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Co llan a

IN CONTRI

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INCONTRI
Intervento in occasione del Master in Cure Palliative
e Terapia del Dolore per Psicologi, organizzato da
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna in collabora-
zione con l’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa,
Campus Bentivoglio, 2015.

La Collana Incontri raccoglie le trascrizioni


degli incontri organizzati dall’Accademia delle
Scienze di Medicina Palliativa con figure di spicco
del panorama culturale italiano e internazionale
creando occasioni di riflessione e confronto su temi
etici, culturali, filosofici in cui le dinamiche sociali e
sanitarie agiscono.
Il testo che pubblichiamo, trascrizione della
registrazione audio di uno degli incontri, è stato
successivamente redatto, corretto e poi approvato
dall’autore.
Massimo Recalcati
Incontrare l’assenza:
il trauma della perdita e la sua soggettivazione

Collana Incontri
ASMEPA Edizioni
eBook ISBN: 978-88-97620-34-1
Versione pdf 1.0 (2016)

© 2016 ASMEPA Edizioni, Bentivoglio (Bo)


Via Aldo Moro, 16/3
www.asmepaedizioni.it
info@asmepaedizioni.it

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edizioni.
Massimo Recalcati

Incontrare l’assenza:
il trauma della perdita
e la sua soggettivazione

ASMEPA Edizioni
L’esperienza della perdita sconvolge il senso del
mondo

Nonostante io non abbia una pratica clini-


ca che assiste chi muore e coloro che accom-
pagnano chi muore, come psicoanalista mi è
capitato molte volte di accompagnare i pazi-
enti a fronteggiare il tema dell’incontro con la
morte o con la malattia. Non più di qualche
mese fa, ad esempio, un uomo di poco più di
cinquant’anni mi ha chiesto un’analisi a partire
dalla diagnosi di un tumore senza speranze al
pancreas, ponendo come domanda quella di es-
sere accompagnato a morire. Molto spesso ho
seguito persone che hanno attraversato espe-
rienze di lutto.
Vi parlo quindi da questa prospettiva clinica:
ascoltare chi si è confrontato con una esperienza

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

irreversibile di perdita. Esiste poi una seconda


prospettiva che si incrocia con la prima e che fa
riferimento all’articolo di Sigmund Freud tito-
lato Lutto e melanconia. Un testo divenuto un
classico che qui vorrei però riprendere in mano
in modo dettagliato e spero non scolastico.
Lutto e melanconia è un articolo del 1915
costituito da poche pagine ma imprescindibi-
le per incontrare e definire l’esperienza della
perdita e del lutto. La data di pubblicazione è
di per sé evocativa: nel 1915 l’Europa è già en-
trata nel tunnel della Prima Guerra Mondiale,
dove la morte, ci dice Freud, non è più un fatto
raro ma diventa un fenomeno di massa. È sul-
lo sfondo di queste ombre che calano sull’Eu-
ropa che Freud scrive il suo piccolo articolo.
Egli parte da una definizione molto semplice
del lutto: il lutto sarebbe una reazione affettiva,
emotiva, ad una esperienza di perdita. L’autore
aggiunge immediatamente che la perdita può
non essere solo quella di una persona cara. La
perdita può riguardare un oggetto particolar-
mente significativo (un amico, una madre, un
padre, un figlio, una moglie, un amante), ma
anche un ideale, un’idea, un paradigma che ci

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

permetteva di attribuire coerenza al mondo. La


reazione del lutto è la reazione a una perdita,
non ad una perdita qualunque, ma ad una per-
dita che sconvolge, scompagina, dissesta il no-
stro modo di vedere il mondo. Ogni volta che
facciamo esperienza del lutto, facciamo espe-
rienza di una perdita che non è una tra le altre,
non è una perdita qualunque, ma è una perdi-
ta che ci costringe a rivedere il nostro modo di
guardare il mondo.
Il lutto di Freud non è solo suscitato dall’as-
senza di qualcuno che ormai non c’è più: è cer-
tamente anche questo, è esperienza dell’assenza
di chi amavamo, ma poiché chi amavamo dava
senso al mondo, la perdita di cui il lutto è la re-
azione affettiva è anche perdita del senso stes-
so del mondo. Non solo, dunque, la perdita di
un oggetto, ma anche del senso che l’esistenza
di quest’oggetto dava al mondo. Il lutto come
reazione emotiva, affettiva, è una reazione di
tristezza – tornerò su questo punto –, una rea-
zione di abbattimento, di ripiegamento narcisi-
stico: ci disinteressiamo del mondo e ci concen-
triamo su noi stessi. Questa reazione affettiva,
però, può conoscere dei trattamenti e delle evo-

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

luzioni molto diversi, ed è questo il punto più


interessante della questione.
Se noi consideriamo l’accadimento della per-
dita, la morte è indubbiamente l’evento che più
lo rappresenta. Ma non è il solo. In realtà ogni
separazione ci conduce di fronte all’accadimen-
to della perdita. Anche la separazione amorosa
è un’esperienza di morte: l’amore prima dava
senso alla mia vita e al mondo, e, adesso che
non c’è più, esso porta con sé la morte del mon-
do. Nulla è più come prima.
Per Freud, le risposte soggettive all’evento
della perdita possono conoscere tre reazioni
differenti: la prima è quella maniacale; la se-
conda è quella del lavoro del lutto come esito
positivo della depressione; la terza è quella me-
lanconica.
Seguiamo da vicino il ragionamento di Freud.
Innanzitutto abbiamo l’incontro con la perdita,
l’incontro con la morte, con la scomparsa della
persona che amavamo. Questo incontro – che
è come un buco, un vuoto, un’assenza che si
apre al centro del mondo – genera tre risposte
diverse: la risposta maniacale, quella melanco-
nica e quella depressiva da cui può sorgere il

