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da AVVENIRE

LA TERZA GIORNATA

Betori: orizzonti da raggiungere con scelte solidali

Una condivisione necessaria per confrontarsi «con una cultura pubblica che, dimentica delle
radici cristiane, si contrappone ad esse con superficialità e supponenza»

Dal Nostro Inviato A Rimini Giovanni Ruggiero

Tendere continuamente alla meta, d'accordo. Cioè, incamminarsi verso Gerusalemme.


Gesù lo fece, e Luca dice che indurì il suo volto. Al Meeting di Rimini, monsignor Giuseppe
Betori, segretario generale della Cei, ricorda che non c'è altro modo di giungere a questa meta
se non attraverso un «cammino concreto» nella ferialità della vita.
La Chiesa italiana lo ha fatto o almeno sta cercando di farlo con scelte decisive. «È
una Chiesa - dice Betori - che non si richiude in un'introversa difesa della propria identità, ma
che osa pensare in termini progettuali a promuovere forme di accompagnamento nella ricerca
di nuovi percorsi per incontrare Cristo». Non basta. È stata necessaria un'altra scelta che pure
ha richiesto e richiede di «indurire il viso»: «Doversi confrontare con una cultura pubblica
che, dimentica delle radici cristiane, si contrappone, con superficialità e con supponenza, ad
esse».
Tutto questo va fatto non isolatamente ma insieme. Va condiviso, e Betori insiste sul
concetto di condivisione: «Non basta perseverare, occorre farlo insieme», e lo dicono - ricorda
- gli stessi Atti degli Apostoli. Il resto, il contingente e il tanto atteso «incontro» tra le diverse
anime ecclesiali, sono nell'ordine delle cose, o, se si vuole, nell'ordine dello Spirito. «C'è
un'aria nuova su questo orizzonte - spiega Betori - che vede convogliarsi molti in obiettivi
comuni di servizio alla fede e alla carità, crea presenze convergenti nelle convocazioni
diocesane e nazionali. Alla fisiologica stagione dell'affermazione delle identità sta succedendo
un tempo di rinnovata consapevolezza di essere un unico popolo di Dio tra gente del nostro
Paese, a cui dobbiamo la testimonianza di un'assiduità unanime al Vangelo». Una esigenza di
unità che stavolta viene dalla coscienza di base ed è rintracciabile nel vissuto delle diverse
aggregazioni. È la stagione di un maggior protagonismo dentro a questo comune cammino di
tutti i movimenti che sono ricchezza impareggiabile della Chiesa.
Da quando soffia quest'aria nuova? Betori cita il convegno ecclesiale di Palermo del
'95 che chiese a ciascuno «un salto di qualità congiungendo una più intensa spiritualità e una
più coraggiosa presenza di Chiesa nelle vicende della storia». Due parole sintetizzano questa
dinamica: contemplazione e missione. Si aprono così nuovi e più chiari orizzonti: una Chiesa
in cui cresce la sete di ascolto degli altri, di «ascoltarsi tra fratelli della stessa fede», e di
ascolto di Dio che ci parla.
Ne nasce una seconda sfida: una Chiesa che si fa accogliente perché capace di iniziare
ed educare alla fede. «Tutti - sottolinea Betori - dobbiamo sentire l'impegno a invadere gli
spazi di vita della gente per provocarli con la forza del Vangelo e incidere nel tessuto del
Paese». È tutto questo che riporta proprio la Chiesa italiana alla sua tradizione popolare, «una
tradizione - dice Betori - alla quale i vescovi non rinunciano».
L'oggi ci pone davanti a una svolta storica che si coniuga con il progetto culturale
della Chiesa italiana, che vuol dire in primo luogo - spiega il segretario generale della Cei -
«dare un respiro nuovo al rapporto che il cattolicesimo deve costantemente avere con il Paese
nell'ambito degli assetti sociali e nel servizio proprio della politica, dimensioni da volgere al
bene comune»: promozione dei diritti dell'uomo, solidarietà e coesione, sostegno alla
famiglia, rispetto e accoglienza della vita, responsabilità educativa, attenzione alla povertà,
esercizio della giustizia secondo equità e recupero di chi ha sbagliato. «Si tratta - ha concluso
Betori tracciando queste linee - di preservare e magari anche rilanciare, seppure in forme
nuove, la natura popolare della nostra Chiesa». Sono le parrocchie le prime ad essere
chiamate a questo compito. Ma le parrocchie non possono agire da sole. «Ci vuole - dice
monsignor Betori - una pastorale integrata in cui, nell'unità della diocesi, abbandonando ogni
pretesa di autosufficienza, le parrocchie si fanno re lative rispetto all'andamento della vita
odierna, e dunque alla mobilità umana, alle esigenze delle persone». Betori ha salutato il
Meeting esprimendo gratitudine della Chiesa italiana a don Giussani e al suo movimento che
lungo il cammino ha sperimentato e sperimenta questo tendere incessantemente alla meta che
è Cristo.