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“Caro amico, ho preso una decisione alquanto impressionante da diventare per me un’ossessione.

Si
tratta di ritirarmi in provincia e di mettermi a scrivere, in quattro mesi, qualcosa di consistente.
[...] Vorrei scrivere qualcosa col sangue. E questo, senza perseguire l’idea di un effetto poetico, ma
concretamente, nell'accezione materiale del termine. E poiché in me tutto è ferita e sanguinare, piò
mi ha convinto in maniera definitiva”.
Emil Cioran (5 aprile 1932)
Il presente volume costituisce un’antologia delle missive inviate da Emil Cioran, nel periodo 1930-
1934, agli amici romeni Bucur Tincu, Petre Comarnescu, Arsavir Acterian, Mircea Eliade, Nicolae
Tatu. Ciò che maggiormente colpisce in queste prime lettere è la soggettività del giovane Cioran che
si mostra e si ritrae misteriosamente nella lingua.
In queste lettere è infatti ancora possibile osservare il processo di verità esposta sulla
scena epistolare, e cogliere sul vivo l’attività performativa della parola. Le missive di Cioran,
redatte al tempo della composizione e della pubblicazione del suo primo libro in Romania non
hanno solamente una valenza storica e documentaria, ma sono lettere appassionate,
aggressive oppure tenere, in cui il discorso privato e lo scritto di circostanza si accompagnano a un
percorso di elaborazione filosofica e retorica, oltre che una ricerca di stile poetico. La posta in gioco
per il Cioran di quegli anni è quella di scrivere al culmine della disperazione.
(1911-1995) rappresenta una delle voci filosofiche di maggior rilievo nell’ambito del “pensiero
tragico” contemporaneo. Tra le sue opere ricordiamo:
Al culmine della disperazione (1934), Lacrime e santi (1937), Sommario di decomposizione (1949),
Sillogismi dell'amarezza (1952),
La tentazione di esistere (1956), Storia e utopia (1960), La caduta nel tempo (1964), Il funesto
demiurgo (1969), L'inconveniente  di essere nati (1973), Squartamento (1979).
Giovanni Rotiroti è psicanalista.
Insegna Lingua e Letteratura Romena presso l'Università di Napoli “L’Orientale”.
Ha pubblicato vari saggi e traduzioni su autori romeni tra i quali Eugène lonesco, Urmuz, Tristan
Tzara, Dan Botta, Mircea Eliade, Gherasim Luca. In particolare ha dedicato a Emil Cioran i volumi
Il demone della lucidità. Il "caso” Cioran tra psicanalisi e filosofia (2005) e Il segreto interdetto:
Eliade, Cioran e lonesco sulla scena comunitaria dell'esilio (2011).
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Mimesis Edizioni
Volti
www. mimesisedizioni. ìt

MIMESIS
VOLTI
N. 79
Collana diretta da Giuseppe Bianco, Damiano Cantone, Pierre Dalla Vigna e Luca Taddio
Emil Cioran
LETTERE AL CULMINE DELLA DISPERAZIONE (1930-
1934)
A cura di Giovanni Rotiroti
Traduzione di Marisa Salzillo
Postfazione di Antonio Di Gennaro
MIMESIS / VOLTI
© 2013 - Mimesis Edizioni (Milano - Udine)
Collana Volti, n. 79
Isbn: 9788857516417
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L'editore ha effettuato, senza successo, tutte le ricerche necessarie al fine di identificare gli aventi
titolo rispetto ai diritti dell’opera. Pertanto resta disponibile ad assolvere le proprie obbligazioni.
INDICE
INTRODUZIONE
L’APICE NEGATIVO DELLA VITA DI CIORAN:
LE MISSIVE E IL LORO CONTESTO.
di Giovanni Rotiroti
NOTA ALL’EDIZIONE
LETTERE (1930-1934)
1.    A Bucur Ţincu, senza data
2.    A Bucur Ţincu, 2 novembre 1930
3.    A Bucur Ţincu, 23 novembre 1930
4.    A Bucur Ţincu, 22 dicembre 1930
5.    A Bucur Ţincu, 24 gennaio 1931
6.    A Bucur Ţincu, 10 novembre 1931
7.    A Bucur Ţincu, novembre 1931
8.    A Bucur Ţincu, 4 marzo 1932
9.    A Bucur Ţincu, 5 aprile 1932
10.    A Bucur Ţincu, 23 settembre 1932
11.    A Petre Comamescu,21 aprile 1933
12.    A Bucur Ţincu, 24 aprile 1933
13.    A Arşavir Acterian, 16 luglio 1933
14.    A Arşavir Acterian, 4 settembre 1933
15.    A Mircea Eliade, 15 novembre 1933
16.    A Nicolae Tatu, 1 dicembre 1933
17.    A Petre Comamescu, 27 dicembre 1933
18.    A Nicolae Tatu, 27 dicembre 1933
19.    A Nicolae Tatu, 28 gennaio 1934
20.    A Petre Comarnescu, 1 giugno 1934
21.    A Nicolae Tatu, 20 giugno 1934
22.    A Bucur Ţincu, 2 luglio 1934
POSTFAZIONE
IN CONFLITTO CON L’EROS: AMORE E DISPERAZIONE IN EMIL CIORAN di Antonio Di Gennaro
GIOVANNI ROTIROTI
INTRODUZIONE. L’APICE NEGATIVO DELLA VITA DI CIORAN: LE MISSIVE E IL LORO
CONTESTO
@2
Amo solo le esplosioni, e ritengo che l’unico periodo della mia vita che si possa definire eroico è
quello del mio primo libro romeno Pe culmile disperării; in ogni momento sentivo che il momento
successivo avrebbe potuto benissimo non esserci. Se c’è qualcosa di inesplicabile nella mia
esistenza è il fatto che io sia potuto sopravvivere a tanta febbre, tanta estasi e tanta follia. Nessuna
camicia di forza sarebbe stata abbastanza robusta da resistere al mio delirio. Avevo poteri
soprannaturali, e nel contempo ero la più debole delle creature. Tremavo notte e giorno, riversavo
nelle parole e nei gestì la mia insonnia, prodigavo il mio smarrimento, trasudavo i miei terrori.1
@@@2
Le missive di Cioran, redatte al tempo della composizione e della pubblicazione del suo primo libro
in Romania, in un periodo della sua vita definito «eroico», non hanno solamente una valenza storica
e documentaria, non appartengono solo agli archivi, ma sono lettere appassionate, aggressive
oppure tenere, in cui il discorso privato e lo scritto di circostanza si accompagnano a un percorso di
elaborazione filosofica e retorica, oltre che una ricerca di stile poetico.
Ogni qualvolta si leggono le lettere di Cioran è possibile notare la strana parentela che c’è tra la
vita e la morte nell’atto soggettivo della scrittura. La posta in gioco per il Cioran di quegli anni è
quella di scrivere al culmine della disperazione. Questo tratto etico, che attesta la sua passione per il
reale, è un aspetto che non va affatto misconosciuto, ma va contestualizzato nell’esperienza
associativa di Criterion di cui facevano parte, tra i tanti amici di Cioran, Mircea Eliade, il futuro
storico delle religioni, Eugen Ionescu, meglio noto col nome di Ionesco, il padre del teatro
dell’assurdo in Francia, e il più importante filosofo del secondo Novecento romeno, Constantin
Noica.2
In questi primi anni di attività scrittoria che ruotano intorno alle opzioni culturali dell’associazione
Criterion, Cioran adotta un modo particolare di filosofare per lettera sia nell’articolazione delle
proprie idee che nella manifestazione del desiderio di essere riconosciuto come esponente di
rango dell’associazione stessa. Gli amici di Cioran sono fondamentalmente i destinatari dei suoi
pensieri, e le lettere richiedono contrattualmente la complicità amichevole del lettore.
Oggi ci si può chiedere se queste prime lettere di Cioran fossero destinate alla pubblicazione, o se
avessero una funzione esclusivamente privata. Vediamo più da vicino la questione. Ion Vartic
ricorda che nel 1991 Cioran, quando venne a sapere come furono scoperte le sue lettere indirizzate
all’amico d’infanzia Bucur Ţincu, ebbe «una reazione molto espressiva, emozionata, divertita», e
per alcuni tratti «umoristica». Cioran esclamò: «Dodici lettere ai culmini della disperazione!»,
ridendo fino alle lacrime, e subito dopo aggiunse: «Dovrebbero essere pubblicate come un libricino
di versi».3 Cioran sembra dunque esprimere, retrospettivamente, una volontà testamentaria che non
sia solo postuma. E, a distanza di tempo, intende annullare così la linea di demarcazione tra il
pubblico e il privato.
Ciò che maggiormente colpisce in queste prime lettere è la soggettività del giovane Cioran che si
mostra e si ritrae misteriosamente nella lingua. In queste lettere è infatti ancora possibile osservare
il processo di verità esposta sulla scena epistolare, e cogliere sul vivo l’attività performativa
della parola.
Le dodici lettere spedite a Bucur Ţincu tra il 1930 e il 1934 non mancano di ricordare gli anni
dell’università, il freddo della casa dello studente, il rifugio nelle biblioteche riscaldate di Bucarest,
il tentativo di sconfiggere la melanconia, di rifuggire la poesia e i problemi sociali attraverso lo
studio delle questioni filosofiche astratte e impersonali. C’è la difesa dell’arte contro la
prevaricazione della morale, il progetto della preparazione della tesi di laurea su Kant, proposta dal
suo maestro Nae Ionescu. Ci sono le letture di Croce, Hegel, Hartmann, Taine, Pascal. In queste
lettere incomincia a delinearsi e a prendere campo la sua peculiare vocazione nichilistica proprio a
partire dalla scrittura di Dostoevskij, Nietzsche, Chestov, Bloy e Thomas Mann. Il giovane Cioran si
scontra, in questi anni, con le antino-

mie del pensiero tragico tedesco e con l’impossibilità di risolverle in un sistema normativo di
pensiero.
Per Cioran la scrittura del dolore è imprescindibile dall’esperienza soggettiva della conoscenza. Le
lettere di quel periodo, spedite a Bucur Ţincu, mostrano l’emergere della sua passione eccessiva per
la lucidità, e precisano il contesto emozionale intorno a cui hanno preso campo le idee, o meglio le
ossessioni, che anticipano di qualche anno il suo primo libro, Al culmine della disperazione.
Qualche anno prima della pubblicazione di Pe culmile disperării Cioran aveva già scritto un lungo
saggio dal titolo Le rivelazioni del dolore in cui sono facilmente rilevabili gli echi delle letture di
Schopenhauer, Kierkegaard, Dostoevskij, Nietzsche, Freud, Heidegger, Jaspers e altri.
@
Negli stati depressivi l’uomo si sente essenzialmente come separato dal mondo, come se formasse
insieme a quell’astro una dualità irriducibile. Non è forse qui la fonte di quel senso di solitudine,
quella sensazione di gettatezza e di abbandono alla morte? [...] Ma prima di tutto perché esiste il
dolore? Sarebbe assurdo rispondere che gli uomini soffrono per comprendere il mondo, come se la
sofferenza giustificasse la sua comparsa, la sua esistenza, in forza del suo potere di disvelamento del
mondo. Se il cammino che conduce alla conoscenza è così doloroso, chiunque rinuncerebbe ad
esso. [...] Il dolore nel mondo esiste a causa del carattere irrazionale, bestiale e demoniaco della
vita, questa specie di vortice che divora se stesso nella propria tensione. La sofferenza è
una negazione della vita racchiusa nella sua struttura immanente. Nel carattere demoniaco della vita
è implicata una tendenza verso la negatività, la distruzione, che ostacola ed esaurisce lo slancio
dell’imperialismo vitale. Contrariamente ad altre forme inconsce di autodistruzione della vita,
quello che avviene attraverso il dolore è il notevole sviluppo della coscienza, il cui intensificarsi
è inseparabile dal fenomeno della sofferenza. Poiché il principio demoniaco le è immanente, la vita
annulla radicalmente qualsiasi speranza di purificazione possibile, qualsiasi spiritualizzazione in
grado di convertire i suoi orientamenti in direzione di un piano ideale. Se la vita è un’immensa
tragedia, lo si deve solo a questa immanenza demoniaca. Coloro che la negano e vivono come
inebriati dall’aroma delle visioni paradisiache mostrano di essere organicamente incapaci di
avvicinarsi consciamente alle radici della vita o al contrario sembrano essersene distolti per privarsi
della prospettiva abissale del dramma. [...] Nel dolore l ’uomo pensa attraverso i sensi .4
@@@

In questo periodo Cioran sembra rivolgere la sua ricerca verso il campo della clinica
fenomenologica e della psicopatologia descrittiva. Nel 1933 scrive un articolo dal titolo La
Melanconia di Durer e, sempre nello stesso anno, pubblica il saggio Sugli stati depressivi. Qui
Cioran parla del «passaggio dalla struttura schizotimica a quella schizofrenica», distingue i
«tipi psicologici di personalità» dai «tipi patologici». Studia la «melanconia giovanile di Kant» e le
sue sintomatiche «difficoltà respiratorie». Afferma che non si tratta dello «stesso caso di
Michelangelo, Kierkegaard o Tolstoj», in quanto questi ultimi sono da considerare dei «depressi
organici».5 Questo è forse uno dei tanti motivi per cui abbandonerà il progetto di scrivere la sua tesi
di laurea su Kant, perché ritiene che la melanconia di Kant non sia autentica, cioè non organica,
quindi non una vera depressione.
Sempre in questo periodo Cioran cerca nuovi interlocutori per la pubblicazione dei suoi lavori sui
periodici nazionali e stringe in questa direzione una particolare amicizia con l’influente promotore
dell’associazione culturale Criterion, Petru Comarnescu, anch’egli filosofo. Il giovane
pensatore dichiara nelle lettere di non amare molto scrivere, nonostante l’imponente mole della sua
produzione giornalistica ed epistolare sembrino testimoniare esattamente il contrario, ma sente il
bisogno di sopravvivere, dal punto di vista intellettuale, in attesa di trovare una collocazione,
sociale più consona al suo talento, e di rendersi così visibile al pubblico delle lettere romene. Il
giornalismo, anche se non gli permette di abitare a Bucarest e di partecipare a tutte le attività e alle
serate organizzate dal gruppo Criterion, gli consente comunque di stare decorosamente a Sibiu. In
questa città, dove aveva frequentato il liceo, vi erano biblioteche prestigiose e ben fomite, che gli
permettevano di stare al passo con il pensiero filosofico del tempo. Sibiu, inoltre, gli consentiva di
fare quelle esperienze capitali che appassionatamente trascriverà nelle pagine del suo primo libro: la
fine degli studi, il progressivo congedo dal gergo filosofico, l’insonnia, le passeggiate notturne, la
compagnia degli amici dandy un po’ eccentrici, le prostitute, lo smarrimento, l’angoscia, l’amore
sacro e l’amore profano, la scrittura e l’ossessione erotica e mortifera del suicidio.
Le lettere che spedisce da quest’incantevole cittadina della Transilvania gli garantiscono poi di
conservare vivi e inalterati i contatti, che aveva stretto durante il periodo universitario, con gli amici
della capitale, in particolare con i membri dell’associazione Criterion. Tuttavia la situazione so-

ciale in Romania è drammatica per i neolaureati. I posti all’università sono già occupati dagli
esponenti della generazione intellettuale precedente, e anche nelle scuole non c’è tanta disponibilità
di impiego. I colleghi di Cioran non se la passano meglio di lui. La speranza allora è quella di
ricevere qualche borsa di studio per l’estero dalle persone che contano, e tentare di pubblicare un
primo libro anche a proprie spese.
Nonostante quindi la separazione dal centro culturale di Bucarest, scrivere lettere permetteva a
Cioran di intrattenere quei rapporti di amicizia carichi di affetto e nostalgia che contano molto nella
philia di una comunità elettiva dedita ai «simposi» come quella di Criterion, una sorta di società
filosofica trasparente dove ognuno aveva la possibilità di vedersi attraverso l’altro, di identificarsi e
di riconoscersi. E pare inoltre che le lettere private di Cioran fossero anche di pubblico dominio
alfintemo dell’associazione. Infatti, le missive di Cioran indirizzate agli amici di Criterion
testimoniano almeno due aspetti rivelatori dello stato d’animo che ispirarono la composizione e la
stilizzazione di Al culmine della disperazione: uno di natura intima e l’altro di ordine intellettuale.
Evadendo dalla civiltà e mutando quadro esistenziale, Cioran si appresta a scrivere,
nietzschianamente, sulle vette dei monti il suo primo formidabile libro, forse in preda a una
disperazione amorosa o a un’infezione psichica contratta nell’intricato contesto relazionale di
Criterion tra Eliade e Sorana.6 Così, quando il giovane pensatore transilvano, come Zarathustra,
ritornerà qualche tempo dopo giù dai monti, si métterà a scrivere come un forsennato i suoi
parossistici e furibondi articoli contro Eliade che saranno stampati fra il mese di settembre e di
ottobre su «Vremea». I titoli sono alquanto eloquenti: La rinuncia, Niente ha importanza, Non
essere più un uomo, Il ritorno nel caos, Il culto dell’infinito, Il paese degli uomini atte-
nuati, Elogio degli uomini appassionati, La scrittura come mezzo di liberazione e infine L’uomo
senza destino. E ciò proprio, se non è solo un caso, quando il capofila di Criterion riconferma la
definitiva rottura con Sorana, ancora una volta per mezzo di una lettera.
Dunque, nonostante che alla sua giovane età Cioran ritenga di «essere, tra tutti, il più decaduto»,
come confessa a Comarnescu (cfr. lettera del 21 aprile 1933), in realtà ha ormai scommesso
coraggiosamente su di sé, si espone ai giudizi degli altri senza timore, pretende di avere anche lui
un posto di rilievo tra i suoi pari di Criterion. Si sente di appartenere elettivamente allo spirito della
comunità. Si riconosce nelle affinità e desidera a sua volta essere riconosciuto, ritiene di avere
qualcosa da dire, da sostenere pubblicamente pur nella dissonanza e nella «disarmonia prestabilita».
Passa qualche mese e Al culmine della disperazione è già pronto a candidarsi per il premio della
Fondazione Reale. Grazie agli amici di Criterion, che sono in giuria, Cioran ha buone possibilità di
vincerlo. Ma ecco che, in maniera del tutto insperata, il giovane autore parte in borsa di studio per
Berlino presso la prestigiosa Fondazione Humboldt. Qui ha la possibilità di conoscere nuovi maestri
del pensiero. Frequenta all’Università i seminari di Nicolai Hartmann, le conferenze di Ludwig
Klages e anche un corso di psichiatria. Da Beriino, Cioran comunica ai sud amici di Bucarest che si
è messo a studiare il buddhismo e ha incominciato ad ascoltare molta musica classica per non
«lasciarsi intossicare o contaminare dall’hitlerismo»,7 impresa che, tuttavia, risulterà vana e
totalmente inefficace: il fatto di aver assistito in presa diretta alla scalata del nazismo al potere, che
prometteva un nuovo stile di vita, dirotterà le sue idee verso il culto dell’irrazionale e l’esaltazione
del totalitarismo antidemocratico, facendogli toccare l'apice negativo della sua esistenza.
Cioran ricorda a ritroso questo evento in un articolo del 1937, l’anno in cui comincia forse a
maturare una certa distanza critica dal suo libro La trasfigurazione della Romania. In
quest’articolo, dal titolo La rinuncia alla libertà Cioran ricorda il forte impatto emotivo che Hitler
esercitava sulle masse affluenti al suo cospetto. Cioran scrive:
@
Mi sembrò che tutti tendessero le mani verso di lui, implorando un giogo capace di contenerli, come
se aspirassero con impazienza al castigo. Ogni dittatore ha un’anima di boia messianico, macchiata
di sangue e di cielo. La folla chiede di essere comandata. Le visioni più sublimi, le estasi versate dal
flauto angelico non saprebbero infiammare quanto una marcia militare.8
@@@

