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«In tutti i libri dove il Frammento è sovrano, verità e ubbie si susseguono da un capo all’altro.

Ma
come distinguerle, come sapere che cosa è convincimento e che cosa è capriccio? Un’affermazione,
frutto del momento, ne precede o ne segue un’altra che, compagna di tutta una vita, si eleva alla
dignità di ossessione. Spetta dunque al lettore discernere, perché non di rado l’autore esita a
pronunciarsi. In Confessioni e anatemi, sequela di perplessità, si troveranno interrogativi ma
nessuna risposta. Del resto, quale risposta? Se ce ne fosse una la si conoscerebbe, con buona pace
del devoto dello stupore».
Appare superfluo - se non irriguardoso -aggiungere qualcosa alle parole con cui lo stesso Cioran
presentava, nel 1987, quello che sarebbe stato l’ultimo suo libro pubblicato in vita. Ma forse si può
dire che questa raccolta di vibranti aforismi è il degno sigillo di un’opera unica: quintessenza di una
spregiudicata metafisica e postrema fiammata di uno stile tanto imitato quanto inimitabile, in cui la
perfetta levigatezza di un francese di rara eleganza traduce pensieri perfettamente appuntiti.
Le opere di E.M. Cioran (1911-1995) sono in corso di pubblicazione presso Adelphi; il titolo più
recente è Un apolide metafisico (2004).
«Che nessuno entri qui se ha passato un solo giorno al riparo dallo stupore!».
In copertina: Giovanni Battista de Gubernatis, Alberi squassati dal vento (1822). Galleria Civica
d’Arte Moderna, Torino.
BIBLIOTECA ADELPHI 515
DELLO STESSO AUTORE:
Al culmine della disperazione
Esercizi di ammirazione
Il funesto demiurgo
Lacrime e santi
La caduta nel tempo
La tentazione di esistere
L’inconveniente di essere nati
Quaderni 1957-1972
Sillogismi dell’amarezza
Sommario di decomposizione
Squartamento
Storia e utopia
Un apolide metafisico
E. Al. Cioran
CONFESSIONI E ANATEMI
Traduzione di Mario Bortolotto
ADELPHI EDIZIONI
TITOLO ORIGINALE:

Aveux et anathèmes
© 1987 ÉDITIONS GALLIMARD PARIS
© 2007 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
WWW.ADELPHI.IT