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

lavoro del lutto. All’inizio abbiamo dunque


l’incontro con la perdita. Qual è la natura di
questo incontro? La morte come evento impli-
ca sempre, da una parte, il fatto che qualcuno
entri nel regno dei morti. Si tratta di un regno
che non ha un luogo ben definito… Un grande
filosofo, Jacques Derrida, quando è morto ha
lasciato un bigliettino nel quale scriveva: «Non
siate tristi, ovunque io sia vi sono vicino». Il
mistero del regno dei morti è tutto in questo
“ovunque io sia”. Dove? In quale mondo va
chi se ne va? Da una parte abbiamo dunque il
mistero della morte. Ma indubbiamente, per
chi resta, il fatto che l’altro entri nel regno dei
morti lo costringe a rapportarsi non più con la
sua presenza ma con la sua assenza. Ma come si
può essere in rapporto con l’assenza? È il gran-
de problema del lutto: come si può essere in
rapporto all’Altro, se l’Altro ha preso la forma
di un’assenza? Tale domanda non sorge solo a
partire dall’evento della morte. Cominciamo a
pensare all’assenza di una persona anche pri-
ma che muoia. Per esempio, recentemente a
una mia paziente è morto il marito. La coppia
aveva un bambino di quattro anni e il marito è

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

morto per un attacco cardiaco nella notte. Dor-


mivano tutti e tre insieme e ad un certo punto
hanno scoperto che il marito, il papà, era mor-
to. Come questo bambino può entrare in rap-
porto al mistero della vita che entra nel regno
dei morti? Come può un bambino entrare in
rapporto con l’assenza come unica forma della
presenza dell’Altro? Esiste la possibilità di un
lutto nei bambini? Esiste la possibilità di porta-
re un bambino ad elaborare un lavoro del lut-
to? Una risposta formidabile a questa domanda
clinica molto difficile è presente in La strada di
Cormac McCarthy. Prendiamo le ultime pagi-
ne del romanzo. Lì si può trovare una possibile
risposta a come un bambino possa elaborare il
lutto della perdita, nel caso specifico, la morte
di suo padre. Cosa significa l’elaborazione del
lutto quando in gioco è un bambino confronta-
to con la perdita del padre? Abbiamo detto che
chi muore entra nel regno dei morti e diventa
un’assenza. Senza addentrarci in una filosofia
della religione, in una speculazione sull’aldi-
là, l’evento della morte ci costringe, costringe
quelli che restano in vita, a fare esperienza di
un’assenza. Cosa accade in chi resta? Freud

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

ci dice che accade, innanzitutto, una reazione


emotivo-affettiva che chiamiamo reazione lut-
tuosa: depressione, ripiegamento della libido,
distacco, allentamento dei rapporti con il mon-
do. Ma questa reazione può conoscere tre diver-
si trattamenti: maniacale, melanconico e luttuo-
so. L’affetto depressivo provocato dalla perdita
genera quindi tre possibilità: reazione maniaca-
le, reazione melanconica, lutto non più come re-
azione emotivo-affettiva, ma come lavoro.

La negazione maniacale della perdita

Vediamo dapprima la reazione maniacale


alla perdita. Questa reazione conduce il sogget-
to a negare l’incommensurabilità dell’evento, a
negare il peso, il carattere doloroso, inassimi-
labile, incommestibile, indigeribile dell’evento
della morte. La reazione maniacale è un ne-
gazionismo: si vorrebbe negare, si vorrebbe
dimenticare, si vorrebbe non rappresentare
l’evento già avvenuto della morte. Il negazio-
nismo maniacale può manifestarsi anche prima
della morte. Per esempio nella sottovalutazione
della malattia, nel non prendere consapevolez-

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

za fino in fondo del suo carattere inesorabile.


Il comportamento maniacale è una negazione
difensiva di fronte a un reale – la morte, la ma-
lattia – inaggirabile. Ho seguito un padre al cui
figlio era stata diagnosticata una leucemia. Fino
al momento in cui il figlio è stato ricoverato per
l’ultima volta d’urgenza e sottoposto a respi-
razione artificiale mentre stava per morire, la
madre, la compagna di quest’uomo, non voleva
considerare in nessun modo la possibilità che il
figlio potesse morire. Sino all’ultimo ha negato
il reale inesorabile della malattia. E quando la
moglie chiese al marito cosa stesse succedendo
al figlio e quest’uomo le disse piangendo che
stava morendo, la donna ebbe una crisi d’ira
violentissima. Fino a quel momento non aveva
registrato l’inaggirabilità della morte. Possiamo
definire queste difese “organizzazioni difensive
di tipo maniacale”, nel senso che per Freud la
maniacalità è il rifiuto ostinato dell’esperienza
della perdita. Per questo il nostro rapporto con
la morte è sempre più difficile da simbolizzare:
non solo perché vengono sempre meno le ritua-
lizzazioni collettive del lutto, ma anche perché
viviamo in un tempo profondamente maniacale.

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

La nostra società è organizzata maniacalmen-


te sulla trasformazione della vita in una festa
perpetua, in una “festinazione verbo-mimico-
motoria” (Danilo Cargnello, Aspetti modali
e momenti costitutivi del mondo maniacale).
Siamo sempre indaffarati, sempre in superficie,
abbiamo sempre troppo e ci muoviamo sempre
troppo. Il nostro è il tempo dell’euforia mania-
cale, è il tempo che vorrebbe nascondere il fatto
che ogni giorno qualcuno muore, che vorrebbe
colmare, curare, negare l’esperienza traumatica
della perdita. Questo è il tema, ad esempio, del-
la diffusione epidemica dei cosiddetti disturbi
alimentari: il nostro tempo è il tempo in cui la
pancia deve essere sempre piena, è il tempo del
riempimento obbligatorio del vuoto. Riempire
ogni cosa, non fare mai esperienza dell’assenza,
cioè negare la morte. La negazione della morte
è un problema complessivo che deriva da un di-
scorso sociale dominante che, appunto, nega la
morte. L’oscenità, come ricordava Baudrillard,
non concerne più il sesso, ma la morte. Quando
si parla in pubblico o in televisione della morte,
essa appare oscena, perché il tema della perdita
e dell’assenza che la morte porta con sé dev’es-

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

sere scotomizzato, scisso, tenuto da parte.