Di questo abbaglio del totalitarismo nazista abbiamo una testimonianza, colta sul vivo, in una lettera
spedita da Berlino il 27 dicembre 1933 a Comarnescu.9 Qui il giovane borsista segnala il suo
cambiamento di rotta e il progressivo estraniamento dovuto ai momenti in cui la melanconia e il
dolore morale attraversano potentemente le fibre interiori della vita psichica. Nell’impossibilità di
sostare in quest’angoscia in cui il soggetto si sente venir meno, ecco farsi avanti l’opera parossistica
del delirio che fa emergere la strana idea di avere una missione da compiere. Cioran vive a
Berlino, forse per la prima volta, la vergogna nazionale di essere romeno. Ora, l’oggetto ultimativo
di ogni fantasia è l’egemonia dello sguardo, e ciò vale sia per la politica che per il sesso.
A questo punto ci si può chiedere cosa sia avvenuto al borsista transilvano, sradicato e trapiantato
quasi di forza in Germania, dopo la composizione del suo primo libro. Dagli scritti giornalistici,
soprattutto quelli più freneticamente politici e deliranti, che spedirà di lì a poco in Romania a partire
dal 1934, si può osservare ciò che fu un evento straordinario per tutta la storia dell’Occidente.
Sembra proprio che il giovane Cioran a Berlino sia stato affascinato dalla società dello spettacolo
allestita dalla propaganda del nazismo.
A questo proposito si possono leggere alcuni passi di un articolo giornalistico di Cioran apparso su
«Vremea» il 15 luglio del 1934. Si intitola Impressioni da Monaco. Hitler nella coscienza tedesca.
@
Non c’è alcun uomo politico al mondo che mi ispiri una simpatia e un’ammirazione più grande di
Hitler. C’è qualcosa di irresistibile nel destino di quest’uomo, per il quale ogni atto della vita
acquista significato solo attraverso la partecipazione simbolica al destino storico di una nazione.
Giacché Hitler è un uomo che non ha ciò che si chiama una vita privata. Dopo la guerra, la sua vita
è una rinuncia e un sacrificio. Lo stile di vita di un uomo politico allora acquisisce una profondità
solo quando il desiderio di potere e l’imperialistica volontà di conquista sono accompagnati da una
grande capacità di rinuncia.
La mistica del Fuhrer in Germania è pienamente giustificata. Gli stessi che si credono avversari
appassionati di Hitler, che pretendono di odiarlo, sono in realtà travolti dalle onde di questa mistica,
che ha fatto della personalità di Hitler un mito. [..]J
I suoi discorsi sono pervasi di un pathos e di una frenesia che solo le visioni di uno spirito profetico
possono toccare. Goebbels è più fine, più sottile, ha un’ironia più discreta, gesti sfumati, tutte le
apparenze di un intellettuale raffinato e impeccabile, ma non può esplodere in maniera così
vulcanica e tor-

renziale da privarti dello spirito critico. Il merito di Hitler consiste nell’aver tolto lo spirito critico a
una nazione. Non puoi dinamizzare qualcosa, non puoi creare un’effervescenza se non nella misura
in cui togli agli uomini la libertà della distanza tra te e loro. Solo nella capacità di seduzione si
rivela la fecondità di una visione. Riuscire a far passare come irresponsabili gli altri che
stanno prendendo una strada diversa, ecco il destino drammatico e la responsabilità di un visionario,
di un dittatore e di un profeta. [...]
In Hitler la capacità di seduzione è tanto più impressionante in quanto non è agevolata dal fascino di
una fisionomia espressiva. Il suo volto non esprime mai altro che energia e tristezza. Giacché è
doveroso saperlo: Hitler è un uomo triste. Una tristezza che risulta da troppa serietà. Questo
caratterizza tutto il popolo tedesco, un popolo disperatamente serio, rispetto al quale le nazioni
latine sono nazioni di giocolieri.
Una volta a Berlino, ho avuto l’occasione di assistere a una specie di estasi collettiva davanti al
Fuhrer. Al momento di una celebrazione solenne, quando Hitler passava in Unter der Linden, la
popolazione ha invaso la strada circondando la macchina, senza poter dire una parola, di marmo,
come paralizzati. Hitler è così radicato nella coscienza tedesca che solo grandi delusioni potrebbero
allontanare il popolo dal suo culto. (...]
Hitler ha riversato una passione di fuoco nelle lotte politiche e ha dinamizzato con un soffio
messianico tutto un sistema di valori che il razionalismo democratico ha reso solamente piatti e
triviali. Tutti noi abbiamo bisogno di una mistica, poiché non ne possiamo più di tante verità che
non sprizzano fiamme.10
@@@
Dal punto di vista soggettivo, ciò che è avvenuto al giovane borsista non è affatto indolore,
nonostante l ’apparente trionfalismo dei suoi articoli provenienti dalla Germania in via di
progressiva nazificazione. In realtà qualcosa in lui ha ceduto. È cambiato l’immaginario soggettivo
di Cioran. Si può dire che la vista della Berlino nazificata, rispetto allo scenario sociale offerto
dal suo paese in preda alla corruzione politica ed economica dilagante, abbia forse segnato in lui un
punto di rottura irreversibile. Il vuoto della democrazia esposto in maniera oscena dal nazismo, è
ora colmato dal pullulare immaginario delle macabre sfilate, dalle sue compensazioni
propagandistiche: le parate di massa, le marce, i canti, la folla che acclama, l’isteria collettiva
davanti alla figura carismatica di Hitler. Si ha a Berlino l’avvento della supremazia dell’immagine
spettacolare. Il registro immaginario copre tutta la scena e il giovane borsista subisce con ogni
probabilità una sorta di fascinazione alienante. Egli non è più in grado di riconoscere il proprio
desiderio e si consuma all’interno di un’illusione generalizzata, come in una trance ipnotica. Si
ha l’impressione di partecipare a una pseudo-festa della comunità. Predominano l’euforia e il
fanatismo generalizzati.
Nella testimonianza di Cioran si vedono forse, per la prima volta, gli effetti di questa nefasta
influenza dell’esaltazione del nazismo. La morte, a Berlino, nella maschera di tristezza di Hitler,
diventa una rappresentazione eccessiva esibita con modalità morbose e raccapriccianti che catturano
perversamente lo sguardo. Si ostenta sulle vie berlinesi una felicità mitologica che pretende
di mettere in fuga l’angoscia reale. Questo cortocircuito del desiderio nei tratti dell’identificazione
con il Fuhrer gioca alla coscienza di Cioran un brutto scherzo. A distanza di anni Cioran registra
quest’orribile evento nei Cahiers:
@
J. P. Jacobs mi scrive da Berlino, città che detesta e che considera di una bruttezza spaventosa. Tutte
le mie impressioni sulla città in cui ho soggiornato nel 1934-35 mi riaffiorano alla coscienza. Là ho
fatto una vita da allucinato, da pazzo, in una solitudine quasi totale. Se avessi il coraggio o la
capacità di rievocarne l’incubo! Ma sono troppo debole per potermi rituffare in simili orrori . Resta
il fatto che quel soggiorno mi ha segnato per sempre. È stato l’apice negativo della mia vita.11
@@@
Ancora dai Cahiers:
@
La mia ammirazione patologica per la Germania mi ha avvelenato la vita. È stata la peggiore follia
della mia giovinezza. Come ho potuto avere il culto di una nazione in fondo così poco interessante?
Dei mediocri estremamente ostinati, senza alcuna indipendenza spirituale. Ce l'ho con la filosofia,
perché è stata lei a spingermi a questa venerazione morbosa. Se c’è una malattia da cui sono guarito
è proprio quella. Se un giorno la descrivessi minuziosamente, quale l’ho vissuta, mi
rinchiuderebbero in un manicomio, mi punirebbero per essere stato pazzo, sarebbe l’unico caso del
genere, e sarei il primo ad approvare l’internamento.12
@@@
Riguardo a Hitler si legge:
@
Mi viene in mente all’improvviso quel film sulla carriera di Churchill. Ci sono alcune scene di vita
tedesca [...], in particolare una manifestazione nazista. Hitler vi appare in primo piano, e ha tutta
l’aria di un pazzo da manicomio, con gli occhi persi, i tratti tesi e sconvolti, il viso attonito. Se una
pallottola lo avesse ammazzato si sarebbero salvate milioni di vite. Ma la Provvidenza ha protetto il
mostro e lo ha fatto vivere...13
@@@
Per tutta la vita Cioran proverà vergogna intellettuale per il cedimento psichico patito a Berlino. Nel
capitolo di apertura del suo primo libro scritto in francese, il Précis de décomposition, farà una
spietata requisitoria contro ogni forma di fanatismo. In questa direzione va anche letta la
testimonianza postuma scritta in quel periodo e racchiusa in Mon pays, dove è esemplarmente
attestata la sua passione giovanile per un duplice scacco soggettivo che in Romania lo aveva
portato a identificarsi alla «forma ideale e perfetta» incarnata da quei «sognatori sanguinari», che
erano i legionari di Corneliu Zelea Codreanu della Guardia di Ferro.14 In questo documento inoltre
si legge:
@
Mi intendo di ossessioni. Ne ho provate più di chiunque altro. So quale influsso un’idea può avere
su di voi, fino a dove può condurvi, trascinarvi, abbattervi, i pericoli della follia ai quali vi espone,
l’intolleranza e l’idolatria che implica, la disinvoltura sublime a cui vi obbliga... [...] Così mi
accadde, molto prima della trentina, di essere preso da una passione per il mio paese, una passione
disperata, aggressiva, senza uscita, che mi tormentò per alcuni anni. Il mio paese! Volevo a tutti i
costi aggrapparmici - ma non potevo contare su niente, non c’era alcun appiglio. Non vi trovavo
alcuna realtà né nel presente né nel passato. [...] Lo volevo potente, smisurato, folle, come una forza
malefica, una fatalità che facesse tremare il mondo, ed esso era piccolo, modesto, senza alcuno di
quegli attributi che costituiscono un destino. [...] Una specie di movimento si costituì in quel
periodo - che voleva riformare tutto, perfino il passato. Sinceramente, non vi ho creduto un solo
istante. Ma questo movimento era l’unico indizio che il nostro paese potesse essere qualcosa di
più che una semplice finzione. Fu un movimento crudele, miscuglio di preistoria e profezia, di
mistica della preghiera e della pistola, che tutte le autorità perseguirono, cercando esso stesso la
persecuzione. Poiché fece l’errore inespiabile di concepire un avvenire per ciò che non ne aveva
affatto. Tutti i capi furono decapitati, i loro cadaveri gettati in strada: ebbero così il loro destino, il
che dispensò il paese dall’averne uno. Riscattarono la patria con la loro demenza. Poiché furono dei
martiri sanguinari. [...] Noi, i giovani del mio paese, vive-
vamo di Insensato. Era il nostro pane quotidiano. Sistemati in un angolo d’Europa, disprezzati e
trascurali dall'universo, volevamo far parlare di noi. Alcuni per riuscirvi usavano la pistola, gli altri
spacciavano le peggiori assurdità, le teorie più strampalate. |... | “Fare la storia” era la frase che
avevamo costantemente sulle labbra, la nostra parola d’ordine [...]. Scrissi all’epoca un libro sul mio
paese: forse nessuno ha mai attaccato il proprio con una violenza simile. Fu l’elucubrazione di un
pazzo furioso. [...] Era come l’inno di un assassino, o la teoria urlante di un patriota senza patria.
[...] Ero assetato di inesorabile. [...] Era il tempo propizio: credevo al prestigio delle passioni
sventurate. Adoravo la prova. [...] Ma il fatto è che a quel tempo avevo un insaziabile bisogno di
follia, di follia attiva. Avevo bisogno di distruggere; e passavo i miei giorni a concepire immagini
d’annientamento. [...] L’idea che qualcosa esistesse, e potesse esistere senza curarsi della mia
volontà di distruzione, mi provocava delle crisi di rabbia, mi faceva tremare per intere notti. E fu
allora che compresi perché la cattiveria dell’uomo supera di molto quella dell’animale. [...] Essa
odia tutto, mentre quella della bestia dura solo un attimo e si applica solo all’oggetto immediato.
[...] Ma la nostra raggiunge proporzioni tali che, non sapendo più chi distruggere, si “fissa” su noi
stessi. Così fu per me: divenni il bersaglio, il centro del mio odio. Avevo odiato il mio paese, tutti
gli uomini e l’universo; non mi restava che prendermela con me stesso: è ciò che feci attraverso la
svolta della disperazione.15
@@@
L’analisi che fa lo stesso Cioran in Mon pays riguardo a quegli anni di delirio è di tipo psicologico e
sociologico e lo inchioda alla sua inestricabile responsabilità. La contingenza storica premeva e
dettava le sue condizioni che apparivano come necessarie. La rivoluzione in Romania era avvertita
come imminente. Roma, Mosca, Berlino picchiavano potentemente alle porte di Bucarest. Il suo
maestro, Nae Ionescu, dopo un soggiorno estivo in Germania nel 1933, era entusiasta della
rivoluzione nazista. Il contagio di Cioran avviene, qualche mese più tardi, nell’incandescente
inverno berlinese, come si avrà modo di leggere in alcune di queste lettere.
Né i Cahiers né Mon pays cercano comunque un alibi per Cioran. L’auto-requisitoria è molto
stringente nel suo stile inconfondibile. Il punto vivo dell’analisi che fa Cioran sta piuttosto nel
domandarsi perché, potendo scegliere, si scelga sempre per l’inesorabile. Questo è un tratto etico
che riguarda la passione per il reale. Cioran scegliendo la demenza, il tumulto, la barbarie, opta a
Berlino per l’inevitabile, ovvero ha dato a ciò che gli sembrò la necessità storica il carattere della
libera scelta. Ecco come Cioran ripercorre a posteriori la sua traiettoria intellettuale di quegli anni:
La mia vita “intellettuale” è iniziata quando mi sono convinto di avere una missione (l’epoca di
Schimbarea la faţă). A ventitré anni mi sentivo un profeta; poi quella convinzione si è indebolita, e
di anno in anno ho assistito al suo declino, ho smesso di credere in una missione a cui adempiere, in
una influenza da esercitare. Ho proprio paura (?) che alla fin fine sarà lo scettico che è in me ad
avere la meglio. Invecchiando, sono diventato modesto, ossia sempre più normale. Ma uno che sia
un po’ equilibrato non può pretendere di avere una missione, né credere appassionatamente in se
stesso. E pensare che nel ’36 (?), a Monaco, vivevo con una tale intensità da arrivare a credere che
nei Balcani stesse per sorgere una religione nuova, tanto la mia febbre mi dava fiducia in me. Una
fiducia che mi atterriva, perché non credevo che avrei potuto sopportare a lungo una simile
tensione.
(Ho seguito esattamente il percorso opposto a Nietzsche. Ho iniziato con... Ecce homo. Giacché Pe
culmile disperării è questo: una sfida lanciata al mondo. Adesso ogni sfida mi sembra troppo
infantile, e sono troppo scettico per lanciarne un’altra).16
1    E.M. Cioran, Quaderni 1957-1972, tr. it. di T. Turolla, Adelphi, Milano, 2001, p. 857.
2    A proposito del rapporto di Cioran con l ’esperienza associativa di Criterion - e in merito alla
sua partecipazione alle conferenze organizzate dal gruppo di amici, dedicate alle personalità più
popolari del tempo (i cosiddetti «Idoli»: Freud, Bergson, Gide, Gandhi,
Valéry, Chaplin, Greta Garbo, Lenin, Mussolini, ecc.), che si tenevano agli inizi degli anni ’30 a
Bucarest - mi permetto di rinviare al mio libro, Il segreto interdetto. Eliade, Cioran e Ionesco sulla
scena comunitaria dell’esilio, Edizioni ETS, Pisa, 2011.
3 I. Vartic, Cioran înainte de Cioran, in E. Cioran, 12 scrisori de pe culmile disperării, a cura di I.
Vartic, Apostrof, Cluj, 1995, p. 5.
4 E. Cioran, Revelaţiile durerii, «Azi», nr. 2, febbraio 1933, pp. 579-589. Ora in E. Cioran,
Revelaţiile durerii, a cura di M. Vartic e A. Sasu, Editura Echinox, Cluj, 1990, pp. 89-90.
5 E. Cioran, Despre stările depresive, «Calendarul», n. 120,5 novembre 1932, p. 1. Ora in E.
Cioran, Singurătate şi destin, a cura di M. Diaconu, Humanitas, Bucarest, 1991, pp. 122-125.
6 Durante il periodo di Criterion, Sorana Ţopa era un’attrice molto nota a Bucarest ed era anche la
compagna di Mircea Eliade. Dopo che Eliade ruppe bruscamente la sua relazione con lei, Cioran
pubblicò.l’8 ottobre 1933 un articolo su «Vremea» contro di lui. A distanza di tempo, Cioran
racconta così l’accaduto: «In un articolo che scrissi quando avevo venticinque anni, dal titolo
L’uomo senza destino, spiegavo quello che non mi piaceva di lui. Vi raccontavo la storia di una
donna che lui aveva abbandonato e che era venuta a lamentarsi con me. Era una donna
straordinariamente interessante... E ho anche detto di lui che era un uomo e uno studioso per cui i
libri avevano più peso degli dèi» (E.M. Cioran» Un apolide metafisico. Conversazioni, tr. it. di T.
Turolla, Adelphi, Milano, 2004, p. 164). Purtroppo nella corrispondenza epistolare di quegli anni
effervescenti, che si raccolgono attorno alla composizione e alla pubblicazione di Al culmine della
disperazione, mancano le lettere d’amore e d’amicizia di Cioran spedite a Sorana Ţopa. Dai
Cahiers si viene a sapere che a quei tempi le aveva mandato almeno quaranta lettere, ma che
purtroppo, a causa del regime stalinista in Romania, la Ţopa le ha distrutte tutte, nel timore di
compromettersi e di essere penalmente sanzionata per i suoi trascorsi relazionali con l’autore,
ritenuto ormai dai servizi segreti romeni un pericoloso cospiratore fuggito in Francia.
7    E. Cioran, Scrisori către cei de-acasă, a cura di D. C. Mihăilescu, Humanitas,
Bucarest, 1995,p.269.
8    Cfr. E. Cioran, Renunţarea la libertate, «Vremea», anno X, n. 480,21 marzo 1937.
9 La missiva di E. Cioran, indirizzata a P. Comarnescu da Berlino, il 27 dicembre 1933, è contenuta
in «Manuscriptum», anno XXIX, n. 1-2,1998, p. 234.
10 Cfr. E. Cioran, Impresii din Munchen. Hitler în conştiinţa germana, «Vremea», anno VII, n.
346,15 luglio 1934.
11    E. Cioran, Quaderni, cit., pp. 423-424.
12    Ivi, p. 918.
13    Ivi, p. 457.
14 La Guardia di Ferro fu istituita da Codreanu (1899-1938) come ala militante della Legione
dell’Arcangelo Michele. Quest’organizzazione estremista, mistico-nazionalista e antisemita, fondata
dallo stesso Codreanu nel 1927, si macchiò in Romania di atti terroristici sanguinari e fu duramente
repressa dalle autorità. Cioran scrive a proposito dei Legionari: «Il loro destino era quello di dare
precisamente a questo scacco l’intensità e l’andamento che il mio paese non aveva». E. Cioran,
Mon pays, a cura di S. Boué, Humanitas, Bucarest, 1996, p. 133. Nei Cahiers, dove sono numerosi i
passi riguardanti la Legione, si trova questa dichiarazione di Cioran molto significativa: «Ciò di
cui sono debitore all 'Iron Guard. Le conseguenza che ho dovuto subire per una
semplice infatuazione giovanile sono state e sono talmente sproporzionate che in seguito mi è stato
impossibile diventare campione di una causa, fosse pure inoffensiva o nobile o dio sa che. È un
bene aver pagato molto caro una follia di gioventù; in seguito ci si risparmia più di una delusione»
(E. Cioran, Quaderni, cit., p. 782).
15 E. Cioran, Mon pays, cit., pp. 129-140.
16 E. Cioran, Quaderni, cit., p. 840.

NOTA ALL’EDIZIONE
Il presente volume costituisce un’antologia delle missive inviate da Emil Cioran, nel periodo 1930-
1934, agli amici romeni Bucur Ţincu, Petre Comarnescu, Arşavir Acterian, Mircea Eliade, Nicolae
Tatu.
Le lettere a Bucur Ţincu sono pubblicate in: E. Cioran, 12 scrisori de pe culmile disperării, a cura
di I. Vartic, Apostrof, Cluj, 1995, pp. 17-63.
Le lettere a Petre Comarnescu sono uscite in: Emil Cioran - sensori către Petru Comarnescu, a cura
di S. Cioculescu, in «Manuscriptum», anno XXIX, n. 1-2, 1998, pp. 232-236.
Le lettere a Arşavir Acterian. Mircea Eliade e Nicolae Tatu sono apparse nel volume E. Cioran,
Scrisori către cei de-acasă, a cura di D. C. Mihăilescu, Humanitas, Bucarest, 1995, rispettivamente
alle pp. 196-197, p. 269 e pp. 313-315.
LETTERE
(1930-1934)

