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DIRITTO DEI CONSUMI - 3 - LE FONTI DEL DIRITTO E LA DEFINIZIONE DI

CONSUMATORE

Fonti del diritto


Vengono considerate fonti del diritto tutti quegli atti o fatti idonei appunto a produrre diritto:
abbiamo i decreti legge, i decreti legislativi, le leggi ordinarie, la Costituzione, le leggi di revisione
costituzionale, i regolamenti, le consuetudini ecc. Da quando l’Italia è entrata nell'Unione Europea
però questo sistema di fonti è mutato. Analizziamo cronologicamente le fonti del diritto dei
consumi.
1. Trattato di Roma - 1957: qui si hanno i primi riferimenti alla tutela del consumatore,
obiettivi del trattato sono creare un sistema di concorrenza efficiente e quindi assicurare un
corretto funzionamento del mercato; non c'è un chiaro riferimento al consumatore ma c'è
una sorta di tutela indiretta, infatti il principio enunciato afferma che se il mercato funziona
bene tutti i soggetti del mercato saranno tutelati.
2. Carta europea dei consumatori - 1973: questo non può essere considerato un vero e proprio
atto legislativo, una vera e propria fonte del diritto, ma solo un documento programmatico
in cui si individuano alcuni diritti fondamentali dei consumatori; le indicazioni riguardanti
la politica legislativa contenute in questa “Carta europea dei consumatori” vengono recepite
poi nel 1975 nella “Risoluzione sui diritti del consumatore”.
All’art. 14 di questo documento vengono posti degli obiettivi, vengono delineate le linee
politiche di quella che sarà la futura tutela del consumatore: la protezione, la salute e la
sicurezza del consumatore; la tutela degli interessi economici del consumatore; la creazione
di una rete di servizi di consulenza e di meccanismi di risarcimento del danno a favore del
consumatore; l’informazione e l’educazione al consumo; il diritto di rappresentanza.
3. Atto Unico Europeo - 1986: con questo documento si parla per la prima volta di
consumatore, si sviluppano programmi di azione, nascono le prime normative sul credito al
consumo ecc.
4. Trattato di Maastricht - 1992: con questo trattato la Comunità Europea diventa Unione
Europea, e in tutto ciò viene introdotto un titolo dedicato unicamente alla protezione dei
consumatori; il principio che la Corte europea di giustizia afferma è la diretta applicabilità
dell’atto comunitario negli ordinamenti dei singoli Stati con disapplicazione della normativa
nazionale, quindi la normativa europea prevale sempre sulla legge nazionale (va ricordato
che l'Unione Europea emana Direttive e Regolamenti, i primi sono direttamente applicabili
mentre le seconde hanno bisogno di una legge di recepimento per essere applicabile).
5. Trattato di Amsterdam - 1997: questo trattato all’art. 153 afferma che “Al fine di
promuovere gli interessi dei consumatori e assicurare un livello elevato di protezione dei
consumatori, l'Unione contribuisce a tutelare la salute, la sicurezza e gli interessi
economici dei consumatori nonché a promuovere il loro diritto all'informazione,
all'educazione e a organizzarsi per proteggere i propri interessi”; in pratica in un unico
articolo vengono ripresi tutti gli obiettivi enunciati nel 1973 nella Carta europea dei
consumatori. Secondo quanto disposto da quest’articolo, sembrerebbe che i principi
espressi nel 1973 essendo stati esplicitamente recepiti nel Trattato non abbiano più valore
programmatico ma bensì possano essere considerati dei veri e propri principi giuridici.
6. Carta di Nizza - 2000: questo documento è considerato di grande importanza perché a
partire da questo momento si comincia a guardare il Diritto dei Consumi in maniera
diversa, cambia infatti la prospettiva attraverso cui il legislatore guarda alle norme. Si ha un
salto ermeneutico, un salto di pensiero da una dimensione patrimonialistica del
consumatore (soggetto economico del mercato), ad una dimensione prettamente
