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DIRITTO DEI CONSUMI - 4 - EDUCAZIONE, INFORMAZIONE E PRATICHE

COMMERCIALI

Questa rappresenta sicuramente una parte importante del Diritto dei Consumi, infatti uno
degli scopi di quest’ultimo è proprio quello di educare il consumatore e fornirgli
informazioni; ciò perché una corretta informazione ed educazione consente di ridurre tutte
le asimmetrie informative che conducono alla stipula di contratti inefficienti.
Per introdurre il tema, la prima norma programmatica che dobbiamo andare ad analizzare
è quella contenuta nell’art. 2 del Codice del Consumo, la quale individua dei veri e propri
filoni; questa afferma che “Sono riconosciuti e garantiti i diritti e gli interessi individuali e
collettivi dei consumatori e degli utenti, ne è promossa la tutela in sede nazionale e locale,
anche in forma collettiva e associativa, sono favorite le iniziative rivolte a perseguire tali
finalità, anche attraverso la disciplina dei rapporti tra le associazioni dei consumatori e
degli utenti e le pubbliche amministrazioni. Ai consumatori ed agli utenti sono
riconosciuti come fondamentali i diritti:
a) alla tutela della salute;
b) alla sicurezza e alla qualità dei prodotti e dei servizi;
c) ad una adeguata informazione e ad una corretta pubblicità;
c-bis) all’esercizio delle pratiche commerciali secondo principi di buona fede,
correttezza e lealtà;
d) all’educazione al consumo;
e) alla correttezza, alla trasparenza ed all’equità nei rapporti contrattuali;
f) alla promozione e allo sviluppo dell’associazionismo libero, volontario e
democratico tra i consumatori e gli utenti;
g) all’erogazione di servizi pubblici secondo standard di qualità e di efficienza.”
Secondo quanto espresso, sembrerebbe che la tutela del consumatore si concretizzi nel
fornire una tutela preventiva al contratto; il consumatore deve avere a disposizione tutti gli
strumenti che gli consentano di fare una scelta consapevole. L’intento della normativa
quindi è quello di livellare ogni asimmetria informativa del mercato.
Successivamente all’art. 4 del Codice del Consumo troviamo un’altra norma prettamente
programmatica, che afferma che “L’educazione dei consumatori e degli utenti è orientata
a favorire la consapevolezza dei loro diritti e interessi, lo sviluppo dei rapporti
associativi, la partecipazione ai procedimenti amministrativi, nonché la rappresentanza
negli organismi esponenziali. Le attività destinate all’educazione dei consumatori, svolte
da soggetti pubblici o privati, non hanno finalità promozionale, sono dirette ad
esplicitare le caratteristiche di beni e servizi e a rendere chiaramente percepibili benefici
e costi conseguenti alla loro scelta; prendono, inoltre, in particolare considerazione le
categorie di consumatori maggiormente vulnerabili”. Come possiamo notare non si tratta
di norme che impongono dei comportamenti, sono norme volte semplicemente ad educare
i consumatori di modo che siano consapevoli dei propri diritti ed interessi.

Educazione ed informazione
Parlando di educazione ed informazione del consumatore abbiamo già visto l'importanza
delle informazioni nell'ambito della conclusione del contratto, esiste infatti la così detta
responsabilità precontrattuale che nasce quando c'è una violazione degli obblighi
informativi; ad esempio se durante le trattative una parte è a conoscenza della presenza di
una causa di invalidità ma induce l'altra parte a concludere comunque quel contratto,
questo è un comportamento contrario a buona fede e quindi causa di annullamento del
contratto stesso. I contratti dei consumatori però sono caratterizzati da una totale assenza
di trattative, infatti la scelta del prodotto di sostituisce all'accordo; il momento che nel
Codice Civile chiamiamo contrattazione non esiste più, è sostituito da un rapporto fisico
tra merce e acquirente. Capiamo perche gli interventi normativi in materia consumeristica
si soffermano sulle clausole vessatorie, prescindendo dall'esistenza o meno di una fase di
trattative, cioè sul contenuto del contratto e non su ciò che succede prima, a eccezione di
alcune informazioni obbligatorie che devono essere fornite all'acquirente prima della
conclusione del contratto (informazioni obbligatorie che sono previste dal legislatore per
tutelare il consumatore, soggetto debole, in quanto lo squilibrio derivante dall’asimmetria
informativa è alla base dei contratti business to consumer).
