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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di

tutela

DURATA RAGIONEVOLE DEL GIUDIZIO E FORME ALTERNATIVE DI TUTELA


Revista de Processo | vol. 151 | p. 72 | Set / 2007
DTR\2007\553

Luigi Paolo Comoglio


Professor de Direito Processual Civil na Universidade Católica de Sacro Cuore (Milão).

Área do Direito: Civil


Resumo: Aborda-se neste artigo o problema da duração exagerada dos processos. Analisam-se
meios alternativos de composição de conflitos e sua capacidade ou aptidão para minorar o problema
da lentidão dos processos.

Palavras-chave: Métodos alternativos - Aceleração do processo - Duração razoável - Conciliação -


Mediação
Abstract: This article approaches the problem of the exacerbated duration of proceedings.
Alternative means of mediating conflicts are analyzed, as well as their ability or suitability to alleviate
the problem of this slowness.

Keywords: Alternative means - Exacerbated duration of proceedings - Reasonable duration -


Conciliation - Means of mediation
Sumário:

1.Introduzione. Giustizia lenta e metodi alternativi di risoluzione delle liti - 2.L'accelerazione del
processo ed i poteri direttivi del giudice. Profili storico-sistematici - 3.Il ruolo attivo del giudice e le
forme non giurisdizionali di tutela alternativa - 4.Giusto processo e durata ragionevole - 5.La
conciliazione giudiziale - 6.La conciliazione stragiudiziale - 7.Conciliazione e mediazione. Precisazioni
definitorie - 8.Conciliazione e mediazione nell'ambito della giustizia civile. Conclusioni

1. Introduzione. Giustizia lenta e metodi alternativi di risoluzione delle liti

Che l'eccessiva durata dei processi sia il vizio congenito (o, se si preferisce, il peccato originale) dei
principali modelli di procedimento, in cui, con il necessario corredo di strutture e di forme più o meno
solenni, si amministra l'umana giustizia dinanzi agli organi giurisdizionali di qualsiasi ordinamento
statale, è constatazione ben risalente - sul piano storico - a vetuste tradizioni 2 ed ormai pressoché
comune - nella prospettiva comparatistica (cfr. infra) - a quasi tutte le civiltà giuridiche dell'era
moderna. In altre parole, il difficile rapporto fra tempi processuali lunghi e disfunzioni istituzionali della
giustizia pubblica, la cui inesorabile conseguenza è molto spesso quella di convertire una giustizia
tardiva in una sostanziale ingiustizia (o, al di là delle ipocrisie verbali, in una vera e propria giustizia
denegata), 3 è, dunque, un connotato ormai abituale degli apparati giudiziari a qualsiasi latitudine (e,
purtroppo, in qualsiasi epoca), nonché, in particolare, del nostro sistema giudiziario. 4

Con ciò, si riconosce e si enfatizza una realtà del tutto scontata, che agli occhi del giurista d'oggi
sembra inevitabilmente banale. Meno scontato e banale è, invece, il tipo di approccio metodologico ai
gravi problemi, che quella realtà da tempo suscita ed inasprisce, nella ricerca più opportuna di rimedi
idonei a dare loro una soddisfacente soluzione.

Credo che, a tale riguardo, vadano distinte due grandi linee di tendenza, storicamente relative,
perché condizionate dal variare delle opzioni ideologico-politiche dei diversi ordinamenti (o, se si
preferisce, dal mutamento delle scelte legislative di politica giudiziaria in senso lato). 5

L'una è di carattere strutturale e tecnico, la cui sfera di azione e di influenza è propriamente


endoprocessuale (o interna al processo). Essa mira a combattere dall'interno quel denunziato vizio
capitale, stimolando e potenziando le riforme dirette ad accelerare e a concentrare il corso dei
procedimenti giurisdizionali, a diminuirne la durata complessiva o, comunque, a controllarne con
rigore i tempi ed i ritmi; il che molto spesso avviene, grazie all'adozione di modelli e di riti processuali
differenziati, in funzione delle caratteristiche sostanziali dei diritti o degli interessi da tutelare. L'altra è,
invece, di tipo esterno e muove dall'implicita premessa dell'ineluttabilità dei ritardi o dei tempi
eccessivamente dilatati della giustizia pubblica, amministrata nel processo (se così può dirsi) in
regime di monopolio costituzionalmente garantito, 6 sforzandosi di individuare, di disciplinare e di

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incoraggiare il ricorso (preventivo, e cioè ante causam, od anche successivo, e cioè pure in corso di
giudizio) a forme efficienti di protezione e di tutela in sede non contenziosa e conciliativa ovvero
dinanzi ad organi di giustizia privata, che siano comunque tali, da costituire una seria e preferenziale
alternativa nei confronti della tutela ottenibile, con fatica e in tempi biblici, avanti agli organi pubblici
della giurisdizione statale. 7

Ovviamente, nella seconda delle suindicate linee di tendenza, e non certo nella prima, si situa e si
inscrive l'ambito - estremamente vasto e multiforme - delle procedure non giurisdizionali alternative,
che oggi convenzionalmente si designa con il noto acronimo ADR, 8 tratto dalle collaudate esperienze
degli ordinamenti di common law.
2. L'accelerazione del processo ed i poteri direttivi del giudice. Profili storico-sistematici

Qualche attenta riflessione merita, anzitutto, il primo trend, che lo stesso legislatore italiano del 1940
ben conosceva, riconducendolo primariamente ad una "generale tendenza, visibile in tutte le
legislazioni processuali (...)", 9"(...) a rafforzare i poteri del giudice nel processo civile (...)", grazie al
definitivo consolidamento della c.d. pubblicizzazione del processo e della funzione giurisdizionale,
che rimane pur sempre pubblica anche laddove essa si eserciti "su controversie di diritto privato".

L'esigenza di celerità e di speditezza, fortemente sentita già allora, induceva ad affermare come
anche nel processo civile il giudice dovesse essere "in ogni caso fornito dei poteri indispensabili per
amministrare la giustizia in modo attivo, rapido e proficuo", in forza dell'interesse "eminentemente
pubblico" alla "retta e sollecita applicazione della legge al caso concreto". Ciò implicava, da un lato, la
possibilità di salvaguardare il carattere fondamentalmente dispositivo del processo ordinario di
cognizione, lasciando le parti sempre libere di "porre il thema decidendum" e di vincolare
oggettivamente i poteri decisori entro i limiti delle domande, delle eccezioni e delle allegazioni, ma
imponeva, dall'altro, di riservare in esclusiva al giudice il potere direttivo di regolare "i mezzi e il ritmo
per decidere presto e bene sul tema proposto". 10

Gli obiettivi, che quel nostro legislatore si prefiggeva, vennero perseguiti con interventi riformatori
duplicemente orientati. Per un verso, si volle fare leva sulla figura compromissoria del giudice
istruttore - vera novità del rito civile di allora 11 - nelle cui mani si riponeva l'attuazione del principio di
adattabilità e di elasticità delle forme processuali, al fine di realizzare "(...) il massimo desiderabile di
economia processuale (...)", in rapporto alle variabili esigenze di ciascuna causa. 12 A lui, in sostanza,
spettava il compito di esercitare "tutti i poteri intesi al più sollecito e leale svolgimento del
procedimento", 13 con la funzione istituzionale di preparare adeguatamente (ma rapidamente) ogni
singola controversia, sì da porsi quale garante attendibile della continuità e della concentrazione della
fase istruttoria. 14 Per altro verso, si intese combattere con decisione i più gravi inconvenienti e vizi del
processo civile di stampo dichiaratamente liberale, disciplinato dal legislatore post-unitario sulla scia
della codificazione napoleonica del 1806: in esso, infatti, il prevalere del principio di libertà di
deduzione, chiaro corollario del principio dispositivo in senso lato, non soltanto favoriva l'abuso del
processo ed il proliferare della malafede processuale, con grave pregiudizio per il contraddittorio delle
parti in condizioni di parità, ma soprattutto faceva sì che il "normale corso del processo" fosse
ritardato "oltre misura" da "tattiche furbesche" e da "schermaglie dilatorie" dei litiganti più
spregiudicati.

Ma ci si rendeva conto del fatto che l'opposto principio di preclusione - finalizzato a rendere
inammissibile ogni deduzione tardiva, a prescindere da ogni possibile sua rilevanza, al di là di termini
iniziali rigidamente fissati dalla legge - ove fosse stato integralmente adottato, in luogo dell'altro,
avrebbe certamente ingenerato risultati non meno pregiudizievoli per i tempi e per i ritmi
dell'amministrazione della giustizia, alimentando gli effetti più deprecati del principio di eventualità. 15

A prescindere dall'incremento delle sanzioni e dei doveri a carico delle parti, onde favorirne la lealtà e
la probità, 16 la scelta strutturale di compromesso, come è noto, nell'ambito di una trattazione da
svolgersi sempre in forma orale, 17 si propose di armonizzare l'interesse alla ricerca ed
all'accertamento della verità, che esigerebbe di lasciare ampio spazio alla libertà di deduzione delle
parti per tutto l'arco del procedimento sino alla chiusura della fase di trattazione e di istruzione, con
l'interesse, difformemente orientato, alla rapidità ed alla buona fede processuale.

Fu così che le preclusioni iniziali, riferite ai mezzi di difesa da enunciarsi negli atti introduttivi, vennero
temperate con la duplice possibilità, attribuita alle parti nella prima udienza di trattazione, di precisare
(o di modificare) domande, eccezioni e conclusioni formulate ab initio, nonché di proporre domande

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ed eccezioni nuove, quali conseguenza diretta delle prime; ma la proposizione di altre eccezioni o la
richiesta di nuovi mezzi di prova e la produzione di nuovi documenti furono rese ammissibili, nella
medesima udienza, unicamente laddove il giudice istruttore, con un suo provvedimento di
autorizzazione, le avesse riconosciute come rispondenti ai fini di giustizia. A maggior ragione,
nell'ulteriore corso del procedimento, i poteri direttivi di controllo dei tempi del processo, attribuiti a
quel giudice, furono significativamente rafforzati, 18 a tal punto da condizionare ad una sua specifica
autorizzazione, da rendersi caso per caso, in base all'accertata sussistenza di gravi motivi, la stessa
ammissibilità di nuove eccezioni o di nuove prove. 19

Rimaneva ferma, in ogni caso, la posizione centrale assunta - nel contesto dell' officium judicis - dal
nuovo istituto della comparizione personale delle parti, il cui obiettivo era duplice, puntando non solo
alla chiarificazione dei fatti ed alla prevenzione della malafede processuale, ma anche al
promovimento di un'eventuale conciliazione. 20

Ben si sa, poi, quale sia stata l'evoluzione successiva delle leggi processuali in Italia, sino alle ultime
Novelle del 1990, del 1995 e del 2005-2006. Mentre la controriforma degli anni 1948-1950 provvide a
ripristinare un netto favor per la libertà di deduzione, riducendo non meno significativamente (o
addirittura sopprimendo, nella fase introduttiva del giudizio e nelle fasi successive) le preclusioni ed i
poteri di direzione del giudice, nella regolamentazione dei tempi e dei ritmi del processo, 21 fu solo la
riforma del processo del lavoro, nel 1973, a configurare un modello cognitorio speciale, in qualche
misura accostabile a quello inizialmente concepito come ordinario dal legislatore del 1940, istituendo
preclusioni iniziali rigide, attuando in misura preponderante l'oralità, l'immediatezza e la
concentrazione, nonché rafforzando notevolmente, quale necessario contraltare, l'officium judicis
nella direzione del procedimento e nell'istruzione della causa. 22

Oggi - dopo un'ondivaga serie di riforme della fase introduttiva e delle sue preclusioni, 23 le quali da
una velleitaria separazione fra udienza di prima comparizione e prima udienza di trattazione 24 hanno
infine condotto ad una maxi-udienza di prima comparizione e di trattazione, seguita da un'udienza di
assunzione delle prove 25 - non può certo dirsi che i poteri direttivi del giudice, finalizzati soprattutto a
regolamentare o a controllare i tempi e la durata del processo, sino stati in qualche misura adeguati o
tantomeno rafforzati, al di là di quanto tuttora prevede il 1º comma dell'art. 175. 26

