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Gli organi della Repubblica fiorentina per le relazioni con l'Estero

Author(s): Giuseppe Pampaioni


Source: Rivista di Studi Politici Internazionali , Aprile-Giugno 1953, Vol. 20, No. 2
(Aprile-Giugno 1953), pp. 261-296
Published by: Maria Grazia Melchionni

Stable URL: https://www.jstor.org/stable/43785163

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Gli organi
della Repubblica fiorentina
per le relazioni con l'Estero

SOMMARIO : 1. Il problema della sovranità. - 2. Consigli opportuni della Re -


pubblica. Signoria e suoi Collegi organi attivi della politica estera. Com-
missioni ristrette aventi V autorità dei consigli generali. - 3. Organi straor-
dinari per regolare le relazioni fuori del dominio. Ufficiali delle « leghe e
taglie », della guerra contro Pisa e Otto Santi. - 4. Dieci di Balia. Straordi-
narietà dell'ufficio . Modalità nelle elesioni : organi concorrenti alle medesime
e distribuzione dei posti. - 5. I consigli degli Ottantuno, dei Centotr entuno e
dei Dugento. - 6. Età minima per la eleggibilità all'ufficio dei Dieci e du-
rata della carica. Divieti, autorità e limitazioni relative. - 1 Rapporti fra
l'ufficio dei Dieci e la Signoria e Collegi. - 8. Consulte e Pratiche della Re-
pubblica.

1. - Il presente lavoro non vuole essere uno studio della politica


estera della Repubblica fiorentina, nel quale sarebbero inevitabilmente
ripetute cose in parte già note e trattate estesamente in numerose opere
storiche, alle quali non possiamo 'che rimandare. Invece, oggetto delle
nostre ricerche saranno prima gli organi comunali adibiti all'espleta-
mento della politica fuori del dominio per eventualmente passare poi,
in successivi articoli, a trattare della diplomazia del Comune fiorentino,
di quella diplomazia ammirata da tutti per l'acutezza e la versalita
dell'ingegno dei suoi componenti e che « insegnò all'Europa l'arte dei
negoziati » ( 1 ) . Ci è sembrato opportuno iniziare l'esame del nostro
argomento dal secolo XIV, perchè fu allora che Firenze, « conseguite le
prime finalità della sua storia per <un primato locale, entrò nel grande
concerto della politica italiana insieme con il Regno del mezzogiorno
e con le forti Signorie settentrionali» (2), e la diplomazia fiorentina
fu in continuo contatto con quella dei maggiori stati della penisola.
Poiché dovremo trattare degli organi incaricati della elezione degli
ambasciatori, ci sembra opportuno, per una migliore intelligenza dei

(1) G. Canestrini, La scienza e l'arte di stato . Firenze, 1862, p. X.


(2) B. Barbadoro, Le Finanze della repubblica fiorentina, Firenze,
1929, p. 452.

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fatti, esaminare brevemente la costituzione fiorentina nel periodo in-


teressato, riferendosi naturalmente soltanto a quegli organi aventi com-
piti attinenti al regolamento delle questioni diplomatiche, e vedere dove
era deciso l'indirizzo della politica estera della Repubblica.
Nel periodo del quale ci occupiamo, il Comune, compiuta la sua
evoluzione attraverso i due .momenti noti nella storia con i nomi di « pe-
riodo consolare » e « periodo podestarile », trovasi in quello stadio
comunemente denominato « comune del popolo o delle arti » e dal quale,
ed il passo invero sarà molto breve, nascerà poi la Signoria e da questa,
¡lo Stato moderno. È sul Comune delle arti che noi fisseremo per un
poco la nostra attenzione e condurremo l'indagine, onde poter indivi-
duare gli organi costituzionalmente incaricati del regolamento delle
questioni diplomatiche nella Repubblica, per seguirli poi nelle loro
ulteriori evoluzioni fino al momento in cui lo stato divenne di fatto
principato mediceo per l'abile condotta politica di Lorenzo il Magni-
fico.
È noto come, per il nostro tempo, giuridicamente il potere appartiene
alla « co m mimi tas civium », vale a dire all'insieme dei « cives », i
quali, « sopportando in vario modo l'onere dell'amministrazione, sono,
corrispondentemente, titolari in varia misura dei diritti politici» (3).
È il popolo che, organizzato nelle arti e nei consigli, assume i poteri
sovrani dello Stato (4) e che può a suo piacere modificare la propria
costituzione interna (5) : nei cittadini tutti, riuniti nel consiglio, ri-
siede quindi la suprema autorità statale e nessuno è sovrano nel Comune
all'incuori della «comunità stessa dei cittadini, raccolti in assemblea (6) .
2. - Ma «il popolo ed i consigli, emanazione di quello, non possono,
in molti casi, esercitare il potere del quale sono investiti, ne prendere
parte direttamente all'amministrazione dello stato e delegano in loro
nome, e per compiti particolari, gli organi esecutivi del Comune, che
sono in definitiva i loro rappresentanti e ne assumono, per una esplicita
delega, i compiti relativi.
Non è in questa sede che possiamo parlare dei vari consigli op-

(3) F . C a 1 a s s o , Gli ordinamenti giuridici del rinascimento medioevale ,


Milano, 1949, ¡p. 155.
(4) A. Solmi, Storia del diritto italiano , 1930, p. 533.
(5) E . . Ercole, Dal Comune al Principato f Firenze, 1929, p. 358.
Quando in Firenze si vogliono apportare modificazioni alla costituzione del
Comune è il popolo che, per acclamazione, ne concede la « Balia » necessaria.
Cfr. Balie, nn. 16-18 e 14-25. Tutti i documenti citati nel presente lavoro appar-
tengono a serie conservate nell'Archivio di Stato di Firenze: per non incorrere
in continue ripetizioni ometteremo la dicitura relativa e ci limiteremo a darne la
sola fonte archivistica. Le date sono riportate allo stile moderno.
(6) U . N i c c o 1 i n i , Il principio della legalità nelle democrazie italiane,
Milano, 1946, p. 39, 40. Cfr. pure Statuta Populi et Commis Florentie... anno
salutis MCCCCXV, Friburgo, 1728, lib. V, rub. CCXXXV, nella quale è dichia-
rato : « Consilia quibus... regimur et regimus ».

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portomi della Repubblica, succedutisi variamente nella vita del Comune


e con attribuzioni le più disparate : tal lavoro varcherebbe i limiti, for-
zatamente angusti, del nostro argomento ed investirebbe problemi di
vasta portata, e die ora non possiamo affrontare per il ¡poco spazio
a disposizione ; dovremo limitare quindi il nostro esame a quegli organi
di governo 'che, fra le altre funzioni, ebbero il compito di dirigere i rap-
porti internazionali dello Stato fiorentino.
La Signoria, composta del Gonfaloniere di giustizia e dei Priori,
costituiva il « supremo motore della costituzione figurando già, in qual-
che modo, come al vertice di questa » j(7) e formando la permanente
autorità deilla Repubblica e l'organo centrale del governo fiorentino.
La vita dello stato passava tutta attraverso questa « più alta magistra-
tura del Comune » (8) la quale però, almeno nelle quesioni più impor-
tanti, esercitava il proprio potere per una autorità delegatale dai con-
sigli, fonte di ogni diritto. Risiedeva nei Priori l'iniziativa in materia
di legislazione, di politica e di convocazione dei consigli (9) : ma l'auto-
rità di tale organo era limitato dalle leggi e, fra l'altro, gli era proibito
esplicitamente apportare modificazioni od aggiunte di alcun genere
agli statuti, leggi fondamentali dello stato, riservate alla esclusiva com-
petenza dei consigli. Tutti gli affari d'i maggiore importanza, i patti e
le convenzioni di qualunque specie con altri comuni, signori o private
persone, dovevano essere discussi ed approvati dai consigli opportuni
del Comune (10), ne la Signoria poteva trattare tale materia senza una
esplicita autorizzazione di potere, concessale mediante una « balia straor-
dinaria » (11). Il termine stesso balia ci sta ad indicare la straordina-
rietà del potere concesso, limitato nel tempo, circoscritto ad un affare
specifico e revocabile a volontà dell'organo concedente. Lo stesso giu-
ramento prestato dai Priori « in pubblico parlamento » all'inizio di

(7) E . Besta, Il diritto pubblico italiano dagli inizi del secolo XI alla
seconda metà del secolo XV, Padova, 1934, p. 344.
(8) A . Doren, Le arti fiorentine, Traduzione di G . B . Klein,
Firenze, 1930, I, p. 35.
(9) Statuto del Capitano del Popolo del 1323, edito a cura di R. Cagge-
s e , Firenze, 1910, I, lib. V, rub. III : « de non faciendo propositam in Consilio
sine Consilio et consensu Priorům et Vexilliferi ». Idem, lib. II, rub. III : « pos-
sint (i Priori e Gonfaloniere di giustizia) etiam convocare Consilia... domini Ca-
pitanei et Defensoris et alia Consilia que viderint convenire quando, ubi et quo-
tiens eis videbitur pro bono et pacifico statu populi et civitatis ». Cfr. pure
Prow. Reg. 126, cc. 227.
(10) Le Consulte della repubblica di Firenze, a cura di A. Gherardi,
Firenze, 1896, I, p. IX.
(11) Prow. Reg. 19, cc. 29 (1322, apo 18): « Possint predicti Priores et
Vexillifer iustitie... facere societatem. ligam, unionem et iura inhire, contrahere,
firmare et facere et fieri facere cum quibuscumque civitatibus, comunitatibus,
terris, universitatibus, dominis aut singularibus personis ». Cfr. pure Provv.
Reg. 6, cc. 56v; 11, cc. 124 e 186v; 12, cc. 10; 14, cc. 26; 16, cc. 29; 18, cc. 22;
19, cc. 29; 20, cc. 39; 111, cc. 93.

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ogni ufficio, con la promessa formale di contenere la propria attività


nei limiti contemplati dagli Statuti, mostra la limitazione del potere
medesimo, e dal quale non erano permesse deviazioni di alcun ge-
nere (12). Se i Priori ratificavano patti conclusi con altre potenze, la
ratifica era giuridicamente efficiente solo in quanto esisteva una appo-
sita delega dei consigli opportuni (13): in mancanza di detta delega
essa ratifica veniva fatta in tutti i consigli della Repubblica (14).
Che nella pratica politica quotidiana si trovasse tale limitazione
dannosa all'azione di governo, si può agevolmente pensare: a tale in-
conveniente si rimediava concedendo al potere esecutivo (mi si passi
la parola) quelle frequenti balie generali, sempre .però limitate nel tempo,
quali vediamo sfogliando i documenti dei consigli della Repubblica fio-
rentina (15).
Il potere della Signoria aveva quindi un limite fissato dalle leggi
e dal volere dei consigli della Repubblica: le sue proposte potevano
essere da questi modificate od anche respinte, come avveniva realmente
cd i « Libri fabarum » dell'archivio fiorentino, con i loro laconici « di-
splicet » o « non obtinuit », ci stanno proprio a dimostrare.
Se consideriamo però che l'eiezione dei partecipanti ai vari consigli
spettava, almeno per il primo trecento, alla Signoria con l'aggiunta di
alcuni cittadini da essa scelti (16), mentre la cerchia degl'i eleggibili
era in genere ristretta alla parte o classe al potere, si capisce facilmente
come in pratica fossero poco probabili grosse sorprese ed in massima
ie proposte della Signoria riuscissero ad ottenere la sanzione oppor-
tuna (17). Non possiamo non riconoscere quindi che nella pratica i
poteri della Signoria fossero ben più vasti di quelli fissati dalle leggi :
ciò è !ben naturale se pensiamo a quella dinamica insita in ogni ufficio,
i cui compiti per giunta non siano stati ben determinati, per la quale
esso è naturalmente portato a decampare dalle proprie attribuzioni ed
allargare continuamente la sfera delle sue competenze. Il fenomeno si

(12) Cfr. I consigli della repubblica fiorentina , editi a cura di B. Bar-


ba doro, Bologna, 1921, pp. 179, 189, 198, 232, 274, ecc.
(13) Signori e Collegi, Deliberazioni, 4, cc. 30: i Signori e Collegi ra-
tificano la pace conclusa a Pisa il 3 ottobre 1389 fra Firenze, Pisa, Siena, Bolo-
gna, Perugia ed il Conte di Virtù « habentes in hiis expressam auctoritatem et
potestatem a consiliis opportunis populi et comunis Florentie ». Cfr. pure Le
commissioni di Rinaldo degli Albizi, a cura di Cesare Guasti, Firenze,
voll. I-III, 1867-1873, I, p. 120: «a dì 5 aprile 1407 i signori Priori, per lo
arbitrio loro concesso per gli consigli opportuni, ratificano i capitoli da me fatti
in Perugia » ; Prow. Reg. 129, cc. 38v e Consiglio del Cento, 2, cc. 29.
(14) Prow. Reg. 14, cc. 138, Signori e Collegi, Deliberazioni. 3, cc. 90.
(15) I Consigli della repubblica fiorentina, cit., pp. 3, 12, 25, 43, 53, 58,
63, 65, 79, 83, 190, 199, 208, etc.
(16) Statuto del Capitano del Popolo del 1323, cit., lib. I, rub. V.
(17) B. Barbadoro, Le finanse, cit., p. 191: «non era caso frequente
nelle maggiori assemblee il prevalere di un voto negativo che respingesse le pro-
poste» (della Signoria).

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verifica con facilità maggiore se trattasi poi di organi preposti al rego-


lamento della politica estera, materia quanto mai difficile per essere
espletata in consigli numerosi e, giusta l'osservazione di uno studioso,
«ribelle ad ogni forma parlamentare» (18).
A tale riguardo si affaccia spontaneo al nostro pensiero il conte-
nuto di una lettera, significativa quant'altre mai, inviata dalla Signoria
di Firenze a Roberto d'Angiò, duca di Calabria, il 2 ottobre 1308 : con
essa i Priori avvertono quel prìncipe della venuta in Firenze dei suoi
ambasciatori e del 'rifiuto di esporre ¡l'ambasciata al loro ufficio, avendo
nel mandato di parlare davanti al 'Consiglio generale della città. Ciò
la Signoria non può consentire poiché in Firenze gli uomini 'sono molto
divisi ed essendo i consigli formati da uomini di tutte le condizioni,
« etiam vilissimi, et improvvidi et vulgares », non sarebbe prudente
lasciare loro esporre un'ambasceria solenne, che potrebbe contenere
anche cose gravissime e degne di molta meditazione da parte del go-
verno. Il duca è affettuosamente supplicato quindi « oratoribus dare
specialiter in mandatis... quod... primo et principaliter nobis Prioribus
et Vexillifero iustitie référant et exponant et subsequenter in consiliis
illis, et ubi et quando nobis et sapienti-bus Florentie videbitur- melius et
utilius convenire» (19). È la conferma questa, chiara ed esplicita, di
quanto sopra abbiamo affermato: è l'organo cui spetta la funzione di
governo che, per ineluttabile necessità, dirige ed attua la politica estera
del comune per l'incapacità organica di un suo esercizio da parte dei
consigli, depositari però dell'autorità relativa. Ma tanta vastità di poteri
non era contemplata negli statuti e quindi si rendeva necessario un
titolo giuridico per poterli efficaoiemente esercitare : la « balia », confe-
rita dai consigli, costituì appunto tale titolo giuridico e ad essa, per
forza di cose, si ricorse continuamente, tanto da diventare quasi con-
suetudinaria all'inizio di ogni priorato (20).
Competeva normalmente alla Signoria, quando bisogni particolari
non evessero determinato la creazione di organi speciali, inviare am-
basciatori, compilarne le istruzioni, sorvegliarli e tenere il carteggio
relativo : in una parola suo era il compito di dirigere le relazioni diplo-
matiche con gli altri Comuni e Signorie (21). La legge faceva però
espresso divieto ai Priori e Gonfaloniere di giustizia di inviare lettere
od ambasciatori al Sommo Pontefice, a cardinali, a sovrani, senza l'as-

(18) G . Ma ranini, La costituzione di Venezia dalle origini alla ser-


rata del Maggior Consiglio , Venezia, 1927, p. 297.
(19) Il documento è, in parte, riportato in Caggese nell opera Roberto
ďAngió e i suoi tempi , Firenze, 1922, p. 47. Vedi il testo completo in Appendice.
(20) Cfr. I Consigli della repubblica fiorentina t editi da B. Barbado rp,
cit.
(21) Statuto del Capitano del 1323 , cit., lib. Il, rub. lil: i rriori potranno
«mittere ambaxiaores quotiens et quando eis videbitur». Idem Statuta Populi et
Comunis Florentie , anno... 1415 , cit., tomo II, lib. V, rub. XVII.