personalistica (consumatore come persona); adesso il consumatore è considerato prima di
tutto una persona, quindi tutti questi strumenti che il legislatore fornisce devono essere
riletti alla luce di questa nuova visione, sono tutti strumenti attraverso i quali la persona si
afferma al centro del mercato. Alcuni autori sostengono che, a questo punto, non ha
nemmeno senso parlare di consumatori perché tutti lo sono.
7. Costituzione europea, mai approvata.
Nell'Ordinamento italiano tutto avviene di riflesso alla legislazione europea, infatti fino al 1996
tutte le Direttive europee venivano recepite con leggi speciali. Unica eccezione fino al 1996 fu
quella in cui il legislatore italiano decise di recepire la Legge comunitaria n.52/1996 modificando il
Codice Civile, più precisamente introducendo gli art. 1469 bis-sexies. Sappiamo che Codice Civile e
leggi speciali sono sullo stesso livello delle fonti del diritto, e modificare il primo per recepire il
secondo ha alzato molta polvere; per la prima volta infatti si è modificato quanto disposto nel
Codice Civile, e ciò è stato fatto in una materia delicata riguardante quelle norme che mettono in
crisi il principio dell’intangibilità dell’autonomia privata: parliamo della normativa relativa alle
clausole vessatorie.
Il Codice Civile in materia di clausole vessatorie, all’art. 1341, afferma che “Le condizioni generali
di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell’altro se al momento
della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando
l'ordinaria diligenza”; inoltre al secondo comma afferma che “In ogni caso non hanno effetto se
non specificatamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le
ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne
l'esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà
di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti con i terzi, tacita proroga o
rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell'autorità
giudiziaria”. In poche parole la tutela contenuta nel Codice Civile prevede che questi contratti
producono effetti se ne si conosceva o si poteva conoscere il contenuto, ma se ci dovessero essere
delle clausole vessatorie il contratto non produce effetti a meno che le stesse clausole non siano
state approvate specificatamente per iscritto.
Con la Legge comunitaria n.52/1996 si introducono gli art. 1469 bis e seguenti che hanno per
oggetto queste clausole vessatorie, così facendo nel Codice Civile avevamo l’art. 1341 ed il 1469 bis
con lo stesso contenuto rivolto a soggetti diversi. L’art. 1469 bis e seguenti sono stati
successivamente stralciati dal Codice Civile ed inseriti nel Codice del Consumo all’art. 33, che
afferma che “Nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista si considerano
vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un
significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”.
Si pone a questo punto un problema di coordinamento tra queste due norme. Essendo l’art. 33 del
Codice del Consumo una norma specifica, riguardante solo i contratti tra consumatore e
professionista, possiamo dire con certezza che questa non abroga l’art. 1341 del Codice Civile:
disciplinano ipotesi diverse, deduciamo quindi che non si applica il 1341 quando ad essere parte
del contratto sono consumatore e professionista. Inoltre l’art. 1341 del Codice Civile da a intendere
che le clausole vessatorie sono solo quelle elencate al secondo comma, e che fossero quindi un
numero chiuso; l’art. 33 del Codice del Consumo invece afferma che sono da intendersi vessatorie
tutte quelle clausole che comportano uno squilibrio tra consumatore e professionista, quindi non
solo quelle elencate al secondo comma dell’art. 1341. All’art. 1341 del Codice Civile troviamo un
elenco di clausole che si presumono essere vessatorie, ma tutto ciò é indicativo.

