
varie profezie su quest’ultimo ma anche sulle sorti della Chiesa, dell’Impero, dell’Italia e di Firenze.
Tematica poetica
Non meno importante è la tematica poetica, difatti la guida di Dante è Virgilio, cantore della grandezza di
Roma, allegoria della ragione umana. Nella parte finale del Purgatorio ai due si aggiunge anche Stazio,
poeta latino. Nel corso del suo viaggio vari sono i poeti che incontrerà, sia recenti come Guinizzelli o
Orbacciani che classici come Omero, Ovidio, Orazio, Lucano. Inoltre egli riflette sulle proprie esperienze
poetiche passate constatandone l’insufficienza per descrivere una materia così elevata.

LO STILE
Per unire l’umano al divino Dante necessita di una nuova poesia che porti il giovane volgare ad altezze mai
tentate prima. Già nel Convivio l’autore aveva affermato che il volgare con la sua versatilità poteva trattare
tanto l’umano come il divino. Dante elabora una lingua totale, tanto da essere ritenuto il padre della lingua
italiana.
Abbondano i prestiti e i calchi dalle due lingue maggiori dell’epoca: latino e francese, oltre alle influenze di
vari dialetti. Spesso Dante fa coesistere differenti allotropi come ‘vecchio’ a cui si accostano le forme latine
‘vieto’ e ‘vetusto’ e quella francese ‘veglio’. I registri linguistici qui adottati sono i più disparati dal sublime
tragico, all’elegiaco, al comico, al quotidiano, ecc… Spazia dalle vette elevate di filosofia e teologia ai più
bassi volgarismi osceni.
Lo sforzo linguistico si concretizza in neologismi, soprattutto nel Paradiso, con parole come ‘transumanare’
che indicano il superamento dei limiti della dimensione umana. Quando neanche i neologismi sono
sufficienti a esprimere la materia trattata Dante ricorre al topos dell’ineffabilità, che si fa via via più
incalzante man mano che si avvicina al Paradiso, dove la sua presenza è importante, fino al canto finale in
cui esso diviene quasi ossessivo. Sempre nel Paradiso aumenta l’uso di perifrasi per non nominare troppe
volte direttamente Dio o i cieli, specie l’Empireo che si identifica con esso.
Gli appelli al lettore seppure non siano moltissimo occupano sempre un punto rilevante all’interno
dell’opera, per invogliare il lettore a mantenere viva l’attenzione o in prossimità di allegorie, o materia
elevata.
Uno dei procedimenti a cui ricorre più spesso sono le similitudini che gli permettono di chiarire al lettore
situazioni inusitate o incredibili tramite un immaginario quotidiano che spazia negli ambiti più disparati,
sempre descritti con estrema accuratezza rivelando le doti di ottimo osservatore dell’autore.

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Paradiso

La struttura
Il Paradiso è un sistema astronomico costituito di nove cieli che sono sfere concentriche ruotanti attorno
alla Terra. L’intero sistema è inglobato nell’Empireo, cielo infinito che si identifica con Dio stesso. Beatrice è
allegoria della fede e della grazia, la sua intercessione permette a Dante supera i limiti dell’umano e riesce a
contemplare cose normalmente interdette ai nostri sensi ed alla nostra ragione. I primi tre cieli celebrano la
virtù della temperanza. I seguenti 3 cieli completano le virtù cardinali. Vi è una corrispondenza fra i pianeti
e le virtù che i loro nomi rappresentano.

I. Cielo della Luna: qui troviamo le anime che mancarono ai voti, ovvero che furono rapite
contro volontà dal convento, simboleggiati dalla Luna che periodicamente viene a mancare.
Questi presentano ancora lievi tratti umani. Questo cielo è presieduto dagli Angeli.

II. Cielo di Mercurio: qui si vedono gli spiriti che operano per desiderio di gloria, simboleggiati
da Mercurio, protettore dell’operosità, delle attività umane. Questo cielo è presieduto dagli
Arcangeli.

III. Cielo di Venere: sono premiati gli spiriti amanti, protetti da Venere, dea della bellezza e
dell’amore. Questo cielo è presieduto dai Principati.

IV. Cielo del Sole: qui le anime si dispongono a corona intorno a Dante e Beatrice, vi stanno gli
spiriti sapienti, rappresentati dal sole come illuminazione della ragione. Questo cielo è
presieduto dalle Potestà.

V. Cielo di Marte: qui le anime formano una croce, è dedicato agli spiriti combattenti per la
fede, sotto la protezione del dio della guerra Marte. Questo cielo è presieduto dalle Virtù.

VI. Cielo di Giove: le anime raffigurano un’aquila, simbolo imperiale, si trovano qui gli spiriti
dei giusti, rappresentati da Giove che è garante dell’ordine universale delle cose. Questo
cielo è presieduto dalle Dominazioni.

VII. Cielo di Saturno: per le anime degli spiriti contemplativi disposti a forma di scala,
rappresentati da Saturno, associato all’astronomia, come spiega Dante stesso nel Convivio.
Questo cielo è presieduto dai Troni.

VIII. Cielo delle stelle fisse: qui Dante assiste al trionfo di Maria e di Cristo, colpito da
temporanea cecità fino a quando gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo non lo interrogano
sulle 3 virtù capitali: la fede, la speranza e la carità. Questo cielo è presieduto dai Cherubini.

IX. Primo Mobile: ultimo cielo, chiamato così perché mosso da Dio, muove i cieli sottostanti a
sua volta. Qui Beatrice spiega a Dante le nove gerarchie angeliche, ognuna delle quali
presiede a uno dei nove cieli. Questo cielo è presieduto dai Serafini.

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Nell’Empireo Dante vede tutti i beati riuniti in forma di ‘candida rosa’ in questa prende posto anche
Beatrice cui si sostituisce San Bernardo come guida. Egli intercede per Dante affinché possa penetrare il
mistero di Dio, dell’unità nella molteplicità, della Trinità e dell’incarnazione divina.
La Candida Rosa dei beati
Nel Paradiso le anime non risiedono stabilmente in uno dei cieli, bensì vi si recano solo per apparire a Dante
e per fargli comprendere meglio il legame tra i cieli e le virtù. In realtà tutte le anime risiedono nella
candida rosa, una specie di gigantesco anfiteatro. In questa immensa assemblea, i beati sono divisi in due
metà, da un lato coloro che credettero nel futuro arrivo di Cristo, dall’altro quelli che credettero in Cristo
dopo la sua venuta. I due gruppi sono distinti da una linea verticale di seggi formata da un lato dalle grandi
donne dell’Antico testamento, oltre a Maria e Beatrice, dall’altro i Santi maggiori. Infine una linea
orizzontale di seggi accoglie le anime dei bambini morti prima di raggiungere l’età della ragione.
I gradi della beatitudine
Le categorie umane di spazio e tempo nel paradiso vengono meno perché tutto è nello stesso tempo in un
unico punto cioè nella mente di Dio. Tutti i beati, guardano in lui e conoscono passato presente e futuro e
possono anche leggere i pensieri di Dante ma per riprova dell’ardore della loro carità lo lasciano parlare
prima di rispondere alle sue domande. Il Paradiso è dunque uno stato della mente, una condizione
spirituale. Le anime stesse sono punti luminosi rotanti, privi di qualsivoglia fisicità. La beatitudine
paradisiaca consiste nell’identificare la propria volontà con quella di Dio.

Intellettualismo e spiritualismo
I beati collocati da Dante più in alto sono quelli degli spiriti contemplativi, cioè dei mistici. Sono l’ardore
della carità e la purezza dell’amore ad essere indispensabili per la salvezza. Non a caso sarà proprio un
mistico, San Bernardo ad essere la sua ultima guida e ad intercedere per lui perché possa avere la visione di
Dio.
Invettive e realismo
Malgrado l’atmosfera spirituale e lo stile sublime, Dante non rinuncia al realismo caratteristico della sua
poesia. Con lo sguardo distaccato dalle vicende terrene egli costella comunque la cantica di invettive contro
dinastie regnanti, città, ordini monastici, cardinali e papi corrotti. Egli sostiene la necessità di una
palingenesi radicale. L’uso anche nel Paradiso di termini bassi, è caratteristico del poema, per esempio
quando San Pietro definisce il Vaticano come una ‘cloaca/ del sangue e de la puzza’ a causa della corruzione
dei papi.

CANTI ANALIZZATI DI SEGUITO: 1,3,4,10,11,12,18,24,31,33

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CANTO I
LA LETTURA DI BOSCO
L’extra-umano
Dante nel paradiso deve esprimere l’extra-umano, cioè deve descrivere spettacoli che non hanno alcuna
rispondenza con spettacoli terreni. L’aiuto dell’esperienza viene meno ai lettori del Paradiso sia per il
paesaggio sia per le persone. La visione dei corpi terreni dei beati Dante l’avrà soltanto nell’Empireo. La
materia preponderante della cantica è dottrinale: Dante si fa istruire, cioè medita su alte verità religiose e si
sforza di conquistare la piena conoscenza, infine per la verità suprema, non ci sarà che la visione diretta di
Dio, ottenuta per speciale grazia. La beatitudine consiste nell’acquisizione piena della verità. Il convivio è
impostato sul concetto che la felicità per gli uomini consiste nella perfezione della propria anima, e questa
perfezione s’identifica col sapere, con la scienza. Alla conquista di questa sono d’ostacolo soprattutto i
difetti di corpo e anima. Nel paradiso il corpo viene annullato nei suoi limiti terreni e l’anima è pura. Le parti
dottrinali del Paradiso nascono dunque dal misericordioso proposito di contribuire alla felicità degli uomini.
Questa carità rende solleciti i beati a chiarire i dubbi di Dante, ma per quel che riguarda i dubbi filosofici egli
rappresenta il proprio cammino personale di uomo: quei dubbi in materia anche di fede che lo studio
intenso della filosofia aveva suscitato in lui, e la finale conquista della fede. Inoltre Beatrice chiarisce ai versi
89-141 il suo ruolo non di guida ma di maestra di varia scienza.
I motivi del Paradiso
I due motivi ricorrenti del paradiso sono: Dio come artefice che tutto muove e Dio onnipresente che non
viene presentato dall’alto o dal fuori ma che costituisce il modo intimo d’essere di ogni creatura. Dante
identifica inoltre il concetto di Dio con quello di luce. Un altro dei costanti modi della poesia del Paradiso è
la recusatio ossia la protesta della propria insufficienza rispetto al tema. Segue una lunga invocazione ad
Apollo, se per le altre due cantiche era stato sufficiente l’aiuto delle muse, ora gli occorre l’ausilio di
ambedue. Seppure sia possibile affrontare anche i temi più alti in poesia, qualora ci si riuscisse bisogna
sempre ricordare che non è opera dell’autore ma della divinità stessa che ne fa lo strumento per la sua
espressione. Dante ammonisce sé stesso da quello che sa essere il suo più grande vizio: la superbia.
Il volo di Dante
All’inizio del Paradiso, nel primo canto Dante è ancora nel Paradiso Terrestre posto in cima al Purgatorio,
presso la sorgente comune del Lete e dell’Eunoè. Ad un tratto tutto ciò che vede viene improvvisamente
cancellato per cedere il posto ad un altro paesaggio insieme concreto e astratto: la visione dell’immenso
orizzonte illuminato dal sole (v. 37-42). Il poeta mette in evidenza la ‘facilità’ del suo volo, chiedendone
spiegazione a Beatrice che lo paragona al salire del fuoco verso l’alto, o al tendere della Terra verso il suo
centro (forza di gravità). Quel corpo umano che tanto lo aveva fatto faticare alle prime salite del purgatorio,
si era sempre più alleggerito lungo la salita. Ora che è nel Paradiso Dante conserva il suo corpo ma questo
non ha più peso fisico né consistenza, e pertanto non è più di impaccio alla sua anima che si eleva. Il
momento in cui il dante-personaggio si stacca dalla Terra non è netto, non viene precisato, perché esso non
è un fatto materiale, ma piuttosto una questione d’anima, dunque fuori dalle categorie umane di spazio e
tempo. Il cambiamento è puramente interiore.
Beatrice si rivolge poi come un’aquila verso il sole, fissandolo. Anche Dante fissa il sole e nel farlo non è
implicata la sua volontà, quell’atto è una necessità, così come per necessità il raggio riflesso nasce dal
raggio diretto. Ora egli è puro e la volontà non gli appartiene più, così come è per le anime del paradiso
tutte. La luce comincia a raddoppiarsi tanto che Dante a l’impressione che al sole se ne sia accostato un
secondo. Il paradiso di presenta fin da subito come dolcezza ed ebrietà di musica e di luce (v.76-84). La
musica è prodotta dalle sfere celesti nel loro girare. Dante abbandona la visione aristotelica in questo caso,
giacché questa rifiuta la concezione di quest’armonia, che l’autore riprende invece da Cicerone e dal suo
Sumnium Scipionis. La ragion poetica dunque prevale qui sulla filosofia.

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Il dubbio di Dante
Dentro ad ogni istinto c’è un’unica volontà ordinatrice, ciascuno tende ad un’unica meta. Così anche gli
uomini tendono per istinto a Dio, come l’artista tende alla perfezione dell’opera sua, ma la materia è sorda,
non risponde alle sue intenzioni, così Dio vuole la perfezione degli uomini, ma la materia di cui essi sono
fatti non risponde sempre alle intenzioni dell’artefice divino: così l’impeto di salire proprio dell’uomo va
verso la Terra anziché verso l’alto. La cantica inizia con l’immagine di Dio che muove tutto l’universo e si
conclude con (Pd XXXIII, 145) con un’altra immagine di armonioso unico moto: “l’amor che move il sole e
l’altre stelle”. Come la necessità - aveva detto San Tommaso- per la quale la saetta opera, è per effetto del
moto impressole da Dio e non dalla saetta stessa, così l’uomo, per volontà e con l’aiuto divino, corre sicuro
verso la sua letizia, se non è torto da false bellezze. Il primo canto del Paradiso è suggellato dal silenzioso
sguardo di Beatrice fisso al cielo. Il volo di lei è in quello sguardo, in quel desiderio di volo senza moto. Già
al principio del canto, tra le innumerevoli perifrasi possibili per indicare Dio, Dante aveva scelto quella di
Dio come desiderio, identificando nel desiderio di Dio la causa del muoversi dei cieli e della loro eternità.
Ancora una volta il motivo essenziale del paradiso: Dio non è fuori di noi ma dentro di noi nel
desiderio/bisogno che noi abbiamo di egli.

PARAFRASI
v.1-30 La gloria di Colui che muove ogni cosa (Dio) penetra e risplende nell’Universo più in alcune parti,
meno in altre. Io fui nel Cielo (Empireo) che è più illuminato dalla sua luce e vidi cose che chi scende di lassù
non sa né può riferire; perché avvicinandosi all’oggetto del suo desiderio (Dio), il nostro intelletto si
addentra così profondamente che la memoria non lo può seguire. Tuttavia, quanto io del Paradiso potei
fissare nella mia memoria sarà ora materia del mio canto. O buon Apollo, per la mia ultima fatica (cantica)
infondi in me tanta della tua ispirazione quanta tu ne richiedi per concedere l’incoronazione poetica. Fino a
qui una sola cima del Parnaso mi è stata sufficiente, ma ora con l’aiuto di entrambe devo entrare nella
competizione rimasta. Entra nel mio petto e ispirami tu, come quando traesti Marsia fuori dalla propria
pelle. O virtù divina, se ti concedi a me quanto basta a che l’immagine sbiadita del Paradiso si manifesti
impressa nella mia mente, mi vedrai venire ai piedi del tuo amato albero (alloro), ed incoronarmi con le sue
foglie di cui tu e l’alto argomento del poema mi renderete degno.

v. 31-57 Così raramente, padre, si coglie l’alloro per il trionfo di un imperatore o di un poeta, colpa e
vergogna dei desideri umani (non più rivolti ad aspirare alla gloria), che il solo fatto che l’alloro (fronda
peneia) susciti in alcuno il desiderio di sé (asseta), dovrebbe generare letizia sulla lieta divinità di Delfi
(Apollo). Una gran fiamma segue una debole scintilla: forse dopo di me altri, con voci migliori, pregheranno
perché Cirra (Apollo) risponda. Il sole sorge per i mortali da diversi punti dell’orizzonte; ma da quel punto in
cui quattro cerchi si intersecano formando tre croci, esso esce congiunto con una migliore costellazione,
procedendo con un corso migliore e plasma e impronta meglio la materia del mondo (moderna cera) con
l’efficacia della sua virtù formativa. Quel punto dell’orizzonte ha fatto nel Purgatorio (di la) mattino e sulla
terra abitata (di qua) notte, quell’emisfero era tutto illuminato e l’altra parte oscura, quando vidi Beatrice
rivolta verso sinistra ed intenta a fissare il sole: un’aquila non lo fissò mai in tal modo. E come il raggio di
riflessione (secondo) suole nascere/uscire dal raggio di incidenza (primo) e risalire in su, come il pellegrino
che vuole tornare così dall’atto di Beatrice penetrato per mezzo degli occhi nella mia facoltà immaginativa
(imagine) si generò/fece il mio (atto), e fissai gli occhi nel sole oltre le mie possibilità umane. Molto è lecito
là (nel paradiso terrestre) che non è lecito qui (sulla Terra) alle nostre facoltà/sensi umani, grazie (mercé)
del luogo fatto proprio per la specie umana.

v. 58-93 Io non lo sopportai a lungo, ma nemmeno così poco da non vederlo sfavillare tutt’intorno, come il
ferro incandescente che esce dal fuoco, e subito sembrò che al giorno ne fosse stato aggiunto un altro
(giorno a giorno), come se Dio avesse adornato il cielo con un altro sole. Beatrice teneva lo sguardo fisso
verso i cieli rotanti, e io tenevo gli occhi fissi su di lei, distolti dal sole. Nel guardarla mi sono addentrato

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tanto quanto fece Glauco nel gustare l’erba, che gli permise di condividere la sorte (consorto) degli altri dei
in mare. Esprimere per mezzo di parole ciò che va oltre l’umano(transumanar) non si potrebbe, perciò basti
l’esempio (di Glauco) a colui al quale la grazia (divina) riserba l’esperienza (in prima persona). Se io ero di
me solo quella parte che tu creasti per ultima (ossia anima), tu solo lo sai, Dio, che mi sollevasti con la tua
grazia (lume). Quando il movimento rotatorio dei cieli attrasse a sé la mia attenzione, con quella armonia
che tu o Dio regoli e discerni/distingui, allora mi parve accesa così gran parte del cielo dalla luce del sole,
che la pioggia o un fiume, straripando, non fece mai un lago così ampio. La novità del suono e della grande
luce accesero in me il desiderio, mai sentito con tanta acutezza, di conoscerne la causa. Dunque ella (bea)
che vedeva me così come io vedevo me stesso/mi leggeva i pensieri per quietare il mio animo turbato
prima ancora che io chiedessi, aprì la bocca e disse: “Tu stesso ti rendi ottuso/stupido (grosso) col tuo
supporre errato e dunque non vedi ciò che vedresti se avessi rimosso questa idea. Tu non sei in Terra, così
come tu credi, ma il fulmine, allontanandosi dalla propria sede naturale (la sfera del fuoco), non corse mai
così velocemente come tu ora sali verso quello a cui ritorni (ossia il cielo/l’Empireo).”

v. 94-120 Se io fui spogliato/liberato del primo dubbio per le poche parole dette sorridendo, fui avvolto da
uno (dubbio) nuovo e dissi: “Già mi sono acquietato della mia meraviglia, ma ora mi meraviglio (ammiro) di
come io trascenda/possa salire oltre questi corpi leggeri (aria e fuoco).” Allora lei dopo un sospiro
devoto/pio, mi guardò con l’aspetto di una madre che si rivolge al figlio delirante/che dice assurdità, e
inizio: “Tutte le cose hanno un ordine tra loro e questo è il principio essenziale (forma) che rende l’Universo
simile a Dio. Qui (in questo ordine) le creature razionali (alte) vedono l’impronta della virtù divina/Dio il
quale è il fine per cui è dato all’universo quell’ordine medesimo. Nell’ordine che io dico partecipa ciascuna
natura, secondo le diverse sorti, più o meno vicine al loro principio (Dio); dato che queste si muovono con
fini/mete (porti) differenti all’interno dell’immensità dell’universo (il mare dell’essere) e ciascuna seguendo
la propria naturale inclinazione/il proprio istinto. Questo (istinto) porta il fuoco verso la luna, questo è
promotore/muove dei cuori mortali e questo stringe la terra e la rende coesa (intende la forza di gravità);
l’istinto colpisce (quest’arco saetta) non soltanto le creature irrazionali, ma anche quelle che hanno
intelligenza e amore.

v.121-142 La provvidenza divina che ordina l’universo (cotanto assetta), appaga (fa quieto) della sua luce
l’Empireo, cioè il cielo immobile nel quale si muove il Primo mobile* (quel che ha maggior fretta); e ora lì
(nell’empireo) nel sito stabilito, ci porta la forza (virtù) della corda di quell’arco (istinto) che dirige (drizza)
ciò che scocca ad un lieto bersaglio. È vero che come la forma molte volte non corrisponde all’intenzione
dell’artista, perché la materia è restia (sorda) a farsi manipolare, così da questa via (la retta via del bene che
conduce a Dio) a volte la creatura razionale si allontana avendo la possibilità ed essendo spinta così/verso
altra direzione (dall’istinto); e così come si può vedere il fuoco cadere dalla nube (fulmine), così la naturale
inclinazione (impeto primo) atterra, spinge verso i beni terreni l’uomo/creatura razionale traviata (torto)
dal falso piacere. Non devi più meravigliarti/stupirti, se giudico correttamente, per il tuo elevarti/salire, se
non come di un fiume che dall’alto monte scende verso il basso (imo). Ci si dovrebbe stupire se tu, privo di
impedimenti, fossi rimasto fermo sulla terra, come sulla Terra per il fuoco vivo che resta immobile.” Quindi
rivolse lo sguardo al Cielo.

Note per la parafrasi


v.3- come Dante spiega nell’epistola a Cangrande, la gloria di Dio splende più in un luogo che in un altro
secondo che maggiore o minore è la capacità delle cose di accoglierlo. Questo concetto era già stato da lui
affrontato nel Convivio, a sostegno della filosofia scolastica (Tommaso, Summa Theologiae)
v.6- come Dante spiega nell’epistola a Cangrande, egli non sa perché ‘dimentico’ e anche se sapesse, non
avrebbe le parole per esprimere un contenuto così alto. Nei versi seguenti Dante poi va oltre la spiegazione

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a Cangrande e ci riferisce che questa ineffabilità è dovuta soprattutto alla deficienza della memoria più che
all’incapacità espressiva.
v. 13- si apre l’invocazione non più alle muse come per l’Inferno o per il Purgatorio ma al Dio della poesia
stesso, tanto è alta la materia qui trattata.
v.15- letteralmente "fammi un vaso così pieno del tuo valore poetico, quanto tu stesso richiedi per
concedere l’alloro da te amato.”
v.18 aringo- indicava il campo in cui si svolgevano gare e tornei, per estensione ‘gara’.
v.30 ‘poca ambizione umana’- poiché essa non aspira più alla gloria di Dio
v.32-33 ‘ fronda peneia’ – si riferisce a Dafne, ninfa amata da Apollo e trasformatasi in pianta d’alloro, figlia
del fiume Peneo.
v. 34- formula dal carattere proverbiale all’epoca di Dante, vedi Cino da Pistoia ‘Gran foco nasce in piccola
favilla’
v. 36 - Cirra era una città della Focide, sul golfo del Corinto, spesso usata come sinonimo di Apollo e
collegata alla città di Delfi.
v. 40- miglior corso: con l’equinozio primaverile comincia il ‘miglior periodo dell’anno, i giorni si allungano,
la natura si ridesta dal torpore invernale. Migliore stella: la costellazione dell’Ariete in cui si trova sole
nell’equinozio primaverile, era considerata assai favorevole.
v. 48- che l’aquila fissasse il sole abituando anche i piccoli a tenere questo comportamento, era opinione
assai diffusa fin dall’età classica. Beatrice fissa il sole a mezzogiorno, nel suo massimo splendore, come
nemmeno le aquile avrebbero potuto fare.
v.61- giorno a giorno indica il fatto che la luce sembri raddoppiare a causa dell’avvicinamento alla sfera del
fuoco. Secondo la concezione dantesca, al centro dell’universo vi è la Terra immobile in cui troviamo i primi
due elementi: terra e acqua. Questa è circondata dal terzo elemento l’aria, sopra a questa sta la sfera del
fuoco oltre i quali troviamo i nove cieli caratterizzati dalla presenza di un quinto elemento: l’etere,
invisibile, puro e impalpabile. La sfera del fuoco coincide col cielo della Luna secondo Dante come asserisce
nel Convivio. Prima si credeva che fosse sotto a quest’ultimo e non coincidente. Vedi v. 115 il fuoco che va
verso la luna, attratto dalla sfera del fuoco.
v.68- Glauco nel gustar l’erba: mitologicamente Glauco era un pescatore della Beozia di cui scrisse Ovidio. Il
pescatore notò che i pesci se mangiavano una determinata erba riprendevano vigore e balzavano in acqua,
dunque la mangiò anche lui e balzano in acqua si trasformò in una divinità marina. Il paragone viene usato
per indicare un fatto sovraumano, indescrivibile a parole.
v.70 novellamente creasti: l’ultima parte che Dio inserisce nell’uomo è l’anima razionale, che gli viene
attribuita dopo che quella vegetativa e quella sensitiva sono già pienamente sviluppate.
v. 78- armonia: si riferisce alle diffuse teorie della dottrina pitagorica e platonica secondo cui l’armonia
delle sfere celesti era scaturita dal loro movimento rotatorio, teoria respinta da Aristotele.
v.93- fulmine: vedi nota v.61, il fulmine viene ritenuto un’eccezione, esso al contrario dei fuochi che stanno
sulla Terra e sono attratti/vanno verso la sfera del fuoco, la rifugge. Contrario è invece il percorso di dante
la cui anima torna nella sua sede naturale ossia il cielo.
v.99- corpi lievi: Dante è convinto di salire anche col corpo come ambiguamente lascia intendere già ai versi
73-75.

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v.123- ‘quel c’ha maggior fretta’: indica il Primo Mobile, ossia l’Empireo, nella cosmologia dantesca la sfera
celeste più veloce che imprime il moto alle sfere successive e che ruota nell’Empireo, il cielo ‘quieto’ sede di
Dio.

TEMATICHE E CURIOSITA’ SUL CANTO


Il proemio
Il proemio dell’Inferno di appena una terzina si contrapponeva a quello del Purgatorio, di quattro terzine, in
cui si indica un impegno maggiore dovuto alla materia più alta in esso trattata. Non poteva essere da meno
l’introduzione al Paradiso che infatti consta di ben 12 terzine (36 versi). Le prime 4 dedicate all’argomento e
le altre 8 invece all’invocazione. Si sottolinea ulteriormente la solennità della materia trattata e la sua
ineffabilità (v.5-9). I primi 12 versi corrispondo ai primi 6 versi del primo canto del Purgatorio a significare
che il Paradiso è il doppio del Purgatorio in termini di valore.

APPROFONDIMENTI
L’un giogo del Parnaso v.16
Il Parnaso è un massiccio montuoso della Grecia centrale, che separa la Focide, dalla Locride e dalla Beozia.
La vetta doppia consacrata ad Apollo e a Bacco, era ricordata dai poeti antichi come Ovidio, nelle
Metamorfosi. Spesso però questo monte veniva confuso con l’Elicona, sita tra Focide e Beozia e secondo il
mito sede delle muse da cui sgorgavano le acque ispiratrici della poesia. Non è pertanto da escludersi che
Dante fosse vittima di questo frequente errore ed intendesse indicare appunto l’Elicona e dunque
indicando con l’un giogo, le muse e con l’altro Apollo. Certo è però il valore metaforico del verso.
Marsia, il satiro v.20-21
In questi versi si allude al racconto ovidiano delle Metamorfosi in cui il satiro Marsia osa sfidare Apollo, Dio
della musica, in una gara di bravura musicale. Il Dio ovviamente vince e per punirlo lo lega ad un albero e lo
scortica, cioè gli stacca la pelle dal corpo. Si noti il parallelismo con il primo canto del Purgatorio nel quale si
ricorda la vittoria delle Muse sulle Piche.
Quattro cerchi… tre croci v.39
Dante ci dà indicazioni spazio temporali poco chiare: i tre cerchi corrisponderebbero a equatore, Eclittica e
Coluro equinoziale che si giungono in un punto durante l’equinozio di primavera. Poiché il sole sorge
sull’orizzonte questo è il quarto cerchio che viene a intersecarsi agli altri tre là dove il sole sorge.
Fatto avea… parte nera v.43-45
Un’altra questione discussa è quella sull’orario: è mattina o mezzogiorno? La posizione di preminenza dei
v.44-45 rispetto alla secondaria cui è strettamente legata dal ‘quasi’ confermano che sia mezzogiorno. A
supporto di questa tesi il fatto che nell’Inferno sia notte e nel Purgatorio mattino. Inoltre Dante stesso in
questa terzina ci da due indicazioni temporali: quella del sole che sorge che ha la mera funzione di indicare
il punto esatto in cui si incrociano i cerchi, e l’ora del mezzodì nel momento in cui egli guarda Beatrice
rivolta verso sinistra.

ANALISI DEL CANTO


La struttura del Paradiso
Come tutti i canti iniziali anche quello del Paradiso ha valore programmatico: vi si espone il contenuto della
cantica ma anche i temi che ricorreranno nei canti successivi. Nella protasi (v. 1-12) Dante sottolinea che il

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suo viaggio è avvenuto davvero e introduce il topos dell’ineffabilità, dovuto alla limitata memoria umana
che non riesce a ricordare a pieno l’esperienza divina. Invoca dunque Apollo ed i luoghi a lui sacri.
Ai versi 37-81 Dante riesce a compiere atti sovrumani grazie all’intercessione di Beatrice, inoltre vi sono
presentati l’aumento della luce, la capacità di Beatrice di leggere i pensieri di Dante: tutti temi che
rincontreremo. Dante tende a transumanare sempre più acquisendo capacità fisiche e mentali (v.70) che la
parola non potrebbe mai descrivere, per questo i due temi del ‘transumanar’ e dell’ineffabile sono spesso
associati.
Il tema più importante è però quello dell’irriducibilità del Paradiso alle categorie mentali umane: i beati
sono tutti compresi nella mente di Dio, difatti il passaggio dal purgatorio al primo cielo consta di un
fortissimo aumento di luce, non c’è fisicità, non si attraversa una porta o un passaggio come nell’inferno. È
la stessa Beatrice a dirci che dobbiamo assumere una nuova prospettiva: sono le prime parole che essa
pronuncia nell’intero poema ai v. 89-93, rivolte a Dante e a tutti i lettori con esso.
Frequentissimi sono poi i dubbi teologici e naturali di Dante, in questo canto ne troviamo 2: prima Dante
non capisce dove sia, poi vuole sapere come ha fatto ad attraversare i cieli ‘corpi levi’. Espone infine la
dottrina dell’ordinamento dell’universo e del libero arbitrio che riprendono i primi versi all’inizio del canto
(v.1-3) in cui si asserisce che la virtù e la grazia di Dio sono distribuite diversamente nell’universo.

Lingua e stile
Per descrivere questa esperienza inaudita Dante inventa uno stile elevatissimo. Sfoggia tutte le sue abilità
retorico-stilistiche con:
 Neologismi: in particolare ‘transumanar’, cioè uscire dalla dimensione umana
 Parole latine
 Preziose citazioni e similitudini mitologiche: fra cui ricordiamo la distinzione fra le due cime del
Parnaso v.16, l’episodio di Apollo e Marsia v.19-21, la metamorfosi di Glauco v.67-69
 Similitudini naturalistiche: come l’aquila che fissa il sole v.48 e il fulmine v. 133
 Elemento allegorico: dato dal v.39 ‘quattro cerchi giunge con tre croci’ che indica le coordinate
spazio temporali ma che fuori dall’allegoria richiamano alla somma delle 4 virtù cardinali e delle 3
virtù teologali.
La perifrasi è la figura retorica dominante usata per evitare di riferirsi direttamente a Dio (‘colui che tutto
move’ v.1 ‘amor che ‘l ciel governi’ v.74) ed ai cieli, specialmente l’Empireo che con lui si identifica (quel
c’ha maggior fretta v. 122-123).
Il primo ed il secondo canto sono un dittico introduttivo al resto del Paradiso. In essi troviamo l’alternarsi
dell’uno e del molteplice dalla cui diacronia l’autore spera di far arrivare l’esperienza sincronica che egli
sperimenta. Troviamo una forte presenza nel primo canto di un lessico unificante con parole come ‘tutto’
‘universo’ cui si aggiunge ‘ordine’, che esprimono l’universale aspirazione all’identità ed alla conformità con
Dio.

