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FISICA TECNICA

a) Entropia, Pressione e Temperatura Termodinamica.


Consideriamo un contorno chiuso, adiabatico, rigido, permeabile alla specie i. Allora
ci sarà una variazione di energia per flusso di massa della specie i data da:
𝑑𝑈 = 𝑑𝐸!! = 𝜇" 𝑑𝑁"
"
Tale espressione è data dal prodotto di una grandezza intensiva (il potenziale
chimico) per il differenziale esatto di una grandezza estensiva (il numero di moli).
Tale espressione viene definita lavoro generalizzato e può essere scritto nel modo
più generale possibile così:
𝛿𝐿 = 𝐹𝑑𝑥
Dove 𝛿𝐿 è il lavoro generalizzato, F la forza generalizzata (data da una grandezza
intensiva) e dx lo spostamento generalizzato (dato dal differenziale esatto di una
grandezza estensiva). Inoltre lo spostamento generalizzato può essere scritto come il
prodotto di un fattore integrante (dato dal reciproco della forza generalizzata) per il
lavoro generalizzato:
1
𝑑𝑥 = 𝛿𝐿
𝐹
Quindi per esempio abbiamo i seguenti spostamenti generalizzati:
1
𝑑𝑉 = 𝛿𝐿
𝑝
1
𝑑𝑁" = 𝑑𝐸!!
𝜇" "

Consideriamo ora un sistema chiuso con contorno rigido diatermano (ovvero


conduttore): se la temperatura esterna è maggiore di quella interna, si ha un flusso di
calore che avviene sotto forma di differenza di potenziale (che è la temperatura).
Quindi esiste un fattore integrante dellʼenergia scambiata sotto forma di calore per
scambio termico? Ovvero, esiste una forma del tipo:
𝛿𝑄 = 𝑇𝑑𝑥
1
𝑑𝑥 = 𝛿𝑄
𝑇
Consideriamo di bilancio energetico per sistema chiuso stazionario: Δ𝑈 = 𝑄 − 𝐿. Per
le trasformazioni Quasi Statiche, possiamo scriverlo in forma differenziale come:
𝑑𝑈 = 𝛿𝑄 − 𝛿𝐿
Ora, esplicitando rispetto al calore e riscrivendo il differenziale inesatto del lavoro,
otteniamo:
𝛿𝑄 = 𝑑𝑈 + 𝑝𝑑𝑉
Supponiamo che il sistema sia semplice e semplificato: allora per ben descrivere lo
stato del sistema sono sufficienti due variabili indipendenti. Supponiamo che T e V
siano le variabili indipendenti e quindi scriviamo U come funzione di T e V:
𝑈 = 𝑈(𝑇, 𝑉)
Allora il differenziale dellʼenergia interna diventerà:
𝜕𝑈 𝜕𝑈
𝑑𝑈 = 6 8 𝑑𝑇 + 6 8 𝑑𝑉
𝜕𝑇 # 𝜕𝑉 $
Quindi sostituiamo e otteniamo:
𝜕𝑈 𝜕𝑈 𝜕𝑈 𝜕𝑈
𝛿𝑄 = 6 8 𝑑𝑇 + 6 8 𝑑𝑉 + 𝑝𝑑𝑉 = 6 8 𝑑𝑇 + 66 8 + 𝑝8 𝑑𝑉
𝜕𝑇 # 𝜕𝑉 $ 𝜕𝑇 # 𝜕𝑉 $
Se adesso consideriamo un contorno adiabatico, ovvero tale che 𝛿𝑄 = 0, otteniamo:
𝜕𝑈 𝜕𝑈
6 8 𝑑𝑇 + 66 8 + 𝑝8 𝑑𝑉 = 0
𝜕𝑇 # 𝜕𝑉 $
Questa relazione mi permette di ricavare la pendenza delle curve che descrivono nel
piano T-V le trasformazioni Quasi Statiche e Adiabatiche:
𝜕𝑈
𝑑𝑇 :; < + 𝑝=
𝜕𝑉 $
=−
𝑑𝑉 𝜕𝑈
; 𝜕𝑇 <
#
Che, ovviamente, è funzione di T e di V. La soluzione di questa equazione
differenziale del primo ordine è quindi una famiglia di curve 𝑆 = 𝑆(𝑇, 𝑉) = 𝑐𝑜𝑠𝑡. che
non si intersecano mai. Quindi, per una trasformazione Quasi Statica e Adiabatica si
ha:
𝛿𝑄 = 0 ⟺ 𝑑𝑆 = 0
Quindi abbiamo appena ricavato che esiste una funzione di stato data da 𝑆 = 𝑆(𝑇, 𝑉)
detta Entropia, il cui differenziale esatto si annulla per trasformazioni quasi statiche
e adiabatiche.
Possiamo quindi trovare una rappresentazione alternativa dellʼenergia interna in
funzione di (S,V) invece di (T,V):
𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉)
In questa forma, il differenziale di U diventa:
𝜕𝑈 𝜕𝑈
𝑑𝑈 = 6 8 𝑑𝑆 + 6 8 𝑑𝑉
𝜕𝑆 # 𝜕𝑉 %
Da cui ottengo:
𝜕𝑈 𝜕𝑈
𝛿𝑄 = 𝑑𝑈 + 𝛿𝐿 = 6 8 𝑑𝑆 + 6 8 𝑑𝑉 + 𝑝𝑑𝑉
𝜕𝑆 # 𝜕𝑉 %
Come detto in precedenza, se il processo è Adiabatico, il differenziale del calore si
annulla, quindi avremo:
𝜕𝑈 𝜕𝑈
6 8 𝑑𝑆 + 6 8 𝑑𝑉 + 𝑝𝑑𝑉 = 0
𝜕𝑆 # 𝜕𝑉 %
Ma se la trasformazione è anche Quasi Statica, il differenziale dellʼentropia si annulla
e quindi:
𝜕𝑈
6 8 𝑑𝑉 + 𝑝𝑑𝑉 = 0
𝜕𝑉 %
Da questa relazione possiamo ricavare la definizione di pressione:
𝜕𝑈
𝑝 = −6 8
𝜕𝑉 %
Consideriamo ora un processo Non Adiabatico (𝛿𝑄 ≠ 0). Allora otterremo:
𝜕𝑈 𝜕𝑈
𝛿𝑄 = 6 8 𝑑𝑆 + 6 8 𝑑𝑉 + 𝑝𝑑𝑉
𝜕𝑆 # 𝜕𝑉 %
Ma, per la definizione appena data di pressione (che, si noti, è valida a prescindere
dal carattere Adiabatico della trasformazione), giungiamo al seguente risultato:
𝜕𝑈
𝛿𝑄 = 6 8 𝑑𝑆
𝜕𝑆 #
Confrontando questa espressione con quella del lavoro generalizzato di cui volevamo
trovare fattore integrante e spostamento generalizzato per uno scambio termico
(𝛿𝑄 = 𝑇𝑑𝑥), giungiamo alla definizione di temperatura termodinamica:
𝜕𝑈
𝑇=6 8
𝜕𝑆 #
E notiamo che il differenziale esatto dellʼentropia è lo spostamento generalizzato che
stavamo cercando:
𝛿𝑆 1
𝑑𝑆 = 6 8 𝛿𝑄 = 𝛿𝑄
𝛿𝑈 # 𝑇
Che quindi caratterizza lʼentropia come grandezza estensiva del sistema. Inoltre, per
un sistema semplice e semplificato possiamo scrivere equivalentemente 𝑈 = 𝑈(𝑇, 𝑉)
oppure 𝑆 = 𝑆(𝑇, 𝑉) oppure 𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉). Tali espressioni valgono anche in caso di
trasformazioni Non Adiabatiche.
Si noti che possiamo passare da 𝑈 = 𝑈(𝑇, 𝑉) a 𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉) perché abbiamo appena
ricavato una nuova variabile di stato S (lʼentropia, appunto) e quindi posso operare
una scelta, in quanto anche lʼentropia è una proprietà di stato.

b) Relazioni fondamentali in forma entropica ed energetica e relazioni di Gibbs.


Dal principio di stato, sappiamo che il valore di ogni proprietà di un sistema è
univocamente determinato dai valori di energia, quantità di costituenti e parametri,
ovvero possiamo scrivere la proprietà P come:
𝑃 = 𝑃(𝑈, 𝑉, 𝑁" )
Ma, da quanto ricavato al punto (a), sappiamo che anche lʼentropia è una proprietà
del sistema, quindi possiamo scrivere:
𝑆 = 𝑆(𝑈, 𝑉, 𝑁" )
Che è la relazione fondamentale in forma entropica. Si noti che per un sistema
semplice, semplificato e monocomponente tale relazione può essere scritta anche
come 𝑆 = 𝑆(𝑈, 𝑉), che rappresenta una superficie nel piano tridimensionale
costituita da stati di equilibrio stabile.
Dal primo principio sappiamo che anche U è una proprietà del sistema, quindi
possiamo esplicitare la relazione fondamentale per U:
𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉, 𝑁" )
Ottenendo così la relazione fondamentale in forma energetica. Le relazioni appena
ottenute possono essere differenziate nellʼintorno di uno stato dʼequilibrio: facendo
ciò, otteniamo le Relazioni di Gibbs, che ci permetto di calcolare le variazioni di U e
S quando il sistema evolve in modo Quasi Statico da uno stato di equilibrio ad un
altro stato di equilibrio. Iniziamo differenziando la relazione in forma energetica:
𝜕𝑈 𝜕𝑈 𝜕𝑈
𝑑𝑈 = 6 8 𝑑𝑆 + 6 8 𝑑𝑉 + G 6 8 𝑑𝑁
𝜕𝑆 #,'" 𝜕𝑉 %,'" 𝜕𝑁" %,# "
"
Ad unʼanalisi più attenta, possiamo notare che il primo addendo corrisponde alla
definizione di temperatura termodinamica, il secondo corrisponde allʼopposto della
definizione di pressione, mentre la derivata parziale del terzo rappresenta il
potenziale chimico. Dunque:
𝑑𝑈 = 𝑇𝑑𝑠 − 𝑝𝑑𝑉 + G 𝜇" 𝑑𝑁"
"
Quindi abbiamo scoperto che T, p e 𝜇" sono tre variabili intensive che sono funzione
di S, V e 𝑁" . Possiamo dunque scrivere tre equazioni di stato del sistema
termodinamico, una per ciascuna variabile:
𝑇 = 𝑇(𝑆, 𝑉, 𝑁" ), 𝑝 = 𝑝(𝑆, 𝑉, 𝑁" ), 𝜇" = 𝜇" (𝑆, 𝑉, 𝑁" )
Ora procediamo a differenziare la relazione fondamentale in forma entropica:
𝜕𝑆 𝜕𝑆 𝜕𝑆
𝑑𝑆 = 6 8 𝑑𝑈 + 6 8 𝑑𝑉 + G 6 8 𝑑𝑁
𝜕𝑈 #,'" 𝜕𝑉 (,'" 𝜕𝑁" (,# "
"
Possiamo notare che il primo termine è il reciproco di T, il secondo è il rapporto tra
p e T e il terzo è il rapporto tra 𝜇" e T. Dunque possiamo riscrivere il tutto come:
1 𝑝 𝜇"
𝑑𝑆 = 𝑑𝑈 + 𝑑𝑉 − G 𝑑𝑁"
𝑇 𝑇 𝑇
"
E quindi le equazioni di stato del sistema termodinamico relative alla relazione
fondamentale in forma entropica saranno:
𝜇" 𝜇"
𝑇 = 𝑇 )* (𝑈, 𝑉, 𝑁" ), 𝑝 ⋅ 𝑇 )* = 𝑝 ⋅ 𝑇 )* (𝑆, 𝑉, 𝑁" ), = (𝑆, 𝑉, 𝑁" )
𝑇 𝑇
In definitiva, le relazioni di Gibbs mi dicono come calcolare le variazioni di energia
interna ed entropia quando il sistema si muove sulla propria curva di equilibrio in
maniera Quasi Statica ed infinitesima.
Se conoscessi lʼandamento di 𝑆 = 𝑆(𝑈, 𝑉, 𝑁" ) e di 𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉, 𝑁" ), conoscerei
completamente lʼevoluzione del sistema, ma solitamente si conoscono solo delle
relazioni parziali entro certi intervalli dalle quali poi si cerca di ricavare le relazioni
complete.

c) Potenziali termodinamici via trasformate di Legendre dellʼenergia interna.


Dalla funzione energia interna espressa come 𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉) ovvero nelle due variabili
entropia e volume, possiamo ottenere altre funzioni (i cosiddetti potenziali
termodinamici) cambiando le variabili di U mediante la trasformata di Legendre. Se
+(
trasformiamo 𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉) nella funzione 𝜂 = 𝜂(𝜉, 𝑉) con 𝜉 = ; +% < = 𝑇, ottenimo il
#
potenziale libero di Helmoltz 𝐹 = 𝐹(𝑇, 𝑉) che è misurabile in laboratorio:
𝐹 = 𝑈 − 𝑇𝑆
Differenziando tale risultato, otteniamo:
𝑑𝐹 = 𝑑𝑈 − 𝑇𝑑𝑆 − 𝑆𝑑𝑇 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑃𝑑𝑉 − 𝑇𝑑𝑆 − 𝑆𝑑𝑇 = −𝑃𝑑𝑉 − 𝑆𝑑𝑇
Quindi il potenziale di Helmoltz è la trasformata prima di Legendre di U
scambiando S con T.
Possiamo trasformare U in modo simile sostituendo la variabile V con la variabile P,
ottenendo così la funzione entalpia 𝐻 = 𝐻(𝑆, 𝑃):
𝐻 = 𝑈 + 𝑃𝑉
+(
Dove compare il segno positivo in quanto 𝜉 = ;+# < = −𝑃. Differenziando dunque
%
otteniamo:
𝑑𝐻 = 𝑑𝑈 + 𝑃𝑑𝑉 + 𝑉𝑑𝑃 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑃𝑑𝑉 + 𝑃𝑑𝑉 + 𝑉𝑑𝑃 = 𝑇𝑑𝑆 + 𝑉𝑑𝑃
Infine se applichiamo due volte la trasformata di Legendre a U sostituendo le
variabili S e V rispettivamente con le variabili T e P, otteniamo la funzione energia
libera (o potenziale) di Gibbs 𝐺 = 𝐺(𝑇, 𝑃):
𝐺 = 𝑈 − 𝑇𝑆 + 𝑃𝑉
Differenziando otteniamo:
𝑑𝐺 = 𝑑𝑈 − 𝑇𝑑𝑆 − 𝑆𝑑𝑇 + 𝑃𝑑𝑉 + 𝑉𝑑𝑃 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑃𝑑𝑉 − 𝑇𝑑𝑆 − 𝑆𝑑𝑇 + 𝑃𝑑𝑉 + 𝑉𝑑𝑃 =
= 𝑉𝑑𝑃 − 𝑆𝑑𝑇

d) Relazioni di Maxwell.
Consideriamo ora un sistema chiuso che sia anche non reattivo. Si ha perciò 𝑁" =
𝑐𝑜𝑠𝑡. e che la composizione chimica è costante, ovverosia:
𝜕𝑓
=0
𝜕𝑁"
Possiamo dunque scrivere lʼenergia interna e lʼentropia come 𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉) 𝑒 𝑆 =
𝑆(𝑈, 𝑉).
Scriviamo ora le derivate parziali miste della funzione U. Esse saranno uguali per il
teorema di Schwartz:
𝜕,𝑈 𝜕,𝑈
=
𝜕𝑆𝜕𝑉 𝜕𝑉𝜕𝑆
Inoltre, per quanto visto in precedenza, possiamo dire che:
𝜕𝑈 𝜕𝑈
6 8 = 𝑇 𝑒 6 8 = −𝑃
𝜕𝑆 # 𝜕𝑉 %
Quindi otteniamo la seguente relazione, denominata Prima Relazione di Maxwell:
𝜕𝑇 𝜕𝑃
6 8 = −6 8
𝜕𝑉 % 𝜕𝑆 #
Tale relazione può essere ricavata anche sfruttando la cosiddetta regola della catena.
Consideriamo il differenziale di U:
𝑑𝑈 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑝𝑑𝑉
Allora otterremo la relazione considerando la derivata parziale della prima variabile
intensiva rispetto alla seconda variabile estensiva mentre la prima variabile estensiva
è mantenuta costante:
𝜕𝑇 𝜕𝑃
6 8 = −6 8
𝜕𝑉 % 𝜕𝑆 #
Consideriamo ora il potenziale di Helmoltz 𝐹 = 𝐹(𝑇, 𝑉) e applichiamo Schwartz alle
derivate parziali miste:
𝜕,𝐹 𝜕,𝐹
P Q=P Q
𝜕𝑇𝜕𝑉 𝜕𝑉𝜕𝑇
Dalla seguente uguaglianza ricaviamo la Seconda Relazione di Maxwell:
𝜕𝑆 𝜕𝑃
6 8 =6 8
𝜕𝑉 $ 𝜕𝑇 #
Ovviamente tale relazione è ottenibile anche dal differenziale 𝑑𝐹 = −𝑃𝑑𝑉 − 𝑆𝑑𝑇
mediante regola della catena.
Consideriamo ora lʼentalpia 𝐻 = 𝐻(𝑆, 𝑃) e scriviamone le derivate parziali miste
uguagliandole grazie al teorema di Schwartz:
𝜕,𝐻 𝜕,𝐻
P Q=P Q
𝜕𝑆𝜕𝑃 𝜕𝑃𝜕𝑆
Da tale equazione otteniamo la Terza Relazione di Maxwell:
𝜕𝑇 𝜕𝑉
6 8 =6 8
𝜕𝑃 % 𝜕𝑆 -
Che ovviamente si poteva ricavare anche considerando il differenziale 𝑑𝐻 = 𝑇𝑑𝑆 +
𝑉𝑑𝑃 e applicando la regola della catena.
Consideriamo infine lʼenergia libera di Gibbs 𝐺 = 𝐺(𝑇, 𝑃) e calcoliamone le derivate
parziali miste sfruttando il teorema di Schwartz:
𝜕,𝐺 𝜕,𝐺
P Q=P Q
𝜕𝑇𝜕𝑃 𝜕𝑃𝜕𝑇
Otteniamo così la Quarta Relazione di Maxwell:
𝜕𝑉 𝜕𝑆
6 8 = −6 8
𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $
Ovviamente, come in precedenza, tale relazione può essere ottenuta anche mediante
la regola della catena considerando il potenziale 𝑑𝐺 = 𝑉𝑑𝑃 − 𝑆𝑑𝑇.
Tali relazioni nel calcolo termodinamico servono a effettuare sostituzioni
vantaggiose per riportarsi a variabili note e misurabili in laboratori (T, P, V, M, ...).

e) Calore specifico a volume costante.


Consideriamo un sistema chiuso, non reagente e perfettamente adiabatico su tutte le
superfici tranne una attraverso la quale il sistema può scambiare calore in maniera
reversibile. Al suo interno è presente una determinata massa M (o quantità di
materia N) e un termometro per misurare la variazione di temperatura 𝑑𝑇. a volume
costante. Allora il calore specifico a volume costante, che corrisponde alla quantità di
energia necessaria per innalzare di un grado la temperatura dellʼunità di massa di
una sostanza a volume costante, può essere definito come:
1 𝛿𝑄/0. 𝐽
𝑐# = 6 8 : =
𝑁 𝜕𝑇 # 𝐾𝑚𝑜𝑙 ⋅ 𝐾
1 𝛿𝑄/0. 𝐽
𝑐.∗ = 6 8 : =
𝑀 𝜕𝑇 # 𝑘𝑔 ⋅ 𝐾
Per una sostanza qualsiasi esso è funzione della temperatura e della pressione,
ovvero 𝑐# = 𝑐# (𝑇, 𝑃). Con varie misure effettuabili in laboratorio, è possibile
caratterizzare la sostanza in ampi intervalli di temperatura e di pressione.
Applichiamo ora il bilancio energetico e differenziamolo:
Δ𝑈 = 𝑄 − 𝐿 ⟹ 𝑑𝑈 = 𝛿𝑄 − 𝛿𝐿
Dove possiamo riscrivere i vari termini come:
𝑑𝑈 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑃𝑑𝑉 + 𝜇𝑑𝑁 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑃𝑑𝑉
Dove il terzo addendo è nullo in quanto il sistema è chiuso non reagente. Inoltre
abbiamo che il recipiente è rigido, ovvero 𝑑𝑉 = 0. Possiamo dunque scrivere:
𝑑𝑈 = 𝑇𝑑𝑆 = 𝛿𝑄/0.
Quindi possiamo riscrivere 𝑐# come:
1 𝜕𝑈
𝑐# = 6 8 ⟹ 𝑑𝑈 = 𝑁𝑐# 𝑑𝑇
𝑁 𝜕𝑇 #
Oppure come:
1 𝜕𝑈
𝑐#∗ = 6 8 ⟹ 𝑑𝑈 = 𝑀𝑐#∗ 𝑑𝑇
𝑀 𝜕𝑇 #
Oppure, considerando che 𝑇𝑑𝑆 = 𝛿𝑄/0. :
1 𝜕𝑆 𝑑𝑇
𝑐# = 𝑇 6 8 ⟹ 𝑑𝑆 = 𝑁𝑐#
𝑁 𝜕𝑇 # 𝑇
1 𝜕𝑆 𝑑𝑇
𝑐#∗ = 𝑇 6 8 ⟹ 𝑑𝑆 = 𝑀𝑐#∗
𝑀 𝜕𝑇 # 𝑇
Quindi, se conosco la funzione calore specifico a volume costante che dipende da T e
P, posso calcolare le variazioni di energia interna ed entropia di un sistema che
evolve, appunto, a volume costante.
È utile notare che per i soli gas ideali, trascurando gli effetti vibrazionali e di
2
eccitazione elettronica, il 𝑐# è costante e si calcola come 𝑐# = , 𝑅, dove l è il numero
di gradi di libertà della molecola (3 per i gas monoatomici, 5 per i gas biatomici o
poliatomici allineati, 6 per i gas poliatomici non allineati). Equivalentemente si può
2 3
scrivere 𝑐#∗ = , 𝑅∗ , 𝑐𝑜𝑛 𝑅∗ = 45 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑀𝑚 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑐𝑎 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑠𝑠𝑎 𝑚𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑔𝑎𝑠.

f) Calore specifico a pressione costante.


Consideriamo nuovamente un sistema chiuso e non reagente costituito da un
cilindro-pistone perfettamente adiabatico tranne sul fondo, attraverso cui può
scambiare una quantità di calore 𝛿𝑄/0. in maniera reversibile. In tale sistema, in cui
è presente una massa M o una quantità di sostanza N, misuriamo le variazioni 𝑑𝑇- di
temperatura a pressione costante e le variazioni infinitesime 𝑑𝑉- di volume a
pressione costante. Allora possiamo definire la grandezza calore specifico a pressione
costante, che è la quantità di energia necessaria per innalzare di un grado la
temperatura dellʼunità di massa di una sostanza durante una trasformazione a
pressione costante:
1 𝛿𝑄/0. 𝐽
𝑐- = 6 8 : =
𝑁 𝜕𝑇 - 𝑘𝑚𝑜𝑙 ⋅ 𝐾
1 𝛿𝑄/0. 𝐽
𝑐-∗ = 6 8 : =
𝑀 𝜕𝑇 - 𝑘𝑔 ⋅ 𝐾
Inoltre sappiamo che lʼentalpia è definita come 𝐻 = 𝑈 + 𝑃𝑉 e che il suo differenziale
è 𝑑𝐻 = 𝑇𝑑𝑆 + 𝑉𝑑𝑃. Il sistema però evolve a pressione costante, quindi 𝑑𝑃 = 0,
ovvero:
𝑑𝐻 = 𝑇𝑑𝑆 = 𝛿𝑄/0.
Dunque possiamo riscrivere il calore specifico come:
1 𝜕𝐻
𝑐- = 6 8 ⟹ 𝑑𝐻 = 𝑁𝑐- 𝑑𝑇
𝑁 𝜕𝑇 -
1 𝜕𝐻
𝑐-∗ = 6 8 ⟹ 𝑑𝐻 = 𝑀𝑐-∗ 𝑑𝑇
𝑀 𝜕𝑇 -
Però possiamo sostituire anche il TdS, ottenendo che:
1 𝜕𝑆 𝑑𝑇
𝑐- = 𝑇 6 8 ⟹ 𝑑𝑆 = 𝑁𝑐-
𝑁 𝜕𝑇 - 𝑇
1 𝜕𝑆 𝑑𝑇
𝑐-∗ = 𝑇 6 8 ⟹ 𝑑𝑆 = 𝑀𝑐-∗
𝑀 𝜕𝑇 - 𝑇
Quindi possiamo misurare le variazioni di entalpia, che in pratica ha significato di
calore scambiato.
Per i soli gas ideali si ha 𝑐# = 𝑐- + 𝑅 𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑐#∗ = 𝑐-∗ + 𝑅∗ (legge di Mayer), ovvero è
costante. Per tutte le altre sostanze è funzione di temperatura e pressione: 𝑐- =
𝑐- (𝑇, 𝑃).

g) Coefficiente di dilatazione isobara (o termica).


Durante una trasformazione isobara (ovvero in cui la pressione si mantiene
costante) si può misurare anche la funzione 𝛼- = 𝛼- (𝑇, 𝑃) che è il coefficiente di
dilatazione isobara (o termica), definito come:
1 𝜕𝑣 1 𝜕𝑉 1 𝜕𝑣 ∗
𝛼- = 6 8 = 6 8 = ∗ 6 8 [𝐾 )* ]
𝑣 𝜕𝑇 - 𝑉 𝜕𝑇 - 𝑣 𝜕𝑇 -
Dove 𝑣 indica il volume molare e 𝑣 ∗ il volume specifico riferito allʼunità di massa.
Ora, sappiamo che il volume specifico è il reciproco della densità:

1 𝑚6
𝑣 = e f
𝜌 𝑘𝑔
Quindi possiamo riscrivere:
1 𝜕𝑣 ∗ 𝜕𝜌)*
𝛼- = ∗ 6 8 = 𝜌P Q
𝑣 𝜕𝑇 - 𝜕𝑇 -
Possiamo dunque esplicitare il differenziale dellʼinverso della densità come:
𝑑𝜌)* = −𝜌), 𝑑𝜌
E sostituire, ottenendo:
𝜕𝜌)* 1 𝜕𝜌
𝛼- = 𝜌 P Q =− 6 8
𝜕𝑇 - 𝜌 𝜕𝑇 -
Studiamo ora il valore che tale coefficiente assume per i gas ideali. Sappiamo che per
tali sostanze vale la relazione 𝑃𝑉 = 𝑁𝑅𝑇 che, per unità di mole, può essere riscritta
3$
come 𝑃𝑣 = 𝑅𝑇, da cui si ricava che 𝑣 =. Sostituendo dunque si ha:
-
𝑅𝑇
1 𝜕𝑣 𝑃 𝜕; 𝑃 < 𝑃 𝑅 1
𝛼- = 6 8 = g h = =
𝑣 𝜕𝑇 - 𝑅𝑇 𝜕𝑇 𝑅𝑇 𝑃 𝑇
-
Quindi per i soli gas ideali il coefficiente di dilatazione isobara dipende unicamente
dalla temperatura assoluta. In generale per ogni altra sostanza, come nel caso dei
calori specifici, tale coefficiente è funzione della pressione e della temperatura: 𝛼- =
𝛼- (𝑇, 𝑃).

h) Matrice Jacobiana e proprietà dello jacobiano.


Supponiamo di avere m funzioni 𝑢, 𝑣, … , 𝑤 e che ognuna di queste funzioni dipenda
da n variabili 𝑥, 𝑦, … , 𝑧. Le derivate parziali prime di tali funzioni possono essere
organizzate in una matrice 𝑛 × 𝑚 detta matrice Jacobiana:
𝜕𝑢 𝜕𝑢 𝜕𝑢
⎡ ⋯ ⎤
⎢ 𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧 ⎥
𝜕(𝑢, 𝑣, … , 𝑤) ⎢ 𝜕𝑣 𝜕𝑣 ⋯ 𝜕𝑣 ⎥
=⎢ 𝜕𝑧 ⎥
𝜕(𝑥, 𝑦, … , 𝑧) ⎢ 𝜕𝑥 𝜕𝑦 ⎥
⎢ ⋮ ⋮ ⋮ ⋮ ⎥
⎢𝜕𝑤 𝜕𝑤 ⋯ 𝜕𝑤 ⎥
⎣ 𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧 ⎦
Se 𝑚 = 𝑛, la matrice è quadrata e possiamo calcolarne il determinante. Tale
determinante ha delle peculiari proprietà utili per manipolare i calcoli
termodinamici:
+(8,.,…:) * +( +% *
I) +(<,=,…>)
= #(%,',…)) , per esempio: ; +% < = 𝑇 𝑒 ;+(< = $
#(+,,,…-)
# #
+(8,.) +(8,.) +(/,?) +(8,.) +(/,?)
II) Possiamo introdurre variabili ausiliarie: +(<,=) = +(<,=) +(/,?) = +(/,?) +(<,=)
+(8,.) +(.,8) +(8,.) +(.,8)
III) +(<,=)
= − +(<,=) = − +(=,<) = + +(=,<)
+(8,=) +8
IV) +(<,=)
= ;+< <
=
Queste proprietà ci permettono di capire i segni dei coefficienti della seconda
relazione di Gibbs. Consideriamo la funzione 𝑆 = 𝑆(𝑈, 𝑉, 𝑁" ) e differenziamola:
𝜕𝑆 𝜕𝑆 𝜕𝑆
𝑑𝑆 = 6 8 𝑑𝑈 + 6 8 𝑑𝑉 + G 6 8 𝑑𝑁
𝜕𝑈 #,'" 𝜕𝑉 (,'" 𝜕𝑁" (,# "
"
+( +% *
Sappiamo che ; +% < = 𝑇, quindi per la prima proprietà qua sopra esposta ;+(< = $.
# #
Inoltre per la quarta proprietà abbiamo:
𝜕𝑆 𝜕(𝑆, 𝑈)
6 8 =6 8
𝜕𝑉 ( 𝜕(𝑉, 𝑈)
Che, per la seconda proprietà e la terza proprietà, diventa a sua volta:
𝜕(𝑆, 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑉) 𝜕(𝑆, 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑉) 𝜕𝑈 𝜕𝑆 𝑃
6 8= = = −6 8 6 8 =
𝜕(𝑉, 𝑈) 𝜕(𝑉, 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑉) 𝜕(𝑆, 𝑉) 𝜕(𝑉, 𝑈) 𝜕𝑉 % 𝜕𝑈 # 𝑇
Possiamo ragionare in modo analogo per il terzo coefficiente:
𝜕𝑆 𝜕(𝑆, 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑁" ) 𝜕(𝑆, 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑁" ) 𝜕(𝑆, 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑁" ) 𝜕𝑈 𝜕𝑆
6 8 = = =− = −6 8 6 8
𝜕𝑁" ( 𝜕(𝑁" , 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑁" ) 𝜕(𝑆, 𝑁" ) 𝜕(𝑁" , 𝑈) 𝜕(𝑆, 𝑁" ) 𝜕(𝑈, 𝑁" ) 𝜕𝑁" % 𝜕𝑈 '"
𝜇"
=−
𝑇
Quindi sostituendo, riotteniamo che:
1 𝑝 𝜇"
𝑑𝑆 = 𝑑𝑈 + 𝑑𝑉 − G 𝑑𝑁"
𝑇 𝑇 𝑇
"
i) Processo isotermo reversibile, coefficiente di compressione isoterma.
Consideriamo un sistema chiuso cilindro pistone con un manometro e misuriamo
𝑑𝑃$ 𝑒 𝑑𝑉$ a temperatura costante. Possiamo mantenere T costante ponendo il
sistema allʼinterno di un serbatoio termico che, entro certi intervalli di energia,
garantisce una temperatura costante. Assegnata una 𝑑𝑉- , misuro una 𝑑𝑃$ muovendo
il pistone molto lentamente. Il contorno non è adiabatico, quindi si scambia
reversibilmente una quantità di calore 𝛿𝑄/0. con lʼambiente. La grandezza fisica che
si può stimare durante questo processo è il coefficiente di comprimibilità isoterma,
definito come:
1 𝜕𝑣
𝑘$ = − 6 8
𝑣 𝜕𝑃 $
Che per una sostanza qualsiasi è funzione di temperatura e pressione: 𝑘 $ = 𝑘 $ (𝑇, 𝑃).
3$
Per i soli gas ideali, vale 𝑃𝑣 = 𝑅𝑇, ovvero 𝑣 = - , quindi sostituendo:
𝑅𝑇
𝑃 𝜕; 𝑃 < 𝑃 𝑅𝑇 1
𝑘$ = − g h =− 6− , 8 =
𝑅𝑇 𝜕𝑃 𝑅𝑇 𝑃 𝑃
$
Consideriamo adesso una sostanza qualsiasi e calcoliamo il rapporto tra coefficiente
di dilatazione isobara e coefficiente di compressione isoterma:
1 𝜕𝑣
𝛼- 𝑣 ;𝜕𝑇<- 𝜕𝑣 𝜕𝑃 𝜕(𝑣, 𝑃) 𝜕(𝑃, 𝑇) 𝜕𝑃
= = −6 8 6 8 = −P QP Q = 6 8 =
𝑘 $ − 1 𝜕𝑣 𝜕𝑇 - 𝜕𝑣 $ 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕𝑇 .
𝑣 ;𝜕𝑃< $
𝐼𝐼 𝑟𝑒𝑙. 𝑀𝑎𝑥𝑤𝑒𝑙𝑙 𝜕𝑆
= 6 8
𝜕𝑉 $
Ora ricaviamo il prodotto del volume molare per il coefficiente di dilatazione
termica:
1 𝜕𝑣 𝜕𝑣 𝐼𝑉 𝑅𝑒𝑙. 𝑀𝑎𝑥𝑤𝑒𝑙𝑙 𝜕𝑆
𝑣𝛼- = 𝑣 6 8 = 6 8 = −6 8
𝑣 𝜕𝑇 - 𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $
Ora ci proponiamo di calcolare la variazione di pressione per una variazione di
volume sfruttando il fatto che la trasformazione sia isoterma:
𝜕𝑇 𝜕𝑇
𝑇 = 𝑇(𝑃, 𝑉) ⟹ 𝑑𝑇 = 6 8 𝑑𝑃 + 6 8 𝑑𝑉 = 0
𝜕𝑃 # 𝜕𝑉 -
𝜕𝑇 𝜕𝑇 𝑘$ 1
6 8 𝑑𝑃 + 6 8 𝑑𝑉 = 𝑑𝑃 + 𝑑𝑣 = 0
𝜕𝑃 # 𝜕𝑉 - 𝛼- 𝑣𝛼@
1
⟹ 𝑑𝑃 = − 𝑑𝑣 𝑐𝑜𝑛 𝑘 $ = 𝑘 $ (𝑇, 𝑃)
𝑣𝑘 $
Quindi ora siamo in grado di determinare una variazione di pressione.
* *
Per i gas ideali invece sappiamo che valgono le relazioni 𝛼@ = $ , 𝑘 $ = - 𝑒 𝑃𝑣 = 𝑅𝑇.
Quindi:
𝑘$ 1 𝑇
𝑑𝑃 + 𝑑𝑣 = 0 ⟹ 𝑑𝑝 + 𝑇𝑑𝑣 = 0
𝛼- 𝑣𝛼@ 𝑃
𝑑𝑃 𝑑𝑣
⟹ + =0
𝑃 𝑣
Questo risultato costituisce lʼequazione dellʼisoterma per i gas ideali. Integrando
otteniamo:
𝑑𝑃 𝑑𝑣
w +w = 0 ⟹ ln(𝑃) + ln(𝑣) = 𝑐𝑜𝑠𝑡 ⟹ ln(𝑃𝑣) = 𝑐𝑜𝑠𝑡
𝑃 𝑣
⟹ 𝑃𝑣 = 𝑐𝑜𝑠𝑡
Questo risultato costituisce lʼequazione di Boyle per i gas ideali. Il grafico di tale
trasformazione è costituito da tante iperboli equilatere che si alzano allʼaumentare
della temperatura. Calcoliamo ora la differenza di pressione per i gas ideali in
unʼisoterma:
A A
𝑑𝑣 A
𝑅𝑇 𝑑𝑣 1 A 1 1
Δ𝑃 = 𝑃A − 𝑃" = w 𝑑𝑃 = − w 𝑃 = −w = 𝑅𝑇 : , = = 𝑅𝑇 P − Q
" " 𝑣 " 𝑣 𝑣 𝑣 " 𝑣A 𝑣"
1 1
⟹ Δ𝑃 = 𝑃A − 𝑃" = 𝑅𝑇 P − Q
𝑣A 𝑣"
Ora calcoliamo la variazione di energia interna ed entropia (du e ds) per una
sostanza qualsiasi. Conosciamo 𝑐# , 𝑐- 𝑒 𝑘 $ , quindi possiamo calcolare tali variazioni.
Consideriamo un sistema semplice e semplificato non reagente (ovvero ben descritto
da due variabili) che subisce una trasformazione isoterma, allora:
𝜕𝑢 𝜕𝑢 𝑑𝑇 = 0 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑖𝑠𝑜𝑡𝑒𝑟𝑚𝑎 𝜕𝑢
𝑢 = 𝑢(𝑇, 𝑃) ⟹ 𝑑𝑢 = 6 8 𝑑𝑃 + 6 8 𝑑𝑇 = 6 8 𝑑𝑃
𝜕𝑃 $ 𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $
Ora noi sappiamo che il differenziale dellʼenergia interna è 𝑑𝑢 = 𝑇𝑑𝑠 − 𝑃𝑑𝑣 (dove il
termine 𝜇" 𝑑𝑁" non compare perché il sistema è non reagente), quindi possiamo
riscrivere questʼultimo termine come:
𝜕𝑢 𝜕𝑠 𝜕𝑣
6 8 𝑑𝑃 = 𝑇 6 8 𝑑𝑃 − 𝑃 6 8 𝑑𝑃
𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $
𝜕𝑢 𝜕𝑠 𝜕𝑣 𝐼𝑉 𝑅𝑒𝑙. 𝑀𝑎𝑥𝑤𝑒𝑙𝑙 𝜕𝑣 𝜕𝑣
6 8 = 𝑇6 8 −𝑃6 8 = − 𝑇 6 8 − 𝑃 6 8 =
𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $
= −𝑇𝑣𝛼@ + 𝑃𝑣𝑘 $
Quindi abbiamo:
𝜕𝑢
6 8 = −𝑇𝑣𝛼@ + 𝑃𝑣𝑘 $ = 𝑣(𝑃𝑘 $ − 𝑇𝛼- )
𝜕𝑃 $
Quindi possiamo calcolare variazioni di u lungo unʼisoterma per una sostanza
qualsiasi misurando 𝑑𝑃:
𝑑𝑢 = 𝑣(𝑃𝑘 $ − 𝑇𝛼- )𝑑𝑃
Veniamo ora al calcolo della variazione di entropia. Supponiamo come prima che 𝑠 =
𝑠(𝑃, 𝑇) e differenziamo:
𝜕𝑠 𝜕𝑠 𝑑𝑇 = 0 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑖𝑠𝑜𝑡𝑒𝑟𝑚𝑎 𝜕𝑠
𝑑𝑠 = 6 8 𝑑𝑃 + 6 8 𝑑𝑇 = 6 8 𝑑𝑃
𝜕𝑃 $ 𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $
𝑇 𝜕𝑠 1
= 6 8 𝑑𝑃 = − 𝑇𝑣𝛼- 𝑑𝑃
𝑇 𝜕𝑃 $ 𝑇
⟹ 𝑑𝑠 = −𝑣𝛼- 𝑑𝑃
Ora analizziamo le due variazioni per i gas ideali, iniziando dallʼenergia interna:
1 1
𝑑𝑢 = 𝑣(𝑃𝑘 $ − 𝑇𝛼- )𝑑𝑃 = 𝑣 6𝑃 − 𝑇 8 𝑑𝑃 = 𝑣(1 − 1)𝑑𝑃 = 0
𝑃 𝑇
Ciò significa che la variazione di u per un gas ideale a T costante è nulla, quindi per i
gas ideali lʼenergia interna è funzione della sola temperatura:
𝑢 = 𝑢(𝑇)
Consideriamo ora la variazione di entropia:
1 𝑅𝑇 𝑅
𝑑𝑠 = −𝑣𝛼- 𝑑𝑃 = −𝑣 𝑑𝑝 = − 𝑑𝑃 = − 𝑑𝑃
𝑇 𝑃𝑇 𝑃
A
𝑅 𝑃A
⟹ Δ𝑆 = − w 𝑁 𝑑𝑃 = −𝑁𝑅 ln 6 8
" 𝑃 𝑃"
E abbiamo così ottenuto la variazione di entropia totale per i gas ideali durante
unʼisoterma.

j) Legge di Mayer generalizzata.


Tale legge esprime il legame tra 𝑐- 𝑒 𝑐# , che sono entrambi funzioni di T e di P.
Partiamo dunque dalla definizione di 𝑐# :
𝛿𝑄/0. 𝜕𝑠 𝜕(𝑠, 𝑣)
𝑐# = 6 8 = 𝑇6 8 = 𝑇
𝜕𝑇 . 𝜕𝑇 . 𝜕(𝑇, 𝑣)
Introduciamo dunque una variabile ausiliaria:
𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕𝑃
𝑇 =𝑇 =𝑇 =𝑇 6 8
𝜕(𝑇, 𝑣) 𝜕(𝑇, 𝑣) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑇, 𝑣) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕𝑣 $
* +.
Ma sappiamo da quanto detto prima che 𝑘 $ = − ; < , quindi:
. +- $
𝑇 𝜕(𝑠, 𝑣)
𝑐# = −
𝑣𝑘 $ 𝜕(𝑇, 𝑃)
Espandiamo dunque lo jacobiano residuo:
𝜕𝑠 𝜕𝑠
𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕𝑇 𝜕𝑃 𝜕𝑠 𝜕𝑣 𝜕𝑠 𝜕𝑣 𝐼𝑉 𝑅𝑒𝑙. 𝑀𝑎𝑥𝑤𝑒𝑙𝑙
=| |=6 8 6 8 −6 8 6 8 =
𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕𝑣 𝜕𝑣 𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑇 -
𝜕𝑇 𝜕𝑃
𝑇 𝜕𝑠 𝜕𝑣 𝜕𝑣 𝜕𝑣 𝑐-
= 6 8 6 8 − :− 6 8 6 8 = = (−𝑣𝑘 $ ) + 𝑣 , 𝛼-,
𝑇 𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑇 - 𝜕𝑇 - 𝑇
Quindi:
𝜕(𝑠, 𝑣) 𝑐-
= − 𝑣𝑘 $ + 𝑣 , 𝛼-,
𝜕(𝑇, 𝑃) 𝑇
Sostituendo nellʼespressione del calore specifico a volume costante ricavato prima:
𝜕(𝑠, 𝑣) 𝑐- 𝑇𝑣𝛼 , 𝑝
𝑐# = 𝑇 = 𝑇 }− 𝑣𝑘 $ + 𝑣 , 𝛼-, ~ = 𝑐- −
𝜕(𝑇, 𝑣) 𝑇 𝑘$
𝑇𝑣𝛼-,
⟹ 𝑐# = 𝑐- −
𝑘$
Questo risultato costituisce la relazione di Mayer generalizzata che vale per qualsiasi
sostanza considerata.
Per i gas ideali tale formula si riduce a:
𝑅𝑇 1
𝑇𝑣𝛼-, 𝑇 𝑃 ,
𝑐# = 𝑐- − = 𝑐@ − 𝑇 = 𝑐 − 𝑅
1 -
𝑘$
𝑃
⟹ 𝑐# = 𝑐- − 𝑅
B
Dove 𝑅 = 8314,5 C5D2⋅F è la costante dei gas ideali ed è un valor medio ricavato da
sperimentazioni in laboratorio.

k) Processo adiabatico reversibile.


Consideriamo un sistema semplice, semplificato e chiuso. Prendiamo in esame un
cilindro-pistone perfettamente adiabatico su tutte le pareti, ma tale che si possa
misurare la variazione di pressione con un manometro. Anche il pistone è adiabatico
e inserisco un termometro per misurare le variazioni di temperatura. Dato che è
adiabatico, il sistema può scambiare in modo reversibile il lavoro 𝛿𝐿/0. . Inoltre,
grazie alla reversibilità e alla adiabaticità del processo, lʼentropia S si mantiene
costante, infatti nel bilancio
Δ𝑆 = 𝑆 ← + 𝑆"//
Il primo termine è nullo in quanto il sistema è adiabatico e non può scambiare calore
attraverso il proprio contorno e il secondo termine è anchʼesso nullo in quanto non vi
sono irreversibilità durante il processo. Scriviamo dunque lʼentropia come funzione
di P e v e differenziamo:
𝜕𝑠 𝜕𝑠
𝑠 = 𝑠(𝑃, 𝑣) ⟹ 𝑑𝑠 = 6 8 𝑑𝑃 + 6 8 𝑑𝑣 = 0
𝜕𝑃 . 𝜕𝑣 -
Per la prima relazione di Maxwell abbiamo che:
𝜕𝑃 𝜕𝑇
6 8 = −6 8
𝜕𝑠 . 𝜕𝑣 ?
Mentre per la terza relazione di Maxwell abbiamo che:
𝜕𝑇 𝜕𝑣
6 8 =6 8
𝜕𝑃 ? 𝜕𝑠 -
Quindi:
𝜕𝑣 𝜕𝑃
𝑑𝑠 = − 6 8 𝑑𝑃 + 6 8 𝑑𝑣 = 0
𝜕𝑇 ? 𝜕𝑇 ?
Ora sfruttiamo le proprietà dello jacobiano per il primo addendo:
𝜕𝑣 𝜕(𝑣, 𝑠) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑣, 𝑠) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑣, 𝑠) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕𝑠 𝜕𝑣
−6 8 = − =− =+ = 6 8 6 8 =
𝜕𝑇 ? 𝜕(𝑇, 𝑠) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑇, 𝑠) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑠, 𝑇) 𝜕𝑇 . 𝜕𝑠 $
𝜕𝑠 𝑇 𝜕𝑣 𝑐# 𝑘 $
=6 8 6 8 =
𝜕𝑇 . 𝑇 𝜕𝑠 $ 𝑇 𝛼-
Adesso consideriamo il secondo addendo:
𝜕𝑃 𝜕(𝑃, 𝑠) 𝜕(𝑃, 𝑇) 𝜕(𝑃, 𝑠) 𝜕(𝑃, 𝑇) 𝜕𝑠 𝜕𝑃 𝐼𝑉 𝑅𝑒𝑙. 𝑀𝑎𝑥𝑤𝑒𝑙𝑙
6 8 = = = −6 8 6 8 =
𝜕𝑇 ? 𝜕(𝑇, 𝑆) 𝜕(𝑃, 𝑇) 𝜕(𝑃, 𝑇) 𝜕(𝑇, 𝑆) 𝜕𝑇 - 𝜕𝑠 $
𝑇 𝜕𝑠 𝜕𝑇 𝑣 𝑐- 1
= 6 8 6 8 =
𝑇 𝜕𝑇 - 𝜕𝑣 - 𝑣 𝑇 𝑣𝛼-
Ora possiamo dunque sostituire nella relazione di partenza ottenendo:
𝜕𝑣 𝜕𝑃 𝑐# 𝑘 $ 𝑐- 1
− 6 8 𝑑𝑃 + 6 8 𝑑𝑣 = 𝑑𝑃 + 𝑑𝑣 = 0
𝜕𝑇 ? 𝜕𝑇 ? 𝑇 𝛼- 𝑇 𝑣𝛼-
𝑑𝑣
⟹ 𝑐# 𝑘 $ 𝑑𝑃 + 𝑐@ =0
𝑣
Questa relazione dunque lega la variazione di pressione e volume in una
trasformazione adiabatica reversibile. Possiamo infine esplicitare la variazione di
pressione:
𝑐- 𝑑𝑣
𝑑𝑃 = −
𝑐# 𝑘 $ 𝑣
Dove i calori specifici e il coefficiente di comprimibilità isoterma devono essere
funzioni note per essere integrate.
Per i gas ideali invece possiamo ridurre tale espressione a:
𝑑𝑃 𝑑𝑣
𝑐# + 𝑐- =0
𝑃 𝑣
Considerando che per i gas ideali i calori specifici sono costanti, possiamo integrare:
𝑑𝑃 𝑑𝑣
𝑐# w + 𝑐- w = 0
𝑃 𝑣
𝑐# ln(𝑃) + 𝑐- ln(𝑣) = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
𝑐-
ln(𝑃) + ln(𝑣) = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
𝑐#
H.
𝑃𝑣 H/ = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
Abbiamo così ottenuto la legge dellʼadiabatica per gas ideali. Spesso essa viene
riscritta così:
𝑐-
𝑃𝑣 C = 𝑐𝑜𝑠𝑡. 𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑃𝑣 I = 𝑐𝑜𝑠𝑡. 𝑐𝑜𝑛 𝑘 = 𝛾 =
𝑐#
J
Per i gas monoatomici abbiamo 𝛾 = 6 = 1,67, per i gas biatomici e poliatomici
K
allineati abbiamo 𝛾 = J = 1,4, infine per i gas poliatomici non allineati abbiamo 𝛾 =
L
6
= 1,33. Quindi 𝛾 è variabile e dipende solo dal tipo di gas ideale considerato.

l) Variazioni di entropia ed energia interna per gas ideali.