Nozione di consumatore
Come abbiamo detto l'art. 153 del Trattato di Amsterdam è il primo riferimento al consumatore, è
una norma che gli conferisce dignità normativa ma non lo definisce. A riguardo i punti di vista
della dottrina sono differenti: alcuni lo definiscono come la controparte non professionale
dell'impresa (cioè del professionista), altri non si limitano a definirlo come tale perché la posizione
del consumatore nel mondo del consumo non si esaurisce alla relazione contrattuale. Pensiamo
alla normativa sulla pubblicità: il consumatore, quando guarda una pubblicità, non sta
concludendo un contratto ma comunque viene tutelato dalla normativa; quindi la nozione di
consumatore va evidentemente ampliata. Secondo quanto detto da Giulio Alpa il consumatore è la
parte di un rapporto giuridico dei consumi inteso in senso lato, che quindi comprende tutte le fasi
della produzione, della distribuzione di massa, della pubblicità del prodotto ecc. Questa nozione
viene messa ancora in discussione dalla dottrina che dice che è vero tutto ciò, ma il consumatore
non è solo tale nei confronti dell’impresa, ma anche verso la Pubblica Amministrazione; quindi la
nozione di Alpa è accettabile, ma non solo nei confronti delle imprese ma anche nei confronti della
Pubblica Amministrazione. Infine un’ultima accezione di consumatore viene data da Perlingieri, il
quale afferma che la tutela del consumatore è anzitutto una tutela della persona, vista sotto la luce
di quel rapporto che la persona ha con il mondo del commercio.
Come abbiamo visto esistono posizioni differenti che ampliano o restringono la nozione di
consumatore. Sintetizzando, le definizioni di consumatore sono:
- Controparte non professionale dell’impresa;
- La parte di un rapporto giuridico di consumo vista in maniera ampia, che riguarda tutte le
fasi;
- Tutela del consumatore come tutela della persona.

