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ISTITUTO DI STUDI SUPERIORI MUSICALI

G. BRICCIALDI

LETTERATURA VOCALE
Anno Accademico 2018/2019
Gianmarco Latini Mastini

“Sotto il gran ponte del ciel…”


La dialettica tra oriente e occidente nella Madama Butterfly di Giacomo Puccini

Introduzione

Di tutte le opere di Giacomo Puccini, Madama Butterfly occupa sicuramente presso il pubblico un
posto privilegiato: conosciuta grazie alle immortali melodie, come la celebre aria Un bel dì
vedremo, intonata dalla protagonista nel secondo atto, o grazie alla trama struggente, di fatto è una
delle opere maggiormente rappresentate nel mondo, nonché una delle più mature nella trattazione di
alcune tematiche piuttosto attuali, alla luce di una rilettura contemporanea.
Quella che a un primo ascolto, o una prima visione, può apparire semplicemente come il racconto
della breve vita di una giovane geisha e del suo matrimonio con un ufficiale della marina americana,
cela al suo interno dei filoni narrativi e concettuali che ancora oggi, dopo più di un secolo dalla sua
prima rappresentazione, risultano validi per comprendere alcuni fenomeni che si verificano quasi
quotidianamente.
L’universalità del messaggio proposto ha fatto sì che durante gli anni l’opera si sia arricchita di
notevoli contributi, sia interpretativi che scenografici, fino a diventare di ispirazione per altri
musical o pièce teatrali di grande successo.
Principalmente, il cardine fondamentale di tutta la vicenda, da un punto di vista concettuale e più
profondo, è la dialettica, inconciliabile, tra oriente e occidente; un rapporto antitetico che,

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nonostante durante l’opera ricerchi continuamente, sia da un punto di vista di trama che musicale,
una soluzione che sia conciliante e sintetica, si traduce di fatto in una subordinazione di un mondo
all’altro.
La grandezza quindi di quest’opera risiede nell’abilità di Puccini di caratterizzare e dipingere, con
degli artifici di pittura sonora, un mondo del quale conosceva soltanto la visione proposta in
occidente ma che, al contempo, esercitava su lui e i suoi contemporanei un fascino inspiegabile.

Madama Butterfly: le fonti e la trama della vicenda

La moda del Sol Levante spopolava in quel periodo, soprattutto in Francia; Pierre Loti a cui si deve
l’origine della tragedia che tanto interessò Puccini, era un ufficiale della marina francese, prestò
servizio in Giappone dopo che il Paese aveva aperto i porti agli americani e agli europei, e visse in
prima persona un matrimonio per contratto, sposando una geisha.
Questa sua avventura venne consegnata ai posteri da egli stesso, che scrisse un romanzo, Madame
Chrysantème, pubblicato nel 1887.
Da questo romanzo, con dei rimaneggiamenti voluti fortemente dallo stesso Puccini, passando per
le mani dei suoi librettisti di fiducia, Illica e Giacosa, ecco nascere così l’opera; un ufficiale della
marina americana, Benjamin Franklin Pinkerton, si fa organizzare un matrimonio da un sensale
locale, Goro, con una donna giapponese, con facoltà ogni mese di rescindere i patti. Le intenzioni
dell’americano sono chiare fin da subito, visto che a più riprese ribadisce come non abbia alcuna
intenzione di mantenere fede ad un matrimonio oltre oceano, visto che già ha in mente di prendere
in moglie una vera sposa americana.
La giovane geisha, Cho-Cho San, quindi letteralmente Signorina Farfalla, però, è una ragazzina di
quindici anni che, come tutte le adolescenti della sua età, sogna di un amore fiabesco, dai sentimenti
puri, tanto che arriva a giurare a se stessa eterna fedeltà a suo marito.
La fede di Butterfly non vacilla per tre lunghi anni, nonostante il sensale, in accordo alle leggi
giapponesi sul matrimonio (Per la donna l’abbandono al divorzio equiparò), tenta di darla in sposa
ad altri ricchi signori; ella aspetta col cuore gonfio il suo amore che, alla fine del secondo atto, torna
a Nagasaki.
Nel tornare, però, è accompagnato stavolta dalla sua moglie americana e ha tutte le intenzioni di
portare con sé solo il loro figlio, nato dalla prima notte di nozze, non curandosi di Butterfly.
Nel vedere crollare una volta per tutte le sue illusioni d’amore, alla giovane fanciulla non resta altra
scelta se non il suicidio, secondo la legge marziale giapponese che imponeva l’harakiri quando non
era più possibile vivere con onore.