ISBN 978-88-459-2212-1
INDICE
Al margine dell’esistenza
Fratture
Magia del Disinganno
Di fronte agli Istanti
Esasperazioni
Nefasta chiaroveggenza
CONFESSIONI E ANATEMI
AL MARGINE DELL’ESISTENZA
Quando il Cristo discese agli inferi, i giusti dell’antica legge, Abele, Enoc, Noè, diffidarono del suo
insegnamento e non risposero al suo appello. Lo scambiarono per un emissario del Tentatore di cui
temevano le insidie. Solo Caino e quelli della sua specie aderirono alla sua dottrina o fecero finta, lo
seguirono e lasciarono gli inferi con lui. Ecco quello che professava Marcione.
«La felicità del malvagio», vecchia obiezione all’idea di un Creatore misericordioso o almeno
onorabile, chi l’ha corroborata meglio di quell’eresiarca, chi altri ha colto con tanta acutezza ciò che
ha di invincibile?
Paleontologo occasionale, ho trascorso parecchi mesi a rimuginare sullo scheletro. Risultato:
appena alcune pagine... L’argomento, è vero, non invitava alla prolissità.
Applicare il medesimo trattamento a un poeta e a un pensatore mi sembra una mancanza di gusto.
Vi sono ambiti che i filosofi non dovrebbero toccare.
Anatomizzare una poesia come si anatomizza un sistema è un delitto, anzi un sacrilegio.
Curioso: i poeti esultano quando non comprendono ciò che si blatera su di loro. Il gergo li lusinga, e
dà loro l’impressione di una promozione. Questa debolezza li degrada al livello dei loro glossatori.
Il nulla per il buddhismo (a dire il vero per l’Oriente in generale) non comporta il
significato leggermente sinistro che gli attribuiamo noi. Coincide con un’esperienza-limite della
luce o, se si vuole, con uno stato di eterna assenza luminosa, di vuoto radioso: è l’essere che ha
trionfato su tutte le sue proprietà, o piuttosto un non-essere supremamente positivo che dispensa una
felicità senza materia, senza substrato, senza alcun appoggio in qualsiasi mondo.
Sono talmente appagato dalla solitudine che il minimo appuntamento è per me una crocifissione.
La filosofia indiana ricerca la liberazione; la greca, eccetto Pirrone, Epicuro e alcuni inclassificabili,
è deludente: ricerca solo la... verità.
Si è paragonato il nirvana a uno specchio che non rifletta più alcun oggetto. A uno specchio dunque
per sempre puro, per sempre senz’uso.
Se Cristo chiamò Satana « Principe di questo mondo», san Paolo, volendo rincarare, avrebbe colto
nel segno: «dio di questo mondo».
Quando simili autorità designano specificatamente colui che ci governa, abbiamo il diritto di fare i
diseredati?
L’uomo è libero, salvo in ciò che ha di profondo. Alla superficie, fa ciò che vuole; negli strati
oscuri, «volontà» è vocabolo privo di senso.
Per disarmare gli invidiosi, dovremmo uscire per strada con delle stampelle. Solo lo spettacolo
del nostro decadimento umanizza un po’ i nostri amici e i nostri nemici.
È a buon diritto che in ogni epoca si crede di assistere alla scomparsa delle ultime tracce del
Paradiso terrestre.
Ancora il Cristo. Secondo un racconto gnostico, in odio al fatum sarebbe salito al cielo per
scompigliarvi l’ordine delle sfere e impedire che si interroghino gli astri.
In quel trambusto, che cosa è potuto accadere alla mia povera stella?
Kant ha atteso l’estrema vecchiaia per scorgere i lati foschi dell’esistenza e segnalare «lo scacco
di ogni teodicea razionale».
... Altri, più fortunati, se ne sono accorti ancora prima di incominciare a filosofare.
Si direbbe che la materia, gelosa della vita, si adoperi a spiarla per trovarne i punti deboli e per
punirla delle sue iniziative e dei suoi tradimenti. La vita è tale, infatti, solo per infedeltà alla
materia.
Io sono distinto da tutte le mie sensazioni. Non riesco a capire come. Non riesco nemmeno a
capire chi le provi. E d’altronde chi è questo io all’inizio delle tre proposizioni?
Ho appena sfogliato una biografia. L’idea che tutti i personaggi che vi sono evocati esistano ormai
solo in quel libro mi è parsa così insostenibile che mi sono dovuto stendere per evitare un
mancamento.
Con quale diritto mi gettate in faccia le mie verità? Vi arrogate una libertà che ricuso. Tutto ciò che
adducete è esatto, lo riconosco. Ma non vi ho autorizzato a essere franco nei miei confronti.
(Dopo ogni esplosione di furore, vergogna accompagnata dall’invariabile boria: «Almeno, è vita»,
seguita a sua volta da vergogna ancora più grande).
« Sono un vigliacco, non posso sopportare la sofferenza di essere felice».
Per penetrare qualcuno, per conoscerlo davvero, mi basta vedere come reagisce a questa
confessione di Keats. Se non capisce subito, inutile continuare.
Spaventamento - peccato che la parola sia scomparsa con i grandi predicatori!
Dato che l’uomo è un animale malaticcio, i suoi gesti e le sue parole hanno tutti indistintamente
valore di sintomo.
« Sono stupito che un uomo così notevole sia potuto morire » ho scritto alla vedova di un filosofo.
Mi sono accorto della stupidità della mia lettera solo dopo averla spedita. Inviargliene un’altra
sarebbe stato rischiare una seconda gaffe. In fatto di condoglianze, tutto ciò che non è formula
rasenta la sconvenienza o l’aberrazione.
Settuagenaria, Lady Montagu confessava che da undici anni aveva smesso di guardarsi allo
specchio.
Eccentricità? Forse, ma solo per quelli che ignorano il calvario del quotidiano incontro con la
propria faccia.
Posso parlare solo di ciò che provo; orbene, in questo momento non provo niente. Tutto mi sembra
annullato, tutto è sospeso per me. Cerco di non trarne né amarezza né vanità. « Nel corso delle
numerose vite che abbiamo vissute » si legge nel Tesoro della vera legge « quante volte siamo nati
invano, morti invano! ».
Più l’uomo avanza, meno avrà qualcosa cui convertirsi.
Il miglior mezzo per sbarazzarsi di un nemico è dirne bene ovunque. Glielo riferiranno, e lui
non avrà più la forza di nuocervi: avete spezzato la sua molla... Sarà sempre in guerra contro di voi
ma sen-
za vigore né costanza, giacché inconsciamente avrà smesso di odiarvi. È vinto, e ignora la propria
disfatta.
È noto l’ukase di Claudel: « Sono per tutti gli Zeus contro tutti i Prometei».
Per quanto abbiate perso ogni illusione sulla rivolta, una tale enormità risveglia il terrorista assopito
in voi.
Non coviamo rancore verso quelli che abbiamo insultato; al contrario, siamo disposti a
riconoscere loro tutti i meriti che si possono immaginare. Sfortunatamente questa generosità non si
ritrova mai nell’insultato.
Non mi curo molto di chiunque faccia a meno del Peccato originale. Quanto a me, vi ho fatto
ricorso in ogni circostanza, e senza di esso non vedo come potrei evitare un’ininterrotta
costernazione.
Kandinskij sostiene che il giallo è il colore della vita.
... Adesso si capisce perché quel colore fa così male agli occhi.
Quando si deve prendere una decisione capitale, la cosa più pericolosa è consultare gli altri, visto
che, tolti alcuni scriteriati, non vi è nessuno che voglia sinceramente il nostro bene.
Inventare parole nuove sarebbe, secondo Madame de Stael, il « sintomo più sicuro della sterilità
delle
idee ». L’osservazione sembra oggi più giusta di quanto non fosse all’inizio del secolo scorso. Già
nel 1649 Vaugelas aveva decretato: «Non è permesso a chicchessia di fare parole nuove, neppure al
sovrano».
I filosofi, più ancora degli scrittori, meditino su quell’interdizione anche prima di mettersi a
pensare!
Si impara di più in una notte bianca che in un anno di sonno. Vale a dire che il pestaggio è ben
altrimenti istruttivo della siesta.
Il mal d’orecchie di cui soffriva Swift è in parte all’origine della sua misantropia.
Se mi interesso tanto alle infermità degli altri, è per trovarmi subito dei punti in comune con
loro. Talvolta ho l’impressione di aver condiviso tutti i supplizi di quelli che ho ammirato.
Stamattina, dopo aver sentito un astronomo che parlava di miliardi di soli, ho rinunciato a farmi il
bagno: a che pro lavarsi ancora?
La noia è sì una forma di ansia, ma di un’ansia purgata della paura. Quando ci si annoia infatti
non si teme nulla, se non la noia stessa.
Chiunque sia passato per una prova guarda dall’alto quelli che non hanno dovuto subirla.
Insopportabile alterigia degli operati...
Alla mostra Parigi-Mosca, impressione violenta davanti al ritratto di Remizov giovane, di Il’ja
Repin.
Quando lo conobbi, Remizov aveva ottantasei anni: abitava in un appartamento quasi vuoto che la
portinaia concupiva per sua figlia, brigando per farlo sloggiare con la scusa che era un focolaio
d’infezioni, un nido di ratti. Colui che Pasternak riteneva il più grande stilista russo si era ridotto a
quel punto. Il contrasto fra il vegliardo vizzo, miserabile, dimenticato da tutti e l’immagine del
giovane brillante che avevo sotto gli occhi mi tolse ogni voglia di visitare il resto della mostra.
Gli antichi diffidavano della riuscita, perché temevano non solo la gelosia degli dèi, ma anche il
pericolo di squilibrio interiore legato a ogni successo in quanto tale. Aver compreso quel pericolo,
quale superiorità su di noi!
È impossibile passare notti bianche ed esercitare un mestiere: se quando ero giovane i miei
genitori non avessero finanziato le mie insonnie, mi sarei sicuramente ucciso.
Sainte-Beuve scriveva nel 1849 che la gioventù si sottraeva alla malattia romantica per sognare,
sull’esempio dei saintsimoniani, il «trionfo illimitato dell’industria».
Questo sogno, pienamente realizzato, getta discredito su tutte le nostre imprese, e sull’idea stessa di
speranza.
Quei figli che non ho voluto, sapessero la felicità che mi debbono!
Mentre il dentista mi sfondava le mascelle, mi dicevo che il tempo era l’unico soggetto su cui
meditare, giacché proprio a causa sua mi trovavo su quella sedia fatale e tutto cedeva, compreso
quanto mi restava di denti.
Se ho sempre diffidato di Freud, la responsabilità è di mio padre: raccontava a mia madre i suoi
sogni, e mi guastava così tutte le mattine.
Poiché il gusto del male è innato, non si ha alcun bisogno di penare per acquisirlo. Il bambino
esercita subito i suoi cattivi istinti, e con quale abilità, quale competenza, quale furia!
Una pedagogia degna di questo nome dovrebbe prevedere tirocini in camicia di forza. Occorrerebbe
forse estendere il provvedimento, oltre all’infanzia, a tutte le età, per il massimo beneficio di tutti.
Guai allo scrittore che non coltiva la propria megalomania, che la vede calare senza reagire. Si
accorgerà presto che non si diviene normale impunemente.
Ero in preda a un’angoscia di cui non vedevo come sarei riuscito a liberarmi. Suonano alla porta.
Apro. Si palesa una signora di una certa età che davvero non aspettavo. Per tre ore mi inflisse una
serie di sciocchezze tali che l’angoscia si trasformò in collera. Ero salvo.
La tirannia distrugge o fortifica l’individuo; la libertà lo rammollisce e ne fa un fantoccio. L’uomo
ha più possibilità di salvarsi con l’inferno che col paradiso.
Due amiche, attrici in un paese dell’Est. Una se ne va in Occidente e lì diviene ricca e famosa,
l’altra resta laggiù, sconosciuta e povera. Mezzo secolo più tardi quest’ultima, in viaggio, fa una
visita alla collega fortunata. «Era una testa più alta di me, e ora è rattratta e paralizzata». Seguono
altri particolari, poi mi dice a mo’ di conclusione: «Non ho paura della morte, ho paura della morte
in vita».
Niente di meglio, per camuffare una rivincita tardiva, che il ricorso alla riflessione filosofica.
Briciole, pensieri fugaci, direte. Si possono chiamare fugaci quando si tratta di ossessioni, dunque di
pensieri la cui proprietà è appunto di non fuggirei
Avevo scritto due righe assai moderate, molto urbane a qualcuno che non lo meritava affatto. Prima
di inviarle, vi ho aggiunto alcune allusioni vagamente intinte nel fiele. Infine, proprio mentre
imbucavo la lettera, sentii cogliermi la rabbia e, con essa, un disprezzo per il mio nobile impulso,
per il riprovevole accesso di distinzione.
Cimitero di Picpus. Un giovane e una signora sfiorita. Il custode spiega che il cimitero è riservato ai
discendenti di ghigliottinati. La signora interviene: «Noi lo siamo! ».
Con che aria! Dopotutto, può darsi che dicesse il vero. Ma quel tono provocatorio mi ha spinto
subito dalla parte del boia.
Aprendo in una libreria i Sermoni di Meister Eckhart, leggo che la sofferenza è intollerabile per chi
soffre per sé, ma che è leggera per chi soffre per Dio, perché è Dio a portarne il fardello,
fosse anche carico della sofferenza di tutti gli uomini.
Non per caso sono capitato su quel passo, giacché s’applica bene a chi non potrà mai scaricare su
nessuno tutto ciò che pesa su di lui.
Secondo la Qabbalah, Dio permette che il suo splendore si affievolisca perché angeli e uomini
possano sopportarlo. Come dire che la creazione coincide con un indebolimento della luce divina,
con uno sforzo verso l’ombra cui il Creatore ha consentito. L’ipotesi dell’offuscamento volontario
di Dio ha il merito di farci aprire alle nostre proprie tenebre, responsabili della nostra irricettività a
una certa luce.
L’ideale sarebbe potersi ripetere come... Bach.
Aridità grandiosa, soprannaturale: come se cominciassi una seconda esistenza su un altro pianeta in
cui la parola fosse ignota, in un universo restio al linguaggio e inadatto a crearsene uno.
Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo e nient’altro.
Dopo aver letto in un’opera di ispirazione psicoanalitica che Aristotele da giovane era stato
sicuramente geloso di Filippo, padre di Alessandro, suo futuro allievo, non si può fare a meno di
pensare
che un sistema che si presume una terapia e in cui si formulano simili congetture non può che essere
sospetto, giacché inventa segreti per il piacere d’inventare spiegazioni e guarigioni.
Vi è del ciarlatano in chiunque trionfi in qualsiasi campo.
Una visita in un ospedale, e in capo a cinque minuti si diventa buddhisti se non lo si è già, e lo si
ridiventa se non lo si era più.
Parmenide. Non scorgo da nessuna parte l’essere che egli esalta, e mi vedo male nella sua sfera,
che non comporta alcuna frattura, alcun luogo per me.
In quel compartimento la mia dirimpettaia, donna di indecente bruttezza, russava a bocca aperta:
un’agonizzante immonda. Che fare? Come sopportare uno spettacolo simile? Mi venne in aiuto
Stalin. In gioventù, mentre passava fra due file di sbirri che lo frustavano, si concentrò interamente
nella lettura di un libro, cosicché la sua attenzione si distolse dai colpi che gli venivano appioppati.
Forte di quell’esempio, mi immersi anch’io in un libro e mi soffermai su ogni parola con estremo
impegno, fino al momento in cui il mostro cessò di agonizzare.
Dicevo l’altro giorno a un amico che, pur senza credere più alla scrittura, non vorrei rinunciarvi, che
lavorare è un’illusione difendibile e che, dopo aver scarabocchiato una pagina o anche solo
una frase, ho sempre voglia di fischiettare.
Le religioni, così come le ideologie che ne hanno ereditato i vizi, si riducono a crociate contro lo
humour.
Tutti i filosofi che ho conosciuto erano senza eccezione impulsivi.
La tara dell’Occidente ha dunque segnato quegli stessi che avrebbero dovuto esserne indenni.
Essere come Dio e non come gli dèi: questo è il fine dei veri mistici, che mirano troppo in alto
per accondiscendere al politeismo.
Mi invitano a una conferenza all’estero, perché a quanto pare hanno bisogno delle mie
perplessità. Lo scettico di turno di un mondo in declino.
In che cosa io consista, non lo saprò mai. È vero che non si sa meglio in che cosa consista Dio,
giacché che cosa significa l’espressione consistere in sé  stessi per noi che non abbiamo fondamento
né in noi né fuori di noi?
Abuso della parola Dio, la adopero spesso, troppo spesso. Lo faccio ogni volta che giungo a un
estremo, e mi occorre un vocabolo per designare ciò che viene dopo. Preferisco Dio a Inconcepibile.
Un libro di pietà assicura che l’incapacità di prendere partito è segno che non si è «illuminati dalla
luce divina».
In altri termini, l’irresoluzione, obiettività totale, sarebbe cammino di perdizione.
Scopro immancabilmente un’incrinatura in tutti coloro che s’interessano alle stesse cose cui mi
interesso io.
Avere scorso un’opera sulla vecchiaia indotto unicamente dalla fotografia dell’autore. Quella
mescolanza di rictus e d’implorazione, quell’espressione di ghignante stupore - che pubblicità, che
garanzia!
«Questo mondo non è stato creato secondo gli auspici della Vita» è detto nel Ginza, testo
gnostico di una setta mandea della Mesopotamia.
Ricordarsene tutte le volte che non si dispone di un argomento migliore per neutralizzare una
delusione.
Dopo molti anni, dopo una vita intera, la rivedo. «Perché piangi?» le ho subito chiesto. «Non
sto piangendo» mi risponde. Non piangeva, infatti: mi sorrideva, ma poiché l’età le aveva
deformato i tratti, la gioia non trovava accesso al suo volto, dove si sarebbe anche potuto leggere:
«Chiunque non muore giovane presto o tardi se ne pentirà».
Chi sopravvive a sé stesso non realizza la sua... biografia. In fin dei conti, possono ritenersi
compiuti solo i destini spezzati.
Dovremmo disturbare i nostri amici solo per il nostro funerale. Ed è fin troppo!
La noia, male ritenuto frivolo, ci fa tuttavia intravedere l’abisso da cui emana il bisogno di pregare.
« Dio non ha creato nulla che gli sia più odioso di questo mondo, e dal giorno in cui l’ha creato
non lo ha più guardato, tanto lo odia».
Non so chi fosse il mistico musulmano che lo ha scritto; ignorerò sempre il nome di quell’amico.
Innegabile vantaggio degli agonizzanti: poter proferire banalità senza compromettersi.
Ritiratosi in campagna dopo la morte della figlia Tullia, Cicerone, oppresso dal dolore, indirizzava
a sé stesso lettere di consolazione. Peccato che non siano state ritrovate e, più ancora, che quella
terapia non sia divenuta corrente! E' pur vero che se fosse stata adottata, da molto tempo le religioni
avrebbero fatto fallimento.
Un patrimonio davvero nostro: le ore in cui non abbiamo fatto nulla... Sono loro che ci
formano, che ci individuano, che ci rendono dissimili.
Uno psicoanalista danese che soffriva di tenaci emicranie e aveva subito senza esito la terapia di
un collega andò da Freud, che lo guarì in qualche mese. E' quest’ultimo ad affermarlo, e non
abbiamo difficoltà a credergli. Un discepolo, per malandato
che sia, non può non stare meglio a contatto quotidiano con il suo Maestro. Quale cura migliore del
vedere chi stimiamo di più al mondo interessarsi così a lungo delle nostre pene! Poche infermità
rifiuterebbero di piegarsi davanti a una tale sollecitudine. Ricordiamoci che il Maestro aveva tutto
del fondatore di setta mascherato da uomo di scienza. Se ha ottenuto guarigioni, è dovuto non tanto
al metodo quanto alla fede.
« La vecchiaia è la cosa più inattesa fra quante accadono all’uomo » annota Trockij alcuni anni
prima della sua fine. Se da giovane avesse avuto l’intuizione esatta, viscerale, di questa verità -
quale misero rivoluzionario sarebbe stato!
I grandi avvenimenti sono possibili solo nelle epoche in cui l’autoironia non infierisce ancora.
Fu sua sorte compiersi solo a mezzo. Tutto in lui era tronco: il modo di essere come il modo di
pensare. Un uomo frammentario, frammento egli stesso.
Abolendo il tempo, il sogno abolisce la morte. I defunti ne approfittano per importunarci. La notte
scorsa, ecco mio padre. Era quale l’ho sempre conosciuto, e tuttavia ho avuto un attimo di
esitazione. E se non fosse stato lui? Ci siamo abbracciati alla rumena ma, come sempre con lui,
senza effusioni, senza calore, senza le manifestazioni in uso presso un popolo espansivo. Per via di
quel bacio sobrio, glaciale, ho saputo che era davvero lui. Mi sono svegliato dicendomi che si
resuscita solo da intrusi, da guastasogni; che quella sgradevole immortalità è l’unica che esista.
La puntualità, varietà della «follia dello scrupolo ». Per essere puntuale sarei capace di commettere
un delitto.
Al di sopra dei presocratici si è talvolta inclini a porre quegli eresiarchi le cui opere furono
mutilate o distrutte, e di cui restano solo alcuni pezzi di frase, quanto mai misteriosi.
Perché, dopo aver compiuto una buona azione, si ha voglia di seguire una bandiera, quale che sia?
I nostri moti generosi comportano qualche pericolo: ci fanno perdere la testa. A meno che non si sia
generosi proprio per aver perso la testa, essendo la generosità una palese forma d’ebbrezza.
Ogni volta che il futuro mi sembra concepibile, ho l’impressione di essere stato visitato dalla
Grazia.
Se fosse possibile identificare il vizio di fabbrica di cui reca così visibilmente traccia l’universo!
Sono sempre stupito nel vedere fino a che punto i sentimenti bassi siano vivi, normali,
inattaccabili. Quando li proviamo ci sentiamo rinvigoriti, reintegrati nella comunità, al livello dei
nostri simili.
Se l’uomo dimentica così facilmente di essere maledetto, è perché lo è da sempre.
La critica è un controsenso: bisogna leggere non per comprendere gli altri, ma per comprendere
sé stessi.
Colui che si vede così com’è si innalza al di sopra di colui che resuscita i morti. La frase è di un
santo. Non conoscere sé stessi è la legge di tutti, e non s’infrange senza rischi. La verità è che
nessuno ha il coraggio di infrangerla, e questo spiega l’esagerazione del santo.
È più facile imitare Giove che Lao Zi.
Tenersi aggiornati è segno di uno spirito incostante, che non persegue nulla di personale, che è
inadatto all’ossessione, impasse senza fine.
L’eminente ecclesiastico si beffava del Peccato originale. «Quel peccato è ciò che vi dà da vivere.
Senza quello, morireste di fame: il vostro ministero non avrebbe più alcun senso. Se l’uomo non è
decaduto dall’origine, perché sarebbe venuto il Cristo? per riscattare chi e che cosa? ». Alle mie
obiezioni ebbe come sola risposta un sorriso di condiscendenza.
Una religione è finita quando solo i suoi avversari si sforzano di preservarne l’integrità.
I tedeschi non si accorgono che è ridicolo mettere nello stesso mazzo un Pascal e uno Heidegger.
C’è una distanza enorme fra uno Schicksal e un Beruf, fra un destino e una professione.
Un silenzio improvviso nel mezzo di una conversazione ci riporta d’un tratto all’essenziale: ci rivela
a quale prezzo dobbiamo pagare l’invenzione della parola.
Non avere più nulla in comune con gli uomini, salvo il fatto di essere uomo!
Bisogna che una sensazione sia caduta bene in basso perché si degni di mutarsi in idea.
Credere in Dio vi dispensa dal credere in qualsiasi altra cosa - il che è un vantaggio inestimabile.
Ho sempre invidiato quelli che vi credevano, sebbene credersi Dio mi sembri più facile che credere
in Dio.
Una parola, una volta dissezionata, non significa più nulla, non è più nulla. Come un corpo che,
dopo l’autopsia, è meno di un cadavere.
Ogni desiderio suscita in me un controdesiderio, sicché, qualsiasi cosa faccia, conta solo ciò che
non ho fatto.
Sarvam anityam = tutto è transitorio (il Buddha). Formula che ci si dovrebbe ripetere ogni ora
del giorno, a rischio - meraviglioso - di morirne.
Non so quale sete diabolica m’impedisca di denunciare il patto col mio respiro.
Perdere il sonno e cambiare lingua. Due prove, l’una indipendente da sé stessi, l’altra deliberata. Da
soli, faccia a faccia con le notti e con le parole.
I sani non sono reali. Hanno tutto salvo l'essere -che solo una salute incerta conferisce.
Di tutti gli antichi, forse Epicuro è quello che ha saputo meglio disprezzare la folla. Motivo di più
per celebrarlo. Che idea aver posto così in alto un pagliaccio come Diogene! Avrei dovuto
frequentare quel Giardino, non l’agorà, e men che meno la botte... (Tuttavia anche Epicuro mi ha
poi deluso più di una volta. Non dà forse dello sciocco a Teognide di Megara per aver proclamato
che era meglio non nascere o, una volta nato, varcare al più presto le porte dell’Ade?).
« Se fossi incaricato di classificare le miserie umane, » scrive il giovane Tocqueville «lo farei in
questo ordine: la malattia, la morte, il dubbio».
Il dubbio come flagello: non avrei mai potuto sostenere una simile opinione, ma la comprendo come
se l’avessi pronunciata io - in un’altra vita.
«La fine dell’umanità giungerà quando tutti saranno come me » ho dichiarato un giorno in un
accesso che non spetta a me qualificare.
Appena fuori, grido: « Che perfezione nella parodia dell’Inferno! ».
«Tocca agli dèi venire a me, non a me andare a loro» rispose Plotino al suo discepolo Amelio
che voleva portarlo a una cerimonia religiosa.
In chi si potrebbe trovare, nel mondo cristiano, una simile qualità d’orgoglio?
Bisognava lasciarlo parlare di tutto, e tentare d’isolare le parole folgoranti che gli sfuggivano. Era
una eruzione verbale priva di senso, con gesticolamenti di santo istrionico e tocco. Per mettersi al
suo livello si doveva farneticare come lui, proferire sentenze sublimi e incoerenti. Un faccia a faccia
postumo, fra spettri appassionati.
A Saint-Séverin, ascoltando L’arte della fuga suonata all’organo, continuavo a ripetermi: «Ecco la
confutazione di tutti i miei anatemi».
FRATTURE
Quando si è usciti dal circolo di errori e di illusioni all’interno del quale si svolgono gli atti,
prendere posizione è una quasi-impossibilità. Occorre un minimo di stupidità per tutto, per
