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Adalbert Stifter

Cristallo di rocca
A cura di Gabriella Bemporad

Adelphi eBook
TITOLO ORIGINALE:

Bergkristall
 
 
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anche parziale, non autorizzata
 
 
Prima edizione digitale 2019
 
 
© 1984 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
www.adelphi.it

ISBN 978-88-459-8075-6
CRISTALLO DI ROCCA
La nostra Chiesa celebra diverse feste che toccano il
cuore. È difficile immaginarne una più dolce della
Pentecoste e più grave e sacra della Pasqua. La tristezza e
la malinconia della Settimana Santa e quindi la solennità
della domenica ci accompagnano tutta la vita. Una delle
feste più belle la Chiesa la celebra quasi nel mezzo
dell’inverno, quando le notti sono pressoché le più lunghe e
le giornate le più brevi dell’anno, quando il sole sta più
obliquo sui nostri campi e la neve copre tutta la campagna:
la festa di Natale. Come in molti paesi la sera che precede
la festa della Natività del Signore si chiama la Vigilia di
Natale, così da noi si chiama la Sera santa, il giorno
seguente, il Giorno santo, e la notte di mezzo, la notte di
Natale. La Chiesa cattolica festeggia il giorno di Natale,
quale giorno della nascita del Redentore, con la massima
solennità, quasi dappertutto si celebra già la mezzanotte,
come l’ora della nascita del Signore, con una splendida
cerimonia notturna. Le campane chiamano attraverso l’aria
buia e silenziosa della notte invernale e gli abitanti con
lanterne o per scuri sentieri ben noti, giù da monti nevosi
lungo boschi coperti di brina, attraverso frutteti
scricchiolanti accorrono alla chiesa, da cui vengono i
rintocchi solenni, e che con le lunghe finestre illuminate
s’alza in mezzo al paese nascosto tra gli alberi bianchi di
ghiaccio.
Alla festa religiosa è congiunta una festa familiare. In
quasi tutti i paesi cristiani i fanciulli imparano a salutare la
venuta di Gesù Bambino – un bambino anche lui, il più
mirabile che mai sia venuto in terra – come una cosa
festosa, splendida, solenne, che ci accompagna tutta la vita,
e qualche volta ancora nella vecchiaia, al sorgere di ricordi
tristi, malinconici o commoventi ci riconduce ai giorni
d’allora, passando a volo con l’ali variopinte e rilucenti per
la tetra, desolata notte senza stelle. Si usa rallegrare i
bambini coi doni che Gesù Bambino ha portato. Questo si fa
di solito la vigilia di Natale, quando è scesa la sera. Si
accendono lumi e per lo più in gran numero, spesso sospesi
con le candeline sui bei rami verdi di un piccolo abete che
sta in mezzo alla stanza. I bambini non possono entrare fino
a che non si dà il segnale che Gesù è venuto e ha lasciato i
doni che aveva portato con sé. Allora la porta si apre, i
piccoli possono entrare e al meraviglioso scintillio delle luci
vedono appese all’albero o disposte sulla tavola cose che
sorpassano di gran lunga ogni loro immaginazione, che non
osano toccare, e, finalmente ricevute, tengono tutta la sera
tra le braccine e portano a letto con sé. Se poi talvolta
odono in mezzo ai loro sogni i rintocchi delle campane di
mezzanotte che chiamano i grandi alle funzioni della
chiesa, forse parrà loro che gli angioletti passino a volo per
il cielo, o che Gesù ritorni a casa dopo esser stato da tutti i
bambini e aver lasciato a ciascuno un dono meraviglioso.
Quando poi arriva il giorno seguente, il giorno di Natale,
tutto acquista un’aria solenne: la mattina presto starsene
nel tinello ben caldo coi loro vestiti migliori, mentre il
babbo e la mamma si fanno belli per andare in chiesa; a
mezzogiorno un pranzo festivo, un pranzo più buono che in
tutti gli altri giorni dell’anno; e nel pomeriggio o verso sera
vengono amici e parenti e siedono in circolo sulle seggiole
e sulle panche, ragionano tra loro e possono comodamente
guardare attraverso le finestre il paesaggio invernale, dove
cadono lentamente i fiocchi di neve o un velo di nebbia
fascia le montagne o scende all’orizzonte il freddo sole
color sangue. Qua e là per la stanza o sopra una seggiolina
o sulla panca o sul davanzale giacciono i doni favolosi di
ieri sera, ormai più noti e familiari.
Quindi passa il lungo inverno, viene la primavera e
l’estate che non finisce mai – e quando la mamma racconta
di nuovo di Gesù Bambino, e dice che presto sarà la sua
festa, e di nuovo scenderà in terra, sembra ai bambini che
dalla sua ultima venuta sia passato un tempo infinito, e la
gioia d’allora si perda nella nebbia grigia di una remota
lontananza.
Poiché l’eco di questo giorno dura tanto a lungo e il suo
riflesso giunge fino all’età matura, assistiamo così
volentieri alla festa e alla gioia dei bambini.
Nelle alte montagne della nostra patria c’è un paesino
con un campanile piccolo ma molto appuntito, che col rosso
di cui sono dipinte le sue tegole spunta dal verde di tanti
alberi da frutta e per questo suo color rosso si vede di
lontano nell’azzurro smorto e vaporoso dei monti. Il
paesino si trova proprio nel mezzo di una valle piuttosto
ampia, che ha quasi la forma di un cerchio un poco
allungato. Oltre la chiesa c’è una scuola, un municipio e
varie case di bell’aspetto, che formano una piazza, dove
stanno quattro tigli, che hanno in mezzo una croce di
pietra. Queste case non sono soltanto case di agricoltori,
ma ospitano nel loro grembo anche quelle manifatture
artigiane di cui il genere umano non può fare a meno e che
sono destinate a provvedere i prodotti necessari ai
montanari. Sparse qua e là nella valle e pei monti intorno ci
sono anche molte capanne isolate, come accade sovente in
montagna, che non solo hanno tutte in comune chiesa e
scuola, ma anche, coll’acquisto dei prodotti, pagano il loro
tributo a quelle botteghe d’artigiani di cui abbiamo detto.
Del paese fanno poi parte altre capanne ancora che dalla
valle non si possono neppure scorgere, nascoste ancora più
dentro ai monti, i cui abitanti scendono di rado a trovare i
loro compaesani, e d’inverno devono spesso conservare i
loro morti, per portarli a seppellire dopo che la neve si è
sciolta. Il personaggio più importante che i paesani hanno
occasione di vedere nel corso dell’anno, è il parroco. Lo
onorano molto, e di solito avviene che questi, soggiornando
a lungo nel paesino, s’abitui alla solitudine, ci rimanga
volentieri e vi continui a vivere tranquillamente. Per lo
meno a memoria d’uomo non s’è mai dato che il parroco del
paesino fosse persona desiderosa di veder mondo o
indegno del suo ministero.
Nessuna strada attraversa la valle, ma essi hanno i loro
sentieri carreggiabili, e su questi con un carretto a un
cavallo portano a casa i prodotti dei loro campi. Poca gente
viene perciò in quella valle; tra essa è talvolta un
camminatore solitario, amante della natura, che alloggia un
po’ di tempo nella camera buona dell’oste e contempla le
montagne; oppure un pittore che disegna nella sua cartella
il piccolo campanile a punta e le belle vette rocciose. Perciò
gli abitanti formano un mondo a sé, si conoscono tutti per
nome e sanno le storie di tutti dai tempi del nonno e del
bisnonno, si affliggono tutti se uno muore, sanno come si
chiama se uno nasce, parlano un linguaggio che differisce
da quello del piano, hanno le loro liti, che appianano da sé,
si aiutano tra loro, e si riuniscono tutti quando avviene
qualcosa di straordinario.
Sono molto abitudinari e tutto resta così com’era. Se un
sasso cade da un muro, lo stesso sasso viene rimesso al suo
posto, le case nuove vengono costruite come le vecchie, i
tetti guasti vengono accomodati con tegole uguali, e se in
una casa ci sono mucche pezzate, si allevano sempre vitelli
pezzati, e la casa ha sempre lo stesso colore.
A mezzogiorno del paese si vede una montagna coperta di
neve, che con le sue cime scintillanti sembra stia quasi
sopra i tetti delle case, ma in realtà non è poi così vicina.
Tutto l’anno, d’estate e d’inverno, s’affaccia sulla valle con
le sue rocce sporgenti e le sue distese bianche. Poiché è la
cosa più notevole che ci sia tutt’intorno, la montagna è
oggetto di osservazione da parte degli abitanti, ed è
diventata il centro di molti racconti. Non c’è uomo, giovane
o vecchio, del paese che non sappia raccontare qualcosa
delle sue cime e delle sue guglie, dei suoi crepacci e delle
sue grotte di ghiaccio, delle sue acque e delle sue lavine,
che ha visto egli stesso o di cui ha sentito raccontare da
altri. Questa montagna è anche l’orgoglio del paese, come
se l’avessero fatta loro, e non è detto, anche se si tiene
conto dell’onestà e della sincerità dei valligiani, che non
mentano talvolta a suo onore e gloria. La montagna, oltre a
essere la meraviglia del paese, dà anche un utile reale agli
abitanti, ché quando arriva una comitiva di alpinisti per
darne la scalata partendo da quella valle, gli abitanti del
paese fanno da guida, ed esser stato una volta guida, aver
sperimentato questo e quello, conoscere questo o quel
punto, è un segno di distinzione che ognuno è fiero di
mettere in mostra. Ne parlano spesso, seduti all’osteria, e
raccontano dei pericoli corsi e delle loro meravigliose
avventure e non mancano mai di ripetere ciò che ha detto
questo o quel viaggiatore, e quanto hanno ricevuto in
compenso delle loro fatiche. E poi dai suoi campi di neve la
montagna manda giù le acque, che alimentano un lago in
mezzo alle sue foreste, e danno origine al torrente che
corre allegro attraverso la valle, mette in moto la segheria,
il mulino e altre piccole industrie, tiene pulito il paese e
abbevera il bestiame. I boschi della montagna danno la
legna, e trattengono le valanghe. Per vene sotterranee e
per la terra porosa delle cime le acque calano e si diramano
per la valle, per ricomparire in fontanelle e sorgenti, da cui
gli uomini bevono e porgono al forestiero la loro acqua
squisita e spesso lodata. Ma a questi ultimi benefici essi
non pensano affatto e credono sia sempre stato così.
Se si considerano le vicende della montagna nel giro
dell’anno, d’inverno le due punte della sua vetta, che essi
chiamano corni, sono candide e nei giorni sereni spiccano
abbaglianti sull’azzurro cupo del cielo. Tutte le distese
intorno a queste cime sono allora bianche; bianche tutte le
pendici; persino le pareti a picco, che gli abitanti chiamano
muraglie, sono coperte di una brina bianca portata dal
vento e rivestite da un sottile strato di ghiaccio come da
una vernice, così che l’intera montagna sorge come un
palazzo incantato dalla grave massa dei boschi grigi di
brina, distesi intorno ai suoi piedi. D’estate, quando sole e
vento tiepido portano via la neve dalle pareti scoscese, i
corni si ergono, come dicono gli abitanti, neri nel cielo e sul
dorso hanno solo belle venature e chiazze bianche, ma in
realtà sono del delicato azzurro delle lontananze e quelle
che chiamano venature e chiazze non son bianche, ma
hanno il bel celeste latteo della neve lontana contro quello
più scuro delle rocce. Le distese intorno ai corni, invece,
nemmeno durante il gran caldo perdono nelle parti più alte
la neve, che proprio allora s’affaccia più bianca che mai sul
verde degli alberi della valle, ma dalle loro parti inferiori
cede la neve dell’inverno, che formava solo una lanugine, e
si scorge un incerto scintillio verdazzurro, che è il detrito
del ghiaccio, che ora rimane scoperto e saluta gli abitanti
laggiù nella valle. Al margine di questo scintillio, che di
lontano appare come una balza di schegge di pietre
preziose, è un ammasso selvaggio di giganteschi blocchi,
lastre e frantumi che si serrano confusamente l’uno
addosso all’altro. Quando l’estate è molto calda e lunga, i
ghiacciai vengono messi a nudo per un bel tratto, e allora
una distesa molto più grande di verde e d’azzurro s’affaccia
sulla valle, parecchie cime e pendici, che si erano sempre
viste bianche, rimangono allo scoperto, diviene visibile il
margine sporco del ghiaccio, dove ha spinto massi, terra e
mota, e acque molto più copiose del solito scendono giù
nella valle. E così continua, fino a che a poco a poco ritorna
l’autunno, l’acqua diminuisce, e a un certo momento una
gran pioggia grigia copre tutta quanta la piana, e quando le
nebbie si sciolgono dalle cime, la montagna ha rivestito di
nuovo il suo morbido manto, e le rocce, le punte e le guglie
se ne stanno tutte in bianca veste. Così, con poche
variazioni, si avvicendano gli anni, e così continuerà
sempre, fino a che la natura rimarrà com’è e ci sarà neve ai
monti e uomini nelle valli. Ogni piccolo cambiamento pare
grande agli abitanti della valle, lo osservano attentamente
e da esso calcolano a che punto è la stagione. E secondo
che le parti della montagna sono più o meno scoperte, essi
deducono se il caldo e l’estate sono o non sono eccezionali.
Per quel che riguarda l’ascensione della montagna,
questa si fa salendo dalla valle. Si va in direzione del
mezzogiorno per un bel sentiero, che, passando per un
cosiddetto colle, conduce in un’altra valle. Chiamano colle
un giogo di media altezza, che collega due monti più alti e
più importanti, e attraverso il quale si può passare da una
valle all’altra. Il colle, che congiunge la montagna a una
grande catena di monti che le sta di fronte, è tutto coperto
d’abeti. Pressappoco nel punto più alto, dove la via
comincia pian piano a discendere nella valle opposta, c’è
una colonnina commemorativa. Una volta un fornaio, che
passava il colle portando del pane nella sua cesta, fu
trovato morto in quel punto. Hanno dipinto un quadro col
fornaio morto e la cesta e gli abeti intorno, sotto ci hanno
messo una scritta e un invito alla preghiera, il quadro è
stato posto su una colonnina di legno dipinta di rosso e la
colonna eretta sul luogo della disgrazia. Presso questa
colonnina si abbandona il sentiero e si prosegue sul colle
nel senso della lunghezza, invece di scendere nella valle
opposta nel senso della larghezza. In quel punto gli abeti
lasciano un passaggio, come se corresse fra di loro una
strada. A volte c’è anche un sentiero che conduce in quella
direzione, e serve per portare il legname dai luoghi più alti
giù alla colonnina, sentiero su cui però subito ricresce
l’erba. Se si prosegue per questo sentiero, che conduce
dolcemente a monte, si giunge infine a uno spiazzo libero,
spoglio d’alberi. Questo è un terreno arido di brughiera,
senza neppure un arbusto, ma rivestito d’erica stenta, di
muschi riarsi e di erbucce nane. Il luogo diventa sempre
più ripido, e si continua a salire lungamente; si sale però
sempre dentro una infossatura, simile a un canale, che
serve a non smarrirsi in quel luogo vasto, spoglio e
uniforme. Dopo un certo tempo appaiono rocce, che
salgono diritte come chiese dal terreno erboso, e tra le cui
pareti si può proseguire per parecchio tempo. Ricompaiono
poi dossi nudi, quasi senza vegetazione, che s’alzano fin
quasi all’aria delle cime e portano direttamente al
ghiacciaio. Da ambo i lati di questo sentiero stanno pareti
scoscese e questo costone congiunge la montagna al colle.
Per attraversare il ghiacciaio, si va per un certo tempo
lungo il suo margine inferiore, dov’è circondato da rocce,
fino a che si giunge alla neve più vecchia, che ricopre i
crepacci e durante quasi tutto l’anno regge il viandante.
Nel punto più elevato del ghiacciaio sorgono dalla neve i
due corni, di cui uno è il più alto e quindi la vetta della
montagna. Queste cime sono ardue da scalare, circondate
come sono da un fossato di neve ora più largo ora più
stretto – il crepaccio terminale – che bisogna oltrepassare
con un salto, e poiché le loro pareti a strapiombo offrono
solo piccoli punti d’appoggio dove mettere il piede, la
maggior parte degli scalatori si contenta di arrivare fino al
crepaccio e godere di lì il panorama, fin dove non lo
nasconde la cima. Coloro che vogliono scalare la vetta,
devono aiutarsi con ramponi, corde e chiodi.