-# B
Per i gas ideali vale lʼequazione '$ = 𝑅 = 8314,5 C5D2⋅F. Tale valore è stato
interpolato da una serie di dati sperimentali. Ora consideriamo un processo
qualunque a cui venga sottoposto un gas ideale: dalla relazione fondamentale in
forma entropica 𝑆 = 𝑆(𝑈, 𝑉, 𝑁" ) per un sistema non reagente possiamo ottenere:
𝑑𝑈 𝑃 𝑑𝑇 𝑑𝑉
𝑑𝑆 = + 𝑑𝑉 = 𝑁𝑐# + 𝑁𝑅
𝑇 𝑇 𝑇 𝑉
Tale espressione della variazione dellʼentropia in coordinate (T,V) può anche essere
riscritta in termini di massa come:
𝑑𝑇 𝑑𝑉
𝑑𝑆 = 𝑀𝑐#∗ + 𝑀𝑅∗
𝑇 𝑉
Tali relazioni, una volta integrate, forniscono i seguenti risultati:
𝑇A 𝑉A
Δ𝑆 = 𝑁𝑐# ln 6 8 + 𝑁𝑅 ln 6 8
𝑇" 𝑉"
𝑇A 𝑉A
ΔS = McM∗ ln 6 8 + 𝑀𝑅∗ ln 6 8
𝑇" 𝑉"
Ora ci proponiamo di ottenere il dS anche in coordinate (T,P) e (P,V). Scriviamo
innanzitutto lʼequazione di stato dei gas ideali e differenziamola:
𝑃𝑉 = 𝑁𝑅𝑇 ⟹ 𝑃𝑑𝑉 + 𝑉𝑑𝑃 = 𝑁𝑅𝑑𝑇
Adesso dividiamo lʼequazione differenziale per lʼequazione di stato in forma finita:
𝑃𝑑𝑉 + 𝑉𝑑𝑃 = 𝑁𝑅𝑑𝑇 𝑑𝑉 𝑑𝑃 𝑑𝑇
⟹ + =
𝑃𝑉 = 𝑁𝑅𝑇 𝑉 𝑃 𝑇
N$
Ora sostituisco $ nellʼespressione del dS ottenuta in precedenza:
𝑑𝑇 𝑑𝑉 𝑑𝑉 𝑑𝑃 𝑑𝑉 𝑑𝑉 𝑑𝑃
𝑑𝑆 = 𝑁𝑐# + 𝑁𝑅 = 𝑁𝑐# 6 + 8 + 𝑁𝑅 = 𝑁𝑐- + 𝑁𝑐#
𝑇 𝑉 𝑉 𝑃 𝑉 𝑉 𝑃
𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒
𝑑𝑉 𝑑𝑃
𝑑𝑆 = 𝑀𝑐-∗ + 𝑀𝑐#∗
𝑉 𝑃
Abbiamo quindi ottenuto la variazione di entropia in coordinate (P,V). Inoltre,
integrando tali risultati, otteniamo:
𝑉A 𝑃A
Δ𝑆 = 𝑁𝑐- ln 6 8 + 𝑁𝑐# ln 6 8
𝑉" 𝑃"
𝑉A 𝑃 A
ΔS = McO∗ ln 6 8 + 𝑀𝑐#∗ ln 6 8
𝑉" 𝑃"
Ora, per ottenere tale relazione in coordinate (T,P), sostituiamo nella relazione di
partenza il seguente termine:
𝑑𝑉 𝑑𝑇 𝑑𝑃
= −
𝑉 𝑇 𝑃
Ottenendo così:
𝑑𝑇 𝑑𝑉 𝑑𝑇 𝑑𝑇 𝑑𝑃 𝑑𝑇 𝑑𝑃
𝑑𝑆 = 𝑁𝑐# + 𝑁𝑅 = 𝑁𝑐# + 𝑁𝑅 6 − 8 = 𝑁𝑐- − 𝑁𝑅
𝑇 𝑉 𝑇 𝑇 𝑃 𝑇 𝑃
𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒
𝑑𝑇 𝑑𝑃
𝑑𝑆 = 𝑀𝑐-∗ − 𝑀𝑅∗
𝑉 𝑃
E abbiamo così trovato la variazione di entropia in coordinate (T,P) per i gas ideali.
Infine, integrando, otteniamo:
𝑇A 𝑃A
Δ𝑆 = 𝑁𝑐- ln 6 8 − 𝑁𝑅 ln 6 8
𝑇" 𝑃"
𝑇A 𝑃A
ΔS = McO∗ ln 6 8 − 𝑀𝑅∗ ln 6 8
𝑇" 𝑃"

m) Processo isoenergetico.
Consideriamo un sistema cilindro-pistone chiuso, semplice e semplificato che
scambia in modo reversibile una quantità di lavoro 𝛿𝐿/0. e di calore 𝛿𝑄/0. . Imposta
una variazione di volume, misuriamo le variazioni di pressione e temperatura con un
manometro e un termometro. Tutte queste grandezze sono valutate a 𝑑𝑈 = 0, ma ciò
è possibile se e solo se il calore e il lavoro scambiati sono uguali in modulo e opposti
in verso, ovvero:
𝛿𝐿/0. = −𝛿𝑄/0.
Ora scriviamo T come funzione di energia interna e volume molari u e v :
𝑇 = 𝑇(𝑢, 𝑣)
Procediamo dunque differenziando T:
𝜕𝑇 𝜕𝑇 𝑃𝑟𝑜𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑖𝑠𝑜𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑒𝑡𝑖𝑐𝑜 𝜕𝑇
𝑑𝑇 = 6 8 𝑑𝑢 + 6 8 𝑑𝑣 = 6 8 𝑑𝑣
𝜕𝑢 . 𝜕𝑣 8 𝜕𝑣 8
𝑑𝑢 = 0
Ora, sfruttando le proprietà dello Jacobiano, possiamo ricavare che:
𝜕𝑇 𝜕(𝑇, 𝑢) 𝜕(𝑇, 𝑢) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑢, 𝑇) 𝜕(𝑇, 𝑣)
𝑑𝑇 = 6 8 𝑑𝑣 = 𝑑𝑣 = 𝑑𝑣 = − 𝑑𝑣 =
𝜕𝑣 8 𝜕(𝑣, 𝑢) 𝜕(𝑣, 𝑢) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕(𝑢, 𝑣)
𝜕(𝑢, 𝑇) 𝜕𝑢
; <
𝜕(𝑣, 𝑇) 𝜕𝑣 $
=− 𝑑𝑣 = − 𝑑𝑣
𝜕(𝑢, 𝑣) 𝜕𝑢
;𝜕𝑇<
𝜕(𝑇, 𝑣) .
Noi però sappiamo che il differenziale dellʼenergia interna è:
𝑑𝑢 = 𝑇𝑑𝑠 − 𝑃𝑑𝑣
Quindi, sostituendo nellʼespressione appena ricavata:
𝑇𝑑𝑠 − 𝑃𝑑𝑣 𝜕𝑠 𝜕𝑠
; < 𝑇; < −𝑃 𝑃 −𝑇; <
𝜕𝑣 $ 𝜕𝑣 $ 𝜕𝑣 $
− 𝑑𝑣 = − 𝑑𝑣 = 𝑑𝑣 =
𝑇𝑑𝑠 − 𝑃𝑑𝑣 𝜕𝑠 𝜕𝑣 𝜕𝑠
; < 𝑇; < −𝑃; < 𝑇; <
𝜕𝑇 . 𝜕𝑇 . 𝜕𝑇 . 𝜕𝑇 .
𝛼-
𝑃−𝑇; <
𝑘$
= 𝑑𝑣
𝑐#
𝛼
𝑃 − 𝑇 ; -<
𝑘$
⟹ 𝑑𝑇 = 𝑑𝑣
𝑐#
* *
Per un gas ideale, considerando che 𝛼@ = $ , 𝑘 $ = - , 𝑃𝑣 = 𝑅𝑇, otteniamo:
𝑇𝑃
𝑃− 𝑇
𝑑𝑇 = =0
𝑐#
Da tale risultato possiamo comprendere che per i gas ideali non si ha variazione di
temperatura in un processo isoenergetico, ovvero quando 𝑢 è costante, anche 𝑇 è
costante, ovvero si può scrivere equivalentemente:
𝑈 = 𝑈(𝑇) 𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑇 = 𝑇(𝑈)
Quindi solo per i gas ideali una trasformazione isoenergetica è anche isoterma e
viceversa.

n) Efflusso di gas ideali.


Consideriamo un contenitore chiuso, rigido e adiabatico suddiviso in due
compartimenti separati da una valvola, uno con un gas ideale rarefatto a pressione 𝑃*
e uno in cui è stato fatto il vuoto. Ora apriamo la valvola e lasciamo che il gas si
espanda liberamente: dato che il sistema è rigido e adiabatico, esso non può
scambiare né lavoro né calore con lʼambiente, quindi per il primo principio della
termodinamica avremo:
Δ𝑈 = 0
Durante tale trasformazione si osserva che, dopo un periodo di instabilità, la
temperatura ritorna al suo valore iniziale, mentre la pressione si stabilizza su un
valore minore di quello iniziale (cfr. Libro TH 5ed Large, pag. 22). Quindi, dato che
nel processo sono variati solo la pressione e il volume, ma non la temperatura,
possiamo dedurre come già detto in precedenza che:
𝑢 = 𝑢(𝑇)
Ovvero che per un gas ideale lʼenergia interna è funzione della sola temperatura.
Ora sappiamo che, mediante la trasformata prima di Legendre, possiamo ottenere la
funzione entalpia data da:
ℎ = 𝑢 + 𝑃𝑣
Inoltre, sappiamo che per i gas ideali 𝑃𝑣 = 𝑅𝑇, quindi in definitiva:
ℎ = 𝑢(𝑇) + 𝑅𝑇 ⟹ ℎ = ℎ(𝑇)
ovvero per i gas ideali lʼentalpia, come lʼenergia interna, è funzione della sola
temperatura. Quindi possiamo affermare che per i gas ideali (e solo per quelli)
valgono le seguenti relazioni:
𝑑ℎ = 𝑑𝑢 + 𝑅𝑑𝑇 = 𝑐# 𝑑𝑇 + 𝑅𝑑𝑇 = 𝑐- 𝑑𝑇 𝑑ℎ = 𝑐- 𝑑𝑇 𝐽
‰ ⟹ ‰ : =
𝑑𝑢 = 𝑐# 𝑑𝑇 𝑑𝑢 = 𝑐# 𝑑𝑇 𝑚𝑜𝑙
Per quanto riguarda la seconda relazione, esiste una dimostrazione alternativa della
sua validità. Consideriamo infatti la funzione energia interna per un gas ideale che,
come già sappiamo, dipende solo dalla temperatura. Quindi differenziando
otteniamo:
𝜕𝑢 𝜕(𝑢, 𝑣) 𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕(𝑢, 𝑣) 𝜕(𝑠, 𝑣)
𝑢 = 𝑢(𝑇) ⟹ 𝑑𝑢 = 6 8 𝑑𝑇 = P QP Q 𝑑𝑇 = 𝑑𝑇 =
𝜕𝑇 . 𝜕(𝑇, 𝑣) 𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕(𝑠, 𝑣) 𝜕(𝑇, 𝑣)
𝜕𝑢 𝜕𝑠 𝜕𝑠
= 6 8 6 8 𝑑𝑇 = 𝑇 6 8 𝑑𝑇 = 𝑐# 𝑑𝑇
𝜕𝑠 . 𝜕𝑇 . 𝜕𝑇 .

o) Processo isoentalpico e coefficiente di Joule-Thomson.


Il processo isoentalpico ci permette di definire un coefficiente 𝛿, detto coefficiente di
Joule-Thomson, molto utile per la refrigerazione e per la liquefazione di aeriformi:
𝜕𝑇
𝛿=6 8
𝜕𝑃 P
Per ottenere tale coefficiente e altre relazioni utili, consideriamo dunque lʼesperienza
di Thomson: prendiamo in esame un sistema globalmente adiabatico costituito da un
condotto e una parete metallica con numerosi interstizi. Un flusso di massa
attraverso il condotto comporterà una diminuzione di pressione al di là della parete
e, a seconda dei casi, un aumento o una diminuzione di temperatura, quindi
possiamo scrivere:
𝑇 ± 𝑑𝑇
𝛿=6 8
𝑃 − 𝑑𝑃 P
Il processo appena descritto è reversibile perché il flusso di massa è molto lento e a
monte e a valle della parete porosa si ha lʼequilibrio (ovvero anche molto vicino alla
parete possiamo definire P e T). Quindi, dato che è adiabatica e reversibile, 𝑑𝑠 = 0
in questo caso.
Ora consideriamo invece un tubo con una restrizione a metà della sua lunghezza o
un tubo con una valvola: questa trasformazione è irreversibile, poiché nella
discontinuità termodinamica (la strozzatura) si ha generazione di entropia e quindi
𝑑𝑠 > 0. Però sufficientemente lontano dalla discontinuità (nei punti 1 e 2
diametralmente opposti) si ha 𝐻 = 𝑐𝑜𝑠𝑡, ovvero 𝐻* = 𝐻, , il che significa che
nonostante la discontinuità la trasformazione è isoentalpica. Per dimostrare ciò
riconduciamo tale sistema ad un sistema chiuso: consideriamo un sistema costituito
da un condotto globalmente adiabatico verso lʼesterno con una membrana porosa e
mettiamo sia a sinistra sia a destra dei pistoni che mantengono costanti le pressioni
𝑃* , 𝑃, . Supponiamo che nel primo scompartimento ci sia una mole di gas o vapore a
𝑃* 𝑒 𝑇* e che invece a destra della membrana si abbia 𝑃, < 𝑃* , 𝑇, . A questo punto
iniziamo a muovere molto lentamente entrambi i pistoni per far fluire il gas da un
compartimento allʼaltro mantenendo però le due pressioni costanti.
Calcoliamo ora il valore compiuto sul sistema per spingere la mole di gas o vapore
dal compartimento di sinistra a quello di destra:
Q
𝐿* = w 𝑃* 𝑑𝑉 = −𝑃* 𝑉*
#0
Dove gli estremi di integrazione dipendono dal fatto che allʼinizio si ha il volume 𝑉*
di gas nel primo compartimento, mentre alla fine del processo non si hanno più moli
della sostanza nello stesso compartimento.
Calcoliamo adeso il lavoro fatto del sistema sullʼambiente per accogliere la mole di
gas o vapore nel secondo compartimento:
#1
𝐿, = w 𝑃, 𝑑𝑉 = 𝑃, 𝑉,
Q
Avremo dunque che il lavoro netto totale sarà:
𝐿 $R$ = 𝐿* + 𝐿, = 𝑃, 𝑉, − 𝑃* 𝑉*
Dato che però il condotto è globalmente adiabatico, si ha che il processo è adiabatico
verso lʼambiente, quindi scrivendo il bilancio energetico in forma differenziale
avremo:
𝛿𝑄 = 0 ⟹ 𝑑𝑈 = 𝛿𝑄 − 𝛿𝐿 = −𝛿𝐿 = −𝑃𝑑𝑉
Integrando ambo i membri otteniamo che:
Δ𝑈 = 𝑈, − 𝑈* = −𝐿 $R$ = 𝑃* 𝑉* − 𝑃, 𝑉,
⟹ 𝑈, + 𝑃, 𝑉, = 𝑈* + 𝑃* 𝑉*
⟹ 𝐻* = 𝐻,
Quindi abbiamo ricavato che il processo, come volevasi dimostrare, è isoentalpico.
In generale il coefficiente di Joule-Thomson è una funzione della pressione e della
temperatura, ovvero 𝛿 = 𝛿(𝑇, 𝑃) e il suo valore indica il comportamento di una
sostanza aeriforme durante un processo isoentalpico:
I) 𝛿 > 0: se espando il gas facendo diminuire la pressione, la temperatura
diminuisce di conseguenza;
II) 𝛿 < 0: se espando il gaso facendo diminuire la pressione, la temperatura
aumenta di conseguenza.
Quindi i fluidi con coefficiente (I) sono particolarmente adatti per la refrigerazione e
la liquefazione, in quanto posso abbassarne la temperatura con una espansione.
Ora cerchiamo di esprimere tale coefficiente in funzione delle proprietà misurabili in
laboratorio:
𝜕(𝑇, ℎ) 𝜕ℎ
𝜕𝑇 𝜕(𝑇, ℎ) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑇, ℎ) 𝜕(𝑇, 𝑃) ( ) ; <
𝜕 𝑇, 𝑃 𝜕𝑃 $
𝛿=6 8 = = =− =−
𝜕𝑃 P 𝜕(𝑃, ℎ) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑇, 𝑃) 𝜕(𝑃, ℎ) 𝜕(ℎ, 𝑃) 𝜕ℎ
;𝜕𝑇<
𝜕(𝑇, 𝑃) -
A questo punto noi sappiamo che ℎ = 𝑢 + 𝑃𝑣, e quindi 𝑑ℎ = 𝑇𝑑𝑠 − 𝑃𝑑𝑣 + 𝑃𝑑𝑣 +
𝑣𝑑𝑃 = 𝑇𝑑𝑠 + 𝑣𝑑𝑃. Quindi, sostituendo a numeratore e denominatore:
𝜕𝑠 𝜕𝑃 𝜕𝑠
𝑇; < +𝑣; < 𝑇; < +𝑣
𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $
𝛿=− =−
𝜕𝑠 𝜕𝑃 𝑐-
𝑇; < +𝑣; <
𝜕𝑇 - 𝜕𝑇 -
+? +.
Ma la IV relazione di Maxwell ci dice che ;+-< = − ;+$< , quindi:
$ -
𝜕𝑣
𝑇 ; < − 𝑣 𝑇𝑣𝛼 − 𝑣
𝜕𝑇 - -
= =
𝑐- 𝑐-
𝑣(𝑇𝛼- − 1)
⟹𝛿=
𝑐-
*
Notiamo che per i gas ideali 𝛼- = $ e quindi per tali sostanze il coefficiente di Joule-
Thomson è identicamente nullo, ovvero per un gas ideale non ho variazione di
temperatura per variazione di pressione e quindi per far cambiare la temperatura
durante unʼisoentalpica dovrò far variare la sua energia interna.
Per una sostanza qualsiasi si può disegnare un diagramma 𝑇 − 𝑃, nel quale si ottiene
la cosiddetta curva di inversione: essa è il luogo dei punti di continuità matematica
per cui 𝛿 = 0. A destra della curva di inversione si avrò dunque 𝛿 > 0, mentre a
sinistra 𝛿 < 0. Si possono inoltre disegnare delle curve isoentalpiche che verso le alte
temperature diventano segmenti di retta. La zona in cui tali segmenti sono presenti
si dice zona dei gas ideali (e quindi per i gas ideali una isoterma è anche
unʼisoentalpica).

p) Diagramma T-s, pendenza delle isocore e isobare, calore scambiato.


Prendiamo in considerazione un diagramma T-s di una sostanza pura e valutiamo la
pendenza delle isobare e delle isocore di tale grafico:
𝜕𝑇 𝑇
𝐼𝑠𝑜𝑐𝑜𝑟𝑒: 6 8 =
𝜕𝑠 # 𝑐#
𝜕𝑇 𝑇
𝐼𝑠𝑜𝑏𝑎𝑟𝑒: 6 8 =
𝜕𝑠 - 𝑐-
Noi sappiamo che, per la relazione generalizzata di Mayer, 𝑐- > 𝑐# , quindi avremo
che
𝑇 𝑇
>
𝑐# 𝑐-
Il che significa che la pendenza di una curva isocora è sempre maggiore della
pendenza dellʼisobara che passa per il medesimo punto nel diagramma T-s.
Il calore scambiato invece sarà dato dallʼarea sottesa alla trasformazione, essendo per
una quasi statica:
𝑄 = w 𝑇𝑑𝑠
Mentre lungo una isotermobarica (segmento di retta orizzontale al di sotto della
“campana”) si può calcolare il calore scambiato come:
𝑄 = Δℎ = ℎA − ℎ"
Infatti sappiamo che 𝑑ℎ = 𝑇𝑑𝑠 + 𝑣𝑑𝑃 = 𝑇𝑑𝑠, dove il differenziale della pressione si
annulla perché la trasformazione è isotermobarica. Integrando si ottiene la relazione
qui sopra.

q) Diagramma h-s (di Mollier), temperatura, isocore e isobare.


In un diagramma di Mollier è possibile ricavare la temperatura di una trasformazione
sfruttando la pendenza delle curve isobare. Infatti si ha che:
𝜕ℎ
6 8 =𝑇
𝜕𝑠 -
Inoltre anche in questo caso si veridica che la pendenza delle isocore è sempre
maggiore di quella delle isobare passanti per lo stesso punto. Infatti:
𝜕ℎ 𝑐- − 𝑐# 1
6 8 =𝑇+
𝜕𝑠 # 𝑐# 𝛼-
Tale diagramma costituisce la rappresentazione grafica della relazione fondamentale
in forma entalpica.

r) Titolo di una miscela liquido-vapore, regola della leva.


Definiamo come titolo di una miscela satura liquido-vapore il rapporto tra la massa
del vapore e la massa totale di una miscela:
𝑀#% 𝑀#%
𝑥= =
𝑀$R$ 𝑀#% + 𝑀S%
Si notino i casi limite 𝑥 = 0, ovvero quando si ha solo il liquido saturo, e 𝑥 = 1,
quando si ha solo il vapore saturo.
Supponiamo ora di avere una miscela satura che voglio caratterizzare. Il volume
totale della miscela sarà:
∗ ∗
𝑉 = 𝑉S% + 𝑉#% = 𝑀$R$ 𝑣 ∗ = 𝑀S% 𝑣S% + 𝑀#% 𝑣#%
Adesso divido entrambi i membri per la massa totale:
𝑀S% ∗ 𝑀#% ∗ (𝑀$R$ − 𝑀#% ) ∗ ∗
𝑀#%
𝑣∗ = 𝑣S% + 𝑣#% = 𝑣S% + 𝑥𝑣#% = 61 − 8 𝑣 ∗ + 𝑥𝑣#%


𝑀$R$ 𝑀$R$ 𝑀$R$ 𝑀$R$ S%
∗ ∗
⟹ 𝑣 ∗ = (1 − 𝑥)𝑣S% + 𝑥𝑣#%
Questʼultimo risultato è detto regola della leva e mette in relazione il titolo di una
miscela con il suo volume massico totale. Tale regola vale per tutte le proprietà
estensive. Infatti:
∗ ∗
𝑈 = 𝑈S% + 𝑈#% ⟹ 𝑢∗ = (1 − 𝑥)𝑢S% + 𝑥𝑢#%
∗ ∗ ∗
𝑆 = 𝑆S% + 𝑆#% ⟹ 𝑠 = (1 − 𝑥)𝑠S% + 𝑥𝑠#%
∗ ∗
𝐻 = 𝐻S% + 𝐻#% ⟹ ℎ∗ = (1 − 𝑥)ℎS% + 𝑥ℎ#%
Tali relazioni risultano molto comode in quanto le proprietà del liquido saturo e del
vapore saturo possono essere ricavate da opportune tabelle una volta fissata P o T.
Possiamo inoltre ricavare il titolo come:
∗ ∗ ∗ ∗
𝑣 ∗ − 𝑣S% 𝑢∗ − 𝑢S% 𝑠 ∗ − 𝑠S% ℎ∗ − ℎS%
𝑥= ∗ ∗ = ∗ ∗ = ∗ ∗ = ∗ ∗
𝑣#% − 𝑣S% 𝑢#% − 𝑢S% 𝑠#% − 𝑠S% ℎ#% − ℎS%
Quindi in definitiva occorre conoscere P oppure T per portarsi in tabella e x, oppure
una grandezza estensiva tra volume massico, energia interna massica, entropia
massica ed entalpia massica.

s) Equazione di Eulero.
a) Dimostrazione fatta in classe.
Consideriamo le relazioni fondamentali in forma energetica o entropica:
𝑈 = 𝑈(𝑆, 𝑉, 𝑁" ) 𝑒 𝑆 = 𝑆(𝑈, 𝑉, 𝑁" )
Possiamo osservare che esse sono delle funzioni omogenee rispetto alle loro
variabili, quindi se ho un sistema (e in equilibrio) costituito da 𝜆 sottosistemi
uguali tra loro, possiamo dire che
𝑈$R$ = G 𝜆𝑈" 𝑒 𝑆$R$ = G 𝜆𝑆"
" "
Se applichiamo dunque il teorema di Eulero per le funzioni omogenee otteniamo:
𝜕𝑈
𝑈(𝑦" ) = G 𝑦" 6 8
𝜕𝑦" "TU
"
Ovvero, applicandolo alla relazione fondamentale in forma energetica:
𝜕𝑈 𝜕𝑈 𝜕𝑈
𝑈= 𝑆+ 𝑉+G 𝑁𝑖
𝜕𝑆 𝜕𝑉 𝜕𝑁"
"

⟹ 𝑈 = 𝑇𝑆 − 𝑃𝑉 + G 𝜇" 𝑁"
"
Tale risultato consiste nella equazione di Eulero in forma energetica. Se conosco
le funzioni di stato 𝑇 = 𝑇(𝑆, 𝑉, 𝑁" ), 𝑃 = 𝑃(𝑆, 𝑉, 𝑁" ), 𝜇" = 𝜇" (𝑆, 𝑉, 𝑁" ) posso ricavare
lʼenergia interna del sistema. La relazione di Eulero esprime il legame tra (n+3)
variabili estensive (𝑛 𝑁" , 𝑈, 𝑆, 𝑉) e tra (n+2) variabili intensive (𝑛 𝜇" , 𝑇, 𝑃).
Applicando un ragionamento analogo alla relazione fondamentale in forma
entropica, si ottiene lʼequazione di Eulero in forma entropica:
𝜕𝑆 𝜕𝑆 𝜕𝑆
𝑆= 𝑈+ 𝑉+G 𝑁
𝜕𝑈 𝜕𝑉 𝜕𝑁" "
"
1 𝑃 𝜇"
⟹ 𝑆 = 𝑈 + 𝑉 − G 𝑁"
𝑇 𝑇 𝑇
"

b) Dimostrazione dagli appunti del professore.


Si consideri un sistema A in equilibrio, lo si suddivida in 𝜆 sottosistemi identici
che risultano essere in mutuo equilibrio tra di loro. Riferendosi alle proprietà che
appaiono nella relazione fondamentale, possiamo scrivere:
𝑈V = 𝜆𝑈, 𝑆V = 𝜆𝑆, 𝑉V = 𝜆𝑉, 𝑁V" = 𝜆𝑁"
⟹ 𝑈V (𝑆V , 𝑉V , 𝑁V" ) = 𝜆𝑈(𝑆, 𝑉, 𝑁" )
Differenziando tale relazione si ottiene:
W

𝑑𝑈V = 𝑇V 𝑑𝑆V − 𝑃V 𝑑𝑉V + G 𝜇V" 𝑑𝑁V"


"X*
Ora ci si può chiedere quale relazione esista tra i coefficienti 𝑇V , 𝑃V , 𝜇V" e le
corrispondenti proprietà di ciascun singolo sistema 𝑇, 𝑃, 𝜇" . Per definizione si ha:
𝜕𝑈V 𝜕(𝜆𝑈) 𝜕𝑈
𝑇V = 6 8 =e f =6 8 =𝑇
𝜕𝑆V # ,' 𝜕(𝜆𝑆) Y#,Y' 𝜕𝑆 #,'"
2 2" "
E quindi:
𝑇V (𝜆𝑆, 𝜆𝑉, 𝜆𝑁" ) = 𝑇(𝑆, 𝑉, 𝑁" )
Ovvero la temperatura del sistema composto è la stessa chi si ha in ciascun
singolo sottosistema. T è quindi una grandezza intensiva, ovvero indipendente
dalle dimensioni del suo sistema. Con identica procedura si può scrivere:
𝑃V (𝜆𝑆, 𝜆𝑉, 𝜆𝑁" ) = 𝑃(𝑆, 𝑉, 𝑁" )
𝜇V" (𝜆𝑆, 𝜆𝑉, 𝜆𝑁" ) = 𝜇" (𝑆, 𝑉, 𝑁" )
Ora differenziamo rispetto a 𝜆 ciascun membro dellʼequazione:
𝑈V (𝑆V , 𝑉V , 𝑁V" ) = 𝜆𝑈(𝑆, 𝑉, 𝑁" )
Si ottiene:
W
𝜕𝑈V 𝜕𝑆V 𝜕𝑈V 𝜕𝑉V 𝜕𝑈V 𝜕𝑁V"
6 8 +6 8 +G6 8 = 𝑈(𝑆, 𝑉, 𝑁" )
𝜕𝑆V # 𝜕𝜆 𝜕𝑉V % 𝜕𝜆 𝜕𝑁V" % 𝜕𝜆
2 ,'2" 2 ,'2" "X* 2 ,#2
Da cui si ricava:
𝑈 = 𝑇V 𝑆 − 𝑃V 𝑉 + G 𝜇V" 𝑁"
"
Che costituisce lʼequazione di Eulero in forma energetica. Essendo poi 𝑇V =
𝑇, 𝑃V = 𝑃, 𝜇V" = 𝜇" , si ha che:
𝑈 = 𝑇𝑆 − 𝑃𝑉 + G 𝜇" 𝑁"
"
Partendo da 𝑆V (𝑈V , 𝑉V , 𝑁V" ) = 𝜆𝑆(𝑈, 𝑉, 𝑁" ) si ottiene:
𝜕𝑆V 𝜕𝑈V 𝜕𝑆V 𝜕𝑈V 𝜕𝑆V 𝜕𝑁V"
6 8 6 8+6 8 6 8+G6 86 8 = 𝑆(𝑈, 𝑉, 𝑁" )
𝜕𝑈V # ,' 𝜕𝜆 𝜕𝑉V ( ,' 𝜕𝜆 𝜕𝑁V" 𝜕𝜆
2 2" 2 2" "
1 𝑃 𝜇"
⟹ 𝑆 = 𝑃 + 𝑉 − G 𝑁"
𝑇 𝑇 𝑇
"
Che costituisce lʼequazione di Eulero in forma entropica.
Le equazioni di Eulero esprimono una dipendenza tra le variabili intensive ed
estensive del sistema in un suo stato di equilibrio. Conoscendo le equazioni di
stato 𝑇 = 𝑇(𝑆, 𝑉, 𝑁" ), 𝑃 = 𝑃(𝑆, 𝑉, 𝑁" ), 𝜇" = 𝜇" (𝑆, 𝑉, 𝑁" ), è possibile ricostruire la
relazione fondamentale di un sistema termodinamico.
Per un sistema semplice monocomponente lʼequazione di Eulero è:
𝑈 = 𝑇𝑆 − 𝑃𝑉 + 𝜇𝑁
Se si definisce lʼenergia libera di Gibbs come
𝐺 = 𝐻 − 𝑇𝑆 = 𝑈 + 𝑃𝑉 − 𝑇𝑆
Si ha infine che:
𝑈 + 𝑃𝑉 − 𝑇𝑆 𝐺 𝐽
𝜇= = = 𝑔 : = ⟹ 𝜇 = 𝑔
𝑁 𝑁 𝑚𝑜𝑙
Ovvero il potenziale chimico è pari allʼenergia libera molare di Gibbs per un
sistema semplice e monocomponente.
t) Relazione di Gibbs-Duhem.
Iniziamo ricavando tale relazione in forma energetica. Scriviamo differenziale della
relazione fondamentale energetica (che consiste nella relazione di Gibbs):
𝑑𝑈 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑃𝑑𝑉 + G 𝜇" 𝑁"
"
Ora scriviamo la relazione di Eulero in forma energetica e differenziamola:
𝑈 = 𝑇𝑆 − 𝑃𝑉 + G 𝜇" 𝑁"
"
⟹ 𝑑𝑈 = 𝑇𝑑𝑆 + 𝑆𝑑𝑇 − 𝑃𝑑𝑉 − 𝑉𝑑𝑃 + G 𝜇" 𝑑𝑁" + G 𝑁" 𝑑𝜇"
" "
Eseguo dunque una sottrazione tra i due differenziali appena ottenuti:
0 = 𝑇𝑑𝑆 − 𝑃𝑑𝑉 + G 𝜇" 𝑁" − 𝑇𝑑𝑆 − 𝑆𝑑𝑇 + 𝑃𝑑𝑉 + 𝑉𝑑𝑃 − G 𝜇" 𝑑𝑁" − G 𝑁" 𝑑𝜇"
" " "
⟹ −𝑆𝑑𝑇 + 𝑉𝑑𝑃 − G 𝑁" 𝑑𝜇" = 0
"
⟹ 𝑆𝑑𝑇 − 𝑉𝑑𝑃 + G 𝑁" 𝑑𝜇" = 0
"
Tale risultato costituisce la relazione di Gibbs-Duhem. Essa rappresenta un legame
tra (n+2) grandezze intensive differenziate e tra (n+2) grandezze estensive. Inoltre
in tale relazione le variazioni infinitesime dello stato di equilibrio di un sistema sono
espresse in termini di grandezze intensive misurabili. Conoscendo (n+1) proprietà
intensive e utilizzando tale formula, si ha una completa descrizione dello stato del
sistema. La (n+2)-esima grandezza + univocamente determinata utilizzando la
relazione di Gibbs-Duhem.
Le proprietà intensive che possono essere variate in modo indipendente sono
chiamate gradi di libertà del sistema (g.d.l.). Considerando un sistema
termodinamico costituito da una sostanza pura (acqua), solo due delle tre variabili
intensive possono essere variate in modo indipendente: il sistema sostanza pura ha
perciò due gradi di libertà. Possiamo per esempio variare P e T e 𝑑𝜇Z1 R è
determinato dalla relazione di Gibbs-Duhem:
𝑆 𝑉
𝑑𝜇Z1 R = − 𝑑𝑇 + 𝑑𝑃 = 𝑣𝑑𝑃 − 𝑠𝑑𝑇
𝑁 𝑁
Se il sistema evolve a P e T costanti, il suo potenziale chimico non cambia e quindi il
sistema ha un solo grado di libertà:
𝑠𝑑𝑇 = 𝑣𝑑𝑃

u) Regola delle fasi o di Gibbs.


Si consideri un sistema multifase e multicomponente con M fasi e r componenti in
cui ogni fase è separata dalle altre da superfici di discontinuità non vincolate (ovvero
le superfici di discontinuità sono libere di muoversi). Avremo lʼequilibrio
termodinamico se e solo se sussistono lʼequilibrio termico, meccanico e chimico tra
tutte le fasi presenti. Ciò implica che le condizioni di equilibrio sono date dalle (𝑟 +
1)(𝑀 − 1) equazioni:
𝑇 [ = 𝑇 [[ = ⋯ = 𝑇 (4) 𝐸𝑞𝑢𝑖𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖𝑜 𝑇𝑒𝑟𝑚𝑖𝑐𝑜
[ [[ (4)
𝑃 =𝑃 =⋯=𝑃 𝐸𝑞𝑢𝑖𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖𝑜 𝑀𝑒𝑐𝑐𝑎𝑛𝑖𝑐𝑜
(4)
𝜇*[ = 𝜇*[[ = ⋯ = 𝜇*
⋮ 𝐸𝑞𝑢𝑖𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖𝑜 𝐶ℎ𝑖𝑚𝑖𝑐𝑜
(4)
𝜇/[ = 𝜇/[[ = ⋯ = 𝜇/
Lo stato di equilibrio del sistema è completamente definito utilizzando 𝑀(𝑟 + 2)
variabili. Dʼaltra fase per ogni fase sussiste la relazione di Gibbs-Duhem:
G 𝑁" 𝑑𝜇" = 𝑉𝑑𝑃 − 𝑆𝑑𝑇
"
Essa diminuisce il numero di variabili da 𝑀(𝑟 + 2) 𝑎 𝑀(𝑟 + 1) in quanto esprime un
legame tra le variabili P,T e la variabile 𝜇" . Affinché tale sistema di (𝑟 + 2)(𝑀 −
1) 𝑒𝑞𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑖𝑛 𝑀(𝑟 − 1) incognite ammetta una soluzione ben definita, è necessario
che il numero di equazioni sia inferiore o uguale al numero di incognite. Risulta
allora:
(𝑟 + 2)(𝑀 − 1) ≤ 𝑀(𝑟 + 1)
𝑀𝑟 − 𝑟 + 2𝑀 − 2 ≤ 𝑀𝑟 + 𝑀
2𝑀 − 𝑀 ≤ 𝑟 + 2
𝑀 ≤𝑟+2
Tale disuguaglianza è detta regola delle fasi o regola di Gibbs. In altri termini, in un
sistema costituito da r componenti, non più di r+2 fasi possono coesistere
allʼequilibrio.
Se il numero M delle fasi è minore di r+2, risulta che r+2‒M variabili intensive
possono assumere valori arbitrari. Vale a dire che si possono variare arbitrariamente
r+2‒M variabili senza pregiudicare lʼesistenza di una condizione di equilibrio con
quelle fasi per il sistema; evidentemente gli altri parametri varieranno in modo ben
determinato.
Il numero di parametri che si possono variare arbitrariamente viene detto numero di
gradi di libertà o varianza del sistema. Indicando con la lettera f tale numero, la
regola delle fasi può essere scritta come:
𝑓 =𝑟+2−𝑀
I gradi di libertà coincidono con le proprietà intensive o estensive specifiche che
possono essere variate liberamente senza alterare lʼequilibrio del sistema.
Durante una transizione di fase i valori dei coefficienti 𝛼- , 𝑘 $ 𝑒 𝑐- tendono ad
infinito. Si ha infatti che 𝑑𝑃 = 0 𝑝𝑒𝑟 𝑇 = 𝑐𝑜𝑠𝑡 e 𝑑𝑇 = 0 𝑝𝑒𝑟 𝑃 = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
𝜕𝑠
𝑐- = 𝑇 6 8 = ∞, 𝑑𝑠 ≠ 0
𝜕𝑇 -
1 𝜕𝑣
𝛼- = 6 8 = ∞, 𝑑𝑣 ≠ 0
𝑣 𝜕𝑇 -
1 𝜕𝑣
𝑘 $ = − 6 8 = ∞, 𝑑𝑣 ≠ 0
𝑣 𝜕𝑃 $
v) Equazione di Clausius-Clapeyron.
Nel piano P-T gli stati di coesistenza di due fasi giacciono su una linea
esprimibile analiticamente con una relazione del tipo 𝑃 = 𝑃(𝑇). A questa
relazione non è possibile dare unʼunica forma esplicita poiché è diversa per
ciascuna sostanza pura e, per una stessa sostanza pura, differisce a seconda della
natura delle fasi che coesistono allʼequilibrio.
Lʼequazione di Clausius-Clapeyron invece fornisce una relazione di validità
generale per le transizioni di fase del primo ordine che collega la pendenza della
N-
linea delle fasi N$ al calore latente molare e alla variazione di volume specifico
molare passando da una fase allʼaltra:
𝑑𝑃
= 𝑓(𝜆, 𝑣 [[ − 𝑣 [ )
𝑑𝑇
In ogni punto della linea di coesistenza delle fasi, le due fasi sono in equilibrio
termodinamico e quindi sono anche in equilibrio chimico tra di loro, ovvero i
potenziali chimici delle due fasi sono uguali:
𝜇[ (𝑇, 𝑃) = 𝜇′′(𝑇, 𝑃)
Consideriamo due punti A e B infinitesimamente appartenenti alla linea tali che:
𝑃\ − 𝑃V = 𝑑𝑃 𝑒 𝑇\ − 𝑇V = 𝑑𝑇
⟹ 𝑑𝜇[ = 𝜇\[ − 𝜇V[ = 𝑑𝜇[[ = 𝜇V[[ − 𝜇V[[
Dʼaltra parte, per ogni fase valgono le equazioni di Gibbs-Duhem:
𝑑𝜇[ = −𝑠 [ 𝑑𝑇 + 𝑣 [ 𝑑𝑃 𝑒 𝑑𝜇[[ = −𝑠 [[ 𝑑𝑇 + 𝑣′′𝑑𝑃
Ma per quanto detto prima si ha 𝑑𝜇[ = 𝑑𝜇′′ e quindi:
−𝑠 [ 𝑑𝑇 + 𝑣 [ 𝑑𝑃 = −𝑠 [[ 𝑑𝑇 + 𝑣 [[ 𝑑𝑃
(𝑠 [[ − 𝑠 [ )𝑑𝑇 = (𝑣 [[ − 𝑣 [ )𝑑𝑃
𝑑𝑃 𝑠 [[ − 𝑠 [ Δ𝑠
= =
𝑑𝑇 𝑣 [[ − 𝑣 [ Δ𝑣
Se consideriamo un punto sulla linea di coesistenza liquido-vapore, avremo che il
calore latente di evaporazione sarà dato da: 𝜆 = 𝑇Δ𝑠 = 𝑇?]^ (𝑠#% − 𝑠S% ) e quindi
lʼespressione diventa:
𝑑𝑃 𝜆
=
𝑑𝑇 𝑇Δ𝑣
Per la transizione solido-vapore e liquido-vapore si ha sempre assorbimento di
calore (𝜆 > 0) e aumento del volume specifico (Δ𝑣 > 0), per cui la pendenza delle
curve di sublimazione e di vaporizzazione è positiva per ogni sostanza pura.
La curva di transizione solido-liquido può avere sia pendenza negativa sia
pendenza positiva a seconda del segno della variazione di volume specifico Δ𝑣.
Nella maggioranza dei casi si ha Δ𝑣 > 0 e quindi una pendenza positiva, mentre
per alcune sostanze tra cui acqua e bismuto si ha Δ𝑣 < 0 e quindi una pendenza
negativa. In relazione alle varie curve di coesistenza delle fasi e ai vari calori
latenti si ha dunque:
𝑑𝑃 𝜃
𝑆𝑜𝑙𝑖𝑑𝑜 − 𝑉𝑎𝑝𝑜𝑟𝑒 (𝑐𝑎𝑙. 𝑙𝑎𝑡. 𝑠𝑢𝑏𝑙𝑖𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒) = >0
𝑑𝑇 𝑇Δ𝑣
𝑑𝑃 𝜆
𝐿𝑖𝑞𝑢𝑖𝑑𝑜 − 𝑉𝑎𝑝𝑜𝑟𝑒 (𝑐𝑎𝑙. 𝑙𝑎𝑡. 𝑒𝑣𝑎𝑝𝑜𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒) = >0
𝑑𝑇 𝑇Δ𝑣
𝑑𝑃 𝑟
𝑆𝑜𝑙𝑖𝑑𝑜 − 𝐿𝑖𝑞𝑢𝑖𝑑𝑜 (𝑐𝑎𝑙. 𝑙𝑎𝑡. 𝑓𝑢𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒) = ≶0
𝑑𝑇 𝑇Δ𝑣
Quindi in definitiva tale equazione non ci fornisce direttamente la funzione 𝑃 =
𝑃(𝑇) delle linee di coesistenza, ma una relazione che caratterizza la loro
N-
pendenza e che ha validità generale: N$ = 𝑓(𝜆, 𝑣 [[ − 𝑣 [ ).
Ovviamente il calore latente è quello riferito al punto in cui stiamo calcolando la
tangente: muovendomi lungo una stessa linea di coesistenza, avrò diversi valori di
𝜆 𝑒 𝑇?]^ .
Si ricordi infine che Gibbs-Duhem vale per ogni singola fase e se ho più fasi la
devo applicare a ciascuna separatamente.

w) Fattore di comprimibilità.
Fissate T e P, il fattore di comprimibilità indica come un gas reale si discosta dal
comportamento dei gas ideali:
𝑃𝑣 𝑣]H^8]2
𝑍= =
𝑅𝑇 𝑣"N0]2
Per i gas ideali si ha 𝑍 = 1, mentre per i gas reali si ha 𝑍 ⋚ 1. Più Z è diverso da 1,
più il gas si discosta da comportamento ideale. In generale i gas si comportano in
modo ideale a pressioni basse e temperature alte in relazione ai valori critici di
pressione e temperatura. A pressioni molto basse, tutti i gas si comportano come
ideali.
Possiamo inoltre introdurre dei parametri adimensionalizzati:
𝑃
𝑃𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑟𝑖𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 𝑃3 =
𝑃_3
𝑇
𝑇𝑒𝑚𝑝𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑟𝑖𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 𝑇3 =
𝑇_3
𝑣
𝑉𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑜 𝑝𝑠𝑒𝑢𝑑𝑜𝑟𝑖𝑑𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑣3 =
𝑅𝑇_3
𝑃_3
Conoscendo 𝑃3 𝑒 𝑣3 è possibile determinare Z. Per queste grandezze vale inoltre
la legge degli stati corrispondenti, la quale afferma che ogni sostanza pura in fase
aeriforme si comporta allo stesso modo per stessi valori di pressione ridotta e
temperatura ridotta.
Si può esprimere la relazione 𝑍 − 𝑃3 mediante un diagramma apposito composto
da numerose isoterme ridotte. Su ogni isoterma compaiono dei simboli che
indicano le sostanze pure che si comportano allo stesso modo e si può notare che
per ogni sostanza pura il massimo scostamento dal comportamento di gas ideale è
il punto critico.
x) Equazione di stato di Wan der Waals.
Essa è unʼequazione di stato per i gas reali di notevole importanza storica, in
quanto introduce due effetti non presenti nei gas ideali: le forze di attrazioni
intermolecolari e il volume occupato dalle molecole stesse:
𝑎
;𝑃 + , < (𝑏 − 𝑣) = 𝑅𝑇
𝑣
Dove i valori delle costanti si possono determinare sperimentalmente e valgono:
,
27𝑅, 𝑇_3 𝑅𝑇_3
𝑎= 𝑒 𝑏 =
64𝑃_3 8𝑃_3
Nonostante la sua importanza storica, essa è la meno accurata tra le equazioni di
stato presenti ad oggi per le sostanze pure aeriformi. Quella attualmente più
accurata è lʼequazione di Benedict-Webb-Rubin.

y) Proprietà dei liquidi e dei solidi reali.


