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Astrid

Lindgren
MIO PICCOLO MIO
Titolo dell’originale svedese: “Mio, min Mio”
Traduzione di Agnese Hellström e Donatella Ziliotto
Edizione Rabén & Sjogren, Stoccolma
Copyright 1989 Adriano Salani Editore s.r.l., Firenze INDICE.
Ed egli va traverso giorno e notte
Nel roseto
Miramis
Musica per le stel e
Il pozzo-che-al a-sera-bisbiglia
Nel Bosco del e Tenebre
Gli uccel i stregati
Nel Bosco Morto
Il Fabbro di Spade
Un uncino di ferro
La notte del a fame
Mio piccolo Mio
Ed egli va traverso giorno e notte.
Qualcuno di voi ha forse ascoltato la radio, il 15 ottobre del’anno scorso? E
ha sentito che si cercava un ragazzo scomparso? Dicevano circa così:
«La polizia di Stoccolma ricerca Bo Vilhelm Olsson, di nove anni,
scomparso dal a sua abitazione, in via Uppland 13, fin dal e 18 del ‘altro ieri
sera. Il ragazzo ha capel i castano chiari, occhi azzurri e al momento del a sua
sparizione da casa indossava pantaloncini corti color marrone, maglione grigio e
berretto rosso. Si prega di voler comunicare al a polizia locale qualsiasi notizia
sul o scomparso».
Sì, così. Ma non ci fu mai alcuna notizia di Bo Vilhelm Olsson. Era proprio
scomparso. E
nessuno ha mai saputo dove sia andato a finire. Nessuno. Tranne me. Perché
Bo Vilhelm Olsson sono io.
Mi piacerebbe soltanto riuscire a raccontare tutto almeno a Benka. Ho
sempre giocato con lui. Anche Benka abita in via Uppland. Veramente si chiama
Gengt, ma tutti lo chiamano Benka. Come naturalmente nessuno chiama me Bo
Vilhelm, ma semplicemente Bosse.
Cioè, mi “chiamavano” Bosse, perché, ora che sono sparito, nessuno mi può
più chiamare in alcun modo. Solamente per la zia Edla e lo zio Sixten ero Bo
Vilhelm. Per lo zio Sixten veramente no. Non mi parlava mai.
Di zia Edla e di zio Sixten ero figlio adottivo. Capitai da loro che avevo un
anno; prima vivevo in un orfanotrofio. Fu da lì che mi prese zia Edla. Lei
avrebbe desiderato una bambina, ma in quel momento non ce n’erano. Così
prese me. Ma i ragazzi, zia Edla e zio Sixten non li sopportano; almeno non quel
i di otto-nove anni. Trovano che fanno troppo chiasso in casa e che portano
troppo sudicio dal ‘aver giocato al parco e che buttano i vestiti di qua e di là e
che parlano e ridono troppo forte. Zia Edla amava ripetere che il giorno che
avevo messo piede in casa loro era stato proprio un giorno nero. Zio Sixten non
diceva niente. Cioè, qualche volta sì:
«Ehi te, levati dai piedi, che se non ti vedo è meglio».
Il più del tempo lo passavo da Benka. Suo padre chiacchierava un sacco con
lui, lo aiutava a costruire aeromodel i, faceva dei segnetti sul a porta di cucina
per vedere quanto Benka diventava alto, e cose così. Benka era padrone di ridere
e di parlare e di buttare i suoi vestiti di qua e di là quanto gli pareva e piaceva. E
suo padre gli voleva bene lo stesso. Poi, tutti i ragazzi potevano venire in casa di
Benka a giocare. Da me nessuno, invece. «Figurarsi se voglio tutto ‘sto via vai»
diceva zia Edla. Zio Sixten era d’accordo.
«Ci basta quel poco di buono che abbiamo» diceva.
A sera, nel mio letto, desideravo a volte che il babbo di Benka fosse anche il
mio. E poi almanaccavo su chi potesse essere il mio vero padre e perché non
potessi vivere con lui e con la mia vera mamma invece che al ‘orfanotrofio e
dopo da zia Edla e da zio Sixten.
Zia Edla mi aveva detto che la mamma era morta quand’ero nato. Chi era
mio padre, questo non lo sapeva nessuno, diceva. Ma era facile immaginarsi che
razza di mascalzone dovesse essere. Odiavo zia Edla quando osava parlare così
di mio padre!
Poteva anche essere vero che mia madre fosse morta quando io nacqui, ma
“sentivo” che mio padre non era un mascalzone. E a volte, pensando a lui, a letto
piangevo.
Una persona era gentile con me: la signora Lundin, la fruttivendola. Mi
regalava dei dolci, o del a frutta, qualche volta.
Ora mi chiedo chi era mai la signora Lundin, in verità. Perché è da lei che
tutto cominciò, quel giorno di ottobre del ‘anno scorso.
Durante la giornata zia Edla mi aveva ripetuto parecchie volte che io le ero
capitato in casa per disgrazia. Poi, mancava poco al e sei, mi aveva detto di fare
un salto fino al a pasticceria di Drottninggatan per comperarle una specie di
biscotti del a salute di cui era particolarmente ghiotta. Misi il mio berretto rosso
e usci .
Quando passai davanti al fruttivendolo la signora Lundin stava sul a porta.
Mi prese per il mento e mi guardò lungamente, in uno strano modo. Poi disse:
«La vorresti, una mela?»
«Volentieri» dissi.
E lei mi diede una bel a mela rossa, che faceva voglia.
«Mi imbucheresti una cartolina, per favore?» disse ancora.
«Certo» risposi. Al ora scrisse poche righe su un cartoncino e me lo tese.
«Addio, Bo Vilhelm Olsson» disse la signora Lundin. «Addio, addio Bo
Vilhelm Olsson».
Strano davvero: di solito mi chiamava sempre soltanto Bosse.
Corsi al a cassetta postale del rione accanto. Ma nel momento di imbucare la
cartolina vidi ch’essa bril ava e risplendeva come un piccolo fuoco.
Perché le lettere scritte dal a signora Lundin s’intrecciavano luminose come
lingue di fiamma. Non potei fare a meno di leggere.
“Per il Re
del Paese Lontano.
E’ per via, colui che hai così a lungo cercato.
Egli va traverso giorno e notte e reca in mano il Segno: la Mela d’Oro”.
Non afferrai una sola parola, ma una strana sensazione di freddo mi invase.
Mi affrettai a imbucare la cartolina. Chi era colui che andava traverso giorno e
notte? E chi poteva recare in mano una mela d’oro?
Qui lo sguardo mi cadde sul a mela che m’aveva regalato la signora Lundin.
La mela era d’oro. “D’oro”. Nel a mia mano stava una mela d’oro.
Al ora mi venne da piangere. Non piansi, ma c’ero vicino. Mi sentivo tanto
solo. Non c’era anima viva; tutti se n’erano andati a casa a mangiare. Così mi
sedetti su una panchina.
Nel parco era già buio, e piovigginava. Ma le case intorno erano tutte il
uminate. Anche al a finestra di Benka c’era luce. In quel momento stava certo
seduto a tavola a mangiare le sue frittel e coi pisel i, insieme al suo papà e al a
sua mamma. Dappertutto, dappertutto dove una lampada bril ava, un bambino
stava cenando con la sua mamma e il suo papà, non riuscivo a dimenticarlo.
Soltanto io me ne stavo seduto lì fuori al buio. Solo. Solo con una mela d’oro,
del a quale non sapevo che farmene.
Tutto preso dai miei pensieri, avevo deposto delicatamente la mela sul a
panchina. C’era un lampione, lì accanto, e la sua luce cadeva su di me e sul a
mela. Ma anche su un oggetto abbandonato per terra. Si trattava di una comune
bottiglietta di birra, vuota naturalmente. Qualcuno le aveva cacciato nel col o un
tappo di legno. Probabilmente uno di quei ragazzini che venivano abitualmente a
giocare nel pomeriggio nel parco. Raccolsi la bottiglia e ne lessi l’etichetta:
«Birrerie di Stoccolma - Società per Azioni - seconda qualità». Ed ecco, proprio
mentre sto leggendo, mi accorgo che nel a bottiglia qualcosa si muove.
In “Le Mil e e una Notte” si parla sì di uno spirito rinchiuso in una bottiglia;
ma avveniva nel ‘Arabia lontana, migliaia di anni fa, e poi non era certamente
una comune bottiglietta di birra. Dev’essere rarissimo trovare degli spiriti nel e
bottiglie di birra del a S.p.A. di Stoccolma. Eppure lì ce n’era uno. Parola
d’onore che nel a bottiglietta c’era uno spirito. E
faceva anche capire chiaramente che voleva uscire. Additava il tappo di
legno e mi guardava con aria implorante.
Non avendo una gran pratica di spiriti, esitavo a levare il tappo. Ma poi mi
decisi e lo spirito si precipitò fuori con un forte sibilo e cominciò a crescere, a
crescere talmente che al a fine fu più alto di tutte le case intorno. Così si
comportano gli spiriti: possono rimpicciolire fino a rintanarsi in una bottiglia, e
un attimo dopo possono ingigantire fino a raggiungere l’altezza di una casa.
Nessuno può immaginare la paura che mi presi. Tremavo in tutto il corpo.
Al a fine lo spirito mi parlò; la sua voce era un rumoreggiare profondo, e
pensai che avrebbero dovuto sentirlo zia Edla e zio Sixten, loro che si
lamentavano sempre ch’io parlavo troppo forte.
«Fanciul o» mi disse lo spirito, «mi hai liberato dal a mia prigione, e ora
indicami tu stesso la ricompensa che desideri».
Ma per aver tolto quel pezzettino di legno pensavo proprio di non meritare
nul a. Lo spirito al ora mi raccontò di essere arrivato la sera prima a Stoccolma e
che al a fine si era rincantucciato nel a bottiglia per dormire. Infatti per gli spiriti
non c’è niente di meglio che una bottiglia, per una buona dormitina. Ma, mentre
era addormentato, qualcuno gli aveva tappato l’uscita. E se io non l’avessi
liberato, forse sarebbe stato costretto a rimanere nel a bottiglia per mil e anni,
finché il tappo di legno non fosse marcito.
«E il mio Signore non l’avrebbe gradito molto» commentò lo spirito tra sé e
sé.
Al ora presi coraggio e chiesi:
«Spirito, da dove vieni?»
Per un momento rimase in silenzio. Poi mi rispose:
«Vengo dal Paese Lontano».
Lo disse così forte che la testa mi rimbombò con fragore.
C’era qualcosa, nel a sua voce, che animò in me la nostalgia di quel paese.
Sentivo che non avrei più potuto vivere, se non riuscivo ad andarci. Levai le
braccia al o spirito e gridai:
«Portami con te! Portami con te nel Paese Lontano! Laggiù c’è qualcuno che
mi attende».
Lo spirito scosse la testa. Ma quando gli ebbi teso la mela d’oro, esclamò:
«Hai nel a mano il Segno! Tu sei colui che sono venuto a prendere. Sei colui
che il Re ha tanto a lungo cercato».
Si chinò e mi sol evò tra le sue braccia mentre tutto cantava e risuonava
intorno a noi che salivamo nel o spazio.
Così ci lasciammo dietro il parco e tutte le case dal e finestre il uminate dove
i bambini sedevano a tavola con i loro papà e le loro mamme, mentre io, Bo
Vilhelm Olsson, veleggiavo sotto le stel e.
Eravamo molto al di sopra del e nuvole e filavamo più fulminei del lampo e
più fragorosi del tuono. E stel e, lune e soli sfavil avano intorno a noi.
A tratti tutto era nero come la notte e a tratti di un chiarore latteo e
abbagliante. «Ed egli va traverso giorno e notte» mormoravo tra me. Così stava
scritto.
Improvvisamente lo spirito tese un braccio e mi indicò qualcosa in
lontananza, qualcosa di un verde fulgente di sole in mezzo a un’acqua limpida e
azzurra.
«Tu vedi laggiù il Paese Lontano» disse lo spirito.
Planammo incontro al verde: era un’isola, gal eggiante sul mare. E l’aria
profumava come di mil e rose e gigli, mentre risuonava una strana musica, la più
bel a che avessi mai udito.
Un gran castel o candido sorgeva lungo la riva del mare, e fu lì che
atterrammo.
Qualcuno veniva verso di noi lungo la spiaggia: era “il Re, mio padre”.
Appena lo vidi, lo riconobbi. Spalancò le braccia e io volai contro il suo petto.
Per lungo, lunghissimo tempo mi tenne stretto a sé. Nessuno dei due parlò, e io
mi tenevo avvinghiato al suo col o.
Come avrei voluto che zia Edla vedesse il Re, mio padre! Era così bel o,
vestito d’oro e di diamanti. Assomigliava al padre di Benka, ma era assai più bel
o. Peccato, peccato che zia Edla non fosse lì: così si sarebbe finalmente convinta
che mio padre non era un mascalzone.
Zia Edla comunque aveva ragione a proposito di mia madre: era proprio
morta subito dopo la mia nascita; solo che a quegli stupidi del ‘orfanotrofio non
era mai passato per la mente di comunicare a mio padre dove mi trovavo. Per
nove lunghi anni lui mi aveva cercato disperatamente. Ma ora sono così felice
che mi ha trovato.
E’ un pezzo ormai che vivo qui. Per tutto il giorno mi diverto da morire. E
ogni sera il Re mio padre viene in camera mia, e costruiamo aeromodel i, e
chiacchieriamo.
E io sto bene e cresco felice, nel Paese Lontano. E ogni mese il Re, mio
padre, fa un segnetto sul a porta di cucina per vedere quanto sono cresciuto.
«Mio piccolo Mio, è incredibile, quanto sei cresciuto!» dice, quando mi
misura.
E quando dice «mio piccolo Mio» la sua voce ha un tono così caldo e dolce.
Pensandoci bene, non mi chiamo affatto Bosse.
«Per nove lunghi anni non ho fatto che cercarti» dice mio padre, il Re. «La
notte non riuscivo a dormire e pensavo: “Dove sarà il mio piccolo Mio?”. Lo
sapevo, che ti chiamavi così».
Ecco, la storia di Bosse era tutto uno sbaglio, e anche il resto era tutto uno
sbaglio, quando abitavo in via Uppland. Ora ogni cosa è di nuovo a posto.
Mi piace tanto il Re mio padre, e anch’io gli vado proprio bene.
Vorrei solo che Benka potesse sapere quel o che mi è capitato. Credo proprio
che glielo scriverò e poi metterò la lettera in una bottiglia. La tappo ben bene e la
butto nel mare azzurro che circonda il Paese Lontano. E un giorno che Benka
starà con i suoi genitori nel a loro casa estiva, ecco che la bottiglia gli va
incontro gal eggiando, proprio mentre lui fa il bagno. Perché sarebbe divertente
che Benka venisse a sapere le cose meravigliose che mi sono successe. Al ora
potrebbe telefonare al a polizia locale e raccontare che Bo Vilhelm Olsson, il cui
vero nome è Mio, vive al sicuro nel Paese Lontano ed è tanto felice, ma tanto,
insieme con suo padre, il Re.
Nel roseto.
Eppure non saprei bene che cosa scrivere a Benka. Quel ch’è successo a me
è unico al mondo. Ho paura di non saperglielo dire bene, che non capisca. E
nessuna parola rende l’idea. Forse potrei scrivere così: mi è successa una cosa
inenarrabile. Ma in questa maniera Benka non sarebbe aiutato certo a
immaginare com’è qui, nel Paese Lontano.
Non basterebbe una dozzina di bottiglie per raccontargli tutto su mio padre, il
Re, sul suo roseto e su Jum-Jum e sul mio bel issimo Miramis tutto bianco e sul
crudele cavalier Kato del Paese Al di Fuori. No, mai e poi mai riuscirei a
raccontargli tutto per bene.
Fin dal primo giorno mio padre, il Re, mi portò con sé nel suo roseto. Era di
pomeriggio e il vento giocava tra gli alberi. Mentre ci avviavamo al roseto mi
giunse al ‘orecchio una musica strana, come di mil e campanel e di vetro che si
mettessero a tintinnare tutte insieme. Era una musica sommessa, e tuttavia
sonora. A sentirla, il cuore ti si metteva a tremare.
«Li senti, i miei pioppi d’argento?» chiese il Re, mio padre.
Mi teneva per mano, mentre andavamo. Zia Edla e zio Sixten non mi
tenevano mai per mano, nessuno mi aveva mai tenuto per mano, prima. Forse
per questo trovavo così bel o camminare con la mia mano in quel a del Re, mio
padre, anche se in fondo non ero più un bambino piccolo.
Intorno al roseto si ergeva un alto muro. Il Re aperse una porticina ed
entrammo.
Una volta, tanto tempo fa, avevo avuto il permesso di andare con Benka al a
sua casetta estiva, e ricordo che ce ne stavamo su una roccia in riva al mare per
cogliere proprio l’attimo in cui il sole sarebbe tramontato. Il cielo era di porpora,
e l’acqua immobile. Era il tempo in cui la rosa canina fioriva, e ce n’erano
tantissime, dietro la roccia. E di lontano, al di là del golfo, il cuculo lanciava il
suo richiamo. Al ora pensai che non potesse esistere al mondo cosa più bel a.
Non del cuculo, naturalmente; quel o non lo vedevo, ma era il suo richiamo che
faceva sembrare ogni cosa più bel a. Non ero così scemo da dirlo a Benka, ma
per tutto il tempo pensavo zitto zitto fra me: «Questa è di sicuro la cosa più bel a
del mondo».
Ma al ora non avevo ancora visto il roseto di mio padre, il Re. Non avevo
ancora visto le sue rose, tutte quel e sue rose bel e che sembravano una cascata
scarlatta, o nemmeno i suoi gigli bianchi che s’inchinavano al vento. Non avevo
visto i suoi pioppi dal e foglie argentate, così alti nel cielo che sul e loro cime
splendevano le stel e, quando veniva la sera. E nemmeno i suoi uccel i candidi
che volavano nel roseto, né udito un canto simile al loro o al a melodia del e
foglie d’argento.
Immobile, stringevo la mano al Re, mio padre. Volevo sentire continuamente
ch’era lì con me, perché era impossibile resistere a tanta bel ezza da soli. Ed egli
mi accarezzò una guancia e disse:
«Mio piccolo Mio, al ora, ti piace il mio roseto?»
Non potei rispondere, perché provavo una sensazione strana, come se stessi
diventando triste.
Avrei voluto spiegare al Re, mio padre, che pure non ero triste per niente, ma
fu lui che mi disse:
«E’ bene che tu sia felice. Si sempre felice, mio piccolo Mio».
Poi se ne andò a parlare col suo giardiniere che lo stava aspettando. E io
corsi a dare un’occhiata in giro. Ero stordito da tutta quel a bel ezza, come
ubriaco di gazosa. Le mie gambe bal avano dal a gioia, e sentivo di avere
muscoli formidabili nel e braccia. Se Benka fosse stato lì avremmo fatto la lotta.
Oh, se ci fosse stato! Ci voleva uno del a mia età, lì con me. Ma Benka,
poveretto, in quel momento era certo al parco, dove chissà che vento tirava e
come pioveva, e come tutto era buio e tetro. Di sicuro sapeva già del a mia
scomparsa e si stava chiedendo dove potevo essermi cacciato e se ci saremmo
rivisti mai, povero Benka!
Ci eravamo tanto divertiti insieme, e cominciavo proprio ad aver nostalgia di
lui, mentre me ne andavo per il roseto del Re, mio padre.
Di tutta la vita passata, Benka era l’unico di cui sentivo nostalgia. Di nessun
altro provavo la mancanza, o forse sì, del a signora Lundin che era sempre stata
tanto buona con me.
Ma era il pensiero di Benka che mi perseguitava soprattutto, così me ne
andai solo solo e silenzioso per un vialetto del roseto e quasi sentivo come la
gazosa stava abbandonando il mio corpo.
Ero un po’ triste e camminavo a testa bassa. A un tratto la rialzai, e là davanti
a me sul vialetto c’era… per un momento pensai che fosse lui. Ma no: era Jum-
Jum. Naturalmente al ora non sapevo che si chiamasse Jum-Jum. Era
semplicemente un ragazzo e aveva gli stessi capel i scuri di Benka e gli stessi
occhi marrone.
«Chi sei?» chiesi.
«Sono Jum-Jum» rispose.
Al ora mi accorsi ch’era un po’ diverso da Benka, forse più serio e più
carino.
Naturalmente anche Benka era carino, così come lo sono io, una cosa giusta,
in modo che ogni tanto anche si litiga e ci si picchia. Dopo per un po’ ci
tenevamo il muso ma si finiva sempre per fare la pace. Ma con Jum-Jum
sembrava impossibile prendersi a pugni, sembrava “troppo” buono.
«Vuoi sapere come mi chiamo io?» dissi. «Mi chiamo Bosse… cioè no, mi
chiamo Mio».
«Lo sapevo già che ti chiamavi Mio» rispose Jum-Jum. «Il nostro Re ha
diramato messaggi in tutto il regno per annunciare che il suo Mio era finalmente
tornato a casa».
Ci pensate? Mio padre, il Re, era talmente contento di avermi ritrovato che
doveva per forza sbandierarlo a destra e a sinistra. Forse era stato un impulso un
po’ infantile, persino, ma io ero talmente felice di udire una cosa simile!
«Tu ce l’hai un padre, Jum-Jum?» chiesi, e mi auguravo con tutto il cuore
che l’avesse: ne ero stato privo per tanto tempo, e sapevo quel che voleva dire.
«Certo che ce l’ho» disse Jum-Jum. «E’ il giardiniere, il mio papà. Vuoi
venire con me a vedere dove abito?»
Certo. E lui mi precedette correndo lungo il sentiero tortuoso fino al
‘angolino più remoto del roseto dove mi apparve una casetta bianca col tetto di
paglia, proprio una casetta da fiaba. I muri e il tetto erano talmente ricoperti di
rose rampicanti che del a casa non si vedeva quasi nul a. Dal e finestre aperte
entravano e uscivano volando una quantità di candidi uccel i. Lungo un lato
c’era una panca con un tavolo e accanto una fila di alveari con nugoli di api che
ronzavano tra le rose. Intorno fitti cespugli di rose e pioppi dal e foglie
d’argento. Una voce gridò dal a cucina:
«Ti sei scordato dal a merenda, Jum-Jum?»
Era la mamma di Jum-Jum che lo chiamava. Si fece sul a soglia e lì si arrestò
sorridente.
Al ora vidi che assomigliava moltissimo al a signora Lundin, solo che era un
po’ più bel a.
Ma aveva di lei le stesse profonde fossette sul e guance paffute, e mi pose un
dito sotto il mento proprio come aveva fatto la signora Lundin quando aveva
detto: «Addio, Bo Vilhelm Olsson, addio addio».
La mamma di Jum-Jum invece disse:
«Benvenuto, Mio, benvenuto! Vuoi far merenda con Jum-Jum?»
