Sei sulla pagina 1di 226

© 2017 Disney

Cars 3 © 2017 Disney/Pixar


Elementi Disney/Pixar © Disney/Pixar; i diritti relativi ai veicoli interessati sono proprietà di parti
terze, a seconda dei casi Bentley è un marchio della Bentley Motors Limited; BMW, MINI e Cooper
sono marchi di BMW AG; AMC, El Camino, Gremlin, Hudson, Nash Ambassador, Hudson Hornet,
Pacer and Plymouth Superbird e Willys sono marchi della FCA US LLC; i disegni Dodge, Jeep e il
Jeep grille sono marchi registrati della FCA US LLC; i marchi Darrell Waltrip sono usati con
l’autorizzazione della Darrell Waltrip Motor Sports; FIAT è un marchio della FIAT S.p.A.; Fairlane,
Ford Coupe, Mercury, Model T e Mustang sono marchi della Ford Motor Company; Cadillac Coupe
De Ville, Chevrolet, Chevrolet Impala, Corvette e Monte Carlo sono marchi della General Motors;
Range Rover e Land Rover sono marchi della Land Rover; Mack è un marchio della Mack Trucks,
Inc.; Segni Petty sono usati con autorizzazione di Petty Marketing LLC; Carrera e Porsche sono
marchi di Porsche; il disegno dei gradi di Sergente è utilizzato con l’approvazione dell’Esercito U.S;
Marchi, brevetti del design e diritti d’autore Volkswagen sono utilizzati con l’autorizzazione del
titolare Volkswagen AG o ©Volkswagen AG.
Sfondo ispirato da Cadillac Ranch di Ant Farm (Lord, Michels e Marquez) © 1974

La Carica dei 101. Basato sul libro The Hundred and One Dalmatians di Dodie Smith. Pubblicato
negli Stati Uniti da Viking Press e in Gran Bretagna da William Heinemann Limited.

Toy Story. Il mondo dei giocattoli © 2017 Disney/Pixar


See ‘n say ® The Farmer Says, Hot Wheels ® ©Mattel, Inc. Tutti i diritti riservati. Magic 8 Ball®
©Tyco Toys. Etch-a-sketch® ©The Ohio Art Company. Little Tikes ® Toddle Tots® Fire Truck
©The Little Tikes Company. Slinky® Dog ©James Industries. Mr. Potato Head®, Candyland®, Ants
in the Pants®, Operation®, Twister®, Mousetrap®, Parcheesi®, Life®, Scrabble®, Hand Down®,
Guess Who?®, Barrel of Monkeys®, Battleship Game®, Tinker Toys®, Playskool Rockin’ Robot®,
e Playskool Nursery®
Monitor sono marchi registrati di Hasbro, Inc. Usati con il consenso. ©1996 Hasbro. Inc.
Tutti i diritti riservati.

Ratatouille © 2017 Disney/Pixar

Testo italiano: Lisa Lupano


Coordinamento editoriale: Cristina Romanelli
Progetto grafico ed editing: J-Think s.r.l.

www.giunti.it

Via Bolognese 165, 50139 Firenze – Italia


Piazza Virgilio 4, 20123 Milano – Italia

ISBN 9788852229282

Prima edizione digitale: ottobre 2017


Cars 3

Alice nel Paese delle


Meraviglie

Aladdin

La Carica dei 101

La Sirenetta

Peter Pan
La Bella Addormentata nel
Bosco

Dumbo

Toy Story. Il mondo dei


giocattoli

Ratatouille
T utto era pronto per l’inizio della gara. Le gradinate della Florida
International Super Speedway erano gremite di spettatori e i
concorrenti erano già schierati in pista. In prima fila, il super campione
Saetta McQueen non sentiva le urla dei tifosi né il rombo dei motori delle
altre auto. Era troppo concentrato sulla corsa.

“Velocità!” continuava a ripetersi. “Io s ono pura velocità.” E intanto


ripensava a Doc Hudson, il leggendario campione della Piston Cup che era
stato il suo allenatore per lungo tempo. Insieme agli altri abitanti di
Radiator Springs lo aveva aiutato a diventare un campione amato da tutti e
si era dimostrato un amico leale e generoso.
Saetta decise che quel giorno gli avrebbe dedicato una vittoria.
La luce verde si accese e i corridori scattarono avanti. Fu una gara
molto combattuta ed emozionante, gli avversari storici di Saetta, Cal,
Bobby e Brick, lottarono fino all’ultimo per aggiudicarsi la vittoria, ma alla
fine il grande McQueen ebbe la meglio e quando tagliò per primo il
traguardo non riuscì a trattenere un sorriso.
Dalle gradinate si levarono le grida di esultanza dei tifosi. Anche gli
altri concorrenti si congratularono con il vincitore.

Alla tappa successiva del campionato, Saetta era di nuovo pronto a


conquistare un’altra vittoria. Ma dalle ultime file un concorrente misterioso
cominciò a rimontare posizioni su posizioni. Si chiamava Jackson Storm ed
era un’auto di nuova generazione. Proprio all’ultima frazione di secondo,
Storm riuscì a superare Saetta e si aggiudicò la gara.

Più tardi, durante le interviste, Saetta fece la conoscenza del vincitore e


scoprì che non era affatto simpatico.
“Non hai idea di quanto mi abbia fatto piacere batterti,” gli disse Storm
gelido.
Saetta tornò sul suo camion, convinto che presto si sarebbe preso una
rivincita.
Ma da quel momento, la situazione nel mondo delle corse cambiò
radicalmente. Oltre a Storm, nel campionato esordirono altre auto di nuova
generazione costruite con tecnologie più moderne e con un’aerodinamica
migliore.
Storm e le auto di nuova generazione vinsero tutte le gare successive.
Le loro prestazioni erano nettamente superiori a quelle dei concorrenti
anziani, che uno alla volta iniziarono a ritirarsi dalle competizioni.
L’unico a resistere era Saetta, che voleva a tutti i costi dimostrare di
poter essere ancora un campione.

Incredibilmente, dopo un pit-stop, Saetta riuscì a trovarsi in testa


all’ultima gara, a pochi giri dalla fine. Ma l’illusione durò pochi istanti:
Storm lo superò poco dopo senza alcuna fatica.
Mentre accelerava a fondo, per raggiungere il suo avversario, McQueen
perse il controllo e finì fuori strada. Fu un incidente devastante.
Trascorsero mesi prima che Saetta riuscisse a riprendersi da quel
terribile incidente. Adesso il campione stava molto meglio, ma si chiedeva
se sarebbe mai tornato quello di prima o se invece avrebbe dovuto dire
addio alla carriera, come era capitato a Doc tanti anni prima.

Per fortuna, c’erano i suoi vecchi amici di Radiator Springs a


incoraggiarlo e sostenerlo. E così alla fine Saetta decise di tornare ad
allenarsi. Chiamò i suoi sponsor per dare loro la notizia e partì subito alla
volta del nuovo Racing Center della Rust-eze, a bordo del suo camion
Mack.
Il nuovo centro dove Saetta avrebbe dovuto allenarsi era grandissimo e
super tecnologico. C’erano fotografie e ricordi della sua strepitosa carriera
appesi ovunque e all’ingresso campeggiava una scultura gigantesca con il
suo numero. Saetta era senza parole.
Quel giorno, il campione scoprì che i suoi sponsor, Rusty e Dusty,
avevano venduto la Rust-eze a Sterling, il proprietario di diverse aziende.
“Sono sempre stato un tuo fan!” spiegò Sterling a Saetta quando si presentò.
“E ora sono felice di essere anche il tuo sponsor!”
Più tardi Sterling accompagnò Saetta a visitare il Racing Center.
Attraversarono sale enormi piene di macchinari moderni, fino a quando non
raggiunsero un’auto gialla, che si stava esercitando sopra un simulatore di
guida. Sembrava cavarsela alla grande. Saetta era convinto che si trattasse
di una delle auto di nuova generazione.
“Ti presento la migliore allenatrice in circolazione!” gli disse invece
Sterling. “Si chiama Cruz Ramirez.”
Cruz aveva preparato un programma di allenamento speciale per
McQueen e i due decisero di cominciare a lavorare subito. Saetta avrebbe
voluto partire dal simulatore di guida, ma Cruz frenò il suo entusiasmo.
“Non sei ancora pronto,” gli disse e poi lo condusse al tapis roulant, dove
impostò una velocità bassissima. “Lavoreremo sulle alte velocità dopo che
avrai fatto un pisolino,” spiegò l’allenatrice.
“Ma non mi serve un pisolino…” protestò invano Saetta.
Purtroppo, l’allenamento non diede i risultati sperati e presto Sterling si
rese conto che Saetta non era in grado di competere con le auto di nuova
generazione. Allora gli propose di ritirarsi: sarebbe comunque rimasto una
leggenda e insieme avrebbero potuto lanciare sul mercato tanti prodotti con
il marchio McQueen.

McQueen, però, riuscì a convincerlo a dargli un’ultima possibilità:


avrebbe partecipato alla Florida 500, la prima gara della Piston Cup e, se
non avesse vinto, si sarebbe ritirato per sempre.
Così Saetta partì per la Florida con Cruz. Insieme si allenarono alla
Fireball Beach, dove avevano corso tanti campioni. Purtroppo, però, le
prestazioni di McQueen non erano ancora convincenti.
Saetta pensò che forse, se avesse partecipato a una vera gara con altre
macchine, avrebbe potuto ritrovare lo spirito di una volta, così lui e Cruz si
recarono alla Thunder Hollow Speedway, una pista di terra dove un tempo
aveva corso anche Doc.

Saetta si presentò alla gara tutto sporco di fango per non farsi
riconoscere. Cruz decise di correre al suo fianco per misurargli la velocità.
Al momento del via, però, si accorsero che quella non era una
competizione tradizionale, ma una gara di demolizioni.

Le auto cominciarono a urtarsi l’una con l’altra cercando di buttarsi


fuori strada. Saetta era abbastanza veloce da riuscire a schivare gli
avversari, ma fu costretto a proteggere Cruz, che non avendo mai guidato
sulla terra era rimasta immobile, come pietrificata. Alla fine,
incredibilmente, l’unica auto a rimanere in gara fu proprio Cruz.
Quella sera, dopo la gara, Saetta era furioso. “Non posso esercitarmi, se
devo badare alla mia allenatrice!” strillò. “Se perdo sono fuori… E se tu
fossi un’auto da competizione capiresti di che cosa sto parlando.”
“Avrei tanto voluto essere un’auto da competizione,” sussurrò Cruz
mortificata. “Ma purtroppo non ce l’ho fatta…”

Più tardi McQueen decise di scusarsi con Cruz e le propose di


accompagnarlo a Thomasville, dove viveva Smokey, l’anziano allenatore
che aveva trasformato Hudson in un grande campione. Forse Smokey
avrebbe potuto aiutarlo a tornare in forma. Cruz accettò l’invito entusiasta.
Quando arrivarono al quartier generale di Smokey rimasero senza fiato.
Thomasville Speedway era fantastica.
Proprio su quella pista il Favoloso Hudson Hornet si era trasformato in
una leggenda. E ancora adesso il garage di Smokey era considerato il
migliore dei dintorni.
Cruz e Saetta decisero di fare un giro di prova a tutto gas, sfrecciarono
insieme sul circuito sollevando nuvoloni di polvere. Ormai Cruz era
diventata bravissima a guidare in fuoristrada.
A un tratto, però, i due amici furono costretti a inchiodare. Un vecchio
pick-up comparve sulla pista. Era Smokey.

Smokey fu felice di ospitare Cruz e Saetta nel suo garage per qualche
giorno e presentò loro i suoi amici. C’erano Junior Moon, River Scott e
Louise Nash. Erano soprannominati le Leggende e Louise era stata
addirittura la prima auto femmina ad aver partecipato alla Piston Cup.

Più tardi, però, Smokey chiese di restare solo con Saetta. Lo condusse
nel suo garage e gli mostrò una parete tappezzata di foto e di ritagli di
giornale che lo riguardavano.
Gli raccontò che dopo l’incidente che aveva messo fine alla sua carriera,
Doc non si era fatto più sentire per molto tempo. “Ma poi, un giorno,”
spiegò Smokey, “sono cominciate ad arrivare delle lettere. Ed erano tutte su
di te.”
Saetta le guardò incredulo, erano tutte appese al muro insieme a tanti
ritagli di giornale. “Il periodo più felice della sua vita,” continuò Smokey,
“non è stato quello delle corse, ma quello in cui ti ha allenato!”

Grazie alle parole di Smokey, Saetta ritrovò il coraggio e l’ottimismo.


Il giorno dopo, l’anziano allenatore riunì la squadra nel suo garage per
comunicare il nuovo programma. “Tu non puoi andare più veloce di
Storm,” disse a Saetta. “Ma puoi essere più intelligente di lui.”
Poi aggiunse che McQueen aveva bisogno di allenarsi con un compagno
simile ai campioni di nuova generazione. Ed ecco che Guido e le Leggende
trasformarono Cruz: le montarono delle nuove gomme e le dipinsero sulla
fiancata il numero di Storm.
Nei giorni successivi, Cruz e Saetta si allenarono molto duramente
seguendo gli ordini di Smokey: trascinarono rimorchi pesantissimi, corsero
tra mandrie di trattori imbizzarriti e continuarono a provare anche in pista
per verificare i progressi di McQueen.
Una notte Smokey e le Leggende portarono Saetta e Cruz in un bosco.
“Niente luci,” disse Smokey. Voleva che si allenassero al buio e che
seguissero il loro istinto. I due amici all’inizio procedevano lentamente, ma
poi si lasciarono andare e cominciarono a divertirsi sul serio. Saetta andava
così forte che perse la pellicola hi-tech che ricopriva la sua carrozzeria!

L’indomani era il grande giorno. Saetta e Cruz ripartirono per la Florida.


La gara cominciò bene per McQueen. Ma, mentre guadagnava
posizioni, Saetta sentì attraverso il collegamento radio che Sterling ordinava
a Cruz di lasciare la pista. “Non sei una macchina da corsa,” le disse.
E all’improvviso Saetta ripensò a come gli era sembrata brava Cruz sul
simulatore, e a come aveva imparato in fretta a guidare sul fango. Adesso
McQueen aveva capito: Cruz era una macchina da corsa grandiosa, una
campionessa, ma nessuno le aveva mai dato un’opportunità.
In quel momento ci fu un incidente in pista e le auto dovettero
rallentare. Saetta ne approfittò per dirigersi ai box e chiese a Sterling di
chiamare Cruz.
“Io ho cominciato questa gara,” disse alla sua allenatrice. “E tu la
finirai!”
Sterling era contrario a questa mossa, ma Saetta non volle sentire
ragioni. Aveva deciso che Cruz meritava un’occasione. In un attimo la
squadra la preparò per scendere in pista, le dipinsero anche il numero di
McQueen sulla fiancata.
Quando la gara ripartì, Saetta si mise subito in contatto radio con Cruz.
Per prima cosa le suggerì di immaginare che gli altri concorrenti fossero
trattori. E, sotto la sua guida, la campionessa cominciò a superare un
avversario dopo l’altro.
I telecronisti all’inizio non fecero caso alla macchina gialla che correva
nelle retrovie. Ma, appena Cruz si avvicinò alle prime posizioni,
cominciarono a seguirla incuriositi: non l’avevano mai vista prima eppure
sembrava una fuoriclasse. Anche il pubblico sulle gradinate, ammirato dalla
sua prestazione, iniziò a fare il tifo per lei.
Ormai Cruz aveva raggiunto il gruppo di testa, quello in cui correvano
Jackson Storm e le altre auto di nuova generazione.
Quando si ritrovò Cruz alle spalle, Storm cominciò ad agitarsi. Per
cercare di metterle pressione rallentò fino ad affiancarla. “Non sarai mai
una di noi!” le disse ridacchiando.
Cruz, però, seguì i consigli di Saetta e mantenne la calma. Non si
sarebbe fatta scoraggiare da quel gradasso.
Quando tentò di sorpassare Storm, lui la spinse contro la recinzione.
Allora alla campionessa tornò in mente una manovra spettacolare che aveva
fatto Doc Hudson molto tempo prima e pensò di imitarla: usò la recinzione
per darsi lo slancio, superò l’avversario in volo e tagliò per prima il
traguardo.

L’autodromo esplose in un tripudio di applausi. Tutto il pubblico


festeggiava Cruz, e naturalmente in prima fila c’erano Saetta, Smokey e il
team al completo. Per ringraziare i suoi tifosi, la nuova campionessa si esibì
in una serie di numeri spettacolari, che fecero fumare l’asfalto della pista.
Ma Cruz non era l’unica vincitrice: sul tabellone, al primo posto, c’era
anche McQueen: lui aveva cominciato la gara e così si era guadagnato il
diritto di continuare a correre!
Qualche giorno dopo Cruz e Saetta, con le carrozzerie appena
riverniciate, partirono per Radiator Springs: dovevano preparare insieme la
gara successiva della Piston Cup.
McQueen, però, aveva deciso di stare lontano dalle corse per un po’ e di
cimentarsi nel nuovo ruolo di allenatore. Adesso sapeva che essere il
maestro di una fuoriclasse poteva dare soddisfazioni ancora più grandi. Il
vecchio Doc Hudson aveva sempre ragione!
Q uel giorno la lezione di storia era più noiosa del solito. Alice, seduta
sul ramo di un albero, giocava con il suo gattino Oreste e proprio non
riusciva a concentrarsi sulle parole della sorella, che leggeva ad alta voce un
libro voluminoso, dove non c’era nemmeno un’illustrazione.
“Come si fa a interessarsi a un libro senza figure!” si lamentava la
bambina, sempre più annoiata. Nel suo mondo ideale, i libri avrebbero
avuto solo figure! Ma non solo: nel suo mondo ideale anche gli animali, i
fiori e i ruscelli sarebbero stati capaci di parlare.
E mentre si perdeva nelle sue fantasticherie, tra uno sbadiglio e l’altro,
vide passare un coniglio bianco, che indossava un panciotto.
“È tardi, è tardi!” esclamava affannato il coniglio, anzi, il Bianconiglio,
mentre controllava il suo orologio da taschino.
Alice saltò subito a terra e cominciò a corrergli dietro: sembrava proprio
che i suoi desideri stessero per realizzarsi.
La bambina l’aveva quasi raggiunto, ma quello si infilò in una grossa
buca scavata nel terreno e scomparve. Alice non riuscì a resistere alla
curiosità e scivolò a sua volta nella tana. Avanzava lentamente in quel
cunicolo stretto, quando, all’improvviso, precipitò in una voragine
profondissima.
Fortunatamente la gonna le fece da paracadute e rallentò la sua discesa.
Intorno a lei fluttuavano oggetti di ogni tipo: teiere, tazze, libri e calamai.
La bambina giunse a terra sana e salva e si ritrovò in un corridoio buio e
stretto. In lontananza vide il coniglio, che continuava a correre, lo inseguì e
arrivò davanti a una porticina. Ma, quando cercò di aprirla, una voce la
rimproverò.
“Sei troppo grande!” disse la serratura. “Perché non provi con quella
bottiglia sul tavolo?”
Alice bevve il misterioso contenuto della bottiglia e all’improvviso
divenne piccolissima.