affermare e anche per negare.
Per scorgere l’essenziale non bisogna esercitare alcun mestiere. Restare tutto il giorno distesi,
e gemere...
Tutto ciò che mi mette in disaccordo con il mondo mi è consustanziale. Ho imparato pochissimo per
esperienza. Le mie delusioni mi hanno sempre preceduto.
Esiste un innegabile piacere nel sapere che tutto quanto si fa non ha alcuna base reale, che è
indifferente commettere un atto o non commetterlo. Ciò
non toglie che nei nostri gesti quotidiani veniamo a patti con la Vacuità, vale a dire che di volta in
volta, e talora nello stesso tempo, riteniamo questo mondo reale o irreale. Mescoliamo così verità
pure e verità sordide, e questa mistura, vergogna del pensatore, è la rivincita del vivente.
Non sono i mali violenti che ci segnano, ma i mali sordi, insistenti, tollerabili, che fanno parte del
nostro tran tran quotidiano e ci minano con la stessa coscienziosità con cui ci mina il Tempo.
Non si può assistere senza impazienza per più di un quarto d’ora alla disperazione di un altro.
L’amicizia è interessante e importante solo quando si è giovani. Per un anziano, è evidente come ciò
che teme di più è che i suoi amici gli sopravvivano.
Si può immaginare tutto, predire tutto, salvo fino a che punto si possa decadere.
Ciò che ancora mi lega alle cose è una sete ereditata da antenati che hanno spinto la curiosità di
vivere sino all’ignominia.
Come ci si doveva detestare nell’oscurità e nel fetore delle caverne! Si capisce come i pittori che vi
campavano non abbiano voluto eternare l’immagine dei loro simili e abbiano preferito quella
degli animali.
«Avendo rinunciato alla santità...». - E dire che sono stato capace di proferire una simile
enormità! Devo avere una scusa, e non dispero di trovarla.
A parte la musica, tutto è menzogna, anche la solitudine, anche l’estasi. La musica è precisamente
l’una e l’altra in meglio.
A che punto l’età semplifica tutto! In biblioteca chiedo quattro libri: due, con caratteri troppo
piccoli, li scarto senza esaminarli; il terzo, troppo... serio, mi sembra illeggibile. Porto via il quarto
senza convinzione...
Si può essere fieri di ciò che si è fatto, ma si dovrebbe esserlo molto più di ciò che non si è fatto.
Questa fierezza resta da inventare.
Dopo una sera in sua compagnia si era sfiniti, giacché la necessità di controllarsi, di evitare la
minima allusione in grado di ferirlo (e tutto lo feriva) lasciava alla fine senza forze, scontenti di lui
e di sé stessi. Ci si rimproverava di aver concordato con il suo parere per scrupoli spinti fino alla
bassezza, ci si disprezzava per non essere esplosi invece di imporsi un esercizio di delicatezza così
estenuante.
Non si dice mai di un cane o di un ratto che è mortale. Con quale diritto l’uomo si è arrogato
quel privilegio? Dopotutto la morte non è una sua trovata, ed è segno di fatuità credersene l’unico
beneficiario.
A mano a mano che la memoria s’indebolisce, gli elogi che ci hanno prodigato sfumano a
beneficio dei biasimi. E giustamente: i primi li abbiamo meritati raramente, mentre i secondi
gettano un po’ di luce su ciò che ignoravamo di noi stessi.
Se fossi nato buddhista, tale sarei rimasto; nato cristiano, ho cessato di esserlo nella prima
gioventù, quando ben più di oggi avrei rincarato, se l’avessi conosciuta, sulla bestemmia che
Goethe si lasciò sfuggire, proprio l’anno della sua morte, in una lettera a Zelter: «La croce è
l’immagine più obbrobriosa che vi sia sotto il cielo».
L’essenziale sorge spesso al termine di una lunga conversazione. Le grandi verità si dicono sulla
soglia.
Ciò che è superato in Proust sono quelle inezie cariche di prolissa vertigine, il tanfo dello stile
simbolista, l’accumulo di effetti, la saturazione poetica. E' come se Saint-Simon avesse subito
l’influsso del preziosismo. Più nessuno oggi lo leggerebbe.
Una lettera degna di questo nome si scrive sotto l’effetto dell’ammirazione o dello sdegno,
dell’esagerazione insomma. Si capisce perché una lettera sensata è una lettera abortita.
Ho conosciuto scrittori ottusi e persino stupidi. Per contro i traduttori che ho potuto
frequentare erano più intelligenti e più interessanti degli autori che traducevano. Occorre infatti più
riflessione per tradurre che per «creare».
Chi è ritenuto «straordinario» dai suoi intimi non deve fornire prove contro sé stesso. Si guardi dal
lasciare tracce, soprattutto non scriva, se spera di apparire a tutti, un giorno, quello che è stato
per qualcuno.
Per uno scrittore cambiare lingua è scrivere una lettera d’amore con un dizionario.
«Sento che sei giunto a detestare sia quello che pensano gli altri sia quello che pensi tu stesso»
mi ha detto lei di primo acchito dopo tanto tempo che non ci vedevamo. Al momento di ripartire mi
ha raccontato un apologo cinese da cui risultava che nulla eguaglia l’oblio di sé. Lei, l’essere più
presente,  il più carico d’energia interiore e di energia in generale, il più attaccato al suo io, il più
colmo di sé che si possa concepire - per quale equivoco vanta la cancellazione, al punto di credere
di offrirne un esempio perfetto?
Maleducato come non è permesso di essere, taccagno, sporco, insolente, sottile, capace di cogliere
le minime sfumature, ebbro di gioia davanti a un eccesso verbale o a una battuta, intrigante e
calunniatore... tutto in lui era fascino e repellenza. Un farabutto da rimpiangere.
La missione di ciascuno è di portare a buon fine la menzogna che incarna, di giungere a non
essere altro che un’illusione esaurita.
La lucidità: martirio permanente, inimmaginabile tour de force.
Chi vuole farci confidenze scandalose conta con cinismo sulla nostra curiosità per soddisfare il
suo bisogno di sciorinare segreti. Nello stesso tempo sa bene che noi ne saremo troppo gelosi per
rivelarli.
Non vi è altro che la musica per creare una complicità indistruttibile fra due esseri. Una passione è
peritura, si degrada come tutto ciò che partecipa della vita, mentre la musica è di essenza
superiore alla vita, e naturalmente alla morte.
Se non ho inclinazione per il Mistero, è perché tutto mi sembra inesplicabile, anzi, perché vivo
di inesplicabile, e ne sono sazio.
X. mi rimprovera di comportarmi da spettatore, di essere fuori dal mondo, di sdegnare il
nuovo. «Ma io non voglio cambiare niente di niente» gli ho risposto. Non ha colto il senso della mia
replica. Mi ha preso per un modesto.
Si è notato a giusto titolo che il gergo filosofico diventava rapidamente sorpassato al pari del
gergo popolare. La ragione? Il primo è troppo artificiale; il secondo troppo vivo. Due eccessi
rovinosi.
Vive i suoi ultimi giorni da mesi, da anni, e parla della sua fine al passato. Un’esistenza postuma.
Mi meraviglio che riesca a durare senza mangiare quasi
nulla: « Il mio corpo e la mia anima ci hanno messo tanto tempo e accanimento a saldarsi che
adesso non riescono a separarsi».
Se non ha la voce di un morente, è perché da molto tempo non è più in vita. « Sono una
candela spenta» è la cosa più giusta che abbia detto sulla sua ultima metamorfosi. Quando evocavo
la possibilità di un miracolo, «Ne occorrerebbero molti» fu la sua risposta.
Dopo quindici anni di solitudine assoluta, san Serafino di Sarov esclamava davanti al più infimo
visitatore: « O mia gioia! ».
Chi, senza essersi mai allontanato dai propri simili, sarebbe così stravagante da salutarli in quel
modo?
Sopravvivere a un libro distruttivo è non meno penoso per il lettore che per l’autore.
Dobbiamo essere in uno stato di ricettività, vale a dire di debolezza fisica, perché le parole ci
tocchino, si insinuino in noi e vi intraprendano una sorta di carriera.
L’appellativo deicida è l’insulto più lusinghiero che si possa rivolgere a un individuo o a un popolo.
L’orgasmo è un parossismo; la disperazione anche. L’uno dura un istante; l’altra una vita.
Aveva un profilo da Cleopatra. Sette anni dopo: potrebbe chiedere l’elemosina a un angolo di stra
da. - C’è di che guarirvi definitivamente da ogni idolatria, da ogni voglia di cercare l' insondabile
in occhi, in un sorriso e in tutto il resto.
Siamo ragionevoli: a nessuno è dato ricredersi completamente di tutto. In mancanza di un
disinganno universale, non potrebbe darsi una conoscenza universale.
Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica.
Brahms rappresenterebbe «die Melancholie des Unvermögens», la melanconia dell’impotenza,
stando a Nietzsche.
Questo giudizio che egli ha emesso alle soglie del crollo ne offusca per sempre il fulgore.
Non aver realizzato nulla, e morire sfiniti.
Quei passanti rimbecilliti - come si è giunti a questo punto? e come immaginare un simile
spettacolo nell’antichità, per esempio ad Atene? Un minuto di lucidità acuta in mezzo a quei
dannati, e tutte le illusioni crollano.
Più si detestano gli uomini, più si è maturi per Dio, per un dialogo con nessuno.
L’enorme fatica va tanto lontano quanto l’estasi, salvo che con essa scendete verso i confini della
conoscenza.
Come l’apparizione del Crocifisso ha tagliato la storia in due, così questa notte ha tagliato in due la
mia vita...
Tutto sembra degradato e inutile appena la musica tace. Si comprende come si possa odiarla ed
essere tentati di equiparare il suo assoluto a una frode. Ma bisogna a ogni costo reagire contro di
essa quando la si ama troppo. Nessuno ne ha colto il pericolo meglio di Tolstoj, perché sapeva che
essa poteva fare di lui quello che voleva. Così cominciò a esecrarla, per paura di divenirne lo
zimbello.
La rinuncia è la sola varietà d’azione che non sia avvilente.
Ci si può immaginare un abitante di città che non abbia un’anima d’assassino?
Amare solo il pensiero indefinito che non giunge alla parola e il pensiero istantaneo che vive solo
della parola. La divagazione e la battuta di spirito.
Un giovane tedesco mi domanda un franco. Incomincio a parlare con lui, e vengo a sapere che ha
girato il mondo, che è stato in India e ne ama i mendicanti, cui si illude di assomigliare. Ma non si
appartiene impunemente a una nazione didattica. Lo osservavo questuare: aveva l’aria di aver
seguito corsi di mendicità.
La natura, alla ricerca di una formula in grado di accontentare tutti, ha scelto infine la morte, che,
com’era prevedibile, non avrebbe soddisfatto nessuno.
Vi è in Eraclito un lato Delfi e un lato manuale di scuola, una mescolanza di squarci folgoranti e di
rudimenti; un ispirato e un istitutore. Peccato che non abbia fatto astrazione dalla scienza, che non
abbia sempre pensato al di là di essa!
Ho sbraitato così spesso contro ogni forma di atto che manifestarmi, in qualsiasi modo, mi sembra
un’impostura, anzi un tradimento. «Eppure Lei continua a respirare». «Sì, faccio tutto quello che si
deve fare. Ma... ».
Quale giudizio sui viventi se è vero, come si è sostenuto, che ciò che perisce non è mai esistito!
Mentre mi esponeva i suoi progetti, lo ascoltavo senza poter dimenticare che non avrebbe passato
la settimana. Che follia da parte sua parlare di futuro, del suo futuro! Ma una volta fuori, come non
pensare che dopotutto non era così grande la differenza fra un mortale e un moribondo? Nel
secondo caso l’assurdità di fare progetti è solo un po’ più evidente.
È sempre quello che ammiriamo a qualificarci. Appena si cita qualcun altro al di fuori di Omero
o Shakespeare, si corre il rischio di sembrare superati o balzani.
È possibile, a rigore, immaginare Dio che parla francese. Mai il Cristo. Le sue parole non
rendono in una lingua così a disagio nell’ingenuità o nel sublime.
Interrogarsi sull’uomo da tanto tempo! Non si potrebbe spingere oltre il gusto del malsano.
L’ira viene da Dio o dal diavolo? Dall’uno e dall’altro: come spiegare, altrimenti, che essa sogni
galassie per polverizzarle, e che non si dia pace di avere alla sua portata soltanto questo povero,
miserabile pianeta?
Ci si agita tanto - perché? Per ridiventare ciò che si era prima di essere.
X., che ha fallito in tutto, si lagnava davanti a me di non avere un destino. - E invece sì. La serie
dei suoi insuccessi è così straordinaria che sembra rivelare un disegno provvidenziale.
La donna contava finché simulava pudore e riserbo. Di quale deficienza dà prova smettendo di
giocare a quel gioco! Già non vale più nulla, poiché ci assomiglia. Così scompare una delle ultime
menzogne che rendevano l’esistenza tollerabile.
Amare il prossimo è cosa inconcepibile. Si chiede forse a un virus di amarne un altro?
I soli avvenimenti notevoli di una vita sono le rotture. Sono anche quelle che svaniscono per ultime
dalla nostra memoria.
Quando ho saputo che era totalmente impermeabile sia a Dostoevskij sia alla musica, malgrado i
suoi grandi meriti ho rifiutato di incontrarlo. Gli preferisco di gran lunga un ritardato, sensibile
all’uno o all’altra.
Il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere - la sola, del resto.
Dato che giorno dopo giorno sono vissuto in compagnia del suicidio, sarebbe ingiusto e ingrato da
parte mia denigrarlo. Che cosa c’è di più sano, di più naturale? Non lo è invece la brama
forsennata di esistere, tara grave, tara per eccellenza, la mia tara.
MAGIA DEL DISINGANNO
Dovremmo parlare solo di sensazioni e di visioni: mai di idee - perché queste non emanano dalle
nostre viscere, e non sono mai veramente nostre.
Cielo cupo: il mio cervello funge da firmamento.
Devastato dalla noia, ciclone al rallentatore...
Esiste, certo, una melanconia clinica, su cui a volte hanno effetto i rimedi; ma ne esiste un’altra,
soggiacente alle nostre stesse esplosioni di allegria, e che ci accompagna ovunque, senza lasciarci
soli un momento. Nulla ci permette di liberarci di quella malefica onnipresenza: è il nostro io per
sempre di fronte a sé stesso.
Rassicuro quel poeta straniero, che dopo aver esitato fra varie capitali è sbarcato ora fra noi, che è
stato bene ispirato, che qui troverà, fra gli altri vantaggi, quello di crepare di fame senza dare
fastidio a nessuno. Per incoraggiarlo ulteriormente preciso che il fiasco qui è così naturale che funge
da passepartout. Questo particolare lo ha appagato, a giudicare dal lampo che ho scorto nei suoi
occhi.
« Il fatto che tu sia giunto alla tua età prova che la vita ha un senso » mi ha detto un amico dopo più
di trent’anni che non ci vedevamo. Queste parole mi ritornano spesso in mente e mi colpiscono ogni
volta, anche se sono state pronunciate da uno che ha sempre trovato un senso a tutto.
Per Mallarmé, condannato - sosteneva - a vegliare ventiquattr’ore su ventiquattro, il sonno non era
un «vero bisogno» ma un «favore».
Solo un grande poeta poteva permettersi il lusso di una tale assurdità.
L’insonnia sembra risparmiare le bestie. Se gli impedissimo di dormire per alcune settimane,
sopravverrebbe un cambiamento radicale nella loro natura e nel loro comportamento. Proverebbero
sensazioni sconosciute fino allora, e che erano ritenute nostro appannaggio. Guastiamo il regno
animale, se vogliamo che ci raggiunga e ci rimpiazzi.
In ogni lettera che invio a un’amica nipponica ho preso l’abitudine di raccomandarle questa o
quell’opera di Brahms. Ora mi ha scritto che è appena uscita da una clinica di Tokyo, dove l’hanno
trasportata in ambulanza perché ha sacrificato troppo al mio idolo. Di quale trio, di quale sonata era
colpa?
Non importa. Solo ciò che invita al collasso merita di essere ascoltato.
In nessuna chiacchiera sulla Conoscenza, in nessuna Erkenntnistheorie, di cui tanto si sciacquano la
bocca i filosofi, tedeschi o no, vi imbatterete nel minimo omaggio alla Fatica in sé, lo stato più
adatto a farci penetrare fino al fondo delle cose. Quell’oblio o quell’ingratitudine discredita
definitivamente la filosofia.
Un giro al cimitero di Montparnasse.
Tutti, giovani o vecchi, facevano progetti. Ora non ne fanno più.
Buon allievo, forte del loro esempio, rientrando giuro di smettere per sempre di farne.
Passeggiata innegabilmente benefica.
Penso a C., per il quale bere caffè era l’unica ragione d’esistere. Un giorno che, con voce
tremolante, gli magnificavo il buddhismo, mi rispose: « Il nirvana, sì, ma non senza caffè».
Abbiamo tutti qualche mania che ci impedisce di accettare senza riserve la felicità suprema.
Leggendo il testo di Madame Périer, e precisamente il passaggio dove racconta che Pascal, suo
fratello, a partire dall’età di diciott’anni non aveva trascorso, stando a quello che lui stesso aveva
detto, un solo giorno senza sofferenze, fu tale la mia impressione che mi misi un pugno in bocca per
non gridare.
Ero in una biblioteca pubblica. Avevo, è utile notarlo, appunto diciott’anni. Quale presentimento,
ma anche quale follia, e quale presunzione!
Sbarazzarsi della vita è privarsi del piacere di riderne.
Unica possibile risposta a qualcuno che vi annuncia la sua intenzione di farla finita.
L’essere non delude mai, afferma un filosofo. Chi delude allora? Certamente non il non-essere, per
definizione incapace di deludere. Questo vantaggio, necessariamente irritante per il nostro filosofo,
doveva condurlo a promulgare una così flagrante controverità.
Ciò che rende interessante l’amicizia è il fatto di essere, quasi come l’amore, una fonte
inesauribile di delusione e di rabbia, e quindi di sorprese feconde di cui sarebbe irragionevole
volersi privare.
Il mezzo più sicuro per non perdere la ragione all’istante: ricordarsi che tutto è irreale, e tale
resterà...
Mi porge una mano assente. Gli rivolgo molte domande e mi scoraggio davanti alle sue risposte
oltraggiosamente laconiche. Non una di quelle parole inutili così necessarie al dialogo. Perché è pur
sempre di dialogo che si tratta! La parola è segno di vita, e per questo il pazzo inesauribile ci è più
vicino del mezzo pazzo bloccato.
Nessuna difesa possibile contro un ossequioso. Non si può dargli ragione senza cadere nel
ridicolo; men che meno si può maltrattarlo o voltargli le spalle. Ci si comporta come se dicesse il
vero, ci si lascia
incensare non sapendo come reagire. Lui vi prende per allocchi, crede di dominarvi, e assapora il
trionfo senza che possiate disingannarlo. Il più spesso è un futuro nemico, che si vendicherà di
essersi inchinato davanti a voi, un aggressore mascherato che medita i suoi colpi mentre snocciola
le sue iperboli.
Il metodo più efficace di farsi amici fedeli è congratularsi con loro per gli insuccessi.
Quel pensatore si è rifugiato nella prolissità come altri nello stupore.
Quando abbiamo girato per un certo tempo attorno a un soggetto, possiamo immediatamente dare
un giudizio su ogni opera che vi fa riferimento. Ho aperto ora un libro sulla gnosi, e ho subito capito
che non c’era da fidarsi. Eppure ne ho letto solo una frase, e in materia non sono che un
dilettante, una nullità vagamente illuminata.
Figuriamoci ora uno specialista assoluto, un mostro, Dio per esempio: tutto ciò che facciamo deve
sembrargli un pasticcio, anche i nostri inimitabili successi, anche quelli che dovrebbero umiliarlo
e confonderlo.
Fra la Genesi e l’Apocalisse regna l’impostura. È importante saperlo, giacché questa evidenza
vertiginosa, una volta assimilata, rende superflue tutte le ricette della saggezza.
Quando si ha la debolezza di lavorare a un libro, non si pensa senza meraviglia a quel rabbino hassi-
dico che abbandonò il progetto di scriverne uno, incerto com’era di poterlo fare per il solo piacere
del Suo Creatore.
Se l’Ora del Disinganno sonasse per tutti nello stesso momento, si assisterebbe a una versione
totalmente nuova sia del paradiso sia dell’inferno.
Impossibile dialogare con il dolore fisico.
Ritirarsi indefinitamente in sé stessi, come Dio dopo i sei giorni. Imitiamolo, almeno in questo.
La luce dell’alba è la vera luce, la luce primordiale. Ogni volta che la contemplo benedico le mie
cattive notti che mi offrono l’occasione di assistere allo spettacolo dell’Inizio. Yeats la definisce
«lasciva». -Bella trovata inevidente.
Venendo a sapere che stava per sposarsi, ho creduto bene di mascherare lo stupore con qualcosa di
generico: «Tutto è compatibile con tutto». - E lui: «E' vero, se l’uomo è compatibile con la donna».
Una fiamma attraversa il sangue. Passare dall’altra parte, aggirando la morte.
Quell’aria vanesia che si assume in occasione di un tiro della sorte...
Al culmine di una impresa che sarebbe ozioso nominare, si ha voglia di esclamare: «Tutto è
consumato! ».
Gli stereotipi dei Vangeli, in particolare della Passione, è sempre bene averli sotto mano nei
momenti in cui si crederebbe di poterne fare a meno.
I tratti scettici, così rari nei Padri della Chiesa, sono ritenuti oggi moderni. Evidentemente perché il
Cristianesimo ha svolto il suo compito, e ciò che agli inizi annunciava la sua fine è ora materia di
diletto.
Ogni volta che vedo un barbone ubriaco, sporco, allucinato, puzzolente, accasciato con la sua
bottiglia sul bordo del marciapiede, penso all’uomo di domani che si cimenta nella sua fine, e riesce
a raggiungerla.
Anche se gravemente disturbato, dice banalità su banalità. Di tanto in tanto un’osservazione che
sfiora il cretinismo e il genio. La disgregazione del cervello deve pur servire a qualcosa.
Quando ci si crede giunti a un certo grado di distacco, si ritengono istrioni tutti gli indaffarati,
compresi i fondatori di religioni. Ma il distacco non partecipa anch’esso dell’istrionismo? Se gli atti
sono mascherate, il rifiuto stesso di quegli atti ne è una: nobile mascherata, tuttavia.
La sua noncuranza mi lascia perplesso e ammirato. Non si affretta verso nulla, non segue alcuna
direzione, non si appassiona per alcun argomento. Si
direbbe che nascendo abbia inghiottito un calmante il cui effetto continua sempre, e che gli permette
di conservare il suo indistruttibile sorriso.
Pietà per colui che, esaurite le riserve di disprezzo, non sa più quale sentimento provare nei
confronti degli altri e di sé stesso!
Tagliato fuori dal mondo dopo aver rotto con tutti gli amici, mi leggeva, con una punta d’accento
russo quasi indispensabile nella fattispecie, l’inizio del libro dei libri. Giunto al momento in cui
Adamo si fa espellere dal Paradiso, restò pensieroso e guardò lontano, mentre più o meno
chiaramente io mi dicevo che dopo millenni di false speranze gli umani, furiosi per aver barato,
avrebbero finalmente ritrovato il senso della maledizione, rendendosi degni così del loro primo
antenato.
Se Meister Eckhart è il solo «scolastico» che si possa ancora leggere, è perché in lui la profondità
si riveste di fascino, di glamour, qualità rara nelle epoche di fede intensa.
Ascoltando quell’oratorio, come ammettere che quelle implorazioni, quelle effusioni strazianti
non nascondano alcuna realtà e non si rivolgano a nessuno, che non vi sia nulla dietro di esse, e che
si debbano perdere per sempre nell’aria?
In un villaggio indiano dove gli abitanti tessevano scialli di cachemire, un industriale europeo fece
un soggiorno prolungato durante il quale si mise a esa-
minare i procedimenti che impiegavano inconsciamente i tessitori. Dopo averli studiati a fondo,
credette bene di rivelarli a quelle persone semplici, che in seguito persero ogni spontaneità e
divennero pessimi operai.
L’eccesso di analisi turba ogni atto. Dissertare troppo sulla sessualità è sabotarla. L’erotismo,
flagello delle società in sfacelo, è un attentato contro l’istinto, è l’impotenza organizzata. Non si
riflette senza pericolo su imprese che fanno a meno della riflessione. L’organismo non è mai stato
un avvenimento filosofico.
La mia dipendenza dal clima mi impedirà sempre di ammettere l’autonomia della volontà. La
meteorologia decide il colore dei miei pensieri. Non si può essere più bassamente determinista di
me, ma che posso farci? Quando dimentico di avere un corpo credo alla libertà. Smetto di credervi
appena esso mi richiama all’ordine e mi impone le sue miserie e i suoi capricci. Montesquieu è qui
al proprio posto: «La felicità o l’infelicità consistono in una certa disposizione organica».
Se avessi realizzato ciò che mi ero proposto, oggi sarei forse più contento? Certamente no.
Partito per andare lontano, verso l’estremo di me stesso, strada facendo mi sono messo a dubitare
del mio compito, e di tutti i compiti.
Generalmente è sotto l’effetto di un umore suicida che ci si invaghisce di un essere o di un’idea.
Quale luce sull’essenza dell’amore e del fanatismo!
Non vi è più grande ostacolo alla liberazione del bisogno d’insuccesso.
Conoscere, volgarmente, è ricredersi su qualcosa; conoscere, in assoluto, è ricredersi su tutto.
L’illuminazione rappresenta un passo oltre: è la certezza che ormai non si sarà mai più vittime
dell’inganno, è un ultimo sguardo sull’illusione.
Mi sforzo di figurarmi il cosmo senza di... me. Fortunatamente c’è la morte per rimediare
all’insufficienza della mia immaginazione.
Siccome i nostri difetti non sono accidenti di superficie ma il fondamento stesso della nostra natura,
non possiamo emendarcene senza deformarla, senza pervertirla ancora di più.
Ciò che vi è di più arcaico è la rivolta, vale a dire la più vitale delle nostre reazioni.
Non penso che in tutta l’opera di Marx vi sia una sola riflessione disinteressata sulla morte.
... E' quanto mi dicevo davanti alla sua tomba a Highgate.
Quel poeta coltiva il genere folgorante.
Preferirei offrire la mia vita in sacrificio piuttosto che essere necessario a chicchessia.