«Sì, grazie» risposi, «ma non vorrei che lei si disturbasse».
Nessun disturbo, mi assicurò. Jum-Jum e io sedemmo al a tavola accanto al
muro, e la sua mamma ci portò un gran piatto di frittel e, e marmel ata di fragole
e latte, e noi mangiammo tanto da scoppiare, e ci si guardava e si rideva.
Ero così contento che ci fosse Jum-Jum. Uno degli uccel i bianchi si abbassò
in volo e rubò un pezzetto di frittel a dal mio piatto, e al ora Jum-Jum rise ancora
più forte.
Proprio al ora arrivò mio padre, il Re, col padre di Jum-Jum, il giardiniere.
Improvvisamente ebbi paura che a mio padre non piacesse vedermi lì a ridere
tanto forte, perché al ora non sapevo ancora quanto buono fosse e che mi voleva
bene qualsiasi cosa facessi, e che anzi desiderava vedermi ridere.
Mio padre, il Re, si arrestò quando mi vide.
«Dunque, mio piccolo Mio, te ne stai qui a ridere?»
«Oh, perdonami» dissi.
«Ma ridi, ridi, mio piccolo Mio» esclamò. Poi, volgendosi al giardiniere,
disse una cosa incredibile:
«Amo il canto degli uccel i e la musica dei miei pioppi d’argento. Ma più di
ogni cosa al mondo amo sentir ridere mio figlio nel roseto».
Al ora compresi per la prima volta che mai avrei dovuto aver paura di mio
padre, il Re.
Qualsiasi cosa avessi fatto, sempre egli mi avrebbe guardato con quei suoi
occhi amorosi, come ora, ritto davanti a me con una mano sul a spal a del
giardiniere e con una corona di uccel i bianchi intorno al capo.
E quando ebbi capito questo, mi prese una tal gioia che dovetti ricominciare
a ridere.
Buttai la testa al ‘indietro e risi così forte che gli uccel i ebbero paura. Jum-
Jum probabilmente pensò che io ridessi ancora di quel ‘uccel o che mi aveva
rubato la frittel a, e anche lui si mise a ridere e a ridere. E il riso contagiò anche i
genitori di Jum-Jum e il Re, mio padre.
Finito di mangiare, Jum-Jum e io ci buttammo a correre attraverso il roseto e
a far capriole sui prati, e giocammo a nascondino dietro i cespugli di rose.
C’erano tanti nascondigli, che se ne avessimo avuti un decimo nel parco e nei
dintorni, Benka e io saremmo potuti vivere felici. Ossia, “Benka” sarebbe stato
felice; io per fortuna non ho più bisogno di cercare nascondigli!
Cominciava a imbrunire e in breve l’intero roseto fu avvolto da una soffice
nebbiolina azzurra. I bianchi uccel i tacquero e tornarono ai loro nidi. Anche i
pioppi argentati smisero di far risuonare la loro musica. Nel roseto tutto fu
immobile.
Ma in cima al più alto pioppo argentato era rimasto un grande uccel o nero, e
cantava, solitario. Cantava meglio di tutto il coro dei candidi uccel i, ed ebbi
l’impressione che cantasse proprio per me. Ma non lo potevo ascoltare, perché il
suo canto faceva male al cuore.
«Si fa notte» disse Jum-Jum, «e io devo andare a casa».
«No, non andartene!» implorai. «Non voglio rimanere solo con questa strana
canzone. Chi è quel o, Jum-Jum?» e gli indicai l’uccel o.
«Non lo so» rispose Jum-Jum. «Io lo chiamo l’Uccel o del Dolore. Solo
perché è così nero.
Ma forse ha tutto un altro nome».
«Non mi piace» dissi.
«A me sì» disse Jum-Jum; «ha degli occhi così dolci. Buonanotte, Mio» e
corse via.
In quel momento arrivò mio padre, il Re. Mi prese per mano e ci
incamminammo verso casa attraverso il roseto. L’Uccel o del Dolore cantava
sempre, ma ora, con la mano in quel a di mio padre, non avevo più paura. Anzi
avrei desiderato che continuasse a cantare.
L’ultima cosa che vidi, quando varcammo il cancel o, fu l’Uccel o del Dolore
che schiudeva le sue larghe ali nere e volava dritto verso il cielo. S’erano accese
in quel punto tre piccole stel e.
Miramis.
Sarei curioso di sapere quel che direbbe Benka se vedesse il mio bianco
cavalo dala criniera d’oro. Il mio Miramis dal a criniera dorata e dagli zoccoli
d’oro.
A Benka e a me piacevano tanto i caval i. E’ vero; non erano soltanto Benka
e la signora Lundin, gli unici amici di quando abitavo in via Uppland; avevo un
altro amico, non ve l’ho raccontato. Si chiamava Kal e Punt ed era un vecchio
caval o da tiro. Un paio di volte al a settimana capitava il carro del a birra a
rifornire i negozi di via Uppland; quasi sempre la mattina presto, proprio quando
partivo per andare a scuola, e io mi attardavo un po’ per fare un salutino a Kal e
Punt. Era un vecchio caval o tanto buono e io gli tenevo da parte zol ette di
zucchero e bocconcini di pane. Benka faceva lo stesso, perché anche lui voleva
bene a Kal e Punt. Lui diceva che era il suo caval o e io dicevo che era il mio, e a
volte si litigava proprio a causa di Kal e Punt. Ma quando Benka non era lì ad
ascoltare, io bisbigliavo nel ‘orecchio del caval o: «Macché, tu sei il mio caval
o». E Kal e Punt sembrava d’accordo con me. Benka aveva il suo papà e la sua
mamma, e un sacco di altre cose, e al ora non si ha bisogno di un caval o come
chi è completamente solo. Così era giusto che Kal e Punt fosse il mio caval o,
almeno un po’ più che di Benka. Ma, per dirla proprio tutta, Kal e Punt non era
né il caval o di Benka né il mio, perché apparteneva al a birreria. Tuttavia io
facevo così per bene finta che fosse mio, che finivo per crederci.
Al e volte mi fermavo a parlare tanto a lungo col caval o che arrivavo tardi a
scuola, e quando la signorina me ne chiedeva la ragione, io non sapevo mai che
cosa rispondere: come si fa a dire al a signorina che mi ero fermato a parlare con
un vecchio caval o da tiro?
C’erano però del e mattine in cui il carro del a birra ci metteva davvero
troppo ad arrivare, e al ora ero costretto ad andare a scuola senza aver incontrato
Kal e Punt. In quei casi ero furente con l’uomo del a birra, quel poltrone! Me ne
stavo seduto nel banco a giocherel are con le zol ette di zucchero e con i
bocconcini di pane che avevo in tasca, e mi struggevo dal desiderio di Kal e
Punt. Chissà per quanti giorni non lo avrei rivisto. E la signorina mi chiedeva:
«Che cos’hai da sospirare, Bosse? Dov’è che ti fa male?»
Anche al ora non sapevo che rispondere: la signorina non avrebbe mai potuto
capire quanto bene volevo a Kal e Punt.
Ora Benka potrà averlo tutto per sé, e mi fa piacere. E’ bene che Benka abbia
Kal e Punt, ora, per consolarlo che io non ci sono più. E io, io ho il mio Miramis
dal a criniera d’oro.
Andò così.
Una sera, mentre costruivamo aeromodel i e si chiacchierava - proprio come
fanno Benka e suo padre - io raccontai a mio padre, il Re, di Kal e Punt.
«Mio piccolo Mio» disse il Re, mio padre, «dunque ami tanto i caval i?»
«Be’, insomma, sì» risposi. Il mio tono non era troppo entusiasta solo perché
non volevo che il Re pensasse che mi mancava qualcosa, da lui.
La mattina dopo, quando andai nel roseto, vidi un caval o bianco galopparmi
incontro. Mai avevo visto qualcosa di simile: la criniera svolazzava d’oro e
zoccoli d’oro scintil avano al sole. Mi veniva incontro a grandi balzi e nitriva
come un caval o selvaggio. Impaurito, m’ero stretto a mio padre, il Re. Ma egli
lo afferrò saldamente per la criniera dorata, e di colpo il caval o si ammansì. Al
ungò anzi il muso morbido verso la mia tasca al a ricerca di una zol etta di
zucchero. Proprio come succedeva con Kal e Punt. E io la zol etta ce l’avevo
davvero: me l’ero messa in tasca per abitudine. Il caval o la prese e la mangiò.
«Si chiama Miramis» disse il Re, mio padre. «Ed è il tuo caval o, mio
piccolo Mio».
Oh, mio amato Miramis! Ti ho voluto bene fin dal primo istante. Era il più
bel caval o del mondo, e non somigliava affatto al povero Kal e Punt, così
vecchio e stanco. Almeno al primo momento non notai alcuna somiglianza.
Finché però Miramis non ebbe levato la sua bel a testa a guardarmi. Al ora vidi
che aveva gli stessi occhi di Kal e Punt. Occhi fedeli, così fedeli come hanno
soltanto i caval i.
Fino ad al ora, non avevo cavalcato mai. Ma mio padre, il Re, mi sol evò in
groppa a Miramis.
«Non so se sono capace» mormorai.
«Ma mio piccolo Mio» disse il Re, mio padre, «non sarai mica un codardo?»
A queste parole afferrai le redini di Miramis e mi slanciai attraverso il roseto.
Cavalcavo sotto i pioppi argentati e le foglioline d’argento mi s’impigliavano tra
i capel i; correvo veloce, veloce, veloce, e Miramis saltava i più alti cespugli di
rose. Il suo salto era così leggero e sicuro che solo una volta sfiorò un cespuglio
provocando una pioggia di petali di rosa.
Jum-Jum arrivò, e mi vide cavalcare.
«Mio cavalca Miramis, Mio cavalca Miramis!» gridava.
Al ora tirai le briglie e chiesi a Jum-Jum se voleva cavalcare con me.
Figurarsi. In un baleno fu in groppa e mi si pose dietro. Così cavalcammo per i
verdi prati che si stendevano oltre il roseto.
Grande è il dominio del Re, mio padre: il Paese Lontano è il più grande di
tutti i regni. Si estende a est e a ovest, a sud e a nord. L’isola dove si trova il
castel o del Re, mio padre, si chiama l’Isola dei Prati Verdi. Ma è solo un
pezzetto del Paese Lontano, un minuscolo pezzettino.
«Anche la terra al di là del e Acque e del e Montagne appartiene al nostro
Re» disse Jum-Jum, mentre cavalcavamo per i verdi prati oltre il roseto.
Pensavo a Benka, volando così nel a luce del sole. Poverino lui, in via
Uppland, chissà che buio, e di sicuro piovigginava; e io intanto me ne andavo
cavalcando per l’Isola dei Prati Verdi col cuore colmo di gioia. Era così bel o,
intorno: l’erba vel utata luminosa di fiori, morbide col ine da cui scendevano
limpidi ruscel i, e candidi agnel ini lanosi che brucavano l’erba.
Laggiù un pastorel o suonava un flauto di legno: una strana melodia che mi
pareva di aver già sentito, non so dove. Di sicuro non in via Uppland.
Ci arrestammo a parlare col pastorel o. Si chiamava Nanno. Lo pregai di
prestarmi per un attimo il suo zufolo, ed egli mi insegnò anche a suonare la
melodia di prima.
«Se volete, posso farvi un flauto per uno» disse Nanno.
Non ci pareva vero. Un ruscel o scorreva lì accanto e un salice lasciava
pendere i rami fino al ‘acqua. Nanno andò a tagliare un ramo del salice e mentre
lui intagliava i nostri flauti di legno, noi ce ne stavamo seduti sul a sponda a
sguazzare coi piedi nel ‘acqua.
Anche Jum-Jum imparò a suonare quel a strana melodia; Nanno disse che era
antica, più antica di qualsiasi altra melodia al mondo. I pastori la suonavano nei
pascoli già migliaia e migliaia di anni fa, disse Nanno.
Lo ringraziammo per averci fatto i flauti e per averci insegnato quel a musica
antica. Poi rimontammo su Miramis e ci al ontanammo al galoppo. Sempre più
lontano risuonava il flauto di Nanno.
«Dobbiamo aver cura dei nostri flauti» dissi a Jum-Jum: «se succederà che ci
perdiamo, non avremo che da suonare questa melodia».
Jum-Jum si teneva stretto a me per non cadere. Mi appoggiò la testa sul a
schiena e disse:
«Proprio così, Mio: dobbiamo tenerci preziosi i nostri flauti; e se tu senti il
suono del mio, sai che ti sto chiamando».
«D’accordo» disse Jum-Jum, e si teneva stretto a me e io pensavo che era il
mio miglior amico. Dopo il Re, mio padre, naturalmente. Lui, lo amavo più di
qualsiasi cosa al mondo.
Ma Jum-Jum era un ragazzo come me, e ora che non avevo più Benka era
proprio il mio migliore amico.
Pensate: avevo mio padre, il Re, e Jum-Jum, e Miramis su cui cavalcavo
sopra col ine e prati veloce come il vento; non c’era da meravigliarsi che io fossi
felice.
«Come si arriva al Paese Al di là del e Acque e del e Montagne?» chiesi.
«Per il Ponte del Primo Sole» disse Jum-Jum.
«E dov’è il Ponte del Primo Sole?»
«Presto lo vedremo» rispose Jum-Jum.
E così fu. Era un ponte così alto e così lungo che non se ne vedeva la fine.
Bril ava nel a luce del mattino e sembrava costruito di raggi solari.
«E’ il ponte più lungo del mondo» mi spiegò Jum-Jum. «E col ega l’Isola dei
Prati Verdi al Paese Al di là del e Acque. Ma di notte il nostro Re lo fa ritirare
perché al ‘Isola dei Prati Verdi si possa dormire tranquil i».
«Perché?» chiesi. «Chi si ha paura che venga?»
«Il Cavalier Kato» rispose Jum-Jum.
Appena ebbe pronunciato questo nome, si levò come un vento gelido e
Miramis cominciò a tremare.
Fu quel a la prima volta che intesi nominare il Cavalier Kato.
Ripetei quel nome fra me. «Cavalier Kato». Tremavo, nel dirlo. E Miramis
nitrì così disperatamente, che sembrava un grido.
Io avrei desiderato andare a caval o sul Ponte del Primo Sole, ma prima
volevo chiedere il permesso a mio padre, il Re. Perciò ritornammo al roseto.
Insieme strigliammo Miramis e gli pettinammo la criniera d’oro, lo
accarezzammo e gli demmo zol ette di zucchero e bocconcini di pane di cui ci
aveva riforniti la mamma di Jum-Jum.
Poi Jum-Jum e io ci costruimmo una capanna nel roseto, e là dentro ci
sedemmo per mangiare. Ci pappammo del e croccanti frittel e cosparse di
zucchero. Per me è la cosa più squisita che esista al mondo. Anche la mamma di
Benka le cucinava spesso e me le faceva assaggiare, ma quel e del a mamma di
Jum-Jum erano molto molto migliori. E’ una cosa splendida costruirsi una
capanna. Benka mi aveva spesso raccontato di averlo fatto durante l’estate.
Come vorrei potergli scrivere e raccontargli di questa nostra, mia e di Jum-Jum.
«Ragazzi, che razza di capanna ci siamo costruiti, qui nel Paese Lontano!»
Musica per le stele.
Il giorno seguente ritornammo a cavalo da Nanno. Da principio non
riuscivamo a trovarlo, ma poi sentimmo il suono del flauto dietro una col inetta,
e infatti era lì che suonava tutto solo con le pecore che gli pascolavano al
‘intorno. Quando ci vide, si tolse il flauto dal e labbra, sputò, rise e disse:
«Di nuovo qui?»
Si vedeva che era contento che fossimo tornati. Noi tirammo fuori i nostri
flauti e ci mettemmo a suonare tutti e tre insieme. Non so proprio come
riuscissimo a suonare del e melodie così bel e.
«Che peccato che non ci sia nessuno a sentire come siamo bravi» dissi.
«Ci sente l’erba» disse Nanno. «E i fiori, e i venti. Gli alberi ci stanno
ascoltando, e i salici che si chinano laggiù sul ruscel o».
«Davvero? E gli piace, credi?»
«Moltissimo» asserì Nanno.
Così suonammo a lungo per l’erba e i fiori e i venti e gli alberi. Ma io
continuavo a rammaricarmi che non ci sentisse alcun essere vivente, e al ora
Nanno propose:
«Possiamo andare a casa mia e suonare qualcosa per la mia nonnina».
«Abita lontano da qui?» chiesi.
«Sì, ma la strada ci sembrerà più corta se ci suoniamo una marcetta per via»
suggerì Nanno.
Le novel e sono piene di vecchie nonnine buone. Ma fino a quel momento
non avevo incontrato mai una nonna in carne e ossa, anche se chissà quante ce
ne sono. Perciò trovavo splendida l’idea d’incontrare la nonna di Nanno.
Dovemmo portarci dietro tutte le pecore e gli agnel i di Nanno. E Miramis.
Una vera carovana. Primi andavamo Jum-Jum, Nanno e io, poi gli agnel i e le
pecore, e da ultimo Miramis. Trotterel ava lentamente, quasi come Kal e Punt.
Ce ne andavamo per le col ine, sempre suonando il flauto. Gli agnel ini certo non
ci capivano niente, ma dovevano trovarlo divertente perché non la smettevano di
saltel are e di belare.
Dopo ore di col i arrivammo a casa di Nanno. Anche la casetta sembrava da
fiaba, una buffa casetta col tetto di paglia, e intorno tanti lil à e giacinti in fiore.
«Zitti adesso, che facciamo una sorpresa al a nonna» disse Nanno.
Da una finestra aperta si sentiva qualcuno trafficare per casa. Ci mettemmo
in fila davanti al a finestra, Nanno, Jum-Jum e io.
«Si comincia: uno due tre!» sussurrò Nanno.
Prendemmo a suonare una canzoncina così al egra che subito gli agnel ini
furono costretti a mettersi a bal are. E un’antica vecchietta dal ‘aria così carina si
affacciò al a finestra: la nonna di Nanno. Batté le mani ed esclamò:
«Ma che bel a musichetta!»
Suonammo a lungo per lei e durante tutto il tempo rimase in ascolto al a
finestra. Era talmente vecchia, sembrava davvero uscita da una fiaba, eppure era
una nonna proprio di ciccia.
Poi entrammo nel a casetta. La nonna di Nanno ci chiese se avevamo fame.
Eccome.
Al ora prese una forma di pane da cui tagliò del e grosse fette che ci diede.
Era un pane bruno, il migliore che avessi mangiato in vita mia.
«Com’è buono!» dissi a Nanno. «Che tipo di pane è?»
«Non so se sia un tipo speciale» rispose Nanno; «noi lo chiamiamo il pane-
che-sazia-la-fame».
Anche Miramis voleva la sua parte. Introdusse la testa nel vano del a finestra
e nitrì per protestare. Ci venne da ridere, perché era proprio buffo.
Ma la nonnina di Nanno lo accarezzò sul muso, e anche lui ricevette un
pezzettino di quel buon pane.
Poi mi venne sete, e al ora Nanno ci invitò a seguirlo.
Ci condusse nel giardino, dove scorreva una limpida fonte. Nanno immerse
un mastel etto di legno nel a fonte e attinse del ‘acqua, che bevemmo
direttamente dal bigoncino. Era l’acqua più fresca che avessi bevuto in vita mia.
«Com’è buona!» dissi a Nanno. «Che fonte è questa?»
«Non credo che sia una fonte particolare» rispose Nanno. «Noi la chiamiamo
la-fonte-che-estingue-la-sete».
Anche Miramis aveva sete, così demmo anche a lui quel ‘acqua da bere,
anche agli agnel i e al e pecore.
Ma Nanno doveva ritornare al pascolo fra i col i con il suo gregge. Chiese al
a nonna il mantel o in cui si avvolgeva quando rimaneva la notte a dormire al
‘aperto, e lei gli diede un mantel o marrone. Trovavo che Nanno era veramente
fortunato, di poter dormire così al ‘aperto, per terra. Io non l’avevo fatto mai.
Benka è andato qualche volta a campeggiare in bicicletta con i suoi genitori;
montano la loro tenda in qualche bel a radura e hanno dei sacchi a pelo in cui la
notte dormono. Benka mi diceva sempre che quel a era per lui la cosa più
entusiasmante del mondo, e ci credo.
«Beati quel i che passano le notti al ‘aperto!» dissi a Nanno.
«Lo puoi fare anche tu. Basta che tu venga con me» propose Nanno.
«No, il Re, mio padre, starebbe in pensiero se non mi vedesse tornare».
«Posso portare un messaggio al Re, il nostro signore, che tu rimani a dormire
al ‘aperto»
propose la nonna di Nanno.
«E anche al mio?» chiese Jum-Jum.
«Sì, anche al giardiniere» promise la nonna.
Jum-Jum e io eravamo così pazzi di gioia che ci mettemmo a saltare come
agnel ini.
Ma la nonna di Nanno guardò le nostre corte vestine bianche, che erano
quanto indossavamo, e disse:
«Avrete freddo, quando cadrà la rugiada».
Poi, al ‘improvviso divenne tristissima e aggiunse con un filo di voce:
«Ho ancora due mantel i».
Andò a una vecchia cassa in un angolo del a cucina e ne trasse due mantel i,
uno rosso e uno blu.
«Le cappe dei miei fratel ini» disse Nanno, anche lui tristemente.
«Dove sono i tuoi fratel ini?»
«Il Cavalier Kato» sussurrò Nanno, «il perfido Cavalier Kato li ha rapiti».
Fuori Miramis nitrì come se qualcuno lo avesse improvvisamente frustato. E
ogni agnel o corse ansioso dal a sua mamma, e tutte le pecore si misero a belare
lamentosamente, da far pietà.
Ma la nonna di Nanno diede a me il mantel o rosso e a Jum-Jum quel o blu.
E a Nanno diede una forma del pane-che-sazia-la-fame e una brocca del ‘acqua-
che-estingue-la-sete. Poi ci mettemmo in cammino attraverso i col i, rifacendo la
strada di prima.
Io ero molto triste per quel o che era accaduto ai fratel i di Nanno, eppure
non potevo fare a meno di ral egrarmi al ‘idea che avrei dormito su un prato.
Quando arrivammo al col e vicino ai salici che si curvavano sul ruscel o ci
arrestammo, e Nanno propose di accamparci lì per quel a notte.
Accendemmo un fuoco, un fuoco caldo, grande e splendido. E seduti intorno
al fuoco mangiammo il pane-che-sazia-la-fame e bevemmo l’acqua-che-
estingue-la-sete. Cadde la rugiada e cadde la notte, ma a noi non importava,
perché il fuoco diffondeva calore e luce.