“Adesso sono proprio della misura giusta!” commentò Alice, correndo


verso la porta.
“Mi dispiace,” replicò la serratura sogghignando. “Ho dimenticato di
dirti che sono chiusa a chiave.”
La chiave, purtroppo, era rimasta sul tavolo, dove la bambina non
poteva più arrivare. La serratura allora gli indicò una scatola di biscotti.
Alice ne assaggiò uno e questa volta crebbe fino a toccare il soffitto.
“Oh, no,” esclamò. “Adesso non potrò più uscire da qui!”
La bambina cominciò a singhiozzare disperata e in un attimo un mare di
lacrime invase la stanza.
In quel momento, Alice vide la bottiglia che galleggiava sulle onde e
pensò di bere le ultime gocce di liquido rimaste. Di nuovo tornò piccola,
così piccola che cadde dentro la bottiglia. Poi fu trascinata dalla corrente
attraverso il buco della serratura.
Si ritrovò allora in mezzo a un mare sempre più agitato. Non sapeva
come fermarsi. “Per favore, mi aiuti!” gridò all’indirizzo di uno strano
uccello che navigava poco distante da lei. Si chiamava Capitan Libeccio e si
faceva trasportare da altri due uccelli più piccoli. Ma lui ignorò Alice e
continuò a dirigersi verso riva, canticchiando allegramente.
Per fortuna, anche Alice, sospinta dalle onde, riuscì a toccare terra.
Sulla spiaggia c’era anche il coniglio bianco, che riprese subito la sua
corsa. Naturalmente Alice ricominciò a seguirlo e si addentrò in un bosco.
Del coniglio, però, non c’era più traccia. In compenso, dai cespugli,
sbucò Pinco-Panco seguito da Panco-Pinco. Erano due gemelli molto buffi
che parlavano e si muovevano in perfetta sincronia.
“Mi chiamo Alice e sto seguendo un coniglio bianco,” disse
educatamente la bambina. “L’avete visto per caso?”
I due gemelli ignorarono la domanda e le proposero invece di ascoltare
una storia divertente. Alice, curiosa com’era, acconsentì e si sedette.
Al termine della storia, i due gemelli attaccarono subito con la
successiva, ma Alice aveva fretta di trovare il coniglio e si rimise in
cammino.
Giunse davanti a una graziosa casetta. Dalla finestra si affacciò proprio
il coniglio bianco. “Marianna!” gridò quando la vide. “Non trovo i guanti,
vai subito a cercarli!”
Alice era un po’ confusa: forse il coniglio l’aveva scambiata per un’altra
persona. Ma decise comunque di obbedire. Entrò in casa e, mentre rovistava
tra i mobili, trovò un’altra scatola di biscotti. Ne prese uno e di nuovo
cominciò a crescere fino a diventare gigantesca.
Il coniglio fuggì via terrorizzato.
“Aiuto! Un mostro!” gridava il coniglio disperato.
“Calmatevi, Messer Bianconiglio!” disse Capitan Libeccio sopraggiunto
in quel momento. “Ho già un piano strategico per cacciare quel mostro. Lo
spazzeremo via dal camino.”
Il Bianconiglio andò subito a chiamare Biagio, un piccolo
spazzacamino, che di fronte ad Alice indietreggiò terrorizzato. Capitan
Libeccio, però, riuscì a convincerlo a salire sul tetto e a calarsi nella canna
fumaria.
Durante quella delicata operazione, un po’ di fuliggine andò a finire nel
naso di Alice, che emise un sonoro starnuto. Il povero Biagio fu sollevato in
aria da quel ciclone e sparì all’orizzonte.
“Forse dovremmo tentare un rimedio più energico!” commentò Capitan
Libeccio senza scomporsi. “Daremo fuoco alla casa.”
E cominciò subito a portare mobili e altri oggetti di legno in giardino
sotto lo sguardo terrorizzato del Bianconiglio. “La mia povera magione!”
commentava lui sconsolato.

Tutto era pronto per il falò. Capitan Libeccio aveva già acceso un
fiammifero, quando a un tratto Alice ebbe un’idea. “Forse se mangiassi
qualcosa potrei rimpicciolirmi!” disse. Tese una mano e afferrò una delle
carote che crescevano nell’orto. Un minuscolo morso fu sufficiente a farla
ritornare piccola.
Il Bianconiglio, sollevato, corse subito via. “Devo andare!” esclamò. “È
tardi!”
“Aspetti! La prego!” gridò Alice, ma fu tutto inutile: il Bianconiglio era
già sparito.
Alice tornò nel bosco. Adesso era talmente piccola che anche i fiori la
guardavano dall’alto in basso. E non si limitarono a guardarla: le rivolsero
anche la parola!
“Che tipo di fiore sei?” le chiese una rosa.
“Oh, ma io non sono un fiore…” rispose Alice.
“Lo sospettavo…” intervenne un iris viola. “Devi essere una
comunissima erbaccia!”
“Va’ via!” gridarono allora gli altri fiori in coro. “Qui non è aiuola per
te!”
“Che maleducazione!” commentò la bambina, ma i fiori la spinsero via
senza nessun riguardo.
Mentre ancora brontolava tra sé e sé, Alice vide spuntare delle strane
nuvolette colorate all’orizzonte. Si avvicinò incuriosita e scorse un bruco
sdraiato su un grosso fungo. Il suo nome era Brucaliffo e sbuffava fumo
dalla bocca sottile.
“Cosa essere tu?” chiese il buffo animale.
“Non lo so più nemmeno io,” rispose la bambina. “Mi sono trasformata
così tante volte oggi…”
“Esattevolmente che cosa ti preoccupa?” domandò allora il bruco.
“Vorrei essere un po’ più grande!” rispose lei, ma non riuscì a finire la
frase: il Brucaliffo era sparito.
Un attimo dopo il Brucaliffo ricomparve: si era trasformato in una
bellissima farfalla.
“Mangia questo fungo!” disse ad Alice prima di volare via. “Un lato ti
farà crescere e l’altro ti farà rimpicciolire!”
Alice guardò confusa l’enorme fungo dove prima era sdraiato il
Brucaliffo. Non era sicura di aver capito bene le sue indicazioni, ma alla
fine si decise ad assaggiare un pezzetto di fungo e all’improvviso cominciò
a crescere.
Questa volta diventò più alta degli alberi. “Brutto serpente!” le gridò un
uccello che aveva il nido lì vicino. “Non osare mangiare le mie uova!”
Alice cercò di concentrarsi: così era davvero troppo alta.
Prese allora un altro pezzetto di fungo, strappandolo dal lato opposto, e
tornò di nuovo della sua statura normale.
“Così va meglio!” esclamò soddisfatta. E prima di ripartire si mise in
tasca altri due pezzetti di fungo.
Alice giunse davanti a un grosso albero, su cui erano appesi cartelli con
le indicazioni più disparate. La bambina li studiò attentamente, ma non
riuscì proprio a capire dove doveva andare. Per fortuna, sentì una voce poco
distante, la seguì e vide spuntare un sorriso sopra un ramo. E poi intorno al
sorriso, comparve un gatto a strisce rosa.
“Buongiorno!” disse quella creatura bizzarra. “Io sono uno Stregatto.
Perduto qualcosa?”
“No…” disse Alice. “Volevo solo sapere che strada devo fare!”
“Tutto dipende da dove vuoi andare!” rispose lo Stregatto, prima di
sparire di nuovo. “Ma se io cercassi un Bianconiglio lo chiederei al
Cappellaio Matto oppure al Leprotto Bisestile!”
“Oh, grazie!” disse Alice con un inchino. “Credo che lo chiederò a lui.”
“Ma stai attenta!” si raccomandò lo Stregatto ricomparendo su un altro
ramo. “Gli manca qualche venerdì!”
“Ma io non voglio andare in mezzo ai matti!” protestò la bambina.
“Non puoi farci niente. Qui siamo tutti matti,” replicò lo Stregatto
scoppiando a ridere.
“Ti sarai accorta che sono un po’ svanito anch’io…” aggiunse. E sparì
un’altra volta.
Alice, un po’ stordita da quella conversazione assurda, cercò il cartello
che indicava la casa del Leprotto Bisestile e si rimise in marcia.
Il Leprotto Bisestile non abitava molto lontano. Alice lo trovò seduto in
giardino, seduto a una lunga tavola apparecchiata per il tè. Con lui c’erano
anche il Cappellaio Matto e un grazioso topolino. Cantavano e brindavano
insieme davanti a una torta con le candeline.
Alice, divertita, andò a sedersi accanto a loro.
“Prendi una tazza di tè,” le disse il Leprotto Bisestile.
“Volentieri,” rispose la bambina. “E scusate se ho interrotto la vostra
festa di compleanno.”
“Ma questo è un non-compleanno!” la corresse il Cappellaio Matto. “Si
festeggia tutti i giorni in cui non compi gli anni.”
“Davvero?” esclamò la bambina entusiasta. “Ma allora oggi è anche il
mio non-compleanno!”
E così anche Alice ebbe la sua torta con le candeline.

Quella festa sembrava molto divertente, ma era anche un po’ confusa. Il


Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile si comportavano in modo strano e
dicevano cose senza senso. A un certo punto si misero perfino a correre
sulla tavola per dare la caccia al povero topolino.

Poco dopo arrivò anche il Bianconiglio. Come sempre, era di fretta.


“Sono in ritardo, in ritardissimo,” disse quasi senza fiato.
“È naturale che tu sia in ritardo,” ribatté il Cappellaio prendendogli
l’orologio dalle mani. “Questo aggeggio è indietro di due giorni! Ma io
posso aggiustarlo.”
E sotto lo sguardo terrorizzato del Bianconiglio, prima immerse
l’orologio nel tè, poi eliminò gli ingranaggi e infine ci spalmò sopra del
burro.
Alice ne aveva abbastanza: quel mondo era troppo strano per lei; forse
era arrivato il momento di andarsene. E così si allontanò senza nemmeno
salutare.
Purtroppo, però, non ricordava più la strada per tornare indietro. Vagò a
lungo per la foresta fino a sbucare in un bellissimo giardino, circondato da
alte siepi.
Era il giardino della Regina di Cuori, che poco dopo venne annunciata
dal trombettiere di corte. Ed era proprio il Bianconiglio!
La sovrana entrò, preceduta dalla sua guardia reale composta da carte da
gioco, e quando vide Alice la invitò a fare una partita di croquet.
Il croquet della regina di cuori era bizzarro: si giocava con fenicotteri e
ricci al posto di mazze e palle. Ma Alice lo trovava comunque divertente.
Peccato che la sovrana fosse molto permalosa: durante la partita, a un tratto
inciampò finendo a gambe all’aria e, furibonda, incolpò Alice di
quell’incidente. “Portatela in tribunale!” disse alle guardie.
Il processo fu presieduto dalla Regina stessa che, dopo aver ascoltato le
accuse lette dal Bianconiglio, fu pronta a emettere la sentenza. “Tagliatele
la testa!” disse, indicando Alice.
Per fortuna il Re, seduto accanto alla Regina, riuscì a convincerla a
lasciare entrare prima i testimoni.
Così fu chiamato il Cappellaio Matto.
Il Cappellaio aveva portato una torta per il non-compleanno della
Regina e insieme al Leprotto Bisestile intonò una canzone di auguri per lei.
Ma quella festa improvvisata finì per irritare ancora di più la perfida
sovrana, che era determinata a condannare Alice.
La bambina, allora, si ricordò dei pezzettini di fungo che aveva ancora
in tasca e li mangiò entrambi. Prima divenne di nuovo un gigante, ma poi
tornò subito minuscola. Non le restava che fuggire.

Cominciò a correre, inseguita dalla Regina e dal suo esercito. Attraversò


tutto il Paese delle Meraviglie, e finalmente riuscì a ritrovare la porticina da
cui era entrata.
“Mi spiace!” le disse, però, la serratura. “Sono ancora chiusa a chiave.”
Alice, disperata, si voltò: la Regina di Cuori l’aveva raggiunta!

“Alice, svegliati!” disse una voce in quel momento. Quando aprì gli
occhi, la bambina vide la sorella e il gattino Oreste e capì che quel viaggio
era stato soltanto un sogno… un lungo, incredibile, meraviglioso sogno.
I n una notte buia e impenetrabile, un cavaliere vestito di nero, con un
ampio turbante, attendeva nel deserto, in compagnia del suo fedele
pappagallo Iago. A un tratto, un altro uomo lo raggiunse. Era un ladro e si
chiamava Gazeem.
“Sei in ritardo!” gli disse il cavaliere, con una voce che metteva i
brividi. “L’hai preso?”
Gazeem annuì e gli porse un frammento di un amuleto. Lui lo afferrò
subito e lo avvicinò a un altro frammento che già possedeva. Insieme i due
pezzi componevano uno sca rabeo d’oro.
L’amuleto si sollevò in aria e, in un’esplosione di luce, volò via
velocissimo. L’uomo in nero e Gazeem lo seguirono fino a quando dalle
tenebre si materializzò la testa di una tigre gigantesca che spalancò le sue
enormi fauci.
“La Caverna delle Meraviglie, finalmente!” esclamò il cavaliere. E,
mentre spingeva Gazeem verso l’ingresso della grotta, aggiunse: “Ricorda,
il tesoro è tuo, ma la lampada è mia!”
Prima che il ladro entrasse, però, la caverna lo avvertì: “Uno soltanto
può entrare qui, un diamante allo stato grezzo”.
Sotto lo sguardo minaccioso dell’uomo in nero, Gazeem varcò la soglia
e un attimo dopo fu divorato dalla caverna, che scomparve in quello stesso
istante.
L’uomo in nero aveva perso un’occasione importante per impossessarsi
della misteriosa lampada, ma non si diede per vinto. Adesso sapeva chi
avrebbe potuto aiutarlo: un diamante allo stato grezzo, una persona
dall’apparenza semplice che nascondesse un grande valore.
E lui era determinato a trovarla.
Nella città di Agrabah viveva Aladdin, un giovane ladro che non si
separava mai dalla sua scimmietta Abù. Aladdin era scaltro e agilissimo, un
vero incubo per le guardie del Sultano, che non riuscivano mai ad
acciuffarlo.
Anche quel giorno era sfuggito a un’intera schiera di soldati, saltando
da un edificio all’altro e infilandosi tra gli stretti vicoli della città. E adesso
era pronto a dividere con Abù il suo bottino: un misero tozzo di pane.
Era più affamato del solito perché non mangiava da tempo, ma ora che
finalmente poteva addentare del cibo, notò due bambini in fondo al vicolo
in cui si era rifugiato. Stavano rovistando tra i rifiuti e avevano un aspetto
emaciato.
Senza pensarci troppo, Aladdin si avvicinò. “Tieni!” disse dolcemente
alla bambina più grande, che subito divise il pane con il fratello.

Intanto da una delle strade principali giunsero applausi e grida di


acclamazione. Aladdin si fece largo tra la folla e scorse un principe a
cavallo. Era l’ennesimo ricchissimo pretendente della principessa Jasmine e
si stava dirigendo a palazzo. Chissà se la principessa avrebbe rifiutato anche
lui?
Non solo il principe fu respinto, ma dovette anche lasciare il castello
con uno squarcio nei pantaloni, perché Rajah, la tigre di Jasmine, non aveva
resistito alla tentazione di fargli uno scherzetto.
Il Sultano, padre di Jasmine, era sempre più preoccupato. La legge
prevedeva che la principessa sposasse un principe entro il suo prossimo
compleanno e mancavano soltanto tre giorni! Il Sultano, per l’ennesima
volta, tentò di convincerla a prendere marito. Ma Jasmine aveva altri sogni:
voleva sposarsi solo per amore e soprattutto voleva conoscere il mondo; la
vita a palazzo le stava stretta.

Il Sultano, sconsolato, pensò di rivolgersi al suo Gran Visir, Jafar. Era


lui l’uomo in nero della Caverna delle Meraviglie!
“Forse io posso escogitare una soluzione a questo spinoso problema,”
suggerì Jafar. “Però, maestà, dovete darmi il mistico diamante blu!”
Il Sultano era perplesso: quella pietra apparteneva alla sua famiglia da
secoli. Ma Jafar, che era un potente stregone, usò il suo bastone magico per
ipnotizzare il sovrano e si fece consegnare il diamante.
Quella notte, la principessa Jasmine indossò un mantello e fuggì da
palazzo.
“Mi dispiace tanto,” disse a Rajah prima di salutarla, “ma non posso
restare qui e lasciare che decidano della mia vita.”