Al contrario, il trend ritraibile dalla disciplina del nuovo rito societario parrebbe indirizzato verso la
sottrazione di intere fasi processuali (ed, in particolare, di quella introduttiva, pur scandita da forti
preclusioni) a qualsiasi possibilità di intervento e di controllo del giudice, rafforzando il ruolo attivo di
quest'ultimo nelle fasi susseguenti del giudizio. 27 Ma non mancano serie proposte di riforma, che -
nell'ottica del giusto processo - mirano a rivalutare le funzioni direttive e le conseguenti responsabilità
del giudice, facendone, durante l'intero corso del giudizio, l'attivo garante del contraddittorio e dei
diritti di difesa delle parti, nonché, con la loro collaborazione, il vero propulsore di un processo che
"(...) si svolga e sia definito in modo giusto, sollecito e leale (...)". 28

Quel che, sul piano storico-evolutivo e su quello comparatistico, vale comunque la pena di rimarcare
è la vera prospettiva in cui ebbe ad operare la codificazione del 1940. Lungi dal risentire in modo
effettivo 29 - come, invece, enfaticamente si volle proclamare, nell'euforia propagandistica di quel
momento politico - dell'ideologia sottostante alle forme di Stato e di governo allora imperanti, tale
codificazione si inserì nell'alveo delle legislazioni processuali di tradizione e di lingua tedesca. 30 In
queste, infatti, il modello di cognizione ordinaria, orale e concentrato, 31 pur restando fedele alle radici
liberali ed ai noti corollari del principio dispositivo in senso stretto, rafforzati da rigide preclusioni
iniziali e da forti doveri di comportamento a carico delle parti, 32 era (ed è tutt'oggi) contrassegnato dal
c.d. principio della trattazione, 33 in forza del quale il giudice gode di ampi poteri di iniziativa, di
impulso e di controllo, nella direzione (formale e materiale) del procedimento, con il precipuo fine di
temperare il rigore delle preclusioni iniziali, verificando con cura l'ammissibilità di qualsiasi deduzione
tardiva, nell'interesse della celerità del giudizio.

Quest'ultima attribuzione, in particolare, si prefigge l'obiettivo istituzionale di prevenire qualsiasi


manovra dilatoria di taluna delle parti in danno dell'altra, dichiarando ammissibili, al di là delle
maturate preclusioni, le sole deduzioni tardive, che non siano imputabili a colpa della parte deducente
e comunque non ritardino eccessivamente la definizione della lite. 34

Qui si coglie appieno il significato peculiare dell' officium judicis nella direzione attiva ed efficace del
processo, nonché nel controllo della durata dei procedimenti giurisdizionali. Ma è il caso di
aggiungere come ormai possa dirsi diffusa ed affermata, negli ordinamenti di civil law, l'idea secondo

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la quale sussiste uno stretto rapporto funzionale tra la direzione attiva del procedimento affidata al
giudice, e l'attuazione di un'adeguata moralizzazione del processo equo o giusto, in quanto il
potere-dovere del giudice di garantire l'eguaglianza effettiva delle parti in contraddittorio non può non
presupporre, da un lato, un controllo attento dei tempi del processo, al fine di prevenire ogni rischio di
tattiche dilatorie, e, dall'altro, un'adeguata sanzionabilità dei fatti accertati di abuso del processo. 35 A
ciò occorre aggiungere, soprattutto nella fase introduttiva del giudizio, l'intervento e lo stimolo del
giudice - ritenuti del tutto coerenti con la natura delle sue funzioni 36 - nella ricerca eventuale di
soluzioni conciliative della controversia, da attuarsi anche con la comparizione personale delle parti.
37

Non va, comunque, dimenticato come pure negli ordinamenti di lingua tedesca l'oralità e la
concentrazione del processo ordinario di cognizione non abbiano mai saputo scongiurare del tuttoi
rischi di una giustizia lenta. 38 Tant'è che, soprattutto negli anni '70, furono considerevoli i tentativi di
imprimere - anche attraverso l'adozione sperimentale di peculiari modelli di rito processuale 39 - una
maggiore accelerazione ai meccanismi di giustizia, di per sé assai più spediti dei nostri.
3. Il ruolo attivo del giudice e le forme non giurisdizionali di tutela alternativa

Traspare a prima vista dalle esperienze poc'anzi sintetizzate come - al di fuori dei poteri di iniziativa,
attribuiti al giudice direttore del processo 40 per favorire, con la comparizione personale delle parti, la
conciliazione giudiziale della causa - non appartenga sul piano istituzionale all'officium judicis, nei
sistemi processuali di civil law (e tantomeno nel nostro), la potestà di stimolare le parti a valersi, ove
possibile, di mezzi alternativi di tutela stragiudiziale.

Al contrario, negli ordinamenti processuali di lingua inglese, le cui radici culturali e tecniche si
rinvengono nelle tradizioni di common law, siffatta potestà appare, oggi, come una componente del
tutto normale del c.d. active case management.

Da tempo, ormai, è noto come l'evoluzione più significativa degli ultimi decenni - segnata da un
progressivo avvicinamento a talune qualificate posizioni che contraddistinguono (cfr. supra § 2) i
sistemi di civil law continentale - abbia condotto ad una sempre più accentuata erosione degli aspetti
più critici dell'adversary system tradizionale, in cui il monopolio dei poteri di iniziativa delle parti
presupponeva la pressoché totale passività del giudice e delle corti di giustizia.

Oggi - come, ad es., si può desumere dalle norme processuali federali, vigenti negli Stati Uniti, e
soprattutto dalle Civil Procedure Rules inglesi del 1999 - il ruolo direttivo del giudice nel predetto case
management gli conferisce il generale potere-dovere 41 di realizzare nel processo quelle condizioni
ideali, la cui presenza renda possibile trattare e decidere le singole cause in modo giusto. 42

Il che, in particolare, gli consente di:

- impartire opportune directions, intese ad assicurare che il procedimento si svolga con rapidità ed
efficienza, 43 nonché con la massima economia di costi e di spese; 44

- assumere determinate iniziative d'ufficio, nella direzione del giudizio; 45

- agevolare la cooperazione delle parti nella corretta e tempestiva fissazione dei temi probatori e delle
questioni decisorie;

- garantire l'eguaglianza effettiva delle parti nel contraddittorio;

- trattare le singole controversie in forme adeguate e secondo modalità proporzionate non solo
all'importanza ed alla variabile complessità delle questioni, ma anche al valore della res litigiosa ed
alla posizione economica delle parti coinvolte; 46

- dettare i tempi e controllare la durata del procedimento; 47

- irrogare direttamente alle parti, nonché ai rispettivi difensori, determinate sanzioni di ordine
economico e processuale, 48 ogni qual volta si verifichi una ingiustificata inosservanza degli ordini
impartiti del giudice ovvero si configuri un abuso degli strumenti processuali, tale da impedire la
giusta definizione del giudizio. 49

Una disciplina del tutto analoga si trova anche nella vigente Rule 16 delle Federal rules of Civil

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Procedure nordamericane, riguardante la c.d. Pretrial Conference. 50

Peraltro, l' officium judicis - è bene sottolinearlo - si completa con due fondamentali attribuzioni.
Nell'ambito della prima, è del tutto naturale, già lo si accennava, che il giudice si debba adoprare, a
seconda delle circostanze, per favorire una soluzione transattiva della lite o comunque per agevolare
una conciliazione giudiziale delle parti; nel contesto della seconda, è nondimeno naturale, anzi è un
logico corollario della sua funzione, che egli le debba incoraggiare, ove lo ritenga opportuno, ad
avvalersi di determinate procedure alternative di risoluzione della controversia, esterne al processo,
facilitandone in ogni modo l'utilizzazione. 51

Non è, poi, priva di un notevole rilievo - nell'ambito delle practice directions integrative delle Rules
inglesi - la predisposizione, a carico delle parti potenziali di un eventuale contenzioso, di appositi e
dettagliati pre-action protocols, ossia la regolamentazione di procedimenti stragiudiziali di preventiva
informazione e di reciproca discovery documentale, da espletarsi inter partes, il cui scopo precipuo è
quello di evitare o, comunque, di prevenire l'instaurazione di determinate categorie di liti giudiziali, 52
sì da favorire la stipulazione di accordi transattivi ante causam o eventualmente l'esperimento, del
tutto volontario, 53 di procedure alternative di risoluzione extra judicium delle controversie, ove
disponibili. 54 Posto che, nell'ottica e nello spirito di questi protocols, l'esercizio dell'azione
giurisdizionale dovrebbe essere considerato quale una estrema ratio, 55 l'osservanza delle
menzionate procedure ante causam e l'eventuale esperimento di procedure alternative di risoluzione
delle liti costituiscono veri e propri oneri per le parti, il cui mancato assolvimento incide in modo
sensibile sull'ambito del case management del giudice posteriormente adito, nonché sul definitivo
riparto delle spese processuali, al termine del giudizio. 56
4. Giusto processo e durata ragionevole

Veniamo, ora, ai ritardi intollerabili della giustizia civile, in rapporto alle garanzie costituzionali. 57

Si impone subito una premessa, che, per quanto necessaria, appare quasi banale.

La garanzia strutturale della ragionevole durata - quale fondamentale componente del giusto
processo, oggi enunciata dall'art. 111, 2º comma, Cost. - non è, certo, una innovazione ascrivibile alla
riforma costituzionale del 1999. La sua esistenza - già chiaramente postulata dall'art. 6, § 1, della
Convenzione europea del 1950 - venne ripetutamente identificata e desunta, negli anni successivi,
dalle stesse garanzie dell'art. 24 Cost., sì da configurarsi, nella giurisprudenza della Corte
costituzionale, come un elemento essenziale del diritto o del potere, a tutti riconosciuto, di agire in
giudizio per la tutela dei propri diritti od interessi legittimi. 58 Si tratta, dunque, di una componente
primaria del c.d. diritto al processo o del diritto alla tutela giurisdizionale, da inserirsi - aggiungo io -
nel novero dei diritti inviolabili dell'uomo, consacrati dall'art. 2 Cost. 59

In altre parole, il diritto di chiunque a "ce que sa cause soit entendue équitablement, publiquemente et
dans un delais raisonnable" - in cui si traduce l'essenza del "diritto ad un processo equo", garantito
dal cit. art. 6, § 1, di quella Convenzione - comporta il riconoscimento di un diritto soggettivo
individuale, che è personalmente azionabile dai soggetti interessati dinanzi alla Corte europea dei
diritti dell'uomo, mediante il ricorso individuale diretto, previsto - sia pure con finalità prevalentemente
risarcitorie - dall'art. 34 della stessa Convenzione. 60

D'altronde, l'azionabilità di quel medesimo diritto viene, talvolta, riconosciuta in modo autonomo da
norme costituzionali interne, dinanzi all'organo supremo di giustizia costituzionale. Il che, ad es.,
accade nel sistema costituzionale spagnolo, con l' amparo previsto dall'art. 53 della Costituzione del
1978, 61 oppure in quello tedesco, con la Verfassungsbeschwerde avanti alla Corte costituzionale
federale di Kalsruhe. 62

La natura del diritto in esame e le caratteristiche funzionali (o le finalità risarcitorie) della tutela
individuale diretta, come sopra esperibile, fanno sì che il giudice competente - nel determinare gli
estremi concreti della durata irragionevole di ogni processo, sottoposto alla sua cognizione - sia
legittimato a procedere ad un accertamento caso per caso, tenendo conto in fatto sia della durata
complessiva di ciascun processo (dagli atti introduttivi sino alla formazione del giudicato), sia delle
peculiarità strutturali di ogni singolo procedimento, sia della variabile complessità delle cause, sia
degli stessi comportamenti, più o meno dilatori, tenuti dallo stesso soggetto ricorrente o delle autorità
pubbliche. 63

