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Alla morte di Cioran, fra i suoi manoscritti furono trovati trentaquattro quaderni dalle copertine

identiche. Erano, come si scoprì, i testi a cui per quindici anni, dal giugno 1957 al novembre 1972,
egli aveva consegnato la parte più intima e segreta di sé, senza mediazioni di alcun genere.
Ma non si tratta di un diario che registra giorno per giorno avvenimenti e pensieri. Sono piuttosto
appunti dove si accumulano le annotazioni più varie: brevi, tumultuose riflessioni, sentenze
fulminanti, osservazioni su letture, impressioni musicali, ritratti di amici - fra i quali Ionesco,
Michaux, Beckett - e di nemici, rapide fughe da Parigi, aneddoti, considerazioni sulla storia e sul
corso dei tempi, ossessioni, capricci. E la prima reazione che si imporrà al lettore sarà di
sbalordimento: quante, incalcolabili cose, e con quanta asciuttezza e rapidità, in ogni ambito, Cioran
sapeva capire e farci capire... Viste nel loro insieme di laboratorio segreto, queste pagine diventano
poi la rivelazione di una inconfondibile fisiologia, di una sensibilità esasperata che sa presentarsi
con il dono dell’immediatezza. Fra parossismi di furore e attacchi di angoscia, Cioran riesce a dirci
della vita quelle cose nascoste che si fanno evidenti soltanto a un cronico insonne, malato di
lucidità, che poteva dire, con precisione letterale: «la notte mi circola nelle vene».
Le opere di E.M. Cioran (1911-1995) sono in corso di pubblicazione presso Adelphi. Il titolo più
recente è Un apolide metafisico (2004). I Quaderni sono apparsi per la prima volta nel 1997.
«Non propongo verità ma mezze convinzioni, eresie senza conseguenze, che non hanno fatto né
male né bene a nessuno. Sarò per sempre uno senza discepoli, ed è mia intenzione non averne. Si è
seguiti solo se si decide qualcosa, se si assume un atteggiamento o si parla in nome degli uomini o
degli dèi. Ma né gli uni né gli altri fanno per me. Sono solo e non mi lamento di esserlo».
In copertina: Arnold Bocklin, Prometeo (1882). Collezione privata.
BIBLIOTECA ADELPHI 411
DELLO STESSO AUTORE:
Al culmine della disperazione
Esercizi di ammirazione
Il funesto demiurgo
L’inconveniente di essere nati
La caduta nel tempo
La tentazione di esistere
Lacrime e santi
Sillogismi dell’amarezza
Sommario di decomposizione
Squartamento
Storia e utopia
Un apolide metafisico
E.M. Cioran

QUADERNI
1957-1972
Prefazione di Simone Boué
Traduzione di Tea Turolla

ADELPHI EDIZIONI
TITOLO ORIGINALE:

Cahiers 1957-1972
La traduzione di quest’opera ha beneficiato di un contributo del Ministère Français chargé de la
culture - Centre national du livre
Prima edizione: giugno 2001
Seconda edizione: gennaio 2007
© 1997 ÉDITIONS GALLIMARD PARIS
© 2001 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
WWW.ADELPHI.IT

ISBN 88-459-1615-4
INDICE

Prefazione
QUADERNI 1957-1972

PREFAZIONE
Per molto tempo sul tavolo di Cioran c’è stato un quaderno sempre chiuso.
Alla sua morte, raccogliendo i manoscritti per affidarli alla Biblioteca Doucet, ho trovato
trentaquattro quaderni identici. Cambiavano solo le copertine, segnate con un numero e una data.
Iniziati il 26 giugno 195 7, si interrompevano nel 1972.
Per quindici anni Cioran ha tenuto sulla sua scrivania, a portata di mano, uno di questi quaderni
che sembravano sempre lo stesso, e che io non ho mai aperto. Generalmente le annotazioni sono
brevi ( «Ho il frammento nel sangue»), il più delle volte senza data. Quest ’ultima appare solo in
corrispondenza di avvenimenti considerati importanti, come le escursioni in campagna e le notti
di insonnia — cosicché si legge: «Domenica 3 aprile. Camminato per tutta la giornata nei dintorni
di Dourdan»; «10 aprile. Costeggiato il canale dell’Ourcq »; «24 novembre. Notte spaventosa »;
«4  maggio. Notte atroce ». Nonostante il carattere ripetitivo e monotono, ho conservato tutti questi
passi ricorrenti perché recano la data.
I quaderni di Cioran non hanno niente del diario in cui vengono annotati nei minimi dettagli gli
avvenimenti della giornata -genere che non presentava per lui il minimo interesse. Si ha piuttosto
l’impressione di trovarsi in presenza di appunti, di minute. Più di una riflessione, più di un
frammento li ritroviamo immutati nei
libri. Alcune annotazioni sono segnate con una croce rossa a margine o incorniciate, come per
tenerle in serbo.
Nel giugno 1971 scrìve: «Ho deciso di raccogliere le riflessioni sparse in questi trentadue
quaderni. Soltanto fra due o tre mesi saprò se possono costituire materia per un libro (il cui titolo
potrebbe  essere “Interiezioni” oppure “L’errore di nascere”)».
Quaderni di minute ma anche quaderni di esercizi. La stessa riflessione è ripresa fino a tre, quattro
volte in forme diverse, elaborata, depurata, sempre con la stessa preoccupazione di brevità, di
concisione.
Nel dicembre 1969 Cioran annota: «Mi aggrapperò a questi quaderni, perché sono l’unico contatto
che io abbia con la “scrittura”. Da mesi non scrìvo più niente». E aggiunge: «Ma questo esercizio
quotidiano ha del buono, mi permette di riavvicinarmi alle parole, e di riversarvi le mie ossessioni
e le mie ubbie... Niente è più inaridente e più futile della ricerca esclusiva dell’“idea”».
Di qui aneddoti, racconti di incontri, ritratti - o meglio schizzi -più o meno feroci di amici o di
nemici indicati con le iniziali o con la lettera X. A volte un nome scritto in un piimo tempo per
intero è stato completamente cancellato, come se, mantenendone l’anonimato, Cioran avesse
voluto proteggere quelli che attacca o irride. Avrà pensato che un giorno queste pagine potessero
essere lette?
Sulla copertina dei quaderni I, II, IV, VIII, X è scritto: «Da distruggere». Sul primo Cioran ha
aggiunto e sottolineato: « Tutti questi quaderni sono da distruggere », e lo stesso sull’ottavo e sul
nono. Eppure questi quaderni li ha conservati e ordinati con cura... Lo hanno aiutato a regolare i
conti con l’universo e soprattutto con  se stesso. Giorno dopo giorno macina fallimenti, sofferenze,
angosce,  terrori, rabbie, umiliazioni. Dietro questo lacerante racconto segreto sbiadisce il Cioran
diurno, beffardo e tonico, faceto e mutevole. Ma non ha forse egli detto a più riprese che prendeva
la penna solo quando aveva voglia di « tirarsi un colpo di rivoltella » ?
Gli avvenimenti che riporta, le scene che descrive (per esempio l’annuncio della morte di sua
madre), scene a cui ho assistito, sono impressi nella mia memoria — un ricordo che a volte è molto
diverso  rispetto alla testimonianza di Cioran. Il fatto è che lui li ha vissuti e provati da solo. Il fatto
è che sempre e dovunque lui è SOLO.
SOLO da vivo e SOLO da morto. Nel momento in cui si mette alla gogna il giovane provocatore e pazzo
che egli è stato in un lontano passato, mentre vengono pubblicate analisi delle sue opere, stu-
di sedicenti obiettivi, e si scatena la muta dei benpensanti — il cerchio si è chiuso. Solo da vivo,
doppiamente solo nella morte.
Nel giugno 1995, Fernando Savater scriveva sul « Pais » un commovente addio che finiva così: «
Là dove vai ora devi scendere da solo» («Tienes que bajar solo»). Mi torna in mente anche il  titolo
sotto il quale sono stati raccolti da Humanitas, nel 1990, alcuni articoli di gioventù scritti in
romeno, quel bel titolo che per me riassume Cioran: « Singurătate şi Destin » — SOLITUDINE E
DESTINO.
Simone Boué
Morta in un incidente l’11 settembre 1997, alla vigilia della correzione delle bozze dell’edizione
Gallimard, Simone Boué non ha avuto la gioia di vedere pubblicato questo libro, che tanto le deve.

QUADERNI
1957-1972
Le note sono a cura di Alain Paruit, Marc de Launay e Antoine Jaccottet.
26 giugno 1957
Letto un libro sulla caduta di Costantinopoli. Sono caduto insieme con la città.
Voglia di piangere in mezzo alla strada! Ho il demone delle lacrime.
Il mio scetticismo è inseparabile dallo smarrimento, non ho mai capito come si possa dubitare per
metodo.
Emily Dickinson: «I felt a furierai in my brain»;1 potrei aggiungere, come Mademoiselle de
Lespinasse, «in ogni istante della mia vita».
Funerale continuo della mente.
Si capirà mai il dramma di un uomo che in nessun momento della vita è riuscito a dimenticare il
paradiso?
Ho un piede in paradiso, come altri ce l’hanno nella fossa.
Aiutami, Signore, a esaurire il disgusto e la pietà per me stesso, a non sentirne più l’infinito orrore!
In me tutto va a finire in preghiera e in bestemmia, tutto diventa invocazione e rifiuto.
Detto da un mendicante: «Quando si prega accanto a un fiore, cresce più in fretta».
Essere un tiranno disoccupato.
Incessante poesia senza parole; silenzio che rimbomba sotto di me. Perché non ho il dono del
Verbo? Essere sterili con tutte queste sensazioni!
Ho coltivato troppo il sentire a scapito dell’esprimere; sono vissuto per la parola - e così ho
sacrificato il dire.
Tanti anni, tutta una vita - e neanche un verso!
Tutte le poesie che avrei potuto scrivere, che ho soffocato in me per mancanza di talento o per
amore della prosa, vengono improvvisamente a reclamare il loro diritto di esistere, mi gridano la
loro indignazione e mi sommergono.
Il mio ideale di scrittura: far tacere per sempre il poeta che è in noi; liquidare le nostre ultime
vestigia di lirismo; andare contro ciò che si è, tradire le proprie ispirazioni; calpestare i propri slanci
e persino i propri disgusti.
Ogni sentore di poesia avvelena la prosa e la rende irrespirabile.
Ho un coraggio negativo, un coraggio rivolto contro me stesso. Ho orientato la mia vita fuori del
senso che essa mi prescriveva. Ho invalidato il mio futuro.
Ho un enorme anticipo sulla morte.
Sono un filosofo urlatore. Le mie idee, ammesso che esistano, abbaiano; non spiegano nulla,
strepitano.
Per tutta la vita ho avuto il culto dei grandi tiranni immersi nel sangue e nel rimorso.
Mi sono perso nelle Lettere per l’impossibilità di uccidere o di uccidermi. E' stata solo questa
incapacità, questa vigliaccheria a far di me uno scribacchino.
Se Dio potesse immaginare quale peso rappresenti per me il minimo atto, cederebbe alla
misericordia o mi lascerebbe il suo posto. Perché le mie impossibilità hanno un che di estremamente
vile e di divino insieme. Nessuno può essere meno adatto di me a questa terra. Appartengo a
un altro mondo, come dire che sono di un sottomondo. Uno sputo del diavolo, ecco di quale pasta
sono fatto. Eppure, eppure...
Dilaniato tra l’astio e il terrore.
Mongolia del cuore.
Era uno corrotto dalla sofferenza.
2 agosto 1957. Suicidio di E.: un’enorme voragine si apre nel mio passato. Ne escono mille ricordi
deliziosi e strazianti.
Lei amava tanto il decadimento! Eppure si è uccisa per evitarlo.
Se avessi portato a termine solo un decimo dei miei progetti, sarei di gran lunga il più fecondo
autore mai esistito. Per mia disgrazia, o per mia fortuna, mi sono sempre dedicato molto di più al
possibile che al reale, e niente è più estraneo alla mia natura del concludere. Ho approfondito nei
minimi dettagli tutto ciò che mai avrei fatto. Mi sono spinto all’estremo del virtuale.
22 XII 1957
Vuoto sovrumano, crollo improvviso di tutte le certezze acquisite a fatica negli ultimi anni...
Il 18 morte di mio padre. Non so, ma sento che lo piangerò un’altra volta. Sono così assente a me
stesso che non ho neppure la forza di un rimpianto, e talmente giù che non posso salire all’altezza
né di un ricordo né di un rimorso.
Percepire la parte di irrealtà in ogni cosa, segno inconfutabile che si sta avanzando verso la verità...
Sentimento mistico della mia indegnità e del mio decadimento.
Visto oggi, mercoledì 25 dicembre 1957, il viso di mio padre morto, dentro la bara.
Ho cercato la salvezza nell’utopia, e ho trovato un po’ di consolazione soltanto nell' Apocalisse.
Collège de France. Corso di Puech sul Vangelo secondo Matteo (apocrifi dell’Egitto). Sensazione
terribile: tutte le persone dell’uditorio mi sono apparse, a un tratto, come dei morti.
17 gennaio 1958
Qualche giorno fa... Mi accingevo a uscire, quando, per aggiustarmi il foulard, mi guardo allo
specchio. E improvvisamente, un indicibile spavento: chi è quest 'uomo ? Impossibile riconoscermi.
Per quanto identificassi il mio cappotto, il mio foulard, il mio cappello, non sapevo chi fossi;
perché non ero io. Questo per circa trenta secondi. Quando riuscii a riprendermi, il terrore non cessò
subito, ma diminuì un po’ alla volta. Mantenere la ragione è un privilegio che può esserci tolto.
Eccessi dell’abulia! Per non cadervi ogni tanto leggo qualche libro su Napoleone. Il coraggio degli
altri a volte ci fa da tonico.
Finalmente so che cosa sono le mie notti: ciò che mi fa risalire col pensiero la distanza che mi
separa dal Caos.
Da molto tempo ritengo che la capacità di rinunciare sia il criterio, l’unico, dei nostri progressi nella
vita spirituale.
Eppure! Quando riesamino qualche mio atto di rinuncia, mi accorgo che è sempre stato
accompagnato da una enorme, benché segreta, soddisfazione dell’orgoglio, moto assolutamente
contrario a qualsiasi approfondimento interiore.
E dire che per poco non ho sfiorato la santità! Ma quegli anni sono lontani, e ricordarli mi è
doloroso.
Dalla mattina alla sera non faccio che vendicarmi. Di chi? Di che cosa? Lo ignoro o lo dimentico,
dato che ce n’è per tutti... Che cosa sia la rabbia disperata, nessuno lo sa più di me. Ah! Le
esplosioni del mio decadimento!
«... e gli ultimi saranno i primi».
Promessa che basterebbe da sola a spiegare la fortuna del cristianesimo.
(Nel mio spaventoso decadimento, sentire una promessa del genere non può non provocare
sconcerto. E' quello che mi è capitato il 30 gennaio, al Collège de France, a un corso di Puech sul
Vangelo - apocrifo - secondo Tommaso).
Come sarà il futuro?
La rivolta dei popoli senza storia.
In Europa è chiaro; a trionfare saranno soltanto i popoli che non hanno vissuto.
La mia incapacità di vivere è pari soltanto a quella di guadagnarmi da vivere. Il denaro e io siamo
incompatibili. Sono arrivato a quarantasette anni senza aver mai avuto un reddito!
Non posso pensare a nulla in termini di denaro.
Per guadagnarsi da vivere, bisogna occuparsi degli altri; ma io sono mobilitato soltanto da... Dio e
da me stesso, dal tutto e dal niente.
Sono appena morto...
Toccare il limite più basso, l’estremo dell’umiliazione, sprofondarvi con un abbandono sistematico,
con una sorta di ostinazione inconscia e morbosa! Diventare uno straccio, un rifiuto, sprofondare
nel fango; e poi, sopraffatti dal terrore della vergogna, esplodere e riprendersi, raccogliendo
i propri cocci.
Non posso scendere più giù nel mio nulla, non posso oltrepassare i limiti del mio decadimento.
La notte mi circola nelle vene.
Chi mi sveglierà, chi mi sveglierà?
A forza di ritenere che niente avesse importanza, ora sono ridotto a non avere alcun argomento,
alcun pretesto su cui esercitare la mente. Se voglio evitare la catastrofe, devo a ogni costo
reinventarmi una materia, crearmi nuovi oggetti, insomma qualcosa che sia diverso da me, che non
esiga più l’«io».
Scrivere un'«Apologia della Prussia» - o « Per una riabilitazione della Prussia».
Da quando la Prussia è stata soffocata, annientata, ci ho rimesso il sonno. Forse sono il solo, a parte
la Germania, che pianga la rovina della Prussia. Era l’unica realtà solida in Europa; distrutta la
Prussia, l’Occidente deve cadere in potere dei russi.
Il prussiano è meno crudele di qualsiasi «civilizzato». -
Pregiudizio ridicolo nei confronti della Prussia (responsabilità della Francia nella faccenda);
pregiudizio favorevole agli austriaci, ai renani, ai bavaresi, infinitamente più crudeli; il nazismo è
un prodotto della Germania meridionale. (E' una cosa evidente, ma nessuno ne conviene).
Ora è venuto il momento di dire la verità.
Premendo per la distruzione politica della Prussia, i russi sapevano quel che facevano; gli
anglosassoni non facevano che conformarsi a un pregiudizio ereditato dai francesi (i quali hanno
delle scusanti), i francesi che dalla Rivoluzione in poi fanno opinione nel mondo, ossia creano i
pregiudizi. [illeggibile] politica americana; dall’altra parte l’Inghilterra, per la prima volta in mille
anni, agisce contro i propri interessi e rinuncia - un vero suicidio - all’idea dell’equilibrio europeo.
Esaltazione indicibile, incandescenza intollerabile, come se il sole mi si fosse appena nascosto nelle
vene!
Non riuscire a vivere se non nel vuoto o nella pienezza, dentro un eccesso.
A rigore, potrei intrattenere rapporti veri con l’Essere; con gli esseri, mai.
Tutte le impossibilità si riducono a una sola: quella di amare, quella di evadere dalla propria
tristezza.
La disperazione è indubbiamente un peccato; ma un peccato contro se stessi. (Che intuizione
profonda nel cristianesimo! Annoverare fra i peccati l’assenza di speranza!).
La malattia è venuta a dare sapore alla mia miseria, a condire la mia povertà.
Gridare rivolti a chi? Questo è stato il solo e unico problema di tutta la mia vita.
19 febbraio 1958. Felicità intollerabile! Migliaia di pianeti si espandono nell’illimitato della
coscienza. Felicità terrificante.
Sensazioni da povero diavolo - e sensazione di essere un dio - non ne ho conosciute altre. Punto e
infinito le mie dimensioni, i miei modi di esistenza.
Se la sensazione della vanità di ogni cosa potesse da sola conferire la santità, quale santo non sarei!
Occuperei il primo posto nella gerarchia dei santi!
Il fondo della disperazione è il dubbio su se stessi.
Sono finito, sono sull’orlo della preghiera.
Oggi, 20 febbraio 1958, ho pensato allo stato di putrefazione in cui si trovano i miei amici morti e
mio padre, e ho immaginato la mia stessa putrefazione.
Solo il lavoro potrebbe salvarmi, ma lavorare mi è impossibile. La volontà in me è stata lesa alla
nascita. Progetti infiniti, chimerici, sproporzionati alle mie capacità.
Ho dentro di me qualcosa che mi invalida, che mi ha sempre invalidato. Un cattivo principio
connaturato al mio sangue e alla mia mente.
Non c’è un solo oggetto a cui valga la pena di dedicare la propria attenzione per più di pochi attimi.
Proprio per reagire a questa certezza ho cercato di trasformare tutte le mie idee in manie; era l’unico
modo per farle durare - agli occhi della mia... mente.
Io raggiungo il Caos semplicemente attraverso il meccanismo della mia fisiologia. Lacerazioni delle
viscere! Abbozzo di una teologia tutta speciale.
Io non sono di qui; condizione di esiliato in sé; da nessuna parte mi sento di casa - non
appartenenza assoluta a checchessia.
Il    paradiso perduto - la mia continua ossessione.
Che cosa sarei, che cosa farei senza le nuvole? Trascorro la maggior parte del tempo a guardarle
passare.
24 febbraio 1958
Da qualche giorno sono di nuovo in preda all’idea del suicidio. Ci penso spesso, è vero; ma pensarci
è una cosa, esserne dominati un’altra. Spaventoso accesso di cupe ossessioni. Impossibile, con le
mie sole forze, continuare a lungo così. Ho esaurito ogni capacità di consolarmi.
Corsica, Andalusia, Provenza - dunque questo pianeta non sarà stato inutile.
La sua mancanza di talento rasentava il genio...
Concepire più progetti di quanti ne faccia un imbroglione o un esploratore, e ciò nonostante essere
malati di abulia, colpiti - senza metafora - alla radice della volontà.
Cervello malato, stomaco malato - così come tutto il resto. - L’essenziale è compromesso.
Visione di crolli. Ecco in che cosa vivo dalla mattina alla sera. Ho tutte le infermità di un profeta
senza averne le doti.
E tuttavia so - con una certezza impetuosa, irresistibile -di possedere, se non dei lumi, almeno dei
barlumi sull’avvenire. E che avvenire, Dio mio!
Mi senio contemporaneo di tutti i futuri terrori.
La mia grande predilezione per i naufragi.
Ho tutto dell’epilettico, tranne l’epilessia.
Accessi di violenza sovrumani, disumani! Talvolta ho l’impressione che tutta la mia carne, tutto
quanto in me è materia, un giorno di colpo si dissolverà in un grido il cui significato sfuggirà a tutti,
fuorché a Dio...
Falso profeta: le mie stesse delusioni sono naufragate.
La sola cosa che mi aggradi è la fine del mondo... Bisogno di terrore o infinita apatia?
Ho rinunciato, fra l’altro, alla poesia...
Quali che siano le mie recriminazioni, le mie violenze, le mie amarezze, derivano tutte da una
scontentezza di me stesso che nessuno quaggiù potrà mai provare. Orrore di sé, orrore del mondo.
Ciò che non può tradursi in termini di religione non merita di essere vissuto.
«Una volta mi è venuta l’idea che se si volesse annientare, schiacciare, castigare un uomo in modo
così implacabile da far tremare in anticipo dalla paura il peggior bandito, basterebbe dare al suo
lavoro un carattere di perfetta assurdità, di inutilità assoluta» (Memorie del sottosuolo).
Quasi tutto ciò che faccio per guadagnarmi da vivere è
contrassegnato da questa inutilità, giacché tutto ciò che non mi interessa in modo assoluto mi appare
di una gratuità che rasenta il supplizio.
Talvolta avverto nel mio intimo forze infinite. Ahimè! Non so come impiegarle; non credo in niente,
e per agire bisogna credere, credere, credere... Tutti i giorni mi perdo perché lascio morire il mondo
che alberga in me. Con un orgoglio da folle, sprofondare tuttavia nell'indegnità, in una tristezza
sterile, nell’impotenza e nel mutismo.
La Russia è una «nazione vacante» ha detto Dostoevskij. Lo è stata, non lo è più, ahimè!
«La tristezza secondo Dio provoca un pentimento salutare privo di rimpianti, mentre la tristezza del
mondo provoca la morte» (san Paolo).
«... che la [morte] cercano più ardentemente di un tesoro...» (Giobbe).
Vi è una certa voluttà nel resistere al richiamo del suicidio.
La Russia! Ho un’attrazione profonda per questo Paese che ha distrutto il mio.
Misericordia - questa sola parola racchiude dei mondi. Come va lontano la religione! Ho
misconosciuto, rinnegato volontariamente Cristo, e la perversione della mia natura è tale che non
riesco a pentirmene.
Per scrivere, ci vuole un minimo di interesse verso le cose; e bisogna anche credere che possano
essere afferrate o almeno sfiorate dalle parole - non ho più né questo interesse né questa
convinzione...
Il suo sorriso rudimentale.
Sballottato tra il cinismo e l’elegia.
Se potessi scrivere tutti i giorni un salmo, quanto ne sarebbe alleviata la mia sorte. Ma che dico,
scrivere! Se almeno potessi leggerne uno, uno soltanto! - Io sono al di qua della salvezza, o meglio:
so quali sono i mezzi per salvarmi, ma questi mezzi non li ho, non posso averli...
I due maggiori saggi dell’Antichità al tramonto: Epitteto e Marco Aurelio, uno schiavo e un
imperatore.
4 giugno 1958
Ognuno crede che ciò che fa sia importante, tranne me; sicché non posso fare niente...
Lette alcune poesie di Aleksandr Blok. - Ah! questi russi - come mi somigliano! - La mia forma di
noia è tutta slava. Dio sa da quale steppa provenivano i miei avi! C’è in me, come un veleno, il
ricordo ereditario dell’illimitato.
Inoltre, come i sarmati, sono un uomo su cui non si può contare, un individuo ambiguo, sospetto e
incerto, di una doppiezza tanto più grave in quanto disinteressata. Migliaia di schiavi gridano in me
opinioni e dolori contraddittori.
Dopo una notte in bianco, sono sceso in strada. I passanti assomigliavano tutti ad automi; nessuno
sembrava vivo, ognuno pareva mosso da un congegno nascosto; movimenti geometrici; niente di
spontaneo; sorrisi meccanici; un gesticolare da fantocci - una totale rigidità...
Non è la prima volta che mi coglie, dopo l’insonnia, questa impressione di mondo irrigidito,
abbandonato dalla vita. Le veglie mi assorbono il sangue, anzi me lo divorano; fantoccio io stesso,
come potrei vedere negli altri i segni della realtà?
Più vicino alla tragedia greca che alla Bibbia. Ho sempre capito e sentito più il Destino che Dio.
Niente di ciò che è russo mi è estraneo.
La mia noia è esplosiva. Questo è il vantaggio che ho sui grandi annoiati, che generalmente erano
passivi e miti.
Il rumore - il castigo, o meglio la materializzazione del peccato originale.
7    giugno 1958
Trovato in un angolo un pezzo di formaggio, gettato lì da chissà quanto tempo. Un esercito di insetti
neri tutto intorno. Quegli stessi che immaginiamo consumare gli ultimi resti di un cervello. Pensare
al proprio cadavere, alle orribili metamorfosi cui sarà sottoposto, ha qualcosa di tranquillizzante: vi
corazza contro le pene e le angosce; una paura che ne distrugge mille altre.
Il persistere in me delle visioni macabre mi rende del tutto simile ai Padri del deserto. Un eremita in
piena Parigi.
Non credo che le virtù siano collegate, che possederne una significhi possederle tutte. In realtà non
fanno che neutralizzarsi a vicenda; sono invidiose. Di qui la nostra mediocrità e la nostra inerzia.
Signore, perché non ho la vocazione alla preghiera? Nessuno al mondo è più vicino a te, e più
lontano. Un briciolo di certezza, un po’ di consolazione, non ti chiedo altro. Ma tu non puoi
rispondere, non puoi.
8    giugno 1958
Domenica opprimente. Ho fatto socchiudere gli occhi a Dio.
Stessa domenica
Sono trent’anni che, tutti i giorni, sento nelle gambe un miliardo di formiche che si muovono
incessantemente. Un miliardo di punture quotidiane, a volte appena percettibili, a volte dolorose.
Miscuglio di malessere e di disastro.
Per produrre un’opera ci vuole un minimo di fiducia - in se stessi o in ciò che si fa. Ma quando si
dubita di sé e delle proprie iniziative al punto che il dubbio diventa convinzione! Fede negativa e
sterile, che non porta a nulla se non a complicazioni senza fine, o a grida strozzate.
Parigi: insetti pigiati in una scatola. Essere un insetto celebre. Ogni gloria è risibile; chi vi aspira
deve avere sul serio il gusto del decadimento.
9 giugno 1958
L’universo mi esplode nel cervello. Febbre intollerabile. Sono a un passo dal Caos. Gli elementi si
scatenano. Mi manca la terra sotto i piedi. Chi mi riconcilierà con checchessia? Un punto fermo,
cerco un punto fermo, e non trovo che incertezza e melma, e un incoercibile delirio. L’essere è un
testo cancellato, e io non ho più la forza di riscriverlo.
Tutto è apparenza - ma apparenza di che cosa? Del Niente.
Ho in me un fondo di scetticismo su cui nulla ha presa, e che resiste all’assalto di tutte le mie
convinzioni, di tutte le mie velleità metafisiche.
Questa febbre allo stato puro, sterile, e questo grido congelato!
Avere la percezione ossessiva del proprio nulla non significa essere umili, tutt’altro. Un po’ di
umiltà, un po’ di umiltà, ne avrei bisogno più di chiunque altro. Ma la sensazione della mia nullità
mi riempie di orgoglio.
Sensazione di insetto inchiodato a una croce invisibile, dramma cosmico e infinitesimale, su di me
il peso schiacciante di una mano feroce e inafferrabile.
Devo fabbricarmi un sorriso, munirmene, mettermi sotto la sua protezione, frapporre qualcosa tra il
mondo e me, camuffare le mie ferite, imparare, insomma, a usare la maschera.
Una vita da fallito, da rottame, piena di tristezze inutili e spossanti, di nostalgie senza oggetto e
senza direzione; una nullità che vaga per le strade, e che si crogiola nei suoi dolori e nei suoi
sogghigni...
Ah, se potessi convertirmi alla mia essenza! Ma se fosse corrotta? Non c’è dubbio, mi annullo e
tutto mi annulla. Non c’è più traccia di me in me stesso.
Quando gli altri cessano di esistere per noi, anche noi cessiamo di esistere per noi stessi.
Sabato 21 giugno 1958
Mio padre è morto esattamente sei mesi fa.
Mi riprende la noia, la stessa che conobbi in certe domeniche della mia infanzia, e che poi ha
devastato la mia adolescenza. Un vuoto che sopprime lo spazio e dal quale soltanto l’alcol potrebbe
difendermi. Ma l’alcol mi è proibito, tutti i rimedi mi sono proibiti. E dire che mi ostino ancora! Ma
in che cosa persevero? Certamente non nell’essere.
La pusillanimità mi ha impedito di essere me stesso. Non ho avuto il coraggio né di vivere né di
uccidermi. Sempre a metà strada fra la mia quasi esistenza e il mio nulla.
«Un solo giorno di solitudine mi fa provare più piacere di quanto non me ne abbiano dato tutti i
miei trionfi» (Carlo V).
A vent’anni avevo un insaziabile desiderio di gloria - ora non ce l’ho più. E senza quel desiderio,
come si può agire? Non mi resta altro che la consolazione di un pensiero intimo e inefficace.
Da mesi vivo tutti i miei momenti di angoscia in compagnia di Emily Dickinson.
24 giugno
Sento che mi riconcilierò con la poesia. Non potrebbe essere altrimenti: non riesco a pensare che a
me stesso...
L’abdicazione di Carlo V è il momento della storia più caro al mio cuore. Ho letteralmente vissuto a
Yuste in compagnia dell’imperatore gottoso.
Da tempo aspiro a rinunciare alla «conversazione delle creature », ma ci riesco solo di rado, di tanto
in tanto, e a malincuore!
Mi fortifico attraverso il disprezzo che gli uomini volentieri mi dispensano, e chiedo solo una
grazia: non essere nulla per loro.
Il Libro secondo la mia anima: una Imitazione senza Gesù.
Non è detto che successo chiami successo; ma fallimento chiama sempre fallimento. Destino è una
parola che ha senso solo nella sventura.
Potenze celesti! Quanto rimpiango il tempo in cui si poteva invocarvi, in cui non si gridava nel
vuoto, in cui il vuoto stesso ancora non esisteva!
25 giugno 1958
Da giovane ho pensato tanto alla morte che da vecchio non ho più niente da dire in proposito: un
terrore trito e ritrito.
25 giugno 1958. Ore 16
Sensazione di felicità inaudita. Da dove può mai venire? Come tutto questo è misterioso e
insensato!
Non vi è niente di più enigmatico della gioia.
27 giugno 1958
La malinconia è il rimpianto di un altro mondo, ma non ho mai saputo che mondo fosse.
Nemmeno Dio riuscirebbe a mettere fine alle mie contraddizioni.
Ho introdotto il sospiro nell’economia dell'intelletto.
Per scrupolo di decenza ho messo la sordina alle mie grida; altrimenti sarei stato motivo di spavento
per gli altri non meno che per me.
Basta che sprofondi in me stesso, e sento le invocazioni e gli strazi del Caos prima di convertirsi o
di degradarsi in universo...

Attacchiamo il reale alla radice, cambiamone la composizione e il senso.


X è così falso e interessato da essere incapace del minimo gesto spontaneo. In lui tutto è
premeditazione e sotterfugio: si direbbe che respiri per calcolo.
Basta che si strimpelli su un piano scordato, e scorrono in me fiotti di malinconia.
Il mio articolo sull’Utopia, pubblicato nella «N.R.F.» di luglio, è talmente brutto che mi sono
dovuto mettere a letto - dalla disperazione. - Non posso scrivere senza eccitanti; e gli eccitanti mi
sono proibiti. Il caffè è il segreto di tutto.
Vertigine immobile, pigrizia sovrannaturale.
Dire a ogni cosa un no folgorante, contribuire con tutte le proprie forze all’aumento della perplessità
generale.
Mia madre e mio padre: impossibile immaginare esseri più diversi. Non sono riuscito a
neutralizzare in me i loro caratteri irriducibili; così sulla mia mente pesa una duplice e inconciliabile
eredità.
L’odio senza oggetto, l’odio puro è una forma di disperazione, forse la peggiore. Ma come
spiegarlo?
Alle mie insonnie devo il meglio e il peggio di me.
Il suo sorriso fuori moda.
X: uno scrittore senza anima.
13 luglio
Domenica crudele, che mi ricorda tutte quelle in cui ho avvertito la totale inanità di ogni cosa.
Ho tanto approfondito il mio vuoto, accanendomi a scavarlo, che mi sembra non ne sia rimasto più
niente: l’ho esaurito, ne ho prosciugato la fonte.
Il vuoto: più ci penso, più mi rendo conto di averne fatto un concetto mistico, o un sostituto
dell’infinito, forse di Dio.
Saltellare scioccamente su un pianeta fallito.
«... la pigrizia è come una beatitudine dell’anima, che la consola di ogni sua perdita e sostituisce
ogni suo bene » (La Rochefoucauld).
Il paradiso è tutto, un tutto che a volte mi è dato di conoscere.
La noia: sofferenza vuota, tormento diffuso. Non ci si annoia all’inferno; ci si annoia soltanto in
paradiso. (Sviluppare nel commento al «Sogno di un uomo ridicolo»).
Noia in Dio.
Non sa che cosa sia la noia chi ignora la voluttà di abbandonare un progetto.
Per quanto faccia, non potrei mai accettare questo universo senza sentirmi colpevole di frode.
So immaginare a meraviglia la disperazione di una iena.
Descrivere i momenti in cui la vita improvvisamente si svuota di ogni senso, in cui la sazietà vi
sommerge e mette come un termine all’effervescenza dello spirito.
Mi sarebbe piaciuto vivere presso una Corte corrotta, essere lo scettico di un principe...
27 luglio
Ahriman è il mio principio e il mio dio. E' scritto che dopo dodicimila anni di combattimenti con
Òrmuzd, questi vincerà.2 Nel frattempo...
Devo espiare la libertà di cui godo. Pago questo lusso da esiliato con sventure reali o immaginarie.
8 agosto
Accetto di essere l’ultimo degli uomini, se essere uomo significa assomigliare agli altri.
Ho appeso al muro una vecchia stampa che raffigura una impiccagione di partigiani dell’Armagnac;
nel loro sguardo c’è qualcosa di sogghignante e di ilare. E' uno spettacolo di cui non riesco a
stancarmi.
Per quanto possa ricordarmi, non ho mai creduto ad altro che alle virtù della febbre.
22 agosto
Devo ammettere che in tutto quello che faccio vi è un miscuglio di giornalismo e di metafisica.
Vivere significa venire a patti. Chiunque non muoia di fame è sospetto.
14 settembre
Ritorno dall’isola di Ré. Una settimana assoluta. Sensazione di paradiso terrestre. Che squallore
tornare a Parigi! Mi aggiro per le strade come un allucinato. In cerca di che cosa? Mi sento separato
da tutti. Senza punti di contatto con nessuno. Ah! il piacere dell’assenza di volontà su una spiaggia!
Lì ci si sottrae alla «vita» (arrossisco al solo usare una simile parola).
Decisamente non ero fatto per arrabattarmi in mezzo agli uomini. Sofferenza continua. Che
progressi avrei fatto nella carriera delle lacrime!
C’è in me un fondo velenoso che niente potrà scalfire o neutralizzare.
29 ottobre 1958
Essere simili a quell’unità primordiale fuori della quale non c’è nulla e di cui il decimo inno del Rg
Veda dice che «respirava da se stesso senza che vi fosse soffio».
Era ritenuto maestro nell’arte di annientare con l’elogio.
Consegnare «le chiavi della mia volontà» (per usare la metafora di Teresa d’Avila) a «nostro»
Signore.
Riletta qualche pagina dei miei poveri Sillogismi; sono briciole di sonetti, idee poetiche annientate
dalla derisione.
Divoro un libro dopo l’altro, solo per eludere i problemi, per non pensarci più. In pieno
smarrimento, la certezza assoluta della mia solitudine.
Ci sono momenti di debolezza e di dubbio in cui la verità e l’idea stessa di verità ci appaiono così
inaccessibili e inconcepibili che la minima verosimiglianza ci sembra una prospettiva insperata.
I    lo vinto la voglia, non l’idea del suicidio. Rinsavito a forza di sconfitte.
Spesso sono incline a pensare, con gli stoici, che ogni sensazione sia un’alterazione, e ogni affetto
una malattia dell’anima.
Il filosofo è un uomo irruento; ma io, ostacolato da mille dubbi, che cosa potrei affermare, verso
che cosa potrei lanciarmi? Lo scetticismo esaurisce il vigore della mente; o meglio: una mente
esaurita inclina allo scetticismo, e vi si consacra per aridità, per vuoto.
Al colmo dei miei dubbi mi serve un’ombra di assoluto, un po’ di Dio.
«Se dovessi raccontare dettagliatamente la condotta di Nostro Signore nei miei confronti...» - così
parla santa Teresa. Come invidio queste «anime» convinte che Dio o Gesù vegli su di loro e di loro
si interessi!
Da vicino, tutto ciò che vive, il più piccolo insetto, sembra carico di mistero; da lontano, nullità
infinita.
Vi è una distanza che sopprime la metafisica: filosofare significa essere ancora complici del mondo.
L’autobiografia di Teresa d’Avila - quante volte l’ho letta? Se non mi è venuta la fede dopo tante
letture vuol dire che era scritto che non dovessi mai averla.
Che orrore mi fa la carne! Una successione infinita di cadute, il modo in cui si perpetra il nostro
decadimento quotidiano. Se ci fosse un dio, ci avrebbe dispensati dal lavoro ingrato
d’immagazzinare putredine, di trascinare un corpo.
Se mai mi getterò ai piedi di Dio, sarà per rabbia, o per estremo disgusto di me stesso.
Mai noia è stata tanto somigliante al vetriolo quanto la mia. Tutto ciò su cui poso lo sguardo si
sfigura per sempre. Il mio strabismo si comunica alle cose.
Un trattato di medicina dell’epoca di Ippocrate era intitolato Delle carni. Ecco un libro nelle mie
corde, e che potrei scrivere in tono soggettivo.
Weltlosigkeit - un’altra parola nelle mie corde, intraducibile come tutte le parole straniere che mi
seducono e mi appagano.
Certe mattine in cui mi sveglio male, in cui fatico a conciliarmi con il giorno, mi sembra di sentire il
mio nome pronunciato dai passanti, portato dall'aria. Oggi, 28 novembre, all’ufficio postale di rue
de Vaugirard, c’era una vecchia che stava telefonando in una cabina, e ho sentito: Cioran... Persino
lei parlava di me. E' ridicolo e terribile. Quale sintomo!
Che ci siano ancora persone che mi credono «utilizzabile», no, non so capacitarmene!
Non ci sono pazzi nella mia famiglia; altrimenti in che fifa vivrei!
Uno scettico e al tempo stesso un entusiasta...
Essere eternamente in equilibrio instabile.
Ho il senso del nulla, ma non ho umiltà. Il senso del nulla è il contrario dell’umiltà.
Chi si odia non è umile.
8 XII 1958, Signore, abbi pietà della mia sterilità, scuoti il mio spirito assente, soccorrimi in questo
momento di abbandono e di torpore!
Un angelo fiacco e demoralizzato, fossilizzato nel rimorso della sua caduta.
Mi riscattano soltanto l’ossessione del mio decadimento e la volontà di sfuggirvi.
La pietà, questo vizio della bontà.
La pietà o la bontà come vizio...
La scortesia di essere «profondi».
Ci fu un tempo in cui, credendomi l’essere più normale mai esistito, ebbi paura e passai tutto un
inverno a leggere libri di psichiatria.
Vivere da eterno postulante, mendicare alla porta di ogni attimo, umiliarmi per respirare. Un
destituito dal respiro!
Il    mio procedimento è quello dei pittori: disegno, ossia scrivo i contorni di un testo; poi sviluppo,
procedo per strati successivi; il che comporta necessariamente contraddizioni, incompatibilità,
contrasti; è un rischio da correre, un rischio che corro.
Che cosa fa, invece, uno spirito coerente? Enuncia una definizione da cui non intende recedere;
viola il problema di cui tratta, lo forza sempre. La logica ci guadagna, la vita ne soffre. Anche lui
corre dei rischi.
12 gennaio 1959
Morte di Susanna Socca.3
I am not sorrowful but I am tired
Of everything that I ever desired4
Quante volte, Dio mio!, mi sono ripetuto questi versi di Dowson! La mia vita ne è piena.
Voluttà dell’incompiuto, o meglio: del non intaccato, del non iniziato.
Ogni tanto torno ai Veda, alle Upanisad. Tutti gli anni ho accessi di indianità.
Appena gli spagnoli escono dal sublime diventano ridicoli.
Tutta la filosofia indù si riassume nell’orrore, non della morte, ma della nascita.
L’unica esperienza profonda che io abbia fatto in vita mia: quella della noia. Sulla terra per me non
c’è «occupazione», e in verità neanche «divertimento». Ho superato finanche il vuoto: per questo
mi è impossibile suicidarmi.
12 marzo 1959
E' incredibile come tutto in me, assolutamente tutto, e in primo luogo le idee, derivi dalla fisiologia.
Il mio corpo è il mio pensiero, o meglio il mio pensiero è il mio corpo.
Da venticinque anni vivo negli alberghi. Il che comporta un vantaggio: non si è ancorati da nessuna
parte, non si tiene a niente, si conduce la vita di uno di passaggio. Sensazione di esser sempre sul
punto di andarsene, percezione di una realtà supremamente provvisoria.
26 marzo 1959
Seconda influenza in tre mesi! Sfinimento completo, oppressione, impossibilità quasi totale di
respirare. Sono già passato dall’altra parte? Dopo tanti anni che il corpo mi pesa! Se mai ho capito
qualcosa in vita mia, lo devo ai miei malanni. Sono sempre stato mezzo malato, anche quando stavo
bene.
Crisi di pianto. Ho appena finito un brutto libro su Mademoiselle de Lavallière. La scena del pranzo
con il re e
Madame de Montespan, prima della partenza per il convento, mi ha sconvolto... Mi sconvolge tutto,
questo è vero.
La debolezza eccessiva ci rende distaccati da tutto e, paradossalmente, al tempo stesso conferisce un
senso straordinario a inezie o ad avvenimenti passati che non hanno alcun
significato diretto per la nostra vita. Mi commuovo per qualsiasi cosa, ho fremiti da ragazzina.
Forse anche per l'impossibilità di piangere su me stesso.
Nervi a pezzi già a diciassette anni! Si stenta a credere che abbia resistito fino a oggi!
30 marzo 1959
Il Messia di Hàndel. - Il paradiso deve esserci, o almeno deve esserci stato - altrimenti che senso
avrebbe tanta sublimità?
Campane di Bruges, il vostro ricordo smuove in me vestigia di cielo, mi fate risalire a prima della
mia caduta.
Soffro da quando avevo diciassette anni di un male segreto, non individuabile, che mi ha distrutto i
pensieri e le illusioni: un formicolio nei nervi, giorno e notte, che non mi ha concesso, a parte le ore
di sonno, un momento di oblio. Sensazione di essere sottoposto a una cura interminabile o a una
interminabile tortura.
Ho letto troppo... La lettura mi ha divorato il pensiero. Quando leggo, ho l’impressione di «fare»
qualcosa, di giustificarmi di fronte alla «società», di avere un lavoro, di sottrarmi alla vergogna di
essere un ozioso, un uomo inutile e inutilizzabile.
Si dimenticano tutti i dolori; ma non si dimentica nessuna umiliazione.
Ieri, 5 aprile, ho passato il pomeriggio in un boschetto vicino a Trappes, pensando alla vendetta,
tema inesauribile. - Non vendicarsi avvelena l’animo quanto vendicarsi, se non di più.
E' lecito non vendicarsi?
Concerto per il compleanno (cinquant’anni) di O. Messiaen. Ero dietro il musicista, ma potevo
vederlo di profilo. Ascoltava religiosamente: le sue opere erano veramente un universo - soltanto
per lui. Io ascoltavo da un’altra parte; e pensavo che ognuno è chiuso nel proprio mondo, e che
ciò che si fa non è niente per gli altri. Noi esistiamo solo per i nostri nemici - e per alcuni amici che
non ci amano.
Venerdì 24 aprile 1959 - Da gennaio, praticamente sempre malato; impossibilità di lavorare;
passaggio da un acciacco all’altro; si direbbe che ogni organo aspetti il suo turno... La Natura fa
degli esperimenti su di me; e io mi presto, incapace di opporre la minima resistenza. Il «buon uso
delle malattie» - quanto ne sono lontano!
Questo inverno, un giorno che, in preda all’influenza, guardavo dal letto il cielo più desolato che si
possa immaginare, ho visto due uccelli (che potevano mai essere?) i quali si inseguivano a vicenda,
in piena caccia amorosa su quello sfondo lugubre. Un simile spettacolo vi riconcilia con la morte, e
forse anche con la vita.
Darei tutti i poeti per Emily Dickinson.
Vado a pranzo fuori - e la mia «anima» resta sepolta.
Diogene Laerzio parla del fascino della dottrina di Epicuro e afferma che aveva, per così dire, la
dolcezza delle sirene.
La tristezza ha ucciso tutte le mie capacità.
Sono un mongolo devastato dalla malinconia.
Domenica 17 - Jardin des Plantes. Sempre più affascinato dai rettili. Gli occhi dei pitoni. Nessun
animale è più misterioso, più lontano dalla «vita». Risalgono alla fine del Caos. Sensazione di fare
un salto indietro, di ritornare all’eternità.
Tacito, il mio storico preferito.
Non conosco niente di più bello della caduta di Vitellio,
Storie, paragrafi LXVII-LXVIII. «Non v’era alcuno così privo di umana comprensione, da non
commuoversi a tale vista: un principe romano, poc’anzi sovrano dell’intera umanità... ».
Felicità senza predicato, per parlare come nei manuali di logica.
Vivo in una continua falsa ispirazione: come stupirsi che non ne venga fuori niente? Ma non è
questo il segreto della mia sterilità?
Tutto diventa acido nelle mie viscere e nella mia mente.
Ho una capacità illimitata di convertire ogni cosa in sofferenza, o meglio di aggravare tutte le mie
sofferenze.
Procreazione dei dolori.
Non propongo verità ma mezze convinzioni, eresie senza conseguenze, che non hanno fatto né male
né bene a nessuno. Sarò per sempre uno senza discepoli, ed è mia intenzione non averne. Si è
seguiti solo se si decide qualcosa, se si assume un atteggiamento o si parla in nome degli uomini o
degli dèi. Ma né gli uni né gli altri fanno per me. Sono solo e non mi lamento di esserlo.
Un barbone, di cui stimo le tare e lo squilibrio, e che da anni dorme per strada, l’altro giorno mi ha
detto: «Sono libero all’ultimo stadio».
Chi ha pietà di sé ha per ciò stesso pietà di Dio.
27 sett. 1959
Di malessere in malessere, di malattia in malattia. Dove vado? Sensazione di radicale impotenza
davanti a tutto. Nato sguarnito.
Il Male è una forza creativa, così come il Bene. Dei due è però lui il più attivo, giacché troppo
spesso il Bene è disoccupato.
C’è stato un tempo in cui non passavo una sola giornata senza parecchie ore di musica o senza
leggere una poesia. Adesso ho sostituito tutto con la prosa. Che declino, che decadimento!
Unico problema che mi stia a cuore: quello del mostro.
Neutralizzare gli effetti della Creazione.
Il minimo atto mi pone il problema di tutti gli atti; la vita si converte sempre in Vita per me; il che
complica lino all’asfissia l’esercizio del respiro.
Accessi di collera dalla mattina alla sera. Litigo con i negozianti, con tutti. Dopo ogni scoppio d’ira,
senso di umiliazione. Reazioni da individuo «odioso», e di conseguenza disgusto di sé.
Chiunque venda qualcosa mi fa uscire dai gangheri.
Dopo una notte in bianco la sigaretta ha un sapore funebre.
Sono uno scrittore che non scrive. Sensazione di venir meno alle mie notti, al mio «destino», di
tradirlo, di sciupare le mie ore.
Oppressione. Certezza di essere un non chiamato.
Nei momenti di «epilessia» mi sento spiacevolmente simile a san Paolo. Le mie affinità con i
violenti, con tutti quelli che detesto. Chi mai è stato più somigliante di me ai suoi nemici?
In genere i passionali, i violenti sono dei deboli, degli « scoppiati ». Il motivo è che vivono in una
continua combustione, a scapito del corpo.
Se non avanzo da nessun punto di vista e non produco niente è perché cerco l’introvabile o, come si
diceva una volta, la verità. Non potendola raggiungere, segno il passo, e aspetto, aspetto.
Sono uno scettico sfrenato.
Nei primi secoli dell’èra cristiana sarei stato manicheo, per l’esattezza discepolo di Marcione.
La pietà: una bontà corrotta.
Non rammento più chi ha detto di se stesso: «Sono la sede dei miei stati d’animo». Questa
definizione mi si attaglia perfèttamente, e corrisponde quasi del tutto alla mia natura.
18 novembre 1959
Sonno pomeridiano. Svegliandomi, ho provato per un secondo quello che sentirebbe un morto. E'
stata come l’illuminazione folgorante di un cadavere.
Se ogni giorno avessi il coraggio di urlare per un quarto d’ora, godrei di un equilibrio perfetto.
Tutti i miei «scritti», in definitiva, non sono che esercizi di antiutopia.
Chi mi assicura di non sapere che cosa sia il rancore mi fa sempre venire la tentazione di dargli un
ceffone, per dimostrargli che si sbaglia.
Tutto sommato, la vita è una cosa straordinaria.
29 novembre 1959
Niente è più deludente, più fragile e più falso di una mente brillante. Sono da preferire i noiosi:
rispettano la banalità; quello che è eterno nelle cose o nelle idee.
Io non capisco X: è noioso senza essere banale. È la noia che risulta dalla ricerca dell’originalità,
dalla caccia all’insolito, alla sorpresa continua e inutile.
Niente è più irritante di un pensatore che si crede in dovere di chiarire ogni sua affermazione, che
sommerge di parole ogni problema. La loquacità - peccato contro lo spirito. Non vi sono sfuggiti i
più grandi.
Tipo di uomo che ammiro: Rancé.
Un dio comincia a diventare falso nel momento in cui nessuno si degna di farsi ammazzare per lui.
Da quale agitazione interiore nascono le mie ossessioni cosmogoniche! Si capisce come siano così
frequenti nei pazzi.
Tacito, il mio scrittore preferito. Confermo in pieno il giudizio di Hume che lo considerava la mente
più profonda dell’Antichità.
Sono i meriti degli altri, e non la loro felicità, a infastidirci e turbarci.
La Preghiera nasce dal mio stato di depressione esultante.
Mi affeziono soltanto agli ingegni rosi dalla sterilità; oppure: che eccellevano nella sterilità. Perfino
Joubert a volte mi sembra troppo fecondo.
Una religione è finita quando smette di generare eresie.
12 dicembre 1959. Ho fatto un sogno, qualche notte fa, che non riesco a dimenticare: davanti a me
passava, anzi sfilava una teoria di serpenti, e ognuno di loro, quando arrivava il suo turno, si rizzava
per guardarmi con occhi sfavillanti e dilatati: li si sarebbe detti due soli in miniatura.
Quello che ha distorto tutto è la cultura storica. Non ci si interroga più su Dio, ma sulle forme di
dio; sulla sensibilità e sull’esperienza religiosa, e non più sull'oggetto che giustifica l'una e l’altra.
16 dicembre 1959
I moralisti francesi: manicheismo attraverso l’aneddoto
oppure: manicheismo aneddotico
oppure: a livello «mondano».
Divinità della Prosa.
Più avanti vado, meno i versi mi toccano: melodia esaurita, anima ostruita.
Si ha sempre qualcuno sopra di sé; oltre Dio stesso s'innalza il Nulla.
Chi era quel re visigoto che nel VI secolo scrisse un commentario sull' Apocalisse? Quando e da chi
è stato pubblicato il manoscritto? Vago ricordo di una scheda scorsa di fretta non so più in quale
biblioteca.
Davanti agli insulti oscilliamo tra lo schiaffo e il colpo di grazia, un’oscillazione che, facendoci
perdere tempo prezioso, consacra la nostra viltà.
The Anatomy of Melancholy di Robert Burton. Il più bel titolo che si sia mai trovato. Cosa importa
poi che il libro sia illeggibile?
Ogni uomo che abbia una convinzione, qualunque essa sia, ha un dio; anzi, crede in Dio. Giacché
ogni convinzione postula l’assoluto o vi sopperisce.
Non si chiede la libertà, ma l'illusione della libertà. È per questa illusione che da millenni l’umanità
si affanna.
Del resto, se la libertà é, come è statò detto, una sensazione, che differenza c’è tra essere liberi e
credersi liberi?
Un libro da leggere: Tratado de Tribulación di padre Ribadeneira, un contemporaneo di santa
Teresa.
19    dicembre 1959
Capisco i mistici perché, proprio come loro, sono roso dalla concupiscenza pur detestando la carne.
I tormenti della sensualità, le «tentazioni»: si può morirne.
20    dicembre
Questo pomeriggio volevo scrivere sulla gloria; ma siccome non mi veniva in mente nulla, sono
andato a letto. Spesso i miei grandi progetti mi hanno portato a letto, conclusione pietosa delle mie
ambizioni.
Spirito precipitoso e tuttavia irresoluto.
La mia passione morbosa per Tacito, il mio bisogno di nutrirmi di orrori. Poi, l’eloquenza e la
poesia dell’indignazione.
Gli Annali e il Macbeth, i libri, o meglio le immagini della mia vita quotidiana.
Niente disturba la continuità della riflessione quanto sentire la presenza fisica del cervello. Questa
forse è la ragione per cui i dementi pensano solo a sprazzi.
E' stata la tentazione della gloria a distruggere il paradiso. Ogni volta che vogliamo uscire
dall’anonimato, simbolo della felicità, cediamo ai suggerimenti del serpente.
Non vi è nulla che io apprezzi tanto quanto una prosa scheletrica attraversata da un brivido.
L’uomo va inevitabilmente verso la catastrofe. Finché ne resterò persuaso, m’interesserò a lui con
avidità, con passione.
La poesia propriamente detta mi sembra sempre più inconcepibile; ormai posso sopportare solo
quella implicita, indiretta, che per l’appunto non è detta, cioè la poesia senza i mezzi e i sotterfugi a
cui di solito ricorre.
L’originalità è incompatibile con il «buon gusto», appannaggio e maledizione delle vecchie civiltà.
Non c’è genio senza una forte dose di cattivo gusto.
Il mondo non ha maggiore consistenza dell’episodio di un sorriso.
X - lo ammiro perché non sa quanto è ridicolo.
Perire! parola che amo tanto e che, cosa abbastanza curiosa, non evoca per me niente d’irreparabile.
Avere «gusto» significa sacrificare al convenzionale e amare teneramente la mediocrità.
Da contrapporre al grande gusto, al gusto dall’alto, come stupendamente lo chiama Hugo.
Nei grandi ingegni amo solo l’affabilità o la veemenza.
Nell’ordine dell’affabilità: Joubert, Valéry.
”    ” della veemenza: Tertulliano, Nietzsche.
Perché nasca uno scettico bisogna che mille credenti infieriscano sull’ordine.
25 dicembre 1959
Ricevo da un poeta spagnolo una cartolina di auguri raffigurante un ratto, simbolo, mi scrive, di ciò
che possiamo «sperare» dal 1960.
Raffreddato sei mesi all’anno! Dovrei scrivere un libro dal titolo pedante: Fenomenologia del
raffreddore.
Quando Mara, il tentatore, con ogni genere di seduzioni e minacce cerca di distogliere il Buddha
dalla sua via, questi gli dice, fra l’altro: «Con quale diritto pretendi di regnare sugli uomini e
sull’universo? Hai forse sofferto a causa della conoscenza?».
E in effetti, l’entità e la profondità di una mente si misurano dalle sofferenze accettate per
raggiungere il sapere. Nessuno sa senza aver superato delle prove. Una mente sottile può essere
estremamente superficiale. Bisogna pagare per ogni mimmo passo verso il sapere. (Devo tenerlo
presente per distinguere i moralisti: Pascal da un lato, Montaigne dall’altro).
Quanto invidio ai credenti la loro possibilità di scivolare nell’eresia! Per quanto stupida possa
essere, una teoria messa all’indice è salva per sempre dal ridicolo. Guai agli eresiarchi che la Chiesa
non si è degnata di condannare!
Dopo l’Antologia dei moralisti, scrivere La caduta nel tempo.5
Sono portato all’esagerazione, per noia, sazietà, bisogno di sensazioni forti, e anche per la voglia di
uscire dalla mia apatia.
31 dicembre 1959. Mezzanotte. Dovrei passare la vita da solo e pensare senza sosta al Tempo.
1° gennaio 1960. Da anni non leggo più Baudelaire, ma penso a lui come se fosse la mia lettura
quotidiana. Sarà perché soltanto lui mi sembra essere andato più lontano di me nell’esperienza del
cafard?6
Incontrato per caso X - sempre quel miscuglio sconcertante di abiezione e follia, ma in fondo
inafferrabile: uno privo della minima nozione di «sincerità», fisiologicamente «sbagliato» e
amorale. La sua grande scusante è il disprezzo universale che è riuscito a suscitare intorno alla
sua persona. In lui c’è qualcosa del serpente. Nei suoi confronti ho sempre provato un senso di
disgusto - e di curiosità. E anche terrore davanti a uno che striscia, disagio di fronte ai suoi
comportamenti; occhi freddi e brillanti; ha qualcosa di metallico nello sguardo. Sicuramente nel suo
sangue si mescolano il greco e lo slavo, due elementi inconciliabili, dai quali non poteva che
nascere un mostro. Subdolo e arrogante. Impressione di smarrimento. La sua
ossequiosità monumentale. Tutto ciò, in compenso, presuppone delle doti. Quando lo incontrai per
la prima volta, senza aver mai letto niente di lui, dissi a M.: «Sicuramente ha talento. E' troppo
schifoso». Schifoso moralmente e fisicamente.
Un giorno scrivere su di lui: «Ritratto di un serpente».
RS. Questi appunti sono così privi di misericordia che me ne vergogno. In me la pietà viene dopo il
disgusto: ah! quanto mi fanno male gli esseri umani!
Sempre a proposito di X - Quello che è, il fenomeno che incarna, è concepibile solo in un Paese
come il nostro, in cui i disparati apporti etnici non si sono «saldati», fusi, me-
scolati organicamente, un Paese in cui il sangue è, per così dire, incolto, perché la «cultura» non ha
potuto esercitare la sua opera di individualizzazione insieme con quella di livellamento. Lui è il
mostro allo stato naturale, senza correzioni; la sua furbizia, la sua falsità, immense, mancano
totalmente di «doratura»; è di una ipocrisia... senza veli, è un impostore alla luce del sole, un infame
allo scoperto, e ciò proprio a causa delle continue e palesi dissimulazioni. Si rimane colpiti dalla sua
totale insincerità, percepibile in ogni gesto, in tutte le parole; ma il termine non è giusto;
giacché essere insinceri significa nascondere la verità o un calcolo o dio sa cos’altro; lui, invece,
nascondendo tutto non nasconde niente; non c’è alcuna verità in lui, alcun criterio di azioni7 o di
giudizio; c’è soltanto un’enorme testardaggine, una voracità immonda, una volgarissima sete di
guadagno e di celebrità. E' un porco, un fanatico senza fede, un demente interessato...
Niente può guastare completamente qualcuno tranne il successo. La «gloria» è la peggiore forma di
maledizione che possa colpire un essere umano.
La volgarità è contagiosa, sempre; la delicatezza mai.
Il dolore è una sensazione; la sofferenza un sentimento. Non è corretto dire: una sensazione di
sofferenza.
Ero sotto le scogliere di Varengeville. Davanti a quello spiegamento di rocce, ho avuto la
spaventosa percezione della fragilità, dell’inesistenza della carne. E del ridicolo della vita. Come
duriamo poco! Mai dimenticherò questa rivelazione, di una intensità mai raggiunta fino allora.
Un grande carattere non è aperto ma chiuso: la sua forza sta nei suoi dinieghi, nei suoi dinieghi
massicci.
In ogni cedimento, nel minimo sintomo di svenimento c’è un pizzico di voluttà.
Che il piacere sia una forma di disintegrazione?
Ogni sensualità è dolore. Un dolore speciale, questo è vero.
Le mie gioie sono tristezze latenti.
Albert Camus si ammazza in un incidente d’auto. Muore nel momento in cui tutti, e forse anche lui,
sapevano che non aveva più niente da dire, e che vivendo non poteva che decadere dalla sua gloria
eccessiva, sproporzionata, addirittura ridicola. Immenso dolore alla notizia della sua morte, ieri sera
alle undici, a Montparnasse. Un bravissimo scrittore minore, che però è stato grande perché
totalmente indenne dalla volgarità, nonostante tutti gli onori che gli sono piombati addosso.
X: si interessa di tutto; di qui le sue palesi debolezze... Stimolato da ciò che è secondario, da ciò che
è «vivo», trascura l’essenziale, non distingue più le cose importanti. Dispersione penosa e
universale.
6 gennaio 1960
Ho parlato a Camus una volta sola, mi pare nel 1950; ho parlato molto male di lui e ora mi sento
oppresso da un rimorso terribile e ingiustificato. Perdo tutte le mie risorse davanti a un cadavere,
soprattutto quando è così rispettabile. Tristezza indicibile.
Debolezza prossima alle lacrime. Ma bisogna salvare le apparenze e perseverare nella lotta senza
crederci. Che pessimo vivo sono io!
In letteratura la giustizia è un ideale mediocre.
Dovunque vada, lo stesso senso di non appartenenza, di gioco inutile e idiota, di menzogna, non
negli altri, ma in me: fingo di interessarmi a cose di cui non m’importa niente, recito costantemente
un ruolo per ignavia o per salvare le apparenze; ma non partecipo: ciò che mi sta a cuore è altrove.
Proiettato fuori dal paradiso, dove potrei trovare il mio posto, una casa? Deluso, mille volte deluso.
C’è in me qualcosa come un osanna folgorato, inni ridotti in polvere, un'esplosione di rimpianti.
Uno per cui quaggiù non c’è patria.
Parlare di affari quando non si sta da nessuna parte, brigare nel quotidiano quando si vive un
dramma religioso!
Alle prese con la lingua francese: un’agonia nel vero senso della parola, una lotta in cui ho sempre
la peggio.
... ma Elohim sa che il giorno in cui ne mangerete, vi si apriranno gli occhi...».
Vi si apriranno gli occhi! E' tutto il dramma della conoscenza. Il paradiso: guardare senza capire.
L’unica condizione alla quale la vita sarebbe tollerabile.
Il racconto della caduta è forse quanto di più profondo sia stato scritto da sempre. Lì c’è tutto quello
che avremmo provato e sofferto, tutta la storia in una pagina.
«Allora udirono Yahweh-Elohim passare per il giardino nella brezza della sera... ».
Leggendo queste parole si sente, si condivide la paura di Adamo. «Chi ti ha insegnato che sei
nudo?».
Dio ha donato la felicità ad Adamo e a Eva, a patto che non aspirassero né attingessero al sapere e
al potere.
Un critico ha osservato molto giustamente che il Dio del giardino dell’Eden è un Dio rurale.
Perché Adamo ed Eva non hanno toccato subito l’albero della vita? E' che la tentazione
dell’immortalità è meno forte di quella del sapere, e soprattutto del potere.
11 gennaio. Giornata divorata dalla conversazione.
Tutte le morti naturali sono compromettenti.
Se il racconto della caduta è così bello è perché l’autore non descrive figure simboliche o miti: vede
nel giardino un Dio in carne e ossa, non una entità.
Un giorno l’uomo abolirà il sapere e il potere, vi rinuncerà, o altrimenti ne morrà.
Tutti i climi mi fanno male, il mio corpo non si adatta a nessuna latitudine.
Chi dice mito proclama la sua miscredenza, la sua totale assenza di senso religioso.
Bisogna pensare a Dio, non alla religione; all’estasi, non la mistica. La differenza fra il teorico della
religione e il credente è grande come quella fra lo psichiatra e il pazzo.
Tutto ciò che è civiltà è derivato, e tutto ciò che è derivato non vale niente.
Più gli uomini si allontanano da Dio, più progrediscono nella conoscenza delle religioni.
La storia, sotto qualsiasi forma la si consideri, è uno schermo che ci nasconde l’assoluto.
Soltanto l'originale è vero. Tutto quello che inventa la mente è falso.
Ho perduto molti dei miei vecchi difetti; in compenso ne ho acquistati altri. L’equilibrio resta
intatto.
Ho notato che non mi posso veramente intendere con una persona se non quando è giunta al colmo
della sconfitta,  ha perduto ogni stabilità, e con essa ogni certezza di successo. Il fatto è che in quei
momenti depone ogni menzogna ed è nuda, e vera, restituita alla sua essenza dai colpi della sorte.
Non perdere tempo a criticare gli altri, a censurare le loro opere; lavora alla tua, dedicale ogni ora
del tuo tempo. Tutto il resto è disordine o infamia. Sii solidale con quanto vi è in te di verità e
finanche di «eterno».
Qualcuno ha detto giustamente che «esistere significa distinguersi». - Si cessa di esistere in ogni
regime, religioso o
politico, che sopprima l’eresia, la volontà di andare contro il dogma o il corso delle cose.
Quegli attacchi immotivati di terrore, senza fondamento, senza alcuna giustificazione apparente, che
prendono alla gola, paralizzano e lasciano in uno stupore umiliante. — Come l’altro giorno, quando,
salendo le scale, al buio completo, sono stato bloccato come da una forza invisibile, proveniente da
fuori e nel contempo da me stesso; non potendo andare avanti, sono rimasto lì per qualche minuto,
impietrito, inchiodato, sgomento e confuso. E non è la prima volta che mi succede, ma tutto finisce
sempre nella rabbia e nella desolazione. Di che cosa è sintomo questo genere di fenomeni?
Giudicando impietosamente i contemporanei si rischia di aver ragione e di apparire agli occhi dei
posteri una mente incisiva e chiaroveggente. Ma al tempo stesso si rinuncia al lato avventuroso
dell’ammirazione, agli sbagli appassionati che essa presuppone. Sì, l’ammirazione è un’avventura,
tanto più bella in quanto è quasi sempre in errore. E' spaventoso, ma ragionevole, non avere
illusioni di sorta su nessuno.
Niente di più penoso che avere ineluttabilmente ragione.
(A proposito dei moralisti che sono incappati proprio in questo difetto).
Non è possibile nessun tipo di originalità letteraria finché si rispetta la sintassi. Bisogna frantumare
la frase se si vuol cavarne qualcosa.
Soltanto i pensatori devono attenersi alle vecchie superstizioni, al linguaggio chiaro e alla sintassi
convenzionale. L’originalità vera ha le stesse esigenze dei tempi di Talete.
Eraclito, Pascal, il primo ancor più fortunato del secondo perché della sua opera sono rimasti solo
frammenti - che bella idea hanno avuto a non organizzare in sistema i loro interrogativi! Il
commentatore se la gode un mondo, lui che adora colmare le lacune, gli intervalli fra i « pensieri »
o le massime; e farneticare impunemente. Senza grandi rischi può costruire il personaggio a modo
suo. Giacché
quello che gli piace è l’arbitrio, che dà l’illusione della libertà e dell’invenzione: un rigore a buon
mercato.
Mi si chiede di fare un articolo su Camus? Rifiuto. La sua morte mi ha sconvolto, ma non saprei che
cosa dire di un autore al culmine della gloria, la cui opera ha un «significato disperatamente
palese», come ho detto nella lettera con cui declinavo l’invito.
Camus, che ha tanto protestato contro l’ingiustizia, avrebbe dovuto farlo anche contro quella della
sua gloria, se avesse voluto essere coerente con se stesso. Ma sarebbe stata una cosa indegna. E
probàbilmente credeva che la sua gloria fosse meritata.
Se si spingesse all’estremo la mania della giustizia, si cadrebbe nel ridicolo o ci si distruggerebbe.
C’è più eleganza nella rassegnazione che nella rivolta, e più bellezza nell’anonimato che nel
baccano, nello scalpore intorno a un nome.
E' spregevole chiunque aderisca alla propria celebrità, chiunque non ne sia umiliato ed esacerbato.
Per quanto siano appassionate, le mie ammirazioni conservano sempre un pizzico di veleno. Non ho
la stoffa del panegirista.
Senza quel fondo di desolazione che colora ogni mio pensiero e domina ogni mio atteggiamento,
conferendo loro una parvenza di serietà e perfino di sistema, avrei avuto la stoffa di un perfetto
dilettante.
Solo come un Dio disoccupato.
Ogni finzione è salutare, e, come tutti, non posso farne a meno. (Più avanti vado, più sono portato a
moltiplicare le mie ammissioni di sconfitta).
I primi storici romani hanno attinto dagli archivi delle famiglie patrizie tutti i loro documenti, che
altro non erano se non elogi funebri, necessariamente mendaci. E siccome ogni famiglia faceva
risalire le sue origini a un dio, si ca-
pisce la magnificenza, e la bellezza inutile, dell’antichità remota.
Il lato ciarlatano di qualsiasi uomo di talento. E' come se il dono non fosse di natura, ma inventato e
recitato da chi lo possiede. O anche: come se questi si stupisse di esserne gratificato. Soprattutto nei
poeti; investiti dalla grazia, ma da una grazia equivoca.
La negazione assume ai miei occhi un tale prestigio che, tagliandomi fuori da ogni altra cosa, ha
fatto di me un essere limitato, cocciuto, infermo. Come alcuni vivono sotto il fascino del «progresso
», così io vivo sotto quello del No. Eppure capisco che si possa dire di sì, accondiscendere a
tutto, benché una simile impresa, che ammetto negli altri, esiga da parte mia un salto di cui al
momento non mi sento capace. E' che il No mi è entrato nel sangue, dopo aver corrotto la mia
mente.
C’è qualcosa di nauseante e di penoso nell’uso dello stile astratto: tutte queste parole vuote
giustapposte per tradurre l’irreale, quello che viene chiamato pensiero.
Ah! quanto vorrei limitarmi unicamente alla sensazione, a un mondo anteriore al concetto, alle
variazioni infinitesimali di un’impressione da rendere con mille parole stupende e sconnesse!
Scrivere seguendo direttamente i sensi, diventare interprete del corpo e dell’anima
scoordinata! Trascrivere solo ciò che vedo, ciò che mi tocca, fare quello che farebbe un rettile se si
mettesse all’opera, anzi non un rettile, ma un insetto, giacché il rettile ha la cattiva reputazione di
intellettuale. Un libro che fosse poetico per pura fisiologia.
Ho frequentato troppo i classici per poter risalire alle origini e andare, per mezzo del linguaggio,
oltre il linguaggio.
James Joyce: l’uomo più orgoglioso del secolo. Perché ha voluto l’Impossibile e lo ha parzialmente
raggiunto, con la caparbietà di un dio folle. E perché non è mai sceso a patti
con il lettore e non ha cercato di essere leggibile a tutti i costi. Arrivare al culmine dell’oscuro.
Riuscire ad abolire il pubblico, a farne a meno, a non contare su nessuno, a ingoiare l’universo.
Quello che distrugge la maggior parte dei talenti è il non sapersi limitare.
Niente inaridisce uno scrittore quanto la ricerca della perfezione. Per produrre, bisogna lasciarsi
andare alla propria natura, abbandonarsi, ascoltare le proprie voci... eliminare la censura dell’ironia
o del buon gusto...
Due testi dell’Antichità, uno bello di per sé, l’altro quanto mai significativo: la descrizione fatta dal
naturalista Plinio dell’eruzione del Vesuvio e della fine di Pompei; la lettera di Plinio a Traiano sul
modo in cui dovevano essere trattati i cristiani.
Tutto quello che ho di buono viene dalla mia pigrizia; senza di essa chi mi avrebbe impedito di
attuare i miei cattivi progetti? Per fortuna mi ha mantenuto nei limiti della «virtù».
Tutti i nostri vizi derivano dall’eccesso di attività, dalla propensione a realizzarci, a dare
un’apparenza decorosa ai nostri difetti.
Tutti questi popoli fortunati, satolli, i francesi, gli inglesi... Oh! io non sono di qui, alle spalle ho
secoli di continua sventura. Sono nato in una nazione sfortunata. La fortuna finisce a Vienna; al di
là, comincia la Maledizione!
Immensa viltà davanti alla vita, e come un brivido di fiacchezza.
Non ho mai pronunciato o scritto la parola solitudine senza provare un senso di voluttà.
Articoli su, studi, libri su, sempre su qualcuno, su autori, su opere, sulle idee degli altri; recensioni
amplificate, com-
inculi inutili e mediocri; e anche se fossero pregevoli, non ( ambierebbe nulla. Niente di personale,
niente di originale; tutto è derivato. Oh! è meglio parlare di sé senza efficacia che di altri con
talento. Un’idea che non sia vissuta, che non sia chiara e limpida, non vale niente. Che
spettacolo nauseante questa umanità d’accatto, cerebrale, sapiente, che vive da parassita dello
spirito.
Lo storico della filosofia non è un filosofo. Lo è di più una portinaia che si ponga delle domande.
In fatto di invenzioni, l’uomo avrebbe dovuto fermarsi alla carriola. Ogni perfezionamento tecnico è
nefasto e deve essere denunciato come tale. Si direbbe che l’unico senso del «progresso» è di
contribuire ad aumentare il frastuono, a consolidare l’inferno.
Giuro che mai parlerò di cose che non conosco bene, che per niente al mondo improvviserò, che
non sarò indegno del soggetto da me trattato, che non mi screditerò ai miei occhi.
(Giuramento fatto dopo una conferenza di M., particolarmente superficiale).
20 gennaio 1960
1 francesi sarebbero il popolo più felice della terra se la vanità non turbasse la loro felicità.
La vanità è il modo in cui espiamo la nostra felicità (la vanità è la punizione della felicità).
Rinunciare alle proprie ambizioni porta spesso al rimpianto di avervi rinunciato; il che è più grave
che compiacersene e coltivarle. E' come se l’uomo fosse capace di qualsiasi cosa, fuorché di
raggiungere la saggezza.
Spaventoso torpore, come se fossi a un livello di insensibilità inferiore a quello di un elemento e il
mio spirito fosse spirato. A parte rare eccezioni, vivo al di sotto di me stesso, con la coscienza
gravata da un senso di colpa e di enorme disonore. Quando penso a tutti i miei progetti abbandonati
per pigrizia o per capriccio, mi sembra di essere il peggior disertore che sia mai esistito. Non si vive
impunemente nell’idolatria della tristezza.
Come se il Tempo mi si fosse coagulato nelle vene...
Limita le tue ore a un colloquio con te stesso o, ancora meglio, con Dio. Bandisci gli uomini dai
tuoi pensieri, fa’ che niente di esterno disonori la tua solitudine, lascia ai pagliacci la
preoccupazione di avere dei simili. L’altro ti sminuisce perché ti obbliga a recitare una parte;
elimina dalla tua vita l’azione, confinati nell’essenziale.
Scrivere
-    Un commento al Genesi.
-    Sul tempo: il problema dell’autobiografia.
-    Sant’Agostino (G. Mish, Geschichte des Autobiographie).
-    L’esperienza del tempo.
La gloria piomba addosso a un autore quando non ha più niente da dire; consacra un cadavere.
Ognuno recita il proprio ruolo, come se conoscesse il suo destino a memoria.
Più uno scrittore è originale più rischia di passare di moda e di annoiare: non appena ci si abitua ai
suoi trucchi, è finito. La vera originalità è inconsapevole delle proprie risorse, e un autore deve
lasciarsi guidare dal proprio talento, invece di dirigerlo e di sfruttarlo.
Un uomo d’ingegno fugge il proprio talento, cioè lo inventa. Non è questa la definizione del
letterato?
In un’opera l’orribile deve esaltare; se crea disagio, significa che è di cattiva qualità.
Mi intendo pienamente soltanto con quelli che, senza essere credenti, hanno attraversato una crisi
religiosa da cui sono rimasti segnati per sempre. La religione - come contrasto interiore - è la sola
via per bucare, perforare lo strato delle apparenze che ci separa dall’essenziale.
Qualche volta mi sono avvicinato a quel «glorioso delirio» di cui parla Teresa d’Avila per indicare
una delle fasi dell’unione con Dio... tanto tempo fa, ahimè!
L’ironia, privilegio delle anime ferite. Ogni discorso che ne sia dettato è testimonianza di una
segreta lacerazione.
L’ironia è di per sé una confessione, o la maschera che indossa la pietà di se stessi.
Il terribile proverbio: «Mentre il saggio riflette, riflette anche il pazzo...».
24 febbraio 1960. Oggi, mentre scrivevo il mio nome su un modulo, è stato come se lo scrivessi per
la prima volta, come se non lo riconoscessi. Il giorno, l’anno della mia nascita, tutto mi è sembrato
nuovo e inesplicabile, senza alcun rapporto con me. Gli psichiatri la chiamano sensazione
di estraneità. Quanto alla mia faccia, spesso devo fare uno sforzo per riconoscerla, uno sforzo di
adattamento penoso e umiliante.
Prostrato, sconcertato, nauseato davanti alla rivelazione di essere io.
La libertà è come la salute: ha valore e se ne prende coscienza solo quando la si perde. Perciò non
può essere un ideale per chi la possiede, né esercitare una seduzione. Il mondo cosiddetto «libero» è
di per se stesso un mondo vuoto.
Di colpo, felicità senza limiti, visione dell’estasi. E questo dopo essere andato dall’esattore, aver
fatto la coda in questura per la carta d’identità, essermi fatto fare una iniezione da un’infermiera e
via di questo passo. Mistero della chimica interiore, metamorfosi che disorienterebbe un demone e
polverizzerebbe un angelo.
In Francia basta essere insolenti per farsi una reputazione di intelligenza e spirito.
oppure
In Francia l’insolenza sostituisce l'intelligenza e lo spirito.
Oggi da J. Supervielle si parlava di J.C. L’ho definito immondo. Proteste generali. Dominique Aury
e Paulhan hanno sostenuto che non meritava l’epiteto, che non arrivava a tanto.
Lo ammetto: diciamo che è un fallito dell’immondo.
Un uomo senza dimensioni.
Due epoche in cui mi sarebbe piaciuto vivere: l’Ottocento francese, e la Russia zarista...
La noia elegante, e la noia cupa, tesa, infinita...
Ho conosciuto momenti di felicità prorompente solo dopo disturbi nervosi, insonnie prolungate,
dolori senza ragione e ansietà intollerabili. Compensazione o conclusione naturale?
Ogni attimo mi manda un’ingiunzione - che eludo. Non c’è dubbio, sono venuto meno al mio
dovere verso il Tempo.
Io sono soltanto in virtù delle mie lacune, delle mie diserzioni e dei miei rifiuti. Un’esistenza tutta
negativa. Insorgo contro tutti i miei buoni propositi e li abbandono puntualmente, con una
perseveranza degna di miglior causa.
H.M. ha scritto tre libri sulla mescalina. Questo bisogno di approfondimento, questa insistenza non
sono francesi. Il vantaggio e l’inconveniente di essere nati a Bruxelles.
Prima di ammalarsi, D. faceva lo storico; poi è cascato nella metafisica. Un francese ha bisogno di
una caduta, di un «abisso» per aprirsi al delirio essenziale.
Tenere un diario, quale testimonianza di impotenza a coordinare i pensieri! E' tipico di una mente
discontinua, troncata alla radice, sostanzialmente complice e vittima delle fluttuazioni del tempo,
del suo tempo. Incapace di meditare, si medita... E' ancora filosofìa, ridotta a calendario intimo.
Più ci si conosce, meno si scommette su di sé. Parole di un devastato...
L'articolo sul rancore; è quanto ho scritto di più coraggioso sugli altri, e, di tutte le mie
elucubrazioni, quella che ha avuto meno risonanza... Nessuno vi si è riconosciuto. E' che lo
specchio non aveva la minima incrinatura.
Il massimo che la prosa possa raggiungere è avere una intarmatura di sublime; quando ne è
impregnata, diventa ridicola, ampollosa, penosa.
La Francia - un Paese di dilettanti - e, lato positivo della cosa, l’unico posto al mondo in cui conti
ancora la sfumatura.
Vorrei allontanare da me ogni eccesso, e tuttavia non amo che gli accenti appassionati e la
possibilità di gridare insita in ogni verità. Un dono in più, un supplemento di grazia, un vero amore
per il raccoglimento, e che mistico sarei stato! Ma qualunque cosa faccia, sono costretto a rimanere
al di qua del passo decisivo. Troppe voci si sono spente in me! Guai a chi è indegno della propria
anima, a chi vale meno di quel che è!
Jacqueline Pascal, Lucile de Chateaubriand, Madame de Beaumont e, fra gli uomini, Joubert -
anime a me congeniali.
Questa tristezza che rasenta la vertigine... Perché non posso mettermi sotto la protezione di un
angelo! Mi sono lasciato tentare dai demoni, e ora devo pagare per sempre un istante di criminale
debolezza.
Amore per l’agonia e orrore della morte, espio queste pulsioni contraddittorie che ho coltivato con
un rigore da cinico e da martire.
B. - era un ragazzo che, da povero, mi parlava dell’inanità della vita; ora che è ricco, non sa far altro
che raccontare storielle sporche. Non si tradisce impunemente la miseria. Ogni forma di possesso è
causa di morte spirituale.
Spesso mi capita di svegliarmi al mattino con un senso di colpa opprimente, come se portassi il peso
di mille delitti...
Sono stati i miei difetti di espressione, i miei balbettìi, il mio parlare a scatti, la mia arte di
farfugliare e soprattutto la cocente ossessione del mio accento a spingermi, per reazione, a curare il
mio stile francese e a rendermi un poco degno di una lingua che massacro tutti i giorni parlandola...
Se avessi parlato come gli indigeni, non mi sarei mai sforzato di scrivere bene, e avrei trascurato
tutto ciò che la ricerca stilistica comporta di civetteria e di vane sottigliezze.
Il segreto di un’abilità sta in un difetto più o meno clandestino.
Da qualche giorno febbre continua che il termometro non registra; lui è sempre attorno a 37°, ma io
sono in ebollizione, e la mia ragione si scioglie in vapori...
Alcuni cercano la Gloria, altri la verità. Io mi permetto di schierarmi fra questi ultimi. Un compito
irrealizzabile ha più fascino di una meta accessibile. Che umiliazione mirare all’approvazione degli
uomini!
Conversazione con D. - E' intelligente, soprattutto si atteggia a intelligente, vuole sembrarlo. Quasi
tutte le menti brillanti che ho conosciuto erano sommamente vanitose. D’altronde la vanità non è un
difetto di tipo intellettuale.
12    marzo 1960. Pomeriggio passato in uno stato di acuta nostalgia, nostalgia di tutto, del mio
Paese, della mia infanzia, di tutto ciò che ho sciupato, di tanti anni inutili, di tutti i giorni in cui non
ho pianto... La «vita» non mi si addice. Ero fatto per un’esistenza da selvaggio, per la solitudine
assoluta, fuori del tempo, in un paradiso crepuscolare. Ho spinto fino al vizio la vocazione alla
tristezza.
L’avvicinarsi della primavera mi dissolve il cervello. E' la stagione che temo di più. Senso di
melodia gelida - anima muta, prostrata, dove si spengono mille richiami.
Non leggo più Baudelaire da molti anni, ma non c’è nessuno a cui pensi più spesso.
Mi interessano soltanto gli ingegni che abbiano la dimensione del funereo.
Dovrei scrivere un Trattato delle Lacrime. Ho sempre sentito un immenso bisogno di piangere (in
questo mi sento simile ai personaggi di Cechov). Rimpiangere tutto fissando il cielo per ore... è così
che passo il tempo, mentre da ogni parte aspettano da me dei lavori e mi si esorta all’attività.
« La gioia è la passione attraverso la quale l’anima passa a una maggiore perfezione. La tristezza è
una passione attraverso la quale l’anima passa a una minore perfezione» (Spinoza).
E' vero?
Non ho alcuna attitudine alla filosofia: mi interessano solo gli atteggiamenti, e il lato patetico delle
idee...
Un errore pronunciato energicamente è meglio di una verità tradotta in termini incolori.
Lo splendore delle eresie, l’opacità delle ortodossie.
Sono profondi solo i sentimenti che nascondiamo. Di qui la forza dei sentimenti vili.
'f
Posso vivere soltanto qui dove sto - e dove mi chiamano straniero. Una patria - la mia patria? - mi
sembra remota e inaccessibile quanto l’antico Paradiso.
«Non scrivere sulla neve» - uno dei divieti di Pitagora. Quale può esserne il senso? La mancanza di
durata?
Passo da un acciacco all’altro. Il corpo è il mio carnefice. Fatico a capire come ho potuto
accumulare tanti anni senza soccombere sotto il loro peso.
Quasi tutti i miei amici sono degli scorticati. E' pensando a loro che ho scritto sul Rancore. Ho forse
generalizzato troppo facendone una dimensione comune a tutti gli uomini? Penso di no.
Non c’è che una nostalgia: quella del Paradiso. E forse quella della Spagna.
Non posso leggere niente sulle «isole fortunate» degli Antichi o sulle «isole d’oro» dei cinesi
dell’epoca taoista senza provare una sorta di mancamento. Quanto mi sento lontano dal mondo,
visto che la minima allusione al Paradiso, persino le forme o le espressioni più volgari che me
ne suggeriscono l’immagine, scatenano in me una tempesta di rimpianti!
Tutti i miei «scritti» mancano di scioltezza. È la disgrazia di chi scrive poco, di chi non scrive
«come respira». Autore per caso, giacché prendo in mano la penna solo per liberarmi da
un’oppressione momentanea.
Lo Zen: arguzie che riscattano l’ossessione e la ricerca della salvezza. Un’acrobazia che ha per
sfondo l’assoluto.
Al suo parossismo, la tristezza sopprime il pensiero e diventa una sorta di delirio vuoto.
«Quando sogna, l’uomo non dubita mai» dice un testo cinese.
Nello scrivere un saggio sull’essenza dell’uomo (!), mi accorgo che farei meglio a dargli il tono di
una confessione. E' un soggetto autobiografico per eccellenza.
Mi trascino giorno dopo giorno su un pezzetto di spazio, ai margini dell’universo, in mezzo a una
infinità di parole
taciute.
« Ama nesciri» (Imitazione di Cristo); compiaciti di essere ignorato. Si è felici solo quando si è
abbastanza saggi da attenersi a questo precetto.
Questo universo così magistralmente fallito! È ciò che mi dico spesso, per consolarmi, nei momenti
di fiducia e di ottimismo.
Ho troppo sofferto per provare veramente delle grandi passioni. I miei mali ne hanno preso il posto.
A parte il sonno di notte e gli istanti di ebetismo di giorno, i miei malesseri mi hanno costretto a
riflettere di continuo sulla mia condizione, spingendomi a una sorta di automatismo della
coscienza, con tutto quello che ciò implica di terribile e di orrendo. Insomma, ho vissuto nell'
antivita.
Sono un ossessionato, non c’è dubbio, eppure non amo le menti che insistono.
Immaginare miracoli, avere la facoltà di fame, essere un taumaturgo...
Scrivere, che decadimento!
Se odio gli occidentali è perché amano essere odiati. Che incredibile brama di distruzione! Il
paradiso in mezzo ai cadaveri!
Fervore demoniaco, questa la sfumatura della mia religiosità.
Mai lavorare nell’inessenziale; comportarsi come se si dovesse rendere conto a un dio intelligente;
spingere le preoccupazioni di probità intellettuale fino alla mania dello scrupolo.
Non scrivere niente di cui tu debba arrossire nei momenti di estrema solitudine. Meglio la morte che
barare o mentire.
Sii cinico di fronte a tutto tranne di fronte all’immagine ideale dei tuoi doveri verso lo spirito.
Che segreti conflitti, che contrasti quando si assume un atteggiamento nobile! Il coraggio di
accettare con naturalezza le proprie bassezze è raro, anzi impossibile.
Credere soltanto nell’assoluto, e riconoscere, scoprire in se stessi tutte le tentazioni e le miserie di
un’anima frivola.
X - perché è pazzo? Perché non maschera, perché non può mai mascherare il suo primo impulso. In
lui tutto è allo stato bruto, tutto evoca la spudoratezza della sua vera natura.
R. in «Arts» cerca di spiegarmi attraverso le mie letture. Gli rispondo che io sono il risultato dei
miei acciacchi, e che sarei stato lo stesso anche se non avessi letto alcun libro. La mia visione delle
cose precede la formazione intellettuale. Ciò che realmente so l’ho sempre saputo, lo saprei anche
se fossi rimasto nel mio villaggio sperduto.
Mal di testa, sensazione di rimbambimento, sinusite, orecchi tappati, ecc. - ogni anno la stessa
storia. E' qui che si deve cercare la spiegazione della mia Odissea del Rancore.
Ho un aspetto sano e un fondo malato. Siccome delle persone si vede solo l’esterno, mi credono
insincero o uno che ossequia la moda.
I vecchi hanno ragione a criticare tutto, a rimpiangere le usanze di un tempo, lo stile di vita della
loro epoca. Il presente e il futuro valgono sempre meno del passato, il quale, peraltro, non valeva
molto...
Non si sa né perché né verso che cosa si vada. Duplice ignoranza che è tutta la storia.
Le «preoccupazioni» sono il principale ostacolo all’approfondimento, al progresso metafisico
dell’uomo. Di qui la necessità del celibato, dell’ascesi e via dicendo, se si vuole aver presa
sull’assoluto.
Infinito è il potere dell’uomo capace di rinunciare. Ogni desiderio vinto rende potenti, e si cresce
quanto più si contrastano gli appetiti naturali. E' sconfitta tutto ciò che non è vittoria su se stessi.
Sono sempre vissuto non nell’inquietudine, ma nell’insoddisfazione; un’insoddisfazione essenziale,
tale che niente poteva né potrà mai sconfiggerla.
Contro il pensiero disperso. Vorrei vivere in una società di fachiri, di gente che agisce senza
muoversi, e che tanto più ha presa sul mondo quanto più se ne allontana, quanto più non vi aderisce.
Disporre di una immensa volontà che non si traduce in azione, di una energia smisurata e
apparentemente inutilizzata...
In ogni mortificazione immagazziniamo esplosivo.
Il desiderio inappagato per rifiuto volontario ci accomuna sia al santo sia al demonio.
Devo mettermi a lavorare a un’antologia del ritratto da Saint-Simon a Tocqueville.7
Sarà il mio addio all 'uomo.
Solo con l’ascesi, e cioè negandosi tutto, si diventa invulnerabili. Ed è solo allora che il mondo non
ha più alcun potere su di noi.
Le idee vengono camminando, diceva Nietzsche. Il cammino dissolve il pensiero, sosteneva
Sankara.
Ho « sperimentato » entrambe le teorie.
L’uomo fa sempre e necessariamente un cattivo uso della libertà. É il motivo per cui tutti i regimi
che si basano su di essa e vi Fanno appello sono votati alla rovina.
L’uomo è un animale vago.
« Un albero non sa di essere miserabile » (Pascal).
La mia nostalgia del vegetale...
Non c’è inferno più spaventoso di quello della pietà. Compiangere tutto ciò che esiste, il semplice
fatto di essere.
(6 luglio 1960. Giornata rosa dalla pietà).
Si riflette solo perché ci si sottrae all’azióne. Pensare significa stare in disparte.