La reazione maniacale è la reazione che nega
la perdita e porta, solitamente, i soggetti a “so-
stituire” – questa è la parola chiave per Freud
– in tempi sempre più rapidi l’oggetto perdu-
to con un altro oggetto. La reazione maniacale
de-realizza l’evento inaggirabile dell’esperien-
za della morte operando per sostituzione. L’og-
getto che non c’è più, l’oggetto che se n’è anda-
to viene cancellato nella sua insostituibilità da
un nuovo oggetto. Lo si cambia come si cambia
il pezzo di un motore. Noi viviamo nel tem-
po in cui il falso lutto maniacale è sempre più
accessibile, viviamo nel tempo del lutto facile.
Ma il lutto è facile perché procede per sostitu-
zione. Si può osservare anche negli adolescenti:
per elaborare la ferita del tradimento si ricorre
nei tempi più rapidi possibili alla sostituzione
dell’oggetto perduto con un altro oggetto. Si
tratta di evitare l’esperienza del vuoto e dell’as-
senza. La reazione maniacale porta con sé una
de-realizzazione della morte alla quale corri-
sponde la sostituibilità infinita dell’oggetto.
Ma si può realmente sostituire chi non c’è più?
La maniacalità è una de-sensibilizzazione del

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

soggetto di fronte al dolore del lutto. Non si


prova dolore. La reazione manicale è un grande
esorcismo nei confronti del dolore. Mentre la
perdita porta con sé il dolore psichico, la ma-
niacalità è una reazione anestetica, un attivismo
che vorrebbe ricucire la ferita della perdita sen-
za che essa lasci traccia di sé. Invece di conti-
nuare a pensare a qualcuno che non è più tra
di noi, lo si sostituisce con un oggetto nuovo.
Questo è il nerbo del discorso del capitalista.
Facciamo un esempio per intenderci: la storio-
grafia negazionista nega l’esistenza dei campi
di sterminio nazisti. Il campo di sterminio è un
argomento angosciante per gli europei e per gli
occidentali, perché viene dalla nostra cultura,
l’abbiamo prodotto noi, l’ha prodotto la pa-
tria di Kant, di Goethe, di Hegel; l’Olocausto
non è avvenuto nell’Africa nera ma nel cuore
più progredito dell’Europa! Ebbene, invece di
affrontare lo scandalo angosciante di questa ve-
rità, si nega – maniacalmente – l’esistenza tout
court dell’Olocausto.

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

L’afflizione melanconica come fallimento del la-


voro del lutto

Il secondo trattamento – altrettanto patolo-


gico – della reazione affettiva luttuosa che apre
in noi l’esperienza della perdita è la reazione
melanconica. Potremmo dire che la melanconia
è il rovescio della mania. In che senso? Tanto
la risposta maniacale punta alla dimenticanza
rapida, rapidissima, di chi non c’è più, dell’og-
getto perduto, quanto il melanconico si trova
nell’esperienza paradossale dell’impossibilità
della dimenticanza. La risposta maniacale si
centra sulla dimenticanza e sulla sostituzione
dell’oggetto perduto; la risposta melanconica
si centra invece sull’insostituibilità e sull’im-
possibilità di dimenticare. Questo significa che
nella reazione melanconica, come scrive Freud,
l’ombra dell’oggetto, l’ombra del morto, l’om-
bra di chi non c’è più, l’ombra di chi sta per
andarsene, cade sull’Io. È come se il soggetto
restasse incollato all’oggetto perduto, come
se si sentisse lui stesso un oggetto perduto. La
perdita dell’oggetto amato comporta sempre la
perdita del soggetto. Perdere il proprio partner,

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

la propria amata, il proprio figlio è sempre per-


dersi; è come se si aprisse un buco nel mondo e
in questo buco scivolassero sia chi non c’è più
ed è entrato nel regno dei morti, sia chi è ri-
masto nel mondo dei vivi, ma senza più poter
contare sulla presenza di questo oggetto.
Nella melanconia l’oggetto perduto che non
c’è più continua incessantemente ad essere pre-
sente. Il tramite melanconico è che l’assenza è
una presenza assordante. Chi ha attraversato
momenti luttuosi sa che in tutti i lutti c’è una
frangia melanconica: che noi, per esempio, ci
svegliamo la mattina e abbiamo nella testa chi
non c’è più, ci addormentiamo la sera e abbia-
mo nella testa chi non c’è più. Questo accade
anche nelle separazioni affettive, sentimentali.
L’Altro non c’è più, è morto, se n’è andato, mi
ha lasciato, eppure io sono legato all’oggetto
in modo totale, nell’impossibilità di separarmi
da lui. È questo il paradosso della costruzione
melanconica: l’oggetto si è separato, è entrato
nel regno dei morti, ma il soggetto non si può
separare dall’oggetto separato. La vita del me-
lanconico si chiude su se stessa, non è più tale,
perde di slancio, non è più aperta al mondo, è

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

mangiata dall’oggetto perduto. Nella melanco-


nia facciamo esperienza del fatto che l’oggetto
assente mangia, divora, devitalizza, mortifica il
soggetto che è ancora in vita. Allora il dolore
accompagna permanentemente la vita: il lutto
non è più un lavoro transitorio, ma diventa una
condizione dell’esistenza. Potremmo dire che
la melanconia è una cronicizzazione del lutto.
Il lutto, che dovrebbe essere una reazione af-
fettiva che si trasforma in lavoro, diventa, nella
melanconia, uno stato d’essere caratterizzato
dal fenomeno più rilevante della malinconia
stessa, che è lo spegnimento del sentimento
vitale. Qualcuno che amavamo, un oggetto
narcisisticamente significativo, direbbe Freud,
qualcuno che dava senso alla nostra esperien-
za del mondo non c’è più e mi trascina con lui
nel regno dei morti. Questa è la costruzione
melanconica ed è il fallimento del lutto, perché
esso diventa cronico e il sentimento della vita
si spegne. Freud parla del lavoro melanconico
come di un lavoro anti-lutto, un rimanere nel
brodo immangiabile e indigeribile della rumi-
nazione mortifera.
Ci sono segnali clinici precisi che indicano

