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INTOLERANCE

SPIRITI LIBERI, REIETTI, DIVERSI


VOLTAIRE AL CINEMA?

Intolerance è un film girato da David W. Griffith nel 1916: si tratta di


una pietra miliare del cinema muto, per l’ardita struttura narrativa (ben
quattro storie, di quattro epoche diverse, vi vengono raccontate in parallelo)
e per lo spiccato sperimentalismo formale e linguistico. Ma è anche un film
ideologicamente complesso, nella sua ricerca di un fil rouge tra le vicende
trattate, che riguardano tutte appunto l’umana intolleranza: Griffith era
reduce dalle brucianti accuse di razzismo causategli da Nascita di una
nazione (1915), capolavoro nel quale egli sembrò giustificare il razzismo del
Ku Klux Clan dopo la guerra di Secessione americana; scrisse un pamphlet
per rivendicare il diritto ad esprimere le proprie opinioni, ma di fatto
Intolerance è universalmente ritenuto come la vera e migliore autodifesa del
regista. E proprio come Voltaire, Griffith parte dai grandi eventi storici,
dalle grandi tragedie dell’intolleranza, per ricondurne le radici nel cuore
degli uomini, e il contravveleno nella consapevolezza che “Siamo tutti
impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre
sciocchezze, è la prima legge della natura” (Voltaire, Dizionario filosofico).
Il cinema, poi, si occuperà dell’intolleranza in tutte le forme possibili e
da tutte le possibili prospettive, svelandone volta a volta la contiguità con le
questioni dell’identità, della diversità, del razzismo, degli abusi di potere.
Noi qui abbiamo voluto aprire una finestra sullo sterminato panorama del
pregiudizio e del fanatismo e su alcuni “archetipi” di vittime generate dalla
loro ottusità: non dei casi esemplari (come dimostrano alcuni tra i film
scelti, e come dimostra il quotidiano spettacolo del dolore televisivo, creare
casi non serve né a comprendere né a compatire) ma degli esempi di grande
dignità sui quali riflettere.