M.S. si sarebbe messa in ginocchio davanti al tribunale per implorare l’assoluzione. Inutilmente.
Condannata a dodici anni, si sarebbe suicidata. Indubbiamente per la vergogna. Essere umiliata a tal
punto!
Ci vogliono infinite riserve di pietà per pensare a certi destini.
In me la minima impressione, qualsiasi inezia si amplifica smisuratamente assumendo proporzioni
allarmanti, aspetti catastrofici. E' come se fossi sotto la terra, schiacciato dal suo peso.
Non ho mai potuto entusiasmarmi per cause votate al successo. Le mie simpatie andavano sempre a
quelle che mi parevano segretamente condannate. Sono sempre stato istintivamente dalla parte dei
perdenti, anche quando la loro non era una buona causa. Preferire la tragedia alla giustizia.
Come ha ragione quel moralista secondo il quale diventiamo aridi quando per noi non ci sono più
né esseri né cose insostituibili!
Sono sempre vissuto come uno dì passaggio, nella voluttà del non possesso; nessun oggetto è mai
stato mio, aborrisco il mio. Fremo d'orrore quando sento qualcuno dire mia moglie. Sono
metafisicamente celibe.
Possedere, besitzen, è il verbo più esecrabile che ci sia. Di un monaco mi attirano perfino i lati
ripugnanti, e Dio sa se non ne ha.
Bisognerebbe poter rinunciare a tutto, persino al proprio nome, darsi all’anonimato con passione,
con furore. -Privazione è un’altra parola per dire assoluto.
Entwerden, sottrarsi al divenire - la parola tedesca più bella, più significativa che io conosca.
Il vivente mi fa paura, il vivente, ossia tutto quello che si muove. Provo un’immensa pietà per tutto
ciò che non è materia, giacché sento fino a soffrirne, a disperarmene, la maledizione che pesa sulla
vita in quanto vita.
Mi si potrebbe rimproverare un certo compiacimento nella disillusione; ma visto che tutti amano il
successo, biso-
gna pure che, se non altro per amore di simmetria, ci sia qualcuno che preferisce la sconfìtta.
Più di un dio mi ha abbandonato, e non so quale incolpare, visto che non ho avuto la fortuna di
amarne veramente nessuno.
Dubitare delle cose non è niente; ma nutrire dubbi su se stessi, questo sì che si chiama soffrire. È
soltanto allora che, attraverso lo scetticismo, si raggiunge la vertigine.
Tutto fila liscio quando è in questione l'io; non è così (piando si tratta di noi, del nostro io. Allora il
dubbio raggiunge dimensioni fatali, morbose, e può diventare intollerabile.
Il bisogno di gloria deriva da un senso di totale insicurezza circa il proprio valore, dalla mancanza
di fiducia in se stessi. Quando stento a riconoscermi il minimo merito, desidero una celebrità
cosmica, e vorrei essere riconosciuto da tutto ciò che vive, da un moscerino, da una larva.
Nessuno è mai stato più inerme di me davanti alla «vita». Compiere il minimo passo pratico mi
sembra un’impresa eroica. Il lato esteriore dell’esistenza mi è completamente estraneo. Già da
ragazzo invidiavo i pastori dei Carpazi, e ora li invidio più che mai. Tutto ciò che riguarda la
civiltà mi pare un segno di decadimento, di arenamento e di desolazione.
D., al quale dicevo che da trent’anni abitavo in albergo e che non riuscivo a metter radici da nessuna
parte, mi ha risposto, da ebreo fiero di esserlo, che ero il «goi errante».
Mi intendo soltanto con quelli che non hanno alcun tipo di patria. Le mie profonde affinità con gli
ebrei.
Tutto ciò che è destinato a finire, ecco che cosa ho sempre amato. E per me hanno avuto fascino
solo le cose senza domani. La chimica effimera di cui sono fatti i nostri giorni.
L’idea del suicidio è la più tonica che ci sia.
20 luglio 1960. Erano dieci anni che sognavo un appartamento. Il mio sogno si è realizzato, senza
portarmi nulla. Sto già rimpiangendo gli anni di albergo. Il possesso mi fa soffrire più
dell’indigenza.
Non a caso abitavo in albergo dal 1937!
Avere una casa propria, Dio mi perdoni un simile decadimento!
«La tua volontà è la tua Eva» dice san Bonaventura. E difatti la volontà è catena, desiderio,
schiavitù, un assoggettamento comparabile al dominio che esercita su di noi la donna. Evadere,
cercare la liberazione significa affrancarsi, allontanarsi dal regno della volontà.
Vivere in un’isola minuscola, annoiarsi e pregare, pregare e annoiarsi...
Io sono il susseguirsi dei miei stati d’animo, dei miei umori, cerco invano il mio «io», o meglio lo
ritrovo solo quando tutte le mie apparenze si volatilizzano, nell’esultanza del mio annientamento,
quando quello che per l’appunto viene definito un «io» si sospende e si annulla.
Bisogna distruggersi per ritrovarsi; essenza è sacrificio.
Chi dice che tutte le aberrazioni contemporanee, tutti gli eccessi che il nostro secolo ha conosciuto
sono dovuti all’allontanamento da Dio dimentica troppo in fretta che il Medioevo è stato ancor più
crudele della nostra epoca, e che la fede, lungi dall’attenuare la ferocia, la esacerba. Ogni fede è
passione, e passione significa anche desiderio di soffrire e di far soffrire. Appena si smette di essere
una cosa e di coincidere con la materia, con l’universo freddo e indifferente, si cade nelle follie e
negli eccessi dell’anima, che è fuoco, e non esiste se non per divorare se stessa.
Non si sente scorrere il tempo se non in quelle interminabili ore di veglia in cui esso è tutt’uno con
la notte, è un fluire di notte, notte liquida.
Il valore intrinseco di un libro non dipende dalla qualità e dall’importanza dell’argomento;
altrimenti i teologi sarebbero i migliori scrittori...
L' essenziale non fa per la letteratura, e si può anzi affermare che uno scrittore vale per il suo modo
di affrontare e presentare l’accidentale e l’infimo. Nelle arti contano soprattutto i dettagli; solo in
secondo luogo l’insieme. Padronanza presuppone limitazione.
Ciò che rende interessante il passato è che ogni generazione lo considera in modo diverso. Di qui la
inesauribile novità della Storia.
Da un mistico musulmano questo motto degno di Meister Eckhart: « La verità che non distrugge la
creatura non è una verità».
Trascinarsi pian piano come una lumaca e lasciare la scia, con modestia, applicazione e, in fondo
con indifferenza... nella voluttà tranquilla e nell’anonimato.
Quel che mi è mancato è la volontà di fare un’opera. Un’insufficienza tipica degli ingegni di
second’ordine.
Tutto quello che accade in noi e fuori di noi capita per fortuna e per disgrazia allo stesso tempo.
Duplice prospettiva per ogni avvenimento, impossibilità di vedere un solo lato delle cose, naufragio
nell’ambivalenza.
Mi sono ubriacato di rimpianti, come altri di illusioni. Acquistare titoli nel campo dell’irreparabile,
questa è sempre stata la mia funzione.
Riflettere significa farsi il vuoto intorno, eliminare il reale, considerare il mondo solo un pretesto
necessario agli interrogativi e ai tormenti dello spirito. La riflessione sopprime; annienta tutto,
tranne se stessa.
Più penso alla vita come fenomeno distinto dalla materia, più mi spaventa: non si regge su niente, è
un’improvvisazione, un tentativo, un’avventura, e mi sembra così fragi-
le, così inconsistente, così priva di realtà che non posso riflettere su di essa e sulle sue condizioni
senza provare un brivido di terrore. Non è che uno spettacolo, una fantasia della materia.
Smetteremmo di esistere se sapessimo quanto siamo irreali. Se si vuol vivere, bisogna fare a meno
di pensare alla vita, di isolarla nell’universo, di volerla circoscrivere.
Non ho mai espresso delle idee, sono sempre stato posseduto da loro. Quando credo di concepirne
una, è lei a dominarmi e a sottomettermi.
Le grandi epoche della storia restano quelle di «dispotismo illuminato» (XVIII secolo).
Lo spirito non fiorisce né tra gli eccessi della libertà né tra quelli del terrore. Gli occorre una
costrizione sopportabile.
Un’epoca piacevole è un’epoca in cui l’ironia non ti porta in carcere.
Quasi tutte le mattine questa rabbia impotente e autodistruttiva... e questa invasione di ricordi
strazianti, e la fulgida visione della mia infanzia.
Sono il risultato di eredità contraddittorie, riconosco in me i caratteri di mio padre e di mia madre,
soprattutto quello di mia madre, vanitosa, capricciosa, malinconica. Con tutto ciò non sono mai
stato propenso ad appianare le mie incompatibilità (o meglio le loro in me), al contrario, le ho
coltivate, le ho esasperate e accudite.
Dopo la mia antica infatuazione (ora più che superata) per Rilke, non mi sono mai tanto affezionato
a un poeta quanto a Emily Dickinson. Il suo mondo mi è familiare, e lo sarebbe ancor di più se
avessi avuto il coraggio e l’energia di abbracciare completamente la solitudine. Ma l’ho sfuggita
troppo spesso, o per debolezza, o per frivolezza, o per paura. Ho eluso più di un baratro,
combinando calcolo e istinto di conservazione. In realtà mi manca il coraggio di essere un poeta.
Sarà perché ho riflettuto troppo sulle mie grida? I miei sofismi mi hanno fatto perdere ciò che
avevo di meglio.
Come alcuni ricordano con precisione la data della loro prima crisi d’asma, così io potrei dire
esattamente quando ho avuto il mio primo attacco di noia, a cinque anni. Ma a che pro? Mi sono
sempre annoiato mortalmente. Ricordo certi pomeriggi a Sibiu, quando ero in casa da solo e mi
gettavo per terra oppresso da un vuoto insopportabile. Allora ero un adolescente, e vivevo più
intensamente quelle melanconie che a volte funestavano la mia infanzia felice. Noia spaventosa,
generalizzata, a Berlino, soprattutto a Dresda, poi a Parigi, per non dire dell’anno a Braşov, dove
scrissi Lacrimi şi Sfinţi8 di cui Jenny Acterian mi disse che era il libro più triste che fosse mai stato
scritto.
Non c’è sentimento più distruttivo. Non solo ti fa percepire l’insignificanza universale, ma ti spinge
ad annegarvi. Sensazione di affondare, di colare a picco definitivamente, inesorabilmente, di toccare
il fondo del nulla; infinito negativo, che sfocia sempre in se stesso, estasi del niente, vicolo cieco
nel... deserto.
Annoiarsi è sentirsi non consustanziali al mondo
Ho sempre considerato una benedizione il cielo coperto. L’azzurro ti invita a uscire, è indiscreto, si
immischia nella Ina vita e risveglia quanto c’è di morboso nelle aspirazioni religiose, il lato
demoniaco delle velleità mistiche.
Quando si ha la disgrazia di essere uno «scrittore» è difficile sopportare sia l’anonimato sia la
notorietà.
E se nello scribacchino ci fosse meno impostura che nel saggio?
15 agosto 1960
La Messa in si minore. Da quasi tre anni avevo perso il contatto con la musica. Ero morto, Bach mi
ha risuscitato.
1° settembre 1960
Idee e sentimenti confusi e torbidi - espressi abbastanza chiaramente; è più o meno così che si
potrebbero definire i miei vari opuscoli.
Curiosi, questi Antichi! Poiché l’uomo non è che il «sogno di un’ombra» (Pindaro), invece di
pronunziarsi per la rinuncia, esaltavano l’amore per la gloria, secondo loro unica risposta possibile
all’evidenza dell’inanità universale. I Moderni hanno perduto questo sentimento della
gloria (eccetto Napoleone, un uomo dell’Antichità, il che spiega l’episodicità della sua apparizione).
Di fronte al telefono, all’auto, di fronte al minimo strumento, provo un insuperabile moto di
disgusto e di orrore. Tutto ciò che ha prodotto il genio tecnico mi ispira un terrore quasi sacro.
Sensazione di totale estraneità di fronte a ogni simbolo del mondo moderno.
Nell’angoscia, anche metafisica, c’è un residuo di debolezza. L’angoscia, in tutte le sue forme, è
costruzione, ripiego, fuga e disagio.
Una crapula metafisica, questo il fondo della nostra natura...
«Tutto ciò che mi portano le ore è per me un frutto saporito, o Natura! ».
Un consenso a cui forse bisognerebbe tendere. Marco Aurelio... - questo rimprovero.
Si dovrebbe amare il folgorante, non il brillante.
Essere inattuale come una pietra.
La sensazione di essere in ritardo - o in anticipo - sugli altri di diecimila anni, di appartenere agli
inizi o alla fine dell’umanità, di sentirsi a casa soltanto ai due estremi della storia.
Ho la voluttà della frecciata. E' questo che mi lega tanto al Settecento.
Dio, «our old neighbour», come lo chiama Emily Dickinson.
Esito.
Io so da dove viene la mia inattitudine alla saggezza; viene dalla mia voglia di sentenziare, dai
discorsi muti che tengo davanti a folle immaginarie, dagli accessi di megalomania che hanno
avvelenato la mia giovinezza e di cui subisco il penoso ritorno in ogni momento di esaltazione o di
stanchezza. Un velleitario dello scetticismo, uno sfaccendato della saggezza. E un frenetico che vive
nell’inesauribile poesia del fallimento.
Spinoza ha ragione a sostenere che la gioia rappresenta un passo verso una maggiore perfezione.
Perché essa è un trionfo sulle forze del mondo, sul destino; uno strappo all'irreparabile.
Ventitré anni fa (nel 1937) ho scritto un intero libro sulle lacrime. E da allora, senza versarne una
sola, non ho mai smesso di piangere.
Racconti dei contemporanei di Goethe. Li ho letti con piacere, comincio a provare interesse per le
parole di un ingegno verso il quale non ho mai provato la minima attrazione. Non si può provare
interesse per Goethe prima dei cinquant’anni.
Far passare il lamento nel concetto.
Senso di frustrazione da sempre: «Non ci siamo, non ci siamo», ritornello di tutti i miei istanti.
Ho conosciuto fino alla nausea il dramma religioso del miscredente. La nullità del qui e
l’inesistenza dell’altrove... schiacciato da due certezze.
Yeats - dopo Emily Dickinson, potevo mai credere che avrei amato un altro poeta?
Nessuno mi ricorda Shelley quanto lui. E io che pensavo che fosse irrimediabilmente passato il mio
entusiasmo per la poesia!
Avere improvvisamente la percezione esatta del caos originario, grazie a una strana disgregazione
della memoria.
Tutto ciò che in me è materia a un tratto resta fisso al suo primo ricordo.
Per dimenticare i dispiaceri e sottrarsi a ossessioni funeree non c’è niente di meglio del lavoro
manuale. Mi ci sono dedicato per qualche mese, da dilettante, col massimo profitto. Bisogna
stancare il corpo, affinché la mente non sappia più da dove prendere energia per funzionare,
vaneggiare o approfondire.
Giornate intere in cui devo lottare contro questa nebbia che mi scende sul cervello... Il clima del
deserto è l’unico adatto alla mia natura. E non solo il clima; il deserto intero mi chiama, mi
affascina, mi è necessario. Invece mi trascino nelle città; soffoco in strada, sto accanto agli umani.
Io valgo solo in quanto non aderisco al mondo.
La vera poesia comincia al di là della poesia; e questo vale anche per la filosofia, per ogni cosa.
L'adinamia, per usare il gergo degli psichiatri, è la mia condizione costante - contro cui continuo a
ribellarmi. Adinamia relativa, per mia grande fortuna, giacché se fosse completa, dove troverei la
forza di lottare contro me stesso?
Quanto sono sfortunato a vivere in tempi in cui la parola «disperazione» si spreca e usarla significa
compromettersi!
Ogni uomo lucido che sopporti la vita sino in fondo dimostra di possedere una buona dose di
santità, di cui non può, non potrà mai essere consapevole. E' un vantaggio, un eroismo segreto - che
lo umilierebbe se ne intuisse la presenza.
La mia vita non è stata che una serie di infermità a cui nessuno ha voluto credere. Mi hanno
letteralmente fatto; senza di esse non sarei niente. Nessuna influenza letteraria mi ha segnato
quanto i mali quotidiani che mi hanno assillato, che hanno alimentato i miei pensieri e i miei umori.
Sono vissuto inchiodato, crocifisso su un letto ideale;
anche alzato, in fondo rimango disteso, in preda a mille torture.
Non possono esserci sentimenti puri tra persone che fanno la stessa cosa. Un romanziere non
invidia un filosofo, ma i romanzieri si detestano sempre fra loro, come d’altronde i filosofi, e
soprattutto i poeti. Si pensi agli sguardi astiosi che si scambiano le puttane che dividono lo
stesso marciapiede. Adamo è stato soltanto l’iniziatore; maestro di noi tutti è rimasto Caino, è lui il
vero antenato della nostra razza.
Ogni volta che leggo i miei testi in traduzione, ridotti all’intelligibile, degradati dall’uso
indiscriminato, piombo nella desolazione e nel dubbio. Quello che scrivo dipenderebbe solo dalle
parole? Il brillante non si può trasferire in un’altra lingua; vi si trasferisce ancora meno della
poesia. Che lezione di modestia e di avvilimento leggersi in uno stile da verbale, dopo aver penato
per ore su ogni vocabolo! Non voglio più essere tradotto, essere disonorato ai miei stessi occhi.
La straordinaria lingua romena! Ogni volta che torno a immergermi in essa (o meglio: che ci penso,
perché, ahimè, non la uso più), ho la sensazione di aver commesso una criminale infedeltà a
distaccarmene. La sua facoltà di dare a ogni parola una sfumatura di intimità, di farne un
diminutivo; un addolcimento di cui beneficia persino la morte: morţişoara... C’è stato un tempo nel
quale in questo fenomeno non vedevo che una tendenza a sminuire, svilire, degradare. Ora invece
mi sembra un segno di ricchezza, un bisogno di conferire a ogni cosa un «supplemento d’anima».
Sono così contaminato dalla contraddizione che tutti i miei movimenti si neutralizzano a vicenda.
Come prendo una decisione, viene subito annullata da una decisione contraria. A volte per fortuna
un impeto subitaneo pone fine al mio dibattermi e mi obbliga all’azione. Senza questa irruzione
imprevista sarei condannato per sempre all’immobilità.
La cosa insopportabile è vivere in situazioni false. Ho scritto il Sommario, in cui ho annientato
tutto: mi hanno dato un premio. Lo stesso è accaduto con la Tentazione. Ora vogliono premiare
Storia e Utopia. Rifiuto, e non vogliono accettare il mio rifiuto. Tutti mi negano la soddisfazione
di essere incompreso.
Aver proclamato la vanità di ogni cosa ed esporsi agli onori! Mi dicono: non dovevi, in queste
condizioni, fare libri e pubblicarli. Ma anche Salomone, Giobbe e tutti gli altri hanno pubblicato. La
mia debolezza è dunque comprensibile, anzi scusabile. Ma non voglio che si dica che rincorro gli
allori. La sola idea che io possa mirare alla gloria mi umilia, mi distrugge ai miei stessi occhi. Ne ho
abbastanza di vergognarmi di me.
Più vado avanti con gli anni, più sento quanto è profondo il legame con le mie origini. Il mio Paese
mi ossessiona: non riesco a staccarmene né a dimenticarlo. I miei compatrioti, invece, mi deludono
e mi esasperano; non li posso sopportare. Non ci piace vedere i nostri difetti negli altri. Più li
frequento, più scorgo in loro le mie tare: ciascuno di loro rappresenta per me un rimprovero e una
sorta di caricatura tangibile.
L’euforia ha su di me gli stessi effetti dell’ansia. Mi sgomenta, mi getta nella perplessità, mi
abbandona inerme in una solitudine e in un’esaltazione densa di presentimenti.
Dopo una bella litigata, ci si sente più leggeri e più generosi di prima.
Il punto debole, il tallone d’Achille di ognuno di noi, è ciò che nascondiamo. Il nostro segreto
ossessiona gli altri, a cui non riusciamo a preservarlo per molto. Più ci industriamo a farlo, più
diventa argomento di discussione e, alla fine, di scandalo. D’altro canto, niente è più fruttuoso
che celare un’infamia (o ciò che la gente definisce tale); e forse non esistiamo realmente se non
grazie a ciò che ci sforziamo di dissimulare. Il segreto di ognuno di noi è il suo tesoro. E' da
compiangere chi non ha rivelazioni da temere.
Sono ormai due mesi che non scrivo una parola. La mia vecchia pigrizia mi sommerge di nuovo.
Non ho altra attività che il rimpianto e il rimorso. Sprofondo ogni giorno di più nel disprezzo di me
stesso. Idee che si sfilacciano, progetti che abbandono appena formulati, sogni che mi accanisco a
calpestare sistematicamente. Eppure penso di continuo al lavoro, vedo in esso l’unica via di
salvezza. Se non riuscirò a riabilitarmi ai miei stessi occhi, mi perderò senza rimedio. Ho visto
troppi falliti intorno a me per non temere di diventare uno di loro. Ma forse lo sono già...
Pranzi fuori, visite, seccatori che mi assalgono. Peccare contro il tempo: questa è la mia condizione
abituale. Per preservare la mia solitudine, dovrei avere il coraggio di essere odioso. Ispirare odio
agli uomini per potermi proteggere da loro.
Ho talmente tuonato contro la volontà, facendone il principio del male, che non c’è da stupirsi se ha
finito con l'abbandonarmi.
Non c’è niente che assomigli al nulla quanto la gloria a Parigi! E dire che l’ho cercata! Ne sono
guarito per sempre. Ed è l’unico vero progresso di cui possa rallegrarmi dopo tanti anni di tentativi,
di fallimenti e di desiderio. Lavorare per l’anonimato, adoperarmi per sparire, coltivare l’ombra
e l’oscurità - il mio unico proponimento. Il ritorno agli eremiti! Crearmi una solitudine, costruire
nell’anima un convento con i resti della mia ambizione e del mio orgoglio.
Questi greci, tutti sofisti, avvocati profondi.
Un ossessionato senza convinzioni...
8 aprile 1961
Oggi compio cinquantanni!
E' tipico del vanitoso ingigantire le proprie sventure.
Non si guadagnano soldi se non a prezzo dell’onore.
Malaticcio, lo sono stato tutta la vita. L’attenzione che ho dedicato ai miei mali mi ha permesso di
esorcizzare il demone della noia. Nonostante tutto, sarò stato un uomo occupato.
Per quanto mi slanci, un sangue di piombo mi tira giù.
Letta una vita di Marat. Quale sbaglio pensare che i « posseduti» siano una specialità russa.
Nessuno ha messo in alto quanto me l’Indifferenza. Ma l’ho inseguita appassionatamente,
freneticamente, e così, più volevo raggiungerla più me ne allontanavo. Ecco il risultato che si
ottiene quando ci si impone un ideale agli antipodi di ciò che si è. Per raggiungere i miei scopi ho
scelto puntualmente mezzi e metodi sbagliati, ho sempre preso la deviazione più lunga e più
complicata.
Le nostre preghiere soffocate si trasformano in sarcasmi.
Quando si è incapaci di indifferenza, non si può vivere senza implorare. L’anima è un’eterna
crocifissione.
5 maggio 1961 - Alla biblioteca dell’Institut catholique stavo leggendo un libro di Pierre de
Labriolle. Improvvisamente - tutto è scomparso intorno a me, e mi sono ritrovato, immobile, in
pieno amok.
Non ho la consolazione o la scappatoia di credere che la mia totale mancanza di aderenza al mondo
sia una questione di orgoglio; no, essa deriva da tutto quello che sono - da tutto quello che non
sono.
La mia preferenza va alle sintesi, alle forme concise, alle iscrizioni funerarie dell' Antologia.
Io non sono uno scrittore, non trovo le parole adatte a ciò che sento, a ciò che patisco. Il «talento» è
la capacità di coprire la distanza che separa le prove della vita dal linguaggio. Una distanza che per
me rimane lì, aperta, impossibile da colmare o da eludere. Vivo in una tristezza automatica, sono un
robot elegiaco.
In me la negazione non è nata mai da un ragionamento, ma da una specie di desolazione essenziale,
l’argomentazione è venuta dopo, a suffragarla. All’inizio ogni no è un no del sangue.
Lady Macbeth, la Brinvilliers - donne che mi ispirano. Nei momenti di profondo sconforto c’è come
una nostalgia per la crudeltà.
27 maggio 1961
11 Requiem di Mozart. Vi aleggia il soffio dell’aldilà. Dopo un simile ascolto, com’è possibile
credere che l’universo non abbia alcun senso? Deve averne uno. Che tanta sublimità si risolva in
niente, il cuore - così come l’intelletto - si rifiuta di ammetterlo. Deve pur esserci qualcosa da
qualche parte, deve esserci un briciolo di realtà in questo mondo. Ebbrezza del possibile che riscatta
la vita. Dobbiamo temere il ritorno dell’amaro sapere, temere di ripiombarvi.
Non posso scrivere se non preso dalla passione; e io rifuggo dalle passioni. Accanirmi
nell’Indifferenza mi riduce alla sterilità.
Non appena intravedo una certezza, si profilano all’orizzonte mille dubbi che la oscurano e la
soffocano prima che abbia la possibilità di affermarsi, di declinare le sue generalità...
Non credo in nessun atto, eppure che soddisfazione appena mi lancio in un’impresa e la conduco in
porto!
30 maggio. Ieri sera, prima di addormentarmi, ho visto con una precisione allucinante la Terra
ridursi a un semplice punto, assumere per così dire le dimensioni di uno zero, e ho capito ciò che ho
sempre saputo, ossia che è inutile e ridicolo agitarsi e soffrire, e soprattutto scrivere, in uno spazio
così minuscolo e irreale. Per darsi da fare, per poter semplicemente essere, non si dovrebbe avere la
funesta capacità di estraniarsi dai propri atti, di mettersi con il pensiero al di fuori del pianeta e
dell’universo stesso.
Stimo un ingegno soltanto se non va d’accordo con la sua epoca, così come ammiro soltanto chi la
diserta, anzi, chi è traditore del tempo e della storia.
L’angelo dell’Apocalisse non dice: «Non c’è più tempo», bensì: «Il termine è scaduto».
Sono sempre vissuto con la sensazione che il tempo sia roso da dentro, che sia sul punto di esaurire
le sue possibilità, che manchi di durata. E questa sua carenza mi ha sempre riempito di
soddisfazione e di spavento.
(da commentare)
Guarito dall’ansia, non avrei neppure la consistenza di un fantasma.
La mia volontà malata, paralizzata, quanti sforzi ho fatto per raddrizzarla, per indurla a fare il suo
dovere! Ahimè, è lesa nella sua essenza, si è lasciata affascinare da qualche forza malefica. Non è
più lei, non sa più... volere. Se penso che più di una volta ne ho fatto il principio del male, la fonte
di tutte le anomalie della terra! C’è qualcosa che mi trascina giù e la neutralizza, la disarma e la
smembra, qualcosa che viene dal demonio.
Quando si isola la vita dalla materia, contemplandola per così dire allo stato puro, se ne coglie
meglio l’eccezionale fragilità: una «costruzione» campata in aria, dall’equilibrio instabile, senza
nessun punto d’appoggio, senza traccia di realtà.
Ed è forse per averla troppo spesso staccata dalla sua base in modo da guardarla in faccia, da solo a
solo, che sono arrivato al punto di non aver più neanch’io dove appoggiarmi né dove aggrapparmi.
Tutto ciò che mi impedisce di lavorare mi va bene, i miei istanti sono altrettante scappatoie.
Se mi esamino senza compiacimenti, il tratto dominante della mia natura mi sembra proprio la fuga
davanti alla responsabilità, la paura di assumerne una, fosse pur minima. Sono un disertore
nell’anima. Non per niente, in ogni cosa della vita, la rinuncia mi pare il segno distintivo
della saggezza.
Qualcuno molto giustamente ha definito la tristezza « una sorta di crepuscolo che segue al dolore».
L’ansia, che tratta il possibile da cosa risaputa, non è una sorta di memoria dell’avvenire?
Dire che rimpiango tutto è poco; io sono un rimpianto ambulante, la nostalgia mi divora il sangue e
divora se stessa. Non vi è rimedio in terra per il male di cui soffro, ci sono solo veleni per renderlo
più attivo e intollerabile. Quanto detesto la civiltà per il discredito in cui ha gettato le lacrime! E' per
aver disimparato a piangere che siamo tutti senza risorse, inchiodati ai nostri occhi aridi.
Non è parlando degli altri, ma guardando in se stessi che si può incontrare la Verità. Ogni cammino
che non conduca alla solitudine o non inizi da essa è deviazione, errore, perdita di tempo.
Cercare l'essere con delle parole! - Questo il nostro donchisciottismo, questo il delirio della nostra
impresa fondamentale.
Se mai mortale è stato tormentato, torturato dai dubbi su se stesso, quello sono io. In ogni cosa.
Quando do un articolo a una rivista, il mio primo impulso è di farmelo restituire, rimaneggiarlo, e
soprattutto abbandonarlo. Non ho fiducia in niente di ciò che faccio e penso. E se ho una certezza, è
la diffidenza nei miei confronti, che mette in forse non soltanto le mie capacità, ma anche i
fondamenti e la ragione del mio essere. Sono letteralmente armato di scrupoli. Come ho potuto, in
queste condizioni, intraprendere qualcosa?, e, con tutte queste incertezze, decidermi al minimo atto,
al minimo pensiero?
«Il terrore della faccia umana», di cui parla De Quincey, io l’ho provato per tutta la vita. Chi ci
sbarazzerà di quest’orda che prolifera, di questi mostriciattoli brulicanti? Tutti usciti dalla
immondezza della procreazione, hanno dipinto in faccia l’orrore delle loro origini. E pensare
che possono esistere genitori!
«... la migliore definizione possibile per una lingua morta è questa: la si riconosce dal fatto che non
ci è consentito
fare errori » (Vendryès).
Ero fatto per la futilità e per la frivolezza, e mi sono piombati addosso i patimenti, condannandomi
alla serietà, per la quale non ho alcun talento.
Ho una percezione così diretta dei disastri che ci riserva il futuro, che mi chiedo dove io trovi
ancora la forza di affrontare il presente.
Guai all’uomo che, abbandonato dagli dèi, non ha più altra risorsa se non l’orgoglio!
Fuori dalla estrema solitudine, in cui siamo completamente ridotti a noi stessi, viviamo d’impostura,
siamo impostura.
Tutte le volte che non penso alla morte ho l’impressione di barare, di ingannare qualcuno in me.
Quando passeggio e guardo i passanti, mi sento così lontano da loro che mi sembra di ricordare un
incubo avuto in un’altra vita. Nessuna denominazione mi si attaglia e mi lusinga più di quella di
straniero, in senso proprio e in senso figurato. Non ero fatto per avere una patria. Che io non
ne abbia nessuna, o che abbia perduto la mia, è chiaramente dovuto ai decreti del Destino.
Se mi sono tanto interessato allo stile, è perché vi ho visto una sfida al nulla: non potendo venire a
patti con il mondo, sono dovuto venire a patti con la parola.
Niente di più avvilente del vedere tornare ogni giorno le stesse stupide ossessioni, che ci disonorano
ai nostri stessi occhi. La loro frequenza, la loro regolarità sono proprio da
interpretare come una punizione; altrimenti si morirebbe di vergogna.
La nostalgia e l’ansia - a questo si riduce la mia «anima». Due condizioni a cui corrispondono due
baratri: il passato e il futuro. Fra i due, appena un po’ d’aria per poter respirare, appena un po’ di
spazio in cui stare.
La civiltà sarebbe abominevole se non fosse già condannata.
Qualunque riserva io abbia sul cristianesimo, non posso negare che riguardo a un punto - quanto
mai capitale - ha ragione: l’uomo non è padrone del suo destino, e se è con il destino che bisogna
spiegare tutto, allora non si può spiegare nulla. L’idea di una cattiva provvidenza si fa sempre più
strada nella mia mente; bisogna ricorrervi se si vuole cogliere lo sconcertante percorso dell’uomo.
Smise di scrivere: non aveva più niente da nascondere.
Il patrimonio di uno scrittore sono i suoi segreti, le sue sconfitte cocenti e inconfessate; il
fermentare delle sue vergogne è la garanzia della sua fecondità.
17 luglio 1961
Ho passato la mattina a chiedermi se nella mia famiglia, tra i miei recenti antenati, non ci siano dei
pazzi...
Tutto il «mistero» della vita sta nell’attaccamento alla vita, in un’obnubilazione quasi miracolosa
che ci impedisce di distinguere la nostra precarietà e le nostre illusioni.
Tutte queste nazioni occidentali - cadaveri opulenti.
È stato Siéyès, se non sbaglio, a dire che bisogna essere ubriachi o pazzi per credere che si possa
esprimere alcunché nelle lingue note.
Degli scrittori - posso leggere solo i grandi malati: quelli
i cui mali illuminano ogni pagina, ogni riga. Amo la salute voluta, non quella ereditaria o acquisita.
Quando, scrivendo, smetto di attaccare e di maledire, mi annoio, e poso la penna.
A volte mi chiedo se, al di là delle mie frenesie, io esista realmente. Quando esse mi lasciano,
vegeto e mi trascino come un relitto.
Ho letto un buon numero di scritti sulla situazione di prima della Rivoluzione: tutti quei libri mi
hanno convinto che era necessaria e inevitabile; ne ho letti più o meno altrettanti sulla Rivoluzione
stessa, e l’ho esecrata - a malincuore.
Tutto ciò che mi fa paura mi stimola.
Morte di N.J.H. - È impossibile «assimilare» la morte di un amico. E' una notizia terribile che
rimane fuori della nostra mente, non può entrarvi, ma si insinua a poco a poco nel cuore, come un
dispiacere inconscio.
Ogni morte rimette tutto in questione e obbliga a riprendere, quasi a iniziare da capo la vita.
Gli spagnoli hanno coraggio, come tutti i popoli crudeli...
L’incredibile indiscrezione della morte...
Credere all’irrealtà del mondo non elimina la paura.
Per alcuni, tra cui io, separarsi dalla Spagna significa separarsi da se stessi.
C’è in me una nostalgia di qualcosa che non esiste nella vita e nemmeno nella morte, un desiderio
che su questa terra niente appaga, fuorché, in certi momenti, la musica, quando evoca le lacerazioni
di un altro mondo.
Trovo il riflesso di questo universo raffazzonato in quel miscuglio di dubbio e di fantasticheria che
caratterizza ogni
mio istante. Come possono gli scettici greci e i romantici tedeschi combinarsi in una stessa anima?
Tormentarsi in mezzo ad aporie liriche...
Credo che potrei fare più facilmente a meno del pane e dell’acqua che della tristezza. Ne ho un
bisogno, come dire, sovrannaturale.
Vi sono notti in bianco che il più dotato dei carnefici non si sarebbe mai potuto inventare. Se ne
esce a pezzi, allucinati, istupiditi, senza ricordi né presentimenti, e senza più sapere chi si è. Ed è
allora che la luce sembra inutile quanto dannosa, persino peggiore della notte.
2 sett. Le quattro del mattino.
Impossibile dormire. Mi duole tutto. Il mio corpo! Sono appena uscito in terrazza: mi sembra che
sia la prima volta che guardo così le stelle, senza speranza né rimpianto. Percezione assoluta senza
pensiero, forse per paura di riflettere sul dramma che si svolge nelle mie ossa, e anche per paura di
rompere per sempre con la luce del giorno.
5 sett. Mattinata assurda, sensazione di avvelenamento improvviso. Sono sceso in strada;
impossibilità di guardare negli occhi chiunque; in farmacia non mi sono potuto trattenere dal fare
un’osservazione offensiva al commesso. Rabbia contro tutti, ira disperata e inutile. Sentire che si
ha veleno nelle vene e che si è andati più in là di qualsiasi demonio.
Per potermi dominare mi ci vorrebbe qualche secolo di educazione inglese; ma vengo da un Paese
in cui ai funerali si urla...
Sulle montagne di Santander, in mezzo a un paesaggio splendido, alcune vacche avevano
un’espressione triste, a detta del mio amico Nùnez Morante.
«Perché tristi?» gli dico. «Hanno tutto quello che io sogno: silenzio, cielo...».
«Sono tristi per il fatto di essere, por ser» mi rispose.
Sempre lui, un altro giorno, mi ha detto una cosa che potrebbe essere vera: «L’operaio non vuole
migliorare la sua condizione, vuole comandare».
Di nuovo sulle montagne di Santander, in un paesino sperduto. All’osteria, qualche pastore si mette
a cantare. Nell’Europa occidentale la Spagna è l’ultimo Paese che abbia ancora un’anima.
Tutti i successi e le inadempienze della Spagna si sono trasferiti nei suoi canti. Il suo segreto: la
nostalgia come sapere, la scienza del rimpianto.
Per quanto cerchi che cosa potrebbe riconciliarmi con la vita, so che la soluzione è fuori di essa, al
di sopra o al di là. Il mondo di quaggiù è il posto in cui le speranze sono annullate e soppresse, in
cui non si delinea alcuna possibilità di risposta e in cui la domanda sarebbe pericolosa se non fosse
vana.
L’altro giorno, mi ha telefonato un giornalista inglese per chiedermi un’opinione su Dio e il
ventesimo secolo. Stavo uscendo per andare al mercato e gliel’ho detto, aggiungendo che non ero
nella disposizione adatta per discutere un problema così strampalato. Più si va avanti, più i
problemi si degradano e assumono il volto dell’epoca.
Posso interessarmi con passione soltanto a Dio e a ciò che è infinitamente meschino. Quello che sta
tra i due, le cose serie, mi sembra improbabile e inutile.
Cechov - lo scrittore più disperato che sia mai esistito. Durante la guerra prestavo i suoi libri a
Picky P., gravemente malato, che mi supplicò di non dargliene più perché soltanto a leggerli
perdeva il coraggio di resistere al suo male.
Il mio Sommano - è il mondo di Cechov degradato a saggio.
Per tutta la vita sono stato innamorato del brutto tempo. Le nuvole mi rassicurano; quando al
mattino, dal letto, le vedo passare, mi sento la forza di affrontare la giornata. Al sole, invece, non
sono mai riuscito ad abituarmi; non ho abbastanza luce in me per poter andare d’accordo con lui.
Non fa che risvegliare, smuovere le mie tenebre. Dieci giorni di sereno mi mettono in uno stato che
rasenta la follia.
Ogni uomo vuole essere altro da ciò che è. In gioventù ho sognato l’azione; poi la filosofia. Ho
scambiato il delirio per azione e la disperazione per pensiero. In che cosa sono bravo? A stare a
guardare, ad annoiarmi mortalmente nell'attesa che si sgretolino le ore.
In albergo ho alloggiato per quindici anni in una mansarda; e in una mansarda abito anche oggi che
«ho un appartamento». Ho sempre alloggiato sotto il tetto. Sono l’uomo dell’ultimo piano, l’uomo
delle grondaie.
Il «civilizzato» è un uomo finito quando si lascia affascinare dal barbaro. E' il momento in cui
comincia a sperare in ciò che lo nega, definitivamente sedotto dal futuro di un
altro.
Salviano, nel V secolo, trovava qualche virtù solo nei Goti.
Le epoche in cui il civilizzato e il barbaro si guardavano in faccia, prima dell’ultima «spiegazione».
Cenare fuori: che spreco! L’indomani, impossibile lavorare. Si conserva l’eco dei discorsi fatti o
sentiti, si rimasticano per tutto il giorno i motivi di una conversazione frenetica e inutile. Così nasce
l’abitudine dei discorsi sconclusionati, sozzura dello spirito.
Tutto mi invita ad abbandonare la partita, ma non voglio, mi intestardisco.
Pietà delirante: immagino finanche le sofferenze di un minerale.
Se tutto continua, il motivo è che gli uomini non hanno il coraggio di disperare.
Scrivere una «Metafisica dell’addio».
Entrare nel sonno come in un mattatoio.
Un filosofo greco (Diodoro?) alle sue cinque figlie, di cui volle fare delle dialettiche, diede nomi
maschili, e chiamò i servi con delle congiunzioni: giacché, ma, ecc.
Potenza sovrana sul linguaggio, e anche disprezzo per l'arbitrarietà che esso implica.
8 gennaio 1962
Non c’è limite all’esperienza dell’orrore di sé. Cadere sempre più in basso - nell’infinito negativo
dell’anima.
La mia «vocazione» era vivere all’aperto, fare lavori manuali, trafficare in un cortile, in un giardino,
e non leggere e scrivere. In fondo, la frattura più grande che ho vissuto è stata quella nel 1920,
quando ho dovuto lasciare il mio villaggio natale nei Carpazi per andare al liceo a Sibiu.
Sono passati più di quarant’anni da allora, eppure non posso dimenticare la lacerante sensazione di
spaesamento che provavo a quell’epoca, e ancora provo in forma diversa.
17 gennaio ’62 - Ho smesso di fumare due settimane fa; due settimane di supplizio. D’ora in poi
sarò più indulgente con gli «intossicati».
Poi ho riacceso la sigaretta... Che vergogna!
Nessuno scrittore sopporta la minima restrizione a ciò che fa. Ha già abbastanza dubbi su se stesso
per poter affrontare quelli che gli altri hanno nei suoi confronti.
Non ho mai scritto una sola riga senza provare dopo un imbarazzo, un disagio intollerabile, senza
dubitare totalmente delle mie capacità e della mia «missione». Nessuno spirito chiaroveggente
dovrebbe prendere in mano la penna - a meno che non gli piaccia torturarsi. Avere fiducia in sé
equivale a possedere la «grazia». Dio mi aiuti a credere in me stesso. Che le conversioni nascano
dall’impossibilità di sopportare più a lungo la lucidità? Che siano tipiche degli scorticati - a causa di
troppo frequenti esami di coscienza? L’inferno di conoscere se stessi, che né l’oracolo né
Socrate hanno presagito.
Qualsiasi solitudine per me è troppo piccola, perfino quella del Vuoto, perfino quella di Dio. Quale
terribile esigenza si è insinuata nelle mie nostalgie!
Sopprimere tutti i desideri! - questa è la mia intenzione, il mio desiderio assoluto!
12 febbraio ’62
Mi sento fuori da tutto, da ciò che viene chiamato tutto. Devono avermi gettato il malocchio. Sono
stregato. Posseduto. Ma da chi?
Giorni, settimane senza scrivere una parola, senza comunicare né con altri né con me.
Oggi pomeriggio guardavo passare le nuvole, avevo la sensazione che mi toccassero, mi
avvolgessero il cervello. Dovrei uscire da questo stato, dovrei pregare...
Lermontov - un uomo che mi piace. Le sue considerazioni sul matrimonio... Questo Byron russo ci
fa felicemente dimenticare l’altro, che lui eclissa.
Lo scettico è l’uomo meno misterioso che ci sia, eppure, da un certo momento in poi, non è più di
questo mondo.
Ogni volta che ascolto Bach, dico a me stesso che è impossibile che tutto sia apparenza. Deve
esserci qualcos’altro. Poi sono ripreso dal dubbio.
Si gloriava troppo del privilegio di essere misconosciuto.
Sterilità sconfinata. Impossibilità di scrivere, di passare dal progetto all’azione. Impressione di
aridità e di inutilità che rasenta la malattia. Sintomo grave: ho per così dire sempre meno
ambizione. Ed è chiaro che l’ambizione è la molla dell’attività.
Inoltre, per produrre bisogna essere sensibili all’opinione degli uomini. Io invece me ne curo
sempre meno. E la cosa grave è che la mia solitudine non è fatta di orgoglio, ma di distacco e di
indifferenza a tutto, in primo luogo a me stesso.
Gli esseri umani non sono più la mia passione. E se questa passione fosse solo sopita? Lo spero. Ma
chi può saperlo?
Slittamento funesto verso la saggezza...
Socrate a Critone, prima di morire: «Non si deve mai parlare impropriamente; giacché non solo si
offende la grammatica, ma si fa del male alle anime».
(Da confrontare con le parole di Arvers sul letto di morte - e citare il commento di Rilke: «Era un
poeta, non amava l’ approssimazione » ).
A ben considerare le nostre azioni, non ve ne è nessuna, per quanto generosa, che per qualche verso
non sia degna di biasimo e persino nociva; anzi tale da farci pentire di averla compiuta. Così, in
fondo, l’unica scelta che abbiamo è tra l’astensione e il rimorso universale.
Che sbaglio da parte mia rispondere alle lettere di Dinu.9 Gli ho scritto per pietà della sua solitudine
e anche per dovere di amicizia. Senza volerlo, ho fornito armi contro di lui e contribuito alla sua
rovina.
Meister Eckhart: «Se hai la volontà netta e ti manca soltanto il potere, agli occhi di Dio hai fatto
tutto».
Questo tempo che passa, che mi si sfilaccia sotto gli occhi e che non riempio con niente se non con
il rimorso, il rimorso di non fare niente. La coscienza lacerante della mia inutilità è il mio unico
contenuto positivo.
Il fondo del mio rimorso: un miscuglio di paura e vergogna.
L’accanimento di Lucrezio nel voler provare che l’anima è mortale, l’accanimento di Lutero contro
la libertà - bisognerebbe cercarne le ragioni, i risvolti. Volontà di autodi-
struzione, brama di umiliazione. Amo ogni forma di violenza contro se stessi.
Sentita al mercato. Due vecchie ciccione stanno concludendo le loro chiacchiere. Una dice all’altra:
«Per essere tranquilli non bisogna avere grilli per la testa».
A Saint-Séverin, un coro italiano che canta la Missa brevis di Palestrina e le stupende Lamentazioni
di Geremia di Cavalieri.
Quanto mi commuove questa musica cinquecentesca. Eppure la mia attenzione si è allentata un
attimo, appena il tempo di pensare che dovrei schiaffeggiare X... Ho notato che più le mie emozioni
sono pure, più per reazione suscitano in me voglie ridicole, tremende, irriferibili. Sempre
e dovunque, scontro con la Vergogna.
Strana sensazione in un’antica chiesa: dove sono andate a finire tutte le preghiere recitate per
secoli? E' terrificante pensare che non sono sopravvissute a coloro che le hanno dette, alle loro
speranze e alle loro ansie.
Si avvicina all’essenza del Tempo soltanto chi sa sprecarlo. L’uomo di nessuna utilità.
Rinviare rincontro con l’irreparabile.
4 aprile 1962
So che la tristezza è un peccato; ma non posso farci nulla, non ho nessun mezzo per difendermene o
per vincerla. D’altronde, quando non ha nessun motivo evidente, si nutre di se stessa, attinge alla
propria fonte. A dire il vero, non è un peccato, ma un vizio. Che venga dall’assuefazione? E se a
questa assuefazione fossimo predestinati?
Tutto ciò che penso e tutto ciò che scrivo è pervaso da una spaventosa monotonia. Non potrebbe
essere altrimenti: l’idea che tutti siamo proiettati in un universo mancato sta diventando per me una
ossessione.
Nel mio caso ogni possibilità di dispiacere diventa dispiacere.
È significativo che tino dei nemici più accanili del Buddha fosse un tale che lo aveva conosciuto
bene, una specie di amico d’infanzia. Come ammettere la gloria (e a maggior ragione la santità) in
qualcuno che era anonimo quanto noi?
Ho tutti i difetti degli uomini, eppure tutto quello che fanno mi sembra incomprensibile.
«Se tutti i monti fossero libri, tutti i laghi inchiostro e tutti gli alberi penne, questo non basterebbe
ancora per descrivere tutto il dolore del mondo» (Jacob Bòhme).
Ero in terrazza da solo, abbandonato al sole; di colpo l’idea che tutto va a finire sotto terra, in piena
putrefazione, mi ha agghiacciato. La morte è inammissibile.
La sconvenienza di morire...
A guardare le cose nella loro natura, l’uomo è stato fatto per vivere rivolto soltanto verso l’esterno.
Per vedere in se stesso deve chiudere gli occhi, rinunciare all’azione, uscire dalla corrente... Quella
che viene chiamata «vita interiore» è un fenomeno tardo, reso possibile solo da un calo sistematico
delle nostre funzioni ritali, di modo che l’«anima» non è potuta nascere se non a scapito dei nostri
organi.
La mia forza sta nel non aver trovato risposta a niente.
A dire il vero, avrei potuto essere felice in un’altra civiltà e in un’altra epoca, in India, ai tempi
vedici, e ria dicendo. Cina, Giappone!
Vi è in me un fondo orientale che ritrovo ogni volta che mi distolgo da questo insopportabile mondo
moderno.
L’Oriente, universo senza tempo, provincia assoluta — oggetto di tutti i miei rimpianti.
Sono esattamente tre mesi che ogni giorno rimando a domani l' inizio di un lavoro. Ma proprio non
riesco a cominciare. Ho disimparato a scrivere, e tutte le parole mi sfuggono. Sono fuori dalle
lingue, da tutte le lingue.
7    aprile 1962
Sentita alla radio musica tzigana ungherese. Dopo anni che non ne ascoltavo. Volgarità straziante.
Ricordi di bevute in Transilvania. L’immensa noia che mi spingeva a bere con chiunque. In fondo
sono un «sentimentale», come tutti quelli dell’Europa centrale.
8 aprile (mio compleanno!). Ho vagato nel V arrondissement: rue Rataud, dove abitava Evelina, rue
Lhomond, dove ho abitato io per un mese nel 1935, e poi tutte quelle vecchie strade che mi
ricordano la mia «giovinezza»: rue du Pot-de-Fer, rue Amyot, l’inizio di rue du Cardinal-Lemoine,
ecc. Passeggiata funebre: ero in lutto per il mio spirito.
Regalo di compleanno: da qualche tempo mi è tornata la vecchia idea del suicidio, e oggi mi ha
tormentato particolarmente. Reagiamo, teniamoci ancora in piedi.
Penso a Sibiu, la città che ho più amato al mondo, e alle terribili crisi di noia che vi ho conosciuto.
Pomeriggi domenicali in cui vagabondavo per strade deserte, oppure, da solo, per i boschi o in
campagna... Se rimpiango tanto quei momenti, è per via della loro cornice. Nell’anima sono
un provinciale.
Ai tempi in cui ero capace di esplosioni liriche, credevo di sapere che cosa fosse la disperazione; ma
lo so veramente solo da quando sono caduto in questa cupa e fredda aridità, in questa orribile
vacanza di tutte le mie facoltà, nel perfetto nulla di tutto il mio essere.
Sono state le mie miserie, non le mie virtù, a farmi fare qualche progresso nel distacco. «Saggio»
per necessità più che per merito. E' forse il motivo per cui mi sono amari persino i frutti della
saggezza, ammesso che la saggezza possa fare germogliare e sbocciare alcunché.
9    aprile 1962
A che serve aver frequentato i saggi se il loro insegnamento non aiuta a superare le pene? Il fatto è
che essi,
ignorando le pene, erano i meno adatti a indicarci come evitarle.
Tutta la nostra felicità deriva dagli affetti, e tutta la nostra infelicità pure. La Salvezza e la
Perdizione vengono dagli esseri umani. Il distacco è auspicabile, e impossibile.
Se il cristianesimo avesse messo l’Indifferenza al posto della carità, quanto più sopportabile ci
avrebbe reso resistenza!
Il solo modo di affrontare le tribolazioni senza morirne è pensare che in fondo tutto ciò che ci capita
quaggiù è irreale, e che tutto svanisce senza lasciare traccia, perfino i nostri dolori.
Forse la follia è soltanto una pena che non si evolve più.
Da qualche giorno sono ossessionato dal mottetto di Bach Jesu, meine Freude - sentito a Saint-
Séverin. La musica torna a contare nella mia vita: sempre segno di un imperioso bisogno di
consolazione.
Ho di nuovo smesso di fumare. La notte scorsa mi sono svegliato con un tale odio per il tabacco
che, quando mi sono alzato, ho distrutto l’ultimo pacchetto di sigarette che avevo, il bocchino e
tutto il piccolo arsenale della più grottesca intossicazione che esista.
Inutile cercare di togliersi un’abitudine con la volontà; si smette solo quando si arriva al punto di
saturazione, alla nausea e all’esasperazione. Si trionfa solo di ciò che si odia, dopo averlo amato.
... Continuo a esistere quaggiù perché il mio orrore del mondo è insufficiente e non del tutto
sincero.
Com’è possibile ostinarsi a voler essere qualcuno pur nella consapevolezza di non essere niente?
Non ho trovato in nessun libro il minimo argomento valido contro l’evidenza dell’inanità
universale.
Ciò che salva gli uomini è non sapere quanto poco essi siano. Maledizione o privilegio, ho sempre
sentito fino alla vertigine la mia irrealtà e quella di tutti.
La tristezza, divenuta uno stato permanente, è il grande ostacolo alla mia «salvezza». Finché dura e
non riesco a liberarmene, resterò inchiodato alle miserie di quaggiù.
Giacché questo è il paradosso della tristezza: ci sprofonda nel mondo e al tempo stesso ce ne separa.
E' compiacimento nello strazio e nello sconforto.
In quest’universo in cui la vita stona.
10 aprile 1962
Su una panchina, un uomo tipo «meteco», a disagio e sogghignante, e una donna sfatta, sconvolta.
Passando davanti a loro sento che lei gli dice: «E' finita».
Esattamente le parole che mi aspettavo dalla sua faccia.
Pasqua.
Posso scrivere solo per attaccare o per lamentarmi.
Se le mie fonti di violenza e di tristezza si esaurissero, deporrei per sempre la penna.
Erodoto - quando lo leggo mi sembra di sentire «filosolare» un contadino romeno (non per niente ha
viaggiato nelle terre degli sciti).
« È fatto divieto a chiunque di creare parole nuove, fuorché al sovrano» (Vaugelas, nel 1649).
Al tempo in cui mi facevo tutta la Francia in bicicletta e andavo in giro per mesi, ricordo quanto mi
piaceva fermarmi nei cimiteri di campagna a fumare...
Ho qualcosa in più del talento, ho l’istinto del rimpianto.
«Hope without an object cannot live» (Coleridge).10
Non penso che ci sia uomo più intrinsecamente solo di me.
La nostalgia - balsamo e veleno dei miei giorni. Mi dis-
solvo letteralmente nell’altrove. Dio sa quale paradiso sospiro. Vi è in me la melodia, il ritmo dell'
Escluso, e passo il tempo a canticchiare il mio sgomento e il mio esilio quaggiù.
Se si potesse impazzire per puro, «logico» svolgimento della tristezza, avrei perso la ragione da un
pezzo.
Se il dolore è il fondamento dell’esistenza, come spiegare che così pochi cerchino di liberarsene,
che la ricerca della salvezza sia così rara? Il fondamento dell’esistenza è l'attaccamento
all’esistenza, cioè l’esistenza stessa. Che questo attaccamento in ultima istanza porti al dolore, tutti
ne convengono senza però trarne le conseguenze. In fondo, il grido dell’umanità è: «Meglio il
dolore della liberazione!». Perché il dolore è ancora esistenza, mentre la liberazione non è che
felicità vuota.
Nessuno in Occidente osa parlare, dandolo per scontato, dell’«abisso della nascita», espressione che
ritorna spesso negli scritti buddhisti. Eppure la nascita è proprio un abisso, un baratro.
Paradosso inaudito: sto rimuginando un saggio sulla... gloria, proprio quando la mia inefficienza, la
mia fiacchezza e il mio decadimento sono arrivati al culmine, quando ho esaurito perfino la capacità
di disprezzarmi, quando, insomma, ho rifiutato me stesso e mi considero un indesiderabile.
L’innocenza, l’innocenza - non si può vivere senza innocenza.
Il diavolo non è scettico: nega, non dubita; può voler insinuare il dubbio; lui però ne è indenne. E'
uno spirito attivo, giacché ogni negazione implica azione.
Si può parlare degli abissi del dubbio; non di quelli della negazione.
La posizione dello scettico è meno comoda di quella del demonio.
Non si dovrebbe firmare quello che si scrive. Che importanza ha il nome quando si cerca la verità?
In definitiva contano soltanto la poesia e il pensiero anonimi, le creazioni delle cosiddette «epoche
sincere», anteriori alla letteratura.
Solo gli scrittori minori si interrogano continuamente sul destino della loro opera. Tutti i libri sono
effimeri; solo la ricerca dell’essenziale non lo è.
Il tragico delle cose umane si dilegua non appena lo si guarda un po’ dall’alto. In realtà, non c’è
tragedia se non por l’uomo d’azione.
Il male di cui soffro mi appare ogni giorno più chiaramente: incapacità di lavorare, distrazione
perenne, stanchezza per qualsiasi sforzo che duri più di un’ora, in una parola, rimbambimento. Sono
sempre stato abbastanza lucido da avvertire per tempo, già trent’anni fa, i segni della mia senilità
precoce...
Lo scontento di me sfiora la religione.
Cambio tavolo, sedia, stanza ogni cinque minuti, diciamo pure ogni ora, come se cercassi un posto
ideale per lavorare, visto che quello in cui mi trovo non mi sembra mai buono; un’inquietudine
ridicola che mi sconforta oltre ogni dire. Essere ridotto in questo modo, Signore Iddio! e all’età
in cui gli altri si danno allegramente a imprese di ampio respiro! Meglio crepare che continuare così
(7 maggio 1962).
Che il diavolo non sia uno scettico è dimostrato dal ruolo che nel corso del tempo gli è stato
attribuito. Se si fosse cullato nel dubbio o avesse voluto convertirvi gli uomini, la sua importanza
sarebbe stata assai minore. Gli fu assegnato l’impero del male, infinitamente più vasto di quello
del dubbio; regna su tutta l’umanità anziché limitarsi a coltivare le incertezze di pochi. E poi il
dubbio, lungi dal portare all’attività, ce ne distoglie: il che dimostra lo scarso peso di colui che lo
professa e lo propaga. Al contrario la negazione, in un modo o nell’altro, è sempre complice
dell’azione.
«Colui che dice sempre no» è lontano dallo scetticismo quasi quanto un angelo. Non per niente,
d’altronde, è un ex angelo.
Si può ancora amare quando non si crede più nell’amore, così come si può combattere senza
convinzioni. Tuttavia in entrambi i casi qualcosa si è spezzato. Un edificio in cui la crepa funge da
stile.
Nessun argomento mi sembra abbastanza importante da prendermi la briga di parlarne. Ciò dipende
da una infermità mentale che, in mancanza di meglio, definirei frivolezza disperata. Essere ridotto a
questo, all’impossibilità di decidermi, e avere al tempo stesso tutti i sintomi del maniaco grave,
ossia completamente incapace di uscire da una sfera ristretta e sempre uguale di argomenti - per
l’appunto!
Il minimo cambiamento di temperatura rimette in forse tutti i miei progetti, per non dire tutte le mie
convinzioni. Questa forma di dipendenza, la più umiliante che esista, mi getta in una disperazione
continua, distruggendo nel contempo le poche illusioni che ancora mi facevo sulla possibilità di
essere libero, e sulla libertà in genere. A che serve pavoneggiarsi quando si è alla mercé dell’Umido
e del Secco? Si auspicherebbe una tirannia meno penosa, dèi di altro stampo.
Il rimorso è la mia vitalità, e la mia grande risorsa.
La mia incapacità di coincidere con checchessia aumenta giorno per giorno la distanza che mi
separa dalle cose; a dire il vero induce in me una continua creazione, una generazione di distanze.
In filosofia, e in ogni campo, l'originalità si riduce a definizioni incomplete.
Ogni prospettiva originale è una prospettiva parziale, e di proposito insufficiente.
So che tutto è irreale, ma non so come dimostrarlo.
Sensazioni da assassino elegiaco.
Rinunciare a tutto, anche al ruolo di spettatore.
Non capisco come si possa scrivere un libro qualunque; eppure...
Arriva un momento in cui non si può più rendere omaggio all’inessenziale, in cui proprio lo scrivere
diventa un lavoro ingrato, una dura fatica.
61 maggio 1962
Il mio umore costantemente plumbeo deriva dall’incapacità di lavorare, dal vedere le mie giornate
sprecate, dall’atmosfera di diffuso rimorso in cui vivo. Sono infedele all’immagine che mi ero fatto
di me, ho tradito e distrutto tutte le speranze che avevo riposto in me.
L’uomo è stato fatto per vivere sotto la protezione - e con la complicità - degli dèi. Abbandonato a
se stesso, ha qualcosa di spaventoso e di pietoso insieme. Un mostro folgorato.
Chiunque produca al di là delle proprie risorse e capacità vi è spinto da una passione inconfessabile.
Invidio e disprezzo tutti quelli che, pur avendo dato prova di sé, ancora si accaniscono e vogliono
superarsi. La disgrazia dello scrittore (e di chiunque si impegni in un’opera) è di non sapersi
fermare al momento giusto.
Ero fatto per il lavoro manuale, per vivere all’aperto, per muovermi e trafficare in campagna a
contatto con le bestie, e non per confinarmi in una stanza, a un tavolo da «lavoro», chino su un
foglio perennemente bianco.
Viviamo nel secolo che ha visto scomparire l’uomo dall’universo pittorico. Niente più ritratti, niente
più volti. Processo fatale. Non c’era più modo di tirar fuori qualcosa dalla faccia umana: non ha più
segreti, e i suoi lineamenti non interessano più a nessuno.
Che la pittura sia in anticipo sulle altre arti? Forse avverte
meglio delle altre la svolta a cui siamo giunti? Abolito il volto dell’uomo, non dovrebbe arrivare il
turno dell’uomo stesso?
Decisamente questo secolo è più importante di quanto crediamo.
Corrispondenza di Hegel. Che delusione! Decisamente la mia rottura con la filosofìa si aggrava. E
poi, che idea leggere le lettere di un Professore!
Ieri, domenica 3 giugno, nel treno che mi riportava da Compiègne a Parigi. Di fronte a me, una
ragazza (diciannove anni?) e un giovane. Cerco di vincere l’interesse che suscita in me la ragazza, il
suo fascino, e per riuscirci la immagino morta, in stato di avanzata decomposizione, gli occhi, le
guance, il naso, le labbra, tutto completamente putrefatto. Niente da fare. Il suo fascino continuava
ad agire su di me. E' questo il miracolo della vita.
Arriva il momento in cui bisogna mettere in pratica le proprie idee. Non sono mai vissuto in
completa contraddizione con le mie; però temo che un giorno mi conformerò a esse e ne trarrò le
estreme conseguenze. Giacché le mie idee mi escludono.
Dall’età di diciassette anni mi porto dietro dubbi che avrebbero fatto soccombere altri più forti di
me. Ma io ho questa debolezza ostinata che supplisce al vigore e si adatta a tutto ciò che è contrario
alla vita.
Di nuovo il raffreddore. Sei mesi all’anno raffreddato! Fenomenologia dell'intasamento nasale - bel
titolo per una tesi di dottorato...
Non ho mal di testa, ho di più: una pesantezza costante al cervello, una nota funebre nella mente.
Vista La sonala degli spettri (in svedese) al Théâtre des Nations. E' inammissibile che io conosca
così male Strindberg, uno dei pochissimi che hanno ancora qualcosa da insegnarmi in fatto di orrore
per la vita.
Non si può fare il minimo passo verso la «perfezione» finché si resta prigionieri dell’ira. Ma, per
quanto faccia,
ne vado soggetto. So bene che è degradante cedervi, ma non posso farci nulla. Certo - riesco a non
passare a vie di l'atto, a non trarre le conclusioni a cui i miei «accessi» dovrebbero inevitabilmente
portarmi. È all’ossessione dell’inanità universale che sono debitore di non aver commesso azioni
irreparabili. Infatti ho vinto l’ira, e soprattutto le sue conseguenze, solo grazie al benefico ricorso
all’a che pro?
Avrei potuto risolvere tutti i miei problemi se fossi riuscito ad ancorarmi a una fede qualsiasi. Ma
credere (parlo di un credere che sfoci nella mistica) non rientra nelle mie facolta. Il fatto è che
credere veramente significa amare, e amare mi è impossibile; posso avere entusiasmi, accessi di
ammirazione, e perfino di venerazione, ma quella lirica fedeltà a Dio, o alla creatura, io l'ho
intravista, l’ho anche sentita, ma devo riconoscere che non è questo il mio forte.
13 giugno. Dopo dieci ore di sonno, mi alzo con un senso di pesantezza e dolori dappertutto. Non
ho mai avuto la sensazione così netta che niente e nessuno potrebbe modificare il corso dei miei
malesseri, che la necessità a cui sono sottoposto è incrollabile e «infrangibile», che è inutile volermi
sottrarre, e che sono libero solo di constatare che mi toglie ogni libertà. Per quanto cerchi di
dimenticare il « mio » destino, tutti i miei malanni mi ci risprofondano. E il mio stupore ricomincia:
come si può credere alla libertà, se non si è in buona salute?
L’idea di destino è un’idea da malato.
Non lascerò un'opera dietro di me, appartengo alla famiglia di coloro che sono condannati a non
poter uscire da se stessi.
Se l’intensità delle sensazioni bastasse a conferire talento, avrei potuto essere qualcuno. Ma...
Letti alcuni «ritratti» di Jules Lemaìtre. Quello di Hugo è stupendo, e anche quello di Rochefort.
Sorpreso da tanta finezza in un critico che non è più letto - proseguo e ho la
disgrazia di leggere che cosa scrive su... Pierre Loti. Ebbene! Viene proposto come un grandissimo,
paragonato se non addirittura presentato come superiore a Balzac, a Shakespeare, ecc. E' desolante!
Che lezione di modestia, non solo per un critico, ma per ogni «scribacchino». La «gloria»: ci vuole
davvero una bella dose di ingenuità per crederci.
Tutto ciò che l’uomo fa mi sembra artificiale e inutile. Ho indulgenza solo per gli animali. Che
assurdità questa scimmia che va in ufficio] Confinarsi in una stanza, mettersi al tavolo da lavoro,
restarci per ore - no, l’ultima delle bestie è più vicina dell’uomo alla verità.
E quando penso a quella razza dannata di funzionari che passano le giornate a occuparsi di cose che
non li riguardano, che non hanno niente da spartire con le loro preoccupazioni e con il loro stesso
essere! Nessuno, nella vita moderna, fa ciò che dovrebbe, soprattutto ciò che gli piacerebbe fare. Se
penso che anche i contadini sono in via di estinzione! Decisamente, niente potrà mai riconciliarmi
con l ’avvenire dell’uomo.
Davanti alla malattia, non c’è orgoglio che tenga. Le si infrange contro.
E' lei a richiamarci all’ordine, alla realtà, e a distruggere le nostre pretese. Umiliazione continua.
Giacché quando si è malati è come se una forza invisibile ci schiaffeggiasse senza sosta.
È quasi sempre segno di bassezza esprimere giudizi morali sugli altri. Solo gli dèi - e non è detto! -
hanno il diritto di valutare le nostre azioni.
17 giugno, domenica. Non riuscendo a dormire, mi sono alzato verso le cinque e mezzo.
Passeggiata intorno al Luxembourg. C’è una sola luce pura: quella del mattino. Non appena si fa
giorno, la luce si prostituisce.
La vita mi è sempre parsa enigmatica e insignificante, profonda e irreale; un nulla che invita allo
stupore.
Da cinque giorni sto facendo una cura a Enghien. I miei un vi non la sopportano. Insonnia. La più
blanda medicina mi distrugge. Curarsi significa ammalarsi in altro modo.
Ascoltato le cantate n. 189 e n. 140 di Bach, eseguite dal coro Bach di Mannheim. Immenso
conforto e desiderio di piangere.
Dopo esser passato per mille dubbi, va a mio merito l'aver scoperto che non c’è realtà se non in noi.
La mia posizione «filosofica» si colloca da qualche parte fra il buddhismo e il Vedànta.
Eppure, a giudicare dalle «apparenze», sono un uomo dell’Occidente. Solo per le apparenze? Anche
per le tare. È da queste ultime che viene la mia incapacità di scegliere un sistema, di chiudermi in
una definizione o in una forma di salvezza.
In fondo, l’unico tono che mi si addice è quello patetico. Non appena ne uso un altro, mi annoio e
poso la penna.
Mi sono rituffato nel Memoriale di Las Cases, dopo aver riletto i Pensieri. Pascal e Napoleone! Ho
bisogno di combattere l’uno attraverso l’altro.
Sono uno stupido, avrei dovuto convertirmi da un pezzo a qualche scempiaggine di quaggiù, e
cancellare così la mia esistenza, finirla con me stesso.
La mia mente non è al livello della mia sensibilità.
Per quanto cerchi di allontanarmi da me stesso, i miei mali mi riportano indietro ineluttabilmente. Il
male di incontrarsi sempre con se stessi, il male dell’identità - se non lo conosco!
A Sant’Elena Napoleone sfogliava ogni tanto una grammatica... Almeno in questo era un francese.
Mi trovo nell’impossibilità di scrivere. La Parola è un muro contro cui vado a sbattere, un muro che
mi resiste e che
si erge davanti a me. Eppure so bene di che cosa voglio parlare, domino l’argomento, ne vedo il
disegno complessivo. Ma mi manca l’espressione, nulla supera la barriera del Verbo. Non ho mai
provato una paralisi come questa, che mi affligge sino alla disperazione e, peggio ancora, sino
alla nausea. Sono sei mesi che imbratto carta senza aver scritto una sola pagina di cui non debba
arrossire. Non leggerò più una riga di filosofia indù: è stata la meditazione sulla «rinuncia al frutto
dell’azione» a ridurmi così. Avessi almeno compiuto un’azione qualunque! La mia abdicazione,
ahimè, precede perfino le mie velleità.
Per fare qualcosa bisogna che rinunci a impormi qualsiasi tipo di saggezza. Non posso lottare
all’infinito contro la mia natura. Volendo diventare un saggio la violento stupidamente e
inutilmente. Sono fatto per scatenarmi, non per vincermi.
Fa parte del mio destino realizzarmi solo a metà. In me tutto è tronco: il mio modo di essere, così
come il mio modo di scrivere. Un uomo da frammenti.
Certamente ho molto sofferto: eppure le mie sofferenze, invece di convergere verso un centro e
organizzarsi, se non in un sistema, almeno in un insieme, si sono sparpagliate, ciascuna credendosi
unica e distruggendosi, per non aver saputo attendere e maturare.
Potrei essere felice soltanto in un mondo in cui non esistesse il senso del tempo. Il mio Paese offriva
questo vantaggio. Lì le chiese non avevano orologi, e probabilmente ancora oggi non ne hanno.
Insomma, non si sapeva che ora era - per lo meno in campagna. Misurare il tempo - è sicuramente
un attentato non solo contro il tempo stesso, ma anche contro l’uomo. Non appena si analizza
qualcosa, la si profana. La mente è profanatrice per eccellenza; non lascia niente come stava, né il
tempo né l’anima. Non esiste felicità se non nello sguardo senza riflessione.
Mi sono lanciato in un’impresa irrealizzabile: scrivere sulla «gloria». - L’argomento non mi si
addice; ci ho riflettuto per mesi - senza profitto. Non può venirne fuori nien-
te. Non posso discutere un problema che mi crea disagio -per il fatto stesso di affrontarlo. D’altra
parte ne ho abbastanza di parlare sempre dell’indifferenza, del distacco e via dicendo. Non sono né
indifferente né distaccato, sono un abulico, ma l’abulia non è distacco.
E poi non riesco a risolvere questo conflitto che mi dilania: da un lato anelo a una certa energia e
anche all'efficacia, dall’altro apprezzo soltanto gli sforzi che si fanno per dissociarsi dal mondo.
Due tendenze contraddittorie, irriducibili. Tentare di conciliarle è impossibile. Non mi resta che
provarle a turno - con un minimo di distacco o di disgusto.
Non posso vedere un quadro moderno senza rallegrarmi per la scomparsa della «faccia».
Quale dio si accanisce contro di me?
Decadimento - parola che mi ha sempre fatto un effetto magico - entusiasmo per il decadimento.
Ieri sera a teatro ho visto la - - - con il suo gigolò. Era orrenda, con quella sua faccia mostruosa che
avrebbe richiesto una parrucca per essere sopportabile. Mi ha perseguitato tutta la notte. Meglio
dieci ore dal dentista che andare a letto con lei.
27 giugno. Colazione fuori. Purificazione attraverso la vergogna. Sozzura liberatoria.
Non essendo riuscito a scoprire l’arte di sopportare me stesso, come avrei potuto imparare quella di
sopportare la gente? È sempre in noi che si annida il male, e cercarlo altrove dimostra che si è
ancora ai primi passi della saggezza.
In un villaggio della Normandia, un funerale. Chiedo notizie a un contadino. «Era giovane, solo
sessant’anni. Lo hanno trovato morto nei campi. Che cosa vuole, succede». E continuava a ripetere:
«Succede». Che altro avrebbe potuto dire? Che altro si può dire della morte? « Succede, succede».
L’irreparabile istupidisce.
Ciò che mi condanna per sempre è che ho sprecato con le persone il meglio della mia mente.
Durante un pranzo dicevo a un italiano che i latini non valevano granché, che preferivo gli
anglosassoni e che la donna italiana, francese o spagnola, quando scrive, non è niente rispetto a
quella inglese. « E' vero » mi disse. « Quando narriamo le nostre esperienze non rendiamo l’idea,
perché le abbiamo raccontate davanti a testimoni almeno venti volte ».
I popoli latini sono popoli senza segreti. Un anglosassone sopperisce alla mancanza di talento con la
timidezza e il riserbo. Uno scrittore che nella vita non sia timido non vale niente.
Io giudico le persone per quello che sono, non per quello che fanno. Uno che non ha scritto nulla
può suscitare in me più ammirazione di questo o quell’autore noto, che ho conosciuto e disprezzato.
La mia simpatia va spontaneamente a chi non ha sfruttato le sue doti, va agli spreconi.
Fino a oggi ho parlato di incoio cieco; non ne parlo più, ci sono dentro. Quasi non posso più
procedere nel mio deserto, mi sento idealmente sterile, incastrato nel punto più basso di me stesso.
Soltanto una grazia dall’alto potrebbe salvarmi. Dovrei però avere la forza di implorarla o almeno di
aspettarla.
Non credo si possa andare più lontano di me quanto ad assenza di ispirazione. Un soffio di aridità
ha devastato la mia mente portandosi via tutto, lasciandomi solo, in compagnia di un tumulto di
rimpianti.
1° luglio. Domenica passata in campagna, dopo due mesi di isolamento a Parigi. Crescere
indifferenti come gli alberi, essere muti come loro. Mi è sempre meno difficile imitarli - per fortuna.
I pensatori di prima mano meditano sulle cose; gli altri sui problemi. Bisogna vivere rivolti
all’essere, non alla mente.
Hanno trovato la «chiave» solo coloro che hanno rotto i ponti col tempo.
Pascal e Baudelaire - gli unici francesi veramente passionali. Gli altri sembrano calcolatori, oppure
deliranti.
Non c’è letteratura più cerebrale di quella francese. Ho affinità profonde solo con quella russa.
Sto distaccandomi sempre più dal pregiudizio dello stile. E dire che gli ho reso omaggio per tanti
anni!
Il mio orrore per la prolissità ha avuto le conseguenze più funeste: ho perso la voglia di scrivere.
Se almeno sapessi a che punto sono rispetto all’uomo...
« Lo stile è l’arte delle formule » ha detto qualcuno. - E' più o meno il solo genere di stile che
possiedo.
Il fatto che l’istante appena trascorso appartenga irrimediabilmente al passato mi agghiaccia di
terrore. Varie volte al giorno provo questo spavento che deriva dall’acuta coscienza del tempo.
Quante volte ho avuto la sensazione che non esistesse problema di cui non possedessi la chiave! Ma
quando si trattava di indicare quale fosse il problema e quale la Soluzione...
Credere all’improvviso di saperne quanto Dio su ogni cosa, e risvegliarsi altrettanto all’improvviso
da questa illusione.
A parte alcuni rari momenti che mi riscattano ai miei stessi occhi, le mie giornate sono quelle di un
decaduto, di un miserabile, di una mesta, tristissima battona.
Il mio «pensiero» si riduce a un dialogo con la mia volontà, con le carenze della mia volontà.
Per quanto possa ricordarmi, ho sempre avuto un vero terrore per qualsiasi atto di responsabilità. Il
mio opposto: l’esercizio dell’autorità. Sia alle elementari sia alle superiori spingevo i miei genitori a
ottenere che non mi nominassero
«capoclasse». Ancora oggi l’idea che qualcuno possa dipendere da me, l’idea di essere responsabile
della «vita» di un altro mi fa impazzire. Il matrimonio mi è sempre sembrato un’avventura
sproporzionata alle mie forze morali.
Non ho simpatia per gli altri. Eppure la scontentezza di me arriva al delirio. Detesto gli altri quanto
detesto me stesso. Chi si odia non ama nessuno. Ma l’odio di sé è di natura tale che nemmeno il
demonio è così sottile da saperne sbrogliare i fili o seguirne i meandri.
La mia incresciosa abitudine di pensare contro qualcuno o contro qualcosa! Che il bisogno di dar
battaglia con i mezzi della mente venga da una cattiveria inappagata e anzi dalla viltà nella vita? Sta
di fatto che, con la penna in mano, ho un coraggio che non trovo mai davanti al nemico.
L’indifferenza - ideale del forsennato.
Letta una vita di Madame Tallien. Non c’è destino se non nelle rivoluzioni e negli imperi.
La storia della Francia - una storia su ordinazione. In essa tutto è perfetto - dal punto di vista
teatrale. E' una storia recitata. Eventi per spettatori. Questa è la ragione per cui la Francia ha goduto
per dieci secoli di un’incredibile attualità, di un continuo successo di pubblico.
La storia universale si sofferma solo sui popoli che a un certo punto hanno avuto il monopolio della
gloria.
Lo scettico è la disperazione del diavolo. Il fatto è che lo scettico, non essendo alleato con nessuno,
non potrà giovare né al bene né soprattutto al male. Non coopera con niente, nemmeno con se
stesso.
All’infuori dell’istante tutto è menzogna.
Vivo con lucida ossessione la trasformazione del presente in passato. Trasformazione? No,
degradazione, una degradazione a cui penso e che sento in ogni istante.
13    luglio 1962
Notte spaventosa. E' dopo notti come questa che si sente il bisogno di ricominciare tutto da capo, di
imparare di nuovo la vita.
Ho sempre invidiato la solitudine dell’uomo odioso.
14    luglio. Prima della guerra in questo periodo dell’anno giravo in bicicletta per la Bretagna.
Piogge nell’isola di Bréhat, a Pointe du Raz, a Pont-Aven! E le avventure con le maestre negli
ostelli! Allora mi annoiavo all’aperto, ora mi annoio fra quattro mura.
Roscanvel, Rostrenen, Locq Mariaquer (?), le spiagge di Lilia: se non sapessi che cos’è il rimpianto,
il vostro solo nome me lo farebbe scoprire.
Recuperiamo le forze solo grazie a quella cura quotidiana di incoscienza che è il sonno. Lo stato di
veglia porta con sé stanchezza e logorio anche se non ci muoviamo, anche se restiamo a letto. Con il
sonno facciamo ritorno alla corrente anonima della vita, entriamo in comunione con uno stato di
preindividuazione, siamo come eravamo prima di isolarci dal cosmo in quanto persone; con il
sonno ridiventiamo germe universale.
Con la coscienza, invece, attentiamo alle nostre origini. Finché ci domina e le restiamo legati, per
noi non c’è salvezza. E' il principio avvelenato della nostra vita.
Da quando ho perso il gusto della declamazione o della diatriba, per me scrivere è un supplizio.
Non sono fatto per le verità oggettive, e inoltre argomentare mi annoia e mi affatica. Non mi piace
dimostrare, perché non ci tengo a convincere nessuno. Gli altri sono una realtà per il dialettico o per
il filantropo.    
Mi è quasi impossibile scrivere ad A.G., che ha appena pubblicato su «Culture française» un
interessante articolo sulla mia «opera». A chi sono rivolti i suoi elogi? Non sono più quello che ha
scritto quei libri, non sono più io. Leggo le considerazioni su di me come se si trattasse di un
estraneo, con distacco, con un’aria di soddisfazione impersonale.
Pomeriggio domenicale a Sibiu. Andavo a passeggiare per le strade della città bassa, dove c’erano
soltanto servette ungheresi e soldati. Mi annoiavo a morte, ma credevo in me. Non avevo il
presentimento di quale persona insignificante sarei diventato, ma sapevo che, qualunque cosa
fosse avvenuta, sui miei anni avrebbe aleggiato l’Angelo della perplessità.
Per quanto strano possa sembrare, sto bene solo per strada.
Non so quando, a quale età, si è spezzato in me qualcosa che ha determinato il corso dei miei
pensieri e lo stile di una vita incompiuta; quel che so è che la frattura deve essersi verificata
piuttosto presto, subito dopo l’adolescenza.
A parte gli anni di Râsinari sono vissuto nell’ansia, nella paura... dell’angoscia. Chi ha, chi avrà mai
un’infanzia come la mia, un’infanzia da re?
Caroline von Günderode. Nessuno ha pensato a lei quanto me. Mi sono nutrito del suo suicidio.
Quando dubito di me fino allo smarrimento o alla nausea, mi viene in mente che sono pur sempre
uno che ha scritto un intero libro sulle Lacrime.
Forse non c’è vera felicità che nella rinuncia. Non aver più bisogno di questo mondo!
Sono sempre vissuto alla fine di qualcosa, mi sono portato dietro ovunque l’idea di epilogo e l’ho
applicata a ogni cosa. Per la verità essa è applicabile a tutto, e in nessun luogo è inopportuna.
Più invecchio, più mi sento romeno. Gli anni mi riportano alle origini, in cui torno a immergermi.
Quanto capisco, quanto «scuso» ora quegli antenati di cui ho tanto sparla
to! E penso a Panaît Istrati che, dopo aver conosciuto una gloria mondiale, è ritornato a morire
laggiù.
Quegli antichi avevano più di noi il senso delle vicissitudini della sorte, erano straordinariamente
preparati alle solennità, all’enfasi della sconfitta.
«Cercate di afferrare la vostra coscienza e sondatela, vedrete che è vuota, non vi troverete che
futuro». Questa frase di Sartre (nell’articolo su Faulkner) non sarebbe sottoscritta da nessun poeta.
D’altronde, se fosse vera, renderebbe inspiegabile l’esistenza stessa della poesia.
Se penso a quanti, per parlare dell’assurdità di ogni cosa, puntualmente citano Macbeth, non
riuscendo a trovare in se stessi le parole necessarie.
Non mi interessano le mie esperienze, ma le mie riflessioni su di esse:
« Saprò rinchiudermi senza il tempo, senza lo spazio,
«Con la loquace solitudine della pagina» (Majakovskij).
Con la loquace solitudine del foglio.
Ah, perché non posso dire anch’io altrettanto!
Per me la solitudine della pagina è gelida, opaca, taciturna.
Per quanto mi ricordi, la mia grande malattia è sempre stata un’eccessiva attenzione al tempo,
motivo di ossessione e di tortura per me. Vi ho sempre indugiato a lungo, ma con l’età la cosa si
aggrava. Ci penso continuamente, a proposito e a sproposito. Il tempo mi domina. Ma la vita è
possibile solo grazie a una costante elusione dell'idea di tempo, grazie alla felice impossibilita di
averlo presente. Si vive di e in ciò che si fa, non della e nella cornice delle nostre azioni. Non ci
sono avvenimenti, per me, ma solo il passaggio, lo scorrere della durata fra loro, e quel divenire
astratto che fa da intervallo alle nostre esperienze. E poi la netta percezione del cadere di ogni
istante nel passato; vedo il passato formarsi e addensarsi con l’apporto di ogni istante che sparisce
inabissandosi nel tempo trascorso. Anche adesso ho il

senso del passato più recente, del passato appena divenuto tale.
23    luglio
Ieri, in quel treno di periferia, una bambina (quattro anni?) leggeva un racconto illustrato. Trova la
parola «passaggio», si ferma e ne chiede il significato alla madre. Lei le spiega: «passaggio» è il
treno che passa, è un uomo che passa per strada, è il vento che passa. La bambina, che ha un’aria
molto intelligente, non sembra afferrare. Forse trova troppo concreti gli esempi della madre.
L’altra mattina sono andato al mercato (come ogni giorno) . Dopo averne fatto il giro tre volte sono
venuto via, non riuscendo a decidermi per un acquisto qualsiasi. Non c’era niente che mi tentasse,
che mi attraesse. La scelta, in ogni campo, è stata l’incubo della mia vita.
24    luglio
Questo sole, e nel camino questo vento che mi si insinua nei nervi.
Da quando seguo una dieta piuttosto rigida e faccio una vita regolare non combino più niente di
buono. Cinque anni di sterilità, cinque anni di ragione. La mia mente funziona soltanto grazie al
disordine e a qualche intossicazione. Sto pagando cara la rinuncia al caffè.
Sono sbalordito nel constatare quanto mi affanni a inventare pretesti per non pensare, per non
perseguire un’idea e approfondirla. Forse istintivamente ho messo a punto una tecnica della
frivolezza.
Intorno a me tutti portano a termine qualcosa. Solo io non ho niente da annunciare. Il che mi mette
in una situazione piuttosto penosa, anzi umiliante. E tuttavia disprezzo quelli che realizzano (o si
realizzano), non ho niente da imparare da loro, perché so che la mia sterilità è dovuta al fatto
che sono andato più lontano di loro.
A un tratto mi viene in mente l’articolo che ho pubblicalo intorno al 1937 su «Vremea»,11 in cui
ripetevo, come un ritornello, la frase: «Nimic n’a fost niciodatà» («Niente è mai stato»), E penso a
quel mio amico di Brasov il quale mi ha confessato che, avendolo letto in treno, voleva gettarsi
dal finestrino.
17 agosto 1962
Ho appena trascorso tre settimane in Austria, per la maggior parte nel Burgenland, sul
Neusiedlersee, a Rust. Lì sono stato quasi felice. Fare moto, camminare - per me la felicità consiste
nella fatica fisica, nell’impossibilità di riflettere, nell’annullarsi della coscienza. Come smetto di
muovermi, mi riprende il cafard e tutto ridiventa impossibile.
Sarei dovuto restare un «figlio della natura». Come sono stato punito per aver tradito la mia
infanzia!
La solitudine è l’unica cosa che apprezzo, eppure quando sono solo - ho paura.
Nonostante sia nato nei Carpazi, in montagna mi sento soffocare. Quando ero piccolo ne capivo il
fascino. Ora sono sensibile soltanto alla poesia della pianura.
Non ho il potere di salvare la mia mente. Dio! Che razza di tracollo il mio!
E' stato in Austria che ho capito di essere un uomo dell’Europa centrale. Ho tutte le stigmate di un
ex suddito austroungarico. Viene da qui, forse, l’incapacità di sentirmi at home in Francia.
Arriva il momento in cui non è più possibile sottrarsi alle conseguenze delle proprie teorie. Tutto
ciò che abbiamo affermato, vuoi per necessità interiore, vuoi per spirito di paradosso, diventa un
elemento della nostra vita. Ed è allora che rimpiangiamo le illusioni che abbiamo distrutto e che
vorremmo ricostruire. Ma è troppo tardi.
Sentiamo veramente di avere un’«anima» solo quando ascoltiamo musica.
Non si scalzano impunemente le basi della propria vita. Prima o poi la teoria si trasforma in realtà.
Non c’è nulla che colga più nel segno degli attacchi che portiamo a noi stessi.
« Ca timpul drag surpat in vis » - questo verso di Ion Barbu è tra i più belli che conosca (Oul
dogmatic).12
Non ho il gusto del Mistero, né in letteratura né in altro, perché per me tutto è inesplicabile; che
dico? io vivo l’Inesplicabile.
Tutto sommato, la mia sensibilità è affine a quella dei romantici, voglio dire che, incapace di
credere in valori assoluti, ingigantisco i miei stati d’animo, li considero sostituti della realtà ultima.
La gioia non ha argomenti; la tristezza ne ha tantissimi. Ed è questo che la rende cosi terribile e
impedisce di guarirne.
Disperazione sovrannaturale.
Non posso fare a meno di pensare all’Austria, ridotta ormai all’ombra di se stessa. D’altronde mi
affeziono soltanto ai Paesi segretamente retti da un principio di non-vita. Non a caso sono nato in un
Impero che sapeva di essere condannato.
Lo si voglia o no, la sofferenza è; altrimenti sottoscriverei integralmente la tesi del vuoto
universale.
23 agosto
Morte di Rolland de Renéville. Ho notato che la morte si accanisce su quelli che amano la vita. Lo
rimpiango, e so-
prattutto lo rimpiangerò. Non si può immaginare qualcuno di più francese, e tuttavia con una
dimensione non francese (ossessione del «mistero», passione per l’occultismo, ecc.).
Né la mia intelligenza né i miei mezzi espressivi sono all’altezza della mia facoltà di sentire, voglio
dire delle mie torture.
Se avessimo piena coscienza di quanto abbiamo sofferto! Se potessimo ricordare le nostre pene!
Nessuno ci riesce, per fortuna!
A parte Adolphe, il Tempo ritrovato, Pascal e Baudelaire, la letteratura francese mi sembra una serie
di esercizi. Tutti questi scrittori che non riescono mai a entrarci nel sangue, che sono perfetti E
NIENT’ALTRO.