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In Italia, come è noto, benché sia mancata, fino ad oggi, la previsione di un'azione giurisdizionale
diretta, dinanzi alla Corte costituzionale, per la protezione dei diritti fondamentali, con la l. 24.03.2001,
n. 89, si è quantomeno inteso rafforzare dinanzi al giudice ordinario - in parallelo con il ricorso diretto
dinanzi alla Corte europea (e non già, si badi, in alternativa ad esso) 64 - la tutela del diritto all'equa
riparazione, per l'accertata violazione dell'art. 6, § 1, della Convenzione del 1950, "sotto il profilo del
mancato rispetto del termine ragionevole". Si è, così, compiuto un notevole passo avanti, nella
reintegrazione, sia pur per equivalente, di siffatto diritto, 65 ogni qual volta il suo titolare abbia
conseguentemente subito un danno patrimoniale (od anche non patrimoniale): il che, lungi dal
configurare l'azione giurisdizionale interna come de plano fungibile rispetto a quella dinanzi alla Corte
europea, identifica invece, nei confronti di quest'ultima, un ambito di tutela addirittura più ampio. 66

Posto che, pure per la norma italiana, il giudice adito, nell'accertare la violazione e nel determinare la
durata ragionevole del singolo processo, al fine di risarcirne l'eccedenza temporale, deve applicare
parametri di valutazione del tutto simili a quelli adottati dalla giurisprudenza consolidata della Corte
europea, 67 i principi enunciati da quest'ultima ed i correlati criteri di determinazione del quantum
risarcibile 68 devono essere presi in considerazione ed applicati dal giudice nazionale quali parametri
giuridici astrattamente invocabili, 69 nell'esercizio del suo potere discrezionale di valutazione. 70 Ciò ha
fatto da significativo preludio ad un rafforzamento dell'indirizzo generale, che oggi tende a qualificare
come efficaci e vincolanti pro judicato per il giudice nazionale - al pari delle pronunce emesse dalla
Corte di giustizia - le decisioni della Corte europea in materia. 71

In una dimensione chiaramente diversa si colloca - come è facile intuire - la ragionevole durata, che
la legge deve assicurare ad ogni processo, 72 in base all'art. 111, 2º comma, Cost. Si tratta di una
riserva di legge, cioè di una garanzia generica e di una prima barriera di protezione costituzionale, la
cui invocabilità - al pari delle altre garanzie sin qui esaminate, ma, rispetto a quelle (nell'art. 111, 1º-2º
comma) già definite come precettive, con qualche limite in più - rientra nell'ambito ordinario del
sindacato incidentale della costituzionalità delle leggi, previsto dagli artt. 23-30 della l. 11.03.1953, n.
87. In tale prospettiva, la Corte costituzionale non può sindacare, caso per caso, la concreta durata
del procedimento preso in esame, od i comportamenti delle parti e del giudice, poiché non è in gioco
la reintegrazione di alcun diritto individuale, ma, nell'esercizio del suo sindacato incidentale, può
analizzare - alla luce della menzionata garanzia, la quale è senza dubbio di tipo strutturale - la
legittimità di quelle disposizioni normative, che in astratto prevedano nel processo modalità
irragionevoli e scansioni temporali eccessive o formalità irrazionali ed inutili, come tali non giustificate
da esigenze di effettività dei diritti di azione o difesa, né tantomeno da interessi razionalmente
strutturali e prevalenti.

Nell'interpretazione della menzionata garanzia, si delineano due tesi diverse e contrapposte. C'è chi
tende, da un lato, a definire minuscola la novità della ragionevole durata e a sminuirne il significato,
attribuendogli una qualche piccola utilità - in armonia con le caratteristiche del menzionato controllo
incidentale di costituzionalità delle leggi - per indurre la Corte a rivedere vecchie questioni, o ad
esaminarne di nuove, con riferimento a quelle norme del processo, che, sul piano tecnico,
contribuiscano a renderne irragionevole la durata. 73

C'è, invece, dall'altro, chi, nel rifiutare qualsiasi lettura riduttiva, afferma che il controllo incidentale di
costituzionalità delle norme processuali dovrebbe risultare più penetrante di quanto sia stato fino ad
oggi consentito. Si imporrebbe, anzi, un radicale mutamento di prospettive per lo stesso interprete, in
quanto: a) il requisito inerente alla ragionevole durata - oggi autonomamente garantito in termini
espressi, e non più ricavabile per implicito (come in passato) dalle garanzie dell'art. 24 Cost. -
dovrebbe essere preso in considerazione, anche a prescindere da quest'ultima garanzia, per
scrutinare la legittimità di qualsiasi norma "in grado di influire sulla durata del processo"; b) di esso,
poi, si dovrebbe necessariamente tenere conto, anche quando si voglia concretizzare il significato dei
diversi requisiti che il 2º comma del nuovo art. 111 sancisce come essenziali per un giusto processo
(cioè: il contraddittorio, la parità delle parti, il giudice terzo e imparziale). 74

Vale, in ogni caso, la pena di sottolineare come nel cit. art. 111, 2º comma, si tenda a considerare
costituzionalizzato il principio di economia processuale, nelle sue principali componenti (interna, in
quanto diretta ad attuare nell'ambito di ciascun processo un risparmio di energie e di risorse,
nell'esercizio delle attività delle parti e del giudice, con una conseguente economia di tempo e di
spese; esterna, o ultraprocessuale, in quanto orientata e diretta a prevenire il promovimento di nuovi
ed inutili giudizi o gradi di giudizio, mediante lo sfruttamento razionale delle risorse di un giudizio già
promosso). 75

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Quel generale principio, nella configurazione che tradizionalmente gli viene data, si sviluppa a due
livelli. Secondo un suo significato primario, di carattere tecnico, esso concerne l'attuazione di misure
e di interventi (normativi o strumentali), che siano capaci di assicurare il massimo risparmio possibile
di atti, di risorse e di energie, nell'esercizio dei diritti, dei poteri e dei doveri, di cui sono titolari nel
corso del processo le parti, il giudice ed (ove previsto) il pubblico ministero. In un'accezione
collaterale e complementare, di natura economica, che a sua volta è un riflesso necessitato del primo
significato, esso riguarda la conseguente realizzazione del massimo risparmio possibile di tempo, di
spese e di oneri (individuali, collettivi o sociali), nello svolgimento del processo e, più in generale,
nell'amministrazione della giustizia.

Il principio, in sostanza, avendo di mira sia obiettivi di razionalizzazione tecnica dei meccanismi
processuali, sia finalità economiche di politica giudiziaria, non può non presupporre - in coerenza con
le sue radici storiche - un concorso parallelo di riforme legislative generali e di interventi strumentali,
da affidarsi caso per caso ad un giudice attivo, quale garante degli interessi pubblicistici sottesi ad
una ordinata e celere amministrazione della giustizia (cfr. retro §§ 2-3).

Esso, dunque, agisce ed opera:

a) da un lato, come direttiva programmatica e disciplinare di essenziale importanza per il legislatore;

b) dall'altro, come fondamentale criterio-guida e parametro di orientamento per il giudice,


nell'esercizio dei suoi rafforzati poteri di direzione, formale o materiale, che tendono alla
concentrazione ed all'accelerazione del processo. 76

Ora, tale principio, unanimemente accolto 77 e talora riconosciuto come espressione attuativa di un
"interesse superiore della giustizia", 78 sembra oggi trovare nella garanzia della ragionevole durata
(art. 111, 2º comma), un riscontro costituzionale diretto - seppur parziale, in quanto limitato
testualmente alla dimensione cronologica della durata (ossia al fattore tempo) - soltanto in quello che
tradizionalmente si indica come significato collaterale, complementare e derivato, ma non anche in
quello primario, di natura tecnica. Ma pare agevole percepire come l'interazione e la combinazione
necessaria fra i due significati del medesimo principio 79 si pongano in perfetta consonanza con
l'interpretazione giurisprudenziale del concetto di délai raisonnable, enunciato nell'art. 6, § 1, della
Convenzione europea. 80

La conclusione è, pertanto, una sola. Quel principio di economia processuale, se lo si vuole


considerare in sintonia con il contesto garantistico entro cui viene enunciato, non può restare
confinato nei limiti della consueta riserva di legge, rimessa alla discrezionalità del legislatore
ordinario. La formula adottata dall'art. 111, 2º comma, Cost. enuncia certamente un imperativo (che
è, ad un tempo, precettivo e programmatico) per il legislatore ordinario, poiché consacra una ulteriore
garanzia minima ed essenziale del giusto processo, in aggiunta a quelle (del "contraddittorio fra le
parti", delle loro "condizioni di parità", del "giudice terzo e imparziale") enunciate dalla norma nel
medesimo contesto. Essa, quindi, impone in primis al legislatore l'adozione delle opportune riforme
strutturali, che, anche attraverso un rafforzamento del ruolo direttivo del giudice (cfr. retro § 3), siano
idonee a ridurre tempi, durata e costi di ogni processo, sì da renderlo effettivamente giusto, con una
correlata economia di risorse e di attività. 81 Lo stesso principio, però, trovando oggi quel
riconoscimento costituzionale che gli era finora mancato 82 e pur dovendosi comunque reputare
sempre subordinato all'esigenza di assicurare un'attuazione piena ed effettiva alle garanzie individuali
di tutela, sancite negli artt. 24-25 Cost., 83 è in grado sin da ora di fornire adeguati incentivi al
sindacato incidentale di costituzionalità delle leggi.

La nuova garanzia dovrebbe, quindi, consentire alla Corte costituzionale un ampio scrutinio della
legittimità di molti istituti del processo, i quali - nel disciplinare le forme, le cadenze, i tempi e gli eventi
anomali del giudizio - rendono possibili gli eventuali abusi del processo, 84 nonché un irrazionale
allungamento della sua durata ed un aggravamento dei suoi costi (individuali e sociali), senza
consentire al giudice l'esercizio di adeguati poteri direttivi, di controllo e di stimolo, per l'accelerazione
del rito processuale e per la prevenzione o per la repressione di quegli stessi abusi. 85
5. La conciliazione giudiziale

Giova, a questo punto, una breve analisi dei diversi mezzi (o metodi) di risoluzione alternativa delle
liti.

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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di
tutela

Ma occorre, preliminarmente, enunciare alcuni chiarimenti, sia terminologici che concettuali, in una
prospettiva diacronica.

Di conciliazione giudiziale - quale oggetto di un tentativo, facoltativo oppure obbligatorio, esperibile


dal giudice nel corso del processo (cioè, nella prima udienza di trattazione od, eventualmente, in ogni
momento dell'istruzione ed anche nel giudizio di merito di secondo grado), sia con riferimento al rito
ordinario di cognizione, sia nel contesto di una pluralità di riti diversi e speciali 86 - il vigente CPC
(LGL\1973\5) enuncia una nozione tradizionale, avendo di mira, da un lato, la figura storica del
conciliatore 87 - cui, come sappiamo, con la riforma del 1991 si è sostituito il giudice di pace 88 - e
riferendosi, dall'altro, in termini negoziali a quella convenzione 89 di natura transattiva, che, in caso di
avvenuta conciliazione, viene poi consacrata nel corrispondente processo verbale, idoneo a costituire
titolo esecutivo. 90

Di opera conciliativa del giudice 91 si limitava a parlare, comunque, piuttosto genericamente la stessa
Relazione del Ministro Guardasigilli al Re, sul CPC (LGL\1973\5) del 1942, inquadrandola nella
medesima prospettiva in cui - pur con la riaffermata natura dichiarativa (o accertativa) della funzione
giurisdizionale e con la conseguente esclusione del conferimento al giudice di poteri creativi del diritto
- si giustificava l'opportunità di attribuire allo stesso giudice anche poteri di pronuncia secondo equità,
92
soprattutto laddove, in particolari categorie di controversie su diritti disponibili, fossero le stesse
parti a reclamare una soluzione de bono et aequo. 93

Non è, dunque, formalmente presente nel nostro ordinamento processuale alcuna esplicita norma di
principio, la quale - a differenza di quanto, ad es., è accaduto nel CPC (LGL\1973\5) francese del
1975 94 - testualmente inserisca, tra le funzioni primarie ed essenziali della jurisdictio, quella di
conciliare le parti. 95