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

se vi sia il rischio di un trapasso del lavoro del


lutto in quello melanconico. Questi indici sono
rappresentati, innanzitutto, dai livelli di idealiz-
zazione del morto. Nella melanconia vediamo
che lo scivolamento melanconico dell’affetto
depressivo è tanto più probabile quanto più chi
abbiamo perduto viene ricordato solo attraver-
so forme idealizzate, assumendo il carattere di
un oggetto ideale, senza mancanza, senza im-
perfezione. L’idealizzazione è una componente
essenziale della reazione melanconica che non
tollera nessuna crepa nell’immagine dell’Altro.
Il rischio è quello di “ingessare” il lavoro del
lutto in una sterilità melanconica.
L’altra faccia della medaglia dell’idealizza-
zione è l’auto-rimprovero, caratterizzato da
una presenza eccessiva di sensi di colpa in chi
rimane legato a chi non c’è più. I sensi di colpa
si manifestano, appunto, nell’auto-rimprovero,
che parte dalla domanda: «E se ci fossimo com-
portati in un altro modo?». Se questo diventa
un tema su cui si fissa il discorso, il rischio è
che non vi sia il lavoro del lutto, ma una fis-
sazione melanconica che produce solo affli-
zione del soggetto. Non si può generalizzare,

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

ma molto spesso l’auto-rimprovero cela sotto


alle sue radici un’aggressività inconscia verso il
morto: tanto più c’è auto-rimprovero, quanto
più c’è aggressività inconscia. Freud l’ha affer-
mato risolutamente, quando ricorda come l’e-
strema preoccupazione dei figli verso le sorti e
le malattie dei loro genitori segnali una intensa
aggressività rimossa. Tanto più è forte la pul-
sione aggressiva, quanto più esagerata sarà la
preoccupazione per l’incolumità dei nostri cari.
L’auto-rimprovero melanconico può avere
diverse matrici, radicate nella storia e quindi
molto profonde. Se l’Altro che dava senso alla
nostra vita è morto, egli è come se ci avesse as-
sassinati, se avesse portato via con sé una parte
di noi stessi. L’aggressività può nascere perché
la sua morte è il mio assassinio: tu mi hai ucciso
morendo, cioè mi hai abbandonato. È questo
un tema particolarmente presente nel caso del
lutto dei bambini.
Un altro segnale clinico che evidenzia il ri-
schio che il lavoro del lutto sfoci in un lavoro
malinconico è la sua durata. Il lavoro del lutto
esige tempo, ma è un transito, non è uno stato,
né una condizione permanente. Per esempio,

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

un paio di anni fa, è venuto da me un paziente


afflitto da una melanconia psicotica evidente.
Già alla fine della prima seduta, mi ha parla-
to della morte di sua madre e di come questa
morte lo avesse devastato al punto da non ri-
uscire più a lavarsi i denti, a fare il bagno, a
mangiare, ad avere cura di sé. Si trattava di una
chiara forma di disinvestimento narcisistico
del proprio corpo e della sua immagine, che è
sempre il segnale di uno stato depressivo: il suo
abbandonarsi e non prendersi più cura di sé di-
mostravano come la perdita della madre avesse
svuotato di senso il suo mondo. Alla fine di una
ennesima seduta dedicata a rievocare la figura
della madre e il dolore insopportabile per la sua
morte, gli chiesi quando precisamente la madre
fosse morta. Mi rispose: «Dieci anni fa». La
sensazione che avevo nell’ascoltarlo era che la
madre fosse morta due, tre settimane, un mese
prima, talmente era vivido e intenso il suo do-
lore. Dieci anni voleva invece dire che non c’era
stato alcun lavoro del lutto, quanto piuttosto
una sua cristallizzazione melanconica. Definia-
mo, dunque, l’afflizione melanconica un esito
cristallizzato della reazione luttuosa.

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

La memoria del morto

Reazione maniacale e reazione melanconica


sono, dunque, i due grandi fallimenti dell’espe-
rienza del lutto: il lutto viene negato, nella rea-
zione maniacale (de-realizzazione dell’evento,
sostituibilità dell’oggetto); il lutto si croniciz-
za, nella reazione melanconica (insostituibilità
dell’oggetto, insignificanza del senso del mon-
do, perdita del significato della vita).
Un altro bellissimo libro sul lutto, che ho com-
mentato in un capitolo del mio Cosa resta del
padre?, è Patrimonio di Philip Roth, dedicato,
appunto, all’agonia e alla morte del padre. Si
tratta di una storia autobiografica che narra la
morte del padre per un tumore all’encefalo. A
un certo punto, lo scrittore si pone il seguente
problema: cosa fare con gli oggetti del morto?
Per esempio, Roth racconta che, dopo la morte
di sua madre avvenuta diversi anni prima della
comparsa della malattia del padre, tendeva a get-
tare via tutto, a liberarsi degli oggetti che le era-
no appartenuti. Siamo qui all’opposto della rea-
zione melanconica. Penso che l’oscillazione tra i
due estremi – non tenere più nulla che evochi il

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

morto o trattenerne tutti gli oggetti – definisca


fenomenologicamente l’oscillazione maniaco-
melanconica.
Ci sono sempre degli oggetti particolari di
chi ci lascia che hanno depositato una memoria
in ciascuno di noi. Per Philip Roth, per esem-
pio, questo oggetto era la tazza di ceramica in
cui il papà intingeva il pennello della barba. Un
grande pittore come Giorgio Morandi ha fat-
to un lavoro sublime sulle bottiglie, un lavo-
ro, precisamente, sulla memoria degli oggetti,
sull’oggetto come condensazione della memo-
ria, su come sia possibile custodire il tempo che
passa e non ritorna più. Negli oggetti si può
concentrare la poesia dell’evocazione dell’as-
senza. Gli oggetti commemorano chi non c’è
più. Ma non possono essere troppi altrimenti
si trasforma la casa in un cimitero e si cade nel
rischio della fissazione melanconica al morto...

