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Società

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fara


(Longobardi) e Società longobarda.

Fibula longobarda, 600 circa


I Longobardi si definivano «gens Langobardorum»[100]: una gens, quindi, ovvero un
gruppo di individui che aveva ben chiara la consapevolezza di formare una comunità
e convinto di condividere un'ascendenza comune. Questo, tuttavia, non significava
che i Longobardi fossero un gruppo etnicamente omogeneo; durante il processo
migratorio inclusero al loro interno individui isolati o frammenti di popoli
incontrati durante i loro spostamenti, soprattutto attraverso l'inserimento di
guerrieri. Per accrescere il numero di uomini in armi ricorsero spesso
all'affrancamento degli schiavi. La maggior parte degli individui via via inclusi
era probabilmente composta da elementi germanici, ma non mancavano origini etniche
diverse (per esempio, Avari del ceppo turco) e perfino Romani del Norico e della
Pannonia[101].

I Longobardi erano un popolo in armi guidato da un'aristocrazia di cavalieri e da


un re guerriero. Il titolo non era dinastico ma elettivo: l'elezione si svolgeva
nell'ambito dell'esercito, che fungeva da assemblea degli uomini liberi (arimanni)
[102]. Ogni anno veniva convocato a Pavia l'esercito, richiamando presso la corte
le maggiori élite aristocratiche del regno, e in queste occasioni, davanti alle
assemblee degli uomini armati, furono promulgati nel 643 l’editto di Rotari e
successivamente le altre leggi longobarde. Infatti la partecipazione all'esercito
garantiva l’esercizio dell’attività politica all’interno dell'assemblea[103]. Alla
base della piramide sociale c'erano i servi, che vivevano in condizioni di
schiavitù; a livello intermedio si trovavano gli aldii, che avevano limitata
libertà ma una certa autonomia in ambito economico[104]. Al momento dell'invasione
dell'Italia (568), il popolo era suddiviso in varie fare[105][106], raggruppamenti
familiari con funzioni militari che ne garantivano la coesione durante i grandi
spostamenti. A capo di ogni fara c'era un duca[107].

In Italia le fare si insediarono sul territorio ripartendosi tra gli insediamenti


fortificati già esistenti e una prima fase respinsero ogni commistione con la
popolazione di origine latina (i Romanici), arroccandosi a difesa dei propri
privilegi[107]. Minoranza, coltivarono i tratti che li distinguevano sia dai loro
avversari Bizantini sia dai Romanici: la lingua germanica, la religione pagana o
ariana, il monopolio del potere politico e militare[108]. L'irruzione dei
Longobardi sulla scena italiana sconvolse i rapporti sociali della Penisola. La
maggior parte del ceto dirigente latino (i nobiles) fu uccisa o scacciata, mentre i
pochi scampati dovettero cedere ai nuovi padroni un terzo dei loro beni, secondo il
procedimento dell'hospitalitas[109].

Anche una volta insediati in Italia, i Longobardi conservarono il valore attribuito


all'assemblea del popolo in armi, il "Gairethinx", che decideva l'elezione del re e
deliberava sulle scelte politiche, diplomatiche, legislative e giudiziarie più
importanti. Con il radicarsi dell'insediamento in Italia, il potere divenne
territoriale, articolato in ducati. Gli sculdasci governavano i centri più piccoli,
mentre i gastaldi di nomina regia amministravano la porzione dei beni dei
Longobardi assegnati, a partire dall'elezione di Autari (584) al sovrano[63].