Oltre a questa montagna ce ne sono altre sempre a
mezzogiorno, ma nessuna è così alta, anche se si coprono
di neve al principio dell’autunno e la conservano fino a
primavera inoltrata. Ma l’estate la porta sempre via, le
rocce luccicano lietamente al sole e i boschi più in basso
mostrano il loro dolce verde, tagliato da grandi ombre
azzurre, così belle che non ci si stanca mai di guardarle.
Agli altri lati della valle, e cioè a settentrione, oriente e
occidente, le montagne sono più estese e più basse,
parecchi campi e prati salgono abbastanza in alto, e su di
essi si vedono varie radure, baite e via dicendo, fino a che
alla loro estremità orlano il cielo con le sottili dentellature
dei boschi, dentellatura che rivela appunto la loro modesta
altezza, mentre le montagne a mezzogiorno, anche se
ricche di boschi ancora più grandi, sfiorano con un orlo
tutto liscio il cielo risplendente.
Stando pressappoco al centro della valle, si ha
l’impressione che nessun sentiero porti dentro a questa
conca e nessuno ne porti fuori, ma chi è stato spesso in
montagna, sa che questa è illusione; in realtà non solo
diversi sentieri, di cui alcuni quasi in piano fra monte e
monte, conducono verso le aperte campagne del Nord, ma
anche dalla parte di mezzogiorno, dove la valle sembra
quasi chiusa da pareti a strapiombo, una via passa per il
colle di cui si è detto.
Il paesino si chiama Gschaid, e la montagna che si
affaccia sulle sue case si chiama Gars.
Di là dal colle si stende una valle molto più bella e più
fiorente di quella di Gschaid, e un sentiero ben spianato vi
porta giù dalla colonnina. All’inizio di questa valle c’è
un’importante borgata, Millsdorf, che è molto grande, ha
parecchie manifatture e diverse case in cui si esercitano
arti e mestieri cittadini. Gli abitanti sono molto più agiati di
quelli di Gschaid, e sebbene tra una valle e l’altra non
corrano che tre ore di cammino, che è una cosa da nulla
per i montanari usi alle grandi distanze e amanti delle
fatiche, i costumi e le abitudini nelle due valli sono tanto
diversi, perfino il loro aspetto esterno è così differente
come se li separasse un gran numero di miglia. È un caso
molto frequente in montagna e non dipende solo dalla
diversa posizione delle valli rispetto al sole, che le favorisce
più o meno, ma anche dal carattere degli abitanti, che certe
particolari occupazioni indirizzano in un senso piuttosto
che in un altro. Ma in una cosa concordano tutti, nel loro
attaccamento alle tradizioni e agli usi dei padri: fanno
facilmente a meno di grandi traffici, amano
straordinariamente la loro valle e non possono quasi vivere
fuori di essa.
Passano a volte mesi, a volte quasi un anno prima che un
abitante di Gschaid scenda nella valle opposta e si rechi
nella grossa borgata di Millsdorf. Quelli di Millsdorf fanno
altrettanto, sebbene abbiano contatti con gli abitanti della
pianura e non siano perciò così isolati come quelli di
Gschaid. C’è persino un sentiero, che si potrebbe chiamare
una strada, che corre lungo la loro valle, e più di un
viaggiatore e più di un viandante vi passa senza
minimamente immaginare che a settentrione della sua via,
di là dall’alta montagna nevosa che s’affaccia su di lui, ci
sia un’altra valle, dove sono sparse molte case e dove c’è il
paesino col campanile a punta.
Fra i mestieri del paese, destinati a sopperire alle
necessità della valle, c’è anche quello del calzolaio, di cui
non si può fare a meno in nessun luogo dove gli uomini non
vivano allo stato primitivo. Ma gli abitanti di Gschaid sono
molto lontani da questo stato e hanno bisogno di eccellenti
e solide calzature da montagna. Il calzolaio, salvo una
piccola eccezione, è l’unico della valle. La sua casa dà sulla
piazza di Gschaid, dove stanno del resto le case più belle, e
si affaccia sui quattro tigli coi suoi muri grigi, le cornici
bianche delle finestre e le imposte dipinte di verde. Al
pianterreno c’è la stanza da lavoro, la stanza dei garzoni,
una stanza d’abitazione più grande e una più piccola, una
stanzina per la vendita, oltre a cucina e dispensa e tutti gli
annessi; al primo piano, o piuttosto nel vano lasciato dal
tetto a punta, c’è la stanza di sopra o, per esser precisi, la
camera buona. Lì ci sono due letti di parata, begli armadi
tirati a lucido, coi vestiti, e poi una vetrina col vasellame,
un tavolo intarsiato, seggiole imbottite, una cassettina a
muro coi risparmi, e alle pareti pendono quadri di santi,
due begli orologi da tasca, premi vinti al tiro a segno, e
infine in un armadio a vetri apposito sono appesi fucili da
tiro e schioppi da caccia insieme ai loro accessori.
Addossata alla casa del calzolaio e divisa solo dall’arco
d’ingresso c’è una casina più piccola, costruita esattamente
al medesimo modo e che sta alla casa del calzolaio come
una parte all’intero. Non ha che una sola stanza con i
relativi annessi. È destinata a servire al proprietario della
casa, quando avrà rimesso la sua azienda nelle mani di suo
figlio o del suo successore, da cosiddetta abitazione di
ripiego, che l’ospiterà insieme alla moglie fino a quando
tutti e due saranno morti; dopo di che la stanza rimarrà di
nuovo libera in attesa di un nuovo inquilino. Sulla parte di
dietro la casa del calzolaio ha stalla e fienile; ché ogni
abitante della valle, anche se esercita un mestiere, è anche
agricoltore e trae da questo il suo nutrimento buono e
durevole. Dietro a queste costruzioni c’è infine il giardino,
che non manca in quasi nessuna delle buone case di
Gschaid, e che fornisce i loro ortaggi, la loro frutta e i loro
fiori per le occasioni di festa. Come di frequente in
montagna, così anche in questi giardini di Gschaid è molto
diffusa l’apicoltura.
La piccola eccezione, a cui abbiamo accennato più sopra,
e il rivale della sovranità assoluta del calzolaio, è un altro
calzolaio, il vecchio Tobia, che però non è veramente un
rivale, perché ormai non fa che rattoppare, e questo lavoro
gli dà molto da fare e non gli viene lontanamente in testa di
voler gareggiare con il distinto calzolaio della piazza, tanto
più che quest’ultimo lo provvede spesso gratuitamente di
pezzi di cuoio, di ritagli di suole e di cose del genere. Il
vecchio Tobia siede d’estate all’estremità del paesino sotto
un cespuglio di sambuco e lavora. È circondato da scarpe e
stivaletti, ma tutti quanti vecchi, grigi, fangosi e rotti.
Stivali a gambale non ce ne sono, perché nel paese e nella
regione non li usano; li portano solo due persone, il parroco
e il maestro, che però tanto per accomodature quanto per
scarpe nuove si servono unicamente dal calzolaio della
piazza. D’inverno il vecchio Tobia siede nella sua stanzetta
dietro agli arbusti del sambuco e sta al caldo, ché il legno
non è caro a Gschaid.
Il calzolaio della piazza, prima di prendere possesso della
casa, era stato un cacciatore di frodo di camosci, e del
resto nella sua gioventù non s’era, come dicono quelli di
Gschaid, condotto bene. A scuola era sempre stato uno
degli scolari migliori, aveva poi imparato il mestiere da suo
padre, se n’era andato in giro per il mondo ed era infine
ritornato a casa. Invece di portare un cappello nero, come
si addice a un artigiano, e come suo padre aveva fatto vita
natural durante, se ne mise in testa uno verde, per di più ci
piantò sopra tutte le penne possibili e se ne andò in giro
pavoneggiandosi con questo e colla giacchetta di loden più
corta che ci fosse in tutta la valle, mentre suo padre aveva
portato sempre una giacca di colore scuro, possibilmente
nera, che, appartenendo a un artigiano, doveva anche
essere tagliata a falde molto lunghe. Il giovane calzolaio si
poteva vedere dovunque si ballasse e si giocasse a birilli.
Se qualcuno gli dava dei buoni consigli, fischiettava una
canzoncina. Se ne andava col suo fucile al tiro a segno di
tutti i paesi vicini e quando portava a casa un premio, gli
pareva una grande vittoria. Il premio consisteva
generalmente in monete montate artisticamente, e per
vincerle il calzolaio doveva spendere un numero maggiore
di monete di quelle di cui consisteva il premio, tanto più
che non era molto economo. Prendeva parte a tutte le
cacce che si tenevano nei dintorni, e si era fatto il nome di
valente tiratore. Ma talora se ne andava tutto solo con la
sua doppietta e con i ramponi, e una volta corse voce che
s’era ferito gravemente alla testa.
A Millsdorf c’era un tintore, che proprio all’ingresso della
borgata, quando si scende dalla strada di Gschaid, aveva
una industria assai florida e lavorava con molti operai e,
cosa inaudita nella valle, persino con macchine. Possedeva
inoltre vasti terreni. Per conquistare la figlia di questo ricco
tintore, il calzolaio passò la montagna. Essa era conosciuta
ovunque per la sua bellezza, ma anche lodata per il suo
vivere ritirato, la sua costumatezza e le sue virtù di
massaia. Tuttavia si diceva che il calzolaio fosse riuscito a
destare la sua attenzione. Il tintore non lo lasciava venire in
casa; e se la bella figliola anche prima non aveva
frequentato luoghi pubblici e divertimenti, e si faceva
vedere raramente fuori casa, ora poi non andava più in
nessun luogo, salvo che in chiesa o in giro per il suo
giardino o per le stanze della sua casa.
Qualche tempo dopo la morte dei suoi genitori, che gli
avevano lasciato la casa dove egli abitava ora da solo, il
calzolaio cambiò interamente. Come prima aveva
folleggiato, così sedeva ora nella sua bottega e martellava
giorno e notte sulle sue suole. E vantandosi diceva che
avrebbe dato un premio a chi fosse stato capace di fare le
scarpe meglio di lui. Non prendeva che gli operai più abili e
li tormentava tanto, quando lavoravano nella sua bottega,
che finivano col dargli retta e fare a modo suo. E veramente
portò le cose al punto che non solo tutto il paese di
Gschaid, che fino allora aveva acquistato in massima parte
le calzature nelle valli attigue, si servisse da lui, ma si
servisse da lui la valle intera, e infine venne gente persino
da Millsdorf e da altre valli a farsi fare le scarpe dal
calzolaio di Gschaid. La sua fama si diffuse persino nella
pianura, così che più d’uno che voleva andare in montagna
si faceva fare le scarpe da lui.
Arredò molto bene la sua casa, sui palchetti della sua
bottega brillavano scarpe, stivaletti e stivali, e quando la
domenica tutta la popolazione della valle veniva al paese e
sostava presso i quattro tigli della piazza, la gente si
avvicinava volentieri alla casa del calzolaio e attraverso i
vetri guardava nel negozio dove c’era chi comperava e chi
ordinava.
Data la sua passione per le montagne, quello che anche
ora faceva meglio erano le scarpe da montagna. All’osteria
diceva sempre: non c’era nessuno che gli potesse mostrare
delle scarpe da montagna che reggessero il paragone con
le sue. «Quelli non sanno,» soleva aggiungere «non hanno
mai saputo in vita loro come deve esser fatta una scarpa di
questo genere, che la costellazione dei chiodi sia ben
piantata nella suola e abbia la quantità di ferro che ci
vuole, e la scarpa sia ben dura di fuori perché non si
avverta sasso per aguzzo che sia, e invece di dentro cinga il
piede morbida e delicata come un guanto». Il calzolaio
s’era fatto fare un grosso libro, su cui annotava tutta la
merce fabbricata, e accanto metteva i nomi di coloro che
avevano fornito il materiale e di quelli che avevano
acquistato la merce, e aggiungeva un breve appunto sopra
la qualità del prodotto. Le calzature dello stesso genere
avevano i loro numeri progressivi, e il libro stava nel
cassetto grande della sua bottega.
Anche se la bella figlia del tintore di Millsdorf non usciva
dalla casa dei suoi genitori, anche se non andava a trovare
né amici né parenti, il calzolaio di Gschaid seppe fare in
modo che lo vedesse di lontano, quando andava in chiesa,
quando era in giardino e quando guardava i prati dalle
finestre della sua stanza. Vedi oggi, vedi domani finì che la
moglie stessa del tintore si adoprò in favore della figlia e a
furia di lunghe, insistenti, perseveranti preghiere condusse
le cose al punto che l’ostinato tintore cedette, e il calzolaio,
poiché ormai era diventato un altro, si portò a Gschaid in
moglie la bella e ricca ragazza di Millsdorf. Ma il tintore
era nondimeno un uomo che aveva le sue idee. Un uomo
che si rispetti, diceva, deve far sì che il suo mestiere
fiorisca e prosperi, deve mantenere moglie e figlioli, se
stesso e la servitù, tenere la casa con decoro e con
larghezza e per di più mettere da parte un bel gruzzolo, che
solo può dargli considerazione e onore nel mondo; perciò
non dava a sua figlia altro che un bel corredo, quanto al
resto toccava al marito pensarci ora e poi. La tintoria di
Millsdorf e i poderi rappresentavano di per sé una azienda
considerevole, che doveva sussistere tal quale per il suo
lustro stesso e a cui tutto quel che c’era doveva servire di
fondo; e quindi non dava via nulla. Quando un giorno egli e
sua moglie fossero morti, allora tintoria e poderi di
Millsdorf sarebbero appartenuti alla loro unica figlia, cioè
alla moglie del calzolaio di Gschaid, e il calzolaio e sua
moglie ne avrebbero fatto quel che volevano: ma tutto
questo soltanto se gli eredi fossero stati degni di ricevere
l’eredità; se non ne erano degni, l’eredità sarebbe passata
ai loro figli, e se non ce ne fossero stati, a eccezione della
pura legittima, ad altri parenti. Il calzolaio del resto non
pretese nulla, mise il suo orgoglio a mostrare che il suo
unico scopo era stato di ottenere la bella figlia del tintore di
Millsdorf, e che la poteva nutrire e mantenere come era
stata nutrita e mantenuta a casa sua. E quando fu sua
moglie, non solo la vestì meglio di tutte le donne di Gschaid
e di tutte le donne della valle, ma anche meglio di quanto
fosse andata vestita a casa sua, e vitto, bevanda e tutto il
trattamento doveva essere migliore e più accurato di quello
che aveva avuto nella casa paterna. E quasi a sfidare il
suocero, con i denari messi da parte a poco a poco comprò
sempre nuovi poderi, così che mise insieme una bella
proprietà.
Poiché gli abitanti di Gschaid escono tanto di rado dalla
loro valle e non vanno neppure spesso a Millsdorf, da cui li
separano catene di monti e costumanze, e non si dà mai
caso che un uomo abbandoni la sua valle per stabilirsi in
quella vicina (emigrazioni in paesi molto lontani avvengono
più spesso), poiché infine nessuna donna o ragazza se ne va
volentieri da una valle in un’altra, salvo nel caso piuttosto
raro che segua la voce dell’amore e vada come moglie nella
valle del marito: così accadde che la bella figlia del tintore
di Millsdorf, quando fu divenuta la moglie del calzolaio di
Gschaid, venne però sempre considerata da tutti gli
abitanti di Gschaid come una forestiera, e anche se non le
facevano nulla di male, anzi se le volevano persino bene per
il suo bell’aspetto e per il suo contegno, rimaneva però
sempre qualcosa che somigliava a soggezione, o se
vogliamo, a riguardo; e impediva quella intimità e affinità
che le donne di Gschaid avevano con le donne di Gschaid, e
gli uomini di Gschaid con gli uomini di Gschaid. Era così,
non c’era nulla da fare, e i vestiti più belli e la vita più
comoda della moglie del calzolaio non facevano che
accrescere la distanza.
Subito dopo il primo anno di matrimonio essa aveva dato
a suo marito un maschio, e alcuni anni dopo una
femminuccia. Ma lei credeva che il marito non amasse i
figlioli come, secondo lei, avrebbe dovuto e come lei sentiva
di amarli; lo vedeva quasi sempre col volto serio e tutto
preso dal suo lavoro. Raramente giocava e si trastullava coi
bambini; parlava loro con quella serietà che si usa con gli
adulti. Per quel che riguardava vitto e vestiti e altre cose
esterne, li teneva in modo irreprensibile.
