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Alabarde, corsesche e spiedi Araldica ed armi d'asta

di Giorgio Negrello

Questo studio nasce dal sovrapporsi di nozioni provenienti dalle due discipline citate in sottotitolo,
messe tra loro a confronto. Ad un certo punto della mia vita ho intrapreso quello che, una volta,
veniva chiamato "il mestiere delle armi". Devo premettere che fin da piccolo ne subii il fascino,
tanto da diventarne un appassionato prima ed infine un tecnico. Poi, dovendo trattare gli stemmi di
alcuni reparti dell'Esercito, cominciai a sillabare in Araldica. Volutamente tralascerò la valenza
morale di un discorso sulle armi, perché mi porterebbe lontano dagli argomenti di cui intendo
trattare, pur dicendo chiaramente qual è lo scopo per cui detti strumenti sono studiati e costruiti:
uccidere l'avversario e distruggerne i mezzi. Tutti i sinonimi come "neutralizzare, rendere
inoffensivi o difesa avanzata" sono eufemismi per rendere meno truculenta la realtà dei fatti.
Consultando un libro di Araldica di Carl-Alexander von Volborth mi sono imbattuto nelle tavole
che illustravano gli stemmi di alcune città riportanti delle armi, in particolare quello della città di
Trieste (fig. 1 n.484), nella versione italiana del 1919: "una alabarda corsesca".

Alabarda corsesca, armi di Trieste, Italia, versioni


del 1919. Le armi originali concesse Due alabarde a croce di
dall'Imperatore Federico III nel 1466, erano più S.Andrea. Armi di Hallstadt,
elaborate. L'alabarda corsesca è il simbolo di San Baviera, Germania.
Sergio martire triestino.

I Santi di Trieste sono sempre stati tanti, ma solo due del terzo secolo: San Giusto e San Sergio
martire. L'ultimo era un tribuno della XV legione "Apollinare". Alla sua leggenda è legato il
simbolo dell'alabarda, caduta dal cielo il giorno della sua ascensione in cielo. Caduta a Trieste,
s'intende. Nella stessa tavola di suddetto libro è riportato lo stemma di Hallstadt (fig. 1 n.481): "due
alabarde incrociate". Anche un osservatore profano coglierebbe la grande differenza tra le armi
riprodotte, nonostante l'assonanza dei nomi con cui sono indicate. Come mai? Se avrete la pazienza
di seguirmi in un'antica armeria e di osservare quello che v'indicherò arriveremo al dunque, forse
anche oltre. Per necessità, ho dovuto ampiamente saccheggiare le opere di alcuni dei maggiori
autori in materia, in particolare l' "Enciclopedia ragionata delle armi" a cura di Claude Blair, "Sale
d'Armi in Palazzo Ducale Venezia" di Umberto Franzoi e "Storia del Friuli" nelle versioni di G.C.
Menis, G.R Ellero e Tito Maniacco. Ma inoltriamoci dunque nel nostro viaggio tra le armi bianche
d'asta:

ALABARDA

arma in asta caratterizzata da un ferro di forma piuttosto complessa. Esso è generalmente costituito
da una scure cui è opposto un becco di falco, il tutto sormontato da una cuspide più o meno lunga.
Per l'armamento dei fanti e per il combattimento ravvicinato, l'antichità e l'alto Medioevo hanno
conosciuto soltanto spada, scudo e picca.
Legenda immagine.