1. A BUCUR ŢINCU
Caro amico,1
il fatto che scriviamo solo su problemi che riguardano noi stessi, che prendono di mira
esclusivamente il nostro stile interiore, sicuramente deve avere
un significato. Io credo che ognuno tenga a sé stesso molto di più di quanto lo facciano gli altri. È
questa, in fondo, la motivazione che sta alla base di tutta la vita interiore: un eccessivo interesse per
le inquietudini personali, che assume spesso le forme di un narcisismo profondo. Il fatto che ci
tormentiamo e che pensiamo alle torture che ci infliggiamo proviene da un amore doloroso che
rivolgiamo a noi stessi, poiché ci consideriamo come individui unici. Non è affatto vero che l’uomo
guarda con rammarico alle proprie lotte interiori: e se, talvolta, ciò è avvenuto, significa solo che
tali lotte erano artificiose, poiché causate da qualche discrepanza tra le proprie ambizioni e
le condizioni esterne. Ma quando avverti che queste lotte derivano dalla composizione organica,
dalla tua specifica struttura, ti rendi conto che esse sono oggettivazioni naturali alle quali non si può
rinunciare, se non rinunciando a sé stessi. Nella mia vita non mi sono mai lamentato del mio
temperamento; sarebbe un’assurdità, dato che penso sia meglio essere così come sono. Il fatto che
abbia sofferto in questo luogo, che sia stato triste per qualche ragione, o che abbia vissuto in
maniera così miserevole da pensare che nessuno si sia trovato esattamente nella stessa condizione,
dà all’individualità quel carattere di unicità che da sola giustifica questo sentimento come un valore.
In questo modo mi spiego perché nessuno, in teoria, vorrebbe cambiarsi con un altro. Per quanto mi
riguarda, non mi cambierei con nessuno di quelli che finora hanno attraversato la storia, e non
perché mi illuda di essere superiore, ma per il motivo cui accennavo prima: così come sono, buone
o cattive, nessuno ha mai vissuto esattamente nelle stesse situazioni e nelle stesse condizioni che mi
sono capitate, e che perciò mi sono tutte care. La più grande ipocrisia dell'uomo è la falsa modestia.
Dal momento che ogni individuo si considera come un valore insostituibile, dal momento che
ognuno si sente indispensabile nel mondo o si crede il centro dell’universo - le ammissioni
di modestia sono solo ambizioni camuffate. Mai oserei dire che l’uomo modesto è meno ambizioso
dell’uomo che si definisce ambizioso. Le ambizioni degli uomini, che sono espressione
dell'imperialismo della vita,2 sono così grandi che nessuno può capire la frenesia con cui esse
agiscono. Se invece ci sono uomini senza ambizioni, ciò può al massimo significare che essi non
vivono. Parlando di persone che si occupano di libri, che assimilano valori teorici e artistici,
diciamo che le loro ambizioni si sarebbero esaurite o, nel mi-
gliore dei casi, consumate. Questa è una grande illusione. La verità è che le ambizioni sono state
solo deviate, allo stesso modo dell’istinto sessuale che, una volta represso, non scompare
veramente, ma cerca solo di manifestarsi attraverso espressioni sostitutive e diversificate.
Non credi, dopo tutto, che questo eccessivo interesse per noi stessi sia l’espressione delle medesime
tendenze illusorie che agiscono in noi, anche se in maniera differente? È possibile sostenere che, al
di là della diversificata complessità degli aspetti della vita spirituale, esiste una tendenza originaria
e fondamentale costituita da un’illusione imperialista, di cui pochissimi si rendono conto.
Tempo addietro ti avevo scritto riguardo alcuni stati di eccessiva pienezza di cui godevo in modo
particolare e che, per questo, ritengo eccezionali; la via più breve è l’anarchia e la rivolta. I momenti
di gioia sono quelli in cui provo più simpatia per la vita e che costituiscono gli unici attimi di
contemplazione serena. Solo allora ho l’impressione di essere andato al di là della storia e del
divenire. Essi sono i soli momenti in cui posso pensare a qualcosa di tranquillo. -Una cosa è certa:
hanno diritto di fare filosofia solo coloro che a vent’anni non si aspettano più grandi sorprese dalla
vita, che sono in grado di esercitarsi nella meditazione contemplativa e che hanno superato l’età
dello squilibrio. Ci sono molti momenti nella mia vita in cui penso che, stando con i piedi
nella sabbia, senza desiderare grandi cose, si potrebbe capire molto di più. Ma per noi moderni, la
contemplazione è divenuta una sola cosa con la morte. Rifletti. Tu sei molto più anarchico di me e
ciò può avere su di te effetti disastrosi. Senza voler necessariamente usare il linguaggio poetico, si
può dire che le alte temperature sono pericolose. Tu che vuoi vivere, o per meglio dire, tu che
vivi le cose troppo intensamente, devi riguardarti maggiormente, poiché niente è così facile come
rovinarsi i nervi. Noi parliamo volentieri dell’inquietudine interiore, ma dimentichiamo che questa è
solo una dimensione simbolica per realtà, di fatto, organiche. Il fatto poi che comprendiamo molte
più cose rispetto agli altri, significa solo che il nostro equilibrio nervoso è più turbato. Ognuno può
dire: sono triste, ma nessuno conosce la causa della tristezza; essa può venire dallo stomaco, da una
melodia che abbiamo appena ascoltato e che ci ha colpiti, o infine da un desiderio sessuale non
soddisfatto in tempo ecc... E' una grande cosa vedere al di là delle forme simboliche d’espressione.
Nessuno si rende conto che si può negare il progresso dell’umanità a causa di un mal di piedi. Tutto
sta nel vedere al di là di ciò che è dato, ma quando lo vedi, tutto questo non ha più alcuna
importanza.
Con affetto Emil Cioran
1 Il testo della lettera, che fa parte del carteggio di Cioran con Bucur Ţincu, è quello edito da Ion
Vartic in: Cioran. 12 sensori de pe culmile disperării, Biblioteca Apostrof, Cluj, 1995.
Questa lettera non è datata. La si pone in testa alle altre seguendo le indicazioni di Ion Vartic il
quale ritiene che abbia un carattere programmatico. Con ogni probabilità la lettera è stata
redatta prima della stesura definitiva di Pe culmile disperării (Al culmine della disperazione).
Bucur Ţincu (1910-1987), filosofo e saggista, è stato amico di Cioran sin dai tempi di Răşinari e
rimarrà suo corrispondente, quasi ininterrottamente, per tutta la vita. Lui e il fratello Petre hanno
avuto, a dire di Cioran, un ruolo di rilievo nella sua formazione adolescenziale. Dopo la scuola
elementare a Răşinari. Ţincu frequenta il Liceo «Gheorghe Lazăr» di Sibiu (1921-1928) insieme a
Cioran. Poi i due si dividono per gli studi universitari. Mentre Cioran lascia la Transilvania
decidendo di iscriversi all'Università di Bucarest, Ţincu non si allontana troppo dal luogo natio
scegliendo Cluj, dove si laurea in filosofia nel 1932. Dal 1930 al 1934 Cioran spedisce le famose
dodici lettere al culmine della disperazione da Bucarest, dove si era laureato in filosofia nel 1932
con una tesi su Bergson. Durante il periodo universitario Ţincu collabora con diversi periodici di
Cluj, talvolta col ruolo di redattore. Con l'aiuto del noto poeta e statista Octavian Goga, originario
anche lui di Răşinari, riceve una borsa di studio per recarsi a Parigi (1934-1935). A partire dal 1938,
insegna filosofia e diritto presso alcuni licei di Tulcea, Cluj e Buzău e pubblica il volume Apărarea
civilizaţiei (La difesa delle civiltà) ottenendo il Premio per i Giovani Scrittori della Fondazione per
la Letteratura e l’Arte «Re Carol II» (Premiul Scriitorilor Tineri al Editurii Fundaţiei pentru
Literatură şi Ană «Regele Carol II»), riconoscimento ottenuto da Cioran qualche anno prima con il
suo Pe culmile disperării. Ispirandosi al libro di Henri Massis, La Défense de l’Occident (1926).
Ţincu respinge il modello culturale e organicistico di Spengler affermando che l’Occidente non
ha completamente esaurito il proprio sistema morale dei valori. Nel 1942 è nominato
segretario culturale nel Ministero della Propaganda e degli Esteri, occupando anche un posto
presso l’ambasciata romena di Berlino. Ritornato a Bucarest alla fine del 1944, diventa
funzionario nel Ministero dell Informazione. A causa di questo nel 1947 sarà “epurato” dal nuovo
regime filosovietico e durante la dittatura comunista vivrà di espedienti per un certo periodo. Nel
1956 è impiegato come documentarista e dal 1964 come ricercatore presso l’Istituto di
Ricerche Economiche dell’Accademia Romena, poi nel 1970 passerà all'Istituto di Storia e
Teorie Letterarie «G. Călinescu», fino alla pensione nel 1975. Nei Cahiers, Cioran scrive di lui:
«B. T., un amico d’infanzia, mi scrive che è amareggiato perché non è riuscito a
“realizzarsi”. Un’amarezza ingiustificata. Ognuno si realizza a modo suo. E quelli che pensano di
essere rimasti al di sotto delle loro possibilità si sbagliano. Non hanno che da guardare a quelli
che sono riusciti, che hanno dato tutto, e che, vuoi per merito, vuoi per fortuna, hanno raggiunto
la notorietà: sono relitti, inetti, falliti [...]» (E. Cioran, Quaderni 1957-1972, tr. it. di T.
Turolla, Adelphi, Milano, 2001, p. 333).
2 Imperialismo della vita è un’espressione coniata da Nae Ionescu, professore di Logica e
Metafìsica all’Università di Bucarest, maestro di Cioran, e rappresenta la nuova formula spirituale
attraverso cui un popolo ha la possibilità di divenire nazione.  Indica il carattere offensivo di un
organismo sociale che è in grado di sopravvivere solo mantenendosi in uno stato di espansione
vitale, in una tensione permanentemente dinamica.

2. A BUCUR ŢINCU
Bucarest, 2 novembre 1930
Caro amico,
ti scrivo queste righe in una caffetteria della capitale poiché a casa fa freddo e, siccome sono
malato, mi risulta impossibile leggere qualcosa, soprattutto al freddo. La biblioteca è chiusa la
domenica e quindi sono costretto a perdere tempo a vuoto, come un fannullone indolente che si
appiglia a chissà quale contemplazione malinconica della vita.
Il fatto che la vita non mi offra alcuna condizione di esistenza borghese, che non mi permetta di
chiudermi in uno schema rigido e insormontabile, che blocchi la mia presa diretta sulla vita - questo
fatto, dico, oltre ai suoi inconvenienti, presenta per me certi caratteri di vissuto fecondi. Se
posso attribuirmi qualche merito, una qualità personale, allora non può essere altro che un intenso
sentimento della realtà, che esclude qualsiasi illusione. Personalmente non ammetto ideali, sogni,
esaltazioni. Trovo molto più sublime un’osservazione della vita reale, piuttosto che un’esaltazione
puerile. Mai mi sono potuto inquadrare nel tipo attivo e passionale; mi è piaciuto di più il tipo
contemplativo e freddo. Alcuni dicono che questo è male. A me interessa poco dal momento che mi
va bene così. E poi, non è forse una fatalità il sentirsi inquadrato in una struttura temperamentale
specifica? -Per me tutto si riduce alla comprensione della vita. Dunque, per questo ci vuole
un’esistenza meno borghese, un’anima che si contorce e soffre, che soffre intensamente, che vive la
vita mentre la osserva...
Una volta ti ho detto che il mio ideale sarebbe un’antropologia che non comprenda tanto i dati
scientifici, quanto il tentativo di abbozzare una caratterologia. Questo è un desiderio impossibile da
realizzare subito; solo dopo aver avuto una ricca esperienza della vita si potrebbe rischiare una tale
impresa.
Attualmente mi preoccupano solo i problemi di filosofia pura: spazio, tempo, causalità, numero,
ecc... che sono diventati per me di grande attrattiva. Ho rinunciato categoricamente ad ogni filosofia
sentimentale, alle
preoccupazioni frammentarie e sterili, che non portano che a lamentarsi della vita e all’esaltazione
del patetico. Le cose “aride” acquistano uno straordinario contenuto vitale quando ci dedichiamo ad
esse con intensità. Per me, il mezzo migliore per sconfiggere la malinconia è ricorrere a problemi
astratti e impersonali. È un modo meraviglioso per superare le asperità della vita e per dimenticarsi
di tutti i difetti dell’esistenza individuale. La filosofia che ho praticato finora non può propriamente
definirsi filosofia. Poiché dire che la vita è dinamismo, tensione, slancio, che è buona o cattiva, non
è fare filosofia. Queste sono semplici affermazioni o valutazioni che non dovrebbero essere fatte se
non a conclusione di approfondite ricerche. Quando si è disgustati dalla vita, non bisogna ricorrere a
Baudelaire, ma a uno studio di Leibniz, per esempio, sulla misura o sulla critica del principio di
causalità di Hume o, se vuoi qualcosa di più interessante, meglio rivolgersi alle argomentazioni di
Zenone contro il movimento. Lo dico per esperienza personale. Perché, come si fa ad annullare la
tristezza attraverso la tristezza, come si fa a combatterla attraverso la poesia? Anche
se, paradossalmente, devo dirti che secondo me gli uomini tristi dovrebbero occuparsi di
matematica, non di poesia. Solo l'oggettività della matematica può sconfiggere il soggettivismo
dell’ispirazione poetica o il lirismo della tristezza: per questo è da tanto che ho smesso di leggere
libri che riguardavano questioni sociali e che mi rendevano totalmente anarchico. Verrà il giorno in
cui dovrò riprendere la loro lettura. Ciò succederà solo dopo che avrò più chiare alcune cose nel
campo della metafisica, sulle quali ho grandi dubbi, e il cui futuro è piuttosto incerto.
Ciò che ti chiedo è di scrivermi di più riguardo alle persone e al tuo intimo orientamento in campo
filosofico. Vedi, ho rinunciato alla teoria a favore dei dettagli, che, se non importanti, sono almeno
interessanti.
Con affetto Emil Cioran
Via Pictor Grigorescu 5 Casa dello Studente “Stànescu” Bucarest I

3. A BUCUR ŢINCU
23 novembre 1930
Caro amico,
il fatto che tu mi abbia scritto questa cartolina con tanta rabbia, riguardo alle preoccupazioni che mi
avevi già espresso nella lettera precedente, è senza dubbio pieno di significato. Se non sbaglio,
quell’argomento che si riferiva ai rapporti tra l’arte e la morale ti era stato imposto dall’università e,
dopo un successivo esame, ti era sembrato banale o, nel migliore dei casi, anacronistico. Questo
deve essere stato il processo che ti ha portato a rivedere la tua posizione che, seppure in maniera
abbastanza vaga e indefinita, te lo devo confessare, mi aspettavo. Mi attendevo questa
correzione, dato che ti conosco come uno che non si preoccupa di problemi obsoleti e di questioni
inattuali. Infatti, il rapporto tra arte, morale e religione, fa parte di quella categoria di problemi che
non interessano più la nostra coscienza rispetto ai nostri predecessori. Oltre al fatto che questa
problematica è logora, entra in gioco un altro elemento che ce la rende estranea: essa è priva di
fecondità e di stimolo per il pensiero. E per un giovane un problema sterile non può che
imprigionarlo in schemi rigidi e insuperabili e portarlo alla negazione della spontaneità e del
coraggio.
Tale questione si era già posta quando la filosofia della vita aveva iniziato ad attaccare la morale,
considerata come una serie di principi normativi, sovrastorici e sovraindividuali. La filosofia della
vita aveva mostrato che non è l’elemento normativo della morale, ma la spontaneità concreta
della vita che deve prevalere e guidarci. La morale deve decidersi: rimanere ancorata all’antico
spirito che si è sviluppato nell’ambito del normativismo ebraico-cristiano (nella cultura greca non
esiste il dualismo morale-vita) oppure armonizzarsi con le tendenze della vita immediata degli
uomini. Ne è risultato che la morale ha dovuto cedere. Qual è la situazione dell’arte? In ogni
catalogo di pittura si può osservare quali siano stati gli elementi che l’hanno caratterizzata fino al
XIX secolo e si può vedere cosa abbia significato la tirannia della morale nel campo dell’arte. È
nell’idea della donna che la stupidità della morale ha superato i propri limiti ed è fatalmente passata
anche nell’arte. Guarda le donne di Correggio, di Leonardo da Vinci, Mantegna, Perugino ecc... In
nessuna di queste troverai l’espressione di una pienezza interiore, di un eccesso generoso di vita, di
un tormento interiore; ancor meno troverai qualcosa dell’umana tragicità dell’eros. Ciò
non significa che questi quadri siano privi di valore artistico; un’affermazione di questo tipo sarebbe
assurda. Voglio solo mostrarti quanto possa essere peccaminoso l’intervento della morale che
paralizza la spontaneità dell’espressione artistica. Le donne dei pittori citati hanno tutte una non so
quale aria di verginità che non possiamo più cogliere. Fino ad ora, nessuno è riuscito a decifrare in
modo definitivo il carattere del tutto enigmatico di Monna Lisa. Quanti altri esempi si potrebbero
ancora fare! - La posizione dell'arte si è precisata definitivamente rispetto all'etica normativa.
L’arte ha il proprio campo di espressione che è indipendente da quello della morale. Allo stesso
modo, la vita da cui essa si origina è irrazionale e fa parte del campo dei nostri vissuti intuitivi. Il
conflitto tra questi tre campi non ha più motivo di esistere. Il fatto che tale argomento sia
ampiamente discusso all’università dipende dalla natura inattuale di questa istituzione, che è sempre
un secolo indietro rispetto allo spirito del tempo. Noi non sentiamo più questo conflitto, che è
riacceso solo nelle facoltà. Considerarlo tuttavia come un problema puro non ha senso. - Ora sai
perché mi aspettavo da te quella revisione. Tormentarsi la vita con problemi inattuali è molto
tragico. Noi che ci occupiamo di filosofia, poiché non abbiamo alcuna prospettiva pratica,
dobbiamo almeno avere la soddisfazione di non perdere il nostro tempo discutendo di problemi che
oggi, oltre a non essere per niente interessanti, sono privi, per giunta, di quel contenuto nuovo che
da solo può, nei momenti di melanconia, ravvivare la nostra coscienza. - Visto che abbiamo trattato
dell’università, devo comunicarti che ho rotto qualsiasi legame con questa istituzione. Quando ci
vado è solo per questioni burocratiche. Inoltre, non seguo assolutamente tutti i corsi di filosofia.
Solo qualche volta vado da Iorga,1 che è l’unico professore della facoltà di Lettere e Filosofia verso
cui ogni uomo dovrebbe veramente avere un dichiarato rispetto. All’università si discute di cose
così noiose che a pensarci ti prende la disperazione. Quando vi entro ho la stessa sensazione di
quando vado al
liceo dove ho studiato. Ma devo farti una confessione: il mio atteggiamento nei confronti
dell’università è determinato anche dal latto che questo diploma non ti offre un’esistenza migliore
rispetto a quella di un mendicante di strada. Non mi faccio più illusioni. Andare all’estero, avere
una borsa di studio ecc... sono cose che sembravano sicuramente più allettanti viste dal parco di
Sibiu; ma qui, in questo luogo, ti disgusti delle piccolezze dell’orizzonte e delle anguste prospettive.
- Su Il caso Maurizius non ho ancora trovato niente.2 L’anno scorso avevo letto ne «Les nouvelles
Littéraires» un articolo di André Lévinson, scritto abbastanza bene. Non ricordo il numero della
rivista. Se ti interessa approfondire Wassermann, puoi leggere il suo libro, una raccolta di studi e
conferenze intitolata Lebensdienst, apparsa circa due anni fa e in cui trovi alcune note su Il caso
Maurizius. Riguardo a Maurizius devo dirti che non tutti condividono le nostre stesse idee. Ho
consigliato di leggerlo ad alcune persone. Nessun entusiasmo. Un romanzo come un altro. Questo
mondo di ragazzi umili e ben educati, che non hanno alcun coraggio di affermarsi, che sono
totalmente privi di rivolta e di disposizioni eroiche, che vivono giorno per giorno senza prospettiva
storica, illusi da chi sa quale posizione nella vita, ebbene!, questa gente non può capire un romanzo
come Maurizius. Poi, se arriva qualcuno che ne tesse le lodi, viene considerato privo di senso
critico. Come può un uomo con la coscienza rurale comprendere i problemi posti dall'agonia delle
civiltà? Il contadino resta contadino anche nella capitale. La più grande tragedia della cultura è che
ad occuparsi di libri siano uomini che non hanno alcuna attitudine intellettuale, con la coscienza
indistinta e priva di tormenti. È terribile vedere con quanta tranquillità d’animo questi idioti
studiano, essi non vivono la filosofia né altre discipline. - Ma non solo, queste persone non vivono
neppure la vita. Tutti hanno superato i venticinque anni, ma nonostante ciò, quasi nessuno frequenta
le donne, cosa che, dopo una certa età, almeno a mio parere, è assurdo trascurare.
Quando si parla di uomini, divento quasi inesauribile. Devo dirti che sottopongo a verifica
quotidiana le mie idee su di loro. E' un campo d’osservazione in cui ho l’impressione di non
sbagliare, se non nei dettagli.
Con affetto Emil Cioran
P.S. Per quanto riguarda Relu, sono stato due volte da lui.3 Mi è sembrato un ragazzo distratto e
melanconico, il che, se da un punto di vista spirituale è una qualità, dal punto di vista pratico è
certamente un difetto. Petre mi ha detto che ha voti bassi;4 Relu mi ha detto il contrario così che
non posso pronunciarmi in nessun senso. Relu mi è parso un po’ insoddisfatto dell’ambiente di qui:
sai, cattivi ragazzi ecc... E inoltre non è adeguatamente apprezzato dai professori.
- E.C. -

1 Nicolae Iorga (1871-1940), storico, scrittore, critico, uomo politico, professore universitario e
accademico di Romania. A capo della rivista «Semănătorul» (Il seminatore) impose una corrente
letteraria di stampo tradizionale e rurale. Fondò e diresse il giornale politico «Neamul românesc»
(La stirpe romena). Esponente di rilievo della tendenza nazionalista, fu assassinato per vendetta
politica dall’estrema destra filonazista durante i moti legionari seguiti alla caduta del re Carol II.
2 Der Fall Mauritius (Il caso Maurizius) è un romanzo dello scrittore tedesco d'origine ebraica
Jakob Wassermann del 1928.
3    Relu, diminutivo di Aurel Cioran (1914-1997), avvocato. Seguì come il fratello i corsi di Nae
Ionescu all’Università. Partecipò alla seconda guerra mondiale facendo parte degli alpini romeni.
Condannato dal regime comunista per la sua militanza nel movimento Legionario di Codreanu nel
periodo interbellico, fu prigioniero politico dal 1949 al 1956.
4    Si tratta di Petre Ţincu, fratello di Bucur Ţincu e intimo amico di Aurel. In una lettera scritta in
francese a Bucur Ţincu, datata 13 agosto 1970, Cioran lo ricorda non solo come un uomo molto
originale, ma anche come l’autore, a soli sedici anni, di un opuscolo intitolato La morte della civiltà
capitalista. Cfr. E. Cioran, Scrisori către cei de-acasă, a cura di D. C. Mihàilescu, Humanitas,
Bucarest, 1995, p. 316.