Ci avvolgemmo nei nostri mantel i accosto al fuoco, e accanto a noi
giacevano le pecore e gli agnel i addormentati, mentre Miramis pascolava poco
lontano. Così distesi sentivamo il vento scorrere tra l’erba e vedevamo fuochi
accendersi lontano. Tanti e tanti fuochi bril avano nel a notte, perché tanti erano i
pastori nel ‘Isola dei Prati Verdi. E nel ‘oscurità si diffondeva quel ‘antica
melodia che i Pastori suonavano da migliaia d’anni. Così distesi guardavamo i
fuochi e arrivava fino a noi quel ‘antica melodia che un pastore sconosciuto
suonava nel a notte. Pareva proprio che significasse qualcosa.
Nel cielo bril avano incredibili stel e. Io le guardavo, avvolto nel mio mantel
o fiammeggiante. Mi venne in mente al ora che avevamo suonato per l’erba, per
i fiori, per i venti, per gli alberi. Ma non per le stel e. Amano le stel e che si
suoni per loro? Se solo lo sapessi! Nanno credeva di sì. E al ora ci sedemmo di
nuovo intorno al fuoco e sui nostri flauti suonammo ancora un piccolo pezzo per
le stel e.
Il pozzo-che-ala-sera-bisbiglia.
Il Paese Al di là dele Acque e dele Montagne non l’avevo ancora veduto. Ma
un giorno, mentre camminavo nel roseto col Re, mio padre, gli chiesi se mi
permetteva di cavalcare oltre il Ponte del Primo Sole. Il Re si arrestò e mi prese
il viso tra le mani. Il suo sguardo era serio e amoroso.
«Mio piccolo Mio» disse, «puoi andare ovunque, nel mio regno. Puoi giocare
nel ‘Isola dei Prati Verdi o cavalcare fino al Paese Al di là del e Acque e del e
Montagne, se ti piace.
Puoi andare a est e a ovest, a nord e a sud, lontano quanto può portarti
Miramis. Ma una cosa devi sapere: esiste un luogo che si chiama il Paese Al Di
Fuori».
«E chi ci vive?» chiesi.
«Il Cavalier Kato» disse il Re, mio padre, e un’ombra gli passò sul viso. «Il
perfido Cavalier Kato».
Quand’ebbe pronunciato quel nome, fu come se qualcosa di magico e infido
si fosse messo a strisciare nel roseto. Gli uccel i bianchi si affrettarono in volo ai
loro nidi e l’Uccel o del Dolore diede un altissimo grido sbattendo le grandi ali
nere. E in quel momento appassirono molte rose.
«Mio piccolo Mio» disse il Re, mio padre. «Sei la cosa più cara che ho al
mondo, e il mio cuore si fa pesante, quando penso al Cavalier Kato».
I pioppi argentati stormirono forte, come scossi da una tempesta; molte
foglie caddero al suolo, ed era come se qualcuno piangesse. Sentivo che avevo
paura del Cavalier Kato, una grande, mortale paura.
«Se il tuo cuore si fa pesante» dissi, «al ora non pensare più a lui».
Il Re annuì e mi prese per mano.
«Hai ragione» disse. «Ancora per un poco voglio tralasciare il pensiero del
Cavalier Kato.
Ancora per un poco potrai suonare il flauto e costruire capanne nel roseto».
Poi continuammo il nostro cammino, in cerca di Jum-Jum.
Il Re, mio padre, aveva tante cose da fare nel suo grande regno, tuttavia
trovava sempre tempo per me. Non diceva mai: «Sciò, via, ora non ho tempo».
Gli piaceva stare con me.
Ogni mattina andavamo insieme nel roseto; mi faceva vedere dove gli uccel i
avevano i loro nidi, visitava la nostra capanna, mi insegnava a cavalcare Miramis
e parlava di tutto con me e con Jum-Jum. Mi piaceva tanto, che parlasse anche
con Jum-Jum Proprio come faceva il papà di Benka con me. Era stato sempre
così bel o quando il papà di Benka aveva parlato con me, e Benka appariva
felice, come se stesse pensando: «Rimane sempre il mio papà, ma mi piace che
parli anche con te». Proprio quel o che pensavo io, quando il Re, mio padre,
parlava con Jum-Jum.
Tuttavia era un bene che Jum-Jum e io ce ne andassimo a fare del e lunghe
cavalcate, perché come avrebbe trovato il tempo, il Re, mio padre, di governare
il suo grande regno?
Se per intere giornate non fossimo andati lontano, certamente il Re sarebbe
rimasto con noi a giocare e a parlare, invece di fare quel che doveva. Perciò
andava proprio bene, che avessi Jum-Jum e Miramis.
Ah, il mio Miramis, che cavalcate ho fatto sul a sua groppa! Mai
dimenticherò la prima volta che mi condusse attraverso il Ponte del Primo Sole.
Era l’alba, e i guardiani del ponte lo avevano abbassato proprio al ora. L’erba
morbida era umida di rugiada e gli zoccoli d’oro di Miramis tutti bagnati.
Avevamo ancora un po’ di sonno, Jum-Jum e io, ci eravamo levati così per
tempo, ma l’aria fresca e pura che ci accarezzava il viso mentre cavalcavamo per
i prati finì per svegliarmi del tutto. Arrivammo al ‘inizio del ponte, che il sole
sorgeva. Passandoci sopra, ci pareva di cavalcare su raggi di sole e di luce. Il
ponte si arcuava alto, altissimo sopra le acque. A guardar giù venivano le
vertigini: stavamo cavalcando sul ponte più alto e più lungo del mondo. La
criniera d’oro di Miramis scintil ava nel sole; il caval o correva sempre più forte,
e sempre più in alto saliva il ponte. Gli zoccoli rimbombavano come tuono. Era
così esaltante: presto avrei visto il Paese Al di là del e Acque, presto, presto.
«Jum-Jum!» gridai. «Jum-Jum, non sei felice, non è meraviglioso?…».
Proprio al ora vidi quel che stava accadendo
Qualcosa di spaventoso doveva succedere. Perché Miramis galoppava
direttamente verso un precipizio. Il ponte finiva, finiva a mezz’aria. Quel giorno
- forse perché i guardiani del ponte non avevano ancora terminato il loro lavoro -
il raccordo con il Paese Al di là del e Acque non era compiuto: c’era solo un
immenso abisso, un baratro orrendo.
Mai più ho provato un terrore simile. Volevo urlare in maniera che Jum-Jum
mi sentisse, ma non potevo. Tirai le redini di Miramis tentando di arrestarne la
corsa, ma il caval o non mi ubbidì. Nitrì selvaggiamente e continuò a galoppare
diritto verso la morte, al ritmo incalzante degli zoccoli. Fra poco saremmo caduti
nel ‘abisso, fra poco non avrei più sentito gli zoccoli di Miramis, ma soltanto il
suo nitrito angoscioso quando fosse precipitato con la criniera d’oro svolazzante.
Chiusi gli occhi e pensai intensamente al Re, mio padre.
Gli zoccoli di Miramis rul avano.
Al ‘improvviso non rul arono più: li sentivo ancora, ma il loro suono era
diverso. Un fruscìo come se il caval o galoppasse su qualcosa di infinitamente
morbido. Apersi gli occhi e vidi al ora che Miramis galoppava… “nel ‘aria”. Il
mio Miramis dagli zoccoli e dal a criniera d’oro si muoveva nel ‘aria agile come
sul a terra! Poteva correre sul e nuvole e balzare sul e stel e, se voleva. Nessun
altro possiede un caval o come il mio. Così nessuno può immaginarsi che
sensazione si prova a sedergli in groppa e a fluttuare quasi nel ‘aria mentre
laggiù, lontano, nel a luce del sole, appare il Paese Al di là del e Acque.
«Jum-Jum!» gridai. «Miramis sa galoppare sul e nuvole».
«Non lo sapevi?» chiese Jum-Jum come se non ci fosse nul a di strano.
«No, e come facevo?»
Al ora Jum-Jum rise.
«Sai così poco tu, Mio» disse.
A lungo cavalcammo nel ‘aria, e Miramis balzava da una nuvoletta bianca al
‘altra: che divertimento emozionante! Ma a un certo punto decidemmo di
atterrare. Miramis planò dolcemente verso terra. Si arrestò. Eravamo giunti al
Paese Al di là del e Acque.
«Ecco qua un bel boschetto verde per il tuo Miramis dal a criniera d’oro»
disse Jum-Jum.
«Lascialo pascolare, mentre ce ne andiamo a fare un salutino a Jiri».
«Chi è Jiri?» chiesi io.
«Lo vedrai» rispose Jum-Jum. «Jiri e le sue sorel e abitano proprio a un
passo da qui».
Mi prese per mano e mi condusse verso una casa bianca col tetto di paglia,
un’altra casetta da fiaba. E’ difficile spiegare com’è che una casa assomiglia a
quel a del e fiabe; ma è qualcosa nel ‘aria, o tra i vecchi alberi che le crescono
intorno, oppure i fiori hanno un profumo di fiaba, o chissà cosa. Nel cortile
davanti al a casa di Jiri c’era un vecchio pozzo rotondo. Ora che ci penso,
doveva essere proprio il pozzo che faceva assomigliare la casa a un’abitazione
da fiaba. Perché pozzi così antichi non esistono più.
Cinque bambini gli stavano seduti intorno. Il più grande era un ragazzo.
Aveva una faccina simpaticissima, tutta ridente.
«Vi ho visto arrivare» disse. «Avete proprio un bel caval o».
«Si chiama Miramis» dissi. «E questo è Jum-Jum. Io sono Mio».
«Lo so» disse il ragazzo. «Io mi chiamo Jiri e queste sono le mie sorel e».
Era così carino e gentile, e anche le sue sorel e, e parevano sinceramente
felici del nostro arrivo.
Non andava mai così in via Uppland. Subito si mettevano a ululare i ragazzi,
laggiù, appena ci si avvicinava, a meno che non si fosse del a loro banda.
Sempre ce l’avevano con qualcuno, qualcuno da escludere dai loro giochi. E
quel qualcuno ero quasi sempre io. Era soltanto Benka, che era sempre pronto a
giocare con me. Ma quel fusto di Janne!
Mica gli avevo fatto niente, io; eppure, appena mi vedeva, gridava: «Fila, o ti
do una sberla che ti faccio girare!». Così era inutile che cercassi di giocare con
loro a pal ine o ad altri giochi. Tutti infatti tenevano per Janne e usavano il suo
stesso gergo. E questo perché Janne era così grande e forte.
E se si è avuto a che fare con tipi come Janne, ci si meraviglia poi di trovare
bambini come Jiri, sempre così carini e gentili.
Jum-Jum e io sedemmo accanto a Jiri sul parapetto del pozzo. Vi sbirciai
dentro: era così profondo che non se ne vedeva la fine.
«Come fate a tirar su l’acqua?» chiesi.
«Non la tiriamo su affatto» rispose Jiri, «non è un pozzo da acqua, questo».
«E al ora che pozzo sarebbe?»
«Si chiama il pozzo-che-al a-sera-bisbiglia» disse Jiri.
«Come?»
«Aspetta che venga sera, al ora capirai» disse Jiri.
Per tutto il giorno rimanemmo con Jiri e le sue sorel e a giocare sotto i vecchi
alberi. E
quando ci venne fame, Minonna-Nel , una sorel ina di Jiri, corse in cucina a
prenderci del pane. Era lo stesso tipo di pane che mi aveva dato la nonna di
Nanno, e mi parve sempre squisito.
Nel ‘erba, sotto gli alberi, trovai un cucchiaino d’argento. Lo mostrai a Jiri,
che subito si fece triste.
«Il cucchiaino di nostra sorel a» mormorò. «Mio ha trovato il cucchiaino di
nostra sorel a!»
gridò al e altre.
«E dov’è questa sorel a?» chiesi.
«Il Cavalier Kato» disse Jiri, «il perfido Cavalier Kato ce l’ha rapita».
Quand’ebbe pronunciato quel nome, sembrò che l’aria intorno a noi
divenisse di gelo. Il grande girasole che si ergeva nel giardino appassì e morì, e
tante farfal e perdettero le loro ali e non poterono mai più volare. E io sentivo del
Cavalier Kato una mortale paura.
Volevo dare il cucchiaino d’argento a Jiri, ma lui disse:
«Tienlo pure, il cucchiaino di nostra sorel a: lei non ne avrà mai più bisogno,
e sei tu che l’hai trovato».
Le sue sorel e scoppiarono in pianto, a sentire che la loro sorel a non avrebbe
avuto mai più bisogno di un cucchiaino. Ma poi ricominciammo a giocare, e non
pensammo più a cose tristi. Misi il cucchiaino in tasca e ben presto me ne
scordai.
Mentre si giocava, non smettevo di desiderare che venisse sera, per sapere
qualcosa di più del pozzo meraviglioso.
Finalmente il giorno prese a svanire e l’oscurità ad avanzare. Al ora Jiri e le
sue sorel e si scambiarono uno strano sguardo, e Jiri disse:
«Ora!»
Corsero tutti a sedersi sul a sponda del pozzo e Jum-Jum e io ci sedemmo
accanto a loro.
«Adesso, silenzio assoluto» raccomandò Jiri.
In assoluto silenzio attendevamo. In mezzo agli alberi antichi l’oscurità si
infittì e la casa di Jiri diveniva sempre più simile a una casa di fiaba, avvolta in
un’oscurità grigiastra, non nera, perché era ancora sempre il crepuscolo. Un’aria
antica, scolorita e strana gravava sul a casa e sugli alberi e si addensava sul
pozzo, sul cui parapetto sedevamo in cerchio.
«Silenzio “assoluto”» sussurrò Jiri, benché nessuno avesse fiatato da un
pezzo.
Rimanemmo in silenzio ancora più a lungo, e l’oscuro grigiore si infittì fra
gli alberi. Tutto era immobile, e io non udivo alcuna voce. Ma poi cominciai a
“sentire”: dal e profondità del pozzo sorgeva un sussurrio lontano. In fondo,
proprio in fondo, cresceva un vago mormorio. Era una voce stranissima, a
nessuna simile.
E “mormorava novel e”, novel e uniche al mondo, le più bel e storie mai
sentite. Non c’è niente che ami quanto le novel e, così mi misi a pancia in giù sul
parapetto del pozzo per bere meglio a quel a fontana di fiabe. Al e volte la voce
cantava, strane e bel issime canzoni.
«Ma che meraviglioso pozzo è mai questo?» mormorai a Jiri.
«Un pozzo di novel e e di canzoni dimenticate: il mondo ne era pieno un
tempo, ma sono tanti anni che tutti le hanno scordate. Soltanto il pozzo-che-al a-
sera-bisbiglia le ricorda tutte»
Non so quanto tempo rimanemmo lì seduti In mezzo agli alberi si fece
sempre più buio, e la voce nel pozzo si fece sempre più tenue. Al a fine non la
sentimmo più.
Nel boschetto verdeggiante Miramis nitriva: mi ricordava ch’era tempo di
ritornare dal Re, mio padre.
«Addio Jiri, addio Minonna-Nel , a tutti addio» dissi.
«Addio Mio, addio Jum-Jum» disse Jiri. «Tornate presto».
«Sì, ritorneremo presto» dissi.
Ci arrampicammo in groppa a Miramis e lui partì verso casa al galoppo. Non
era più così buio perché la luna era salita in cielo e bril ava sui verdi boschi e
sugli alberi silenziosi, così da inargentarli proprio come i pioppi laggiù a casa,
nel roseto del Re, mio padre.
Giungemmo al Ponte del Primo Sole, ma quasi non lo riconobbi. Era
completamente trasformato: sembrava fatto di raggi d’argento.
«Di notte ha un altro nome» disse Jum-Jum mentre lo attraversavamo.
«E come si chiama, di notte?» chiesi io.
«Il Ponte del a Prima Luna» rispose Jum-Jum.
Cavalcavamo attraverso il Ponte del a Prima Luna, che fra poco i guardiani
avrebbero ritirato, e scorgevamo i fuochi dei pastori del ‘Isola dei Prati Verdi,
come piccole fiammel e in lontananza. Tutto nel mondo giaceva nel a quiete e
solo si sentivano gli zoccoli di Miramis rul are sul ponte. La sua criniera non era
più d’oro, ma d’argento, e Miramis, al chiaro di luna, sembrava un caval o
spettrale.
Pensavo al pozzo-che-al a-sera-bisbiglia e a tutte le novel e udite. Ce n’era
una che mi piaceva particolarmente.
Cominciava così:
«C’era una volta un figlio di re che cavalcava al chiaro di luna su un bianco
caval o…».
Anch’io ero figlio di re.
Sempre più ci avvicinavamo al ‘Isola dei Prati Verdi e gli zoccoli di Miramis
rimbombavano come tuono. E nel a mente mi risuonava quel a fiaba:
«C’era una volta un figlio di re che cavalcava al chiaro di luna su un bianco
caval o…».
Nel Bosco dele Tenebre.
Al tempo in cui vivevo ancora con lo zio Sixten e la zia Edla, avevo
l’abitudine di prendere in prestito dei libri di fiabe dal a biblioteca pubblica. Ma
zia Edla non ne era entusiasta.
«Eccoti di nuovo col naso ficcato in un libro» diceva. «Per forza sei lì
rachitico, pal ido e striminzito: perché non te ne stai al ‘aria come gli altri
bambini».
Invece al ‘aria io ci stavo sempre; probabilmente zio Sixten e zia Edla
avrebbero preferito che ci rimanessi al ‘infinito. Saranno contenti adesso,
immagino, che a casa non ci torno più.
Soltanto di sera cercavo di leggere un poco, ma non poteva dipendere da
questo se ero pal ido. Avrei proprio gusto che zia Edla vedesse come sono
grande ora, robusto e sano.
Sono tutto abbronzato, e fortissimo, sul serio. Sarei capace di picchiare Janne
con una mano legata dietro la schiena, se vivessi ancora in via Uppland. Ma tutto
sommato, non ne avrei voglia.
Mi domando cosa direbbe zia Edla se sentisse parlare del pozzo-che-al a-
sera-bisbiglia.
Se le dicessero che non c’è affatto bisogno di ficcare il naso in un libro e di
diventare pal idi per leggere novel e, ma che si può rimanere al ‘aria aperta e
pure farsi una scorpacciata di fiabe. Magari però non sarebbe soddisfatta
nemmeno così; non c’è mai niente che le torni.
«C’era una volta un figlio di re che cavalcava al chiaro di luna su un bianco
caval o.
Cavalcava nel Bosco del e Tenebre…».
Così aveva raccontato il pozzo. E il mio pensiero non poteva fare a meno di
ritornare sempre a quel e parole. Avevo la sensazione che con quel a novel a il
pozzo avesse inteso dire qualcosa di particolare: che io ero il figlio di re che
doveva cavalcare attraverso il Bosco del e Tenebre. Che il pozzo avesse
raccontato e cantato per me tutta una sera per indicarmi qual era il mio destino?
Chiesi al Re, mio padre, se sapeva dove fosse il Bosco del e Tenebre.
«Il Bosco del e Tenebre è nel Paese Al di là del e Montagne» rispose, e la sua
voce suonò velata. «Perché lo vuoi sapere, mio piccolo Mio?»
«Voglio cavalcare stanotte, al chiaro di luna» dissi.
Il Re mio padre mi guardò in modo strano.
«Ah, di già?» disse, e la sua voce suonò ancora più triste.
«Ma forse tu non vuoi» dissi. «Forse non sei tranquil o se io cavalco di notte
nel Bosco del e Tenebre».
Mio padre, il Re, scosse la testa.
«No, e per quale motivo?» disse. «Un bosco che dorme tranquil o al chiaro di
luna non cela pericoli».
Ma poi rimase silenzioso con il capo appoggiato a una mano, e io compresi
che i suoi pensieri erano dolorosi.
Gli misi un braccio intorno al e spal e per consolarlo e dissi:
«Vuoi che resti a casa con te?»
Ml guardò a lungo, e i suoi occhi erano tanto tristi.
«No, mio piccolo Mio, non puoi restare: la luna è già alta nel cielo e il Bosco
del e Tenebre ti attende».
«Sei proprio sicuro di non essere triste?»
«Sì, sono proprio sicuro» disse passandomi una mano tra i capel i. Al ora
corsi a chiedere a Jum-Jum se voleva venire con me, ma non avevo fatto che
pochi passi quando mio padre mi chiamò: «Mio piccolo Mio!».
Mi volsi, e vidi il Re, mio padre, che mi tendeva le braccia. Mi precipitai
contro il suo petto e lui mi tenne abbracciato forte forte, a lungo.
«Ma vedrai che torno presto» dissi.
«Veramente?» disse, in un sussurro.
Trovai Jum-Jum davanti al a casetta del giardiniere e gli raccontai che avevo
deciso di cavalcare attraverso il Bosco del e Tenebre
«Così, finalmente!» esclamò Jum-Jum.
Non capi bene perché mio padre avesse detto:
«Ah, di già», e Jum-Jum: «Così, finalmente», ma non me ne feci un
problema.
«Vieni con me?» chiesi a Jum-Jum.
Jum-Jum diede un sospirone.
«Sì» disse. «Sì. Sì!»
Andammo a prendere Miramis che pascolava nel roseto e io gli sussurrai che
doveva condurmi al Bosco del e Tenebre. Al ora si mise a bal are, come se quel a
fosse la notizia più entusiasmante che da tempo avesse udito. E appena ci
accomodammo sul a sua groppa, volò via in un lampo.
«Mio piccolo Mio!» senti mio padre gridare, quando fummo usciti dal
roseto. Era il più triste richiamo che avessi sentito, ma non potevo tornare
indietro. Non potevo.
Il Paese Al di là del e Montagne era talmente lontano. Senza un caval o
eccezionale come Miramis, mai saremmo riusciti a raggiungerlo, mai ci
saremmo potuti arrampicare sugli alti monti che toccavano quasi il cielo. Ma per
Miramis non c’erano difficoltà. Come un enorme uccel o si librava sul e cime del
e montagne e su una di queste, la più alta, atterrammo per un momento, sul e
nevi eterne. Seduti in groppa a Miramis contemplavamo il paese che ci attendeva
al e falde del a montagna. Ecco il Bosco del e Tenebre bagnato dal chiarore
lunare, bel issimo e innocente: doveva essere vero, al ora, che un bosco
addormentato nel chiaro di luna non cela pericoli. Aveva ragione mio padre: qui
tutte le cose, non soltanto le persone, erano buone; i boschi, i prati, i ruscel i e i
verdi boschetti. E la notte era buona e gentile come il giorno, la luna splendeva
mite come il sole, e il buio era un’amichevole oscurità. Non c’era niente di cui
aver paura.
C’era una sola cosa che incuteva terrore. Un’unica cosa.
Dal a groppa di Miramis intravidi, molto al di là del Bosco del e Tenebre, un
paese dove tutto era oscurità, e non un’oscurità amichevole. Non si poteva
guardarlo senza tremare.
«Che paese terribile è quel o!» dissi a Jum-Jum.
«Il Paese Al di Fuori inizia laggiù» disse Jum-Jum. «Si vede il suo confine».
«La terra del Cavalier Kato!» esclamai.