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sistenza dei Dodici Bonomini prima (22), ed in seguito di questi e


dei Sedici Gonfalonieri di compagnia (23), ad essi affiancati, ed in pro-
seguo di tempo divenuti suoi Collegi ordinari « perchè gli interessi del
popolo fossero trattati con più matura diligenza » (24).
Ebbe la costituzione fiorentina, pur nel* suo continuo divenire,
una caratteristica particolare sua propria consistente nel principio di
impedire ad' un ufficio di riunire in se stesso la somma dei poteri : le
interferenze fra i vari organi erano continue, i controlli e le sanzioni
attraverso cui dovevano passare i provvedimenti più gravi del comune,
specialmente quelli riferentesi alla politica estera, molteplici. Non deve
quindi meravigliare se il caratteristico attributo del diritto di sovranità,
quale è quello di poter dichiarare la .guerra o concludere trattati, venne
circondato da tutte quelle cautele che ci vengono mostrate dagli statuti
e dalle provvisioni.
La rubrica XIV del libro III dello statuto del Capitano del Popolo
del 1355, dal titolo marginale « de arduis negotiis faciendis »,
stabilisce dettagliatamente la procedura da seguirsi nel concludere
i trattati e nelle dichiarazioni di guerra : le deliberazioni dovran-
no essere prima vinte in seno ai Signori, con almeno sei voti fa-
vorevoli, e poi di nuovo fra loro con il concorso dei Dodici Bonomini:
accettate dai ¡suddetti, dovranno essere inviate ai due consigli del Capi-
tano del Popolo e del Podestà ed essere approvate con almeno due terzi
di voti. Quando poi nel 1411 vennero istituiti i due consigli, che dal
numero dei loro componenti furono rispettivamente denominati dei Du-
gento e dei Cento-trentuno (25), la procedura relativa a tale materia si
fece ancora più complicata per l'intervento dei due nuovi organi comu-
nali. Le proposte della Signoria e suoi Collegi, attinenti ad affari esteri
o militari, dovevano prima essere approvate dal consiglio del Dugento,
poi da quello del Centotrentuno ed infine inviarsi all'approvazione dei
consigli del Capitano del Popolo e del Podestà : lo statuto del Comune

(22) Statuto del Capitano del Popolo del 1323, cit., I, lib. II, rub. III :
« salvo quod nullas litteras, ambaxiatam vel ambaxiatorem, seu ambaxiatores ex
eorum parte (cioè dei Priori e Gonfaloniere) vel Comunis et populi Florentie
destinare, vel eligere pro eundo possint ad Summum Pontificem, vel ad aliquem
cardinalem, vel ad regem, nisi prehabita deliberatione Duodecim Bonorum viro-
rum et obtento partito ad secretum scruptineum inter eosdem Priores et Vexil-
liferum iustitie et Duodecim ad fabas nigras et albas ». Idem Statuto del Capitano
del 1355, lib. II, rub. VI.
(23) Prow. Reg. 55, cc. 44 (1367 agosto 29) : « in primis quod domini
Priores non possint... mittere aliquos ambaxiatores seu commissarios ad Summum
Pontificem, seu ad imperatorem, seu ad aliquem regem.... nec etiam scribere seu
scribi facere aliquas litteras, etiam pro factis comunis, ad ipsum Summum Ponti-
ficem et imperatorem vel aliquem regem, absque deliberatione dominorum Prio-
rům artium et Vexilliferi iustitie, Gonfalonierorum societatum populi et Duodecim
Bonorum virorum predictorum, sub pena librartim quingentarum >V.
(24) E . Besta, Il diritto pubblico italiano , cit., p. 344.
(25) Provv. Reg. 99, cc. 168.

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del 1415 confermò sostanzialmente 'la procedura teste enunciata (26).


È, come si vede, una molteplicità di poteri deliberativi che 'la legge san-
ziona: ciò sarà causa di lentezza negli affari, di conflitti fra uffici, ma
eviterà pure ¡la possibilità «di concentrare in un solo organo quella po-
tenza, che potrebbe essere esiziale alla vita della Repubblica.
Se competeva quindi alla Signoria e suoi Collegi il nominare gli
ambasciatori, le era ¡però impedito, come abbiamo già visto, quella che
di ogni azione diplomatica è la fase più concludente, più vistosa e ne
costituisce 'la suprema manifestazione, cioè il concludere alleanze, paci-
o muovere guerre, senza una espressa ed esplicita delega di poteri da
parte dei consigli opportuni del Comune, legittimi e gelosi depositari
di tale autorità.

3. - Ma, ripetiamo, la politica estera mal si presta per se stessa


ad essere trattata in consigli numerosi, esigendo essa, specie in periodi
non tranquilli, segretezza nel deliberare e celere attuazione : si capi-
sce quindi facilmente come nella pratica si sia cercato di sottrarre ai
medesimi ila possibilità di ingerirsi anche in quella, che noi sopra ab-
biamo chiamata fase culminante di ogni azione diplomatica, trasferen-
done i poteri relativi, limitati nel tempo, ma facilmente rinnovabili,
nella Signoria ed altri uffici, a lei a talle scopo aggregati, oppure in or-
gani appositamente istituiti. È questo quanto vediamo attuato negli an-
ni 1366, 1368 e 1369, (27), solo per citare alcuni casi, quando i consigli
opportuni deüla Repubblica approvarono l'istituzione di quelle commis-
sioni speciali, cui sopra abbiamo accennato, formate dai Signori e Col-
legi, dai Capitani di Parte Guelfa e dai Consoli delle 21 arti. Il mo-
tivo di tali creazioni è chiaramente indicato nelle arenghe dei docu-
menti e la istituzione è giustificata da quelle cause medesime, delle
quali abbiamo sopra discorso: «quia presertim que ardua sunt, nec
semper omnibus publicanda soient per paucos utilius expediri, ubi
maxime de summa negotii fuerit tractatum » (28), oppure, ancora più
esplicitamente « quia illa presentirà, que celeritate exigunt, et sub si-
lentio sunt tenenda per paucos prudentes consueverunt melius quam
per vulgi consuetudinem expediri» (29).
Il provvedimento trovava, naturalmente, la sua giustificazione an-
che nel fatto di avere un organo con pieni poteri, facilmente convoca-
rle per il numero ristretto dei suoi partecipanti e rappresentante di
tutta la città, avente cioè una larga base politica, a disposizione dei Si-
gnori in un momento che annunziava un futuro foriero di pericoli e

(26) Statuta Papulit et Comunis Florentie , anno 1415, cit., tomo II, lib. V,
rub. CCXIII.
(27) Prow. Reg. 54, cc. 21 ; 56, cc. 92 e 131 ; 57, cc. 144v.
(28) Prow. Reg. 56, cc. 92.
(29) P row. Reg. 57, cc. 144v.

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nel quäle la guerra sarebbe stata, per lo più, una malattia cronica. L'au-
torità concessa fu la più ampia che si possa immaginare : furono i pieni
poteri in fatto di politica estera che vennero, sia pure per poco tempo,
delegati a tali commissioni, cui si diede «omnem et totam illam ba-
liam, auctoritatem -et potestatem quam habet totus populus et co-
mune Florentie... circa inihendum, contrahendum et firmandum quan-
dunque ligam, confederationem, socie tatem, -unionem, collegationem et
talliam cum quibuscumque dominis... comunitatibus, universitatibus et
bellum indicere et f acere et fieri facere contra quoscumque hostes » (30).
Nel secolo XIV, e particolarmente nella seconda metà, l'alterazione
politica produsse sensibili trasformazioni alla costituzione repubblicana:
l'urto incessante fra l'altra borghesia che lentamente decadeva e le
nuove classi sociali prementi dal basso verso l'alto alla conquista del
potere, le continue lotte politico-sociali e lo stato di guerra quasi cronico
nella ¡penisola, produssero nuovi istituti di diritto pubblico, che meglio ca-
ratterizzarono e determinarono nelle sue varie funzioni il Comune, tra-
sformandolo lentamente e differenziandolo da quello medioevale. Fu
il periodo quello del degene ramento del comune dell'età di mezzo,
mentre per molti aspetti, vuoi per l'estensione del territorio, per una
più chiara delimitazione di poteri, se cosi si può dire, ed una maggiore
articolazione degli uffici, si preannunziava lo stato moderno. L'ammi-
mini strazione del Comune, che allargava la sfera delle sue competenze
e doveva soddisfare a nuovi bisogni della collettività, divenne più com-
plessa: sorsero problemi nuovi e straordinari e da essi, conseguente-
temente, organi straordinari di governo. Fu la necessità contingente
che spinse lo stāto su questa nuova strada e ad essa la Repubblica fio-
rentina, che di tali organi straordinari fece largo uso, non poteva, per
forza di cosć, sottrarsi.
Un volume, conservato nella terza serie delle St razziane dell'ar-
chivio di Stato di Firenze, ci tramanda un lungo elenco di uffici straor-
dinari creati dal Comune per far fronte ad esigenze particolari dello
stato, specialmente in periodi di guerra (31) : non potendo, per ovvie
ragioni, ricordare tutti quegli organi eccezionali, dovremmo limitarci a
menzionare soltanto i più noti di essi.
Quando nel 1349 Firenze fu angustiata dalla guerra contro i po-
tenti Ubaldini dél Mugello, il Comune ricorse alla elezione di Otto cit-
tadini, cui attribuì « omnem et totam illam baliam,/ auctoritatem et
potestatem et officium circa illam guerram honorabiliter et victoriose re-
gehdam » '(32). Ben più grave fu, poco dopo, la situazione in cui si
venne a trovare esposta la Repubblica per le mire espansionistiche di

(30) Prow. Reg. 56, cc. 92; 57, cc. 144.


(31) Strozziane, serie III, filza GLVI, cc. 26.
(32) Prow. Reg. 37, cc. 87. I documenti relativi a tale ufficio sono conservati
nel fondo Balie, ai numeri 6-7.

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Giovanni Visconti: ancora una volta, Firenze affidò la tutela dei suoi
interessi ad un magistrato eccezionale, detto l'ufficio degli Otto sopra
le « leghe e taglie », cui venne concessa l'autorità di « faeere ligam et
compagniam, societatem, unionem, colli'gationem, seu confederationem,
ac veteres ligas reformare et rinovare... cum quibuscumque comunibus,
civitatibus, terris, castris, universi tatibus, populis, gentibus, dominis
principalibus, baronibus et singularibus personis... et bellum indice re,
et f acere, et fieri faeere contra hostes et rebelles dieti populi et comu-
nas... Et síndicos, procuratores, ambaxiatores, nuntios, mittere semel et
pluriens et quotiens... eisdem officialibus placuerit » (33).
Un decennio dopo, Firenze affidò la direzione politico-militare della
guerra contro Pisa ad un muovo ed analogo organo collegiale di Otto
membri (34).
Quando poi, nel 1375, la repubblica si trovò coinvolta nella -guerra
con la sede apostolica, fu ad un ufficio straordinario di otto cittadini,
cui il popolo fiorentino « in dispregio al pontefice diede il nome di
Otto Santi » (35), che venne affidata la condotta politica e militare di
queli' inpresa memorabile >(36).
Gli Otto di Balia, o Otto Santi, non debbono però essere confusi
con l'altro ufficio, che dal numero dei suoi componenti ed in relazione
alla sua principale funzione prese il nome di Otto di Guardia o Custo-
dia. Sorse quest'ultimo la prima volta nel settembre 1378, subito dopo
l'avvento al potere delle arti minori, e precisamente nell'intervallo 2-6
di quel mese, come appare dai verbali delle Consulte e Pratiche fioren-
tine: in data 2 'settembre vediamo infatti la proposta della sua istitu-
zione (37), mentre nell'altra del 6 troviamo «dominus Bettinus de
Covonibus » parlare «pro Octo Custodie» (38). Nel semestre iniziato
con il 19 settembre 1380 le funzioni degli Otto di Custodia furono ec-
cezionalmente assorbite dagli Otto di Balia che, già soppressi il 29 ot-
tobre 1378 (39), furono in quel giorno 19 settembre 1380 di nuovo
istituiti con il nome di « Otto della Balia e della Guardia della città e
contado e distretto di Firenze e con quella stessa autorità che era sitata
affidata il 16 agosto 1375 a Giovanni Dini e compagni, cioè ai famosi
Otto Santi » (40). Compito degli Otto di Custodia fu in origine quello

(33) Prow. Reg. 39, cc. 43. Vedi gli atti relativi conservati nelle Balie, ai
numeri 8-10.
(34) Prow. Reg. 51, cc. 1.
(35) A. Paneli a, Storia di Firenze, 1949, p. 119.
(36) Su quest'episodio di storia fiorentina cf r. A. Gherardi, La guerra
dei fiorentini con Papa Gregorio XI, in A.S.I., serie III, t. v.
(37) Consulte e Pratiche 16, cc. 17: «quod eligantur super custodia octo
cives, quatuor de maioribus et quatuor de minoribus ».
(38) Idem, cc. 21.
(39) Prow. Reg. 68, cc. 76v.
(40) Prow. Reg. Dupl. 36, cc. 76v : cf r. N. Rodolico, La democrazia
fiorentina al suo tramonto, Bologna, 1905, p. 253.

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di impedire novità contro il governo ed il loro era ufficio di vigilanza


politica (41). Che la sua istituzione fosse dovuta a reali esigenze di go-
verno si può facilmente immaginare pensando ai giorni turbinosi della
creazione : dal fatto poi che l'ufficio sia stato conservato dalla reazione
delle arti maggiori del 1382, se ne deduce l'importanza ed utilità pra-
tica ad esso attribuita dalla parte al potere. Gli Otto allargarono conti-
nuamente la sfera delle proprie attribuzioni, particolarmente in materia
criminale e a danno del Capitano e Podestà (42), e divennero uno de-
gli uffici più importanti della Repubblica che poteva, « con sei fave »,
disporre della vita e dello stato di ciascuno (43).