ALABARDA:

1-cuspide,

2-scure,

3-bandella,

4-becco di falco,

5-gorbia,

6-asta

Quest'ultima, in quanto arma di gruppo, poteva opporsi alla cavalleria: i cavalli infatti, che possono
sopportare colpi e ferite, s'impennano e s'infuriano quando sono colpiti con la picca. Per questo una
truppa armata di picche è invulnerabile nella misura in cui la sua coesione non permette l'aprirsi di
alcuna breccia. Viceversa, nel caso di combattimento individuale di un fante contro un cavaliere, è
senza dubbio il primo a soccombere essendo la spada troppo corta per abbattere l'avversario. I
popoli del nord, nel periodo che va dal VI al IX secolo, utilizzavano una sciabola corta (di circa 45-
70 centimetri) con la lama larga che terminava appuntita, chiamata "scaramax" da Gregorio di
Tours (538-594) che ne fa menzione nella sua "Historia Francorum". I Franchi per primi fissarono
la scaramax all'estremità di un'asta, così come si può vedere negli affreschi del chiostro di san
Giovanni Battista a Munster, nel cantone dei Grigioni (Svizzera), e che sono tuttora conservati nel
Museo Nazionale Svizzero di Zurigo. Da questo momento il combattente appiedato dispone di
un'arma con la quale può ferire di punta e di taglio, efficace contro il cavaliere poiché unisce i
vantaggi di una scure a largo tagliente a quelli della picca. Il profilo dei ferri, a partire dallo
scaramax immanicato fino a giungere all'alabarda, mostra chiaramente la derivazione di questa da
quello, specialmente se si esaminano gli esemplari più antichi conservati a Zurigo. La più vecchia
citazione di quest'arma è contenuta nell'opera di un poeta di Basilea, la "Storìa della guerra di
Troia", scritta da Konrad von Wurzburg (1287). Ecco il testo nella parte che c'interessa: "Sechs
tusend man ze fouz bereit / Die truogen hallebarten / Ser unde wol gesliffen / Swarz si damite
ergriffen / daz was ze tôde verloren" (Seimila uomini furono uccisi / portavano molte alabarde /
talmente appuntite / che coloro che ne erano colpiti / erano morti perduti). Il poeta visse e scrisse a
Basilea, città di transito, nella quale i soldati, che vi giungevano da ogni parte, avevano occasione di
far mostra delle novità nel campo delle armi. Non si può comunque affermare categoricamente che
l'alabarda sia nata nella regione di Basilea solo perché la troviamo citata per la prima volta da un
abitante di questa città, tuttavia la notizia è degna di essere sottolineata. Il nome di alabarda deriva
dal tedesco "Halm" = asta e "Barte" = ascia. Naturalmente si tratta di un'ascia a forma molto
particolare, forgiata per la guerra e non per lavorare il legno. Gli uomini dell'antica Helvetia,
educati alla guerra fin dalla più tenera età, hanno ricercato - più degli altri popoli e con maggiore
impegno - il tipo di armamento ad essi più consono. Questa ricerca fu senza dubbio maggiormente
potenziata durante il secolo XIII, nel corso del quale essi indirizzarono tutte le loro energie per
ottenere l'indipendenza lottando contro la cavalleria feudale. E' dunque abbastanza ragionevole
attribuire ai soldati dell'antica Svizzera la costruzione delle prime alabarde. Esistono alabarde che si
possono classificare di "tipo arcaico" e di cui diamo le caratteristiche peculiari: la lama è larga con
un tagliente dritto, obliquo o convesso che s'incurva al dorso per formare lo stocco. L'asta di circa
due metri s'innesta su due anelli saldati al dorso. Il raccordo della lama allo stocco è costituito da un
sostegno arrotondato e la punta si presenta fuori asse rispetto all'asta. Verso la fine del XV secolo si
modifica la forma del ferro per accrescerne l'offensibilità. E' dunque un'arma nuova quella che ora
forgiano gli armaioli; con una cuspide robusta nell'asse dell'asta, con un becco utilizzato per
sfondare caschi ed armature ed il raccordo del tagliente alla cuspide è costituito da un dente più o
meno accentuato. Questa nuova arma è denominata "alabarda" quando il vecchio tipo diventa, per
essi, la "vogue svizzera" o la "vogue tedesca". Ora la parola "vogue" non compare mai in scritti
contemporanei all'alabarda arcaica. Questo termine di "vogue" è invece adoperato per tutt'altra
arma, cioè per quella impiegata in Francia, in Germania ed in Spagna, che viene ora chiamata
"vogue francese", poiché è proprio in Francia, nel secolo XV, che la troviamo più sovente citata e
rappresentata. Il primo ad introdurre il termine di "vogue" riferito ad un'arma che i contemporanei
hanno chiamato alabarda è stato Violet le Duc (1814-1879) nel VI volume del suo Dictionaire
Raisonnè du Mobilier Francais, pubblicato nel 1875. A questo punto abbiamo chiaramente collocato
nel tempo e nelle forme l'arma denominata "alabarda".