1) 𝛼- , 𝑘 $ , 𝑐- 𝑒 𝑐# sono approssimativamente indipendenti dalla pressione.
2) 𝛼- dipende da T ed è pari a zero per T=0K. In generale è una funzione
debolmente crescente con la temperatura.
3) 𝑘 $ è in generale molto piccolo (≈ 10)L 𝑏𝑎𝑟 )* ) per liquidi e solidi. È una
funzione di T, ma, visto il suo piccolo valore, può essere considerato costante.
4) In generale, sia per liquidi sia per solidi, 𝑐- ≈ 𝑐# .
(N.B: Ai fini dellʼesame le proprietà 2, 3 e 4 non sono da sapere).

z) Liquidi e solidi ideali.


Essi sono sostanze di riferimento incomprimibili e indilatabili. Il modello prevede
che 𝛼- = 0, 𝑘 $ = 0. Dalla legge di Mayer generalizzata, con 𝛼- = 0, 𝑘 $ = 0:
𝑇𝑣𝛼-,
𝑐- = 𝑐# + ⟹ 𝑐- = 𝑐# = 𝑐
𝑘$
Da cui segue:
𝑑𝑢 = 𝑐𝑑𝑇 ⟹ 𝑢 = 𝑢(𝑇)
𝑑𝑇
𝑑𝑠 = 𝑐 ⟹ 𝑠 = 𝑠(𝑇)
𝑇
Calcoliamone dunque lʼentalpia, differenziando la funzione ℎ = ℎ(𝑇, 𝑃):
𝜕ℎ 𝜕ℎ
𝑑ℎ = 6 8 𝑑𝑇 + 6 8 𝑑𝑃
𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $
Ma, considerando che possiamo scrivere il differenziale dellʼentalpia anche come
𝑑ℎ = 𝑇𝑑𝑠 + 𝑣𝑑𝑃, otteniamo:
𝜕ℎ 𝜕𝑠
6 8 = 𝑇 6 8 = 𝑐- (𝑇) = 𝑐(𝑇)
𝜕𝑇 - 𝜕𝑇 -
𝜕ℎ 𝜕𝑠 𝜕𝑃 𝐼𝑉 𝑟𝑒𝑙. 𝑀𝑎𝑥. 𝜕𝑣
6 8 = 𝑇6 8 +𝑣6 8 = − 𝑇 6 8 + 𝑣 = −𝑇𝑣𝛼- + 𝑣
𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑇 -
Questʼultimo risultato vale anche per liquidi e solidi reali. Quindi per i liquidi e
solidi ideali otteniamo infine che:
𝑑ℎ = 𝑐𝑑𝑇 + 𝑣𝑑𝑃
In generale per i liquidi e per i solidi si ha 𝑣𝑑𝑃 ≪ 𝑐𝑑𝑇, si ha quindi 𝑑ℎ ≈ 𝑐𝑑𝑇.
Calcoliamo ora lʼentropia differenziando la funzione 𝑠 = 𝑠(𝑇, 𝑃):
𝜕𝑠 𝜕𝑠 𝐼𝑉 𝑟𝑒𝑙. 𝑀𝑎𝑥. 𝜕𝑠 𝑑𝑇 𝜕𝑣
𝑑𝑠 = 6 8 𝑑𝑇 + 6 8 𝑑𝑃 = 𝑇6 8 − 6 8 =
𝜕𝑇 - 𝜕𝑃 $ 𝜕𝑇 - 𝑇 𝜕𝑇 -
𝑑𝑇
= 𝑐- − 𝑣𝛼-
𝑇
Questʼultimo risultato vale anche per liquidi e solidi reali. Applicando le
proprietà dei liquidi e dei solidi ideali, si ha dunque che:
𝑑𝑇
𝑑𝑠 = 𝑐
𝑇
Per una sostanza pura in fase vapore le precedenti relazioni non valgono, in
quanto h e s dipendono anche dalla pressione e non solo dalla temperatura.

aa) Relazioni approssimate per le sostanze pure.


Per le sostanze pure, le proprietà termodinamiche quali entropia ed entalpia
vengono valutate rispetto ad uno stato di riferimento. Entalpia ed entropia di un
determinato stato termodinamico sono quindi valutate utilizzando un
conveniente processo quasi statico che collega lo stato in cui si vuole conoscere la
proprietà della sostanza e lo stato scelto come riferimento, ovvero collego i due
punti sfruttando unicamente processi isobari (rette orizzontali su P-T) e isotermi
(rette verticali su P-T). Solitamente si assume per riferimento la fase liquida al
punto triplo sul diagramma P-T.
Inoltre valgono le seguenti relazioni:
𝛿𝑄
𝑃𝑟𝑜𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑖𝑠𝑜𝑏𝑎𝑟𝑖: 𝑑ℎ = 𝛿𝑄, 𝑑𝑠 =
𝑇
𝐼𝑠𝑜𝑡𝑒𝑟𝑚𝑒 𝑓𝑎𝑠𝑒 𝑙𝑖𝑞𝑢𝑖𝑑𝑎 𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑑𝑎: 𝑑ℎ = 𝑣𝑑𝑃, 𝑑𝑠 = 0
Il contributo di 𝑣𝑑𝑃 al calcolo di 𝑑ℎ diventa trascurabile se vi è anche una
variazione di temperatura: è come se anche in Oʼ e O” nellʼimmagine qui sotto
fosse ℎ = 0 𝑒 𝑠 = 0. Si ha inoltre ℎ% = ℎ% 3 𝑒 𝑠% = 𝑠% 3 . Indicando con 𝜆, 𝑟 𝑒 𝜃 i calori
latenti di vaporizzazione, fusione e sublimazione e con 𝑐% , 𝑐S 𝑒 𝑐-# i calori specifici
per solido, liquido e vapore (a pressione costante) si possono entalpie ed entropie
specifiche in ogni punto del diagramma.
Si hanno quindi le seguenti espressioni approssimate:
a) Punto V in fase vapore con 𝑃 > 𝑃^/"@2D :
#
ℎ# = w 𝛿𝑄 = 𝑐S (𝑇_ − 𝑇R ) + 𝜆 + 𝑐-# (𝑇# − 𝑇_ )
R3
#
𝛿𝑄 𝑇_ 𝜆 𝑇#
𝑠# = w = 𝑐S ln + + 𝑐-# ln
R3 𝑇 𝑇R 𝑇_ 𝑇_
b) Punto S in fase solida:
%
ℎ% = w 𝛿𝑄 = −𝑟 + 𝑐% (𝑇% − 𝑇R )
R3
%
𝛿𝑄 𝑟 𝑇%
𝑠% = w
= − + 𝑐% ln
R3 𝑇 𝑇R 𝑇R
c) Punto Vʼ in fase vapore con 𝑃 < 𝑃^/"@2D :
% #[
ℎ# 3 = w 𝛿𝑄 + w 𝛿𝑄 = ℎ% + 𝑐% (𝑇` − 𝑇% ) + 𝜃 + 𝑐-# (𝑇# 3 − 𝑇` )
R3 %3
% # 3
𝛿𝑄 𝛿𝑄 𝑇` 𝜃 𝑇# 3
𝑠# = w
3 +w = 𝑠% + 𝑐% ln + + 𝑐-# ln
R3 𝑇 %3 𝑇 𝑇% 𝑇` 𝑇`
d) Punto L in fase liquida:
ℎS = 𝑐S (𝑇S − 𝑇R )
𝑇S
𝑠S = 𝑐S ln
𝑇R
e) Miscele liquido-vapore con titolo x:
ℎ< = 𝑐S (𝑇_ − 𝑇R ) + 𝜆𝑥
𝑇_ 𝜆𝑥
𝑠< = 𝑐S ln +
𝑇R 𝑇_
Per quanto riguarda lʼacqua invece possiamo assumere:
CH]2 CB
a) Liquido: 𝑐S = 1 Ca⋅F ; 𝑐S = 4,1868 Ca⋅F
CH]2 L,*bcb CB
b) Solido: 𝑐% = 0,5 Ca⋅F ; 𝑐% = , Ca⋅F
CH]2
c) Calore specifico a pressione costante per vapore: 𝑐-# = 0,48 Ca⋅F ; 𝑐-# =
CB
2,01 Ca⋅F
CH]2
d) Calore latente di evaporazione: } Ca
~ 𝜆 ≈ 606,5 − 0,695 ⋅ 𝑡[℃];
CB CB
}Ca~ 𝜆 ≈ 2540 − 2,91 ⋅ 𝑇[𝐾]. Per 𝑇 = 100 ℃, 𝜆 ≈ 2250 Ca
CH]2 CB
e) Calore latente di solidificazione: 𝑟 ≈ 80 Ca
; 𝑟 ≈ 335 Ca

bb) Aria umida.


Tra le miscele di gas e vapori è di grande importanza la miscela di aria secca e di
vapore dʼacqua: tale miscela è chiamata aria umida.
Di aria umida è costituita lʼatmosfera terrestre, essa è inoltre presente in
numerose applicazioni industriali: processi di riscaldamento, raffreddamento,
asciugatura, umidificazione, condizionamento, ecc.
Le pressioni che interessano queste applicazioni sono di circa unʼatmosfera e le
temperature variano fra qualche decina di gradi sotto o zero e fino a circa
+ 50⁄60 ℃. Su tali intervalli di temperatura e pressione un miscuglio gassoso
aria-vapore dʼacqua può dar luogo a fasi condensate del solo vapore; tali fasi,
praticamente incomprimibili, disciolgono quantità irrilevanti di componenti
dellʼaria e la fase gassosa si comporta come un miscuglio di gas ideali. Lʼaria secca
si mantiene quindi a composizione costante, la sua composizione volumetrica è
78% 𝑑𝑖 𝑁, , 21% 𝑑𝑖 𝑂, , 1% 𝑑𝑖 𝐴𝑟. Essa può essere tratta come una sostanza con
Ca
massa molare media 𝑀𝑚 = 28,96 C5D2. Si ha infatti:
𝑃𝑉 = 𝑁" 𝑅𝑇 𝑝𝑒𝑟 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑠𝑖𝑛𝑔𝑜𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒
‰ "
𝑃𝑉 = 𝑁𝑅𝑇 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑐𝑒𝑙𝑎
Dividendo membro a membro le due equazioni fra di loro si ottiene la frazione
volumetrica, che a sua volta coincide con la frazione molare:
𝑉" 𝑁"
= = 𝑥# = 𝑥"
𝑉 𝑁
In particolare per lʼaria secca si ha 𝑥R1 = 0.21, 𝑥'1 = 0.78, 𝑥V/ = 0.01.
4
Per la miscela si può anche scrivere 𝑁 = 45, da cui segue:
𝑀
𝑀𝑚 =
𝑁
La massa molare della miscela aria secca si può quindi calcolare come:
𝑀 𝑀R1 + 𝑀'1 + 𝑀V/ 𝑁'1 𝑀𝑚'1 + 𝑁R1 𝑀𝑚R1 + 𝑁V/ 𝑀𝑚V/
𝑀𝑚] = = = =
𝑁 𝑁 𝑁
= 𝑥'1 𝑀𝑚'1 + 𝑥R1 𝑀𝑚R1 + 𝑥V/ 𝑀𝑚V/ = 0.21 ⋅ 32 + 0,78 ⋅ 28 + 0,01 ⋅ 40 =
𝑘𝑔
= 28,96
𝑘𝑚𝑜𝑙
Il calore specifico a pressione costante dellʼaria secca è pari a:
7 𝑅 7 8314.5 𝐽
𝑐-] = = = 1004,86 ≈ 1005
2 𝑀𝑚] 2 28.96 𝑘𝑔 ⋅ 𝐾
Dove lʼaria secca è stata trattata come un gas biatomico in quanto costituita
principalmente da azoto e ossigeno che sono a loro volta biatomici.
La frazione molare del vapore dʼacqua è per definizione:
𝑁# 𝑁# 𝑃# 𝑃#
𝑥# = = = =
𝑁 𝑁] + 𝑁# 𝑃 𝑃] + 𝑃#
Ed è sempre minore di 1. Quindi per pressioni di circa 1 atm si ha che 𝑃# <
1 𝑎𝑡𝑚. Per tali valori di temperatura e pressioni parziali il vapore dʼacqua si
comporta sempre come un gas ideale, anche in vicinanza della curva di
saturazione.
Il vapore dʼacqua in tali combinazioni ha una massa molare pari a 𝑀𝑚# =
Ca CB
18,013 C5D2 e calore specifico a pressione costante 𝑐-/ = 1,82 Ca⋅F.
Negli stati di equilibrio omogenei dellʼaria umida, vi è assenza di condensato:
lʼacqua si trova sempre sotto forma di vapore (e idem per lʼaria). Si indichino con
P,T,V,M la pressione totale, la temperatura, il volume e a massa totale e con
𝑁] , 𝑀] , 𝑀𝑚] , 𝑥] , 𝑃] ; 𝑁# , 𝑀𝑚# , 𝑥# , 𝑃. il numero di moli, la massa, la massa molare,
la frazione molare e la pressione parziale rispettivamente dellʼaria secca e del
vapore dʼacqua. In tali stati omogenei, lʼaria umida può considerarsi come una
miscela di due gas ideali; per essa valgono quindi:
𝐸𝑞𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑐𝑒𝑙𝑎 𝑃𝑉 = (𝑁] + 𝑁# )𝑅𝑇 → 𝑃𝑉 = 𝑁𝑅𝑇
𝐸𝑞𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑒𝑐𝑐𝑎 𝑃] 𝑉 = 𝑁] 𝑅𝑇
𝐸𝑞𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑣𝑎𝑝𝑜𝑟𝑒 𝑑′𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑃# 𝑉 = 𝑁# 𝑅𝑇
𝐿𝑒𝑔𝑔𝑒 𝑑𝑖 𝐷𝑎𝑙𝑡𝑜𝑛 𝑃 = 𝑃] + 𝑃#
Da cui si ricava:
𝑃] 𝑁]
= 𝑥] =
𝑃 𝑁] + 𝑁#
𝑃# 𝑁#
= 𝑥# =
𝑃 𝑁] + 𝑁#
𝑃# 𝑥# 𝑁#
= =
𝑃] 𝑥V 𝑁]
Per tutti gli stati di equilibrio omogenei dellʼaria umida, il rapporto tra la massa
di vapore e la massa di aria secca viene detto umidità assoluta o grado di umidità:
𝑀# 𝑀𝑚# ⋅ 𝑁# 18.013 𝑃# 𝑃# 𝐾𝑔Z1 R
𝑋= = = = 0.622 : =
𝑀] 𝑀𝑚] ⋅ 𝑁] 28.6 𝑃] 𝑃 − 𝑃# 𝐾𝑔]?
Benché essa sia adimensionale, nelle applicazioni si è soliti precisare le unità di
misura utilizzate per 𝑀# 𝑒 𝑀] dicendo che lʼumidità assoluta X è espressa in
kilogrammi di vapore per kilogrammi di aria secca. X è crescente con 𝑃# .
In una saturazione isoterma con 𝑃 > 𝑃?]^ (𝑇) [𝑇 < 𝑇?]^ (𝑃)], X raggiunge il valore
di saturazione 𝑋% per 𝑃# = 𝑃?]^ (𝑇):
𝑃?]^ (𝑇)
𝑋% = 0.622
𝑃 − 𝑃?]^ (𝑇)
Processo che corrisponde ad un segmento di retta verticale nel diagramma 𝑃# − 𝑇
del vapore (cammino 1-4).
Se 𝑃 < 𝑃?]^ (𝑇) [𝑇 > 𝑇?]^ (𝑃)], non ha senso ricercare un valore di saturazione
perché non esiste: infatti la pressione parziale del vapore dʼacqua sarà sempre
minore della pressione totale P e quindi non potrà mai raggiungere la pressione
di saturazione in questa condizione.
Il processo 1-2 invece è un processo di raffreddamento isobaro seguito da un
processo di condensazione (2-3). La temperatura di saturazione del vapore
corrispondente alla pressione 𝑃# si chiama temperatura di rugiada della miscela.
In particolare 𝑃# è la pressione esercitata dal vapore dʼacqua e il suo valore può
variare da zero (non cʼè vapore nella miscela) fino a 𝑃?]^ (𝑇) quando nella miscela
cʼè il massimo contenuto di vapore dʼacqua per quella temperatura.
Conseguentemente, lʼumidità assoluta varia da 0 a 𝑋% .
Definiamo ora due nuove grandezze che prendono entrambe il nome di umidità
relativa:
𝑃# 𝑋
𝜑= (0 ≤ 𝜑 ≤ 1) 𝑒 𝜉 = (0 ≤ 𝜉 ≤ 1)
𝑃?]^ (𝑇) 𝑋%
Per unʼaria satura di vapore dʼacqua si ha 𝜑 = 𝜉 = 1. Dividendo membro a
- - ($)
membro lʼequazione 𝑋 = 0.622 -)-/ per lʼequazione 𝑋% = 0.622 -)-
456
si
/ 456 ($)
ottiene:
𝑋 𝑃# 𝑃 − 𝑃?]^ (𝑇) 𝑃 − 𝑃?]^ (𝑇)
𝜉= = =𝜑
𝑋% 𝑃?]^ (𝑇) 𝑃 − 𝑃# 𝑃 − 𝑃#
E siccome 𝑃# < 𝑃?]^ (𝑇), il rapporto è minore di 1. Quindi lʼumidità relativa 𝜉 di
una miscela non satura è sempre minore di 𝜑. Lo scostamento tra le due umidità
relative 𝜉 𝑒 𝜑 è sempre molto piccolo nel campo di T e P dʼinteresse e può
dunque essere trascurato.
Lʼumidità relativo è di solito espressa in termini percentuali:
𝜑% = 𝜑 ⋅ 100 𝑒 𝜉% = 𝜉 ⋅ 100
La densità dellʼaria umida si ottiene dalla relazione:
𝑀 𝑀] + 𝑀# 𝑁] 𝑀𝑚] + 𝑁# 𝑀𝑚#
𝜌= = =
𝑉 𝑉 𝑉
E, ricordando le equazioni di stato per aria secca e vapore:
𝑁] 𝑃]
𝑃] 𝑉 = 𝑁] 𝑅𝑇 ⟹ =
𝑉 𝑅𝑇
𝑁# 𝑃#
𝑃# 𝑉 = 𝑁# 𝑅𝑇 ⟹ =
𝑉 𝑅𝑇
Si può scrivere:
𝑃] 𝑀𝑚V 𝑃# 𝑀𝑚#
𝜌= +
𝑅𝑇 𝑅𝑇
Utilizzando la legge di Dalton 𝑃 = 𝑃] + 𝑃# possiamo scrivere 𝑃] = 𝑃 − 𝑃# e si può
scrivere:
𝑃𝑀𝑚] 𝑃# 𝑀𝑚V 𝑃# 𝑀𝑚# 𝑃𝑀𝑚] 𝑃# (𝑀𝑚] − 𝑀𝑚# )
𝜌= − + = −
𝑅𝑇 𝑅𝑇 𝑅𝑇 𝑅𝑇 𝑅𝑇
Dalla definizione di umidità relativa si ha:
𝑃#
𝜑= ⟹ 𝑃# = 𝜑𝑃?]^ (𝑇)
𝑃?]^ (𝑇)
E quindi si ottiene:
𝑃𝑀𝑚] 𝜑𝑃?]^ (𝑇)(𝑀𝑚V − 𝑀𝑚# )
𝜌= −
𝑅𝑇 𝑅𝑇
Quindi in definitiva la densità dellʼaria umida è:
𝜑𝑃?]^ (𝑇)(𝑀𝑚V − 𝑀𝑚# )
𝜌 = 𝜌] −
𝑅𝑇
Che è inferiore a quella dellʼaria secca a parità di pressione e temperatura.
Oltre alle grandezze di stato precedentemente introdotte ne occorre almeno
unʼaltra che permetta di misurare gli scambi energetici. Poiché questi avvengono
a pressione costante, la grandezza più opportuna è lʼentalpia. Lʼentalpia totale
dellʼaria umida è:
𝐻 = 𝐻] + 𝐻# = 𝑀] ℎ]∗ + 𝑀# ℎ#∗
Se dunque ricordiamo la definizione di umidità assoluta otteniamo:
𝐻 = 𝑀] ℎ]∗ + 𝑋𝑀] ℎ#∗
Dividendo per la massa di aria secca entrambi i membri della precedente
equazione si ottiene lʼentalpia specifica per kilogrammi di aria secca:
𝑘𝐽
ℎ∗ = ℎ]∗ + 𝑋ℎ#∗ : =
𝑘𝑔]?
Per lʼaria secca si fissa h=0 per 𝑇/"A = 273.157 𝐾 = 0 ℃ e lungo una qualsiasi
trasformazione tra 𝑇/"A 𝑒 𝑇 si ha:
𝑘𝐽
𝑑ℎ]∗ = 𝑐-∗5 𝑑𝑇 𝑐𝑜𝑛 𝑐-∗5 = 1,005
𝑘𝑔 ⋅ 𝐾

⟹ ℎ]∗ − ℎ/"A = 𝑐-∗5 §𝑇 − 𝑇/"A ¨
Da cui si ricava lʼespressione semplificata:
𝑘𝐽
ℎ]∗ = 1,005 ⋅ 𝑇 [℃] ⟹ : =
𝑘𝑔
Per il componente vapore si ha vapore surriscaldato, quindi il riferimento è il
punto triplo dellʼacqua in fase liquida. Dunque si ha:
𝑘𝐽
ℎ#∗ = 2501 + 1,82 ⋅ 𝑇[℃] : =
𝑘𝑔
Si ha in definitiva:
𝑘𝐽
ℎ∗ = 1,005 ⋅ 𝑇[℃] + 𝑋 ⋅ (2501 + 1,82 ⋅ 𝑇[℃]) : =
𝑘𝑔]?
Considerando tutte le grandezze tratta fino adesso, si possono costruire degli
appositi diagrammi che facilitano lo studio dei processi con lʼaria umida.
Innanzitutto notiamo che lʼaria umida è un sistema che ha due componenti (𝑟 =
2) e una, due o tre fasi. Se il sistema è in uno stato di equilibrio omogeneo, 𝑀 =
1 e 𝑓 = 𝑟 + 2 − 𝑀 = 2 + 2 − 1 = 3 per la regola di Gibbs. Quindi abbiamo tre
variabili intensive o estensive specifiche che possiamo far variare liberamente.
Fissate tali grandezze, tutte le altre sono univocamente determinate. Fissando il
valore della pressione a quella atmosferica, pressione alla quale avvengono tutte
le principali trasformazioni dellʼaria umida e riferendosi ad un kilogrammo di aria
secca, si hanno due diagrammi termodinamici:
a) Il diagramma di mollier h-x: diagramma ad assi obliqui che ha sullʼasse delle
ordinate lʼentalpia specifica e sullʼasse delle ascisse lʼumidità assoluta. Esso è
diviso dalla curva di saturazione (curva isoumidità relativa con 𝜑 = 100%) in
una zona degli stati omogenei e in una degli stati eterogenei.
b) Il diagramma psicrometrico o di Carrier: ha come asse verticale lʼumidità
assoluta e come asse orizzontale la temperatura di bulbo secco. Anche in
questo grafico sono presenti le curve isoumidità relativa, ma sono presenti
anche le curve isoterme di bulbo umido (in alcuni) e iso-volume specifico.

cc) Trasformazioni aria umida.

a) Riscaldamento Isobaro. Consideriamo un riscaldamento di unʼaria umida 1.


Dal momento che il grafico è a pressione fissata, esso sarà un riscaldamento
isobaro (percorso 1-2). Durante tale trasformazione lʼaria umida non viaria la
propria umidità assoluta, mentre lʼumidità relativa decresce. Il calore
necessario per il processo di riscaldamento dunque sarà:
𝑄 = 𝑀]? (ℎ,∗ − ℎ*∗ ) [𝑘𝐽]
Dove ovviamente compare la massa di aria secca contenuta nellʼaria umida. In
termini di potenza termica otteniamo:
𝑄̇ = 𝑀̇]? (ℎ,∗ − ℎ*∗ ) [𝑘𝑊]
b) Raffreddamento Isobaro. Tale processo è ancora rappresentato da una linea
verticale nel diagramma di Mollier dellʼaria umida (percorso 3-4) fintantoché
non viene intersecata la curva di saturazione dellʼaria umida. Se lo stato finale
non si trova sulla curva di saturazione, avremo che il calore che sarà
necessario asportare per il raffreddamento sarà dato da:
𝑄 = 𝑀]? (ℎL∗ − ℎ6∗ ) < 0 [𝑘𝐽]
E in termini di potenza termica avremo:
𝑄̇ = 𝑀̇]? (ℎL∗ − ℎ6∗ ) < 0 [𝑘𝑊]
Ora consideriamo invece un raffreddamento che proceda fino al punto 6. Il
punto di intersezione R tra la curva iso-umidità assoluta e la curva di
saturazione è detto punto di rugiada ed è il punto in cui il vapore, essendo
saturo, inizia a condensare (o a brinare, a seconda della temperatura e della
pressione di saturazione). Man mano che si procede con il raffreddamento,
sempre più vapore si condenserà sotto forma di acqua liquida e lʼaria umida
procederà lungo la curva di saturazione fino al punto 6. Segue che più
raffreddo, più acqua liquida otterrò: infatti diminuendo ulteriormente la
temperatura diminuirà la pressione di saturazione e quindi con essa la
quantità massima di vapore che può essere contenuto nellʼaria. Il calore da
asportare per questo raffreddamento isobaro invece sarà:
𝑄̇ = 𝑀̇]? (ℎc∗ − ℎ6∗ ) [𝑘𝑊]
Invece la quantità di condensato che otterrò è proporzionale alla variazione di
umidità assoluta dellʼaria umida:
𝑀Z1 R,2"d = 𝑀]? (𝑥6 − 𝑥c ) [𝑘𝑔2"d ]
Si noti che il condensato formato e lʼaria umida saranno in equilibrio tra loro e
quindi entrambe avranno la stessa temperatura.
Il punto 5 del grafico rappresenta lo stato della miscela eterogenea totale
(ovvero aria umida e acqua liquida in equilibrio tra loro). Tale punto è
congiunto al punto 6 da una isoterma (si noti che, mentre nella zona degli
stati omogenei le isoterme sono approssimativamente delle rette orizzontali,
nella zona degli stati eterogenei le isoterme sono rette inclinate
approssimativamente parallele alle curve isoentalpiche).
Durante il raffreddamento lʼumidità relativa dellʼaria aumenta, mentre quella
assoluta diminuisce. Il risultato è unʼaria fredda e satura (infatti il punto 6 si
trova proprio sulla curva di saturazione dellʼaria umida).
Si noti infine che la pressione totale non varia (essa rimane costante pari a
unʼatmosfera), mentre la pressione parziale del vapore cambia (in particolare
segue lʼandamento della pressione di saturazione una volta raggiunta la curva
a 𝜑 = 100%).
c) Miscelazione adiabatica e isobara di arie umide.

Consideriamo due arie umide, una nello stato 1 e una nello stato 2 e
misceliamole mediante, appunto, un miscelatore. Il punto M della miscela
risultante si troverà sul segmento che congiunge i punti 1 e 2 e la sua
vicinanza a uno dei due punti dipende dalla portata massica dellʼaria in tali
stati. Il punto M può essere determinato in due modi: per via analitica o per
via geometrica.
Per trovarlo in modo geometrico, è sufficiente sfruttare la relazione che lega
le lunghezze dei segmenti 1M e 2M con le masse di aria secca delle due arie
umide:
««««: 2𝑀
1𝑀 «««« = 𝑀]?,* : 𝑀]?,,
Mentre per determinarlo per via analitica dobbiamo considerare il bilancio
della massa di vapore e il bilancio energetico. Il bilancio della massa di vapore
afferma la conservazione della massa di vapore durante il processo e si
esprime come:
(𝑀]* + 𝑀], )𝑥4 = 𝑀]* 𝑥* + 𝑀], 𝑥, ⟹ 𝑀#,$R$ = 𝑀#,* + 𝑀#,,
Il bilancio energetico invece coinvolge le entalpie e si scrive come:

(𝑀]* + 𝑀], )ℎ4 = 𝑀]* ℎ*∗ + 𝑀], ℎ,∗
Dunque, esplicitando lʼumidità assoluta e lʼentalpia specifica della miscela,
trovo le coordinate del punto M rappresentate la miscela delle arie 1 e 2 sul
diagramma di Mollier:
𝑀]* 𝑥* + 𝑀], 𝑥, ∗
𝑀]* ℎ*∗ + 𝑀]* ℎ,∗
𝑥4 = ℎ4 =
𝑀]* + 𝑀], 𝑀]* + 𝑀],
Si noti che entrambe le grandezze appena ricavate sono delle medie pesate
alle masse dʼaria secca delle grandezze delle due arie che si miscelano. Le
formule qui sopra sono valide esclusivamente nel caso in cui la miscela sia
omogenea, ovvero nel caso in cui il punto M sia contenuto nella zona degli
stati omogenei (sopra la curva di saturazione).
Ora consideriamo la miscelazione di due arie umide rispettivamente nello
stato 1ʼ e 2ʼ: a seconda delle portate massiche delle due arie, si può avere una
miscela eterogenea. Ciò significa che il punto M sarà nella zona degli stati
eterogenei e che parte del vapore condenserà durante la miscelazione. Per
trovare lo stato che rappresenta unicamente lʼaria umida presente nella
miscela (e non lʼintera miscela eterogenea M) è sufficiente tracciare
unʼisoterma “storta” (poiché siamo nella zona degli stati eterogenei) e il
punto che interseca la curva di saturazione rappresenterà lo stato dellʼaria
umida della miscela M. Quando avviene una formazione di questo tipo si ha la
formazione di condensato sotto forma di fini goccioline di liquido, ovvero si
ha la comparsa di nebbia (ragione per cui la zona degli stati eterogenei viene
anche denominata zona delle nebbie). Per far dileguare la nebbia si può
procedere in vari modi: innanzitutto si può procedere ad un riscaldamento
isobaro (retta verticale) che porti la miscela da M fino allʼaria satura nel punto
4ʼ. Inoltre è possibile far sopraggiungere unʼaria molto fredda e con umidità
relativa molto bassa che, miscelandosi con M, darà vita a sua volta ad una
miscela contenuta nella zona degli stati omogenei. Infine è possibile miscelare
M con unʼingente portata massica di aria nello stato 1ʼ in modo che la miscela
si sposti lungo il segmento 1ʼ-2ʼ fino a rientrare nella zona degli stati
omogenei.
Concludiamo notando che la quantità di condensato è proporzionale alla
differenza delle umidità assolute della miscela M e del punto 3ʼ: 𝑥43 − 𝑥63 .

dd) Sistemi aperti allo scambio di massa.


Il sistema aperto (o fluente) è molto comune nelle applicazioni tecniche della
termodinamica: turbine, compressori, pompe, ugelli diffusori e scambiatori di
calore sono esempi di sistemi aperti. Nella sua rappresentazione più semplice il
sistema aperto è schematizzabile come un condotto (tubo) delimitato da due
aperture, una di ingresso e lʼaltra di uscita del fluido, e di una superficie laterale
chiusa allo scambio di massa. Tutto il contorno della superficie del sistema si
chiama superficie di controllo ed essa a sua volta racchiude il volume di controllo.
Attraverso il volume di controllo scorre il fluido e su questo volume focalizziamo
la nostra attenzione. Si noti che la superficie di controllo può essere rigida o
deformabile, ovvero può cambiare forma rispetto ad un sistema di riferimento
inerziale a seconda del sistema che consideriamo.
Il sistema aperto è caratterizzato da una portata massica 𝑚̇" di fluido che entra
nel sistema, da una portata massica 𝑚̇8 dal fluido che esce dal sistema (entrambe
Ca
misurate in } ? ~), dallʼenergia termica per unità di tempo (potenza termica)
B
scambiata attraverso il suo contorno con lʼambiente e misurata in [𝑊 ] 𝑜 }?~, e il
B
lavoro dʼelica per unità di tempo 𝐿̇` , avente anchʼesso [𝑊 ] 𝑜 }?~ come unità di
misura. Il lavoro dʼelica è quel lavoro esplicato da organi mobili messi in
rotazione dal fluido o che immettono lavoro nel fluido stesso mediante il proprio
movimento.
Nella nostra trattazione considereremo regimi stazionari, ovvero regimi in cui
N(∗)
tutte le variabili termodinamiche non dipendono dal tempo: N^
= 0. Per tali
regimi la portata dei fluidi entrante nel sistema è uguale a quella uscente dal
sistema stesso.
Lo studio del sistema aperto comporta la scrittura degli usuali bilanci di energia e
di entropia cui si aggiunge il bilancio di massa. Consideriamo dunque i vari
bilanci:
I) BILANCIO DI MASSA. In un regime stazionario si ha che la variazione
N4
della massa nel tempo è nulla, ovvero N^
= 0. Ciò significa che la quantità
di massa che entra nel sistema nellʼunità di tempo è uguale alla quantità di
massa uscente dal sistema nellʼunità di tempo, ovvero, in termini di
portate massiche, possiamo scrivere:
𝑚̇" = 𝑚̇8 [𝑘𝑔 ⋅ 𝑠 )* ]
La portata massica è definibile come la massa di fluido che transita
attraverso una sezione del condotto nellʼunità di tempo.
Supponendo il moto unidirezionale, la velocità media del fluido sulla
sezione di area A pari a 𝑤 ¬ e considerando che la massa volumica (densità)
del fluido sia 𝜌, la portata massica può essere espressa come:
𝑚̇ = 𝜌𝐴𝑤 ¬
Quindi per un sistema con un solo ingresso e una sola uscita si avrà:
𝑚̇" = 𝜌" 𝐴" 𝑤
¬ " = 𝜌8 𝐴8 𝑤
¬8 = 𝑚̇8
Se invece consideriamo un sistema aperto con n ingressi e k uscite, vale la
relazione:
W C

G 𝑚̇" = G 𝑚̇8
"X* 8X*
Possiamo inoltre considerare dei casi particolari. Se 𝜌 è costante (ovvero il
fluido è incomprimibile: liquidi ideali come acqua, gas o vapore in
condizioni per cui 𝜌 = 𝑐𝑜𝑠𝑡.), si ha
𝐴"
𝑤
¬ " 𝐴" = 𝑤¬8 𝐴8 ⟹ 𝑤
¬8 = 𝑤¬"
𝐴8
Ovvero la velocità del fluido varia per compensare le variazioni di area del
condotto (nei tubi convergenti la velocità aumenta, mentre nei tubi
divergenti la velocità diminuisce).
Consideriamo invece i fluidi comprimibili (gas e vapori): se la sezione è
costante, ossia 𝐴 = 𝑐𝑜𝑠𝑡., la velocità del fluido varia per compensare le
variazioni di densità del fluido:
𝜌"
𝜌" 𝑤¬" = 𝜌8 𝑤¬8 ⟹ 𝑤
¬8 = 𝑤
¬"
𝜌8
In particolare se la densità diminuisce, la velocità aumenta; se la densità
aumenta, la velocità diminuisce.
II) BILANCIO DI ENERGIA. La variazione di energia del volume di
controllo in regime stazionario è:
𝑑𝐸
= 𝐸̇ = 𝐸̇" − 𝐸̇8 = 0 ⟹ 𝐸̇" = 𝐸̇8
𝑑𝑡
Vediamo ora di quali termini si compone lʼenergia per unità di tempo del
sistema:
𝑑𝐸
𝐸̇ = = 𝐸̇5 + 𝐸̇e + 𝐸̇S = 0
𝑑𝑡
𝐸̇4 è lʼenergia per unità di tempo associata ai flussi di massa che
attraversano il contorno del sistema dalle porte di ingresso e di uscita dello
stesso:
¬,
𝑤
̇ ∗
𝐸4 = 𝑚̇ P𝑢 + 𝑔𝑧 + Q
2
In particolare, per la sezione di ingresso e di uscita rispettivamente
abbiamo che:
¬,
𝑤
𝐸̇4" = 𝑚̇ f P𝑢∗ + 𝑔𝑧 + Q
2 "
¬,
𝑤
𝐸̇4+ = 𝑚̇8 P𝑢∗ + 𝑔𝑧 + Q
2 8
𝐸̇e è lʼenergia termica per unità di tempo che attraversa il contorno del
sistema. 𝐸̇e = 𝑄̇ ed è positiva se entrante nel sistema.
Lʼenergia meccanica per unità di tempo 𝐸̇S è scomponibile in due termini:
𝐸̇S = 𝐸̇S7 + 𝐸̇S. . 𝐸̇S7 = 𝐿̇` è il lavoro meccanico dʼelica per unità di tempo
legato allʼazione di unʼelica che agisce allʼinterno del sistema. Si pensi alla
girante di una turbina che viene azionata dal fluido che scorre allʼinterno
del sistema. Per la convenzione delle macchine si considera positivo il
lavoro uscente dal sistema §𝐿̇` > 0 𝑠𝑒 𝑢𝑠𝑐𝑒𝑛𝑡𝑒¨. 𝐸̇S. = 𝐿̇- è il lavoro di
pulsione, ovvero il lavoro associato al transito di massa attraverso le
superfici di ingresso e di uscita del sistema. In pratica è il lavoro necessario
per mettere in moto la portata. Per identificare la corretta espressione
analitica da associare a tale lavoro, si consideri un sistema chiuso da un
pistone che, variando il proprio volume da 𝑉 + 𝑉4 a 𝑉 conserva la massa.
Calcoliamo dunque il lavoro da fare sul sistema per far entrare la massa M
che allʼinizio occupa il volume 𝑉4 : il lavoro sarà positivo entrante, quindi
dovremo mettere un segno meno davanti allʼintegrale.
#
𝐿- = − w 𝑃𝑑𝑉 = −𝑃[𝑉 − (𝑉 + 𝑉4 )] = 𝑃𝑉4
#g#!
Se ora si considera la portata massica di fluido entrante nel sistema e il
volume massico del fluido, il lavoro di pulsione sarà pari a:
𝐿̇-" = 𝑚̇" 𝑃" 𝑣"∗
Le stesse considerazioni possono essere applicate per ricavare il lavoro di
pulsione relativo ad una portata 𝑚̇8 di fluido che esce dal sistema,
ottenendo:
𝐿̇-+ = 𝑚̇8 𝑃8 𝑣8∗
Disponiamo ora di tutti i termini da inserire nel bilancio energetico. Si
ottiene quindi:
𝑤¬,
𝐸" = 𝑚̇" P𝑢 + 𝑔𝑧 + Q + 𝑚̇" 𝑃" 𝑣"∗ + 𝑄̇ − 𝐿̇`
̇ ∗
2 "
¬,
𝑤
𝐸̇8 = 𝑚̇8 P𝑢∗ + 𝑔𝑧 + Q + 𝑚̇8 𝑃8 𝑣8∗
2 8
Dove scriviamo 𝑄̇ e 𝐿̇` solo a primo membro in quanto sono calore e
lavoro netti nellʼunità di tempo, ovvero esprimono già le due quantità
valutate allʼingresso e allʼuscita del sistema §𝑄̇ = 𝑄̇" − 𝑄̇8 𝑒 𝐿̇` = 𝐿̇`," −
𝐿̇`,8 ¨. Eguagliando 𝐸̇" 𝑎 𝐸̇8 , raccogliendo i termini in 𝑚̇, si ottiene:
𝑤¬, ¬,
𝑤
𝑚̇" P𝑢∗ + 𝑃𝑣 ∗ + 𝑔𝑧 + Q + 𝑄̇ − 𝐿̇` = 𝑚̇8 P𝑢∗ + 𝑃𝑣 ∗ + 𝑔𝑧 + Q
2 " 2 8
Poiché il regime è stazionario, possiamo scrivere 𝑚̇" = 𝑚̇8 = 𝑚̇. Inoltre
possiamo sostituire la definizione di entalpia massica ℎ∗ = 𝑢∗ + 𝑃𝑣 ∗ ,
ottenendo:
¬,
𝑤 ¬,
𝑤
𝑚̇ Pℎ∗ + 𝑔𝑧 + Q + 𝑄̇ − 𝐿̇` = 𝑚̇ Pℎ∗ + 𝑔𝑧 + Q
2 " 2 8
Che costituisce il bilancio di energia per unità di tempo.
Dividendo per 𝑚̇ ambo i membri della precedente equazione, si ha:

𝑤¬ ", ∗
¬8,
𝑤
ℎ" + 𝑔𝑧D + + 𝑄 − 𝐿0 = ℎ8 + 𝑔𝑧8 +
2 2
B
Che costituisce il bilancio di energia in }Ca~. Vediamo ora qualche
applicazione del bilancio di energia ai dispositivi idraulici e termici,
rimandando il bilancio di entropia ad un momento successivo della
trattazione.

ee) Turbine Idrauliche.