Riassumendo quindi gli obblighi informativi imposti al professionista nel Diritto dei
Consumi consistono nel contenuto del contratto, traslato in un momento precedente;
quindi il ruolo delle informazioni cambia rispetto a quello espresso nel Codice Civile: nel
Codice Civile le informazioni nella fase precontrattuale mirano a una conclusione del
contratto che sia consapevole ed efficiente; nel Diritto dei Consumi invece poiché non vi è
contrattazione il legislatore si dedica direttamente al contenuto del contratto, ciò che c'é
prima del contratto (ovvero ciò che chiamavamo trattative nel Codice Civile e che non
esiste nel mondo dei consumatori) è un meccanismo nuovo che spesso si concretizza nel
consegnare opuscoli informativi che contengono informazioni già contenute nel contratto.
Nel momento in cui l'operatore o professionista che sia informa il consumatore, questo
può avvenire in diversi modi: pubblicizzando il prodotto o informando il consumatore. Se
nella realtà questi due concetti tendono a confondersi, nelle norme dobbiamo distinguerli.
La normativa sulla pubblicità ha come obiettivo tutelare il consumatore dall'eventuale
inganno dell’operatore o del professionista; la normativa sull’informazione invece mira a
dare al consumatore gli strumenti necessari per effettuare una scelta razionale e
consapevole. Il passaggio è molto sottile; quando parliamo di informazione e quando di
pubblicità? Per capirlo andiamo ad analizzare le norme in materia.
L’art. 5 del Codice del Consumo afferma che “Fatto salvo quanto disposto dall’articolo 3,
comma 1, lettera a), ai fini del presente titolo, si intende per consumatore o utente anche
la persona fisica alla quale sono dirette le informazioni commerciali. Sicurezza,
composizione e qualità dei prodotti e dei servizi costituiscono contenuto essenziale degli
obblighi informativi. Le informazioni al consumatore, da chiunque provengano, devono
essere adeguate alla tecnica di comunicazione impiegata ed espresse in modo chiaro e
comprensibile, tenuto anche conto delle modalità di conclusione del contratto o delle
caratteristiche del settore, tali da assicurare la consapevolezza del consumatore”. La
prima cosa che possiamo notare è un ampliamento della nozione di consumatore; ci si
rivolge infatti anche alla persona fisica, ciò perché nel campo pubblicitario e nel campo
dell’informazione lo status di consumatore non può derivare da un atto di consumo.
Mentre nella compravendita è più semplice nell'informazione il consumatore non compra
il bene, è semplicemente il destinatario potenziale di un messaggio informativo. Inoltre,
secondo quanto affermato al secondo comma, si forma la convinzione che il bene
acquistato non debba recare pregiudizio al consumatore; il consumatore deve conoscere
come utilizzare il bene per non recarsi danno, deve conoscere di cosa è fatto ecc. Questo
concetto viene ripreso dall’art. 41 del Costituzione secondo cui l’iniziativa economica é
libera ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o arrecando danno alla
sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana; quindi la sicurezza del consumatore è la
sicurezza della persona, confermando la tesi di Perlingeri il quale affermava che la tutela
del consumatore equivale alla tutela della persona. In applicazione di questi principi
relativi alla sicurezza della persona abbiamo alcuni indicatori, come ad esempio il “Libro
bianco” sulla sicurezza alimentare costituito da principi come quello della rintracciabilità
(secondo cui deve essere noto il percorso degli ingredienti lungo la filiera) e della
trasparenza (secondo cui deve essere data trasparente informazione sui procedimenti posti
in essere dal produttore).