Ma - alla luce dei dati convergenti, che emergono dal panorama comparatistico dei sistemi
processuali moderni, sia di civil law che di common law 96 - non si dubita (né pare comunque lecito
dubitare) che siffatta funzione, strettamente connessa al trend legislativo generale che porta ad un
potenziamento delle forme alternative di tutela, venga comunque ad integrare un aspetto
delicatissimo del munus publicum attribuito al giudice, nell'ambito di un giusto processo,
profondamente segnato, come è noto anche a livello comparatistico, da essenziali ed inviolabili
guarentigie minime. 97
6. La conciliazione stragiudiziale

La trasmigrazione della conciliazione al di fuori del processo - sotto forma di un tentativo da esperirsi
stragiudizialmente, avanti ad un soggetto o ad un organo comunque diverso da quello giurisdizionale
togato, prima del formale promovimento di un giudizio - si ricollega, seppur solo in parte, alla figura
della conciliazione in sede non contenziosa, già contemplata nell'art. 321 del CPC (LGL\1973\5) del
1942, 98 ma trova un ben più ampio riscontro nell'evoluzione storica del processo del lavoro,
rafforzatasi in Italia dalla prima metà del secolo XX con la giustizia corporativa ed attuata con la
denunzia di lite alle associazioni sindacali, tenute istituzionalmente ad interporre i loro uffici per la
preventiva conciliazione delle parti. 99

La disciplina di siffatto tentativo di conciliazione nelle controversie di lavoro - concepito dapprima


come facoltativo 100 e poi reso obbligatorio, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale
101
- si è, via via, sviluppata con la riforma del rito corrispondente, attuata dalla l. 11.08.1973, n. 533,
e, come è noto, ha raggiunto il suo ultimo approdo, parallelamente alla riforma del giudice unico in
primo grado, con il d. lgs. 31.03.1998, n. 80. 102

Esso, comunque, si è già diffuso e si va diffondendo sempre di più, come facoltativo o come
obbligatorio, non soltanto nelle controversie di lavoro in senso stretto ed in quelle assimilate, 103 ma
anche nell'ambito di particolari e nevralgici settori dell'ordinamento giuridico. 104

Oggi, poi,con le ultime riforme del 2005, il quadro tecnico delle chances di tutela alternativa disponibili
ante causam si è arricchito di un ulteriore strumento, delineato dall'art. 696-bis CPC (LGL\1973\5). Si
configura, cioè, la possibilità per le parti di richiedere al giudice l'espletamento di una consulenza
tecnica preventiva "ai fini della composizione della lite".

Tale mezzo preventivo presenta profili di grande interesse, in quanto:

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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di
tutela

- può essere attivato anche in assenza dei requisiti prescritti, per l'accertamento tecnico e per
l'ispezione giudiziale da qualificarsi tradizionalmente come normali mezzi di istruzione preventiva, dal
1º comma dell'art. 696;

- il suo esperimento è finalizzato istituzionalmente all'accertamento ed alla relativa determinazione dei


"crediti derivanti dalla mancata o inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito";

- il consulente, prima di depositare nella cancelleria del giudice adito, la propria relazione, ha il dovere
di tentare, "ove possibile", la conciliazione delle parti; 105

- se la conciliazione riesce, il relativo processo verbale, esente da imposta di registro, viene reso
esecutivo dallo stesso giudice con suo decreto, sì da consentire il promovimento del processo di
espropriazione, l'attivazione del procedimento di esecuzione in forma specifica, o comunque
l'iscrizione di ipoteca giudiziale; in caso contrario, la relazione del consulente potrà, su richiesta di
parte, essere acquisita agli atti del successivo giudizio di merito. 106
7. Conciliazione e mediazione. Precisazioni definitorie

Non ci si può sottrarre, in ogni caso, ad un problema di carattere definitorio, che viene a coinvolgere
anche la figura, di elaborazione ben più recente, della mediazione - la quale trova invece, ad es., un
suo preciso riscontro nella disciplina processuale francese 107 - intesa naturalmente quale istituto di
rilevanza processuale, che nulla ha a che vedere con il contratto-tipo, regolato secondo la tradizione
dagli artt. 1.754-1.765 CC.

Di mediazione - riferita a speciali ed appositi "centri", cui tale opera viene solitamente devoluta 108 - si
parla, nella legislazione italiana vigente, come è noto, perlopiù con riguardo al diritto di famiglia ed
alla tutela dei diritti del minore, 109 in armonia con i più significativi principi ed atti normativi del diritto
internazionale e di quello comunitario. 110 Ma non esiste per ora, nelle fonti legislative interne, a
differenza di quanto si è tentato di fare per la conciliazione stragiudiziale in materia societaria, 111
alcuna attendibile definizione di quel concetto.

Un ulteriore, e più articolato, tentativo di definizione si coglie, invece, con tendenze alla
generalizzazione, nella Proposta di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio, relativa a
determinati aspetti della mediazione in materia civile e commerciale, datata 22.10.2004
[SEC(2004)1.314]. 112 Nel perseguire, entro i limiti della cooperazione giudiziaria voluta dal Trattato
CE 113 ed ora ribadita dal Trattato sulla Costituzione europea, 114 il fine di garantire un migliore
accesso alla giustizia, anche con mezzi extragiudiziali di tutela alternativa, 115 istituendo un'efficace
relazione fra mediazione e procedimenti giurisdizionali, 116 la Proposta mira non soltanto a
salvaguardare, ma anche a rafforzare in termini di effettività il rispetto inviolabile del diritto ad un
giusto processo 117 ed, in tale ottica, così si esprime:

- il termine mediazione "indica qualunque procedimento, indipendentemente dalla denominazione,


dove due o più parti della controversia sono assistite da un terzo allo scopo di raggiungere un
accordo sulla risoluzione della controversia, indipendentemente dal luogo in cui il procedimento è
stato intrapreso dalle parti, suggerito o ordinato da un tribunale o prescritto dalla legge nazionale di
uno Stato membro";

- il termine mediatore, dal canto suo, "indica qualunque terzo che gestisce la mediazione,
indipendentemente dalla denominazione o dalla professione di questo terzo nello Stato membro
interessato e dalla modalità con cui il terzo è stato nominato o invitato a gestire la mediazione";

- in ogni caso, la mediazione, come sopra definita, "non comprende i tentativi messi in atto dal giudice
al fine di giungere ad una soluzione transattiva nell'ambito del procedimento giudiziario oggetto della
vertenza" (art. 2);

- fra le caratteristiche essenziali di tale mediazione, nei confronti dei procedimenti giurisdizionali, si
collocano le regole di limitazione o di esclusione probatoria, le quali (sia sotto forma di divieto di
testimonianza del mediatore, sia sotto forma di divieto di acquisizione delle informazioni raccolte nel
corso della mediazione stragiudiziale, salve comunque restando le eccezioni previste nelle lett. a-b-c
dell'art. 6, comma 3) precludono ogni possibilità di utilizzare in sede giurisdizionale prove
eventualmente provenienti dal procedimento mediatorio.
8. Conciliazione e mediazione nell'ambito della giustizia civile. Conclusioni

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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di
tutela

Sia in dottrina che in giurisprudenza, ci si interroga, assai spesso, in merito a distinti quesiti, fra di loro
connessi, la cui risposta coinvolge molti dei valori sottesi alle garanzie costituzionali ed a quelle
convenzionali europee (cfr. supra, §§ 2-3).

Ci si domanda soprattutto: 118

1) se il tentativo di conciliazione giudiziale e la mediazione possano dirsi utili per ogni tipologia di
controversia civile;

2) se il ruolo di conciliatore sia compatibile (ed, in caso affermativo, entro quali limiti) con la funzione
del giudicare;

3) quale sia il ruolo specifico del difensore nel tentativo di conciliazione ed, eventualmente, in sede di
mediazione;

4) se ed in quali limiti possa dirsi compatibile con il dovere di imparzialità l'eventualità che il giudice
stesso, nel corso di un tentativo di conciliazione, indichi alle parti sue proposte transattive;

5) se ed in qual misura il comportamento delle parti nel tentativo di conciliazione e in sede di


mediazione possa avere rilevanza, nella prosecuzione del giudizio o nell'instaurando nuovo giudizio.

Sui quesiti n. 2 e n. 4, occorre tenere in considerazione:

- da un lato, l'esigenza di contemperare, nel contesto delle garanzie del giusto processo (art. 111,
commi 1º-2º, Cost.), il ruolo del giudice con l'imperativo istituzionale della sua imparzialità (ovvero
della sua indifferenza e terzietà, nei confronti delle parti e dei rispettivi interessi in lite);

- dall'altro, la necessità di commisurare con siffatta esigenza ogni possibile valutazione di opportunità,
circa l'eventuale formulazione di proposte conciliative, che già il legislatore ha ultimamente mostrato,
talvolta, di non voler escludere. 119

Sul quesito n. 5, invece, lo stesso legislatore italiano - forse, non del tutto in linea con le indicazioni
che provengono dalla ricordata Proposta di Direttiva comunitaria 120 - ha già lasciato trasparire il
proprio favorevole orientamento, laddove ammette che - per incentivare il ricorso alle procedure
alternative o, comunque, per disincentivare i comportamenti non collaborativi delle parti - del
comportamento tenuto dalle parti medesime (o da taluna di esse) nel corso della conciliazione
stragiudiziale si possa tener conto nel successivo giudizio, ai fini della ripartizione dell'onere delle
spese, anche nell'apprezzamento dell'eventuale responsabilità aggravata, ex art. 96 CPC
(LGL\1973\5). 121

Sui quesiti n. 1 e n. 3, le possibili risposte non sono univoche.

Certo, il ricorso a procedure alternative - lo insegna l'esperienza degli ordinamenti di lingua inglese,
che pur attribuiscono al giudice poteri di stimolo ad hoc, sconosciuti ai nostri sistemi (cfr. retro, §§ 2-3)
- non è sempre agevole, rientrando nell'ambito di una libertà e di un potere dispositivo di parte - per
ora, nel nostro sistema processuale, non affiancato da analoghi poteri di direzione processuale del
giudice - che implica, molto spesso, valutazioni di opportunità ben diverse da caso a caso.

Rimane, comunque, ben chiaro che sia il ruolo del giudice, nella conciliazione giudiziale, sia quello
dei difensori delle parti, nella conciliazione e nell'eventuale mediazione (ove consentita), devono
adeguarsi - quali che siano - ai parametri fondamentali di correttezza, di lealtà e di probità, sui quali si
fondano i valori etici e deontologici racchiusi nella stessa nozione di giusto processo, oggi
formalmente costituzionalizzata anche in Italia. 122

2. Vale la pena di sottolineare - come è stato da altri ricordato (cfr., sul punto, F. Tommaseo,
Revisione della seconda parte della Costituzione. Norme sulla giurisdizione. Le garanzie della
giurisdizione e del processo nel progetto della Commissione bicamerale. Milano, 1999, p. 182; per
altri riferimenti, E. Dalmotto, Diritto all'equa riparazione per l'eccessiva durata del processo. Misure
acceleratorie e riparatorie contro l'irragionevole durata dei processi. Commento alla legge 24 marzo
2001, n. 89, a cura di S. Chiarloni. Torino, 2002, p. 68-69) - che il tema dell'eccessiva durata dei

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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di
tutela

processi era ben noto già nel diritto romano. Da un lato, infatti, nel quadro generale della distinzione
classica fra legitima iudicia che "(...) legitimo iure consistunt (...)" e iudicia che "(...) imperio
continentur (...)", si era imposto ai primi, con la lex Iulia, a pena di estinzione, un termine di durata
massima pari ad un anno e sei mesi (cfr. Gai IV, §§ 103-104. Manuale delle fonti del diritto romano, a
cura di P. Cogliolo. 2. ed. Torino, 1911, p. 354, e in Gaius institutes, Trad. francese a cura di J.
Reinach. Paris, 1950, p. 166); mentre era particolarmente ridotta ab origine la stessa vita di talune
actiones, soprattutto se accreditate dal ius honorarium o comunque caratterizzate da forme di tutela
interdittale (cfr., in proposito, le citazioni di fonti in Manuale delle fonti del diritto romano, cit., p.
563-564). Dall'altro, era ben chiara al legislatore giustinianeo l'esigenza di restringere i tempi di
amministrazione della giustizia, "(...) non ultra metas triennii, ne lites fiant paene immortales et vitae
hominum modum excedant (...)" (C. 3.1.13, lex Properandum).