La prima versione dell’opera fu un fiasco: la struttura in soli due atti non era molto ben calibrata e
proporzionata e l’intera vicenda non riusciva ad avere quella sua drammaticità, intesa come
attitudine dell’opera alla rappresentazione, che invece costituisce la cifra profonda del successo di
quest’opera.
A seguito del fiasco della prima, l’editore Ricordi ritirò immediatamente lo spartito, obbligando gli
autori a sottoporlo ad un’accurata revisione che lo rese più agile e proporzionato, come la nuova
ripartizione in tre atti, che scandisce meglio il ritmo narrativo della vicenda, e l’eliminazione di

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alcuni orpelli scenici e musicali, nonché la revisione vocale del ruolo protagonistico, soprattutto per
quanto riguarda la linea vocale della scena finale.
Il risultato fu un capolavoro: la nuova proporzione delle scene è talmente ben calibrata che già
all’interno della musica è possibile individuare chiaramente l’idea della drammaturgia e della regìa
dell’opera stessa.

L’inconciliabile dialettica tra oriente e occidente

Il rapporto problematico tra le due dimensioni e le due culture del pianeta si palesa già dalle prime
battute di musica: F.B Pinkerton è già tutto intento ad osservare, con meraviglia, la casetta che
obbedisce a bacchetta. Goro, il sensale, gli illustra passo passo tutto ciò che è compreso nel
contratto di matrimonio, includendo la menzione di tutto il parentado della giovane geisha, verso il
quale, almeno nella prima stesura dell’opera, l’ufficiale mostra un senso di superiorità e di
malcelato disprezzo (arrivando a definirli semplicemente dei musi gialli).
Poco dopo giunge il console americano di stanza a Nagasaki, Sharpless; i due intonano un duetto,
che è più una dichiarazione di intenti da parte di Pinkerton.

Dovunque al mondo, lo yankee vagabondo


Si gode e traffica, sprezzando rischi
affonda l’ancora alla ventura
finché una raffica scompigli navi
ormeggi alberatura
La vita ei non appaga se non fa
suo tesoro i fiori di ogni plaga

Particolarmente esemplificativi del carattere del personaggio sono gli ultimi due versi di questa
prima strofa, sottolineati musicalmente dall’emergere dello Star Spangled Banner, oggi inno
americano, allora inno della marina statunitense; Pinkerton, da bravo occidentale, propone una
visione quasi all’insegna della conquista e della sottomissione di quel mondo esotico, verso il quale
pure egli prova comunque un forte senso di attrazione, sebbene limitato ai suoi aspetti più
superficiali.
Non sarà questa l’ultima volta in cui, musicalmente, la fanfara della marina tornerà a squillare
all’interno del tessuto orchestrale; la sua funzione sarà proprio quella di sottolineare, come un
ricordo con tratti inquietanti, la supremazia della vita occidentale sui costumi e le vicende orientali.
Il duetto prosegue poi con una tirata dell’ammiraglio su quanto egli sia poco intenzionato a
comportarsi in maniera decorosa con la sua sposa, che ancora deve conoscere, ma verso la quale
prova già una forte attrazione di carattere erotico.
Probabilmente, ciò che infiamma gli umori del giovane americano è il fatto che, al di là del fascino
per la sua esoticità, è l’idea della verginità e la prospettiva di essere il primo a deflorarla.
Infatti, questi due tratti sono caratteristici del tempo contemporaneo a Puccini; una giovane vergine
giapponese diventa quindi il simbolo di quella femminilità attraente e misteriosa che l’uomo bianco,
almeno secondo la visione comune, ha il compito di ghermire.

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In questo possiamo notare un elemento di critica sociale alla cultura dominante, da parte dell’autore,
che eleva questa ragazza, considerata alla mercé di un oggetto sessuale da possedere e poi scartare,
a eroina dall’interiorità profonda, capace di amare in maniera incondizionata e di morire per ciò che
ama.
A nulla valgono i consigli del console americano, che invita Pinkerton alla prudenza e alla
moderazione; il ragazzo gli si rivolge in maniera irriverente, comprendendo che, alla sua età di
flebili umor, risulti difficile comprendere ancora l’ardore dell’attrazione fisica, e soprattutto che non
v’è gran male s’io vo quell’ale drizzar ai dolci voli dell’amor.
Una frase con una metafora di grande poeticità ma che cela al suo interno la più gretta e bassa
considerazione della donna giapponese.
Il duetto infatti si conclude con un ultimo brindisi di whisky, servito ai due statunitensi dalla
cameriera Suzuki.