4. A BUCUR ŢINCU
Sibiu, 22 dicembre 1930
Caro amico,
sono a Sibiu da circa due settimane. Ho lasciato Bucarest per un mese perché non avevo più diritto
né alla casa dello studente né alla mensa universitaria. Ho ricevuto la tua lettera dopo; mi è stata
mandata da un conoscente. Ho lasciato Bucarest anche per altri motivi, tra cui quello più serio
riguarda la salute: devo seguire una cura. Alla mia età pochi sanno cosa significano la malattia e il
dolore. Per questo motivo, forse, ho avuto la possibilità di capire alcune cose meglio di altri.
La sofferenza ti pone sempre di fronte alla vita, ti allontana dalla condizione di spontaneità e
irrazionalità, riportandoti ad essere una creatura contemplativa per eccellenza. Devo francamente
confessarti: questo stato costituisce per me un elemento di orgoglio. Quando parlo di una certa
superiorità personale rispetto ad altri, quando critico e derido, non penso mai ad una cultura
acquisita dai libri, frutto di impegno e ambizione, ma a questo accrescimento di consapevolezza che
non deriva dalla lettura, ma dai sensi, non dalle molteplici conoscenze, ma da un vissuto profondo.
Vantarsi di aver letto più libri rispetto ad altri è da esaltati, ma vantarsi di capire di più rispetto agli
altri significa mantenersi in una posizione corretta. Ogni uomo ambizioso e intelligente,
ma soprattutto ambizioso (l’ambizione è determinante per la lettura), può acquisire conoscenze.
Nessuno, invece, può capire e sentire la realtà in ciò che essa ha di specifico e di irrazionale, al di là
delle condizioni di comprensione comune.
Tenevo a farti questa precisazione, poiché alcuni mi hanno trovato troppo sprezzante e “sfiduciato”.
A loro non l’ho fatta poiché sicuramente non avrebbero capito niente. Non voglio però dilungarmi
su questo. Quello che vorrei scriverti riguarda le mie preoccupazioni personali, e non tanto il
risultato raggiunto, la cui esposizione troppo schematica potrebbe risultare artificiale, quanto
piuttosto l’aspetto esteriore di queste preoccupazioni.
Lavoro a una tesi di laurea su Kant con Nae Ionescu.1 Ti chiederai come abbia potuto scegliere un
argomento interpretativo, un tema storico, quando invece tante volte mi sono mostrato contrario a
questo genere di interessi di natura impersonale e non costruttiva. A parte il fatto che mi è stato
proposto e non imposto dal professore, sono giunto alla conclusione che è impossibile una
chiarificazione o una precisazione dei problemi filosofici senza approfondire la conoscenza dei
fondamenti della filosofia di Kant. Gli uomini che rappresentano qualcosa, per esempio Cohen2 o
Vaihinger,3 hanno trattato Kant tutta la vita nel tentativo di definire i problemi del criticismo, noi
romeni, invece, superficiali come siamo, crediamo che una sola lettura delle opere ci dispensi da
una continua ripresa. Questo pensiero sull'importanza della filosofia kantiana non solo mi induce ad
occuparmene quest’anno, ma mi spinge anche alla necessità di approfondire alcuni punti in
relazione a questo sistema. Ho intenzione di trattarlo in modo del tutto personale. I ricercatori che si
limitano ad una semplice sintesi mi provocano la più grande repulsione. Una monografia deve
giudicare un sistema o una personalità ponendosi al di fuori del quadro di riferimento per avere una
necessaria prospettiva critica. Il criterio di orientamento, rispetto a tali realtà, deve essere
trascendente, non immanente. Tuttavia, quasi tutte le monografie si orientano verso un criterio
immanente, poiché, come dicono gli autori, esso è il solo che garantisca l’obiettività. Mi ha
soddisfatto, dal punto di vista del metodo, il libro di Croce su Hegel4 e la ricerca di Nicolai
Hartmann5
sulla dimensione storica e sovrastorica nella filosofia di Kant. - Spero di realizzare qualcosa entro
l’anno. In caso contrario, la colpa è solo mia.
Non so cosa pensi della filosofia della storia. Io sono molto d’accordo. È uno studio che mi
appassiona, non solo mi piace leggere su tale argomento, ma anche il mio pensiero sembra
muoversi in modo naturale in questo campo. Per approfondire le mie conoscenze ho preso il libro di
Troeltsch (Der Historismus), ma non so quando riuscirò a leggerlo.6 Non so perché non riesco a
scrivere spontaneamente sui miei progetti. Ho l’impressione di dovermi fermare a ogni parola. Può
darsi ci sia un disaccordo tra la mia impellente inclinazione a fare confessioni e l’attitudine ad
esporre le cose in modo rigido. O forse è la particolare malinconia in cui vivo che sopprime ogni
mio slancio lirico?
Una volta ero convinto di avere un’anima da poeta; poi recentemente mi sono persuaso che era una
semplice illusione. Sono troppo chiuso per poter dire tutto ciò che sento. - Se vuoi, puoi conservare
alcune lettere che ti ho mandato (ho fatto lo stesso con le tue) non perché potrebbero essere
di qualche valore, Dio mi guardi da tali pensieri!, ma perché più tardi, nel tempo, ci sembrerà
simpatica questa aria malinconica e sincera che caratterizza queste nostre missive. Poi, quando
invecchieremo, scriveremo in modo artificiale e arido. Della corrispondenza di Taine7 solo quella
dei vent’anni è interessante e appassionante, il resto è impossibile da leggere.
Con affetto Emil Cioran
P.S. Rimarrò a Sibiu fino al 28 gennaio. Via Tribunei 28
1    Nae Ionescu (1887-1940), professore di Logica e Metafisica all’Università di Bucarest, fu
maestro di Cioran, di Eliade e di Noica. La sua influenza carismatica sarà determinante per le scelte
in campo politico di quasi tutta la generazione «Criterion».
2    Hermann Cohen (1842-1918), filosofo tedesco di origine ebraica. È stato esponente di spicco
del «ritorno a Kant» di cui sono testimonianza le opere: Kants Theorie der Erfahrung (La teoria
kantiana dell’esperienza) del 1871, Kants Begrundung der Ethik (La fondazione kantiana dell’etica)
del 1877 e Kants Begrundung der Aesthetik (La fondazione kantiana dell’estetica) del 1879.
3    Hans Vaihinger (1852-1933), filosofo tedesco neokantiano, pubblica, nel 1881 e nel 1892, i due
volumi del Kommentar zur Kritik der reinen Vernunft (Commentario alla Critica della ragion pura).
Dal 1897 promuove la rivista «Kantstudien», che ospita i maggiori contributi di critica kantiana. La
sua opera più importante è: Die Phìlosophie des Als Ob. System der theoretischen, praktischen und
religiòsen Fiktionen der Menschheit auf Grund eines idealistischen Positivismus (La filosofia del
«come se». Sistema delle finzioni scientifiche, etico-pratiche e religiose del genere umano)
del 1911. A Vaihinger si deve inoltre la costituzione, nel 1904, della «Kant-Gesellschaft», Società
per lo studio di Kant.
4    Cioran si riferisce al saggio di Benedetto Croce, Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia
di Hegel, del 1906, al quale si ispirerà per scrivere l’articolo Noi şi Hegel (Noi e Hegel) apparso su
«Arhiva pentru ştiinţa şi reforma socială», anno X, n. 1-4, 1932, pp. 870-73 (ora in E. Cioran,
Singurătate şi destin. Publicistica 1931-1944, a cura di M. Diaconu. Humanitas, Bucarest, 1991, pp.
142-148).
5    Nicolai Hartmann (1882-1950), filosofo tedesco. A partire dal neocriticismo kantiano
si accosterà progressivamente alla fenomenologia. Le sue opere maggiori conosciute da
Cioran all'epoca sono: Grundzuge einer Metaphysik der Erkenntniss (Principi di una metafisica
della conoscenza) del 1921 e Die Philosophie des deutschen Idealismus (La filosofia dell'idealismo
tedesco) degli anni 1923-29. Emil Cioran seguirà alcune sue lezioni all'Università di Berlino
nell'autunno del 1933.
6    Ernst Troeltsch (1865-1923), filosofo e storico tedesco. Fu vicino alla scuola neokantiana e allo
storicismo di Wilhelm Dilthey. In particolare si preoccupò di approfondire il rapporto tra la
religione e la storia ed elaborò una concezione filosofica secondo cui il divenire storico è messo in
stretta relazione con il mondo dei valori dell'etica cristiana. Tra le sue opere principali si ricorda:
Der Historismus und seine Probleme (Lo storicismo e i suoi problemi) del 1922, volume citato da
Cioran nell’articolo Noi e Hegel (1932).
7    Hyppolite-Adolphe Taine (1828-1893), filosofo, storico e critico letterario francese. Partendo
dal positivismo determinista elaborò un modello interpretativo per la storia e le opere letterarie che
teneva conto delle implicazioni politiche e sociali fornite dal contesto ambientale. In questa lettera,
Cioran sembra riferirsi all’opera in più volumi H. Taine, sa vie et sa correspondance (1902-1907) in
cui si conserva la testimonianza dello scambio epistolare del futuro filosofo francese con i
compagni di studi.
5. A BUCUR ŢINCU
Bucarest, 24 gennaio 1931
Caro amico,
sarai sorpreso, probabilmente, che da un po’ di tempo io abbia abbandonato l’abitudine di
trasmettere nelle lettere alcuni pensieri a me cari in favore di semplici, banali comunicazioni.
Questo trova spiegazione nella decisione che ho preso di non discutere assolutamente con nessuno
di filosofia; non per disprezzo o scarsa considerazione, ma semplicemente perché non mi si
addicono le discussioni in cui prevalgono l’ambizione a primeggiare e la volontà di distinguersi.
Ora. siccome non ammetto di essere secondo in una discussione, invece di prevalere attraverso la
violenza e il paradosso, preferisco distinguermi ed eccellere mediante una chiusura interiore. Avrei
voglia di dirti tutto, ma non per lettera. Perché dare qui le mie opinioni su persone e libri, quando
una lettera deve essere, in primo luogo, di natura del tutto personale?
Vorrei chiederti un favore, che puoi eventualmente rifiutare, senza che io mi offenda. Durante le
vacanze ho scritto per me alcune cose sulla crisi della cultura moderna. Ho sviluppato lì una
concezione assiologica della cultura e sono arrivato alle conclusioni di Spengler,1 anche se il tutto
era concepito su altre basi. Come ti ho detto, anche se avevo intenzione di scrivere solo per me, ho
fatto l’imprudenza di inviare l’articolo alla rivista «Societatea de mâine»,2 accompagnandolo con
un biglietto in cui scrivevo
al direttore che, se l’avesse trovato inadeguato, avrebbe dovuto rispedirmelo indietro, non perché
avesse un particolare valore, ma perché, personalmente, ci tenevo ad averlo. Non sono risentito per
il fatto che non mi abbia pubblicato l’articolo, poiché non puoi pretendere che certi uomini, i
quali ammirano tutte le inezie e non hanno letto un solo libro di filosofia della cultura, capiscano
queste cose, ma ciò che non mi ha lasciato indifferente è che non mi sia stato restituito. Comunque
non li biasimo, poiché alcuni eventi recenti mi hanno convinto che l'intellettuale romeno non esiste.
Noi non abbiamo intellettuali e neppure li avremo. Quello che ti prego di fare è di passare per la
redazione della rivista (Piazza Unirii 8) e di chiedere di quell’articolo, che poi mi manderai qui.3
Anche se non è un favore piacevole, tu non sei uno che si imbarazza davanti a certi cretini; del resto
siamo a Bucarest. Non insisto che tu lo faccia perché in fondo è solo un articolo, cosa avrei da
perdere!? - In questo paese non si può fare niente senza contatti personali e raccomandazioni. Puoi
inviare studi brillanti a qualsiasi rivista, nessuna te li pubblicherà, perché qui nessuno è capace di
una valutazione obiettiva. Esiste un soggettivismo sciagurato in questa nazione, che impedisce in
modo fatale e inevitabile qualsiasi tentativo di giusta valorizzazione. Non trovi interessante che i
“filosofi” di Bucarest vogliano espellere Nae Ionescu dalla facoltà? Lascia stare che quest’uomo sia
scarsamente preparato a riconoscere alcune disposizioni filosofiche incontestabili e che da sole
giustificano lo studio della filosofia. D’altronde, l’erudizione corrompe le inclinazioni filosofiche
dell’uomo, lo storicizza e lo sottrae alla pura contemplazione che è la fonte della creazione
filosofica.
Qui a Bucarest non puoi emergere se non attraverso le lusinghe e la rinuncia completa di te stesso.
Noi transilvani, sebbene non siamo noti per essere straordinariamente intelligenti, disponiamo di un
carattere non malleabile, che ci rende inadatti ad ogni arrivismo. In questa facoltà, finora, non ce
l’ha fatta nessun transilvano, così dobbiamo rinunciare ad ogni speranza e illusione. Sono a
Bucarest da tre anni e non mi conosce bene nessun professore, sicuramente per colpa mia. Non mi
piace sentirmi inferiore a nessuno e per questo motivo mi difendo dall’arroganza e dalla sufficienza
con cui i professori trattano gli studenti. La sola cosa che mi sostiene è un’ambizione che ho
riscontrato in pochi uomini. Che essa sia congenita, è una cosa evidente ed è quindi evidente che
tutte le illusioni provengano da lì. malgrado il mio stile interiore sia caratterizzato dal disinganno e
dalla disillusione. Se avessi un temperamento più elastico e più adattabile, probabilmente arriverei
lontano; ma, così come sono, ogni illusione mi è preclusa. Ma non ho rimpianti. Ho raggiunto una
fase della mia vita in cui non posso rimpiangere nulla, né voglio avere rimpianti. Ho partecipato a
feste raccapriccianti, finite in cabaret, ho bestemmiato e ho detto solo porcate, sono stato dalle
cocotte con la Critica della ragion pura in tasca - questa è sicuramente la più grande ironia
del destino! - non rimpiango niente. Cosa dovrei rimpiangere? Tutto questo non ha alcuna
importanza. Io non faccio filosofia, mi propongo solo di chiarire alcuni problemi che non siano
esclusivamente filosofici. Perché dovrei impormi restrizioni? Le norme non hanno alcun valore.
Spesso ho pensato che solo quando avrò informazioni più complete scriverò uno studio sullo
spirito normativo. È un problema molto interessante che mi attrae particolarmente.
Se vuoi provare una gioia spirituale insuperabile, leggi la vita di Pascal scritta da sua sorella,
Madame Périer, pubblicata come introduzione alle Pensées nell’edizione del 1852. (Probabilmente
la troverai in qualche biblioteca di Cluj). Tutto quello che ho pensato sul dolore e la malattia
l'ho trovato lì.
Con affetto Emil Cioran
Via Pictor Grigorescu 5 Casa dello Studente “Stănescu”
Bucarest I
P.S. Volevo venire a Cluj per una settimana, prima di andare a Bucarest. Alcuni motivi però me lo
hanno impedito. E.C.
1    Oswald Spengler (1880-1936), filosofo tedesco. La sua opera più importante è Der Untergang
des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte (Il tramonto dell’Occidente.
Lineamenti di una morfologia della storia mondiale), composta negli anni 1918-1922.
2    «Societatea de mâine» (La società del domani) era una rivista democratica a cadenza trimestrale
che si proponeva - si legge in una nota - di lottare per le libertà e i diritti di tutti i cittadini. Aveva un
comitato redazionale formato da quasi una decina di persone. Il direttore editoriale, nonché editore,
era Ion Clopoţel. Si dibattevano problemi di natura economica, sociale, politica, giuridica, letteraria
e culturale. Ai tempi della lettera di Cioran veniva posto l’accento soprattutto sulle realtà della
Transilvania. La rivista ebbe
sede a Cluj dal 12 aprile 1924 all'agosto 1940, e poi fu trasferita a Bucarest (settembre 1940 - aprile
1945).
3 Non è dato di sapere con certezza di quale articolo si tratti, ma in ogni caso gran parte dei suoi
contenuti confluiranno nello studio di Cioran intitolato Sensul culturii contemporane (Il senso della
cultura contemporanea) che verrà pubblicato nel mese di aprile del 1932, su «Azi», anno I, n. 2, pp.
166-178 (ora in E. Cioran, Singurătate şi destin, cit., pp. 64-79).
10 novembre 1931
Caro amico,
penso, non senza malinconia, al fatto che ci siamo estraniati l’uno dall’altro. Ci vediamo così
raramente che la memoria non conserva che un’immagine schematica e spiritualizzata. Dico queste
cose perché qui a Bucarest, sebbene sia circondato da amici che hanno una certa cultura, non ho
trovato nessuno che abbia il coraggio delle idee e un temperamento vivo. Questi individui
raramente raggiungono una profonda comprensione del fenomeno irrazionale dell’individualità e
del carattere originario delle attitudini della vita. Quasi tutti ti chiedono: «perché sei così?», «perché
ti preoccupi di questo genere di problemi?» ecc... come se il procedere nello studio potesse
realizzarsi secondo un calcolo o una selezione razionale. In realtà ti trovi in un quadro di problemi
apparentemente importanti il cui valore è giustificabile solo a priori. Spesso mi rimproverano di
studiare i problemi di filosofia della storia e della cultura, sostenendo che essi sarebbero poco seri e
dilettantistici. Tale rimprovero denota una grande incomprensione, perché non si tiene conto del
fatto che l’uomo è più portato per quei campi in cui pensa in maniera personale affidandosi alla
spontaneità e alla ingenuità, mentre negli altri mostra un carattere di compromesso basato su
nozioni oggettive ed esteriori. Capisci ora perché tutte le obiezioni che mi vengono rivolte mi
irritano enormemente. Ultimamente ho conosciuto la cosiddetta élite “filosofica” della capitale. Il
risultato è lusinghiero per noi, individualmente, ma per il destino della nostra cultura è deprimente.
Mi sono reso conto che pochi di noi contano incomparabilmente di più - al momento attuale -
rispetto a quelli che costituiscono “l’élite” di cui parlavo. Tale problema però ha anche il suo
rovescio: su queste basi non si potranno costruire grandi cose. Il compromesso è l’elemento
essenziale, che è immanente alla nostra struttura vitale. -
Essendo questo l’ambiente, si spiega come sia più difficile emergere qui che in un contesto di
eccellenza, dove la propria inferiorità sarebbe manifesta.
Non posso dire di non aver imparato la provocatoria arte di mettermi in mostra. Se tu mi vedessi, a
volte, con quale disinvoltura illustro a qualcuno - a quelli che
non rispetto, naturalmente - decine di titoli di libri, che altri, dopo una lettura durata una vita, non
sono capaci di presentare con la stessa sicurezza, di certo scopriresti in me un potenziale impostore
intellettuale che propende all'arrivismo. Che questo sia vero è evidente; solo che in me esiste un
fondo di sincerità che devo reprimere a causa di uno scetticismo volgare che si respira qui. Vivo in
un mondo triviale, privo di ogni distinzione interiore, incapace di paradosso, profondità o
irrazionalità. Sono così scontati, che prevedo tutti i gesti e tutte le reazioni delle persone che vivono
alla casa dello studente. Ma al diavolo! Sono disgustato dal fatto che bisogna ripetere in
continuazione sempre le stesse storie, le stesse considerazioni inutili. Se ci pensi bene, viene da
ridere come tutti si prendano sul serio, come il loro più grande problema sia l’essere sé stessi, come
gli stati dell’anima tendano a convertirsi in problemi personali ecc... Non è questa la vita interiore,
ma un’illusione corrente. Non mi illudo di credere che queste realtà siano specificamente moderne,
ma sono disgustato da tutta questa complicazione della vita moderna, da tutto il tormento inutile al
limite del niente. Mai come oggi ho chiaramente intuito l’assurdità del progressismo,
l'insignificanza e l’irrazionalità del processo della vita storica, l’illusione della finalità trascendente
o della teleologia morale. D’altronde, avrai notato che una caratteristica essenziale dei nostri tempi
è la noia della cultura, il disincanto e il rifiuto dei valori. la rinuncia alla morale e ai criteri delle
discipline normative in generale. A tale proposito è caratteristica la nuova direzione della filosofia
tedesca che parte dall’antinomia spirito-anima (come una totalità di funzioni e sintesi di natura
organica), antinomia che si risolve attraverso un rifiuto del primo elemento. Questo indirizzo di
pensiero rivela la necessità di superare la tensione tragica in cui ci ha portato il processo della
cultura. Ovviamente, non sono così ingenuo da immaginare una rapida risoluzione dell’antinomia;
non credo nella possibilità di andare oltre questa situazione attraverso l’esclusione di un termine.
L’antinomia cultura-vita, spirito e anima, prende di mira la struttura della cultura contemporanea -
non della cultura in genere. Essa marca dal vivo un aspetto della decadenza. Quando i valori di una
cultura sono diventati esteriori e trascendenti all’uomo, è segno che quella cultura è morta per le
possibilità umane. Per questo motivo sono convinto che uno studio del processo storico e culturale
che non si traduca in antropologia, se non inutile, è in ogni caso sterile. Non possono essere escluse
dalla filosofia le considerazioni socratiche, non in merito al loro contenuto, ma riguardo alla forma,
che hanno naturalmente rapporto con l’antropologia.
Non so se mi potrai pubblicare nel giornale «Drumul nou» un articolo sui libri di Bagdasar che
trattano le culture europee.1 Il fatto è questo: ho
degli obblighi nei suoi confronti; una recensione rappresenterebbe una delle soluzioni più serie per
dimostrargli la mia riconoscenza. Non ho alcuna intenzione di farlo presso i giornali di Bucarest. Tu
non sai che sguardi ti gettano addosso non appena entri in una redazione! Ed è per me
un’umiliazione il dover pregare simili imbecilli e analfabeti. Per ora mi tengo occupato leggendo i
libri di Erwin Reisner.3 Vianu mi ha chiesto un articolo su di lui per «Gândirea».3 Non so, però, se
lo scriverò, poiché non mi convince l’atmosfera filosofica dei libri di Reisner.4
Con affetto Emil Cioran
Pictor Grigorescu 5
Casa dello Studente Bucarest 1
1 Nicolae Bagdasar (1896-1971) filosofo ed epistemologo. Laureatosi a Bucarest, si specializza in
Germania dove consegue un dottorato in filosofia all'Università di
Berlino. Dopo aver insegnato nella capitale romena, diventa professore di epistemologia e
metafisica all’Università di Iaşi. Nel 1942 consegue il titolo di membro all’Accademia Romena, ma
con l’avvento del regime comunista nel 1948 sarà privato del titolo e nel 1949 destituito
dall’insegnamento universitario. Tra il 1953 e il 1956 fu coordinatore scientifico del Dizionario
Enciclopedico Romeno. Pubblicherà le sue ricerche in molte riviste scientifiche anche all’estero, e
nel 1970 verrà nominato membro dell’Accademia romena di Scienze Sociali e Politiche.
2 Erwin Reisner (1890-1966), teologo austriaco, filosofo, critico teatrale. A Sibiu fu amico di
Cioran, il quale aveva avuto modo di conoscere i seguenti libri dell’autore: Der blaue Pokal.
Gedichte (La tazza blu. Poesia), Hermannstadt 1923; Die Erlòsung im Geist. Das philosophische
Bekenntnis eines Ungelehrten (La redenzione dello Spirito. La confessione filosofica degli
illetterati), Vienna 1924; Das Selbstopfer der Erkenntnis. Betrachtungen iiber die Kulturaufgabe
der Philosophie (Il sacrificio della conoscenza. Riflessioni sul compito culturale della filosofia),
Monaco 1927; Die Geschichte ah  Sundenfall und Weg zum Gericht. Grundlegung einer
christlichert Metaphysik der Geschichte (La storia come peccato originale e via per la giustizia.
Fondamenti di una metafisica cristiana della storia), Monaco 1929.
3 Tudor Vianu (1897-1964), noto filosofo, critico e storico letterario. Dopo la laurea in filosofia e
diritto in Romania, consegue un dottorato in filosofia all’Università di Tubinga in Germania.
Tornato in patria, diventa professore di Estetica all’Università di Bucarest. Durante il regime
comunista, nel 1947 perderà la cattedra e nel 1952 sarà destituito dall’insegnamento universitario. A
partire dal 1955 sarà reintegrato alla Facoltà di Lettere di Bucarest e insegnerà Storia della
letteratura universale diventando uno dei maggiori comparatisti di Romania. Vianu all’epoca della
lettera di Cioran collaborava con «Gândirea. Literară, artistica, socială» (Il pensare.
Letterario, artistico, sociale), più nota come Gândirea, che era una rivista di stampo
tradizionalista, ortodossista e nazionalista di grandissimo prestigio nel periodo tra le due guerre
in Romania. Apparsa prima a Cluj nel 1921, dal 1922 fu trasferita con tutta la redazione a Bucarest.
Vi scrisseroi più importanti efamosi intellettuali romeni del tempo. All'epoca dell’articolo di Cioran
il direttore della rivista era il teologo e poeta Nichifor Crainic. Alla fine Cioran scriverà e
pubblicherà l’articolo su Reisner nella rivista «Gândirea» nel dicembre del 1931 con il titolo Erwin
Reisner şi concepţia religioasă a istoriei (Erwin Reisner e la concezione religiosa della storia) nella
rubrica «Idee, uomini & fatti», anno IX, n. 10 [stampato erroneamente: 12], pp. 503-505. Ora in E.
Cioran, Singurătate şi destin, cit., pp. 37-44.
[ 1931, dopo il 10 novembre]
Caro amico,
ti ringrazio per esserti interessato a ciò che avevo chiesto; so quanto sia fastidioso fare favori di
questo tipo. I fatti stanno così: se verrò, sarà solo per la fine di febbraio. Prima non posso perché
devo presentarmi alla casa dello studente e al seminario di Gusti (per ottenere un’eventuale borsa
di studio per il prossimo anno).1 Non ti resta dunque che comunicarmi, non appena ti sarai
informato, se entro quella data si svolgerà il seminario pedagogico a Cluj. - Non ti ho inviato la
recensione di cui ti parlavo,2 perché non l’ho scritta. Mi è impossibile leggere libri noiosi. Solo i
maniaci possono leggere qualsiasi cosa. Io ero uno di questi al primo anno di università.
Vorrei informarti di alcuni fatti, di certe realtà che ho notato negli ultimi tempi. Ma non lo faccio
perché dovrei scriverti fatalmente sulla miseria, una miseria che ho visto e che non avrei mai
creduto di vedere.3 Se la malattia o la morte sono comprensibili, e alla fine giustificabili, la
miseria sembra far parte del campo dell’incomprensibile. Tutti intuiamo, inevitabilmente, il senso
del determinismo economico; ma quando cerchiamo umanamente di comprendere, sotto la spinta di
una prospettiva di vita, le cose si pongono al di là della sfera razionale. Accanto alla decadenza del