Nei primi tempi del matrimonio la moglie del tintore
veniva spesso a Gschaid, e i giovani sposi andavano talvolta
a Millsdorf in occasione di sagre o di altre feste. Ma quando
vennero al mondo i bambini, le cose cambiarono. Se già le
mamme amano i loro bambini e desiderano averli sempre
vicini, questo avviene spesso in grado anche maggiore per
le nonne; esse si struggono a volte quasi morbosamente per
i loro nipotini. La moglie del tintore veniva molto spesso a
Gschaid a vedere i bambini, portava loro dei regali, si
tratteneva un poco e poi li lasciava non senza aver dato
tanti buoni consigli. Ma poiché l’età e lo stato di salute
della moglie del tintore non le permettevano più frequenti
viaggi, e il tintore per questo vi si oppose, si pensò di fare
in altro modo, le parti si invertirono, e furono i bambini ad
andare dalla nonna. La mamma li portava a volte lei stessa
in un calesse, e a volte, poiché erano ancora in tenera età,
venivano ben imbacuccati e affidati a una domestica che li
conduceva di là dal colle. Ma quando furono più grandi,
andavano a Millsdorf a piedi con la mamma o con una
domestica, anzi, quando il ragazzo fu divenuto svelto, forte
e intelligente, lasciarono che facesse da solo la ben nota
strada attraverso il colle, e quando lo chiedeva e il tempo
era molto bello, permettevano che la sorellina
l’accompagnasse. Questa è una cosa normale, perché gli
abitanti di Gschaid sono avvezzi a lunghe camminate e i
genitori poi, e specialmente un uomo come il calzolaio,
vedono con piacere i figlioli crescere svelti e robusti.
Così avvenne che i due bambini facessero la strada
attraverso il colle più spesso di tutti gli altri paesani messi
insieme, e come già la loro madre era considerata a
Gschaid in certo modo una forestiera, così anche i bambini
divennero forestieri, erano solo un poco di Gschaid e
appartenevano per metà a Millsdorf.
Il ragazzo Corrado aveva già la serietà di suo padre, e la
bambina Susanna, chiamata così dal nome della mamma, o,
come si diceva per abbreviare, Sanna, aveva una grande
fiducia nelle sue cognizioni, nel suo giudizio e nella sua
forza, e si affidava ciecamente alla sua guida, proprio come
la madre si affidava ciecamente alla guida del padre, nella
cui intelligenza e capacità aveva una fiducia illimitata.
Nelle belle giornate si potevano vedere i bambini
attraversare di buon mattino la valle in direzione del
mezzogiorno, passare il prato e arrivare là dove si affaccia
il bosco del colle. Si avvicinavano al bosco, risalendone
lentamente il sentiero passavano di là dal colle, e prima di
mezzogiorno arrivavano giù dall’altra parte ai prati di
Millsdorf. Corrado mostrava a Sanna i prati che
appartenevano al nonno, poi attraversavano i suoi campi,
dove egli le spiegava le varie qualità dei cereali, poi
vedevano pendere dalle stanghe sotto la sporgenza del
tetto lunghi panni stesi ad asciugare, che si torcevano al
vento o facevano buffe facce, poi udivano il rumore della
gualchiera e della concia che il tintore aveva fatto costruire
presso il proprio torrente per i tessitori e i conciatori, poi a
un certo angolo dei campi voltavano e poco dopo entravano
per la porta di dietro nel giardino della tintoria, dove li
accoglieva la nonna. Questa sentiva nell’aria quando i
bambini dovevano arrivare, guardava dalle finestre e li
riconosceva di lontano, quando la pezzuola rossa di Sanna
brillava al sole.
Attraverso la lavanderia e la stanza del mangano
conduceva i bambini nel tinello, li faceva sedere, non
permetteva che si levassero i fazzoletti da collo o le
giacchettine perché non prendessero freddo, e li tratteneva
a desinare. Dopo il desinare potevano alleggerirsi, giocare,
potevano girare per le stanze della casa dei nonni o fare
quel che volevano, purché non fossero cose sconvenienti o
proibite. Il tintore, che veniva sempre a desinare, li
interrogava sulle loro cose di scuola, e insisteva
particolarmente su quel che dovevano imparare. Il
pomeriggio, ancor prima che fosse l’ora, la nonna li
spingeva a partire, perché non arrivassero troppo tardi.
Benché il tintore non avesse dato dote e avesse giurato di
non dar via niente del suo patrimonio prima della propria
morte, sua moglie non si sentiva tanto strettamente
vincolata a tali cose, e non solo dava ai bambini, quando
erano da lei, ogni sorta di doni, e fra questi non di rado una
moneta e a volte persino di un valore considerevole, ma
preparava sempre due fagottini in cui c’erano cose che
pensava fossero loro necessarie o potessero far loro
piacere. E se spesso di quelle cose ce n’erano, e altrettanto
buone, a Gschaid in casa del calzolaio, la nonna le dava lo
stesso per il piacere di dare, e i bambini le portavano a
casa come fossero qualcosa di speciale. Così accadeva che i
bambini la vigilia di Natale portassero a casa, senza saperlo
e ben custoditi e chiusi in scatole, i doni che avrebbero
ricevuto quella notte stessa.
Poiché la nonna li spingeva sempre a partire prima del
tempo perché non arrivassero troppo tardi a casa, finiva
che i bambini si fermavano per la strada, ora in un punto,
ora nell’altro. Amavano sedersi presso la siepe di noccioli
che è sul colle, e schiacciavano nocciole coi sassi. Quando
le nocciole non c’erano, giocavano con foglie o legnetti o
con le piccole pigne morbide e brune che all’inizio della
primavera cadono dai rami delle conifere. Qualche volta
Corrado raccontava alla sorellina delle storie, oppure
quando arrivavano alla colonnina rossa, la conduceva per
un tratto lungo il sentiero laterale su verso le cime e le
diceva che di qui si arrivava al nevaio, che là c’erano rocce
e sassi, saltavano camosci e volavano grandi uccelli. La
conduceva spesso di là dal bosco, guardavano poi il prato
riarso e i cespugli bassi dell’erica; ma egli la riconduceva
indietro e la portava sempre a casa prima che facesse buio,
ciò che gli fruttava ogni volta lodi.
Una vigilia di Natale, quando nella valle di Gschaid il
crepuscolo dell’alba aveva fatto posto alla luce, c’era un
velo sottile e asciutto teso su tutto il cielo, così che a sud-
est il sole già di per sé obliquo e lontano appariva come una
indistinta macchia rossa, e c’era anche un’aria mite, quasi
tiepida, ferma su tutta la valle e anche nel cielo, come
mostrava la forma invariata e l’immobilità delle nuvole.
Allora la moglie del calzolaio disse ai suoi bambini: «Poiché
è una giornata così bella, e non è piovuto da tanto tempo e
le strade sono asciutte e anche il babbo ieri l’ha permesso
purché il tempo fosse buono, potete andare a Millsdorf
dalla nonna; ma prima chiedetelo di nuovo al babbo».
I bambini, che erano ancora nelle loro camicine da notte,
corsero nella stanza accanto, dove il babbo stava parlando
con un cliente, e lo pregarono di rinnovare il permesso di
ieri, visto che la giornata era tanto bella. L’ebbero e
ritornarono di corsa dalla mamma.
La moglie del calzolaio vestì dunque con cura i suoi
bambini, o piuttosto vestì la bambina con abiti pesanti che
la riparavano bene. Il ragazzo cominciò a vestirsi da solo e
fu pronto molto prima che la mamma avesse finito con la
bambina. Quando ebbe terminato, la mamma disse:
«Corrado, dammi retta: lascio che la bambina venga con te,
ma dovete andar via presto, non dovete fermarvi in nessun
posto, e non appena avrete mangiato dalla nonna, dovete
tornare subito indietro e venire presto a casa; ché le
giornate sono ora molto corte, e il sole cala presto».
«Lo so, mamma» disse Corrado.
«E sta’ attento a Sanna, che non caschi o si riscaldi».
«Sì, mamma».
«Bene, Dio vi guardi, e andate ancora dal babbo e ditegli
che andate via».
Il ragazzo prese una borsa ingegnosamente cucita da suo
padre con pelli di vitello e se l’appese a una spalla per la
cinghia, e i bambini andarono nella stanza accanto a dire
addio al babbo. Ne uscirono presto e, benedetti dalla madre
con un segno di croce, se ne andarono saltellando
allegramente sulla strada.
Camminarono rapidamente lungo la piazza del paese, e
poi per la strada e infine tra gli stecconati dei frutteti
uscirono all’aperto. Il sole era già alto sui monti a oriente,
sul bosco striato di lembi di nuvole lattiginose, e la sua
immagine appannata e rossastra procedeva con i bambini
attraverso i rami spogli dei meli selvatici.
In tutta la valle non c’era traccia di neve, i monti più alti,
da cui essa scintillava già da parecchie settimane, ne erano
tutti coperti, su quelli più bassi non era caduta e se ne
stavano avvolti nel manto dei loro boschi di abeti e nel
rosso falbo dei loro rami senza foglie. Il suolo non era
ancora gelato e, poiché non era piovuto da molto tempo,
sarebbe stato del tutto asciutto se la stagione stessa non
l’avesse rivestito di un sottile velo di umidità, che però non
lo rendeva scivoloso, ma piuttosto duro e sonoro, così che i
bambini vi camminavano facilmente. Quella poca erba che
era ancora sui prati e soprattutto presso i fossati, aveva un
aspetto autunnale. Non c’era brina e a guardar bene
neppure rugiada, ciò che secondo la gente di campagna
indica pioggia vicina.
Dove finivano i prati c’era un torrente di montagna, su cui
passava un alto ponticello. I bambini salirono sul ponticello
e s’affacciarono. Nel torrente non c’era quasi acqua, un filo
sottile di un azzurro intenso correva tra i ciottoli asciutti
del greto, tutti bianchi per la magra, e tanto la scarsezza
che il colore dell’acqua indicavano che più in alto il freddo
doveva essere già forte, e serrava il suolo, che non
intorbidava più l’acqua con il suo terriccio, e induriva il
ghiaccio, così che non dava più che poche gocce limpide.
Dal ponticello i bambini continuarono a correre
attraverso i campi e si avvicinarono sempre più alle foreste.
Toccarono infine il margine del bosco e vi si inoltrarono.
Quando furono arrivati più in alto s’accorsero che i lunghi
solchi delle ruote sulla strada non erano più molli, come
nella valle, ma duri, e non per siccità, bensì, come i
bambini accertarono subito, perché erano ghiacciati. In
certi punti il ghiaccio era così spesso da sostenere il loro
peso. Come fanno i bambini, ora non camminavano più sul
sentiero liscio accanto alla carreggiata, ma nei solchi delle
ruote, e provavano se l’uno o l’altro li reggesse. Quando
dopo un’ora furono giunti alla sommità del colle, il suolo
era ormai tanto duro che risonava e le zolle parevano sassi.
Arrivati al luogo della colonnina rossa del fornaio, Sanna
s’accorse per prima che quel giorno la colonnina non c’era.
Si avvicinarono e videro la trave rotonda dipinta di rosso,
che reggeva il quadro, giacere nell’erba secca, simile a
paglia sottile, che nascondeva alla vista la colonna distesa a
terra. Non si resero conto perché la colonna giacesse a
terra, se era stata buttata giù o se era caduta da sola,
videro però che nel punto dove sporgeva da terra era tutta
fradicia e che perciò era potuta cadere molto facilmente;
ma poiché era a terra, furono molto lieti di poter osservare
quadro e iscrizione così da vicino come non era accaduto
mai. Dopo aver osservato tutto – la cesta coi panini, le mani
pallide del fornaio, i suoi occhi chiusi, il suo vestito grigio e
gli abeti intorno – dopo aver letto l’iscrizione e averla
ripetuta ad alta voce, continuarono il loro cammino.
Dopo un’altra ora, gli oscuri boschi si fecero da parte da
ambo i lati, alberi radi, ora querce isolate, ora betulle e
macchie di cespugli, li accolsero, li accompagnarono
ancora e di lì a poco i bambini correvano giù per i prati
verso la valle di Millsdorf.
Sebbene questa valle si trovi molto più in basso di quella
di Gschaid, e sia anche molto più calda, tanto che si poteva
incominciare a mietere sempre due settimane prima che a
Gschaid, anche qui il suolo era ghiacciato, e quando i
bambini furono arrivati alla gualchiera e alla concia del
nonno, c’erano sulla via, dove le ruote schizzavano spesso
gocce d’acqua, delle belle lastrine di ghiaccio. Per i
bambini questo è sempre un gran divertimento.
La nonna li aveva visti arrivare di lontano ed era venuta
loro incontro; prese Sanna per le manine gelate e li
condusse nel tinello.
Tolse loro gli indumenti più pesanti, fece aggiungere
legna nella stufa e chiese come era andata la gita.
Ascoltò la risposta, poi disse: «Va bene, va benissimo,
sono tanto contenta che siate venuti di nuovo; ma oggi
dovete andarvene presto, il giorno è corto e si sta facendo
più freddo, stamattina a Millsdorf non era gelato».
«Nemmeno a Gschaid» disse il ragazzo.
«Vedi, per questo dovete spicciarvi, perché verso sera
non abbiate a patire troppo freddo» rispose la nonna.
Quindi chiese che cosa faceva la mamma, che cosa faceva
il babbo, e se a Gschaid non era accaduto nulla di nuovo.
Dopo aver fatto queste domande si occupò del desinare,
provvide a che fosse pronto prima del solito e preparò lei
stessa certe piccole ghiottonerie, che sapeva avrebbero
fatto piacere ai bambini. Poi fu chiamato il tintore, i
bambini ebbero il loro posto a tavola come persone grandi,
e mangiarono col nonno e con la nonna, e questa metteva
loro nel piatto i bocconcini migliori. Dopo aver mangiato
accarezzò le gote di Sanna che intanto si erano fatte molto
rosse.
Quindi si mise ad andare su e giù in faccende e riempì la
borsa di cuoio del ragazzo e gli mise ancora di tutto un po’
nelle tasche. Anche nelle piccole tasche di Sanna mise
tante cose. Dette a ciascuno un pezzo di pane da mangiare
per via, e nella borsa, disse, c’erano altri due pani bianchi
se avevano ancora fame.
«Per la mamma vi ho messo del caffè ben tostato,» disse
«e nella bottiglietta, che è turata e ben legata, c’è anche un
estratto di caffè, migliore di quello che la mamma fa di
solito a casa vostra, lo assaggi, sentirà com’è, è una vera
medicina, così forte che basta un sorso a riscaldare tanto lo
stomaco che il corpo non sente freddo neppure nei giorni
più rigidi dell’inverno. Le altre cose, che sono dentro la
borsa, nella scatola o incartate, portatele a casa senza
toccarle».
Dopo aver chiacchierato ancora un poco con i bambini,
disse che era tempo che andassero.
«Sta’ attenta, Sanna,» disse «di non prender freddo e non
ti scalmanare; e guardate di non correre su per i prati e
sotto gli alberi. Se verso sera si levasse il vento, dovete
camminare più adagio. Salutate il babbo e la mamma e fate
loro tanti auguri di buone feste».
La nonna baciò i due bambini sulle guance e li spinse
fuori della porta. Ma andò ancora con loro, li accompagnò
attraverso il giardino, li fece uscire dalla porticina di dietro,
richiuse e ritornò in casa.
I bambini passarono accanto alle lastrine di ghiaccio,
davanti alle fabbriche del nonno, attraversarono i campi di
Millsdorf e presero la strada che saliva verso i prati.
Quando furono sulle alture, dove, come s’è detto, non
c’erano che alberi e gruppi di cespugli isolati, caddero
molto lenti radi fiocchi di neve.
«Vedi, Sanna,» disse il ragazzo «l’ho pensato subito che
avremmo avuto la neve; sai, quando siamo andati via da
casa, si vedeva ancora il sole, che era rosso come una
lampada del Santo Sepolcro, e ora non lo si scorge più, e
lassù sopra le cime degli alberi non c’è che nebbia grigia.
Questo significa sempre che vuol nevicare».
I bambini proseguirono più allegramente e Sanna era
felice se poteva acchiappare uno dei fiocchi con la manica
scura del suo vestitino, e se quello metteva parecchio
tempo a sciogliersi. Quando finalmente furono giunti al
limite delle alture di Millsdorf, dove la strada si addentra
fra gli oscuri abeti del colle, la fitta parete del bosco era già
allegramente picchiettata dai fiocchi che cadevano sempre
più copiosi. Si inoltrarono ormai nel folto del bosco, che
copriva la maggior parte della strada che avevano ancora
da fare.