3. Sul concetto tecnico di diniego di giustizia, quale presupposto genetico di responsabilità civile dei
magistrati, cfr. l'art. 3, 1º comma, della l. 13.04.1988, n. 117.

4. Per una visione sconfortante dei costi e dei tempi medi di durata dei processi dinanzi agli organi
della giustizia statale, si vedano le Tabelle, sia pur aggiornate sino al 2000, che sono riportate nel vol.
Per una riforma della giustizia. Confronto con N. Buccico; G. Verde; M. Vietti, a cura di V. M. Caferra.
Bari, 2002, p. 234-258.

5. Vale ancor la pena di richiamare, qui, il noto ed approfondito studio di V. Denti, I procedimenti non
giudiziali di conciliazione come istituzioni alternative. Riv. dir. proc., 1980, p. 410-437.

6. Il carattere statuale della giustizia pubblica, in cui la funzione giurisdizionale viene amministrata in
nome del popolo da organi precostituiti, strutturati e disciplinati dalle norme sull'ordinamento
giudiziario (artt. 101-108, 109-110, 111-113 Cost.), trova, come si sa, i suoi necessari contraltari: a) a
carico dei singoli individui e potenziali utenti di giustizia, nei divieti di "autotutela" privata o di "tutela
arbitraria delle private ragioni" (artt. 392-393, 394 s. CP (LGL\1940\2)); b) a carico degli organi
esercenti la funzione giurisdizionale, i doveri fondamentali di decisione e di pronuncia (artt. 99, 112,
277 CPC (LGL\1973\5)), il divieto del non liquet (e la regola basica di giudizio actore non probante
reus absolvitur, ritraibile dall'art. 2.697 CC), l'illiceità di qualsiasi forma di giustizia denegata (cfr.,
ancora, l'art. 3, 1º comma, della l. n. 117/1988). Per un quadro aggiornato di sintesi dei diversi profili,
si vedano da ultimo: S. Bartole, Il potere giudiziario. Bologna, 2006, p. 13-16, 25 s., 67-71; G. Verde,
L'ordinamento giudiziario. Milano, 2003, p. 1-23, 25-42.

7. Sul tema generale, cfr., per ulteriori approfondimenti, L.P. Comoglio, Mezzi alternativi di tutela e
garanzie costituzionali. Riv. dir. proc., 2000, p. 318-371, sp. p. 318 s., 322-326.

8. Si tratta, come è noto, degli alternative dispute resolution methods, entro i quali vanno ricondotte,
essenzialmente, tutte le forme di conciliation, di mediation e di arbitration, che esamineremo fra poco.
Per una chiara prospettazione di tali metodi, rapportati alla disciplina vigente del nostro diritto
processuale, cfr. M. Taruffo, I modi alternativi di risoluzione delle controversie. In: COMOGLIO;
FERRI; TARUFFO. Lezioni sul processo civile. 4. ed. v. 2. Bologna, 2006, p. 13-37.

9. Si veda la Relazione del Ministro Guardasigilli Grandi al Re, sul CPC (LGL\1973\5), del
28.10.1940, § 12, ove peraltro - in termini di relatività storica - si riferiva quel medesimo trend
all'ultimo ventennio (vale a dire, agli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale).

10. Pur con l'enfasi retorica del momento storico, che a noi oggi suona inevitabilmente stonata, si
ribadiva, cioè, che il giudice "(...) anche se il rapporto controverso è di puro diritto privato, deve
essere fornito di tutti i poteri ordinatori e disciplinari indispensabili affinché il processo non segni il
passo e non devii: ne deve essere il direttore e il propulsore vigile, sollecito, sagace (...)". Le parole
ed i passi riportati fra virgolette sono tratti ancora dalla Relazione, cit., § 12.

11. Priva, per di più, di qualsiasi punto di contatto con la figura del giudice delegato, sporadicamente
utilizzata dal CPC (LGL\1973\5) del 1865.

12. Si riveda la Relazione, cit., §§ 16, 20, 21, 23.

13. E'quanto, testualmente, si legge nell'art. 175, 1º comma, CPC (LGL\1973\5).

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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di
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14. Molta importanza era, naturalmente, data alla tendenziale immutabilità del giudice istruttore (art.
174 CPC (LGL\1973\5)).

15. In forza del quale - così spiegava la Relazione al CPC (LGL\1973\5) (§ 24) - "(...) le parti, per
sfuggire al pericolo di non essere in tempo a far valere argomenti che poi nel corso del dibattito
potrebbero rivelarsi appropriati, sono costrette a premunirsi in anticipo, alla cieca, contro le possibili
repliche dell'avversario e a sovraccaricare fin da principio la propria difesa con una quantità di ipotesi
anche contraddittorie fra loro, l'una per l'evento che l'altra possa essere respinta (...)".

16. Si trattava della moralizzazione del processo, ben nota nell'evoluzione delle legislazioni
processuali del secolo XX, al pari della pubblicizzazione, della democratizzazione e della
socializzazione. Sul tema, cfr. M. Cappelletti, Le grandi tendenze evolutive del processo civile nel
diritto comparato. Processo e ideologie. Bologna, 1969, p. 169-251, sp. p. 193-218. Cfr. gli artt. 88-89
CPC (LGL\1973\5).

17. Cfr. l'art. 180, 1º comma, CPC (LGL\1973\5), nella versione del 1940, e la Relazione, cit., § 27.

18. Si ricordi, fra l'altro, che l'estinzione del processo per inattività delle parti doveva essere
"dichiarata, anche d'ufficio", a meno che nel frattempo il processo non fosse egualmente proseguito e
fosse intervenuta la pronuncia di una sentenza o fosse stata data esecuzione ad un'ordinanza
istruttoria (art. 307, 2º comma, nel testo d'origine).

19. Si vedano gli artt. 183-184 CPC (LGL\1973\5), nelle versioni d'origine.

20. Cfr., nel testo d'origine, gli artt. 117 e 185.

21. Si pongano a confronto testuale gli artt. 183 e 184, nonché l'art. 307, nelle rispettive versioni del
1940 e del 1950.

22. Cfr., soprattutto, gli artt. 414, 416, 420, 421-425, 437 CPC (LGL\1973\5).

23. Si vedano le diverse versioni degli artt. 167, 2º-3º comma, 180, 2º comma, e 183, 2º-5º comma,
CPC (LGL\1973\5).

24. Per effetto della mini-riforma del 1995.

25. Vanno, in particolare, confrontati fra di loro i (tribolatissimi) artt. 180, 183 e 184, nelle rispettive
versioni del 1990, del 1995 e del 2005-2006.

26. Si noti che la comparizione personale delle parti, in limine litis, anche per un possibile tentativo di
conciliazione, è oggi subordinata, dopo le riforme del 2005-2006, alla richiesta congiunta delle parti
medesime, salvo restando il potere del giudice di disporre l'interrogatorio non formale in ogni altro
momento del giudizio (artt. 183, 3º comma, e 185, 1º comma, in relazione all'art. 117).

27. Sul tema, con ampi richiami ed approfondimenti, cfr. P. Comoglio; P. Della Vedova, Lineamenti di
diritto processuale societario. Milano, 2006, p. 161-182, 188 s., 349-380; L.P. Comoglio, Spunti
innovativi ed ambizioni riformistiche nel nuovo processo societario, ivi, 2006, p. 7-15, 20-27.

28. Si consulti, ad es., il nuovo testo enunciato per l'art. 112 CPC (LGL\1973\5) (che assorbirebbe
l'attuale art. 175) nel progetto di riforma processuale, elaborato da Magistratura Democratica nel 2005
(Questione giustizia, n. 6, 2005, p. 23-24 dell'estratto, con presentazione di M. Nardin e di M. Pivetti,
Un processo civile per il cittadino . Lineamenti di una proposta di riforma della procedura civile, ivi, p.
5-18).

29. Per fortuna, come ancor oggi è dato constatare.

30. Quella tedesca risale alla ZPO del 1877, più volte ritoccata ed integrata nei decenni successivi
(sino alle riforme degli anni 2001-2003); quella austriaca, pure modificata ed integrata più volte negli
anni (e, da ultimo, nel 2003), risale alla ZPO del 1895, fortemente influenzata dal pensiero giuridico

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del suo ispiratore (Franz Klein).

31. Cfr., ad es., nella ZPO tedesca, il § 128.

32. Si pensi soprattutto al dovere di verità e di completezza, enunciato per effetto dei ritocchi
apportati dalla Novella del 1933 nel § 138, 1º comma, della ZPO tedesca, o nel § 178 di quella
austriaca.

33. Sulla c.d. Verhandlungsmaxime, che si differenzia dal Dispositionsprinzip in senso stretto, cfr., ad
es., le considerazioni di W. Grunsky, Grundlagen des Verfahrensrechts. 2. ed. Bielefeld, 1974, p.
18-23.

34. Cfr., nel testo oggi vigente, dopo le ultime riforme, i §§ 296, 296a e 530 della ZPO tedesca, sulla
c.d. Zurückweisung verspäteten Vorbringens. Si aggiunga, nella medesima prospettiva, il § 180 della
ZPO austriaca ( Verspätetes Vorbringen in Verschleppungsabsicht).

35. Si pensi, in proposito, a quanto prevede l'art. 32.1 del CPC (LGL\1973\5) francese: "Celui qui agit
en justice de manière dilatorie ou abusive peut être condamné à une amende civile de 100 F à 10
000 F, sans préjudice des dommages-intérêts qui seraient réclamés". Negli ordinamenti
ispano-latinoamericani, ad es., si vedano l'art. 247 della LEC spagnola del 2000 (cfr. pure infra) e l'art.
125 del CPC (LGL\1973\5) brasiliano del 1973.

36. Cfr., ad es., l'art. 21 del CPC (LGL\1973\5) francese (cfr. pure infra) o l'art. 125, IV del CPC
(LGL\1973\5) brasiliano.

37. Cfr., nel testo in vigore dopo le riforme del 2002-2003, i §§ 136, 141 e 278 della ZPO tedesca.

38. Naturalmente, i parametri di calcolo di tale eccessiva durata sono ben lontani dai nostri,
trattandosi di una realtà contenziosa in cui i lamentati ritardi sono alquanto inferiori a quelli medi
riscontrati in Italia. Il che è ancor più vero in Austria, ove (come è facile intuire), trattandosi di una
piccola nazione e di un ordinamento giudiziario linearmente organizzato su base territoriale
circoscritta, i ritardi della giustizia sono addirittura minimi, rispetto ai nostri.

39. Si pensi al c.d. Stuttgarter Modell. Sul tema, ampiamente, cfr. Grunsky, Il cosiddetto "Modello di
Stoccarda" e l'accelerazione del processo civile tedesco. Riv. dir. proc., 1971, p. 354-369. Si vedano
inoltre nella dottrina germanica: J. Baumann; G. Fezer, Beschleunigung des Zivilprozesses.
Tübingen, 1970, p. 7 s.; H. E. Henke, Judicia perpetua oder: warum Prozesse so lange dauern. ZZP,
83, 1970, p. 158-162; M. Vollkommer, Die lange Dauer der Zivilprozesse und ihre Ursachen, ivi, 81,
1968, p. 117 s. Per altri richiami e rilievi, L. P. Comoglio, Direzione del processo e responsabilità del
giudice. Riv. dir. proc., 1977, p. 14-56, sp. p. 14-14-26, testo e note.

40. Su tale figura, con ulteriori approfondimenti, cfr., nella dottrina tedesca ormai classica, D.
Brüggemann, Judex statutor und judex investigator. Bielefeld, 1968, p. 49 s. (e passim).