Il gemere del vento nel camino mi riporta alla memoria la passeggiata che feci nei moors, a
Haworth, sulle orme di Emily Bronte.
E penso ai moors della Cornovaglia. C’è al mondo desolazione più affascinante?
Poiché il vento sostituisce così bene la musica e la poesia, mi stupisco che nelle regioni in cui soffia
si cerchino altri modi di espressione.
L’unica utilità dei funerali è di farci riconciliare con i nostri nemici.
La mia tristezza - un peso morto che grava sulla mia mente e ne blocca lo slancio. Dio! dove non
arriverei se non ci fosse! Invece mi impedisce di guardare al futuro. Essa è davvero un «peccato»,
perché inchioda all’irrevocabile, al passato, ad avvenimenti che immobilizzano il tempo.
Bisogna guardare al futuro, anche se il futuro è la morte.
1o sett.
Ieri e oggi ho passeggiato per ore da solo in campagna. Camminare è l’unica cosa che mi liberi
dalle ossessioni.
Non appena mi stendo, e contemplo il ciclo, il sentimento dell’insignificanza generale mi annienta.
Non ho niente da dire alla gente e ciò che dice la gente non mi interessa. Eppure sono
innegabilmente socievole, visto che mi animo non appena sono in compagnia di qualcuno.
Soltanto le nature elegiache sono capaci di rimorso. Bisogna anche dire che lo coltivano, che vi si
crogiolano. Vivono nell’estasi del rimorso.
Niente è più sterile che continuare a piangere gli scomparsi. Guardate il viso di un morto: non fa più
parte del nostro mondo. Appunto perché guarda altrove, perché si è distolto da noi.
Nell’impossibilità di dimenticare c’è una deformazione morbosa (e una punta di viltà). I rimpianti
interminabili, come del resto i rimorsi, sono segno di vitalità esaurita. In ogni caso dimostrano che
chi vi si abbandona ha rinunciato ad avere il benché minimo compito quaggiù.
4 sett. Oggi ho cercato per ore una definizione dell’inferno e non ne ho trovata nessuna
soddisfacente. E' vero che in questo caso non si trattava dell’inferno cristiano, ma di una esperienza
personale, da cui sia il diavolo sia Dio erano assenti.
Malgrado Pascal, nel «divertimento» c’è più saggezza di quanto si pensi, a patto che sia
intenzionale, voluto. A ben vedere, mi sembra che soltanto le menti frivole per premeditazione siano
nel giusto. Nella vita c’è qualcosa che non sta in  piedi, qualcosa di fragile e, ciò che è più grave, di
falso, che sfugge sia alla religione sia alla tragedia, entrambe colpevoli di dare troppa importanza
all’uomo.
Dovevo avere su per giù sedici anni quando ho cominciato a diffidare della vita. Che io sia potuto
arrivare ai cinquanta con disposizioni così poco favorevoli all’illusione è una cosa che non smette di
stupirmi.
Più leggo — e leggo troppo, ahimè! - più trovo che «non ci siamo», che il «vero» sfugge a tutti
questi libri che la mia pigrizia divora. Il «vero» bisogna trovarlo in se stessi, non altrove. Ma in me
non incontro che dubbio e riflessione sul dubbio.
Solo il giorno in cui avrò superato definitivamente i miei accessi di ribellione nutrirò un po’ di stima
per me stesso.
Per me è più facile immaginare sventure di quanto per altri non lo sia fare progetti e rallegrarsi del
futuro.
L’infelicità ha in me la funzione dell’illusione: vi sono portato per natura.
Sono ormai incapace di amicizia, per il motivo che ho perduto qualsiasi «contatto vitale» con gli
uomini. Presto sarò buono soltanto per la «conversazione». Eppure dovrei inventarmi dei legami, se
voglio uscire da questo simulacro di esistenza a cui mi vedo ridotto.
L’attaccamento agli esseri umani è la fonte di tutte le nostre sofferenze; ma è così radicato in noi
che, se si allenta, tutta l’economia del nostro essere ne risulta squilibrata.
Di qui non si scappa: per fare qualcosa di importante, un’opera insomma, bisogna credere al proprio
ruolo oppure imporsene uno. Ma avere una simile fede o una simile volontà è avere tutto.
Davanti alla morte ci sono solo due formule possibili: il nichilismo e il Vedànta. Io passo dall’una
all’altra senza riuscire a fare una scelta definitiva.
Che il mondo sia irreale è vero, e, oltretutto, evidente. Ma questa evidenza non è una risposta, non
aiuta a vivere.
... Da quando in qua una verità deve aiutare a vivere?
Non appena si approfondisce una cosa, ci si accorge che non può essere d’aiuto a nessuno.
Non sei che un disertore - hai tradito la tua causa, hai piantato in asso te stesso.
Il rumore mi fa impazzire, e specialmente quello della radio, che mi provoca convulsioni da
epilettico. La civiltà, non lasciamoci ingannare, è la fabbrica del rumore, l’organizzazione del
baccano. E' inconcepibile che una vecchia immonda abbia la capacità di rendervi la vita
intollerabile solo girando una manopola. La tecnica dà a chiunque poteri mostruosi.
Tutto sommato era meglio la natura. E visto che l’uomo non è più padrone delle sue creazioni e la
sua opera si rivela sempre più nefasta, ben venga la guerra atomica!
Ogni volta che domino un impeto di collera ne sono felice, letteralmente trionfante, ma la collera
soffocata si vendica e mi rode in segreto.
Un editore americano, di passaggio a Parigi, mi scrive per chiedermi se può venire a trovarmi nel
mio «ufficio». Il mio ufficio! C’è di che essere nauseato per l’eternità.
Lo smarrimento mi supera, è più grande di me e non riesco a tradurlo, a comprimerlo in una
formula. Sempre più mi sento il centro di un dramma che è al di sopra dell’accidente, del «caso». In
ogni individuo si crea e si distrugge un mondo. Sarebbe più esatto dire: il mondo.
«Non capisco più niente di sentimenti» diceva una pazza. Qualche volta, anzi spesso, sono come lei.
«Chiunque non la pensi come me è un rimbambito» sono le parole che ognuno ripete a se stesso più
o meno consapevolmente.
In fin dei conti, ogni affetto è fonte di dolore. Beati, mille volte beati, quelli che possono farne a
meno. Il solitario non piange nessuno e nessuno piange lui. Si emancipi dagli esseri umani chi non
vuole soffrire, chi ha il terrore dei dispiaceri.
Voglio sperare che questi lunghi mesi di indigenza e di sterilità diano i loro «frutti». Forse siamo
veramente noi stessi solo in questi periodi di attesa indefinita, di vuoto palese, forse accumuliamo
riserve interiori soltanto in questa apparente aridità. Bisogna sperarlo, bisogna sperarlo. Comunque,
in assoluto, i momenti di fervore e di attività sono più infecondi, più privi di futuro dei momenti di
abbattimento o di rinuncia.
Che cosa sta facendo? - Mi aspetto.
Finché si è scontenti di sé non tutto è perduto.
Il mio più grande piacere sarebbe vedere il sole esplodere e sbriciolarsi, sparire per sempre. Con che
impazienza, quindi, e con che sollievo attendo e contemplo i tramonti!
È strano che invecchiando non si rinunci a considerare l’eventualità di un altro universo. La
rassegnazione è il fenomeno più raro nell’uomo, per natura incline ad aspettarsi il peggio piuttosto
che ad accettare il male così com’è, il male naturale e mediocre, il male di sempre.
Più vado avanti, più mi ritrovo esattamente agli antipodi delle idee di Nietzsche. Amo sempre meno
i pensatori deliranti. Preferisco i saggi e gli scettici, i «non ispirati» per eccellenza, quelli che non
sono eccitati né sconvolti da nessun dolore. Amo i pensatori che assomigliano a vulcani spenti.
Ogni infelicità, vista da fuori, sembra irrisoria o incomprensibile. E' questa l’ottica che bisogna
adottare se si vuole sopportare la vita.
Nessuno è più bravo di me a moltiplicare gli ostacoli mentre lavora.
14 sett.
Di colpo, sensazione di essere il Signore dell’universo! e di avere la chiave di tutti gli enigmi!
Com’è possibile, considerando la mia abituale fiacchezza, il mio sguardo acido sul mondo, la
certezza della mia insignifìcanza - com’è possibile provare vertigini così toniche, e così poco
meritate?
28 sett.
Arriva il momento in cui non possiamo più eludere le conseguenze delle nostre teorie, in cui tutto
ciò che abbiamo pensato esige di essere vissuto, in cui tutte le nostre idee e le nostre fantasie si
trasformano in esperienze - ed è allora che il gioco finisce e comincia la prova.
Sono felice soltanto quando mi avvicino al grado zero di lucidità.
Più mi sento svuotato dentro, più mi appassionano i problemi di linguaggio. Lo scrittore indifferente
a tutto, senza curiosità, inaridito finisce col diventare un grammatico. Conclusione insignificante e
onorevole; la mediocrità dopo l’eccesso e le grida.
Per quanto cerchi di ragionare, mi lascio andare all’idea di Destino. Non ho trovato niente che
spieghi meglio l’incredibile guazzabuglio sublunare. E questa idea, che non ha alcun senso, ne
conferisce uno ai nostri dolori e a tutte le ingiustizie che subiamo. Rende tollerabile persino
la morte. A rifletterci bene, è più comodo credere nel Destino che in Dio, e certamente più
vantaggioso.
A detta di Plutarco, nel primo secolo della nostra èra ormai si andava a Delfi solo per porre
domande meschine, domestiche (matrimoni, acquisti, ecc.).
Il destino degli oracoli potrebbe servire da modello allo studio di ogni istituzione che comincia ad
affermarsi in campo spirituale. La fine è per forza deludente. - Decadenza degli oracoli —
decadenza della Chiesa. Il parallelismo si impone.
Un’opera è viva solo se è una protesta. Ma ciò che la rende vitale la rende allo stesso tempo
effimera. Viene infatti il momento in cui le ragioni della ribellione che l’ha fatta nascere ci
sembrano incomprensibili o futili.
Ciò non toglie che ogni opera degna di questo nome abbia un carattere insurrezionale.
Qualche giorno in Bretagna, su spiagge in cui ero completamente solo. Ho fatto il litorale dal
Croisic fino a La Roche-Bernard, risalendo la Vilaine. In quella solitudine perfetta, più di una volta
ho immaginato l’incanto che seguirebbe a una guerra atomica: finalmente la terra senza uomini!
Il disgusto è una condizione attiva e una prova di vigore. È insensibilità, e non disgusto, ciò che ho
provato in tutti questi mesi. Una sorta di sonnolenza cupa, di rifiuto quasi irriflesso. Sapete che cosa
significa essere chiusi a tutto? Era proprio quella la mia condizione. Niente mi toccava, niente mi
irritava, niente mi stimolava. La morte dell’anima! A paragone, il disgusto è effervescenza e
dinamismo.
Io giudico tutti e tutti mi giudicano. Se potessi vedermi con gli occhi degli altri, scomparirei
all’istante. Per quanto lucidi si possa essere, non lo si è mai al punto di potersi guardare
completamente dal di fuori. Io mi conosco oltre il lecito, ma non mi conosco come mi conoscono gli
altri: non riesco a essere uno spettatore di me stesso puro, disinteressato e in fondo indifferente, né a
immaginare la mia morte come qualcosa che non mi riguardi direttamente. Bisognerebbe imparare a
morire lontano da sé, a considerare la propria agonia in tutta obiettività, come se si trattasse di un
fenomeno estraneo, di un incidente che capita ad altri.
Io so perché, giunto alla mia età, preferisco leggere gli storici piuttosto che i filosofi: è che, per
quanto noiosi siano i dettagli relativi a un personaggio o a un avvenimento, la fine dell’uno o
dell’altro incuriosisce per forza. Ma le idee, ahimè!, non hanno una fine.
Niente di peggio che sentirsi in vena, pieni di idee, di fantasia e di ardore, e dover passare la serata
insieme a persone con cui bisognerà essere necessariamente spenti. Il mio umore va sempre per
conto suo, e mi gioca dei tiri! Non è mai a comando.
La noia ai pranzi è un argomento contro la Provvidenza.
Arriva il momento in cui, dopo aver perduto le illusioni sugli altri, si perdono quelle su se stessi.
R., da morto, aveva perso ogni traccia di irrisione nella fisionomia. Il fatto è che amava
appassionatamente e quasi sordidamente la vita. Ma quelli che vi sono meno attaccati hanno in
volto, da morti, un sorriso beffardo, il sorriso della liberazione e del trionfo. Non vanno verso il
nulla, lo hanno lasciato.
Dati i miei gusti e le mie debolezze, sarei fatto per vivere durante il crollo di un impero. Mi sarebbe
piaciuto poltrire nella Vienna di prima della guerra del ’14.
« Il mare è il mio confessore » - come amo questa frase di Elisabetta d’Austria!
E' impossibile immaginare qualcuno più scioccamente «sentimentale» di me. Mi porto dietro tutte
le tare dell’Europa centrale - come una dolce maledizione, contro la quale non voglio e non posso
lottare.
Vivo con la certezza che i problemi sono stati tutti esauriti e che è indecente, se non insensato,
volerne affrontare uno, qualunque esso sia e per quanto importante possa sembrare. E' come se,
abbandonato il campo dell'intelletto, vivessi in relazione diretta con gli elementi, e io stesso ne fossi
uno.
È stato giustamente osservato che in India uno Schopenhauer o un Rousseau non sarebbero mai stati
presi sul serio, perché non vivevano in accordo con le dottrine che professavano; mentre per noi
proprio questa è la ragione dell’interesse che suscitano. Il successo di Nietzsche è in gran parte
dovuto al fatto che ha difeso delle teorie a cui non ha mai conformato la sua vita. Ci piace che un
malato, un debole, un frequentatore di pensionati per zitelle sia stato l’apologeta della forza,
dell’egoismo, dell’eroe senza scrupoli. Se avesse incarnato il tipo esaltato nei suoi scritti, avrebbe
smesso da un pezzo di incuriosirci.
In fondo amiamo soltanto i pensatori che non hanno trovato una soluzione ai loro problemi e ai loro
mali, e che per non essere riusciti a mettersi in regola né con gli altri né con se stessi, barano sia per
capriccio, sia per fatalità. Un che di finto nel tragico, un pizzico di insincerità
perfino nell’incurabile, questo mi sembra il segno distintivo del moderno.
Non ci sono problemi isolati; qualunque sia quello che affrontiamo, pone implicitamente tutti gli
altri. Così, ogni problema, per quanto irrisorio possa apparire, è in realtà infinito. Non ci sono limiti
all’espansione della mente se non quelli che le imponiamo in modo arbitrario.
Qualsiasi problema diventa inestricabile non appena lo si approfondisce.
Sfogliata una rivista per giovani. Non vi si parla d’altro che di letteratura; niente che venga da
un’esperienza diretta, da una cosa vista o da un dramma personale. Tutto ruota intorno ad alcuni
autori, sempre gli stessi: Blanchot, Bataille, balbettatoci di cose «profonde», menti confuse e
verbose, senza smalto né ironia.
C. mi dice che i miei comportamenti e le mie rabbie impotenti gli ricordano le parole di Lear: «Farò
qualcosa di terribile, ma non so che cosa».
La Fine del Mondo - che sollievo pensarci! Ma a dire il vero si può parlare soltanto della Fine
dell’Uomo, che è prevedibile, anzi certa, mentre l’altra risulta a stento concepibile. Non si capisce
infatti che senso potrebbe avere parlare della fine della materia; una fine così lontana non
riguarda nessuno. Restiamo dunque nei paraggi dell’uomo, dove il disastro fa parte del paesaggio, e
del programma.
6 ott. 1962. Un cielo azzurro, di cui la città non è degna. Immonda processione di macchine lungo il
boulevard Saint-Germain. Folla non meno immonda. In mezzo a tutto questo le foglie che cadevano
dagli alberi portavano una nota di poesia immeritata, inattuale, sconvolgente. Come del cielo, la
città non era degna neanche dell’autunno.
In politica come in ogni altra cosa non c’è niente di più abietto che attaccare un solitario.
7 ott. Domenica in campagna. Sdraiarsi e odorare la terra. Solo su di lei ci si può riposare. Le nostre
fatiche la invocano. E mentre la sentivo così vicina, pensavo che non è poi così tremendo
dissolversi in lei. Davvero le nostre fatiche la invocano e la riabilitano.
La paura della vita l’ho ereditata, è un dono di famiglia. Cerco invano di liberarmi dei miei antenati;
per quanto li respinga e li scacci, tornano alla carica. Più avanti vado, più mi rendo conto che hanno
il sopravvento, e che la mia lotta contro di loro diventa disperata. Ricado nelle mie origini, in attesa
di sprofondarvi.
Leggo nei Tagebücher 1914-1916 di Wittgenstein: «Die Furcht vor dem Tode ist das beste Zeichen
eines falschen, d.h. schlechten Lebens».13
E' una verità che ho scoperto da tempo (purtroppo pensando a me).
Oggi pomeriggio, in un ufficio, ho contato diciotto impiegati in uno spazio relativamente angusto.
Le donne -piene di rughe, orribili. Ma la ragazza che mi ha dato le informazioni richieste aveva
tutto l’aspetto di una contadina, brutta e sana. Che cosa ci faceva in quell’inferno, quale demone
l’aveva spinta a lasciare la campagna? Io preferirei mille volte l’odore dello sterco alle emanazioni
deleterie di quella fucina. Non c’è niente da fare: l’uomo puzza. Quando si ha l’olfatto
morbosamente acuto, si deve evitare qualsiasi presenza umana.
Solo le filosofìe e le religioni che adulano l’uomo hanno successo. Il cristianesimo ha dominato per
secoli non in virtù del peccato originale, né dell’inferno, ma perché il fi-
glio di Dio si è degnato di incarnarsi. Ciò ha dato all’uomo una posizione smisurata, posizione che
gli viene riconosciuta dalle visioni del «progresso», quali che siano. L’uomo ha un assoluto bisogno
di porsi al centro di tutto; se avesse l’esatta percezione della propria insignificanza,
dell’accidentalità della sua comparsa, perderebbe una parte della sua «vitalità»; e magari
deporrebbe le armi, cosa davvero insperata.
Con una visione delle cose come la mia, difficilmente un altro sarebbe riuscito a resistere tanti anni.
Sicché, per quanto strano possa sembrare, ci sono giorni in cui mi vedo come un eroe.
Solo quelli che non parlano che di se stessi, delle proprie esperienze e delle proprie vicissitudini
rischiano di imbattersi in qualche verità e di fare scoperte significative. Lavorano su ciò che
conoscono, e dunque necessariamente danno qualcosa agli altri. Non è il filosofo, ma il poeta a
raggiungere l’universalità.
Il filosofo che crede di aver elaborato un sistema in fondo non fa altro che applicare lo stesso
schema a tutto, in spregio all’evidenza, alla varietà e al buon senso. In genere il torto dei filosofi è
di essere troppo prevedibili. Almeno con loro si sa però come regolarsi.
Ciò che non ritroverò mai più è la capacità di entusiasmarmi che era il fascino e il tormento della
mia giovinezza. Dove siete finiti, anni fanatici?
Riascoltato il mottetto di Bach Jesu, meine Freude. Dopo, tutto ciò che non è pietà sembra inutile e
volgare.
Lulu, di Alban Berg, resta la scoperta musicale più importante che io abbia fatto negli ultimi anni.
Provo sempre più orrore per ogni forma di effusione lirica. Ma senza lirismo ho una enorme
difficoltà a scrivere; se scompare ritrovo tutta la mia lucidità, cioè la consapevolezza delle mie
impossibilità.
La notte scorsa alle tre ero ancora sveglio. Impossibile dormire. Apro il primo libro che mi capita:
un’antologia dei moralisti. Leggo qualche pagina di La Bruyère - che trovo pregevole e addirittura
profonda. Se un autore resiste a quell’ora di notte, si può essere sicuri che è assolutamente di
prim’ordine. E' meno amaro di La Rochefoucauld, o meglio, lo è meno sistematicamente. Per dare
l’idea, una via di mezzo fra quest’ultimo e Pascal.
Pascal è l’unico moralista angosciato; gli altri sono soltanto amari. La superiorità che ha su di loro
dipende essenzialmente dal suo squilibrio, dalla sua cattiva salute.
Per paura di essere uno qualsiasi, ho finito col non essere niente.
In me lo scettico reprime sempre di più il mistico (ammesso che io possa applicare a me questa
parola). I miei dubbi sono delle realtà, mentre in fatto di preghiera io sono meno che un velleitario.
Sono scettico per fisiologia, per eredità, per abitudine, per inclinazione, e anche per gusto filosofico;
accedo a tutto il resto, all’assoluto e a ciò che vi è legato, solo grazie a certe incrinature della mia
indole, o a eclissi improvvise della mia corrosiva chiaroveggenza.
E' nota la risposta di Pascal alla sorella che gli rimproverava di non volersi curare: «E che voi non
conoscete gli inconvenienti della salute e i vantaggi della malattia». Ho letto per la prima volta
queste parole, che mi hanno fatto una enorme impressione, in un libro di Sestov. Ricordo che
per poco non ho lanciato un urlo. Avevo diciassette anni, ed ero alla biblioteca della Fundatia Carol,
a Bucarest.
11 ott. Messa per Renéville a Saint-Sulpice. Sopra l’altare, nella cappella in fondo, si vede Maria
col bambino che si erge sul globo terrestre. L’immagine è di una bruttezza indicibile; tanto più che
rivela il lato conquistatore del cristianesimo; una religione segnata per sempre dalle sue
origini esteriori, e cioè dalla Roma imperiale. Una setta ebraica che ha conquistato un impero, il più
grande mai esistito, e ne ha ereditato i pregi e le tare.
Leggo sempre di meno in inglese e in tedesco; sono lingue che mi rendono la mente troppo vaga -
cosa di cui non ha proprio bisogno.
E poi ho l’impressione, anzi la certezza che si possa formulare solo in francese, e che in qualsiasi
altra lingua ci si lasci andare al fascino e al vizio dell’approssimazione.
Il francese è la lingua non geniale per eccellenza.
Ogni sistema si costruisce a spese di un altro, in un certo senso di tutti gli altri. E' incredibile fino a
che punto l’aggressività faccia parte dell’intima natura del filosofo. Lo stesso Bergson ha ammesso
che tutta la sua opera è un’opera di protesta. Si pensa sempre contro qualcuno o qualcosa. L’astuzia
sta nel dissimulare l’attacco e dargli una maschera impersonale. I pensatori obiettivi sono più scaltri
degli altri.
Ogni volta che vedo un tedesco e parlo con lui, dico a me stesso che quel popolo non era adatto a
dominare il mondo. L’ingenuità è una bella dote, ma non è un requisito per l’instaurazione di un
impero universale. I tedeschi sono completamente privi di finezza psicologica. E quando
sono cinici, lo sono grossolanamente. Quanto più fini, in paragone, gli inglesi e i russi, gli uni che
rappresentano il passato, gli altri il futuro!
Nel mondo dell’intelletto, tutto ciò di cui si discetta poggia su falsi valori. «L’essenziale vi sfuggirà!
» - è la maledizione che incombe sugli scrittori o sul filosofo che ha un pubblico.
Il terribile dello scetticismo è che deve essere superato. Anche chi non ne ha l’intenzione, ci prova,
magari a sua insaputa. Vi è spinto da una forza segreta.
Ciò nonostante, si torna sempre ai primi dubbi.
La fedeltà è lodevole, ma ha di brutto che ci paralizza. La voglia di ridiscutere tutte le nostre
amicizie e tutte le nostre ammirazioni, di cambiare idoli, di andare a pregare altrove è la prova che
abbiamo in serbo altre risorse, altre illusioni.
Perché non utilizzare l’impossibilità di fare qualsiasi cosa come via alla santità?
È proprio dal crollo di ogni vocazione quaggiù che nasce la passione dell’assoluto. Dobbiamo
distruggere le nostre capacità mondane se vogliamo trionfare sul mondo.
Scrivere una lettera di condoglianze è impossibile; anche quando si è sinceri. E' il genere più falso,
ed è curioso che non venga soppresso per accordo unanime.
Stamattina, al cimitero, cremazione di Sylvia Beach. Un’ora di Bach. L’organo conferisce alla
morte una dignità che per natura non possiede. Trasfigura o dissimula questa miserabile caduta
nell’inorganico, che ha qualcosa di terribile e di vergognoso; in ogni caso ci innalza al di sopra della
nostra distruzione della sua evidenza, impedendoci di guardarla in faccia, eludendola. Ci porta
troppo in alto, non ci consente di porci sullo stesso piano della morte.
Non è il diavolo a circuirci, è la morte. Ma la grande abilità del cristianesimo è stata quella di
riuscire a farci credere il contrario. Il fatto è che il diavolo imita alla lotta, giacché è il grande
lottatore, mentre la morte ce ne distoglie.
Quando mi capita di lavorare per ore e di essere preso da ciò che faccio, non penso affatto alla
«vita» o al «senso» di alcunché.
Riflessione e attività si escludono. L’inazione è condizione della coscienza.
Proprio non so perché mi affliggo ogni volta che mi scopro inadatto a tutto.
Qualcuno molto giustamente ha detto che non bisogna privarsi del «piacere della pietà».
The Garden of Love di Blake - è una delle poesie che hanno contato nella mia vita.
La lettura è un’attività nefasta e inaridente. Per il progresso, per il sostentamento dello spirito è
meglio scribacchiare e divagare, dire sciocchezze che sono farina del nostro sacco piuttosto che
vivere da parassita sul pensiero altrui. È proprio ciò che, su un piano più generale, dice la
Bhagavadgità, quando sostiene che è meglio morire nella propria strada (o legge?) piuttosto che
salvarsi attraverso quella di un altro.
Il sogno, cancellando il tempo, abolisce la morte. I defunti vengono a parlarci. Stanotte ho rivisto
mio padre. Era come l’ho sempre conosciuto. Mi ha baciato alla romena, ma con la sua freddezza di
sempre. E' stato quel bacio glaciale, pudico, a farmi capire che era proprio lui.
Non c’è resurrezione se non in sogno. Di che far disperare tutti i credenti.
È scritto nello Zohar: «Appena è comparso l’uomo, subito sono comparsi i fiori ».
Ma è vero il contrario. Ogni uomo che nasce è la morte di un fiore.
Uno dei rari vantaggi che ho avuto è stato di aver capito a vent’anni che la filosofia non dà nessuna
risposta, e che perfino le sue domande sono inessenziali.
È strano che chi non mi conosce mi neghi qualsiasi « sincerità», mentre è la prima qualità che penso
di avere...
Vivere è potersi indignare. Il saggio è uno che non si indigna più. Perciò non è al di sopra ma al
margine della vita.
I miei mali mi servono da scusa: mi dispensano dal realizzarmi, mi coprono ai miei occhi,
giustificano la mia inefficienza.
Troviamo insopportabili tutti quelli che hanno i nostri stessi difetti (e ancor più quelli che hanno
difetti simili). Il disprezzo dei francesi per gli italiani, o la loro mancanza di curiosità per le cose
spagnole (in letteratura, s’intende).
Tutti i popoli cosiddetti latini sono popoli di istrioni.
Non bisognerebbe mai rispondere alle lettere di sconosciuti. Se una volta ne ricevevo, lo capisco
solo ora, era perché la «stampa» parlava di me. Da quando non pubblico più ed è iniziata una sorta
di «congiura del silenzio»(!), nessuno si accorge più che esisto. Cosa di cui mi rallegro. Ma quale
lezione! E dire che ho creduto, come tutti, agli «ammiratori»!
Da qualche giorno sto cercando di capire che cosa possa significare l’idea di superuomo. Ebbene,
più mi sforzo di precisarne il senso, più trovo che non ne abbia alcuno. E' un’idea più puerile che
delirante. O meglio, una grande idea per adolescenti o per gentaglia. C’è in Nietzsche tutto un lato
penoso che dipende in gran parte dal suo eccesso di genio e dalla sua mancanza di maturità, dal
fatto che non ha avuto il tempo di invecchiare, e cioè di conoscere il disinganno, il disgusto sereno.
Da quando ho smesso di scrivere, trovo che tutto quello che fanno gli altri sia privo di realtà. Lo
pensavo anche prima, ma non ne avevo la certezza. La sterilità rende lucidi e impietosi. E freddi.
Non vi è calore se non nell’illusione, nella capacità di ingannarsi sugli altri e su se stessi.
Dopo i cinquant'anni, il tempo sembra volersi muovere in senso inverso, tornare alle origini,
svolgere alla rovescia i suoi istanti, come se gli facesse paura avanzare, avendo ormai dato il meglio
di sé. In effetti, a che pro dovrebbe adattarsi ormai a fare da riempitivo?
Fra Enghien e Parigi, e poi fra la Gare du Nord e l’Odéon - un’incredibile folla stipata nel treno e
nel métro. Molte ragazze. Da dove sono uscite? Perché averle messe al mondo? Tutta questa carne
senza necessità, tutto questo sfoggio di nulla umano mi riempie di disgusto. La moltiplicazione
spaventosa dell’uomo mi sembra l’indizio più chiaro del fatto che è in pericolo, che sta
avvicinandosi a una svolta fatale.
Nella sala di riposo dello stabilimento termale di Enghien, soltanto quattro o cinque persone.
Quanto amo la fine stagione in tutto!
Prima della battaglia di Salamina:
«Il suo [di Temistocle] comportamento con l’interprete degli ambasciatori inviati dal re [Serse] per
chiedere agli ateniesi la terra e l’acqua gli fece onore presso i greci. Egli lo fece arrestare e
condannare a morte con un decreto del popolo, perché aveva avuto l’ardire di usare la lingua greca
per esprimere gli ordini di un barbaro» (Plutarco, Temistocle) .
Mi colpisce vedere quanto insista santa Teresa, particolarmente nelle Fondazioni, sull’importanza
dell’obbedienza, che lei antepone a tutto. Sono colpito perché è una virtù a cui per natura l’anima
spagnola non è incline. D’altronde si avverte che la santa deve aver fatto non pochi sforzi
per imparare a obbedire, e che aveva tutti i requisiti per eccellere nell’insubordinazione e
nell’eresia.
Tra le mie conoscenze non c’è nessuno che abbia letto Plutarco. E anch’io ci torno sopra dopo
quindici anni -quando invece, sino alla fine del Settecento, era tra le letture predilette.
Mi si dovrebbe ordinare di lavorare, di scrivere, e persino di vivere.
I politici dell’antichità erano soliti circondarsi di filosofi; quelli odierni preferiscono la compagnia
dei giornalisti.
22 ottobre.
Oggi pomeriggio, passeggiata al Luxembourg, con un tempo radioso. Improvvisamente, una di
quelle crisi di furore immotivato che sono la mia specialità. Avrei dichiarato guerra all’universo e
fulminato le nazioni all’istante.
Queste esplosioni, o meglio questi umori esplosivi, al momento sono stimolanti, ma poi sfibrano.
Non sono frutto di un vigore reale ma di una falsa vitalità. Non bisogna confondere energia e stati
febbrili.
Nelle Fondazioni di santa Teresa c’è un intero capitolo sulla malinconia. Il motivo per cui la santa
vi si sofferma così a lungo è dovuto al fatto, dice lei, che mentre delle altre malattie si guarisce o si
muore, di questa è impossibile guarire. La medicina insomma non ha alcun potere su di essa, e
la superiora di un convento, quando ha malate del genere, ha un solo mezzo per tenerle a freno:
intimorirle inculcando loro la paura dell’autorità. Insomma, un male che regredisce un po’ solo
davanti al prestigio.
Oggi non è più possibile l’entusiasmo per la tecnica. Chi vi cede è un ingenuo o un pazzo.
Ogni giorno che passa vede aumentare i pericoli che corre l’umanità, la quale pagherà caro il
«progresso» che non smette di inseguire. I mezzi per preservare la vita sono irrisori rispetto a quelli
capaci di distruggerla; e l’uomo, qualsiasi cosa intraprenda, non potrà mai eliminare questa
sproporzione. Cose che per crescere impiegano mesi o anni vengono annientate in un istante. Ciò
che rende così immorale la distruzione in genere è la sua facilità. Tranne il suicidio, ogni
distruzione è agevole. Che pensieri edificanti...
Ogni attività consapevole intralcia la vita. Spontaneità e lucidità sono incompatibili.
Appena è oggetto di attenzione, ogni atto essenzialmente vitale viene compiuto a fatica e si lascia
dietro un senso di insoddisfazione.
Rispetto ai fenomeni della vita, la mente ha il ruolo del guastafeste.
L’incoscienza è lo stato naturale della vita, quello in cui si sente a suo agio, prospera e conosce il
benefico sonno della crescita. Non appena si sveglia, e soprattutto quando è in allerta, essa diventa
affannosa e oppressa, e comincia a languire.
Quando si vuole prendere una decisione, la cosa più pericolosa è consultarsi con qualcuno.
All’infuori di due o tre persone non c’è nessuno al mondo che voglia il nostro bene.
I sentimenti fra amici non possono che essere falsi. Com’è possibile affezionarsi senza secondi fini
a qualcuno che si conosce così bene?
Si direbbe che la materia, gelosa della vita, si dedichi a spiarla per scoprire i suoi punti deboli e
attaccarla quando meno se l'aspetta. Fatto sta che la vita non è vita se non per infedeltà alla materia.
È perfettamente comprensibile che gli elementi, nauseati dalle loro combinazioni sempre uguali,
senza varietà né sorpresa, vogliano smetterla con questa ripetizione di un tema logoro. La vita non è
altro che una digressione della materia.
E pensare che quand’ero giovane l’anarchico mi sembrava il tipo umano più compiuto! Sarà
progresso, sarà decadimento essere arrivato a una rassegnazione che mi fa considerare qualsiasi
ribellione un segno di infantilismo?
Eppure, anche se non mi ribello più, continuo a indignarmi (il che forse è lo stesso). Fatto sta che
vita e indignazione sono termini pressoché equivalenti. Nulla di ciò che vive è neutrale. La
neutralità è un trionfo sulla vita, non della vita.
Apprezzo soltanto quelli che sanno soffrire in astratto, e non fanno distinzione tra sofferenza e idea
di sofferenza.
Se il mondo scomparisse non avrebbe alcuna importanza. L’importante è che ci sia stato e che ci sia
ancora, fosse pure per un secondo.
Ogni volta che il futuro mi sembra concepibile e ammissibile, ho l’impressione di avere riportato
una vittoria sui miei umori e sulle mie idee. O meglio: di essere stato visitato dalla Grazia.
26 ott. 1962
Dopo mesi di bel tempo, finalmente cielo coperto. Respiro. Le nuvole mi sono necessarie quanto ad
altri il sereno.
Il sistema proustiano dei tre aggettivi che sembrano annullarsi e in realtà si completano. Un esempio
fra cento, fra mille: la caratterizzazione dell’ironia di M. Charlus come «amara, dogmatica ed
esasperata».
Ogni volta che torno a Proust, all’inizio mi irrita, lo trovo datato e non ho che un desiderio: gettar
via il libro. Ma dopo un certo numero di pagine (e saltando alcune scene) torna l’incanto, se non
altro per una trovata verbale, per un’annotazione psicologica. (Proust è certamente nel solco dei
moralisti francesi. È pieno zeppo di aforismi: se ne trovano a ogni pagina, addirittura a ogni frase;
massime che però sono travolte da un vortice. Perché il lettore possa scoprirle bisogna che si fermi e
non si lasci trascinare troppo dalla frase).
Il pensiero spezzato, frammentario, ha tutta l’incongruenza della vita; mentre l’altro, quello
coerente, rispetta soltanto le proprie leggi, non acconsentirebbe mai a riflettere la vita, e ancor meno
a scendere a patti con lei.
Chiamo «ingenuo» colui che non si rende conto della propria insignificanza e perciò si rallegra per
una lode. Come si vede, la definizione comprende la quasi totalità degli uomini.
E' un supplizio, per me, frequentare gente. Cogliere le proprie debolezze negli altri, ritrovare
dappertutto le tracce del peccato originale, vedersi moltiplicati, leggere i propri difetti nello sguardo
del primo venuto.
La mia sventura è stata di aver imparato a diffidare abbastanza presto. Anche se fossi credente, nel
mio slancio verso Dio ci sarebbero delle restrizioni e un pizzico di insincerità.
E' umanamente impossibile perdonare un discorso offensivo; lo si può dimenticare - senza volerlo,
beninteso. E questo accade il più delle volte. All'origine dei vuoti di memoria c’è l’istinto di
conservazione.
Abbiamo tutti dei lacci; perfino un santo è incatenato -all’eternità.
Sono anni che continuo a essere deluso di Valéry. Se penso all’influenza che ha avuto su di me
(evidente nel Sommario di decomposizione) ! Il suo stile, che amavo, ora mi irrita. E poi è uno che
vuole sempre sembrare intelligente. L’eleganza nuoce al pensiero. E' lui è troppo elegante.
Ancora su Valéry. L’attenzione alle parole è nefasta. Ma non è solo questo. Perché un pensiero duri
e ci coinvolga bisogna che abbia qualcosa di necessario e di patetico (un patetico che rimanga
seminascosto). Ma Valéry era uno a cui piaceva apparire intelligente, che abusava dell’idea
che aveva della propria intelligenza. Mi ero lasciato catturare dal suo nichilismo. Ma ci vuole un
minimo di tragico -quando non si crede in niente. Altrimenti si cade nella maniera. Come è stato per
Valéry.
Ogni uomo efficiente crea la propria leggenda - alla quale finisce col credere, alla quale deve
credere, se non vuole mollare tutto e sprofondare nell’inutilità.
Il tale e il talaltro - perché dirne il nome? - moltiplicano i loro libri per ripetere all’infinito la stessa
cosa.
Arrivato a una certa età, uno scrittore dovrebbe cambiare genere - o smettere di scrivere, o almeno
di pubblicare.
Ripetersi è un peccato contro lo spirito. Quanto amo gli scrittori che non hanno scritto quasi niente!
La confessione più vera è quella che facciamo indirettamente, parlando degli altri.
In uno dei libri meglio tradotti che conosca, Varietà dell’esperienza religiosa di James, ho trovato
soltanto una cosa dubbia: «gli abissi dello scetticismo»... Bisognava dire del dubbio, perché in
francese scetticismo ha una sfumatura di dilettantismo e di leggerezza che esclude qualsiasi
associazione con «abisso».
Un libro deve avere un peso e presentarsi come una fatalità; quando lo leggiamo deve darci
l’impressione che non avrebbe potuto non essere scritto. Che nasca insomma per decreto della
Provvidenza.
Il genio francese è il genio della formula. E' un popolo che ama le definizioni, e cioè che ha il minor
rapporto possibile con le cose.
Appena ci si imbatte in una certezza, non si cerca più; si smette di diffidare di sé, e dunque delle
cose. La fiducia in se stessi è fonte di azione e di errore.
Lo stile parlato è l’unico sopportabile. Non c’è niente di meglio del tono diretto.
Non adottiamo una fede perché è vera (lo sono tutte), ma perché ne abbiamo bisogno e perché vi
siamo spinti da una forza oscura.
Se ci manca questa forza - ecco lo scetticismo.
Lo scetticismo radicale, «doloroso», se vogliamo, non è concepibile senza un ritorno di vitalità
responsabile dei nostri dubbi.
O anche: niente scetticismo senza il rifluire della vitalità.
Canticchio tutto il giorno brani del Requiem di Mozart. A Vienna non sono forse andato subito in
cerca della casa in cui l’ha composto? E' stata demolita, ahimè!, oltre un secolo fa.
«La morte è anche troppo sicura, dimentichiamola» (Balzac).
In un saggio di psichiatria leggo il caso di una suora che, con un chiodo intinto nel sangue, scrive su
un foglio: «O Satana, mio Signore, mi dono a te per sempre! ».
Per scacciare il demonio bisogna far bruciare dello zucchero ai piedi del letto. Pratica popolare in
Francia.
Per quanto mi ricordi, ho sempre odiato i miei vicini. Sentir vivere qualcuno accanto, dietro il muro,
sentire il rumore che fa, percepire la sua presenza, immaginare il suo respiro - tutto questo mi ha
sempre fatto impazzire. No, il prossimo, nel senso fisico della parola, non l’ho mai amato: e
d’altronde non è possibile amarlo. E' assolutamente odioso - per tutti. E se non si riesce ad amare il
prossimo che si conosce, che senso ha amare uno sconosciuto di cui ci si fa un’immagine astratta?
Riassumendo, si potrà provare pietà per gli uomini, ma amore...
Dalla ribellione non può uscire niente di veramente profondo.
Rinnovarsi significa cambiare opinione, significa rinnegarsi.
Per fortuna ogni volta che si rinnega si prova un segreto piacere, quanto mai ambiguo, di cui
sarebbe assurdo privarsi.
Cercato di rileggere il Faust, dopo più di trent’anni. Sempre la stessa impossibilità: non riesco a
entrare nel mondo di Goethe. Non amo che gli scrittori malati, lesi in un modo o nell’altro. Per me
Goethe resta freddo e compassato, uno a cui non si pensa di fare appello in un momento
di sconforto. Non è a lui ma a un Kleist che ci sentiamo più vicini. Una vita priva di sconfitte
importanti, misteriose o sospette non seduce granché.
Un libro è un avvenimento solo per l’autore. Mi stupisco sempre quando vedo che uno scrittore il
quale ne ha già pubblicati parecchi prova emozioni da debuttante.
L'autore è uno che non ha capito niente.
Da qualche giorno sto leggendo le novelle di Kleist. Sono belle; ma è il suo suicidio a dar loro una
dimensione che altrimenti non avrebbero avuto. E' impossibile leggere una sola riga di Kleist senza
pensare che si è ucciso. Il suo Freitod fa tutt’uno con la sua vita, come se si fosse suicidato da
sempre.
Questi accessi d’ira, di follia! Faccio discorsi che mi sfibrano, rivolti a nemici reali o immaginari,
diciamo pure reali, a proposito di incidenti immaginari.
Ogni volta che ho parlato delle mie turbe di ogni genere a qualcuno più o meno esperto in
psicoanalisi, ne ho ricevuto spiegazioni che mi sono sempre sembrate insufficienti, anzi campate in
aria. Semplicemente non «calzavano». D’altronde riguardo ai fenomeni psichici io credo
soltanto alle spiegazioni biologiche o a quelle teologiche. La biochimica da un lato - Dio e il
Diavolo dall’altro.
Mi sono rituffato negli scettici greci - con voluttà, devo aggiungere. Amo questi giullari il cui gioco
si dissolve nel nulla, questi chiacchieroni che arrivano alle stesse conclusioni di un Buddha. Credo
di averlo già detto: i greci erano avvocati profondi.
Non ho mai voluto una cosa senza volere allo stesso tempo o immediatamente dopo il contrario.
Nei paesi latini, in cui la parola non costa niente, la laconicità è considerata una sciocchezza.
Ogni certezza che si ritira dalla nostra coscienza, all’inizio la allevia, poi la grava di un nuovo
interrogativo.
Scrivere non è pensare, è una smorfia, o tutt’al più una imitazione del pensiero.
È incredibile quanto mi sia staccato da Rilke! In lui c’è un abuso del tono poetico davvero
intollerabile. Non riesco a capire l’entusiasmo che una volta avevo per lui. Indubbiamente col
tempo sono cambiato. Mi addolora dirlo, ma in Rilke c’è un che di lezioso (eccettuati alcuni sonetti
e le elegie). Tutto ciò che in lui mi sembrava rappresentare la poesia stessa ora mi suona vuoto. Un
altro addio.
11 nov. 1962
Non è con il ragionamento che si esce dallo scetticismo, ma con un atto di volontà, voglio dire con
una decisione istintiva.
(Ho la certezza che non uscirò mai dal dubbio, qualunque sia la mia «evoluzione». E'
fisiologicamente che ho preso una piega scettica).
La sola cosa che mi lusingo di aver capito molto presto, prima dei vent’anni, è che non si deve
procreare. Il mio orrore per il matrimonio, la famiglia e tutte le convenzioni sociali viene da lì. E' un
delitto trasmettere le proprie tare a una progenie e obbligarla così a passare per le vostre
stesse vicissitudini, per un calvario forse peggiore del vostro. Non ho mai potuto accettare di dare la
vita a uno che avrebbe ereditato le mie sventure e i miei mali. I genitori sono tutti irresponsabili o
assassini. Solo i bruti dovrebbero dedicarsi alla riproduzione. Pietà non vuole che si diventi
«genitori». La parola più atroce che io conosca.
« Impietosi per vanità» - queste parole di Custine sui francesi sono di una giustezza inconfutabile.
Ad ogni modo servono a spiegare la Grande Rivoluzione, e anche le piccole.
13 nov. 1962
La notte scorsa mi sono svegliato definitivamente dopo due ore di sonno. Di rado ho avvertito con
una tale intensità la presa di coscienza della coscienza (!), voglio dire il fatto di aver coscienza di
essere coscienti.
La scheggia nella carne, anzi, il pugnale nella carne - è così che vedo la coscienza.
Letto ieri Heinrich von Kleists Lebenspuren - un libro che contiene tutti i documenti che abbiamo
sulla vita di Kleist, sulla sua vita costantemente trasfigurata dal fallimento.
La dispersione - il vizio più grande della mia mente. Io sono un ossessionato che non riesce a
concentrarsi. Un po’ di metodo, santo Dio! Attendo questo metodo come altri attendono la grazia.
L’altro non è che un alimento della mia ansia. Io sono socievole - contro me stesso, per
autopunizione.
Non vale proprio la pena scrivere delle Confessioni, se non si rivolgono a Dio. Per aver capito
questo, sant’Agostino merita di essere riletto spesso, malgrado possa essere irritante. (Trovo che
abbia una facondia che ricorda un po’ quella di Cicerone).
Ho provato l’indebito piacere di abbandonare un’idea ancora prima di averne tracciato i contorni.
Non vi è nulla che ci riveli quanto le nostre reazioni più meschine. Sono quelle che tradiscono la
nostra vera natura, perché compaiono senza che si possa avere su di loro il benché minimo potere.
Sento un gran bisogno di rompere con un sacco di gente, innanzi tutto con alcuni amici; poi vi
rinuncio, ci penserà il tempo.
Capisco perfettamente che a un certo momento non si voglia più vedere qualcuno. Penso a X e a Y
che si facevano vivi regolarmente quando venivano a Parigi, e che si sono eclissati. Ho avuto torto a
volergliene, poiché anch’io mi comporto così, anche se non con loro ma con altri. La vita è una
scuola di separazione; bisogna imparare a sciogliere i legami che abbiamo con gli amici.
I ricordi, e cioè le immagini, invadono continuamente le mie idee; non mi impediscono di pensare,
mi impediscono un pensiero di ampio respiro. A volte mi sembra di aver perduto il controllo della
memoria. Il passato affluisce alla rinfusa per ostruire il presente e impedire allo spirito di
dispiegarvisi.
A uno scrittore conviene scrivere senza dire nulla piuttosto che leggere. La scrittura è un esercizio,
la lettura no.
(Ich habe mich... totgelesen).14
Scrivere una cartolina è più vicino a un’attività creativa che non leggere la Fenomenologia dello
spirito.
Una frase coniata da noi esige l’uso di tutte le nostre facoltà; mentre per scorrere un testo è
sufficiente un po’ di attenzione.
I grandi lettori sono gente voluttuosa, pigra, abulica, gente che semplicemente fugge la
responsabilità.
Mi ricordo ancora l’impressione profonda che mi fece, a sedici anni, l’annotazione di Amiel: «La
responsabilità è il mio incubo invisibile».
L’autore di un articolo sullo Zen narra che un missionario cristiano, in Giappone da diciotto anni,
aveva convertito sessanta anime in tutto. E anche quelle all’ultimo momento gli sfuggirono. Tutti
quei convertiti morirono al modo giap-
ponese, senza tormenti né rimorsi, come se nascendo avessero messo un solo piede sulla terra.
In fondo, il distacco non si impara, è insito in una civiltà. Non è uno scopo, è un dono.
Da un canto di soldati giapponesi al tempo della lotta contro i mongoli: «Nel mondo non c’è un
palmo di terra in cui si possa piantare un bastone. Mi rallegro del nulla di ogni cosa, di me stesso e
di tutto l’universo. Onore alla sciabola lunga tre piedi che brandiscono i grandi guerrieri mongoli,
perché è come il lampo che solca una brezza primaverile » (citato da Tucci in Présence du
bouddhisme).
Se si pensa ai salotti letterari tedeschi romantici, a Henriette Herz, all’amicizia di Rahel Levin,
ebrea, con il principe Luigi Ferdinando, e poi si considera che un secolo dopo nello stesso Paese si
sarebbe assistito al nazismo! Decisamente, la fede nel progresso è la più ingenua e la più sciocca di
tutte.
So bene che nel romanticismo tedesco (dovrei dire nei romantici) c’è del falso; ma è un falso che
amo, tanto mi entusiasma il fenomeno. Vorrei studiarlo e dedicargli tutto il mio tempo, leggere tutte
le lettere dell’epoca, in primo luogo quelle delle donne. - E io che pensavo di avere esaurito la mia
passione per queste figure quasi irreali! Che sortilegio per me lo squilibrio e un pizzico di
declamazione!
Mi stupisco nel constatare quanto tempo ho dedicato a lamentarmi di tutto, e in primo luogo di me.
Ma se valgo qualcosa è proprio per questo tempo sprecato - secondo gli uomini, non secondo Dio.
Proseguo parallelamente la lettura di libri che non hanno niente in comune, e lavoro a tre diversi
testi che si assomigliano troppo, perché riflettono l’uniforme cupezza del mio umore.
Ieri, alla Samaritaine, una donna, che mi sono trovato accanto alla cassa, puzzava in modo tale che
stavo per svenire. Nessun animale, ne sono certo, ha mai emanato un odore simile. Se mi
rinchiudessero con una donna del genere, potrebbero estorcermi qualsiasi segreto. Disonore,
tradimento, qualsiasi cosa piuttosto che sopportare per un solo minuto una simile pestilenza. - I
seviziatori non hanno immaginazione.
Esiste una poesia francese, ma non c’è niente di poetico nella vita francese (fuorché in Bretagna,
prima del turismo).
« La tristezza durerà per sempre ». - Furono queste, pare, le ultime parole di Van Gogh. Le stesse
che avrei potuto dire io in qualsiasi momento della mia vita.
Tutto in me ha una base fisiologica e metafisica. Ho saltato lo «psichico»...
Nella vita si arriva a un momento in cui si imita soltanto se stessi.
Niente di peggio di un saggio - chiacchierone. Un libro di saggezza non dovrebbe superare le
dimensioni del Tao té ching. E se si pensa che perfino Lao-tzu si ripete!
La scorsa notte, non ricordo se stessi sognando o fossi sveglio, ho visto alcuni episodi della mia
prima giovinezza con una precisione allucinante. Mi sento letteralmente ghermito dalla mia infanzia
- la quale si risveglia, e scaccia l’uomo anziano che un po’ alla volta sto diventando, o meglio, che
sono diventato.
In me c’è qualcosa dello slavo e del magiaro, non ho niente di latino.
Gli scrittori che hanno un’influenza troppo grande diventano presto illeggibili, soprattutto i poeti.
Byron ne è l’esempio più illustre. Anche Rousseau, ma a un grado minore.
Un’opera passa per tre fasi; quella dei devoti, poi quella dei curiosi, infine quella dei professori.
«Ciò che non è permanente è dolore; ciò che è dolore è non sé. Ciò che è non sé non è mio, io non
sono questo, questo non sono io» (Samyutta Nikaya).
Ciò che è dolore è non sé. E' difficile, è impossibile essere
d’accordo con il buddhismo su questo punto, peraltro fondamentale. Per noi il dolore è quanto vi sia
di più sé. Che strana religione! Vede dolore ovunque e al tempo stesso lo dichiara irreale.
Io accetto il dolore, non riuscirei a fame a meno, e non posso rifiutargli uno statuto metafisico in
nome della pietà (come fa il Buddha). Il buddhismo assimila l’apparenza al dolore, anzi li
confonde. In realtà il dolore è ciò che dà una dimensione, una profondità, una realtà all’apparenza.
Non tutto ciò che è instabile è necessariamente dolore. L'apparenza non è dolore, l’illusione non è
dolore; altrimenti nella sua essenza il dolore sarebbe a sua volta illusorio. Il che è difficile da
ammettere.
«Per colui che vede, nulla resta» (il Buddha).
3 die. Ieri sera, crisi «funebre». Tutto assumeva ai miei occhi un volto da morto, voglio dire il volto
della morte.
Reumatismi, reumatismi! Sono trent’anni che ne soffro. Ma forse si tratta di nevrite. Se fa molto
freddo o molto caldo trascino soprattutto la gamba destra. Quando non soffro, irritantissima
sensazione di formicolio. Trent’anni di coscienza del corpo. Le mie «idee» ne risentono, non
parliamo poi del mio umore.
Quando assumiamo un atteggiamento estremo, è difficile far credere alla gente che siamo sinceri.
Eppure la violenza è sofferenza, e non è facile simulare la sofferenza.
Quello che ho scritto nella Tentazione di esistere sul mio Paese ha scatenato da quelle parti una
tempesta di proteste che è ben lontana dall’acquietarsi. Una dozzina di articoli pieni di ingiurie, e
non tutti su commissione. Dove sta la ragione profonda di questa indignazione persistente? Credo di
aver colpito nel segno ponendo la questione della nostra inferiorità storica; ciò ha risvegliato
qualcosa nelle coscienze. Mi si insulta, ma io sento la ferita che ho attizzato negli altri, poiché è la
mia. Noi dubitiamo del nostro ruolo, del nostro valore, del nostro compito; dentro di noi non ci
crediamo. Siamo uno dei popoli più lucidi che siano mai esisti ti. Siamo frivoli, pettegoli, leggeri,
ma anche amari, e, sotto l’aria da fanfaroni, nichilisti fino alla disperazione. Siamo disillusi oltre il
lecito, su scala collettiva. Il contatto con i miei compatrioti è sempre scoraggiante, e la loro
influenza deleteria, così come si addice a gente che ha capito troppe cose, perché è stata troppo
umiliata. Schiavi chiaroveggenti.
Ho tutto l’orgoglio possibile, ma a volte, anzi spesso, al minimo esame di coscienza mi viene voglia
di vomitare.
Tutte le mie contraddizioni derivano dal fatto che non si può amare la vita più di quanto la ami io,
né avvertire al tempo stesso e quasi ininterrottamente un senso di non appartenenza, di esilio e di
abbandono. Sono come un ghiottone che perdesse l’appetito a forza di pensare all’inedia.
Ammiro la facilità con cui gli altri superano i loro conflitti. Io sono sempre prigioniero e vittima dei
miei. E' per questo che mi si accusa di non essere uscito dall’adolescenza, appunto l’età in cui non
si evitano i conflitti.
X si professa «profondo». Non è il solo. Si prova un certo piacere ad apparire superficiali agli occhi
di gente così.
Mai dimenticare la storia di Caino e Abele quando si devono considerare le relazioni fra due o più
persone che lavorano nello stesso campo. E' lì la chiave dei rapporti umani. Tutto il resto è teoria e
fiorettatura.
Visto che considero dannoso o, nel migliore dei casi, inutile tutto ciò che si fa, perché mi si vuole
far partecipare alla mascherata generale? Perché costringermi? Quando si hanno convinzioni come
le mie, tutto ciò che si mette in atto per evitare la morte diventa indecoroso.
Avevo messo L. Blaga15 su un piedistallo (tanto per parlare come le servette), pensavo che fosse al
di sopra di noi, che aleggiasse incurante o meditativo, estraneo alle nostre dispute, incapace di
reazioni balcaniche, di sbalzi di umore o di febbrili impulsi di gelosia. La lontananza lo aveva no-
bilitato, di lui serbavo nella memoria solo tratti puri, stimavo il suo silenzio, la sua apparente
mancanza di impulsività e di volgarità. Ahimè! Il dio è crollato. Forse è meglio così. Eccolo come
tutti noi (ma è morto, poveretto!), eccolo
umano e spregevole.
(Dovrei essere meno feroce con uno che ho stimato tanto a lungo. Ma le pagine acide e così
penosamente perfide che ha scritto su di me e che sono appena state scoperte tra le sue carte, a due
o tre anni dalla sua morte, hanno un tono di testamento, di ingiuria dall’oltretomba - che mi
impedisce di essere obiettivo quanto dovrei).
Solo i nostri mali ci danno una «profondità». Se anche avesse del genio, uno in buona salute è
fatalmente superficiale.
Mi sono impegolato nelle parole, come altri negli affari.
Quando ci si dispera così facilmente, la disperazione non ha più né valore né senso (e tuttavia non è
meno terribile).
Alcuni scrivono con quello che vi è in loro di più puro, con la loro innocenza; io invece posso
scrivere soltanto con le mie scorie. Scrivo per purificarmi. Sicché i miei lavori danno
solo un’immagine incompleta di quello che sono io.
Wordsworth su Coleridge: «Eternal activity without action»16 - parole che mi hanno colpito per
mille ragioni.
Sempre di Wordsworth: «Gli dèi amano la profondità, non il tumulto dell’anima».
L’uomo che si ritira. Genio dell’abbandono. Trasfigurazione attraverso la sconfitta.
Amo solo quella categoria di scrittori di cui non si parla e il cui prototipo resta Joubert. Scrittori in
penombra.
La grande arte è saper parlare di sé in tono impersonale. (Il segreto dei moralisti).
In qualsiasi campo bisogna saper rifiutare. Il saggio è colui che rifiuta di più, pur indossando la
maschera del consenso. Ossia dice sempre di sì a tutto perché non si identifica con nulla.
Conosco soltanto due definizioni di poesia, quella degli antichi messicani: «Il vento che viene dagli
dèi»...
e quella di Emily Dickinson (dove dice che riconosce la vera poesia dal freddo che le provoca, così
glaciale da darle la sensazione che niente potrà più riscaldarla). (Ritrovare il passo).
Dovrei vietarmi la lettura di libri di saggezza orientale, perché vi attingo solo ciò che lusinga la mia
inadeguatezza alla vita.
Lo scetticismo ha una cattiva fama. Eppure, quali lacerazioni sotto i suoi modi alteri e distaccati! E'
davvero il frutto di una vitalità incerta, profondamente intaccata.
14 div. Ieri sera ci ho messo molto ad addormentarmi. Ero travagliato, nel vero senso della parola,
da un tale orrore della carne che, invece di mettermi a letto, sarei dovuto andare da qualche parte a
ubriacarmi.
Pensavo che una pianta non puzza, che la sua decomposizione non ha niente di orribile. Invece la
carne è pura e semplice putredine. La vita non avrebbe dovuto fare lo sforzo di superare lo stadio
vegetale. Tutto ciò che è venuto dopo è veramente ripugnante, spaventoso. Definizione dei vivi:
quelli che ancora non puzzano. Sono atterrito alla vista di tutti questi cadaveri che mi circondano,
compreso il mio. Dall’insetto all’uomo, tutto quello che si muove mi fa fremere e mi sprofonda in
un disgusto veemente. Il regno animale è un tradimento rispetto al regno vegetale, così come questo
lo è rispetto al regno minerale.
Stamattina ho pensato per un’ora intera, ossia ho aggravato un po’ di più le mie incertezze.
Se avessi la mente un po’ più chiara e precisa mi dedicherei esclusivamente allo studio delle
malattie del linguaggio.
« Ho una coscienza da vendere e nessuno vuole comprarla» amava ripetere un giornalista romeno.
Nei Balcani il cinismo raggiunge proporzioni insospettabili per un occidentale. Vi si esprimono
umiliazioni indicibili, e una disperazione troppo antica perché si possa ancora esserne coscienti.
Centenario di Barrès. Nessuna voglia di rileggerlo. Eppure, trentacinque anni fa, quali echi
suscitavano in me Amori et Dolori sacrum, Du sang, de la Volupté et de la Mort, Un Jardin sur
l’Oronte! Nessun francese, in questo secolo, ha avuto più di lui il senso profondo della morte.
Nessuno ha ritrovato il segreto della melanconia con un tale fervore.
Quando si è stati « pazzi » e non lo si è più, è giocoforza sopravvivere a se stessi. Io, a vent’anni!
Non posso pensarci senza esecrare quello che sono ora.
Ogni moto creativo implica un pizzico di prostituzione. Questo vale per Dio come per chiunque sia
dotato di un qualsiasi talento. Se si vuole rimanere puri non bisogna esternarsi. Riflettere su di sé, in
ogni occasione: questo appare il dovere dell’uomo «interiore». L’altro, quello esteriore, non conta
molto: fa parte dell’«umanità».
15 dic. Giornata di pioggia. Ho dormito tutto il giorno. Bisogno di immergermi nella materia, di
farvi ritorno, di confondermi con essa. E' stata la mia Discesa agli Elementi.
Che a cinquant’anni si possano attraversare crisi di stanchezza come quelle che ho attualmente è
una cosa che non capisco e che mi spaventa. Mi sento il centro di un torpore cosmico. Mi
disindividualizzo a vista d’occhio. Facciamola finita con questo vecchio Io!
L’arte del disprezzo, ammesso che esista, non può non identificarsi nell’arte di perdere tempo: solo
questo ci concede una superiorità sulla vita, se non sugli esseri umani.
Esistono solo le cose che abbiamo scoperto da soli; sono anche le uniche che conosciamo. Le altre
sono tutte chiacchiere.
Bisogna diffidare della passione di istruirsi. Si ritorce sempre contro di noi, e comunque ci
danneggia. Bisogna sapere poche cose, ma saperle in modo assoluto.
Bisogna sempre tenere presenti le profonde parole della Gita: «E' meglio morire seguendo la
propria legge che salvarsi attraverso quella di un altro».
Realizzarsi significa sapersi limitare. L’insuccesso è la conseguenza di una eccessiva disponibilità.
Tutto ciò che per noi è causa di malessere ci consente di definirci. Senza acciacchi, niente coscienza
di sé.
19 dic. - Ieri ho perso due ore alla biblioteca della Sorbona, oggi altre due a quella dell’Institut
catholique. Perché? Per cercare libri. Nel pomeriggio, dopo aver scartabellato nello schedario della
Biblioteca cattolica fino all’ubriachezza, fino allo stordimento, disgustato, sono andato a
passeggiare al Luxembourg, facendo tristi riflessioni sul mio caso. A che serve darsi a questa fuga
penosa, visto che non inganna nessuno, neanche me? So benissimo che vado in cerca di libri, e per
così dire mi ci nascondo dietro, al solo scopo di non lavorare, di scansare il dovere di produrre
un’«opera», di scrivere, di non offrire ai sogghigni altrui l’immagine di un fallito. Ma mi disperdo,
faccio il possibile per deludere tutti e così inacidirmi. In fondo sono solo un erudito piuttosto
penoso, visto che la mia erudizione, ammesso che esista, io la dissimulo, e di certo non la sfrutto.
Guai allo scrittore che ho ammirato troppo. La mia ammirazione presto si tramuterà in odio o in
disgusto. Non posso perdonare i miei idoli. Prima o poi mi erigo a iconoclasta.
Io, io, io — che stanchezza!
Tutti parlano di teorie, di dottrine, di religioni; insomma di astrazioni; nessuno di qualcosa di vivo,
di vissuto, di diretto. La filosofia e il resto sono attività derivate, astratte nel peggior senso della
parola. Qui tutto è esangue. Il tempo si converte in temporalità, ecc. Un ammasso di sottoprodotti.
D’altro canto gli uomini non cercano più il senso della vita partendo dalle loro esperienze, ma
muovendo dai dati della storia o di una qualche religione. Se in me non c’è niente che mi spinga a
parlare del dolore o del nulla, perché perdere tempo a studiare il buddhismo? Bisogna cercare
tutto in se stessi, e se non si trova ciò che si cerca, ebbene, si deve lasciar perdere.
Quello che mi interessa è la mia vita, non le dottrine sulla vita. Per quanti libri sfogli, non trovo
niente di diretto, di assoluto, di insostituibile. Dappertutto è il solito vaniloquio filosofico.
20    dic. Oggi pomeriggio, al Collège de France, sono entrato per sbaglio in un’aula dove il
professore stava scrivendo alla lavagna formule di alta matematica. Sono rimasto un’ora a guardare
con stupore e ammirazione quel mago che faceva apparire in continuazione segni meravigliosi e per
me totalmente incomprensibili. Quanto sembrano volgari gli impegni letterari in confronto a questo
esercizio allucinante che di fatto sopprime la parola: quel professore la usava solo per alcuni nessi.
Dedicarsi a un’attività inaccessibile ai profani, a un’attività che può esser seguita soltanto da una
sparuta minoranza, questo mi sarebbe piaciuto fare, e non scrivere articoli che il primo venuto può
leggere e disprezzare.
Una forma invidiabile di gloria, forse tra le più belle: legare il proprio nome al crollo di una
religione.
21 dic. Ho dormito nove ore di fila, anche se con una interruzione di qualche minuto. Mi sono
svegliato perfettamente riposato. Ma la mia mente non funziona comunque.
Ho appena letto gli articoli politici di Heine, scritti nel 1842. Naturalmente sono cose datate, ma
anche vere. Osservazioni molto profonde sul carattere dei francesi, sulla loro versatilità; come pure
intuizioni profetiche sul comunismo. - L’inaugurazione della ferrovia da Rouen a Orléans gli ispira
esattamente le stesse riflessioni che più tardi sono state fatte a proposito degli aerei o dei veicoli
spaziali. Pagine che offrono al lettore una grande lezione di modestia. E' grazie ai nostri stupori che
apparteniamo a un’epoca. Non lasciarsi prendere dall’entusiasmo è una massima salutare, anzi
indispensabile per chiunque voglia risparmiarsi rimpianti.
E' incredibile quanto il minimo periodare poetico diventi antiquato nella prosa. La poesia è il lato
effimero dello stile; dura, resta viva solo se non è evidente, se è implicita, involontaria, segreta e
impercettibile.
Sono un passionale che si affanna a raggiungere l’Indifferenza, riuscendoci soltanto per le vie
traverse e infelici del torpore.
Regola generale: un autore comincia a essere riconosciuto e celebrato quando non ha più niente da
dire. L’avvento della gloria coincide con quello della sterilità.
Il talento viene scrivendo. È un esercizio trasfigurato.
Aveva preso l’abitudine di piangere; da allora tutto le riusciva. Se si ha un metodo è facile
raggiungere i propri fini.
Da anni cerco una definizione della tristezza... Spero proprio di non trovarla mai.
Per tutta la notte il vento ha continuato a ingolfarsi nei camini. Mugghiava, si torceva a pochi
centimetri dal letto. Una notte che mi ha consolato della mancanza di musica di cui soffro da
quando non vado più ai concerti e non accendo più la radio.
Ho notato che appena un uomo si identifica completamente con qualcosa raggiunge una sorta di
genio.
Ho conosciuto alcuni aspiranti alla saggezza che volevano fondare «scuole» per rigenerare
spiritualmente l’umanità. Erano tutti palesemente squilibrati. Nessuno di loro aveva capito che
l’opera di rigenerazione deve cominciare da se stessi e su se stessi. In fondo, certo
inconsapevolmente, ciò che volevano era comunicare ad altri il loro squilibrio, scaricare
sull’umanità l’eccesso di contraddizioni e desideri caotici di cui erano gravati.
Ogni ossessionato sembra profondo e geniale. Non è né l’uno né l’altro.
Non c’è niente di peggio di un uomo consapevole dei propri meriti che dia l’impressione di pensarci
continuamente.
Natale. Nevica. Tutta la mia infanzia affiora alla superficie della coscienza.
Ieri, al mercato, ho sentito questo dialogo: «Fa freddo».
«Non importa, purché non nevichi».
Decisamente io non sono di qui.
Il concerto per clarinetto e orchestra di Mozart. Che ruolo ha avuto nella mia vita!
A mano a mano che si va in là con gli anni, si dimenticano i problemi e ci si interessa solo al
proprio passato. Questo perché è più facile avere ricordi che idee.
Quando rievoco i miei primi anni di vita nei Carpazi devo fare uno sforzo per non piangere. E'
molto semplice: non riesco a immaginare nessuno che abbia avuto un’infanzia paragonabile alla
mia. Cielo e terra mi appartenevano, letteralmente. Persino le mie apprensioni erano felici. Mi
alzavo e mi coricavo - da Signore del Creato. Ero consapevole della mia felicità e presentivo che
l’avrei perduta. Una paura segreta rodeva le mie giornate. Non ero poi tanto felice quanto sostengo
ora.
Su ogni cosa ho almeno due punti di vista divergenti. Di qui la mia indecisione teorica e pratica.
Un libro è fecondo e durevole solo se è suscettibile di più interpretazioni diverse. Le opere che si
possono definire sono essenzialmente effimere.
Un’opera vive grazie ai malintesi che provoca.
Niente potrà distruggere in me il dubbio e la nostalgia dell’assoluto.
Verso la quarantina, forse prima, ho smesso di credere al mio «destino», ho persino rinunciato al
desiderio di averne uno. E' stato allora (probabilmente per supplire all’inconsistenza della mia vita)
che ho cominciato a interessarmi a coloro che ne hanno uno e mi sono rivolto alla Storia. Ancora
oggi, fra uno scrittore e uno storico, preferisco leggere quest’ultimo.
A vent’anni leggevo i filosofi, verso la trentina sono passato ai poeti, ora leggo gli storici.
E i mistici? Li ho sempre letti, ma da qualche tempo li leggo meno. Forse un giorno me ne
allontanerò completamente. Quando non si è ormai più capaci di provare, non dico una trance, ma
nemmeno qualcosa che le assomigli, a che pro interessarsi a quelle degli altri? Ho sfiorato,
anzi sperimentato l’estasi tre o quattro volte nella vita; un’estasi sul genere di quella di Kirilov, non
di quella dei credenti. Esperienze divine, comunque, poiché mi rendevano superiore a Dio.
Il vero scrittore ama appassionatamente le apparenze, non cerca la Verità.
(Dopo aver letto qualche pagina di Saint-Simon).
È falso dire che non possiamo vivere senza dèi. Tanto per cominciare li riduciamo a simulacri, e poi
l’uomo sopporta tutto e a tutto si abitua. Non è abbastanza nobile per morire di delusione.
Lo sperimento ogni giorno: tutte le persone di mia conoscenza che in un modo o nell’altro si
esibiscono inseguono ardentemente la gloria, o almeno la fama. Passione nauseante e tuttavia
comprensibile, anzi inevitabile.
Quando si è desiderata questa stessa gloria, dà fastidio vedere che gli altri vi aspirano,
tormentandosi per una chimera. Distaccarsene significa perdere una sicura fonte di sofferenza. Ma
non si può avere tutto.
È impensabile un Pascal che voglia essere «originale».
La ricerca dell’originalità è quasi sempre prerogativa di un ingegno di second’ordine.
Mi sembra di essere un corridore che, ritiratosi dalla corsa, si metta a meditare su di essa.
L’atto di pensare si accompagna a un certo affanno. La mente è al tempo stesso causa ed effetto
delle nostre inibizioni, dei tentativi abortiti, di ogni manifestazione di impotenza, qualunque sia.
Ho incontrato solo due uomini che mi abbiano dato l’impressione di aver raggiunto una sorta di
santità a contatto con la religione: un giornalista di provincia in Romania e un commerciante di
diamanti argentino. Il primo era uniate, il secondo ebreo (era stato influenzato molto da un
soggiorno di due anni in India). Nessuno mi ha mai parlato con più purezza di cose religiose.
Entrambi diffondevano una luce che non ho mai ritrovato altrove.
A forza di ripetere a me stesso che gli altri fanno troppo, ora sono ridotto al punto di non fare
abbastanza - per dirla in modo «eufemistico».
Se non è confortante, è comunque lusinghiero pensare che si morirà senza aver dato il proprio
meglio.
Gli ultimi a cui perdoniamo l’infedeltà nei nostri confronti sono quelli che abbiamo deluso.
oppure: Perdoniamo a tutti l’infedeltà, tranne a quelli che abbiamo deluso.
oppure: Siamo sempre intrattabili con quelli che abbiamo deluso.
Penso a un sacco di persone che ho conosciuto e che sono morte. Che cosa ne è rimasto? Niente,
neppure il mio ricordo, poiché esso conferma il loro nulla.
E' sconveniente dire «io» quando andrebbe meglio il «si». Può essere, ma dire «io» è talmente più
pratico, più piacevole! Ipocrisia dell’impersonalità.
Non sono nato dalle parti dell' oggetto.
Per molto tempo, per moltissimo tempo, alzandomi al mattino, mi sono augurato che entro la
giornata arrivasse la fine del mondo.
Per aprirsi a un’altra realtà bisogna far esplodere le categorie in cui è confinata la mente; bisogna
ricominciare la Conoscenza.
Parlare senza ironia dei propri successi è segno di grande indelicatezza (è persino più indelicato che
parlare delle proprie ricchezze, perché la ricchezza è un fatto, la fama è un’opinione, un giudizio di
valore).
31 dic. 1962 - Tralasciamo.
X mi fa gli auguri e mi parla delle sue malattie in tono disperato. Tutto quello che riesco a dirgli è
che ci sono persone che devono soffrire, perché questa è la loro sorte. A mo’ di consolazione,
aggiungo che si può vivere e soffrire, che si può perfino tirare avanti benissimo, ad onta dello
scoramento. Cito me stesso a esempio: più di trent’anni di malanni vari!
«Quand’anche la dimostrazione di Leibniz fosse vera, quand’anche si ammettesse che, tra i mondi
possibili, questo è sempre il migliore, la dimostrazione ancora non fornirebbe una teodicea. Il
creatore infatti non ha creato soltanto il mondo, ma anche la possibilità stessa: di conseguenza,
avrebbe dovuto rendere possibile un mondo migliore » (Schopenhauer).
La Schadenfreude - espressione inesatta. C’è crudeltà in ogni stato d’animo fuorché nella gioia, che
è quanto di più puro si possa provare quaggiù. Crudele può essere il piacere, la disperazione, la
tristezza, tutto, tranne, ripeto, la Gioia.
«La morte, questo mutamento di condizione così netto, così temuto, in natura è soltanto l’ultima
sfumatura di una condizione precedente...» (Buffon).
« Non si devono tradire collera o odio se non nelle azioni. Gli animali a sangue freddo sono gli
unici che abbiano veleno» (Schopenhauer).
L’amore è un sentimento del tutto anormale, poiché è accompagnato da tutti i tumulti che
caratterizzano di solito una mente disturbata: angoscia, disperazione, diffidenza morbosa, sprazzi di
felicità, egoismo spinto sino alla ferocia e via dicendo. Una felicità da forsennati.
Niente è più insopportabile di una donna che conosca a fondo qualcosa, che studi un problema, che
mostri competenza in materie vaghe come la letteratura o l’arte. Per serbare il suo fascino una
donna deve soltanto sfiorare o intuire; non appena sa, smette di sedurre.
Allo stesso modo, niente è più esasperante di un poeta che approfondisca, che insista, che voglia
esaurire un tema o un soggetto. Se vuole rimanere vivo, deve avere un colpo d’occhio unico. In
ogni cosa deve ruminare, non meditare. Soltanto i poeti che hanno perso l’ispirazione girano e
rigirano intorno allo stesso motivo, soltanto loro vogliono far testo in un certo settore. L'abbandono
è la cosa al mondo più difficile da mantenere.
Il motivo per cui non vado d’accordo con i francesi è che, come loro, mi inalbero spesso e
volentieri. Riesco a star bene solo con i danesi, i tedeschi, quelli che hanno un’aria da «fessi ».
Combatto la disperazione con l’ira e l’ira con la disperazione. Omeopatia?
Gioco al dimenticato. Come se prima fossi stato noto!
Tutti mi chiedono: «Che cosa sta facendo? A quando il prossimo libro?». - E' incredibile quanto sia
entrata nel costume la necessità di pubblicare. Si è obbligati a farlo, altrimenti ti considerano un
fallito. Ma non bisogna cedere.
Il genere di malinconia di cui soffro io non è fatto per andare d’accordo con la parola. Ci sarebbe
voluta la musica.
Non è della morte che ho paura, ma della vita. Per quanto mi ricordi, è sempre stata la vita a
sembrarmi insondabile e terrificante. La mia incapacità di farne parte. E poi la paura degli uomini,
come se appartenessi a un’altra specie. La sensazione costante che su nessun punto i miei
interessi coincidessero con i loro.
Quello che mi ha sempre rovinato tutto è che prima di approfondire una cosa già ne vedo i limiti,
che si tratti di una persona, di un oggetto, o di un’idea. Qui è proprio il caso di parlare di intuizione.
Ne avrei fatto volentieri a meno. Non si può immaginare dono più funesto.
«L’incanto si è spezzato». - Quante volte me lo sono ripetuto in vita mia! e con quale crudeltà!
Giacché significa essere crudeli mostrare un simile compiacimento per la delusione.
Ho sempre l’impressione, anzi la convinzione, che quello che fanno gli altri io potrei farlo meglio.
Perché non ho la stessa reazione nei confronti di quello che faccio?
Appena mi sento un po’ meglio, l’ispirazione se ne va, mi vengono a mancare perfino gli
argomenti. Non a caso la frase che mi ha segnato di più è quella di Pascal in risposta alla sorella che
lo esortava a farsi curare: « E' che voi non conoscete gli inconvenienti della salute e i vantaggi
della malattia».
Mi ricordo perfettamente che quando la lessi, alla biblioteca della Fundatia Carol di Bucarest,
dovetti fare uno sforzo per non lanciare un urlo.
Si può insorgere contro le ingiustizie, ma non contro la stanchezza e l’usura del mondo.
Gli amici non ci dicono mai la verità. Per questo è fecondo solo il dialogo muto con i nostri nemici.
È all’apice della carriera che ognuno di noi prova la sua più grande amarezza. Potrei citare mille
esempi.
Non ne posso più, non ne posso più. È mai possibile che io sperperi le mie ore così? Stamattina,
quando ho visto che era quasi mezzogiorno e come al solito ancora non mi ero messo al lavoro,
poco c’è mancato che piangessi. Mi rovino con le mie mani, è chiaro. Il nostro inno nazionale, che
comincia così: «Svegliati, romeno, dal tuo sonno di morte» - ah! quali echi suscita in me!
Consiglio per un giovane: «Ricordati che ai superiori e agli amici non si può mai dire la verità».
Oggi ho visto per la prima volta X, di cui ho letto tutti i libri. Un omino, una voce di testa, un
amabile bambolotto. Forse Bergson non faceva migliore impressione. E d’altronde che importa
avere un corpo o un altro? E' segno di infantilismo essere delusi dall’aspetto fisico delle persone.
Ma come si fa a esservi insensibili?
E dire che c’è gente che si arroga il diritto di annoiarvi per tre ore di fila!
La paura di importunare, o meglio di non riuscire a divertire gli altri, è tale che non posso far visita
a nessuno - se non con grandi sforzi.
Gennaio 13 - Domenica mattina. Un freddo cane. Alcuni passanti dall’aria prostrata mi guardano -
forse prendendomi per pazzo - mentre canto a squarciagola canzonette ungheresi. Questo freddo mi
ricorda gli inverni della mia infanzia (tranne la neve, da cui questo Paese, ahimè!, non è gratificato),
mi mette allegria.
Ho notato che sono quasi sempre allegro quando tutti gli altri sono infelici.
«Ero Profeta quando Adamo era ancora fra l’acqua e l’argilla».
Quale orgoglio in queste parole di Maometto!
Si può pensare davvero all’eternità soltanto distesi a letto. Che essa sia stata colta in modo
particolare dagli orientali, lo si capisce: non prediligevano forse la posizione orizzontale? Avere gli
occhi rivolti al cielo modifica necessariamente il corso dei pensieri.
Non appena ci si butta sul letto o per terra il tempo non scorre più e perde ogni importanza. La
storia è il prodotto di uomini in piedi.
L’uomo, in quanto animale verticale, doveva fatalmente abituarsi a guardare davanti a sé, non
soltanto nello spazio, ma anche nel tempo. A quali umili origini risale l’idea di
avvenire!
La gelosia, in amore s’intende, conferisce talento al primo venuto e lo innalza al di sopra degli
spiriti più immaginosi.
Rivarol, che ha tradotto l'Inferno, rimprovera a Dante di aver scritto «per l’aere senza stelle». -
L’estetica del Settecento raggiunge un parossismo di antipoesia. I danni fatti da Voltaire sono
incredibili.
La mia incapacità di dire la verità in faccia alla gente, le mie viltà insomma, mi hanno cacciato in
più complicazioni che se fossi stato un eroe morale.
Mi scaglio contro l’uomo in genere, ma perdo il coraggio davanti a un individuo. Ho una paura
terribile di ferire, e forse di essere ferito. Si può essere pusillanimi per eccesso di sensibilità.
Sono sputato, vomitato dal Tempo, ebbro del mio decadimento.
Trovarsi all'improvviso nel bel mezzo dell'incomunicabile, sentirsi addosso il peso del vago che non
può essere espresso...
Il dolore non condanna la vita, il dolore la riscatta. (Perché non sono buddhista).
Sono da compiangere soltanto coloro che, pur avendo un fondo di religiosità, non possono
abbracciare nessuna religione e inciampano (eccesso di lucidità o impotenza?) sulla soglia
dell’assoluto. Con quanta ammirazione guardano chiunque sappia pregare!
I dolori più reali sono quelli immaginari, poiché sono quelli di cui si ha bisogno e che ci si è
inventati, perché non si può farne a meno.
Lo verifico ogni giorno: si può aver pietà degli uomini, ma amarli è impossibile. E' qui, su questo
punto cruciale che il cristianesimo sbaglia.
Francia. La nazione europea più dotata.
Non sono fatto per «pensare»; quando mi ci metto, il filo dei miei ragionamenti è presto tagliato
dall’irrompere di un ritornello interiore, o meglio da un mormorio. Il mio stesso « pensiero » è
musicista.
Tutte le menti crudeli mi attraggono, che siano personaggi letterari o storici. La mia tristezza
racchiude un’incredibile crudeltà che non può e non vuole esser soddisfatta.
Sabato 26 gennaio 1963
Voglia di piangere. Ho vinto tutti i desideri. Lacerazione (in senso proprio) di tutta la trama del mio
essere. Sensazione di solitudine altrettanto netta e potente che nella «lucida follia».
La Vita mi lascia in disparte per poter avanzare. Sentirsi un ostacolo sul cammino delle cose, lo
importuno il Divenire.
Quello che mi disaffeziona dal futuro è la certezza che tutto sarà più brutto di adesso. Vengono i
brividi nella schiena solo a pensare quanto è peggiorata l’architettura dall’inizio dell’Ottocento a
oggi. Figuriamoci che cosa sarà in avvenire! Meglio non pensarci.
Ogni questione, qualunque sia, è illimitata. A imporle delle frontiere è la nostra mente ristretta, la
nostra mania di definire.
Questi tetti orribili e questo cielo grigio, che sto a guardare fino all’abbrutimento. Come trovarvi il
minimo indizio di speranza e di realtà? La desolazione del quaggiù allo stato puro, del catastrofico
quaggiù.
Tutto ciò che vedo intorno a me alimenta la mia disperazione e mi conferma nell’orrore del mondo.
La mia vecchia teoria: non si può vivere né con Dio né senza Dio.
Santillana del Mar!17 Ci penso desideroso di pregare con gli accenti del più profondo strazio, nei
modi di una nenia.
Queste ore in cui i pensieri scendono, scendono sempre più in basso, fino alla nostra tomba, che
attraversano per poi risalire verso chissà che cosa...
Fra il mondo e me c’è una discordanza che si accentua con gli anni; su un tono di freddezza, è vero,
non più di lirismo come accadeva prima. (Credo in tutta sincerità che quaggiù un angelo si
sentirebbe molto più a suo agio di me. Il paragone non calza, perché non è la purezza a
impedirmi di mettermi all’unisono con il mondo, no, è qualcos’altro, un veleno nostalgico, di cui
solo i demoni, questi ex angeli, possono avere il presentimento o l’idea).
Una melodia rabberciata.
Quando si sono lasciate perdere le cose, non succede niente - per nostra grande fortuna. Chi dice
avvenimento dice incaponimento.
1o febbraio 1963
Oggi pomeriggio ho ascoltato per due ore un compagno di scuola che non vedevo da quindici anni.
Dico apposta ascoltato, perché ha parlato in continuazione delle sue imprese, dei suoi successi,
della sua fortuna, di sua moglie e di tutti. Non credo che abbia lavorato di fantasia, ma ha un modo
di abbellire ogni minimo dettaglio delle sue avventure che ti lascia tra lo stupore e il disgusto. Affari
su affari! «Gli ho detto», «l’ho prevenuto», «ho lavorato venti ore al giorno». Alla fine mi ha
chiesto di rivolgermi a lui se mai mi trovassi in ristrettezze... Questi romeni, è bene frequentarli: in
loro i difetti umani in genere si rivelano in tutto il loro squallore. Anche se sono falsi, non sanno
fingere, o
meglio hanno un modo tutto loro di fingere che ha il solo risultato di smascherarli completamente.
«Lo Spirito Santo non è scettico» (Lutero).
Una di quelle frasi inesauribili, a cui si vorrebbe dedicare tutto il tempo libero delle proprie
insonnie.
Ho letto da qualche parte che un vecchio poeta, vissuto prima della guerra, malato e completamente
dimenticato, aveva dato ordine di dire che non c’era per nessuno. Sua moglie, per compassione,
andava ogni tanto a suonare alla porta...
Gli scrittori minori invecchiano meno velocemente dei grandi. (O meglio: sono più leggibili). Il
motivo è che sono meno segnati degli altri dai pregi e dai difetti della loro epoca.
Ieri sono andato a un cocktail da cui sono tornato furente, scatenato. Non posso più assistere a
questo genere di pagliacciate. Vedere gente riunita senza necessità mi è intollerabile. Alla mia età lo
spettacolo del «gran mondo» non ha più ragione d’essere. Per il futuro ho deciso di sottrarmi a tutto,
di fare il vuoto intorno a me, di vivere a Parigi come se non ci fossi.
Il commercio con l’innocenza è altrettanto sfibrante di quello con la falsità. Bisogna trovare una via
di mezzo fra la società e la natura.
Se l’insoddisfazione di sé potesse donare il genio!
«... nascendo abbiamo contratto l’obbligo di morire» (sant’Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali).
È distruggendo ciò che ha fatto, gettando alle fiamme i testi di cui non è contento che uno scrittore
dà prova di forza. Pubblicare il meno possibile, questo dovrebbe essere il suo motto.
In fondo, sono riconoscente alla mia pigrizia per avermi sottratto all’inflazione in cui cadono gli
altri per eccesso di vitalità, di lavoro o di talento.
Se fossi sicuro di avere tutti i difetti degli altri, delle persone che conosco, mi ammazzerei
all’istante.
... Ma come dubitarne?
I    «buoni», i generosi che si occupano volentieri degli altri sono quasi sempre dei vanitosi, dei
simpatici, adorabili spacconi.
La bontà è una forma speciale di vanità e di presunzione.
La bontà è una versione nobile della vanità e della presunzione.
Il ruolo dell’insonnia nella storia. Da Caligola a Hitler. L’impossibilità di dormire è causa o
conseguenza della crudeltà? Il tiranno veglia, è questo a caratterizzarlo veramente.
Mi sembra senza necessità sia ciò che fanno gli altri sia ciò che faccio io. Per questo qualsiasi atto
mi pesa e «vivere» è per me un supplizio.
Scrivere significa dichiarare che qualcosa non va nei propri rapporti con l’essere.
Ho appena finito un articolo sulla gloria che non vale niente. Che idea affrontare un simile
argomento! Chissà che cosa mi ha indotto a parlarne. Quanto è stupido tutto questo.
Chiunque sia stato un idolo, anche per poco, è condannato a essere sorpassato.
Il successo è la morte dello spirito.
Il mio Paese: fascino, volgarità e desolazione.
Ho letto in una storia dell’Inghilterra un ritratto di Guglielmo il Conquistatore che mi ha
entusiasmato moltissimo. Amava a tal punto gli animali selvatici che nessuno osava abbatterne uno
se non a sua insaputa. L’amore che nutriva per loro lo faceva vagare per selve fitte e cupe.
Detestava gli uomini, parlava poco e non perdonava a nessuno.
Ho fatto voto di solitudine.
Si è tanto più lucidi quanto più si percepisce il lato vuoto di ogni cosa.
Ovvero: essere lucidi significa percepire la zona vuota in ogni cosa.
La vita è come un testo sul quale si è lavorato moltissimo e che non si riesce a migliorare
ulteriormente perché ci ha esasperati: neanche una virgola da aggiungere. Per quanto si sappia che è
insufficiente e incompleto, non si trova il modo di arricchirlo.
La prerogativa dello scetticismo è che, quando lo si è conosciuto, non si può più distaccarsene, e
che, qualsiasi sforzo si faccia, vi si ricade immancabilmente. E' una malattia ciclica.
Qualcuno ha detto che ero torturato solo da due problemi: Dio e lo stile.
Se avessi potuto avere rapporti sinceri con gli uomini, avrei fatto sicuramente a meno dell’idea di
Dio.
Nascita, matrimonio, funerale - perché gli eventi irreparabili suscitano sempre sentimenti falsi?
26 febbraio 1963
Io sono diverso dalle mie sensazioni. In che modo?
Giornate perse in conversazioni, e questa assuefazione alla mia nullità.
Quello che mi interessa è vedere fino a che punto riesco a dissociarmi dal mondo.
L’altro giorno ho incontrato in autobus un giovane scrittore d’avanguardia (!), che mi rimprovera di
non essere rivoluzionario, di non volere innovare niente, insomma di non dare nessun nuovo
apporto. - « Ma io non voglio cambiare niente di niente» gli dico. Non ha capito affatto il senso
delle mie parole. Mi ha preso per modesto.
Ho sempre amato gli dèi agonizzanti, le religioni in disuso, senza futuro, allo stremo. Di qui la mia
passione per Celso.
Più avanti vado, più aumenta la quantità dei libri che trovo illeggibili. Verrà il giorno in cui non
potrò più leggere niente, in cui mi accontenterò di guardare.
Oggi pomeriggio sono andato a un appuntamento «d’affari » con l’intenzione di essere chiaro,
deciso, perentorio. Dovevo dimettermi da direttore di collana di Plon. Com’era prevedibile, ho
esitato, sono stato incerto fra il sì e il no, e alla fine me ne sono andato senza aver risolto niente.
Davanti a una faccia sono incapace di prendere una decisione. Chiunque riesce a disarmarmi.
È perduto ogni momento che non si passa da soli con se stessi.
Liquidare è la mia mania, il mio vizio. Con quale voluttà mi ci dedico! E l’amaro in bocca dopo!
Quando ormai si riesce a pensare solo alla propria infanzia vuol dire che il ciclo della vita si è
chiuso.
Più uno è ossessionato dalla morte, più desidera la gloria. L’idea della vanità universale è un
eccitante.
«Colui che è per natura Dio dialoga con quelli che Egli per grazia ha reso dèi...» (san Simeone il
Nuovo Teologo).
Qui sta tutta l’essenza della mistica cristiana.
5 marzo 1963. Ascoltata ieri sera La Passione secondo san Giovanni, appagamento al limite
dell’estasi. Uscito in strada, il contatto con l’abiezione, con il quotidiano, mi ha indotto a chiedermi
se le tre ore « sublimi » che avevo appena trascorso non fossero state una specie di allucinazione.
Eppure quelle ore mi avevano dato nello stesso tempo la certezza e l’emozione della suprema realtà.
Chi ha il sentimento del tempo si aggrapperà tanto più a ciò che vi resiste, a ciò che ne trascende la
fragilità. A parte rare eccezioni, tutti i devoti della forma hanno una consapevolezza acuta della
futilità universale, dell’inconsistenza delle azioni e della vita in quanto tale. Ed è per aggrapparsi a
qualcosa di solido, di duraturo, che puntano sulle parole e le usano.
Il desiderio di perfezione tradisce una ferita segreta. Più si è lesi dal tempo, più si vuole sfuggirvi.
Scrivere una pagina, una sola frase impeccabile, ti emancipa dalla corruzione del divenire.
Trionfiamo sulla morte grazie all’ossessione della perfezione, grazie alla ricerca appassionata
dell’indistruttibile attraverso la parola, attraverso il simbolo stesso della caducità.
La vita adempie a tutte le condizioni richieste dall’Insolubile.
Un funerale rappresenta il trionfo e insieme il crollo di qualsiasi metafisica.
Se ci fosse permesso riflettere su qualcosa che non sia la vita e la morte, queste banalità devastanti!
Filosoficamente, la libertà è a stento concepibile: come idea, è superficiale, non sta in piedi; come
fede, è profonda, e illegittima.
Ieri sera, prima di andare a letto, mi sono imbattuto in queste parole di un libro gnostico, Il Vangelo
secondo Tommaso: «Gesù disse: “Guai alla carne che dipende dall’anima e guai all’anima che
dipende dalla carne!”».
Impressione straordinaria, da perderci il sonno.
Si parla delle malattie della volontà e si dimentica che la volontà stessa è una malattia, che il volere
è un’attività innaturale.
Vedo tutto per concetti, i dettagli più meschini così come i più inusitati. Di qui la mia mancanza di
attitudine per la poesia.
Nervosismo da fine del mondo. A che serve aver letto tut-

