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COME f\RE COSE

CON LE PAROU:

--
John L. Austin

COME FARE COSE


CON LE PAROLE
Le « William James Lectures »
tenute alla Harvard University
nel 1955

Edizione italiana a cura di


Carlo Penco e Marina Sbisà

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~.>,.) Cl~
Biblioteca: \i

ln11entarlo N°
MARIETTI
Titolo originale: ,
How to Do Things with W ords

© Oxford University Press, Oxford New York 1962, 1975

Traduzione di Carla Villata


-

$
.
Comune di Roma
SIST. BIBL. C. CULTURALI
BIBLIOTECA "S. ONOFRl"
IN\/. N° ..~.t ..t<.~ ... /4.~S: ......

I Edizione 1987

Copertina di Giancarlo Cancelli

© 1987 Casa Editrice Marietti S.p.A.


Via Palestro, 10/8 - Tel. 010/891254
16122 Genova
ISBN 88-211-8635-0
INDICE

Introduzione di Carlo Penco e Marina Sbisà VII

Bibliografia . XXIII

Scritti di J.L. Austin xxxv


Nota alla traduzione di Carla Villata . ·' XXXVII

Come fare cose con le parole . 1

Prefazione alla I ed. originale 3


Prefazione alla II ed. originale 5

Lezione I:
Performativi e Constativi . 7

Lezione II:
Condizioni per la felicità dei performativi 15

Lezione III:
Infelicità: colpi a vuoto 24

Lezione IV: ,
Infelicità: abusi . 33

Lezione V:
Criteri possibili per i performativi . ' 43
VI INDICE

Lezione VI:
Performativi espliciti 52
Lezione VII:
Verbi performativi espliciti .'- 63

Lezione VIII:
- Atti locutori, illocutori e perlocutori 71

Lezione IX:
Distinzioni tra atti illocutori e perlocutori 82
Lezione X:
« Nel dire ... » vs. « Col dire ... ». . 90
Lezione Xl:
Asserzioni, perform_ativi e forza illocutoria 98

Lezione XII:
Classi di forza illocutoria. 108

Appendice 121
Indice analitico . 125
INTRODUZIONE

Perché leggere Austin? Perché è sempre più un classico, se si considera


classico un autore a cui diversi altri. guardano come fonte d'ispirazione.
Un po', di anni fa Austin poteva essere considerato un importante
esponente della scuola analitica di Oxford e nulla più. Inoltre ha scritto
pochissimo 1 • Per il ruolo da lui giocato nell'ambiente oxoniense, la sua
figura poteva richiamare per contrasto quella del più noto A.J. Ayer, di
cui Austin fu l'antagonista per eccellenza negli anni in cui la scuola
analitica e il suo richiamo al linguaggio ordinario sorse in polemica contro
il neopositivismo logico. In questo contesto Come fare cose con le parole
si può considerare un « manifesto » alternativo a Linguaggio, verità e
logica di Ayer 2 • .
Ma parlandone come di un classico intendiamo dire di più. A leggere
pubblicazioni nei campi più disparati che abbiano a che fare con la teoria
del linguaggio, ritroviamo assiduamente il suo nome.
- Diversi filosofi hanno preso da Austin idee di fondo; e qui non si
deve solo pensare a filòsofi strettamente èollegati al suo pensiero o per
un'origine comune nell'ambiente oxoniense o per filiazione diretta, come
Strawson, Grice, Searle, ma anche a filosofi di diverso ambito culturàle, .
come Habermas nella sua analisi dell'agire comunicativo e Ricoeur nella
sua semantica dell'azione 3 • ·

1 A parte Come fare cose con le parole (d'ora in poi FCP, con riferimento alle pagine dell'ed.

inglese tra parentesi quadre) e Sense and Sensibilia, pubblicati,?°stumi, Austin pubblicò solo
alcuni articoli, raccolti quasi tutti nei Philosophical Papers, a I>!lrte alcune note tra cui spicca
una sua analisi (1952) del lavoro di Lukasiewicz sulla logica di Aristotele e una discussione
(1958) ripresa in FCP 144.
2 Su Austin, Ayer e la nascita della filosofia analitica a Oxford vedi BERLIN 1973. Ayer

pubblicò la prima edizione del suo libro nel 1936, Austin (vedi prefazione) si formò le idee-cnia- ·
ve del' suo libro a partire dal 1939. Di certo vide nel libro di Ayer un esempio della «fallacia
descrittiva », cioè del privilegio dato dai filosofi all'asserzione nella loro visione del linguaggio.
3 I riferimenti classici dei filosofi sono STRAWSON 1964; GRICE 1967; SEARLE 1969 e 1979.

Vedi anche per la bibliografia l'antologia di SBISÀ 1978. Tra gli autori italiani che si sono
occupati di Austin vedi BARONE - PmvESAN 1967; MoRPURGO-TAGLIABUE 1972-73; PIERETTI
VIII COME FARE COSE CON LE PAROLE

I linguisti hanno fatto ampio uso di concetti austiniani; dall'enuncia-


to performativo, elaborato e discusso nell'ambito della grammatica genera-
tiva e della psicolinguistica, allo studio dei verbi di azione linguistica o
dei diversi modi di indicare la forza illocutoria, alla considerazione degli
enunciati come mosse in. un gioco interazidnale, tipica della pragmatica
linguistica e dell'analisi del discorso 4 •
- Nel campo della giurisprudenza, a partire dai lavori di Hart e Ross
fino alle ricerche di autori italiani come Scarpelli, Guastini e T arello, idee
dovute ad Austin si ritrovano al centro di molte discussioni sulla teoria
del diritto 5 • ·

- Anche nel campo dell'Intelligenza Artificiale il nome di Austin (me-


diato spesso attraverso il lavoro di Searle) compare ormai come un tipico
punto di riferimento; per Winograd, che usa i termini di Kuhn, l'idea
austiniana di « atto linguistico » viene a essere l'idea centrale di un nuovo
paradigma scientifico nelle scienze del linguaggio: la svolta iniziata da
Austin ha luogo quando si vede il linguaggio « come azione piuttosto che 1
come struttura o risultato di un processo cognitivo » 6 •
Si potrebbe dire: si passa dal linguaggio come rappresentazione (vedi
ad es. il Tractatus di Wittgenstein) al linguaggio come azione (vedi Au-
stin e il secondo Wittgenstein); questo è il mutamento di paradigma. Ma

1973; PIOVESAN (a cura di) 1972; SBisÀ 1973, i978, 1987; in particolare sui performativi
A.G. CONTE 1977; MoRPURGO-TAGLIABUE 1980; CAFFI 1981. Austin ha avuto influenza anche
sulla filosofia dell'azione: vèdi ad es. GOLDMAN 1970. Tra i lavori di Habermas che si richiama- .
no a FCP sono da ricordare HABERMAS 1971, 1976, 1981, per Ricoeur si veda RICOEUR 1977.
4 Per l'uso della nozione di performativo in Jinguisticà, si vedano Ross 1970; LAKOFF 1972;

PARISI - ANTINUCCI 1973. Sui verbi di azione linguistica, si veda VERSCHUEREN 1980; sugli
indicatori di forza, RouLET 1980, FAVA 1984. Per una formalizzazione della teoria degli atti
linguistici, si vedano HARRAH 1981, GAZDAR 1981, e SEARLE - VANDERVEKEN 1985; si continua
tuttavia a deplorare che « la semantica formale manchi di fornire una teoria soddisfacente degli
atti linguistici » (SEUREN 1985). Per l'influenza di idee austiniane in psicolinguistica, e in
particolare nella psicolinguistica dell'età evolutiva, si vedano BRUNER 1975; CAMAIONI - VoL-
'J'.ERRA - BATES 1976; BATES 1976; CAMAIONI (a cura di) 1978; OcHs - SCHIEFFELIN (a cura di)
1979, BARONE - GILARDI 1984. Per la pragmatica linguistica si vedano ScHLIEBEN-LANGE 1975,
V AN DIJK 1977 (che vi dà un'impostazione di carattere testuale), SEARLE ET AL. (a cur'1 di)
1980, M.E. CONTE 1983, e soprattutto LEVINSON 1983. Le connessioni, non sempre prive di
contrasti, fra atti linguistici, pragmatica, analisi del discorso, analisi della conversazione sono
esemplificate fra l'altro in vari contributi ai volumi: PARRET - SBISÀ - VERSCHUEREN (a cur~ di)
1982; ORLETTI (a cura di) 1983; LEONARDI ... SBISÀ (a cura di) 1984.
' Ci riferiamo qui ai lavori pionieristici di HART 1948 e 1966; CARRIÒ 1965. Un punto di
svolta è dato dal lavoro di A. Ross 1972 (su cui vedi anche SAVOINI 1982). Tra gli autori
italiani vedi in particolare SCARPELLI 1969; TARELLO 1974; CASTIGNONE 1981; GuASTINI 1980
(introduzione), 1982. . .
• WINOGRAD 1981 (251-52) qm ovvio riferimento a KuHN 1962; RE1CHMAN 1985 presenta
la ricerca di una visione integrata con altri modelli (vedi in particolare il cap. 10).
INTRODUZIONE IX

non rischiamo di fare cosi solo uno slogan un po' retorico? In effetti c'è
stata una moda dell'atto linguistico: un brusco accorgersi da parte di
molti che il linguaggio può (e forse deve) essere visto e studiato come
un'attività, come esecuzione di azioni, per cui il termine « atto linguisti-
co » è passato in pochi anni da termine specialistico a espressione d'uso
generale. Non in tutte le occasioni in cui si è parlato di atto linguistico lo
si è fatto a proposito, e l'innovazione terminologica non sempre ha corri-
sposto a un'effettiva novità concettuale.
f A guardar bene, comunque, la novità concettuale c'è. Anche prima di
Austin, era nell'aria: si pensi al precedente dello Sprechakt di Biihler, agli
« atti sociali» di Reinach, al concetto di énonciation in Benveniste; e,
ovviame~te, all'insistere di Wittgenstein sul linguaggfo come attività socia-
le 7 • Austin, anche se non è l'unico rappresentante, certo è uno dei più
autorevoli « maestri » del cambiaménto di paradigma; a lui è toccato di·
lanciare il termine « atto linguistico » [speech act] con le sue lezioni di
Oxford e di Harvard, lezioni diventate dopo la sua morte un libretto
agile, polemico e propositivo.
La sua influenza, come abbiamo accennato, è .pervasiva. Non ha coinci-
so con la formazione di una « scuola »: al contrario, chi ha ripreso l'anali-
si austiniana lo ha fatto spesso con l'intento di criticare gli « errori » di
Austin. Ma nessuna delle proposte teoriche sul tema degli atti linguistici,
da Searle a Wunderlich a Bach e Harnish, è tanto autonoma dagli spunti
austiniani originari che non possa essere utile, per comprenderla e valutar-
la, avere conoscenza diretta dell'opera di Austin, e inoltre, in FCP c'è più
di quanto di Austin sia stato usato in queste e altre proposte teoriche
successive. Infine, accanto a certi sviluppi raffinati e ingegnosi, ma a
volte troppo artefatti, è utile leggere un tipo di analisi che non perde il
contatto con la variegata superficie del linguaggio naturale, che Austin
sapeva cosi bene apprezzare.
FCP può essere una lettura stimolante, come lo è stata per numerosi
pensatori contemporanei, anche per il lettore medio di oggi. Questi vedrà
connessioni e legami con cose che oggi possono apparire ovvie (ma non lo

7 BOHLER 1934; REINACH 1913, su cui vedi MULLIGAN 1986; BENVENISTE 1966, parte V, e

1970. La nozione benvenistiana di enunciazione è ripresa e sviluppata da DucROT (1978; 1980;


vedi anche la sua voce « E.nunciazione » in Enciclopedia Einaudi). Ricordiamo che il termine
non è da confondersi con.la presente traduzione di utterance che in alcuni casi è stato reso con
« enunciazione » nel significato non tecnico di « atto di enunciare ».
Per W1TTGENSTEIN, si vedano 1958 (composto frail 1933 e il 1935) e 1953 (scritto a partire
dal 1945); si noti che Austin era solo parzialmente al corrente degli sviluppi del pensiero di
Wittgenstein prima della loro pubblicazione.
X COME FARE COSE CON LE PAROLE

erano ieri), coglierà brevi accenni a questioni che sono diventate impor-
tanti nella teoria del linguaggio solo dopo, o .ad altre che le riflessioni più
recenti hanno invece trascurato.
Ma la lettura di questo testo non è una lettura facile. Anzitutto, FCP
consiste in appunti per lezioni. Per cose "'dette a voce. E lo stile di
Austin, di per sé già difficile, ne risente ampiamente. Inoltre leggere
testi di conferenze è molto diverso e spesso meno soddisfacente che
ascoltare conferenze dal vivo - per quanto al buon lettore possa anche
accadere il contrario. Ciò vale in modo esemplare per la componente
ironica dello stile· austiniano. Tanto più ambigua e apprezzabile estetica-
mente quanto più difficile da decifrare e delimitare: dove Austin parli
in prima person;:t e dove faccia parlare un suo autore modello, dove
dubiti perché non è sicuro e dove per indurre il lettore al dubbio, è
difficile da decidere; eppure un lavorio di questo genere sottende gran
parte del testo, rendendolo non più trasparente (la trasparenza apparen-
te è già massima), ma certo più suggestivo. Inoltre la lettura di Austin
richiede non solo un apprezzamento del suo rigore nell'analisi del lin-
guaggio comune, bensl anche l'opposto, cioè un apprezzamento delle
sue proposte di generalizzazione, della sua sintesi che porta a una teoria
generale del linguaggio.
Come dunque orientarsi tra queste ambiguità, sottigliezze e complessi-
t~ del testo? Diamo qui alcuni suggerimenti per orientarsi nella lettura.

- Austin si avvicina a una teoria per gradi e didatticamente. Presenta


prima una teoria (quella dei performativi) che si mostrerà inadeguata
(Lezioni I-VII). Austin costringe cosi il lettore a seguire la genesi di una
teoria più comprensiva, necessaria per rispondere alle domande lasciate
irrisolte dalla prima teoria.
- La distinzione performativo/constativo esposta nella Lezione I è,
dall'inizio, un'ipotesi formulata in modo strumentale a una dimostrazione
per assurdo della onnipresenza di aspetti performativi nel linguaggio.
FCP non va letto cioè come un approfondimento della distinzione perfor-
inativo/constativo; al contrario, è proprio dimostrando l'insostenibilità
della tesi provvisoria iniziale che sia possibile separare nettamente il
constativo dal performativo, il dire dal fare, che Austin giunge alla tesi
cui mira, cioè che ogni dire è anche un fare.
- Il tema filosofico centrale presente nell'opera non è quello dell'enun-
ciato performativo, come sembrerebbe a prima vista, ma quello dell'asser-
zione (e ciò senza nulla togliere all'interesse filosofico e linguistico della
INTRODUZIONE - XI

nozione di enunciato performativo di per sé considerata). Ciò è evidente


dalla premessa alla Lezione I, come dalla discussione conclusiva dedicata
appunto all'asserzione nella Lezione XI (la Lezione XII fornisce il qua-
dro generale entro cui situare le conclusioni della Lezione XI).
- Tuttavia, il percorso fra la tesi provvisoria iniziale e la tesi affermata
in conclusione non è solo strumentale a una negazione della prima. L'inda-
gine sull'infelicità (Lezione II e III), l'analisi dei modi di implicazione
(Lezione IV), l'analisi dei vari usi dei verbi performativi (Lezione V, VI e
VII) vanno rilette a posteriori nell'ambito della teoria generale successiva-
mente formulata (Lezioni VIII, IX e X), come contributi all'analisi dell'at-
to illocutorio, delle sue condizioni di riuscita e dei suoi possibili fallimen-
ti, dei modi per indicarne la presenza e per descriverlo, annunciarlo,
renderlo esplicito, compierlo esplicitamente. -
- Sarà quindi utile capire la coesione interna del testo: scoprire quan-
to nella prima parte dell'opera è scritto avendo in mente la seconda e
prefigurandola, e quanto nella seconda parte richiede d'essere integrato
_dalle analisi della prima. Anche alcune aggiunte marginali al manoscritto,
riportate in appendice, vanno in questa direzione.

Si aggiunga che la seconda edizione originale, su cui questa traduzione


è stata effettuata, si differenzia dalla prima edizione_ pròprio per una
migliore leggibilità della strategia complessiva dell'opera, che nella prima
restava un po' oscura, fino ad essere fraintesa da diversi critici e recenso-
ri: e ciò non tramite aggiunte particolarmente sostanziose, ma grazie a un
lavoro di piccole revisioni, che complessivàmente danno un contributo
essenziale alla fisionomia del testo 8 •

8 Il testo pubblicato è ovviamente un compromesso stilistico che può far perdere la sotti-

gliezza del pensiero dì Austin; ad es. negli appunti di Austin sull'atto locutorio come ipersem-
plificazione troviamo un laconico: « sometimes realized? » che viene reso nel testo pubblicato
con « perhaps it is sometimes realized » (vedi 106 [146]). È comunque rilevante il risultato del
lavoro dì esegesi sui manoscritti, compiuto in occasione della seconda edizione, che chiarisce
come a Austin fosse ben chiaro il progetto di lavoro; e questo contrasta con i fraintendimenti
un tempo comuni che vedevano in FCP un libro contraddittorio che approfondendo e estenden-
do una teoria, la teoria dei performativi, la conduce al fallimento (cfr. ad es. BLACK 1963). In
realtà, Austin allude più volte ad estensioni indebite della nozione dì performativo compiute da
altri autori dell'ambiente oxoniense (un caso è l'analisi di «vero» in STRAWSON 1949), e si
propone di precisare il ruolo del « fare » e del « dire » nel linguaggio proprio per evitarle.
Come si legge in iln appunto manoscritto del 1952: «Poi procederò verso considerazioni più
ampie e generali su cui le inadeguatezze dì quella vecchia idea (di enunciato performativo),
evidenti - io credo - nei suoi usi successivi, hanno attirato l'attenzione ». Si ricordi che Austin
aveva parlato dell'enunciato performativo in un saggio del 1946 (Other Minds, ora nei Philoso-
phical Papers). Per un lavoro linguistico sul testo pubblicato di FCP si veda V111ATA '1985.
XII COME FARE COSE CON LE PAROLE

Al di là dei suggerimenti che abbiamo qui sopra elencato, diamo qui di


seguito una serie di· punti in parte storici, in parte concettuali che possono
essere utili all'inquadramento e alla coruprensione del lavoro di Austin in
FCP:

- Aristotele: l'analisi del linguaggio


Austin studia a Oxford, università per tradizione aristotelica 9 • I testi
di Aristotele diventano per Austin fonti di ispirazione del metodo analiti-
co: l'analisi linguistica può essere considerata un recupero dell'idea aristo-
telica di una scienza che deve precedere tutte le scienze, un tipo di lavoro
da apprendere prima di studiare qualsiasi scienza: lavoro che non a caso
Aristotele chiamava « analitica» (e che in seguito è stato chiamato « logi-
ca», nel senso più ampio del termine). ·
È così di origine aristotelica - come ben si vede nel saggio a cui Austin
elabora con maggior precisione le sue idee sul rigore e sul metodo del-
l'analisi filosofica 10 - l'idea che lo studio dei problemi filosofici deve
passare attraverso l'analisi del linguaggio. Ma Aristotele, oltre che fonte
d'ispirazione metodologica, è per Austin anche un modello, per la fine e
ricca analisi del linguaggio naturale che egli pratica. Gli scritti di Aristote-
le mostrano che l'analisi del « significato » non si può ridurre a una
semplice definizione dei termini, ma deve passare attraverso ranalisi del

• È p_oco conosciuto ma interessante il curriculum di Austin: nel 1924, a 13 anni, vinse


una borsa di studio per le materie classiche per la scuola di Shrewsbury, dove si distinse per le
sue capacità e la conoscenza della lingua greca, il che gli valse nel 1929 una borsa di studio per
le materie classiche per il Balliol College di Oxford; nel 1931 vinse il Premio Gisford per la
prosa greca. Il suo primo interesse per la filosofia passò attraverso Aristotele; l'interesse fu sia
filosofico che filologico; egli stesso iniziò una nuova serie di traduzioni delle opere di Aristote-
le per la Oxford University Piess, di cui ricopri la carica di delegato a partire dal 1952. Prima
della guerra tenne corsi sull'Etica Nicomachea, testo su cui discusse ancora negli anni '50 in
incontri (i « Saturday Mornings ») in cui mostrava una totale familiarità con i testi di Aristote-
le. Grande influenza ebbe su di lui lo scambio di idee (anche epistolare) con Prichard; e uno
_dei suoi primi saggi, databile al 1937,38 è volto alla confutazione degli argomenti di PRICHARD
[1935) sul significato di Agatho.n in Aristotele, tema su cui ritornò ancora in un suo articolo del
'40, The meaning o/ a word. A giudizio di WARNOCK 1963, 4, «non si può mettere in dubbio il
fatto che lo studio di Aristotele... ebbe un'importante· influenza particolare -sul suo lavoro
successivo, e neppure che, più in generale, egli dovesse in gran parte alla sua istruzione classica
sia la sua profonda preoccupazione riguardo all'accuratezza linguistica che il suo perenne e
perfino appassionato interesse per il fenomeno del linguaggio».
' 0 Il saggio A plea /or excuses è una difesa dell'interesse aristotelico per le scuse, spesso
giudicato di secondaria importanza rispetto alle grandi discussioni sulla libertà e la responsabili-
tà morale; per Austin non è vero che Aristotele chiacchiera delle scuse e dimentica i problemi
più grandi; al contrario: discutere delle scuse è discutere su come nel linguaggio naturale venga
riconosciuta la responsabilità morale: questa analisi è dunque un presupposto essenziale per
ogni discussione sul problema della libertà (AusTIN 1970, 180, 181, 273).
INTRODUZIONE XIII

contesto; e spiegare il contesto in cui una parola è usata è spiegare le


attività che contornano i diversi usi della parola 11 •
Queste idee originariamente ispirate alla lettura di Aristotele convergo-
no di fatto con idee più recenti: il principio di contestualità di Frege (un
nome ha significato solo nel contesto di una frase) enunciato nei Fonda-
menti dell'aritmetica, che Austin tradusse neJ 1950; e i concetti wittgen-
steiniani di gioco linguistico e somiglianze di famiglia (temi conosciuti a
Oxford a partire dagli anni '30, attraverso la diffusione del dattiloscritto
del Blue Book) 12 •
È a questi due autori, Wittgenstein e Frege, che dobbiamo ora guarda-
re per capire meglio Austin; non per definire con precisione se e quanto
Austin debba all'uno o all'altro; ma per mostrate la loro convergenza su
due nuclei teorici, rivoluzionari nella filosofia del linguaggio: il concetto
-di uso e il concetto di forza.

- Wittgenstein: gli usi del linguaggio


Nella Oxford degli anni '30 e in seguito, molti filosofi, in gran parte
per l'influenza di Wittgenstein e di Ryle, incentrarono la loro analisi sulla
nozione di uso: il significato di una parola è il suo uso nel contesto,
l'analisi filosofica è lo studio degli usi ordinari delle parole, ecc. Austin è
ben conscio della portata rivoluzionaria dell'idea del significato come
«uso nel contesto» (Lezione VIII, p. 75 [100]). Ma rifiuta la moda di
sostituire il termine·« significato » con il termine « uso ». La sua insoffe-
renza per questa moda è testimoniata tra l'altro da una nota lapidaria a
margine di una manoscritto: « Meaning and use both useless » [ « signifi-
cato e uso, ambedue inutili »]: ambedue inutili in quanto termini troppo
vaghi per essere d'aiuto a una teoria sistematica del linguaggio. Dall'appel-
lo indistinto e onnicomprensivo all'uso, dall'immagine un po' retorica (per

11 AusTIN 1970, 22, 27, 71, 72-74.


12 Tra i vari richiami impliciti di Austin al principio di contestualità il più chiaro è quello
dato 11el saggio The meaning of a word del 1940: «Ciò che solo ha significato è una frase ... e
conoscere il significato di una parola è conoscere il significato delle frasi in cui compare ».
(AusTIN 1970, 56). Nello stesso articolo, «il più wittgensteiniano di tutti gli scritti di Austin »
(CAVELL 1965), vi è un'analisi strettamente analoga all'analisi wittgensteiniana delle somiglian-
ze di famiglia. ·
In seguito Austin lesse e discusse in seminari e riunioni filosofiche sia le Richerche Filosofi-
che di Wittgenstein che I fondamenti dell'aritmetica di Frege (cfr. WARNOCK 1973, 26; PITCHER
1973, 36). Possiamo dare per scontata la familiarità con i testi successivi di Frege (specie
FREGE 1892) per il frequente uso (fatto anche in FCP) dell'idea che il significato è insieme
senso e riferimento.
XIV COME FARE COSE CON LE PAROLE

Austin « disperata » o « evasiva ») degli infiniti usi del linguaggio 13 , il


nostro autore vuole passare a una cornice teorica in cui si possano distin-
guere con rigore diversi tipi o livelli di uso del. linguaggio e rendere
possibile quella sistematicità del lavoro di analisi del linguaggio che altri
filosofi analitici dopo Austin hanno ritenuto necessaria: pensiamo in parti-
colare al saggio di M. Dummett Può· la filosofia analitica essere sistematica
ed è giusto che lo sia? Austin, in modo estremamente personale, si figura-
va questo lavoro sistematico come qualcosa di simile al lavoro dell'ento-
mologo nel classificare insetti: paziente, dettagliato, concettualmente rigo-
roso ma insieme attento alle differenze empiriche più minute 14 .•
La distinzione austiniana degli usi del linguaggio nei livelli locutorio,
illocutorio e perlocutorio (Lezioni VII-X) si può cosl considerare una
legittima erede delle discussioni filosofiche sul significato come uso.

- Frege: significato e forza


Quale operazione permette a Austin lo sviluppo di un discorso sistema-
tico? Il passo fondamentale è distinguere fra significato e forza (Lezione
VIIT; cfr. anche Lezione X, p. 90 [121]): parlare di atto locutorio è
parlare di significato, cioè di senso e riferimento delle espressioni lingui-
stiche; parlare di atto illocutorio è parlare di forza con cui vengono
proferiti gli enunciati. A ciò si affianca - per meglio delimitare la nozio-
ne, centrale, di forza illocutoria - la distinzione tra la forza e le conseguen-
ze o effetti perlocutori: parlare di effetti psicologici e comportamentali è
parlare di atto perlocutorio (Lezione VIII, pp. 76 ss. [101] e Lezione
IX) 15.

B Il riferimento classico è in Ricerche Filosofiche par. 23: «Ma quanti tipi di proposizioni
ci sono? Per esempio: asserzione, domanda e ordine? -di tali tipi ne esistono innumerevo-
li ... ». Il contesto in cui ricorre l'espressione citata di Austin è invece il seguente appunto,
datato 1952: «È usuale parlare dei diversi usi del linguaggio-emotivi (che espressione!) o che
altro, senza, mi sembra giusto dire, alcun tentativo serio di spiegare o definire che cos'è un
"uso" del linguaggio o del discorso, o quanti ce ne sono, o quali. Li si chiama in causa
semplicemente per propositi ad hoc senza raggiungere né definire scientificamente alcun qua-
dro generale. Quel che otteniamo è tutt'al più qualche riferimento disperato o evasivo agli
infinitamente numerosi usi del linguaggio ».
1• AusTIN 1970, 234.

15 Altri filosofi di lingua inglese, tra cui spicca STEVENSON 1944, usavano appunto quest'ulti-

mo aspetto (effetti psicologici e comportamentali) per caratterizzare il discorso valutativo; i


pragmatisti tendevano a usare questo aspetto per caratterizzare lo stesso discorso assertorio.
Austin, separando la considerazione degli effetti perlocutori da quella del significato e della
forza, polemizza con gli uni e .con gli altri (prende esplicitamente le distanze dai pragmatisti in
FCP 106 [145]). Sull'atto perlocutorio si vedano .CoHEN 1973, DAVIS 1980, SBISÀ 1982.
INTRODUZIONE xv

La mossa di Austin non nasce dal nulla; è anticipata in qualche modo ·


da Frege quando distingue tra il senso di un enunciato linguistico (cioè il
pensiero espresso da questo enunciato) e la forza assertoria (cioè il ricono-
scimento della verità del pensiero espresso dall'enunciato) 16 • Ma è senz'al-
tro merito di Austin aver saputo cogliere nella distinzione fra senso e
forza il perno di un'elaborazione sistematica; con Austin il concetto di
forza assertoria (contrapposta da Frege tutt'al più a una forza interrogati-
va) si generalizza in un progetto di classificazione di diversi tipi di forza
che permette di recuperare a un'analisi logico-filosofica aspetti relegati
troppo facilmente ad una dimensione meramente emotiva e comportamen-
tale 17 • Allo stesso tempo, si abbandona - o si tenta di abbandonare - il
privilegio dato dai filosofi all'asserzione: a quel discorso apofantico cui
Aristotele restringeva la logica, demandando gli altri usi del linguaggio
alla retorica o alla poetica 18 • L'asserzione ora non è che uno dei tanti
modi in cui si può usare il linguaggio, una delle diverse forze con cui si
esprime un pensiero, sottoposta allo stesso tipo di regole che governano
gli altri atti illocutori. È interessante notare che, sia pur stimolato dall'ana-
lisi di ·Austin, Searle ha sviluppato la nozione di atto linguistico in una
formulazione che si riavvicina al modello fregeano, distinguendo non fra
atto locutorio e atto illocutorio, ma .- con la formula f(p) - tra forza
illocutoria e contenuto proposizionale 19 •

16 In FREGE 1879 e FREGE 1918 troviamo le espressioni più chiare della distinzione; vedi

DUMMETT 1983, cap. 9 (Asserzione). Frege stesso giudicava la separazione del senso dalla/orza
uno degli aspetti più importanti del suo lavoro; in uno scritto del 1906 asserisce: «quello che
riguardo come risultato del mio lavoro è quasi tutto legato all'Ideografia ... Dovrei cominciare
menzionando il segno di giudizio, la dissociazione della forza assertoria. dal predicato ... »
(F~EGE 1969, 200; cfr. BELL 1979, sui limiti di Frege in questo vedi DuMMETT 1983, 284-285).
Si noti che il concetto di forza si avvicina, ma non coincide, con la categoria grammaticale
del « modo verbale ». La tentazione di assimilare ad es. la forza assertoria al modo indicativo è
forte; e l'ha avuta, per cominciare, FREGE 1918. Nella ~eoria degli atti linguistici la distinzione
si impone; ma come esattamente vada tracciata, è ancora controverso. Si vedano FCP
56 [73] s.; HOLDCROFT 1978; DAVIDSON 1979; RECANATI 1981.
17 Ciò avveniva soprattutto in ambito neopositivista, dove si voleva escludere dal discorso

sensato e relegare all'ambito emotivo ogni manifestazione linguistica che non segue i criteri
empiristi di significanza, che non sia cioè o una tautologia o un'asserzione di un linguaggio
scientifico. Nel senso del distacco da queste restrizioni neopositiviste, il lavoro di Austin viene
a far parte di un movimento più ampio, comprendente per esempio l'estensione del campo
dell'analisi logico-formale a ambiti come il discorso morale o più in generale il problema del
diritti/doveri o degli obblighi/permessi, da parte della logica deontica (a partire da VON
WRIGHT 1968).
18 De Interpretatione, 17a.
19 Le prese di distanza da Austin sono espresse in SEARLE 1968; la sistematizzazione in

SEARLE 1969, cap. 2, par. 4; una presentazione più formale in SEARLE - VANDERVEKEN 1985.
Per altre discussioni critiche della distinzione atto locutorio - atto illocutorio, si vedano STRAW-
SON 1973, RECANATI 1980.
XVI COME FARE COSE CON LE PAROLE

La teoria degli atti linguistici, imperniata su questi sviluppi originali


del concetto fregeano di forza, si ìnserisce quindi del tutto naturalmente
nelle prospettive attuali dei filosofi del linguaggio che tendono a dare una
teoria del significato come esplicazione sistematica della comprensione
del linguaggio: per comprendere un linguaggio non basta conoscere il
senso e il riferimento degli enunciati, occorre anche conoscere le diverse
forze con cui gli enunciati vengono usati 20 • E presto la distinzione tra
forza e significato ci sarà familiare, come lo è la distinzione tra i diversi
tipi di istruzione ed i contenuti di ciascuna nei linguaggi di programmazio-
ne.

Verità e felicità
Cade dunque il privilegio dato dai filosofi all'asserzione; questa non è
che una delle diverse forme di atto illocutorio, accanto a valutazione,
domanda, ordine, promessa, ecc. Ma l'asserzione è anche - per tradizio-
ne- l'uso del linguaggio che riguarda il vero e il falso. Cade forse dunque
anche il privilegio dato àl concetto di verità? È difficile dare una risposta
univoca. Sul tema della verità Austin aveva scritto un articolo (Truth,
1950) che è stato al centro di una polemica con S~rawson 21 • Qui ci
interessa mettere in evidenza tre aspetti particolarmente rilevanti come
retroterra di FCP:
a) Contro l'idea che la verità sia una proprietà delle credenze o delle
espressioni linguistiche (parole o frasi), Austin sostiene che ciò cui si
attribuisce verità è l'asserzione (la quale si differenzia dalla frase, o dalla
credenza, proprio perché è quello che poi Austin chiamerà un concreto
àtto linguistico eseguito in un contesto). In questo senso il saggio Truth

20 V'è tuttavia anche l'esigenza, cui Austin si rammaricava di non aver corrisposto (FCP

109[149]), di elaborare ulteriormente la distinzione fra senso e riferimento. Ciò può dare
occasione a un tentativo di fusione fra teoria degli atti linguistici e teoria tarskiana del riferi-
mento. Cosl Dummett, cercando di definire le condizioni generali di una teoria sistematica del
linguaggio, la suddivide in tre parti: una teoria del riferimento, data in termini di soddisfacibili-
tà; una teoria del senso; e una teoria (qui di carattere supplementare) della forza. Si noti che
per Dummett è la teoria del senso il punto più delicato, da trattare con strumenti logici più
complessi (come ad es. la logica intuizionista) che rendano conto del processo di comprensione
del parlante. Cfr., oltre ai lavori citati alla n. 16, DuMMETT 1976.
2 STRAWSON 1949 e 1950; vedi l'antologia di PITCHER 1964. STRAWSON 1950 vede nel
lavoro di Austin un tentativo di purificazione della teoria della verità come corrispondenza; ma
conclude drasticamente che « la teoria corrispondentista richiede non purificazione, ma elimina-
zione» (190). Al contrario, tn anni più recenti si è avuta una ripresa di posizioni sostanzialmen-
te corrispondentiste (cfr. DAVIDSON 1969, KRIPKE 1975, GRICE 1982, BARWISE - PERRY 1983),
alcune delle quali si ispirano proprio ad Austin. ·
)

INTRODUZIONE XVII

dà un contributo indiretto ma centrale alla formazione delle idee poi


esposte in FCP 22 •
b) Per Austin il principio di bivalenza - cioè il principio della logica
per cui ogni proposizione deve essere vera o falsa - « ha operato troppo a
lungo come la forma più semplice e pervasiva della fallacia descrittiva»
(Truth, p. 131). Questo principio non ha quella validità assoluta che i
logici e i filosofi del linguaggio gli hanno sempre attribuito: da una parte
(è il punto di partenza di FCP, Lezione I), abbiamo asserzioni« maschera-
te » che non descrivono alcunché e di cui non si direbbe che sono vere o
false; dall'altra (è la conclusione di FCP, Lezione Xl) comunque qualsiasi
asserzione non va definita esclusivamente per la sua relazione al vero o al
falso, ma anche in relazione allo scopo e alle intenzioni del parlante, alla
posizione in cui la si può fare, al tipo di impegno che farla comporta,
ecc.; queste caratteristiche hanno a che fare non tanto con la verità, ma
con la felicità, o buona riuscita, di un atto illocutorio. Inoltre, se si
applica il .principio per cui occorre sempre « considerare la situazione
linguistica nella sua totalità» (FCP, p. 101 [U8]), nella vita reale, in
opposizione alle situazioni semplificate della teoria logica, non si può
sempre rispondere in modo semplice alla questione se un'asserzione è
vera o falsa. Potrebbe trattarsi ad esempio di un'asserzione approssimati-
va o esagerata. Circostanze, uditorio e scopi dell'enunciazione concorrono
cosl non solo a determinare la felicità dell'asserzione, ma anche la sua
posizione in quella dimensione di giudizio che ha per poli estremi il vero
e il falso (Truth, par. 5 e 6; FCP, pp. 104 [143] ss.) 23 •

22 Può darsi che questo contributo si spinga fino ad una prima presa di coscienza della

necessità di distinguere significato e forza come livelli compresenti nell'atto linguistico: cfr.
Truth 133, e sopra, nota 8.
» Non è chiaro se Austin intendesse stabilire un rapporto gerarchico tra le due nozioni di
verità e di felicità. A volte sembra suggerire che un atto linguistico deve essere riucito, « feli-
ce» sotto alcuni punti di vista principali, per potere poi (se del caso) essere valutato in
relazione alla verità/falsità (cfr. ad es. FCP 103, 106 [140, 145]). D'altra parte la verità/falsità è
connessa alla dimensione locutoria dell'atto linguistico (cfr. FCP 108 [148]), e se l'atto locuto-
rio può essere preso in considerazione indipendentemente da quello illocutorio, come Austin
sembra ritenere, anche la verità può essere presa in considerazione indipendentemente dalla
felicità. Quest'incertezza di fondo, non risolta, si è sintomaticamente ripresentata nel corso di
un dibattito che negli anni '70 ha tenuto lungamente occupati logici e linguisti: il dibattito sulle
presupposizioni (per una panoramica, con indicazioni bibliografiche, cfr. SBISÀ 1983). I sosteni-
tori della natura <~ semantica » della presupposizione hanno ritenuto che quando le presupposi-
zioni di un'asserzione non sono verificate (e cioè in termini austiniani, l'asserzione è infelice),
essa non può essere né vera né falsa. I sostenitori della natura « pragmatica » della presupposi-
zione hanno invece insistito sulla reciproca indipendenza della verità/falsità, questione semanti-
ca, e rispettivamente della felicità o appropriatezza, fatti meramente pragmatici.
XVIII COME FARE COSE CON LE PAROLE

e) Austin, da buon aristotelico, difende una teoria corrispondentista


della verità; ma riconosce chiaramente che dire che un'asserzione è vera
quando « corrisponde ai fatti » è fuorviante, e porta a posizioni criticabi-
li, come quella - mai citata esplicitamente- del Tractatus di Wittgen-
stein 24 • La teoria corrispondentista rende però giustizia all'idea che « it
takes two to make a truth », cioè che parliamo sempre di qualcosa (Truth,
p. 124 n.). Come dunque salvarla? Austin contribuisce con due idee.
Da una parte, mostra come la corrispondenza del linguaggio ai fatti è
una questione più generale di quel che riguarda il solo discorso assertivo:
come un'asserzione è vera o falsa, cosi un verdetto è equo 9- iniquo, un
consiglio buono o cattivo, un rimprovero meritato o non meritato (cfr.
FCP, pp. 34 [41] s.). Dall'altra parte, mostra come non si può parlare di
mera corrispondenza a « fatti », ma è più corretto parlare di convenzioni
che fanno corrispondere le frasi a tipi di situazione e ~e asserzioni a
situazioni storiche; queste convenzioni rispondono al duplice scopo de-
scrittivo e indicale (dimostrativo) delle espressioni linguistiche. Austin
conclude che «un'asserzione è detta vera quando lo stato di cose storico
cui è correlata dalle convenzioni dimostrative (quello a cui « si riferi-
sce ») è di un tipo con cui la frase usata nel farlo è correlata dalle
convenzioni descrittive» (Truth, par. 3, pp. 121-22).

La prima di queste idee è stata accolta da altri filosofi, come Searle o


come Dummett, ma con una modifica che ne altera notevolmente il
senso. Per questi autori, infatti, è il contenuto proposizionale, il pensiero,
che risulta vero/falso, soddisfatto/non soddisfatto, secondo diverse « dire-
zioni di adattamento» che dipendono dalla forza con cui l'enunciato è
proferito. Così a un'asserzione vera corrisponde non un consiglio buono o
(forse) un ordine giusto, ma un consiglio e/o un ordine seguiti, obbedi-
ti .25 • La seconda di queste idee, dapprima accantonata, doveva essere
ripresa e sviluppata solo anni più tardi; Davidson ne prende spunto per
una rielaborazione che tende a fonderla con la teoria tarskiana della
verità; più recentemente, i logici Barwise e Perry vi si ispirano sia nell'im-
postazione generale della loro « semantica situazionale » sia su punti
particolari 26 •

24 Il riferimento implicito a Wittgenstein sembra chiaro quando Austin dice che un'asserzio-

ne non deve riprodurre la « molteplicità » o la « struttura » o « forma » della realtà; questo


porterebbe all'errore di «rileggere nel mondo i tratti del linguaggio » (Truth 125).
,, Per la nozione di «direzione d'adattamento», cfr. SEARLE 1975. Per la posizione di
DUMMETT cfr. 1983, 280.
26 Cfr. DAVIDSON 1969; BARWISE - PERRY 1983.
INTRODUZIONE XIX

È inoltre da notare che il tema degli aspetti convenzionali del linguag-


gio, emerso nel contesto del problema della verità, non resterà legato a
questo; in FCP lo ritroviamo ad un livello diverso che coinvolge le
nozioni di felicità e di forza illocutoria.
- La convenzione
L'applicazione della nozione di convenzione al concetto di forza è una
novità cruciale rispetto a Frege. Il ·concetto di forza può essere generaliz-
zato, vi possono essere tante forze diverse, proprio perché ciascuna è
regolata dalle sue convenzioni. Ma se in Truth Austin dava un'analisi
delle convenzfoni in gioco, in FCP non dà un,a definizione esplicita della
sua nozione dtconvenzionalità. Si possono solo trovarne degli accenni, in
due direzioni:
a) nel fatto, accennato di sfuggita, che è sempre possibile rendere
esplicito l'atto. illocutorio con una formula performativa.
n dibattito sulla convenzionalità dell'atto illocutorio si è ispirato sopraf-
tutto a questo punto, intraprendendo una complessa riflessione sul rappor-
to fra convenzione ed intenzione, specie per l'influenza delle analisi di
Grice 27 • Il suggerimento che la convenzionalità equivalga a esplicitabilità
linguistica è stato in questo quadro usato soprattutto per escludere ogni.
convenzionalità in senso forte dalla maggior parte degli atti illocutori; si è
ricreata cosl una separazione tra atti di carattere istituzionale (quali erano
gli esempi originari di enunciato performativo, come nomine, battesimi,
ecc.), e atti linguistici, come il comando o l'asserzione o l'avvertimento,
caratterizzati da un'intenzione complessa del parlante che comprende l'in-
tenzione, aperta e riconoscibile, di ottenere un certo effetto sul destinata-
rio. Tali atti linguistici non sarebbero cioè compiuti in quanto conformi a
una convenzione specificamente illocutoria, ma potrebbero risultare con-
venzionali nel senso più debole in cui esistono convenzioni linguistiche
per compierli esplicitamente. È tuttavia interessante notare che anche
quest'interpretazione indebolita della convenzionalità dell'atto illocutorio
è stata messa in questione, a favore di un'analisi della comunicazione
linguistica basata su catene di inferenze 28 •

21 Vedi GRIGE 1957, 1968; STRAWSON 1964; ScHIFFER 1972; inoltre, l'analisi della conven-

zione di D. Lewis, e le riflessioni sui temi dell'intenzione comunicativa e della convenzionalità


in BACH - HARNISH 1979. La posizione di Searle si distacca da quelle di Grice e Strawson (cfr.
SEARLE 1969, cap. 2, par. 6), ma, di fatto, non radicalmente (come risulta chiaro in SEARLE
1975). Sul tema della convenzionalità degli atti linguistici si vedano anche PrcARDI 1981,
cap. III, par. 2 e 3; LEONARDI 1983, Appendice.
28 Cfr. BACH - HARNISH 1979; LEECH 1983.
xx COME FARE COSE CON LE PAROLE

b) nell'analisi delle condizioni di felicità dei performativi, considerata


da Austin stesso estendibile agli atti illocutori.
Se si connette la convenzionalità all'esistenza di condizioni di felicità (e
di casi di infelicità ad esse relativi), e si evita di ridurre le condizioni di
felicità a semplici regole d'uso di certe,_ espressioni linguistiche - come ha
fatto Searle: ma ciò riconduce alle problematiche esposte in a)-, si apre
un altro tipo di prospettiva presente in Austin: la convenzionalità come
caratteristica di quelle azioni che in determinate circostanze possono veni-
re annullate 29 • Si giungerebbe cosl a ricongiungere la riflessione sugli atti
linguistici con una discussione del concetto di azione, ponendo attenzione
- in filosofia del linguaggio, ma anche ad es. in etica- a un genere di
azioni di carattere non-naturale («non fisico né psicologico »),·passibili
di infelicità e pdfenzialmente annullabili, fra le quali si collocano gli atti ..
illocutori.
V'è dunque spazio per allargare il dibattito a temi diversi, dalla contro-
versia sui rapporti tra diversi tipi di convenzionalità e comunicazione
linguistica, a riflessioni su una teoria dell'azione articolata e non riduzioni-
stica (si pensi alle analisi della Lezione X, tra le più belle dell'antiridu~io­
nismo e anticomportamentismo per quanto riguarda il linguaggio) in cui
vanno inclusi i vari aspetti dell'atto linguistico.

- Filosofia e teoria del linguaggio


Come abbiamo a più riprese avuto occasione di vedere, il lavoro di
Austin ha dato un grande numero di contributi alla teoria del linguaggio,
sia offrendo temi e spunti all'elaborazione dei logici, sia fornendo stru-
menti concettuali alla linguistica, soprattutto nell'area della pragmatica.
Ma che relazione ha questo lavoro con la filosofia? Si tratta della nascita
di un· nuovo pianeta-scienza dal vecchio grande sole filosofico, come
Austin preannuncia altrove 30 ? Al ruolo di filosofo, egli ha forse ormai
rinunciato? Si rilegga l'ultima pagina del libro: Austin non propone una
teoria filosofica; propone un programma di lavoro di teoria del linguag-
gio; e lo offre ai lettori perché lo usino, per il piacere [fun] della filosofia.