Alle prime luci del mattino, Jasmine vagava per il mercato della città,
inebriata dai colori delle bancarelle. In mezzo alla folla scorse un bambino
dall’aria molto affamata, che camminava da solo. Ingenuamente, la ragazza
prese una mela da uno dei banchi e la offrì al bambino.
“Ladra!” gridò subito il proprietario della bancarella sfoderando la sua
sciabola.
Aladdin, che aveva assistito a tutta la scena, corse in aiuto di Jasmine.
La trascinò via e la portò al sicuro, sulla cima di un edificio in rovina. I due
ragazzi trascorsero il resto della giornata chiacchierando e vagando sopra i
tetti della città. Si capivano nel profondo del cuore, anche se non sapevano
niente l’uno dell’altra.
Non si erano ancora nemmeno detti i loro nomi, quando furono sorpresi
dalle guardie di palazzo, che riportarono Jasmine nella reggia e rinchiusero
il giovane ladro in prigione.

Era stato Jafar a mandarle. Il perfido mago aveva usato il diamante del
Sultano per attivare l’energia delle Sabbie del Tempo, una clessidra magica.
Quest’ultima gli aveva rivelato che il diamante grezzo, l’unico a poter
entrare nella Caverna delle Meraviglie, era proprio il giovane Aladdin.
Rinchiuso nelle prigioni del palazzo, Aladdin non faceva che pensare a
Jasmine. Avrebbe tanto voluto rivederla, ma aveva appena scoperto che la
ragazza era la figlia del Sultano e sapeva che un povero ladro come lui non
poteva nemmeno sperare di avvicinarsi a una principessa.
In quel momento si fece avanti un altro prigioniero. Era Jafar che si era
camuffato da vecchio mendicante. L’uomo propose uno scambio: se
Aladdin avesse recuperato per lui una lampada nascosta in una caverna
misteriosa, il vecchio lo avrebbe reso immensamente ricco.

E così, Aladdin fuggì insieme al mendicante e, dopo aver camminato a


lungo nel deserto, giunse davanti all’ingresso di una grotta, che aveva la
forma di una testa di tigre.
Prima che Aladdin potesse entrare, la tigre si raccomandò: “Non
toccherai altro che la lampada”.
Il giovane ladro annuì e, facendosi coraggio, superò la soglia della
caverna insieme ad Abù. Si ritrovò circondato da tesori di ogni tipo: monete
d’oro, vasi preziosi e gemme scintillanti. C’era anche un tappeto magico
che sembrava animato ed era perfino in grado di volare.

Aladdin raggiunse il fondo della grotta e, in cima a una roccia altissima,


vide una piccola lampada dorata. La afferrò e fece per tornare indietro, ma
in quel momento la caverna cominciò a tremare.
Abù aveva cercato di rubare una pietra preziosa, provocando l’ira della
tigre. Fuoco e lava sprizzavano ovunque: la caverna sembrava essersi
trasformata in un vulcano in eruzione.
Fortunatamente il tappeto magico giunse in soccorso di Aladdin e Abù.
Li sollevò e si diresse in volo verso l’esterno della Caverna delle Meraviglie
dove ad attenderli c’era Jafar. Il perfido mago si fece consegnare la lampada
e poi, a tradimento, spinse di nuovo Aladdin dentro la grotta. Il giovane
atterrò sul fondo e perse i sensi.
Quando si risvegliò, poco tempo dopo, con lui c’erano Abù e il tappeto
magico. La scimmietta gli porse soddisfatta la lampada magica: era riuscita
a rubarla a Jafar un attimo prima di cadere. Aladdin osservò incuriosito
quell’oggetto e cominciò a strofinarlo.
E all’improvviso dalla lampada uscì fuori un enorme Genio blu.
Il Genio spiegò che era rimasto dentro la lampada per diecimila anni e
che, grazie alla sua magia, aveva il potere di esaudire tre desideri del suo
padrone.
Aladdin pensò immediatamente a Jasmine, che presto avrebbe dovuto
decidersi a sposare uno dei suoi pretendenti. Perciò chiese al Genio di farlo
diventare un principe.

E così, grazie al tappeto magico, i due volarono fino ad Agrabah.


Aladdin, vestito come un vero principe, fece un ingresso trionfale in sella a
un elefante, seguito da schiere di servitori che portavano vassoi carichi di
monete d’oro.
Nel frattempo anche Jafar era tornato nel palazzo del Sultano, più
furente che mai. Era convinto che la lampada magica fosse andata perduta,
ma non voleva rinunciare ai suoi sogni di ricchezza. Insieme a Iago, allora,
ordì un piano ancora più terribile: avrebbe costretto Jasmine a sposarlo e
sarebbe diventato l’uomo più potente del regno.
Stava appunto usando le sue arti magiche per persuadere il Sultano a
concedergli la figlia in sposa, quando Aladdin si presentò a palazzo. Disse
di chiamarsi Alì e chiese ufficialmente la mano di Jasmine.
Il Sultano fu da subito entusiasta di quel principe così ricco, gentile ed
elegante e si disse certo che la principessa avrebbe accettato la sua proposta.
Ma anche questa volta rimase deluso. “Come vi permettete di decidere del
mio futuro!” intervenne Jasmine entrando di corsa nella sala. “Io non sono
un trofeo!”
Aladdin si allontanò sconsolato, ma non si arrese. Quella sera decise di
andare a trovare Jasmine. Adesso sapeva che a lei non interessava la
ricchezza, voleva scegliere da sola chi sposare e soprattutto voleva essere
libera. Così le propose di fare un giro sul tappeto magico. “Potremmo uscire
da palazzo, vedere il mondo…” le disse.
A Jasmine il principe Alì ricordava tanto il giovane che aveva
conosciuto al mercato di Agrabah, e accettò raggiante il suo invito.
Fu una notte magica. Insieme videro luoghi meravigliosi e quando
tornarono alla reggia, e venne il momento di salutarsi, si scambiarono un
dolce bacio.
Ma una brutta sorpresa attendeva Aladdin nei giardini del palazzo. Le
guardie del Sultano lo legarono e lo trascinarono via. Jafar li osservava
soddisfatto e ordinò loro di fare in modo che il giovane principe non venisse
mai ritrovato.
Subito dopo, il Gran Visir andò a cercare il Sultano e questa volta,
grazie al potere incantatore del suo bastone, riuscì a convincerlo a dargli in
sposa la figlia.

Più tardi il Sultano si presentò nella stanza di Jasmine insieme al suo


consigliere. “Tuo padre ha appena scelto un marito per te,” annunciò.
“Sposerai Jafar.”
“Non acconsentirò mai!” protestò sconvolta la principessa.
In quel momento, Aladdin entrò attraverso una grande finestra. Le
guardie lo avevano gettato in mare aperto ma, un attimo prima di annegare,
il ragazzo aveva usato il suo secondo desiderio e aveva chiesto al Genio di
salvarlo.
Il ragazzo notò lo sguardo confuso del Sultano e capì che il Gran Visir
lo aveva ipnotizzato.
“Vi tiene sotto controllo con questo!” disse al sovrano, afferrando il
bastone di Jafar e spezzandolo.
Non appena il bastone si ruppe, il Sultano, liberato dall’incantesimo, si
rese conto che il suo consigliere più fidato aveva sempre tramato contro di
lui. Quindi, chiamò le guardie e diede ordine di portare via il traditore.
Prima che i soldati potessero imprigionarlo, però, il perfido Jafar riuscì
a dileguarsi. Aveva visto la lampada magica che Aladdin custodiva sotto il
mantello ed era determinato a impossessarsene.
Nascosto nei sotterranei del palazzo, Jafar stava raccontando a Iago
quello che aveva scoperto. “Aladdin ha la lampada magica,” disse. “Ma tu
saprai sottrargliela!”
E così, mentre il Sultano, dalla terrazza della reggia, annunciava al
popolo di Agrabah il fidanzamento di Jasmine e Aladdin, Iago rubò la
lampada magica e la portò subito a Jafar.
Non appena mise le mani sulla lampada, il malefico stregone cominciò
a strofinarla e il Genio si materializzò davanti ai suoi occhi.
“Voglio essere trasformato in un Sultano!” chiese Jafar come primo
desiderio.
Suo malgrado, il Genio dovette obbedire. Sollevò la reggia in cui
vivevano Jasmine e il padre e la depose su una roccia altissima mentre Jafar
diventava il nuovo Sultano di Agrabah.
Non contento, Jafar chiese al Genio di farlo diventare anche lo stregone
più potente del mondo, e con una magia spedì Aladdin lontano da Agrabah,
insieme ad Abù e al tappeto magico.

Da quel momento, Jafar divenne il padrone incontrastato del regno.


Viveva nel palazzo in cima alla roccia, circondato da montagne d’oro. Con
la sua stregoneria, aveva trasformato il Sultano in una marionetta e
costringeva Jasmine in catene. Voleva a tutti i costi che la principessa lo
sposasse, ma fino a quel momento la ragazza era riuscita a opporsi. Era
certa che, presto o tardi, Aladdin sarebbe tornato e insieme avrebbero
sconfitto il perfido Jafar.

E Aladdin, infatti, dopo un lunghissimo volo a bordo del suo


inseparabile tappeto magico, riuscì a tornare ad Agrabah.
Quando Jasmine lo vide intrufolarsi nella sala del trono, corse a
distrarre Jafar. “Non mi ero mai resa conto di quanto tu fossi attraente!” gli
disse con voce dolce. “Sei così alto, muscoloso…”
Mentre il perfido stregone si perdeva negli occhi della principessa,
Aladdin si avvicinò lentamente al trono, dove Jafar conservava la lampada
magica. L’aveva quasi raggiunta, quando lo stregone scorse il riflesso del
giovane ladro sul diadema d’oro di Jasmine.
“Ancora tu!” sbottò fuori di sé. “Quante volte ti devo uccidere,
ragazzino!”
Nella sala del trono si scatenò una battaglia violentissima. Jafar non
risparmiò nessuna delle sue potenti armi magiche. Prima imprigionò
Jasmine in una gigantesca clessidra, poi circondò Aladdin di fiamme
altissime e si trasformò in un gigantesco cobra.
Fino a quel momento, Aladdin era riuscito a sfuggirgli, ma sapeva che
lo stregone era troppo potente per affrontarlo con la forza. Perciò decise di
sconfiggerlo con l’astuzia.
“Rassegnati, Jafar!” gli disse. “Tu sei e sarai sempre il numero due: il
Genio è più forte di te.”
“Hai ragione! I suoi poteri sono più grandi dei miei,” rispose lo
stregone, colpito nell’orgoglio. E immediatamente chiese di essere
trasformato in un genio onnipotente.
Dimenticava, però, che i geni non erano creature libere e infatti, non
appena il suo terzo desiderio fu esaudito, una nuova lampada si materializzò
nella stanza e Jafar fu risucchiato al suo interno.
Come per incanto, Jasmine uscì dalla clessidra, il Sultano riprese vita e
la reggia tornò nella sua posizione originaria.
Abù, Rajah e tutti gli altri abitanti del palazzo festeggiavano felici,
finalmente liberi dal malefico sortilegio di Jafar. Quest’ultimo, prigioniero
della sua lampada, fu spedito dal Genio di Aladdin in fondo alla Caverna
delle Meraviglie.

Aladdin e Jasmine uscirono insieme sul balcone della sala del trono, ad
ammirare Agrabah illuminata dal sole del mattino. “Mi dispiace di averti
fatto credere che ero un principe,” disse il giovane. “Io ti amo, ma non
posso più fingere di essere qualcosa che non sono.”
“Lo capisco,” replicò la principessa trattenendo a fatica le lacrime e
pensando alla crudele legge di Agrabah che le imponeva di sposare un
nobile.

In quel momento il Sultano si avvicinò ai due ragazzi. “Hai dimostrato


di valere quanto un principe,” disse ad Aladdin. “È la legge il vero
problema. Ma io sono il Sultano e ho deciso che d’ora in poi la principessa
potrà sposare chiunque ella riterrà degno della sua mano!”
Qualche sera dopo, sotto un cielo stellato, si celebrarono le nozze di
Jasmine e Aladdin. Gli sposi assistettero al meraviglioso spettacolo dei
fuochi d’artificio e, dopo essersi scambiati un lungo bacio, volarono via
insieme, a bordo del loro tappeto magico. E il Genio? Finalmente libero
poté partire per una lunga e meritata vacanza.
A Londra era arrivata la primavera, ma invece di approfittare di quella
bella giornata di sole per uscire e godere dell’aria mite, Ru dy
Radcliff, un giovane musicista, se ne stava rinchiuso nel suo piccolo
appartamento da scapolo, chino sul pianoforte.
Lavorava da ore al suo ultimo componimento e, pur avendolo già rivisto
e corretto decine di volte, ancora non ne veniva a capo.
Pongo, un bellissimo cane dalmata, lo ascoltava annoiato, stando
sdraiato ai suoi piedi. Da tempo, ormai, si era stancato della vita solitaria
che conduceva insieme al suo padrone.
Per Rudy esisteva solo il lavoro, non c’era spazio per nient’altro.
Invece, avrebbe avuto bisogno di divertirsi un po’ e magari di trovare una
compagna. Dopotutto, scriveva canzoni d’amore, ma non sapeva ancora
nulla su quell’argomento.
Così, Pongo decise di intervenire: avrebbe trovato lui la ragazza giusta
per Rudy. Si affacciò alla finestra e cominciò a scrutare attentamente tra i
passanti diretti al parco.
Ragazze di ogni età e di ogni aspetto, ciascuna accompagnata dalla
propria cagnolina, sfilavano l’una dopo l’altra davanti agli occhi di Pongo,
ma nessuna gli ispirava simpatia.
Poi, al guinzaglio di una giovane donna mora, comparve Peggy, una
graziosa dalmata dall’andatura elegante, e Pongo non ebbe più dubbi: Rudy
doveva assolutamente conoscere la sua padrona. Con uno stratagemma,
trascinò il musicista fuori dall’appartamento e lo condusse al parco.
Anita, la padrona di Peggy, era altrettanto graziosa ed elegante, ma
sembrava anche molto timida e riservata. Rudy, d’altro canto, non era mai
stato particolarmente socievole e spigliato: di solito, quando andavano al
parco, si limitava a fumare la pipa seduto sul prato.
Perciò, Pongo dovette tirarlo verso Anita con la forza, e mentre correva
e saltava intorno ai due giovani per costringerli a fare amicizia, senza
volerlo, li spinse entrambi nello stagno.
L’incidente al parco fu provvidenziale: dopo un po’ di imbarazzo, Rudy
e Anita scoppiarono a ridere, i loro sguardi si incrociarono per la prima
volta e da quel momento non si lasciarono più. Poco tempo dopo, infatti, i
due giovani decisero di sposarsi.
La cerimonia fu semplice e venne celebrata in un’antica cattedrale
addobbata di rose, con un’atmosfera molto romantica.
Naturalmente, anche Pongo e Peggy si erano innamorati: mentre
assistevano al matrimonio dei loro padroni, i due dalmata si scambiarono
promesse d’amore.

Per i primi mesi abitarono tutti e quattro in un piccolo appartamento


vicino al parco. Con loro c’era Nilla, la governante, un’anziana donna,
gentile e premurosa.
Pongo era felice di quella nuova vita: Peggy era adorabile e aspettava
già i primi cuccioli. E Rudy, grazie ad Anita, aveva finalmente trovato
l’ispirazione giusta per le sue canzoni.

Un giorno, quando non mancava ormai molto alla nascita dei piccoli,
un’automobile di lusso si fermò strombazzando davanti alla porta di casa
Radcliff. Ne emerse una donna alta e ossuta, dai capelli per metà bianchi e
per metà neri. Indossava abiti lussuosi e fumava una sigaretta lunga e
sottile.
Era una vecchia compagna di scuola di Anita: si chiamava Crudelia De
Mon e aveva una passione sfrenata per le pellicce.
“In nome del cielo, dove sono i cuccioli?” chiese Crudelia, fiondandosi
in casa come un ciclone, senza nemmeno degnarsi di salutare.
“Mancano almeno tre settimane…” gli rispose confusa Anita, che non
capiva il motivo di quella visita. “Ti va una tazza di tè?”
“No, devo scappare!” rispose contrariata Crudelia. “Chiamami quando
arrivano i cuccioli, d’accordo?”
E, senza attendere una risposta, ripartì a bordo della sua fuoriserie,
lasciando Anita ancora più perplessa.
Peggy, che aveva ascoltato tutto, andò a rifugiarsi preoccupata sotto la
stufa. Non si fidava di quella donna arrogante e maleducata. Temeva che
volesse prendere i loro piccoli. Ma il dalmata corse subito a consolarla. Era
sicuro che Rudy e Anita non glielo avrebbero mai permesso.

Così trascorsero altre settimane e, in una gelida e tempestosa notte di


ottobre, Peggy diede alla luce quindici dolcissimi cuccioli.

Rudy, Anita e Nilla si strinsero commossi intorno ai due genitori, ma


non poterono gioire a lungo, perché di nuovo giunse in visita quella
prepotente di Crudelia De Mon, che voleva a tutti i costi comprare i cuccioli
dalmata.
Rudy, allora, le spiegò una volta per tutte che i piccoli non erano in
vendita. Crudelia fu costretta ad andarsene, ma giurò che si sarebbe
vendicata.
Venne l’inverno e una sera due uomini dall’aria losca suonarono alla
porta di casa Radcliff. “Siamo della società elettrica,” spiegò il più basso
dei due.