Nella mitologia vedica chiunque si elevi attraverso la conoscenza compromette la tranquillità del
cielo. Gli dèi, sempre all’erta, vivono nel terrore di essere surclassati.
Il Padrone della Genesi faceva altro? non spiava forse l’uomo perché lo temeva? perché vedeva in
lui un concorrente?
Si comprende, in queste condizioni, il desiderio dei grandi mistici di fuggire Dio, i suoi limiti e le
sue miserie, per illimitarsi nella Deità.
Morendo si diventa padroni del mondo.
Quando si rientra in sé da una infatuazione, invaghirsi ancora di un essere umano sembra così
inconcepibile che non si riesce a immaginare nessuno, neanche un insetto, non sfiancato dal
disinganno.
La mia missione è di vedere le cose quali sono. Tutto il contrario di una missione...
Venire da un paese dove l’insuccesso costituiva un obbligo, e dove il «Non ho potuto
realizzarmi» era il Leitmotiv di tutte le confidenze.
A nessuna sorte avrei potuto adattarmi. Ero fatto per esistere prima della mia nascita e dopo la
mia morte, ma non durante la mia esistenza.
Quelle notti in cui ci si persuade che tutti hanno evacuato questo universo, anche i morti, e che si
è l’ultimo vivente, l’ultimo fantasma.
Per elevarsi alla compassione occorre spingere l’ossessione di sé fino alla saturazione, fino alla
nausea, poiché quel parossismo del disgusto è un sintomo di salute, una condizione necessaria per
guardare al di là dei propri triboli o fastidi.
Da nessuna parte il vero; ovunque simulacri, da cui non ci si può aspettare nulla. Perché
aggiungere allora a un disinganno iniziale tutti quelli che arrivano dopo e lo confermano con
regolarità diabolica, giorno dopo giorno?
«Lo Spirito Santo non è scettico» ci insegna Lutero.
Tutti non possono esserlo, ed è un vero peccato.
Lo scoraggiamento, sempre al servizio della conoscenza, ci svela l’altro lato, l’ombra interiore degli
esseri e delle cose. Di lì la sensazione d’infallibilità che ci regala.
Il puro passare del tempo, il tempo nudo, ridotto a essenza di scorrimento, senza la discontinuità
degli istanti, si coglie nelle notti bianche. Tutto scompare. Il silenzio s’insinua ovunque. Si rimane
in ascolto, ma non si sente nulla. I sensi non si volgono più verso l’esterno. Verso quale esterno?
Inabissarsi cui sopravvive quel puro passare attraverso di noi, e che è noi, e che finirà solo con il
sonno o con il giorno.
Il serio non rientra nella definizione dell’esistenza; il tragico sì, perché implica un’idea di
avventura,
di disastro gratuito, mentre il serio richiede uno scopo. Ma la grande originalità dell’esistenza è
di non comportarne alcuno.
Quando si ama qualcuno ci si augura, per essergli più vicino, che lo colpisca una grande sventura.
Essere ormai tentati soltanto dall’al di là degli... estremi.
Se obbedissi al mio primo impulso, passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e di addio.
Ha avuto l’indecenza di morire.
Difatti vi è qualcosa di sconveniente nella morte. Questo aspetto, s’intende, è l’ultimo che venga
in mente.
Ho sprecato ora dopo ora a rimuginare su ciò che mi sembrava assolutamente degno di essere
approfondito: sulla vanità di tutto, su ciò che non merita un secondo di riflessione, perché non si
vede che cosa ci sia ancora da dire pro o contro l’evidenza stessa.
Se preferisco le donne agli uomini è perché hanno il vantaggio di essere più squilibrate, quindi più
complicate, più perspicaci e più ciniche, senza contare quella superiorità misteriosa che
conferisce una schiavitù millenaria.
La Achmatova, come Gogol’, preferiva non possedere nulla. I regali che riceveva li distribuiva, e
qualche giorno dopo si ritrovavano in casa d’altri. Questo tratto ricorda i costumi dei nomadi,
costretti al provvisorio per necessità e per inclinazione. Joseph de Maistre cita il caso di un principe
russo, suo amico, che nel proprio palazzo dormiva dove capitava, e non aveva per così dire letto
fisso, perché viveva con la sensazione di essere di passaggio, accampato in attesa di sloggiare.
... Quando l’Est dell’Europa fornisce simili modelli di distacco, perché cercarne in India o altrove?
Le lettere che si ricevono e in cui si parla solo di dibattimenti interiori e d’interrogazioni
metafisiche stancano presto.
In tutto occorre del meschino perché si abbia l’impressione del vero. Se gli angeli si mettessero a
scrivere sarebbero, tranne quelli decaduti, illeggibili. La purezza è difficile da rendere, perché è
incompatibile con le chiacchiere.
In mezzo alla strada, afferrato di colpo dal «mistero » del Tempo, mi sono detto che sant’Agostino
ha avuto ben ragione di affrontare un simile tema rivolgendosi direttamente a Dio: con chi altri
dibatterne?
Tutto ciò che mi tormenta avrei potuto tradurlo se l’ignominia di non essere musicista mi fosse
stata risparmiata.
In preda a preoccupazioni capitali, nel pomeriggio mi ero messo a letto, posizione ideale per riflet-
tere sul nirvana senz ’altro, senza la minima traccia di un io, ostacolo alla liberazione, allo stato di
nonpensiero. Sentimento di estinzione felice, dapprima, poi estinzione felice senza sentimento. Mi
credevo alla soglia dello stadio ultimo; ne fu solo la parodia nel torpore, nell’abisso... della siesta.
Secondo la tradizione ebraica, la Torah - opera di Dio - precede il mondo di duemila anni. Mai
popolo si è stimato tanto. Attribuire al proprio libro sacro una tale antichità, credere che risalga a
prima del Fiat Lux\
E' così che si crea un destino.
Aperta un’antologia di testi religiosi, incappo subito in questa sentenza del Buddha: « Nessun
oggetto merita il desiderio». - Ho subito chiuso il libro, poiché, dopo, che cosa leggere ancora?
Più s’invecchia, più si manca di carattere. Tutte le volte che si riesce ad averne si è a disagio, si
ha un’aria impacciata. Di lì il malessere davanti a coloro che sentono la convinzione.
La fortuna di aver frequentato un guascone, uno vero. Quello a cui penso non l’ho mai visto
abbattuto. Tutte le sue disgrazie, che furono insigni, me le annunciava come trionfi. La differenza
fra lui e Don Chisciotte era minima. Tuttavia di quando in quando tentava di veder giusto, lui, ma i
suoi sforzi non avevano esito. Restò sino alla fine un velleitario del disinganno.
Se avessi ascoltato i miei impulsi, oggi sarei pazzo o impiccato.
Ho notato che alla conclusione di qualsiasi scossa interiore le mie riflessioni, dopo un breve
slancio, prendevano un andamento penoso e persino grottesco. E' stato invariabilmente cosi nelle
mie crisi, decisive o meno. Appena facciamo un balzo fuori della vita, la vita si vendica, e ci
riconduce al suo livello.
Mi è impossibile sapere se mi prendo sul serio o no. Il dramma del distacco sta nel non poterne
misurare il progresso. Si avanza in un deserto, e non si sa mai a che punto si è.
Ero andato lontano per cercare il sole; e il sole, finalmente trovato, mi era ostile. E se andassi a
gettarmi dall’alto della scogliera? Mentre facevo considerazioni piuttosto tetre, guardando quei pini,
quelle rocce, quelle onde, sentii improvvisamente sino a che punto ero attaccato a quel bell’universo
maledetto.
Molto ingiustamente si accorda al cafard, uno status minore, ben al disotto di quello dell’angoscia.
In realtà è più virulento di questa, ma ha ripugnanza per le manifestazioni che essa predilige. Più
modesto e tuttavia più devastatore, può sorgere in ogni momento, mentre l’altra, distante, si serba
per le grandi occasioni.
Viene come turista, e lo incontro sempre per caso. Stavolta, particolarmente espansivo, mi confida
che sta magnificamente, prova una sensazione di benessere di cui è sempre cosciente. Gli
rispondo che la sua salute mi sembra sospetta, che non è normale accorgersi continuamente di
possederla, che la vera salute non è mai sentita. Diffidi del suo benessere, furono le mie ultime
parole lasciandolo.
Inutile aggiungere che non l’ho più incontrato.
Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero
più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio
miracoloso, per una volta.
Il rimpianto, trasmigrazione in senso inverso, risuscitando a piacere la nostra vita ci dà l’illusione di
averne vissute molte.
Il mio debole per Talleyrand. - Quando si è praticato il cinismo solo a parole, si è pieni di
ammirazione per qualcuno che l’ha tradotto magistralmente in atti.
Se un governo decretasse in piena estate che le vacanze fossero prolungate indefinitamente e
che, pena la morte, nessuno dovesse abbandonare il paradiso dove soggiorna, ne seguirebbero
suicidi in massa e stragi senza precedenti.
La felicità e l’infelicità mi rendono ugualmente infelice. Perché allora mi succede talvolta di
preferire la prima?
La profondità di una passione si misura dai sentimenti bassi che racchiude, e che ne garantiscono
intensità e durata.
La Parca, cattiva ritrattista a detta di Goethe, darebbe ai volti qualcosa di falso, di non vero; certo
lui non l’avrebbe paragonata, come Novalis, al principio che « rende romantica » la vita.
Notiamo a suo discarico che, avendo vissuto cinquant’anni più a lungo dell’autore degli Inni alla
notte, ha avuto tutto il tempo necessario per perdere le proprie illusioni sulla morte.
In treno, una donna di una certa età e di una certa distinzione; al suo fianco, un idiota di una trentina
d’anni, suo figlio, le prendeva di tanto in tanto il braccio e vi deponeva un lungo bacio, per poi
guardarla beato. Lei era radiosa e sorrideva.
Non sapevo che cosa può essere una curiosità pietrificata. Ora lo so per averla provata a quello
spettacolo. Una nuova varietà di costernazione mi veniva rivelata.
La musica esiste solo fintantoché dura l’ascolto, come Dio finché dura l’estasi.
L’arte suprema e l’essere supremo hanno questo in comune: dipendono interamente da noi.
Per taluni, in realtà per la maggior parte, la musica è stimolante e consolatrice; per altri è una
provvidenziale traviatrice, un mezzo insperato per perdersi, per naufragare con ciò che si può avere
di meglio.
Rompere i rapporti con i propri dèi, con gli antenati, con la propria lingua e il proprio paese,
rompere tout court, è una prova terribile, certo; ma anche una prova esaltante, che tanto avidamente
ricercano il transfuga e ancor più il traditore.
Di tutto quello che ci fa soffrire, nulla come il disinganno ci dà la sensazione di raggiungere
finalmente il Vero.
Quando si comincia a decadere, invece di avvilirsene si dovrebbe invocare il diritto di non essere
più sé stessi.
Otteniamo quasi tutto, salvo ciò che speriamo in segreto. Probabilmente è giusto che ciò cui
teniamo di più sia irraggiungibile, che l’essenziale di noi stessi e del nostro tragitto resti nascosto e
irrealizzato. La Provvidenza ha fatto bene le cose: ciascuno tragga profitto e orgoglio dal prestigio
legato alle intime disfatte.
Rimanere identico a sé stesso: a questo fine, secondo lo Zohar, Dio creò l’uomo e gli raccomandò
fedeltà all’albero della vita. Ma quello preferì l’altro albero, situato nella «regione delle variazioni».
La sua caduta? Follia del cambiamento, frutto della curiosità, fonte di tutte le sventure. - E così ciò
che fu solo capriccio nel primo di noi sarebbe divenuto legge per noi tutti.
Un minimo di pietà rientra in ogni forma di affetto, nell’amore e anche nell’amicizia, salvo talvolta
nell’ammirazione.
Uscire indenni dalla vita - potrebbe succedere, ma probabilmente non succede mai.
Un disastro troppo recente ha l’inconveniente d’impedirci di scorgerne i lati buoni.
Schopenhauer e Nietzsche sono quelli che, nel secolo scorso, hanno parlato meglio dell’amore
e della musica. Tuttavia entrambi avevano frequentato solo bordelli, e in fatto di musicisti il primo
andava matto per Rossini, il secondo per Bizet.
Incontrato L. per caso, gli ho detto che la rivalità fra i santi era la più accanita e la più segreta di
tutte. Mi ha chiesto di citargli qualche esempio: al momento non ne ho trovati, e non ne trovo ora.
Ciò nonostante il fatto mi sembra certo...
La coscienza: somma dei nostri malesseri dalla nascita fino allo stato presente. Quei malesseri
sono svaniti; la coscienza resta - ma ha perduto le sue origini..., le ignora persino.
La melanconia si nutre di sé stessa, e per questo non sa rinnovarsi.
Nel Talmud, un’affermazione stupefacente: «Più uomini vi sono, più immagini del divino nella
natura».
Forse era vero all’epoca in cui si fece quell’osservazione, smentita oggi da tutto quanto si vede, e
ancor più in futuro da tutto quanto si vedrà.
Contavo di assistere in vita alla scomparsa della nostra specie. Ma gli dèi mi sono stati avversi.
Sono felice solo quando presagisco la rinuncia e mi ci preparo. Il resto è asprezza e agitazione.
Rinunciare non è facile. Ma tendervi è l’unica cosa che dia quiete. Tendervi? Soltanto il pensarvi
basta a darci l’illusione di essere un altro, e questa illusione è una vittoria, la più lusinghiera, e
anche la più fallace.
Nessuno aveva al pari di lui il senso del gioco universale. Ogni volta che vi alludevo, mi citava con
un sorriso complice la parola sanscrita lila, assoluta gratuità secondo il Vedànta, creazione del
mondo per divertimento divino. Quanto abbiamo riso, insieme, di tutto! E ora lui, il più gioviale dei
disingannati, eccolo gettato in quel vuoto per colpa sua, per essersi degnato, una volta tanto, di
prendere il nulla sul serio.
DI FRONTE AGLI ISTANTI
Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una
marionetta.
Quando si cade sotto l’incantesimo della morte, tutto avviene come se la si fosse conosciuta in
un’esistenza precedente, e si fosse ora impazienti di ritrovarla al più presto.
Non appena sospettate qualcuno della più lieve attrazione per il Futuro, sappiate che il sospetto
conosce l’indirizzo di vari psichiatri.
«Le vostre verità sono irrespirabili». - «Sono tali per voi» ho subito replicato a quell’innocente.
Eppure avrei avuto voglia di aggiungere: «Anche per me», invece di fare il rodomonte...
L’uomo non è contento di essere uomo. Ma non sa a che cosa ritornare, né come ripristinare uno
stato di cui ha perduto ogni ricordo distinto. La nostalgia che ne prova è il fondamento del suo
essere, e per mezzo di essa comunica con quanto sussiste in lui di più antico.
Nella chiesa deserta l’organista si esercitava. Nessun altro, salvo un gatto che venne a girarmi
attorno... La sua premura fu per me una scossa: mi assalirono le martorianti domande di sempre. La
risposta dell’organo non mi parve soddisfacente, ma nello stato in cui mi trovavo era pur sempre
qualcosa.
L’essere idealmente veridico - che siamo sempre padronissimi di immaginare - sarebbe colui
che non cercasse mai rifugio nell’eufemismo.
Senza rivali nel culto dell’Impassibilità, vi ho aspirato freneticamente, di maniera che più volevo
raggiungerla più me ne allontanavo. Giusta sconfitta per chi persegue uno scopo contrario alla sua
natura.
Si va di smarrimento in smarrimento. Questa considerazione è senza importanza, e non impedisce a
nessuno di realizzare il suo destino, di accedere insomma allo smarrimento integrale.
L’ansia, lungi dal derivare da uno squilibrio nervoso, si fonda sulla costituzione stessa di questo
mondo, e non si vede perché non si dovrebbe essere ansiosi in ogni momento, visto che il tempo
medesimo non è che ansia in piena espansione, un’an-