29 Si riconosce cosl alla possibilità dell'infelicità un ruolo essenziale nei confronti della

nozione di atto illocutorio, accogliendo un'istanza sollevata da Derrida nella sua discussione
della teoria degli atti linguistici (cfr. DERRIDA 1972), e mostrando nel contempo come tale
critica non sia correttamente riferita all'impostazione austiniana. Su Derrida ·e la teoria degli
atti linguistici si veda anche SEARLE .1977.
' 0 AUSTIN 1970, 232.
INTRODUZIONE XXI

E, in effetti, in FCP troviamo un autore che, spesso tra le righe, si


diverte moltissimo a criticare certe abitudini intellettuali: la costruzione
di dicotomie, il vizio del riduzionismo o gli stereotipi filosofici consolida-
ti. Cosl vediamo Austin mettere in discussione e ristrutturare radicalmen-
te una dicotomia dire/fare che non è altro che la reincarnazione della
dualità teoria/prassi; protestare contro l'uso indiscriminato della dicoto-
mia vero/falso; affermare che vuole fare il diavolo a quattro con Ja
dicotomia fatto/valore. ·
Non è dire poco. Si tratta di categorie fondamentali della cultura
occidentale. Fino a che punto va preso sul serio tutto ciò?
Forse non va preso sul serio perché la serietà della filosofia noh era
nelle spirito -di Austin? Ma proporre la filosofia come piacere e come
gioco impedisce forse di prenderla· sul serfo? Noi\ giocano forse molto
seriamente i bambini? Austin mette in gioco i presupposti della propria
cultura; ma di questa cultura accetta le regole: la pratica dell'argomenta-
zione filosofica e la ricerca della verità. La sua è una scommessa di chi
vuole criticare una tradizione dall'interno. .
Ma allora perché Austin non sviluppò i suoi discorsi in modo più
esplicito, in una teoria filosofica, etica o epistemologica? In un appunto
datato ottobre 1951 leggiamo: «sempre stato consapevole che [FCP]
avrebbe avuto ripercussioni in filosofia ( ... ) so benissimo che ha ripercus-
sioni in etica e epistemologia, ma lo tengo sotto silenzio [keeping that
dark] ». Sviluppare simili discorsi avrebbe comportato una sorta di pro-
fondità che Austin rifiutava: dotato semmai di quella «profondità della
superficie », che Nietzsche attribuiva ai Greci, Austin, formatosi sui testi
classici, ha trovato nella superficie del linguaggio il suo luogo filosofico.
E non è del tutto falso dire che FCP è un'opera di filosofia teoretica
travestita strategicamente da ricerca linguistica .. In questa ambiguità essa
rimane un en/ant terrible della filosofia del '900: con tutte le potenzialità
di un'infanzia. ·
Agosto 1986
CARLO PENCO
MARINA SBISÀ
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1961 Philosophical Papers (a cura di J.O. Urmson e G.J. Warnock),
London, Oxford University Press. Oltre ai saggi già pubblicati, contie-
ne i seguenti saggi inediti:
The Meaning o/ a Word (letto al Moral Sciences Club e alla Jowett
Society nel 1940).
Unfair to Facts (letto alla Philosophical Society a Oxford nel 1954).
Performative Utterances, (discorso trasmesso sul Terzo Programma del-
la BBC nel 1956).
XXXVI COME FARE COSE CON LE PAROLE

1962 Sense and Sensibilia (ricostruito dalle note manoscritte da


G.J. Warnock), London, Oxford University Press.
1962 How to Do Things with Words (William James Lectures, a cura di
J.O. Urmson), London, Oxford University Press, II ed. a cura di
J.O. Urmson e M. Sbisà, 1975.
1962 PerformatifConstatif e contributi alla discussione, Cahiers de
Royaumont, Philosophie, IV: La Philosophie Analytique, Paris, Mi-
nuit; tr. ingl. in C. Caton (a cura di), Philosophy and Ordinary Langua-
ge, Urbana, University of Illinois Press, 1963, 22-54.
1970 Philosophical Papers, II ed. che contiene, oltre ai saggi della prima
ed~zione, anche:
Agathon and Eudaimonia in the Ethics of Aristotle, pubblìcato in
J.M.E. Moravcsik (a cura di), Aristotle: A Collection of Critica! Essays,
Doubleday, New York 1967, 261-269.
Three Ways of Spilling Ink (conferenza tenuta nel 1958, curata e
ricostruita da L.W. Forguson, « The Philosophical Review » 75
(1966), 427-440.
1979 Philosophical Papers, terza edizione, che contiene un saggio
inedito:
The Line and the Cave in Plato's Republic, (ricostruito da J.O. U~mson
dalle note manoscritte).
Nota alla traduzione

1. I criteri della traduzione


·Nella presente traduzione italiana, svolta sulla seconda edizione (1975)
di How to Do Things with Words curata da J.O. Urmson e Marina Sbisà,
ho prestato particolare attenzione al mantenimento della coerenza interna
della traduzione, in modo che il lettore possa sempre sapere a quale
concetto corrisponde il termine di volta in volta usato, anche se in taluni
casi questo poteva comportare una forzatura nella traduzione dei termini.
Al fine di limitare al massimo questa possibilità, é soprattutto per cercare
di stabilire con un certo rigore il tipo di interpretazione data da· Austin ai
diversi termini chiave della sua teoria, ho utilizzato le concordanze del
testo di How to Do Things with Words che ho elaborato ptesso il Servizio
di Calcolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova
utilizzando l'Oxford Concordance Program.
In particolare ho esaminato le concordanze relative al sistema termino-
logico che riguarda le forme e le attività linguistiche: sentence statement
utterance proposition, poiché l'interpretazione di questi termini è fonda-
mentale ai fini della scelta del tipo di traduzione. Inoltre ho analizzato le
occorrenze dei seguenti termini: imply entail phrase locution expression
meaning reference context situation farce use language action true truth
philosophy.

2. Tradizioni di traduzione
Il problema della traduzione dei termini riguardanti le forme linguisti-
che è complicato dalla presenza di due diverse tradizioni, quella logico-fi-
. losofica e quella linguistica. La differenza tra le due tradizioni è determi-
nata dalla scelta dell'equivalente italiano per sentence, che condiziona il
tipo di sistema da adottare.
Nell'uso logico-filosofico generalmente si traduce sentence con « enun-
ciato » statement con « asserzione », e utterance con «emissione », come
XXXVIII COME FARE COSE CON LE PAROLE

si trova nella traduzione degli articoli raccolti da A. Bonomi in La struttu-


ra logica del linguaggio (Bompiani, Milano 1973, 1985). In alcuni casi si
deve distinguere tra statement e assertion, che ad esempio vengono tradot-
ti rispettivamente con « asserto» e « asserzione » nella versione italiana
di Dummett 1981, Frege. Philosophy o/ Language (Marietti, Casale M.
1983). .
In linguistica si usa tradurre sentence con « frase », e quindi utterance
con « enunciato » come è stato fatto nella versione italiana a cura di
A. De Palma dei Saggi linguistici di Noam Chomsky (Boringhieri, Torino
1969) e in quella di Semantics di John Lyons a cura di G. Gensini
(Laterza, Bari 1980).
Un testo ormai classico della filosofia del linguaggio, Speech Acts di
J.R. Searle (1969) è stato tradotto da G.P. Cardona, nell'edizione a cura
di Paolo Leonardi (Boringhieri, Torino 197 6 ), seguendo criteri stretta-
mente linguistici: « frase » ed « espressione » sono usati per tradurre
sentence, «.enunciato » ed « enunciazione » ·per utterance, « affermazio-
ne » per statement e « asserzione » per assertion.
La prima edizione del presente testo di Austin ha già avuto una tradu-
zione italiana (Marietti, Casale M. 197 4) in cui è stata adottata la termino-
logia linguistica classica, traducendo sentence con « frase ».
Nell'antologia da lei curata (Atti linguistici, Feltrinelli, Milano 1978)
Marina Sbisà ha ritradotto gran parte delle Lezioni VII, VIII e IX di
How to Do Things with Words, operando una diversa scelta dei termini: a
statement corrisponde « asserzione », ad. utterance, a seconda del conte-
sto, « enunciato » o « proferimento », mentre anche per sentence viene
usato « enunciato ».

3; Interpretazione e traduzione
Il sistema terminologico utilizzato nella presente traduzione si colloca
in una posizione intermedia fra la tradizione linguistica e quella filosofica.
Questa scelta è stata operata sulla base dell'analisi delle concordanze dei
termini particolarmente significativi:
- sentence statement utterance assertion
La frequenza di sentence è bassa: ricorre solo 28 volte. Molto spesso
Austin usa questo termine in senso strettamente linguistico, ad es. alle
pp. 41, 46, 73 [51, 58, 97]; egli accetta comunque la concezione classica,
per cui sentence è ciò che viene usato nel fare una asserzione (dr. 7 n
[1 n]) e critica quindi la confusione che è stata fatta in passato tra sentence
NOTA ALLA TRADUZIONE XXXIX

e statement (cfr. 7, 14, 20, 56 [l, 11,' 20, 72]). Talvolta questo termine
viene assimilato a propositiott (cfr. p. 21 [20]) o ad utterance (cfr.
pp. 7, 10 [1, 6]).
L'uso di statement, che compare 131 volte, è in linea con la tradizione
logica. Infatti Austin parla quasi sempre di statement in termini di verità
o falsità: gli esempi più rilevanti in questo senso si trovano alle
pp. 38, 43, 99, 102, 106 [46, 53, 135, 140, 145]. Talvolta statement vie-
ne considerato come qualcosa che « corrisponde ai fatti » (cfr. p. 103
[140]). Inoltre, gli statements costituiscono una categoria grammaticale
(cfr. pp. 9, 15 [4, 12]).
· La presenza, sebbene limitata (7 occorrenze), di assertion ha posto il
non facile problema della distinzione tra questo termine e statement.
Come osservò Austin stesso in Truth (cfr. Philosophical Papers p. 120)
assertion è più generico di statement, ma purtroppo l'italiano non ha una
distinzione corrispondente. Data la preponderanza dell'uso di statement
· rispetto ad assertion, e l'accezione prettamente filosofica di questi termini,
ho cercato di risolvere questo problema traducendo sia statement e state
che assertion e assert rispettivamente con « ass~rzione » e « asserire »,
segnalando tuttavia i casi rilevanti in cui nel testo inglese compariva
assertion o assert. È stato però necessario tradurre statement e state con
« affermazione » e « affermare » nei casi in cui « asserzione » e « asseri-·
re » avrebbero creato un contrasto troppo stridente con il contesto (ad es.
a p. 83 [111]); d'altra parte, affirm viene usato una sola volta, nella lista
degli espositivi che si trova a p. 119 [162].
Per quanto riguarda utterance, che è molto frequente (214 occorrenze),
la- traduzione è resa problematica dal suo uso ambivalente, dato che la
lingua inglese indica con la stessa parola l'atto di proferire qualcosa come
pure ciò che viene proferito. Utilizzando in alcuni passi il sintagma the
issuing of an utterance ( « il proferimento di un enunciato ») Austin ha
parzialmente risolto tale ambiguità, ma ho dovuto comunque tradurre
utterance con « enunciato » o con « enunciazione », a seconda del conte-
sto. (Vorrei rimarcare qui che utilizzando « enunciazione » non intendo
però richiamarmi all'uso che ne fanno Benveniste e Ducrot: cfr. ad es.
O. Ducrot, Enunciazione, in Enciclopedia, V, Einaudi, Torino 1979).
- presuppose imply entail
La presenza di questo gruppo di termini è relativamente contenuta: si
hanno rispettivamente 10, 24 e 17 occorrenze di questi verbi, la cui
interpretazione ha posto tuttavia alcuni problemi. Non è stato possibile
seguire l'uso ormai consolidato di tradurre imply con « implicare » e
XL COME FARE COSE CON LE PAROLE

entail con « implicitare », come propose A.G. Conte nella sua Premessa
alla traduzione di W.C. Kneale-M. Kneale, The Development o/ Logie,
Clarendon Press, Oxford 1962 [Storia della logica, Einaudi, Torino
1972]; proposta accolta da C. Pizzi nella traduzione di G.E. Hughes-
M.J. Cresswell, An Introduction to Modal Logzc, Methuen, London 1968
[Introduzione alla logica modale, Il Saggiatore, Milano _1973 ]. Infatti Au-
stin usa i termini imply e entail con una accezione del tutto peculiare,
che contrasterebbe con una traduzione del genere; per questo motivo ho
preferito far loro corrispondere rispettivamente « dare per implicito » e
« implicare logicamente », mentre presuppose è stato tradotto con « pre-
supporre ». I sostantivi derivati da questi verbi (di cui si hanno nell'ordi-
ne 10, 3 e 6 occorrenze) sono stati invece tradotti con « implicazione »,
« implicazione logica » e « presupposizione ».
- phrase locution expression
Anche se phrase viene solitamente tradotto con « sintagma », ho limita-
to l'uso di questo ,termine ai contesti in cui Austin parla di adverbial
phrases ( « sintagmi avverbiali »). Negli altri casi l'ho tradotto con « locu-
zione», che mi è sembrato più rispondente al modo in cui Austin usa
phrase, che è del tutto analogo a locution. Sarebbe stato possibile differen-
ziare phrase e locution (che compaiono 14 e 17 volte) traducendo il primo
con « espressione », ma ho preferito riservare questo termine esclusiva-
mente alla traduzione di expression (di cui si hanno 25 occorrenze).

4. Corrispondenze di traduzione
assert: asserire
assertion: asserzione
entail: implicare logicamente
entailment: implicazione logica
expression: espressione
force: forza
implication: implicazione
imply: dare per .implicito
involve: comportare
issue: proferire, formulare
issuing: proferimento
locution: locuzione
meaning: significato
perform: eseguire
NOTA ALLA TRADUZIONE XLI

performance: esecuzione
performative: performativo
phrase: locuzione, sintagma
presuppose: presupporre
presupposition: presupposizione
proposition: proposizione
reference: riferimento
sentence: frase
speech-act: atto linguistico
state: asserire (a volte affermare) .
statement: asserzione (a volte affermazione)
utter: enunciare, pronunciare, emettere
utterance: enunciato, enunciazione.

Vorrei fare qui un'ultima precisazione: in linea generale ho cercato di


conservare per quanto possibile lo stile tipico degli scritti di Austin, cosl
rigorosi e lucidi concettualmente, quanto spesso poco lineari nella loro
forma linguistica. Se la traduzione italiana ha in qualche modo risentito di
questa scelta, in compenso è risultata più vicina all'originale, e si è limita-
ta la possibilità di operare scelte interpretative arbitrarie. Si deve ricorda-
re inoltre che il testo di How to Do Things with W ords è il risultato della
collazione delle diverse serie di appunti che Austin aveva preparato per le
sue lezioni, e si pres-enta quindi con tutte le caratteristiche tipiche di un
testo concepito per essere letto in pubblico. Mi è sembrato perciò anche
un doveroso omaggio a Austin e alla sua passione per l'insegnamento .
·della filosofia il tentativo di riprodurre fedelmente il taglio che egli aveva
dato a questa esposizione generale della sua teoria degli atti linguistici.
CARLA VILLATA
COME FARE COSE
CON LE PAROLE
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE ORIGINALE

Le lezioni pubblicate qui furono tenute da Austin come William ]ames


Lectures all'Università di Harvard nel 1955. In una breve nota, Austin
dice, riguardo alle idee che sono alla base di queste lezioni, che esse « si
erano formate nel 1939. Ne ho fatto uso in un articolo sulle Other Minds
[Altre menti] pubblicato nei "Proceedings of the Aristotelian Society'',
voi. suppi. XX (1946), pp. 173 ss., e ho fatto emergere un'altra parte,
piuttosto grande, di questo iceberg poco dopo, parlando a diverse socie-
tà ... ».
Durante ognuno degli anni 1952-54 Austin tenne un corso di lezioni a
Oxford intitolato Words and Deeds [Parole e fatti], traendolo ogni anno
da una serie di appunti parzialmente riscritti; ognuna delle quali compren-
deva approssimativamente gli stessi temi delle William ]ames Lectures.
Per le William ]ames Lectures venne preparata ancora una volta una
nuova serie di appunti, anche se vennero inserite qui e là pagine di
appunti più vecchi; questi restano gli appunti più recenti di Austin sugli
argomenti trattati, anche se egli continuò a tenere a Oxford lezioni su
Words and Deeds, tratte da questi appunti, e intanto fece delle correzioni
di secondaria importanza e un certo numero di aggiunte in margine.
Il contenuto di queste lezioni viene qui pubblicato il più esattamente
pòssibile e con il minimo di correzioni. Se Austin le avesse pubblicate
egli stesso avrebbe certamente approntato una nuova stesura in una for-
ma più adatta per la pubblicazione; egli avrebbe sicuramente ridotto i
riepiloghi delle lezioni precedenti che ricorrono all'inizio della seconda
lezione e di quelle successive; è ugualmef!te certo che naturalmente tenen-
do la lezione Austin sviluppava il testo schematico dei suoi appunti. Ma
la maggior parte dei lettori preferirà avere una stretta approssimazione di
ciò che si sa che egli ha annotato piuttosto che ciò che si potrebbe
supporre che egli avrebbe pubblicato oppure che si può pensare che egli
4 COME FARE COSE CON LE PAROLE

abbia probabilmente detto nelle lezioni; perciò essi non verseranno-malvo-


lentieri il prezzo da pagare in imperfezioni di forma e di stile di seconda-
ria importanza e in incoerenze lessic'ali.
Ma queste lezioni così come sono pubblicate non riproducono esatta-
mente gli appunti di Austin. La ragione di ciò è che mentre per la
massima parte, e specificamente nella prima parte di ogni lezione, gli
appunti erano molto completi e scritti per esteso, con omissioni soltanto ·
di secondaria importanza come particelle e articoli, spesso alla fine della
lezione diventavano molto più frammentari, mentre le aggiunte in margi-
ne· erano spesso molto abbreviate. In questi passi gli appunti sono stati
interpretati e integrati alla luce delle parti restanti dei già citati appunti
del 1952-54. Un ulteriore controllo è stato inoltre possibile attraverso il
confronto con gli appunti presi sia in America che in Inghilterra da coloro
che frequentarono le lezioni, con la conferenza alla B.B.C. su Pe_rformati-
ve Utterances [Gli enunciati performativi] e con la registrazione su nastro
··magnetico di una conferenza intitolata Performatives [I performativi] tenu-
ta a Gothenberg nell'ottobre 1959. Indicazioni più complete sull'uso di
questi sussidi vengono fornite nell'appendice. Mentre appare possibile
che in questo processo di interpretazione possa essersi insinuata nel testo
una frase accidentale che Austin avrebbe ricusato, sembra molto improba-
bile che in qualche punto siano state travisate le direttive principali del
pensiero di Austin. .
Il curatore è grato a tutti coloro che hanno dato il loro aiuto attraverso
il prestito degli appunti, e per il dono della registrazione su nastro. Egli è
in obbligo soprattutto con G .J. W arnock, che ha esaminato minuziosa-
mente l'intero testo e ha salvato il curatore da numerosi errori; come
risultato di questo aiuto il lettore dispone di un testo molto migliorato.
].O. URMSON
PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE ORIGINALE

La dott. Sbisà ha preso visione di tutti gli appunti di Austin per queste
lezioni, confrontandoli con il testo pubblicato nella prima edizione e
prendendo nota di tutti i punti in cui le sembrava che si potessero
apportare dei miglioramenti. I curatori hanno esaminato insieme tutti
questi passi degli appunti di Austin e, come risultato, hanno corretto e
integrato il testo pubblicato in un certo numero di punti. Essi ritengono
che il nuovo testo sia più chiaro, più completo, e,'allo stesso tempo, più
fedele alle parole effettivamente presenti negli appunti di Austin. Hanno
aggiunto all'appendice la trascrizione letterale di un certo numero di
aggiunte fatte da Austin stesso a margine o tra una riga e l'altra dei suoi
appunti, il cui senso non era abbastanza chiaro perché venissero incor-
porate nel testo ma che potrebbero essere utili e interessanti per il
lettore. · ·
MARINA SBISÀ
J.O.
URMSON

NOTA ALLA RISTAMPA DEL 1980

Per questa nuova ristampa P .H. Nidditch ha compilato un indice total-


mente nuovo. Ha inoltre fornito i titoli per le lezioni - come fece Austin
stesso curando le lezioni di H.W.B. Joseph sulla filosofia di L~ibniz
(Oxford 1949). E si è colta l'occasione per fare un certo numero di
piccole correzioni.
Lezione I
PERFORMATIVI E CONSTATIVI

Ciò che dovrò dire qui non è né difficile né controverso; l'unico pregio
che vorrei rivendicargli è quello di essere vero, almeno in parte. Il (eno-
meno che verrà discusso è molto diffuso ed evidente, e non può non
essere già stato notato, perlomeno qui e là, da altri. Tuttavia non mi
risulta che sia stato preso in considerazione in modo specifico.
Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di una « asser-
zione » possa essere solo quello di « descrivere »•un certo stato di cose, o
di «esporre un qualche fatto», cosa che deve fare in modo vero o falso.
Gli studiosi di grammatica, in realtà,. hanno regolarmente fatto notare che
non tutte le «frasi» sono (usate per fare) asserzioni 1 : ci sono, tradizio-
nalmente, oltre alle asserzioni (degli studiosi di grammatica), anche do-
mande ed esclamazioni, e frasi che esprimono ordini o desideri o conces-
sioni. E sicuramente i filosofi non intendevano negare ciò, nonostante
qualche uso impreciso di « frase » per « asserzione ». Sicuramente, inol-
tre, sia gli studiosi di grammatica che i filosofi erano consapevoli del fatto
che non è per niente facile distinguere perfino le domande, gli ordini, e
così via dalle asserzioni mediante le poche e misere indicazioni grammati-
cali disponibili, quali l'ordine delle parole, il modo del verbo, e così via:
sebbene forse non fosse consueto soffermarsi sui problemi che questo
fatto ovviamente solleva. Come deéidere infatti quale è l'uno e quale è.
l'altro? Quali sono i limiti e le definizioni di ognunò?
Ma ora, in anni recenti, molte cose, che una volta sarebbero state
accettate senza problemi come « asserzioni » sia dai filosofi che dagli
studiosi di grammatica, sono state esaminate con attenzione nuova. Que-
sto processo di verifica ha avuto origine in maniera piuttosto indiretta
1 Naturalmente non è proprio esatto che una frase è sempre una asserzione: piuttosto, è

usata nel fare una asserzione, e l'asserzione stessa è una « costruzfone logica» ricavata dal fare
asserzioni. [N.d.T. Traduco qui statement uniformemente con« asserzione» anche se a volte il
contesto richiederebbe «affermazione». Si veda comunque la nota di traduzione].
8 COME FARE COSE CON LE PAROLE

·- almeno in filosofia. Innanzi tutto è sorta l'idea, non sempre formulata


senza inopportuno dogmatismo, che una asserzione (di fatto) dovrebbe
essere « verificabile », e ciò ha portato all'idea che molte « asserzioni »
siano soltanto quel che si può definire pseudo,asserzioni. Innanzi tutto, e
in modo estremamente evidente, è stato provato che molte « asserzioni »
sono, come Kant forse per primo ha dimostrato sistematicamente, esatta-
mente dei nonsensi, nonostante l'ineccepibile forma grammaticale: e la
incessante scoperta di nuovi tipi di nonsenso, sebbene troppo spesso si
permetta che la loro classificazione resti non sistematica e la loro spiega-
zione misteriosa, ha fatto nel complesso solo del bene. Tuttavia noi, (vale
a dire perfino i filosofi) poniamo alcuni limiti alla quantità di cose insen-
sate che siamo pronti ad ammettere che diciamo: cosicché fu naturale
passare a domandarsi, in un secondo momento, se molte evidenti pseudo-
asserzioni volevano effettivamente essere asserzioni. Si è giunti a ritenere
comunemente che molti enunciati che sembrano asserzioni non sono affat-
to intesi, o lo sono solo in parte, a riportare o comunicare semplici
informazioni riguardo ai fatti> per esempio, le « proposizioni etiche»
forse sono intese, unicamente o in parte, a manifestare un'emozione o a
prescrivere un comportamento o ad influenzarlo in maniere particolari.
Anche qui Kant è stato tra i pionieri. Molto spesso inoltre usiamo gli
enunciati in modi che esulano dall'ambito perlomeno della grammatica
tradizionale. È stato osservato che molte parole che ci lasciano particolar-
mente perplessi, inserite in asserzioni apparentemente descrittive, non
servono ad indicare qualche caratteristica supplementare particolarmente
strana della realtà riportata, ma ad indicare (non a riportare) le circostan-
. ze in cui viene fatta l'asserzione o le riserve a cui è sottoposta o il modo
in cui deve essere intesa e cosl via. Il trascurare· queste possibilità nel
modo che una volta era comune viene chiamato fallacia « descrittiva »;
ma forse questo non è un buon nome, dato che « descrittivo » stesso è
particolare. Non tutte le asserzioni vere o false sono descrizioni, e per
questa ragione preferisco usare la parola « constativo ». Lungo· queste
linee è stato ormai a poco a poco dimostrato, o perlomeno fatto sembrare
verosimile, che molte confusioni filosofiche tradizionali sono nate attraver-
so un errore -l'errore di considerare come pure e semplici asserzioni di
fatto enunciati che sono o (in interessanti modi non-grammaticali) privi di
senso oppwe intesi come qualcosa di alquanto diverso.
Qualunque cosa possiamo pensare di ognuna di queste idee e proposte,
e 'per quanto possiamo deplorare la confusione iniziale in cui sono stati
ttascinati la teoria e il metodo della filosofia, non v'è dubbio che esse
stanno producendo una rivolùzione in filosofia. Se la si volesse definire la
PERFORMATIVI E CONSTATIVI 9

più grande e salutare della 'sua storia, questa non è, se ci pensate,. una
grossa pretesa. Nori è sorprendente che gli inizi siano stati disorganici,
per partito preso, e per scopi estrinseci; ciò è comune· nelle rivoluzioni.

ISOLAMENTO PRELIMINARE DEL PERFORMATIVO 2

Il tipo di enunciato che considereremo qui non è, naturalmente, in '


generale un tip~ di nonsenso, sebbene un suo uso scorretto possa, come
vedremo, proaurre delle varietà di «nonsenso» alquanto speciali. Piutto-
sto, esso appartiene alla nostra seconda classe - quella degli enunciati ma-
scherati. Ma non è per nulla necessario che esso si presenti sotto il falso
aspetto di una asserzione di· fatto, descrittiva o constativa. Tuttavia lo fa
piuttosto comunemente, e lo fa, in modo abbastanza strano, quando assume
la sua forma più esplicita. Gli studiosi di grammatica, credo, non hanno
visto attraverso questa « maschera » e i filosofi l'hanno fatto al massimo
solo casualmente 3 • Sarà opportuno, quindi, studiarlo prima di tutto in
questa forma ingannevole, allo scopo di mettere in evidenza le sue caratteri-
stiche confrontandole con quelle della asserzione. di fatto che ·esso imita.
Prenderemo quindi, come primi nostri esempi, alcuni enunciati che
non possono rientrare in nessuna delle categorie grammaticali finora rico-
nosciute, tranne che in quella di « asserzione », che non sono insensati, e
che non contengono nessuno dei segnali di pericolo verbali che i filosofi
hanno ormai scoperto, o pensano di aver scoperto (parole curiose come
« bene » o « tutto », ausiliari sospetti come « dovere » o « potere », e
costruzioni equivoche come quella ipotetica): avranno tutti, si dà il caso,
verbi comuni coniugati alla prima persona singolare del presente indicati-
vo attivo 4 • Si possono trovare enunciati che soddisfino queste condizioni,
e tuttavia tali che
A. non « descrivono » o « riportano » o constatano assolutamente nien-
te, non sono « veri o falsi »; e
B. l'atto di enunciare la frase costituisce l'esecuzione, o è parte dell'ese-
cuzione, di una azione che peraltro non verrebbe normalmente de-
scritta come, o come « soltanto » dire qualcosa.

2 Quanto detto in questi paragrafi è provvisorio, e soggetto a revisione alla luce dei paragra-

fi successivi. ·
3 Fra tutti, i giuristi dovrebbero essere i più consapevoli del vero stato delle cose. Forse

alcuni ora lo sono. Tuttavia essi ·saranno costretti a ceàere alla loro timorosa finzione legale,
secondo la quale una asserzione « della legge » è una asserzione di fatto. -
4 Non a caso: sono tutti performativi « espliciti », e di quella classe predominante definita

più oltre degli « esercitivi ».


10 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Ciò è lungi dall'essere paradossale come può sembrare o come ho


subdolamente tentato di far sembrare: in realtà, gli esempi che seguono
saranno deludenti.
Esempi:
(E. a) « Sl (prendo questa donna come mia legittima sposa) » - pronuncia-
to nel corso di una cerimonia nuziale '.
(E. b) « Battezzo questa nave Queen Elizabeth » - pronunciato quando si
· rompe la bottiglia contro la prua.
(E. e) « Lascio il mio orologio in eredità a mio fratello » - quando ricorre
in un testamento.
(E. d) «Scommetto mezzo scellino che domani pioverà».
In questi esempi risulta chiaro che enunciare la frase (ovviamente in
circostanze appropriate) non è descrivere il mio fare ciò che si direbbe io
stia facendo 6 mentre la enuncio o asserire che lo sto facendo: è farlo.
Nessuno degli enunciati citati è o vero o falso: lo asserisco come ovvio e
non lo dimostro. Ciò ha tanto bisogno di discussione quanto ne ha il dire
che « dannazione » non è vero o falso: può darsi che l'enunciato « serva
ad informarti » - ma questa è una cosa abbastanza diversa. Battezz?,re la
nave è dire (in circostanze appropriate) le parole « io battezzo etc ..».
Quando, davanti all'ufficiale di stato civile o davanti all'altare, etc., dico
« sl », non sto riferendo di un matrimonio: mi ci sto coinvolgendo.
Come dobbiamo chiamare una frase o un enunciato di questo tipo 7 ?
Propongo di chiamarlo una frase performativa o un enunciato performati-
vo, o, in breve, « un performativo ». Il termine « performativo » verrà
usato in una varietà di modi e costruzioni affini, quasi come il termine
«imperativo» 8 • Il nome deriya, ovviamente, da perform [eseguire], il
verbo usuale con il sostantivo « azione »: esso indica che il proferimento

' [N.d.C. inglese, in seguito cit. J.O.U. Austin si accorse che l'espressione I do non viene
usata nella cerimonia nuziale troppo tardi per correggere il proprio errore. Lo abbiamo mante-
nuto nel testo perché filosoficamente è irrilevante che sia un errore. J.0.U.].
6 Tantomeno qualcosa che ho già fatto o devo ancora fare.
7 Le « frasi » formano una classe di « enunciati », la quale classe deve essere definita, per

quanto mi riguarda, grammaticalmente, anche se dubito che la definizione sia già stata data in
modo soddisfacente. Agli enunciati performativi sono contrapposti; per esempio ed essenzial-
mente, gli enunciati « constativi »: formulare un enunciato constativo (cioè enunciarlo con un
riferiment~i' storico) è fare un'asserzione. Formulare un enunciato performativo, è ad esempio,
fare un~.~.S.c.1>m1,I1essa. Vedi sotto, « illocuzioni ».
8 Pr~~teni~hte ho usato « performatorio »: ma « performativo » è da preferirsi in quan-

to più c~tfo; .meno brutto, più facile da usare, e più tradizionale come formazione.
/
PERFORMATIVI E CONSTATIVI 11

dell'enunciato costituisce l'esecuzione di una azione - non viene normal-


mente concepito come semplicemente dire qualcosa.
Possono venire in mente numerosi altri termini, ognuno dei quali
includerebbe appropriatamente questa o quella classe più o meno estesa
di performativi: per esempio, molti performativi sono enunciati contrat-
tuali (« scommetto ») o dichiarativi (« dichiaro guerra » ). Ma nessun ter-
mine di uso corrente, che io sappia, è abbastanza generale da comprender-
li tutti. Un termine tecnico che più si avvicina a ciò. che ci serve è forse
« operativo», come viene usato rigorosamente dagli avvocati riferendosi
a quella parte, cioè a quelle clausole, di un atto che serve ad effettuare la
transazione (cessione o altro) che costituisce il suo oggetto principale,
mentre il resto del documento semplicemente « espone » le circostanze
nelle quali la transazione deve essere effettuata 9 • Ma « operativo » ha
altri significati, e infatti oggigiorno è spesso usato per intendere poco più
che« importante». Ho preferito una parola nuova, alla quale, sebbene la
sua etimologia non sia irrilevante, non saremo forse cosi pronti ad attri-
buire un qualche significato preconcetto.

DIRE PUÒ ESSERE FARE?

Dobbiamo allora dire cose di questo tipo:


« Sposarsi è dire alcune parole », oppure
« Scommettere è semplicemente dire qualcosa »?

Una simile teoria sembra strana o anche irriverente al principio, ma


con le dovute cautele non sarà più tanto strana.
Una valida obiezione iniziale ad esse può essere questa; e non è priva
di importanza. In moltissimi casi è possibile eseguire un atto esattamente
dello stesso tipo non emettendo delle parole, in forma scritta e orale, ma
in qualche altro modo. Per esempio, in alcuni paesi posso contrarre
matrimonio mediante la coabitazione, oppure posso scommettere con un
totalizzatore inserendo una moneta in una fessura. Dovremmo allora,
forse, cambiare le proposizioni qui sopra, e trasformarle in « dire alcune
determinate parole è sposarsi » oppure « sposarsi è, in alcuni casi, sempli-
cemente dire alcune parole » oppure « semplicemente dire un certo qual-
cosa è scommettere.. ». ·

• Devo questa osservazione al professor H.L.A. Hart.


12 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Ma probabilmente la vera ragione per cui tali osservazioni sembrano


pericolose sta in un altro fatto ovvio, sul quale dovremo tornare dettaglia-
tamente in seguito, che è questo. L'atto di enunciare le parole è, infatti, di
solito un, o anche il fatto, dominante nell'esecuzione dell'atto (di scom-
mettere o altro), l'esecuzione del quale è anche l'oggetto dell'enunciato,
ma è lungi dall'essere solitamente, se mai lo possa essere, l'unica cosa
necessaria affinché l'atto sia considerato eseguito. In generale, è sempre
necessario che le circostanze in cui vengono pronunciate le parole siano in
un certo modo, o in più modi, appropriate, ed è generalmente necessario
che o il parlante stesso o altre persone eseguano anche certe altre azioni,
azioni « fisiche » o « mentali » o anche atti consistenti nel pronunciare
altre parole.
Cosl, per battezzare la nave, è indispensabile che io sia la persona
designata a battezzarla, per sposarsi (nel matrimonio cristiano) è indispen-
sabile che io non sia già sposato con una moglie vivente, sana di mente {!
non divorziata, e cosl via: perché sia stata fatta una scommessa, è general-
mente necessario che la proposta della scommessa sia stata accettata da
chi la riceve (il quale deve aver fatto qualcosa, come dire « ci sto » ), e
difficilmente è un regalo se io dico « te lo dono » ma non lo consegno
mai.
Fin qui, d'accordo. L'azione può essere eseguita in modi diversi che
con un enunciato performativo, e comunque le circostanze, incluse altre
azioni, devono essere appropriate. Ma, nel fare delle obiezioni, possiamo
avere in mente qualcosa di totalmente diverso, e questa volta alquanto
erroneo, in particolare quando pensiamo a qualcuno dei performativi che
più ispirano soggezione, come« prometto di ... ».Davvero le parole devo-
no essere dette « sul serio » e in modo da essere· prese « sul serio »? Ciò,
benché sia impreciso, è abbastanza vero in generale - è un luogo comune
importante nella discussione sul valore di qualunque enunciato. Non deve
essere uno scherzo, ad esempio, né essere parte di una poesia. Ma noi
siamo inclini ad avere la sensazione che la loro serietà consista nell'essere
pronunciati come (puramente) segno esteriore e visibile, per le convenien-
ze, o altro tipo di ufficialità, o per informazione, di un atto interiore e
spirituale: da qui il passo è breve per arrivare a credere o ad assumere,
senza accorgersene, che per molti versi l'enunciazione esteriore sia una .
descrizione, vera o falsa, dell'avvenuta esecuzione interiore. Uespressio-
ne classica di questa idea si trova nell'Hippolytus (v. 612), dove Ippoli-
to dice

Ti yÀ.fuO'O'' òµwµox', Ti oÈ ~p1)v avwµo't'6ç


PERFORMATIVI E CONSTATIVI 13

cioè « la mia lingua ha giurato, ma il mio cuore [o la mente o un altro


attore nel retroscena] no » 10 • Perciò «prometto di... » mi obbliga - regi-
stra la mia assunzione spirituale di una costrizione spirituale.
È gratificante osservare in questo stesso esempio come l'eccesso di
profondità, o meglio di solennità, apra immediatamente la via all'immora-
lità. Infatti colui che dice « promettere non è soltanto questione di pro-
nunciare delle parole! È un atto interiore e spirituale! » sembra un serio
moralista che si oppone ad una generazione di. teorizzatori superficiali:
noi lo vediamo come lui vede se stesso, mentre scruta le invisibili profon-
dità dello spazio etico, con tutta la raffinatezza di uno specialista nel sui
generis. Però egli fornisce ad Ippolito una scappatoia, al bigamo una
giustificazione per il suo « sl », e a chi non paga una difesa per la sua
scommessa. La scrupolosità e la moralità sostengono allo .stesso modo il
detto comune che ogni promessa è debito.
Se escludiamo gli atti interiori fittizi come questo, possiamo supporre
che qualcuna delle altre cose che sicuramente sono normalmente richieste
per accompagnàre un enunciato quale «prometto che ... » oppure « sl
(prendo questa donna ... ) »siano di fatto descritte.da questo, e conseguen-
temente con la loro presenza lo rendano vero e con la loro assenza falso?
Ebbene, partendo dal secondo caso, la prossima volta esamineremo ciò
che effettivamente diciamo dell'enunciato in questione quando uno dei
suoi normali fatti concomitanti è assente. In nessun caso ·diciamo che
l'enunciato era falso, ma piuttosto che l'enuntiato - o meglio l'atto 11 , per
esempio la promessa - era nullo, o eseguito in malafede, o incompleto, e
cosl via. Nel caso particolare del promettere, come con molti altri perfor-
mativi, è appropriato che la persona che enuncia la promessa debba avere
una certa intenzione, vale a dire qui di mantenere la sua parola: e forse di
tutti i fatti concomitanti questo sembra il più adatto ad essere quello che
« io prometto » descrive o riporta. Non parliamo effettivamente, quando
tale intenzione è assente, di una « falsa » promessa? Però parlare cosl
non è dire che l'enunciato «prometto che ... » è falso, nel senso che
sebbene egli asserisca di farlo, non lo fa, o che sebbene egli descriva,
descrive in modo inesatto - riporta in modo inesatto. Perché egli promet-
te: la promessa qui non è neppure nulla, sebbene sia fatta in malafede. La
sua enunciazione è forse fuorviante, probabilmente ingannevole e senza

10 Ma non intendo escludere tutti gli artisti che lavorano fuori dal palcoscenico - i tecnici

delle luci, il regista, perfino il suggeritore; mi oppongo solo a certi sostituti intriganti che
vorrebbero duplicare la commedia.
11 Evitiamo volutamente di distinguerli, precisamente perché non ci stiamo occupando di

questa distinzione.
14 COME FARE COSE CON LE PAROLE

dubbio scorretta, ma non è una bugia o una asserzione inesatta. Al


massimo potremmo fornire delle buone ragioni per dire che essa dà per
implicita o insinua una falsità o una asserzione inesatta (nel senso che egli
si propone davvero di fare qualcosa): ma questa è una faccenda molto
diversa. Inoltre, noi ·non parliamo di una fa1sa scommessa o di un falso
battesimo; e il fatto che parliamo di una falsa promessa non deve compro-
metterci più del fatto che parliamo di un passo falso; « falso » non è
necessariamente usato per le sole asserzioni.
Lezione II
CONDIZIONI PER LA FELICITA DEI PERFORMATIVI

Dovevamo esaminare, vi ricorderete, alcuni casi o sensi (solo .alcuni,


per amore del cielo!) in cui dire qualcosa è fare qualcosa; o in cui col dire
o nel dire qualcosa noi facciamo qualcosa. Questo argomento è uno
sviluppo - ce ne sono molti altri - del recente movimento tendente a
mettere in discussione una vecchia assunzione filosofica - l'assunzione
secondo la quale dire qualcosa, per lo meno in tutti i casi che vale la pena
di considerare, cioè tutti i casi considerati, è sempre e semplicemente
asserire qualcosa. Questa asserzione è senza dubbio inconscia, senza dub-
bio è avventata, ma evidentemente è del tutto naturale in filosofia. Dob-
biamo imparare a correre prima di poter camminare. Se non facessimo
mai errori come' li correggeremmo?
Ho iniziato con il richiamare la vostra attenzione, a titolo d'esempio,
su alcuni semplici enunciati del tipo npto come performatori o performati-
vi. Questi hanno, giudicando dalle apparenze, l'aspetto - o per lo meno la·
composizione grammaticale - delle « asserzioni »; ma tuttavia, quando li
si esamina più attentamente, sj vede molto chiaramente che non sono
enunciati che potrebbero essere « veri » o « falsi ». Tuttavia l'essere « ve-
ro » o « falso » è tradizionalmente il segno caratteristico di una asserzio-
ne. Uno dei nostri esempi era l'enunciato «sì» (prendo questa donna
conie mia legittima sposa), pronunciato nel corso di una cerimonia nuzia-
le. Qui dovremmo dire che nel dire queste parole noi stiamo facendo
qualcosa - cioè, ci stiamo sposando, piuttosto che raccontando qualcosa, e
cioè che ci stiamo sposando. E l'atto di sposarsi, come, diciamo, l'atto di
scommettere, deve almeno preferibilmente (benché tuttavia non corretta-
mente) essere descritto come dire certe parole, piuttosto che come eseguire
una azione diversa, interiore o spirituale, della quale queste parole sono
soltanto il segno esteriore e intelligibile. Che ciò sia così può forse difficil-
mente essere provato, ma è, direi, un fatto.
16 COME FARE COSE CON LE PAROLE

È degno di nota il fatto che, come mi è stato detto, nella legge america-
na sulla testimonianza un resoconto di ciò che qualcun altro ha detto è
riconosciuto come prova se ciò che egli ha detto è un enunciato del nostro
genere performativo: poiché ciò viene considerato come un resoconto non
tanto di qualcosa che egli ha detto, che in quanto tale sarebbe per sentito
dire e non ammissibile come prova, ma piuttosto di qualcosa che egli ha
fatto, una sua azione. Ciò coincide molto bene con le nostre iniziali
opinioni riguardo ai performativi.
Finora dunque abbiamo semplicemente sentito scivolare sotto i nostri
piedi il solido terreno del pregiudizio. Ma ora, in quanto filosofi, come
dobbiamo procedere? Un modo in cui potremmo continuare, naturalmen-
te è col ritrattare tutto: un'altro sarebbe l'impantanarci attraverso passag-
gi logici. Ma tutto ciò deve richiedere tempo. Per prima cosa almeno
concentriamo la nostra attenzione sulla piccola questione già menzionata
incidentalmente - la questione delle « circostanze appropriate ». Scom-
mettere non è, come ho incidentalmente fatto notare, semplicemente
pronunciare le parole «scommetto etc. »: qualcuno potrebbe benissimo
farlo, e tuttavia noi potremmo ancora non convenire che egli sia di fatto,
o per lo meno completamente, riuscito a scommettere. Per convincerci di
questo, dobbiamo solo, ad esempio, annunciare la nostra scommessa do-
po la fine della corsa. Oltre all'enunciazione delle parole del cosiddetto
performativo, molte altre cose devono, come norma generale, essere cor-
rette e funzionare bene se si deve dire che abbiamo felicemente portato a
compimento la nostra azione. Cosa siano queste cose possiamo sperare di
scoprirlo esaminando e classificando i tipi di casi in cui qualcosa funzio-
na male e l'atto - sposarsi, scommettere, lasciare in eredità, battezzare,
e altri ancora - è perciò almeno in una certa misura un insuccesso:
l'enunciato è allora, possiamo, dire, non proprio falso ma in generale
infelice. E per questa ragione chiamiamo la teoria delle cose che possono
essere scorrette e funzionare male in occasione di tali enunciati, la teoria
delle Infelicità.
Supponiamo di provare innanzitutto ad enunciare schematicamente ~ e
non voglio pretendere alcun tipo di carattere definitivo per questo sche-
ma - almeno alcune delle cose che sono necessarie per lo scorrevole o
« felice » funzionamento di \Jfl performativo (o almeno di un performati-
vo esplicito molto sviluppato 1, come quello di cui ci siamo finora esclusi-
vamente· occupati), e quindi a dare esempi di infelicità e dei loro effetti.

I [N.d.T. Cfr. p. 55].


CONDIZIONI PER LA FELICITÀ DEI PERFORMATIVI 17

Io temo, ma al tempo stesso spero, naturalmente, che queste condizioni


necessarie da soddisfare vi colpiranno in quanto ovvie.
(A. 1) Deve esistere una procedura convenzionale accettata ·avente un
certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l'atto di pro-
nunciare certe parole da parte di certe persone in c~rte circostanze, e
inoltre,
(A. 2) le particolari persone e circostanze in un dato caso devono essere
appropriate per il richiamarsi [invocation] alla particolare procedura cui
ci si richiama.
(B. 1) La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti sia corret-
tamente che
(B. 2) completamente.
(I: 1) Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all'impie-
go da parte di persone aventi certi pensieri o sentimenti, o all'inaugura-
zione di un certo comportamento consequenziale da parte di qualcuno
dei partecipanti, allora una persona che partetipa e quindi si richiama
alla procedura deve di fatto avere quei pensieri o sentimenti, e i
partecipanti devono avere intenzioni di comportarsi in tal modo 2 , e
inoltre
(r. 2) devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo.