Nilla era sola, perché Rudy e Anita erano usciti a passeggio con Pongo
e Peggy. Disse ai due uomini che non poteva farli entrare, ma quelli si
intrufolarono in casa lo stesso e con modi brutali rinchiusero la povera
governante in cantina.
Quando finalmente Nilla riuscì a liberarsi, corse in cucina e con grande
orrore scoprì che la cesta dei piccoli era vuota. “Hanno rubato i cuccioli!”
cominciò a strillare disperata. “Aiuto!”
Appena rientrato a casa, Rudy avvertì la polizia, ma i rapitori
sembravano non aver lasciato alcuna traccia.
La notizia del rapimento dei cuccioli comparve su tutti i giornali, ma le
indagini della polizia non facevano progressi. Per Pongo e Peggy l’attesa
era ancora più dolorosa, perciò, un giorno, il dalmata decise di intervenire.
Avrebbe chiesto aiuto agli altri cani della città con il Telegrafo del
Crepuscolo: qualcuno di loro doveva pur avere visto i cuccioli.
Approfittò della consueta passeggiata serale al parco, e una volta giunti
in cima a una collinetta, Pongo cominciò ad abbaiare più forte che poteva.
Inizialmente nessuno rispose al suo richiamo, ma poi in lontananza
giunse il latrato di un altro cane, che a sua volta rilanciò il messaggio. In
breve tutti i cani della città parlavano del rapimento dei cuccioli.
L’allarme giunse perfino in campagna, in uno sperduto granaio abitato
da Capitano, un vecchio cavallo, Sergente Tibbs, un gatto spelacchiato e
Colonnello, un cane pastore.
“Notti fa ho sentito dei guaiti provenienti dalla vecchia casa dei De
Mon,” disse il gatto, non appena Colonnello gli comunicò la notizia.
“È strano!” rispose il cane pastore. “Sarà meglio dare un’occhiata.”

La villa dei De Mon era un grosso edificio fatiscente, abbandonato da


molti anni. Tibbs e Colonnello si intrufolarono attraverso una finestra rotta
e con grande sorpresa scoprirono che lì erano tenuti prigionieri ben
novantanove dalmata, inclusi i cuccioli di Pongo e Peggy!
A sorvegliarli c’erano due individui dall’aspetto minaccioso, gli stessi
che erano entrati con la forza dai Radcliff. Si chiamavano Orazio e Gaspare
ed erano al servizio di Crudelia De Mon.
Dal loro nascondiglio, Tibbs e Colonnello videro entrare nella villa
proprio la perfida donna. Era furente. “La polizia è dappertutto!” sbraitò.
“Voglio che il lavoro sia fatto stanotte!”
Tibbs e Colonnello avevano già chiamato i soccorsi, ma si resero conto
che non potevano aspettare un minuto di più. Perciò, quando Crudelia se ne
fu andata, approfittarono di un momento di distrazione di Gaspare e Orazio
per radunare i cuccioli e guidarli verso l’uscita.

Mentre i due malfattori guardavano assorti la televisione, i cuccioli con


l’aiuto del gatto, passarono silenziosamente da una stanza all’altra. Erano
ormai vicinissimi alla porta, quando gli uomini di Crudelia si accorsero
della loro scomparsa e bloccarono ogni uscita. Cominciò allora una caccia
serrata nei locali bui della villa.
I cagnolini, guidati da Tibbs, si rifugiarono prima in una soffitta, poi in
un sottoscala, ma alla fine Orazio e Gaspare riuscirono a scovarli.
Erano già pronti ad avventarsi sui piccoli, quando all’improvviso Pongo
e Peggy irruppero nella villa.
La richiesta di soccorsi lanciata da Colonnello, infatti, era giunta fino a
Londra, e Pongo e Peggy si erano precipitati a cercare i loro cuccioli, non
appena l’avevano ricevuta.
I due dalmata si batterono con grande coraggio e riuscirono a tenere
impegnati i rapitori mentre i piccoli uscivano dalla porta in fila ordinata,
sotto lo sguardo attento di Tibbs. Nella lotta Orazio e Gaspare si bruciarono
con il fuoco del camino, e così anche Pongo e Peggy poterono approfittarne
per scappare.

La neve scendeva fitta e i cuccioli lasciavano le loro impronte sul manto


bianco che ricopriva il terreno. Tibbs e Colonnello condussero tutti i
dalmata al caldo, nel loro vecchio granaio, dove finalmente Pongo e Peggy
poterono stringersi di nuovo ai loro piccoli.
“Poveri cari!” ripeteva Peggy circondata da cuccioli festanti. “Ma che
cosa voleva fare, Crudelia, di tutti questi cagnolini?”
“Delle giacche di pelliccia!” spiegò uno dei piccoli.
“Quella donna è un demonio!” intervenne Pongo. “Peggy, dobbiamo
portarli tutti a Londra.”
Proprio allora Capitano, che era di guardia, annunciò che un’auto era in
arrivo. A bordo c’erano Orazio e Gaspare, che avevano seguito le orme dei
cuccioli.
Tibbs e Colonnello mostrarono ai dalmata un’uscita sul retro del granaio
e dopo aver augurato loro buona fortuna promisero che avrebbero fatto del
loro meglio per tenere impegnati i rapitori.

E così i cuccioli si ritrovarono di nuovo all’aria aperta, nella notte


gelida. Pongo ebbe l’idea di camminare lungo un torrente ghiacciato, per
evitare di lasciare altre impronte, e in questo modo riuscirono a depistare i
rapitori. I cuccioli, però, erano sempre più stanchi e infreddoliti, e
faticavano ad avanzare nel vento sferzante.
Quando ormai erano allo stremo delle forze, si avvicinò un pastore
scozzese: abitava in una delle fattorie circostanti e stava cercando i dalmata
per offrire loro un rifugio. “C’è una stalla dall’altra parte della strada,”
disse. “Venite!”
Con un ultimo sforzo, i piccoli raggiunsero la stalla del pastore
scozzese. Era calda e accogliente e c’erano anche delle simpatiche mucche
che si intenerirono alla vista di tutti quei cuccioli affamati. “Poveri piccoli,
sono mezzi congelati!” disse una.

“Prendete il nostro latte! È appena fatto,” propose un’altra. E dopo


essersi saziati, tutti i cuccioli crollarono addormentati sulla paglia soffice.
Nel frattempo il pastore scozzese informò Pongo che a Dinsford, un
villaggio poco distante, c’era un labrador pronto ad aiutarli. Sapeva di un
furgone che sarebbe partito per Londra proprio il giorno dopo e che era
abbastanza grande da poter ospitare tutti i dalmata.
Così, l’indomani, all’alba, Pongo, Peggy e i novantanove cuccioli si
rimisero in cammino alla volta di Dinsford.
Il labrador di Dinsford accompagnò i dalmata nella bottega di un
vecchio fabbro, dove avrebbero potuto aspettare al caldo in attesa che
arrivasse l’ora della partenza.
Pongo e Peggy osservavano il furgone parcheggiato in strada dalla
finestra della bottega: era pieno di mobili ma, come aveva promesso il
labrador, aveva spazio a sufficienza per tutti loro.
Sembrava proprio un piano perfetto, fino a che non sopraggiunse l’auto
di Crudelia De Mon seguita dal camioncino di Orazio e Gaspare.
Nonostante tutti gli accorgimenti di Pongo e Peggy, i tre delinquenti
erano riusciti a rintracciare le loro impronte e ora si aggiravano per le strade
di Dinsford determinati a scovarli.
“Come facciamo a raggiungere il furgone senza farci notare?” chiese
Peggy. La risposta giunse da uno dei cuccioli, che per gioco si era rotolato
in un mucchio di fuliggine: così camuffato era identico a un labrador.
Pongo invitò tutti i piccoli a fare altrettanto, e in questo modo i dalmata
si avviarono verso il camion indisturbati. Solo quando una goccia di neve
lavò via la fuliggine dal manto di uno dei cani, Crudelia si accorse
dell’inganno. Ma ormai era troppo tardi: il furgone partì proprio mentre
l’ultimo cucciolo saliva a bordo.
Crudelia si mise subito all’inseguimento del furgone, tallonata dal
camioncino di Orazio e Gaspare. I tre manigoldi tentarono ogni manovra
pur di fermare la corsa dei cuccioli verso Londra: tagliarono la strada al
furgone più volte, lo speronarono, ma alla fine le loro vetture finirono per
scontrarsi e tutti e tre precipitarono da una scarpata altissima.

Intanto a casa Radcliff, Rudy, Anita e Nilla si preparavano a trascorrere


un Natale triste: sentivano la mancanza dei cuccioli e anche quella di Pongo
e Peggy, che da qualche giorno erano spariti misteriosamente.
“Mi sembra ancora di sentirli abbaiare,” piagnucolava Nilla, mentre
aiutava Anita a decorare l’albero.
In quel momento si sentirono dei guaiti alla porta e, quando la
governante andò ad aprire, la casa fu invasa da una marea di cuccioli
saltellanti, seguiti da Pongo e Peggy. Erano arrivati a Londra sani e salvi,
anche se erano ancora tutti ricoperti di fuliggine!
Mentre li ripulivano a uno a uno, Rudy, Anita e Nilla cominciarono a
contarli. “Cento e uno!” esclamò Rudy. “Cosa ne facciamo?” chiese allora
Anita.
“Compreremo una casa più grande in campagna!” rispose Rudy. “E
avremo un allevamento di cani dalmata.”
“Sarà sensazionale!” esclamò Nilla, mentre marito e moglie si
abbracciavano per la gioia.
Subito dopo, Rudy corse al pianoforte per seguire l’ispirazione di quel
momento magico e, attorniato dai suoi amati dalmata, compose la più bella
delle sue canzoni.
E ra una mattina grigia e ventosa e il mare era agitato da forti correnti.
Una nave della flotta reale sfrecciava tra i cavalloni. A bordo c’era il
principe Eric impegnato a governare le vele accanto alla sua ciurma.
“Non è fantastico?” esclamò Eric. “L’aria salmastra, il vento che ti
scompiglia i capelli... È la giornata ideale per navigare!”

“Re Tritone deve essere proprio di buon umore!” commentò uno dei
marinai.
“Chi è re Tritone?” domandò confuso Eric.
“È il sovrano del po polo del mare!” rispose subito un altro marinaio.
“Non date retta a queste sciocchezze!” intervenne Grimsby, il
ciambellano di corte che era anche il tutore del principe. Ma i marinai lo
zittirono: erano certi che negli abissi più profondi esistesse un regno
misterioso popolato da creature speciali.
In effetti, i marinai del principe Eric non si sbagliavano: proprio sotto di
loro, a migliaia di leghe di profondità, viveva re Tritone, un sovrano giusto
e saggio, che governava da tempo immemorabile il meraviglioso regno di
Atlantica.
Quel giorno tutti gli abitanti di Atlantica si erano riuniti per assistere a
un evento straordinario: le sirene, figlie di Tritone, si sarebbero esibite in un
concerto diretto dal granchio Sebastian, consigliere del re e compositore di
corte.
“Maestà, sarà il miglior concerto che abbia mai ascoltato,” assicurò
Sebastian, che giunse nella sala reale a bordo di una conchiglia trainata da
due pesciolini.
Il re amava tutte le sue figlie, erano bellissime e ognuna era dotata di un
talento speciale, ma nel canto nessuna eguagliava la piccola Ariel.
Il concerto ebbe finalmente inizio: le sirene più grandi deliziarono il
pubblico con canti sublimi e armoniose danze. Poi venne il momento di
Ariel e, solo a quel punto, Sebastian e tutti i presenti si accorsero che la
Sirenetta non era ancora arrivata in scena.

In quel momento Ariel si trovava dentro il relitto di una nave, alle prese
con uno squalo. Come accadeva spesso, si era allontanata insieme al suo
migliore amico, il pesciolino Flounder, alla ricerca di oggetti appartenuti
agli umani, quando il feroce predatore era spuntato all’improvviso. Per
fortuna, la Sirenetta sapeva cavarsela in ogni situazione.

Anche se Ariel e Flounder riuscirono a sfuggire allo squalo, quando


tornarono a casa non poterono evitare i rimproveri di re Tritone. “Il
concerto è stato un disastro!” tuonò. Ma non era quello il motivo principale
della sua rabbia. Ciò che davvero lo preoccupava era l’interesse di Ariel per
il mondo terrestre.
“Gli umani sono pericolosi,” la avvertì. “Devi stare alla larga da loro!”
Ariel cercò in ogni modo di protestare, ma il padre fu categorico:
doveva dimenticare quella sua ossessione per gli uomini e soprattutto non
doveva mai osare avvicinarsi alla superficie del mare.
Non contento, re Tritone chiese a Sebastian di controllare che Ariel non
si mettesse nei guai. E così, quel giorno stesso, il consigliere reale seguì
Ariel e Flounder di nascosto all’interno di un crepaccio segreto, dove la
Sirenetta custodiva tutti i tesori che aveva trovato nel corso delle sue
ricerche.
“Un mondo che crea cose tanto meravigliose non può essere cattivo!”
sospirava Ariel, ripensando alle parole di re Tritone.
“Se tuo padre sapesse di questo posto…” sbottò Sebastian uscendo dal
suo nascondiglio. Ma non riuscì a finire il discorso perché degli strani
riflessi sulla superficie del mare attirarono l’attenzione della Sirenetta.
Ariel dimenticò gli ordini del padre e nuotò veloce verso la superficie,
seguita da Sebastian e Flounder. Una volta emersa, si trovò ad ammirare
uno spettacolo mai visto prima: luci colorate brillavano nel cielo creando
forme fantastiche. Erano fuochi d’artificio, esplosi in onore del principe
Eric che festeggiava il compleanno a bordo della sua nave.
La Sirenetta, incuriosita, si avvicinò all’imbarcazione e quando vide
Eric rimase folgorata. “È così bello!” disse a Scuttle, il suo amico gabbiano
che l’aveva appena raggiunta.
Eric suonava il flauto danzando insieme a Max, il suo fedele cagnone,
quando Grimsby interruppe i festeggiamenti.
“Silenzio!” disse il ciambellano. “Ho il privilegio di offrire al principe
Eric un regalo per il suo compleanno.” I marinai a quel punto svelarono una
statua grandiosa che ritraeva il principe armato di spada. “Mi auguravo che
potesse essere un regalo di nozze,” riprese poco dopo Grimsby. “Tutto il
regno non vede l’ora di vederla sistemato con la ragazza giusta.”
“È là da qualche parte…” replicò Eric guardando verso il mare. “Devo
solo trovarla…”
Ariel ascoltava con occhi sognanti le parole del principe, quando a un
tratto un fulmine esplose nel cielo interrompendo le sue fantasie.
“Tenetevi forte!” strillò uno dei marinai. “Sta arrivando una tempesta!”
Il mare cominciò a ingrossarsi e raffiche di vento fortissime si
abbatterono sulla nave, che ondeggiava pericolosamente e imbarcava acqua.
Tutti i marinai si misero in salvo a bordo delle scialuppe, ma Eric, rimasto
indietro per aiutare Max, cadde in acqua e svenne. Ariel lo afferrò appena in
tempo e lo trasportò a nuoto fino alla terraferma.

Mentre la tempesta si placava, il principe, sdraiato sulla sabbia,


cominciò a riprendere conoscenza.
La Sirenetta intonò per lui un dolce canto, ma poi scorse Grimsby e
Max che si avvicinavano di corsa e, prima che potessero vederla, scappò
via.
Da quel giorno, Ariel non fece altro che pensare a Eric: aveva sempre lo
sguardo sognante e la testa tra le nuvole, e canticchiava tutto il tempo.
Perfino re Tritone si era accorto del suo strano comportamento e così aveva
deciso di convocare Sebastian per scoprire che cosa stesse succedendo.
“Mi stai nascondendo qualcosa riguardo ad Ariel?” chiese. A quel punto
il fidato consigliere fu costretto a confessare che la Sirenetta aveva
disobbedito ai suoi ordini e si era avvicinata a un umano.
Tritone, furibondo, chiese a Sebastian di condurlo immediatamente
dalla figlia.

Ariel intanto si era di nuovo rifugiata insieme a Flounder nel suo


crepaccio segreto. Stava ammirando l’ultimo pezzo appena aggiunto alla
sua collezione di oggetti umani: si trattava della statua del principe Eric, che
era finita in mare durante la tempesta.
“Sembra proprio uguale!” commentava estasiata la Sirenetta. “Ha
perfino gli stessi occhi!”
In quel momento suo padre, armato di tridente, irruppe nel crepaccio
seguito da Sebastian.

“È vero che hai salvato un umano che stava per annegare?” tuonò re
Tritone mentre Flounder e Sebastian correvano a nascondersi.
“Ho dovuto farlo…” tentò di spiegare la Sirenetta.
“I contatti fra il mondo umano e il mondo marino sono severamente
vietati!” ribatté re Tritone. “Gli umani sono selvaggi, incapaci di qualsiasi
sentimento…”
Ariel era stanca di sentirsi ripetere sempre gli stessi discorsi: lei non
credeva affatto che gli umani fossero tutti malvagi, di certo non lo era Eric.
“Io lo amo, papà!” gridò perciò con tutte le sue forze.
A quel punto re Tritone perse il controllo. “Dovrò prendere seri
provvedimenti,” disse, impugnando il suo tridente. E con un raggio magico
incenerì tutti i tesori della collezione di Ariel, inclusa la statua del principe.