Il lavoro del lutto

Quello che ci interessa, la pars construens del


ragionamento a cui tengo di più è data dalla se-
guente questione: se maniacalità e melanconia

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

sono due fallimenti del lutto che rendono, in


modo diverso, improduttiva l’esperienza della
perdita, come possiamo far diventare quest’ul-
tima autenticamente produttiva? Come ren-
dere produttiva l’esperienza della perdita, sia
accompagnando qualcuno a morire (o accom-
pagnando qualcuno che accompagna qualcuno
a morire), sia di fronte a chi subisce l’evento
– che abbiamo detto essere inaggirabile – della
morte? È possibile convertire l’evento trauma-
tico della perdita in un evento capace di trasfor-
mazione generativa piuttosto che di fissazione
sterile?
Questo è il punto cruciale e più interessante.
Freud direbbe: come possiamo trasformare il
lutto da reazione affettiva, emotiva, in un lavo-
ro? Quando il lutto diventa davvero un lavoro?
Lavoro (Arbeit) qui vuol dire capacità di pro-
durre, di trasformare. Come si può trasformare
il lutto, che è una reazione di tristezza, di acca-
sciamento e di abbattimento emotivo, in qual-
cosa di produttivo e di trasformativo?
Freud ci dà delle indicazioni fondamentali. Che
cos’è il lavoro del lutto, innanzitutto? Se esiste
un lavoro del lutto – ed esiste – quali sono le

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

sue caratteristiche principali? Freud enuncia al-


meno quattro grandi tratti del lavoro del lutto.
Il primo, che cozza immediatamente contro la
reazione maniacale, è la necessità di tempo. Il
lavoro del lutto esige tempo, il che significa che
non esistono lutti rapidi. Il lutto non può dare
luogo a processi di sostituzione. Lo abbiamo
visto nella reazione maniacale: muore un Papa
e se ne fa subito un altro. Invece il lutto come
lavoro esige un supplemento di tempo. Una vol-
ta questo tempo era anche un tempo collettivo.
Ancora oggi, nell’Africa nera troviamo questa
dimensione collettiva del tempo del lutto. Le fa-
miglie organizzano certi rituali nelle loro case,
sospendono le attività lavorative: c’è un tempo
che la comunità dedica al lutto perché l’anima
del morto è ancora con noi anche dopo la sua
morte. Questo è di per sé già un tema enor-
me, perché nella cultura iper-moderna il tempo
manca! Non c’è tempo! Il lavoro del lutto esi-
ge tempo ma noi viviamo in una cultura che si
fonda sul rigetto della pausa, del tempo morto.
Il nostro tempo è in accelerazione continua, è il
tempo dell’eccitazione maniacale. Quando una
madre vede il figlio accasciato di fronte ad una

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

esperienza di frustrazione o di perdita, gli dice


che non vuole vederlo così, impedendo al figlio
di passare attraverso l’esperienza della perdita e
del vuoto. Potremmo dire, da questo punto di
vista, che tutta l’esperienza della psicoanalisi è
un lungo lavoro del lutto. Ci vuole tempo. Que-
sta è la prima caratteristica del lavoro del lutto: il
tempo. Il secondo punto, altrettanto importan-
te, è il dolore psichico. Non c’è lavoro del lutto
autentico senza esperienza effettiva del dolore.
A volte, alcuni soggetti travolti da una perdita
grave lamentano di non sentire alcun dolore.
Non c’è solo la reazione luttuosa che si manife-
sta classicamente nella disperazione, nel pianto,
nella pena. Per uno psicanalista, per esempio,
è più inquietante quando non c’è possibilità di
sentire il minimo dolore, quando, cioè, non c’è
possibilità di accedere soggettivamente al dolo-
re. Il lavoro del lutto ha la sua benzina nel do-
lore psichico, perché riconoscere l’irreversibilità
della perdita di un oggetto che non tornerà più,
che non sarà più con noi, che non sarà sostitui-
bile da nessuno, è una forma di dolore psichico
che ha lo stesso impatto della perdita di un arto
del corpo. Allora è chiaro che, diversamente

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Massimo RecalcatiIncontrare l’assenza

dal negazionismo maniacale, il lavoro del lutto


comporta una ri-sensibilizzazione del dolore.
Mentre abbiamo definito la reazione maniacale
come una de-sensibilizzazione, un’anestesia del
corpo, il lavoro del lutto porta con sé una riatti-
vazione della sensibilità del corpo e del dolore.
Un punto molto delicato, a questo propo-
sito, riguarda l’utilizzo degli psicofarmaci. Per
un verso, lo psicofarmaco, almeno in certe si-
tuazioni, resta uno strumento essenziale che
attenua un dolore che altrimenti risulterebbe
invasivo, ingovernabile, ingestibile. Dall’altra
parte, noi dobbiamo fare in modo che il dosag-
gio non sia eccessivo per non cancellare l’espe-
rienza del dolore che è altrettanto necessaria al
lavoro del lutto. Da un’altra parte ancora, se il
dolore è strozzato eccessivamente dallo psico-
farmaco o è, a prescindere dallo psicofarmaco
stesso, inaccessibile al soggetto, molto spesso
noi abbiamo come risposta soggettiva quella
della somatizzazione. Tutta la grande varietà
di somatizzazioni che può colpire il soggetto,
anche a distanza di un anno, viene spesso al po-
sto del lavoro mancato del lutto psichico. Nella
psicoanalisi ci sono poche cose matematiche:

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questa è una di quelle. Quello che, del dolore


relativo alla perdita dell’oggetto, non è simbo-
lizzato psichicamente ritorna nel reale; non at-
traverso le vie di una conversione somatica di
tipo isterico, ma tramite cortocircuiti somatici,
vere e proprie somatizzazioni, fino all’estremo
costituito dalle malattie autoimmuni. Il sogget-
to vive nella de-sensibilizzazione maniacale e
poi somatizza con malattie psicosomatiche. Per
questo il dolore, anche quando pare inconsola-
bile, difficile da gestire nelle pratiche della cura,
è una benedizione rispetto invece alla freddez-
za sterile di chi non riesce ad accedere a questo
piano emotivo più profondo.
Il lavoro del lutto mobilita strati del dolore
psichico che si accompagnano al terzo grande
tema, forse quello più essenziale, più noto, più
riconoscibile, che è il tema della memoria. Il
lavoro del lutto, infatti, è un lavoro della me-
moria. Cosa facciamo quando siamo impegnati
in un lavoro del lutto? In cosa consisterebbe il
lavoro psichico del lutto se non nel ricordare,
innanzitutto, chi non c’è più, se non nel proiet-
tare nella nostra mente il film della nostra storia
con lui o con lei, se non nel ricordare il suo cap-