moderno stile di vita, accanto a questo inarrestabile processo, la miseria generale non è altro che un
elemento determinante che accelera il crollo della fede nella cultura. Come avrai potuto osservare,
nella filosofia del nostro tempo l’elemento che ha maggiore successo è proprio la reazione contro
la cultura. L’annullamento delle forme, degli schemi, dei sistemi regolativi di riferimento, della loro
validità ideale e trascendente, a favore di un’apologia dei dati originari, dell’intuitività concreta del
reale, dell’individuale e dello specifico, e del carattere dinamico e produttivo della vita - tutto
ciò non fa altro che esprimere un sentimento di noia.4
1    Dimitrie Gusti (1880-1955), filosofo e sociologo. Numerose sono le sue pubblicazioni. Fu
professore all’Università di Iaşi e di Bucarest, presidente dell’Accademia Romena, ministro
dell'istruzione, fondatore della scuola sociologica di Bucarest. Anche lui fu “epurato” durante il
regime comunista, ma non ha conosciuto il carcere.
2    Si tratta della recensione che Cioran avrebbe voluto fare all’ultimo libro di Bagdasar, Din
problemele culturii europene (Sui problemi della cultura europea), Societatea Romàna de Filosofie,
Bucarest, 1931.
3    A partire da queste sue personalissime considerazioni, Cioran pubblicherà, il 30 gennaio 1932,
l’articolo intitolato Reflexiuni asupra miseriei (Riflessioni sulla miseria) in «Floarea de foc», anno
I, n. 4, p. 2 (ora in E. Cioran, Singurătate şi destin. Publicistica  1931-1944, cit., pp. 51-57).
4 La lettera è giunta mutila dell'ultima pagina.
4 marzo 1932
Caro amico,
una volta ti ho scritto che, se non mi fossi ammalato, come mi è successo ora, sarei potuto andare
lontano. Avrei avuto un “nome” che non mi avrebbe recato alcuna soddisfazione profonda, ma in
cambio mi avrebbe dato diverse possibilità di trovare una sistemazione. Non puoi
immaginare quanto sia penoso imbattersi in uomini in carriera, della cui inferiorità intellettuale sei
convinto. Appena questi si mettono a parlare con te, mostrano, fingendo interesse a ciò che dici,
un’evidente inclinazione verso la benevolenza. Questo, in fondo, non è altro che un’insopportabile
concessione per un uomo che ha una certa sensibilità. Quando sei giovane non conti da nessuna
parte: dai un tuo articolo a qualche rivista, e se c’è troppo materiale quasi sempre viene rinviato.
Tutto dipende dagli agganci che hai. Ora, queste relazioni non si possono fare stando a casa a
leggere. Bisogna andare a destra e a sinistra, non dimenticare di mandare ogni volta biglietti
di auguri, lodare e adulare. Io che vivo in uno scetticismo del tutto amaro, mi sento fuori luogo in
tali gesti. Se qualche volta li faccio è perché mi sento addosso una pressione razionale troppo
insistente, che produce nella coscienza, in maniera molto viva, la necessità di un orientamento
attivo. -Tutta la mia tragedia si riduce in fondo a questo: non sono più in grado di mettere ordine né
ai contenuti spirituali né ai valori di qualsiasi natura. L’attività o l’inattività, la generosità o l’odio,
lo slancio o la disperazione -tutto mi sembra espressione di un’irrazionalità su cui non si può andare
oltre. Abbiamo già parlato delle notti insonni, quando conti tutti gli istanti che passano e quando, al
di là della disperazione e al di là dei limiti della sopportazione, tutto ti appare sullo stesso piano,
insignificante e nullo. La liberazione da tutti gli elementi e dai simboli si realizza solo quando
l’uomo si pone di fronte all’esistenza nella sua struttura pura, intensificando il dualismo tra la
coscienza e la realtà in un parossismo che non fa altro che portare alla distruzione.
Dove potrò mai arrivare con tali esperienze? Tutto dipende se riuscirò a rimettermi in sesto
quest’anno. In caso contrario, tutto è perduto. Ho iniziato a negare tutto senza riuscire a mettere le
cose a posto. Non credo più nelle soluzioni, ciò significa vivere in una totale sospensione nel nulla.
Sono passati ben dieci giorni da quando ho scritto la prima pagina di questa lettera; non l’ho
continuata perché qualcosa mi ha interrotto. Rileggendo queste righe, noto con soddisfazione che
esse non sono il prodotto di un’attitudine accidentale o di un’esplosione momentanea. Un
sentimento astenico della vita non mi permette più di godere di niente, mi tortura e mi distrugge.
Sono tanti i motivi che mi hanno portato qui, e chiaramente se alcuni di essi sparissero, la mia
propensione non verrebbe meno. Mi sono perfettamente reso conto di essere un individuo
assolutamente singolare tra tutti quelli che conosco a Bucarest. Forse questo mio atteggiamento è
troppo manifesto, mi limito quindi ad esporti solo i fatti. Nichifor Crainic mi ha respinto alcuni
articoli con il pretesto che sono troppo pessimisti.1 Io sono, tuttavia, incapace di considerare la vita
come un gioco o come un piacevole cullarsi. Sappi che, se vivrò, mi distinguerò per una tendenza
estrema; trarrò senza timore le ultime conseguenze. Non ho più paura di nessuna idea e di nessun
atteggiamento. Qui mi definiscono un “cinico”. Se per cinismo intendiamo sincerità portata al
parossismo, allora sono necessariamente cinico. - Ma lasciamo da parte queste cose! - Per quanto
riguarda la Germania è molto probabile che non ci andrò. Le cose si sono terribilmente complicate.
Per ora non ci penso più.
Sono un uomo poco preparato per la vita. Ciò non ha alcun senso se non ti offre alcuna gioia o
soddisfazione. Essere incapace di godere di qualsiasi tipo di felicità - non in senso sentimentale - è
davvero impressionante. -Per le riviste scrivo solo in funzione di un calcolo. Sono cosciente che
gli articoli non hanno alcun particolare valore, sono semplici frammenti senza

consistenza. È molto probabile che quest’anno inizierò seriamente a scrivere qualcosa in merito ai
tormenti che continuano ad assillarmi. Benché tu possa credere che io sia troppo giovane per
occuparmi di queste cose, ritengo che ciò non abbia alcun rapporto con l’età. Comunque, so per
certo che non impazzirò mai.
Il tuo Emil Cioran
1    Nichifor Crainic (1889-1972), poeta, teologo e saggista, direttore della prestigiosa rivista
conservatrice «Gândirea». Come Nae Ionescu, Crainic è stato una personalità molto controversa in
Romania dal punto di vista politico, perché, nel periodo interbellico, fu uno dei più influenti
ideologi dell’estrema destra. Il suo orientamento nazionalista, di ispirazione fascista, era incentrato
sui valori tradizionali della religione ortodossa, per cui fu molto apprezzato anche dai militanti della
Legione di Codreanu. Dopo essere stato ministro della propaganda durante la dittatura militare di
Ion Antonescu, fu condannato alla detenzione carceraria dal regime comunista tra il 1947 e il
1962. In seguito alla sua riabilitazione politica, tra il 1962 e il 1968, collaborò alla rivista comunista
«Glasul Patriei» (La Voce della Patria). Gli articoli cui fa riferimento Cioran nella lettera sono:
însemnări despre moarte (Annotazioni sulla morte), che verrà però pubblicato un anno dopo su
«Gândirea» XIII, n. 4, nel mese di aprile del 1933 (pp. 142-146) e Melancolia (La malinconia),
apparso sempre su «Gândirea» XIII, n. 5, nel mese di maggio dello stesso 1933 (pp. 196-199).
5 aprile 1932
Caro amico,
ho preso una decisione alquanto impressionante da diventare per me un’ossessione. Si tratta di
ritirarmi in provincia e di mettermi a scrivere, in quattro mesi, qualcosa di consistente. Se non lo
farò, dipenderà o da un’eventuale partenza per Ginevra (non tanto gradita e personalmente
problematica) o da alcune condizioni esterne che potrebbero condurmi alla paralisi. Ho la forte
impressione che alcune esperienze interiori, che si stanno accumulando, cerchino di volersi chiarire.
La scrittura diviene nel mio caso la necessità di precisare ciò che mi riguarda in maniera esclusiva.
Questo pensiero è sorto spontaneamente; pertanto lo credo autentico. La scrittura ha valore solo se
oggettiva un vissuto, perché al di là dell’espressione si trova la vita e al di là della forma il
contenuto. Vorrei scrivere qualcosa col sangue. E questo senza perseguire l’idea di un effetto
poetico, ma concretamente, nell’accezione materiale del termine. E poiché in me tutto è ferita e
sanguinare, ciò mi ha convinto in maniera definitiva. Comunque, la sofferenza mi ha dato il
coraggio dell’affermazione, l’audacia dell’espressione e l’avvio verso il paradosso (nel senso di
Pascal o di Kierkegaard). Ho perso definitivamente il senso della misura; perciò talvolta esagero
fino alla follia. In questo senso è opportuno ricordare che, da un anno, non ho mai più provato
l’esperienza di quell’eccessiva lucidità di cui ti scrivevo in passato, ora mi consumo, mi tormento
come un essere in preda alla distruzione e alla morte. Ho l’impressione di essere proprio come
Pascal nell’ultimo periodo della sua vita quando, non potendo più realizzare effettivamente niente,
vagava da solo come un pazzo.
Non so se hai notato, dalla tua personale esperienza, quello strano fenomeno che porta chi soffre,
anche se non è predisposto, ad attribuirsi un valore e una superiorità nell’universo, che l’uomo
comune non è in grado di concepire. Non che la sofferenza provochi allucinazioni, ma il

fatto che l'individuo soffra, patisca intensamente e drammaticamente l’esperienza della vita, lo
spinge ad attribuirsi valori che non possono essere trascurati né disprezzati, poiché è proprio il
dolore che porta alla concezione dell’inanità e dell'insignificanza universale. - Sono incapace di
eliminare dalle considerazioni che faccio la coscienza del mio senso nella vita. Tra tutti quelli che
ho incontrato a Bucarest - famosi o meno, alcuni in età molto più avanzata della mia - e lo affermo
senza alcuna riserva, nessuno presenta un’esperienza della vita più tormentata di quanto io consideri
la mia. Poiché è stabilito: gli inconvenienti esterni non lasciano tracce profonde giacché derivano da
una sofferenza momentanea che si supera facilmente. Léon Bloy da qualche parte dice: Souffrir
passe, avoir souffert ne passe jamais.1 - Finora mi sono pienamente ritrovato in Tonio Kroger di
Thomas Mann;2 mi rendo conto, comunque, di cominciare a portare dentro di me qualche nota
russa di natura demoniaca; quell’attitudine riservata e malinconica che presentavo finora è tipica
dell’eroe del racconto di Th. Mann.
Problemi attuali. Petru continua a non rinunciare al miraggio della rivoluzione;3 solo
apparentemente lo posso convincere dell'illusione racchiusa in questa frenesia segnata da visioni
apocalittiche. È un fatto: Petru è un relitto vivente. Questo lo dico con molto rammarico. - In merito
a qualche borsa di studio per l’estero, ho rinunciato per ora a tali espedienti e forse per molto altro
tempo ancora. - Per quanto riguarda le realizzazioni individuali, posso dirti che non sono riuscito a
lavorare se non ad uno studio sull’antropologia filosofica che non mi sembra del tutto sterile,
soprattutto perche è composto di dati personali.4 - Se ti capita tra le mani il

libro di Ernst Bertram su Nietzsche, non mancare di leggerlo, perché è davvero notevole.5 - Tra
dieci giorni parto per Sibiu. -
Il tuo Emil Cioran
1    Il riferimento di Cioran è al libro Le désespéré (1888) di Leon Bloy (1846-1917), scrittore,
saggista e poeta francese.
2    Tonio Kroger è un noto racconto di Thomas Mann del 1903.
3    Petru è, con ogni probabilità, Petru Ţuţea (1902-1991), filosofo, economista e politico, grande
amico di Cioran. Cioran lo ricorda come un marxista entusiasta e un mistico che a Bucarest si
faceva il segno della croce leggendo la «Pravda», benché non sapesse neanche una parola di russo.
Nel 1932 fonda la rivista «Stanga: linia generala a vremii» (La sinistra: la linea generale del tempo).
Tra il 1933 e il 1934 incontra Nae Ionescu a Berlino, dopo di che darà alla sua passione
rivoluzionaria una direzione decisamente più nazionale. Nel 1935, Ţuţea sarà, infatti, uno dei
firmatari de Manifestul revoluţiei naţionale (Il manifesto della rivoluzione nazionale), insieme a
Sorin Pavel, Ioan Crăciunel, Gheorghe Tite, Nicolae Tatu e Petre Ercuţă.
4    Il manoscritto di Cioran, Antropologia filosofică, è stato pubblicato postumo nel
volume monografico intitolato Emil Cioran su Caietele Academiei Internaţionale
“Mihai Eminescu”, n. 2, Editura Europa, Craiova, 2007, pp. 159-166.
5 Ernst August Bertram (1884-1957) fu professore di germanistica all’Università di Colonia dal
1922 al 1946. Si formò su Burckhardt e Nietzsche, dedicando a quest’ultimo, nel 1918,
un’importante monografia: Nietzsche. Versuch einer Mythologie (Nietzsche. Per una mitologia)
nella quale, in polemica con il positivismo storico e filologico, impose un metodo d'interpretazione
in cui il passato vitale e autentico della storia sembra emergere solo nella forma del mito e della
leggenda, e i cui elementi eterni e sovratemporali devono essere considerati come l’unica vera
realtà.
Sibiu, 23 settembre 1932
Caro amico,
eccoci dunque, entrambi, al bivio della vita. Sinora abbiamo fatto solo progetti e programmi,ora si
impongono le realizzazioni, altrimenti tutto rimane una semplice illusione. Naturalmente, non si
può più parlare di speranze o di propositi infantili così come facevamo un tempo. Per me il
problema della vita comincia a porsi abbastanza seriamente; mi dispiace tuttavia che per te esso si
sia posto troppo presto. È molto difficile mantenersi entro certe aspirazioni filosofiche quando sei
costretto a fare giornalismo. Ho scritto una serie di articoli per un giornale; ma ho
rinunciato, sebbene mi avessero pregato di non farlo, perché mi sembrava impossibile continuare a
discutere di teorie che, dopo 24 ore, scompaiono completamente. Tutti i giovani di una certa cultura,
che entrano nel mondo del giornalismo, iniziano prima a discutere con incredibile passione di
problemi lontani dall’attualità, ma poi finiscono con effimeri reportages. Più hai cultura, più il
giornalismo rappresenta un grandissimo pericolo che ti spinge progressivamente a smettere; ciò non
vale per gli inconcludenti, per loro costituisce un contesto stimolante per aspirazioni vaghe ed
embrionali. La tua salvezza consiste nel fatto che il giornalismo rappresenta per te solo una
soluzione provvisoria; quando inizierai a sentirti a tuo agio, e interpreterai questo come una normale
scappatoia, allora sarà venuto il momento di preoccuparsi veramente.
Quanto a me, devi sapere che potevo essere lontano, se non fossero intervenute determinate
circostanze che me lo hanno impedito. Non è il fatto di aver letto tantissimo, quanto piuttosto di
essere stato affetto, per tre anni, da certe malattie che normalmente colpiscono gli uomini durante la
vecchiaia che mi ha separato completamente dagli altri, impedendomi di stabilire nuove relazioni.
Conosco i modi per fingersi un intellettuale che fa scalpore con libri mai letti oppure che sconvolge
con il paradosso, ma tutti questi mezzi non li ho mai utilizzati. Dal punto di vista psicologico, sono

un introverso e per questo gli uomini non mi fanno assolutamente piacere. Ci sono a Bucarest
alcune persone che tengono a me; ti prego di credere che la loro simpatia non mi allieta affatto. Se,
nonostante tutto, creerò delle relazioni e cercherò di sistemarmi da qualche parte, lo farò per un
motivo puramente razionale: sono convinto di avere qualcosa da dire ed è per questo che non
intendo cambiare. Nel giorno in cui sentirò di essere estraneo a me stesso, in un certo senso fuori di
me, e che il centro della vita soggettiva si sarà infranto, allora avrò chiuso. Il sentimento più penoso
dell’esistenza è sentirsi inutile. Non dimenticherò mai quello stato di totale estraneità che ho
provato camminando da solo per le strade di Vienna, quando mi sono detto: “Sono un’esistenza
ridicola”. Immagina la disperazione che mi si è mostrata dopo una tale constatazione. È tipico della
mia vita spirituale anormale che mi scappi da ridere quando sto di fronte a cose che non capisco.
Quando guardi una donna, per esempio, non come oggetto di desiderio, ma come fatto in sé, ti viene
da ridere. È tuttavia noto, dal punto di vista fisiognomico, che la massima espressione del dolore
non differisca dal suo opposto.
Se così le cose stanno, puoi capire perché mi appassiona il problema del demonismo, del cinismo
ecc... e anche perché da tre anni il problema della psicologia dell’uomo russo è diventato per me
quasi un’ossessione. Solo gli stati anormali sono fecondi. Perciò bisogna amare la distruzione,
la morte, il crollo o la malattia. In un saggio non pubblicato, inviato a una rivista, ho provato a
dimostrare che il destino individuale, come realtà interiore, irrazionale e immanente, ci è rivelato
solo nel dolore, che rappresenta la sola via che ci permette di comprendere in maniera più profonda
i problemi personali. Lì, in quel saggio, mostravo che il peccato nelle interpretazioni religiose - che
equivale al dolore per i credenti - non ha questa funzione perché, essendo strettamente legato
all’oggettività del mondo storico, non pone in modo rigoroso il problema dell’esistenza individuale.
-Per questo il dolore deve essere amato.1
La mia giovinezza distrutta mi ha portato a certi stati d’animo che soltanto la letteratura
dostoevskijana poteva ricordarmi.
La distanza tra me e quelli della mia stessa età mi sembra enorme. È penoso parlare con gente che
non fa altro che corteggiare e pensare unica-

mente alle donne, gente che non ha alcuna attitudine, alcuna consistenza spirituale, per cui la vita è
solo un piacevole cullarsi. Ho trovato solo due-tre ragazzi in grado di distinguersi. Quindi, non mi
rimane che entrare in contatto con persone che vivono nella miseria. Presso costoro ho
trovato molta più comprensione: mi piace il loro rifiuto per l'ordine, le gerarchie o le altre forme di
costrizione. Quando un ragazzo che si distingue non è più in grado di mantenersi, non può far altro
che diventare all’opposto un vagabondo, un miserabile. Sono convinto che nessuno sia
“responsabile” della propria condizione. Perciò neppure i mediocri possono essere disprezzati, ma
devono essere evitati.
Ti ho già scritto un’altra volta che per me ci sono problemi centrali, che mi appassionano e che devo
chiarire. I problemi di filosofia della cultura, della storia, della caratterologia e dell’antropologia
filosofica mi entusiasmano così tanto che è impensabile che un giorno possa abbandonarli. Siccome
sono problemi specificatamente tedeschi, un’esperienza lì mi sembra necessaria. Ma vedi, qui la
situazione è complicata. Noi abbiamo avuto la sfortuna di terminare gli studi quando la situazione
economica e sociale è diventata più drammatica, perciò vedo problematica una partenza per
l’estero. Non sono un uomo che vive di rimpianti, ma capisco meglio di chiunque altro quando le
cose sono impossibili.
Mentre scrivo queste parole mi viene in mente una soluzione riguardo alla tua situazione. Siccome,
sicuramente, avrai instaurato legami, potresti entrare in qualche giornale a Bucarest. Avresti un’altra
retribuzione e un’altra condizione.
È tragica questa cosa: facciamo progetti troppo seri per la nostra età. Siamo invecchiati troppo
presto.
Con affetto Emil Cioran
P.S. Rispondimi a Bucarest al vecchio indirizzo.
1 Si tratta del noto saggio di Cioran che si intitola Revelaţiile durerii (Le rivelazioni del dolore),
pubblicato nel 1933 nella rivista «Azi. Revistă româna de literatură, critică de artă» (Oggi. Rivista
romena di letteratura, critica d’arte). Questa rivista di Bucarest, diretta da Zaharia Stancu, aveva una
cadenza mensile e il suo orientamento politico era democratico, progressista e antifascista. Ora in E.
Cioran, Revelaţiile durerii, nella raccolta omonima di saggi, a cura di M. Vartic e A. Sasu, Ed.
Echinox, Cluj, 1990, pp. 89-90.
11. A PETRE COMARNESCU
21 aprile 1933
Caro Titel.1
mi è molto difficile scriverti qualcosa di obiettivo in merito ad alcune idee, più o meno filosofiche,
perché la simpatia e l'affetto che ho per te non possono che rendermi lirico. Sento spesso che, se
litigassi con te, perderei qualcosa di me, e la prospettiva di una separazione di lunga durata è per
me inconcepibile. In te c’è un soffio di vita così puro che suscita vera ammirazione. L’entusiasmo,
come l’ingenuità sono doni divini. Tu sei il solo che sappia conciliare l’intelligenza umana allo
spirito personale. C’è una specie di generosità in te, che ho trovato in altra forma solo in
Vulcànescu2 ed

