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DIRITTO DEI CONSUMI - 1 - IL CONSUMERISMO ED IL CODICE DEL CONSUMO

Consumerismo
Con questo termine intendiamo l’evoluzione normativa che ha portato alla creazione di
leggi che tutelassero il consumatore. Questo periodo nasce con l'industrializzazione, con la
produzione di beni in serie: prima ci si recava dal venditore e si comprava il prodotto,
questo era il paradigma della compravendita; non c'era bisogno di una disciplina
particolare. Oggi il venditore si rivolge ad un vasto numero di consumatori, quindi deve
avere uno schema unico di contratto: non c'è più una contrattazione vera e propria, ma
schemi contrattuali che tutelano un vasto numero di soggetti. Si fa spesso l’esempio dei
contratti telefonici: dovendo la compagnia telefonica interfacciarsi con un numero
elevatissimo di clienti consumatori, il contratto che proporrà sarà un contratto
standardizzato su cui non sarà possibile aprire una contrattazione.

Per arrivare alla situazione odierna in cui si ha una tutela del consumatore e del mercato in
senso generico, c'è stato un percorso partito nel 1906 negli USA con due provvedimenti
storici:
 Pure food and drug act: legge sulla genuinità delle sostanze alimentari e farmaci;
 Meat inspection act: ispezione delle carni.
Questi furono i primi due provvedimenti normativi che hanno poi dato il via al diritto dei
consumi.
Successivamente nel 1914 nasce la Federal Trade Commission, un organo federale il
cui compito è controllare le pratiche illecite nelle vendite dei beni di consumo (ricoprendo
il ruolo di quelle che da noi oggi sono le autorità garanti).
Nascono quindi i primi organi di controllo del mercato in generale: nel 1928 nasce la prima
Consumers Union, associazione dei consumatori. 
Perché si abbia la diffusione del Consumerismo in Europa bisogna attendere il 1960.
I primi Paesi che recepiscono istanze consumeristiche sono Svezia, Gran Bretagna, Olanda,
Francia ecc. che cominciano a istituire degli organi amministrativi che proteggono il
consumatore; l'Italia è il Paese europeo più in ritardo sotto questo punto di vista. A
dimostrazione di ciò, le uniche norme che avevamo nel Codice Civile a tutela del
consumatore erano (e sono) gli art. 1341 e 1342 (condizioni generali di contratto e
clausole vessatorie).
L’art. 1341 afferma che “Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei
contraenti sono efficaci nei confronti dell'altro, se al momento della conclusione del
contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l'ordinaria
diligenza. In ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per
iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni
di responsabilità , facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l'esecuzione , ovvero
sanciscono a carico dell'altro contraente decadenze , limitazioni alla facoltà di opporre
eccezioni , restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi , tacita proroga o
rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza
dell'autorità giudiziaria”.
Ad esempio se io consumatore prendo il treno, ho concluso un contratto di trasporto. I
rapporti tra me e le ferrovie dello Stato sono disciplinate dal contratto spesso affisso in
stazione: quelle condizioni si ritengono già accettate anche se io consumatore non ho letto
il contratto, perché potevo conoscerle in quanto affisse. Però così noi abbiamo una norma
che tutela solo il contraente forte. Il secondo comma però afferma che se ci si riferisce a
delle clausole particolarmente onerose, cosiddette clausole vessatorie, queste non hanno
effetto a meno che non siano approvate specificatamente per iscritto.
L’art. 1342 afferma invece che “Nei contratti conclusi mediante la sottoscrizione di
moduli o formulari, predisposti per disciplinare in maniera uniforme determinati
rapporti contrattuali, le clausole aggiunte al modulo o al formulario prevalgono su
quelle del modulo o del formulario qualora siano incompatibili con esse, anche se queste
ultime non sono state cancellate. Si osserva inoltre la disposizione del secondo comma
dell'articolo precedente”.

Se in un contratto concluso tramite moduli o formulari ci sono una serie di clausole


pericolose per l’altra parte, queste clausole vessatorie devono essere approvate per iscritto.

Riprendendo l’esempio precedente, prendiamo il caso in cui io firmi un contratto.


Solitamente la firma viene apposta, come minimo, anche una seconda volta; la seconda
firma è dedicata alle clausole vessatorie. Tali clausole, come detto nell’articolo precedente,
non hanno effetto se non sono approvate in maniera specifica: apporre la seconda firma è
lo strumento adoperato per cercare quanto più possibile di rendere consapevole
l’accettazione di quelle clausole.
Sostanzialmente nel cc due norme (art. 1341 e 1342) sono le uniche che regolano lo
squilibrio nella contrattazione. Ci sono altre norme che tutelano dei soggetti deboli, ma
sono norme sulla capacità.