Dal margine del bosco si continua a salire fin che si arriva
alla colonnina rossa, di dove, come abbiamo detto più
sopra, la via scende verso la valle di Gschaid. Dalla parte di
Millsdorf il bosco è poi così ripido, che il sentiero non sale
diritto, ma si inerpica facendo delle curve molto lunghe da
ponente a levante e da levante a ponente. Lungo tutta la via
in su alla colonna e in giù fino ai prati di Gschaid, ci sono
boschi alti, fitti, senza radure, che si fanno un poco più radi
solo quando si arriva nella pianura e si esce verso i prati
della valle di Gschaid. Il colle del resto, anche se non fa che
congiungere due alte cime, è per se stesso così alto che,
trasportato in pianura, rappresenterebbe una montagna
considerevole.
La prima cosa che i bambini videro, quando misero piede
nel bosco, fu che il terreno ghiacciato appariva grigio,
come fosse cosparso di farina, e la cima di più d’uno stelo
sottile dell’erba secca lungo la via o fra gli alberi si piegava
sotto il peso dei fiocchi di neve, e sui rami verdi degli abeti
che si aprivano come mani, posavano già delle linguette
bianche.
«Nevicherà anche a casa dal babbo?» chiese Sanna.
«Naturalmente,» rispose il ragazzo «e sta anche
diventando più freddo, e vedrai che domani lo stagno è
tutto gelato».
«Sì, Corrado» disse la bambina.
E raddoppiò quasi i suoi piccoli passi per restare alla pari
col ragazzo.
Camminavano ora gagliardamente seguendo le curve, ora
da ponente a levante, ora da levante a ponente. Il vento
previsto dalla nonna non si levò, anzi l’aria era così ferma,
che non si muoveva né ramo né frasca, e nel bosco
sembrava persino più caldo, come suole accadere d’inverno
nei corpi radi – e anche un bosco lo è –, e i fiocchi cadevano
sempre più copiosi, così che tutto il suolo era già bianco, il
bosco cominciava a impolverarsi di grigio e sul cappello e
sui vestiti del ragazzo come su quelli della bambina posava
la neve.
La gioia dei bambini era grande. Calpestavano la morbida
lanugine, cercavano a bella posta i punti dove sembrava più
spessa, per metterci i piedi e fingere di guazzarvi di già. E
non scotevano la neve dai vestiti.
Si era fatto un gran silenzio. Non si sentiva canto
d’uccelli, che pure talvolta svolazzano nei boschi anche
d’inverno e che all’andata i bambini avevano udito
cinguettare. E neppure ne videro posati su qualche ramo o
volare, e tutto il bosco era come morto.
Poiché dietro a loro non rimanevano che le impronte dei
loro piedini e davanti a loro la neve era pulita e intatta, si
poteva dedurne che i bambini erano i soli a passare il colle
quel giorno.
Continuarono per la loro strada, ora si avvicinavano agli
alberi, ora se ne allontanavano, e dove la boscaglia era
bassa e fitta potevano vedere la neve posata sui rami.
La loro gioia si faceva sempre più grande; ché i fiocchi
cadevano sempre più fitti, e in breve non ebbero più
bisogno di cercare la neve, per diguazzarvi; era ormai così
alta che dappertutto la sentivano soffice sotto le suole e
cominciava persino a rapprendersi intorno alle scarpe; e
c’era tanto silenzio che pareva di poter udire il fruscio della
neve che cadeva sui rami.
«Vedremo oggi la colonnina?» chiese la bambina. «È
caduta per terra e ci nevicherà sopra e allora il rosso sarà
diventato bianco».
«Per questo possiamo vederla lo stesso,» rispose il
ragazzo «anche se ci cade la neve e se è bianca, dovremo
vederla lo stesso, perché è una grossa colonna e perché in
cima ha la croce di ferro nera, che spunterà fuori in ogni
modo».
«Sì, Corrado».
Intanto, mentre proseguivano, la nevicata era diventata
così fitta che potevano vedere soltanto gli alberi più vicini.
Non si avvertiva più la durezza del sentiero e nemmeno
dei solchi, la neve aveva reso tutto ugualmente soffice, anzi
il sentiero si poteva riconoscere soltanto perché correva
attraverso il bosco come un uniforme nastro bianco. Su
tutti i rami posava già la bella coltre candida.
I bambini camminavano ora in mezzo al sentiero,
affondavano i loro piedini nella neve e procedevano più
lentamente, perché l’andare s’era fatto faticoso. Il ragazzo
rialzò il bavero della sua giacca, ché la neve non gli
cadesse nel collo, e calzò meglio il cappello, per essere più
protetto. E avviluppò stretta la sorellina nello scialle che la
mamma le aveva messo sulle spalle e lo tirò più avanti sulla
fronte, così che formasse un tetto.
Il vento predetto dalla nonna non s’era ancora levato; ma
in compenso la nevicata si fece via via così fitta che
nemmeno gli alberi più vicini si riconoscevano più, ma
stavano nell’aria come sacchi nebulosi.
I bambini andarono avanti. Insaccarono il capo nei vestiti
e andarono avanti.
Sanna prese con le manine la cinghia a cui Corrado
teneva appesa la borsa di cuoio, ci si tenne stretta, e così
proseguirono per la loro via.
La colonnina rossa non l’avevano ancora raggiunta. Il
ragazzo non poteva calcolare l’ora, perché non c’era sole in
cielo, e perché tutto era d’uno stesso grigio uniforme.
«Arriveremo presto alla colonna?» chiese Sanna.
«Non lo so» rispose il ragazzo. «Oggi non vedo gli alberi e
non posso riconoscere la strada, è così bianca. La colonnina
poi non la vedremo neppure, perché ci sarà tanta neve, che
sarà coperta, e non spunterà fuori né un filo d’erba né uno
dei bracci della croce nera. Ma non fa nulla. Noi andiamo
sempre avanti per il sentiero, il sentiero va fra gli alberi, e
quando arriva alla colonna allora comincia a scendere, noi
lo seguiamo sempre, e quando esce dagli alberi, allora
siamo già sui prati di Gschaid, poi viene il ponte, e allora
c’è poco ad arrivare a casa».
«Sì, Corrado» disse la bambina.
Proseguirono per la strada che saliva. Ora le orme che si
lasciavano dietro non restavano visibili a lungo; ché la
copia inconsueta di neve subito le copriva e le faceva
sparire. La neve cadendo non frusciava ormai più sui rami
degli alberi, ma si posava rapida e tacita sulla candida
coltre che già li copriva. I bambini si strinsero ancor più nei
vestiti, per ripararsi dall’instancabile gocciolare dell’acqua
che si infiltrava d’ogni parte.
Camminavano molto rapidi, e il sentiero continuava a
salire.
Dopo parecchio tempo non avevano ancora raggiunto la
cima su cui doveva trovarsi la colonnina rossa e di dove il
sentiero doveva discendere sul versante di Gschaid.
Finalmente i bambini arrivarono in un luogo dove non
c’erano alberi.
«Non vedo più alberi» disse Sanna.
«Forse la strada è tanto larga che non li possiamo vedere
per via della neve» rispose il ragazzo.
«Sì, Corrado» disse la bambina.
Dopo un poco il ragazzo si fermò e disse: «Non vedo più
alberi neppure io, dobbiamo esser usciti dal bosco, e poi la
strada sale sempre. Fermiamoci un momento e guardiamoci
intorno, forse scorgiamo qualcosa».
Ma non scorsero nulla. Attraverso lo spazio opaco
guardarono in cielo. Come, quando grandina, sopra le
gonfie nuvole bianche o verdastre pendono cupe striature
simili a frange, così era qui, e la neve continuava a
scendere silenziosa. In terra non vedevano che un disco
bianco e null’altro.
«Vedi, Sanna,» disse il ragazzo «siamo sull’erba secca
dove ti ho condotta tante volte d’estate, dove ci siamo
seduti e siamo stati a guardare i prati che salgono l’un
dietro l’altro, e dove crescono i bei cespuglietti d’erbe. Ora
scenderemo subito a destra».
«Sì, Corrado».
«Il giorno è corto, come ha detto la nonna e come sai
anche da te, e perciò dobbiamo affrettarci».
«Sì, Corrado» disse la bambina.
«Aspetta un poco, ti voglio accomodare meglio»
soggiunse il ragazzo.
Si tolse il cappello, lo pose in testa a Sanna e glielo
assicurò intorno al mento coi due legacci. Lo scialletto che
aveva addosso la proteggeva troppo poco, mentre sulla
testa di lui c’era una tal massa di riccioli folti, che avrebbe
potuto cadere tanta neve ancora, prima che vi penetrassero
l’umido e il freddo. Poi si tolse il giacchetto di pelliccia e lo
infilò sulle braccine della sorella. Intorno alle proprie spalle
e braccia, che ora mostravano la sola camicia, legò lo
scialle più piccolo, che Sanna aveva intorno al collo, e
quello più grande, che aveva sulle spalle. Questo gli
sarebbe bastato, pensava, e se camminava un po’ svelto,
non avrebbe sentito freddo.
Prese la bambina per mano e così andarono avanti.
La bambina puntava i suoi occhietti attenti nel grigiore
che li circondava, e lo seguiva volenterosa, solo che con i
suoi piccoli passi non riusciva a tener dietro a lui, che
procedeva rapido con la risolutezza di chi vuol giungere a
una conclusione.
Andavano con la tenacia e il vigore che hanno i bambini e
gli animali, perché non sanno ciò che li attende e quando le
loro forze saranno esaurite.
Ma così andando non si rendevano conto se riuscivano a
superare il monte. Avevano piegato subito a destra verso il
basso, ma si ritrovarono di nuovo in direzioni che portavano
a monte, poi a valle e poi di nuovo a monte. Spesso
s’imbattevano in dirupi che dovevano scansare, e un
fossato, dentro il quale proseguirono, li obbligò a fare un
lungo giro. Si arrampicarono su per pendii che sotto i loro
piedi si facevano più ripidi di quel che non avessero
immaginato, e quel che credevano fosse una discesa era di
nuovo un piano, o era un avvallamento, oppure continuava
come prima.
«Ma dove siamo, Corrado?» chiese la bambina.
«Non lo so» rispose il ragazzo.
«Se soltanto riuscissi a scorgere qualcosa con questi miei
occhi» continuò «per potermi regolare».
Ma intorno non c’era che il bianco abbagliante il bianco e
null’altro, e anche questo tracciava intorno a loro un
cerchio che si faceva sempre più piccolo e si perdeva poi in
una nebbia pallida e striata che inghiottiva e avvolgeva
ogni cosa, e che infine altro non era che la neve che
continuava a cadere instancabile.
«Aspetta, Sanna,» disse il ragazzo «fermiamoci un
momento e vediamo se riusciamo a sentire qualcosa che
venga dalla valle, o sia un cane, o una campana o il mulino,
o un grido che arrivi fin qui, qualcosa dobbiamo pur
sentire, e allora sapremo da che parte andare».
Si fermarono dunque, ma non udirono nulla. Si fermarono
dell’altro, ma nulla arrivò sino a loro, non s’udiva alcun
suono, nemmeno il più sommesso, salvo il loro respiro, anzi
in quel grande silenzio pareva dovessero sentir cadere la
neve sulle loro ciglia. La previsione della nonna non si era
ancora avverata, il vento non s’era levato, anzi, ciò che è
raro in quei luoghi, non c’era in tutto il cielo il più lieve
soffio d’aria.
Dopo aver atteso a lungo, ripresero il cammino.
«Non fa nulla, Sanna,» disse il ragazzo «non ti perdere
d’animo, seguimi, ti porterò giù in ogni modo. – Smettesse
solo di nevicare!».
La bambina non si perdeva d’animo, ma sollevava i
piedini, come meglio poteva, e lo seguiva. Ed egli
continuava a condurla per lo spazio bianco, luminoso,
mobile e impenetrabile.
Dopo un poco videro delle rocce. Sorgevano scure e
imprecise fuori dalla luce bianca e impenetrabile. Quando i
bambini si avvicinarono, ci urtarono quasi. Salivano come
un muro ed erano così diritte che nemmeno un fiocco di
neve poteva apprendersi ai loro lati.
«Sanna, Sanna,» disse il ragazzo «ecco le rocce, andiamo
avanti, andiamo avanti».
Andarono avanti, dovettero passare fra roccia e roccia e
continuare la strada tra esse. Le rocce non li lasciavano
deviare né a destra né a sinistra e li costrinsero a mettersi
per uno stretto sentiero. Dopo un certo tempo le persero
nuovamente e non riuscirono più a scorgerle. Come erano
entrati in mezzo a esse improvvisamente, così
improvvisamente ne uscirono. Intorno a loro non c’era di
nuovo altro che bianco, e tutt’intorno nulla di scuro che
l’interrompesse. Pareva ci fosse una grande intensità di
luce, eppure non si poteva vedere a tre passi di distanza;
tutto era avvolto, se così si può dire, in un’unica tenebra
bianca, e poiché non c’erano ombre non era possibile
rendersi conto della dimensione delle cose, e i bambini non
riuscivano a capire se sarebbero saliti o discesi, fino a che i
loro piedi incontrarono qualcosa di ripido che li costrinse a
salire.
«Mi fanno male gli occhi» disse Sanna.
«Non guardare la neve,» rispose il ragazzo «ma le nuvole.
A me è tanto che fanno male; ma non fa nulla, bisogna pure
che io guardi la neve, perché devo stare attento alla strada.
Ma non aver paura, giù a Gschaid ti porto di sicuro».
«Sì, Corrado».
Andarono di nuovo avanti; ma per quanto andassero, da
che parte si volgessero, non c’era principio di una discesa.
Ai due lati si drizzavano ripide spalliere, in mezzo a queste
andarono avanti, ma ancor sempre a monte. Quando
riuscivano a sfuggire a quelle spalliere e piegavano verso il
basso, la discesa diventava subito tanto ripida, che
dovevano tornare indietro, i loro piedini urtavano spesso in
disuguaglianze del terreno e dovevano scansare sovente
montuosità.
Notarono anche che i piedi, dove affondavano più
profondamente nella neve fresca, non sentivano sotto di sé
il suolo terroso, ma qualcosa d’altro, che pareva neve più
vecchia, gelata; ma andavano e andavano sempre, e
camminavano rapidi e tenaci. Se si fermavano, tutto era
silenzio, un silenzio infinito; se camminavano, sentivano il
fruscio dei loro passi e null’altro; ché i velari del cielo
calavano senza rumore, e in tal copia, che si sarebbe vista
crescere la neve. Essi stessi ne erano così coperti che non
si distinguevano da tutto quel bianco, e separati due passi
l’uno dall’altro non si sarebbero più veduti.
Era una fortuna che la neve fosse asciutta come sabbia,
così che scivolava e scorreva facilmente dai loro piedi e
dalle scarpe e calze, senza raggrumarsi e bagnarli.
Finalmente arrivarono di nuovo a degli oggetti. Era un
ammasso confuso di giganteschi detriti, tutti coperti di
neve, che gocciolava da ogni parte nelle fenditure, e anche
in questi urtarono quasi prima di vederli. Si fecero vicini
per guardare quelle cose.
Era ghiaccio – tutto ghiaccio.
C’erano lastroni distesi, che erano coperti di neve, ma
sulle facce laterali lasciavano scorgere il ghiaccio liscio e
glauco, c’erano montagnole che parevano schiuma
ammassata, ma sui lati c’era un interno barbaglio e un
luccicar blando, come di stanghe e verghe di pietre
preziose buttate alla rinfusa, e poi c’erano globi
tondeggianti, tutti avvolti di neve, e c’erano altri lastroni e
altri blocchi inclinati o tutti diritti, alti come il campanile di
Gschaid o come case. In certuni s’erano formate delle
cavità, da potersi attraversare con un braccio, con una
testa, con un corpo, con tutto un grosso carro di fieno. Tutti
questi blocchi erano serrati l’uno addosso all’altro o l’uno
sull’altro, così che formavano spesso tetti e sporgenze, sui
cui orli si posava la neve e faceva pendere come lunghe
zampe bianche. Persino un grosso macigno, paurosamente
nero, grande come una casa, era coperto di ghiaccio, e
piantato per il ritto così che poggiava su una punta e la
neve non poteva fermarsi sulle sue pareti. E non questo
macigno soltanto – altri ancora e più grossi, che si scorsero
solo più tardi, spuntavano dal ghiaccio e si stendevano
lungo di esso come una muraglia diroccata.
«Qui ci deve esser stata tanta acqua, c’è tanto ghiaccio»
disse Sanna.
«No, questo non viene dall’acqua,» rispose il fratello
«questo è il ghiaccio della montagna, che in alto c’è
sempre, perché è stato disposto così».
«Sì, Corrado» disse Sanna.