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CANTO III
PARAFRASI
v.1-30 Quel sole che per primo mi aveva scaldato il petto d’amore (Beatrice), mi aveva svelato il dolce
aspetto della bella verità confutando le mie errate opinioni(riprovando) e argomentando a favore della
verità (provando) e io, per confessare di essermi corretto dell’errore e di essere certo della verità, alzai il
capo tanto quanto necessario per parlare; ma apparve una visione che mi tenne legato a sé tanto stretto
per essere veduta (per vedersi), che mi dimenticai ciò che stavo per dire/la mia confessione. Come i vetri
trasparenti e puliti (tersi) danno un’immagine riflessa debole ed evanescente, come nelle acque poco
profonde, nitide e tranquille, rispetto ai fondali scuri (persi, vale oscuri, neri), tornano le immagini riflesse
(postille) dei nostri visi così deboli da sembrare una perla su una bianca fronte non darebbe un riflesso
meno forte ai nostri occhi, così (deboli ed evanescenti) vidi io più facce pronte a parlare; perché io caddi
nell’errore contrario a quello di Narciso. Non appena mi accorsi di loro, pensando che fossero immagini
riflesse, per vedere di chi fosse (il riflesso) girai/volsi gli occhi/lo sguardo; e non vidi nulla dunque lo riportai
davanti dritti verso lo sguardo (il lume) di Beatrice/della dolce guida, che, sorridendo, con gli occhi santi
pieni di ardore. “Non ti meravigliare che io sorrida”, mi disse “a causa del tuo pensiero (coto) puerile,
poiché (poi) il tuo pensiero (piede) ancora non poggia/si fonda sul vero, ma ti fa voltare a vuoto/invano
come suole accadere quando si erra: vere anime (sustanze) sono quelle che tu vedi, qui relegate per
mancanza di voto.

v. 31-63 perciò parla con esse e senti e credi (a ciò che diranno); poiché la luce di Dio (verace luce, che è
verità assoluta) non le lascia allontanare da lui (quindi dalla verità).” E io all’ombra che più mi pareva
desiderosa di argomentare/parlare, mi indirizzai/rivolsi (drizzai) e cominciai, quasi come un uomo turbato
da un’eccessivo/smodato desiderio: “oh spirito ben creato che sei illuminato dai raggi divini/della vita
eterna, che, se non provata/sperimentata, non si può capire mai, mi fareste cosa gradita se mi diceste il
vostro nome e la vostra sorte”. Dunque quella pronta e con occhi ridenti/pieni di letizia: “la nostra carità
non si nega/non chiude le porte ad una giusta voglia, non diversamente dalla carità di Dio a cui si
conformano tutte le anime beate, io fui nel mondo una vergine sorella/monaca; e se la tua mente si rivolge
su di sé/ se ci rifletti, il mio essere più bella non mi celerà a te, ma riconoscerai che io sono Piccarda, posta
qui con gli altri beati, sono beata nella sfera più lenta (dunque più lontana). I nostri aspetti che sono solo
infiammati dall’ardore di carità di Dio, gioiscono nell’adeguarsi all’ordine universale da Dio stesso voluto. È
questo grado di beatitudine che pare così basso, è dovuto all’inadempienza dei voti infatti essi furono
trascurati (negletti) e in parte manchevoli (vòti)”. Dunque io a lei “nelle vostre meravigliose
sembianze/aspetto risplende qualcosa di divino che vi trasforma (trasmuta) dalle sembianze primitive:
perciò non sono stato veloce/pronto (festino) nel ricordare, ma ora ciò che tu mi dici mi aiuta e
ricordare/raffigurare in modo chiaro/facile (latino).

v.64-90 Ma dimmi voi che siete qui felici desiderate essere una sfera più alta/un cielo superiore per poter
contemplare Dio più da vicino e per essere con lui in una più profonda comunione? (farvi amici) Dapprima
sorrise un poco con le altre anime/ombre; poi (da indi) mi rispose così tanto lieta, che sembrava ardere di
amore per il primo fuoco (Dio): “Fratello, la virtù di carità appaga/quieta la nostra volontà, che ci fa
desiderare soltanto ciò che abbiamo e non ci rende bramosi (asseta) di null’altro. Se desiderassimo essere
più in alto (superne) sarebbero (foran) discordi i nostri desideri dal volere di colui (Dio) che qui ci ha
collocati (cerne); e vedrai che questo non accade in questi cieli, poiché se in questi è necessario
essere/vivere in carità e se guardi bene la natura della carità stessa. Anzi è essenziale (formale) dell’essere
beato rimanere nei limiti della volontà divina, così che le volontà dei singoli beati diventino/si facciano una
sola; di modo che come noi siamo disposti di cielo in cielo in questo regno, a tutto il regno piace come
(piace) al re (Dio, re del cielo) ciò che è nel suo volere è ciò che vogliamo anche noi (invoglia). E nella sua
volontà sta la nostra pace: essa è quel mare verso il quale tutto si muove, ciò che essa crea o che la natura

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produce.” Chiaro mi fu allora come ogni luogo del cielo è Paradiso anche se (etsi) la grazia del sommo bene
(beatitudine) non piove/ricade allo stesso modo (su tutti).

v.91-130 Ma così come avviene se ci si sazia di un cibo e si ha ancora voglia/gola di un altro, che si chiede di
questo e si ringrazia di quello, così feci io negli atti e nelle parole, per sapere da lei quale fu la tela che non
portò a fine con la spola (ossia il voto inadempiuto). “Una perfetta vita ed alto merito collocano in un cielo
più alto una donna (Santa Chiara d’Assisi)” mi disse “sotto la cui regola nel vostro mondo giù, si prende
l’abito monacale ed il velo, perché fino alla morte si vegli e si dorma, con quello sposo, Gesù Cristo, che
accetta ogni voto che la carità rende conforme al suo volere. Ancora giovinetta/bambina, fuggì dal mondo
per seguirla e mi chiusi nel suo abito (dunque convento) e promisi di seguire la sua regola. Poi alcuni uomini
avvezzi al male che al bene, mi rapirono e mi portarono fuori dal convento: Dio sa quale fu poi la mia vita. E
quest’altro splendore che ti si mostra alla mia destra e che si illumina di tutta la luce della nostra sfera; ciò
che io dico di me lo intende valido anche per lei; fu sorella/monaca, e così le fu tolto dal capo il velo
monacale. Ma poiché fu riportata (rivolta) al mondo contro la sua volontà (assoluta) e contro le buone
usanze/oneste norme, non fu mai realmente separata dal velo/ nel suo animo rimase sempre fedele al voto
preso. Questa luce è la luce della grande Costanza che da Enrico VI e dalla sua passeggera ed impetuosa
potenza (vento) generò il terzo ed ultimo imperatore della casa Sveva.” Così mi disse/parlò e poi disse “Ave
Maria” cantando, e cantando svanì come una cosa pesante nell’acqua scura/profonda. La mia vista, che la
seguì fin tanto che le fu possibile, quando la perse (di vista), si rivolse segno del suo maggiore desiderio
(Beatrice) ma quella mi abbagliò lo sguardo tanto che in un primo momento non riuscì a sopportare la vista
di tanto splendore e ciò mi fece esitare (tardo) nel chiedere.

v.3- provando e riprovando: l’ordine sintattico viene qui invertito sarebbe riprovando, cioè confutando
l’erroneo pensiero di Dante e provando, cioè argomentando in favore della verità.
v.12- persi: vale come oscuri, neri. I fondali scuri riflettono troppo bene l’immagine e dunque non solo
questi i riflessi che l’autore cerca per la sua metafora ma quelli delle acque chiare e tranquille che ci
ridanno un’immagine evanescente e poco chiara, non nitida come quelle delle acque profonde.
v. 18- Narciso: ‘quel ch’accese amor tra l’omo e ‘l fonte’ Narciso mitologicamente era noto per amare così
tanto la sua immagine da innamorarsi del suo stesso riflesso in uno specchio d’acqua che credeva essere
una reale persona e nel tentativo di congiungersi con esso, muore affogato. L’errore contrario capita qui a
Dante, se Narciso scambia per reale un riflesso, Dante scambia per riflesso un’anima.
v.30- rilegate: l’equivoco è voluto da Dante per farci cadere nello stesso errore del Dante personaggio,
ossia nella convinzione che le anime siano legate ai loro cieli come i dannati ai gironi infernali.
v.61 festino: viene dal latino e significa pronto/veloce in relazione stretta con l’aggettivo latino al v.63 che
indica ‘chiaro/facile’ ed è una metafora spesso usata da Dante anche in altre opere precedenti.
v.69- primo foco: pareva ardere d’amore per il primo fuoco, vuol dire per Dio, in quanto Dio è il primo
amore.
v.79- esto beato esse: vale ‘essere beato’. ‘esse’ viene dal latino e significa esistenza, dunque ‘essere’.

ANALISI
Costanza d’Altavilla
Figlia del re di Sicilia Ruggiero II, nata nel 1154, era l’ultima erede del regno normanno, di Puglia e Sicilia.
Costanza, nel 1185 sposò Enrico IV di Svevia figlio di Federico Barbarossa, facendo acquisire l’Italia
meridionale all’Imperatore che da tempo tentava di conquistarla in vano. Dal matrimonio nel 1194 nacque
Federico II. Costanza rimasta vedova nel 1197, seppe reggere con saggezza il regno fino alla sua morte,

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l’anno successivo, nominando tutore del figlio ancora bambino, il papa, Innocenzo III. Durante l’impero di
Federico II i guelfi diffusero la leggenda che Costanza fosse stata monacata contro la sua volontà ed unita in
matrimonio ad Enrico IV a 52 anni, quando l’arcivescovo di Palermo l’aveva tolta dal chiostro. Federico
secondo sarebbe dunque stato una sorta di anticristo, figlio di una ex monaca, in età non più fertile: contro
ogni legge divina ed umana. In realtà Costanza non fu mai monaca e si sposò a 31 anni. Dante priva la
leggenda di ogni aspetto negativo, innalzando la sua figura a quella di grande imperatrice e vittima
innocente.
Piccarda Donati
Figlia di Simone Donati e sorella di Forese e di Corso (capo della parte nera), Piccarda era giovinetta pia e
religiosissima, entrò nel convento di Santa Chiara a Firenze, ma il fratello Corso volle unirla in matrimonio
con Rossellino della Tosa per ragioni politiche. Egli era un violento seguace della parte nera, e perciò la rapì
del monastero. La sua presenza in paradiso era già stata annunciata dal fratello, nonché amico di Dante,
Forese, che aveva incontrato in purgatorio, fra i golosi.
La struttura: un canto purgatoriale
L’azione del Paradiso inizia qui, nel canto III, dove si presentano le prime anime dei beati che mancarono ai
voti terreni. Queste anime sono le uniche ad avere un difetto nel loro passato. Per questo Dante le raffigura
ancora con lineamenti terreni, mentre le anime saranno interamente avvolte dalla luce. Beatrice vuole far
capire da subito che la realtà del Paradiso è del tutto insolita. Nelle parole di Piccarda si alternano la
tristezza per la vita terrena e la serenità per la beatitudine del Paradiso. I nessi di queste anime con la
dimensione terrena, lo rendono un canto vicino al purgatorio. La sparizione dell’anima di Piccarda è affidata
alla similitudine dell’oggetto che sparisce in acque scure, che richiama l’introduzione delle anime ad inizio
canto.
Temi e motivi: beatitudine e sede dei beati
I beati dei cieli inferiori desiderano essere posti in quelli superiori? Il dubbio di Dante è fallace sin dalle
fondamenta, perché egli ragiona ancora in termini terreni di spazio-tempo. Crede che queste anime
guardino dal basso verso le anime più in alto. Come se il Paradiso fosse una scala, e risiedessero
stabilmente in quel cielo. La questione della vera sede dei beati sarà chiarita nel successivo canto IV, il
canto III invece si concentra sulla definizione della beatitudine. In realtà, quei gradi non possono suscitare
alcuna invidia nelle anime beate: innanzitutto perché nel Paradiso non può attecchire alcun sentimento
negativo e soprattutto, perché la beatitudine stessa è per definizione la totale identità della propria volontà
con quella di Dio.
Al centro della narrazione due anime alquanto diverse tra loro: Piccarda Donati, una donna comune che egli
ha conosciuto è Costanza d’Altavilla, illustre discendente di una casata normanna, una delle donne più
celebri del medioevo. Una medesima virtù è premiata allo stesso modo, sia che venga operata ai livelli più
bassi sia da quelli più bassi. È un messaggio in sintonia con la teoria dei gradi di beatitudine illustrata da
Piccarda in questo canto.

LA LETTURA DI BOSCO
Regola strutturale costante di tutto il Paradiso è l’alternanza di parti didascaliche e di parti affettive. Egli ha
molto spesso cura con semplici aperture umane in sede di paragone di saggiare la teoresi sull’esperienza
umana, sui bisogni e gli affetti degli uomini comuni. È quella ‘domesticità’ del Paradiso che costituirà un
costante punto di riferimento nella nostra lettura della cantica.

Dubbi filosofico-religiosi

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Dopo due canti di arduo impegno culturale-religioso, il poeta nel canto III si riferisce all’esperienza terrena
ed extra-terrena di una creatura umana. Comincia dopo il proemio generale sull’ordine dell’universo, la
serie ininterrotta dei ‘dubbi’ soprattutto filosofico-religiosi che costituisce il nerbo del Paradiso; comincia
cioè la soluzione sistematica dei problemi di fede nei quali Dante filosofo novizio era inciampato e che era
l’aspetto principale del suo ‘traviamento’. Anzitutto quello circa la graduazione della beatitudine, poi
connesso con questo, il problema per la struttura del terzo regno, circa l’effettiva sede dei beati, nel IV
canto: se nelle stelle o nell’Empireo. Un terzo ‘dubbio’ adombrato nell’esplorazione umana della figura di
Piccarda lungo il canto III e poi affrontato nel suo aspetto teorico nel canto successivo, concerne l’influenza
che la debolezza di volontà dell’uomo comune. Il venir meno ai voti fatti è paradigma di questa debolezza. Il
problema ne implicava un altro più grave: quello sulla giustizia di Dio, che sembrerebbe poter essere posta
in discussione. Infine, il poeta si pone il quesito sulla possibilità di permutare i voti. Il primo problema, già
posto da Tommaso, vede da una parte la necessità di una beatitudine assoluta, dall’altra il solo desiderare
un bene più alto o diverso distruggerebbe l’essenza di quella felicità. È impossibile che Dio non tenga conto
dell’uso che l’uomo fa del libero arbitrio. Come sono graduate le colpe e le pene nell’inferno così lo devono
essere i meriti e le ricompense nel Paradiso. Piccarda media tra queste due necessità dicendoci che la
volontà dei beati s’identifica con quella di Dio, essi non possono dunque desiderare nulla di diverso da
quello che Dio ha voluto.

La discussione sulla sede dei beati


La discussione circa la sede dei beati sta alla base della costruzione del Paradiso: le anime risiedono
effettivamente nell’Empireo, ma appaiono al viaggiatore nelle varie stelle, per adeguarsi all’intelletto
umano di lui, che deve ancora partire dal “sensato”, quindi dai sensi, per comprendere anche l’ultra-
umano. Così al poeta è possibile una costruzione del Paradiso simmetrica a quelle dell’Inferno e del
Purgatorio. L’opinione di Platone secondo cui le anime, una volta morti i corpi umani tornavano alle stelle
da cui erano discese. Questa opinione sembrava essere condivisa da Dante, ma così non è giacché questa
visione era stata dichiarata eretica dalla Chiesa. Nella discussione del canto IV l’opinione di Platone è bensì
nettamente rigettata, ma se ne propone un’interpretazione che può conciliarsi con la dottrina della Chiesa.
Tale interpretazione apriva la via alla discussione seguente sulla debolezza della volontà umana. Le anime
appaiono nelle stelle dalle quali hanno derivato le loro tendenze. Questo della debolezza della volontà è un
aspetto particolare, ma fondamentale del problema-base generale del libero arbitrio, risolto nel Purgatorio.
Il problema dell’apparente ingiustizia è riproposto ora nel canto IV. Il problema è risolto invitando gli
uomini a prendere atto dell’imperscrutabilità dei disegni di Dio, cioè rinviando alla rivelazione della
Scrittura, poiché la ragione non basta. La soluzione richiede la necessità del ricorso alla fede, la ragione
umana. Nel Purgatorio è spiegato il rapporto tra l’influsso stellare e l’uomo: questo ha avuto da Dio lume a
discernere il bene dal male e la libertà del volere. Ma “così salda voglia è troppo rada”. Le anime che
appaiono nella Luna hanno subito l’influsso di questa che è la non-costanza. Il poeta ammira la fermezza
indomabile che tenne “Lorenzo in su la grada e fece Muzio a la sua man severo”, ma si rende anche conto
che Dio non ha dato a tutti tale fermezza, e dunque non la si può esigere da tutti.

La permutabilità dei voti


L’ultimo ‘dubbio’ di Dante circa la natura del voto e la sua permutabilità era stato formulato alla fine del
canto IV, un procedimento narrativo non isolato. Bisogna distinguere tra la materia del voto e la
convenienza cioè il patto che nel voto l’uomo stringe formalmente con Dio: questo è definitivo, la materia è
invece permutabile purché importi un sacrificio maggiore di quello che si permuta. L’essenza del voto è il
sacrificio della volontà. San Tommaso ammette in alcuni casi addirittura l’annullamento del voto fatto,
mentre il poeta ammette solo la permutazione della materia. Lo sdegno di Dante è connesso con la
frequenza con cui si chiedevano e si ottenevano dispense o facili commutazioni, Era fenomeno diffuso e
deplorabile.

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Piccarda Donati
Entrata Piccarda in un convento di Clarisse, ne era stata tratta fuori con la violenza dal fratello Corso, che
l’aveva costretta a sposarsi uno dei più facinorosi dei suoi compagni Neri. L’avvenimento tra il 1285 ed il
1288 al tempo della prima fioritura umana e poetica di Dante. L’episodio di Piccarda è trattato con linee e
colori e suoni stilnovistici. Beatrice è designata nel primo verso del canto III, come colei che “pria d’amor mi
scaldò ‘l petto” anche qui sono strettamente legati tra loro l’amore e il desiderio d’istruire Dante. La fusione
tra amore terreno e carità paradisiaca è costante nel Paradiso, tornerà anche nel canto IV. Si noti come
anche nel canto III rinvii alla stagione del primo amore terreno di Dante.
Il fulcro della figurazione di Piccarda, in quanto exemplum, è la sua fragilità. Si osservi l’insistenza sulla veste
monacale, sul velo, sul chiostro, intesi come protezione contro il mondo e gli uomini. “Nel suo abito mi
chiusi” v.104 e ancora si dice che a Costanza venne tolto il velo. La ‘chiusura’ dell’abito, in contrapposizione
con il “disciolta” detto poi in riferimento a Costanza. Il convento viene chiamato “dolce chiostra” ed in esso
prevale la connotazione di luogo chiuso, protetto, di rifugio sicuro e garantisce un dolce isolamento dal
mondo perturbante.
Il giudizio che Dante dà nell’operato di Piccarda e di Costanza è certamente in linea assoluta negativo. Il
loro ben volere non fu “intero” come era stato quello di Lorenzo e di Muzio Scevola. L’ammirazione di
Dante per Lorenzo e Muzio, ma non si esclude l’umana comprensione verso la comune degli uomini, che
non sa resistere alla violenza, il poeta insieme incolpa Piccarda e Costanza e le scusa. La loro fragilità riceve
luce dalla fortezza di Lorenzo e di Muzio. I due soli spiriti individuati in questo cielo sono due donne: un
uomo, Dante non lo avrebbe circondato della simpatia di cui circonda le due beate. Come in questa il volere
‘relativo’ che contrasta con l’‘assoluto’, così nel poeta il giudizio morale assoluto cede di fronte alla
comprensione per l’umana debolezza.
C’è una leggenda secondo la quale Piccarda subito dopo il matrimonio avrebbe ottenuto da Dio di
conservare la sua verginità: una lebbra improvvisa e ributtante avrebbe impedito ogni rapporto e dopo
pochi giorni ella sarebbe morta. Dante ignora la leggenda nata probabilmente in ambiente francescano.
Non solo per il verso “Iddio si sa qual poi mia vita fusi” che allude a una vita di dolore necessariamente
alquanto lunga.
Piccarda teorizza infine la soluzione finale del dubbio, ma in terra aveva già realizzata, chiudendosi nel
chiostro, la sua piena dedizione a Dio, teorizza ma insieme rivive la sua personale esperienza, il suo dolore
per un evento che aveva interrotto quella dedizione totale. Piccarda parla alla fine del suo discorso, della
vicina imperatrice Costanza, che tace: “ciò ch’io dico di me, di sé intende”. Il destino di lei era stato simile al
suo, in un ambiente assai più alto, imperiale. Anch’ella sarebbe stata, e per giunta in età avanzata, tratta a
forza per ragioni dinastiche, dal chiostro. Era così diventata la madre di Federico II. Era una leggenda nata
negli ambienti guelfi, che vedevano in Federico l’Anticristo, e questi, secondo una profezia, doveva nascere
sacrilegamente e contro natura da una monaca, per giunta in età che in via naturale non sarebbe stata
feconda. Dante non rifiuta la leggenda anzi inverte il significato, non accennando alla presunta vecchiaia,
insistendo invece sulla fedeltà di Costanza per tutta la vita, al suo sposo celeste.

I primi due cieli


Le fattezze dei beati dei cieli superiori, immersi totalmente nella loro stessa luce, i beati dei primi due cieli,
della Luna e di Mercurio, sono invece parzialmente visibili. Solo nell’Empireo Dante potrà vedere i beati
nella loro figura umana. La parziale visibilità dei primi due cieli segna un trapasso tra la piena visibilità delle
anime del Purgatorio e l’assoluta scomparsa di ogni corporeità negli altri cieli, ma non nel senso esteriore di
Anti-paradiso, ma nel senso che nei primi due cieli appaiono a Dante spiriti che in terra non furono
interamente perfetti. E dunque la luce che emana da essi non è così intensa come quella degli spiriti dei
cieli superiori. Evanescenti o invisibili sono nel Paradiso solo le fattezze umane: ben precise sono invece
sempre le molte figurazioni in cui le luci dei beati si dispongono.

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CANTO IV
PARAFRASI
v. 1-27 Fra due cibi egualmente distanti e ugualmente appetibili/in grado di suscitare appetito, un uomo
libero morirebbe di fame prima di riuscire a portarne uno alla bocca; allo stesso modo starebbe immobile
un agnello tra due lupi feroci ugualmente bramosi o un cane tra due daini (dame): per cui se io tacevo, non
biasimo né lodo me stesso poiché era inevitabile già che ero spinto ugualmente dai miei dubbi. Io tacevo
ma il mio desiderio mi stava dipinto sul viso/era lampante, e il chiedere con questo, più ardente/intenso
che se fosse espresso con parole. Beatrice fece così come fece Daniele placando l’ira di Nabucodonosor che
lo aveva reso ingiustamente crudele e feroce; e disse: “Io vedo bene come ti attraggano ora l’uno ora l’altro
desiderio, così/di modo che il tuo interesse/brama (cura) frena/intralcia sé stessa e non riesce a esprimersi
con parole. Tu ragioni “Se la buona volontà persiste, per quale ragione/motivo la violenza altrui diminuisce
per me la misura di ben meritare (la beatitudine)?”. Ti dà ancora motivo di dubitare il fatto che le anime
sembrano tornare alle stelle, secondo l’opinione di Platone. Queste sono le questioni che nella tua volontà
(velle) premono con la stessa forza e tratterò per prima la questione più ricca di veleno (felle).

v.28-60 Quel Serafino che è più vicino a Dio (s’india), Mosè, Samuele e quel Giovanni che preferisci
prendere (fra i due, Battista ed evangelista) ,Maria non esclusa, io ti dico che non hanno la loro sede/i loro
seggi in altri cieli rispetto a queste anime che ti sono appena apparse, né la loro beatitudine nell’Empire ha
durata di più o meno anni; ma tutti abbelliscono/adornano/partecipano all’Empireo (primo giro) e il diverso
grado della loro beatitudine dipende dalla maggiore o minore capacità di sentire l’amore divino. Si
mostrano qui (cielo della Luna) non perché gli sia stata assegnata questa sfera ma per dare un segno a te,
per mostrarti sensibilmente che il loro grado di beatitudine è il più basso (c’ha men salita) dell’Empireo.
Così conviene parlare al vostro ingegno che apprende solo da ciò che è percepito tramite i sensi ciò che
diviene poi oggetto della conoscenza intellettiva. Per questo la Bibbia (Scrittura) si abbassa alle vostre
facoltà (ingegno/intelletto umano) e attribuisce a Dio piedi e mani, intendendo altro; e la Santa Chiesa che
rappresenta con aspetto umano gli arcangeli Gabriele, Michele e l’altro che guarì Tobia (Raffaele). Ciò che il
Timeo (dialogo platonico) afferma non è simile a ciò che si vede qui, giacché pare che le parole che dice
siano sentite. Dice che l’anima ritorna (riede) alla sua stella, credendo che questa sia stata staccata da qui
quando la natura le diede forma sostanziale; e forse la sua opinione è diversa (d’altra guisa) da ciò che
esprimono le sue parole, ed è possibile che il suo modo di intendere non sia risibile/ deridibile. Se egli
intende che a questi cieli torna la lode o il biasimo per gli influssi esercitati sulla Terra, allora in parte ha
colpito la verità col suo dire (arco).

v. 61-90 Questo principio male interpretato traviò quasi tutto il mondo (ebrei unici monoteisti) di modo che
identificarono Giove, Mercurio e Marte con i pianeti. L’altro dubbio che ti turba ha meno veleno, però dato
che la sua malizia non ti potrebbe allontanare da me (teologia). La giustizia divina può sembrare ingiusta
agli occhi dei mortali è motivo di fede e non di eresia. Ma poiché il vostro intelletto può penetrare bene
questa verità, ti accontenterò come desideri. Se la violenza consta del subirla e non assecondare colui che
la compie, allora queste anime non furono scusate per essa; poiché la volontà se non lo vuole non si
spegne, ma agisce come fa la natura sul fuoco (spingendolo verso l’alto), anche se mille volte la violenza
(vento) lo piega. Già che se ella (volontà) si piega assai o poco, asseconda la forza; e così fecero queste
(anime) potendo rifugiarsi nel chiostro. Se la loro volontà fosse stata assoluta/integra (intero), come quella
che tenne San Lorenzo sulla graticola e quella che indusse Muzio Scevola ad essere severo con la sua mano,
essa le avrebbe riportate sulla strada da cui erano state portate via, non appena furono liberate
dall’impedimento; ma una volontà così salda è assai rara. E per queste parole se le hai intese come devi,
l’argomento che avrebbe potuto turbarti ancora molte volte è chiuso/cancellato.

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v.91-123 Ma ora un'altra difficoltà ti si presenta davanti, tale che con le tue sole forze/da solo non ne
usciresti: ti stancheresti prima di riuscirci. Io ti ho convinto fermamente che un’anima beata non possa
mentire, dato che è sempre prossima/in comunione con la prima verità (Dio); e poi hai potuto sentire da
Piccarda che Costanza si mantenne fedele al velo/alla regola monastica, cosicché ella sembra contraddirmi.
Già molte volte, fratello, è accaduto che, per sfuggire dal pericolo contro voglia si fece ciò che non è bene/
conviene fare; come Almeone, che, uccise la madre pregato di ciò dal padre, per non venir meno alla
devozione filiale, si fece empio/spietato. A questo punto voglio che tu sappia/pensi che la forza/volontà di
chi compie la violenza si unisce alla volontà di chi la subisce, e fanno sì che non si possano scusare le offese
fatte a Dio. La volontà assoluta non consente alla violenza (di piegarlo) ma (quella relativa) vi consente in
quanto teme di cadere in danno maggiore (affanno) sottraendosi a questa. Perciò quando Piccarda ha
espresso quel pensiero, si riferisce alla volontà assoluta mentre io parlo dell’altra (volontà relativa); dunque
entrambe diciamo il vero. Questo fu l’abbondante flusso del fiume santo (di parole di Beatrice) che esso
uscì dalla fonte da cui procede ogni verità (Dio); che pose in pace sia l’un dubbio che l’altro. “Oh amata dal
primo amante (Dio), o diva” dissi io subito, “il cui parlare mi inonda e mi scalda di modo che mi
vivifica/ravviva sempre più, la mia gratitudine (affezion) per quanto profonda non è sufficiente a rendervi
grazia come si deve; ma ve ne renda colui che tutto vede e può (Dio).

v.124-142 Io vedo bene come il nostro intelletto non si sazia mai, se non lo illumina il vero, la verità divina
fuori dalla quale nessuna verità può esistere. Questo (Il nostro intelletto) si posa in esso (vero rivelato da
Dio) come la fiera nella sua tana (lustra) non appena l’ha raggiunta; e la può raggiungere: se non potesse,
ogni desiderio di conoscere sarebbe vano. Nasce per quello (il desiderio di verità) a mo’ di germoglio
(rampollo), ai piedi del vero, il dubbio; ed è naturale impulso che ci spinge di colle in colle alla somma/vetta
più alta. Questo mi rassicura e mi spinge/mi invita, donna, a domandarvi di un’altra verità che mi è oscura.
Io vorrei sapere se l’uomo può compensare i voti mancati con altre opere di bene (altri beni), che non siano
piccoli/di scarso pesa per la vostra bilancia. Beatrice mi guardò con gli occhi pieni di scintille d’amore cos’
divini che, la mia facoltà visiva (virtute), vinta, venne meno (diè le reni= dare le spalle) e quasi mi smarrii
con gli occhi chini.

v.14- Nabucodonosor: allusione al racconto biblico del profeta Daniele che indovinò ed interpretò il sogno
di Nabucodonosor da questi dimenticato, placando l’ira del re che voleva condannare a morte i savi
babilonesi incapaci di spiegarlo.
v. 24- Platone: la dottrina platonica delle anime sosteneva che esse preesistessero al corpo, dimorando
nelle stelle. Questa dottrina fu condannata e considerata eretica dal Concilio di Costantinopoli.
v.32 – Si riferisce a Piccarda e Costanza, incontrate da Dante nel cielo della Luna.
v.47- I tre arcangeli sono: Gabriele che annuncia a Maria la nascita di Gesù, Michele che sconfisse Lucifero
ed infine Raffele che guarì Tobia dalla cecità.
v.103- Almeone: era il figlio di Anfiarao e di Erifile e secondo il mito riportato da molti autori noti a Dante,
l’indovino Anfiarao conoscendo l’esito funesto della sua partecipazione alla guerra di Tebe, si nascose per
non prendervi parte. La moglie rivelò ad un'altra donna in cambio di una collana il nascondiglio del marito
che dovette andare in contro al suo destino e morì. Il figlio allora vendicò il padre.
v.83 San Lorenzo era nato in Spagna e divenne diacono a Roma dove poi fu martirato nel 258 d.C. durante
le persecuzioni di Valeriano. Egli fu arso vivo su una graticola.
v.84 Gaio Muzio Scevola era invece un leggendario eroe romano che tentò di uccidere Porsenna, il re degli
Etruschi che assediavano Roma. Fallì nell’impresa e portato al cospetto del re egli si bruciò la mano destra
per aver sbagliato il colpo mortale. Gli etruschi impressionati dal suo coraggio lo lasciarono libero.

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ANALISI
L’incipit del canto porta ben 3 esempi per descrivere fino a che punto i due desideri di Dante lo logorino.
Questi, suscitati dalle parole di Piccarda, impediscono al pellegrino di parlare, non sapendo quale fra i due
desideri meriti di essere risolto per primo. Beatrice sblocca questa situazione paradossale rispondendo ai
suoi quesiti senza che li ponga. Si noti inoltre come tutti e tre gli esempi riportino desideri vitali, che se non
fossero appagati poterebbero alla morte, ossia: l’uomo con due succulenti pasti davanti, l’agnello
circondato da due lupi ed il cane con davanti due daini.
La teoria Platonica
Beatrice scioglie per primo il secondo dubbio che riguarda la Teoria Platonica, considerata eretica e che
pertanto andava rigettata. Secondo questa visione, l’anima preesiste al corpo e gli spiriti discendono dalle
stelle a cui tornano dopo la morte del corpo. Questa teoria si è diffusa a Tal punto da traviare tutti meno
che gli ebrei, unici monoteisti, al punto che ai pianeti di diedero i nomi degli antichi dei e che Dante stesso
dice che Platone se davvero come sembra crede nel senso letterale di ciò che ha scritto, è da deridere. La
teoria platonica era inoltre in forte contrasto con l’ortodossia cattolica secondo cui ogni anima è creata da
Dio di volta in volta ed infusa poi nel corpo ancora dentro l’alvo materno.
Volontà umana e giustizia divina
Tormento della coscienza di Dante è la questione della giustizia divina, che agli occhi dell’uomo può
sembrare ingiusta. È possibile comprendere in questo cielo perché Piccarda e Costanza meritino il minor
grado di beatitudine, ma resta incomprensibile il quadro generale della giustizia, tanto che una volta giunto
nel cielo di Giove Dante si arrende al mistero della fede a cui si abbandona.
Violenza e volontà
All’interno dell’opera Beatrice ci svela la concezione nel Paradiso di violenza e le due differenti volontà che
essa può incontrare. La violenza viene paragonata al vento che soffia sulla fiamma esso può piegarla ma
non appena esso cessa, la fiamma come per sua insita natura, a tendere verso l’alto. Allo stesso modo la
violenza se incontra la volontà integra e assoluta, per quanto rara, torna sempre alla sua natura quanto
prima. Invece spesso gli uomini sono deboli e la loro volontà vacilla, è una volontà relativa, che spinta dalla
paura che opponendosi alla violenza di vada incontro a conseguenze da loro reputate peggiori, asseconda
la suddetta violenza. In questo Piccarda ha sbagliato, poteva tornare al chiostro e non l’ha fatto, non si è
opposta alla violenza con l’integrità della fiamma e per questo non si possono scusare le violenze fatte a
Dio. Questa bivalenza della volontà rende veritiere sia le parole pronunciate da Piccarda che si riferiscono
alla volontà assoluta sia quelle di Beatrice sulla relativa.
La strada della conoscenza v.131
Il Paradiso è per Dante e per l’uomo ascesa spirituale ed intellettuale. Negli ultimi versi si chiarisce come si
produca nell’uomo la conoscenza: ossia tramite la costante ricerca del vero il cui apice è il vero rivelato da
Dio a cui l’uomo aspira proprio perché vi può giungere. Se questo fosse inarrivabile anche dopo la morte,
sarebbe vano il conoscere e la ricerca ad esso legata. Per Dante come per l’uomo medievale in generale la
conoscenza è frutto di un graduale processo di raffinamento dell’anima. Un animo purificato pertanto non è
sufficiente, occorre anche una capacità intellettuale in grado di superarsi sempre più fino a ‘transumanare’.
Con la ricerca del vero alla conoscenza si affianca però il dubbio.