4. - Siamo così arrivati al momento in cui ■ dovremo parlare dei


Dieci di Balia, che tanta parte ebbero nella direzione delle «guerre e
della politica estera della Repubblica.
Furono i Dieci, come è noto, un organo cui fu commessa una parte
dell'attività di governo dello stato fiorentino, ed in modo particolare
äa direzione delle operazioni belliche della repubblica (44). Essi fu-
rono in definitiva una commissione speciale, un organo straordinario
di governo, creati per il sorgere di improvvise difficoltà, in cui però
le questioni militari ebbero sempre la preminenza, ed esaurite le quali
essi Dieci erano destinati a sciogliersi, ed i compiti loro ritornavano alle
magistrature ordinarie e stabili comunali (45). Che l'ufficio dei Dieci

(41) G . Dati/ Istorie Fiorentine , in Capponi, Storia della Repub-


blica di Firenze, voli. 2, 1875, I, app. XII, p. 643.
(42) Il Capitano del Popolo venne soppresso una prima volta il 7 giugno
1477 (Consiglio del Cento 2, cc. 3) ed in suo luogo fu eletto il Giudice degli ap-
pelli avente una autorità limitata alle sole cause civili. Ripristinato il 20 aprile
1498 (Prow. Reg. 189, cc. 5v), fu definitivamente soppresso, insieme al Pode-
stà, il 15 aprile 1502 ed in loro luogo sorse il magistrato denominato Consiglio
di Giustizia o Ruota fiorentina (Prow. Reg. 193, cc. 1).
(43) D. Gian notti, Della repubblica fiorentina , in Opere politiche e
letterarie, a cura di F. L. Polidori, Firenze, 1850, p. 111.
(44) « Eos qui belli gerendi curam habent » vengono definiti dalle provvisioni
(Prow. Reg. 131, cc. 210), oppure «i Dieci hanno ne' fatti della guerra tutta
la balia e autorità del Comune» (Mss. 190, n. 1). Cfr. pure Memorie di ser
N a d d o , in Delizie degli eruditi toscani, XVIII, p. 59 e Dieci di Balia,
Deliberazioni 20, cc. 4óv (1452 giugno 5) : i Dieci stabiliscono il salario di un
anno ai cancellieri e provvisore dell'ufficio dichiarando spettare loro lo stesso sti-
pendio goduto da quelli dell'ufficio precedente, «videlicet qui fuerunt in officio
in próxima precedenti guerra, quam Rex Aragonum fecit contra Comune Flo-
rentie ».
(45) G i a n n o 1 1 i , Della repubblica fior., cit., p. 145 : « ne' tempi antichi
la città non molto spesso faceva la guerra, e la Signoria poca altra faccenda aveva
fuori delle cause private : e quando la guerra veniva, non potendo supplire all'una
e all'altra cura, creava i Dieci e attribuiva loro l'amministrazione della guerra,
Ja quale, essendo extraordinaria, la commetteva a quel magistrato, il quale
extraordinariamente era creato ». La straordinarietà dell'ufficio balza poi evidente
dall'esame del tomo XIV delle Delizie degli Eruditi toscani in cui, a p. 284 e se-
guenti, quel raccoglitore di notizie riunì gli elenchi degli uffici succedutisi dalla

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sia stato per gran tempo in Firenze organo straordinario, non v'è
dubbio alcuno: la straordinarietà, oltre alla testimonianza di cronisti
e storici contemporanei, è ripetutamente confermata dalle varie leggi
autorizzanti la creazione del medesimo e nelle quali si trova affermato
doversi intendere l'ufficio sciolto entro uno o due mesi dal giorno in
cui sia venuta meno la causa, per fronteggiare la quale essi Dieci erano
stati eletti (46).
Tale carattere di straordinarietà conservarono i Dieci per oltre un
secolo : fu solo con la fine del secolo XV che, per necessità politiche, -
acquistarono di fatto una continuità d'ufficio, dopo aver cambiato la
loro denominazione in Dieci di Libertà e Pace, come meglio vedremo in
prossime ricerche.
Anzitutto i Dieci di Balia non debbono essere confusi con i Dieci
della Libertà, come spesso purtroppo è accaduto (47) : questi ultimi
furono per gran tempo un ufficio a se stante (48), con compiti loro
particolari fino al 31 gennaio 1459, epoca in cui l'ufficio venne sop-
presso ed in data 12 febbraio dello stesso anno i poteri relativi
vennero trasferiti nell'ufficio dei Regolatori delle entrate e delle spese
del Comune (49). Dei Dieci di Libertà non possiamo determinare con
precisione il momento della prima elezione e le ricerche relative hanno
dato un esito negativo : la cosa, comunque, non ha soverchia importanza

creazione al 1478: da essi vediamo come talvolta da una elezione all'altra inter-
corra una lunga serie di anni e quasi mai vi sia una soluzione di continuità.
(46) L'ufficio dei Dieci dovrà essere soppresso un mese dopo che sara stata
proclamata la pace con il signore di Lucca (Prow. Reg. 120, cc. 397). Su tale
argomento cfr. Balie 26, cc. 158 e 176v; Prow. Reg. 142, cc. 123; Consiglio del
Cento 2, cc. 32, 41v, 69. Cfr. pure Dieci di Balia, Deliberazioni 20, cc. 259:
«die 4 aprilis 1454, hodie bannita fuit pax in civitate Florentie inter Venetos
et eorum colligatos et illustrem Ducem Mediolani et colligatos ». L'ultimo docu-
mento del registro (cc. 276) porta la data del 31 maggio 1454: evidentemente
l'ufficio, passato il mese dalla conclusione della pace, era stato soppresso.
(47) D. Giannotti, Discorso intorno alla forma della Repubblica di
Firenze, in opere politiche e letterarie, cit., p. 35-36 ; G . Thomas, Les revo-
lutions politiques de Florence (1177-1530), Paris, Hachette, 1887, p. 206, nota 1;
A. Renaudet, Les sources de l'histoire de France aux archives d'état de
Florence , Paris, 1916, p. 21 ; cfr. pure Mss. 197, Il foro fiorentino , ovvero degli
uffici antichi e magistrati della città di Firenze , trattato di Tommaso
Forti.
(48) Ciò si vede chiaramente consultando i registri delle estraz
ufficiali «intrinseci» conservati nell'archivio delle Tratte: dal 1378, tale è in-
fatti l'inizio del primo registro ed i precedenti devonsi ritenere perduti, si può
seguire le estrazioni dei Dieci di Libertà fino all'anno in cui furono assorbiti dai
Dieci di Balia. Un confronto dei componenti i due uffici nei momenti della loro
coesistenza conferma pienamente la distinzione dei due organi : furono inoltre,
per gran tempo, i Dieci della Libertà uno degli organi concorrenti alla elezione
dei Dieci di Balia e quindi non chiamati, certo, alla elezione di loro stessi. (Cfr.
Prow. Reg. 73, cc. 102).
(49) Carte di Corredo 2ó, cc. 245 e Tratte 81, cc. 20.

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e ricorderemo solo che crinisti e storici concordano nel ritenere tale


ufficio sorto ned 1372 (50).
Si può accettare senza riserve tale tesi e sulla scorta dei docu-
menti ci possiamo anche avvicinare, e con molta approssimazione, al
giorno della loro istituzione: troviamo infatti tale ufficio in funzione in
data 2 aprile 1372, quando i consigli opportuni del Comune approvarono
•una legge, nella quale venne concessa ampia autorità « ad tollendas qua-
scumque septas et divisiones » ad -una speciale commissione, in cui
figuravano pure i Dieci della Libertà (51). Ma dalle Consulte e Pratiche
vediamo tale ufficio già in funzione in data 31 marzo, e dal contesto
si può arguire che la sua creazione deve essere avvenuta in un periodo
di poco anteriore a quel giorno (52) : non vogliamo, comunque, insi-
stere su un argomento di dubbia importanza ed avente il solo sapore
della curiosità.
Attribuzioni principali di tale organo furono, e tali rimasero in
seguito, l'operare perchè non si facessero sette fra i cittadini, che la
giustizia fosse bene amministrata (53), e suo fu il patrocinio gratuito
della povera gente (54) : in conseguenza di tali incarichi, ebbero il
compito di proporre i cittadini pericolosi alla Repubblica da iscriversi
nella lista dei grandi (55).
Abbiamo già detto essere stato l'ufficio dei Dieci un organo straor-
dinario del governo fiorentino determinato dal sorgere di bisogni straor-
dinari : non deve credersi però, e noi l'abbiamo già visto, che i Dieci
siano stati il primo organo della repubblica fiorentina con competenze
tanto vaste nella direzione della guerra e nel disbrigo delle questioni
diplomatiche. Già in varie occasioni il Comune era ricorso a simili espe-
dienti e la pratica aveva dimostrato l'utilità di tali uffici, che con que-
sto si erano differenziati solo per il numero dei loro componenti.
Non staremo a dilungarci sulle analogie, pure molto appariscenti,
dei Dieci di Balia con quegli organi similari che l'avevano preceduto:
tutti sorgono per fronteggiare situazioni pericolose alla vita del Co-
mune (56) e le singole leggi di istituzione hanno tutte fra loro una

(50) Marchionne di Coppo Stefani, Cronica, a cura di


N. Rodolico, in Rerum Italicarum Scriptores, editi da Carducci e Fiorini,
rub. 832 ; Ammirato, Istorie fiorentine , Firenze, 1647, II, p. 685 ; Cap-
poni, cit., I, p. 281 ; N . Rodolico, La democrazia fiorentina al suo tra-
monto , cit., p. 139.
(51) Prow. Reg. 60, cc. 2v.
(52) Consulte e Pratiche 12, cc. 13 : « Andreas de -Riccis consuluit quod
electio facta de Decem civibus vigeat semper et de tempore in tempus fiat, qui
habeant providere super manutentione status et unitatis civitatis Florentie ».
(53) Ammirato, Istorie fiorentine, cit., II, p. 685.
(54) Mss. 190, Governo della repubblica fiorentina di A . Cipriani, n. 4,
cc. 20.
(55) P. Pieri, Il rinascimento e la crisi militare italiana, Torino, 1952,
p. 160.
(56) L'arenga della provvisione per la creazione dei Dieci di Balia ne dà un

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grande affinità. È sempre lo stesso potere che viene concesso ed i me-


desimi divieti colpiscono questi organi, mentre il formulario delle sin-
gole provvisioni istitutive è identico, come può agevolmente vedersi
comparando la legge di creazione dei Dieci di Balia con quella degli
Otto Santi, degli Otto della guerra contro Pisa, e degli ufficiali delle
«¡leghe e ta'güie » (57).
La creazione dei Dieci di Balia, e degli organi affini che poco prima
l'avevano preceduto, fu dovuta ad una reale necessità dello stato, il cui
organismo si faceva sempre più complesso, con bisogni ed interessi
prima sconosciuti, mentre la trattazione della politica estera presen-
tava esigenze nuove. Il comune si trovò coinvolto in grosse questioni
diplomatiche ed in mezzo a contrasti internazionali di una certa gra-
vità: la politica estera divenne una tecnica ed esigeva una prepara-
zione professionale non trascurabile, dovendo controllare e domi-
nare un complicato giuoco di forze (58) ; facendosi complicata divenne
il problema fondamentale dello stato e per il cui espletamento la Signo-
ria, causa la frequenza dei cambiamenti dell'ufficio, non era certo l'or-
gano più adatto (59). La Signora e Collegi inoltre, formando un organo
collegiale di 37 membri, non era l'ufficio più conveniente per la tratta-
zione degli affari internazionali del paese in simili contingenze : oltre la
brevità dell'ufficio, inconveniente certo di non lieve entità in simili
questioni, altri fattori erano, nel complesso, a lei sfavorevoli; la poli-
tica estera e la guerra han ¡bisogno, come è noto, di concentrazione di
poteri e sfuggono, per loro natura, ad organi numerosi i(60). Ma al
popolo fiorentino, geloso della sua costituzione repubblicana, ripugnava,
ora come nel recente passato, il concentrare in una sola persona la som-
ma dei poteri, anche se solo in momenti burrascosi per la sua esistenza;
la figura di Gualtieri di Brienne duca d'Atene era sempre davanti ai
loro occhi per impedire il ripetersi di simili esperimenti. Si arrivò
quindi, anche questa volta, ad un compromesso affidando la cura della
politica estera e la direzione della guerra ad una commissione ristretta

esempio tipico: «grandes novitātes ineuntis Ytalie partibus existentes excitare


debent maxime quoslibet liberis populis presidentes ipsosque reddere vigiles et
attentos defensioni sue libertatis et status... et considerantes (i Priori e Gonfalo-
niere di giustizia) ultra alia invasionem de presenti factam per gentem gallicani
in partibus Tuscie... » (Prow. Reg. 73, cc. 102).
(57) Ben s'accorse di questo il compilatore delle Delizie degli eruditi to-
scani il quale, dando nel tomo ed alle pagine già citate « le serie dei riseduti
nell'ufficio dei Dieci di Balia» pose come primo di tali organi quello degli Otto
contro Pisa del 1363, ed a questo fece seguire l'elenco degli Otto Santi del
1375.
(58) Su tale argomento cfr. G. Maranini, La costituzione, cit., p. 274.
(59) Prow. Reg. 21, cc. 7 : « multa et ardua negotia utilia et honorifica... ei-
fectum non habuerunt propter mutationes officiorum Prioratus et Vexillieratus
iustitie ».
(60) Su tale argomento cfr. Pieri, Il Rinascimento, cit., p. 163.

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di cittadini, accuratamente selezionati con elezioni complicate, e scelti


fra gli individui ben addentro al maneggio della politica estera.
Erano quindi le esigenze stesse della politica internazionale che
operavano una selezione fra i candidati destinati all'ufficio dei Dieci :
oltre 'la -preparazione specifica, essa politica esigeva buone conoscenze
personali nel mondo politico-diplomatico italiano ed oltremontano, e
quindi è ben comprensibile come gli elenchi dei detti ufficiali ci mo-
strino una lunga serie di nomi appartenenti, in gran parte, alle più
illustri casate fiorentine. L'esperienza politica non era, naturalmente,
il solo fattore determinante la scelta degli eleggibili : essa scelta rispon-
deva anche a criteri di politica interna e la distribuzione dei posti era
rigorosamente stabilita dalla legge. Ciò ripeteva, ancora una volta, il
fenomeno nel quale si era dibattuto lo stato comunale, in cui il potere
pubblico era influenzato dalla parte preponderante ed il governo non
era, né poteva essere, superiore al partito che l'aveva generato (61).
'Il fatto che l'ufficio dei Dieci sia sorto in .un periodo di domina-
zione delle arti maggiori, ci fa comprendere come la maggioranza dei
posti fosse riservata agli appartenenti a quel ceto : alle arti minori ven-
nero infatti prima riservati tre posti e poi, con il consolidamento delle
prime, la partecipazione divenne ancora più esigua (62) : essa fu quindi
una partecipazione puramente formale e senza un contenuto definito,
perchè l'ufficio dei Dieci prendeva, con sette voti, tutte le deliberazioni
che riteneva opportune.
Furono i Dieci di Balia istituiti con provvisione del 3 ottobre
1384 (63), quando la Toscana fu teatro delle guerre che si combatte-
vano i pretendenti al trono di Napoli Carlo di Durazzo e Luigi d'Angiò,
ed Arezzo era stata occupata da una grossa compagnia di Francesi,

(61) Su tale argomento cfr. Pieri, Il Rinascimento, cit., p. 160.