Una volta stabilizzata la presenza in Italia, nella struttura sociale del popolo
iniziarono a manifestarsi segnali di evoluzione, registrati soprattutto nell'Editto
di Rotari (643). L'impronta guerriera, che portava con sé elementi di collettivismo
militaresco, lasciò progressivamente il passo a una società differenziata, con una
gerarchia legata anche alla maggiore o minore ampiezza delle proprietà fondiarie.
L'Editto lascia intendere che, anziché in fortificazioni più o meno provvisorie, i
Longobardi vivessero ormai nelle città, nei villaggi o - caso forse più frequente -
in fattorie indipendenti (curtis). Con il passare del tempo anche i tratti di
segregazione andarono stemperandosi, soprattutto con il processo di conversione al
cattolicesimo avviato dalla dinastia Bavarese[110]. Il VII secolo fu segnato da
questo progressivo avvicinamento, parallelo a un più ampio rimescolamento delle
gerarchie sociali. Tra i Longobardi vi fu chi discese fino ai gradini più bassi
della scala economico-sociale, mentre al tempo stesso cresceva il numero dei
Romanici capaci di conquistare posizioni di prestigio. A conferma della rapidità
del processo c'è anche l'uso esclusivo della lingua latina in ogni scritto[111].

Sebbene le leggi rotariane proibissero, in linea di principio, i matrimoni misti,


era tuttavia possibile per un longobardo sposare una schiava, anche romanica,
purché emancipata prima delle nozze[112]. Gli ultimi re longobardi, come Liutprando
o Rachis, intensificarono gli sforzi d'integrazione, presentandosi sempre più come
re d'Italia anziché re dei Longobardi. Le novità legislative introdotte dallo
stesso Liutprando mostrano anche il ruolo sempre più rilevante rivestito da nuove
categorie, come quelle dei mercanti e degli artigiani. Con l'VIII secolo, i
Longobardi erano in tutto adattati agli usi e ai costumi della maggioranza della
popolazione del loro regno[113].

Armamento

Umbone longobardo proveniente da Fornovo San Giovanni


Bergamo, Museo civico archeologico
La lancia, che per i Longobardi aveva un grande valore simbolico dato che era
l'emblema del potere regio, assieme alla spada erano le armi più importanti sia dei
fanti che dei cavalieri. I Longobardi, almeno inizialmente, adottarono lance di
origine romano-bizantina, come il modello "a foglia d'alloro", tonda e larga, o
quello "a foglia di salice", stretto e allungato. Solo dalla fine del VII secolo
svilupparono il modello "ad alette", caratterizzato dalla lunga asta rafforzata da
listelli metallici. Le spade di età longobarda erano eredi della lunga spatha
germanica ed erano simili a quelle utilizzate dai Franchi. Come altri popoli
germanici, i Longobardi erano equipaggiati anche con lo scramasax, un robusto e
grande coltello (che nel tempo divenne tanto lungo da assomigliare a una sciabola)
dalla punta incurvata e tagliente da un solo lato. Gli scudi erano rotondi o
ellittici, formati da liste di legno ricoperte di cuoio, e il loro diametro poteva
variare dai 60 ai 90 cm. Erano dotati al centro di un umbone metallico, utile sia a
proteggere la mano, sia a colpire i nemici durante il combattimento. L'ascia, in
particolare il modello detto "barbuto" caratterizzato dal lato inferiore molto
pronunciato (anche 25 cm di lunghezza), era molto utilizzata dai Longobardi, mentre
l'arco era ritenuto un'arma di second'ordine, dato che negli eserciti longobardi
gli arcieri erano reclutati tra le classi sociali più basse[114].

L'armamento difensivo era molto costoso e ne erano provvisti solo i combattenti più
ricchi. Gli elmi più diffusi derivavano dallo spangenhelm tardoantico, ma si
svilupparono pure elmi lamellari, costituiti da lamelle di ferro sovrapposte e di
forma ogivale. Esistevano vari tipi di corazza, come la brunia, pesante veste di
stoffa o cuoio rinforzata da placchette metalliche, la corazza formata da lamelle
di ferro sovrapposte e legate tra loro da lacci in cuoio, e la maglia di ferro
costituita da anelli in ferro[114].