Eliade.3 E quando penso alla forma di vita in cui tu vivi e che realizzi, mi rendo conto di essere, tra
tutti, il più decaduto. È vero che ho abbastanza ambizione per non essere sconfitto, ma ho anche
troppa stanchezza per divenire un tipo brillante. Sono un eterno monito per questo mondo, ma
la mia esistenza è la dimostrazione più probante ed evidente dei difetti della creazione. Non potrei
far altro che scrivere un libro sulla disarmonia prestabilita. Ho la perfetta intuizione dello slancio
che ti fa parlare di armonia o di ideale, così come altrettanto perfettamente ce l’ho della mia
disgregazione, la quale mi fa parlare, spontaneamente, di cose che solo io so quanto siano dolorose.
Te lo confesso in maniera assolutamente sincera: quando penso a te ho l’impressione che la vita
abbia un senso. E se un giorno cambierò questa idea, ciò non avrà alcuna importanza. Del resto ho
iniziato a disprezzare le idee, per amare il lirismo e l’espressione diretta. Che la vita abbia un
senso quando penso a te, lo dico perché non c’è in tutta la tua esistenza niente di morto, di vinto,
represso o nascosto, niente di marcio, ma c’è qualcosa della libertà e della spontaneità che fiorisce
in te in maniera del tutto naturale.
Tu sei un uomo pienamente realizzato. E se c’è qualche ostacolo, non proviene da te, ma
dall’ambiente.
Finora ho scritto circa cinquanta pagine di un libro che vorrei intitolare Al culmine della
disperazione o tra la vita e la morte, composto interamente di frammenti di 2-3 pagine, quasi tutte
liriche e di un radicalismo feroce con la più bestiale vena pessimistica. Credo che solo con difficoltà
troverò un editore a Bucarest, sebbene sia disposto a pagare anche io qualcosa, in due mesi sarà
pronto; mi dispiace tuttavia che non potrò venire a Bucarest fino all’autunno.
Caro Titel, se non ti dispiace ti chiedo di pubblicare l’articolo qui allegato su «Vremea», in qualsiasi
numero tu voglia.4 Non ho assolutamente alcuna pretesa.
I più amichevoli saluti, il tuo Emil Cioran
Trasmetti, ti prego, i saluti ai nostri amici comuni. Indirizzo: Emil Cioran, studente Str. Tribunei 28,
Sibiu
1    Petru Comarnescu, detto Titel (1905-1970), filosofo, saggista, critico d’arte, traduttore e
memorialista. Di orientamento democratico, fu uno dei fondatori dell’Associazione e della rivista
«Criterion» insieme a Vulcănescu. Laureatosi prima in giurisprudenza, poi in filosofia, fece un
dottorato all’University of Southern California a Los Angeles dal titolo The Nature of Beauty and
Its Relation to Goodness, pubblicato in Romania con il titolo Kalokagathon nel 1936. Tra i suoi
primi libri si annoverano Homo Americanus e Zgârie norii New York-ului (I grattacieli di New
York) del 1933, America văzută de un tânăr de azi (L’America vista da un giovane di oggi) del
1934, Elemente estetice ale eticii (Elementi estetici dell’etica) del 1936, Artă şi imagine (Arte e
immagine) del 1939, Soluţiile artei în cultura modernă (Le soluzioni dell’arte nella cultura
moderna) del 1943. Cioran lo ricorda così nei Cahiers: «Rivisto Petru Comarnescu
dopo venticinque anni. Piacere nel constatare che non è cambiato. Tutti questi amici che ne hanno
passate tante e nonostante tutto hanno conservato una freschezza, un ardore, una giovinezza che
noialtri, al riparo dai colpi della sorte (politica s’intende), non abbiamo saputo mantenere. Proprio
perché non abbiamo sofferto intensamente come loro siamo così inaspriti, poiché l’asprezza è
appunto il sintomo di una sofferenza incompleta» (E. Cioran, Quaderni, cit., p. 418).
2    Mircea Vulcănescu (1904-1952) filosofo, economista, sociologo, oratore e pubblicista, è una
delle maggiori personalità della Giovane generazione. Essendo stato tra il 1941 e il 1944
sottosegretario di Stato al Ministero delle Finanze nel governo militare di Ion Antonescu, nel 1946
fu condannato a otto anni di carcere duro dal regime comunista. Muore in carcere a Aiud a 48 anni a
seguito delle torture e dei trattamenti inumani subiti. Di orientamento nazionalista, sostenitore dei
valori della spiritualità ortodossa, si era laureato a Bucarest in filosofia e diritto, e specializzato a
Parigi in sociologia. Ha scritto articoli su numerose riviste tra cui «Gândirea» e «Cuvântul» (Il
Verbo) di
Nae Ionescu. È stato, insieme a Comarnescu, il maggiore teorico dell’Associazione e della rivista
«Criterion» e ha partecipato attivamente ai simposi e alle conferenze. Vulcănescu, che sostenne
Cioran per il conferimento del premio della Fondazione Reale in occasione della pubblicazione di
Al culmine della disperazione, gli dedicò nel 1943 il suo libro più famoso Dimensiunea românească
a existenţei (La dimensione romena dell’esistenza) che costituisce una risposta esistenziale di segno
positivo rispetto al radicale negativismo cioraniano. In una lettera da Parigi del 3 maggio 1944
Cioran dice a Vulcănescu che gli sarebbe piaciuto scrivere, «in questo Quartiere latino in
cui marcisco gloriosamente da sette anni», il «complemento negativo» al suo «straordinario studio»
(E. Cioran, Sensori către cei de-acasă, cit., p. 325).
3 Mircea Eliade (1907-1986), insigne storico delle religioni, filosofo e romanziere, fra i maggiori
scrittori di lingua romena, studiò filosofia all’Università di Bucarest con Nae Ionescu e fu, come
scrive nelle sue Memorie, solidale «con le concezioni e le opzioni politiche del professore». Insegnò
filosofia all’Università di Bucarest e fu esponente di spicco dell’Associazione Criterion. Dopo aver
ideologicamente fiancheggiato, insieme a Nae Ionescu, la Legione di Codreanu e aver fatto per
questo alcuni mesi di reclusione nel 1938 nel campo di detenzione di Miercurea-Ciuc, riuscì
fortunosamente a salvarsi dalla cruenta repressione antilegionaria ordinata dal re Carol II. In
seguito, Eliade fu nominato addetto culturale romeno a Londra (1940-41) e a Lisbona (1941-44).
Dopo la guerra si trasferì a Parigi dove fu docente all’École des hautes études, diventando poi
professore di storia delle religioni nell’Università di Chicago nel 1957. Eliade fu uno dei maggiori
specialisti dello sciamanesimo, dello yoga e dei rapporti fra magia e alchimia. Tra le opere di
carattere più generale si ricordano il Trattato di storia delle religioni (1949) e Il mito dell’eterno
ritorno (1949). Ha scritto tantissimo anche in lingua romena, in particolare romanzi e racconti,
molti dei quali pubblicati anche in Italia. Si ricordano inoltre i due volumi dell’autobiografia,
Memorie, a cura di R. Scagno, Jaca Book, Milano, 1995.
4 Si tratta del lungo articolo di Cioran. intitolato Rădăcinile lirismului (Le radici del lirismo), che
verrà pubblicato su «Vremea» il 2 e il 9 luglio 1933 in due numeri separati: n.294 e n.295.
12. A BUCUR ŢINCU
24 aprile 1933
Caro Bucur,
debbo dirti innanzitutto che non trovo affatto noiosa la mia esistenza in provincia. Se cercassi
distrazioni in questa città senza puttane, è evidente che impazzirei. Mi soddisfa tuttavia ascoltare
musica, molta musica. Il resto del giorno leggo e scrivo. Fino ad ora ho scritto quasi la metà del
libro che avevo in programma. Si compone tutto di frammenti (2-3 pagine) a carattere lirico, con la
tensione più bestiale e apocalittica. Vi ho scritto cose distruttive; sono pagine così deprimenti che,
se non impressioneranno, susciteranno sicuramente indignazione. Se hai l'occasione, ti prego di
interessarti, presso chi ha già pubblicato, su quanto mi verrebbe a costare un libro di quasi 150
pagine (mille copie). I miei genitori mi hanno promesso un aiuto materiale nel caso in cui l’editore
dovesse rifiutarsi di sostenere tutto il peso della pubblicazione. - Cosa dirti di più: sono abbastanza
triste quando penso alla tua quotidiana stanchezza e quando vedo che degli imbecilli di provincia
non combinano niente, malgrado abbiano superato i trent’anni. Quanto sarebbe rigenerante un
riposo di qualche settimana a Sibiu. Ti consiglio di prenderti una breve vacanza, sebbene mi renda
conto di tutta la miseria che c’è lì. Io, se stessi bene, sarei quasi felice. Ma ho tristi presentimenti.
Nei momenti di orgoglio mi dico che non ho niente da rimpiangere; ma, in realtà, ho molto da
rammaricarmi in questo mondo.
Caro Bucur, se incontri Marinescu,1 digli di rispondermi alla lettera in cui gli chiedevo informazioni
sulla casa dello studente. Vorrei sapere se mi
ospiteranno ancora per l’autunno, e se dovrò pagare o meno i mesi in cui non ci sono stato. Ţara
Noastră non ci arriva.2 Se puoi, mandacela, perché è difficile da acquistare. Allo stesso modo,
spediscimi Dreapta,3 e anche il numero sul quale hai scritto tu, perché qui non arriva. Riguardo alla
Germania ho ottenuto la risposta di Csaki.4 Per l'estate è troppo tardi. Devo rifare una nuova
domanda per l’autunno. Inviami ulteriori tue notizie, perché le idee hanno poco valore tra amici se
sono eccessivamente impersonali. Oggi ho parlato con Lucian Blaga a Sibiu, che è venuto per i
funerali di sua madre.5
Con affetto Emil Cioran
Manda i più calorosi saluti a Ciurezu, Jebeleanu e a tutti quelli che conosco.6
E.C.
1 Secondo Ion Vartic si tratta o di Ionel Marinescu. definito da Cioran come un filosofo “geniale",
un tipico "mancato", oppure di Ovid Marinescu. Entrambi erano membri della bohème letteraria
dell' Automat “Herdan”. L’Automat “Herdan” era una piccola catena di locali economici a
Bucarest dove i clienti potevano prendere da soli il proprio pasto e consumarlo in piedi su appositi
tavolini. In questi luoghi si incontravano gli intellettuali della Giovane generazione tra cui, assidui
frequentatori, erano Eugen Jebeleanu e Eugen lonescu.
2    «Ţara Noastră. Revistă literală, culturală, socială» (Il Nostro Paese. Rivista letteraria, culturale,
sociale). Originariamente la rivista aveva una cadenza settimanale, ma si trasformò a partire dal
1932 in un quotidiano nazionale. Il direttore era Octavian Goga. Bucur Ţincu vi scriveva alcuni suoi
articoli.
3    «Dreapta. Foaie de cultură, informaţie şi luptă» (La Destra. Foglio di cultura, informazione e
lotta), diretta da Eftimie Horescu, aveva interrotto le pubblicazioni nel febbraio del 1933 per poi
riprenderle nell’agosto del 1934. Si proponeva, si legge in una nota, di sostenere il nazionalismo e
la monarchia basandosi sulla gioventù, che rappresenta il trionfo dell’intelligenza. Vi collaborarono
nel tempo, oltre a Bucur Ţincu, alcuni esponenti della Giovane generazione come Mircea Eliade,
Constantin Noica, Mircea Vulcănescu, Anton Golopenţia.
4    Richard Csaki (1886-1943), esponente politico di spicco della comunità tedesca di Romania, nel
1933 aiutò Cioran a fargli ottenere la borsa di studio della Fondazione Humboldt, e nel 1934 gli
permise di prolungare ancora per un anno il suo soggiorno in Germania grazie all’enorme influenza
che godeva presso le istituzioni accademiche tedesche.
5    Lucian Blaga (1895-1961), poeta, filosofo, drammaturgo e traduttore del Faust, rappresenta una
delle massime personalità della cultura romena del Novecento. Transilvano, figlio di un pope
ortodosso come Cioran, dopo aver fatto studi teologici in patria consegue a Vienna la laurea e la
libera docenza in filosofia. Di lui sono stati pubblicati in Italia I poemi della luce, a cura di M.
Mincu e S .Albisani, Garzanti, Milano, 1989 e Lo spazio mioritico, a cura di M. Cugno, Edizioni
dell’Orso, Alessandria, 1994.
6    Dimitrie Ciurezu (1897-1978) e Eugen Jebeleanu (1911-1991) sono entrambi poeti. Il primo
debutta nella rivista «Ţara Noastră» diretta da Octavian Goga e di cui era anche redattore. Nel 1927
pubblica il volume di versi Răsărit (Oriente). Il secondo, più noto in Romania, era redattore anche
lui in «Ţara Noastră». Esordisce nel 1934 con la raccolta di versi Inimi sub săbii (Cuori sotto la
spada) e riceve, insieme a Cioran, a Noica e a Eugen Ionescu, il Premio della Fondazione Reale nel
1934.

13. A ARŞAVIR ACTERIAN


Sibiu. 16 luglio 1933
Amato Arşavir,1
ti scrivo velocemente, e su una banale cartolina, perché i preparativi per una fuga dalla civiltà sulla
via dei monti non mi danno il tempo necessario per scriverti come desidero. Per un po’ mi dirigerò
in direzione di quelle vette che sono all’altezza dei miei vissuti emozionali. Mi sono armato di molti
libri perché da qualche tempo mi ha preso una formidabile passione per la lettura, e questo è il
risultato di certe delusioni di ordine intimo, in particolare amoroso. Sappi, caro Arşavir, che le sole
creature che ti lasciano con delle forti impressioni sono quelle che ti appaiono insistentemente alla
coscienza, dopo aver abbandonato da tanto tempo il quadro esistenziale in cui le hai conosciute. In
questo caso si tratta di voi, di alcuni miei amici, ma anche di Puica Enăceanu, la quale, attraverso
uno strano fenomeno

interiore, gode di una viva presenza nella mia coscienza.2 Ha qualcosa degli angeli e delle madonne
di Botticelli. - Giorni fa ho ricevuto come regalo da Mircea Eliade La condition humaine di
Malraux, di cui mi hai parlato anche tu. È un autore con cui ho grandi analogie spirituali.3
Il tuo, Emil Cioran
Scrivimi sempre al vecchio indirizzo a Sibiu.
1 Arşavir Nazaret Acterian (1907-1997) di origine armena, fu avvocato, giornalista, scrittore e
memorialista membro dell’Unione degli Scrittori di Romania. Fu amico di Cioran, Eliade e Eugen
Ionescu e militò come tanti suoi colleghi della Giovane generazione nel Movimento Legionario.
Durante il regime comunista, fu condannato a due riprese: 1949-1953 e 1959-1964. Conobbe le
carceri politiche di Jilava, Aiud, e fu impiegato nei lavori forzati per la costruzione del Canale sul
Danubio. Faceva parte di una famiglia di grandi talenti. La sorella Jeni era regista e memorialista e
il fratello Haig fu critico teatrale, regista e direttore del Teatro Nazionale di Bucarest. Compagno al
liceo di Constantin Noica, si laureò in Diritto a Bucarest. Collaborò con varie riviste e scrisse nel
1937 Jurnalul unui pseudo-filosofi Diario di uno pseudofilosofo). Dalle sue memorie contenute nel
libro postumo Cioran, Eliade, Ionesco, Ed. Eikon, Cluj, 2003, sappiamo che Arşavir conobbe
Cioran a Bucarest, durante il periodo universitario, nella Biblioteca della Fondazione Carol. Arşavir
introdusse Cioran nella cerchia dei suoi amici di Bucarest di cui facevano parte il poeta Emil Botta,
Constantin Noica ed Eugen Ionescu. Cioran divenne anche amico della sorella di Arşavir, Jeni, alla
quale scrisse numerose lettere e cartoline dalla Francia. Secondo Acterian, al di là della gioia,
dei piaceri e delle voluttà pienamente vissute con grande complicità, le affinità elettive e segrete
della sua amicizia con Cioran si possono riassumere nella condivisione di un certo nichilismo di
quegli anni: la disperazione, l’inquietudine, il vivo senso dell’agonia e della morte, la mancanza di
senso nella vita, la precarietà, la fragilità, la caducità, la vanità, e l’indomabile desiderio d’assoluto.
2    Menzionata da Cioran per la sua bellezza (come si legge in una lettera di Cioran del 14
dicembre 1973 spedita ad Acterian), Puica Enăceanu frequentava l’Associazione Criterion e faceva
parte del gruppo delle amiche di Jeni Acterian e di Rodica Burileanu la quale sposerà più tardi nel
1936 Eugen lonescu. Puica è ricordata da Arşavir, in una lettera ricevuta da Cioran, con dettagli
proustiani. Nel suo Diario, insieme alla sorella Mimi, Acterian la descrive come una donna molto
bella, dolce, aperta e amante della danza (Cfr. A. Acterian, Jurnal 1929-1945 /1948-1990,
Humanitas, Bucarest, 2008, p. 128).
3    La Condizione umana, romanzo di André Malraux, pubblicato nel 1933, vinse nello stesso anno
il Premio Goncourt.

14. A ARŞAVIR ACTERIAN


Sibiu, 4 settembre 1933
Caro Arşavir,
da molto tempo non ho più ricevuto tue notizie. Non immagino cosa tu stia facendo. Non so perché,
ma ho come l’impressione che tu sia già soldato o che stia per fare il servizio militare. Forse, nella
distanza del tempo e dello spazio, l'intimità del tuo essere ha acquisito ai miei occhi una rigidità che
si è configurata nell’immagine brutale e volgare dell’ambiente militare.
Grazie ad una fondazione di Berlino, partirò per la Germania alla fine del mese di ottobre.1 A
Bucarest verrò il 15 settembre, così rivedrò te e gli altri. Terrei molto a rivedere anche Emil Botta,
se non sarà partito ancora per Chişinău.2
Con tanto amore e amicizia, Emil C.
1 Cioran riceverà una borsa di studio da parte deila Fondazione Humboldt grazie al decisivo
intervento di Richard Csaki. Si stabilirà a novembre a Berlino dove frequenterà sporadicamente
all’Università le lezioni di Nicolai Hartmann, Ludwig Klages e un corso di psichiatria. Poi
nell’aprile del 1934 si trasferirà a Monaco dove si iscriverà alla Facoltà di Filosofia. Visiterà inoltre,
in quel periodo, Dresda e Parigi, e tornerà in Romania nel luglio del 1935.
2 Emil Botta (1911-1977) è stato uno dei poeti e degli attori teatrali della Giovane generazione più
apprezzati. Amico di Cioran. Eliade. Arşavir e di Eugen Ionescu. ha scritto un volume di poesie
intitolato întunecatul April (Il rabbuiato aprile), pubblicato e premiato nel 1937 dalla Fondazione
Reale.

15. A MIRCEA ELIADE


Berlino, 15 novembre 1933 [data del timbro postale]
Caro Mircea,
sono venuto in Germania sperando di risolvere i miei problemi e mi sono ingarbugliato ancora di
più. All’università non ho trovato niente che mi possa aiutare. Ci sono solo due uomini presso cui
potrei lavorare.
Nicolai Hartmann è straordinario come spirito analitico, ma pretende la conoscenza del greco
antico, e Ludwig Klages, un temperamento esaltato fino alla follia, ma non fa seminari perché
all’università è invitato solo a tenere delle lezioni.1
Qui è difficile trovare uomini illustri: tutti hanno un’ampia cultura, ma pochi oltrepassano la storia
che è il virus della cultura tedesca. Comunque sto bene a Berlino e mi entusiasma il suo ordine
politico. Credo che quest’anno scriverò un libro sulle «gioie degli uomini tristi».2 Sei apprezzato da
tutti i romeni che abitano qui. Tu sei la sola persona su cui né gli intelligenti né i cretini hanno
riserve. Questa cosa mi sembra davvero straordinaria.
Il tuo, Emil Cioran
1    Il filosofo e psicologo Ludwig Klages (1872-1956) eserciterà, insieme a Spengler, una profonda
influenza su Cioran durante la composizione de Schimbarea la faţa a României (La trasfigurazione
della Romania). Di fondamentale interesse per Cioran furono i tre volumi. Der Geist als
Wiedersacher der Seele (Lo spirito come avversario dell’anima), pubblicati tra il 1929 e il 1932.
2    Si tratta con ogni probabilità di Cartea amăgirilor (Il libro delle lusinghe) pubblicalo nel 1936.