SHARPLESS: Bevo alla vostra famiglia lontana


PINKERTON: E al giorno in cui mi sposerò
A una vera sposa americana

Le intenzioni dell’ammiraglio sono qui molto chiare: non ha alcuna intenzione di tener fede alla
promessa di matrimonio che egli sta per compiere, anzi, non aspetta altro che rientrare in America,
dopo questa sua avventura, per poi, da bravo americano, crearsi la famiglia perfetta in patria.
Il tessuto orchestrale si fa ricco di trombe e ottoni che, a mo’ di eco, riecheggiano la fanfara
dell’inno americano; anche musicalmente questa dialettica occidente e oriente inizia a dipanarsi
all’interno dell’opera, visto che i momenti principalmente americani utilizzano un linguaggio che,
pur con le sue piccole variazioni, dovute allo stile peculiare di Puccini, odorano ancora fortemente
di tonalità, per come la conosciamo, mentre invece l’ingresso della giovane geisha, che è subito
successivo a questo lungo duetto, utilizza temi e sonorità che invocano quell’oriente così tenue,
colorato musicalmente a tinte pastello, volte a sottolineare la purezza e l’ingenuità di quell’eroina a
cui l’autore strizza palesemente l’occhio.
L’ingresso è quasi fiabesco, un corteo di donne giapponesi, che sale la collina dove si trova la
casetta, e che si meraviglia della bellezza della natura e dello spettacolo del panorama; quell’allegro
cinguettar di gioventù riempie l’aria come uno stormo di pettirossi, fino ad arrivare al primo
incontro tra i due.
La musica si fa ancora più tenue e dolce e, sebbene tutti conoscano già il triste epilogo, sembra
quasi che il giovane ammiraglio tentenni sotto il carattere mite e dolce della quindicenne.
Poche battute dopo, prima che arrivi il resto del parentado, è la ragazza stessa a sconvolgere l’uomo
dicendogli che è già andata ad abbracciare la fede cristiana; già da qua possiamo vedere quanto sia
inconciliabile questo incontro tra culture, visto che finirà per essere rinnegata dallo zio Bonzo, che
arriverà tuonando e maledicendola durante il matrimonio, ma anche dal suo sposo, alla quale è
completamente devoto, che la lascerà da sola in una sorta di limbo.

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Butterfly è dunque proprio l’incarnazione di questa contraddizione dialettica: non è giapponese,
almeno non più, visto che rifiuta di vivere con gli usi e le tradizioni del suo popolo, in osservanza
alla fedeltà che ha giurato a suo marito e alla cultura occidentale, ma non è nemmeno americana,
visto che vive lontano dalla patria che sogna, un giorno di visitare, e che l’ha quasi completamente
dimenticata.
Il matrimonio, come già detto, finisce quasi in tragedia, visto che suo zio viene cacciato da
Pinkerton dopo aver turbato la giovane ragazza: vedendo gli sviluppi successivi dell’opera, viene
anche da pensare che lo abbia fatto perché era anche stanco di aspettare il momento della prima
notte di nozze.
Il duetto d’amore che segue tra i due è forse uno dei più belli e complessi dell’intera produzione
operistica pucciniana: al suo interno è possibile seguire delle linee melodiche leitmotiviche che
fungono da ossatura musicale dell’intero tessuto drammaturgico.
La giovane ragazza è molto preoccupata infatti, all’inizio di questa grande scena, visto che è stata
rinnegata dai suoi parenti, ma è anche felice perché è genuinamente innamorata dell’attraente
americano che ha appena sposato.

PINKERTON: Bimba dagli occhi pieni di malia


Ora sei tutta mia
Sei tutta vestita di giglio
mi piace la treccia tua bruna
Fra candidi veli
BUTTERFLY: Somiglio alla dea della luna
La piccola dea della luna
che scende la notte
dal ponte del ciel