Ora se noi trasgrediamo una qualunque (o più) di queste sei regole, il


nostro enunciato performativo sarà (in un modo o nell'altro) infelice. Ma,
naturalmente, vi sono notevoli differenze tra questi « modi » di essere
infelice - modi che si intende siano messi in evidenza dalle lettere e cifre
scelte per ogni intestazione.
La prima grossa distinzione è tra tutte le quattro regole A e B nel loro
insieme, in opposizione alle due regole r (da qui l'uso delle lettere
romane contrapposte a quelle greche). Se noi infrangiamo qualcuna delle
regole precedenti (delle A o delle B) - cioè se noi, ad esempio, enuncia-
mo la formula in modo scorretto, o se, ad esempio, non siamo in posizio-
ne tale· da compiere l'atto perché siamo, ad esempio, già sposati, oppure è
il commissario di bordo e non il capitano a celebrare la cerimonia, allora
l'atto in questione, ad esempio lo sposarsi, non è affatto eseguito con

2 Verrà spiegato in seguito perché il fatto di avere questi pensieri, sentimenti ed intenzioni

non viene incluso come solo una fra le altre « circostanze » di cui si è già trattato al punto (A).
18 COME FARE COSE CON LE PAROLE

: successo, non riesce, non è compiuto. Mentre nei due casi r l'atto è
compiuto, benché il compierlo in simili circostanze, come quando siamo,
ad esempio, insinceri, costituisca un abuso della procedura. Così, quando
dico « prometto » e non ho nessuna intenzione di mantenere ciò che ho
detto, ho promesso ma... Ci servono dei nomi pe~ riferirci a questa
distinzione generale, perciò chiameremo in generale quelle infelicità A. 1
- B. 2, che sono tali che l'atto per la cui esecuzione, e nella cui esecuzio-
ne, è concepita la formula verbale in questione, non è compiuto, con il
nome di COLPI A VUOTO: e dall'altro lato possiamo battezzare quelle
infelicità in cui l'atto è compiuto ABUSI (non enfatizzate le connotazioni
normali di questi nomi!). Quando l'enunciato è un colpo a vuoto, la
procedura cui abbiamo la pretesa di richiamarci non è riconosciuta, o è
male eseguita: ed il nostro atto (sposarsi, etc.) è nullo o senza effetto, etc.
Parliamo del nostro atto come di un atto preteso, o forse un tentativo
- oppure usiamo un'espressione quale «ho eseguito una forma di matri-
monio » in contrasto con « mi sono sposato». Dall'altro lato, nei casi r,
noi parliamo del nostro atto infelice come di un atto « ostentato » o
« vacuo » piuttosto che « preteso » o « vuoto », e come di un atto non
completato, o non consumato, piuttosto che nullo o senza effetto. Ma
permettetemi di affrettarmi ad aggiungere che queste distinzioni non sono
rigide, e soprattutto che parole quali « preteso » e « ostentato » non
reggeranno molta enfasi. Due parole conclusive riguardo all'essere nullo o
senza effetto. Questo non significa, naturalmente, dire che non avremo
fatto niente: molte cose saranno state fatte - avremo commesso, in modo
estremamente interessante, l'atto di bigamia- ma non avremo compiuto
l'atto preteso, vale a dire sposarsi. Perché a dispetto del nome, quando si
è bigami non ci si sposa due volte. (In breve, l'algebra del matrimonio è
BOOLEANA). Inoltre, « senza effetto» qui non significa «senza conse-
guenze, risultati, effetti ».
E adesso, dobbiamo cercare di rendere chiara la distinzione generale
fra i casi A e i casi B, nei colpi a vuoto. In entrambi i casi contrassegnati
da A c'è il richiamo indebito a una procedura - o perché non esiste,
approssimativamente parlando, una simile procedura, o perché la procedu-
ra in questione non può essere applicata nel modo in cui si è tentato di
fare. Quindi le infelicità di questo tipo A possono essere definite Invoca-
zioni indebite. Fra queste, possiamo ragionevolmente battezzare il secon-
do genere - in cui la procedura esiste benissimo ma non può essere
applicata come si pretende di fare - Applicazioni indebite. Ma non sono
riuscito a trovare un nome adatto per l'altra classe, la prima. In contrappo-
sizione con i casi A, il concetto dei casi B è piuttosto che la procedura è
CONDIZIONI .PER LA FELICITÀ DEI PERFORMATIVI 19

corretta, e si applica correttamente, ma noi facciamo fiasco nell'esecuzio-


ne del rituale con conseguenze più o meno disastrose: cosl i casi B,
contrapposti ai casi A, saranno definiti Esecuzioni improprie, contrapposte
alle Invocazioni indebite: il preteso atto è viziato da un difetto o da una
lacuna nello svolgimento della ·cerimonia. La classe B. 1 è quella dei
Difetti, la classe B. 2 quella delle Lacune.
Abbiamo quindi il seguente schema >: ·
Infelicità
AB r
Colpi a vuoto Abusi
Atto preteso ma nullo Atto ostentato ma vacuo
A B r.1 r.2
Invocazioni Esecuzioni Insincerità ?
indebite improprie
Atto non riconosciuto Atto viziato
A. l A.2 . B.1 B. 2
? Applicaz. Difetti Lacune
indebite

Credo che si nutriranno alcuni dubbi riguardo ad A. 1 e r. 2, ma


rimanderemo il loro dettagliato esame a fra breve.
Ma prima di passare ai dettagli, permettetemi di fare alcune osservazio-
ni generali riguardo a queste infelicità. Noi possiamo chiederci:
1) A quale varietà di « atto » si applica la nozione di infelicità?
2) Fino a che punto è completa questa classificazione dell'infelicità?
3) Queste classi di infelicità si escludono a vicenda?
Consideriamo tali domande in (quest') ordine.
1) Quanto è diffusa l'infelicità?
Ebbene, in primo luogo, sembra chiaro che, sebbene abbia colpito la
nostra attenzione (o non sia riuscita a colpirla) in relazione a certi atti che
sono, o sono in parte, atti di pronunciare parole, l'infelicità è un male
ereditario proprio di tutti gli atti che hanno il carattere generale del
rituale o del cerimoniale, tutti gli atti convenzionali: non che di fatto ogni
3 [Di tanto in tanto Austin usò altri nomi per le diverse infelicità. Ne vengono forniti alcuni

qui, se può interessare: A. 1, Non-azioni; A. 2, Azioni scorrette; B, Disguidi; B. 1, Esecuzioni


improprie; B. 2, Non-esecuzioni; r, Mancanze di rispetto; r .. 1, Dissimilazioni; r. 2, Non-adem-
pimenti, Slealtà, Infrazioni, Indiscipline, Violazioni. J.O.U.].
20 COME FARE COSE CON LE PAROLE

rituale sia soggetto ad ogni fÒrma di infelicità (ma allora non lo è neppure
oghi enunciato performativo). Questo è chiaro se non altro per il sempli-
ce fatto che molti atti convenzionali, come la scommessa o la cessione
della proprietà, possono essere eseguiti in modi non verbali. Si devono
rispettare gli stessi tipi di regole in tutte Lle procedure convenzionali di
questo genere - dobbiamo solo omettere il riferimento particolare al-
l'enunciazione verbale nel nostro punto A. Tutto ciò è ovvio.
Ma, inoltre, vale la pena di fare notare - di ricordarvi - quanti degli
« atti» che riguardano il giurista sono o includono l'enunciazione di
performativi, o in ogni caso sono o includono l'esecuzione di alcune
procedure convenzionali. E naturalmente voi valuterete giustamente il
fatto che in diversi modi i commentatori della giurisprudenza si sono
costantemente rivelati consapevoli della varietà di infelicità e anche a
volte delle peculiarità dell'enunciato performativo. Soltanto l'ancora diffu-
sa ossessione che gli enunciati della legge, e gli enunciati usati, diciamo,
negli « atti legali », debbano in un modo o nell'altro essere enunciati veri
o falsi, ha impedito a molti avvocati di rendere l'intera materia molto più
ordinata di quanto è probabile che la rendiamo noi - e io non pretenderei
neppure di sapere se alcuni di loro non l'abbiano già fatto. Ci riguarda
più direttamente, tuttavia, renderci conto che, allo stesso modò, un gran
numero degli atti che sono compresi nella sfera dell'Etica non sono, come
i filosofi sono troppo inclini ad assumere, in ultima analisi semplicemente
movimenti fisici: moltissimi di loro hanno, interamente o in parte, il
carattere generale di atti convenzionali o rituali, e sono quindi, tra l'altro,
esposti all'infelicità.
Possiamo infine domandarci - e qui devo svelare in parte il mio gioco:
il concetto di infelicità si applica ad enunciati che sono asserzioni? Finora
abbiamo presentato l'infelicità come caratteristica dell'enunciato performa-
tivo, il. quale era « definito » (se possiamo considerarlo tanto) principal-
mente attraverso la contrapposizione con la « asserzione » ritenuta fami-
liare. Tuttavia qui mi accontenterò di far notare che i.ma delle cose che
sono recentemente successe in filosofia è che si è rivolta molta attenzione
anche ad « asserzioni » che, sebbene non esattamente false e neppure
« contraddittorie »~ sono tuttavia assurde. Per esempio, asserzioni che si
riferiscono a qualcosa che non esiste come, per esempio, «l'attuale re di
Francia è calvo ». Si potrebbe essere tentati di assimilare ciò al pretende-
re di lasciare in eredità qualcosa che non si possiede. Non c'è forse in
ognuna di esse una presupposizione di esistenza? Una asserzione che si
riferisce a qualcosa che non esiste non è forse, non tanto falsa, quanto
nulla? E più consideriamo una asserzione non come una frase (o proposi-.
CONDIZIONI PER LA FELICITÀ DEI PERFORMATIVI 21

zione) ma come un atto di discorso (le prime sono costruzioni logiche


ricavate da quest'ultimo), più stiamo studiando l'intera cosa come un atto.
O ancora, ci sono ovvie somiglianze tra una bugia e una promessa falsa.
In seguito dovremo tornare su questo argomento 4 •
2) La nostra seconda domanda era: Fino a che punto è completa
questa classificazione?
i) Dunque, la prima cosa da ricordare è che, poiché nell'enunciare i
nostri performativi noi stiamo indubbiamente, in senso abbastanza corret-
to «eseguendo delle azioni », allora, in quanto azioni, queste saranno
soggette a delle intere dimensioni di manchevolezza a cui sono soggette
tutte le azioni ma che sono distinte - o distinguibili - da ciò che abbiamo
scelto di discutere come infelicità. Voglio dire che le azioni in generale
(non tutte) sono soggette,. per esempio, ad essere compiute sotto costrizio-
ne, 9 per caso, o in seguito a questa o quella varietà di errore, o altrimen~
ti non intenzionalmente. In molti casi del genere poi siamo sicuramente
poco propensi a dire di qualche atto di questo tipo semplicemente che è
stato compiuto o che egli l'ha compiuto. Non voglio qui entrare nella
teoria generale: in molti casi del genere possiamo anche dire che l'atto era
« nullo » (o annullabile a causa della costrizione o di una influenza indebi-
ta) e cosl via. Ora, suppongo che qualche teoria molto generale di alto
livello potrebbe comprendere sia ciò che abbiamo definito infelicità sia
queste altre caratteristiche « infelici » del compiere azioni - nel nostro
caso azioni che contengono un enunciato performativo - in una teoria
unica: ma noi non includiamo questo tipo di infelicità - dobbiamo solo
ricordare, tuttavia, che caratteristiche di questo genere si possono presen-
tare, e lo fanno costantemente, in qualsiasi caso particolare che stiamo
discutendo. Caratteristiche di questo genere sarebbero normalmente cata-
logate sotto il titolo « circostanze attenuanti», oppure « fattori riducenti
o abroganti la responsabilità dell'agente», e cosl via.
ii) In secondo luogo, in quanto enunciati i nostri. performativi eredita-
no anche certi altri tipi di malattie che colpiscono tutti gli enunciati. E
anche queste, sebbene possano di nuovo essere ricondotte entro una
teoria più generale, per ora le escludiamo volutamente. Intendo, ad esem-
pio, questo: un enunciato· performativo sarà, ad esempio, in un modo
particolare vacuo o nullo se pronunciato da un attore sul palcoscenico, o
se inserito in una poesia, o espresso in soliloquio. Ciò si applica in modo

4 [Cfr. p. 38 SS, J.0.U.].


22 COME FARE COSE CON LE PAROLE

analogo ad ogni e qualsiasi enunciato - una trasformazione in particolari


circostanze. In tali circostanze il linguaggio viene usato in modi particola-·
ri - in maniera intelligibile - non seriamente, ma in modi parassitici del
suo uso normale - modi che rientrano nella teoria degli eziolamenti 5 del
linguaggio. Noi escludiamo tutto ciò dal nostro esame. I nostri enunciati
performativi, felici o meno, devono essere intesi come proferiti in circo-
stanze ordinarie.
iii) È in parte al fine di tener fuori questo genere di considerazione,
almeno per ora, che non ho introdotto qui un genere di « infelicità »
- potrebbe veramente essere definito tale - che trae origine dal « frainten-
dimento ». Ovviamente, perché io abbia promesso, è normalmente neces-
sario che
A) io sia stato sentito da qualcuno, magari dal destinatario della pro-
messa;
B) questi abbia capito che si tratta di una promessa ..

Se l'una o l'altra di queste condizioni non è soddisfatta, sorgono ·dei .


dubbi riguardo al fatto che io abbia veramente promesso, e si potrebbe
ritenete che il mio atto era solo un tentativo oppure che era nullo. In
campo giuridico si prendono precauzioni speciali onde evitare questa ed
altre infelicità, ad esempio nella notifica di decreti o di ingiunzioni.
Dovremo in seguito tornare, ad un altro proposito, su questa particolare
considerazione tanto importante.

3) Questi casi éli infelicità si escludono a vicenda? La risposta a ciò è


ovvia.
a) No, nel senso che possiamo deviare dal giusto in due modi nello
stesso tempo (possiamo promettere in modo insincero ad un asino di
dargli una carota).
b) No, in modo più importante, nel senso che i modi di deviare dal
giusto « sfumano l'uno nell'altro » e « si sovrappongono», e la scelta tra
loro è « arbitraria », in diversi modi.

' [N.d.T. L'eziolamento consiste nel progressivo ingiallirsi e imbianchirsi degli organi verdi .
di piante che crescano in condizioni di luce troppo scarse;dovuto alla mancata formazione di
clorofilla. L'uso di una tale metafora da parte di Austin suggerisce che egli intendesse citazione,
recitazione, teatro, poesia eccetera come usi linguistici sottratti almeno in parte alla « luce del
sole » delle condizioni normali della comunicazione.].
CONDIZIONI PER LA FELICITÀ DEI PERFORMATIVI 23

Supponete, per esempio, che io veda una nave in cantiere, che io salga
e rompa la bottiglia appesa alla prua, che dichiari « battezzo questa nave
Stalin », e in più tolga con un calcio i tasselli che la tengono ferma: ma il
problema è che io non ero la persona scelta per battezzarla (che Stalin
fosse o meno - complicazione supplementare - il nome destinato ad essa;
forse in un certo senso è ancora di più un disonore se lo era). Possiamo
tutti convenire
1) che la nave non è stata perciò battezzata 6;

2) che è una vergogna tremenda.

Si potrebbe dire che io « ho eseguito la forma del » battezzare la nave


ma che la mia « azione» è stata «nulla » o « senza effetto », perché io
non ero la persona giusta, non avevo la « capacità» di eseguirla: ma si
potrebbe anche, in alternativa, dire che laddove non si ha neppure una
simulazione di capacità o un diritto specioso ad essa, allora non c'è
nessuna procedura convenzionale accettata; è una beffa, come un matri-
monio con una scimmia. O ancora si potrebbe dire che parte della proce-
dura consiste nel farsi designare ad eseguirla. Quando il santo battezzò i
pinguini, l'atto fu nullo perché la proeedura del battesimo non si applica
propriamente ai pinguini, oppure perché non c'è nessuna procedura accet-
tata per il battesimo di nient'altro se non esseri umani? Non penso che
queste incertezze contino in teoria, sebbene sia piacevole analizzarle e in
pratica conveniente avere pronta, come hanno i giuristi, una terminologia
per far fronte ad esse.

6 Battezzare i bambini è anche più difficile; si potrebbe avere il nome sbagliato e il prete

sbagliato - cioè, qualcuno che ha diritto di battezzare i bambini ma non designato a battezzare
questo bambino.
Lezione III
INFELICITA: COLPI A VUOTO

Nella nostra prima lezione abbiamo preliminarmente definito l'enuncia-


to performativo come i.In enunciato che non dice, o non solo dice, qualco-
sa, ma fa qualcosa e che non è un resoconto vero o falso di qualcosa.
Nella seconda, abbiamo fatto notare che esso, sebbene non fosse mai vero
o falso, era tuttavia soggetto a critiche - poteva essere infelice, e abbiamo
elencato sei di questi tipi di Infelicità. Di questi, quattro erano tali da
rendere l'enunciato un colpo a vuoto, e l'atto preteso nullo e senza effet-
to, tale da non avere validità, mentre gli altri due, al contrario, rendevano
l'atto dichiarato soltanto un abuso della procedura. Può quindi sembrare
che ci siamo armati di due concetti nuovi di zecca con cui forzare la
serratura della Realtà, oppure, secondo il caso, della Confusione - due
nuove chiavi nelle nostre mani, e naturalmente, allo stesso tempo due
nuovi scivoli sotto i nostri piedi. In filosofia, uomo avvisato dovrebbe
essere mezzo salvato. Poi mi sono attardato per un po' discutendo alcune
questioni generali riguardo al concetto dell'Infelicità, e l'ho collocato in
un suo vago posto in una nuova mappa del settore. Ho affermato 1) che
esso si applicàva a tutti gli atti rituali, non soltanto a quelli verbali, e che
tali atti sono più comuni di quanto si pensi; ho ammesso 2) che il nostro
elenco non era completo, e che ci sorio in realtà intere altre dimensioni di
ciò che potrebbe essere ragionevolmente definito « infelicità », che inte-
.ressa le esecuzioni rituali in generale e gli enunciati in generale, dimensio-
ni che riguardano certamente i filosofi; e 3) che, naturalmente, diverse
infelicità possono combinarsi o possono sovrapporsi e che può essere più
o meno facoltativo il modo in cui noi classifichiamo qualche dato esempio
particolare.
Dovevamo poi considerare alcuni esempi di infelicità - della violazione
delle nostre sei regole. Lasciate che vi ricordi per prima la regola A. 1,
secondo la quale deve esistere una procedura convenzionale accettata
avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l'atto
. INFELICITÀ: COLPI A VUOTO 25

di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze;


e la regola A. 2, naturalmente, che la completa, diceva che le particolari
persone e circostanze in un dato caso devono essere appropriate per il
richiamarsi alla particolare procedura cui ci si richiama.
A. 1.Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un certo
effetto convenzionale, procedura che deve includere l'atto di pronuncia-
re certe parole da parte di certe persone in certe circostanze.
L'ultima parte, naturalmente, è semplicemente intesa a restringere la
regola a casi di enunciati, e non è importante in linea di principio.
La nostra formulazione di questa regola contiene le due parole « esiste-
re » e « accettato » ma noi possiamo ragionevolmente domandarci se può
esservi alcun senso di « esistere » all'infuori di « essere accettato » e se
«essere in uso (generale) »non sia da preferirsi ad entrambi. Quindi non
dobbiamo dire ad ogni costo « 1) esistere, 2) essere accettato ». Ebbene,
per deferenza verso questo ragionevole quesito, consideriamo per primo
proprio « àccettato ».
Se qualcuno formula un enunciato performativo, e l'enunciato viene
classificato come un colpo a vuoto perché la procedura invocata non è
accettata, presumibilmente sono persone diverse dal parlante che non la
accettano (per lo meno se il parlante dice sul serio). Quale potrebbe
essere un esempio? Considerate «io divorzio da te», detto ad una mo-
glie da suo marito in un paese cristiano, essendo entrambi cristiani piutto-
sto che maomettani. In questo caso si potrebbe dire « nonostante tutto
egli non ha (effettivamente) divorziato da lei: noi ammettiamo solo una
certa altra procedura verbale o non verbale »; o forse anche « noi (noi)
non ammettiamo alcuna procedura di divorzio - il matrimonio è indissolu-
bile ». Ciò può portarci lontano, tanto da respingere ciò che può essere
definito un intero codice di procedura, ad es~mpio, il codice d'onore che
prevede il duello: per esempio, si può lanciare una sfida dicendo« i miei
padrini vi faranno visita», che è equivalente a « io ti sfido », e noi
semplicemente non gli diamo importanza. Quèsto tipo di situazione viene
sfruttato nell'infelice storia di Don Chisciotte.
Naturalmente, è evidente che la cosa è relativamente semplice se noi
non ammettiamo mai nessuna « sirnile » procedura - cioè, nessuna proce-
dura per fare quel genere di cose, oppure, in nessun caso quella procedura
per fare quella particolare cosa. Ma sono ugualmente possibili casi in cui
noi qualche volta - in certe circostanze o per certi motivi - accettiamo
una procedura ma non la accettiamo in nessuna altra circostanza o per
altri motivi. E qui possiamo spesso essere in dubbio (come nell'esempio
26 COME FARE COSE CON LE PAROLE

del battesimo di cui sopra) se un'infelicità debba essere inserita nella


nostra presente classe A. 1 o piuttosto nella A. 2 (oppure anche B. 1 o
B. 2). Per esempio, ad una festa, nel formare le squadre tu dici « scelgo
Giorgio »: Giorgio grugnisce « io non Lgioco ». Giorgio è stato scelto?
Indubbiamente, la situazione è infelice. Ebbene, possiamo dire, non hai
scelto Giorgio o perché non c'è nessuna convenzione per cui si possano
scegliere persone che non giocano o perché Giorgio, in tali circostanze, è
un oggetto inappropriato per la procedura della scelta. Oppure su un'isola
deserta tu puoi dirmi « vai a raccogliere legna »; e io posso dire « io non
prendo ordini da te » oppure « tu non hai diritto a darmi ordini » - io
non prendo ordini da te quando cerchi di « affermare la tua autorità »
(cui io potrei assoggettarmi o meno) su un'isola deserta, in opposizione al
caso in cui tu sei il capitano su una nave e perciò hai davvero autorità.
Ora noi potremmo dire, includendo il caso in A. 2 (Applicazioni indebi-
te): la procedura - pronunciare certe parole, etc. -, era giusta e accettata,
ma le circostanze in cui è stata invocata o le persone che l'hanno invocata
erano sbagliate: « io scelgo », è al suo posto solo quando l'oggetto del
verbo è « un giocatore », e un comando è al suo posto solo quando il
soggetto del verbo è « un comandante » o « una autorità». .
O ancora potremmo dire, includendo il caso nella regola B. 2 (e forse
dovremmo ridurre il suggerimento precedente a questo): la procedura
non è stata completamente eseguita; poiché è una sua parte necessaria
che, diciamo, la persona che deve essere l'oggetto del verbo «io ordino
che ... » deve, mediante una qualche procedura anteriore, tacita o verbale,
avere innanzitutto costituito in autorità la persona che darà l'ordine, ad
esempio dicendo« io prometto di fare ciò che mi ordini di fare». Questa
è naturalmente, una delle incertezze - e in realtà un'incertezza puramente
generale - che sono alla base del dibattito quando nella teoria politica si
discute se vi sia o meno, o se vi dovrebbe essere un contratto sociale.
Mi sembra che in linea di principio non abbia alcuna importanza· il
modo in cui decidiamo nei casi particolari, sebbene possiamo essere d'ac-
cordo, o in base ai fatti o introducendo ulteriori definizioni, nel preferire
una soluzione piuttosto che un'altra. Ma né l'inclusione in A. 2 né quella
in B andranno bene in generale, ed è importante dire chiaramente:
1) contro l'ipotesi B, che per quanti elementi possiamo includere nella
procedura sarebbe tuttavia possibile che qualcuno la respinga tutta;
2) contro l'ipotesi A. 2, che, affinché una procedura sia accettata, non
basta semplicemente il fatto che essa sia effettivamente usata di solito,
anche realmente dalle persone ora interessate; e che in linea di principio
INFELICITÀ: COLPI A VUOTO 27

deve rimanere possibile per chiunque respingere qualsiasi procedura - o '


codice di procedure - come può accadere, ad esempio, con il codice
d'onore. Chi agisce cosl è, naturalmente, soggetto a sanzioni; gli altri
rifiutano di giocare con lui oppure dicono che egli non è un uomo
d'onore. Soprattutto non si deve trasporre tutto in piatte circostanze fattua-
li; in quanto ciò è sottoposto alla vecchia obiezione al derivare un,« dove-
re » da un «essere». (Essere accettato non è una circostanza nel senso
esatto della parola). Con molte procedure, ad esempio giocare, per quan-
to le circostanze possano essere appropriate, può darsi tuttavia che io non
stia giocando, e inoltre, dovremmo sostenere che in ultima analisi è
incerto se « essere accettato » sia definibile come essere « usualmènte »
utilizzato. Ma questo è un argomento più difficile.
Ora, in secondo luogo, cosa si potrebbe intendere con il suggerimento
che talvolta una procedura può anche non esistere - distinto dalla questio-
ne della sua accettazione o meno, da parte. di questo o quel gruppo 1 ?
i) Abbiamo il caso di procedure che« non esistono più» semplicemen-
te nel senso che, sebbene una volta fossero generalmente accettate, esse
non lo sono più generalmente, o persino non sono più accettate da nessu-
no; per esempio il caso della sfida a duello; e
ii) abbiamo anche il caso di procedure che qualcuno istituisce. Talvol-
ta egli può « farla franca » come nel football, l'uomo che per primo
raccolse la palla e si mise a correre. Farla franca con le cose è essenziale,
nonostante la terminologia sospetta. Considerate un possibile caso in cui
è più probabile che noi affermiamo che la procedura non esiste piuttosto
che non la accettiamo: dire~ sei stato vigliacco» può essere un rimprove-
ro o un insulto: e io posso rendere esplicito il mio atto dicendo « io ti
rimprovero», ma non posso farlo dicendo« io ti insulto» - le ragioni di
ciò non sono importanti qui 2 • Ciò che importa è che una varietà speciale
di non-gioco 3 può presentarsi se qualcuno dice davvero « io ti insulto »:
1 Se qui abbiamo qualcosa in contrario a dire che è dubbio se essa « esista » - come ben

possiamo fare, poiché la parola ci dà dei brividi attualmente alla moda che in generale sono
indubbiamente legittimi - potremmo dire che it dubbio riguarda piuttosto la precisa natura o
definizione o comprensione della procedura che indubbiamente esiste ed è accettata.
2 Molte possibili procedure e formule di questo genere sarebbero svantaggiose se venissero

riconosciute; per esempio, forse non dovremmo ammettere la formula «ti prometto che ti
picchierò ». Ma mi si dice che nell'epoca di maggiore diffusione del duello fra gli studenti in
Germania era consuetudine che i membri di un club passassero in rivista i membri di un club
rivale, ciascuno allineato in fila per due, e che quindi, passando, ognuno dicesse al suo avversa-
rio designato, abbastanza cortesemente, « Beleidigung », che significa « io ti insulto ».
3 [ « Non gioco » era in passato il nome dato da Austin alla categoria A. 1 delle infelicità. In

seguito egli lo scartò, ma esso rimane in questo passo dei suoi appunti, J.0.U.].
28 COME FARE COSE CON LE PAROLE

poiché mentre insultare è una procedura convenzionale, e di fatto una


procedura primariamente verbale, cosicché in un certo modo noi non
possiamo fare a meno di capire la procedura che chi dice « io ti insulto »
ha la pretesa di invocare, tuttavia siamo tenuti a non stare al suo gioco
non semplicemente perché la convenzione non è accettata, ma perché
avvertiamo vagamente la presenza di qualche ostacolo, la cui natura non è
immediatamente chiara, che si oppone a che essa venga mai accettata.
Molto più comuni, tuttavia, saranno i casi in cui non è certo fino a che
punto la procedura si estenda - quali casi comprenda o quali varietà le si
potrebbero far comprendere. È intrinseco alla natura di qualunque proce-
dura che i limiti della sua applicabilità, e con ciò, naturalmente, la defini-
zione « precisa » della procedura, rimangano vaghi. Capitèranno sempre
casi difficili o marginali, in cui niente nella precedente storia di una
procedura convenzionale deciderà in modo conclusivo se una tale procedu-
ra sia o non sia applicata correttamente ad un tale caso. Posso battezzare
un cane, se, per ammissione, esso è razionale? Oppure lo si dovrebbe
considerare un non-gioco? La legge è ricca di tali difficili decisioni - nelle
quali, naturalmente, diviene più o meno arbitrario se consideriamo di
stare decidendo A. 1) che una convenzione non esiste o di stare deciden-
do A. 2) che le circostanze non sono appropriate per l'invocazione di una
convenzione che indubbiamente esiste: in un modo o nell'altro tenderemo
ad essere legati al « precedente » .che creiamo. Gli avvocati di solito
preferiscono la seconda via, in quanto applicazione piuttosto che creazio-
ne di una legge.
C'è tuttavia, un ulteriore tipo di caso che può presentarsi, che potrebbe
essere classificato in molti modi, ma che merita una menzione speciale.

Gli enunciati performativi che ho preso come esempi sono fotti a


carattere molto sviluppato, del genere che in seguito chiameremo perfor-
mativi espliciti, in contrasto con i performativi semplicemente impliciti.
Vaie a dire, (tutti) iniziano con, oppure comprendono, qualche espressio-
ne altamente significativa e non ambigua quale « io scommetto », « io
prometto», «io lascio in eredità» - un'espressione usata molto comune-
mente anche nel designare l'atto che sto eseguendo nel formulare un tale
enunciato - per esempio scommettere, promettere, lasciare in eredità, etc.
Ma, naturalmente, è tanto ovvio quanto importante il fatto che occasional-
mente noi possiamo usare l'enunciato « vai » per compiere praticamente
la stessa azione che compiamo con.l'enunciato« io ti ordino di andare»:
e diremmo tranquillamente in entrambi i casi, descrivendo successivamen-
te ciò che qualcuno ha fatto, che egli mi ha ordinato di andare. Tuttavia
INFELICITÀ: COLPI A VUOTO 29
di fatto può non essere certo, e per quanto riguarda il solo enunciato, resta
sempre incerto, quando usiamo una formula cosi poco esplicita come il
semplice imperativo« vai», se chi lo pronuncia mi sta ordinando di andare
(o ha la pretesa di farlo) oppure mi sta soltanto consigliando, o supplicando
di farlo o altro ancora. Analogamente « c'è un toro nel campo » può essere
un avvertimento oppure no, in quanto io potrei stare solo descrivendo il
paesaggio e «ci sarò» può essere una promessa oppure no. Ecco che
abbiamo dei performativi primitivi, anziché dei performativi espliciti; e
può non esserci niente nelle circostanze attraverso cui poter decidere se
l'enunciato sia performativo o meno. Comunque, in una situazione data.
posso essere libero di considerarlo in un modo o nell'altro. Si trattava di
una formula performativa - forse - ma la procedura in questione non è
stata invocata in modo sufficientemente esplicito. Forse io non l'ho preso
come un ordine oppure non ero in ogni caso tenuto a prenderlo come un
ordine. La persona non l'ha presa come una promessa: cioè nella circostanza
particolare non ha accettato la procedura, basandosi sul fatto che il rituale
era stato eseguito in modo incompleto da parte del primo parlante.
Potremmo assimilare questo ad una esecuzione difettosa o incompleta '
(B. 1 oppure B. 2): salvo che èssa è in realtà completa, sebbene non sia
né priva di ambiguità né esplicita. (In campo giuridico, naturalmente,
questo genere di performativo non esplicito sarà normalmente fatto rien-
trare in B. 1 o in B. 2 - è diventata una norma il fatto che il lasciare in
eredità in modo non esplicito, per esempio, è eseguire tale atto in modo
scorretto o incompleto; ma nella vita di tutti i giorni non c'è una tale
rigidità). Potremmo anche assimilarlo ai Fraintendimenti (che non abbia-
mo ancora esaminato): ma s-arebbe un genere speciale di essi, riguardante
la forza dell'enunciato, in contrapposizione al suo significato. E il punto
qui non è solo che chi ascolta non ha capito, ma che non aveva da capire,
cioè da prenderlo ·come un ordine.
Potremmo in effetti assimilare questo caso anche ad A. 2 dicendo che
la procedura non è destinata ad essere usata laddove non è chiaro che la
si sfa usando - uso che la rende del tutto nulla. Potremmo esigere che
venga usata solo in circostanze che senza ambiguità rendano evidente che
e
la si sta usando. Ma questo un consiglio difficile da seguire.
A. 2.Le particolari persone e circostanze in un dato caso devono essere
appropriate al richiamarsi alla particolare procedura cui ci si richiamà.
Rivolgiamo ora la nostra attenzione alle infrazioni di A. 2, il tipo di
infelicità che abbiamo definito Applicazioni Indebite. Qui abbiamo una
moltitudine di esempi. « Io ti nomino » detto quando sei già stato nomi-
30 COME FARE COSE CON LE PAROLE·

/ nato, o quando è stato nominato qualcun altro o quando io non sono


abilitato a nominare, o quando tu sei un cavallo 4 ; « si » detto quando il
grado di parentela ve lo impedisce, o davanti al capitano di una nave non
in mare; «io dono», detto quando ciò che dono non è mio o quando si
tratta di una libbra della mia carne viva '. Abbiamo parecchi termini
speciali da usare nei diversi tipi di caso - « ultra vires », « incapacità »,
« oggetto (o persona, etc.) non idoneo o improprio », « non abilitato », e
cosi via.
Il limite tra « persone inappropriate » e « circostanze inappropriate »
non sarà necessariamente rigoroso. In verità le « circostanze » possono
evidentemente essere estese fino a comprendere in generale le « natu-
re» di tutte le persone coinvolte. Ma dobbiamo distinguere tra i casi in
cui la inappropriatezza di persone, oggetti, nomi, etc. è una questione
di «incapacità», e i casi più semplici in cui l'oggetto o l'« esecutore» è
del genere o tipo sbagliato. Questa è di nuovo una distinzione piuttosto
grossolana ed evanescente, ma non senza importanza (in campo, dicia-
mo, giuridico).
Cosi dobbiamo distinguere i casi in cui un sacerdote battezza il bambi-
no sbagliato con il nome giusto o battezza il bambino « Alberto » anziché
« Alfredo », da quelli in cui si dice « io battezzo questo bambino 2704 »
oppure « prometto che ti romperò la faccia » oppure si nomina console
un cavallo. In questi ultimi casi viene incluso qualcosa del genere o tipo
sbagliato, mentre negli altri l'inappropriatezza è solo questione di inca-
pacità.
Alcune sovrapposizioni di A. 2 con A. 1 e B. 1 sono già state menziona-
te: forse è più probabile che noi la definiamo una invocazione indebita
(A. 1) se la persona in quanto tale è inappropriata piuttosto che se il
motivo risiede soltanto nel fatto che non è quella debitamente nominata
(A. 2) - se niente - nessuna procedura o nomina antecedente, etc. -
avrebbe potuto mettere le cose a posto. D'altra parte, se noi prendiamo
alla lettera la questione della nomina (la posizione contrapposta allo sta-
tus) potremmo classificare l'infelicità come un problema di procedura
eseguita in modo erroneo (B. 1) piuttosto che indebitamente ·applicata
- per esempio, se votiamo per un candidato prima che egli sia stato

4 [N.d.T. Nel De vita Caesarum Svetonio riporta che Caligola nominò senatore il suo

cavallo].
' [N.d.T. Nel Mercante di Venezia di Shakespeare l'usuraio ebreo Shylock e il mercante
cristiano Antonio sottoscrivono un contratto in base al quale, se il cristiano non sarà in grado
di restituire, entro una determinata scadenza, la somma presa a presti~o, Shylock avrà diritto a
una libbra della sua carne, tolta dove più gli piaccia].
INFELICITÀ: COLPI A VUOTO 31

proposto come tale. Il problema qui è fino a che punto dobbiamo riper-
correre all'indietro la « procedura ».
Abbiamo poi degli esempi di B (che naturalmente abbiamo già tratta-
to) definiti Esecuzioni indebite.

B. 1. La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti in modo


corretto.
Questi sono i difetti. Consistono nell'uso, per esempio, di formule ;
errate - si ha una procedura che è appropriata alle persone e alle circo-
stanze ma non viene eseguita correttamente. Gli esempi si trovano più
facilmente nella giurisprudenza; naturalmente non sono cosl chiari nella
vita di tutti i giorni, in cui si fanno delle concessioni. L'uso di formule
non esplicite potrebbe venire incluso sotto questa intestazione. Inoltre
sotto questa intestazione ricade l'uso di formule vaghe e di riferimenti
incerti, per esempio se dico « la mia casa » quando ne ho due, o se dico
« scommetto che la corsa non avrà luogo oggi » quando era prevista più
di una corsa.
Questo è un problema· diverso da quello del fraintendimento e della
recezione lenta da parte di chi ascolta; si ha come conseguenza un difetto ·
nel rituale, comunque esso sia stato inteso da chi ascolta. Una delle cose
che causano particolare difficoltà, è il problema della necessità o meno,
quando vi sono due parti in causa, del consènsus ad idem. È essenziale
che io mi assicuri della corretta comprensione tanto. quanto di ogni altra
cosa? In ogni caso questo è un problema che rientra nell'ambito delle
regole B e non delle regole r.

B. 2. La procedura deve essere eseguita completamente da tutti i parte-


cipanti.
Queste sono le lacune; noi tentiamo di eseguire la procedura ma l'atto
è vano. Ad esempio: il mio tentativo di fare una scommessa dicendo
« scommetto mezzo scellino » è vano a meno che tu non dica « ci sto » o
qualcosa del genere; il mio tentativo di sposarmi dicendo « sl » è vano se
la donna dice « no »; il mio tentativo di sfidarti è vano se dico « ti sfido a
duello» ma dimentico di mandare i miei padrini; il mio tentativo di
inaugurare una biblioteca secondo il cerimoniale è vano se dico « io apro
questa biblioteca » ma la chiave si spezza nella serratura; viceversa il
battesimo di una nave è vano se io tolgo i tasselli che la tengono ferma
prima di aver detto «io varo questa nave». Ora, di nuovo, nella vita di
32 COME FARE COSE CON LE PAROLE

tutti i giorni è permessa una certa negligenza nella procedura - altrimenti


nell'università nessuna faccenda verrebbe mai portata a termine!
Naturalmente sorgeranno talvolta delle incertezze riguardo alla necessi-
tà o meno di qualcosa di ulteriore. Per esempio, occorre che tu accetti il
dono perché io ti doni qualcosa? Certamente nelle questioni formali si
richiede l'accettazione, ma ordinariamente è così? Una simile incertezza
sorge se si assegna una nomina senza il consenso della persona in questio-
ne. Il problema qui è: fino a che punto gli atti possono essere unilaterali?
Analogamente il problema sorge in relazione a quando l'atto giunge a
conclusione; cosa conta come suo completamento 6 ?
In tutto questo vorrei ricordarvi che noi non abbiamo chiamato in
causa ulteriori dimensioni di infelicità, come quelle che possono derivare,
diciamo, da un semplice errore di fatto da parte di chi esegue l'azione o
da discordanze su questioni di fatto, lasciando stare le discordanze di
opinione; per esempio, non c'è nessuna convenzione secondo la quale io
posso prometterti di fare qualcosa a tuo detrimento, creandomi così nei
tuoi confronti l'obbligo di farlo; ma supponete che io dica «prometto di
mandarti in convento » - quando io penso, ma tu no, che sarà per il tuo
bene, o ancora quando tu lo pensi ma io no, o anche quando lo pensiamo
entrambi, ma di fatto, come si può intuire, non lo sarà? Ho invocato una
convenzione inesistente in circostanze inappropriate? È inutile dire, ed è
questione di principio generale, che non vi può essere nessuna scelta
soddisfacente tra queste alternative, che sono troppo poco sottili per
adattarsi a casi sottili. Non ci sono scorciatoie per spiegare in modo
semplice la piena complessità della situazione, che non si adatta precisa-
mente a nessuna· classificazione comune.
Può sembrare in tutto questo che noi abbiamo semplicemente ritrattato
le nostre regole. Ma non è così. È chiaro che vi sono queste sei possibilità
di infelicità anche se è talvolta incerto quale di esse riguardi un particola-
re caso: e se volessimo sarebbe possibile definirle, almeno per dati casi. E
dobbiamo evitare a tutti i costi l'ipersemplificazione, che si potrebbe
essere tentati di chiamare malattia professionale dei filosofi se non fosse
la loro professione. ,

6 Si potrebbe perciò dubitare se la mancata consegna di un regalo sia una mancanza di

completezza nell'esecuzione del dono oppure un'infelicità del tipo r.


Lezione IV
INFELICITA: ABUSI

La volta scorsa abbiamo esaminato alcuni casi di Infelicità e ci siamo


occupati di casi in cui non esisteva alcuna procedura o nessuna procedura
accettata, in cui la procedura veniva invocata in circostanze inappropriate,
e in cui la procedura veniva eseguita in modo difettoso oppure non
veniva eseguita completamente. E abbiamo fatto notare che in situazioni
partiçolari è possibile fare in modo che questi casi si sovrappongano; e
che/generalmente essi si sovrappongono a) ai Fraintendimenti, un tipo di
infelicità a cui probabilmente sono soggetti tutti- gli enunciati, e b) agli
Errori, e all'agire sotto costrizione.
L'ultimo tipo di caso è quello dir. 1 e r. 2, insincerità e infrazioni o
violazioni 1 • Qui, noi diciamo, l'esecuzione non è nulla, sebbene sia lo
stesso infelice.
Permettete che ripeta le definizioni:
r. 1: laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all'impie-
go da parte di persone aventi certi pensieri, sentimenti, o intenzioni,
all'inaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di
qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si
richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri, sentimenti o
intenzioni, e i. partecipanti devono avere intenzione di comportarsi in tal.
modo;
r. 2: e i partecipanti devono in seguito comportarsi effettivamente in
tal modo.
1. Sentimenti
Esempi di casi in cui non si hanno i sentimenti richiesti sono:
«Mi congratulo con te», detto quando non ero affatto compiaciuto,
forse ero persino contrariato.
' Cfr. p. 19 e n.
34 COME FARE COSE CON LE PAROLE

«Ti faccio le mie condoglianze», detto quando non condividevo vera-


mente i tuoi sentimenti.
Le circostanze qui sono in regola e l'atto è eseguito, non nullo, ma è
effettivamente insincero; non era il caso di cQngratularmi con te o di farti
le mie condoglianze, provando i sentimenti che provavo.
2. Pensieri
Esempi di casi in cui non si hanno i pensieri richiesti sono:
«Ti consiglio di farlo», detto quando non penso che sarebbe il modo
di agire più conveniente per te.
« Lo giudico innocente - lo assolvo », detto quando credo proprio che
egli sia colpevole.
Questi atti non sono nulli. Io dò un consiglio ed emetto un verdetto
per davvero, anche se in modo insincero. Qui si ha un ovvio parallelo con
un elemento del mentire, nell'eseguire un atto linguistico di tipo assertivo.
3. Intenzioni
Esempi di casi in cui non si hanno le intenzioni richieste sono:
«Prometto», detto quando non intendo fare ciò che prometto.
« Scommetto», detto quando non intendo pagare.
«Dichiaro guerra», detto quando non intendo combattere.
Non sto usando i termini « sentimenti », « pensieri », e « intenzioni »,
in modo tecnico, anziché in modo generico. Ma sono necessari alcuni
commenti:
1) Le distinzioni sono cosl vaghe che non è necessariamente facile
distinguere i vari casi: e comunque, naturalmente, i casi possono essere
combinati fra loro e di solito sono combinati fra loro. Ad esempio, se
dico «mi congratulo con te», dobbiamo realmente sentire o piuttosto
pensare che tu hai fatto bene o sei meritevole? Penso o sento che ciò era
tanto degno di elogio? O ancora, nel caso delle promessa, devo certamen-
te avere un'intenzione: ma devo anche considerare fattibile ciò che pro-
metto (devo essere intenzionato a farlo, non soltanto a cercare di farlo) e
forse pensare che la persona cui ho fatto la promessa pensa che sarà a suo
vantaggio, o pensare io che sia a suo vantaggio.
2) Nel caso dei pensieri dobbiamo distinguere il pensare realmente
che sia cosl - per esempio che egli sia colpevole, che l'atto sia stato
compiuto da lui, o che il merito sia suo, l'azione sia stata eseguita da lui-
INFELICITÀ: ABUSI 35
dal fatto che ciò che noi pensiamo essere ad un modo sia realmente cosl,
e cioè che il pensiero sia corretto, anziché erroneo. (Analogamente, possia-
mo distinguere il provare realmente certi sentimenti dal fatto che ciò che
sentiamo sia giustificato, e l'essere realmente intenzionati dal fatto che ciò
che intendiamo sia fattibile). Ma i pensieri sono un caso estremamente
interessante, cioè sconcertante: si ha qui l'insincerità che è un elemento
essenziale nel mentire, in quanto questo è distinto dal semplice dire ciò
che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare, quando dico « innocen-
te », ch<i il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare, quando dico « mi
congratdlo », che l'azione non sia stata eseguita da lui. Ma io posso di
fatto sbagliarmi nel pensare cosl.
Se per lo meno alcuni dei nostri pensieri sono scorretti· (anziché insince-
ri), ciò può risolversi in una infelicità, naturalmente di un genere diverso:
a) io posso donare qualcosa che di fatto non spetta a me donare
(anche se io penso di sl). Potremmo dire che questa è «Applicazione
indebita », che le circostanze, oggetti, persone, etc., non sono appropriati
per la procedura del dono. Ma dobbiamo ricordarci che abbiamo detto
che avremmo escluso l'intera dimensione di ciò éhe potrebbe benissimo
essere definito infelicità ma che aveva origine dall'errore e dal fraintendi-
mento. Si dovrebbe notare che in generale l'errore non renderà un atto
nullo, sebbene lo possa rendere scusabile.
b) « Ti consiglio di fare X» è un enunciato performativo; considerate
il caso in cui io ti consiglio di fare qualcosa che in realtà non è affatto nel
tuo interesse, nonostante io pensi che lo .sia. Questo caso è abbastanza
diverso da a) in quanto qui non si ha affatto la tentazione di pensare che
l'atto di consigliare potrebbe forse essere nullo o annullabile, e parimenti
non si ha la tentazione di pensarlo insincero. Piuttosto qui introduciamo
ancora una dimensione critica totalmente nuova; lo criticheremmo come
cattivo consiglio. Per molti versi questa è la cosa peggiore che si possa
dire di un consiglio. Il fatto che un atto sia felice o riuscito sotto tutti i
nostri aspetti non lo rende esente da critiche. Ritorneremo su questo
punto.
c) Più difficile di entrambi questi casi è un caso sul quale dovremo
pure ritornare in seguito. Vi è una classe di performativi che io chiamo
verdettivi: per esempio, quando diciamo «giudico l'imputato colpevole»
o semplicemente «colpevole» oppure quando l'arbitro dice «elimina-
to ». Quando diciamo « colpevole » ciò è in un certo senso felice se
pensiamo sinceramente, in base alla testimonianza, che egli ha compiuto
il fatto. Ma, na!uralmente, tutto lo scopo della procedura in un certo
.36 COME FARE COSE CON LE PAROLE

senso è di essere corretta; può anche non essere affatto una questione di
opinioni, come sopra. Così quando l'arbitro dice« fine», questo fa termi-
nare un turno di lancio. Ma d'altronde si può avere un« cattivo» verdet-
to: può essere o ingiustificato (giuria) o anche scorretto (arbitro). Quindi
qui abbiamo una situazione molto infelice~ Tuttavia non è infelice in
nessun senso nostro: non è nullo (se l'arbitro dice'« eliminato», il battito-
re è eliminato; la decisione dell'arbitro è definitiva) e non è insincero.
Comunque, ora non ci stiamo occupando di queste difficoltà incombenti,
ma solo di distinguere l'insincerità.
3) Anche nel caso delle intenzioni vi sono certe difficoltà particolari:
a) Abbiamo già rivelato l'incertezza riguardo a ciò che costituisce una
azione successiva e ciò che è semplicemente il completamento o la conclu-
sione di un'unica, singola, intera azione: per esempio, è difficile stabilire
esattamente la relazione tra
« io dono » e il rinunciare al possesso,
« sì» (prendo questa donna etc.), e la consumazione del matrimonio,
<do vendo » e il compimento della vendita:
anche se la distinzione è facile nel caso della promessa. Quindi vi sono
analoghe possibilità di tracciare delle distinzioni in diversi modi riguardo
a ciò che è la necessaria intenzione di eseguire una azione successiva e ciò
che è la necessaria intenzione di completare l'azione in corso. Questo
fatto, comunque, non solleva alcuna difficoltà in linea di principio riguar-
do al concetto di insincerità.
b) Abbiamo distinto in maniera approssimativa casi in cui si devono
avere certe intenzioni da casi più particolari nei quali si deve avere
l'intenzione di mantenere una certa ulteriore linea d'azìone, laddove l'uso
della procedura data era designato precisamente ad inaugurarla (rendendo-
. la obbligatoria o facoltativa). Esempi di questa procedura più specializza-
ta sono l'impegnarsi ad eseguire un'azione, naturalmente, e probabilmente
anche il battesimo. Tutto lo scopo di avere una simile procedura è precisa-
mente fare sì che certi comportamenti successivi siano in regola [in order]
e altri comportamenti fuori luogo: e naturalmente per molti scopi, ad
esempio, con le formule legali, ci si avvicina sempre di più a questa meta.
Ma altri casi non sono così facili: io posso,. ad esempio, esprimere la mia
intenzione semplicemente col dire «lo farò». Devo, naturalmente, avere
l'intenzione, per non essere insincero, al momento della mia enunciazio-
ne: ma qual è esattamente il grado o il modo della infelicità se in seguito
non lo faccio? O ancora, in «ti dò il benvenuto», cosa che se detta
INFELICITÀ: ABUSI 37

equivale a dare il benvenuto, presumibilmente sono vagamente necessarie


intenzioni di un certo genere: ma cosa succederebbe se poi ci si comporta
in modo villano? O ancora, io ti dò un consiglio e tu lo accetti, ma poi ti
rimprovero: fino a ch@.,.punto sono obbligato a. non farlo? Oppure solo
« non ci si aspetta » che io lo faccia? Oppure fa parte del chiedere e
accettare consigli fare decisamente in modo che tale comportamento suc-
cessivo sia fuori luogo? O analogamente io ti chiedo insistentemente di
fare una cosa, tu acconsenti, e poi io protesto - il mio comportamento è
fuori luogo? Probabilmente sì. Ma c'è una tendenza costante a rendere
più chiaro questo genere di cosa, come, ad esempio, quando passiamo da
« io perdono » a « io accordo il perdono » o da « io farò » a « io ho
intenzione di » oppure a « io prometto ».
Chiudiamo dunque l'argomento per quanto riguarda i modi in cui gli
enunciati performativi possono essere infelici, con il risultato che l'« at-
to » in questione è soltanto preteso o dichiarato, etc. Ora in generale ciò
equivaleva a dire, se preferite parlare in gergo, che, affinché l'enunciato
sia felice, certe condizioni devono essere soddisfatte - certe cose devono
essere così. E questo, appare chiaro, ci impegna ,a dire che affinché un
certo enunciato performativo sia felice, certe asserzioni devono essere
vere. In se stesso questo è senza dubbio un risultato molto banale delle·
nç>stre ricerche~ Ebbene, per evitare per lo meno le infelicità che abbiamo
preso in considerazione,
1) quali sono queste asserzioni che devono essere vere? e
2) possiamo dire qualcosa di emozionante riguardo alla relazione del-
l'enunciato performativo con esse?
Ricordate che abbiamo detto nella prima lezione che potremmo in
qualche senso o modo dare per implicito [imply ], che moltissime cose
siano così quando diciamo «io prometto», ma ciò è totalmente diverso
dal dire che l'enunciato, « io prometto », è una asserzione, vera o falsa,
che queste cose sono così. Considererò alcune importanti cose che devono
essere vere affinché l'esecuzione sia felice (non tutte - ma anche queste
sembreranno òra abbastanza noiose e banali: lo spero, poiché ciò signifi-
cherà ormai « ovvie »).
· Ora se quando, per esempio, dico « mi scuso » chiedo davvero scusa,
di modo che possiamo ora dire, io o lui ci siamo decisamente scusati,
allora
1) è vero e non falso che io sto facendo (ho fatto) qualcosa - effettiva-
mente numerose cose, ma .in particolare che mi sto scusando (mi
sono scusato);
38 COME FARE COSE CON LE PAROLE

2) è vero e non falso che valgono certe condizioni, in particolare


quelle del genere. specificato nelle nostre regole A. 1 e A. 2;
3) è vero e non falso che valgono certe altre condizioni del nostro
genere r, in particolare che sto pensagdo qualcosa; e
4) è vero e non falso che sono impegnato a fare qualcosa succes-
sivamente.