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CANTO X
PARAFRASI
v.1-27 Dio padre, guardando in suo Figlio, con lo Spirito Santo (Amore), che Padre e Figlio (l’uno e l’altro)
emanano eternamente, fece con tanto ordine il moto dei cieli che colui che lo contempla (rimira) non può
non godere del suo (di Dio) valore. Dunque, lettore, alza lo sguardo con me ai cieli (alte rote) dritto verso
quel punto dove si scontrano i movimenti rotatori opposti; e da quel punto cominciai a contemplare con
amore (vagheggiar) l’opera di quel maestro/artefice (Dio) che in sé l’ama tanto che non distoglie mai lo
sguardo da essa. Vedi come da lì si dirama lo Zodiaco/l’obliquo cerchio che porta i pianeti, per soddisfare il
mondo/la Terra che li chiama/ha bisogno di loro. Che se la loro strada (dei pianeti, ossia lo zodiaco) non
fosse obliqua (torta), molte virtù degli astri sarebbero inutili, ed i loro effetti sulla Terra, morti; e se il
divergere dell’eclittica dall’equatore (dritto) fosse maggiore o minore la Terra sarebbe in entrambi gli
emisferi (e su e giù) assai manca di molto del suo ordine. Adesso indugia, lettore, sopra il tuo banco,
ripensando/andando indietro col pensiero a ciò che si pregusta, se vuoi essere lieto/raggiungere la letizia
della verità che ti farà dimenticare d’essere stanco. Ti ho messo annanzi/in tavola (le vivande/il cibo): ormai
devi cibarti per conto tuo; perché quella materia (del viaggio ultraterreno) di cui io sono lo scrivano, e che a
sé chiama tutta la mia attenzione.

v.28-60 Il maggiore ministro della natura (o di Dio in base alle interpretazioni, ossia il sole), che imprime la
sua influenza benefica sul mondo e che con la sua luce ne misura il tempo, assieme/unito con quel punto
(equinoziale) che ho ricordato prima, si aggirava per la spirale (spire) su cui si mostra (s’appresenta) sempre
più presto di giorno in giorno; e io ero con lui (il Sole), ma io non mi accorsi di salire, se non come l’uomo si
accorge del sorgere di un pensiero solo quando ne prende coscienza. È Beatrice quella che guida/fa da
scorta (si scorge) salendo di bene in meglio/di cielo in cielo, così velocemente che il suo atto non si
dilunga/estende (sponge) nel tempo. Quanto dovevano essere luminose per sé stesse le anime che erano
nel cielo del sole, dove io entrai, che mi apparivano non per colore ma per l’intensità della luminosità! Per
quanto io invochi/chiami (l’aiuto) dell’ingegno e dell’arte e dell’abitudine (all’arte dello scrivere), non lo
direi mai così (chiaramente/bene) che il lettore lo possa immaginare; ma egli può credere e
desiderare/bramare di vederlo (un giorno andando in paradiso). E se la nostra capacità immaginativa è
insufficiente, non c’è da meravigliarsi; poiché la vista umana non ha mai visto luce più forte di quella del
sole. Tali erano i beati del quarto cielo di Dio, che egli sempre appaga, rivelando il mistero della trinità
(come spira e come figlia). E Beatrice cominciò: “Ringrazia, ringrazia il Sole degli angeli (Dio), che per sua
grazia ti ha sollevato a questo Sole materiale. Il cuore di un mortale non fu mai così ben disposto (digesto)
alla devozione e ad arrendersi a Dio con tutta la sua gratitudine così presto, come lo fui io a quelle parole; e
così tutto il mio amore si mise il lui (Dio), tanto che Beatrice si eclissò nell’oblio/mi dimenticai di
Beatrice/svanì dai miei pensieri.

v.61-90 Non se ne dispiacque ma sì ne sorrise, e con lo splendore dei suoi occhi ridenti rivolse la mia mente
concentrata tutta su Dio soltanto (unita) a diversi oggetti. Io vidi diverse luci vivide e vincenti (vincono la
luce del Sole) fare di noi il centro di un cerchio da loro composto, più armoniosi nel canto di quanto non
fossero lucenti: così cingersi vediamo talvolta la luna, quando l’aria è pregna di vapori e trattiene il raggio
(fil) della luna per cui si forma l’alone (che fa la zona). Nella corte del cielo (Paradiso) da dove ritorno, si
trovano gemme (gioie) preziose e belle così tanto che non si possono portare fuori dal regno (Paradiso); e il
canto di quei lumi è una di queste; chi non è in grado di rivestirsi di penne così da poter salire/volare lassù
(aka chi non è in grado/degno di diventare beato dopo la morte) non si aspetti notizie (novelle) di lassù da
un muto (Dante). Dopo che, così cantando, questi ardenti soli/luci brillanti ebbero girato intorno a noi tre
volte, come stelle vicine a poli fissi, mi parvero donne che stanno ancora danzando e che si fermano in
silenzio, ascoltando finché non sentono/intendono (ricolte) le nuove note che fanno ricominciare il ballo
(del ritornello). E dentro a una di quelle luci sentii dire: “Poiché il raggio della grazia da cui si accende il vero
amore (quello per Dio) e che amando cresce sempre più, in te risplende così potentemente che ti conduce

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su per quella scala (Empireo) dove (‘u, dal latino ubi) nessuno discende senza risalirvi; chi ti negasse il vino
(la conoscenza) dalla sua bottiglia (fiala) per la tua sete (di conoscere), non sarebbe libero (di manifestare la
sua carità) se non come l’acqua che non scende verso il mare.

v.91-120 Tu vuoi sapere di quali piante si infiora questa ghirlanda che contempla amorosamente
(vagheggia) intorno alla bella donna che ti dà il valore necessario (avvalora) a salire al cielo. Io fui uno degli
agnelli del santo gregge che Domenico conduce per la via dove ci si arricchisce di meriti (ben s’impingua) se
non si devia dalla regola per beni vani/materiali(vaneggia). Questi che mi è a destra più vicino, fu mio
fratello e maestro, ed è Alberto di Colonna e io Tommaso d’Aquino. Se così di tutti gli altri vuoi essere
informato, con lo sguardo segui la mia voce lungo questa beata ghirlanda. Quell’altro brillare/fiammeggiare
proviene dalla letizia (il riso) di Francesco Graziano, che l’una e l’altra legge aiuta (ecclesiastica e temporale)
così come piace al Paradiso. L’altro che vicino adorna il nostro coro, è quel Pietro che offrì alla Santa Chiesa
i suoi averi come la povera vedova del Vangelo. La quinta luce che è la più luminosa (bella) tra noi, spira di
un tale amore che tutto il mondo, laggiù, desidera conoscere il suo destino: dentro (alla luce) vi è l’alta
mente in cui/dove fu infuso un sapere così profondo, che, se le scritture (vero) dicono il vero, a
vedere/conoscere tanto non giunse mai una seconda persona (aka Salomone). Vicino vedi il lume di quel
luminare della Chiesa (cero) che giù (nel mondo) in vita (carne) vide più addentro/ la natura e la funzione
degli angeli (Dionigi l’Areopagita). Nell’altra piccola luce ride/si letizia il difensore (avvocato) dei tempi
cristiani della cui narrazione/racconto (latino) si giovò Agostino.

v.121-148 Ora se tu con l’occhio della mente traini di luce in luce seguendo i miei elogi, resti con la sete
dell’ottava (luce). Dentro vi gode della beatitudine, per il fatto di vedere Dio, l’anima santa che
dimostra/rese manifesta la fallacia del mondo a chi la sa bene intendere (‘la’ si riferisce sia alla sua vita che
alla sua opera). Il corpo da cui questa (l’anima) fu cacciata giace sulla Terra (giuso) nella basilica di San
Pietro in Ciel d’oro (Cieldauro, a Pavia), e dall’esilio (terreno) (e quindi dal martirio) venne a questa pace (il
Paradiso). Oltre vedi fiammeggiare lo spirito ardente di Isidoro di Siviglia, Beda il venerabile e di Riccardo di
San Vittore, che nella sua attività contemplativa (a considerar) fu più che un uomo (quasi un angelo, viro,
latinismo). Questo (Sigieri) da cui il tuo sguardo torna su di me, è la luce di uno spirito che era tanto preso
da pensieri gravi/importanti/rilevanti che gli parve di arrivare lentamente alla morte (liberatoria): essa è la
luce eterna di Sigieri di Brabante, che, insegnando nella ‘Via della paglia’ a Parigi, con sillogismi (silogizzò)
dimostrò verità che gli procurarono invidie (e persecuzioni). Quindi come un orologio che ci chiami all’ora in
cui la Chiesa si leva a cantare la mattinata al suo sposo (Cristo) perché lui la ami, nel quale una parte delle
ruote tira quella che segue e spinge quella che precede tintinnando in modo così dolce che lo spirito ben
disposto (ad amare) si riempie (turge, latinismo per si gonfia) d’amore; così io vidi la ghirlanda dei beati
(gloriosa rota) muoversi e accordare il canto (render voce a voce in tempra) e melodiose al punto che non
può essere conosciuta se non là dove la gioia dura sempre (s’insempra, neologismo).

v.8-9- i corpi celesti hanno due opposti movimenti: l’uno diurno, o equatoriale da est verso ovest; l’altro
annuo o zodiacale seguendo la linea dell’eclittica. I due piani si intersecano in due punti detti equinoziali
che corrispondono alla posizione del sole nei due equinozi: di primavera e d’autunno. Dante si riferisce qui
al primo di questi.
v. 14- lo Zodiaco detto ‘obliquo’ (oblico), viene così chiamato perché l’eclittica su cui si muove è inclinato di
23,5° sull’equatore. In realtà lo Zodiaco non è un cerchio bensì una fascia in cui si muovono le orbite del
Sole e degli altri pianeti. Tale fascia è divisa in 12 parti uguali, che corrispondono a 12 costellazioni: i segni
zodiacali che partendo dall’equinozio di primavera, il 21 marzo, che corrisponde al segno dell’Ariete.
L’immagine che ci dà Dante mostra lo Zodiaco che ‘porta’ i pianeti come una strada ‘porta’ il viandante.
v.27- scriba: Dante si definisce come lo scriba di Dio

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v.34 -io era con lui: Dante è già nel cielo del Sole, quindi con lui sottintende appunto il sole, prima citato
come ‘maggior ministro della natura’
v. 42- le anime appaiono a Dante anche qui come punti luminosi e si distinguono dalla luce del Sole perché
sono ancora più luminose di quest’ultimo.
v.67- ‘figlia di Latona’- si riferisce alla Luna, spesso identificata con Diana, figlia di Latona e Giove.
v.75- dal muto aspetti quindi le novelle: Dante qui intende ‘ chi non sarà degno di beatitudine e quindi di
poter assistere in prima persona a questa gemma preziosa del Paradiso non chieda a me di raccontarla
perché non sono in grado di descriverla’.
v.78- fermi poli: l’autore vuole sottolineare sia la lentezza che la circolarità perfetta del moto dei beati: la
corona da loro formata è una circonferenza perfetta al cui centro stanno Dante e Beatrice.
v.79-81 – donne mi parver: si rievoca qui una scena quotidiana e domestica: quella del ballo. All’epoca i
balli erano così praticati: le donne si disponevano in cerchio (come fanno ora le anime beate) al ritornello o
ripresa della danza corrispondeva un giro intero, seguivano poi due mezzi giri prima in una direzione e poi
nell’altra e poi ancora un altro giro completo; infine le danzatrici prendevano a ricantare la ripresa e
facevano così un altro giro. Procedevano in questo modo per tutte le stanze del componimento fino ad
esaurirlo.
v.98-99 -ALBERTO DI COLOGNA: filosofo e teologo tedesco, visse a cavallo nato alla fine del 1100 morirà a
Colonia nel 1280. Entrò nell’ordine domenicano a Padova nel 1223, dove aveva studiato. Dal 1228 insegnò
in varie città tedesche fra cui Colonia ed a Parigi e fu anche maestro di Tommaso d’Aquino in queste due
città. Fu il primo a cercare un accordo fra il pensiero aristotelico e quello cristiano. Dante conosceva molto
bene le sue opere.
v.104 -FRANCESCO GRAZIANO: italiano, visse nel X-XI secolo e morì nel 1160. Fu un monaco camaldolese
ed insegnò a Bologna, dove compose il Decretum Gratiani in cui raccolse e ordinò i canoni dei concili, dei
testi biblici e patristici ponendo le basi del diritto canonico. In quest’opera egli sottolineava le discordanze e
proponeva soluzioni per queste ultime. Fu proprio Graziano ad introdurre la distinzione fra legge naturale e
divina e legge umana.
v.107-108 PIETRO LOMBARDO: italiano, nato alla fine del X secolo, studiò a Bologna e poi nel monastero di
San Vittore per intercessione di San Bernardo. Insegnò nella scuola della cattedrale di Parigi dove rimase
fino al 1159, quando fu eletto vescovo di Parigi, morì l’anno successivo. Della sua ampia produzione l’opera
più nota è soprattutto il ‘Libri Sententiarum’, al cui prologo questi versi fanno riferimento. Nel prologo
Pietro afferma di voler offrire alla Chiesa il suo tributo come la povera vedova del Vangelo, che versò nel
tesoro del Tempio due monete, tutto ciò che possedeva.
v.110- tale amor: allude al Cantico dei Cantici opera poetica di Salomone, una delle più alte voci della
poesia amorosa che nel Medioevo venne interpretata come profezia delle nozze mistiche fra Cristo e la
Chiesa.
v.114- SALOMONE: questo verso traduce quasi il passo biblico in cui Salomone chiede a Dio la sapienza e
questi gli risponde che gliene ha già data tanta che nessuno prima o dopo di lui lo eguaglierà mai per la
sapienza.
v.117- DIOGINI L’AEROPAGITA: discepolo di San Paolo si convertì al cristianesimo, primo vescovo di Atene
morì martire per la fede verso la fine del I secolo. L’opera a cui qui si allude è il De coelesti hierarchia assai
nota nel Medioevo. Oggi invece la si ritiene insieme ad altre, di un filosofo del V secolo, Pseudo Dionigi. La
sua dottrina delle gerarchie angeliche è accolta da Dante nella Commedia, in smentita alla concezione dello
stesso autore nel Convivio.

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v.118- PAOLO OROSIO: spagnolo, di Tarragona vissuto fra IV e V secolo, fu un autore assai noto a Dante ed
a tutto il Medioevo per la sua opera storica, in particolare per il ‘Historiarum libri VII adversus paganos’ che
Sant’Agostino gli consigliò di scrivere, dato che la intendeva come una conferma storica del De civitate Dei
da lui scritto. Si tratta di un grandioso compendio dalla creazione all’attualità degli autori. ‘avvocato de’
tempi cristiani’ fa probabilmente riferimento al fatto che Orosio sosteneva che i tempi cristiani non fossero
più calamitosi di quelli pagani come invece era convinzione comune degli avversari del Cristianesimo.
v.131-
 ISIDORO DI SIVIGLIA: spagnolo, originario di Cartagena, veniva detto ‘di Siviglia’ in quanto vescovo
della suddetta città. Visse fra 500 e 600 (secoli VI e VII) era noto soprattutto per la creazione di
un’enciclopedia cara al Medioevo in cui ebbe notevole diffusione, fu una delle maggiori fonti di
sapere: ‘Etymologiarum libri XX’.
 BEDA IL VENERABILE: un monaco inglese vissuto fra la fine del secolo VII e l’inizio del VIII. Scrisse un
importante numero di opere storico-religiose in particolare ricordiamo l’ ‘Historia ecclesiastica
gentis Anglorum’ che fu centrale per la conoscenza della storia del cristianesimo in Inghilterra.
 RICCARDO DI SAN VITTORE: chiamato così dal nome della celebre abbazia di Parigi (Saint Victor) di
cui fu priore dal 1162 fino alla morte nel 1173. Fu uno dei maggiori rappresentanti della corrente
mistica e tenace oppositore del razionalismo.
v.137- Vico degli Strami: ossia la ‘Via della paglia’ un vicolo di Parigi in cui avevano sede le scuole di
filosofia. Rue du Fouarre.
v.143- tin tin: onomatopea che propone un’immagine sonora che segue la precedente immagine visiva: il
muoversi delle ruote.

APPROFONDIMENTI
v.99 TOMMASO D’AQUINO (1225-1274)
Tommaso d’Aquino, nacque in Campania e studiò prima presso il famoso monastero di Montecassino e poi
all’università di Napoli. Nel 1243 contro il desiderio della famiglia, entrò nell’ordine dei Domenicani. Studiò
a Parigi ed a Colonia dove ebbe come maestro Alberto Magno. Lo stesso Tommaso insegnò prima a Colonia,
poi a Parigi ed infine a Napoli. Tornò poi a Parigi dove si scontrò con l’ideologia del Sigieri di Brabante.
Tornò in Italia e morì nel monastero di Fossanova nel 1272. A lui si deve la completa sistemazione del
pensiero cristiano su basi aristoteliche, già iniziato dal suo maestro, che è ad oggi ancora la filosofia ufficiale
del Cattolicesimo. La sua grandezza si deve, fra le varie opere, soprattutto alle due Summae: theologica e
contra Gentiles a cui Dante attinse largamente.
v.125 SEVERINO BOEZIO
Era un patrizio romano, nato intorno al 480, venne innalzato alle più alte cariche da Teodorico, ma quando
cadde in disgrazia del sovrano, quest’ultimo lo fece imprigionare a Pavia e successivamente uccidere.
Durante il periodo di prigionia compose la sua opera più famosa: il ‘De consolatione philosophiae’ uno dei
libri più letti e tradotti del medioevo. Quest’opera fu di molto conforto a Dante dopo la morte di Beatrice e
lo spinse agli studi filosofici.
v.136 SIGIERI DI BRABANTE
Fu maestro all’Università di Parigi, fu anche il massimo rappresentante del così detto averroismo latino.
Nato attorno al 1225 professò un radicale aristotelismo senza preoccuparsi dell’ortodossia cristiana motivo
per cui venne criticato da Tommaso d’Aquino indirettamente con il suo famoso opuscolo ‘De unitate
intellectus’ contro l’averroismo parigino. Nel 1270 l’arcivescovo di Parigi condannò gli errori del Brabante.
Non sappiamo se il processo venne fatto e che esito in caso abbia avuto, ma probabilmente questi venne
tenuto presso la Curia sotto stretta sorveglianza. Venne assassinato ad Orvieto fra 1281 e ’85.

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Perché sta in paradiso? Ancora irrisolta è agli occhi de critici la presenza di un averroista in paradiso
soprattutto lodato dal suo nemico ideologico, Tommaso d’Aquino. Probabilmente Dante qui non loda il
filosofo in quanto tale ma come martire del pensiero filosofico, come vittima del pensiero ‘grave’.

ANALISI
Il decimo canto si apre con una lunga ed articolata allocuzione al lettore, invitato a sollevare lo sguardo
verso il cielo, distogliendolo dagli orrori della Terra. Nel cielo del sole si celebrano infatti quegli spiriti che in
Terra seppero sollevare gli occhi dal disordine per scrutare l’ordine divino attraverso la Creazione. Secondo
alcune teorie medievali l’ombra della terra giungeva fino a Venere oltre che alla Luna e a Mercurio. Dunque
questi corpi celesti e le anime che subivano il loro influsso parevano quasi legate a un ché di terreno, quasi
compromessi. Il cielo del Sole segna un distacco netto da quelli precedenti, qui la beatitudine delle anime si
può per la prima volta dire perfetta.
Dante invita i lettori a ‘cibarsi da soli’: lui gli ha fornito tutto il materiale ma ora spetta a loro compiere la
propria personale riflessione e giungere come lui alla fede, volgere lo sguardo verso l’alto in
contemplazione, nella speranza di essere un giorno degni di essere partecipi personalmente della
beatitudine di cui questi spiriti godono. Questi sono modelli di sapienza a tal punto che per amore della
conoscenza hanno sacrificato la loro esistenza o hanno in alcuni casi estremi addirittura pagato con la vita.
È il caso del Sigieri, del Boezio e di Tommaso stesso, martiri per la sapienza, almeno secondo Dante.
Uomini travagliati in Terra dalla ricerca dell’unica verità, prede di un’ansia di conoscenza che solo in cielo
poteva trovare vero appagamento, alcuni di questi spiriti furono fieri avversari in vita, ma Dante della sua
tempestosa contemporaneità costituisce nel quarto cielo un’unica armonia. In virtù di questa concordia,
Sigieri e Tommaso, che appartenevano a schieramenti contrapposti, si erano posti uno affianco all’altro,
così come poi San Bonaventura da Bagnoregio e Gioacchino da Fiore, il cui spirito venne riconosciuto come
‘profetico’ in Paradiso, era invece stato dal primo considerato falso, in Terra. E ancora domenicani e
francescani, in contrapposizione sulla Terra, ora danzano e cantano in perfetta armonia. Il cielo del Sole è
dunque l’orizzonte più ampio in cui tutte le parziali prospettive terrene trovano composizione nella più alta
visione Sapienziale.

LA LETTURA DI BOSCO
L’introduzione ai cieli più alti
Vi è una frattura fra i primi tre cieli e gli altri che si aprono in questo canto con un solenne ed ampio incipit
di introduzione alla trattazione dei cieli più alti e puri. L’ordine divino qui contemplato, che viene costruito e
conservato dalla Trinità, è quello delle ‘alte ruote’ cioè dei cieli, disposti in modo che da esso derivi
“l’ordine mondano”, cioè la possibilità stessa della vita sulla Terra. Tutto ciò la Trinità l’ha ottenuto
dall’incrociarsi dei moti dell’equatore e dello zodiaco in una ben precisa inclinazione del cerchio zodiacale
contenente i pianeti (23,5°). Conviene considerare l’opera non col solo intelletto ma con amore così come
con amore Dio stesso l’ha creata. Alla fine del canto il suono della campanella che all’alba chiama i monaci
alla lode del signore è paragonato a quello della ‘mattinata’ che gli amanti erano usi cantare e suonare di
buon mattino sotto la finestra dell’amata. Gli amanti cantano per essere amati come l’uomo santo è
chiamato a lodare Dio. In mutua relazione stanno l’amore della grazia verso gli uomini e quello degli uomini
verso Dio: il primo accende il secondo e dal secondo è accresciuto.

La scelta dei sapienti


Nel cielo del Sole appaiono a Dante le anime di coloro che in terra rifulsero per sapienza cristiana. Dante
non si accorge del suo salire in questo cielo poiché esso va inteso più che come atto fisico, come slancio del
pensiero. Gli spiriti ‘sapienti’ gli appaiono in forma di due corone di luci concentriche e perfettamente

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corrispondenti fra loro nella danza e nel canto. Ogni corona è composta da 12 spiriti, indicati esplicitamente
dal poeta. Per lo più filosofi e teologi ma anche dotti ‘pagani’. A questi 24 spiriti vanno aggiunti San
Francesco e San Domenico che non sono propriamente compresi in questo cielo ma che qui vengono a
lungo celebrati e che non vengono attribuiti a nessun’altra sfera. Tra i sapienti nominati vi sono due dei
primi seguaci di Francesco: Illuminato ed Agostino; e due di Domenico: Alberto e Tommaso. Per
comprendere la scelta di questi sapienti bisogna anzitutto ricordare che Dante rifiuta la distinzione
agostiniana fra ‘sapienza’ di carattere divino, e ‘scienza’ di carattere terreno/umano. Per Dante la sapienza
comprende in sé i due aspetti, e molti altri ancora. Da notarsi è l’importante presenza fra i sapienti scelti da
Dante di divulgatori enciclopedici di cultura, da cui Dante stesso ed il Medioevo in generale attinsero
ampiamente.

La complementarietà di virtute, amore e scienza


Dante ci spiega nel canto XIII che per lui la filosofia-teologia e la scienza profana non bastano ad integrare il
concetto di ‘sapienza’. La ‘sapienza’ di Salomone fu invece quella che gli permise di essere ‘re sufficiente’
nell’esercizio pratico della sua sovranità e quella sola egli chiese: domandò cioè a Dio di avere la possibilità
di esser giudice giusto del suo popolo. Per Dante oltre alla sapienza intellettuale ve ne è anche una che si
traduce in volontà, ossia la ‘virtute’. Nella sua ottica infatti sapienza, amore e virtute erano le tre qualità
attribuite ai tre costituenti della Trinità e per tanto tutti complementari fra loro. In Francesco la virtù si
identifica soprattutto con amore, mentre in Domenico con la sapienza. Entrambi vengono presentati nei
canti XI e XII come eroici uomini d’azione e non come teologi o dotti. Similmente Illuminato ed Agostino
giunsero alla cognizione di Dio con l’umile dedizione, forse anche meglio che filosofi e teologi che vi
giungono invece tramite lo sforzo intellettuale. Dante ammonisce poi dal prevaricare, rischiando di
incorrere in eresia e di ‘travolgere con falso ragionar il senso dritto e chiaro delle Scritture’. Su questa linea
nel canto XXIV Dante ci parla della “sancta simplicitas” da anteporre sempre alla superba e arrogante
scienza.

La contrapposizione fra i due ordini


Una grande larghezza d’idee contrassegna la scelta di questi spiriti sapienti. L’insegnamento di Tommaso ha
grande rilievo estendendosi ai canti XI e XIII. I due presentatori delle anime sapienti sono Tommaso e
Bonaventura affermandone dunque la validità di pensiero davanti a Dio. Tommaso segue l’indirizzo
aristotelico-razionalista mentre Bonaventura segue una dottrina mistica che sostiene che la vera
conoscenza possa essere frutto solo dell’illuminazione divina. Esaltando i due grandi ordini mendicanti il
poeta supera le divergenze vive fra questi nel XIII secolo ed ancora irrisolte nella sua contemporaneità,
facendo esaltare al domenicano Tommaso San Francesco ed al francescano Bonaventura San Domenico, in
un costume di scambievole cortesia al di sopra delle rivalità. Dante conferma inoltre la sua condanna dei
religiosi che studiano il diritto canonico e le Decretali per trarne profitto, dimenticando il Vangelo. Al
contempo egli esalta però il fondatore del diritto canonico: Graziano. Qui come negli ordini mendicanti, non
sono i fondatori da condannare ma i loro seguaci travianti. La rassegna degli spiriti fatta da Tommaso si
chiude con l’esaltazione di Sigieri, contro le cui idee aveva polemizzato aspramente, come simbolo di
omaggio della teologia alla filosofia al di là delle lotte individuali. Parimenti l’esaltazione di Fiore da parte di
Bonaventura, che in vita lo aveva considerato falso profeta.

Il Sigieri ed Il Boezio
Sigieri e Boezio, sono le uniche due figure dal rilievo politico e sono due vittime del loro pensiero: filosofico
dell’uno, politico dell’altro. Dante si riconosce in questo e non solo, modella il suo pensiero su quello del
Boezio da cui è fortemente influenzato. Inoltre il De consolatione philosophiae del suddetto Boezio, che lo
aveva consolato dalla prigionia, fu consolazione anche per Dante alla morte di Beatrice e lo avvicinò allo

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studio della filosofia. A proposito del Sigieri nel canto X Dante afferma che questi fosse così afflitto dai ‘gravi
pensieri’ da desiderare che la morte sopraggiungesse presto per liberarlo da questi.

CANTO XI
PARAFRASI
v. 1-27 oh insensato affanno dei mortali, quanto sono manchevoli quelle argomentazioni che fanno volgere
gli animi degli uomini verso il basso/ai beni terreni. Chi dietro al diritto e chi dietro alle scienze mediche se
ne andava, e chi seguendo gli uffici ecclesiastici, e chi governa con la forza o con l’inganno (sofismi), e chi
rubava e chi si dedicava alle faccende politiche e chi abbandonato ai piaceri della carne (per questi) si
affannava, e chi si dava all’ozio, quando da tutte queste cose fui liberato, con Beatrice venni gloriosamente
accolto nel cielo. Dopo che ciascuno (degli spiriti) fu tornato nel punto del cielo in cui stava prima, si fermò
come la candela (fissata nel) candelabro. E io sentì dentro a quella luce che mi aveva parlato prima (San
Tommaso), sorridendo incominciare (a parlare) facendosi più luminosa (quindi più pura, ‘mera’): “Così
come io risplendo della luce di Dio, così guardando nella sua luce eterna, comprendo da dove si originano i
tuoi dubbi. Tu dubiti e desideri che si distingua (ricerna) il mio dire in parole chiare e diffuse dove io prima
dissi: “dove bene si arricchisce” (U ben s’impingua) e là dove dissi: “Non nacque il secondo”; è qui è
necessario/il caso che si operi una distinzione.

v.28-63 La provvidenza che governa il mondo con quell’infinita saggezza nella quale la vista di ogni creatura
si perde/è vinta prima che arrivi al fondo (dunque è inconoscibile), affinché (la Chiesa) si dirigesse verso il
suo amato mistico la sposa di colui (Cristo) che la sposò fra le alte grida del sangue benedetto (sulla croce),
sicura di sé e anche più fedele a lui (Dio, il suo sposo), due capi stabilì in suo favore/nel suo nome, che da
una parte e dall’altra le facessero da guida (alla Chiesa). L’uno acceso dell’ardore della carità dei serafini
(Francesco), l’altro risplendette in terra di cherubica luce per la sua sapienza (Domenico). Parlerò
dell’uno/del primo (Francesco), perché lodando l’uno dei due, qualunque si prenda, si lodano entrambi,
avendo essi operato verso un unico fine. Fra il Tupino (una valle) e l’acqua che discende dal colle scelto dal
beato Ubaldo/il fiume Chiascio, dove Perugia dalla Porta del Sole sente sia il caldo che il freddo, e dietro
piangono per il massiccio del Subasio (grave giogo) Nocera Umbra e Gualdo Tadino. Da questa (del Monte
Subasio) costa, là dove ella spezza la sua ripidezza/dove il pendio si fa più dolce, nacque nel mondo un sole
(Francesco) come fa questo sole (quello su cui si trova Tommaso che parla) quando talvolta sorge dal
Gange. Perciò chi parla di questo luogo, non lo chiami ‘Assisi’ poiché direbbe poca cosa/troppo poco, ma
Oriente, se proprio vuole parlarne. Non era ancora molto lontano dalla sua nascita (orto, come ‘sorto’), che
egli cominciò a far sentire confortata la Terra della sua grande virtù; poiché ancora giovane incorse nell’ira
paterna per amore di una donna (la povertà) a cui come alla morte, nessuno fa buona accoglienza, e
davanti al suo tribunale spirituale/episcopale e davanti al padre/Dio (et coram pater) si unì/sposò a lei, in
seguito l’amò ogni giorno sempre di più.

v.64-93 Questa (la povertà), privata del primo marito (Gesù), per millecento anni e più disprezzata e
ignorata fino a Francesco rimase senza inviti (a sposarsi), non le servì che gli uomini udissero che colui che a
tutto il mondo fece paura/Cesare, la trovasse (la povertà) sicura al suono della propria voce insieme con
Amiclate, durante le guerre civili, né le valse (alla povertà) essere costante o fedele (feroce, verso il suo
sposo Gesù), così che quando Maria ne rimase ai piedi, ella pianse con Cristo sulla croce. Ma perché io non
proceda in modo troppo oscuro (chiuso), riconosci ormai nel mio diffuso parlare, Francesco e Povertà, per
questi amanti. La loro concordia e il loro lieto aspetto, amore e meraviglia e il loro dolce sguardo furono
motivo di pensieri santi (negli altri); tanto che il venerabile Bernardo per primo si tolse le scarpe (si spogliò
dei propri beni) e corse dietro a tanta pace, e pur correndo, gli pareva di esserci arrivato in ritardo. Oh
ricchezza sconosciuta! Oh bene fecondo! (ferace, fecondo di meriti per la vita eterna) si spogliarono Egidio
e Silvestro dietro allo sposo (Francesco), così come alla sposa piace. Quindi quel padre e quel maestro se ne
andò con la sua donna e con quella famiglia che già era così legata (i suoi primi discepoli/seguaci). Né per

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l’esser figlio di Pietro Bernardone, né per il suo aspetto sgradevole (dispetto) che generava meraviglia, gli
fecero abbassare gli occhi (ciglia) per vergogna (gravò viltà di cuor); ma spiegò regalmente la sua dura
regola ad Innocenzo (papa) e da lui ebbe l’approvazione (primo sigillo) del suo ordine.

v.94-123 Dopo che crebbe la gente povera che seguiva la sua regola/Francesco, la cui mirabile vita si
canterebbe meglio nella gloria dei cieli/dai cori celesti, giacché la santa volontà (voglia) di questo pastore
(archimandrita) fu cinto (redimita) da una seconda corona dallo Spirito Santo attraverso (papa) Onorio. E
dopo che la sete/il desiderio del martire (Francesco), alla superba presenza del Sultano (d’Egitto) predicò la
parola di Cristo e di coloro che lo seguirono (gli apostoli), e trovando che le genti erano ancora troppo
acerbe/immature per la conversione, e per non restare inutilmente. Tornò (redissi) al frutto dell’erba
d’Italia (tornò in Italia dove le persone erano mature per la conversione), sul monte della Verna (crudo
sasso) tra Tevere ed Arno, ricevette da Cristo l’ultimo sigillo: che le sue membra/il suo corpo portò per due
anni (le stimmate). Quando a colui (Dio) che così bene lo scelse/elesse (sortillo) piacque di
elevarlo/chiamarlo in paradiso alla ricompensa che egli aveva meritato nel suo farsi piccolo/umile (pusillo),
ai suoi frati così come a giusti/legittimi eredi, raccomandò di dedicarsi alla sua donna più cara (la povertà), e
gli ordinò che l’amassero con fedeltà, e dal suo grembo (della povertà) la sua anima illustre (preclara) volle
muoversi, tornando in Paradiso, mentre per il suo corpo non volle alcuna bara (che non fosse la nuda terra).
Pensa dunque a colui che fu un degno collega nel governare la barca di Pietro (la Chiesa) in alto (quindi
burrascoso) mare per giusta rotta (dritto segno), questi fu il nostro patriarca (Tommaso appartiene
all’ordine domenicano), perciò puoi ben capire quali meriti acquisti chi lo segue come egli comanda.

v.124-139 Ma il suo gregge (pecuglio) è diventato ghiotto di nuove vivande/cibi (i beni terreni) di modo che
era impossibile che non si disperdesse (spanda) a remoti e lontani pascoli (diversi salti), e quanto più le sue
pecore remote e vagabonde si allontanano, tanto più tornano vuote di latte all’ovile. Certo, ce ne sono
alcune che temono il danno e si tengono strette al pastore (seguono in modo ligio la regola, ma sono così
poche, che poco panno basta a fornirli di cappe. Ora se le mie parole non sono deboli/oscure, se hai
ascoltato con attenzione, se richiami (revoche) alla mente ciò che ho detto, in parte (ha chiarito solo uno
dei due dubbi) ho accontentato il tuo desiderio (di conoscere), perché vedrai da dove la pianta si scheggia
vedrai che quella correzione chiarisce e spiega bene l’espressione ‘U ben s’impingua, se non vaneggia’/
‘Dove ci si arricchisce, se non si devia (la regola)’.

v.1-3- una sorta di proemio al canto in cui il poeta sottolinea il contrasto fra i vari affanni degli uomini,
causati dalla cupidigia dei beni terreni, e la condizione felice di chi ha ormai superato le miserie del mondo
per opera della Grazia divina.
v.9 -s’affaticava: in opposizione con ‘ozio’, vuole indicare l’inutilità dello sforzo.
v.43-48- l’ampia perifrasi descrive la posizione in cui si trova Assisi geograficamente.
v.44- beato Ubaldo: la perifrasi indica il fiume Chiascio che scende dal monte Ausciano, sopra Gubbio: qui si
ritirò a vita eremitica, durante la giovinezza, il beato Ubaldo Baldassini, poi vescovo di Gubbio.
v.46- si riferisce alla posizione di Perugia che sta dirimpetto rispetto al declivio del Subasio.
v.50- sole: indica San Francesco, immagine del sole per indicare il santo, usata molto frequentemente
nell’agiografia francescana oltre che nei testi sacri biblici.
v.51- come… Gange: durante l’equinozio di primavera (talvolta) il sole sorge in Gange metafora che indica
la parte più orientale del mondo abitato. Si riteneva che in questo periodo dell’anno il sole fosse più
luminoso e che gli influssi della terra fossero migliori.