L’art. 6 del Codice del Consumo sancisce il contenuto minimo che le informazioni devono
garantire, questo afferma che “I prodotti o le confezioni dei prodotti destinati al
consumatore, commercializzati sul territorio nazionale, riportano, chiaramente visibili e
leggibili, almeno le indicazioni relative:
a) alla denominazione legale o merceologica del prodotto;
b) al nome o ragione sociale o marchio e alla sede legale del produttore o di un
importatore stabilito nell’Unione Europea;
c) al Paese di origine se situato fuori dell’Unione europea;
d) all’eventuale presenza di materiali o sostanze che possono arrecare danno
all’uomo, alle cose o all’ambiente;
e) ai materiali impiegati ed ai metodi di lavorazione ove questi siano determinanti
per la qualità o le caratteristiche merceologiche del prodotto;
f) alle istruzioni, alle eventuali precauzioni e alla destinazione d’uso, ove utili ai fini
di fruizione e sicurezza del prodotto”.
I prodotti, o le confezioni dei prodotti, riportano chiaramente visibili e leggibili almeno le
indicazioni relative a quanto riportato dall’art. 6. Alla lettera c) nasce il problema del bene
realizzato all'estero e poi confezionato in Italia; a rendere chiara la questione c’è un
regolamento del 1992 della CEE che afferma che per paese di origine intendiamo il paese
in cui il prodotto è ottenuto, se realizzato in più paesi per paese di origine si intende quello
in cui avviene l'ultima trasformazione o lavorazione del bene, come nel caso del
confezionamento. Alla lettera d) vengono citate le sostanze e/o i materiali che possono
arrecare danno all’uomo, ma non vengono espressamente determinate; a questo ci pensò la
classificazione è stata fatta dalla Legge n. 256 del 1997, successivamente abrogata.
L’art. 7 del Codice del Consumo invece dispone su come devono essere date queste
informazioni, questo afferma che “Le indicazioni di cui all’articolo 6 devono figurare sulle
confezioni o sulle etichette dei prodotti nel momento in cui sono posti in vendita al
consumatore. Le indicazioni di cui al comma 1, lettera f), dell’articolo 6 possono essere
riportate, anziché sulle confezioni o sulle etichette dei prodotti, su altra documentazione
illustrativa che viene fornita in accompagnamento dei prodotti stessi”. Possiamo notare
come l’obbligo informativo nasca solo quando la merce viene messa in vendita e non
precedentemente, tutto ciò proprio per non ostacolare la libera circolazione dei beni
nell'Unione Europea; questa norma rappresenta quindi un compromesso tra la tutela del
consumatore e la tutela del mercato e della libra circolazione delle merci. Inoltre il Codice
del Consumo prevede una responsabilità a catena - venditore, distributore, produttore - di
modo che il consumatore sia maggiormente tutelato, in quanto in caso di inadempimento
può fare causa a tre persone; il venditore successivamente si potrà rivalere sul distributore
e/o sul produttore.
La normativa attualmente vigente riguardante la lingua in cui devono essere fornite le
informazioni al consumatore è contenuta all’art. 9 del Codice del consuma, questa afferma
che “Tutte le informazioni destinate ai consumatori e agli utenti devono essere rese
almeno in lingua italiana. Qualora le indicazioni di cui al presente titolo siano apposte in
più lingue, le medesime sono apposte anche in lingua italiana e con caratteri di visibilità
e leggibilità non inferiori a quelli usati per le altre lingue. Sono consentite indicazioni che
utilizzino espressioni non in lingua italiana divenute di uso comune”.