Dal punto di vista pratico però va individuato almeno un contenuto minimo della nozione di
consumatore, per capire quando si applicano queste norme e quando no. La definizione a cui i
manuali fanno riferimento è quella contenuta all'art. 3 del Codice del Consumo, che afferma che
"Ai fini del presente codice, ove non diversamente previsto, si intende per consumatore o utente
la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale,
artigianale o professionale eventualmente svolta”. Data una definizione sembrerebbe risolto ogni
problema. Da quanto disposto si evince che per essere qualificati come consumatori bisogna essere
persone fisiche (quindi società e enti non sono compresi) e il consumatore deve agire per scopi
estranei all'attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale. Questa norma però
non esaurisce tutto lo spettro di sfumature che possono definire il consumatore, infatti la premessa
dice che questa definizione è valida "ai fini del presente codice, ove non diversamente previsto";
evidentemente è una definizione residuale, cioè la applichiamo solo se non ci sono definizioni
diverse. Questo implica che fuori dal Codice del Consumo ci possono essere definizioni diverse di
consumatore, per esempio l’art. 33 del Codice del Turismo (prima contenuto nel Codice del
Consumo e poi estrapolato); questo afferma che "Ai fini del presente capo si intende per turista
l’acquirente, il cessionario di un pacchetto turistico o qualunque persona anche da nominare,
purché soddisfi tutte le condizioni richieste per la fruizione del servizio […]". Questa norma è
l’esempio che all’interno del Codice Civile esistevano diverse definizioni di consumatore, e quindi
la prima definizione indicata all’art. 3 è davvero da ritenersi residuale.
Adesso torniamo a quanto disposto dall’art. 3 e ci chiediamo: il consumatore è solo la persona
fisica? La risposta è si (gli enti non sono ammessi nel computo dei consumatori, l’unico ente
assimilabile alla figura di consumatore è il condominio); infatti “si intende per consumatore o
utente la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale,
artigianale o professionale eventualmente svolta”. A questo punto però ciò che ci dobbiamo
chiedere cosa si intenda per scopo. Lo scopo del contratto rappresenta la causa del contratto
stesso; in quest’ottica appare importante non confondere la causa con il motivo: il motivo non è da
considerare, perché sappiamo che nel mondo del diritto civile i motivi sono sempre irrilevanti
(tutti i motivi infatti, presi singolarmente, potrebbero essere considerati successivamente illeciti e
quindi “cause di annullabilità” del contratto; l’unico caso in cui il motivo, dimostrato illecito, potrà
essere considerato causa di annullabilità del contratto è quello in cui il motivo stesso è conosciuto e
condiviso dalle parti) e analizzare il motivo comporterebbe un’analisi psicologica che il giudice non
può fare ogni volta.
Inoltre ci dobbiamo fare anche una seconda, ovvero cosa si intenda per scopi estranei. Vi sono una
serie di ipotesi in cui la definizione dell'art. 3 sembra entrare in contrasto con alcune evidenze
reali: ad esempio il caso dell’uso promiscuo o dell’acquisto congiunto. Abbiamo detto che
l'imprenditore non è assimilabile alla categoria dei consumatori per quanto affermato dall'art. 3,
quindi un imprenditore non può essere mai considerato consumatore? Il messaggio pubblicitario
non si rivolge a lui nella stessa maniera in cui si rivolge a chi non lo è? Quali sono gli “ scopi
estranei alla attività imprenditoriale”? E se un soggetto acquista un bene e fa un uso promiscuo?
In parole povere, se ci trovassimo nel caso in cui io imprenditore decidessi di comprare un
computer e lo utilizzassi sia per usi edonistici che per usi professionali? Come ci si comporta?
Oppure, altro esempio può essere quello dell’acquisto congiunto: prendiamo il caso in cui io
imprenditore e mia moglie dividiamo l’acquisto di un computer, che io imprenditore utilizzo per la
mia attività e mia moglie utilizza per giocare ai videogame; se dovesse nascere un problema e
volessimo fare causa al venditore dovremmo fare due cause diverse? Come si risolvono questi
problemi? Vengono indicati dei criteri da parte della giurisprudenza:
 Criterio della prevalenza, che si basa sull’individuazione dell’uso prevalente del bene tra
le parti (nel caso di uso promiscuo);
 Criterio della competenza, per cui bisogna verificare la effettiva competenza del soggetto
in relazione a quella attività economica (quanto era informato);
 Criterio fiscale, ovvero se è stata emessa fattura o meno (anche se fare fattura non ci fa
capire lo scopo perseguito).
Riassumendo abbiamo visto come la definizione di consumatore sia problematica sia dal punto di
vista della dottrina (che ha sentito l'esigenza di ampliare la nozione), sia dal punto di vista
normativo (perché abbiamo visto che l'art. 3 non contiene l'unica definizione di consumatore, ma
solo una definizione residuale). E nei casi di uso promiscuo e di acquisto congiunto che facciamo?
Dobbiamo andare a guardare lo scopo e i criteri.

Alcune questioni
1) Può essere considerato consumatore chi acquista un bene oggi per un attività professionale
futura? 
Ovvero, se oggi che sono consumatore acquisto un bene in vista di una futura attività
imprenditoriale devo essere considerato consumatore o no? La giurisprudenza afferma che ciò che
conta è l'estraneità dello scopo nel momento in cui si conclude il contratto, quindi in questo caso
non si può essere considerati un consumatore perché lo scopo del consumatore è quello di
destinare l’acquisto del bene ad una futura attività professionale.
2) Il consumatore è necessariamente la parte contraente o può essere anche il destinatario degli
effetti di un contratto?
Un esempio in questo caso è il contratto di assicurazione per la vita. Secondo quanto disposto da
una sentenza della Corte Costituzionale, il beneficiario della polizza si trova nella stessa posizione
del contraente; quindi la risposta ha questa domanda è affermativa: il consumatore è assimilabile
al beneficiario.

Nozione di professionista
Questa nozione, a differenza di quella di consumatore, è più puntuale e precisa; sempre all’art. 3
del Codice del Consumo infatti è previsto che il professionista “È la persona fisica o giuridica che
agisce nell'esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale, o
professionale, ovvero un suo intermediario”.