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v.55-lontan da l’orto: latinismo da ortus molto calzante dato che il termine veniva usato per indicare il
sorgere degli astri: continua così la metafora del sole.
v.56-57: all’età di 24 anni San Francesco si spogliò delle ricchezze e cominciò la vita ascetica e di apostolato.
v.67-69- Amiclate: si allude ad un episodio narrato dal Lucano: un povero pescatore, Amiclate, non
possedendo nulla egli non si preoccupava di chiudere l’uscio della sua capanna, nonostante le scorrerie dei
soldati di Cesare e dei pompeiani, e rimase imperturbabile anche quando Giulio Cesare in persona apparve
sulla sua porta.
v.79-Bernardo: Bernardo di Quintavalle, di nobile e antica famiglia assisiate, era nato intorno al 1170.
Sull’esempio di San Francesco distribuì le sue ampie ricchezze ai poveri. Nel 1211 fondò a Bologna il primo
convento e assistette alla morte di San Francesco che lo considerava come un figlio.
v.83- Egidio: nato ad Assisi nel 1190, si unì un giovanissimo al santo, gli antichi biografi lo descrivono come
un uomo semplice, retto ed estatico per eccellenza. Silvestro: prete di Assisi, si fece seguace del santo dopo
aver sognato che la città era minacciata da un terribile dragone, respinto da una croce che usciva dalla
bocca di San Francesco.
v.89- Pietro Bernardone: padre di San Francesco, ricco mercante di Assisi.
v.91- regalmente: a differenza della tradizionale immagine di san Francesco offerta dalla letteratura
francescana, Dante fece del poverello di Assisi, una figura maestosa ed eroica, il santo campione della
povertà.
v.92- Innocenzio: il pontefice Innocenzo III, era indeciso sul a farsi riguardo la regola di San Francesco ma
colpito da un sogno in cui gli parve di vedere la Chiesa di san Giovanni in Laterano prossima a crollare,
sostenuta da San Francesco, si convinse e diede l’approvazione orale alla regola.
v.101-102- allusione al tentativo di Francesco di cristianizzare l’oriente, dove si recò con 12 frati nel 1219.
Fu fatto prigioniero e durante la prigionia tentò invano di convertire il sultano egizio ed i saraceni alla fede
di Cristo.
v.107- l’ultimo sigillo: ritorna la stessa parole del v.93, l’approvazione della regola, fatta dai due vicari di
Cristo, viene solennemente confermata da Cristo stesso e la parola sigillo si adatta perfettamente ora alle
stimmate attraverso cui Cristo impresse sul corpo del santo l’immagine diretta della sua passione.
v.115-117- nel 1226, sentendo prossima la morte, San Francesco fattosi portare alla Porziuncola, ordinò ai
suoi frati che lo spiegassero e lo deponessero nudo sulla nuda terra per significare, con questo ultimo atto,
la sua totale dedizione alla povertà evangelica. L’episodio si trasfigura nell’immagine dantesca, nel
commiato del santo dalla sua donna nel momento supremo della morte.
v.129- fuor di metafora i seguaci che si allontanano dalla sua regola quanto più si allontanano tanto più si
svuotano di beni spirituali e meriti.
v.132- cappe: indica sia il manto delle pecore che il mantello usato dai frati domenicani che veniva indicato
appunto col nome di ‘cappa’.
v.137- vedrai la pianta onde si scheggia: ossia vedrai la causa della corruzione dell’ordine.

APPROFONDIMENTI
v.28-36 La provedenza…guida
Ha qui inizio l’elogio a San Francesco, che occupa quasi tutto il canto. Secondo l’uso del tempo, la biografia
del santo si trasforma in una luminosa esaltazione della figura del poverello di Assisi. I canti XI e XII sono
costruiti con un medesimo schema oratorio: l’azione della Provvidenza, che aiuta la Chiesa con due

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campioni, ossia i due santi, l’elogio di uno di loro, il biasimo della degenerazione dei due ordini da loro
fondati. San Tommaso, domenicano, fa l’elogio di san Francesco e biasima il proprio Ordine. Pare fosse uso
del tempo che nelle feste dei due santi si invitasse un domenicano a tessere l’elogio di un francescano e
viceversa. Date inoltre le accese controversie fra i due ordini l’autore vuole sottolineare come gli stolti asti
terreni trovino qui sublime concordia.
San Francesco
Francesco Giovanni di Pietro Bernardone, noto come San Francesco, nacque ad Assisi nel 1182 in una ricca
famiglia di commercianti. Dopo la conversione nel 1207 egli abbandonò tutti i suoi beni terreni per
praticare la povertà evangelica. Nel 1209, dopo aver raccolto intorno a sé un primo gruppo di proseliti, si
recò a Roma da Papa Innocenzo per chiedere l’approvazione alla propria regola che gli fu concessa ma solo
in forma orale. L’approvazione scritta verrà soltanto nel 1223, quando gli succederà Papa Onorio III. Nel
1219 egli si era recato, durante la quinta crociata, in Egitto e Palestina per convertire il sultano e con lui
l’Oriente, non ebbe tuttavia grande successo e tornò in Italia. Francesco alternò spesso alla vita attiva
periodi di ritiro spirituale, e durante uno di questi ritiri sul monte della Verna, nell’appennino toscano si
dice che ricette da Cristo le stimmate (1224). Due anni dopo morì nella chiesa di Porziuncola. Nel 1228 fu
proclamato santo.
v.56-62 ché per tal donna…unito
Tommaso ci spiega qui l’episodio che fu causa scatenante della decisone di Francesco di abbandonare la
casa paterna. Si narra che nel 1207 egli avesse donato i proventi della vendita di un cavallo ed alcuni panni
per il restauro della chiesetta di san Damiano. Il padre, venuto a conoscenza dell’accaduto, portò Francesco
dinanzi al vescovo e gli chiese di diseredarlo. Egli non solo fu ben contento di rinunciare a quest’ultima ma
si spogliò anche dei panni che portava indosso e li restituì al padre, sposando la povertà evangelica per la
vita. Il fatto diviene emblema dell’intera vita del santo e il suo amore per la povertà diviene il filo
conduttore dell’elogio di Dante a quest’ultimo.

ANALISI
Il canto si apre con un’introduzione che compiange le scelte degli uomini, rivolti ad una vita terrena e si
criticano in particolare le professioni intellettualmente più stimate. Insomma, la vita intellettuale non è
positiva di per sé, anzi può spingere a scelte sbagliate che per di più hanno l’apparenza della scelta
intelligente: è solo quella che porta alla contemplazione razionale di Dio a garantire la beatitudine. In
risposta a due dubbi di Dante, suscitati da due frasi che san Tommaso ha pronunciato nel canto X. San
Tommaso comincia il lungo elogio della vita di San Francesco dopo aver dichiarato che San Francesco e San
Domenico operarono in modo complementare per volere della Provvidenza. Il “giullare di Dio” sceglie la via
dell’umiltà, della semplicità, dell’allegria per giungere a Dio, qualità contrapposte a quelle dell’intellettuale.
San Francesco viene dichiarato “serafico” per l’ardore della sua carità, la beatitudine è dunque alla portata
di tutti anche degli analfabeti. A questa vita mirabile San Tommaso contrappone la degenerazione del
proprio Ordine, quello dei domenicani, sebbene fondato da un santo altrettanto eccelso: Domenico.
Lo stile fra solennità e semplicità
Lo stesso accostamento fra solennità e semplicità è visibile nello stile dell’elogio. Fin dalle prime parole, San
Tommaso adotta uno stile elevato ricco di latinismi, e addirittura di grecismi “archimandrita” v.99, a cui si
sommano però anche espressioni umili e dal gusto popolare, come si conviene alla vita di San Francesco.
Il contesto: la regula bullata
In questo canto e nel canto successivo, Dante non cessa di ricordare come Francesco e Domenico siano
stati invitati dalla Provvidenza a risollevare le sorti di una Chiesa sull’orlo del disastro. Nel secolo XII la
moralità era molto blanda e i fedeli erano sempre più perplessi. Questo clima di insoddisfazione generale

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diede luogo a una serie di movimenti ortodossi o ereticali. Questo spiega come mai sia così ampio il lasso di
tempo che passa fra l’approvazione orale della regola di Francesco avvenuta nel 1209, che pure suscitò nel
papa Innocenzo III alcuni dubbi per la sua durezza, e il riconoscimento ufficiale avvenuto nel 1223,
rendendola ufficialmente una “regula bullata”.

CANTO XII
Parafrasi
v.1-33 Non appena la luce benedetta (San Tommaso) prese a dire (per dir tolse) l’ultima parola, la corona
dei beati (santa mola) cominciò a ruotare; e non compì un giro intero/completo su sé stessa, che un’altra
corona di dodici spiriti la circondò, accordando il proprio moto ed il proprio canto a quello dell’altra corona,
canto che, in quei dodici dolci strumenti (tube), supera di tanto la nostra poesia (nostre muse) e le nostre
armonie (nostre serene ossia sirene) quanto il raggio diretto (primo splendor) supera quello riflesso (quel
ch’e refuse). Come si incurvano (volgon) attraverso una tenue e trasparente nube, due arcobaleni
concentrici (paralleli) e dagli stessi colori, quando Giunone ordina alla sua ancella Iride, di scendere sulla
Terra e dei due archi quello esterno nasce/è riflesso di quello interno, allo stesso modo in cui dalla voce
nasce l’eco e questi due arcobaleni qui (sulla Terra) danno sicuro presagio agli uomini di quel patto che Dio
fece con Noè, in nome del quale non si allagherà mai più il mondo con il diluvio: così le due corone di quelle
luci eterne ruotavano intorno a noi, e l’esterna (corona) corrispose all’interna (nel moto e nel canto). Dopo
che la danza (tripudio, latinismo da tripudium) la manifestazione di gioia (l’altra gran festa) così del cantare
come del reciproco corrispondersi delle luci piene di gioia e di ardore di carità, nel medesimo istante e con
volontà concorde, proprio come gli occhi che si chiudono e si aprono simultaneamente, secondo il
desiderio che li muove; dall’interno di una delle luci nuove/della seconda corona, si mosse una voce, mi
fece sembrare simile all’ago calamitato che si volge verso la stella polare nel volgermi verso di lui, e il beato
(San Bonaventura) iniziò: “ la carità (l’amore) che mi abbellisce mi spinge a parlare dell’altro condottiero
cristiano (duca, ossia San Domenico), per il quale qui si parla così bene del mio (sottointeso duca, ossia San
Francesco).

v.34-60 Giusto è che dove si parli dell’uno, si presenti anche l’altro: di modo che, siccome essi
combatterono insieme (ad una), così la loro gloria insieme risplenda. L’esercito di Cristo che costò caro
riarmare (la morte di Gesù) e che si muoveva fiacco (tardo) dubbioso (sospeccioso) e ridotto di numero
dietro alla bandiera di Cristo (ossia la croce), quando l’Imperatore che sempre regna venne in aiuto alla
cristianità, che era in pericolo e dubbiosa (in forse) per sola grazia non perché ne fossero degni (gli uomini)
e, come è già stato detto (da Tommaso), venne in soccorso alla sua sposa (la Chiesa) con due campioni,
dietro al cui esempio ed alla cui predicazione il popolo deviato si ravvide. In quella parte dove d’Europa
dove arrivo lo Zefiro (vento) dolce e fa nascere le nuove fronde che poi la rinverdiscono, non molto lontano
dal litorale percosso dalle onde dietro alle quali il sole si nasconde agli occhi degli uomini, tramontando
stanco per il suo lungo percorso (lunga foga); sta la fortunata Calaruega sotto la protezione del grande
scudo (di Castiglia) in cui il leone soggiace (la torra) e la soggioga, dentro/qui vi nacque l’amoroso vassallo
(drudo) della fede cristiana, il santo atleta amorevole verso i buoni cristiani, duro contro gli eretici, e come
fu creata la sua mente fu ripiena (repleta) di viva virtù, che indusse la madre a fare un sogno profetico
prima che lui nascesse.

v.61-87 Dopo che furono compiute le nozze (sponsalizie) tra San Domenico e la fede al fonte battesimale,
dove si portarono in dote reciproca salvezza, la donna che per lui diede l’assenso, vide nel sonno/in sogno il
meraviglioso frutto che doveva essere prodotto da lui e dai suoi eredi, e perché fosse nel nome (in
costrutto) quale era realmente, di qui, dal Cielo (quinci) scese l’ispirazione di dargli come nome il possessivo
di colui a cui egli apparteneva totalmente (di cui era tutto). Fu battezzato/chiamato Domenico, e io ne parlo

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come dell’agricoltore che Cristo elesse/scelse perché lo aiutasse ad incrementare il suo orto (La Chiesa).
Sembrò proprio un inviato ed un servo devoto di Cristo: perché il primo sentimento (amor) che in lui si
manifestò fu per il primo consiglio dato da Cristo. Molte volte, fu trovato dalla sua nutrice sveglio a terra, in
silenzio, come se dicesse: “io sono nato per questo”. Oh quanto era davvero Felice il padre! Oh, quanto
davvero la madre era Giovanna, se è lecito intendere questo nome nel suo significato etimologico. Non per
il mondo, per cui molti si affannano dietro all’ostiense (quindi al diritto canonico) e a Taddeo (studi di
medicina), ma per amore della vera sapienza, in poco tempo si mise a andare intorno alla vigna (Chiesa) che
preso secca/perde il colore (imbianca) se il vignaio è cattivo (reo).

v.88-120 E alla sede pontificia(sedia), che fu già benevola ai poveri più di quanto sia ora, non per colpa
propria (per lei) ma per il pontefice (colui che siede), che si allontana dalla retta via (traligna), chiese non di
dare solo una parte (o due o tre per sei) delle ricchezze destinate ai poveri, non la fortuna del primo
beneficio ecclesiastico liberatosi (vacante), non le decime che spettano ai poveri di Dio (decimas, quae sunt
pauperum), ma domandò invece il permesso (licenza) di combattere contro, il mondo sviato dall’eresia, in
favore di quel seme (fede) da cui sono germogliati i ventiquattro piante (santi) che ora ti circondano (ossia
le due corone di beati). Poi, con la dottrina e con la volontà con l’appoggio e con il mandato conferitogli dal
pontefice come una sorgente che posta in alto che con il suo impeto urtò gli sterpi (sterpaglia) eretici
soprattutto/più vivamente qui (in Provenza) dove le resistenze erano più forti. Da lui nacquero diversi rivi (i
suoi discepoli) di cui l’orto cattolico si irriga di modo che i suoi arbuscelli (ossia i fedeli cattolici) verdeggino
maggiormente. Se questa fu una delle due ruote della biga che difese la Santa Chiesa e vinse la battaglia
(interna) contro gli eretici (civil briga), ben nota ti dovrebbe essere l’eccellenza dell’altra (ruota, quindi
Francesco), di cui Tommaso parlò così cortesemente del mio venire/arrivo. Ma la carreggiata delineata dal
solco fatto dal cerchio esterno della ruota, è abbandonata di modo che ora vi è la muffa là dove prima c’era
il tartaro. I suoi frati (la sua famiglia), che (inizialmente) si mossero retti seguendo le sue orme, sono ora
tanto deviati (volta), che quello (piede) si dirige verso quello dietro (di piede), e presto si vedrà l’effetto
della mala cultura quando il loglio sarà bruciato e non potrà entrare come buon grano nell’arca di Noè.

v.121-145 Ben dico, che chi cercando sfogliasse il nostro volume pagina per pagina ne troverebbe ancora
alcune dove si legge “Io sono quello che ero solito essere”, ma non fu il caso di Ubertino da Casale né di
Matteo d’Acquasparta, da dove provengono frati tali che uno sfugge dalla Regola francescana, e l’altro la
irrigidisce (coarta). Io sono l’anima di Bonaventura da Bagnoregio che nelle grandi cariche ricoperte ho
sempre messo in secondo piano la cura dei beni mondani. Illuminato da Rieti e Agostino di Assisi che furono
fra i primi scalzi poverelli (seguaci di Francesco) che nel cordone/cinto francescano (capestro) a Dio si
fecero amici, sono qui (nella seconda corona). Ugo da San Vittore è qui con loro, e Pietro Mangiadore e
Pietro Spano, il quale giù (sulla terra) risplende (luce) nei suoi dodici libri (libelli), Natàn profeta ed il
patriarca metropolitano (di Costantinopoli) Crisostomo e Anselmo e quel Donato che scrisse un trattato
(pose mano) sulla grammatica (la prima arte). Rabano è qui e mi risplende a lato l’abate calabrese
Gioacchino da Fiore dotato di spirito profetico. Mi spinse ad emulare il discorso preciso (discreto latino) di
frate Tommaso la sua ardente cortesia nel lodare un tale paladino (della Chiesa, ossia San Domenico), e con
me mosse (al canto ed alla danza) gli altri spiriti beati che formano questa seconda corona a venire qui.

v.10-18: come il parlare della ninfa Eco, che Amore consumò come il sole dissolve i vapori e le nebbie. La
complessa similitudine si riferisce alle due corone di beati, che si muovono e cantano insieme, avendo la
corona esterna ripreso il moto ed il canto di quella interna. La ninfa Eco, innamoratasi di Narciso che non la
ricambiava, si consumò a poco a poco fino ad essere ridotta a voce ed ossa che furono poi trasformate in
pietra facendo restare di lei soltanto la “voce errante” da cui “vaga”.
v.12 Iunone: nella mitologia antica, Iride, messaggera di Giunone, quando scendeva sulla terra portando un
ordine della dea, lasciava dietro di sé l’arcobaleno.

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v.13 la scienza del tempo credeva che, nel fenomeno dei due arcobaleni, quello esterno fosse il riflesso di
quello interno, mentre in realtà sono ambedue rifrazioni della luce.
v.17 patto: secondo il racconto della Bibbia, dopo il diluvio universale Dio promise a Noè di non mandarne
più un altro e confermò il patto facendo apparire l’arcobaleno.
v.19- sempiterne rose: la metafora si riferisce agli spiriti beati che formano le due corone, va collegata
all’altra per cui le due corone di spiriti vengono dette ghirlande, nel canto X.
v.29-30 - l’ago: la bussola era stata inventata da poco e l’immagine dell’ago che viene attratto dalla stella
polare, era già diventata usuale termine di paragone nei poeti del Duecento.
v.37-38: l’esercito di Cristo: ossia l’umanità redenta dopo il sacrificio di Cristo sulla croce che è un caro
prezzo che egli paga per ridare agli uomini le armi necessarie a difendersi dalle insidie del demonio.
v.46-54: si descrive qui il luogo di nascita di San Domenico, in rispondenza con la descrizione del luogo di
nascita di san Tommaso.
v.47 - Zefiro: o Favonio, era il vento che soffiava da Occidente e portava i benefici effetti della primavera.
v.52 - Calaroga: Calaruega, piccolo borgo della vecchia Castiglia, viene qui detta “fortunata” per aver dato i
natali a San Domenico.
v.54 – leone: lo scudo di Castiglia è diviso in due parti una con un leone che soggioga una torre ed una con
un leone che soggiace alla torre.
v.53-55: la figura di San Domenico viene rappresentata sotto una dimensione eroica, quella di Santo Atleta.
v.64 –la donna: “la madrina” ossia che nel battesimo dà l’assenso al nome del battezzando.
v.65- nel sonno: la madrina di San Domenico sognò il fanciullo con una stella in fronte, simbolo della sua
missione di guida verso la salvezza.
v.67-69 – il nome latino Dominicus è il possessivo di Dominus (signore), quindi “del signore”. La figura
etimologica faceva parte dell’alto stile oratorio dei panegirici, poiché si riteneva che esistesse un legame fra
la cosa denominata ed il suo nome.
v.71-71: l’immagine dell’agricoltore che rinverdisce l’orto cioè la Chiesa era tipica del linguaggio evangelico.
v.79- veramente felice: felice di nome e di fatto, perché era il padre di un grande santo.
v.80- Giovanna: il nome ebraico, significava “grazia di Dio” o “piena di grazia”, quindi anche il nome della
madre, inteso nel suo significato etimologico, corrispondeva ad una realtà di fatto.
v.83 – l’espressione è analoga a quella del canto XI “dietro a iura e … ad amforismi”
 Ostiense: Enrico di Susa nato nel XIII secolo, insegnò diritto canonico a Bologna, Parigi e forse in
Inghilterra. Fu sia vescovo che Arcivescovo in Savoia (Francia) infine fu nominato cardinale e
vescovo di Ostia, da cui la designazione di “ostiense”. I suoi volumi di diritto canonico gli diedero
grande fama e divennero la base dello studio nelle scuole di diritto.
 Taddeo: Taddeo Alderotto, fiorentino nato nel 1215, studiò medicina a Bologna e vi fondò una
celebre scuola medica in cui poi insegnò. Morì nel 1295 lasciando vari testi importanti per la
medicina ed il suo studio.
v.91 due o tre per sei: letteralmente indica il dare solo un terzo o la metà di ciò che doveva essere
effettivamente destinato ai poveri.

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v.93- decimas, quae sunt pauperum Dei: Dante afferma che quello che la Chiesa detiene lo detenga non
come possessore ma come dispensatore dei frutti a favore dei poveri di Cristo nella Monarchia.
v.95 licenza di combattere: l’approvazione dell’ordine fu chiesta a papa Innocenzo III nel 1215, ma non si
poté avere subito perché il IV concilio lateranense aveva proibito la fondazione di nuovi ordini. Egli approvò
infatti solo a voce, l’approvazione ufficiale avvenne soltanto nel 1216 ad opera di Onorio III, ma
precedentemente, nel 1205, san Domenico si era recato a Roma per chiedere il permesso di intraprendere
una campagna contro gli eretici, e successivamente cercò di convertire gli albigesi, eresia contro la quale
era stato fondato l’Ordine dei predicatori.
v.106 biga: immagine di guerra, eroica, la biga veniva anticamente usata come carro da guerra, in rima con
la “civil briga” al verso 108, un altro termine guerresco che indica la “guerra civile”, nel caso di Domenico la
guerra interna che attraversa la Chiesa.
v.114 – gromma: l’immagine è quella di una botte, incrostata di tartaro (gromma) finché è ben curata, ma
che può facilmente ammuffire se trascurata.
v.118-120: i frati per l’uno o per l’altro eccesso si sono allontanati dalla volontà di san Francesco,
piangeranno il loro errore quando si vedranno esclusi per sempre dal regno dei Cieli. L’immagine del loglio
è di origine evangelica, deriva dalla parabola della zizzania.
v.121-123: fuor di metafora, il poeta ha voluto intendere che ci sono ancora dei francescani che seguono la
regola dettata dal santo fondatore.
v.127 –Bonaventura: san Bonaventura da Bagnoregio, al secolo Giovanni Fidanza, nacque a Bagnoregio nel
Lazio nel 1221. Entrato nell’Ordine francescano, ne divenne generale. Arcivescovo di York nel 1265, fu
cardinale ed infine morì a Lione. Era detto “dottore serafico”, fu il maggior rappresentante della corrente
mistica dell’Ordine francescano.
v.133 - Ugo da San Vittore: nato nelle Fiandre intorno al 1097, fu abate a San Vittore, presso Parigi, e morì
nel 1141. Fu un notevole rappresentante della scuola mistica e autore di molte opere filosofiche care alle
scuole medievali ed assai lodate da Tommaso d’Aquino.
v.134 –
 Pietro Mangiadore: nato a Troyes all’inizio del XII secolo, fu decano di quella cattedrale e
cancelliere dell’università di Parigi. Ritiratosi nel monastero di San Vittore dove morì nel 1179.

 Piero Spano: Piero di Giuliano noto anche come Piero Ispano, nato a Lisbona nel 1226, fu prima
arcivescovo e cardinale e finanche papa col nome di Giovanni XXI. Morì a Viterbo. Fu studioso di
filosofia e medicina, che insegnò anche e verrà ricordato soprattutto per i dodici libri (dodici livelli
v.135) delle summulae logicales.
v.136 – Natàn: profeta ebraico che rimproverò a David l’adulterio con Betsabea e l’assassinio del marito di
questa, Uria.
v.137 –
 Crisostomo: San Giovanni Crisostomo, nato ad Antiochia nel 345 circa, fu patriarca metropolitano
di Costantinopoli nel 398. Morì nel 407 in esilio. Fu uno dei principali padri della Chiesa greca, di
grande eloquenza che gli meritò appunto il nome di “bocca d’oro” ossia “Crisostomo”.

 Anselmo: nato ad Aosta nel 1033, entrò nell’ordine benedettino e fu arcivescovo di Canterbury nel
1093. Morì nel 1109. Fu uno dei più famosi teologi e filosofi del Medioevo.
 Donato: Elio Donato, vissuto nel IV secolo d.C. grammatico famoso e maestro di San Girolamo, le
sue opere grammaticali furono assai diffuse nel Medioevo.

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v. 139 –Rabano: Rabàno Mauro, arcivescovo di Magonza, nato nel 776, fu monaco benedettino nel celebre
monastero di Fulda, di cui fu abate. Anche egli autore di molte opere teologiche ed esegetiche.
v.140-141 –il calavrese abate Giovacchino: Gioacchino da Fiore, nato in Calabria, nel 1130 circa, fu monaco
cistercense e abate del monastero di Corazzo. Ritiratosi sui monti della Sila, vi fondò il monastero di San
Giovanni in Fiore nel 1189. Il nuovo ordine florense fu approvato da Celestino III nel 1196. Scrisse molte
opere in cui sosteneva la necessità di un rinnovamento sociale e religioso della Chiesa, fondandosi su
un’interpretazione mistica dei testi biblici. Condannate dalla Chiesa le sue idee ebbero ugualmente ampia
diffusione. Un suo fermo oppositore che arrivò addirittura a definirlo “falso profeta” in Terra fu
Bonaventura che ora nell’armonia del paradiso, sta al suo fianco e ne riconosce la grandezza, in
parallelismo con quanto accade nel canto X, quando affianco a Tommaso sta quel Sigieri che egli aveva
tanto criticato, a sottolineare l’ampiezza di pensiero e l’indipendenza del giudizio di Dante.
v.142- paladino: con tale nome si designavano i 12 cavalieri di Carlo Magno, personalmente addetti alla sua
persona. Siamo dunque sempre dentro a quelle immagini eroiche del santo.

APPROFONDIMENTI
San Domenico
Domenico di Guzman, nacque a Calaruega in Spagna nel 1170. Di famiglia agiata, studiò teologia e una volta
terminati gli studi, assecondò la sua vocazione e fu ordinato sacerdote. Dopo alcuni anni, in Danimarca, nel
1205 fu inviato da papa Innocenzo III come missionario in Linguadoca in Francia, dove rimase al fine di
convertire gli eretici. In quegli anni maturò anche l’idea di fondare un proprio Ordine monastico. In
occasione di un viaggio a Roma, propose quindi al pontefice la sua regola che venne ufficialmente
riconosciuta solo successivamente da papa Onorio III, nel 1216. I principi su cui esso si fonda sono: la
predicazione, lo studio, la povertà mendicante e le missioni di evangelizzazione. Morì nel 1221 e fu
proclamato santo nel 1234.
v.58-60 E come … lei fece profeta
Bonaventura da Bagnoregio ricorda che l’anima di Domenico prima ancora che il suo corpo vedesse la luce
cominciò a operare prodigiosamente rendendo profeta la madre che lo portava in grembo. Sognò di
partorire un cane bianco e nero che portava in bocca una fiaccola con cui incendiava il mondo. Il sogno è
identico a quello fatto dalla madre di Ezzelino nel canto IX del Paradiso sempre.
Umbertino da Casale e Matteo d’Acquasparta
La fedeltà alla regola francescana non si può certo cercare tra le due correnti, l’una dei seguaci di Umberto
da Casale troppo rigida (coarta), l’altra dei seguaci di Matteo d’Acquasparta troppo blanda, tende ad
allontanarsi dalla parola di Francesco. Umbertino da Casale entrò nel 1273 nell’ordine dei francescani a
Firenze presso la chiesa di Santa Croce. Dopo essere stato a Parigi dove insegnò teologia, allo scatenarsi
dello scontro fra i francescani, questi si pose a capo di quella minoranza che voleva seguire rigidamente le
regole date da Francesco. Egli rimase per qualche tempo sotto la protezione dei cardinali Colonna ed Orsini,
ad Avignone. Dopo la condanna papale degli spirituali egli passò all’ordine benedettino ma nel 1325 fu
costretto a fuggire a causa dell’accuso di eresia che lo interessò. Matteo invece entrò da giovane
nell’Ordine francescano, ne divenne generale nel 1287. Durante il generalato, favorì l’interpretazione più
blanda della regola francescana e per questo Dante lo considera il capo della corrente dei conventuali.
L’anno successivo fu fatto cardinale e inviato da Bonifacio VIII a Firenze come legato apostolico per fare da
paciere fra Guelfi e Ghibellini, seppure in realtà, egli in quanto sostenitore delle idee teocratiche del papa
tese a farne gli interessi. Morì nel 1302.

ANALISI

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La struttura: armonia e simmetria
Appare in questo canto una seconda corona di beati che si muove in mirabile armonia con la prima. Dal
nuovo gruppo avanza san Bonaventura da Bagnoregio che ribadisce quanto detto nel canto precedente.
San Francesco e san Domenico operano entrambi ad un unico fine e furono entrambi emissari della
Provvidenza, perciò quando si elogia l’uno si deve elogiare anche l’altro. La narrazione della vita di san
Domenico richiama a quella dell’altro paladino. Essa tratta della sua nascita, del battesimo e dei genitori
con particolare insistenza sulla questione etimologica dei loro nomi e di quello del santo. Si accenna
all’umiltà precoce già presente nell’infanzia e alla vita matura da ecclesiastico, nella difesa della Chiesa dalle
eresie e la fondazione del suo personale ordine. In questa “biografia” che Dante ci propone abbondano le
immagini belliche e fisiche.
Ai vv. 112-126, il lamento per la decadenza degli ordini francescani è condotto attraverso una serie di
immagine metaforiche che vanno accavallandosi partendo da quella bellica della “biga” che rappresenta la
Chiesa sostenuta dalle due “ruote” ossia dai suo paladini Francesco e Domenico.

Temi e motivi: elogio della concordia


Il canto si chiude con la rassegna degli spiriti della seconda corona, tra i quali spicca Gioacchino da Fiore,
ammirato da Dante e riconosciuto nella sua grandezza anche da san Bonaventura che in vita ne aveva
invece contestato aspramente l’opera e i seguaci. Nel canto XI, l’elogio di san Francesco era pronunciato dal
domenicano san Tommaso che vi associava un lamento sulla decadenza dell’Ordine domenicano, qui la
struttura si ripete in modo simmetrico, come uno specchio. L’elogio di Domenico viene fatto dal
francescano Bonaventura che nel contempo critica le mancanze dell’Ordine francescano.
Dante sottolinea dalle primissime righe continuamente l’accordo che lega la prima corona alla seconda,
attraverso ripetizioni come “luce con luce” al v.24 o “moto a moto e canto a canto” (v.6), ma anche
attraverso apparenti antitesi come “quel d’entro quel di fori” al v.13 o “l’estrema a l’intima” al v.21 il tutto
culmina al verso 25 nel termine unificante “insieme”.
In contrasto con questa armonia, san Bonaventura lamenta le divisioni interne all’Ordine francescano che
ne hanno causato la decadenza (l’Ordine domenicano invece è andato in rovina a causa della seduzione dei
beni e degli onori terreni, come già visto nel canto XI, v.124-129). La famosa spaccatura fra gli integralisti
spirituali di Ubertino da Casale ed i più rilassati conventuali di Matteo d’Acquasparta.
I due Ordini hanno ognuno una specifica missione: quella dei domenicani si identifica nella lotta in difesa
della fede mediante le arti della dottrina e della scienza teologica. Francesco è soprattutto il santo del fare
mentre Domenico quello del dire. Il Domenico del canto XII viene descritto come un eroe, un atleta, un
santo guerriero attraverso immagini ed espressioni di derivazione bellica e militaresca.

LA LETTURA DI BOSCO- canti XI e XII


Due santi in soccorso della Chiesa
Il primo di questi due canti è in onore di san Francesco e in rampogna dell’ordine dei domenicani che non
hanno tenuto fede all’insegnamento del fondatore. Il secondo canto è il perfetto chiasmo strutturale
rispetto a questo si elogia la figura di Domenico e si critica l’ordine francescano. Dante infatti concepì i due
canti unitariamente lodando l’uno santo si loda anche l’altro, come ci dice ripetutamente. Per la
distribuzione della materia elogi dei santi, rimproveri agli ordini, persino il numero di versi dedicati ad
alcuni temi sono paralleli nei due canti. Ad esempio al luogo di nascita si dedicano in entrambi i casi 12
versi. Parallela è la struttura fondamentale: Francesco sposa la povertà, Domenico la fede, così come Cristo
sulla croce aveva sposato la Chiesa. Ciò non toglie che la biografia poetica di Domenico sia assai meno
articolata di quella di Francesco, né si può affermare che l’azione di lui contro gli eretici abbia l’importanza

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che ha per San Francesco la povertà, dominante in tutta la sua biografia. Questo sforzo d’imparzialità tra i
due ordini è in sottintesa polemica con la rivalità che li separava.
Secondo una profezia attribuita a Gioacchino da Fiore, presto sarebbero venuti due uomini che avrebbero
sorretto la Chiesa pericolante, uno da un lato ed uno dall’altro. Dante gli fa fedele eco: la Provvidenza “due
principi ordinò in suo favore, /che quinci e quindi le fosser per guida”. Tale profezia è il punto di partenza
dei due canti gemelli. È implicita qui la veridicità delle parole del ‘calavrese’ che sarà in seguito
esplicitamente affermata. La Chiesa aveva due generi di nemici: quelli esterni, ossia gli eretici, combattuti
da Domenico e quelli interni, ossia gli avidi ecclesiastici, contro cui lotta Francesco. Del resto, la quasi
contemporaneità della creazione di due ordini così geograficamente distanti fa pensare ad un disegno unico
di Dio. La leggenda già aveva accomunato i due ordini, attribuendo a papa Innocenzo III la visione in sogno,
sia di Francesco che di Domenico, sostenenti il Laterano in rovina. Dante insiste che il luogo di nascita di
Francesco non era propriamente Assisi ma più generalmente l’Oriente e poi insiste sull’occidentalità di
Domenico. I due si muovono da due opposti punti cardinali, il loro campo di battaglia è il mondo in tutta la
sua estensione.