Le turbine idrauliche sono dispositivi in grado di estrarre potenza o lavoro
meccanico dal deflusso di un fluido incomprimibile come lʼacqua. Ve ne sono
diversi tipi in funzione del salto geodetico da sfruttare e della portata (In ordine
di salto geodetico decrescente: Pelton, Francis, Kaplan, Coclee).
Prendendo come riferimento i peli liberi dellʼacqua dei bacini idrici di monte e
h 01
: h 11
:
valle, si ha che ,
𝑒 ,
sono trascurabili in quanto i peli dellʼacqua variano molto
lentamente. Inoltre, dal momento che ci troviamo in condizioni di flusso
stazionario, possiamo dire che 𝑚̇" = 𝑚̇8 = 𝑚̇ ≡ 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒. Infine, considerando
che il deflusso del fluido incomprimibile è adiabatico, abbiamo 𝑄̇ = 0.
Si consideri ora il differenziale dellʼentalpia:
𝑑ℎ = 𝑑𝑢 + 𝑃𝑑𝑣 + 𝑣𝑑𝑃
Dal momento che il fluido (tipicamente acqua) è incomprimibile, la variazione di
volume sarà nulla, ossia 𝑑𝑣 = 0. Inoltre i due bacini sono approssimativamente
sottoposti entrambi alla stessa pressione (quella atmosferica, trascurando gli
effetti della differenza di quota tra i due bacini) e quindi 𝑑𝑝 = 0. Quindi
possiamo scrivere:
𝑑ℎ = 𝑑𝑢 𝑐𝑜𝑛 𝑢 = 𝑢(𝑠, 𝑣).
Consideriamo dunque il differenziale dellʼenergia interna:
𝑑𝑢 = 𝑇𝑑𝑠 − 𝑃𝑑𝑣
Ma, come già detto, il fluido è incomprimibile e quindi 𝑑𝑣 = 0 e il sistema è
adiabatico, quindi 𝑆 ← = 0. Inoltre, se il fluido è ideale e scorre senza attriti, anche
𝑆"// = 0 e quindi possiamo affermare che 𝑑𝑠 = 0. Dunque otteniamo:
𝑑𝑢 = 0 ⟹ 𝑑ℎ = 0
Ovvero la variazione di entalpia è nulla. Quindi, inserendo le considerazioni
appena stilate nel bilancio energetico per sistemi aperti, otteniamo:
−𝐿̇ + 𝑚̇𝑔𝑧* = 𝑚̇𝑔𝑧,
𝐿̇ = 𝑚̇𝑔(𝑧* − 𝑧, )
Dove con 1 e 2 si indicano rispettivamente il bacino idrico di monte e il bacino
idrico di valle. Dunque in prima approssimazione il lavoro dʼelica per unità di
tempo estraibile dalla macchina è uguale alla differenza di energia potenziale.
Le turbine Pelton sono caratterizzate da un salto geodetico (Δ𝑧) maggiore
rispetto alle Francis e alle Kaplan, ma questʼultime coinvolgono una portata
dʼacqua maggiore.
Le Francis possiedono un distributore a chiocciola e la portata del fluido viene
controllata mediante delle valvole di ammissione. Lavorano bene nelle condizioni
nominali di progetto.
Le Kaplan lavorano in genere con salti tra i 2 e i 30 metri e hanno organi di
regolazione che sono in grado di cambiare lʼinclinazione delle pale. Rispetto alle
altre è quella che lavora alle portate maggiori.
La turbina Pelton è costituita da quattro distributori che distribuiscono il flusso
su delle pale a forma di doppio cucchiaio, ideate in modo che il reflusso del
liquido non interferisca con le altre pale, fatto che ridurrebbe la potenza
estraibile. Inoltre, coassialmente al tubo di alimentazione, è disposta una spina di
regolazione: essa consiste in un cono che, muovendosi lungo lʼasse del tubo di
regolazione, può regolare la portata dʼacqua che effettivamente colpisce la
turbina. Quando è completamente retratto la portata è massima, quando invece è
completamente estratto la portata e minima. Solitamente serve ad arrestare il
flusso in caso di danni allʼalternatore o alla turbina stessa, ma esso deve essere
regolato molto lentamente per evitare il cosiddetto colpo dʼariete (ovvero un
improvviso aumento di pressione nellʼintero impianto in un tempo ristretto). Per
operazioni rapide, la spina di regolazione viene accoppiata a dei tegoli deviatori,
posti alla bocca dʼuscita del tubo di alimentazione, i quali deflettono il flusso
dʼacqua in modo tale che esso non possa colpire le pale della Pelton e metterla
così in rotazione. Lʼimpianto è inoltre dotato di un pozzo piezometrico che
consente di gestire le variazioni di pressioni (che a loro volta si traducono in
variazioni di quota del liquido) senza danneggiare lʼimpianto.

ff) Pompe.
Invertendo il processo appena descritto per le turbine (ovvero portando il fluido
dal bacino di valle 1 al bacino di monte 2 a quota superiore), si ha:
𝐿̇ = 𝑚̇(𝑧* − 𝑧, ) < 0
Poiché sarà 𝑧* < 𝑧, , ovvero devo fornire lavoro mediante un motore primo. Tale
risultato è il lavoro da fornire ad una pompa per innalzare di quota una massa di
fluido.
Le pompe sono dispositivi in grado di aumentare sia la pressione di un fluido sia
la sua energia potenziale (ma, in base alle esigenze, possono anche effettuare uno
solo dei due processi). Per un fluido incomprimibile (𝑑𝑣 = 0) che scorre in modo
adiabatico e reversibile (𝑑𝑠 = 0) allʼinterno di un condotto, per quanto già detto
per le turbine, si ha che 𝑑𝑢 = 0 in quanto u è funzione di s e v: 𝑢 = 𝑢(𝑠, 𝑣). Di
conseguenza, considerando il differenziale dellʼentalpia otteniamo che:
𝑑ℎ = 𝑑𝑢 + 𝑃𝑑𝑣 + 𝑣𝑑𝑃 = 𝑣𝑑𝑃 ⟹ 𝑑ℎ = 𝑣𝑑𝑃
Sempre per quanto già detto durante la trattazione delle turbine, si ha che la
variazione della velocità dei peli dʼacqua dei bacini è trascurabile, quindi la
variazione di energia cinetica è trascurabile. Inserendo nel bilancio energetico i
risultati ricavati, otteniamo che:
𝑚̇(ℎ*∗ + 𝑔𝑧* ) − 𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ,∗ + 𝑔𝑧, )
𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ) + 𝑚̇𝑔(𝑧* − 𝑧, )
E questo costituisce il lavoro per unità di tempo che dobbiamo fornire ad una
turbina per far sì che aumenti sia la pressione sia la quota di un fluido. Se invece
vogliamo che ne alzi solo la pressione, avremo che 𝑧* ≅ 𝑧, e quindi:
𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ) ≅ 𝑚̇𝑣 ∗ (𝑃* − 𝑃, )
𝐿 = 𝑣 ∗ (𝑃* − 𝑃, )
Poiché, per quanto detto prima, 𝑢*∗ ≅ 𝑢,∗ 𝑒 𝑣*∗ ≅ 𝑣,∗ , ovvero 𝑑ℎ = 𝑣𝑑𝑃. Ciò
costituisce il lavoro per unità di tempo che dobbiamo fornire ad una turbina per
far sì che aumenti unicamente la pressione di un fluido (tale variazione di
pressione è contenuta nella variazione di entalpia).
La pompa è tipicamente usata nelle centrali idroelettriche reversibili in cui
lʼenergia in surplus prodotta durante il giorno viene riutilizzata nelle ore notturne
per pompare lʼacqua contenuta nel bacino idrico di valle fino al bacino idrico di
monte. Tale processo, benché economicamente vantaggioso, a livello energetico
non è vantaggioso perché il processo reale presente delle irreversibilità dovute al
moto del fluido e quindi non è possibile pompare lʼintero fluido fino alla
sommità.

gg)Macchine termiche.
Le macchine termiche sono dispositivi che lavorano con fluidi (gas e vapori)
caldi. Cerchiamo ora di trovare una semplificazione al bilancio delle potenze. Per
CB
far ciò si consideri un gas ideali quale lʼaria: per essa si può assumere 𝑐- = 1 F⋅Ca e
per una variazione di temperatura Δ𝑇 = 10℃ (che, rispetto alle reali condizioni di
funzionamento delle normali macchine termiche, è una differenza di temperatura
irrisoria), la sua variazione di entalpia è:
𝑘𝐽 𝐽
Δℎ = 𝑐- Δ𝑇 = 1 ⋅ 10 = 10 = 10000
𝑘𝑔 ⋅ 𝐾 𝑘𝑔 ⋅ 𝐾
Vediamo ora quali differenze di quota e di velocità sono necessarie per avere
valori di Δ𝑒- 𝑒 Δ𝑒H (energia potenziale e cinetica per unità di massa) comparabili
con Δℎ.
Per lʼenergia potenziale, abbiamo Δ𝑒@ = 𝑔Δ𝑧 𝑐𝑜𝑛 𝑔 = 10𝑚𝑠 ), 𝑒 Δ𝑒@ = Δℎ =
B
10000 Ca⋅F. Quindi otteniamo che la differenza di quota affinché la variazione di
energia cinetica sia comparabile a quella di entalpia deve essere:
Δ𝑒@ 10000
Δ𝑧 = = = 1000𝑚
𝑔 10
Occorrono dunque 1000 metri di dislivello per ottenere valori comparabili di
energia, dislivello che non si verifica effettivamente nelle principali macchine
termiche.
:01 :11 :01
Ora consideriamo lʼenergia cinetica: Δ𝑒H = ,
− ,
≈ ,
𝑠𝑒 𝑤, = 0. Quindi per
ottenere valori comparabili dobbiamo porre Δ𝑒H = Δℎ e quindi:
𝑤, = ¯2Δ𝑒H = √20000 ≈ 140𝑚𝑠 )*
Quindi occorre una variazione di velocità di circa 140𝑚𝑠 )* per avere unʼenergia
cinetica comparabile alla variazione di entalpia, variazione che nelle comuni
macchine termiche non si verifica.
Considerando che Δ𝑇 = 10℃ è un salto termico molto piccolo, nelle applicazioni
pratiche si possono sempre trascurare le variazioni di energia potenziale e
cinetica rispetto alle variazioni di entalpia del fluido.
Consideriamo ora delle applicazioni comuni:
I) TURBINE A GAS O A VAPORE. Esse sono delle macchine in grado di
produrre energia meccanica utilizzando un fluido ad alta pressione e
temperatura, ovvero un fluido ad alta entalpia. Esse convertono lʼentalpia
del fluido in energia meccanica. La macchina può essere considerata
adiabatica perché gli scambi di calori con lʼesterno sono trascurabili,
quindi 𝑄̇ = 0. Si possono anche trascurare Δ𝑒@ 𝑒 Δ𝑒H rispetto a Δℎ per le
considerazioni appena tratte. Quindi, tenendo conto delle semplificazioni
ora esplicitate, il bilancio della potenza diventa:
𝑚̇ℎ*∗ − 𝐿̇ = 𝑚̇ℎ,∗ ⟹ 𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ) > 0 [𝑘𝑊]
Quindi la macchina produce energia meccanica diminuendo lʼentalpia del
fluido, ovvero ne sfrutta il salto entalpico.
II) COMPRESSORI. Utilizzano lʼenergia meccanica fornita dallʼesterno da
un motore primo per aumentare la pressione di un fluido (ovvero la sua
entalpia). Valgono le stesse semplificazioni apportate per le turbine a gas o
a vapore §𝑄̇ = 0, Δ𝑒@ 𝑒 Δ𝑒H ≪ Δℎ¨, quindi il bilancio diventa:
𝑚̇ℎ*∗ − 𝐿̇ = 𝑚̇ℎ,∗ ⟹ 𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ) < 0 [𝑘𝑊]
In questo caso il lavoro è negativo perché per comprimere il gas il lavoro
va fornito dallʼesterno. Essi lavorano con gas o con vapori saturi, mentre le
pompe lavorano con liquidi incomprimibili (ideali).
III) SCAMBIATORI DI CALORE. Essi sono dei dispositivi utilizzati per
trasferire lʼenergia termica da un fluido caldo ad un fluido freddo
(vengono utilizzati ad esempio per raffreddare i fluidi di processo). Nella
loro realizzazione più semplice consistono di due tubi coassiali di cui
quello più esterno è ben isolato termicamente (quello più esterno viene
anche detto mantello). Il contorno è rigido e non vi è la presenza di organi
mobili o a elica allʼinterno dello scambiatore, quindi 𝐿̇ = 0. Inoltre, date le
condizioni di funzionamento, si può dire Δ𝑒H ≈ 0 𝑒 Δ𝑒@ ≈ 0. Quindi per
ciascun fluido possiamo scrivere:
𝑚̇ℎ*∗ + 𝑄̇ = 𝑚̇ℎ,∗ ⟹ 𝑄̇ = 𝑚̇(ℎ,∗ − ℎ*∗ )
Tale potenza termica assume valore positivo per il fluido freddo in quanto
si riscalda, mentre assume valore negativo per il fluido caldo in quanto
cede calore raffreddandosi. Dato che il sistema è adiabatico verso
lʼesterno, il calore ceduto dal fluido caldo deve essere uguale a quello
assorbito dal fluido freddo, quindi ±𝑄̇H ± = ±𝑄̇A ±.
IV) DIFFUSORI. Lo scopo è quello di aumentare la pressione di un fluido
senza lʼausilio di organi in movimento. Il diffusore è un dispositivo
adiabatico (può essere considerato tale a causa dellʼalta velocità del fluido)
e, non avendo organi mobili al suo interno, il lavoro scambiato è nullo
(𝑄̇ = 0 𝑒 𝐿̇ = 0). Inoltre le variazioni di energia potenziale sono
trascurabili, ma non lo sono quelle di energia cinetica. Quindi:
1 , 1 , 1 ,
ℎ*∗ + 𝑤 ¬* = ℎ,∗ + 𝑤 ¬, ⟹ ℎ,∗ = ℎ*∗ + (𝑤 ¬ −𝑤 ¬ ,, )
2 2 2 *
Quindi se la velocità di uscita è minore di quella di ingresso(𝑤 ¬, < 𝑤¬* , il
dispositivo ha forma divergente e il fluido si muove di moto subsonico),
allora lʼentalpia allʼuscita è maggiore di quella allʼingresso (ℎ,∗ > ℎ*∗ ).
V) UGELLI. Lo scopo di questi dispositivi è quello di aumentare lʼenergia
cinetica, ovvero la velocità di un fluido, senza lʼausilio di organi mobili al
suo interno. Esso, come il diffusore, può essere considerato un dispositivo
adiabatico e non ha organi mobili al suo interno §𝑄̇ = 0, 𝐿̇ = 0¨. Inoltre le
variazioni di energia potenziale sono trascurabili, ma non lo sono quelle di
energia cinetica. Quindi:
1 , 1 ,
ℎ*∗ + 𝑤 ¬* = ℎ,∗ + 𝑤 ¬ ⟹ 𝑤 ¬ ,, = 𝑤
¬*, + 2(ℎ*∗ − ℎ,∗ )
2 2 ,
Se la pressione del fluido diminuisce (𝑜𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 ℎ,∗ < ℎ*∗ ), la velocità aumenta
e quindi 𝑤¬, > 𝑤 ¬* . Si noti infine che il dispositivo solitamente ha forma
convergente e il fluido si muove di moto subsonico §𝑣A28"ND < 𝑣?8DWD ¨.

hh) Bilancio di entropia per sistemi aperti allo scambio di massa.


Consideriamo il nostro solito sistema aperto costituito da un tubo: possiamo
trasformarlo in un sistema composto (ovvero formato da vari sottosistemi) e
isolato aggiungendo due serbatori di massa (uno allʼingresso e uno allʼuscita del
sistema aperto, n serbatoi di calore ciascuno a temperatura 𝑇" e che scambiano la
potenza termica 𝑄̇" e m serbatori di lavoro che scambiano ciascuno col volume di
controllo la potenza 𝐿̇U . Tali serbatoi isolano il volume di controllo dagli scambi di
massa, di calore e di lavoro con lʼesterno e quindi il sistema può essere studiato
come un sistema composto e isolato costituito da volume di controllo, serbatoi di
massa, serbatoi di calore e serbatoi di lavoro. Siano 𝑠*∗ 𝑒 𝑠,∗ rispettivamente
lʼentropia specifica che entra nel volume di controllo dalla porta 1-1 e quella che
esce dalla porta 2-2. Consideriamo inoltre condizioni di regime stazionario,
ovvero in cui tutte le variabili termodinamiche sono indipendenti dalla
N(∗)
temperatura ; N^
= 0<. Al sistema composto isolato in esame si applica il bilancio
entropico già visto per i sistemi chiusi, ovvero il principio di non decrescita
dellʼentropia:
̇ ≥0
Δ𝑆^D^ ≥ 0 𝑒, 𝑛𝑒𝑙𝑙 [ 𝑢𝑛𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜, Δ𝑆^D^
Esplicitiamo le varie componenti dovute ai singoli sottosistemi:
̇ = Δ𝑆%4 + Δ𝑆%e
Δ𝑆^D^ ̇ + Δ𝑆%Ṡ + Δ𝑆#_̇ ≥0
",+ " 8

E consideriamo i singoli contributi separatamente:


i
I) Serbatoi di massa: Δ𝑆*̇ = −𝑚̇𝑠*∗ } ~ in quanto la portata 𝑚̇ esce dal
F
serbatoio per entrare nel volume di controllo e quindi la sua entropia
i
diminuisce; Δ𝑆,̇ = 𝑚̇𝑠,∗ } ~ in quanto la portata 𝑚̇ entra dal volume di
F
controllo (VC) nel serbatoio di massa, aumentandone lʼentropia.
II) ̇ = − ∑W"X* ė" dove il segno è negativo in quanto, per
Serbatoi di calore: Δ𝑆%e $"
come li abbiamo posti noi, i serbatoi cedono calore al volume di controllo
diminuendo la propria entropia.
III) Serbatoi di lavoro: se consideriamo serbatoi di lavoro ideali (ovvero senza
̇ = ∑5
attriti), Δ𝑆%S ̇
UX* Δ𝑆S8 = 0 in quanto i serbatoi di lavoro non scambiano
calore e sono ideali (𝑆 ← = 0, 𝑆"// = 0).
IV) Volume di controllo: avendo ipotizzato per esso condizioni stazionarie,
̇ = 0 in quanto N%/9 = 0.
Δ𝑆#_ N^
Il bilancio entropico pertanto diviene:
W
𝑄̇"
̇ =
Δ𝑆^D^ −𝑚̇𝑠*∗ + 𝑚̇𝑠,∗ −G ̇ ≥0
= 𝑆"//
𝑇"
"X*
̇ è lʼentropia generata allʼinterno del sistema composto e isolato a causa dei
𝑆"//
fenomeni irreversibili o non bilanciati. Essa è nulla se e solo se tutte le
trasformazioni che avvengono allʼinterno del sistema sono reversibili. È una
misura delle irreversibilità del processo complessivo e può essere utilizzata per
quantificare quanto il processo reale si discosta da quello ideale reversibile.
Se il sistema costituito dal solo volume di controllo è adiabatico (macchine
adiabatiche), si scrive:
̇ = −𝑚̇𝑠*∗ + 𝑚̇,∗ = 𝑆"//
Δ𝑆^D^ ̇ ≥ 0 ⟹ 𝑠,∗ ≥ 𝑠*∗
E naturalmente avremo 𝑠,∗ = 𝑠*∗ se e solo so la macchina è reversibile ovvero
perfetta o ideale.

ii) Bilancio entropico per turbine a gas o a vapore, rendimento isoentalpico di


turbine.
Per le turbine a gas o a vapore si conoscono le condizioni di ingresso in termini di
pressione e temperatura 𝑃* 𝑒 𝑇* e la pressione di uscita 𝑃, . Il bilancio di energia (o
meglio, di potenza), per quanto già visto sarà:
𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ )
Mentre il bilancio di entropia, dato che è una macchina adiabatica:
𝑠*∗ ≤ 𝑠,∗
Tutte le possibili condizioni di uscita si trovano sullʼisobara 𝑃 = 𝑃, 𝑐𝑜𝑛 𝑠,∗ ≥ 𝑠*∗ .
La trasformazione adiabatica e quasi-statica 1-2is è isoentropica ed è la sola che
può essere rappresentata con una linea continua sul diagramma T‒s sottostante.

Tutte le altre trasformazioni sono processi non quasi-statici e non possono essere
disegnate con tratto continuo in quanto per loro non è possibile identificare lo
stato termodinamico del fluido.
Fissati 𝑇* , 𝑃* 𝑒 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖 ℎ*∗ , si vuole ora vedere come cambia ℎ,∗ e di conseguenza
lʼenergia meccanica estraibile dalla turbina in funzione della variazione di
entropia subita dal fluido, ovvero della irreversibilità del processo. Se
consideriamo lʼisobara 𝑃 = 𝑃, , lungo la quale 𝑑𝑃 = 0, abbiamo:
𝜕ℎ
𝑑ℎ = 𝑇𝑑𝑠 + 𝑣𝑑𝑃 ⟹ 6 8 =𝑇>0
𝜕𝑠 -X-1
Si studia quindi come varia h al variare di s sullʼisobara 𝑃 = 𝑃, (condizioni allo
scarico della turbina). Dato che T è la temperatura assoluta (in Kelvin), essa è
sempre positiva, quindi se 𝑑𝑠 aumenta, 𝑑ℎ aumenta, ovvero ℎ, aumenta sempre
di più avvicinando a ℎ* (linea orizzontale, processo spontaneo, massima
variazione di entropia). Di conseguenza la potenza meccanica estraibile
diminuisce, essendo questa pari a 𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ). Ne consegue che il lavoro
massimo estraibile viene quindi ottenuto per un processo reversibile
(isoentropico).
Per qualificare un processo reale, si introduce il rendimento isoentropico. Tale
parametro viene in genere fornito dal costruttore della macchina e definisce
quanto il processo reale si discosta dal processo isoentropico ideale (adiabatico e
quasi-statico), che viene preso come riferimento:
ℎ*∗ − ℎ,∗ 𝐿 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ) 𝐿̇
𝜂"?: = ∗ = = =

ℎ* − ℎ,,"? 𝐿"N0]20 𝑚̇§ℎ*∗ − ℎ,,"?

¨ 𝐿̇"N0]20
Il lavoro è massimo con un processo isoentropico ideale e quindi il rendimento è
massimo per un processo isoentropico ideale. Valuto rispetto al riferimento
isoentropico. Infine si ha 𝜂"?: = 1 per le macchine ideali (riferimento), mentre
𝜂"?: < 1 per le macchine reali. Allʼaumentare dellʼentropia prodotta, diminuisce la
potenza meccanica utile.

jj) Rendimento isoentropico per compressori.


Per i compressori abbiamo che la potenza da fornire per attuare la compressione
è 𝐿̇ = 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ) < 0. Valutando ancora la variazione di entalpia rispetto alla
variazione di entropia lungo lʼisobara 𝑃 = 𝑃, 𝑐𝑜𝑛 𝑃, > 𝑃* con lo stesso
procedimento visto nel punto precedente e considerando che il bilancio entropico
richiede 𝑠,∗ ≥ 𝑠*∗ , abbiamo:
𝜕ℎ
6 8 =𝑇>0
𝜕𝑠 -X-1
Quindi 𝑑𝑠 cresce (entropia aumenta), cresce anche 𝑑ℎ e aumenta il lavoro
necessario a pari pressione di uscita 𝑃, . Il lavoro minimo è quello in
corrispondenza del processo isoentropico (ideale).

Il rendimento isoentropico per un compressore è una misura di quanto il


processo si discosta da quello ideale e si valuta come:

Δℎ"? ℎ*∗ − ℎ,,"? ∗
𝐿"N0]20 𝑚̇§ℎ*∗ − ℎ,,"? ¨ 𝐿̇"N0]20
𝜂"?9 = = ∗ = = =
Δℎ ℎ* − ℎ,∗ 𝐿 𝑚̇(ℎ*∗ − ℎ,∗ ) 𝐿̇

kk) Laminazione isoentalpica.


Si parla di laminazione isoentalpica quando un fluido che scorre in un condotto
passa attraverso una strozzatura o una valvola (detta appunto valvola di
laminazione). La laminazione è un processo irreversibile poiché il fluido passa
attraverso una resistenza fluido dinamica improvvisa che dà luogo ad un aumento
di entropia.
Possiamo apportare delle semplificazioni al bilancio energetico: il Δ𝑒@ è
trascurabile o addirittura nullo in quanto il tubo è orizzontale oppure, se posto in
verticale, è di lunghezza limitata. Anche la variazione Δ𝑒H di energia cinetica è
trascurabile in quanto la portata massica è costante e le sezioni del condotto
poste sufficientemente lontano dalla discontinuità sono uguali (non si hanno
convergenze o divergenze lontano dalla strozzatura). Infine possiamo affermare
che il condotto è termicamente isolato e che, oltre ad avere un contorno rigido,
non ha al suo interno organi mobili che consentano scambio di lavoro con
lʼesterno, quindi 𝑄̇ = 0, 𝐿̇ = 0. Di conseguenza il bilancio energetico diventa:
ℎ*∗ = ℎ,∗
Dove 1 e 2 rappresentano due sezioni sufficientemente lontane dalla
discontinuità. Ciò significa che il processo avviene a entalpia costante (da cui il
nome “isoentalpico”). Si noti che si considerano due sezioni sufficientemente
lontane perché nella strozzatura il processo è fortemente irreversibile e non
quasi-statico, quindi in un intorno di tale discontinuità non è possibile definire le
proprietà termodinamiche del fluido.
Dato che il condotto è adiabatico, avremo il seguente bilancio entropico:
𝑠,∗ ≥ 𝑠*∗
Consideriamo ora il differenziale dellʼentalpia il quale sarà nullo in quanto il
processo è isoentalpico:
𝑑ℎ = 𝑇𝑑𝑠 + 𝑣𝑑𝑃 = 0 ⟹ 𝑣𝑑𝑃 = −𝑇𝑑𝑠
, ,
w 𝑣𝑑𝑃 = − w 𝑇𝑑𝑠
* *
Possiamo fare le seguenti considerazioni: il secondo membro sarà sicuramente
negativo poiché T è la temperatura assoluta in Kelvin (e quindi è sempre
positiva) e 𝑑𝑠, per quanto scritto nel bilancio entropico, è positivo. Inoltre il
volume specifico a primo membro è anchʼesso sempre positivo e dunque risulta
che la variazione di pressione 𝑑𝑃 deve essere negativa. Abbiamo quindi scoperto
che nel processo di laminazione isoentalpica si ha sempre unʼespansione
(𝑃, < 𝑃* ) del fluido che attraversa la strozzatura. In particolare possiamo
distinguere tra due tipi di fluidi in base al coefficiente di Joule-Thomson:
𝜕𝑇
𝛿=6 8
𝜕𝑃 P
I) Se 𝛿 > 0, vuol dire che durante lʼespansione la temperatura diminuisce
(𝜕𝑇 < 0) e quindi il fluido si raffredda, fatto che lo rende particolarmente
utile per le applicazioni frigorifere;
II) Se 𝛿 < 0, il fluido si riscalda durante lʼespansione isoentalpica (𝜕𝑇 > 0) e
quindi non è utilizzabile per le applicazioni frigorifere.

ll) Moto stazionario di fluidi in condotti adiabatici.


Il moto stazionario di fluidi in condotti adiabatici costituisce il modello per lo
studio e il dimensionamento degli ugelli e dei diffusori, dispositivi nei quali il
fluido scorre in modo adiabatico e senza scambiare lavoro (in quanto sono
costituiti da un contorno rigido e non presentano organi mobili al proprio
interno). Tali dispositivi vengono impiegati per fornire o recuperare energia
cinetica dal fluido, in particolare i diffusori sono dispositivi statici che
trasformano lʼenergia cinetica del fluido in variazione di entalpia (e quindi di
pressione), mentre gli ugelli sono dispositivi statici che trasformano lʼentalpia di
un fluido in energia cinetica.
Possiamo considerare vari bilanci per questi sistemi, primo fra tutti il bilancio di
massa:
𝜌𝑤 ¬𝐴 = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
Differenziando tale identità otteniamo:
𝑑𝜌𝑤 ¬𝐴 + 𝜌𝑑𝑤 ¬𝐴 + 𝜌𝑤 ¬𝑑𝐴 = 0
La quale, una volta divisa per lʼequazione in forma finita, fornisce lʼequazione di
continuità in forma differenziale:
𝑑𝜌 𝑑𝑤 ¬ 𝑑𝐴
+ + =0
𝜌 𝑤
¬ 𝐴
La quale esprime in termini differenziali la conservazione della massa.
Ora consideriamo il bilancio energetico (che esprime la conservazione
dellʼenergia). Possiamo notare che possiamo apportare diverse semplificazioni:
innanzitutto essi sono dispositivi adiabatici, con contorno fisso e senza organi
mobili al loro interno, quindi possiamo porre 𝑄̇ = 0 𝑒 𝐿̇ = 0. Inoltre la variazione
di energia potenziale Δ𝑒@ è trascurabile perché tali strumenti sono posti
orizzontalmente oppure, se posti verticalmente, hanno una lunghezza ridotta.
Non possiamo invece trascurare le variazioni di entalpia e di energia cinetica che
rivestono un ruolo fondamentale nel processo. Quindi otteniamo:
¬,
𝑤
ℎ∗ + = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
2
La quale, una volta differenziata, fornisce:
𝑑ℎ∗ + 𝑤 ¬𝑑𝑤 ¬ =0
Ora procediamo con la scrittura del bilancio entropico. Considerando che i
dispositivi sono adiabatici, possiamo scrivere:

𝑠,∗ ≥ 𝑠*∗ ⟹ 𝑠,∗ = 𝑠*∗ + 𝑠"//
Se il processo, oltre ad essere adiabatico, è anche quasi statico (internamente

reversibile), allora 𝑠"// = 0 e possiamo scrivere:
𝑠*∗ = 𝑠,∗ ⟹ 𝑠 ∗ = 𝑐𝑜𝑠𝑡.

Il che ci porta a scrivere 𝑑𝑠 = 0.
Adesso, considerando il differenziale dellʼentalpia, otteniamo che:
𝑑𝑠 ∗ = 0 𝑣 ∗ = 1⁄𝜌 1
𝑑ℎg = 𝑇𝑑𝑠 ∗ + 𝑣 ∗ 𝑑𝑃 ⟹ 𝑑ℎ∗ = 𝑣 ∗ 𝑑𝑃 ⟹ 𝑑ℎ∗ = 𝑑𝑃
𝜌
Da cui possiamo notare che, essendo la densità sempre positiva, 𝑑𝑃 𝑒 𝑑ℎ∗ hanno
sempre lo stesso segno. Sostituendo il risultato appena ottenuto nel bilancio
energetico otteniamo:
𝑑𝑃 𝑑𝑃
+𝑤¬𝑑𝑤¬ = 0 ⟹ = −𝑤 ¬𝑑𝑤
¬
𝜌 𝜌
Da cui, dividendo entrambi i membri per il quadrato della velocità media,
otteniamo:
𝑑𝑤¬ 𝑑𝑃
=− ,
𝑤
¬ 𝑤¬ 𝜌
Ora, sostituendo questo termine nellʼequazione di continuità in forma
differenziale, ricaviamo che:
𝑑𝜌 𝑑𝑃 𝑑𝐴 𝑑𝐴 1 𝑑𝑃
− , + = 0 ⟹ = : , − 𝑑𝜌=
𝜌 𝑤 ¬ 𝜌 𝐴 𝐴 𝜌 𝑤
¬
Raccogliendo infine il differenziale della pressione, otteniamo la seguente
equazione:
𝑑𝐴 𝑑𝑃 1 𝑑𝜌
= : ,−6 8 =
𝐴 𝜌 𝑤 ¬ 𝑑𝑃 ?
N-
Il termine ;Nk< , il quale rappresenta la variazione di pressione al variare della
?
densità ad entropia costante, ha le dimensioni del quadrato di una velocità e si
indica comunemente con 𝑐 , : esso dunque rappresenta la velocità del suono nel
fluido al quadrato, ovvero la velocità con cui si propagano le piccole perturbazioni
di pressione allʼinterno del fluido. Si noti che, a seconda che la velocità del fluido
sia superiore o inferiore a c, il legame tra 𝑑𝐴 𝑒 𝑑𝑃 cambia di segno, quindi c è una
velocità critica. Si ha dunque:
𝑑𝐴 𝑑𝑃 1 𝑑𝜌 𝑑𝑃 1 1 𝑑𝑃 ,]
𝑑𝑤¬
= : ,−6 8 == : , − ,= = [1 − 𝑀 = − [1 − 𝑀 , ]
𝐴 𝜌 𝑤 ¬ 𝑑𝑃 ? 𝜌 𝑤¬ 𝑐 𝜌𝑤¬, 𝑤
¬
h
:
Dove 𝑀 = è il numero di Mach. Se 𝑀 < 1, la velocità del fluido è inferiore a
H
quella del suono e il moto si dice subsonico, mentre se 𝑀 > 1 la velocità del fluido
è superiore a quella del suono e il moto si dice supersonico. Distinguiamo
dunque i due casi:
I) 𝑀 < 1 (𝑤 ¬ < 𝑐): moto subsonico. In tal caso il membro tra parentesi quadre
è positivo e quindi possiamo scrivere la seguente relazione tra la sezione,
la pressione e la velocità del fluido:
𝑑𝐴 ≈ 𝑑𝑃 ≈ −𝑑𝑤 ¬
Il che significa che se A aumenta, P aumenta e 𝑤 ¬ diminuisce, mentre se A
diminuisce, P diminuisce e di conseguenza 𝑤 ¬ aumenta. Dunque in moto
subsonico un diffusore dovrà avere forma divergente (A aumenta, P
aumenta a scapito della velocità), mentre un ugello dovrà avere forma
convergente (A diminuisce, la velocità aumenta a scapito della pressione).
II) 𝑀 > 1 (𝑤 ¬ > 𝑐): moto supersonico. In caso di moto supersonico, il membro
tra parentesi quadre è negativo e quindi si ha la seguente relazione
approssimata tra le varie grandezze:
𝑑𝐴 ≈ −𝑑𝑃 ≈ 𝑑𝑤 ¬
Il che significa che se A aumenta, P diminuisce e 𝑤 ¬ aumenta, mentre se A
diminuisce, P aumenta e 𝑤 ¬ diminuisce. Dunque in moto supersonico un
diffusore, il cui obiettivo è aumentare la pressione del fluido a scapito della
velocità, dovrà avere forma convergente, mentre un ugello, il cui scopo è
aumentare la velocità a scapito della pressione, dovrà avere forma
divergente.
Si noti che se il fluido è a massa volumica costante (fluido incomprimibile) si ha
𝑑𝜌 = 0 e quindi la velocità del suono per un fluido incomprimibile tende ad
infinito (𝑐 → +∞) e di conseguenza il moto è sempre subsonico. Essendo quindi
𝑀 → 0, si ha:
𝑑𝐴 𝑑𝑤¬
=−
𝐴 𝑤
¬
Che è il caso dellʼidraulica in cui la velocità del fluido (acqua) varia in modo
opposto alla sezione.
Riassumendo e considerando i grafici h-s dei due dispositivi, abbiamo:
I) Diffusore. Sistema fatto per recuperare energia cinetica e trasformarla in
entalpia. È un sistema che opera come un compressore.

II) Ugello. Sistema fatto per aumentare lʼenergia cinetica del fluido a fronte di
una diminuzione di entalpia h (e di pressione P). È un sistema che opera
una trasformazione o processo di espansione.

È possibile anche calcolare la velocità del suono in funzione della temperatura


dellʼaria considerata come un gas ideale biatomico di massa molare 𝑀𝑚 =
Ca
28,96 C5D2. Per i gas ideali infatti si può scrivere:
𝑑𝑃 𝑑𝑣
𝑑𝑠 = 𝑐# + 𝑐-
𝑃 𝑣
Dʼaltra parte la velocità del suono è:
𝑑𝑃
𝐶 = µ6 8
𝑑𝜌 ?
Se 𝑑𝑠 = 0, si ha:
𝑑𝑃 𝑑𝑣
𝑐# + 𝑐- =0
𝑃 𝑣
* H
Ed essendo 𝑣 = k e H. = 𝑘, si scrive:
/
𝑑𝑃 1 𝑑𝑃 𝑘𝑃
= −𝑘𝜌𝑑(𝜌)* ) = +𝑘𝜌 , 𝑑𝜌 ⟹ =
𝑃 𝜌 𝑑𝜌 𝜌
Da cui si ricava che:
𝑃
𝑐 = µ𝑘 = √𝑘𝑅∗ 𝑇
𝜌
Per aria a 25℃ si può quindi calcolare la velocità del suono come:
8314,5 𝑚 𝑘𝑚
𝑐 = µ1,4 ⋅ ⋅ 298,15 = 346,18 = 1246
28,96 𝑠 ℎ

mm) Macchine termodinamiche.


• Macchine motrici.
Tutti i sistemi fatti per trasformare con continuità calore in lavoro possono essere
schematizzati da un sistema composto e isolato costituito da due serbatoi termici
(ST), uno a temperatura 𝑇Z e uno a 𝑇_ < 𝑇Z , da un serbatoio ideale di lavoro (SL)
e da una macchina trasformatrice che opera ciclicamente.

Il serbatoio a 𝑇Z fornisce alla macchina il calore 𝑄Z che essa ripartisce in due


parti: il lavoro meccanico 𝐿 al serbatoio SL e il calore 𝑄_ al serbatoio termico a
temperatura 𝑇_ . Ora ci chiediamo quale sia il processo che, fissato 𝑄Z , fornisca il
massimo lavoro 𝐿4]< : tale processo è il processo reversibile.
Per dimostrare quanto affermato si scrivano:
I) Il bilancio energetico per la macchina ciclica M che opera compiendo un
numero intero di cicli;
II) Il bilancio entropico del sistema composto e isolato costituito dai
sottosistemi 𝑆𝑇Z , 𝑆𝑇_ , 𝑆𝐿 𝑒 𝑀.
𝐵𝑖𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑜 𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑒𝑡𝑖𝑐𝑜 Δ𝑈4 = 𝑄Z − 𝑄_ − 𝐿 = 0
𝐵𝑖𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑜 𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜𝑝𝑖𝑐𝑜 Δ𝑆^D^ = Δ𝑆%$; + Δ𝑆%$9 + Δ𝑆4 Δ𝑆%S = 𝑆"// ≥ 0
Si noti innanzitutto che Δ𝑈4 = 0 𝑒 Δ𝑆4 = 0 poiché la macchina parte da uno stato
e torna sempre nel medesimo stato operando un numero intero di cicli e quindi,
dal momento che energia interna ed entropia sono funzioni di stato e gli stati
iniziale e finale coincidono, la loro variazione è nulla.
Il bilancio energetico fornisce quindi:
𝐿 = 𝑄Z − 𝑄_
Inoltre possiamo notare che la variazione di entropia Δ𝑆%S del serbatoio di lavoro
è nulla perché abbiamo supposto ideale il serbatoio di lavoro stesso, mentre le
variazioni entropia dei due serbatoi di calore, considerando che quello a
temperatura 𝑇Z cede calore (e quindi la sua entropia diminuisce) mentre quello a
temperatura 𝑇_ assorbe calore (e quindi la sua entropia aumenta), sono:
𝑄Z 𝑄_
Δ𝑆%$; = − Δ𝑆%$9 =
𝑇Z 𝑇_
Si ha quindi:
𝑄Z 𝑄_ 𝑇_
− + = 𝑆"// 𝑑𝑎 𝑐𝑢𝑖 𝑄_ = 𝑄Z + 𝑇_ 𝑆"//
𝑇Z 𝑇_ 𝑇Z
Sostituendo lʼespressione in 𝑄_ nel bilancio energetico, si ha:
𝑇_ 𝑇_
𝐿 = 𝑄Z − 𝑄Z − 𝑇_ 𝑆"// = 𝑄Z 61 − 8 − 𝑇_ 𝑆"//
𝑇Z 𝑇Z
Da cui si deduce che se 𝑆"// = 0 (processo reversibile), risulta:
𝑇_
𝑄H = 𝑄H,4"W = 𝑄
𝑇Z Z
Ovvero il calore scaricato al serbatoio termico a bassa temperatura è minimo;
mentre:
𝑇_
𝐿 = 𝐿5]< = 𝑄Z 61 − 8
𝑇Z
Il lavoro ottenuto dal processo è massimo.
Si noti che anche nel caso di reversibilità il calore scaricato 𝑄_ non è mai nullo:
infatti sarebbe 𝑄_ = 0 per 𝑇_ = 0 o per 𝑇Z → +∞: il primo caso è impossibile per
limiti “naturali” (non esiste alcun luogo o serbatoio termico naturale come un
lago, un fiume, ecc. in natura che abbia temperatura assoluta nulla), mentre il
secondo caso è impossibile per limiti “tecnici” (la combustione che fornisce il
calore avviene, appunto, in una camera di combustione che non è in grado di
reggere temperature infinite, ovvero vi sono dei limiti di resistenza dei materiali).
Sempre per il medesimo ragionamento, non si può avere 𝐿5]< = 𝑄Z in quanto il
termine tra parentesi tonde tende a 1 per 𝑇_ = 0 o per 𝑇Z → +∞, entrambi
impossibili. Questo conferma il secondo principio della termodinamica
fenomenologica enunciato da Kelvin: è impossibile realizzare un processo
continuo il cui unico risultato sia la conversione in lavoro del calore sottratto ad
unʼunica sorgente a temperatura costante.
Per la macchina termodinamica si introduce come parametro di merito del
processo il rendimento termodinamico, rapporto tra effetto utile (il lavoro) e la
spesa (𝑄Z ):
𝑇
𝐿 𝑄Z ;1 − _ < − 𝑇_ 𝑆"// 𝑇_ 𝑇_
𝑇Z
𝜂= = = 61 − 8 − 𝑆 <1
𝑄Z 𝑄Z 𝑇Z 𝑄Z "//
Nel caso di processo reversibile, il rendimento risulta:
𝑇_
𝜂_ = 61 − 8 < 1
𝑇Z
Che viene detto Rendimento di Carnot. Si noti che, anche in condizioni ideali di
reversibilità, tale parametro è strettamente inferiore a 1 sempre per le stesse
limitazioni sulle temperature dei due serbatoi.
Si noti che, con la definizione introdotta di rendimento di Carnot, il lavoro
massimo si può riscrivere come:
𝑇_
𝐿5]< = 𝑄Z 61 − 8 = 𝑄Z 𝜂_
𝑇Z
Fissati 𝑄Z , 𝑇Z , 𝑒 𝑇_ e considerando un processo irreversibile, si ha:
𝑄_ = 𝑄_,4"W + 𝑇_ 𝑆"// 𝑒 𝐿 = 𝐿5]< − 𝑇_ 𝑆"// = 𝐿5]< − 𝐿-
Le irreversibilità dunque aumentano il calore scaricato alla sorgente fredda e
diminuiscono il lavoro ottenibile dal processo. Per tale motivo la quantità 𝐿- =
𝑇_ 𝑆"// viene chiamato lavoro perso o dissipato.
$
Il calore 𝑄H,4"W = $ 9 𝑄Z che non può essere convertito in lavoro nemmeno se il
;
processo è reversibile si chiama calore non disponibile.

• Frigoriferi e pompe di calore.


Il processo diretto può essere invertito in modo da estrarre calore da un serbatoio
termico (ST) a bassa temperatura e trasferirlo ad uno a più alta temperatura 𝑇Z >
𝑇_ . Il processo non può essere spontaneo ma è necessario utilizzare una macchina
ciclica operatrice che prelevi una certa quantità di lavoro da un serbatoio ideale di
lavoro. Lo schema è:

Scriviamone ora il bilancio energetico per M e il bilancio entropico per il sistema


globale ipotizzando che la macchina compia un numero intero di cicli:
1) Bilancio energetico per M:
Δ𝑈4 = 𝑄_ − 𝑄Z − (−𝐿) = 0
𝐿 = 𝑄Z − 𝑄_
Dove, come prima, la variazione di energia interna della macchina è nulla
perché essa è funzione di stato ed essa compie un numero finito di cicli (e
quindi lo stato iniziale coincide con quello finale).
2) Bilancio entropico per sistema globale, facendo le stesse considerazioni fatte
per le macchine motrici:
𝑄Z 𝑄_ 𝑇_
Δ𝑆^D^ = − = 𝑆"// ≥ 0 ⟹ 𝑄H = 𝑄Z − 𝑇_ 𝑆"//
𝑇Z 𝑇_ 𝑇Z
Da cui segue che, sostituendo nel lavoro:
𝑇_ 𝑇_
𝐿 = 𝑄Z − 𝑄Z + 𝑇_ 𝑆"// = 𝑄Z 61 − 8 + 𝑇_ 𝑆"//
𝑇Z 𝑇Z
Se il processo è reversibile, si ha:
𝑇_
𝑄_ = 𝑄H,4]< = 𝑄Z
𝑇Z
𝑇_
𝐿 = 𝐿5"W = 𝑄Z 61 − 8 = 𝑄Z 𝜂_
𝑇Z
Con 𝜂_ rendimento di Carnot. Quindi quando il processo è reversibile, il
lavoro assorbito dalla macchina è il massimo possibile, mentre il lavoro da
fornire alla macchina è minimo. Con queste considerazioni nella mente,
possiamo scrivere il lavoro come somma di due termini:
𝐿 = 𝐿5"W + 𝐿]aa
Dove il termine 𝐿]aa = 𝑇_ 𝑆"// è il lavoro aggiuntivo da compiere nel caso in
cui il processo non sia reversibile.
Anche in questo caso si può definire un parametro di merito dato ancora dal
rapporto tra lʼeffetto utile (𝑄_ 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑓𝑟𝑖𝑔𝑜𝑟𝑖𝑓𝑒𝑟𝑜, 𝑄Z 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑚𝑝𝑎) e la spesa
(il lavoro da fornire alla macchina) ed esso è chiamato efficienza (diversa dal
rendimento in quanto può essere maggiore o uguale a 1) o “coefficient of
performance” COP:
𝑄H
𝐹𝑟𝑖𝑔𝑜𝑟𝑖𝑓𝑒𝑟𝑜 𝜀A = 𝐶𝑂𝑃A =
𝐿
𝑄Z
𝑃𝑜𝑚𝑝𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝜀-N_ = 𝐶𝑂𝑃-N_ =
𝐿
Lʼefficienza frigorifera si può scrivere come:
𝑇 𝑇 𝑇𝑇 𝑆
𝑄_ }𝑄Z _ − 𝑇_ 𝑆"// ~ Z 𝑇_ − ; _ Z "// <
𝑇Z 𝑄Z 𝑄Z
𝜀A = = =
𝐿 𝑇 𝑇 𝑇𝑇 𝑆
}𝑄Z ;1 − _ < + 𝑇_ 𝑆"// ~ Z 𝑇Z − 𝑇_ + _ Z "//
𝑇Z 𝑄Z 𝑄Z
Se il processo è reversibile (𝑆"// = 0) si ha:
𝑇_
𝜀A = ⋚1
𝑇Z − 𝑇_
Si noti che se 𝑇Z → 𝑇_ , lʼefficienza tende ad infinito e quindi nel grafico 𝜀A −
𝑇_ si ha un asintoto verticale in 𝑇_ = 𝑇Z .
Per la pompa di calore si scrive invece:
1
𝑄Z 𝑄Z ⋅ 1
𝑄Z
𝜀-N_ = = =
𝐿 𝑇 1 𝑇_ 𝑇_
}𝑄Z ;1 − _ < + 𝑇_ 𝑆"// ~
𝑇Z 𝑄Z 1 − 𝑇Z + 𝑄Z 𝑆"//
Se il processo è reversibile (𝑆"// = 0) si ha:
1 𝑇Z
𝜀-N_ = = ≥1
𝑇
1 − 𝑇_ 𝑇Z − 𝑇_
Z
Si noti che se 𝑇Z → 𝑇_ , lʼefficienza tende ad infinito e quindi nel grafico 𝜀-N_ −
𝑇Z si ha un asintoto verticale in 𝑇_ = 𝑇Z .

• Rendimento di secondo principio.


a) Macchine motrici o processi diretti: Viene introdotto in aggiunta al
rendimento di primo principio e serve a meglio caratterizzare i processi.
Tale rendimento è uguale ad uno per un processo reversibile (è uguale a
uno solo per le macchine ideali), mentre è minore di uno per i processi
reali non reversibili:
𝐿/0]20
𝜂/0]20 𝑄Z 𝐿/0]20
𝜂ll = = = ≤1
𝜂"N0]20 𝐿 "N0]20 𝐿"N0]20
𝑄Z
b) Macchine operatrici o processi inversi:
𝑄_
𝜀A,/0]20 𝐿/0]20 𝐿"N0]20
𝐹𝑟𝑖𝑔𝑜𝑟𝑖𝑓𝑒𝑟𝑖: 𝜂ll = 𝜀A,ll = = = ≤1
𝜀A,"N0]20 𝑄_ 𝐿/0]20
𝐿"N0]20
𝑄Z
𝜀-N_,/0]20 𝐿 𝐿"N0]20
𝑃𝑜𝑚𝑝𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒: 𝜂ll = 𝜀-N_,ll = = /0]20 = ≤1
𝜀-N_,"N0]20 𝑄Z 𝐿/0]20
𝐿"N0]20
Dove 𝐿"N0]20 è il minimo lavoro richiesto. Anche in questo caso è uguale a
uno solo per macchine ideale (ovvero per processi reversibili, 𝑆"// = 0).

nn) Cicli termodinamici.