Ora, a rigor di termini, ed è importante, il senso in cui « mi scuso » dà


per implicita la verità di ognuna di queste asserzioni è già stato spiegato -
è proprio quello che abbiamo spiegato. Ma ciò che è interessante è
confrontare queste «implicazioni » [implications] degli enunciati perfor-
mativi con certe scoperte fatte relativamente di recente riguardo alle
« implicazioni » del tipo di enunciato ad essi opposto e preferito, l'asser-
zione o enunciato constativo, il quale, a differenza del performativo, è
vero o falso.
Consideriamo innanzitutto 1): qual è la relazione tra l'enunciato, «mi
scuso», e il fatto che mi sto scusando? È importante vedere che questa è
·diversa dalla relazione tra « io sto correndo » e il fatto che sto correndo
(oppure qualora questo non sia un autentico « semplice » resoconto - tra
« egli sta correndo » e il fatto che sta correndo). Questa ·differenza è
marcata in inglese mediante l'uso del presente non progressivo nelle
formule performative: non è, comunque, necessariamente marcata in tut-
te le lingue - che possono non avere un presente progressivo - neanche
sempre in inglese.
Potremmo dire: in casi ordinari, per esempio correre, è il fatto che egli
sta correndo che rende l'asserzione che egli sta correndo vera; o ancora, la
verità dell'enunciato constativo « egli sta correndo » dipende dal fatto che
egli sta correndo. Mentre nel nostro caso è la felicità del performativo
« mi scuso» che fa essere un fatto che mi sto scusando: e il mio successo
nello scusarmi dipende dalla felicità dell'en~nciato performativo« mi scu-
so». Questo è un modo in cui potremmo giustificare la distinzione« per-
formativo-constativo » - come una distinzione tra fare e dire.
Considereremo poi tre dei molti modi in cui una asserzione dà per
implicita la verità di certe altre asserzioni. Uno di quelli che menzionerò è
noto da molto tempo. Gli altri sono stati scoperti piuttosto di recente.
Non esporremo l'argomento in modo troppo tecnico, sebbene ciò possa
essere fatto. Mi riferisco alla scoperta che i modi in cui possiamo agire
male, parlare assurdamente; nell'enunciare delle congiunzioni di asserzio-
ni « fattuali », sono più numerosi che soltanto per contraddizione (la
INFELICITÀ: ABUSI 39

quale ad ogni modo è ·una relazione complicata che richiede, e cui si


potrebbe dare, tanto u~definizione quanto una spiegazione).
1. Implica logicamente [Entails]
« Tutti gli uomini arrossiscono» implica logicamente « alcuni uomini
arrossiscono». Non possiamo dire «tutti gli uomini arrossiscono ma
nessun uomo arrossisce », oppure « il gatto è sotto il cuscino e il gatto è
in cima al cuscino » oppure « il gatto è sul cuscino e il gatto non è sul
cuscino », poiché in ciascun caso la prima clausola implica logicamente il
contraddittorio della seconda.
2. Dà per implicito [Implies]
Il fatto che io dica « il gatto è sul cuscino » dà per implicito che io
credo che ci sia, in un senso di« implies »notato proprio da G.E. Moore.
Non possiamo dire «il gatto è sul cuscino ma io non credo che ci sia».
(Questo effettivamente non è l'uso comune di « implies »: « implies » è in
realtà più debole: come quando diciamo « egli dava per scontato che io
non lo sapessi » oppure « tu davi a intendere che lo sapevi (cosa diversa
da crederlo) ».
3. Presuppone [Presupposes]
«Tutti i figli di Gianni sono calvi» presuppone che Gianni abbia
qualche figlio. Non possiamo dire «tutti i figli di Gianni sono calvi ma
Gianni non ha tigli », oppure « Gianni non ha figli e tutti i suoi figli sono
calvi ».
Vi è una comune sensazione di assurdità in tutti questi· casi. Ma non
dobbiamo usare un qualche termine onnicomprensivo, « implica » o
«contraddizione», perché vi sono grandissime differenze. Vi sono più
modi di uccidere un gatto che affogarlo nel burro; ma questo è il genere
dicosa (come mostra il proverbio) che noi ci lasciamo sfuggire: vi sono
più modi di violare il linguaggio che semplicemente la contraddizione. Le
domande principali sono: quanti modi, e perché violano il linguaggio, e
in cosa consiste la violazione?

Confrontiamo i tre casi in modi usuali:


1. Implica logicamente
Se p implica logicamente q, allora -q implica logicamente -p: se« il
gatto è sul cuscino » implica logicamente « il cuscino è sotto il gatto »
allora « il cuscino .non è sotto il gatto » implica logicamente « il gatto non
40 COME FARE COSE CON LE PAROLE

è sul cuscino». Qui la verità di una proposizione implica logicamente la


verità· di un'ulteriore proposizione oppure la verità di una è contradditto-
ria con la verità di un'altra.
2. Dà per implicito
Questo è diverso: se il fatto che io dico che il gatto è sul cuscino dà
per implicito che io creda che sia cosl, non è vero che il fatto che io non
credo che il gatto sia sul cuscino dà per implicito che il gatto non sia sul
cuscino (in inglese comune). E ancora, non ci occupiamo qui della con-
traddittorietà delle proposizioni: esse sono perfettamente compatibili:
può essere vero nello stesso tempo che il gatto sia sul cuscino ma che io
non creda che ci sia. Ma non possiamo nell'altro caso dire: «può essere
vero allo stesso tempo che il gatto è sul cuscino ma che il cuscino non è
sotto il gatto ». O ancora, qui è il dire « il gatto è sul cuscino», che non
è possibile insieme con il dire « io non credo che ci sia »; lasserzione dà
per implicita una credenza.
3. Presuppone
Questo è di nuovo diverso dall'implicazione logica: se « i figli di Gio-
vanni sono calvi » presuppone che Giovanni abbia dei figli, non è vero
che il fatto che Giovanni non abbia figli presuppone che i figli di Giovan-
ni non siano calvi. Inoltre ancora, sia « i figli di Giovanni sono calvi »
che « i figli di Giovanni non sono calvi » presuppongono allo stesso
modo che Giovanni abbia dei figli: ma non è vero che sia « il gatto è sul
cuscino » che « il gatto non è sul cuscino » implicano logicamente allo
stesso modo che il gatto sia al di sotto del cuscino.

Riesaminiamo ancora prima « dà per implicito » e. poi « presuppone »:


Dà per implicito
Supponendo che io abbia detto « il gatto è sul cuscino » quan_do non è
vero che io credo che il gatto sia sul cuscino, cosa dovremmo ·dire?
Chiaramente è un caso di insincerità. In altre parole: l'infelicità qui è,
nonostante riguardi una asserzione, esattamente la stessa infelicità che
colpisce « io prometto ... » quando non intendo, non credo, etc. L'insince-
rità nell'asserzione è come l'insincerità nella promessa, poiché sia il pro-
mettere che l'asserire sono procedure destinate all'impiego da parte di
persone aventi certi pensieri. «Io prometto ma non intendo» è parallelo
a« è vero ma non lo credo »; dire « io prometto », senza avere l'intenzio-
ne, è parallelo al dire « è vero » senza credere.
INFELICITÀ: ABUSI 41

Presupposizione

Esaminiamo poi la presupposizione: cosa si deve dire dell'asserzione


che « i figli di Giovanni sono tutti calvi » se viene fatta quando Giovanni
non ha figli? O.ta è consueto dire che essa non è falsa perché· è priva di
riferimento; il riferimento è necessario sia per la verità che per la falsità.
(È allora priva di significato? Non lo è in ogni senso: non è, come una
« frase priva di significato », non grammaticale, incompleta, indecifrabile,
etc.). La gente dice « il problema non si pone ». Qui io dirò «l'enunciato
è nullo».
Confrontate questo con la nostra infelicità quando diciamo « io battez-
zo ... », ma alcune delle condizioni (A. 1) e (A. 2) non sono soddisfatte
(forse specialmente A. 2, ma in realtà allo stesso modo - una presupposi-
zione parallela ad A. 1 esiste anche per le asserzioni!). Qui avremmo
potuto usare la· formula « presupporre »: potremmo dire che la formula
« sl » presuppone molte cose: se queste non sono soddisfatte, la formula
è infelice, nulla: non riesce ad essere un contratto quando il riferimento
manca (o anche quando è ambiguo) più di quanto l'altra riesca ad essere
un'asserzione. Analogamente la questione se un consiglio sia buono o
cattivo non si pone se tu non sei in condizione di consigliarmi riguardo a
quella faccenda.
Infine, potrebbe darsi che il modo in cui nell'implicazione logica una
proposizione implica logicamente un'altra non è diverso dal modo in cui
«prometto» implica logicamente «sono in obbligo>> [ought]: non è lo
stesso, ma è parallelo: «prometto ma non sono in obbligo» è parallelo a
« è e non è »; dire « prometto » ma non eseguire 1'atto è parallelo al dire
sia « è » che « non è ». Proprio come lo scopo dell'asserzione viene fatto
fallire da una contraddizione interna (in cui assimiliamo e mettiamo in
contrasto nello stesso tempo e cosl vanifichiamo l'intera procedura), lo
scopo di un contratto viene fatto fallire se diciamo « prometto e non sono
in obbligo». Questo ti impegna e rifiuta di impegnarti. È una procedura
che si vanifica da sola. Un'asserzione ci impegna ad un'altra asserzione,
una azione ad un'ahra azione. Inoltre, proprio come se p implica logica-
mente q allora ,.., q implica logicamente ,.., p, cosl « non sono in obbligo »
implica logicamente « non prometto ».
In conclusione, vediamo che per spiegare ciò che può funzionare
male nelle asserzioni non possiamo concentrarci solo sulla pr'oposizione
in questione (qualunque cosa essa sia) come è stato fatto tradizional-
mente.
42 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Dobbiamo considerare la situazione totale in cui viene formulato


l'enunciato - l'atto linguistico totale - se dobbiamo vedere il parallelo tra
le asserzioni e gli enunciati performativi, e come ciascuno possa funziona-
re male. Cosl l'atto linguistico totale nella sitqazione linguistica totale sta
emergendo dalla logica a poco a poco come importante in casi speciali: e
perciò stiamo assimilando il supposto enunciato constativo al perfor-
mativo.
Lezione V
CRITERI POSSIBILI PER I PERFORMATIVI

\
Alla fine della lezione precedente abbiamo riesaminato la questione
delle relazioni tra l'enunciato performativo e le asserzioni di vario genere
. che sicuramente sono vere o false. Abbiamo citato in quanto particolar-
mente rilevanti quattro connessioni di questo genere:
1) Se l'enunciato performativo «mi scuso» è felice, allora l'asserzione
che mi sto scusando è vera. ,
2) Affinché l'enunciato performativo « mi scuso » sia felice, l'asserzio-
ne che si reallzzano certe condizioni - eminentemente quelle nelle regole
A. 1 e 4, 2 - deve essere vera.
3) Affinché l'enunciato performativo « mi scuso »- sia felice, l'asserzio- .
ne che si realizzano certe altre condizioni - eminentemente quelle nella
nostra regola r .1 - deve essere vera.
4) Se gli enunciati . performativi, per lo meno di alcuni generi, sono
felici, per esempio quelli contrattuali, allora asserzioni tipicamente della
forma che io dovrei o non dovrei in seguito fare una qualche cosa partico-
lare sono vere. ·

Dicevo che sembrava esservi una qualche analogia, e forse anche una
identità, tra la seconda di queste connessioni e il fenomeno che è stato
definito, nel caso delle asserzioni contrapposte ai performativi, « presup-
posizione »: e allo stesso modo fra la terza di queste connessioni e il
fenomeno definito (talvolta e, a mio parere, non correttamente) nel caso
delle asserzioni, « implicazione »; essendo questi, presupposizione e impli-
cazione, due modi in cui la verità di una asserzione può essere connessa
in modo rilevante con la verità di un'altra, senza che sia vero che l'una
implica logicamente l'altra nell'µnico genere di senso preferito dai logici
ossessivi. Solo deµa quarta ed ultima delle connessioni di cui sopra si
44 COME FARE COSE CON LE PAROLE

potrebbe dire che somigli (non so fino a che punto in modo soddisfacen-
. te) all'implicazione logica tra asserzioni. «Prometto di fare X ma non ho
nessun obbligo di farlo » può certamente sembrare una autocontraddizio-
ne - qualunque cosa questa sia - più di « prometto di fare X ma non ho
intenzione di farlo »: inoltre si potrebbe sostenere che « non ho nessun
obbligo di fare X » implica logicamente « non ho promesso di fare X », e
si potrebbe pensare che il modo in cui l'asserire p mi impegna ad asserire
q non è diverso dal modo in cui promettere di fare X mi impegna a fare
X. Ma non voglio dire che qui c'è o non c'è alcun parallelismo; soltanto
che c'è per lo meno un strettissimo parallelismo negli altri due casi; il che
suggerisce che per lo meno in qualche modo c'è il pericolo che la nostra
iniziale e sperimentale distinzione tra enunciati constativi e performativi
crolli.
Possiamo, comunque, rafforzare la nostra convinzione che la distin-
zione sia definitiva tornando alla vecchia idea secondo la quale renun-
ciato constativo è vero o falso e quello performativo è felice o infelice.
Confrontate il fatto che mi sto scusando, che dipende dalla felicità del
performativo « mi scuso », con il caso dell'asserzione « Giovanni sta
correndo», che dipende per quanto riguarda la sua verità dal fatto che,
o dal caso in cui, Giovanni stia correndo. Ma forsé neppure questo
confronto è cosi valido: poiché, considerando per prime' le asserzioni,
all'enunciato (constativo) « Giovanni sta correndo» è connessa l'asser-
zione « io asserisco che Giovanni sta correndo »: e questa può dipende-
re riguardo alla sua verità dalla felicità di « Giovanni sta correndo »,
proprio come la verità di « mi sto scusando » dipende dalla felicità di
« mi scuso ». E, considerando -per secondi i performativi: al performati-
vo (presumo che sia tale) « ti avverto che il toro sta per caricare » è
connesso il fatto, se è tale, che il toro sta per caricare: se il toro non sta
per caricare, allora in verità l'enunciato « ti avverto che il toro sta per
caricare » può essere criticato - ma in nessuno dei modi che abbiamo
finora caratterizzato conie varietà di infelicità. Non diremmo in questo
caso che l'avvertimento era nullo - cioè che egli non ha avvertito ma ha
soltanto eseguito una forma di avvertimento - e neppure che era insin-
cero: saremmo molto più inclini a dire che l'avvertimento era falso o
(meglio) erroneo, come diremmo per una asserzione. Di modo che
considerazioni sulla felicità e infelicità possono contagiare le asserzioni
(o alcune asserzioni), e considerazioni sulla verità e falsità possono
contagiare i performativi (o alcuni performativi).
Dobbiamo quindi fare ancora un passo nel deserto della precisione
comparativa. Dobbiamo chiederci: c'è qualche modo preciso in cui possia-
CRITERI POSSIBILI PER I PERFORMATIVI 45
mo distinguere chiaramente l'enunciato performativo da quello constati-
vo? E in particolare dovremmo naturalmente chiederci innanzitutto se vi
è qualche criterio grammaticale (o lessicografico) per distinguere l'enuncia-
to performativo.
Finora abbiamo esaminato solo un numero ristretto di esempi classici
di performativi, tutti aventi verbi alla prima persona singolare del presen-
te indicativo attivo. Vedremo molto brevemente che c'erano buone ragio-
ni per que-st4 astuzia. Gli esempi sono« io battezzo », « sl (prendo questa
donna ... ) », « io scommetto », « io dono». Vi sono ragioni abbastanza
ovvie, delle quali nondimeno tratterò fra breve, per cui questo è il tipo
più comune di performativo esplicito.' Notate che« presente »e« indicati-
vo » sono, naturalmente, entrambi denominazioni non appropriate (per
non parlare delle implicazioni fuorvianti di « attivo ») - io le uso solo
nella ben nota maniera grammatiéale. Per esempio il «presente», in
quanto distinto dal «presente progressivo», non ha normalmente niente
a che vedere con il descrivere (o anche indicare) ciò che sto attualmente
facendo; « Io bevo birra», in quanto distinto da« io sto bevendo birra »,
non è analogo ad un tempo futuro e ad uno passato che descrivono ciò.
che farò in futuro oppure ho fatto in passato. Esso è in realtà più.
comunemente l'indicativo abituale, quando è davvero «indicativo». E
dove non è abituale ma in certo senso autenticamente «presente», come
è in un certo senso nei performativi, se volete, quali « io battezzo »,
allora certamente non è « indicativo » nel senso in cui lo intendono gli
studiosi di grammatica, cioè· un tempo che riporta, descrive o informa
riguardo ad un effettivo stato di cose o un evento in corso: poiché, come
abbiamo visto, esso non descrive o informa affatto, ma è usato per, o nel,
fare qualcosa. Quindi usiamo « presente indicativo » intendendo semplice-
mente la forma grammaticale «io battezzo », « io corro », etc. (Questo
errore nella terminologia è dovuta all'assimilazione, per esempio, di « io
corro » [I run] al latino curro, che dovrebbe in realtà essere generalmente
tradotto « io sto correndo » [I am running]; il latino non ha due tempi,
l'inglese sl).
Ebbene, l'uso della prima persona singolare e del cosiddetto presente
indicativo.attivo è essenziale per un enunciato performativo? Non occorre
che perdiamo tempo sulla ovvia eccezione della prima persona plurale,
«noi promettiamo ... », «noi acconsentiamo », etc. Vi sono eccezioni più
importanti e più ovvie da tutte le parti (ad alcune di esse abbiamo già
fatto allusione incidentalmente).
Un tipo molto comune e importante di performativo, si penserebbe,
indubitabile, ha il. verbo alla seconda o terza persona (singolare o plurale)
46 COME FARE COSE CON LE PAROLE

e il verbo nella voce passiva: quindi la persona e la voce in ogni caso non
sono essenziali. Alcuni esempi di qùesto tipo sono:
1) Siete con ciò autorizzati a pagare ...
2) I passeggeri sono pregati di attraversare-il binario soltanto servendo-
si del ponte.
Di fatto in casi del genere con il passivo, il verbo può anche essere
« impersonale », per esempio:
· 3) Viene reso noto con ciò che i trasgressori saranno perseguiti a
norma di legge.
Questo tipo si trova solitamente in occasioni formali o legali; ed è sua
caratteristica che, per lo meno per iscritto, l'espressione « con ciò» [here-
by] è spesso inserita e forse può esserlo sempre; questo serve ad indtcare
che l'enunciazione della frase (per iscritto) è, come si dice, lo strumento
che effettua l'atto di pregare, autorizzare, etc. « Con ciò» [hereby] è un
utile criterio per stabilire che l'enunciato è performativo. Se non è intro-
dotto, « i passeggeri sono ... » può essere usato per la descrizione di ciò
che di solito avviene; come per esempio in « nell'avvicinarsi al tunnel, i
passeggeri sono pregati di abbassare la testa, etc. ».
Comunque, se abbandoniamo questi enunciati performativi altamente
formalizzati ed espliciti, dobbiamo riconoscere che il modo e il tempo
(finora mantenuti, a differenza della persona e della voce) non funziona-
no come criteri assoluti.
Il modo (quale che esso possa essere in inglese rispetto al latino) non
andrà bene, in quanto posso ordinarti di girare a destra dicendo, non « ti
ordino. di girare a destra », ma semplicemente « gira a destra »; posso
darti il permesso di andare dicendo semplicemente « vai pure »; e invece
di « ti consiglio [o « raccomando »] di girare a destra » posso dire « gire-
rei a destra se fossi in te ». Neppure il tempo andrà bene, in quanto nel
considerarti (o dichiararti) in fuori gioco posso dire, invece di « ti conside-
ro [o « dichiarò»] in fuori gioco », semplicemente « eri in fuori gioco »;
e analogamente, invece di dire « ti giudico colpevole » posso dire solo
« sei stato tu». Per non parlare di casi i1:1 cui ·abbiamo solo una fras.e
tronca, come quando accetto una scommessa dicendo semplicemente « ac-
cettato», e anche casi in cui non c'è nessun verbo esplicito, come quando
dico semplicemente « colpevole » nel giudicare una persona colpevole,
oppure «eliminato» nel considerare qualcuno eliminato.
Particolarmente con alcune parole speciali dall'aspetto performativo,
per esempio « fuori gioco », « responsabile», etc., sembriamo in grado di
CRITERI 'FqSSIBILI PER I PERFORMATIVI 47
confutare anche la regola che governa l'uso dell'attivo o del passivo che
abbiamo fornito prima. Invece di « ti dichiaro in fuori gioco » potrei dire
« sei in fuori gioco » e potrei dire « sono (con ciò reso) responsabile »
invece di « io rispondo di... ». Quindi potremmo pensare che certe parole
potrebbero andar bene come test per l'enunciato performativo, che po-
tremmo raggiungere il nostro scopo per mezzo del lessico in quanto
distinto dalla grammatica. Tali parole potrebbero essere « fuori gioco »,
« autorizzato », « promettere », «pericoloso », etc. Ma questo non baste-
rà, in quanto:
I. Possiamo avere il performativo senza le parole operative, cosl:
1) Al posto di« incrocio pericoloso» possiamo avere« incrocio», e al
posto di « toro pericoloso » possiamo scrivere « toro ».
2) Al posto di «ti si ordina di ... » possiamo avere « tu farai », e al.
posto di « io prometto di ... » possiamo avere « io farò ».
II. Possiamo avere la parola operativa senza che l'enunciato sia perfor-
mativo, cosl: ,
1) Nel cricket uno spettatore può dire« il turno era finito (in realtà) ».
Analogamente posso dire « tu eri colpevole » oppure « tu eri in fuori
gioco» o anche « tu sei colpevole (in fuori gioco) » quando non ho ·
nessun diritto a dichiararti colpevole o in fuori gioco.
2} In locuzioni quali « tu hai promesso », « tu hai autorizzato » etc., la .
parola ricorre in un uso non performativo.
Questo ci costringe in un vicolo cieco per quanto riguarda ogni singolo
e semplice criterio grammaticale o lessicale. Ma forse non è impossibile
produrre un criterio complesso, o per lo meno un insieme di criteri,
semplici o complessi, che coinvolgano sia la grammatica che il lessico. Per
esempio, uno dei criteri potrebbe essere che tutto ciò che ha il verbo nel
modo imperativo è performativo (ciò porta, comunque, a molte difficoltà
riguardo, ad esempio, a quando· un verbo è nel modo imperativo e quan-
do non lo è, nelle quali non intendo addentrarmi).
Vorrei piuttosto tornare un attimo indietro e considerare se non vi
fosse qualche buona ragione dietro il nostro iniziale favoritismo per i
verbi al cosiddetto « presente indicativo attivo ».
Abbiamo detto che l'idea di un enunciato performativo era che esso
doveva essere (o essere incluso come facentene parte) l'esecuzione di una
azione. Le azioni possono essere eseguite solo da persone, e ovviamente
nei nostri casi coll}i che enuncia deve essere l'esecutore: di qui la nostra
48 COME FARE COSE CON LE PAROLE

giustificabile sensazione - a cui noi erroneamente diamo una forma pura-


mente grammaticale - in favore della« prima persona», che deve entrare
in questione, in quanto la si menziona oppure vi si fa riferimento; inoltre,
se nell'enunciare si agisce, si deve stare facendo qualcosa - di qui la
nostra preferenza, forse espressa male, per Lil presente grammaticale e
l'attivo grammaticale del verbo. Vi è qualcosa che al momento dell'enun-
ciazione viene eseguito dalla persona che enuncia.
Laddove non vi sia, nella formula verbale dell'enunciato, un riferimen-
to alla persona che effettua l'enunciazione, e quindi l'azione, per mezzo
del pronome « io » (oppure attraverso il suo nome personale), allora di
fatto ci si « riferisce a » lei in uno di questi due modi:
a) Negli enunciati verbali, mediante il fatto che egli è la persona che
effettua l'enunciazione -ciò che potremmo chiamare l'origine dell'enuncia-
to, che è usata generalmente in ogni sistema di coordinate di riferimento
verbale.
b) Nelle enunciazioni scritte (o « iscrizioni » ), mediante il fatto che egli
appone la sua firma (questo deve essere fatto perché, naturalmente, gli
enunciati scritti non sono legati alla loro origine nel modo in cui lo sono
quelli orali).
L'« io» che compie l'azione rientra cosl in modo sostanziale nella
scena. Un vantaggio della forma originale alla prima persona singolare del
presente indicativo attivo - o allo stesso modo delle forme alla seconda e
terza ·persona e impersonale passiva con la firma apposta - è che questa
caratteristica implicita della situazione linguistica viene resa esplicita. Inol-
tre, i verbi che sembrano, su basi lessicali, essere verbi soprattutto perfor-
mativi, servono allo scopo particolare di rendere esplicito (il che non è lo
stesso che asserire o descrivere) quale azione precisa si sta eseguendo con
il proferimento dell'enunciat~altre parole che sembrano avere una specia-
le funzione performativa (e mfatti la hanno), quali «colpevole», «fuori
gioco », etc., la hanno perché, per quanto e quando sono collegate in
« origine » con questi particolari verbi performativi espliciti come « pro-
mettere », « giudicare », etc.
La formula « con ciò » [hereby] è un'utile alternativa; ma è un po'
troppo formale per scopi ordinari, e inoltre, possiamo dire « con ciò
asserisco ... » oppure « con ciò contesto ... », mentre speravamo di trova-
re un criterio per distinguere le asserzioni dai performativi. (Devo
spiegare di ~uovo che qui ci stiamo muovendo a fatica. Sentire il solido
terreno del pregiudizio scivolare via è ·divertente, ma ha le sue contro-
partite). ·
CRITERI POSSIBILI PER I PERFORMATIVI 49

Quindi ciò che dovremmo essere tentati di dire è che qualunque enun-
ciato che sia di fatto un performativo dovrebbe poter essere ridotto, o
sviluppato, o analizzato, o riprodotto in una forma, che ha un verbo alla
prima persona singolare del presente indicativo attivo (grammaticale).
Questo è il genefe di test che di fatto stavamo usando prima. Di conse-
guenza:
«Eliminato» è equivalente a « io ti dichiaro, giudico, considero, o
ritengo eliminato» (quando è un performativo: non è necessario che lo
sia, per esempio, se sei dichiarato eliminato da qualcuno che non è
l'arbitro oppure segnato come «eliminato» da chi è addetto a segnare i
punti).
« Colpevole » è equivalente a « io dichiaro, giudico, ritengo che tu sei
colpevole».
« Si -avverte che il toro è pericoloso » è equivalente a « io, Mario
Rossi, ti ·avverto che il toro è pericoloso » oppure
Questo toro è pericoloso.
(Firmato) Mario Rossi.
Questo genere di sviluppo rende esplicito sia il fatto che l'enunciato è
performativo, sia qual è l'atto che si sta eseguendo. Tranne quando l'enun-
ciato performativo viene ridotto ad una forma esplicita di questo genere,
sarà regolarmente possibile considerarlo in modo non performativo: ad
esempio, « è tuo » può essere considerato come equivalente a « te lo
dono » oppure a « ti appartiene (già) ». Di fatto si ha un po' un gioco sui
due usi, performativo e non performativo, nel segnale stradale « Siete
stati avvertiti ».
In ogni caso, anche se potremmo fare dei progressi lungo questa dire-
zione (vi sono delle difficoltà impreviste) 1, dobbiamo rilevare che questa
cosiddetta prima persona singolare del presente indicativo attivo è un uso
peculiare e speciale. In particolare dobbiamo rilevare che vi è una asimme-
tria di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello stesso
verbo. Il fatto che si abbia questa asimmetria è precisamente l'indice del
verbo performativo (e la cosa più prossima ad un criterio grammaticale in
relazione· ai performativi).
Prendiamo un esempio: gli usi di «io scommetto» rispetto all'uso di
questo verbo ad un altro tempo o in un'altra persona. «Io ho scommes-
1 Per esempio, quali sono i verbi con i quali possiamo farlo? Se il performativo viene

sviluppato, qual è il test per stabilire se la prima persona singolare del presente indicativo
attivo è in questa occasione performativa ammesso che tutte le altre devono essere riducibili
(mi si perdoni l'espressione!) a questa forma normale?
50 COME FARE COSE CON LE PAROLE

so » e « egli scommette » non sono performativi ma descrivono azioni


rispettivamente da parte mia e sua - azioni consistenti ognuna nell'enun-
ciazione del performativo «io scommetto». Se io pronuncio le parole
« io scommetto ... », non asserisco il fatto che pronuncio le parole « io
scommetto», o altre parole, ma eseguo l'attoL di scommettere; e analoga-
mente, se egli dice che scommette, cioè dice le parole « io scommetto »,
egli scommette. Ma se io pronuncio le parole « egli scommette », asserisco
soltanto che egli pronuncia (o piuttosto ha pronunciato) le parole « io
scommetto »: non eseguo il suo atto di scommettere, che solo lui può
eseguire: io descrivo le sue esecuzioni dell'atto di scommettere, ma io
faccio la mia scommessa, e lui deve fare la sua. Analogamente un genitore
ansioso, quando si chiede a suo figlio di fare qualcosa, può dire « lo
promette, non è vero Pierino? », ma Pierino deve tuttavia dire egli stesso
« io prometto » per aver davvero promesso. Ora questo genere di asimme-
tria non si presenta in generale con verbi che non vengono usati come
performativi espliciti. Per esempio, non si ha tale asimmetria tra « io
corro » e « egli corre ». .
Tuttavia, è ancora dubbio se questo sia esattamente un criterio« gram-
maticale» (che cosa lo è?), e in ogni caso non è molto rigoroso perché:
1) La prima persona singolare del presente indicativo attivo può essere
usata per descrivere il modo in cui mi comporto abitualmente: «io scom-
metto con lui (ogni mattina) mezzo scellino che pioverà» oppure «io
prometto solo quando intendo mantenere la parola».
2) La prima persona singolare del presente indicativo attivo può essere
usata in un modo analogo al presente «storico». Può essere usata per
descrivere le mie azioni in un altro luogo e tempo: «a pagina 49 io
protesto contro il verdetto ». Potremmo sostenere questo dicendo che i
verbi performativi non sono usati al tempo presente progressivo (alla
prima persona singolare attiva): non diciamo «io sto promettendo», e
«io sto protestando». Ma anche questo non è del tutto vero, perché
posso dire « lasciami stare adesso; ci vediamo più tardi; mi sto sposan-
do » in qualunque momento durante la cerimonia quando non devo dire
altre parole quali « sl (prendo questa donna ... ) »; qui l'enunciazione del
performativo non costituisce tutta l'azione, che è prolungata nel tempo
e contiene diversi elementi. Oppure posso dire « io sto protestando »
quando eseguo l'atto con mezzi in questo caso diversi dal dire «io
protesto», per esempio incatenandomi alla cancellata di un parco. Op-
pure posso anche dire « io sto ordinando » mentre scrivo le parole « io
ordino».
~TERI POSSIBILI PER I PERFORMATIVI 51
3) Alcuni verbi possono essere usati alla prima persona singolare del '
presente indicativo attivo in due modi contemporaneaqiente. Un esempio
è «io chiamo», come quando dico «chiamo inflazione il fenomeno per
cui una quantità troppo limitata di beni viene acquisita con troppo dena-
ro», che include sia un enunciato performativo che una descrizione di.
una azione naturalmente conseguente.
4) Ci troveremo nell'evidente pericolo di introdurre molte formule che
potremmo non voler classificare come performativi; per esempio sia «io
asserisco che» (pronunciare la quale è asserire) sia « io scommetto che».
In entrambi gli esempi si ha la stessa asimmetria tra la prima persona e
altri usi.
5) Vi sono casi in ctii si fa seguire l'azione alla parola: quindi io posso
dire « m~ ne infischio di te» oppure j'adoube, detto quando dò scacco,
oppure « io cito » seguito dall'effettiva citazione. Se io definisco dicendo
« definisco x come segue: x è y », questo è un caso in cui si fa seguire
l'azione (qui il dare una definizione) alla parola; quando usiamo la formu-
la « io definisco x come y » si ha un passaggio dal far seguire l'azione alla
parola ad un enunciato performativo. Potremmo ·anche aggiungere che si
ha allo stesso modo un passaggio dall'usare le parole come ciò che possia-
mo chiamare indicatori, a dei performativi. Si ha un passaggio dalla
parola FINE alla fine di un romanzo all'espressione « fine del messag-
gio » alla fine di un messaggio di segnalazione, all'espressione « con
questo, concludo» detto dall'avvocato in un tribunale. Questi, possiamo
dire, sono casi in cui si indica l'azione con la parola, in cui in definitiva
l'uso della parola diviene l'azione del «mettere fine » (un atto difficile da
eseguire, essendo la cessazione dell'agire, o difficile da rendere esplicito
in altri modi, naturalmente).
6) È sempre vero che dobbiamo avere un verbo performativo per
rendere esplicito qualcosa che stiamo indubbiamente facendo col dire
qualcosa? Per esempio, io posso insultarti dicendo qualcosa, ma non
abbiamo. la formula « io ti insulto ».
7) È proprio vero che possiamo sempre mettere un performativo nella
forma normale senza perdere nulla? «Io farò ... » può essere inteso in
modi diversi; e forse ne approfittiamo. O ancora noi diciamo« mi dispia-
ce »; questo è davvero esattamente uguale alla forma esplicita « mi
scuso»?
Dovremo ritornare sulla nozione del performativo esplicito, e dobbia-
mo discutere per lo meno dal punto di vista storico in che modo sorgono
alcune di queste 'perplessità forse, in definitiva, non così serie.
Lezione VI
PERFORMATIVI ESPLICITI

Avendo suggerito che il performativo non è affatto distinto dal constati-


vo in maniera così evidente - il primo felice o infelice, il secondo vero o
falso - stavamo riflettendo su come definire il performativo in modo più
chiaro. La prima proposta era un criterio, o più criteri, di tipo grammatica-
le o lessicale o di entrambi i tipi. Abbiamo messo in rilievo che sicuramen-
te non esisteva nessun criterio assoluto di questo genere: e che molto
probabilmente non è possibile formulare neppure una lista di tutti i
criteri possibili; inoltre, sicuramente questi non distinguerebbero i perfor-
mativi dai constativi, in quanto molto comunemente la stessa frase viene
usata in diverse occasioni di enunciazione in entrambi i modi, performati-
vo e constativo. La cosa sembra senza speranza fin dall'inizio, se dobbia-
mo lasciare gli enunciati così come sono e cercare un criterio.
Ma tuttavia il tipo di performativo dal quale abbiamo tratto i nostri
primi esempi, che ha un verbo alla prima persona singolare del presente
indicativo attivo, sembra meritare la nostra preferenza: almeno, se proferi-
re l'enunciato è fare qualcosa, I'« io » e I'« attivo » e il «presente»
sembrano appropriati. Però di fatto i performativi non sono affatto vera-
mente uguali agli altri verbi a questo « tempo »; con questi verbi si ha
una fondamentale asimmetria. Questa asimmetria è appunto la caratteristi-
ca di una lunga lista di verbi dall'aspetto performativo. La proposta
quindi è che potremmo
1) fare una lista di tutti i verbi che hanno questa peculiarità;
2) supporre che tutti gli enunciati performativi che non sono di fatto
in questa forma privilegiata - che inizia « io x che», «io x di »,
oppure « io x » - potrebbero essere « ridotti » a questa forma e
quindi fatti diventare ciò che possiamo chiamare 'performativi espli-
citi.
PERFORMATIVI ESPLICITI 53

Ci domandiamo ora: fino a che punto questo sarà facile - perfino


possibile? È abbastanza facile tenere nella debita considerazione anche
con questi verbi certi usi abbastanza normali ma diversi della prima
persona del presente indicativo attivo, che possono benissimo essere con-
stativi o ~crittivi, cioè il presente abituale, il (quasi) presente « stori-
co», e il presente progressivo. Ma poi, come frettolosamente accennavo,
in conclusione, vi sono ancora ulteriori difficoltà: ne abbiamo citato tre in
quanto tipiche.
1) « Io classifico » o forse « io ritengo » sembra in un senso uno, in un
senso l'altro. Quale è dei due, oppure è entrambi?
2) « Io asserisco che » sembra conformarsi ai nostri requisiti grammati-
cali o quasi grammaticali: ma lo vogliamo includere? Il nostro criterio,
cosl com'è, sembra che rischi di lasciar passare dei non performativi.
3) Talvolta dire qualcosa sembra essere in modo caratteristico fare
qualcosa - per esempio insultare qualcuno, come rimproverare qualcuno:
tuttavia non esiste nessun performativo « io ti insulto ». Il nostro criterio
non farà passare tutti i casi in cui il proferimento di un enunciato costitui-
sce il fare qualcosa, perché la « riduzione » ad un performativo esplicito
non sembra sempre possibile. '
Facciamo allora una pausa per soffermarci un po' di più sull'espressio-
ne « performativo esplicito », che abbiamo introdotto alquanto furtiva-
mente. La contrapporrò a « performativo primario » (piuttosto che a
performativo inesplicito o implicito). Abbiamo fornito come esempio:
1) enunciato primario: «ci sarò», ·
2) performativo esplicito: « io prometto che ci sarò », e abbiamo detto
che la seconda formula rendeva esplicito quale azione si sta eseguendo
nel proferire l'enunciato: cioè « ci sarò». Se qualcuno dice «ci sarò»,
potremmo domandare: «È una promessa? ».Potremmo ricevere la rispo-
sta « sl », oppure « sl, lo prometto » (oppure « che ... » o « di. .. » ), men-
tre la risposta avrebbe potuto essere soltanto: «No, ma intendo davvero
esserci» (che esprime o annuncia un'intenzione), oppure «no, ma posso
prevedere che, conoscendo le mie debolezze, (probabilmente) ci sarò».