Religione

Maestro di Castelseprio
Il sogno di Giuseppe
affresco del ciclo della chiesa di Santa Maria Foris Portas, VIII-IX secolo,
Castelseprio
Gli indizi contenuti nel mito[3] lasciano intuire che inizialmente, prima del
passaggio dalla Scandinavia alla costa meridionale del Mar Baltico, i Longobardi
venerassero gli dei della stirpe dei Vani; in seguito, a contatto con altre
popolazione germaniche, adottarono anche il culto degli Asi: un'evoluzione che
segnava il passaggio dall'adorazione di divinità legate alla fertilità e alla
terra, al culto di dei di ispirazione guerriera[6][115]. In seguito, durante lo
stanziamento tra Norico e Pannonia, si avviò il processo di conversione al
cristianesimo. L'adesione alla nuova religione fu, almeno inizialmente, spesso
superficiale (tracce dei culti pagani sopravvissero a lungo) se non strumentale. Ai
tempi di Vacone (intorno agli anni quaranta del VI secolo), alleato dei Bizantini
cattolici, ci fu un avvicinamento al cattolicesimo; appena un paio di decenni dopo
Alboino, progettando la calata in Italia, scelse invece l'arianesimo, al fine di
ottenere l'appoggio dei Goti ariani contro gli stessi Bizantini. Queste conversioni
"politiche" riguardavano esclusivamente il sovrano e pochi altri esponenti
dell'aristocrazia; la massa del popolo rimaneva fedele agli antichi culti
pagani[116].

In Pannonia i Longobardi vennero in contatto con altri popoli nomadi e guerrieri,


tra i quali i Sarmati; questa stirpe, indoeuropea di lingua iranica, aveva subito
influssi culturali di origine orientale. Da loro i Longobardi trassero, in ambito
simbolico-religioso, l'usanza delle "perticae": lunghe aste sormontate da figure di
uccelli (particolarmente frequente la colomba), derivate dalle insegne portate in
battaglia. I Longobardi ne fecero un uso funerario: quando una persona moriva
lontano da casa o risultava dispersa in battaglia, la famiglia compensava
l'impossibilità di celebrarne i funerali piantando nel terreno una di queste aste,
con il becco dell'uccello orientato verso il punto in cui si credeva fosse morto il
familiare[117].

Croce di Agilulfo
inizio VII secolo
Monza, Museo e tesoro del Duomo.
La conversione al cattolicesimo
Giunti in Italia, il processo di conversione al cattolicesimo si intensificò al
punto da indurre Autari a vietare espressamente ai Longobardi di far battezzare con
rito cattolico i propri figli. Anche in questo caso, più che mossa da interessi
spirituali, la misura mirava evitare spaccature politiche tra i Longobardi e a
scongiurare i pericoli di assimilazione da parte dei Romanici. Già con il suo
successore Agilulfo, tuttavia, l'opposizione al cattolicesimo si fece meno
radicale, soprattutto per influsso di Teodolinda, cattolica. Dopo un iniziale
appoggio allo Scisma tricapitolino, la regina (che era in corrispondenza con papa
Gregorio I) favorì sempre più l'ortodossia cattolica[116]. Un segnale decisivo fu
il battesimo cattolico impartito, nel 603, all'erede al trono Adaloaldo[118].

Rimaneva comunque costante lo scarso coinvolgimento spirituale di gran parte dei


Longobardi nelle controversie religiose, tanto che la contrapposizione tra
cattolici, da un lato, e pagani, ariani e tricapitolini, dall'altro, assunse ben
presto valenze politiche. I sostenitori dell'ortodossia romana, capeggiati dalla
dinastia Bavarese, erano politicamente i fautori di una maggior integrazione con i
Romanici, accompagnata da una strategia di conservazione dello status quo con i
Bizantini. Ariani, pagani e tricapitolini, radicati soprattutto nelle regioni nord-
orientali del regno ("Austria"), si facevano invece interpreti della conservazione
dello spirito guerriero e aggressivo del popolo. Così, alla fase "filo-cattolica"
di Agilulfo, Teodolinda ed Adaloaldo seguì, dal 626 (ascesa al trono di Arioaldo)
al 690 (sconfitta definitiva dell'antire Alachis), una lunga fase di ripresa
dell'arianesimo, incarnato da sovrani militarmente aggressivi come Rotari e
Grimoaldo. Tuttavia la tolleranza verso i cattolici non venne mai messa in
discussione dai vari re, salvaguardata anche dall'influente apporto delle
rispettive regine (in gran parte scelte, per motivi di legittimazione dinastica,
tra le principesse cattoliche della dinastia Bavarese)[82].