ti i sapienti? Modellarsi sulla materia, seguirne l’esempio, imitarne la calma - per quanto mi sforzi,
non ci riesco.
Quando penso a tutti quelli che hanno avuto successo, e che conosco bene, constato che nessuno ha
raggiunto il genere di gloria in cui sperava. Sarà una legge? Sarà un inganno della natura? Nessuno
ha la sorte che sognava; e più siamo gratificati, più essa si allontana. Il regno dell’ironia universale.
Se valgo qualcosa è soltanto perché non faccio niente per dare il mio meglio.
Un fiore è una preghiera muta. Lo stesso si può dire di tutto quello che non serve a niente,
dell’inutile in sé.
Domenica 10 marzo. Sono uscito per una passeggiata; ma sono tornato subito. Impossibilità di
guardare i passanti; la loro «esistenza» mi appariva semplicemente inconcepibile. Non si può
passeggiare a testa bassa, nello strazio della vergogna. Vergogna di che? Almeno lo sapessi! Questo
cafard insediato nel mio sangue!
Tutti i miei sentimenti sono sottoprodotti del cafard.
«Gli ungheresi si divertono piangendo». E' un verso? un proverbio magiaro? Non lo so. Quello che
so è che appartengo a quel mondo, non fosse che per il mio cafard.
La fuga nel lavoro accanito. Ne sono certo: mi butto in una qualsiasi occupazione meschina al solo
scopo di non pensare, di evitare un incontro con l’essenziale.
Ero fatto per il convento o per il ballo, non per essere uno scrittore che non scrive.
C’è un tetto anche per il rimorso. L’ho raggiunto? Temo di sì.
A ben esaminare gli esseri umani, non se ne trova uno che si possa invidiare davvero. Quale
conclusione trarne?
La mia disgrazia è di cimentarmi sempre con i problemi, quando invece sono fatto per le
confessioni.
Sfogliato un libro illustrato su Proust. La moda del Novecento è insopportabile. Senso di tristezza e
di nausea. Gli abiti diventano antiquati prima delle idee o dei sentimenti.
Il Linguaggio è sempre meno la mia «fortezza», la mia feste Burg.
E' un incubo, per me, dipendere da chicchessia; quanto costi far fronte alla povertà, anzi allo spettro
dell’indigenza, nessuno lo sa meglio di me.
Passione per l’essere; disgusto per gli esseri.
Arrivare al punto di aver paura di tutto ciò che non è se stessi, paura, paura!
Meditare significa mettere una distanza fra il pensiero e la parola. Pochi ci riescono.
Tre ore di conversazione. Ho perso tre ore di silenzio.
14 marzo. Ieri sera, cena fuori. Avrò detto sì e no due parole. Una noia che rasentava la
disperazione.
In ogni cellula del corpo un vuoto distruttivo e melodioso: è questo, per me, la Melanconia.
Kierkegaard: pensiero loquace, profondità diffusa. Un peccato che non sia riuscito a condensarsi!
Il difficile, una volta rotti i legami tra esseri e cose, è riabituarsi agli uni e alle altre, riadattarsi alle
vecchie illusioni, reintegrarle a una a una.
Bisognerebbe astenersi dal pronunciare giudizi di ordine morale su chicchessia. Nessuno è
responsabile di quel che è, né può cambiare la propria natura. E' una cosa evidente, che tutti sanno.
Per quale motivo, allora, incensare o biasimare?
Perché vivere significa valutare, esprimere giudizi, e perché l'astensione, quando non sia frutto della
viltà, esige uno sforzo estenuante.
Questa angoscia sorda che prelude all'imbecillità...
I filosofi cominciano con riflessioni sulla fisica e finiscono con considerazioni sulla morale. Vedi la
Grecia.
Leggo in un filosofo dell’Ottocento che La Rochefoucauld aveva ragione per il passato, ma che le
sue Massime non sono applicabili all’uomo del futuro!
Ho scritto tutti i miei libri a forza di eccitanti (caffè, tabacco). Da quando non posso più prenderli,
la mia «produzione » è scesa a zero. A che cosa è legata l’attività della mente!
Riesco a concentrarmi soltanto su lontani ricordi. Assorbono tutte le mie capacità di attenzione. E'
la vecchiaia incipiente o sono del tutto rimbambito?
Ogni analisi che finisce con una nota di speranza rende omaggio alla convenzione e si
autodistrugge.
Uno dopo l’altro i miei amici mi mandano i loro libri. Soltanto io non ne scrivo. Cerco di farmene
un vanto, e a volte ci riesco.
L’amarezza deriva dall’ambizione inappagata, contrastata, smisurata. L’amarezza è segno di
un’enorme imperfezione, per non dire di un’enorme bassezza.
E' facile scrivere quando si può farlo esulando da se stessi...
Qualsiasi forma di fretta tradisce un disturbo mentale.
Devo scrivere un saggio sul Dolore. Ho ben chiaro quello che devo dire - ma perché dirlo? Perché
non soffrire in silenzio come le bestie?
Qui vicino (in place de l’Odéon!) c’è un gallo che canta quasi ininterrottamente. E' il mio amico, il
mio unico ami-
co. Probabilmente è in una mansarda della casa di fronte. La sua presenza, il suo canto soprattutto,
mi riconciliano con Parigi e perfino con me stesso. Ero nato per fare il garzone di fattoria, per oziare
in mezzo allo sterco di vacca.
Per un animo elegiaco è impossibile vivere nella Storia e farci bella figura. Come si fa a
parteciparvi quando si sa, quando si sente che ogni giorno che passa allontana un po’ di più dal
Paradiso?
La Fine del Mondo verrà quando l’idea stessa di Dio sarà scomparsa. Di oblio in oblio l’uomo
riuscirà a cancellare il suo passato e a cancellare se stesso.
Fra una spiegazione scientifica e una spiegazione «mistica » di un certo problema è sempre la prima
quella più superficiale e più deludente.
Ciò non toglie che ci si possa benissimo stancare anche delle spiegazioni «profonde».
Se fossi un critico, non parlerei mai di uno scrittore i cui meriti fossero palesi.
Trovarsi in uno stato di ispirazione senza idee, in un entusiasmo vuoto, conciliare il respiro con la
nullaggine, l’estasi con l’inadeguatezza, vivere in un lirismo senza poesie... ritrarsi alle soglie
dell’espressione, conoscere quel silenzio convulso di fronte al Verbo...
25 marzo 1962
Stamattina mi sono sentito prigioniero di una miriade di demoni. L’Inferno a portata di mano.
È una fortuna che esista il Tempo; altrimenti non si sfuggirebbe mai all’umiliazione e alla vergogna.
Vivo sentimenti che non esigono l’eternità, anzi la temono.
Queste paure improvvise, quest’attesa che succeda qualcosa, che la sorte del cervello si decida...
Io fiuto in tutto e in tutti l’impostura, vedo dappertutto soltanto irrealtà e menzogna. Il che
compromette parecchio i miei rapporti con gli altri. Quando incontro un uomo vero, il mio primo
impulso è di pensare che si tratti di una svista o di una allucinazione.
Quando scorgo in un altro la paura del futuro, mi vergogno di provarla anch’io e cerco di scacciarla.
Soltanto la nostra viltà ci sembra legittima e sopportabile; quella degli altri è ripugnante, sempre.
La noncuranza, segno per eccellenza di un «animo nobile». Nell’ansia c’è qualcosa di pusillanime e
anche di codardo.
La tristezza è un dolore che si assottiglia indefinitamente.
Sbatto contro un muro, a ogni istante. Impossibile giungere a qualcosa, se non a un interrogativo
che degenera in dubbio.
29 marzo
Notte atroce. Ogni minuto - interminabile. I nervi, i reumatismi, soprattutto lo stomaco - si sono
adoperati, come in una cospirazione, per disorientarmi, per annientarmi.
Fatica sprecata cercare una formula di salvezza. Bisogna lasciarsi vivere e trarre le conclusioni di
ciò che si è. E soprattutto non dimenticare la raccomandazione della Bhagavadgità: «E' meglio
morire seguendo la propria legge che salvarsi attraverso quella di un altro».
Domenica 30 (o 31 marzo) - Oggi pomeriggio, dopo aver accompagnato alla stazione S., crisi di
depressione ai limiti del suicidio. Vuoto, vuoto, vuoto! Nulla in me né intorno a me. Momenti simili
ti portano diritto al manicomio. D’altronde si è realmente alienati, nel vero senso della parola. Non
si è più se stessi. Sono passato accanto a una chiesa senza che neanche mi venisse in mente di
entrarvi. A che pro mischiare Dio con l’intollerabile? Eppure bisognerebbe trovare un modo per
pregare.
Non so per quale miracolo io riesca a tirare avanti.
Per me denigrare l’esistenza non è né un capriccio né un’abitudine, ma una terapia. Mi dà sollievo,
l’ho sperimentato infinite volte. Per non soccombere all’angoscia e all’orrore, coltivo l’esecrazione
di ciò che causa l’una e l’altro.
Ci si lega soltanto a ciò in cui si è fatto fiasco o a ciò che non si ha. Regola generale: se si vuol
cogliere nel segno con qualcuno, bisogna lodarne i difetti, mai le qualità.
Andare a uno spettacolo o a una riunione in cui si conosce tutti è un vero incubo. Non capisco come
un uomo sensato possa aspirare alla celebrità. «Fa’, Signore, che resti sconosciuto! » - questa
preghiera di Reverdy è sicuramente bella, ma non del tutto sincera.
Come mai nella vita la ribellione ci annoia presto, mentre il decadimento ci va sempre bene?
Che incendio del sangue nell’umiliazione! Un ferro rovente che ci balla nelle vene.
Ogni giorno appanna un po’ di più l’immagine che mi sono fatto della mia Indifferenza.
E' vero che non voglio essere più niente, ma non mi va che gli altri mi prendano in parola.
Decisamente non mi abituerò mai alla poca considerazione che si ha di me. Vergogna e desolazione.
Guai a colui che non ha vinto il suo nome!
Le nature sensuali hanno paura della morte (Tolstoj). Quelle «serafiche» (Novalis) non ne hanno
affatto.
Per cogliere il segreto di un essere umano basta scendere il più in basso possibile. Non che si
esaurisca in quei lati meschini che gli si attribuiscono e che sicuramente ha, ma sono quei lati a
spiegare non le sue mire, ma perché in generale egli agisca.
Intorno a me tutti parlano di dottrine, quasi nessuno di realtà o di esperienze. Pensatori, critici,
scrittori, studiosi -tutte varietà dell’uomo esteriore.
La mia passione per le verità affannose - che sia un segno di immaturità? Una prova della mia
inattitudine alla saggezza?
Se fossi credente, sarei cataro.
Ciò che rende la mia vita una croce continua è che le cose che esistono per gli altri non esistono per
me, e che, se voglio stare al gioco, devo fare uno sforzo che mi tortura, mi estenua senza posa.
La mia mente è lesa. Forse attraverso le sue crepe potrà intravedere qualcosa?
Come temo a volte per il futuro del mio cervello!
7 aprile 1963
Era la prima volta in sei mesi che lasciavo Parigi per andare in campagna. Sensazione di uscire dal
carcere. Meraviglia. Ho fatto venti chilometri a piedi lungo l’Ourcq, dalla parte di La Ferté-Milon.
Abitare in città è la più grande ironia del mio destino.
In mezzo a un bosco, chiudere gli occhi e ascoltare gli uccelli: impossibile pensare che il loro canto
sia un cicaleccio, e che non siano consapevoli della loro felicità.
Odio i giovani, tutti quelli che mi ricordano i miei entusiasmi di un tempo.
La Ferté-Milon, una cittadina piuttosto brutta che però mi piace per le sue case minuscole, appena
più alte degli uomini. L’architettura avrebbe dovuto fermarsi a quelle dimensioni. Non ci sono bare
a più piani.
Non penso, come Marcione, che il demiurgo fosse cattivo, penso che fosse incompetente.
È incredibile fino a che punto tutti i pensieri che ho concepito contro di me siano diventati
esperienze e infine realtà. Ho proprio meditato la mia rovina.
Il mio modo di essere saggio: tutti i dubbi teorici si sono
tramutati in dubbi pratici. Sto pagando il mio civettare con lo scetticismo. Saggezza e infelicità,
termini che solo io capisco. Il fatto è che le mie aspirazioni e le mie inclinazioni profonde non sono
quelle di un saggio.
È stato Lamennais, credo, a definire l’adulazione «cortesia del disprezzo».
Essere pazzi è altrettanto difficile che essere saggi. Dobbiamo rinunciare alle gerarchie, smettere di
soppesare le condizioni, contentarci di una nobile abulia.
La gloria va soltanto a coloro che, santi compresi, hanno avuto il senso del gesto e - perché no? -
della provocazione. Questo vale anche per uno come Pascal. Ma non per Joubert, spirito più puro e,
grazie alla delicatezza, meno tormentato.
Ho una netta predilezione per coloro che sono sfuggiti alla Fama.
Quando si scrive, si tende sempre a computare il proprio pensiero, e questo è il modo più sicuro per
rovinarlo. La grande abilità sta nel fermarsi, non nell’approfondire. E' più facile esaurire un
problema che suggerirne le difficoltà. (Quest’ultima frase rovina tutto).
Ne conosco tanti che non arretrerebbero davanti a niente per un bell’insuccesso. Ma l’insuccesso
dipende dal destino, non dalla letteratura.
Quando non abbiamo uno scopo verso cui convergano tutte le nostre azioni, amiamo solo il
pensiero discontinuo, spezzato, immagine della nostra vita andata in frantumi.
Dopo la morte della figlia Tullia, Cicerone, ritiratosi in campagna, inviava a se stesso lettere di
consolazione. C’è da rimpiangere e insieme da rallegrarsi che siano andate perdute. Perfino al
colmo della disperazione rimaneva un letterato. Aveva una vanità da greco. E' più intelligente di
Tacito; ma è l’unica superiorità che ha su di lui.
Difesa della Francia. Una nazione di avari non può essere superficiale.
Ho notato che tutti coloro che fanno grandi sforzi ci riescono grazie a passioni sordide, alla malattia,
al desiderio di gloria, alla gelosia e via dicendo, mai per pura e semplice spontaneità mentale.
L’uomo sarebbe un abulico se non esistesse una forza più o meno estrinseca che lo spinge ad agire,
a realizzarsi, a conquistare. Quanto è falso l’idealismo in filosofia e insignificante in psicologia!
Quando scrivevo in prima persona, tutto andava liscio: da quando ho bandito l’«io», la minima frase
richiede uno sforzo per il quale non sono affatto portato. L’impersonalità paralizza la mia
spontaneità. Sono uno di quegli ingegni, per la verità discutibili, che si sentono a loro agio solo se
parlano delle loro preoccupazioni o delle loro imprese.
Un tempo non credevo che fosse possibile piombare nella demenza per eccesso di noia; ora talvolta
lo penso... Il solo fatto di stare a guardare per un po’ le nuvole immobili è sufficiente a far vacillare i
residui di vitalità e di equilibrio che ancora possiedo.
13 aprile - Ieri sera sono andato a sentire, alla Pleyel, la Mathauspassion. A un certo punto ho
pensato che tutti gli uomini e le donne dell’orchestra e del coro tra cinquant’anni saranno dei
cadaveri. E ho visto all’improvviso scheletri che cantavano, suonavano il violino, il flauto, ecc.
I due popoli che ho ammirato di più: i tedeschi e gli ebrei. Questa duplice ammirazione, che dopo
Hitler è incompatibile, mi ha messo in situazioni a dir poco delicate, provocando nella mia vita
conflitti di cui avrei potuto fare a meno.
Non sono le tue esperienze a interessarmi, ma il modo in cui le presenti. Una vita non è un’opera.
Quando si aspetta qualcuno che è in ritardo o semplicemente non viene, ogni istante dà sui nervi, e
dopo un’ora di vana attesa ci si sente sul punto di esplodere insieme con tutti gli istanti che abbiamo
sopportato nell’esasperazione.
Un monologo il cui contenuto si riduce a una sfilata di oggetti - questo è il romanzo
contemporaneo.
Sabato sera, vigilia di Pasqua. Esco a fare una passeggiata. Davanti a Saint-Sulpice, un
assembramento di fedeli. All’ingresso della chiesa, preti e monaci parlano con voce artefatta ora in
latino ora in francese, riferendosi spesso a «Gesù», il cui nome è pronunciato in tono imperativo ma
senza convinzione. Me ne sono andato disgustato. Già stamattina avevo avuto un attacco di
anticlericalismo. Il governo, dice il giornale, ha stanziato milioni per la costruzione di quattro chiese
a Parigi - ossia in una città in cui tutto è possibile, raggiungere la gloria, qualsiasi cosa, salvo
trovare un appartamento. (E' mai possibile che io mi indigni ancora? A quanto pare sì).
Come approfondisco un argomento, non mi appassiona più, e se lo conosco, me ne disinteresso e
posso trattarlo solo con un grande sforzo di volontà. Potrei essere «fecondo » se accettassi di
discutere un problema senza conoscerlo (come Valéry, tanto per fare un esempio illustre).
Tutta questa gente, tutti questi esseri sono soltanto il sogno dello spirito assoluto, proiezioni della
Maya, dell’illusione cosmica.
Sono propenso a credere che il Vedànta sia il sistema più profondo, più vicino alla «realtà».
I libri che leggo più volentieri sono quelli sul linguaggio. Spesso verso la cinquantina si diventa
grammatici. Passione per le quisquilie.
C’è in me una vena che mi apparenta ai non metafìsici, alla linea di pensatori che derivano da
Epicuro e da Lucrezio, passando per La Rochefoucauld e per i filosofi inglesi. Il rimprovero che
muovo all’alta metafisica, dal Vedànta all’idealismo tedesco, è di dare troppa importanza
all’Uomo, di non coglierne la pochezza e il grottesco. Dovrei dire lo
Spirito, non l’Uomo; ma sono tutt’uno. La modestia non si addice al metafisico. Sono diventato
scettico per umiltà e per orgoglio ferito.
Per me il mondo esteriore ha cessato di esistere al punto tale che rispondere a una lettera, da
qualsiasi parte arrivi, mi sembra un supplizio. Che non ci si ricordi più di me; è tutto quel che
chiedo. A poco a poco sto svuotandomi di tutti i miei sentimenti.
La segreta contentezza che si prova quando ci si crede abbandonati dagli dèi.
I filosofi che pensano di dire qualcosa quando parlano senza sosta dell’essere, dell' essente e via
dicendo. Questo rimasticare dimostra chiaramente che nella fattispecie non si tratta né di veri
problemi né di esperienze, ma di terminologia. Sono pensatori che pensano sulle parole, non con
le parole.
La formula della mia vita e delle mie contraddizioni? Ci si immagini la preghiera di un ateo.
Tutte le donne sembrano un po’ puttane e un po’ maestrine.
La teoria di Marco Aurelio per la quale vivere qualche giorno o dei secoli non ha grande importanza
poiché la morte ci sottrae solo il presente, non il passato e l’avvenire, i quali non ci appartengono - è
una teoria che non regge né all’analisi né alle esigenze profonde della nostra natura. Ma quanto è
patetica l’Antichità al tramonto nei suoi tentativi di minimizzare l’importanza della morte!
In fatto di consolazione, abbiamo soltanto due libri fondamentali: i Pensieri dell’imperatore romano
e l'Imitazione. E' impossibile non preferire la desolazione del primo, nonostante le promesse del
secondo.
Intraducibile è l'ironia, non la poesia. Perché l’ironia, ancor più della poesia stessa, dipende dalle
parole, dalla loro sfumatura impercettibile e dalla loro carica affettiva.
Per natura, per inclinazione profonda, mi sento più vicino alla follia degli imperatori romani che
alla saggezza degli stoici.
Mi chiedono di produrre, mi incitano a scrivere, a pubblicare, mi accusano di pigrizia, di sterilità, e
dimenticano che questi sono difetti di cui ho tessuto l’elogio, e che è ridicolo pretendere impegno
da uno che ha sempre proclamato l’inutilità di tutto.
Non si può immaginare quanto io sia in accordo con ciò che penso, né quanto, sotterraneamente, di
nascosto, stia pagando per tutto ciò che so, per tutto ciò che ho denunciato.
Giorno e notte mi rimprovero di non essere in pace con me stesso.
Non è impunemente che per anni lo squilibrio è stato dichiarato santo.
Gli unici pensieri veri sono quelli che sorgono fra i guai della vita, negli intervalli delle noie, nei
momenti di lusso che la nostra miseria si concede.
Gli antecedenti del Dubbio sono sempre di ordine affettivo. Non c’è dissoluzione logica, e la
ragione non si ribella contro se stessa senza un motivo che le sia estrinseco.
I    due più grandi saggi dell’Antichità al tramonto: Epitteto e Marco Aurelio, uno schiavo e un
imperatore.
Non mi stanco mai di sottolineare questa simmetria.
«Ogni uomo del popolo in rivolta nasconde cinque tiranni» (Lutero).
Ogni volta che aspetto qualcuno o che devo andare a un appuntamento, sono preso da una voglia
matta di lavorare, e l’ispirazione, che di solito mi pianta regolarmente in asso, mi porta al settimo
cielo - probabilmente perché non deve mettersi alla prova! Come sono complicate le vie
dell’ignavia!
Il mio costante sconforto viene dal fatto che, vuoi illusione vuoi realtà, sono convinto di restare in
ogni cosa al di sotto di quel che valgo, cioè di non riuscire a essere all’altezza di me stesso. Mi
sento schiacciato dal peso delle mie inadempienze. Le mie velleità mi bruciano: un veleno che mi
divora. Ho troppi rimorsi per avere la stoffa del saggio. Il saggio non si rode, non si batte il petto. Al
diavolo la saggezza! Ne ho abbastanza di questa fissazione.
Da qualche anno la stanchezza che era « equamente » distribuita nel mio corpo sembra essersi
concentrata soprattutto nel cervello: tutti i giorni constato questa rottura d’equilibrio e non vedo
come porvi rimedio.
Tutto ciò che in Marco Aurelio è mediocre ed effimero proviene dallo stoicismo; tutto ciò che è
profondo e durevole dalla sua tristezza, ossia dall’oblio della dottrina. (Pascal rappresenta un caso
simmetrico).
Sei ore passate in conversazione, nella vergogna, in un disgusto pacato.
Non c’è niente che ci sconvolga quanto determinati luoghi comuni letti in certi momenti, soprattutto
quelli che riguardano l’instabilità delle cose, la vanità della gloria, e l’oblio.
Disprezzare tutti, e accettare gli elogi del primo venuto!
Una frase del Talmud amata da Kafka: «Noi ebrei, come le olive, non diamo il meglio di noi se non
quando ci schiacciano ».
In epoca romantica tutti i miei difetti mi avrebbero reso un ottimo servizio...
Nato nei Carpazi, come ho potuto attraversare tutte le sfumature della sazietà? e sentire il retrogusto
del nulla all’inizio e alla fine di ogni giorno? Guarda dove è andato a finire il vigore dei miei
antenati!
20 maggio 1963, ore 19. Poco fa, impressione terribile: il termometro è sceso vertiginosamente
verso lo zero, e il medesimo fenomeno, alla medesima velocità, si è verificato nel mio sangue.
Il dramma di Kierkegaard: il rimpianto di essere una eccezione, l’impossibilità assoluta di vivere
come gli altri. Sul letto di morte torna spesso su questa sua «spina nel fianco». - E tutto per essere
stato fisicamente inabile a contrarre matrimonio!
Tra Epicuro e Marco Aurelio, differenze solo apparenti. Entrambi mi aiutano a vivere, e io vivo in
loro compagnia. Paragonato a loro, uno come Seneca è solo un chiacchierone.
Del cristiano ho solo il gusto di torturarmi, di complicarmi inutilmente la coscienza e i giorni.
Tutti i vantaggi che ho sui miei contemporanei derivano dalla mia mancanza di rendimento.
Ogni tanto sospendo la lettura dei giornali - per una settimana, per due, talvolta per un mese e anche
più. Mi riprometto addirittura di smettere del tutto. Che pace! Un bagno quotidiano di atemporalità.
Vivere a Parigi lontano dagli avvenimenti come se abitassi in un villaggio sperduto.
Qualche tempo fa ho cominciato a scrivere un articolo sulla malattia. Ero a buon punto - quando mi
sono ammalato (influenza, sinusite, ecc.): da allora non ho più idee sull’argomento.
In questi ultimi tempi ho sempre frequentato gli Antichi (Epicuro e via dicendo). Per uno stupido
bisogno di varietà, mi sono immerso di nuovo in Kierkegaard; per me leggerlo è un veleno, lui che
era così poco pagano, che non possedeva alcuna «arte di vivere» ed è stato vittima della sua anima
(cosa inimmaginabile per una mente antica).
Penso ai miei vagabondaggi nei Carpazi, a quel silenzio sulle cime brulle, dove non si sentiva che il
fruscio di qualche filo d’erba. Dove trovare ricordi paragonabili a questi?
Che cosa ho vissuto, da allora, che possa farmi dimenticare quei momenti di solitudine?
Se si vuole essere felici non si deve frugare nella memoria.
Per aver voluto diventare un santo, quando per natura non vi era affatto portato, Tolstoj era destinato
a finire nella tristezza, nel disgusto e nell’orrore.
Possiamo amare soltanto coloro che si sono rovinati per aver mirato troppo in alto. «Conosci te
stesso» è una massima che rende sterili. Quando ci si conosce, non si affronta più alcun rischio, ci si
rifiuta di avere un destino.
Il più banale raffreddore che prendo degenera in sinusite, con mal di testa e sensazioni pressoché
ininterrotte di inebetimento. Che calvario la mia vita! Ma nessuno mi vuole credere, perché
nonostante tutto ho un aspetto florido. Eppure tre o quattro mesi all’anno li passo senza riuscire
a scrivere, tutto preso dai miei malanni. Non posso forzare il «blocco» del cervello, questa
pesantezza che non riesco a padroneggiare e che mi rende così a lungo inservibile.
Togliete all’uomo la facoltà, voglio dire il piacere di lamentarsi, e lo priverete di tutte le sue risorse,
lo getterete nella desolazione totale.
Se per me Bach può sostituire il resto della musica, non vedo scrittore che possa rimpiazzare da solo
tutti gli altri -neppure Shakespeare. Ci si stanca delle parole, fossero pure quelle di Macbeth o di
Lear; non ci si stanca mai dei suoni, quando compongono certi mottetti, certe cantate.
Un’anima melodiosa - a parte l’espressione ridicola, c’è qualcosa di più bello, di più alto?
Dovrò combattere con tutte le forze la mia tendenza a disperare.
La vita si esaurisce nella paura della morte, punto e basta. Chi non ha più questa paura diventa
qualcosa di più o di meno di un vivo. Ha superato la condizione umana o è caduto al di sotto di
essa.
Quando ci si è occupati a lungo del pensiero della morte, si perde ogni risorsa davanti alla morte
stessa.
26 maggio 1963. Notte passata sul filo dell’incubo.
Leggo Diario dell’anno della peste di Daniel Defoe. Un libro pieno di orrori, come quelli che
piacciono a me, commisurati alle mie esigenze. Mi illumino nel nero, in tutto ciò che evoca la mia
insaziabile tristezza.
Il mio dramma è voler reagire come un saggio, mentre mi comporto in tutto e per tutto come un
«disperato».
L’uomo - il grande Profanatore.
Vivo nella desolazione persino quando non ne ho alcun motivo; quando mai ne ho uno, Signore
Iddio!
Nei momenti difficili, nelle prove della vita, a quale libro di consolazione rivolgersi? Ce ne sono
così pochi! E riflettendo sulla loro rarità, a che cosa attribuirla se non all' impossibilità della
consolazione? Solo l’usura del tempo guarisce i dispiaceri; i consigli non servono a niente, e
ancora meno i «pensieri».
Nella vita come nell’arte non esiste originalità senza «cattivo gusto».
Finché vivevo al di qua del terribile, trovavo le parole per esprimerlo; da quando lo conosco dal di
dentro, da quando vi sono immerso, non ne trovo più nessuna.
Tutto considerato, è impossibile non perdere la ragione.
30 maggio - Notte atroce. Dolori incessanti alle gambe. Trent’anni di nevrite (?). Non voglio sapere
quello che ho, ho rotto con i medici, ho rotto con...
Per dirla malamente, io vivo nella categoria del Funereo.
Raccontare i propri dispiaceri o anche soltanto le proprie noie a qualcun altro, anche a un amico, è
crudeltà, è pura sevizia. Bisogna avere una tempra eccezionale per lasciarsi divorare dal dolore - in
silenzio.
Per i deboli, lo scetticismo è un aiuto efficace: permette loro di mantenere una certa distanza dai
cedimenti o dalle tribolazioni. Li rende più forti - con l’ignavia.
Fatto com’ero per l’esiguo, per l'infimo, ho ammirato il gigantesco. Cosa che mi ha procurato noie e
persino guai le cui conseguenze non si sono ancora completamente « esaurite ».
Quando non si accetta più l’irreparabile, si ricade nell’ossessione del suicidio.
Non sempre le prove della vita inaspriscono: possono perfino renderci generosi. A che pro recare
dolore ad altri quando si soffre per molti?
Conta solo ciò che proviene dalla sofferenza e la supera. Chi vi soccombe non si riscatta
spiritualmente.
Colui che ti ha fatto conoscere la felicità ti farà conoscere l’infelicità.
E' benedetto dagli dèi l’uomo che non si affeziona a nessuno.
Le sofferenze di chi amiamo sono moralmente più intollerabili delle nostre.
Per essere uno scrittore non basta avere talento, bisogna anche essere capaci di non dimenticare
niente. Il bravo scrittore è uno che ha dei rancori.
Stamane (4 giugno), visto nella vetrina di una libreria un libro il cui titolo, L’importanza di vivere,
mi ha dato un senso di disagio difficile da vincere. I miei rapporti con la vita so-
no diventati improbabili oltre ogni dire. Sguazzo nei problemi, anzi no, vi annego.
Per quanto mi ricordi, ho sempre sposato cause perse, intendo dire votate a esserlo. Che segreta
complicità con il fallimento in tutti i miei entusiasmi! E' normale che io abbia sopportato la tragedia
del mio Paese, ma lo è di meno aver condiviso quella degli altri. Perché piangere sulle sorti di una
data nazione? Perché versare lacrime su Ecuba?
Se volete che si parli di voi, sforzatevi di alterare il linguaggio, diventate seviziatori del linguaggio
(alla Joyce).
Bisognerebbe introdurre la pena di morte per le persone in ritardo. E' vero che non tutti soffrono di
angoscia; giacché la puntualità è tipica dell’angosciato. Pur di essere puntuale, sarei capace di
commettere un delitto. Fosse pure un genio, uno che non rispetta l’ora di un appuntamento con me
«ha chiuso». Mai farò qualcosa con lui.
Quegli istanti di espansione del cuore di cui spesso beneficiamo quando siamo per strada o con la
gente, e nei quali ci diciamo che, se fossimo soli e potessimo scrivere, verrebbero fuori meraviglie...
Non appena lo si lascia correre, il cervello si culla nell’aneddoto e nell’insignificante.
Ieri sera (8 giugno) spettacolo pietoso. X, ubriaco, continuava a ripetere: « Odio i francesi, odio i
francesi » - senza rendersi minimamente conto che attribuiva loro la responsabilità del suo
fallimento e del suo degrado. Per « rigenerarsi», bisogna prendersela con se stessi. Ma è proprio
quello che il decaduto non può fare. Lo spettacolo della morte è infinitamente meno straziante (e
meno istruttivo) di quello del decadimento.
Chi ha paura di diventare un barbone è molto più infelice di un barbone (ammesso che questi lo
sia). Un barbone ha raggiunto il limite; non può, socialmente, cadere più in
basso; dunque, in un certo senso, ha risolto tutti i suoi problemi. Ha deciso la sua sorte; o meglio: la
sua sorte è decisa.
Stamattina (10 giugno), un attimo prima di svegliarmi, allo svanire di un incubo, ho sognato di
essere sull’orlo del precipizio originale, in piena elaborazione del caos.
Ossessione del primo uomo. Sono perseguitato da Adamo. Da qualche anno lo cito in ogni mio
scritto. Anche l’ultimo uomo occupa i miei pensieri, ma di meno. Ciò è dovuto al fatto che non mi
sento a mio agio nella storia, che sto bene solo fuori di essa, ai suoi estremi.
Tutte le mie idee sorgono da pretesti meschini, da collere di cui dovrei arrossire; pochissime hanno
un’origine «pura».
La vita acquista subito un altro peso non appena se ne cerca il senso al di là di essa. Questa ricerca,
di per sé, è di natura religiosa, anche se la si intraprende senza alcun intento teologico.
Mi ricordo all’improvviso della cotta tortuosa che mi ero preso al liceo per una insignificante
ragazza della borghesia di Sibiu. Si chiamava Cella. Per due anni ho pensato a lei di continuo, senza
averle parlato neanche una volta. Questa timidezza della mia adolescenza ha avuto un ruolo
determinante nel mio sviluppo ulteriore. Sofferenze utili forse, follia indicibile! Rammento un
pomeriggio domenicale nel bosco vicino a Sibiu. Ero lì con mio fratello e stavo leggendo
Shakespeare (quale tragedia? non mi ricordo più). A un tratto vedo passare Cella insieme a un mio
compagno di classe, il più spregevole e disprezzato di tutti. A oltre trentacinque anni di distanza,
sono in grado di ricordarmi il supplizio e la vergogna che provai allora.
Lo chiamavano il Pidocchio.
Ma mi do veramente da fare? Vorrei la gloria - senza muovermi, senza manifestarmi in alcun modo.
Una gloria che mi cadesse addosso come un miracolo.
Mi sarebbe piaciuto vivere in popoli tristi, o almeno popoli dalla musica languida o straziante: il
fado, il tango, lamenti arabi, ungheresi...
Si è vivi quando si dà un’importanza sproporzionata a tutti gli atti della vita; si vive ancora, ma non
si è più vivi, quando si percepisce il valore esatto di quegli atti.
«Nei vizi ardenti si scopre l’altra faccia della luna che non si è mai rivolta verso di me » (Rozanov).
Scrivere un articolo sui libri di consolazione. E uno sulla... collera.
Spesso mi prende all’improvviso una voglia morbosa di musica.
Leggo in un libro su Daniel Defoe: «Volta per volta merciaio, libellista, agente del fisco, controllore
di lotterie, fornaciaio, consigliere segreto del re, giornalista, informatore di polizia, fu messo alla
berlina, fece bancarotta due volte, andò in prigione tre volte e inventò una forma originale di truffa:
il romanzo moderno».
Per chi vive in una desolazione cronica il minimo dispiacere assume proporzioni smisurate. Ma che
succede quando il dispiacere è davvero fuori misura?
Tutte le volte che faccio un gesto in flagrante contraddizione con le mie idee, all’inizio sento una
leggera voluttà, poi segue il disgusto.
Invecchiando non si migliora, si impara soltanto a camuffare le proprie vergogne.
Come è strano continuare a scrivere quando non si milita in favore di niente, quando non ci si è
assunti alcun compito e non si serbano altro che brandelli di convinzioni e di credenze!
Sono fatto per dare consigli di saggezza - e per reagire da pazzo.
«Vivere e morire sconosciuti» - la conclusione a cui è giunto Voltaire, l’uomo più celebre del suo
tempo, la dice lunga sull’essenza della gloria.
Ma uno che è stato famoso non potrà mai rassegnarsi a non esserlo più: per sottrarsi al veleno della
gloria, ci vuole una vera mutazione, né più né meno che un miracolo.
Quando uno si mette a parlarmi di « persone che contano», so di trovarmi in presenza di un cretino.
Come rimedio alla «vana gloria», Ignazio di Loyola propone di attribuire a Dio tutto ciò che si fa di
buono e di lasciarne a lui il merito esclusivo. - Ma che cosa farà il miscredente, su chi scaricherà i
suoi successi?
Nella mia infanzia felice ho avuto crisi di solitudine e di malinconia il cui ricordo, perduto da tanto
tempo, inaspettatamente si ridesta a mano a mano che invecchio; vivo così momenti in cui gli anni
all'improvviso spariscono, e al loro posto spunta la tristezza dei miei inizi.
Se si potesse descrivere per filo e per segno come avviene nell’anima la separazione da Dio!
Non ne posso più, non ne posso più!
Il decadimento di tante persone valenti intorno a noi! Sopravvivono a se stesse, poiché ogni mente
insigne da un certo momento in poi sopravvive a se stessa. Quando si ammira appassionatamente
qualcuno, bisognerebbe fargli il favore di assassinarlo.
Le donne eccellono nell’arte di esagerare i loro dispiaceri.
Non esiste un dispiacere limite.
Vorrei ritirarmi da qualche parte e scrivere una lunga meditazione sulla preghiera, intendo dire sul
dramma di non riuscire a pregare.
È scritto nello Zohar: «Tutti coloro che fanno il male in questo mondo hanno iniziato già in cielo ad
allontanarsi dal Santo, sia benedetto il suo nome; si sono affrettati all’ingresso del baratro e hanno
anticipato il tempo in cui sarebbero dovuti scendere sulla terra. Così erano le anime prima di venire
fra noi» (in Franck, La Kabbale, p. 183).18
Non c’è felicità se non nell’innocenza, in ciò di cui l’uomo è particolarmente incapace, in ciò che ha
perduto per sempre.
Per quanto forte sia il nostro desiderio di anonimato, non ci va che si smetta completamente di
parlare di noi. Sogniamo un oblio perfetto, ma se venisse sul serio, faremmo una gran fatica ad
accettarlo.
Sarebbe ridicolo considerare tempo perso tutti quei secoli in cui l’uomo si è affannato a cercare una
definizione di Dio.
Soltanto le menti ottuse sono dotate di volontà.
oppure
La volontà è appannaggio delle menti ottuse.
Non si riesce a immaginare un animale idiota.
Aveva superato l’età in cui ci si ammazza.
Letta l’autobiografia di Ignazio di Loyola. Il personaggio è talmente straordinario che vien voglia di
farsi gesuiti.
Diventare modesti per stanchezza, per mancanza di curiosità...
Quando l’anima è malata, è raro che il cervello sia intatto.
Per nostra grande fortuna gli altri ignorano il bene e il male che pensiamo di noi.
La mia viltà di fronte alla vita è congenita: ho sempre avuto orrore di qualsiasi responsabilità, di
qualsiasi dovere - un orrore istintivo per tutto ciò che non mi riguardasse direttamente. L’opposto di
un «capo». E se da giovane ho così spesso invidiato Dio, non era forse perché Dio, essendo al di
sopra di tutto, mi appariva come l’Irresponsabile per eccellenza?
Finché resterà in piedi un dio, il compito dell’uomo non sarà finito.
Compito maledetto.
Si dica pure quel che si vuole, ma è impossibile vivere senza alcuna speranza. Ne conserviamo
sempre una, a nostra insaputa, e questa speranza inconscia compensa tutte quelle che abbiamo
respinto o perduto.
Si paga sempre ogni sforzo che si fa. Chi si astiene non paga niente.
22 giugno 1963
Sono sei settimane che non fumo una sigaretta e praticamente non leggo un giornale. Cura
disintossicante più efficace di un soggiorno in convento.
Domenica splendida - e io sono immerso in pensieri funebri.
Esistere si esaurisce nel piacere di non pensare. Essere un oggetto che guarda: punto e basta.
Metodo efficace per eludere la tristezza: spulciare (?) il dizionario di una lingua che si conosce
poco, cercarvi soprattutto parole che sappiamo benissimo non useremo mai. L’abbrutimento è un
antidoto a tutti i mali dell’anima.
Quando si è predestinati al Rimpianto, tutto ciò che non vi contribuisce conta poco.
Che paradosso tormentarsi in francese, soffrire in una lingua grammaticale, nell’idioma meno
delirante che ci sia! Singhiozzi geometrici!
Ho messo sotto accusa la brama di gloria. Ma io ne sono indenne? E ho il diritto di assumere
atteggiamenti di superiorità, di disgusto?
La paura di annoiarmi mi impedisce di fare il minimo progetto. Ritrovo il Vuoto dappertutto, perché
Esso è tutto.
È strano constatare fino a che punto il tono di una voce o una parola imprudente possano ridestare
in noi un’angoscia che ci eravamo sforzati di sopire.
È il nostro pallore che dimostra quanto poco apparteniamo a questo mondo.
Il rifugio nell’irriflessione.
La poesia e l’egoismo del vento...
Fonte della sterilità: il ripiegarsi del pensiero su se stesso.
È «civilizzato» chiunque riesca a dissimulare il proprio umore e soprattutto i propri dispiaceri.
È evidente che quaggiù non sono nel mio elemento.
Quelle notti in cui si passano in rassegna tutti gli incubi, in cui affiorano mille ricordi che da tempo
marcivano nei bassifondi del cervello.
Non si può fare a meno di provare un certo disprezzo per gli scrittori che hanno avuto un’influenza
sproporzionata alle loro capacità. Jean Jacques, per esempio.
Domenica 21 giugno 1963
Per strada ho capito che due sentimenti contraddittori o meglio successivi potevano benissimo
sorgere contemporaneamente e coesistere: l’angoscia e la noia. Quanto a descrivere il miscuglio, la
condizione che ne risulta, non me ne sento capace.
Non desidero niente, niente, niente, niente... Signore Iddio!
Di nuovo questa musica tzigana che riaffiora in me e, insieme con lei, mille nostalgie che mi
divorano. L’Europa centrale mi ha segnato per sempre. Non si sfugge allo spazio natale, né ai primi
ricordi.
Le malattie stanno lì a rammentarci che il nostro contratto con la vita può essere rescisso in ogni
momento.
Visto l’altro giorno Morire a Madrid, il film sulla guerra civile fatto di estratti di documentari e di
commenti. - Lo sfoggio di crudeltà, di rabbia da ambo le parti, le esecuzioni sommarie: che
spettacolo insensato e, cosa ancor più grave, gratuito! Sembrava tutto concepito per il divertimento
del Diavolo. Ma neanche! Se si vedesse su uno schermo la sfilata delle nazioni, e cioè una replica
della storia universale, non si proverebbe la stessa impressione di inutilità, di demenza vana e
pietosa?
Le crisi di disperazione passano; ma il terreno da cui provengono rimane sempre e non c’è niente
che possa smuoverlo. E' inattaccabile e inalterabile. E' il nostro fato.
Ieri, a un cocktail, ho conversato con un grande cardiologo, ex professore alla facoltà di Medicina.
Lo si sarebbe scambiato per un notaio di provincia o per un droghiere parigino. Si stupiva di tutto
quello che gli raccontavo; mi ha dato l’impressione di non sapere niente della vita. Eppure quanti
malati ansiosi o disperati avrà curato! Forse li ha curati, ma non ha mai riflettuto sul loro dramma.
Tutto questo è banale e spaventoso.
X è stato appena colpito da una felicità da cui non si riavrà mai.
Tre ore passate nell’atrio di una clinica. Tutti quegli uomini, tutte quelle donne, che cosa li aveva
spinti lì, in quel lussuoso macello? La paura della morte. A una vecchia schi-
losa avevo voglia di dire che non sta bene alla sua età aver paura di morire.
Quando si è sopraffatti dall’ansia, la cosa migliore è mescolarsi alla folla, guardare le facce, fare
osservazioni indifferenti o strampalate, guadagnar tempo su ciò che vi importa più di tutto.
9 luglio 1963
Tutti mi chiedono invariabilmente: «Quando parte?». Io non so che risposta dare, perché non riesco
a prendere una decisione che vada oltre l’indomani. Ecco a che punto mi ha ridotto la troppo lucida
consapevolezza della mia precarietà e di quella di ogni cosa.
Devo scrivere un saggio su «Tolstoj e l’ossessione della morte». Ma non ho bisogno dei drammi
altrui: mi è più che sufficiente il mio.
Nei confronti di chiunque sia più noto, molto più noto di noi, proviamo un misto di invidia e di
commiserazione. Questo perché sappiamo che ha raggiunto ciò che noi desideravamo, ma che allo
stesso tempo si è perduto proprio a causa del suo successo. Più si è noti, meno si preserva la propria
solitudine, meno si è se stessi. Purché si resti fedeli al proprio essere — e ci si può riuscire solo con
l’isolamento e l’anonimato - si prova non già orgoglio, ma qualcosa di più elevato, che permette di
guardare con pietà chiunque sia incorso nell’approvazione degli uomini.
Notte spaventosa. Da trent’anni questo formicolio alle gambe al minimo cambiamento di tempo, per
la verità ogni giorno. Ero nato per una vita futile, non per questo interminabile martirio.
I romani della decadenza apprezzavano ormai solo una cosa: il riposo greco, otium graecum, che
prima disprezzavano.
Se per consolare chi è in lutto si ricorre così spesso ai luoghi comuni - tutti muoiono, grandi e
piccoli, imperi e via dicendo - lo si deve, come è stato notato, al fatto che all’infuori di queste
banalità non c’è niente che possa essere di consolazione.
Ogni affermazione presuppone un livello di istinto che non sempre si raggiunge, che alcuni anzi non
raggiungono mai.
14 luglio 1963
15 luglio 1963
La paura della noia mi paralizza e compromette sia i miei progetti sia le mie iniziative. E' una vera e
propria malattia da cui non so come guarire, che mi umilia e mi degrada ai miei stessi occhi. A più
di cinquant’anni essere ancora al punto...
Decisamente gli americani non capiranno mai niente dell’insolubile nascosto in ogni vita, né del
distacco che si ha nei confronti della propria. Dato che, invitato in America da uno di loro, avevo
risposto in tono stanco: «It is too  late», quello trasalì, rispondendomi di riflesso: «Never too late».
D’altronde quanti capiscono che tutto è sempre troppo tardi? Tutto è sempre troppo tardi fa parte
del mio blasone.
Apprezzo un libro soltanto per il turbamento, per il veleno che inocula in me.
Tutti coloro che vanno in direzione della vita possiedono una infinita capacità di oblio; e così coloro
che non possono dimenticare, gli ansiosi, gli elegiaci, scivolano per forza verso la morte.
Who has not found the Heaven below
Will fail of it above19
(E. Dickinson)
Il Paradiso è la ricompensa di coloro che l’hanno già trovato quaggiù.
Sogno un sistema filosofico espresso in frasi succinte, alla Emily Dickinson.
Non ho niente da insegnare, sono il non specialista per eccellenza.
X, ottuagenario, mi parla della sua morte come di un avvenimento lontano e del tutto improbabile.
Quando si raggiunge un’età così avanzata, si prende la piega della vita.
Il mio odio per l’umanità mi impedisce di ragionare. E' una continua esasperazione. Non riesco più
a sopportare la vicinanza dell’uomo.
Stamattina, in una stazione della metropolitana, un cieco, uno vero cieco, ne sono certo, tendeva la
mano, e nel suo atteggiamento, nella sua rigidità, c’era qualcosa che agghiacciava, che toglieva il
respiro. Ti comunicava la sua cecità.
Potenze del Cielo, aiutatemi a non dissolvermi, non lasciate che scompaia sotto i miei occhi, fate
che non debba assistere da spettatore alla mia rovina, ma che invece possa combatterla, o altrimenti
assumerla interamente, correrle incontro senza rimpianti!
Ho notato che l’«ispirazione» mi viene soltanto quando devo andare a un appuntamento... Ci vado
sempre con la sensazione di perdere l’occasione di essere geniale.
Il saggio non scrive lettere.
Prima condizione di una società perfetta: poter uccidere tutti quelli che detestiamo.
Ogni prosa che abbia toni mallarmeani è illeggibile - oltre le prime tre frasi.
Il bello dei grandi ambiziosi è che realizzano quasi sempre il contrario di ciò a cui miravano.
Si è molto più schietti in una conversazione che in un libro. Per questo è infinitamente più
importante frequentare uno scrittore che leggerlo.
Quando si soffre, l’orrore di soffrire rappresenta un sovrappiù di sofferenza (o rappresenta una
sofferenza in più).
La cosa più difficile del mondo è parlare di sé senza esasperare gli altri. Una confessione è
tollerabile solo se l’autore si maschera da poveraccio.
Nessuno ci perdona di essere stati sinceri nei suoi confronti - o meglio: di aver osato essere sinceri
nei suoi confronti.
Dire la verità a qualcuno significa commettere una indelicatezza, significa pensare di essergli
superiore.
« Niente la autorizza a essere sincero nei miei confronti ».
«Come si permette di dirmi la verità in faccia?».
... quel santo a cui un angelo ara la terra, perché non debba sospendere la preghiera...
Tutto il segreto della vita sta nel votarsi alle illusioni senza sapere che sono tali. Non appena le si
conosce per quel che sono, l’incanto è rotto.
Un uomo che sia destinato a creare o che semplicemente abbia qualcosa da dire non si interroga di
continuo sulle proprie capacità, sulla loro natura o sui loro limiti. Ci dà dentro.
Disfarsi delle proprie illusioni, un attentato al proprio
essere.
16 agosto - Ritorno dall’Austria (Zell am See e la Salzkammergut). Unterach am Attersee.
Da due settimane non scrivo una riga. D’altronde, se ancora mi definisco «scrittore» è per
impostura e per necessità di dichiarare una «professione».
Ero in vacanza a Thumersbach, vicino a Zell am See. Una notte mi sveglio di soprassalto, verso le
quattro, con la sensazione, la certezza di essermi svegliato per sempre, che per me non ci fosse più
posto nel mondo del sonno.
17 agosto 1963. Ho smesso di fumare da più di due mesi senza soffrirne affatto e senza provare il
minimo desiderio di ricominciare. Ma da ieri la voglia è tornata prepotente e sto lottando
disperatamente per non riprendere un’abitudine che per me è funesta (stomaco, gola, ah, mi si è
guastato tutto per colpa del tabacco). Ho giurato a me stesso di non fumare mai più. Ed eccomi ora
sul punto di ricadere. Che penosa agonia!
Ho la massima indulgenza e commiserazione per gli ubriaconi, i drogati e i dissoluti. I vizi emanano
dal nostro profondo; sono noi stessi. Non potremmo guarirne senza ucciderci.
Eschilo è morto a Gela, in Sicilia; non so che aspetto avesse quella città nei tempi antichi; in
compenso so che è la città più orribile che abbia mai visto. Per colpa sua mi è stato impossibile
andare ad Agrigento. Siccome avevo perso la coincidenza, sarei stato costretto a passare lì la notte.
Cosa che mi è parsa inconcepibile.
Ormai da anni sono costantemente al di sotto di me stesso!
Hanno un segreto soltanto gli scrittori che hanno scritto poco.
oppure
Godono del privilegio del segreto solo gli scrittori che non hanno scritto quasi nulla.
In qualsiasi originalità, anche reale, vi è una parte di affettazione.
X, che deve avere l’età dei patriarchi (ha sicuramente più di ottant’anni), mi dice, dopo aver
denigrato tutti per due ore: «Non odio nessuno, è questa la grande debolezza della mia vita».
Se la morte è orribile, addirittura inconcepibile, e indubbiamente lo è, come mai dopo un po’ di
tempo consideriamo fortunato qualsiasi nostro amico che abbia cessato di vivere?
La mania spagnola di riaprire le tombe spiega più di una lacuna della storia ispanica. Lo scheletro
non è una buona introduzione al mondo moderno.
Ho letto da qualche parte questa frase molto giusta su Mallarmé: «Aveva la passione della
raffinatezza».
«Sono un vile, non riesco a sopportare la sofferenza di essere felice» (Keats) a Fanny Brawne.
L’età della Terra è stata stimata sui quattro miliardi di anni. Ci penso stamattina che sento il peso
vertiginoso di un altro giorno da sopportare.
Ho rivisto Monaco dopo ventotto anni. In tutto questo tempo non ho fatto altro che rimpiangerla e
abbellirla; nella mia immaginazione si era trasformata in un paradiso perduto. Delusione totale. In
parte per i disastri dei bombardamenti. La città è rovinata, questo è sicuro: ho stentato
a riconoscerla. Eppure, la nostalgia così lunga, così duratura che ho avuto per lei non posso fare a
meno di considerarla un errore.
Fino a oggi ho dato prova di un solo coraggio: quello di non uccidermi.
L’essere non è il mio elemento. Tutte le mie sventure discendono da qui.
Ho preso la decisione di non andare più in collera, di sopportare qualsiasi sopruso e di replicare
soltanto alle ingiurie sottili. Vale a dire mai.
Per tre mesi non ho fumato una sola sigaretta. Il mal di gola, la nausea, l’acre odore in bocca, tutto
me ne distoglieva. Ero convinto che fosse la volta buona, che non avrei mai più ripreso questa
inveterata e funesta abitudine che mi ha
rovinato lo stomaco per il resto della vita. Ma ecco che oggi ci sono ricaduto. Vergogna, vergogna,
vergogna! La stupida idea di non poter lavorare se non intossicato dal tabacco mi ha fatto
ricominciare. Eppure avevo giurato a me stesso che, a costo di rinunciare al lavoro, non avrei
ripreso un’abitudine così miserabile. Perché scrivere se lo si può fare solo sotto l’influsso di un
eccitante? Che poi il tabacco neanche lo è; semmai è un avvilente. Mesi e mesi senza combinare
nulla; e ora che devo fare un lavoro che mi è stato commissionato, sono completamente disorientato
e furente.
Devo scrivere un articolo, o meglio una prefazione su Tolstoj, e vedo che mi è quasi impossibile. Ci
vuole un minimo di obiettività per poter parlare di qualcuno di diverso da te stesso. Ma io non
riesco più a essere obiettivo con nessuno; riesco soltanto a parlare di me. Essere obiettivi non
significa essere imparziali, significa trattare l’altro da oggetto, come fanno i critici. Io non ne sono
capace. Tratto l’altro come se fosse me stesso. Ma allora, perché scrivere un saggio o una
prefazione? Perché mentire? Il grado di soggettività che ho raggiunto mi rende inadatto persino al
lavoro elementare di esporre i dati di un problema o, in questo caso, di un ritratto.
E tuttavia devo, devo.20
Ho orrore del dovere; eppure tutto il mio umor tetro deriva dal fatto che mi sottraggo al mio. Non si
viene meno agli obblighi impunemente, non si abbandona un progetto dopo l’altro senza subirne
spiacevoli conseguenze. In fondo la mia cupezza non è altro che il risultato di questi abbandoni: è il
modo in cui si vendicano i progetti che non vogliono morire.
A vent’anni ero a un passo dal suicidio; poi mi è passata. Non che in questi trenta lunghi anni abbia
smesso di prenderlo in considerazione, e a volte anche di pensarci seriamente; ma poi qualcosa di
indefinibile mi diceva che non
sarei stato capace di metterlo in atto. Ho paura che questo qualcosa, questa «voce» ora taccia; se
non altro, da qualche tempo la sento sempre meno.
Mi sono talmente addentrato nel Vuoto che basterebbe pochissimo per trasformarlo in Dio.
Il mio amore per la concisione mi impedisce di scrivere, poiché scrivere significa sviluppare.
Far credere agli altri che la propria opera sia incompiuta, che si sia intrapreso un Grande Libro,
mentre invece si è autori di scritti in cui si è già espresso tutto quello che si aveva da dire - questa è
stata l’abilità, fra inconscia e premeditata, di Mallarmé. Che calcolo e, insieme, che nobile verità
creare la leggenda di una sterilità per eccesso di esigenza nei propri confronti! Nel caso di Mallarmé
la posterità ha accolto scrupolosamente il ritratto che lui ha tracciato di sé. Non ha dubitato un
istante delle impossibilità sproporzionate che diceva di avere incontrato o concepito; in questo
modo hanno finito per far parte del personaggio: lo ingigantiscono senza che si sappia che è stato
lui stesso l’autore della propria dismisura.
Scrivere è diventato per me un supplizio, una cosa impossibile. Le parole mi sembrano talmente
estranee (alla mia essenza) che non riesco a entrare in contatto con loro. E' rottura completa tra me
e loro. Non abbiamo più niente da dirci. Se me ne servo, se le uso, è per metterle sotto accusa e
deplorare l’abisso che si è spalancato fra noi.
Memnons Klage um Diotima.21
Quando si è perduto tutto, l’elegia sostituisce la speranza.
Devo scrivere un saggio sulla crisi di Tolstoj, quando l’idea del suicidio lo perseguitava. Ahimè! Sto
passando per gli stessi tormenti. Che cosa miserabile! Devo uscire, per-
ché se resto a casa non sono certo di riuscire ad avere la meglio su qualche decisione improvvisa.
Come sono potuto arrivare a tanto? Ma, per la verità, sono vissuto più o meno così tutta la vita.
Ogni opera è tributaria di uno smarrimento. Lo scrittore è un parassita delle proprie sofferenze.
È curioso che, con le convinzioni che ho, riesca a trarre piacere dal mio lavoro (quando lavoro!).
Solo il lavoro può farci dimenticare l' essenziale, ossia ciò a cui non bisogna pensare se si vuole
impegnarsi in qualcosa e lasciare una traccia.
Il lavoro - divina obnubilazione!
Se potessi dimenticare tutto quello che so!
Se potessi trionfare delle mie indignazioni, e del mio odio per gli uomini! Se potessi elevarmi al
disprezzo!
La ragione per cui nessuno vede i propri difetti, soprattutto uno scrittore, è che quando si scrive,
anche su cose banali, ci si trova per forza in uno stato di eccitazione che è facile scambiare per
ispirazione; anche per scrivere una cartolina ci vuole un minimo di «calore», e comunque non può
esserci indifferenza, è necessario un briciolo di ritmo. Dal momento che non facciamo niente a
freddo, appena portiamo a termine qualcosa, crediamo di avere... talento. Nessuno riesce a
convincersi della pochezza di ciò che fa. Ogni forma di «creazione» esige una partecipazione
del nostro essere. E non riusciamo a concepire che ciò che proviene da noi non valga assolutamente
nulla.
29 agosto - L’una di notte. Non riesco a dormire. I nervi contratti mi dolgono. Sempre lo stesso
formicolio. C’è da impazzire. La malattìa veglia notte e giorno. Tutto dorme, tutto riposa, tranne lei.
Se scrivere una tragedia fosse semplice quanto viverla!
Una malattia, per quanto terribile, è sopportabile a patto di non darle un nome.
Sono felice solo quando trovo una «formula».
Che ci guadagna questa donna a vivere in totale solitudine, che ne ricava? Niente, poiché in ciò che
scrive imita la maniera di X, che invece fa vita di società.
Quando si legge una storia dei dogmi, o semplicemente una storia della Chiesa, non si può non
pensare con indulgenza ai sarcasmi di Voltaire. Ma in fondo anche Voltaire era, a suo modo, un
fanatico.
Tutto sommato, se si vuol essere sicuri di non sbagliarsi troppo, bisogna restare dalle parti dello
scetticismo.
Sono buono soltanto a rimasticare rimpianti e rancori, a pascermi della mia bile e rincretinirmi nella
noia.
Penso di non avere un solo organo a posto.
2 settembre. Ecco Parigi che si ripopola, ecco i ratti che tornano.
Tutti quei giorni in cui il cervello non risponde ai miei richiami.
Sto scrivendo un testo sulla paura della morte in Tolstoj; e come al solito penso più a me che
all’autore di cui devo parlare.
Pensare le proprie sensazioni, è pur sempre pensiero. -Quando non si riesce a far di meglio!
23 settembre - Partito per la Spagna, appena arrivato ho preso l’influenza. La mia unione con la
Malattia è decisamente indissolubile. La crisi di rabbia contro me stesso quando, pieno di brividi,
invece di andare in spiaggia, mi sono messo a letto! Mai son stato così vicino al suicidio per orrore
dei miei malanni. Se potessi abitare un altro corpo! Non sopporto più il mio e tuttavia devo
tenermelo. Mi invento questo obbligo per viltà e per paura. Ma un giorno la
mia mano riuscirà pure a levarsi sul mio corpo, e finalmente a liberarmene.
1o ottobre. Ogni idea è una esagerazione. Pensare è esagerare.
L’antireligione si giustifica soltanto se promana dalla voluttà di demolire un dio. Se lotta contro la
Chiesa o i fedeli, non vale niente.
Appartengo a coloro che, fra il sistema e il caos, propenderanno sempre per il caos.
Da anni osservo il rapporto che c’è tra il mio umore e le condizioni del mio cervello. Niente invita
tanto alla modestia quanto il constatare che si dipende dai guasti delle sue cellule.
X mi scrive che vorrebbe mandarmi un giovane molto leale, di carattere e via dicendo, perché gli
dia consigli in materia di letteratura. Gli rispondo che non posso dargliene, per il semplice motivo
che non ne esistono; ma la vera ragione del mio rifiuto sta nel dubbio aprioristico che quel giovane
moralmente impeccabile abbia la stoffa dello scrittore. - Sono i difetti, non le qualità a essere
promettenti.
Diffidare delle persone perbene, non aspettarsi nulla da loro a livello spirituale. Il talento
presuppone una fonte avvelenata, un inferno virtuale, un insieme di vizi che non vengono esercitati.
Chi potrebbe soffocare le mie grida?
Da un pezzo non si parla più di me; non saprei dire se la cosa mi dispiaccia o no. Ho frequentato la
scuola dell’oblio.
Tranne Villon e forse Rimbaud, i poeti francesi sono tecnici del verso, voglio dire che non sono
poeti, ma letterati. Non si ha niente da chiedere loro, né se ne spera niente.
La letteratura francese è un discorso sulla letteratura.
In quasi tutte le poesie che ho letto da un po’ di tempo in qua, non si parla che... della Poesia. Una
poesia che non abbia altra materia che se stessa si esaurisce in fretta e stanca il lettore. Lettore si fa
per dire!
Possiamo immaginare una preghiera il cui oggetto sia la religione? E' stato Guardini, credo, a
intitolare una delle sue raccolte Preghiere teologiche; una contraddizione in termini.
La musica smuove tutto ciò che vi è di impuro in me; più è « nobile », più risveglia i miei rancori
sopiti e gli odi che di solito ho vergogna di confessare a me stesso.
E' soprattutto Bach che mi ha fatto conoscere l’entità e la profondità dei miei fetori.
Ogni convinzione è un ostacolo alla libertà.
L’uomo libero non si preoccupa di niente, neppure dell’onore.
Questo freddo di cui soffro, che non è altro che l’espressione fisica dei miei terrori.
Credevo che, con l’età, mi sarei rassegnato ai miei malanni; ma li sopporto peggio di prima. Il fatto
è che li conosco troppo, non mi sorprendono più. Anche negli acciacchi ci vuole un minimo di
imprevisto, altrimenti non meritano che li si patisca.
Ha sciorinato tutta la sfilza dei suoi dubbi.
I miei malanni non smettono di richiamarmi a me stesso. Grazie a loro mi ritrovo di continuo - per
detestarmi, per rivolgere tutta la rabbia contro di me, contro questo io da cui cerco invano di
dissociarmi.
Aver tanto sofferto e riuscire soltanto, in tema di dolore, a rimasticare ovvietà!
8 ottobre - Oggi ho passato due ore nei grandi magazzini. D’un tratto, mentre nel seminterrato del
Louvre stavo scegliendo un cucchiaio di legno, ho sentito - rivelazione frequente nella mia vita -
che non appartengo a questo mondo, che il mio posto non è fra gli uomini.
Si scrive con molto più slancio quando si conservano le proprie convinzioni che non quando le si è
perdute. Stimolano la mente limitandola; senza di loro, essa si allarga al punto da non avere più
contorni. Si identifica con il tutto, ma non possiede niente che possa farla divagare.
Non ho slancio se non quando attacco. Ma chi attaccare, e a che pro?
Una mente che mette tutto in questione, dopo mille interrogativi e analisi, giunge a una quasi totale
ignavia pratica, a una situazione che proprio l’ignavo trova subito per istinto. L’ignavia, infatti, è la
perplessità congenita.
Appena mi sono messo a riflettere ho assunto il tono del disincanto e non l’ho più abbandonato.
Se penso alle passioni, all’ardore della mia gioventù, mi detesto per essere arrivato a questa
acredine piatta, a questo nulla penoso in cui vegeto.
Domenica pomeriggio. Passeggiata per vie che conosco, dove vado su e giù da venticinque anni!
Monotonia, desolazione, bruttezza. Vivere in una città da cui non si può cavare più nulla è un
controsenso e un’idiozia. Ho consumato Parigi quanto mi sono consumato io. Né da un lato né
dall’altro c’è da aspettarsi la minima sorpresa o la minima delusione.
Ogni pensiero che non nasconda qualche asprezza mi annoia.
Nel suo Testamento Racine chiede di essere sepolto a Port-Royal, benché, dice, sia stato solo uno
«sterile ammiratore» delle virtù dei solitari...
La letteratura e soprattutto la lingua francese avrebbero preso tutt’altra piega se Amyot avesse
tradotto la Bibbia.
Ciò che mi fa rimanere fuori da ogni religione è l’incapacità di concepire che la mia salvezza
dipenda dall’aiuto di qualcuno. Mi sento più vicino alla saggezza pagana che al cristianesimo o al
brahmanesimo.
L’attuale successo del taoismo è dovuto al fatto che il Tao è totalmente indeterminato; il che
permette agli occidentali di adottare una fede religiosa senza sposarne le esigenze.
Visto che il Dio personale non è più ammissibile, ci si orienta sempre di più verso religioni che lo
sostituiscono con un nome vago, con una entità a cui, sia chiaro, non si hanno conti da rendere.
Voglio «liberarmi» da solo, senza l’aiuto di nessuno.
Ho la disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento, ma una realtà
fisiologica, per non dire fisica. La disperazione è la mia fede, la mia fede innata.
Tutte le malattie sono incurabili, anche il raffreddore. Ad ogni modo tornano sempre, si risvegliano
quando ce ne crediamo guariti, perché in realtà si erano solo addormentate.
La salute è la malattia sopita.
A dire la verità, nessuno può sopportare di essere messo da parte, e qualunque consapevolezza si
abbia dei propri meriti, non si riesce a tollerare l’indifferenza degli altri. Ma fintantoché si dipende
dall’opinione altrui, la vita è un inferno.
Nonostante il mio orrore delle malattie e dei malati, non riesco comunque a prendere sul serio uno
che stia bene.
Per uno scrittore l’unico modo di conservare un filo di prestigio è smettere di scrivere.
Dante e Meister Eckhart, le due menti più profonde e più appassionate del Medioevo.
Pomeriggio lungo la Viosne, oltre Pontoise.
Le foglie morte che cadono in acqua: duplice simbolo dell’ evanescenza.
Mio fratello mi scrive a proposito dei disturbi e delle ambasce di mia madre: «La vecchiaia è
l’autocritica della natura».
Niente rivela ciò che sono quanto la mia passione per Elisabetta d’Austria.
Quello che amo negli ebrei è la voluttà con cui rimasticano la loro sorte insolubile. In fondo, non
c’è nient’altro che li coinvolga veramente.
Io sono una perenne velleità di canto, ma il canto non arriva.
È nelle epoche senza profeti che ci si dedica all’interpretazione dei sogni e vi si cerca l’immagine
del futuro.
Se avessi la fede, lascerei il mondo all’istante, senza avvertire nessuno. Ma anche senza fede, al
punto in cui sono, dovrei piantare tutto e vivere in un deserto qualunque.
Ciò che ha contato nella mia vita sono le notti in cui, una dopo l’altra, sono crollate le mie certezze.
Si ha un bel dire, ma il cristianesimo ha rovinato tutto. Un guastafeste. Secoli inutilmente profondi.
Quanto rimpiango di essermi nutrito della sua sostanza! Me ne sono rimpinzato. Sventura, immane
sventura!
Ho passato i miei giorni nel dolore e nei suoi sottoprodotti, in questi ultimi soprattutto. Va a mio
merito essermi «spinto» fino alla cinquantina. Ero fatto per godere di tutto, avevo un patrimonio di
gaiezza che la mia cattiva salute ha dilapidato; dalla contraddizione fra le mie inclinazioni originarie
e i miei umori acquisiti è nato questo malessere perenne in cui continuo a inacidirmi.
Ci si avvicina a una certa serenità solo dopo aver esaurito la pietà per se stessi.
Ecco una delle pochissime cose di cui sono certo: la sola, l’unica ragione che gli uomini hanno per
vivere in comune è quella di tormentarsi, di farsi soffrire a vicenda. Non mi stancherò mai di
ripetere questo assioma.
Appena comincio un pensiero, ne perdo subito il filo. Quello che manca alla mia mente è la trama.
E, per proseguire nella metafora, che cosa c’è di più scucito del mio «stile»?
Sono vuoto, vuoto, e non c’è traccia di «musica» in me. La mente devastata per sempre. Come mi
sono ridotto a questo punto? Com’è stato possibile?
20 ottobre. Da qualche giorno vedo nell’albergo di fronte, all’ultimo piano, uno (americano?
tedesco?) che scrive a macchina in continuazione. Da dove gli vengono le parole? E che cosa ha
mai da dire? Ha un aspetto talmente rozzo che non sembrerebbe nemmeno capace di elevarsi al
livello di qualche banalità.
Ho appena letto alcune pagine che ho scritto in romeno più di vent’anni fa. Pessima poesia. Una
sorta di «fremito» continuo che mi dà la nausea. Se avessi adesso la vitalità di allora forse farei
qualcosa di buono, o comunque di meno pietoso. Guardarsi dalla poesia come dalla peste. O
altrimenti scrivere direttamente poesie.
L’unica cosa positiva: a Parigi, durante la guerra, ero arrivato a una conoscenza del romeno di cui
ora stupisco. Leggevo la Bibbia (naturalmente nel nostro idioma) tutti i giorni. Mi ricordo che
andavo alla chiesa di rue Jan-de-Beauvais22 (abitavo lì accanto) in cerca di libri «religiosi». Così
sono risalito alle fonti della lingua. Oggi che guardo ciò che ho scritto a quell’epoca, sono costretto
a riconoscere che lo sforzo di allora non ha dato i frutti che speravo.
La sofferenza non porta necessariamente alla modestia: semmai è il contrario. Giacché più si soffre,
più ci si crede qualcuno, anche se l’eccesso di dolori porta al sentimento del nulla. Un sentimento
che d’altronde è perfettamente compatibile con l’orgoglio.
Anche se avesse tutti i meriti, un ambizioso può essere onesto soltanto in superficie. Fidatevi solo
degli indifferenti.
Non conosco niente quaggiù che sia più misterioso dell ’ acqua.
Il mio piacere più grande sarebbe quello di poter spaccare il muso a chi mi pare. E' assolutamente
malsano frenare gli impulsi che esigono da noi la soppressione di coloro che esecriamo.
Ho appena scorso il mio « quaderno » di sei anni fa. Che smarrimento! Che asprezza e che
intossicazione! Sono sconvolto dalla gravità del mio cafard.
Un libro è un evento soltanto per colui che lo scrive. Per risparmiarsi delle delusioni, più di un
autore dovrebbe pensarci e tenerlo bene a mente; è però vero che qualora se ne persuadesse,
smetterebbe di scrivere.
Mi sento assolutamente incapace di uno sforzo continuo sia nel pensiero sia nell’azione. Mai
ossessionato è stato più ondivago.
Lucrezio, Bossuet, Baudelaire - chi meglio di loro ha capito la carne, tutto ciò che in essa vi è di
marcio, di orribile, di scandalosamente effimero?
Penso improvvisamente al viso di tutti i morti che ho visto, al loro ultimo e insostenibile volto, e
vedo anche i tratti di quello di tutti i miei amici quando trapasseranno, così come vedo me stesso
all’inizio e alla fine della sfilata macabra. Abbiate pietà di noi, di tutti noi. Voi che non possiamo
nominare.
Il mio dramma è di essere un ex ambizioso. Delle mie aspirazioni, delle mie follie di un tempo,
scorgo ogni tanto i prolungamenti. Non sono completamente guarito dal mio passato.
Insonnia.
«Quando l’uccello del sonno pensò di farsi il nido nella
mia pupilla, vide le ciglia e si spaventò della rete» (Ibn al-Hammara, poeta arabo dell’Andalusia,
XII secolo).
Per indole, ero un gaudente; i malanni hanno fatto di me un «martire». Il dramma degli istinti
contrastati lo vivo ogni giorno.
All’inizio della nostra èra si accusavano gli ebrei di essere dei cristiani, li si riteneva responsabili di
Gesù, che pure avevano rinnegato; duemila anni dopo, li si ritiene responsabili di Marx, al quale
pure si richiamano sempre di meno, e soffriranno per causa sua quanto hanno sofferto a causa di
Cristo.
Voler giustificare un fallimento significa sminuirlo e comprometterlo.
Montaigne, un saggio, non ha avuto posterità; Rousseau, un isterico odioso, continua ad avere
discepoli.
Ho parlato ininterrottamente per due ore, perché avevo paura di ascoltare. Al punto in cui sono
ridotto, miserabile e triste fino alla depravazione, fare la figura del pagliaccio!
La seduzione esercitata su di me dalle forti personalità che non hanno lasciato opere, che non si
sono abbassate a comporre un libro.
Quando si aspetta qualcuno che è in ritardo, ogni minuto che passa logora sempre di più il suo
valore; in capo a un’ora non conta più niente per noi, ai nostri occhi è svalutato.
Se mai un demonio si è impossessato di me, è proprio quello della dilazione.
Essere un fanatico del laconismo e voler guadagnarsi da vivere come scrittore.
Quando vedo X e Y mettersi sempre in mostra, non ho che un desiderio: sparire, far perdere le mie
tracce.
... Eppure ho una certa simpatia per i destini «affettati»,

per i posatori in grande stile, tipo Byron. È un residuo della smania di gloria che avevo prima dei
vent’anni.