Al ora Miramis ebbe un brivido come di freddo, e grossi macigni si
staccarono dal a montagna e rotolarono con gran fracasso nel a val e sottostante.
Sì, c’era un solo essere pericoloso: il Cavalier Kato. Da lui bisognava
guardarsi, costantemente. Ma io non volevo pensarci più.
«Il Bosco del e Tenebre» dissi a Jum-Jum, «il Bosco del e Tenebre, è lì che
voglio andare adesso».
Al ora Miramis nitrì, e se ne sentì l’eco alta e selvaggia tra le vette. Poi planò
dolcemente nel ‘aria verso il bosco il uminato dal a luna ai piedi del a montagna.
E dal bosco venne una risposta, come se cento caval i avessero nitrito nel a notte.
Calammo sempre più in basso, finché gli zoccoli di Miramis sfiorarono le cime
degli alberi, lievi. Passammo tra i verdi rami folti. Eravamo in mezzo al Bosco
del e Tenebre.
Il Bosco del e Tenebre era un bosco particolare, racchiudeva un segreto. Un
grande e meraviglioso segreto, lo intuivo, ma la luna doveva avervi steso sopra
un velo, perché io non lo scoprissi. Non ancora. Un mormorio vagava tra gli
alberi, un’al usione al segreto, ma io non intendevo quel linguaggio. Le piante
bril avano al chiaro di luna, racchiudendo un segreto che io non riuscivo a
penetrare.
Improvvisamente sentimmo in lontananza un rimbombo di zoccoli: sembrava
il galoppo di cento caval i nel a notte, e quando Miramis nitriva, sembrava che
cento caval i gli rispondessero nitrendo. Il tuono degli zoccoli si faceva sempre
più da presso, i nitriti sempre più selvaggi e improvvisamente eccoli addosso,
cento caval i bianchi con le criniere al vento, altrettanti Miramis. Il mio caval o
si buttò nel branco e insieme galopparono verso una radura del bosco. Jum-Jum
e io eravamo scesi dal a cavalcatura e stavamo sotto un albero a guardare i
bianchi caval i che, con Miramis in testa, balzavano qua e là come impazziti e
s’impennavano al chiaro di luna.
«Come sono felici» disse Jum-Jum.
«Perché?» chiesi.
«Perché Miramis è tornato a casa» disse Jum-Jum. «Non sapevi che Miramis
proviene dal Bosco del e Tenebre?»
«No, non lo sapevo».
«Sai così poco tu, Mio» disse Jum-Jum.
«Com’è al ora che ho avuto Miramis?» chiesi.
«Il Re, nostro signore, dispose che uno dei suoi puledri bianchi venisse al
‘Isola dei Prati Verdi per diventare il tuo caval o».
Guardai Miramis che galoppava così felice al chiaro di luna, e fui colto da
un’ansia improvvisa.
«Jum-Jum, credi che Miramis sia triste di dover stare con me?» chiesi.
«Forse ha continua nostalgia del Bosco del e Tenebre».
Avevo appena detto queste parole che Miramis arrivò da me galoppando;
posò la testa sul a mia spal a e rimase a lungo così in silenzio, dando di tanto in
tanto dei piccoli nitriti soffocati.
«Ecco, vedi che preferisce stare con te» disse Jum-Jum.
Questo mi rendeva felice. Accarezzai Miramis e gli diedi una zol etta di
zucchero, e il suo muso era così morbido contro la mia mano, quando la prese.
Cavalcammo ancora attraverso il bosco, e dietro a noi andavano i cento caval
i bianchi.
Quel segreto stava immobile nel ‘aria. Ne era impregnato il bosco intero,
ogni albero, le verdi macchie, le tremule che frusciavano soavemente al nostro
passaggio, i caval i bianchi lo sapevano e gli uccel i risvegliati dal trapestio degli
zoccoli. Jum-Jum aveva ragione quando mi diceva: «Sai così poco, tu, Mio».
Improvvisamente Miramis partì al galoppo in mezzo agli alberi, e tutti i
caval i bianchi gli tennero dietro. Andavamo come il vento. Il mio mantel o
rosso si impigliò a un ramo - forse l’albero voleva trattenermi per svelarmi il
segreto - ma io avevo fretta. Continuai la mia corsa e feci un bel sette nel mio
mantel o.
In mezzo al bosco apparve una casetta, piccola e bianca, col tetto di paglia.
Intorno le crescevano dei meli i cui fiori candidi splendevano al a luna. Da una
finestra aperta veniva un rumore ritmico: sembrava che qualcuno stesse
tessendo.
«Andiamo a vedere chi è che tesse?» proposi.
«Andiamo» disse Jum-Jum
Scendemmo dal a groppa di Miramis e seguimmo il sentiero tra i meli fino al
a casetta.
Bussammo al a porta e il rumore cessò.
«Venite dentro, ragazzini» disse qualcuno. «E’ tanto che vi aspetto».
Entrammo nel a casetta e vedemmo una tessitrice davanti al suo telaio.
Aveva un’aria carina e ammiccava nel a nostra direzione.
«Perché vegli e tessi nel cuor del a notte?» le chiesi.
«Tesso tela di sogni» rispose, «e questo non si può fare che di notte».
Un raggio di luna che entrava dal a finestra il uminava il suo tessuto, e lo
faceva rifulgere.
«Trama di fiabe e tela di sogni vanno tessute di notte» ripeté.
«Con che cosa tessi, che viene così bel o?» chiesi.
Non rispose, ma ricominciò a tessere. Intrecciava i fili con la spola e intanto
canticchiava sottovoce:
“Raggio di luna, raggio di luna,
sangue rosso del mio cuore,
fili argentati e porporini,
fiore di melo vel utato
come il vento lungo i prati.
Ma l’Uccel o del Dolore
canta lugubre nel bosco”.
Pareva una cantilena monotona, ma appena la voce dela tessitrice si spense,
un’altra canzone, a me nota, echeggiò nel bosco. Era l’Uccel o del Dolore. Stava
appol aiato sul a cima di un albero e cantava da straziare il cuore.
«Che canta l’Uccel o del Dolore?» chiesi al a tessitrice.
Al ora si mise a piangere, e le sue lacrime gocciolavano sul tessuto e si
trasformarono in piccole perle chiare, che lo resero ancor più lucente.
«Che canta l’Uccel o del Dolore?» chiesi ancora una volta.
«Canta del a mia figliolina» disse la tessitrice, singhiozzando. «Canta del a
mia figliolina, che mi hanno rapito».
«Chi ha rapito la tua piccola figlia?» chiesi, ma conoscevo già la risposta,
non avevo bisogno che me lo dicesse. «Oh, no, non pronunciare quel nome!»
implorai.
«No, perché altrimenti il chiaro di luna si offusca» disse la tessitrice, «e i
caval i bianchi piangono sangue».
«Perché piangono sangue?»
«Per il piccolo puledro anch’esso rapito» disse la tessitrice. «Ascolta, come
l’Uccel o del Dolore canta sul bosco».
Lo sentivo attraverso la finestra aperta; aveva cantato molte sere per me nel
roseto, ma non avevo mai compreso il suo canto. Ora sapevo: cantava di tutti gli
esseri rapiti, del a figliolina del a tessitrice, dei fratel i di Nanno, del a sorel a di
Jiri e di altri, tanti altri che il Cavalier Kato aveva rapito e portato al suo castel o.
Per questo c’era tanta tristezza nel e casupole del ‘Isola dei Prati Verdi e del
Paese Al di là del e Acque e del e Montagne: per i bambini, per tutti i bambini
che erano scomparsi.
Persino i bianchi caval i nel Bosco del e Tenebre avevano qualcuno da
piangere con lacrime di sangue al solo sentirne nominare il rapitore.
Il Cavalier Kato! Avevo una tale paura di lui, una paura mortale. Ma mentre
me ne stavo in quel a casetta a sentire l’Uccel o del Dolore cantare,
improvvisamente seppi perché avevo cavalcato quel a notte attraverso il Bosco
del e Tenebre. Oltre al Bosco del e Tenebre c’erano le tracce del confine con il
Paese Al di Fuori. Era laggiù la mia meta. Dovevo andare laggiù a combattere
contro il Cavalier Kato, anche se avevo paura, una paura mortale. Tanta paura,
che mi veniva solo voglia di piangere, quando pensavo a quel o che ero destinato
a compiere.
La tessitrice aveva ricominciato a tessere. E insieme a mormorare quel a
cantilena monotona: «Raggio di luna, raggio di luna, sangue rosso del mio
cuore», e pareva che si fosse scordata del a nostra esistenza.
«Jum-Jum» dissi, con una voce che non mi riconoscevo, «adesso partirò per
il Paese Al di Fuori».
«Lo so» disse Jum-Jum.
«Come puoi saperlo» chiesi stupito, «se non lo sapevo nemmeno io un
momento fa?»
«Sai così poco, tu, Mio» disse Jum-Jum.
«Tu invece sai tutto, mi pare».
«Io so da lungo tempo che tu sei destinato ad andare nel Paese Al di Fuori.
Tutti lo sanno».
«Tutti?»
«Sì» disse Jum-Jum. «L’Uccel o del Dolore lo sa. La tessitrice lo sa. Cento
bianchi caval i lo sanno. L’intero Bosco del e Tenebre lo sa, gli alberi lo
mormorano, e l’erba e i fiori di melo, tutti lo sanno».
«E’ così?»
«Ogni pastore del ‘Isola dei Prati Verdi lo sa e lo modula sul suo flauto la
notte. Nanno lo sa. La sua nonna, Jiri e le sue sorel e, e il pozzo-che-al a-sera-
bisbiglia».
«E il Re, mio padre…» dissi in un bisbiglio.
«Il Re, tuo padre, l’ha sempre saputo» disse Jum-Jum.
«E vuole che io vada?» chiesi, e non potevo impedire al a mia voce di
tremare.
«Sì, vuole che tu vada» disse Jum-Jum. «E’ triste, ma vuole che tu vada».
«Ma io ho paura!» esclamai, e incominciai a piangere. Per la prima volta
sentivo veramente che paura fol e avessi. Afferrai Jum-Jum per un braccio.
«Jum-Jum» dissi, «io non ho abbastanza coraggio. Perché il Re, mio padre,
vuole che vada proprio io?»
«Perché solo un bambino di stirpe reale può farlo» rispose Jum-Jum. «Solo
un figlio di re».
Così disse Jum-Jum.
«Ma se sarà la mia morte?» interrogai, e strinsi ancor più forte il braccio di
Jum-Jum.
Non rispose.
«Può volere il Re, mio padre, che vada ugualmente?»
La tessitrice aveva smesso di tessere, e nel a casa c’era silenzio. Anche
l’Uccel o del Dolore taceva. Gli alberi non muovevano foglia, e non si udiva il
minimo fruscio. Il silenzio era completo.
Jum-Jum annuì.
«Il Re, tuo padre, vuole che tu vada ugualmente».
Al ora mi parve che tutto crol asse.
«Non ne ho il coraggio!» gridai. «Non posso, non posso!»
Jum-Jum mi fissava senza parlare. Ma l’Uccel o del Dolore ricominciò a
cantare, ed era un canto che mi arrestò quasi i battiti del cuore.
«Canta del a mia figliolina» disse la tessitrice, e le lacrime caddero sul
tessuto e si trasformarono in perle.
Serrai i pugni.
«Jum-Jum» dissi, «andrò. Andrò al Paese Al di Fuori».
Al ora un mormorio corse per il Bosco del e Tenebre, e l’Uccel o del Dolore
ebbe uno stupendo tril o di gioia.
«Lo sapevo» disse Jum-Jum.
«Addio, Jum-Jum» dissi, e sentivo che stavo per rimettermi a piangere,
«addio caro caro Jum-Jum».
Al ora Jum-Jum mi guardò, e aveva gli stessi occhi buoni di Benka. Poi
sorrise.
«Vengo con te» disse.
Era un amico, Jum-Jum, era veramente un amico. Ero felice ch’egli dicesse
di volermi seguire, ma non volevo che gli capitasse qualcosa di male.
«No, Jum-Jum» dissi, «dove io vado, tu non puoi seguirmi».
«Vengo con te» disse Jum-Jum. «Un bambino di sangue reale in groppa a un
caval o bianco dal a criniera d’oro e un solo amico al suo seguito, così sta scritto.
Non puoi mutare quel o che è stato deciso da migliaia e migliaia d’anni».
«Migliaia e migliaia d’anni» ripeté la tessitrice. «Ricordo che i venti lo
cantavano la sera che piantai i miei meli, tanto tanto tempo fa. Migliaia e
migliaia d’anni».
Ammiccò.
«Vieni, Mio, che ti accomodo il mantel o» disse.
Tagliò un pezzo del suo tessuto e con quel o accomodò lo strappo che mi ero
fatto cavalcando nel bosco. Foderò il mantel o di quel a stoffa lunare, ed esso
ricadde morbido e tiepido sul e mie spal e.
«Il mio tessuto più bel o a chi salverà la mia piccola figlia» disse la tessitrice.
«E ti darò del cibo, il pane-che-sazia-la-fame. Tienlo da conto, perché devi
percorrere sentieri di fame».
Mi diede il pane, e io la ringraziai. Poi mi volsi a Jum-Jum:
«Siamo pronti?»
«Pronti» disse Jum-Jum.
Passammo la porta. Seguimmo il sentiero tra i meli. Montammo a caval o.
L’Uccel o del Dolore spiegò le sue grandi ali nere e volò verso la montagna.
I cento caval i bianchi rimasero immobili a guardarci, mentre sparivamo tra
gli alberi. Non ci seguirono. I fiori di melo bril avano bianchi come la neve al
chiaro di luna. Forse non avrei visto mai più fiori di melo così bianchi…
Gli ucceli stregati.
Forse non avrei visto mai più fiori di melo, mai più verdi alberi, mai più prati
di veluto.
Perché dove stavamo andando i fiori non sbocciavano e non potevano
crescere né alberi né erba.
Cavalcammo nel a notte, andavamo e andavamo. I boschetti amici nel
chiarore lunare li avevamo lasciati indietro e davanti a noi non regnava che
l’oscurità. Il lume del a luna s’era spento, il terreno s’era fatto duro e sassoso,
nude pareti rocciose si ergevano dappertutto, serrandoci sempre più da presso. Al
a fine ci trovammo a cavalcare per un angusto sentiero buio incassato tra due
altissime montagne nere.
«Se soltanto la strada non fosse così buia!» sospirò Jum-Jum. «Se soltanto le
montagne non fossero così nere e noi così piccoli e soli!»
Il sentiero si snodava serpeggiante e si aveva la sensazione che dietro ogni
curva stessero in agguato mil e pericoli. Anche Miramis lo avvertiva: tutto il suo
corpo fremeva e di continuo tentava di girarsi per tornare indietro. Ma io
reggevo le redini ben salde e lo costringevo a procedere. Il sentiero si fece più
stretto; le montagne nere si alzarono; l’oscurità s’infittì. Al a fine arrivammo a
una stretta apertura tra le pareti rocciose, che assomigliava a una porta. E al di là
di essa si intravvedeva una tenebra più buia del a più profonda oscurità.
«Il Paese Al di Fuori» mormorò Jum-Jum. «Questo è l’ingresso del Paese Al
di Fuori».
Miramis s’impennò selvaggiamente; si rizzò sul e zampe posteriori e nitrì
che non reggeva il cuore a udirlo. Era un suono terrificante, ed era l’unico che
intorno si sentisse. Perché le tenebre al di là del ‘ingresso erano mute. Mute e
adescatrici. Attendevano solo che varcassimo il confine.
Capivo di dover entrare in quel ‘oscurità, ma non avevo più paura. Ora che
sapevo che da migliaia e migliaia d’anni era stabilito che io dovessi passare quel
a porta buia, m’era venuto uno strano coraggio. Succeda quel che ha da
succedere, pensavo. Forse non sarei mai più tornato indietro, ma paura non
volevo averne.
Guidai Miramis verso quel e tenebre. Quando si rese conto che mai gli avrei
permesso di tornare indietro, passò quasi in fuga attraverso la porta stretta e
galoppò fuggendo per i bui sentieri oltre il confine. Volavamo nel a notte nera
senza conoscere la strada.
Ma Jum-Jum mi era accanto; mi sedeva al e spal e e mi abbracciava stretto.
Mai gli avevo voluto così bene. Non ero solo: mi seguiva un amico, uno
soltanto, proprio come era stato detto.
Per quanto tempo cavalcassimo attraverso le tenebre, non potrei dirlo. Forse
fu solo un breve attimo, forse furono molte, molte ore. Oppure passarono
migliaia e migliaia d’anni, così mi parve. Era come quando si cavalca in sogno,
in quei sogni spaventosi dai quali ci si sveglia urlando e poi si rimane ancora a
lungo immobili a letto dal a paura. Ma questo era un sogno senza risveglio.
Continuavamo a cavalcare e a cavalcare nel a notte.
Improvvisamente Miramis si arrestò. Eravamo giunti a un lago e in nessun
incubo vidi lago più spaventoso. Al e volte avevo sognato di grandi distese
d’acque buie; ma mai l’acqua era così buia come quel a che si stendeva ora
davanti a me. Era la superficie più solitaria e più nera del mondo; intorno non
c’erano che alte rocce scure e deserte. E sul e acque tenebrose volteggiavano
molti, moltissimi uccel i. Non si vedevano, ma si sentivano le loro strida. E mai
ho udito qualcosa di più triste, di più penoso: come se implorassero aiuto; come
se fossero disperati e piangessero.
Dal ‘altra parte del lago, sul a roccia più alta, c’era un grande castel o nero
con soltanto una finestra il uminata. Assomigliava a un occhio, un occhio rosso,
cattivo, orrendo, che ci fissasse nel a notte e ci volesse male.
«Il castel o del Cavalier Kato!» sussurrò Jum-Jum, e Miramis rabbrividì.
Il castel o del Cavalier Kato! Era dunque laggiù. Dal ‘altra parte di quel
‘acqua buia stava il nemico che ero venuto a combattere. Quel ‘occhio crudele
fisso sul lago mi terrorizzava, anche se avevo deciso di non avere più paura. Mi
terrorizzava: come poteva un essere piccolo come me trionfare su qualcuno
perfido e malvagio quanto il Cavalier Kato?
«Tu hai bisogno di una spada» disse Jum-Jum.
In quel momento sentimmo qualcuno lamentarsi nel e vicinanze:
«Ohi ohi ohi» si lamentava la voce. «Muoio di fame. Ohi ohi ohi!»
Poteva essere pericoloso avvicinarsi a quel ‘invocazione; forse era una
trappola. Ma decisi che, chiunque fosse, dovevo cercarlo per capire se aveva
veramente bisogno di aiuto.
«Dobbiamo andare a vedere chi è» dissi a Jum-Jum; «dobbiamo aiutarlo».
«Vengo con te» disse Jum-Jum.
«E tu, Miramis, rimani qui» dissi accarezzandogli il muso. Il caval o nitrì
ansiosamente.
«Non stare in pensiero» lo rassicurai. «Torniamo subito».
Chi si lamentava non doveva essere lontano, ma era una impresa difficile
rintracciarlo in quel ‘oscurità.
«Ohi ohi ohi» si fece di nuovo udire la voce. «Muoio di fame. Ohi ohi ohi!»
Avanzammo a tentoni nel a direzione da cui venivano i lamenti, incespicando
nei sassi e scivolando nel ‘oscurità. Ma finalmente incappammo in una casupola
cadente. Era una vera topaia; se non fosse stata addossata a una parete del a
roccia, sarebbe certamente crol ata. Una luce fioca traspariva da una finestra, e
noi ci avvicinammo in punta di piedi e sbirciammo nel ‘interno.
Là dentro stava seduto un vecchietto magro, sparuto, un povero vecchio dai
grigi capel i arruffati. Nel caminetto ardeva il fuoco, ed egli sedeva davanti al
fuoco dondolandosi avanti e indietro; e lamentandosi:
«Ohi ohi ohi, muoio di fame, muoio…».
Al ora entrammo. Il vecchietto ammutolì e ci fissò. Stavamo in piedi sul a
soglia e lui ci fissava come se non avesse mai visto esseri simili a noi. Levò le
vecchie mani ossute, come per ripararsi da un pericolo.
«Non fatemi del male» sussurrò. «Non fatemi del male!»
«Non siamo venuti per farti del male» dissi. «Abbiamo sentito che avevi
fame: ti portiamo del pane».
Tirai fuori il pane che ci aveva dato la tessitrice e lo porsi al vecchietto. Lui
continuava a fissarmi, al ora glielo avvicinai ancora, ma il vecchio era solo
spaventato, terribilmente spaventato, come se gli stessi tendendo un tranel o.
«Prendi il pane» dissi, «non aver paura».
Tese cautamente la mano, e lo afferrò. Lo strinse tra le palme, tastandolo; lo
portò al naso e lo annusò. Al ora cominciò a piangere.
«Pane» singhiozzò. «Pane-che-sazia-la-fame».
Poi si mise a mangiare. Non ho mai visto nessuno mangiare così. Mangiava e
piangeva, mangiava mangiava. Quando ebbe finito, raccolse fin la più minuscola
briciola caduta sugli abiti, fino al ‘ultima, e solo al ora tornò a fissarci e disse:
«Da dove venite, voi? Dov’è che si trova del pane come questo? Per tutti i
giorni di fame che ho passato, ditemi, da dove venite?»
«Dal Paese Lontano. Laggiù c’è pane come questo» dissi.
«E perché siete qui?» sussurrò il vecchietto.
«Per combattere contro il Cavalier Kato» risposi.
Avevo appena detto così, che il vecchio cadde dal a sedia con un grido.
Rotolò per terra come un piccolo gomitolo polveroso e venne verso di noi a
quattro zampe. Si fermò ai nostri piedi e guardò in su strizzando quei suoi
occhietti spaventati.
«Tornate indietro, da dove siete venuti» sussurrò. «Tornate indietro, prima
che sia troppo tardi!»
«Io non torno indietro» dissi. «Sono venuto per combattere contro il Cavalier
Kato».
Lo dissi ad alta voce, e chiaramente. Pronunciai il nome del Cavalier Kato
più chiaro e più forte che potevo, e il vecchietto mi fissava come se si aspettasse
che io rimanessi lì stecchito davanti ai suoi occhi.
«Ohi ohi ohi» implorò. «Zitto! Sta’ zitto! Tornate là da dove siete venuti.
Andate, prima che sia troppo tardi, vi dico».
«Indietro non torno» ribattei. «Sono venuto per combattere contro il Cavalier
Kato».
«Ssst!» mormorò il vecchietto, terrorizzato. «Zitto. Le spie possono sentirti.
Forse proprio in questo momento stanno in ascolto».
Si trascinò fino al a porta e origliò angosciato.
«E’ tutto silenzio» disse, «ma possono esserci ugualmente. Qua, là,
dappertutto. Spie dappertutto».
«Le spie del Cavalier Kato?» chiesi.
«Zitto, ragazzo. Vuoi proprio buttar via la tua giovane vita? Non puoi
chetarti?»