Queste norme secondo il legislatore dovevano tutelare il consumatore, ma è evidente come


questa sia una forma di tutela molto debole: il consumatore spesso firma senza leggere il
contratto. Inoltre queste norme ci fanno capire che non c'era ancora una consapevolezza
del particolare ruolo del consumatore all’interno della società.

Negli anni ‘70-‘90 poi, nasce un processo che ci ha condotto prima nella Comunità
Economica Europea e poi nell'Unione Europea. Viene portato alla luce un altro problema
che caratterizzava il mercato comunitario, ovvero quello di una forte disparità in tema di
tutela del consumatore nei differenti Paesi.
Si rendeva necessaria un’armonizzazione delle normative a livello comunitario:
la disparità e quindi la concorrenza tra norme si traduceva in vantaggi e svantaggi tra Paesi
(faceva si che convenisse acquistare da Paese piuttosto che da un altro e che convenisse
produrre in un paese piuttosto che in un altro), in sostanza significava ostacolare la libertà
di concorrenza e la circolazione dei beni. 
Se le norme a tutela dei consumatori sono diverse per i singoli stati, si crea un mercato in
cui ci sono forme di concorrenza sleale e diventa più difficile la circolazione delle merci.

Ecco perché il diritto dei consumi è di matrice europea: si cerca di creare un unico
mercato, non sono delle merci ma anche delle regole.

Proprio per questo negli anni ’80 ci furono le prime leggi contro le frodi commerciali,
contro la pubblicità ingannevole ecc. Questi sono i primi interventi consumeristici del
nostro ordinamento, interventi in cui abbiamo una oggettivazione della responsabilità
d’impresa.
Negli anni ’90 col recepimento di una serie di regole di origine comunitaria passiamo dal
"Diritto dei consumatori" al "Diritto dei consumi". Cosa significa questo passaggio?
Significa spostare l'oggetto dell'attenzione dal soggetto all'atto? L’oggetto delle norme a chi
è rivolto? Al consumatore o agli atti di consumo?
L’obiettivo della normativa europea è quello di creare un mercato con libera concorrenza,
dove i consumatori ed i produttori hanno un ruolo strumentale; quindi ciò che si vuole
tutelare non è tanto la figura del consumatore o del produttore, quanto l’attività di questi
soggetti.
Quindi l’attenzione si sposta dal soggetto al rapporto (l’atto di consumo).
Così facendo, tutelando l’attività del consumatore tuteliamo il corretto funzionamento del
mercato. Abbiamo tre filoni in cui si sostanzia la tutela del consumatore:
1. Sicurezza della persona e affidabilità del prodotto: parliamo quindi del
diritto alla salute e di normative sulla pubblicità, ma anche sulle informazioni
fornite al consumatore. Il produttore che informazioni è tenuto a dare al
consumatore affinché quest’ultimo possa compiere una scelta consapevole? La legge
lo stabilisce.
2. Protezione del contraente debole.
3. Strumenti di tutela di interessi collettivi: sotto questo aspetto si inseriscono
soggetti che hanno interesse al controllo dell'attività che si svolge nel mercato;
parliamo delle associazioni dei consumatori (che tutelano i consumatori prima che
si verifichi un danno) o le associazioni dei professionisti. L'interesse a verificare il
contenuto dei contratti non è quindi solo del consumatore, proprio perché serve a
far funzionare il mercato secondo le regole.  

Chi regolamenta il mercato? La legge è uno degli elementi regolatori.


In America e in Europa vige, come espresso nel Codice Civile del 1942, il principio
dell'autonomia contrattuale; lo Stato e quindi il Codice non entrano nel singolo
rapporto tra me professionista e te consumatore, i contraenti concludono come vogliono il
contratto, anche se svantaggioso per una delle parti.
Oggi questa idea è cambiata, le regole del Codice del consumo entrano e a volte
determinano addirittura il contenuto del contratto stesso. Questo avviene perché c'è stato
un passaggio dall’idea di Stato estraneo all’economia, tipico del periodo liberista, all’idea di
Stato assistenziale, secondo cui lo Stato deve entrare in ogni ambito (compreso quello
economico) per assistere al meglio i cittadini.
Si passa ad avere una figura di Stato regolatore, che entra nei giochi economici per regolare
disparità, per ribilanciare i rapporti tra i soggetti del mercato affinché ci sia un corretto
funzionamento del mercato del mercato stesso; tutto ciò con regole esterne, ma anche
creando meccanismi che funzionano dall'interno, facendo in modo che gli stessi soggetti si
regolamentino tra di loro.