Invidiamo soltanto coloro che conosciamo bene, che frequentiamo molto e il cui successo dovrebbe
farci piacere. E' per questo che c’è qualcosa di «marcio» in ogni amicizia, e che amiamo veramente
i nostri amici solo quando sono delle vittime. Non appena cessano di esserlo, li teniamo d’occhio
con diffidenza e inquietudine.
Aveva il bernoccolo dell’infelicità.
Niente vi rende più scettici della necessità in cui siete di vivere nella doppiezza, di assecondare il
tale e il talaltro e di assistere così allo spettacolo della vostra volubilità. Chiunque sia in posizione
subalterna, se vuole conservarla, deve disdegnare la verità o almeno dubitare che sia possibile.
E' pericoloso frequentare i vecchi: li si vede così lontani dalla saggezza e inadatti a raggiungerla
che, rispetto a loro, ci si crede di una maturità eccezionale. E il vantaggio reale o fittizio che
abbiamo su di loro incita all’orgoglio e persino all’arroganza.
Il mondo non vive nella mediocrità ma in una nociva dismisura. Il che spiega perché niente e
nessuno sia al proprio posto, mentre se fosse mediocre ci sarebbe qualche proporzione nelle
posizioni e nei destini.
Chiunque voglia far parlare di sé è da considerare un nemico virtuale.
Forse è solo una mia follia, ma non riesco a credere che ci sia qualcuno al mondo ossessionato e
paralizzato dall'essenziale quanto lo sono io.
La cosa più difficile del mondo è immaginarsi la faccia di qualcuno che si ammira o che si odia
senza averlo mai visto di persona. E' possibile indovinare i suoi segreti, ma non i suoi lineamenti.
La cosa più visibile di un individuo è ciò che più disorienta la nostra immaginazione.
Sto passando un periodo in cui né la poesia né la mistica mi dicono qualcosa. Il lirismo, sotto
qualsiasi aspetto si presenti, mi fa l’effetto di un emetico. Mi piace soltanto la prosa acida,
corrosiva.
28 ottobre. Conversazione con un giovane tedesco di diciannove anni, molto intelligente e molto
aperto, che sa tutto di tutto. Accanto a lui, sembravo fossilizzato, antiquato, uno di un’altra
generazione. Pago caro il mio orrore per i giovani, sono datato, il che mi fa ancora più orrore.
Nel pensatore mi interessa lo scrittore, nello scrittore il temperamento.
L’unico uomo che ha capito è quello che non se la prende, che mette sullo stesso piano onore e
disonore. Alles ist einerlei.23 Questa è l’ultima parola della saggezza, e a quali sofferenze, a quali
miserie va incontro colui che prova ripugnanza ad adottarla o semplicemente si dimostra incapace
di sottoscriverla!
La vita mi sembra molto più sopportabile da quando ho accettato la mia indegnità come un fatto sul
quale non devo più tornare.
Non ho più nessuna qualità, sono un uomo in disuso, vale a dire che potrei facilmente diventare un
saggio...
Ogni parola ha un passato, nel senso in cui lo si dice di una donna vissuta... « Bisogna essere
ubriachi o pazzi » diceva Séyes «per parlare bene nelle lingue note».
Bisognerebbe essere ubriachi o pazzi, aggiungerei dal canto mio, per osare ancora servirsi delle
parole, di qualsiasi parola.
Abbiamo un bell’affannarci, la morte continua in noi le sue lunghe ruminazioni, il suo soliloquio
ininterrotto.
Gli applausi prolungati mi fanno pensare alle rivoluzioni. Quando vedo una folla in delirio, fosse
pure in una sala da concerto, la mia prima reazione è di fuggire all’istante.
lo sono senza alcun dubbio un Gemütskranke (intraducibile). Ho accessi di odio incredibili, di una
virulenza da far paura. Ma sono accessi del tutto gratuiti; il che rivela un vizio di costituzione, un
guasto profondo della macchina. Io odio senza alcuna necessità; ma si tratta poi di odio? Non
è piuttosto uno stato duraturo di follia non dichiarata?
Ho appena letto nel Decameron la descrizione della peste a Firenze. (Quanto è meglio descritta da
Tucidide quella di Atene!). Qualsiasi flagello mi appaga e mi rincuora. L’orrore mi fortifica, se è
detto bene.
Non era possibile farsi iniziare ai Misteri se si era responsabili di un crimine. Nerone, che aveva
fatto uccidere la madre, non chiese l’iniziazione quando fece il suo viaggio in Grecia.
5 nov. 1963. Notte atroce, come tante altre. Prendo troppe medicine; il mio organismo non le
sopporta più. Dovrei lasciare in pace i miei mali.
Ormai posso leggere solo ciò che mi «sconvolge». (Dopo aver letto la Confessione di un teppista di
Sergej Esenin).
Tiberio, purista. Secondo Svetonio lo mandava in bestia che si usasse la parola greca monopolio, e
insistè perché se ne trovasse un equivalente latino. Non fu senza conseguenze il fatto che in
gioventù fosse stato circondato di grammatici.
Ho visitato il Musée Victor Hugo in place des Vosges. Non cerco neanche di capire perché niente mi
interessi della sua opera e della sua vita.
L’idea di incontrare degli scrittori mi fa davvero ammalare. Ritrovare in peggio i propri difetti è
intollerabile. E poi non si può sopportare gente più vanitosa di noi.
La giornata di ieri (6 nov.) solo, lungo l’Oise, fra Beaumont e Boran. Per me non c’è niente di più
bello al mondo che costeggiare un fiume in autunno, passare, scorrere in-
sieme con l’acqua, senza sforzo, senza fretta, senza niente di ciò che contrassegna le attività umane.
Si può dire dell’angoscia tutto ciò che è stato detto del mare...
Il celibe non è un egoista, come comunemente si dice, ma un uomo a cui non piace martirizzare
nessuno. Associarsi con qualcuno, che sia con il matrimonio o in altro modo, significa poter
attribuire all’altro tutto ciò che di spiacevole ci capita di provare. Ogni forma di vita in comune
presuppone la volontà di scaricare sugli altri i propri malumori.
Ho appena ascoltato Ramona, il motivetto di moda verso il 1929, quando ho lasciato Sibiu per
andare all’università a Bucarest. L’annunciatore la trova ridicola; forse lo è, ma mi fa ricordare un
periodo della mia vita molto più di quanto non farebbero i più grandi sforzi di memoria o un
ritorno sui luoghi della mia gioventù.
Madame de Staël parla della pedanteria della leggerezza nei francesi.
15 nov. 1963. Notte interminabile che mi fa pensare al verso di Rilke. «In solche Nächte wissen die
Unheilbaren: wir waren ».24
Scrivere sugli altri è come ammettere di non aver nulla da dire su di sé.
Letto nell 'Etica a Nicomaco il luminoso capitolo sull’equità e la giustizia.
Soltanto i cattivi pensatori esercitano una grande influenza. Uno come Fourier, che è praticamente
illeggibile, ha dominato tutto l’Ottocento in Russia. Gli intellettuali si dividevano in fourieristi e
antifourieristi. Dostoevskij prima della Siberia era schierato con i primi; dopo con i secondi.
Tolstoj lo disprezzava con una punta di invidia, e lo chiamava sempre «quel fourierista».
Guai allo scrittore o al pensatore che fa scuola!
Tutto ciò che è ancora vivo nel folclore risale a prima del cristianesimo. - Così come tutto ciò che è
ancora vivo in ognuno di noi.
Trovo strano che non si invidino quelli che hanno la capacità di pregare, mentre si è pieni di invidia
per le ricchezze e i successi esteriori degli altri. Ci si rassegna alla salvezza degli altri, non alla loro
prosperità.
Che rapporto c’è fra la Messa in si minore e la dottrina della piccola setta ebraica? Com’è
concepibile che questa abbia potuto portare a quella? E' vero che non si vede neanche come dalla
sinagoga o dalle catacombe si sia potuti arrivare alle cattedrali gotiche. - Una religione non è niente
di per se stessa; tutto dipende dalla comunità che la adotta. Il cristianesimo tedesco di alcuni teologi
nazisti era un’assurdità soltanto sul piano teorico, dottrinale; sul piano pratico, storico,
corrispondeva a una realtà.
La vita — è l’equilibrio in lutto.
Tutti, senza eccezioni, si danno troppo da fare. La salvezza attraverso l’abulia.
L’artista che cerca continuamente e a ogni costo lo straordinario stanca presto, perché non c’è niente
di più insopportabile della monotonia dell’insolito. Non esiste vera arte senza un minimo, che dico?,
senza una buona dose di banalità.
L’importante nell’arte è la necessità. Bisogna sentire in modo assoluto che un’opera è necessaria,
altrimenti non vale nulla e annoia. Se anche per un solo istante dà l’impressione di essere
intercambiabile, tutto crolla.
Ognuno è prigioniero del proprio gioco, e noi tutti non facciamo che esagerare.
Per liberarmi del mio umor nero, mi sono dipinto più «nero» di quanto non sia. Non ho vinto il mio
umore; ma almeno sono riuscito a sopportarlo.
Il falso è più frequente nell’arte che nella vita. Ci casca l’artista riflessivo, l’artista che manca di
spontaneità.
L’artista che riflette troppo sui suoi mezzi lo fa a spese della spontaneità.
Sono figlio del caffè e della sigaretta. Ho smesso di fumare e di bere caffè. Mi sento diseredato,
sono spossessato di tutti i miei averi: del veleno, del veleno che mi faceva lavorare.
Sebbene giri in un circolo vizioso e cada nelle stesse ossessioni, faccio fatica a trattare a fondo un
problema; appena l’ho capito, mi annoia, e tuttavia mi perseguita, non smetto di pensarci.
«Tutto ciò che ci capita è comune e previsto quanto la rosa in primavera o la mietitura in estate.
Così sono per noi la malattia, la morte, la calunnia che ci dilania...» (Marco Aurelio).
Intuizione profonda quella di mettere la calunnia, nella gerarchia dei mali, subito dopo la malattia e
la morte...
Giornate intere passate in una tensione vuota, senza nessuna idea, al di qua del pensiero, al di qua
dello Spirito. Una vacuità lucida, il nulla che contempla all’infinito se stesso.
Il pensiero della morte non mi commuove più; ci penso senza pensarci. Qualcosa in me è
definitivamente sfuggito alla vita. Ah, i tempi delle mie frenesie!
L’obiettività è segno di esaurimento. Il vigore sceglie e rifiuta. E' la debolezza a rendere giustizia a
tutto e a eludere l’irriducibile. L’eclettismo, sotto qualsiasi forma si presenti, è dimostrazione di
impotenza e di insulsaggine.
La morte di Kennedy ha assunto per me l’ampiezza di un dispiacere. (P.S. «Ampiezza» per un
dispiacere è improprio, e quasi scorretto: si può parlare dell’ampiezza di un lutto, perché questo ha
un carattere esteriore; il dispiacere non ha estensione). (Quanto sono stupide queste osservazioni!).
Grammatica del funebre.
Per quanto cerchi di considerare la vita una superstizione da cui è ora di liberarsi, c’è in me
qualcosa che resiste ai miei sforzi e ne annulla gli effetti.
Visto che l’entusiasmo è uno stato morboso, perché stupirsi se lo si trova all’origine delle grandi
sciagure pubbliche e private?
La mia giovinezza è stata disperata ed entusiasta; ancora oggi ne sto pagando il fio.
Un uomo vale soltanto per quello che non ha fatto, per i suoi momenti di astensione e di
fantasticheria.
Ognuno di noi è il prodotto delle sue ore sprecate, del suo tempo perduto.
Ogni anno che passa i miei mali diventano più precisi.
Credersi liberi, niente di più bello - e di più superficiale.
29 nov. Notte in bianco - nel corso della quale ho affrontato molti problemi e trovato alcune formule
«felici». Ma ora non mi vengono in mente né quelle formule né quei problemi. Gli uni e le altre si
sono dissolti nell’aria del mattino. Deve esserci qualche equivoco nella famosa «profondità» delle
insonnie. Il rispetto che ne avevo diminuisce. Non avrei mai creduto che un giorno sarei arrivato a
dirne male!
Non si devono scrivere motti di spirito. È l’errore che ho commesso nei Sillogismi.
Prova quasi terribile quella di scrivere una lettera di ringraziamento o di congratulazioni.
Estenuato dalla gratitudine...
Ho sempre più un punto di vista da vecchio sui problemi attuali. Ho paura e orrore del disordine,
dell’iniziativa, dei giovani e dei poveri, di tutti gli scontenti, insomma del futuro. Io sono, insieme a
tutti i barboni, per lo statu quo.
Non posso sopportare né la poesia abborracciata né quella elaborata. Ma è proprio ciò che da ogni
parte ci viene proposto. Non c’è scelta più penosa.
A che pro aprire il libro del tale o del talaltro? So bene che da un pezzo non ha più niente da dire;
ma preferisce annoiare piuttosto che essere dimenticato.
Arrivati a un certo punto, tutti non fanno che ripetersi, l’artista come lo studioso, il raffinato come il
volgare. E chi di tanto in tanto cerca di rinnovarsi ci riesce solo attraverso rinnegamenti successivi.
Cambia faccia, non è più lui. In fondo nella vita possiamo diventare o profondi o superficiali,
possiamo cioè evolverci, ma non trasformarci. Non c’è mutazione nella vita dello spirito. Giacché
tutte le nostre crisi e tutti i nostri cambiamenti erano virtualmente in noi.
Non è per il contenuto, ma per la forma che un’opera d’arte puzza di muffa. In poesia, il verso
melodioso invecchia ed esaspera; e così in prosa tutto quello che è troppo ricercato, troppo ben
scritto. Una certa profondità nell’incompiutezza mi sembra il contrassegno fondamentale
del moderno.
Un’arte s’infiacchisce quando prende troppo da un’arte affine. Rubare alla musica i suoi beni - idea
funesta alla poesia, strampalata fantasia di poeta. Non bisogna chiedere alle parole quello che non è
nella loro natura dare.
Letto un intero libro di ricordi su Georg Simmel, scritto dai suoi allievi e dai suoi amici. Trent’anni
fa era il mio filosofo preferito - ignoravo quasi tutto della sua vita. Ed ecco che questo libro me ne
rivela una quantità di dettagli che, curiosamente, mi commuovono quanto mi avrebbero commosso
da giovane.
Tutti quei filosofi che parlano di Storia e che, palesemente, non hanno alcuna cultura storica.
Verso il 1820 Hegel era il grande filosofo di moda. Schopenhauer, nella stessa epoca, provò a
insegnare all’università, ma fu un fiasco completo. Non ebbe allievi. Cinquanta anni dopo divenne
Modephilosoph, e il suo pensiero dominò l’insegnamento dell’epoca, a scapito di Hegel, il quale
poi ha avuto di nuovo il sopravvento su Schopenhauer, che il nostro secolo ha accantonato.
Devo tornare al frammento vero e proprio. La mia mente è fatta in modo tale da non poter
«costruire» né andare oltre una serie di schizzi.
Senza aver mai avuto una sola crisi epilettica, vivere costantemente nell’ebetudine che di solito
segue alle crisi! Lottare senza sosta contro l’opacità che invade la mente!
Se penso alla quantità di intelligenza, di riflessione e di tempo sprecati per giustificare il miraggio
della Trinità, mi sento prendere dalla disperazione. E tuttavia, che importanza può avere a che cosa
si applica il nostro pensiero, purché abbia un pretesto, un simulacro di oggetto che legittimi gli
sforzi che esso produce e non può impedirsi di produrre?
Ho notato che tutti coloro che hanno una voce melodiosa dimostrano una certa carenza mentale.
Malumore - pressoché ininterrotto; so qual è la causa: non faccio il mio dovere, non riesco a
realizzare nessuno dei miei progetti. Solo a prendere un impegno, mi metto in uno stato che rasenta
l’incubo. Fuga, fuga - l’unico segreto della mia vita. Devo avere un’inconscia passione per
l’incompiuto. Di sicuro ho una paura smisurata di giovarmi di qualcosa che esuli dalla mia
incapacità di partecipare a checchessia. Per me, il supremo passa per l’astensione.
Ho sopportato parecchie cose, se paragono la mia condizione a quella, meno invidiabile, di altre
persone. Ma questo tipo di consolazione è falso, se non perverso. Suscita in noi sentimenti vili, ci fa
persino desiderare che gli altri siano più infelici di noi, senza contare che non ci è di aiuto al colmo
dell’infelicità, ma soltanto dopo, quando usciamo dallo sgomento o dall’intollerabile.
Delle persone interessanti che ho conosciuto, quasi nessuna aveva talento, se non, appunto, quello
di essere interessante.
Devo alla Provvidenza la capacità di non realizzarmi.
In ogni campo dell’arte e della vita, solo gli incompresi meritano attenzione. Morire disprezzati!
Leggo da qualche parte che Goar (era un poeta? un santo? un pazzo?) appendeva per negligenza il
mantello a un raggio di sole...
Felicità e ricerca della gloria sono incompatibili. La felicità, come ha detto Aristotele, appartiene a
coloro che bastano a se stessi.
Se si vuole scrivere o anche solo pensare, bisogna guardarsi dal praticare l’analisi logica del
linguaggio.
Un tale dice: non odio nessuno, tranne X. - Basta questo, ed è come se odiasse tutti. Ha dunque
dentro di sé altrettanto veleno di colui che detesta tutto, indistintamente.
Ritrattazioni - amo questo titolo di sant’Agostino, che lusinga la mia passione per il rinnegare.
È incredibile quanto l’inverno sia poetico!
L’orgoglio in un tedesco è intollerabile; è aggressivo, tutto d’un pezzo. E questo anche nei migliori.
Che peccato che quella nazione sia impermeabile allo scetticismo! (Può essere nichilista, ma non
scettica). La filosofìa sviluppa l'or-
goglio, e d’altronde lo presuppone: come si fa a costruire un sistema, come si può concepire l’idea
di costruirlo, se non ci si prende per dèi?
Io non sopporto l’orgoglio se non nei reprobi, nei diseredati, negli infermi.
Rilette alcune poesie di Emily Dickinson. Commosso fino alle lacrime. Tutto ciò che emana da lei
ha la proprietà di sconvolgermi.
10 dic. Dal mio letto vedo passare un grande uccello nero, così in armonia con questo cielo
affumicato e opaco.
Il Messia, ieri sera alla Pleyel.
L’esultanza mi sembra la caratteristica fondamentale di Händel, fortunatamente immune da
qualsiasi metafisica.
«Durostor» - «Silistra» - questi dipartimenti del Sud della Dobrugia25 - il cui nome bulgaro mi deve
aver fatto un grande effetto quando a sei anni iniziai le elementari a Răşinari - mi vengono in mente
all’improvviso, mentre mi vedo risalire la via per andare a scuola. Succedeva «esattamente»
quarantasei anni fa!
La cosa rassicurante è che moriremo senza che nessuno abbia mai intuito né la quantità né
l’intensità delle nostre sofferenze. Così la nostra solitudine sarà preservata per sempre.
Haxoorth, credo di averlo detto, di tutti i grandi luoghi che ho visitato è quello che mi ha commosso
di più.
Un sorriso sterminatore.
Tu non hai bisogno di finire sulla croce, perché sei nato crocifisso. 11 dic. 1963.
11 dic. 1963. Mania di grandezza e sogno.
Dopo l’assassinio di suo marito, Jacqueline Kennedy mi
fa una telefonata. Passeggiata in un bosco (il bosco di Sénart). Discussioni appassionate, allegria,
ecc.
Dopo la conferenza di Yalta, Stalin, Roosevelt, Churchill vengono a trovarmi nella mia stanza
d’albergo per scusarsi di non avermi consultato prima di andare alla conferenza.
(Vedi anche il sogno sull'assassinio della regina d’Inghilterra)
In una delle prime caverne scoperte nella zona di Lascaux hanno trovato tre scheletri, uno dei quali
aveva il cranio fracassato. Persino nelle epoche in cui l’uomo era raro i conflitti e le passioni erano
probabilmente appena meno esasperati di oggi. La storia di Caino e Abele prefigura - in una sintesi
definitiva - tutta la storia umana.
... Eppure continuo a credere che allora l’uomo fosse più «felice» di adesso. Anzi ne sono certo.
Non si può vivere né con gli dèi né senza di loro.
L’Uomo di Cafard.
A ogni istante percepisco con un’acutezza di volta in volta fredda o allucinante il non essere della
carne.
Le melodie che nascono improvvise in noi testimoniano contro la sovranità del vuoto.
Mattinata funebre e melodiosa. Una poesia muore in me.
Il mio paradosso è di essere un ossessionato la cui mente non riesce mai a decidersi. Il caos attorno
ai medesimi temi.
Mi interessano solo le opere che hanno una portata spirituale. Come dire che per me i tre quarti
della letteratura sono inutili.
Ho notato che non riesco a concentrarmi per più di un quarto d’ora se ho il cielo... a portata di
mano. Voglio dire che se sono in una stanza con vista sull’orizzonte i miei pensieri si sfilacciano e
diventano schiavi dei miei sguardi (!).
Di fatto, in questi casi io non sono più altro che occhi, e cado per ore in una fantasticheria da idiota.
Se volete pensare, tappate le finestre, tagliatevi fuori dall’infinito!
Chi vuole fare progressi nella vita dello spirito deve guardarsi dal riflettere sulla letteratura.
Quello che conta sono le esperienze, non i problemi.
«Non sono venuto a portare la pace...» - ed è verissimo che il cristianesimo non l’ha portata. Ma con
parole così aggressive, come avrebbe potuto non ispirare orrore ai saggi del paganesimo? Ce lo
immaginiamo uno stoico che faccia discorsi del genere?
Trovo rassicurante aver superato la cinquantina. Il grosso dello sforzo è fatto, e il fardello più
pesante scaricato.
Non mi piacciono i libri scritti a freddo. D’altra parte, quelli che vibrano di calore non sono meno
irritanti. Come si fa a trovare il tono giusto?
«Impostore caloroso» - questa definizione che Léon Daudet dà di Herriot, a quanta gente di mia
conoscenza mi piacerebbe affibbiarla.
Dalla mattina alla sera, e per alcune ore della notte, un monologo strampalato, di una insulsaggine
attraversata da lampi.
Se si potessero fotografare i nostri sogni!
Per quante obiezioni possa fare agli scrittori francesi in genere, non dimentico che solo loro sanno
costruire con delicatezza un giro di frase.
Il mio senso del ridicolo è colpevole di avere ucciso in me la spiccata attitudine per l’esclamazione.
Morire di esclamazione!
Meglio:
Le sue esclamazioni lo hanno ucciso.
Il disgusto non nasce dal contatto con le cose, ma dal contatto con gli esseri umani.
Leggo, leggo e, salvo rare eccezioni, non trovo nessuna realtà nelle opere che leggo. Di che cosa
mancano? Non saprei dirlo. Di peso? Probabilmente, ma chi conferisce loro peso? La passione o la
malattia - nient’altro. E bisogna poi che i malati e gli appassionati abbiano qualche talento. La cosa
certa è che un talento senza passione né malattia non vale nulla o quasi.
L’uomo amaro potrà a rigore trovare la quiete, ma non la salvezza.
C’è poesia in tutto; perciò il genere «nobile» (Rilke!) alla lunga è insopportabile.
Il rumore più intollerabile è quello che fa l’uomo quando parla o sbraita. Appena arrivato a Parigi,
nel 1938, ho scritto un articolo in romeno: Păcatul vocii omeneşti.26
Lette le prime poesie di Gottfried Beim: Morgue - è proprio così che vedo la vita in certi momenti.
Ma quale piacere sapere che altri hanno provato e immaginato i nostri stessi orrori! Benn parlava da
medico; per quanto terribile, la sua visione è normale e, fino a un certo punto, sana. Ma mettersi a
immaginare le immondizie della carne senza necessità esteriore, per semplice impulso morboso!
Tutte le volte che vi trovate davanti un testo troppo ben scritto, sappiate che non avete a che fare
con un uomo saggio.
Nessuno intuirà mai di quale capacità di cafard io disponga.
Ho preso l’abitudine di diffidare di quasi tutto ciò che è letteratura. Emettere un giudizio su
un’opera in seguito a una emozione, piccola o grande, che essa vi ispira, significa necessariamente
ingannarsi. L’emozione inganna sempre,
e questo è tanto più spiacevole in quanto non esiste letteratura che ne sia priva. Ma quale emozione
sia vera e quale ingannevole, lo sappiamo solo molto tempo dopo aver formulato i nostri giudizi.
Per essere nel vero non c’è che da tenersi in ogni cosa a eguale distanza dagli entusiasti e dagli
astiosi.
Per me ogni pretesto è buono per non scrivere. Faccio lavoretti manuali dalla mattina alla sera - per
fuga, per paura, per vacuità...
La morte dello spirito: incapacità di concentrarsi su qualcosa di diverso dalle stesse, eterne
fissazioni che vi ossessionano.
Nessuno ha coltivato quanto me i suoi difetti con tanta minuziosità e tanta solerzia.
Letta una biografia di Necaev. Soltanto i fanatici hanno una vita.
Diffido di qualsiasi uomo voglia comandare a un altro uomo. E' un istinto profondo, comune a tutti.
Non so se sia per superiorità o per difetto, ma credo di esserne immune. L’idea stessa di dare un
ordine mi è estranea. Così come quella di riceverne. Né padrone né schiavo. Eternamente, nulla.
Le mie idee si associano con un ritmo troppo precipitoso e in modo troppo arbitrario. Passo dall’ima
all’altra senza pensarci (è il caso di dirlo). Mi sommergono, senza che possa trarne il minimo
profitto. Vorrei poter dire a ciascuna: «Fermati! » - ma non ne ho il tempo.
Se dicessi ad alta voce quello che mi passa per il cervello, mi rinchiuderebbero subito; e questo non
per l’incoerenza delle idee o delle immagini, ma per il loro avvicendarsi vertiginoso, per il loro
sfilare mostruoso e quasi ridicolo.
La mia vecchia ossessione: rompere con tutti, ritirarmi in una grotta... Ah! Se non temessi il freddo,
so che avrei il coraggio di piantare tutto... La mia fragilità mi rende vile e mi obbliga a tutti i
compromessi.
Ossessione dello scorrere del tempo.
Se si pensa che ogni istante che passa è passato per sempre! Constatazione banale, che però cessa di
esserlo quando la si fa stesi sul letto e si pensa a quel preciso istante che vi sfugge, che sprofonda
irrevocabilmente nel nulla. Allora non si vorrebbe mai più alzarsi e, in un accesso di saggezza,
si sogna di lasciarsi morire di fame.
Percepisco fisicamente la caduta di ogni istante nell’irreparabile. E poi penso a certi paesaggi della
mia infanzia: dov’è quello che ero allora? Siamo insostanziali come il vento; e possiamo anche
scrivere poesie o rincorrere verità, ma le uniche vere certezze sono quelle dell’Inanità. Tutto è vano
salvo il pensiero della Vanità!
Ascoltato Chopin - dopo non so quanti anni di indifferenza nei suoi confronti.
Non si è orgogliosi quando si soffre, ma quando si è sofferto. Le nostre pene non sono una lezione
di modestia. E, a dire il vero, niente rende modesti.
A un amico che mi ha consultato (???) circa il suo imminente matrimonio ho risposto cercando di
dissuaderlo. «Ma vorrei lasciare il mio nome a qualcuno, avere dei discendenti, un figlio». «Un
figlio?» gli ho detto. «Ma chi ti dice che non sarà un assassino?». - Da allora non si è più fatto vivo.
Strana religione quella cristiana! La sua figura centrale è
un perseguitato.
24 dic. Dieci di sera. Solo. Quest’anno ho letto tre o quattro libri su Elisabetta d’Austria. Ne ho
appena finito un altro. La mia passione per lei risale alla primavera del 1935, quando lessi a
Monaco Une impératrice de la solitude di Barrés.
La differenza fra creatori e non creatori è che i primi amano parlare di se stessi, mentre gli altri
detestano farlo.
Un’opera personale è necessariamente una confessione più o meno dissimulata.
Nella tua anima c’era un canto: chi lo ha ucciso?
La sola città in cui il ridicolo non uccide è Parigi. Questo perché il falso qui è ammesso e trionfa
quasi sempre: niente di più adatto a cancellare il senso del ridicolo.
C’è una grande voluttà nel dir male di qualcuno che si conosce bene o che magari si considera un
amico.
Dopo, vergogna e tristezza.
I soli amici che amiamo veramente sono quelli con cui abbiamo pochissimi punti in comune, quelli
che non hanno le nostre stesse preoccupazioni, e che vediamo il più raramente possibile. D’altronde
l’amicizia dura soltanto fino a che non ci si manifesta, fino a che non si vuole essere più di quel che
si è.
Telefonare a qualcuno e poi riattaccare subito, per paura di sentirne la voce. - Questi, in sintesi, i
miei rapporti con gli altri. Un eremitismo con una sfumatura di socievolezza.
Un tale è, ora, la mia bestia nera. Un altro lo sarà domani, e così via. Bisogna considerare un dono
della Provvidenza la possibilità di rovesciare su qualcuno tutte le nostre riserve di bile (senza
peraltro che lui lo sappia o se ne accorga in un qualche modo). Il nostro equilibrio ha questo prezzo,
altrimenti saremmo noi il bersaglio di tutte le nostre frecce.
Gottfried Benn - un poeta piuttosto grande con tratti da chansonnier macabro.
Non riesco a interessarmi a un essere umano sul quale non pesi qualche fatalità. (La mia passione
per gli Absburgo).
Ieri sera, 28 dic., la cantata n. 68, Also hat Gott die Welt geliebt, eseguita dalla corale di Heilbronn.
Il coro finale - una
fuga accompagnata da tromboni - mescolava l’esultanza a qualcosa di strano e di potente che mi ha
quasi dato alla testa. Sembrava il gaudio del Giudizio universale. - Ho applaudito come un
forsennato. Era molto che non provavo una simile esaltazione.
Il male cronico di cui soffro, anzi uno dei mali cronici di cui soffro, è un catarro tubarico
accompagnato da atrofia delle mucose nasali - vera maledizione per uno scrittore. D’altronde, è
semplicissimo; se non scrivo, è in massima parte per via di questa pesantezza che mi cala sul
cervello e paralizza le mie facoltà. Le orecchie tappate, le fosse nasali congestionate mi
sprofondano in una semiottusità quotidiana. Le inibizioni mentali, l’agonia dell’idea davanti
agli occhi, la sconfitta dell’ispirazione - tutte cose di cui so la miserabile, penosa origine.
Ho letto in una rivista inglese la lista dei monumenti demoliti per colpa del barone Haussmann. La
cosa sgomentevole è che la popolazione lo abbia lasciato fare, che non ci siano state sommosse, ecc.
- Mai una città è stata tanto sfigurata in tempo di pace quanto Parigi.
Sapere che è impossibile stabilire chi sia innocente e chi colpevole e continuare a giudicare è
quanto facciamo più o meno tutti. Solo il giorno che riuscissi a non dar giudizi su nessuno potrei
essere contento. Vanità a parte, a volte mi succede di capire e di giustificare tutti. L’aguzzino non
è più libero della vittima. Quando si pratica il mestiere di esistere si è come gli altri, non si è molto
meglio di loro.
Non si può fare a meno di ammirare in segreto quelli che hanno il coraggio di strisciare, di essere
vili apertamente, di confessare le loro debolezze. Porse «ammirare» non è la parola giusta.
Sorvoliamo. - Quelli che invidiamo di certo sono coloro che, pur di riuscire, non indietreggiano
davanti al ridicolo.
Non temere il ridicolo, e anzi esporvisi, richiede una certa forza d’animo. Gli avventurieri, nel senso
positivo e negativo del termine, dimostrano sicuramente di averla.
Temere l’insuccesso significa temere il ridicolo, e non vi è nulla di più meschino. Procedere risoluti
- significa per l’appunto non temere di diventare lo zimbello dei propri simili.
Non ho incontrato un solo uomo interessante che non abbia avuto qualche infermità più o meno
segreta.
A che pro indugiare su cose già dette tante volte? Lo spirito fa qualche passo avanti solo quando ha
la pazienza di girare in tondo, ossia di approfondire.
I    buoni scrittori, osserva Nietzsche, non scrivono per «die spitzen und überscharfen Leser» («per i
lettori troppo sottili»)... E' proprio vero, il grande scrittore non ha nulla dell’esteta.
La raffinatezza è segno di scarsa vitalità, in arte, in amore, in tutto.
Il vero scrittore si vota alla sua lingua materna e non va a frugare in altri idiomi stranieri. Saper
limitarsi - questo è il suo segreto. Per l’arte niente è funesto quanto una eccessiva apertura mentale.
Non perdoniamo mai chi fa appello al nostro orgoglio.
Secondo Svetonio all’inizio della guerra civile, poiché Pompeo aveva dichiarato che avrebbe
considerato nemici tutti quelli che non si fossero schierati con lui, Cesare - e fu un colpo veramente
geniale - annunciò che lui invece avrebbe annoverato tra i suoi amici gli indifferenti e i neutrali.
Lavorare, produrre non significa riflettere, ma esattamente l’opposto. Riflettere significa
estromettersi da tutti gli atti e in certo senso da tutte le idee.
Signore, perché non mi hai donato capacità all’altezza di ciò che sento, parole che siano degne dei
miei accessi di felicità o di cafard?
Sono sempre vissuto nel terrore di essere sorpreso dalla sventura - il che ha avvelenato i miei
giorni. A conti fatti era un terrore legittimo. Così ho cercato di premunirmi: mi sono gettato nella
sventura prima che sopraggiungesse.
Armarsi di pazienza, com’è giusta questa espressione! La pazienza è effettivamente un’arma, e
niente può abbattere chi se ne munisce. E' la virtù che più mi fa difetto. Senza di essa si è
automaticamente in balìa del capriccio o della disperazione.
La cosa più difficile è mettersi in sintonia con l’essere. Prendere il tono dell’essere.
Morte di Mircea Zapraţan.27 Scrivo a mio fratello il quale, nella sua ultima lettera, mi diceva di aver
perduto l'unico  amico che avesse laggiù. Gli parlo della gaia disperazione di Zapraţan, e per la
verità non conosco nessuno che sia stato quanto lui l’incarnazione di questo paradosso. Se non
avesse dissipato le sue doti, chissà che cosa sarebbe potuto uscirne - forse un’opera. Ma che
importa! Lui esisteva, era geniale, e se avesse prodotto non avrebbe esibito il suo infinite jest
davanti al primo venuto.
Vorrei poter scrivere con la libertà di un Saint-Simon, senza preoccuparmi della grammatica, senza
la superstizione dell’USO corretto e il terrore del solecismo. Bisogna continuamente sfiorare la
scorrettezza se si vuol dare vitalità allo stile. Sorvegliarsi, correggersi significa ucciderlo. La
disgrazia di scrivere in una lingua presa a prestito: non ci si può permettere il lusso di rinnovarla
con i propri errori.
Il vero scrittore non pensa né allo stile né alla letteratura: scrive e basta, vede cioè delle realtà, non
delle parole.
Un articolo di Jorge Guillén su Lorca parla dell’effervescenza intellettuale in Spagna intorno al
1933. Tre anni dopo era la catastrofe. Tutte le epoche intellettualmente feconde preludono a disastri
storici. Il conflitto di idee, le discussioni appassionate che impegnano una generazione
non restano mai limitati al campo dello spirito: questo ribollire non promette niente di buono. Le
rivoluzioni e le guerre sono lo spirito in azione, ossia il trionfo e la degradazione finale dello spirito.
Alla nascita di Saint-Simon suo padre aveva sessantotto anni. Figlio di un vecchio (come
Baudelaire). Questo prova qualcosa? Un genio così vigoroso sorto dalla decrepitezza? Il fatto merita
attenzione, ma bisogna guardarsi dal trarne conclusioni categoriche.
Letti alcuni saggi sulla fenomenologia di Husserl. E' incredibile l’orgoglio di questi «filosofi»
rinserrati in una terminologia di scuola. Orgoglio settario. D’altronde in questo caso si tratta proprio
di una setta.
... E poi tutta questa gente che parla di «antropologia filosofica» e non dell’uomo. Del resto sono
passato anch’io per tutto questo, e sono stato trascinato nella stessa avventura e impostura verbale.
Sono stati Pascal, Nietzsche e Sestov a tirarmene fuori.
E' così difficile guardare le cose in faccia, e così comodo attenersi ai problemi.
Ci si chiede da sempre in che cosa consista l’atto di pensare, o chi pensi. Chiunque non accetti i dati
così come stanno. Il primo pensatore è stato probabilmente il primo maniaco del perché. In fondo
sono rari quelli che soffrono di questa mania, e comunque io ne ho incontrati assai pochi. Andare al
fondo delle cose, o meglio volerci andare, soffrire per il fatto di non riuscirvi, ciò richiede una
forma mentale più rara di quanto si creda. Ad ogni modo il perché  è una malattia rara, quindi per
nulla contagiosa.
Penso ai miei «errori» passati, e non posso rammaricarmene. Significherebbe calpestare la mia
giovinezza, e non voglio assolutamente farlo. Gli entusiasmi di un tempo mi venivano dalla vitalità,
dal desiderio di scandalo e di provocazione, da una volontà di efficacia nonostante il mio nichilismo
di allora. - La cosa migliore che possiamo fare è accettare il nostro passato; oppure non pensarci
più, considerarlo morto e sepolto.
Nel funzionamento della mia mente c’è qualcosa che non va per il verso giusto. Di più: c’è un
sabotaggio. Ma è meglio che non mi attardi troppo a identificarne l’origine.
Mi sarebbe piaciuto passare la serata in compagnia di un poeta... E invece sto aspettando un
prosatore.
Rozanov — mio fratello.
E' senz’altro il pensatore, anzi l’uomo con il quale ho maggiori affinità.
7 febbraio 1964
Si prova veramente la sensazione di essere maledetti solo quando si pensa che la si avvertirebbe
perfino in Paradiso.
Tre giorni di passeggiata in Sologne - e dire che così vicino a Parigi si possono trovare paesaggi
tanto malinconici! (lo stagno di Favèle).
Urlare da far paura agli angeli...
Credersi in stato di ispirazione, quasi al limite del delirio, mentre in realtà si tratta soltanto di una
spossatezza simile alla febbre.
Aspirare alla dignità di mostro è facile, ma è difficile arrivarci, innalzarvisi.
Questi momenti in cui dubito di tutto, in cui niente regge, in cui la materia si sgretola, in cui perfino
il granito mi sembra troppo friabile...
Ho appena scritto un’apologia dell’odio. Ma in fondo quello che intendo per odio è un moto di
disperazione, è la nefandezza della disperazione, stato puramente soggettivo che non ha nulla a che
vedere con la volontà di nuocere, con l’accanimento contro altri.
Come Macbeth, ciò di cui ho più bisogno è la preghiera, ma proprio come lui non riesco a dire
amen.
Amo contraddirmi fino alla demenza; no, non è un piacere, è una fatalità: non posso fare
diversamente.
Uno è «morto» non quando smette di amare, ma quando smette di odiare. L’odio conserva.
Sono un elegiaco che affronta le idee, vi entra e non può più tirarsene fuori.
A rifletterci, provo compassione più intensamente della maggior parte degli uomini. Ma questo non
significa che io sia migliore di loro, sono solo più debole.
Rientrato alle quattro del mattino, un po’ brillo. Le strade del XVI arrondissement deserte, le
imposte chiuse dappertutto: dava l’impressione di una città abbandonata, anzi di una città i cui
abitanti giacessero morti nei loro appartamenti. Come si fa a circolare di giorno?
Sono andato alla Gallimard in occasione della consegna a R della spada di accademico. Il tipico
pubblico dei cocktail. Impressione funerea: R, in uniforme, circondato da vecchie signore e da
scrittori discutibili - dopo aver rifiutato per tutta la vita gli onori. Netta sensazione di un funerale o
di un matrimonio di provincia.
Crisi di cafard come le mie sono «normali» solo nell’adolescenza o nell’estrema vecchiaia.
Trascorse due ore stupende in una famiglia russa. Questa gente è cambiata così poco dall’epoca dei
suoi grandi romanzi! E' bella questa sua incapacità di adattamento. D’altronde l’adattabilità è segno
di mancanza di carattere e di vacuità interiore.
Mi sono fermato da qualche parte tra la poesia e la prosa, senza riuscire a optare per l'una o per
l’altra; dei poeti ho il ritmo, dei prosatori l’insistenza. Penso proprio di non essere fatto per la
parola.
Può capitare che un tedesco sia dotato di genio; non capita mai che abbia talento. (In Germania
erano gli ebrei ad avere talento - per loro grande disgrazia; è proprio questo infatti che ha suscitato
la gelosia dei loro concittadini più grevi).
Ogni generazione vive nell’assoluto, ossia reagisce come se fosse giunta all’apice della storia.
Il grande segreto di tutto: sentirsi il centro del mondo. E' esattamente ciò che fa ogni individuo.
22 febbraio... Il tempo è primaverile. Tutto in me si disfa, ogni cellula si apre, si spalanca. La
primavera - ne ho già subite cinquanta - si è sempre adoperata per aprire tutte le mie piaghe.
Per quanto creda di essermi emancipato dall’opinione, in realtà non è affatto così, certe chiacchiere
su di me che mi vengono riferite continuano a «farmi effetto». La verità è che l'idea di indifferenza
ha fatto in me progressi così incredibili che la scambio per una condizione.
A., che ha proposto a una rivista inglese le mie Definizioni del Dolore, si è sentito rispondere: «It is
too depressing».28
È un’idea profonda quella di Spengler secondo la quale l’autobiografia prende origine dalla
«confessione» cattolica.
Ci sono « confessioni » prima del cristianesimo?
Il mio stato abituale è incompatibile con la discussione seria di un problema. Sono troppo esagitato
o troppo giù di corda per questo. Un minimo di obiettività è tutto quello che vorrei, ma non ci
arrivo.
Ho provato a scrivere qualcosa sulla storia, argomento che un tempo mi appassionava molto; ora mi
incuriosisce così poco che non sono riuscito ad applicarmici per più di qualche giorno. Tutto ciò che
non mi riguarda direttamente mi annoia... E' piuttosto penoso per me fare un’ammissione come
questa, che almeno ha la scusante di sembrare perfettamente naturale agli occhi di un poeta e di
chiunque insegua la propria salvezza.
Vorrei veramente «convertirmi», ma a che cosa?
Rassegnarsi a essere misconosciuti richiede una certa nobiltà d’animo; vi si riesce solo dopo aver
esaurito tutto il patrimonio di amarezza di cui si dispone.
oppure
L’ambizioso non si rassegna all’oscurità se non dopo aver esaurito tutte le possibilità di amarezza di
cui disponeva.
Porsi fuori dai propri meriti, come spettatori di se stessi.
Il salice dipinge il vento Senza aver bisogno del pennello.
(Saryu)
Ieri sera, nella chiesa di Saint-Roch, Il Messia. Due ore di esultanza. Mi vergogno di aver tanto
creduto nel cafard per tutti questi anni. E' vero che cado facilmente in questo stato (e ogni giorno),
mentre a rigore potrei contare le volte in cui ho veramente provato gioia. Ma quelle volte sono
stato l’Anima del Mondo.
«Nel pieno delle vostre attività più concitate, fermatevi un attimo per “guardare” il vostro spirito».
Questo è l’ottavo precetto (ce ne sono dieci) della pratica zen secondo la scuola di Ts’ao-tung.
« Si sogna per non essere obbligati a svegliarsi, perché si vuole dormire» (Freud, Lettere a Wilhelm
Fliess).
A parte un breve « scalpore » in occasione della pubblicazione del Sommario, non ho conosciuto
altro che l’oscurità: ne ho davvero sofferto? Sto ancora chiedendomelo.
La malinconia di essere capiti - non ve ne è di più grande per uno scrittore.
Le mie crisi di cafard: non posso sfuggirvi se non uscendo: la strada come rimedio... Finché resto
fra quattro mura è impossibile che una crisi passi.
Non vi è crisi profonda che non abbia un fondamento fisiologico e metafisico insieme.
1° marzo 1964. Da circa un anno ho visto solo due film terribili. Mein Kampf e Gli animali.
Quest’ultimo, destinato alle «famiglie», in realtà dovrebbe essere proibito a tutti fuorché agli
assassini o ai «pessimisti». La «vita» è peggiore di quanto si possa immaginare: è incubo allo stato
permanente. Tutti gli esseri tremano, perfino i leoni. E' orribile, orribile.
La pietà è ancora il meglio che si sia immaginato.
2 marzo. Quel film sugli Animali mi ha sconvolto. Ci ho pensato stanotte, ci ho pensato al risveglio,
ci penso ancora stamattina. Lo spettacolo delle bestie che si distruggono a vicenda - e non di
predatori che divorano le bestie più deboli - non ha niente di nuovo: è cosa risaputa. Ma non avevo
mai visto nel giro di un’ora tanta paura e tanta fuga. Tutti quegli animali, aggressori e vittime,
impegnati in una corsa pazza! Poiché la vita non può conservarsi se non distruggendosi, bisogna
avere il coraggio di trarne le conseguenze. Quali? Fuggirla, tanto per cominciare.
Sono molto mal equipaggiato nella «lotta per la vita». Il fatto è che la «vita» non mi interessa
abbastanza da combattere in suo nome.
Non si può fare niente di grande senza crudeltà.
Ho sopportato gli uomini per cinquantatré anni - è a questo che dovrei pensare ogni volta che sono
assalito dai dubbi su di me. In ognuno di noi c’è di che fare un santo; anzi, ognuno di noi sarebbe
considerato un santo se si conoscessero i suoi dolori.
Sempre la stessa solfa: ci si vorrebbe intrattenere con gli angeli, e si deve andare a cena fuori...
5 marzo. La caduta nel tempo - è il titolo del « libro » che ho appena finito. Se potessi credere in ciò
che faccio!
«Nemico del genere umano», unico titolo a cui sia lusinghiero aspirare, e che non viene più
conferito.
Per sopportare una sconfitta non si hanno altre risorse all’infuori dell’assoluto o del cinismo.
(Rifugiarsi nell’assoluto per evitare una sconfitta presuppone d’altronde una certa dose di cinismo,
anzi di ironia).
Il cafard è legato a tutti i fenomeni importanti, e dunque quotidiani della vita: anzitutto alla
digestione. L’ho detto e ridetto: tutto ciò che è profondo in noi ha origine nella fisiologia.
Niente potrà togliermi dalla mente che il mondo è opera di un dio tenebroso, di un demiurgo
maledetto. Legami segreti mi uniscono a questo dio, appartengo alla sua progenie, prolungo la sua
ombra, sono addirittura incline a pensare che spetti a me esaurire le conseguenze della maledizione
sospesa su di lui e sulla sua opera.
A Parigi* quello che piace di più è assistere alla caduta di un uomo.
*Perché solo a Parigi? Questa è una caratteristica fondamentale della natura umana.
Nessuno è modesto perché niente rende modesti. L’orgoglio della sconfitta.
Portava sulla fronte le stigmate del successo.
Secondo la tradizione ebraica Adamo è stato creato nel luogo in cui si trovava l’altare di
Gerusalemme; è lì che visse fino alla morte, dopo la cacciata dal Paradiso.
Vergogna, vergogna, vergogna. Lite con un negoziante per una bottiglia di Butane. Lo minaccio,
m’infurio tanto da non poter più parlare, urlo, tremo. E sono così fuori di me che non riesco
neanche a guardarmi, non « realizzo » più lo stato in cui sono, contrariamente alle mie collere
usuali in cui mi vedo andare in bestia.
So ciò che mi ha fatto uscire di senno: quel negoziante che io odio da un pezzo, sebbene l’abbia
visto solo tre o quattro volte in tutto, quel negoziante, ho avvertito che era contento di non
soddisfare la mia richiesta.
La scomparsa degli animali, in realtà, la loro liquidazione, è un’azione di una gravità senza
precedenti. Il loro carnefice ha letteralmente invaso il paesaggio. Non c’è posto che per lui. Quale
tristezza vedere un uomo dove prima si poteva contemplare un cavallo!
Se gli aztechi praticavano il sacrificio umano era per placare gli dèi, ai quali si offriva sangue
perché impedissero all’universo di sprofondare nel caos.
Quanto avevano ragione, quei precolombiani, a credere che occorresse un’operazione contro natura,
ripetuta ogni giorno, perché la natura non si sfasciasse e crollasse!
... Per quanto mi sforzi, non riesco a credere alle «leggi»; l’universo sussiste solo per qualche
intervento sovrannaturale. Se finisce un periodo cosmico e cessa questo intervento, il mondo si disfà
all’istante.
Annegato nel fallimento...
Una religione è viva soltanto prima che vengano elaborati i dogmi. Si crede davvero soltanto finché
si ignora a che cosa esattamente si deve credere.
L’ingiustizia - base del mondo. L’ingiustizia è il fondamento del mondo. Senza di essa, ci si chiede
che cosa ci sarebbe di solido e di durevole quaggiù.
L’amarezza delle viscere.
Ci vuole un gran coraggio per affrontare la primavera.
Mi sento estremamente vicino al byronismo russo, da Pecorin a Stavrogin.
Ho scritto ad Armel Guerne a proposito della Caduta nel tempo: « I miei dubbi non sono riusciti ad
avere la meglio sui miei automatismi. Continuo a fare gesti ai quali mi è im-
possibile aderire. Il dramma di questa insincerità è il fondo stesso del mio opuscolo».
A Parigi, lancio gemiti altrettanto gratuiti di quelli dei contadini nel mio Paese. Sospiri vecchi di
millenni, sospiri di sempre.
Il funesto demiurgo
Questo mondo non può che essere opera di un demiurgo sospetto, anzi funesto.
«Alla fine del XII secolo alcuni sostenitori italiani del dualismo moderato credevano che il
demonio, dopo aver istruito Eva, avesse anche avuto rapporti con lei, e che Caino fosse figlio loro;
dal sangue di quest’ultimo nacquero i cani, il cui fedele attaccamento agli uomini sta a dimostrare
che sono di origine umana » (C. Schmidt, Histoire et doctrine de la secte des Cathares ou
Albigeois, Paris, 1849, tomo II, p. 69).
Secondo uno scritto manicheo, la collera è la radice dell' albero della morte.
Nessuno è più idoneo di me a capire i risvolti della maledizione.
Le abdicazioni del cervello.
Non sono martire di una causa, sono martire dell’essere.
Il semplice fatto di essere come fattore di sofferenza.
«Di che cosa soffre lei?». «Di essere qui o lì, di essere in qualsiasi posto».
Primo dovere di ognuno, al risveglio: arrossire di sé.
Il cane è il più disprezzato degli animali perché l’uomo si conosce troppo bene per poter apprezzare
un compagno che gli è così fedele.
Io sono come quelle vecchie pazze che vedono in ogni sconosciuto un assassino.
Il regno dell’inessenziale.
Diciamolo pure: tutti i miei pensieri dipendono dai miei malanni. Se ho capito certe cose, il merito
va solo alle lacune della mia salute.
Le lettere di Simone Weil a padre Perrin, scritte durante la guerra e pubblicate in Attente de Dieu -
raramente ho letto qualcosa di così ardito in fatto di esigenza assoluta verso se stessi. Il rispetto
della Verità raggiunge il tragico.
Chi pregare in fondo a questo universo appassito?
Questa angoscia che si alimenta di se stessa. Usa qualsiasi pretesto per crescere, per esasperarsi.
Sapere che non ha «ragione», e tuttavia continuare a subirla e a patirne. Non riesco a dominarla,
viene da tutti i miei cedimenti, da una debolezza che bisogna proprio definire ontologica...
Possibilmente, fuggire come la peste le parole «infinito» e «eternità».
Popolo infelice e disonesto...
Ogni lavoro in profondità presuppone una certa tendenza al rimuginare.
Quei giorni in cui qualsiasi cosa, la minima notizia sfavorevole, mi getta in un cafard totale di cui
non riesco a liberarmi e che mi sembra destinato a non finire mai, e addirittura a sopravvivermi.
In Caligola la cosa che mi piace di più è l’ordine che dava alle sue guardie di far regnare il silenzio
attorno alle scuderie la notte che precedeva le esibizioni del suo cavallo nell’arena.
Il discorso di Otone prima di suicidarsi. Si rifiuta di protestare o di accusare, perché, dice,
«prendersela con gli dèi o con gli uomini è segno che si vuole vivere ancora».
17 marzo 1964
Poco fa, ricordi molto precisi della mia cameretta in Schumannstrasse a Berlino, trentanni fa!
Com’ero infelice a quel tempo! Da allora non ho più conosciuto una solitudine così opprimente.
Heidegger e Céline - due schiavi del loro linguaggio, al punto tale che per entrambi liberarsene
sarebbe equivalso a sparire. Nell’asservimento alla propria maniera c’è necessità, gioco, e
impostura. Come distinguere il ruolo di ognuno di questi elementi? Sta di fatto che il fenomeno
principale è la necessità. E questo assolve i maniaci del linguaggio personale.
L. Morto di tubercolosi nel ’42 o ’43. Durante l’offensiva tedesca del 1940, mi rammento che venne
a trovarmi nella mia stanza d’albergo, dove avevo in visita due studenti romeni, non ricordo più chi
fossero. Avevo dovuto assentarmi una mezz’ora. Al mio ritorno gli studenti vanno via e rimango
solo con L., il quale mi dice: « I tuoi compatrioti sono dei coglioni, sì, dei coglioni. Amano la
Francia! ».
L. aveva una tale paura di essere richiamato che sperava in una rapida disfatta. Eppure non ho mai
conosciuto uno che fosse più francese di lui, in senso buono e in senso cattivo.
La passione per la musica è già di per sé una confessione. Sappiamo di più su uno sconosciuto che
la ama che su qualcuno che vediamo tutti i giorni ed è insensibile ad essa.
Il masochismo tedesco è insopportabile. Ieri sera, conferenza di Hans M. Enzensberger. A sentir lui,
solo i tedeschi hanno commesso crimini nell’ultima guerra.
Questo popolo non può essere che arrogante o piatto, provocatore o vile.
Ognuno crede di essere il solo a perseguire la verità, e che gli altri non siano capaci di cercarla né
meritino di raggiungerla.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: la libertà ha senso solo per chi è in buona salute; per il malato, è
una parola priva di senso.
La crociata contro gli Albigesi.
Quando si leggono quegli orrori, si è veramente felici di non appartenere alla Chiesa. Una
istituzione che è stata capace di simili eccessi merita di chiamarsi sovrannaturale.
Quello che voglio, quello che voglio? Chi mi dirà mai quello che voglio!
Senza illusioni non c’è niente. È strano trovare nell’irrealtà il segreto della realtà.
Sapere ciò che è importante - la cosa più rara al mondo. Ho conosciuto così poche persone che
eccellano in questo genere di conoscenza che potrei contarle sulle dita di una mano.
Dal punto di vista biologico, la carità è un’eresia. Una società «sana» non ci casca mai.
Dopo aver sospeso il mio giudizio e perfino i miei dubbi, non mi rimane che sospendere il mio
sangue.
E' meglio morire dimenticati o disprezzati? (Il disprezzo ha ancora qualcosa della gloria, è una sua
sopravvivenza).
Leggo, leggo. La lettura è la mia fuga, la mia viltà quotidiana, la giustificazione della mia incapacità
di lavorare, la scusa di tutto, il velo che copre i miei fallimenti e le mie impossibilità.
I Tagebücher dì Musil.29 Lo sento di più in questi frammenti che nel suo interminabile romanzo.
L’osservazione sulla fedeltà (Irene) come cedimento della volontà di vivere (fedeltà coniugale
soprattutto). Penso voglia dire che la fedeltà è segno di mancanza di curiosità, di apertura. Mentre
la vita...
Il primo dovere di un moralista è quello di spoetizzare la sua prosa.
21 marzo 1964
La letteratura contemporanea è, punto per punto, agli antipodi del romanticismo. Il sognatore di
oggi è un anti-Novalis.
Ah! se potessi essere all’altezza di quello che avrei voluto essere! Ma non so che cosa mi tiri giù
con una forza che cresce con gli anni. Persino per risalire alla mia superficie, devo fare uno sforzo
di cui nessuno che mi giudichi dal di fuori può avere idea.
Nessun aggettivo è completamente calzante. Quindi ogni aggettivo è criticabile, e a servirsene si
corrono dei rischi.
L’aggettivo presuppone un giudizio di valore, un'interpretazione. Si dovrebbe farne un uso
moderato. E' tipico degli autori mediocri abusarne.
Sono l’opposto dell’avventuriero: tutto mi fa paura, tutto mi stanca quaggiù. E' solo a «livello» di
idea che sono vagamente attratto dall’avventura.
«Un perverso polimorfo» - mirabile definizione del bambino da parte di Freud.
Una delle ultime frasi di Socrate: «Ma dovresti sapere, Critone, che parlare impropriamente è un
male che si fa alle anime».
Essere in agonia e pensare al linguaggio - questa è bella.
23 marzo. Attacco di despondency.
Per tutta la mattina, crisi di disperazione. Vi sono momenti in cui Dio si impone.
Freud - la sua psicologia, il suo comportamento da fondatore di religioni. La sua intolleranza, le sue
manovre, la sua paura dell’«eresia»; i tradimenti, le diserzioni, i rapporti drammatici con i discepoli,
il bisogno di discepoli, ecc. Affascinante e rivoltante.
Per me è incomprensibile che si possa desiderare di avere discepoli. Eppure, nei miei anni folli,
c’era in me tutta la febbre e tutto l’orgoglio di un profeta. Da allora, ho fatto un po’ di strada...
Tre giornate meravigliose nel Giura. Le gole della Bienne e Lamora, stazione sciistica. Camminare
è l’unica cosa che mi guarisca - momentaneamente - da tutti i mali.
Il pessimismo è un segno di squilibrio mentale, come d’altronde l’ottimismo.
1o aprile 1964
Accesso di malinconia di cui perfino il Diavolo sarebbe invidioso.
All’inizio del cafard si pensa; ma non si riesce più a pensare quando raggiunge un’intensità
eccezionale.
(oppure: Superato un certo grado di cafard, non si può più pensare). Un grande cafard spegne la
mente.
3 aprile - Stasera, rientrando, la parola «sperduto», uscitami spontaneamente dalle labbra, ha
riempito l’appartamento - e l’universo.
Tutto ciò che scrivo non è che lamento, bestemmia, palinodia.
Essere un eroe della ritrattazione.
Che moto di pietà avrebbe per me un lombrico se potesse provare le mie sensazioni!
L’altro giorno, al mercato, ho guardato per un attimo una testa di bue a cui era stata tolta la pelle. I
suoi occhi, o ciò che ne restava, mi hanno dato un terribile brivido.
Quale eco risvegliano in me i versi di Aleksandr Blok! Così come l’uomo, a cui mi sento tanto
affine!
Aleksandr Blok, nel suo Diario, in data 15 aprile 1912: «Il naufragio del Titanic ieri mi ha rallegrato
in modo indicibile: dunque c’è ancora l’Oceano».
Il benché minimo ricordo distrugge il mio presente. Questo passato che affluisce e mi sommerge,
tutti questi anni, tutte queste migliaia di giorni, come si fa a sopportarne l’assalto?
Se almeno sapessi che cosa si è spezzato in me, e che cosa rimane ancora di quello che sono stato.
Vivo fra la nostalgia della catastrofe e l’estasi della routine.
Letto un saggio, che non dice niente di nuovo, su Caroline von Günderode. Ma su di lei non mi
stancherò mai di leggere cose che pure so da tempo. E' come se le leggessi per la prima volta, tanto
profonda è l’eco che risveglia in me il minimo accenno a Lei.
8 aprile 1964. Il mio compleanno.
Chiunque lavori a un’opera crede - per la verità inconsciamente — che sia destinata a sopravvivere
all’universo. Se, mentre sta lavorando, sentisse che è effimera, non potrebbe continuare.
Non ero fatto per pensare ma per canticchiare. D’altronde il mio « pensiero » non è che un
ritornello - tetro, interminabile.
Sono andato alla Gare Montparnasse a prendere S. - La fine delle vacanze pasquali. Una folla
enorme, come ai tempi delle rivoluzioni o di altre grandi sventure collettive. Ho chiuso gli occhi,
immerso nel disgusto e nella fantasticheria. Questa folla ripugnante ha il dono di mettermi fuori
di me - nel senso odioso e insieme poetico dell’espressione. Uscire dal mondo, ecco a che cosa
invita e costringe. L’assenza in mezzo alla ressa - uno spaesamento mistico quando tutto brulica
intorno a noi.
Si era barricato nella tristezza.
Il vino, secondo i manichei, era il fiele del Principe delle Tenebre.
Un interrogativo rimuginato all’infinito logora quanto un lungo dolore sordo.
Nel mio contatto con gli esseri umani emerge solo quanto c’è di brutto in me.
Esiste un «pessimismo romeno», o meglio una «paura di vivere» nazionale che io ho ereditato, non
ci sono dubbi.
Mi ha appena telefonato X - per parlarmi del suo totale smarrimento. Ha consultato uno psichiatra,
il quale gli ha prescritto farmaci che gli procurano un’euforia seguita poi da crisi di depressione. Gli
ho detto che quella «gioia comprata» non serviva a niente, e che doveva rivolgersi a qualcuno in
grado di capirlo. Uno psichiatra, a meno che non sia una persona eccezionale, non ci riuscirà mai.
Ma gli ho anche detto che quelle crisi erano lo scotto della sua gloria, così come della sua opera.
Bisogna pagare ogni successo, qualunque sia. Non ci si eleva impunemente al di sopra della natura.
E soprattutto lo scrittore deve espiare il suo nome.
Durante la lotta contro l’infiltrazione luterana in Spagna, la Bibbia in volgare era assolutamente
proibita; lo stesso Carlo V, per leggerla in francese, dovette chiedere l’autorizzazione
all'Inquisizione, che gliela concesse a fatica! Eppure fu proprio lui, nelle sue lettere dal ritiro di
Yuste, dopo l’abdicazione, a spingere il figlio allo sterminio degli eretici.
«Non c’è niente di peggio che un malato guarito». - E' un proverbio tedesco? L’ho letto nei Discorsi
a tavola di Lutero. E' di una esattezza stupenda.
È falsa l’affermazione di Origene secondo cui ogni anima ha il corpo che si merita.
Per quanto vi rifletta di continuo, non riesco a sapere che cosa cerco quaggiù.
L’attività più consona alle mie sensazioni sarebbe una riflessione indefinita sulla condizione degli
angeli.
Primavera. Non sono pronto per nessuna stagione: tutte mi colgono di sorpresa senza che io sappia
come affrontarle, come sopportarle.
La «gioia di sprofondare» di cui parla Baudelaire io l’ho conosciuta, coltivata, temuta - come
nessuno!
Il tascabile poteva comparire solo in un’epoca in cui non ci sono più iniziati.
Niente di più penoso che vedersi misconosciuti. L’unico merito ammirevole è quello inconscio.
In fondo io non appartengo a questi tempi. Anche il Sommario è di un’altra epoca. La mia
inattualità è storica e metafisica insieme. Chiunque è più contemporaneo di me.
Unica regola «valida»: continuare la propria opera senza pensare agli altri, rimanere in se stessi,
senza amarezza né alterigia, come un Dio senza fedeli.
Tutte le volte che soffro a causa degli uomini, mi rifugio nel disprezzo per me stesso. E' così che li
vinco e dimentico i loro attacchi.
Impossibile intendersi con qualcuno che non abbia qualche ferita segreta.
Se volessi rendere il tono di ciò che provo, dovrei mettere un punto esclamativo dopo ogni parola.
Per quanto cerchi di oppormi alla mia tristezza, è sempre lei ad avere la meglio.
Ogni sospensione del movimento mi sprofonda nella tristezza.
Sono sempre stato ossessionato dagli dèi superati e dai templi vuoti.
J.-P. Sartre: un maestro di scuola malato di masochismo.
Vorrei scrivere una riabilitazione generale delle eresie.
Il vero profeta è quello che soffre dell’ossessione del futuro, senza credere al «progresso».
Leggo i trattati antimanichei di sant’Agostino. Dopo essere stato, per dieci anni, un adepto di Mani,
diventa il suo peggiore avversario. Ha tutte le sottigliezze del transfuga. E' verboso, cavilloso, uno
che spacca il capello in quattro come non farebbe neanche un sofista. Con tutto ciò, una
vera passione, che ne fa il degno continuatore di san Paolo. - Il suo maggiore difetto: la prolissità.
Quando si affonda nel cafard, quale conforto pensare che si potrebbe essere innamorati e non lo si
è, e che si sfugge quindi a una inesauribile fonte di tormenti. - (C’è stato un tempo in cui mi
consolavo di tutto con l’idea che avrei potuto avere la sventura di essere... re!).
La caratteristica del falso profeta è quella di riscuotere un’approvazione unanime. Così è per lo
scrittore, per il politico, e per chiunque abbia successo fra gli uomini.
Tutti i miei problemi sarebbero risolti se avessi tanti attimi di gioia quanti ne ho di malinconia.
(Nella gioia si assume la totalità dell’essere).
Passo la maggior parte delle giornate a spaccare il muso alla gente, a inveire contro questo o quello
fino a venire alle mani. Dalla mattina alla sera faccio scenate di cui arrossisco, provoco degli
sconosciuti, porto lo scompiglio ovunque - tutto questo nell’immaginazione, ahimè!
Di solito ci ricordiamo di quelli che sono stati odiosi con noi e ne soffriamo; ma ci capita anche, per
la verità raramente, di ricordarci le occasioni in cui anche noi siamo sta-
ti odiosi e perfino ignobili: la sofferenza che proviamo allora è molto più cocente.
Aveva il pentimento facile: crisi di coscienza senza sforzo né pena. Un automa del rimorso.
Mostra surrealista. Tutto ciò che è «choc», tutto ciò che è provocazione si annulla da sé dopo
qualche anno. In arte, come in ogni cosa, dura soltanto ciò che è stato fatto in solitudine, di fronte a
Dio, che si sia credenti o no.
L’uomo è come Macbeth dopo il delitto: tornare indietro sarebbe per lui molto più diffìcile, più
fastidioso che perseverare e sprofondare ancor più nell’irreparabile.
X può darsi da fare quanto vuole, ha soltanto un’anima da discepolo.
Quando vagabondavo nel Giura, ho visto un gatto che, nell’attraversare la strada, è stato investito da
una macchina che lo ha proiettato lontano. Ha lanciato un grido impossibile da dimenticare-, poi è
rimasto lì, sul ciglio della strada, immobile, guardando fìsso un punto indefinibile dello spazio -
anche quello sguardo è impossibile da dimenticare.
Due categorie di persone che aborro: quelle che ammirano tutto e quelle che non ammirano niente.
Dovendo scegliere, preferisco le prime.
Ho represso tutti i miei entusiasmi: ma essi esistono, costituiscono il mio capitale intatto, il mio
futuro, forse.
Tutte le volte che mi metto a «scavare» un problema, il processo del mio pensiero viene interrotto e
presto sospeso dall’irrompere di antichi rancori, che s’impadroniscono della mia coscienza
scacciandone il tema che la occupava.
Non accettava di vivere a rimorchio di Dio.
Kierkegaard: un Tertulliano dopo il romanticismo tedesco.
27 aprile. Domenica pomeriggio. Sole, e quindi strade ingombre di folla - brutta al di là
dell’immaginabile. Tutti mostri. Meschini, degenerati, venuti da ogni dove: gli avanzi dei
continenti, il vomito del globo. Viene in mente la Roma dei Cesari, sommersa dalla feccia
dell'Impero. Ogni città che a un dato momento diventi il centro dell'universo, proprio per questo ne
è la fogna.
Non ho mai saputo che cosa fare di me stesso e non mi capacito di essere riuscito a sgattaiolare
attraverso tanti anni.
Non mi aspetto niente da nessuno, e tuttavia spero, non smetto di sperare... in che cosa? - mi
sarebbe difficile dirlo.
Leggo in una biografia di Aleksandr Blok quest’osservazione ingenua e profonda sul processo del
suo decadimento: «Il riso scompare, poi scompare il sorriso».
Reso anemico da un lungo esercizio del disprezzo.
Non c’è niente che paralizzi lo sforzo creativo della mente quanto l’indugiare troppo nella storia
delle idee. La storia della filosofia è la negazione della filosofia. (E' con questa affermazione che
avevo iniziato la mia tesi di laurea in filosofia, a Bucarest, nel 1931, con grande stupore
dell’anziano docente, che mi chiese delle «spiegazioni»).
1° maggio. Quattro giorni di cammino (a piedi) in Piccardia. Saint-Valéry-sur-Somme, Cayeux,
Criel, la valle d’Yères, la Haute Forêt vicino a Gamaches. - Splendido, ma tutto è finito con una
crisi: il troppo verde non mi fa bene; il mare era verde, la campagna lo era al di là del tollerabile.
Mai ho provato così intensamente quel malessere che vorrei chiamare nevrastenia del verde.
«Gesù disse: “Un profeta non è riconosciuto nella sua città, e un medico non opera guarigioni in
coloro che lo conoscono”» (Vangelo secondo Tommaso, 36).
Appena comincia a contare qualcosa agli occhi dei suoi simili, qualsiasi uomo, per dotato che sia,
ne diventa lo schia-
vo, comunque non è più libero. E non può mantenere la sua posizione di fronte a loro se non
sfiorando l’impostura a ogni passo.
Il vantaggio di essere «sconosciuti» è di non dover recitare un ruolo, nemmeno quello di
«misconosciuto», ancor più esecrabile di quello dell’uomo celebre.
È la sofferenza a dar valore alla stravaganza e a riscattarla. Senza sofferenza non è altro che una
buffonata.
Ogni originalità - letteraria o altra - che non si paghi a caro prezzo, che non si espii, è gioco e
acrobazia. E' sempre la vecchia storia: si può credere soltanto ai martiri.
Ogni forma di impotenza comporta un carattere positivo nell’ordine metafisico.
Solo le nostre grida ci sopravvivono.
Non è facile scrivere su Dio quando non si è né credenti né atei: probabilmente il nostro dramma è
di non poter più essere né l’uno né l’altro.
Adempio alla condizione fondamentale per fare letteratura: vivo nell' inessenziale.
Condizione fondamentale per fare letteratura: vivere nell’inessenziale.
Si è felici solo se ci si lascia divorare dalla brama dell’inessenziale.
9 maggio. Sei ore e mezzo di conversazione. Disgusto, stanchezza, furore, voglia di farmi saltare le
cervella.
Tutte le mie ore girano intorno alla stessa certezza: Impossibilità.
Questa parola esercita su di me una virtù magica. Risolve i miei problemi, mi rende felice davanti
all’Invalicabile.
Le anime di valore sono quelle che coltivano un’esigenza assoluta (oppure: che hanno l’esigenza
dell’assoluto). Tutte le altre sono polvere umana o gentaglia.
Ogni pensiero sacrilego ha qualcosa di puerile.
Condivido l’opinione di Hume su Tacito: «La mente più profonda dell’Antichità». E pensare che
buona parte della sua opera è andata perduta, mentre si è conservata integralmente quella di certi
Padri della Chiesa!
Ci sono troppi uomini, troppi volti - non riusciamo più a stare faccia a faccia con Dio!
Devo andare a un concerto, dove sono atteso. Non ce la faccio.
Talvolta il mio bisogno di solitudine è così forte che la sola idea di andare a far visita a qualcuno mi
mette in uno stato prossimo alla follia.
In Simone Weil c’è un lato Antigone che l’ha preservata dallo scetticismo e l’ha avvicinata alla
santità.
Quando mi imbatto sul luogo comune « noia incurabile » - mi si stringe il cuore: questo luogo
comune è una diagnosi, la mia diagnosi.
Contorcersi come un dio avvelenato.
La calunnia come beneficio.
«Credo che per un uomo cambiare religione sia pericoloso quanto per uno scrittore cambiare
lingua» (Simone Weil, Lettre à un religieux, p. 34).30
Pentecoste. Ho appena sfogliato un libro sull’ultimo amore di Madame de Staël. L’idea che tutti i
personaggi nominati fossero morti mi è parsa così insostenibile che ho dovuto stendermi.
L’uomo che non potrebbe assolutamente più vivere è quello che avesse avuto una visione esatta e
folgorante del Futuro.
Vivere è una impossibilità di cui non ho smesso di prendere coscienza, giorno dopo giorno, per circa
quarant’anni...
Per uno scrittore la «liberazione» è un disastro senza precedenti. Lui più di ogni altro ha bisogno dei
propri difetti; se se ne libera, è perduto.
Dunque si guardi bene dal diventare migliore! Lo rimpiangerà amaramente.
Mi ricordo la desolazione di certi villaggi romeni: solo a pensarci mi sento mancare...
Il nevrotico è uno che non può dimenticare.
(Ogni nevrosi deriva dall’impossibilità di dimenticare).
L’odio, anzi no, l’orrore che ho per i miei contemporanei è illimitato. Dubito che avrei reagito allo
stesso modo se fossi vissuto in un’altra epoca.
Ciò che mi atterrisce non è il presente, è il futuro. Ogni volta che ci penso mi sento davvero male.
Guardo lontano nel tempo che verrà - da antiprofeta.
Tutto sommato, quello che c’è di più vero in me è lo scetticismo. Non potrebbe essere diversamente
per qualcuno che manchi così palesemente di «carattere».
Certe mattine mi alzo completamente puro da qualsiasi convinzione. Dopo, un’intera giornata in cui
bisogna far fìnta di credere alle cose.
Se mi scoraggio così in fretta, non sarà perché in fondo amo la sconfìtta al punto di non poterne fare
a meno?
«Conosci te stesso». - Bisogna considerarlo un dovere di tutti? Certamente no. Solo in quanto non
conosco me stesso posso realizzarmi e fare qualcosa. Conoscere se stessi, per fortuna, è impossibile.
Non c’è niente, infatti, che paralizzi quanto sapere a che punto siamo, soppesare i nostri difetti e i
nostri meriti, vedere con esattezza le nostre capacità. Solo chi si inganna su di sé e ignora i segreti
moventi delle sue azioni può operare. Un creatore che sia trasparente a se stesso non crea più. La
conoscenza che ha di sé lo trasforma in critico - di sé e degli altri. La conoscenza di sé soffoca il
nostro demone. E' qui che bisogna cercare la ragione profonda per cui Socrate non ha scritto nulla.
Non aveva diffidato abbastanza dei lumi che aveva su se stesso, ignorava che avrebbero ristretto e
persino compromesso quelle tenebre segrete di cui nessuno può fare a meno se vuole lasciare
un’opera.
Visto I due gemelli veneziani di Goldoni, dato da una compagnia italiana. Spettacolo perfetto.
Perché? Perché non si può immaginare versione migliore, perché la mente non può concepire niente
oltre l’interpretazione, nessun’altra interpretazione.
Tutti gli scrittori romani venivano dalle province. Soltanto Giulio Cesare e Lucrezio sono nati a
Roma.
Sono piuttosto attratto dall’idea gnostica per cui il mondo sarebbe stato tirato a sorte fra gli angeli.
I figli che non arrossiscono dei loro genitori sono irrevocabilmente condannati alla mediocrità.
Nulla è più inaridente dell’ammirazione per i propri «generatori».
25 maggio 1964. Che inconveniente non poter seguire più idee e soprattutto più vie insieme! Io ne
soffro più di chiunque altro. Prendo una direzione, ed ecco che mi fanno una proposta che me ne
distoglie. Sono spacciato! Abbandono il primo progetto per non pensare ad altro che al secondo. Di
qui il fallimento inevitabile di tutto ciò che intraprendo.
La discontinuità è la maledizione della mente.
La dispersione è funesta; anche l’ossessione lo è, ma di meno. Gli ingegni fecondi sono dei maniaci
capaci di rinnovare le loro fissazioni. Solo una intelligenza perseguitata da una stessa sfera di idee è
capace di realizzare qualcosa. Bisogna sapersi ripetere in profondità.
Solo le opere fallite ci permettono di intravedere l’essenza dell’arte.
«Amarezza in riflusso» (Baudelaire).
Sapere che niente è reale significa aver capito tutto. Ma questo sapere non si raggiunge con la
meditazione; viene al mondo con noi, e si sviluppa con noi. Non abbiamo alcun merito a
possederlo.
Una prova generale. C’erano i critici: che mestiere! Passare la vita a giudicare! Preferirei riposare
nella neutralità della tomba.
27    maggio 1964
Giornate intere senza riuscire a far nulla. Abdicazione del cervello. Cedimenti quotidiani della
memoria. Ci vuole un certo coraggio per affrontare tutti questi sintomi.
Fino a che punto la mente può lottare contro l’usura dell’organismo? Non ne risentirà gli effetti,
qualunque sia la tensione in cui si mantiene?
« Il gusto dello straordinario è caratteristico della mediocrità» (Diderot).
Qui c’è tutto il Settecento francese. Niente da stupirsi che abbia considerato Shakespeare un
«barbaro».
28    maggio — Ieri sera, in un salotto, fissavo il collo di una signora e mi dicevo che quella carne
bianca era destinata alla tomba. Per fortuna alcuni bicchieri di whisky mi hanno sottratto a
quell’idea, o meglio a quell’immagine. La frequenza delle ossessioni funebri è segno che la mia
mente sta attraversando un brutto periodo.
Mi fanno ridere quelli che scrivono sull’umiltà dando a vedere di crederci. E' un sentimento
impossibile. A che serve parlare di ciò che non può esistere? E tuttavia, se dovesse esserci un
sentimento obbligatorio, sarebbe proprio questo. Immaginiamocelo generalizzato, comune a tutti: la
vita ne muterebbe da cima a fondo. Ma ciò non è possibile, perché la vita, in quanto impulso,
affermazione dell’essere, respinge l’umiltà, la rifiuta con tutta la sua energia, non la concepisce
nemmeno.
Sogno una lingua le cui parole, come pugni, fracassino mascelle...
E' da stamattina che sono furibondo. Nell’editoria ci sono soltanto gli scarti della letteratura.
Telefonate astiose. Sfuriate con imbecilli. Come posso perdere il tempo con gente simile?
Dopo una crisi di collera. Naturalmente, sensazione di vergogna, accompagnata dall’invariabile
riflessione: «Questa, almeno, è vita».
Dopo un’esplosione d’ira, non si desidera né restare in collera né calmarsi; piuttosto si desiderano le
due cose insieme, come se si potessero conciliare la rabbia e la serenità.
Attraverso il lucernario guardo volteggiare gli uccelli nel cielo del crepuscolo. Da milioni di anni
fanno sempre la stessa cosa! Saggezza ereditaria assoluta. Avremmo dovuto essere come loro; è
meglio essere qualsiasi cosa, tranne ciò che siamo.
Quando si pensa che il pallido Raffaello fu l’idolo dei romantici tedeschi e che per tutto l’Ottocento
fu considerato l’apice della pittura! O che nello stesso periodo l’illeggibile Schiller rappresentava la
poesia stessa, mentre di uno come Hölderlin si è capita la vera importanza solo all’inizio di questo
secolo.
Ciò che condanna la quasi totalità dei filosofi (le eccezioni si possono contare sulle dita) è che non
si pensi di ricorrere a loro nei momenti di angoscia.
So bene da dove vengono tutte le mie esplosioni di collera: sono arrabbiato con me stesso, desolato
di non riuscire a lavorare, e il risultato è che me la prendo con gli altri e sfogo su di loro la rabbia di
cui dovrei essere l’unico oggetto.
Il demone della dispersione.
La paura di farsi dei nemici può derivare sia dalla delicatezza sia dalla viltà. Bisogna conoscere
bene una persona per sapere quale delle due provochi quella paura.
Chiunque si scaldi e alzi la voce tradisce la mancanza di fiducia in se stesso.
I pessimisti sbagliano: vista da lontano, la vita non ha niente di tragico, è tragica solo da vicino,
guardata nei dettagli. La visione d’insieme la rende inutile e comica. Lo sappiamo per esperienza
personale.
E' impossibile dire perché una idea si impadronisca di noi per non lasciarci più. Si direbbe che
nasca nel punto più debole della nostra mente, o meglio nel punto più minacciato del cervello.
La capacità di disperare presuppone una certa ferocia segreta. Diffidare di chiunque ami perdere
ogni speranza, di chiunque si diletti nell’irreparabile.
(In quale girone dell’Inferno Dante ha fatto precipitare quelli che coltivano la loro tristezza?).
Se seguissi il mio istinto più profondo, griderei dalla mattina alla sera, e tutte le notti: «Aiuto! ».
In quale vecchio libro ho letto che la tristezza è dovuta al «rallentamento del sangue»?
... Ed è proprio questo: il sangue stagnante.
La fretta è l’unica origine di ogni tragedia.
(Ricordarsi del giudizio di Stalin su Hitler, quando questi era ancora vivo: « E' un uomo capace, ma
non sa aspettare»).
Nel corso degli anni in una persona cambia tutto fuorché la voce. Soltanto la voce assicura l’identità
di un individuo. Bisognerebbe prendere le impronte vocali.
11 giugno - Disteso sul letto, oggi pomeriggio - come se vegliassi il mio cadavere. E pensare che un
giorno «adotterò » questa posizione per l’eternità!
La mente bloccata, impermeabile a qualsiasi altra idea che non sia quella del cattivo creatore.
Signore, aiutami a liberare la mente, fa’ saltare i ceppi in cui l’ha messa l’Avversario. Non posso più
vivere stregato, nel punto morto del Tempo. Se potessi saltare fuori da questa stagnazione, da questo
sfavore divino che mi ha colpito! Ho subìto il grande rifiuto degli dèi.
Pranzi fuori. E' qui che si capisce, sentendo le persone sproloquiare, come la stanchezza possa
degenerare in odio.
Mi chiedo da dove venga quest’angoscia che in certi giorni mi prende a tratti, e talvolta non mi
abbandona per lunghi periodi.
Era di una bontà morbosa.
In genere mi credono (alcuni, dovrei dire) piuttosto buona, il fatto è che non mi manca il tempo per
essere cattivo. Inoltre, siccome ho un’enorme capacità di rimpianto, inevitabilmente soffro per tutte
le turpitudini che mi capita di commettere. Mi pento di tutto il bene e di tutto il male che faccio.
Dovrei rimanere per sempre al di qua o al di là delle azioni, esaurirmi nel virtuale... D’altronde, è
quanto faccio di solito. Non esiste nessuno più velleitario di me. Un aborto, un poveraccio - con
qualche scusante metafisica.
Non sono uno scrittore, non so costruire frasi di passaggio, ignoro l’arte dello stemperare, così che
tutto quello che scrivo sembra convulso, frammentario, discontinuo, goffo. Ho orrore delle parole,
mentre ecc. ecc.
La concisione - il mio privilegio e la mia disgrazia.
Ho motivo di credere che mio padre sia morto disperato. Uno o due anni prima di spegnersi, a un
attore incontrato sulla scalinata della cattedrale di Sibiu ha raccontato che si chiedeva se, dopo tante
ingiuste vicissitudini, Dio significasse ancora qualcosa per lui. A settantanni passati, dopo cinquanta
di carriera ecclesiastica, mettere seriamente in dubbi il dio che aveva servito! Per lui quello fu forse
il vero risveglio dopo tanti anni di sonno.
La resurrezione dei corpi - è incredibile che la si sia potuta ammettere, quando la vista di un
cadavere basta a distruggerla. Più inimmaginabile c’è in una religione, più probabilità essa ha di
durare. Su questo punto il cristianesimo ha superato se stesso. Non è possibile spingersi oltre
nell’inconcepibile.
Dopo qualche tempo, quasi tutti coloro che hanno trovato in me qualche pregio hanno finito per
allontanarsi. Ho perso tutti i miei «ammiratori», ammesso che ne abbia mai avuti. Io ispiro
delusione.
Il senso del ridicolo rende difficoltosa la benché minima azione. Beati quelli che ne sono sprovvisti!
La Provvidenza deve aver vegliato su di loro.
M. - Ha il senso del ridicolo a un livello quasi patologico: è e sarà sempre una povera infelice.
Le persone che detesto di più sono quelle con un sistema, quelle che non hanno idee, ma un timbro
che appongono sulle idee. Hanno una firma, non una personalità. X -dà sempre la stessa risposta,
qualunque sia la domanda che gli si fa. Così ha risolto tutti i problemi.
L'eredità - la semplice parola mi dà i brividi alla schiena. La fatalità antica era più tollerabile e più
clemente.
Un giorno la psicoanalisi sarà completamente screditata, su questo non ci sono dubbi; ciò non toglie
che abbia distrutto i miei ultimi residui di ingenuità. Dopo di essa, non si potrà mai più essere
innocenti.
La mente sfondata dalla lucidità.
Non riesco assolutamente a correggere i miei difetti. -Dovrei sforzarmi«. Ma l’ho fatto. Sarebbe più
saggio accettarsi. Dobbiamo rinunciare alle illusioni cristiane, affermare con risolutezza
l’irreparabile.
E se ci capita di vincere un dato difetto, significa che era nella nostra natura sconfiggerlo. In realtà
non era un difetto, ma semplicemente un ostacolo.
«Come ci ha fatti male la natura» mi ha detto una volta una vecchia piena di acciacchi. «Ma è la
natura stessa a essere mal fatta» avrei dovuto risponderle.
Ero fatto per l’inno, per la bestemmia, per l’epilessia.
Nonostante tutti i miei sogghigni, mi rendo perfettamente conto che un giorno potrei dissolvermi in
Dio, e questa possibilità che mi concedo mi rende un po’ più indulgente verso i miei sarcasmi.
L’uomo può vivere senza preghiera, ma non senza la possibilità della preghiera...
L’inferno è la proibizione della preghiera.
Impossibile sottrarmi a questa sensazione di abbandono, il cui carattere religioso è per me fuori
discussione.
«Non avere fede è un difetto che, se non si può vincerlo, si dovrebbe nascondere» (Swift).
C’è un solo rimedio alla disperazione: la preghiera - la preghiera che può tutto, perfino creare Dio...
Attaccare il proprio Paese quando è a terra, dargli il colpo di grazia con la calunnia non è cosa da
tutti: ci vuole un coraggio raro. (Bisogna chiamarlo il coraggio dell’abiezione) .
Quando si rischia di perdere la ragione solo pensando al fatto di esistere - significa che allora si è
molto vicini a fare il salto in Dio.
È assolutamente impossibile guardarsi dentro con gli occhi aperti...
Sarà vero, come si è sostenuto, che il rimpianto è solo una «sottile forma di egoismo»?
La cosa incredibile è che si possa aderire a una religione fondata da un altro.
A Saint-Séverin, il Collegium musicum dell’Università di Bonn. Un concerto di Marcello, di
un’eleganza sovrannaturale, di una soavità da strappare le lacrime.
Il vecchio C., ottuagenario da un pezzo, si scatena contro di me perché ho pubblicato La morte, di
Ivan Il'ic. La notizia lo ha letteralmente fatto star male. Mi dice che è una cosa morbosa; è la scusa
per non ammettere che ha una fifa blu della morte, e che detesta tutto quello che lo costringe
a pensarci.
Se penso a tutti i pretesti che invento per sfuggire alle mie responsabilità, per schivare il lavoro, non
posso non considerarmi una sorta di genio. Tutto mi sta bene, tranne quello che devo fare.
Di positivo in me c’è soltanto il bisogno di solitudine. Tutto il resto è menzogna e tradimento,
infedeltà a me stesso.
Concepire un pensiero, uno solo - ma che faccia a pezzi l’universo.
Di tutte le cose che si fanno, mi interessano solo quelle che suggeriscono un’allusione a un mondo
diverso dal nostro. Insomma, la nota religiosa, un accento che viene da altrove.
Non poter immaginare l'efficacia se non in termini di distruzione.
Lo scetticismo è la forma più sottile dell’intolleranza.
Fra un secolo, o forse prima, si parlerà della nostra epoca come del paradiso terrestre. Quando tutta
la terra sarà popolata, l’uomo potrà trovare qualche speranza solo nel passato...
C’è poco da dire, se non ho successo in ciò che faccio è perché non mi applico a fondo, e perché gli
altri, avvertendo i miei pensieri reconditi, non riescono a darmi fiducia. Quando per essenza non si
appartiene a questo mondo, tutto ciò che vi si fa è votato al fallimento. - Il mio unico torto è che
qualche volta me ne lamento, invece di vantarmene e magari di ricavarne un po’ di gioia.
Niente può eguagliare in intensità l’odio di un vecchio. Il rancore non diminuisce con l’età; semmai
aumenta.
Ogni crudeltà ha radici nella tristezza. Quell’umor nero da cui usciamo con l’anima del criminale.
Scrivo solo per liberarmi delle mie crisi di abbattimento. - Non è divertente per i lettori. Ma io non
scrivo per essere letto.
Esempio di idiozia, trovato in un tema di maturità: «Il passato non è il presente, e soprattutto non è
il futuro».
E' però il genere di formula che si potrebbe trovare in Sartre, e in qualsiasi filosofo.
Ogni volta che leggo qualcosa su Swift, non posso non impedirmi di provare una forte emozione;
nella sua vita tutto è sconvolgente. Non conosco destino più singolare del suo.
Non si può andare più lontano di me nella percezione del vuoto della vita.
Sono l’esclusivo prodotto dei miei mali.
Questo terrore che mi ispira la vita, e di cui cerco invano il rimedio.
Quando soffro particolarmente della mia incapacità di lavorare, mi consolo dicendomi che avrei
potuto essere morto da un pezzo e così avrei lavorato ancora di meno.
I suoi nervi non erano a prova di vita.
Ogni individuo è un inno distrutto.
Un solo sospiro vale più di tutto il sapere.
Io mi aspetto.
Quanti rimpianti sono stato capace di liquidare - e quanti ne ho ancora di riserva!
Quello che comunemente viene chiamato « aver respiro » significa essere prolissi.
Non c’è mistero se non dove la vita si ritira. La mia ossessione del deserto. (Domenica 12 luglio.
Parigi quasi vuota - che meraviglia!).
Quando la mente si scatena e non c’è più niente che la fermi, nemmeno quella barriera suprema che
è Dio.
Capisce veramente la «religione» solo colui che, se seguisse il suo istinto più profondo, lancerebbe
un «Aiuto!» così forte, così devastante, che nessun dio potrebbe sopravvivere.
Per quanto cerchi la causa della mia inadeguatezza alla «vita», non riesco a trovarla: e se fosse una
lesione originaria, per la quale si dovesse usare l’epiteto sospetto di « metafisica»?
Mi annoierei persino in Dio, soprattutto in Dio. In questa paura di una noia suprema scorgo la
ragione della mia incompiutezza religiosa.
(Quando si soffre di un vuoto cronico, si ha paura di annoiarsi dovunque, persino in Dio).
Ogni incubo è un sogno dai contorni troppo precisi, troppo netti, in cui tutto è in risalto.
Più avanti vado, più trovo che la cosa più profonda nell’uomo è il desiderio di vendetta. Nessuno
«digerisce» un insulto o un’umiliazione, per insignificante che sia. La Vendetta è il dato basilare
dell’universo morale.
Provo una sensazione di benessere solo quando nessun pensiero mi sfiora la mente.
oppure
Si prova una sensazione di benessere solo in assenza di pensiero.
(Non vi è benessere che al di qua del pensiero).
Il mio articolo sul «funesto demiurgo» non fa progressi. Il fatto è che voglio scrivere su questo dio
come se ci credessi - ma non ci credo. Ho bisogno di lui; ma questo non ha niente a che vedere con
il credere.
L’uomo appagato non teme la morte; la teme solo quello inasprito. Perché è terribile morire quando
non si sono mantenute le promesse.
Le parole di Ruysbroeck sulla sorte dei dannati: «Moriranno per sempre, senza mai smettere di
morire».
Non sono un pessimista, amo questo mondo orribile.
Il mal d’orecchi è quello più capace di rendere la vita insopportabile e il mondo odioso. Quanto
capisco Swift che ne soffriva!
Non riesco a immaginare me stesso senza la mia cattiva salute.
Stasera (19 luglio), mentre facevo la mia solita passeggiata intorno al Luxembourg, sono stato colto
da un senso d’orrore per ogni cosa talmente violento che mi sono preso la testa fra le mani, come si
fa nelle grandi prostrazioni.
La sola funzione della mia memoria è quella di aiutarmi
a rimpiangere.
Posso amare soltanto quelli che dimostrano una qualche impotenza a vivere.
L’incapacità di concentrarmi, di fermare l’attenzione su un argomento, deriva probabilmente dalla
mia noia costante - ma come mai allora sono soggetto alle ossessioni, cioè alla forma morbosa della
concentrazione? Giacché che cos’è un’ossessione se non un’attenzione esasperata?
Pochi scrittori mi hanno «catturato» quanto Swift. Sono insaziabile di qualsiasi cosa lo riguardi. Sto
rileggendo la biografìa che gli ha dedicato Walter Scott.
Soffriva di lucidità cronica.
Sono due giorni che vado in giro per Parigi con X. Non un attimo di solitudine. La felicità, per me,
sta nell’annoiarmi in compagnia di me stesso.
X ha sul tavolo in albergo un grande assortimento di medicinali. E' questo dunque il segreto della
longevità moderna. Una pillola al mattino, una pillola alla sera, una pillola a ogni pasto.
L’uomo di oggi è uno che si nutre di medicine.
Osservo come la tristezza stia minando lentamente il mio spirito...
Quanti ne ho conosciuti, in vita mia, di ingegni veramente fuori del comune? Tre o quattro. Il resto,
materiale umano.
Sento un bisogno imperioso di camminare. Più questo luglio è torrido, più il bisogno di camminare
si impadronisce di me. Ma invece di andare in campagna, mi trascino per casa, con l’idea che forse
riuscirò a lavorare.
In una Histoire d’Espagne di un certo Maurice Legendre si può leggere questa enormità: «La
consueta tolleranza spagnola». E questo nel capitolo sull'Inquisizione!
I cattivi poeti leggono quasi esclusivamente i loro colleghi, così come i cattivi filosofi leggono altri
filosofi. - Per un poeta è meglio leggere un libro di botanica o di storia che una raccolta di versi. In
genere, è pericoloso seguire la produzione di un rivale.
1° agosto - Mentre Parigi si svuota, io giro per il Luxembourg come una belva in gabbia.
Il solo favore che possiamo chiedere agli altri è di non intuire quanto siamo penosi.
2    agosto - Dopo tre settimane, la prima mattina con il cielo coperto. Una vera liberazione.
Dopo il saggio sul demiurgo, sto pensando di scrivere qualcosa sulla noia - una confessione in cui
descriverò come  mi annoio, ecc.
X. L’ho incontrato per la prima volta a Bucarest verso il 1932, alla facoltà di Lettere. Dopo
mezz’ora di discussione c’è mancato poco che venissimo alle mani. Da allora, tutte le volte che lo
vedo, ossia circa ogni tre anni, ho la stessa reazione di trent’anni fa. Raramente qualcuno mi ha
esasperato quanto lui. Verboso, infatuato, «ideologo», «legionario»,31 su qualsiasi cosa pretende di
saperne più di te, vuole dimostrartelo e non ti molla più...
Oggi pomeriggio sul lungosenna ho visto il libro di un capo di Stato africano, Nkrumah, credo del
Ghana, il cui titolo non ha bisogno di commenti: Le consciencisme.32
Gli uomini dei quali non mi stanco mai di leggere: Swift, Napoleone, Talleyrand, Kleist.
Alla fine della guerra, un repubblicano spagnolo incontra a un cocktail sudamericano un ufficiale
franchista, al quale dice: « Quanto vi invidio. Tra poco sarete talmente soli». Era l’epoca in cui la
Spagna era completamente isolata. Non conosco parole più spagnole.
30 agosto 1964. Notte spaventosa. Mi sono alzato dieci volte, ma nonostante gli sforzi non c’era
verso di padroneggiare i miei nervi. Alla fine sono dovuto ricorrere a un Equanil. - Tutto perché ieri
ho passeggiato nel bosco di Vincennes per un’ora al sole battente - per abbronzarmi. Sono stato
punito: oggi sono più pallido che mai...
Per tutta la notte mi sono ripetuto: Il sole è nemico dell'uomo. E dicevo la verità.
Mia madre, persona molto positiva, mi scrive: «Tutte le tue lettere sono impregnate di malinconia.
Curati i nervi! ».
Un uomo completo dovrebbe avere il coraggio di difendere tutti i vizi, e averli praticati, non fosse
altro che per curiosità.
Tourtrès (Lot-et-Garonne), al cimitero, la tomba fresca di un suicida, completamente spoglia, a
parte un mazzolino di fiori appassiti, messo non dai familiari ma dal becchino.
(Prima di uccidersi, il «defunto» aveva ammazzato il suo miglior amico, e prima ancora sua
moglie).
I miei «scritti» hanno riscosso qualche successo soltanto fra le donne, anche se pochissime. Trovo la
spiegazione di ciò nella frase, così giusta, di Ippocrate: La donna è la malattia».
Uno in buona salute non può interessarsi a quello che faccio.
«Colosso del pensiero da album di ricordi» dice Julien Gracq di Valéry. Purtroppo questa
definizione così cattiva è piuttosto giusta! Se si pensa alla quantità di scrittori che Valéry ha
disprezzato!
Non ci si può dedicare alla metafisica e avere il senso del ridicolo molto sviluppato.
(Metafisica e senso del ridicolo sono incompatibili).
11 settembre. Malinconia. Sensazione che tutto ciò che intraprendo sia votato al fallimento. Cerco
di ragionare, ci riesco per un attimo, poi torna la crisi. C’è da dire però che ho più di un motivo per
credermi perseguitato dalla sorte.
Non posso sopportare l’idea che ci siano persone - per quanto poche - che contano su di me. Io non
ho niente da dare a nessuno. Quanto è penoso tutto questo!
La sola cosa a cui do un valore assoluto è la solitudine. Tutti i miei giudizi e i miei stessi sentimenti
sono in funzione di questo criterio limite.
La continenza sessuale è una delle cose più difficili. Bisogna veramente credere in Dio per poter
sconfiggere il desiderio.
Tutte le mie affermazioni provengono dai miei impulsi, dalla mia vitalità; la mia mente funge
semplicemente da trasmettitore. L’inconveniente di aver visto al fondo di tutte le credenze!
Il pregiudizio della «cultura». - Le persone più interessanti* che abbia mai incontrato (soprattutto in
Romania) non sapevano né leggere né scrivere.
*e le più vere.
Quando si considera un problema esaminandolo sotto ogni suo aspetto, ci si accorge che non c’è
modo di risolverlo, e che non esiste soluzione.
Voltaire, in una lettera del 3 agosto 1775, parla del «frastuono di Parigi».
Che direbbe oggi?
Più avanti vado, più mi accorgo che la gente non fa che mentire a se stessa, illudersi - per paura
della verità. Questo vale soprattutto per «i letterati e gli artisti».
Kafka a Milena: «Senza di te non ho nessuno, nessuno qui, se non la paura: abbandonato a lei che
sprofonda in me, precipitiamo giù dalle notti aggrappati l’uno all’altra».
Se si potesse vedere il proprio futuro, si impazzirebbe all’istante.
Nel 1940, durante la «strana guerra», avevo preso l’abitudine di rientrare molto tardi. Abitavo in rue
du Sommerard. Una notte, una vecchia puttana dai capelli bianchi e dai modi strani mi chiese di
accompagnarla, perché temeva una retata. Si parla del più e del meno. La notte dopo la incontro di
nuovo. Eravamo diventati amici. Ogni notte, verso le tre, quando rientravo, lei mi aspettava al varco
e si chiacchierava, a volte fino all’alba. La cosa è durata fino a quando i tedeschi sono entrati a
Parigi, dopodiché è scomparsa. Aveva un talento straordinario nel dipingere una persona o una
situazione, e il gestire dell’attrice drammatica. Una notte che mi ero scatenato contro tutta quella
gente che dormiva, contro quei pezzenti sparsi dovunque, come li chiamai, ebbe una mossa degna
del miglior palcoscenico del mondo, con le mani e la faccia protese verso il cielo: «E' il pezzente di
lassù! ».
2 ottobre - Gare du Nord - Saint-Denis, Enghien. - Non si può neanche guardare fuori: tutto è di una
bruttezza da incubo. Quanto alla gente in treno - un brivido di disgusto insopportabile, quasi
religioso.
Tutti questi teologi che vogliono adeguarsi ai tempi. Quando a uno di loro (più o meno discepolo di
Chardin), che non vedeva altro che il futuro, ho detto che dimenticava il peccato originale, mi ha
risposto: «Lei è troppo pessimista».
Come spiegare a gente del genere che non c’è una teologia di sinistra?
14 ottobre - Nervosismo da fine del mondo. Come resistere fisicamente a tanto fermento?
Sono ben lungi dall’aver consumato le mie indignazioni; mi tengono in loro balia, sono loro che mi
consumano...
Quasi ogni giorno ho accessi in cui attacco questo o quello, a parole, nell’immaginazione.
Soliloquio di un polemista.
Si spende la propria rabbia come si può.
La mia capacità di soffrire è così grande che provo dispiacere persino quando cadono i miei nemici.
La parola che ritorna più spesso quando scrivo e nelle mie ruminazioni interiori è «malessere» - nel
suo doppio senso: fisiologico e metafisico.
Ogni giudizio morale è falso alla base. Il bene e il male non hanno alcuna realtà intrinseca, appunto
perché sono giudizi. L' astensione è una sorta di imperativo per chiunque abbia riflettuto su queste
cose.
Più avanti vado, più mi accorgo che le persone che capisco di meno sono quelle che conosco
meglio. I miei amici sono degli enigmi.
Per me vivere è un problema che devo risolvere ogni giorno - come se fosse per la prima volta.
Quando si è pieni di amarezze, non bisogna dimenticare il pensiero della morte, il più consolatore, il
più corroborante di tutti i pensieri.
Nessuno è più spregevole di me. Ho appena dissertato per tre ore di seguito in casa di amici, invece
di restare a casa mia, e lavorare, lavorare...
Il solo modo di vivere senza drammi è quello di sopportare i difetti degli altri senza mai volere che
li correggano. D’altronde non ci riuscirebbero, perché i difetti sono inattaccabili. (E' prerogativa di
un difetto non poter essere attaccato) .
Mi fa orrore rivedere gli amici di gioventù e tutti quelli che hanno avuto un certo ruolo in un dato
periodo della
mia vita. Mi danno la misura del mio o del loro decadimento, e il più delle volte quella di entrambi.
Parigi vuol dire romanzo, pittura e teatro - le forme esteriori dello spirito (per non dire:
commerciali).
29 ottobre - Nebbia leggermente dorata, e foglie color rame, al Luxembourg. Ma in me l’autunno è
ancora più avanzato.
Petre Ţuţea.33 Il solo vero genio che io abbia mai incontrato. Mille motti di spirito dissolti per
sempre; come dare un’idea della sua vivacità? e della sua follia? Un giorno che gli avevo detto: «Tu
sei un misto di don Chisciotte e di Dio», al momento ne fu lusingato, ma l’indomani mattina venne
a trovarmi molto presto, e la prima cosa che mi disse fu: «Questa storia di don Chisciotte non mi
va».
Teilhard de Chardin - l’unico antidoto che si sia trovato alla bomba atomica. Povera umanità.
1° novembre - Al Luxembourg le foglie cadono come coriandoli. Sono sollecitato da vari pensieri,
nessuno dei quali mi è propizio.
15 novembre - La notte scorsa ho sognato che X, il mio peggior nemico, mi dava un bacio sulla
bocca. Ne ho provato un tale disgusto che mi è stato impossibile riaddormentarmi.
Seneca contro la critica: «È una malattia dei greci ricercare quanti fossero i rematori della nave di
Ulisse; se l' Iliade sia anteriore o no all’ Odissea, e se entrambe siano dello stesso autore».
In un articolo pubblicato da un settimanale britannico un professore dice che porsi domande di
metafìsica non ha maggior senso che domandarsi: « What is the colour of Wednesday ?».34
Ho appena dato al «Mercure» l’articolo sul Demiurgo. Ne sono tremendamente scontento, ma senza
ispirazione mi è stato impossibile fare di meglio. Ciò nonostante, quale paradosso: dopo averlo
consegnato, sento che avrei potuto migliorarlo molto, grazie allo stato febbrile che si è impossessato
di me. Che razza di commedia!
Gare du Nord. C’è un orologio che indica i minuti: 16.43. - Quel minuto, ho pensato, non ritornerà
mai, è scomparso per sempre, è sprofondato nella massa anonima dell’irrevocabile. Quanto mi
sembra futile e senza fondamento la teoria dell’eterno ritorno! Tutto scompare per sempre. Non
rivedrò mai questo preciso istante. Ogni cosa è unica e priva di importanza.
L’orgoglio spudorato dello «scienziato» che filosofeggia o del filosofo che fa appello alla scienza.
Chiunque si crei una «visione del mondo» diventa odioso e insopportabile. Ma c’è di peggio: gli
autori di sistemi. Veri e propri mostri, quelli.
Le due menti dell’Antichità che, per ragioni diverse, amo di più sono Epicuro e Tacito. Non mi
sazio mai della saggezza dell’uno e della prosa dell’altro.
(Io non vivo in questo o quel rimpianto, vivo nel rimpianto in sé).
22 novembre 1964. L’altro giorno mi sono alzato verso le cinque e mezzo del mattino e sono uscito
a fare un giro. Verso le sei e mezzo, in avenue de l’Observatoire, sento un uccello che si esercita al
canto prima dell’arabo della luce. Quell’uccello, sicuramente il primo a essersi svegliato, mi aveva
gettato in uno stato di grande esaltazione... quando a un tratto udii lì vicino dei grugniti spaventosi.
Impossibile rendersi conto da dove venissero. Poi capii: due barboni dormivano per terra tra il
bordo del marciapiede e una macchina. Uno di loro doveva avere un incubo, visto che nessuno dei
due sembrava sveglio. In place Saint-Sulpice mi aspettava uno spettacolo ancora più atroce. Nel
vespasiano che c’è li, vedo una vecchietta, probabilmente una barbo-
na, che sta facendo... Ho lanciato un grido di orrore e, furente, sono entrato... in chiesa, dove un
prete gobbo, dall’occhio furbesco, stava spiegando a una quindicina di diseredati le meraviglie del
cristianesimo, assicurando che il Signore, nell'imminenza della fine del mondo, non ci abbandonerà
mai, sarà con noi, qualunque cosa accada. Devo riconoscere che la sua dimostrazione pareva
convincente, a giudicare dall’aria compresa degli astanti.
L’eco profonda che desta in me ogni allusione allo svanire dei desideri...
È appena uscito La caduta nel tempo. Mi rifiuto di dare interviste e di fare alcunché per il lancio del
libro. « Sarebbe davvero degradante» ho detto a qualcuno. «Ma allora, perché l’ha pubblicato? Lei
non è coerente» mi replicano. «Certo, ma c’è un limite alla spudoratezza» ho risposto io.
C’è una sola malattia incurabile: la paura - quella che si porta con sé venendo al mondo e che il
mondo mantiene, giustifica, stimola. - Il saggio di cui ho più bisogno è Epicuro. Io mi struggo nella
nostalgia dell’atarassia.
Né Sofocle né Eschilo né Euripide hanno mai scritto commedie. Epoca felice in cui un autore
poteva fare soltanto ciò per cui era nato!
La letteratura moderna è nata dalla confusione o, se si vuole, dall’equivalenza dei generi. E'
«scandaloso» che Shakespeare abbia potuto scrivere con eguale facilità tragedie e farse.
«Quando si parla di Dio con amore, tutte le parole umane assomigliano a leoni divenuti ciechi che
vadano in cerca di una sorgente nel deserto» (Léon Bloy).
Rammento il grande effetto che mi fece questa frase trent’anni fa. In seguito ho rotto con l’iperbole
sistematica di Bloy, che ora considero quasi illeggibile, ma grandioso.
Cena borghese. Dire freddure è il difetto insopportabile dei francesi, il vizio nazionale. C’era un
signore ricchissimo che voleva fare lo spiritoso, e con le sue continue «battute»
rendeva impossibile qualsiasi discussione. La facezia, che è lo spirito degradato, impedisce di
discutere un problema. D’altronde, lo spirito stesso è stato giustamente definito da Benjamin
Constant un «fucilare le idee».
Voler sembrare più intelligenti di quel che si è è esasperante. Il difetto opposto, frequente negli
inglesi, è molto più sopportabile.
Mirare allo spirito!
2 dicembre - In métro, ieri sera. Spavento insostenibile davanti a quegli scheletri ricoperti di carne.
Il pensiero confuso è una serie di idee che si concatenano senza necessità; è un pensiero che, invece
di avanzare, trabocca da ogni parte e finisce con l'essere sommerso da se stesso. E' come un fiume
che, non potendo seguire un corso regolare, si anneghi nella propria acqua.
Ho fatto molta strada quanto a indifferenza verso i moventi delle azioni. Per fortuna, la mia natura,
con i suoi vizi, è riuscita a reagire a questo abuso di saggezza.
Epicuro ha scritto più di trecento volumi! Meno male che sono andati perduti! Il più grande tra i
saggi, un poligrafo! Che delusione!
Ritrovare la pagina in cui Kirkegaard parla di Giobbe, e di quanto ha significato per lui.
Ciò che lo stesso Giobbe e l'Ecclesiaste sono stati per me, insieme ai sermoni del Buddha, letti dopo
solenni sbronze.
Atteggiamento equivoco davanti ai nostri calunniatori: non sappiamo se si debba volergliene o
ringraziarli per avere fatto il vuoto intorno a noi.
Incontrato un critico letterario, celebre prima della guerra, che mi ha detto di aver portato qualche
mese fa un manoscritto a Gallimard (come un principiante!) senza ricevere alcuna risposta. A Parigi
tutto è regolato dalle leggi della moda.
Il vero lettore è quello che non scrive. Soltanto lui è capace di leggere ingenuamente - unico modo
di sentire un libro.
Troppo lucido per aver carattere.
Quando nel mio villaggio, dopo la guerra del '14, introdussero l’elettricità, ci fu un mormorio
unanime da parte dei contadini. «È il diavolo, è il diavolo» si poteva sentire un po’ dovunque.
Quando poi la installarono nelle chiese (ce n’erano tre!), fu la costernazione: «E' l’Anticristo, è
la fine dei tempi ».
Devo ammettere che quella gente semplice, fuori del mondo, aveva visto giusto, ossia lontano. A
quell’epoca, i misfatti del progresso tecnico non erano evidenti, e loro ebbero il merito di
allarmarsene per istinto.
Ma a che serve rivangare queste banalità?
La mia mania di accusare tutto, dèi e uomini indistintamente, pur di non valutare le mie
responsabilità nelle angherie che subisco.
E' infinitamente più meritorio credere che non credere.
Dio stesso non saprebbe dire quale sia la mia posizione non già di fede, ma di religione. Aderisco
così poco a questo mondo che proprio non posso considerarmi un miscredente! In virtù di questa
mancanza di adesione appartengo al «religioso» (per dirla con Kierkegaard).
Ricordo l’impressione che mi ha fatto, da giovane, il titolo romeno della Bête humaine di Zola:
Bestia umana. Il libro era in vetrina in una libreria di Sibiu, e vi era rimasto per parecchi mesi...
Tacito - lo scrittore che ammiro di più: non mi stanco di leggerlo. Le sue formule mi incantano:
nutrono, stimolano tutto ciò che può esserci di amaro in me. Non c’è veleno che mi appaghi di più.
Tacito: «Un favore mantiene il suo pregio fintantoché
pensiamo di poterlo ricambiare; quando cresce troppo, sostituiamo la riconoscenza con l’odio».
«Anche nei saggi la brama di gloria è l’ultima che si abbandona» («Etiam sapientibus cupido
gloriae novissima exuitur», Storie, IV, 6).
C.M. - medico, persona di grande onestà, mi dice di essere rimasto così scosso dalla Caduta nel
tempo, da chiedersi se ciò che faceva avesse il minimo senso. Eppure mi chiede:
«Lei pensa veramente quello che dice, è sincero}».
Cerco di dimostrargli che la sua domanda non regge: «Che interesse potrei avere a mentire? Chi
dovrei ingannare? Non ho lettori, quindi non sono schiavo di nessuno. Scrivo per me. E d’altronde
non mi considero uno scrittore».
E' chiaro quanto l’uomo di penna sia sospetto e disprezzato. In ciò che fa si vede solo un esercizio.
E così la letteratura viene assimilata al giornalismo. Forse, per dare l’impressione della sincerità,
non si dovrebbe pubblicare niente da vivi.
Per distruggere l’attaccamento a se stessi, bisognerebbe che ci educassimo a disprezzare o a
dimenticare la nostra faccia e il nostro nome. Dobbiamo distruggere specchi e firma. Dobbiamo
disimparare a guardarci.
Essere uno spirito combattivo - e non poter fare appello a nessuna certezza!
18 dicembre - Sette anni dalla morte di mio padre. Vale a dire che non resta più niente di ciò che è
stato, niente, tranne lo scheletro.
Uno scoramento così profondo che ci si chiede come faccia il mondo a sopravvivere.
Non posso immaginare una giovinezza più tormentata, più infelice della mia. E tuttavia, che
pienezza in quegli anni funesti!
Nessuno è modesto, perché non si può esserlo. L’impossibilità è fisica, dunque senza rimedio.
Soltanto Baudelaire mi sembra aver avuto un sentimento dell’irreparabile più vivo del mio. (Dato
che ho appena parlato di modestia...).
Uno scrittore non dovrebbe leggere ciò che scrivono su di lui. E' molto brutto vedersi «spiegati»,
sapere chi si è e quanto si vale. Ogni illusione su di sé è feconda, fosse pure fonte di errori, o
proprio perché fonte di errori, e quindi di «vita».
Conta solo ciò che si scrive per necessità, per bisogno interiore. Tutto il resto è assolutamente
inutile.
Non appena esco dalle mie ossessioni mi annoio. È per questo che giro a vuoto e ho così pochi
«soggetti» di cui poter parlare.
La disgrazia di avere la voglia ma non la capacità di lavorare.
Ho un bisogno viscerale dell’orrendo; non riesco a farne a meno. Ognuno cerca il proprio equilibrio
come può e dove può.
25 dicembre - Ieri, a mezzanotte, passando per caso nei paraggi della chiesa di Saint-Séverin, ci
sono entrato insieme con la folla. Quando i preti si sono messi a fare il giro della chiesa, preceduti
da un diacono (?) che agitava il turibolo, c’è mancato poco che scoppiassi a ridere. Il fatto è che
quello stesso giorno avevo letto che, sotto i primi imperatori cristiani, bruciare incenso significava
sacrificare agli dèi antichi, e chi veniva scoperto a farlo, rischiava la pena capitale. Così si
irrompeva nelle case dei pagani, e guai se si sentiva odore di incenso!
Due poesie di Dylan Thomas che mi hanno profondamente scosso:
And death shall have no dominion.35
e
The force that through the green fuse. - 36
Di quest’ultima soprattutto la fine:
And I am dumb to tell the lover’s tomb
How at my sheet goes the same crooked worm. - 37
Che peccato che lo scetticismo non possa essere una religione.
Ogni neonato è per me un infelice in più, così come ogni morto uno di meno. - La mia è una
reazione meccanica. Condoglianze per la nascita, felicitazioni per la morte.
Sebbene mi esamini attentamente non trovo nel mio comportamento né affettazione né
atteggiamenti; sarei più felice di trovarne un po’.
Quasi tutte le sciocchezze che dicono tanto gli intelligenti quanto gli imbecilli vengono da una
tacita convinzione finalista. (Per esempio Fénelon: «L’acqua è fatta per sostenere quei prodigiosi
edifici galleggianti chiamati vascelli»).
Lo scetticismo è uno stato di defascinazione.
In fondo la mia tristezza è religiosa. Per questo è incurabile.
Ci sono persone che trovano il mio ultimo libro di un certo interesse. Io, invece, non dimenticherò
mai la noia che ho provato ad agosto quando ho dovuto leggere due volte le bozze.
27 dicembre - Stanotte ho sentito fino alla nausea l’impossibilità dell’eterno ritorno. Ho sentito
suonare non so che ora (alla cappella della Sorbona, credo). Ma nello stes-
so istante ho capito che quel minuto non sarebbe mai ritornato, che era inghiottito per sempre e che
nessuna vita lo avrebbe mai ritrovato in nessun tempo.
H.M. - Riflessione sulla sensazione, sulle sue sensazioni.
Ma l’importante, esprimendosi, è far perdere al lettore (e a se stessi!) la strada che lo condurrebbe
alla fonte dei nostri pensieri.
Pensare significa trasfigurare le proprie sensazioni, dimenticarle, considerarle semplicemente una
materia informe di cui ci si serve solo per gettarle via.
Trasformare ogni sensazione in problema. Limitarsi all’idea. Fare «psicologia» il meno possibile.
Letto in un’intervista a un professore di «stile» sovietico (dirige una scuola per scrittori) che
soltanto un genio ha il diritto di usare «tre aggettivi di fila». Ha ragione... In linea di massima, ai
suoi allievi permette di usarne uno solo.
Per quanto mi sforzi di trovare una parola perfettamente adatta all’essenza dell’uomo, finisco
sempre col tornare a «profanatore». Impossibile trovare qualcosa di meglio.
Vedo una mia foto sui giornali: sono proprio io? E questi elogi mi toccano veramente? Se potessi
conservare la medesima indifferenza verso gli attacchi! Essere immunizzati contro la lode ma non
contro la calunnia.
Amo i sensuali che hanno orrore della carne (l'Ecclesiaste, Baudelaire, Tolstoj).
La Noia: tempo inceppato.
Non appena ci manifestiamo in un modo o nell’altro, ci facciamo dei nemici. Se vogliamo farci
degli amici o conservare quelli che abbiamo, l’astensione è di rigore.
Fare della psicologia a proprie spese, spiarsi, recitare la parte dell’indiscreto nei confronti di se
stessi.
30 dicembre - «In solche Nächte wissen die Unheilbaren: wir waren»38 (Rilke).
Notte spaventosa; il vento mi penetrava nelle ossa e i pensieri mi escludevano dal futuro.
30    dicembre - Ho appena letto l’articolo contro di me uscito una settimana fa su «Combat».
Bassezza e violenza senza precedenti. Effetto quasi nullo su di me. Eppure mi si chiama «assassino
per indole». Nientemeno. Mi piace molto dire di me che sono un «assassino», ma se lo dice un altro
trovo l’affermazione insensata e calunniosa. D’altro canto, credo nell’utilità della calunnia, e
crederci mi sostiene, neutralizzando al tempo stesso gli effetti dell’attacco.
Non ci si può arrabbiare contro qualcuno che vi dà del «mostro». Perché? Il fatto è che ogni mostro
è solo, e la solitudine, fosse pure quella dell’infamia, presuppone un’idea positiva e uno stato di
grazia alla rovescia.
Qualcuno ha chiamato il sogno «romanzo a chiave». Stupenda definizione!
31    dicembre 1964 - Oggi pomeriggio, dal letto, stavo a guardare il cielo grigio scuro, minaccioso.
Il vento soffiava come da una tempesta in riva al mare. Senza il sentimento dell’io, senza la vanità,
senza la profonda meschinità che ci lega al nostro nulla, chi potrebbe vivere e affannarsi in
un mondo che ci ignora, tra individui per i quali non conta nessuno?
Tra poco bisognerà uscire, vedere amici, festeggiare insieme la fine dell’anno, ecc.
Vorrei rimanere solo e piangere.
A.B. considera il mio libro un «esercizio cinico», «un puro virtuosismo». Se è possibile sbagliarsi a
tal punto su di me, in parte la responsabilità è mia: i paradossi che uso, l’aria scettica che assumo
(invece di ostentare lo scetticismo dovrei professarlo, poiché comunque ci credo), lo scherno
nei miei stessi confronti, il modo in cui minimizzo tutto ciò che faccio...
Ma devo dire che questi vezzi vengono da uno scrupolo di delicatezza: arrossirei a proclamare i
miei pregi, quali che siano, anche il più modesto. E' per risparmiare gli altri che mi faccio più
piccolo di quel che sono e derido me stesso.
«Colui che coltiva una vigna rinsecchita accusa il maltempo e assilla il cielo con i suoi lamenti. Non
vede che tutto deperisce impercettibilmente, che tutto ciò che vive, sfinito dal lungo succedersi
degli anni, s’incammina verso la tomba » (De rerum natura).
Tutti i brani «pessimisti» di Lucrezio mi si attagliano, soprattutto quando sembra sentire la
stanchezza delle cose, lo sfinimento della materia.
«Ormai la terra indebolita, logorata dagli anni, crea soltanto animali macilenti, lei che creò tante
specie e partorì il corpo possente delle grandi belve».
Questa visione desolante finisce per infondere una specie di coraggio: la vera «grandezza» viene
dall’abolizione degli dèi. Quando non resta più niente davanti a noi, ciò che sopravvive siamo noi
stessi e la nostra solitudine.
Quando gli altri cominciano a credere in noi, il rischio che corriamo è di seguirli, di rincarare la
dose. Questo pericolo è particolarmente grande per lo scrittore: non appena i suoi libri esistono, è
perduto. Il suo pubblico lo uccide.
Le relazioni più difficili e più complicate sono quelle con gli amici, perché ci conoscono e noi
conosciamo loro. L’amicizia è praticamente impossibile. Forse questa è la ragione per cui si
continua a tesserne l’elogio. (E' vero però che questo genere di esercizio è in uso ormai solo nelle
scuole. E' un argomento e nient’altro).
L’unico aspetto interessante del problema è quello delle amicizie tragiche (del tipo Nietzsche-
Wagner). (In questo tipo di amicizia è quasi sempre l’ammiratore a rivoltarsi contro l’ammirato).
1o gennaio 1965
La notte scorsa, in métro, due ubriachi, mezzo barboni mezzo non so cosa, discutevano
appassionatamente. Ce l’avevano con chissà chi, minacciavano, avevano un’aria d’intesa e ogni
tanto sussurravano, strizzavano l’occhio. Uno era magro e assomigliava a un poeta decaduto del
Novecento; l’altro era grasso, immondo, senza occhi, senza faccia, la testa come una palla dove gli
orifizi erano appena accennati, e più che parlare ascoltava, illuminandosi in volto e gonfiandosi se
possibile ancora di più, fino a scoppiare, a mano a mano che l’altro si accalorava. Stavano lì tutti
e due, si davano importanza come chiunque altro in città, trasportati anche loro dalla follia o
dall’illusione.
George Poulet mi intima di calmarmi, di smetterla di tormentarmi, di fare al tempo stesso il
torturatore e il torturato. Lo vorrei tanto. Ma ho superato la fase in cui si può ancora scegliere. Sono
in conflitto con la Creazione, e non mi è dato tornare indietro. Senza contare che ho un bisogno
fisico di lottare contro le leggi del mondo. Ho troppo sofferto per poter soffrire di meno. Non posso
tornare sulla mia sorte. Sono qui per testimoniare contro l’universo, e contro di me. Anche per
esultare, a modo mio.
Per me scrivere significa vendicarmi. Vendicarmi del mondo, di me. Quasi tutto quello che ho
scritto è frutto di una vendetta. Quindi un sollievo. La salute, per me, sta nell’aggressione. Non c’è
niente che tema di più dello sprofondare nella calma. L’attacco fa parte delle condizioni del mio
equilibrio.
Poiché erano maltrattati dai re goti, gli ebrei «collaborarono » con gli arabi quando questi invasero e
occuparono la Spagna. All’inizio dell’occupazione svolsero persino funzioni di polizia nelle città.
Sette secoli dopo, i re cattolici decretarono la loro espulsione. (E si accusano gli ebrei di aver troppo
buona memoria, di non poter né dimenticare né perdonare!).
Impossibile non scoprire delle costanti nella storia. E' quello che il Settecento chiamava
«fanatismo», «superstizione». - Ma queste tare non sono appannaggio della religione, si ritrovano in
ogni forma di fede, ovunque ci sia un qualsiasi entusiasmo.
Le stupende parole di Verchovenskij a Stavrogin: «Vi ho inventato guardandovi».
Per tutta la vita ho sognato un nemico appassionato ma onesto. Sfortunatamente ho incontrato sulla
mia strada solo nemici di cui arrossire.
(La sfortuna di aver reclutato soltanto nemici che ci hanno fatto arrossire).
Le persone parlano soltanto di ciò che teniamo nascosto. Il difetto di cui più ci si vergogna è proprio
quello che alimenta le conversazioni. Abbiamo commesso un errore in passato? Meno lo si
confessa, più gli altri ci tornano sopra e lo commentano.
4 gennaio 1965. Stamattina, alzandomi, sentimento opprimente, irresistibile, dell’inganno
universale. Anche le nostre sofferenze non hanno alcun senso, è tutto come se niente fosse mai
stato.
Impossibilità quasi assoluta di scrivere. Soccombo sulla soglia di ogni parola. Sono amputato di
tutte le parole.
Io sono metafisicamente ebreo.
Giobbe - il mio patrono.
Diffidare dei pensatori la cui mente non funziona se non partendo da una citazione.
Scacciamo dalla memoria tutti i testi.
O si ha il senso della sfumatura o si ha quello della formula.
Io appartengo alla seconda categoria, ahimè!
Ho ottanta pagine di appunti sul politeismo, ma per farne un articolo ci vuole uno stimolo che non
ho. Adoro gli abbozzi, la preparazione, il lavoro di approccio. Non mi si chieda di più!
Saremmo tutti molto più normali se al catechismo ci avessero insegnato che il Creatore è sospetto,
anzi colpevole.
Parigi - cimitero in cui le tombe sono a più piani.
Non mi consolerò mai della mediocrità dei miei nemici.
Dovrebbe renderci modesti non essere riusciti a provocare odii di cui andare fieri.
L’articolo Il funesto demiurgo è appena uscito sul « Mercure de France». La mia incertezza e i miei
scrupoli su tutto quel che faccio sono così grandi che ho dovuto leggerlo tre volte per trovargli
qualche pregio...
Per quanto disingannati possiamo essere, è certo che un giorno sembreremo ingenui, perché il
futuro supererà di gran lunga le nostre visioni più nere.
Ho la debolezza di considerarmi uno degli uomini meno abbindolabili che siano mai esistiti.
Per poter lavorare mi ci vuole un pungolo, un obbligo contratto con qualcuno, e devo anche fissare
una data, poiché, se fosse per me, mi lascerei andare o sprofonderei nel disinteresse.
Per secoli gli uomini non hanno fatto che invidiare quelli che sarebbero venuti dopo di loro! La
superstizione del futuro è abolita per sempre.
Da varie parti mi si parla del mio fondo (patrimonio) cristiano. Sarà vero? Sarà falso?
Più avanti vado e più mi accorgo che nessuno può sfuggire a ciò che è: questa è una legge ferrea.
A X - che si colpevolizza tremendamente perché si crede responsabile del suicidio di sua moglie -
spiego che il suicidio era in lei, che aspettava solo un pretesto per uccidersi, e se lui ha una colpa, è
quella di averle dato quel pretesto, tutto qui. «Il suicidio era in lei, come il rimorso era in te» gli ho
detto.
Che cos’è il rimorso? È la volontà di riconoscersi colpevole, è il piacere di divorarsi, di vedersi e di
sentirsi più neri di quel che si è.
Qualunque sia la calunnia che vi gettano in faccia, bisogna andare avanti come se niente fosse,
imperturbabili e senza illusioni.
« Mi sono lanciato nella vita con una falla nella stiva fin dall’inizio» (Kierkegaard).
Se è vero che gli uomini non possono vivere se non obbedendo a qualcosa di esterno a loro, il mio
dramma allora consiste nella disobbedienza, nel rifiuto di qualsiasi ordine oggettivo.
Considero Epicuro superiore a Socrate. Epicuro, il grande liberatore.
Quando si combatte qualcuno ci si mette necessariamente sul suo stesso piano. Gli avversari si
assomigliano. O piuttosto: due nemici sono lo stesso uomo diviso.
L’odio ha indubbiamente virtù vitali. Finché si è in vita non se ne può fare a meno. Abdicare
significa non provarlo più. Ma provarlo - che degrado, che decadimento!
Chi ama la libertà deve prestarsi a qualsiasi viltà per salvaguardarla.
Per me la peggiore dannazione sarebbe vivere sotto un cielo perennemente sereno: le nuvole sono la
mia unica risorsa di poesia.
In Francia non si conosce la nostalgia, si conosce solo il cafard.
Ogni volta che mi concentro sul «fenomeno vitale» (!), e ne sondo ossessivamente le profondità, ho
la netta sensazione di essere sull’orlo della follia.
E infatti, come pensare alla «vita» senza perdere la ragione?
Il paese che sogno: la Mongolia Esterna - dove ci sono più cavalli che uomini (e dove i bambini
imparano ad andare a cavallo prima di saper camminare).
17 gennaio - La notte scorsa sono rientrato verso le tre del mattino, preso per strada da un’angoscia
quasi insopportabile. Per fortuna sono riuscito ad addormentarmi, altrimenti mi avrebbe fatto
esplodere la mente.
L’Uomo è la mia bestia nera.
Ieri sera, verso le undici, mi ha abbordato per strada una donna in lacrime... «Hanno fatto fuori mio
marito, la Francia è uno schifo, fortuna che sono bretone, mi hanno portato via i figli, mi hanno
drogata per sei mesi, ecc. ecc. ».
All’inizio non mi ero accorto che era pazza, talmente vero sembrava il suo dolore (e d’altronde lo
era). L’ho lasciata monologare per più di mezz’ora, convinto che parlare le avrebbe dato sollievo.
Dopo ho pensato che tutti noi, nelle nostre recriminazioni, facciamo come lei, siamo come lei, solo
che non andiamo a spiattellarle al primo venuto. Non capita spesso anche a me di credermi
perseguitato, vittima degli uomini, della sorte, e via dicendo? Se dessi libero sfogo a questi miei
stati d’animo, non sarei anch’io come quella poveretta?
Dal mattino alla sera mi sfibro a voler lavorare.
Per quanto mi ricordi, ho sempre avuto una paura morbosa della gente. Ora ne conosco la ragione: è
che, fin da piccolo, non mi interessava ciò che faceva. E' lo stesso anche oggi: non scorgo nessuna
realtà in ciò che fanno gli altri, e mi considero assolutamente inadatto a collaborare con loro. Mi
sento escluso dalle loro azioni, non sono idoneo a nulla.
In questo mondo di aborti e di battone, è comunque il caso di essere degni.
Fiuto una carogna in chiunque si eriga a censore. (Abitudini letterarie di Parigi: tutti controllano
tutti, con una severità di cui la Chiesa, nei suoi momenti peggiori, non sarebbe stata capace).
X, il solo scrittore degno di rispetto, e che non frequenta nessuno, per sua grande fortuna. Però
bisogna aggiungere che deve questi vantaggi a una infermità (quella di Rousseau).
Essere obbligati alla solitudine, essere fisiologicamente impossibilitati a far concessioni e a
prestarsi a compromessi: c’è regalo più utile che la natura possa fare a qualcuno?
Colazione da un’amica. Alla fine, furibondo. Mi dice: «Il suo libro è deprimente. Lei non lascia
spazio a nulla. Dostoevskij non è deprimente, neanche Baudelaire e neanche (Cechov». Per tutto il
pranzo lei, di solito così delicata, non ha fatto che insistere sugli effetti penosi che ha sul lettore
la mia Caduta. Mi veniva da dirle: «Ma io non l’ho obbligata a leggerlo. Un saggio non è un’opera
d’arte, non deve né affascinare né esaltare. Io constato, punto e basta. Un artista crea, fa vita; io
invece l’analizzo, la vita, senza pensare alle conseguenze, senza curarmi del benessere o del
malessere che potrà averne il lettore».
I    complimenti negativi sono peggiori delle offese. Non si deve vantare il talento di qualcuno
dicendogli: « Geniale, lei, non è», e neanche fargli osservare che non è un Dio. È mancanza di
generosità muovere riserve nell’elogiare qualcuno con la stessa formula di cortesia che si usa
con chiunque.
Il diritto all’insolenza dovrebbe essere regolamentato. Si dovrebbe poterlo usare solo dopo un
concorso rigorosissimo. Che dire di un Paese in cui tutti si credono in dovere di essere insolenti!
Mi piacerebbe tanto riuscire a precisare l’origine di queste mie crisi di angoscia, localizzarle;
avverto perfettamente che sono collegate alla mia fisiologia, perché le sento diffusamente nel mio
corpo, senza che mi sia possibile riferirle a un organo preciso. E' come un dolore sparso, rivolto al
futuro, mentre il dolore in sé è sempre attuale, presente. L’angoscia, dunque, è un malessere grave e
improvviso che invade l’avvenire (o la coscienza dell’avvenire), una perturbazione acuta (?) della
nostra sensibilità temporale.
Per quanto odioso sia il mondo, ciò nondimeno mi ispira, e finora non ho trovato un argomento che
possa sostituirlo seriamente. Sono incollato alle sue miserie, anzi mi sono identificato con esse al
punto da non sentirmene distinto.
Parigi è l’unico posto dove, in «società», sia possibile riunirsi in venti o trenta persone e discutere di
letteratura senza che nessuno abbia la minima qualifica per parlarne. La Francia è l’unico Paese in
cui la media sia sopportabile.
Ho sbraitato più di altri, eppure sono uno che ha soffocato le sue grida.
Si può odiare solo ciò a cui si assomiglia segretamente (e a propria insaputa). Bisogna interrogarsi
sui propri odii, è il solo modo di liberarsene. Sono proprio questi odii a rivelarci e a smascherarci.
Non bisogna cadere in loro balia se non con il pensiero recondito di vincerli e liquidarli.
Un’opera di qualche peso non è frutto di ricerche verbali, ma del sentimento assoluto di una realtà.
Né Saint-Simon né Tacito si sono compromessi con la letteratura. Erano scrittori, non letterati. Un
grande scrittore vive nel  linguaggio; non se ne preoccupa dall’esterno. Non medita sullo stile; ha
uno stile suo. E' nato con il suo stile.
Quando scendevano sulla terra, gli dèi dell’Olimpo assumevano per lo più sembianze animali.
Questo la dice lunga sulla stima che avevano per gli uomini.
Di nuovo raffreddato.
«Non giudicare nessuno prima di metterti nei suoi panni». Questo vecchio proverbio (da dove
viene?) rende impossibile ogni giudizio, infatti noi giudichiamo qualcuno solo perché, appunto, non
possiamo metterci nei suoi panni.
Capire non significa soltanto perdonare, ma anche astenersi, rinunciare all’idea stessa di verdetto.
Si è scrittori solo fintantoché si è ansiosi di parlare di se stessi. Quando ci si stanca di farlo, si è
pronti a posare la penna.
Non bisogna prendere troppa distanza dalle proprie sensazioni. Allontanandosene troppo, si rischia
di perdere ogni interesse per loro.
Mia madre mi ha appena scritto a proposito dei rimproveri che mi faccio e dei rimorsi che mi creo,
a torto o a ragione: « Qualsiasi cosa un uomo faccia, la rimpiangerà sempre ».
Le mie « fonti » sono da cercare nella mia tribù, non nelle mie letture.
Alla signora B., che mi parla dei miei libri, rispondo che per me non esistono, è come se non li
avessi mai scritti. Ed è la verità: non mi sono di nessun conforto, non mi aiutano né possono
aiutarmi. Dovrei essere assolutamente indifferente quando li attaccano.
Il mio tempo non è il tempo dell’azione: agire significa vivere nel presente e nel futuro immediato.
Io invece non vivo che in un passato lontano e in un avvenire ancor più lontano.
Si dice (la scienza dice) che fra cinquecentomila anni la Gran Bretagna sarà completamente
sommersa. Se fossi inglese, basterebbe solo questo a paralizzarmi e a giustificare il mio rifiuto
dell’azione.
Mi sento distaccato dai miei libri quanto da quegli avvenimenti del mio passato che non risvegliano
in me più alcuna eco.
Esiste solo quello che si fa mentre lo si fa. Appena si smette di agitarsi, si corre il pericolo del
distacco.
La generosità è la capacità di farsi illusioni sulle persone che amiamo. Farsene su quelle che ci
amano è invece una debolezza universale su cui è inutile dilungarsi.
Ebrei e cristiani - un malinteso di duemila anni.
Apparentemente tutto si aggiusta, in fondo non si aggiusta niente. Tutti fanno questa constatazione,
e nessuno ne trae le conseguenze. E' grazie a questa «illogicità» che la storia va avanti.
Non conosco niente di più ovvio e di più inaccettabile dell’idea di fatalità. Non si può sfuggire a ciò
che si è, e tuttavia è proprio quello che si tenta di fare giorno dopo giorno. Siamo inchiodati ai
nostri mali. Si eclissano, ricompaiono, tornano a eclissarsi, ecc. Ma disfarcene è al di là del nostro
potere. Sentire nel proprio corpo il dominio della fatalità significa avere fisiologicamente un destino
ebraico.
Qualsiasi partito si prenda, si ricade nella vecchia idea di una maledizione originaria.
La più penosa di tutte le pose è recitare il ruolo del genio incompreso (è quello che ha fatto per tutta
la vita André Suarès).
E' vero che voler stupire con la modestia non è granché meglio.
Respinto dal Tempo.
Tutti sono condannati, eppure tutti vanno avanti. In questo paradosso sta tutta la bellezza, tutta la
giustificazione del mondo.
Di tutti i miei anni, di tutte le mie sofferenze che cosa è rimasto? Qualche pagina — che non rileggo
mai.
Nevica. E penso a quell'inverno a Braşov (1937?) in cui ho scritto Lacrimi şi Sfinţi39- in cima alla
collina (Livada Poştii) da cui godevo la vista delle montagne. Che solitudine! E' stato il culmine
della mia carriera di aborto elegiaco.
In società recito la parte dell’uomo garbato. L’affabilità è la mia maschera. E' anche vero che ne ho
abbastanza di essere sinistro - come sono sempre quando rimango solo.
Se si vuol sapere che cos’è la vita, quanto vale, bisogna ricordarsi che la sola cosa che ci riconcilia
con lei è il sonno, ossia ciò che per l’appunto non è vita, ciò che è la sua negazione.
Ho orrore delle persone che meditano sull’arte, nutro avversione per il filosofo che è in ogni uomo,
e a maggior ragione in ogni artista. Se fossi poeta, sarei come Dylan Thomas: quando qualcuno
cominciava a spiegare le sue poesie davanti a lui, si gettava per terra in preda a convulsioni vere o
finte...
Napoleone perse trentamila uomini nella battaglia di Wagram senza provare alcun rimorso. Solo
malumore. -Ma a che serve fare osservazioni del genere? Conoscono il rimorso solo quelli che non
agiscono, che non possono agire. Il rimorso funge loro da azione.
« Lei va a finire in un vicolo cieco ».
« Errore. Io ho cominciato da un vicolo cieco ».
... Di qui la sensazione che, almeno da questo lato, non ci sia niente che mi limiti, la sensazione di
essere completamente libero.
Essere abitato dallo spirito di Dio - gli antipodi della maledizione. E tuttavia gli ebrei sono riusciti
nel paradosso di essere contemporaneamente nella benedizione e nella maledizione.
« In aer, timpu-i despărţit de ore»40 (Arghezi).
Solo la disperazione lo rendeva vivace.
L’ossessione della mia incompiutezza doveva per forza prendere una piega religiosa. Nella sua
essenza ultima, il rimpianto è religioso. Anzi, è proprio quello che caratterizza ogni uomo capace di
pregare.
Eppure i profeti non vivono nel rimpianto. Il fatto è che sono animati e nello stesso tempo
tormentati dall’avvenire, da ciò che dovranno rimpiangere in avvenire.
Churchill. I posteri si ricorderanno molto più del suo nemico che di lui. Hitler era un mostro.
Vantaggio formidabile in fatto di gloria.
Per me scrivere significa mettere sotto accusa. Anche «analizzare» significa accusare, e questo si
capisce visto che l’analisi è un’impresa distruttiva.
Robert Amadou mi scrive una lettera di un’insopportabile sufficienza, in cui mi parla delle mie
conoscenze sommarie di teologia a proposito del mio articolo sul «Mercure». Il demiurgo, dice, non
è cattivo; gioca solamente, tiene le fila... Seguono precisazioni che non si sa da dove abbia ricavato.
Con un tono sferzante mi rimprovera di essermi sbagliato sul senso dell’Immacolata Concezione. E,
ahimè, qui ha ragione. Avevo preso quel dogma nel senso che gli si dà volgarmente, ossia che Gesù
è stato concepito senza l’atto sessuale, mentre esso si riferisce a Maria, al fatto che è stata concepita
senza peccato.
Amo gli eresiarchi, delle cui opere, che furono distrutte, restano solo poche frasi tronche e
stupendamente misteriose.
Tutto ciò che compiamo, tutto ciò che proviene da noi, aspira a dimenticare la sua origine, e ci
riesce solo diventando nostro nemico. Di qui il coefficiente negativo legato a tutti i nostri trionfi.
«Se do uno sguardo al mio Zarathustra, poi per una mezz’ora vado su e giù per la mia camera, e
non riesco a dominare un groppo insostenibile di singhiozzi» (Nietzsche, Ecce homo).
Il rancore ha la stessa essenza del rimpianto poiché, proprio come questo, si riduce all’impossibilità
di dimenticare.
Essere compresi è molto più umiliante che essere incompresi. E' preferibile la fossa comune ai
funerali nazionali.
Ho sempre deplorato i miei primi slanci - perché troppo generosi e troppo ingenui. E per causa loro
che ho avuto e ho dei fastidi.
Attendo una visita. Darei qualsiasi cosa perché andasse a monte. Sono talmente poche le persone
che posso aspettare senza preoccupazione, e senza terrore.
Cominciare - il mio incubo. Il primo gesto mi sembra sempre il più difficile, perché il più contrario
alla mia visione delle cose e anche al mio bisogno di lasciare le cose come stanno.
La mia sterilità mi sembra una punizione divina. Non posso spiegarla con ragioni naturali.
La sofferenza mi ha fatto; la sofferenza mi disferà. Io sono opera sua. Dal canto mio, le faccio un
favore: vive attraverso di me, si sostenta con i miei sacrifici.
(Esiste una strana solidarietà fra il malato e la malattia).
I miei mali mi trascinano con loro. Dove andremo a finire?
Devo scrivere un articolo sui nuovi dèi. Ho più appunti di quanti me ne servano per farlo, e tuttavia
non riesco a cominciare. - Per scrivere non bisogna dominare la materia, conoscere l’argomento, ma
sentire l’impulso che ti mette in moto e ti fa trovare le parole per le idee, che attendono mute,
prostrate.
Mi è accaduto di provare pietà anche per un pezzo di metallo, per qualsiasi cosa, tanto mi appare
abbandonato, scalognato, incompreso tutto ciò che esiste. Forse anche il granito soffre. Tutto ciò
che ha forma soffre, tutto ciò che si è sottratto al caos per seguire un destino separato. La materia è
sola. Tutto ciò che esiste è solo. Nessuno, nessun dio che possa liberare il mondo da una così antica
solitudine!
M. mi scrive che gli piace La caduta nel tempo, e che gli altri miei libri gli sembrano «spacconate
metafisiche». Eppure, su quegli stessi libri aveva tenuto una conferenza in cui mi paragonava
nientemeno che a Pascal.
Quanto ho ragione a diffidare e a non dare nessun credito agli elogi, da qualsiasi parte vengano!
Ascoltando una cantata di Bach a casa di G.M. - Ho indubbiamente un fondo religioso, che si
esprime in un senso molto accentuato del mio decadimento, in questa certezza di vivere a un livello
di esistenza inferiore a quello cui ero destinato. (Per livello intendo ordine metafisico).
Tutto sommato, sono solo due i romanzieri che ho letto con passione: Dostoevskij e Proust.
... Sarà perché hanno un ritmo tutto loro, che non ho trovato in nessun altro? O sarà il fascino che
esercita su di me questa sorta di ansito in cui sono insuperabili?
Non c’è impazienza più voluttuosa dell’aspettare qualcuno, preferibilmente un amico, che debba
raccontarvi le infamie che ha commesso dall’ultima volta che lo si è visto.
In Francia, tutto proviene da una «esperienza letteraria» o vi si riconduce. Ogni opera deriva da
un’altra. La letteratura sostituisce l’esistenza, e ogni cosa evolve in essa a scapito del vissuto.
Morire è cambiare genere, è rinnovarsi.
L’unico che possa permettersi di essere sincero è lo scrittore che non ha pubblico perché non si
rivolge a nessuno.
I perseguitati, gli sventurati, i malati sono - in assoluto - le persone meno da compiangere. Giacché
se è vero che ci si ricorda soltanto delle proprie sofferenze, sono loro che, in fin dei conti, avranno
vissuto con maggiore profitto. Gli altri, i fortunati, avranno sì una vita, ma non il ricordo di
una vita.
Non so che cosa abbiamo perduto nascendo, ma di certo esistendo abbiamo perduto, così come
perderemo morendo.
Perfino il suo sorriso era violento.
Più mi accanisco a denunciare il decadimento degli altri, più il mio mi appare evidente, irrecusabile.
Tutte fesserie quello che non è colloquio muto con quanto vi è di più nascosto in noi!
Mi capita di essere contento che mi si rubi il tempo o di sprecarlo io stesso scioccamente a destra e
a manca - questo mi salva dalla calamità di aver detto più di quanto dovevo dire, dalla vergogna di
aver lasciato un’«opera».
Chiunque sia in possesso o sotto l’influenza di una dottrina è condannato a vivere nel falso e a
operare il falso. Essere nel vero e operare il vero è pressoché impossibile. Il fatto è che l’uomo è
stato irrevocabilmente corrotto dall’idea, ossia da simulacri.
21 febbraio - Quattro giorni in Sologne. È confortante pensare che possa esserci un paesaggio così
carico di poesia a un’ora da Parigi. - La Sauldre dalla parte di Romorantin - e poi il canale della
Sauldre dallo stagno del Puits fino a La Motte-Beuvron. Camminare in estasi.
Delizia del non pensare! E del sapere che non si pensa.
Ma si dirà: sapere che non si pensa è pur sempre pensare. Sì, certo, ma il «pensiero» si ferma a
questa constatazione: non va oltre. Si fissa alla percezione della propria assenza, alla voluttà della
sua sospensione.
Non vi è esclamazione più patetica di quella dell’ultimo poeta pagano, Rutilio Namaziano:
«Volessero gli dèi che la Giudea non fosse mai stata conquistata! ».
L’oscillazione fra l’estasi e il sogghigno - io sono questo, e nient’altro.
Dal mio parrucchiere. Aspetto una buona mezz’ora. Dietro il paravento il padrone sta
chiacchierando. Pensavo che fosse occupato con una cliente. Quando finalmente compare e mi dice
che stava facendo la dichiarazione dei redditi, gli replico: «Se l’avessi saputo me ne sarei andato».
«Non  ci sono solo i capelli » interviene sua moglie nel tono più inso-
lente. Mi è salito il sangue alla testa. Ma sono rimasto zitto, contrariamente al solito. Questa vittoria
su me stesso era così inattesa che mi ha dato una grande soddisfazione.
Conta soltanto il libro che si pianta come un coltello nel cuore del lettore.
Tutti i miei desideri in sospeso, tutte le mie passioni in congedo.
La voglia di brillare, l’« intelligenza», le troviamo solo nei vanitosi. Parlate con un inglese, con un
tedesco o anche con un americano: non vogliono impressionarvi, non fanno niente per sembrare più
dotati di quel che sono, e neanche per divertirvi. Lo «spirito» è esibizionista, e non lo si trova nelle
razze solide. Gli antichi greci e i francesi - popoli di commedianti - ne hanno quasi il monopolio. Il
francese pensa per gli altri; e così pensava il greco. Abbagliare con tutti i mezzi, persino con la
profondità...
È noioso chiunque non abbia vanità, chiunque non voglia fare nessuna impressione. Il vanitoso può
essere esasperante, ma non è noioso. Che fare con qualcuno che non mira a nessun tipo di effetto?
Che dirgli? E che cosa aspettarsi da lui?
La poesia occidentale ha perso l’uso del grido. Esercizio verbale, pratica da saltimbanchi e da esteti.
Acrobazia da gente sfinita.
Non posso pensare alle mie umiliazioni future senza una sensazione quasi allucinante di viltà.
28 febbraio. Domenica - Visitato il Museo di storia naturale. Davanti a immagini che
rappresentavano dei dinosauri, una madre dice al figlio: «Come saranno riusciti a fare queste foto?».
Molti anni fa ho letto Il battello ebbro a qualcuno che non lo conosceva (e che d’altronde era
estraneo alla letteratura): «Mi pare roba da terziario» fu il suo commento quando ebbi finito la
lettura.
Quello che faccio più fatica a sopportare è l’umiliazione. La mia incapacità cronica di guadagnare
soldi - e tutto quanto ne consegue di mortificazioni. - Orgoglio ferito -orgoglio malato.
L’unica realtà benefica, positiva, consiste nell’oblio. L’oblio delle nostre vergogne, delle nostre
sconfitte, delle nostre paure.
Tutti si danno troppo da fare, da Napoleone fino a... E' per esigenza di simmetria che altri restano al
di sotto di quanto potrebbero fare. Appartengo a questa categoria — per fatalità e non per scelta.
Non so quale peso mi tiri sempre più giù. Questo piombo nel sangue! Il prodigio è che io non sia
caduto più in basso di dove sono.
A modo mio, sono un eroe: vivere pur sapendo quello che so - è un’impresa di cui sono certo che
pochi sarebbero capaci.
2 marzo
Notte atroce. Per ore e ore mi è sembrato di pensare, di avere il cervello pieno di idee. Nessuna ha
resistito alla luce del giorno, nessuna di cui possa ricordarmi, nessuna che io riesca a esprimere.
Fantasmi, solo fantasmi.
Si è reso celebre per il fallimento, ogni altra gloria gli era preclusa.
«Sono uno straniero in terra e in cielo» (Lermontov). Sono figlio della noia russa. Come dubitare
delle mie origini slave?
2 marzo 1965
Che non si possa essere un dio per quelli che ci conoscono è testimoniato da migliaia di esempi. Il
più famoso è quello del Buddha e di suo cugino (il nome mi sfugge), che lo invidiava, cercava di
nuocergli, non credeva in lui. Ma bisognava che fosse un cugino. Del resto anche un amico
di gioventù avrebbe potuto essere adatto al ruolo. Tutti possono farsi illusioni su di noi, tranne i
nostri amici. Sono loro a distruggere la leggenda che si crea intorno a noi e ad aspettare solo la
nostra morte per annientarci del tutto. - L’amicizia come distruttrice di miti.
All’inizio della Rivoluzione si citava solo Rousseau, alla fine solo Tacito.
E' strano che nessuno abbia colto le mie affinità con Swift, né l’influenza che ha avuto su di me.
Di fronte alla sfilata delle mode filosofiche o delle altre, bisogna avere la dignità di un dio a cui non
sia dedicato nessun tempio.
Tutti i miei difetti - e forse tutti i miei meriti - vengono dalla mia incapacità di scrivere «con
scioltezza».
Ai miei nemici: Se pensate di essere dei puri, sono lieto di essere una carogna.
La caduta nel tempo.
E' un libro senza peso, senza passione. Non mi perdono di avere scritto una cosa così noiosa - così
spiacevolmente trasparente.
Letta una vita di Branwell Bronte.
In ciò che scrivo ci sono, mi sembra, più sofferenze, più «vissuto» che nella maggior parte dei miei
contemporanei. Ma è poi una vera superiorità?
Marzo — Aria primaverile. Mi si confonde, mi si ottunde il cervello, come sempre al cambio di
stagione. Un organismo come il mio sarebbe adatto soltanto a una temperatura perennemente
costante. Ma quale? Vorrei tanto saperlo.
Sono sempre stato colpito in tutto quello che amavo.
« Che cos’è il rimorso?
« È il tormento della paura, che punisce la debolezza di aver tentato l’opera della forza» (Paracelso).
Poiché mi ero svegliato nel cuore della notte e non riuscivo a riaddormentarmi, mi consolavo
dicendo a me stesso che quelle ore di coscienza le strappavo al nulla, e che, se avessi dormito, non
mi sarebbero mai appartenute, non sarebbero neanche mai esistite.
Niente diventa sorpassato più in fretta di una rivolta.
Non posso vivere che a Parigi, e invidio tutti quelli che non ci vivono.
Ho veramente la sensazione di essere caduto quaggiù, e di non trovarvi assolutamente nulla da fare.
Ci fu un tempo in cui ero felice di stare fuori, di girare per le strade: ora mi ci sento spaesato e non
vi scendo che a malincuore.
10 marzo - Ieri sera, nella chiesa delle Billettes, la Passione secondo san Giovanni. Prima leggono
il Vangelo secondo Giovanni, che, almeno da quando arrestano Gesù, è tutta una diatriba contro i
giudei. L’antisemitismo cristiano è il più virulento di tutti, perché è il più profondo e il più antico.
Ci si chiede come si possano leggere testi simili in pubblico!
Tutti questi critici letterari, teatrali, ecc. Passare la vita a giudicare le produzioni degli altri, fungere
da dio, ma da dio sterile, incapace di un sussulto di vita.
Questa sensazione di freddo che mi opprime periodicamente... e che, quando mi coglie, rende
derisorio ogni tentativo o tentazione di esistere.
La mia fortuna è di non aver sottomano un veleno efficace.
Non esiste preghiera originale. Si deve pregare come tutti. Proprio in questo sta una delle grandi
difficoltà della fede.
Ciò che si chiede a un amico è di mentire, di non dire la verità. Proprio per questo l’amicizia è così
faticosa e così impura. Il costante scrupolo di delicatezza che essa implica è innaturale. Ci si sente a
proprio agio con tutti, tranne con gli amici.
A forza di riflettere sulle mie miserie passate e su quelle future, ho trascurato quelle attuali: ciò mi
ha permesso di trovarle più sopportabili che se vi avessi speso le mie riserve di attenzione.
Quando si è portati al cafard, non c’è niente che lo solleciti più del cielo azzurro. Questo
probabilmente perché il simbolo della serenità non può che irritare un umore nero. Nella fattispecie
si tratta di una sorta di intolleranza fisiologica.
Non esiste un’utopia nera, per il semplice motivo che l’inferno è sempre esistito ed è alla portata di
tutti, compresi gli ingenui.
Non sempre è vero che amiamo quelli che ci ammirano, come vorrebbe La Rochefoucauld; anzi,
succede spesso che li disprezziamo. Non riusciamo a rassegnarci che siano soltanto loro a
esagerare il nostro valore, facendosi illusioni su di noi. E se non meritassimo di meglio?
Più una letteratura si sviluppa e si affina, meno in essa conta il «sentimento». A un certo punto ne è
bandito quasi del tutto. La letteratura diventa una tecnica e niente di più - come oggi in Francia.
In fondo quello che cerco non è la salvezza, ma la consolazione, o meglio: una parola (una sola!) di
consolazione; ed è quello che non riesco a trovare da nessuna parte.
... Questa è la condizione di chi è nato afflitto.
Dalla nepente ai «tranquillanti».
Omero, nell’Odissea, IV, 220: «E chi la sorbisce [la ne-
pente] per tutto il giorno non lascia più scorrere lacrime giù dalle gote, neanche se gli muoiono la
madre e il padre, neanche se gli uccidono con l’arma di bronzo davanti agli occhi il fratello e suo
figlio».
Mi chiedono di scrivere su Paulhan, di presentare il quinto volume delle sue Œuvres complètes.
Ma per scrivere su Paulhan mi manca quella giovialità di spirito in cui lui invece eccelle, quella
vivacità così francese accanto alla quale tutto quello che potrei dire e fare io sarebbe goffo.
Per una sorta di complicità istintiva sono sempre stato dalla parte dei perdenti, buona o cattiva che
fosse la loro causa - indifferentemente.
Per il bene generale è mille volte meglio occuparsi di se stessi che delle cose che riguardano gli
altri.
Le imperfezioni della Creazione saltano agli occhi di continuo e in ogni dettaglio. Che pastrocchio!
Se potessi esprimere ciò che sento! Ma non sono all’altezza delle mie sensazioni. Essere al di sotto
di sé per colpa della parola, non trovare vocaboli adatti a esprimere ciò che si è, si prova o si
subisce, vivere costantemente al di qua della propria realtà...
Marco Aurelio a se stesso (coniando questo neologismo): «Attento a non cesarizzare».
L’adulazione agisce su di me come sugli altri. Ma al contrario di loro, quando ne constato gli effetti,
soffro (senza, per la verità, rimanervi insensibile). Comunque sia, non mi sorprende mai, e sono
sempre consapevole quando ne gioisco.
Il francese è una lingua dalla linfa esaurita; perciò poesia, romanzo, filosofia, tutto dà l’impressione
di esercizio, di virtuosismo.
Ai visitatori che vedono il mio tavolo da lavoro e mi chiedono: «E' qui che scrive?» - mi viene
voglia di rispondere: «Non scrivo da nessuna parte».
Ho appena rifiutato di fare la prefazione al quinto volume delle Œuvres complètes di Paulhan. Sulle
prime, sollievo, poi coscienza sporca, disagio, disgusto di me. Non mi piace essere ingrato.
Signore, aiutami a sopportare le ore, fa’ che nessuna sia pesante come me le immagino tutte.
Ogni mio sentimento lo proietto sugli oggetti. Percepisco la disperazione della materia, la sento
come se si trattasse di un essere umano; questo tavolo davanti a me è senza speranza, e così tutto il
resto. E lotto contro questa desolazione oggettiva, contro questo tumulto, contro questo crollo
interno del mondo materiale - lotto contro me stesso come posso.
Il naufragio dei miei avi; il mio sangue li trascina, è il ricettacolo di tutti quei relitti.
Mirava all’inefficienza degli angeli e non era lontano dal raggiungerla.
La cosa che mi piace di più al mondo è camminare. Ed ecco che da alcuni mesi un alluce
infiammato, che mi fa male appena mi muovo, si è messo a contrastare la mia più grande passione.
In un modo o nell’altro sono sempre vissuto di «carità» (borse, aiuti, premi, ecc. ecc.). Ho anteposto
la mia opera (!) alla mia dignità (a prezzo di quali umiliazioni!).
Tante parole inutili e straordinarie...
Tutti quelli che hanno scommesso su di noi e che ci siamo adoperati per deludere.
Io sono sicuramente decaduto (o meglio, un decaduto), ma ho la scusante che il mio decadimento
viene da lontano e rientra in un ordine diverso da quello della fisiologia o della storia.
Il sentimento dell’Inanità non impedisce di godersi la vita, ma impedisce di riuscirvi.
Tutto sommato, la stupidità è preferibile alla volgarità (la quale sfortunatamente è compatibile con
l’intelligenza e persino con l’ingegno).
Si ha paura del futuro soltanto se non si è sicuri di potersi suicidare (all’occorrenza).
Mentre l’animale conserva intatti i suoi sensi, l’uomo è diventato uomo solo indebolendoli, solo
sacrificandoli.
Né Bossuet né Malebranche né Fénelon parlano dei Pensieri: a quanto pare, Pascal non sembrava
loro sufficientemente serio.
Non so che cosa cerco al mondo. E nessuno può salvarlo, né per sé né per gli altri. Questa
«ignoranza» sta diventando per me un’ossessione, un malessere: ci penso di continuo.
La voluttà che provo davanti a qualsiasi discorso amaro sulla Conoscenza.
Soffrire, soffrire, soffrire. -
L’essenza della vita sta nella paura di morire. Se questa paura sparisse, la vita perderebbe la sua
ragion d’essere.
Dobbiamo piantare tutto, avere il coraggio e il pudore di crepare in solitudine, come gli elefanti e i
ratti.
X crede di onorare Dio con la sua fede.
Non disperare: se tutti ti abbandonano, potrai sempre contare sui tuoi dolori.
Per quanto faccia, non riesco a dimenticare lo scetticismo.
« Lei è arrivato a un vicolo cieco » mi si rimprovera da più parti. Curiosa obiezione. Dei Fiori del
male si direbbe forse che portano a un vicolo cieco?
Quando rifletto su una cosa, penso alla soluzione ancor meno di quanto farebbe un poeta.
Ho preso una lezione di russo. Ma non voglio continuare: a che mi serve ingombrare la memoria di
tante parole? Eppure è una lingua che mi tocca profondamente.
Riletto Custine (Lettres de Russie). Non conosco libro più penetrante e profetico.
Sfogliando un dizionario mi imbatto in questa citazione, che mi dà un vero e proprio brivido
metafisico: « Il tempo distrugge finanche le minime vestigia». - Per la verità il brivido era già in me
- qualsiasi altra banalità me lo avrebbe provocato.
Che la Materia continui pure il suo gioco, io me ne disinteresso.
B. scrive in un giornale tedesco che, tra i saggisti francesi, i migliori stilisti siamo Roger Caillois e
io: ammettiamo che l’affermazione sia vera, e cerchiamone la ragione profonda: Caillois scrive
bene perché balbetta; io perché farfuglio. Mai avrei fatto uno sforzo di stile se fossi riuscito ad
articolare bene le parole. Quelli che hanno la parola facile (gli oratori o i conversatori) generalmente
scrivono male. Proprio la difficoltà a esprimersi, gli ostacoli, gli intoppi che incontra la parola, il
parlare, sono quelli che ci costringono a pesare (o a carezzare) le parole quando scriviamo. (Si
pensi all’esempio di Valéry, il tipico farfugliatore).
Un giorno questa carne non aderirà più alle mie ossa. (Se si vuole mantenere un po’ di equilibrio e
guardare con un briciolo di fiducia all’avvenire, bisogna pensare a tutto fuorché alla propria carne).
22 marzo
Ieri visita a R. - Impossibile ricordarmi il suo nome davanti a lui. Il supplizio è durato alcuni minuti,
e mi è parso intollerabile, tanto più che non avevo bisogno di ricordarmi il nome del mio amico. Ora
capisco l’angoscia di quei rimbambiti che a volte non riescono a rammentare il proprio nome.
Per quanto lontano risalga nel mio passato, non vi trovo che malessere, ambizione inappagata, paura
di intraprendere qualsiasi cosa, e ancor più paura di riuscire... violenza che si divora da sé, avidità
eternamente mutata in sofferenza.
La maggior parte dei sogni sono cattiva letteratura. Ma ve ne sono di oltremodo significativi: sono
quelli in cui appaiono i nostri nemici.
La laconicità può essere segno di rigore così come di pigrizia.
25 marzo
Mi sono alzato con il bisogno di vendetta. Ma non so di chi vendicarmi.
Ho appena comprato due libri d’occasione, uno su Fontenelle e uno sul Buddha! E' un semplice
caso? Non credo. Questi due ingegni che in apparenza non hanno niente in comune sono in realtà
egualmente disillusi, anche se a livelli diversi. Comunque sia, mi sento affine a entrambi, perché
capisco altrettanto bene il disincanto frivolo e quello serio. L’importante è essersi ricreduti su tutto;
il resto è solo una questione di sfumature.
Una conversione (a qualsiasi cosa) è il mezzo più sicuro per evitare una crisi di pazzia.
Nella vera desolazione non si può pensare che a Dio, si sia credenti o no.
Devo scrivere un articolo che, così come l’ho concepito, dovrebbe essere anticristiano. Però non
riesco a mettermi al lavoro; non mi sento in vena di vilipendere né Dio né il Figlio. La fede è una
realtà immensa, e non si saprà mai quale perdita ha subito l’uomo da quando non ricorre più alla
preghiera.
In fondo eravamo fatti per pregare e nient’altro.
I passionali e gli abulici, per ragioni opposte, hanno un fondo religioso.
Dormire e ancora dormire. Solo il sonno riesce a restituirmi una parte dell’energia che gli anni di
insonnia mi hanno divorato. La veglia è sempre dispersione, usura, ed è a ragione che si parla di
sonno ristoratore.
Poco fa, per qualche lungo minuto, mi sono sforzato di vedermi come mi vedono gli altri. Ebbene,
non ci sono riuscito, nonostante il dono che ho di sdoppiarmi. Non si può essere esterni a se stessi.
E quando ci diciamo: «Sono estraneo a me stesso», si tratta quasi sempre di un’illusione, di una
deformazione poetica.
Fare parte di un Paese dal destino minore ma tragico. (Tragedia di second'ordine. E' per nascita che
sono stato indotto a interessarmi dei Paesi che sono falliti, e i cui progetti sono sempre stati
ostacolati dalla Storia).
Lotta quotidiana contro la spossatezza, contro una stanchezza dispotica, senza tempo.
Non sono « amaro » per bile o per spirito di vendetta, ma proprio per brama, per voluttà di
amarezza. Non posso farne a meno, e ogni volta che la incontro, nella vita o in letteratura, mi ci
immergo. E' il cibo ideale del decaduto. Proprio quello di cui ha bisogno; non dategli nient’altro, se
volete appagarlo.
Domenica in campagna. Passeggiata dalle parti di Saint-Chéron, sull’altopiano. Crisi di malinconia,
sensazione cocente che sarò sempre solo, qualunque cosa accada. - Fin-
ché cammino e mi stanco, tutto va bene, appena mi fermo, torno in preda all’umore e ai pensieri
abituali.
Neanche la «natura» può aiutarmi; al contrario, favorisce la mia tristezza. Quanto è sbagliata la mia
idea che se vivessi in campagna sarei completamente diverso e guarirei delle mie ossessioni. La
verità è che il silenzio e la solitudine non riescono a distogliermi dalle mie miserie, e che non c’è
luogo quaggiù dove possa essere diverso da ciò che sono.
La felicità non è un rimedio alla malinconia, anzi l’aggrava, perché questa si nutre con la stessa
avidità dei nostri piaceri e dei nostri dolori. Tutto le sta bene, a nostre spese.
Chi è lei? Sono uno straniero - per la polizia, per Dio e per me stesso.
La sincerità - impossibile nell’amicizia. X, un amico di cui non stimo molto né l’intelligenza né il
gusto, esprime -in che tono! - la delusione che gli ha procurato il mio articolo sul Demiurgo. Lì per
lì il suo giudizio mi ha lasciato freddo; poi, invece, mi ha fatto «un certo effetto».
Io sono come tutti, e tutti sono come me. Nessuno sopporta la verità su di sé. Bisogna mentire o
morire.
Ci si accalca solo intorno ai venditori di illusioni, in filosofia come in ogni altra cosa. Intorno a chi
non si abbassa a proporre si fa sempre il vuoto.
Perdere la fiducia in se stessi, è questa la morte in vita -né più né meno.
Se sparisse la paura della morte, tutto diventerebbe di una semplicità spaventosa.
Finché si teme la morte si è schiavi, anche se si hanno tutti i doni o i beni che un mortale può avere.
Essere liberi significa non conoscere questa paura.
30 marzo - Notte orrenda.
Dopo certe veglie non resta altra scelta che iniziare una nuova vita o farla finita.
Alcuni sono nati per sperare - altri per il contrario. Nessuno è responsabile della propria
disperazione.
Il Destino è quanto di meglio si sia inventato per spiegare le vicissitudini umane. E che cos’è se non
la Provvidenza decapitata?
Bisogna abituarsi a non possedere nulla. In questo senso, ho fatto un bel tirocinio nei venticinque
anni che ho trascorso negli alberghi. Una biblioteca è una proprietà, un fardello. Non accumulare
niente, nemmeno gli anni, staccarsi dal proprio passato e dal proprio futuro, affrontare il presente,
anzi rassegnarvisi.
Una religiosità atea, questa è la Stimmung dei contemporanei.
La scena in cui re Lear, vedendo Edgar vestito di cenci e quasi nudo, si strappa le vesti è quella che
mi commuove di più in tutta la tragedia.
L’altro giorno, passeggiando in campagna da solo, mi sono ricordato all’improvviso dei versi di
Hölderlin che un tempo amavo citare:
Tu mi hai sempre gridato la tua solitudine in mezzo alla bellezza del mondo, mio amato bene! -
Io sono allo stesso tempo un decaduto e un teorico del decadimento.
Da sempre ho il senso della vacuità universale, eppure continuo come se nulla fosse. Questa
incoerenza esprime da sola tutto il mistero della vita.
(P.S. «Come se nulla fosse» - forse è troppo. Mi sento a disagio sia nella vita sia nella morte: il
senso dell’inanità generale mi paralizza invece in ogni momento e mi impedisce di far fronte alla
«realtà»).
Un giorno dovrei spiegare perché passo da un fallimento all’altro.
L'altro giorno, dal mio editore, ho subito un rifiuto che normalmente mi avrebbe mandato in collera
e indotto a fare una scenata. Non ho detto niente, mi sono trattenuto, e ho fatto bene. Sapersi
dominare - una cosa che si può fare con naturalezza solo quando si proviene da una nazione
di schiavi.
Quando si vive perennemente in una sventura astratta, il sopraggiungere di una sventura concreta è
così imprevisto che non si sa come fargli fronte.
Sono sconvolto dalla quantità di libri che non mi dicono nulla, che non mi riguardano, e ai quali mi
è impossibile riconoscere un valore oggettivo. So che non avrebbero dovuto essere scritti.
Posso scrivere solo nell’eccitazione, nel furore. Ma per via della gastrite e di altri malanni mi
imbottisco di calmanti; così sono io stesso a sabotare il mio lavoro, la mia «ispirazione», la mia
«opera». - Se non sono in preda alla febbre non valgo niente, eppure mi proibisco ogni eccesso,
ossia ciò che mi permetterebbe un minimo di rendimento.
I francesi sanno di essere intelligenti; da qui vengono tutti i loro difetti.
1° aprile
Stamattina, prima di svegliarmi, ho avuto un incubo di un orrore così sapiente, così elaborato, che
sfido qualsiasi pittore o visionario a immaginarne uno simile. Quanto a cercare di descriverlo, non
mi arrischierò a farlo.
2    aprile
Ieri sera, a Saint-Séverin, L’arte della fuga per organo.
- Ecco la confutazione del Funesto demiurgo, ho continuato a ripetermi per due ore.
Le notti in cui abbiamo dormito è come se non fossero mai esistite; soltanto quelle in cui abbiamo
sofferto, in cui non siamo riusciti a chiudere occhio restano nella nostra memoria, sicché l’insieme
delle nostre notti è quello delle nostre insonnie.
3 aprile. Dopo giorni e giorni di abbattimento, oggi, euforia ininterrotta per qualche ora. E dire che
ci sono persone che vivono più o meno tutta la vita in questa esaltazione quasi paradisiaca!
Astieniti dal rimproverare chicchessia. Se gli uomini potessero cambiare, cambierebbero. Ma non
possono. E tu, ancora meno di loro.
Sono affascinato da Solov’ëv. Tutto quello che leggo su di lui mi sconvolge (mi piacerebbe poter
dire altrettanto della sua opera).
Non poteva capire Tolstoj: i profeti non coesistono. Dei due, era lui, Solov’ëv, il più vero, il solo
vicinissimo alla santità. Dava tutto, per strada si toglieva i vestiti (a volte le scarpe!) e li distribuiva
ai mendicanti. Era quello che Tolstoj avrebbe voluto essere.
Di Heidegger si dice: «Ha fatto questo e quest’altro. È imperdonabile da parte di un filosofo». - «Di
un saggio» bisognerebbe dire. Ma Heidegger non è un saggio, né ha la pretesa di esserlo.
Non vi è niente che inaridisca un poeta quanto la lettura di altri poeti. Similmente, leggere i filosofi
e nient’altro (come fanno i professori) significa condannarsi per sempre a non avere mai un solo
pensiero filosofico.
Stomaco, intestino in malora. Non digerisco quasi più niente. Verdura lessa - o la morte, è l’unica
scelta che mi resta.
Stanotte, in sogno, dicevo a un critico teatrale: «Troppo spesso a teatro ho la sensazione che potrei
recitare altrettanto bene di questo o quell’attore. La cosa mi rovina tutto il piacere. Così ho deciso di
andarci sempre meno».
5 aprile - 17.15. Devo andare a fare una passeggiata, al-
trimenti sono sicuro che farò qualcosa contro di me. Mio Dio (ma a che serve?).
Bisogna che superi questa crisi, una delle più terribili che abbia avuto in vita mia. I miei mali mi
assediano e distruggono il mio coraggio. Se non fossi malato, riprenderei il sopravvento, ne sono
certo. Ma la malattia, in che modo combatterla? Sarebbe come dichiarare guerra alla materia. Il mio
corpo non mi appartiene, dipende da lei, dalla materia, per l’appunto.
La povertà, la malattia, la morte. Sono stati duraturi, e quindi veri. Tutto il resto non è che accidente
e inganno.
Se supero questa prova, faccio voto di non considerare mio più niente.
Il gran segreto è spogliarsi di tutto. Se si riesce a estromettersi dalla propria vita e a trattarla come se
appartenesse a un altro, forse si riuscirà anche a vincere la paura e perfino a disprezzare la propria
morte.
L’antidoto alla noia: la paura. Bisogna che la medicina sia più forte del male.
Tutta la mia vita non sarà stata che una esperienza oscillante tra l'una e l’altra.
Perché non ho la forza di considerarmi un sopravvissuto!
Quante volte ho detto e scritto che non sono di qui! Ora è quasi fatta.
La mia tattica è l’unica buona, l’unica efficace: logorare la mia disperazione, indebolirla e ridurla a
forza di pensarci e di analizzarla.
6 aprile - Ieri sera, alla Salle Pleyel, la Passione secondo san Giovanni, con il Berliner Chor.
Emozione intensa. «Morire non significa niente, la morte è una forma di gioia» - era il ritornello che
cantavo io.
Solov’ëv, poco prima di spirare, fece una preghiera per gli ebrei, viste «le grandi prove che li
attendono». Era il 1900. Alla sua morte, pregarono per lui in tutte le sinagoghe della Russia.
Mi è impossibile discutere un problema oggettivo, a meno che non si riferisca ai mali altrui, ossia a
ciò che, negli altri, mi fa pensare a me.
8 aprile 1965
Il mio compleanno. Ho dunque cinquantaquattro anni.
Mi ci vorrà tutta una vita per abituarmi all’idea di essere romeno.
Impiegherei molto meglio il mio tempo pregando che non scrivendo articoli.
Gli assenti hanno sempre ragione - nella vita letteraria. Lo scrittore non deve mostrarsi.
Ansia metafisica e cattiva digestione - la malinconia nasce dal loro incontro.
Il vero scrittore sacrifica tutto alla sua opera, anche l’onore.
10 aprile - Notte atroce. Gli stessi malanni. Forse sono condannato. L’importante è non lasciarsi
andare alla disperazione, e, se bisogna andarsene, essere superiori a qualsiasi rimpianto.
Il vecchio Ciotori41 è morto sotto una macchina. Poor Yorick!
13 aprile - Stanotte, visto che non smettevo di percepire lo scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore
(lo scorrere! «passavano» a stento...), mi dicevo che, se avessi dormito,
quegli istanti non sarebbero neanche esistiti per me, e che dunque non tutto è negativo nella
calamità dello star svegli.
Non si può fare a meno di pensare che i morti sfuggono a tutti i nostri turbamenti, e che c’è qualche
vantaggio nel diventare per sempre indifferenti.
Quando leggo che un certo prodotto « calma » il dolore, so bene che esiste un dolore per cui non ci
sono calmanti.
Biologicamente, io sono uno scarto dell’«Evoluzione». Ma, a ben guardare, lo è l’uomo in genere.
13 aprile - Il medico che ho consultato ieri per l’intestino mi chiede se ho «idee suicide». «Per tutta
la vita non ho avuto altro » è stata la mia risposta. Mi ha guardato con aria contenta, intendo dire
idiota.
Tutte le volte o quasi che volevo non commettere qualche infamia (la vendetta lo è, ed è forse la
peggiore), mi sforzavo di vedermi morto - e la cosa mi calmava e mi rabboniva. Il nostro cadavere è
di qualche utilità.
C’è in me un bisogno periodico di immergermi nel buddhismo. Stavolta resisto. Perché non finisco
il testo sugli dèi? Non posso: nello stato in cui sono, è un argomento troppo estraneo ai miei
turbamenti, è quasi politica (ed effettivamente lo è).
È giusta l’osservazione che lo specialista è uno che impara sempre meno cose.
Se tutto è illusorio, di reale non c’è appunto che l’illusione.
L’uomo è indubbiamente un’apparizione straordinaria,
ma non un successo.
Un callo infetto. Operazione. Pasqua agli antibiotici.
Non ho il senso del peccato, e neanche quello del male -ho solo quello della sventura.
La mente funziona soltanto quando si è contrariati. Ogni atto di pensiero deriva da un senso di
irritazione.
Le tre città che ho amato di più: Sibiu, Dresda, Parigi.
Dresda non c’è più. Parigi mi pesa. Sibiu è inaccessibile.
Non credo che ci sia mai stata un’infanzia più selvaggia della mia (copil al naturii!).42 Questo
spiega molte cose, questo in realtà spiega tutto. Ho sempre sentito, in senso diverso rispetto a Freud,
« das Unbehagen in der Kultur».43
Sepoltura di Ciotori nel cimitero di Bagneux. Siamo arrivati un po’ in ritardo. Davanti alla fossa
riempita a metà, non ho potuto fare a meno di dire a Lupasco:44 «E' insensato! ». - Non c’era più
traccia del Vecchio e di tutte le sue facezie. Presto più nessuno se ne ricorderà. Comunque,
che rompiscatole, santo cielo!
C’è sempre in me una mancanza di convinzioni che spiega tutti i miei fallimenti, e a cui non ho mai
saputo porre rimedio.
Non ho mai avuto una religione (nel senso etimologico) perché non sono mai stato legato a niente.
Ho avuto solo la nostalgia della religione, il sospiro religioso.
Ho desiderato solo una cosa: essere libero, e cioè che mi si lasci tranquillo, che non ci si occupi in
alcun modo di me. E' per questo che la sollecitudine, i regali mi danno fastidio quanto un insulto.
Non mi piace dipendere da nessuno. Qui sta la fonte della mia solitudine e della mia assenza di
fede.
22 aprile. Per cinque ore ho combattuto per addormentarmi, ho preso perfino una supposta a base di
morfina. Verso le quattro del mattino finalmente qualcosa ha ceduto e sono scivolato nella
beatitudine dell’incoscienza.
L'unica cosa di cui non si possa parlare senza averla sperimentata è l’insonnia. Quello che dice
Shakespeare sul sonno è tipico di uno che non riusciva a dormire o dormiva male. Sull’argomento è
impossibile inventare.
La letteratura, la filosofia, la religione, tutto dà troppa importanza all’uomo.
Gli anni hanno fatto di me un esperto del nulla di ogni cosa.
Dopo una notte in bianco, il mondo appare un po’ più scolorito di prima.
Chi è Lei? Sono il Disingannato.
In piena notte, precipitarsi su un delizioso sonnifero.
A mano a mano che si approfondiscono le cose, ci si accorge che la distinzione fra bene e male è
priva di qualsiasi fondamento metafisico.
In un libro sul buddhismo zen di A.W. Watts leggo quanto segue: « But the anxiety-laden problem
of what will happen to me when I die is, after all, like asking what happens to my fist when I open
my hand, or where my lap goes when I stand up».45
Dieci giorni dopo l’operazione al piede, ho detto al chirurgo che temevo un’infezione; lui toglie la
fasciatura e mi risponde, in tono di rimprovero e di trionfo: « Il suo alluce è valido».
Un alluce valido! Le persone andrebbero giudicate dagli aggettivi.
Ogni volta che voglio lavorare, c’è qualcuno che me lo impedisce, e non sono sempre io questo
qualcuno.
I francesi, così bravi a servirsi dell’ironia, non sono diventati suoi teorici come invece molti
tedeschi, che pure non ne conoscono l’uso pratico e sarebbero molto imbarazzati se dovessero
usarla. Solo Kierkegaard ha fatto entrambe le cose.
La differenza enorme fra una conversione spontanea e una palinodia forzata.
Senza dubbio l’istituzione più oppressiva di tutti i tempi fu l’Inquisizione. Non potrò mai
convertirmi al cattolicesimo, a una religione che ha potuto dar vita a qualcosa di così mostruoso.
Durante l’ultima guerra, a Zurigo, Joyce e Musil abitavano vicinissimi, eppure non hanno fatto
alcun tentativo di conoscersi, di incontrarsi. I creatori non comunicano fra di loro. Hanno bisogno
di ammiratori, non di eguali.
X non è un uomo, ma un abbozzo di uomo, un ominide, per usare il linguaggio della paleontologia.
Ho appena scritto un articolo contro il cristianesimo; alla fine, non ho potuto fare a meno di
pentirmene, e di confessarlo, rovinando cosi tutta l’architettura del mio saggio. Mi sono quasi
sempre convertito alle idee che all’inizio attaccavo (l ’Iron Guard, ahimè!).46
In questo caso mi ero proposto di fare l’apologia del politeismo, mettendomi nella prospettiva della
tolleranza, quindi da un punto di vista quasi politico; ma poi, grazie alle mie noie di salute, che mi
riportavano alle vecchie angosce, fu inevitabile che il cristianesimo mi aiutasse a sopportarle;
il paganesimo è troppo esteriore, non offre niente che possa dar sollievo quando si è al colmo della
desolazione.
Gli uomini mi fanno talmente soffrire che, molto a malincuore, non posso far altro che riflettere
sulla loro sorte, odiarli e provare compassione per loro e per me.
Il solo modo di capire gli altri in profondità è occuparsi di sé e solo di sé, di ciò che vi è di più
profondo in se stessi.
Gli «altruisti», i filantropi, gli spiriti «generosi» non capiscono e non aiutano veramente nessuno;
sono persone che hanno energie da spendere, punto e basta.
3 maggio. Da due settimane vado in giro in pantofole per via dell’operazione al piede sinistro. Oggi,
dopo una breve passeggiata, mentre stavo attraversando place de l’Odéon per tornare a casa mi è
entrato un chiodo arrugginito proprio in quel piede.
Permettendo l’uomo, la natura ha commesso un errore di calcolo.
7 maggio. Notte infernale. Impossibile dormire, nonostante le due supposte che ho preso. Non è
senza motivo (e senza qualche presentimento) che ho pubblicato La morte di Ivan Il'ìc.
Vi sono notti così spossanti che dopo bisognerebbe cambiare nome, perché comunque non si è più
gli stessi.
Ho terminato un articolo contro il cristianesimo. Come sempre, finisco con lo sposare la causa che
ho violentemente attaccato, e passo nel campo avverso.
La cosa più difficile è scrivere un biglietto di ringraziamento a qualcuno che vi ha mandato due
righe elogiative di grande finezza.
16 maggio. Sono in uno stato in cui capisco fisicamente come si possa portare una montagna sulle
spalle - al di là di tutte le metafore della fede.
Signore, fa’ che non debba soccombere a questo fuoco, al mio fuoco o al tuo - chi lo sa?
22 maggio - Mi basta immaginare quanto il tale o il talaltro, spesso uno sconosciuto, debba
annoiarsi, perché la sua noia diventi mia e mi sommerga.
Gli animali della stessa specie non si ammazzano fra loro. Soltanto l’uomo uccide l’uomo. E' il
grande rimprovero che
gli viene mosso. - Ma, detto fra noi, quest’anomalia non lo è poi tanto. Chi ammazzare, se non
l’uomo, chi più di lui merita questo trattamento?
Accuso tutti di essere malati mentali. Come se io non lo fossi! Riesco a controllarmi — altrimenti
strabilierei gli psichiatri.
Che cos’è religioso? E' qualcosa che si approfondisce in noi a scapito del mondo, è il progredire
verso un silenzio melodioso.
Mi sento reale solo quando svanisce tutto, tranne ciò che spero di trovare ascoltandola, mia
solitudine.
Sono fatto di tutto ciò che mi sfugge.
(Il mio essere si riduce a tutto ciò che lo nega).
Sono dimagrito, sembro uno spettro. Tutti mi chiedono: Che cos’ha? Sta male? ecc. - Vedere gente è
diventato un incubo per me.
Regola da seguire: non dire a nessuno: « Hai una brutta cera». Non si può immaginare il male che si
fa con questa commiserazione fuori posto. L’altra notte, rientrato a casa verso le due, ero così
colpito dal modo in cui mi avevano guardato durante la cena che mi è stato impossibile dormire.
Non sono buddhista, ma condivido le ossessioni del buddhismo.
L’attaccamento all’esistenza.
Ho proprio voglia di tornare ancora una volta su questo argomento di cui continuo a parlare da
quando «penso». -Sono sempre i miei acciacchi che mi spingono a farlo. Con una salute come la
mia, che altro mi resta se non meditare sulla mia poca esistenza?
Ogni sofferenza è lotta. Forse addirittura l'unica vera lotta. Che cos’è, a paragone, il dispendio di
energia di un lottatore?
Ogni tanto penso che la molteplicità sia frutto dell’ignoranza o addirittura di uno squilibrio mentale;
ma il più delle volte respingo questo pensiero, per riflesso, per abitudine, per istinto.
Tentazione e rifiuto del «monismo».
Bisognerebbe imparare a convertire il dolore in una missione, a essere fieri di soffrire. A volte mi
sforzo di farlo, con un successo molto relativo. Eppure la mia salvezza è qui, ammesso che per me
possa esserci salvezza.
Ci si ricorda soltanto dei momenti in cui si è sofferto, moralmente o fisicamente. Tutto il resto, e
quindi la «felicità», è come se non fosse mai esistito.
In métro ho letto una lettera di Mozart a Da Ponte, scritta poco prima di morire: «Da come sono
ridotto sento che è suonata l’ora; sto per morire, sono arrivato alla fine, ancor prima di aver potuto
godere del mio talento... Devo concludere, questo è il mio canto funebre, non posso lasciarlo
imperfetto».
Stava finendo Il flauto magico e lavorando al Requiem.
Penso al vecchio Ciotori. Comprava tre o quattro giornali al giorno. Ora, nella tomba, che gliene
importa delle ultime notizie! «E diventato indifferente» - come pare si dica in alcuni paesi
dell'America latina di qualcuno che è appena morto.
Fenomeno nuovo: non ci sono praticamente più heimatlos fra gli ebrei. Hanno tutti un passaporto. Il
che è una svolta nella loro storia. Ma è cambiato solo il loro stato giuridico; quanto a quello
metafisico, nessuna modifica.
Bisogna soffrire sino in fondo, sino al momento in cui si cessa di credere alla sofferenza. Giunto
quel momento, deponi le armi e abbandona la scena.
Lo scrittore professionista è un’invenzione dell’èra borghese.
Giovenale, l’ultimo poeta importante di Roma; Luciano, l’ultimo scrittore di gran classe in Grecia.
Entrambi hanno lavorato nell’ironia. Due letterature che finiscono con la satira.
«Emotività» - questa parola orribile che usano i medici incompetenti - esprime bene però lo stato in
cui mi trovo di solito.
Devo scrivere una breve prefazione per l’edizione tascabile del Sommario. Sono in grande
imbarazzo. E' per debolezza - e per bisogno di soldi - che ho lasciato mettere alla portata di tutti un
libro così «distruttivo». Devo avvisare il lettore che va letto opponendovisi e senza assaggiarne
il fiele. Se è giovane, rischia di subirne l’effetto demoralizzante. Si tratta quindi di metterlo in
guardia, con tutto ciò che la cosa può comportare di pretenzioso e di penoso. Sembrerà che voglia
dire: «Attenti! State per leggere un libro pericoloso! Siate prudenti, e non prendetelo per
vangelo, non crediate che sia tutto vero. A volte ho esagerato, spesso mi sono spinto troppo in là.
Soprattutto non prendetemi a esempio, ecc. ecc. ».
Da quando ho scritto il Sommario ho avuto una sola ambizione: superare il lirismo, evolvere verso
la prosa...
Quello che sono, quello che so, viene tutto dai miei acciacchi. Sono stati loro a insegnarmi a essere
diverso.
Poiché l’uomo è votato alla malattia, ogni suo minimo gesto ha valore di sintomo.
Siccome non serbo memoria di niente, nemmeno di quello che ho scritto io, mi capita di ripetermi
in modo piuttosto fastidioso. Per sfuggire a questo inconveniente, prima di cominciare qualsiasi
lavoro dovrei rileggermi.
Ho deciso di non curarmi più: accada quel che accada. Sono vissuto cinquantaquattro anni: che cosa
dovrei ancora aspettarmi dalla «vita»? I mali di cui soffro vengono da lontano: smettiamola di
scomodare i medici.
Non si può cambiare eredità.
L'azione erosiva della notte: come può sopravvivere questa povera carne?
Stamattina sono andato a Cochin, da un grande reumatologo. Dopo un’attesa di due ore è venuto il
mio turno. Ho spiegato il mio caso, il costante formicolio alle gambe da trent’anni. Lo specialista
mi esamina rapidamente e si rivolge ai suoi allievi: «E' un disturbo soggettivo». Dopodiché mi c
ongeda, con mio grande sollievo. E' chiaro che mi aveva preso per uno svitato.
Quasi tutti i pensieri di Pascal sembrano concepiti verso le tre del mattino, nel cuore di una veglia
dolorosa.
Come si è svuotato di qualsiasi contenuto il cattolicesimo! Poiché nel mio ultimo libro ho parlato di
caduta, di peccato, di maledizione, le riviste cattoliche mi danno del nichilista! Naturalmente, se
avessi trattato qualche problema «sociale»...
Di tutte le sventure, le più intollerabili sono quelle che abbiamo previsto. Ma siccome sono fatto
della stessa stoffa di Cassandra...
Se si smette di aver paura della morte, la vita diventa all’improvviso bella, affascinante, e del tutto
inutile.
L’altro giorno, un malato sofferente di artrosi mi diceva che appena sgarrava nella dieta la malattia
lo richiamava all'ordine.
E proprio questo è il ruolo della malattia: ci richiama all’ordine, non permette l'oblio.
È nell 'attesa che si manifesta, si rivela l’essenza del tempo. Che superiorità non attendere più
niente!
In letteratura la grande legge è il disprezzo. Gli scrittori si escludono. Incompatibilità.
Qualcuno mi chiede una testimonianza su Valéry. Mi defilo; quasi tutti si defilano, soprattutto i
giovani. Eppure ho ammirato e ammiro Valéry, anche se non lo rileggo più.
16 giugno. L’uomo nell’èra glaciale. Ieri ci ho pensato per tutto il giorno.
Dopo mezz’ora non avevamo più niente da dirci. La conversazione è durata un’altra mortifera ora.
E non c’è niente di peggio di una conversazione che sopravviva a se stessa.
Ho incontrato X, un romeno di cui ho dimenticato il nome. Un perfetto imbecille. Tuttavia l’ho
sopportato per mezz’ora, poiché è stato il solo essere umano che negli ultimi mesi mi abbia detto
che ho una bella cera...
Come sono difficili i rapporti con le persone! È una grande consolazione pensare che esistono le
cose.
La suscettibilità del fallito.
Fu al Luxembourg, all’indomani della Liberazione. Eravamo W.K., un rifugiato tedesco, J.C.N. e io.
Quando ci siamo seduti su una panchina, ho avuto l’infelice idea di dire: «Tre falliti». - W.K., che di
solito mi manifestava una certa considerazione, monta subito in collera, diventa aggressivo, quasi
mi insulta, e per tutto il tempo che restiamo assieme si mostra di pessimo umore. Impossibile
calmarlo. A mia insaputa, avevo colpito nel segno. Era forse l’unica parola che non avrei dovuto
pronunciare in sua presenza. Senza volere, lo avevo ferito.
16 giugno. Oggi pomeriggio, di colpo, la paura, l’accesso di paura di cui conosco i tormenti più di
chiunque altro.
L’uomo è un animale logorato.
Ionesco mi dice che il monologo di Amleto contiene soltanto banalità. Può essere. Ma quelle
banalità esauriscono l’essenziale dei nostri interrogativi. - Le cose profonde non hanno bisogno di
originalità.
Di nuovo la voglia di piangere che ho conosciuto a Braşov, quando scrivevo Lacrimi şi Sfinţi, nel
1937 (?).47
Vivo a temperature da cosmogonia.
Nessuno meglio di me può immaginare il terrore in cui viveva l’uomo delle caverne. Braccato
ovunque da bestie feroci, i suoi discendenti lo avrebbero vendicato. Si sono visti i risultati.
Quale paura abbiamo ereditato!
Guai allo scrittore che non ha subito ingiustizie, che si è affermato!
Uno scrittore capito è uno scrittore sopravvalutato.
«Lev Nikolaevic, prega per noi! ».
Quanto si sono sbagliati su Tolstoj i suoi contemporanei! Era lui ad aver bisogno delle preghiere
altrui. D’altronde aveva pietà di se stesso, era più miserabile di tutti coloro che lo chiamavano in
aiuto.
Mi consumo ancora prima dell’atto, mi esaurisco da fermo; perciò non ho energie quando si tratta
di cominciare sul serio.
Ogni mio problema sarebbe stato risolto se avessi avuto il dono della preghiera.
17 giugno. Notte atroce. Ogni cosa è rimessa in discussione.
La cosa migliore che un autore possa fare è dimenticare i propri libri. Non c’è niente di più comico
che rileggersi.
Più avanti vado e più mi accorgo che sono «incastrato». La mia libertà di movimento è sempre più
compromessa dalle mie condizioni di salute. Il corpo mi sfugge, non ne sono più padrone, ammesso
che lo sia mai stato.
C’è stato un tempo in cui credevo di avere una missione.
Quel tempo deve proprio essere passato, se fatico a ricordarmene.
È incredibile quanto pensi a Pascal. I suoi temi sono i miei, e anche i suoi tormenti. Quanto deve
aver sofferto, a giudicare da me!
Pochi uomini si sono adoperati quanto me per non avere destino.
La terra: cinque miliardi di anni.
La vita: due o tre "    ”
A che scopo turbarsi, tormentarsi? Queste cifre contengono tutte le consolazioni di cui abbiamo
bisogno. Dovremmo ricordarcene nei momenti in cui ci prendiamo sul serio, in cui osiamo soffrire.
Non mi stanco di leggere su Napoleone. E' una passione da abulico.
Alcuni scrittori di laggiù vengono a farmi visita. Non ho niente da dire, non conosco le loro opere,
ho quasi dimenticato la nostra lingua. Mi pare di essere un patriarca bonario in disuso, dal quale si
va in pellegrinaggio. Eccomi diventato «figura».
Si impara molto di meno dalla conversazione di un bravo scrittore che da quella di uno mediocre.
Questi fa uno sforzo, mentre l’altro, avendolo già fatto nella sua opera, se ne dispensa nella vita.
Tutti i miei libri sono mezzi libri, saggi nel senso proprio del termine.
Per cinquantanni non ho mai smesso di lottare e di annoiarmi. Continuiamo, se così vogliono gli
dèi. - La mia salute è precaria dall’età di diciassette anni. Il che fa trentasette anni di insicurezza, di
attesa e di paura.
Avrei mai pensato, da giovane, di arrivare a un’età così avanzata? Tutto questo tempo che mi è stato
concesso senza averlo chiesto. Quindi, è un dono che non ho saputo usare.
Il mio prossimo articolo sarà sullo scheletro. Museo di paleontologia. Ecco dunque ciò che
sopravvive, ciò che resta di noi, ciò che resta di tutto. Amletizzare in un museo. Anzi, no, Amleto in
un museo.
Devo scrivere una breve prefazione per l’edizione tascabile del Sommario. Non ci riesco; non posso
dire né bene né male di quel libro: è come se fosse stato concepito da uno sconosciuto. Non mi
appartiene, non ne sono l’autore. E non posso neanche rinnegarlo, poiché la visione delle cose su
cui si fonda è sempre giusta ai miei occhi.
Del resto è penoso per me scrivere sulle mie opere ora che mi sono arenato e non produco più nulla.
I miei nervi sono scossi - fino al ridicolo.
Su ordinazione non posso scrivere niente, nemmeno su di me.
Possibile che sia caduto così in basso? Ho peccato così tanto contro gli dèi?
La mente non resiste al tracollo del corpo.
Questa paura che mi rode, mi domina e mi schiaccia, talvolta riesco a vincerla; ma presto si
vendica, e mi afferra con più virulenza di prima.
Non si può nulla contro la paura ancestrale, contro la paura innata.
23 giugno. Notte in bianco. L’insonnia mi prosciuga le vene e mi toglie quel po’ di sostanza che
rimane nelle ossa. Ore e ore a rigirarmi nel letto senza alcuna speranza di perdere finalmente
conoscenza, di svanire nel sonno. E' un vero e proprio saccheggio del corpo e della mente.
La paura rende coscienti - la paura morbosa, non quella naturale. Altrimenti gli animali avrebbero
raggiunto un grado di coscienza superiore al nostro.
25 giugno - La morte - «la migliore amica dell’uomo». -È strano, mi dicevo stanotte, che sia stato
Mozart a dirlo (nella lettera al padre morente).
L’ho detto e non mi stanco di ripeterlo: non può esserci felicità in terra se non per quelli che non
riescono a immaginare il futuro.
(= La felicità è appannaggio di quelli che non riescono a immaginare il futuro).
(= Non c’è felicità che nell’impossibilità/incapacità di immaginare il futuro).
L’enorme tristezza che esprimono gli occhi di un gorilla. E' un animale elegiaco. Io discendo dal
suo sguardo.
Insonnia, insonnia.
La cosa curiosa di queste notti è che si finisce per riconciliarsi con la morte. Ma tale riconciliazione
è, o dovrebbe essere, il fine supremo dell’uomo.
Visitata la mostra su Marcel Proust alla Bibliothèque Nationale. Tutti quei fantocci che Proust ha
trasformato in giganti, in mostri; tutte quelle donne ordinarie promosse al rango di dee (o, per
l’importanza che acquistano e non meritano, a quello di caricature); tutti quei manieri, quei
campanili, quelle città termali, quelle spiagge meschine, investiti di un potere magico e trasfigurati -
l’arte consiste nella capacità di idealizzare. E' a giusto titolo che si parla del mondo di Proust; ha
effettivamente creato un mondo. (L’ha creato più di quanto non l’abbia descritto).
L’uomo, come animale, è vecchio; ma come animale storico è recente. E' anzi un parvenu che non
ha avuto il tempo di imparare come comportarsi nella vita.
Il letto in cui Proust è morto, che si poteva vedere esposto alla Bibliothèque Nationale.
29 giugno
Passati tre giorni a Dieppe. Il rumore del mare da milioni di anni - e le nostre angosce di un attimo.
Mi ricordo che, una dozzina di anni fa, lì vicino, a Varengeville, ero ai piedi della scogliera e sono
stato colpito, folgorato dalla fragilità della carne rispetto alla durezza della roccia. Cosa della
massima banalità. Eppure, quando si avvertono questi contrasti, nel nostro spirito si produce una
grande lacerazione.
Endzeiterwartung.
la strana sensazione che si prova quando si è vili, si sa di esserlo e si assapora la propria viltà.
Possiedo tutte le forme di viltà tranne quella intellettuale. Ho innegabilmente un certo coraggio
davanti al foglio bianco.
(Devo anche aggiungere che non ho mai scritto una sola riga contro le mie convinzioni).
Sono vissuto cinquantaquattro anni con la sensazione che la vita fosse inconcepibile.
Non esiste sulla terra un individuo più penoso di me.
Solo Baudelaire ha provato l’ossessione dell’infelicità quanto me.
(Mi si passi questa vanità!).
2 luglio. Ieri all’ospedale ho aspettato il mio turno per due lunghe ore. Accanto a me due vecchie
stavano blaterando. Anche queste immonde chiacchierone vogliono vivere, si intestardiscono a
durare, quando la loro esistenza non serve a nessuno e non ha alcun senso. E' incredibile che
Raskol’nikov, dopo il suo atto salutare, si sia fatto prendere, non dal rimorso, certo, ma da un senso
di malessere e di confusione.
La natura non conosce rimorso.
Mi piacerebbe dimenticare tutto e risvegliarmi un bel giorno davanti a una luce vergine, come
all’indomani della Creazione.
La malinconia riscatta l’universo, e tuttavia è proprio lei a separarcene.
Sull’elaborazione segreta delle lacrime.
Come si può non pregare?
La letteratura come procedimento - titolo di un articolo in una rivista per giovani. Quanto la dice
lunga sul gusto di questi castrati!
Angoscia a scoppio ritardato.
3 luglio. Suicidio di Henri Magnan.
L’avevo visto otto giorni fa. Un essere squisito e asfissiante, come se ne trovano solo fra gli
alcolisti. Il bere accentuava le sue qualità e i suoi difetti. Al punto in cui era, non aveva altra via
d’uscita.
Conversazione telefonica con X, in cui usa espressioni come «storicità» a ogni piè sospinto, mentre
si parlava solo di questioni amministrative.
6 luglio - Accesso di malinconia da fare invidia a un pazzo. Devo scendere in strada, perché a casa,
da solo, ho paura...
Se le cose stanno così, mi riconvertirò alla poesia.
Pascal, Dostoevskij, Nietzsche, Baudelaire - tutti quelli a cui mi sento affine erano dei malati.
Per un malato è infinitamente più facile concepire il paradiso che non la salute.
Funerale di Magnan.
La bruttezza del Père-Lachaise supera ogni immaginazione. Bisognerebbe raderlo immediatamente
al suolo, e trasformarlo in un giardino. A che servono quelle tombe orribili, inutili, offensive? Si
rimane sbalorditi che simili cose possano esistere. Questo ammasso sfiora la follia o la farsa. Non
c’è più spazio per i morti; così come non ce n’è per i vivi.
Non vi è rimedio alla paura essenziale.
L’unico dramma è quello metafisico. Tutto il resto è una sciocchezza.
La macchina del mio corpo è sempre in riparazione (come quei vecchi trabiccoli che escono dal
garage solo per ritornarvi subito).
La cosa che mi piace di più in Pascal è il suo disgusto per le scienze.
Dal 1937 gli eventi della mia vita sono legati al giardino del Luxembourg. Lì ho rimuginato tutte le
mie pene.
Non scrivere se non per necessità. Esercitarsi al silenzio. Soltoprodurre.
«A distanza di seicento milioni di anni, insomma molto vicino a noi» (il corsivo è mio).
Naturalmente cito da Teilhard de Chardin. Il senso del ridicolo non è ammesso in paleontologia.
Cammino per ore, m’impregno di strade, percorro quartieri che sfidano l’Inferno - tutto per
dimenticare le mie impossibilità, per sfuggire a quei pensieri che mi corrodono non appena resto a
tu per tu con loro.
Chi ha il gusto del dubbio ha il gusto della tortura. Nello scetticismo c’è innegabilmente una
componente masochistica.
Chi mi guarisse dalla mia tristezza mi libererebbe al tempo stesso di tutti i miei mali. A meno che
questi mali non siano la causa della mia tristezza.
Ho notato che mi dà sollievo avere con me una grammatica nei miei momenti neri.
In casa o fuori, la parola che mi viene in mente più spesso è inganno. Da sola riassume tutta la mia
«filosofia».
Di tutto ciò che si ritiene appartenente alla sfera « psichica», niente dipende in realtà dalla fisiologia
quanto la noia. La si sente nella carne, nel sangue, nelle ossa, in qualsiasi organo preso
isolatamente. Se la si lasciasse fare, ci distruggerebbe completamente.
Rilette alcune novelle di Cechov, il mio dio durante gli anni di guerra. Delusione. Spiega troppo i
suoi personaggi, fa troppi commenti su di loro. Quello che lo salva è la sua disperazione. Forse non
c’è nessuno scrittore che abbia raggiunto un livello così alto di desolazione.
I francesi non ridono mai wholeheartedly (?), di cuore. Il loro è un riso cerebrale - che non ha nulla
di contagioso né di veramente umano. La falsa allegria di Parigi.
Cinico eppure elegiaco.
I due scrittori francesi più importanti di questo secolo, Proust e Valéry, erano uomini di mondo.
Più avanti vado, meno ho voglia di barare. Gli anni tolgono ogni possibilità al mistificatore che
avrei potuto essere.
«Conosci te stesso». - Mai è stato espresso in una formula più concisa lo stato di maledizione.
Si è invidiosi solo di chi si conosce intimamente.
Qualunque cosa si faccia, qualunque cosa si intraprenda, si è battuti ancora prima di iniziare la lotta.
« La verità resta nascosta a colui che è pieno di desiderio e di odio» (Buddha).
... Vale a dire a qualsiasi vivente in quanto tale.
30 luglio
Morte di Manuel Nunez Morante, farmacista di Santander, uomo di grandissima cultura, e forse
l’amico più sincero che abbia avuto negli ultimi anni. All’inizio del mese mi aveva proposto di
passare le vacanze nella sua casa in Casti-
glia. Vi aveva allestito una grande biblioteca, risorsa e conforto per quando fosse andato in
pensione, pensava. E' morto a quarantacinque anni per un attacco cardiaco, lui che temeva solo il
cancro.
Com’era delizioso, questo Morante, nella sua effervescenza! Il mio dolore non è immenso, ma sarà
duraturo.
Dopo qualche notte di veglia, si è afferrati, aspirati dal vuoto.
Ho trascorso una settimana interamente dedicata a lavori di giardinaggio, vicino a Nantes, dai miei
amici Nemo. Non pensare è una fortuna; sapere che non si pensa è una fortuna ancora più grande.
La stessa che ho avuto io in quelle giornate meravigliose lavorando di zappa dalla mattina alla sera.
La salvezza dalle braccia. Nel lavoro manuale c’è qualcosa che redime.
Insonnia in campagna. Una volta, verso le cinque del mattino, mi sono alzato e sono rimasto a
contemplare il giardino. Visione paradisiaca, luce sovrannaturale. In lontananza, quattro pioppi si
protendevano verso Dio.
Il Vento, questo agente metafisico.
(Sentendolo soffiare dentro un camino in campagna).
Ieri sera, conversazione con un cinese di Hong Kong. Estremamente intelligente e inafferrabile. Il
suo disprezzo totale per gli occidentali. Ho avuto la netta impressione che mi fosse superiore,
sensazione che non provo spesso con la gente di qui. Le sue risposte avevano sempre più di un
senso. Ha studiato economia politica. Abbiamo parlato di Lao-tzù. Non crede nella filosofia
occidentale, che trova verbosa, superficiale, esteriore perché priva di realtà, di pratica.  Con tutto
ciò, molto caloroso, e più gesticolante di uno spagnolo.
Scrivere un testo sulla deliziosa condizione di essere coscienti di non pensare.
Che sia la coscienza del vuoto? Qualcosa di più: il piacere di sapere che non si pensa.
Ci vuole l’ingenuità dello scrittore per credere che scrivere significhi pensare.
Quegli amici troppo solleciti che ci fanno favori che non abbiamo chiesto. La peggior forma di
indiscrezione. Non ci si dovrebbe occupare di noi senza il nostro consenso.
Tutto ciò che penso delle cose è riassunto in questa formula di un rappresentante del buddhismo
tibetano: «Il mondo esiste, ma non è reale».
L’ossessione dell’aggregato, la sensazione sempre più acuta di non essere altro che un effimero
incontro di pochi elementi. E' un segno di lucidità sentire di essere un composto, e non un blocco
senza pecche.
(La meditazione dello scheletro)
(L’utilità di meditare sullo ”    )
Per sopportare l’idea della morte, bisogna sempre tener presente questa cosa tanto semplice eppure
così difficile da accettare, e cioè che siamo fatti di elementi saldati insieme per un attimo i quali
aspettano solo di separarsi. L’idea di «io» come realtà sostanziale, quale ce l’ha insegnata il
cristianesimo, è quella che alimenta di più i nostri terrori. Come accettare infatti la fine di ciò che
sembrava stare così bene insieme?
Penso improvvisamente a Benjamin Constant, con il quale ho tanti punti in comune! Come lui, non
ho che convinzioni impulsive.
Flaubert, attacchi epilettici dall’età di ventidue anni. Perché l’ho frequentato così poco? La sua
malattia me lo fa sentire più vicino.
Di Rivarol è stato detto molto giustamente che ha perso tempo a far «rimbalzare sull’acqua monete
d’oro».
Periodicamente sento il bisogno di immergermi nel buddhismo. Ogni volta è una vera e propria
intossicazione.
Il Vedănta e il buddhismo - il sé e la negazione del sé - due modi di adattarsi alla morte e di
sconfiggerla.
Essenza o aggregato.
Entità o «formazione».
Io, ovvero successione discontinua, serie di momentanei istanti di coscienza.
Realtà della persona ovvero irrealtà dell’ago.
7 agosto - Attacco d’ira alla gare d’Austerlitz, provocato dall’insolenza di una impiegata. Mi ha
fatto stare male per tutta la mattina. La vita è insopportabile in un Paese dove tutti sono irascibili
come me.
Vi sono collere che ti tolgono la pelle e la carne, riducendoti a uno scheletro tremante.
Ho provato a rileggere Cime tempestose. Persino i libri stupendi finiscono con l’invecchiare. Niente
è più mutevole del linguaggio della passione.
13 settembre 1965
Ho appena trascorso un mese stupendo a Talamanca (Ibiza), vale a dire che per tutto questo tempo
mi è riuscito il miracolo di far sparire ogni mio problema. Vivere al livello degli oggetti, non c’è
altra soluzione.
Il sole è una risposta o può esserlo.
Non devo esaltare troppo il paradiso di Ibiza. Vi ho passato più di una notte in bianco. All’inizio mi
è capitato di andare in riva al mare prima dell’alba. Solitudine perfetta. Passeggiata che, con
un’altra cornice, avrebbe potuto essere sinistra. Mi ricordo di una notte in cui, lungo una
strada solitaria, stavo meditando sui miei mali... «Tutti dormono, tranne me» era il ritornello che
ripetevo nel pensiero. Quand’ecco venirmi incontro un cane, che mi fece a lungo le feste. Sono
tornato al mio alloggio completamente riconciliato con le cose, con me stesso.
Ho intenzione di scrivere un saggio sulla condizione che più amo, quella di sapere che non si sta
pensando. La pura contemplazione del vuoto.
«Nessuna creatura può raggiungere il più alto grado di natura senza cessare di esistere» (san
Tommaso d’Aquino).
Ecco la risposta anticipata alle aberrazioni del Superuomo.    
L’uomo è condannato a essere ciò che è. Non può cambiare natura. Non potrebbe (neanche)
migliorarsi impunemente. La sua natura è quella del decaduto. A maggior ragione la sua carriera.
Per più di un mese non ho scritto una sola riga. Scrivere è un’abitudine e un mestiere. Se non lo si
fa ogni giorno, quando ci si rimette al lavoro dopo una lunga interruzione è un vero tormento.
E quando penso che mi pagano per produrre!
16 settembre
Sono uscito a fare una passeggiata verso le sei e mezzo di sera. Folla pazzesca. Non ho mai odiato
tanto Parigi. Devo assolutamente andarmene. Non sono abbastanza decaduto per viverci.
Sade non è né uno scrittore né un pensatore; è un caso, e nient’altro.
(I surrealisti, Blanchot, Bataille, Klossowski si sono completamente sbagliati su di lui).
Ogni sensazione di crudeltà mi ispira. Vivo in una crudeltà a vuoto, in una ferocia astratta,
filosofica, irrealizzata. Nella mia mente si è impigliato e si contorce un animale da preda.
L’assenza di misura nei miei rapporti con me stesso. Mi tratto o troppo bene o troppo male. Non ho
trovato la via più breve per il mio centro.
Mi sono ricordato alcuni dettagli precisi di una relazione vecchia di trent’anni, a Braşov. Cose
morte e sepolte, come non fossero mai esistite. Ho cinquantaquattro anni: dove sono andate a finire
le sensazioni che ho provato per tutto questo tempo? Le ho sentile veramente, visto che sono
tutte sparite? Io sono un estraneo che ha la mia età. Non ritrovo la mia identità, non so più chi sono.
La santa ignoranza.
Per una riabilitazione dell’ignoranza.
Mi consumo a vuoto, sono divorato da una febbre di cui non conosco l’origine.
Vorrei essere solo, solo, solo. E a casa mia c’è quotidianamente una processione di persone alle
quali non ho niente da dire. Bisognerebbe cambiare quartiere, città, Paese, continente, ecc. ecc.
19 sett. Sette ore di conversazione ininterrotta!
Mi interessano solo le questioni religiose, e le circostanze vogliono che parli solo di politica.
B.T., un amico d’infanzia, mi scrive che è amareggiato perché non è riuscito a «realizzarsi».
Un’amarezza ingiustificata. Ognuno si realizza a suo modo. E quelli che pensano di essere rimasti
al di sotto delle loro possibilità si sbagliano. Non hanno che da guardare a quelli che sono riusciti,
che hanno dato tutto, e che, vuoi per merito, vuoi per fortuna, hanno raggiunto la notorietà: sono
relitti, inetti, falliti. - Ho orrore di tutte le persone che si sono realizzate, e che tali sono considerate
dalla gente. Non ho niente da imparare da loro, mi annoiano; mentre a contatto degli altri, che
impressione di ricchezza! Fuggite tutti quelli che hanno un’opera alle spalle!
« In filosofia una questione va trattata come una malattia» (Wittgenstein).
Non c’è niente che mi stupisca e mi disturbi più di un
francese confuso. La lingua rifiuta il caos mentale. Essere confusi significa peccare contro di lei,
contro il suo genio.
Pensare in francese significa tagliarsi fuori dal caos, da tutto ciò che esso comporta di ricchezze e di
sorprese.
Non amo il positivismo logico, non amo disarticolare (smantellare) frase dopo frase, insistendo su
ognuna di esse prima, durante e dopo il lavoro di analisi, di scavo metodico.
Preferisco soppesare una parola piuttosto che una frase, non ho affatto la natura del logico.
Ogni verità è un fardello.
Una verità nuova, un fardello in più.
Meditare significa opporsi al proliferare delle idee, significa fare in modo che una sola di esse vi
trattenga a lungo e abbia il privilegio di occupare la mente in modo esclusivo.
La meditazione: monopolio di una idea su tutto il nostro spazio mentale. Insomma, una monomania
feconda.
L’unica cosa che mi faccia veramente bene è il lavoro manuale. Nient’altro può rendermi felice,
perché nient’altro sospende piacevolmente il turbine degli interrogativi senza risposta.
È da malati mentali credere che il mondo esista, e sempre da malati mentali credere che non esista.
26 settembre. Per tutta la mattina sensazione di benessere, addirittura di felicità. E' il nostro umore,
nient’altro, a decidere della visione del mondo. Ma sull’umore non abbiamo alcun potere.
Per sopportare la morte, per affrontarla con distacco, bisogna ammettere che questa vita è pura
apparenza, che in fondo è irreale - altrimenti non ci si può rassegnare a morire.
Wittgenstein, sapevo che doveva essere un uomo strano: parla troppo spesso del dolore nelle sue
analisi logiche! Era
ossessionato dal suicidio, ci dice Bertrand Russell in una pagina di ricordi su di lui.
Un filosofo nel senso antico della parola, questo Wittgenstein; aveva ereditato una grossa fortuna e
se ne è disfatto distribuendola in giro, per poi andare a fare il maestro in un villaggio (in Austria,
credo).
Birault, che è malato di cuore, dice a Gabriel Marcel: « Non vedo perché dovrei lavorare per finire
le mie due tesi, quando non è affatto certo che possa avere altri sei mesi di vita».
A. - Per lui ho amicizia, ma non stima. O meglio: esiste per me grazie all’automatismo
dell’amicizia.
28 settembre. Ho iniziato un «commento» del nirvana. Ma non ho quasi più il coraggio di
proseguire: una lettera in cui mia madre mi descrive le difficoltà che sta vivendo (deve occuparsi,
insieme con mia sorella, dei tre figli di mio nipote) mi ha fatto sentire all’improvviso la futilità
delle mie preoccupazioni metafisiche.
Questo permanente stato di combustione.
Oggi pomeriggio, pensando che il mio ultimo libro è passato quasi inosservato, ho avuto una
reazione da autore, e cioè me la sono presa con tutti.
Ci vuole un gran coraggio per disperare, ma è vero anche il contrario.
Mettersi in sintonia con un essere umano o con una cosa qualsiasi è un’impresa sempre più difficile
per me. Non essere sullo stesso piano.
L’euforia è una paura esaltante.
Forse nessuno quanto me ha sofferto della presenza immediata degli esseri umani. Il vicinato, di
qualunque genere sia, mi fa letteralmente ammalare. (Ho il «complesso» del vicino).
Tutte le «cose belle» si pagano subito. Sessualità, bisbocce, ecc. Il piacere è una condizione
eccezionale che la natura mostra di non gradire. (Il piacere è un favore che la natura concede solo a
malincuore).
1° ottobre. Ho appena gettato nella spazzatura un mucchio di lettere. Roba del passato, roba del
passato. Roba morta e sepolta. Sbarazziamocene, dimentichiamo.
Questo vecchio terrore: ogni momento si trasforma in passato, sotto i nostri occhi! Ci vuole una
incredibile dose di insensibilità per sopportare lo scorrere del tempo, quandi se ne ha un’acuta
percezione. L’idea di presente è ancora più spaventosa di quella di passato o di futuro.
Giornate, settimane, mesi durante i quali non riesco a fare nulla, a sentire nulla: sono legno, sono
pietra, sono astrazione. Mi rifiuto di immaginare a che cosa possa preludere una condizione simile.
E' come se tutti gli esseri umani fossero morti e io, il sopravvissuto, ancora più morto di loro.
Abbiamo fatto della Storia una sorta di entità, un tempo a sé, un’essenza del divenire.
Che piacere leggere gli Antichi, non avvertire la storia dietro le loro riflessioni!
Mi appassiono solo alle cose futili e alle questioni metafisiche. Tutto ciò che sta in mezzo, e cioè la
«vita», mi disorienta e mi paralizza; non vi aderisco mai.
Ore di tranquilla euforia. E pensare che c’è chi ne gode tutta la vita! Ma ignora la sua fortuna -
altrimenti perderebbe la ragione dalla felicità.
6 ottobre - D’ora in poi non userò più la parola Dio.
Mesi e mesi di malumore. Ognuno deve fare il suo mestiere. Io non faccio il mio, che è pur sempre
quello di scrivere. Di qui il mio rancore nei confronti di tutti, mentre sarebbe più semplice
prendermela con me stesso. Ma anche questo l’ho già fatto: ho esaurito i rimproveri che meritavo da
me stesso.
L’uomo non solo è un animale malato, ma è un prodotto della malattia.
E' una cosa che ho detto spesso, ma che sento il bisogno di ripetere. E' quel che si chiama inventarsi
delle scuse.
Con nervi come i miei, la cosa migliore sarebbe rimanere a letto tutto il giorno e preoccuparsi
soltanto dell’eternità.
Per evitare le ripetizioni bisogna rileggersi, e cioè affrontare una prova terribile per un autore:
conoscere la noia che devono aver provato tanti lettori a contatto con i suoi libri.
8 ottobre
Ieri sera, nella chiesa di Saint-Thomas-d’Aquin, mentre ascoltavo un mottetto di Bach, mi sono
detto che, in fatto d'irritabilità, forse mi ha superato solo Hitler... e che per indole ero un Hitler
senza fanatismo, un Hitler abulico...
Di quelli che ne hanno parlato, soltanto Henri Hell ha letto La caduta nel tempo. Perché recensire
un libro se non si è avuta la curiosità di aprirlo davvero? E poi una recensione va fatta a suon di
citazioni, le uniche a poter dare una idea del tono del lavoro. Ma per fare delle citazioni bisogna
leggere. Sarebbe chiedere troppo ai nostri critici.
Rimbaud ha castrato la poesia per un secolo. Il vero genio rende impotenti quelli che vengono dopo
di lui.
I Koan nello Zen e l’interpretazione dei sogni nella psicoanalisi - le due cose più arbitrarie
(fantasiose) che si possano immaginare.
Non sono uno scrittore, sono uno che cerca; conduco una lotta spirituale; aspetto che la mia mente
si apra a una luce che non ha nome nelle nostre lingue.
Queste crisi di assenza in mezzo alla strada, durante le quali scorgo a un tratto la soluzione di un
certo problema che mi preoccupa. Poi, tornando a casa, quando esamino a freddo la soluzione
intravista, il più delle volte mi accorgo che era frutto di una leggera euforia filosofica senza
alcun risultato fertile.
11 ottobre
Ieri, domenica, ho fatto più di venti chilometri lungo la foresta di Lyons, specialmente nella
stupenda valle della Lovrerie (partendo da Gisors). Oggi, euforia e frenesia filosofica. Il cervello mi
funziona soltanto quando esercito i muscoli. Un giorno o l’altro scriverò un Trattato sul
camminare.     
Ogni stagione mi stringe come una morsa.
OM MANI PADME HUM48
Incontrato X. - Per più di un’ora ha sparlato di quasi tutti i suoi amici, poi delle nostre conoscenze
comuni e infine di tutti quanti. Il tale lo ha deluso, il talaltro pure. Ma chi è, lui, per ritenersi in
diritto di non essere deluso? Che cosa ha fatto che giustifichi le sue pretese? Non è nemmeno
un fallito. Ma «facendo fuori» gli altri, si arroga dei meriti e trova il coraggio di credersi superiore
ai suoi simili. Non c’è niente di peggio di queste orribili persone piene di fiele. Mai più dir male di
qualcuno!
Sono immerso nello Zen. Bisogna che me ne distacchi. Il saggio che voglio scrivere sull'aspetto
positivo dell’esperienza dell’irrealtà devo tirarlo fuori da me stesso, dalle mie riflessioni e
soprattutto dalle mie sensazioni.
Sul satori non si legge; lo si aspetta, lo si spera.
14 ottobre
Oggi pomeriggio mi sono steso sul letto a «meditare». Non ci sono riuscito, ma in compenso mi
sono affiorati alla superficie della coscienza ricordi estremamente nitidi vecchi di quarant’anni.
Come mai nel frattempo erano spariti del tutto? Se non fossero ricomparsi oggi, le esperienze a cui
si riferivano sarebbero svanite per sempre nel nulla.
«... quest’uomo [Mirabeau] che sfidò spesso l’opinione pubblica ma sostenne sempre l’opinione
corrente» (Madame de Staël).
(Parole che si adattano specialmente a Sartre).
Nella vita non ci sono che due atteggiamenti legittimi: il dilettantismo o il Vedanta.
« Il mondo è l’ombra di Dio» (Ibn al-‘Arabi).
Ma forse è più giusto dire:
Dio è l’ombra del mondo.
L’altro giorno Jeannine Worms notava che la gente non osa dire di un deceduto: è morto, ma il più
delle volte dice: non è più.
Tuttavia, ed è questa la cosa terribile, l’eufemismo è molto più brutale dell’espressione corrente.
Non è più!
Queste ondate di violenza quasi quotidiane, durante le quali immagino di essere coinvolto in
massacri, in rivoluzioni senza precedenti in cui rivesto un ruolo fondamentale... E' questo lato della
mia natura che non mi fa sentire veramente a mio agio nell’astrazione pura. Il pensare stesso è per
me una forma di violenza - una maniera di far valere la crudeltà che non esercito.
Il peccato più grave, il peccato senza riscatto: quello di indiscrezione.
«I mali più crudeli sono quelli inflitti a se stessi» (Sofocle, Edipo re).
Parole pronunciate alla fine dal messaggero del palazzo.
Furore ininterrotto per tutta la mattina. Bel risultato, per uno che da qualche mese legge e medita sul
nirvana!
22 ottobre. Devo scrivere qualcosa di importante, intendo dire qualcosa che mi riscatti ai miei occhi.
Sarà come sempre frutto dell’esasperazione. Non ne posso più, devo esplodere, riabilitarmi,
rompere l’incanto del mio decadimento.
23 ottobre. Poco fa ho incontrato per strada la cameriera dell’Hôtel Racine (durante la guerra) e, in
risposta al mio «Come va?», mi ha detto: «Va come deve andare». Questa risposta banalissima, di
colpo, mi ha turbato profondamente, quanto una imprecazione di re Lear. E' l’idea dell’«andare», e
dunque del tempo, ecc. ecc.