16. A NICOLAE TATU


Berlino, 1 dicembre 1933
Caro Tatu,1
rimarrai sorpreso quando ti dirò che a Berlino vivo in modo così ritirato come solo quando stavo a
Păltiniş.2 Non sono stato né a teatro, né all’opera, né al cinema, né in nessun altro posto. E non solo
perché non ho soldi, ma anche a causa di un'inerzia e di una stanchezza che mi rendono incapace di
partecipare alla vita di qui. Berlino è una città che ha troppo stile, troppa storia, troppe tradizioni; la
sua architettura rigida e triste mi fa sentire veramente a disagio. Conosco così poco la situazione
politica in Germania che leggo i giornali romeni per tenermi informato. Mi sono convinto di una
cosa che mai, credevo, avrebbe potuto convincermi: non ci si può sradicare dal proprio luogo natio.
È impossibile trovare un senso effettivo in un paese straniero. Il caso di Sorin Pavel, che è un
relitto, è abbastanza emblematico.3 - Ţuţea studia seriamente a Berlino e si prepara
coltivando inammissibili illusioni per una riforma democratica della patria. Non so, caro Tatu, in
che cosa tu ancora creda o meno. Per quanto mi riguarda, solo un regime dittatoriale potrebbe
ancora appassionarmi. Gli uomini non meritano la libertà. E penso tristemente alle persone come te,
ed altri, che si

spendono inutilmente nel fare l’apologia di una democrazia che, in Romania, non vedo a cosa
potrebbe portare. Scrivimi di più.
Amichevolmente, il tuo Emil Cioran
1    Considerato «una sorta di genio» da Cioran, Nicolae Tatu, filosofo e matematico romeno, è stato
compagno di liceo di Cioran. Dopo la laurea in filosofia all'Università di Cluj, ha collaborato a
diverse riviste importanti fra le due guerre. Ha pubblicato nel 1934 Pragmatismul lui James (Il
pragmatismo di James) e nel 1939 Gânditori din filosofia contemporană (Pensatori della filosofia
contemporanea). Insieme a Sorin Pavel, Petre Ţuţea, Ioan Crăciunel, Gheorghe Tite, Petre Ercuţă ha
firmato II manifesto della rivoluzione nazionale (Manifestul revoluţiei naţionale) nel 1935.
2    Păltiniş, località montana a 1200 metri nel cuore della Transilvania a 30 kilometri da Sibiu,
vicino a Răşinari.
3    Sorin Pavel è noto per aver scritto insieme a Petre Pandrea il Manifesto del Giglio
bianco (Manifest al Crinului alb) apparso su «Gândirea» nel numero 8-9 del 1928. Si tratta di uno
dei più importanti documenti della Giovane generazione, insieme all’Itinerario Spirituale
(Itineraria Spiritual) di Mircea Eliade del 1927. Anche lui firmerà insieme a Tatu e Ţuţea Il
manifesto della rivoluzione nazionale nel 1935.

17. A PETRE COMARNESCU


Berlino, 27 dicembre 1933
Caro Titel,
parlo di te così spesso con Anton1 che mai, credo, tu sia più presente e più attuale in un’altra parte
del mondo. Era del resto comprensibile che io riallacciassi quelle relazioni di intima amicizia che
per due anni avevo tralasciato, a seguito di un progressivo estraniamento. Sono rimasto colpito nel
vedere le diverse strade che abbiamo intrapreso, e mi sono un po’ intristito quando, misurando la
lontananza che c’è tra me e lui, ho notato la stessa distanza da ciò che ero. Mai nella vita si è più
sensibili alle proprie trasformazioni di quando si rivedono dopo qualche tempo gli uomini con cui si
è partiti per la stessa strada. Perciò, il fatto di rivederli dopo è per me occasione di tristezza. Sono
un individuo che sotto l'influenza della sofferenza si è trasformato totalmente, anche se questa
trasformazione, forse, non è stata altro che l’approfondimento illimitato di certi elementi che già
esistevano. Questi elementi, divenuti ipertrofici, sono sufficienti per determinare un tutt’altro senso
e prospettiva di vita. Credo con frenesia e fanatismo nelle virtù dell’inquietudine e della sofferenza
e soprattutto credo che queste, se non mi hanno disperato o avvelenato, abbiano creato in me
almeno una coscienza del mio destino, una strana esaltazione per la mia missione. Al culmine della
più terribile disperazione, mi prende la gioia di avere un destino, di vivere una vita con la morte e le
sue successive trasfigurazioni, di fare di ogni istante un bivio. E sono fiero che la mia vita inizi con
la morte, a differenza della vita della mag-

gior parte degli uomini che finisce con la morte, lo sento la morte nel passato e il futuro lo vedo
come una specie di illuminazione personale. Non ho paura di morire, ma tutta la mia paura
interpreta la morte come una forza che proviene dalle scaturigini dell’esistenza.
È impossibile spiegare questa specie di paura. Del resto, in relazione a ciò che ho vissuto e che
ancora vivo, i momenti di paura sono quelli più difficili da chiarire, poiché essi ti invadono troppo
organicamente per avere una distanza tra te e loro. Vorrei scrivere una volta un’analisi
dell’inquietudine dell’esistere o dell’esistenza che si sente come inquietudine. La mescolanza di
mistero, vibrazione e lucidità fa dell’inquietudine un complesso molto strano. Quello che voglio
dirti è che a me queste cose non interessano solo come fenomeni psicologici, ma soprattutto per il
loro significato metafisico; perché esse rivelano non solo aspetti della conoscenza ma la struttura
stessa dell’esistenza. In questo senso si può parlare di una tristezza dell’essere che oltrepassa di gran
lunga un’accezione puramente psicologica. Come puoi notare da ciò, ho finito di saldare
completamente i miei conti con la filosofia ufficiale. E poi, qui a Berlino, ascolto troppa musica per
poter leggere i professori. Al contrario, leggo molta letteratura e libri di arte, mentre di filosofia
leggo quella più letteratureggiante.
Ti sono riconoscente per avermi sostenuto al premio.2 Solo in te e in Eliade ho avuto fiducia. Vianu
e Vulcànescu sono troppo equilibrati per non aver paura di ciò che non possono sentire. Questi
uomini hanno una strada così lineare che da loro non posso guadagnare altro che stima. Per quanto
riguarda il tuo progetto di sposarti, non posso che farti gli auguri. Non lo faccio per questioni di
circostanza, venendo meno a certi miei principi, ma perché sono convinto che tu non sia uno di
quelli che il matrimonio potrebbe annullare o imborghesire. Ti sei sempre guardato con timore
dalle prospettive di una vita comoda, confortevole ed equilibrata. E siccome vivi su molteplici piani
e in una continua fluidità psichica, non vedo in che modo il matrimonio potrebbe fissarti in una
rigidità sterile; ho seriamente molta paura invece per Noica, perché solo la miseria, il rischio e
la sofferenza potrebbero ancora mantenerlo vivo.3
Alcuni dei nostri amici crederanno che sono diventato hitleriano per ragioni di opportunismo. La
verità è che qui ci sono certe realtà che mi piacciono e sono convinto che la cialtroneria autoctona
potrebbe essere arginata, se non distrutta, da un regime dittatoriale. In Romania solo il terrore, la
brutalità e un’inquietudine infinita potrebbero far cambiare qualcosa. Tutti i romeni dovrebbero
essere arrestati e picchiati a sangue; solo così un popolo superficiale potrebbe fare la storia. È
terribile essere romeno: non guadagni la fiducia affettiva di nessuna donna e gli uomini non ti
prendono sul serio; anzi se sei intelligente ti prendono per un imbroglione. Ma che male ho fatto per
dover lavare la vergogna di un popolo che non ha storia?4
Ti auguro,Titel, per questo nuovo anno, così decisivo per te, le soddisfazioni che non hai avuto e le
gioie che non ti aspetti.
Emil Cioran
Schumannstr. 2. Pension Lessinghof.
P.S. Se vuoi farmi un favore, ti prego allora di ricordare ai fratelli Donescu che mi hanno promesso
di finanziarmi gli articoli dal 10 ottobre in poi,5 e di mandarmi i soldi all'indirizzo dei miei genitori,
a Sibiu (E. Ciò-

ran Str. Tribunei 28): mi rendo conto che questa è solo una semplice promessa.
Riguardo al tuo libro, aspetto che me lo mandi a partire dal 1° febbraio.
E.C.
1 Si tratta di Anton Golopenţia (1909-1951), sociologo e filosofo, uno dei fondatori della scuola di
geopolitica in Romania. Dopo essersi laureato in Giurisprudenza e Filosofia a Bucarest, partì
insieme a Cioran in borsa di studio in Germania per approfondire i suoi studi di geopolitica. Ha
condotto delle importanti ricerche per conto dell’Istituto Nazionale di Statistica tra il 1941 e il 1944.
Il 16 gennaio 1950 viene arrestato per motivi politici nel contesto delle "purghe” staliniste legate al
dossier Pătrăşcanu; muore un anno e mezzo dopo nel penitenziario di Văcăreşti.
2 Cioran fa riferimento al premio istituito a Bucarest per gli scrittori esordienti di Romania,
patrocinato dalla Fondazione Reale e intitolato Premi per i giovani scrittori.  Il direttore della casa
editrice della Fondazione Reale, il linguista Alexandru Rossetti nel 1934 aveva nominato una giuria
composta da Tudor Vianu come presidente e Petru Comarnescu come segretario. Gli altri membri
designati furono Mircea Eliade, Mircea Vulcănescu, Ion C. Cantacuzino, che facevano parte
dell’Associazione Criterion, e altri due noti critici come Şerban Cioculescu e Romulus Dianu. Ai
sette membri della giuria corrispondevano altrettanti giovani scrittori da premiare. Dopo varie
vicissitudini e polemiche all’interno della commissione giudicatrice, in cui Vianu si vide costretto a
dare le dimissioni, gli esponenti di spicco di Criterion, avendo la maggioranza, ebbero gioco facile
nell’assegnare i premi ai loro beniamini. Petre Comarnescu ebbe un ruolo decisivo per il
conferimento del premio al libro di Cioran e per sostenere la sua pubblicazione nella prestigiosa
casa editrice della Fondazione Reale. In quell’anno i vincitori del premio furono: Vladimir
Carnavali, Emil Cioran, Eugen Ionescu, Eugen Jebeleanu, Constantin Noica, Horia Stamatu e
Dragoş Vrânceanu.
3    Constantin Noica (1909-1987) è stato il maggior filosofo sistematico del secondo Novecento
romeno. Saggista, pubblicista e traduttore, vinse nel 1934, insieme a Cioran, il premio della
Fondazione Reale per il libro Mathesis o delle gioie semplici. Dopo aver militato, tra gli ultimi della
sua generazione, nel movimento Legionario, soggiornò a Berlino tra 1941 e 1944 in qualità di
referente per la filosofia dell'Istituto Romeno-Tedesco. Conobbe durante la dittatura comunista, dal
1949 al 1964, il carcere e l'isolamento. Nonostante la dura repressione del regime contribuì alla
diffusione della cultura occidentale in Romania, fondando nel suo eremo di Păltiniş una scuola
filosofica. Noica ha scritto perlomeno una trentina di libri. Tra i suoi scritti più famosi tradotti
in Italia si ricordano: «Luceafărul» e il modello dell’essere, in Eminescu e il
Romanticismo europeo, a cura di M. Mincu e S. Albisani, Bulzoni Editore, Roma, 1990; Sei
malattie dello spirito contemporaneo, a cura di M. Cugno, il Mulino. Bologna. 1993 e
L’amico lontano, Introduzione di L. Renzi, il Mulino, Bologna, 1993; Pregate per il
fratello Alessandro, a cura di M. Cugno, il Mulino. Bologna. 1994; Trattato di ontologia e
Saggio sulla filosofìa tradizionale, a cura di S. Daini, Edizioni EPS, Pisa, 2007.
4    In modo del tutto sintomatico questo brano della lettera contiene già in nuce alcuni
degli elementi più eversivi del libro di Cioran Schimbarea la faţa a României
5    Cioran si riferisce al mancato pagamento degli articoli successivi a quello stampato
su «Vremea» (Il tempo). Omul fără destin (L’uomo senza destino) dell ’8 ottobre 1933
Ecco i titoli in questione: Sentimentul muzical al existenţei (Il sentimento musicale dell’esistenza)
del 15 ottobre, Problema fiecărei clipe (Il problema di ogni istante) del 22 ottobre, Bucuria
propriilor înălţimi (La gioia delle proprie altezze) del 29 ottobre, Aspecte germane (Aspetti
tedeschi) del 19 novembre, Prin Universitatea din Berlin (All’Università di Berlino) del 3 dicembre
e Germania ţi Franţa sau iluzia păcii (La Germania e la Francia o l’illusione della pace) del 25
dicembre. «Vremea. Politica, socială, culturală» (Il tempo. Politico, sociale e culturale), apparso
ininterrottamente tra il 1928 e 1938 a Bucarest, era un settimanale molto diffuso e di ampio
respiro democratico. Il direttore Vladimir Donescu era coadiuvato nell’impresa dal
fratello Constantin. Su questa rivista pubblicavano i maggiori scrittori romeni dell’epoca. Aperto in
generale a tutte le tendenze politiche, la sola condizione per pubblicare in questo periodico - si
legge in una nota di stampa - era quella di non offendere la fede, i valori e i simboli del
cristianesimo.

18. A NICOLAE TATU


Berlino, 27 dicembre 1933
Caro Tatu,
da Berlino non tornerò in patria con i libri di filosofia letti né con una scheda compilata, ma con
un’erudizione musicale che, confesso, mi riempie di gioia. Ascolto musica in camera tutto il giorno,
perché i concerti sono costosi per le mie possibilità. Qui, gli uomini sono simpatici e le donne
incomparabilmente più abbordabili rispetto a quelle di Bucarest. Ho l’impressione che qui potresti
avere una donna diversa ogni giorno, visto che si concedono così facilmente. Ţuţea e Sorin Pavel
non li ho più visti; mi fanno arrabbiare gli uomini che parlano solo di democrazia e che si sono fatti
un’idea più stupida della Germania che della Romania, e Argintesch,1 offrendomi una disgustosa
verifica della psicologia giudaica, è così irritante da farmi irrigidire nel mio antisemitismo.2
Con affetto e felice anno nuovo, Emil Cioran

[Aggiunto al margine:] Ti prego di dire a Bălan’ di scrivermi, Schumannstr. 2.


1    Nicolae Argintesc-Amza (1904-1973), pubblicista, conosciuto come traduttore di Schiller,
Baudelaire, Rilke, Rimbaud, Pavese. Si è occupato inoltre di arte pubblicando nel 1973 il volume
Expresivitate, valoare şi mesaj plastic (Espressività, valore e messaggio plastico).
2    Sull’antisemitismo nell’opera giovanile di Cioran si sono espressi molti studiosi di rango (in
particolare Marta Petreu, Leon Volovici e Norman Manea). In breve, nel Cioran di quegli anni,
l’immagine mentale dell’ebreo è sempre stata ambivalente, tra l’ammirazione e l’invidia. Da un lato
Cioran, come il suo maestro Nae lonescu, accusa gli ebrei di osteggiare il consolidamento della
nazione romena, e questo aspetto lo avvicina alle posizioni tradizionaliste e risorgimentali del
grande poeta nazionale Mihai Eminescu, ma anche alle più inquietanti pulsioni xenofobe del
Movimento Legionario. Dall’altro Cioran esprime una certa ammirazione per la cultura rabbinica,
e in particolare per il chassidismo, scrivendo a più riprese della “superiorità” del popolo ebraico in
un contesto in cui gli slogan antisemiti in Romania stigmatizzavano la “razza ebrea” come inferiore.
In Un peuple de solitaires Cioran ammetterà senza indugio la sua inequivocabile posizione. Cfr. E.
Cioran, La tentazione di esistere, Adelphi, Milano, 1984, pp. 63-92.
3 Ion Bălan, il cui soprannome era Dracul (il diavolo), fu un compagno di Cioran
durante l’adolescenza con cui condivideva la vita bohémienne di Sibiu. Cioran ricorda nei Cahiers
che prima della guerra, Ion Bălan aveva pubblicato un volume di poesie dal titolo Febre cereşti
(Febbri celesti), e in seguito aveva collaborato saltuariamente a giornali letterari. Cfr. E. Cioran,
Quaderni, cit., p. 920.

19. A NICOLAE TATU


Berlino, 28 gennaio 1934
Caro Tatu,
stare all’estero produce un effetto negativo sugli uomini: li intorpidisce e li rende incapaci di
pensare all’eventualità di una carriera. In me, il secondo elemento si è realizzato in pieno. Non so
cosa potrò iniziare a fare quando tornerò a casa, visto che non mi piace alcuna professione. Vedo
che tu lavori con il giornalismo. Ho letto una cronaca drammatica, firmata da te, scritta con
intelligenza. Al massimo posso diventare un critico musicale. Il teatro, nel modo più assoluto, non
mi interessa affatto.
Umanamente, mi dispiace che Pandrea1 abbia litigato con Ţuţea e Sorin Pavel. Pandrea, in
particolare, non può che rimpiangere questa irreparabile separazione da Ţuţea, che è un tipo così
dolce e simpatico. Ţuţea ci tiene molto a te. Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti in patria,
sono d’accordo con te. Il fascismo della Romania, con questa guida politica, non po-

teva che fallire. I tedeschi hanno riposto le loro grandi speranze nella «Guardia di ferro».2 Non
aggiungo altro ora.
Con molta amicizia, Emil Cioran
Un saluto a Pandrea e a Petre Ţuţea.
1 Petre Pandrea ( 1904-1968) scrittore romeno, avvocato penalista, sociologo e pubblicista. Insieme
a Sorin Pavel e Ion Nistor è stato autore del celebre Manifesto del Giglio bianco, ma a seguito dello
strappo con lo stesso Pavel e con Ţuţea, secondo Cioran, «ha cambiato direzione», spostando la sua
posizione politica in senso decisamente più radicale. Pandrea scrisse numerosi libri tra cui:
Germania hitleristă (La Germania hitleriana) nel 1933, Psihanaliza judiciară (La psicanalisi
giudiziaria) nel 1934, Procedura penala (La procedura penale) nel 1939 e Criminologia dialectică
(La criminologia dialettica) nel 1945. Fedele ai principi della democrazia, nei vari processi politici
intentati dallo Stato fu difensore dei comunisti romeni e degli ebrei tra il 1933 e il 1944, degli
esponenti del PNŢ (Partito Nazionale Contadino) nel periodo della progressiva sovietizzazione
della Romania tra il 1947 e il 1948 e si batté a favore degli ordini monastici perseguitati dal regime
comunista dopo il 1950. Pandrea fu rinchiuso in carcere sia dal regime militare di Antonescu (pochi
giorni) che dal regime comunista durante le epurazioni interne di cui fu vittima il cognato Lucreţiu
Pătrăşcanu, uno dei leader storici del PCR. Dopo otto anni di effettiva detenzione fu liberato nel
1964. I suoi manoscritti, che negli anni erano stati requisiti sia dalla Siguranţă che dalla
Securitate (cioè dai servizi segreti romeni dei due regimi dittatoriali che si sono susseguiti),
sono attualmente in corso di pubblicazione in Romania.
2 Secondo Cioran la «Guardia di Ferro» più che essere un partito politico, che promuoveva la
rivoluzione nazionale, era una setta delirante attratta dal fascino della morte. Ciò non gli impedì
all’epoca di simpatizzare con questo movimento estremista, anche se ufficialmente non ne fece mai
parte. Cfr. E. Cioran, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2004, pp. 16-17.