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pello, l’odore dei suoi sigari, il suo bastone, le


sue scarpe? Il lavoro del lutto è un lavoro stra-
ziante, struggente, sollecitato dalla memoria
dell’oggetto perduto. La poesia, la letteratura e
il grande cinema hanno dato corpo al lavoro del
lutto. Cito fra tutte una delle opere più intense
da questo punto di vista, che è Un’ora sola ti
vorrei, film girato nel 2002 da un’autrice italia-
na – Adina Marazzi – dedicato alla madre mor-
ta suicida in un ospedale psichiatrico. Tutto il
film è costruito andando a cercare e riunendo
frammenti, pezzi, fotografie, cartelle cliniche,
filmati artigianali, registrazioni audio della ma-
dre che la figlia aveva perso in tenerissima età.
Si ascoltano le canzoni dei vecchi dischi amati
dalla madre, la si riconosce sorridente in foto-
grafie sbiadite, in qualche pellicola di quelle che
si usavano una volta con le feste di compleanno
o i viaggi. Insomma, si ricorda chi non c’è più
per testimoniare che la sua assenza è stata una
presenza.
Il lavoro della memoria è un lavoro indispen-
sabile al lavoro del lutto. Vediamo allora la dif-
ferenza tra la reazione maniacale che si caratte-
rizza per la volontà della dimenticanza – «Non

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voglio ricordare, fa troppo male» – e il lavoro


del lutto che è in opposizione a questa volontà
ed è una valorizzazione della memoria – «Biso-
gna ricordare, attraversare e riattraversare i ri-
cordi che mi legano all’oggetto che non c’è più».
Attraversare e riattraversare i ricordi non
è un movimento lineare, ma spiraliforme. Un
passo avanti e due indietro. Il lavoro del lutto
è lungo, necessariamente tale, perché implica il
lavoro della memoria.
Qui si apre, nella mia lettura poco ortodossa
del testo di Freud, la sconvolgente prospetti-
va dell’ultimo punto che caratterizza il lavoro
del lutto. Il tempo, il dolore, la memoria sono
le prime tre. Arriva ora la prospettiva sconvol-
gente della quarta.

L’oblio e la memoria

Dove risiederebbe la forza produttiva del


lutto? Un soggetto che si avvita su chi non c’è
più, lo pensa, lo ricorda, soffre, gli dedica il
suo tempo e si ritira dal mondo, rischia, come
abbiamo visto, lo scivolamento melanconico,
perché nella melanconia il soggetto viene risuc-

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chiato nel passato e nella memoria. Troviamo


una bella immagine plastica di questo concetto
nell’apertura di Così parlò Zarathustra, in cui
Nietzsche-Zarathustra vede un acrobata che
cammina sul filo identificandosi in lui. Quando
l’acrobata cade e muore, Zarathustra, mosso a
compassione, lo prende sulle spalle e procede
il suo cammino con questo peso su di sé. Po-
tremmo dire che il clima psichico del lavoro del
lutto è un clima pesante, necessariamente pe-
sante, di abbandono del mondo, rappresentato
nella nostra stessa cultura dal colore nero che
dovrebbe accompagnare chi si trova impegnato
in questo difficile lavoro. C’è una dimensione
pesante nel lavoro del lutto: non si ride, non
c’è accesso al sorriso. Zarathustra, a un certo
punto, portando il peso dell’acrobata che lo in-
gobbisce, che spegne in lui il sentimento della
vita, si accorge che gli è impossibile procedere
e decide finalmente di seppellirlo: prepara una
buca dove depone il corpo dell’acrobata.
Questa azione ci porta alla quarta caratteri-
stica del lavoro del lutto. Il punto chiave è che il
lavoro del lutto compiuto, quello che si realizza,
non si può fermare alla memoria dell’oggetto

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perduto, ma deve poter raggiungere, attraver-


so la memoria, e non contro di essa, un punto
di oblio, un punto di dimenticanza. Il quarto
passaggio è il seguente: come si può, attraverso
la memoria, raggiungere un punto di dimenti-
canza che ci permetta di seppellire il corpo, di
separarlo da noi? In fondo, se seguiamo Freud,
notiamo che lui si chiede – in generale – quale
sia il mistero del lutto, poiché se perdiamo un
oggetto e seguiamo il ritmo della pulsione do-
vremmo naturalmente essere portati a trovarne
un altro. L’enigma, invece, è: perché vogliamo
ancora quanto abbiamo perso e non lo sostitu-
iamo con un Altro oggetto? Perché c’è qualco-
sa di insostituibile nell’oggetto perduto?
Non vogliamo un surrogato, ma proprio
quello. Il bambino dice alla mamma che non
vuole un nuovo papà, ma il suo papà, non quel-
lo che adesso la mamma frequenta, ma quello
che è morto in un grave incidente stradale. Bi-
sogna spiegargli che il suo papà non c’è più. Per
Freud, questo attaccamento all’oggetto per-
duto è un mistero. Naturalmente, la pulsione
dovrebbe comportarsi sostituendo l’oggetto:
l’oggetto non c’è più, ne prendo un altro in so-

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stituzione. Invece, nell’esperienza luttuosa noi


riconosciamo il carattere insostituibile, irrim-
piazzabile, dell’oggetto perduto.
Quando riusciamo a raggiungere un punto
di dimenticanza, di oblio dell’oggetto che con-
sente la nostra separazione da chi non c’è più e
il ritorno alla vita? Un tratto inconfondibile di
un lavoro nel lutto riuscito è l’esperienza di una
ritrovata leggerezza, di un alleggerimento della
vita. Zarathustra non ha più sulle spalle il peso
dell’acrobata: si libera di un peso. Ma questo
sarebbe l’effetto del dimenticare? No, questo
non è dimenticare perché abbiamo ricordato.
La leggerezza prodotta dal lavoro del lutto
non è quella artificiale della reazione mania-
cale. Nella mania la dimenticanza dell’oggetto
perduto e del dolore che questa perdita porta
con sé è per non dover ricordare. La negazione
maniacale è dimenticare per evitare il dolore di
ricordare, mentre nel lavoro del lutto non pos-
siamo dimenticare perché abbiamo attraversato
il dolore di ricordare.
Ma cosa permette allora il giro più impor-
tante, quello che ci consente di raggiungere l’o-
blio dell’oggetto perduto attraverso la sua me-

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moria? Ecco l’insegnamento straordinario del


lavoro del lutto: possiamo dimenticare perché
abbiamo incorporato il morto, perché lo abbia-
mo ricordato, lo portiamo con noi, fa parte di
noi. Ed è solo nella misura in cui fa parte di noi
che lo possiamo dimenticare.