Con il progredire dell'integrazione con i Romanici, il processo di conversione al


cattolicesimo divenne di massa, soprattutto grazie alla sempre più stabile
convivenza sullo stesso territorio e, al tempo stesso, del progressivo
allontanamento delle province italiane dall'Impero bizantino (veniva così meno uno
dei principali motivi politico-diplomatici di avversione al cattolicesimo). Ancora
nel VII secolo, nel ducato di Benevento, si ha notizia[119] di una diffusione
ancora molto ampia, almeno nell'ambito aristocratico - nominalmente convertito - di
riti che comprendevano sacrifici animali o idolatria (per lo più di vipere) e
competizioni rituali di carattere chiaramente germanico, che venivano praticati in
piccoli boschi sacri che daranno origine alle leggende sul noce di Benevento[120].

L'intero popolo divenne, almeno nominalmente, cattolico sul finire del regno di
Cuniperto (morto nel 700), e i suoi successori (su tutti, Liutprando) fecero
coscientemente leva sull'unità religiosa (cattolica) di Longobardi e Romanici per
ribadire il loro ruolo di rex totius Italiae[121]. All'interno del ceto guerriero,
particolarmente diffusa era la devozione all'arcangelo Michele, il "guerriero di
Dio", al quale furono intitolate numerose chiese[122].

Diritto
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Diritto
longobardo.

Illustrazione miniata di un codice contenente l'Editto di Rotari. Vercelli, Museo


del Duomo.
Il diritto longobardo, a lungo tramandato oralmente nelle Cawarfidae[123], iniziò a
svilupparsi realmente a partire dal regno di Autari, per poi trovare una prima
sistematizzazione con l'Editto di Rotari, promulgato nel 643. Accanto alla conferma
della personalità della legge (il diritto longobardo era cioè valido per i soli
Longobardi, mentre i Romanici rimanevano soggetti al diritto romano), l'Editto
introdusse significative novità, come la limitazione della pena capitale e della
faida, sostituita con risarcimenti in denaro (guidrigildo)[78][123]. Il corpus
delle leggi longobarde fu in seguito ampliato e aggiornato, evolvendosi verso una
maggiore integrazione con il diritto romano e con quello canonico, da diversi
sovrani (particolarmente estesa fu l'azione di Liutprando)[124].

Tra le figure fondamentali del diritto civile longobardo spicca il mundio, ovvero
il diritto di protezione-tutela accordato al capo di una fara e che portava tutti
gli altri componenti del gruppo famigliare (in particolare le donne) a essere
sottoposti alla sua autorità[125]. Dal punto di vista penale, invece, particolare
rilievo aveva il guidrigildo: sostituendosi alla faida come strumento di
riparazione delle offese personali, questo istituto giuridico era regolato da una
minuziosa elencazione, più volte rimaneggiata nel tempo, dell'esatto ammontare in
denaro che doveva corrispondere ai danni arrecati. Particolarmente significativo,
poi, l'estrema rarità del ricorso alla pena di morte tra i Longobardi, che ne
ritenevano passibili soltanto i più gravi reati di tradimento (regicidio, congiura
contro il re, sedizione, diserzione, uxoricidio)[78].

Economia
Durante la lunga fase nomade, l'economia dei Longobardi si basava su rudimentali
forme di allevamento e agricoltura, senza che fossero presenti differenziazioni di
ceto significative. La continua conflittualità con altri popoli vicini aggiungeva
poi le risorse derivanti dalle razzie[126].