(62) È nella elezione effettuata nel febbraio 1385 che vediamo i posti riser-
vati alle arti minori essere stati ridotti a due membri ( Delizie degli eruditi toscani ,
cit., tomo XIV, p. 286). Tale distribuzione venne sostanzialmente conservata nella
Balia del 1393, la cui sola novità consistette nell'attribuzione di un posto ai
magnati (Balia del 20 ottobre 1393, in Capponi, cit., I app., p. 632) : «et eli-
gendo dictum numerum Decem secundum distributionem membrorum ultima vice
solitam observari, videlicet septem maiorum artium et scioperatorum, duos de
artibus minoribus et unum de magnatibus diete civitatis ».
(63) Prow. Reg. 73, cc. 102v. Il Marzi nell'opera citata, a p. 176, pone
la elezione di tale organo come avvenuta la prima volta nel settembre 1384: evi-
dentemente egli non vide nelle provvisioni Latto istitutivo e trasse la notizia dal
priorista Ridolfi (Mss. 225, cc. 118), il quale dice genericamente essere i Dieci
stati eletti dalla Signoria sedente in ufficio nel bimestre settembre-ottobre di quel-
l'anno. Desjardins, in Negotiations diplomatique de la France avec la Tu-
scane, I, p. LVIII, li dice istituiti la prima volta nel 1423, mentre il Giannotti,
nel Discorso intorno alla Repubblica fiorentina, mostra di non conoscere l'origine
di tale magistratura quando asserisce « che (tale ufficio) era in essere e governava
le faccende dello stato insino a quelli tempi che la città guerreggiò, con molto suo
pericolo, con i duchi di Milano».

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condotti da Enguerrano, signore di Coucy (64) : fu quello, per la Re-


pubblica, un momento critico ed il Comune credette di provvedere meglio
alle esigenze della guerra con la detta creazione dei Dieci.
La elezione fu, naturalmente, preceduta da una grande pratica,
nella quale si discusse sulla opportunità del provvedimento : risultando
i pareri dei consiglieri favorevoli al progetto (65), la proposta pas-
sò in discussione in seno a-d un consiglio ristretto e formato dai Si-
gnori e -Collegi, Capitani di Parte Guelfa, Dieci della Libertà, due
arroti per ogni arte e 48 cittadini, rappresentanti tutti i Gonfaloni della
città. Vinta in quest'organo speciale, la provvisione venne subito ap-
provata, con procedura d'urgenza, nei consigli opportuni della Repub-
blica e così i Signori e Collegi, il giorno 4 ottobre, poterono senz'altro
procedere alla elezione dei membri di quell'ufficio, ognuno dei quali
doveva essere approvato con 34 voti favorevoli dell'organo elettore (66).
La procedura adottata nei vari consigli (67) sta a significare la
gravità del pericolo sovrastante alla città: difficilmente capita infatti
vedere tanta premura nelle approvazioni di leggi e le proposte relative
mai erano discusse lo stesso giorno nei due consigli opportuni del Ca-
pitano e Podestà, nei quali esse erano normalmntee portate a distanza
di qualche giorno (68).
Il modo di elezione teste descritto rimase sostanzialmente lo stesso
per diversi anni : precedeva la consulta relativa alla opportunità della
creazione ed i consigli opportuni davano, in ultimo, la sanzione defini-
tiva, mentre l'elezione vera e propria era riservata alla Signoria e Col-
legi, oppure, come avverà in seguito, a consigli ristretti formati da cit-
tadini eletti dalla Signoria, e dagli appartenenti a determinati uffici.
Erano, in conclusione, coloro che detenevano il potere nelle loro mani
che chiamavano i cittadini alla nuova carica: gli elettori ed eletti, ap-
partenenti prevalentemente alla stessa classe, si scambiavano a turno
nello stato, i cui uffici erano monopolio dei pochi a danno dei molti.
Il numero dei componenti l'ufficio dei Dieci di Balia non rimase
rigorosamente fisso in quello da cui prese il nome : poteva capitare tal-
volta, come difatti avvenne, che per esigenze particolari aumentasse il
totale dei suoi membri, alcuni dei quali, per ragioni di servizio, dove-
vano allontanarsi dalla città: tale fatto si verificò infatti, secondo la

(64) Capponi, Storia della Repubblica di Firenze , cit., I, p. 376.


(65) Prow. Reg. 73, cc, 102: «habitis super hiis consiliis a magna copia ci-
vium gravium et prudentium consulentium inter cetera in effectu quo sine more
dispendio nedum esse utile, set necessarium, eligere aliquos prudentíssimos cives ».
Cfr. pure Consulte e Pratiche 23, cc. 130.
(66) Prow. Reg. 73, cc. 102: «per triginta quatuor ex eis reddentes eorum
fabas nigras pro sie ».
(67) Cfr. Libri Fabarum 42, cc. 23.
(68) Gli statuti vietavano la riunione dei due consigli nello stesso giorno. Cfr.
Statuto del Capitano del Popolo del 1355, lib. III, rub. XIV : « una et eadem die
non fiat consilium populi et consilium comunis Florentie».

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testimonianza di un cronista «a dì XI di maggio 1390» quando « fu-


rono ai Dieci aggiunti altri quattro cittadini pur continuando a chia-
marsi i Dieci» (69). Il racconto del cronista trova completo riscon-
tro in una provvisione del 10 maggio dello stesso anno (70), nella
quale è specificato il motivo d.i quella innovazione, che rimase peraltro
unica nella storia di quell'istituto: dovendosi alcuni dei Dieci allon-
tanare dalla città, si temeva per la non efficienza dell'ufficio, impe-
gnato in quei giorni nella lotta mortale con Gian Galeazzo Visconti e
suoi alleati in Toscana, e si eliminò quel timore con l'aumento del nu-
mero dei suoi membri (71). Tale procedimento fiu però del tutto ecce-
zionale e ben presto si rientrò nella normalità: scaduto infatti, nei
settembre 1390, l'ufficio eletto l'anno precedente, i Signori e Collegi,
con l'assistenza degli organi a ciò destinati, elessero sei nuovi citta-
dini i. quali, aggiunti ai quattro straordinariamente eletti nel maggio,
formarono il nuovo ufficio dei Dieci, che tale fu poi per sempre nel
numero dei suoi componenti (72).

5. - Quando, nell'ottobre 1393, fu creata quella balia generale,


cui il plauso del popolo aveva dato parvenza di legalità, e si perfe-
zionò quello che doveva costituire per quasi un quarantennio il do-
minio incontrastato della oligarchia, fu dai componenti la balia me-
desima creato un consiglio, che dal numero dei suoi componenti si disse
degli Ottantuno, al quale venne poi, per gran tempo, riservata l'elezione
dei Dieci di Balia (73). A tale proposito non riesce molto chiaro il
significato di una frase contenuta nell'opera di uno -studioso, il quale,
indagando particolarmente sulla formazione della oligarchia facente
capo a Maso degli Albizi, asserisce che dopo la formazione degli Ot-
tantuno « la carica dei Dieci, da provvisoria, diventava, per legge, più

(69) Cronica di Anonimo fiorentino , già attribuita a Piero di Giovanni Mi-


nerbetti, in Rerum Italicarum Scriptores, editi a cura di Carducci e Fiorini,
XXVII, II, ,p. 99.
(70) Prow. Reg. 79, cc. 84v; cfr. pure Delizie degli eruditi toscani, cit.,
XIV, p. 287.
(71) Prow. Reg. 79, cc. 84v: «quod saepe aliquis ex eis (cioè dei Dieci)
vadant ad diversas partes et alii in parvo numero remanentes, non possint offitium
exercere ».

(72) Signori e Collegi, Deliberazioni 4, cc. 87 : cfr. pure Deli


toscani, cit., XIV, p. 288.
(73) Balie 19, cc. 10. Edita da G. Capponi, cit., I, app., p. 627 e
F. C. Pellegrini, Sulla repubblica fiorentina al tempo di Cosimo il Vec-
chio, Pisa, 1880, App. n. 1. Il consiglio deli Ottantuno era formato dai Signori
e Collegi, Capitani di Parte Guelfa, Otto di Custodia, Sei di Mercanzia e da 21
consoli delle arti : questi ultimi però non rappresentavano tutto il mondo mercan-
tile ed artigiano fiorentino in quanto ben sedici di essi dovevano appartenere alle
arti maggiori e scioperati, e soltanto cinque alle arti minori. Il trionfo della oli-
garchia era completo e si affermava, naturalmente, a danno "delle arti minori.

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stabile» (74). Se noi mettiamo in relazione quell'aggettivo stabile con


l'altro precedente provvisorio, il significato della frase riferita diventa
molto chiaro:' i due aggettivi mettono in confronto in due momenti,
cioè prima e dopo la creazione degli Ottantuno, la particolare situa-
zione dell'ufficio dei Dieci e, alla provvisorietà del primo momento,
farebbe riscontro la stabilità del secondo. A questa affermazione si può
obbiettare che anche dopo l'anno 1393 l'ufficio dei Dieci non fu affatto
più stabile di quanto lo fosse stato prima : esso continuò ad essere un
ergano straordinario del governo fiorentino, creato soltanto, ed anche
in seguito, quando sorgevano minacce di complicazioni e con funzioni
identiche a quelle avute al suo nascere; un confronto dei suoi poteri
contenuti nello statuto del 1415 con quelli specificati nella provvisione
della istituzione è oltremodo istruttivo su tale argomento (75). Che
poi gli « arroti » della arti partecipanti al consiglio degli Ottantuno
siano stati eletti dalla Signoria, non deve destare soverchia meravi-
gla (76) : è nota infatti l'influenza esercitata dalle arti sul governo
fiorentino ed ogni volta che si formavano quelle commissioni speciali,
cui normalmente prendevano parte anche i rappresentanti delle organiz-
zazioni artigiane, questi ultimi erano, per lo più, eletti dalla Signo-
ria (77). La stessa creazione del consiglio degli Ottantuno non fu, in
sostanza, cosa nuova : esso non fu altro che una commissione speciale,
un consiglio ristretto, formato dagli organi più importanti del comune e
messo a fianco della Signoria e Collegi per deliberare sulle questioni
più importanti dedla Repubblica. Già in pratica era stato in funzione
negli anni precedenti ed anche noi abbiamo visto, in varie circostanze,
sorgere simili consigli ristretti e con compiti affini a quelli degli Ot-
tantuno. La balia del 1393 non fece altro che dare il crisma di lega-
lità ad una situazione di fatto preesistente : la novità, importantissima
però per il fine cui tendeva, consistette solo nel fatto che da allora tale

(74) A. Rando, Maso degli Albizi ed il partito oligarchico dal 1382 al


1393 , Firenze, 1926, p. 182.
(75) Cfr. Delizie deli eruditi toscani , cit., XIV, p. 286 e seguenti contenenti
gli « elenchi dei riseduti nell'ufficio dei Dieci dal 1384 al 1478 » : dall'esame di essi
elenchi si vede come, nel ventennio 1384-1404 l'ufficio fu quasi senza soluzione di
. continuità. Da ciò però non deve dedursi che i Dieci fossero, prima o dopo il
1393, un organo stabile della costituzione fiorentina : la frequenza, o meglio la
quasi continuità del loro ufficio indica solo essere stati quei venti anni di storia
fiorentina particolarmente movimentati e tali da consigliare il Comune a ricorrere
tanto frequentemente ai Dieci, i quali, però, furono allora, e tali rimasero ancora
per gran tempo, organi straordinari dello stato fiorentino.
(76) Il Rado, nell'opera citata, a pagina 182, mostra del fatto grande mera-
viglia quando dice come «nello stesso giorno (20 ottobre 1393) quelli della Balia
stabilirono che per l'avvenire i Signori e Collegi, ed altri più importanti magi-
strati della repubblica, uniti ai 21 cittadini delle arti, non sorteggiati (si badi),
ma eletti dai Priori ».
(77) Cfr., ad esempio, Prow. Reg. 56, cc. 92; 57, cc. 144; 59, cc. 21v; Si-
gnori e Collegi, Deliberazioni 7, cc. 103.

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organo divenne permanente, mentre precedentemente aveva avuto una


durata limitata nel tempo e la istituzione relativa era giustificata da
esigenze particolari, per cui i consigli opportuni abdicavano tempora-
neamente alla loro autorità: la sua continuità significa ora un abbas-
samento dei consigli tradizionali del Comune, mentre il potere si sta
concentrando nelle mani di pochi fortunati, appartenenti ad una cer-
chia ristrettissima di faldiglie. In mezzo agli organi tradizionali, cioè
tra le assemblee del Capitano e del Podestà e gli uffici cui è affidata
la funzione di governo, si «stanno incuneando i nuovi organi, natural-
mente riservati alla cerchia dei governanti, le cui funzioni tendono
sempre ad allargarsi, mentre di altrettanto discenderanno quelle dei
consigli opportuni sopra riferiti.
La tendenza, accennata già con la creazione degli Ottantuno nel
1393, trova la sua naturale evoluzione nel febbraio 1411, quando ven-
nero creati i due nuovi consigli dei Centotrentuno e dei Dugento, i
quali furono dichiarati consigli opportuni del Comune e quindi organi
stabili della costituzione '(78). Lo stesso criterio distributivo dei posti
nei due consigli indica gli scopi dei creatori : formato iil Centotrentuno
di quelli che ritenevano allora il potere e riservato il Dugento alle
personalità politiche state più in vista dal 1382, si volle restringere lo
stato nelle mani dei pochi e lasciare ai vecchi consigli il solo ed illu-
sorio diritto di suprema sanzione, avviandoli su un sentiero avente
come meta ultima la loro scomparsa (79). Ma ormai la vita politica
fiorentina aveva perduto tutto il dinamismo precedente e si andava
infiacchendo: il disinteresse per la cosa pubblica cresceva continua-
mente ed ai partiti si andavano, in misura sempre più »grande, sosti-
tuendo le clientele (80). La lotta politica si restrinse quindi ed il po-
tere era, e lo sarà nel futuro, disputato solo fra cerchie di famiglie, la
più abile delle quali riuscirà poi a renderselo esclusivo appannaggio.
La costituzione fiorentina non rispondeva più alle nuove esigenze e le
frequenti balie ne costituivano la prova evidente.
Il sistema di elezione dei Dieci, fissato nelila Balia del 1393, ri-
mase sostanzialmente immutato fino al 1458 (81) : i consigli opportuni

(78) Su tale argomento cfr. Pane 11 a, Storia di Firenze, cit., p. 137.