Ora dobbiamo fare due riserve: «rendere esplicito» non è lo stesso


che descrivere o asserire (per lo meno nei sensi di queste parole preferiti
dai filosofi) ciò che sto facendo. Se « rendere esplicito » dà quest'idea,
allora pro tanto è 'un termine che non va bene. La situazione, nel caso di
54 COME FARE COSE CON LE PAROLE

azioni che sono non linguistiche ma analoghe agli enunciati performativi


poiché sono l'esecuzione di un'azione convenzionale (qui rituale o cerimo-
niale), è abbastanza simile a questa: supponete che io mi inchini profonda-
mente davanti a voi; potrebbe non essere chiaro se vi sto rendendo
omaggio oppure, per dire, mi sto chinando p"'er osservare la flora oppure
per alleviare la mia indigestione. In generale, allora, per rendere chiaro
sia che è un atto cerimoniale convenzionale, sia quale atto è, l'atto (per
esempio di rendere omaggio) includerà di regola qualche ulteriore caratte-
ristica speciale, ad esempio togliersi il cappello, toccare il pavimento con
la fronte, portarsi laltra mano al cuore, o anche molto probabilmente
emettere qualche suono o parola, per esempio « Salaam ». Ora pronuncia-
re « Salaam » non è descrivere la mia azione, asserire che sto eseguendo
un atto di deferenza, più di quanto lo sia togliermi il cappello: e allo
stesso modo (anche se torneremo su· questo) dire « ti saluto » non è
descrivere la mia azione più di quanto lo sia dire « Salaam ». Fare o dire
queste cose è rendere chiaro come si deve considerare o intendere l'azio-
ne, quale azione è. Ed è così èon l'introdurre l'espressione « io prometto
che ». Non è una descrizione, perché 1) non potrebbe essere falsa, e
quindi neanche vera; 2) il dire «io prometto che » (naturalmente se è
felice) la rende una promessa, e la rende senza ambiguità una promessa ..
Ora possiamo dire che una formula performativa come « io prometto »
rende chiaro come si deve intendere ciò che viene detto, e persino abba-
stanza plausibilmente che la formula « asserisce che » è stata fatta una
promessa; ma non possiamo dire che enunciati di questo genere sono veri
. o falsi, e neppure che sono descrizioni o resoconti.
In secondo luogo, un avvertimento di minore importanza: osservate
che, benché in questo tipo di enunciato si abbia una proposizione retta da
« che » [ « that »-clause] dopo un verbo, per esempio « promettere », o
«giudicare», o« dichiarare» (o forse verbi come« stimare»), non dob-
biamo alludere a questo come« discorso ~ndiretto ».Le proposizioni rette
da « che » nel discorso indiretto o oratio obliqua sono naturalmente casi
in cui io riporto ciò che qualcun altro oppure io stesso in altro tempo e
luogo abbiamo detto: per esempio, tipicamente, «egli ha detto che ... »,
ma forse anche « egli ha promesso che ... » (oppure questo è un doppio
uso di «che»?), oppure «a p"'456 ho dichiarato che ... ». Se questa
nozione è chiara 1 vediamo che il « che » dell'oratio obliqua non è sotto

' La mia spiegazione è molto oscura, come quelle di tutti i libri di grammatica sulle
proposizioni rette da «che »: confrontate la loro anche peggiore spiegazione delle interrogative
indirette [« what »- clausesJ. · ·
--PERFORMATIVI ESPLICITI 55

ogni aspetto analogo al « che » nelle nostre formule performative esplici-


te: qui non sto riportando il mio discorso alla prima persona singolare del
presente indicativo attivo. Incidentalmente, beninteso, non è per nulla
necessario che un verbo performativo esplicito debba essere seguito da
« che »: in importanti classi di casi è seguito da « di... » oppure da
niente, per esempio, « mi scuso (per ... ) », « ti saluto ».
Ora, una cosa che sembra per lo meno una supposizione corretta,
proprio a partire dall'elaborazione della costruzione linguistica, come an-
che a partire dalla sua natura nel performativo esplicito, è questa: che
storicamente, dal punto di vista dell'evoluzione del linguaggio, il perfor-
mativo esplicito deve essere uno sviluppo successivo rispetto a certi enun-
ciàti più primitivi, molti dei quali per lo meno sono già performativi
impliciti, che sono inclusi nella maggior parte dei performativi espliciti, o
in molti di essi, come parti di un tutto. Per esempio, « io farò ... » è più
antico di « io prometto che farò ... ». L'interpretazione plausibile (non so
esattamente come verrebbe dimostrata) sarebbe che nelle lingue primitive
non sarebbe ancora stato chiaro, non sarebbe ancora stato possibile distin~
guere, quale cosa stavamo in effetti facendo tra. le varie cose che (utiliz-
zando distinzioni successive) potevamo stare facendo. Per esempio « to"
ro » o « tuono » in una lingua primitiva costituita da enunciati formati da
una sola parola 2 poteva essere un avvertimento, un'informazione, una
predizione, etc. È un'idea plausibile anche che il distinguere esplicitamen-
te le diverse forze che questo enunciato potrebbe avere sia una conquista
più tarda, e importante, del linguaggio; le forme di enunciato primitive o
primarie conserveranno da questo punto di vista l'« ambiguità » o « equi-
vocità» o «indeterminatezza» della lingua primitiva; non renderanno
esplicita l'esatta forza dell'enunciato. Questo può avere i suoi vantaggi:
ma il raffinamento e lo sviluppo delle forme e delle procedure sociali
renderà necessaria la chiarificazione. Ma notate che questa chiarificazione
è un atto creativo tanto quanto lo è una scoperta o una descrizione! È
questione tanto di tracciare delle distinzioni chiare quanto di rendere
chiare distinzioni già esistenti.
Una cosa che, comunque, sarà molto pericoloso fare, e che siamo
molto inclini a fare, è presumere di saper.e in qualche modo che l'uso
primario o primitivo delle frasi deve necessariamente essere, perché lo
dovrebbe essere, assertorio o constativo, nel senso preferito dai filosofi
del semplice emettere qualcosa la ··cui unica pretesa è di essere vero o

2 Come di fatto leJingue primitive probabilmente erano, cfr. Jespersen. [N.d.T.: Probabil-

mente Austin fa riferimento a Language, its Nature, Development and Origin, London 1922].
56 COME FARE COSE CON LE PAROLE

falso e che non è esposto a critiche in nessun'altra dimensione. Sicuramen-


te noi non sappiamo che le cose stanno cosl, non più di quanto sappiamo,
ad esempio, che tutti gli enunciati devono aver esordito per la prima volta
come imperativi (come sostiene qualcuno) oppure come imprecazioni - e
sembra molto più probabile che l'asserzione'« pura» sia una meta, un
ideale, verso cui il graduale sviluppo della scienza ha dato un impulso,
come lo ha dato anche verso la meta della precisione. Il linguaggio come
tale e nei suoi stadi primitivi non è preciso, e inoltre è, nel nostro senso,
non esplicito: la precisione nel linguaggio rende più chiaro ciò che viene
detto - il suo significato: l'esplicitezza, nel nostro senso, rende più chiara
la forza degli enunciati,. o « il modo in cui (in uno dei sensi possibili; vedi
oltre) deve essere inteso ».
La formula performativa esplicita, inoltre, è solo l'ultimo e il « più
riuscito » di numerosi dispositivi linguistici che sono sempre stati usati
con maggiore o minore successo per svolgere la stessa funzione (proprio
come il dimensionamento o standardizzazione è stato il più riuscito dispo-
sitivo mai inventato per sviluppare la precisione d~l discorso).
Considerate un attimo alcuni di questi altri e più primitivi dispositivi
nel discorso, alcuni dei ruoli che possono (sebbene, naturalmente, non
senza cambiare o perdere nulla, come vedremo) essere rilevati dal disposi-
tivo del performativo esplicito.

1. Modo
Abbiamo già. menzi~nat'?-:iJ.,._ ~ispositivo ~strem.amente diffuso dell'utiliz-
zo del modo 1mperattvo.-;Esso rende 1enunciato un «comando» (o
un'esortazione o autorizzazione o concessione o altro!). Perciò posso dire
« chiudila » in molti conte!iti:
' « Chiudila, fallo » somiglia a « ti ordino di chiuderla ».
« Chiudila - io lo farei » somiglia a « ti consiglio di chiuderla ».
« Chiudila, se vuoi » somiglia a « ti permetto di chiuderla ».
« Benissimo allora, chiudila » somiglia a « acconsento a che tu la chiu-
da».
« Chiudila se osi » somiglia a « ti sfido a chiuderla ».
O ancora possiamo usàre gli ausiliari:
« Puoi chiuderla » somiglia a « ti dò il permesso, acconsento a che tu
la chiuda».
«Devi chiuderla» somiglia a « ti ordino, ti consiglio, di chiuderla ».
«Dovresti chiuderla» somiglia a « ti consiglio di chiuderla ».
PERFORMATIVI ESPLICITI 57

2. Tono di voce, ritmo, enfasi


(Analogo a questo è il sofisticato dispositivo dell'utilizzo delle didasca-
lie, per esempio, « minacciosamente», etc.). Ne sono esempi:
Sta per caricare! (un avvertimento);
Sta per caricare? (una domanda);
Sta per caricare!? (una protesta).
Queste caratteristiche della lingua parlata non sono riproducibili facil-
mente nella lingua scritta. Per esempio abbiamo cercato di rendere l'idea
del tono di voce, del ritmo e dell'enfasi di una protesta mediante l'uso di
un punto esclamativo e di un punto interrogativo (ma questo è molto
schematico). La punteggiatura, il corsivo, e l'ordine delle parole possono
essere utili, ma sono piuttosto rozzi.

3 ., A~verbi e sintagmi avverbiali


Ma nella lingua scritta - e anche, in una certa misura, nella lingua
parlata, sebbene là non siano cosl necessari - facciamo affidamento sugli
avverbi, i sintagmi avverbiali, o i modi di dire. Perciò possiamo definire
la forza di « io farò » aggiungendo « probabilmente » oppure - nel senso
opposto - aggiungendo « senza fallo »; possiamo dare enfasi (ad un pro-
memoria o qualunque cosa possa essere) scrivendo «faresti bene a non
dimenticare mai che ... ». Si potrebbero dire molte cose riguardo alle
connessioni che vi sono qui con i fenomeni del manifestare, suggerire,
insinuazione, allusione malevola, far capire, mettere in grado di dedurre,
dare l'idea di, « esprimere » (parola odiosa) che sono tutti, comunqùe,
essenzialmente diversi, benché comportino l'impiegò molto spesso degli
stessi o di analoghi dispositivi verbali e circonlocuzioni. Nella seconda
metà delle nostre lezioni torneremo sull'importante e difficile distinzione
che qui è necessario tracciare.

4. Congiunzioni
Ad un livello più sofisticato, forse, viene l'uso dello speciale dispositi-
vo verbale delle congiunzioni; cosl possiamo usare la congiunzione « tut-
tavia » con la forza di « io inslsto che »; usiamo « perciò » con la forza di
« io concludo che »; usiamo « sebbene » con la forza di « io ammetto
che ». Notate anche gli usi di « laddove » e « con ciò » [hereby] « e
58 COME FARE COSE CON LE PAROLE

inoltre » 3 • Si raggiunge uno scopo, molto simile mediante l'uso di titoli


quali Manifesto, Atto, Proclama, oppure il sottotitolo« Un romanzo ... ·».
Inoltre, anche a prescindere e astraendo da ciò che diciamo e dal modo
di dirlo, vi sono altri dispositivi fondamentali mediante i quali la forza
dell'enunciato viene in un certa misura fatta"" capire:

5. Azioni che accompagnano l'enunciazione


Possiamo accompagnare l'enunciazione delle parole con dei gesti (am-
miccare, indicare, alzare le spalle, aggrottare le sopracciglia, etc.) oppure
con azioni cerimoniali non verbali. Queste possono talvolta essere suffi-
cienti senza l'enunciazione di alcuna parola, e la loro importanza è molto
evidente. ·

6. Le circostanze dell'enunciazione
Un aiuto oltremodo importante è costituito dalle circostanze dell'enun-
ciazione. Perciò possiamo dire « provenendo da lui, l'ho considerato un
ordine,· non una richiesta »; analogamente il contesto delle parole « un
giorno o l'altro morirò », « ti lascerò in eredità il mio orologio », in
parti.colare lo stato di salute di chi parla, fanno sl che le intendiamo in
modi diversi.
Ma in un ce.rto senso questi mezzi sono sovrabbondanti: si prestano
all'equivoco e ad una differenziazione insufficiente; e inoltre, li utilizzia-
mo per altri scopi, ad esempio l'insinuazione. Il performativo esplicito
rispettivamente esclude· l'equivoco e mantiene fissa l'esecuzione.
Il problema riguardo a tutti questi dispositivi sono state principalmen-
te la loro indeterminatezza di significato e incertezza di una sicura ricezio~
ne, ma in loro vi è anche probabilmente una qualche vera e propria
inadeguatezza ad affrontare qualche .cosa come la complessità del campo
delle azioni che eseguiamo con le parole. Un «imperativo» può essere
un ordine, un permesso, una richiesta, una preghiera, una supplica, un
suggerimento, una raccomandazione, un avvertimento (« vai e vedrai » ),
oppure può esprimere una condizione o concessione o una definizione
(« sia... » ), etc. Consegnare qualcosa a qualcuno può essere, quando dicia-
mo « prendilo », il donarlo o prestarlo o affittarlo o darlo in custodia.
Dire « io farò·» può essere promettere, o esprimere un'intenzione, o

' Ma alcuni di questi esempi sollevano la vecchia questione se « io ammetto che » e « io


concludo che » sono performativi o meno.
PERFORMATIVI ESPLICITI 59
prevedere il mio futuro. E cosi via. Senza dubbio l'associazione di alcuni
o di tutti i dispositivi menzionati sopra .(e molto probabilmente ve ne .
sono altri) sarà ·di. solito, se non alla fine, sufficiente. Perciò quando
diciamo « io farò » possiamo rendere chiaro che stiamo facendo .una
previsione aggiungendo gli avverbi « indubbiamente » o « probabilmen-.
te», che stiamo esprimendo un'intenzione aggiungendo gli avverbi « cer-
tamente » o « decisamente », oppure che stiamo promettendo aggiungen-
do il sintagma avverbiale « senza fallo », oppure dicendo « farò del mio
meglio ». . · .
Si dovrebbe notare che quando esistono i verbi performativi possiamo
usarli non soltanto in formule del tipo « che ... » oppure « di... », ma
anche nelle didascalie (« dà il benvenuto » ), nei titoli (« avviso! » ), e
negli incisi (questo è un test per un performativo quasi buono come le
nostre forme normali); e non dobbiamo dimenticare l'uso di parole specia-
li come «eliminato», etc., che non hanno alcuna forma normale.
Comunque, l'esistenza e anche l'uso di performativi espliciti non elimi-
na tutti i nostri problemi. ·
1) In filosofia, possiamo anche sollevare il 'problema della tendenza
dei performativi ad essere scambfati per descrittivi o constativi.
la) Beninteso non è neppure soltanto che il performativo non conser-
va l'equivocò, spesso conveniente, degli enunciati primari; dobbiamo an-
che, incidentalmente, esaminare i casi in cui è dubbio se l'espressione è
un performativo esplicito o meno, e casi molto simili ai performativi ma
che non sono performativi.
2) ·Sembrano esservi casi evidenti in cui la stessa formula sembra
talvolta essere un performativo esplicito e talvolta essere un descrittivo, e
può anche approfittare di questa ambivalenza: per esempio, «.io appro"
vo » e « io sono d'accordo ». Cosi « io approvo » può avere la forza
performativa di dare l'approvazione oppure può avere un significato de-
scrittivo: « io prediligo questo ».

Esamineremo due classici generi di caso in cui ciò si presenta. Essi


mostrano alcuni dei ,fenomeni secondari dello sviluppo delle formule
performative esplicite.
Vi sono numerosi casi nella vita umana in cui il provare una certa
« emozione» (mi si perdoni la parola!) o « desiderio » oppure l'assumere
un atteggiament<:> è convenzionalmente considerato una risposta o reazio-
ne appropriata o adatta ad un certo stato di cose, che comprende la
60 COME FARE COSE CON LE PAROLE

· esecuzione, da parte di qualcuno, di un certo atto, casi in cui una reazione


di questo genete è naturale (oppure vorremmo pensare che lo è!). In
simili casi, naturalmente, è possibile e consueto provare effettivamente
l'emozione o il desiderio in questione; e siccome le nostre emozioni o i
nostri desideri non · sono facilmente discernibili da parte degli altri, è
comune desiqerare di informare gli altri del fatto che li proviamo.
- Comprensibilmente, anche se in diversi casi per ragioni lievemente
diverse e forse meno stimabili, diviene de rigueur « esprimere » questi
sentimenti se li proviamo, e inoltre persino esprimerli quando li si
considera opportuni, senza badare se proviamo davvero qualcosa di cui ·
stiamo riferendo.

Esempi di espressioni usate in tal modo sono:


ringrazio sono grato provo riconoscenza
mi scuso sono spiacente mi pento
critico sono scandalizzato da
disapprovo
censuro sono disgustato da
approvo riconosco per buono sono d'accordo
ti dò il benvenuto accolgo con piacere
mi congratulo sono contento per

In queste liste, la prima colonna contiene enunciati performativi; quelli


nella seconda non sono puri, ma mezzi descrittivi, e quelli nella terza
sono semplicemente resoconti. Vi sono allora qui numerose espressioni,
tra le quali molte importanti, che risentono o approfittano di una specie
di voluta ambivalenza, e ciò viene combattuto con la costante introduzio-
ne di locuzioni performative volutamente pure. Possiamo suggerire qual-
che test per stabilire se « io riconosco per buono » oppure « io sono
spiacente » la si sta usando (o anche viene sempre usato) in un modo o
nell'altro?
Un test sarebbe vedere se ha senso dire «egli lo fa realmente? ». Ad
esempio, quando qualcuno dice « ti accolgo con piacere » oppure « ti dò
il benvenuto», possiamo dire« mi domando se egli l'ha realmente accol-
to con piacere», anche se non potremmo dire allo stesso modo «mi
domando se egli gli ha realmente dato il benvenuto». Un altro test
sarebbe vedere se si possa realmente farlo senza dire in effetti niente, ad
esempio nel caso dell'essere spiacenti, in quanto distinto dallo scusarsi,
. nell'essere grati in quanto distinto dal ringraziare, nel disàpprovare in
PERFORMATIVI ESPLICITI 61

quanto distinto dal censurare 4 • Tuttavia un terzo test sarebbe, almeno in


alcuni casi, domandarsi se possiamo inserire prima del supposto verbo
performativo un qualche avverbio come « deliberatamente » oppure
un'espressione come «sono disposto a»: perché (forse) se l'enunciato è
l'esecuzione di una azione, allora è sicuramente qualcosa che dovremmo
essere in grado (occasionalmente) di fare deliberatamente o di essere
disposti a fare. Perciò possiamo dire: «gli ho deliberatamente dato il
benvenuto », « ho deliberatamente approvato la sua azione », « mi sono
scusato deliberatamente », e possiamo dire « sono disposto a scusarmi ».
Ma non possiamo dire· « ho deliberatamente riconosciuto per buona la
sua azione » oppure « sono disposto ad essere spiacente » (in quanto
distinto da « sono disposto a dire che sono spiacente » ).
Un quarto test sarebbe domandarsi se ciò che si dice potrebbe essere
letteralmente falso, come accade talvolta quando dico « sono spiacente »,
oppure potrebbe soltanto comportare insincerità (infelicità) come accade
talvolta quando dico « mi scuso »: queste locuzioni rendono confusa la
distinzione tra insincerità e falsità 5 •
Ma qui c'è una certa distinzione che deve inéidentalmente essere trac-
ciata, della cui precisa natura non sono certo: abbiamo messo in relazione
«mi scuso» con «sono spiacente» come sopra; ma ora vi sono anche
numerosissime espressioni convenzionali che esprimono sentimenti, mol-
to simili per certi versi, che sicuramente non hanno niente a che fare con i
performativi: per esempio:
« Ho il piacere di invitare il prossimo oratore ».
« Sono spiacente di dover dire ... »..
« Sono lieto di poter annunciare ... »' 6 •
Possiamo chiamarle locuzioni di cortesia, come «ho l'onore di ... ». È
abbastanza convenzionale formularle in questo modo: ma non è vero che
dire che si ha il piacere di fare qualcosa è aver piacere di farlo. Sfortunata-
mente. Essere un enunciato performativo, anche in questi casi legati ai
sentimenti e agli atteggiamenti che io battezzo «COMPORTATIVI»,
non è semplicemente essere un'espressione convenzionale di sentimenti o
atteggiamenti. ·
4 Vi sono dubbi classici riguardo alla possibilità del consenso tacito; qui l'esecuzione non

verbale ricorre in una forma alternativa di atto performativo: questo mette in dubbio questo
secondo test!
' Vi sono fenomeni paralleli a questi in altri casi: per esempio uno che disorienta in modo
particolare sorge riguardo a ciò che possiamo chiamare performativi enunciativi o espositivi.
6 (Nota a margine.nel manoscritto: «Qui occorre ulteriore classificazione: notarlo soltanto

incidentalmente»). ·
62 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Devono essere distinti anche i casi in cui si fa seguire l'azione alla


parola --: uno speciale tipo di caso che può generare dei performativi ma
che non è in se stesso un caso di enunciato performativo. Un caso tipico
è: « Sbatto la porta cosi» (sbatte la porta). Ma questo genere di caso
conduce a «ti saluto» (egli saluta); qui.« ti saluto» può diventare un
sostituto per il saluto e di conseguenza un enunciato performativo puro.
Dire « ti saluto » ora è salutarti. Confrontate l'espressione « saluto la
memoria ... ».
Ma vi sono molti livelli di transizione tra il far seguire l'azione alla
parola e il performativo puro:
« Mangio ». Dire questo è mangiare le carte dell'avversario (in circo-
stanze appropriate); ma non le si mangia se non viene detto« mangio» 7 •
« Scacco». Dirlo è dare scacco in circostanze appropriate. Ma non
sarebbe sempre uno scacco se non venisse detto « scacco »?
« ]'adoube ». Questo è far seguire l'azione alla parola oppure è parte
dell'atto di sostituire il pezzo, anziché muoverlo?
Forse queste distinzioni non sono importanti: ma vi sono ·analoghe
transizioni nel caso dei performativi, come per esempio:
« Io cito »: egli cita.
« Io definisco »: egli definisce (es. x è y).
« Io definisco x come y ».
In questi casi l'enunciato funziona come un titolo: è una varietà di
performativo? Esso funziona essenzialmente dove l'azione che fa seguito
alla parola è essa ::;tessa un'azione verbale.

7 [N.d.T.: Austin si riferisce qui ad un gioco infantile in cui, quando si presentano due carte

uguali, chi per primo dice « snap » [lett. «morso»] può prendere il mazzo dell'avversario].
Leziòne VII
VERBI PERFORMATIVI ESPLICITI

La volta scorsa abbiamo considerato il Performativo Esplicito in con-


trapposizione a quello Primario, sostenendo che il primo si sarebbe natu-
ralmente evoluto a partire dal secondo, in corrispondenza allo svilupparsi
del linguaggio e della società. Abbiamo detto, comunque, che questo non
eliminerebbe tutti i nostri problemi nella nostra ricerca di una lista di
verbi performativi espliciti. Abbiamo fornito alcqni esempi che incidental-
mente hanno illustrato come il performativo esplicito si sviluppi da quello
primario.
Abbiamo tratto gli esempi dalla sfera di quelli che si possono chiamare
comportativi, un genere di performativo che riguarda approssimativamen-
te le reazioni al comportamento e il comportamento nei confronti degli
altri e destinato a esibire atteggiamenti e sentimenti.
Confrontate:.
Performativo Non Puro
Esplicito (mezzo descrittivo) Descrittivo
mi scuso sono spiacente mi pento
critico
disapprovo sono disgustato da
censuro
approvo riconosco per buono sono d'accordo
ti dò il benvenuto ti accolgo con piacere

Abbiamo suggerito dei test per il performativo esplicito puro:


1) Ha senso {oppure lo stesso senso) domandarsi: «Ma lo ha fatto
realmente? »? Non possiamo domandarci « egli ha realmente dato il ben-
venuto? » nello ste~so senso in cui ci domandiamo «lo ha realmente
accolto con piacere? » oppure «lo ha realmente criticato? » nello stesl!O
64 COME FARE COSE CON LE PAROLE

senso in cui ci domandiamo «lo ha realmente disapprovato? ». Questo


non è un test molto buono a causa, per esempio, della possibilità di
infelicità. Possiamo domandarci «si è realmente sposato? » quando egli
ha detto « sl (prendo questa donna ... ) », in quanto potrebbero esservi
state delle infelicità che hanno reso problematico il matrimonio.
2) EgJi potrebbe compiere l'azione senza enunciare il performativo?
3) Egli potrebbe farlo deliberatamente? Potrebbe essere disposto a
farlo?
4) Potrebbe essere letteralmente falso _che, ad esempio, io critico (in
quanto distinto da disapprovo) quando ho detto che io critico? (Potrebbe
sempre, naturalmente, essere insincero).
Talvolta è utilizzabile il test' di una parola diversa, talvolta di una
diversa costruzione della formula. Perciò in un performativo esplicito
diciamo« io approvo» piuttosto che« io riconosco per buono». Confron-
tate la distinzione tra « vorrei che tu fossi in fondo al mare » e « vorrei
vederti in fondo al· mare », oppure tra « mi auguro che tu ti diverta» ·e
« ti auguro di divertirti », etc.
In conclusione, abbiamo distinto i nostri performativi da:
1) Locuzioni rituali convenzionali puramente di cortesia come « ho il
piacere di... ». Queste sono abbastanza diverse, in quanto, sebbene siano
rituali e non tenute ad essere sincere, sono, secondo tutti i quattro test di
cui sopra, non performative. Sembrano essere una classe limitata, forse
limitata alle dichiarazioni di sentimenti e persino alle dichiarazioni di
sentimenti nel dire o udire qualcosa.
2) Far seguire l'azione alla parola, cosa di cui un tipico esempio sareb-
be quando un avvocato, alla fine della sua arringa, dice «concludo».
Queste locuzioni sono particolarmente soggette a trasformarsi in perfor-
mativi puri quando l'azione che fa seguito alle parole è essa stessa una
azione puramente rituale, l'azione non verbale dell'inchinarsi (« ti salu-
to ») oppure il rituale verbale di dire « evviva » ( « io approvo »).
Una seconda classe di parole molto importante in cui è particolarmente
predominante, come nei comportativi, lo stesso fenomeno dello sposta-
mento da enunciato descrittivo a performativo e oscillamento fra loro è la
classe di quelli che io chiamo espositivi, o performativi esposizionali. Qui
la parte principale dell'enunciato ha generalmente, o spesso, la forma
chiaramente riconoscibile di ùna «asserzione», ma c'è un verbo perfor-
VERBI PERFORMATIVI ESPLICITI 65

mativo esplicito all'inizio che indica come si deve inquadrare l'« asserzio-
ne » nel contesto della conversazione, interlocuzione, dialogo o in genera-
le dell'esposizione.

Ecco alcuni esempi:


« Io sostengo (oppure insisto) che non esiste alcuna faccia posteriore
della luna ».
« Io concludo (oppure deduco) che non esiste alcuna faccia posteriore
della luna».
« Io attesto, che non esiste alcuna faccia posteriore della luna».
« Io ammetto (oppure concedo) che non esiste alcuna faccia posteriore
della luna».
« Io profetizzo (oppure predico) che non esiste alcuna faccia posteriore'
della luna».

Dire cose di questo genere è sostenere, concludere, attestare, replicare,


predire, etc.
Ora molti di questi verbi sembrano essere, in modo abbastanza soddi-
sfacente, performativi puri. (Anche se è irritante averli come tali, legati a
proposizioni secondarie che somigliano ad « asserzioni », vere o false, lo
abbiamo detto prima e ci torneremo sopra ancora). Per esempio, quando
dico « io profetizzo che ... », « io concedo che ... », «io postulo che ... », la
proposizione secondaria che segue somiglierà di norma proprio ad una
asserzione, ma i verbi stessi sembrano essere performativi puri.
Prendendo i nostri quattro test che abbiamo usato con i comportativi:
quando egli dice « io postulo che ... » allora
1) non possiamo domandarci « ma egli stava realmente postulan-
do ... ? »
2) egli non può postulare senza dire così;
3) si può dire « ho deliberatainente postulato ... » oppure « sono dispo-
sto a postulare ... »;
4) non può essere letteralménte ·falso dire « io postulo » (tranne che
nel senso già notato: « a p. 2 65 io po_stulo... »). ·

Sotto tutti questi punti di vista « io postulo » è come « io mi scuso


per ... », « io lo critico per ... ». Naturalmente questi enunciati possono
essere infelici - egli può predire quando non ·ha nessun diritto a farlo,
66 COME FARE COSE CON LE PAROLE

oppure dire « confesso che sei stato tu », oppure essere insincero dicendo
« confesso che sono stato io >~ quando non è stato lui.

Eppure vi sono numerosi verbi che sembrano molto simili, e che


sembrano appartenere alla stessa classe, che non supererebbero in modo
cosl soddisfacente questi test: come, per esempio, « io assumo che »
rispetto a « io postulo che ». Direi di buon grado « stavo assumendo
che ... » quando non mi ero accorto che lo stavo assumendo e senza aver
detto niente del genere. E io posso assumere qualcosa, anche se non me
ne accorgo o non dico cosl, nell'importante senso descrittivo. Posso,
naturalmente, asserire [assert] o negare qualcosa, ad esempio, senza dire
niente del genere, dove « io asserisco » e « io nego » sono performativi
espliciti puri in diversi sensi che qui non sono rilevanti; posso annuire o
scuotere il capo, oppure asserire o negare qualcosa per implicazione nel
dire qualcos'altro. ·
Ma con « stavo assurriendo che » avrei potuto assumere qualcosa senza
dire nulla, non per implicazione dicendo qualcos'altro, ma solo stando
tranquillamente a sedere nel mio angolino in un modo in cui non potrei
proprio stare tranquillamente a sedere nel mio angolino negando qualcosa.
In altre parole « io assumo che ... » e forse « io suppongo che ... »
funzionano nel modo ambivalente in cui funziona « sono. spiacente
per ... »: questo è talvolta equivalente a «mi scuso», talvolta descrive i
miei sentimenti, talvolta fa entrambe le cose contemporaneamente; cosl
« io assumo » è talvolta equivalente a « io postulo » e talvolta no.
O ancora « io acconsento che ... » talvolta funziona come « io approvo
il suo comportamento», talvolta più come «io riconosco per buono il
suo comportamento», dove almeno in parte descrive il mio atteggiamen-
to, la mia disposizione d'animo, le mie convinzioni. Qui di nuovo leggeri
cambiamenti nella locuzione possono essere importanti, per esempio la
differenza tra «sono d'accordo di ... » e <<sono d'accordo con ... »: ma
questo non è un test rigido.
Lo stesso fenomeno generale si verifica con questa classe come con i
comportativi.
Proprio come si ha« io premetto che (io postulo che) »come performa-
tivo esplicito puro mentre « io assumo che » non lo è, allo stesso modo si
ha:
« io predico (profetizzo) che » come performativo esplicito puro men-
tre ·
«io prevedo (suppongo, mi aspetto) che» non lo è;
VERBI PERFORMATIVI ESPLICITI 67

«io approvo (io dò l'approvazione a) quella opinione» come performa-


tivo esplicito puro mentre «io sono d'accordo con quella opinione» non
lo è;
« io metto in dubbio che sia così » come performativo esplicito puro
mentre «mi domando (dubito) se è .così» non lo è.
Qui « postulare », « predire », « approvare », « mettere in dubbio »,
etc. supereranno tutti i nostri test per il performativo esplicito puro,
mentre gli altri no, o non sempre.
Ora con questione incidentale: non tutte le cose che facciamo su que-
sta linea nell'inquadrare il nostro enunciato particolare, diciamo, nel suo
contesto di discorso possono essere cose che possiamo fare con un perfor-
mativo esplicito. Per esempio, non possiamo dire « io implico che », « io
insinuo ì>, etc. r

Comportativi ed espositivi sono due classi cruciali in cui si verifica


questo fenomeno: ma esso si riscontra anche in altre classi, ad esempio in
quelli che io chiamo verdettivi. Esempi di verdettivi sono « io dichiaro
che ... », « io ritengo che ... », « io stabilisco ... »,. « io stimo ... ». Così se
sei un giudice e dici « io ritengo che ... », allora dire che ritieni è ritenere;
quando si tratta di persone meno ufficiali non è altrettanto chiaramente
così: può essere semplicemente una descrizione di uno stato mentale. Si
può evitare questo problema nel solito modo, coniando una parola specia-
le come « verdetto », « mi pronuncio in favore di... », « io dichiaro ... »;
diversamente la .natura performativa dell'enunciato dipende ancora in
parte dal contesto dell'enunciazione, come quando il giudice è un giudice,
ed è in toga e assiso sul seggio, etc.
Alquanto simile a questo sarebbe il caso di « io classifico gli x come
y », in cui abbiamo visto che c'era un doppio uso: il performativo esplici-
to puro che mi impegna ad una certa condotta in futuro, e poi la descrizio-
ne,. non del mio stato mentale, ma di una regolarità del mio comportamen-
to. Possiamo dire « egli non classifica realmente ... » oppure « egli classifi-
ca ... » ed egli può classificare senza dire nulla. Dobbiamo distinguere
questo uso da quelli in cui attraverso l'esecuzione del singolo atto siamo
impegnati a compiere regolarmente certi ~tti: per esempio« io definisco x
come y » non afferma che egli lo fa regolarmente, ma lo impegna a
compiere regolarmente certi atti di usare una espressione come equivalen-
te ad un'altra. In questo contesto è istruttivo confrontare « io intendo »
con « io prometto ».
Tanto basta per questo genere di problema, se un verbo performativo
esplicito evidente o supposto tale funziona esso stesso, oppure funziona
r
68 COME FARE COSE CON LE PAROLE

· talvolta o in parte, come una d~scrizione, vera o falsa, di sentimenti, stati


mentali, disposizioni d'animo, etc. Ma questo tipo di caso ripropone il
fenomeno più vasto su cui abbiamo attirato l'attenzione, per cui l'intero
enunciato sembra fondamentalmente inteso come vero o falso, nonostante
le sue caratteristiche performative. Anche se prendiamo quelle vie di
mezzo come, diciamo, « io ritengo che ... » detto da chi non è un giurato,
. oppure «mi aspetto che ... », sembra assurdo pensare che tutto ciò che
esse descrivono o asseriscono, per quanto o quando lo fanno, sia qualCosa
riguardo alle credenze o alle aspettative del parlante. Supporre questo è
un po' il genere di acutezza eccessiva da Alice nel Paese delle Meraviglie,
per cui si considera « io penso che p » come una asserzione riguardo a te
stesso a cui si potrebbe rispondere: «questo è solo un fatto che riguarda
te ». (« Non penso ... » iniziò Alice: « allora non dovresti parlare » disse
il Bruco o chiunque fosse) 1 • E quando arriviamo a performativi espliciti
puri quali « asserire » o « sostenere », sicuramente l'intera faccenda è
vera o falsa anche se la sua enunciazione è l'esecuzione dell'azione di
asserire o di sostenere. E abbiamo ripetutamente fatto notare che alcune
cose che sono abbastanza chiaramente performativi classici come «.fine »
hanno uno strettissimo rapporto col descrivere i fatti, anche se altri, quali
«gioco! », non lo hanno.
Questo non è tuttavia cosl grave: potremmo distinguere la parte inizia-
le performativa (io asserisco che), che rende chiaro come si deve conside-
rare l'enunciato, che è una asserzione (distinta da una predizione, etc.),
dal pezzo nella proposizione retta da « che», cui si richiede di essere vero
o falso. Tuttavia, vi sono molti casi che, allo stato attuale del linguaggio,
non siamo in grado di dividere in due parti in questo modo, anche se
l'enunciato sembra .contenere una specie di performativo esplicito: cosl
« io assimilo x a y », «io analizzo x come y ». Qui assimiliamo ed allo
stesso tempo asseriamo che c'è una somiglianza per mezzo di una locuzio-
ne concisa di carattere per lo meno quasi performativo. Tanto per spronar-
ci nella nostra direzione: possiamo anche citare « io so che », « io credo
che», etc. Quanto sono complessi questi esempi? Non possiamo assume-
re che siano puramente descrittivi.
Ora consideriamo un attimo il punto a cui siamo: partendo dal suppo-
sto contrasto tra enunciati performativi e constativi, abbiamo trovato
1 [N.d.T.: È il Cappellaio Matto che risponde cosi ad Alice: cfr. A Mad Tea-Party, LEWIS

CARROLL, Alice's Adventures in Wonderland and Through the Looking Glass, M. Gardner (ed.),
Penguin Books, Harmondsworth 1965, cap. VII, 103; tr. it. di A. Galasso e T. Kemeni, Garzan-
ti, Milano 1983'].
VERBI PERFORMATIVI ESPLICITI 69
indicazioni sufficienti riguardo al fatto che nonostante tutto l'infelicità
sembra caratterizzare entrambi i generi di enunciato, non soltanto il per-
formativo; e che l'esigenza di una conformità o di una qualche relazione
con i fatti, diversa in casi diversi, sembra caratterizzare i performativi,- in
aggiunta all'esigenza che siano felici, in modo analogo a quello che è
caratteristico dei presunti constativi. ·
Ora, non siamo riusciti a trovare un criterio grammaticale per i perfor-
mativi, ma abbiamo pensato che forse si poteva persistere nell'idea che
ogni performativo potrebbe in linea di principio essere ricondotto alla
forma di un performativo esplicito, e quindi si poteva fare una lista· dei
verbi performativi. Da allora abbiamo scoperto, tuttavia, che spesso non è
facile essere sicuri che un enunciato è performativo o che non lo è, anche
quando è apparentemente in forma esplicita; e in ogni caso, tipicamente,
abbiamo pure enunciati che iniziano con « io asserisco che ... » i quali
sembrano soddisfare i requisiti dell'essere performativi, che però costitui-
scono sicuramente il fare delle asserzioni, e senza dubbio sono essenzial-
mente veri o falsi.
È quindi tempo di reimpostare il problema in modo nuovo. Voglia-
mo riconsiderare in modo più generale i sensi in cui dire qualcosa può
essere fare qualcosa, o nel dire qualcosa facciamo qualcosa (e forse
anche considerare i diversi casi in cui col dire qualcosa facciamo qual-
cosa). Forse qui una certa chiarificazione e definizione possono aiutar-
ci ad uscire da questo pasticcio. Infatti, dopo tutto, « fare qualcosa » è
un'espressione molto vaga. Quando proferiamo un qualunque enuncia-
to 2 , non stiamo « façerr8o qualcosa »? Certamente i modi in cui parlia-
mo di « azione » potrebbero qui, come altrove, originare confusione.
Per esempio, possiamo contrapporre uomini di parole a uomini d'azio-
ne, possiamo dire che essi non hanno fatto nie~te, hanno solo parlato o
detto delle cose: tuttavia possiamo ancora contrapporre il solo pensare
qualcosa al dirlo effettivamente (ad alta voce), contesto nel quale dire
qualcosa è fare qualcosa. ·
È giunta l'ora di fare delle precisazioni riguardo alle circostanze del
« proferire un enunciato » 3 • Per cominciare, c'è un intero gruppo di
sensi, che indicherò con (A), in cui dire una cosa qualsiasi deve sempre
essere fare 'qualcosa, .il gruppo di sensi che, presi insieme, ammontano a

2 Uso «enunciato» solo come equivalènte a utteratum: per utteratio uso «il proferimento
di un enunciato ».
3 Non menzioneremo sempre, ma dobbiamo tenere a mente la possibilità dell' « eziolamen-
to » che ricorre quando usiamo il linguaggio nelle rappresentazioni teatrali, nella narrativa e
nella poesia, nella citazione e nella recitazione,
70 COME FARE COSE CON LE PAROLE

« dire » qualcosa, nel pieno senso di « dire ». Possiamo convenire, senza.


insistere su formulazioni e sottigliezze, che dire una cosa qualsiasi è
(A.a) sempre, eseguire l'atto di emettere certi suoni (un atto « foneti-
co »), e l'enunciato è una « fonè » [phone];
(A.b) sempre, eseguire l'atto di pronunciare certi vocaboli o parole, cioè
suoni di certi tipi· che appartengono e in quanto appartenenti ad un
certo lessico, in una certa costruzione, cioè, conformemente e in quan-
to conformemente ad una certa grammatica, con una certa intonazione,
etc. Possiamo chiamare quest'atto un atto « fatico », e l'enunciato di
cui costituisce l'enunciazione un « feina » [pheme] (che è diverso dal
femema della teoria linguistica); e
(A.e) generalmente, eseguire l'atto di usare quel fema o i suoi costituenti
con un certo « senso » più o meno definito e un « riferimento » più o
meno definito (che insieme sono equivalenti al « significato »). Possia-
mo chiamare quest'atto un atto « retico », e l'enunciato di cui costitui-
sce l'enunciazione un «rema» [rheme].
Lezione VIII
ATTI LOCUTORI, ILLOCUTORI E PERLOCUTORI

Nell'intraprendere il progetto di trovare una lista di verbi performativi


espliciti, è sembrato che non sarebbe sempre stato facile distinguere gli
enunciati performativi dai constativi, e quindi è sembrato opportuno
ritornare un momento ai principi ·fondamentali - considerare, partendo
dalla base, quanti sensi vi sono in cui dire qualcosa è fare qualcosa, o nel
dire qualcosa si fa qualcosa, e anche col dire qualcosa si fa qualcosa. E
abbiamo cominciato col distinguere un intero gruppo di sensi di « fare
qualcosa » che sono tutti compresi quando diciamo, cosa ovvia, che dire
qualcosa è nel suo pieno senso normale fare qualcosa - il che include
emettere certi suoni, pronunciare certe parole in una certa costruzione, e
pronunciarle con un certo « significato » nel senso filosofico preferito di
questa parola, cioè con un certo senso e con un certo riferimento.
Chiamo, cioè soprannomino, l'atto di« dire qualcosa» in questo pieno
senso normale l'esecuzione di un atto locutorio, e lo studio degli enunciati
entro questo limite e sotto questi punti di vista lo studio delle locuzioni,
o delle piene unità del parlare. Il nostro interesse per l'atto locutorio,
naturalmente, è soprattutto volto a rendere abbastanza chiaro cosa esso
sia, al fine di distinguerlo dagli altri atti dei quali ci occuperemo in
modo preminente. Lasciatemi aggiungere soltanto che, naturalmente, se
dovessimo discuterlo di per se stesso sarebbero possibili e necessarie
moltissime ulteriori precisazioni - precisazioni di grandissima importan-
za non soltanto per i filosofi ma, diciamo, per gli studiosi di grammatica
e di fonetica.
Avevamo tracciato tre distinzioni grossolane tra l'atto fonetico, l'atto
fatico, e l'atto retico. L'atto fonetico è semplicemente l'atto di emettere
certi suoni. L'atto fatico è il pronunciare certi vocaboli o parole, cioè
suoni di certi tipi, appartenenti e in quanto appartenenti ad un certo
lessico, conform~mente e in quanto conformemente ad una certa gramma-
tica. L'atto retico è l'esecuzione dell'atto di usare questi vocaboli con un

/
72 COME FARE COSE CON LE PAROLE

certo senso e un certo riferimento più o meno definiti. Quindi « egli ha


detto "il gatto è sul cuscino"», riferisce un atto fatico, mentre « egli ha
detto che il gatto era sul cuscino » riferisce un atto retico. Una analoga
contrapposizione viene illustrata dalle seguenti coppie:L

« Egli ha detto "il gatto è sul cuscino"», « egli ha detto che il gatto era
sul cuscino »;
« Egli ha detto "ci sarò"», «egli ha detto che ci sarebbe stato »;
« Egli ha detto "vattene" », « egli mi ha detto di andarmene »;
« Egli ha detto "è a Oxford o a Cambridge?" », «egli ha chiesto se era
a Oxford o a Cambridge ».

Continuando su questo tema, dato il suo interesse al di là delle nostre


esigenze immediate, accennerò ad alcuni punti che vale la pena di ricorda-
re:
1) Ovviamente, per eseguire un atto fatico devo eseguire un atto
fonetico, o, se volete, nell'eseguire l'uno eseguo l'altro (non che, tutta-
via, gli atti fatici siano una sottoclasse degli atti fonetici; abbiamo
definito l'atto fatico come il pronunciare certi vocaboli in quanto appar-
tenenti ad un certo· lessico): ma non è vero l'inverso, perché se una
scimmia emette un suono indistinguibile da « va » questo non è tutta-
via un atto fatico.
2) Ovviamente nella definizione dell'atto fatico sono state considerate
in blocco due cose: il lessico e la grammatica. Cosl non abbiamo assegna-
to un nome particolare alla persona che dice, per esempio, « gatto comple-
tamente il sé» oppure« i visciattivi cavatalucerti girillavano » 1 • Ma un'al-
tra questione che si presenta, come la grammatica e il lessico, è l'intonazio-
ne.
3) L'atto fatico, comunque, come quello fonetico, è fondamentalmente
mimabile, riproducibile (inclusi intonazione, strizzatine d'occhio, gesti,
etc.). Si può mimare non soltanto l'asserzione tra virgolette « ella ha dei
bei capelli», ma anche il fatto più complesso che egli l'ha detta in questo
modo: « ella ha dei bei capelli» (spallucce).

' [N.d.T. « The slithy toves did gyre » citato qui da Austin fa parte dei primi versi del
celeberrimo «]abberwocky »,che si trova nel primo capitolo di Through the Looking-Glass and
What Alice Found There di LEWIS CARROLL. La traduziÒne italiana riportata qui è di Bruno
Garofalo e compare a p. 397 dell'edizione italiana (Adelphi, Milano 1984) di D. R. HOFSTAD-
TER, Godei, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante].
ATTI LOCUTORI, ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 73
Questo è l'uso di « disse » con le virgolette come lo troviamo nei
romanzi: ogni enunciato può essere riprodotto pari pari tra virgolette,
oppure tra virgolette seguito da « disse lui» o, più spesso, « disse lei », .
etc.
Ma l'atto retico è quello di cui riferiamo, nel caso delle asserzioni
[assertions], dicendo «egli ha detto che il gatto era sul cuscino », « egli
ha detto che sarebbe andato», «egli ha detto che dovevo andare» (le
sue parole sono state « devi andare »). Questo è il cosiddetto « discorso
indiretto ». Se il senso o il riferimento non sono considerati chiari, allora
l'insieme o la parte in questione devono essere messi tra virgolette. Cosl
sarebbe possibile dire: «egli ha detto che dovevo andare dal "ministro",
ma non ha detto quale ministro » oppure « gli ho detto che si stava
comportando male· ed egli mi ha risposto che "più in alto si va, meno si
è"». Tuttavia non possiamo sempre usare «ha detto che » con facilità: se
egli avesse usato il modo imperativo, diremmo «ha detto di», «ha
consigliato di», etc., oppure useremmo locuzioni equivalenti come «ha
detto che dovevo », «ha detto che dovrei », etc. Confrontate locuzioni
come « mi ha dato il benvenuto » e « ha presentato le sue scuse ».
Aggiungo ancora una cosa riguardo all'atto retico: naturalmente il sen-
so e il riferimento (il nominare e il riferirsi) sono qui essi stessi atti
ancillari eseguiti nell'eseguire l'atto retico. Perciò possiamo dire « con
"banco" intendevo ... » e diciamo « con "lui" mi riferivo a... ». Possiamo
eseguire un atto retico senza riferirci o senza nominare? In generale
sembrerebbe che la risposta sia che non possiamo, ma ci sono casi proble-
matici. Qual è il riferimento in « tutti i triangoli hanno tre lati »? Simil-
mente, è chiaro che possiamo eseguire un atto fatico che non sia un atto
retico, ma non viceversa. Infatti possiamo ripetere un'osservazione di
qualcun altro o biascicare tutta una frase, oppure possiamo leggere una
frase latina senza conoscere il significato delle parole.
Non importa molto in questa sede sapere quando un fema o un rema
sia lo stesso che un altro, nel senso del « tipo » [type] o nel senso
dell' « esemplare » [token ], e cosa sia un singolo fema o rema. Ma, natural-
mente, è importante ricordare che lo stesso fema, ad esempio la stessa
frase, cioè esemplari dello stesso tipo, può essere usato in diverse occasio-
ni di enunciazione con un senso e un riferimento diversi, e quindi essere
un rema diverso. Quando femi diversi sono usati con lo stesso senso e lo
stesso riferimento, potremmo parlare di atti reticamente equivalenti (« la
stessa asserzione», in un certo senso) ma non dello stesso rema o degli
stessi atti retici .(che sono la stessa asserzione in un altro senso che
comprende l'uso delle stesse parole) .