Si rimise a sedere sul a seggiola e ammiccò nel vuoto.
«Sì, sì» bisbigliò così piano, che quasi non si afferravano le parole. «Le sue
spie sono ovunque. Di mattina, di sera, di notte. Sempre e ovunque».
Tese la mano e mi afferrò per un braccio.
«Per tutti i giorni di fame che ho passato» sussurrò, «non ti fidare di nessuno.
Entri in una casa… credi di essere fra amici. Ma sei fra nemici. Ti tradiscono, ti
consegnano a quel o che sta dal ‘altra parte del lago. Non ti fidare di nessuno, ti
dico. Non ti fidare di me! Come fai a sapere che non ti mando dietro le spie,
appena esci di qui?»
«Non credo che lo farai» dissi.
«Non si può mai essere sicuri» sussurrò il vecchietto. «Non si può mai essere
sicuri di niente».
Rimase pensieroso, in silenzio.
«No, non te le manderò dietro, le spie» disse. «C’è ancora qualcuno che non
è un traditore, in questo paese. E c’è ancora qualcuno che sa battere il ferro».
«Noi abbiamo bisogno di un’arma» disse Jum-Jum. «Mio deve avere una
spada».
Il vecchietto non rispose. Andò al a finestra e l’aprì. Fuori, sul lago, si
sentiva il lamento triste degli uccel i. Sembrava che piangessero nel a notte.
«Senti» disse il vecchio, «senti, come si lagnano. Vuoi diventare anche tu un
uccel o che vola piangendo sul lago?»
«Che uccel i sono?» chiesi.
«Sono uccel i stregati» disse. «E tu certo sai, chi è stato. Certo sai, chi li ha
rapiti. E ora sai anche che accade a chi vuol combattere il brigante».
Una grande tristezza mi prese, quando ebbi udito le sue parole. Quegli uccel
i… erano i fratel i di Nanno e la sorel a di Jiri e la piccola figlia del a tessitrice, e
tutte le altre creature che il Cavalier Kato aveva rapito e stregato. Oh, avrei
combattuto contro di lui, eccome!
«Mio deve avere una spada» disse Jum-Jum. «Senza una spada, non si può
combattere».
«Tu hai detto che c’era ancora qualcuno che batteva il ferro» ricordai al
vecchietto.
Mi guardò quasi arrabbiato.
«Non ci tieni al a tua giovane vita?»
«Dove posso trovare un fabbro?» ripetei.
«Zitto!» e rinchiuse lesto la finestra. «Zitto, le spie ti sentono».
Andò in punta di piedi fino al a porta, vi appoggiò l’orecchio e ascoltò.
«E’ tutto silenzio» disse. «Ma non vuol dire. Spie dappertutto».
Poi si chinò su di me e mi sussurrò al ‘orecchio:
«Va’ dal Fabbro di Spade e salutalo da parte di Eno. Digli che hai bisogno di
una lama che tagli la pietra. Digli che sei un cavaliere del Paese Lontano».
Mi guardò a lungo.
«Perché tu lo sei, vero?»
«Sì» rispose Jum-Jum per me. «E’ cavaliere e principe. Il principe Mio del
Paese Lontano.
E deve avere una spada».
«Dove troverò il Fabbro di Spade?» chiesi.
«Nel a caverna più profonda del a più nera montagna» disse il vecchietto.
«Attraversa il Bosco Morto! Adesso!»
Andò al a finestra e la riaprì. E sul lago senti ancora il grido degli uccel i del
a notte.
«Adesso, principe Mio» disse il vecchio. «Il mio cuore ti seguirà. Ma forse
già domani sentirò un nuovo uccel o piangere sul lago».
Nel Bosco Morto.
Stavamo chiudendoci ale spale la porta di Eno, quando udimmo Miramis
nitrire. Era un nitrito alto e disperato. Come se invocasse: «Mio, aiutami!».
Il cuore mi si arrestò in petto.
«Jum-Jum, cosa stanno facendo a Miramis!» gridai. «Senti! Cosa fanno a
Miramis!»
«Zitto» disse Jum-Jum. «L’hanno preso… le spie».
«Le spie hanno preso Miramis?» gridai: non m’importava che qualcuno
potesse sentirmi.
«Devi far piano» sussurrò Jum-Jum, «altrimenti prendono anche noi».
Ma io non ascoltavo già più quel che mi diceva. Miramis, il mio caval o
amato; era il mio caval o, il più bel o e veloce del mondo, che stavano
portandomi via.
Lo senti nitrire ancora, e mi sembrava proprio che implorasse: «Mio, perché
non vuoi aiutarmi?».
«Vieni» mi disse Jum-Jum, «dobbiamo andare a vedere che cosa gli stanno
facendo».
Ci arrampicammo al buio su per le rocce.
Procedevamo faticosamente carponi; io mi feri le mani sul e pietre taglienti,
ma non sentivo dolore: ero troppo disperato per Miramis.
Stava ritto su una roccia e risplendeva candido nel ‘oscurità. Il mio Miramis,
il caval o più bianco e più bel o del mondo.
Nitriva selvaggiamente e s’impennava cercando di liberarsi. Ma cinque
spioni neri lo circondavano, e due lo trattenevano per le redini. Povero Miramis,
che terrore doveva provare: quei neri spioni erano così sinistri, e le loro voci
suonavano così lugubremente afone.
Jum-Jum e io ci avvicinammo carponi finché non ce ne mancò il coraggio,
poi ci appiattimmo dietro una roccia da dove potevamo sentire le loro parole:
«La cosa migliore è portarlo nel a nera barca direttamente al di là del Lago
Morto»
propose uno.
«Sì, oltre il Lago Morto dal Cavalier Kato» disse un altro.
Avrei voluto gridare loro di lasciar libero il mio caval o, ma mi trattenni. Chi
avrebbe combattuto contro il Cavalier Kato, se io fossi stato fatto prigioniero dal
e spie? Ah, perché proprio “io” ero stato scelto per combattere contro il Cavalier
Kato? In quel momento mi pareva che nemmeno la sorte degli uccel i stregati mi
toccasse; l’unica cosa che desideravo era di riavere per me Miramis dal a criniera
d’oro.
«Qualcuno deve avere attraversato il confine» disse una del e spie.
«Qualcuno deve aver cavalcato il caval o bianco. Il nemico è fra noi».
«Bene, se il nemico è fra noi» disse un altro, «vuol dire che lo prenderemo
più facilmente.
E ancora più facilmente il Cavalier Kato lo annienterà e lo schiaccerà».
Fremetti, perché ero io il nemico che aveva oltrepassato il confine, io colui
che il Cavalier Kato doveva schiacciare e annientare. Se il Re, mio padre, fosse
stato lì ad aiutarmi! «Io so che tu vuoi che io combatta contro il Cavalier Kato»
gli avrei detto, «ma dispensami, ti prego! Che io possa riavere Miramis e lasciare
questo luogo per sempre. Mai prima ho avuto un caval o tutto mio, e nemmeno
un babbo tutto per me, lo sai. E se ora il Cavalier Kato mi avrà in suo potere, mai
più potrò stare con te. Aiutami a scappare da qui! Non ci voglio più stare! Voglio
stare con te, voglio tornare al ‘Isola dei Prati Verdi con Miramis!»
Proprio quando me ne stavo dietro la roccia agitato da questi pensieri, mi
sembrò di udire la voce del Re, mio padre.
«Mio piccolo Mio» disse.
Nul ‘altro. Ma capi ch’egli desiderava che io fossi coraggioso, e che non me
ne stessi lì a piagnucolare come un bamberottolo, anche se mi avevano portato
via Miramis. Ero o non ero un cavaliere? Quel Mio che costruiva capanne nel
roseto e che vagava per i col i del ‘Isola dei Prati Verdi suonando il flauto non
esisteva più. Adesso ero un cavaliere, un cavaliere “buono”, non come Kato. E
un cavaliere deve essere coraggioso, non deve piangere.
Così non piansi, eppure vidi due spie trascinare Miramis fino al lago e issarlo
su una grande barca nera. Non piansi, eppure Miramis nitriva come se venisse
frustato. Non piansi nemmeno quando gli spioni si misero ai remi e ne senti lo
sciabordio nel ‘acqua scura. Il rumore si fece sempre più fioco, e l’ultimo
disperato nitrito di Miramis mi giunse di lontano sul lago, prima che la barca
sparisse… ma non piansi. Perché ero un cavaliere.
Non piangevo? Oh, se piangevo! Stavo bocconi dietro la roccia, con la fronte
contro il duro suolo e piangevo disperatamente. Un bravo cavaliere deve saper
anche dire la verità.
Non riuscivo a smettere, e quando pensai agli occhi di Miramis, così fedeli,
piansi ancora di più. La tessitrice aveva detto che i cento caval i bianchi
piangevano sangue per il puledro rapito; forse anch’io piangevo nel ‘oscurità
lacrime di sangue per Miramis.
Jum-Jum si chinò su di me e mi mise una mano sul a spal a.
«Non piangere più, Mio» disse. «Dobbiamo andare dal Fabbro di Spade. Tu
devi avere una spada».
Avevo ancora dentro di me molte lacrime, ma le inghiotti . Cercai di essere
forte e le inghiotti . Poi mi rialzai, per andare al a ricerca del Fabbro di Spade.
Attraversa il Bosco Morto, aveva detto Eno. Ma dov’era il Bosco Morto?
«Dobbiamo trovare il Fabbro di Spade prima che la notte finisca» dissi a
Jum-Jum.
«L’oscurità ci protegge dagli spioni. Dobbiamo passare il Bosco Morto
stanotte».
Ci arrampicammo di nuovo sul e rocce e tornammo al a catapecchia di Eno.
Era buia e silenziosa, e non si udiva più nessuno lamentarsi. Avanzammo ancora
nel a notte, e finalmente arrivammo al Bosco Morto. Non un alito di vento, né
fruscio di foglie. Perché non c’erano foglioline palpitanti, ma solo morti tronchi
d’albero neri, con rami nodosi e stecchiti.
«Stiamo entrando nel Bosco Morto» disse Jum-Jum.
«Sì, ci entriamo» dissi, «ma chissà se ne usciremo mai».
Perché era proprio uno di quei boschi nei quali ci si perde nei sogni, al e
volte. Si cammina e si cammina, e non si trova mai l’uscita.
Ci tenevamo per mano, Jum-Jum e io, mentre camminavamo per il Bosco
Morto sentendoci così piccoli e spersi. Gli alberi morti erano talmente fitti che
quasi ci impedivano di avanzare.
«Se soltanto il bosco non fosse così folto, e il buio così fondo, e noi così
piccoli e soli»
mormorò Jum-Jum.
Cammina e cammina. A volte in lontananza risuonavano del e voci: erano le
spie.
Probabilmente era vero quel o che Eno aveva detto, che c’erano spie di Kato
dappertutto.
L’intero Bosco Morto ne sembrava pieno. E quando le sentivamo, lontano fra
gli alberi, ci arrestavamo, Jum-Jum e io, e quasi quasi non osavamo respirare.
Cammina e cammina.
«La notte è lunga, qui nel Bosco Morto» disse Jum-Jum, «ma ancor più
lunga mi sembra la strada per arrivare al Fabbro di Spade».
«Jum-Jum, tu credi che lo troveremo?…» avevo cominciato a chiedere, ma
le parole mi si fermarono in gola. Perché laggiù tra gli alberi avanzava verso di
noi una lunga fila di spioni neri…
Tutto era perduto! Mai più avrei potuto combattere contro il Cavalier Kato, e
la notte seguente Eno avrebbe sentito due nuovi uccel i piangere volando sul
lago.
Sempre più sempre più si avvicinavano a noi gli spioni. E noi rimanevamo
immobili, incapaci di muoverci. Ma qui avvenne un fatto straordinario: il
vecchio tronco di uno degli alberi neri si aprì proprio accanto a noi, e io vidi che
era cavo. E prima che mi rendessi conto di come era potuto succedere, Jum-Jum
ed io ci ritrovammo rannicchiati nel ‘interno del ‘albero cavo, tremanti come due
uccel ini su cui plana lo sparviero. Ora le spie ci erano proprio accanto, così che
potevamo udire quel o che dicevano.
«Ho sentito qualcuno parlare nel Bosco Morto» diceva una di loro. «Chi è
che parla nel Bosco Morto?»
«Il nemico è fra noi» diceva un’altra. «E’ il nemico, che parla nel Bosco
Morto».
«Se il nemico è nel Bosco Morto, lo cattureremo presto» disse una terza spia.
«Cercate, cercate dappertutto!»
E li sentimmo frugare fra gli alberi. E udimmo i loro passi circospetti. Noi
nel nostro albero, così piccoli e impauriti.
Frugarono dappertutto, senza trovarci. Le loro voci si al ontanarono sempre
più, finché tornò il silenzio. L’albero cavo ci aveva salvati.
Ma perché? Forse perché tutto il Bosco Morto odiava il Cavalier Kato e si al
eava con chi veniva a combatterlo? Forse quel ‘albero morto un tempo era stato
un giovane albero sano con le sue foglioline verdi fruscianti al vento; forse la
ferocia del Cavalier Kato ne aveva corroso e carbonizzato i rami. Non credo che
un albero possa mai perdonare chi gli ha ucciso le tenere foglie.
«Grazie, buon albero» dissi uscendo carponi dal suo tronco cavo.
Ma l’albero rimase immobile e silenzioso.
E continuammo a camminare per il Bosco Morto.
«Sta albeggiando» disse Jum-Jum, «e ancora non abbiamo trovato la caverna
del Fabbro di Spade».
La notte stava per finire. Ma l’alba qui non era chiara e luminosa: era grigia e
terribile, un crepuscolo molto simile al ‘oscurità. Pensai a come era l’alba nel
‘Isola dei Prati Verdi, quando cavalcavamo Miramis e i prati erano umidi di
rugiada, e ogni filo d’erba bril ava.
Così camminavo pensando a Miramis, dimentico di ogni cosa, e non mi
meravigliai né mi spaventai quando senti un calpestio di zoccoli. Ecco, ora arriva
Miramis, pensai. Ma Jum-Jum mi afferrò per un braccio e bisbigliò:
«Ascolta! Le spie cavalcano per il Bosco Morto!»
Di nuovo credetti che tutto fosse perduto. Ora niente poteva più salvarci: fra
poco i neri spioni sarebbero apparsi fra gli alberi e ci avrebbero visti! Sarebbero
sopraggiunti a caval o come venti di tempesta, si sarebbero chinati in corsa per
afferrarci e ci avrebbero buttati sui loro caval i. E via, fino al castel o del
Cavalier Kato. Mai più avrei potuto combattere contro di lui, e la notte seguente
Eno avrebbe sentito due nuovi uccel i piangere volando sul lago.
Sempre più sempre più si avvicinava il trepestio degli zoccoli. Ma ecco che
avvenne un fatto straordinario: davanti a noi si spalancò nel terreno una luce, una
grande tana, pareva. E prima che io mi rendessi conto di come era potuto
succedere, Jum-Jum e io ci ritrovammo rincantucciati nel a tana, tremanti come
due coniglietti inseguiti dal a volpe.
Appena in tempo. Il trepestio si fece sempre più vicino, e sentimmo gli
spioni cavalcare sul e nostre teste, proprio sopra di noi, e gli zoccoli pesanti dei
caval i rintronare sul tetto del a tana. Un po’ di terriccio si staccò e scorse in un
rivoletto, su di noi. E noi lì tremanti, piccoli e spaventati.
Poi ci fu silenzio. Un silenzio fondo, come se in tutto il Bosco Morto non ci
fosse nessun essere vivente. Attendemmo a lungo.
«Credo che ora possiamo sgusciar fuori» dissi infine.
Ma nel o stesso istante sentimmo di nuovo quel trepestio di zoccoli. Gli
spioni tornavano.
Ancora una volta gli zoccoli tuonarono sul e nostre teste e sentimmo le spie
lanciare grida e richiami. Poi si buttarono giù dai caval i e si sedettero per terra
subito fuori dal a tana.
Potevamo vederli dal suo imbocco; erano così vicini che avremmo potuto
toccarli.
Sentivamo ogni parola di quel che dicevano.
«Ordine del Cavalier Kato: il nemico deve essere catturato vivo o morto»
disse uno di loro.
«Il nemico giunto sul caval o bianco deve essere catturato entro stanotte.
Ordine del Cavalier Kato».
«Il nemico è fra noi» disse un altro, «e certo verrà catturato. Cercate, cercate
dappertutto!»
Sedevano vicinissimi, a discutere di come intendevano catturarci. Così neri e
orribili in quel a terrificante alba grigia e con tutti quegli alberi morti intorno,
mentre le loro nere cavalcature pascolavano battendo selvaggiamente il terreno
con gli zoccoli.
«Cercate, cercate dappertutto. Che buco è quel o lì per terra?» disse a un
tratto uno spione.
«Una tana» rispose un altro. «Forse il nemico è nascosto lì dentro. Cercate,
cercate dappertutto!»
Jum-Jum e io ci stringemmo l’uno al ‘altro. Ora tutto era davvero perduto.
«Proverò con la mia lancia» disse una del e spie. «Se il nemico è lì dentro, lo
infilzerò».
Vedemmo una lancia nera penetrare nel a tana e cercammo di indietreggiare
il più possibile. Ma anche la lancia era lunga, e la sua punta aguzza si avvicinava
sempre più.
La lama vibrava nel ‘aria, ma non colpiva noi. Colpiva la parete del a tana tra
Jum-Jum e me, ma noi no.
«Cercate, cercate in tutto il Bosco Morto» ripeteva lo spione di fuori.
«Ordine del Cavalier Kato: il nemico deve essere preso! Cercate, cercate
dappertutto! Qui non c’è».
Le spie rimontarono sui loro neri caval i e partirono al galoppo.
Eravamo salvi di nuovo. La tana ci aveva salvati. Perché? Forse persino la
terra odiava il Cavalier Kato e si al eava con chi era venuto a combatterlo. Forse
un tempo su quel terreno cresceva del a verde erbetta tenera, erba bagnata dal a
rugiada del ‘alba. E certo la crudeltà del Cavalier Kato l’aveva carbonizzata e
corrosa. Non credo che la terra possa mai perdonare chi le ha fatto morire i
fragili fili d’erba.
«Grazie, buona terra» dissi, quando ce ne andammo.
Ma la terra non rispose. Si stendeva silenziosa, e la tana era sparita.
Andammo e andammo, finché il Bosco Morto finì. Montagne e rocce si
ergevano ora davanti a noi. Quando le vidi, la disperazione mi afferrò: erano le
rocce intorno al Lago Morto quel e al e quali eravamo giunti. Tutto era stato
invano. Mai avremmo trovato il Fabbro di Spade: avevamo vagato per il Bosco
Morto tutta la notte, ora ci ritrovavamo al punto di partenza. Ecco laggiù la
catapecchia di Eno, piccola, grigia e cadente, addossata al a roccia per non
cadere. Contro un’alta roccia nera come il carbone.
«E’ certo la montagna più nera del mondo…» mormorò Jum-Jum.
La montagna più nera del mondo! Ma era proprio lì che il Fabbro di Spade
doveva avere la sua caverna. La caverna più profonda nel a montagna più nera,
così aveva detto Eno.
«Oh, Jum-Jum» cominciai, «vedrai che…».
Ma poi ammutoli . Perché come un turbine venne dal Bosco Morto, un
turbine fatto da un lungo, tenebroso vortice di neri spioni. Alcuni avanzavano di
corsa, altri spronavano i loro bui destrieri e tutti insieme ci stavano circondando.
Ci avevano visti, e tutti insieme rumoreggiavano con le loro terrificanti voci
afone:
«Il nemico è fra noi. Laggiù! Acchiappatelo! Acchiappatelo! Ordine del
Cavalier Kato: il nemico sia preso vivo o morto!»
Addossati contro la parete rocciosa, Jum-Jum e io vedevamo gli spioni
avvicinarsi sempre più. Tutto era davvero, davvero perduto. Mai più avrei
combattuto contro il Cavalier Kato.
Ero talmente triste, che avrei voluto buttarmi per terra e piangere. Ma poi
pensai che ne avrei avuto tutto il tempo: già la notte seguente Eno avrebbe
sentito un nuovo uccel o volare sul lago, un uccel o che si lamentava più forte e
più tristemente degli altri. Eno l’avrebbe guardato dal a finestra e avrebbe
mormorato:
«Laggiù vola il principe Mio».
Il Fabbro di Spade.
Ma alora avvenne un fatto straordinario: la parete rocciosa contro la quale
stavamo addossati, cedette, e prima che mi rendessi conto di come fosse potuto
succedere, Jum-Jum e io stavamo dentro la montagna, tremanti come due agnel
ini quando arriva il lupo.
Ma non occorreva avere tanta paura. Stavamo nel a montagna, e gli spioni
fuori. La parete rocciosa s’era richiusa senza lasciare aperture. Qui non ci
avrebbero presi mai.
Sbraitavano inferociti, là fuori.
«Cercate, cercate dappertutto» urlavano. «Il nemico era tra noi, ed è sparito.
Cercate, cercate dappertutto!»
«Sì sì, cercate cercate» dissi io. «Qui non ci troverete mai!»
Eravamo così felici, Jum-Jum e io, che ridevamo forte nel a montagna. Ma
poi mi venne in mente Miramis e al ora non risi più.
Ci guardammo intorno. Eravamo in un’immensa cavità buia, ma il buio non
era completo Vi era diffuso un debole chiarore, che non si capiva da dove
venisse. Dal a caverna si dipartivano buie gal erie che si addentravano nel cuore
del a montagna.
Nel a caverna più profonda del a montagna nera abitava il Fabbro di Spade,
così aveva detto Eno. Certamente una di quel e gal erie buie portava a lui, ma
quale?
«Così, siamo entrati nel a montagna più nera» disse Jum-Jum.
«Ci siamo entrati, ma chissà se ne usciremo mai».
Perché era proprio una montagna in cui perdersi, come nei sogni: si cammina
e si cammina per strani sentieri bui, senza poter trovare la via d’uscita.
Ci prendemmo per mano e ci incamminammo verso l’interno del a
montagna. Ci sentivamo così piccoli e spersi, e la via per la caverna più profonda
doveva essere ancora molto lunga.
«Oh, se solo questa montagna non fosse così terribile» mormorò Jum-Jum, «i
corridoi non fossero così bui e noi così piccoli e soli!»
Andammo e andammo. Ogni tanto le gal erie si dividevano e si ramificavano
in diverse direzioni. L’interno del a montagna era tutto percorso da una rete di
strade tenebrose.
A volte quel debole chiarore appariva più intenso, così da il uminare un paio
di metri di strada, ma altre l’oscurità era completa, e non si distingueva nul a. A
volte poi la gal eria era così alta che sembrava la navata di una chiesa. Le pareti
trasudavano umidità, faceva freddo e noi ci avvolgemmo più strettamente nei
nostri mantel i.