sia di cui non si distingue né l’inizio né la fine, un’ansia eternamente conquistatrice.


Sotto il cielo più desolato, due uccelli, indifferenti a quello sfondo lugubre, si inseguono... La loro
esultanza così evidente è più adeguata a riabilitare un vecchio istinto che non la letteratura erotica
nella sua interezza.
I pianti di ammirazione - unica scusa di questo universo, dato che gliene occorre una.
Per solidarietà con un amico appena morto, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciato sommergere
da quel mezzo caos che precede il sonno. In capo ad alcuni minuti ho creduto di afferrare quella
realtà infinitesimale che ci collega ancora alla coscienza. Ero alla soglia della fine? Un istante dopo,
mi trovavo in fondo a un abisso, senza la minima traccia di paura. Non essere più sarebbe dunque
così semplice? Probabile, se la morte fosse solo un’esperienza, ma essa è l’esperienza medesima.
Che idea, quindi, giocare con un fenomeno che accade una volta sola! L’unico non si sperimenta.
Più si è sofferto, meno si rivendica. Protestare è segno che non si è attraversato alcun inferno.
Come se non avessi già abbastanza noie, ecco che mi tormentano quelle che si dovevano
conoscere nell’età delle caverne.
Ci si odia perché non ci si può dimenticare, perché non si può pensare ad altro. E' inevitabile che si
sia esasperati da quella preferenza eccessiva, e ci si sforzi di trionfarne. Odiarsi è tuttavia lo
stratagemma meno efficace per riuscirvi.
La musica è un’illusione che riscatta tutte le altre. (Se illusione fosse un vocabolo destinato a
sparire, mi chiedo che cosa diventerei).
A nessuno è dato, in uno stato di neutralità, di percepire la pulsazione del Tempo. Per riuscirvi,
è necessario un malessere sui generis, favore giunto non si sa da dove.
Quando si è intravista la vacuità e si è votato alla shunyata un culto di volta in volta ostentato e
clandestino, non si è capaci di sottomettersi a un dio meschino, incarnato, personale. D’altra parte,
la nudità indenne da ogni presenza, da ogni contaminazione umana, da cui sia bandita l’idea stessa
di un io, compromette la possibilità di qualsiasi culto, necessariamente legato a un’ombra di
supremazia individuale. Perché, secondo un inno di Mahayana, «se tutte le cose sono vuote, chi
viene celebrato, e da chi? ».
Ben più del tempo, è il sonno l’antidoto alla sofferenza. Per contro l’insonnia, che ingigantisce la
minima contrarietà e la converte in sventura, veglia sulle nostre ferite e impedisce loro di deperire.
Invece di fare attenzione alla faccia dei passanti, guardavo i loro piedi, e tutti quegli agitati si
riducevano a passi che si precipitavano - verso che cosa? E mi parve chiaro che la nostra missione
era di sfiorare la polvere alla ricerca di un mistero privo di serietà.
La prima cosa che mi raccontò un amico perso di vista da molti anni: da lunga data aveva fatto
scorta di veleni, ma non era riuscito a uccidersi perché non aveva saputo quale scegliere...
Non si ledono le proprie ragioni di vivere senza ledere allo stesso tempo quelle di scrivere.
La non-realtà è un’evidenza che dimentico e riscopro ogni giorno. A tal punto questa commedia
coincide con la mia esistenza che non arrivo a dissociarle. Perché quel buffo ricominciare, perché
quella farsa?
E tuttavia non lo è, poiché grazie ad essa faccio parte dei viventi, o ne ho la parvenza.
Ogni individuo, in quanto tale, anche prima di decadere letteralmente è già decaduto, e agli antipodi
del suo modello originario.
Come spiegare che il fatto di non essere stato, la colossale assenza che precede la nascita non
sembra disturbare nessuno, e anche chi ne è turbato non lo è oltre misura?
Secondo un cinese, una sola ora di felicità è quanto un centenario potrebbe ammettere dopo aver
riflettuto bene sulle vicissitudini della sua esistenza.
... Siccome tutti esagerano, perché i saggi dovrebbero fare eccezione?
Vorrei dimenticare tutto e risvegliarmi di fronte alla luce di prima degli istanti.
La melanconia riscatta questo universo, e tuttavia è lei a separarcene.
Aver passato la giovinezza a una temperatura di demiurgia.
Quante delusioni conducono all’amarezza? - Una o mille, secondo il soggetto.
Concepire l’atto di pensare come bagno di veleno, come un passatempo di vipera elegiaca.
Dio è l’essere condizionato per eccellenza, lo schiavo degli schiavi, prigioniero dei suoi attributi, di
ciò che è. L’uomo, al contrario, ha un certo gioco in quanto non è, in quanto, possedendo una
falsa esistenza, si dibatte nella sua pseudorealtà.
Per affermarsi, la vita ha dato prova di rara ingegnosità; e non meno per negarsi. Quali mezzi ha
potuto inventare per disfarsi di sé stessa! La morte è di gran lunga la sua trovata, il suo
prodigioso successo.
Le nuvole sfilavano. Nel silenzio della notte, si sarebbe potuto sentire il rumore che facevano
affrettandosi. Perché siamo qui? che senso può avere la nostra infima presenza? Domanda senza
risposta, cui tuttavia risposi spontaneamente, senz’ombra di riflessione, e senza arrossire per aver
proferito una insigne banalità: « E' per torturarci che siamo qui, e per nient’altro».
Se mi avessero avvertito che i miei istanti, come tutto il resto, mi stavano per abbandonare,
non avrei provato né paura, né rimpianto, né gioia. Assenza senza pecche. Ogni accento personale
era scomparso da ciò che credevo di provare ancora, ma a dire il vero non provavo più niente,
sopravvivevo alle mie sensazioni, e tuttavia non ero un morto vivente - ero in vita, ma come lo si è
raramente, come lo si è una volta sola.
Praticare i Padri del Deserto e lasciarsi tuttavia commuovere dalle ultime notizie! Nei primi
secoli della nostra èra avrei fatto parte di quegli eremiti di cui si dice che in capo a qualche tempo
erano « stanchi di cercare Dio».
Anche se apparsi già troppo tardi, saremo invidiati dai nostri immediati successori, e più ancora dai
successori lontani. Ai loro occhi sembreremo dei privilegiati, e a giusto titolo, giacché è un
vantaggio essere il più lontano possibile dal futuro.
Che nessuno entri qui se ha passato un solo giorno al riparo dallo stupore!
Il nostro posto è da qualche parte tra l’essere e il non essere, tra due finzioni.
L'altro, bisogna ammetterlo, per noi fa la figura di un allucinato. Lo seguiamo solo fino a un
certo punto. Dopo necessariamente farnetica, perché anche le sue preoccupazioni più legittime ci
paiono ingiustificate e inspiegabili.
Non chiedere mai al linguaggio di fare uno sforzo sproporzionato alla sua capacità naturale, in
ogni caso non forzarlo a dare il massimo. Evitiamo le promesse esagerate delle parole, per paura
che, sfinite, non possano più tirarsi dietro il fardello di un significato.
Nessun pensiero più traviatore né più rassicurante del pensiero della morte. È probabilmente a causa
di quella duplice qualità che lo si rimugina al punto di non poterne fare a meno. Che fortuna
incontrare, nello stesso tempo, un tossico e un farmaco, una rivelazione che vi uccide e vi fa vivere,
un veleno corroborante!
Dopo le Variazioni Goldberg — musica « sopraessenziale », per usare il gergo mistico - chiudiamo
gli occhi abbandonandoci all’eco che hanno suscitato in noi. Non esiste più nulla, se non una
pienezza senza contenuto che è appunto la sola maniera di sfiorare il Supremo.
Per attingere la liberazione bisogna credere che tutto sia reale, oppure che niente lo sia. Ma noi di-
stinguiamo solo gradi di realtà, giacché le cose ci appaiono più o meno vere, più o meno esistenti. E
così non sappiamo mai a che punto siamo.
La serietà non è esattamente un attributo dell’esistenza; il tragico sì, perché implica un’idea di
disastro gratuito, mentre la serietà suggerisce un minimo di finalità. Ma è appunto l’attrattiva
dell’esistenza non comportarne alcuna.
Risalire fino allo zero supremo da cui deriva questo zero subalterno che ci costituisce.
Ognuno attraversa la propria crisi prometeica, e tutto quello che fa in seguito consiste nel
vantarsene o nel pentirsene.
Esporre un cranio in una vetrina è già una sfida; uno scheletro intero, uno scandalo. Anche se gli
si getta solo uno sguardo furtivo, come farà poi lo sventurato passante ad attendere ai suoi affari, e
con quale animo l’innamorato andrà al suo appuntamento?
A maggior ragione una sosta prolungata davanti alla nostra ultima metamorfosi non potrà che
scoraggiare desiderio e delirio.
... E così, allontanandomi, non mi restava altro che maledire quell’orrore verticale e il suo
ghigno ininterrotto.
«Quando l’uccello del sonno pensò di fare il nido nella mia pupilla, vide le ciglia e si spaventò della
rete».
Chi meglio di questo Ibn al-Hamara, poeta arabo d’Andalusia, ha colto l’insondabile dell’insonnia?
Quegli attimi in cui basta il ricordo, o anche meno, per scivolare fuori del mondo...
Somigliare a un corridore che si fermi nel bel mezzo della corsa per cercare di capire che
senso abbia. Meditare è una confessione di affanno.
Forma invidiabile di fama: legare il proprio nome, come il nostro primo antenato, a uno scompiglio
che stupirà generazioni.
« Ciò che è impermanente è dolore; ciò che è dolore è non-io. Ciò che è non-io non è mio, io non
sono quello, quello non è me» (Samyutta-Nikaya).
Ciò che è dolore è non io. E' difficile, è impossibile essere d’accordo con il buddhismo su questo
punto, pur tuttavia capitale. Il dolore è per noi ciò che vi è di più noi stessi, più «sé». Strana
religione! Vede dolore ovunque, e nello stesso tempo lo dichiara irreale.
Sulla sua fisionomia, più nessuna traccia di beffa. Perché aveva un attaccamento quasi sordido alla
vita. Coloro che non si sono degnati di aggrapparvisi conservano un sorriso canzonatorio, segno di
liberazione e di trionfo. Non vanno verso il nulla, l’hanno lasciato.
Tutto giunge troppo tardi, tutto è troppo tardi.
Prima dei suoi gravi problemi di salute era un dotto; poi... è caduto nella metafisica. Per aprirsi
al delirio essenziale occorre il concorso di miserie fedeli, bramose di rinnovarsi.
Aver sollevato degli Himalaya tutta la notte - e chiamarlo sonno.
A quale sacrificio non mi presterei per liberarmi di questo io pietoso, che in questo stesso attimo
occupa nel tutto un posto che nessun dio ha osato sognare!
Occorre un’immensa umiltà per morire. Lo strano è che tutti ne diano prova.
Quelle onde, con il loro affaccendarsi e il loro sempiterno farnetico, sono eclissate, in fatto di
inutilità, dalla frenesia ancora più insulsa della città.
Quando, chiudendo gli occhi, ci lasciamo sommergere da quel duplice rombo, crediamo di assistere
ai preparativi della Creazione, e presto ci perdiamo in elucubrazioni cosmogoniche.
Meraviglia delle meraviglie: nessun intervallo fra la vibrazione prima e il punto innominabile cui
siamo pervenuti.
Ogni forma di progresso è una perversione, nel senso in cui l’essere è una perversione del non-
essere.
Per quanto abbiate sopportato veglie di cui sarebbe invidioso un martire, se non hanno segnato i
vostri tratti nessuno vi crederà. In mancanza di testimoni, continuerete a passare per burloni, e
recitando la commedia meglio di chiunque altro sarete voi stessi il primo complice degli increduli.
La prova che un atto generoso è contro natura è che suscita, a volte immediatamente, a volte a
distanza di mesi o di anni, un malessere che non si osa confessare a nessuno, neanche a sé stessi.
A quel servizio funebre non si parlava che di ombra e di sogno, e di limo che ritorna al limo. Poi,
senza transizione, si promise al defunto gioia eterna e quel che ne consegue. Tanta incoerenza
m’irritò, e mi fece abbandonare il pope e il trapassato.
Allontanandomi, non ho potuto fare a meno di pensare che non ero nelle condizioni di
protestare contro quelli che si contraddicono così platealmente.
Quale sollievo gettare nella pattumiera un manoscritto, testimone di una recrudescenza di febbre, di
una frenesia costernante!
Stamattina ho pensato, dunque ho perso la bussola, per un buon quarto d’ora...
Tutto ciò che ci affligge ci permette di definirci. Senza indisposizioni, nessuna identità. Fortuna e
disgrazia di un organismo cosciente.
Se descrivere una disgrazia fosse facile come viverla!
Lezione quotidiana di ritegno: pensare, anche solo per la durata di un lampo, che un giorno si
parlerà dei nostri resti.
Si insiste sulle malattie della volontà, e si dimentica che la volontà come tale è sospetta, e che non è
normale volere.
Dopo avere sproloquiato per ore, eccomi invaso dal vuoto. Dal vuoto e dalla vergogna. Non è
indecente sciorinare i propri segreti, smerciare il proprio stesso essere, raccontare e raccontarsi,
mentre i momenti più pieni della propria vita si sono conosciuti durante il silenzio, durante la
percezione del silenzio?
Adolescente, Turgenev aveva appeso nella sua stanza il ritratto di Fouquier-Tinville.
La giovinezza ha sempre e ovunque idealizzato i carnefici, a patto che abbiano infierito in nome
del vago e del roboante.
La vita e la morte hanno del pari scarso contenuto. Per disgrazia questo lo si sa sempre troppo tardi,
quando non può più aiutare né a vivere né a morire.
Siete tranquilli, dimenticate il vostro nemico, che invece veglia e aspetta. Si tratta però di essere
pron-
ti quando si scaglierà contro di voi. Avrete la meglio, giacché sarà indebolito da quell’enorme
consumo di energia che è l’odio.
Di tutto ciò che si prova, niente dà tanto l’impressione di essere al cuore stesso del vero quanto gli
accessi di disperazione senza ragione: a paragone, tutto sembra frivolo, sofisticato, privo di
sostanza e d’interesse.
Stanchezza indipendente dall’usura degli organi, stanchezza intemporale, per cui non esiste
palliativo, e che nessun riposo, foss’anche l’ultimo, potrebbe vincere.
Tutto è salutare, salvo interrogarsi ininterrottamente sul senso dei nostri atti, tutto è preferibile alla
sola domanda che importa.
Occupandomi, tempo addietro, di Joseph de Maistre, invece di spiegare il personaggio accumulando
particolari su particolari, avrei dovuto ricordare che non riusciva a dormire più di tre ore. Ciò basta
per far capire gli eccessi di un pensatore o di chicchessia. Avevo tuttavia omesso di segnalare
il fatto. Omissione tanto più imperdonabile in quanto gli umani si dividono in dormienti e veglianti,
due esemplari di esseri, per sempre eterogenei, che in comune hanno soltanto l’aspetto fisico.
Respireremmo finalmente meglio se un bel mattino ci dicessero che la quasi totalità dei nostri simili
si è volatilizzata come per incanto.
Bisogna avere forti inclinazioni religiose per poter proferire con convinzione la parola essere,
bisogna credere per dire di un oggetto o di qualcuno semplicemente che è.
Ogni stagione è una prova: la natura non cambia e non si rinnova se non per colpirci.
All’origine del minimo pensiero si profila un leggero squilibrio. Che dire allora di quello da cui
deriva il pensiero stesso?
Se nelle società primitive ci si sbarazza un po’ troppo in fretta dei vecchi, in quelle civilizzate,
per contro, li si lusinga e li si rimpinza. Il futuro, senz’alcun dubbio, mutuerà solo il primo modello.
Per quanto abbandoniate una data credenza religiosa o politica, conserverete la tenacia e
l’intolleranza che vi avevano spinto ad adottarla. Sarete sempre furiosi, ma il vostro furore sarà
diretto contro la fede abbandonata; il fanatismo, legato alla vostra essenza, vi persisterà
indipendentemente dalle convinzioni che potrete difendere o rigettare. Il fondo, il vostro fondo,
resta lo stesso, e non è cambiando opinione che riuscirete a modificarlo.
Lo Zohar ci mette in difficoltà: se dice il vero, il povero si presenta davanti a Dio con la sua
anima soltanto, mentre gli altri con niente se non il loro corpo.
Nell’impossibilità di pronunciarsi, la cosa migliore rimane aspettare.
Non confondere talento e verve. Il più spesso la verve è caratteristica del facitore.
D’altra parte, senza di essa come dare mordente a verità ed errori?
Non un istante in cui riesca a capacitarmi di trovarmi precisamente in quell’istante.
Su decine di sogni che abbiamo fatto uno solo, a dir tanto, è significativo. Il resto - rifiuti,
letteratura sciocca o vomitevole, immagini di un genio inutile.
I sogni stiracchiati attestano l’indigenza del «sognatore», che non sa in che modo concludere, si
sforza di trovare uno scioglimento senza riuscirci, proprio come in teatro, dove l’autore moltiplica
le peripezie perché non sa come e dove fermarsi.
Le mie noie, o piuttosto i miei mali, seguono una politica che mi supera. A volte si accordano e
avanzano insieme, a volte ciascuno va per la sua strada, spessissimo si combattono, ma che
s’intendano o che bisticcino, si comportano come se le loro manovre non mi riguardassero, come se
ne fossi solo lo spettatore attonito.
Ci importa solamente ciò che non abbiamo realizzato, ciò che non potevamo realizzare, sicché di
una vita non resta altro che quello che non è stata.
Sognare un’impresa di demolizione che non risparmiasse neppure una traccia del bang originario.
ESASPERAZIONI
Stagno di Soustons, due del pomeriggio. Remavo. Ad un tratto, folgorato da una reminiscenza
vocabolariesca: All is of no avail (nulla serve a nulla). Se fossi stato solo, mi sarei gettato subito in
acqua. Mai ho sentito con tale violenza il bisogno di mettere un termine a tutto questo.
Divorare una biografia dopo l’altra per persuadersi meglio dell’inutilità di qualsiasi impresa, di
qualunque destino.
Mi imbatto in X. Avrei dato qualsiasi cosa al mondo per non incontrarlo mai più. Dover subire
simili soggetti! Mentre parlava, non riuscivo a darmi pace di non disporre di un potere
soprannaturale che ci annichilisse entrambi all’istante.
Questo corpo, a che serve se non a farci comprendere quel che vuol dire la parola torturatore?
Il senso acuto del ridicolo rende malagevole, anzi impossibile il minimo atto. Felici quelli che non
ne sono dotati! La Provvidenza ha vegliato su di loro.
A una mostra di arte orientale, un Brahma a teste multiple, avvilito, mesto, inebetito al massimo
grado.
E' in questo atteggiamento che mi piace veder rappresentato il dio degli dèi.
Esasperato da tutti. Ma mi piace ridere. E non posso ridere da solo.
Non avendo mai saputo quello che ricercavo in questo mondo, attendo sempre chi potrebbe
dirmi quello che ricerca lui.
Alla domanda sul perché i monaci che lo seguivano fossero così raggianti, il Buddha rispose che era
perché non pensavano né al passato né al futuro. Ci si rabbuia, infatti, appena si pensa all’uno o
all’altro, e ci si rabbuia del tutto appena si pensa a entrambi.
Diversivo alla desolazione: chiudere a lungo gli occhi per dimenticare la luce e tutto ciò che svela.
Appena uno scrittore si maschera da filosofo, si può essere certi che è per camuffare più di una
carenza. L’idea, un paravento che non nasconde nulla.
Nell’ammirazione come nell’invidia gli occhi si accendono improvvisamente. Come distinguere
l’una dall’altra in coloro di cui non si è sicuri?
Mi chiama in piena notte per annunciarmi che non può dormire. Gli tengo un vero e proprio
corso su questa varietà di disgrazia che è, in realtà, la disgrazia stessa. Alla fine sono così contento
della mia performance che torno a letto come un eroe, fiero di sfidare le ore che mi separano dal
giorno.
Pubblicare un libro comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale.
Non bisognerebbe mai scrivere su nessuno. Ne sono così persuaso che ogni qual volta sono
indotto a farlo il mio primo pensiero è di attaccare, anche se l’ammiro, colui del quale devo parlare.
«E Dio vide che la luce era buona».
Tale è anche il parere dei mortali, a eccezione dell’insonne, per cui essa è un’aggressione, un nuovo
inferno più temibile di quello della notte.
Arriva un momento in cui la negazione stessa perde il suo lustro e, deteriorata, raggiunge, come le
evidenze, le fognature.
Secondo Louis de Broglie, vi sarebbe una parentela tra il « fare dello spirito » e il fare scoperte
scientifiche, perché spirito significa qui la capacità «di stabilire all’improvviso accostamenti
inattesi».