./
74 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Il fema è un'unità di linguaggio: il suo difetto tipico è di essere un


nonsenso - senza significato. Ma il rema è un'unità di discorso; il suo
difetto tipico è di essere vago o nullo o oscuro, etc.
Ma sebbene questi problemi siano di grandissimo interesse, non getta-
no finora alcuna luce sul nostro problema della contrapposizione tra
l'enunciato constativo e quello performativo. Per esempio, sarebbe perfet-
tamente possibile, riguardo ad un enunciato, diciamo « sta per caricare »,
rendere del tutto chiaro « ciò che stavamo dicendo » nel proferire l'enun-
ciato, in tutti i sensi finora distinti, e tuttavia non aver affatto chiarito se
nel proferire l'enunciato ho eseguito o meno l'atto di avvertire.r;Può essere
perfettamente chiaro ciò che intendo con « sta per caricare » oppure con
« chiudi la porta», ma non essere chiaro se è inteso come una asserzione
o un avvertimento, etc.
Eseguire un atto locutorio è in generale, possiamo dire, anche e eo ipso
eseguire un atto illocutorio, come propongo di chiamarlo. Quindi nell'ese-
. guire un atto locutorio eseguiremo anche un. atto come:
fare una domanda o rispondere ad essa,
fornire un'informazione o un'assicurazione o un avvertimento,
annunciàre un verdetto o un'intenzione,
pronunciare una condanna,
assegnare una nomina o fare un appello o una critica,
compiere un'identificazione o dare una descrizione,

e molti altri. (Non voglio in alcun modo dare l'idea che questa sia una
classe chiaramente definita). Non c'è qui nulla di misterioso riguardo al
nostro eo ipso. Il problema piuttosto è il numero di sensi diversi di
un'espressione cos-l vaga come «in che modo lo stiamo usando» - essa
può riferirsi persino all'atto locutorio, e inoltre agli atti perlocutori a cui
arriveremo tra un momento. Quando eseguiamo un atto locutorio, usiamo
il linguaggio: ma precisamente in che modo lo usiamo in quell'occasione?
Vi sono infatti numerosissime funzioni del linguaggio o modi in cui lo
usiamo, e fa ima gran differenza per il nostro atto in un certo senso
- senso (B) 2 - in quale modo e in quale senso lo stavamo «usando» in
quell'occasione. Fa una gran differenza se stavamo consigliando, o soltan-
to suggerendo, o effettivamente ordinando, se stavamo promettendo in
senso stretto oppure solo annunciando un'intenzione vaga, e cosl via.

2 Vedi oltre, p. 76.


ATTI LOCUTORI, ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 75

Questi problemi penetrano un po', ma non senza confusione, nella gram-


matica (vedi sopra), ma noi li dibattiamo costantemente, in termini quali
il decidere se certe parole (una certa locuzione) avevano la forza di una
domanda, oppure avrebbero dovuto essere prese come una valutazione, e
cosl via.
Ho spiegato l'esecuzione di un atto in questo nuovo, secondo senso
come l'esecuzione di un atto « illocutorio », cioè l'esecuzione di un atto
nel dire qualcosa in contrapposizione all'esecuzione di un atto di dire
qualcosa; chiamo l'atto eseguito una « illocuzione » e farò riferimento alla
teoria. dei diversi tipi di funzione del linguaggio qui in discussione come
alla teoria delle « forze illocutorie ». ·
Si può dire che i filosofi hanno trascurato questo studio per troppo
tempo, discutendo tutti i problemi come problemi di « uso locutorio »,
e di fatto la « fallacia descrittiva » cui si è accennato nella prima lezione
ha comunemente origine dallo scambiare un problema del primo genere
per un problema del secondo. È vero, adesso ne stiamo venendo fuori,
da alcuni anni a questa parte ci si sta rendendo conto sempre più
chiaramente che l'occasione in cui viene proferito un enunciato ha una
fondamentale importanza, e che le parole usate devono .in una certa
misura essere « spiegate » dal « contesto » in cui sono destinate ad
essere pronunciate, o sono state effettivamente pronunciate, in uno
scambio linguistico. Tuttavia siamo forse ancora troppo inclini a dare
queste spiegazioni in termini di « significati delle parole ». Certo, pos-
siamo usare la parola con cui ci riferiamo al significato [meaning, da to
mean: intendere, significare] anche in riferimento alla forza illocutoria
- « egli lo intendeva [meant] come un ordine », etc. Ma io voglio distin-
guere la forza dal significato nel senso in cui il significato è equivalente
al senso e al riferimento, proprio come è diventato fondamentale distin-
guere tra il senso e il riferimento.
Inoltre, abbiamo qui un esempio dei diversi usi dell'espressione « usi
del linguaggio » o « uso di una frase», etc. - « uso » è un termine
disperatamente ambiguo o vasto, proprio come il termine « significato»,
che è diventato abituale mettere in ridicolo. Ma «uso», che lo ha sop-
piantato, non si trova in una situazione molto migliore. Possiamo chiarire
del tutto l'« uso di una frase » in una particolare occasione, nel senso
dell'atto locutorio, senza tuttavia accennare al suo uso nel senso di un
atto illocutorio.
· Prima di precisare ulteriormente questa nozione dell'atto illocutorio,
confrontiamo sia l'atto locutorio sia l'atto .illocutorio con un terzo genere
di atto ancora. -
76 COME FARE COSE CON LE PAROLE

C'è ancora un ulteriore senso (C) in cui eseguire un atto locutorio, e in


esso un atto illocutorio, può anche essere eseguire un atto di un altro
genere. Dire qualcosa produrrà spesso, o anche normalmente, certi effetti
consecutivi sui sentimenti, i pensieri, o le azioni di chi sente, o di chi
parla, o di altre persone: e può essere fatto éon lo scopo, l'intenzione o il
proposito di produrre questi effetti; e possiamo allora dire, tenendo conto
di questo, che chi parla ha eseguito un atto definibile con un termine che
fa riferimento o solo indirettamente (C.a), o anche per nulla (C.b), all'ese-
cuzione dell'atto locutorio o illocutorio. Chiameremo l'esecuzione di un
atto' di questo genere l'esecuzione di un atto « perlocutorio», e l'atto
eseguito, nei casi adatti - essenzialmente nei casi che rientrano in
(C.a) - una « perlocuzione ». Aspettiamo a definire quest'idea più accu-
ratamente - naturalmente ne ha bisogno - ma diamo semplicementé de-
gli esempi:
(E. 1)
Atto (A) o Locuzione
Egli mi ha detto « Sparale! » intendendo con « spara » spara e
riferendosi con « le » a lei.
Atto (B) o Illocuzione.
· Egli mi ha incitato a spararle (o consigliato, ordinato, etc. di sparar-
le).
Atto (C. a) o Perlocuzione
Egli mi ha persuaso a spararle.
Atto (C. b)
Egli mi ha indotto a spararle (o ha fatto sì che le sparassi, etc.).
(E. 2)
Atto (A) o Locuzione
Egli mi ha detto « Non puoi farlo ».
Atto (B) o Illocuzione
Egli ha protestato contro ciò che volevo fare.
Atto (C. a) o Perlocuzione
Egli mi ha dissuaso, frenato.
Atto (C. b)
Egli mi ha fermato, mi ha riportato alla ragione, etc.
Egli mi }l.a disturbato.
ATTI LOCUTORI, ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 77

Possiamo analogamente distinguere l'atto locutorio « egli ha detto


che ... » dall'atto illocutorio « egli ha sostenuto che ... » e dall'atto perlocu-
torio « egli mi ha convinto che ... ».
Si vedrà che gli « effetti consequenziali » qui accennati (vedi C.a e C.b)
non comprendono un genere particolare di effetti consequenziali, quelli
ottenuti, per esempio, a titolo di impegni per chi parla come nel promette-
re, che rientrano nell'atto illocutorio. Forse è necessario fare delle restri-
zioni, poiché c'è chiaramente differenza tra ciò che noi percepiamo essere
la reale produzione di effetti reali e ciò che consideriamo come semplici
conseguenze convenzionali; in ogni caso in seguito torneremo su questo.
Abbiamo quindi distinto, in modo approssimativo, tre generi di atti
- quello locutorio, quello illocutorio, e quello perlocutorio. Faremo qual-
che commento generale· su queste tre classi, lasciandole sempre abbastan-
za approssimative. I primi tre punti riguarderanno di nuovo «l'uso del
linguaggio ».

1) È nostro interesse in queste lezioni attenerci essenzialmente al secon-


do atto, quello illocutorio e confrontarlo con gli' altri due. In filosofia c'è
una costante tendenza a elidere quest'atto in favore dell'uno o dell'altro
degli altri due. Tuttavia esso è distinto da entrambi. Abbiamo già visto
come le espressioni « significato » e « uso di una frase » possano rendere
confusa la distinzione tra l'atto illocutorio e quello perlocutorio - quindi
li distingueremo con più cura tra un momento. Parlare dell'« uso del .
"linguaggio" per sostenere una tesi o per avvertire » somiglia proprio al
parlare dell' « uso del "linguaggio" per persuadere, provocare, allarmare »;
tuttavia, per contrapporli in modo approssimativo, si può dire che il
primo sia convenzionale, nel senso che lo si potrebbe per lo meno rendere
esplicito attraverso la formula performativa, mentre ciò non si potrebbe
fare con il secondo. Così possiamo dire « io sostengo che» o « io ti
avverto che » ma non possiamo dire « io ti convinco che » o « io ti
allarmo che ». Inoltre, possiamo chiarire del tutto se qualcuno ha sostenu-
to una tesi o meno senza accennare alla questione se ha convinto qualcu-
no o no.

2) Per approfondire il problema, diciamo chiaramente che l'espressione


« uso del linguaggio » può riferirsi ad altre questioni ancora più disparate
che_gli atti illocutori e perlocutori e ovviamente del tutto diverse da tutte
quelle di cui ci stiamo occupando qui. Ad esempio, possiamo parlare
dell'« uso del linguaggio » per qualcosa, ad esempio per scherzare; e .
78 COME FARE COSE CON LE PAROLE

possiamo usare « in » in un modo diverso dall' « in » illocutorio, come


quando diciamo « nel dire "p" stavo scherzando » o « recitando una par-
te » o « scrivendo poesia »; o ancora possiamo parlare di « un uso poeti-
co del linguaggio » distinto dall'« uso del linguaggio in poesia». Questi
riferimenti all'« uso del linguaggio » non htmno niente a che fare con
l'atto illocutorio. Per esempio, se dico « va', e afferra una stella caden-
te » 3 , può essere evidente quali siano sia il significato che la forza del
mio enunciato, ma ancora del tutto incerto quale di questi altri generi di
cose stia facendo. Vi sono eziolamenti 4 , usi parassitari, etc., vari usi
« non seri » e « non pienamente normali ». Le condizioni normali di
riferimento possono essere sospese, oppure può non venir fatto nessun
tentativo di atto perlocutorio standard, nessun tentativo di farti fare
qualcosa, come Walt Whitm.an che non incita sul serio l'aquila della
libertà· a librarsi nel cielo 5 •
3) Inoltre, ci possono essere delle cose che « facciamo » in una qualche
connessione col dire qualcosa che non sembrano rientrare esattamente,
per lo meno a livello intuitivo, in nessuna di queste classi approssimativa-
mente definite, oppure sembrano rientrare vagamente in più di una; ma
comunque al principio noi non avvertiamo cosi chiaramente che esse sono
tanto distanti dai nostri tre atti come lo sarebbero lo scherzare o lo
scrivere poesia. Per esempio, l'insinuare, come quando insinuiamo qualco-
sa nel o col proferire un enunciato, sembra comprendere una qùalche
convenzione, come nell'atto illocutorio; ma non possiamo dire «io insi-
nuo ... », e sembra che si tratti, come per il dare per implicito, di un
effetto ottenuto con abilità più che di un semplice atto. Un altro esempio
è manifestare em.ozione. Possiamo manifestare emozione nel o col proferi-
re un enunciato, come quando imprechiamo; ma ancora una volta qui
non si fa nessun uso di formule performative e degli altri dispositivi degli
atti illocutori. Potremmo dire che usiamo l'imprecare [swearing] 6 per
sfogarci. Dobbiamo porre attenzione al fatto che l'atto illocutorio è un
atto convenzionale: un. atto compiuto in quanto conforme ad una con-
venzione.

' [N.d.T. « Goe and catche a falling starre » è il primo verso di una lirica di John Donne
(1571/2-1631)].
• [N.d.T. cfr. p. 22 e p. 69 n].
> [N.d.T. cfr. W. WHITMAN, Leaves of Grass (1855), Foglie d'Erba, tr. it. E. Giachino,
Einaudi, Torino 1980'].
6 Swearing è ambiguo: «I swear by Our Lady » [giuro per Nostra Signora] è giurare per

Nostra.Signora: ma« maledetto» (che è sempre swearing, ma qui significa« imprecare») non
è giurare per Nostra Signora.
ATTI LOCUTORI, ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 79
I prossimi tre punti sono importanti perché i nostri atti sono atti.
4) Gli atti di tutti e tre i nostri generi, dal momento che costituiscono
il compiere delle azioni, richiedono che si tengano in debito conto tutti i
mali cui sono esposte tutte le azioni. Dobbiamo essere sistematicamente
preparati a distinguere tra « l'atto di fare x », cioè di riuscire a fare x, e
« l'atto di tentare di fare x ».
Nel caso delle illocuzioni dobbiamo essere pronti a tracciare la. distin-
zione necessaria, che sfugge al linguaggio ordinario tranne che in casi
eccezionali, tra
a) l'atto di tentare di o di tendere a (o affettare o ostentare o pretende-
re di o iniziare o accingersi a) eseguire un certo atto illocutorio, e
b) l'atto di riuscire a compiere con successo o consumare o portare a
termine tale atto.

Questa distinzione è, o dovrebbe essere, un luogo comune della teoria


del nostro linguaggio relativo all'« azione » in generale. Ma in precedenza
è stata attirata l'attenzione sulla sua particolare importanza in connessione
con i performativi: è sempre possibile, ad esempio, cercare di ringraziare
o informare',qualcuno ma fallire in diversi modi, perché egli non ascolta,
o lo considera ironico, o non era responsabile di qualunque cosa fosse, e
cosl via. Questa distinzione si presenterà, come per qualunque atto, anche
per gli atti locutori; ma qui gli insuccessi non saranno infelicità come nel
caso precedente, ma piuttosto insuccessi nell'articolare le parole, nell'espri-
mersi chiaramente, etc .

.· 5) ·Dal momento che i nostri atti sono azioni, dobbiamo sempre ricorda-
re la distinzione tra il produrre effetti o conseguenze avendone l'intenzio-
ne o senza volere; ricordando che (i) quando chi parla intende produrre
un effetto, esso può nondimeno non aver luogo, e che (ii) quando egli
non intende produrlo o intende non produrlo, esso può nondimeno aver
luogo. Per far fronte alla complicazione (i) ci appelliamo come prima alla
distinzione tra tentativo e successo; per far fronte. alla complicazione
(ii) ci appelliamo ai normali dispositivi linguistici del negare la responsabi-

7 Si può osservare ~he questa complicazione (ii) può naturalmente presentarsi anche nei casi

sia dell'atto locutorio che dell'atto illocutorio. Posso dire qualcosa o riferirmi a qualcosa senza
intenderlo, o assumere senza volere un certo impegno; ad esempio, posso ordinare a qualcuno
di fare qualcosa, mentre non intendevo ordinargli di fatlo. Ma è in connessione con la perlocu-
zione che ciò ha il maggior rilievo, come pure la distruzione tra tentativo e successo.
80 COME FARE COSE CON LE PAROLE

lità (sintagmi avverbiali come « senza volete» e cosi via) che teniamo
pronti per uso generale in tutti i casi in cui si compiono azioni 7 •
6) Inoltre, naturalmente, dobbiamo riconoscere che in quanto azioni
esse possono essere cose che noi non abbiamo precisamente fatto, nel
senso che le abbiamo fatte, per dire, sotto costrizione o in qualche altro
modo del genere. Di altri modi ancora in cui possiamo non compiere
pienamente l'azione si è parlato al punto 2). Possiamo magari aggiungere
i casi di cui si è parlato al punto 5), in cui produciamo conseguenze per
errore, non intendevamo farlo.
7) infine dobbiamo rispondere all'obiezione riguardo ai nostri atti illo-
cutori e perlocutori - vale a dire che la nozione di atto non è chiara - con
una teoria generale dell'azione. Abbiamo l'idea di un« atto» come di una
cosa fisica fissa che facciamo, distinta dalle convenzioni e distinta dalle
conseguenze. Ma
a) l'atto illocutorio e persino l'atto locutorio comportano delle conven-
zioni: confrontate con questi l'atto di rendere omaggio. È un omaggio
soltanto perché è convenzionale e viene reso soltanto perché è convenzio-
nale. Confrontate anche la distinzione tra· calciare una parete e calciare un
goal;
b) l'atto perlocutorio include sempre delle conseguenze, come quando
diciamo « col fare x stavo facendo y »: introduciamo sempre una serie più
o meno lunga di« conseguenze», alcune delle quali possono essere« non
intezionali ». Non c'è alcuna restrizione all'atto fisico minimo. Il fatto che
noi possiamo far rientrare una serie arbitrariamente lunga di quelle che
potrebbero anche venir chiamate le « conseguenze » del nostro atto nella
terminologia dell'atto stesso è, o dovrebbe essere, un luogo comune fonda-
mentale della teoria del nostro linguaggio riguardo tutta I'« azione » in
generale. Perciò se ci viene chiesto «che cosa ha fatto? », possiamo
rispondere o « ha sparato all'asino » o «ha tirato un colpo di fucile » o
« ha premuto il grilletto » o « ha mosso il· dito indice », e può essere
tutto corretto. Cosi, per abbreviare il racconto per bambini della vecchia
che si sforza di portare a casa il suo maiale in tempo per preparare la cena
al vecchio marito, possiamo dire in ultima analisi che il gatto ha spinto il
maiale a entrare nel recinto, o l'ha fatto entrare, o ha fatto si che vi
entrasse 8 • Se in casi di questo genere noi menzioniamo sia un atto B

8 [N.d.T. Austin allude ad una favola Ìn cui diversi animali agiscono a catena uno sull'altro,

col risultato finale di smuovere il maiale]. ·


ATTI LOCUTORI, ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 81

(illocuzione) che un atto C (perlocuzione) 9 diremo « col B-are egli C-ò »


piuttosto che «nel B-are ... ». Questa è la ragione per cui si chiama C un
atto perlocutorio, in quanto distinto da un atto illocutorio.
La prossima volta torneremo sulla distinzione fra i nostri tre generi di
atto, e sulle espressioni « nel » e « col fare x sto facendo x », allo scopo
di rendere un po' più chiare le tre classi e i loro appartenenti e non.
Vedremo che proprio come l'atto locutorio per essere completo compren-
de il fare molte cose allo stesso tempo, cosl può essere per gli atti
illocutorio e perlocutorio.

'
" [N.d.T. cfr. pp. 76-77].
Lezione IX
DISTINZIONI TRA ATTI ILLOCUTORI E PERLOCUTORI

Quando è stato proposto di intraprendere il progetto di compilare una


lista dei verbi performativi espliciti, abbiamo incontrato alcune difficoltà
riguardo al problema di stabilire se un qualche enunciato fosse performati-
vo o meno, o in ogni caso puramente performativo. È sembrato opportu-
no, perciò, ritornare ai principi fondamentali e considerare quanti sensi ci
possono essere in cui dire qualcosa è fare qualcosa, o nel dire qualcosa
facciamo qualcosa, o persino col dire qualcosa facciamo qualcosa.
Innanzitutto abbiamo distinto un gruppo di cose che facciamo nel dire
qualcosa, che, nel loro insieme, abbiamo riassunto col dire che eseguiamo
un atto locutorio, che approssimativamente equivale a pronunciare una
certa frase con un certo senso e riferimento, che ancora equivale approssi-
mativamente al « significato » nel senso tradizionale. In secondo luogo,
abbiamo detto che eseguiamo anche degli atti illocutori quali informare,
ordinare, avvertire, impegnarsi a fare qualcosa, etc., cioè enunciati che
hanno una certa forza (convenzionale). In terzo luogo, possiamo anche
eseguire degli atti perlocutori: ciò che otteniamo o riusciamo a fare col
dire qualcosa, come. convincere, persuadere, trattenere, e persino, per
dire, sorprendere o ingannare. Abbiamo qui tre, se non di più, diversi
sensi o dimensioni dell'« uso di una frase » o dell'« uso del linguaggio »
(e, naturalmente, ve ne sono anche altri). Tutti questi tre generi di
« azioni » sono soggetti, beninteso semplicemente in quanto azioni, alle
solite difficoltà e riserve riguardo al tentativo distinto dal successo, all'es-
sere intenzionali, piuttosto che non esserlo, e così via. Abbiamo detto
quindi che dobbiamo esaminare più dettagliatamente questi tre generi di
atto.
Dobbiamo distinguere l'atto illocutorio da quello perlocutorio: ad esem-·
pio dobbiamo distinguere « nel dire quella cosa lo stavo avvertendo » da
«col dire quella cosa l'ho convinto, o l'ho sorpreso, o l'ho fatto smet-
tere ».
DISTINZIONI TRA ATTI ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 83

La distinzione tra illocuzioni e perlocuzioni sembra quella che più


probabilmente creerà delle difficoltà, ed ora ne intraprenderemo la discus-
sione, introducendo incidentalmente la distinzione tra ìllocuzioni e locu-
zioni. È certo che il senso perlocutorio di « compiere un'azione» deve in
·quakhe modo essere escluso in quanto non pertinente rispetto al senso in
cui un enunciato, se il proferirlo è« compiere un'azione», è un performa-
tivo, per lo meno se questo deve essere distinto da un constativo. Infatti
è chiaro che qualunque, o quasi qualunque, atto perlocutorio può essere
portato a termine, in circostanze_abbastanza particolari, attraverso il profe-
rimento, 'con o senza calcolo, di qualsiasi enunciato si voglia, e in partico-
lare attraverso un puro e semplice enunciato constativo (se esiste un
animale di questo genere). Tu puoi, per esempio, trattenermi (C. b) 1 dal
fare qualcosa informandomi, magari ingenuamente ma opportunamente,
delle conseguenze che avrebbe la mia azione: e ciò si applica anche a
(C. a) 1 · perché tu puoi convincermi (C. a) 1 che lei è un'adultera chieden-
dole se non era suo il fazzoletto che era nella camera da letto di X 2 , o
affermando che era suo.
Dobbiamo quindi tracciare un limite tra l'azione che compiamo (in
questo caso un'illocuzipne) e le sue conseguenze. Ora, in generale, e se
l'azione non è di quelle che consistono nel dire qualcosa ma è un'azione
« fisica » non convenzionale, questa è una faccenda complicata. Come
abbiamo visto, noi possiamo, o può piacerci pensare che possiamo, classi-
ficare, per gradi, una parte sempre maggiore di ciò che inizialmente e
ordinariamente è incluso o si potrebbe eventualmente includere sotto il
nome dato al « nostro atto » di per se stesso 3 come in realtà semplici

' Per il significato di questo riferimento vedi p. 76.


2 Che il fornire pure e semplici informaziòni produca, quasi sempre, degli effetti consecu-1
tivi sull'azione non è più sorprendente dell'inverso, che il compiere una qualsiasi azione~
(compreso l'enunciare un performativo) abbia regolarmente la conseguenza di rendere noi
stessi e gli altri consapevoli di certi fatti. Compiere un atto qualsiasi in modo percettibile o
scopribile è dare a noi stessi e in genere anche ad altri l'occasione di venire a conoscenza sia
(a) del fatto che noi abbiamo compiuto quell'atto, sia anche (b) di molti altri fatti relativi ai
nostri moventi, al nostro carattere ed altro ancora, che possono essere inferiti dal fatto che
_abbiamo compiuto quell'atto. Se tiri un. pomodoro durante una riunione politica (o urli «io
protesto» quando lo fa qualcun altro - se questo è compiere un'azione) la conseguenza sarà
probabilmente quella di informare gli altri del fatto che tu ti opponi, e far loro pensare che
hai certe convinzioni politiche: ma questo non renderà il lancio o l'urlo veri o falsi (benché
essi possano essere, anche deliberatamente, fuorvianti). E in modo analogo, la produzione
di un qualsiasi numero di effetti consecutivi non impedirà ad un enunciato constativo di
essere vero o falso.
' Non affronto qui il problema di quanto possano estendersi le conseguenze. I consueti
errori su questo argomento si possono trovare, ad esempio, nei Principia Ethica di MooRE
(1903).
84 COME FARE COSE CON LE PAROLE

conseguenze, per quanto immediate e naturalmente prevedibili, della no-


stra azione effettiva nel supposto senso fisico minimo, che quindi risult€-
rà consistere nel fare un qualche movimento o" dei movimenti con parti
del nostro corpo (ad esempjo piegare il ~to, il che ha prodotto un
movimento del grilletto, il che ha prodotto ... il che ha prodotto la morte
dell'asino). Naturalmente ci sono molte cose da dire riguardo a questo
delle quali non ~ccorre occuparsi in questa sede. Ma per lo meno nel caso.
degli atti di dire qualcosa,
1) la terminologia [nomenclature] ci offre un aiuto che generalmente
ritira nel caso delle azioni « fisiche ». Infatti con le azioni fisiche quasi
sempre tendiamo a denominare l'azione non in termini di ciò ·che qui
chiamiamo atto fisico minimo, ma in termini che comprendono una gam-
ma maggiore o minore ma indefinitamente estesa di ciò che si potrebbero
chiamare le sue conseguenze naturali (o, guardando in un'altra direzione,
l'intenzione con cui è stata compiuta).
Non soltanto noi non usiamo la nozione di atto fisico minimo (che in
ogni caso è discutibile), ma non sembriamo disporre di una classe di nomi
che distingua gli atti fisici dalle conseguenze; laddove per ciò che riguar-
da gli atti di dire qualcosa il repertorio dei nomi per gli atti (B) sembra
espressamente designato a indicare una frattura in un certo punto regola-
re tra l'atto (il nostro dire qualcosa) e le sue conseguenze (che di solito
non sono il dire qualcosa), o comunque un gran numero di queste ulti-
me 4 •
2) Inoltre, sembra che traiamo un qualche aiuto dalla natura particola-
re degli atti di dire qualcosa, in contrapposizione con le ordinarie azioni
fisiche: infatti nel caso di queste ultime persino l'azione fisica minima,
che stiamo cercando di separare dalle sue conseguenze, essendo un movi-
mento del corpo è in pari materia 5 almeno con molte delle sue conseguen-

4 Notate che se noi supponiamo che l'atto fisico minimo sia un movimento del corpo

quando diciamo « ho mosso il dito », il fatto che l'oggetto mosso sia parte del mio corpo
introduce di fatto un nuovo senso di « ho mosso ». Cosl posso essere capace di muovere le
orecchie come fanno certi ragazzini, oppure prendendole tra il pollice e l'indice, oppure posso
muovere il piede o nel modo comune o manipolandolo con la mano quando mi formicola.
L'uso ordinario di « muovere » in esempi quali « ho mosso il dito » è determinante. Non
dobbiamo cercare di risalire oltre ad esso fino a « tendere i muscoli » e simili.
' Questo in pari materia [N.d.T. In italiano nel testo] potrebbe essere fuorviante per voi.
Non voglio dire, come si è messo in luce nella nota precedente, che il mio « muovere il dito »
sia, in senso metafisico, minimamente simile al « muoversi del grilletto » che ne è la conseguen-
za, oppure a «il fatto che il mio dito muove il grilletto ». Ma « un movimento di un dito sul
grilletto » è in pari materia con « un movimento di un grilletto ». ·
DISTINZIONI TRA ATTI ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 85

ze immediate e naturali, mentre, in qualunque cosa possano consistere le


( conseguenze immediate e naturali di un atto di dire qualcosa, non si tratta
almeno normalmente di ulteriori atti di dire qualcosa, compiuti o più
specificatamente da chi parla o anche da altri 6 • Cosicché abbiamo qui una
specie di rottura regolare e naturale nella catena, che non compare nel
caso delle azioni fisiche, e che è associata. alla classe speciale dei nomi di
illocuzioni.
Questo può farci fare qualche passo avanti, ma a questo punto ci si
può chiedere: le conseguenze introdotte con la terminologia delle perlocu-
zioni non sono in realtà conseguenze degli atti (A), le locuzioni? Nel
cercare di separare « tutte » le conseguenze, non dovremmo risalire dritti
oltre l'illocuzione fino alla locuzione - e proprio all'atto (A.a), l'emissione
di suoni, che è un movimento fisico'? Naturalmente si è ammesso che
eseguire un atto illocutorio è necessariamente eseguire un atto locutorio:
che,· ad esempio, congratularsi è necessariamente dire certe parole; e dire
certe parole è necessariamente, almeno in parte, fare certi movimenti più
o meno indescrivibili con gli organi vocali 8 • Cosicché la separazione tra
azioni « fisiche » e atti di dire q~alcosa non è completa da tutti i punti di
vista - qualche connessione c'è. Ma (i) sebbene questo possa essere impor-
tante in certi nessi e contesti, non sembra impedirci di tracciare un limite,
.per i nostri scopi attuali, là dove ce ne serve uno, cioè tra il completamen-
to dell'atto illocutorio e tutte le conseguenze che ne seguono. E inol-
tre (ii), cosa molto più importante, dobbiamo rifiutare l'idea, suggerita
sopra anche se non formulata esplicitamente, che l'atto illocutorio sia una
conseguenza dell'atto locutorio, e anche l'idea che ciò che viene introdotto
dalla terminologia delle illocuzioni sia un riferimento addizionale ad alcu-
ne delle conseguenze delle locuzioni 9 ' cioè che dire « mi ha spinto a
farlo » equivalga a dire che egli ha detto certe parole e in aggiunta che il
fatto di dirle ha avuto oppure forse era inteso avere certe conseguenze
(?un effetto su di me). Se per qualche ragione e in qualche senso dovessi-

Oppure potremmo mettere le cose in un altro modo, estremamente importante, dicendo che
il senso in cui dire qualcosa produce degli effetti su altre persone, o causa aelle cose, è un senso
di causare fondamentalmente diverso da quello usato nel caso della causalità fisica per pressio-
ne, etc. Essa deve operare attraverso le convenzioni del linguaggio ed è una· questione di
influenza esercitata da una persona su un'altra: questo è probabilmente il senso originario di
« ca usare ».
6 Vedi oltre. .
7 Ma lo è davvero? Abbiamo già notato che la« produzione di suoni» è essa stessa in realtà

una conseguenza dell'atto fisico minimo consistente nel muovere gli organi vocali.
8 Limitandoci sempre, per semplicità, agli enunciati orali.

• Tuttavia, vedi oltre.


86 COME FARE COSE CON LE PAROLE

mo insistere nel « risalire » dall'illocuzione all'atto fonetico (A.a), non


dovremmo risalire ad una azione fisica minima attraverso la catena
. delle sue conseguenze, nel modo in cui presumibilmente risaliamo dalla
i morte del coniglio al movimento del dito sul grilletto. L'emissione di
1
suoni può essere una conseguenza (fisica) Ciel movimento degli organi
·vocali, del respiro, etc.: ma il pronunciare una parola non è una conse-
guenza dell'emettere un suono, fisica o di altro genere. Per questo,
anche gli atti fatici (A.b) e retici (A.e), conseguenze fisiche a parte, non
sono conseguenze degli atti fonetici (A.a). Ciò che introduciamo davve-
ro mediante l'uso della terminologia delle illocuzioni è un riferimento,
non alle conseguenze (almeno in senso ordinario) della locuzione, ma
alle convenzioni della forza illocutoria in relazione alle particolari circo-
stanze dell'occasione in cui viene proferito l'enunciato. Torneremo tra
breve ai sensi in cui l'esecuzione ben riuscita o completa di un atto
illocutorio introduce davvero delle « conseguenze » o degli « effetti » in
determinati sensi 10 • ,
Finora quindi ho sostenuto che possiamo avere delle speranze di isolà-
re l'atto illocutorio da quello perlocutorio in quanto questo produce delle
conseguenze, e che non è esso stesso una« conseguenza» dell'atto locuto-
rio. Ora però devo sottolineare che l'atto illocutorio in quanto distinto da

' 0 Possiamo ancora essere tentati di attribuire un qualche primato alla locuzione rispetto
all'illocuzione, vedendo che, dato un singolo atto retico (A.e), ci può ancora essere spazio
per dei dubbi riguardo al modo in cui esso· dovrebbe essere descritto nella terminologia
delle illocuzioni. Dopo tutto perché dovremmo indicare l'una con A, l'altra con B? Possiamo
essere d'accordo sulle parole effettivamente pronunciate, e persino anche sui sensi in cui
sono state usate e sulle realtà per riferirsi alle quali sono state usate, e tuttavia essere ancora
in disaccordo riguardo alla questione se, nelle circostanze date, esse costituivano un ordine
o una minaccia o semplicemente un consiglio o un avvertimento. Ma dopo tutto c'è ugual-
mente ampio spazio per disaccordi in casi singoli riguardo al modo in cui si dovrebbe
descrivere l'atto retico (A.e) nella terminologia delle locuzioni (Cosa voleva dire in realtà? A
quale persona, momento, eccetera si riferiva effettivamente?): e in verità possiamo spesso
essere d'accordo che il suo atto era proprio,· per dire, un atto di ordinare (illocuzione),
mentre siamo ancora incerti su che cosa egli intendesse ordinare (locuzione). È plausibile
supporre che l'atto sia per lo meno « tenuto » ad essere descrivibile come qualche tipo più o
meno definito di illocuzione tanto quanto lo è di essere descrivibile come un atto locuto-
rio (A) più o meno definito. Le difficoltà riguardo alle convenzioni e alle intenzioni devono
sorgere nel decidere la corretta descrizione tanto di una locuzione quanto di una illocuzio-
ne: l'ambiguità di significato o di riferimento, deliberata o involontaria, è forse tanto comu-
ne quanto il mancare, deliberatamente o irivolontariamente, di rendere chiaro « come si
devono prendere le nostre parole» (nel senso illocutorio). Inoltre, l'intero apparato dei
«performativi espliciti » (vedi sopra) serve a impedire disaccordi riguardo alla descrizione
degli atti illocutori. In effetti è molto più difficile impedire i disaccordi riguardanti la
descrizione degli « atti locutori ». Ognuno di questi, comunque, è convenzionale e suscettibi-
le di ricevere una « interpretazione » da parte di chi lo giudica.
DISTINZIONI TRA ATTI ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 87

quello perlocutorio è connesso con la produzione di effetti in determinati


sensi:
1) A meno che non si ottenga un certo effetto, l'atto illocutorio non
sarà stato eseguito felicemente, con successo. Questo non· equivale a dire
che l'atto illocutorio consiste nell'ottenere un certo effetto. Non si può
dire che io abbia avvertito un uditorio a meno che questo non senta ciò
che dico e lo intenda in un certo senso. Si deve ottenere un effetto
sull'uditorio se l'atto illocutorio ha da essere portato a compimento. Come
dovremmo esprimere qui quest'effetto nel modo migliore? E come possia-
mo delimitare quest'effetto? Generalmente esso consiste nell'ottenere la
comprensione del significato e della forza della locuzione. Cosl l'esecuzio-
ne di un atto illocutorio include l'assicurarsi la recezione.
2) L'atto illocutorio « entra in vigore » in certi modi, diversi dal pro-
durre delle conseguenze nel senso di provocare degli stati di cose nel
modo« normale», cioè cambiamenti nel corso naturale degli eventi. Per-
ciò «io battezzo questa nave Queen Elizabeth » ha l'effetto di dare il
nome alla nave, o di battezzarla; quindi certi atti successivi, quali riferirsi
ad essa come alla Generalissimo Stalin, saranno fuori posto.
3) Abbiamo detto che molti atti illocutori sollecitano per convenzione
una risposta o un seguito. Cosl un ordine sollecita la risposta dell'obbe-
dienza e una promessa quella del suo mantenimento. La risposta o il
seguito possono essere « a senso unico » o « a due sensi »: perciò possia-
mo distinguere tra sostenere, ordinare, promettere, suggerire, chiedere di,
e offrire, chiedere se e chiedere « sl o no? ». Se questa risposta viene
accordata, o il seguito viene adempiuto, ciò richiede un secondo atto da
parte di chi parla o di un'altra persona; ed è un luogo comune del
linguaggio delle conseguenze che questo non può essere incluso nella
sequenza d'azione originaria.

Tuttavia generalmente possiamo sempre dire «ho fatto sl che egli ... »
con una parola che indica l'atto di risposta. Questo rende davvero l'atto
ascritto a me ed è, quando si impiegano o possono essere impiegate delle
parole, un atto perlocutorio. Perciò dobbiamo· distinguere « gli ho ordina-
to di fare una cosa ed egli ha obbedito » da « ho fatto sì che egli obbedis-
se ». In genere quest'ultima frase dà per implicito che sono stati impiegati
altri mezzi addizionali per produrre questa conseguenza come ascrivibile a
me: incentivi, autorità personale, e influenza che può equivalere alla
costrizione; si ha anche molto spesso un atto illocutorio distinto dal mero
88 1 COME FARE COSE CON LE PAROLE

ordinare, come quando dico « ho fatto sl che egli lo facesse affermando


X».
Cosl abbiamo qui tre modi in cui gli atti illocutori sono legati agli
effetti: assicurarsi la recezione, entrare in vigore, e sollecitare una/ rispo-
sta; e tutti questi sono distinti dalla produzione di effetti che è caratteristi-
ca dell'atto perlocutorio.
L'atto perlocutorio può essere o il raggiungimento di un obiettivo
perlocutorio (convincere, persuadere) o la produzione di un seguito perlo-
cutorio. Cosl l'atto di avvertire può raggiungere il suo obiettivo perlocuto-
rio di mettere all'erta e avere anche il seguito perlocutorio di allarmare, e
un'argomentazione contro un'opinione può non riuscire a raggiungere il
suo obiettivo ma avere il seguito perlocutorio di convincere il nostro
antagonista della sua verità (« sono riuscito soltanto a convincerlo »). Ciò
' che è l'obiettivo perlocutorio di un'illocuzione può essere il seguito di
un'altra. Per esempio, avvertire può produrre il seguito di trattenere dal
fare qualcosa e dire « non farlo », il cui obiettivo è trattenere dal fare
qualcosa, può produrre il seguito di mettere all'erta o anche di allarmare.
Alcuni atti perlocutori consistono sempre nella produzione di un seguito,
vale a dire quelli in cui non c'è alcuna formula illocutoria: cosl posso
sorprenderti o sconvolgerti o umiliarti con una locuzione, anche se non
esiste alcuna formula illocutoria «io ti sorprendo con ... », « io ti sconvol-
go con ... », « io ti umilio con ... ».
· È caratteristico degli atti perlocutori che la risposta ottenuta, o il
seguito, possano essere ottenuti, in aggiunta o completamente, con mezzi
non locutori: cosl l'intimidazione può essere ottenuta brandendo un basto-
ne o puntando un fucile. Persino nei casi del convincere, persuadere, far
obbedire e far credere possiamo ottenere la risposta non verbalmente; ma
se non si ha alcun atto illocutorio, è dubbio se sia il caso di usare questo
linguaggio caratteristico degli obiettivi perlocutori. Confrontate l'uso di
« ho fatto sl che egli lo facesse» con « ho fatto sl che egli obbedisse ».
Comunque, questo da solo non basta per distinguere gli atti illocutori, dal
momento che possiamo ad esempio avvertire o ordinare o assegnare una
nomina o donare o protestare o scusarci con mezzi non verbali e questi
sono atti illocutori. Cosl possiamo fare marameo o tirare un pomodoro a
titolo di protesta.
Più importante è chiedersi se queste risposte e questi seguiti possano
essere ottenuti con mezzi non convenzionali. Possiamo certamente ottene-
re gli stessi seguiti perlocutori con mezzi non convenzionali (o come si
dice mezzi « aconvenzionali » ), mezzi che non sono per niente convenzio-
nali o che non lo sono per lo scopo in questione; cosl posso persuadere
DISTINZIONI TRA ATTI ILLOCUTORI E PERLOCUTORI 89

qualcuno facendo dondolare dolcemente un grosso bastone o accennando


gentilmente al fatto che i suoi anziani genitori sono ancora nel Terzo
Reich. Rigorosamente parlando, non si può avere un atto illocutorio a
meno che i mezzi impiegati non siano convenzionali, e quindi i mezzi per
riuscire a compierlo non verbalmente devono essere convenzionali. Ma è
difficile dire dove cominciano e dove finiscono le convenzioni; perciò
posso avvertire ·qualcuno agitando un bastone o poss() donargli qualcosa
semplicemente mettendogliela in mano. Ma se io avverto qualcuno agitan-
do un bastone, allora il mio agitare il bastone è un avvertimento: egli
saprà benissimo ciò che intendo: può apparire un inconfondibile gesto
minaccioso. Difficoltà analoghe si presentano riguardo al dare un consen-
so tacito a un qualche accordo, al promettere tacitamente, o al votare per
alzata di mano. Ma resta il fatto che molti atti illocutori non possono
essere eseguiti se non dicendo qualcosa. Questo è vero dell'asserire,
dell'informare (che è diverso dall'indicare), del sostenere, del fare sti-
me, del calcolare e del giudicare (nel senso legale); è vero della gran
maggioranza dei verdettivi e degli espositivi a differenza -di molti eserci-
tivi e commissivi 11 •

11 [Per la definiziqne di verdettivi, espositivi, eserdtivi e commissivi vedi la Lezione XII.

J.0.U.].
Lezione X
« NEL DIRE ... » VS. « COL DIRE ... »

Dimenticando per il momento la distinzione iniziale tra performativi


e constativi e il progetto di compilare una lista di parole performative
esplicite, specialmente verbi, abbiamo ricominciato da capo consideran-
do i sensi in cui dire qualcosa è fare qualcosa. Cosl abbiamo distinto
l'atto locutorio (e all'interno di questo l'atto fonetico, l'atto fatico e
l'atto retico) che ha un significato; l'atto illocutorio che ha una certa
forza nel dire qualcosa; l'atto perlocutorio che è l'ottenere certi effetti
col dire qualcosa.
Nella scorsa lezione abbiamo distinto alcuni sensi delle conseguenze
e degli effetti in queste connessioni, in particolare tre sensi in cui gli
effetti possono riguardare anche gli atti illocutori, vale a dire l'assicurar-
si la recezione, l'entrare in vigore e il sollecitare una risposta. Nel caso
dell'atto perlocutorio abbiamo fatto una distinzione approssimativa tra
il raggiungere un obiettivo e il produrre un seguito. Gli atti illocutori
sono atti convenzionali: gli atti perlocutori non sono convenzionali. Atti
di entrambi i generi possono essere eseguiti - o, più esattamente, atti
chiamati con lo stesso nome (ad esempio, atti equivalenti all'atto illocu-
torio di avvertire o all'atto perlocutorio di convincere) - possono essere
· portati a termine non verbalmente; ma anche in quel caso, per meritare
il nome di un atto illocutorio, per esempio quello di avvertimento, deve
trattarsi di un atto. non verbale convenzionale: ma gli atti perlocutori
non sono convenzionali, sebbene si possa fare uso di atti convenzionali
allo. scopo di portare a termine l'atto perlocutorio. Un giudice dovrebbe
essere in grado di decidere, sentendo ciò che è stato detto, quali atti
locutori e illocutori siano stati eseguiti, ma non quali atti perlocutori si
sia riusciti a compiere.
Infine, abbiamo detto che c'è un'altra intera gamma di problemi riguar-
do a « come stiamo usando il linguaggio » oppure « che cosa stiamo
facendo nel dire qualcosa » che, abbiamo detto, possono essere, e intuiti-
« NEL DIRE ... » VS. « COL DIRE ... » 91

vamente sèmbrano essere, totalmente diversi - questioni ulteriori che non


sfioriamo neppure. Per esempio, ci sono l'insinuare (e altri usi non lettera-
li del linguaggio), lo scherzare (e altri usi non seri del linguaggio), e
l'imprecare e lo sfogarsi (che sono forse usÌ espressivi del linguaggio).
Possiamo dire « nel dire x stavo scherzando » (insinuando ... , esprimendo
i miei sentimenti, etc.).
Adesso dobbiamo fare alcune osservazioni conclusive riguardo alle for-
mule:
« Nel dire x stavo facendo y » o « ho fatto y »,
« Col dire x ho fatto y » o « stavo facendo y ».
Infatti è stato in seguito alla disponibilità di queste formule, che sem-
brano particolarmente adatte, la prima (nel) per distinguere i verbi che
sono nomi di atti illocutori, e la seconda (col) per distinguere i verbi che
sono nomi di atti perlocutori, che abbiamo scelto di fatto i nomi illocuto-
rio e perlocutorio. Cosl, ad esempio:
«Nel dire che gli avrei sparato lo stavo minacciando ».
« Col ,dire che gli avrei sparato l'ho spavéntato ».
Queste formule linguistiche ci forniranno un test per distinguere gli ·
atti illocutori da quelli perlocutori? No. Prima di occuparmi di questo,
però, permettetemi di fare un'osservazione generale, o una confessione.
Molti di voi cominceranno a non sopportare più questo genere di approc-
cio - e in una qualche misura abbastanza legittimamente. Voi direte:
«Perché non la smettiamo con le chiacchiere? Perché continuare a occu-
parci di elenchi, reperibili nel parlare comune, di nomi di cose che si
fanno che sono attinenti al dire, e di formule come quelle che iniziano
con "in" e "con"? Perché non ci mettiamo a discutere la cosa direttamente
in termini di linguistica e di psicologia in maniera chiara e semplice?
Perché essere cosl tortuosi? ». Ebbene, natUralmente sono d'accordo che
questo si dovrà fare - però io dico dopo, non prima, l'aver guardato cosa
si può tirar fuori dal linguaggio ordinario anche se in ciò che ne viene
fuori vi è un forte elemento di irrefutabilità. Diversamente ci lasceremmo
sfuggire delle cose e procederemmo troppo velocemente.
In ogni caso « in» e «con » meritano un'analisi; per quanto riguarda
ciò, la meritano anche « quando », « mentre», etc. L'importanza di que-
ste analisi è ovvia nel problema generale di quali siano le relazioni tra le
varie descrizioni possibili di « ciò che faccio », come abbiamo visto a
proposito delle « conseguenze ». Ci occuperemo quindi delle formule che
iniziano con « in ,» e « con », e dopo di questo torneremo di nuovo alla
92 COME FARE COSE CON LE PAROLE

distinzione iniziale del performativo e constativo, per vedere cosa ne


succede entro questa nuova intelaiatura.
Considereremo per prima la formula « Nel dire x stavo facendo y »
(oppure « ho fatto y »).
1) Il suo uso non è limitato agli atti illocutori; si applicherà (a) agli atti
locutori e (h) ad atti che sembrano cadere del tutto al di fuori della nostra
classificazione. Sicuramente non è vero che se possiamo dire «nel dire x
stavi y-ando », allora« y-are » è necessariàmente eseguire un atto illocuto-
rio. Tutt'al più si potrebbe sostenere che la formula non sarà appropriata
all'atto perlocutorio, mentre la formula che inizia con «con» non sarà
appropriata all'atto illocutorio. In particolare (a) usiamo la stessa formula
quando « y-are » è eseguire una parte secondaria di un atto locutorio: ad
esempio, « nel dire che detestavo i cattolici, mi riferivo soltanto ai con-
temporanei», oppure, «intendevo o pensavo ai cattolici romani». Anche
se in questo caso forse useremmo più comunemente la formula «nel
parlare di ». Un altro esempio di questo genere è: « Nel dire "Iced ink"
[«inchiostro ghiacciato »] stavo emettendo i suoni "I stink" [ « io puz-
zo »] 1 ». Ma a parte questo vi sono (b) altri casi evidentemente eteroge-
nei, quali « nel dire x stavi commettendo un errore » oppure « trascuran-
do di considerare una distinzione necessaria » oppure « infrangendo la
legge », oppure « correndo un rischio », oppure « dimenticando »: com-
mettere un errore o correre un rischio certamente non è eseguire un atto
illocutorio, e neppure uno locutorio. ·
.Possiamo tentare di superare (a), il fatto che l'uso della formula non è
limitato agli atti illocutori, dimostrando che « dire » è ambiguo. Nei casi
in cui l'uso non è illocutorio « dire » potrebbe essere sostituito da « parla-
re di », o da « usare l'espressione », oppure invece di « nel dire x »
potremmo dire « con la parola x » o « nell'usare la parola x ». Questo è il
senso di « dire » in cui è seguito dalle virgolette, e in casi di questo
genere d si riferisce all'atto fatico e non a quello retico.
Il caso (b), quello degli atti eterogenei che non ricadono nella nostra
classificazione, è più difficile. Un possibile test sarebbe il seguente: nei
casi in cui possiamo mettere il verbo y 2 ad un tempo non progressivo
(passato o presente) invece che ad un tempo progressivo, o ugualmente
nei casi in cui possiamo mettere « con » al posto di « in » mantenendo il
. tempo progressivo, allora il verbo y non è il nome di una illocuzione.