I cicli termodinamici sono particolari processi in cui lo stato iniziale coincide con
lo stato finale. Essi vengono realizzati mediante macchine termodinamiche
cicliche (che qui chiameremo M) che lavorano tra due sorgenti di calore, una
calda a temperatura 𝑇Z e una fredda a temperatura 𝑇_ . Esse possono essere
costruite in due modi:
a) Sistema cilindro-pistone chiuso;
b) Circuito chiuso percorso da un fluido di lavoro (detto anche fluido evolvente).
Nel diagramma T-s i cicli sono caratterizzati da una curva chiusa e il verso con
cui essa viene percorsa determina il tipo di ciclo. Possiamo distinguere tra:
I) Ciclo diretto o di potenza (macchine motrici): la curva viene percorsa in
senso orario e la temperatura 𝑇Z della sorgente calda è sempre superiore
alla temperatura massima del ciclo, mentre la temperatura 𝑇_ della
sorgente fredda è sempre inferiore alla temperatura minima del ciclo
(ovvero le due temperature devono essere sempre esterne al ciclo);
II) Ciclo inverso (macchine operatrici): la curva viene percorsa in senso
antiorario e la temperatura 𝑇Z della sorgente calda è sempre minore della
massima temperatura del ciclo, mentre la temperatura 𝑇_ della sorgente
fredda è sempre maggiore della minima temperatura del ciclo (ovvero le
due temperature devono sempre essere interne al ciclo).
In entrambi i casi lʼarea racchiusa dalla curva chiusa coincide con il lavoro netto
scambiato dalla macchina con lʼambiente: infatti nel diagramma T-s lʼarea sottesa
ad una trasformazione corrisponde al calore scambiato durante la trasformazione
e il lavoro netto scambiato (per una qualsiasi macchina ciclica) è dato da 𝐿 =
𝑄Z − 𝑄_ .
Se nei cicli diretti allontaniamo tra di loro le isoterme delle 𝑇Z 𝑒 𝑇_ , lʼarea del ciclo
potrà espandersi e quindi il ciclo potrà fornire maggiore lavoro netto, mentre se
nei cicli diretti eseguiamo la stessa procedura, lʼarea si stirerà comportando un
aumento del lavoro che sarà necessario introdurre nel sistema.
Ora effettuiamo qualche considerazione di base valide per tutti i cicli termici: in
ogni singola trasformazione che compone un ciclo può venire scambiato o solo
calore o solo lavoro in quanto siamo in grado di costruire dispositivi che
scambiano nel miglior modo possibile o solo calore o solo lavoro. Ciò è dovuto al
fatto che, nel tentativo di diminuire al minimo le irreversibilità durante tali
scambi energetici, si incontrano due esigenze opposte: per ridurre le
irreversibilità durante lo scambio di calore (e dunque migliorare la qualità dello
scambio stesso) è necessario avere un salto di temperatura infinitesimo
(riduzione del Δ𝑇) e aumentare le superfici di scambio, mentre per ridurre le
irreversibilità durante lo scambio di lavoro è necessario smorzare al minimo gli
attriti e quindi ridurre al minimo le superfici di contatto tra organi mobili. Queste
esigenze contrastanti si traducono nella capacità di scambiare nel miglior modo
possibile o solo calore o solo lavoro. A seconda del tipo di macchina ciclica, le
trasformazioni che scambiano un solo tipo di energia sono diverse:
I) Cilindro pistone: si scambia calore durante le isocore (o isovolumiche) e si
scambia lavoro durante le adiabatiche;
II) Circuito chiuso: si scambia calore durante le isobare e si scambia lavoro
durante le adiabatiche.
Ora è opportuno distinguere tra cicli reali e cicli ideali: i cicli reali sono quelli che
realmente avvengono nei motori usati nelle applicazioni ingegneristiche e sono
composti da trasformazioni non quasi statiche (non possono essere rappresentate
con linea continua sul diagramma T-s); i cicli ideali invece sono caratterizzati
solo da trasformazioni quasi statiche (rappresentabili con linea continua sul
diagramma T-s) e vengono usati come modello di studio per i cicli reali. La
modellazione è un potente strumento ingegneristico: esso permette lo studio di
sistemi molto complessi mettendone in evidenza gli aspetti principali, come ad
esempio il rendimento termodinamico che per i cicli diretti è definito come:
𝐸𝑓𝑓𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑢𝑡𝑖𝑙𝑒 𝑊W0^^D 𝑤W0^^D
𝜂 $Z = = =
𝑆𝑝𝑒𝑠𝑎 𝑄0W^/]W^0 𝑞0W^/]W^0
Tale modellizzazione viene effettuata introducendo semplificazioni e perdendo in
accuratezza, ma può essere utile per confrontare cicli reali diversi in quanto le
ipotesi di semplificazione sono le stesse per tutti i cicli.
Un particolare ciclo ideale è il Ciclo di Carnot: esso è un ciclo teorico costituito
da due trasformazioni isoterme quasi statiche e da due adiabatiche quasi statiche
(e quindi isocore). Viene usato come riferimento per la maggior parte dei cicli e
può essere realizzato con qualsiasi tipo di macchina ciclica (cilindro-pistone o
circuito chiuso), utilizzando qualsiasi tipo di fluido di lavoro (gas o vapore). Esso
viene rappresentato come un rettangolo nel diagramma T-s e per ogni ciclo
ideale è definibile un ciclo di Carnot che “racchiuda” quello ideale, in modo da
poterli comparare. Inoltre il ciclo di Carnot è quello a massima efficienza tra tutti
i cicli operanti tra le stesse temperature 𝑇Z 𝑒 𝑇_ . A differenza dei cicli ideali, è
completamente reversibile (quindi non è un modello realistico) e il suo
rendimento è:
𝑇_
𝜂 =1−
𝑇Z
Si noti ancora una volta che, per tutti i cicli, su un diagramma T-s il rapporto tra
lʼarea racchiusa dal ciclo e lʼarea sottesa alla somministrazione di calore
rappresenta il rendimento del ciclo stesso. Qualsiasi modifica in grado di
aumentare tale rapporto farà aumentare il rendimento del ciclo.
Ora è utile introdurre delle ipotesi semplificative che si possono adottare
nellʼanalisi di tutti i cicli reali:
a) Si trascurano gli attriti. Di conseguenza il fluido di lavoro non è soggetto a
perdite di carico durante il suo passaggio in condotti o dispositivi quali
scambiatori di calore;
b) I processi di compressione ed espansione sono processi quasi statici;
c) Condotti e dispositivi sono adiabatici.
I risultati ottenuti nellʼanalisi dei cicli sono risultati ottenuti in condizioni ideali,
ma i cicli vengono confrontati utilizzando per tutti le medesime ipotesi.
Si noti infine che anche sul diagramma T-s, lʼarea racchiusa dal ciclo è pari al
lavoro netto scambiato.

oo) Ciclo di Carnot.


Eʼ un ciclo ideale di riferimento composto da quattro trasformazioni quasi
statiche:
a) Somministrazione di calore isoterma;
b) Espansione isoentropica;
c) Reiezione di calore isoterma;
d) Compressione adiabatica.
Sia per cicli ideali sia per cicli reali lʼefficienza aumenta allʼaumentare della
temperatura media a cui viene fornito calore e al diminuire della temperatura
media alla quale viene scaricato calore. Ciò significa che il rendimento aumenta al
diminuire del rapporto 𝑇_ /𝑇Z : infatti il rendimento di Carnot è definibile come:
𝑇_
𝜂 =1−
𝑇Z
Dal Ciclo di Carnot, mediante opportune modifiche, discendono vari tipi diversi
di cicli termodinamici divisibili in due famiglie:
I) Cicli che conservano le due adiabatiche
a) Ciclo Otto: ciclo simmetrico costituito da sistema cilindro-pistone con
gas. Consta di due adiabatiche e due isocore ed è sfruttato soprattutto
per motori a combustione interna (treni, aerei da turismo, navi, auto,
camion, trazione su strada, ecc.);
b) Ciclo Diesel: ciclo costituito da sistema cilindro-pistone con gas.
Consta di due adiabatiche, unʼisocora e unʼisobara. Anchʼesso è
sfruttato per motori a combustione interna e per la trazione su strada;
c) Ciclo Joule-Brayton: ciclo costituito da un circuito a gas che consta di
due adiabatiche e due isobare. Viene utilizzato nei sistemi con turbine
a gas (motori turbofan, turboelica, navi a propulsione nucleare,
turbogetto, aeromobili, sommergibili, ecc.) e nella produzione di
energia elettrica;
d) Ciclo Rankine: ciclo costituito da un circuito chiuso che sfrutta il
vapore dʼacqua come fluido di lavoro. Consta di due adiabatiche e due
isobare. È usato nelle centrali a vapore per produzione di energia
elettrica e può essere sfruttato insieme al ciclo Joule-Brayton per
creare un ciclo combinato;
II) Cicli che conservano le due isoterme:
a) Ciclo Stirling: ciclo costituito da sistema cilindro-pistone con gas e
consta di due isoterme e due isocore;
b) Ciclo Erickson: ciclo costituito da sistema cilindro-pistone con gas che
prevede due isoterme e due isobare.
Dal momento che lavoreremo soprattutto con cicli a gas, per questo particolare
tipo di processi possiamo introdurre delle ulteriori ipotesi semplificative che ci
aiuteranno nello studio dei modelli dei cicli:
a) Il fluido di lavoro è aria e si comporta come un gas ideale biatomico;
b) Tutte le trasformazioni che compongono il ciclo sono quasi statiche;
c) Il processo di combustione è sostituito da un processo di somministrazione
del calore;
d) Il processo di espulsione è sostituito da un processo di reiezione di calore che
riporta il fluido nello stato iniziale.
Si ricordi che per lʼaria standard, che costituirà il fluido di lavoro dei cicli che
andiamo a considerare, è approssimabile come un gas ideale biatomico di massa
Ca
molare 𝑀𝑚 = 28,96 C5D2 e con calore specifico a pressione costante pari a 𝑐- =
CB
1,005 Ca⋅F. Essa inizia il ciclo a temperatura 𝑇 = 25℃ e a pressione ambiente
(𝑃]^5 = 101325 𝑃𝑎).

pp) Nomenclatura per cicli per motori alternativi a combustione interna.


I cicli per motori a combustione interna comprendono i cicli Otto e Diesel,
costituiti da un sistema cilindro-pistone con gas. Il pistone è vincolato a muoversi
tra due posizioni, il punto morto inferiore PMI in cui si ha il massimo volume e il
punto morto superiore PMS in cui si ha il minimo volume (detto anche spazio
morto). Il diametro interno del cilindro è detto alesaggio e lo spazio tra i due
punti morti viene detto corsa. La cilindrata invece è definita come la differenza
tra volume massimo e volume minimo, ovvero:
𝑐𝑖𝑙𝑖𝑛𝑑𝑟𝑎𝑡𝑎 = 𝑉5]< − 𝑉5"W = 𝑉-4l − 𝑉-4%
Si possono inoltre definire le seguenti quantità:
𝑉4]< 𝑉-4l 𝑣5]<
𝑅𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝜌= = =
𝑉4"W 𝑉-4% 𝑣5"W
𝐿𝑎𝑣𝑜𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑊W0^^D = 𝑃4` ⋅ (𝑎𝑟𝑒𝑎 𝑝𝑖𝑠𝑡𝑜𝑛𝑒) ⋅ (𝑐𝑜𝑟𝑠𝑎) = 𝑃4` ⋅ (𝑐𝑖𝑙𝑖𝑛𝑑𝑟𝑎𝑡𝑎)
𝑊W0^^D 𝑊W0^^D 𝑊W0^^D
𝑃𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎 𝑒𝑓𝑓𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑃4` = = =
𝑐𝑖𝑙𝑖𝑛𝑑𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑉5]< − 𝑉5"W 𝑣5]< − 𝑣5"W
In particolare la pressione media efficace è un parametro fornito dal costruttore è
ci dà idea di quanto lavoro il motore riesca a sviluppare.
I motori che seguono il ciclo Otto si dicono motori ad accensione comandata in
quanto la combustione è, appunto, comandata da una candela che fa scoccare una
scintilla, mentre quelli che seguono il ciclo Diesel sono detti motori ad
accensione spontanea in quanto il combustibile, iniettato nel pistone da un
iniettore, subisce autoaccensione dovuta allʼalta temperatura.
qq) Trasformazioni politropiche, cicli simmetrici.
Si definisce trasformazione politropica una trasformazione quasi statica per gas
ideali per la quale si ha 𝑐< = 𝑐𝑜𝑠𝑡. dove 𝑐< , calore specifico a x costante, è definito
come:
1 𝛿𝑄
𝑐< = 6 8
𝑁 𝜕𝑇 <
In cui x indica una grandezza termodinamica (T, S, V o P). Tale parametro può
avere valore positivo o negativo: nel primo caso, immettendo calore nel sistema
aumenta la temperatura; nel secondo, quando si fornisce calore al sistema la
temperatura diminuisce (una tipica trasformazione a 𝑐< negativo è il gonfiaggio
delle ruote). Per queste particolari trasformazioni si può scrivere la seguente
equazione di trasformazione:
𝑃𝑣 W = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
Dove n è detto indice della politropica ed è definito come il seguente rapporto:
𝑐< − 𝑐@
𝑛=
𝑐< − 𝑐.
Vediamo come si comportano 𝑐< 𝑒 𝑛 per le più comuni trasformazioni per i gas
ideali:
H<
I) Adiabatica: 𝑐< = 0 𝑒 𝑛 = H,
= 𝑘 = 𝛾, quindi possiamo scrivere 𝑃𝑣 I = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
Manipolando questo risultato con la relazione 𝑃𝑣 = 𝑅∗ 𝑇 si ottengono
=>0
anche 𝑃 = 𝑇 = 𝑐𝑜𝑠𝑡 𝑒 𝑇𝑣 I)* = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
II) Isobara: 𝑐< = 𝑐@ 𝑒 𝑛 = 0, da cui segue che 𝑃 = 𝑐𝑜𝑠𝑡. che a sua volta può
$
essere riscritto come # = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
III) Isoterma: 𝑐< → ∞ e quindi 𝑛 → 1, da cui segue che 𝑃𝑣 = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
$
IV) Isocora: 𝑐< = 𝑐. 𝑒 𝑛 → ∞, da cui segue 𝑣 = 𝑐𝑜𝑠𝑡 𝑒 - = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
Un ciclo a gas si dice simmetrico quanto è costituito da quattro trasformazioni
politropiche che a due a due presentano lo stesso indice n. Per tali cicli il
prodotto in croce delle grandezze termodinamiche si mantiene costante, ovvero si
può scrivere:
𝑣* 𝑣6 = 𝑣, 𝑣L
𝑇* 𝑇6 = 𝑇, 𝑇L
𝑃* 𝑃6 = 𝑃, 𝑃L

rr) Ciclo Otto.


Il ciclo Otto è un ciclo ideale di riferimento per motori ad accensione comandata.
Esso è un ciclo simmetrico composto da due trasformazioni adiabatiche e da due
trasformazioni isocore. In particolare:
a) Compressione isoentropica 1à 2 fino al PMS;
b) Somministrazione di calore isocora 2à3;
c) Espansione isoentropica 3à4 fino al PMI. In particolare nel punto 3 si ha la
massima pressione e questa costituisce lʼunica fase attiva del motore (ovvero
lʼunica fase in cui si ricava lavoro);
d) Isocora con sottrazione di calore 4à1.

Si noti che il ciclo reale (indicato) differisce molto da quello ideale che ci
accingiamo a studiare: infatti questʼultimo è schematizzato come un semplice
cilindro-pistone in la massa di gas rimane sempre la stessa, mentre nel ciclo reale
si hanno valvole di espulsione ed espansione oltre ad un continuo ricambio di
fluido di lavoro la cui composizione chimica varia pure nel tempo in quanto vi è
lʼiniezione di carburante.
Si noti inoltre che la combustione può essere schematizzata come una
somministrazione di calore isocora in quanto il fronte di fiamma avanza
velocemente ed è lʼalta pressione dei gas combusti che permette lʼespansione.
Il ciclo Otto è utilizzato in due diversi tipi di motore a combustione interna: il
motore a quattro tempi e il motore a due tempi. Il primo ha un ciclo costituito,
appunto, da quattro tempi e si hanno due rotazioni dellʼalbero, mentre nel
secondo un ciclo ha due tempi e provoca una sola rotazione dellʼalbero. Inoltre il
motore a due tempi non ha valvole di aspirazione e scarico, ma ha semplicemente
dei condotti che rimangono aperti e vengono periodicamente chiusi dal passaggio
del pistone, detti luci di aspirazione e di scarico. I motori a due tempi sono meno
efficienti dei motori a quattro tempi, però sono più semplici, meno costosi e
hanno elevati rapporti potenza/peso e potenza/volume.
Il rendimento del ciclo Otto può essere calcolato dalla definizione generale di
rendimento termodinamico:
𝑊W0^^D 𝑄0 − 𝑄8 𝑄8
𝜂R^^D = = =1−
𝑄0 𝑄0 𝑄0
Ora, dato che il gas è ideale e scambia calore solo durante le isocore, possiamo
calcolare i due calori come:
𝑞0 = 𝑞,6 = 𝑢6 − 𝑢, = 𝑐. (𝑇6 − 𝑇, )
𝑞8 = −𝑞L* = −(𝑢* − 𝑢L ) = 𝑐. (𝑇L − 𝑇* )
Dove abbiamo considerato il calore uscente con segno in posto in quanto ci serve
il modulo, che deve essere positivo. Sostituendo e semplificando i calori specifici
che per i gas ideali sono approssimativamente costanti con la temperatura si ha:
𝑇
𝑐. (𝑇L − 𝑇* ) 𝑇* ; L − 1<
𝑇*
𝜂R^^D = 1 − =1−
𝑐. (𝑇6 − 𝑇, ) 𝑇
𝑇, ;𝑇6 − 1<
,
Dato che il ciclo è simmetrico, vale la costanza del prodotto in croce delle
$ $
temperature 𝑇* 𝑇6 = 𝑇, 𝑇L , quindi possiamo scrivere $? = $@ e semplificare le
0 1
quantità tra parentesi tonde, ottenendo in definitiva:
𝑇*
𝜂R^^D = 1 −
𝑇,
Ora però possiamo scrivere per la isoentropica 1à2 (che nel nostro caso è
adiabatica e quasi statica) la seguente relazione per le politropiche:
𝑃* 𝑣*C = 𝑃, 𝑣,C
Ma dato che il gas è ideale, vale 𝑃𝑣 = 𝑅∗ 𝑇 e quindi possiamo scrivere:
𝑇 C
𝑣 = 𝑐𝑜𝑠𝑡 ⟹ 𝑇𝑣 C)* = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
𝑣
𝑇* 𝑣, C)*
𝑇* 𝑣*C)* = 𝑇, 𝑣,F)* ⟹ = 6 8
𝑇, 𝑣*
Però abbiamo che 𝑣, è il volume minimo (PMS) mentre 𝑣* è il volume massimo,
quindi possiamo riscrivere tale relazione come:
𝑇* 𝑣5"W C)* 1
=6 8 = C)*
𝑇, 𝑣5]< 𝜌
Quindi il rendimento per il ciclo in definitiva sarà:
1
𝜂R^^D = 1 − C)*
𝜌
Quindi il rendimento del ciclo Otto è una funzione crescente del rapporto di
compressione. Questʼultimo però è limitato in quanto, per valori troppo alti, si
può avere il fenomeno dellʼautoaccensione: la miscela aria-benzina viene
compressa notevolmente dal pistone e raggiunge una temperatura
sufficientemente alta da provocare la combustione spontanea (autoaccensione)
prima del previsto causando il cosiddetto battito del pistone in testa. Per lavorare
in condizioni ottimali, la miscela deve essere accesa dalla candela (che provoca
una scintilla) una volta raggiunto il punto morto superiore, cosa che viene
anticipata dallʼautoaccensione in caso di rapporti troppo alti e limita così
lʼefficienza del motore. Per ridurre le possibilità che ciò accada e lavorare quindi a
rapporti di compressione più elevati si possono usare delle benzine
particolarmente raffinate con molti ottani. Il numero di ottani è una misura del
potere antidetonante di una benzina: quanto più elevato è tale valore, tanto più
elevata sarà la temperatura di autoaccensione. Si noti infine che un motore ad
elevato rapporto di compressione è più prestante. Nelle normali applicazioni si ha
solitamente 5 ≤ 𝜌 ≤ 10.
Concludiamo infine sottolineando che miscele aria-carburante possono essere
diverso tipo in base alla quantità di aria o benzina presente: le miscele magre
presentano aria in quantità superiore rispetto a quella stechiometrica per la
reazione di combustione. Ciò è particolarmente pericoloso in quanto lʼossigeno in
eccesso comporta unʼossidazione ulteriore e quindi elevate temperature
allʼinterno del moto che possono bruciare le valvole (si ottengono infatti le
cosiddette valvole bianche). Le miscele grasse invece presentano una quantità di
benzina superiore a quella stechiometrica. Essa comporta prestazioni maggiori
ma anche maggiore inquinamento e comporta residui carboniosi sulle valvole di
scarico e aspirazione (valvole nere). Dal momento che la quantità stechiometrica
esatta è sempre molto difficile da raggiungere, si preferisce lavorare che miscele
grasse piuttosto che con miscele magre (cercando in ogni caso di raggiungere le
dosi stechiometriche).

ss) Ciclo Diesel.


Il ciclo Diesel è il ciclo ideale di riferimento per i motori ad accensione
spontanea. Tale ciclo, che NON è simmetrico, è costituito dalle seguenti quattro
trasformazioni:
a) Compressione isoentropica 1à2;
b) Somministrazione di calore isobara 2à3;
c) Espansione isoentropica 3à4;
d) Reiezione di calore isocora 4à1.
In questo particolare ciclo solo lʼaria viene compressa durante la fase di
compressione (e non la miscela aria-benzina come nel ciclo Otto), quindi non si
verifica il problema dellʼautoaccensione. I motori Diesel possono quindi lavorare
a rapporti di compressione più elevati rispetto al ciclo Otto, tipicamente per
valori compresi tra 12 e 24.
Nei motori Diesel la candela è sostituita da un iniettore di carburante: lʼaria viene
compressa fino a superare la temperatura di autoaccensione del combustibile.
Raggiunta tale temperatura viene iniettata la benzina e si ha la combustione con
conseguente espansione. Questa peculiare caratteristica permette lʼutilizzo di
benzine poco pregiate e meno costose di quelle necessarie per il ciclo Otto, in
quanto le temperature raggiunte in compressione sono veramente elevate.
Si noti che la combustione viene modellata come unʼisobara in quanto la velocità
di avanzamento del fronte di fiamma durante la combustione del gasolio è molto
più lento rispetto al ciclo Otto (in quanto la benzina è meno pregiata e di
conseguenza viene mantenuta costante la pressione media e non il volume.
Prima di proseguire, introduciamo un parametro di costruzione del motore detto
rapporto volumetrico di introduzione e definito, appunto, come il rapporto tra i
due volumi a cavallo della combustione:
𝑉6 𝑣6
𝜏= =
𝑉, 𝑣,
Ora, il rendimento del ciclo Diesel ideale può quindi essere espresso come:
𝑊W0^^D 𝑄0 − 𝑄8 𝑄8
𝜂m"0?02 = = =1−
𝑄0 𝑄0 𝑄0
Ora sappiamo che il calore entrante (assorbito durante lʼisobara) è esprimibile
come:
𝑞0 = 𝑞,6 = ℎ6 − ℎ, = 𝑐@ (𝑇6 − 𝑇, )
Mentre il calore uscente (ceduto durante lʼisocora può essere espresso come:
𝑞8 = −𝑞L* = −(𝑢* − 𝑢L ) = 𝑐. (𝑇L − 𝑇* )
Quindi possiamo sostituire nel rapporto e ottenere:
𝑇
𝑄8 𝑐. (𝑇L − 𝑇* ) (𝑇L − 𝑇* ) 𝑇* ; L − 1<
𝑇*
𝜂m"0?02 = 1 − =1− =1− =1−
𝑄0 𝑐@ (𝑇6 − 𝑇, ) 𝑘(𝑇6 − 𝑇, ) 𝑇
𝑘𝑇, ;𝑇6 − 1<
,
Come già visto per il ciclo Otto, possiamo scrivere che:
𝑇* 1
= C)*
𝑇, 𝜌
Quindi possiamo sostituire e ottenere:
𝑇
;𝑇L − 1<
*
𝜂m"0?02 = 1 −
𝑇
𝑘𝜌C)* ;𝑇6 − 1<
,
Ora consideriamo lʼisobara 2à3 (che schematizza la combustione). Per essa si
può scrivere 𝑃, = 𝑃6 e, tenendo conto che vale 𝑃𝑣 = 𝑅∗ 𝑇, otteniamo:
𝑇, 𝑇6 𝑇6 𝑣6
= ⟹ = =𝜏
𝑣, 𝑣6 𝑇, 𝑣,
Ovvero il rapporto delle temperature a cavallo della combustione è uguale al
rapporto volumetrico di introduzione.
Ora consideriamo lʼisocora 4à1: per essa possiamo scrivere 𝑣L = 𝑣* ma dato che
stiamo considerando un ciclo a gas vale 𝑃𝑣 = 𝑅∗ 𝑇. Quindi possiamo scrivere:
𝑇L 𝑇* 𝑇L 𝑃L
= ⟹ =
𝑃L 𝑃* 𝑇* 𝑃*
Prendiamo adesso in considerazione le adiabatiche 1à2 e 3à4. Per esse
possiamo scrivere:
𝑃* 𝑣*C = 𝑃, 𝑣,C
𝑃L 𝑣LC = 𝑃6 𝑣6C
Se dividiamo membro a membro le due espressioni otteniamo:
𝑃L 𝑣L C 𝑃6 𝑣6 C
6 8 = 6 8
𝑃* 𝑣* 𝑃, 𝑣,
Dato che la trasformazione 4à1 è unʼisocora e la trasformazione 2à3 è
. -
unʼisobara, abbiamo che .? = 1 𝑒 -@ = 1, quindi in definitiva otteniamo:
0 1
𝑃L 𝑣6 C
= 6 8 = 𝜏C
𝑃* 𝑣,
Dunque, sostituendo i risultati appena trovati, abbiamo in definitiva che:
1 𝜏C − 1
𝜂m"0?02 = 1 − C)* e f
𝜌 𝑘(𝜏 − 1)
Quindi il rendimento del ciclo ideale Diesel è uguale a quello del ciclo ideale Otto
a meno di un fattore moltiplicativo. Il rapporto di introduzione 𝜏 è una misura
della “lunghezza” del segmento della trasformazione 2à3 e se 𝜏 = 1, tale
trasformazione si trasforma ovviamente in unʼisocora. Ciò significa che nel caso
limite in cui 𝜏 = 1, il ciclo Diesel si trasforma nel ciclo Otto. Di conseguenza i
cicli Diesel hanno un rapporto di introduzione sempre maggiore di 1.
Allʼaumentare di 𝜏, a pari rapporto di compressione 𝜌, il rendimento del ciclo
Diesel diminuisce, quindi a parità di rapporto di compressione si ha che 𝜂R^^D >
𝜂m"0?02 . Però, per le considerazioni già fatte precedentemente, sappiamo che il
ciclo Otto (per evitare il fenomeno della autoaccensione) non può arrivare a
rapporti di compressione tanto alti quanto quelli del ciclo Diesel (grazie al fatto
che questʼultimo comprime solo lʼaria) e quindi nella realtà i due cicli non sono
comparabili a pari rapporto di compressione. Quindi dobbiamo concludere che in
generale 𝜂m"0?02 > 𝜂R^^D considerando gli effettivi rapporti di compressione.

tt) Efficienza volumetrica di un motore endotermico.


Insieme ai rendimenti meccanico e termodinamico, si definisce il rendimento
complessivo del motore come:
𝜂5D^D/0 = 𝜂 $m ⋅ 𝜂50HH ⋅ 𝜀.D2
Dove il parametro 𝜀.D2 è detto efficienza volumetrica (assume tale nome perché
può essere maggiore di 1). Il rendimento termodinamico è quello studiato in
precedenza nei cicli Otto e Diesel, mentre il rendimento meccanico è quello
legato agli organi meccanici del motore.
Lʼefficienza volumetrica 𝜀.D2 esprime la capacità di respirare del motore, ovvero
quanta miscela aria-benzina riesca a introdurre nel cilindro (misurata in volume)
rispetto alla cilindrata ed è definita come:
𝑉]/"]gHD5n8?^"n"20 (𝑇 = 20℃; 𝑃 = 101325𝑃𝑎)
𝜀.D2 =
𝑐𝑖𝑙𝑖𝑛𝑑𝑟𝑎𝑡𝑎
𝑉]/"]gHD5n8?^"n"20 (𝑇 = 20℃; 𝑃 = 101325𝑃𝑎)
=
𝑉-4l − 𝑉-4%
Nei motori turbocompressi si ha sempre 𝜀.D2 > 1: in essi è presente allo scarico
una turbina che viene messa in moto dai gas di scarico e mette a sua volta in
moto il compressore, fatto che permette di aspirare una maggiore quantità di
miscela aria-combustibile.
Nei motori aspirati invece il valore massimo è lʼunità a causa delle perdite di
carico durante lʼaspirazione: per ottenere valori di efficienza volumetrica elevati
si può aumentare la cilindrata (una cilindrata maggiore crea lʼeffetto “pompa a
vuoto” aspirando molta più miscela), oppure si possono adottare le seguenti
strategie:
a) Aumento la pressione dei gas allo scarico (miglioro lʼevacuazione dei gas);
b) Diminuisco la pressione in aspirazione allʼinterno del cilindro;
c) Facilito lʼingresso dʼaria diminuendo le perdite di carico in aspirazione (filtri
aria “aperti”, valvole e passaggi grandi, tengo un basso numero di giri e alte
cilindrate),
d) Agli alti numeri di giri aumentano le perdite di carico e sfrutto gli effetti
dinamici (pulsazione di pressione nei condotti di aspirazione e scarico)
accordando il motore.

uu) Ciclo Joule-Brayton.


Il ciclo Joule-Brayton è il ciclo ideale di riferimento per le turbine a gas. Esso è
utilizzato soprattutto per scopi propulsivi (aeromobili, sottomarini, ecc.) e per la
produzione di energia elettrica.
Nel ciclo ideale il processo di combustione è sostituito da una somministrazione
di calore isobara e il processo di scarico è sostituito da una reiezione di calore
anchʼessa isobare.
Nel ciclo reale (che nella maggior parte delle applicazioni è aperto), lʼaria a 𝑇 =
25℃ 𝑒 𝑃 = 101325𝑃𝑎 entra in un compressore arrivando ad una pressione 𝑃, >
𝑃]^5 e ad una temperatura 𝑇, > 𝑇. Successivamente entra in camera di
combustione dove raggiunge, mediante lʼiniezione di combustibile, la
temperatura 𝑇6 che è la massima temperatura del ciclo. Infine il gas passa
attraverso una turbina per poi essere scaricato.

Il ciclo ideale invece è un ciclo chiuso costituito dalle seguenti trasformazioni:


a) Compressione isoentropica in un compressore adiabatico 1à2;
b) Somministrazione di calore isobara in uno scambiatore di calore ideale 2à3;
c) Espansione isoentropica in una turbina adiabatica 3à4,
d) Reiezione di calore isobara in uno scambiatore di calore ideale 4à1.
Ovviamente, essendo ideale, le trasformazioni sono tutte quasi-statiche. Inoltre
viene usata una miscela molto magra (rapporto aria-combustibile superiore a 50)
in modo tale che lʼaria in eccesso raffreddi gli organi in movimento del
compressore e della turbina. Sia nel ciclo ideale sia in quello ideale infine la
turbina e il compressore sono calettati, ovvero condividono lo stesso albero. In
questo modo circa il 50% del lavoro prodotto dalla turbina viene assorbito dal
compressore per la sua alimentazione.
Calcoliamo dunque il rendimento del ciclo Joule-Brayton:
𝑊W0^^D 𝑄0 − 𝑄8 𝑄8
𝜂B\ = = =1−
𝑄0 𝑄0 𝑄0
Dove il calore entrante e quello uscente possono essere calcolati come:
𝑞0 = 𝑞,6 = ℎ6 − ℎ, = 𝑐@ (𝑇6 − 𝑇, )
𝑞8 = −𝑞L* = −(ℎ* − ℎL ) = 𝑐@ (𝑇L − 𝑇* )
Considerando che stiamo lavorando con gas ideale e che quindi 𝑐@ è
approssimativamente costante con la temperatura, possiamo scrivere:
𝑇
𝑄8 𝑐@ (𝑇L − 𝑇* ) (𝑇L − 𝑇* ) 𝑇* ; L − 1< 𝑇*
𝑇*
𝜂B\ = 1 − =1− =1− =1− =1−
𝑄0 𝑐@ (𝑇6 − 𝑇, ) (𝑇6 − 𝑇, ) 𝑇 𝑇,
𝑇, ;𝑇6 − 1<
,
Dove abbiamo semplificato i termini tra parentesi tonde in quanto per il ciclo
Joule-Brayton, essendo un ciclo simmetrico, vale la costanza del prodotto in
croce: 𝑇* 𝑇6 = 𝑇, 𝑇L .
Ora introduciamo un parametro di costruzione (ovvero dipendente dalle
caratteristiche dellʼimpianto) detto rapporto manometrico di compressione:
𝑃5]< 𝑃, 𝑃6
𝛽= = =
𝑃5"W 𝑃* 𝑃L
Dove nellʼultima uguaglianza si è sfruttato il fatto che 2à3 e 4à1 sono delle
isobare.
Ora consideriamo la compressione adiabatica e quasi statica (quindi
isoentropica) 1à2. Per essa posso scrivere:
𝑐@
𝑃𝑣 C = 𝑐𝑜𝑠𝑡. 𝑐𝑜𝑛 𝑘 =
𝑐.
⟹ 𝑃* 𝑣*C = 𝑃, 𝑣,C
𝑃, 𝑣* C
⟹ = 𝛽 = 6 8
𝑃* 𝑣,
3∗$
Ora, per la legge dei gas ideali sappiamo che 𝑃𝑣 = 𝑅∗ 𝑇 e quindi 𝑣 = - , ovvero
possiamo scrivere:
𝑇 C *)C
𝑃𝑣 = 𝑃 6 8 = 𝑃*)C 𝑇 C = 𝑃 C 𝑇 = 𝑐𝑜𝑠𝑡.
C
𝑃
Da cui segue che:
*)C
*)C *)C
𝑇* 𝑃, C *)C 1
𝑃* C 𝑇* = 𝑃, C 𝑇, ⟹ =6 8 =𝛽 C = C)*
𝑇, 𝑃,
𝛽 C
Quindi possiamo sostituire nel rendimento ottenendo:
1
𝜂B\ = 1 − C)* 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑘 = 𝛾 = 1.4 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑑
𝛽 C
Quindi il rendimento è funzione solo del rapporto manometrico di compressione
e del coefficiente k. Esso cresce sia al scresce di 𝛽 sia al crescere di k. 𝛽 può
essere compreso tra 5 e 20 e nelle applicazioni più tipiche 𝛽 = 11 ÷ 16. Cicli con
rapporti di compressione manometrici bassi sono usati per la produzione di
energia mediante turbine a gas, mentre i rapporti più elevati sono usati nella
propulsione per motori di aviazione.
Fissate 𝑇5"W 𝑒 𝑇5]< , il lavoro netto del ciclo cresce con il rapporto di
compressione fino a raggiungere il massimo in corrispondenza di:
C
𝑇5]< ,(C)*)
𝛽=6 8
𝑇5"W
Ciò è visibile qualitativamente dai grafici T-s: infatti allʼaumentare del rapporto
di compressione cresce lʼarea racchiusa dal ciclo e quindi cresce il lavoro netto,
ma oltre il valore massimo di tale rapporto lʼarea tende a diminuire di nuovo
schiacciandosi contro lʼasse delle temperature.
La temperatura massima del ciclo è limitata dalla temperatura massima
sopportabile dalle pale della turbina e tale parametro limita anche il rapporto
manometrico di compressione. Con le tecnologie odierne (pale delle turbine
ricoperte in ceramica, forate, materiali avanzati, ecc.) è possibile raggiungere
temperature in turbina decisamente elevate.
Lʼaria in ingresso al ciclo è lʼossidante per il processo di combustione e serve
anche a raffreddare le pale della turbina. Il rapporto aria/combustibile infatti può
essere pari o superiore a 50.
Una frazione importante del lavoro prodotto dalla turbina è utilizzata per il
funzionamento del compressore, dal momento che questi due dispositivi sono
calettati (possiedono lo stesso albero). Inoltre si ricordi che il lavoro netto del
ciclo può anche essere espresso come la differenza tra il lavoro della turbina e
quello del compressore: 𝑊W0^^D = 𝐿^8/n"W] − 𝐿HD5@/0??D/0 .
Il ciclo reale di Joule-Brayton si può discostare molto da quello reale in quanto i
compressori e le turbine sono reali e quindi le loro trasformazioni sono ad
entropia crescente e non isoentropiche. Vi sono anche, oltre alle irreversibilità in
turbina e compressore, delle perdite di carico e delle perdite di energia termica
lungo i condotti. Si ricordi inoltre che i rendimenti isoentropici di compressori e
turbine reali sono:
𝑊"N0]20 ℎ,,"? − ℎ* 𝑊/0]20 ℎ6 − ℎL
𝜂"?,_ = = 𝑒 𝜂"?,$ = =
𝑊/0]20 ℎ, − ℎ* 𝑊"N0]20 ℎ6 − ℎL,"?

Tuttʼoggi sono disponibili i seguenti metodi per migliorare lʼefficienza termica:


I) Aumento della temperatura di combustione e/o di ingresso in turbina (si
ricordi il rendimento di Carnot);
II) Aumentare lʼefficienza delle macchine (turbina e compressore);
III) Modifica del ciclo di base (interrefrigerazione, ricombustione,
rigenerazione).
Si noti che lʼultimo punto non può essere usato nei motori per lʼaviazione in
quanto la modifica del ciclo di base comporta un aumento del peso della
strumentazione, richiesta inammissibile per il volo di un velivolo.

vv) Ciclo Joule-Brayton con rigenerazione.


Spesso la temperatura del fluido allʼuscita della turbina è molto maggiore della
temperatura allʼuscita del compressore, quindi si può pensare di riscaldare il
fluido ad alta pressione in uscita dal compressore utilizzando il fluido in uscita
dalla turbina. Il processo viene realizzato utilizzando uno scambiatore di calore
controcorrente (rigeneratore o recuperatore). Lʼeffetto è quello di aumentare di
aumentare il rendimento del ciclo a pari lavoro utile, in quanto viene richiesta
una minor quantità di calore assorbito (e quindi il rapporto 𝑊W0^^D ⁄𝑄0 aumenta).
Per il processo di rigenerazione si può definire un parametro detto efficienza del
rigeneratore e definito come:
𝑞/"a,/0]20 ℎJ − ℎ,
𝜀/"a = =
𝑞/"a,"N0]20 ℎJ3 − ℎ,
Dove 𝑞/"a,/0]20 = ℎJ − ℎ, 𝑒 𝑞/"a,"N0]20 = ℎJ3 − ℎ, . Se il ciclo è ad aria standard,
lʼefficienza del rigeneratore diventa:
𝑇J − 𝑇,
𝜀/"a =
𝑇L − 𝑇,
Si noti che la rigenerazione non è mai ideale, quindi si ha sempre 𝑇L > 𝑇J .
Quando siamo in presenza di rigenerazione, il rendimento del ciclo cambia e
diventa:
𝑇* (C)*)
𝜂B\,/"a = 1 − 6 8 𝛽 C
𝑇6
Quindi il rendimento del ciclo Joule-Brayton con rigenerazione dipende sia dal
rapporto tra la minima e la massima temperatura del ciclo sia dal rapporto
manometrico di compressione.
Lʼinfluenza del rigeneratore sul rendimento è tanto maggiore quanto minore
sono il rapporto tra la temperatura minima e la temperatura massima e il
rapporto di compressione manometrico.
È importante notare che se aumento il rapporto di compressione 𝛽, come già
visto in precedenza, il segmento 1à2 tende ad allungarsi e quindi la temperatura
𝑇L tende a diminuire sempre di più. La condizione necessaria per la rigenerazione
è che 𝑇L > 𝑇, (altrimenti il fluido in uscita dal compressore cederebbe calore al
fluido in uscita dalla turbina, facendo diminuire il rendimento). Quindi agli alti
rapporti di compressione non è possibile sfruttare la rigenerazione.

ww) Ciclo Joule-Brayton con interrefrigerazione, ricombustione e


rigenerazione.
Si può aumentare ulteriormente il rendimento del ciclo mediante i processi di
interrefrigerazione e ricombustione, i quali consistono rispettivamente nel
dividere la compressione in più stadi tra i quali è posto un raffreddamento del
liquido e lʼespansione in più stadi tra i quali è posta una combustione.
Vediamo in particolare:
I) Compressore multistadio con interrefrigerazione: il lavoro richiesto per
comprimere un gas tra due pressioni può essere diminuito suddividendo la
compressione in più stadi e raffreddando il gas allʼuscita di ogni stadio. In
tal modo il volume specifico del fluido viene mantenuto quanto più basso
possibile;
II) Turbina multistadio con ricombustione: volume specifico del fluido viene
mantenuto quanto più alto possibile, si massimizza il lavoro della turbina;
In particolare si noti che se lʼinterrefrigerazione e la ricombustione non sono
utilizzate insieme alla rigenerazione, esse implicano sempre una diminuzione del
rendimento del ciclo in quanto si avrebbe una grande differenza di temperatura
tra il compressore e la turbina. Il primo lavora bene a basse temperature mentre il
secondo ad alte temperature, quindi il calore richiesto per scaldare i gas in uscita
dal compressore prima che raggiungano la turbina sarebbe molto elevato
(comportando così una diminuzione del rendimento in caso non ci sia la
rigenerazione).
È interessante notare che allʼaumentare del numero di stadi di compressione ed
espansione, il ciclo con interrefrigerazione, ricombustione e rigenerazione
approssima un ciclo con due isoterme; in particolare il ciclo Joule-Brayton in tal
caso tende al ciclo Ericsson e il rendimento termico tende al rendimento teorico
di Carnot.
Con lʼinterrefrigerazione il lavoro del compressore diminuisce (e con la
ricombustione quello della turbina aumenta) in quanto il lavoro di compressione
ed espansione nei sistemi aperti a flusso stazionario è direttamente proporzionale
al lavoro del fluido evolvente: infatti la interrefrigerazione tiene basso il volume
specifico del fluido, mentre la ricombustione lo innalza.

xx) Ciclo ideale della propulsione a getto.


I motori a turbina a gas sono diffusamente utilizzati nella propulsione aerea
perché leggeri, compatti e con elevato rapporto potenza/peso. Il loro
funzionamento è a circuito aperto secondo un ciclo ideale denominato ciclo della
propulsione a getto.
Il ciclo ideale della propulsione aerea differisce dal ciclo Joule utilizzato negli
impianti per la produzione di energia elettrica in quanto i gas in turbina non si
espandono fino alla pressione ambiente, ma fino ad una pressione tale che la
potenza prodotto dalla turbina sia quella necessaria a muovere il compressore e
gli ausiliari (generatore elettrico e pompe idrauliche). Il lavoro netto prodotto è
pertanto nullo e la turbina serve unicamente a far muovere il compressore e gli
ausiliari. La spinta propulsiva per lʼaeromobile viene ottenuta accelerando in un
ugello i gas a pressione relativamente elevata che escono dalla turbina. Lʼaereo
dunque viene spinto accelerando un fluido nel verso opposto al moto. Tale
effetto può essere ottenuto accelerando leggermente una grande massa di fluido
(motore ad elica), accelerando notevolmente una piccola massa (motore a getto o
a turbogetto) o con entrambi i sistemi (motore turboelica). In particolare nei
motori a getto i gas ad alta pressione e temperatura allʼuscita della turbina sono
accelerati attraverso un ugello per fornire la spinta.
Per i motori per lʼaviazione si definisce la spinta netta sviluppata come la
differenza tra la quantità di moto dellʼaria che entra nel motore a bassa velocità e
quella dei gas combusti che escono dal motore ad alta velocità:
𝐹 = (𝑚̇𝑤)8 − (𝑚̇𝑤)0 = 𝑚̇(𝑤8 − 𝑤0 ) [𝑊]
In realtà la portata massica del fluido in entrata è diversa da quella in uscita a
causa della aggiunta di combustibile in camera di combustione, ma, data la
grande quantità di aria rispetto a quella di benzina, è possibile fare
unʼapprossimazione e ritenerla costante e uguale a quella dellʼaria appunto.
Invece le pressioni allʼentrata e allʼuscita del turbogetto sono uguali e pari alla
pressione ambiente.
Si definisce inoltre la potenza di spinta come il prodotto della spinta F per la
velocità dellʼaeromobile 𝑤]0/0D :
𝐿̇?@ = 𝐹 ⋅ 𝑤]0/0D = 𝑚̇(𝑤8 − 𝑤0 )𝑤]0/0D [𝑊]
E infine si definisce il rendimento termico come il rapporto tra la potenza di
spinta e la potenza termica assorbita dal motore:
𝐿̇?@
𝜂=
𝑄̇0
Lʼefficienza propulsiva misura lʼefficienza con cui lʼenergia rilasciata durante il
processo di combustione viene convertita in energia di propulsione.
È interessane notare infine che il motore a getto è costituito da un diffusore in
aumento che attua una precompressione diminuendo la velocita del fluido,
seguito da un compressore (assiale o centrifugo) che è seguito a sua volta dalla
camera di combustione e dalla turbina. Infine vi è un ugello in cui i gas di scarico
ad alta pressione vengono accelerati per fornire la spinta.

yy) Sviluppi del motore a turbogetto.


I primi aeromobili erano tutti del tipo a elica, equipaggiati con motori simili ai
motori automobilistici. Sia i motori ad elica sia quelli a getto hanno punti di
forza e di debolezza e diversi sono stati i tentativi di combinare le caratteristiche
positive dei due motori in un unico motore. Da tali tentativi sono nati il motore a
turboelica (propjet) e il motore a doppio flusso (turbofan).
Nel motore turbogetto a doppio flusso la soffiante mossa dalla turbina forza una
notevole quantità di aria attraverso un condotto che avvolge il motore. La spinta
è dovuta sia ai gas combusti ad alta velocità che lasciano la turbina sia allʼaria a
bassa velocità forzata dalla soffiante. Inoltre si definisce il rapporto di bypass
come:
𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑒𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑢𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛
𝑏𝑦𝑝𝑎𝑠𝑠 =
𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑒𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑢𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒
Il quale è nullo per i motori puramente a getto, vale 5 o 6 per i motori turbofan
ed è circa 100 per i motori a turboelica.
Per gli aerei militari, dopo lʼugello, è solito installare un postbruciatore: i gas di
scarico sono molto caldi e ricchi dʼaria quindi viene iniettato del cherosene che si
accende spontaneamente e fornisce unʼulteriore spinta molto elevata. Tali
dispositivi sono molto utili per decolli rapidi e manovre istantanee.
Un autoreattore (o statoreattore) è un motore privo di compressore e turbina,
costituito da un condotto opportunamente sagomato ed è utilizzato per la
propulsione ad alta velocità di missili e aeroplani. Lʼaumento di pressione nel
motore è fornito dallʼeffetto dinamico prodotto in un diffusore dallʼelevata
velocità relativa dellʼaria. Per questo motivo, un autoreattore necessita sempre di
essere portato a una velocità sufficientemente elevata da un motore esterno,
prima dellʼaccensione, e fornisce le migliori prestazioni su aeromobili che
viaggiano con una velocità pari a 2-3 Mach.
Un motore scramjet è un autoreattore in cui lʼaria fluisce a velocità
supersoniche.
Infine, un razzo è un dispositivo in cui sia il combustibile, solido o liquido, sia il
comburente sono portati a bordo. I gas combusti ad alta pressione prodotti in
camera di combustione dalla reazione chimica tra il combustibile e il comburente
si espandono in un ugello e vengono scaricati a velocità molto elevate,
producendo la spinta necessaria per muovere il razzo.

zz) Ciclo di Carnot a vapore.


Il ciclo di Carnot a gas dà vita a tutti i cicli tecnologicamente realizzabili (Otto,
Diesel, Joule-Brayton). Esso però, almeno teoricamente, può essere realizzato in
due modi:
a) Nel diagramma T-s, il ciclo sta tutto sotto la campana (curva del liquido e del
vapore saturo), ovvero il processo avviene completamente nella zona delle
miscele. Le trasformazioni 1à2 e 3à4 (isotermobariche) sono facili da
realizzare, ma operare con sistema bifase significa limitare la temperatura
massima del ciclo (per acqua < 374℃, temperatura critica) e quindi limitarne
il rendimento. Lʼespansione 2à3 invece richiede una turbina ben progettata
e titolo allo scarico (punto 3) maggiore di 0.9, in quanto se il titolo è troppo
basso (ovvero inferiore a tale valore), le goccioline di acqua presenti nel
fluido evolvente in transito dalla turbina impatterebbero violentemente
contro le pale rotanti, danneggiandole e erodendole nel tempo. La
compressione 4à1 invece presenta due difficolta: non è facile arrestare la
condensazione al valore di titolo richiesto e un compressore che operi con
fluido bifase è impossibile da realizzare.
b) Nel diagramma T-s, la trasformazione 3à4 è lʼunica compresa nella zona
delle miscele liquido vapore. Solo la reiezione isotermobarica di calore 3à4 e
la trasformazione 2à3 sono realizzabili, mentre la trasformazione 4à1 non è
realizzabile perché richiederebbe una pompa che porti il fluido a pressione
elevatissime (e ciò non è possibile) e la 1à2 prevede uno scambio termico a
pressione variabile.
Dunque possiamo concludere che, anche se nella teoria esso costituisce un
riferimento in quanto è il ciclo ideale a massimo rendimento, nella pratica il ciclo
di Carnot a vapore non è realizzabile.

aaa) Ciclo Rankine a vapore.