Rimasta sola, Ariel si mise a piangere sconsolata in mezzo ai suoi tesori


distrutti. A un tratto, due murene grigie comparvero nel crepaccio. “Vieni
con noi!” le dissero. “Ursula, la strega del mare, può aiutarti…”
Ariel esitò, ma alla fine decise di seguirle. Nemmeno il granchio
Sebastian riuscì a fermarla. La Sirenetta non sapeva che Ursula era
un’acerrima nemica di suo padre e che da tempo cercava un modo per
prendere il controllo del regno di Atlantica.
“Benvenuta!” le disse Ursula quando la vide arrivare. La strega del
mare sapeva che Ariel si era innamorata di un umano e aveva già una
soluzione per il suo problema.
“Ti darò una pozione che ti trasformerà in una creatura umana per tre
giorni,” le propose. “Se entro il terzo giorno, prima che il sole tramonti, il
principe ti avrà dato il bacio del vero amore, resterai umana per tutta la vita,
ma se non lo farà, tornerai a essere una sirena e da quel momento mi
apparterrai.”
E non era tutto: in cambio della pozione, la Sirenetta avrebbe ceduto a
Ursula la sua splendida voce.
Ariel era così innamorata di Eric che accettò il patto di Ursula e bevve
la pozione. Immediatamente si trasformò in una creatura umana e
accompagnata da Sebastian e Flounder, che erano sempre rimasti al suo
fianco, nuotò fino alla spiaggia su cui aveva lasciato il principe Eric.
Quando Scuttle volò a salutarla, Sebastian gli spiegò che Ariel doveva
conquistare il principe Eric, altrimenti sarebbe diventata schiava della
strega del mare. Scuttle allora si offrì di aiutarla.
“Se vuoi essere un’umana, per prima cosa devi vestirti come una di
loro…” le disse, e con la tela lacerata di una vela le confezionò un abito
quasi perfetto.
Proprio allora si sentì abbaiare: era Max che correva sulla spiaggia
insieme al suo padrone. Dal giorno del naufragio, il principe non faceva che
cercare la fanciulla che l’aveva salvato: era certo che fosse la ragazza giusta
per lui.
“Non ci siamo già visti?” domandò non appena scorse Ariel.
La Sirenetta annuì decisa, ma gli fece capire che non poteva parlare.
Eric era confuso: la sua misteriosa salvatrice aveva una bellissima voce,
quindi non poteva essere lei...
Nonostante i suoi dubbi, il principe decise di portare Ariel con sé al
castello: dopotutto la ragazza sembrava non avere nessuno e poi qualcosa
nel suo sguardo gli era molto familiare. La Sirenetta lo seguì fiduciosa e
Sebastian, senza farsi vedere, andò con lei.
La vita a palazzo era divertente, ma non fu facile per Ariel abituarsi alle
strane abitudini degli umani. Per esempio, amavano mangiare pietanze a
base di pesce, in particolare lo stufato di granchio. Una sera Sebastian
rischiò di finire nel piatto di Grimsby! Per fortuna, Ariel riuscì a
nasconderlo appena in tempo.
Ma le disavventure non erano finite. Il giorno dopo Eric propose ad
Ariel di fare un giro in barca. Ariel sperava che quella fosse l’occasione
giusta per baciare il principe. Invece, proprio nel momento in cui le loro
labbra stavano per sfiorarsi, le murene di Ursula fecero capovolgere la
barca.
I due giovani finirono in acqua, eppure, anche se non si erano ancora
baciati, i sentimenti di Eric nei confronti di quella misteriosa ragazza che
non poteva parlare diventavano ogni giorno più forti. Il principe cominciava
a chiedersi se non fosse proprio lei la persona che avrebbe dovuto sposare.
Ursula intanto, nelle profondità marine, seguiva furente le avventure
della Sirenetta attraverso la sua sfera magica: non aveva previsto che il
principe potesse innamorarsi di Ariel tanto in fretta. Così, decise di agire,
quella sera stessa. Prese le sembianze di una ragazza di nome Vanessa e,
dopo essersi messa al collo la conchiglia in cui custodiva la voce della
Sirenetta, si presentò a Eric cantando.
Il principe riconobbe subito quel canto melodioso ma, appena vide
Vanessa, cadde vittima di un incantesimo e le chiese la mano.
La mattina dopo, al suo risveglio, Ariel scoprì che Eric avrebbe sposato
un’altra ragazza. Il matrimonio sarebbe avvenuto in mare aperto all’ora del
tramonto.
La Sirenetta vide salpare la nave nuziale, convinta che ormai per lei non
ci fosse più alcuna speranza. In quel momento, però, arrivò Scuttle: aveva
scoperto l’inganno della strega!
“Il principe sta per sposare Ursula!” disse all’amica. “È stato
imbrogliato!” Mentre Ariel, con l’aiuto di Flounder, cercava di raggiungere
la nave, Scuttle e gli amici del mare fecero di tutto per impedire il
matrimonio.
Lottando con Ursula, Scuttle fece cadere a terra la conchiglia con la
voce di Ariel. Lei ora poteva parlare e il principe, finalmente libero
dall’incantesimo, capì che era la ragazza dei suoi sogni e corse ad
abbracciarla.
Ma il sole tramontò proprio in quel momento e Ariel si trasformò di
nuovo in una sirena. Anche Ursula allora riprese le sue sembianze e,
soddisfatta, trascinò Ariel con sé sott’acqua. Come la strega aveva previsto
sin dall’inizio, re Tritone corse in aiuto della figlia e si offrì prigioniero al
suo posto.
“È fatta!” esultò Ursula. Adesso era lei la nuova sovrana del regno del
mare! Per dare a tutti una dimostrazione del suo potere, si trasformò in un
mostro di dimensioni gigantesche e scatenò una tempesta così violenta, che
fece riemergere la nave affondata di Eric.
Il principe allora fu pronto a saltare a bordo del relitto, prese il timone e,
con una manovra abilissima, riuscì a trafiggere Ursula con la prua della
nave. La strega, ferita mortalmente, si piegò su se stessa e scomparve negli
abissi.
Re Tritone si riappropriò della sua corona e riportò la calma nel regno
del mare. “Sembra davvero innamorata,” disse poi a Sebastian indicando
Ariel. “Adesso resta solo una cosa da fare.” E con il suo tridente trasformò
di nuovo la Sirenetta in una creatura umana.
Il giorno dopo, circondati dall’affetto delle creature marine e degli
umani, Ariel ed Eric si sposarono a bordo della nave reale e, sotto uno
splendido arcobaleno creato per loro da re Tritone, si scambiarono il bacio
del vero amore.
C ome ogni sera, nella cameretta dei fratelli Darling, si combatteva un
duello spietato. Gianni e Michele, questi i nomi dei due avversari,
giocavano ai pirati. Il primo faceva la parte di Capitan Uncino, il terribile
pirata dalla mano mozza, mentre il secondo era Peter Pan, l’eterno bambino
che non voleva diventare grande.
A un tratto, nella stanza irruppe il signor Darling esasperato da tutto
quel fracasso. “Buoni, ragazzi!” esclamò. E poi, voltandosi verso la figlia
maggiore, aggiunse: “Wendy, ti avevo pregato di non leggere più le storie di
questo Peter Pan ai tuoi fratelli! Sono tutte frottole!”
“Ti sbagli, papà!” rispose la ragazzina. “Tu non capisci!”
“Basta!” sbottò il signor Darling. “È tempo che diventi grande. Questa è
l’ultima notte che passerai con Gianni e Michele. Da domani avrai una
stanza tutta tua!”
Wendy era quasi in lacrime. La signora Darling intervenne per cercare
di fare cambiare idea al marito, ma l’uomo fu irremovibile.
Più tardi, i signori Darling uscirono per andare a un ricevimento.
Quella sera Wendy si addormentò sospirando. Non voleva diventare
grande, e soprattutto era certa che Peter Pan esistesse davvero: aveva
perfino ritrovato l’ombra che il ragazzino aveva dimenticato lì qualche
giorno prima.
Poco dopo, Wendy fu svegliata da un tonfo. Aprì gli occhi e vide Peter
Pan che saltava per la stanza cercando di riacciuffare l’ombra. Con lui c’era
anche la fatina Trilli.
“Peter!” esclamò Wendy. “Sono felice che tu sia tornato stasera! Da
domani dovrò crescere e non potrò più rivederti…”
“Crescere!” sussultò Peter. “Non mi piace! Perché non vieni con me
sull’Isola-che-non-c’è? È un posto magico dove non si cresce mai.”
“Sì!” esclamarono in coro Gianni e Michele, che si erano appena
svegliati. “Veniamo anche noi!”
E così, Trilli cosparse i fratelli Darling con la sua polvere magica. Tutti
insieme salirono sul davanzale della finestra e presero il volo nel cielo
stellato.
Intanto, sull’Isola-che-non-c’è, Capitan Uncino consultava una mappa
seduto a bordo del suo vascello.
“Maledetto Peter Pan!” borbottava. “Se solo riuscissi a scovare il suo
rifugio segreto…”
La rivalità tra Peter Pan e Capitan Uncino era cominciata molto tempo
prima, quando il ragazzino, durante un duello, aveva mozzato una mano al
pirata e l’aveva data in pasto a un coccodrillo.
Da allora il capitano dava la caccia a Peter per vendicarsi, ma lui si
nascondeva in un rifugio segretissimo, conosciuto solo da Trilli, dal capo
degli indiani e dai Bimbi Sperduti, i suoi seguaci. E Uncino non riusciva a
darsi pace.
“Peter Pan in vista!” gridò a un tratto Spugna, il nostromo del vascello.
Il capitano, incredulo, prese subito il cannocchiale e vide il suo acerrimo
nemico volare sopra l’Isola-che-non-c’è insieme ad altri tre ragazzini.

Dal vascello partì una raffica di palle di cannone all’indirizzo di Peter e


degli altri bambini, che si stavano avvicinando a terra proprio in quel
momento.
“Trilli!” disse subito Peter. “Porta in salvo i nostri amici. A Capitan
Uncino penso io!”
La fatina sfrecciò rapida verso il rifugio di Peter, così rapida che i
fratelli Darling non riuscirono a starle dietro. Era furiosa: Peter, ormai, non
aveva attenzioni che per Wendy. Così Trilli decise di vendicarsi facendo un
bello scherzetto alla ragazza.
Quando arrivò al rifugio, disse ai Bimbi Sperduti che stava arrivando
dal cielo un pericolosissimo uccello azzurro e che Peter aveva dato ordine
di abbatterlo. I bambini corsero fuori dal covo e con le loro fionde
cominciarono subito a lanciare sassi contro la povera Wendy.
Per fortuna, Peter Pan era riuscito a liberarsi di Uncino e arrivò giusto in
tempo per afferrare al volo Wendy, prima che precipitasse al suolo. I
Darling atterrarono sani e salvi, ma Peter era furioso.
Quando seppe che cosa aveva combinato Trilli, cacciò via la fatina e le
disse di non farsi rivedere per una settimana. Quindi, propose alla ragazzina
di andare a vedere la Laguna delle Sirene.

Gianni e Michele, invece, decisero di fare una spedizione con i Bimbi


Sperduti a caccia di indiani. Attraversarono un’intricata foresta e
superarono un fiume camminando su un tronco.
Finalmente arrivarono vicino all’accampamento ma, prima che
potessero attaccarlo, furono catturati dagli indiani e portati di fronte al loro
capo. “Dov’è mia figlia Giglio Tigrato?” chiese Toro in Piedi. “Se non torna
per il tramonto, vi ucciderò tutti!”
Intanto Wendy aveva fatto la conoscenza delle sirene, che erano ancora
più gelose e dispettose di Trilli. Prima le spruzzarono l’acqua addosso
agitando le loro lunghissime code e poi tentarono di farla cadere nella
laguna.
“Se non ve ne andate io…” minacciò Wendy con una grossa conchiglia
in mano.
“Silenzio!” la interruppe Peter Pan, bisbigliando. “C’è qualcuno.”
In quel momento, una barchetta fece il suo ingresso nella laguna. A
bordo c’erano Capitan Uncino, Spugna e la principessa Giglio Tigrato, che
aveva mani e piedi legati. Peter, Wendy e le sirene andarono subito a
nascondersi.
“Principessa, se volete tornare da vostro padre, ditemi dove si trova il
rifugio di Peter Pan!” tuonò Uncino, dopo che Spugna ebbe legato Giglio
Tigrato a uno scoglio. “Ma dovete fare in fretta, perché tra poco la marea
salirà!”
Uncino continuò a minacciarla, ma la principessa indiana si rifiutò
ostinatamente di rispondere. E intanto la marea cominciava a salire…

Peter Pan allora venne allo scoperto. “A noi due, stoccafisso!” disse a
Capitan Uncino. I due acerrimi nemici cominciarono a combattere. Il pirata
aveva una spada lunga e affilata, ma Peter era più agile e veloce e inoltre
sapeva volare.
Alla fine, dunque, Uncino precipitò in acqua sconfitto e il ragazzino
poté liberare Giglio Tigrato.
Quella sera, sul vascello dei pirati, il povero Capitan Uncino era a pezzi.
Dopo il tuffo in mare, si era preso il raffreddore e aveva anche un gran mal
di testa.
Per distrarlo, Spugna pensò di raccontargli qualche pettegolezzo.
“Capitano, avete sentito le ultime?” esordì il nostromo. “Il cuoco mi ha
detto che Peter ha scacciato Trilli dal suo rifugio, a causa di Wendy.”
“Che cosa?” esclamò Uncino, che d’improvviso si sentiva molto
meglio. “Vai subito a prendere Trilli e portala qui da me. Se agiremo con
astuzia ci condurrà da Peter Pan!”
Intanto, Peter Pan aveva riportato Giglio Tigrato all’accampamento
degli indiani. Quando scoprì che era stato Uncino a rapire la figlia, Toro in
Piedi liberò subito Gianni, Michele e tutti i Bimbi Sperduti, e regalò a Peter
Pan un copricapo di piume per ringraziarlo.
Poi il capo indiano diede inizio ai festeggiamenti per celebrare il ritorno
della principessa all’accampamento.
Adesso Peter non aveva occhi che per Giglio Tigrato e Wendy
cominciava a sentirsi trascurata.
Trilli assisteva ai festeggiamenti di nascosto, triste e delusa. Spugna
approfittò della sua distrazione per catturarla.
“Se mi dici dove si trova il rifugio di Peter, farò rapire Wendy!” disse
Uncino quando la fatina arrivò sul vascello.
Trilli cadde nella trappola e spiegò che il covo di Peter si trovava
nell’Albero dell’Impiccato. Soddisfatto, il capitano imprigionò Trilli in una
lanterna.

Dopo la festa al campo indiano, Peter, Wendy e gli altri bambini erano
tornati al rifugio segreto. Wendy era ancora arrabbiata con Peter e inoltre
cominciava ad avere nostalgia di casa e dei genitori. Spiegò ai Bimbi
Sperduti che per lei la mamma era la cosa più importante che ci fosse al
mondo.
Allora tutti i bambini sentirono il desiderio di tornare a casa e decisero
di partire subito, anche se Peter Pan non era affatto d’accordo. Wendy si
offrì di accompagnarli, ma non appena uscirono dal covo trovarono Capitan
Uncino e i suoi uomini ad attenderli.
I pirati legarono Wendy e i bambini e li portarono a bordo del vascello,
mentre Capitan Uncino e Spugna fecero cadere un pacco regalo nel rifugio
segreto: era indirizzato a Peter Pan e conteneva una bomba a orologeria.
Peter adorava i regali e, non appena trovò il pacco, iniziò ad aprirlo. In
quel momento giunse Trilli, che era riuscita a liberarsi e a fuggire. Mentre si
trovava ancora a bordo del vascello dei pirati, la fatina aveva sentito Uncino
spiegare i suoi piani malvagi a Spugna e sapeva che dentro il pacco c’era
una bomba.
Perciò cominciò a tirare il nastro per strappare quell’arma
pericolosissima dalle mani di Peter.
Ci riuscì appena in tempo: il pacco cadde a terra e dopo qualche
secondo si udì un’esplosione fragorosa.
L’eco del boato giunse fino al vascello dei pirati. Uncino, convinto che
il suo piano fosse andato in porto, esultò. “A noi ora!” disse quindi a Wendy
e agli altri bambini. “Potete scegliere di diventare pirati come noi, oppure di
finire in mare! Che cosa preferite?”
“Fatti sotto, baccalà!” gli rispose una voce dall’alto. Peter Pan era sano
e salvo ed era pronto a vendicarsi.
Il duello tra Capitan Uncino e il suo odiato nemico fu più combattuto
del solito, perché il pirata convinse Peter Pan a combattere senza volare. Ma
anche a quelle condizioni il ragazzino era uno spadaccino molto più agile e
rapido del capitano. Inoltre, questa volta ad aiutarlo c’erano anche Gianni,
Michele e i Bimbi Sperduti.
Tutti lottarono con grande coraggio, armati soltanto di fionde, sassi e
bastoni, e insieme riuscirono a mettere in fuga i pericolosi pirati che furono
costretti a lasciare la nave a bordo di una scialuppa di salvataggio.
“Urrà!” esultarono in coro i vincitori. Adesso erano loro i padroni del
vascello e Peter era il nuovo capitano.
“Tutti ai vostri posti!” ordinò a un tratto il capitano. “Mollate gli
ormeggi! Vi riporto a casa!”
E così, dopo che Trilli ebbe cosparso il vascello con la sua magica
polvere fatata, la nave prese il volo e lasciò l’Isola-che-non-c’è.
Quella sera Gianni e Michele crollarono subito addormentati, mentre
Wendy si sedette accanto alla finestra a guardare il cielo.
Quando rientrarono dal loro ricevimento, i signori Darling la trovarono
ancora in quella posizione.
“Mamma, papà!” disse Wendy non appena li vide. “Siamo stati
sull’Isola-che-non-c’è, con Peter Pan!”
Il padre, a sentire quel nome, sospirò e fece per andarsene, ma proprio
allora vide una nuvola dalla vaga forma di vascello passare davanti alla
luna.
“Ho l’impressione di aver già visto quella nuvola…” commentò
sbalordito, mentre Wendy lo guardava emozionata. “Tanto tempo fa,
quando ero ancora un bambino…”
T anto tempo fa, in un regno lontano, viveva re Stefano insieme alla sua
amata regina. Per molti anni i due sovrani avevano desiderato la
nascita di un erede, finché un giorno il loro sogno era stato esaudito e la
regina aveva dato alla luce una splendida bambina.
La piccola fu chiamata Aurora perché con il suo arrivo aveva portato il
sole nella vita dei genitori.
Per festeggiare la nascita di Aurora, re Stefano decise di organizzare una
festa grandiosa a cui invitò tutti gli abitanti del regno. Dame e cavalieri,
cittadini e contadini, sudditi di ogni rango si recarono a palazzo per vedere
la principessina e renderle omaggio.
Alla festa partecipò anche re Umberto, il sovrano di un regno
confinante, che portò con sé il figlio, il giovane principe Filippo.
Da tempo re Stefano e re Umberto sognavano di unire i loro regni. Per
questo, avevano deciso che durante la festa avrebbero annunciato
ufficialmente il fidanzamento della principessa Aurora e di Filippo. I due
ragazzi si sarebbero sposati non appena avessero raggiunto l’età adulta.
Subito dopo, illuminate da un raggio di luce, fecero il loro ingresso nel
castello tre piccole fate, vestite con abiti dai colori sgargianti. Erano Flora,
Fauna e Serena che, agitando le loro bacchette, si avvicinarono alla culla
della piccola. Ognuna di loro avrebbe potuto donare alla principessa una
sola virtù.
“Il mio dono è quello della beltà!” disse Flora, la fata dall’abito rosso,
mentre una pioggia di scintille magiche avvolgeva il lettino.
Poi fu la volta di Fauna, la fata vestita di verde, che diede ad Aurora una
voce melodiosa.
Ora toccava a Serena offrire il suo dono. La fatina dall’abito azzurro
stava per parlare, quando una folata di vento spalancò le porte del castello e
una luce accecante abbagliò tutti i presenti. Subito dopo, comparve
Malefica, la terribile strega cattiva.
“Ascoltate tutti quanti!” tuonò, furente perché nessuno l’aveva invitata
alla festa. “La principessa crescerà in grazia e bellezza, amata da tutti
coloro che la circondano. Ma, prima che il sole cali sul suo sedicesimo
compleanno, si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morirà!”
Malefica scomparve, lasciando dietro di sé una nuvola di fumo. Nella
grande sala calò il silenzio, si udiva soltanto il pianto straziante della regina.
“Non disperate, Maestà,” si affrettò a consolarla Flora. “Serena deve
ancora offrire il suo dono.”
Le fatine spiegarono che non era possibile cancellare la maledizione
della strega, ma dissero che con la loro magia avrebbero potuto modificarla.
E con questo intento, Serena si avvicinò di nuovo alla culla e sollevò in aria
la sua bacchetta magica.
“Principessina,” sussurrò la fata. “Un fuso ti pungerà il dito, ma non
morirai; ti addormenterai e solo un bacio d’amore potrà risvegliarti.”
Non contento, re Stefano diede ordine di bruciare tutti gli arcolai del
regno. E come ulteriore precauzione, le fatine chiesero ai sovrani di lasciare
a loro la piccola, perché potessero nasconderla in un luogo sicuro.
Il re e la regina acconsentirono e quella notte stessa, con la morte nel
cuore, restarono a guardare mentre le tre fate portavano via la loro adorata
bambina.
E così, per sedici lunghi anni, la principessa crebbe nascosta in una
capanna nel bosco, insieme alle tre fatine, che le diedero anche un nuovo
nome: Rosaspina.
Flora, Fauna e Serena decisero di vivere come semplici contadine e di
non ricorrere mai alla magia per non attirare l’attenzione di Malefica.
Infatti, quest’ultima aveva continuato a cercare la principessa, ma i suoi
sforzi fino a quel momento erano stati inutili.
Nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Rosaspina si svegliò come
sempre di buon umore. Era una fanciulla buona e bella, dai capelli color oro
e le labbra scarlatte e amava moltissimo le sue fate madrine.
Flora, Fauna e Serena ricambiavano l’affetto di Rosaspina e, in quel
giorno così speciale per lei, decisero di farle una sorpresa: le avrebbero
preparato una torta e cucito un abito nuovo. Perciò chiesero alla ragazza di
andare nel bosco a raccogliere delle bacche e si misero subito al lavoro.
Le fatine, però, non erano molto esperte, né come cuoche né come sarte.
“Prendo le bacchette!” propose allora Serena. “I sedici anni sono quasi
finiti…”
“Niente magia!” la rimproverò, invece, Flora. “Non dobbiamo correre
rischi!”
Nel frattempo, Rosaspina camminava tra gli alberi e i cespugli,
raccogliendo bacche e cantando. Come ogni mattina, al suono della sua
voce, gli uccellini, gli scoiattoli e le altre creaturine del bosco si
risvegliarono e uscirono dalle loro tane, per radunarsi intorno alla fanciulla
e accompagnarla nel canto.
Oltre a farle compagnia, gli animali ascoltavano spesso le confidenze di
Rosaspina: le fatine le raccomandavano sempre di non parlare agli estranei,
eppure lei si sentiva sola e avrebbe tanto desiderato incontrare un principe
con cui passare il tempo e chiacchierare.