L’incontro con la mancanza dell’Altro

La possibilità del lutto come lavoro è mol-


to legata al tipo di rapporti specifici tenuti con
l’oggetto prima della sua perdita. Freud sostie-
ne che, quando l’oggetto è iper-investito nar-
cisisticamente, il lavoro del lutto diventa dif-
ficile. In questi casi c’è un’iper-idealizzazione
dell’oggetto come proiezione del proprio ide-
ale di sé grandioso che non può essere toccata,
che rimane intrasformabile. Questi sono i casi
più difficili. Il movimento della de-idealizza-
zione che si può fare in una cura e in un accom-
pagnamento non comporta lo screditamento
del morto o il parlarne male, ma consiste nel
prendere atto della sua mortalità, che esprime
la vulnerabilità costitutiva dell’essere umano.
Il defunto portava la morte con sé come tutti

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noi. Mettere in evidenza la castrazione dell’Al-


tro significa sottolineare la dimensione finita,
lesa, insufficiente, vulnerabile di ognuno di noi
in quanto mortale. Per questo poi è possibile
la bestemmia. Prendersela con Dio, perché è
lui l’Altro responsabile, in ultima istanza, del
carattere leso e finito della nostra vita. La be-
stemmia è esattamente l’imputazione a Dio di
avere costruito un mondo bacato al suo interno
dalla morte. Ed è per questo che, ad esempio,
per un cristiano l’esperienza della morte come
limite è decisiva per valutare come essa entra
in rapporto con l’amore nei confronti di Dio.
Ho ascoltato i disperati lamenti di un padre di
due ragazzi, cattolico, cristiano, che ha perso
sua moglie. Egli mi ricordava il passo evange-
lico: «Chiedi e ti sarà dato». Ha pregato fino
alla fine, ha chiesto sino alla fine… ma non gli
è stato dato niente. Ha perso la madre per un
tumore, ha perso la sorella per un tumore, ha
perso la moglie per un tumore. Vedete come,
qui, l’esperienza della mancanza attraversi non
solo il soggetto ma anche l’Altro radicalmente:
addirittura Dio stesso. La morte porta in evi-
denza questa mancanza che attraversa l’Altro.

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La domanda è: tale mancanza comporta l’ine-


sistenza dell’Altro? No. Nel caso, per esempio,
del mio paziente, il fatto che sua moglie se ne sia
andata così giovane non comporta la sua inesi-
stenza, ma la sua mancanza, la sua vulnerabilità.
La de-idealizzazione passa sempre attraverso
un lavoro molto paziente e difficile sul limite.
E il limite, innanzitutto, è il limite della morte.
Nelle ultime pagine de La strada di Mc-
Carthy, il lavoro del lutto è descritto molto
limpidamente. In riferimento a un bambino,
addirittura, a un bambino che perde il papà. Vi
riassumo la vicenda in due parole. In un mon-
do senza Dio, senza legge, che sopravvive a una
catastrofe ecologica senza precedenti, i pochi
uomini superstiti si inseguono per mangiarsi,
per uccidersi, per stuprare le donne e mangiare
i bambini. Ci sono però due sopravvissuti, due
“buoni”, che hanno ancora un’etica, un padre e
un figlio di dieci anni. La storia narra dunque
l’esistenza di un bambino e di un padre in un
mondo senza luce, incenerito, senza speranze.
Il papà fa tutto il possibile per questo bambino:
lo mette a letto, lo ripara dal freddo, gli rac-
conta delle storie leggendo dei libri la notte e

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gli dice che loro sono i “buoni” perché portano


il fuoco. Effettivamente, il fuoco è ciò che ha
trasformato l’animale in essere umano, con la
convivenza, con il passaggio dal crudo al cotto.
Il fuoco è il simbolo dell’umanizzazione della
vita. Alla fine della storia, uno di questi uomi-
ni abbruttiti e assassini colpisce mortalmente il
padre. L’uomo sa che sta per morire e che deve
lasciare suo figlio in un mondo così disperato e
invivibile: dovrà abbandonare il figlio lascian-
dolo in un mondo senza speranza. Alla fine il
figlio troverà una famiglia adottiva, religiosa,
che crede ancora in Dio, ovvero che il mondo
possa avere un senso. Nel momento del passag-
gio, quando il bambino assiste il padre moren-
te, i ruoli sembrano capovolgersi. I casi in cui
i bambini accompagnano i genitori alla morte
sono fenomeni di rilievo e di capovolgimento
del rapporto tra le generazioni. Il fatto che, pri-
ma, tu ti prendevi cura di me, delle mie pau-
re, delle mie angosce, del mio dolore, e ades-
so sono io che mi prendo cura di te, provoca
uno scompaginamento fortissimo. Il bambino
si trova improvvisamente messo in questa po-
sizione: deve accompagnare il padre alla mor-

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te e gli chiede se potranno, in qualche modo,


rivedersi. Il padre gli dice di no, ma aggiunge:
«Avremo modo di parlarci», e questo è molto
bello. Pensate che in tutte le culture, da quando
esiste l’uomo, esiste anche il tema del parlare
con i morti o, in generale, il fatto che i morti
possano parlare, ci parlino, ci siano tracce delle
parole dei morti… È uno dei grandi temi dell’u-
manità. È possibile che i morti ci parlino? Una
mia paziente psicanalista – quindi non psicotica
–, una donna materialista, atea, dopo la morte
della madre vede delle farfalle aleggiare attorno
ai suoi gerani e pensa che qualcosa di sua madre
le stia parlando... Non è psicotica, è una collega
capace, ma questo episodio dimostra l’interesse
dell’umanità per le parole dei morti...
Ne La strada, il padre dice al bambino che
non si rivedranno più, ma che si parleranno e
che, in fondo, il fuoco – che fino a quel mo-
mento è stato il simbolo dell’umanità, che di-
stingueva i “buoni” dai “cattivi” e che loro ac-
cendevano tutte le sere per riscaldarsi prima di
andare a letto – adesso lo deve portare dentro di
sé e che, se lo farà, si potranno parlare: il figlio
potrà parlare al padre e lui lo ascolterà. Que-

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sto è il messaggio che il padre lascia in eredità


al figlio. Incorporare il fuoco è il modo in cui
McCarthy traduce potentemente l’idea freu-
diana secondo cui possiamo separarci dal cor-
po del morto solo se lo incorporiamo. Quando
il bambino si reca nell’altra famiglia, con una
mamma molto religiosa, la mamma cerca di in-
segnargli a pregare, ma lui non vuole e le dice
che per lui è sufficiente parlare con il padre.