Il lessico bellico-cavalleresco
Nell’esaltazione che ne fa il poeta, i due santi si configurano come combattenti a favore della Chiesa. Lungo
i due canti, i termini bellici e cavallereschi si affollano. L’azione con cui Francesco “giovinetto” diede
primariamente prova della sua “gran virtute” è un’azione di guerra, alla quale egli andò impetuosamente.
Una guerra combattuta secondo la legge della cavalleria, per una donna, la Povertà. Domenico, a sua volta,
è detto “duca”, “paladino” ed “atleta” nel senso di “difensore” e di “campione” termine con cui verranno
designati i due santi che “ad una militaro” soccorrendo l’“essercito di Cristo”. Per Domenico operava in
Dante il ricordo della crociata contro gli Albigesi. Seppure egli non si sia macchiato di sangue alcuno, ma
abbia contato sempre e soprattutto sulle sue capacità persuasive. Francesco dal canto suo, ebbe in altro
modo animo di combattente in vita, come appare in ciò che di lui scrisse Bonaventura. Dante batte
l’accento esclusivamente sull’eroico.

Francesco, marito della povertà


Francesco ha iniziato la grande allegoria centrale, il suo amore per la povertà, il loro matrimonio, il primo
atto della santità di Francesco è un atto di guerra contro il padre al quale egli sostituisce il padre eterno. Si
noti la violenza di “guerra” e l’energia di “corse” al v.58-60 del canto XI. La biografia di Francesco sarà
tenuta da Dante costantemente su questo registro. Il passato corrispondente della fonte bonaventuriana.
Francesco spende i denari paterni per il restauro di San Damiano. I cittadini lo additarono come pazzo, il
padre lo trascina a casa e lo tormenta prima con le parole e poi con le percosse, infine lo lega come era
usanza dell’epoca fare con i pazzi, ritenendolo anch’egli tale. Liberato di nascosto dalla madre, egli tornò a
San Damiano. Primo marito della Povertà era stato Cristo, dopo di lui la donna non era stata richiesta di
nozze da nessuno, rendendo Francesco un alter Christus. Dante intende la povertà nel senso del
cristianesimo originario come rinuncia assoluta ad ogni proprietà personale. Dante tratta poi il moltiplicarsi
dei francescani della “gente poverella” della seconda approvazione della regola, da parte di papa Onorio III.
Quindi il viaggio in Oriente e la seconda approvazione. Questa aveva detto che i soldati del Soldano d’Egitto
avevano insultato, percosso, incarcerato Francesco ed i suoi compagni, ma anche che il Soldano lo aveva
ascoltato volentieri. Bonaventura aggiunge che quella bestia diventò mansueta alla visione dell’uomo di
Dio. A Dante, invece, interessa far del Soldano un fermo avversario di Francesco, per far risaltare il granitico
coraggio di questo. Dante continua traducendo Bonaventura o quasi: sul ritorno di Francesco in Italia, sulle
stimmate viste come il terzo e definitivo sigillo all’ordine, dato direttamente da Cristo, aveva già detto
Bonaventura. Poi quando a Dio piacque di tirarlo in cielo per dargli quel premio che aveva meritato
facendosi pusillo, ossia umile. Egli raccomanda ai suoi frati la Povertà, la “donna sua più cara”. Secondo il
racconto di Bonaventura che anche qui Dante piega alle sue esigenze, Francesco dapprima consolò i frati

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della sua morte imminente, poi li esortò all’amor divino e a continuare a sopportare i mali ed amare la
povertà, ad avere fede nella Chiesa romana. Nel Testamento Francesco raccomanda la povertà,
l’obbedienza a tutti i precetti della regola anche quelli laterali fra cui il lavoro, sulla sottomissione alla
Chiesa e alle sue gerarchie. Ma di tutte queste cosa Dante non riporta che l’esortazione alla povertà.
Francesco si fa porre nudo sulla Terra nuda, perché vuole che la sua anima si muova così dal grembo stesso
della povertà verso il cielo. Senza altra bara che la semplice terra. Il verbo “preclara” traduce Bonaventura,
Dante fa sua questa candida visione.

Una schematizzazione biografica


Il canto volge rapidamente alla conclusione. Chi segue i dettami di Domenico, si arricchisce di beni spirituali,
ma il suo gregge invece è ghiotto di nova vivanda, intesa al guadagno, si disperde per pascoli, lontani da
quelli indicati dal pastore e torna all’ovile vuoto di latte, perché non si è convenientemente nutrito. Il passo
è contro l’incuria dell’Evangelio e dei “dottor magni” a vantaggio dello studio del diritto, e con il canto XII,
dove Domenico è lodato per aver seguito studi solo per amor di Dio. Ci sono domenicani non degeneri ma
sono assai pochi. Il discorso sulla necessaria povertà, sviluppato nel canto XI, ha la sua continuazione nel XII,
con la condanna dei religiosi che trascurano la “verace manna” per i beni temporali. L’eroico non è
invenzione di Dante esso è presente anche in Bonaventura. C’è una schematizzazione biografica, in vista
della loro esemplarità. Manca nel Francesco dantesco, ogni accenno all’assidua e macerante preghiera, alla
crudele astinenza e castità di vita, alle mortificazioni della carne, mancano le profezie, le visioni, gli stessi
miracoli, di cui son piene le fonti e l’iconografia, non esclusa quella giottesca. Dio esalta il grado eroico di
virtù che restano naturali, umane. Lo strenuo guerriero non è in Dante anche pacificatore di guerre,
soccorritore di miserie, come invece fu nella realtà. Soprattutto, manca quella umiltà che è in prima linea
nella tradizione francescana: in Bonaventura, anzi, amore per la povertà e umiltà sono la stessa cosa. E
manca quasi totalmente, infine, il carattere essenziale di Francesco, il suo essere e voler essere un nuovo
Cristo, alter Christus. Non ne resta in Dante che una, l’esser stato Cristo il primo mistico sposo della
povertà, per stabilirla Dante dimentica l’esercito di eremiti e di innamorati della povertà che fioriscono
nell’intervallo fra Cristo e Francesco. Nel racconto di Dante, la figura dell’alter Christus rimane nello sfondo,
non è centrale e determinante come nella letteratura francescana.

I mali della cupidigia e del potere temporale


L’interesse di Dante si concentra tutto sulla povertà, esaltata soprattutto nel canto XI. Qualche anno prima
della composizione della Commedia, Giotto affrescava ad Assisi la basilica con le storie su Francesco, un
solo affresco però si concentra sulla povertà, quello dell’episodio della rinuncia dell’eredità del padre. I
restanti 27 hanno ad oggetto, miracoli e visioni, vita quotidiana, apostolato, ecc… Non diversi sono i temi di
artisti minori o dello stesso Giotto in Chiese secondarie come quella di Santa Croce a Firenze. Lo stesso
Dante influenzò questa iconografia infatti nella volta della basilica inferiore troviamo un affresco
rappresentante il matrimonio di Francesco con la povertà, che però anche qui non è il tema centrale, ma
passa in secondo piano. Questa disparità fra Dante e Giotto si riflette bene nella basilica di Assisi, voluta da
frate Elia che dipendeva direttamente dalla curia che aveva incaricato Giotto di affrescarlo. Il santo era
contrario però all’erezione di Chiese sfarzose come aveva ribadito nel Testamento. Una grande polemica
sulla povertà di Cristo, quando Dante scriveva già da decenni e dilaniava l’ordine francescano e tutta la
cristianità, in particolare in Toscana dove aveva assunto toni particolarmente aspri e drammatici con le
condanne e le persecuzioni degli spirituali. Da una parte, la sua concezione dei mali della cupidigia e del
potere temporale doveva portarlo verso gli spirituali, ancora una volta contro Bonifacio VII, dall’altra
doveva renderlo perplesso un rigorismo che arrivava a negare il diritto di proprietà. Sicché egli giunge a
quella posizione intermedia secondo la quale egli ammette la possibilità che la Chiesa riceva, come in
deposito beni di proprietà dell’Impero, ma solo per distribuirne i frutti ai poveri di Cristo. Nel canto XII
rigetta le posizioni sia dei rigoristi di Ubertino da Casale sia dei lassisti, di Matteo d’Acquasparta e insiste
sulla teoria circa la povertà della Chiesa, affermando che le decime siano “pauperum Dei”.

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Dante e la speranza di una riforma religiosa
Le sue simpatie verso un’interpretazione sostanzialmente rigorosa, anche se non estremista della Regola di
san Francesco. Il punto di partenza per la da lui sperata riforma religiosa era, come egli dice nella
Monarchia, proprio quel passo del Vangelo di Matteo, alla base della regola di Francesco, che Cristo aveva
prescritto agli Apostoli di seguirlo seminudi e scalzi, senza neppure una bisaccia per contenere alcunché.
Caratteristica dei francescani è infatti per lui l’essere magri per l’astinenza e scalzi per povertà. Pietro e
Paolo vengono resi da Dante francescani avant-la-lettre e rappresentati anch’essi come magri e scalzi e
perfino elemosinanti. Chiara risulta la posizione mediana di Dante tra rigoristi e lassisti dell’ordine
francescano. Tale posizione era poi ampiamente condivisa da varie correnti della Chiesa a cominciare da
Clemente V. Il rigetto degli estremisti era stato prima di Bonaventura, che nella sua qualità di ministro
generale dei francescani, non senza motivo, dunque Dante lo fa pronunciare da lui. La degenerazione
dell’ordine dei francescani, dice Bonaventura cioè Dante, si vedrà al momento della raccolta, quando il
loglio sarà separato dal grano e si lagnerà di non essere riposto sull’arca come quest’ultimo. Ci sono alcuni
francescani fedeli alla regola. L’immagine del loglio deriva evidentemente dalla parabola evangelica della
zizzania, ossia del loglio. Nottetempo questa era stata seminata nel campo da un nemico del proprietario.
Grano e loglio crebbero insieme e sebbene i servitori volessero sceverarlo, il padrone si oppose e disse che
il loglio si sarebbe mietuto insieme col grano poi radunato in fasci e bruciato e il grano riposto nel granaio.
Gli spirituali vennero condannati nel 1318 da papa Giovanni XXII, che nella relativa bolla dice appunto che
“in un’arca il frumento si mesce alla paglia” in congruenza con il passo dantesco. La terzina dunque è una
presa di posizione di Dante contro la bolla pontificia di condanna degli spirituali. Coloro che non
obbediscono alla raccomandazione di san Francesco nel suo Testamento di non interpretare cavillosamente
la regola ma di osservarla nella sua semplice lettera. A questa raccomandazione Dante allude forse quando
dice che Francesco morente comandò ai fratelli di amare la povertà “a fede” cioè senza approcci
intellettualistici che possono fuorviare per troppa sottigliezza.

Due canti gemelli ma diversi


Nel canto XII pare assai meno ‘convinto’ del canto francescano precedente. Non perché Dante si
riconoscesse più in Francesco che in Domenico, semmai potrebbe esser vero il contrario, ma la realtà è che
per lui sono ugualmente energici. Il fatto è che nel secolo intercorso tra la predicazione di Francesco e la
stesura della Commedia, della biografia del santo si era impadronita una ricchissima tradizione francescana,
storica e leggendaria, il che non era avvenuto della biografia di Domenico. Per esempio, alla morte di
Francesco sono dedicate tre terzine, mentre addirittura si tace quella di Domenico. Perché il trapasso di
Domenico non aveva avuto la drammaticità inconsueta e l’esemplarità di quello francescano definitivo
suggello allo sposalizio con la Povertà. È perciò che la biografia poetica del santo assisiate dura 63 versi
mentre quella di Domenico soltanto 21, senza citare alcun episodio in particolare. Tuttavia a Dante
premeva che i due canti fossero anche quantitativamente pari per le ragioni già viste, e ciò lo indusse a
diffondersi per 15 versi su presagi di santità e di predestinazione prima della nascita di Domenico e subito
dopo per altri 9 sulle etimologie del nome del santo e di quelli dei suoi genitori.
Nel canto XII una certa sovrabbondanza di decorazioni letterarie, una certa lentezza nel procedere del
discorso. Nei primi 27 versi del canto il poeta ricorre a due miti: le Muse e le Sirene e ad una nozione
scientifica che spiega il modo in cui la luce viene riflessa. Poi in una similitudine principale in cui le due
corone vengono paragonate ad un doppio arcobaleno, all’interno di questa similitudine se ne immette una
seconda subalterna per cui l’arcobaleno interno viene generato per riflesso da quello esterno e viene
paragonato al fenomeno dell’eco che a sua volta apre la strada per una rievocazione mitologica della storia
della ninfa Eco. Da questa complessa struttura dipendono ancora altre decorazioni: l’arcobaleno richiama il
mito di Iride, messaggera di Giunone, ed una nozione scientifica, ritenuta corretta all’epoca di Dante sulla
causa dell’arcobaleno esterno, suggerendo il patto fra Dio e gli uomini che non vi sarebbe stato più alcun

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diluvio. Infine le anime sono paragonate a rose che formano due ghirlande e poi l’assoluta concordia con
cui esse tutte insieme si fermano e cessano di cantare come le palpebre si chiudono nello stesso istante. La
sovrabbondanza è osservabile per tutto il canto.

CANTO XVIII
Parafrasi
v.1-33 Ormai il beato Cacciaguida (quello specchio beato) godeva delle sue stesse parole (chiuso) in sé
stesso/senza parlare, ed io assaporavo il mio pensiero, attenuando l’aspro (della profezia sull’esilio) con il
dolce (altra profezia), e quella donna che mi conduceva a Dio (Bea) disse: “Pensa ad altro, pensa che io9
sono vicina a colui (Dio) che ripara/allevia ogni torto”. Io mi rivolsi all’amoroso suono (la voce di Bea) del
mio conforto, e la luce d’amore/di carità che io vidi allora nei suoi occhi qui tralascio di scriverlo
(abbandono): non soltanto (pur) perché non ho fiducia nel mio parlare/capacità espressiva della mia parola,
ma anche perché la memoria (mente) non può ritornare su sé stessa/ricordare, se non la soccorre (guidi) la
Grazia o l’aiuto divino (altri). Solo questo (tanto) io posso riportare/dire di quel momento (punto) che,
guardando Beatrice, la mia anima fu libera da ogni altro desiderio (che non fosse contemplare Beatrice),
finché l’eterna bellezza (piacer) di Dio che raggiava direttamente in Beatrice, provenendo dai begli occhi
(viso) di lei, mi appagava con la sua luce riflessa (secondo aspetto). Vincendomi con la luce del suo sorriso,
ella mi disse: “Girati e ascolta, poiché non soltanto nei miei occhi vi è il Paradiso/beatitudine”. Come si vede
talvolta sulla Terra (qui) negli uomini il sentimento nell’aspetto esteriore/nello sguardo (vista) quando egli è
così forte che tutta l’anima è attirata (tolta) da quello, così nell’aumentato splendore (fiammeggiar) di
quello spirito (folgor santo) verso cui mi girai, compresi il suo desiderio (voglia) di parlarmi ancora. Egli
cominciò: “In questo quinto cielo (di Marte) dell’albero (Paradiso) che riceve vita dalla cima e fruttifica
sempre e non perde mai una foglia, sono beati gli spiriti, che giù (in Terra), primo di ascendere al cielo,
acquistarono grande fama (fuor gran voce), così che ogni poesia (musa) ne avrebbe ricca (opima) materia.

v.34-63 Perciò guarda/osserva nei bracci laterali (corni) della croce: colui che io nominerò, lì si comporterà
come il lampo (foco) nella nube”. Io vidi attraversare la croce da un lume al nominarsi di Giosuè, nell’istante
in cui si fece (nominarlo), né il dire (nominarlo) mi fu noto/lo percepii prima del fatto (il suo attraversare la
croce). E al nome del nobile Maccabeo, vidi muoversi un altro lume ruotando su sé stesso, e la letizia era
come la frusta (ferza) che fa ruotare la trottola (paleo). Allo stesso modo per Carlo Magno e per Orlando il
mio sguardo attento ne seguì altri due (lumi che attraversano ruotando su sé stessi la croce), come l’occhio
segue il falcone che vola. Dopo (poscia) Guglielmo d’Orange e Rinoardo e il Duca Gottifredi attrasse la mia
vista per quella croce, e Roberto Guiscardo. Quindi, mossasi/spostatasi e mescolatasi/riunitasi con le altre
luci, l’anima che mi aveva parlato (Cacciaguida) mi mostrò quale grande artista egli era fra i cantori del
cielo. Io mi voltai alla mia destra per vedere in Beatrice ciò che dovessi fare, indicatomi (segnato) mediante
parole o gesti, e vidi i suoi occhi (le sue luci) tanto splendenti (mero =puro), tanto piene di gioia (gioconde),
che il suo aspetto superava in bellezza qualunque altro suo aspetto solito e anche l’ultimo. E come l’uomo
per il fatto di sentire più gioia (dilettanza) nell’operare il bene, si accorge di avanzare giorno per giorno sulla
via della virtù, così io mi accorsi che il mio girare insieme col cielo aveva aumentato il suo arco (cioè aveva
una maggiore circonferenza) vedendo gli occhi di Beatrice più luminosi (veggendo quel miracol più adorno).

v.64-90 E quale è il rapido mutamento di colore in una donna dalla carnagione bianca quando cessa il
rossore determinato dalla vergogna, così fu ai miei occhi, quando mi volsi, per il candore della sesta stella di
temperata complessione, che mi aveva ricevuto/accolto dentro di sé. Io vidi nella stella di Giove (quella
giovial facella) lo sfavillare dell’amore (di carità) /luce dei beati che erano in quel cielo che segnava la nostra
(degli uomini) favella tramite segni grafici (quindi lettere). E come uccelli (gru) levatesi dalla riviera, quasi
rallegrandosi (congratulando) l’un con l’altro del loro pasto, formano/si dispongono ora in tondo ora in

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altra forma (schiera), così dentro alle loro luci le anime beate (sante creature), volteggiando, cantavano e
diventavano ora una “D” ora una “I” ora una “L”. Dapprima, cantando, si muovevano al ritmo del loro
canto, poi assumendo una di queste forme/diventando uno di questi segni si fermavano un poco
arrestando il loro canto/tacendo. Oh divina Musa (Pegasea), che rendi gloriosi e immortali (longevi) gli
ingegni, e questi (gli ingegni) con te/attraverso te (rendono immortali) le città ed i regni, illuminami con la
tua luce (illustrai di te) di modo che io rappresenti con efficacia (rilevi) le loro figure (dei beati) come io le
ho concepite (nella mia mente): la tua potenza (possa) si manifesti (paia) in questi brevi versi! Dunque si
mostrarono in tutto trentacinque (cinque volte sette) lettere, tra vocali e consonanti, e io annotai (nella
mente) le singole lettere (parti) così come mi venivano rappresentate. “DILIGITE IUSTITIAM” furono il verbo
ed il nome primi (primai) di tutta la scritta dipinta, ultimi (sezzai) vocaboli furono “QUI IUDICATIS TERRAM”.

v.93-123 Dopo, nel vocabolo finale “M” del quinto vocabolo (terram), di modo che Giove lì dove le anime
erano rimaste ordinate, pareva argento cosparso(dipinto) d’oro. E vidi scendere (dall’Empireo) altre luci
dove vi era il colmo della emme e lì fermarsi cantando Dio che le attira a sé, credo. Poi, come nel
percuotere i ceppi già in parte arsi sorgono innumerevoli faville, dalle quali gli stolti/sciocchi superstiziosi
sogliono trarre auguri/presagi, più di mille luci parvero di qui (quindi) risalire e salire chi più e chi meno, così
come il sole (Dio) che le infiamma d’amore, diede loro in sorte (sortille) e fermata (quetata) ciascuna (delle
anime) nel suo luogo/posto, la testa ed il collo di un’aquila vidi rappresentare da quegli spiriti luminosi
(foco) che si distinguevano/risaltavano (distinti) rispetto al bianco del cielo. Colui (Dio) che dipinge nel
cielo(lì), non ha chi lo guidi/maestro né modello; ma è egli stesso guida/l’archetipo di quella virtù
generativa, che dà forma agli esseri nelle loro singole dimore e nella forma si riconosce. Le altre anime
beate (l’altra beatitudo) che prima apparivano liete di formare la lettera “M”, con poco movimento
completarono (seguitò) la figura (la ‘mprenta) dell’aquila. Oh dolce stella (Giove), quali e quante luci di
anime beate (gemme) mi dimostrarono che la nostra (umana) giustizia sia dipendente/derivi (effetto)
dall’influsso del cielo che tu adorni! Perciò io prego la mente (di Dio), da cui prendono inizio il tuo (di Giove)
movimento e la tua virtù operativa, che ti volgi a guardare (rimiri) da cui esce il fumo che offusca (vizia) la
tua luce; di modo che un’altra volta (fiata) ormai si adiri (la mente, cioè Dio) del mercato/ compra-vendita
che si fa dentro alla Chiesa che fu costruita (si murò) con i miracoli (segni) e con i martiri.

v.124-136 Oh beati (milizia del cielo) che io contemplo, prega (adora) per coloro che sono in Terra sviati dal
cattivo esempio! Si era già soliti fare con le spade la guerra, (quindi con mezzi legittimi) ma ora la si fa
togliendo ora qua or là il pane (spirituale) ai fedeli che il pio padre (Dio) non nega (serra) a nessuno. Ma tu
che sei solito scrivere per cancellare, pensa che Pietro e Paolo, che morirono per la vigna che ora tu guasti,
sono ancora vivi. Tu puoi dire bene: “il mio desiderio è tutto fermamente rivolto come quello di colui che
volle vivere in solitudine (san Giovanni Battista) e che per delle danze fu martoriato, che io non conosco il
pescatore né Paolo”.
v.1-3: terminato il discorso Cacciaguida chiuso in sé stesso, torna alla contemplazione godendo del proprio
pensiero che è riflesso del Verbo divino, e anche Dante tace, meditando sulle parole dell’avo, i dolori
preannunciati sono mitigati dalle parole di conforto. La pausa è necessaria dopo l’ampio discorso di
Cacciaguida e la solenne investitura del poeta. Dante assapora il proprio pensiero mentre Cacciaguida,
come beato, gode pienamente del Verbo divino.
v.2- specchio beato: i beati sono come specchi nei quali si riflette la luce divina.
v.3- temprando col dolce l’acerbo: l’annuncio di una gradita accoglienza da parte dello Scaligero, della
punizione dei fiorentini, e forse anche delle imprese di Cangrande, che egli vedrà (dolce) mescolato con la
profezia dell’esilio doloroso e della compagnia malvagia e scempia (aspro).
v.4: Durante il discorso di Cacciaguida, Beatrice non è intervenuta, ma lo fa ora per confortare Dante.
Analogo conforto aveva offerto Virgilio dopo la prima profezia dell’esilio pronunciata dal Farinata. Va però
ricordato che là Dante immaginava che fosse poi Beatrice a indicargli “di sua vita il viaggio”. Nella stesura

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del Paradiso, il poeta mutò il primitivo progetto: la profezia sulla sua vita futura è affidata a Cacciaguida.
Questo riconferma che il poema è un’opera in movimento, il cui percorso non è affatto univoco o lineare.
v.8 conforto: anche a Virgilio nel Purgatorio viene dato questo appellativo.
v.14 - lo mio affetto: affetto indica il sentimento, il moto dell’anima e qui, in senso lato, l’anima stessa;
come dice anche nel Convivio “la mia anima, cioè lo mio affetto”.
v.29-30 l’albero: la metafora indica il Paradiso come un albero che riceve vita dalla cima, cioè da Dio, e non
dalle radici come per gli alberi normali, che fruttifica sempre e non si spoglia mai delle sue foglie, cioè si
arricchisce sempre di anime senza perderne alcuna. I mistici paragonavano la contemplazione ad un albero
i cui rami indicavano le gerarchie celesti.
v.38- Iosué: il successo di Mosè che condusse il popolo ebraico alla conquista della Terra promessa.
v.40 – alto Macabeo: Giuda Maccabeo, morto nel 160 a.C. combatté insieme ai quattro fratelli contro
Antioco Epifane, re di Siria, liberando così gli Ebrei della tirannide.
v.43 Carlo Magno ed Orlando: Carlo Magno fu il celebre restauratore del Sacro Romano Impero (VIII-IX
secolo) e venne incoronato nella notte di Natale dell’800 da papa Leone III. Egli combatté per la cristianità
contro vari infedeli e le sue imprese eroiche e dei suoi cavalieri sono ricordate in molte “chansons de geste”
col ciclo carolingio. Dante lo ricorda qui come difensore della Chiesa.
Orlando: o Ronaldo è il più celebre dei paladini di Carlo Magno, e protagonista di molti poemi eroici
medievali, di cui il più famoso è la Chanson de Roland appunto.
v.47- ‘l duca Gottifredi: Goffredo di Buglione, duca di Lorena, nato nel 1058 e morto re di Gerusalemme nel
1100. Fu uno dei capi della prima crociata e si distinse in particolar modo nella conquista di Gerusalemme e
nella sua difesa. Anche le sue gesta furono oggetto di poemi epici francesi.
v.48- Ruberto Guiscardo: Roberto detto Guiscardo cioè l’astuto nell’antico francese, per la sua dote
principale come canta il poema sulle sue gesta. Figlio di Tancredi nato nel 1015, giunse in Italia nel 1047 e
contribuì con i fratelli a strappare ai Bizantini l’Italia meridionale. Divenne duca di Puglia e di Calabria nel
1059. Combatté contro l’Imperatore Arrigo IV, per liberare il papa, Gregorio VII, assediato in Castel
Sant’Angelo. Morì nel 1085. Le sue gesta furono cantate nel poema in latino di Guglielmo di Puglia. È
evidente che i personaggi passati in rassegna da Dante sono campioni della fede, combattenti contro gli
infedeli.
v.55 – è l’incremento di bellezza di Beatrice ad indicare l’approdo nel cielo di Giove.
v.82 –Pegasea: vale semplicemente Musa, L’epiteto è connesso al mito di Pegaso, il cavallo alato che con
un calcio fece scaturire dall’Elicona la fonte ippocrene, simbolo dell’ispirazione poetica. L’invocazione della
Musa è necessaria perché il poeta possa avere le forze di narrare con precisione la straordinaria visione
delle anime che formano le varie figure.
v.109-111: nella difficile metafora Dante ha in mente l’aquila e perciò gli esseri, tutti derivanti dall’archetipo
in mente Dei, appaiono designati come gli esseri generanti nei vari nidi, cioè le aquile e gli uccelli in genere.
La natura cioè riconosce da Dio ogni virtù creativa.
v.113 -ingigliarsi: il neologismo dantesco è denominale da “giglio”. Con il verbo ingigliarsi, Dante ha voluto
dire che nella trasformazione dalla “M” all’aquila, c’è un momento intermedio in cui la “M” prende la forma
di un giglio araldico. Si tratta di una metafora visiva, pittorica e grafica.
v.116- mi dimostrarono: sia con la scritta biblica sia con l’aquila, simbolo della Giustizia.
v.122-123: è biblica l’immagine della Chiesa che viene costruita e biblico è il termine “segno” con valore di
“miracolo” dal latino “signa”.

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v.128-129- solo per cancellare scrivi: per lo più un’allusione feroce alla facilità con cui il pontefice
“scriveva” le scomuniche per poi cancellarle per denaro o per materiali benefici. Ma ciò non è del tutto vero
storicamente. Certe sono invece le revoche e le cancellazioni di benefici ecclesiastici fatti dal predecessore,
cosa che forse contribuì a rendere più pesanti le accuse di corruzione che correvano allora su di lui: era
naturale considerare l’azione del papa come mossa da interessi materiali.
v.134- per salti…martiro: San Giovanni Battista, si ritirò nel deserto per vivere in solitudine e fu poi
decapitato perché la sua testa venisse data in premio alla figlia di Erodiade, che aveva danzato davanti ad
Erode. Salti vale danze, ricalca il verbo latino “saltare” ossia “danzare” usato nel testo del racconto
evangelico.

APPROFONDIMENTI
v.91-92 DILIGITE IUSTITIAM: primaio e sezzaio sono le forme arcaiche per “primo” e “ultimo”. La frase qui
riportata è il primo versetto del Libro della Sapienza, e significa “amate la giustizia voi che giudicate la
Terra”. Dante intende la sentenza nel suo insieme da attribuirsi solo a coloro che “guidano” la Terra. La
trasformazione dell’ultima lettera nel simbolo dell’Impero, ossia l’aquila. Si rivela qui uno dei temi portanti
del poema, l’Impero è la sicura garanzia dell’attuazione della Giustizia nel mondo. Dante assiste a una
coreografia simbolica, scandita da quattro fasi successive: la metamorfosi segue quattro momenti, fino a
giungere alla figura finale dell’aquila. Primo momento: le anime, dopo aver formato le varie lettere della
sentenza biblica, si fermano nella figura di una “M” gotica. Secondo momento: scendono dall’Empireo altri
spiriti, che si collocano dove/ era il colmo de l’emme formando una figura simile al giglio araldico. Terzo
momento: le anime, che si erano poste al colmo de l’emme e si muovono formando il collo e la testa di
un’aquila. Quarto momento: le anime che formavano la “M” con opportuni spostamenti completano la
figura araldica dell’aquila. Inoltre ricordiamo che la “M” è qui intesa nella grafia gotica che era a forma di
ferro di cavallo e pertanto rende più comprensibile la sua trasformazione in giglio.

v.133-136 PESCATOR NE’ POLO


in questi tre versi, Dante fa utilizzo di un tremendo sarcasmo nel far parlare il papa, corrotto e venale,
Giovanni XXII. L’autore immagina che alla terribile minaccia di castighi da parte dei due apostoli il papa
risponda non sapendo neppure chi siano, perché il suo animo è rivolto unicamente a San Giovanni battista,
la cui immagine è impressa sul fiorino, la moneta di Firenze. Per rendere ancora più grave la miscredenza
del papa, Dante gli fa pronunciare parole di spregio, chiamando San Pietro “pescatore”, professione che
difatti egli compiva e Paolo con la forma popolare, dialettale e volgare “polo” che assume qui un tono
beffardo. Anche di Battista si parla con toni spregiativi.

Guglielmo d’Orange e Rinoardo


Guglielmo duca d’Orange nacque verso la metà dell’VIII secolo da genitori di famiglia reale. Fu tra i
principali consiglieri di Carlo Magno, noto per le sue più famose imprese militari. Egli fondò un monastero a
Gellona, dove si ritirò nell’806 fino alla morte nell’812. Come Carlo Magno, egli fu al centro di un vasto ciclo
di chansons de geste col ciclo d’Orange.
Rinoardo invece non è personaggio storico ma Dante dovette crederlo tale. È uno dei principali personaggi
del ciclo di Orange. Sguattero saraceno, viene convertito da Guglielmo e con lui partecipa alle imprese
contro i Saraceni. Finisce la sua vita terrena come monaco in ritiro. Dotato di forza smisurata combatte
armato solo di una clava ed è spesso raffigurato in chiave comica tanto da venire definito un “antenato di
Morgante”. Il protagonista dell’omonimo romanzo quattrocentesco del Pulci. È quindi parso un po’ strano
che trovasse posto tra personaggi storici ed eroici. Ma come la coppia Carlo Magno-Orlando è
evidentemente di origine letteraria così lo è questa, tratta dal ciclo di Orange.

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ANALISI
Un canto bipartito
Canto di passaggio da Marte a Giove, consta in due parti, a loro volta divisibili nuovamente in due sezioni.
L’esordio del canto mostra il pellegrino concentrato sul destino che lo aspetta. Di qui l’intervento di
Beatrice volto ad attenuare le preoccupazioni dell’allievo. Segue lo spettacolare mostrarsi di alcuni
celeberrimi spiriti. La seconda parte incomincia con l’istantanea ascesa al cielo di Giove e gli spiriti che si
dispongono, in successive figurazioni formano il primo versetto del Libro della Sapienza, “DILIGITE
IUSTITIAM, QUI IUDICATIS TERRAM” fino a figurare un’aquila, simbolo della giustizia divina. Il canto termina
con l’allocuzione dell’autore al pianeta Giove, l’invettiva contro Giovanni XXII. Il canto iniziato con la
meditazione di Dante sul suo “dolce” e “acerbo” destino futuro, si conclude in tono amaro con il sarcasmo
rimprovero al pontefice.

Le maestose figurazioni delle nuove anime


Nel corso del Paradiso Dante ha abituato i propri lettori a evoluzioni e figurazioni sempre più elaborate
attuate dalle anime, gli spiriti sapienti disposti in corone concentriche nel cielo del Sole e gli spiriti di Marte
costellati nella croce greca. Mai come all’altezza del cielo di Giove, il lettore ha potuto assistere ad uno
spettacolo così articolato. La maestosità della visione si fonda dunque sul gran numero di spiriti partecipanti
alla figurazione.

L’invettiva contro Giovanni XXII


Nel regno della pace spesso lo sguardo è rivolto al mondo terreno, l’indignazione per il male osservato
suscita terribili invettive. Così nel cielo della Giustizia dove compare l’aquila fa segno visibile dell’azione
divina alla quale non sfuggiranno i malvagi che abitano la Terra. Dopo il mirabile spettacolo di concorde
figurazione il poeta prorompe in una nuova invettiva che si segnala per il tono ironico e sarcastico e
sancisce un brusco cambio di stile. Bersaglio della polemica è Giovanni XXII, accusato di lanciare
scomuniche solo per poi cancellarle in cambio di denaro. Dopo Bonifacio VIII nell’Inferno, è offerto al
lettore un altro papa simoniaco a tal punto da essere miscredente. Egli disprezza Pietro e Paolo e dice loro
di preferire Giovanni Battista, inciso sul fiorino, moneta di Firenze. Disconosce anche il sacrificio di questi,
rappresentandolo come un folle asociale, morto per i “salti di una danzatrice”, ossia Salomé, protagonista
della celebre vicenda narrata nel Vangelo di Matteo.