Il processo di crescita del rilievo economico e sociale dei guerrieri crebbe


considerevolmente durante le ultime fasi della migrazione, con lo stanziamento in
Rugilandia, nel Feld e soprattutto in Pannonia: le necropoli di questo periodo
attestano infatti la presenza di ricchi corredi funebri composti soprattutto di
armi e di oggetti d'oreficeria. I Longobardi inglobarono le popolazioni romanizzate
della Pannonia e ne assimilarono quindi anche le pratiche economiche, con
un'agricoltura stanziale e sviluppata. Diversi guerrieri servirono, in qualità di
mercenari, l'Impero bizantino.[127]
In Italia i Longobardi si imposero in un primo momento come casta dominante al
posto di quella di ascendenza romana preesistente, soppressa o scacciata. I
prodotti della terra venivano ripartiti con i sudditi romanici che la lavoravano,
riservando ai Longobardi un terzo (tertia) dei raccolti. I proventi non andavano a
singoli individui, ma alle fare, che li amministravano nelle sale. Il sistema
economico della tarda antichità, imperniato su grandi latifondi lavorati da
contadini in condizione semi-servile, non fu rivoluzionato, ma solo modificato
affinché avvantaggiasse i nuovi dominatori[128].

Tremisse aureo di Liutprando: al dritto (sinistra) il busto del re; al rovescio


(destra), l'arcangelo Michele.
Nei secoli seguenti la struttura socio-economica del regno si modificò
progressivamente. La crescita demografica favorì la frammentazione dei fondi, tanto
che crebbe il numero dei Longobardi che cadeva in stato di povertà, come attestano
le leggi mirate ad alleviare le loro difficoltà; per contro, anche alcuni Romanici
cominciarono ad ascendere nella scala sociale, arricchendosi con il commercio, con
l'artigianato, con le professioni liberali o con l'acquisizione di terre che i
Germani non avevano saputo amministrare proficuamente. Liutprando riformò la
struttura amministrativa del regno, anche liberando dagli obblighi militari i
Longobardi più poveri[129].

L'VIII secolo, apogeo del regno, fu un periodo di benessere anche economico.


L'antica società di guerrieri e sudditi si era trasformata in una vivace
articolazione di ceti e classi, con proprietari fondiari, artigiani, contadini,
mercanti, giuristi; conobbero grande sviluppo, anche economico, le abbazie,
soprattutto benedettine, e si espanse l'economia monetaria, con la conseguente
creazione di un ceto bancario[130]. Dopo un primo periodo durante il quale la
monetazione longobarda coniava esclusivamente monete bizantine d'imitazione, i re
di Pavia svilupparono una monetazione autonoma, aurea e argentea. Il ducato di
Benevento, il più indipendente dei ducati, ebbe anche una propria monetazione
autonoma.

Lingua
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua
longobarda.
I Longobardi parlavano originariamente una lingua germanica, di classificazione
incerta. Non esistono testimonianze scritte del longobardo, se non alcune parole
sporadicamente contenute in testi giuridici, come l'Editto di Rotari, o storici
(soprattutto l'Historia Langobardorum di Paolo Diacono)[131].

L'uso del longobardo declinò rapidamente dopo l'insediamento in Italia, soppiantato


fin dai primi documenti ufficiali dal latino. Anche nell'uso quotidiano l'idioma
germanico, parlato da un'esigua minoranza della popolazione italiana dell'epoca, si
perse nel volgere di pochi decenni[112]. Non si trattò tuttavia di una dissoluzione
nel nulla; anzi, l'influsso germanico ha significativamente contribuito,
soprattutto nel lessico, al passaggio dal latino volgare ai vari volgari italiani,
che si sarebbero poi evoluti nei vari dialetti e nella stessa lingua italiana. La
prima attestazione del volgare italiano, l'Indovinello veronese, risale alla fine
dell'VIII secolo.