41. Le ricordate Rules inglesi (CPR) configurano tale compendio di poteri direttivi come vero e proprio
court's duty to manage cases (cfr. la Rule 1.4).

42. Secondo la Rule 1.1, l' overriding objective di tale codificazione è, appunto, quello di "(...) enabling
the court to deal with cases justly (...)".

43. Cfr. la Rule 1.4, (2), (l).

44. Cfr., ancora, la Rule 1.1, (2), (b)

45. Si vedano la Rule 3 ( Court's case management powers) ed, in particolare, la Rule 3.3.

46. Cfr. la Rule 1.1, (2), (b), (c).

47. ule 1.4, (2), (g).

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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di
tutela

48. Si vedano: da un lato, i presupposti per una esemplare condanna alle spese del giudizio,
dall'altro, le ipotesi in cui il giudice è addirittura autorizzato ad esercitare il potere di "(...) strike out the
statement of the case (...)" ( Rule 3.4). Un siffatto potere di tipo decisorio comincia a trovare spazio, in
termini lato sensu sanzionatori, anche negli ordinamenti di civil law. Si pensi, ad es., a quanto
prevede nella LEC spagnola del 2000, l'art. 247, 2º comma, in funzione del rispetto della buona fede
processuale: "Los tribunale rechazarán fundadamente las peticiones e incidentes que se formulen
con manifiesto abuso de derecho o entrañen fraude de ley o procesal".

49. Rule 3.4, (2), (b).

50. Si consulti l'intera - ed alquanto complessa - Rule (a), (b), (c), (d), (e), (f), nelle diverse
articolazioni dei poteri direttivi spettanti alle Corti federali.

51. Si veda la Rule 1.4, (2), (e), secondo cui rientra altresì nell' active case management: "(...)
encouraging the parties to use an alternative dispute resolution procedure if the court considers that
appropriate and facilitating the use of such procedure (...)". Un'analoga previsione si trova nelle
Federal Rules nordamericane, e precisamente nella citata Rule 16, (c), (9), ove si prescrive che "(...)
the court may take appropriate action, with respect to: (...) (9) settlement and the use of special
procedures to assist in resolving the dispute when authorized by statute or local rule (...)" (corsivo
aggiunto).

52. Le menzionate Directions (5.1), sino a questo momento, a partire dal 1999, disciplinano con cura
le modalità differenziate di scambio di lettere e di comunicazioni inter partes, per le liti riguardanti le
seguenti materie: a) personal injury; b) clinical negligence; c) construction and engineering disputes;
d) defamation; e) professional negligence; f) judicial review di atti di organi pubblici od amministrativi,
lesivi di diritti individuali; g) disease and illness; h) housing disrepair.

53. Cfr. la Direction 4.7, ultimo inciso: "it is expressly recognised that no party can or should be forced
to mediate or enter into any form of ADR".

54. Cfr. la Direction 4.7, primo periodo: "the parties should consider whether some form of alternative
dispute resolution procedure would be more suitable than a litigation, and if so, endeavour to agree
which form to adopt".

55. La Direction 4.7, cit., parla, al riguardo, di last resort.

56. Si vedano le Directions 2.1. 3.3 e 4.7, primo periodo, inciso finale, con riferimento alle Civil
procedure rules 3.1.(4), 3.9.(e), 5 e 44.3,(a).

57. Sul tema, con ampia trattazione, cfr. L. P. Comoglio, Etica e tecnica del "giusto processo". Torino,
2004, p. 39-94, sp. p. 85-92, testo e note.

58. Si veda, in particolare, a proposito dell'art. 696 CPC (LGL\1973\5), Corte cost., 22.10.1999, n.
388. Foro it., 2000, I, 1.072-1.080, sp. 1.075-1.077, con commento di I. Pagni, I limiti
dell'accertamento tecnico preventivoancora al vaglio della Corte costituzionale, 1.073-1.079. In
motivazione ( ivi, 1.075-1.078), fra l'altro si legge: "(...) Il nucleo essenziale della tutela costituzionale
che viene richiesta riguarda il diritto al giudizio: l'effettività della tutela dei propri diritti cui è preordinata
l'azione, ed in definitiva la stessa efficacia della giurisdizione, si combina con la durata ragionevole
del processo (...) il diritto di agire in giudizio a tutela dei propri diritti ed interessi, garantito dall'art. 24
Cost., (...) implica una ragionevole durata del processo, perché la decisione giurisdizionale alla quale
è preordinata l'azione, promossa a tutela del diritto, assicuri l'efficace protezione di questo e, in
definitiva, la realizzazione della giustizia (...)".

59. Nel senso che il diritto al processo ed al giudizio, compendiati nel diritto alla tutela giurisdizionale,
appartengano de plano al novero dei diritti involabili dell'uomo, che lo Stato riconosce e garantisce, ai
sensi del cit. art. 2 Cost., già si è ripetutamente espressa la giurisprudenza costituzionale. Cfr., ad
es., con ulteriori citazioni e rinvii, Corte cost., 22.10.1999, n. 388, cit. Foro it., 2000, I, 1.075-1.078,
con nota di Pagni, i limiti dell'accertamento tecnico preventivo, cit.; ma si vedano, già prima, Corte
cost., 27.12.1965, n. 98, ivi, 1966, I, 8-14, e Corte cost., 02.02.1982, n. 18, ivi, 1982, I, 934-950, con
nota di Lariccia. Per ulteriori rilievi, cfr. ancora Comoglio, Etica e tecnica, cit., p. 51-54, testo e note.

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tutela

60. Si vedano anche gli artt. 45 e 47 del Regolamento della Corte. Sui costi sociali ed economici,
inflitti da siffatte condanne allo Stato italiano, sino ai giorni nostri, cfr. ancora il vol. Per una riforma
della giustizia, cit., p. 259-260.

61. Le garanzie di riferimento sono quella del derecho a obtener la tutela efectiva de los jueces y
tribunales, nonché quelle attinenti al processo ed, in particolare, il diritto a un proceso público sin
dilaciones indebidas y con todas las garantías, sanciti dall'art. 24, 1º-2º comma, della stessa
Costituzione. Sul tema, con ampia trattazione, D. Vallespín Pérez, El modelo constitucional de juicio
justo en el ambito del proceso civil. Barcelona, 2002, p. 13-144, sp. p. 76-92, 92-97. Per altre
indicazioni su questo mezzo di tutela diretta dei diritti fondamentali, cfr., ad es., T. cost. spagnolo,
sez. I, 22.07.1985, n. 90. Foro it., 1986, V, 149-156, con nota di A. Pizzorusso. L' amparo è,
comunque, uno strumento ormai comune nelle democrazie costituzionali dell'area
ispano-latino-americana (cfr. spunti e richiami, nel quadro globale delle garanzie costituzionali
disponibili, in Comoglio, Etica e tecnica, cit., p. 198-219, testo e note; adde, per una trattazione
particolarmente ampia, H. Rondón de Sansó, Amparo constitucional. Caracas, 1988, p. 9-392).

62. Cfr., in rapporto specifico alla tutela dei Grundrechte di natura processuale (artt. 101-103), l'art.
93, n. 4- a, della Costituzione federale tedesca del 1949.

63. Sul tema, cfr., ad es.: C. europ. dir. uomo, 10.12.1982, Foti, e 10.12.1982, Corigliano. Foro it.,
1983, IV, 181-206; Id., 28.09.1995, Scollo, ivi, 1996, IV, 113-121, con nota di Piombo; Id.,
23.04.1998, S.R. - Gov. It., ivi, 1999, IV, 1-5; Id., 02.09.1997, Nicodemo. Giust. civ., 1997, I, 2.965;
Id., 07.08.1996, Ferrantelli, Rep. Foro it., 1997, voce Diritti politici e civili, n. 48; Id., 18.07.1994,
Vendittelli, ivi, 1995, voce cit., n. 58. In dottrina, IAI, La durata ragionevole del procedimento nella
giurisprudenza della Corte europea sino al 31.10.1998. Riv. dir. proc., 1999, p. 549-569. Per ulteriori
considerazioni, cfr. Patrone, Il nuovo articolo 111 della Costituzione e la Convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il nuovo articolo 111 della Costituzione e
il giusto processo civile, cit., 153-166. Da ultimo, cfr., ad es., Corte europea dir. uomo, 29.07.2004,
Scordino c. Gov. Italia. Foro it., 2005, IV, 1-15, con commenti di D. Bellantuono e di G. de Marzo.

64. Cfr., in rapporto all'art. 6 della l. n. 89/2001, le considerazioni di P.L. Nela, L'art. 6 della legge
Pinto. Una norma provvisoria preposta al definitivo coordinamento fra tutela sopranazionale e tutela
nazionale. Misure acceleratorie e riparatorie contro l'irragionevole durata dei processi, cit., p.
373-391, sp. p. 389-391 (sull'insussistenza di un rapporto di fungibilità fra l'azione europea e quella
dinanzi al giudice italiano).

65. Si badi, coerentemente, che la disciplina della l. n. 89/2001 non è reputata innovativa, rispetto
all'art. 6 della Convenzione del 1950, e, quindi, il diritto all'equa riparazione, da essa regolato, può
essere fatto valere anche per periodi anteriori alla sua entrata in vigore. Sul punto, ad es., cfr. Cass.,
23.09.2004, n. 19.084, e Cass., 22.07.2005, n. 15.488. Rep. Foro it., 2005, voce, cit., n. 146-147.

66. La maggior tutela, attribuibile nel giudizio risarcitorio dinanzi al giudice nazionale, appare
pienamente in linea con la consueta riserva di invocabilità di una protezione eventualmente maggiore
dei medesimi diritti, enunciata dall'art. 53 della Convenzione (in armonia con un trend emergente da
altre analoghe norme contenute in Costituzioni o in Convenzioni moderne). Sui presupposti
dell'azione, sulla tipologia dei giudizi suscettibili di sindacato in termini di durata ragionevole, sulla
struttura del relativo procedimento, nonché sui contenuti dei provvedimenti di tutela, cfr. in particolare:
Dalmotto, Diritto all'equa riparazione, cit., p. 96-100, 101-225; ed ancora A. Ronco, L'azione di
condanna all'equa riparazione e la disciplina del procedimento, ivi, p. 249-325; Id., il tempo per la
proposizione della domanda, ivi, p. 327-336.

67. Quei parametri, in base all'art. 2 comma 2º, della l. n. 89, sono: 1) la "complessità del caso"; 2) in
relazione ad essa, "il comportamento delle parti e del giudice del procedimento"; 3) "il comportamento
di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a comunque contribuire alla sua definizione".

68. Si parla perlopiù, con riferimento al danno non patrimoniale, di importi oscillanti fra # 1.000,00 ed
# 1.500,00 per ciascun anno di durata irragionevole (sul punto, ad es., da ultimo, cfr. Cass.,
26.01.2006, n. 1.630. Rep. Foro it., 2006, voce, cit., n. 8).

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69. Le modalità del loro impiego ed il loro mancato o scorretto utilizzo, naturalmente, soggiacciono al
sindacato di legittimità della Corte di cassazione, ex art. 360, n. 3 e 5, CPC (LGL\1973\5).

70. Sul punto, l'orientamento giurisprudenziale è consolidato e univoco. Cfr., ex plurimis, ad es.,
Cass., ord. 07.04.2004, n. 6.894, Cass., 17.03.2004, n. 5.386, Cass., 02.03.2004, n. 4.207, Cass.,
10.04.2003, n. 5.664, e App. Bari, Dec. 09.07.2004, Zambottoli c. Min. giust. Foro it., 2005, I,
189-202; Cass., 30.09.2005, n. 19.205. Rep. Foro it., 2005, voce, cit., n. 151; Cass., 26.01.2006, n.
1.630, ivi, 2006, voce cit., n. 8.

71. Da ultimo, in base al richiamo specifico dei principi desumibili dall'art. 46 della Convenzione, dal
Protocollo aggiuntivo n. 14 del 13.12.2004 (ratificato in Italia con l. 15.12.2005, n. 280), nonché dalla
l. 09.01.2006, n. 12, si consulti Cass., sez. I pen., 03.10.2006, n. 32.678. Guida al dir., n. 6, nov.-dic.
2006, p. 18-28, con commenti di G. Frigo e di P. Pastorino, p. 29-35. Si veda, pure, a proposito della
durata ragionevole, App. Torino, dec. 14.04.2004, Brescia c. Min. giust. Foro it., 2005, I, 192,
202-204.