Il Ciclo Rankine è un ciclo a vapore sfruttato soprattutto per la produzione di


energia elettrica mediante turbina a vapore e prevede le seguenti trasformazioni:
a) 1à2: Compressione isoentropica in una pompa. Acqua entra come liquido
saturo e viene compressa fino alla pressione di funzionamento della caldaia
P2, che costituisce la pressione massima del ciclo. La temperatura del fluido
aumenta di qualche grado Celsius e il tratto 1-2 è praticamente invisibile nei
diagrammi reali.
b) 2à3: Somministrazione di calore isobara in una caldaia. Nella caldaia o
generatore di vapore lʼacqua entra come liquido sottoraffreddato ed esce
come vapore surriscaldato alla temperatura massima T3 e alla pressione
massima 𝑃6 = 𝑃, .
c) 3à4: Espansione isoentropica in una turbina adiabatica. Il vapore
surriscaldato si espande in turbina producendo lavoro meccanico con la
messa in rotazione di un albero spesso collegato ad un generatore elettrico.
Pressione e temperatura scendono ai valori dello stato 4 cui corrisponde una
miscela satura di liquido e vapore ad alto titolo (quindi al punto 4 ci troviamo
nella zona delle miscele).
d) 4à1: Sottrazione di calore isobara in un condensatore. La miscela entra in
uno scambiatore di calore che opera a contatto con acqua (fiume, lago o
mare) o con aria (atmosfera e ventole). Il fluido esce dal condensatore come
liquido saturo ed entra nel gruppo di pompe di alimentazione per ripetere il
ciclo.
Il generatore di vapore in particolare può essere alimentato da diversi tipi di
combustibili, come ad esempio il carbone, lʼolio o anche il nucleare. Negli
impianti nucleari però le pressioni e le temperature sono ulteriormente limitate
per questioni di sicurezza. Alcuni impianti a loro volta lavorano a pressioni
supercritiche, ovvero la pressione massima del ciclo è superiore alla pressione
critica dellʼacqua (22,09 𝑀𝑃𝑎).

bbb) Analisi energetica ciclo Rankine.


Analizziamo ogni singola macchina a partire dalla pompa. Il lavoro di
questʼultima sarà dato da:
𝑙@D5@] = ℎ, − ℎ* ≈ 𝑣* (𝑃, − 𝑃* )
Dove ℎ* si ricava dalle tabelle conoscente 𝑃* 𝑜 𝑇* (che sono rispettivamente la
pressione di saturazione e la temperatura di saturazione del liquido saturo nel
punto 1), mentre ℎ, si ricava dalle tabelle del liquido sottoraffreddato o dalla
relazione appena fornita. La validità di tale relazione si dimostra a partire dalla
definizione di entalpia e dal suo differenziale:
ℎ = 𝑢 + 𝑝𝑣 ⟹ 𝑑ℎ = 𝑑𝑢 + 𝑝𝑑𝑣 + 𝑣𝑑𝑝 = 𝑇𝑑𝑠 + 𝑣𝑑𝑃
ma il differenziale dellʼentropia è nullo in quanto la trasformazione è adiabatica e
quasi statica (ovvero isoentropica) e di conseguenza si ha:
,
ℎ, − ℎ* = w 𝑣𝑑𝑃 ≈ 𝑣* (𝑃, − 𝑃* )
*
Dove P1 è la pressione minima del ciclo (nota) e P2 è la pressione massima del
ciclo (che è a sua volta uguale a P3 in quanto la 2à3 è isobara). Inoltre per
lʼacqua ho 𝑣S% = 𝑣* ≈ 𝑣, .
Quindi in definitiva un ciclo Rankine può essere risolto conoscendo tre dati:
I) La pressione minima o la pressione minima;
II) La pressione massima;
III) La temperatura massima.
Infatti conoscendo una delle due grandezze al punto (I) mi porto nelle tabelle
dellʼacqua satura e trovo il valore di entalpia, entropia e volume specifico nello
stato 1 (che corrispondono a quelli di liquido saturo). Inoltre, con la conoscenza
di 𝑃5]< = 𝑃, = 𝑃6 riesco a risolvere il tratto 1à2 grazie alla formula
approssimata appena ricavata. Infatti posso anche scrivere ℎ, ≈ ℎ* + 𝑣* (𝑃, − 𝑃* ).
Inoltre sempre conoscendo la pressione massima, grazie alla temperatura
massima T3 mi riporto nelle tabelle del vapore surriscaldato e così ricavo
entalpia, entropia e volume specifico dello stato 3. Dato che la 3à4 è
isoentropica, ricavo 𝑠L = 𝑠6 e quindi, dal momento che conosco la temperatura
e/o la pressione dello stato 1 (che è la stessa dello stato quattro), riesco a trovare
il titolo della miscela in 4 mediante la regola della leva inversa. Così sono in
grado di calcolare il lavoro della turbina come:
𝑙 $ = ℎ6 − ℎL
Infine, come già visto per altri cicli, posso calcolare il calore entrante e il calore
uscente rispettivamente come:
𝑞0 = 𝑞Z = ℎ6 − ℎ, (𝑐𝑎𝑙𝑑𝑎𝑖𝑎)
𝑞8 = 𝑞_ = ℎL − ℎ* (𝑐𝑜𝑛𝑑𝑒𝑛𝑠𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒)
E quindi posso ricavare il lavoro netto come 𝑙W0^^D = 𝑙 $ − 𝑙- = 𝑞0 − 𝑞8 . Di
conseguenza il rendimento del ciclo sarà:
𝐿W0^^D 𝑙W0^^D 𝑙 $ − 𝑙- 𝑞0 − 𝑞8 𝑞8 𝑄8
𝜂3]WC"W0 = = = = =1− =1−
𝑄0 𝑞0 𝑞0 𝑞0 𝑞0 𝑄0
Si ricordi che, come già detto per altri cicli, su un diagramma T-s il rapporto tra
lʼarea racchiusa dal ciclo e lʼarea sottesa alla trasformazione di somministrazione
del calore rappresenta il rendimento del ciclo e dunque qualsiasi modifica in
grado di aumentare tale rapporto aumenterà anche il rendimento del ciclo.

ccc) Metodi per aumentare il rendimento del ciclo Rankine.


Ci sono vari metodi per aumentare il rendimento del ciclo Rankine e tutti sono
traducibili in un aumento dellʼarea racchiusa dal ciclo (lavoro netto). In generale
qualsiasi metodo per aumentare la temperatura media a cui fornisco il calore
(𝑇Z ) e diminuire la temperatura media a cui cedo calore (𝑇_ ) fa aumentare il
rendimento.
I) Abbassamento della pressione di condensazione. In questo modo
aumenta lʼarea del ciclo e aumenta di poco il calore che devo fornire al
fluido. Lʼeffetto globale è dunque un aumento del rendimento. Il limite
inferiore è dato da salto termico tra fluido di lavoro e pozzo freddo, dalle
infiltrazioni dʼaria (a 25℃ la pressione di saturazione è 3,2 𝑘𝑃𝑎) e la
diminuzione del titolo allo scarico della turbina. Le infiltrazioni dʼaria
sono dovute alla differenza di pressione tra ambiente e condensatore:
infatti nel condensatore si crea il cosiddetto “vuoto” e se le guarnizioni
non sono a perfetta tenuta stagna, dellʼaria può entrare. Tale aria, una
volta raggiunta la caldaia, provoca dei punti di ossidazione
danneggiandola.

II) Aumento della temperatura di surriscaldamento del vapore. Aumento il


calore fornito e il lavoro netto e lʼeffetto globale è un aumento del
rendimento in quanto aumenta la temperatura media a cui viene fornito
calore. Lʼeffetto positivo è lʼaumento del titolo di vapore allo scarico della
turbina (il che implica una minore usura delle costose pale rotanti della
turbina stessa). La massima temperatura del ciclo è limitata dalla
resistenza dei materiali: attualmente la massima temperatura a cui il
vapore può entrare in turbina è 620℃.
III) Aumentare pressione in caldaia. In tal modo il diagramma T-s del ciclo si
sposta a destra e in alto e aumenta la temperatura media alla quale viene
fornito calore, per cui lʼeffetto globale è un aumento del rendimento.
Però, fissata la temperatura massima del ciclo, allʼaumentare della
pressione diminuisce il titolo del vapore allo scarico della turbina, ma a
ciò si può ovviare attuando dei risurriscaldamenti.

Nel corso degli anni la pressione di funzionamento della caldaia è aumentata da


2,7 𝑀𝑃𝑎 nel 1922 a oltre 30 𝑀𝑃𝑎 negli impianti attuali con potenze nette
prodotte di oltre 1000 𝑀𝑊.
Molti moderni impianti a vapore funzionano a pressioni supercritiche (superiori
a quella critica dellʼacqua: 𝑃 > 22,09 𝑃𝑎) e hanno rendimenti termici di circa il
40% nel caso di impianti a carbone e del 34% nel caso di impianti nucleari. Si
noti che il rendimento degli impianti nucleari è inferiore in quanto la pressione
massima e la temperatura massima sono limitate per motivi di sicurezza.

ddd) Ciclo Rankine con risurriscaldamento.


Per evitare eccessivo contenuto di acqua liquida negli stadi finali della turbina, in
seguito allʼaumento della pressione in caldaia, lʼespansione in turbina viene
frazionata in due stadi e tra di essi si effettua un surriscaldamento del vapore.
Nel primo stadio (turbina ad alta pressione 3à4), il vapore si espande
isoentropicamente fino ad una pressione intermedia e viene inviato in caldaia
dove è risurriscaldato a pressione costante 4à5, di solito fino alla stessa
temperatura di ingresso nel primo stadio della turbina.
Successivamente il vapore si espande isoentropicamente nel secondo stadio della
turbina (turbina a bassa pressione 5à6) fino alla pressione di condensazione.
Lʼinserimento di un solo risurriscaldatore fa aumentare il rendimento del 4%-
5% per effetto dellʼaumento della temperatura media alla quale si fornisce il
calore. Il doppio surriscaldamento viene utilizzato solo negli impianti
supercritici.
Allʼaumentare del numero di risurriscaldamenti, aumenta la temperatura media
alla quale si ha la somministrazione di calore. Lʼuso di più di due stadi di
risurriscaldamento non trova applicazione pratica, in quanto lʼincremento
teorico di rendimento che si ottiene da un secondo stadio è circa la metà di
quello ottenuto con un solo stadio (da 4%-5% si passa a 2%-2,5% per il secondo
stadio).
La pressione ottimale di risurriscaldamento è circa un quarto della pressione
massima del ciclo: per un ciclo con pressione massima in caldaia 12 𝑀𝑃𝑎, la
pressione ottimale di risurriscaldamento è di circa 3 𝑀𝑃𝑎.
Inoltre il calore entrante e il lavoro della turbina variano nel seguente modo:
𝑞0 = (ℎ6 − ℎ, ) + (ℎJ − ℎL )
𝑙^8/n.8 = (ℎ6 − ℎL ) + (ℎJ − ℎc )

eee) Ciclo Rankine con rigenerazione.


La prima parte del processo di somministrazione del calore in caldaia avviene a
temperature relativamente basse e ciò abbassa il rendimento del ciclo. Per
rimediare a ciò viene spillato del vapore dalla turbina per riscaldare lʼacqua in
uscita dalla pompa e prima dellʼimmissione in caldaia.
A differenza della rigenerazione già vista per il ciclo Joule-Brayton, qui non si
prende acqua allo scarico della turbina in quanto essa è a temperatura più bassa
del fluido uscente dalla pompa prima dellʼingresso in caldaia. Allora, appunto,
viene spillata del vapore che passa in turbina, il quale viene messo a contatto con
lʼacqua della pompa. Si noti però che con tale procedimento la portata di vapore
attraverso la turbina diminuisce e quindi si ha anche una diminuzione della
potenza prodotta da questa (anche se però si va ad aumentare la temperatura
media del ciclo).
Inoltre la rigenerazione ha lʼeffetto utile di contribuire alla deareazione
dellʼacqua di alimento limitando così la corrosione in caldaia e aiuta a regolare la
quantità di vapore negli stadi a bassa pressione della turbina. Infine si noti che
quando diminuisce la pressione, il volume specifico del fluido aumenta e quindi
servono delle grosse tubature per il condensatore. Se si spilla del vapore, come
già detto, diminuisce la portata del vapore in tali tubi e quindi si possono ridurre
di diametro contenendo così i costi per i materiali.

fff) Ciclo Rankine con rigeneratore aperto.


Il rigeneratore aperto consiste in una camera di miscelazione in cui il vapore
spillato dalla turbina si miscela con lʼacqua di alimento che esce dalla pompa 1. Il
rendimento termico del ciclo quindi aumenta perché la rigenerazione aumenta la
temperatura media a cui il calore viene scambiato nella caldaia. Alcuni moderni
impianti utilizzano fino a otto rigeneratori.
Il rigeneratore aperto, come già detto, ha lʼeffetto positivo di contribuire alla
deareazione dellʼacqua di alimento contenendo così le corrosioni in caldaia, però
ha bisogno di una pompa aggiuntiva che adegui la pressione del fluido in uscita
dal condensatore a quella del vapore spillato dalla turbina.
Per 1 kg di vapore che esce dalla caldaia, y kg si espandono parzialmente nella
turbina e sono estratti nello stato 6. (1‒y) kg si espandono fino alla pressione del
condensatore. Si noti infine che le portate massiche nei componenti non sono
uguali: se 𝑚̇ è la portata che transita attraverso la caldaia, (1 − 𝑦)𝑚̇ è quella che
transita attraverso il condensatore.
Si possono infine scrivere i seguenti bilanci energetici per unità di massa:
𝑞0 = ℎ6 − ℎL
𝑞8 = (1 − 𝑦)(ℎK − ℎ* )
𝑙^8/n,8 = (ℎJ − ℎc ) + (1 − 𝑦)(ℎc − ℎK )
𝑙@D5@],0 = (1 − 𝑦)𝑙@D5@],* + 𝑙@D5@],,
𝑙@D5@],* = 𝑣, (𝑃, − 𝑃* )
𝑙@D5@],, = 𝑣6 (𝑃L − 𝑃6 )
𝑚̇c
𝐹𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑣𝑎𝑝𝑜𝑟𝑒 𝑒𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎: 𝑦 =
𝑚̇J
ggg) Ciclo Rankine con rigeneratore chiuso.
Nel rigeneratore chiuso le correnti non si miscelano e possono quindi essere a
pressioni diverse. Il vapore condensato (3) viene pompato nella condotta
dellʼacqua di alimentazione o convogliato verso un altro rigeneratore o verso il
condensatore attraverso una trappola per il vapore.
I rigeneratori chiusi sono più complessi e costosi di quelli aperti e hanno scambi
termici meno efficienti, ma non richiedono una pompa separata per ogni
rigeneratore perché il vapore estratto e lʼacqua di alimentazione possono essere a
differenti pressioni. Inoltre un rigeneratore chiuso necessita di un deareatore
dedicato.
Tuttʼoggi la maggior parte degli impianti a motore a vapore utilizza una
combinazione di rigeneratori aperti e di rigeneratori chiusi.

hhh) Ciclo Rankine con cogenerazione.


Il ciclo Rankine solitamente è utilizzato per la produzione di energia elettrica, in
cui il vapore viene espanso completamente in turbina per avere così solo la
produzione di energia elettrica. Però tale ciclo può essere utilizzato anche
nellʼindustria alimentare nella quale non è necessario espandere completamente
il vapore, ma sono sufficienti anche delle pressioni di 6 − 7 𝑏𝑎𝑟 e temperature di
200℃ a seconda delle esigenze di processo.
La cogenerazione consiste proprio nella produzione contemporanea di più forme
utili di energia (energia elettrica, lavoro e calore) utilizzando la stessa fonte
energetica. In tal modo tutta lʼenergia per unità di tempo somministrata al fluido
di lavoro in caldaia è utilizzata come calore di processo e come energia elettrica.
Dunque la cogenerazione mi permette di raggiungere le temperature e le
pressioni di progetto nel riscaldatore di processo e in più di ottenere dellʼenergia
elettrica da fornire ad altri macchinari o da vendere.
Per la cogenerazione si può definire il fattore di utilizzazione 𝜀8 :
𝐿𝑎𝑣𝑜𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑑𝑜𝑡𝑡𝑜 + 𝐶𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒𝑟𝑜𝑔𝑎𝑡𝑜
𝜀8 = =
𝐶𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑡𝑜𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑠𝑜𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑜
𝐿W − 𝑄- 𝑄8
= =1−
𝑄0 𝑄0
Tale fattore è pari a 1 per gli impianti di cogenerazione ideale ed è circa pari a
0.8 negli impianti di cogenerazione reali.
Lo svantaggio di questo tipo di impianto è che non è flessibile: una volta fissate
le condizioni di processo, potrò produrre sempre la stessa quantità di energia
elettrica e sempre la stessa quantità di calore di processo. Per sopperire a questo
difetto si installa una valvola di espansione tra la caldaia e il condensatore verso
cui può essere deviato il vapore e si prevede anche di spillare una quantità
variabile di vapore dalla turbina. Così nei momenti di domanda elevata di calore
per il processo, tutto il calore viene inviato alle unità di riscaldamento e non ne
viene convogliato al condensatore. Il calore di scarto in questo modo è zero.
Se ciò non dovesse bastare, una parte del vapore che esce dalla caldaia viene
laminata da una valvola di espansione fino a 𝑃c e inviata allʼunità di
riscaldamento. Il massimo riscaldamento del processo si ha quanto tutto il
vapore prodotto dalla caldaia passa attraverso la valvola e non viene prodotta
potenza meccanica.
La quantità di vapore spillata in 5 è variabile: la frazione spillata y è variabile tra
0 e un valore 𝑦J,5]< e la turbina tratta la quantità di vapore (1 − 𝑦J ). Così
lʼimpianto riesce a rispondere alle esigenze variabili di processo.
Si possono infine scrivere i seguenti bilanci:
𝑄0 = 𝑚6 (ℎL − ℎ6 )
𝑄8 = 𝑚K (ℎK − ℎ* )
𝑄- = 𝑚J ℎJ + 𝑚c ℎc − 𝑚b ℎb
𝑙^8/n = (𝑚L − 𝑚J )(ℎL − ℎJ ) + 𝑚K (ℎL − ℎK )
iii) Ciclo combinato gas-vapore.
Il ciclo Rankine e il ciclo Joule-Brayton a gas possono essere combinati in modo
tale che quello a vapore possa sfruttare i prodotti di quello a gas. Infatti la
temperatura di ingresso in turbina in un ciclo a gas arriva fino a 1450℃ e in
uscita fino a 550℃, mentre la temperatura in ingresso alla turbina di un ciclo a
vapore arriva fino al massimo a 650℃. Quindi è ragionevole pensare di utilizzare
i gas di scarico ad alta temperatura del ciclo a gas come sorgente energetica per il
ciclo a vapore, ovvero lʼidea è quella di sostituire la caldaia con uno scambiatore
di calore in cui i gas caldi della turbina possano cedere calore al vapore in uscita
dalla pompa. Tale scambiatore è denominato HRSG (Heat Recovery Steam
Generator) e a volte può comunque essere accompagnato da una combustione di
qualche tipo. Di solito si usano più turbine a gas e ricombustore e
risurriscaldamento e rigenerazione per il ciclo a vapore.
jjj) Ciclo frigorifero a vapore.
Esso consiste semplicemente nel ciclo Rankine a vapore ma percorso in senso
opposto, con lʼaccortezza di sostituire la seconda isoentropica con unʼespansione
reale tratteggiata (operazione che può essere svolta anche per i cicli Rankine
diretti).
Il ciclo frigorifero sfrutta la laminazione isoentalpica del fluido per ridurre la
temperatura ad una inferiore a quella dellʼambiente (ovviamente vanno usati
fluidi con coefficiente di Joule-Thompson 𝛿 > 0, dato che nella laminazione
isoentalpica si ha sempre unʼespansione).
Esso è costituito dalle seguenti trasformazioni:
I) 1à2: Compressione isoentropica in un compressore. Il refrigerante entra
come vapore saturo e viene compresso fino allo stadio di vapore
surriscaldato.
II) 2à3: Cessione di calore isobara in un condensatore. Da vapore
surriscaldato si arriva a liquido saturo.
III) 3à4: Laminazione isoentalpica in una valvola o in un tubo capillare. Il
liquido saturo si espande fino alla pressione dellʼevaporatore e fino ad una
temperatura inferiore di quella dellʼambiente refrigerato.
IV) 4à1: Assorbimento di calore isobaro in un evaporatore. La miscela satura
a basso titolo entra nellʼevaporatore assorbendo calore dallʼambiente
refrigerato ed esce come vapore saturo per ripetere il ciclo.
Si noti che il processo 3à4 è rappresentato da una linea tratteggiata non
verticale in quanto la laminazione isoentalpica è un processo fortemente
irreversibile e quindi, oltre a non essere quasi-statico, prevede una forte
generazione di entropia.
Se volessimo rappresentare le isoterme delle due sorgenti, quella dellʼambiente
sarebbe al di sotto del punto 3, in quanto, affinché il calore venga ceduto
allʼambiente, il fluido deve essere a una temperatura superiore di quella
ambiente; lʼisoterma della cella invece deve essere al di sopra del punto 4, poiché
il fluido deve assorbire calore dalla cella per raffreddarla (e quindi deve essere a
temperatura minore di questa).
Si ricordi che lʼefficienza frigorifera è definita come:
𝑄_
𝜀A =
𝐿HD5@/0??D/0
Guardando il grafico si può notare che, a parità di 𝑇H022] , se si aumenta la
temperatura dellʼambiente, lʼarea del diagramma si stirerà e quindi sarà
necessario fornire un lavoro maggiore al processo, causando una diminuzione
dellʼefficienza. Parimenti, se a parità di 𝑇]5n"0W^0 diminuiamo la temperatura
della cella, lʼarea del grafico si dilaterà verso il basso e quindi sarà necessario
fornire un lavoro maggiore al compressore. Si ricordi che il lavoro del
compressore per unità di massa e la sua potenza sono definiti rispettivamente
come:
𝑙HD5@/0??D/0 = ℎ, − ℎ* 𝑒 𝐿̇HD5@/0??D/0 = 𝑚̇(ℎ, − ℎ* )
Ovviamente è facile notare che la compressione e lʼespansione in un processo
frigorifero reale (così come in un processo Rankine diretto) non saranno
isoentropiche, ma saranno segmenti tratteggiati inclinati nel verso di entropia
crescente.

kkk) Trasmissione del calore.


La trasmissione del calore è una disciplina che ha come obiettivo estendere
lʼanalisi termodinamica attraverso la comprensione dei meccanismi di scambio
termico. Essa sviluppa relazioni in grado di calcolare il calore scambiato tra due
sistemi nellʼunità di tempo (flusso termico). Si definisce come energia termica in
transito (calore) tra due sistemi che si trovano a temperature diverse: il requisito
fondamentale per la trasmissione del calore è dunque la presenza di una
differenza di temperatura. Questo flusso termico (𝑞̇ 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑤𝑎𝑡𝑡) avviene
appunto perché vi è un disequilibrio che il sistema cerca di colmare in modo
naturale: ogni qualvolta vi sia una differenza tra grandezze intensive infatti si
sviluppa un flusso che tende a riequilibrare tale anomali (e.g: corrente tra una
differenza di potenziale, vento tra differenze di pressione, ecc.).
Vi sono tre principali meccanismi di trasmissione: conduzione, convezione
(naturale e forzata) e irraggiamento.
I) CONDUZIONE. Essa costituisce il principale meccanismo di
trasmissione per solidi e liquidi in quiete (ovvero fermi rispetto ad un
sistema di riferimento inerziale). A livello microscopico consiste in un
trasferimento di energia vibrazionale dalle particelle che possiedono più
energia a quelle adiacenti che ne hanno di meno grazie alle interazioni tra
le particelle stesse. La temperatura costituisce una misura macroscopica
media dellʼenergia vibrazionale delle molecole di una sostanza, che è uno
stato macroscopico. Quando la temperatura è uniforme, lʼenergia
vibrazionale media è anchʼessa uniforme. È possibile quantificare la
quantità di energia che viene trasferita per unità di tempo mediante la
legge di Fourier:
𝜕𝑇 𝑊
𝑞̇ <[[ = −𝑘 : , =
𝜕𝑥 𝑚
In tale equazione 𝑞 ̇′′ è il flusso termico areico, ovvero la quantità di calore
scambiata per unità di tempo e per unità di superficie normale alla
direzione del flusso, k è la conducibilità termica del mezzo [𝑊 ⁄(𝑚 ⋅ 𝐾)] ed
è caratteristica del materiale, mentre 𝜕𝑇/𝜕𝑥 è il gradiente di temperatura
nella direzione x. k è una misura della capacità del materiale in esame di
trasmettere il calore per conduzione e più è alta più il materiale è in grado
di condurre. Si noti infine che il flusso è da considerarsi normale alla
superficie presa in esame.
II) CONVEZIONE. Il termine convezione deriva dal termine latino
convehere che vuol dire trasportare insieme: infatti durante la
trasmissione di calore per convezione si ha sia trasporto di energia sia
trasporto di massa. È il metodo di conduzione tipico dei fluidi che
scorrono attorno ad un solido a temperatura diversa. La convezione
consiste quindi in una diffusione microscopica (conduzione) e in un
trasporto macroscopico di massa. Si possono distinguere due tipi di
convezione a seconda della natura del flusso di massa del fluido:
a) Convezione naturale: si ha quando il fluido è indotto al moto da forze
di spinta idrostatica che sono dovute a differenze di densità causate a
loro volta da variazioni di temperatura presenti nel fluido stesso (si
pensi ad esempio ad una stanza con un termosifone: lʼaria
immediatamente a contatto con il calorifero si dilaterà, subendo una
diminuzione della propria densità che la porterà a muoversi verso
lʼalto e a venire sostituita da aria più fredda. Si instaura così un moto
convettivo circolatorio).
b) Convezione forzata: si ha quanto il fluido è costretto a fluire da mezzi
esterni, come organi meccanici in movimento (ventole, pompe, ecc.) o
anche il vento.
Per valutare il flusso termico areico per convezione si sfrutta la legge di
Newton così definita:
𝑊
𝑞̇ [[ = ℎ(𝑇? − 𝑇p ) : , =
𝑚
Dove h è il coefficiente convettivo o liminare [𝑊/(𝑚, ⋅ 𝐾)], 𝑇? è la
temperatura superficiale del solido in Kelvin e 𝑇p è la temperatura del
fluido.
È utile notare che la convezione presenta una maggiore efficienza nello
scambio termico rispetto alla conduzione poiché vi è del flusso di massa
oltre al trasferimento di energia.
III) IRRAGGIAMENTO. Questo tipo di trasmissione si basa sul fatto che
ogni corpo che si trova a temperatura assoluta maggiore dello zero
assoluto (𝑇 > 0𝐾) è in grado di emettere radiazione elettromagnetica.
Entro un determinato campo di lunghezze dʼonda (infrarossi e parte
dellʼultravioletto) si ha trasporto di energia termica. In generale per la
trasmissione di energia si parla di dualismo onda-particella: lʼenergia si
più trasmettere mediante onde elettromagnetiche o mediante fotoni, che
sono quanti di energia.
A differenza ella conduzione e della convezione, lʼirraggiamento non ha
bisogno di un mezzo materiale per propagarsi e quindi esso è lʼunico
metodo di trasmissione del calore possibile nel vuoto. Il limite superiore,
ovvero la massima energia che può essere emessa da un corpo per
radiazione, è stabilita dalla relazione di Stefan-Boltzmann, la quale si
riferisce ad un corpo nero, ovvero un corpo ideale che è un perfetto
assorbitore e un perfetto emettitore di energia. Essa è espressa come:
L
𝑊
𝐸' = 𝜎𝑇?8@ : , =
𝑚
Dove 𝐸' è il potere emissivo del corpo nero (ovvero lʼenergia scambiata
i
per unità di superficie e per unità di tempo), 𝜎 = 5,67 ⋅ 10)b 51 F? è la
costante di Stefan-Boltzmann e 𝑇?8@ è la temperatura superficiale del
corpo. Per i corpi grigi, ovvero per i corpi reali che non sono neri, il
potere emissivo è stabilito dalla relazione:
L
𝑊
𝐸q = 𝜀q 𝐸' = 𝜀q 𝜎𝑇?8@ : , =
𝑚
Dove 𝜀q è detta emissività superficiale del corpo grigio. È una costante
adimensionale che indica quanto il comportamento del corpo in
considerazione si discosta da quello del corpo nero. Si ha inoltre che 0 <
𝜀 < 1 e 𝜀 = 1 solo per i corpi neri. Il corpo nero, fissata la temperatura,
emette la massima energia per unità di tempo e di superficie nello spazio.
lll) Conduzione Termica.
La conduzione termica è il metodo di trasmissione del calore privilegiato per
solidi e fluidi fermi rispetti ad un sistema di riferimento inerziale. Essa è regolata
dalla legge di Fourier, espressa lungo la direzione x come:
𝜕𝑇
𝑞̇ [[ = −𝑘
𝜕𝑥
Essa può essere espressa anche a livello vettoriale tridimensionale come:
½½½½⃗
𝑞̇ ½⃗𝑇
′′ = −𝑘∇
Dove
𝜕𝑇 𝜕𝑇 𝜕𝑇
½∇⃗𝑇 = 𝚤̂ + 𝚥̂ + 𝑘Ã
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧
È il gradiente di T in coordinate cartesiane ortogonali. Essa vale per un materiale
omogeneo e isotropo, ovvero con composizione chimica uniforme e proprietà
invarianti con la direzione (per un corpo siffatto 𝑘< = 𝑘= = 𝑘> = 𝑘).
Cerchiamo ora di mostrare come la relazione è stata ricavata. Consideriamo il
seguente sistema:

Esso è costituito da una barra cilindrica isotropa e omogenea di materiale noto,


lunghezza l e sezione trasversale A posta a contatto sulle sue superfici di base
con due serbatoi termici, uno ad alta temperatura 𝑇?]^* , 𝑃* costituito da liquido e
vapore e un altro, anchʼesso costituito da liquido e vapore, e temperatura minore
𝑇?]^, < 𝑇?]^* e a pressione 𝑃, . Si noti che si utilizzano dei serbatoi costituiti da
bifase perché riescono a garantire temperatura costante entro ampi intervalli
energetici. Poniamo poi lʼorigine del sistema nella faccia a contatto con il
serbatoio termico caldo e isoliamo termicamente lʼintero sistema dallʼesterno.
Scriviamo dunque una matrice di risultati facendo variare la sezione trasversale,
la lunghezza della barra considerata e la differenza di temperatura: possiamo
facilmente notare che il flusso termico attraverso la barra è inversamente
proporzionale alla sua lunghezza e direttamente proporzionale alla sezione e al
Δ𝑇. Allora possiamo scrivere:
Δ𝑇
𝑞̇ ∝ 𝐴
Δ𝑥
Notiamo che, poiché abbiamo isolato il materiale dallʼesterno, lʼunica differenza
di temperatura sarà in direzione x e quindi non vi saranno flussi termici nelle
direzioni y e z lungo le quali la temperatura è invece uniforme. Se ora faccia
variare il materiale, possiamo notare che il valore del flusso termico è dipendente
dalla sostanza che costituisce la barra, quindi dobbiamo introdurre la costante k
detta conducibilità termica che fa riferimento appunto alle proprietà del
materiale:
Δ𝑇
𝑞̇ = 𝑘𝐴
Δ𝑥
Se valutiamo tale espressione per nel limite per Δ𝑥 → 0, otteniamo il flusso
termico in termini di gradiente:
𝑑𝑇
𝑞̇ = −𝑘𝐴
𝑑𝑥
Il segno meno è per convenzione: infatti, dato che abbiamo posto il serbatoio
caldo nellʼorigine e quello freddo alla fine della barra e visto che il flusso termico
procede sempre dalle temperature superiori a quelle inferiori, verso x positive 𝑞̇
N$
avrà segno positivo, mentre N< avrà segno negativo perché la temperatura
diminuisce. Quindi si rende necessario il segno meno.
Se infine dividiamo entrambi i membri per la sezione trasversale A, otteniamo il
flusso areico:
𝑑𝑇
𝑞̇ [[ = −𝑘
𝑑𝑥
La direzione del flusso termico sarà sempre normale ad una superficie a
temperatura costante chiamata superficie isoterma. Si ricordi che il flusso
termico è una quantità vettoriale e quindi una espressione più generale della
legge di Fourier è data, come già visto, da:
𝜕𝑇 𝜕𝑇 𝜕𝑇
𝑞̇½½½½⃗
[[ = −𝑘∇ ½⃗𝑇 = −𝑘 6 𝚤̂ + 𝚥̂ + 𝑘Ã8
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧
Relazione valida per un materiale isotropo e omogeneo.
Consideriamo ora la conducibilità termica: essa, indicata spesso con 𝑘 𝑜 𝜆,
dipende dal materiale e in generale si ha che
𝑘?D2"N" > 𝑘2"d8"N" > 𝑘]0/"AD/5"
Per i solidi essa consta di due contributi:
𝑘?D2"N" = 𝑘0 > + 𝑘@P
𝑘0 > è quello dovuto alla presenza di elettroni liberi nel materiale. Esso non è
presente nei materiali isolanti o è trascurabile, mentre nei metalli è piuttosto
alto: questo fa dei conduttori elettrici dei buoni conduttori termici. 𝑘@P è il
contributo fononico ed è legato alla struttura reticolare microscopica della
materia. Esso è alto per i materiali con struttura cristallina e ordinata come il
diamante, perché in essi lʼenergia si trasmette in maniera efficiente sotto forma
di onde vibrazionali o di fononi, che sono quanti di energia microscopica
vibrazionale (ovvero le più piccole unità di energia microscopica vibrazionale).
Nei materiali amorfi invece, quale il vetro, le onde vibrazionali si smorzano con
rapidità e quindi hanno un basso contributo fononico. Come già detto, il
diamante, pur essendo isolante, ha un contributo fononico talmente elevato che
lo rende un conduttore termico migliore della maggior parte dei metalli. Per i
metalli puri si ha 𝑘0 > ≫ 𝑘@P , per le leghe metalliche 𝑘0 > ≈ 𝑘@P e la conducibilità
termica della lega è molto minore di quella dei singoli costituenti. Infine per i
materiali non metallici si ha 𝑘@P ≫ 𝑘0 > .
Ora è utile una nuova quantità caratteristica del materiale detta diffusività
termica. Essa è definita dal rapporto:
𝑘 𝑐𝑎𝑝𝑎𝑐𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑚,
𝛼= ∗= e f
𝜌𝑐- 𝑐𝑎𝑝𝑎𝑐𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑢𝑚𝑢𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑠

Dove 𝜌 è la densità del materiale e 𝑐@ è il calore specifico. Essa costituisce un
confronto un confronto tra lʼattitudine a condurre e lʼattitudine ad accumulare
calore di un materiale. Una sostanza con un alto valore di diffusività trasmetterà
molto rapidamente il calore attraverso di sé reagendo rapidamente alle
sollecitazioni termiche, mentre un materiale con 𝛼 basso tenderà ad accumulare
calore allʼinterno del proprio volume e a trasmetterlo molto lentamente.
Ora vogliamo pervenire alla cosiddetta equazione generale della conduzione
termica. Consideriamo un corpo solido che presenta al proprio interno un
gradiente di temperatura ∇ ½⃗𝑇 e prendiamo in considerazione un cubetto di
volume infinitesimo. Dato che stiamo trattando un caso generale, avremo flusso
termico in tutte e tre le direzioni dello spazio x, y e z.

Possiamo inoltre scrivere il bilancio energetico per unità di tempo del cubetto
infinitesimo come:
𝐸̇"W − 𝐸̇D8^ + 𝐸̇a0W = 𝐸̇]HH
Dove 𝐸̇"W è lʼenergia entrante nel sistema per unità di tempo ed è esprimibile
come:
𝐸̇"W = 𝑞̇ < + 𝑞̇ = + 𝑞̇ >
𝐸̇D8^ è lʼenergia uscente dal volumetto per unità di tempo ed è definibile come:
𝐸̇D8^ = 𝑞̇ < + 𝑑𝑥 + 𝑞̇ = + 𝑑𝑦 + 𝑞̇ > + 𝑑𝑧
Possiamo riscrivere i contributi con uno sviluppo in serie di Taylor trascurando i
termini di ordine superiore al primo:
𝜕𝑞̇ <
𝑞̇ < + 𝑑𝑥 = 𝑞̇ < + 𝑑𝑥
𝜕𝑥
𝜕𝑞̇ =
𝑞̇ = + 𝑑𝑦 = 𝑞̇ = + 𝑑𝑦
𝜕𝑦
𝜕𝑞̇ >
𝑞̇ > + 𝑑𝑧 = 𝑞̇ > + 𝑑𝑧
𝜕𝑧
Quindi in definitiva:
𝜕𝑞̇ < 𝜕𝑞̇ = 𝜕𝑞̇ >
𝐸̇D8^ = 𝑞̇ < + 𝑑𝑥 + 𝑞̇ = + 𝑑𝑦 + 𝑞̇ > + 𝑑𝑧
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧
𝐸̇a0W è lʼenergia generata allʼinterno del volume infinitesimo per conversione di
altre forme di energia (ad esempio conversione di energia elettrica in energia
termica per effetto Joule) ed è esprimibile come:
𝐸̇a0W = 𝑞̇ [[[ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧
i
Dove 𝑞̇ [[[ }5@~ è il flusso termico per unità di volume e per un conduttore
3l 1
attraversato da corrente può essere scritto come 𝑞̇ [[[ = # .
𝐸̇]HH è lʼenergia accumulata allʼinterno del volume infinitesimo e può essere
espressa come:
𝜕𝑇
𝐸̇]HH = 𝜌𝑐@∗ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧 [𝑊]
𝜕𝑡
Quindi, mettendo tutto insieme, abbiamo:
𝜕𝑞̇ < 𝜕𝑞̇ = 𝜕𝑞̇ >
𝑞̇ < + 𝑞̇ = + 𝑞̇ > − :𝑞̇ < + 𝑑𝑥 + 𝑞̇ = + 𝑑𝑦 + 𝑞̇ > + 𝑑𝑧= + 𝑞̇ [[[ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧
𝜕𝑇
= 𝜌𝑐@∗ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧
𝜕𝑡
E semplificando otteniamo:
𝜕𝑞̇ < 𝜕𝑞̇ = 𝜕𝑞̇ > 𝜕𝑇
−: 𝑑𝑥 + 𝑑𝑦 + + 𝑑𝑧= + 𝑞̇ [[[ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧 = 𝜌𝑐@∗ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝜕𝑡
Ora, considerando la legge di Fourier per il volume infinitesimo e supponendo il
materiale omogeneo e isotropo, abbiamo che:
𝜕𝑇
𝑞̇ < = −𝑘 𝑑𝑦𝑑𝑧
𝜕𝑥
𝜕𝑇
𝑞̇ = = −𝑘 𝑑𝑥𝑑𝑧
𝜕𝑦
𝜕𝑇
𝑞̇ > = −𝑘 𝑑𝑥𝑑𝑦
𝜕𝑦
Dove i termini scritti coi differenziali rappresentano le superfici infinitesime
perpendicolari al flusso termico. Sostituendo e raccogliendo:
𝜕,𝑇 𝜕,𝑇 𝜕,𝑇 𝜕𝑇
𝑘 e , + , + , f 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧 + 𝑞̇ [[[ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧 = 𝜌𝑐@∗ 𝑑𝑥𝑑𝑦𝑑𝑧
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝜕𝑡
𝜕𝑇
𝑘∇, 𝑇 + 𝑞̇ [[[ = 𝜌𝑐@∗
𝜕𝑡
Questʼultima equazione è lʼequazione generale della conduzione termica. In essa
compare lʼoperatore differenziale ∇, che è detto Laplaciano. Esso, in coordinate
cartesiani ortogonali è espresso come:
𝜕,𝑇 𝜕,𝑇 𝜕,𝑇
∇, 𝑇 = e , + , + , f
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧

Se dividiamo poi entrambi i membri per 𝜌𝑐@ otteniamo una forma equivalente
dellʼequazione generale della conduzione in cui compare la diffusività termica:
,
𝑞̇ [[[ 𝜕𝑇
𝛼∇ 𝑇 + ∗ =
𝜌𝑐@ 𝜕𝑡
Tale equazione costituisce unʼequazione differenziale del secondo ordine nelle
coordinate spaziali che, una volta integrata considerando le opportune
condizioni al contorno, fornisce la distribuzione di temperatura allʼinterno del
corpo considerato. Dato che è del secondo ordine nelle coordinate spaziali,
servono due condizioni al contorno per ogni coordinata (quindi in totale sei
condizioni se siamo in tre dimensioni), mentre, poiché è del primo ordine nel
tempo, serve una sola condizione iniziale.
Il Laplaciano può essere espresso sia in coordinate cilindriche sia in coordinate
sferiche:
I) COORDINATE CILINDRICHE: sia r la coordinata lineare che descrive
la distanza dallʼasse z, 𝜑 la coordinata angolare che descrive lʼapertura
rispetto allʼasse x e z la quota del punto considerato, ovvero 𝑇 = 𝑇(𝑟, 𝜑, 𝑧).

Allora il Laplaciano diventa:


,
𝜕 , 𝑇 1 𝜕𝑇 1 𝜕 , 𝑇 𝜕 , 𝑇 1 𝜕 𝜕𝑇 1 𝜕,𝑇 𝜕,𝑇
∇ 𝑇= ,+ + + = 6𝑟 8 + , +
𝜕𝑟 𝑟 𝜕𝑟 𝑟 , 𝜕𝜑 , 𝜕𝑟 , 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟 𝑟 𝜕𝜑 , 𝜕𝑧 ,
Per sistemi in cui la temperatura varia solo lungo r, ovvero sistemi in cui
T è funzione solo di r §𝑇 = 𝑇(𝑟)¨, si può scrivere semplicemente:
1 𝜕 𝜕𝑇
∇, 𝑇 = 6𝑟 8
𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟
In questi sistemi, fissato r, spostandomi lungo 𝑧 𝑒 𝜑 ho sempre la stessa
temperatura: per questi cilindri la temperatura varia solo dal centro alla
periferia, non sulle circonferenze a r fissato.
II) COORDINATE SFERICHE: sia 𝜑 la coordinata angolare che descrivere
la apertura rispetto allʼasse x, 𝜃 la coordinata che descrive lʼapertura
rispetto allʼasse z e r il raggio (ovvero la distanza del punto dallʼorigine).
Avremo quindi 𝑇 = 𝑇(𝑟, 𝜑, 𝜃).
In questo caso il laplaciano si scrive come:
,
1 𝜕 , 𝜕𝑇 1 𝜕,𝑇 1 𝜕 𝜕𝑇
∇ 𝑇 = , 6𝑟 8+ , , + 6sin 𝜃 8
𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟 𝑟 sin 𝜃 𝜕𝜑 , 𝑟 , sin 𝜃 𝜕𝜃 𝜕𝜃
Come già visto nel cilindro, in caso la temperatura dipenda solo dal raggio
§𝑇 = 𝑇(𝑟)¨, avremo delle sfere concentriche isoterme e il laplaciano sarà
semplicemente:
1 𝜕 𝜕𝑇
∇, 𝑇 = , 6𝑟 , 8
𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟
Ci proponiamo ora di studiare le condizioni al contorno per risolvere il problema
differenziale. Come già detto in precedenza, serviranno due condizioni per ogni
coordinata spaziale (equazione differenziale del secondo ordine nello spazio) e
una condizione iniziale, ovvero la distribuzione di temperatura a 𝑡 = 0. Esistono
vari tipi di condizioni al contorno:
I) CONDIZIONE DEL PRIMO TIPO O DI DIRICHLET. In questo caso
fissiamo la temperatura sulla frontiera (ovvero sulla superficie) del solido:
𝑇(𝑥 = 0; 𝑡) = 𝑇?<
È𝑇 (𝑦 = 0; 𝑡) = 𝑇?=
𝑇(𝑧 = 0; 𝑡) = 𝑇?>
Che, ovviamente, nel caso di conduzione monodimensionale lungo x si
riducono alla condizione 𝑇(𝑥 = 0; 𝑡) = 𝑇? .
II) CONDIZIONE DEL SECONDO TIPO O DI NEUMANN. Questa
condizione consiste nel conoscere e nellʼimporre il flusso termico areico al
contorno. In caso monodimensionale, ciò significa imporre la condizione:
𝜕𝑇
−𝑘 É = 𝑞̇ [[
𝜕𝑥 <XQ
Si noti che tale condizione implica la conoscenza della tangente del profilo
di temperatura in 𝑥 = 0: infatti il flusso termico areico è la derivata della
temperatura rispetto alla variabile x.
Un caso particolare della condizione di Neumann è quando si ha una
parete adiabatica in x=0: in tal caso la condizione diventa:
𝜕𝑇
−𝑘 É = 𝑞̇ [[ = 0
𝜕𝑥 <XQ
E ciò implica che la temperatura è costante in x=0, ovvero che il profilo di
temperatura ha tangente orizzontale alla frontiera del solido.
III) CONDIZIONE DEL TERZO TIPO. Si impone questa condizione quando
si ha un fluido in moto a contatto con la parete del solido. In questo caso
conosco la temperatura 𝑇A del fluido, il coefficiente di scambio termico
convettivo ℎ e dunque impongo il flusso termico alla frontiera:
𝜕𝑇
−𝑘 É = ℎ ;𝑇A − 𝑇(𝑥 = 0; 𝑡)< = 𝑞̇ [[
𝜕𝑥 <XQ
Se si ha convezione esterna, 𝑇A = 𝑇p è la temperatura indisturbata del
fluido, ovvero la temperatura che assume il fluido sufficientemente lontano
dalla parete. Se invece la convezione è interna (ad esempio allʼinterno di
un cilindro cavo), 𝑇A è la temperatura di miscelamento adiabatico. È utile
notare che se 𝑇A > 𝑇?D2"ND , 𝑞̇ [[ > 0 mentre se 𝑇A < 𝑇?D2"ND , 𝑞̇ [[ < 0 e quindi è
noto il verso del flusso termico.
IV) CONDIZIONE INIZIALE. La condizione iniziale consiste nel conoscere
la distribuzione di temperatura nelle tre direzioni dello spazio ad un tempo
fissato, ovvero vuol dire conoscere 𝑇(𝑥, 𝑦, 𝑧, 𝑡 = 0).
Ora possiamo notare che lʼequazione generale della conduzione, in certe
condizioni, assume delle forme particolarmente semplici e utili:
+$
1) In condizioni stazionare abbiamo che +^
= 0, quindi lʼequazione generale
diventa:
𝑞̇ [[[
∇, 𝑇 + =0
𝑘
La quale viene detta Equazione di Poisson.
2) In assenza di generazione di calore (𝑞̇ [[[ = 0), si ottiene lʼequazione di Fourier
e possiamo scrivere:
𝜕𝑇
𝛼∇, 𝑇 =
𝜕𝑡
3) In condizioni stazionarie e in assenza di generazione termica, otteniamo
lʼequazione di Laplace espressa come:
∇, 𝑇 = 0

mmm) Conduzione termica monodimensionale in parete piana indefinita.