«Ora siamo arrivati fino al ghiaccio,» disse il ragazzo
«siamo sulla montagna, Sanna, sai, quella che dal nostro
giardino si vede così bianca nella luce del sole. Ora sta’
attenta a quel che ti dico. Ti ricordi ancora come era bello
quando il pomeriggio stavamo seduti in giardino, e le api
ronzavano intorno a noi, i tigli odoravano e il sole
splendeva nel cielo?».
«Sì, Corrado, mi ricordo».
«Allora vedevamo anche la montagna. Vedevamo come
era azzurra, azzurra come la volta del cielo, vedevamo la
neve, che è in cima, anche se da noi era estate, faceva un
gran caldo e maturava il grano».
«Sì, Corrado».
«E sotto, dove la neve finisce, si vedono tanti colori, se si
guarda bene, verde, azzurro, biancastro – quello è il
ghiaccio, che di giù sembra così piccolo solo perché si è
molto lontani, e che, ha detto il babbo, non va via sino alla
fine del mondo. E ho visto tante volte che dove finisce il
ghiaccio la tinta azzurra continua ancora, saranno sassi, ho
pensato, oppure terra e terreno da pascolo, poi cominciano
le foreste di abeti, che scendono giù e sempre più giù, ci si
vedono anche rocce d’ogni forma, poi seguono i prati, che
sono belli verdi, poi i verdi boschi con le foglie e poi
vengono i nostri prati e campi, che sono nella valle di
Gschaid. Vedi dunque, Sanna, poiché ora siamo dov’è il
ghiaccio, scenderemo giù attraverso la tinta azzurra, poi
per le foreste dove ci sono le rocce, poi per i prati, poi per i
verdi boschi con le foglie, e poi saremo nella valle di
Gschaid e troveremo facilmente il nostro paese».
«Sì, Corrado» disse la bambina.
I bimbi si inoltrarono dunque fra il ghiaccio, dove era
possibile passare.
Erano puntini minuscoli vaganti tra quei blocchi immensi.
Mentre così andavano guardando sotto le sporgenze,
come se un istinto suggerisse loro di cercare un ricovero,
giunsero a un fossato, un fossato largo e profondo, che
usciva direttamente dal ghiaccio. Pareva il letto di un
fiume, ora però prosciugato e tutto ricoperto di neve fresca.
Di dove sbucava dal ghiaccio, usciva direttamente di sotto
l’arco di una galleria su cui il ghiaccio aveva teso una bella
volta. I bambini andarono avanti nel fossato ed entrarono
sotto la volta e sempre più dentro. Era tutto asciutto, e
sotto i piedi avevano ghiaccio liscio. Ma nella grotta tutto
era azzurro, azzurro come nulla al mondo, un azzurro tanto
più profondo e più bello del firmamento, simile a vetro di
color celeste, attraverso cui penetri una chiara luce.
C’erano archi spessi e archi sottili, ghiaccioli, aghi, ciondoli
pendevano dalla volta, la galleria si sarebbe addentrata
ancora di più, non sapevano quanto, ma non andarono
avanti. Si stava tanto bene nella grotta, era caldo, non
cadeva neve, ma era così terribilmente azzurro che i
bambini ebbero paura e uscirono di nuovo all’aperto.
Camminarono per un poco dentro al fossato, poi si
arrampicarono su per il suo ciglione.
Se ne andarono lungo il ghiaccio, per quanto era possibile
farsi strada attraverso i rottami e tra le lastre.
«Ora attraversiamo ancora per di qui e poi lasciamo il
ghiaccio e scendiamo» disse Corrado.
«Sì» disse Sanna e si aggrappò a lui.
Dal ghiaccio presero, attraverso la neve, una direzione
verso il basso che avrebbe dovuto condurli nella valle. Ma
non discesero molto. Una nuova fiumana di ghiaccio, simile
a un gigantesco bastione inarcato, si stendeva
obliquamente a traverso la neve molle e li serrava a destra
e a sinistra come con braccia. Sotto la coltre bianca, che lo
avviluppava, traluceva sui lati un baluginar di verdeacqua e
d’azzurrino, e di cupo e di nero e fin di giallino e rossastro.
Ora potevano scorgerlo per tratti più lunghi, perché
l’immane e instancabile nevicata s’era attenuata e ormai
non scendeva dal cielo che come in una comune giornata di
neve. Con il coraggio dell’incoscienza si arrampicarono sul
ghiaccio, per oltrepassare la fiumana che avevano davanti e
ridiscendere poi dall’altra parte. Si insinuarono fra gli
interstizi, posero il piede su ogni corpo solido munito di un
bianco berretto di neve, fosse roccia o ghiaccio, si
aiutarono colle mani, andarono carponi dove non potevano
camminare, e si inerpicarono coi loro corpi leggeri, fino a
che non ebbero superato il fianco del bastione e furono in
cima.
Al di là volevano ridiscendere.
Ma non c’era un al di là.
Fin dove poteva giungere l’occhio dei bambini tutto era
ghiaccio. Punte e creste e lastre si ergevano come tutto un
pauroso ammasso di ghiaccio ricoperto di neve. Non era un
bastione che si potesse oltrepassare e poi ritrovare la neve,
come avevano creduto dal basso; dalla volta del bastione
salivano altre pareti di ghiaccio, a fenditure e crepacci,
percorse da innumerevoli vene azzurre serpeggianti, e
dietro a esse altre pareti simili, e dietro a queste altre
ancora, fin dove la neve, cadendo, copriva il resto con il suo
grigiore.
«Sanna, qui non possiamo andare» disse il ragazzo.
«No» rispose la sorella.
«Allora torniamo indietro e cerchiamo di scendere da
un’altra parte».
«Sì, Corrado».
I bambini cercarono dunque di ridiscendere dal bastione
di ghiaccio nel punto dove si erano arrampicati, ma non vi
riuscirono. Non c’era che ghiaccio, come se avessero
smarrito la direzione da cui erano venuti. Presero di qui,
presero di là, ma tentarono invano di uscirne, pareva che il
ghiaccio li avesse imprigionati. Scesero aggrappandosi e si
trovarono ancora tra il ghiaccio. Infine, seguendo sempre la
direzione, da cui secondo il ragazzo erano venuti, giunsero
a dei massi più radi, ma ancora più grandi e spaventosi,
come spesso si trovano al limite dei ghiacciai, e i bambini
riuscirono a venirne fuori solo strisciando e
arrampicandosi. Al margine del ghiaccio macigni
giganteschi stavano ammonticchiati l’uno sull’altro, come i
bambini non avevano mai visto in vita loro. Molti erano
avvolti di bianco, altri mostravano gli obliqui piani inferiori
lisci e levigati, come se fossero scivolati a lungo su di essi,
molti erano appoggiati l’uno all’altro come capanne e tetti e
molti giacevano l’uno sull’altro come massi informi. Non
lontano dal luogo dov’erano i bambini, alcuni massi stavano
appoggiati l’uno all’altro con le teste, e larghi blocchi piatti
posavano su di essi a guisa di tetto. Venivano a formare una
casina, aperta sul davanti, ma riparata dietro e sui lati.
Nell’interno era asciutto, perché la neve cadendo a piombo
non aveva portato dentro neppure un fiocco. I bambini
erano felici di non esser più sul ghiaccio e di avere sotto i
piedi la loro terra.
Ma intanto si era fatto buio.
«Sanna,» disse il ragazzo «non possiam più scendere,
perché è venuta notte, e potremmo cadere o magari finire
in una buca. Andiamo là sotto i sassi, dove è così asciutto e
così caldo, e lì aspetteremo. Presto il sole si leva di nuovo; e
allora corriamo giù. Non piangere, ti prego, non piangere,
ti do da mangiare tutte le cose che ci ha date la nonna».
La bambina non piangeva, ma quando furono entrati sotto
la tettoia di pietra, dove non solo potevano stare
comodamente seduti, ma anche in piedi e camminare, si
mise a sedere stretta a lui e rimase cheta cheta.
«La mamma» disse Corrado «non si arrabbierà, le diremo
di tutta questa neve che ci ha impedito di tornare, e lei non
dirà niente; e neanche il babbo. Se ci vien freddo, devi
battere le mani contro il corpo, sai, come facevano gli
spaccalegna, e così ti scalderai».
«Sì, Corrado» disse la bambina.
Sanna era meno disperata di non scender più dalla
montagna quel giorno e di non tornare a casa, di quanto
egli potesse pensare; ché l’immenso sforzo, di cui i bambini
non si erano neppure resi conto, faceva che lo stare a
sedere paresse loro dolce, infinitamente dolce, e a questa
dolcezza si abbandonarono.
Ma ora si fece sentire anche la fame. Quasi allo stesso
tempo tutti e due tolsero di tasca il pane e lo mangiarono.
Mangiarono anche le altre cosette – pezzettini di dolce,
mandorle e noci e altre inezie – che la nonna aveva messo
nelle loro tasche.
«Sanna, ora dobbiamo anche togliere la neve dai nostri
vestiti» disse il ragazzo «se no ci bagniamo».
«Sì, Corrado» rispose Sanna.
I bambini uscirono dalla loro casetta, e prima Corrado
ripulì la sorellina dalla neve. Prese i lembi del vestito, li
scosse, le tolse il cappello che le aveva messo in testa, lo
vuotò della neve che c’era, e quella che vi rimase la
spolverò via con un panno. Poi liberò anche se stesso, come
meglio poté, dalla neve che aveva addosso.
La nevicata era ormai cessata del tutto. I bambini non ne
avvertirono neppure un fiocco.
Tornarono nella capanna di pietra e sedettero. Soltanto
alzandosi avevano sentito quanto grande fosse la loro
stanchezza e ora erano felici di stare seduti. Corrado posò
la borsa di cuoio. Ne tolse il panno in cui la nonna aveva
involtato una scatola e diversi sacchettini di carta e se lo
mise sulle spalle per avere più caldo. Dalla borsa trasse
anche i due pani bianchi e li porse tutti e due a Sanna: la
bimba mangiò avidamente. Mangiò uno dei pani e anche un
pezzo dell’altro. Il resto lo porse però a Corrado, quando
vide che non mangiava. Egli lo prese e lo finì.
Da quel momento i bambini rimasero seduti e
guardarono.
Fin dove il crepuscolo lo permetteva, vedevano lungo i
pendii stendersi e luccicare la neve, e qua e là le sue
lastrine minuscole presero a scintillare stranamente nelle
tenebre, come se la neve avesse assorbito la luce del giorno
e ora la rendesse.
Si faceva notte con la rapidità consueta alle grandi
altezze. Presto tutto intorno fu buio, solo la neve continuò a
rilucere della sua luce smorta. Non solo era cessato di
nevicare, ma anche il velo nel cielo principiò a diradare e a
dividersi, e i bambini videro brillare una piccola stella.
Poiché la neve emanava veramente come un chiarore, e
dalle nuvole non scendeva più nessun velo, dalla loro
caverna i bambini potevano vedere le colline di neve
delinearsi e stagliare contro il cielo scuro. Nella caverna
era tanto più caldo che in ogni altro luogo durante tutto
quel giorno, e i bambini riposarono seduti stretti l’uno
all’altro e dimenticarono persino di aver paura del buio.
Presto si moltiplicarono anche le stelle, ora ne spuntava
una qua, ora una là, finché parve che non ci fosse più una
nuvola in tutto il cielo.
Era l’ora in cui nelle valli si accendono le luci. Prima se
ne accende una e si mette sulla tavola, per rischiarare la
stanza, oppure è solo un tizzo che arde, o arde la fiamma
nella lanterna, e s’illuminano tutte le finestre delle stanze
abitate e brillano di lontano nella notte di neve, ma quella
sera – la vigilia di Natale – se ne accendevano molte di più,
per rischiarare i doni disposti sui tavoli o appesi agli alberi
per i bambini, se ne accendevano innumerevoli; ché in
quasi ogni casa, in ogni capanna, in ogni stanza, c’erano
uno o più fanciulli, a cui Gesù Bambino aveva portato
qualcosa che bisognava illuminare. Il ragazzo aveva
creduto di poter scendere in poco tempo dalla montagna,
eppure, di tutte le luci che quella sera erano accese nella
valle, non una saliva fino a loro; non vedevano che la neve
pallida e il cielo scuro, tutto il resto si perdeva in una
invisibile lontananza. A quell’ora in tutte le valli i bambini
ricevevano i doni portati da Gesù; solo quei due sedevano
lassù al margine del ghiacciaio, e i regali più belli, che
avrebbero dovuto ricevere quel giorno, stavano in pacchetti
ben chiusi nella borsa di cuoio, in fondo alla caverna.
Le nuvole erano calate all’orizzonte dietro le montagne, e
una volta di un azzurro cupo, quasi nero, si stendeva
intorno ai bambini, fitta di stelle lucenti, e in mezzo alle
stelle era intessuto un largo nastro luminoso, color del
latte, che avevano visto anche giù nella valle, ma non mai
così chiaramente. La notte avanzava. I bambini non
sapevano che le stelle avanzano verso occidente e
camminano, se no avrebbero potuto riconoscere dal loro
cammino a che punto era la notte; ma nuove venivano e
vecchie andavano, ed essi credevano fossero sempre le
stesse. Con la luce delle stelle si era fatto più chiaro
intorno ai bambini; ma non videro né valle, né paesaggio,
dovunque bianco – null’altro che bianco. Solo una guglia
scura, una cima scura, un braccio scuro emergevano qua e
là dal chiarore. In nessuna parte del cielo si vedeva la luna,
forse era già tramontata presto col sole, forse non era
ancora apparsa.
Dopo che fu passato un lungo tratto di tempo, il ragazzo
disse: «Sanna, non devi dormire; se ci si addormenta in
montagna, ti ricordi, l’ha detto il babbo, si muore di freddo,
così come è accaduto al vecchio cacciatore del Frassino,
che s’è addormentato ed è rimasto quattro mesi morto,
seduto su un sasso, e nessuno sapeva dove fosse».
Corrado l’aveva scossa per un lembo del vestito, perché si
svegliasse e l’ascoltasse.
Poi fu di nuovo silenzio.
Dopo un certo tempo il ragazzo sentì contro il suo braccio
una leggera pressione, che si faceva sempre più forte.
Sanna si era addormentata e si era abbandonata addosso a
lui.
«Sanna, non dormire, ti prego, non dormire» disse il
ragazzo.
«No,» balbettò la bambina cadendo dal sonno «non
dormo».
Egli si scostò da lei, per farla muovere, ma lei cadde e
avrebbe continuato a dormire per terra. La prese per le
spalle e la scosse. Nel far questo si mosse più forte anche
lui, e si accorse che aveva freddo e che il suo braccio era
diventato più pesante. Ebbe paura e balzò in piedi. Afferrò
la sorella, la scosse più forte e disse: «Sanna, alzati un
momento, stiamo un poco in piedi, e vedrai che staremo
meglio».
«Non ho freddo, Corrado» rispose lei.
«Sì, sì, hai freddo, Sanna, alzati» gridò lui.
«La giacca di pelliccia è calda» disse lei.
«Ti aiuterò ad alzarti» disse lui.
«No» rispose lei e tacque.
Allora al ragazzo venne in mente un’altra cosa. La nonna
aveva detto: anche un sorso solo riscalda tanto lo stomaco
che il corpo non ha più freddo nemmeno nei giorni più
gelidi dell’inverno.
Prese la borsa di cuoio, l’aprì e vi rovistò tanto fino a che
trovò la bottiglietta, nella quale la nonna aveva mandato
alla mamma un estratto di caffè. Tirò fuori la bottiglietta, la
scartò e ne tolse a fatica il turacciolo. Poi si chinò verso
Sanna e disse: «Questo è il caffè che la nonna manda alla
mamma, assaggiane un poco, ti riscalderà. La mamma ce lo
dà volentieri, se sa perché ne abbiamo avuto bisogno».
La bambina, per natura portata alla tranquillità, rispose:
«Non ho freddo».
«Prendine solo un pochino,» disse il ragazzo «e dopo puoi
dormire».
Questa previsione tentò Sanna, e trovò la forza di buttar
giù la bevanda che il ragazzo le fece inghiottire. Quindi
anche il ragazzo ne bevette un poco.
Il fortissimo estratto agì subito, e tanto più fortemente in
quanto i ragazzi non avevano assaggiato caffè in vita loro.
Invece di dormire Sanna diventò più vivace e disse lei
stessa che aveva freddo, ma che dentro era molto caldo e
cominciava anche ad arrivare alle mani e ai piedi. I bambini
chiacchierarono persino qualche tempo.
Così, nonostante il sapore amaro, ricorsero al caffè ogni
volta che l’effetto accennava a diminuire, e portarono i loro
nervi innocenti a uno stato febbrile, capace di reagire alle
forze che li spingevano al sonno.