1 [N.d.T. Qui Austin riporta un gioco di parole che costituisce uno scherzo molto diffuso

tra i bambini inglesi].


I 2 [Cioè, il verbo sostituito a « y » in «nel dire x stavo y-ando ». J.O.U.].
« NEL DIRE ..• » VS. « COL DIRE ... » 93

Cosl, al posto di« nel dire ciò stava commettendo un errore», potremmo
mettere, senza cambiare il senso, o « nel dire ciò ha commesso un erro-
re » oppure « col dire ciò stava commettendo un errore »: ma non dicia-
mo « nel dire ciò io ho protestato » e neppure « col dire ciò stavo prote-
stando».

2) Ma tutto considerato potremmo sostenere che la formula non è


adatta a verbi perlocutori quali « ho convinto », «ho persuaso », «ho
trattenuto dal fare». Però dobbiamo fare alcune riserve. Innanzitutto,
dall'uso scorretto del linguaggio hanno origine delle eccezioni. Cosl la
gente dice « mi stai intimidando? » invece di « minacciando», e quindi
potrebbe dire « nel dire x, mi stava intimidando ». Secondo, la stessa
parola può autenticamente essere usata in modo sia illocutorio che perlo-
cutorio. Per esempio «tentare» è un verbo che può facilmente essere
usato in entrambi i modi. Non si ha « io ti tento » ma si ha « lascia che ti
tenti», e scambi di battute come « prendi un'altra porzione di gelato »
- «Mi stai tentando? ». Quest'ultima domanda sarebbe assurda in senso
perlocutorio, perché sarebbe una domanda a cui può rispondere soltanto
chi la pone. Se dico «oh, perché no? » sembra che io lo stia tentando,
ma egli può in realtà non essere tentato. Terzo, c'è l'uso prolettico di
verbi quali, ad esempio, « sedurre »o « calmare ». In questo caso« cerca-
re di» sembra un'aggiunta sempre possibile con un verbo perlocutorio.
Ma non possiamo dire che il verbo illocutorio sia sempre equivalente a
cercare di fare qualcosa che si potrebbe esprimere con un verbo perlocuto-
rio, come ad esempio che « dimostrare » sia equivalente a « cercare di
convincere », o « avvertire » sia equivalente a « cercare di allarmare » o
«mettere all'erta ». Infatti in primo luogo la distinzione tra fare e cercare
di fare è già presente nel verbo illocutorio come pure nel verbo perlocuto-
rio; noi distinguiamo tra dimostrare e cercare di dimostrare cosl come tra
convincere e cercare di convincere. Inoltre, molti atti illocutori non sono
casi in cui si cerca di eseguire un qualche atto perlocutorio: ad esempio,
promettere non è cercare di fare qualcosa.
Possiamo però ancora chiederci se è possibile usare « in» con l'atto
perlocutorio; si è tentati di farlo quando l'atto non è compiuto intenzional-
mente. Ma anche in questo caso è probabilmente scorretto,· e si dovrebbe
usare « con ». O ad ogni modo, se dico, ad esempio, « nel dire x lo stavo
convincendo », rendo conto. non del modo in cui sono arrivato a dire x
ma del modo in cui sono arrivato a convincerlo; questo è il senso inverso
rispetto all'uso della formula nello spiegare ciò che intendevamo con
un'espressione quando abbiamo usato la formula« nel dire», e comporta
94 COME FARE COSE CON LE PAROLE

un senso diverso (« nel processo di » o « nel corso di », in quanto distinti


da « un criterio ») rispetto al suo uso con i verbi illocutori.
Consideriamo ora il significato generale della formula « in ». Se dico
«nel fare A facevo B », posso voler dire o çhe A comporta B (A rende
conto di B) o che B comporta A (B rende conto di A). Si può evidenziare
questa distinzione contrapponendo (a 1) « nel corso, o nel processo, del-
l'azione A, facevo B » (nel costruire una casa, costruivo un muro) e (a 2)
« nel fare A, ero nel corso, o nel processo, dell'azione B » (nel costruire
un muro costruivo una casa). O ancora, si contrappongono (a 1): «Nel-
l'emettere i suoni S dicevo D » e (a 2): «Nel dire D emettevo i suoni
S »; in (a 1) rendo conto di A (in questo caso, il fatto che io emetta i
suoni) e affermo qual era il mio scopo nell'emettere i suoni, mentre in
(a 2) rendo conto di B (il fatto che io emetta i suoni) e cosl affermo
l'effetto dell'emissione dei suoni. La formula è spesso usata per rendere
conto di qualche mia azione in risposta alla domanda: « Come mai stavi
facendo cosl e cosl? ». Fra i due diversi modi di evidenziazione, il diziona-
rio preferisce il primo (a 1), in cui rendiamo conto di B, ma noi la
usiamo altrettanto frequentemente come in (a 2), per rendere conto di A.

Se ora consideriamo l'esempio:


Nel dire ... stavo dimenticando ... ,
constatiamo che B (dimenticare) spiega come siamo arrivati a dirlo, cioè
rende conto di A. Analogamente
Nel ronzare, stavo pensando che le farfalle ronzavano
rende conto del mio ronzare (A). Questo sembra essere l'uso della formu-
la « nel dire » quando viene usata con verbi locutori; rende conto del mio
dire ciò che ho detto (e non di ciò che intendevo).

Ma se consideriamo gli esempi:


(a 3) Nel ronzare, stavo fingendo di essere un'ape,
Nel ronzare, mi stavo comportando come un buffone,
constatiamo in questo caso che dire ciò che si è fatto (ronzare), nelle
intenzioni o effettivamente, costituiva il mio dire cosl e cosl come un atto
di un certo genere, e rendeva possibile chiamarlo con un nome diverso.
L'esempio illocutorio:
Nel dire cosl e cosl io stavo avvertendo
«NEL DIRE ... » VS. « COL DIRE ... » 95
è di questo genere: non appartiene né all'uno né all'altro dei generi« nel
corso di» (a 1) e (a 2) (in cui A rende conto di B o viceversa). Ma è
diverso dagli esempi locutori, in quanto l'atto è costituito essenzialmente
non dall'intenzione o dal fatto, ma dalla convenzione (che, naturalmente,
è un fatto). Queste caratteristiche servono a distinguere gli atti illocutori
in modo estremamente soddisfacente 3 •
Quando la formula « nel dire » viene usata con · verbi perlocutori,
d'altra parte, viene usata nel senso di «nel processo di» (a 1), ma rende
conto di B, mentre il caso con il verbo locutorio rende conto di A. Quindi
il caso perlocutorio è diverso sia cl.al caso locutorio che da quello illo-
cutorio.
Si può osserva~e che la domanda «come mai? » non è limitata a
questioni di mezzi e scopi. Cosl nell'esempio:
Nel dire A... stavo dimenticando B
rendiamo conto di A, ma in un senso nuovo di « rende conto di » o
« comporta », che non è quello che riguarda i mezzi e gli scopi. Ancora,
nell'esempio: '
Nel dire ... stavo convincendo ... (stavo umiliando ... ),
rendiamo conto di B (il fatto che io lo convincessi o lo umiliassi), che è in
effetti una conseguenza ma non è una conseguenza di un mezzo.
La formula « con », allo stesso modo, non è limitata ai verbi perlocuto-
ri. C'è l'uso locutorio (col dire ... intendevo ... ), l'uso illocutorio (col dire ...
stavo con ciò avvertendo ... ) e una varietà di usi eterogenei (col dire ... mi
sono messo d~a parte del torto). Gli usi di «con» sono in generale
almeno due: ·
a) Col battere il chiodo sulla capocchia lo stavo piantando nel muro,
b) Con l'applicare una protesi, stavo esercitando la professione del
dentista.
In a)<< con» indica il mezzo, la maniera o il metodo con cui stavo
portando a compimento l'azione; in b) «con» indica un criterio, quello
riguardo a ciò che ho fatto, che consente alla mia azione di essere classifi-
cata come esercitare la professione del dentista. Non si vede molta diffe-
renza tra i due casi, a parte il fatto che l'uso di indicare un criterio sembra

3 Ma supponete che ci sia un ciarlatano. Possiamo dire « nell'applicare la protesi stava

esercitando la professione del dentista ». Qui c'è una convenzione proprio come nel caso
dell'avvertimento - un giudice potrebbe decidere.
96 COME FARE COSE CON LE PAROLE

più esterno. Questo secondo senso di « con » - quello del criterio - è


anche, pare, molto vicino a « in» in uno dei suoi sensi: «Nel dire quella
cosa stavo infrangendo la legge (ho infranto la legge) »; e in questo modo
« con » può sicuramente essere usato con verbi illocutori nella formula
« col dire ». Perciò possiamo dire « col dire... lo stavo avvertendo (l'ho
avvertito)». Ma.« con», in questo senso, non viene usato con verbi
perlocutori. Se dico « col dire ... l'ho convinto (persuaso) », « con » avrà
qui il senso del tipo mezzi-al-fine, o in ogni caso indicherà la maniera in
cui, o il metodo con cui l'ho fatto. La formula « con » viene mai usata nel
senso« mezzi-al-fine» con un verbo illocutorio? Sembrerebbe di sl, perlo-
meno in due generi di casi:
a) Quando per fare qualcosa scegliamo un mezzo verbale invece di un
mezzo non verbale, quando parliamo invece di usare un bastone. Cosl ..
nell'esempio: « Col dire "sl (prendo questa donna ... )" la sposavo » ), il
performativo « sl (prendo questa donna) » è un mezzo per il fine del
matrimonio. In questo caso « dire » viene usato nel senso in cui richiede
le virgolette ed è usare le parole o il linguaggio, è un atto fatico e non un
atto retico. · ·
b) Quando un enunciato performativo viene usato come un mezzo
indiretto per eseguire un altro atto; Cosl nell'esempio: « Col dire "dichia-
ro tre fiori" lo informavo che non avevo denari », uso il performativo
« dichiaro tre fiori » come un mezzo indiretto per informarlo (il che è
anche un atto illocutorio).
In breve: per usare la formula « col dire » come un test per verificare
se un atto è perlocutorio, dobbiamo prima essere sicuri:
1) che « con » sia usato in senso strumentale, distinto dal senso di un
criterio;
2) che « dire» sia usato
a) nel pieno senso di un atto locutorio e non in un senso parziale, ad
esempio di un atto fatico;
b) non nel modo della doppia convenzione come nell'esempio tratto
dal bridge di cui sopra.
Vi sono altri due test linguistici supplementari per distinguere l'atto
illocutorio da quello perlocutorio:
1) Sembra che nel caso di verbi illocutori possiamo spesso dire « dire x
era fare y ». Non si può dire « batterè il chiodo col martello era piantar-
« NEL DIRE ..• » VS. « COL DIRE •.• » 97

lo» invece di «col battere il chiodo col martello egli l'ha piantato ». Ma
questa formula non ci fornirà un test inconfutabile, dato che con essa
possiamo dire molte cose; cosi possiamo dire «dire quella cosa era con-
vincerlo » (un uso prolettico?) benché « convincere » sia un verbo perlo-
cutorio.
2) I verbi che abbiamo classificato (intuitivamente -infatti questo è
tutto ciò-che abbiamo fatto finora) come nomi di atti illocutori sembrano
essere abbastanza vicini ai verbi performativi espliciti, dato che possiamo
dire « ti avverto che » e « ti ordino di » come performativi espliciti; però
avvertire e ordinare sono atti illocutori. Possiamo usare il performativo
« ti avverto che» ma non « ti convinco che», e possiamo usare il perfor-
mativo « ti minaccio con » ma non « ti intimidisco con »; convincere e
intimidire sono atti perlocutori.

La conclusione generale deve essere, comunque, che queste formule


sono al massimo dei test molto poco affidabili per decidere se un'espres-
sione è una illocuzione, anziché una perlocuzione o nessuna delle due. Ma
non di meno « con » e « in » meritano un esamé minuzioso tanto quanto,
per dire, « come », che ora sta diventando famoso.
Ma allora qual è la relazione tra i performativi e questi atti illocutori?
È come se ogni volta che si ha un performativo esplicito si abbia anche
un atto illocutorio~ vediamo, dunque, qual è la relazione tra 1) le distin-
zioni riguardanti i performativi stabilite nelle prime lezioni e 2) questi
generi diversi di atto.
Lezione XI
ASSERZIONI, PERFORMATIVI E FORZA ILLOCUTORIA

Quando, all'inizio, abbiamo contrapposto l'enunciato performativo a


quello constativo abbiamo detto che
1) il performativo dovrebbe essere fare qualcosa, in opposizione al
semplice dire qualcosa, e
2) il performativo è felice o infelice, in opposizione a vero o falso.
Queste distinzioni erano veramente valide? La nostra successiva discus-
sione di fare e dire sembra certamente puntare alla conclusione che ogm
qual volta io « dico » qualcosa (tranne forse una pura e semplice esclama-
zione come « maledizione » o « ahi ») starò eseguendo sia un atto locuto-
rio sia un atto illocutorio, e sembra che questi due generi di atti siano le
stesse cose che abbiamo cercato di usare, sotto i nomi di « fare » e
«dire», come un mezzo per distinguere i performativi dai constativi. Se
in generale facciamo sempre entrambe le cose, come può sopravvivere la
nostra distinzione?
Innanzitutto riesaminiamo la contrapposizione dal punto di· vista degli
enunciati constativi. Riguardo a questi, abbiamo acconsentito a citare le
« asserzioni » come il caso tipico, o paradigmatico. Sarebbe corretto dire
che quando asseriamo qualcosa
1) stiamo facendo qualcosa tanto quanto e distintamente dal semplice
dire qualcosa, e
2) il nostro enunciato è suscettibile di essere felice q infelice (cosl
come, se volete, vero o falso)?
1) Senza dubbio asserire è eseguire un atto illocutorio tanto quanto, ad
. esempio, avvertire o dichiarare. Naturalmente non è eseguire un atto in
un qualche modo principalmente fisico, se non nella misura in cui, quan-
. do è un atto verbale, esso comporta che si facciano dei movimenti degli
ASSERZIONI, PERFORMATIVI E FORZA ILLOCUTORIA 99

organi vocali; ma allora non lo è, come abbiamo visto, neppure avvertire,


protestare, promettere o battezzare. «Asserire » sembra soddisfare tutti i
criteri che avevamo per distinguere l'atto illocutorio. Considerate un'osser-
vazione ineccepibile come la seguente:
Nel dire che stava piovendo, non stavo scommettendo o dimostrando o
avvertendo: semplicemente lo stavo asserendo come fatto.
Qui « asserire » viene messo assolutamente sullo stesso piano di dimo-
strare, scommettere, e avvertire. O ancora:
Nel dire che ciò portava alla disoccupazione, non stavo avvertendo o
protestando: stavo semplicemente asserendo come stanno le cose.

Oppure, per prendere un diverso tipo di test anch'esso usato in prece-


denza, senza dubbio
Io asserisco che non è stato lui
è esattamente sullo stesso piano di
Io dimostro che non è stato lui,
Io suggerisco che non è stato lui,
Io scommetto che non è stato lui, etc.

Se io uso semplicemente la forma primaria o non esplicita dell'enunciato:


Non è stato lui
possiamo ugualmente rendere esplicito ciò che stavamo facendo nel dirlo,
oppure specificare la forza illocutoria dell'enunciato, col dire una qualsiasi
delle tre (o più) cose elencate sopra.
Inoltre, sebbene l'enunciato « non è stato lui » venga spesso proferito
come una asserzione, e sia allora incontestabilmente vero o falso (se
qualche enunciato lo è, è questo), non sembra: possibile dire che da questo
punto di vista sia diverso da «io. asserisco che non è stato lui ». Se
qualcuno dice «io asserisco che non è stato lui», noi esaminiamo la
verità della sua asserzione proprio nello stesso modo in cui faremmo se
egli avesse. detto.« non è stato lui » simpliciter, qualora l'avessimo conside-
rato, come naturalmente spesso faremo, un'asserzione. Cioè, dire «io
~sserisco che non è stato lui » è fare la stessa asserzione che dire « non è
stato lui »: non è fare una asserzione diversa riguardo a ciò che « io »
asserisco (tranne che in casi eccezionali: il presente storico e quello abitua-
le, etc.). Come notoriamente avviene, persino quando io dico «io penso
che sia stato lui » è scortese chi dice « questa è una asserzione che
riguarda te »: e per quest'enunciato è concepibile che vi sia la possibilità ;
100 COME FARE COSE CON LE PAROLE

che riguardi me stesso, mentre per « io asserisco che è stato lui » non è
possibile. Quindi non vi è necessariamente alcun conflitto tra
a) il fatto che proferire l'enunciato da parte" nostra sia fare qualcosa,
b) il fatto che il nostro enunciato sia vero o falso.
A questo riguardo confrontate, per esempio, « ti avverto che sta per
caricare », dove allo stesso modo si tratta di un avvertimento sia che sia
vero o falso che sta per caricare; e ciò entra. in questione nel valutare
l'avvertimento tanto quanto, anche se non proprio allo stesso modo, nel
valutare l'asserzione.
A prima vista, « io asserisco che » non sembra differire in alcun modo
sostanziale da «io sostengo che » (dire la qual cosa è sostenere che), « io
ti informo che », « io attesto, sotto giuramento, che », etc. Forse si posso-
no ancora stabilire alcune differenze « essenziali » tra questi verbi: ma
finora non è stato fatto niente in questo senso.
2) Inoltre, se pensiamo alla ~econda presunta opposizione, per cui i
performativi sono felici o infelici e le asserzioni vere o false, ancora dal
punto di vista dei presunti enunciati constativi, in particolare delle asser-
zioni, troviamo che le asserzioni sono soggette a tutti i generi di infelicità
cui sono soggetti i performativi. Rivolgiamo ancora uno sguardo indietro,
e consideriamo se le asserzioni non siano soggette esattamente alle stesse
invalidità, diciamo, degli avvertimenti attraverso ciò che abbiamo chiama-
to « infelicità » - cioè varie invalidità che rendono un enunciato infelice
senza, però, renderlo vero o falso.

Abbiamo già notato il senso particolare in cui dire, in quanto equivalen-


te ad asserire, « il gatto è sul cuscino » dà per implicito che io credo che
il gatto sia sul cuscino. Questo è parallelo al senso - è lo stesso senso - in
cui « io prometto di esserci » dà per implicito che io intendo esserci e che
credo che sarò in grado di esserci. Quindi l'asserzione è soggetta alla
forma di infelicità dell'insincerità; e anche alla forma di infelicità dell'infra-
zione nel senso che dire o asserire che il gatto è sul cuscino mi impegna a
dire o ad asserire « il cuscino è sotto il gatto » tanto quanto il performati-
vo « io definisco X come Y » (diciamo nel senso di un decreto) mi
impegna ad usare in seguito quei termini in modi particolari, e si può
vedere come ciò sia connesso ad atti quali il promettere. Questo significa
che le asserzioni possono dare luogo ad infelicità dei nostri due generi r.
Cosa dire ora riguardo alle infelicità dei generi A e B, che rendevano
l'atto - avvertire, impegnarsi, etc. - nullo e senza effetto? Una cosa che
ASSERZIONI, PERFORMATIVI E FORZA ILLOCUTORIA 101

somiglia ad una asserzione può essere nulla e senza effetto tanto quan-
to un contratto putativo? La risposta sembra essere Sì, e in modo
importante. I primi casi sono A.1 e A.2, in cui non c'è alcuna conven-
zione (oppure non c'è una convenzione accettata) o in cui le circostan-
ze non sono appropriate al richiamarsi, da parte di chi parla, a tale
convenzione. Molte infelicità proprio di questo tipo colpiscono le as-
serzioni.
Abbiamo già notato il caso di una asserzione putativa che presuppone
(come si usa dire) l'esistenza di ciò a cui si riferisce; se una tale cosa non
esiste, « l'asserzione » non riguarda niente. Ora, c'è chi dice che in tali
circostanze, se, ad esempio, qualcuno asserisce che l'attuale re di Francia
è calvo, « la questione se egli sia calvo o meno non si pone »; ma è
meglio dire che l'asserzione putativa è nulla e senza effetto, proprio come
quando io dico che ti vendo qualcosa ma non lo possiedo oppure (essen- .
do andato distrutto in un incendio) non esiste più. Spesso i contratti sono
nulli perché gli oggetti a cui si riferiscono non esistono, il che comporta
un in.successo del riferimento.
Ma è importante notare inoltre che anche le «,asserzioni » sono sogget-
te ad infelicità di questo genere in altri modi ancora paralleli ai contratti,
alle promesse, agli avvertimenti, etc. Proprio come spesso diciamo, ad
esempio, «non puoi dàrmi degli ordini», nel senso di «non hai il diritto
di darmi degli ordini», che equivale a dire che tu non sei in posizione
adatta per farlo: nello stesso modo spesso vi sono cose che non puoi·
asserire - non hai nessun diritto di asserire - non sei in posizione tale da
asserirle.
Adesso tu non puoi asserire quante persone ci sono nella stanza accan-
to; se tu dici «ci sono cinquanta persone nella stanza accanto », io posso
solo ritenere che tu stia tirando a indovinare o facendo un'ipotesi (proprio
come talvolta non mi stai dando un ordine, il che sarebbe inconcepibile,
ma magari mi stai chiedendo di farlo in maniera alquanto sgarbata, così
in questo caso tu stai « azzardando un'ipotesi» in modo piuttosto stra-
no). Qui si tratta di qualcosa che, in altre circostanze, potresti essere in
posizione tale da asserire; ma cosa dire quanto alle asserzioni riguardo ai
sentimenti di altre persone o riguardo al futuro? Una previsione o persi-
no una predizione riguardo, diciamo, al comportamento della gente è
realmente una asserzione? È importante considerare la situazione lingui-
stica nella sua totalità.
Proprio come talvolta non possiamo conferire delle nomine ma soltan-
to ratificare una nomina già conferita, allo stesso modo a volte non
possiamo asserire ·ma soltanto confermare una asserzione già fatta.
102 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Le asserzioni putative sono soggette anche ad infelicità del tipo B,


difetti, e lacune. Qualcuno « dice qualcosa che in realtà non intendeva
dire » - usa la parola sbagliata - dice « il gatto è sul cuscino ». quando
intendeva dire « ratto ». Si presentano altre banalità analoghe - o meglio
non del tutto banalità; poiché è possibile discutere tali enunciati completa-
mente in termini di significato come equivalente al senso e al riferimento
e quindi confondersi riguardo ad esse, sebbene siano veramente fac;ili da
capire.
Una volta che ci rendiamò conto che ciò che dobbiamo studiare non:è
la frase ma il proferimento di un enunciato in una situazione linguistica,
non è quasi più possibile non rendersi conto che asserire è eseguire un
. atto. Inoltre, confrontando l'asserire con ciò che abbiamo detto riguardo
· all'atto illocutorio, esso è un atto a cui, tanto quanto ad altri atti illocuto-
ri, è essenziale « assicurare la ·recezione »: il dubbio che può sorgere
riguardo al fatto se ho asserito qualcosa, qualora questo non sia stato
sentito o capito, è esattamente lo stesso dubbio che può sorgere riguardo
al fatto se ho avvertito sottovoce o se ho protestato, qualora qualcuno
non l'abbia considerata una protesta, etc. E le asserzioni « entrano in
vigore» tanto quanto le « nomine », per dire: se ho asserito qualcosa,
allora questo mi impegna ad altre asserzioni: altre asserzioni da me fatte
saranno al loro posto oppure fuori luogo. Anche alcune tue asserzioni
potranno d'ora in poi contraddirmi o non contraddirmi, confutare le mie
o non confutarle, e cosl via. Se magari una asserzione non sollecita una
risposta, ciò non è comunque indispensabile per tutti gli atti illocutori. E
sicuramente nell'asserire noi eseguiamo, o possiamo eseguire, atti perlocu-
tori di tutti i generi.
Al massimo si potrebbe sostenere, e con una certa plausibilità, che
non esiste alcun obiettivo perlocutorio specificamente associato all'asse-
rire, come c'è invece per l'informare, il sostenere, etc.; e questa relativa
purezza può costituire una ragione per la quale assegnamo alla « asser-
zione » una certa posizione particolare. Ma ciò sicuramente non giustifi-
cherebbe l'assegnare, diciamo, alle « descrizioni», se il termine è usato
correttamente, una analoga priorità, e in ogni caso è verp di molti atti
illocutori.
Tuttavia, considerando la questione dal punto di vista dei performati-
vi, possiamo ancora avere la sensazione che essi manchino di qualcosa
che le asserzioni invece hanno, anche se, come abbiamo mostrato, non è
vero l'inverso. I performativi sono, beninteso, incidentalmente dire
qualcosa come pure fare qualcosa, ma possiamo avere la sensazione· che
essi non siano essenzialmente veri o falsi come lo sono le asserzioni.
ASSERZIONI, PERFORMATIVI E FORZA ILLOCUTORIA 103

Possiamo avere la sensazione che in questo caso vi sia una dimensione


entro la quale giudichiamo, stimiamo o valutiamo l'enunciato constativo
(ammettendo in modo preliminare che sia felice) che non si presenta
nel caso degli enunciati non constativi o performativi. Ammettiamo che
tutti questi elementi della situazione devono essere in regola perché si
possa dire che sono riuscito ad asserire qualcosa, tuttavia quando ci
sono riuscito sorge la questione: ciò che ho asserito era vero o falso? E
abbiamo la sensazione che questa, parlando in termini correnti, sia ora
la questione di stabilire se l'asserzione « corrisponde ai fatti». Sono
d'accordo con questo: i tentativi di dire che l'uso dell'espressione « è
vero» sia equivalente all'approvare o a qualcosa di simile non servono
a nulla. Quindi qui disponiamo di una nuova dimensione per la critica
dell'asserzione compiuta.
Ma ora
1) un'analoga valutazione oggettiva dell'enunciato compiuto non si
presenta forse, almeno in molti casi, con altri enunciati che appaio-
no tipicamente performativi; e
2) questo resoconto delle asserzioni non è un po' troppo semplifica-
to? Innanzitutto, è ovvio che si scivoli ·verso la verità o la falsità
nel caso, ad esempio, dei verdettivi, quali stimare, giudicare, e
dichiarare. Cosl noi possiamo:
stimare esattamente o per esempio, che sono le due e
erroneamente mezza
giudicare correttamente o per esempio, che egli è colpevole
meno
dichiarare correttamente o per esempio, che il battitore è eli-
meno minato.
Non diremo «veridicamente» nel caso dei verdettivi, ma sicuramen-
te ci interesseremo della stessa questione; e avverbi quali « esattamen-
te », « erroneamente», « correttamente » e « inesattamente » si usano
anche con le asserzioni.
O ancora, c'è un parallelo tra il dedurre e il dimostrare fondatamente ·
o validamente e. il fare una asserzione vera. Non è solo questione di •
vedere se egli ha dimostrato o dedotto, ma anche di vedere se aveva
diritto di farlo, e se c'è riuscito. Si può avvertire e consigliare corretta- ·.
mente o scorrettamente, bene o male. Analoghe considerazioni sorgono l
riguardo alla lode, al biasimo, e alle congratulazioni. Il biasimo è fuori
104 COME FARE COSE CON LE PAROLE

luogo se, per dire, tu hai fatto la stessa cosa che stai biasimando; e
sorge sempre la questione di vedere se la lode, il biasimo o le congratu-
lazioni erano meritati o immeritati: non è sufficiente dire che l'hai
biasimato ed ecco tutto - si preferisce comunque, con ragione, un atto
ad un altro. La questione di vedere se la lode o il biasimo sono meritati
è piuttosto diversa dalla questione di vedere se sono opportuni, e si può
fare la stessa distinzione nel caso dei consigli. Dire che un consiglio è
buono o cattivo è una cosa diversa dal dire che è opportuno o inoppor-
tuno, anche se la scelta del momento giusto per dare un consiglio è più
importante, al fine di valutarne la bontà, di quanto lo sia la scelta del
momento giusto per il biasimo al fine di valutare se è meritato.
Possiamo essere sicuri che il fare un'asserzione vera sia una classe di
valutazione diversa dal dimostrare validamente, dal consigliare bene,
dal giudicare imparzialmente, e dal biasimare in modo giustificato?
Que::;te cose non hanno qualcosa a che fare, in modi complicati, con i
fatti? Lo stesso è vero anche per gli esercitivi quali battezzare, nomina-
re, lasciare in eredità, e scommettere. I fatti entrano in questione tanto
quanto la conoscenza o l'opinione che ne abbiamo.
Ebbene, naturalmente si fanno costantemente dei tentativi di realizza-
re questa distinzione. Si sostiene che la fondatezza degli argomenti (se
non sono argomenti deduttivi, i quali sono « validi ») e il fatto che un
rimprovero sia meritato non sono questioni oggettive; oppure ci viene
detto che nell'avvertire dovremmo distinguere l'« asserzione » che il
toro sta per caricare dall'avvertimento stesso. Ma valutate· anche un
attimo se la questione ·della verità o falsità è poi cosl oggettiva. Ci
chiediamo: « E un'asserzione imparziale? ·», e le buone ragioni e le
prove per asserire e per dire sono cosl diverse dalle buone ragioni e
dalle prove per atti performativi quali dimostrare, avvertire, e giudica-
re? Il constativo, allora, è sempre vero o falso? Quando un constativo
viene messo a confronto con i fatti, noi in effetti lo valutiamo in modi
che comportano l'impiego di una grande varietà di termini che si sovrap-
pongono a quelli che usiamo nella valutazione dei performativi. Nella
vita reale, in opposizione alle semplici situazioni affrontate nella teoria
logica, non sempre si può rispondere in maniera semplice se un constati-
vo è vero o falso.
Supponiamo di mettere a confronto «la Francia è esagonale» con i
fatti, in questo caso, suppongo, con la Francia: quest'asserzione è vera o
falsa? Ebbene, se volete, fino ad un certo punto; naturalmente io posso
capire ciò che intendi col dire che è vera per certi propositi e scopi. Va
abbastanza bene per un generale di massimo grado, forse, ma non per un
ASSERZIONI, PERFORMATIVI E FORZA ILLOCUTORIA 105

geografo. « Naturalmente è piuttosto approssimativo », dovremmo dire,


«e va piuttosto bene come asserzione piuttosto approssimativa». Ma
allora qualcuno dice: «Ma è vera o è falsa? Non mi interessa se è
approssimativa o meno; senza dubbio è approssimativa, ma deve essere
vera o falsa - è una asserzione, no? » Come si può rispondere a questa
domanda, se è vero o falso che la Francia è esagonale? È soltanto
approssimativo, e questa è l'esatta e definitiva risposta alla questione
del rapporto tra « la Francia è esagonale » e la Francia stessa. È una
descrizione approssimativa; non è una descrizione vera o una descrizio-
ne falsa. ·
Ancora una volta, nel caso dell'asserire veridicamente o falsamente,
tanto quanto nel caso del consigliare bene o male, sono importanti i
propositi e gli scopi dell'enunciato e il suo contesto; ciò che è considera-
to vero in un libro di scuola può non essere considerato tale in un'opera
di ricerca storica. Considerate il constativo « Lord Raglan vinse la batta-
glia di Alma», ricordando che Alma fu una battaglia vinta dai soldati,
se mai ve ne fu una, e che gli ordini di Lord Raglan non furono mai
trasmessi ad alcuni dei suoi subalterni. Quindi Lord Raglan vinse la
battaglia di Alma o no? Naturalmente in certi contesti, magari in un
libro di scuola, è perfettamente giustificabile dire cosl - è un po' un'esa-
gerazione, forse, e non si porrebbe il problema di dare per questo una
medaglia a Raglan. Come «la Francia è esagonale» è approssimativo,
cosl « Lord Raglan vinse la battaglia di Alma » è esagerato e adatto ad
alcuni contesti e non ad altri; non avrebbe senso insistere sulla sua
verità o falsità.
In terzo luogo, consideriamo la questione di stabilire se è vero che
tutte le oche polari migrano nel Labrador, dato che forse talvolta un'oca
menomata quando migra non riesce ad arrivare alla meta. Di fronte a
problemi del genere, molto hanno sostenuto, con molta imparzialità, che
enunciati come quelli che iniziano con« tutti ... » sono definizioni prescrit-
tive oppure consigli di adottare una regola. Ma quale regola? Quest'idea
ha origine in parte dalla mancata comprensione del riferimento di asserzio-
ni di questo genere, che è limitato a ciò che è noto; noi non possiamo
proprio fare la semplice asserzione che la verità delle asserzioni dipende
dai fatti, in quanto distinti dalla conoscenza dei fatti. Supponete che
prima della scoperta dell'Australia X dica: « Tutti i cigni sono bianchi ».
Se in seguito si trova un cigno nero in Australia, X viene confutato? La
sua asserzione è ora falsa? Non necessariamente: egli ritirerà ciò che ha
asserito ma potrebbe dire « non parlavo di cigni in assoluto in ogni
luogo; per esempio, non facevo una asserzione riguardo ad eventuali cigni
106 COME FARE COSE CON LE PAROLE

presenti su Marte » 1 • Il riferimento dipende dalla conoscenza che si ha al


momento in cui viene proferito l'enunciato.
La verità o la falsità della asserzioni è influenzata da ciò che esse
escludono o includono e dal loro essere fllorvianti, e cosl via. Cosl, ad
esempio, le descrizioni, delle quali si dice che sono vere o false oppure, se
volete, sono « asserzioni », sono sicuramente esposte a queste critiche,
poiché esse sono selettive e pronunciate con uno scopo. È essenziale
rendersi conto che « vero» e « falso », come « libero» e « non libero »,
non stanno per alcunché di semplice, ma soltanto per una dimensione
generale dell'essere una cosa giusta o corretta da dire, in opposizione ad
una cosa sbagliata, in queste circostanze, a questo uditorio, per questi
scopi e con queste intenzioni.
In generale possiamo dire questo: sia con le asserzioni (e, ad esempio,
le descrizioni) sia con gli avvertimenti, etc., può sorgere la questione di
vedere, ammesso che tu avessi diritto·di avvertire ed abbia effettivamente
avvertito, asserito, o consigliato, se tu avevi ragione ad asserire o avverti-
re o consigliare - non nel senso di vedere se ciò era opportuno o conve-
niente, bensl di vedere se, in base ai fatti e alla tua conoscenza dei fatti, e
in base agli scopi per i quali hai parlato, e cosl via, quella era la cosa
giusta da dire.
Questa teoria differisce abbastanza da molto di quanto hanno detto i
pragmatisti, nel senso che il vero è ciò che funziona, etc. La verità o la
falsità di un'asserzione dipende non soltanto dai significati delle parole
ma da quale atto stavi eseguendo in quali circostanze.
Alla fine allora cosa rimane della distinzione tra l'enunciato performati-
vo e quello constativo?
In realtà possiamo dire che ciò che avevamo in mente a questo proposi-
to era questo:
a) Con l'enunciato constativo, noi facciamo astrazione dagli aspetti illo-
cutori (senza contare quelli perlocutori) dell'atto linguistico, e ci concen-
triamo su quelli locutori: inoltre, usiamo una nozione ipersemplificata
della corrispondenza ai fatti - ipersemplificata perché essenzialmente que-
st'ultima introduce l'aspetto illocutorio. Questo è l'ideale di ciò che sareb-
be giusto dire in ogni circostanza, per qualsiasi scopo, a qualunque udito-
rio, etc. Talvolta forse viene realizzato.

1 [N.d.T.: Il problema del riferimento di enunciati di questo tipo fu in seguito al centro di

un dibattito organizzato da Austin stesso sulla rivista Analysis: cfr. ]. L. AusTIN, Ali swans are
white or black. Does this re/erto possible swans on canals on Mars?, Analysis 18, 1958, 97-99].
ASSERZIONI, PERFORMATIVI E FORZA ILLOCUTORIA 107

b) Con l'enunciato performativo, noi prestiamo la massima attenzione


alla forza illocutoria dell'enunciato, e facciamo astrazione dalla dimensio-
ne della corrispondenza ai fatti.

Forse nessuna di queste astrazioni è cosl vantaggiosa: forse in questo


caso non siamo davvero di fronte a due antipodi, ma piuttosto ad uno
sviluppo storico. Ora in certi casi, magari con le formule matematiche nei
testi di fisica come esempi di constativi, oppure con il proferire semplici
ordini esecutivi o con il dare semplici nomi, per dire, come esempi di
performativi, siamo vicini a trovare cose di questo genere nella vita reale.
Sono stati esempi di questo genere, come « mi scuso », e « il gatto è sul
cuscino » detto per nessuna ragione immaginabile, casi estremi e margina-
li, che hanno dato origine all'idea di due enunciati distinti. Ma la vera
conclusione deve certamente essere che per noi è necessario a) distinguere
tra atti locutori e illocutori, e b) specialmente, e in modo critico, stabilire
in relazione ad ogni genere di atto illocutorio - avvertimenti, valutazioni,
verdetti, asserzioni, e descrizioni- in quale modo specifico (se ve n'è
uno) si intende che essi siano, in primo luogo a .proposito o fuori luogo, e
secondariamente, « giusti » o « sbagliati »; quali termini di valutazione
vengono usati per ogni atto e cosa significano. Questo è un campo di
ricerca molto vasto e certamente non porterà ad una semplice distinzione
tra « vero » e « falso » ; e non porterà neppure ad una distinzione tra le
asserzioni e gli altri atti, poiché asserire è soltanto uno dei numerosissimi
atti linguistici che appartengono alla classe degli atti illocutori.
Inoltre, in generale l'atto locutorio tanto quanto quello illocutorio è
soltanto un'astrazione: ogni autentico atto linguistico è sia l'uno che l'al-
tro. (Questo è analogo al modo in cui l'atto fatico, l'atto retico, etc., sono
pure astrazioni). Ma, naturalmente, noi tipicamente distinguiamo diversi
« atti » astratti attraverso i possibili errori di realizzazione, cioè, in questo
caso, i diversi tipi di nonsenso che si possono produrre nell'eseguire tali
atti. Possiamo confrontare questo punto con. ciò che è stato detto nella
lezione d'apertura riguardo alla classificazione dei generi di nonsenso.
Lezione XII
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA

Abbiamo lasciato molti punti in sospeso, ma dopo un breve riassunto


dobbiamo procedere. Come è apparsa la distinzione « constativi » - « per-
formativi» alla luce della nostra più recente teoria? In generale e relativa-
mente a tutti gli enunciati presi in· considerazione (eccetto forse le impre-
cazioni), abbiamo trovato:
1) la dimensione felicità/infelicità,
la) una forza illocutoria,
2) la dimensione verità/falsità,
2a) un significato (senso e riferimento) locutorio.

La teoria della distinzione performativo/constativo sta alla teoria degli


atti locutori e illocùtori nell'atto linguistico totale come la teoria particola-
re rispettò alla teoria generale. E il bisogno di una teoria generale nasce
semplicemente perché la «asserzione» tradizionale è un'astrazione, un
ideale, come pure la sua tradizionale verità o falsità. Ma riguardo a
questo punto non potrei fare niente di più che far esplodere alcuni fuochi
d'artificio pieni di speranza. In particolare, le seguenti conclusioni fanno
parte di quelle che volevo suggerire:
A) L'atto linguistico totale nella situazione linguistica totale è il solo
fenomeno reale che, in ultima analisi, siamo impegnati a spiegare.
B) Asserire, descrivere, etc., sono soltanto due nomi tra · i moltissimi
altri nomi di atti illocutori; essi non occupano alcuna posizione ecce-
zionale.
C) In particolare, essi non occupano alcuna posizione ·eccezionale per
quel che riguarda la questione dell'essere collegati ai fatti in un modo
eccezionale chiamato l'essere vero o falso, perché la verità e la falsità non
sono (tranne che mediante un'astrazione artificiale che è sempre possibile
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA 109

e legittima per certi scopi) nomi che indicano relazioni, qualità, o altro,
bensl una dimensione di valutazione - in che condizioni stanno le parole
quanto all'essere soddisfacenti riguardo ai fatti, gli eventi, le situazioni,
etc., a cui si riferiscono.
D) Allo stesso modo, occorre eliminare, come moltissime dicotomie, la
familiare antitesi che oppone « normativo o valutativo » al fattuale.
E) Possiamo giustamente avere l'impressione che la teoria del « signifi-
cato » come equivalente a « senso e riferimento » richiederà sicuramente
una certa epurazione e riformulazione nei termini della distinzione tra atti
locutori e illocutori (se queste nozioni sono valide: qui sono soltanto
abbozzate). Ammetto che in questa sede non si è fatto abbastanza: ho
preso il vecchio « senso e riferimento » basandomi sulle opinioni corren-
ti. Ma qui dovremmo esaminare di nuovo l'asserzione che abbiamo
chiamato «nulla » per insuccesso del riferimento, ad esempio l'asserzio-
ne « tutti i figli di Giovanni sono calvi » fatta quando Giovanni non ha
figli.

Ora, abbiamo detto che c'era ancora una cosa che ovviamente occorre
fare, che è questione di prolungate ricerche sul campo. Molto tempo fa
abbiamo detto che avevamo bisogno di una lista dei « verbi performativi
espliciti »; ma alla luce della teoria più generale vediamo adesso che ciò
di cui abbiamo bisogno è una lista delle forze illocutorie di un enunciato.
La vecchia distinzione, comunque, tra primario ed esplicito sopravviverà'
abbastanza felicemente alla trasformazione dalla distinzione performativo/
constativo alla teoria degli atti linguistici. Infatti da allora in poi ci è
apparso legittimo supporre che la specie di test suggeriti per i verbi
performativi espliciti(« dire ... è ... », etc.) andranno bene, e di fatto van-
no meglio per selezionare quei verbi che rendono esplicita, come diremo
d'ora in poi, la forza illocutoria di un enunciato, ovvero esplicitano quale
atto illocutorio stiamo eseguendo nel proferire quell'enunciato. Ciò che
non sopravviverà alla transizione, se non forse come un caso marginale e
limitante, e ciò sai;à difficilmente sorprendente perché ci ha dato dei
problemi fin dall'inizio, è la nozione della purezza dei performativi: que-
sta si basava essenzialmente su una credenza nella dicotomia tra performa-
tivi e constativi, che, come vediamo, deve essere abbandonata in favore di
famiglie più generali di atti linguistici che sonò connessi tra loro e che si
sovrappongono gli uni agli altri; che sono proprio ciò che dobbiamo ora
cercare di classificare.
.110 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Usando quindi (con attenzione) il semplice test della prima persona


singolare del presente indicativo nella forma attiva, e scorrendo il diziona-
rio (uno piccolo dovrebbe andare bene) con spirito liberale, otteniamo
una lista di verbi dell'ordine della terza potenza di 10 1 • Ho detto che
avrei tentato una specie di generale classificazione preliminare e avrei
fatto alcune osservazioni riguardo alle classi proposte. Ebbene, si parte.
Vi farò fare soltanto un giro, magari con più sforzo che risultato.
Distinguo cinque classi molto generali: ma sono lungi dall'essere ugual-
mente soddisfatto di tutte'. Comunque, sono sufficienti per fare il diavolo
a quattro con due feticci con cui ammetto di essere incline a farlo, cioè
1) il feticcio vero/falso, 2) il feticcio valore/fatto. Chiamo quindi queste
classi di enunciato, classificate secondo la loro forza illocutoria, con i
seguenti nomi più o meno sgradevoli:
1) Verdettivi.
2) Esercitivi.
3) Commissivi.
4) Comportativi (questo è terribile).
5) Espositivi.