CORSESCA

arma in asta di media lunghezza, con ferro di varia sezione dal quadrato al rombo molto schiacciato;
alla base della cuspide si dipartono due raffi spesso unghiati. Una robusta gorbia, coadiuvata da due
bandelle interessanti un buon tratto dell'asta, garantiva una salda unione fra ferro e asta in un'arma
predisposta non solo per i colpi di stocco, ma anche per essere utilizzata come raffio per atterrare il
cavaliere o per sgarrettargli il cavallo. Essa derivò dallo spiedo da guerra ed i raffi presentano infatti
i taglienti ai dorsi, mentre gli incavi sono costolati; per trarre sono predisposte le forti unghiature
terminali. Si era proposta una derivazione còrsa dell'arma, che poi si sarebbe diffusa in ambiente
europeo durante le guerre italiane della fine del XV secolo. Si è pensato anche - e forse con
maggiore fondatezza - ad uno sviluppo marinaro dello spiedo da guerra; ciò sarebbe confortato da
testimonianze, sia pure abbastanza più tarde, presso le truppe della Serenissima repubblica di
Venezia, ed ancora del fatto di godere di tanto prestigio presso la marinara Trieste tanto da divenire
il simbolo della città. In Italia, nella prima metà del sec. XVI, si modellò un particolare ed elaborato
tipo di corsesca chiamata nel mondo antiquario "a pippistrello" e caratterizzata da una cuspide
triangolare con forte costolatura centrale che proseguiva in una gorbia poligonata munita perlopiù di
robuste e lunghe bandelle. Lateralmente alla cuspide, si protendevano divaricate due ali costolate
alle punte principali e con una doppia lunatura incava ai dorsi. I laterali della larga cuspide erano
taglienti e sovente anche tutti i contorni delle ali, il che rendeva quest'arma assai temibile negli
scontri campali. La corsesca non è un'alabarda, ma un derivato dello spiedo di guerra.