LETTURA DI BOSCO
L’allegoria della Giustizia
La trattazione del cielo di Marte non si esaurisce nel canto XVII, ma prosegue per più di un terzo del XVIII.
Cacciaguida, ha in questo canto la funzione di nominare alcuni dei suoi compagni di beatitudine. Tutti,
naturalmente, combattenti per la fede, la cui opera è in ideale continuità, dalla conquista e difesa della
Terra promessa di Giosuè, Giuda e Maccabeo, alle lotte contro i Saraceni nella Spagna di Carlo Magno ed
Orlando, nell’Italia meridionale di Roberto Guiscardo, fino alle crociate di Goffredo Buglione. Furono
guerrieri di grande fama e tali da offrire ai poeti abbondante materia. Ciò se corrisponde alla realtà per
Carlo Magno, Orlando, Guglielmo e Rinoardo, celebrati nei cicli delle canzoni di gesta, applicato non senza
forzatura ai due condottieri biblici: Goffredo e Roberto, protagonisti solo di poemi minori, che è assai
dubbio Dante conoscesse. Le due terzine iniziali segnano la congiunzione tra questo canto e il precedente e
l’inizio del nuovo tema: la giustizia. Finito il suo solenne ammonimento, Cacciaguida se ne sta in silenzio,
raccolto in sé e Dante si concentra anch’egli sul dolce e sull’acerbo delle perdizioni a lui appena fatte.
Prevale in lui l’acerbo, e Beatrice leggendo questo in Dio, amorevolmente conforta Dante.

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Anche questa volta Dante si accorge di essere salito al 6° cielo, quello di Giove solo indirettamente, per
l’accresciuto splendore degli occhi di Beatrice e per il mutato colore della stella da rosso, colore di Marte al
candido di Giove. Una moltitudine di anime volanti e cantanti formano via via figure di lettere d’oro che
staccano sul celo argentato del cielo. Le lettere insieme compongono il primo versetto del Libro della
Sapienza “Diligite iustitiam, qui iudicatis terram”. Le anime si fermano infine sulla M finale dell’ultima
parola, altre anime-luci scendono dall’Empireo e si collocano sulla sommità di questa sino a delineare la
testa ed il collo di un’aquila araldica. Tutto ciò ha ovviamente valore allegorico. La M sembrava un giglio, il
poeta non dice affatto che la lettera si sia trasformata in esso. La figura dell’aquila araldica è puro disegno.
La vicinanza del simbolo dell’aquila, qui nel sesto cielo, a quello della croce, nel cielo quinto, non è casuale.
Il poeta ha voluto collocare in due cieli contigui i simboli della redenzione e dell’Impero, ai quali
congiuntamente Dio ha affidato l’ordine provvidenziale. Quanto al particolareggiato significato allegorico
dell’aquila, esso è chiarito dal poeta stesso: l’origine divina del suo disegno conferma a Dante che dal
pianeta Giove deriva la giustizia umana. L’aquila è dunque l’immagine dello strumento predisposto da Dio
per l’attuazione della giustizia nel mondo e storicamente fu ed è l’insegna dell’Impero romano. Dio stesso
deve dunque provvedere perché il raggio di Giove non sia offuscato, il suo benefico influsso non sia turbato
dall’iniquità degli uomini. Dalla prima contemplazione dell’immagine della giustizia nasce dunque l’invettiva
contro gli uomini i Chiesa iniqui. Il canto successivo si chiuderà simmetricamente con altra invettiva contro
gli iniqui regnanti. Nel canto XVIII, il problema della giustizia è solo impostato, sarà ampiamente trattato nei
due canti successivi.

Le invettive sull’avidità economica del papato


L’invettiva del canto XVIII è articolata in tre apostrofi: la prima è rivolta alla stella di Giove ed è generica, Dio
deve intervenire ad eliminare nel mondo la cupidigia. La seconda apostrofe è volta alle anime che ora il
poeta sta contemplando, perché preghino a favore degli uomini traviati dal “malo essemplo” dei cattivi alti
sacerdoti. Qui l’accusa rivolta diviene specifica: una volta la guerra si faceva con le spade mentre ora si fa
con armi religiose, interdetti e scomuniche, togliendo a questo o a quello il pane spirituale che Dio non
rifiuta a nessuno. Dante qui riprende la polemica contro le scomuniche usate dai papi a fini politici, come
nel canto di Guido da Montefeltro. Fonte di particolare indignazione per Dante dovette naturalmente
essere quella lanciata contro Cangrande, del 1317, la stessa zona cronologica in cui cade la stesura di
questo canto. La terza apostrofe, piena di sarcasmo, è indirizzata a Giovanni XXII, interpellato
personalmente. Egli guasta la Chiesa, la vigna del signore. Il papa, viene presentato come un cinico
profittatore, dice di esser vicino solo a san Giovanni, la cui effige appare nel “maledetto” fiorino d’oro,
addirittura non conosce Pietro e Paolo, che morirono per la vigna che egli ora guasta. Giovanni XXII
sosteneva la tesi lassista, tanto che poco dopo la morte di Dante, con un atto d’imperio la sancì
definitivamente.

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CANTO XXIV
Parafrasi
v.1-30 Oh compagnia eletta/invitata (apostoli) alla gran cena del benedetto agnello (Gesù) che vi ciba (di
cibo spirituale) così che la vostra voglia sia sempre sazia, poiché per grazia di Dio questi pregusta le briciole
che cadono dal vostro banchetto (mensa) prima che la morte ponga termine (prescriba) al tempo della sua
vita, ponete attenzione/considerate il suo immenso desiderio (di conoscenza) e irroratelo/dissetatelo
alquanto: voi bevete sempre dal fonte (la mente di Dio) da cui viene quell’acqua a cui egli (Dante) rivolge il
suo pensiero. Così disse Beatrice e quelle anime liete iniziarono a ruotare in cerchi (formati da molti spiriti)
con centri fissi e ruotarono fiammeggiando nel loro girare come comete. E come le ruote (cerchi)
nell’ordinata disposizione dei congegni (in tempra) di orologi (oriuoli), girano in modo tale che la prima, a
chi osserva (pon mente) sembra star ferma e l’ultima volare; così quei cerchi che danzando in modo
differente mi permisero di stimare la loro velocità o lentezza. Da quel cerchio (carola sottointeso) che io
notai come più preziosa io vidi uscire una luce/spirito tanto luminoso (felice, si riferisce a San Pietro) che
non lasciò nel cerchio, uscendovi, alcun fuoco più splendente, e girò per tre volte intorno a Beatrice, con un
canto tanto celestiale/divino (divo) che la mia immaginativa (fantasia) non è capace di rappresentarmelo.
Perciò la mia penna passa oltre (salta) questo e non ne parlo: perché la nostra immaginativa nonché la
parola stessa (‘l parlare) ha colore troppo vivace. “Oh mia santa sorella (suora) che così devotamente
preghi, per il tuo ardente ardore di carità (affetto) mi distacchi/mi sciogli da quella bella corona (spera)”.

v.31-60 Dopo essersi fermato, il benedetto fuoco (San Pietro) rivolse la voce (dirizzò lo spiro) alla mia
donna, e parlò (favellò) così come io ho detto. Ed ella “Oh luce eterna del grande uomo (viro, ossia San
Pietro) a cui Nostro Signore lasciò le chiavi di questo mirabile luogo di gioia (il Paradiso) che egli portò giù
(sulla Terra), esamina (tenta) costui (Dante) su questioni secondarie (lievi) ed essenziali (gravi), come ti
piace/preferisci, circa/intorno la fede per la quale tu camminavi (andavi) sul mare. Se egli ama, spera e ha
fede in alto grado questo non ti è occulto poiché qui il tuo sguardo coincide con quello di Dio dove si vede
raffigurata ogni cosa; ma perché il Paradiso ha acquistato i suoi cittadini (civi) per mezzo della fede, è
opportuno che accada (arrivi) a lui (Dante) di parlare di essa (lei) per esaltarla/renderle gloria”. Così come il
baccelliere si prepara/si arma di parole e non parla finché il maestro non pone la domanda, per
provarla/convalidare con le prove e non per concludere la questione definitivamente, così mi
armavo/preparavo io di ogni mezzo dialettico mentre ella (Beatrice) mi diceva per essere pronto (presto) ad
un tale esaminatore (querente, San Pietro) e a una tale dichiarazione di fede (professione). “Dimmi, buon
Cristiano, rivelati/fatti conoscere: che cos’è la fede?” Dunque io alzai la testa verso quella luce (San Pietro)
da cui uscivano (spiravano) queste parole, poi mi girai verso Beatrice e lei mi fece prontamente un cenno
affinché io spandessi fuori l’acqua della mia fonte interiore (rispondessi). “La Grazia divina che mi concede
di fare la mia professione di fede (mi confessi) al capo della Chiesa (l’alto primipilo), mi conceda di
esprimere chiaramente i miei concetti” dissi io.

v.61-91 E continuai: “Come scrisse, oh padre, la veridica penna del tuo caro fratello San Paolo che con te
mise Roma sulla retta strada, la fede è la sostanza delle cose sperate e dimostrazione di quelle che non si
vedono, e questa mi sembra la sua essenza (quiditate)”. Allora udii dire: “intendi rettamente/pensi con
esattezza, se bene intendi perché (San Paolo) la pose tra le sustanze e poi tra gli argomenti”. E io
prontamente prosegui “I profondi misteri (la vita eterna e il Paradiso) che qui mi offrono (largiscon) il loro
aspetto (parvenza)/che qui mi si manifestano, sono così nascosti (ascose) agli occhi dei mortali sulla Terra
che la loro essenza (l’esser loro) è solo oggetto di fede (credenza), sopra la quale si fonda la speranza della
beatitudine/ vita eterna (l’alta spene) e perciò prende concetto e nome (intenza) di sostanza. E da questa
credenza (fede) dobbiamo necessariamente dedurre logicamente (silogizzar), senza averne la vista: per

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questo, (silogizzar) la fede ha concetto e nome (intenza) di argomento”. Allora udii: “Se tutto ciò che giù
sulla Terra si apprende per mezzo dell’insegnamento (dottrina) venisse inteso/capito così (come lo intendi
tu), non vi sarebbe posto (loco) lì sulla Terra per ragionamenti sofisti (ossia cavilli)”. Così venne detto (spirò)
da (di) quell’anima ardente di carità (d’amore acceso), quindi aggiunse: “la lega ed il peso di questa moneta
è passato e ripassato bene nelle tue mani ma dimmi se ce l’hai nella borsa”. Dunque io aggiunsi “Sì,
possiedo questa moneta, così lucida e tonda che non ho alcun dubbio sul suo conio”. Subito dopo uscì dalla
profonda luce che lì splendeva: “Questa gemma preziosa (cara gioia, ossia la fede) su cui si fondano le altre
due virtù da dove ti viene?”

v.92-123 E io risposi: “L’abbondante pioggia (larga ploia) dello Spirito Santo che è diffusa sia sulle vecchie
che sulle nuove cuoia (Nuovo e Vecchio Testamento), è argomentazione (silogismo) che me l’ha dimostrata
(conchiusa) in modo così persuasivo (acutamente sì) che ogni altra dimostrazione mi sembra, in confronto
ad essa non persuasiva (ottusa)”. Io udii poi: “L’antico ed il nuovo testamento che ti portano a questa
conclusione (così ti conchiude), per quali motivi li consideri parola (favella) divina?”. Ed io risposi: “La prova
che mi dimostra (dischiude) la verità sono i fatti miracolosi (opere) che seguirono, per compiere i quali (a
che) la natura non ha i mezzi (scalda ferro) né la capacità (batte incude)”. Mi fu risposto: “Chi ti assicura che
quelle opere soprannaturali, miracolose fossero accadute realmente? Te lo assicura (il ti giura) quella cosa
stessa (Bibbia) la cui veridicità deve essere dimostrata ancora, e nient’altro” Io dissi: “Se il mondo si
rivolse/si convertì al cristianesimo senza bisogno di miracoli, questo solo miracolo (della conversione del
mondo senza bisogno di miracoli) è tale che tutti gli altri non valgono la centesima parte di quello: difatti tu
(Pietro) entrasti povero e digiuno in questo campo, a seminare la buona pianta (Chiesa) che un tempo fu
vite ora è pruno/inselvatichita/corrotta”. Terminato il colloquio, i cori dei beati (alta corte santa) fecero
risuonare per le sfere celesti (spene) un “Dio lodiamo” nella melodia che si canta lassù. E quel barone
(Pietro) che mi aveva tratto di ramo in ramo (questione in questione) esaminandomi, approssimandoci alle
ultime fronde, ricominciò: “La Grazia divina che dirige amorosamente (donnea) il tuo intelletto ti fece aprire
la bocca come essa si doveva aprire fin qui (hai risposto in modo corretto), di modo che io approvo ciò che è
venuto fuori, ma ora è necessario (convien) esprimere la professione della tua specifica fede, e da dove hai
attinto alla verità in cui credi”.

v.124-154 “Oh santo padre, e spirito che vedi ora quello che credesti in vita, con tanta convinzione che
vincesti (nella corsa) verso il sepolcro piedi più giovani (di Giovanni)”, iniziai io “tu vuoi che io
palesi/manifesti l’essenza/la sostanza (la forma) del mio immediato credere, e anche la ragione di
quest’ultimo chiedesti. E io ti rispondo: “Io credo in un solo Dio eterno, che muove tutto il cielo, restando
immobile (non moto), con amore (da parte di Dio) e con disio (da parte dei Cieli verso Dio) e a tal fede
(nell’esistenza di Dio) non solo prove fisiche e metafisiche, ma anche la verità che dal cielo (quinci) piove
per mezzo di Mosè, dei profeti e dei salmi, per il Vangelo e per voi (Pietro) che scriveste poiché l’ardente
spirito vi fece propagatori/nutritori della fede; e credo in tre persone eterne, e queste credo siano una
unica essenza al contempo unità e trinità, che ammette congiuntamente ‘sono’ ed ‘è’ (quindi singolare e
plurale). Dell’imperscrutabile/misteriosa natura di Dio, alla quale ho appena accennato, l’evangelica
dottrina mi imprime (sigilla) nella mente. Questo (credo) è il principio, questa è la favilla/scintilla che si
dilata in fiamma e diviene vivace, e brilla in me come una stella nel cielo.” Come il signore che ascolta
quello che gli piace/la notizia che gli arreca letizia e quindi abbraccia il servo, congratulandosi per la novella,
non appena egli si ferma dal parlare; così benedicendomi cantando il lume dell’apostolo al cui comando io
avevo parlato mi girò attorno tre volte, non appena io tacqui: così nel parlare gli piacqui.

v.1 cena: metafora scritturale per indicare la beatitudine celeste, vista come un banchetto da cui Dante
assapora le briciole che cadono. Questa stessa metafora è l’oggetto prediletto del Convivio il cui stesso
titolo si rifà alla suddetta metafora.

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v.8-9 irroratelo: anche qui si riprende la metafora del banchetto ma questa volta con riferimento alla sete
come metafora del desiderio di conoscenza. Dio è il fonte da cui deriva il nutrimento intellettuale a cui
Dante rivolge il suo pensiero. La verità viene vista come acqua che sgorga da Dio, fonte perenne di verità.
Tutto il passo è ricco di echi evangelici
v.16-17: si noti la spezzatura dell’avverbio nei suoi due elementi. Si tratta di una tmesi, una figura retorica
che consiste nel separare due parti di una frase o di una parola, eventualmente inserendo altri elementi tra
di loro.

v.20 - un foco: la luminosità più intensa è segno di maggiore letizia. San Pietro è la luce più splendente della
“carola” più luminosa. Il foco che esce dal cerchio era il più luminoso di tutti.

v.24 – fantasia: l’immaginativa detta virtù organica fornisce i materiali da cui l’intelletto trae la sua
conoscenza.

v.26-27: ‘l parlare ha colore troppo vivace, dunque è inadatta a rappresentare la dolcezza di quel canto. Per
confessare l’inadeguatezza della parola e della stessa fantasia, nonché per esprimere e addirittura per
raffigurare la dolcezza del canto di quell’anima. Dante, ricorre al linguaggio tecnico della pittura.

v.40-41: San Pietro sa bene che Dante, da buon cristiano possiede in alto grado la virtù della fede (crede)
della speranza (ben spera) e della carità (ama bene). Su tutte e tre queste virtù Dante verrà esaminato. La
disposizione dell’avverbio bene e del verbo è chiastica “ama bene, bene spera”.

v.46- il baccialier: ossia lo studente della facoltà di teologia candidato all’esame.

v.53- fede che è: l’esame di Dante si svolge secondo il procedimento scolastico: definizione della fede
perché essa sia sustanza e argomento, poi dichiarazione di possesso della fede e l’origine di questa, infine
prove della veridicità delle fonti scritturali. Superato l’esame, Dante dichiarerà la sua professione di fede.

v.55-57- Dante chiede il permesso di poter parlare a Beatrice, come sempre.

v.59- primipilo: termine del linguaggio militare romano: primpilus era il centurione che comandava il primo
manipolo dei triarii (pilus), all’interno dell’esercito di Roma. Per Dante indicava un’alta carica e lo usa in
questa accezione anche nelle epistole dove assume il significato di ‘vescovo’

v.62 – San Paolo detto appunto da San Pietro nostro carissimo fratello.

v.63 – è nota l’azione comune di San Pietro e di San Paolo nell’evangelizzazione di Roma.
v.66 -quiditate: termine proprio della terminologia scolastica, quidditas da quid indica l’essenza della cosa,
ciò che essa è; infatti San Tommaso ci dice nel suo Summa Theologiae che “oggetto dell’intelletto è ciò che
è” dunque l’essenza, la quidditas.

v.75- intenza: concetto o denominazione è il termine scolastico intentio.

v.78 – San Tommaso stesso ci dice nella sua summa theologiae “per argomento l’intelletto è indotto ad
aderire una certa varietà: per cui la ferma adesione dell’intelletto alla verità che non appare della fede è
chiamata qui argomento”.

v.83-85 – la lega e il peso di questa moneta è passato e ripassato bene nelle tue mani ‘trascorsa’
sottintende ‘da te’ quindi fuori di metafora Dante ha dimostrato di ben conoscere la sostanza ed il valore
della fede, ma dimmi se la possiedi.

v.86 lucida e tonda: i due aggettivi corrispondono esattamente ai due termini metaforici usati nella
domanda: la moneta è lucida in quanto perfetta nella lega ed è tonda in quanto non consumata ed il suo
peso è dunque esatto.

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v.87 inforsarsi: è verbo dantesco derivato dall’avverbio forse.

v.90 sulla fede si fondano le altre due virtù teologali (speranza e carità) e tutte le altre virtù. Il concetto è
espresso in testi scritturali.

v.91 – L’ispirazione dello Spirito Santo che, come pioggia abbondante e feconda, cade sulle Sacre scritture.

v.93 – in su…cuoia: sull’Antico e sul Nuovo Testamento, che erano formati da pergamene di cuoia che
formano i volumi delle Sacre Scritture.

v.100 – Con linguaggio metaforico la natura è rappresentata come un fabbro che con i propri mezzi forgia le
sue opere.

v.103-105: San Pietro ha scorto nel ragionamento di Dante un circolo vizioso, un sofisma, cioè in cui si
suppone implicitamente dimostrata la tesi che si pretende di dimostrare: nel linguaggio filosofico viene
detto “petizione di principio”.

v.111 - vite: la metafora della vigna per indicare la Chiesa, già usata nel canto XII ai v.86-87

v.118-119- donnea: il verbo proprio della lirica cortese era di origine provenzale e valeva
“vagheggiare/corteggiare”; viene usato da Dante anche nelle Rime.

APPROFONDIMENTI

v.39 Per la qual andavi

Beatrice si rivolge a San Pietro chiedendogli di interrogare Dante su quella fede grazie alla quale egli su
quella fede grazie alla quale egli camminò sul mare. È un riferimento al noto passo del Vangelo in cui si
narra come i discepoli in barca, vedendo Gesù venire verso di loro camminando sull’acqua lo credettero
fantasma e Pietro gli chiese allora di comandargli se egli poteva andare incontro a lui sopra alle acque. E
all’invito di Gesù così fece. Il riferimento dell’episodio da parte di Beatrice non è una captatio
benevolentiae ma l’indicazione di una fede assoluta sulla quale San Pietro doveva testare Dante.

Il baccelliere

Dante viene paragonato al baccialier in quanto sta per essere sottoposto ad esame. Il baccelliere nella
facoltà di teologia era lo studente candidato all’esame di chiusura di un corso di studi inferiore al dottorato.
Egli era ammesso a partecipare alle discussioni scolastiche che si svolgevano in due tempi: in un dato giorno
il maestro poneva la questione ed il baccelliere adduceva prove a sostegno di essa, alcuni giorni dopo il
maestro riprendendo la questione, confutava le obiezioni e terminava ordinatamente l’esposizione della
dottrina. Il primo era di competenza del baccelliere il secondo invece, la determinatio magistralis, del
maestro. Così il maestro propone la questione per farla discutere, non per definirla: ossia il giorno che vuoi
farla discutere e che sta al baccelliere a sostenere la disputa, non il giorno in cui torna a proporre la
questione per definirla lui. Si noti che Dante inizia ad armarsi/prepararsi prima ancora che l’esame cominci.

v.64-65 fede è sustanza… parventi

La prima risposta di Dante su che cosa sia la fede è data ai v.64-65 ed è la traduzione esatta dell’espressione
paolina. La sustanza è il termine filosofico per indicare il fondamento di una cosa e l’argomento è la
premessa di un procedimento deduttivo. La fede quindi è il principio fondamentale su cui poggia la
speranza nella vita eterna ed è la premessa per cui argomentiamo su cose che non vediamo consentendo

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intellettualmente alla verità che non appare della fede. I due termini sustanza ed argomento verranno
spiegati da Dante stesso nella successiva risposta ai v.70-75 e 76-78.

v.113 ‘Dio laudamo’

Il canto che risuona nelle corone dei beati è il Te Deum, il noto inno di grazie che la Chiesa intona in
occasioni solenni. Sembra un’interruzione strana ma forse si può pensare che il rendimento di grazie trovi
posto qui perché in realtà l’esame vero e proprio di Dante è finito. È significativo che san Pietro dichiari a
questo punto la sua piena approvazione alle risposte di Dante. Il contenuto, poi, della fede e da dove Dante
lo abbia tratto che forma l’oggetto delle risposte successive è questione che riguarda l’individuo Dante, e
non può più essere l’oggetto di una dimostrazione della fede in generale.

v.124-126 spirito che vedi…piedi

Nella terzina Dante si rivolge a San Pietro dicendogli che “la sua fede nella divinità di Cristo lo aveva fatto
vincere nella corsa con Giovanni, più giovane di lui, verso il sepolcro di Cristo”. Si tratta di un’allusione al
racconto evangelico in cui si narra come appena saputo da Maria Maddalena che il sepolcro di Gesù era
vuoto, Pietro e Giovanni corsero al luogo della sepoltura. Dante, intendendo sottolineare la ferma fede di
San Pietro e la sua impetuosità generosa, interpreta arbitrariamente, come prova di maggior fede,
l’ingresso di costui prima di Giovanni, mentre in realtà, l’ultimo versetto chiarisce che essi erano entrambi
venuti solo per constatare che il corpo di Gesù non c’era più e non perché credessero nella sua
resurrezione. E inoltre alterato il racconto stesso, in quanto al sepolcro giunse prima Giovanni, che si
trattenne sulla soglia. Dante adatta il testo sacro alle sue esigenze.

ANALISI

La struttura

Il canto si apre con la generica preghiera d Beatrice agli apostoli di saziare il desiderio di conoscere di
Dante. Per un personaggio così celebre, Dante non si preoccupa di fare il nome del Santo data la sua
celebrità, la sua presentazione è indiretta: si tratta di San Pietro. Dopo lo scambio di cortesie con Beatrice,
la donna gli chiede di esaminare Dante sulla fede. Dopo una bellissima similitudine tra Dante ed un
baccelliere. L’esame ha inizio, l’interrogazione è strutturata secondo le usanze della filosofia scolastica delle
università medievali:

1) Dapprima si definisce l’oggetto, ovvero che cosa è la fede, sulla scora di San Paolo e si precisa la sua
natura, ovvero perché è prima sostanza e poi argomento.
2) Poi San Pietro chiede a Dante se la possiede e da dove gli deriva e poiché Dante risponde che la sua
fonte è la Bibbia, (Vecchio e Nuovo Testamento) diventa necessario precisare
3) Perché le Sacre Scritture vanno ritenute divine e come evitare la petitio principii (petizione dei
principi) ovvero dare per scontata la loro divinità proprio nel ragionamento in cui essa andava
dimostrata.
4) Esposte correttamente queste premesse san Pietro ordina a Dante di pronunciare il suo credo e
Dante lo fa affermando la sua fede in un Dio unico, eterno e che muove l’universo con l’amore, e
poi la sua natura trinitaria.

Dante si è appoggiato interamente sulle Scritture e sulle auctoritates filosofiche. San Pietro mostra la sua
approvazione con il canto e ruotando tre volte intorno a Dante.

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Il Paradiso è traboccante di pensiero. I ragionamenti e le distinzioni logiche si susseguono, ma essi sono in
funzione contemplativa e celebrativa, non vogliono produrre la gioia che scaturisce dal processo di
conquista della verità, piuttosto la commozione religiosa che ogni singola verità e l’ordinato insieme di esse
comunicano. In questo canto non è centrale il ragionamento per sé stesso ma il querente e l’eccezionalità
della sua persona assieme con la professione, la solenne proclamazione della propria fede, che supera di
gran lunga le risposte esatte del discepolo all’esame. Proprio questo verso a tal querente e a tal professione
sembra suggerire in maniera simbolica il senso ideale, il traguardo espressivo a cui tende il discorso che si
riferisce all’esame.

Lingua e stile

Non stupisce che, in un canto in cui deve mostrare la sua ortodossia, Dante utilizza tanto per il contenuto
come per lo stile solo modelli cristiani, escludendo i suoi amati scrittori pagani. Mancano del tutto le
similitudini mitologiche e persino i latinismi con cui di solito innalza lo stile sono qui estremamente limitati.
Tutti i mezzi stilistici rimandano esclusivamente all’ambito cristiano. Si noti il valore simbolico del numero
tre quando san Pietro ruota all’inizio del canto attorno a Beatrice e alla fine attorno a Dante. Sono continui i
riferimenti alla Sacra Scrittura. Tra le altre auctoritates, segnaliamo san Girolamo che è alla base dell’ultimo
verso, apparentemente troppo orgogliosa “sì nel dir li piacqui”: il cristiano deve lodare sé stesso solo in un
caso, quando intende rettamente il Signore. Dante non loda la propria sapienza, tutto ciò che è uscito dalla
sua bocca è ripreso per filo e per segno dalle Scritture. Poiché l’esame è condotto secondo l’usanza
dell’università medievale, il lessico è fitto di parole appartenenti alla filosofia ed alla teologia per lo più
scolastiche. Abbondanti le metafore e le similitudini, molte delle quali ripetute due volte, quella dell’acqua
di fonte, a indicare dapprima la sete di sapere poi la conoscenza interiore, quella pittorica ad indicare prima
l’inadeguatezza della lingua umana, poi al contrario la completezza della mente divina, infine quella
botanica che indica prima la decadenza della Chiesa, riprendendo la metafora della vigna già apparsa nel
canto XII pronunciata da Bonaventura e poi i diversi momenti dell’esame.

LETTURA DI BOSCO

L’esame di Dante sulle virtù teologali

I canti XXIV, XXV e XXVI sono dominati da un motivo unico: il cosiddetto esame di Dante sulle tre virtù
teologali che sono fede, speranza e carità, sostenuti dinanzi a tre apostoli che le rappresentano, secondo il
poeta ossia Pietro, Iacopo e Giovanni. L’esame sulla fede occupa la stragrande maggioranza del canto XXIV
(v.34-147) mentre alle altre due virtù è dedicato circa la metà dei rispettivi due canti successivi. Questa
disparità si spiega facilmente con la preminenza che la fede ha sulle altre due virtù che da essa dipendono. I
tre ‘esami’ sono condotti secondo uno stesso schema: preghiera di Beatrice agli apostoli affinché
interroghino Dante, domande formulate dagli apostoli (definizione della virtù, concetto e provenienza di
questa), lieta approvazione dell’interrogante e di tutti i beati.

Perché proprio questi tre apostoli? Perché furono quelli che Cristo volle come testimoni di eventi essenziali
quali la preghiera nell’orto di Getsemani e la Trasfigurazione. Nello stabilire la ‘competenza’ di ciascuno dei
tre in ciascuna virtù, il poeta deve forzare i dati scritturali: se è vero che l’identificazione scritturale di
Giovanni con la carità è giustissima altrettanto non si può dire per gli altri due apostoli.

Gli esami sostenuti da Dante nella loro strutturazione alludono ai costumi universitari del tempo. Il poeta si
paragona infatti ad un baccelliere che sostiene l’esame di dottorato in attesa di essere interrogato. Oltre a
ciò, scolastico appare anche il metodo secondo cui sono condotti i tre esami, specie quello sulla fede. Con il
loro rapido incalzare di domande e risposte, che per altro sono spesso mnemoniche secondo la tradizione

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scolastica medievale, in forma quasi catechistica. Tuttavia non si tratta unicamente di esami a livello
accademico: il poeta parla di professione, sia a proposito della fede, sia della carità e di ‘confessione’ da
intendersi sia nel senso comune sia nel linguaggio della Chiesa, di solenne testimonianza di fede e speranza
di Cristo. Il poeta nelle sue risposte attinge alla sua personale esperienza di uomo. Gli ‘esami’ non hanno
rilevanza di per sé né per Dante né tantomeno per i suoi esaminatori. Il poeta parla non per dar prova di
sapienza ma per ‘gloriare’ la fede come chiarisce nel canto. Gli esaminatori non a caso sono apostoli e non
santi-teologi, più che un esame essi promuovo un interiore esame di coscienza nell’interrogato in cui il
lettore deve immedesimarsi. Gli esami sono intrisi di lirismo, si noti in particolare il tono profondamente
commosso della professione di fede.

La Trinità, “favilla” della vera fede

Per definire la fede il poeta traduce e ricalca una formula di Paolo, ispirato da Dio, e non omette di citare la
sua fonte. Lo stesso ‘credo’ è attinto ad un testo canonico, al simbolo cosiddetto atanasiano, che nel
Medioevo era parificato agli altri simboli, l’apostolo e il niceno. Insiste prevalentemente sul mistero della
Trinità: questo è anche per Dante la “favilla” che produce la “fiamma vivace” dell’intera fede. Dio “tutto ‘l
ciel move, / non moto”, questa non è una pura nozione filosofica, ma richiama la grandiosa visione
dell’universo ordinato e dominato da Dio, che sin dal primo canto è fondamentale in tutto il Paradiso.

Al principio del canto, Beatrice prega tutti i beati di dare a Dante almeno una goccia della loro sapienza
divina di cui essi sono sempre sazi e affamati. In verità lo conforteranno soltanto, rassicurandolo di essere
sulla retta via. Le risposte di Dante e la professione che egli rende sono frutto di Grazia, non di sapere
umano o almeno questo parte direttamente da quella che ispira i testi cui egli si riferisce. Ciò è ribadito
lungo tutto il corso dei tre canti, col costante riferimento alla Scrittura. Già alla prima domanda dante
risponde, citando e trascrivendo san Paolo, subito dopo afferma che le verità supreme sono ben nascoste
agli occhi degli uomini e si possono raggiungere solamente affidandosi alla fede. Questa sua opinione sarà
anche lodata da San Pietro. Spiegherà quindi che le fonti della sua fede sono il Vecchio ed i Nuovo
Testamento. A seguito un Te deum dei beati ringrazia Dio per questo “credere” di Dante.

Il verace fondamento di Cristo

I testi sacri devono in ultima analisi avere la prevalenza su ogni ragionamento umano per materie
fondamentali di fede, concetto che assume in questi canti un rilievo imponente. Tale posizione è
riconducibile al pentimento dell’autore per essersi, nell’entusiasmo dei primi suoi studi filosofici, lasciato al
cosiddetto ‘traviamento’. Più volte nel Paradiso il poeta torna sui pericoli di un raziocinare arrogante ed
esposto a errori. Si rifletta in particolare sull’inclusione, tra i sapienti del cielo del Sole, dei “primi scalzi
poverelli”, Illuminato e Agostino, che giunsero a Dio solo con l’umiltà come abbiamo già visto nel canto XII
del Paradiso.

Nel Convivio Dante aveva detto che la filosofia “la nostra fede aiuta” e del resto in questi stessi canti egli si
serve di essa per delucidare la definizione di Paolo, e per stabilire quale sia il sommo bene, degno perciò del
sommo amore come ci dice in questo canto. La fede deve essere pronta senza esitazioni, come non ne ebbe
Pietro entrando subito nel sepolcro, indiscussa, senza ombratura né residui di dubbio.

Concezione aristotelica e concezione agostiniana

Per intendere sino in fondo questa posizione di Dante, bisogna collocarla nella storia del pensiero religioso
del Due-Trecento. Prima dell’aristotelismo che subentrò nel secolo XIII, la speculazione medievale era tutta

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orientata secondo la prospettiva agostiniana di una sapienza cristiana in cui la riflessione razionale nasce
dalla fede come approfondimento del patrimonio rilevato. Non esiste dunque divario tra l’una e l’altra. Per
l’aristotelismo tomistico, invece il ragionamento teologico ha sue premesse logiche, non le riconosce in
proposizioni per sé evidenti, perché date dalla rivelazione. Si noti anche che distinguendo la ragione dalla
fede, Dante ribadisce implicitamente la sua visione politica della separazione dei due poteri: temporale e
spirituale. La concezione agostiniana sopravvisse a lungo nella teologia francescana. Bonaventura
ammoniva nell’Itinerarium a non credere che ci possa essere speculazione senza devozione. San Francesco
evitava e sconsigliava ai suoi ogni sottigliezza teologica. Non c’è dubbio che la posizione di Dante sia
sostanzialmente quella di Tommaso. Talvolta egli pieghi verso posizioni di Bonaventura, l’ultima
proposizione di questo sembra essere riflessa nel canto XXIV, secondo cui la Scrittura costituisce essa stessa
il ragionamento per eccellenza. Nel contesto di ‘sapienza’ di Dante confluiscono sia la concezione
aristotelica di Tommaso sia quella agostiniana di Bonaventura e i due santi sono messi studiatamente allo
stesso livello, in tutto il cielo dei sapienti risalta la posizione mediana del poeta. Sulla soglia dell’Empireo in
preparazione alla fase più propriamente mistica del suo viaggio, Dante respinge ogni argomentazione di
teologia ‘tecnica’, che a suo parere può anche condurre al sofisma.