Da sempre le parole risvegliano in me un’eco profonda, soprattutto le parole logore, ma comunque


cariche di significato. A volte un’espressione qualsiasi, la più sfruttata, assurge al livello di
rivelazione. Il fatto è che virtualmeme ero io stesso in stato di rivelazione, e aspettavo solo un
segno  perché avvenisse lo straordinario.
Cerco la salvezza, non l’equilibrio. Cerco il nirvana - o la tragedia.
Per quanto possa ricordarmi, il buddhismo mi ha sempre tentato. Ma l’ho anche sempre respinto
all'ultimo momento.  Più che la liberazione, amo la ricerca della liberazione. Altrimenti già da tempo
avrei trovato pace e serenità, e forse anche di più. Se penso che, fra le paure più «serie» provate
nella mia vita, quella di diventare santo non è stata la minore.
Non c’è giorno che non commetta almeno un’azione che dipende innegabilmente da debolezza
mentale. Da debolezza, non da follia.
23 ottobre. Angoscia intensa. È da così tanto che mi sforzo di combattere la paura di morire che
avrei dovuto vincerla. Macché! E' troppo antica, e di quando in quando mi afferra con violenza
raddoppiata. Umiliazione indicibile. Ciò che oggi mi ha calmato è stato il pensiero del
numero incalcolabile di morti che ci sono stali da quando la «vita» ha fatto la sua apparizione. Quei
viventi, uomini o no, sono tutti morti, per così dire, senza difficoltà. Fra di loro, alcuni hanno
probabilmente sofferto di questa paura molto più di me; eppure sono passati dall’altra parte senza
troppa fatica. A dire il vero, non è la morte, è la malattia quello che temo, l’immensa umiliazione
legata al fatto di languire nei paraggi della morte. Non sono abbastanza modesto per saper soffrire.
Ogni dura prova mi sembra un insulto, una provocazione del destino. Fintantoché non si sa soffrire,
non si sa niente.
Sono afflitto da una distrazione cronica. La concentrazione prolungata mi stanca e mi annoia. Per
fortuna sono un maniaco; e l’ossessione costringe a concentrarsi, è concentrazione automatica.
« Lei ha avuto torto a puntare su di me! » si è tentati di dire, nei momenti di scoraggiamento, a
quelli che si aspettano da noi chissà quali miracoli. Restare al di sotto di ciò che si sarebbe potuto
fare, di ciò che si sarebbe dovuto fare... non c’è constatazione più amara.
Il tormento come bisogno, come impulso, come necessità vitale.
Sono sei mesi che non scrivo una sola riga! È la prima volta che mi capita da quando sono
«scrittore».
A ogni pensatore occorre un minimo di cinismo, pena l’imbecillità.
La mia paura della vita è di essenza religiosa (almeno credo).
Prendersela sempre con se stessi, cosa che faccio di continuo, è sicuramente dar prova di ansia, di
scrupolo di verità; significa individuare, punire il vero colpevole. Sfortunatamente significa anche
paralizzarlo, spaventarlo, e con questo renderlo incapace di migliorarsi.
L’eccesso di verità verso se stessi è incompatibile con l’azione. Anzi è nefasto.
Filippo II diede ordine di costruire vicino all’Escorial un ospedale il cui regolamento prevedeva fra
l’altro: « Per dare l’estrema unzione ai moribondi deve esserci una camera a parte, onde lo
spettacolo non abbia a turbare gli altri malati ... Quando uno di loro sarà in agonia, si faccia suonare
la campana, onde nel monastero e in paese si preghi per lui ed egli non abbia a morire come una
bestia».
27 ottobre. Frugando tra vecchie carte, mi è capitato in mano il mio tesserino militare, con una foto
in cui dimostro al massimo diciotto anni. In realtà ne avevo venticinque. Questo incontro inaspettato
con la mia giovinezza è stato come una coltellata al cuore. Quanto tempo è trascorso da allora! E a
che cosa mi sono serviti tutti questi anni? Ho sofferto, ho scritto qualche libro, ho...
Da sei mesi non prendo che calmanti (omeopatici). Come potrebbe funzionare la mia mente? È
addormentata, comunque intralciata da questi estratti di pianta, da questi rimedi della nonna.
Eppure, è di questi rimedi che le mie viscere hanno bisogno. Ho sacrificato la mente, mi sono
sacrificato per un briciolo di salute.
La follia: incapacità di differire l’esecuzione di una idea. Nella follia l’idea si confonde con
l’impulso.
La sventura di essere insieme un impulsivo e un apatico.
Più si va in là con gli anni, più ci si disonora. Disonoriamoci, dunque.
Pur sapendo che, in ultima analisi, tutto è irreale, mi entusiasmo stupidamente per una cosa o per
l’altra. Mi entusiasmo ma non mi appassiono, e cioè non me ne interesso realmente.
A parte la sofferenza, niente esiste veramente. Tutto ciò che ne esula si iscrive in una sfera di
apparenze, esiste approssimativamente.
Con il mio modo di vedere il mondo, non dovrei tormentarmi per alcunché. Invece mi tormento di
continuo, fuorché nei momenti in cui mi persuado veramente che nulla ha un’esistenza intrinseca.
Che sollievo allora!
Il mio compito consiste nel ribellarmi all’uomo. Non gli cederò tanto presto.
Quasi sempre ho finito con l’adottare le opinioni di coloro contro cui ho lottato. (L'Iron Guard,49
che inizialmente detestavo, da fobia divenne ossessione). Di de Maistre, dopo averlo attaccato, ho
subito il contagio. Il nemico trionfa surrettiziamente di un uomo senza carattere. A forza di pensare
contro qualcuno o qualche cosa, se ne diventa prigionieri, e si arriva al punto di amare questa
schiavitù.
La consapevolezza di non fare il mio dovere mi avvelena ogni istante. Invece di lavorare, cincischio
o mi lamento.
Il mio scetticismo non può nulla contro i rimorsi che provo. A che serve aver dubitato di tutto se poi
si giunge a sprofondare in crisi di ordine morale? Che ci si realizzi o no, quale importanza ha? Mi
sono fatto una certa idea di me. Bene. Non è forse ingenuo prendersela per il fatto di non
corrispondere per niente a quest’idea, di non esserne all’altezza? Ho residui di ambizione e di
dignità dei quali mi è difficile liberarmi.
La semplificazione ultima - la Morte.
L’imbarazzo, il disagio che proviamo davanti a quelli che ci «ammirano». Sarà il timore di
deluderli? Sarà il timore che ci deludano loro? Il timore che siano troppo inferiori a noi, e
l’umiliazione di non aver avuto o meritato di meglio in fatto di devoti o di adulatori?
Decisamente La Rochefoucauld si è sbagliato. Non è detto che si debbano amare quelli che ci
ammirano. Anzi, non li amiamo affatto.
L’umorismo di tutti i vinti.
Quasi ogni mattina, al risveglio, per circa mezz’ora sono in stato di ebollizione: tutti i miei antichi
rancori riaffiorano a uno a uno. Poi la furia si placa e, alla sera, mi corico nell’apatia.
Non a un’opera aspiro, ma alla verità. Non a produrre, ma a ricercare. Le mie preoccupazioni non
sono quelle di uno scrittore; sono quelle di un saggio? Nemmeno. Vorrei essere un liberatore.
Rendere l’uomo più libero rispetto a se stesso e al mondo; e perché ci riesca, consentirgli di
servirsi di ogni mezzo. Non lasciarsi trattenere da alcuno scrupolo per vincere la schiavitù.
L’emancipazione a costo del disonore.
Niente è più contrario alla mia natura del voler fare un libro. Io credo soltanto ai valori spirituali, ai
valori che contano in se stessi e per se stessi, e che sono tanto più reali in quanto non danno alcun
segno materiale della loro presenza. Un libro è una traccia di cui diffidare e da cui allontanarsi. Un
libro è il deposito, la feccia dello spirito.
Lavorare per mesi su un argomento che non si riesce a circoscrivere né definire, che neanche si
vede in modo chiaro, brancolare nel vago - è quello che mi capita! Mi interrogo sui limiti della
coscienza, giro e rigiro il problema, e il problema mi sfugge, come se non esistesse. Ed
effettivamente può darsi che non esista.
Ieri ho visto un libretto: Comment guérir de la peur? - L’ho sfogliato senza trovarci niente che mi
fosse del minimo aiuto. Chi mi guarisse dalla paura mi guarirebbe da me stesso. E dopo, comincerei
ad avere una salute intollerabile.
Dharmanairatmya = inesistenza in sé delle cose, pensiero o materia.
Non si può dire niente di niente. Perciò si può impunemente scrivere su tutto.
Il guaio è che una felicità cosciente non è più felicità, come non lo è una felicità che ignora se
stessa.
«Aiutatemi a sopportare la mia felicità! ». Ecco una invocazione che non si sente mai - e che
qualche volta avrei voluto lanciare.
È stato calcolato che, per costruirsi la conchiglia, un'ostrica deve far passare nel suo corpo circa
cinquantamila volte il suo peso di acqua marina.
Io sono soltanto il luogo in cui vari mali lottano fra loro per la supremazia.
Una delle ragioni per le quali nello yoga si regola la respirazione è che questa è considerata una
preghiera continua.
Più sono scontento di me, più sono in collera con gli altri. Che fortuna hanno i fatui! Sono quasi
sempre di buonumore. Lo spettacolo che offrono è penoso solo per gli atrabiliari.
Da un po’ di tempo sono diventato insensibile alla poesia. La mia follia è in ribasso, dopo sei mesi
di calmanti. Di questo passo perfino un pazzo furioso qualificato scenderebbe al livello di un
abulico.
L’unica cosa che mi ispiri è lo spettacolo, o almeno l’idea, del decadimento. Nessuno meglio di me
poteva assaporare il Peccato originale e impregnarsene fino all’ebbrezza.
E' giusta, anche se ridicola, l’osservazione di alcuni «eretici» buddhisti: il Buddha conosce tutto in
fatto di salvezza, ma non conosce tutti gli insetti.
Plinio, che abitava in campagna, sulle occupazioni dei cittadini scrive: «Sembra che, preso da solo e
nel momento in cui lo si compie, ognuno di questi atti sia indispensabile; e tuttavia, non appena li si
considera da lontano e tutti insieme, non hanno alcuna importanza e non lasciano alcun ricordo».
Il desiderio - realtà universale. Il rimpianto stesso è solo un desiderio che ha cambiato direzione. Il
desiderio di ciò che non è più.
Mi rimproverano di scrivere, e perciò di essere in contraddizione con le mie idee; al tempo stesso
mi rimproverano di non scrivere abbastanza. Tutti questi rimproveri vengono dalla stessa fonte. Mi
imputano un’incoerenza che è meno grave di quella che dimostrano loro.
Certo, visti i miei princìpi, non dovrei pubblicare niente. Ma pubblico talmente poco! Appena un
po’ più di quanto scrivo. E poi sento il bisogno di spiegare e anche di giustificare la mia sterilità.
La paura di deludere quelli che ci ammirano ci fa desiderare l’anonimato e ci allontana da ciò che
sappiamo fare.
La malinconia può occupare e colmare da sola tutta una vita.
Appena percepisco fisiologicamente il passare del tempo, provo subito compassione per me e per
ogni cosa.
Sono letteralmente sommerso dal passato, dai miei ricordi più lontani. Soffoco di nostalgia.
Su Sankara
« Il sapere» dice «è tale solo se ha per oggetto l’Essere, la realtà eterna; ogni coscienza che riguardi
l’impermanente, l’apparente, è un non sapere. I passi delle Scritture che si riferiscono all’Essere in
sé portano il sapere, la vidyă; ma quelli che ci fanno conoscere un brahmano contingente, un
brahmano che crea e agisce, un brahmano oggetto di culto, derivano dalla nescienza, dall'avidyă
(Oltremare, L’Histoire des idées théosophiques dans l’Inde, p. 171).
Nel mio articolo sul demiurgo avrei dovuto parlare della distinzione fra brahmano superiore e
brahmano inferiore.
Per sopportare un fallimento dopo l’altro senza il ricorso consolatorio alla Maledizione, ci vuole
«grandezza d’animo», oppure un grande umorismo.
C’è qualcosa di peggio dell’antisemitismo: l’antiantisemitismo.
Domenica 14 novembre
La Ferté-Alais, Boutigny, Maisse, costeggiando l’Essonne, uno dei fiumi più poetici dei dintorni di
Parigi.
16    novembre
La notte scorsa, in seguito a un incubo (una lotta con un assassino!), ho lanciato urla, ruggiti che
avrebbero potuto svegliare tutto il caseggiato. Li ho sentiti benissimo anch’io, non senza una
profonda vergogna.
Sono più incline di altri alla pietà, ma la mia pietà è lunatica, inattiva, irreale, e si rivolge a
chiunque, tranne ai contemporanei.
Amo tutto, eccetto l’uomo. Quando penso a lui, vedo rosso.
Se non posso andare avanti è perché sono vissuto troppo a lungo nell’euforia della sconfitta.
17    novembre
Devo rispondere ad alcune lettere. Scrivo l’indirizzo sulla busta, poi prendo il foglio e, dopo aver
scritto: Gentile signore o signora, mi fermo, colpito dal disgusto. Non ho niente da dire a nessuno,
sono entrato da un pezzo nell’Incomunicabile.
Chi sogna in noi, chi è questo sconosciuto che ogni notte concepisce nuove mostruosità con una
inventiva e una fecondità degne di un genio?
Sono sensibile solo al lato negativo, distruttivo del tempo. Eppure il tempo è anche «crescita»,
«vita», «progresso». - Persino nel seme scorgo l’inizio della putrefazione. Del tempo non vedo che
il lato impuro.
«... la magia della parola giusta» (Baudelaire). Come la conosco questa magia! E il male che mi ha
fatto! È qui che va cercata la fonte della mia sterilità. (Fonte di una sterilità!!).
La tristezza secondo Dio, e la tristezza secondo il demonio.
E' quest’ultima che conosco io, ahimè!
Domenica.
Museo di mineralogia. Quanto deve aver lavorato, quanto deve essersi prodigata la natura per
mettere a punto una tale varietà di forme e di colori! Non le mancano né l'applicazione né
l’immaginazione. L’arte non è niente a paragone.
Sono più di due anni che non vedo X, verso cui ho grandi obblighi di riconoscenza. Invece di
prendermela con me stesso, di accusare me stesso, è lui che detesto. Gli addosso la responsabilità
della mia negligenza e del mio comportamento.
L’epoca inimmaginabile in cui il Tempo preparava i suoi primi istanti.
Aborro il positivismo logico. Considerare la metafisica una «malattia del linguaggio», il prodotto di
una «brutta sintassi », va contro tutto ciò che penso e sento, contro tutto ciò che sono.
Tutto, anche la malattia, piuttosto che l’assenza di tutto.
22 novembre. Non ho pietà di me, però mi faccio pena, arrossisco delle mie miserie. La vergogna e
la desolazione, in parole povere.
Sono dimenticato e merito di esserlo. C’è un limite all’ignavia. Non provo che due piaceri, non ho
che due interessi: leggere e mangiare. Un animale lettore, una bestia da libri.
Meno si è produttivi, più ci si affeziona a quel poco che si fa. Gli scrittori sterili sono così
ossessionati dalle loro opere che non capiscono come gli altri possano fare qualcosa di diverso dal
leggerle e rileggerle.
«Completo ciò che manca alle sofferenze di Cristo nella mia carne» (Col, 1, 24).
Che orgoglio! Più grande di quello del suo maestro.
Via negationis...
Scrivere sul dramma della sterilità nello scrittore, dell’aridità nel mistico. La mancanza di
ispirazione nell’uno, l'impossibilità di pregare nell’altro.
In entrambi i casi, l’assenza di estasi.
(E' una benedizione essere colpiti dalla sterilità, se non ci si deve guadagnare da vivere. Per tutto il
tempo che dura non si consuma la propria sostanza, non ci si impoverisce. E' una condizione
ottimale, a patto di non perseverarvi. Quando vi si persiste, si approda al rimorso e al dramma).
Tutto ciò che penso in fatto di politica è in questa riflessione di Montesquieu: «Gli dèi, che hanno
dato alla maggior parte degli uomini una vile ambizione, hanno annesso alla libertà quasi altrettanta
infelicità che alla schiavitù» (Dialogo di Siila e di Eucrate).
Per me il rimorso è la sola modalità per raggiungere la concentrazione mentale. Tutto il resto è
dispersione, distrazione - preambolo dell’alienazione, secondo gli psichiatri.
«La natura è una casa stregata, ma l’arte è una casa che cerca di essere stregata» (Emily Dickinson).
Non intendo fare l’esegesi del suo sorriso...
Vista l’assenza di risonanza di tutto ciò che scrivo, non dovrei tacere e reeludermi in me stesso? No,
devo continuare come se niente fosse, devo seguire la mia legge.
Lady Montagu - sessantottenne, da undici anni non si guardava allo specchio per orrore della
vecchiaia.
In me c’è qualcosa sia del monaco sia dell’esteta, e naturalmente senza alcuna possibilità di sintesi.
A ogni istante,
qualcuno in me protesta e si lamenta, in attesa di prendere il sopravvento.
Tutti i miei guai dipendono dal fatto che sono troppo attaccato alla vita. Non ho mai conosciuto
nessuno che l’amasse quanto me.
Finché non si è toccato il fondo dell’umiliazione e della vergogna non si ha il diritto di affrontare i
grandi problemi.
Il calvario della sterilità, dello spirito muto.
29 novembre 1965
Non voglio più vedere nessuno, tanto mi vergogno di me. Non so davvero più a chi rivolgere il mio
disprezzo, mi sento più in basso di quelli che nemmeno esistono ai miei occhi.
Mi telefonano per chiedermi se conosco uno scrittore romeno di nome Mihail Sebastian,50 la cui
madre è a Parigi (per dei diritti in Germania). Sono rimasto scosso. Sebastian era appena stato
nominato addetto culturale a Parigi, quando fu travolto da un camion, alla Liberazione. Avrebbe
fatto una grande carriera, perché è diffìcile immaginare un romeno più francese di lui. Che cervello
fine; che uomo ammirevole e tormentato! Ed è sconosciuto. Quale lezione per me che mi lamento
tutto il giorno e maledico la mia sorte! Bisogna abituarsi a pensare alle ingiustizie di cui sono
vittima gli altri per poter dimenticare le proprie. Non dovrei lamentarmi, non ne ho il diritto; d’altro
canto, non posso cantare osanna. Devo trovare il tono giusto fra l’orrore e l’esultanza.
Secondo una leggenda estone, citata da Grimm, «il vecchio dio, quando gli uomini cominciarono a
considerare troppo stretta la loro dimora, decise di disperderli per tutta la terra e di dare a ogni
nazione una lingua propria. Così mise sul fuoco un paiolo d’acqua, ordinando alle diverse
razze di avvicinarsi una alla volta, e di scegliere i suoni di loro gradimento nei gemiti dell’acqua
prigioniera e torturata» (Max Muller).
Sono sei mesi che, per curarmi le budella, mi imbottisco di calmanti: sono letteralmente ubriaco di
tisane, intossicato di sedativi. Il mio corpo ne ha tratto giovamento; ma la mia mente ne è stata
sommersa: è intorpidita, paralizzata da tante cure contrarie ai suoi bisogni e alla sua natura.
Come scrivere, come lavorare, una volta che si è fatto di tutto per farla rinsavire, calmarla,
sterilizzarla? Senza tabacco e senza caffè forse non avrei scritto niente (comunque non in francese).
Ma sono due anni che non fumo più, e sei mesi che non bevo un sorso di caffè. Foglie di ribes,
rosmarino, timo - e poi tutto l’arsenale omeopatico -, come far funzionare il cervello con questi
prodotti soporiferi? Quanto mi costa cara la salute!
L’essere incompresi provoca sia orgoglio sia avvilimento. Di qui l’ambiguità di ogni fallimento. Da
una parte è motivo di vanità; dall’altra ci si mortifica. Come sono impure le nostre sconfitte!
Questo fremito di paura, che è una sorta di ispirazione alla rovescia, e che preferisco alla tetra
neutralità in cui marcisco di solito.
3 dicembre 1965
Sto correggendo le bozze del Sommario, per la collana «Idées». Quanto mi delude questo libro,
anche se so di avervi messo tutti i miei difetti! Lo trovo tedioso, pieno di ripetizioni, pesante sotto
l’apparenza vivace, «sorpassato», troppo lirico e spiacevolmente Spätromantik.
In fondo sono un romantico attardato, salvato dal cinismo.
« Mi vedevo morire dal desiderio di vedere Dio e non sapevo dove, se non nella morte stessa,
dovessi cercare quella vita di cui ero assetata» (Teresa d’Avila).
Concentrarsi, si fa presto a dirlo; ma bisogna anche sapere su che cosa. Lo si sa soltanto sotto la
spinta della passione. E le passioni non si inventano. I problemi sì, ma un problema non è niente.
mente mi impediva di dormire.

4 dic. Ieri sera, dopo mezzanotte, mentre correggevo le bozze del Sommario il frammento
«Filosofia e prostituzione» mi ha scosso oltre il ragionevole. La causa di quella emozione
improvvisa non è stata certo il testo, ma la condizione in cui ero, il leggero fremito interiore che
probabilmente mi impediva di dormire
Ku no shaba ya
Sakura ga sakeba
Saita to te
*
Souffrance que ce monde-ci:
Même quand les fleurs y fleurissent.
Et malgré les fleurs.51
(Le Haiku, tradotto da Georges Bonneau).