Consideriamo una parete piana di conducibilità termica k e spessore S indefinita
lungo y e z. Effettuiamo questa ipotesi in modo tale che il flusso sia
monodimensionale diretto lungo x. Supponiamo di avere a sinistra della parete un
fluido caldo a temperatura 𝑇p* con coefficiente convettivo ℎ* e a destra un fluido
freddo a temperatura 𝑇p, con coefficiente convettivo ℎ, . Siano 𝑇?* 𝑒 𝑇?, le
temperature superficiali uniformi imposte dai fluidi sulle superfici del solito. Dato
che siamo in regime stazionario e in assenza di conduzione di calore, possiamo
scrivere:
∇, 𝑇 = 0
Dato che le coordinate y e z sono indefinite, avremo, come già detto, una variazione
di temperatura solo lungo x:
𝜕,𝑇
=0
𝜕𝑥 ,
Dunque, integrando due volte e imponendo le condizioni al contorno riguardanti le
temperature superficiali, otteniamo il sistema
𝑇(𝑥) = 𝑐* 𝑥 + 𝑐,
È 𝑇(𝑥 = 0) = 𝑇?*
𝑇(𝑥 = 𝑆) = 𝑇?,
Imponendo la prima condizione otteniamo 𝑐, = 𝑇?* , mentre se imponiamo la
$41 )$40
seconda otteniamo 𝑐* = %
. Sostituendo nellʼequazione generale presente nel
sistema ottengo dunque la soluzione particolare:
𝑇?, − 𝑇?* 𝑇?* − 𝑇?,
𝑇(𝑥) = ⋅ 𝑥 + 𝑇?* = 𝑇?* − ⋅𝑥
𝑆 𝑆
Da cui si ricava immediatamente che nella parete la variazione di temperatura è
lineare lungo x. Sfruttando il postulato di Fourier, possiamo ricavare il flusso
termico areico come:
𝜕𝑇 𝑇?* − 𝑇?,
𝑞̇ [[ = −𝑘 =𝑘
𝜕𝑥 𝑆
Da cui ricaviamo che il flusso termico attraverso la parete è costante. Segue subito
inoltre che:
𝑘𝐴 (𝑇?* − 𝑇?, )
𝑞̇ = 𝐴𝑞̇ [[ = (𝑇?* − 𝑇?, ) =
𝑆 𝑆
𝑘𝐴
Possiamo notare che, nellʼultima relazione scritta, sussiste una forte analogia con il
caso di una resistenza elettrica percorsa da corrente, per la quale:
Δ𝑉 (𝑇?* − 𝑇?, ) Δ𝑇
𝐼= ⟺ 𝑞̇ = =
𝑅 𝑆 𝑅HN
𝑘𝐴
Quindi per pura analogia con il caso elettrico possiamo definire una resistenza
termica conduttiva della parete piana come:
𝑆 𝑇?* − 𝑇?, 𝐾
𝑅_m = = : =
𝑘𝐴 𝑞̇ 𝑊
Se ci riferiamo al flusso termico areico, avremo la corrispondente resistenza
conduttiva areica:
𝑇?* − 𝑇?, [[
𝑆 𝐾 ⋅ 𝑚,
𝑞̇ [[ = ⟹ 𝑅HN = e f
𝑆 𝑘 𝑊
𝑘
Quindi in definitiva abbiamo trovato che per una parete piana in regime stazionario
[[
senza generazione di potenza, le quantità 𝑞̇ , 𝑞̇ [[ , 𝑅HN , 𝑅HN sono costanti.
Si noti inoltre che i fluidi che scorrono lungo la frontiera del solido scambiano calore
per convezione, ovvero:
𝑇? − 𝑇p
𝑞̇ < = ℎ𝐴(𝑇? − 𝑇p ) =
1
ℎ𝐴
E anche a questa convezione possiamo associare una resistenza termica convettiva
definita come:
𝑇? − 𝑇p 1 𝐾
𝑅H. = = : =
𝑞̇ < ℎ𝐴 𝑊
Il passaggio alla resistenza convettiva areica è equivalente a quello di prima:
[[ [[
1 𝐾 ⋅ 𝑚,
𝑞̇ = ℎ(𝑇? − 𝑇p ) ⟹ 𝑅H. = e f
ℎ 𝑊
Dunque possiamo studiare la parete piana con il circuito elettrico equivalente
costituito dalle resistenze termiche in serie:

Risulta quindi ancora più chiara lʼanalogia: 𝑞̇ è la corrente, 𝑇p* − 𝑇p, è la “caduta di
potenziale” ai capi della serie e la resistenza equivalente è la somma delle resistenze
termiche. Otteniamo quindi:
𝑇p* − 𝑇p, 𝑇p* − 𝑇p,
𝑞̇ = = [𝑊]
𝑅H.* + 𝑅HN + 𝑅H., 1 𝑆 1
+ +
ℎ* 𝐴 𝑘𝐴 ℎ, 𝐴
Dove A è la superficie della parete. Segue immediatamente che per il flusso termico
areico si avrà:
𝑇p* − 𝑇p, 𝑇p* − 𝑇p, 𝑊
𝑞̇ [[ = [[ [[ = 1 : , =
[[
𝑅H.* + 𝑅HN + 𝑅H., 𝑆 1 𝑚
+ +
ℎ* 𝑘 ℎ,
Il seguente studio si può applicare anche nel caso di pareti multistrato, ovvero da
pareti formate da più strati di materiali diversi con diverse conducibilità termiche e
con diversi spessori:
Supponiamo come prima che la parete multistrato sia contornata da due fluidi, uno
caldo a sinistra a 𝑇p* , ℎ* e uno freddo a destra a 𝑇p, , ℎ, . Allora in questo caso il
flusso termico sarà dato da:
𝑇p* − 𝑇p, 𝑇p* − 𝑇p,
𝑞̇ = =
𝑅$R$ 1 𝑆 𝑆 𝑆 1
+ * + , + 6 +
ℎ* 𝐴 𝑘* 𝐴 𝑘, 𝐴 𝑘6 𝐴 ℎ, 𝐴
E analogamente a quanto già visto il flusso termico areico sarà definito come:
𝑇p* − 𝑇p, 𝑇p* − 𝑇p,
𝑞̇ [[ = =
𝑅[[ $R$ 1 𝑆* 𝑆, 𝑆6 1
+ + + +
ℎ* 𝑘* 𝑘, 𝑘6 ℎ,
Quindi allʼesterno della parete, dove cʼè la convezione, avrò una distribuzione di
temperatura iperbolica mentre allʼinterno della parete avrò una distribuzione lineare
con diverse pendenze nei diversi strati. Si noti che quello che anche qui il flusso
termico è costante e che lo strato con la retta più pendente è quello più isolante:
infatti, essendo 𝑞̇ fissato, se R aumenta deve aumentare anche la temperatura in
quanto:
Δ𝑇
𝑞̇ =
𝑅
Ovviamente lo strato più isolante avrà la conducibilità termica minore e la resistenza
termica maggiore, quindi sarà quello con la pendenza più elevata (ovvero con la
maggiore differenza di temperatura tra le sue superfici). In sintesi, più il profilo di
temperatura è pendente, maggiore sarà il potere isolante del materiale.
In letteratura spesso si trova anche la seguente dicitura:
𝑞̇ = 𝑈 ⋅ 𝐴 ⋅ Δ𝑇
Dove U è denominato coefficiente globale di scambio termico, definito come:
1 1 𝑊
𝑈= = : , =
𝐴 ⋅ 𝑅$R$ 1 𝑆* 𝑆, 𝑆6 1 𝑚 ⋅𝐾
+ + + +
ℎ* 𝑘* 𝑘, 𝑘6 ℎ,
Si noti però che nelle pareti multistrato reali bisogna tenere conto del contatto
imperfetto allʼinterfaccia tra gli strati dovuto alla rugosità della superficie stessa:
infatti le superfici dei solidi sono più o meno microscopicamente frastagliate a causa
della lavorazione subita e quindi due strati di una parete non sono mai
perfettamente a contatto tra di loro. Ciò dunque comporta una resistenza aggiuntiva
alla trasmissione di calore detta resistenza termica di contatto, la quale a sua volta è
causa di un salto termico localizzato. Vi sono vari accorgimenti che si possono
adottare per limitare la resistenza di contatto:
• Aumentare la pressione di contatto tra le pareti, ovvero aumentare la
pressione con cui le superfici sono premute tra di loro;
• Migliorare la lavorazione superficiale diminuendo la rugosità;
• Utilizzare un fluido conduttivo (pasta termica) che vada a colmare le lacune
superficiali.
nnn) Conduzione termica monodimensionale in regime stazionario e senza
generazione di potenza in un cilindro.
Consideriamo un cilindro cavo con raggio interno 𝑟* e raggio esterno 𝑟, di
altezza 𝐿 e costituito da un materiale di conducibilità termica 𝑘. Supponiamo che
allʼinterno scorra un fluido a temperatura 𝑇p* con coefficiente convettivo ℎ* e
che allʼesterno scorra un secondo fluido a temperatura 𝑇p, ≠ 𝑇p* con
coefficiente convettivo ℎ, .

Supponiamo che il cilindro sia sufficiente lungo (𝐿 → ∞) per minimizzare gli


effetti di bordo, ovvero affinché non si abbiano variazioni di temperatura lungo
una qualunque direzione che non sia quella radiale. Allora, dette 𝑇?* 𝑒 𝑇?,
rispettivamente la temperatura superficiale interna e la temperatura superficiale
esterna del cilindro (entrambe uniformi), si avrà una conduzione termica
monodimensionale lungo il raggio r e ogni circonferenza a raggio fissato è
isoterma, ovvero le varie superfici cilindriche sono isoterme. Dunque, dato che ci
troviamo in condizioni stazionare e senza generazione di calore, avremo che:
1 𝜕 𝜕𝑇
⎧ 6𝑟 8 = 0
𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟
∇, 𝑇 = 0 ⟹
⎨ 𝑇(𝑟 = 𝑟* ) = 𝑇?*
⎩𝑇(𝑟 = 𝑟, ) = 𝑇?,
Integrando due volte lʼequazione di Laplace associata otteniamo la soluzione
generale del sistema:
𝜕 𝜕𝑇 𝜕𝑇
6𝑟 8 = 0 ⟹ 𝑟 = 𝑐* ⟹ 𝑇(𝑟) = 𝑐* ln(𝑟) + 𝑐,
𝜕𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟
(Si noti che al posto delle derivate parziali è possibile scrivere quelle totali dato
che la conduzione è monodimensionale). Ora possiamo imporre le condizioni al
contorno, ottenendo:
(1) 𝑇?* = 𝑐* ln(𝑟* ) + 𝑐,
(2) 𝑇?, = 𝑐* ln(𝑟, ) + 𝑐,
Sottraendo la seconda equazione alla prima equazione ricaviamo che:
𝑟*
(1) − (2) ⟹ 𝑇?* − 𝑇?, = 𝑐* ln(𝑟* ) − 𝑐* ln(𝑟, ) = 𝑐* ln 6 8
𝑟,
𝑇?* − 𝑇?,
⟹ 𝑐* = 𝑟
ln ;𝑟* <
,
E sostituendo nellʼequazione (1) otteniamo la costante di integrazione 𝑐, :
𝑇?* − 𝑇?, 𝑇?* − 𝑇?,
𝑇?* = 𝑟* ln(𝑟* ) + 𝑐, ⟹ 𝑐, = 𝑇?* − 𝑟 ln(𝑟* )
ln ;𝑟 < ln ;𝑟* <
, ,
Quindi, sostituendo nella soluzione generale, otteniamo la soluzione particolare:
𝑇?* − 𝑇?, 𝑇?* − 𝑇?,
𝑇(𝑟) = 𝑟* ln(𝑟) + 𝑇?* − 𝑟 ln(𝑟* )
ln ;𝑟 < ln ;𝑟* <
, ,
𝑇?* − 𝑇?, 𝑟
⟹ 𝑇(𝑟) = 𝑟 ln 6𝑟* 8 + 𝑇?*
ln ;𝑟* <
,
Possiamo notare che se allʼinterno del tubo scorre fluido caldo (𝑇?* > 𝑇?, ), il
/
coefficiente della funzione logaritmica è negativo in quanto ln ;/0 < < 0, quindi il
1
profilo della temperatura nel cilindro varia con un andamento logaritmico
negativo:

Adesso ricaviamo il flusso termico sfruttando il postulato di Fourier:


𝜕𝑇 1 𝑇?* − 𝑇?, 𝑇?* − 𝑇?, Δ𝑇
𝑞̇ / = −𝑘𝐴 = −𝑘 ⋅ 2𝜋𝑟𝐿 ⋅ Î Ï = =
𝜕𝑟 𝑟 ln ;𝑟* < 𝑟
ln ;𝑟, < 𝑅HN
𝑟, *
2𝜋𝑘𝐿
E, come già per la parete piana, tale flusso termico è costante. Segue
immediatamente dalla relazione proposta che la resistenza termica conduttiva
per un cilindro di conducibilità termica k è data in generale da:
𝑟
ln ;𝑟0?^0/WD <
"W^0/WD
𝑅HN =
2𝜋𝑘𝐿
Si noti però che, se calcolassimo la resistenza conduttiva areica, il risultato
sarebbe dipendente dal raggio in quanto il flusso termico incontra, procedendo
radialmente, una superficie variabile che aumenta allʼaumentare del raggio.
Infatti man mano che procede nel cilindro, il flusso termico areico diminuisce in
quanto 𝑞̇ è costante e A aumenta allʼaumentare del raggio:
𝑞̇
𝑞̇ [[ =
𝐴(𝑟)
⟹ 𝑞̇ [[ 𝑑𝑖𝑚𝑖𝑛𝑢𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙 [ 𝑎𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 (⟺ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒)
Però, se non conosciamo la lunghezza del cilindro, possiamo definire il flusso
termico per unità di lunghezza come:
𝑞̇ 𝑇?* − 𝑇?, 𝑊
𝑞̇ [ = = 𝑟 : =
𝐿 ln ;𝑟, < 𝑚
*
2𝜋𝑘
Da cui segue che la resistenza conduttiva lineare per un cilindro è:
𝑟
ln ; , < 𝐾 ⋅ 𝑚
𝑟*
𝑅HN = : =
2𝜋𝑘 𝑊
Ora, considerando lʼintero sistema compresi i fluidi che scorrono allʼinterno e
allʼesterno del tubo, possiamo tracciare il circuito equivalente e scriverne la
resistenza totale come la somma delle resistenze convettiva e di quella di
conduzione, ottenendo quindi:
𝑇p* − 𝑇p, 𝑇p* − 𝑇p,
𝑞̇ / = = =
𝑅$R$ 𝑅H.* + 𝑅HN + 𝑅H.,
𝑇p* − 𝑇p,
= 𝑟
1 ln ;𝑟, < 1
*
+ +
2𝜋𝑟* 𝐿 ⋅ ℎ* 2𝜋𝑘𝐿 2𝜋𝑟, 𝐿 ⋅ ℎ,
Dove, come già visto in precedenza, la resistenza termica convettiva è stata
definita come:
1 1
𝑅H. = =
ℎ𝐴 ℎ ⋅ 2𝜋𝑟𝐿
Per unità di lunghezza si ottiene:
𝑇p* − 𝑇p, 𝑇p* − 𝑇p,
𝑞̇ ′/ = = 𝑟
𝑅[ $R$ ln ;𝑟, <
1 * 1
* * 2𝜋𝑟 ⋅ ℎ + 2𝜋𝑘 + 2𝜋𝑟 ⋅ ℎ
, ,

ooo) Conduzione termica monodimensionale in una sfera in regime stazionario


e senza generazione di calore.
Consideriamo un guscio sferico di raggio interno 𝑟* e raggio esterno 𝑟, in cui la
conduzione avviene solo lungo il raggio, ovvero tale che le superfici isoterme
sono tutte e sole le sfere concentriche al guscio stesso. Supponiamo inoltre che le
temperature della superficie interna e di quella esterna siano rispettivamente
𝑇?* 𝑒 𝑇?, . Allora, applicando il postulato di Fourier, si ha che:
𝜕𝑇 𝑑𝑇
𝑞̇ / = −𝑘𝐴 = −𝑘 ⋅ 4𝜋𝑟 , ⋅
𝜕𝑟 𝑑𝑟
𝑞̇ / è costante e indipendente da r, possiamo quindi integrare separando le
variabili:
𝑞̇ / /1 , $41
w 𝑟 𝑑𝑟 = −𝑘 w 𝑑𝑇
4𝜋 /0 $40
𝑞̇ / 1 1
: − = = 𝑘(𝑇?* − 𝑇?, )
4𝜋 𝑟* 𝑟,
(𝑇?* − 𝑇?, )
⟹ 𝑞̇ / =
1 1
} − ~
𝑟* 𝑟,
4𝜋𝑘
Da cui segue immediatamente che la resistenza termica conduttiva per una sfera
è:
1 1
} − ~ 𝐾
𝑟* 𝑟,
𝑅HN = : =
4𝜋𝑘 𝑊

ppp) Raggio critico dʼisolamento.


Si supponga di avere un condotto a sezione circolare che deve essere isolato
termicamente per limitare lo scambio termico con lʼesterno: è il caso tipico di
una tubazione per il trasporto di un fluido caldo dal suo punto di generazione al
punto di utilizzo (acqua calda da caldaia a termosifoni). Lʼesistenza di uno
spessore ottimo di isolamento è suggerita dalla presenza di effetti competitivi
associati allʼincremento dello spessore dellʼisolante.
Consideriamo un condotto cilindrico con raggio interno 𝑟" , raggio esterno 𝑟0 e di
materiale con conducibilità termica 𝑘^ . Prendiamo inoltre in considerazione un
isolante con raggio 𝑟"? e conducibilità termica 𝑘"? . Supponiamo che allʼinterno
del tubo scorra un fluido caldo con temperatura 𝑇" e coefficiente di scambio
termico convettivo ℎ" . Allʼesterno si trova invece un fluido con temperatura 𝑇0 e
coefficiente di scambio termico convettivo ℎ0 . Aumentando lo spessore
dellʼisolante, ne aumenta anche il raggio 𝑟"? e si ha che:
• La resistenza conduttiva dellʼisolante aumenta;
• La resistenza convettiva esterna tra il fluido e la superficie dellʼisolante
diminuisce poiché aumenta, appunto, la superficie esterna.

Aumentando il raggio dellʼisolante dal valore minimo (ovvero spessore nullo,


𝑟"? = 𝑟0 ) si può verificare che la resistenza totale ha un minimo. Il valore di 𝑟"? che
minimizza 𝑅^D^ è chiamato raggio critico di isolamento e, in corrispondenza di
r$
tale valore, le dispersioni di calore sono massime in quanto 𝑄̇ = .
3:B:
La resistenza totale per unità di lunghezza è:
𝑟 𝑟
1 ln ; 𝑟0 < ln ; 𝑟"? < 1
" 0
𝑅$R$ = + + +
2𝜋𝑟" ℎ" 2𝜋𝑘^ 2𝜋𝑘"? 2𝜋𝑟"? ℎ0
Il primo termine corrisponde alla resistenza convettiva interna ed è costante. Il
secondo addendo coincide con la resistenza conduttiva del tubo cilindrico e
anchʼessa è costante. Gli ultimi due contributi sono rispettivamente la resistenza
conduttiva dellʼisolante e la resistenza convettiva esterna ed entrambi sono
variabili con il raggio dellʼisolante. In particolare la prima cresce al crescere del
raggio, mentre la seconda diminuisce allʼaumentare di 𝑟"? .
Per trovare il punto di minimo o di massimo deriviamo la funzione 𝑅$R$ (𝑟"? )
rispetto a 𝑟"? e poniamola uguale a zero (ricerca del punto stazionario):
𝑑𝑅$R$ 1 1 𝑟"? ℎ0 − 𝑘"?
= − = = 0 ⟹ 𝑟"? ℎ0 − 𝑘"? = 0
𝑑𝑟"? 2𝜋𝑘"? 𝑟"? 2𝜋ℎ0 𝑟"? 2𝜋𝑘"? 𝑟"?, ℎ0
,

𝑘"?
𝑟"? = = 𝑟H/
ℎ0
Il risultato appena trovato è detto raggio critico di isolamento e corrisponde,
appunto, ad un massimo o ad un minimo della funzione resistenza termica totale.
Per scoprire quale dei due punti sia, effettuiamo la derivata seconda e valutiamola
C"4
per 𝑟"? = :
PC
𝑑 , 𝑅$R$ 1 1 1 1
, =− , + Ð =− + =
𝑑𝑟"? 2𝜋𝑘"? 𝑟"? 𝜋ℎ0 𝑟"?6 / C"4 𝑘 ,
𝑘"? 6
"4 X P 2𝜋𝑘"? ; "? < 𝜋ℎ0 ; <
C ℎ0 ℎ0
ℎ0, 1
= , 61 − 28 > 0
𝜋𝑘"?
Quindi, dato che la derivata seconda è positiva in 𝑟"? = 𝑟H/ , tale punto rappresenta
un punto di minimo per la funzione resistenza termica totale, ovvero tale valore
minimizza la resistenza termica scambiata e massimizza la potenza termica
dispersa 𝑄̇.

Nella maggior parte delle applicazioni comuni si ha 𝑟^8nD > 𝑟H/"^"HD , ma sussistono
dei casi particolari a cui è necessario prestare una certa attenzione:
• Isolante di scarsa qualità: 𝑘"? assume un valore alto;
• Coefficiente di scambio termico convettivo esterno ℎ0 basso;
• Tubo di piccolo diametro.
Se si verificano una o più di queste condizioni, può accadere che 𝑟^8nD < 𝑟H/"^"HD e
quindi unʼaggiunta di isolante può comportare una massimizzazione della
dispersione di potenza termica. Dunque bisogna prestare attenzione a quanto
isolante si aggiunge.
qqq) Conduzione in regime stazionario con generazione di potenza.
Il caso più comune di conduzione termica con generazione di potenza allʼinterno
di un mezzo materiale è dato dalla conversione di energia elettrica. In energia
termica per effetto Joule allʼinterno di un conduttore percorso da una corrente
elettrica continua I. La generazione di energia per unità di tempo allʼinterno del
conduttore di resistenza elettrica R percorso dalla corrente I è:
𝐸̇a = 𝑅 ⋅ 𝐼 ,
Se tale generazione è uniforme allʼinterno del conduttore, la generazione
volumetrica è:
𝐸ȧ 𝑅 ⋅ 𝐼, 𝑊
𝑞̇ [[[ = = : 6 =
𝑉𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒 𝑉𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒 𝑚
Si ha generazione di energia termica anche per effetto di reazioni nucleari (barra
di combustibile nucleare) o per effetto di reazioni chimiche esotermiche. Le
reazioni chimiche endotermiche possono essere trattate come pozzi di energia
anziché come sorgenti.
In caso di conduzione termica in regime stazionario con generazione di potenza,
lʼequazione generale della conduzione assume la seguente forma:
𝑞̇ [[[
∇, 𝑇 + =0
𝑘
Che è detta equazione di Poisson.
Procediamo dunque lo studio con lʼanalisi di vari casi interessanti.
1) Parete piana con generazione costante e uniforme. Consideriamo una parete
piana di spessore 2L che presenta allʼinterno del proprio volume una
generazione costante di potenza 𝑞̇ [[[ distribuita uniformemente.

Supponiamo che le superfici esterne della parete siano mantenute alle


temperature costanti 𝑇?* 𝑒 𝑇?, e sia 𝑘 la conducibilità termica (costante) del
corpo considerato. Lʼequazione appropriata, come già fatto notare, è quella di
Poisson
𝑞̇ [[[
∇, 𝑇 + =0
𝑘
Che per un flusso monodimensionale, con le relative condizioni al contorno e
con lʼorigine posta sullʼasse di simmetria della parete, diventa:
𝑑 , 𝑇 𝑞̇ [[[
⎧ + =0 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑢𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑞̇ [[[ ,
𝑑𝑡 , 𝑘 ⟹ 𝑇(𝑥) = − 𝑥 + 𝑐* 𝑥 + 𝑐,
⎨𝑇(𝑥 = −𝐿) = 𝑇?* 2𝑘
⎩ 𝑇(𝑥 = 𝐿) = 𝑇?,
Applicando le condizioni al contorno, siamo in grado di determinare le
costanti di integrazione:
𝑞̇ [[[ ,
(𝑎) 𝑇?* = − 𝐿 − 𝑐* 𝐿 + 𝑐,
2𝑘
𝑞̇ [[[ ,
(𝑏) 𝑇?, = − 𝐿 + 𝑐* 𝐿 + 𝑐,
2𝑘
Se effettuiamo lʼoperazione (𝑎) − (𝑏), otteniamo:
𝑇?, − 𝑇?*
𝑇?* − 𝑇?, = −2𝑐* 𝐿 ⟹ 𝑐* =
2𝐿
Che, sostituita nella (𝑏) restituisce:
𝑞̇ [[[ , 𝑇?, − 𝑇?* 𝑇?* + 𝑇?, 𝑞̇ [[[ ,
𝑇?, = − 𝐿 + 𝐿 + 𝑐, ⟹ 𝑐, = + 𝐿
2𝑘 2𝐿 2 2𝑘
E quindi otteniamo la seguente distribuzione di temperatura:
𝑞̇ [[[ , 𝑇?, − 𝑇?* 𝑇?* + 𝑇?, 𝑞̇ [[[ ,
𝑇(𝑥) = − 𝑥 + 𝑥+ + 𝐿
2𝑘 2𝐿 2 2𝑘
[[[
𝑞̇ 𝑇?, − 𝑇?* 𝑇?* + 𝑇?,
⟹ 𝑇(𝑥) = (𝐿, − 𝑥 , ) + 𝑥+
2𝑘 2𝐿 2
Che corrisponde, matematicamente, allʼequazione di una parabola. Quindi la
distribuzione di temperatura in una parete con generazione di potenza
uniforme e costante in regime stazionario è parabolica.
Il flusso termico in ogni punto della parete può essere determinato
applicando il postulato di Fourier:
𝜕𝑇 𝑞̇ [[[ 𝑇?, − 𝑇?* 𝑘
𝑞̇ [[ = −𝑘 = −𝑘 e− 𝑥+ f = 𝑞̇ [[[ ⋅ 𝑥 + (𝑇?* − 𝑇?, )
𝜕𝑥 𝑘 2𝐿 2𝐿
Possiamo distinguere tre casi a seconda delle temperature superficiali della
parete:
1.1) Quando le due superfici sono mantenute alla stessa temperatura 𝑇? =
𝑇?* = 𝑇?, , il profilo di temperatura è simmetrico rispetto al piano che
passa per 𝑥 = 0 (ovvero il punto stazionario della parabola si trova
sullʼasse di simmetria della parete).
Si ha quindi:
𝑞̇ [[[ ,
𝑇(𝑥) = (𝐿 − 𝑥 , ) + 𝑇?
2𝑘
𝑞̇ [[ (𝑥) = 𝑞̇ [[[ ⋅ 𝑥
Dunque il flusso termico areico varia linearmente lungo x e risulta
uguale sia a destra sia a sinistra della parete.
La temperatura massima viene raggiunta in corrispondenza del piano
di mezzeria della parete (x=0) e vale:
𝑞̇ [[[ ,
𝑇5]< = 𝑇(𝑥 = 0) = 𝐿 + 𝑇?
2𝑘
Inoltre si noti che se 𝑇?* = 𝑇?, = 𝑇? , non cʼè flusso termico in
corrispondenza del piano di mezzeria (𝑥 = 0), si he quindi la
cosiddetta condizione di adiabaticità:
𝜕𝑇
−𝑘 É = 𝑞̇ [[ = 0
𝜕𝑥 <XQ
Il che implica che la tangente al profilo di temperatura per x=0 è
orizzontale.
1.2) Se 𝑇?* > 𝑇?, , il punto di massimo si sposta a sinistra verso 𝑇?* :

[[ [[
Il flusso termico areico varia ancora linearmente, ma 𝑞̇ ms > 𝑞̇ %s : infatti
il punto in cui il flusso termico si annulla (punto in cui la temperatura
è massima, vertice della parabola) è spostato verso sinistra, quindi la
parete a destra ha più strati infinitesimi per la generazione di potenza.
1.3) Se 𝑇?* < 𝑇?, , il punto di massimo si sposta a destra verso 𝑇?, (vedi
figura del punto 1.2).
In questo caso il flusso termico areico varia ancora linearmente, ma
[[ [[
𝑞̇ ms < 𝑞̇ %s , in quanto la parete a sinistra ha più strati infinitesimi per la
generazione di potenza termica.
Se, anziché le temperature delle superfici della parete 𝑇?* 𝑒 𝑇?, , sono note le
temperature indisturbate dei fluidi in contatto con le pareti 𝑇p* 𝑒 𝑇p, con i
rispettivi coefficienti convettivi ℎ* 𝑒 ℎ, , è necessario mettere in relazione
𝑇? 𝑐𝑜𝑛 𝑇p 𝑒 ℎ. Tale relazione può essere ottenuta scrivendo il bilancio
energetico per unità di tempo della parete: lʼenergia generata nellʼunità di
tempo allʼinterno della parete uguaglia lʼenergia per unità di tempo trasferita
dalla parete al fluido per convezione.
̇
𝐸a0W = 𝐸̇D8^ ⟹ 𝑞̇ [[[ ⋅ 𝐿 = ℎ(𝑇? − 𝑇p )
𝑞̇ [[ ⋅ 𝐿
⟹ 𝑇? = 𝑇p +

Si ha quindi:
𝑞̇ [[ , 𝑞̇ [[ ⋅ 𝐿
𝑇(𝑥) = (𝐿 − 𝑥 , ) + 𝑇p +
2𝑘 ℎ

2) Sistemi a simmetria radiale (cilindro pieno con generazione costante e


uniforme). Consideriamo un cilindro pieno di raggio 𝑟Q , conducibilità termica
𝑘 sede di generazione di potenza costante e uniforme 𝑞 ̇′′′ immersa in un
fluido di temperatura 𝑇p e coefficiente convettivo ℎ che impone una
temperatura uniforme e costante 𝑇? sulla superficie del cilindro. Il flusso
termico dissipato in questo caso è:
𝑊
𝑞̇ [[ = 𝑞̇ [[[ ⋅ 𝑟 = ℎ(𝑇? − 𝑇p ) : , =
𝑚
La distribuzione di temperatura nel cilindro può essere determinata
integrando lʼequazione di Poisson in coordinate cilindriche:
,
𝑞̇ [[[ 1 𝜕 𝜕𝑇 𝑞̇ [[[
∇ 𝑇+ = 0 ⟹ 6𝑟 8 + =0
𝑘 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟 𝑘
E quindi, considerando le relative condizioni al contorno, otteniamo il
seguente sistema:
1 𝜕 𝜕𝑇 𝑞̇ [[[
⎧ 6𝑟 8 + =0
⎪ 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑟 𝑘
𝜕𝑇
⎨ −𝑘 É =0
⎪ 𝜕𝑟 /XQ
⎩𝑇(𝑟 = 𝑟Q ) = 𝑇? 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒
La seconda condizione corrisponde alla cosiddetta condizione di adiabaticità
del cilindro: infatti al centro del suddetto corpo il flusso termico è nullo.
Separando le variabili e integrando si ottiene:
𝑑𝑇 𝑞̇ [[[ 𝑑𝑇 𝑞̇ [[[ ,
∫ 𝑑 6𝑟
8 = −w 𝑟𝑑𝑟 ⟹ 𝑟 =− 𝑟 + 𝑐*
𝑑𝑟 𝑘 𝑑𝑟 2𝑘
𝑞̇ [[[ 𝑐*
w 𝑑𝑇 = − w 𝑟𝑑𝑟 + w 𝑑𝑟
2𝑘 𝑟
𝑞̇ [[[ ,
⟹ 𝑇(𝑟) = − 𝑟 + 𝑐* ln(𝑟) + 𝑐,
4𝑘
Applichiamo ora le condizioni al contorno:
𝜕𝑇 𝑞̇ [[[ , 𝑐*
−𝑘 É = 0 ⟹ − 𝑟 + Ð = 0 ⟹ 𝑐* = 0
𝜕𝑟 /XQ 4𝑘 𝑟 /XQ
E applicando la seconda otteniamo:
𝑞̇ [[[ , 𝑞̇ [[[ ,
𝑇(𝑟 = 𝑟Q ) = 𝑇? ⟹ 𝑇? = − 𝑟 + 𝑐, ⟹ 𝑐, = 𝑇? + 𝑟
4𝑘 Q 4𝑘 Q
E quindi la distribuzione termica lungo il raggio (conduzione
monodimensionale) sarà:
𝑞̇ [[[ ,
𝑇(𝑟) = (𝑟 − 𝑟 , ) + 𝑇?
4𝑘 Q
La temperatura massima si raggiunge al centro del cilindro:
𝑞̇ [[[ ,
𝑇5]< = 𝑇(𝑟 = 0) = 𝑟 + 𝑇?
4𝑘 Q
Il flusso termico areico invece si ricava dal postulato di Fourier:
[[
𝜕𝑇 𝑞̇ [[[
𝑞̇ = −𝑘 = 𝑟
𝜕𝑟 2
Per mettere in relazione la temperatura superficiale 𝑇? del cilindro
temperatura indisturbata 𝑇p del fluido a contatto con il cilindro, occorre
impostare il bilancio di energia:
𝐸̇a0W = 𝐸̇N"??"@]^] ⟹ 𝑞̇ [[[ ⋅ (𝑉𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒) = (𝑆𝑢𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒) ⋅ ℎ(𝑇? − 𝑇p )
⟹ 𝑞̇ [[[ (𝜋𝑟Q, 𝐿) = ℎ(2𝜋𝑟Q 𝐿)(𝑇? − 𝑇p )
Da cui si ricava che:
𝑞̇ [[[ 𝑟Q
𝑇? = 𝑇p +
2ℎ
Si ottiene quindi:
𝑞̇ [[[ , ,
𝑞̇ [[[ 𝑟Q
𝑇(𝑟) = (𝑟 − 𝑟 ) + 𝑇p +
4𝑘 Q 2ℎ
rrr) Conduzione termica in regime variabile: metodo dei parametri
concentrati.
Un tipico problema di analisi termica in regime variabile si ha quando le
condizioni al contorno di un mezzo solido cambiano repentinamente. Il processo
della tempra di un acciaio ben rappresenta, dal punto di vista pratico, un
problema di conduzione in regime variabile: supponiamo dunque di avere un
bagno dʼolio a temperatura 𝑇p e un solido dʼacciaio a temperatura iniziale 𝑇" ≫
𝑇p . Al tempo 𝑡 = 0 lʼacciaio ad alta temperatura 𝑇" viene immerso in un bagno
alla temperatura uniforme 𝑇p . Successivamente, per 𝑡 > 0 , inizia il processo di
raffreddamento dellʼacciaio e questʼultimo potrà eventualmente raggiungere la
temperatura del bagno 𝑇p .
Lʼessenza del metodo dei parametri concentrati è il poter considerare la
temperatura dellʼacciaio uniforme nello spazio (condizione che non implica la
costanza temporale): ovviamente la temperatura dellʼacciaio varia in funzione
del tempo 𝑇(𝑡) ma, istante per istante, essa sarà uniforme in tutto il blocco
dʼacciaio, il che implica che il gradiente di temperatura allʼinterno del solido è
trascurabile.
Dal postulato di Fourier si ha che
½½½½⃗ ½⃗𝑇
𝑞̇ [[ = −𝑘∇
Si vede che il considerare ½∇⃗𝑇 → 0 implica avere una conducibilità termica 𝑘 →
+∞ per il solido, in quanto 𝑞̇ [[ ≠ 0 dal momento che lʼacciaio si sta raffreddando.
La condizione 𝑘 → +∞ è impossibile fisicamente, ma può essere ben
approssimata dalla condizione in cui la resistenza termica per conduzione
allʼinterno del solido è molto più piccola della resistenza termica per conduzione
tra il solido e il fluido:
𝐿 1
𝑅HN ≪ 𝑅H. ⟹ ≪
𝑘 ℎ
Si scriva ora lʼequazione di bilancio energetico nellʼunità di tempo in cui la
potenza termica dispersa alla superficie del solido eguaglia lʼenergia accumulata
allʼinterno del volume di solido, che coincide con la variazione di energia interna
nel tempo del solido stesso:
𝜕𝑈 𝑑𝑇
−𝐸̇D8^ = 𝐸̇]HH ⟹ −ℎ𝐴? (𝑇 − 𝑇p ) = ⟹ −ℎ𝐴? (𝑇 − 𝑇p ) = 𝜌𝑉𝑐 ∗
𝜕𝑡 𝑑𝑡
Introduciamo ora la differenza di temperature tra solido e fluido espressa come:
𝜃(𝑡) = 𝑇(𝑡) − 𝑇p
Dato che 𝑇p = 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑡. si ha che 𝑑𝑇⁄𝑑𝑡 = 𝑑𝜃 ⁄𝑑𝑡, dunque:
𝑑𝜃
−ℎ𝐴? 𝜃(𝑡) = 𝜌𝑉𝑐 ∗
𝑑𝑡
Separando le variabili e integrando dalla condizione iniziale in cui 𝑇(𝑡 = 0) = 𝑇" ,
otteniamo:
𝜌𝑉𝑐 ∗ t 𝑑𝜃 ^
w = − w 𝑑𝑇
ℎ𝐴? t" 𝜃 Q
Dove 𝜃" = 𝑇" − 𝑇p . Dunque in definitiva:
𝜌𝑉𝑐 ∗ 𝜃" 𝜌𝑉𝑐 ∗ 𝑇" − 𝑇p
ln = 𝑡 ⟹ ln =𝑡
ℎ𝐴? 𝜃 ℎ𝐴? 𝑇(𝑡) − 𝑇p
Dove t è il tempo necessario perché il solido raggiunga la temperatura T
partendo da 𝑇" allʼistante iniziale 𝑡 = 0.
Per determinare la temperatura raggiunta dal solido al tempo t generico si scrive:
𝜃 𝑇 − 𝑇p ℎ𝐴?
= = exp :− 6 8 𝑡=
𝜃" 𝑇" − 𝑇p 𝜌𝑉𝑐 ∗
Lʼequazione appena scritta mostra che la differenza di temperatura tra il solido e
il fluido tende esponenzialmente a zero per 𝑡 → ∞. Possiamo inoltre definire la
seguente costante:
1
𝜏= 𝜌𝑉𝑐 ∗ = 𝑅 ⋅ 𝐶
ℎ𝐴?
Dove 𝑅 = 1⁄ℎ𝐴? è la resistenza termica alla convezione, mentre 𝐶 = 𝜌𝑉𝑐 ∗ è la
capacità termica del solido. Quindi possiamo scrivere:
^
𝜃 = 𝜃" 𝑒 ) v
Che è lʼanalogo termico dellʼequazione di scarica di un condensatore.
Allʼaumentare di R o di C il solido risponde più lentamente ad una brusca
variazione delle condizioni al contorno.
Lʼenergia complessivamente scambiata nel processo di raffreddamento al tempo
t è:
^ ^
𝑡
𝑄 = w 𝑞̇ 𝑑𝑡 = ℎ𝐴? w 𝜃𝑑𝑡 = 𝜌𝑉𝑐 ∗ 𝜃" :1 − exp 6− 8=
Q Q 𝜏
È ora importante stabilire sotto quali condizioni è applicabile il metodo dei
parametri concentrati: si faccia riferimento ad una parete piana in regime
stazionario, che è come considerare una fotografia di una parete in regime
variabile ad un istante t. Supponiamo che la faccia di sinistra della parete si trovi
alla temperatura 𝑇?* , la faccia di destra alla temperatura 𝑇?, perché in contatto
con un fluido alla temperatura 𝑇p < 𝑇?* . Si ha quindi:
𝑇?* > 𝑇?, > 𝑇p
In regime stazionario il flusso termico per conduzione allʼinterno della parete
eguaglia quello per convezione tra superficie della parete e del fluido, quindi:
𝑘𝐴?
𝑞̇ HN = 𝑞̇ H. ⟹ (𝑇?* − 𝑇?, ) = ℎ𝐴? (𝑇?, − 𝑇p )
𝐿
𝐿
(𝑇?* − 𝑇?, ) 𝑘𝐴? 𝑅HDWN ℎ𝐿 ℎ𝐿
= = = = 𝐵𝑖 ⟹ 𝐵𝑖 =
(𝑇?, − 𝑇p ) 1 𝑅HDW. 𝐾 𝑘
ℎ𝐴?
Il parametro adimensionale Bi è chiamato numero di Biot e rappresenta il
rapporto tra la resistenza conduttiva e quella convettiva. Se 𝐵𝑖 ≪ 1, la resistenza
conduttiva nel solido è trascurabile rispetto a quella convettiva ed è quindi
ragionevole supporre che la temperatura nel solido sia uniforme e rimanga tale
durante il transitorio.
ℎ𝐿H
𝐵𝑖 ≪ 1 ⟹ 𝐵𝑖 = < 0,1
𝑘
Dove 𝐿H è la lunghezza caratteristica del solido ricavabile come rapporto tra il
volume e la superficie “bagnata” del solido stesso. Con “bagnata” si intende la
superficie effettivamente lambita dal flusso del fluido:
𝑉𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑑𝑜 𝑉
𝐿H = =
𝐴𝑟𝑒𝑎 𝑏𝑎𝑔𝑛𝑎𝑡𝑎 𝐴?
Si hanno i seguenti casi notevoli:
S
è Parete piana di spessore ,: 𝐿H = 𝐿;
/
è Cilindro di raggio r: 𝐿H = ,;
/
è Sfera di raggio r: 𝐿H = 6.
Si noti che con 𝐿H lʼesponente dellʼesponenziale prima studiato si può riscrivere
come:
ℎ𝐴? 𝑡 ℎ𝑡 ℎ𝐿H 𝑘 𝑡 ℎ𝐿H 𝛼𝑡

= ∗ = ∗ ,
= = 𝐵𝑖 ⋅ 𝐹𝑜𝑢
𝜌𝑉𝑐 𝜌𝑐 𝐿H 𝑘 𝜌𝑐 𝐿H 𝑘 𝐿,H
Dove
𝛼𝑡
𝐹𝑜𝑢 = ,
𝐿H
Dove compare la diffusività termica 𝛼, è il numero di Fourier e rappresenta il
tempo adimensionalizzato. Si può quindi scrivere:
𝜃 𝑇 − 𝑇p
= = exp(−𝐵𝑖 ⋅ 𝐹𝑜𝑢)
𝜃" 𝑇" − 𝑇p

sss) Convezione.
Il termine convezione deriva dal verbo latino convehere, che significa “portare
insieme” o “trasportare insieme” e si riferisce alla presenza contemporanea di
calore diffusivo (per conduzione) e di trasporto macroscopico di massa nella
convezione. Questʼultima infatti si ha quando un solido è a contatto con un
fluido che è in movimento rispetto ad esso. È un metodo di trasmissione di
calore più efficiente della sola conduzione, in quanto il flusso di massa aumenta
il trasporto termico.
Per la convezione vale la legge di Newton:
𝑄̇ = ℎ𝐴(𝑇? − 𝑇w ) [𝑊]
In cui ℎ è il coefficiente di scambio termico convettivo ed è funzione della
geometria del solido, del campo di moto e delle proprietà del fluido (ovvero del
tipo di fluido). 𝑇w invece è la temperatura del fluido, la quale assume due diverse
espressioni a seconda che la convezione sia esterna (fluido che scorre
esternamente al solido) o interna (fluido che scorre allʼinterno di un tubo o di un
solido):
1. Se ho convezione esterna, allora 𝑇w = 𝑇p , ovvero coincide con la temperatura
indisturbata del fluido, ovvero la temperatura del fluido misurata
sufficientemente lontano dal solido in cui la corrente è indisturbata;
2. Se ho convezione interna, il profilo di temperatura è variabile sulla sezione
trasversale perché è a contatto con la superficie interna del tubo 𝑇? (in
particolare la temperatura massima o minima sarà sullʼasse del tubo), quindi
𝑇w coincide con la 𝑇4V , ovvero la temperatura di miscelamento adiabatico,
che consiste in una media della temperatura sulla sezione. Essa coincide con
la temperatura che si otterrebbe se si mescolassero insieme in modo
adiabatico i vari filetti di fluido a temperatura diversa. Essa è calcolabile
come:
∫V 𝜌𝑐 ∗ 𝑤𝑇𝑑𝐴
𝑇4V =
∫V 𝜌𝑐 ∗ 𝑤𝑑𝐴
Dove si noti che 𝜌, 𝑐 ∗ , 𝑤 non possono in generale essere estratti dallʼintegrale
perché il campo di moto è variabile.
Per capire meglio come funziona il fenomeno della convezione, consideriamo
un contenitore dʼacqua sulla cui superficie viene delicatamente rilasciata una
goccia di inchiostro. Grazie al fenomeno della diffusione, lʼinchiostro si
diffonderà lentamente nellʼintero contenitore, colorandolo completamente.
Analogamente, durante il fenomeno di pura conduzione termica, il calore
diffonde nel solido impiegando un tempo più o meno lungo. Se ora ripetiamo
lʼesperimento dellʼinchiostro ma mettiamo in movimento il fluido con una
bacchetta, possiamo notare che il colorante si diffonderà molto più
rapidamente rispetto a quando si aveva la sola diffusione. Analogamente, un
fluido che scorre attorno ad un solido (trasporto macroscopico di massa)
velocizza notevolmente la diffusione del calore, implicando un maggiore
trasporto termico rispetto alla sola conduzione.
Tale flusso macroscopico di massa può avvenire in modo naturale (dovuto
alla differenza di densità causata da gradienti di temperatura e alle
conseguenti forze di galleggiamento) o in modo forzato (fluido messo in
moto da apparecchi meccanici quali pompe e ventilatori o dal vento).
Esistono tre equazioni della diffusione riferite a tre grandezze fisiche diverse:
massa, energia termica e quantità di moto. Esse seguono dal fatto che in
generale, in un volume di controllo, possiamo esprimere il flusso netto di una
grandezza G come:
𝑑𝐺
= ϕxyzz{,|
𝑑𝑡
Un caso notevole è quello già visto per i sistemi aperti, in cui abbiamo scritto
il flusso di massa come:
𝑑𝑀
= 𝜙W0^^D,4 = 𝑚̇0 − 𝑚̇8
𝑑𝑡
Ora a G possiamo sostituire la massa, il calore o la quantità di moto
ottenendo così tre equazioni di trasporto analoghe fra di loro:
1. Trasporto di massa ‒ Legge di Fick: 𝜙½⃗4 = −𝐷4 ∇ ½⃗𝐶 dove 𝜙½⃗4 è il flusso di
massa, 𝐷4 è il coefficiente di diffusione di massa e C è la concentrazione
della specie chimica considerata. Le unità di misura sono rispettivamente:
𝑚𝑜𝑙
𝜙½⃗4 : , =
𝑚 𝑠
𝑚,
𝐷4 e f
𝑠
𝑚𝑜𝑙
6
½⃗𝐶 Î 𝑚 Ï

𝑚
E, se riferita alla sola direzione y, essa diventa:
𝜕𝐶
𝜙4,= = −𝐷4 𝚥̂
𝜕𝑦
2. Trasporto di energia termica ‒ Postulato di Fourier: 𝑞̇½½½½⃗ [[ = −𝑘∇½⃗𝑇. Dato che
di solito il coefficiente di diffusività è espresso in metri quadri al secondo,
possiamo pensare di usare la diffusività termica 𝛼 per ottenere
unʼequazione analoga alle altre due:
𝑘 𝑚,
𝜙½⃗e = −𝛼∇½⃗(𝜌𝑐 ∗ 𝑇) 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝛼 = e f
𝜌𝑐 ∗ 𝑠
Se consideriamo la sola direzione y otteniamo:
𝜕(𝜌𝑐 ∗ 𝑇)
𝜙e,= = −𝛼 𝚥̂
𝜕𝑦
E le varie unità di misura per le grandezze in gioco sono:
𝐽
𝜙½⃗e : , =
𝑚 𝑠
𝑚,
𝛼 e f
𝑠
𝑘𝑔
𝜌 : 6=
𝑚
𝐽
𝑐∗ : =
𝑘𝑔𝐾
𝑇 [𝐾 ]
𝑦 [𝑚]
3. Trasporto diffusivo della quantità di moto: 𝜙½⃗: = −𝜈∇ ½⃗(𝜌𝑤) dove 𝜈,
coefficiente diffusivo della quantità di moto in metri quadri al secondo, è
la viscosità cinematica del fluido. Essa è definita come:
𝜇
𝜈=
𝜌
Dove 𝜇, 𝑖𝑛 [𝑃𝑎 ⋅ 𝑠], è la viscosità dinamica. Dunque possiamo riscrivere:
𝜙½⃗: = −𝜇∇½⃗𝑤
E, lungo la sola direzione y, diventa:
𝜕𝑤
𝜙:,= = −𝜇 𝚥̂
𝜕𝑦
In cui unità delle grandezze in gioco sono:
𝑚
𝜙½⃗: Î 𝑠, Ï
𝑚 𝑠

𝑚,
𝜈 e f
𝑠
𝜇 [𝑃𝑎 ⋅ 𝑠]
𝑚
𝑤 } ~
𝑠
𝑦 [𝑚 ]
𝑘𝑔
𝜌 : 6=
𝑚

ttt) Convezione termica su lastra piana.