«Forse non troveremo la via d’uscita, e nemmeno la caverna del Fabbro di
Spade» disse Jum-Jum.
Avevamo fame, e mangiammo un po’ del nostro pane; poco, perché non
sapevamo quanto dovesse durare.
Mentre mangiavamo, continuavamo a camminare. E quando ebbi finito il
pane eravamo proprio giunti a un punto in cui il corridoio si diramava in tre
direzioni.
Qui del ‘acqua scorreva lungo le pareti e io mi fermai a bere quel ‘acqua.
Buona non era, ma non ne avevamo del ‘altra. Quand’ebbi bevuto, mi volsi.
Jum-Jum non c’era più. Forse non s’era accorto che io m’ero fermato a bere e
aveva continuato per uno di quei corridoi pensando che io gli andassi dietro.
Al momento non provai paura. Stavo fermo al trivio e mi chiedevo quale via
avesse preso Jum-Jum. Non poteva essersi al ontanato troppo e bastava che lo
chiamassi.
«Jum-Jum, dove sei?» gridai con quanta voce avevo in gola. Ma il mio grido
risuonava come un lugubre bisbiglio.
Che montagna era quel a? Era come se le pareti rocciose accogliessero il
suono del mio grido, lo soffocassero e lo restituissero sotto forma di bisbiglio. E
i bisbigli avevano un’eco che andava sussurrando per l’intera montagna.
«Jum-Jum, dove sei?» chiedeva la voce soffocata per tutti i corridoi. «Jum-
Jum, dove sei?… Jum-Jum, dove sei?»
Improvvisamente una paura fol e mi prese. Provai a urlare ancora più forte,
ma la montagna continuava a bisbigliare soltanto. Non potevo credere che quel a
che udivo fosse la mia voce; certo apparteneva a qualcun altro, qualcuno che si
trovava lontano, nel ventre del a montagna, e che si burlava di me.
«Jum-Jum, dove sei… Jum-Jum, dove sei… Jum-Jum dove sei» sussurrava.
Ero pazzo di terrore. Mi precipitai nel a gal eria di sinistra, feci un paio di
passi correndo, poi sempre correndo tornai al ‘incrocio e mi precipitai nel a gal
eria di destra, di nuovo tornai indietro correndo e mi precipitai in quel a di
mezzo. Jum-Jum, che strada hai preso?
Ora non osavo più gridare, perché quei bisbigli erano più terrificanti di tutto
il resto. Ma Jum-Jum doveva pur sentire che avevo bisogno di lui e certamente
sarebbe tornato indietro.
Di nuovo la gal eria si biforcava e ovunque guardassi serpeggiavano nuovi
sentieri bui verso i quali mi precipitavo sempre cercando affannosamente. Mi
sforzavo di non piangere, perché ero un cavaliere. Ma non ce la facevo più a fare
il cavaliere. Pensavo a Jum-Jum che stava correndo chissà dove, anche lui
disperato, e mi chiamava, e al ora mi buttai sul a ruvida roccia e piansi come
avevo pianto quando gli spioni avevano catturato Miramis. Ora non avevo più
Miramis e non avevo più Jum-Jum: ero completamente solo.
Mi pentivo di essere venuto in quel paese e non riuscivo a capire come il Re,
mio padre, avesse potuto lasciarmi combattere contro il Cavalier Kato. Avrei
voluto averlo lì per potergli dire: «Vedi come sono solo? Jum-Jum è sparito, e tu
sai che è il mio migliore amico, ora che non ho più Benka. E adesso non ho più
nemmeno Jum-Jum. Sono completamente solo. E tutto questo perché hai voluto
che io combattessi contro il Cavalier Kato».
Per la prima volta ebbi la sensazione che fosse un po’ ingiusto, da parte del
Re, mio padre, desiderare che io partissi per una simile impresa. Ma mentre ero
lì che piangevo, mi sembrò di udire la voce del Re, mio padre.
«Mio piccolo Mio» disse.
Nul ‘altro.
Ma era come se dicesse che non era il caso di essere così triste. E forse, dopo
tutto, avrei ritrovato Jum-Jum.
Come mi rialzai, qualcosa mi cadde di tasca. Era il piccolo flauto di legno
che Nanno aveva intagliato per me. Quel o che avevo suonato intorno al fuoco
nel ‘Isola dei Prati Verdi.
E se mi mettessi a suonare il flauto?, pensai; quel a vecchia melodia che mi
ha insegnato Nanno? Mi era venuta in mente la promessa che Jum-Jum e io ci
eravamo scambiati: se mai ci fossimo perduti, dovevamo suonare quel a vecchia
melodia.
Appoggiai il flauto al e labbra, ma quasi non osavo soffiare. Avevo tanta
paura che ne uscisse soltanto un orribile suono morto, come quando avevo
gridato. Ma bisognava tentare comunque. E cominciai a suonare il motivo.
Il suono si levò chiarissimo. Era chiaro, limpido, puro, più bel o quasi in quel
a tenebrosa montagna che nel ‘Isola dei Prati Verdi.
Suonai tutta la melodia, e poi mi misi in ascolto. E da lontano lontano nel a
montagna mi giunsero alcuni chiari toni di risposta. Era un suono molto debole,
ma almeno sapevo ch’era Jum-Jum che mi rispondeva.
Credo di non aver mai provato in vita mia una felicità simile.
Continuai a suonare, e benché fossi così felice, non riuscivo a smettere di
piangere di colpo; così continuavo a camminare nel a montagna suonando e
singhiozzando un pochino. Solo poco poco, mentre camminavo suonando e poi
mi fermavo ad ascoltare il flauto di Jum-Jum. A volte lo sentivo più vicino, e al
ora cercavo di seguire la gal eria da cui proveniva la musica. Ormai si
avvicinava sempre più, e da un flauto che non era il mio si levava quel a vecchia
melodia sempre più chiara e sempre più forte. E tutt’a un tratto Jum-Jum stava
davanti a me, in mezzo a un corridoio scuro. Jum-Jum, il mio migliore amico.
Tesi una mano e lo toccai; gli misi un braccio intorno al e spal e: volevo
“sentire”
che era veramente lui. Il mio migliore amico.
«Se incontrerò mai Nanno, voglio proprio ringraziarlo di averci costruito
questi flauti» disse soltanto Jum-Jum.
«Anch’io» dissi.
Ma poi pensai che forse non lo avremmo rivisto mai più.
«Jum-Jum, che strada prendiamo ora?»
«Fa lo stesso» rispose Jum-Jum, «basta che la prendiamo insieme».
Così pensavo anch’io. Andammo e andammo, e non ci sentivamo più così
piccoli e spersi perché ci tenevamo compagnia con i nostri flauti. Quel ‘antica
melodia echeggiava pura e bel a nel cuore del a montagna più nera, quasi volesse
consolarci e infonderci coraggio.
Il cammino portava in basso, sempre in basso. La fioca luce che ci aveva
guidati nel a montagna si fece più viva. Come il riflesso di un grande fuoco.
Sì, era una fiamma che rischiarava le scure pareti e si al ungava oscil ando.
Ci avvicinavamo sempre più al fuoco, suonando sui nostri flauti. Stavamo
ancora suonando l’antica canzone quando entrammo nel a caverna del Fabbro di
Spade.
Era una fucina in cui bril ava un immenso fuoco. E accanto a una grande
incudine stava un uomo. Non credo di aver mai visto un uomo più grosso e più
forte. Aveva una folta chioma rossa e una selvaggia barba rossa. Il resto era tutto
nero, coperto di fuliggine, e le sue mani erano le più grandi e le più nere che io
avessi mai visto. Le sopracciglia erano come due cespugli, e quando entrammo
nel a sua caverna egli stava immobile con le folte sopracciglia corrugate e
sembrava stupefatto.
«Chi suona nel a mia montagna?» chiese. «Chi è che suona il flauto nel a mia
montagna?»
«Un cavaliere col suo scudiero come seguito» rispose Jum-Jum. «Un
cavaliere del Paese Lontano. E’ il principe Mio che suona il flauto nel a tua
montagna».
Al ora il Fabbro di Spade mi si avvicinò. Sfiorò stupito la mia fronte col suo
grosso indice fuligginoso.
«Com’è chiara la tua fronte» disse. «Com’è limpido il tuo sguardo. E che
suono dolce ha il tuo flauto».
«Vengo a chiederti una spada» dissi. «Mi manda Eno».
«A che ti serve una spada?» chiese.
«Per combattere contro il Cavalier Kato» risposi.
Non appena ebbi detto così, il Fabbro di Spade emise un ruggito spaventoso
come non ne avevo uditi mai.
«Il Cavalier Kato!» ruggì, e ne rintronò la montagna. «Il Cavalier Kato! A
morte!»
Un rumoreggiare di tuono risuonò fino al e gal erie più remote. Le grida del
Fabbro di Spade non si tramutavano in bisbiglio; no, rul avano più del tuono ed
echeggiavano tra le pareti del a montagna.
Con le grosse mani nere contratte il fabbro giganteggiava e la fiamma del
fuoco il uminava quel viso buio di rabbia.
«Il Cavalier Kato! A morte!» urlò più e più volte.
La luce del a fiamma colpì anche una lunga fila di spade affilate, appese al e
pareti del a caverna. Mandavano scintil e e bagliori terrificanti. Mi misi a
osservarle.
Al ora il Fabbro di Spade smise di imprecare e mi venne accanto.
«Vedi queste mie spade?» disse. «Queste spade affilate che ho battuto per il
Cavalier Kato? Il Fabbro di Spade del Cavalier Kato, questo sono».
«Se sei il suo Fabbro di Spade, perché gridi: ‘A morte’?» chiesi.
Strinse al ora i pugni neri così forte, che le nocche divennero bianche.
«Perché nessuno odia il Cavalier Kato quanto il suo Fabbro di Spade»
rispose.
Soltanto al ora mi accorsi ch’egli si trascinava dietro una lunga catena di
ferro, fissata al a parete del a montagna e che sferragliava a ogni suo passo.
«Perché sei incatenato al a montagna?» chiesi. «E perché non rendi
incandescente la tua catena e non la spezzi poi sul ‘incudine?»
«Il Cavalier Kato mi ha incatenato qui con le sue mani» disse il Fabbro di
Spade. «E non c’è fuoco né martel o che vinca le sue catene. Le catene di odio
del Cavalier Kato non si spezzano così facilmente».
«Ma perché devi portare catene di odio?» chiesi.
«Perché io sono colui che fabbrica le spade» rispose. «Io fabbrico le spade
per uccidere i buoni e gli innocenti. Per questo il Cavalier Kato mi ha incatenato
con i vincoli più resistenti che esistano: non può fare a meno del e mie spade».
I suoi occhi sprizzavano scintil e.
«Sto qui nel a mia caverna e fabbrico spade per il Cavalier Kato. Giorno e
notte, giorno e notte, e lui lo sa. Ma c’è una cosa che ignora, ed è questa».
Il Fabbro di Spade mi trascinò verso l’angolo più buio del a sua caverna e da
una fessura del a roccia trasse una spada. Luceva come una fiamma, nel a sua
mano.
«Per migliaia e migliaia d’anni ho lavorato a una spada che riesca a tagliare
la pietra»
disse. «E finalmente stanotte ce l’ho fatta: la notte scorsa soltanto l’ho
terminata».
Levò la spada e con un solo fendente staccò un grosso blocco dal a parete
rocciosa.
«Spada mia, fiamma di fuoco!» mormorò. «Spada mia, che puoi tagliare la
pietra».
«Perché hai bisogno di una spada che tagli la pietra?» chiesi.
«Sappilo» disse il Fabbro di Spade: «questa spada non è stata fatta per i
buoni e gli innocenti. Questa spada attende il Cavalier Kato. E lui - certo lo sai -
ha un cuore di pietra».
«No, non lo so; so così poco del Cavalier Kato» dissi. «Tutto quel o che so, è
che sono venuto per combattere contro di lui».
«Ha un cuore di pietra» ripeté il Fabbro di Spade. «E un artiglio di ferro».
«Un artiglio di ferro?» chiesi.
«Non lo sai? Non ha più la mano destra e al suo posto c’è un uncino di
ferro».
«E che fa col suo uncino di ferro?» chiesi timoroso.
«Strappa il cuore dal petto degli uomini» rispose il Fabbro di Spade. «Una
sola unghiata del suo artiglio di ferro, e il cuore non c’è più. Al suo posto mette
un cuore di pietra: chiunque gli sta intorno deve avere un cuore di sasso».
Fremevo, ascoltando il suo racconto, e cominciavo a desiderare sempre più il
momento in cui avrei cominciato a combattere contro il Cavalier Kato.
Il Fabbro di Spade mi stava accanto. Accarezzava la spada con le mani
fuligginose: si capiva che era quel o il suo più gran tesoro.
«Dammi la tua spada che taglia la pietra» implorai. «Dammi la tua spada, e
io combatterò contro il Cavalier Kato».
A lungo il Fabbro di Spade rimase in silenzio a fissarmi.
«Va bene» disse al a fine, «avrai la mia spada. La mia fiamma di fuoco.
Perché la tua fronte è così limpida».
Mi mise in mano la spada fiammeggiante e io senti il corpo percorso da un
fuoco di coraggio e di forza.
Poi il Fabbro di Spade andò al a parete rocciosa e rimosse una lastra di
pietra. Una grande finestra apparve, e da quel a finestra entrò un gelido vento e il
rumoreggiare di acque tempestose.
«Il Cavalier Kato sa molte cose» disse il Fabbro di Spade, «ma non sa che ho
trapanato il monte e aperto la mia prigione. Per molti anni ho scavato nel a
roccia per dare un’uscita al a mia prigione».
Mi affacciai a quel vano e al di là del Lago Morto vidi il castel o del Cavalier
Kato.
Era sopraggiunta una nuova notte e il castel o stava laggiù, nero e tenebroso
come mi era apparso la prima volta. E proprio come al ora l’unica finestra il
uminata sembrava un occhio crudele che fissasse torvo le notturne acque del
Lago Morto.
Jum-Jum era al mio fianco e rimanevamo vicini in silenzio, pensando che lo
scontro era prossimo ormai.
Al e nostre spal e risonò la voce del Fabbro di Spade:
«E’ venuta, è venuta finalmente per il Cavalier Kato l’ora del a sua ultima
lotta».
Un uncino di ferro.
Pesanti nuvole incombevano sul lago, l’aria era piena dele strida degli ucceli
stregati e nere si accaval avano le onde. Quel e onde spumeggianti che avrebbero
sospinto la nostra barca attraverso il Lago Morto fino a infrangerla, forse, contro
gli scogli sotto il castel o del Cavalier Kato.
Il Fabbro di Spade ci osservava dal a sua apertura mentre scioglievamo la
piccola barca; era ormeggiata in una baia scavata nel a montagna, nascosta fra le
alte pareti rocciose.
«Il Cavalier Kato sa molte cose» disse, «ma non sa che il Lago Morto ha
corroso la mia montagna; non sa niente del a mia baia segreta e niente del a
barca legata al ponte segreto sotto la mia apertura».
«Perché hai una barca, se non puoi remare?» chiesi.
«Posso remare» disse il Fabbro di Spade. «Mi calo dal a mia apertura fin che
la catena me lo permette. Al ora mi riesce di remare: tre volte la lunghezza del a
mia barca, nel a mia baia segreta».
Dal ‘apertura egli incombeva sul pontile, immenso e nero, così scuro che
quasi non riuscivo a distinguerlo. Ma sentivo risuonare la sua strana, sinistra
risata. Era come se non sapesse nemmeno più come si fa a ridere.
«Il Cavalier Kato sa molte cose» disse, «ma c’è una cosa che ignora: quale
carico porti la mia barca, attraverso il Lago Morto».
«E c’è una cosa che tu non sai» dissi. «Non sai se mai più rivedrai la tua
barca. Forse stanotte stessa poserà sul fondo del lago, come una cul a che le onde
del Lago Morto fanno dondolare, e in quel a cul a dormiremo Jum-Jum e io. Che
dirai al ora?»
Il Fabbro di Spade trasse un profondo sospiro, e non rispose.
Cominciai a remare e non vidi più il Fabbro di Spade, inghiottito dal
‘oscurità. Ma poco prima che manovrassimo la barca attraverso lo stretto
passaggio fra la baia segreta del Fabbro di Spade e il Lago Morto, lo sentimmo
ammonirci a voce bassa:
«Stai al ‘erta, principe Mio! Stai al ‘erta appena vedi un uncino di ferro! Se
non hai la spada pronta sarà la fine del principe Mio!»
«La fine del principe Mio… La fine del principe Mio» sussurravano
lugubremente intorno a noi le rocce.
Ma non ebbi il tempo di meditarci sopra, perché in quel momento le selvagge
onde del Lago Morto si gettarono sul a nostra barca e la sospinsero lontano dal a
montagna del Fabbro di Spade. Lontano sugli abissi ruggenti.
Ci eravamo lasciati dietro la terra e ci sentivamo piccoli e spauriti.
«Oh, se la nostra barca non fosse così piccina!» disse Jum-Jum. «Se il lago
non fosse così profondo, le ondate così selvagge e noi così piccoli e soli!»
Perché le onde del Lago Morto sembravano torri; mai ne avevo viste di così
alte.
Selvaggiamente si buttavano su di noi, e a strappi e a scosse violente ci
lanciavano verso nuove onde infuriate. Inutile cercare di remare: ci
aggrappavamo ai remi, Jum-Jum e io, reggendoli più forte che potevamo. Ma
sopraggiunse un caval one spumeggiante che ce ne strappò uno di mano, e poi
un’ondata schiumante che ci ruppe l’altro, e poi vennero ondate e ondate di
schiuma ribol ente che si levarono in un muro altissimo intorno al a nostra barca,
piccola e fragile come noi.
«Ora non abbiamo più remi» disse Jum-Jum, «e fra poco non avremo
nemmeno più barca. Quando le onde la getteranno contro le rocce del Cavalier
Kato, si romperà in mil e pezzi. E a noi non serviranno più barche».
Da ogni parte arrivarono in volo gli uccel i stregati. Ci volteggiavano intorno
gridando i loro lamenti. Volavano così vicini che io potevo distinguere i loro
occhietti lucidi, tristissimi nel ‘oscurità.
«Sei il fratel o di Nanno?» chiesi a uno.
«Sei la sorel ina di Jiri?» chiesi a un altro.
Ma essi continuavano a fissarmi con i loro lucidi e tristi occhietti da uccel o,
e le loro strida erano grida di disperazione.
Pur non avendo remi e non potendo dirigere la barca, puntavamo diritti sul
castel o del Cavalier Kato. Era laggiù che volevano condurci le onde, era proprio
contro quel e rocce che avevano deciso di sfracel arci. Che morissimo ai piedi
del Cavalier Kato, ecco quel o che voleva il Lago Morto.
Sempre più vicini ci facevamo a quel e rocce perigliose, sempre più vicini al
nero castel o dal ‘unico occhio crudele. La barca filava velocissima tra le onde
sempre più impetuose.
«Ora» gridò Jum-Jum, «ora… Oh, Mio, è la fine!»
Ma al ora avvenne un fatto straordinario: proprio quando ci credevamo vicini
a morire, le onde si abbassarono e si placarono, finché la superficie del ‘acqua
giacque completamente liscia. Dolcemente le acque condussero la nostra barca
tra gli scogli e la cul arono pian piano fin sotto le puntute rocce nere ai piedi del
castel o del Cavalier Kato.
Non riuscivo a capire come quel e onde calme potessero essere gli stessi
caval oni ruggenti e impetuosi di prima. Forse perché odiavano il Cavalier Kato
e desideravano aiutare colui che veniva a combatterlo. Forse il Lago Morto un
tempo era stato un al egro laghetto azzurro tra rive tranquil e, un laghetto in cui
si specchiava il sole nel e bel e giornate estive e dove piccole onde gentili
lambivano mol emente le rocce. Forse c’era stato un tempo in cui i bambini
facevano il bagno nel lago, e il suono del e loro risa volava sul ‘acqua, là dove
ora non si sentiva che il triste richiamo degli uccel i stregati. Per questo
certamente le onde avevano ruggito e innalzato un muro di schiuma: per
nasconderci al ‘occhio fisso del castel o.
«Grazie, buon lago» dissi. «Grazie, caval oni selvaggi».
Ma i caval oni erano scomparsi e l’acqua nera si stendeva immobile, senza
risposta.
A grande altezza sul e nostre teste, sul a sommità del a montagna rocciosa, si
ergeva il castel o del Cavalier Kato. Eravamo sul a sua sponda, vicina come non
mai, e questa era la notte del a battaglia.
Mi chiedevo se coloro che avevano atteso quest’ora per migliaia e migliaia di
anni lo sapevano. Sapevano che il combattimento era per stanotte? Pensavano a
me? E il Re, mio padre, pensava a me? Ero certo di sì. Mi pareva di vederlo
sedere solitario pensando a me e mormorando tristemente: «Mio piccolo Mio».
Impugnai la spada e mi parve di impugnare una fiamma di fuoco. La
battaglia che mi preparavo a combattere era così grave, che non resistevo più nel
‘attesa. Ardevo di misurarmi col Cavalier Kato, anche se questo doveva costarmi
la vita. Bisognava combattere subito, anche se al a fine Mio non sarebbe più
esistito.
«Mio, ho tanta fame» disse Jum-Jum.
Tirai fuori i resti del pane-che-sazia-la-fame e mangiammo sul e rocce sotto
il castel o del Cavalier Kato. Dopo aver finito ci sentivamo sazi, forti e quasi
felici; ma era il nostro ultimo pane e non sapevamo quando avremmo potuto
trovare ancora qualcosa da mangiare.
«Ora dobbiamo arrampicarci su per le rocce» dissi a Jum-Jum. «E’ l’unico
modo di raggiungere il castel o».
Jum-Jum annuì, e così cominciammo a inerpicarci per la parete ripida e
scoscesa.
«Oh, se soltanto la montagna non fosse così ripida» disse Jum-Jum, «e la
notte non fosse così buia, e noi così piccoli e soli».
Su e ancora su. Si procedeva lentissimi, per quel difficoltoso cammino. Ci
arrampicavamo con le mani e coi piedi, trovavamo fenditure e sporgenze, ci
aggrappavamo e ci issavamo.
A volte mi scoraggiavo e pensavo: «Qui non si può più andare avanti, ora
cado, ed è finita». Ma al ‘ultimo momento trovavo sempre qualcosa a cui
appigliarmi. Era come se la montagna stessa mi ponesse un gradino sotto i piedi,
proprio quando rischiavo di cadere.
Forse persino la montagna odiava il Cavalier Kato e cercava di aiutare chi
veniva a combatterlo.
Il castel o del Cavalier Kato sorgeva altissimo sul e acque. E fino lassù
dovevamo arrivare per raggiungere le mura del castel o, proprio in cima al a
montagna rocciosa.
«Siamo quasi arrivati» bisbigliò Jum-Jum. «Fra poco scavalcheremo il muro
e poi…».