(79) Prow. Reg. 99, cc. 168. Edita da Pellegrini, Sulla repubblica,
cit., app. n. 3. Su tale argomento cfr. R. Palmarocchi, Lorenzo il Ma-
gnifico , U.T.E.T., 1946, p. 52.
(80) Pieri, Il Rinascimento , cit., p. 164.
(81) Le provvisioni contenenti l'autorizzazione per la elezione dei Dieci di
Balia (Prow. Reg. 104, cc. 63; 117, cc. 29) parlano spesso di un ufficio com-
posto, come l'altro, di Dieci membri e chiamato « gli ufficiali della pace ». Le fina-
lità di quest'organo erano, almeno nelle intenzioni del legislatore, nettamente op-
poste a quelle dei Dieci di Balia o della guerra, e già i due termini antitetici lo
stanno a dimostrare, poiché competeva loro « super tractando, praticando, procu-
rando, sollicitando et modis omnibus ac viis perquirendo quod habeatur, con-
trabatur et fiat pax, unio, concordia, atque bona voluntas cum ilio, seu illis contra

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concedevano la necessaria autorizzazione, mentre la nomina era deman-


data ad una commissione ristretta, quale fu quella degli Ottantuno,
sempre espressione ed emanazione della parte al potere. Variò tal-
volta il numero dei componenti tali consigli ristretti per una più grande
partecipazione di cittadini (82), mentre gli uffici rimasero gli stessi di
quelli componenti il consiglio degli Ottantuno : tale fatto però non po-
teva, né voleva, essere una concessione agli esclusi dal potere perchè
i nuovi aggiunti, oltre che essere eletti dai soliti organi, dovevano in
maggioranza appartenere alle arti maggiori (83), oppure essere tratti
da borse squittinate per altri uffici, e quindi precedentemente passate
attraverso un prudente vaglio di selezione (84).
Accadde talvolta che all'ufficio dei Dieci di Balia furono in blocco
eletti i membri di altri uffici comunali : ciò si ebbe, ad esempio, il 15
•marzo 1448 quando Firenze era coinvolta nella guerra contro Alfonso I
di Aragona re di Napoli, e a tale scopo si utilizzò l'ufficio degli Otto
di Custodia, cui furono aggiunti altri due cittadini (85). La stessa
cosa avvenne il 4 settembre 1482 ed in tale occasione furono invece
gli Otto di Pratica che, con la solita aggiunta, formarono l'ufficio dei

quem et seu quos, tam in genere quam in specie, eligerentur, seu deputarentur
officiales ad guerram ». (Prow. Reg. 104, cc. 64 del 20 gennaio 1416). Le
notizie relative a questa magistratura non vanno, purtroppo, al di là di quelle
contenute nelle provvisioni rammentate ed ogni ricerca compiuta nell'archivio è
risultata vana, non essendo stato trovato alcun documento riferentesi all'attività
di detti Dieci.
(82) Delizie degli eruditi toscani , cit., XIV, p. 292: «et omnes supradicti,
domini (Priores et Vexillifer iustitie), Collegia, Octo, Sex et 64 (cives), in to-
tum numero 129, die 22 dicti mensis augusti (1405) elegerunt Decem Balie».
Prow. Reg. 103, cc. 4 (1414 ago. 20) : si concede agli Ottantuno, ai quali do-
vranno essere aggiunti altri 80 cittadini, il potere* di eleggere i Dieci di Balia
dando loro quell'autorità « quam solitus habere erat numerus appellatus gli Ot-
tantuno ». Prow. Reg. 117, cc. 27 (1427 mag. 5): agli Ottantuno sono aggiunti
altri 32 cittadini per concorrere alla elezione dei Dieci e si attribuisce loro l'au-
torità già goduta dagli Ottantuno. Prow. Reg. 120, cc. 304 (1429 die. 12) : agli
Ottantuno sono aggiunti 64 cittadini (tutti insieme prenderanno il nome di con-
siglio dei Centoquarantacinque) per la detta elezione. Lo stesso avviene il 24
ottobre 1440 (Prow. Reg. 131, cc. 210). Nei periodi nei quali erano in funzione
le balie, ed il fatto nel periodo mediceo fu tutt'altro che infrequente, la elezione
dei medesimi era affidata ai componenti la medesima con l'aggiunta della Signoria
e Collegi. Confronta, ad esempio, per le elezioni avvenute negli ultimi anni 1452-
1453, Balie 27, cc. 32, 118, 149v.
(83) Frovv. Reg. 94, cc. 138 (1405 ago. 20) : « quod Domini, Collegia, Ca-
pitanei. Octo et Sex eligant 64 civés, videlicet quatuor pro gonfalone», dei quali
tre dovranno appartenere alle arti maggiori e scioperati ed il quarto alle arti
minori.
(84) Prow. Reg. 103, cc. 4v (1414 apr. 20) : agli Ottantuno vengono ag-
giunti 80 cittadini « qui extrahuntur et extrahi debeant de bursis de quibus solet
extrahi consilium del Dugento ».
(85) Balie 26, cc. 158.

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Dieci (86). Non c'è bisogno di avvertire che questa fu una procedura
eccezionale ed insolita, solo giustificata da un pericolo imminente.
A differenza di quasi tutti gli uffici fiorentini, tradizionalmente
distribuiti a sorte con estrazione dei candidati da borse ripiene con
i noti sistemi dello squittinio (87), i Dieci di Balia furono nominati
per via di elezione da farsi negli organi stabiliti, e da noi or ora esa-
minati (88). Era questa una conseguenza diretta dell'essere stati i
'Dieci un organo straordinario, per il quale, evidentemente, non po-
tevano formarsi le borse, riservate agli organi aventi un carattere di
stabilità e continuità di esercizio: anche la preoccupazione di immet-
tere in quella carica tanto importante cittadini di esperimentate qua-
lità politiche, p.uò avere esercitato la sua influenza determinante.
I Gonfalonieri di Compagnia, rappresentanti nel governo le varie
circoscrizioni cittadine e soliti preparare le liste degli scrutinabili per
gli uffici del proprio gonfalone, presentavano al collegio elettore la li-
sta dei candidati, tenendosi, naturalmente, distinti gli appartenenti alle
arti maggiori da quelli delle minori. Coloro che avessero riportato nel
primo scrutinio i due terzi di voti, s'intendevano eletti alla carica cui
erano destinati : non raggiungendo i candidati la quantità suddetta di
voti -si procedeva ad' un secondo scrutinio ed i posti erano assegnati
a maggioranza semplice (89). In proseguo di tempo, oltre la lista pre- •
sentata dai Gonfalonieri di Compagnia e normalmente contenente un
elenco dai 14 ai 20 nomi, anche agli altri membri dell'organo elettore
fu permesso presentare il nome di un solo candidato, da mandarsi in
votazione con quelli presentati dai Gonfalonieri úi Compagnia (90).

. 6. - L'età minima richiesta per i candidati all'ufficio dei Dieci era


di anni 35 (91) : si voleva con ciò, secondo il detto di Gino di Neri
Capponi (92), riservare tale carica ad uomini maturi di senno e ricchi
di esperienza, cui affidare le sorti del comune in guerra e la direzione
degli affari diplomatici. Gli eletti duravano in carica sei mesi (93) od
un anno (94) ma, quando per particolari esigenze si rese necessaria

(86) Consiglio del Cento 2, cc. 69v.


(87) Sulle elezioni degli uffici e squittinì relativi cf r. A. Anziiotti,
La crisi costituzionale della repubblica fiorentina. . Firenze, 1912, p. 27.
(88) Mss. 190, n. 1 « l'ufficio dei Dieci di Balia che sono eletti a boce » ;
cf r. pure G . Dati, cit., in Capponi, I, app. XII, p. 643.
(89) Tratte voi. 61, cc. 360, e voi. 1160: sono due frammenti, gli unici con-
servati in quel fondo, contenenti le elezioni dei Dieci negli anni 1399, 1408.
(90) Balie 26, cc. 176v; 27, cc. 32v, 118, 149v; Prow. Reg. 142, cc. 123.
(91) Balie 26, cc. 158; Prow. Reg. 142, cc. 123.
(92) Ricordi di Gino di Neri Capponi, in Rerum Italicarum
Scriptores, Milano, 1731, tomo XVIII, colonna 1149.
(93) Prow. Reg. 73, cc. 102.
(94) Delizie degli eruditi toscani , cit., XIV, p. 290; cfr. pure Strozziane,
II serie, 64, cc. 1.

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la presenza delle stesse persone per un periodo più lungo di quello in-
dicato, potevano ad essi concedersi -proroghe suppletive di sei in sei
mesi (95). Allo scopo poi di istruire i nuovi eletti sugli affari in corso,
fu saggia abitudine farli partecipare alle riunioni di quelli prossimi a
scadere, ottenendo con ciò negli affari del Comune quella continuità
d'azione tanto necessaria per la condotta della guerra e per il rego-
lamento dei rapporti fuori del dominio (96).
Se un membro dell'ufficio dei Dieci fosse morto durante l'eser-
cizio delle proprie funzioni, la elezione del sostituto, da scegliersi fra
persone appartenenti allo stesso gruppo di arti ed al medesimo quar-
tiere dello scomparso, era demandata alla Signoria e suoi Collegi (97).
In adunanza plenaria le deliberazioni . dovevano essere prese con
sette voti favorevoli {98) : ragioni di servizio potevano però fare allonr
tañare dalla città alcuni membri dell'ufficio ed in tal caso era una legge,
emanata dai Consigli opportuni, che stabiliva via via il numero di voti
necessari per la validità delle medesime (99) : le votazioni erano se-
grete ed all'inizio di ogni ufficio dovevano i Dieci giurare sui Vangeli
di « reddere eorum fabas secretas et copertas, ita quod non possit di-
scerni faba nigra ab alba » (100). A somiglianza della Signoria, i Dieci
eleggevano ogni tre giorni il « preposto », cui era affidato in quel torno
di tempo la presidenza dell'assemblea (101). Allo scopo poi di ottenere
•una maggiore efficienza dell'ufficio, si faceva fra i membri del mede-
simo una certa distribuzione di compiti (102), mentre le deliberazioni
dovevano prendersi collegialmente.
Cessato l'ufficio, i Dieci avevano il divieto del medesimo per un
triennio (103) e solo il voto unanime dei Signori e Collegi poteva to-
glierlo (104) : una volta eletti non potevano «a dicto offitio renuntiare,

(95) Delizie degli eruditi toscani, cit., XIV, p. 298.


(96) Le commissioni di Rinaldo degli Albizi, cit., IT, p. 678,
683, 686.
(97) Prow. Reg. 72, cc. 102: Statuta Populi et Comunis Fl., anno 1415,
cit., tomo III, libro V, rubrica XXXIII.
(98) D. G i a n n o t ti , Della repubblica fiorentina, cit., p. 107 : (l'ufficio
dei Dieci) « con sette fave poteva disporre dello stato della città ».
(99) Delizie degli eruditi toscani, cit., XIV, p. 294.
(100) Dieci di Balia, Deliberazioni 20, cc. 1, 168.
(101) Idem 15, alle date 1427 maggio 30 e giugno 2, 5, 8, 11, 14; 20, cc. 1,
2v, 3v, 4, 4v, 5v, etc.
(102) Dieci di Balia, Deliberazioni 20, cc. 242 (1454 gennaio 16): «item
(i Dieci) deliberaverunt et deputaverunt Dietisalvi Neronis et Carolum de Ghiac-
ceto, duos ex officio, super denario et pecunia offitii et quod debeant subscrìvere
pólizas et apodixas solutionum prout consuetum est; dominum Otto de Niccolinis
et Nerium Gini de Capponibus super litteris, Bartolomeum Donati Michelozzi et
Andreas Gerardi super monitionibus ».
(103 Pro v v. Reg. 74, cc. 89; Balie 19, cc. lOv.
(104) Statuta Po puli et Comunis Fior., anno 1415, cit., tomo III, lib. V,
rubr. CGC.

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aut ab ipso, contra virtutem alicuius privilegi, seu aliqualiter se excu-


sare » (105). Se al momento della elezione qualchuno degli eletti avesse
ricoperto qualche altro incarico, doveva esserne rimosso e sostituito dą
un altro con deliberazione dei Signori e Collegi (106) : se infine, du-
rante l'esercizio della carica, il nome di uno dei Dieci fosse stato
estratto per un altro ufficio della Repubblica, sia pure per quello del
priorato, la cedola contenente detto nome doveva essere di nuovo im-
borsata «ut prohibitionem et devetum habens » (107). È il principio
della incompatibilità con ogni altro incarico che si ha fin dai primi anni
di vita di quell'organo statale : i Dieci non potevano essere distratti da
altre cure dello stato, dovendo dedicare tutta la loro vigile attenzione
all'espletamento degli incarichi, certo di non poco momento, attinenti
alla guerra ed alla politica estera della Repubblica.
Ma presto questo rigido principio venne abbandonato ed ai Dieci
fu permesso di mantenere gli incarichi goduti al momento della ele-
zione (108). La deroga però va più intesa nel senso di non togliere
a detti ufficiali gli emolumenti goduti per altre cariche del Comune,
lautamente rimunerate, piuttosto che vedere in essa un motivo di di-
strazione dalle cure dell'ufficio: si voleva, evidentemente, con ciò fa-
vorire gli amici, unici che potevano adire alle varie cariche dello stato.
Ebbero i Dieci molteplici divieti e tutti tendenti a proibire loro
una ingerenza nell'amministrazione interna del Comune : non potevano
imporre prestanze o gabelle ad alcuno della città o contado, non ri-
bandire banditi, assolvere condannati, ritardare l'esecuzione di alcuna
sentenza, ingerirsi negli squittinii ed estrazioni per alcun ufficio della
città, contado o distretto, non fare alcuna cosa in favore dei cessanti
e fuggitivi « cum pecunia aliena », non fare di magnati popolani e vi-
ceversa, non confinare o liberare alcuno dal confine, non ingerirsi nelle
competenze degli ufficiali giudiziari del Comune, ne concedere privi-
legi d'armi (109).
Sorsero i Dieci con competenze eminentemente militari e la legge
concesse loro, in tale materia, poteri molti ampi (110) : creati per un
fatto specifico, normalmente una minaccia di guerra od una tentata

(105) Prow. Reg. 73, cc. 102; Statuta Populi et Comunis Flor., anno 1415,
cit., tomo III, lib. V, rub. XXXIIII ; Prow. Reg. 142, cc. 123.
(106) Idem.
(107) Idem: cfr. pure Frovv. Reg. 117, cc. 2 7v e 131; 131, cc. 210.
(108) Prow. Reg. 142, cc. 113 (1451 giù. 11): «et si contingeret aliquem
eligi ad dictum offitium Decem predictorum, qui esset in aliquo alio uffitio, non
perdat tale offitium, sed simul possit exercere».
(109) Prow. Reg. 73, cc. 102 e Statuta Populi et Comunis Flor., anno 1415,
cit., lib. V, rub. XXIII.
(110) Memorie di ser Naddo, cit., XVIII, p. 69: «si chiamassero Dieci
cittadini, i quali chiamino Dieci di Balia, i quali hanno balia intorno alla detta
guerra e possono fare ciò che vogliono ». Cfr. pure G . Dati, Istorie fioren-
tine, in Capponi, cit., I, app. XII, p. 643.