Nel 2006 il legislatore decide di accorpare tutte le norme in materia in un unico codice, che
prende il nome di Codice del Consumo.
In sede di elaborazione di questo Codice purtroppo non fu fatto un buon lavoro: il risultato
vede tante leggi speciali prive di coordinamento tra loro, il corpus del Codice infatti non
risulta essere omogeneo e coerente. Le critiche sono state molteplici, soprattutto perché
questa sarebbe stata un’ottima occasione per fare chiarezza e creare un corpus normativo,
integrato di direttive e regolamenti comunitari, chiaro ed efficiente.
L’art 1 del codice del consumo sottolinea un profilo economico del diritto dei consumi e
richiama l’art 153 del Trattato CE , ora art.169 UE (ex art. 153 CE).
Per la prima volta si fa riferimento alla figura del Consumatore:
‘’1. Al fine di promuovere gli interessi del consumatori ed assicurare un livello elevato di
protezione dei consumatori, l’Unione contribuisce a tutelare la salute, la sicurezza e gli
interessi economici dei consumatori’’
Qual è l’idea? Che esiste un profilo economico della figura del consumatore, ogni misura
consumeristica si traduce in un costo per l’impresa.
I costi sostenuti dall’impresa, vengono fatti ricadere, si traslano sul Consumatore.
Il diritto dei consumi è un diritto fatto sulle regole della competizione, può essere visto
come un diritto competitivo.
Il Codice del Consumo e le differenze con il Codice Civile
Ci stiamo interrogando sul rapporto che intercorre tra il Codice Civile, che detta le regole
generali, ed il Codice del Consumo, che disciplina i rapporti tra consumatore e
professionista. Si parla di un fenomeno di decodificazione o ricodificazione, cioè una
moltiplicazione di leggi settoriali, mentre prima si privilegiavano le grandi categorie.
Andiamo ad analizzare meglio la situazione.

Una importante differenza tra i principi generali del Codice Civile e quelli del Codice del
Consumo sta nella caratterizzazione del codice dei consumi come diritto Competitivo.
1 differenza: Uno dei principi fondamentali del Codice Civile è quello del “pacta sunt
servanda”, che letteralmente significa “i patti devono essere rispettati”: ciò significa che
le parti possono sciogliere il contratto solo in alcune ipotesi, come ad esempio in caso di
inadempimento oppure al verificarsi di ipotesi espressamente previste dai due contraenti
ed inserite dagli stessi nel contratto; solo le parti possono decidere di sciogliere il contratto,
il quale ha forza di legge.
Mentre il paradigma del contratto nel Codice Civile prevedeva una contrattazione tra le
parti in condizione di uguaglianza formale ed autonomia contrattuale (tipico del principio
liberista), nel Codice del Consumo si prende consapevolezza dell’effettivo squilibrio che c’è
tra le parti: si passa infatti da "pacta sunt servanda" a "licet tamen pacta emendari", che
letteralmente significa che “è lecito modificare il contratto”.
Nel diritto dei consumi non possiamo tollerare l’efficacia vincolante di un contratto se quel
contratto è frutto della mente di uno solo dei due contraenti e non di un processo di
contrattazione.
Pensiamo ad esempio ai contratti a distanza, in cui, per le particolari condizioni in cui si
trova il consumatore (il quale non può vedere la merce), al consumatore è consentito di
ripensarci. È un grosso cambio di prospettiva.
Nei contratti conclusi a distanza o fuori dai locali commerciali, poiché il Consumatore non
può vedere la merce, il diritto di recesso è obbligatorio per legge (14giorni).
Questo è un recesso ad nutum, per il quale non serve motivazione.
Se nei contratti conclusi a distanza o fuori dai locali commerciali non viene data
informazione sul recesso da parte del fornitore del bene, il recesso viene allungato fino a
12mesi, poi dal momento in cui il Consumatore viene messo al corrente di tale diritto, si
ricomincia a contare i 14giorni.

Quindi il Diritto dei Consumi è un settore del Diritto Civile (settorializzazione) o un


prototipo di nuovi principi? Secondo quanto dice Irti siamo in presenza di una
frammentazione del soggetto giuridico: secondo il suo parere siamo passati dal "chiunque"
dell’art. 2043 (“chiunque causi un danno ingiusto a un soggetto deve risarcire quel
danno”) tipico della generalità e dell’astrattezza della norma riferita alla collettività, a
norme che ormai si riferiscono solo ad una parte della collettività. Ora il soggetto giuridico
viene frammentato in consumatore, appaltatore, professionista, ecc.
Secondo Natalino irti siamo in presenza di una frammentazione del soggetto giuridico:
secondo il suo parere siamo passati dal chiunque dell'articolo 2043 chiunque causi
inganno ingiusto un soggetto deve risarcire quel danno a norme che ormai si riferiscono
solo ad una parte della collettività. Ora il soggetto giuridico viene frammentato in
consumatore, investitore, turista, appaltatore, professionista.