Paura, timore e palpito, sono le emozioni che vengono espresse dalla giovane giapponese in questi
versi; è impacciata, è alla sua prima volta ma crede profondamente a quei suoi sentimenti così puri e
genuini.
Arriva a chiedere, quasi supplicando, al ragazzo di volerle bene, un bene piccolino, un bene da
bambina, visto che la gente giapponese è avvezza alle piccole cose, umili e silenziose, ad una
tenerezza sfiorante eppur profonda, come il ciel, come l’onda del mare.
Ecco quindi anche l’impeto della passione amorosa, funestata dal ricordo dello zio Bonzo (rievocato
dall’ingresso estemporaneo del suo tema) che passa musicalmente dall’alternanza del Leitmotiv
dell’ingresso di Butterfly, a un’altra melodia, accompagnata da ottoni e corni, che va proprio a
rimarcare la virilità dell’ufficiale americano.
Proprio come durante un rapporto sessuale, la musica aumenta piano piano, in un continuo
crescendo; l’artificio di pittura sonora va proprio a sottolineare nota per nota l’impeto della passione
carnale fino ad arrivare ad un ultimo colpo di timpani e piatti, simbolo sonoro dell’amplesso appena
conclusosi.
All’interno del secondo atto, la musica e la vicenda si fanno di gusto decisamente più orientale;
sono passati tre anni e la ragazza ancora aspetta, con sicura fede, suo marito. A nulla valgono le
parole di consiglio di Suzuki o i tentativi sempre più insistenti di Goro, o ancora la lettera che le
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viene letta, con mille interruzioni da Sharpless: il pensiero che Pinkerton l’abbia dimenticata non la
sfiora, se non in un momento, in cui ella porta davanti al console americano il figlio nato da quella
notte di nozze.
Ancora una volta, il leitmotiv dell’inno americano o il tema d’amore del duetto intervengono
all’interno del grande numero musicale che è il secondo atto, spesso per rievocare dei ricordi
d’amore che la ragazza associa, ciecamente, al suo sentimento.
Ella ci crede, come sosteneva il console durante il primo atto: la dialettica oriente occidente è qua in
una situazione di completa sottomissione e abbandono, similmente a ciò che avviene in un
meccanismo panoptico o in una preghiera religiosa, in cui ella non mette mai in discussione, pur
non vedendolo, l’oggetto della sua attesa.
La vicenda sembra anche confermare abbastanza questa sua fiducia, visto che alla fine dell’atto si
sente il rumore del cannone del porto che annuncia il rientro in terra giapponese di F.B. Pinkerton.
Non è solo però, visto che ad accompagnarlo c’è anche Kate, la sua vera moglie americana; al
rivedere la casa si accorge anche egli di quanto sia stato sciocco e stupido

PINKERTON: Oh! l'amara fragranza
di questi fiori
velenosa al cor mi va.
Immutata è la stanza
dei nostri amori...
ma un gel di morte vi sta.
Il mio ritratto…
Tre anni son passati ~ e noverati
ella n'ha i giorni e l’ore.

Il peso della verità sembra turbare Pinkerton, forse per la prima volta dall’inizio dell’opera, tuttavia
non c’è evoluzione e redenzione per questo personaggio che si mostra codardo e vile fino alla fine; è
infatti in questo momento, nella sua romanza finale, che chiede al console di andare dalla ragazza
per prendere il bambino, così che egli possa rientrare in America e dimenticare una volta per tutte
questa vicenda, che gli pesa un pochino sulla coscienza.
Ovviamente la transizione non poteva essere così semplice: la ragazza, seppur con il cuore dilaniato
dal dolore, accetta di cedere il bimbo a condizione che sia lo stesso ammiraglio ad andare a
prenderselo.
Il finale è forse il momento più toccante dell’intera opera: mentre si sentono, cadenzati come una
marcia funebre, gli accordi dell’inno giapponese, Butterfly estrae la lama con cui suo padre aveva
compiuto l’harakiri, e legge con voce monocorde l’incisione “Con onore muore chi non può serbare
vita con onore.”
Il suo sogno d’amore è crollato e il peso della realtà la schiaccia.
Nonostante abbia provato con tutte le sue forze a trovare una strada per portare a conclusione
diversa il suo percorso individuale, non è possibile conciliare due mondi che sono agli antipodi per
usi, costumi, culture ma anche nella vera essenza più profonda e nelle pieghe più recondite della
condizione esistenziale.

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L’oriente perisce sotto i colpi dell’occidente conquistatore: la ragazza saluta in un addio straziante
l’unico suo legame con quel mondo di cui sognava di far parte un giorno.

Tu, tu piccolo iddio!
Amore, amore mio,
fior di giglio e di rosa.
Non saperlo mai per te, 
per i tuoi puri occhi, 
muor Butterfly
perché tu possa andar 
di là dal mare
senza che ti rimorda,
 ai dì maturi,
il materno abbandono.
O a me, sceso dal trono
dell'alto paradiso,
guarda ben fiso, 
fiso di tua madre la faccia!…
che te n' resti una traccia!
Addio! piccolo amor!
Va'. Gioca, gioca.