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CANTO XXXI
Parafrasi
v.1-30 La milizia santa (i beati) che nel sangue di Cristo divenne sua sposa (la Chiesa, i beati redenti dal
sangue di Cristo) mi si mostrava nella forma di una candida rosa; ma l’altra (milizia, cioè gli angeli) che
volando vede e canta la gloria di colui che la riempie d’amore (Dio) e la bontà che la fece così gloriosa
(cotanta), così come uno sciame di api che entra nei fiori una volta e ancora un’altra ritorna là (nell’alveare)
dove la sua fatica (laboro) dà i suoi frutta (quindi dove il nettare diventa faticosamente miele), (Dio)
scendeva nel grande fiore (la candida rosa) che si adorna di tante foglie, e di lì (quindi) risaliva là (nella luce
divina) dove soggiorna sempre il suo amore (nella mente di Dio). Tutti i loro volti ardevano di carità ed
avevano ali d’oro, e il resto della figura/la veste (l’altro) tanto bianca che la neve era nulla rispetto a queste.
Quando scendevano nel fiore (la candida rosa) di grado in grado (bianco in bianco) comunicavano ai beati
(porgevan) la pace e l’ardore (di carità) che essi acquistavano volando verso Dio/attingendo a Dio
(ventilando il fianco). Né l’interporsi di tutta questa moltitudine di angeli tra la luce divina (‘l disopra) e la
candida rosa (‘l fiore) impediva la vista dello splendore di Dio, e a questo di diffondersi: perché la luce
divina penetra in tutte le parti dell’universo a seconda di quanto ognuna di esse è degna di riceverla a tal
punto che nulla può esserle d’ostacolo (essere ostante). Questo regno sereno e gioioso,
popolato/frequentato (frequente) dai beati dell’Antico e del Nuovo Testamento (gente antica e in novella),
rivolgeva gli occhi (viso) e l’ardore ad un unico oggetto (segno, ossia Dio). Oh luce della trinità (trina luce)
che, apparendo in un’unica essenza (stella) ti illumini davanti agli occhi dei beati e così li appaghi! Guarda
qua giù (sulla Terra) alla nostra tempesta (procella)!

v.31-60 Se i barbari, venendo da quella regione (tal plaga) che ogni giorno dell’anno è coperta dall’Orsa
Maggiore (Elice), che ruota con la costellazione di Boote (col suo figlio) che ama d’amore materno (ond’ella
è vaga), vedendo Roma e i suoi edifici imponenti (l’ardua sua opra) si meravigliarono quando questa
(Laterano, ossia Roma) fu nel pieno della sua potenza/superò le capacità mortali (a le cose mortali andò
sopra); io che al divino dall’umano, all’eterno dal tempo sono venuto, e da Firenze a quel popolo giusto e
retto, di quale stupore dovevo essere pieno! Certamente lo stupore (esso) e la gioia (‘l gaudio) mi
rendevano piacevole/gradito (libito) il non udire e il non parlare. E quasi come il pellegrino che si
riposa/ristora (ricrea) nel santuario (tempio) del suo voto (pellegrinaggio, la sua meta) e spera di raccontare
come è fatto (stea)/ di descriverne le bellezze; io facevo girare lo sguardo per la viva luce della candida rosa,
di giardino in giardino (per li gradi) ora (mo) in alto ora in basso, ora tutt’intorno. Vedevo volti ispirati
(suadi) di carità, illuminati dalla luce e dal riso di Dio (altrui), dagli atteggiamenti ornati di ogni decorosa
compostezza. Il mio sguardo aveva già compreso l’aspetto generale del Paradiso tutto, senza soffermarsi su
alcuna parte in particolare; e mi voltai con rinnovato desiderio (voglia riaccesa) di domandare alla mia
donna (beatrice) su alcune cose che erano rimaste in sospeso/dubbie nella mia mente. Intendevo
rivolgermi a Beatrice (Uno) e invece un altro (San Bernardo) mi rispose: credevo di vedere Beatrice, ma
vedevo invece un vecchio (sene) vestito (di bianco) come gli altri spiriti beati (genti gloriose).

v.61-90 Nell’espressione degli occhi e di tutto il volto (gene) era atteggiato a benigna letizia, pieno di carità
(pio) come si conviene ad un padre amoroso. E “dov’è ella?” chiesi subito io. E lui rispose: “per compiere a
pieno il tuo desiderio (cioè la visione di Dio) mi ha mosso Beatrice dal mio seggio, e se sollevi lo sguardo su
verso il terzo grado a cominciare dal sommo, la rivedrai in quel seggio, che i suoi meriti le diedero in sorte
(le sortiro)”. Senza rispondere volsi lo sguardo verso l’alto e vidi lei che aveva intorno a sé come una
corona/aureola formata dai raggi divini che si riflettevano su di lei. Qualunque occhio umano mai si inabissi
dalla parte più alta del cielo, laddove si formano i tuoni (tona) fin nella più profonda voragine del mare, non

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dista tanto quanto lì da Beatrice la mia vista, ma questa (la distanza) non aveva effetto alcuno su di me
perché l’immagine di lei (effige) non era offuscata dal mezzo fisico (che si interpone fra l’occhio e l’oggetto).
“Oh donna da cui prende forza (vige) la mia speranza, e che sopportasti/tollerasti per la mia salvezza
(salute) lasciando nell’inferno la tua impronta (vestige), di tutto ciò che ho visto, riconosco la grazia ed il
beneficio ricavato dalla tua bontà e dal tuo potere. Tu mi hai tolto dalla schiavitù del peccato per condurmi
alla libertà dello spirito, per tutte quelle vie ed in tutti quei modi che tu avevi la facoltà di usare per questo
scopo. Custodisci in me la tua magnificenza/questa libertate, di modo che la mia anima, che hai fatto
sana/che hai salvato, si sciolga dal corpo come la gradisci tu”.

v.91-123 Così pregai e quella, così lontana come si mostrava (parea), sorrise e guardandomi, poi si voltò
verso l’eterna fonte di beatitudine (Dio). E il santo vecchio mi disse: “perché tu possa compiere del tutto il
tuo cammino per il quale mi mosse la preghiera di Beatrice spinta a sua volta da santo amore, scorri/ vola
con lo sguardo questo giardino (la candida rosa), perché questo (la contemplazione della candida rosa)
renderà la tua visione idonea di vedere lui (Dio), renderà la tua ascensione migliore. E la regina del cielo
(Maria), per cui io ardo tutto d’amore, ci renderà la sua grazia, poiché io sono il suo fedele Bernardo”. Come
colui (il pellegrino) che forse dalla Croazia viene a vedere il velo della Veronica nostra (a Roma cioè) e che
non riesce a soddisfare la sua antica brama/il lungo desiderio di vederla, ma dice fra sé e sé, finché dura
l’ostensione della reliquia: “Signore mio Gesù Cristo, vero (verace) Dio, dunque furono queste le vostre
fattezze?” così ero io guardando l’ardore (vivace carità) di colui che, con la vita contemplativa in questo
mondo (Terra) aveva gustato la pace del Paradiso. Egli disse: “Figlio della grazia, questa condizione di
beatitudine (quest’esser giocondo) non ti sarà nota se continui soltanto (pur) nella parte inferiore della rosa
mistica, verso il basso, ma innalza il tuo sguardo lungo tutti i giardini fino al più lontano, al più alto perché
tu possa vedere la regina (Vergine Maria), a cui è devoto e suddito tutto questo regno.” Io alzai lo sguardo
(occhi) e come al mattino la parte orientale dell’orizzonte supera la luce della parte in cui il sole tramonta
(occidentale), così, quasi sollevando lo sguardo da valle a monte (dal basso verso l’alto) vidi un punto in
cima alla rosa che superava in luminosità tutti gli altri.

v.124-142 E come qui sulla Terra (quivi) dove si aspetta sorgere il timone del carro che Fetonte mal guidò (il
sole), quel punto dell’orizzonte (dov’esso nasce) si avviva maggiormente di luce, che va invece scemando (si
fa scemo) da una parte e dall’altra (col crescere della distanza da questo punto), così quella pacifica luce
fiammeggiante (il seggio di Maria) si rischiarava al centro, ed in ogni parte uniformemente diminuiva lo
splendore al suo allontanarsi, e intorno a quel punto centrale più luminoso con le penne aperte/distese nel
volo (sparte)io vidi più di mille angeli festanti ciascuno dei quali diverso dagli altri per splendore e
movimento. Vidi nel tripudio del loro canto e dei loro movimenti (giochi) scintillare una bellezza (la Vergine
Maria) che era letizia negli occhi di tutti gli altri santi; e se io avessi tanta ricchezza (divizia) nell’esprimermi
quanta è la potenza della mia immaginativa, non oserei neppure tentare di descrivere la minima parte della
delizia che deriva dalla bellezza di Maria. Bernardo, come vide i miei occhi ardere/ (caler) fissi e attenti
nell’ardore fiamma della sua carità (della Vergine), rivolse i suoi (occhi) a Maria con tanto affetto che rese
più desiderosi (ardenti) i miei occhi di ammirarla.

v.7 s’infiora: il verbo che di solito significa adornarsi di fiori qui assume un valore più intenso, riportando in
a esprimere una posizione interna, e rende l’immagine con una concisa eleganza, e gli corrisponde in rima
un verbo di pari concisione (s’insapora).

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v.30 – qui il passaggio alla 2° persona indica che si passa dall’esclamazione alla preghiera. In questi ultimi
canti, la Terra è infinitamente lontana. Essa appare solo in quest’immagine sintetica e simbolica della
procella (ossia tempesta).

v.31-33 – Nella mitologia la ninfa Elice, più nota con il nome di Calisto, era prediletta da Diana. Sedotta da
Giove, venne cacciata dalla dea e dopo aver partorito Arcade, fu tramutata in un’orsa dalla gelosa Giunone.
Giove la trasformò poi in una costellazione: l’Orsa Maggiore. Il figlio subì la stessa sorte e divenne la
costellazione di Boote (il bovaro), o Arctofilace, ossia il custode dell’Orsa. Il mito è tratto dalle metamorfosi
di Ovidio. Dall’indicazione astronomica ricaviamo che la plaga si trova nell’estremo Nord, là dove le due
costellazione non scendono mai sotto l’orizzonte.

v.35 - Laterano: è una metonimia, per indicare Roma. ‘Laterano’ fu sede imperiale e poi papale, il poeta
sembra alludere all’epoca delle prime invasioni barbariche, quando Roma conservava ancora intatta la sua
stupenda e monumentale maestà. Se invece Dante pensava ai barbari come a soldati ausiliari o a schiavi, il
ricordo va a Roma pagana e il Laterano va considerato come la dimora degli imperatori che fu tale fino a
Costantino.

v.37- io: nota il forte stacco dato dal pronome in posizione di rilievo con la dieresi, che serve a scandire
meglio la triplice antitesi nella terzina.

v.43-45: Nell’estasi della contemplazione il poeta si paragona al pellegrino che, giunto finalmente alla
mente del suo pellegrinaggio, si riposa dilettandosi e non si sazia di guardare e riguardare il santuario che
aveva fatto voto di visitare, e già sente la gioia del momento in cui, al ritorno, potrà descrivere le cose viste.

v.46-48: Alcuni commentatori interpretano il primo verso in senso materiale “andando a passo a passo” per
la viva luce, ma il passeggiare è puramente contemplativo e poetico, viene attribuito agli occhi. Dante non è
il forestiero che visita una chiesa, ma un pellegrino sacro, immobile davanti ad una visione sublime, e la sua
vita non è nelle gambe, ma negli occhi, e quindi nell’anima. Il muoversi, quindi, non occorre. Al limite,
essendo la rosa circolare, Dante, per osservarla tutta, gira su sé stesso.

v.52-57: è come una pausa riassuntiva, che prepara il mutamento di scena e l’episodio centrale e più
poetico del pur poeticissimo canto. Dante ha abbracciato con lo sguardo l’aspetto generale del Paradiso,
senza che i suoi occhi si siano ancora fermati su una parte precisa.

v.59 – sene: “vecchio”, l’uso del latinismo (latino senex) conferisce alla figura un senso venerando e
solenne. Il vocabolo riferito a San Bernardo torna poi al v.94

v.61- gene: latinismo “guance”, parte per il tutto, sineddoche, indica il volto.

v.77-78: la vicinanza e la lontananza nel Paradiso non aggiungono né tolgono nulla perché qui la legge
naturale non conta nulla. L’Empireo è fuori del tempo e dello spazio e quindi le leggi naturali, che vigono
sulla Terra o nei Cieli, dove lo spazio e il tempo sono ancora misurabili, non esistono. Per questo Dante può
con lo sguardo abbracciare tutta l’ampiezza del mistico fiore come specificato nel canto precedente ai
v.121-123.

v.82-84: Dante dice “per intercessione tua, Dio mi ha concesso la grazia di questo viaggio, al tuo intervento
devo pure le forze che mi hanno permesso di compierlo”. Ma è tutt’uno, perché le forze provengono
anch’esse dalla Grazia. Per la prima volta nel poema Dante da del “tu” a Beatrice, a cui si era fin ora rivolto
con il deferente “voi”. Ma qui Beatrice non è più la guida, la maestra, ma la santa a cui si dà del “tu” come
lo si dà a Dio ed alla Madonna. Questo che Dante rivolge ora a Beatrice non è, come i precedenti, un
discorso, bensì una preghiera.

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v.85: è sintetizzato in questo verso non solo il motivo e lo scopo del viaggio del poeta ma anche e
soprattutto la missione di Beatrice.

v.88- magnificenza: la parola viene usata da Dante prima che qui solo tre volte per descrivere: Cangrande,
Beatrice e la Vergine Maria.

v.91-93: è l’ultima apparizione di Beatrice (a parte un altro brevissimo cenno nell’ultimo canto, v.38) e con
questa visione del sorriso e dello sguardo di lei, si compie quel voto che il poeta aveva espresso nella chiusa
della Vita Nova “dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna”.

v.102 - Bernardo: come nell’episodio di Cangrande il suo nome viene fatto solo alla fine della
presentazione.

v.103-108: la perifrasi indica un’altra famosa similitudine, che richiama un po’ quella dei barbari almeno per
l’argomento, per indicare lo stupore di Dante quando scopre di aver di fronte a sé il grande mistico.

v.103- Croazia: indica una regione generica, molto lontana dalla civiltà di Roma.

v.118-120: l’apparizione della Vergine è preparata con una festa di luce e introdotta da una similitudine con
la cosa più sublime del mondo: il sole nascente.

v.121-122: Si allude alla salita di Dante, insieme all’aumentare della luce come quando si sale dalla valle alla
vetta di una montagna.

v.124-125: il timone (temo) del carro che Fetonte guidò male, cioè il sole, per perifrasi. Si basa sul mito di
Fetonte già citato nel canto XVII v.1-3, dove Dante si paragona a Fetonte. A quest’ultimo venne insinuato il
dubbio di non essere figlio di Apollo, così egli ricorse alla madre Climene per averne conferma o smentita.
In seguito Apollo, per rassicurarlo gli permise di guidare il carro del Sole, ma Giove fulminò il giovane
perché aveva deviato il carro dal cammino abituale. Fetonte divenne così l’esempio della necessità dei padri
di essere scarsi, cioè poco accondiscendenti alle richieste dei figli. L’episodio viene qui ripreso per la
similitudine del sole e là (canto XVII) per quella del dubbio, ed è narrata nelle metamorfosi di Ovidio.

v.127- oriafiamma: era propriamente lo “stendardo di guerra dei re di Francia”, in francese oriflamme, pare
derivasse dallo stendardo rosso dato da Cristo a Carlo Magno, come segno di potestà imperiale. Era un
drappo rosso cosparso di fiamme o stelle d’oro, e d’oro era pure l’asta che lo portava. Qui significa,
probabilmente il “luogo dove sta Maria”, il grado più alto e il più luminoso di tutto il resto della candida
rosa, e proprio perché riferito a lei, il poeta vi aggiunge l’aggettivo pacifica, in contrasto con l’orifiamma
9francese, segno di guerra.

v.132: anche negli angeli c’è una gradazione di beatitudine.

v.133: sono quelle diversità di atti, che nel verso precedente erano detti arte sono cioè i canti e i movimenti
gioiosi con i quali gli angeli manifestano il loro amore a Maria.

v.134- una bellezza: La Vergine Maria, il cui fulgore si riflette negli occhi di tutti i beati, come letizia. Con
felicissimo intuito, sia qui sia nei canti seguenti Dante evita di descrivere l’ineffabile bellezza di Maria.

v.136: è una nuova dichiarazione dell’impossibilità di descrivere quel che trascende le facoltà umane, e a
maggior ragione qui, dove dovrebbe rappresentare la bellezza della Vergine. La divizia invece è un latinismo
ed indica la “ricchezza”.

v.139-142: Il ripetere due volte mio e suo non disturba, ma fa della vista di Maria, del santo e di Dante quasi
una luce sola.

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v.140- nel caldo suo caler: nell’ardore della sua fiamma di carità”. Caler è latinismo ed indica “esser caldo,
ardere”.

APPROFONDIMENTI

V.39 FIORENZA

Dante scrive l’ultima delle molte imprecazioni contro la città amata e odiata, la più sintetica e la più amara,
perché Firenze assurge quasi a simbolo della corruzione di tutto il male del mondo. La terzina, con un
efficace crescendo, fa convergere tutto sul nome, fortemente rilevato al principio di verso ed in contrasto
chiastico con le antitesi precedenti.

San Bernardo

Il personaggio indicato ai v.61-63 è San Bernardo, nato in Borgogna nel 1091 e morì nel 1153. Figura tra le
più significative del misticismo medievale, fu anche attivo consigliere di papi e riformatore della vita
monastica. Ispiratore della nascita dell’Ordine dei Templari con lo scopo di combattere gli infedeli in Terra
Santa, fermo accusatore degli eretici, predicatore di una crociata e protagonista della lotta fra Innocenzo II
e l’antipapa Anacleto Bernardo fu una personalità centrale della vita politico-spirituale europea. Bernardo
compose molte opere ascetiche, con cui combatté le dottrine razionalistiche che cominciavano a
diffondersi. Restauratore del culto mariano, vero “mistico di Maria” forse venne scelto da Dante come
guida perché meglio di ogni altro poteva farsi tramite con la Vergine per ottenere l’intercessione presso Dio
affinché il poeta potesse fissare lo sguardo nell’abisso della divinità.

La Veronica v.104

Il termine designa per metonimia “l’immagine del Volto Santo di Cristo”, conservata in una delle logge della
cupola di San Pietro a Roma. Tale immagine si sarebbe impressa, secondo una leggenda cristiana, in un velo
con cui la pia donna Veronica avrebbe asciugato il volto sanguinante di Gesù che saliva al Calvario: egli vi
avrebbe lasciato l’impronta del suo viso. Ma di tutto questo non c’è traccia nei Vangeli. Il nome Veronica è
la deformazione dell’appellativo “vera icon” con cui venivano designate in età medievale, i ritratti di Cristo
ritenuti autentici. Anche nella Vita Nova Dante ricorda questa venerata reliquia.

ANALISI

Un’altra milizia di Paradiso

Non c’è un vero Paradiso cristiano senza angeli, che innumerevoli volano ad ali spiegate cantando. Sono i
primi abitanti del regno di Dio, coloro che da sempre magnificano il Creatore, gli uomini infatti fanno parte
del tripudio celeste solo dopo la discesa di Cristo all’Inferno. Questi angeli-api sono colti nel loro continuo
volare dal fiore a Dio e da Dio al fiore, a creare quell’unione caritatevole che lega gli uomini beati e Dio. La
loro descrizione è tratta dalle Scritture e presenta reminiscenze risalenti all’arte sacra, nonché
all’iconografia popolare. Il viso è di color rosso fiamma, le ali sono di color oro e la veste che ricopre i loro
corpi bianca. In questi tre colori, sono stati ravvisati diversi significati allegorici, al rosso dei volti si
attribuisce l’ardore della carità, all’oro la sapienza, al bianco la potenza: insomma nei loro corpi gli angeli
compendierebbero gli aspetti della Trinità.

Addio, Beatrice

L’addio a Beatrice si consuma in questo canto, una volta che il pellegrino è finalmente giunto “in patria”. Il
congedo della santa ha i modi di quello Virgiliano: in entrambe le situazioni Dante si volta per parlare con le

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sue guide, senza più trovarle. Ma questa volta non c’è il trauma della separazione, né il pianto inconsolabile
di Dante. C’è piuttosto l’urgenza di chiedere dove sia Beatrice, rimandando le presentazioni tra il viator e la
nuova guida. Nei versi di congedo rivolti a Beatrice, tutta l’autobiografia salvifica di Dante è compendiata in
pochi versi. A lei è assegnato ogni merito e per la prima volta, Dante passa dal “voi” al “tu” nel rivolgersi a
lei. È il riconoscimento dell’intimità di appartenenza all’amore paradisiaco, alla beatitudine degli eletti. Se il
nome “Beatrice” significa “colei che rende beato” ella ha compiuto in pieno il suo ufficio.

San Bernardo

Laddove persino la Scrittura è insufficiente a vedere Dio a faccia a faccia, bisogna implorare la Grazia di
Maria. Occorre l’intuizione divina per dono di grazia, dono che si richiede a colei alla quale Dio nulla nega. Si
tratta di una mistica che non annulla se stessi nella visione suprema: il viator non si pere nell’infinità divina,
non annega misticamente in Dio dissolvendo in Lui la propria identità. Egli è invece vigile mentre si “indìa”
in lotta perenne per conservare il ricordo di eventi da riportare in Terra sulla pagina scritta. Dante più che
un mistico era un poeta-filosofo che fece uso della letteratura mistica per rappresentare una visio. Il
massimo degli intercessori è Maria e chi poteva rivolgere a questa una preghiera per questa grazia meglio
di colui che era tradizionalmente ritenuto il devoto di Maria per eccellenza?

LETTURA DI BOSCO

La concretezza figurativa della fantasia dantesca

Nella prima terzina del canto si riepiloga lo spettacolo paradisiaco già descritto nel canto precedente con
cui questo è in immediata continuazione, ossia la ‘milizia santa’ costituita dai beati. Gli resta ora da
descrivere l’altra milizia, quella degli angeli. Passato questo primo momento, il pellegrino si volge a Beatrice
per chiedere chiarimenti, ma ella come già Virgilio nel Paradiso Terrestre, era scomparsa silenziosamente,
ed era stata sostituita da un ‘venerabile vecchio’, ossia San Bernardo. Beatrice nel frattempo era tornata nel
suo seggio altissimo. A lei il poeta rivolge una preghiera ed un ringraziamento. Poi il poeta volge lo sguardo
al più alto dei giri della rosa: lì sta il seggio di Maria.

Al linguaggio sostenuto e insieme piano, nonché la descrittività piana e commossa, si aggiunge un moto di
affetto intimo. I caratteri essenziali dell’Empireo nella figurazione dantesca sono l’incessante mobilità ed
insieme la ferma eternità di esso. In questo canto da una parte gli angeli vanno e vengono da Dio ai beati,
simili ad api affaccendate: paragone usato anche dallo stesso san Bernardo. Dall’altra parte i beati, solenni
nelle loro bianche stole, immobili nel gaudio della contemplazione. Il poeta attribuisce a essi la
compostezza che secondo l’autore era tipica dei magnanimi. Il poeta indulge a una descrittività precisa. Il
linguaggio è ricco di elementi biblici, il poeta ha cura di avvertirci che siamo lontani dal mondo terrestre e
dalle sue leggi. Beatrice appare al suo fedele ad una distanza maggiore di quella che si può concepire in
terra e che nel mondo avrebbe impedita ogni visibilità di lei. Dalla contemplazione del grandioso spettacolo,
il poeta passa a quella degli effetti che esso ha su di lui: stupore e gioia per l’adempiersi del suo destino di
salvezza. Tre paragoni gli sono a ciò necessari: il primo è quella tra sé stesso e i barbari che vedono la
grandiosità di Roma per la prima volta, verte dunque sullo stupore. Nella seconda lo stupore diventa
esplicitamente sacro: si tratta della similitudine del pellegrino che commosso giunge alla sua meta e
contempla ogni particolare di questa nella speranza di poterne riportare la bellezza. Con il terzo paragone il
poeta rievoca un’altra volta Roma: paragona sé stesso che guarda san Bernardo improvvisamente apparso
al suo fianco ad un pellegrino che viene a Roma da Terre lontane “forse di Croazia” per vedere il volto di
Cristo impresso nel velo della Veronica. Preme sul cuore del pellegrino il lungo desiderio, il paragone è
incentrato sul desiderio durato tutta la vita e tra i due moti quasi d’incredulità, per essere giunto a
soddisfarlo.

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San Bernardo: guida e spirito contemplativo

Nel ritratto psicologico-somatico di Bernardo il poeta accumula tratti di affettuosa sollecitudine e di piena
serenità. Il venerando vecchio ritiene qualificante solo il suo amore per Maria, per la quale “arde tutto”.
Volge i suoi occhi e spinge Dante a fare altrettanto. La sua azione nel poema consiste nell’invitare Dante a
contemplare le creature celesti, Beatrice, tutto il giardino paradisiaco, Maria. Le parole che egli dice, sono
piane e dimesse, senza splendore d’immagini e artifici di stile: per lo più semplice nomenclazione, come di
umile cicerone. Il Bernardo della storia non corrisponde a quello dantesco, se non parzialmente. Il santo fu
sì, contemplativo come Dante stesso lo chiama “contemplante” nel canto XXXI, ma egli fu anche un asceta
sino alla macerazione della carne, uno degli spiriti più attivi e combattivi del suo tempo, fondatore di
monasteri cistercensi, lottò contro gli eretici. Predicò per la seconda crociata, quella stessa impresa che
Dante rimprovera ai papi di trascurare. Fu il fondatore dell’ordine dei templari per la lotta contro gli infedeli
di Terra Santa giustificando anche la guerra a questo scopo. Infine egli si oppose fermamente ad Anacleto II
che considerava un antipapa in favore di Innocenzo II e combatté per il rinnovamento della Chiesa, aspetto
sicuramente condiviso da Dante. Di tutte queste battaglie di Bernardo non c’è traccia in questo canto.
Dante lasciò in ombra le lotte del santo, ma non perché fosse contrario a questa sua natura in compresenza
con i suoi ideali contemplativi.

San Bernardo: perfetto intercessore di Maria

Per godere l’intuizione finale di Dio era indispensabile una grazia particolare mai avuta da altro uomo vivo
se non da Paolo. Occorreva il massimo degli intercessori, Maria. E chi poteva rivolgere a questa una
preghiera efficace per questa grazia eccezionale se non colui che come Bernardo era tradizionalmente
ritenuto il devoto di Maria per eccellenza. Dante attribuiva concordi a Bernardo sia la devozione a Maria sia
l’eloquenza. Caratteristica essenziale del santo, di essere un fedele di Maria. Le ragioni dell’affetto
assorbono e superano quelle teologiche. Il poeta fa di Bernardo, per quel che riguarda Maria, un sé stesso
sia pure religiosamente più alto.

Le preghiere-ringraziamento alla Vergine e a Beatrice

Moti di affetto personale si aggiungono in questo episodio bernardiano alla descrittività solenne del canto
precedente. S’incentra nelle figure di Beatrice e poi di Maria sedenti in gloria e nella preghiera-
ringraziamento con cui ambedue sono esaltate. Singolare vicinanza tra Beatrice e Maria possiamo
riscontrare in questo canto, in particolare nelle preghiere-ringraziamento a loro rivolte. L’aiuto da esse
concesso a Dante, a diverso livello, le unisce. Beatrice in Paradiso siede vicinissima alla madre di Dio, la
posizione privilegiata anche rispetto ai grandi santi le viene assegnata dall’autore in virtù dell’amore che è
la sua arma per la salvezza. Il poeta qui alla fine del Paradiso si riallaccia esplicitamente alla Vita Nova che si
era conclusa con l’augurio del poeta di poter un giorno vederla mirare “ne la faccia di Dio”, nel pieno della
sua “gloria”. Cantarla così era la nuova meta che allora aveva assegnata alla sua poesia. Guardandola ora
come aveva sperato, il poeta tesse la loda ultima e suprema, che sarà ringraziamento e insieme preghiera
che l’azione benefica di lei si prolunghi sino al momento della morte di lui. Similmente Bernardo
rivolgendosi alla Vergine, rievoca il cammino, percorso da Dante, per intervento di lei, sino all’Empireo (Pd
XXXIII). Come Dante aveva invocata la protezione di Beatrice così Bernardo rivolge alla Vergine per Dante
una simile preghiera: voglia ella conservare sani i suoi affetti, vinca la guardia di lei i movimenti umani. La
“magnificenza” cioè la generosità con cui Beatrice aveva dispensato a Dante, non richiesta i suoi benefici. È
la stessa di cui s’adorna Maria secondo Bernardo. Nella sua ultima apparizione Beatrice è vista in una
lontananza estrema. Ultimo atto d’amore, la donna distoglie ancora per un istante lo sguardo da Dio, gli

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sorride e subito reimmerge l’amore terreno nel grande amore divino. Ancora una volta Beatrice è insieme
donna e creatura celeste. Con moto identico, Maria fissa per un momento assentendo gli occhi su Bernardo
orante. La preghiera di quest’ultimo è sì, l’Ave Maria che tutti pronunciamo, ma è anche una preghiera
personale che egli pronuncia interpretando il sentire di Dante, con in più una confidenza affettuosa.
Quando finalmente appare agli occhi transumanati di Dante la bellezza di lei, il poeta non può descriverla
direttamente neppure in minima parte. Anche se potesse, non oserebbe. La descrive solo indirettamente:
nella luce sua splendida fra tutte le altre luci e nel tripudio degli angeli cantanti e festanti, nella letizia che
traspare dagli occhi di tutti i beati.

Il punto d’arrivo del pensiero di Dante

Motivo fondamentale della Commedia è il monito di umiltà che il poeta, pentito della sua superbia
intellettuale che aveva causato quel “traviamento” da cui Beatrice lo salva. Ora, importante è la posizione
che l’autore assume negli ultimi canti rispetto alla teologia. Dopo che la ragione-Virgilio ha dichiarato la sua
insufficienza e ceduto il posto a beatrice-teologia, nei canti XXIV e XXVI è dichiarata la subordinazione di
questa rispetto alla Rivelazione. La teologia arrogantemente sicura del suo ragionare è ridimensionata nel
suo ruolo di semplice interprete dei testi sacri. La figura di Bernardo è il suggello di questa posizione di
pensiero, che non è tuttavia posizione mistica. Anche il Bernardo polemista aveva aspramente criticato i
maestri della logica teorica, alla verità si può giungere pienamente attraverso l’amore per Dio, attraverso la
fiducia umile nella sua parola diretta. È fondamentalmente la posizione agostiniana che sarà fatta propria
dai francescani e poi da Dante stesso. Si ricordi che questi attribuisce a Maria la lode dell’umiltà “umile e
alta più che creatura” Pd XXXIII. Pietro di Dante spieghi l’evoluzione del pensiero di suo padre circa la
teologia proprio mediante una citazione di san Bernardo. Ma neppure i testi sacri bastano, occorre alla fine
l’intuizione che si può ottenere solo per grazia. Esortando Dante a partecipare attentamente a seguire “con
affezione” più che con intelligenza, la preghiera che egli rivolgerà alla Vergine, Bernardo, in questo
momento supremo, batte ancora appunto sulla necessità della grazia: credendo di avanzare muovendo solo
le ali proprie, quelle della ragione anche teologica. Egli andrebbe invece indietro, come gli era avvenuto in
gioventù.