S’era fatta ormai mezzanotte. Poiché erano ancora tanto
piccini e tutte le sere di Natale per l’eccitazione gioiosa si
addormentavano molto tardi, sopraffatti dalla stanchezza
non avevano mai udito il suono delle campane di
mezzanotte, né l’organo della chiesa, quando si celebrava
la festa, sebbene alla chiesa abitassero vicini. In quel
momento della notte, tutte le campane si misero a suonare,
suonavano le campane di Millsdorf, suonavano le campane
di Gschaid, e dietro la montagna c’era un’altra chiesina con
tre campanelle chiare, che suonavano. Laggiù in paesi
lontani c’erano innumerevoli chiese e campane, e tutte a
quell’ora suonavano, di villaggio in villaggio andava l’onda
del suono, sì, fin da un villaggio all’altro si poteva udire
talvolta attraverso i rami spogli la voce delle campane; solo
ai bambini lassù non giungeva alcun suono, non si udiva
nulla; ché lì non vi era alcun annuncio da dare. Nelle svolte
delle valli, lungo le pendici dei monti, si muovevano ora le
luci delle lanterne, e da più di una fattoria suonava la
campanellina di casa, per richiamare la gente; ma luci e
suoni non potevano arrivare lassù, splendevano solo le
stelle, e seguitavano tranquillamente a rilucere e a
scintillare.
Sebbene Corrado avesse sempre presente la sorte del
cacciatore assiderato, sebbene i bambini avessero quasi
vuotato la bottiglietta del caffè forte, che aveva accelerato
il moto del loro sangue, ma appunto per questo provocato
anche una conseguente spossatezza, essi non avrebbero
potuto vincere il sonno, la cui suadente dolcezza è più forte
di ogni ragione, se la natura nella sua grandezza non li
avesse assistiti, destando in loro una forza capace di
resistere al sonno.
Nello sterminato silenzio che regnava, nel silenzio in cui
non sembrava muoversi neanche un aghetto di neve, i
bambini udirono tre volte lo schianto del ghiaccio. Ciò che
sembra la cosa più rigida ed è invece la più mobile e viva, il
ghiacciaio, aveva prodotto quei suoni. Tre volte udirono
dietro di loro il rimbombo, che era terribile, come se si
fosse spaccata la terra, e si diffondeva in tutte le direzioni e
pareva correre per tutte le piccole vene del ghiaccio. I
bambini rimasero a sedere a occhi aperti e guardavano le
stelle.
Anche per gli occhi incominciò ad avvenire qualcosa.
Mentre i bambini così sedevano, fiorì davanti a loro nel
cielo una pallida luce in mezzo alle stelle e tese un arco
tenue tra di esse. Mandava un lume verdepallido che
dilagava lentamente verso il basso. Ma l’arco si fece via via
più lucente, fino a che le stelle si ritrassero di fronte a esso
e impallidirono. Anche in altre parti del cielo diffuse un
chiarore verdelucente che corse dolcemente fra le stelle
come un’onda viva. Quindi fasci di luce di altri colori si
accesero sulla sommità dell’arco come le punte di una
corona e brillarono. Era un fluire di luce per le zone attigue
del cielo, uno scintillar blando e un diffondersi in lenti
palpiti per ampi spazi. O l’aria satura del cielo si era così
tesa per l’inconsueta nevicata da effondersi in quelle
splendide silenziose fiumane di luce, o era un’altra causa
della imperscrutabile natura. A poco a poco l’arco si fece
sempre più smorto, primi si spensero i fasci, fino a che
lentamente, insensibilmente tutto si affievolì, e nel cielo
non ci fu più altro che le mille e mille semplici stelle.
I bambini non si dicevano una parola, continuavano a
rimanere seduti e guardavano a occhi spalancati nel cielo.
Non accadde più nulla di singolare. Le stelle splendevano,
scintillavano e tremolavano, solo qualche stella cadente
passava rapida tra esse.
Finalmente, dopo che le stelle ebbero a lungo brillato sole
nel cielo e non s’era fatto vedere neppure uno spicchio di
luna, accadde qualche cosa di nuovo. Il cielo incominciò a
farsi più chiaro, lentamente più chiaro, ma pure in modo
sensibile; riapparve il suo colore, le stelle più smorte si
spensero e le altre diradarono. Poi scomparvero anche le
più vive, e si vide più chiaramente la neve delle alture.
Infine si colorò di giallo una zona del cielo e un lembo di
nuvola che era in essa si accese e divenne un nastro
lucente. Tutte le cose si distinguevano chiaramente e le
lontane colline di neve si disegnavano nette nell’aria.
«Sanna, fa giorno» disse il ragazzo.
«Sì, Corrado» rispose la bambina.
«Appena si fa un pochino più chiaro, usciamo dalla
caverna e scendiamo dalla montagna».
Si fece più chiaro, in tutto il cielo non si vedeva più una
stella, e tutte le cose posavano nella luce dell’alba.
«E ora andiamo» disse il ragazzo.
«Sì, andiamo» rispose Sanna.
I bambini si alzarono e provarono le loro membra,
soltanto ora veramente stanche. Sebbene non avessero
dormito affatto, il mattino li aveva rinvigoriti, come sempre
avviene. Il ragazzo si appese alla spalla la borsa di cuoio e
chiuse meglio la giacchetta di pelliccia di Sanna. Poi la
condusse fuori della caverna.
Non avendo, secondo loro, che da scendere dalla
montagna, non pensarono al cibo, e non guardarono se
nella borsa ci fosse ancora del pane o altre cose da
mangiare.
Poiché il cielo era tutto sereno, Corrado volle guardare
giù nelle valli, per riconoscere la valle di Gschaid e
scendere in quella. Ma non vide valli. Non era come
trovarsi su una montagna, da cui si può guardar giù, ma in
una strana contrada sconosciuta, in cui sono solo cose mai
viste. Videro oggi anche più lontano sorgere dalla neve
rocce spaventose, che ieri non avevano visto; videro il
ghiaccio, videro levarsi gobbe e pendici di neve, e dietro a
queste non c’era che il cielo, o, all’estremo limite della
neve, si drizzava la punta azzurra di un monte molto
lontano.
In quel momento si levò il sole.
Un gigantesco disco sanguigno si alzò nel cielo all’orlo
della neve, e in quell’attimo si colorò di rosso la neve
intorno ai bambini, come vi fossero sparse milioni di rose.
Dalle vette e dalle guglie lunghissime ombre verdi caddero
lungo la neve.
«Sanna, noi andremo avanti di qui, fino a che arriviamo al
margine della montagna, e possiamo guardare giù» disse il
ragazzo.
Uscirono dunque sulla neve. Nella notte serena era
diventata ancora più asciutta e cedeva sotto i loro passi.
Procedevano gagliardamente. Anzi, le loro membra,
camminando, si facevano persino più agili e forti. Ma non
arrivarono a nessun margine e non guardarono giù. A un
nevaio seguiva un altro nevaio, e al termine di ciascuno
c’era di nuovo e sempre il cielo.
Tuttavia continuarono ad andare avanti.
Ed ecco arrivarono di nuovo al ghiaccio. Non sapevano di
dove il ghiaccio fosse venuto, ma sotto i piedi sentivano il
suolo liscio, e se non c’erano spaventose macerie come
presso quel margine dove avevano passato la notte, videro
però che continuavano a camminare su ghiaccio liscio;
videro qua e là blocchi che si facevano sempre più fitti e si
serravano sempre più addosso a loro, e li costrinsero di
nuovo ad arrampicarsi.
Ma proseguirono ugualmente nella loro direzione.
Si arrampicarono un’altra volta su per i massi. E furono di
nuovo sul ghiacciaio. Oggi, alla luce del sole, videro
veramente che cos’è. Era smisurato, e di là da esso si
ergevano nuove rocce nere, il ghiaccio coperto di neve si
serrava, si gonfiava, si sollevava come onda dietro a onda,
pareva spingersi avanti e rovesciarsi addosso ai bambini.
Nel bianco videro innumerevoli linee azzurre correre
serpeggiando. Anche tra l’uno e l’altro di quei punti, dove
sembrava che i blocchi di ghiaccio fossero stati scagliati
l’uno sull’altro, passavano linee simili a vie, ma erano
bianche ed erano strisce dove il ghiaccio era sodo o dove i
massi non erano tanto sconvolti. Per queste vie si misero i
bambini, perché volevano attraversare una parte del
ghiacciaio, per arrivare all’orlo della montagna e
finalmente guardare giù. Non dicevano una parola. La
bambina seguiva il ragazzo. Ma anche oggi era di nuovo
ghiaccio, solo ghiaccio. E il luogo che volevano raggiungere
pareva farsi man mano più vasto e sempre più vasto. Allora,
abbandonando quella direzione, ritornarono indietro. Dove
non potevano camminare, si facevano strada fra gli
ammassi abbrancandosi alla neve, che spesso si rompeva
sotto i loro occhi, scoprendo il taglio azzurro intenso di un
crepaccio là dove un momento prima tutto era bianco; ma
essi non se ne davano pensiero, e continuarono a farsi
strada fino a che riuscirono a venir fuori dal ghiacciaio.
«Sanna,» disse il ragazzo «non torneremo più tra il
ghiaccio, perché là non è possibile andare avanti. E poiché
non possiamo vedere la nostra valle, scenderemo
direttamente dalla montagna. In una valle dovremo pure
arrivare, diremo alla gente che siamo di Gschaid, e quelli ci
daranno una guida che ci condurrà a casa».
«Sì, Corrado» disse la bambina.
Così cominciarono a scendere per la neve nella direzione
che si presentava loro in quel momento. Il ragazzo
conduceva per mano la bambina. Ma dopo che furono scesi
un certo tempo, il pendio cessò e la neve riprese a salire.
Allora i bambini cambiarono direzione e scesero lungo un
avvallamento. Ma qui incontrarono di nuovo il ghiaccio.
Allora salirono su per il ciglio del fossato per cercare il
modo di scendere da un’altra parte. Una distesa di neve li
condusse verso il basso, ma divenne via via così ripida che
non sapevano dove appoggiare il piede, ed ebbero paura di
scivolare giù. Si arrampicarono allora di nuovo, per cercare
di nuovo un’altra via verso il basso. Si arrampicarono a
lungo sulla neve e seguitarono poi a camminare sopra un
crinale in piano, ma era sempre lo stesso: o la neve
scendeva così ripida che sarebbero precipitati, o saliva di
nuovo, così che temevano di arrivare in cima alla
montagna. E così ogni volta di nuovo.
Allora vollero ritrovare la direzione da cui erano venuti e
scendere alla colonnina rossa. Poiché non nevica e il cielo è
così limpido, pensava il ragazzo, avrebbero riconosciuto il
luogo dove doveva trovarsi la colonna, e di lì avrebbero
potuto scendere a Gschaid.
Il ragazzo comunicò questa sua idea alla sorellina ed essa
lo seguì.
Ma anche la strada verso il colle non si trovava.
Per quanto chiaro splendesse il sole, per quanto nitide si
levassero le alture e si stendessero i campi di neve, non
poterono riconoscere i luoghi per i quali erano saliti il
giorno prima. Ieri la spaventosa nevicata aveva coperto
ogni cosa, così da non vedere che a pochi passi di distanza,
e tutto si confondeva in una sola massa di grigio e di
bianco. Avevano visto solo le rocce, lungo le quali e in
mezzo alle quali erano passati: ma anche oggi avevano già
visto tante rocce che somigliavano tutte a quelle viste ieri.
Oggi lasciavano orme fresche nella neve; ma le orme di ieri
erano state tutte coperte dalla neve. E neppure
guardandosi intorno potevano riconoscere quale luogo
portasse al colle, poiché tutti i luoghi erano uguali. Neve,
null’altro che neve. Ma continuarono ad andare avanti e
credevano di arrivarci. Evitavano le ripide discese e non si
arrampicavano più per le ripide salite.
Anche oggi si fermavano spesso ad ascoltare; ma anche
oggi non udirono nulla, non il suono più lieve. E non
vedevano altro che la neve, la chiara, candida neve, da cui
si drizzavano qua e là le guglie nere e i neri costoni di
pietra.
Finalmente parve al ragazzo di veder guizzare un fuoco
sulla china di un nevaio lontano. Appariva, spariva. Ora si
vedeva, ora no. Si fermarono e fissarono gli occhi su quel
punto. Il fuoco guizzava sempre e pareva avvicinarsi; ché lo
videro più grande e videro più distinto il guizzare. Non
spariva più così spesso e a lungo come prima. Dopo un
certo tempo udirono fievole fievole nella silenziosa aria
azzurra qualcosa come il suono insistente di un corno di
pastore. D’istinto tutti e due gridarono forte. Dopo un poco
udirono un’altra volta il suono. Gridarono di nuovo e
rimasero fermi dov’erano. Il fuoco del resto si avvicinava.
Si intese il suono per la terza volta e questa volta più
distinto. I bambini risposero di nuovo con alte grida. Dopo
qualche tempo riconobbero anche il fuoco. Non era fuoco,
era una bandiera rossa, che qualcuno sventolava. Allo
stesso tempo risonò più vicino il corno e i bambini
risposero.
«Sanna,» esclamò il ragazzo «viene gente di Gschaid,
conosco la bandiera, è la bandiera rossa che il signore
forestiero, che scalò il Gars con il cacciatore giovane del
Frassino, piantò sulla cima perché la vedesse il signor
parroco col cannocchiale, come segno che erano arrivati
lassù, e che il signore forestiero regalò poi al signor
parroco. Tu eri ancora molto piccina».
«Sì, Corrado».
Dopo un po’ di tempo i bambini videro anche la gente che
era con la bandiera, piccoli punti neri, che parevano
muoversi. Il richiamo del corno si ripeteva di tempo in
tempo e si faceva sempre più vicino. I bambini
rispondevano ogni volta.
Finalmente videro sul pendio di neve di fronte a loro
parecchi uomini che venivano giù coi loro bastoni e
avevano in mezzo la bandiera. Quando furono più vicini li
riconobbero. Era il pastore Filippo con il corno, i suoi due
figli, poi il cacciatore giovane del Frassino e diversi abitanti
di Gschaid.
«Sia benedetto Iddio,» gridava Filippo «eccovi
finalmente. La montagna è piena di gente. Che uno corra
subito giù alla Sideralpe e suoni la campana, che sentano
che li abbiamo trovati, e uno vada al Sasso del Granchio e
pianti la bandiera, che la vedano nella valle e sparino i
mortaretti, perché lo sappiano quelli che cercano nel bosco
di Millsdorf, e perché a Gschaid accendano le fumate, che
si vedano nell’aria e avvertano tutti quelli che sono ancora
sulla montagna di scendere alla Sideralpe. Che giornata di
Natale!».
«Corro giù all’Alpe» disse uno.
«Porto la bandiera al Sasso del Granchio» disse un altro.
«E noi condurremo i bambini giù alla Sideralpe come
meglio potremo, e così Dio ci assista» disse Filippo.
Un figlio di Filippo prese la via verso il basso, e l’altro si
allontanò sulla neve con la bandiera.
Il cacciatore prese per mano la bambina, il pastore
Filippo il ragazzo. Gli altri aiutavano come potevano. Così si
misero in cammino. Procedevano facendo ampie curve. Ora
andavano in una direzione, ora prendevano quella opposta,
ora scendevano, ora salivano. E sempre in mezzo alla neve,
sempre in mezzo alla neve, e il paesaggio era sempre lo
stesso. Per attraversare pendii molto ripidi mettevano i
ramponi ai piedi e portavano in braccio i bambini.
Finalmente, dopo molto tempo, udirono una campanellina,
che saliva a loro limpida e dolce, ed era il primo segno che
mandavano loro di nuovo i luoghi di giù. Dovevano essere
discesi molto; ché videro una cima nevosa levarsi altissima
e azzurra sopra di loro. La campanella che udivano era
quella della Sideralpe, e la suonavano perché là era il luogo
fissato come ritrovo. Più oltre udirono anche, fiochi
nell’aria silenziosa, gli scoppi dei mortaretti sparati da chi
aveva visto sventolare la bandiera, e videro poi salire
nell’aria sottili colonne di fumo.
Dopo un certo tempo, scendendo un dolce pendio,
scorsero la capanna della Sideralpe. Si diressero a quella
volta. Nella capanna era acceso il fuoco, c’era la mamma
dei bambini, e con un grido terribile cadde riversa nella
neve quando vide arrivare i bambini col cacciatore giovane.