Per quanto concerne invece i divieti di commercializzazione, l’art. 11 del Codice dei
Consumi afferma che “È vietato il commercio sul territorio nazionale di qualsiasi
prodotto o confezione di prodotto che non riporti, in forme chiaramente visibili e
leggibili, le indicazioni di cui agli articoli 6, 7 e 9 del presente capo ”. Secondo quanto
disposto e secondo quello che è il parere della Corte di Cassazione la mancanza delle
informazioni prevede il divieto di commercializzazione, ma non incide sul contratto
concluso dal consumatore, non è causa di annullamento del contratto; quindi non è vero
che io impresa Italiana non posso vedere un prodotto non etichettato ad un’impresa
Francese, potrò farlo a patto che questo non sia messo in commercio. Gli obblighi
informativi quindi non incidono sulla formazione del contratto, ma sono divieti sanzionati
solo in via amministrativa; la violazione di tutti questi obblighi informativi si traduce in
sanzione amministrativa, sanzione disciplinata all'art. 12 del Codice del Consumo.
L’art. 12 del Codice del Consumo afferma che “Fatto salvo quanto previsto nella parte IV,
titolo II, e salvo che il fatto costituisca reato, per quanto attiene alle responsabilità del
produttore, ai contravventori al divieto di cui all’articolo 11 si applica una sanzione
amministrativa da 516 euro a 25.823 euro. La misura della sanzione è determinata, in
ogni singolo caso, facendo riferimento al prezzo di listino di ciascun prodotto ed al
numero delle unità poste in vendita”. Questa sicuramente è una sanzione blanda, infatti in
alcuni casi per il produttore potrebbe essere persino più conveniente non produrre
informazioni e pagare la sanzione prevista.

Le pratiche commerciali
Partiamo dalla definizione di pratica commerciale, contenuta all’art. 18 del Codice del
Consumo, che afferma che “Ai fini del presente titolo, si intende per […] d) pratiche
commerciali tra professionisti e consumatori qualsiasi azione, omissione, condotta o
dichiarazione, comunicazione commerciale ivi compresa la pubblicità e la
commercializzazione del prodotto, posta in essere da un professionista, in relazione alla
promozione, vendita o fornitura di un prodotto ai consumatori”; quindi possiamo dire
che la pratica commerciale costituisce il genere di tutta una serie di possibili rapporti tra
consumatore e professionista, di cui la pubblicità costituisce una specifica manifestazione.
Da questa definizioni nascono sicuramente due questioni che vanno chiarite:
1. La pratica commerciale può consistere anche in una singola condotta?
Prendiamo il caso in cui io professionista non comunichi al consumatore che ha
diritto di recedere, o ancora che mi rifiutassi di restituirgli il corrispettivo in denaro
una volta che lo stesso consumatore abbia effettuato il diritto di recesso, ma questo
viene fatto solo nei confronti di quello specifico consumatore: questa può essere
considerata comunque una pratica commerciale? Su questo quesito la
giurisprudenza utilizza in un primo momento il criterio della astratta e potenziale
ripetitività, criterio che dice che la singola condotta per essere considerata pratica
commerciale deve essere astrattamente ripetibile. Questo criterio venne
successivamente smentito in sede comunitaria dalla Corte di giustizia Europea,
infatti nel 2015 attraverso una sentenza la stessa Corte di giustizia Europea affermò
che questo criterio era completamente infondato. Abbiamo detto che pratica
commerciale è qualsiasi azione che altera il processo di formazione della volontà del
consumatore, e non viene specificato se questa condotta deve essere singola o
ripetuta per essere ritenuta tale; il criterio della astratta e potenziale ripetitività era
un criterio che difendeva maggiormente le aziende mentre l’obiettivo comunitario è
quello della maggiore tutela del consumatore, motivo per il quale questo criterio è
stato considerato privo di fondamento.