72. Tale dovrebbe essere, senza dubbio, il collegamento logico da instaurare fra le diverse parti del
2º comma, quando si statuisce che la legge ne assicura ( scil., assicura di ogni processo: espressione
con cui, nel medesimo testo normativo, inizia la statuizione che immediatamente precede) la
ragionevole durata.

73. In questi termini - con riferimento esemplificativo alle questioni inerenti alla disciplina sulla c.d.
"doppia deserzione dell'udienza civile" (artt. 181, 1º comma, e 309 CPC (LGL\1973\5)) - cfr. S.
Chiarloni, Il nuovo art. 111 Cost. e il processo civile .Riv. dir. proc., 2000, p. 1.010-1.034, sp. p.
1.032-1.033 (anche nel vol. Il nuovo art. 111 della Costituzione e il giusto processo civile, a cura di
M.G. Civinini; C. Verardi. Milano, 2001, p. 13-35).

74. Si veda, sul tema, G. Olivieri, La "ragionevole durata" del processo di cognizione (qualche
considerazione sull'art. 111, 2º comma, Cost.). Foro it., 2000, V, 251-268, sp. 251-253 (donde sono
tratte, nel testo, le citazioni fra virgolette).

75. Olivieri, La "ragionevole durata".. ., cit ., p. 253-254, si richiama - anche per la duplicità di
prospettive testé ricordate - a L.P. Comoglio, Il principio di economia processuale. Padova, 1980, t. I,
p. 7, 71-72, e 1982, t. II.

76. Per maggiori ragguagli sui temi trattati, cfr. ancora Comoglio, Il principio di economia processuale,
cit., t. I, p. 3-67, e t. II, p. 319-362.

77. Con riguardo al processo amministrativo, ad es., non manca chi - come Nigro, Giustizia
amministrativa. Il Mulino. Bologna, 1994, 255 (in ciò ripreso anche da Caianiello, Lineamenti del
processo amministrativo. Torino, 1979, 32) - ammonisce, circa "il rischio di elevare a regole del
processo degli pseudo-principi e cioè delle proposizioni che siano il risultato di affrettate
generalizzazioni astratte o addirittura di soggettive preferenze dello stesso dello stesso interprete",
ricordando al riguardo il "cosiddetto principio dell'economia dei giudizi del quale tanto si abusa a
proposito del processo civile e penale (...)". Sulla piena legittimità e sulle poliedriche valenze
applicative del principio di economia, sia nel processo penale che in quello amministrativo, cfr.,
invece, ancora L.P. Comoglio, Il principio di economia processuale, cit., t. II, p. 151-205, p. 207-272.

78. Così, con riguardo all'intervento jussu judicis (art. 107 CPC (LGL\1973\5)), ad es., Cass.,
10.05.1995, n. 5.082. Rep. Foro it., 1995, voce Intervento in causa e litisconsorzio, n. 43.

79. Intuitivamente, non c'è dubbio che l'economia di tempo e di durata non possa mai realizzarsi, se
non anche con la mediazione di un'economia tecnica di mezzi, di risorse e di energie, nelle attività
svolte dai soggetti processuali all'interno del processo. Sul punto, a proposito dell'esigenza
costituzionale di tempestività della tutela, cfr. I. Andolina; G. Vignera, I fondamenti costituzionali della
giustizia civile, il modello costituzionale del processo civile italiano. Torino, 1997, p. 95-97.

80. Infatti - come da tempo ha affermato la Corte europea di Strasburgo (cfr. Corte europ. dir. uomo,
06.05.1981, Buchholz. Foro it., 1981, IV, p. 273-282, sp. 279 (motivazione, §§ 49-50), con riferimento
particolare ai §§ 54, 57, 64 e 72 del BArbGG tedesco - anche nei giudizi prevalentemente ispirati al

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principio dispositivo ( a fortiori, in quelli caratterizzati da componenti inquisitorie) è compito


fondamentale del giudice, nell'esercizio dei suoi poteri di Prozeßleitung, assicurare in concreto la
celerità del processo, ai sensi dell'art. 6, § 1, della stessa Convenzione.

81. Nella direzione di una più marcata accelerazione dei procedimenti, si sono mosse le ultime
riforme processuali del 2005 e del 2006. Si pensi, in particolare, nel giudizio dinanzi alla Corte di
cassazione, al nuovo testo dell'art. 375 CPC (LGL\1973\5), sui casi di inammissibilità dei ricorsi e sul
procedimento in camera di consiglio all'uopo predisposto, nonché alle nuove regole enunciate per il
procedimento suddetto e per la decisione sulle istanze di regolamento di giurisdizione e di
competenza, ai nuovi artt. 380- bis e 380- terCPC (LGL\1973\5). Sui problemi, di ordine organizzativo
e manageriale, correlati alla durata ragionevole dei processi e sulle possibili proposte di riforma, cfr.:
Verardi, Articolo 111 della Costituzione e tempi del processo civile, cit., p. 113-128; nonché i
contributi di Viazzi; Marini; Gilardi;Panzani; Martinelli e Liccardo, ivi, p. 143 s., 199 s.

82. Sul diniego di copertura o di rilevanza costituzionale diretta per il principio di economia
processuale (che viene accomunato, nell'occasione, al valore della speditezza del giudizio), si veda,
ad es., Corte cost., 23.05.1997, n. 146. Rep. Foro it., 1997, voce Dibattimento penale, n. 137, a
proposito dell'art. 518 CPP (LGL\1941\8). Del resto, la stessa Corte, in passato, talvolta aveva
persino cercato di sminuire o di svalutare la portata - certamente, non costituzionale - del concetto di
termine ragionevole, previsto per la carcerazione preventiva dall'art. 5, § 3, della Convenzione
europea, in quanto esso non proporrebbe "alcun criterio concreto", astenendosi dal "fornire una
qualsiasi specificazione" (così, testualmente, Corte cost., 01.02.1982, n. 15. Foro it., 1982, I,
2.132-2.147, sp. 2.139-2.140, con commento di M. Nobili, Successione nel tempo di norme sui
termini massimi della custodia preventiva e principi costituzionali, 2.134-2.141). Per l'inserimento del
principio di economia processuale fra quelli non direttamente generati o rafforzati da norme
costituzionali, cfr. C. Mandrioli, Diritto processuale civile, I. Torino, 2006, p. 496-498.

83. Per chiari accenni in tal senso, cfr., ad es., Corte cost., ord., 05.02.1999, n. 18, in Giur. cost.,
1999, p. 152 s.

84. Tali abusi si raccordano, costantemente, alla violazione del dovere di lealtà e probità, sancito
dall'art. 88, 1º comma, CPC (LGL\1973\5). Sul tema, con ampia trattazione: F. Cordopatri, L'abuso
del processo, v. 1-2. Padova, 2000, p. XXVIII-1.452.

85. Olivieri, La "ragionevole durata"..., cit., p. 257-268, prospetta ed analizza acutamente, in chiave di
economia esterna o interna, più fattispecie normative, ad es., concernenti nel CPC (LGL\1973\5): 1)
le provvidenze sananti (artt. 102, 164, 182, 291); 2) la sospensione del processo (artt. 41, 48, 1º
comma, 279, 4º comma, 295); 3) l'interruzione (artt. 300-305); 4) la fissazione dei termini per il
deposito e per lo scambio di difese scritte (artt. 180, 2º comma, e 183, 5º comma); 5) le deduzioni
istruttorie (art. 184); 6) la rimessione in termini (art. 184- bis); 7) i termini di impugnazione (art. 327);
8) le forme di integrazione del contraddittorio nei giudizi di impugnazione (artt. 331-332); 9) la
rimessione in appello della causa al primo giudice (artt. 353-354); 10) la cassazione senza rinvio, ai
sensi dell'art. 384, 1º comma; 11) il regime delle preclusioni e l'intervento volontario di terzi (artt. 184
e 268); 12) la doppia deserzione delle udienze (artt. 181, 1º comma, e 309). Ci si chiede, a tale
stregua, se non possa configurarsi in astratto - pur in presenza di rischi di destabilizzazione del
sistema processuale, il cui modello processuale di cognizione ordinaria è ben radicato sui corollari del
principio dispositivo e sul limitato ruolo attivo del giudice - una questione di legittimità della stessa
rilevabilità ope exceptionis dell'estinzione del giudizio per inattività di parte, secondo le modifiche
apportate dalla controriforma del 1950 all'art. 307, 4º comma, CPC (LGL\1973\5).

86. Si vedano ad es.: nel CPC (LGL\1973\5), dopo le recenti riforme: gli artt. 183, commi 1-2, 185,
198-199, 320, commi 1-2, 350, comma 3, 420, commi 1-2, 708; nel CC, dopo le modifiche apportate
dal d. lgs. 17.01.2003, n. 6, l'art. 2.378, comma 4, sul procedimento di impugnazione delle
deliberazioni societarie. Ma si considerino pure: gli artt. 1, comma 1, e 4, comma 7, della l.
01.12.º1970, n. 898, sullo scioglimento del matrimonio (con le modifiche di cui alla l. 06.03.1987, n.
749); l'art. 7 della l. 02.03.1963, n. 320, sulla disciplina delle controversie dinanzi alle sezioni
specializzate agrarie; l'art. 44, commi 1-4, della l. 27.07.1978, n. 392, sulla locazione di immobili
urbani; l'art. 5, commi 1-2, del DM 02.12.2000, n. 398, sulla disciplina regolamentare dell'arbitrato in
materia di opere pubbliche (con riferimento all'art. 32 della l. 11.02.1994, n. 109) ed ora gli artt.
239.241 del d. lgs. 12.04.2006, n. 163; l'art. 48, commi 1-4, del d. lgs. 31.12.1992, n. 546, sul

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contenzioso tributario; ed infine gli artt. 12, comma 3, lett. d, e 16, comma 2, del d. lgs. 17.01.2003, n.
5, sulle controversie societarie.

87. Cfr. l'art. 1 del CPC (LGL\1973\5) del 1865: "I conciliatori, quando ne siano richiesti, devono
adoperarsi per comporre le controversie". Si vedano, inoltre, del medesimo codice, gli artt. 2-7. Nel
CPC (LGL\1973\5) del 1940, invece, si rivedano gli artt. 319-322, e, per quanto riguarda la
conciliazione in sede non contenziosa, l'art. 321.

88. Cfr., oggi, per il giudizio dinanzi al giudice di pace e per la eventuale conciliazione in sede non
contenziosa, gli artt. 311-322, come modificati dalla l. 21.11.1991, n. 374.

89. Cfr., dopo le modifiche apportate dalle ultime riforme del 2005 e del 2006, l'art. 185, ultimo
comma, richiamato anche dall'art. 320, comma 2º, nonché l'art. 88, comma 1, disp. att. CPC
(LGL\1973\5).

90. Nei casi di fallita conciliazione in sede non contenziosa, quel processo verbale, invece, "ha valore
di scrittura privata riconosciuta in giudizio" (cfr. l'art. 322, comma 3º, e già l'art. 322, comma 1º).

91. Sul punto, si rilegga la relazione ministeriale in esame (II, § 8, Il giudice e la legge, 3º cpv.).
Nell'affermata ottica dell'opportunità di conferire al giudice poteri equitativi, si afferma esplicitamente
che "(...) in questo senso debbono essere intese quelle disposizioni del nuovo Codice colle quali si
tende a rendere più frequente e più efficace in tutti i giudizi l'opera conciliativa del giudice (...)".