Poi corse loro incontro, li guardò da ogni parte, voleva
dar loro da mangiare, voleva scaldarli, voleva stenderli sul
fieno preparato; ma presto si persuase che dalla gioia i
bambini erano più forti di quel che avesse pensato, e che
avevano solo bisogno di un po’ di cibo caldo e di un po’ di
riposo. Ebbero l’uno e l’altro.
Quando dopo un certo tempo un altro gruppo di uomini
scese giù per il campo di neve, mentre la campanella
continuava a suonare, i bambini stessi corsero fuori con gli
altri a vedere chi era. Era il calzolaio, l’antico scalatore di
montagne, col bastone ferrato e i ramponi, accompagnato
da amici e compagni.
«Sebastiano, son qui» gridò la donna.
Ma egli taceva, tremava e corse verso di loro. Poi mosse
le labbra, come se volesse dire qualcosa, ma non disse
nulla, strinse a sé i bambini e li tenne a lungo. Poi si volse
alla moglie, la chiuse tra le braccia ed esclamò: «Sanna,
Sanna!».
Dopo un poco raccattò il cappello, che gli era caduto nella
neve, si avanzò tra gli uomini e volle parlare. Ma disse
soltanto: «Vicini, amici, vi ringrazio».
Dopo aver atteso ancora che i bambini si fossero riposati,
egli disse: «Se ci siamo tutti, in nome di Dio possiamo
incamminarci».
«Ancora tutti non ci sono,» disse il pastore Filippo «ma
quelli che ancora mancano sanno dal fumo che abbiamo
trovato i bambini, e andranno a casa, quando troveranno
vuota la capanna dell’Alpe».
Si prepararono alla partenza.
La capanna della Sideralpe non era molto distante da
Gschaid, dalle cui finestre d’estate si poteva veder bene il
prato verde su cui stava la capanna grigia col campanilino;
ma sotto di essa c’era una parete a picco, alta molte tese,
dalla quale d’estate si poteva scendere soltanto con l’aiuto
di chiodi, d’inverno in nessun modo. Bisognava perciò
allungare la strada passando per il colle, e poi dalla
colonnina rossa scendere a Gschaid. Strada facendo
attraversarono il Pra’ di Sider, che è ancora più vicino a
Gschaid, così che si poteva credere di vedere le finestre del
paesino.
Mentre attraversavano questo prato, risuonò chiara e
limpida la campanella della chiesa di Gschaid, che
annunciava l’Elevazione.
Il parroco, a causa dell’agitazione che regnava quella
mattina a Gschaid, aveva rinviato la celebrazione della
messa solenne, nell’attesa che ricomparissero i bambini.
Ma infine, poiché non giungeva alcuna notizia, la funzione
dovette essere celebrata.
Quando risuonò la campanellina dell’Elevazione, tutti
quelli che attraversavano il prato caddero in ginocchio sulla
neve e pregarono. Quando il suono della campanella
tacque, si alzarono e ripresero il cammino.
Il calzolaio portava quasi sempre in collo la bambina e si
faceva raccontare tutto.
Arrivati nelle vicinanze del bosco del colle, incontrarono
delle orme di cui il calzolaio disse: «Queste non sono di
scarpe di mia lavorazione».
La cosa si chiarì presto. Attirato probabilmente dalle
molte voci, un altro gruppo di uomini si fece incontro a
quelli che scendevano. Era il tintore, col viso color di
cenere per lo spavento, che scendeva dalla montagna alla
testa dei suoi contadini, dei suoi operai e di vari abitanti di
Millsdorf.
«Sono passati sul ghiacciaio e sul crepaccio, senza
saperlo» gridò il calzolaio di lontano a suo suocero.
«Eccoli qui – eccoli qui – sia grazie a Dio,» rispose il
tintore «lo so di già che erano lassù, da quando il tuo messo
è venuto stanotte da noi, e noi avevamo frugato tutto il
bosco coi lumi e non avevamo trovato nulla – e quando poi
cominciò ad albeggiare, ho notato che lungo la via, che a
sinistra della colonnina rossa porta su al nevaio, nel punto
dove ci si allontana dalla colonna erano stati spezzati
ramoscelli e bacchettine, come fanno i bambini quando
vanno per un sentiero, allora l’ho capito subito – la strada
che avevano preso non li ha più lasciati sfuggire, e così han
dovuto andare nel fossato, e poi tra le rocce, e poi sulla
cresta che a destra e a sinistra è così ripida che non
potevano scendere. E così sono dovuti salire. Allora ho
mandato subito a Gschaid, ma il taglialegna Michele, che ci
è andato, ci ha detto al ritorno, incontrandoci lassù quasi
presso il ghiaccio, che li avete già trovati, e perciò siamo
ridiscesi».
«Sì,» disse Michele «l’ho detto perché la bandiera rossa è
già piantata sul Sasso del Granchio e quelli di Gschaid
l’hanno riconosciuta per il segnale convenuto. E vi ho detto
che tutti sarebbero scesi per questa via, perché non si può
passare dalla parete».
«In ginocchio, genero mio, e ringrazia Iddio in ginocchio»
riprese il tintore «che non s’è levato il vento. Passeranno
cent’anni prima che cada di nuovo una nevicata simile, e
che cada a perpendicolo come corde bagnate da una
stanga. Se si levava il vento, i bambini erano perduti».
«Sì, ringraziamo Iddio, ringraziamo Iddio» disse il
calzolaio.
Il tintore, che dalle nozze di sua figlia non era mai stato a
Gschaid, decise di accompagnarvi gli altri.
Nei pressi della colonna rossa, dove cominciava il
sentiero nel bosco, attendeva una slitta, che il calzolaio
aveva fatto venire per ogni caso. Vi misero la madre e i
bambini, li avvolsero bene nelle coperte e nelle pellicce che
erano dentro la slitta, e li fecero partire per primi.
Gli altri seguirono e arrivarono a Gschaid nel pomeriggio.
Quelli che erano ancora sulla montagna e soltanto dal
fumo avevano avuto il segnale del ritorno, rientrarono
anch’essi un po’ alla volta. L’ultimo, che ritornò soltanto a
sera, fu il figlio del pastore Filippo, che aveva portato e
piantato la bandiera rossa sul Sasso del Granchio.
A Gschaid attendeva la nonna che era venuta da
Millsdorf.
«Mai, mai più in vita loro» esclamò «i bambini
passeranno il colle d’inverno».
I bambini erano storditi da tutto quel movimento.
Avevano mangiato un altro poco ed erano stati messi a
letto. Sul tardi, quando si furono un po’ riavuti, e alcuni
vicini e amici si erano riuniti nel tinello e parlavano
dell’accaduto, e la mamma invece era seduta in camera
vicino al lettino di Sanna e l’accarezzava, la bambina disse:
«Mamma, stanotte, quando eravamo sulla montagna, ho
visto Gesù».
«O la mia brava, la mia cara bambina,» rispose la mamma
«e ti ha anche portato i doni che presto vedrai».
La scatole erano state vuotate, le luci erano accese, la
porta sul tinello fu aperta, e dal letto i bambini videro il
caro, il risplendente, il ritardato albero di Natale.
Nonostante la stanchezza bisognò rivestirli un poco, perché
potessero uscire, ricevere i doni, ammirarli e infine
addormentarsi con essi.
L’osteria di Gschaid quella sera fu più animata del solito.
Tutti quelli che non erano stati in chiesa si erano ritrovati
lì, e gli altri anche. Ognuno raccontava che cosa aveva visto
e udito, che cosa aveva fatto, che consigli aveva dato e i
pericoli che aveva corso. Ma specialmente si discuteva di
come tutto si sarebbe potuto fare diversamente e meglio.
L’avvenimento ha segnato un capitolo nella storia di
Gschaid, ha dato per lungo tempo materia a discorsi, e se
ne parlerà per molti anni ancora, soprattutto nei giorni
sereni quando la montagna si vede nitidamente, o quando
si raccontano ai forestieri le sue curiosità.
I bambini da quel giorno divennero veramente proprietà
del paese, da allora in poi non furono più considerati
forestieri, ma compaesani, che si era andati a riprendere
dalla montagna.
Anche la loro madre Sanna era diventata una del paese.
Ma i bambini non dimenticheranno mai la montagna, e si
faranno ancora più seri nel contemplarla, quando sono in
giardino e come in passato il sole splende sereno, odora il
tiglio, ronzano le api, e la montagna li guarda dall’alto bella
e azzurra come la dolce volta del cielo.
NOTA
DI GABRIELLA BEMPORAD
Cristallo di rocca è stato immaginato e scritto nella
seconda metà del 1845. È nato come racconto per bambini
o adolescenti e poco più tardi destinato a far parte di un
«Libro di Natale» per essi, libro che non uscì mai. E anche
prima di ripubblicarlo in volume insieme con altri racconti
Stifter pensava di intitolarlo «Doni per la gioventù» o «Dal
mondo infantile».
Il libro, che uscì nel 1853, si chiamò invece Pietre
colorate, e contiene, accuratamente rivisti, sei racconti,
tutti composti e pubblicati separatamente con altri titoli tra
il 1843 e il 1848, salvo l’ultimo, posteriore; nelle nuove
redazioni Stifter intitolò ciascuno con un nome di pietra:
Granito, Pietra calcarea, Tormalina, Cristallo di rocca, Mica
e Argilla lattea. Tra essi Cristallo di rocca è, non solo nel
nome, il più nitido e lucente.
Di Cristallo di rocca, più che di ogni altra opera di Stifter,
conosciamo le fonti immediate, anzi l’attimo stesso della
ispirazione. Cristallo di rocca nasce in un’ora felice, è il
frutto di incontri stimolanti, e si direbbe persino puntuali,
col paese natale, con un’amicizia feconda, con l’infanzia
viva e quella della memoria, in un concorso sereno della
natura e dell’arte.
Nell’estate del 1845 Stifter, insieme a sua moglie, fece un
viaggio ai luoghi della sua infanzia, rivide il paese natale,
Oberplan, e Friedberg, la patria della sua indimenticabile
amata perduta, e si spinse poi fino a Hallstatt, in montagna,
a far visita a Friedrich Simony. Simony era un giovane
geografo e geologo, un audacissimo scalatore di quelle
montagne a cui dedicava il suo studio come scienziato, e
che sapeva descrivere con la penna e il pennello con
sensibilità di artista. S’erano incontrati l’anno prima a
Vienna, dove Stifter allora abitava, in casa del principe
Metternich, al cui figlio insegnava fisica e matematica, e,
riconosciute subito le loro singolari affinità, erano diventati
amici. È Simony che molti anni dopo racconta
quell’incontro. Nonostante la giornata piovosa i due amici
fanno subito una passeggiata lungo un torrente montano;
Stifter nota e descrive con foga i particolari del bellissimo
paesaggio, Simony gli racconta delle sue scalate invernali
sui ghiacciai della zona e gli descrive una meravigliosa
grotta di ghiaccio in cui è penetrato, simile al palazzo di un
re delle Alpi, costruito di smeraldi, zaffiri e cristallo di
rocca. Stifter osserva: «È un quadro, a cui mancano solo le
figure adatte». Ed ecco che, dietro a un gruppo di rocce
gigantesche che Stifter sta ammirando, sbucano
improvvisamente due bambini fradici di pioggia, che
tornano dalla montagna dove hanno portato da mangiare al
nonno e dove, dopo essersi riparati dal temporale sotto la
sporgenza di una roccia, avevano colto delle fragole che
ora offrono ai signori forestieri. Stifter le compra, ma vuole
che le mangino loro. E il giorno seguente, nello studio di
Simony, che gli mostrava gli schizzi che aveva fatto in
montagna, si ferma su un acquarello che rappresenta la
grotta di ghiaccio di cui l’amico gli aveva parlato e
improvvisamente dice: «Mi sono immaginato i bambini di
ieri sotto questa azzurra volta di ghiaccio; che contrasto
farebbero quelle fresche palpitanti vite umane in questa
splendida, paurosa, gelida cornice».
Sei mesi dopo, sotto Natale, usciva in un quotidiano di
Vienna il racconto intitolato La santa sera (o «La notte di
Natale») che, rivisto, andò a far parte delle Pietre colorate
col titolo Cristallo di rocca. Il racconto reca tracce evidenti
dei discorsi, degli scritti e dei disegni dell’amico, ché
Stifter stesso, per strano che possa sembrare, non è mai
stato su un ghiacciaio e non ha mai visto coi suoi occhi le
cose che così lucidamente descrive.
Pietre colorate, nonostante la sua destinazione originaria,
non diventò propriamente un libro per bambini. Ma i
racconti trattano tutti di bambini – e di bambini salvati;
salvati dalla peste, dalla guerra, dal fuoco, dall’acqua, dal
ghiaccio. Ma chi sono questi bambini? Si è voluto vedere
nel libro una risposta poetica parallela a quella politico-
pedagogica, all’impegno educativo che subentrò a quello
propriamente politico subito dopo i moti rivoluzionari
viennesi del marzo e dell’ottobre 1848, a cui Stifter aderì
con entusiasmo, per distaccarsene quasi subito, soprattutto
per l’orrore che gli ispirarono le violenze popolari. Ed è ben
probabile che la tematica dei bambini di Pietre colorate,
salvati tutti da minacce distruttive storiche o naturali,
abbia in quel tempo acquistato per lui significato e
attualità, e gli sia sembrato di riconoscervi allusa la
necessità di salvare la nuova generazione dalle ‘tempeste’
dell’epoca, e che questo sia stato uno stimolo a comporre la
raccolta e il legame storico che unisce tra loro i racconti, le
cui prime redazioni sono per la maggior parte anteriori alla
rivoluzione. Ma a noi pare che l’insistenza di tale tematica,
che l’invasione improvvisa di bambini nella narrativa di
Stifter riveli più ancora una irruzione di nuovi contenuti
interni, e che i bambini siano le figure di questa novità; che
siano questi nuovi valori da affermare, da salvare più che
dalle violenze dell’epoca, dai pericoli dell’umana, della
propria natura, dalla furia delle passioni. Così i nuovi
racconti testimonierebbero piuttosto di una evoluzione
personale, di una revisione interna, che del resto si
accompagna in buona parte nel tempo con la rigorosa
revisione che Stifter andava compiendo dei suoi precedenti
racconti per raccoglierli nei volumi degli Studi. In tale
revisione la rinuncia o il freno imposti all’io, al pathos, il
graduale abbandono dei modelli romantici e l’aspirazione
sempre più pronunciata al «classico», si traducono
formalmente in oggettività epica, in sobrietà e nitidezza di
stile.
Nelle Pietre colorate si va oltre. Abbandonate le figure
appassionate e quelle singolari, eccentriche, esotiche (gli
‘originali’ degli Studi), l’accesa e spesso amara
problematica uomo-donna (i nuovi protagonisti sono ora
bambini o vecchi, prima delle passioni, dopo le passioni),
respinti sempre più gli interventi personali del debole
filosofo, dell’esperto naturalista e perfino del moralista e
del pedagogo, la revisione si estende, puntigliosa, fino alla
punteggiatura, alla censura degli interrogativi, degli
esclamativi, degli amati segni di sospensione. Si diradano
gli aggettivi a favore dei sostantivi, la ricchezza dei verbi
cede il predominio al verbo «essere», ciò che è, così come
sono le «cose», un vocabolo a cui Stifter darà sempre più
spazio. Il compito dell’artista diventa (con parole di Stifter)
la rappresentazione «dell’umanità oggettiva come riflesso
dell’ordine divino», della «semplicità, grandezza e bontà
dell’anima umana nelle vicende comuni».
Anche la seconda redazione di Cristallo di rocca, la
nostra, sta alla prima come rivista da un rigoroso maestro
congiunto a un geniale artista. L’arte consapevole ripaga il
sacrificio del sentimento recuperandolo per via stilistica.
Vediamo, ad esempio, come (nella parte centrale del
racconto, sulla montagna), la ripetizione di «Sì, Corrado»,
con cui la bambina risponde ogni volta alle spiegazioni e ai
propositi, anche quelli errati, del fratello maggiore,
cresciuta dalla prima alla seconda redazione da 4 a 17
volte, acquisti la qualità, più che di un ritornello, di un
motivo conduttore interno, traducendo il valore stilistico
nei valori umani dell’innocenza, della fiducia,
dell’accettazione, in un «sì» alla vita malgrado i suoi dubbi,
i suoi pericoli, le sue tempeste. (Quanto lontano, non solo
nel tempo, quanto diverso dall’atteggiamento di questi e di
altri esemplari bambini delle Pietre colorate, la descrizione
autobiografica di un’altra paurosa tempesta di neve, in quel
Dal bosco bavarese di più di vent’anni dopo, in cui
l’impazienza, l’angoscia e il terrore dell’uomo già vecchio e
malato, che la tempesta tiene prigioniero in un paese di
montagna, impedendogli di scendere a Linz e raggiungere
la moglie, gettano un velo di disagio e di malinconia non
sull’arte, sempre splendida, ma sugli ideali e la realtà
umana del grande scrittore. Sembra che Stifter non si
ricordi più di Cristallo di rocca).