20. A PETRE COMARNESCU


Monaco, 1 giugno 1934
Caro Titel,
ti ringrazio per il volume di Eugen Ionescu, che ho ricevuto qualche giorno fa.1 Devo confessarti
che nella mia vita non ho sentito un disgusto più grande alla lettura di un libro. Una nausea infinita
mi ha preso di fronte a questa nullità intellettuale e morale. C’è così poca tragedia nella miseria di
quest'uomo, che non posso avere per lui né pietà e neppure disprezzo. Eri tu che avevi scritto su
«Vremea» di un cosiddetto mito ioneschiano. Io ancora non l’ho scoperto; ma se è questo il caso,
allora davvero non c’è più nulla da sperare dalla cultura romena. Perché non dovrei dirtelo?
Dopo che ho letto il libro di Eugen, ho avuto l’impressione di essere precipitato in un cesso di
campagna. Dichiaro rotto ogni legame personale con

quest’uomo. - Se fossi veramente convinto che alla lettura del mio libro, qualcuno avesse provato
una sensazione analoga, lo ritirerei immediatamente. Anche in me c’è abbastanza miseria; ma mi ha
sempre salvato il rimpianto di non poter amare la vita, la quale non consente alcuna possibilità di
rifarsi in futuro.
È difficile tenerti informato di quello che faccio a Monaco. Se fossi sincero, dovrei confessarti che
gran parte del tempo lo passo con le donne. L’università mi interessa meno di una vecchia matrona.
Mi piacciono le donne molto più di quanto avessi creduto. Da Bucarest non ho ricevuto quasi
nessuna lettera dagli amici. Ora ho capito, per la prima volta, che solo alcuni mi sono rimasti
veramente amici. Forse la maggior parte di quelle amicizie sono state delle semplici relazioni
esteriori ed amabili.
Di te non so più niente, al di fuori degli articoli su «Vremea». Nonostante ciò, sei presente più che
mai.
Con tanto amore, il tuo Emil Cioran
Turkenstrasse 58
Studentenheim.
1 Membro dell’Accademia di Francia, Eugen Ionescu (1909-1994), meglio noto con il nome di
Eugène Ionesco, è stato l’inventore del teatro dell’assurdo. Drammaturgo, prosatore, memorialista,
poeta, saggista, traduttore e pittore, per tutta la vita ha denunciato coraggiosamente, sia nella sua
opera romena che in quella francese, tutte le forme del totalitarismo ideologico di destra e di
sinistra. Si era formato all'Università di Lettere di Bucarest laureandosi in francese. Nel 1931 aveva
debuttato come poeta con il volume Elegii pentru fiinţe mici (Elegie per piccoli esseri). Nel 1934,
con il decisivo sostegno di Mircea Vulcànescu e di Petru Comarnescu, aveva vinto, in
modo abbastanza controverso, lo stesso premio di Cioran con il suo libro Nu (No!), nel quale, dopo
aver preso di mira la poesia di Arghezi (1880-1967) e tutta la letteratura criticoelogiativa
rappresentata dai nomi di Şerban Cioculescu e Pompiliu Constantinescu, Eugen Ionescu aveva
consacrato il gesto spettacolare del «parricidio» dei numi tutelari della letteratura nazionale,
rivolgendo gli strali della sua personale polemica culturale contro il maggiore romanziere analitico
del tempo, Camil Petrescu (1894-1957), e anche contro l’amico Mircea Eliade. In Nu inoltre Eugen
Ionescu attacca gli esponenti più rappresentativi della stessa Criterion. che sono anche membri della
giuria, come Vulcànescu, Comarnescu e Cantacuzino, né risparmia imperdonabili ironie
nei confronti dei candidati più accreditati per la vittoria finale del premio come Noica e Cioran. Nel
capitolo di apertura di Nu, intitolato Intermezzo n. 2, si legge infatti che il pensatore di Răşinari si
compiace nella disperazione instaurando «una nuova scala di valori e di speranze capovolte» in
modo tale da rendere «il superuomo nietzschiano un ridicolo eroe ». E. Ionescu, Nu, Humanitas,
Bucarest, 1991, p. 157.
21. A NICOLAE TATU
Monaco, 20 giugno 1934
Caro Tatu!
credo che fra un mese avrò il piacere di rivederti, se trascorrerai le vacanze a Sibiu. A Bucarest
verrò solo verso il 15 settembre a ritrovare i pochi amici che mi sono rimasti. Per me Monaco ha
significato, essenzialmente, grande rilassamento. È una città che ti costringe a felicità minori, a
poche soddisfazioni, a un benessere vergognoso. Anche se sono malato, Monaco è troppo bella per
non alleviare i dolori. - Qui, finora, sono stato all’Università solo un paio di volte.1 Mi sembra
stupido e inutile lavorare a una tesi di dottorato. L’Università non ha senso. Scrivimi che progetti
hai e che delusioni hai vissuto.
Con tutta la mia amicizia. Emil Cioran.
1 All’Università di Monaco di Baviera Cìoran segue solo alcune lezioni di storia dell’arte. Nel mese
di maggio scrive su «Vremea» una singolare testimonianza, Melancolii bavareze (Malinconie
bavaresi) dai toni musicali e pittorici, che verrà pubblicata il 10 giugno 1934, e compone un articolo
altrettanto suggestivo dal titolo Melancolie şi iubire (Malinconia e amore), che apparirà il 30
settembre. Sempre per «Vremea», da Monaco Cioran spedirà in patria altri articoli giornalistici
inneggianti al sistema politico hitleriano, tra i quali: Hitler în conştiinţa germană (Hitler nella
coscienza tedesca) il 15 luglio. Revolta sătuilor... (La rivolta dei satolli) il 5 agosto. Cultul puterii (Il
culto della forza) il 26 agosto, Dictatura şi problema tineretului (La dittatura e il problema
della gioventù) il 7 ottobre.
22. A BUCUR ŢINCU
Sibiu, 2 luglio [1934]
Caro amico,
sono molto contento che tu sia arrivato a Bucarest, perché restare ancora a Cluj, nonostante le
resistenze che avresti potuto opporre, ti avrebbe inevitabilmente distrutto. Evidentemente sei giunto
nel posto più antipatico della capitale, dovendo avere a che fare con giornalisti incolti,
senza prospettive né aspirazioni. È un ambiente che disprezzo fino all'odio, un luogo che si può
ammirare solo dalla provincia, prima di rendersi effettivamente conto di tutto quel vuoto e falso
splendore. Che tu sia rimasto deluso, era naturale. Io sono stato a Bucarest in ambienti molto più
simpatici, con amici per lo più anonimi, ma con molte più possibilità rispetto a quei meschini, che
scrivono senza leggere nulla. Vedrai però che amici, nella vera accezione del termine, non ne
troverai affatto. Lì si crea un’intimità improvvisa e spontanea che non ti permette di conoscere
approfonditamente le risorse interiori delle persone con cui entri in contatto. Tutti dicono di essere
tuo amico, ma nessuno lo è. Se c’è una cosa impressionante, è il fatto che nessuno presenti qualche
mistero o metta in mostra qualche tratto enigmatico del proprio essere. Tutto è visibile dall’esterno e
la loro espressione è piatta e banale. Le persone non celano un destino, poiché al di là delle
molteplici variazioni della vita non trovi un asse o un centro di energia irriducibile. Devo
confessarlo: nessun abitante di Bucarest è stato per me un problema. Ciò significa che quel tipo di
uomo non è in grado di realizzare la propria soggettività nella complessità delle sue forme.
Penso con disgusto a quel mondo di poetastri analfabeti, presuntuosi e nulli. So cosa significa quel
sentimento penoso quando uno di quegli imbecilli ti rifiuta un articolo dicendo che non ha stile
ecc... Condivido la tua idea che tutti gli articoli di giornale e di rivista non hanno alcun valore e
dimostrano una sterilità e una realtà spirituale frammentaria o addirittura nulla. Tutto quello che
viene pubblicato nel corso di un anno non fa quanto una pagina di Pascal o di Nietzsche. Sono
disgustato da me stesso quando
penso alle prospettive di un’esistenza frammentata in realizzazioni effimere. Nello sguardo di una
statua egizia c’è molto più contenuto filosofico che in tutto il dibattito dell’uomo moderno sulle
grandi città, insieme a tutti i problemi finanziari, economici e politici che ne derivano. Mi spiace
che tu sia entrato in contatto così presto con la politica, con questa immensa porcheria che conosco
solo dall’esterno, come spettatore. Sono un uomo così orgoglioso e con il senso dell’eternità così
sviluppato, che mi sarebbe assolutamente impossibile fare politica. Non è solo la democrazia che è
insensata, ma tutti i sistemi politici e sociali sono ugualmente inadeguati. In quest’ambito non posso
essere altro se non cinico. È nell’inquietudine del mio temperamento il non poter gettare sulle cose
uno sputo né un sorriso, essendo obbligato a prendere sul serio ciò che ad un’analisi più
approfondita non merita alcun valore. In tre mesi in cui non mi sono capitate altre sorprese se non
quelle che offre la malattia - e in cui il supremo eroismo mi è sembrato essere quello di starmene
sdraiato sul letto - i pochi colloqui che ho avuto con Erwin Reisner hanno ricompensato la
monotonia di un’esistenza che talvolta mi è sembrata triste, per non dire noiosa. Questo è il mio
programma per l'estate: luglio ad Arad, mentre ad agosto vado in montagna. Scrivimi sempre
all’indirizzo di Sibiu, anche perché riceverò le lettere solo dopo.
Saluti a Petre, per il quale, mi rendo conto di mantenere, qui in provincia, una costante simpatia.1
Il tuo Emil Cioran
1 Petre è il fratello di Bucur.
ANTONIO DI GENNARO

POSTFAZIONE. IN CONFLITTO CON L’EROS:


AMORE E DISPERAZIONE IN EMIL
CIORAN
@2
Non ne posso più di stare murato / Nel desiderio senza amore.
(G. Ungaretti. 1928)
Basta un sorriso per fermare una lacrima. Basta una lacrima per infrangere, per sempre, un sorriso.
(E. Jabès, 1982)
@@@2
Le lettere raccolte nel presente volume costituiscono una preziosa testimonianza non solo per
ricostruire il percorso biografico di Emil Cioran, agli inizi degli anni Trenta, ma soprattutto per
delineare lo scenario psichico, il contesto emotivo entro cui nasce e si sviluppa l’opera Pe culmile
disperării ( 1934). Tale opera si pone in segno di netta rottura con la tradizione filosofica
occidentale (per il contenuto, il linguaggio, lo stile, il tono adottato - scarsamente concettuale e
molto lirico, per nulla logico e, anzi, assolutamente patico). Al centro di tale opera, infatti, non vi è
una disquisizione teoretica circa il Da-sein o l'Existenz, in termini astratti, speculativi, come
avviene nella grande tradizione dell’esistenzialismo contemporaneo. Qui non si parla, in generale,
di “essere”, “nulla”, “temporalità”, “angoscia”, “libertà”, “storia”, “morte”. Al giovane Cioran,
laureato in filosofia a Bucarest nel 1932, non interessano (più) le questioni di carattere formale e il
“gergo filosofico”, che tanto lo avevano affascinato durante gli anni universitari, mentre era dedito
agli studi su Kant, Kierkegaard, Schopenhauer e Bergson, e di cui era andato, per un certo tempo,
fiero. Ora vi è una necessità impellente da dover fronteggiare, una sofferenza in atto, devastante,
che svilisce l’animo e che tormenta la mente, e che non gli consente di vivere una relazione
normale, positiva, equilibrata e di apertura verso il mondo. Vittima di uno squilibrio interiore, di
una profonda solitudine e di una ineffabile disperazione, Cioran reagisce al dolore della (propria)
vita ricorrendo non alle classiche/inidonee categorie della filosofia, ma alla pratica filosofica della
scrittura, intesa come esercizio terapeutico, “mezzo di liberazione”.

A caratterizzare l’incipit di tale opera è il capitolo “Essere lirici”, quasi un’introduzione e un


programma per il lettore: «Essere lirici significa non poter restare chiusi in se stessi. Tale bisogno di
esteriorizzazione è tanto più imperioso quanto più il lirismo è interiore, profondo e concentrato. [...]
Diventiamo lirici quando la vita dentro di noi palpita a un ritmo essenziale, e quando ciò che stiamo
vivendo è talmente forte da sintetizzare il senso stesso della nostra personalità».' Nonostante la
giovane età, poco più che ventenne, Cioran avverte il bisogno di raccontare (a sé e al mondo) il
travaglio che lo affligge, l’inquietudine che lo assilla. Egli non percepisce la bellezza/pienezza della
vita, in termini di possibilità e di speranza, nell’ottica di una realizzazione individuale, ma la sua
strutturale povertà, la sua congenita nullità: la miseria e la precarietà dell' ex-sistere. Cioran non si
sa integrato con la vita, vale a dire, riconosciuto e accettato in una rete di relazioni sociali
(pubbliche) e soprattutto personali (private), ma esiliato in un mondo di cui non comprende le
ragioni e in cui, tuttavia, è costretto dannatamente a vivere. È proprio da questa angusta condizione,
di solitudine e di abbandono, che si va configurando in Cioran, con sempre maggiore intensità e
insistenza, un sentimento di scissione, di lacerazione e di frantumazione dell’identità, per cui egli
non può fare altro che raccontare, raccontar-si, estrinsecare l’angoscia che lo opprime sotto forma di
«un canto del sangue, della carne e dei nervi».2
Nelle numerose interviste rilasciate a poeti, giornalisti, scrittori, Cioran ritornerà spesso sul tema
riguardante la genesi della sua opera prima: «In quel periodo - ricorderà ad esempio a Gerd
Bergfleth nel 1985 - avevo perso il sonno, tutte le mie notti erano diventate notti in bianco e la mia
vita una perpetua veglia. Abitavo in una città bella quasi come Tubinga: Sibiu, in Transilvania. Di
notte vagavo per le strade, come un fantasma. Fu allora che mi venne l’idea di gridare il mio
smarrimento. Nacque così Al culmine della disperazione, titolo infausto che veniva usato dai
quotidiani in occasione dei suicidi».3 Pe culmile disperării si pone quindi come “grido” sofferente,
urlo silente di un giovane romeno affetto da stati depressivi che, alla morte violenta tramite suicidio,
privilegia il faticoso percorso introspettivo, la cura analgesica della parola, descrivendo il proprio
mondo interiore (fatto di allucinazioni, fantasmi, dèmoni, ombre) con un linguaggio crudo, violento,
istintivo, ma in ogni caso infinitamente poetico. Egli intu-
isce che: «La creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte»4 e che la scrittura può
aiutarlo a liberarsi dalle ossessioni che lo perseguitano, dalla follia e dagli istanti di delirio,
consentendogli di deporre, anche solo per poco, il peso gravoso dell'anima.
Ora, qual è la ragione profonda (la radice, il movente) della disperazione di Cioran? Per quale
motivo egli ne soffre? Dove risiede la causa prima di tanta sofferenza? È una questione organica
(biologica, fisiologica) o accidentale, dovuta a un episodio specifico della vita (un lutto, un
abbandono, una separazione)? Con molta probabilità, ci troviamo di fronte alla simultanea presenza
di entrambi i fattori, dove l’uno alimenta l’altro, come in un circolo vizioso. A suggerire la prima
ipotesi, ossia quella di una predisposizione melanconica del comportamento, è lo stesso Cioran. Nei
Cahiers, ad esempio, scriverà: «Le crisi di disperazione passano; ma il terreno da cui provengono
rimane sempre e non c’è niente che possa smuoverlo. È inattaccabile e inalterabile. È il nostro
fato».5 E ancora: «Ho la disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento,
ma una realtà fisiologica, per non dire fisica. La disperazione è la mia fede, la mia fede innata».6
Come si può notare, Cioran riconosce di essere affetto da una Stimmung depressiva, da una
“malattia mortale” che gli impedisce ogni slancio vitale e gli preclude ogni piacere/godimento della
vita. Sintomatiche le parole che usa: “fato” e “fede”, quasi a voler connotare, sotto il segno della
ineluttabilità, la drammaticità della propria condizione di coscienza infelice.
Se è vero ciò, se è vero che ci troviamo di fronte ad un’esistenza psicotica (ontologicamente
predisposta e oltremodo sensibile al divenire insensato della vita), c’è da chiedersi, inoltre, quale sia
stato l’evento scatenante, traumatico, in grado di plasmare e condizionare la sua personalità, prima
come uomo, poi come pensatore tragico. È difficile rinvenire nei testi pubblicati (ma anche nelle
epistole o nelle conversazioni) elementi autobiografici in grado di sciogliere, in via definitiva, la
questione. Quello che è possibile fare, però, è seguire alcune tracce, labili indicazioni che possono,
se non offrire risposte conclusive, almeno abbozzare inediti spunti interpretativi. Seguendo il
filosofo romeno è possibile affermare che: «La sproporzione tra l’infinità del mondo e la finitudine
dell'uomo è un motivo serio di disperazione».7 Cioran è un disperato perché ama infinita-

mente la vita, ma la vita gli ha mostrato, ben presto, il lato oscuro di sé: l’ostilità, l’impossibilità,
l'échec (il fallimento, lo scacco, il naufragio). La vita si è negata al suo amore, al suo desiderio di
amare e di essere amato. Il suo desiderio, come slancio vitale (élan vital), è stato infranto, spezzati
i suoi sogni, disilluse le illusioni. Cioran dispera perché non è stato contraccambiato nell’amore che
la sua immaginazione aveva immaginato.8 Ardentemente appassionato della vita, Cioran appassisce
e sente la morte nell’animo perché non ricambiato nel suo immenso anelito d’amore: «Quando ami
con tutto te stesso, un amore inappagato non può condurti che al crollo. Le passioni grandi e
impossibili portano alla morte più rapidamente delle gravi deficienze organiche. Perché se in queste
ultime ci si consuma in un’agonia progressiva, nelle altre ci si spegne in un attimo».9
Da quanto è stato detto, allora, è possibile ipotizzare che al fondo della disperazione di Cioran vi sia
un desiderio d’amore irrealizzato? Le lettere contenute nel presente volume, così come Pe culmile
disperării, lo lasciano presupporre. Cioran racconta il dolore, il tormento, l'insofferenza, ma ciò
costituisce solo l’aspetto fenomenico. Dietro questo grido di dolore (come noumenon) compare, in
trasparenza, la denuncia di un amore assente, di una vita senza amore, di una richiesta d’amore,
portata sino alle estreme conseguenze: «Per quanto combatta al culmine della disperazione,
non vorrei né potrei rinunciare all'amore neppure se la disperazione e la tristezza oscurassero la
fonte luminosa del mio essere, dislocata in chissà quali angoli remoti della mia esistenza».10 È
l’esperienza della privazione cui fa riferimento Romano Guardini in Vom Sinn der Schwermut
(1928) quando afferma che «il cuore della malinconia è l’Eros: desiderio d’amore e di bellezza».11
In Cioran tale amore non ha nulla di mistico (ascetico, ideale, trascendente), ma presenta una
connotazione e una valenza squisitamente sensibile e terrena, non solo come pulsione erotico-
passionale (soddisfacimento della libido), ma anche come relazione intima, legame empatico con un
altro soggetto: «I teologi sostengono che la forma primordiale del l’amore sia l’amore di Dio; gli
altri non ne sarebbero che pallidi riflessi, [...] Da parte mia penso che la sua forma essenziale sia
l’amore tra l’uomo e la don-
na, che implica non solo la sessualità, ma tutto un complesso di stati affettivi la cui ricchezza è
facile da cogliere».12
Secondo la nostra linea interpretativa, dunque, è in questo scarto tra il desiderio e l’impossibilità di
amare (e di essere amato) che scorgiamo la radice prima della disperazione di Cioran. È in questo
interstizio reale, in questa crepa psichica, in questo invalicabile muro che è l’inaccessibilità alla
sfera dell' altro, che l’anima e il corpo diventano, non più il luogo di un’apertura al mondo, ma la
prigione di una solitudine. Se corrisposto, l’amore è la forza che ci lega alla vita, che ci integra con
la vita. Avvertiamo il riconoscimento da parte dell’altro, che ci accoglie nel suo mondo (donandoci
mondo) anche attraverso la fenomenologia del corpo, della carne (la carezza, il bacio, lo sguardo,
l’abbraccio, le mani che si sfiorano). Nell’abbraccio degli amanti si realizza una fusione di anime
sole, il superamento della propria singolarità di esistenti. L’abbraccio scrive Rilke è «una promessa
quasi d’eternità»,13 o come ritiene Roland Barthes: «Per il soggetto, il gesto dell’abbraccio amoroso
sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l’essere amato [...] siamo
ammaliati, stregati: siamo nel sonno, senza dormire; siamo nella voluttà
infantile dell’addormentamento: è il momento delle storie raccontate, della voce che giunge a
ipnotizzarmi, a straniarmi, è il ritorno alla madre [,..|. In questo incesto rinnovato, tutto rimane
sospeso: il tempo, la legge, la proibizione: niente si esaurisce, niente si desidera: tutti i desideri sono
aboliti perché sembrano essere definitivamente appagati».14
«Noi - scrive ancora Cioran nei Syllogismes de l'amertume (1952) -amiamo sempre... malgrado
tutto; e questo malgrado tutto copre un infinito».15 È forse questa la testimonianza più vera ed
autentica di come l’esperienza dell’amore sia decisiva all’interno della riflessione filosofica di Emil
Cioran e di come l’uomo Cioran abbia sempre sognato un amore grande in grado di trasformare,
almeno per poco, il vuoto denso della propria esistenza, in un’esistenza “al culmine della felicità”.
Perché soltanto nell’amore l’esistenza rinviene il senso e l’essenza del proprio esserci. Soltanto
nell’amore, l’uomo sperimenta la divinità. Al contrario, Cioran, privato della gioia (illusoria,
effimera, momentanea) dell’amore, racconterà per una vita intera, la desolazione (reale, fattuale) di
una vita senza amore. Con rabbia, rancore e rimpianto, ma soprattutto con una grande dose di lu-

cidità interiore, egli compirà una traiettoria meditativa che dalla filosofia erudita (teorica) lo
condurrà a una visione patit a (pratica) della filosofia, una patosofia. Questo per attenuare il disagio
di essere venuto al mondo, forse per sentirsi meno solo, ma anche per rinfacciare al mondo intero (e
a un ipotetico, scellerato Dio), cosa voglia significare, vivere “al culmine della disperazione”:
«...non dimentichiamo che la filosofia è l’arte di mascherare i propri sentimenti e i propri supplizi
interiori al fine di ingannare il mondo sulle vere radici del filosofare».16 In Cioran - lo abbiamo
imparato - questa radice è la nostalgia dell’amore.
1    E. Cioran. Al culmine della disperazione, tr. it. di F. Del Fabbro e C. Fantechi, Adelphi, Milano,
1998, pp. 16-17.
2    Ivi, p. 18.
3    E. Cioran, Un apolide metafisico. Conversazioni, tr. it. di T. Turolla, Adelphi,
Milano, 2004,pp.170-171.
4    E. Cioran, Al culmine della disperazione, cit., p. 20.
5    E. Cioran, Quaderni 1957-1972, tr. it. di T. Turolla, Adelphi, Milano, 2001, p. 190.
6    Ivi, p. 204.
7    E. Cioran, Al culmine della disperazione, cit., p. 44.
8    Anche a distanza di molti anni, Cioran farà riferimento, in più occasioni, a un amore giovanile,
represso, verso una ragazzina di Sibiu: Cela Schian. Cfr. E, Cioran, Quaderni 1957-1972, cit., p.
184 e Id., Taccuino di Talamanca, tr. it. di C. Fantechi, Adelphi. Milano, 2011, pp. 34-35.
9    E. Cioran, Al culmine della disperazione, cit., p. 67.
10    Ivi, p. 147.
11    R. Guardini, Ritratto della malinconia, tr. it. di R. Guarnieri, Morcelliana, Brescia,
2006,p.62.
12    E. Cioran. Al culmine della disperazione, cit.. pp. 88-89.
13    R.M. Rilke, Elegie duinesi, tr. it. di E. e I. De Portu, Einaudi, Torino, 1978, p. 15.
14    R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, tr. it. di R. Guidieri, Einaudi.
Torino, 1979,p.13
15    E. Cioran, Sillogismi dell’amarezza, tr. it. di C. Rognoni, Adelphi, Milano, 1993, p. 98.
16 E. Cioran, Al culmine della disperazione, cit., p. 40.