Le considereremo in quest'ordine, ma prima· darò un'idea approssimati-


va di ognuna.
I primi, i verdettivi, sono caratterizzati dall'emissione di un verdetto,
come il nome dà per implicito, da parte di una giuria, un arbitro, o un
giudice di gara. Ma non è necessario che siano definitivi; possono essere,
ad esempio, una stima, un calcolo, o una valutazione. Si tratta essenzial-
mente di emettere una sentenza riguardo a qualcosa - un fatto, o un
valore - ·riguardo a cui, per ragioni varie, è difficile essere certi.
I secondi, gli esercitivi, consistono nell'esercitare dei poteri, dei diritti,
oppure un'influenza. Ne sono esempi il conferire una nomina, votare,
ordinare, esortare, consigliare, avvertire, etc.
· I terzi, i commissivi, sorio caratterizzati dal fatto di promettere o
altrimenti di assumersi un impegno; essi ti impegnano a fare qualcosa, ma
comprendono anche le dichiarazioni o gli annunci riguardo alle proprie
intenzioni, che non sono promesse, e anche delle cose piuttosto vaghe che
potremmo chiamare lo sposare una causa, come ad esempio lo schierarsi a

1 Perché usare questa espressione anziché 1000? In primo luogo, ha un'aria solenne e

scientifica; in secondo luogo, perché va da 1000 a 9999 -un buon margine - mentre l'altra
poteva essere intesa come ·« circa 1000 » - un margine troppo ristretto.
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA 111

favore di qualcuno. Hanno delle ovvie connessioni con i verdettivi e gli '
esercitivi.
I quarti, i comportativi, sono un gruppo molto eterogeneo, e hanno a
che fare con gli atteggiamenti e il comportamento sociale. Ne sono esempi
lo scusarsi, il congratularsi, l'encomiare, il condolersi, l'imprecare e lo
sfidare.
I quinti, gli espositivi, sono difficili da definire. Essi rendono chiaro il
modo in cui i nostri enunciati si inseriscono nel corso di una discussione
o di una conversazione, il modo in cui stiamo usando le parole, oppure,
in generale, consentono l'esposizione. Ne sono esempi « io replico », « io
dimostro », « io ammetto », « io esemplifico », « io assumo », « io postu-
lo ». Dovremmo avere ben chiaro fin dall'inizio che restano ampie possibi-
lità di casi limite, o difficilmente risolvibili, oppure di sovrapposizioni.
Le ultime due classi sono quelle che a mio parere danno più problemi,
e potrebbe darsi benissimo che non siano chiare o che siano classificate in
modo incrociato: o anche che ci sia bisogno nel complesso di una nuova
classificazione. Non sto proponendo nessuna di queste classi come mini-
mamente definitiva. I comportativi creano dei problemi perché sembrano
nel loro insieme troppo eterogenei: e gli espositivi perché sono enorme-
mente numerosi ed importanti, e sembrano sia essere compresi nelle altre
classi che, allo stesso tempo, essere eccezionali in un modo che non sono
riuscito a chiarire neppure a me stesso. Si potrebbe benissimo dire che
tutti gli aspetti sono presenti in tutte le mie classi.

1. VERDETTIVI

Sono esempi:
assolvo riconosco colpevole giudico (come questio-
ne di fatto)
ritengo (da un punto interpreto come intendo (understand)
di vista legale)
lo leggo come regolo calcolo
computo preventivo individuo
situo faccio risalire a misuro
lo fisso lo rendo lo prendo come
classifico colloco assegno un posto
stimo valuto descrivo
caratterizzo diagnostico analizzo
112 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Si trovano ulteriori esempi nelle valutazioni o stime sul carattere di


una persona, quali « lo chiamerei operoso ».
I verdettivi consistono nel rilasciare una· sentenza, ufficiale o non uffi-
ciale, sulla base di una prova o di ragioni Jiguardo al valore o al fatto,
nella misura in cui è possibile distinguerli. Un verdettivo è un atto
giudiziario, che è distinto dall'atto legislativo o dall'atto esecutivo, i quali
sono entrambi esercitivi. Ma alcuni atti giudiziari, nel senso più ampio in
cui sono compiuti da giudici anziché ad esempio da giurie, in realtà sono
esercitivi.
I verdettivi hanno ovvie connessioni con la verità e la falsità, la validi-
tà e la non validità e l'equità e l'iniquità. Che il contenuto di un verdetto
sia vero o falso viene dimostrato, ad esempio, in una discussione sul fatto
che un arbitro abbia dichiarato « eliminato », « tre strikes », o « quattro
balls » 2 •

Confronto con gli esercitivi


In quanto atti ufficiali, la decisione di un giudice fa legge; la sentenza
di una giuria fa sl che chi è dichiarato colpevole sia un criminale; da parte
di un arbitro il considerare eliminato un battitore, o il chiamare un fallo o
un lancio nullo, fa sl che il battitore sia eliminato, che il servizio sia un
fallo, o che il lancio sia un lancio· nullo. Ciò viene fatto in virtù di una
posizione ufficiale: ma tende ancora ad essere corretto o scorretto, giusto
o sbagliato, giustificabile o ingiustificabile sulla base di una prova. Non
viene compiuto come una qecisione pro o contro. L'atto giudiziario è, se
volete, esecutivo, ma dobbiamo distinguere l'enunciato esecutivo «lo
avrai» dal verdetto «è tuo», e analogamente dobbiamo distinguere il
valutare i danni dal risarcirli. ·

Confronto con i commissivi


I verdettivi hanno un effetto, nella legge, su noi stessi e sugli altri. Il
dare un giudizio o una valutazione, ad esempio, ci impegna davvero ad
una certa condotta futura, nel senso che qualsiasi atto linguistico ci impe-
gna e forse anche di più, perlomeno alla coerenza, e forse noi sappiamo a

2 [N.d.T. Austin utilizza qui esempi tratti dal gioco del baseball: strike indica un lancio

valido, che può essere battuto, mentre bai! indica un lancio che il battitore deve lasciar passare.
Dopo tre strikes non battuti il battitore è eliminato; dopo quattro balls da parte del lanciatore il I
battitore passa di diritto alla prima base].
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA 113

cosa c1 impegnerà. Cosl dare un certo giudizio ci impegnerà, o, come


diciamo noi, ci impegna a risarcire i danni. Inoltre, attraverso un'inter-
pretazione dei fatti possiamo impegnarci ad un certo giudizio o ad una
certa valutazione. Dare un giudizio può benissimo essere anche abbrac-
ciare una causa; può impegnarci a prendere le difese di qualcuno,
proteggerlo, etc.

Confronto con i comportativi

Congratularsi può implicare un giudizio sul valore o sul carattere di


una persona. Ancora, in un senso di «biasimare» che è equivalente a
« ritenere responsabile », biasimare è un verdettivo, ma in un altro senso
è adottare un atteggiamento nei confronti di una persona ed è quindi un
comportativo.

Confronto con gli espositivi


Quando dico << io interpreto », « io analizzo », « io descrivo », « io
caratterizzo », questo, in un certo senso, è dare un giudizio, ma è essen-
zialmente collegato a questioni verbali e al chiarificare ciò che diciamo.
« Ti considero· eliminato » deve essere distinto da « considero quello
"eliminato" »; il primo è un giudizio dato l'uso delle parole, come « descri-
verei ·quello come codardo »; il secondo è un giudizio riguardo all'uso
delle parole, come « descriverei quello come "codardo"».

2. ESERCITIVI

Un esercitivo è il comunicare una decisione pro o contro una certa


condotta, o la difesa di questa. È una decisione che qualcosa deve essere
cosl, distinta da un giudizio secondo cui è cosl: è sostenere che dovrebbe
essere cosl, contrapposto alla stima secondo la quale è cosl; è aggiudicare,
contrapposto ad una valutazione; è una condanna contrapposta ad un
verdetto. ·
Gli arbitri e i giudici fanno uso degli esercitivi come pure del proferire
dei verdettivi. Le conseguenze di ciò possono essere che altre persone
sono « obbligate » oppure sono « autorizzate » o « non autorizzate » a
compiere certi atti.
114 COME FARE COSE CON LE PAROLE

È una classe molto estesa; ne sono esempi:


nomino degrado destituisco
licenzio scomunico do il nome
ordino comando do istruzioni
condanno multo concedo
arruolo voto per propongo candidato
scelgo rivendico dono
lascio in eredità perdono rassegno le dimissioni
avverto consiglio patrocino
prego chiedo supplico
incito insisto raccomando
proclamo annuncio invalido
revoco abolisco abrogo
decreto sospendo l'esecuzione di pongo il veto a
dedico dichiaro chiuso dichiaro aperto

Confronto con i verdettivi


« Io ritengo », « io intepreto », e cosl via, se sono ufficiali, possono
essere atti esercitivi. In questo caso si può benissimo dire « io interprete-
rò » e questo è un discreto test per vedere se si tratta di un verdettivo o
di un esercitivo. Inoltre, « io aggiudico » e « io assolvo » sono esercitivi,
che saranno basati su dei giudizi.

Confronto con i commissivi


Molti esercitivi quali permett(), autorizzo, delego, offro, concedo, dono,
ratifico, punto (al gioco) e acconsento di fatto impegnano ad una condotta.
Se dico « io dichiaro guerra >> oppure « io rinnego », l'intero scopo del
mio atto è quello di impegnarmi p~rsonalmente ad una certa condotta. La
connessione tra un esercitivo e l'impegnarmi· è stretta quanto quella tra
significato e implicazione. È ovvio che nominare e dare il nome ci impe-
gnano davvero, ma diremmo piuttosto che conferiscono poteri, diritti,
nomi, etc., oppure li cambiano o li tolgono.
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA 115

Confronto con i comportativi


Esercitivi quali « io sfido », « io protesto », « io approvo », sono stret-
tamente connessi con i comportativi. Sfidare, protestare,approvare, affida-
re, e raccomandare possono essere l'assumere un atteggiamento o l'esegui-
re un atto.

Confronto con gli espositivi


Esercitivi quali « io ritiro », « io sollevo un'eccezione », e «io obiet-
to», quando sono usati nel contesto di una discussione o di una conversa-
zione, possono essere considerati degli espositivi.
Contesti tipici in cui vengono usati gli esercitivi sono:
1) nell'accettare cariche e nomine, candidature, elezioni, ammissioni,
dimissioni, destituzioni e richieste,
2) in consigli, esortazioni, e petizioni,
3) in abilitazioni, ordini, condanne e annullamenti,
4) nella condotta di riunioni e affari,
5) in diritti, rivendicazioni, accuse, etc.

3. COMMISSIVI

L'intero scopo di un commissivo è di impegnare chi parla ad una certa


condotta. Sono esempi:·
prometto convengo contraggo
mi incarico di mi obbligo a do la mia parola
sono deciso a intendo dichiaro la mia inten-
zione
mi propongo di progetto ho intenzione di
mi prefiggo prevedo di medito di
immagino mi impegno giuro di
garantisco mi faccio garante di scommetto
faccio voto di sono d'accordo" acconsento
mi dedico a mi dichiaro a favore di parteggio per
adotto lotto per abbraccio (una causa)
sposo (una causa) mi oppongo accordo preferenza a
116 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Le dichiarazioni di intenzione sono diverse dagli impegni, e si potrebbe


dubitare che debbano essere classificati insieme. Come si ha una distinzio-
ne tra incitare e ordinare, allo stesso modo si ha una distinzione tra
intendere e promettere. Ma sono entrambi compresi dal performativo
primario « farò »; si hanno cosi le locuzioru « probabilmente farò», « fa-
rò del mio meglio», «con tutta probabilità farò».
Si scivola anche verso i « descrittivi ».Al limite posso solamente asseri-
re che ho una certa intenzione, ma posso anche dichiarare o esprimere o
annunciare la mia intenzione o decisione. « Io dichiaro la mia intenzio-
ne» indubbiamente mi impegna davvero; e dire «io intendo» general-
mente è dichiarare o annunciare. Avviene la stessa cosa con· lo sposare
una causa, come, ad esempio, in« io dedico la mia vita a... ». Nel caso di
commissivi come « accordo preferenza a », « mi oppongo », « adotto il
punto di vista», « scelgo il modo di vedere», e «abbraccio (una cau-
sa) », non si può asserire che si accorda preferenza, si è contrari, etc.,
generalmente, senza annunciare che lo si fa. Dire « io accordo preferenza
a X » può essere, a seconda del contesto, votare per X, sposare la causa X,
oppure approvare X.

Confronto con i verdettivi


I verdettivi ci impegnano a delle azioni in due modi:
a) a quelle necessade per la coerenza con il nostro verdetto e a suo
sostegno,
b) a quelle che possono essere le conseguenze di un verdetto, o che
queste possono comportare.

Confronto con gli esercitivi


Gli esercitivi ci impegnano alle conseguenze di un atto, per esempio
del- battezzare [naming]. Nel caso particolare dei permissivi potremmo
domandarci se debbano essere classificati come esercitivi o come commis-
sivi.

Confronto con i comportativi


Reazioni quali risentirsi, approvare, e lodare comportano davvero lo
sposare una causa e l'impegnarsi come lo comportano il consiglio e la
scelta. Ma i comportativi ci impegnano, per implicazione, ad un comporta-
mento simile, e non a quell'effettivo comportamento. Cosl se io disappro-
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA 117

vo, assumo un atteggiamento riguardo al comportamento passato di qual-


cun altro, ma posso ·impegnarmi soltanto ad evitare un comportamento
simile.

Confronto con gli espositivi


Giurare, promettere, e garantire che qualcosa è ad un certo modo
funzionano come espositivi, come, ad esempio, quando dai la tua parola
che hai fatto qualcosa, non che lo farai. Chiamare, definire, analizzare, e
assumere formano un gruppo, e dare appoggio, essere d'accordo, dissenti~
re, sostenere, e difendere formano un altro gruppo di illocuzioni che
sembrano essere sia espositivi che commissivi.

4. COMPORTATIVI

I comportativi includono la nozione di reazione ,riguardo al comporta-


mento e alle sorti di altre persone, e di atteggiamenti, e loro manifestazio-
ni, riguardo alla condotta passata o imminente di qualcun altro. Vi sono
ovvie connessioni sia con l'asserire o il descrivere quali sono i nostri
sentimenti che con l'esprimere, nel senso di dare libero sfogo ai nostri
sentimenti, sebbene i comportativi siano distinti da entrambi.
Sono esempi:
1. Per le scuse abbiamo «mi scuso».
2·. Per i ringraziamenti abbiamo « ringrazio ».
3. Per la partecipazione ai sentimenti altrui abbiamo « deploro », « mi
dolgo », « mi complimento », « mi condolgo », « mi congratulo »,
« mi felicito », « condivido (i vostri sentimenti) ».
4. Per gli atteggiamenti abbiamo « mi risento », « non m'importa »,
« rendo omaggio », « critico », « mi lagno », « mi lamento », « ap-
plaudo », « tollero », « lodo », « depreco », e gli usi non esercitivi
di « disapprovo », « approvo», e « accordo preferenza a ».
5. Per i saluti abbiamo « dò il benvenuto», «ti dico addio».
6. Per gli auguri abbiamo « benedico », « maledico », «brindo a»,
« bevo alla salute di », e « auguro » [wish] (nell'uso strettamente
performativo). ·
7. Per le sfide abbiamo « oso », «provoco », «protesto », « sfido ».
118 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Nel campo dei comportativi, oltre alla consueta predisposizione alle


infelicità, c'è un ambito speciale per' l'insincerità.
Vi sono ovvie connessioni con i commissivi, in quanto lodare o dare
appoggio è sia reagire ad un comportamento che impegnarsi ad una linea
di condotta. C'è anche una stretta connessione con gli esercitivi, in quan-
to approvare può essere un esercizio di autorità o una reazione ad un
comportamento.
Altri esempi che stanno al confine tra le classi sono « raccomando »,
« tollero », « protesto », « supplico » e « sfidò ».

5. ESPOSITIVI

Gli espositivi vengono usati in atti di espos1z1one che comportano


l'illustrare opinioni, il portare avanti discussioni, e il chiarificare usi e
riferimenti. Abbiamo ripetutamente detto che si può discutere riguardo al
fatto se questi non siano anche atti verdettivi, esercitivi, comportativi o
commissivi; possiamo anche discutere riguardo al fatto se non siano pure
descrizioni dei nostri sentimenti, del nostro modo di procedere, etc.,
specialmente a volte quando si tratta di far seguire l'azione alla parola,
come quando dico « passo ora a», « cito », « adduco », « riepilogo »,
« ripeto che », « rendo noto che».
Esempi che possono benissimo esere considerati verdettivi sono:
« analizzo », « classifico », « interpreto », che comportano l'esercizio di
un giudizio. Esempi che possono benissimo essere considerati esercitivi
sono « concedo », « incito », « dimostro », « insisto », che comportano
l'esercizio di un ascendente o l'esercizio di poteri. Esempi che possono
benissimo essere considerati commissivi sono: « definisco », « conven-
go », « accetto », « sostengo.», « do appoggio », « testimonio », « giu-
ro >>, che comportano l'assunzione di un obbligo. Esempi che possono
benissimo essere considerati comportativi sono: « sollevo un'obiezio-
ne », « esito », che comportano l'adottare un atteggiamento o l'esprime-
re un sentimento.
Per ogni buon conto, vi fornirò alcune liste per indicare !'estensione
del campo. Sono assolutamente fondamentali esempi quali «asserisco»,
« affermo », «nego », « metto in evidenza», « esemplifico », « rispon-
do». Un numero enorme di verbi, quali «interrogo», «domando»,
« nego », etc., sembrano riferirsi naturalmente, ma non più necessaria-
mente, allo scambio conversazionale: e tutti, beninteso, hanno un riferi-
mento alla situazione comunicativa.
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA 119

Ecco quindi una lista di espositivi 3 :


1. affermo [affirm] sollevo un'obiezione a
nego obietto a
asserisco [state] aderisco a
descrivo riconosco
classifico rinnego
identifico
5a. correggo
2. osservo rivedo
faccio menzione di
?intervengo 6. postulo
deduco
3. informo dimostro
rendo noto tralascio
racconto ?metto in evidenza
rispondo
replico 7. comincio con
mi ri~olgo a
3a.domando termino con
4. testimonio 7a. interpreto
riferisco distinguo
giuro analizzo
congetturo definisco
?dubito 7 b.esemplifico
?so spiego
?credo formulo
7c.intendo
5 . .accetto mi riferisco
ammetto chiamo
·ritiro / intendo [understand]
sono d'accordo considero come
Per ricapitolare, possiamo dire che il verdettivo è un esercizio del
giudizio, l'esercitivo è un'affermazione di influenza o un esercizio di pote-
re, il commissivo è un'assunzione di un obbligo o dichiarazione di un'in-
tenzione, il comportativo è l'adozione di un atteggiamento, e l'espositivo
è la chiarificazione di ragioni, argomentÌ, e comunicazioni.
)
3 [Sono mantenute qui la disposizione e la numerazione stabilite da Austin. Il senso genera-
le del raggruppamento è ovvio, ma nelle carte ancora esistenti non c'è.alcuna precisa interpreta-
zione di esso. I punti interrogativi sono di Austin. J.0.U;]. · ·
120 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Come al solito non ho laseiato abbastanza tempo pèr dire perché ciò
che ho detto è interessante. Quindi farò solo un esempio. I filosofi si
sono interessati per lungo tempo della parola « buono » e, piuttosto
· recentemente, hanno cominciato a seguire il criterio di esaminare il modo
in cui la usiamo, quale uso ne facciamo. Si è<suggerito, ad esempio, che la
usiamo per esprimere approvazione, per lodare, o per dare una valutazio-
ne. Ma non arriveremo a farci veramente un'idea chiara riguardo a questa
parola « buono » e alle cose per fare le quali la usiamo finché, idealmen-
te, non avremo una lista completa degli atti illocutori di cui lodare, dare
una valutazione, etc., sono esemplari isolati - finché non sappiamo quanti
atti di questo genere vi sono e quali sono le loro relazioni e interconnes-
sioni. Ecco allora un esempio di una possibile applicazione del tipo di
teoria generale che abbiamo esaminato; senza dubbio ve ne sono molte
altre. Volutamente non ho ingarbugliato la teoria generale con problemi
filosofici (alcuni dei quali sono abbastanza complessi da meritare quasi la
loro celebrità); con ciò non si deve intendere che io non ne sia consapevo-
le. Naturalmente, ciò è destinato ad essere un po' noioso e arido da
ascoltare e da assimilare; certo non tanto quanto lo è da· pensare e da
scrivere. Inoltre lascio ai miei lettori l'autentico divertimento di applicarlo
in filosofia.
In queste lezioni, quindi, ho fatto due cose che nel complesso non mi
piace fare. Queste sono;
1) presentare un programma, cioè, dire cosa si dovrebbe fare piuttosto
che fare qualcosa;
2) tenere delle conferenze.

Comunque, contro il punto 1), mi piacerebbe molto pensare di avere


un po' riordinato il modo in cui le cose hanno già cominciato a muoversi
e vanno con slancio sempre maggiore in alcune parti della filosofia,
piuttosto che di aver proclamato un manifesto individuale. E contro il
punto 2), vorrei certamente dire che nessun luogo potrebbe essere per me
un posto ih cui tenere conferenze più piacevole di Harvard.
APPENDICE

L'utilizzo principale delle serie di appunti presi da chi era presente alle
lezioni, del· discorso alla B.B.C. sui performativi pubblicato nei Collected
Papers, dell'articolo presentato a Royaumont sotto il titolo Per/ormatif-
Constatif, e del nastro della conferenza tenuta a Gothenberg nell'ottobre
1959, è stato quello di controllare la ricostruzione del testo inizialmente
fatta indipendentemente, a partire dalle raccolte di appunti preparate da
Austin. Si è riscontrato che in quasi tutti i pa~si gli appunti di Austin
avevano bi&ogno di poche integrazioni ricavabili dalle fonti secondarie,
essendo molto più completi di qualunque di esse. Sono stati aggiunti
alcuni esempi caratteristici tratti da queste fonti, e anche alcune espressio-
ni caratteristiche in passi in cui gli appunti di Austin non erano in forma
letteraria. Il valore essenziale delle fonti secondarie è stato quello di un
controllo sull'ordine e sull'interpretazione nei passi in cui gli appunti di•
Austin sono frammentari.
Un elenco dei brani più importanti in cui sono state fatte aggiunte e
ricostruzioni del testo di Austin viene dato qui di seguito.

Pagina 11. Riga 8 ss. Negli appunti è stata aggiunta una riga supple-
mentare dopo la riga che termina con « ciò che ci serve è», in cui si
legge: « in un certo senso, perlomeno attrae l'attenzione precisamente
su ciò che vogliamo in certi casi ».
Pagina 12. Accanto alle righe 3-4 c'è una nota in margine in cui si
legge: «"pronunciare parole" una nozione comunque non cosl sempli-
ce! » ·
Pagina 26. Negli appunti l'esempio di Giorgio è incompleto. Il testo
si basa principalmente sulla versione della B.B.C.
Pagina '26. In una nota a parte si trova un'aggiunta al punto 1) in cui
si legge: « persino procedure per inserirsi nelle procedure come "io
gioco". Sarebbe tuttavia possibile respingere tutto ».
122 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Pagina 29. Dalla riga 5 sino alla fine del primo paragrafo è una espan-
sione fatta dal curatore di appunti molto concisi.
Pagina 30. Tutto il brano dall'inizio del primo paragrafo fino al para-
grafo conclusivo della lezione escluso è una versione composita ricava-
ta da varie versioni incomplete che si trovano in appunti di periodi
diversi preparati da Austin.
Pagina 35. In un'aggiunta in margine alla prima riga del primo para-
grafo si legge: « Restrizioni su "pensieri" qui? ».
Pagina 37. In un'aggiunta in margine alle ultime righe del primo para-
grafo si legge: « forse si potrebbe classificare qui obbligo "morale" X
obbligo "rigido": ma cosa dire della minaccia non chiamata né in un
modo né nell'altro! ».
Pagina 41. Nella nota a margine alla fine del penultimo paragrafo si
legge:
il dire [to say ], presuppone
dire [saying] dà per implicito [implies]
quello che dici implica [entails]
Pagina 41. Il paragrafo conclusivo è una espansione degli appunti di
Austin basata principalmente su quelli di George Pitcher.
Pagina 50. Da metà pagina sino alla fine della lezione il testo è una
fusione ottenuta da due serie di appunti di Austin stesi prima del
1955. Gli appunti del 1955 sono frammentari in questo punto.
Pagina 54. Da «Ora possiamo dire» sino alla fine del paragrafo è
una espansione congetturale degli appunti di Austin, in cui si legge:
« Ora noi usiamo "come si deve intendere" e "rendere chiaro" (e an-
che, abbastanza plausibilmente, "affermare che"): ma non vero o falso,
non descrizione o resoconto ».
Pagina 56. Nell'aggiunta in margine accanto alle prime righe della
pagina si legge: « occorrono criteri per evoluzione del linguaggio ».
Pagina 56. Nell'aggiunta in margine accanto al paragrafo che inizia
con « La formula performativa esplicita ... » si legge: « ?fuorviante: è il
dispositivo cfr. precisione ». ,
Pagina 68. In un'aggiunta in margine alla riga 25 si legge: «e i non
espliciti fanno entrambe le cose ».
Pagina 70. Negli appunti di Austin la lezione VII finisce qui. Dagli
appunti di Harvard sembra che là la prima parte della lezione VIII sia
stata inclusa nella lezione VII.
Pagina 72. Nella nota in margine accanto alle righe 1-2 si legge: « dis-
se == asserì affermò» [asserted stated].
APPENDICE 123

Pagina 77. Nella nota in margine all'inizio della pagina datata 1958 si
legge:
Nota: 1) Tutto questo non è chiaro! distinzioni etc.
2) e in tutti i sensi pertinenti -A) e B) X C) - non saranno
performativi tutti gli enunciati?
Pagina 78. Alla riga 24 « come per il dare per implicito » è basato
sugli appunti di Pitcher. Austin ha « Oppure "dare per implicito", è lo
stesso? ».
Pagina 80. Il passo dalla riga 28 sino alla fine del paragrafo è aggiun-
tu sulla base delle fonti secondarie. Non è presente negli appunti di
Austin.
Pagina 87. Le spiegazioni di 1) e 2) sono state aggiunte ricavandole
dagli appunti di Pitcher.
Pagina 88. Il paragrafo che inizia con « Cosl abbiamo qui ... » è stato
aggiunto ricavandolo dagli appunti di Pitcher.
Pagina 90. Il passo dalla riga 22 « Un giudice ... » sino alla fine del
paragrafo è stato aggiunto ricavandolo dagli' appunti di Pitcher.
Pagina 92. L'esempio dell'« Iced ink », sebbene fosse famoso tra gli
allievi di Austin, non si trova negli appunti. È stato aggiunto ricavan-
dolo da molte fonti secondarie.
Pagina 96. a) e b) sono una espansione di appunti molto concisi basa-
ta su fonti secondarie.
Pagina 101. Negli appunti si legge letteralmente alla fine del primo
paragrafo: « Contratti spesso nulli perché oggetti che essi riguardano
non esistono - insuccesso del riferimento (ambiguità totale o non esi-
stenza) ».
Pagina 101. Prima dell'ultima frase del terzo paragrafo del testo
abbiamo negli appunti: « (N.B. Detto naturalmente mai/non asserire),
(Anche "detto" ha le sue ambiguità».
Pagina 105. Il paragrafo che inizia con « In terzo luogo ... » è stato
esteso sulla base degli appunti di Pitcher e di Demos.
Pagina 106. Nel MS « avevi ragione nel » è scritto sopra « ragione a »
alla riga 16, ma « ragione a » non è cancellato.
Pagina 114. Nel margine accanto al confronto con i verdettivi c'è una
nota in cui si legge: « Cfr. dichiaro guerra, dichiaro chiuso, dichiaro
che esiste lo stato di guerra ».
124 COME FARE COSE CON LE PAROLE

Pagina 116. Dopo il paragrafo che finisce con «con tutta probabilità
farò », negli appunti si legge: « Prometto che probabilmente farò».
Supponiamo che Austin non lo intendesse come un esempio di un uso
ammissibile. ~

Pagina 117. Nella nota accanto a « brindo a » e « bevo alla salute di »


al punto 6 si legge: « oppure far seguire l'azione alle parole ».
Pagina 120. Da «Come al solito non ho ... » sino alla fine è una esten-
sione degli appunti di Austin basata in parte su una breve nota mano-
scritta separata di Austin e confermata dagli appunti di chi ha assistito
alle lezioni.
J.0.U.
M.S.
INDICE ANALITICO

Abituale 44, 50, 53, 99 Capacità 23; incapacità 30


Abusi (della proq:dura) 18, 19, 25 Cerimonia 19, 24, 31, 54, 58
Accettata (procedura) 24, 29, 33 Circostanze e performativi 11, 12, 17, 18,
Ambiguità 29, 41, 55, 58, 86 n, 92, 123 21, 22, 25-27, 29-35 passim; dell'enun-
Analisi, analizzare 49, 68, 111, 113, 119 ciazione 8, 21-22, 58, 62, 70, 83, 86,
Appropriate/a, circostanze 10, 12, 13, 16, 102, 103, 106, 107, 118
17, 25, 27, 29, 30, 35, 62, 101; perso- ·Classe 10 q, 11, 35, 81, 84, 85, 107, 111;
na 17, 25, 29, 31, 35, 101; inappropria- classificare 51, 53, 67, 83, 116; classifi-
te 23, 26, 28, 30, 32, 33, 101 cazione 19, 21, 24, 32, 61 n, 92, 95,
Asimmetria 49, 50, 51 97, 110, 111, 116
Asserire [stating] 7-107 passim, 116, 122; Codice di procedura 25, 27
e performativi 9, 15, 37-44, 48, 51, 53, Coerenza 112, 116
54, 68, 69, 98-100, 104, 122; come Colpevole/innocente 34, 35, 46, 47, 48.,
espositivo 118; come atto illocutorio 49
98-100, 106-109 Colpi a vuoto 18, 19, 22, 23, 24, 25
Asserzione [assertion] 34, 40, 41, 44, 66, Comando, ordine 7, 26, 56, 73
68, 72, 100, 119 Come 90, 97
Asserzioni [statements] e fatto 7-9, 38, Commissivi 89, 110, 112, 114-119 passim
104-109 (dr. constativi; descrivere); in- Completezza/incompletezza 16, 19, 21,
felicità 20, 40, 41, 100, 101 (cfr. assur- 24, 26, 29, 31, 32, 33, 36, 81, 85
do); verità/falsità 7, 8, 98-108 passim; Comportamento 63, 67, 101, 111, 118
come atti linguistici 20, 55, 73 Comportativi 61, 63, 64, 67, 110-120 pas-
Assurdo (discorso) 20, 38, 39 sim
Atteggiamenti 59, 61, 63, 66, 111-119 Comprensione 87, 106
passim Con (col), fare 80, 81; dire 15, 51, 69,
Attivo 45, 47, 67 71, 82, 90-97
Attò. passim; vano 31; vs. movimento 20, Con ciò 46, 47, 48, 57
84, 98; gli atti sono azioni 79-80 (cfr. Concomitanti 13, 58
convenzionale; performativo; linguisti- Condanna 74, 113, 114, 115
co); azione. passim, 21, 36; cfr. parole Condotta (comportamento) 8, 17, 33, 37,
Avverbi 57, 59, 61, '103; sintagmi avver- 67, 112, 115, 116, 117, 118
biali 57, 59, 80 Congiunzioni 57, 58
Conseguenze 17, 19, 33, 76-77, 80, 83-90,
Bene, buono 9, 120 91, 95, 113, 116; vs. effetti· 79,. 87
126 INDICE ANALITICO

Consigliare 29-46 passim, 56, 73, 74, 76, Effetti del dire 76, 79, 83 n, 85-90; cfr.
86 n, 103-114 passim nullo
Constativi, enunciati 8, 9, 9 n, 38, 42, 44, Enunciati, enunciare passim 69; e atto
52, 55, 59, 68, 69, 71, 74, 83, 83 n, 90, (azione) 13, 19, 21, 28, 46, 67; primari
92, 98-109 (cfr. descrivere; performati- 55, 5~, 63, 99; uso degli 8, 48, 49, 50
vi; asserzioni); verbi 53 (cfr. illocuzione)
Contesto 58, 65, 67, 69, 75, 85, 105, 115, Esercitivi 9 n, 89, 104, 110-119 passim
116 Esclamazione 7, 57, 98
Contradditorietà 40 Esistenza 20, 25, 27, 28, 32, 59, 101,
Contraddizione 20, 38, 39, 41, 44, 102 117, 123
Contratto 11, 41, 43, 101, 123; 1 sociale Esplicito/a, caratteristica 48; enunciati
26 performativi 9, 9 n, 16, 27, 28, 29,
Convenzionali/e, atti (azioni) 19, 20, 54, 45-69 passim, 86 n, 97, 122; forma 9,
78, 80, 86 n, 87, 90, 95; espressioni 49, 69; forza illocutoria 110; verbi per-
61, 64; forza 82, 86; procedura 17-20, formativi 46, 48-71 passim, 82, 90, 97,
23, 24-33; effetti 17, 24, 77; non con- 109; 51, 53, 77; non esplicito, enuncia-
venzionali 83, 88, 89, 90, 101; conven- to 99; linguaggio 56; performativo 28,
zioni del linguaggio 77, 85 n, 59, 97; 29, 31, 52, 53, 55, 122 (cfr. primario)
cfr. illocuzione ' Espositivi 61 n, 64-67, 89, 110-119; chia-
Conversazione 65, 111, 115, 118 mati anche «enunciativi» 61n
Correttezza 19, 28, 29, 35, 36, 103, 112 Etica, atti etici 8, 13, 20; cfr. bene;
Costrizione 21, 33, 80, 88 obbligo
Criteri, delle illocuzioni, perlocuzioni
91-99 passim; dei performativi 43, Falsità e riferimento non esistenziale 20
45-53, 60, 63-64, 67-69, 109; 94, 122 (cfr. presupposizione); e performativi
14, 44, 61, 64, 65; cfr. vero/falso
·Fare passim; ùn'azione 83, 83n; e tentare
Deduzione 57, 65, 103
79, 93; e performativi 10-28 passim,
Definire 7, 10 n, 26, 28, 32, 39, 51, 52, 38, 43, 48, 51, 60., 83, 98, 103; e dire
58, 62, 100, 105, 118, 119 (in generale) 69-70, 71, 78, 82, 90-99
Descrivere 7, 8-10, 12, 13, 28, 29, 45, passim
48-55 passim, 59-68 passim, 74, 86 n, Fatico (atto) 70-73, 86, 90, 92, 96, 107
102, 106, 107, 108, 111-119 passim, Fatto 7, 8, 32, 38, 68, 83 n, 95, 99,
122 (cfr. constativi; presupposizione); 103-113 passim; vs. valore 109, 110;
fallacia descrittiva 8, 75 cfr. asserire
Dire passim; atto di 70-71, 75-77; cfr. Felice, atto 35; esecuzione 37, 87; feli-
(il-) locùzione; (non) potere 38-39, 40, ce/infelice: performativo 16-17, 33,
60, 78-96 passim; sensi di 70-71, 82, 36, 37, 38, 43-44, 52, 54, 79, 98, 100;
87, 92, 101-102; dire e: (non) asserire enunciato 65, 69, 99, 103, 108; cfr.
15, 50, 54, 100, 101, 122, 123; assume- infelicità
re 66; dare per implicito etc. 122; pro- Fema 69, 73-74
posizioni rette da che 54-55, 73 Filosofia, filosofi 7-9, 15, 16, 20, 24, 32,
Dispositivi, del negare la responsabilità 55, 59, 71, 75, 77
79; linguistici 56-58 Fonetico (atto) 70-73, 86, 90
Domanda, domandare 7, 57, 67, 74, 105, Forza degli enunciati/delle parole 55, 56,
118, 119 57, 58; illocutoria 74, 75, 77, 78, 82,
Dizionario 94, 110 86, 87, 90, 99, 107, 108, 109, 110;
Dovere 9, 43, 56; e «essere» 27; essere performativa 59; vs. significato 29, 56,
in obbligo 41 75
INDICE ANALITICO 127
Frase e atto locutorio 82; e enunciati uso/i 75, 77, 82, 90, 91, 93, 96; 38,
lOn; performativa 9, 10; uso della 55, 68, 88; cfr. ordinario
75, 77, 82; vs. asserzione 7, 20, 102; Linguistico, atto 21 (di discorso), 34, 42,
46, 73 108, 109 (cfr. illocuzione); dispositivi
Funzioni del linguaggio/delle parole 48, 56-58; cfr. situazione
56, 75 Locuzione, atto locutorio 46, 71, 74-76,
98, 107, 108; locutorio/i, significato
Giudizio, giudicare 104, 105, 113, 118, 108; verbi 94
119 Locuzioni 60, 61; 64, 66
Grammatica, studiosi di 7-9, 10 n, 15, 41, Logica, logici 42, 44, 104; costruzione lo-
47, 69-74 passim, 91 (cfr. linguaggio); gica 7 n, 21
criteri grammaticali per i performativi
45, 47-53, 54 n, 69 Matrimonio 10-36 passim, 50, 64, 96

Illocuzione, atto illocutorio 10 n, 74-120; Nomi 23, 30, 48, 84, 91, 107, 109; di atti
e convenzione 77, 82, 87, 90, 95; ed 84-91 passim; date il nome (battezzare)
effetti 77, 79, 86, 87 (cfr. recezione); 26, 28, 41, 45, 73, 84, 90, 94, 99, 102,
forze illocutorie 75, 85, 99, 107, 108; 104, 113, 114, 116; ai bambini 13, 16,
elenco ordinato delle, 110-119; verbi 23n; alle navi 10, 12, 23, 87
illocutori 91, 93, 94, 96, 110-119 Nominare 23, 29, 30, 32, 88, 104, 110,
Imperativo 10, 29, 47, 56, 58; 46 114
Impersonale (verbo) 46, 48 Non senso•8, 9, 107
Implicazione 14, 37-40, 43-44, 66, 67, Nullo/a, atto (azione) 13, 17, 18, 21, 23,
78, 87, 100, 114, 116, 122, 123; e cre- 24, 100; non nullo 33, 34, 35, 36, 44;
denza 40, 44 contratto 101, 123; procedura 29;
Implicazione logica 38-41 enunciato etc. 20, 21, 41, 74, 109
Indebite, applicazioni 18, 19, 26, 29, 30,
35; esecuzioni 19; 29, 31, 32; invoca- Obbligo 13, 32, 37, 44, 122
zioni 18, 19, 25-30 Ordinario (comune, di tutti i giorni), vita
Indeterminatezza 28, 31, 36, 55, 58, 69, 29, 31, 32; (uso di) linguaggio/parole
74, 78 39, 77, 84 n, 91
Indicativo 9, 45, 47-53, 110 Ordine 26-116 passim; delle parole 7, 57
Infelicità, dei performativi 16-37 passim,
40, 44, 64; dimensioni escluse 21, 22, Parassitico (uso) 22, 70 n, 78
24, 35, 36; delle asserzioni 40, 100, Parlante (chi parla) 12, 25, 29, 58, 68,
101, 102; 19, 20, 118 76, 79, 85, 87, 93, 101; cfr. persona
Intendere, intenzione 8, 13, 17; 18, 21, Parole passim; atto (azione) col dire
33-35, 36-37, 40, 44, 50, 53, 58-59, 67, 11-13, 15, 24, 25, 50, 85, 87; far segui-
74-119 passim, 116 re l'azione alle 51, 62, 64, 118, 124;
Intonazione 57, 70, 72 uso delle 94, 96, 111, 113; cfr. lessico;
lo 48, 99; cfr. persona significato; suoni
Pensare, pensieri 17, 32, 33-36, 38, 40,
Legge, avvocati 9 n, 11, 16, 20, 22, 23, 68, 69, 76, 99, 122
28-31 passim, 36, 46, 51, 64, 67, 89, J>erformativo/a, chiamato anche « perfor-
90, 95 n, 96, 112, 113 matorio » 10 n, 15; atto 104; forza
Lessico 44, 46-47, 48, 52, 70, 71, 72, 84 59; parte iniziale 68 (cfr. esplicito);
Linguaggio, convenzioni 85n; funzioni uso 117; enunciati performativi 7-71,
75; storia 11, 51, 55, 56, 63, 107, 122; 83 n; e frasi 29, 49, 52, 82; confrontati
imprecisione etc. 56; teoria 79, 80; con i constativi etc. 9, 15, 20, 37-45,
128 INDICE ANALITICO

49, 52, 59, 60, 64, 67, 69, 74, 98 (cfr. Sentimenti 17, 33-34, 59; 61, 63, 64, 68,
criteri); condizioni di felicità 15 s. pas- 76, 78, 91, 101, 117, 118
sim, 37 (cfr. infelicità, sincerità); per- Significato 11, 58, 59, 73, 75, 77, 82,
formativi e illocuzioni 96-97, 107; ver- 86, 86 n, 94, 106, 114; come senso e
bi performativi 49-110 passim riferii;pento 70, 71, 75, 102, 108, 109;
Perlocuzione, atto perlocutorio 74, 76-77, vs. forza 29, 56, 75, 78, 87, 90; privo
102, 106 (cfr. con); non è convenziona- di 41, 74
le 90; verbi perlocutori 93-96 Sincerità/insincerità 13-14, 18, 19, 22,
Persona: prima plurale 45; prima singola- 33-36, 40, 44, 61, 64, 65, 100, 118
re presente indicativo 9, 45, 48-68, 55, Situazione (linguistica) 26, 29, 32, 35,
110; 38; seconda/terza 46, 48 (cfr. im- ' 42, 48, 101, 102, 103, 104, 108, 109,
personale); persone 12, 17, 25-33 pas- 118
sim, 40, 47-48, 76, 86 n, 87, 101, 113 Sociale, comportamento 111; contratto
Pragmatisti 106 26; forme etc. 55; società 63
Presente 38, 45, 48-53, 99 Successo 38, 41, 56, 79, 87; riuscire a...
Presupporre, presupposizione 20, 39-41, (sott. con successo) 86, 103
43-44, 101, 122 Suoni;- emettere suoni 70, 71, 85, 86, 92,
Primario (performativo) 29, 53, 55, 59, 94; cfr. fonetico (atto)
63, 99, 109, 116
Procedura 17-20, 25-36, 40, 41, 55; cfr.
abusi; accettata; infelicità Tempo (del verbo) 45-46, 49, 52, 92; cfr.
Promessa passim; falsa 13-14, 21 •presente
Proposizione 8, 40, 41 Teoria 79, 80, 104, 108, 109, 120

Recezione 31, 87, 88, 90, 102 Uditorio (chi ascolta) 29, 31, 76, 87, 106
Rema 70, 74 Uso passim; e performativi 31, 49, 51,
Retico (atto) 70-73, 86, 86 n, 90, 92, 96, 53, 67, 117; scorretto 93; parassitico
107 22, 69 n, 78; prolettico 93, 97; cfr.
Riferimento 31, 41, 78, 85, 86, 86n, 87, enunciati; linguaggio; ordinario
105, 109, 118, 123; e senso 70-73 pas-
sim, ·:82, 102, 108 ' Valore 112, 113; vs. fatto 109, 110,
Rituale 18, 20, 29, 31, 53, 64 112
Valutazione 103-104, 107, 110, 111
Sapere 55, 68, 119; conoscenza 104, 105, Verbi passim; e illocuzioni 90-120; e per-
106 formativi 9, 26, 45-71 passim, 82, 90,
Scienza 56 97, 100, 109 (cfr. esplicito); e perlocu-
Scommettere 10-51 passim, 99, 104, 115 zioni 90-97; cfr. constativo; tempo
Scusarsi 3 7-38, 43, 44, 51, 55, 60, 61, 66, Verdettivi 35, 67, 89, 103, 110-119 pas-
88, 107, 111, 117 sim
Scuse 13, 35 Vero/falso 1-100 passim, 108, 110; e valu-
Senso 38, 55, 56, 74, 95, 113; cfr. rife- tazione 108-109, 112; corrispondenza
rimento ai fatti 103-107
(
Insieme al Tractatus e alle Ricerche filosofichè di
Wittgenstein, Come fare cose con le parole è uno
dei libri che hanno maggiormente influenzato la
filosofia del linguaggio del '900: ricco di forza po-
lemica e di intuizioni geniali, il lavoro di Austin
ha segnato la svolta dalla concezione del linguag-
gio inteso come descrizione del mondo alla conce-
zione del linguaggio come azione.
Il libro raccoglie il testo delle William James Lec-
tures, tenute da Austin all'Università di Harvard
nel 1955. L'idea che sta alla base di queste lezioni
trae origine dalla critica alla «fallacia descrittiva»,
cioè all'errore, frequente tra i filosofi, di credere
che ogni frase apparentemente dichiarativa sia
sempre vera o falsa. Partendo dall'incontroverti-
bile esistenza di enunciati (i «performativi»), che
non sono né veri né falsi ma, se proferiti corretta-
mente, costituiscono l'esecuzione di un'azione
(p. e. promettere, scommettere, sposarsi), Austin
distingue, in un primo tempo, l~ classe dei «pre-
formativi» da quella dei «constativi », cioè gli
enunciati che sono veri o falsi. Ma questa biparti-
zione, come egli dimostra, non regge, perché an-
che l'asserire è un'azione: la seconda parte del cor-
so è quindi dedicata alla fondazione di una teoria
generale degli atti linguistici, distinti ora in tre ti-
pi, che sia in grado di rendere conto dei diversi usi
del linguaggio, superando cosl la restrizione neo-
positivista che escludeva dall'interesse del filosofo
gli enunciati a cui non era applicabile il principio
di verificazione.
Il lavoro di Austin sull'analisi del linguaggio ordi-
nario, bruscamente interrotto dalla sua prematura
scomparsa, è stato poi ripreso e formalizzato da
J. R. Searle, e costituisce ancora oggi uno stru-
mento di classificazione e comprensione del fun-
zionamento del linguaggio non solo per i filosofi e
i linguisti, ma anche per gli studiosi di altre disci-
pline, dalla giurisprudenza all'Intelligenza Artifi-
ciale, dalla sociologia alla teoria della letteratura.
J. L. Austin (1911-1960) è il più rappresentativo
tra i filosofi analitici di Oxford; formatosi sui testi
di Aristotele, fu uno dei !llaggiori esponenti della
cosiddetta «filosofia del linguaggio ordinario»,
corrente di pensiero nata a Oxford negli anni '30
e '40, che ha autonomamente sviluppato idee ana-
loghe a quelle che Wittgenstein diffondeva a
Cambridge nello stesso periodo.
Negli anni '50, come docente di filosofia morale
al Magdalen College di Oxford, Austin organiz-
zò una serie di incontri filosofici (i «Saturday
Mornings») in cui si discutevano testi di Aristote-
le, Frege (di cui aveva tradotto Die Grundlagen der
Arithmetik), Wittgenstein e Chomsky. Nello stes-
so periodo iniziava un corso di lezioni che forme-
ranno poi la base di Come fare cose con le parole.
Oltre al testo qui tradotto, Austin ha scritto di-
versi articoli, raccolti, dopo la sua scomparsa, in
Philosophical Papers (1961), e una serie di appunti
per una critica alla visione empirista della pe~ce•
zione, pubblicati nel 1962 con il titolo Sense and
Sensibilia. '

In preparazione:
V. Melchiorre, Corpo e persona