2. Come è possibile individuare le pratiche commerciali autonome?


Prendiamo il caso in cui io professionista decida di pubblicizzare due prodotti
insieme (come ad esempio gas e luce), queste dovranno essere considerate come due
pratiche autonome o come un’unica pratica commerciale? Per questo quesito la
giurisprudenza utilizza diversi criteri. Un primo criterio è quello della diversità dei
prodotti, ovvero i prodotti in questione dovranno essere ontologicamente diversi;
secondo questo criterio è irrilevante che l’offerta dei due prodotti sia fatta in
abbinamento, si tratterà comunque di due prodotti diversi e quindi dovranno essere
considerate due condotte diverse. Altro criterio ad esempio è quello temporale, il
quale fa riferimento a quando sono state realizzate le condotte; volendo fare un
esempio, sempre in materia di recesso, possiamo distinguere due fasi: una prima
fase che incide sul "se esercitare il diritto oppure no" ed una seconda fase che incide
sulla possibilità di scegliere direttamente un altro operatore purché venga
rimborsato il prezzo; essendo due condotte esercitate in due momenti diversi vanno
considerate come autonome.
Detto cos'è la pratica commerciale, a chi si applicano queste norme? Per rispondere a
questo interrogativo andiamo a leggere l’art. 19 del Codice del Consumo, in materia di
ambito di applicazione della normativa, che afferma che “Il presente titolo si applica alle
pratiche commerciali scorrette tra professionisti e consumatori poste in essere prima,
durante e dopo un’operazione commerciale relativa a un prodotto, nonché alle pratiche
commerciali scorrette tra professionisti e microimprese. […] In caso di contrasto, le
disposizioni contenute in direttive o in altre disposizioni comunitarie e nelle relative
norme nazionali di recepimento che disciplinano aspetti specifici delle pratiche
commerciali scorrette prevalgono sulle disposizioni del presente titolo e si applicano a
tali aspetti specifici”. Un importante riferimento che ritroviamo in questa norma è che il
legislatore si riferisce soltanto alle pratiche commerciali che riguardano operazioni
commerciali, restano fuori invece tutte le pratiche realizzate per scopi differenti;
successivamente ci viene detto che queste disposizioni hanno carattere residuale, se ci sono
norme comunitarie o nazionali successive inerenti le pratiche commerciali queste
prevarranno sulle norme del Codice del Consumo.
Le pratiche commerciali possono essere distinte in pratiche ingannevoli (disciplinate
dall’art. 21-23 del Codice del Consumo) e pratiche aggressive (disciplinate dall’art. 24-26
del Codice del Consumo). Tutti questi articoli formano una sorta di “black list”, ma queste
pratiche commerciali scorrette portano alla nullità/invalidità del contratto? Secondo
quanto espresso dall’art. 1418 del Codice Civile, in materia di nullità del contratto, “Il
contratto è nullo quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga
diversamente. Producono nullità del contratto uno dei requisiti fondamentali indicati
dall’art. 1325, l’illiceità della causa (1343), l’illiceità dei motivi nel caso indicato dall’art.
1345 e la mancanza nell’oggetto dei requisiti stabiliti dall’art. 1346”. Da quanto disposto si
evince che il contratto è nullo se contrario alle norme imperative, quindi se catalogassimo
queste norme come imperative (ovvero non derogabili) il contratto concluso in base ad una
pratica commerciale scorretta dovrebbe essere nullo; tuttavia tutto ciò è smentito dalla
teoria generale del contratto, che afferma che la nullità ex 1418 per contrarietà a norme
imperative esiste soltanto se la violazione di quelle norme imperative si riflette sul
contenuto sostanziale del contratto: il contratto è nullo quando è contrario a norme
imperative se la violazione di quelle norme imperative ha dei riflessi sul contenuto del
contratto. Quindi il contratto concluso nell'ambito di una pratica commerciale scorretta è
un contratto perfetto a tutti gli effetti, non possiamo dire che è nullo ex 1418. La
scorrettezza del comportamento non è interna al contratto, ma esterna; succede qualcosa
di molto simile al contratto viziato (vizi della volontà) dove la volontà di concludere il
contratto c'è, ma si è formata male: possiamo dire che più che di nullità potremmo parlare
di annullabilità, facendo un parallelo tra pratiche ingannevoli (dolo) e pratiche aggressive
(violenza).