Quella mattina, poco distante da lì, passava il principe Filippo in sella a


Sansone, il suo cavallo bianco. Il canto di Rosaspina giunse fino a lui e il
principe arrestò di colpo la sua corsa. “È magnifico!” esclamò estasiato.
Strattonando le briglie, ordinò a Sansone di tornare indietro.
Il cavallo partì al galoppo e quando trovò un ruscello davanti a sé lo
superò con un balzo altissimo, tanto da disarcionare il suo cavaliere. Fu così
che il principe cadde nelle acque gelide, inzuppandosi completamente i
vestiti.
Filippo, però, non si arrese e continuò a seguire il suono di quella voce
celestiale.

Finalmente scorse Rosaspina tra i cespugli e si unì al suo canto.


Ballando insieme sulla melodia delle loro voci, i due giovani si
innamorarono all’istante.
“Chi sei?” le chiese Filippo mentre la teneva tra le braccia.
Solo allora Rosaspina si ricordò delle raccomandazioni delle fatine. “Il
mio nome?” ribatté trafelata, sciogliendosi dall’abbraccio del principe.
“Non posso dirtelo…”
“Quando potrò rivederti?” insistette allora Filippo.
“Stasera…” rispose la ragazza emozionata. “Alla capanna nel bosco.” E
un attimo dopo si voltò e cominciò a correre per tornare a casa dalle fatine.
Nella capanna i preparativi per la festa non erano a buon punto.
Tutt’altro: la torta cucinata da Fauna si era sciolta ed era crollata sul
pavimento, mentre il vestito cucito da Flora cadeva a pezzi.
“Ne ho proprio abbastanza di questa confusione!” sbottò a un tratto
Serena. “Vado a prendere le nostre bacchette magiche!”
Questa volta le altre fatine non osarono contraddirla, ma prima di dare
inizio ai loro incantesimi, corsero a chiudere le imposte delle finestre, si
assicurarono che la porta fosse ben serrata e tapparono ogni più piccola
fessura presente sulle pareti della casa perché, se anche solo una scintilla di
magia fosse volata all’esterno, Malefica avrebbe potuto scoprirle.

Poi, finalmente, le fatine tornarono al lavoro, questa volta con le loro


bacchette. In pochi istanti, Serena fece brillare mobili e pavimenti, Fauna
preparò una torta a più strati degna di un maestro pasticciere e Flora
confezionò un abito regale ed elegante che non avrebbe sfigurato nel
guardaroba di una principessa.
Nella foga dei preparativi, nessuna fece caso alla scia di scintille che
entrò nel camino, sprizzò fuori dal comignolo e salì in alto nel cielo, proprio
mentre un grande corvo volava sopra la casetta. Sfortunatamente
quell’uccellaccio tenebroso era un servitore di Malefica e quando vide le
tracce di magia, capì di avere finalmente trovato il nascondiglio delle fate.
Rosaspina, intanto, era ormai arrivata nella casetta. Era ancora così
emozionata per l’incontro di quella mattina che quasi non fece caso agli
auguri e ai festeggiamenti che le facevano le tre fate. Cominciò subito a
raccontare del giovane che aveva conosciuto nel bosco e che sarebbe andato
a farle visita nella casetta quella sera. Flora, Fauna e Serena capirono che
era arrivato il momento di riferirle la verità: le dissero che il suo vero nome
era Aurora, che era una principessa e che suo padre l’aveva già promessa in
sposa a un principe.
“Stasera ti riporteremo da re Stefano,” annunciò Flora.
A quelle parole, Aurora corse a rifugiarsi nella sua stanzetta sotto il tetto
e cominciò a piangere disperata, pensando al giovane misterioso che non
avrebbe mai più rivisto.
Il corvo di Malefica, che aveva assistito a tutta la scena, si precipitò
subito a raccontare le novità alla sua padrona.

L’ora del tramonto si avvicinava e, a palazzo, re Stefano era ansioso di


riabbracciare la figlia. Con lui c’era anche re Umberto, altrettanto
impaziente di dare inizio ai festeggiamenti per il fidanzamento di Filippo e
Aurora.
Insieme i due sovrani fantasticavano sul futuro dei loro regni e
brindavano alla felicità dei loro figli, certi che i due promessi sposi si
sarebbero innamorati l’uno dell’altra sin dal primo sguardo.
A un tratto, le fantasticherie dei due sovrani furono interrotte dall’arrivo
del principe Filippo. Il giovane era venuto per dare un annuncio molto
importante: non aveva più intenzione di fidanzarsi con Aurora. “Oggi ho
incontrato la fanciulla che sposerò,” spiegò candidamente al padre. “Non so
chi sia, una contadinella, suppongo…”
Re Umberto andò su tutte le furie e cercò in ogni modo di dissuadere il
figlio, ma non ci fu niente da fare: Filippo ripartì a cavallo, diretto alla
casetta nel bosco.
Al calar della sera, le tre fatine giunsero in prossimità del castello,
accompagnate da Aurora.
Entrarono da un ingresso segreto e condussero la principessa fino alla
sua stanza, controllando che nessun altro passasse per gli stretti corridoi.
Poi chiusero la porta e tirarono tutte le tende. Quando furono certe di
essere al sicuro, invitarono Aurora a sedersi e, con l’aiuto delle loro
bacchette magiche, le offrirono il loro ultimo dono, un diadema luccicante.
“È il simbolo della regalità,” le spiegò Flora, posandole il gioiello sulla
testa.
Aurora, però, era troppo triste per apprezzare quel dono. Non le
importava di essere una principessa e nemmeno voleva diventare una
regina. Riusciva solo a pensare al giovane misterioso che aveva incontrato
nel bosco, l’unico che amava davvero e che avrebbe voluto sposare.
Vedendola così sconvolta, le tre fatine pensarono di lasciare Aurora da
sola e si ritirarono in una stanza vicina.
Fu allora che un anello di fumo si levò dal camino, sprigionando una
luce verdognola. Come incantata, Aurora seguì quella luce, che la condusse
lungo una scala stretta e tortuosa, fino a una stanzetta situata in cima a una
torre.
In quella piccola stanza segreta c’era un arcolaio, l’unico rimasto in
tutto il regno di re Stefano. La principessa Aurora si avvicinò lentamente al
fuso dell’arcolaio, come attratta da una forza irresistibile.
“Toccalo!” una voce spaventosa le ordinò tutto a un tratto. “Tocca il
fuso!”
Aurora toccò il fuso e immediatamente cadde a terra svenuta. Proprio in
quel momento sopraggiunsero Flora, Fauna e Serena, che avevano udito in
lontananza la voce di Malefica. La strega si materializzò in quell’istante
sotto i loro occhi.
“Povere sciocche! Pensavate di poter sconfiggere me, la signora del
male!” esclamò, mentre le tre fatine fissavano sconvolte Aurora
addormentata sul pavimento. “Eccola la vostra principessa!” aggiunse
Malefica e un attimo dopo scomparve lasciando dietro di sé l’eco della sua
risata inquietante.
Fuori dal palazzo esplosero urla di esultanza e fuochi di artificio. Il sole
infatti era appena tramontato e i sovrani e tutti i sudditi del regno
festeggiavano, convinti che la terribile maledizione di Malefica fosse
finalmente scongiurata.
Quelle grida di gioia resero ancora più doloroso il compito delle fate,
che portarono Aurora nella torre più alta del castello e la adagiarono sopra
un grande letto.
“Povero re Stefano! Povera regina!” gemette Fauna.
“Il loro cuore andrà in pezzi quando lo sapranno…” aggiunse Serena
singhiozzando.
Flora, invece, decise che non era più tempo di piangere. “Non lo
sapranno,” disse risoluta asciugandosi l’ultima lacrima. “Li
addormenteremo tutti finché la principessa non si sveglia!”
E così le tre fatine volarono in ogni angolo del palazzo e spruzzarono le
loro scintille di magia su ogni guardia e servitore, su sudditi e sovrani,
perfino le fontane del cortile smisero di scrosciare e le torce si spensero. In
breve, il castello stesso sembrava dormire profondamente. Le fatine, allora,
andarono a cercare Filippo, l’unico che avrebbe potuto risvegliare Aurora.
Intanto, Filippo era arrivato alla capanna del bosco per incontrare
Rosaspina. Ad attenderlo, però, trovò le guardie di Malefica che lo
incatenarono e lo portarono nel castello della strega.
Con una magia, Malefica mostrò al principe l’immagine di Aurora
addormentata nella torre del palazzo e gli spiegò che la fanciulla di cui era
innamorato era proprio la principessa che gli era stata promessa in sposa.
La strega aggiunse che solo un bacio del vero amore avrebbe potuto
risvegliare Aurora e, dopo aver rinchiuso Filippo in una cella, se ne andò
scoppiando in una fragorosa risata.

Fortunatamente il principe non era solo. Le tre fatine avevano scoperto i


piani di Malefica e lo condussero fuori dalla torre.
Filippo era pronto ad affrontare qualsiasi ostacolo pur di salvare Aurora:
non lo fermarono le guardie della strega e neppure la foresta di rovi che
Malefica, con la sua magia, aveva fatto crescere tutto intorno al castello. Il
principe non ebbe paura nemmeno quando Malefica prese le sembianze di
un orrendo e gigantesco drago e cominciò a incendiare la foresta.
Senza esitare, il principe la colpì al cuore con la sua spada e la strega
cadde in un burrone scomparendo per sempre.
Ora il principe era libero di raggiungere Aurora. Si precipitò dentro il
castello, correndo tra i cortigiani addormentati, salì a due a due i gradini
della torre più alta e finalmente entrò nella stanza dove dormiva la
principessa.
Aurora era ancora più bella di come la ricordava. Il principe si chinò e
la baciò dolcemente sulle labbra.
La principessa aprì gli occhi e sorrise a Filippo. Subito la stanza si
illuminò, l’acqua riprese a scrosciare dalle fontane e le bandiere si issarono.
Lentamente tutti gli abitanti del palazzo si risvegliarono, compresi re
Stefano, la regina e re Umberto, che erano seduti nella sala del trono.
Con grande gioia, videro scendere dal grande scalone centrale Filippo e
Aurora, l’uno accanto all’altra, mano nella mano.
I festeggiamenti per il loro fidanzamento ebbero finalmente inizio. Ad
aprire le danze furono i promessi sposi, che da quel momento non si
lasciarono più.
F inalmente era arrivata la cicogna. Un’elefantessa, la signora Jumbo, la
aspettava da moltissimo tempo. Le cicogne, di solito, venivano di
notte, trasportando sul becco fagottini che contenevano teneri cuccioli
appena nati: ne consegnavano uno, e a volte anche due o tre, a ogni
mamma.
Le altre elefantesse avevano già ricevuto la loro visita, e anche le
giraffe, le tigri e tutti gli altri animali del circo.
Ma la cicogna che portava il cucciolo della signora Jumbo era in ritardo
ed era giunta di mattina, mentre tutti i membri del circo viaggiavano a
bordo di un treno, diretti verso una nuova città per il loro spettacolo.
“Signora Jumbo!” esclamò la cicogna entrando nel vagone delle
elefantesse. “Ho un piccino dagli occhi blu per lei! Come lo chiamerà?”
“Dumbo!” rispose emozionata mamma elefante, che non vedeva l’ora di
stringere il suo piccolo.

Aspettò che la cicogna riprendesse il volo e poi, sotto gli occhi delle
compagne, sciolse il nodo che teneva chiuso il fagotto. Dal fardello di stoffa
emerse un incantevole elefantino dagli occhi azzurri.
“Ma guardate!” esclamarono quasi in coro le altre elefantesse. “Non è
adorabile? Non si è mai visto niente di più grazioso.” E cominciarono ad
accarezzarlo con le proboscidi.
Dumbo sorrideva, un po’ stordito da tutte quelle attenzioni. A un tratto
starnutì e per il contraccolpo le orecchie, che fino a quel momento erano
rimaste piegate, si sollevarono in aria e ricaddero in avanti. Erano davvero
enormi! Gli coprivano tutto il corpo.
“Che buffo!” esclamarono allora le elefantesse sghignazzando. “Sembra
una barca a vela!”
Alla signora Jumbo quei commenti maligni non piacquero affatto.
Afferrò il cucciolo e gli avvolse le grandi orecchie intorno al corpo, poi si
accovacciò e lo circondò con le zampe, come per proteggerlo dagli sguardi
perfidi delle compagne.

Dopo un lunghissimo viaggio, il treno giunse finalmente a destinazione


in una piccola cittadina. Uomini e animali del circo lavorarono insieme per
montare il tendone. Anche Dumbo partecipò con grande entusiasmo.
Il mondo del circo con i suoi colori, le tigri, i leoni e le altre specie
esercitava un grande fascino su di lui. Anche se le sue orecchie suscitavano
l’ilarità degli altri elefanti e se le sue movenze erano ancora un po’ goffe,
l’elefantino amava andarsene in giro a esplorare ogni angolo del circo.
D’altra parte, c’era sempre la signora Jumbo a proteggerlo. Allontanava le
malelingue e lo ripuliva da capo a piedi ogni volta che, con le sue zampette
ancora troppo corte, inciampava dentro qualche pozzanghera.

Venne il giorno dell’apertura. Una grande folla si accalcava all’ingresso


del circo. C’erano anche alcuni ragazzini del posto. Non appena videro
Dumbo, cominciarono a prenderlo in giro. “Guardate che orecchie!”
commentavano ridendo sguaiati. Uno di loro non si accontentò di
tormentarlo a parole, gli si avvicinò e prese a tirargli le orecchie e la coda.

La signora Jumbo provò ad allontanare il ragazzino dispettoso, ma dato


che quest’ultimo insisteva, andò su tutte le furie: lo afferrò con la
proboscide e lo spinse via. La folla cominciò a gridare e si scatenò un gran
putiferio. Immediatamente intervenne il direttore del circo. “Prendetela!”
ordinò ai suoi uomini. “Legatela! È diventata pazza!”
L’elefantessa, sempre più spaventata e con gli occhi rossi per la rabbia,
provò a ribellarsi, ma le funi le bloccavano già ogni parte del corpo.