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invasione, essi ne divenivano .l'organo direttivo, tecnico, ed in questo


non si poteva non concedere loro tutta l'autorità necessaria per il buon
esito dell'impresa.
Fu l'ufficio dei Dieci/ come sappiamo, un organo straordinario
della Repubblica fiorentina dal suo nascere fino verso la fine del se-
colo XV : da tale epoca infatti, cambiata denominazione, divenne di
fatto ufficio continuo del Comune per i due periodi di governo po-
polare. La precisazione 'ha la sua importanza : è stato infatti da molti
dichiarato aver avuto i Dieci una assoluta potestà nel deliberare su
cose relative alla pace ed alla guerra (111), che a loro era stata ri-
messa la politica estera della Repubblica, mentre solo eccezionalmente
di essa politica se ne occupava la Signoria (112). Se le affermazioni
sopra riportate vogliono diferirsi al periodo in cui furono i Dieci
ufficio ordinario della Repubblica fiorentina, possono, sia pure con qual-
che riserva, essere accettate : se invece esse si riferiscono anche al pe-
riodo della straordinarietà dell'ufficio dei Dieci, non corrispondono, forse,
esattamente alla realtà, quale essa fu veramente, e sarà necessario fare
alcune delucidazioni in proposito.
Sorgendo i Dieci per far fronte ad un pericolo esterno della Re-
pubblica e per combattere il quale venne concessa loro la più ampia
autorità, essi potevano prendere tutte le risoluzioni ritenute idonee per
il buon esito dell'impresa, compresa la possibilità di « bellum et guer-
<ram facere contra quoscumque inimicos... et quotiens et pluriens et
prout et sicut crediderint expedi re » (113). Ma tali guerre erano una
cosa »unica ed avevano un nesso inscindibile con quella principale e
si risolvevano, in definitiva, in azioni contro quello stesso nemico, lfc
cui ostilità avevano originato l'elezione dei Dieci. Tale interpretazione
ci viene fornita chiaramente da una provvisione del 5 maggio 1427,
autorizzante la creazione dell'ufficio per la guerra contro Filippo Maria
Visconti, signore di Milano: in essa è detto che essi Dieci « non possint

(111) Crivellucci, Del governo popolare di Firenze e del suo riordi-


namento secondo il Guicciardini . Pisa, 1877, p. 49.
(112) A. Renaudet, Les sources , cit., p. 21: «mais la direction poli-
tique extérieure et de la guerre ne devait, du moins en théorie, occuper les Prieurs
et le Gonfalonier de justice que par exception; elle avait été remise, en 1384, à
des magistrats spéciaux, les Dieci della Guerra... ». Se la frase sopra riportata
vuole riferirsi al periodo di stabilità e continuità dei Dieci, concordiamo piena-
mente col Renaudet; non lo potremmo però nel caso contrario perchè se una ecce-
zionalità di funzione nella politica estera del comune esistette, essa fu proprio
nei Dieci suddetti che, quale organo straordinario dello Stato, si occuparono della
politica estera solo come riflesso e conseguenza delle loro attribuzioni militari e
sempre in tempo di guerra, finita la quale le relazioni diplomatiche tornavano al-
l'ufficio competente, cioè alla Signoria. Su tale argomento cf r. R i c c h i o n i ,
La costituzione politica di Firenze ai tempi di Lorenzo il Magnifico , Siena, 1913,
p. 101.
(113) Prow. Reg. 73, cc. 102 e Statuta Populi et Comunis Flor., anno 1415,
cit., tomo III, lib. V, rub. XXX.

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aliquam novám guerram, impresam, bellum, vel offen'sam virtute sue


auctoritatis, directe vel per obliquum, facere, indicere, vel ordinare,
nisi de ipsa nova guerra, impresa, bello, vel offensa... deliberatum et
declaratum fuerit per dominos Priores artiaim et Vexilliferum iustitie...
et Gonfalonerios Societatum populi et Duodecim Bonos viros et De-
cem Balie» (114). 'Si escludeva però l'intervento della Signoria e
Collegi quando si fosse trattato di iniziare nuove imprese contro il
duca di Milano, per combattere il quale era stato espressamente creata
la magistratura dei Dieci (115).
Nell'ambito di tali poteri potevano i Dieci prendere al soldo della
repubblica truppe a piedi ed a cavallo, nominarne i comandanti e sta-
bilirne il salario : solo dopo le deliberazioni dei Dieci gli Ufficiali delle
^Condotte potevano « scribere et conducere » nei ruoli degli eserciti fio-
rentini le truppe assoldate (116). Loro infine era il compito di cassare
dagli stipendi del comune quelle truppe ritenute inutili, o che a loro
giudizio avessero in azione mal adempiuto il proprio dovere (117).
Dirigevano infine i Dieci le operazioni militari degli eserciti fio-
rentini a mezzo di commissari di loro nomina e con i quali erano in
continua corrispondenza: in casi di particolare importanza la carica
di commissario poteva essere ricoperta da membri dell'ufficio, ma l'ap-
provazione per allontanarsi dalla città doveva essere deliberata dai col-
leghi dell'eletto, e poi confermata dai Signori e Collegi con almeno 28
voti favorevoli (118).
Ma la guerra, per dirla con il Clausewitz, è continuazione della
politica con altri mezzi : essa non può seguire lé sue proprie leggi, ma
deve costituire parte di un tutto, la politica (119). L'organo quindi
preposto alla direzione della medesima non può eseguire il compito
affidatogli privandolo della direzione politica dello stato, perchè è essa
politica che genera la guerra, ed essa sola può giudicare quali orien-
tamenti e quali avvenimenti corrispondano agli scopi della guerra (120).
Per quanto grandi fossero però i compiti spettanti ai Dieci, la
legge tendeva sempre a tenerli circoscritti in limiti ragionevoli e i prov-
vedimenti di maggior peso, deliberati da questo organo, dovevano pur
sempre essere sanzionati, dall'autorità dei Signori e Collegi, che erano,
in definitiva, l'organo centrale del governo fiorentino. Nella stessa

(114) Prow. Reg. 117, cc. 28.


(115) Idem: «non intelligendo novam guerram, impresam, bellum vel offen-
fensam, nec sub dicto salvo comprehendendo pro nova guerramet,. olïensam que
fieret vel prosequeretur contra Filippum Mariam ».
(116) Cfr. Dieci di Balia, Deliberazioni 7.
(117) Statuta Populi et Comunis Fior., anno 141ò, cit., tomo III, lib. V,
rub. XXXIIII. Cfr. pure Dieci di Balia, Deliberazioni, 20, cc. 43v.
(118) Prow. Reg. 120, cc. 396.
(119) C. von Clausewitz, La guerra, Pagine scelte , Firenze, 1942,
p. 10.
(120) Idem, p. 190.

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nomina di ambasciatori i poteri dei Dieci avevano una limitazione con-


sistente nella proibizione di eleggere oratori al Papa, imperatore, re o
regine senza una precedente approvazione dei Signori e Collegi con
almeno due terzi di voti (121) ; a questi ultimi spettava pure compi-
lare le commissioni relative e la corrispondenza diretta con quei capi
di stato.
Se fu così, di regola, demandato ai Dieci di disbrigo degli affari
diplomatici del comune, la loro autorità non/ poteva però giungere a
quella fase ultima di ogni trattativa diplomatica, espressione la più
viva del potere statale, quale era la conclusione di trattati in genere,
se prima essi trattati non fossero stati « specifice et singulariter » ap-
provati dai Signori e 'Collegi con almeno due terzi di voti (122). Che
in pratica le proposte dei Dieci potessero avere facilmente la sanzione
degli organi competenti, si può ragionevolmente pensare: essi erano,
come già sappiamo, l'organo tecnico creato per scopi particolari, cui
dedicavano «tutta la loro vigile attenzione, e quindi essi soli erano in
grado di suggerire le misure migliori per il buon esito dell'impresa.
La stessa durata della carica dei Dieci, sei mesi od un anno con pos-
sibilità di conferma, permetteva loro di avere degli avvenimenti una
visione continua e generale, quale certo non potevano possedere gli
altri organi comunali, destinati ad approvare i loro progetti, e prover-
biali per la brevità dell'ufficio. I Dieci potevano quindi stipulare trattati
internazionali, ma solo dopo averne avuta una espressa autorizzazione
da parte degli organi competenti : si spiega così il dubbio relativo al
potere dell'ufficio nel perfezionamento degli atti suddetti, sorto nel le-
gato pontifìcio in Bologna, quando nell'ottobre 1423 venne stipulata
una lega fra quell'alto prelato ed il Comune fiorentino (123).
Anche l'arruolamento di truppe fu riservato alla esclusiva com-
petenza dei Dieci nei soli casi nei quali il numero dei militari da as-
soldatare fosse limitato, ed in genere non superiore alle cinquanta unità :

(121) Statuta Populi et Comunis Fior., anno 1415, cit., tomo III, lib. V,
rub. XXIII. Cfr. pure Dieci di Balia, Deliberazioni 20, cc. 42v : « dicti Decem
elegerunt vigore deliberationis et licentie eis facte et concesse per Dominos et
Collegia quod dicti Decem possint eligere ambaxiatorem seu ambaxiatores ad im-
peratorem pro tractatu pacis ».
(122) ...aliqua liga, societas, unio, vel confederatio per dietos officiates, vel
eorum auctoritate seu commissione fieri non possit nisi prius et ante omnia de
ipsa liga, societate, unione vel confederatione quod fieri posset, deliberatio facta
fuerit per dominos Priores et Vexilliferum iustitie et eorum Collegia predicta,
vel duas partes eorum, ut dictum est... (Prow. Reg. 73, cc. 102). Le di-
sposizioni di cui sopra furono interamente riportate nello statuto del comu-
ne del 1415 (lib. V, rub. XXIII) e vennero sempre ripetute nelle varie prov-
visioni autorizzanti la elezione dei Dieci. Cfr., ad esempio, Prow. Reg. 120,
cc. 397 e Signori e Collegi, Deliberazioni, 14, cc. 120. Cfr. pure Le commissioni
di Ri an a ldo degli Albizi, cit., I, p. 211.
(123) Le Commissioni di Rinaldo degli • Albizi, cit., I, p. 563,
nota 2.

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in caso contrario le deliberazioni relative dovevano prima essere vinte


in seno al collegio formato dalla Signoria e Dieci medesimi, e solo
allora questi .ultimi potevano mandare ad effetto il partito prima ap-
provato (124). Per la esecuzione dei propri compiti era permesso ai
Dieci spendere denari del Comune ed il Camerario era autorizzato a
pagare le somme da loro stanziate: anche in questo caso però tratta-
vasi divsomme limitate, mentre per quelle di una certa entità il par-
tito doveva essere approvato da una deliberazione della Signoria (125).

7. - Dalle pagine precedenti sappiamo avere avuto i Dieci, nei pe-


riodi della loro esistenza e con le limitazioni già note, l'espeltamento
della politica estera e la direzione delle operazioni militari nelle guerre
della repubblica: ma in questo non ebbero essi una autorità illimitata
d arbitraria ed il loro era piuttosto il compito spettante ad un organo
secondario di governo, che attua gli scopi del comune nei limi-
ti e con i mezzi contemplati nella legge della propria istituzione.
Nel raggiungimento di quei fini non ebbero quindi i Dieci quell'autorità
illimitata ed esclusiva che noi siam soliti credere: il fatto stesso che
ogni impegno internazionale, come le paci e convenzioni in genere,
dovesse ottenere la preventiva autorizzazione del potere centrale della
repubblica, mostra, oltre la limitazione dell'autorità concessa, la subor-
dinazione di quell'ufficio a questo ultimo ed al quale doveva, in ogni
occasione, rendere conto del proprio operato. Era quindi l'ufficio dei
Dieci un organo subordinato alla Signoria e Collegi (126), il con-
senso dei quali era per l'ufficio, in molti casi, necessario per dare ai
suoi provvedimenti sanzione legale e pratica efficienza: tutti gli atti,
riferentisi a tali materie conclusi dai Dieci, presuppongono quindi sem-
pre una precedente deliberazione degli organi suddetti, per ottenerne
la delega di poteri indispensabile (127).
Non deve credersi che l'ingerenza della Signoria nel campo speei-

(124) Statuta Populi et Comunis Fior., anno 1415, cit., tomo III, rub. XXIII.
Cfr. pure Dieci di Balia, Deliberazioni 7, alle date 1397 marzo 9, aprile 1, otto-
bre 4, 1398 giugno 29; Idem 15, alla data 1427 maggio 30.
(125) Dieci di Balia, Deliberazioni 7, alle date 1397 ottobre 6, 16; 1398 gen-
naio 20, febbraio 2, 27, giugno 20, 30; agosto 30; ottobre 30; 1399 gennaio
14, etc.
(126) « Questo magistrato (cioè i Dieci) pigliava l'autorità dalla Signoria »
(D. Giannotti, Discorso , cit., p. 35) ; « i Dieci inviavano anche ambasciatori
all'estero, e tenevano con essi corrispondenza: ma in ciò si tenevano come uniti,
o anche dipendenti dai Signori »(P. Villari, Niccolò Machiavelli e i suoi
tempi Firenze, 1877-1882, voli. 3, I, p. 313).
(127) Signori e Collegi, Deliberazioni 3, cc. 76: dovendosi concludere una
lega con Bologna, i Signori e Collegi « volentes predictam ligam et confedera-
tionem ad effectum produci... providerunt quod Decem offitiales Balie... possint
facere et seu fieri facere et firmare cum dicto comuni Bononie». Cfr. pure voi.
4, cc. 5v, 14, 45, 46, 144; Diplomatico, Riformagioni atti pubblici 1399 febbraio
26 e Le commissioni di Rinaldo degli Albizi, cit., I, p. 211, etc.