Consideriamo un fluido con velocità indisturbata 𝑤p che nel suo moto incontra
una lastra piana:

Le particelle immediatamente adiacenti alla lastra ne assumeranno la sua


velocità, ovvero si arresteranno assumendo velocità nulla: 𝑤|=XQ = 0. A causa dei
fenomeni viscosi nel fluido, tale strato di particelle rallenteranno gli strati
immediatamente sovrastanti e così via a catena, fino ad una certa quota in cui gli
effetti viscosi sono trascurabili e il flusso procede indisturbato con velocità 𝑤p . A
causa di questi fenomeni dunque si forma il cosiddetto strato limite
fluidodinamico 𝛿: 𝑜 𝛿. , che è la zona di fluido delimitata dal luogo dei punti in
cui 𝑤 = 0,99𝑤p e in cui gli effetti viscosi non sono trascurabili. Tale strato ha
spessore nullo sul bordo di attacco (𝛿. = 0 𝑝𝑒𝑟 𝑥 = 0) e cresce sempre di più col
procedere del fluido lungo la lastra. In esso è possibile distinguere tre zone con
diversi tipi di moto:
1. Una prima zona in cui il moto è laminare, ovvero il moto è particolarmente
ordinato e le particelle di fluido hanno velocità puramente diretta lungo x:
𝑤 = 𝑤< ;
2. Una seconda zona in cui si ha il moto di transizione: le particelle di fluido
subiscono delle fluttuazioni e la velocità presenta anche delle componenti
lungo la coordinata y;
3. Una terza zona in cui il moto è turbolento, ovvero in cui le particelle si
muovono in maniera completamente caotica e formano dei vortici.
Questʼultima zona è a sua volta divisibile in tre sottostrati, uno con moto
laminare e profilo di velocità pressoché lineare, uno di transizione e uno di
moto puramente turbolento con profilo di velocità piatto.
Tale distinzione tra moto laminare, di transizione e turbolento fu introdotta da
Reynolds alla fine dellʼOttocento.
È ora utile notare che, a causa dei fenomeni viscoso, tra i vari strati di fluido e tra
la parete e lo strato di fluido immediatamente adiacente si creano degli sforzi
tangenziali che causano una differenza di velocità e quindi lʼinnesco dello strato
limite fluidodinamico. Si può quindi introdurre lo sforzo a parete o forza di
trascinamento per unità di superficie, definita come:
𝜕𝑤 𝑁
𝜏@ = 𝜇 É : , =
𝜕𝑦 =XQ 𝑚
Che può essere definito anche come la forza che devo esercitare per mettere in
moto il fluido. Lo sforzo a parete è correlato anche alla velocità indisturbata del
fluido attraverso un coefficiente di attrito 𝑐A :
,
𝜌𝑤p
𝜏@ = 𝑐A
2
Da cui segue che la forza totale esercitata sulla lastra di superficie 𝐴 a contatto
col fluido è:
,
𝜌𝑤p
𝐹$ = 𝑐A 𝐴 [𝑁]
2
Studiamo ora i profili di velocità per le varie zone dello strato limite:
è Moto laminare: presenta un profilo di velocità parabolico con velocità
crescente con la coordinata y;
è Moto turbolento: il profilo cresce rapidamente in prossimità della parete per
poi appiattirsi con lʼaumentare della coordinata y, quindi si dice che ha un
profilo di velocità piatto.
È utile notare che nello strato limite sono evidenti gli effetti della viscosità
dinamica 𝜇 che è responsabile della forza di trascinamento e quindi delle
differenti velocità degli strati.
Introduciamo ora il numero di Reynolds, un parametro adimensionale definito
come:
𝑓𝑜𝑟𝑧𝑒 𝑑 [ 𝑖𝑛𝑒𝑟𝑧𝑖𝑎 𝜌𝑤𝐿H 𝑤𝐿H
𝑅𝑒 = = =
𝑓𝑜𝑟𝑧𝑒 𝑣𝑖𝑠𝑐𝑜𝑠𝑒 𝜇 𝜈
Dove 𝐿H è la lunghezza caratteristica (la lunghezza della lastra per una lastra
piana e il diametro per un tubo). Il numero di Reynolds paragone gli ordini di
grandezza tra forze dʼinerzia, responsabili del moto turbolento, e forze viscose,
responsabili del moto laminare.
Da esperienze di laboratorio per le lastre piane, si è notato che dopo un certo
valore di tale parametro, detto numero di Reynolds critico, 𝑅𝑒H/ , il moto subisce
la transizione da laminare e turbolento. Per una piastra piana esso vale:
𝑅𝑒H/ = 5 ⋅ 10J
E in particolare:
è 𝑅𝑒 < 𝑅𝑒H/ = 5 ⋅ 10J : moto laminare;
è 5 ⋅ 10J < 𝑅𝑒 < 10K : moto di transizione;
è 𝑅𝑒 > 10K : moto turbolento.
Il numero di Reynolds dipende sia dal tipo di fluido sia dalla geometria che fa
variare lo stato di moto.
Consideriamo ora un fluido a temperatura 𝑇p che scorre su una piastra a
temperatura 𝑇? > 𝑇p . Nello strato di fluido a velocità nulla immediatamente
adiacente alla lastra, verrà trasmesso calore per sola conduzione, mentre negli
strati immediatamente successivi tale calore si diffonderà sempre meglio per
convezione. Quindi in prossimità della lastra si crea una zona in cui sono
presenti dei gradienti di temperatura tra i vari strati di fluido e tale zona viene
detta strato limite termico 𝛿$ . Esso può essere definito come lo strato di fluido
delimitato dal luogo dei punti tali che 𝑇 − 𝑇? = 0,99(𝑇p − 𝑇? ).
Possiamo ora definire un secondo parametro adimensionale, detto numero di
Prandtl, che confronta lo sviluppo dello strato limite fluidodinamico con quello
dello strato limite termico ed è uguale al rapporto tra la diffusività molecolare
della quantità di moto e la diffusività molecolare del calore:
𝐷𝑖𝑓𝑓𝑢𝑠𝑖𝑣𝑖𝑡à 𝑚𝑜𝑙𝑒𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑡𝑜 𝜈
𝑃𝑟 = =
𝐷𝑖𝑓𝑓𝑢𝑠𝑖𝑣𝑖𝑡à 𝑚𝑜𝑙𝑒𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝛼
Dove 𝜈 è la viscosità cinematica e 𝛼 la diffusività termica. Possiamo distinguere
tre diversi casi:
• Se 𝑃𝑟 ≫ 1, diffonde meglio la quantità di moto rispetto al calore e quindi gli
strati limite saranno diversi: infatti si svilupperà prima lo strato limite
fluidodinamico rispetto a quello termico (𝛿. > 𝛿$ ). Un caso tipico è quello degli
olii che hanno 𝑃𝑟 ≈ 100000.
• Se 𝑃𝑟 ≈ 1, gli ordini di grandezza dei due tipi di diffusione sono comparabili e
quindi i due strati limite crescono di pari passo (𝛿. ≈ 𝛿$ ). È il caso dellʼacqua
che ha 𝑃𝑟 ≈ 1 e dellʼaria che ha 𝑃𝑟 ≈ 0,7.
• Se 𝑃𝑟 ≪ 1, il calore diffonde meglio rispetto alla quantità di moto ovvero lo
strato limite termico cresce più velocemente rispetto a quello fluidodinamico
(𝛿. < 𝛿$ ).
Il numero di Prandtl può essere riscritto sfruttando la viscosità dinamica al posto
di quella cinematica:
𝜈 𝜇 𝜌𝑐 ∗ 𝜇𝑐 ∗
𝑃𝑟 = = =
𝛼 𝜌 𝑘A28"ND 𝑘A28"ND
Esiste un terzo parametro adimensionale detto numero di Nusselt e definito
come:
𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑄̇HDW. ℎ(𝑇? − 𝑇p ) ℎ𝐿
𝑁𝑢 = = = =
𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑢𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑄̇HDWN 𝑘A28"ND 𝑘A28"ND
6 𝐿 8 (𝑇? − 𝑇p )
Esso rappresenta il rapporto tra la potenza termica convettiva e la potenza
termica conduttiva e si possono distinguere due casi:
è 𝑁𝑢 = 1: la trasmissione del calore avviene per conduzione pura;
è 𝑁𝑢 > 1: la trasmissione del calore avviene per convezione.
Si noti che esso è molto simile al numero di Biot, definito in precedenza come:
ℎ𝐿
𝐵𝑖 =
𝑘?D2"ND
Ma differiscono per il fatto che il numero di Nusselt presenta la conduttività
termica del fluido in moto, mentre quello di Biot richiede la conduttività termica
del solito. Inoltre hanno diverso significato fisico: il numero di Biot è il rapporto
tra la resistenza conduttiva e quella convettiva nel solido, mentre quello di
Nusselt rappresenta il rapporto tra la potenza termica convettiva e quella
conduttiva nel fluido considerato.

uuu) Correlazioni di scambio termico in convezione forzata.


Esistono delle correlazioni tra i tre gruppi adimensionali 𝑁𝑢, 𝑅𝑒, 𝑃𝑟 che
assumono la formula generale:
𝑁𝑢 = 𝐴 ⋅ 𝑅𝑒 n ⋅ 𝑃𝑟 H
Dove la relazione è stata ricavata mediante il teorema di Buckingham nel modo
che a breve verrà illustrato mentre i coefficienti costanti A, b, c sono determinati
sperimentalmente. In particolare abbiamo per una lastra piana:
0
è Moto Laminare (𝑃𝑟 > 0.6, 𝑅𝑒 < 5 ⋅ 10J ): 𝑁𝑢 = 0.664 ⋅ 𝑅𝑒 Q.J ⋅ 𝑃𝑟 @
0
è Moto Turbolenti (𝑃𝑟 > 0.6, 𝑅𝑒 > 5 ⋅ 10J ): 𝑁𝑢 = 0,037 ⋅ 𝑅𝑒 Q.b ⋅ 𝑃𝑟 @
Si ricordi che il numero di Reynolds assume espressioni diversi per piastre e
tubi:
𝜌𝑤𝐿
𝑅𝑒S = ⟹ 𝐿𝑎𝑠𝑡𝑟𝑒
𝜇
𝜌𝑤𝐷
𝑅𝑒m = ⟹ 𝑇𝑢𝑏𝑖
𝜇
Dove 𝐷 è il diametro del tubo considerato.
Il teorema di Buckingham usato per ricavare tali equazioni si basa sullʼanalisi
dimensionale delle varie grandezze coinvolte nel fenomeno di convezione forzata
e sul principio secondo il quale ambo i membri di unʼequazione sono
dimensionalmente omogenei. Il teorema di Buckingham afferma che esiste
unʼequazione non nota che lega tra loro le grandezze fisiche che influenzano il
fenomeno della convezione forzata e che questa relazione è dimensionalmente
omogenea. Più precisamente e più in generale, siano 𝐺* , 𝐺, , … , 𝐺W le n variabili
fisiche che influenzano un fenomeno e supponiamo che esista un relazione
analitica che le leghi tra loro in forma esplicita 𝐺* = 𝑓(𝐺, , 𝐺6 , … , 𝐺W ) o in forma
esplicita 𝐹(𝐺* , 𝐺, , … , 𝐺W ) = 0. Sia j il numero delle grandezze fisiche
fondamentali del sistema di misura scelto come riferimento (nel nostro caso il
Sistema Internazionale), come ad esempio la temperatura T, la lunghezza L, il
tempo t, la massa M, ecc. Allora la relazione analitica espressa in forma implicita
𝐹(𝐺* , 𝐺, , … , 𝐺W ) = 0 tra le variabili che influenzano il fenomeno fisico può essere
espressa come una relazione tra 𝑖 = 𝑛 − 𝑗 parametri adimensionali
𝜋* , 𝜋, , 𝜋6 , … , 𝜋" . Ovvero:
𝐵𝑢𝑐𝑘𝑖𝑛𝑔ℎ𝑎𝑚
𝐹(𝐺 , 𝐺 , …
ÛÜÜÜÜÜÜÝÜÜÜÜÜÜÞ
* , , 𝐺W ) = 0 ⟹ 𝐹 [ (𝜋* , 𝜋, , 𝜋6 , … , 𝜋" ) = 0
ÛÜÜÜÜÝÜÜÜÜÞ
e8]W^"^à A"?"HP0 HP0 "W^0/0??]WD -]/]50^/"
"2 @/Dn205] A"?"HD ]N"50W?"DW]2"
Il metodo più generale per costruire una relazione fondamentale tra numeri
adimensionali iniziando da una relazione tra grandezze fisiche è la seguente:
]* n, U*
⎧𝜋* = 𝑄* 𝑄, … 𝑄U 𝑄Ug*
⎪ U,
𝜋, = 𝑄*], 𝑄,n, … 𝑄U 𝑄Ug,
⎨ ⋮
⎪ ]" n" U"
⎩ 𝜋" = 𝑄* 𝑄, … 𝑄U 𝑄Ug"
Un modo più semplice per ottenere lo stesso risultato è supporre che la relazione
𝐺* = 𝑓(𝐺, , 𝐺6 , … , 𝐺W ) possa essere espressa sotto forma di monomio come:
𝑄* = 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑡. 𝑄,n 𝑄6H … 𝑄WW
I numeri o gruppi adimensionali vengono facilmente ricavati imponendo che gli
esponenti 𝑏, 𝑐, … , 𝑛 siano tali che la relazione sia dimensionalmente omogenea.
Nel caso della convezione forzata dobbiamo costruire una relazione tra h e le
altre grandezze fisiche che interessano il fenomeno convettivo. Dato che h
dipende dalle caratteristiche del fluido, dalla geometria del problema e dal
campo di moto, possiamo scrivere:
ℎ = ℎ(𝜌, 𝜇, 𝑐, 𝑘, 𝑤, 𝐿)
La forma monomiale della relazione è:
ℎ = 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑡. 𝜌n 𝜇H 𝑐 N 𝑘 0 𝑤 A 𝐿a
E nel nostro caso le grandezze fondamentali sono lunghezza L, massa M, tempo
t e temperatura T (𝑛 = 7, 𝑗 = 4 ⟹ 3 𝑔𝑟𝑢𝑝𝑝𝑖 𝑎𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖). Dallʼanalisi
dimensionale di ciascuna quantità otteniamo che:
𝑊
𝐶𝑜𝑒𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑜 ℎ : = [𝑀𝑡 )6 𝑇 )* ]
𝑚, 𝐾
𝐿𝑢𝑛𝑔ℎ𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑎 𝐿 [𝑚 ] [𝐿]
𝑘𝑔
𝐷𝑒𝑛𝑠𝑖𝑡à 𝜌 : 6= [𝑀𝐿)6 ]
𝑚
𝑉𝑖𝑠𝑐𝑜𝑠𝑖𝑡à 𝐷𝑖𝑛𝑎𝑚𝑖𝑐𝑎 𝜇 [𝑃𝑎 ⋅ 𝑠] [𝑀𝐿)* ]
𝐽
𝐶𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑜 𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑐 : = [𝐿, 𝑡 ), 𝑇 )* ]
𝑘𝑔𝐾
𝑊
𝐶𝑜𝑛𝑑𝑢𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡à 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑘 : = [𝑀𝐿𝑡 )6 𝑇 )* ]
𝑚𝐾
𝑚
𝑉𝑒𝑙𝑜𝑐𝑖𝑡à 𝑤 } ~ [𝐿𝑡 )* ]
𝑠
Sostituendo le grandezze fisiche fondamentali ottenute dallʼanalisi dimensionale
nella relazione fondamentale in forma monomiale otteniamo:
[𝑀𝑡 )6 𝑇 )* ] = 𝐴[𝑀𝐿)6 ]n [𝑀𝐿)* ]H [𝐿, 𝑡 ), 𝑇 )* ]N [𝑀𝐿𝑡 )6 𝑇 )* ]0 [𝐿𝑡 )* ]A [𝐿] a

𝑀𝑡 )6 𝑇 )* = 𝐴 ⋅ 𝑀ngHg0 𝐿)6n)Hg6Ng0gAga 𝑡 )H),N)60)A 𝑇 )N)0


Imponendo lʼomogeneità dimensionale, otteniamo:
𝑀: 1 = 𝑏 + 𝑐 + 𝑒
𝐿: 0 = −3𝑏 − 𝑐 + 3𝑑 + 𝑒 + 𝑓 + 𝑔
ß 𝑡: − 3 = −𝑐 − 2𝑑 − 3𝑒 − 𝑓
𝑇: − 1 =
−𝑑 − 𝑒
𝑐 =𝑑−𝑏
𝑒 =1−𝑑
ß𝑔 = 𝑏 − 1
𝑓=𝑏
Quindi, sostituendo i risultati ottenuti nella relazione di partenza e
raggruppando i termini con stesso esponente si ottiene:
ℎ = 𝐴𝜌n 𝜇N)n 𝑐 N 𝑘*)N 𝑤 n 𝐿n)* = 𝐴𝜌n 𝜇)n 𝑤 n 𝐿n 𝜇N 𝑐 N 𝑘 )N 𝑘* 𝐿)*
ℎ𝐿 𝜌𝑤𝐿 n 𝜇𝑐 N
⟹ = 𝐴6 8 ; <
𝑘 𝜇 𝑘
⟹ 𝑁𝑢 = 𝐴 ⋅ 𝑅𝑒 ⋅ 𝑃𝑟 N
n

Quindi, come volevasi dimostrare, sussiste la seguente relazione tra i tre


parametri adimensionali numero di Nusselt 𝑁𝑢, Numero di Reynolds 𝑅𝑒 e
numero di Prandtl 𝑃𝑟.

vvv) Flusso nei tubi.


Quando abbiamo un flusso in un tubo, possiamo schematizzare il problema
come un fluido che scorre tra due lastre piane parallele lunghe tanto quanto il
tubo stesso, ovvero possiamo considerare la sezione del tubo.
A differenza della convezione esterna in cui la corrente è libera e quindi lo strato
limite può crescere indefinitamente a piacere, nella convezione interna, dato che
il tubo è racchiuso dalla superficie interna del tubo, gli strati limite delle due
“pareti equivalenti” crescono fino ad incontrarsi nellʼasse del tubo. La regione
compresa tra la sezione di ingresso e la sezione dove lo strato limite raggiunge
lʼasse del tubo è detta regione dʼingresso idrodinamica e la sua lunghezza è detta
lunghezza dʼingresso idrodinamica. La regione oltre quella dʼingresso nella quale
il profilo di velocità risulta completamente sviluppato e costante si chiama
regione idrodinamicamente sviluppata.
Se il diametro del tubo è piccolo, i due strati limite si incontrano quando sono
ancora laminari e quindi tendenzialmente si ha moto laminare. Si ha dunque un
profilo di velocità parabolico.
Se il tubo è di grande diametro, i due strati limite si incontrano nella parte
turbolenta e quindi il moto è complessivamente turbolento. Si ha dunque un
profilo di velocità piatto.
Il moto turbolento non inizia subito allʼingresso del tubo, bensì esso si sviluppa
dopo una lunghezza pari a dieci volte il diametro del tubo, ovvero la lunghezza di
ingresso oltre la quale il flusso turbolento è completamente sviluppato è pari a:
𝐿"W = 10𝐷
I misuratori di temperatura, portata, ecc. vanno posizionati ad una distanza di
10𝐷 a valle dellʼultima discontinuità fluidodinamica in modo tale che il flusso sia
completamente sviluppato. Infatti, per misurare tali quantità fisiche, è necessario
che il flusso sia completamente turbolento o laminare, non in transizione, quindi
è necessario porre gli strumenti al di là della lunghezza dʼingresso. In campo
industriale si ha sempre moto turbolento.
Infine è utile notare che il numero di Reynolds critico per i tubi è diverso da
quello delle lamine piane. Infatti per i tubi si ha:
𝑅𝑒H/ = 2300
E in particolare:
è Se 𝑅𝑒 < 2300, il moto è laminare;
è Se 2300 < 𝑅𝑒 < 4000, il moto è di transizione;
è Se 𝑅𝑒 > 4000, il moto è turbolento.

www) Scambio termico per irraggiamento.


Lo scambio termico per irraggiamento si verifica mediante due meccanismi che
si rifanno a due teorie fisiche diverse: mediante radiazione elettromagnetica
(teoria ondulatoria) o mediante emissione di fotoni, ovvero particelle dotate di
energia (teoria corpuscolare).
Consideriamo a titolo di esempio il seguente sistema:
Esso è costituito da una camera in cui è stato fatto il vuoto che ha al proprio
interno una sfera ad elevata temperatura 𝑇? ≫ 𝑇@ , dove 𝑇@ indica la temperatura
delle pareti della camera. I due corpi sono ovviamente in disequilibrio al tempo
𝑡 = 0 e, dato che è stato fatto il vuoto, non possono scambiare calore né per
conduzione né per convezione, dunque interagiranno mediante fenomeni di
irraggiamento. La sfera quindi si raffredderà portandosi a 𝑇? = 𝑇@ per 𝑡 → +∞,
+(
quindi essa diminuisce la propria energia interna: +^
< 0. Possiamo quindi
scrivere un bilancio energetico per la sfera:
𝜕𝑈 𝜕𝑇
= 𝜌𝑐 ∗ 𝑉 = 𝐸̇"//]aa"]50W^D
𝜕𝑡 𝜕𝑡
Il pioniere di tali fenomeni di irraggiamento fu Maxwell, che nel 1864 gettò le
basi per la radiazione elettromagnetica stabilendo che ogni corpo a temperatura
assoluta 𝑇 > 0𝐾 emette onde elettromagnetiche. Questʼemissione (o
assorbimento) di onde elettromagnetiche è a sua volta causa di una variazione di
energia interna, ovvero un corpo è in grado di modificare la propria energia
interna (e quindi la propria temperatura) mediante emissione o assorbimento di
onde o fotoni.
Nel 1887 Hertz annunciò la legge che lega la lunghezza dʼonda 𝜆 alla velocità
della luce nel mezzo 𝑐 e alla frequenza della sorgente:
𝑐
𝜆=
𝑓
Legge che a sua volta ci fa intendere che le onde elettromagnetiche si propagano
alla velocità della luce. In un mezzo tale velocità è data da:
𝑐Q
𝑐=
𝑛
C5
Dove 𝑐Q = 300000 ? è la velocità della luce nel vuoto, mentre 𝑛 è lʼindice di
rifrazione del mezzo, un parametro adimensionale che indica la capacità del
mezzo di attenuare la velocità della luce e di deviarla.
La visione alternativa alla teoria ondulatoria è quella corpuscolare, la quale
sostiene che i corpi emettano dei fotoni, ovvero dei quanti (particelle) di
energia. Tale energia fu valutata da Planck nel 1900:
𝑐
𝑒 = ℎ𝑓 = ℎ
𝜆
)6L
Dove ℎ = 6,625 ⋅ 10 𝐽 ⋅ 𝑠 è la costante di Planck. Tale relazione ci fa capire
dunque che le diverse onde, benché di natura condivisa, sono differenziate da
energie diverse: infatti quelle con lunghezza dʼonda minore trasportano una
maggiore energia.
Spesso si è soliti riportare le diverse lunghezze dʼonda e i vari tipi di onda ad esse
associati in un grafico, detto spettro delle onde elettromagnetiche:
Questa foto di Autore sconosciuto è concesso in licenza da CC BY-NC-ND
Come era prevedibile già dalla relazione di Hertz, lunghezza dʼonda e frequenza
sono inversamente proporzionali. Tale spettro è limitato superiormente dalle
onde elettriche di potenza (10*Q 𝜇𝑚) e inferiormente dai raggi cosmici
(10)*Q 𝜇𝑚). È importante notare la presenza di una banda detta banda del
visibile, che corrisponde alle lunghezze dʼonda captabili dallʼocchio umano:
𝜆."?"n"20 = 0,4 ÷ 0,7 𝜇𝑚 = 400 ÷ 700 𝑛𝑚. Tale banda è limitata superiormente dal
rosso e inferiormente dal violetto; questʼultimo è preceduto dai cosiddetti raggi
ultravioletti, con lunghezza dʼonda 𝜆(# = 10), ÷ 0,4 𝜇𝑚, mentre il rosso è
seguito dai raggi infrarossi, con lunghezza dʼonda 𝜆l3 = 0,7 ÷ 100 𝜇𝑚.
È importante notare che la radiazione termica è solo una porzione dellʼintero
spettro elettromagnetico: essa, infatti, coinvolge lunghezze dʼonda comprese tra
0,1 𝜇𝑚 e 100 𝜇𝑚, ovvero parte dellʼultravioletto e lʼintera banda degli infrarossi.
Tali radiazioni sono grado di modificare lʼenergia interna del corpo che le
assorbe, andandone ad aumentare più o meno significativamente la temperatura.
I tipi di onda che precedono lʼultravioletto (raggi x, raggi 𝛾, raggi cosmici) sono
le cosiddette radiazioni ionizzanti e sono molto dannose per la salute in quanto
sono in grado di modificare la struttura della materia.
La radiazione solare è compresa tra 0,1 e 3 𝜇𝑚 con un picco di emissione nel
visibile, intorno a 0,5 𝜇𝑚. Infine, le microonde sono comprese tra lunghezze
dʼonda di 10)L ÷ 10), 𝜇𝑚.

xxx) Radiazione emessa da una superficie.


La radiazione emessa da una superficie dipende da due fattori: la lunghezza
dʼonda 𝜆 e la direzione 𝜃 con cui essa viene emessa.
Si definisce una superficie ideale di riferimento, detta corpo nero (black body)
che è un perfetto emettitore ed un perfetto assorbitore di energia (termica).
Perfetto assorbite significa che assorbe completamente la radiazione incidente
indipendentemente dalla lunghezza dʼonda 𝜆 e dalla direzione 𝜃 con cui essa
incide sulla superficie. Perfetto emettitore invece significa che, fissate la
temperatura assoluta T e la lunghezza dʼonda 𝜆, il corpo nero è la superficie che
emette la massima energia nello spazio tra tutti quelli alla stessa temperatura e a
parità di lunghezza dʼonda considerata.
Il corpo nero è anche un emettitore diffuso, ovvero è un corpo in grado di
emettere la stessa quantità di energia per ogni direzione 𝜃, mentre un corpo
reale emette energia dʼintensità diversa a seconda dellʼangolo considerato:

Per un corpo nero si può definire lʼintensità spettrale di corpo nero 𝐼Y,' (𝜆, 𝑇):
2ℎ𝑐Q, 𝑊
𝐼Y,' (𝜆, 𝜃) = : 6 =
ℎ𝑐
𝜆J :exp 6 Q 8 − 1= 𝑚
𝜆𝑘𝑇
Essa rappresenta lʼenergia emessa dal corpo nero alla temperatura T per unità di
5
tempo e unità di superficie. 𝑐Q = 3 ⋅ 10b ? è la velocità della luce nel vuoto, ℎ =
B
6,625 ⋅ 10)6L 𝐽 ⋅ 𝑠 è la costante di Planck e 𝑘 = 1,381 ⋅ 10),J F è la costante di
Boltzmann. Come si può ben notare, è funzione sia della lunghezza dʼonda sia
della temperatura del corpo nero.
Integrando tale funzione su tutte le direzioni (𝜃 = 0 ÷ 𝜋 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑎),
si ottiene il potere emissivo spettrale del corpo nero, definito come lʼenergia
emessa per unità di tempo, di superficie e per una determinata lunghezza dʼonda
(o frequenza):
𝑐* 𝑊
𝐸Y,' (𝜆, 𝑇) = 𝜋 ⋅ 𝐼Y,' (𝜆, 𝜃) = 𝑐 : , =
𝜆J }exp ; , < − 1~ 𝑚 ⋅ 𝜇𝑚
𝜆𝑇
?
, b i~5 PHD
Dove 𝑐* = 2𝜋ℎ𝑐Q = 3,7413 ⋅ 10 51 e 𝑐, = C = 1,4388 ⋅ 10L 𝜇𝑚𝐾 sono due
costanti. Esso è anche chiamato in letteratura “potere emissivo monocromatico”
e in termini più rigorosi può essere anche definito, nel caso di un corpo nero,
come la potenza radiante emessa dal corpo nero alla temperatura assoluta T per
unità di area superficiale e per unità di lunghezza dʼonda nellʼintorno della
lunghezza dʼonda 𝜆. Il potere emissivo è una funzione continua di 𝜆 e si possono
tracciare i seguenti grafici 𝐸Y,' − 𝜆 per un corpo siffatto (si noti che i grafici più
frastagliati si riferiscono a superfici reali):
Con questi grafici alla mano, possiamo trarre quattro considerazioni
fondamentali:
(1) La radiazione emessa da un corpo nero è una funzione continua della
lunghezza dʼonda 𝜆;
(2) Fissata una lunghezza dʼonda 𝜆 = 𝜆̅, la radiazione maggiore è emessa dal
corpo con temperatura maggiore, quindi la radiazione aumenta con la
temperatura;
(3) La regione in cui è concentrata la massima emissione di energia dipende
dalla temperatura e una radiazione maggiore appare a lunghezze dʼonda
sempre più piccole al crescere della temperatura.;
(4) Una frazione significativa della radiazione emessa dal sole, che può essere
schematizzato come un corpo nero a 𝑇 = 5800𝐾, è nella banda visibile dello
spettro elettromagnetico. Per un corpo a 𝑇 ≤ 800𝐾, la radiazione è
soprattutto contenuta nella banda degli infrarossi dello spettro (ovvero un
corpo emette onde nella banda del visibile solo dopo aver superato gli 800K).
Si può inoltre notare che i picchi di emissione tracciano una curva iperbolica nel
piano 𝑇 − 𝜆 (vedi figura 3) e che tali picchi si spostano sempre più verso sinistra
allʼaumentare della temperatura assoluta. Lo spostamento dei massimi è
descritto dalla legge di spostamento di Wien:
𝑇𝜆5]< = 2898 𝜇𝑚 ⋅ 𝐾
Ora noi sappiamo che il Sole ha un pico di emissione a 𝜆5]< = 0,5 𝜇𝑚, quindi
otteniamo che:
2898 𝜇𝑚
𝑇?D20 = = 5796 𝐾
0,5 𝜇𝑚
Quindi il Sole, come già ribadito al punto (4), può effettivamente essere
approssimato ad un corpo nero con temperatura assoluta 𝑇 = 5800𝐾.
Si noti infine che ogni corpo emette radiazioni in un certo range di lunghezza
dʼonda, ma il picco di potere emissivo si ha solo per un valore di lunghezza
dʼonda 𝜆 = 𝜆5]< .
Integrando tale funzione su un determinato range di lunghezze dʼonda, si ottiene
la potenza termica emessa per unità di superficie in tale campo dal corpo nero
considerato. Ad esempio, nel campo del visibile, la potenza è:
Q,K
w 𝐸Y,' (𝜆, 𝑇)
Q,L
Il potere emissivo totale di corpo nero, ovvero tutta la potenza termica emessa
nello spazio circostante da un corpo nero a temperatura assoluta T, è data dalla
legge di Stefan-Boltzmann, che si ottiene integrando il potere emissivo spettrale
di corpo nero su tutte le lunghezze dʼonda:
p
𝑊
𝐸' = w 𝐸Y,' (𝜆, 𝑇)𝑑𝜆 = 𝜎𝑇 L : , =
Q 𝑚
)b i
Dove 𝜎 = 5,67 ⋅ 10 51 F? è la costante di Stefan-Boltzmann. Tale integrale
consiste nellʼarea sottesa al grafico del potere emissivo spettrale di un corpo nero
a temperatura T.
I grafici del potere emissivo spettrale in funzione di 𝜆 𝑒 𝜃 invece sono:
. МВ
A questo punto della trattazione risulta naturale porsi delle domande su come
funzioni il meccanismo della vista umana: noi vediamo i corpi (e in particolare i
colori) perché riflettono onde elettromagnetiche della frequenza corrispondente
ad un determinato colore nel campo nel visibile. In particolare, il nero assorbe
tutta la banda del visibile, mentre il bianco la riflette completamente. Se però
consideriamo un corpo al buio, noteremo che la maggior parte di essi non sono
visibili: ciò è dovuto al fatto che la radiazione emessa dalla maggior parte dei
corpi a temperatura ambiente è nel campo dellʼinfrarosso e quindi non è visibile
allʼocchio umano. Solitamente i corpi emettono radiazione nel campo del visibile
ad una temperatura 𝑇 > 800𝐾. In caso contrario, per vederli al buio è necessario
un visore ad infrarossi.
Infine è utile notare che ogni corpo emette onde su un campo di lunghezze
dʼonda e che, integrando il potere emissivo spettrale su quel campo, trovo il
potere emissivo totale di corpo nero.
Lʼemissione reale è solitamente molto diversa da quella di un corpo nero e può
essere caratterizzata dallʼemissività 𝜀(𝜆, 𝜃), funzione di lunghezza dʼonda e
direzione. Tale grandezza esprime quanto il corpo reale si discosta dal corpo
nero (ideale) ed è quindi definita dal rapporto:
𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑖𝑎 𝑒𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑎 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑒 𝐸3
𝜀(𝜆, 𝜃) = =
𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑖𝑎 𝑒𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑛𝑒𝑟𝑜 𝐸'
E il suo valore è compreso tra 0 e 1 (è pari allʼunità unicamente per i corpi neri).
Integrando in 𝜆 𝑒 𝜃, si ottiene lʼemissività emisferica totale:
𝜀 = w w𝜀(𝜆, 𝜃)𝑑𝜃𝑑𝜆
t Y
Corrisponde quindi alla media di 𝜀(𝜆, 𝜃) su tutte le lunghezze dʼonda e tute le
direzioni.
Definiamo ora emettitore diffuso una superficie le cui caratteristiche e proprietà
sono indipendenti dalla direzione 𝜃, mentre definiamo corpo grigio una
superficie le cui caratteristiche sono indipendenti dalla lunghezza dʼonda 𝜆. Per
un corpo che sia grigio ed emettitore diffuso è possibile definire un unico valore
di emissività 𝜀 costante. In caso di superficie reale, invece, i grafici sono i
seguenti:
yyy) Coefficienti di assorbimento, riflessione e trasmissione. Teorema di
Kirchhoff.
Consideriamo un mezzo semitrasparente (ad esempio il vetro o uno specchio
i
dʼacqua) su cui viene fatta incidere unʼirradiazione G }51 ~. Si potrà notare che G
dunque si divide in tre parti: una parte 𝐺v , detta radiazione trasmessa. attraversa
completamente la superficie; una parte 𝐺• , detta radiazione assorbita, viene
intercettata dalla superficie e assorbita; unʼultima parte 𝐺k , detta radiazione
riflessa, viene “respinta” (ovvero riflessa) dalla superficie. Possiamo dunque
scrivere il seguente bilancio di energia per il corpo:
𝐺 = 𝐺v + 𝐺• + 𝐺k
Dividendo ambo i membri per la radiazione G, otteniamo:
𝐺v 𝐺• 𝐺k
+ + =1
𝐺 𝐺 𝐺
Relazione da cui possiamo definire tre coefficienti adimensionali:
𝐺v
𝜏= 𝑐𝑜𝑒𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑚𝑖𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑚𝑖𝑡𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎
𝐺
𝐺•
𝛼= 𝑐𝑜𝑒𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑟𝑏𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑜 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑟𝑏𝑎𝑛𝑧𝑎
𝐺
𝐺k
𝜌= 𝑐𝑜𝑒𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑜 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎
𝐺
Quindi, sostituendo, si nota facilmente che per ogni corpo vale la seguente
relazione:
𝜏+𝛼+𝜌 =1
Ovviamente è evidente che i valori di tutti Definiamo ora come corpi opachi
(allʼirradiazione termica) quei corpi tali per cui 𝜏 = 0, per i quali dunque vale la
relazione:
𝛼+𝜌 =1
Consideriamo ora una cavità chiusa e nera a temperatura 𝑇? al cui interno è
posizionato un corpo grigio B con emissività 𝜀 e in equilibrio con lʼaltra
superficie, ovvero tale che 𝑇\ = 𝑇? . In tali condizioni di equilibrio termico, si
deve avere innanzitutto che la radiazione incidente su B sia uguale alla
radiazione emessa dalla superficie nera, ovvero:
𝐺\ = 𝐸% = 𝜎𝑇%L
Inoltre, sempre per le condizioni di equilibrio, affinché la temperatura rimanga
costante si deve avere che la radiazione assorbita da B sia uguale a quella emessa
da B stesso, ovvero:
𝐺•\ = 𝛼𝐺\ = 𝐸\ ⟹ 𝛼𝜎𝑇%L = 𝜀𝜎𝑇\L
Ma, dato che si ha 𝑇\ = 𝑇? per ipotesi, allora otteniamo la seguente relazione per
i corpi grigi, detta Teorema di Kirchhoff:
𝛼=𝜀
Quindi per un corpo in equilibrio con la sua sorgente lʼassorbanza è uguale
allʼemissività. Tale proprietà, in genere, si ha anche quando non si ha un perfetto
equilibrio tra i due corpo ma si è in un intorno dello stato di equilibrio.

zzz) Fattore di vista, regola di reciprocità, regola della somma.


Il fattore di vista è un parametro adimensionale che descrive come lʼorientazione
reciproca di due superfici incida nello scambio termico per irraggiamento. Esso è
definito come:
𝑄̇*→, 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑎 1 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑖𝑑𝑒 𝑠𝑢 2
𝐹*, = =
𝑄̇* 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑎 1 𝑖𝑛 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑙𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜
Nel caso di un corpo convesso 1 racchiuso interamente da una superficie, si ha
𝐹*, = 1 (ad esempio una sferetta di metallo allʼinterno di una sfera cava), mentre
per corpi concavi (ad esempio una semisfera) solitamente 𝐹*, < 1, in quanto
parte della radiazione emessa dal corpo finisce su se stesso. I valori del fattore di
vista sono compresi tra 0 e 1. Per una superficie perfettamente piatta e isolata
nello spazio, 𝐹** = 0.
Date due superfici 𝐴* 𝑒 𝐴, , vale la seguente regola di reciprocità:
𝐴* 𝐹*, = 𝐴, 𝐹,*
Mentre per una cavità chiusa composta da n pareti vale la regola della somma:
W

G 𝐹*U = 1
UX*
Ad esempio, per un quadrato:
𝐹** + 𝐹*, + 𝐹*6 + 𝐹*L = 1

aaaa) Radiazione termica scambiata tra due superfici nere.


Si considerino due superfici nere, una 𝐴* a temperatura 𝑇* e una 𝐴, a
temperatura 𝑇, , arbitrariamente disposte nello spazio e interagenti tra di loro per
irraggiamento. Allora la radiazione termica scambiata 𝑄̇*, tra le due superfici
sarà data da:
𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑎 1 𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑎 2
𝑄̇*, = ; <−; < =
𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 2 𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 1
= 𝐴* 𝐸'* 𝐹*, − 𝐴, 𝐸', 𝐹,*
I due fattori di vista indicano rispettivamente quanta energia di 1 viene
intercettata da 2 e quanta energia emessa da 2 viene intercettata da 2. Per la
legge di reciprocità possiamo scrivere 𝐴* 𝐹*, = 𝐴, 𝐹,* , quindi si ottiene:
𝑄̇*, = 𝐴* 𝐹*, 𝜎(𝑇*L − 𝑇,L ) [𝑊]

bbbb) Corpo grigio ed emettitore diffuso.


Consideriamo un corpo grigio che sia anche un emettitore diffuso, ovvero tale
che il suo valore di emissività 𝜀 sia unico e indipendente dalla lunghezza dʼonda
e dalla direzione. Definiamo radiosità della superficie i la somma della radiazione
riflessa e della radiazione emessa dalla superficie, ovvero la radiazione totale che
abbandona la superficie grigia:
𝐽" = 𝜌" 𝐺" + 𝜀" 𝐸',"
Se la superficie è anche opaca, allora 𝜏" = 0, quindi possiamo scrivere 𝜌" = 1 − 𝛼"
che, per il teorema di Kirchhoff, equivale a scrivere 𝜌" = 1 − 𝜀" per la superficie i.
Quindi, sostituendo:
𝐽" = (𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎) + (𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎) =
= 𝜌" 𝐺" + 𝜀" 𝐸'," = (1 − 𝜀" )𝐺" + 𝜀" 𝐸',"
Quindi esplicitando rispetto alla radiazione 𝐺" :
§𝐽" − 𝜀" 𝐸'," ¨
𝐺" =
(1 − 𝜀" )
Adesso calcoliamo la potenza termica netta scambiata dalla superficie grigia e
diffusiva considerata:
𝑄̇" = (𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎 𝑖) − (𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑖) = 𝐴" 𝐽" − 𝐴" 𝐺" =
§𝐽" − 𝜀" 𝐸'," ¨ 𝐴" 𝐽" − 𝜀" 𝐴" 𝐽" − 𝐴" 𝐽" + 𝐴" 𝜀" 𝐸'," 𝐴" 𝜀"
= 𝐴" 𝐽" − 𝐴" = = §𝐸 − 𝐽" ¨
(1 − 𝜀" ) 1 − 𝜀" 1 − 𝜀" ',"
§𝐸'," − 𝐽" ¨ Δ𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑒
⟹ 𝑄̇" = =
1 − 𝜀" 𝑅"
𝐴" 𝜀"
Quindi la superficie grigia viene modellata come una superficie nera che emette
una radiazione 𝐸'," e una resistenza superficiale di corpo grigio data da:
1−𝜀
𝑅?8@,a/"a"D =
𝐴𝜀

Sussistono due casi particolari:


è Se la superficie i è nera, 𝜀" = 1, quindi 𝑅" = 0 𝑒 𝐸'," = 𝐽" ;
è Se la superficie i è adiabatica, 𝑄̇" = 0, quindi 𝐽" = 𝐸'," = 𝜎𝑇"L .

cccc) Potenza termica scambiata tra due superfici grigie.


Consideriamo due superfici grigie, una 𝐴* a temperatura 𝑇* e una 𝐴, a
temperatura 𝑇, . Allora la potenza termica netta scambiata dalla superficie 1 alla
superficie 2 è:
𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎 1 𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎 2
𝑄̇*, = ; <−; < =
𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 2 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 1
𝐽* − 𝐽, Δ𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑒
= 𝐴* 𝐹*, 𝐽* − 𝐴, 𝐹,* 𝐽, =⏟ 𝐴* 𝐹*, (𝐽* − 𝐽, ) = =
1 𝑅?@]>"]20,*,
/0H"@/DH"^à
𝐴* 𝐹*,
Quindi anche questo caso è modellabile come unʼanalogia elettrica, ovvero come
una differenza di potenziale su una resistenza che in questo caso è detta
resistenza spaziale:
1
𝑅?@]>"]20 =
𝐴* 𝐹*,
Essa è detta spaziale in quanto, dal momento che compare il fattore di vista,
dipende da come le superfici sono disposte nello spazio.
Come nel paragrafo precedente, si può fare ricorso alla modellizzazione delle
due superfici grigi come due superfici nere con le relative resistenze superficiali,
ottenendo:

𝜎(𝑇*L − 𝑇,L )
𝑄̇*, = [𝑊 ]
1 − 𝜀* 1 1 − 𝜀,
𝐴* 𝜀* + 𝐴* 𝐹*, + 𝐴, 𝜀,
Possiamo notare che:
è Se 𝑄̇*, > 0, 𝑄̇*, è diretto dalla superficie 1 verso la superficie 2 (e quindi 𝑇* >
𝑇, );
è Se 𝑄̇*, < 0, 𝑄̇*, è diretto dalla superficie 2 verso la superficie 1 (e quindi 𝑇, >
𝑇* ).
In una cavità costituita da n pareti si ha:
W W
𝐽" − 𝐽U 𝐸'," − 𝐽"
𝑄̇" = G 𝑄̇"U = G =
𝑅"U 𝑅"
UX* UX*
Se invece consideriamo due piastre piane parallele affacciate ad una distanza
𝑑 ≪ 𝐿, con L lunghezza delle piastre, allora abbiamo 𝐹*, = 𝐹,* = 1 in quanto gli
effetti di bordo sono trascurabili a causa dellʼelevata vicinanza delle due
superfici. Supponiamo che la piastra 1 abbia temperatura 𝑇* ed emissività 𝜀* e
che la piastra 2 abbia temperatura 𝑇, ed emissività 𝜀, . Allora la potenza termica
scambiata tra le due superfici sarà:
𝐸',* − 𝐸',, 𝜎(𝑇*L − 𝑇,L )
𝑄̇*, = =
𝑅* + 𝑅*, + 𝑅, 1 − 𝜀* + 1 + 1 − 𝜀,
𝐴* 𝜀* 𝐴* 𝐹*, 𝐴, 𝜀,
Se ora supponiamo che, come già detto, 𝐹*, = 1 e 𝐴* = 𝐴, = 𝐴, Allora
otteniamo:
𝜎(𝑇*L − 𝑇,L ) 𝜎𝐴(𝑇*L − 𝑇,L ) 𝜎𝐴(𝑇*L − 𝑇,L )
𝑄̇*, = = =
1 − 𝜀* 1 1 − 𝜀, 1 1 1 1
𝐴𝜀* + 𝐴 + 𝐴𝜀, 𝜀* − 1 + 1 + 𝜀, − 1 𝜀* + 𝜀, − 1
Che rappresenta la potenza termica scambiata tra due piastre piane parallele a
temperature diverse.