Quella sera venne rinchiusa in una gabbia, lontana dalle compagne


elefantesse e da tutti gli altri animali, e soprattutto lontana da Dumbo.
Il piccolo elefantino non sapeva perché gli uomini avessero portato via
la sua mamma. Nessuno adesso si occupava di lui. Anzi, le altre elefantesse
lo evitavano. “È colpa sua se la signora Jumbo è stata chiusa in gabbia!”
dicevano.
Per fortuna non tutti la pensavano così. Timoteo, un piccolo topo che
viaggiava con il circo, offrì a Dumbo la sua amicizia.
“Io trovo che le tue orecchie siano bellissime!” disse Timoteo a Dumbo,
quella sera, mentre passeggiavano sotto il cielo stellato. L’elefantino era
ancora triste per la sua mamma, ma, grazie alle parole del topolino, piano
piano ricominciò a sorridere.
“Dovremmo organizzare uno spettacolo!” continuò Timoteo. “Un gran
numero interpretato da te! Così nessuno riderà più alle tue spalle!” Dumbo
annuì entusiasta, pensando che se fosse diventato famoso forse avrebbe
potuto rivedere la sua mamma.
Quella notte stessa Timoteo andò nella tenda del direttore del circo.
Mentre l’uomo dormiva, si avvicinò di soppiatto al suo orecchio e
bisbigliando gli suggerì di dare a Dumbo il ruolo di protagonista
nell’esibizione degli elefanti.
L’indomani, appena sveglio, il direttore radunò gli elefanti. Annunciò
che gli era venuta una grande ispirazione in sogno e che Dumbo sarebbe
stato il protagonista del loro numero. E così quella sera l’elefantino fece il
suo debutto.
Ma il numero che aveva ideato il direttore del circo non era affatto
semplice. Gli elefanti dovevano arrampicarsi uno sul dorso dell’altro e
rimanere in equilibrio sopra un grossa palla. E come se questo esercizio non
fosse già abbastanza complicato, Dumbo doveva lanciarsi da una
piattaforma e atterrare in cima alla piramide di elefanti, sventolando una
bandierina.
I pachidermi, pigri e goffi com’erano, non gradivano molto le esibizioni
difficili e faticose, ma loro malgrado e dopo vari tentativi riuscirono a
comporre una piramide non troppo traballante. Ora mancava solo il gran
finale.
“Vi presento il più piccolo elefante del mondo!” annunciò il direttore
del circo.
“Forza, Dumbo! Tocca a te!” lo spronò Timoteo, che era sempre rimasto
al suo fianco. Gli aveva perfino legato le orecchie per evitare che lo
intralciassero durante l’esibizione.
Dumbo aveva molta paura, ma alla fine si fece coraggio e prese la
rincorsa. Sfortunatamente, però, le sue lunghe orecchie si slegarono e gli
scivolarono tra le zampe, facendolo inciampare. Così, invece di spiccare un
volo altissimo, Dumbo rotolò in avanti fino a colpire la palla che reggeva la
piramide pericolante.
I pachidermi ruzzolarono in ogni direzione, travolgendo tutto quello che
incontravano sulla loro strada, compresi i pali che sostenevano il tendone
del circo, che crollò a sua volta.
Lo spettacolo si concluse con un clamoroso disastro.
Quella sera il carrozzone del circo si rimise in marcia, verso un’altra
città. Nel vagone degli elefanti, si udivano solo gemiti e lamenti. “Per colpa
di quel Dumbo non oserò mai più mostrarmi in pubblico,” disse
un’elefantessa con un occhio nero.
“Vorrei sculacciarlo!” ribatté un’altra che aveva la proboscide fasciata.
“Non ce ne sarà bisogno!” commentò una terza. “Ne faranno un
pagliaccio! Che vergogna!”

E in effetti accadde proprio così: il direttore del circo decise che da quel
momento Dumbo avrebbe partecipato al numero dei pagliacci. Allo
spettacolo successivo l’elefantino fu vestito e truccato come un bambino. Il
numero prevedeva che salisse all’ultimo piano di una casa infuocata e che i
pagliacci, travestiti da pompieri, cercassero di trarlo in salvo tra un
incidente buffo e l’altro.
Dumbo era terrorizzato dalle fiamme e si sentiva ridicolo mascherato in
quel modo. Ma il direttore non gli aveva lasciato altra scelta e gli spettatori
ridevano a crepapelle.

A conclusione del numero, Dumbo fu costretto a tuffarsi dentro una


tinozza piena di acqua torbida. E quando riemerse, tutto ricoperto di
schiuma, il pubblicò si alzò in piedi e cominciò ad applaudire entusiasta.

Quella notte, dopo lo spettacolo, i pagliacci brindarono insieme. Non


avevano mai riscosso tanto successo prima di allora.
Dumbo invece si sentiva sempre più solo: gli mancava tanto la mamma,
e gli altri elefanti ormai lo avevano proprio isolato. Timoteo allora ebbe
un’idea per risollevargli l’umore.
Lo accompagnò al vagone in cui era imprigionata la signora Jumbo.
L’ingresso era chiuso con una catena, ma mamma elefantessa fece passare
la proboscide attraverso le sbarre di una finestrella e in quel modo riuscì a
cullare il suo piccolo per qualche istante.
Dumbo adesso era un po’ più felice. Come ogni sera, prima di andare a
dormire, lui e Timoteo bevvero un po’ d’acqua dal loro secchio: non
sapevano che per errore i pagliacci ci avevano versato dentro una bottiglia
di vino.
L’indomani mattina, Dumbo e Timoteo si risvegliarono sopra un ramo
altissimo. Alcune cornacchie li osservavano incuriosite. “Non posso credere
ai miei occhi!” commentò una.
“Non si è mai visto un elefante su un albero!” ribatté un’altra.

Nemmeno l’elefantino e il topo avevano idea di come avessero fatto ad


arrivare lassù: non ricordavano niente di quello che era accaduto la notte
precedente. Timoteo, però, si convinse che c’era una sola spiegazione
possibile: avevano volato!
Timoteo era elettrizzato. “Le tue orecchie!” esclamò. “Sono perfette per
volare. Perché non ci ho pensato prima?” E subito stabilì che Dumbo
sarebbe diventato una star, il primo pachiderma volante! Così, finalmente
gli elefanti e tutti gli altri membri del circo avrebbero imparato a rispettarlo.

Dumbo, però, non era così sicuro di poter volare: non ci aveva mai
provato prima e non aveva idea di come dovesse muovere le orecchie. Per
fortuna, le cornacchie si offrirono di aiutarlo. Per prima cosa gli diedero una
delle loro piume facendogli credere che fosse magica.
Speravano che, in questo modo, Dumbo acquistasse più fiducia in se
stesso. Ma anche se, con la piuma stretta nella proboscide, Dumbo si
sentiva più forte, non trovava il coraggio di alzarsi in volo. Allora le
cornacchie e Timoteo lo accompagnarono sulla cima di un dirupo, da dove
avrebbe potuto lanciarsi nel vuoto e poi volare.

L’elefantino avrebbe voluto tornare indietro. Il dirupo era altissimo. Ma


le cornacchie lo spingevano e Timoteo, seduto sul cappello di Dumbo, non
smetteva di incitarlo.
“Avanti!” gridava. “Metti il motore a regime. Aziona i comandi e
decolla!”
Alla fine Dumbo prese coraggio e spiccò un salto. “Stiamo volando!
Stiamo volando!” esultò Timoteo un istante dopo. L’elefantino si librava
nell’aria agile e leggero, muovendo le orecchie come se fossero ali.
Anche le cornacchie erano stupite dalla sua abilità. “Meglio di un
aeroplano!” commentò una di loro.
“Lo sapevo che ce l’avresti fatta!” gli disse il topolino quando
atterrarono. “Al circo rimarranno a bocca aperta quando ti vedranno.”
Quella sera Dumbo avrebbe dovuto ripetere il numero della casa
infuocata con i pompieri. Per rendere l’esibizione ancora più coinvolgente, i
pagliacci avevano allestito un edificio altissimo: aveva ben dodici piani.
Al momento del finale, l’elefantino era pronto a sorprendere tutti,
volando per la prima volta davanti al pubblico e ai membri del circo.
“Coraggio!” gli disse Timoteo, che come sempre era seduto sul suo
cappello. “Hai la tua piuma, vai!”
Dumbo sorrise e questa volta si lanciò nel vuoto senza nessuna paura.

Ma, mentre scendevano verso la pista, l’elefantino si lasciò sfuggire la


piuma. Terrorizzato, smise di battere le orecchie e cominciò a tremare. “La
mia piuma magica!” riuscì soltanto a pensare, precipitando in picchiata.
“Dumbo!” gridò allora Timoteo. “Avanti vola! La piuma magica era
soltanto un pretesto! Tu puoi volare davvero! Fai presto! Spiega le
orecchie!”
Il piccolo Dumbo capì che era giunto il momento di credere in se stesso
e, un attimo prima di schiantarsi al suolo, aprì le orecchie e riprese quota.
Salì in alto, sempre di più, e si esibì in una serie di acrobazie volanti,
una più straordinaria dell’altra.
Come un vero pilota, Timoteo gli dava istruzioni su quello che doveva
fare. “In picchiata!” gridava pieno di entusiasmo. “E poi giro della morte!”
Dumbo eseguiva alla perfezione quelle acrobazie e gli spettatori
applaudivano estasiati. Anche i membri del circo assistevano increduli ai
volteggi dell’elefantino. E lui, tra una giravolta e l’altra, decise di
vendicarsi delle cattiverie che aveva subito in quei giorni: prima fece cadere
i pagliacci dentro la tinozza dell’acqua e, poi, con la proboscide lanciò una
scarica di noccioline contro le elefantesse.

“Dumbo, tu passerai alla storia!” disse emozionato Timoteo mentre


finalmente tornavano a terra per ricevere l’ovazione del pubblico.

E fu proprio così: nei giorni successivi, al circo e sui giornali, non si


parlava d’altro che di “Dumbo l’elefantino volante”. Tutti volevano
assistere alle sue esibizioni. Il direttore cominciò a ricevere richieste da
ogni paese e in breve Dumbo divenne non solo l’attrazione principale dello
spettacolo, ma una vera e propria celebrità.

Come aveva previsto Timoteo, insieme alla fama, l’elefantino si


conquistò il rispetto di tutti i membri del circo. Adesso nessuno osava più
prendersi gioco di lui o fare commenti sprezzanti sulle sue orecchie. Il
direttore decise addirittura di riservargli una carrozza privata sul treno del
circo.
Ma la cosa più importante per Dumbo era che alla fine la signora Jumbo
era stata liberata. Perché né il successo né il lusso potevano renderlo felice
quanto le coccole della sua mamma.
Q uella mattina c’era grande agitazione in casa Davis: tra una settimana
tutta la famiglia si sarebbe trasferita in un’altra città e i preparativi
per il trasloco erano in pieno svolgimento. Ma non era tutto: nel pomeriggio
era prevista anche la festa di compleanno del piccolo Andy.

La signora Davis aveva invitato tutti i suoi amici e Andy era davvero
emozionato. In attesa dell’arrivo degli ospiti, il ragazzino rimase in camera
a giocare con i suoi adorati giocattoli. C’erano lo sceriffo Woody, Mr.
Potato, il lottatore Rocky, la pastorella Bo e molti altri…
Andy voleva bene a tutti i suoi giocattoli, ma il suo preferito, quello che
non abbandonava mai e con cui viveva ogni giorno mille avventure
fantastiche, era lo sceriffo Woody.
Anche Woody adorava Andy e si divertiva un mondo a giocare con lui.
Proprio così: i bambini non lo sanno, ma i giocattoli provano sentimenti e si
emozionano, si muovono e parlano, anche se stanno attentissimi a non farsi
vedere dagli umani!
In quel momento, per esempio, erano tutti molto preoccupati: sapevano
che Andy avrebbe ricevuto moltissimi regali per il suo compleanno,
giocattoli nuovi, più belli e moderni, e che forse avrebbe dimenticato quelli
vecchi.
Allora, non appena Andy si fu allontanato, Woody convocò una
riunione per rassicurarli. “Nessuno verrà rimpiazzato!” affermò deciso.
“Stiamo parlando di Andy…”
Ma tra i regali ce n’era uno davvero speciale, un robot super
accessoriato. “Sono Buzz Lightyear, Space Ranger,” disse quando si
presentò agli altri giocattoli. Era convinto di essere un vero astronauta
appena precipitato dallo spazio. A Woody non fece affatto una buona
impressione.
Con tutti i suoi accessori tecnologici e le sue funzioni impressionanti, lo
Space Ranger si conquistò subito la simpatia degli altri giocattoli. Ma, quel
che era peggio, conquistò anche il cuore di Andy e divenne in breve il suo
nuovo giocattolo preferito. Adesso il ragazzino trascorreva quasi tutto il suo
tempo con Buzz, andava a dormire con Buzz, e raffigurava Buzz in ogni
suo disegno. Woody era a pezzi.
Una sera la mamma propose a Andy di andare a cena al Pizza Planet e
disse che per l’occasione poteva portare con sé un solo giocattolo. Woody
avrebbe tanto desiderato essere scelto, ma era quasi certo che il bambino
avrebbe preferito lo Space Ranger. Perciò cercò di far cadere il robot dietro
la scrivania, dove Andy non avrebbe potuto trovarlo e, senza volerlo, lo
fece precipitare dalla finestra…
Per fortuna lo Space Ranger atterrò in giardino e non si fece male. Anzi,
riuscì a raggiungere l’auto dei Davis e a infilarsi nel portabagagli un attimo
prima che la mamma di Andy partisse diretta al Pizza Planet. A bordo c’era
anche Andy che alla fine aveva scelto Woody.
Quando la signora Davis si fermò in una stazione di servizio per fare
benzina, Woody restò solo in macchina. Fu allora che Buzz saltò fuori dal
portabagagli e si scagliò sullo sceriffo.
“Hai cercato di eliminarmi!” gridò.
Woody cercò di scusarsi, ma lo Space Ranger era davvero infuriato. I
due cominciarono a lottare e nella foga rotolarono fuori dall’auto. Quando
finalmente si calmarono, si accorsero che l’auto dei Davis se ne era appena
andata senza di loro.
Un attimo dopo, però, un furgoncino del Pizza Planet si fermò nella
stazione di servizio. Woody capì subito che quella era la loro occasione per
raggiungere Andy e convinse Buzz a salire a bordo. Lo Space Ranger
scambiò il furgoncino per un’astronave pronta al decollo e volle a tutti i
costi sedersi sul sedile posteriore. Si allacciò perfino le cinture. Woody,
invece, si accomodò nel portabagagli.
Il Pizza Planet era un ristorante a tema spaziale, un vero paradiso per
Buzz, che credette di essere approdato in una stazione interstellare.
Mentre Woody cercava Andy, lo Space Ranger vide un grosso
distributore di giocattoli a forma di astronave e ci si tuffò dentro entusiasta.
Si ritrovò circondato da tanti pupazzi alieni. Woody accorse in suo aiuto e
cercò di tirarlo fuori, ma alla fine cadde anche lui in trappola.
Mentre cercava un modo per uscire dal distributore di giocattoli, Woody
vide avvicinarsi un bambino dallo sguardo minaccioso. Lo sceriffo lo
conosceva bene: era Sid, il vicino di casa di Andy, famoso perché aveva
l’abitudine di distruggere tutti i giocattoli. Sid inserì una monetina nel
distributore, azionò un enorme gancio e con qualche rapida manovra riuscì
a prelevare proprio Woody e Buzz.
Più tardi, il terribile Sid tornò a casa e lasciò lo sceriffo e il robot nella
sua stanza. I due si ritrovarono in un vero e proprio museo degli orrori:
c’erano giocattoli smontati e riassemblati in forme mostruose e pupazzi che
avevano subito torture di ogni tipo. Era uno spettacolo spaventoso.
“E adesso come facciamo a uscire da qui?” chiese Woody battendo i
denti per la paura.
Buzz non si fece prendere dallo sconforto. La porta era socchiusa e il
robot riuscì a sgattaiolare fuori in corridoio. Giunto sul pianerottolo, vide
una finestra spalancata, la via di fuga ideale per uno Space Ranger. Si
arrampicò sulla ringhiera ed estrasse le sue ali aerodinamiche. “Verso
l’infinito e oltre!” gridò, prima di lanciarsi in volo.
Woody non fece in tempo a fermarlo e Buzz precipitò rovinosamente
attraverso la tromba delle scale.
Quando si ritrovò a terra, con un braccio rotto, finalmente Buzz si rese
conto di non saper volare: lui era solo un giocattolo e non un vero Space
Ranger.
Lo sceriffo lo aiutò a rimettersi in piedi e cercò di trovare un altro modo
per fuggire. Ma non fece in tempo: Sid aveva già in mente un piano
diabolico per divertirsi con l’astronauta. Lo legò a un razzo esplosivo per
farlo saltare in aria. Woody, rinchiuso in una gabbia, assistette impotente
alla scena.
Fortunatamente scoppiò un temporale e Sid fu costretto a rimandare il
lancio al giorno dopo. Woody allora ebbe il tempo di elaborare un piano:
convinse tutti i giocattoli di Sid a ribellarsi al loro padrone.
La mattina successiva, quando Sid andò in giardino per far esplodere il
razzo, i giocattoli lo raggiunsero e presero vita. Cominciarono a muoversi e
a parlare tanto che il ragazzino fuggì via terrorizzato.
I giocattoli di Sid esultarono: adesso nessuno li avrebbe più torturati.
Anche Woody e Buzz erano felici, ma i festeggiamenti non durarono a
lungo. Davanti alla casa di Andy, c’erano l’auto della signora Davis e un
camion dei traslochi pronti a partire: Andy stava lasciando la città per
sempre.
Woody e Buzz, inseguiti dal cane di Sid, cominciarono a correre
disperati dietro il camion dei traslochi. Per fortuna i giocattoli di Andy li
avevano visti e cercarono di aiutarli. La macchinina RC scese in strada e li
fece salire a bordo del suo abitacolo mentre il cagnolino a molla Slinky si
allungò per trainarli.