Ciò che nella redazione finale Stifter aggiunge –
specialmente il felice sviluppo della parte centrale o
cuspidale del racconto, quella sulla montagna, a cui
accresce spazio e luce – ciò che d’originario ritocca o
polisce – il giro delle stagioni, l’alternanza delle salite e
delle discese, il digradare delle diverse vegetazioni sui
fianchi del monte, la convivenza, le une accanto alle altre,
delle piccole consuetudini e convenzioni del paesino della
valle e delle grandiose, luminose meraviglie delle cime, e,
descritti con la stessa esattezza, la stessa voce, lo stesso
‘tempo’, il moto delle costellazioni e la perfetta
«costellazione dei chiodi» sulle scarpe dell’abile calzolaio, i
grandi silenzi delle solitudini e le modeste parole del
commercio e della solidarietà umani, il pauroso, il
meraviglioso e il quotidiano contemplati con gli stessi occhi
pacati, la fine che si riallaccia naturalmente al principio
chiudendo il difficile cerchio dell’armonia – tutto questo dà
a Cristallo di rocca una struttura e un ritmo felici, una
dimensione e uno spessore terrestre e celeste, un senso
cosmico e insieme familiare dell’ordine naturale e perciò
divino. Gli dà una sorta di totalità, di sfericità, l’immagine
di un mondo intero. Un mondo davanti al quale la creazione
artistica ripete, superando l’indubbio sforzo, il «e vide che
era buono» della grande Creazione. Potremmo persino dire
il mondo – sia pure nelle sue dimensioni e le sue molte
esclusioni, tra cui la più problematica è l’assenza del male,
quella vipera di cui Hofmannsthal notava l’innaturale
assenza nei boschi di Stifter – il mondo come racchiuso in
un «cristallo, in purità e innocenza» (sempre Hofmannsthal
in Andrea, per il mondo di Romana).
È proprio in questa sfera di trasparenza e purezza, in
questa nostra rappresentazione dei bambini tra la neve e il
ghiaccio, in questo quadro bianco su bianco, che
l’apassionalità e la monocromia, e con esse il rigore e il
nitore stilistico raggiungono il loro vertice. Siamo sulla
guglia ma anche sullo scrimolo dell’arte di Stifter, esente
ancora da maniera, da una stilizzazione quasi eccessiva.
Ma proprio al culmine di questo trionfo del bianco, che,
ricordiamo, sta sul gradino più alto della scala cromatica
dei suoi valori etici, quello della purezza (e a cui, col grigio,
il poeta pittore nel suo cammino morale e artistico andava
riducendo la sua ardente tavolozza originaria), Stifter
colora tutto quel bianco di uno sprazzo di rosso, il colore
che nella sua progressione simbolica sta al gradino
inferiore, quello dei sensi, delle passioni, quel rosso che già
altrove, sorgendo dalle profondità in cui l’ardore
sottomesso si cela, sale talvolta ad accendere paesaggi
aridi e non solo i volti e le vesti di bianche fanciulle, ma
anche i volti maturi di uomini canuti, rompendo per un
attimo la padronanza faticosamente raggiunta.
«Un gigantesco disco sanguigno si alzò nel cielo all’orlo
della neve, e in quell’attimo si colorò di rosso la neve
intorno ai bambini, come vi fossero sparse milioni di rose».
Rose sulla neve: un’immagine audace e dolce che sembra
salire da strati più profondi di quelli dell’occhio del pittore,
del gusto del poeta, e da cui ci stacchiamo a fatica, come
del resto Stifter stesso, che la riprenderà, sia pure senza
nominare le rose, proprio nel suo grande «romanzo della
rosa». Ma è già incominciata la simbolica delle rose, la
metafora, ognora cara a Stifter, sta rompendo il velo; già si
annuncia la conciliazione del bianco e del rosso, della
purezza e dell’ardore, ed è proprio nell’immagine della
rosa, e perciò in bellezza, che si compie la conciliazione dei
suoi valori interni, che si suggellerà qualche anno dopo, e
sia pure in un’aura appena tiepida, autunnale, sulla parete
della «Casa delle rose» del suo Nachsommer. «C’erano,
quasi tutte le varietà di rose... I colori andavano dal bianco
puro delle rose bianche per arrivare, attraverso le
gradazioni del bianco roseo e giallino, al rosso tenero, alla
porpora e al rosso azzurrino e nerastro delle rose rosse...
Le rose fiorivano in una mescolanza di tutti i colori».
Ma c’è anche un altro elemento che avvolge e colora il
racconto dei bambini tra la neve e il ghiaccio: la fiaba.
Nell’opera di Stifter, naturalista e illuminista, è ben raro
che si faccia strada il meraviglioso che non sia quello della
natura, ma nelle Pietre colorate l’eco delle fiabe e delle
leggende sembra risalire dalla memoria, dalla rivisitazione
dei luoghi natali e dell’infanzia, della nonna novellatrice,
riaffiorati forse in quel viaggio che precedette di poco la
visita a Simony e che può aver risvegliato gli originari
elementi popolari e fiabeschi.
Di tali motivi fiabeschi Cristallo di rocca conserva un
minor numero di altri racconti della raccolta, o forse solo
meno espliciti, ma in compenso si potrebbe leggere
interamente anche come una fiaba, una fiaba senza le fate,
s’intende, anzi piena di spiegazioni e giustificazioni molto
ragionevoli (come, ad esempio, la sopravvivenza dei
bambini attribuita particolarmente all’azione del caffè). E
ritrovarci il «cammina cammina», i pericoli, le meraviglie,
l’esito felice delle fiabe, e soprattutto la figura archetipica
dei bambini sperduti nel bosco. Ma anche la sua
connessione col Natale e perfino con la rappresentazione
più splendida del racconto, l’arco luminoso dell’aurora
boreale, risalgono alle memorie dell’infanzia, al ricordo dei
racconti della nonna, finiti in un modesto e trascurato
articolo sul Natale che Stifter scrisse nei suoi ultimi anni.
Essi narravano di compaesani che da bambini affermavano
d’aver visto Gesù Bambino passare per il cielo su un arco
luminoso; quel Gesù Bambino che Stifter racconta d’aver
visto egli stesso trasvolare per il cielo avvolto in un
piumaggio variopinto, a vent’anni, quando non credeva più
alle favole, in un giorno di febbre. Da queste incancellabili
memorie ha dunque origine quella che sembrava anch’essa
una felice invenzione, le belle ingenue parole con cui la
bambina racconta alla mamma quella visione luminosa:
«Mamma, stanotte, quando eravamo sulla montagna, ho
visto Gesù».
Questo riproporrebbe un discorso troppo lungo e
controverso sulla religiosità di Stifter, o qui più
particolarmente sul suo cristianesimo; egli non ha mai
saputo o voluto definire quello che era il suo deismo, che si
afferma essenzialmente nell’atteggiamento spirituale,
nell’esigenza del comportamento etico dell’uomo, e nella
accettazione reverente di un numinoso visto principalmente
attraverso le grandi manifestazioni della natura e di cui ha
descritto più volte e magistralmente il doppio volto
affascinante e tremendo, meraviglioso sempre. È proprio
nell’alternanza di paurose tenebre e di prodigiose luci e
colori della sua Eclissi dell’8 luglio 1842 – che la
fantasmagoria di Cristallo di rocca ci richiama alla mente –
che Stifter aveva sentito «la vicinanza di Dio».
In Cristallo di rocca, nonostante che l’affettuosa
enumerazione delle feste cristiane all’inizio del racconto e
le manifestazioni religiose dei valligiani alla sua felice
conclusione chiudano la vicenda in una cornice di tradizioni
e costume cristiani, è indubitabile che la vera, la grande
notte di Natale è quella che si celebra silenziosamente
«lassù» sulla montagna – dove non giungono né il suono
delle campane né le luci festose della valle, dove «non vi
era alcun annuncio da dare» – alla luce delle stelle, della
iridescente meteora, dell’aurora di rose. Ma Stifter, dopo
aver tradotto in fenomeni naturali il soprannaturale
religioso e quello delle favole, restituisce il fenomeno
naturale alla fonte favolosa; un’alternanza in cui non c’è
contraddizione ma equivalenza, se le parole della bambina
e le espressioni religiose dei valligiani si leggono come la
traduzione, legittima e rispettosa, delle meraviglie della
«montagna» nel linguaggio dei piccoli, degli uomini della
valle.
Ma torniamo alla fiaba e raccontiamone anche noi una
che Stifter anche qui mette in bocca a una nonna, che la
narra ai bambini in un racconto di Pietre colorate intitolato
Mica.
«C’era una volta un pastore che conduceva le pecore nel
bosco, perché pascolassero sul prato e gli dessero latte e
lana... Un giorno, alla ricerca di un agnello smarrito, il
pastore s’inoltra nel bosco che si fa via via più fitto, lungo
un torrente impetuoso e pareti di roccia, fino a che arriva a
una caverna. Entrò nella caverna che si faceva sempre più
stretta e sempre più scura... Ed ecco che d’improvviso vide
in un angolo qualcosa che brillava, come se vi fosse una
rossa goccia di sangue. Si avvicinò, sentì che doveva
stendere la mano e prendere la goccia. Prese la goccia, ma
si trovò in mano una grande pietra fredda e ruvida... Portò
fuori la pietra fino a che arrivò alla luce del giorno, e vide
allora che era una pietra come se ne trovano a migliaia nei
campi, e che dalla pietra s’affacciava un occhiolino rosso,
come se fosse coperto dalle palpebre della dura corteccia
di pietra... Avvolse la pietra in un fazzoletto e la conservò
con cura. E un giorno venne un ricco massaro e il pastore
gli vendette la pietra per cinque pecore. E il massaro la
vendette a un medico per un cavallo, e il medico la
vendette a un prestatore su pegno per cento monete d’oro,
e il prestatore su pegno la fece liberare dal pietrame vile e
polire, ed ora... è molto grande e lucente ed è un
carbonchio... e la portano principi e re nelle loro corone...».
Sembra che Stifter non si sia accorto come questa breve
favola del rubino celato in una pietra come ce ne sono a
migliaia sia la parabola, la chiave stessa delle Pietre
colorate, l’interpretazione più profonda e segreta della
propria via e della sua inconsapevole ricerca.
Quando Stifter, dopo averli accuratamente riveduti,
raccolse nel volume delle Pietre colorate quei racconti
pubblicati via via separatamente con titoli vari, giustificava
la sua raccolta e i nuovi titoli, che ora portavano ciascuno
un nome di pietra, e tutte pietre modeste, col ricordo delle
pietruzze colorate o lucenti che da bambino, ma anche da
adulto, amava raccogliere e portarsi a casa, con «la
somiglianza di quelle pietre con i racconti che io do qui alla
gioventù come sassolini variopinti con cui giocare». Ma è
un’analogia e tanto più una simbolica che alla prima
appaiono tutte superficiali, legate alla somiglianza di quelle
pietre col colore del paesaggio o dei fenomeni naturali, e
che nei racconti minori è quasi forzata. Nella sua
introduzione a Pietre colorate Stifter osserva anche che
«non si darà il caso che nella mia raccolta ci sia una
gemma, così come non c’è il pericolo che tra le mie pietre
d’allora si trovasse per avventura un diamante o un rubino
grezzo e io sia stato immensamente ricco senza saperlo».
Eppure è proprio la pietra preziosa che Stifter cerca, e in
particolare quelle di cui scusa l’assenza e che affiorano
«senza saperlo» dalle espressioni della sua troppo
accentuata modestia.
E prima di tutto la cerca nella cura estrema che mette
nella revisione dei racconti, che egli polisce e ripolisce con
l’impegno di un lapidario. «Ma la cosa deve diventare più
bella, molto più bella, più semplice e nobile» scriveva di
Cristallo di rocca in una lettera subito dopo averne
terminata la prima redazione. E in un’altra, poco prima di
ripubblicarlo, rivisto, nel volume delle Pietre colorate: «Se
per “Cristallo di rocca”, che solo con la revisione ha
finalmente ottenuto una politura, avessi in seguito la
possibilità di pulirlo e comporlo di nuovo, per tutte le
potenze celesti, io mi figuro che potrebbe diventare un
diamante».
Ma la pietra preziosa Stifter la cerca – e la trova – anche
e più ancora in uno strato più profondo, in una simbolica
più interiore: nella sua analogia con i preziosi valori umani
di alcuni dei racconti più significativi della sua raccolta:
nella base granitica della terra natale, delle generazioni,
delle tradizioni, della famiglia di Granito, la grande
antichissima «pietra quadrata» davanti alla casa natale, su
cui siedono e ragionano nonno e nipote; nell’umile ascesi,
abnegazione e amore del povero parroco benefico nel
paesaggio arido e grigio di Pietra calcarea, la pietra umile,
opaca, inappariscente; nell’innocenza e nella fiducia dei
bambini sperduti sulla montagna di Cristallo di rocca, la
pietra trasparente.
Ma l’analogia, la ricerca è più profonda ancora.
Attraverso la raccolta ‘puerile’ dei sassolini, comune non
solo a Stifter bambino e adulto ma anche ad altri, come lui
ignari della meta della loro ricerca, e attraverso le molte
pietre e rocce che egli ripetutamente descrive come
narratore e come pittore continuamente disegna e dipinge
(nell’ultimo suo quadro, incompiuto, intitolato «Il
movimento» campeggia sola una grande pietra), quella
ricerca traluce finalmente sotto le Pietre colorate e per il
tramite di una parabola o di una metafora – del rubino, del
diamante – sembra accostarsi alla soglia della
consapevolezza. Non forse alla consapevolezza del «buon
Stifter», quegli che proprio nella prefazione a Pietre
colorate si negava qualità di poeta e affermava di aver solo
un buon cuore e di scrivere per offrire «trastulli ai giovani
cuori», per «procurare agli amici un’ora piacevole» e
«portare un granello di bene all’edificio dell’umanità». Ma
a quella del grande Stifter, la cui ricerca si avvicina, a suo
modo e nelle sue dimensioni, alle peregrinazioni e ai
travagli di «ricerche» famose e diciamo pure religiose, in
cui più volte è proprio una pietra preziosa, o una perla, la
metafora di una ricerca di compimento umano, di assoluto;
comunque, per Stifter, una ricerca della perfezione umana
e artistica che prende a figura la pietra preziosa. Nel
romanzo Der Nachsommer, la sua ‘somma’ umana e
artistica, il cui primo capitolo s’intitola «Il viandante», il
grande colloquio d’amore sarà anche sulle pietre preziose,
e la collana della sposa, al suo felice compimento nuziale,
sarà di rubini e diamanti.
Scacciamo la tentazione di riallacciarci qui alle
antichissime teofanie e ai culti legati alle pietre, quali
immagini di una realtà ‘altra’, immutabile, assoluta. E non
fermiamoci neppure all’alta simbologia delle pietre
preziose e neppure a quella specifica del cristallo di rocca,
pietra di luce, figura di purezza, materia e trasparenza, né
ai suoi usi religiosi o magici di popoli lontanissimi nel
tempo e nello spazio, quel cristallo di rocca che nella
mineralogia indiana è un diamante non ancora maturo, in
un’alchimia islamica il termine mediano della progressione
vetro-cristallo-diamante, compimento dell’Opera. Tutte
cose che Stifter difficilmente poteva conoscere, ma che
potevano giacere nel suo fondo universalmente umano. Ma
ricordando quel capovolgimento dei valori dei cosiddetti
grande e piccolo, straordinario e comune, che è la tematica
stessa della prefazione alle Pietre colorate, la sua scelta
intuitiva, già nel titolo inconsueto, delle pietre a figura
della sua ricerca di perfezione, occultando quelle preziose
in quelle umili, insignificanti, ci piace e ci diverte ricordare
i versi di un antico alchimista, Arnaldo di Villanova, sulla
Pietra filosofale:
Hic lapis exilis extat precioque vilis
Spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis.
Essi concordano perfettamente con le intenzioni palesi e
le intuizioni segrete delle Pietre colorate, di Cristallo di
rocca. Del resto, al contrario dell’amico Simony, che nella
sua descrizione della grotta di ghiaccio usa ripetutamente
la parola «cristallo di rocca», Stifter non lo nominerà
neppure una volta; anche nella descrizione della grotta dirà
«vetro», occultando così doppiamente l’occultato diamante.