Il grande vantaggio di vedere gente è quello di potersi dire che si ha tutto per essere felici, purché si
resti soli con se stessi.
Grimod de la Reynière, gastronomo, diceva che se il Terrore fosse continuato « la Francia avrebbe
perduto finanche la ricetta del pollo in fricassea».
6 dicembre. Sono sbalordito di quanto il Sommario sia un libro distruttivo. Ci vuole più coraggio a
leggerlo che a scriverlo...
Sono sempre stato sensibile ai tracolli degli altri. Quello di d.G. alle elezioni52 mi ha fatto un certo
effetto. Qualche giorno fa stavo quasi per mandargli questa «massima» di Lao-tzù perché la
meditasse con comodo: «Ritirarsi all’apogeo del proprio merito e della propria fama è la via
stessa del cielo».
C’è un tale cattivo gusto in tutto quello che ho scritto! Dovrei controllare il mio umore, invece di
abbandonarmici. Ma il cattivo gusto fa parte della mia natura; liberarmene significherebbe liberarmi
di me stesso.
Ho attaccato il cristianesimo in tutti i miei libri. Mi accorgo che non lo odio più, che non ho più
sentimenti torbidi nei suoi riguardi, e anzi provo un certo rimorso per averne detto male.
La mia grande debolezza è di non essere riuscito a non prendere la vita sul serio.
(= Prendere la vita sul serio - è una debolezza che non ho potuto evitare).
Ho finito di correggere le bozze del Sommario (scritto diciassette anni fa). In fin dei conti, è meno
scadente di quanto non pensassi quando ho cominciato a rileggerlo. Nessuno saprà mai le
sofferenze e le umiliazioni da cui è nato, visto che io stesso le ho dimenticate.
Io che fatto l’elogio dell’ira, ogni volta che riesco a dominarla me ne rallegro e sono contento di
me! - A parte la sessualità, per l’uomo ogni superiorità si riduce a un trionfo sulla natura.
«Uno dei migliori poeti di quel tempo [il Rinascimento], il cardinale Bembo, segretario privato di
Leone X, dissuadeva un amico dal leggere le epistole di san Paolo: il loro latino era mediocre, e
frequentarlo rischiava di guastargli lo stile» (Funck-Brentano, La Renaissance, p. 89).
«... la mia volubile patria» (Voltaire).
Un aggettivo che si addice perfettamente alla Francia.
In una lettera del 22 ottobre 1782 indirizzata a un certo Le Noir, il marchese de Sade dice: «Errori
come i miei non
vengono da un’immaginazione troppo viva, ma da un temperamento logorato».
A quel tempo il marchese era rinchiuso nel mastio di Vincennes.
Vous serez seul dans votre cercueil53 - titolo di un romanzo nero.
E' curioso quanto piaccia il macabro e quanto si provi disagio davanti al tragico. (Il macabro è la
forma grottesca del tragico).
Un ammiratore, fosse pure nostro, è sempre detestabile. Non si sa come reagire nei suoi confronti:
bisogna tenerlo buono o allontanarlo? La disgrazia è che non si può volergliene. Piuttosto che
liberarci di lui, aspettiamo che il suo entusiasmo si spenga.
Nelle nostre vene scorre sangue di scimmia. Bisogna abituarsi a pensarci per non impazzirne.
Lo stato d’animo che capisco di più è quella desolazione che spinge a pregare, ma che non
oltrepassa lo stadio velleitario - è ciò che si potrebbe definire la probabilità improbabile della
preghiera...
L’ansia è segno di vita; è lei che ci mantiene nel tempo; che ci permette di affermarci nel tempo.
Liberarsene, bandirla dalla coscienza, significa privarsi del migliore ausilio che si possa avere nei
conflitti di ogni giorno.
Mi chiedono una nota autobiografica per un dizionario americano degli autori. Sono indeciso se
accettare o no. Mi fa orrore pensare a me come autore, non mi sento scrittore, e del resto non lo
sono. L’idea di parlare della mia «opera» mi dà la nausea. Non c’è nessuno che provi maggior
disgusto per quello che fa e per quello che è.
Io sono come quel pazzo che a tutte le domande che gli rivolgevano rispondeva: «Ich will meine
Ruhe haben » (voglio stare in pace). E' accaduto a Berlino, al corso di psichiatria di Bonhoffen (?).
Mi piacciono solo gli scrittori umorali perché, leggendoli, si avverte il loro respiro e quasi li si vede.
Possono essere esasperanti; in compenso non annoiano mai.
12 dic. Concerto Varèse, a Gaveau.54
Musica che prefigura e commenta l’«èra atomica». Mirabile visione della fine del mondo. E' l’arte,
non la filosofia, a sentire i pericoli che incombono sulla nostra specie. Al pari di quest’ultima, l’arte
non sembra godere di un roseo avvenire. D’altronde, al punto in cui è, come potrà evolvere? Verso
che cosa? L’unica soluzione che resta è l'esplosione.
Sto passando ore, anzi giornate di leggera euforia. Trascorrono fra il pensiero e l’assenza di
pensiero. Ci si abitua a tutto, si sopporta tutto, e - meraviglia! - si sopporta se stessi, si ignora il
disgusto per ciò che si è.
Il violino (come il sonetto) appartiene al passato. Oggi è la periferia dell’orchestra di una volta ad
avere gli onori: tamburo, tromba, ecc.
A sentimenti sotterranei occorrono strumenti adeguati.
14 dicembre. Il vantaggio di ascoltare un’opera senza parteciparvi è che si può studiarne a freddo
l’architettura. Ieri sera, svuotato di ogni possibilità di sentimento, ho seguito Il Messia come se si
fosse trattato di una costruzione formale. E' così che andrebbero lette certe opere, o meglio che
andrebbero rilette, per vedere se, al primo contatto, non fossimo ingannati dall’emozione.
Santità ed esibizionismo. Gli stiliti. Lo scrittore è uno stilita secolare.
Data la mia ossessione del Destino, mi sento più vicino all’Antichità che al cristianesimo (di cui
accetto soltanto l’idea di peccato originale).
H.M. sulla mescalina. Quattro, cinque, sei, quanti libri ha
scritto sull’argomento? Qui si impongono le parole di Voltaire: «Il segreto di annoiare sta nel voler
dire tutto».
Quando non aggredisco, mi addormento.
Il mio «genere»: pensiero ossessivo - stile acrobatico.
«Perdersi in Dio» - non conosco espressione più bella.
L’ansia non è altro che la ruminazione dell’avvenire.
(L’ansia non è altro che la mente fissa all’avvenire).
Bisogna che mi scuota da questo sopore mortale in cui sono caduto.
Malgrado il mio orrore per gli uomini, non mi rassegno facilmente a non essere niente per loro.
Questa incoerenza da parte mia mi fa soffrire e mi umilia.
La sensazione di non aver detto tutto cozza a ogni istante contro quella che non ci sia più niente da
dire. E ciò che ne risulta è per l’appunto niente.
Senza la certezza assoluta dell’inanità universale, non so come riuscirei a sopravvivere a certi
accessi di vergogna per lo spreco che faccio di quelle che possono essere chiamate le mie doti.
Ich habe genug - la cantata che G.M. mi ha fatto sentire l’altro giorno mi ha profondamente scosso,
specialmente il finale, con quel tono di allegria in «Ich freue mich auf meinem Tod».
Schopenhauer aveva orrore del rumore, specialmente dei colpi di frusta in strada.
Invidiava i pipistrelli perché hanno le orecchie provviste di rivestimenti ermetici.
... Chi avrebbe invidiato oggi?
20 dic. Per me il problema più importante è sempre stato quello dell’azione; è il problema di tutti gli
abulici. Questa cosa tanto semplice - agire - per loro è un mistero, una
realtà inaccessibile. Quindi se ne preoccupano, non senza suscitare stupore in quelli che li guardano.
Che senso hanno infatti questi esseri che dedicano più energia al pensiero dell’azione che all’azione
stessa?
Nel libro di Alan Wood su Bertrand Russell, leggo: « Bertrand Russell was a child who began
asking questions, as soon as he could speak - in fact, three days after he was horn, his mother wrote
that “He lifts head up and looks about in a very energetic way”».55
Quando si vuol fare dell’umorismo a ogni costo, inevitabilmente si cade nell’idiozia.
25. Natale. La felicità come la intendo io: camminare per la campagna e guardare soltanto,
esaurirmi nella pura e semplice percezione.
26 dic. Oggi ho camminato cinque ore lungo l’Oise senza fermarmi.
Non c’è che una terapia per i mali dello spirito: la fatica fisica, il moto.
28 dic. Ho passato gli ultimi tempi a leggere sullo Zen fino alla saturazione. E ora, dopo la
tentazione, di nuovo il disgusto della saggezza: ripiombo in me stesso. Per mia grande fortuna. La
saggezza non è la mia via.
Non mi capacito del livello di ambizione che riscontro intorno a me. Perché tutte queste persone si
mettono così in mostra? Potrei trovare una qualche spiegazione al fenomeno, ma ci rinuncio. Negli
altri il desiderio mi lascia stupefatto.
Ho esplosioni di collera a più non posso. Ma non riesco a entrare in uno stato passionale.
Con le cose posso facilmente riprendere contatto ogni giorno, ma non con gli esseri umani. Mi
fanno paura, non so dove incontrarmi con loro, a che livello alzarmi o abbassarmi per trovarmi sul
loro stesso piano.
28 dic. Stanotte mi dicevo che al decadimento cui sono giunto potrebbe strapparmi soltanto
un’opera che fosse un grido e un riscatto, un altro Sommario ma senza lirismo.
E. non conosceva la paura (né il pudore). È impazzita. Nulla è più morboso dell’eccesso o
soprattutto dell’assenza di paura. Solo uno squilibrato trema in modo eccessivo - o non trema
affatto.
Le sospensioni, le lacune dell’istinto di conservazione dipendono sempre da un'incertezza organica.
Tutto è niente, certo; ma non si può essere niente per se stessi; non ci si potrebbe inserire nella
vanità universale. L’io sopravvive alle sue certezze, l’io si ostina.
L’invidia è il sentimento più basso, quindi il più naturale.
Nei Racconti dei Hassidim (Buber) è scritto che il Grande Maggid, Dov Baer di Mezhirech, «una
volta diventato abbastanza noto tra la gente, si mise a pregare, supplicando Dio di rivelargli di quale
peccato si fosse macchiato».
Il più grande peccato che esista al mondo è l’indiscrezione. Quella dei benevoli, di coloro che ci
amano.
(Santa Indifferenza, dove sei?).
31 dicembre. Posso scrivere solo di ciò che provo; ma attualmente non provo nulla.
Per qualche tempo ho smesso di «produrre». Cerco di non provarne amarezza (né vanità). Come ho
potuto dedicarmi tanto allo scrivere? Non c’è niente da fare, la mia sterilità attuale è un’esperienza
dolorosa. Mesi e mesi davanti alla pagina bianca con questo disgusto, con questa impotenza
sgomenta! - Che cosa mi porterà il 1966? L’apatia mi abbandonerà? Ho passato un anno da
semicadavere. Finirò col rinascere? Non ho nemmeno la forza di essere triste. E la tristezza è stata
l’orgoglio della mia vita. Che ne sarà di me, Signore Iddio?
Quello che mi paralizza è che tutti mi sembrano ingenui, compresi i grandi ingegni. Mi sorprende
constatare quanto uno come Nietzsche mi appaia, nonostante il suo brio, o meglio proprio per
questo, così giovanile da far sorridere.
Mi sento molto più affine a Pascal e soprattutto a Marco Aurelio. Non c’è niente da fare: sto
maturando.
1° gennaio 1966. Sono andato a spasso sulla Marna, verso Tribarldon (?). Le inondazioni danno al
fiume l’aspetto di un Mississippi. Cinque ore di cammino quasi sempre con il vento contrario. Gioia
di muovermi, di fare fatica fisica, ma dietro la gioia sentivo la presenza di una malinconia che, a un
certo punto, stava per scatenare una crisi di pianto. Tutto questo senza la complicità di alcun
pensiero.
2 gennaio. Ieri sera nel métro una grassa ruffiana immonda, che parlava un pessimo francese con
accento sudamericano (?), accarezzava la mano di un giovanotto smilzo, anche lui straniero,
probabilmente il suo amichetto, un arabo, a giudicare dall’aspetto. Lo spettacolo era così orrendo
che si stentava a capacitarsene. Non conosco nessun animale capace di ispirarmi una simile
repulsione. Quella schifosa puttana mi ha fatto letteralmente star male. Non è ammissibile che
l’essere umano possa assumere simili sembianze.
La malinconia si annuncia quasi sempre con la voglia di canticchiare vecchie canzonette. Il
richiamo del passato ci mette d’un tratto davanti all’evidenza dell’irreparabile. Non si può sostenere
imperturbabili la sensazione dello scorrere del tempo; l’idea stessa di questo scorrere è dura da
sopportare. Quando penso che tutti gli istanti che ho vissuto sono sepolti per sempre, mi stupisco di
come abbia voglia di viverne altri.
Che in gioventù io sia stato un ambizioso, su questo non c’è dubbio, così come non c’è dubbio che
abbia smesso di esserlo. A volte me ne rallegro, ma più spesso ne sono dispiaciuto, giacché se è
vero che senza ambizione sono diventato in un certo senso superiore a me stesso, è anche vero che
nel contempo ho perduto lo stimolo del mio essere.
Sul lungosenna, in uno scaffale pieno di romanzi gialli inglesi, trovo un san Giovanni della Croce in
formato tascabile! Penso che sia per via del titolo: The Dark Night of the Soul.56 E anche vero che
la copertina era troppo vistosa, e che la confusione era possibile, se non inevitabile.
Datemi un uomo che non giudichi nessuno e lo dichiarerò santo. Esistere significa giudicare,
significa essere ingiusti. Ogni giudizio lo è, visto che nessuno è responsabile di ciò che è e neanche
di ciò che fa. La colpa è alla superficie, al livello delle convenzioni. Non ha più alcun senso appena
si scende verso il fondo delle cose.
Se potessi astenermi da ogni giudizio di valore! Ogni volta che ne esprimo uno, al momento sono
fiero, poi me ne pento e quasi me ne vergogno. La mia tendenza è sulle prime di fustigare, poi di
scusare tutti. Pronunciarsi su qualcosa è segno di cinismo.
3 gennaio 1966. La notte scorsa, durante una veglia piuttosto lunga, di nuovo l’ossessione dello
scorrere del tempo: ogni istante che passava, sapevo che passava e che non lo avrei mai più rivisto.
Di questa successione di punti, ognuno dolorosamente irreversibile, non si prende coscienza finché
si agisce, e nemmeno finché si riflette. Viene percepita unicamente nei momenti in cui siamo esterni
all’esistenza, in cui registriamo in noi solo un gran silenzio, che di norma dovrebbe mutarsi in
preghiera invece di ruminare il suo stesso svolgersi.
Finché un amico è vivo, ci divertiamo a criticarlo, rivelare i suoi vizi agli altri, a quelli che non lo
conoscono intimamente. Quando muore, proviamo un vero dispiacere. Il che però non accade se
scompare uno dei nostri vecchi nemici.
Quattro ore di monologo, in cui ho spiattellato le mie cattiverie più segrete.
E dire che oso criticare gli altri. Che lebbra!
E' meglio uno stile fermo e vuoto che uno stile fiacco e brulicante di pensieri. (Dopo aver tentato di
rileggere Amiel).
5 gennaio. Ieri sera, a una cena, ho saputo che hanno appena ricoverato P. Celan in una casa di cura,
dopo che aveva tentato di sgozzare sua moglie. Rientrando a notte tarda, sono stato colto da una
vera e propria paura e ho faticato moltissimo ad addormentarmi. Stamattina, al risveglio,
ho ritrovato quella stessa paura (o angoscia, se si vuole): lei non aveva dormito.
Era dotato di un grande fascino, quell’uomo impossibile, con cui i rapporti erano difficili e
complicati, ma a cui si perdonava tutto, una volta dimenticati i suoi risentimenti ingiusti, insensati,
verso tutti.
La mente non è quasi nulla quando la si considera nell’ottica della follia. E' alla mercé di un
qualsiasi incidente, funziona grazie a una chimica impura. Basta che un po’ di sangue si raggrumi, e
la sua sorte è segnata. Meglio non insistere su queste miserie.
Quando penso a tutte le astuzie che metto in atto per non lavorare! Che passo avanti non farei se me
ne servissi a fini produttivi!
Immagino spesso di salire sul tetto, di avere le vertigini e di stare per cadere, lanciando un grido.
«Immaginare» non è la parola giusta, perché è una cosa più forte di me, sono costretto a
immaginare questa specie di acrobazia. Probabilmente il pensiero di uccidere viene allo stesso
modo.
Intorno al 1934 ero a Monaco. Vivevo in una tensione che anche ora, quando ci penso, mi fa
fremere. A quei tempi mi sembrava di essere quasi in procinto di fondare una religione, e questa
eventualità mi ispirava un terrore enorme.
... In seguito mi sono calmato... pericolosamente.
Più avanti vado, più mi rendo conto che non sono gli isterici come Nietzsche a potermi aiutare, ma
gli spiriti posati, che hanno conquistato la serenità a viva forza, come Marco Aurelio.
« Presto la terra ci coprirà tutti, e poi lei stessa cambierà; tutto assumerà altre forme all’infinito, e
poi altre ancora all’infinito. Si rifletta su queste trasformazioni, su queste alterazioni che si
susseguono con la rapidità dei flutti, e si proverà solo una profonda indifferenza per tutto ciò che
è mortale» (Marco Aurelio).
Come sono sensibile alla dolcezza di queste banalità! Come mi fanno bene! Sono veramente felice
quando le leggono le medito. Ogni osservazione sulla nostra insignificanza, tutto ciò che vi si
riferisce mi riempie di gioia, e lusinga quanto c’è in me di meglio e di peggio.
Non essere contemporanei di nessuno.
X mi scrive per dirmi che vorrebbe parlare della mia «opera», troppo poco nota. Non so che cosa
rispondergli. A dire il vero, mi dà fastidio sia che se ne parli sia che non se ne parli. Quelli che mi
vogliono bene mi stancano quasi quanto quelli che mi fanno del male. Divina neutralità!
So che cosa bisogna fare per essere un saggio, ma non ho la stoffa per diventarlo.
La mia propensione alla tristezza è ciò che più mi impedisce di accedere alla saggezza.
In un ufficio delle imposte, più di venti persone che lavorano duro, chine su carte che non le
riguardano e per le quali è umanamente impossibile che possano avere il minimo interesse. Fra loro,
una ragazza che sembra un angelo un po’ sciupato. Sarebbe meglio che battesse il marciapiede.
Penare otto ore al giorno su delle cifre! A che cosa si sono ridotti gli esseri umani! Che una ragazza
di campagna preferisca la città, o che un contadino baratti la propria libertà con la fabbrica è una
cosa del tutto incomprensibile.
Capisco sempre meno le nature forti, generose, feconde, in perenne emanazione, sempre contente di
produrre, di manifestarsi, di essere. La loro energia è per me inconcepibile, ma non gliela invidio.
Esse non sanno quello che fanno...
La gratitudine è ciò di cui ci si stanca più in fretta e più profondamente. Ringraziare, ringraziare
dalla mattina alla sera, per tutta la vita, no, a lungo andare non è sopportabile.
Sono nato in un popolo di schiavi; è qui che va cercata la ragione della mia incredibile paura
dell’autorità, di ogni autorità, qualunque sia. Non appena vedo un uomo in divisa o dietro uno
sportello, un impiegato dello STATO, mi blocco.
Il dramma delle persone troppo dotate (Sartre) che possono affrontare qualsiasi genere vogliano,
che producono per deliberazione, per decisione, che possono essere qualsiasi cosa, perché non sono
nulla.
Ho sprecato il meglio di me nelle conversazioni, soprattutto da giovane. I miei libri, sia romeni sia
francesi, sono solo un pallidissimo riflesso di ciò che ero, di ciò che sono.
I miei monologhi frenetici di un tempo non esistono più nemmeno nel mio ricordo. Mi prodigavo
con una generosità che ora rimpiango; si è consumata, non ne restano che briciole. Anche se ancora
ne avessi non potrei più sopportarla, sostenerla fisicamente, per mancanza di energia e di vitalità.
Per alcune virtù ci vuole un determinato corpo.
La crudeltà è la «cosa» più antica che abbiamo. È proprio nostra. Non è mai falsa, poiché la sua
origine si confonde con la nostra. Si dice spesso di qualcuno che la sua bontà è solo apparente,
mentre è molto raro parlare di crudeltà falsa, simulata (mentre si parla raramente di crudeltà...). La
bontà è recente, acquisita, non ha radici profonde nella nostra natura; non è ereditata.
Sono stato invitato a una specie di congresso ad Amburgo. Senz’altro rifiuterò. L’idea di andare là,
soprattutto di incontrare gente, mi dà la nausea. Partecipare alla discussione, poi, è al di là delle mie
forze.
La genealogia della morale è un libro che annuncia tanto il nazismo quanto la psicoanalisi. La
grandezza di Nietzsche è di essere stato il profeta di movimenti e di dottrine che si escludono a
vicenda.
L’idea di scrivere sul museo di paleontologia mi è venuta quando, essendo dimagrito in modo
preoccupante, ero particolarmente incline a riflettere sullo scheletro in genere. Mi sentivo solidale
con tutte quelle ombre, ero una creatura di sole ossa, per me la carne era soltanto un ricordo.
Ogni giorno mi rallegro di soffrire sempre meno di non essere niente agli occhi degli uomini.    I
Per quanto abbia poca stima di me stesso, mi capita di essere indulgente nei miei confronti. Per
fortuna ci sono gli altri! I loro difetti mi rendono più giusto verso i miei.
Finché avrò vita sarò persuaso che la nostra natura è decaduta. Il che mi impedirà di rompere del
tutto con l’essenziale del cristianesimo.
Mai chiedere a qualcuno di scrivere su di me; da parte mia, mai scrivere su chicchessia. (Ah! Gli
obblighi, il dramma della gratitudine, ecc. Meglio uccidermi che prostituirmi scrivendo senza
convinzione).
Verbalmente posso fare più di una mossa interessata; ma mi è impossibile non appena mi metto a
scrivere. Il fatto è che, siccome scrivo poco, credo per forza in ciò che scrivo: per me le parole
hanno un peso, una realtà. Mi sento responsabile verso di loro, senza contare che per me ognuna di
esse ha il privilegio di essere insostituibile.
Perché non smetto di frequentare Marco Aurelio, Epitteto, il Buddha, lo Zen e il resto? Perché vi
ricorro quasi tutti i giorni? Che cosa mi aspetto da loro? - Vedo un’unica risposta: imparare a non
soffrire (più) e a minimizzare le mie miserie. Da solo non ce la faccio: ed è proprio questa la
mia miseria.
È attraverso la musica che si creano i legami più profondi fra gli esseri umani.
Si diventa virtualmente saggi quando si vede di quali follie sono capaci coloro che stimiamo.
Avrei un po’ di considerazione per le mie capacità se sopportassi il mio attuale periodo di sterilità
con indifferenza o ton umorismo. Ma me ne affliggo oltremodo - il che da parte di un «cinico» è
una debolezza inammissibile.
L’ansia - è stata l’ Unterton della mia vita.
La chiave di tutto è l’umiliazione, con ciò che ne consegue. Tutto ruota intorno a essa; ciò che
facciamo in segreto è rimuginarci sopra, in attesa di esplodere.
Ho una tale paura di essere umiliato che, pur di non espormici, preferisco stare in disparte.
Rinunciamo a fare qualsiasi cosa, è più sicuro. L'Io è una piaga aperta. Se non vogliamo soffrire
dobbiamo aggirare l’io, adattarci a vivere senza di lui. Si fa presto a dirlo. In ogni modo, l’io c’è.
Dobbiamo farci l’abitudine, altrimenti c’è il rischio di sanguinare - all’infinito.
I successi disilludono; li si accetta come ovvietà; al contrario, a ogni smacco si reagisce come fosse
il primo; l’esperienza non conta niente, non è di alcuna utilità.
Com’è profonda l’espressione armarsi di pazienza! Ma è proprio ciò di cui si è meno capaci.
Quanto ho sofferto senza darlo a vedere! Quante prove e terrori non sono riuscito a superare! Sono
stati compagni invisibili, che hanno impedito alla mia solitudine di essere perfetta.
14 gennaio. Per strada, poco fa, improvvisa crisi di dubbio, sensazione di essere incompreso,
respinto, emarginato, quasi certezza di un’esistenza episodica, senza eco, entrata nell’anonimato,
ammesso che ne sia mai stata fuori.
L’incredibile attrazione che esercitano su di me i decaduti, la solidarietà che mi ispirano, il fatto che
mi consideri dei loro e che effettivamente lo sia - tutto ciò risale alla mia adolescenza, alle notti in
bianco protrattesi per anni, alla mia volontà lesa, alla mia inadeguatezza al mondo.
Per sfuggire alle seduzioni dell’orgoglio l’unico atteggiamento possibile è quello propugnato da
Ignazio di Loyola (peraltro diffuso nel cristianesimo): considerare che tutte
le doti, tutti i successi che abbiamo non sono merito nostro, ma vengono dalla benevolenza di Dio
verso di noi: le nostre stesse opere le dobbiamo a lui, alla sua assistenza, alla sua grazia, alla sua
misericordia. Se siamo eccezionali, la nostra eccezionalità, la nostra eccellenza è voluta lassù; ci è
donata; non abbiamo alcun diritto di vantarcene. Questa, forse, l’unica via che porta all’umiltà. Ma
per percorrerla è necessaria la fede.
15 gennaio - Se non mi trattenessi, credo che avrei una crisi di pianto senza ragione. Ossia senza
ragione apparente, perché questo pianto emanerebbe, per dirla con Mademoiselle de Lespinasse, da
tutti gli istanti della mia vita.
La notte scorsa ho sognato di essere in Giappone. Strade giapponesi, facce giapponesi, paesaggi
giapponesi - che fatica presuppone una cosa del genere, che dispendio mentale inventare queste
forme mai neanche intraviste. C’è stata perfino la conversazione, non dico in giapponese, ma in
un idioma che non conosco...
Non c’è da stupirsi se l’indomani si è stanchi, si sbadiglia e in pieno giorno si ha una gran voglia di
dormire.
Non c’è di meglio che un libro di grammatica per aiutarci a vincere la malinconia.
La grammatica è il miglior antidoto contro il cafard.
Dedicarsi a una lingua straniera, scartabellare nei dizionari, appassionarsi a inezie, confrontare più
grammatiche della stessa lingua, fare liste di parole o espressioni che non hanno niente a che vedere
con i nostri umori - altrettanti mezzi per superare la tristezza. - Durante l’Occupazione, mi portavo
dietro liste di parole inglesi che imparavo a memoria in métro oppure facendo la coda nelle
tabaccherie o dal droghiere.
17 gennaio. Ieri, domenica, ho passato sei ore nella foresta di Rambouillet. Con la neve, è stata una
esaltazione continua. Come se avessi ritrovato la mia infanzia.
Nietzsche mi stanca. A volte fino al disgusto. Non si può accettare un pensatore il cui ideale è agli
antipodi di ciò
che lui era. Vi è qualcosa di nauseante nel debole che esalta la forza, nel debole senza pietà. E' roba
buona per gli adolescenti.
Vedere sino in fondo alle cose, nella loro vacuità ultima.
Sul mio libretto di assistenza sociale figura la menzione: scrittore non stipendiato. Se si aggiungesse
un altro non davanti a scrittore la formula sarebbe esatta e la mia posizione perfettamente definita.
Al piano di sotto abitano due donne molto anziane. Una mi disturba con la sua radio; quanto
all’altra, che è sorda, parla e le parlano a voce molto alta. Sono in ristrettezze economiche,
prolungano da anni la loro agonia, mi mettono addosso un cafard terribile. Le odio, queste bigotte
che, invece di morire tranquillamente, fanno il possibile per attirare la mia attenzione. Se fossero
delle usuraie, avrei nei loro confronti tentazioni alla Raskol’nikov. Ma anche se non lo sono ho
spesso tentazioni di quel tipo; e se non le metto in atto è perché sono troppo vile e troppo normale.
Ciò che chiedo a uno scrittore è di scrivere correttamente. Che un libro sia scritto bene o male mi
sembra del tutto secondario. Lo «stile», che è stato a lungo una mia ossessione, non mi interessa
più: ci credevo ai tempi in cui Valéry era il mio «idolo». Ora è la sostanza, il «contenuto», ad
attirarmi. D’altronde mi ripugna sempre di più accettare la vecchia distinzione tra forma e
contenuto. Scacciamo questi falsi problemi. Bisogna cercare di farsi capire, punto e basta; rimanere,
se possibile, intelligibili è una meta al tempo stesso difficile e modesta. Atteniamoci a essa, il
resto non conta.
Sbagliano completamente quelli che mi attribuiscono o mi riconoscono uno «stile». Io non ho stile,
ho, come ha notato Saint-John Perse, un «ritmo». Un ritmo che corrisponde alla mia fisiologia, al
mio essere; è la mia cadenza organica, il mio ansimare isterico che riesce a passare nelle frasi. Ma è
sbagliato assimilare questa capacità di proiettarvi i miei moti interiori a uno «stile» o a un qualsiasi
talento. No, non ho né talento né stile, ho un tono cadenzato che deriva, fra l’altro, dal mio
pressoché continuo stato di ansia.
Ho recriminato troppo nella mia vita; è tempo che rinsavisca. Però ho un bisogno organico di
brontolare, perderei il mio equilibrio se riuscissi a neutralizzare il mio scontento. Lasciamo dunque i
nostri umori liberi di scatenarsi, seguiamoli, poiché dopotutto senza di loro manchiamo di identità,
non siamo nulla.
Ho appena letto un articolo di René Guénon sulla « malattia dell’angoscia», intriso del più
intransigente dogmatismo. E' mai possibile scrivere con una simile sicumera e con un orgoglio tanto
più condannabile in quanto si fa professione di impersonalità e ci si accanisce ad accusare l’io
a ogni piè sospinto?
Nella prima metà del secolo ci sono stati in Francia tre ingegni intrattabili, diversissimi fra loro, ma
che, in nome dell’Intelligenza, si sono rivelati tutti di un fanatismo oltranzista: Maurras, Benda,
Guénon. Tre maniaci dell’Intelligenza.
21 gennaio, sabato - Stamattina, invece di lavorare, sono andato in una libreria, dove ho sfogliato
libri per più di un’ora senza alcuna necessità. Ho guardato cose che non mi interessavano affatto, e
il colmo è che sapevo che non avrei trovato niente di interessante. E tutto questo per evitare
il dovere, anzi l’obbligo di mettermi al tavolo di lavoro. Questa abitudine di rimandare all’indomani
è un delitto contro me stesso. Dopo un’ora di inutile «spulciar libri» mi girava la testa. E sono
rientrato con un senso di vergogna e di disgusto che non riesco a vincere. Un individuo spacciato,
un miserabile in tutti i sensi della parola. Come ho potuto ridurmi a questo? Soltanto la
consapevolezza del mio tracollo riesce a superare le dimensioni del tracollo stesso.
L’unica cosa che potrebbe appassionarmi adesso è scrivere un interminabile saggio sul
Decadimento e le sue forme; se non lo faccio è perché tutto ciò che ho scritto finora verte proprio su
questo. Significherebbe degradare, comprimere in sistema i frammenti contraddittori concepiti a
seconda degli umori.
Chi mi guarirà del mio terribile Bildungstrieb? A chi dare la responsabilità del mio amore per i libri,
del bisogno di «coltivarmi», della sete di apprendere, di immagazzinare, di sapere, di accumulare
inezie su ogni cosa? Per ragioni di comodo preferisco attribuire questi difetti alle mie
origini: proveniente da una nazione in cui l’analfabetismo era la realtà dominante, non sono forse,
per la mia curiosità insaziabile, un fenomeno di reazione? O meglio, non devo forse pagare per tutti
i miei antenati per i quali esisteva un solo libro, che loro chiamavano il libro, ossia la Bibbia? E' a
un tempo piacevole e umiliante pensare che poche generazioni fa i miei erano dei selvaggi, degli
indigeni. Giuridicamente erano schiavi, costretti a ignorare tutto; io invece mi sento costretto a
imparare tutto: per questo leggo tutto, al punto tale da non avere più il tempo necessario alle mie
personali elucubrazioni. Le trascuro per sapere che cosa hanno detto gli altri. La mia capacità di
ingurgitare libri è pari solo a quella di ingurgitare cibo: in effetti sono costantemente affamato, e
niente mi sazia - nel mangiare e nel leggere. Bulimia e abulia vanno di pari passo. Ho bisogno di
divorare per sentire che esisto, per essere. Mi ricordo che da bambino a volte mi capitava di
mangiare, da solo, quanto tutta la famiglia. Un bisogno antico, dunque, di rassicurarmi attraverso il
cibo, di trovare certezze attraverso un atto animalesco, di sfuggire alle mie indecisioni, al vago e
all’indefinito in cui vivo, attraverso qualcosa di preciso, di bestiale. Quando vedo un cane o un
maiale avventarsi sul cibo, lo capisco fraternamente. E dire che da mesi le mie letture vertono
essenzialmente sulla rinuncia, e i libri che preferisco sono quelli di filosofìa indù.
I libri che leggo con maggiore interesse sono quelli di mistica e di dietetica. Che ci sia un rapporto
fra loro? Forse sì, se è vero che la mistica implica ascetismo - e quest’ultimo, in definitiva, è solo
una questione di dieta.
Ogni uomo che si manifesti ha la sua ora di gloria, per quanto fuggevole sia.
Domenica - In campagna nei dintorni di Parigi si incontrano soltanto operai portoghesi con cui è
impossibile capirsi. Questo cambia perfino il paesaggio. Il fatto di non riuscire a farsi capire da
questi nuovi indigeni dà l’impressione di essere in qualche posto molto lontano da Parigi.
Sensazione benefica che si vorrebbe provare ogni giorno.
X - brontolone, sempre scontento. Di lui qualcuno ha detto giustamente: «Ha il pessimismo della
gentucca».
Niente è più convincente e insieme più esasperante del pessimismo. Quando leggo un libro nero, ne
condivido gli argomenti finché lo leggo; ma quando l’ho finito, mi detesto per averlo apprezzato,
me ne distacco e cerco in tutti i modi di distruggerne le tesi. Questo mi capita anche (e
direi soprattutto) con i miei stessi lavori, cupi in sommo grado. Quando ne termino uno, provo una
gran voglia di rinnegarlo, lui e tutto ciò che ho fatto; ma non ci riesco, non posso ripudiare il mio
Lebensgefühl, né adottarne un altro, poiché quello che ho è tutt’uno con la quasi totalità delle
mie esperienze, con la mia stessa esistenza. Mi è impossibile cambiarlo o preferirgliene un altro.
L’ansia spinta molto in là, l’ansia grave e cronica, può condurre sia all’eroismo sia all’ignavia. Nel
primo caso si ritorce contro se stessa in un’esasperazione improvvisa, nel secondo si affloscia
irrimediabilmente. E proprio questo afflosciarsi costituisce la regola, esprime la condizione comune,
l’essenza di ognuno di noi, mentre l’eroismo non è che un fenomeno insolito, anzi mostruoso,
dell’ansia.
Quanto sono debitore ai libri distruttivi, negatori, «acidi »! Senza di loro non sarei più in vita. E' per
reazione al loro veleno, per resistenza alla loro forza nociva che mi sono rafforzato e mi sono
attaccato all’essere. Libri fortificanti,  perché hanno risvegliato in me tutto ciò che li avrebbe negati.
Ho letto quasi tutto quel che serve per affondare; ma appunto per questo ho potuto evitare il
naufragio. Più un libro è «tossico», più agisce su di me come un tonico. Io mi fortifico soltanto
attraverso ciò che mi esclude.
Sono certo che la «civiltà» è destinata a scomparire, ma non vedo con che cosa la si potrebbe
rimpiazzare.
Il Sommario e la Tentazione, i miei libri « migliori » a detta dei critici, mi sembrano terribilmente
superati, per la «poesia» che racchiudono, poesia, bisogna pur dirlo, fuori moda, totalmente
romantica, per nulla contemporanea. L’influenza di Rilke, del primo Rilke, è stata tra le più
sciagurate; in seguito la lettura quasi quotidiana di Shelley durante l’Occupazione mi ha estraniato
troppo dall’attualità, dal «gusto» letterario più recente. Capisco benissimo che in Germania, Paese
dove tutto va avanti per decreti, ed è stato decretato che conti solo l’avanguardia, io non abbia
nessun successo.
L’argento vivo addosso, questa è la mia malattia. Non riesco a stare fermo, appena lo faccio divento
nervoso e mi prende un tremito segreto. Mi intorpidisco, mi annoio nella mia stanza. Mi risveglio,
mi sento vivere, mi diverto solo quando decido di uscire. Stare fuori a ogni costo, dimenticare in
mezzo alla folla. Se sto solo è il rimorso, l’esplodere dei miei difetti, l’insopportabile evidenza del
mio decadimento, presente, invasivo, abbagliante. - Sin dall’inizio deve essersi insinuato nella mia
volontà un elemento negativo, una tara congenita che l’ha segnata e fiaccata per sempre.
Posso volere soltanto al di fuori del tempo, e mi sento un Ercole appena immagino di vivere in un
mondo che sopprima la possibilità stessa di agire.
Se volessi definire il mio stato, trovo che l’espressione migliore sarebbe: «Mi hanno fatto il
malocchio». Non posso fare a meno di attribuire ciò che provo all’intervento di qualcuno o di
qualcosa, di una forza ostile che viene da fuori, e non dall’intimo del mio essere. Questo, no,
non può venire da me, io non posso essere così; è qualcosa che mi è caduto addosso. Al tempo in
cui c’erano dèi e demoni le cose erano più semplici, si spiegavano più facilmente e, bisogna dirlo,
più naturalmente: si sapeva dov’era il nemico; ora che ci viene detto di cercarlo in noi stessi, ci
sentiamo imbarazzati, senza contare che la nostra esperienza, o meglio le nostre sensazioni, lo
situano altrove, fuori dal nostro essere, probabilmente perché per tanti secoli ci è stato insegnato a
pensarla così; il fatto è che questa interpretazione viene spontanea, e sostenere il contrario
sarebbe mentire.
25 gennaio 1966
Oggi pomeriggio, dal barbiere. Mi affidano all’apprendista, il quale, tanto per cominciare, mi fa un
taglio col rasoio dietro l’orecchio sinistro. Sento montare la collera, mi alzo per andarmene, poi mi
risiedo come se niente fosse. Per uno irascibile come me è una vittoria. Non è stato del tutto inutile
frequentare la letteratura buddhista: avrò almeno imparato l’orgoglio di vincere la mia natura. Per
una storia del genere, qualche mese fa avrei scatenato un vero putiferio e sarei rientrato nauseato,
malato, furibondo e coperto di vergogna.
Schopenhauer osserva che la Francia, la nazione più leggera, ha prodotto Rancé, il fondatore
dell’ordine più severo che ci sia; avrebbe potuto aggiungere che l’Italia, il Paese più frivolo e più
vuoto, ha prodotto Leopardi, il poeta più pessimista che sia mai esistito.
In gioventù mi è capitato di passare le vacanze in un villaggio dei Carpazi, non molto lontano da
Sibiu (Rìul-Sadului). Mi ricordo che una mattina, dopo una notte in bianco, ho fatto un giro nel
piccolo cimitero invaso da erbacce. Le croci, tutte di legno, ne erano ricoperte. Su una,
nessun nome, solo queste parole appena leggibili, quasi cancellate, e scritte in modo assai
maldestro: «Viaţa-i speranţă, moar-tea-i uitare».57 Sono passati forse più di trent’anni, ma
l’emozione che mi ha dato quell’epitaffio è viva come in quel momento.
Viva l’Inghilterra! Viva il timido, impacciato, rigido inglese!
Questo avevo voglia di gridare dopo la visita di un professore polacco, per niente antipatico, ma
indiscreto oltre ogni limite.
27 gennaio
Stamattina, crisi di indignazione, poi ammorbidimento e disgusto, sentimento di essere vittima di
una ingiustizia abominevole, ecc. E io che credevo di essere guarito dal complesso dell’incompreso.
Non ho mai potuto guadagnarmi da vivere normalmente, vivo e sono sempre vissuto per vie
traverse, se così posso dire.
Modulo delle imposte. Bisogna che mi inventi un reddito! La sola parola ha su di me l’effetto di un
emetico.
La Vacuità per me è tutto quello che fu l’ex Dio.
Non lasciar correre la penna, arretrare davanti alle parole, esecrare l’abbondanza, strozzarsi a forza
di abbreviare -prendere a modello chi... chi? Bisogna rendere la letteratura meno prolissa, e più
ancora la filosofìa.

I francesi hanno tutti i difetti, tranne uno: non sono ossequiosi. Lo hanno dimostrato a sufficienza
durante l’Occupazione; non ne ho visto nessuno che, per strada o altrove, abbia strisciato davanti
all’occupante o abbia assunto un atteggiamento servile (il Collaborazionismo è tutt'altra cosa; i
collaborazionisti si sono venduti: il che è diverso). In questo i francesi hanno una netta superiorità
sui tedeschi, i quali, una volta battuti, strisciano. Ma anche al di là della sconfitta, sono
sempre ventre a terra davanti a un superiore in grado: la loro obbedienza è a base di vigliaccheria
civile e non di consenso all’ordine. Basti pensare ai rapporti fra professori e allievi nelle università:
la vera o falsa cordialità maschera un rapporto tra un dio e i comuni mortali. Del periodo che ho
passato in quelle università ricordo quanto ero nauseato dall’aria beata di quelle biondone sempre in
estasi al cospetto del loro maestro. E dire che una volta avevo una vera idolatria per questa nazione!
Il mio entusiasmo si è spento da un pezzo, ma continuo a rimproverarmelo e ad accusarmi di cecità
e idiozia. Quello che deve avermi affascinato in questi ex germani è stato il fatto di non avere niente
in comune con loro. La tragedia di ogni dissomiglianza essenziale, di ogni attrazione causata da una
profonda incompatibilità. Per mia sventura, ho sempre cercato negli altri ciò che non trovavo in me
stesso, anziché prendere atto delle mie carenze senza lamentarmene.
Ogni giorno mi chiedo se sono un saggio o un malato di mente.
A giudicare dai sogni che faccio, avrei dovuto scrivere racconti fantastici piuttosto che saggi così
posati. Le mie notti non coincidono con i miei giorni; o meglio: di notte ho incubi concreti,
variegati, drammatici, mentre di giorno ho sempre lo stesso incubo monotono, astratto,
fastidiosissimo, che si confonde con le rimuginazioni della mia ansia.
La prolissità di Platone. Già Diogene gli rimproverava la lunghezza dei suoi discorsi.
Questi greci: anche i più grandi avevano qualcosa dell’avvocato.
L’evoluzione nella scuola cinica. «Vivi secondo virtù» aveva detto Antistene; ma a questo principio
socratico era venuto ad aggiungersi un principio nuovo: «Vivi secondo natura» diceva Diogene (in
Charles Chappuis, Antisthène, Paris, 1854, p. 130).
Diogene:
«Il saggio è l’immagine degli dèi, gli dèi non hanno bisogno di niente; meno bisogni si hanno, più ci
si avvicina a loro».
Nulla è più insopportabile di un poeta che riflette sulla poesia, uno ad esempio come Valéry, per il
quale molto tempo fa avevo una specie di culto, e che ora non mi dice più niente.
30 gennaio
Domenica nel Vexin (Santeuil, Marine, Char, Neuilly-en-Vexin, Heaulme).
Su dieci sogni che facciamo, uno solo è significativo, e forse neanche quello! Il resto - scarti, cattiva
letteratura, congerie di immagini grottesche.
I sogni lunghi danno l’impressione che il «sognatore» non sappia come finirli, si sforzi di trovare
una conclusione senza riuscirci. E' esattamente come quando un commediografo moltiplica le
peripezie, non sapendo come e dove fermarsi.
Che ci si annoi sognando? Credo di sì, benché mi sia difficile ricordarmi di un sogno imperniato
sulla noia.
Passare un’intera serata in compagnia di uno che vive nella menzogna, che è un porco e non sa (o
non crede) di esserlo, vi lascia un disgusto che vi ossessiona anche l’indomani e vi rovina la
giornata.
Se non smetto di girare intorno alla saggezza è perché spero sempre di trovarvi un rimedio contro le
mie ossessioni.
X - un farabutto che gioca a fare lo smemorato.
Questa febbre vuota, che non porta a nessuna scoperta, che non trasmette nessuna idea, ma che ci dà
un senso di potenza quasi divino, il quale si annulla non appena si tenta di analizzarlo. A che cosa
corrisponde? Che valore ha? Impossibile saperlo. Forse non ha alcun significato, forse è più
importante di qualsiasi rivelazione metafisica.
Il più grande favore che si possa fare a uno scrittore è impedirgli di pubblicare e soprattutto di
scrivere - per un certo perìodo. Sarebbe un gran vantaggio per lui se esistessero regimi tirannici di
breve durata la cui ambizione fosse quella di sopprimere qualsiasi attività intellettuale. Il rischio per
lo scrittore è di darsi troppo da fare, di non avere il tempo di accumulare. La libertà di espressione
senza nessuna interruzione è nefasta: un attentato alle riserve della mente.
Il solo argomento che io capisca a fondo è quello del rischio della libertà, e del pericolo a cui essa
espone le persone di talento.
Eravamo nei Carpazi. Mio nipote avrà avuto tre o quattro anni. Un pomeriggio, visto che il cielo era
coperto da nuvo-
loni, ci chiama: «Venite a vedere: il cielo è sparito». (In romeno: «Cerul a plecat». Forse sarebbe
meglio tradurre: «Il cielo è appena sparito» o «Il cielo se ne è andato»).
Uno sconosciuto mi chiede di scrivere una breve testimonianza per una raccolta su Jean Genet.
Rifiuto. Parliamo al telefono del più e del meno. Mi dice che Genet è terribilmente invecchiato,
malato, e che non scrive più. (Come gli aveva confessato lo stesso Genet). «Non scrive più» — per
me è stata una pugnalata. E' esattamente quello che succede a me.
La fonte della mia « ispirazione » è la pietà per me stesso. Appena la sento arrivare, penso che
dovrei prendere in mano la penna...
L’unico uomo reale è il contadino (dovrei dire: era, poiché è praticamente scomparso come tipo
umano, per lo meno nelle civiltà industriali). Fare sempre la stessa cosa, ogni anno ricominciare la
stessa vita, come le bestie, gli uccelli, gli insetti - questo è il segreto della vera esistenza.
La monotonia nella natura e non in fabbrica - è ciò a cui l’uomo avrebbe dovuto limitarsi, volendo
agire nel proprio interesse.
Quello che chiamiamo istinto creativo è solo una perversione della nostra natura: non siamo nati per
innovare, ma per vivere.
Se sono riuscito a dominare o a camuffare qualcuno dei miei difetti è perché ho così sofferto di
quelli dei miei amici che ho costantemente cercato di rimediare ai miei.
9 febbraio - Per tutta la giornata confusione, febbre, voglia di gridare, di commettere qualcosa di
grosso, di irreparabile. Crisi di odio per i cinque continenti.
L’uomo modesto non è mai molto infelice. Bisogna avere delle pretese e una buona dose di orgoglio
per soffrire e lamentarsi di ciò che ci capita. Per un’ora di vera umiltà darei tutte le « doti » che
credo di avere.
Attraverso il lucernario vedo un lembo di nuvola illuminato dal sole, sullo sfondo celeste. Il Monte
Bianco non è certo più bello.
La massima stoica per la quale dobbiamo rassegnarci senza protestare alle cose che non dipendono
da noi, e anzi esservi del tutto indifferenti, tiene conto solo delle disgrazie esterne, che arrivano
indipendentemente dalla nostra volontà; ma come farsi una ragione di quelle che provengono da noi
stessi? Se noi soltanto siamo la fonte dei nostri mali, con chi prendercela? Con noi stessi? Ma
dimentichiamo presto di essere i veri colpevoli, e non aspettiamo altro che di scaricare su qualcuno
o su qualcosa il peso della nostra responsabilità.
E' noto che nella vita di ogni giorno gli uomini agiscono per calcolo; ma per le grandi scelte il più
delle volte fanno di testa loro, e non si capisce niente né dei drammi individuali né di quelli
collettivi se si prescinde da questo comportamento insensato, da questo oblio dell’istinto di
conservazione, così frequente nei momenti decisivi di un destino. Che nessuno tenti di decifrare il
«senso» della Storia se non è capace di cogliere la fatalità che spinge l’uomo ad agire contro i propri
interessi. E' come se l’istinto di conservazione entrasse in gioco soltanto davanti al pericolo
di morte imminente, e venisse meno di fronte alla prospettiva di un grande disastro.
Quante ore ho passato a pensare alle lacrime che non ho versato, che non sono riuscito a versare!
Per tutta la vita sono vissuto con la consapevolezza di essere stato spodestato dal mio vero posto; se
l’espressione « esilio metafisico» non avesse alcun significato, la mia esistenza gliene darebbe uno.
Nessuno è più estraneo di me a questo mondo - perciò ho tanto pensato alle lacrime. Potrei scrivere
un intero libro sull’argomento; e uno in effetti l’ho scritto, in romeno. Sentire piangere la propria
carne, sentire nel proprio sangue scorrere lacrime: è in preda a queste sensazioni che si può capire
Plotino quando dice che l’esistenza quaggiù è «l’anima che ha perduto le ali».
Più avanti vado, più mi fa orrore lo sproloquiare; e la letteratura, a parte i grandi, è sproloquio e
nient’altro. Quanto sono insignificanti tanti libri che leggo o sfoglio!
Non si può godere della salute, nessuno è cosciente di star bene — mentre il minimo malessere fa
vacillare la nostra incoscienza naturale. La malattia è la più grande invenzione della Vita.
Forse i miei libri non sono granché - ma almeno hanno il merito di nascere da tutte le mie
sofferenze.
Non bisogna mai rinnegare le proprie origini, anche se si ha ragione di arrossirne. È un’apostasia
vergognosa e d’altronde fisicamente impossibile, una contraddizione in termini. È un rifiuto
dell’identità, come se si proclamasse: «Io non sono io», cosa che si può anche dire, ma che non ha
alcun significato - a meno che non sia una frase retorica o un paradosso di circostanza.
11 febbraio. Pranzo con dei romeni. Sbronza. Mi sono scolato un’intera bottiglia di Bordeaux.
Impossibilità di mantenere il controllo del «mio» cervello. Ho detto fesserie per ore. Quanto è
stupido tutto ciò!
Geniu pustiu58 - è la chiave del mio Paese.
Il Sommario è uscito in edizione tascabile. L’ho visto alla Samaritaine. Dopodiché non resta che
gettarsi in una fogna.
Più siamo meschini, più siamo vicini alla «vita». Infatti è soltanto nelle piccole cose che i nostri
difetti riescono a farsi valere, a dare il massimo. Più l’oggetto di una passione è insignificante, più
essa si anima e si esaspera. Le vere follie nascono quasi sempre per inezie.
12    febbraio. La luce si è spenta improvvisamente e nello stesso istante ho capito che cosa è il buio
in sé, compreso quello della tomba.
Ho una tale vergogna di me che, se potessi piangere, piangerei. Forse sarebbe il solo modo di
vincerla.
Ogni volta che leggo di Lutero, capisco, più che non attraverso altre biografie, perché io manchi di
tempra.
Riguardo al conflitto tra lui e Caetano, ad Augusta, prendo ora le sue parti ora quelle del legato.
Questi era un raffinato, uno scettico, uno spirito altamente civilizzato, e dunque marcio - di fronte a
un barbaro che credeva a tutto ciò che diceva. Duplicità italiana - ingenuità germanica.
La Riforma vale largamente la Rivoluzione francese. I tedeschi, dunque, non sono così immuni
dallo spirito rivoluzionario. Solo che si sono emancipati sul piano spirituale molto prima di
emanciparsi politicamente.
Si direbbe che non siano mai riusciti a riprendersi dalla rottura con Roma, che pure era iscritta nella
loro natura e nel loro destino.
Più invecchio, più manco di carattere. Tutte le volte che lo sperimento, ho l’impressione di essere
uno che non ha capito assolutamente niente.
Gli uomini completi, integri, quelli che, in religione o in politica, puzzano di fede, più che
disprezzarli li invidio.
Non so se in me sia più spezzato il cuore o il senno.
All’inizio della guerra una ragazza mi aveva detto: «Quando penso a lei, la parola che mi viene in
mente più spesso è ondeggiante».
Tutto ciò che deriva da uno squilibrio molto marcato suscita una viva risonanza, specialmente in
letteratura. E se è verissimo che un’opera non può nascere dall’indifferenza e neanche dalla
serenità, questa indifferenza positiva, questa indifferenza decantata, perfetta, quasi trionfale è il
motivo per cui nei momenti difficili, nei momenti di squilibrio, appunto, si trovano così pochi libri
che riescano a calmare o a consolare. Come potrebbero, se sono anch’essi un prodotto
dell’insoddisfazione e dello sconforto?
Mi chiedono in continuazione di scrivere su Tizio o
Caio. Io rifiuto. Al punto in cui sono, la maggior parte delle opere di cui dovrei parlare mi sembrano
soltanto burlette, e mi pentirei di essermici soffermato e perfino di averle lette. Ho praticamente
rotto con i letterati, di qualunque genere.
Uno scrittore che si rispetti teme il successo più che augurarselo.
I romeni. A contatto con noi tutto è diventato frivolo, perfino i nostri ebrei. Li abbiamo isteriliti,
abbiamo fatto perdere loro il genio, soprattutto il genio religioso. Niente rabbini miracolosi da noi,
niente hassidismo. Lo scetticismo viscerale della nostra razza è stato funesto per loro, e il soggiorno
fra noi più nefasto di un’assimilazione. Li abbiamo resi superficiali quasi quanto noi; ancora un po’,
e li avremmo completamente assimilati.
Lutero - il più grande temperamento religioso dopo san Paolo.
Amo i temperamenti aggressivi e contraddittori, violenti e lacerati, che con i loro eccessi vi
stimolano e vi disorientano. La mia abulia necessita della sferza.
Se avessi un minimo di convinzioni per poter condurre una campagna pro o contro qualcosa! Ma io
ho allentato, estenuato, svuotato le mie convinzioni, una dopo l’altra, e nella loro totalità.
I maniaci dovrebbero evitare di essere fecondi, dovrebbero scrivere il meno possibile, altrimenti
rischiano di ripetersi.
Non c’è grandezza se non laddove un uomo è solo contro tutti. La disperazione o l’eresia.
Si sta mille volte meglio in « compagnia » di un gradasso che di un piagnucolone. Mi fanno orrore
quelli che si lamentano sempre senza alcun motivo. E che piacere, invece, passare un’ora con uno
spaccone! Ecco finalmente un individuo che deve fare uno sforzo per essere deluso. Ne cono-
fico uno che, congedato per via di una tubercolosi, mi ha annunciato la cosa come una prodezza.
Dal gradasso al don Chisciotte la distanza è minima.
Quando ho detto a un collaborazionista che gli ebrei sono stati i più efficaci agenti della cultura
tedesca, lui mi ha risposto: «I tedeschi hanno distrutto il loro più grande capitale».
Se i tedeschi hanno primeggiato nella metafisica è perché fra tutti i popoli il loro è quello che ha
meno buon senso.
Bisognerebbe fare appello ogni giorno a un dio diverso per poter affrontare la paura che si rinnova
al termine di ogni notte.
Tutta la letteratura contemporanea, derivando da Rimbaud e dai surrealisti, è fondata sulla
discordanza delle immagini.
In ebraico il Demiurgo si chiama Yaldavaot, cioè «figlio del caos».
Joyce e Wittgenstein (l’ho letto in alcune note biografiche su di loro) amavano in modo particolare
Tolstoj, e soprattutto il breve racconto Quanta terra occorre a un uomo?
Ad un tratto mi viene in mente il primo film che ho visto (nel 1919?) a Sibiu, al cinema Apollo. Il
film si intitolava, se non mi sbaglio, La Signora del Mare (Doamna Mării) (??). Mi ricordo come
rimasi sconvolto alla vista del mare che si agitava sullo schermo. Una sensazione che non avrei mai
dovuto dimenticare; e invece ritorna solo oggi, a quarantacinque anni di distanza!
Perché l’uomo mi interessa al punto da farne la mia unica preoccupazione? Non sarà una via
traversa per mascherare l’ossessione del mio caro piccolo io?
Per uno scrittore, come per chiunque, è meglio essere

fischiato che applaudito. Nell’ignominia si è più vicini all’essenziale che non nella gloria.
Ho appena riletto alcune pagine del Sommano (uscito in tascabile!), e mi ha fatto un certo effetto.
La mia emozione, me ne sono accorto dopo, non era dovuta alla qualità del testo, ma ai ricordi che
vi sono legati, alle traversie da cui è nato.
(Permettere che questo libro cada nelle mani di chiunque mi sembra imprudente. Ha di che
schiacciare un debole e indebolire un forte. Che quantità di veleno devo aver accumulato per poterlo
scrivere!).
Quando scrivevo il Sommario, mi ricordo di aver ripetuto abbastanza spesso: «Ora liquido i conti
con la Vita». Si trattava, bisogna pur dirlo, di un’esecuzione. Tutti i miei libri vengono da questo
stesso spirito.
18    febbraio. È mezzanotte passata. Tensione nervosa ai limiti dell’epilessia. Ho voglia di gridare.
Mi dolgono tutte le membra. Cerco di dominarmi per non andare in frantumi. Non si è
assolutamente niente, ma si può essere qualcuno grazie a ciò che si sente.
Sono indegno delle mie sensazioni.
Quante volte al giorno mi capita di dire: «La liberazione! Non ci sei affatto portato. Faresti meglio a
non parlarne più». - Il fatto è che, per dire la verità, constato a ogni occasione che il «vecchio
uomo» è presente in me con la stessa forza che se non avessi fatto alcun passo verso la saggezza.
Conosco i miei difetti, così come so che non posso correggerli. Che altro mi resta da fare se non
rivendicarli?
Soltanto i vanitosi sono amari.
19    febbraio. Tempo primaverile. E, come sempre, questa mitezza prematura mi sprofonda in un
cafard ora melodioso ora atroce. - Ho tutte le ossa che mi scricchiolano; il che in me è il segnale del
rinnovamento.
Con mia enorme umiliazione, quando meno me l’aspetto, scopro in me reazioni da autore. Questa
sorpresa è ogni volta penosa, e si ripete incresciosamente. Non ho presa sul fondo di me stesso, sul
mio essere, non ho alcun mezzo per controllare i miei segreti, il mio io.
20 febbraio. Ieri sera, fumato hashish per la prima volta in vita mia, in quantità insufficiente, visto
che non mi ha fatto un grande effetto, a parte un leggero senso di piacere (che potrebbe benissimo
essere soltanto un’illusione).
Il romeno - la lingua più brutta e più poetica che ci sia. E se i romeni non sono grandi poeti è perché
la lingua non oppone alcuna resistenza, non rappresenta un ostacolo da superare. La tentazione della
facilità è grande, ed è comprensibile che vi si ceda.
È consolante che ci sia un Piotr Rawicz59 a Parigi.
Provo orrore a manifestarmi. E siccome l’ho scritto a qualcuno, sono fregato, perché comincio a
trarre le conseguenze delle mie idee. Più mi ci conformo, più mi sento precario rispetto
all’esistenza. Ritirarsi definitivamente in sé, come Dio dopo la Creazione!
Dürer, El Greco, Van Gogh.
Non bisognerebbe mai scrivere per fare un libro, ossia non si deve scrivere con l’idea di rivolgersi
agli altri. Si deve scrivere per se stessi, punto e basta. Gli altri non contano. Un pensiero deve
rivolgersi solo a colui che lo concepisce. E' questa la condizione indispensabile perché gli altri
possano assimilarlo con profitto, farlo veramente loro.
L’ossessione dell'opera da creare, da lasciare, mi sembra sempre più puerile. Bisogna essere
qualcuno, l’opera è se-
conciaria: una superstizione tutto sommato piuttosto recente. Quanto erano migliori della nostra le
civiltà orali! In realtà anche gli Antichi avevano il pregiudizio dello scritto. Bisogna risalire a
Omero per trovare un mondo ancora nel vero.
L’orrore, la paura del libro nell’universo rurale: D. Ciotori stava scrivendo in campagna, in Oltenia,
i suoi ricordi d’infanzia, e un giorno racconta al suo vicino, un certo Coman, che parlerà di lui nel
suo libro. Al che Coman gli dice: «Sicuramente ho molto peccato. Ma non credevo di essere così in
basso da meritare che lei mi metta in un libro! ».
Nutro il più grande disprezzo per gli scrittori che pretendono e credono di essere maledetti, mentre
fanno a meraviglia i loro affari. C’è uno che si atteggia a solitario, ma compare nelle riviste,
corteggia i giovani e non perde occasione per far parlare di sé. Il tutto con l’aria apparentemente
distaccata; in realtà con un grandissimo desiderio di essere presente dappertutto.
Ogni scrittore è detestabile in quanto scrittore. Forse bisognerebbe generalizzare: è detestabile
chiunque si sforzi di operare, in un modo o nell’altro.
Il vantaggio di vivere a Parigi è di poter dare sfogo al proprio disprezzo dove e quando si vuole; è
una possibilità che altrove si esaurisce presto per mancanza di obiettivi; qui cresce, soprattutto a
contatto con le persone di talento. Si direbbe che più uno è dotato, più è destinato a deludere
a  livello spirituale.
Costringersi a dare il minimo è diventato il mio motto. In punto di morte, mi piacerebbe dire: «Non
ho fatto tutto ciò che avrei potuto».
Orgoglio a rovescio, temo. Non è forse un inganno, per non dire disonestà, lasciar supporre doti che
non si hanno o che si possiedono solo allo stato embrionale?
Chiunque cerchi elogi o anche una semplice approvazione dimostra di non. essere sufficientemente
orgoglioso.
Il poeta che medita sul linguaggio dimostra che la poesia lo ha abbandonato.
Il colmo della miseria! Oggi i poeti scrivono sulla poesia, i romanzieri sul romanzo, i critici sulla
critica, i filosofi sulla filosofia, i mistici sulla mistica.
Ciò che si fa è diventato l’unico oggetto del fare; il mestiere si è sostituito al reale; gli schemi
all'esperienza; dovunque mancanza di originalità, di vissuto; la riflessione domina tutto; il
sentimento non è più di moda, da nessuna parte - è come se non ci fosse più niente da sentire.
Ogni volta che abbandono un progetto o vengo meno a un obbligo, sulle prime provo sollievo, poi
un po’ di vergogna. E' il sollievo ciò che voglio ottenere; se la vergogna a volte non c’è, lui, invece,
non si è mai fatto attendere.
Accettarsi come si è, unico modo di evitare l’amarezza. Appena «rifiutiamo noi stessi» ce la
prendiamo con gli altri invece che con noi, e non facciamo che trasudare fiele.
Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che cercano il senso della vita senza trovarlo e quelli
che l’hanno trovato senza cercarlo.
I malati sono di una crudeltà assoluta: non hanno pietà per nessuno. - (È una verità che ammette
eccezioni). (E' un tipico esempio di mezza verità).
Non sento nessuna affinità con uno scrittore in buona salute (ne esiste qualcuno, diciamo, per
semplificare - sul genere di Goethe?).
A un gruppo di studenti che mi invitano a fare una conferenza rispondo che «perdo ogni facoltà
davanti alla faccia umana». Parlare in pubblico mi sembra inconcepibile; d’altronde non ne sono
affatto capace. Si tratta di un’incapacità patologica. Appena sono davanti a molta gente (anche degli
intimi, in un salotto), smetto di articolare parola, mi sento come una bestia muta, improvvisamente
ricongiunto a un universo anteriore al linguaggio. Spesso ho pensato a La Rochefoucauld, che si
rifiutò di entrare all’Accademia per paura di dover fare il discorso di rito.
Ascoltando da G.M. due cantate di Bach, esaltazione che sfiora la felicità.
Sono capace di orrore o di rapimento, ma non di felicità. Ho saltato lo stato intermedio fra i due
estremi.
Sono così preso dai miei mali che quelli degli altri sono un peso insopportabile per me. Non ho
spazio da concedere alle sofferenze estranee; le mie mi hanno sommerso, mi hanno fatto capitolare.
Le mie crisi di scoramento culminano sempre in accessi di crudeltà.
23 febbraio - La disperazione è questo, lo stato in cui sono adesso e che non si lascia esprimere.
Vorrei sottrarmici, dormire un’infinità di ore, sino a perdere il ricordo di questi istanti atroci. Chi mi
toglierà questa acidità dalla mente?
La mia viltà di fronte alla «vita», formalità che non riesco a espletare. Com’è tutto ufficiale, perfino
l’esistenza, perfino l'ESSERE.
Non vincerò la paura, questo è certo, ma nemmeno me ne lascerò abbattere. Viviamo insieme, e
forse finiremo con l’andare d’accordo.
Una mente malata, rosa da ossessioni, può salvarsi solo con una sospensione temporanea della
riflessione, con una cura di idiozia.
Tutti gli uomini cercano il piacere - l’affermazione è vera, a patto di aggiungervi che alcuni cercano
il dolore, e anche questo è una ricerca del piacere. E' l’edonismo alla rovescia.
Bisognerebbe essere come Atman, «gioioso e senza gioia», come è detto nella Kaţha Upanişad.
Alles ist einerlei! All is of no avail!60 Sono vissuto aggrappandomi a tutte le espressioni che
traducono la Vanità di ogni cosa.
27    febbraio. Umore massacrante, incapacità di guardare negli occhi qualcuno, tristezza omicida.
Domenica pomeriggio. Sono entrato a Saint-Séverin. Non c’era quasi nessuno, a parte l’organista
che improvvisava, o meglio tentava di farlo. Ma io ero in un tale stato di ricettività che il minimo
accordo mi commuoveva, mi sollevava, mi dava i brividi.
28    febbraio. Un autore drammatico è un uomo d’azione. Dà battaglia con ogni sua
rappresentazione. Penso a Ionesco, al dramma di ogni «prova generale». Ci vuole coraggio per
affrontare o anche solo considerare un fiasco. Ho scritto in francese cinque libri; a parte il primo,
nessuno ha funzionato. Ma non mi sono quasi accorto del fallimento. Il latto è che il destino di un
libro non si decide in una serata. Vantaggio immenso.
È meglio non scrivere più che scrivere un libro come un altro. Evitare a ogni costo di ripetersi. Non
ci si deve lasciar prendere dal proprio gioco. Non c’è niente di peggio dell'automatismo, soprattutto
nel pensiero. Non lasciarsi andare alla facilità del No.
Ho appena comprato i due volumi di ricordi di Matila Ghyka.61 Nel primo vedo la sua foto da
giovane sottotenente di vascello, poi quella di ministro plenipotenziario, carico di decorazioni.
L’unica volta che lo vidi fu a Londra, due anni prima che morisse, in un ospizio per anziani
indigenti. Aveva l’aria stralunata, mesta, smarrita, come se fosse reduce di un colpo apoplettico. Ci
scambiammo qualche convenevole. Per fargli piacere gli dissi: «Accetterebbe che le venisse
dato un premio a Parigi, per esempio quello dell’Académie?». Il volto gli si illuminò all’istante. - Il
contrasto fra quel relitto e le foto brillanti appena viste mi ha quasi dato le vertigini; comunque mi
ha fatto venire il cafard e mi sono buttato sul letto, come per un gran dispiacere.
E' quasi incredibile quanto mi senta affine a uno come La Rochefoucauld. Il motivo è un’identica,
morbosa incapacità di illudersi.
Non scrivere niente che non sia strappato al tuo essere -non scrivere niente di finalizzato a un’opera,
ma solo alla verità.
Ognuno di noi, per tutta la vita, non smette di stupirsi di essere proprio quello che è. Il dramma
dell’unicità è inesauribile e insolubile.
Si è tanto più progrediti nella vita spirituale quanto più si trova inutile ciò che fanno gli altri.
(Questo non ha niente a che vedere con la reazione dell’egoista, il quale, invece, si esprimerebbe
così: « Definisco inutile tutto quello che fanno gli altri»).
Tutti mi sembrano troppo ingenui, perfino l'Ecclesiaste.
Se da qualche tempo faccio tanta fatica a scrivere è perché non apprezzo più né la violenza né la
provocazione; ma sono proprio queste a mettere la mia mente a suo agio e a farla funzionare. La
ponderatezza che mi sono imposto mi toglie ogni facoltà. La saggezza è il mio disastro.
Ho sempre voluto essere solo, se non unico, però mai alla testa degli altri, di nessuno. Comandare,
esercitare un’autorità anche soltanto spirituale mi ripugna enormemente. Vorrei essere tutto fuorché
un dio. Solo all’idea, ogni forma di consacrazione, e particolarmente quella suprema, mi fa uscire
dai gangheri. Amo solo la riservatezza, con l’orgoglio che implica. Essere qualcuno all’insaputa
della gente è ciò a cui aspiro per natura, ancora più che per calcolo o per « ideale ».
Un uomo può migliorarsi solo se, per un caso fortuito, riesce a perdere le sue ambizioni.
Da qualsiasi parte, ma soprattutto a Parigi, non vi è maggior piacere di quello provocato dal crollo
di chi si è fatto un nome. In effetti si perde il nome; la gloria ne era la consacrazione.
Sul camino della mia stanza, una statuina del Buddha e un ritaglio di giornale con la foto di uno
scimpanzé. Vicinanza casuale? Sì, eppure corrisponde alle mie preoccupazioni del momento. Gli
inizi dell’uomo e la Liberazione.
Ogni giorno, a un certo momento che mi è impossibile prevedere, sono preso da questo malessere
che aumenta, che si insinua in me e mi soggioga: è l’angoscia che si fa sentire e si impone, è la sua
ora; raramente manca all’appuntamento.
La mia disperazione nasce quasi esclusivamente dall’abulia, la quale è in contraddizione con una
segreta esigenza morale che esiste e persevera in me nonostante le mie convinzioni così affini
all’universo degli abulici. Ho una nostalgia più o meno inconscia dell’azione, dell’efficienza, del
fare, tutte cose che in teoria disprezzo; ma le nostre teorie non hanno niente a che vedere con le
nostre realtà profonde.
Sono superstizioso fino al ridicolo, non sono entrato del tutto nel gioco della civiltà - per ciò che ho
di vero, appartengo al mondo anteriore al concetto, anteriore alle smancerie della ragione.
Se da un anno sono così dimagrito, il motivo è che dubito terribilmente di me e, cosa ancora più
grave, non mi accetto. Rifiuto me stesso, e di conseguenza il mio organismo ne è scosso. Per
mantenere il peso ci vuole un minimo di fiducia in sé e di speranza. Io passo le giornate in una
desolazione sterile che mi consuma, che mi alleggerisce pericolosamente.
Nell’India antica, saggezza e santità si confondono. Per averne l’equivalente (peraltro tutto
relativo), si immagini la sintesi perfetta di uno stoico e di un mistico cristiano.
Il mio pensiero è monocorde. E tuttavia i mali che lo hanno alimentato sono quanto mai vari. Esso li
ha assimilati tutti, conservandone solo l’essenza che hanno in comune.
Se ho capito qualcosa nella vita lo devo alla mia condizione di vinto. Il fallimento, sul piano
filosofico, è tanto di guadagnato.
Appena ci si sente radicalmente soli, tutto ciò che si prova è più o meno legato alla religione.
Tra l’inquietudine metafisica e l’inquietudine allo stato puro, senza ragione, la differenza è
pressoché inesistente -tuttavia la prima è quasi normale, la seconda necessariamente morbosa.
L’uomo che ha vinto completamente l’egoismo, che non ne serba più alcuna traccia, non può durare
per più di ventuno giorni, insegna una scuola vedantica moderna.
14 marzo. Stamattina mi sono alzato con l’intenzione di lavorare. Dopo aver bevuto quattro tazze di
tè molto forte, mi sono messo a tavolino. Mi telefonano, continuano a telefonarmi. Poi un invito a
pranzo all’ultimo momento. Impossibile rifiutare, per molte ragioni. Torno a casa verso le cinque.
Sonno, malessere, noia. Decido di andare a letto presto. Cena con amici, decisa all’ultimo momento.
Tutti questi attentati sono perpetrati per telefono, strumento diabolico di cui non riesco a liberarmi.
Nei momenti di estrema rabbia contro di me e contro gli uomini, mi aggrappo a Dio. E' ancora
quanto vi sia di più solido.
Poiché l’uomo è un animale malaticcio, ogni suo minimo gesto ha valore di sintomo.
L’uomo passerà.
Amo quella credenza indù secondo cui alcuni demoni sono f rutto del voto fatto in una vita
anteriore di incarnarsi in un essere, nemico mortale di Dio; l’odio infatti porta a pensare a Lui più di
quanto non faccia l’amore.
«L’asino mi dà l’impressione di un cavallo tradotto in olandese» (Lichtenberg).
18 marzo. La fissazione di Valéry per... il teatro. Guaio serio, quasi letale. Lo spirito è
insopportabile quando viene in modo automatico, a getto continuo, riducendosi a una serie di
battute e di freddure. E poi in Valéry c’è quel feticismo dell’intelligenza, della sua intelligenza, che
è davvero esasperante. Essere brillanti non conta nulla, e soprattutto non supplisce all’emozione.
Fino al 1950 (tanto per indicare una data!) ho creduto in Valéry. Ma poi me ne sono
progressivamente distaccato, al punto che oggi mi è del tutto estraneo.
12 aprile. Un hassidico, discepolo del Ba’al-Sem, confessò che avrebbe desiderato pubblicare un
libro se fosse stato certo di avere come unico scopo « il piacere del suo Creatore». Ma siccome ne
dubitava, vi rinunciò.
17 aprile. Finito l’articolo per la «N.R.F.», Paleontologia.62 Divagazioni al Museo di Storia
Naturale. Come sempre, quando finisco un lavoro, prima sollievo, poi dubbio. Ho passato un mese
intero, anzi parecchi, a meditare sullo scheletro e la carogna. Risultato: quindici pagine appena...
L’argomento, è vero, non invita alla prolissità.
Malattia reale o malattia immaginaria, per me è lo stesso. Voglio dire che ho sempre male da
qualche parte, ho una consapevolezza esasperata della mia incapacità di star bene. Più che il corpo,
è il mio essere a farmi male.
La cosa più sciocca, la meno «filosofica» che ci sia, è invidiare qualcuno. Non conosco alcun
vivente che possa ispirarmi imidia. Se si trattasse di oggetti, sarebbe tutto diverso.
24 aprile. Domenica pomeriggio. Esco a fare una passeggiata. Noia mortale. Telefono ad alcuni
amici, che mi invitano a casa loro. Accetto, e subito dopo ecco che la noia raddoppia, diventa
angoscia febbrile. Cosa non avrei dato per rimanere solo, per abbandonarmi al mio stato
d’animo. Impossibile. Non potevo non andarci. E ho parlato per quattro ore del più e del meno. Ora
il rimorso è venuto a sostituire la noia. Che disastro!
La paura di soffrire è l’ostacolo principale al compimento di un essere umano, all’ambizione e al
desiderio di avere un «destino».
In questi ultimi tempi non ho fatto che girare intorno alla filosofìa indù. Ma ne ho abbastanza - per
il momento. In tutto ciò che faccio sono minacciato dalla saturazione. Dietro a ogni sensazione si
cela la noia, la mia sensazione fondamentale. E' lei la verità di tutto ciò che provo, il fondo di
ciò che sono, anzi, di ciò che è, di tutto ciò che è.
Mi piace leggere le biografie, nutrirmi delle manie altrui, trovarvi una giustificazione alle mie. Se
mai ci fu un maniaco su questa terra, sono proprio io.
Una delle ultime disposizioni lasciate da Schopenhauer prima di morire è questa: «Profondamente
indignato per la vergognosa mutilazione che migliaia di scrittori senza giudizio infliggono alla
lingua tedesca, mi vedo costretto a fare la seguente dichiarazione: Sia maledetto chiunque, nelle
future ristampe delle mie opere, cambi consapevolmente alcunché, una frase o anche una sola
parola, una sillaba, una lettera, un segno di interpunzione! ».
E' il filosofo, è lo scrittore a farlo parlare così? Direi tutti e due insieme, e questa combinazione è
molto rara. Di certo uno come Hegel non avrebbe mai lanciato una simile maledizione! Né alcun
altro filosofo di classe, a parte Platone!
Goethe era molto indulgente con quelli che criticavano le sue opere letterarie, ma era intrattabile
quando erano in gioco i suoi lavori scientifici, in particolare la teoria dei colori (per colpa sua ha
litigato con i suoi migliori amici).
Quando si scrive, durante l’elaborazione si trova importante tutto ciò che si dice - quando alla fine il
lavoro è scritto o pubblicato, quale risveglio! Ogni creazione è un sogno (il che vale anche per la
Creazione).
28 aprile. L’altro giorno, in rue Médicis, ho visto passare Sartre a braccetto di una bionda
appariscente. Era tronfio, tutto in ghingheri, vestito all’italiana, con scarpe a punta e tacco alto. A
vederlo così, arzillo e pimpante, ho provato un senso di disagio. Per la sua bruttezza? Non proprio,
dato che, evidentemente, ha un gran fascino. Per la verità non riesco a spiegarmi questo disagio, ma
immagino che sia simile a quello che dovevano provare davanti a Voltaire i suoi contemporanei,
vagamente abbagliati e sicuramente esasperati dalla mostruosa notorietà del vecchietto.
Aver paura della propria ombra. Come non averne? Ho cinquantacinque anni ed è la prima volta in
vita mia che «realizzo» di avere un’ombra - e non sono io a proiettarla, è lei che mi proietta.
30 aprile. Bel tempo; tanta gente. Formicaio assurdo, insensato. Ben venga il Giudizio universale!
Con gli anni perdo sempre di più il gusto del paradosso. E' la verità ciò che mi importa, e non
l’espressione per se stessa. Il tono brillante va evitato come la peste.
I miei accessi di umor nero mi impediscono di avere una linea di condotta a livello spirituale. Passo
da uno stato d’animo all’altro senza alcuna utilità.
Quando si è tormentati da troppi impulsi contraddittori, non si sa più a quale cedere. E' quel che si
dice mancare di  carattere.
Non so ancora se voglio o non voglio raggiungere la notorietà. Se fossi famoso, sono pressoché
certo che non potrei sopportarlo, e comunque lo sopporterei peggio di quanto non sopporti la mia
quasi totale oscurità.
Non scrivere per nessuno, nemmeno per sé, non è forse il solo mezzo per accedere alla verità e
rifletterla? (per mettersi al livello della realtà?).
«Metaphysics is the finding of bad reasons for what we believe on instinct» (F.H. Bradley).
(«La metafisica è la ricerca di cattive ragioni per giustificare ciò che crediamo istintivamente»).
2 maggio. Umore nerissimo. Sono appena stato da una ragazza madre, che abita una stanzetta in
subaffitto, con un bambino di sette mesi e uno di tre anni. Né gas né possibilità di riscaldamento.
Il Luxembourg sotto il cielo estivo, pieno di gente. Idee di suicidio. Davvero non capisco perché io
mi aggiri ancora in mezzo a questo branco.
Di nuovo, tentazione del deserto.
Precipitato in uno stato di non desiderio.
L'a che pro ha la sua utilità. Spinto da accessi di indignazione, negli ultimi tempi ho scritto lettere
di insulti a varie «personalità». Non ne ho spedita nessuna: ho perfino avuto compassione per gli
«insultati», pensavo di essere stato ingiusto nei loro confronti. Gli uomini non possono
essere diversi da quel che sono. Perché disturbarli nelle loro abitudini e nei loro vizi? Ogni volta
che, nella mia vita, ho strappato una lettera dettata da un moto di umore, ne sono stato contento.
D’altronde, quante ne avrò inviate in vita mia? Meno di una decina. Rimaniamo fuori dal gioco,
lasciamo che vi si scottino gli altri.
Sono stupito delle mie risorse di tristezza; da dove possono venire? Sono letteralmente inesauribili.
Quale progresso spirituale potrei mai fare con questo peso nel sangue?
Quando parlo di «liberazione», non faccio letteratura; rispondo a un’invocazione nata dalla mia
mente e dalla mia fisiologia, da tutto ciò che ho di buono e di cattivo, da tutto ciò che vi è di
religioso nella mia desolazione. L’unico «mito» che accetto senza restrizioni è quello del Paradiso
perduto.
I miei stati d’animo abituali, diciamo predominanti: pietà, disgusto, desolazione, orrore, nostalgia,
rimpianti in serie.
Da dove può venire questa tristezza disumana? Ne vedo la causa in un duplice disastro: metafisico e
fisiologico.
Cafard cosmico. Non riesco a sfuggirgli se non rifugiandomi a letto e tirandomi il lenzuolo sulla
testa. Felice oblio, fuga, sprofondamento in una viltà suprema.
La crudeltà come prodotto del cafard. Il gusto della crudeltà è inseparabile dal cafard. Bisogno di
leggere libri sul Terrore.
Nei suoi ricordi Bunin racconta che il principe Kropotkin, tornato in Russia durante la Rivoluzione,
vi fu accolto festosamente. Presto però cominciarono a trascurarlo. Dovette cambiare alloggio più
volte, finendo con l’abitare in un misero appartamentino - abbandonato da tutti. Era molto anziano e
aveva ormai un solo ideale: ottenere un paio di stivali felpati.
Bisogna abituarsi all’idea di essere dimenticati, poi rassegnatisi, e se possibile rallegrarsene. La
cosa più ridicola è soffrirne.
Un imbecille mi tiene al telefono per più di mezz’ora. Non ha niente da dirmi, e io niente da dire a
lui, ma siccome non ho il coraggio di riappendere brutalmente, merito il castigo che mi infligge con
i suoi discorsi idioti. In un certo senso mi fa un favore: mi rivela quanto è profonda la mia viltà, la
mia pretesa «delicatezza».
Il disgusto che mi prende ogni volta che mi chiedono se sto scrivendo, su che cosa, ecc. Se
sapessero! Vergogna, rimorso, esasperazione - non manca niente nel dramma dello scrittore che non
scrive.
Detesto A. quanto mi detesta lui: un Trakl vuoto, un Trakl ormai pieno solo di tic. Un poeta senza
sostanza. Ma se la freddezza è un merito, la sua è perfetta. Ogni parola pesata e soppesata. Poesia in
dosi omeopatiche. Un po’ di respiro, signori miei!
Riferire le cose che sono state dette contro di noi è molto grave. Diffidare degli indiscreti che
apparentemente ci vogliono bene. Raccontano con la stessa facilità le nostre osservazioni velenose.
Gli odii profondi nascono quasi tutti dalle cose riportate. Colui che ci viene a riferire ciò che si dice
di noi è il nostro peggior nemico. E' impossibile non dar credito a una calunnia che sia stata sparsa
in giro su di noi e che ci venga comunicata. Quanto siamo vulnerabili!
Mi lamento degli altri, ma io non sono affatto migliore. Ho tutti i vizi che biasimo in loro. E la cosa
più grave è accorgermi che quel mio difetto che credevo di aver vinto e superato in realtà è sempre
più tenace e non aspetta altro che di manifestarsi. Sono un violento che la sua viltà fa sembrare
saggio. Di cosa non sarei capace senza questa viltà! Bisogna però anche dire che amo la mia
tranquillità, e non mi interessa affatto dare sfogo ai miei impulsi, ai miei istinti veementi.
Fondamentalmente ho un temperamento epilettico.
Ciò che temiamo di più sono le cose che dicono di noi quei nostri nemici che una volta erano nostri
amici. Siccome ci conoscono a fondo e non hanno più alcun interesse a tenerci buoni, danno su di
noi giudizi di una verità insostenibile e senza appello.
L’iniquità non è un mistero, bensì l’essenza visibile del mondo.
Quando ci riportano un giudizio negativo o calunnioso nei nostri confronti, invece di arrabbiarci
dovremmo pensare a tutto il male che abbiamo detto degli altri, e ammettere che è giusto se si fa
altrettanto con noi. Ma questo non succede mai. E i maldicenti sono gli individui più vulnerabili,
più suscettibili e meno inclini a pensare ai propri difetti. Basta riferire il minimo pettegolezzo su di
loro perché perdano la bussola e si scatenino.
Il padre di Saint-Simon aveva settant'anni quando ebbe suo figlio. Siccome fu lui a occuparsi della
sua educazione, gli impose lo stile e la lingua dell’inizio del Seicento. Il che spiega molte delle
anomalie e delle curiosità che troviamo nel memorialista.
7 maggio. Una violenza che non trova sfogo, che, repressa, è costretta a vegetare, a marcire, ad
attendere indefinitamente la sua ora - è cosi che vedo il mio caso.
(P.S. Poco fa pensavo che se mai dovessi commettere un delitto, quest’affermazione potrebbe quasi
costituire una prova a mio carico...).
Peccato che io non sia un romanziere! Tutto quanto c’è in me di impuro, di torbido, di malvagio,
tutto ciò che è misfatto e velleità di misfatto starebbe così bene addosso a un personaggio, a un
assassino irreale!
Cena fuori. Un francese di origine russo-polacca, al quale chiedo se sa ancora il russo abbastanza
bene da poter leggere una poesia, mi dice: « Non ho provato, non ho tempo ».
Quando dico alla moglie di questo signore, una grassona di una stupidità mostruosa, che in Russia
solo poche persone molto colte sanno il francese, lei mi risponde: «In Russia tutti sono colti, tutti
sono intelligenti. Non è più come prima».
«Per essere felici bisogna avere lo stomaco buono e il cuore cattivo» (Fontenelle).
« Il più gran segreto della felicità è stare bene con se stessi» (Fontenelle).
Di Fontenelle, Madame Geoffrin diceva che in compagnia dava tutto, « tranne quel grado di
partecipazione che affligge ».
Amo quella setta ebraica, credo del Settecento, nella quale ci si convertiva al cristianesimo per
gusto e passione del decadimento.
Ho notato che in tutti i momenti fondamentali della mia vita, dopo alcune riflessioni di ordine,
diciamo cosi, elevalo, i miei pensieri prendevano invariabilmente una piega meschina, terra terra,
addirittura grottesca. E' sempre stato, è ancora così in tutte le mie crisi: non appena si fa un
balzo essenziale fuori dalla vita, la vita si vendica... e vi riporta al suo livello, anzi sotto il suo
livello.
La crudeltà e la pietà, entrambe astratte, cerebrali, sono i miei tratti caratteristici. Tiranno o
eremita, ecco che cosa potrei essere: un mostro in entrambi i casi.
La maggior parte delle mie giornate trascorre in una febbre metafìsica senza pensiero.
Una storia noiosa di Cechov, una delle cose migliori che siano mai state scritte sugli effetti
dell’insonnia, o meglio sull’irrompere dell’insonnia in un’esistenza.
Ciò che rende interessante un libro è la quantità di sofferenza che contiene. Non sono le idee, sono i
tormenti dell’autore a catturarci; sono le sue grida, i suoi silenzi, il suo smarrimento, le sue
contorsioni, le sue frasi cariche di insolubile. Di regola, è falso tutto ciò che non nasce dalla
sofferenza.
Se c’è qualcuno a cui si possa applicare l’affermazione di Fontenelle secondo la quale il vero
segreto della felicità sta nello «stare bene con se stessi», quello sono proprio io, ma negativamente.
Per quanto mi dia da fare, non riesco a riconciliarmi con me stesso, sono sempre in cattivi
rapporti con il mio «essere». Il furore in me non ha limiti, che ne sia io l’oggetto o che lo sia
l’universo - indifferentemente.
Un indio convertito al cristianesimo si lamentava di dover diventare pasto per i vermi invece di
essere mangiato dai suoi figli, sorte onorevole che avrebbe avuto se fosse rimasto fedele alle
credenze della sua tribù.
Se mai c’è stato un rimpianto legittimo, è proprio questo.
Sono fatto per sopportare i colpi metafisici, ma non quelli della sorte. Per non dover risolvere le mie
difficoltà pratiche le ho trasformate tutte in problemi. Di fronte all’insolubile, finalmente respiro...
Gli ebrei non sono un popolo, ma un destino.
Mi interessa sempre di più la Mongolia, il cui corso storico è di quelli che mi attraggono.
Diffìcilmente si troverà un altro esempio di gloria così grande seguita da una decadenza così
penosa.
«Per l’uomo moderno, la morte non può essere raffigurata né con un giovane che smorza una torcia
né con una Parca né con uno scheletro; è l’unico a non aver trovato un simbolo per lei» (Max
Scheler, Mort et survie, Aubier, Paris, p. 41).
14 maggio. Nervosismo da Apocalisse.
Stamattina ho spostato il mio tavolo da lavoro quattro volte* nella speranza di trovare il luogo
propizio per « operare». So bene che il vizio sta in me e non nel tavolo, ciò nonostante la commedia
è durata tutta la mattina.
E' un peccato che non creda nella psicoanalisi, perché avrei proprio bisogno che qualcuno
sbrogliasse il mio caso in un modo o nell’altro. Del resto sono assai più di competenza del
confessionale che non di questa tecnica dubbia.
* OTTO VOLTE.
A proposito di ciò che Scheler dice sulla morte. Se l’uomo moderno non ha trovato simboli per lei è
perché, non avendo più alcuna credenza religiosa precisa, non saprebbe dove cercare gli elementi
necessari all’elaborazione di un simbolo. A quale immagine potrebbe aggrapparsi se per lui la morte
non è nient’altro che un meccanismo? Un processo non evoca nessuna immagine né a maggior
ragione un simbolo.
Logia, i discorsi di padre Pouget, pubblicati da Jacques Chevalier. Non ne ho trovato nessuno che
mi abbia colpito veramente. Tutto era nell’uomo, nella sua presenza, nelle sue inflessioni.
Quell’impressione di profondità visibile, di santità, non trapela dal testo. Perfino la santità è una
questione di accento.
Ciò fa pensare a quelle conversazioni brillanti, o addirittura straordinarie, che perdono ogni sapore
appena le si mette per iscritto. Bisogna parlare delle figure che ci affascinano, bisogna descriverle,
ma senza cercare di darne un’idea attraverso i discorsi che facevano. - Nel Portrait de M. Pouget il
meglio lo dà Guitton, con quello che dice sulla fisionomia e le singolarità del padre.
Tutto è difficile per me, perché ogni istante equivale a un ostacolo. Il Tempo è spezzettato in una
infinità di intralci, che lo bloccano e mi bloccano. Questa discontinuità è sinonimo di desolazione.
Se sapessi quanto sono penoso mi ucciderei, questo è certo.
È al tempo stesso strano e normale che un uomo inidoneo alla salvezza come me abbia fatto di essa
l’unico tema di meditazione.
15 maggio - Dopo una notte insonne, domenica in campagna. Tutto mi sembrava irreale nella bella
foresta di Compiègne: ci sono davvero andato? Il mondo esiste solo per chi dorme; per chi veglia e
deve affrontare il giorno, tutto diventa sogno.
Dimettersi, «presentare le dimissioni», abbandonare, capitolare, prendere congedo e soprattutto
congedare, essere congedati... ecc. ecc... trovo un piacere quasi sano in tutte le sfumature del
fallimento.
X, critico letterario, romanziere, ecc. - Non c’è rimedio alla sua confusione interiore, al suo caos
congenito.
M. Blanchot parla dell’«oscenità disonesta» (?) di Chateaubriand, che egli contrappone a non so
quale «purezza» di Sade...
Mancare di percezione e di buon senso fino a questo punto è sconcertante.
19 maggio. Ascensione.
Che il cafard abbia un sostrato organico, bisognerebbe essere pazzi per negarlo; oppure non averlo
mai provato veramente.
Il più delle volte il cafard è una fatica che ignora se stessa.
Il più delle volte il cafard è il bel nome di una fatica che ignora se stessa.
Oppure: è una stanchezza dalla sfumatura metafisica.
tendenza
Per alcuni (Proust, Hitler...) la prospettiva di morire è di stimolo a un attivismo rabbioso: vogliono
finire tutto, concludere la loro opera, immortalarsi grazie a essa; non hanno tempo da perdere, sono
incalzati dall’idea della loro fine - per altri invece quella prospettiva è paralizzante, li porta a una
saggezza sterile che li distoglie dal lavorare: a che cosa servirebbe? L’idea della loro fine li
incoraggia nell’apatia anziché scuoterli, mentre nei primi mette in moto tutte le energie, le buone
come le cattive.
Chi ha ragione? Dove sta il buon senso? Difficile dirlo, tanto più che entrambe le reazioni sono
giustificate. Tutto dipende dalle nostre inclinazioni, dalla nostra natura. Per conoscere veramente
qualcuno, bisognerebbe sapere che cosa fa scattare in lui il pensiero della fine: è un pensiero che
esalta o che intorpidisce? Beati quelli che si mettono a sgobbare perché pensano che moriranno,
quelli che trovano in questa idea il più dinamico degli impulsi! Meno beati quelli che depongono le
armi e attendono, perché hanno troppo tempo per considerare la loro fine. Continuano a morire in
ogni istante che dedicano all’idea della morte: sono moribondi nel vero senso della parola,
moribondi inesauribili.
La Mongolia, Paese che amo perché ci sono più cavalli che uomini. Un giornalista inglese riporta le
parole di un giovane indigeno il quale lamentava che il suo Paese superasse a stento il milione di
abitanti: «Eppure abbiamo dominato la Russia, la Cina e l’India».
Da settecento anni la Mongolia è in decadenza. Una decadenza addirittura unica, senza precedenti,
uno sfacelo storico allucinante. Un Paese che ha perso tutto. Il più grande impero che sia mai
esistito (in estensione, naturalmente) ridotta a un piccolo popolo, apparentemente votato
alla mediocrità. Ma forse il suo destino non è segnato. E' meglio essere mongoli che appartenere a
un Paese senza passato e senza avvenire. Se fossi mongolo, sarei orgoglioso come se fossi ebreo -
(in nome di un passato così insolito).
21 maggio. Oggi, sfogliando un brutto libro su Rimbaud, vedo la riproduzione della cartella clinica
dell’ospedale La Conception, dove fu ricoverato dopo il ritorno a Marsiglia. Alla voce
«Professione» si legge: Commerciante... Ho provato un colpo al cuore. Raramente una cosa che
sapevo mi ha dato un’emozione così violenta. Dopo un simile choc, fuggire in qualche deserto
sembra l'unica via d’uscita che ancora si offra allo spirito.
La cosa più grave per uno scrittore, e particolarmente per un poeta, è fare il proprio gioco.
Avere gusto significa saper cancellare. L’accumulo di trovate è un accumulo di debolezze.
talento
E' meglio deludere per laconicità che per profusione.
In tutti i momenti di vuoto, di nulla interiore, di aridità senza appello, mi aggrappo al linguaggio,
peggio: alla grammatica.
Interessante libro di Gusty Herrigel sulle composizioni floreali giapponesi.
A forza di voler correggere i miei difetti non mi raccapezzo più.
Ikebana - così si chiama in giapponese l’arte di disporre i fiori.
Credo che sarei il peggiore psichiatra immaginabile, perché capirei tutti i miei malati e darei loro
ragione.
Mozart e il Giappone sono i successi più raffinati della Creazione.
A volte mi dico: Tu sei l’uomo più logorato che conosca. -Esagerazione o no, poco importa; sta di
fatto però che, paragonati a me, tutti mi sembrano di un’incredibile freschezza, fisica e morale. E'
un’impressione che viene anche dalla mia antica, delirante convinzione di essere il solo a non
lasciarsi ingannare, mentre tutti gli altri sono creduloni, facili da abbindolare, sprofondati per
sempre nell’illusione, inidonei al risveglio, alla verità, all’irrimediabile.
Poter visitare la Terra dopo una guerra atomica in piena regola è un desiderio legittimo, però...
Ogni stagione mi mette a dura prova: la « natura» muta e si rinnova soltanto per colpirmi.
Penso a quel poetastro che si è sentito offeso perché nel «Mercure» figuravo prima di lui. Gliene
voglio e non gliene voglio allo stesso tempo. Il mio primo impulso è la vendetta, ma la riflessione
mi invita a dimenticare, altrimenti...
In me il perdono è sempre un secondo impulso, frutto della consapevolezza che ho dell’inanità di
qualsiasi gesto.
24 maggio 1966. S., figlio di un’amica, ventun’anni, è piombato da mesi in una crisi depressiva da
cui non riesce a uscire. Devono ricoverarlo in una clinica. Insonnie, disgusto di tutto, ecc. Penso di
essere a metà strada fra il suo stato e quello normale.
D. vuole mandarmi un manoscritto in cui parla degli orrori che ha conosciuto nelle prigioni di
laggiù. Ma le sue sofferenze non interessano a nessuno qui: come fare a dirglielo? E' laggiù che
avrebbero un significato e un’eco, oltre a un valore letterario; in Occidente, non hanno
nemmeno una portata aneddotica. - La gente del mio Paese ha il dono di soffrire inutilmente e a
sproposito.
Sono nato in un Paese in cui l’attività principale di ogni uomo consisteva nel rimpiangere. I miei
antenati non erano certo protesi verso il futuro. E non sarò io a biasimarli per questo. Razza
elegiaca, scettica, diseredata.
Vernissage di D.Th. - Incontro Léonor Fini, che non vedevo da anni e che mi tratta con freddezza:
perché? Non vale la pena di frequentare la gente se non si riesce a dissimulare i propri sentimenti.
24 maggio. Sono andato a un cocktail dove non conoscevo nessuno. Fastidio, disagio, disgusto. Che
cosa stavo cercando lì, santi numi?
Quando si è poveri si hanno degli obblighi, e gli obblighi implicano umiliazioni. Per me
un’umiliazione è vedere gente (... lo è diventata, piuttosto, perché c’è stato un tempo in cui una
stupida curiosità mi faceva frequentare i salotti).
Un pranzo dove ci siano più di quattro persone mette a dura prova. Per la verità, qualsiasi «società»
mi rende prima depresso, poi furente.
Accetterei di vedere gente se fosse permesso schiaffeggiare.
Nostro Padre il Cafard.
È disdicevole lamentarsi della vita finché ci si può ritagliare un’ora di solitudine al giorno.
Tutti i congegni, tutti gli arnesi inventati dall’uomo si trasformano in strumenti di tortura e si
ritorcono contro di lui. E in modo particolare ciò che fabbrica per il proprio piacere.
Il senso della mia esistenza? Accumulare stupori...
Bisogna cancellare se stessi quando si legge una poesia, e non sostituirvisi, come fanno invece tutti i
francesi quando si ostinano a leggerne. Quei tremolii della voce, quegli impeti retorici,
quell’istrionismo, quelle inflessioni nasali distruggono la musica interna, inconfessata della poesia
con una sorta di volgare sovraccarico melodico, falsamente patetico. La causa di questa
falsificazione, di questo attentato all’essenza della poesia è il teatro - bisognerebbe proibire agli
attori, e soprattutto alle attrici, di recitare il benché minimo verso, in Francia, beninteso. Le donne
assumono un tono di voce accorato o urlante, sembra che le stiano violentando. E' il solito bisogno
di mettersi in mostra, di recitare, che è un tratto nazionale, così funesto all’espressione, al dire.
L’attore è nemico della poesia.
«Nel 1928 il Maestro Takeda invitò a Sandai i maggiori Maestri di Fiori del Giappone, e io ho avuto
modo di assistere a quelle riunioni. Ognuno di loro doveva prodursi in lavori rappresentativi del suo
modo di interpretare l’arte floreale. Iniziavano la mattina presto, e le loro opere erano esposte in
vasi scelti con cura. Fino a sera era una sfilata ininterrotta di visitatori competenti e rispettosi, che
non si stancavano di ammirare la perfezione e la diversità infinita delle opere realizzate su un solo e
medesimo tema.
«Alla fine della settimana, i Maestri si riunirono per l’ultima volta. Durante quest’ultima seduta, fu
espresso il rincrescimento che i fiori serviti per le composizioni dovessero essere tolti quella stessa
sera dai vasi, i quali così sarebbero stati pronti per le lezioni dell’indomani. I fiori dunque
non avrebbero avuto il tempo di sbocciare completamente. Avevano le ore contate... I Maestri
decisero allora di onorare con un atto solenne i fiori che da sempre vengono recisi per servire alle
composizioni floreali, e poi gettati una volta appassiti, oppure, secondo un’antica usanza,
abbandonati alla corrente di un fiume.
«All’unanimità decisero quindi di sotterrare i fiori nel giardino del Maestro Takeda. Fu eretta una
stele che portava l’iscrizione: “All’anima dei fiori sacrificati”, e sul retro furono scritti i nomi dei
Maestri presenti».
(Gusty L. Herrigel, Le Zen dans l’art Japonais des compositions florales, Paul Derain, Lyon, 1961).
22 maggio. Ore e ore che non faccio altro che piangere senza lacrime, lamentarmi silenziosamente e
mormorare romanze deprimenti come una ragazzina clorotica o una puttana in disuso.
Mi interesso alle religioni orientali, sono ossessionato dalla liberazione, dalla purezza, dal nirvana,
eppure qualcuno dentro di me sussurra: «Se tu avessi il coraggio di esprimere il tuo desiderio più
segreto, diresti: “Vorrei avere tutti i vizi ”».
Heidegger parla di Hölderlin come se si trattasse di un presocratico. Usare lo stesso metro per un
poeta e un pensatore mi sembra un’eresia. Vi sono ambiti che i filosofi non dovrebbero toccare.
Sezionare una poesia come si fa con un sistema è un crimine contro la poesia.
Cosa curiosa: i poeti sono contenti quando si fanno considerazioni filosofiche sulla loro opera. Ne
sono lusingati, la prendono per una promozione. Che pena!
Non c’è che il sincero amante della poesia a soffrire per questa ingerenza sacrilega dei filosofi in un
campo che dovrebbe esser loro vietato, che per natura è loro vietato. Non c’è un solo filosofo
(Nietzsche?) che abbia composto una sola poesia accettabile! (Ci sono, è vero, sistemi a
tendenza poetica, Platone, Schopenhauer; ma lì si tratta della visione, o di un’opera che reca
l’impronta della frequentazione di poeti, Schopenhauer).
Il mio amico X - mi chiedono che ne è di lui. Amministra la sua gloria - è stata la mia risposta.
È ridicolo morire.
Si ama veramente un amico solo quando è morto.
Il Tempo è la mia vita, il mio sangue; gli altri - vampiri che ne vivono, e che mi prosciugano.
Chiunque si faccia vivo mi toglie la mia sostanza, o comunque la intacca.
Il dramma della Germania è di non aver avuto un Montaigne. Che vantaggio ha avuto la Francia a
cominciare con uno scettico!
Jakob Taubes mi dice che suo figlio, tredicenne, non crede più in Dio: « Quando faccio i compiti di
matematica, li faccio senza l’aiuto di Dio». E aggiunge: «Durante la guerra, quando Hitler
ammazzava gli ebrei, Dio era a spasso su un altro pianeta».
Elia Wiesel, ebreo di Sighet, nel Nord della Transilvania, mi racconta che è tornato nella sua città
natale due anni fa. Nulla era cambiato, tranne il fatto che gli ebrei non c’erano più. Prima di essere
deportati dai nazisti, avevano nascosto sotto terra i gioielli e tutto il resto. Lui stesso aveva
sotterrato un orologio d’oro. Arrivato a Sighet, prende alloggio in un albergo e, in piena notte, va in
cerca dell’orologio. Lo trova, lo guarda, ma non riesce a portarlo via. Ha la sensazione di
commettere un furto. Nella città fantasma, nella sua città, non incontra nessuno che conosca, è
l’unico sopravvissuto al massacro.
5 giugno. Ieri sera cena dai Bosquet, con Beckett che non ha quasi aperto bocca e se ne è andato
precipitosamente dopo mangiato. Sarà stata la loquacità di Jacqueline Piatier a esasperarlo? Non so.
Era ubriaco? E' penoso vedere sotto un aspetto odioso uno che si rispetta. Per tutta la sera ha avuto
gesti bruschi, come un nevropatico in preda a tic, che mi hanno fatto letteralmente star male.
Angoscia o esasperazione che fosse, me l’ha trasmessa — e mi ha rovinato la serata.
Non guardare né avanti né indietro, guarda in te stesso, senza paura né rimpianti. Nessuno scende
dentro di sé finché resta nella superstizione del passato e del futuro.
9 giugno. Ieri, passeggiata in campagna. Quasi dieci ore di cammino tra Limours e Rambouillet. E
di nuovo gli uccelli. Ognuno canta senza curarsi dell’altro, ognuno si ripete all’infinito. La natura è
il rifiuto dell’originalità.
8 giugno 1966. Dato che la radio della vecchia che abita al piano di sotto andava a tutto volume,
sono sceso e ho cominciato a gridare come un pazzo, con una voce che ha spaventato anche me.
Risultato: palpitazioni, mal di stomaco, di fegato, male dappertutto.
E' per reazione ai miei umori, al mio temperamento che mi sono così attaccato al nirvana.
Per tutta la vita sono vissuto in situazioni false. Il motivo è che non mi sono mai identificato
appieno con alcunché.
Sempre in disparte, apparentemente in regola con tutto, in realtà irregolare in tutto.
Tutto un settore del mio «essere» è di competenza dello psichiatra. La maggior parte delle mie
ossessioni sono morbose, e quindi stupide, intendo dire sterili e inservibili.
Invece di essermene grati, gli amici mi rimproverano di non scrivere niente, di non pubblicare
niente.
10 giugno. La mia vigliaccheria dinanzi alle autorità. Perdo ogni mia facoltà davanti a qualcuno che
ha un ruolo ufficiale. In questo sono davvero il discendente di un popolo di schiavi, umiliati e
bastonati per secoli. Appena ho a che fare con un’uniforme mi sento dalla parte del torto. Come
capisco gli ebrei! Vivere sempre al margine dello Stato! Il loro dramma è il mio. Uscito da un
popolo la cui maledizione è mediocre, ma pur sempre maledizione - sono fatto in realtà per capire la
maledizione per eccellenza.
Quanto odio la mia codardia, la mia ereditaria mancanza di dignità. - Oggi pomeriggio ho vissuto
l’angoscia del disgusto di se stessi, mi sono detestato addirittura sino alla furia omicida. A volte mi
chiedo per quale miracolo riesca ancora a sopportarmi. Odio di me stesso prossimo al grido o alle
lacrime.
Qualunque cosa faccia, non metterò mai radici in questo mondo.
Il    giorno in cui non ho sofferto, non ho vissuto.
In un mondo in cui tutti fanno troppo, mi sono imposto con successo di fare pochissimo: vi ero
portato, del resto; ho il merito, però, di aver elaborato una saggezza con le mie lacune.
Rinite cronica, catarro tubarico - quanto basta per odiare il mondo e se stessi. E questi sono soltanto
i miei mali più frequenti. Non parliamo poi dello stomaco, del fegato, dei nervi, delle gambe...
Ho ereditato un corpo di cui non so più che fare. Alt! quei genitori che non seppero astenersi!
Negli accessi di orgoglio, ricordarsi il modo in cui si è stati concepiti; non c’è niente che inviti di
più alla modestia, nemmeno la morte. Se si vuole mantenere un briciolo di rispetto per se stessi non
bisogna pensare troppo spesso al procedimento innominabile cui si deve il fatto di essere.
Leggo in un libro di psichiatria: « Perché ci sia angoscia, bisogna che ci sia in gioco una vita».
- Niente affatto! L’angoscia non ha bisogno di un pericolo esterno; generalmente vive di una
minaccia senza oggetto.
11 giugno - Notte atroce. Vomito, nausea... con budella del genere non si può andare molto lontano.
Letto ieri sera un articolo di Cyril Connolly su Leopardi: This Way to the Tomb - Un titolo per me.
Dopo certe notti bisogna ricominciare tutto da capo. È come se si tornasse dall’Inferno.
Vomitare non è mai un atto puramente fisico.
Quanti vomiti irrealizzati mi sono portato dietro per giorni! Un mammifero nauseato quant’altri
mai.
14 giugno - ore 18. Un bisogno di solitudine così forte che il solo pensiero di un volto umano mi fa
venir voglia di gridare.
Un po’ più tardi: mettermi a letto e piangere, non desidero altro.
Non si può chiedere originalità al nostro umor nero: prerogativa del cafard è di non rinnovarsi, e ciò
che lo rende così terribile è la sua inesauribile monotonia. Più spesso torna, più si fa fatica a uscirne.
Quando vi si è esposti non c’è modo di schivarlo. Se si radica, è incurabile; si irrobustisce, cresce, ci
preme addosso con tutto il suo peso. Come ho potuto accumularne tanto?
Spesso mi capita di pensare, durante una cena, in mezzo alla folla, a un concerto, in un giardino:
«Tutta questa gente è condannata a morire, non ha scampo». E questa ovvietà, a seconda dell’umore
del momento, mi dà sollievo o mi prostra.
Una mente all’improvviso illuminata dal vizio.
16 giugno. Prostrazione. Parola che definisce bene tanto la canicola quanto il mio umore in
qualsiasi stagione.
A rifletterci bene, la natura è squilibrata come l’uomo.
Mi aggrappo al dubbio per non cadere nella disperazione e alla disperazione per non sprofondare
nel dubbio.
Sprofondare è la parola giusta: sprofondo in tutto ciò che mi è dato provare, in tutti i miei furori.
«Lei è un gastritico» mi ha detto, una decina d’anni fa, uno che aveva appena letto il Sommario.
Aveva ragione, ma solo molto parzialmente: in fatto di acciacchi, sono ben dotato e non temo
concorrenti, non sono l’ultimo arrivato.
Ogni presenza mi contraria, mi fa male. La mia ossessione per il deserto promana da tutto il mio
essere, in particolare dalla mia fisiologia. Sarei dovuto nascere prima della comparsa dei viventi.
Ieri sera per strada ho incontrato casualmente P.C., che credevo al Sainte-Anne. Ho avuto paura
come davanti a uno spettro. Mi ricordo come rimasi sconvolto, qualche mese fa, alla notizia che era
stato internato.
Nonostante un secolo di psichiatria, non ci siamo abituati alla pazzia; è ancora vissuta come una
«vergogna», e nelle famiglie si fa di tutto per tenerla nascosta. Ma quando qualcuno ne è affetto,
tutti lo sanno e ne parlano, tranne i parenti prossimi del paziente.
Mi piace che uno stile abbia la chiarezza di certi veleni.
17 giugno. È morto Erwin Reisner.
Reisner, morto a settantasette anni, è un uomo che ho sempre amato e ammirato. L’ho conosciuto a
Sibiu attorno al 1931. Oggi dovevo andare a pranzo fuori, e mentre mi annodavo la cravatta dicevo
tra me che lui, Reisner, si è sottratto a tutto questo.
Che alcuni vengano a cercare da me consolazione e appoggio è una delle cose che più mi
sgomentano. Incapace di risolvere i miei problemi, mi vedo costretto a trovare una soluzione a
quelli degli altri.
Sono sorpreso e deluso dal fatto che la morte di Reisner non abbia suscitato in me un dolore degno
dell’opinione che avevo di un simile amico.
Se non sempre compatisco gli acciacchi altrui, benché li capisca facilmente, è perché ho esaurito le
mie riserve di pietà con me, curando i miei continui mali, soprattutto pensandoci.
Se ci si concentrasse a fondo su ciascun caso, sono sicuro che si finirebbe con l’assolvere tutti,
compresi i grandi criminali. Ogni giudizio morale espresso su un altro è il prodotto di un esame
insufficiente, di una conoscenza superficiale. Carnefici e vittime sono fatti della stessa pasta -
è questa la conclusione a cui si giunge dopo aver esaminato la loro natura e i loro moventi.
Non riesco ad avere un peso normale, dimagrisco da anni, solo le mie unghie prosperano, come nei
cadaveri.
Gli ambiziosi appartengono alla categoria dei tarati. (La mia apatia è forse la prova che sono
normale?).
Se è vero che Epicuro vomitava due volte al giorno, basta questo dettaglio a darci la chiave della
sua atarassia, dispensandoci dal cercarne altrove le ragioni. Che rivoluzione nell’organismo, ma
anche nell’«anima», quando si dà di sto
iliaco! Capiamo bene allora che si voglia pace, serenità, e si detesti ogni sorta di disordine.
Non dovrebbe esserci altra biografia che quella dei nostri mali.
Simone Weil - donna straordinaria, di un orgoglio senza precedenti, che si credeva invece
sinceramente modesta. Una simile cecità nei propri confronti in un essere così eccezionale è
sconcertante. In fatto di volontà, di ambizione e di illusione (proprio così, illusione) avrebbe potuto
rivaleggiare con qualsiasi grande delirante della storia contemporanea. (Mi fa pensare a una sorta di
Sorana Gurian, con in più il genio).
Da poco più di sei anni conduco una lotta sistematica contro le mie ambizioni. La caduta nel tempo
ne è la dimostrazione: è un attacco, il più chiaro, ma non il più efficace. Il vero lavoro di
scalzamento lo faccio in segreto e in silenzio, in un continuo esame di me stesso, contro me stesso.
19 giugno. Sempre lo stesso rammarico per il mio scarso dispiacere in occasione della morte di
Reisner, quando invece dovrei essere in un estremo abbattimento. Sono troppo prigioniero dei miei
acciacchi per avere la mente sgombra, ossia aperta alle sventure oggettive. - E poi c’è il fatto che
non riesco a compiangere i morti, per quanto affetto abbia potuto nutrire per loro da vivi.
Rinuncia alla Salvezza - il tema del mio prossimo articolo; ci penso di tanto in tanto, ma non faccio
alcun progresso. Il punto centrale è questo: provare che la rinuncia alla salvezza è la forma suprema
della rinuncia.
Jakob Taubes mi ha detto una cosa sbalorditiva, e cioè che le recenti vicissitudini degli ebrei non
hanno prodotto nessuna preghiera originale suscettibile di essere adottata dalla comunità e recitata
nelle sinagoghe.
19 giugno - Dopo una settimana di bel tempo, che soddisfazione stare a guardare il cielo coperto! Il
sereno stabile mi faceva impazzire. Ho un bisogno fisico delle nuvole. Del
resto, entro automaticamente in sintonia con loro: siamo tutt’uno.
Bergson confessava di non riuscire a leggere Nietzsche; che cosa direbbe oggi se vedesse che non
riusciamo a leggere Bergson?
L’orgoglio filosofico è il più sciocco di tutti. Se per miracolo un giorno la tolleranza dovesse
instaurarsi fra gli uomini, i filosofi sarebbero i soli a non volerne sapere e a non beneficiarne. Il
fatto è che una visione del mondo non può andare d’accordo con un’altra, né ammetterla, ancora
meno poi giustificarla. Essere filosofi significa credere di essere gli unici a esserlo, gli unici degni
di questa qualifica. Soltanto i fondatori di religioni hanno una mentalità simile. Costruire un sistema
è sempre fare religione, ma più da scemi.
In me c’è qualcosa, di cui mi sfugge la natura, che mi impedirà sempre di essere in regola con
questo mondo.
Soffrire significa produrre conoscenza.
La minima corrente d’aria mi fa tornare il mal d’orecchi e la sinusite. Evito il fresco che invece gli
altri cercano: lo sopporto solo se stabile, immobile. Bisogna che l’aria si fermi; altrimenti mi uccide.
Odissea del Rancore - è il frutto immediato dei guai al naso e alle orecchie. Avrei potuto mettere
come sottotitolo: O.R.C.
Non c’è niente di peggio dell’idiozia mascherata da intelligenza. (Lo si vede in tutti quelli che
usano un gergo filosofico o un altro).
L’angoscia in gran tenuta, come la chiama Cyril Connolly. Lo sfoggio dell’Angst.
È tipico di una canaglia esprimere un giudizio morale su qualcuno, ergersi a censore. Naturalmente
stiamo parlanti
do di coloro che esprimono questo tipo di giudizio in modo sistematico, delle menti inflessibili, di
tutti quelli che non mostrano alcuna indulgenza per le debolezze altrui. Penso a X, l’uomo del
compromesso, privo di scrupoli in ciò che fa e che scrive, ma che non perde occasione per
riprendere e accusare tutti, cioè tutti quelli che valgono più di lui.
22 giugno - Visto ieri sera P.C., uscito da una clinica psichiatrica dopo sei mesi (o più).
Completamente ristabilito, a parte un’espressione dolorosa e qualche allarmante segno di
invecchiamento.
In me c’è qualcosa dello sproloquiante e del trappista.
Il mio errore è stato di aver riflettuto troppo sugli esseri e non abbastanza sull’essere.
25 giugno. Piangere e dormire, in altre parole tornare all’infanzia, è tutto quel che voglio in questo
momento.
Dovrei leggere meno libri di teologia - soprattutto dovrei distaccarmi dall’Oriente - tornare,
insomma, alle mie impurità.
Della generazione Sartre-Bataille mi interessa solo Simone Weil.
Mi sento in vena solo quando denuncio le mie miserie.
Le mie miserie! L’unica cosa che mi interessa veramente. Tutto ciò che ho scritto si riduce a una
ruminazione su di loro; sono sempre state la materia stessa delle mie riflessioni, l’unico oggetto
delle mie ossessioni. Perciò era inevitabile che mi rivolgessi alle religioni, uso apposta il
plurale, giacché è attraverso queste che ho cercato di capire il mio molteplice decadimento.
Come mai ci sono così poche persone perbene? Ne ho abbastanza di questi abbozzi di umanità, di
queste caricature, di questi esseri riusciti a metà.
26 giugno. Accesso di noia che ucciderebbe un elefante. Nella noia c’è una crudeltà che si dissolve
e che, dissolvendosi, ci rode e ci distrugge la carne, le midolla.
(Nei miei accessi di noia, i più colpiti sono il cervello e lo stomaco. E' come se vi si formasse un
veleno, un corrosivo, un acido aggressivo e distruttore).
Possa il cielo preservare i miei nemici da simili sensazioni, risparmiare loro di conoscerle.
L’ansia non è provocata (condizionata) da niente; essa cerca di darsi un contenuto, e per
raggiungere lo scopo le va bene tutto. Di qui la sproporzione fra questo stato d’animo, di per sé
considerevole, e i miseri pretesti a cui si aggrappa. L’ansia è una realtà in sé, che precede tutte le
sue forme particolari, tutte le sue varietà; nasce da se stessa, si genera da sola. E' «produttività
infinita» e, come tale, più adatta a essere formulata in termini di teologia che di psichiatria. Per
coglierne la natura, bisogna superare i limiti della psiche, risalire alla sovranità dell’essere stesso. E
in effetti essa è sovrana, e non c’è attributo che le calzi meglio.
Sorana Ţopa,63 a cui volevo far avere una mia lettera tramite Marga Barbu (che però si è trovata
nell’impossibilità di venirmi a trovare prima di partire), mi fa telefonare da Bucarest dalla stessa
M.B. per dirmi che è bene non scriverle, che sarà fuori Bucarest per tutto il mese, ecc. Il vero
motivo, ne sono certo, è la paura - paura che le scriva cose che potrebbero comprometterla (il che è
davvero ridicolo, visto che nessuno è più prudente di me quando scrivo laggiù). Per ironia della
sorte la lettera che lei mi aveva mandato dopo venticinque anni di silenzio (forzato, bisogna pur
dirlo) non parlava d’altro che di anonimato, di annullamento dell’ego - con tutto il contorno
krishnamurtiano. Questa viltà così estrema, seppure spiegabile, non mi è affatto piaciuta. La
contadina che discettava sul Niente (come la chiamava P.T.) mi aveva sempre ispirato un disagio
attenuato da una vaga ammirazione; ora in me resta solo il ricordo di quel disagio. Ho torto, lo
riconosco, e la mia severità è condannabile. Sono stupito di scoprirmi così ingiusto e meschino.
È giusta l’osservazione di Simone Weil secondo cui il cristianesimo era per il giudaismo ciò che il
catarismo sarebbe stato per il cristianesimo...
Il momento più strano del dolore fisico è quando ci sorprende in piena notte. Allora diventa
illimitato come la notte, che esso imita.
Quando si è, come me, impregnati del sentimento dell’inanità generale, tutto sembra ridicolo, anche
questo sentimento. Se vista troppo dall’alto, una vertigine si degrada, fosse pure vertigine
metafisica.
29 giugno. Se dall’universo fosse tolta di mezzo la vita non ci sarebbe motivo di lamentarsene.
(Nell’udire una voce orripilante).
I romani e gli inglesi hanno potuto fondare imperi duraturi perché, privi di spirito filosofico e
refrattari alle ideologie, non ne hanno imposta nessuna alle nazioni che asservivano. Erano
amministratori e parassiti senza Weltanschauung, e quindi senza una vera e propria tirannia. Al
contrario gli spagnoli, con il loro ottuso cattolicesimo, hanno visto crollare in fretta il loro impero, e
i tedeschi, con la loro mentalità sistematica, trasferita dalla filosofia alla politica, hanno fallito dopo
appena qualche anno. La stessa cosa attende i russi. Le ideologie non contribuiscono all’espansione
se non per ostacolarla meglio. I turchi hanno esercitato una così lunga egemonia perché non
chiedevano ai popoli sottomessi nessuna adesione teorica, nessuna fede, nessun profondo assenso.
Non è facile essere autoritari e scettici. Ma è proprio questa contraddizione a fare il vero Padrone.
I miei difetti sono sicuramente gravi, ma in fondo sono soltanto quelli di un indolente; quelli degli
altri, degli attivi, degli ambiziosi intraprendenti, mi sembrano mille volte peggiori, perché turbano e
infastidiscono la mia stessa indolenza, attentano a ciò che ho di più sacro.
(Si può parlare di indolenza per qualcuno che si tormenta continuamente, e dunque è a modo suo
attivo? Sono un pigro sui generis, un agitato immobile, divorato da un furore senza costrutto).
2    luglio. Rientrato alle tre del mattino, completamente ubriaco. Oggi, cerchio alla testa, vomito,
eccitabilità patologica. In libreria ho avuto uno stupido litigio con un altro cliente.
E' incredibile quanto può mangiare e bere E. Alle due del mattino, abbiamo cenato di nuovo, e lui
ha ordinato lumache.
3    luglio. Ho provato a rileggere il trattato di Schelling sulla Libertà che avevo letto una trentina
d’anni or sono in Romania. Grande delusione. Fumoso, oltremodo astratto e di una sottigliezza
esasperante. E' comprensibile che dopo simili elucubrazioni si sia imposto come reazione salutare
il materialismo.
6 luglio. Sto preparandomi per andare al mare; avrei bisogno piuttosto di una clinica, di un
manicomio...
In tutto questo tempo ho letto moltissimo, senza alcun profitto, per viltà, per paura di lavorare.
Se non sono pazzo è solo perché non ci sono stati pazzi nella mia famiglia.
Ieri, nella biblioteca dell’Institut pédagogique, ho sfogliato il vecchio dizionario romeno-francese di
Damé. Tutte le parole romene - di una forza, di una poesia straordinarie; il loro equivalente
francese, vuoto - insipido, convenzionale, didattico; un latino nel senso peggiore della parola.
6 luglio. Oggi pomeriggio, mentre passeggiavo al Luxembourg, sono stato folgorato dalla
sensazione dell’inanità -peraltro assai abituale in me. E' stata come una torsione del vuoto su se
stesso. Ho deciso di scrivere un Saggio sul Cafard, nella speranza che analizzando questo male così
mio riesca a comprometterne la virulenza. Perché non è possibile andare avanti in condizioni simili.
Nello scetticismo il dubbio non è un mezzo, ma uno scopo, ossia la salvezza stessa. Soltanto il
dubbio infatti può liberarci e allontanarci da ciò a cui siamo attaccati. Quello che per i comuni
mortali è una condizione a stento tollerabile, quasi un incubo, per lo scettico è un modo della
perfezione, in ogni caso un esito, uno stato positivo.
(Lo scetticismo o la salvezza attraverso il dubbio).
Quanta rassegnazione, o quanto coraggio ci vuole per non spezzarsi o dissolversi, per salvare la
faccia e l’identità!
Per vivere a lungo bisogna vincere la «volontà di vivere », l’attaccamento ostinato alla vita. Il
Buddha è morto ottuagenario, Pirrone nonagenario.
In teoria, mi è indifferente vivere o morire; in pratica, sono tormentato da tutte le angosce che
aprono un abisso tra la vita e la morte.
Rivisto Petru Comarnescu64 dopo venticinque anni. Piacere nel constatare che non è cambiato;
disagio per il fatto che, appunto, non sia cambiato.
Tutti questi amici che ne hanno passate tante e nonostante tutto hanno conservato una freschezza,
un ardore, una giovinezza che noialtri, al riparo dai colpi della sorte (politica, s’intende), non
abbiamo saputo mantenere. Proprio perché non abbiamo sofferto intensamente come loro siamo
così inaspriti, poiché l’asprezza è appunto il sintomo di una sofferenza incompleta.
Passo ore e ore al telefono ad ascoltare i guai degli altri; il mio ruolo è quello del confessore - con la
nausea in agguato.
Il giudizio di uno scrittore* su un altro scrittore non vale niente. Sarebbe come tener conto
dell’opinione di una portinaia su un’altra portinaia.
* (Intendo di uno scrittore contemporaneo su un altro scrittore contemporaneo).
All’improvviso mi viene in mente l’inizio della mia lettera di condoglianze alla vedova di Reisner,
scritta un mese fa: «Mi stupisce che un uomo del suo valore sia potuto morire»...
È assurdo, però era detto in tedesco.
10 luglio. Pomeriggio opprimente. Guardo la gente al Luxembourg, immobile, prostrata dal caldo.
Che aspetta? Aspetta la morte, è già morta. - Ne ho abbastanza di guardare queste facce da
condannati. Fuggiamo!
12 luglio. Oggi pomeriggio, alla biblioteca comunale del VI arrondissement, ho udito, dal cortile o
forse dalla strada, un vecchissimo motivetto che mi ha completamente sconvolto. Non ci ho messo
molto a capire come mai: avevo dormito pochissimo la notte scorsa; i miei nervi erano
insolitamente ricettivi.
Poco fa, al telefono, ho detto a Fred Brown che se si sopprimessero le cartoline illustrate non ci
sarebbe più turismo, visto che la gente viaggia solo per mandare i saluti a quelli che non possono
muoversi.
Ormai mi piacciono soltanto gli aneddoti e la metafisica indù.
Gli Atridi e gli Absburgo.
Pascal e Hume - ho frequentato abbastanza il primo, pochissimo il secondo, ma ho grande
considerazione di entrambi.
I tedeschi hanno inventato la teoria dell’ironia perché incapaci di farne un uso pratico. Eccone due
prove piuttosto convincenti. Al direttore di una rivista quasi clandestina che esce due volte all’anno
scrivo che tutto andrebbe bene, quaggiù, se la sua rivista uscisse ogni giorno... Mi risponde a giro di
posta: «Ho una buona notizia: la rivista uscirà quattro volte all’anno». - L’altra riguarda il direttore
del «Merkur», a cui avevo scritto che, per fare dei tedeschi un popolo come si deve, bisognerebbe
sopprimere la birra e l' u-
niversità. Al che mi risponde garantendomi che se andrò a Monaco mi farà cambiare idea sulla
birra, ecc. ecc.
La mia pigrizia mentale è così grande che ogni idea, se non è istantanea, folgorante, mi sembra una
corvè: è pesante, oscura, e devo sollevarla a fatica, trascinarla verso la luce.
Fuori da Parigi, i miei «scritti» hanno avuto risonanza soltanto fra gli ebrei americani, che la
psicoanalisi ha reso ancora più nevrotici.
Mi ci vuole ogni giorno la mia razione di dubbio. Me ne nutro, letteralmente. Non c’è mai stato uno
scetticismo più organico. Eppure tutte le mie reazioni sono tipiche di un isterico. Datemi dubbi e
ancora dubbi. Più che il mio cibo, sono la mia droga. Non posso farne a meno. Ne sono intossicato a
vita. Perciò, quando ne trovo uno, uno qualsiasi, mi ci avvento sopra, lo divoro, lo incorporo nella
mia sostanza. Perché la mia capacità di assimilare i dubbi è sconfinata; li digerisco tutti, sono ciò
che mi tiene in vita e la mia ragione d’essere. Non riesco a immaginarmi senza di loro. Datemi
dubbi, ancora e sempre dubbi.
Ogni esaltazione implica il desiderio di morire. Ciò che trionfa al limite dell’estasi è la volontà di
scomparire, l’ebbrezza dell’irreparabile.
Quando grido: Signore! — Lui esiste per la durata del mio grido. E' sufficiente: che cosa posso
desiderare di più?
14 luglio. Per strada, guardando le ginocchia di una ragazza, mi è venuto naturale pensare che si
trattava di uno scheletro, di un particolare dello scheletro, e quindi non era il caso di lasciarsi
turbare dal benché minimo desiderio.
Una volta che lo scetticismo si è impadronito della nostra mente, anche se riusciamo a
sbarazzarcene, vi cadiamo di nuovo periodicamente: è un male intermittente; si passa da una
ricaduta all’altra, ognuna con il suo carattere e la sua intensità particolari.
La densità demografica delle spiagge e dei cimiteri.
16 luglio. Visto per strada, a pochi minuti di distanza, Adamov e Sartre, entrambi invecchiati. Se
anch’io sono cambiato in proporzione, il che mi sembra inevitabile, quale tristezza!
Eugen Barbu65 scrive nel suo Diario che non ho alcun motivo speciale di essere infelice, che
coltivo l’inquietudine (nelinistea) per se stessa - il tutto senza cattiveria, e senza alcuna intenzione
di nuocermi, semmai con simpatia. Cita un incontro che abbiamo avuto a Parigi un anno fa. -
Com’era possibile indovinare dal di fuori i miei malesseri? In un certo senso è bene che si creda alla
infondatezza della nostra infelicità, e noi stessi dovremmo finire col crederci.
Ho appena letto nel «Sunday Times» di questa settimana un articolo di Raymond Mortimer contro
Marco Aurelio, che secondo lui sarebbe stato un «prig» (pedante), un filisteo, un ipocrita.
Evidentemente si può dire di tutto. Mi è montato il sangue alla testa e stavo quasi per scrivere una
lettera di insulti all’autore. Poi, pensando all'imperatore, mi sono calmato. Inoltre, che bisogno c’è
di leggere i giornali?
Quando penso a tutti quelli che conosco bene, amici o no, e mi interrogo sui moventi che li fanno
agire (mi riferisco a quelli che hanno avuto «successo»), mi accorgo che quasi sempre è un vizio, o
meglio una non-virtù, a spiegare la loro attività, la loro febbre produttiva. A. - la passione morbosa
per i soldi, di cui però non fa alcun uso: è soltanto incapacità di rifiutare qualsiasi offerta; lo stesso
vale per G., quel vecchio che gira il mondo per far soldi di cui, esattamente come A., non si serve
affatto; B. - ambizioso, smania di pubblicare; C. - paura di essere dimenticato, bisogno
di onnipresenza; D. - ambizione quasi autodistruttiva... Ma a che pro questa sfilata? Chiunque si dia
da fare, lo fa sotto l’impulso di una ragione inconfessabile, che non confessa neanche a se stesso, e
che forse ignora. Ogni azione è fon-
damentalmente impura. È il mostro in noi che ci fa uscire da noi stessi.
19 luglio. Non sono ancora riuscito a farmi passare la rabbia contro quell'imbecille che ha stroncato
Marco Aurelio. Ho immaginato ogni tipo di espressione ingiuriosa per vendicare la memoria di un
pensatore a cui ricorro sempre nei momenti difficili.
Tuttavia la mia reazione violenta è in flagrante contraddizione con quanto insegna il grande stoico.
Le arrabbiature mi rendono veramente indegno di lui.
Nessuno più di me ha bisogno di saggezza; cosi come nessuno più di me ne è incapace.
Sono stupefatto al constatare che sono cattivo come gli altri, se non peggiore. Ritrovo in me tutti i
bassi istinti che la morale mette sotto accusa. E se essi sono così virulenti in me che almeno mi sono
sforzato di liberarmene, quanto più forti devono essere in quelli che non si controllano né si
analizzano!
Scrivere una lettera mi prostra, mentre ci fu un tempo in cui niente mi piaceva di più. Il fatto è che
ho perso la curiosità per gli esseri umani, e nessuno mi interessa al punto da farmi desiderare di
intrattenerlo su alcunché.
(La scarsa considerazione che Pirrone aveva degli altri: se quando parlava con qualcuno questi se ne
andava, lui continuava a parlare come se niente fosse. Quanto vorrei avere la forza di indifferenza
del grande scettico. In me ritrovo l’acredine di uno Chamfort piuttosto che la serenità e il distacco di
cui dava prova il saggio antico).
Al critico inglese che accusa Marco Aurelio di essere un semplice imitatore che ha detto solo
banalità avrei voluto rispondere che la grandezza del saggio coronato sta in un tono personale che
trasfigura i truismi conferendo loro un valore retorico più importante di una riflessione originale
o di un paradosso, e che quei truismi hanno qualcosa della preghiera, di una preghiera disincantata e
leggermente amara che gli impedisce di degenerare nel banale.