Se fosse così, i tedeschi non sarebbero indicati per introdurre innovazioni in ambito scientifico. Già
Swift si meravigliava che un popolo di tangheri avesse al suo attivo un così gran numero di
invenzioni. Ma l’invenzione non presuppone tanto l’agilità quanto la perseveranza, la capacità di
scavare, di frugare, di intestardirsi... La scintilla sorge dall’ostinazione.
Nulla è fastidioso per chi è spinto dalla mania dell’approfondimento. Impermeabile alla noia,
si soffermerà indefinitamente su qualsiasi cosa: senza riguardi, se è scrittore, per i lettori; senza
neppure degnarsi, se è filosofo, di prenderli in considerazione.
Racconto a uno psicoanalista americano che nella proprietà di un’amica ho fatto, potatore incallito,
una caduta che avrebbe potuto essermi fatale, mentre mi accanivo sui rami secchi di una
sequoia. «Non è per potarla che le si è accanito contro, è per punirla del fatto di durare più di Lei.
Le serbava rancore perché le sopravvivrà, e il Suo desiderio segreto era di vendicarsi spogliandola
dei suoi rami».
... Ce n’è di che disgustarvi per sempre di ogni spiegazione profonda.
Un altro yankee, stavolta professore, si lagnava di non sapere su quale argomento imperniare il
suo prossimo corso.
«Perché non sul caos e il suo fascino?». «E' una cosa che non conosco. Non ho mai sentito
questo genere di suggestioni» mi rispose.
E' più facile intendersi con un mostro che con l’opposto di un mostro.
Leggevo Le bateau ivre a qualcuno che non lo conosceva e che del resto era incompetente in fatto
di poesia.
« Si direbbe che provenga dal terziario » fu il suo commento a lettura finita. E' comunque un
giudizio.
P. Tz. - Un genio, se mai ve ne furono. Frenesia orale per terrore o impossibilità di scrivere.
Disseminati nei Balcani, mille e mille motti perduti per sempre. Come dare un’idea della sua verve
e della sua follia? «Sei una mescolanza di Don Chisciotte e di Dio» gli dissi un giorno. Al momento
ne fu lusingato, ma la mattina dopo, prestissimo, venne a notificarmi: «Quella storia di Don
Chisciotte non mi piace».
Dai dieci ai quattordici anni abitavo in una pensione familiare. Tutte le mattine, andando al
ginnasio, quando passavo davanti a una libreria non mancavo di gettare un rapido sguardo ai libri,
che cambiavano relativamente spesso persino in quella città di provincia in Romania. Uno solo, in
un angolo della vetrina, sembrava dimenticato da mesi: Bestia umana (La Bête humaine di Zola).
Di quei quattro anni, il solo ricordo che mi assilli è quel titolo.
I miei libri, la mia opera... Il lato grottesco di questi possessivi. Tutto si è guastato da quando la
letteratura ha smesso di essere anonima. La decadenza risale al primo autore.
Avevo deciso un tempo di non stringere più la mano a chi fosse in buona salute. Ho dovuto tuttavia

transigere, giacché presto ho scoperto che molti di quelli che sospettavo sani lo erano meno di
quanto pensassi. A che pro farmi dei nemici sulla base di semplici sospetti?
Nulla ostacola tanto la continuità della riflessione come il sentire la presenza insistente del
cervello. Questa è forse la ragione per cui i pazzi pensano solo per lampi.
Quel passante, che vuole? perché vive? E quel bambino, e sua madre, e quel vecchio?
Nessuno trovò grazia ai miei occhi durante quella maledetta passeggiata. Alla fine penetrai in una
macelleria dove era appeso qualcosa come mezzo bue. A quello spettacolo, fui sul punto di
scoppiare in singhiozzi.
Nei miei accessi di furore mi sento spiacevolmente vicino a san Paolo. Mie affinità con i forsennati,
con tutti quelli che detesto. Chi mai ha assomigliato tanto ai suoi opposti?
Più di tutto mi ripugna il dubbio metodico. Voglio sì dubitare, ma solo quando mi va.
Sorto da una specie di Inefficacia primordiale... Poco fa volevo concentrarmi su un argomento
serio, e non riuscendovi mi sono coricato. Spesso i miei progetti mi hanno portato a letto, termine
predestinato delle mie ambizioni.
Si ha sempre qualcuno sopra di sé: al di là di Dio stesso si eleva il Nulla.
Perire! - la parola che amo più di tutte, e che curiosamente non mi suggerisce nulla di irreparabile.
Quando devo incontrare qualcuno, mi prende un tale desiderio di isolamento che al momento di
parlare perdo completamente il controllo delle mie parole, e il loro capitombolare viene scambiato
per verve.
Questo universo così magistralmente fallito! - è quello che ci si ripete quando si è in vena di
concessioni.
La spacconata non va di pari passo con il dolore fisico. Appena la nostra carcassa si fa viva, siamo
riportati alle nostre dimensioni normali, alla certezza più mortificante, più devastatrice.
Quale incitamento all’ilarità sentire la parola scopo seguendo un corteo funebre!
Si muore da sempre, e tuttavia la morte non ha perso nulla della sua freschezza. E' qui che giace
il segreto dei segreti.
Leggere è lasciare che un altro fatichi per voi. La forma più delicata di sfruttamento.

Chiunque ci cita a memoria è un sabotatore che bisognerebbe portare in tribunale. Una citazione
storpiata equivale a un tradimento, un’ingiuria, un danno tanto più grave in quanto si è voluto farci
un favore.
Che cosa sono i tormentati, se non martiri esacerbati dal non sapere per chi immolarsi?
Pensare è piegarsi alle ingiunzioni e ai ghiribizzi di una salute incerta.
Cominciata la giornata con Meister Eckhart, mi sono rivolto poi a Epicuro. E la giornata non è
ancora finita: con chi la concluderò?
Appena esco dall’«io», mi addormento.
Chi non crede al Destino dimostra di non essere vissuto.
Se mai un giorno mi accada di morire...
Una signora di una certa età pensò bene, superandomi, di proclamare senza guardarmi: «Oggi
dappertutto non vedo altro che cadaveri ambulanti». Poi, sempre senza guardarmi, aggiunse:
«Sono pazza, vero, signore?». - «Mica tanto» ho replicato con aria complice.
Vedere in ogni bebé un futuro Riccardo III...
A tutte le età scopriamo che la vita è un errore. Ma a quindici anni è una rivelazione in cui c’è un
brivido di terrore e un pizzico di magia. Col tempo quella rivelazione, degenerata, diventa truismo,
e così rimpiangiamo l’epoca in cui era fonte di imprevisto.
Nella primavera del 1937, mentre passeggiavo nel parco dell’ospedale psichiatrico di Sibiu, in
Transilvania, un « pensionante » mi avvicinò. Scambiammo due parole, poi gli dissi: «Si sta bene
qui». «Certo. Vale la pena di essere matto» mi rispose. «Ma Lei è pur sempre in una specie di
carcere ». « Sì, forse, ma qui si vive senza la minima preoccupazione. Per di più la guerra si
avvicina, lo sa quanto me. Questo posto è sicuro. Non c’è richiamo alle armi, e poi nessuno
bombarda un asilo di alienati. Al Suo posto mi farei internare subito».
Turbato, meravigliato, lo lasciai, e cercai di sapere qualcosa di più su di lui. Mi assicurarono che
era realmente folle. Folle o no, nessuno mi ha mai dato consiglio più ragionevole.
È l’umanità tarata a costituire la materia della letteratura. Lo scrittore si rallegra della perversione di
Adamo, e prospera solo in quanto ciascuno di noi la assume e la rinnova.
In fatto di patrimonio biologico, la minima innovazione pare rovinosa. Conservatrice, la vita si
sviluppa solo grazie alla ripetizione, al cliché, alla pomposità. Tutto l’opposto dell’arte.
Gènghiz khan si faceva accompagnare nelle sue spedizioni dal più grande saggio taoista del suo
tem-
po. L’estrema crudeltà raramente è volgare: ha sempre qualcosa di strano e di raffinato che ispira
paura e rispetto. Guglielmo il Conquistatore, impietoso verso i suoi compagni come verso i nemici,
amava soltanto le bestie selvagge e le oscure foreste, dove passeggiava sempre da solo.
Mi preparavo a uscire, quando per aggiustarmi il foulard mi guardai nello specchio.
Improvvisamente uno spavento indicibile: chi è? Impossibile riconoscermi. Per quanto identificassi
soprabito, cravatta, cappello, non sapevo chi fossi, giacché non ero io. Durò un certo numero di
secondi: venti, trenta, quaranta? Quando riuscii a ritrovarmi, il terrore nondimeno persistè. Bisognò
attendere che consentisse a eclissarsi.
Per costruire la conchiglia, un’ostrica deve farsi passare nel corpo cinquantamila volte il proprio
peso d’acqua marina.
... Dove sono andato a cercare lezioni di pazienza!
Letta da qualche parte la constatazione: «Dio parla solo di sé».
Su questo preciso punto, l’Altissimo ha più di un rivale.
Essere o non essere.
... Né l’uno né l’altro.
Ogni volta che mi imbatto anche solo su una sentenza buddhista, mi prende la voglia di ritornare a
quella saggezza che ho tentato di assimilare per un periodo di tempo abbastanza lungo e da cui,
inspie-
gabilmente, mi sono in parte allontanato. In essa risiede non tanto la verità, ma qualcosa di meglio...
e attraverso di essa si accede a quello stato in cui si è mondati di tutto, in primo luogo delle
illusioni. Non averne più neppure una senza tuttavia rischiare il crollo, sprofondare nel disinganno
evitando l’asprezza, emanciparsi ogni giorno di più dall’obnubilamento in cui si trascinano queste
orde di viventi.
Morire è cambiare genere, è rinnovarsi...
Diffidare dei pensatori la cui mente funziona soltanto a partire da una citazione.
Se i rapporti fra gli uomini sono così difficili, è perché sono stati creati per spaccarsi la faccia, e
non per avere «rapporti».
La conversazione con lui era convenzionale come quella con un agonizzante.
Finire di essere non significa nulla, non può significare nulla. A che pro occuparsi di ciò che
sopravvive a un’irrealtà, di una falsa apparenza che succede ad altra falsa apparenza? La morte non
è effettivamente nulla, tutt’al più è un simulacro di mistero, come la vita stessa. Propaganda
antimetafisica dei cimiteri...
Nella mia infanzia una figura mi impressionava molto: quella di un contadino che, dopo essere en-
trato in possesso di un’eredità, andava di taverna in taverna seguito da un «musicista». Un
magnifico giorno d’estate: tutto il villaggio era nei campi; lui solo, accompagnato dal suo violinista,
percorreva le vie deserte, canticchiando qualche romanza. In capo a due anni si ritrovò squattrinato
come prima. Ma gli dèi si mostrarono clementi: morì subito dopo. Senza sapere perché, ero
affascinato, e ne avevo ben donde. Quando ora penso a lui, continuo a credere che fosse veramente
qualcuno, che di tutti gli abitanti del paesello solo lui fosse di levatura sufficiente per rovinarsi la
vita.
Voglia di ruggire, di sputare in faccia alla gente, di trascinarla per terra, di calpestarla...
Mi sono esercitato alla decenza per umiliare la mia rabbia, e la mia rabbia si vendica appena può.
Se mi chiedessero di riassumere il più brevemente possibile la mia visione delle cose, di ridurla alla
sua espressione più succinta, metterei al posto delle parole un punto esclamativo, un ! definitivo.
Il dubbio s’insinua dappertutto, ma con un’enorme eccezione: non c’è musica scettica.
Demostene copiò di suo pugno Tucidide otto volte. Così si impara una lingua. Bisognerebbe avere il
coraggio di trascrivere tutti i libri che si amano.
Che qualcuno detesti ciò che facciamo, più o meno lo ammettiamo. Ma se disdegna un libro che gli
abbiamo raccomandato è molto più grave, e ci col
pisce come un subdolo attacco. Si mette dunque in dubbio il nostro gusto, e anche il nostro
discernimento!
Quando osservo il mio scivolare nel sonno ho l’impressione di sprofondare in un abisso
provvidenziale, di cadervi per l’eternità, senza poterne mai evadere. D’altronde non mi sfiora alcun
desiderio d’evasione. Ciò che mi auguro in quegli attimi è di percepirli il più nettamente possibile,
di non perderne nulla e di goderne fino all’ultimo prima dell’incoscienza, prima della beatitudine.
L’ultimo poeta importante di Roma, Giovenale, l’ultimo scrittore notevole della Grecia,
Luciano, hanno lavorato sull’ironia. Due letterature che sono finite con l’ironia. Come tutto,
letteratura o no, dovrebbe finire.
Questo ritorno all’inorganico non dovrebbe assolutamente affliggerci. Un fenomeno cosi penoso,
per non dire risibile, ci rende tuttavia codardi. E' tempo di ripensare la morte, di immaginare un
fallimento meno comune.
Smarrito quaggiù, come mi sarei smarrito probabilmente ovunque.
Non possono esservi sentimenti puri fra coloro che seguono vie analoghe. Basta ricordarsi gli
sguardi che si lanciano reciprocamente quelle che dividono lo stesso marciapiede.