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fico dei Dieci si limitasse solo a quelle generiche approvazioni e dele-


ghe di poteri, cui sopra abbiamo accennato : i Signori èrano, e tali con-
tinuarono ad essere per gran tempo, l'organo motore e propulsore delle
energie degli organi statali e cui i Dieci dovevano, e ciò non per sola
deferenza, riferire continuamente gli affari del proprio ufficio. La fun-
zione di governo, in senso lato, apparteneva alla Signoria e suoi Col-
legi e solo una parte di essa, con limitazioni non trascurabili, era tem-
poraneamente rimessa nei Dieci ed alla cui cessazione automaticamente
rientrava nei suoi legittimi detentori : non dai Dieci erano fissati gli
scopi essenziali per la vita del comune, ma era solo loro demendato la
ricerca dei mezzi più idonei per la loro realizzazione. La tendenza ad
accentrare la direzione della politica estera esclusivamente nell'ufficio
dei Dieci, a scapito naturalmente della Signoria, si ebbe più che altro
nei periodi nei quali essi Dieci furono organi ordinari e continui della
repubblica, come meglio vedremo in un prossimo articolo.
Vana: fatica sarebbe il tentativo di fissare il contenuto dei poteri
dei Dieci sceverandoli dà quelli della Signoria : i due organi si com-
penetravano e completavano vicendevolmente ed uno schema delle at-
tribuzioni relative sarebbe, oltre che arbitrario, del tutto lontano dalla
realtà dei fatti. Ohe quella indeterminatezza ili poteri abbia servito ai
Dieci per allargare la sfera delle proprie attribuzioni, può ragionevol-
mente pensarsi : essi, ripetiamolo, erano l'organo tecnico della repubblica,
aventi una certa continuità di ufficio, in netta opposizione alla mute-
volezza degli altri, e quindi le loro opinioni dovettero avere « de facto »
un peso determinante nelle deliberazioni adottate.
I poteri dei Dieci non escludevano, comunque, l'ingerenza della
Signoria nel disbrigo dei loro compiti: essa ingerenza era anzi cosa
normale e naturale trattandosi dell'organo supremo dello stato, gerar-
chicamente superiore e dal quale, per usare una viva espressione di un
contemporaneo membro di quell'ufficio, essi Dieci potevano, per cir-
costanze ed occasioni svariate, «essere riscaldati» (128).
Continua era quindi l'interferenza dei Signori e Collegi nelle fac-
cende di pertinenza ai Dieci (129) i quali, pur dirigendo nel suo corn-

il 28) Diano di Palla di Noferi degli Strozzi, in A. S.I., se-


rie IV, tomo XIV, p. 12. Detto Palla fece parte dell'ufficio dei Dieci di Balia e
il 25 maggio 1423 ( Delizie degli eruditi , cit., XIV, p. 297) per la condotta
guerra contro Filippo Maria Visconti, signore di Milano. Nell'archivio fioren
(Strozziane, serie III, 98) è oggi conservata la sola copia compilata nel 164
Carlo di Tommaso degli Strozzi, mentre qualche frammento autografo di
Palla trovasi sparso in altre filze del medesimo fondo archivistico. Il diario, stante
l'importanza delle notizie in esso contenute, è stato integralmente pubblicato, senza
commento alcuno, nell'Archivio storico italiano, serie IV, nei tomi XI, pp. 145
e 293; XII, p. 3; XIII, p. 153; XIV, p. 3. Nelle nostre citazioni ci riferemo sem-
pre alla edizione dell'Archivio storico.
(129) Diario di Palla di Noferi degli Strozzi, cit., XIV,
p. 12: «mandaron e' Signori per due dell'ufficio dicendo... Il perchè dispi

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plesso tutto il maneggio diplomatico del comune, dovevano tenere in-


formati i primi di ogni loro azione e solo dopo la relativa consulta-
zione adottavano i provvedimenti opportuni. E-ssi Dieci ritenevano non
avere i poteri necessari per la conclusione di affari di importanza ri-
levante (130) e quindi era logica conseguenza il derivarli da coloro
che detti poteri possedevano, e l'autorizzazione concessa dai Priori era
per loro il titolo giuridico per la efficacia del negozio trattato (131).
Ne sempre le proposte dei Dieci venivano favorevolmente accolte dagli
organi comunali : talvolta esse proposte incontravano -una opposizione,
odi anche un rifiuto nella Signoria o Collegi, ed in tali casi la risolu-
zione relativa doveva o uniformarsi ai suggerimenti espressi (132)
oppure, in caso di rifiuto, essere del tutto abbandonata (133).
Se è vero, poi, che i diplomatici fiorentini svolgevano il loro car-
teggio in gran parte, ma non esclusivamente, con T'ufficio dei Dieci,
ciò noin significava affatto che i Signori avessero abdicato ad ogni
loro potere nel disbrigo della politica estera comunale ed i Dieci ne
siano stati gli arbitri assoluti. Degli stessi dispacci diplomatici spediti
a questi ultimi, spesso una copia era pure inviata alla Signoria, op-
pure, quando ciò non avveniva, erano i Dieci stessi che tenevano i
Signori informati delle notizie ricevute (134), o delle lettere spedi-
te (135) : qualora un oratore fiorentino si fosse mostrato negligente

que assai all'ufficio nostro vedendo tanto s'inframettevano nelle feccende


nostre ».
(130) Diario di Palla di Noferi degli Strozzi, tomo XI,
p. 154: «dissesi tutto, e la spesa e tutte le speranze, etc., farebbesi quant
berassimo perchè per noi non pigliamo il carico ».
(131) Idem., p. 298: «praticossi se era da fare o no, pareva doversi far
bisognava licenza dei Signori e Collegi ».
(132) Idem, p. 39 : « dissesi a Signori come s'era ordinato la lega e mo
i capitoli che s'erano ordinati: e chiesersi que' quattro Collegi che s'eran tr
a pratica. Veduto fuvi alcuna differenza e tra Collegi non vi fu unità di
Il perchè consigliarono si riavesse la pratica e sentissero e vedessero tut
condo consigliassono si facesse ».
(133) Idem, p. 147: «parlossi a Signori e a Signori e Collegi in favore
conte Ricciardo da Bagno... Non si vinse. Ritornamo il dì parlarne di nuovo
parve a Signori, per traverse erano tra Collegi, che nulla s'era vinto pe
il dì. Manderebbero per noi se la cosa s'adrizzasse. Ñon mandarono.... ».
(134) Signori, Legazioni e Commissarie 3, cc. 53v. Lettera dei Signo
Filippo Magalotti ed a Maso degli Albizi del 23 gennaio 1403 : « ieri sera
le vostre lettere facte a dì 20 e 21 di questo mese, le quali scriveste a nost
della Balia ». Cf r. pure Diario di Palla di Noferi degli Strozzi,
cit., tomo XIII, p. 154 e le Commissioni di Rinaldo degli Albizi,
cit., II, p. 454.
(135) Le Commissioni di Rinaldo degli Albizi, cit.,' II, p. 490.
Lettera dei Signori a Rinaldo degli Albizi, Agnolo Pandolfini e Nello Martini
ambasciatori fiorentini a Roma del 25 novembre 1425 : « habbiamo ricevuto vostre
lettere e inteso quanto ci scrivete, e veduto come i Dieci v'hanno dipoi scritte più
lettere, le quali tutte furono di nostra conscentia ».

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nello scrivere, la reprensione che ne seguiva era fatta anche a nome


dei Signori, che, per forza di cose, non potevano ignorare la stia
negligenza (136).
Quando poi in Palazzo Vecchio s'insediava la nuova Signoria, i
Dieci dovevano recarsi alla presenza dei nuovi Priori per informarli
minutamente di tutti gli affari svolti, o da svolgere (137): a loro
volta i Signori, ogni volta che si aveva un cambiamento di persone
nell'ufficio dei Dieci, comandavano agli ambasciatori fiorentini di ese-
guire puntualmente ciò che fosse stato loro imposto dai nuovi elet-
ti (138).
Abbiamo così visto come l'ufficio dei Dieci fosse in continuo con-
tatto con la Signoria e Collegi, informandoli continuamente degli af-
fari in corso e prendendo da quelli le direttive per quelli da conclu-
dere. Né ciò deve meravigliare: sorgendo i Dieci con poteri alquanto
limitati, dovettero convalidare i più dei loro atti con l'appoggio e l'au-
torità dei Signori e Collegi, che erano, e tali rimasero per gran tempo,
l'organo supremo del governo fiorentino. Ci sembra quindi azzardato
il dire avere avuto i Dieci, almeno nel periodo nel quale furono or-
gano straordinario della Repubblica, una autorità illimitata e dispotica
nella condotta della guerra e più ancora n&la direzione della politica
estera del comune: Signoria e Dieci furono due organi in stretta col-
laborazione fra loro e dei quali uno, cioè i Dieci, come organo tecnico,
oltre il prendere per propria autorità le deliberazioni di minor conto,
consigliava e proponeva i provvedimenti ritenuti opportuni per la sa-
lute della Repubblica, mentre l'altro, cioè la Signoria, dava a tali prov-
vedimenti, con il peso del proprio consenso, la sanzione necessaria per
la loro pratica attuazione. Se altrimenti fosse stato sarebbero del tutto
ingiustificate ed incomprensibili quelle frasi contenute nel diario di
Palla di Noferi degli Strozzi, come, ad esempio « praticossi coi Signori,
intesi i Signori, ci comandarono i Signori, consentirono i Signori e
così si fé », oppure « pareva doversi fare, ma bisognava licenza dei
Signori e Collegi » ed il cui senso è molto chiaro e tale da non essere
interpretato che nell'unico significato possibile.

8. - Ma la Signoria, le commissioni speciali, o gli organi straor-


dinari cui fu commessa la esecuzione della politica estera della Repub-
blica, quali furono i Dieci di Balia, erano gli organi che fissavano le

(136) Dieci di Balia, Legazioni e Commissar ie, 3, cc. 18. Lettera dei Dieci
a Marcello Strozzi e ad Angelo Spini, ambasciatori fiorentini a Roma, del 14
maggio 1403 «e' nostri magnifici Signori e loro Collegi tutto dì domandano se
da voi abbiamo lettere e noi diciamo di no. E seguevene grande carico ».
(137) Diario di Palla di Noferi degli Strozzi, cit., to-
mo XI, p. 302 : « a dì primo di novembre 1423 mandarono e' Sign
vollono sentire perché erano nuovi nella Signoria e' fatti del nostro u
(138) Le Commissioni di Rinaldo degli Albizi, cit., II, p. 253.
Lettera dei Priori a Rinaldo degli Albizi, ambasciatore a Roma : « vogliamo e co-

19.

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direttive generali della politica fiorentina, oppure, più propriamente,


la loro azione era in certo senso vincolata a quelle altrove tracciate e
sulle quali essi conformavano, in genere, la loro azione ?
È noto come, « anche per i periodi precedenti a quello del quale
ci occupiamo, la politica estera veniva guidata dai ceti dell'oligarchia
dominante, che rappresentava la tradizione governativa ed erano i mag-
giormente idonei a realizzare i suoi compiti in mezzo alle difficoltà del-
l'intricata situazione politica» (139). La costituzione fiorentina, an-
che se apparentemente può sembrare il contrario, eibbe in sostanza un
carattere eminentemente oligarchico ed il potere fu sempre concen-
trato in gruppi ristretti di persone, mentre la maggioranza venne di
fatto esclusa dal governo (140). Tale situazione, eccettuata la breve
parentesi dei Ciompi -ed il periodo di dominazione delle arti minori,
fu comune a tutto il secolo XIV e parte del XV, fino al momento in
cui cominciò a sentirsi nella città la supremazia politica dei Medici,
che di fatto, se non di diritto, disposero dello stato a loro piacimento.
Furono sempre i rappresentanti del ceto borghese superiore, de-
stinati ad attuare .gli scopi politici di questa classe, che per mezzo di
una costituzione malleabile e flessibile ai propri interessi riuscirono
ad avere la supremazia negli uffici più importanti della Repubblica, ora
con distribuzioni a se favorevoli dei posti, talvolta con elezioni addo-
mesticate, e spesso con balie straordinarie. Furono poi gli individui
appartenenti allo stesso ceto a predominare nelle pratiche cittadine con
l'appellativo di « sapienti, saggi, probi uomini » od equivalenti, quando
furono riunite per affari importanti la politica, la finanza, o riforme
di qualche importanza (141).
Fu la pratica, come sappiamo, il collegio che, riunendo nel suo
seno i vari organi del comune ed i cittadini più qualificati per espe-
rienza e dottrina a trattare delle cose inerenti alla vita della Repub-
blica, suppliva, in qualche modo, al particolarismo della costituzione
comunale: confluendo in essa la volontà del popolo, per cui mezzo
esso popolo era immesso ed era presente nello stato, e quella dei mag-
giori organi aventi una funzione di governo, i suoi pareri acquistavano
tale importanza per il magistrato promotore della medesima, che dif-

mandianvi che quanto pe' Dieci della Balia nuovamente eletti vi sarà imposto o
commesso, voi esponiate e facciate ».
(139) N. Ottokar, Il comune di Firenze alla fine del dugento, Firenze,
1926, p. 178.
(140) F. Ercole, Dal comune , cit., p. 37. Su tale argomento cfr. pure
R. Palmarocchi, Lorenzo il M.t cit., p. 53.
(141) Uno sguardo ai volumi delle « Consulte e Pratiche » dell'archivio fio-
rentino convincerà pienamente su quanto sopra è stato affermato : sono quasi sem-
pre gli stessi nomi che si ripetono in lunghi intervalli di tempo e questi nomi cor-
rispondono in prevalenza ad individui del ceto dominante ed aventi un gran peso
nella vita del Comune, sia per la grande esperienza acquistata nel disbrigo degli
affari politici e sia per l'influenza determinata dalla loro potenza economica.

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ficilmente quest'ultimo, nella deliberazione adottata, si allontanava dal


consiglio ricevuto. Se è vero quindi che i pareri richiesti alla pratica
non erano, come oggi diremmo, vincolanti ed il deliberare ne era del
tutto indipendente, è però innegabile che essi pareri, emanazione delle
forze più vive dello stato e della città ed aventi quindi una larga base
politica, non potevano essere considerati solo come tali dal magistrato
consultore e quindi quest'ultimo, nella prassi politica, uniformava la
propria azione al parere espresso dalla maggioranza dei partecipanti
alla medesima. Era la pratica, in conclusione, il collegio nel quale si
fondevano armoniosamente governanti e governati e 'la risultante
non era altro che la somma delle volontà di tutte quelle forze, da cui
traeva vita e vigore lo stato comunale: la sua efficienza o meno sarà
il sintomo più caratteristico della vitalità o del declino della Repubblica
« perchè in essa si assommava il valore effettivo della costituzione del
Comune » (142). È in queste pratiche quindi che va ricercata, a nostro
giudizio, l'origine della politica estera fiorentina, nè deve sembrare
mera coincidenza il fatto di trovare sulla bocca di qualche richiesto
fiorentino l'indirizzo politico poi adottato dal Comune, le tracce di una
commissione per un ambasciatore, o di una lettera da inviarsi a qualche
diplomatico fiorentino (143).
, La serie dei volumi delle Consulte e Pratiche dell'archivio fio-
rentino, numerosa fino al periodo dell'affermazione medicea, dimostra
la verità del nostro assunto ed' in esse troviamo sempre preannunziata
quella che sarà l'azione del governo, mi si passi la parola, il quale,
ripetiamolo, attua normalmente ciò che è stato consigliato dalla mag-
gioranza dei partecipanti alle medesime. Cercheremo ora di documen-
tare la nostra affermazione e la difficoltà maggiore consisterà solo nella
scelta dei documenti, oltremodo numerosi per tale dimostrazione.
Nella consulta e pratica tenuta dai Signori il 6 settembre 1379,
si chiedeva consiglio sulla opportunità di concludere una lega con 1
perugini ed i bolognesi : concordi erano i pareri e quasi all'unanimità
si voleva «q-uod fiat liga cum bononiensibus et perusinis » (144). Il

(142) Per quanto sopra è stato detto cfr. A. Anzilotti, La crisi , cit.,
p. 84 e ss.
(143) Da uno studioso (D . Marzi, La cancelleria , cit., p. 222) è stato
definito il « dettatore o cancelliere » capo della politica estera fiorentina ». Ci sem-
bra che tale asserzione non trovi conferma nei fatti, nè sappiamo da quali docu-
menti essa possa dedursi. Si può ben ammettere che alcuni concellieri fiorentini,
un Coluccio Salutati, od un Leonardo Bruni, solo per citarne due fra i più noti,
per la continuità dell'ufficio esercitato, per la loro grande personalità e grande cul-
tura umanistica, in un tempo nel quale anche lo stato, per dirla con il Burkardt,
era concepito come opera d'arte, abbiano esercitato una influenza sugli affari poli-
tici del comune. Ma tale influenza era esclusivamente personale e non un attributo
della carica perchè il dettatore o cancelliere non fu mai un organo con competenze
politiche, ma solo amministrative.
(144) Consulte e Pratiche 18, cc. 4v-6v.