SPIEDO

arma in asta avente il ferro con cuspide variamente modellata, a seconda dell'uso previsto; dalla
forma base, una cuspide a foglia, derivarono varie armi specializzate per particolari impieghi. Si
adoperava lo spiedo sia a piedi che a cavallo, sia per la guerra che per la caccia. Arma di
derivazione romana, fu assimilato dai popoli immigrati e modificato in base alle consuetudini locali.
I Merovingi adoperarono per la guerra uno spiego a lunga cuspide, adatto a colpire di punta e di
taglio; quest'arma recava alla base del ferro due arresti di forma triangolare, con il lato superiore
posto dalla parte dei taglienti e normale ad essi; con ferro a cuspide più corta era usato per la caccia.
L'asta di queste armi era di solito poco più lunga dell'altezza di un uomo. Gli arresti, in entrambe le
versioni, avevano lo scopo di tener lontana una possibile offesa, sia che la minaccia venisse da
un'arma avversaria, sia che venisse da zanne o corna di una preda ferita; evitavano anche che un
colpo portato con eccessiva violenza facesse inferrare l'arma, rendendone difficoltoso il recupero.
Lo spiedo da guerra ebbe notevole diffusione nei secoli XIV e XV, presentandosi con un ferro
molto lungo, solitamente a sezione romboidale più o meno schiacciata, accompagnata da altri due
rebbi che, posti alla base e curvi, si protendevano in avanti; era questa un'arma idonea a trapassare
le difese di cuoio e di maglia di ferro. Lo spiedo "alla furlana" aveva grandi raffi utili nello scontro
con i cavalieri per sgarrettare i cavalli e per questo motivo era considerato un'arma sleale: anziché
misurarsi con il nemico, lo si faceva proditoriamente cadere da cavallo. Fu in uso dal seco lo XV al
tardo XVII, quando fu impiegato contro i Turchi a Vienna, da esso pare sia derivata la Corsesca. Lo
spiedo "alla Bolognese" presentava un ferro piuttosto appiattito, largo e tagliente, atto a colpire di
punta e di taglio, che recava alla base due alette. Da quest'arma, nel secolo XVI, pare sia derivata la
"partigiana". Tralasciamo di parlare degli spiedi da caccia, salvo del tipo, particolare detto "da
ripiegarsi", sviluppatosi in Italia nel secolo XVI e da qui diffusosi in tutto l'ambito europeo.
Abbiamo stabilito un sicuro legame tra spiedi e corsesche. Sappiamo dell'esistenza di uno spiedo
"alla furlana" utilizzato fino alle guerre coi Turchi del XVII secolo. Integriamo le nostre conoscenze
con l'esame delle fotografie tratte dall'Archivio del Palazzo Ducale che il Franzoi ci propone nella
sua opera. Concordano, ma non del tutto, con le tavole e le descrizioni delle armi che ci ha proposto
Blair, in particolare quando ci indica le "corzesche" e le "corzesche del tipo spiedo", ma noi
sappiamo che si tratta di derivarti dalla stessa origine. Un breve cenno, prima di trarre le
conclusioni, alle truppe che si muovevano nelle nostre terre e negli stati vicini tra il XVI ed il XVIII
secolo, in esse erano presenti formazioni professioniste e mercenarie ma anche leve domestiche,
come le "cernide", comandate dai Savorgnan. Ad un attento osservatore non sarà sfuggito che il
Manzoni, quando descrive il passaggio delle truppe imperiali, cita il Colloredo ed il Villalta, con i
loro lanzi, soldati tratti dal contado. Alla difesa di Vienna contro i Turchi ebbero parte attiva Ermes
di Colloredo ed il Beato Marco d'Aviano, guardando le grandi tele che descrivono quelle battaglie
non si può fare a meno di notare che intere formazioni sono armate di spiedi "alla furlana".
Ritorniamo da dove siamo partiti: San Sergio ed il suo spiedo, chè di questo si tratta, essendo
l'alabarda un'arma rinascimentale e totalmente diversa dal ferro rappresentato sullo stemma della
città di Trieste. Sergio era un centurione romano, si presume armato con armi romane. I primi
spiedi, come sappiamo, derivarono da armi romane, quindi... La vera alabarda è l'arma
rappresentata nello stemma di Hallstadt. Facciamo una "liason" tra l'alabarda-corsesca di von
Volborth e la corsesca di Blair, riferite allo stemma di Trieste, ma contestiamo la marineria della
città, se riferita a tempi precedenti a Maria Teresa, quando un paesotto di pescatori di circa
cinquemila anime si trasformò nel porto dell'Impero. Nel castello di Karlstein, nei pressi di Praga è
conservata una carta geografica dove l'area dal Livenza fino alla Krajna è indicata col nome di
Furlanska e non vi appare nessuna città al posto della diruta Tergeste romana. L'unica potenza
marinara dell'Adriatico fu la "Dominante" Venezia, signora anche di queste terre. L'unica arma
assonante a quella dello stemma della città di Trieste è lo spiedo alla furlana.

Disegni, foto, definizioni e testi da:

"Usi, regole e stili in Araldica" - Carl-Alexander von Volborth "Enciclopedia ragionata delle armi" -
a cura di Claude Blair "Le sale d'armi in Palazzo Ducale Venezia" - di Umberto Franzoi "Storia del
Friuli" - di C.F. Ellero "La storie dal Friúl" - di G.C. Menis voltade par furlan di L. Verone
Dizionario Garzanti della Lingua Italiana.