Si capiscono di gran lunga più cose annoiandosi che non lavorando, giacché lo sforzo è il nemico
mortale della meditazione.
Passare dal disprezzo al distacco sembra facile. Eppure non è tanto un passaggio quanto un’impresa,
una realizzazione. Il disprezzo è la prima vittoria sul mondo; il distacco l’ultima, la suprema.
L’intervallo che li separa coincide con il cammino che porta dalla libertà alla liberazione.
Non ho incontrato una sola mente disturbata che non sia stata curiosa di Dio. Si deve
concluderne che esiste un legame fra la ricerca dell’assoluto e la disgregazione del cervello?
Un qualunque vermiciattolo che si stimasse primo fra i suoi pari raggiungerebbe immediatamente lo
status di uomo.
Se tutto dovesse cancellarsi dalla mia mente, salvo le tracce di quanto avrei conosciuto di unico, da
dove proverrebbero queste se non dalla sete di non esistere?
Quante occasioni perdute di compromettermi con Dio!
La gioia straripante, se si prolunga, è più vicina alla follia di una tristezza pertinace, che si giustifica
con la riflessione e anche con la semplice osservazione, mentre gli eccessi dell’altra derivano da
qualità
che guasto. Se è inquietante essere allegro per il mero fatto di vivere, è in compenso normale
essere triste ancora prima di avere imparato a balbettare.
La fortuna del romanziere o del drammaturgo: esprimersi mascherandosi, liberarsi dei propri
conflitti, e più ancora di tutti i personaggi che tumultuano in lui! Diverso è per il saggista, costretto
a un genere ingrato in cui si proiettano le proprie incoerenze soltanto contraddicendosi a ogni passo.
Si è più liberi nell’aforisma - trionfo di un io disgregato...
Penso in questo momento a qualcuno che ammiravo senza riserve, che non ha mantenuto nessuna
delle sue promesse e che è morto soddisfatto al massimo perché aveva deluso tutti quelli che
avevano creduto in lui.
La parola supplisce all’insufficienza dei farmaci e guarisce la maggior parte dei nostri mali. Il
chiacchierone non batte le farmacie.
Stupefacente mancanza di necessità: la Vita, improvvisazione, fantasia della materia, chimica
effimera...
La grande, la sola originalità dell’amore è rendere la felicità indistinguibile dall’infelicità.
Lettere, lettere da scrivere. Questa per esempio... ma non ce la faccio: improvvisamente mi sento
incapace di mentire.
In questo parco destinato, come il palazzotto, alle imprese bislacche della carità, dappertutto
vegliarde tenute in vita a forza di operazioni. Prima si agonizzava in casa, nella dignità della
solitudine e dell’abbandono, ora si radunano i moribondi, li si rimpinza, e si prolunga il più
possibile il loro indecente schiattare.
Appena abbiamo perduto un difetto, eccone un altro che si affretta a sostituirlo. Il nostro
equilibrio ha questo prezzo.
Le parole mi sono diventate talmente estranee che entrare in contatto con loro assume le dimensioni
di una prodezza. Non abbiamo più nulla da dirci, e se ancora me ne servo è per accusarle,
deplorando in segreto una rottura sempre imminente.
Al Luxembourg, una donna sulla quarantina, quasi elegante ma dall’aria piuttosto bizzarra, parlava
in tono affettuoso, anzi appassionato, a qualcuno che non si scorgeva... Raggiungendola mi accorsi
che teneva al petto un uistitì. Finì per sedersi su una panchina, dove continuò il monologo con
lo stesso calore. Le prime parole che sentii passandole vicino furono: «Sono stufa, sai».
M’allontanai non sapendo chi compiangere di più: lei o il suo confidente.
L’uomo sta per scomparire, fino a oggi era mio fermo convincimento. Frattanto ho cambiato parere:
deve scomparire.
L’avversione per tutto ciò che è umano è compatibile con la pietà, direi anzi che sono reazioni
solidali ma non simultanee. Solo chi conosce la prima è capace di provare intensamente la seconda.
Poco fa, sensazione di essere l’ultima versione del Tutto. I mondi giravano attorno a me. Neppure
la minima traccia di squilibrio. Era solo qualcosa molto al di sopra di ciò che è lecito provare.
Svegliarsi di soprassalto chiedendosi se la parola senso significhi qualcosa, e meravigliarsi poi di
non potersi riaddormentare!
È proprio del dolore non avere vergogna di ripetersi.
A quel vecchissimo amico che mi annuncia la sua decisione di porre fine ai suoi giorni, rispondo
che non c’è fretta, che l’ultima parte del gioco non manca del tutto di attrattive, e che ci si può
accordare anche con l’Intollerabile, a condizione di non dimenticare mai che tutto è bluff, bluff
generatore di supplizi...
Per aver segnato con Niente la data che avrebbe significato l’inizio della sua rovina, Luigi XVI è
tacciato di imbecillità da due secoli. A questa stregua, siamo tutti imbecilli: chi di noi può vantarsi
di avere scorto l’esatto inizio del suo tracollo?
Lavorava e produceva, si lanciava in massicce generalizzazioni e si stupiva lui stesso della sua
fecon-

dità. Ignorava, per sua fortuna, l’incubo della sfumatura.


Esistere è una deviazione così evidente da avere la malia di un’infermità da sogno.
Ritrovare in sé tutti i bassi istinti di cui si arrossisce. Se sono così energici in qualcuno che si
accanisce a disfarsene, quanto più virulenti devono essere in coloro che, per mancanza di un
minimo di lucidità, non arriveranno mai a controllarsi e ancor meno a detestarsi.
Al culmine del successo o dell’insuccesso, ricordarsi il modo in cui si è stati concepiti. Niente di
meglio per trionfare su euforia o malcontento.
Solo la pianta si avvicina alla saggezza; l’animale non è adatto. Quanto all’uomo... La Natura si
sarebbe dovuta limitare al vegetale, invece di squalificarsi per gusto dell’insolito.
I giovani e i vecchi, e anche gli altri, tutti odiosi, non si possono dominare altrimenti che con
l’adulazione, il che finisce col renderli ancora più odiosi.
«Il cielo non è aperto a nessuno ... si aprirà solo dopo la scomparsa del mondo » (Tertulliano).
Si resta interdetti che dopo un simile avvertimento si sia continuato a indaffararsi. Di quale
testardaggine è frutto la storia!
Dorothea von Rodde-Schlozer, che aveva accompagnato suo marito, sindaco di Lubecca, a Parigi
alle feste per l’incoronazione di Napoleone, scrisse: «Ci sono tanti di quei pazzi sulla terra, e
specialmente in Francia, che è un gioco per quel prestigiatore corso farli ballare come marionette al
suono del suo zufolo. Accorrono tutti al seguito di quell’incantatore di topi, e nessuno chiede dove li
conduca».
Le epoche di espansione sono epoche di delirio; le epoche di decadenza e di ripiegamento sono
al confronto sensate, anche troppo sensate, e per questo funeste quasi come le altre.
Opinioni, sì; convinzioni, no. Questo è il punto di partenza dell’orgoglio intellettuale.
Ci affezioniamo tanto più a un essere quanto più è vacillante il suo istinto di conservazione, per
non dire obliterato.
Lucrezio: della sua vita non si sa nulla di preciso. Di preciso? nemmeno di vago.
Destino invidiabile.
Nulla si può paragonare all’emergere del cafard al momento del risveglio. Vi fa risalire miliardi di
anni addietro, fino ai primi sintomi, fino ai prodromi dell’essere, di fatto fino al principio stesso del
cafard.
«Tu non hai bisogno di finire sulla croce, sei nato crocifisso» (11 dicembre 1963).
Cosa non darei per ricordarmi quel che aveva potuto provocare una disperazione così tracotante!
Si ricorda la furia di Pascal, nelle Provinciali, contro il casista Escobar, il quale, secondo un
viaggiatore francese che gli aveva fatto visita nella penisola, ignorava del tutto quegli attacchi. Del
resto era a stento conosciuto nel suo stesso paese.
Equivoco e irrealtà, ovunque si guardi.
Tanti amici e nemici, che ugualmente si interessavano a noi, scomparsi l’uno dopo l’altro. Che
sollievo! Potere infine lasciarsi andare, non dover più temere la loro censura né la loro delusione.
Dare su qualsiasi cosa, compresa la morte, giudizi irreconciliabili è l’unica maniera di non barare.
Secondo Asanga e la sua scuola, il trionfo del bene sul male non è che una vittoria della maya sulla
maya; parimenti, porre termine alla trasmigrazione con l’illuminazione è come se «un re
dell’illusione fosse vincitore di un re dell’illusione » (Mahayana-Sutralankara).
Quegli indiani hanno avuto l’audacia di porre così in alto l’illusione, di farne un sostituto dell’io e
del mondo, e convertirla in dato supremo. Conversione insigne, tappa ultima, e senza uscita. Che
fare? Poiché ogni estremo, anche la liberazione, è un vicolo cieco, come uscirne per ritrovare il
Possibile? Forse bisognerebbe abbassare la discussione, dotare le cose di un’ombra di realtà,
limitare l’egemonia della chiaroveggenza, osare sostenere che tutto ciò che sembra esistere a suo
modo esiste, e poi, stanchi di sragionare, cambiare tema...
NEFASTA CHIAROVEGGENZA
Ogni avvenimento è solo un cattivo segno in più. Eppure di tanto in tanto un’eccezione, che
il cronista ingigantisce per creare l’illusione dell’inatteso.
La prova migliore che l’invidia è universale è che esplode anche negli alienati, nei brevi intervalli
di lucidità.
Tutte le anomalie ci seducono, in primo luogo la Vita, anomalia per eccellenza.
In piedi si ammette senza far drammi che ogni attimo che passa svanisce per sempre; distesi, questa
evidenza sembra così inaccettabile che ci si augura di non alzarsi mai più.
L’eterno ritorno e il progresso: due nonsensi. Che cosa resta? La rassegnazione al divenire, a
sorprese che tali non sono, a calamità che si vorrebbero insolite.
Se si cominciasse col sopprimere tutti quelli che possono respirare soltanto su un podio!
Veemente per natura, vacillante per scelta. Da quale lato pendere? per chi decidersi? con quale
io schierarsi?
Occorrono virtù e vizi tenaci per mantenersi a galla, per salvaguardare quei modi intraprendenti di
cui si ha bisogno per resistere alla malia del naufragio o del singhiozzo.
«Lei parla spesso di Dio. Ecco una parola di cui non mi servo più » mi scrive una ex suora. Non
tutti hanno la ventura di essersene disgustati!
Quelle notti in cui, in assenza di un confidente, siamo ridotti a rivolgerci a Colui che ebbe
questo ruolo per secoli, per millenni.
L’ironia, impertinenza sfumata, leggermente biliosa, è l’arte di sapersi fermare. Il minimo
approfondimento l’annienta. Se avete tendenza a insistere, correte il rischio di andare a picco
insieme a lei.
È meraviglioso che ogni giorno ci porti una ragione nuova di sparire.
Visto che ci si ricorda solo delle umiliazioni e delle sconfìtte, a che cosa è servito il resto?
Interrogarsi sul fondamento di una cosa qualsiasi vi fa venire voglia di rotolarvi per terra. In ogni
caso è in questo modo che rispondevo un tempo alle domande capitali, alle domande senza risposta.
Aprendo quel manuale di preistoria, m’imbatto in alcuni esemplari dei nostri antenati, quanto
mai sinistri. Senza alcun dubbio, tali dovevano essere. Per il disgusto e la vergogna ho subito
richiuso il libro, sapendo che lo riaprirò ogni volta che avrò da insistere sulla genesi dei nostri orrori
e delle nostre porcherie.
La vita segreta dell’antivita, e questa commedia chimica, invece di indurci a sorridere, ci rode e
ci sconvolge.
Il bisogno di divorarsi dispensa dal bisogno di credere.
Se l’ira fosse un attributo di Lassù, da molto tempo avrei superato la mia condizione di mortale.
L’esistenza potrebbe giustificarsi se ciascuno si comportasse come se fosse l’ultimo dei viventi.
Ignazio di Loyola, tormentato da scrupoli di cui non precisa la natura, racconta che aveva pensato
di sopprimersi. Anche lui! Questa tentazione è decisamente più diffusa e più radicata di quanto si
pensi. E' di fatto l’onore dell’uomo, in attesa di esserne il dovere.
È portato a operare solo colui che s’inganna su di sé, che ignora i motivi segreti dei suoi atti. Il
creatore divenuto chiaro a sé stesso non crea più. La conoscenza di sé indispone il demone. E' qui
che bisogna cercare la ragione per cui Socrate non ha scritto nulla.
Il fatto che possiamo essere feriti proprio da coloro che disprezziamo scredita l’orgoglio.
In un’opera mirabilmente tradotta dall’inglese, una sola pecca: gli «abissi dello scetticismo».
Occorreva «del dubbio», giacché la parola «scetticismo» comporta in francese una sfumatura di
dilettantismo, o addirittura di frivolezza, che non è associabile all’idea di abisso.
La passione per la formula va di pari passo con un debole per le definizioni, per ciò che ha meno
rapporti con il reale.
Tutto quanto si può classificare è perituro. Dura solo ciò che è suscettibile di molteplici
interpretazioni.
Alle prese con il foglio bianco, quale Waterloo all’orizzonte!
Quando ci si intrattiene con qualcuno non bisogna mai dimenticare, per alti che siano i suoi meriti,
che nelle sue reazioni profonde non differisce in nulla dai comuni mortali. Per prudenza si deve
risparmiarlo, perché non sopporterà - come tutti - la franchezza, causa diretta della quasi totalità dei
dissapori e dei rancori.
Aver sfiorato tutte le forme della decadenza, compreso il successo.
Non possediamo neppure una lettera di Shakespeare. Non ne ha scritta nessuna? Ci sarebbe piaciuto
sentire Amleto lagnarsi dell’abbondanza di posta.
La virtù eminente della calunnia è fare il vuoto attorno a voi senza che dobbiate alzare un mignolo.
Disperato disgusto davanti a una folla, sia essa ilare o ombrosa.
Tutto si degrada da sempre. Una volta stabilita questa diagnosi, si può spacciare qualsiasi
esagerazione, anzi si è obbligati.
Se si è quasi sempre superati dagli avvenimenti, è perché basta aspettare per accorgersi di essersi
resi colpevoli d’ingenuità.