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9 settembre la cosa venne ancora discussa in seno ad una commissione


formata dai Signori e Collegi, Capitani di Parte Guelfa, Dieci della
Libertà, Nove della Mercanzia e due rappresentanti di ognuna delle
23 arti, e le votazioni delle discussioni dettero per risultato « quod
liga predicta fiat » (145) e cosi, a dì 11, la lega suddetta era conclusa
per opera di Andrea de Medici e Ventura Brunetti, « sindaci » del
comune di Firenze (146). Nell'altra consulta e pratica del 26 marzo
1381 e relativa alla elezione del Capitano della guerra, la maggioranza
dei consiglieri esprimeva parere favorevole per la concessione di tale
carica al noto condottiero mercenario Acuto (147), che risultò poi ef-
fettivamente eletto lo stesso giorno (148).
Ancora nella pratica del 28 dicembre 1381 si era parlato lunga-
mente della convenienza di inviare agli ambasciatori fiorentini in Na-
poli il mandato per concludere una lega con quel re, ed i più erano fa-
vorevoli a tale iniziativa (149) : due giorni dopo, cioè il 30, vediamo
dare alla proposta pratica attuazione ed i Signori sono incaricati della
spedizione del mandato suddetto agli ambasciatori, per autorizzarli a
stipulare Tatto di cui sopra (150).
Nel 1393 papa Gregorio inviò come legato a Firenze Nicola di
Cannamorta, allo scopo di indurre i Fiorentini ad inviare loro oratori
a Perugia per sedare le discordie di quella città e riportare la pace
fra quei cittadini. L'inviato pontificio espose la propria missione « ai
Priori e poi a molti cittadini richiesti... e fu consigliato per li richiesti
e poi deliberato per li Priori di mandare due ambasciatori a Pe-
rugia » (151).
Anche nelle questioni finanziarie del Comune, e particolarmente
in quelle pertinenti ad imposizioni, la Signoria chiedeva premurosamente
consiglio agli esperti e saggi cittadini, i quali, giova ripeterlo, non po-
tevano non appartenere che al ceto della classe del potere, ed i cui
consigli erano generalmente seguiti. È molto eloquente a tale proposito
ťarenga della deliberazione dei Signori e Collegi del 13 agosto 1397,
relativa al reperimento di danari per sostenere le grandi spese deri-
vanti da'llo stato di guerra con il Conte di Virtù : « audita », dice il do-
cumento, « et attenta pratica super hiis et super diversis parti-bus retenta
tam per aliquem ex ipsis dominis Prioribus, tam per aliquos de utroque
collegio et alios cives in hiis práticos et expertos, et audita relatione

(145) Signori e Collegi, Deliberazioni 3, cc. 29.


(146) Ammirato, Istorie fiorentine, cit., II, p. 741.
(147) Consulte e Pratiche '18, cc. 92. *
(148) Signori e Collegi, Deliberazioni 3, cc. 38. Cfr.
Istorie fiorentine, cit., II, p. 750.
(149) Consulte e Pratiche 3, cc. 105.
(150) Signori e Collegi, Deliberazioni 3, cc. 56. Cfr.
Istorie fiorentine, cit., II, p. 755.
(151) Cronica volgare di Anonimo fiorentino, già attribuita a
Piero di Giovanni Minerbetti, cit., p. 170.

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dicte pratice et conclusione in dicta pratica facta et volentes illam con-


clusionem in omnibus suis partibus sequi », i Priori deliberano di im-
porre un accatto agli abitanti della città (152).
Nelle Commissioni di Rinaldo degli Albizi troviamo una lettera
della Signoria del 13 agosto 1399, indirizzata a Rinaldo medesimo ed
a Lorenzo Raffacani, inviati della repubblica incontro a Giovanni Or-
sini, ambasciatore di Ladislao re di Napoli: in essa si oppone un ri-
fiuto alla proposta contenuta in una precedente dei due oratori del co-
mune e nella quale, stante l'urgenza dell'inviato napoletano di esporre
la propria commissione, Si suggeriva alla Signoria di ricevere l'amba-
sciatore di notte, mentre l'ingresso ufficiale sarebbe stato compiuto
il giorno dopo. « Tale cosa », rispondono i Signori, « sarebbe piuttosto
perdere tempo che guadagnarlo, peroché non è nostra consuetudine fare
risposta agli ambasciatori la quale sia d'alcuna importanza, se prima non
abbiamo sopra di ciò consiglio co' nostri Collegi e cogli Otto della Guar-
dia, e forse bisognerebbe fare consiglio di richiesti» (153).
La cosa appare ancora più evidente compulsando il diario di Palla
di Noferi degli Strozzi, stato, come sappiamo, lungamente dell'ufficio
dei Dieci nella prima metà del secolo XIV : da esso vediamo come il
potere esecutivo non adotti provvedimenti di una certa gravità, e tali
sono i più per la politica estera, se prima non sia stata riunita una con-
sulta e pratica per la discussione sulle direttive necessarie per la con-
dotta da seguire ed i provvedimenti da prendere. È, in conclusione, dalla
collaborazione continua e proficua dei vari organi con funzione di go-
verno nel comune e la cittadinanza rappresentata nelle pratiche, che
nascono i grandi^avvenimenti della Repubblica (154).
Non vogliamo continuare oltre nelle citazioni, perchè riteniamo
quelle fatte sufficienti alla dimostrazione del nostro pensiero: osserve-
remo solo, per chi volesse ancora approfondire tale argomento, che
nei tre volumi delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi e nel diario
di Palla di Noferi degli Strozzi, tante volte da noi citati, si trovano
esempi innumerevoli su tale materia e ad essi non facciamo che ri-
mandare (155).
Quando i Medici riescono a predominare ed al Comune, compiuto
tutto il ciclo della sua evoluzione, succede lo stato, le riunioni delle Con-

(152) Signori e Collegi, Deliberazioni 7, cc. 96è Sulle derivazioni delle de-
liberazioni degli organi di governo dalle Consulte e Pratiche confronta, ad
esempio, Consulte e Pratiche 32, cc. 142, 156, 178 e Signori e Collegi, Deliberà-
zioni, cc. 103, 118v, 130; Consulte e Pratiche 30, cc. 30v, 33, 49, 52, 53, 53v,
59v, 66 e Signori, Lettere Missive, 23, cc. 112v, 117v. 136, 138v, 139, 142v, 147v.
(153) Le Commissioni di Rinaldo degli Albizi, cit., I, n. 5,
P. 7.
(154) Su tale argomento cfr. il Diario di Palla di Noferi degli
Strozzi, cit., tomo XI, pp. 43, 46, 148, 295, 302, 304, etc.
(155) Le Commissioni di Rinaldo degli Albizi, I, pp. 353, 379,
400, 412; II, 6, 48, 144, 145, 327; III, 510, 515,' 565, etc.

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sulte e Pratiche tendono a scomparire e le convocazioni si fanno rare


e saltuarie : ormai non più qui debbonsi ricercare i germi della politica
fiorentina, ma in Via Larga, in quello stupendo palazzo che un Medici
aveva da poco innalzato, quale monumento perenne della grandezza di
quella famiglia. La costituzione fiorentina languisce e non risponde più
alle mutate condizioni della Repubblica: essa era nata da particolari
necessità quando il Comune era governo di classe, e proprio dalla di-
namica di quelle lotte interne trovava la sua ragione d'essere. Venute
meno quelle classi lo stato cadde in potere di gruppi particolari e la
politica fu fatta in favore di questi gruppi, mossi quasi esclusivamente
da interessi personali e privati (156).
Il volume 60 delle Consulte e Pratiche abbraccia nei suoi docu-
menti poco più di un decennio di vita fiorentina, essendo compreso nel
periodo 1467-1480 : un esame di detto volume ci porta a vedere come
ormai il consigliare ed il dirigere, specialmente nella politica estera,
non competa più ad una cerchia più o meno larga di cittadini, sia pure
espressione della classe dominante, ma solo ai pochi * aderenti ad un
partito e succubi alla volontà di un solo. Sono relativamente pochi quei
nomi, che si ripetono con monotonia quasi esasperante, e questi pochi
già sappiamo in quali rapporti fossero con i Medici (157).
Le grandi pratiche, nelle quali si discuteva sulle risoluzioni da
prendere ed i cui consigli ci sono stati tramandati in poche e laconiche
parole, sono ormai un ricordo del passato : i pareri che ora si richiedono
si riferiscono per lo più a fatti di ordinaria amministrazione o di poli-
tica interna, mentre raramente vi si discute su questioni attinenti alla
politica estera (158).
La supremazia nello stato acquistata da Lorenzo il Magnifico per la
sua famiglia ha ora un riconoscimento formale anche dai vari potentati
italiani, che a lui s'indirizzano quale vero ed unico rappresentante della
Repubblica fiorentina : le lettere conservate nell'archivio Mediceo Avanti
il Principato stanno a dimostrare la verità di tale asserzione e di esse
dovrà fare ricerca quello studioso, cui interesseranno le questioni po-
litiche per quel periodo (159). Nello stesso fondo archivistico sono poi

(156) Su tale argomento cfr. F. Ercole, Dal comune , cit., p. 368.


(157) Cfr. A. Anzillotti, La crisi, cit., e Ricchioni, La costi-
tuzione, cit.,
(158) Consulte e Pratiche 60: nel decennio 1470 gennaio 3-1480 gennaio 24
vi furono soltanto circa 98 riunioni per consulte o pratiche ed in genere l'argo-
mento trattato si riferisce a questioni interne, come ad esempio, sul modo di pro-
curare denari per lo stato, riscossioni di tributi, importazioni di grani, etc. Il
periodo 1480-1490 non ha registri di Consulte e Pratiche, mentre gli ultimi 14
volumi delle medesime si riferiscono esclusivamente ai due periodi 1494-1512 e
1529-1530.
(159) Gran parte del carteggio degli ambasciatori fiorentini della seconda
metà del secolo XV trovasi infatti conservato in questo fondo archivistico: essi
inviati, che Lorenzo voleva « savi e fedeli alla sua causa » ( Carteggio G h e r i ,

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conservati tre volumi costituenti i protocolli delle lettere partite dalla


Cancelleria di Lorenzo (160) : un esame di essi conferma il nostro as-
sunto, mentre dagli indirizzi apprendiamo, ancora una volta, come esse
¡lettere fossero in prevalenza dirette a pubbliche personalità del mondo
politico italiano ed oltremontano, o ad ufficiali del dominio fiorentino,
ed il piccolo regesto segnato talvolta a fianco di esse ci sta ad indicare
che l'oggetto della missiva non era, certo, per scopi personali.
G i u s e pp e Pa m pal oni

vol. II, cc. 171 v) inviavano di preferenza i loro rapporti a Lorenzo o suoi segre-
tari e quindi le serie dei documenti degli uffici comunali, tradizionalmente incari-
cati della esecuzione della politica estera, perdono gran parte della loro im-
portanza e diminuiscono sensibilmente anche come quantità numerica di carte.
Significativo è poi il fatto che risulta dall'esame del volume 11 della serie delle
Legazioni e Commissarie della Signoria, Dieci di Balia e Otto di Pratica, compreso
nel periodo 1482-1492: trattasi di un registro di minute di lettere inviate da vari
ambasciatori fiorentini all'ufficio degli Otto di Pratica e ognuna di tali lettere è
accompagnata dalla corrispondente minuta inviata al Magnifico : si tiene infor-
mato delle varie questioni l'ufficio competente del comune e contemporaneamente
di tutto si avverte il signore di Via Larga.
(160) M.A.P., LII-LIV.

APPENDICE

Lettera della Signoria a Roberto d' Angiò, duca di C


prega quel principe di inserire nelle Commissioni per
a Firenze l'ordine di esporre Voggetto del mandato ai
giustizia.
(Signori, Missive, I Cancelleria, 1, cc. 6v-7).

Illustri principi domino Roberto serenissimi domini Karoli secundi, Dei


gratia Iehrusalem et Sicilie regis primogenito, duci Calabrie ac eius in regno
Sicilie vicario generali. Devoti eius Priores artium et Vexillifer iustitie civitatis
Florentie cum recommendatione se ipsos ad mandata et beneplacita preparatos
excellence vestre litter as per nobiles et sapientes viros dominum Niccolaum Ca-
racçulum de Capua, senescallum, et dominum Renaldum de Aquila, consiliarios et
familiares vestros, noviter nobis exhibitas ipsosque familiares et ambaxiatores
vestros suscepimus devotione ac honore quo decuit, et earumdem litterarum
tenorem intelleximus diligenter, quibus sic providimus respondendum quod lauda-
bilis extitit consuetudo et observantia in civitate Florentie, diututius etiam robo-
rata lege nostra municipali, iuramento firmata, ut nobis queque in Consilio di-
cenda sunt per quoscumque legatos sive oratores primo referantur secreto: quod
cum ab ipsis ambaxiatoribus vestris petivimus secundum consuetudinem ipsam,
auditis dictis vestris litteris, que ut ipsis fidem daremus specialiter continebant,

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responderunt se a vobis expresse in mandatis habere quod eis per vos inposita
in generali et magnifico nostro Consilio solummodo reci tarent. Nos autem scientes
quod in civitate Florentie sunt varie voluntates, sicut vestram celsitudinem cre-
dimus non latere, ac etiam in ipso Consilio sunt homines cuiuscumque condictionis,
etiam vilissimi et improvvidi et vulgares, qui nec recte sapiunt, nec verum discer-
nunt, et dubitantes ne propterea ea que vestre intentionis existunt quam experti
sumus et seimus semper fuisse actenus et nunc fore perfectam in nostris nego-
tiis et comunis et populi Florentie retardationem vel impedimenta reeiperent, vel
non procederetur caute ac directo ordine in agendis super hiis, cum ipsis ambaxia-
toribus vestris contulimus et eos de statu et condictione nostra et civitatis Floren-
tie reddidimus informâtes. Quare celsitudini vestre suppliciter et affectuosissime
supplicamus quatenus, consideratis predictis, que a firma in iam nacta in vobis
fidentia derivantur dignetur et placeat predictis oratoribus dare specialiter in man-
datis quod quecumque secundum vestram intentionem et commissionem eis factam
recitate debent, primo et principaliter nobis Prioribus et Vexillifero iustitie réfé-
rant et exponant, et subsequenter in consiliis illis et ubi et quando nobis et sapien-
tibus Florentie videbitur melius et utilius convenire, ut prudenter, diligenter et
caute cum sapientoribus in agendis providere possimus et intentionem vestram per-
ducere ad e ff ec tum ad vestram exaltationem et gloriam, et statum prosperum
devotorum vestrorum et comunis et populi Florentie paratorum semper in hiis
et aliis vestre acquiescere voluntati.
Data Florentie die secundi mensis octubris, VII indictione.

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