2 differenza: nel codice civile del 42 tutte le norme del contratto sono influenzate dal
principio di eguaglianza formale tra le parti, ossia dall’idea che:
- Le parti sono formalmente uguali
- Lo stato non debba entrare nei rapporti tra privati e dunque debba lasciare le parti
libere di definire il contenuto del contratto
Si passa a un rifiuto del principio dell’equivalenza oggettiva tra le prestazioni secondo cui,
sempre nel codice civile, sono le parti possono decidere se l’affare è conveniente o meno.
Nessun giudice può intromettersi nella compravendita asserendo che il rapporto tra le
prestazioni non è equilibrato.
Le valutazioni della convenienza economica dell’affare sono rimesse alle parti, lo stato Non
può intervenire nei giochi economici.
Dunque secondo il principio dell’equivalenza oggettiva delle prestazioni: le
valutazioni fatte dalle parti dovrebbero corrispondere a quelle del mercato; se c'è una
convenienza per il mercato, allora ci sarà convenienza anche per il consumatore.

Comprimere questo principio però significa ridurre l'autonomia privata, il potere di


concludere contratti anche se non sono convenienti. In realtà le parti possono essere anche
contente di concludere un contratto con uno squilibrio nella loro autonomia. Facciamo un
esempio: poniamo il caso che una delle parti stia acquistando un appartamento nello
stesso stabile in cui vivono i suoi genitori, sicuramente sarà disposto a pagarlo molto di più
rispetto alla valutazione di mercato poiché per lui rappresenta una comodità senza eguali;
in questo caso la situazione è di squilibrio poiché la parte che venderà l’appartamento
potrà sfruttare la propria posizione di vantaggio.
Il codice del consumo parte dal presupposto che c'è uno squilibrio strutturale: l'operatore è
più forte/potente del consumatore, che viene schiacciato nei contratti, nelle informazioni,
nella pubblicità, in tutta una serie di ambiti.
Per questo è necessario controllare questa contrattualistica e questo avviene in due modi :
- strumenti di public enforcement associazioni dei consumatori e autorità garanti che
controllano il mercato dell’esterno
- strumenti di private enforcement
i principi per cui le parti sono formalmente uguali e per cui solo le parti decidono se un
affare e vantaggioso o no nel codice civile sono rimessi alla piena autonomia delle parti.

Il Codice del Consumo considera che lo scambio deve essere sempre equo cosi come in un
mercato regolamentato deve avvenire, quindi se c'è disequilibrio bisogna intervenire.
L'autonomia privata cosi viene limitata dal controllo dell'autorità statale.
L'idea che ci sia una parte forte e una debole non è certo nuova, infatti anche nel Codice
Civile troviamo due esempi di tutela del consumatore “debole”:
 l’art. 428 (incapacità naturale) che afferma che “Gli atti compiuti da persona che,
sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria,
incapace di intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti,
possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei sui eredi o
aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all’autore”; in questo caso è di
fondamentale importanza che anche l’altra parte possa riconoscere lo stato di
incapacità, altrimenti si incorrerebbe in malafede della controparte.
Ad esempio soggetto ubriaco o è stato d'ansia momentaneo che conclude in atto e che deve
essere tutelato, in quanto in quel momento la sua volontà si è formata male.
la tutela del soggetto incapace avviene con l'annullamento dell'atto .
differenza tra nullità e annullabilità :
- nullità : tutela di un interesse generale ,
- annullabilità :tutela di un interesse particolare .
 l’art. 1447 (rescissione) che afferma che “Il contratto con cui una parte ha assunto
obbligazioni a condizioni inique, per la necessità, nota alla controparte, di salvare
sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, può essere rescisso
sulla domanda della parte che si è obbligata. Il giudice nel pronunciare la
rescissione può, secondo le circostanze, assegnare un equo compenso all’altra
parte per l’opera prestata”; in questo caso la disciplina della rescissione non rende
nullo il contratto, infatti è previsto che la parte possa decidere di ricondurre a equità
il contratto in modo da non farne perdere la validità. 
La rescissione non è una forma di invalidità
è un istituto giuridico per il quale il contratto può essere rescisso in condizioni
particolari : se nel contratto una parte assunto un obbligazione a condizioni inique per
la necessità nota alla controparte di salvare sé o altri da un pericolo di un danno grave
alla persona , il contratto può essere rescisso su domanda della parte che si è obbligata .
La rescissione prevede che era l'altra parte possa adeguare il prezzo per rendere e quel
contratto .
Altra circostanza assimilabile a quest’ultima è quella di “lesione ultra dimidium” (è
l’ipotesi in cui una parte, spinta da uno stato di bisogno, venda un bene al di sotto della
metà del suo valore).