Al ora udimmo del e voci: due spioni parlavano tra loro nel a notte. Due nere
sentinel e a guardia del e mura.
«Cerca, cerca dappertutto!» diceva una. «Ordine del Cavalier Kato:
dobbiamo catturare il nemico. Il nemico giunto sul bianco caval o deve essere
preso, questo è l’ordine del Cavalier Kato. Cerca nel e grotte dei monti, cerca fra
gli alberi del bosco, cerca nel ‘acqua e nel ‘aria, cerca vicino e lontano, cerca
dappertutto!»
«Cerca vicino, cerca vicino» disse l’altro spione. «Noi siamo di quel i che
cercano vicino.
Forse il nemico è davvero tra noi, forse proprio stanotte si sta arrampicando
su per le rocce. Cerca dappertutto».
Il mio cuore quasi cessò di battere, quando vidi la sentinel a accendere una
torcia.
Bastava che con quel a torcia il uminasse la base del muro, e ci avrebbe
scorti. Al ora tutto sarebbe stato perduto: il nemico non avrebbe più cavalcato il
suo caval o bianco; con un piccolo grido saremmo precipitati nel Lago Morto e
scomparsi per sempre.
«Cerca, cerca dappertutto» disse l’altra sentinel a. «Il umina con la torcia le
mura del castel o. Forse il nemico le sta scalando proprio in questo momento.
Cerca, cerca dappertutto!»
Il primo spione levò il braccio che reggeva la torcia e si sporse sul parapetto.
La luce cadde sul a parete rocciosa, e noi ci rannicchiammo e ci facemmo piccoli
piccoli, come due topolini quando sentono arrivare il gatto. La luce del a fiaccola
si faceva sempre più vicina, scivolava sul e rocce, quasi ci era addosso.
«Ora» mormorò Jum-Jum, «ora… Oh, Mio, è la fine!»
Ma al ora avvenne un fatto straordinario: uno stormo di uccel i si levò dal
lago a colpi d’ala fruscianti e uno di essi si buttò a capofitto sul a torcia
facendola cadere di mano al a sentinel a. Una scia di fuoco solcò l’abisso e ne
udimmo lo sfrigolìo quando la fiaccola si spense sprofondando nel lago. Ma
un’altra traiettoria di fuoco andava incontro al e acque: l’uccel o che ci aveva
salvati era in fiamme. Con le ali ardenti si inabissò nel Lago Morto.
La pena ci strinse il cuore.
«Grazie, povero caro uccel ino» sussurrai, ma l’uccel o non udiva ormai più
nul a.
Mi veniva da piangere, ma in quel momento la preoccupazione maggiore
erano gli spioni.
Ancora non eravamo di là dal muro, ancora ci attendevano tanti pericoli.
Gli spioni ce l’avevano con l’uccel o. Le loro disgustose testacce scure
spuntavano oltre il muro, proprio sopra di noi, e ci giungevano chiaramente le
loro voci agghiaccianti.
«Cerca, cerca dappertutto» dicevano. «Forse il nemico è più lontano, forse
sta arrampicandosi in un altro punto del e rocce. Cerca dappertutto!»
Si al ontanarono di qualche passo e si misero a cercare in un’altra direzione.
«Adesso!» sussurrai a Jum-Jum. «Adesso!»
Ci arrampicammo in un baleno e scavalcammo il muro. E come il vento
corremmo verso il castel o del Cavalier Kato, e ci addossammo tremanti al e
nere pareti.
«Come si fa a entrare nel castel o del Cavalier Kato?» mormorò Jum-Jum.
«Come si fa a entrare nel castel o più scuro del mondo?»
Aveva appena detto così, che una porta si aprì nel muro.
Una porta nera si aprì accanto a noi, in assoluto silenzio, senza il minimo
rumore; almeno avesse cigolato un po’ stridendo sui cardini, anche un cigolìo
lievissimo, non avrebbe fatto un’impressione così spaventosa come quel
‘innaturale silenzio.
Tenendoci per mano, Jum-Jum e io entrammo nel castel o del Cavalier Kato.
Ci sentivamo piccoli e spaventati come non mai.
Perché mai il buio era stato più profondo, mai il freddo più gelido, mai il
silenzio più ostile come qui, nel castel o del Cavalier Kato.
Dal a porta saliva una scala a chiocciola stretta e oscura. Mai avevo visto
gradini più bui e scoscesi.
«Oh, se l’oscurità non fosse così paurosa» mormorò Jum-Jum, «se il
Cavalier Kato non fosse così crudele e noi così piccoli e soli!»
Io impugnavo saldamente la mia spada, e cominciammo piano piano a salire,
io davanti e Jum-Jum dietro.
In sogno mi sono ritrovato spesso in case tenebrose. Case sconosciute, buie,
terribili, con stanze oscure che mi soffocavano e mi schiacciavano, pavimenti
che si spalancavano in neri abissi proprio mentre passavo, scale che crol avano
travolgendomi. Ma nessuna casa di incubo fu mai spaventosa come il castel o del
Cavalier Kato.
Salivamo e salivamo per quel a scala a chiocciola, senza sapere che cosa
avremmo incontrato in cima.
«Mio, ho paura» bisbigliò Jum-Jum dietro di me.
Mi volsi a lui per prenderlo per mano, ma ecco, Jum-Jum era sparito. Il muro
l’aveva inghiottito, non so come. E io rimasi solo su un gradino, mil e volte più
solo di quando ci eravamo perduti nel a montagna del Fabbro di Spade, mil e
volte più solo. Ero disperato.
Non osavo gridare, ma andavo tastando con le dita tremanti la parete nel a
quale Jum-Jum era sparito, e mormoravo piangendo:
«Dove sei, Jum-Jum? Jum-Jum, ritorna!»
Ma il muro rimaneva freddo e compatto sotto le mie dita. Non c’era nessuno
spiraglio da cui Jum-Jum potesse uscire. E tutto era silenzio, come prima.
Jum-Jum non rispondeva, quando lo invocavo piangendo.
Credo che nessuno al mondo sia mai stato solo come me, quando ricominciai
a salire la scala con passi pesanti. Non avevo quasi la forza di alzare i piedi e gli
scalini erano tanti, e altissimi.
Tanti… ma uno di essi era l’ultimo. Io non lo sapevo; come si fa, quando si
va per una scala al buio? Feci un passo, e incontrai il vuoto. Diedi un grido e
caddi, cercando affannosamente un appiglio. Riusci ad aggrapparmi al o scalino
più alto, l’ultimo, e a quel o rimasi appeso sgambettando e cercando un appoggio
per i piedi. Ma non esisteva: ero sospeso su un abisso nero senza fondo. Fra poco
precipito, pensai, ed è la fine…
Oh, aiuto, aiuto!
Qualcuno stava salendo le scale.
Era Jum-Jum che tornava?
«Jum-Jum, Jum-Jum caro, aiutami» sussurrai.
Non lo distinguevo in quel ‘oscurità. Non potevo vedere il suo visetto gentile
né i suoi occhi tanto simili a quel i di Benka. Ma lo senti mormorare:
«Sì, sì, prendi la mia mano, ti aiuto. Prendila, ti aiuto!»
Così presi la sua mano. Ma non era una mano.
Era un uncino di ferro.
La notte dela fame.
Forse un giorno riuscirò a dimenticarlo. Ci sarà forse un giorno che non mi
ricorderò più del Cavalier Kato. Dimenticherò quel volto terrificante, quegli
occhi spaventosi, quel diabolico uncino di ferro. Desidero solo arrivare al giorno
in cui li avrò scordati.
Anche la sua stanza era terrificante: l’aria trasudava malvagità. Notte e
giorno, notte e giorno il Cavalier Kato rimaneva chiuso lì dentro meditando
azioni malvage e l’aria era così satura di malvagità da soffocare. Il male ne
usciva a fiumi e al suo passaggio moriva tutto ciò che nel mondo vi era di bel o e
di vivo; la malvagità corrodeva le verdi foglie, i fiori, la tenera erbetta e oscurava
il sole di un velo fumoso, così che laggiù non faceva mai veramente giorno, ma
notte o qualcosa di molto simile la notte. Non era dunque strano che la finestra
del a sua stanza bril asse come un occhio crudele sopra le acque del Lago Morto.
Perché notte e giorno, notte e giorno da quel a stanza si sprigionava il male.
E proprio in quel a stanza fui condotto. Il Cavalier Kato era riuscito a
catturarmi nel momento in cui avevo bisogno di tutte e due le mani per tenermi
aggrappato e non mi era possibile afferrare la spada. I suoi neri spioni si
gettarono su di me e mi condussero nel a sua stanza. Jum-Jum c’era già; era pal
idissimo e molto triste e appena mi vide sussurrò:
«Oh, Mio, è la fine».
Il Cavalier Kato entrò e potemmo così vederlo in tutto il suo orrore. Quel
volto diabolico era davanti a noi. Lui ci fissava in silenzio. La sua malvagità ci
inondò come un fiume gelido, la sua malvagità ci avvampò di un calore
incandescente, ci lambì volto e mani, ci incenerì gli occhi, scese bruciante nei
polmoni a ogni respiro. Senti passare su di me onde di cattiveria e mi senti tutt’a
un tratto così debole che non sarei stato in grado di levare la spada nemmeno
impiegando tutte le mie forze. Gli spioni consegnarono la mia spada al Cavalier
Kato, e lui trasalì appena la vide.
«Mai spada così potente è entrata nel mio castel o» disse agli spioni che lo
circondavano.
Andò al a finestra e lì rimase pensieroso, con la spada in mano.
«Cosa me ne faccio di questa spada? Per uccidere i buoni e gli innocenti, non
serve. E
al ora che me ne faccio?»
Mi fissò con i suoi diabolici occhietti da serpente e vide quanto grande era il
mio desiderio di riavere la spada.
«La inabisserò nel Lago Morto» disse. «Nel punto più profondo del Lago
Morto, perché non posso permettere che una spada così potente rimanga nel mio
castel o».
Levò la spada e la lanciò dal a finestra.
La vidi volare attraverso l’aria, ed ero disperato: per migliaia e migliaia
d’anni il Fabbro di Spade aveva lavorato a un’arma che potesse tagliare la pietra;
per migliaia e migliaia d’anni si era atteso e sperato che io riportassi vittoria sul
Cavalier Kato. E ora la mia spada giaceva sul fondo del Lago Morto. Non l’avrei
rivista mai più. Tutto era perduto.
Il Cavalier Kato si piazzò davanti a noi, così vicino che la sua malvagità
quasi mi soffocava.
«Che me ne faccio di questi miei nemici? Che me ne faccio di questi miei
nemici venuti da tanto lontano per uccidermi? E’ un problema interessante.
Potrei dar loro sembianze di uccel o e farli volare e gridare per migliaia e
migliaia d’anni sul Lago Morto».
Lo sguardo dei suoi maligni occhietti da serpente ci strisciò addosso.
«Sì, potrei dar loro sembianze di uccel o. Oppure…. crash, strappargli il
cuore e regalare loro in cambio due cuori di pietra. Potrei tenerli come val etti, se
avessero un cuore di pietra».
Oh, cambiami in un uccel o! avrai voluto gridare. Niente al mondo può
essere più mostruoso che vivere con un cuore di pietra. Ma tacqui, perché sapevo
che se avessi chiesto di diventare uccel o, subito il Cavalier Kato mi avrebbe
invece strappato il cuore.
Coi suoi diabolici occhietti da serpente il Cavalier Kato ci squadrò da capo a
piedi.
«Oppure potrei rinchiuderli nel a torre e lasciarli morire di fame» disse. «In
fondo, sono pieno di uccel i e di val etti. Sì, credo proprio che getterò i miei
nemici nel a torre e li lascerò morire di fame».
Camminava su e giù meditando, e ogni suo pensiero rendeva l’aria ancora
più densa di malvagità.
«Basta una sola notte per morire di fame, nel mio castel o. La notte è così
lunga e la fame è così grande, che basta una sola notte per morire».
Si arrestò davanti a me, e mi pose il suo orribile artiglio su una spal a.
«Ti conosco, sai, principe Mio» disse. «E sapevo che eri arrivato appena ho
visto il tuo caval o bianco. Stavo qui seduto ad aspettarti. E sei venuto. Tu
credevi che questa sarebbe stata la notte del a battaglia».
Si curvò su di me e mi sibilò al ‘orecchio:
«Credevi che sarebbe stata la notte del a battaglia, ma ti sei sbagliato,
principe Mio, perché questa sarà la notte del a fame. E quando la notte sarà
finita, nel a mia torre non rimarrà che qualche bianco ossicino: i soli resti del
principe Mio e del suo scudiero».
Batté col suo uncino di ferro sul grande tavolo di sasso che stava in mezzo al
a stanza, e tutta una nuova serie di spioni entrò.
«Buttateli nel a torre» ordinò, indicandoci col suo uncino di ferro. «Buttateli
nel a torre dai sette chiavistel i. Sette sentinel e stiano di guardia davanti al a
porta, settantasette sentinel e in tutte le sale, per tutte le scale, lungo tutti i
corridoi fra la torre e la mia stanza».
Si sedette davanti al tavolo.
«Voglio starmene in pace a crear malefici e non voglio più venir disturbato
dal principe Mio. Quando la notte sarà finita, andrò a gettare un’occhiatina a
quel e bianche ossicina nel a torre. Addio, principe Mio! Buon riposo nel a torre
del a fame!»
Gli spioni afferrarono Jum-Jum e me e ci trascinarono attraverso tutto il
castel o fino al a torre dove era stabilito che dovessimo morire. E dappertutto nel
e sale, per tutte le scale, lungo tutti i corridoi stavano già al loro posto gli spioni
che dovevano sorvegliare il cammino fra la torre e la stanza del Cavalier Kato.
Aveva tanta paura di me, il Cavalier Kato, da sentire il bisogno di tanti
guardiani? Aveva tanta paura di un miserel o senza spada, rinchiuso con sette
chiavistel i con sette guardiani davanti al a porta?
Gli spioni ci tenevano saldamente per le braccia durante il tragitto verso la
prigione.
Andavamo e andavamo attraverso l’immenso castel o nero. A un certo
momento passammo davanti a un’inferriata oltre la quale si poteva vedere il
cortile del castel o. In mezzo al cortile stava un caval o incatenato a un palo. Era
nero, con accanto un puledrino pure nero. Il cuore mi diede un balzo, quando
vidi il caval o: mi ricordava Miramis, che non avrei mai più rivisto. Che ne
avevano fatto? Era già morto? Ma la spia mi diede uno strattone e mi costrinse a
proseguire.
Eravamo arrivati al a torre nel a quale dovevamo passare la nostra ultima
notte. La pesante porta di ferro fu aperta e ci scaraventarono dentro. Poi la porta
si richiuse su di noi con un tonfo e sentimmo gli spioni serrare i sette chiavistel i.
Eravamo soli soli nel a nostra prigione, Jum-Jum e io.
Era una stanza rotonda, ricavata dal a torre, con spesse mura di pietra. La
finestrina nel a parete era chiusa da una grossa inferriata, e attraverso l’inferriata
sentivamo le tristi strida degli uccel i stregati sul Lago Morto.
Ci accasciammo al suolo, miseri e spaventati, con la certezza di dover morire
prima del termine del a notte.
«Oh, se la morte non fosse così difficile» disse Jum-Jum, «talmente difficile,
e noi così piccoli e soli».
Ci tenevamo per mano, stretti stretti, rannicchiati sul gelido pavimento di
pietra.
Sentivamo i morsi del a fame, una fame diversa da quel a comune. Ci
serrava, ci scuoteva e ci squassava, togliendo al nostro sangue ogni forza.
Rimaneva soltanto il desiderio di stenderci e dormire, per non svegliarci mai più.
Ma non dovevamo dormire, non ancora.
Bisognava cercare di rimanere svegli il più a lungo possibile. Così
cominciammo a parlare del Paese Lontano, in attesa del a morte.
Io pensavo al Re, mio padre, e mi vennero le lacrime agli occhi. Ma la fame
mi aveva già così indebolito che le lacrime scorrevano con estrema lentezza per
le guance. Anche Jum-Jum piangeva in silenzio.
«Ti ricordi quando, nel ‘Isola dei Prati Verdi, andavamo suonando i nostri
flauti?» dissi.
«Te lo ricordi, Jum-Jum?»
«Sì, ma era tanto tempo fa» disse Jum-Jum.
«Possiamo suonare i nostri flauti anche qui dentro» proposi. «Possiamo
suonare quel ‘antica canzone finché non ci addormenteremo, vinti dal a fame».
«Sì, suoniamola ancora un’ultima volta» sussurrò Jum-Jum.
Tirammo fuori i nostri flauti. Le mani stanche non ce la facevano quasi a
reggerli, ma pure suonammo l’antica melodia. Jum-Jum suonava e piangeva.
Forse anch’io piangevo, non so. L’antico motivo era sempre bel issimo, ma ora
aveva un suono tenue, come se anch’esso capisse che stava per morire. Eppure
gli uccel i stregati sentirono la musica.
Sentirono quel e note estenuate e vennero tutti in volo al a nostra feritoia. I
tristi occhietti da uccel o luccicavano attraverso l’inferriata. Ma gli uccel i
volarono via di nuovo e a noi vennero meno le forze per suonare.
«Ecco, ora abbiamo suonato per l’ultima volta» dissi, e rimisi in tasca il
flauto.
Ma in tasca c’era qualcos’altro; tastai con la mano per capire che fosse. Era il
cucchiaino che un tempo era appartenuto al a sorel ina di Jiri.
Avrei tanto voluto che gli uccel i ritornassero, per far vedere loro il
cucchiaino: forse la sorel ina di Jiri l’avrebbe riconosciuto. Ma gli uccel i stregati
erano volati lontano.
Lasciai cadere il cucchiaino per terra, tanto la mia mano era stanca.
«Vedi, Jum-Jum» dissi, «un cucchiaino ce l’abbiamo».
«Sì, un cucchiaino» disse Jum-Jum. «Ma che cosa ce ne facciamo, se non
abbiamo niente da mangiare?»
E Jum-Jum si distese per terra e chiuse gli occhi, ormai incapace di parlare.
Anch’io ero stanco, così stanco; la fame mi faceva male. Dovevo mangiare
qualcosa, qualsiasi cosa, non importava, basta che si potesse mangiare. Più di
tutto desideravo il pane-che-sazia-la-fame, ma sapevo che non ne avrei
assaggiato mai più. Avevo anche sete, e sognavo l’acqua-che-estingue-la-sete.
Ma sapevo che non ne avrei bevuta mai più. Mai più mangiare, mai più bere.
Pensai perfino a quel a pappetta di avena che zia Edla mi propinava di mattina, e
che avevo sempre trovato disgustosa. Anche una pappetta così disgustosa ora mi
sarebbe sembrata divina. Oh, poter mettere sotto i denti qualcosa, qualsiasi cosa!
Con le forze che mi rimanevano raccolsi il cucchiaino e me lo misi in bocca,
fingendo almeno di mangiare.
Al ora avvenne un fatto straordinario. Il cucchiaino conteneva qualcosa,
qualcosa che aveva il sapore del pane-che-sazia-la-fame e del ‘acqua-che-
estingue-la-sete. C’era pane e acqua, e insieme avevano un sapore squisito. La
vita ritornò, e la mia fame scomparve d’incanto.
E il cucchiaino non si vuotava mai: continuava a riempirsi e io mangiai,
mangiai, finché non ne potei più.
Jum-Jum era disteso al suolo con gli occhi chiusi. Gli infilai il cucchiaino tra
le labbra, e lui mangiò come in sogno. Mangiava a occhi chiusi, e infine disse:
«Oh, Mio, ho fatto un sogno meraviglioso; un sogno che rende la morte più
lieve. Ho sognato del pane-che-sazia-la-fame».
«Non era un sogno» dissi.
Così Jum-Jum aprì gli occhi, si rizzò a sedere e sentì che era vivo e che non
aveva più fame. Tutti e due eravamo sbalorditi, e quasi felici nel a nostra
miseria.
«Ma cosa farà il Cavalier Kato di noi, se vedrà che non siamo morti di
fame?» chiese Jum-Jum.
«Basta che non ci dia un cuore di pietra!» esclamai. «Ho tanta paura di avere
un cuore di pietra: deve raschiare in gola».
«Ancora la notte non è finita» disse Jum-Jum. «Il Cavalier Kato ci metterà
un po’ a venire.
Rimaniamo seduti qui a chiacchierare del Paese Lontano, e intanto le ore
passeranno.
Sediamoci vicini, così non sentiremo tanto il freddo».
Nel a torre faceva infatti un freddo spaventoso. Il mantel o m’era scivolato
dal e spal e, così lo raccolsi e me lo ributtai addosso. La tessitrice l’aveva
foderato con la sua trama fatata.
Nel o stesso istante senti il grido di Jum-Jum.
«Mio, Mio, dove sei?» gridava.
«Ma sono qui» dissi, «al a porta».
Vedevo Jum-Jum girarsi terrorizzato da ogni parte.
«Non ti vedo» singhiozzava, «eppure non sono diventato cieco, perché la
porta la vedo, e i chiavistel i, e tutto il resto nel a nostra prigione».
Al ora mi accorsi che avevo messo il mantel o al a rovescia, con la
risplendente fodera di fiaba rivolta in fuori. Mi tolsi il mantel o per rimetterlo
diritto, e di nuovo Jum-Jum gridò.
«Perché mi hai fatto paura?» esclamò. «Dove ti eri nascosto?»
«Mi vedi, ora?»
«Certo, ma dov’eri?»
«Nel mio mantel o. La tessitrice deve avergli messo una fodera che rende
invisibili».
Lo provammo diverse volte, ed era proprio così: appena si girava in fuori il
tessuto fatato, chi c’era dentro scompariva.
«Gridiamo a squarciagola» propose Jum-Jum. «Così forse gli spioni
verranno a vedere perché gridiamo. E tu puoi scivolare fra loro invisibile nel tuo
mantel o fatato, e scappare dal castel o del Cavalier Kato fino al Paese Lontano».
«E che ne sarà di te, Jum-Jum?»
«Io rimango» disse Jum-Jum con la voce che gli tremava un poco. «Hai un
solo mantel o che rende invisibili».
«Sì, e ho anche un solo amico. Se non possiamo salvarci tutti e due,
moriremo insieme».
Jum-Jum mi buttò le braccia al col o e disse:
«Sai, volevo davvero che tu fuggissi e ti mettessi in salvo nel Paese Lontano.
Eppure non posso fare a meno di essere contento, perché hai scelto di restare con
me. Cerco di non essere troppo contento, ma non mi riesce».
Aveva appena detto così, che successe un fatto straordinario: gli uccel i
stregati stavano ritornando; con rapidi battiti d’ala frul avano al a nostra
finestrina. Reggevano faticosamente qualcosa col becco, tutti insieme. Un
oggetto pesantissimo. Una spada. La spada che taglia la pietra.