Lo spirito di non curiosità.


19 luglio. Oggi ho pensato che lo scivolare, anzi lo sprofondare quotidiano nel sonno dovrebbe
riconciliarci con la morte, poiché il processo o l’«evento» è simile. Ciò spiega perché si muoia
senza difficoltà se ci si lascia andare. Smettere di filosofare sulla morte è il vero modo di imparare
a morire.
Mi viene naturale pensare alla morte, così come ad altri viene naturale pensare alla vita. Ma in
fondo, in entrambi i casi, è una sola e medesima ossessione espressa in modo diverso.
In me «l’orrore e l’estasi della vita» sono assolutamente simultanei, un’esperienza di ogni attimo.
Una processione di gente a casa mia: ho l’impressione di essere qualcuno che dia udienze senza
motivo, senza scopo, senza necessità. Ore irreali in compagnia di fantasmi -e anch’io non sono forse
più irreale di tutti loro?
Vi è una certa poesia nella noia; non però nell’abbattimento. Come si spiega il fenomeno?
Con il suo flauto, Magny, all’uscita dei concerti o nei caffè all’aperto, si fa quasi ventimila franchi a
sera. Non si rade mai da solo, va sempre dal barbiere e cambia continuamente albergo. Se
«lavorasse» tutto il giorno, potrebbe mettere insieme circa sessantamila franchi, dunque quasi due
milioni al mese. D’ora in poi sarò io a tendere la mano a chi fa il mendicante, al giorno d’oggi il
mestiere di gran lunga più redditizio che ci sia. I borghesi hanno la coscienza sporca; e loro ne
approfittano.
J.P. Jacobs mi scrive da Berlino, città che detesta e che considera di una bruttezza spaventosa. Tutte
le mie impressioni sulla città in cui ho soggiornato nel 1934-35 mi riaffiorano alla coscienza. Là ho
fatto una vita da allucinato, da pazzo, in una solitudine quasi totale. Se avessi il coraggio o la
capacità di rievocarne l’incubo! Ma sono troppo debole per potermi rituffare in simili orrori. Resta
il fatto che
quel soggiorno mi ha segnato per sempre. È stato l’apice negativo della mia vita.
P.V. ha affittato una casa in Bretagna e mi racconta dei suoi colloqui con una contadina che crede
nella reincarnazione. È molto affascinato dalle tradizioni celtiche che sotterraneamente
sopravvivono. Gli chiedo se la contadina sappia leggere e scrivere. - Sì, legge perfino libri di
occultismo, mi dice...
Kleist e Rodolfo (l’eroe di Meyerling) - cercano e trovano entrambi donne con cui uccidersi. A che
cosa corrispondono questi propositi suicidi in comune? E' la paura di morire da soli o, cosa più
probabile, il bisogno di farla finita in quella pienezza che deve per forza precedere la morte
condivisa?
Non si può essere né diventare un dio per i propri parenti. Il peggiore nemico del Buddha fu un suo
cugino.
- Gesù disse: «Nessuno è profeta nella sua città, né un medico opera guarigioni in coloro che lo
conoscono» ( Vangelo secondo Tommaso).
Un popolo a cui è stato proibito di avere opinioni e a cui in cambio è stata data una ideologia, uno
stimolante, una «frustata». Cinquant’anni fa del «pericolo giallo» si rideva; oggi è un truismo. Ciò
che viene chiamato «accelerazione della storia» è solo un mutamento di ritmo avvenuto
nel passaggio dall’inverosimile all’ovvio (è solo una conversione più rapida dall’inverosimile
all’ovvio).
24 luglio. Stanotte ho pensato che se mai ho un merito, è quello di aver dato espressione a una
forma inedita di scetticismo: lo scetticismo violento.
Il segreto di Charles de Gaulle è di essere una mente al tempo stesso chimerica e cinica. Un
sognatore senza scrupoli.
Chi è Lei? Sono uno a cui tutto dà fastidio. Voglio che mi si lasci tranquillo, che nessuno si occupi
di me, si interessi di me. Faccio di tutto perché nei miei confronti ci sia solo una totale assenza di
curiosità. Ciò nonostante...
Tutto mi stanca quaggiù, tutto. Eppure vado avanti. Persino in me c’è qualcosa del lottatore. Resisto
alle mie debolezze, sopporto il mio stato di salute, mi sopporto. Tutto questo rasenta l’eroismo.
28 agosto 1966. Ritorno da Ibiza.
Sono capace di una sola forma di coraggio: il coraggio di disperare. (Siamo alle solite!).
Il brutto del mio modo di scrivere sono i residui dello stile filosofico. E ciò che rende un po’ ardua
la lettura dei miei libri è l’eliminazione delle frasi intermedie, esplicative, apparentemente
superflue, ma in fondo necessarie perché facilitano il compito al lettore. Ma poiché ho riscritto ogni
mio testo tre o quattro volte, mi sono accanito a sopprimere quelle frasi parassite ma utili. Forse si
dovrebbe pubblicare la prima stesura, ossia la versione in cui si spiega a se stessi ciò che si vuole
«dimostrare», «provare», ciò che si crede di aver scoperto.
Anche in metafisica, come in ogni cosa, mi comporto da guastafeste. E' uno dei miei doni più sicuri,
che diminuisce con l’età (e a causa delle mie pretese di saggezza).
(Quand’ero giovane, ovunque andassi, mi divertivo a piantare grane. Pranzi, riunioni, incontri
letterari, in ambiente intellettuale o borghese, creavo dappertutto confusione e disordine con il
sarcasmo o la provocazione. Per la verità in questo non c’era nessuna volontà premeditata
di scandalo, ma un’isteria incoercibile, una sete di autodistruzione rivolta all’esterno).
Gli scrittori che non hanno niente da dire raccontano i loro sogni. E' una delle peggiori forme di
pigrizia o di vuoto.
(Ciò dipende anche dalla psicoanalisi, la cui influenza in letteratura è tanto profonda quanto
nefasta).
Appena tornato a Parigi, squilla il telefono. Ricomincia l’incubo.
Uno sconosciuto mi manda il «Questionario Proust». Compilarlo è come rispondere a un
interrogatorio di polizia. Per principio, non si dovrebbe mai rispondere alle lettere dei lettori.
Quando l’ho fatto, me ne sono quasi sempre pentito. Soltanto i seccatori si rivolgono agli autori.
Riletto - per la quinta, sesta volta - La mite. Sconvolto come alla prima lettura. - Soltanto
Dostoevskij e Shakespeare riescono a farmi toccare vette che da solo appena intravedo. Mi fanno
andare letteralmente fuori di me, mi proiettano oltre i miei limiti.
Per quanto mi ribelli alla passione, devo ammettere che senza di lei tutto è vacuo in questo mondo;
essa è un soffio che attraversa il vuoto e ce lo maschera. Appena si placa, il vuoto è più terribile di
prima. Come fare?
Perché ci sono gli altri? Gli altri - sono quelli che non potrò mai accettare.
Voglio stare solo e non ci riesco. Sono, come si suol dire, aggredito in continuazione da persone con
cui non ho nulla da spartire. Non ho bisogno di nessuno e vedo tutti. Ero abbastanza consapevole
della fortuna di essere a Ibiza, ma non ho saputo apprezzarla quanto meritava.
Che supplizio correggere i miei testi tradotti in inglese o in tedesco, essere costretto a rileggermi
con la lente! Continuare, rinnovare la fatica che ho fatto a scriverli, cercando di decifrarli in un’altra
lingua! Scrivere in una lingua presa a prestito per poi correggersi in un’altra lingua presa a prestito è
davvero un po’ troppo.
Umore massacrante - condizione ideale per concepire lo straordinario.
In definitiva, quello che cerco è la verità. E' la ragione per cui non sono uno scrittore, o lo sono solo
accidentalmente.
29 agosto. Ho visto da lontano X - scrittore di grande fama. Aveva l’aria florida e soddisfatta. Che
dirgli? Ho fatto finta di non vederlo.
Giro sempre intorno alle stesse cose, ho represso alcune ossessioni, ma non le ho superate. Bisogna
proprio essere amanti delle sfumature per scorgere le differenze fra i testi che ho scritto, sia in
romeno sia in francese, da trent’anni a questa parte. In fondo non ho fatto altro che ricamare
sugli stessi temi, approfondendoli qua e là. In questo assomiglio a tutti gli scrittori in cattiva salute,
che non riescono a uscire dallo spazio ristretto dei loro malanni.
Ognuno di noi deve esaurire la dose di follia che gli è stata dispensata alla nascita, e poi sparire.
Ho appena dato una scorsa ai «pensieri» di un certo G.P., nella «N.R.F. » di agosto. - Furibondo,
getto la rivista. Che cosa pretenziosa! Parlare di sé quando non si è nessuno, cominciare il testo
parlando della propria età, poi commentare Barthes, definire «tragica» la sua posizione, ecc. E mai
possibile che si pubblichi roba simile?
Diffidare del frammento: si è persuasi di metterci dentro molto, ma il lettore non ha l’obbligo di
supplire alle vostre carenze di talento, né di trovare significativi i vostri ostentati silenzi. Mi ricordo
la cattiva accoglienza fatta ai miei Sillogismi - era legittima. Che idea raccogliere un po’ di massime
e dar loro un titolo pomposo! Roba che si legge in un quarto d’ora. Insomma, ho voluto atteggiarmi
a La Rochefoucauld e sono stato punito. E' molto difficile l’arte di non farsi illusioni su di sé. Non
la si apprende mai, soprattutto quando si crede di averla appresa (come nel mio caso).
Una delle pochissime cose che ho imparato: resistere alla voglia di pubblicare.
Ma può un indolente farsene un vanto? Nel mio caso, mi limito a trarre beneficio dai miei difetti, ad
approfittare della mia inefficienza. Da quali smacchi, da quali disastri mi ha preservato fino a oggi!
Se avessi messo in atto tutto ciò che mi proponevo, se tutti i miei desideri fossero stati altrettante
azioni, ora sarei pazzo o mi avrebbero fucilato.
Quando si è soli, anche se non si fa niente, non si ha l’impressione di perdere tempo. In compagnia,
invece, lo si sciupa quasi sempre.
Non ho niente da dire? Che importa! Questo niente è reale, è fecondo, giacché non esiste colloquio
con se stessi che sia sterile. Ne esce sempre qualche cosa, non fosse altro che la speranza di poter
un giorno ritrovare se stessi.
Ciò che mi colpisce maggiormente quando penso al passato sono più i miei entusiasmi che le mie
delusioni. Se un giorno scrivessi i miei ricordi dovrei intitolarli: Storia di un  entusiasta. Di un
entusiasta che mi sono adoperato per scacciare (ancor più di quanto non abbiano fatto le circostanze
esteriori o il contatto con gli uomini), di un entusiasta sconfitto.
Il pensiero, nella sua essenza, è distruzione.
Più esattamente: nel suo principio. Si pensa, si comincia a pensare per spezzare i legami, per
dissolvere le affinità, per compromettere la struttura del «reale». Soltanto dopo si può tentare di
consolidarla. E' allora che il pensiero si riprende e insorge contro la propria inclinazione naturale.
In quasi tutti i campi incontro solo persone che credono di sapere e non sanno. Non c’è niente di
peggio che presumere di conoscere. Alludo in modo particolare ai traduttori che si accontentano
dell’illusione di capire. Un autore non è tenuto al rigore; un traduttore sì, anzi è responsabile delle
carenze dell’autore.
Colloco un buon traduttore al di sopra di un buon autore.
Ci si ricorda solo delle ore, dei giorni o dei mesi in cui si è sofferto. La «felicità» non ha memoria:
se vivere è ricordarsi, allora essere stati felici è come non aver vissuto.
La malattia ci distrugge solo in apparenza, perché è lei a salvare, a perpetuare, a rendere
eternamente attuale il tempo in cui si è adoperata per nuocerci; inversamente, il tempo in cui siamo
stati in buona salute è scomparso per sempre; e se ha lasciato tracce, nessuna è cosciente, nessuna
è avvertita dalla nostra mente. In questo senso, la salute rappresenta una perdita, un passivo ben più
grave della malattia.
Ciò che mi impedisce di innovare in francese è il volere scrivere correttamente. Questo scrupolo,
spinto all’estremo, ' deriva dal fatto che ho iniziato a «comporre» in questa lingua a trentasette anni.
E' esattamente come se scrivessi in una lingua morta, e si sa che differenza passa - a quanto afferma,
mi pare, Meillet - fra una lingua viva e una lingua morta: è che in quest’ultima non è consentito fare
errori. (L’ossessione dell'errore mi rovina tutto il piacere di scrivere in francese. E' ciò che ho
chiamato « la sensazione di essere dentro una camicia di forza» - ecco che cosa continua a darmi
questo idioma, troppo rigido per i miei gusti. Una lingua nella quale non posso abbandonarmi - in
cui mi sento costretto, irrigidito, impacciato, una lingua le cui regole mi paralizzano e mi
tormentano, togliendomi ogni facoltà. Un profeta folgorato dalla grammatica).
Noi dimentichiamo quelli che abbiamo insultato, ferito; loro però non ci dimenticano. (Penso a quel
poeta che mi perseguita con il suo odio: sembra che io gli abbia detto cose sgradevoli durante una
discussione su Sainte-Beuve; me ne rammento appena. Quello che diciamo degli altri riguarda solo
loro, noi non vi prestiamo alcuna attenzione. Che ce ne importa di dare a qualcuno dell’idiota?).
A Talamanca, la barista del Melodia aveva preso una cotta per... Talleyrand. Su di lui aveva letto
solo il libro di Duff Cooper, ma era bastato per scatenare in lei una vera e propria passione: era
persino andata a visitare il castello di Valençay. Tutti i giorni le riportavo - in inglese! - qualche
detto del suo idolo di cui riuscivo a ricordarmi di notte. Ma come tradurre quelle trovate così
delicate, quelle finezze impercettibilmente ironiche, quelle inezie così concentrate, così
significative? Anche storpiate da me, ad Ann piacevano tutte, perché provenivano da Lui.
Una mattina, a Ibiza, ho assistito alla partenza di un sommergibile francese che era lì da qualche
giorno. Al momento di lasciare il porto, si girò - con quale grazia - in modo che fu possibile vederlo
di profilo: la sua sagoma nera, le sue movenze funebri - dava l’impressione di trasportare il corpo di
un eroe - mi commossero fino alle lacrime. Bisogna ammettere che quella torretta cupa sotto un sole
fulgido era davvero toccante.
Nelle civiltà di un tempo spontaneità e volgarità andavano di pari passo. Per i raffinati, la
naturalezza era ammessa solo allo stato di desiderio, ossia allo stato virtuale; quelli che la
possedevano erano considerati grossolani o ridicoli.
2 settembre. Ho ripreso le mie passeggiate notturne intorno al Luxembourg, sono ridiventato un
automa.
Tutti sono ingrassati durante le vacanze; solo io mi sono ritrovato con la mia magrezza. La carne
non è il mio forte.
Mi sono imposto una filosofia scettica per potere contrastare la mia natura infelice, i miei sgomenti,
le mie reazioni umorali. In ogni momento ho bisogno di dominarmi, di frenare i miei impulsi, di
combattere le indignazioni, alle quali non credo, anche se mi montano dal sangue o non so da dove.
Lo scetticismo è un calmante, il più sicuro che abbia trovato. Vi ricorro in ogni occasione; se non lo
avessi, esploderei nel senso proprio del termine.
Solo quando si riesce a raccontare un aneddoto in una lingua straniera si può dire di conoscerla.
Tutti i popoli sono maledetti. Il popolo ebraico più degli altri. La sua maledizione è automatica,
evidente, senza lacune. Non incontra ostacoli.
L’ebreo romeno è antiromeno, l’ebreo americano antiamericano, e via di seguito. Ma l’ebreo
francese non è antifrancese. Non osa esserlo. Perché?
La Francia ha - o piuttosto ha avuto - il monopolio del prestigio. In suo favore si è creato un
pregiudizio positivo di cui tutti intendono approfittare.
X, un imbecille, mi tiene al telefono mezz’ora per darmi notizie che non mi interessano. Questo
attentato al mio tempo mi lascia completamente sgomento, e stremato. Uno che si ricordi di essere
stato sotto tortura deve provare la stessa cosa. E in effetti all’altro capo del filo c’era un aguzzino.
Alla vigilia della morte, Socrate stava imparando un’aria per flauto. «A cosa ti servirà?» gli
chiedono. «A sapere quest’aria prima di morire».
3 settembre. Ieri sera, in rue Guynemer, guardavo una donna al braccio del marito, una nordica (?)
dai capelli d’oro. Aveva una tale classe che non riuscivo a distogliere lo sguardo da lei. Siccome i
due erano dall’altro lato della strada, ho cominciato a seguirli; superandoli, mi sono accorto con
orrore che lei aveva una voce cavernosa, sgradevolissima, e che la lingua in cui parlavano era di una
bruttezza quasi insostenibile. La donna era, anche da vicino, graziosa; ma come poteva emettere
suoni del genere? Non c’era nessuna scusante per una voce simile. Mi sono allontanato senza
rimpianti.
Stamattina, di ritorno da Enghien, alla fermata della Gare du Nord ho assistito a una scena pietosa.
Da entrambi i lati c’era gente in attesa del métro. Su quello di fronte, una ragazza di circa ventidue
anni chiama un uomo sulla quarantina che si sta allontanando da lei. Lui ritorna. Lei gli si stringe
contro, piange, pesta i piedi; lui si allontana, lei grida, pesta i piedi; lui fa dei gesti, lei ricomincia
più forte. Solleva e lascia cadere più volte una valigia. Alla fine lui torna e prende la valigia, la
ragazza gli si appiccica addosso, sospira, e i due scompaiono insieme. Era sua moglie, la sua amante
o... sua figlia? Il comportamento di lei, ma anche quello di lui, giustificavano tutt’e tre le ipotesi,
tanto i loro rapporti sembravano torbidi e tuttavia normali.
Dall’esterno, ogni clan, ogni setta, ogni partito sembrano omogenei; dall’interno, la diversità è
enorme. In un convento i conflitti sono reali e frequenti quanto in qualsiasi altra società. Perfino
nella solitudine, gli uomini non si riuniscono che per sfuggire alla pace.
Per secoli ci si è interessati a Socrate; si vedeva in lui il prototipo del filosofo, un modello, e anche
un personaggio enigmatico. Oggi possiamo dire che non ci riguarda più, la sua figura ha perduto
ogni mistero; non turba più nessuno.
L’ultimo che l’abbia preso sul serio è stato Nietzsche. Da allora ha cessato di essere un problema. Il
fatto è che per noi, lui, nonostante il suo demone, non è abbastanza complicato, né i suoi
interrogativi abbastanza drammatici. Ci appare in ogni caso troppo ragionevole, e non vediamo
che cosa potremmo cominciare con lui. Le sue perplessità metodiche non sono più per noi un punto
di partenza. Non ci sembra che la sua ironia abbia più senso del sorriso della... Gioconda. Arcani
esauriti, falsi abissi.
Sogno, scherzo, menzogna - nei momenti fondamentali, anche in quelli funerei, non trovo altre
parole che mi aiutino a cogliere l’esistenza. In quei momenti, infatti, non mi sembra tragica, ma
irreale. Davanti a una tomba, fosse pure quella di un amico, è assolutamente impossibile
pensare che esistere sia un fenomeno serio. E' tutto come se ci fosse un imbroglio in partenza, alla
base. Questa almeno è l’impressione quasi costante che ho delle cose del mondo.
Una cosa che ho capito molto presto, e che mi ha preservato da molte follie: il martirio si riduce a
un conflitto con la polizia. Tutto è preferibile a questo tipo di «dialogo». Restare uccisi in
condizioni simili, e a un livello così basso, significa disonorarsi.
Eppure il martirio (soprattutto quello politico) trae forse il suo valore e il suo prestigio da questo
accettare di abbassarsi, di soffrire per ciò che vi è di più innominabile nella società.
« La musica potrebbe in qualche maniera sussistere senza l’esistenza dell’universo»
(Schopenhauer).
5 settembre. Ieri sera ho incontrato K.G., ebreo ungherese che conosco da lunga data (credo dal
’38). Parla un francese detestabile, lo sa e ne soffre. Di tutte le persone che nomino dice che non gli
vanno a genio, le trova antipatiche. Riconosce il loro valore intellettuale, ma non gli piacciono come
uomini. « Raymond Aron lo stimo come pensatore, l’uomo invece non lo posso soffrire».
Brutto, sardonico, teso e naturalmente infelice, K.G. sa, anche se rifiuta di ammetterlo, che tutti lo
trovano antipatico, e lui non trova attraente nessuno. Accusa gli altri di ciò di cui viene accusato lui.
Non posso fare a meno di obbiettargli: «Ma R. Aron è estremamente affascinante come uomo».
«Forse,» mi risponde «ma non come professore. Ho dato la tesi con lui, ed è stato detestabile».
In fondo G. mette tutti a disagio, e nessuno glielo perdona. Vuole rendersi gradevole, ma non ci
riesce mai; troverà sempre la parola infelice capace di ferire, mentre magari voleva farvi un
complimento. Se non avesse la risorsa di prendersela con gli altri, di addossare agli altri la colpa
dei cattivi rapporti che ha con loro, la sua vita sarebbe un inferno. Si tratta, per lui, di
un’inconsapevole reazione di autodifesa. Che cosa non si fa per sopportare se stessi!
Siamo tutti nella stessa situazione. Invece di dire: «A quella persona non piaccio», preferiamo
definirla semplicemente orribile o maleducata. In fatto di conoscenza di sé, eludere la verità
significa conformarsi all’istinto di conservazione, cedere a un imperativo vitale.
Ogni volta, prima di scrivere una lettera, piccola crisi di nevrastenia. Mi è così difficile entrare in
contatto con la persona a cui mi rivolgo! Non mi trovo mai al livello giusto per comunicare con lei.
Di qui lo sforzo, sia per elevarmi sia per abbassarmi, a seconda della qualità del «corrispondente».
Rinnegare se stessi senza che ve ne sia necessità assoluta: niente di più penoso. Penso a D.N., che
con tre articoli di ritrattazione ha distrutto la propria leggenda e annullato sei anni di sofferenze. Il
masochismo non porta alla gloria se non quando è abilmente gestito.
Nella volontà di martirio ci sono masochismo, provocazione e un immenso orgoglio a base di
risentimento.
Ogni martire mormora tra sé: «Farò veder loro di che cosa sono capace ». Nel dirlo, pensa sia ai
nemici sia alla platea.
Una sera a Ibiza, solo di fronte al mare, ho avuto la netta percezione dell’assurdità dell’onore, o se
si vuole dell’onorabilità. Mentre le onde si frangevano sulle rocce, dicevo fra me: Che cosa
m’importa dell’opinione degli uomini? Se tutti, senza eccezione, mi prendessero per uno
scellerato, per un mostro, per la vergogna della specie, perché ciò dovrebbe riguardarmi? Che
rapporto hanno con l’uomo queste onde, queste stelle, questa notte? E che realtà potrebbe avere, in
mezzo agli elementi, un giudizio di valore, fosse pure emesso dall’umanità intera? E pensavo alle
mie reazioni da scorticato vivo, ai miei rancori, alle mie sconfitte o anche ai miei entusiasmi, e mi
dicevo che bisogna essere veramente molto stupidi per soffrire o gioire di qualcosa. Appena sono
fuori, voglio dire davanti a un albero, a una roccia, davanti a un paesaggio senza alcuna presenza
umana, ricevo subito una lezione di indifferenza che mi renderebbe felice se sopravvivesse al primo
contatto con l’uomo.
Sogno idiota. Avevo appuntamento con le due figlie di Bergson. Dopo complicazioni inaudite,
riuscivamo a prendere il treno Ocna-Sibiu - proprio quello (!); il binario era in riparazione, il treno
avanzava a stento; le ragazze non conoscevano il romeno.
E' mai possibile che il cervello non abbia altro da fare che inventare simili fesserie? Quali segreti
cogliere in un sogno così? - Ciò che manca alla psicoanalisi è il senso del ridicolo. Una disciplina in
teoria seducente, in realtà grottesca. E' inconcepibile che tante intelligenze l’abbiano presa sul serio.
Non conosco niente di più penoso di una vita riuscita, appagata, anche se superficialmente è
piacevole vedere un viso radioso che sprigiona contentezza.
Rileggendo alcune poesie di Leopardi mi sono reso conto di quanto ormai io sia guarito dal
romanticismo - riguardo alla forma; ma non alla sostanza.
Invece di lavorare, continuo a rimuginare risentimenti (stavo per scrivere presentimenti); i miei
umori sono i miei problemi.
Mi sono alzato con la certezza di essere stato picchiato, di essere passato per le mani di molti
aguzzini, uno più esperto dell’altro. Questo lo chiamano sonno.
Sono l’unico contribuente in Francia che dichiari più di quanto guadagni. Qualunque sia il mio
reddito, non posso dichiarare meno del minimo vitale. Ma ci sono stati anni in cui ne ero ben al di
sotto. Su questo capitolo, silenzio, dato che ogni dettaglio equivarrebbe a una vergogna o a una
lamentela.
Non amo le persone che si intestardiscono, che vogliono che si parli di ogni loro azione, compresa
l’agonia, che non sanno sparire al momento giusto e non immagineranno mai la voluttà che c’è nel
sapersi dimenticati, nell’essere gli artefici dell’oblio in cui si è caduti.
Finché si invidia il successo di qualcuno, fosse pure di un dio, si è solo vili schiavi come tutti.
Nessuno è veramente contento del successo dei propri amici: non si può sopportare la fortuna di
quelli che conosciamo bene, mentre ci si rassegna facilmente a quella di uno sconosciuto o di una
conoscenza occasionale. La storia di Abele. - È questa la forma più evidente e più quotidiana della
maledizione.
La vera eleganza morale è l’arte di mascherare da sconfitte le proprie vittorie.
Dopo una frecciata, non ho più voglia di «pensare». Il frammento, la battuta, la massima, veri
attentati allo spirito. (Lo «spirito» è nemico dello spirito).
Una razza intelligente e senza mistero, presso cui la donna non ha alcun « coefficiente » poetico. E'
buona solo per l’amore e per la conversazione.
Non esiste «nostalgia» gallica, soltanto «cafard». La malinconia non è cosa di queste parti.
«Mai l’idolo vorrebbe vedere il suo scultore, né il beneficato il suo benefattore» (Baltasar Graciàn,
L'uomo di corte).
Da leggere: Adolphe Coster, Baltasar Graciàn, 1913.
Se mi avessero predetto che avrei passato mesi e mesi senza musica e che mi ci sarei adattato senza
far troppe storie, avrei schiaffeggiato l’autore della predizione. Eppure è quello che mi è successo
quest’anno. La musica si allontana, non arricchisce più la mia vita. La mia aridità attuale ne è la
causa o l’effetto? Non saprei dirlo.
10 settembre. Notte spaventosa. Nervi - sotto l’effetto della calura - come biancheria strizzata. E poi
dolori alle gambe, formicolio per tutta la notte. Sempre questo incontro con il corpo, sempre di
fronte a questo flagello.
« Capire significa capire come vero. Ma vedere una tesi come falsa significa necessariamente non
capirla» (padre Valensin).
L’affermazione è tipicamente teologica, nel senso che questo tipo di paradosso inutile, di una
sottigliezza a vanvera, è caratteristico della mentalità del teologo (o del logico).
Per uno che riesce, cento, anzi mille falliti.
M. Lusseyrand, professore di francese in America, mi dice che è impossibile avere una
conversazione profonda, intima in inglese con un americano, il quale si confida subito se invece
parla in francese. - Questo perché nella sua lingua l’anglosassone è prigioniero di tutti i cliché, dei
luoghi comuni, dei pregiudizi che gli sono stati inculcati; mentre in un’altra lingua nulla lo trattiene
dall’essere quello che è segretamente, e cioè veramente: dall’essere se stesso, e non ciò che ha fatto
di lui la società.
La cosa forse vale per tutti e non solo per gli anglosassoni (sebbene in loro il fenomeno sia più
grave a causa delle proibizioni che dominano ovunque, sia in America sia in Inghilterra).
Più ci penso, più mi convinco che Atene doveva essere un inferno. In uno spazio così ristretto,
riunire tanti ingegni opposti, costretti a conoscersi, a parlare, a litigare!
Tra il mistero e l’oscurità voluta c’è un abisso. La letteratura contemporanea, piena della seconda, è
sprovvista del primo.
(Non c’è niente di più ridicolo del voler essere oscuri per sembrare profondi).
Perché uno che da anni produce letteratura illeggibile ripetendosi spudoratamente dovrebbe
smettere, visto che le cose gli vanno così bene e tutti gridano alla rivelazione dopo ognuno dei suoi
parti?
Non conosco niente di più penoso degli attacchi di noia durante una conversazione, dei vuoti che vi
creano e della paura di vederla cessare del tutto. Nessuno sa andarsene in tempo, prima che
l’argomento in questione sia irrimediabilmente esaurito. «Se ne vada! » mi viene voglia di gridare al
seccatore che non vuole lasciare la poltrona in cui si è sprofondato... in qualità di torturatore.
Non c’è stata nessuna ingiustizia da me commessa deliberatamente o per uno sbalzo di umore che, a
volte subito, a volte anni dopo, non mi abbia procurato un cocente rimorso. I miei torti non hanno
mai mancato di fornire materia ai miei tormenti.
«Di tutte le monotonie, quella dell’affermazione è la peggiore» (Joubert).
12 settembre. Stamattina, mentre pulivo pezzo per pezzo il rivestimento metallico della stufa a gas,
il rumore che ne risultava ha risvegliato in me una strana sensazione: dove avevo sentito gli stessi
«gruppi» di suoni, lo stesso tintinnio e la stessa discontinuità sonora? Dopo un’ora me lo sono
ricordato: ai concerti del Domaine Musical, l’ultimo grido in fatto di musica. Maneggiando un
oggetto domestico ero finito senza accorgermene in piena avanguardia.
Rilette alcune pagine di Schopenhauer. Sopravvive soltanto il moralista e l’uomo di spirito. Il lato
propriamente filosofico è datato: tutti quei riferimenti alla volontà a proposito di qualsiasi cosa
fanno pensare a un ghiribizzo o all’insistenza di un maniaco.
In un’epoca come la nostra, che ama l’oscurità a ogni costo, i miei scritti non presentano alcun
interesse: sono troppo chiari... Ma quest’epoca facile non può immaginare che lotta io abbia
sostenuto, prima contro di me, poi con la lingua, per raggiungere quell’apparenza di chiarezza che
viene tanto disprezzata nel mio ambiente.
La pietà è l’unico sentimento che si dovrebbe legittimamente provare per ogni essere umano, anche
per un farabutto.
L. vuole vedere se ho la linea del suicidio; ma io nascondo le mani, e pur di non mostrargliele in sua
presenza porterò sempre guanti neri.
11 maggiore rimprovero che si può rivolgere alle rivoluzioni è che, per paura, lettere e diari
vengono sacrificati, e sono gli autori e i possessori a sbarazzarsene, senza lasciare il compito alla
polizia.
(La distruzione del diario di Madame de Rémusat al ritorno dei Borboni.66 Vi aveva registrato
giorno per giorno i colloqui con Napoleone e le persone di corte. I suoi Mémoires, scritti dopo, non
ne sono che un pallido riflesso, frutto del ricordo) .
12 settembre. Ieri sera, una donna seguita da un negro mi chiede aiuto. Mi avvicino e il negro si
inette una mano in tasca. Ho capito: eravamo in boulevard Arago. Quella tipa non rischiava niente,
ma io rischiavo grosso, scioccamente. Li ho abbandonati ai fatti loro, non senza provarne un senso
di vergogna.
Il mio cervello non sta molto bene, e io non vedo che squilibrati.
Dopo avere sfogliato un libro illustrato sulla Spagna:
Niente di quanto è spagnolo mi è estraneo.
14 settembre. Esplosione di collera in un negozio di cibi dietetici. Sono mesi che ci vado, e non ho
smesso di odiare la tizia che ne è, credo, la padrona. È orribile, odiosa, porta gli occhiali e ti guarda
di traverso. Per colmo d’ironia il negozio si chiama «La vita chiara». Non ci sono mai andato senza
il presentimento che sarei esploso. Oggi mi offrono due pani di
segale estremamente piatti (sembravano passati al laminatoio) e mi dicono che costano di meno (un
franco l’uno) perché non sono lievitati. «Allora me ne dia uno solo» dico. La tizia ebbe un ghigno
insopportabile, che mi fece uscire dai gangheri. Gettai lì la moneta da un franco e me ne andai
furente. Come potrei restare padrone di me davanti a un muso simile? Eppure sarebbe necessario.
Ogni mattina, uscendo di casa, dovrei propormi di mantenere la calma qualsiasi cosa accada. E'
veramente umiliante non riuscire a controllarsi. Ma questa incapacità non è accidentale: è insita
nella mia natura.
14 settembre. Ieri ho incontrato la signora (?) che abita nel mio stesso caseggiato, vedova da due
mesi. L’ho fermata per rinnovarle le mie condoglianze. Mi ha lanciato uno sguardo terribile, pieno
di odio e di crudeltà. Ne sono rimasto sorpreso e sconvolto, giacché subito dopo si è messa a
piangere. Ho capito che ciò che avevo scambiato per crudeltà e odio non era altro che disperazione.
Anche se so che non è certo nobile considerare un peso la riconoscenza, è tuttavia così che la sento.
Non sono libero quando mi trovo di fronte a chiunque mi abbia fatto un favore: è come se
occupasse un posto più in alto in una gerarchia invisibile; io sono un suo subalterno. Le nostre
relazioni ne risultano falsate; non è più possibile la sincerità; interviene l’obbligo. A che serve
mantenere i rapporti con lui? Nessuna spontaneità né da parte mia né da parte sua; il favore che mi
ha fatto si erge continuamente fra noi e ci paralizza entrambi.
È raro, è singolare trovare un solo uomo di merito che si circondi di persone degne di lui; a meno
che non lo faccia per calcolo.
Non ho mai capito come si possa accettare di buon grado la schiavitù di avere dei discepoli. Si è
sempre schiavi di chi vi imita.
Ho una certa esperienza degli uomini e delle cose, eppure non mi serve a niente o quasi nella vita di
ogni giorno. In compenso, teoricamente mi è di enorme utilità. Ma, ancora una volta, non ne traggo
alcun profitto.
Ho passato in rassegna tutte le persone che potrei invidiare. Alla fine ho constatato che non vorrei
cambiare il mio destino con quello di nessun altro. Siamo tutti nella stessa condizione. E' questo che
significa essere unici. Perfino un ranocchio è unico; tutto ciò che respira è unico. Il più grande genio
non è niente in confronto a questa meravigliosa unicità. Come mai allora l’invidia è il
sentimento più profondo, più antico che una creatura possa provare?
Lette con enorme disgusto alcune pagine dell’ultimo volume del Journal di Concourt. E' mai
possibile che uno scrittore sia una simile portinaia?
Vi è una certa bassezza d’animo a pretendere che, quando siamo infelici, gli altri si interessino delle
nostre disgrazie.
Penso alla vedova disperata dell’altro giorno. Lasciandola, mi sono detto che le più grandi
sofferenze, nella prospettiva dell’assoluto, sono solo uno scherzo, e bisognerebbe educare gli
uomini a beffarsi delle proprie vicissitudini. Ma, innanzi tutto, bisognerebbe fare il possibile per
impedire loro di affezionarsi profondamente ad alcunché: distruggere le superstizioni dell’amore,
estirpare alla radice le idolatrie, il culto per un essere o anche per una idea. Finché crediamo che
quaggiù ci sia qualcosa di reale, noi vi ci aggrappiamo e lo esaltiamo, procurandoci come
risultato un’infinità di sofferenze. Postulare l’universale fantasmagoria è quindi un’opera salutare,
addirittura un dovere a cui nessun cuore caritatevole dovrebbe sottrarsi.
Ciò che più mi colpisce nei critici d’oggi (critici letterari, critici d’arte, di filosofia, ecc.) è
l’insistenza, la volontà di metodo e di sistema, che permette loro di dissimulare la mancanza di
talento e di farsi perdonare la noia sconfinata che emana dalle loro opere. Non appena un letterato si
maschera da filosofo, possiamo star certi che è per camuffare i suoi difetti, la sua assenza di doti, la
sua ispirazione carente. Che paravento l’idea o la parvenza di idea (per il pubblico è la stessa cosa)!
Il più delle volte dietro non c’è niente. L’ostentazione, lo sfoggio di idee che avviene nei commenti
critici è un furto a malapena dissimulato; si prendono i pensieri di un altro, li si gira e rigira, li si
confronta e li si contrappone in una sorta di balletto indegno di una mente seria, e ci si erge a
giudici mentre si saccheggia la ricchezza di un poveraccio che, almeno, ha prodotto qualcosa di
diretto e di vivo.
15 settembre
La stessa domanda ossessiva: «Che cosa sta facendo, che cosa sta preparando?». «Aspetto» vorrei
rispondere a tutti. Ma la risposta giusta sarebbe piuttosto: « Ho forse la faccia di uno che debba fare
qualcosa?».
Da oggi riprenderò a lavorare al mio libro sulle difficoltà della rinuncia.
Intorno a me tutti si danno da fare, si affermano, mentre io mi consumo, mi consumo.
L’Oraculo Manual di Baltasar Graciait assomiglia nel tono al Tao té ching. Ma può darsi che tra
questi due libretti ci siano analogie più profonde, corrispondenze misteriose. E' una mia illusione?
O un’impressione legittima? Da verificare.
Quel grande personaggio che ha tradito tutti i suoi amici e tutte le cause non manca mai di andare a
messa nelle città e nei Paesi che visita. Come osa rivolgersi a Dio? Che cosa può mai dirgli? Ma
andiamo! Chiunque faccia pubblicamente appello a una religione mostra per ciò stesso di
disprezzarla.
Più avanti vado, più il sentimento dell’irrealtà si tramuta in me nella certezza di una farsa generale.
Mosche tragiche tutti e tutte.
«Il talento ha dunque bisogno di passioni? Sì, di molte passioni represse » (Joubert).
16 settembre. Mi sono svegliato nel cuore della notte in seguito a un incubo così terribile che il mio
primo pensiero è stato che quel risveglio sarebbe stato definitivo, che non mi sarei mai più
riaddormentato.
Cosa strana, mi resta nella mente soltanto l’impressione lasciata dall’incubo; tutti i particolari sono
scomparsi, mi è impossibile ricordarli.
«Un nemico è altrettanto utile di un Buddha». — Come sono d’accordo! Lo devo ai miei nemici se
ho commesso meno errori di quanti ne avrei fatti senza di loro. Essi hanno vegliato su di me,
continuano a vegliare: la mia gratitudine verso di loro è infinita.
Sono stupefatto della persistenza dei miei difetti. Mi lamento delle visite importune che mi
impediscono di lavorare, è vero. Ma è ancor più vero che sono io a impedirmi di fare il mio dovere,
e che ho il dono di sprecare il mio tempo. Oggi pomeriggio, anche se niente mi obbligava a uscire,
ho passato due ore alla biblioteca del VI arrondissement a sfogliare scioccamente libri di modesto
interesse. Eppure no; ho visto alcune foto della Grecia, delle isole greche - per la prima volta in
vita mia. Vi ho trovato tutto ciò che amo. E' nata una nuova passione. Basta che ci siano cipressi da
qualche parte e non chiedo di più, mi dichiaro soddisfatto del mondo. E' stato il pregiudizio romeno
contro i greci a far sì che non sia mai voluto andare nel loro Paese. Tutto questo è stupido,
mostruosamente stupido.
Heine racconta che quando era piccolo, a Dusseldorf, credevano che facendo scendere legato a un
filo il dito di un impiccato (preferibilmente innocente) in un barile di birra, la birra aumentasse e
migliorasse. E Heine aggiunge: «Aufgeklärte Bierwirte pflegen ein rationaleres Mittel anzuwenden,
um das Bier zu vermehren, aber es verliert dadurch die Stärke».67
Per me non c’è niente di più insopportabile dell’ironia continua, senza incrinature, senza tregua, che
non vi lascia
il tempo di respirare, e ancor meno di riflettere. L’ironia che dovrebbe essere delicata e occasionale
- divenuta grossolana, ossia automatica! Perfino lei è destinata a degenerare, a seguire la legge
comune.
Tutti questi professori, Heidegger in testa, che vivono da parassiti di Nietzsche, persuasi che
filosofare significhi parlare di filosofia. - Mi ricordano quei poeti che pensano che il compito dei
versi sia di cantare la poesia. Dovunque il dramma dell’recesso di coscienza: sarà esaurimento di
capacità o esaurimento di temi? Probabilmente di entrambi: difetto di ispirazione che va di pari
passo con il difetto di materia. Scomparsa dell’ingenuità; troppa destrezza, troppa abilità nelle cose
essenziali. L’acrobata ha soppiantato l’artista, il filosofo stesso non è che un pedante che fa del
contorsionismo.
M.F. dice che l’importanza di Nietzsche deriva dal fatto che è stato uno dei primi a estendere il
proprio interesse a molti campi (filologia, psicoanalisi, politica, ecc.). Che dire allora di Hegel? Al
contrario, si è limitato a un campo molto ristretto. Ha ragione Spengler quando sostiene che l’epoca
dei grandi filosofi che abbracciano tutti i campi è terminata, e che la filosofia si è specializzata
come qualsiasi altro ramo del sapere.
Condizione essenziale se si vuole pensare: astenersi dal riflettere sulla filosofia.
Per strada si era impadronita di me una febbre straordinaria: quante cose ho ancora da dire! Non
sono perduto se sono capace di provare sensazioni così forti, così rare.
«Forse sono l’ultimo degli uomini, ma non riconosco a nessuno il diritto di giudicarmi ».
Penso a Erwin Reisner, un vero filosofo, morto sconosciuto, e a quell’altro, impostore, celebrato
dovunque. Ma a che serve soffermarsi su queste ovvietà di sempre? Il merito è ricompensato solo
quando lo si incontra in un ambizioso senza scrupoli. E ogni uomo di valore che ha avuto successo
lo è.
È una sensazione piuttosto curiosa appartenere a un Paese senza monumenti, a un Paese la cui sola
risorsa è il futuro, e che forse non ha più futuro di quanto abbia un passato.
Se posso fare un bel po’ di cose senza convinzione (e quasi tutta la mia esistenza quotidiana si
svolge in questo modo), in compenso mi è impossibile scrivere senza crederci, per semplice
esercizio o per necessità. Tutto ciò che ho scritto (non parlo delle lettere, a quelle non do
nessuna importanza, e d’altronde la maggior parte è stata dettata solo dalla cortesia), tutto ciò che
ho scritto, tutto ciò che ho pubblicato corrisponde a quello che ho effettivamente pensato nel
momento in cui l’ho concepito. E' curioso questo rispetto per la penna, viste le mie inclinazioni
scettiche. Se fossi coerente con alcune mie idee, non dovrei indietreggiare davanti a niente, dovrei
affermare qualsiasi cosa e sostenere qualsiasi causa. Se nella conversazione mi capita di mentire,
non potrei mai farlo davanti al foglio bianco: mi è impossibile essere cortese scrivendo. C’è da
credere che io abbia un fondo di onestà, e comunque di ingenuità. Gli scrupoli di un cinico - più
che un titolo di libro, sarebbe l’insegna della mia carriera. Contrasti nell’equivoco.
18    settembre. Una di notte.
Disperazione indicibile. Ho appena passato la serata con amici; è andato tutto bene, eppure non ho
nemmeno la forza di spogliarmi, vorrei gettarmi per terra e piangere.
19 settembre. Gli altri non hanno la coscienza di essere degli impostori, e invece lo sono; io... - lo
sono quanto loro, ma lo so e ne soffro.
(Cercando il vero, era inevitabile imbattersi nel falso e scoprirlo in tutti i gesti degli altri, così come
nei propri).
Aver contegno significa saper dissimulare gioie e dolori, non fare nulla che possa suscitare in un
terzo invidia, disprezzo o commozione.
L’unica parte interessante di una dottrina della salvezza (che si tratti di religione o di politica, non
ha importanza) è quella distruttrice.
Di nuovo la desolazione, e questo sapore di cenere che impregna tutto il mio essere.
Mi si rimprovera la sterilità, che invece è la mia ragion d’essere e il mio titolo di gloria. Valgo
qualcosa solo perché scrivo poco. La mia posizione filosofica rifugge dagli sviluppi. Non appena mi
spiego, liquido me stesso.
X, di successo in successo, si è completamente svuotato; si è impantanato nei suoi successi. Per
rimanere se stessi bisogna a tutti i costi evitare di uniformarsi all’immagine che gli altri hanno di
noi. Anche noti, anche celebri, bisogna vivere come se non ci fossimo che noi e...
Tra la mistica e il « nichilismo » la differenza è puramente verbale, voglio dire che ogni esperienza
del nulla è di ordine mistico.
20 settembre. Suonano alla porta. Guardo dallo spioncino, non apro. E' D.L., che non vuol mai
saperne di telefonare prima. Queste visite inopinate mi fanno star male, equivalgono a una
violazione di domicilio, a una profanazione della solitudine.
Si può ingannare l'Angst solo con letture frivole o tecniche; mai comunque con qualcosa che
riguardi l’«anima».
Vista la mia passione per i paesaggi, non riesco a capire come abbia potuto dire tanto male di questa
terra.
I paraventi di Genet. Un’operetta a rovescio. Andato via nell’intervallo, nauseato, deluso,
esasperato: che idea andare a vedere uno spettacolo così «parigino»! e che idea anche andare a
teatro! Esistono un sacco di « piaceri » che non significano più niente per me. A dire il vero tutto ciò
che è spettacolo mi annoia. (Noia per noia, preferisco ancora una rappresentazione teatrale alla
lettura di un romanzo).
Rabbi Mikhal confessò un giorno ai suoi figli: «La benedizione della mia vita è stata non aver mai
avuto bisogno di una cosa prima di possederla» (I racconti dei Hassidim).
21 settembre. Quell’operetta oscena di Genet - come si spiega che tutto quel turpiloquio, tutto
quell’arsenale di volgarità e di oscurità passi senza che nessuno ne sia turbato? Unicamente con
l’usura del linguaggio: quelle parole hanno perduto tutta la loro freschezza, tutta la loro virulenza,
sono state troppo usate, e si continua a usarle troppo nella conversazione. Non c’è espressione
riguardante la sfera sessuale che non sia consentita in società. In un’altra lingua, in qualsiasi altra,
una commedia come quella di Genet sarebbe davvero intollerabile. In romeno, impossibile.
In francese, tutto è svuotato di contenuto, nessuna parola conserva il suo valore di immagine.
Quindi non c’è più niente che scandalizzi, che sia indecente. Che dire di una lingua in cui nominare
il tale atto o il tale organo non è più grave che dire forchetta?
Ogni giorno mi propongo di non vedere più nessuno, di non accettare più nessun appuntamento. Ma
poi squilla il telefono, e qualcuno di cui non posso sbarazzarmi subito se la prende col mio tempo,
vuole impadronirsene, rubarmelo.
Quando si è stranieri in una nazione adottata per amore o per forza, dopo un certo tempo si vedono
soltanto i suoi difetti, e si diventa ciechi davanti alle virtù che quei difetti presuppongono. Ormai dei
francesi colgo solo i lati negativi - ma sto ritornando equo verso di loro da quando sono assillato dai
miei compatrioti: i loro difetti sono ben peggiori di quelli dei francesi!
Nessuno è più religioso di me. Né di meno. Sono allo stesso tempo più vicino e più lontano
dall’Assoluto di chiunque altro.
A giudicare dai giovani, stiamo assistendo alla nietzschizzazione della Francia.
Da anni non faccio che scrivere sulle virtù dell’Indifferenza, e non passa giorno che non attraversi
una crisi di violenza che, se non fosse repressa, giustificherebbe l’internamento. Per fortuna questi
dibattiti veementi si svolgono tra me e me, anche se, per la verità, sempre a causa di qualcuno. Non
sono ancora capace di odii immaginari; i miei deliri non mancano di oggetto.
Vedere un’intera sala tributare a qualcuno un’ammirazione d’ufficio, tutti questi giovani che hanno
paura di avere una opinione, paura soprattutto di non amare ciò che va amato. C’è da chiedersi se a
Parigi la gloria non sia qualitativamente inferiore a quella di qualsiasi altro luogo, e se qui la voglia
di essere noti non dipenda da qualche infermità.
Un passionale che non sa dove indirizzare le sue passioni, a che cosa agganciarle.
Se tutte le ore che dedico agli altri le impiegassi a conoscermi meglio, la strada verso la verità,
verso la verità nei riguardi di me stesso, sarebbe sgombra.
Il disagio che provo ogni volta che mi si chiede che cosa sto facendo. La gente non ha ancora capito
che non sono idoneo al «fare», che per me si tratta solo di lasciar passare il tempo, in realtà di
passare insieme con lui...
Pensato di nuovo all’utilità del nemico. Bisogna però che sia un buon nemico, ossia che si occupi di
noi ininterrottamente e sia sempre pronto a segnalare, a divulgare la nostra minima debolezza.
Prima o poi si devono trarre le conseguenze delle proprie idee, ossia pagare. Ed è allora, allora
soltanto che l’opera si ritorce contro il suo autore. Penso a S.B., sempre più somigliante ai suoi
personaggi: è la loro rivincita; lo obbligano a decadere, a scendere altrettanto in basso di quanto li
ha fatti scendere lui.
Ho parlato a sufficienza dell’impossibilità teorica di vivere; oggi ho l’impressione che questa
impossibilità sia divenuta pratica. Ma non lo è forse sempre stata? Quando mai sono stato
direttamente coinvolto nell’essere, quando mai sono stato sullo stesso piano dell’essere?
Il mio scetticismo non è che la trascrizione teorica della mia nevrastenia.
La prova che, per dirla con Rivarol, la probità caratterizza la lingua francese è che in essa il
congiuntivo abbonda più che nelle altre. Il francese ovvero il rispetto dell’incertezza.
23 settembre. Ieri sera era, diciamolo, ubriaco. Ha parlato, tra il serio e il faceto, della sua «opera».
La mia opera qui, la mia opera là. - In fondo, tutti gli scrittori fanno così, ed è questo che li rovina.
Sono prigionieri, schiavi obnubilati da ciò che hanno fatto. Di lì non escono. «Ho un’opera»
ripetono instancabili. E tuttavia il modo più sicuro per guastare, far fallire quest’opera è pensarci in
continuazione. Si deve scrivere per dire qualcosa, non per realizzare un’opera. Tutto si degrada se è
fatto in vista di un libro. Ha valore soltanto ciò che è pensato per se stessi, ciò che non si rivolge a
nessuno.
Mi è assolutamente impossibile sapere se io mi prenda o no sul serio. Il dramma del distacco è che
non se ne possono valutare i progressi. Si avanza in un deserto, e non si sa mai a che punto si è.
Penso a H.M., che finge di ignorare ciò che scrivono su di lui, ma che in realtà è al corrente di tutto.
Anche la sua solitudine è una strategia; con l’aria di chi vive su un altro pianeta, non perde un colpo
sul nostro. Gli starebbe a pennello la battuta detta non ricordo a proposito di chi: « X è un eremita
che conosce l’orario dei treni ».
L’altro giorno si parlava del successo di certi autori tra le donne. Una ragazza, citando il nome di X,
si stupiva del fatto che si potesse andare a letto con lui, anche se lo si ammirava. Non poteva
concepire l’atto fisico con un simile grassone, gonfio, congestionato. Credo di aver trovato la
risposta. Uno scrittore di successo, celebre, appare come un conquistatore. E X lo è; ha vinto in
battaglia, ha schiacciato i suoi avversari. Vince e detta le sue condizioni. È un’antica legge a cui le
donne sono inconsciamente sensibili. Da parte loro, si tratta nella fattispecie del consenso alla
violenza. Quando i difensori cedevano, la città era in balìa del nemico: anche se le donne lo
odiavano, nel loro intimo lo ammiravano. Aveva vinto. Lo scrittore fisicamente ributtante esercita lo
stesso tipo di fascino. Anche lui, a modo suo, è padrone della Città.
Ho la passione dell’Indifferenza.
L’Estasi è ciò che tutti cercano con ogni mezzo - e l’unica vera estasi si ottiene solo attraverso la
rinuncia. La rinuncia non è un «mezzo»; la rinuncia è «tutto».
Ogni tanto mi scrive un giovane. Non so che cosa rispondere. E' sempre a proposito del Sommario.
Per quanto abbia «fatto» vari libri, solo uno è noto; gli altri, forse migliori, non vengono apprezzati
perché sono meno isterici. Il lirismo scatenato viene scambiato per vigore, e si confonde la retorica
con l’energia.
Non voglio fare nessuna concessione ai miei lettori, non voglio stare al mio gioco per far loro
piacere. Il vantaggio di non aver avuto successo è di poter andare indisturbati per la propria strada,
di non essere fermati da richiami e recriminazioni. Non si tradisce nessuno, tranne quei pochi lettori
che non possono o non vogliono seguirvi, che sono legati a una certa immagine di voi, da cui non
intendono separarsi. Procediamo senza di loro. D’altronde, mi vergognerei di avere una clientela. Il
discepolo è il mio incubo. Non perdonerei mai quelli che mi imitassero. Preferisco un nemico a un
compagno.
E quello che detesto sopra ogni cosa è riconoscermi e ritrovarmi in qualcuno.
Si chiama qualcuno un vecchio amico quando si constata che con lui non si ha più niente da dire.
Ogni volta che vedo le persone che frequento, mi accorgo di non avere quasi più niente in comune
con loro, dovrei dire con gli uomini in genere.

Non c’è una gran differenza tra una vecchia amicizia e una vecchia coppia: in entrambi i casi, la
medesima usura, il medesimo nulla.
Da ogni parte mi si rimprovera di non produrre niente, mentre per me la sterilità è un postulato; anzi
è il mio modo di «realizzarmi».
La persona che mi deprime di più è quella soddisfatta di sé. Non entro nel merito delle sue ragioni,
il suo successo per me non è affatto un successo, e il vanto che ne trae mi sembra ridicolo o
demenziale, anche se tutti lo considerano legittimo. Il fatto è che per me ogni successo esteriore
è peggio di un fallimento, e provo compassione per chiunque si affermi secondo i canoni di questo
mondo.
Quando resto sveglio fino a notte fonda, sono visitato dal mio cattivo genio come capitò a Bruto
prima della battaglia di Filippi...
Un amico che non è sincero, che ci scandaglia solo per spiarci, è peggio di un aguzzino.
Regola generale: ogni amico è invidioso. E' già molto se non ci invidia anche le sconfitte.
Quando amo qualcuno è quasi sempre per le sue sconfitte, e solo di rado per i suoi successi.
24 settembre. Da dieci giorni il tempo è così bello che l’idea di stare a Parigi è per me un supplizio
continuo.
Per tutta la mattina ho rimuginato i rimproveri che mi ha fatto ieri M.E.: Che cosa succede? Perché
non scrivi più? ecc. ecc. Avrei dovuto rispondergli che Wittgenstein ha scritto in tutto solo un quarto
di quello che ho scritto io, e quindi rispetto a lui, a E. - se la quantità di libri fosse l’unico criterio -,
non era che un povero fallito. Ma sono stato zitto perché, visibilmente, era troppo soddisfatto di
sé per poter tollerare senza reagire la minima insinuazione offensiva.
Mi sono imposto la concisione — e gli amici, invece di essermene grati, continuano a farmene una
colpa.
Me lo sono meritato ciò che mi sta facendo M.E. da tre settimane, non fosse altro che come
punizione per quello che ho fatto io a Mircea Zapratan, a Sibiu, una trentina di anni fa. Per tutta una
notte gli ho rimproverato di sprecare le sue doti nei bar, di non leggere né scrivere niente, di essere
un Songoromester68(?) nel bordello di Tilea; mi sono accanito contro di lui come un aguzzino,
credendo che rigirare il coltello nella piaga fosse un’azione caritatevole, che così lo avrei aiutato a
ravvedersi, ecc. Alle cinque del mattino scoppiò in singhiozzi. Questo fu l’unico risultato della mia
requisitoria. Avevo pensato di agire da amico: in realtà fu solo un esercizio di crudeltà; mi ero
servito di lui per dare libero corso al bisogno di farmi valere impunemente con il sarcasmo. Quello
che mi succede ora è più che giusto, e avrei torto a lamentarmene.
Sulla morte bisogna citare solo gli Antichi - i cristiani ne hanno travisato il senso. - Che pasticcione,
quel Salvatore!
24 settembre. - Visita di R.F., docente di francese all’Università di Buffalo. Origine polacca. I suoi
genitori sono morti ad Auschwitz. Nel 1942 viene deportato. Aveva dodici anni. In una stazione,
salta dal treno e sale su un merci. Quando il suo treno (con i deportati) parte, viene preso
dall'angoscia; è in un vagone pieno di sacchi di patate. Ne mangia - si mette in salvo a Tolosa, dove
lavora in una fattoria. Dopo la Liberazione, va in America dove fa ogni genere di mestiere...
Mi dice che è contento, che ha una moglie graziosa, che ama l’America, che guadagna bene — tutto
il contrario di quello che racconta la maggior parte degli intellettuali americani di origine europea,
quasi tutti inaciditi. Che cosa può fare una buona natura! Lui, che avrebbe dovuto essere disperato,
non lo è affatto. Felici o infelici si nasce.
Il fascino della poesia contemporanea sta nell’assoluta arbitrarietà dell’immagine.
Per riuscire a essere modesti, dovremmo tenere sempre
presente che in fondo tutto quello che ci capita è un avvenimento solo per noi.
«Allora, sei rassegnato?» mi dice E.I. «No, ma ho degli accessi di rassegnazione ».
Quanto futuro irrealizzato c’è nel mio passato!
Il grido è ciò che più si addice alla mia natura, ma ho perso l’abitudine e la voglia di gridare. Agli
antipodi del lirismo. Gli unici rapporti che ho con la poesia li devo al mio desiderio di piangere,
peraltro anch’esso piuttosto raro e sempre meno esaltante.
25 settembre. Dopo mezzanotte. Poco fa, passeggiando come al solito intorno al Luxembourg,
pensavo che in me c’è una tendenza molto accentuata alla negazione, e che da essa derivano tutte le
mie inclinazioni, in primo luogo quella per la mistica. Tutto mi annoia, tranne quando si tratta
di distruggere il mondo.
Per me la cosa più difficile è fare progetti e crederci. Se ogni tanto ne faccio, è unicamente per
ragioni pratiche.
Un papa che perdesse la fede e abbandonasse il Vaticano dopo una professione pubblica di
ateismo...
Cercato di rileggere Suso, Tauler e anche alcuni testi di Eckhart (Il libro della consolazione divina);
non ci sono riuscito; è una forma di mistica che ho superato. Questo dio troppo personale del
cristianesimo non mi dice più niente, e neanche questo fervore diretto, lirico e quasi erotico che mi
incantava tanto in un’altra epoca della mia vita. Dopo aver frequentato per un po’ il buddhismo, è
impossibile ritornare alle leziosaggini cristiane (eccettuato Meister Eckhart, nonostante ciò che ho
appena detto). Si ha bisogno di qualcosa di più impersonale e anche di più radicale, direi di
più definitivo...
Impossibilità di scrivere. Arretro davanti a tutti i soggetti.
Senza i miei mali fisici quasi permanenti cadrei in un’apatia che potrebbe fare invidia al più esperto
dei fachiri.
Henri Thomas mi ha raccontato, molto tempo fa, di aver visto in un cimitero normanno una tomba
con la scritta: X, nato il..., morto il... - e sotto: Possidente.
Letto un articolo sulla distruzione del ghetto di Varsavia. L’eroismo dimostrato allora dagli ebrei è
pari a quello della lotta contro Adriano, Vespasiano e Tito. A distanza di quasi duemila anni. Che
vitalità!
Penso a X, un mio amico monaco, che veniva a Parigi per andare dal suo notaio.
Valéry rimprovera a Nietzsche di essere stato troppo un letterato! Proprio lui che, nonostante la sua
aria sprezzante, non era altro che questo!
Campane. È così strano a Parigi. Tramite loro il passato si lamenta lanciando nello stesso tempo un
monito al presente e un’intimazione al futuro.
Procrastinazione. La passione maniacale per il rinvio. Respiro solo quando rimando a più tardi. Ma
questa sensazione di libertà è effimera; si tramuta presto in rimorso, e mi dispero per aver trascurato
ciò che avrei dovuto fare pur senza convinzione.
Quello scrittore che, da anni, nella sua cronaca settimanale invoca l’ora della sua morte; il che non
gli impedisce di schierarsi e di cedere a estri di bassa lega.
L’idea della morte non ci migliora; moltiplica e aggrava le difficoltà che già abbiamo e ci rende
ancora più incapaci di risolverle. Basta guardare quelli che ne sono ossessionati: tutto riesce loro più
difficile che agli altri. Perché? Perché pensano alla morte, molto più che alla loro morte.
Pensare alla propria morte a volte rende buoni, ma molto più spesso rende meschini; il che è
comprensibile: si è presi dagli interessi personali, ci si preoccupa di se stessi, si sprofonda in terrori
privi di qualsiasi portata metafisica -mentre la morte in generale incide molto di più sul corso
dei nostri pensieri. E' la stessa differenza che c’è tra la contemplazione di una tomba e quella di un
cimitero.
Quando la mia mente si distacca dalle parole, come fa a funzionare? Qual è la sua identità? Chi è?
Esiste ancora?
La mia maledizione: mi piace prendere un libro tra le mani, ed è sempre una gioia quando ne apro
uno, qualunque sia. Ma non possiedo una biblioteca: è la mia salvezza.
Ho la fortuna di non essere costretto a leggere i libri di cui si parla. Li scorro, è vero, anni dopo,
quando sono stati ridimensionati. La delusione di chi si era lasciato ingannare la condivido spesso,
ma non sempre.
Mi è impossibile precisare che cosa provo nei confronti dei miei libri. Sono miei, eppure... Sono
costretto a pensarci e a giudicarli perché me ne parlano; ma quanto sarei più libero, quanto sarei più
io se non ci fossero, e se il tempo impiegato a scriverli lo avessi dedicato a distaccarmi felicemente
dal mondo e da me stesso!
Ho superato tutte le cose, a una a una, ma non ho superato l’universo - ho superato l’universo, ma
non le cose.
Di queste due proposizioni, qual è vera? quale esprime lo stato in cui mi trovo, la tappa che ho
raggiunto?
Non lo so, non lo so.
Si devono scrivere e soprattutto pubblicare solo cose che facciano male, e cioè di cui ci si ricordi.
Un libro deve scavare nelle piaghe, addirittura provocarne altre. Deve essere all’origine di uno
smarrimento fecondo; ma soprattutto un libro deve rappresentare un pericolo.
Ho turbato alcune persone - non ne ho salvata nessuna. A meno che il turbamento non sia un segno
di salvezza.
29 settembre. Finalmente respiro: è tornato il brutto tempo.
Il desiderio di apparire intelligenti accresce le capacità di un’intelligenza. Ogni vanità stimola.
Quelli che ne sono privi rimangono al di sotto di se stessi, non sfruttano una parte delle loro doti.
(Poco fa ho incontrato per caso X, che non vedevo da anni. Abbiamo passato insieme poco più di
un’ora, tempo di cui ha approfittato per vantarsi; ma a forza di cercare di dire cose interessanti su di
sé ci è riuscito, naturalmente solo in parte. Sarebbe stato assai noioso e più penoso se si fosse rivolto
solo elogi ragionevoli. Esagerando, è stato quasi spiritoso, anzi direi che lo è stato proprio).
Ormai non ci sono che giovani. Figli sovvenzionati, nati dagli assegni familiari. Hanno qualcosa di
irreale: carne in cambio di soldi. Credo proprio che questa carne non valga niente. - Prima, si
generava per sbaglio o per necessità - oggi, per ottenere sovvenzioni e pagare meno tasse.
Questo eccesso di calcolo non può non nuocere alla qualità dello spermatozoo.
Se mi sono tanto appassionato alla sorte dei tedeschi e degli ebrei è perché, per una identica fatalità,
tutto ciò che intraprendono si ritorce contro di loro. Sono sempre stati vittima di ciò che più hanno
amato. Gli uni e gli altri non sono diplomatici.
(La fatalità degli ebrei: hanno avuto un ruolo considerevole nell’avvento del comunismo, vi hanno
aderito con un fervore quasi religioso: ma appena si è affermato da qualche parte, dopo un po’ di
tempo li ha respinti. Sicché hanno sempre pagato caro i loro entusiasmi, come i tedeschi i loro
sogni di potenza).
Su Susanna Socca.69
Dèi che abitavano al di là della preghiera la abbandonarono alla tigre, al Fuoco.
(Borges)
Verhängnis (= fatalità, decreto divino, cosa funesta), la parola che più amo della lingua tedesca.
Dopo un mese di bel tempo, cielo coperto. Sto bene in
compagnia delle nuvole - quando le vedo passare sopra di me, ho la sensazione che mi sfiorino il
cervello.
Lamento e derisione - le due attività per le quali sono più portato.
Nella guerra di Troia ci sono tanti dèi da una parte quanti dall’altra. E' un giusto modo di vedere, di
cui i moderni sono incapaci, persuasi come sono che la « ragione » sia da una sola parte. Omero era
molto più obiettivo.
Tutto ciò che dipende dalla biologia giustifica con eguale forza la meraviglia e il cinismo.
2 ottobre. Stamattina Jackson Mathews mi ha portato alla chiesa russa in rue Daru. Colpito,
profondamente commosso dalla funzione, dalle voci. E' stata la prima volta in vita mia che ho
provato una certa fierezza di essere ortodosso.
Il suo sorriso interminabile.
Era un esperto dell’«a che pro».
(La nevrastenia è l’automatismo dell’a che pro).
Se vi è qualcosa di giustificato in questo mondo, è proprio questo ritornello interrogativo.
A un teologo giapponese, il quale vive, dicono, in un luogo solitario, ho scritto che dopo la perdita
del paradiso la cosa peggiore che ci sia capitata è la perdita della solitudine. Come invidio
quell’uomo, che sicuramente non conosce il flagello delle visite!
3    ottobre 1966
Stasera verso le undici incontrato Beckett. Siamo entrati in un bar. Abbiamo parlato del più e del
meno, di teatro e poi delle nostre rispettive famiglie. Mi ha chiesto se stavo lavorando. Gli rispondo
di no, gli spiego l’influenza nefasta che ha sulla mia attività di scrittore il buddhismo, da cui non
riesco a staccarmi. Tutta la filosofia indù esercita su di me effetti anestetizzanti. E poi gli dico che
sono arrivato a trarre le conseguenze delle mie teorie, mi sono convinto io stesso di ciò che ho
scritto, e sono diventato il mio discepolo. E se volessi ridiventare scrittore dovrei fare il
cammino inverso di quello che ho percorso.
Non so, ma dovevo avere un che di triste e di pietoso, perché, quando ci siamo lasciati, Beckett mi
ha dato una pacca sulla spalla come si fa con qualcuno che si sente perduto per testimoniargli
simpatia e al tempo stesso fargli capire che non deve prendersela, che tutto va bene. Difatti,
meritavo pietà e incoraggiamento. Come sono disarmato in questo mondo! E quel che è più grave,
non vedo perché non si dovrebbe esserlo.
4 ottobre 1966. Ieri sera ho detto a Beckett che il grosso, immenso volume di Sartre su Genet era un
fenomeno mostruoso quanto Auschwitz.
Quel po’ che faccio va contro quello che so. Che il mio sapere mi sia nemico? Non nemico mio, ma
dei miei atti sicuramente sì. Non ho la vocazione del fachiro, sebbene, in assoluto, la catatonia mi
sembri una meta desiderabile e legittima.
L’attitudine metafisica per eccellenza. - L’uomo che medita dovrebbe imitare certi rettili e
arrotolarsi su se stesso, all’infinito.
Ho parlato talmente male della vita che ora, per renderle giustizia, non riesco a trovare nessuna
parola che non suoni falsa.
Mi viene in mente all’improvviso quel film sulla carriera di Churchill. Ci sono alcune scene di vita
tedesca attorno al 1924, in particolare una manifestazione nazista. Hitler vi appare in primo piano, e
ha tutta l’aria di un pazzo da manicomio, con gli occhi persi, i tratti tesi e sconvolti, il viso attonito.
Se una pallottola lo avesse ammazzato si sarebbero salvate milioni di vite. Ma la Provvidenza ha
protetto il mostro e lo ha fatto vivere...
Nei confronti di tutto ciò che è importante, a cominciare, com’è doveroso, da Dio - non si può avere
che un atteggiamento ambiguo.
Quella mia amica inglese che sta scrivendo l’autobiografia. Una cosa senza senso. Ci sono forse
opere che non lo sono? Uno scrittore obiettivo camuffa il suo io; quello soggettivo lo esibisce. Ma
entrambi, alla fin fine, non parlano che di se stessi. Uno scrittore che parli di qualcosa di diverso da
sé commette un abuso.
Ciò che amo di più sono i sospiri impersonali, i dolori che non hanno nome.
Non conosco espressione più eloquente di «colpito dal Destino»: colpito da un dio completamente
anonimo, da un dio senza volto, che si scrive però con la maiuscola per sottolineare bene di chi
prende il posto.
Vanini - filosofo libertino finito sul patibolo nel 1618 (?) a Tolosa, che ha simulato la fede e ha fatto
l’apologia di più religioni e, per quanto riguarda il cristianesimo, di più ordini, per puro interesse e
anche per poterli scalzare dall’interno - insomma un vero napoletano. Ho una gran voglia di leggere
i suoi Dialoghi. Un filosofo decapitato per ateismo.
Per secoli ci sono stati ingegni che si sono battuti e hanno rischiato la vita per liberarsi di Dio. E
noi, in pieno ventesimo secolo, rimpiangiamo le catene che Egli rappresentava, e non sappiamo che
farcene di una libertà che non ci è costata nessun sacrificio, che non siamo stati noi a conquistare.
Siamo gli eredi ingrati dell’ateismo eroico, gli epigoni della rivolta, una massa di ribelli che nel loro
intimo deplorano la scomparsa delle «superstizioni», dei «pregiudizi» e degli antichi «terrori».
4 ottobre 1966
Quando faccio un pisolino a metà giornata, appena mi sveglio comincio a canticchiare qualche
motivetto di musica tzigana ungherese. Il che subito mi ripiomba in piena Europa centrale,
riesumando più di un ricordo.
Il violinista, l’attore, il conferenziere, ecc. - mi sembra inconcepibile che un uomo che si rispetti
possa desiderare e accettare applausi.
Si può pensare ogni giorno alla morte e «perseverare nell’essere»; non è lo stesso quando si pensa
continuamente all'ora della propria morte; chi si concentrasse solo su quell’istante commetterebbe
un attentato contro tutti gli altri suoi istanti.
Borges ha scritto una poesia sul tango. Lo capisco. « Datemi il mio tango quotidiano! » vorrei
esclamare. Mi porto dentro un’Argentina segreta.
Non so perché mi preoccupi tanto per la traduzione dei miei libri. I miei traduttori (eccetto
Marthiel) hanno sempre l’aria di farmi un favore, una concessione: traducono chiunque, ma quando
si tratta di me è sempre la stessa cosa: sembra che facciano un sacrificio, che perdano soldi
per farmi conoscere. Tutto ciò è estremamente umiliante per me, e ormai ne ho abbastanza. Se i
miei libretti valgono qualcosa, un giorno saranno tradotti; altrimenti, perché darsi da fare per loro?
Ad ogni modo, non mi rendono niente: né soldi né altro. Lasciamo perdere queste noie che
mi esasperano e mi avvelenano inutilmente. Voglio serbare la mia bile per una causa migliore!
Addio alla rinuncia.
Il desiderio rinasce continuamente da se stesso. E una follia pensare di