61
CANTO XXXIII
Parafrasi
v.1-33 “Vergine Madre, figlia di tuo figlio, la più umile e più alta fra tutte le creature, termine fisso della
sapienza divina (etterno consiglio), tu sei colei che nobilitò a tal punto la natura umana che Colui che ha
creato questa natura (suo fattore) non disdegnò di diventare fattura di essa (farsi uomo in Cristo). Nel tuo
ventre si riaccese l’amore fra Dio e l’uomo (con il concepimento di Gesù) e da tale amore è germogliato
questo fiore (la candida rosa dei beati). Qui (nell’empireo) per noi tu sei una fiaccola ardente (meridiana
face) di carità e sulla Terra (giuso), fra i mortali sei una viva/inesauribile fonte di speranza. Donna/Signora
sei tanto grande e potente che chi sulla Terra vuole una grazia e non ricorre a te, vuole far volare il suo
desiderio senza ali (ossia desidera in vano). La tua bontà è tale che non solo soccorre chi chiede ma molte
volte previene (precorre) spontaneamente la richiesta. In te vi sono misericordia, pietà e potenza di
operare cose magnifiche, in te si raccoglie tutta la bontà di ogni creatura. Ora questi (Dante) che dal
profondo dell’inferno fino a qui ha visto le vite spirituali di tutte le anime una ad una, ti supplica per grazia
di tanta virtù che gli permetta di alzare lo sguardo ancora più in alto verso l’ultima salvezza (Dio). Ed io che
non arsi mai per il mio desiderio di vedere io stesso Dio, più di quanto io arda ora perché lo veda lui
(Dante), ti porgo tutte le mie preghiere e prego che non siano insufficienti, perché tu con le tue preghiere
gli dissolva ogni nube (ossia ogni umano impedimento), affinché Dio, sommo piacere/beatitudine, gli si
manifesti.

v.34-63 Ancora ti prego, regina, che puoi ciò che tu vuoi, che conservi intatte (sani), dopo la visione di Dio
tutte le sue inclinazioni (affetti). La tua custodia (guardia) vinca le passioni umane: “Vedi Beatrice e tutti gli
altri beati che uniscono le mani unendosi alla mia preghiera!” Gli occhi amati e venerati da Dio, fissi
sull’oratore (San Bernardo), ci dimostrarono quanto le siano gradite le preghiere devote; quindi al lume
eterno (Dio) nel quale (lume) si deve pensare che nessuna creatura, né umana né angelica, possa penetrare
con lo sguardo tanto chiaramente (come Maria), si indirizzarono/rivolsero. E io che mi appropinquavo
all’ultimo fine di tutti i desideri (Dio). Bernardo mi accennò e mi sorrise perché io guardassi verso l’alto, ma
io ero già intento a farlo da me stesso, come lui voleva: poiché la mia vista divenendo pura penetrando
sempre di più dentro il raggio dell’alta luce che è vera per sé stessa/per propria essenza (Dio). Da questo
momento in poi il mio vedere/la mia vista fu maggiore (maggio) di quello che le mie parole possono
esprimere, che cedono/sono insufficienti davanti a tale vista così come la memoria è insufficiente a
ricordare tanto eccesso (oltraggio). Come per colui che sognando vede che dopo il sogno le sensazioni/le
impressioni (del sogno) restano impresse nella memoria, mentre le cose vedute in sogno (l’altro) non
restano nella memoria, così sono io, poiché quasi tutta la mia visione è svanita e ancora sento nel cuore una
stilla (ossia goccia) della dolcezza nata da essa (la visione divina).

v.64-93 Così la neve si scioglie (disigilla) al sole, così al vento sulle foglie lievi si perdeva la sentenza di
Sibilla. Oh somma luce che tanto ti innalzi al di sopra di ciò che gli uomini possono concepire, alla mia
mente riporta un poco di quello che apparivi (dinanzi a me, della mia visione), e rendi la mia lingua così
possente da poter lasciare anche solo una parte infinitesimale di quel glorioso spettacolo apparso ai miei
occhi, alla futura gente; perché se potrò ricordare ed esprimere/riportare (sonare) anche solo la minima
parte di ciò che ho visto in questi versi, si intenderà meglio la tua infinita grandezza (tua vittoria). Per
l’acume del fulgore del raggio divino che io sopportai (soffersi), io credo che non sarei più riuscito a
tollerarlo (sarei smarrito), se i miei occhi si fossero allontanati (aversi) da lui. Mi resta il ricordo (e’ mi
ricorda) che io fui più coraggioso a sostenere questa vista, a tal punto che io congiunsi il mio sguardo
(aspetto) con l’essenza divina. Oh grazia abbondante per la quale io ebbi la presunzione/l’ardire di fissare lo

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sguardo (viso) nella luce eterna, tanto che potei adoperare la mia vista fino al limite estremo delle sue
possibilità! Nella profondità dell’essenza divina vidi che tutto ciò che nell’universo è sparso e diviso (si
squaderna) si trova raccolto (s’interna) come rilegato in un libro: sostanze, accidenti e il loro legame quasi
unificati (conflati) insieme, in modo tale che ciò che io ne dico è un barlume di verità. L’essenza divina che
unifica e lega in un tutto armonico le cose create (la forma universale di questo nodo) sono certo (credo) di
aver visto perché quanto più mi dilungo a parlarne tanto più sento la gioia accrescere dentro di me.

v.94- 120 Un punto mi sfugge (m’è letargo) maggiormente, più di quanto lo siano stati i 25 secoli rispetto
all’impresa degli Argonauti, quando per la prima volta Nettuno, nella profondità del mare fino ad allora
inviolato, vide meravigliato profilarsi l’ombra della prima nave. Così restava la mia mente tutta assorta nel
fissare, immobile e attenta, e ardeva sempre di più nel desiderio di contemplare. Di fronte a quella luce si
diventa tali che non è consentito distogliere il proprio sguardo da essa per guardare qualcos’altro (altro
aspetto); perciò il bene che è oggetto della volontà (del voler obietto), è tutto raccolto in essa (Dio è il bene
stesso), e al di fuori di questa è difettivo/imperfetto (il bene) ciò che è lì perfetto. D’ora in poi (omai) la mia
parola (favella), per quel poco che ricordo, sarà più breve del balbettio (favella) di un neonato (fante) che
prenda ancora il latte materno. Non perché nella luce divina (vivo lume) che io contemplavo (mirava) vi
fosse più di un solo aspetto (sembiante), mentre essa invece sempre quella che era prima (qual s’era
davante, dunque è immutabile); ma a causa della mia vista che acquistava forza, dalla luce stessa di Dio,
guardandola, questa si trasformava (si travagliava) davanti ai miei occhi al mio mutare (ossia con
l’accrescersi delle capacità visive di Dante). Nella profonda e luminosa essenza dell’ineffabile luce divina, mi
apparvero tre cerchi/sfere (giri) di tre colori diversi e di una medesima dimensione (contenenza) e il
secondo (l’un’) pareva riflesso dal primo (da l’altro) come un arcobaleno si riflette da un altro (come iri da
iri) e il terzo sembrava fuoco, che spirasse da entrambi (quinci e quindi).

v.121-145 Oh quanto è insufficiente (corto) il mio parlare rispetto al mio ricordo! E come è fioco il mio
ricordo rispetto a ciò che vidi è così esiguo che non basta dire ‘poco’. Oh luce eterna che sola in te stai (sidi)
sola ti comprendi (come Padre) e, compresa di te (come figlio), e comprendendoti, ardi (arridi) di amore
(nello Spirito Santo). Quel cerchio (il Figlio) che sembrava procedere in te come luce riflessa, osservata con
attenzione dagli occhi miei, mi parve che l’immagine umana (nostra effige) fosse dipinta in esso dello stesso
colore: per questo il mio sguardo (viso) era tutto concentrato/fisso in lei. Come lo studioso di geometria che
si raccoglie con la mente (tutto s’affige) per misurare il cerchio/la circonferenza e non ritrova pensando
quel principio (il rapporto tra diametro e circonferenza) che gli manca (ond’elli indige), così ero io davanti a
quella visione straordinaria (vista): volevo vedere come si adattasse (convenne) l’immagine umana nel
cerchio e in che modo si collocasse al suo interno (vi si indovava), ma le mie ali (penne) non erano
sufficienti/per questo (non ne avevo le capacità): senonché la mia mente fu colpita da una folgorazione,
grazia alla quale poté soddisfare il suo desiderio. Alla mia alta immaginazione qui mancarono le forze
(possa, ossia potenza), ma l’amore che muove il sole e le altre stelle (Dio) aveva già placato nell’armonia
universale il mio desiderio di conoscere, il mio anelito volitivo, come una ruota che si muove con moto
uguale ed uniforme”

v.7-9: La maternità della vergine redimendo l’umanità permise alle anime degne di salire al cielo nell’eterna
beatitudine, sedendo nel fiore cioè nella candida rosa dei beati. L’immagine realistica del v.7, è ricalcata su
analoghe espressioni della letteratura mistica medievale. Ricordiamo l’espressione usata nell’Ave Maria
“benedetto sia il frutto del seno tuo” che ha senza dubbio agito sulla fantasia del poeta.

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v.10 - meridiana face: nel significato di ‘fiaccola ardente’, come è ardente e luminoso il sole a mezzogiorno,
da qui l’aggettivo meridiana. In cielo Maria è l’esempio luminoso di carità per gli angeli e per i beati.

v.11- caritate: in Paradiso fede e speranza non hanno più bisogno d’esser, mentre è vigoroso e vivo l’ardore
della carità. L’iperbole che Maria infiammi d’amore i beati i quali in realtà, acquistano tale ardore dalla
visione di Dio, ma ciò serve a creare un altro termine di altissimo elogio.

v.13-15: L’espressione è sottolineata qui da un efficace anacoluto, deriva proprio da san Bernardo che
scrisse “Dio ha voluto che nulla noi avessimo, che non passasse prima attraverso le mani di Maria”. ‘Donna’
è latinismo per ‘signora’ che si era già presentato nel canto precedente.

v.20 – magnificenza: intesa qui come “potenza di operare cose grandi e magnifiche”. Questa parola era già
stata usata da dante col significato cavalleresco di “nobiltà d’animo” proprio di Beatrice nel canto 31 del
Paradiso e nel Convivio ed anche nel senso di “larghezza di donare senza essere richiesti” sempre nel
Paradiso al canto 17.

v.22-23: Dante ha designato qui i punti estremi del suo viaggio ultraterreno e nelle vite spirituali tutte le
anime che con la morte sono separate dal corpo e le loro varie condizioni. L’autore compie un arduo e
sovrumano cammino, che può però trovare compimento solo nella visione di Dio, per la quale è
indispensabile la mediazione della Vergine.

v.28-29: il fatto che Bernardo desideri per un altro più di quanto non abbia desiderato per sé, fa di lui un
esemplare esempio di carità.

v.38-39: la scena ha i toni di un affresco giottesco, in questa scena per l’ultima volta, sia pure fugace, nella
luce di Maria rifulga ancora, la figura di Beatrice.

v.40-42: Non un cenno, non una parola, è sufficiente quello sguardo fisso nell’orante a indicare il consenso
della Vergine. Il sorriso sarebbe sentimento troppo umano, inadatto alla regale maestà di Maria: poté
sorridere Beatrice (vedi canto 31 del Paradiso), creatura umana, anche se beata, mentre Maria è più che
creatura.

v.46: Dio viene chiamato ultimo fine della volontà anche da San Tommaso nella sua Summa Theologiae

v.56-57 –cede…cede: si noti la ripetizione dei due verbi e la loro collocazione uno a fine e l’altro ad inizio
verso: l’impossibilità di vedere e di ricordare è ribadita ed enfatizzata.

v.64-66: le due similitudini tendono a risolvere musicalmente una situazione tutta interiore e spirituale. Il
sentimento indeterminato e vago si esprime con straordinaria concretezza di immagini.

v.64: i responsi (sentenza) che la Sibilla cumana scriveva sulle foglie che penetrando nell’antro, disperdeva.

v.67- O somma luce: sentendo la propria insufficienza, il poeta si rivolge a Dio, perché gli conceda la forza
di poter esprimere per i posteri anche solo una favilla di quella gloria che egli, per Grazia divina, ha potuto
contemplare. La missione che Dante assegna alla sua poesia è ribadita anche qui, nel momento supremo,
anzi “Dio interviene a questo punto come responsabile del poema e la poesia tocca il culmine delle sue
possibilità”.

v.76-78: A differenza della luce del sole che abbaglia subito e dalla quale bisogna distogliere lo sguardo, per
riposarlo e per poter poi riaffrontarne la contemplazione, la luce di Dio è tale che se si distoglie lo sguardo,
viene a mancare la forza per poterla nuovamente contemplare, ciò perché la luce divina fortifica i sensi e li
rende capaci di penetrarla più a fondo.

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v.85-90: è il primo drammatico sforzo per rappresentare l’essenza divina. Anche qui, come già nel canto
XXIII, Dante insiste sul verbo “vedere”, il che significa che all’annichilimento del mistico, Dante,
contrappone invece una volontà ed una forza intellettiva che si risolvono nella visione. Il mistico chiude gli
occhi per meglio vedere e comprende meglio quando ha rinunciato a comprendere, Dante fa l’esatto
opposto invece.

v.85-87: grandiosa e vigorosa è l’immagine per indicare l’unità divina in cui si conciliano e si unificano tutte
le antinomie nell’universo. Il libro nel Medioevo divenne il fondamento di ogni processo spirituale di
cultura.

v.88-89: Sustanze è tutto ciò che sussiste per sé stesso, “accidente” è ciò che sussiste solo in dipendenza da
quella. Costume è la disposizione naturale.

v.89 - conflati: latinismo da conflare.

v.91 – la forma…nodo: il primo verso di questa terzina “la forma general del Paradiso” è un’eco del canto
31 v.52.

v.92 – credo: il verbo non ha sfumatura dubitativa, ma di asserzione, infatti come detto al verso successivo,
la sicurezza di Dante, la certezza della sua visione è provata dall’emozione che ancora persiste nel suo
cuore, è in altre parole ciò che il poeta stesso ha espresso nei v.61-63.

v.95 – venticinque secoli: secondo la cronologia dell’epoca l’impresa risaliva al 1223 a.C.

v.96 –Argo: era il nome di una nave che per prima solcò i mari. L’impresa degli argonauti diviene simbolo
definitivo di quella di Dante che, nel compimento del suo poema, per la prima volta si azzarda a
rappresentare i misteri fino a quel momento intentati, dell’infinito e del divino.

v.109-114: Dante indica l’impossibilità umana di afferrare nella sua totalità l’essenza divina in cui l’intelletto
penetra a poco a poco, così che Dio, immutabile, sembra assumere via via aspetti diversi.

v.115-120: Il poeta tenta di esprimere, attraverso immagini sensibili, il mistero dell’Unità e della Trinità
divina, il risultato è teologicamente esattissimo: dal Padre procede il Figlio, eternamente generato, “luce da
luce”, come dice il Credo niceno, e lo Spirito Santo è il fuoco d’amore che spira da entrambi.

v.118- iri da iri: riprende il canto 12 con la metafora sugli arcobaleni ai v.10-15.

v.124 – sidi: è latinismo da sidere, significa “stai, trovi fondamento”

v.126- ami e arridi: la Trinità ama sé stessa perché intende sé stessa, non perché la prima e la seconda
persona si amino l’un l’altra.

v.131- nostra effige: Poiché è inconcepibile dipingere una figura dentro un’altra con lo stesso colore con
quest’espressione Dante ha voluto dichiarare il mistero dell’Incarnazione, quello cioè delle due nature di
Cristo, l’umana e la divina.

v.133-135: per descrivere il vano travaglio di penetrare il mistero che ha dinanzi agli occhi, il poeta ricorre
alla similitudine dello studioso di geometria che, con tutte le forze del suo ingegno, si concentra per
risolvere il problema della quadratura del cerchio e non riesce a trovare il principio di cui ha bisogno.

v.143-145: Dio solo campeggia ora con il suo nome, come doveva, termina il Poema, Dio alla cui volontà si
conforma ormai la volontà del poeta sì che non gli può essere dolorosa la rinuncia. Nell’atto della
folgorazione della Grazia, penetrando nella profondità del mistero divino, Dante si trova nella condizione

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dei beati. La cantica si chiude con la solenne perifrasi di Dio, come con analoga perifrasi si era aperta al
primo verso.

v.144: ciascun punto di una ruota partecipa ugualmente al moto che si è impresso a essa. Anche questa
cantica, come le prime due termina, per amore di simmetria e di simbolo, con la parola stelle, a significar la
meta del viaggio dantesco e dell’intera umanità.

APPROFONDIMENTI

v.1-3 Le antitesi

Vergine Madre: è la prima delle tre antitesi con cui si apre l’orazione di san Bernardo. È uno dei passi più
famosi del poema. Questa orazione è intessuta dei modi e delle formule di tutta la vasta letteratura
mariana e della liturgia stessa, ed è il solenne e commosso preludio alla parte più poetica del canto, dove il
crescendo della tensione lirica si risolve non tanto nella rappresentazione di Dio, che è per sua natura
irrappresentabile, quanto in quell’epico dramma interiore, in cui Dante ha raggiunto l’apice della sua
straordinaria virtù poetica.

Figlia del Figlio: seconda antitesi, anche questa appartiene alla tradizione liturgica, e sottolinea il mistero
della “verginità feconda”, il prodigio della creatura che diventa madre del suo stesso creatore.

Umile e alta: si sintetizza con questa terza ed ultima antitesi il motivo espresso nelle parole di
ringraziamento di Maria al Signore nella visita a sant’Elisabetta nel canto noto come Magnificat.

V.19 In te… bontate

Termina la prima parte dell’orazione di san Bernardo cui segue la richiesta di intercessione per Dante
presso Dio. La struttura della santa orazione di san Bernardo (lode ed invocazione) corrisponde alla
struttura delle più tipiche preghiere cristiane e in particolare dell’Ave Maria. Il ritmo incalzante, affannoso
dei primi versi, si ottiene mediante la ripetizione di quel “in te” per quattro volte.

V.58-63 Qual è colui…da essa

La similitudine a questi versi indica la condizione in cui si trova il poeta, ora che rievoca e scrive e non può
ricostruire nella sua mente l’ineffabile visione avuta, ma sente ancora l’effetto nel cuore, come colui che,
risvegliatosi da un sogno, sente la paura, l’angoscia, la letizia ma per quanti sforzi faccia non riesce a
ricostruirne i particolari. In questa ultima parte del canto la tensione drammatica di Dante trova la sua
espressione poetica più alta. Le dichiarazioni di insufficienza si alternano alle esclamazioni di ineffabilità,
agli sforzi di rendere possibile e rappresentabile una realtà per sé stessa irrappresentabile. Un passo di san
Tommaso, a proposito del ritorno di San Paolo dal cielo, può forse avere influito sulla fantasia di Dante.
Come quando l’oggetto sensibile non c’è più, rimangono nell’anima alcune impressioni: che poi
rapportandole alle immagini sensibili, riemergevano alla memoria.

v.94-96 Un punto solo…Argo

La visione è cagione per il poeta di una dimenticanza maggiore di quella che sono 25 secoli per l’impresa
degli argonauti, il cui ricordo pur dopo tanti secoli è ancora vivo. L’attimo della visione dantesca è
dimenticato. Questa terzina non è una delle solite sintesi ingegnose di fatti mitologici e storici, ma la
proiezione di una impresa leggendaria nell’aurora degli evi, al di là del volo dei secoli.

66
ANALISI

La struttura: tra fede e razionalità

L’ultimo canto della commedia è costituito da due parti: la prima consta di una lunga preghiera a Maria da
parte di san Bernardo, strutturata in modo ben preciso con prima l’invocazione in cui si presentano gli
epiteti e le virtù della destinataria e poi si ricorda la condizione di colui che supplica e giunge alla richiesta
vera e propria, infine si chiude con una breve perorazione finale. L’assenso della Vergine è simboleggiato
dal suo semplice movimento degli occhi.

Grazie a questo assenso nella seconda parte può avvenire la visione finale di Dio da parte di Dante. Dopo
una sezione di passaggio in cui si accumulano le invocazioni e le ammissioni di incapacità di esprimere
quanto visto, Dante contempla tre misteri: l’Unità in Dio della molteplicità dell’universo, il mistero della
trinità, l’Umanità del figlio. Quest’ultimo mistero è talmente profondo che Dante da solo non riesce a
comprenderlo, finché Dio non lo aiuta attraverso l’illuminazione suprema. Due parti alquanto diverse. La
prima, fa appello al lato più sentimentale e candido della fede. A pronunciare l’invocazione è san Bernardo,
campione del misticismo e del culto mariano e strenuo oppositore delle tendenze razionalistiche della
filosofia medievale. Nella seconda parte invece prevale il lessico teologico, filosofico e scientifico. Le due
macro-sezioni fanno appello a due momenti fondamentali della fede che possono procedere in armonia.

Già più volte abbiamo notato la struttura circolare di un canto che negli ultimi versi riprende, come fosse un
sigillo conclusivo, un tema, un’immagine o un’espressione usata nei primi versi del canto. A Dante in
particolare questa struttura risulta cara nel Paradiso soprattutto, in quanto il cerchio è fin da Platone
l’immagine della perfezione divina, e in tutta la cantica ricorrono “cerchi”, “orbi”, “giri” a indicare non solo i
cieli, ma anche i movimenti circolari delle anime festanti o la loro disposizione in cerchio, ad esempio gli
spiriti sapienti nel cielo del Sole. Quest’ultimo canto della visione di Dio, porta a compimento questa
concezione circolare. L’ultima similitudine della “rota ch’igualmente è mossa” soprattutto perché con
questa immagine Dante ci spiega come finisce la Commedia. Il poema finisce con uno sforzo sovrumano da
parte del poeta di comprendere il più arduo mistero in Dio, quello dell’Incarnazione e dell’Umanità del
Figlio, ovvero come Gesù possa essere contemporaneamente uomo e Dio. Ma la mente umana è troppo
limitata e così Dio viene in suo soccorso con l’illuminazione della sua Grazia. Sappiamo già da tempo che
cosa è la beatitudine. Lo ha spiegato Piccarda Donati nel canto III ribadito in più occasioni: la “beatitudine”
si identifica con l’adesione della propria volontà a quella infallibile di Dio, e “Paradiso” è dovunque ciò
accada. Questo forse è uno dei messaggi fondamentali della critica.

Lingua e stile

Dal punto di vista stilistico, la preghiera di san Bernardo a Maria: oltre alle tre antitesi inziali, si notino
l’amplificazione di “in te” quattro volte ai vv.19-20. Il poliptoto di “priego”, “prieghi” ci ricorda alla fine del
poema la nota formula usata nell’inferno “colà dove si puote/ ciò che tu vuoli”. Nella seconda sezione
ritorna quasi ossessivamente il tòpos dell’ineffabilità, espresso direttamente o attraverso numerose
similitudini. Si noti che le ultime due sono di stampo mitologico ad indicare che neanche la mitologia
pagana, finora abbondantemente usata da Dante, può rendere l’idea di ciò che il poeta ha visto in Dio.

Per tutta la terza cantica Dante ha sospinto la mente del lettore a rischiare la propria vanificazione o
almeno a riconoscere l’insufficienza di sé stessa. Ad ogni istante la prospettiva del Paradiso implica
un’esaltazione e insieme una corrispondente mortificazione.

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LETTURA DI BOSCO

L’orazione alla Vergine Maria

Il canto si divide nettamente in due parti. La prima è la continuazione del XXXII che ci dà il testo di questa
preghiera di San Bernardo alla Vergine, perché interceda pressi Dio, ottenendo a Dante la grazia della
visione di Dio stesso e dei supremi misteri. Seguono subito il consenso della Vergine e, implicita, la
concessione della grazia da parte di Dio. La seconda parte contiene questa visione, o meglio la descrizione
del sentire di Dante che si sforza di conquistarla. L’epica religiosa diventa lirica. Questo canto è l’ultimo non
solo del poema ma della vita di Dante. Dopo aver toccato questi argomenti, non avrebbe potuto toccarne
altri senza retrocedere nell’impegno etico-religioso. Per comprendere bene l’orazione, che ha qui senso di
“preghiera” sebbene essa adotti comunque schemi dell’arte retorica nella sua struttura, con la quale il
poeta torna alla Vergine, già apparsa nel canto XXXI. L’intento qui non è quello di persuadere e trascinare
uomini, ma di propiziarsi Maria. Il tono stilistico della preghiera è alto e si apre con tre violente antitesi
iniziali: “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta”, oltre a presentare frequenti enjambement, un
lessico latineggiante e solenne che permettono di adeguare lo stile all’altezza della destinataria.
Nell’orazione non c’è sfoggio tuttavia, il linguaggio resta piano. Dante con severa modestia non vuole he gli
ultimi canti siano più o meno risonanti e smaglianti dei precedenti.

Tra la preghiera e l’Ave Maria vi è certamente un legame. L’Ave Maria comune, come l’orazione di
Bernardo, consta di due parti: una prima parte di lode ed una seconda con la vera e propria preghiera.
Notiamo inoltre il riferimento dell’aiuto necessario ‘sino alla morte’, comune a tutte le preghiere mariane, e
presente in ambedue le orazioni. L’aderenza di Dante all’Ave Maria ci illumina sul carattere generale
dell’orazione di Bernardo: essa è una preghiera personale, ma anche la preghiera di tutti.

La preghiera si conclude con una grande scena da affresco giottesco con i beati che, tutti alla pari, levano in
alto le mani giunte, umili nel loro fervore di desiderio. E la scena si compie nella figura della Vergine, la
quale consente, senza parlare con gli occhi. Maria è inaccettabile, il silenzio e l’immobilità sua, senza
nemmeno sorridere, sono figurazioni della sua maestà e superiorità tuttavia piegata verso gli uomini,
disposta ad aiutarli.

Anche il Manzoni celebrerà Maria e la invocherà allo stesso modo di Dante, come “umile e alta” insieme.
Del resto i due poeti attingono entrambi al Magnificat, il cantico che Maria stessa pronuncia in casa di
Elisabetta, in cui ella si proclama alta appunto perché umile. Tutta la tradizione mariologica, dotta e
popolare si riversa nell’orazione scevra di lussi verbali: tutto è equilibrato fra umiltà ed altezza.

Il colloquio tra Dante e la verità

Con il verso 46 l’asse della poesia si sposta ad un tratto dalla descrittività oggettiva alla lirica. La scena,
giottesca proprio perché ancora figurativa, la stessa preghiera implica gesti: il vecchio Bernardo al centro
della ‘platea’ dell’anfiteatro guarda in alto e addita alla Vergine Dante che gli è umile accanto: è la scena
consueta dei quadri di devozione in cui un santo addita alla Vergine nel suo trono il penitente-committente
inginocchiato. Ancora Maria annuente, pur senza gesti fisici è determinata antropomorficamente ai versi
40-42. Subito dopo l’obbiettivo poetico si sposta bruscamente dall’ambiente su Dante e sul suo intimo
sforzo per penetrare nella luce di Dio. La luce, motivo fondamentale di tutto il Paradiso, fin qui
rappresentabile perché delineava linee e determinava colori: corone, lettere, aquila, croce, scala. Maria è
qui una “coronata fiamma”; nella visione del cielo nono, Dio e gli angeli sono punti di luce. Nella seconda
metà del canto XXXIII, invece, la luce è solo luce, vale di per sé e non modella né disegna nulla: è la verità di
Dio. Siamo in un altro clima poetico, al di sopra dello stesso Paradiso rappresentato sin qui. Bernardo,
Beatrice e tutti i beati, la stessa Maria scompaiono ora dalla scena poetica. La poesia contempla ormai solo

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Dante, ogni altra dramatis persona non può trovarvi posto. Il dare a Dio “piedi e mano” non sarebbe
sembrato sconveniente a Dante, che riteneva che ciò fosse lecito persino alla Bibbia e utile agli uomini, ma
qui egli si vieta non solo ogni antropomorfismo, ma qualsiasi figuratività. L’oggetto della poesia è il
colloquio intimo tra Dante e la verità: colloquio al quale nessun altro può partecipare. Dante si restrinse in
sostanza a descrivere l’anelito di sé stesso protagonista. Egli fece poesia proprio di quella contraddizione,
del cercare di vedere quello che vedere non si può. Quella contraddizione e la conseguente necessità di
descrivere Dio solo indirettamente, era nella coscienza comune di tutti gli scrittori cristiani e l’autore aveva
ben presente questa impossibilità tanto da inserirla già nei primissimi versi del Paradiso (canto I, v.4-9) e ne
imbeve ogni verso di questo canto (XXXIII). Dio resta nascosto tutto il canto, ma il poeta credette suo
obbligo, contro il consiglio del suo Tommaso, una ‘similitudine’ che ci dovrebbe dare un’idea dei massimi
misteri cristiani, la Trinità e l’incarnazione. La vera descrizione dantesca di Dio, nella sua inaccessibilità è la
rappresentazione che Dante ci dà del suo desiderio di lui. Il poeta, si pensi che la geometria nel Medioevo
era tradizionalmente considerata mediatrice tra umano e divino, si paragona al geometra che si sforza di
trovare la soluzione del problema della quadratura del circolo da tutti e da Dante stesso ritenuto insolubile

. Il geometra intuisce il rapporto tra diametro e circonferenza, che per la quadratura gli occorre, ma non
riesce a determinarlo. Il dramma di lui è questa sua impossibilità di capire. Perché Dante capisca, occorre
un’ultima folgorazione di grazia. Si ricordi che anche all’inizio del Paradiso il poeta aveva già evocato gli
argonauti, nel canto II, per sottolineare la mirabile novità e la grande difficoltà dell’impresa che si accingeva
a compiere.

Uno sforzo di intelletto e di volontà

Il cammino di Dante non è quello di un mistico., sebbene quest’opinione sia giustificata dalla scelta di un
mistico come sua ultima guida, il suo sforzo basta a dirci che la sua visione Dante la rappresenta come una
faticosa conquista. Conquista, non gratuita elargizione di Dio a chi si annichila in lui. Non segue qui san
Bonaventura, che consiglia chi vuol ‘vedere’ ad “abbandonare tutte le operazioni intellettuali”. Anche
l’ultima folgorazione coglie il pellegrino vigile con tutte le sue facoltà tese a capire. L’ultima fase del suo
dramma conoscitivo non è l’affidarsi all’amore per Dio ma uno sforzo di intelletto e di volontà. Un mistico
sarebbe stato felice di naufragare nel mistero, si sarebbe abbandonato alla contemplazione della sofferenza
e della passione alla quale Cristo si era sottoposto.

L’orma di Dio in Dante

Le immagini con le quali il poeta rappresenta la labilità della sua visione: le accumula l’una sull’altra. Egli si
paragona a chi, dopo aver sognato, dimentica il contenuto specifico del sogno, ma non il sentimento che
esso ha destinato in lui. Non poter ritenere ed esprimere ciò che pure si è intuito è un moto lirico
fondamentale. L’altra immagine creata da Dante è quella del brevissimo tempo bastato ad immergere la
sua visione nell’oblio più profondo di quello che 25 secoli non abbiano fatto con l’impresa degli argonauti.

L’unità del mondo in Dio

È naturale che Dante consideri come massimi i misteri religiosi che la tradizione riteneva tali, la Trinità e
l’incarnazione che egli propriamente vede come un mistero unico, ma egli pone accanto a essi il mistero
dell’unità del mondo in Dio, che nessuno aveva considerato mistero religioso, e tale infatti non è: è un
problema di soluzione religiosa ma d’impostazione filosofica. Dante vede tutti gli elementi unificarsi in Dio,
in lui ciascuno di essi diventa veramente comprensibile. Le loro antinomie scompaiono nell’unità divina.

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Alla fine del suo viaggio, il poeta perviene non solo alla comprensione di Dio, ma anche a quella del mondo,
in sé incomprensibile nella sua contraddittorietà. L’ordine dell’universo era stato uno dei temi essenziali del
Paradiso: già nel canto I, il poeta aveva detto come le creature tendano tutte verso l’alto, a Dio. Dante
completa ora questo concetto. Preminente era stato nella vita intellettuale e morale di Dante il problema
della giustizia di Dio. Riproposto lungo tutto il poema a partire dall’Inferno. Perché un uomo di alta moralità
vissuto prima di Cristo e pertanto senza sua colpa non battezzato doveva essere dannato? Perché una
persona obbligata con la violenza a sciogliere un voto a cui però nell’animo rimane fedele merita una
minore beatitudine? La questione della giustizia divina Dante se l’era posta già in vita molte volte, ma essa
in terra non aveva trovato una soluzione: aveva concluso che l’occhio umano non può internarsi tanto nella
“giustizia sempiterna” da scorgerne l’essenza. Dante non riesce a capire che i giusti spesso soffrano mentre
i peccatori siano esaltati, come non capisce perché imperatori e papi a cui Dio stesso affida la guida degli
uomini, quando si rivelano indegni, non suscitino l’intervento di Dio. Questi interverrà a ristabilire l’ordine
ma non può che lasciare agire gli uomini, anche nel cattivo esercizio del loro ufficio per poterli giudicare.
Dante scioglie il nodo della giustizia divina perché vede il nesso indissolubile tra il male e il bene. Se l’amore
di Dio regge l’ordine del mondo, anche le ingiustizie ed i mali di cui gli uomini sono vittima, si dissolvono
nella superiore giustizia ultraterrena. Dio è infinitesima parte dell’universo, Dante comprende di
partecipare al ritmo vitale impresso da Dio in ogni creatura. Nella coscienza di questa partecipazione al
bene, s’acqueta. È la consolante conclusione del suo poema. Forse della vita.

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FIGURE RETORICHE

Allitterazioni: consiste nell’usare a distanza ravvicinata parole che contengono gli stessi suoni.

Es. graffia li spirti ed iscoia ed isquatra, e fa fuggir le fiere e li pastori.

Anacoluto: è un costrutto sintattico irregolare che si ha quando un elemento della frase dovrebbe svolgere
la funzione di soggetto, ma resta in sospeso, non essendo seguito dal verbo corrispondente.

Es. faròl, se piace a costui che vo seco

Anadiplosi: ripetere all’inizio di una frase, o di un verso la parola che concludeva quello precedente.

Anafora: consiste nella ripetizione di parole o gruppi di parole all’inizio di versi, strofe o frasi successive,
allo scopo di insistere sull’idea.

Epifora: consiste nella ripetizione di una o più parole alla fine dei versi, strofe o periodi successivi.

Anastrofe o inversione: quando l’ordine delle parole non coincide con quello normale ad esempio quando
l’aggettivo precede il nome o il verbo precede il proprio soggetto. Es. dove l’umano spirito si purga. Qui c’è
l’inversione di verbo e soggetto

Iperbato: consiste nella separazione di due elementi strettamente collegati all’interno della frase, è un
particolare tipo di anastrofe. Es. poi ch’ebbe sospirando il capo mosso. Qui sono separati verbo e ausiliare.

Climax e anticlimax: dal greco gradazione, la figura retorica consiste nella disposizione di una serie di
termini in ordine di intensità crescente o decrescente (anticlimax).

Antitesi: consiste nell’accostamento di termini o immagini di significato opposto.es. Vergine Madre, figlia
del tuo figlio, /umile e alta più che creatura. Pd. XXXIII

Asindeto: figura sintattica che consiste nel giustapporre due o più elementi tra loro coordinati senza
ricorrere a congiunzione. Contrapposto al polisindeto in cui sono presenti invece le congiunzioni.

Cesura: piccola pausa che divide i versi più lunghi

Chiasmo: figura sintattica che consiste nella disposizione incrociata di due o più parole o membri della
frase, secondo lo schema A B B A es. Cesare fui e son Iustiniano.

Parallelismo: figura sintattica basata sulla disposizione parallela di due o più elementi della frase con la
struttura A B A B es. Io non Enea, Io non Paulo.

Enjambement

Esagerazione o iperbole: esprimere un concetto in maniera esagerata o inverosimile, spesso con funzione
ironica.

Metafora e similitudine: similitudine usa il ‘come’ la metafora no.

Metonimia: indicare una realtà per mezzo di un’altra che abbia con la prima una relazione logica, come nel
caso del mezzo per il risultato, il contenente per il contenuto, l’autore per l’opera es. bere un bicchiere

Onomatopea: principale delle figure fonosimboliche, impiega parole che imitano il suono o un rumore
naturale. Es. din don per le campane.

Paronomasia: contrasto fra due parole dai suoni simili ma dal significato completamente diverso.

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Poliptoto: figura sintattica, consiste nel riprendere una parola a breve distanza con flessione differente.

Sineddoche: consiste nel sostituire un termine con un altro che ha con il primo un rapporto di maggiore o
minore estensione, come la parte per il tutto o il genere per la specie. Es. quando la nova gente alzò la
fronte per indicare la testa.

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