«Guarda, Mio!» esclamò Jum-Jum. «Gli uccel i stregati sono riusciti a
riprendere la spada dal fondo del Lago Morto».
Corsi al a feritoia e tesi ansiosamente le mani nel e tenebre. Afferrai la spada.
Fiammeggiava, e le gocce d’acqua di cui era ancora imperlata sembravano
scintil e.
«Grazie, grazie buoni uccel i!» mormorai.
Ma gli uccel i mi diedero soltanto una triste occhiatina umida e volarono via
con melanconiche strida.
«Fortuna che abbiamo suonato i nostri flauti» disse Jum-Jum. «Altrimenti gli
uccel i non sarebbero mai riusciti a trovare la strada per la nostra prigione».
Quasi non sentivo le sue parole. Rigiravo la spada tra le mani: la mia spada,
la mia fiamma di fuoco! Mi sentivo forte come non mai. La testa mi rintronava.
Sentivo che in quel momento il Re, mio padre, stava pensando a me.
«E’ giunta l’ora» dissi, «del ‘ultima battaglia del Cavalier Kato».
Jum-Jum impal idì e gli occhi gli lampeggiarono stranamente.
«Come potrai aprire i sette chiavistel i?» chiese. «Come potrai passare
attraverso i settantasette spioni?»
«Con la mia spada spezzerò i chiavistel i e il mio mantel o mi nasconderà ai
settantasette spioni».
Mi buttai il mantel o sul e spal e. Il tessuto fatato bril ava nel buio di una luce
così sfolgorante che avrebbe potuto il uminare l’intero castel o del Cavalier
Kato. Ma Jum-Jum disse:
«Non ti vedo, Mio; però so che sei qui vicino a me. Ti aspetterò, finché non
tornerai indietro».
«E se non tornassi mai…» dissi, poi tacqui. Era impossibile sapere chi
avrebbe vinto: se io o il Cavalier Kato.
Ci fu silenzio nel a nostra prigione, un lungo silenzio. Infine Jum-Jum disse:
«Se non tornassi mai, potremmo sempre pensarci. Pensare l’uno al ‘altro il
più a lungo possibile».
«Sì, Jum-Jum» promisi: «nel mio ultimo momento sarà a te e al Re, mio
padre, che io penserò».
Levai la spada, e tagliai la porta di ferro come se fosse stata pasta frol a. Per
una spada capace di tagliare la pietra, una porta di ferro non è infatti più che
pasta frol a. Proprio come se tagliasse una fetta di torta la spada penetrò nel duro
ferro. Con un paio di veloci fendenti tolsi i chiavistel i. Poi apri la porta. Al
leggero scricchiolìo che fece, le sette sentinel e si volsero nel a mia direzione.
E io stavo lì, avvolto nel risplendente tessuto di fiaba, dal a luce così viva
ch’era impossibile non mi vedessero.
«Una porta ha cigolato nel a notte» disse una sentinel a.
«Pare anche a me» disse un’altra.
Investigarono e frugarono da ogni parte, ma non mi videro.
«Forse era soltanto un pensiero cattivo del Cavalier Kato» mormorò uno
spione.
Io intanto ero già lontano.
Tenevo stretti spada e mantel o e correvo a precipizio verso la stanza del
Cavalier Kato.
Dappertutto, in ogni sala, scala, corridoio, stavano di guardia la sentinel e.
L’intero castel o tenebroso era pieno di neri spioni. Ma non mi vedevano, ma
non mi sentivano. E io continuavo la mia corsa verso la stanza del Cavalier Kato.
Non avevo più nessuna paura. Mai avuto meno paura. Non ero più quel Mio
che costruiva capanne nel roseto e che giocava nel ‘Isola dei Prati Verdi. Ero un
cavaliere che si preparava al a lotta.
Correvo velocissimo. Il mantel o fatato mi sventolava dietro, luminoso nel
buio castel o. La spada ardeva come un fuoco nel mio pugno, come una fiamma
scintil ante. Ne stringevo l’impugnatura, mentre continuavo la corsa.
Pensavo al Re, mio padre, ed ero certo che lui stava pensando a me. Ora, ora
avrei combattuto. Ma non avevo alcun timore: ero un cavaliere senza paura con
la spada in pugno.
Nel a testa mi rumoreggiava una cascata. Ero davanti al a porta del a stanza
del Cavalier Kato.
Apri la porta. Il Cavalier Kato sedeva al suo tavolo di pietra con le spal e
rivolte al ‘ingresso. Una nebbia di malvagità lo avvolgeva.
«Voltati, Cavalier Kato!» esclamai. «E’ giunta l’ora del ‘ultima battaglia».
Si volse. Mi levai il mantel o e rimasi davanti a lui con la spada levata. Il suo
volto terrificante si fece grigio e contratto, e nei suoi occhi spaventosi c’erano
solo terrore e odio. Rapido, afferrò una spada che giaceva sul tavolo.
E così ebbe inizio l’ultimo combattimento del Cavalier Kato.
Certo la sua spada era potente, ma non potente come la mia. La mia
lampeggiava, fiammeggiava e ardeva fendendo l’aria come una saetta.
Breve fu il duel o che era stato atteso da migliaia e migliaia di anni. In una
lotta silenziosa e terribile la mia spada fendeva l’aria come una folgore muta e si
abbatteva su quel a del Cavalier Kato.
Un ultimo fendente gliela tolse di mano e ora il Cavalier Kato stava davanti a
me disarmato: la lotta era terminata.
Al ora si strappò dal petto il giustacuore di vel uto nero.
«Guarda di colpire il cuore!» gridò. «Trafiggi il mio cuore di pietra. Ha
raschiato così a lungo nel mio petto».
Lo guardai negli occhi. E nei suoi occhi vidi qualcosa di strano: che il
Cavalier Kato desiderava disfarsi del suo cuore di pietra. Forse nessuno odiava
tanto il Cavalier Kato come egli stesso.
Alzai al ora la mia spada fiammeggiante, la levai altissima e la calai
pesantemente sul cuore di pietra del Cavalier Kato.
Nel o stesso istante egli sparì. Non c’era più, ma per terra era rimasto un
mucchio di sassi.
Solo un mucchio di sassi e un uncino di ferro.
Sul davanzale un uccel ino grigio picchiava al vetro, come se volesse uscire.
Andai al a finestra e l’apri affinché potesse volare via. Si librò nel ‘aria e tril ò di
gioia. Doveva essere rimasto prigioniero a lungo.
Restai al a finestra seguendo il volo del ‘uccel ino. Così vidi che la notte era
finita e che s’era fatto giorno.
Mio piccolo Mio.
Si era fatto giorno e il tempo era belissimo. Brilava il sole e una lieve brezza
estiva mi scompigliava carezzevole i capel i, mentre me ne stavo affacciato al a
finestra. Mi sporsi a guardare il lago. Era un laghetto azzurro e felice nel quale il
sole si specchiava. Gli uccel i stregati erano spariti.
Era proprio una di quel e giornate in cui viene voglia di giocare. Guardai la
superficie del ‘acqua increspata dal a brezza del mattino e mi venne l’idea di
buttarci dentro qualcosa. Chissà che tonfo, da quel ‘altezza. Ma non avevo niente
altro che la mia spada, così la lasciai cadere. Lo schiaffo che diede al a superficie
del ‘acqua fu formidabile, e poi si inabissò in un mulinel o di cerchi che si al
argarono sempre più fino a raggiungere le rive del lago.
Ma non aspettai che gli anel i sparissero, dovevo correre da Jum-Jum che mi
aspettava certo con grande ansia.
Rifeci correndo la stessa strada che avevo fatto soltanto poco prima. Le
immense sale e i lunghi corridoi erano vuoti e silenziosi. Non un solo spione
nero era rimasto. Erano tutti spariti e il sole il uminava le sale deserte. Attraverso
l’inferriata un raggio aveva acceso una ragnatela che pendeva dal a volta, e tutto
rivelava vecchiaia e abbandono.
C’era tanto vuoto e silenzio che d’improvviso ebbi paura che anche Jum-Jum
fosse sparito. Mi misi a correre come un pazzo, ma quando fui vicino al a torre
senti il suono del flauto e mi rasserenai.
Spalancai la porta del a prigione, e seduto per terra vidi Jum-Jum. Gli si il
uminarono gli occhi e balzò in piedi.
«“Dovevo” suonare senza smettere mai, perché morivo di paura».
«Ora non c’è più nul a di cui aver paura».
Ci guardammo, ci ridevano gli occhi.
Tenendoci per mano abbandonammo correndo il castel o del Cavalier Kato.
Nel cortile ci venne incontro al galoppo… Miramis! Il mio Miramis dal a
criniera d’oro. Al suo fianco saltel ava un puledrino bianco.
Abbracciai il mio caval o e tenni a lungo la bel a testa accanto al a mia
bisbigliandogli nel ‘orecchio: «Miramis, oh il mio Miramis!».
Miramis mi guardava con i suoi occhi fedeli: sapevo che gli ero mancato
quanto lui era mancato a me.
In mezzo al cortile c’era un palo da cui pendeva una catena. Al ora capi che
era Miramis il caval o nero che avevo visto legato a quel palo durante la notte,
stregato anche lui, e che il piccolo puledro altri non era che quel o rapito dal
Cavalier Kato nel Bosco del e Tenebre.
Per lui i cento caval i bianchi avevano pianto sangue.
«Ma che ne è successo di tutti gli altri che sono stati rapiti dal Cavalier
Kato?» chiese Jum-Jum. «E dove sono gli uccel i stregati?»
«Cavalchiamo fino al lago e cerchiamoli» gli dissi.
Ci arrampicammo sul dorso di Miramis e il puledrino ci correva dietro più
veloce che poteva. Uscimmo così dal cortile.
In quel o stesso istante sentimmo dietro di noi un rumore spaventoso, un
rimbombo che sembrò scuotere tutta la terra. Era il castel o del Cavalier Kato
che crol ava in un immenso mucchio di macerie. Non esistevano più torri, né
sale deserte, né buie scale a chiocciola, né inferriate: nul a di nul a. Solo un
ammasso di pietre. Dal e mura, un sentiero scendeva verso il lago; era ripido,
stretto e pericoloso, ma Miramis avanzava posando cautamente gli zoccoli,
imitato dal puledrino. Così arrivammo sani e salvi al a spiaggia.
Su una lastra di pietra ai piedi del a montagna rocciosa stava un gruppo di
bambini.
Certamente ci aspettavano, perché ci vennero incontro con volti raggianti.
«Oh, ecco laggiù i fratel i di Nanno!» disse Jum-Jum. «Ecco la sorel ina di
Jiri, e tutti gli altri. Ora non c’è più rimasto nemmeno un uccel o stregato».
Saltammo giù dal a groppa di Miramis. Al ora tutti i bambini ci vennero
accanto timidamente, ma si capiva lo stesso che erano felici. Un ragazzo, uno dei
fratel i di Nanno, mi prese la mano e disse piano, come se non volesse farsi
sentire dagli altri:
«Sono così contento che tu avessi il mio mantel o. Sono così contento che
non siamo più stregati».
E l’altro fratel o di Nanno mi mise una mano sul a spal a e disse:
«Sono così contento che siamo riusciti a ripescare la tua spada dal fondo del
lago. Sono così contento che non siamo più stregati».
«Ora la spada giace di nuovo sul fondo del lago» dissi al egramente. «Ma io
non avrò mai più bisogno di una spada».
Cercai con gli occhi nel gruppo dei bambini.
«Chi di voi è la piccola figlia del a tessitrice?» chiesi.
Ammutolirono tutti. Nessuno rispose.
«Chi di voi è la piccola figlia del a tessitrice?» chiesi di nuovo, perché
volevo raccontarle che sua madre aveva tessuto la fodera fatata del mio mantel o.
«Milimani era la figliolina del a tessitrice» rispose finalmente uno dei fratel i
di Nanno.
«E dov’è?»
«Laggiù giace Milimani».
I bambini si fecero da parte. Su una lastra a fior d’acqua era distesa una
bimba piccina.
Corsi a inginocchiarmi accanto a lei. Stava immobile, con gli occhi chiusi.
Morta. Il visino era pal ido e smunto e il corpicino tutto bruciacchiato.
«Fu lei a volare contro la torcia» disse un bambino.
Ero disperato. Milimani era morta per me. Ero inconsolabile. Nul a più
poteva essere bel o, ora che Milimani era morta per causa mia.
«Non essere triste» cercò di consolarmi il fratel o di Nanno. «Milimani
voleva così.
“Voleva” volare contro la torcia, pur sapendo che le sue ali avrebbero preso
fuoco».
«Ma ora è morta». Nul a avrebbe potuto consolarmi.
Uno dei fratel i di Nanno prese le manine bruciacchiate di Milimani tra le
sue.
«Dobbiamo abbandonarti qui» le sussurrò. «Ma prima di partire ti canteremo
la nostra canzone».
Tutti i bambini si sedettero intorno al a lastra di pietra, e cantarono una
canzone che avevano composto per Milimani.
“Milimani, sorelina,
sorel ina che sparì nel ‘onde,
sparì nel ‘onde con l’ali bruciate.
Milimani, oh Milimani,
dormi muta e non ti puoi svegliare,
più non vola Milimani
con tristi grida sul ‘acqua stregata”.
«Ora non è più stregata» disse Jum-Jum, «e le piccole onde gentili
canteranno per Milimani che dorme sul a riva».
«Se avessimo qualcosa con cui coprirla» mormorò la sorel ina di Jiri.
«Qualcosa di soffice, perché la lastra di pietra le sembrasse meno dura».
«L’avvolgeremo nel mio mantel o» dissi. «L’avvolgeremo nel a stoffa tessuta
da sua madre».
Così avvolsi Milimani nel mantel o foderato di tessuto di fiaba, più vel utato
dei fiori di melo, più dolce del vento nel ‘erba, più caldo e più rosso del sangue
del cuore. Così lo aveva tessuto la sua mamma.
Avvolsi il corpicino di Milimani con grande cura, perché non le fosse duro
giacere sul lastrone di pietra.
Al ora avvenne un fatto straordinario: Milimani aprì gli occhi e mi guardò.
Dapprima rimase immobile e continuava a fissarmi. Poi si sedette e girò lo
sguardo sul gruppo di bambini, tutta stupita.
«Com’è azzurro il lago» disse soltanto.
Poi si levò il mantel o e si alzò. Tutti i segni del e bruciature erano
scomparsi, e lei era viva, viva!
Una barca arrivava scivolando sul ‘acqua, sospinta da vigorosi colpi di remo.
Quando la barca si fece più vicina, vidi che era il Fabbro di Spade a remare, e
accanto a lui scorsi Eno.
Poco dopo la barca si affiancò al lastrone, e i due saltarono a terra.
«Che cosa ti avevo detto?» esclamò il Fabbro di Spade con voce tonante.
«Che cosa ti avevo detto? ‘E’ venuta finalmente per il Cavalier Kato l’ora del a
sua ultima lotta’ avevo detto».
Tutto emozionato, Eno mi venne vicino.
«Volevo soltanto farti vedere una cosa, principe Mio» disse. Aprì la mano
rugosa e mi mostrò qualcosa sul a palma.
Era una fogliolina verde. Delicata, trasparente, vel utata, di un verde pal ido
percorso da esili venature.
«E’ spuntata nel Bosco Morto» disse Eno. «Su un albero del Bosco Morto».
Ammiccava soddisfatto, scuotendo su e giù il suo grigio capino arruffato.
«Ogni mattina andrò nel Bosco Morto per vedere se sono spuntate nuove
foglioline verdi»
disse. «Tu intanto puoi tenere questa, principe Mio».
Mi mise in mano la foglia. Era sicuro di avermi regalato il più gran tesoro del
mondo.
Poi ammiccò di nuovo e disse:
«Me ne stavo rannicchiato nel a mia casetta a far voti che tutto ti andasse
bene, principe Mio. Che tutto ti andasse bene».
«Come hai riavuto la tua barca?» chiesi al Fabbro di Spade.
«Le onde me l’hanno ricondotta attraverso il lago» rispose.
Fissai il lago in direzione del a montagna del Fabbro di Spade e del a casetta
di Eno.
Sopraggiungevano molte barche, cariche di persone sconosciute. Esseri
magri che guardavano il sole e l’acqua azzurra con occhi stupiti e felici. Doveva
essere la prima volta che vedevano il sole, che ora splendeva chiaro sul lago e
sul e col ine circostanti. Solo l’ammasso di macerie in cima al a montagna del
castel o metteva tristezza, ma pensai che un giorno o l’altro sarebbero state
ricoperte di borraccina. La borraccina soffice e verde le avrebbe nascoste tutte e
nessuno avrebbe saputo che là sotto si nascondevano i resti del castel o del
Cavalier Kato.
La strada per tornare a casa era lunga, ma l’andare leggero. I bambini più
piccoli cavalcavano Miramis e i piccolissimi il puledro. Si divertivano un
mondo. Noialtri andammo a piedi, finché arrivammo al Bosco del e Tenebre.
Si era già fatta notte e il Bosco del e Tenebre dormiva sotto la luna, proprio
come la prima volta. Tutto era silenzio, mentre avanzavamo tra gli alberi. Ma poi
Miramis nitrì alto e selvaggio, e da lontano nel Bosco del e Tenebre cento caval i
bianchi fecero sentire il loro selvaggio e alto nitrito. Ci vennero incontro al
galoppo, in un martel are di zoccoli. Al ora anche il puledrino nitrì. Si sforzava
di nitrire in maniera forte e ardita, ma ne uscì soltanto un debole nitrito che si
sentiva appena. Ma i cento caval i bianchi lo sentirono ugualmente.
Com’erano felici che il loro puledrino fosse ritornato! Gli si affol avano
intorno e tutti cercavano di andargli vicino vicino per toccarlo e sincerarsi così
ch’era proprio lui, il piccolo puledro rapito.
Ora avevamo cento caval i, e nessuno doveva più andare a piedi. Ogni
bambino avrebbe avuto la sua cavalcatura.
Io montai Miramis, e Jum-Jum sedeva dietro a me come sempre: non voleva
nessun altro caval o. Una bambina piccolissima ebbe il puledro tutto per sé e
cavalcava verso il bosco e i cento caval i rilucevano al chiaro di luna.
Ben presto vidi il bianco dei fiori di melo bril are tra gli alberi. Nevosi
cumuli di petali posavano sugli alberi intorno al a casa da fiaba del a tessitrice.
Dal ‘interno proveniva un rumore ritmico e Milimani disse:
«La mia mamma tesse».
Saltò da caval o proprio davanti al cancel o, fece ciao con la mano e gridò:
«Come sono contenta di essere tornata prima che i meli sfioriscano!»
Corse per il sentiero tra gli alberi bianchi e scomparve nel a casetta. Il telaio
si fermò.
Ma avevamo ancora molta strada da fare per l’Isola dei Prati Verdi, e io
ardevo di riabbracciare il Re, mio padre. Così i cento caval i bianchi con in testa
Miramis si alzarono in volo sul Bosco del e Tenebre e si levarono più alti del a
montagna più alta.
Era mattina quando arrivammo al Ponte del Primo Sole. I guardiani lo
avevano appena abbassato, e il ponte scintil ava di raggi d’oro e di luce quando i
cento caval i bianchi vi irruppero coi col i vibranti e le criniere al vento. I
guardiani ci guardavano, paralizzati dal o stupore. Ma a un tratto uno di essi
portò un corno al e labbra, vi soffiò dentro, e il suono andò per tutta l’Isola dei
Prati Verdi. E dal e case e dal e capanne uscirono correndo tutti quel i che
avevano avuto rapiti i loro bambini e che erano stati così in pena per loro. Ora li
vedevano tornare in groppa a cento bianchi caval i, e nessuno mancava: tutti
erano tornati a casa.
I caval i bianchi continuarono la loro corsa sfrenata attraverso i prati, ed
ecco, eravamo arrivati al roseto del Re, mio padre. Tutti i bambini saltarono dai
loro caval i e i loro babbi e le loro mamme li circondarono, come i caval i
avevano fatto col loro puledrino. C’era Nanno con la sua nonna, Jiri con le sue
sorel e, i genitori di Jum-Jum e tante altre persone che non avevo mai visto
prima; tutti ridevano e piangevano abbracciando e baciando i loro bambini
ritrovati.
Ma il Re, mio padre, non c’era.
I cento caval i si volsero per tornare al Bosco del e Tenebre. Li vidi
galoppare via attraverso i prati, sospingendo il puledrino bianco.
Jum-Jum cominciò a raccontare ai suoi genitori tutte le nostre avventure, così
nessuno si accorse che aprivo il cancel o del roseto. Nessuno mi vide inoltrarmi
fra le rose. Per fortuna, perché volevo essere solo.
Passai sotto i pioppi argentati, che stormivano come sempre; come sempre
fiorivano le rose: tutto era immutato.
Al ora lo vidi: vidi il Re, mio padre. Là, dove l’avevo lasciato quand’ero
partito per il Bosco del e Tenebre e per il Paese Al Di Fuori, là lo trovai. Mi
tendeva le braccia, e io mi gettai sul suo petto e mi strinsi a lui forte forte.
Anch’egli mi tenne stretto mentre mi sussurrava:
«Mio piccolo Mio!»
Perché mi ama, il Re, mio padre.
Ormai è tanto che vivo nel Paese Lontano. Non penso quasi mai al tempo in
cui abitavo in via Uppland. Qualche volta mi viene in mente Benka, perché
assomiglia a Jum-Jum.
Spero che non provi troppa nostalgia di me, perché nessuno sa meglio di me
quanto pesi la nostalgia. Lui però ha un papà e una mamma, e certamente a
quest’ora avrà anche un altro amico del cuore.
Capita a volte che mi vengano in mente anche zia Edla e zio Sixten; ma non
ce l’ho più con loro. Mi domando soltanto cos’avranno pensato, quando sono
scomparso. Se poi si sono accorti che sono scomparso: gliene importava così
poco di me, che forse non ci hanno nemmeno fatto caso. Zia Edla forse pensa
che se soltanto si dà la briga di andare al parco, mi trova seduto sul a panchina
sotto il lampione, che mangio una mela e giocherel o con una bottiglietta vuota
di birra. Forse pensa che io me ne stia lì a fissare le case con le finestre il
uminate, dove i bambini siedono a cena con i loro papà e le loro mamme. Se
pensa così, sarà certo in col era che io non sia ancora di ritorno con i suoi biscotti
del a salute.
Ma si sbaglia, zia Edla. Oh, come si sbaglia! Nessun Bosse sta seduto su una
panchina del parco. C’è invece un ragazzo che vive nel Paese Lontano. Nel
Paese Lontano, proprio così. Laggiù dove stormiscono i pioppi d’argento, dove
luminosi fuochi riscaldano la notte, dove esiste il pane-che-sazia-la-fame. E dove
suo padre è Re, e gli vuol tanto bene.
Proprio così. Bo Vilhelm Olsson vive nel Paese Lontano, ed è felice, tanto
felice col Re, suo padre.