La passione della musica è in sé stessa una confessione. Ne sappiamo di più su uno sconosciuto che
vi si dedica che su qualcuno che le è insensibile, e che avviciniamo tutti i giorni.
All’estremo delle notti. Più nessuno, nient’altro che i minuti. Ciascuno dei quali fa finta di
tenerci compagnia per poi fuggire - una diserzione dopo l’altra.
Saper discernere testimonia una inquietante perturbazione. Chi dice vivo dice parziale: l’obiettività,
fenomeno tardo, sintomo allarmante, è l’inizio di una capitolazione.
Bisognerebbe essere fuori dal mondo come un angelo o come un idiota per credere che la
scorribanda umana possa andare a finire bene.
Le qualità di un neofita si mettono in evidenza e si corroborano sotto l’effetto delle sue nuove
convinzioni. Questo lui lo sa: quello che ignora è che i suoi difetti aumentano in proporzione. Da
ciò derivano le sue chimere e la sua superbia.
«Figlioli miei, il sale viene dall’acqua, e se è a contatto con l’acqua si dissolve e scompare. Così il
monaco nasce dalla donna, e se si avvicina a una donna si dissolve e cessa di esser monaco».
Questo Giovanni Mosco, nel VII secolo, sembra aver capito meglio di Strindberg o Weininger,
più tardi, il pericolo già segnalato nella Genesi.
Ogni vita è la storia di un tracollo. Se le biografie sono così accattivanti è perché gli eroi, non
meno che i vili, si sforzano di introdurre innovazioni nell’arte del ribaltamento.
Delusi di tutti, è inevitabile che si giunga a esserlo anche di sé; a meno che non si sia cominciato da
lì.
«Da quando osservo gli uomini, ho imparato ad amarli sempre di più» scriveva Lavater,
contemporaneo di Chamfort. Una simile osservazione, normale nell’abitante di un paesello elvetico,
sarebbe sembrata di ingenuità sconveniente al parigino frequentatore di salotti.
Il rimpianto di non essersi sbagliati come tutti gli altri, la rabbia di aver visto giusto, questa è la
miseria segreta di alcuni disingannati.
Come ho potuto rassegnarmi un solo istante a ciò che non è eterno? - Eppure mi succede, ad
esempio in questo momento.
Ognuno si aggrappa come può alla sua cattiva stella.
Più si avanza nell’età, più ci si accorge che ci si crede liberati da tutto e in realtà non lo si è da
niente.
In un pianeta incancrenito ci si dovrebbe astenere dal fare progetti, ma se ne fanno sempre, perché
l’ottimismo, com’è noto, è una mania degli agonizzanti.
La meditazione è uno stato di veglia mantenuto per via di un’oscura turba, che è insieme
devastazione e benedizione.
Non accettava di vivere a rimorchio di Dio.
Peccato originale e Trasmigrazione: entrambi equiparano il destino a un 'espiazione, ed è
indifferente che si tratti della colpa del primo uomo o di quelle che abbiamo commesse nelle nostre
esistenze anteriori.
Le ultime foglie cadono danzando. Occorre una grande dose d’insensibilità per fronteggiare
l’autunno.
Si crede di avanzare verso questo o quel fine, dimenticando che si avanza realmente soltanto verso
il fine stesso, verso la sconfitta, insomma, di tutti gli altri.
Mai irreale, il Dolore è una sfida alla finzione universale. Che fortuna, la sua, di essere la sola
sensazione provvista di un contenuto, se non di un senso!
Despondency. - Questa parola carica di tutte le sfumature dello scoramento sarà stata la chiave dei
miei anni, l’emblema dei miei istanti, del mio coraggio negativo, del mio invalidamento di tutti i
domani.
Quando non si ha più voglia di manifestarsi, ci si rifugia nella musica, provvidenza degli abulici.
Poiché le ragioni di persistere nell’essere sembrano sempre meno fondate, i nostri successori
avranno più facilità di noi a sbarazzarsi di quella testardaggine.
Appena si è sfiorati da una certezza, si smette di diffidare di sé e degli altri. La fiducia, in tutte le
sue forme, è fonte di azione, e dunque di errore.
Quando incontriamo un essere vero, la sorpresa è tale che ci chiediamo se non siamo vittime di un
abbaglio.
A che scopo recensire i libri di consolazione, visto che sono moltissimi e che soltanto due o tre
sono quelli che contano?
Se non vuoi crepare di rabbia, lascia tranquilla la memoria, astieniti dal frugarla.
Tutto ciò che segue le leggi della vita, dunque tutto quanto imputridisce, mi ispira riflessioni così
contraddittorie da sfiorare la confusione mentale.
Vivere nella paura di macerarsi nella noia ovunque, anche in Dio... Nell’ossessione di questa noia-
limite vedo la ragione della mia incompiutezza spirituale.
Fra epicureismo e stoicismo, per chi optare? Passo dall’uno all’altro, e più spesso sono fedele a
entrambi - è la mia maniera di sposare le massime che amò l’antichità prima dell’irruzione dei
dogmi.
Grazie all’inerzia si è preservati dall’inflazione in cui alcuni cadono per eccesso di vanità, di lavoro
o di talento. Se non è confortante, è in ogni caso lusinghiero dirsi che moriremo senza aver dato
tutto quello che potevamo dare.
Aver strombazzato i propri dubbi, invocando quella scuola di discrezione che è lo scetticismo.
Il prezioso servizio che ci rendono gli importuni, ladri del nostro tempo, impedendoci di lasciare
un’immagine completa delle nostre capacità.
Siamo padronissimi di amare chiunque salvo i nostri simili, proprio perché ci somigliano.
Questo fatto basta a spiegare perché la storia è quello che è.
La maggior parte dei nostri mali viene da lontano, da questo o da quel nostro antenato, rovinato
dagli eccessi. Siamo puniti per le sue sregolatezze: nessun bisogno di bere, ha già bevuto lui al
nostro posto. Questa bocca impastata che tanto ci sorprende è il prezzo che paghiamo per le sue
euforie.
Trent’anni di estasi davanti alla Sigaretta. Adesso quando vedo gli altri sacrificare al mio vecchio
idolo non li capisco, li ritengo squilibrati o deficienti. Se un «vizio » che abbiamo vinto ci diventa
estraneo fino a questo punto, come non restare interdetti davanti a quello che non abbiamo
praticato?
Per ingannare la malinconia bisogna muoversi senza sosta. Appena ci si ferma si risveglia,
ammesso che si fosse assopita.
La voglia di lavorare mi viene solo quando ho un appuntamento. Ci vado sempre con la certezza
di perdere un’occasione unica di superarmi.
«Non posso fare a meno delle cose di cui non mi curo» amava ripetere la duchessa del Maine.
La frivolezza, a questo livello, è un preludio alla rinuncia.
Se all’Onnipotente fosse dato di figurarsi il peso che è per me, a volte, il minimo atto, non
mancherebbe, in un soprassalto di misericordia, di cedermi il suo posto.
Non sapendo dove dirigersi, prediligere il pensiero discontinuo, riflesso di un tempo andato in
frantumi.
Ciò che so demolisce ciò che voglio.
Ritorno da una cremazione. Svalutazione istantanea dell’Eternità e di tutti i grandi vocaboli.
Prostrazione senza nome, poi dilatazione al di là dei limiti del mondo e della resistenza del cervello.
Il pensiero della morte asservisce coloro che assilla. Libera solo all’inizio; poi degenera in
ossessione, cessando così di essere un pensiero.
Il mondo è un accidente di Dio, accidens Dei. - Come sembra giusta la formula di Alberto Magno!
Col favore del cafard, ci ricordiamo di quelle nostre bassezze che abbiamo sepolte nel più profondo
della memoria. Il cafard è il dissotterratore delle nostre vergogne.
Nelle nostre vene scorre il sangue dei macachi. Se ci pensassimo spesso, finiremmo col rassegnare
le dimissioni. Basta teologia, basta metafisica - vale a dire basta deliri, arroganza, eccessi, più
nulla...
È concepibile l’aderire a una religione fondata da un altro?
La legittimazione di Tolstoj come predicatore è l’avere avuto due discepoli che trassero le conse-
guenze pratiche delle sue omelie: Wittgenstein e Gandhi. Il primo distribuì i suoi beni, il
secondo non ne aveva da distribuire.
Il mondo comincia e finisce con noi. Esiste solo la nostra coscienza, essa è tutto, e questo tutto
sparisce con lei. Morendo non lasciamo nulla. Perché allora tante smancerie intorno a un
avvenimento che non è tale?
Giunge un momento in cui non imitiamo più altri che noi stessi.
Quando ci si risveglia di soprassalto, se ci si vuole riaddormentare bisogna escludere qualsiasi
velleità di pensiero, qualsiasi abbozzo d’idea. E' l’idea formulata, l’idea chiara, infatti, il peggior
nemico del sonno.
Personaggio orripilante, il misconosciuto riconduce tutto a sé stesso. I suoi ghigni non riusciranno a
compensare gli elogi che continua a rivolgersi e che suppliscono largamente a quelli che non gli
sono stati prodigati. Ben vengano i fortunati - rari, è vero - che dopo aver vinto sanno
all’occorrenza cancellarsi. Ad ogni modo, non si sfiniscono in recriminazioni, e la loro vanità ci
consola del sussiego degli incompresi.
Se di quando in quando siamo tentati dalla fede, è perché propone una umiliazione alternativa: è
comunque preferibile trovarsi in posizione d’inferiorità davanti a un dio che non davanti a un
ominide.

Non si può consolare qualcuno se non andando nel senso della sua afflizione, e questo fino al
punto in cui l’afflitto ne ha abbastanza dell’essere.
A che cosa ci servono tanti ricordi che sorgono senza necessità apparente se non a rivelarci che
con l’età diventiamo estranei alla nostra vita, che quegli «avvenimenti» lontani non hanno più nulla
a che vedere con noi, e che un giorno sarà così della vita stessa?
Il tutto è nulla del mistico è solo una premessa all’assorbimento in quel tutto che diviene
miracolosamente esistente, vale a dire veramente tutto. Quella conversione non è avvenuta in me,
perché la parte positiva, la parte luminosa della mistica mi è stata vietata.
Fra l’esigenza di essere chiari e la tentazione di essere oscuri, impossibile decidere quale meriti più
riguardi.
Dopo aver passato in rassegna coloro che si dovrebbero invidiare, constatare che non si vorrebbe
scambiare la propria sorte con quella di nessun altro. Tutti reagiscono così. Come spiegare allora
che l’invidia sia la più vecchia e la meno logora delle infermità?
Non è facile non avere rancore verso un amico che vi ha insultato durante una crisi di follia.
Per quanto ci si ripeta che non era lui, si reagisce come se per una volta vi avesse svelato un segreto
ben custodito.
Se il Tempo fosse un patrimonio, un bene, la morte sarebbe la peggior forma di spoliazione.
Non vendicarci ci lusinga solo a metà, dato che non sapremo mai se il nostro comportamento
ha basi di nobiltà o di codardia.
La conoscenza ovvero il delitto d’indiscrezione.
Contare invano sulla bazza di essere soli. Sempre scortati da sé stessi!
Senza volontà, nessun conflitto: nessuna tragedia con gli abulici. Tuttavia la carenza di volontà
può essere sentita più dolorosamente di un destino tragico.
Bene o male ci si adatta a qualsiasi fiasco, a eccezione della morte, del fiasco stesso.
Quando abbiamo commesso una bassezza, esitiamo ad assumercene la responsabilità, a designare il
responsabile, ci perdiamo in ruminazioni senza fine, le quali non sono altro che una ulteriore
bassezza, attenuata però dal virtuosismo della vergogna e del rimorso.
Il sollievo di scoprire, alle soglie dell’alba, che non conviene andare al nocciolo di checchessia.

Se colui che si chiama Dio non fosse il simbolo per eccellenza della solitudine, non gli avrei mai
accordato la minima attenzione. Ma da sempre incuriosito dai mostri, come avrei potuto trascurare
il loro avversario, più solo di tutti loro?
Ogni vittoria è più o meno una menzogna. Ci tocca solo in superficie, mentre una sconfitta, pur
minima, ci colpisce in ciò che vi è in noi di più profondo, dove baderà a non farsi scordare, così che
possiamo, qualunque cosa succeda, contare sulla sua compagnia.
La quantità di vuoto che ho accumulato, pur conservando la condizione di individuo! Il miracolo di
non essere scoppiato sotto il peso di tanta inesistenza!
Senza il profumo dell’Incurabile che porta con sé, la noia sarebbe il più duro da sopportare fra tutti i
flagelli.
La coscienza della mia indegnità mi schiacciava. Nessun argomento veniva a combatterla né a
indebolirla. A nulla serviva invocare questa o quell’impresa. «Sei solo una comparsa» mi ripeteva
una voce sicura di sé. Alla fine, fuori di me, le replicai con la debita enfasi: «Trattarmi così è il
colmo. E' davvero una cosa da primi venuti essere, in attesa di meglio, il nemico giurato del pianeta,
anzi, del macrocosmo?».
Morire è dimostrare che si conoscono i propri interessi.
L’attimo che si dissocia da tutti gli altri, che se ne libera e li tradisce - con quale gioia salutiamo la
sua infedeltà!
Se si conoscesse l’ora del proprio cervello!
A meno di non cambiare completamente, il che non accade mai, nessuno può venire a capo
delle proprie contraddizioni. Soltanto la morte ci aiuta a farlo, ed è qui che segna dei punti e
surclassa la vita.
Avere inventato il sorriso omicida.
Per millenni non fummo che mortali; eccoci infine promossi al grado di moribondi.
E dire che ci si sarebbe potuto risparmiare di vivere tutto quanto si è vissuto!
Su questo foglio immacolato un sottomoscerino correva a tutta velocità. « Perché questa fretta?
dove vai, che cosa cerchi? Lascia perdere! » ho gridato in piena notte. Sarei stato così contento di
vederlo sgonfiarsi! È più difficile di quanto si pensi farsi dei discepoli.
Non avere nulla in comune con il Tutto, e chiedersi in virtù di quale guasto se ne faccia parte.
«Perché frammenti?» mi rimproverava quel giovane filosofo.
- «Per pigrizia, per frivolezza, per disgusto, ma anche per altre ragioni...». - E siccome non ne
trovavo nessuna, mi lanciai in spiegazioni prolisse che gli parvero serie e finirono per convincerlo.
Il francese: idioma ideale per tradurre delicatamente sentimenti equivoci.
In una lingua presa a prestito si è coscienti delle parole, esse esistono non in voi ma fuori di voi.
Questo intervallo fra voi e il vostro mezzo d’espressione spiega perché è difficile se non impossibile
essere poeti in un idioma che non è il proprio. Come estrarre sostanza da parole che non sono
radicate in voi? Il nuovo venuto vive alla superficie del verbo, non può tradurre in una lingua
imparata tardivamente quell’agonia sotterranea da cui emana la poesia.
Divorato dalla nostalgia del paradiso, senza aver conosciuto un solo attacco di vera fede.
Bach nella tomba. L’avrò dunque visto come tanti altri per una di quelle indiscrezioni cui i becchini
e i giornalisti sono soliti; e da allora penso ininterrottamente a quelle orbite che niente hanno
d’originale, se non che proclamano il nulla che lui ha negato.
Finché vi sarà ancora un solo dio in piedi, il compito dell’uomo non sarà finito.
Il regno dell’insolubile si estende a perdita d’occhio. La soddisfazione che se ne prova è tuttavia
moderata. Quale migliore dimostrazione che sin dall’origine siamo contaminati dalla speranza?
Dopo tutto non ho perso il mio tempo, anch’io mi sono dimenato, come chiunque altro, in
questo universo aberrante.