92. Cfr. gli artt. 113-114 CPC (LGL\1973\5).

93. Nella citata Relazione ministeriale (§ II, 8, 4º cpv.), si sottolinea, fra l'altro, come siffatta esigenza
di equità non avesse - soprattutto, nei "litigi su contabilità non regolarmente tenute" o nei più
complessi giudizi di liquidazione del danno - trovato un soddisfacente riscontro nemmeno
nell'anomala figura degli arbitri conciliatori, alla cui nomina si procedeva (dalle parti concordemente,
od anche dal giudice d'ufficio) nei giudizi dinanzi ai Tribunali di commercio, "con incarico di sentire le
parti e conciliarle, se sia possibile, in difetto, di dare il loro parere" (art. 402, commi 1º-2º, CPC
(LGL\1973\5)).

94. Si legga l'art. 21: " Il entre dans la mission du juge de concilier les parties".

95. In una prospettiva analoga a quella che ebbe a caratterizzare la legislazione postunitaria italiana
ed, in particolare, il CPC (LGL\1973\5) del 1865, si collocava anche la disciplina degli actos de
conciliación, esperibili anche ante causam dinanzi al Juzgado de Primera instancia o al Juzgado de
Paz, già contenuta negli artt. 460-480 della LEC del 1881, Tale disciplina è rimasta in vigore, anche
dopo la LEC del 2000, ove, peraltro, esistono norme specifiche sul tentativo di conciliazione giudiziale
nel corso della audiencia previa al juicio (cfr., a proposito dell' intento de conciliación o transacción, gli
artt. 415 e 428).

96. Sono particolarmente significative - a proposito del ruolo attivo del giudice, nell'incoraggiare il
ricorso delle parti a forme di tutela alternativa ( arbitration, mediation, e così via, nell'ambito dei c.d.
Alternative Dispute Resolution Methods), da reputarsi ormai come parte integrante dei poteri attivi
delle corti nel case management - la Rule 1.4 e la Rule 26.4 delle Civil Procedure Rules inglesi del
1999, nonché, nell'ordinamento federale nordamericano, la Rule 16, lett. c, n. 9, delle Federal Rules
of Civil Procedure (in tema di pretrial conferences e di management). Cfr., per più ampi riferimenti,
retro, § 3.

97. Si rivedano i nuovi commi 1º-2º dell'art. 111 Cost.

98. Oggi, la stessa funzione, transitata al giudice di pace, viene regolata nell'art. 322 ed il relativo
procedimento è ancora disciplinato dagli artt. 68-69 disp. att.

99. Si rivedano gli artt. 430-433 del CPC (LGL\1973\5) del 1940, nella loro versione originaria (di poi
caducatasi con la soppressione degli organi corporativi, a partire dal 1944).

100. Cfr. gli artt. 410-412 CPC (LGL\1973\5), con le modifiche del 1973.

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Durata ragionevole del giudizio e forme alternative di
tutela

101. Si vedano, oggi, gli artt. 410-412 bisCPC (LGL\1973\5) (nonché, per l'arbitrato in materia di
lavoro, gli artt. 412 ter-quater), dopo le modificazioni introdotte dal d. lgs. n. 80/1998.

102. Ad esso, appunto, si devono le vigenti versioni delle norme contenute negli artt. 410-412 quater
CPC (LGL\1973\5).

103. Si vedano, ad es.: l'art. 4, comma 3º, del d. lgs. 09.07.2003, n. 215, sulla parità di trattamento
per occupazione e condizioni di lavoro; l'art. 65, commi 1º-2º, del d. lgs. 30.03.2001, n. 165, sul lavoro
alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche; l'art. 35, comma 2º, della l. 24.01.2000, n. 340, sulle
controversie in materia di masi chiusi; l'art. 7 della l. 15.07.1966, n. 604, e l'art. 5 della l. 11.05.1990,
n. 108, sulla disciplina dei licenziamenti individuali; l'art. 46 della l. 03.05.1982, n. 203, sui contratti
agrari.

104. Si vedano, ad es.: l'art. 10 della l. 18.06.1998, n. 192, sulla subfornitura; l'art. 4, commi 1º-5º, del
DPR 18.04.1994, n. 360, sulla disciplina dell'uso non esclusivo del brevetto di invenzione; gli artt. 56,
190, 194 bis della l. 22.04.1941, n. 633, sul diritto d'autore, nel testo oggi vigente (ma si veda, per
altre innovazioni, il d. lgs. 16.03.2006, n. 140; l'art. 3, comma 2º, della l. 30.07.1998, n. 281, sulla
disciplina dei diritti dei consumatori e degli utenti (ma si veda, ora, l'art. 141 del d. lgs. 06.09.2005, n.
206; gli artt. 38-40 del d. lgs. 17.01.2003, n. 5, sulle controversie societarie, cui si richiamano anche
l'art. 7 della l. 06.05.2004, n. 120, sulla disciplina del franchising, e l'art. 7 della l. 06.05.2004, n. 129,
per i contratti di affiliazione commerciale.

105. Come si sa, nella consulenza tecnica ex artt. 191-201 CPC (LGL\1973\5), esperibile nel corso di
un procedimento di cognizione ordinaria, siffatto potere-dovere è attribuito al solo consulente
incaricato dell'esame contabile (artt. 198, 1º comma, 199-200).

106. Per rilievi e confronti sul tema, cfr., ad es., L.P. Comoglio, Le singole misure cautelari.Lezioni sul
processo civile, cit., p. 81-82; Mandrioli, Diritto processuale civile, cit.,. p. 285-291, sp. p. 288-289.

107. Si consultino gli artt. da 131-1 a 131-15 del CPC (LGL\1973\5), dopo le modifiche apportate con
il Déc. 96-652 del 22.07.1996.

108. Cfr., al riguardo, l'art. 4, comma 1º, lett. i, della l. 28.08.1997, n. 285, con riferimento agli artt.
22-23 del DPR 24.07.1977, n. 616, in materia di assistenza e beneficenza pubblica, per quanto
concerne i servizi di sostegno alla relazione genitori-figli, di contrasto della povertà e della violenza,
nonché le misure alternative al ricovero di minori in istituti educativo-assistenziali.

109. Così, ad es., accade: nella disciplina degli ordini di protezione contro gli abusi familiari (art. 342-
bis, comma 2º, CC, introdotto dalla l. 04.04.2004, n. 154); nella disciplina dei poteri del giudice di
pace in sede giurisdizionale penale, i quali sono particolarmente ampi, comprendendo non soltanto
un'attività propositiva e d'impulso per la conciliazione, in caso di reati procedibili a querela, ma anche
specifiche attribuzioni in ordine all'esclusione della procedibilità nei casi di "particolare tenuità del
fatto" ed alla declaratoria di estinzione del reato per effetto di "condotte riparatorie" (art. 29, comma
4º, ed artt. 34-35 del d. lgs. 28.08.2000, n. 274). Un ulteriore ed interessante esempio di ricorso alla
mediazione stragiudiziale si coglie nell'ultima disciplina in materia di separazione dei genitori e di
affidamento condiviso dei figli, in base alla l. 08.02.2006, n. 54. Per effetto delle numerose modifiche
apportate da questa legge al CC, nel nuovo art. 155- sexies (sui poteri del giudice e sull'ascolto del
minore), il 2º comma prevede che il giudice, "sentite le parti ed ottenuto il loro consenso", possa
"rinviare" l'adozione dei provvedimenti per i figli, previsti nell'art. 155, al fine di "consentire che i
coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare
riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli" medesimi.

110. Cfr., ad es., sulla cooperazione fra gli Stati membri dell'unione europea nell'ambito della
responsabilità genitoriale, circa il riconoscimento del mutuo impegno di "facilitare un accordo fra i
titolari della responsabilità genitoriale, ricorrendo alla mediazione o con altri mezzi, e ad agevolare a
tal fine la cooperazione transfrontaliera", l'art. 55, comma 1, lett. e, del reg. CE n. 2.201/2003 del
Consiglio, in data 27.11.2003. Ma si consulti pure - nel contesto di altre norme, sostanziali e
procedurali, tutte di grande rilievo - l'art. 13 ( Mediazione ed altri metodi di soluzione dei conflitti) della
Convenzione europea sull'esercizio dei diritti dei fanciulli, adottata a Strasburgo il 25.01.1996 (e

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tutela

ratificata in Italia con l. 20.03.2003, n. 77), secondo cui: "Per prevenire e risolvere i conflitti, ed evitare
procedure che coinvolgono un fanciullo dinanzi ad un'autorità giudiziaria, le Parti incoraggiano la
mediazione o ogni altro metodo si soluzione dei conflitti, nonché la loro utilizzazione per concludere
un accordo nei casi appropriati determinati dalle Parti".

111. Si veda, oggi, l'art. 1, comma 1º, lett. d-e, del DM 23.07.2004, n. 222, recante norme
regolamentari inerenti alla conciliazione stragiudiziale di cui agli artt. 38-40 del d. lgs. 17.01.2003, n.
5, in materia di controversie societarie: - per conciliazione si intende "il servizio reso da uno o più
soggetti, diversi dal giudice o dall'arbitro, in condizioni di imparzialità rispetto agli interessi in conflitto
e avente lo scopo di dirimere una lite già insorta o che può insorgere tra le parti, attraverso modalità
che comunque ne favoriscono la composizione autonoma"; - per conciliatore si intendono "le persone
fisiche che, individualmente o collegialmente, svolgono la prestazione del servizio di conciliazione
rimanendo prive, in ogni caso,del potere di rendere giudizi o decisioni vincolanti per i destinatari del
servizio medesimo".

112. Il tema è ampiamente trattato ed approfondito da M.F. Ghirga, Conciliazione e mediazione alla
luce della proposta di direttiva europea .Riv. dir. proc., 2006, p. 463-498. A tale studio, qui, si fa
richiamo per ulteriori rilievi e considerazioni.

113. Cfr. l'art. 65, lett. a-b-c, del Trattato di Amsterdam del 02.10.1997.

114. Cfr., soprattutto, l'art. III-170, comma 2, lett. e-f-g.

115. Si legga l'art. 1 di tale proposta.

116. Anche attraverso l'impulso diretto del giudice adito, il quale ritenga più conveniente il
deferimento della singola lite, della quale è investito, ad una mediazione stragiudiziale (art. 3). La
Direttiva si colloca, chiaramente, nell'alveo delle esperienze angloamericane, ove (come già si è visto
retro, § 3) è noto il ruolo propositivo del giudice nell'attivazione di mezzi alternativi di tutela extra
judicium (si pensi, ad es., anche alla c.d. court-annexed arbitration). Anzi, siffatto ruolo rientra ormai
pacificamente, già lo si è detto, nell'ambito dei poteri direttivi delle corti nel management of the case.

117. Secondo le garanzie racchiuse nell'art. 47 della Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione (oggi,
incorporato nel testo del Trattato sulla Costituzione europea).

118. Riprendo qui, sostanzialmente, i quesiti discussi in un Incontro fra studiosi, magistrati ed
avvocati, sul tema Conciliazione e mediazione nelle controversie civili, tenutosi in Milano il
24.01.2005, nel quadro degli incontri di studio organizzati in sede decentrata dal CSM.

119. Si pensi: per un verso, al nuovo testo dell'art. 2.378, comma 4º, CC, dopo le riforme del 2003,
ove, nel tentativo di conciliazione giudiziale, si conferisce al giudice la facoltà di eventualmente
suggerire "le modificazioni da apportare alla deliberazione impugnata"; per altro verso, all'art. 16,
comma 2º, del d. lgs. 17.01.2003, n. 5, sulle controversie societarie, ove si consente al giudice, nel
corso del tentativo di conciliazione giudiziale, di eventualmente proporre "soluzioni di equa
composizione della controversia".

120. Si riveda l'art. 6 di tale proposta.

121. E' il caso emblematico del processo societario (si riveda l'art. 16, comma 2º, del d. lgs. n.
5/2003, per la conciliazione giudiziale, e l'art. 40, comma 5º, per quanto riguarda la conciliazione
stragiudiziale). Ma non si dimentichi l'art. 412, comma 4º, CPC (LGL\1973\5), con riferimento al
verbale di mancata conciliazione stragiudiziale nelle controversie di lavoro.

122. Si rinvia, per opportuni riferimenti, a Comoglio, Etica e tecnica del "giusto processo", cit., p. 1-8.

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