Ma il camion era troppo veloce, Slinky perse la presa e le batterie di RC


si scaricarono.
Fu allora che Buzz ebbe l’idea di sfruttare il razzo che aveva ancora
legato alla schiena. Woody accese la miccia e immediatamente i tre amici
sfrecciarono in aria. RC riuscì a risalire sul camion, mentre Woody e Buzz,
grazie alle ali dello Space Ranger, planarono sopra il tettuccio aperto della
signora Davis e si lasciarono cadere sul sedile posteriore, proprio accanto a
Andy.
Il bambino, che cercava disperatamente i due giocattoli da giorni, li
afferrò incredulo e se li strinse forte al petto.
Tra le braccia di Andy, lo Space Ranger e lo sceriffo finalmente si
sentirono di nuovo a casa. Buzz si rese conto che essere un giocattolo non
era poi così male e Woody capì che Andy non aveva mai smesso di volergli
bene.
N ella soffitta di un’anziana signora di nome Mabel, viveva una colonia
di topi. Come molti altri roditori della loro specie, mangiavano gli
avanzi che trovavano nella spazzatura. Si accontentavano di tutto, pur di
riempirsi la pancia.
Uno di loro, però, era di gusti più raffinati. Si chiamava Remy e, oltre a
essere amante dei buoni sapori, aveva un olfatto molto sviluppato: riusciva
a distinguere qualsiasi ingrediente semplicemente dall’odore. Il suo
compito, all’interno della colonia, era quello di annusare il cibo prima che
gli altri topi lo mangiassero, per assicurarsi che non contenesse veleno o
altre sostanze pericolose. Ma Remy aveva ambizioni molto più grandi di
questa: voleva diventare uno chef.
Suo padre, Django, non era molto d’accordo. “Il cibo è carburante!” gli
ripeteva sempre. “Se fai lo schizzinoso rimarrai a secco. Quindi, mangia la
tua spazzatura.”
Un’altra delle raccomandazioni che Django ripeteva a Remy era di stare
lontano dagli esseri umani. Ma il topolino era troppo affascinato da loro e
dal modo in cui trasformavano il cibo.
Spesso, quando Mabel dormiva, si intrufolava di nascosto nella sua
cucina e prendeva in prestito qualche ingrediente per sperimentare nuovi
accostamenti. Oppure leggeva il libro di ricette del suo idolo, il
famosissimo chef Auguste Gusteau.

Un giorno, mentre si trovava a casa dell’anziana signora insieme al


fratello Emile, sentì alla televisione che Gusteau aveva avuto un attacco di
cuore. Un celebre critico aveva scritto una recensione molto negativa sul
suo ristorante e lui non aveva retto.
Per Remy, la notizia fu un vero colpo, ma il topolino non ebbe il tempo
di disperarsi perché Mabel si svegliò proprio in quel momento. Quando
vide due ratti nel suo appartamento si mise a gridare. Era così spaventata
che prese un fucile e cominciò a sparare all’impazzata verso l’alto, facendo
crollare il soffitto. L’intera colonia di topi fu costretta a evacuare. Centinaia
di ratti corsero verso il canale che scorreva dietro la casa di Mabel e
scapparono a bordo di qualche imbarcazione di emergenza.
Remy, però, rimase indietro e fu trascinato dalla corrente nel condotto
delle fogne.

Il giorno dopo, quando si risvegliò, si trovava a Parigi. Aveva paura,


senza la sua famiglia, ma poi, dai tetti della città, vide l’insegna del
ristorante di Auguste Gusteau e il cuoco in persona gli apparve come in un
sogno.
Remy non riusciva a credere di trovarsi proprio di fronte al suo idolo.
“Tu…” disse con voce tremante. “Mi hai portato al tuo ristorante!”
Per tutta risposta, Gusteau lo condusse sul tetto per mostrargli la cucina.
Era affollata di cuochi che si muovevano con rapidità e precisione.
Obbedivano tutti agli ordini dello chef Skinner e ognuno aveva un compito
speciale.
C’era chi si occupava delle salse, chi dei dolci e poi… c’era chi lavava i
pavimenti, come Linguini.
Quest’ultimo era un ragazzo alto e un po’ goffo. Era appena stato
assunto al ristorante.
“Quello non dovrebbe cucinare…” commentò Remy, mentre Linguini si
avvicinava ai fornelli.
“Chiunque può cucinare!” ribatté, invece, Gusteau.
In effetti, mentre gli altri cuochi non lo guardavano, Linguini rovesciò
un po’ di zuppa che bolliva sui fornelli. Per rimediare, cominciò a versare
acqua e ingredienti presi a caso nella pentola.
“Ma che cosa fa!” esclamò Remy, sconvolto. “Sta rovinando la zuppa!”
Si agitò così tanto che a un certo punto perse l’equilibrio e cadde dritto
nell’acquaio.
Appena riemerse, zuppo di acqua e sapone, cominciò a correre disperato
alla ricerca di un riparo. Fu costretto a schivare pericoli di ogni genere: le
zampe gigantesche degli esseri umani, i fuochi dei fornelli, i carrelli che
avanzavano velocissimi. A un certo punto, avvistò una finestra aperta e
subito si precipitò verso quella via di fuga, ma qualcosa, poco prima
dell’uscita, lo trattenne. Vicino alla finestra c’era proprio il pentolone della
zuppa: nonostante il disastro che aveva combinato Linguini, l’odore era
ancora abbastanza buono.
“Che cosa stai aspettando?” disse la voce di Gusteau. “È la tua
occasione. Tu sai come rimediare.”
Il topolino esitò per un istante, poi si guardò intorno, vide che tutti gli
altri cuochi erano distratti e decise di mettersi al lavoro. Per prima cosa
abbassò il fuoco e si lavò le zampe. Quindi, versò qualche spezia, delle erbe
e altre verdure tritate, dosando ogni ingrediente con estrema cura. Alla fine
chiuse gli occhi e inspirò a fondo: il profumo della zuppa adesso era
perfetto.
Quando riaprì gli occhi, vide il volto paonazzo di Linguini che lo
fissava incredulo.
In quel momento entrò in cucina Skinner, vide Linguini con un mestolo
in mano davanti al pentolone della zuppa e andò su tutte le furie. “Come osi
metterti a cucinare nella mia cucina?” gridò. “Io ti licenzio!”
Linguini nascose Remy sotto uno scolapasta e tentò di giustificarsi. Ma
prima che potesse parlare, la zuppa venne servita in tavola da un cameriere.
Poco dopo, un altro cameriere tornò in cucina per annunciare che una nota
critica gastronomica aveva assaggiato il piatto e l’aveva trovato eccellente.
“Tu sei molto fortunato!” disse allora Skinner a Linguini. “Preparerai di
nuovo la zuppa e questa volta presterò molta attenzione!”
In quel momento, però, lo chef vide sbucare Remy dallo scolapasta.
“Portalo via di qui!” ordinò allo sguattero, che rinchiuse il topo in un
barattolo e uscì subito dalla porta sul retro.
Quando furono soli e lontani dal ristorante, Linguini fece un’offerta a
Remy. “Io non so cucinare, tu invece sì, giusto? Ti va di essere una
squadra?” Il topo annuì: finalmente il suo sogno si realizzava.
E così, quella sera, Remy seguì il ragazzo nel suo appartamento. Nei
giorni successivi i due amici studiarono un metodo per lavorare insieme
senza che nessuno potesse accorgersi della presenza del topo in cucina.
Remy manovrava Linguini come una marionetta, tirandogli i capelli. Dopo
un lungo allenamento riuscirono a far funzionare quel sistema alla
perfezione.
Guidato da Remy, che si nascondeva sotto il suo cappello, Linguini
riuscì a cucinare una zuppa perfetta di fronte a Skinner. Il terribile chef
concesse quindi al ragazzo di lavorare in cucina, ma chiese a Colette, uno
dei cuochi, di fargli da insegnante.

Più tardi Skinner andò nel suo ufficio a controllare la posta e aprì una
lettera della madre di Linguini che giaceva sulla sua scrivania da molto
tempo e che lo chef aveva sempre ignorato. La donna scriveva che il
ragazzo era il figlio di Gusteau e chiedeva a Skinner di offrirgli un lavoro.

Lo chef, allarmato, chiamò subito il suo avvocato: se Linguini era


davvero il figlio di Gusteau allora avrebbe potuto portargli via il ristorante!
L’avvocato promise di scoprire la verità e intanto Skinner architettò un
piano per mettere in difficoltà il nuovo cuoco. Gli ordinò di preparare
l’unica ricetta di Gusteau che non era mai riuscita. Linguini si mise subito
al lavoro, ignorando Colette e seguendo le istruzioni di Remy.
Grazie alle modifiche suggerite da Remy, Linguini riuscì a preparare un
altro capolavoro. Dalla sala giunsero i complimenti dei clienti e anche gli
altri cuochi si congratularono con lui.
Quella sera, alla fine del servizio, Skinner convocò il ragazzo nel suo
ufficio per fargli alcune domande.
Durante la serata gli era sembrato di vedere un topo agitarsi sotto il suo
cappello e si era insospettito. “Parlami dei tuoi interessi,” disse a Linguini,
non sapendo come affrontare l’argomento. “Ti piacciono gli animali? I
ratti?”
Per fortuna, Remy era rimasto fuori e Linguini finse di non capire la
domanda. Così Skinner non riuscì a scoprire niente.
Intanto, fuori dal ristorante, Remy stava festeggiando il successo della
serata. Mentre gustava un formaggio delizioso accompagnato da frutta
fresca, udì un rumore proveniente dal bidone della spazzatura.
“Emile!” gridò dopo essersi avvicinato. I due fratelli si riabbracciarono
commossi.
“Pensavamo di averti perso per sempre,” disse Emile poco dopo, mentre
conduceva il fratello nella nuova tana della colonia, che si trovava nelle
fogne.

Django fu così felice di rivedere il figlio che organizzò una festa per lui.
“Non è stato facile senza di te,” gli disse durante la serata. “Ma la cosa
importante è che tu sia di nuovo a casa.”
“Io adesso ho una nuova vita…” cercò di spiegare Remy. “Ma verrò a
farvi visita spesso.”
Django andò su tutte le furie. “I topi non lasciano la loro casa! Parli
come un umano…”
“Ho avuto modo di conoscerli…” ammise Remy. “E non sono così
cattivi.”
Per dimostrare al figlio che si sbagliava, Django lo accompagnò davanti
a un negozio che vendeva veleni e trappole per topi.

“Non devi mai abbassare la guardia con gli uomini,” gli disse. “Sono
nostri nemici. Non puoi cambiare la natura.”
Ma Remy non era d’accordo. “Cambiare fa parte della natura, papà!
Dipende da noi,” gli disse. E, dopo averlo salutato, decise di tornare al
ristorante.
Il giorno dopo, Remy e Linguini furono i primi ad arrivare in cucina.
Poco più tardi li raggiunse Colette. La giovane cuoca era ancora arrabbiata
perché la sera precedente Linguini non aveva seguito le sue indicazioni.
“Non è colpa mia…” tentò di giustificarsi il ragazzo, che aveva un
debole per Colette. “C’è un piccolo cuoco che mi guida, un rat…”
Ma prima che potesse svelargli il loro segreto, Remy gli tirò i capelli e
lo spinse a baciare la ragazza.
Quella mattina a Parigi, il temutissimo critico gastronomico Anton Ego,
un uomo severo che non sorrideva mai, era al lavoro nel suo studio. Stava
scrivendo una delle sue recensioni impietose, quando un collaboratore
bussò alla porta.
“Gusteau si è ripreso,” gli annunciò. “È tornato di moda!”
Ego lo guardò stupito: era convinto che il locale fosse sull’orlo del
fallimento. “L’ultima volta che l’ho recensito,” commentò, “l’ho declassato
a ristorante per turisti. Non può essere tornato di moda!”
Eppure, il collaboratore gli assicurò che qualcosa, nel vecchio locale di
Gusteau, era cambiato.
Nello stesso momento Skinner era a colloquio con il suo avvocato. “No!
No! No!” gridava come una furia. L’uomo gli aveva appena comunicato che
Linguini era effettivamente il figlio di Gusteau e il suo erede.
“Non ci sono dubbi,” ribadì l’avvocato. “Tutto corrisponde!” Ma poi
aggiunse anche che Linguini non sapeva chi fosse il padre e che quindi non
avrebbe mai potuto reclamare il ristorante.
Skinner, però, non si sentiva tranquillo. “Non può essere!” continuò a
sbraitare. “È tutta una montatura. Il ragazzo sa!”
Skinner si sbagliava. Linguini non sospettava nemmeno di essere il
figlio di Gusteau e al momento aveva altri pensieri per la testa. Ormai era
innamorato di Colette e trascorreva ogni minuto libero con lei.
Durante una pausa di lavoro, accettò di accompagnarla a fare un giro in
motocicletta. Partirono a tutta velocità e Remy cadde a terra. Linguini, però,
era troppo distratto per accorgersene. Il povero topo si ritrovò solo davanti
al ristorante. In quel momento comparve Emile con gli altri ratti della
colonia.
“Ehi, fratello!” disse Emile. “Pensavamo che non ti saresti fatto più
vedere…”
Remy decise di rubare un po’ di cibo dal ristorante per darlo ai suoi
amici. Sapeva che non avrebbe dovuto farlo, ma dopo lo strano
comportamento di Linguini, cominciava a pensare che Django avesse
ragione: gli umani non potevano essere amici dei topi.
Si intrufolò nell’ufficio di Skinner per cercare le chiavi della dispensa.
C’erano fotografie e immagini di Gusteau ovunque, e poi, sulla scrivania,
c’era una cartelletta con alcuni documenti: il testamento del grande chef e la
lettera della madre di Linguini.
Proprio mentre Remy si rendeva conto che Linguini era l’erede di
Gusteau, Skinner entrò nell’ufficio. Si avventò subito sul topo per
catturarlo, ma dopo una lunga fuga Remy riuscì a seminarlo e alla fine
consegnò i documenti a Linguini.
Adesso il ristorante aveva un nuovo proprietario, che per prima cosa
licenziò il perfido Skinner.
In città non si parlava d’altro che di Linguini, il giovane chef che aveva
riportato il locale di Gusteau al suo antico splendore.
Linguini non riusciva a credere di essere diventato ricco e famoso in
così breve tempo. Il successo, però, gli diede alla testa. Non mostrava
alcuna riconoscenza nei confronti di Remy e presto cominciò a ignorare le
sue indicazioni.
“Non sono il tuo burattino!” gli disse un giorno durante l’ennesima lite.
“E tu non sei il mio burattinaio!”
Skinner, che assisteva alla discussione nascosto in un angolo, capì che il
topo era il vero cuoco ed escogitò subito un piano per vendicarsi di Linguini
e diventare ricco.
Remy e Linguini litigarono ancora. E un giorno, quando scoprì che il
topo aveva fatto entrare nella dispensa i suoi amici ratti, il ragazzo lo cacciò
per sempre dal ristorante.
Ma il peggio per Remy doveva ancora arrivare. Skinner non aveva mai
smesso di seguirlo e alla fine riuscì a catturarlo.
“Se non vuoi che ti uccida, dovrai creare una linea di prodotti surgelati
per me!” gli disse prima di rinchiuderlo nel bagagliaio della sua macchina.
Prigioniero nella gabbia, al buio, Remy pensava a Linguini. Sapeva di
aver tradito la sua fiducia e avrebbe tanto voluto riappacificarsi con lui.
Proprio allora giunsero Emile e Django, che riuscirono a liberarlo.
Insieme corsero al ristorante, dove regnava il caos: senza Remy,
Linguini si sentiva perso. Quando rivide il suo socio, capì che non era
giusto continuare a mentire. “So che sembra assurdo!” disse agli altri
cuochi. “Ma dietro le mie ricette c’è questo topino!”
Colette e gli altri lo guardarono sconvolti e lasciarono il ristorante uno
alla volta.
Django, allora, commosso dal coraggio di Linguini, ebbe un’idea. “Non
siamo cuochi,” disse a Remy, “ma siamo una famiglia!” Con un fischio
chiamò a raccolta tutti i topi della colonia, che si misero subito ai fornelli.
Remy prese il comando e come un maestro d’orchestra cominciò a
dirigere il lavoro dei suoi compagni.
“Io mi occupo del servizio ai tavoli!” propose, invece, Linguini. Quella
sera, in sala, c’era Anton Ego, che era già pronto a scrivere una pessima
recensione.
“Che cosa gli cuciniamo?” chiese Colette, entrando in cucina
all’improvviso. Linguini corse subito ad abbracciarla, felice che alla fine
avesse deciso di non abbandonarlo.
Nel frattempo, Remy prese la ricetta della ratatouille e la mostrò alla
ragazza. La prepararono insieme. Era un piatto semplice, ma il topolino
riuscì a trasformarlo in qualcosa di magico. Dopo averla assaggiata, Ego fu
travolto dai ricordi felici della sua infanzia, quando la madre gli preparava
la ratatouille mettendoci tutto il suo amore.
Il giorno dopo il critico scrisse una recensione entusiastica.

Nonostante questo, il ristorante Gusteau non ottenne il successo sperato.


Per vendicarsi, Skinner aveva chiamato un ispettore sanitario che, dopo
aver trovato i topi in cucina, aveva ordinato la chiusura del locale. Linguini
e Colette, però, non si fecero abbattere e poco tempo dopo aprirono insieme
un bistrot più piccolo chiamato La Ratatouille. Lo chef si chiamava Remy e
il cliente più affezionato era un noto critico, che grazie alla loro cucina
aveva riscoperto la gioia di sorridere.

Potrebbero piacerti anche