La morte del figlio

Rispetto al fuoco, nei Vangeli apocrifi c’è un


punto in cui Gesù stesso, prima di morire, dice
ai suoi discepoli: «Io sono il fuoco» e li invita
a mangiarlo, a incorporare il fuoco. In fondo,
l’esito compiuto di un lutto implica la trasmis-
sione di un’eredità da una generazione all’altra,
sulla base del ricordo di ciò che ci è stato dato.
Il vero problema sorge quando chi muore è
qualcuno che altera la catena delle generazio-
ni: sono le morti dei figli. Hegel direbbe che
non c’è mai una morte naturale, che la morte
umana è sempre innaturale, sempre prematura,
che non c’è un tempo giusto per morire e che

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anche la morte di un novantenne è prematura


per i suoi cari. È chiaro che la morte di un bam-
bino porta questo concetto al colmo e diventa
veramente ingovernabile, fuori dal linguaggio,
fuori dalla simbolizzazione. Come è possibile
rendere il lavoro del lutto produttivo quando
chi muore è identificato con la vita, come l’e-
sistenza di un bambino? Albert Camus diceva
che non c’è scandalo più impossibile da leggere
della morte di un bambino. Cosa significhi que-
sto per i genitori, francamente, è un tema delica-
tissimo che meriterebbe una riflessione a parte.
Accade anche che a subire un lutto sia un
adolescente. Con gli adolescenti è molto dif-
ficile fare un lavoro di supporto al lutto, per-
ché in loro è presente un pensiero che spesso
è anticipato dall’agire. Allora, sia il dolore, sia
la memoria, che sono movimenti molto pro-
fondi della vita psichica, tendono a essere so-
stituiti con la violenza, col passaggio all’atto,
con l’abuso di droghe, con lo stordimento,
con il rifiuto del corpo, a dimostrazione della
difficoltà a tenere un adolescente vicino all’e-
sperienza dell’assenza. Quando invece ciò av-
viene, quando cioè l’adolescente si concentra

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sull’assenza, egli mette immediatamente in di-


scussione l’insieme della propria vita, compresa
questa tendenza a cortocircuitare nell’agire la
scarica immediata del pensiero. Si tratta però
di una reazione molto rara. Io ho seguito molti
ragazzi adolescenti che hanno perso dei geni-
tori e quello che si nota successivamente è la
tendenza al passaggio all’atto. Si ha così o la ne-
gazione del dolore (molto frequentemente), o
il passaggio all’atto più simbolizzato (quando
per esempio un ragazzo comincia a praticare la
boxe, simbolizza a suo modo la sua condizio-
ne di aggressività come risposta al padre che lo
ha abbandonato), o il passaggio all’atto meno
simbolizzato (come nel caso dell’uso delle dro-
ghe, dell’alcolismo o di atti autolesivi). Se, per
esempio, il padre o la madre sono morti in un
incidente e non c’è stato il tempo di prepararsi
in alcun modo all’evento della perdita, nel lavo-
ro dell’analisi bisogna aiutare il ragazzo a rico-
struire l’eredità che il padre o la madre hanno
lasciato, chiarendo come, in fondo, chi resta ha
sempre la responsabilità di far vivere chi, inve-
ce, è entrato nel regno dei morti e ci ha abban-
donato. È come dire che nei miei gesti faccio

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esistere ancora chi non c’è più. È la responsa-


bilità che abbiamo verso chi ci ha lasciati. Per
uno studioso, per esempio, è la responsabilità
verso i suoi maestri che non ci sono più, ma
che continuano a vivere in quello che egli fa.
In un figlio anche. Nei due o tre casi che ho
seguito di genitori che hanno perso dei bambi-
ni, l’impulso immediato dopo la disperazione
della perdita è stato, nella coppia più giovane,
fare immediatamente un altro bambino, oppu-
re creare Fondazioni con il nome del figlio. È
importante questa seconda reazione, perché si
tratta di una risposta positiva alla tragedia del
lutto: generare, non in senso biologico ma sim-
bolico. Non nel proprio corpo, ma nella so-
cietà; dare vita col nome del figlio a una nuova
nascita. Realizzare nel simbolico qualcosa che
porti ancora il nome del figlio è un modo per
prolungare la sua vita.

Per concludere

Per concludere, vorrei fare una precisazione.


Le cose non sono mai lineari come la pratica
didattica impone di presentarle, poiché, anche

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quando noi incorporassimo l’oggetto perduto,


quando portassimo il lavoro del lutto alla sua
più piena realizzazione, l’oggetto resta sempre
irreversibilmente perduto. La ferita dell’assen-
za rimane sul nostro corpo, nella nostra mente.
L’oggetto amato non c’è più e la sua assenza,
per quanto non arrivi a paralizzare la nostra
esistenza, ha scavato per sempre un solco in
noi. Per esempio, il mio personale dubbio nei
confronti del mito cristiano della resurrezione
è sempre stato quello di non riuscire ad imma-
ginare di poter incontrare in un altro mondo i
volti di chi ho amato in questo. San Paolo af-
ferma che la resurrezione è la resurrezione dei
corpi e non delle anime…
La ferita dell’irreversibilità della perdita c’è
in ogni lutto, anche nel più compiuto. Quan-
do, di fronte a un lutto, si sostituisce l’oggetto
perduto con un altro oggetto ci si avvia verso
una soluzione patologica. Ma si può davve-
ro sostituire l’oggetto, ricuperare la propria
libido, la propria spinta vitale, solo quando
si riesce, dopo aver intrapreso un lungo lavo-
ro della memoria, a dimenticare. Non si può,
infatti, sostituire l’oggetto perduto per dimen-

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ticare (reazione maniacale), ma si può e lo si


deve sostituire – cioè si può tornare a investire
il mondo di libido – solo se lo si è dimenticato
(dopo averlo a lungo ricordato). Insomma, si
dimentica solo se si può ricordare. Questo è il
passaggio che trovo clinicamente decisivo: è il
ricordo che genera la dimenticanza, non è la di-
menticanza che può cancellare il ricordo.

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