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DISCORSO SUL METODO – CARTESIO

PARTE PRIMA
Il buon senso è la cosa più equamente distribuita a questo mondo; ognuno, infatti, pensa di
esserne così ben provvisto che perfino coloro che a proposito di tutto il resto sono i più
incontentabili non sono soliti desiderarne più di quanto ne posseggano. E riguardo a ciò non è
verosimile che tutti si sbaglino; questo dimostra piuttosto che la capacità di giudicare
correttamente e di distinguere il vero dal falso è per natura identica in tutti gli uomini; e così pure
la diversità di opinioni non deriva dal fatto che taluni siano più ragionevoli di altri, ma solamente
dal fatto che dirigiamo i nostri pensieri lungo percorsi diversi.
Quanto a me, non ho mai avuto la presunzione che il mio spirito fosse per nulla più perfetto della
media: spesso, anzi, ho desiderato avere un pensiero pronto, o un’immaginazione limpida e
distinta, o una memoria vasta o reattiva, come certe altre persone.
Non temo di affermare, tuttavia, che ritengo di aver avuto molta fortuna imbattendomi, fin da
giovane, in certe strade, che mi hanno condotto a considerazioni e a massime, a partire dalle quali
mi sono costruito un metodo, grazie a cui mi pare di aver accresciuto gradualmente il mio sapere.
Può darsi, tuttavia, che mi sbagli, e che si tratti soltanto di un po' di rame e vetro ch’io prendo per
oro e diamanti. So bene quanto siamo soggetti a ingannarci a proposito di ciò che ci concerne, e
quanto anche i giudizi dei nostri amici debbano risultare sospetti quando sono a nostro favore. Ma
sarò lieto, in questo discorso, di mostrare quali sono le vie che ho seguito e di dipingere la mia vita
come un quadro, affinché ognuno ne possa dare un giudizio.
La mia intenzione non è pertanto d’insegnare il metodo che tutti devono seguire per dirigere la
propria ragione, bensì soltanto di mostrare in che modo ho cercato di dirigere la mia. Coloro che
pretendono di dispensare precetti devono evidentemente considerare se stessi più sagaci di quelli
cui li dispensano, e sono riprovevoli se compiono il minimo errore. Presentando invece questo
scritto come una storia, o se preferite come una favola, in cui, tra qualche esempio degno di
essere imitato, se ne troveranno forse parecchi altri che sarà giusto non seguire.
Sono stato educato allo studio delle lettere fin dall’infanzia. Non appena ebbi terminato il corso di
questi studi, a conclusione del quale si viene solitamente accolti nel novero delle persone dotte,
cambiai completamente opinione. Mi sentivo infatti oppresso da tanti dubbi ed errori che mi
pareva che l’unico profitto tratto dal tentativo d’istruirmi fosse di aver scoperto la mia ignoranza.
Ero anche a conoscenza del giudizio che gli altri davano su di me; e non mi pareva di essere
considerato inferiore ai miei compagni, benché tra loro ve ne fossero alcuni già destinati a
prendere il posto dei nostri maestri. Ciò m’induceva a prendermi la libertà di giudicare da me tutti
gli altri e a pensare che non vi fosse nessuna scienza al mondo che fosse veramente come
dapprima mi era stato fatto sperare.
Ritenevo di aver dedicato già abbastanza tempo alle lingue; e così pure alla lettura dei libri antichi,
alle loro storie e alle loro favole. Infatti, conversar con gli uomini dei secoli passati è all’incirca
come viaggiare. E’ bene sapere qualcosa dei costumi dei diversi popoli per poter giudicare i nostri
più correttamente e per non credere che tutto ciò che contrasta con le nostre maniera sia ridicolo
e irragionevole.
Apprezzavo molto l’eloquenza, ed ero innamorato della poesia; ritenevo però che fossero
entrambe doni dell’ingegno, piuttosto che frutti dello studio. Quanti ragionano solidamente e
digeriscono bene i propri pensieri, al fine di renderli chiari e intelligibili, possono sempre rendere
persuasivo ciò che propongono.
Mi divertivo soprattutto con la matematica, a causa della certezza ed evidenza dei suoi
ragionamenti, ma non ne afferravo ancora il vero uso, e, siccome pensavo che essa servisse solo
alle arti meccaniche, mi stupivo che, essendo i suoi fondamenti così saldi e solidi, non si fosse
costruito su di essi nulla di più nobile.
Rispettavo la nostra teologica, e ambivo più di chiunque altro a guadagnarmi il cielo; ma, avendo
appreso come cosa assodata che la via verso di esso è aperta ai più ignoranti non meno che ai più
dotti e che le verità rivelate che vi conducono trascendono la nostra intelligenza, non avrei osato
sottoporle alla debolezza dei miei ragionamenti, e pensavo che, per intraprenderne l’esame, e per
riuscirci, bisognasse ricevere qualche straordinario aiuto dal cielo ed essere più che uomini.
Non dirò nulla della filosofia, se non che, notando come essa sia sta coltivata dagli spiriti più
eminenti vissuti nel corso di diversi secoli, e che nondimeno non vi si trova un solo argomento che
non sia ancora oggetto di dispute, e che dunque non sia contestabile, non ero abbastanza
presuntuoso da sperare di riuscire in questo campo più degli altri; e inoltre che, considerando
quante opinioni ci possono essere a proposito del medesimo argomento sostenute da persone
dotte, senza che ce ne possa essere più di una sola che sia vera, reputavo quasi falso tutto ciò che
non era verosimile.
Quanto poi alle altre scienze, nella misura in cui queste derivano i loro principi dalla filosofia,
ritenevo che non si potesse aver costruito nulla di solido su fondamenta così poco salde; e né
l’odore né i guadagni che esse promettono erano sufficienti per indurmi a studiarle. E quanto alle
scienze fasulle, ritenevo di conoscere già abbastanza il loro valore da non rischiare di restare
ingannato né dalle promesse di un alchimista, né dalle predizioni di un astrologo, né dalle
imposture di un indovino, né dagli artifici o dalle vanterie di nessuno di quelli che affermano di
sapere più di quanto sanno.
E’ per questo che, non appena l’età mi permise di uscire dalla tutela dei miei precettori,
abbandonai completamente lo studio delle lettere. E, presa la decisione di non indagare più altra
scienza se non quella che potrei trovare in me stesso, oppure nel gran libro del mondo, dedicai il
resto della mia giovinezza a viaggiare. Mentre mi limitavo a riflettere sulle usanze degli altri
uomini, non trovavo granché di rassicurante, e vi rilevavo quasi altrettante divergenze come mi era
capitato di fare in precedenza tra le opinioni dei filosofi. Talché il maggior profitto che ne traevo
era che, osservando parecchie cosa che, sebbene ci sembrino stravaganti e ridicole, non mancano
di essere accettate e approvate da altri grandi popoli.
Dopo che ebbi dedicato alcuni anni a studiare in questo modo sul libro del mondo e a cercare di
acquisire qualche esperienza, mi decisi un giorno a indagare anche dentro me stesso e a impiegare
tutte le risorse del mio spirito per scegliere le strade da seguire. In ciò il successo che ho ottenuto
è stato molto maggiore, mi pare, di quanto non sarebbe stato se non mi fossi mai allontanato né
dal mio paese né dai miei libri.

PARTE SECONDA
Mi trovavo, all’epoca, in Germania, dove mi avevano attratto gli eventi bellici che non sono ancora
terminati, e mentre ritornavo all’esercito, di ritorno dall’incoronazione dell’imperatore, l’inizio
dell’inverno mi bloccò in una località, in cui, non trovando alcuna compagnia che mi distraesse e,
d’altra parte, non avendo per fortuna nessuna preoccupazione o passione che mi turbasse,
rimanevo l’intero giorno da solo, in una stanza riscaldata da una stufa, dove avevo tutto il tempo di
abbandonarmi ai miei pensieri.
Immaginai pertanto che quei popoli che, essendo stati un tempo semiselvaggi ed essendosi
civilizzati gradualmente, si sono dati le proprie leggi solamente nella misura in cui vi sono stati
costretti dalla durezza dei delitti e delle liti, non possono essere altrettanto disciplinati di quelli
che, fin dal momento in cui si sono riuniti in una comunità, hanno osservato gli statuti di qualche
savio legislatore. Allo stesso modo, è certo che lo stato della vera religione, i cui decreti sono stati
promulgati unicamente da Dio, deve essere ordinato incomparabilmente meglio di tutti gli altri. E,
per parlare delle faccende umane, credo che, se Sparta un tempo è stata molto fiorente, ciò non fu
a causa della bontà di ogni sua singola legge in particolare bensì a causa del fatto che, essendo
state create da un solo uomo, esse tendevano tutte a un unico fine. E così pensai che le scienze
libresche, almeno quelle i cui argomenti sono solo probabili, e che non forniscono nessuna
dimostrazione, essendosi formate e accresciute a poco a poco grazie alle opinioni di molte persone
diverse, non si approssimano alla verità tanto quanto i semplici ragionamenti che può fare, in
maniera naturale, un uomo di buon senso a proposito di ciò che accade. E così pensai inoltre che,
essendo stati tutti noi bambini prima di diventare adulti, e avendo dovuto a lungo obbedire ai
nostri appetiti e ai nostri precettori, che spesso erano in contrasto tra loro e che non sempre, né
gli uni né gli altri, sapevano consigliarci per il meglio, è quasi impossibile che i nostri giudizi siano
così puri e solidi come sarebbero stati se, fin dalla nascita, avessimo beneficiato interamente
dell’uso della nostra ragione e fossimo sempre stati guidati solo da quella.
E’ vero che non capita di vedere che vengano rase al suolo tutte le case di una città al solo scopo di
ricostruirle diversamente e rendere più belle le strade; si vedono tuttavia molte persone che fanno
abbattere le proprie per ricostruirle, e che talvolta sono anzi costrette a farlo, quando sono
pericolanti, e le loro fondamenta non sono più molto solide. Sulla scorta di ciò, mi convinsi che
verosimilmente non fosse molto probabile che un privato concepisse il progetto di riformare lo
stato cambiando tutto dalle fondamenta e rovesciandolo per ricostruirlo, e nemmeno di riformare
il corpo delle scienze o il sistema istituito nelle scuole per insegnarle, ma che, per quanto
riguardava tutte le opinioni che fino a quel momento erano state accolte come credenze, il meglio
che potessi fare era di cominciare a disfarmene, al fine poi di acquisirne altre migliori o magari le
stesse, ma dopo averle rese conformi al criterio della ragione. Credetti quindi fermamente che, in
tal modo, sarei riuscito a regolare la mia vita molto meglio che costruendo su vecchie fondamenta
e appoggiandomi a principi che avevo accettato senza mai esaminare se fossero veri.
La sola decisione di sfarsi di tutte le opinioni precedentemente accolte come credenze non un
esempio che tutti debbano seguire; il mondo, infatti, è composto quasi esclusivamente da due tipi
di ingegni, ai quali tale esempio non si addice affatto. Due tipologie:
- da un lato, vi sono coloro che, credendosi più abili di quanto non siano, non possono fare a meno
di esprimere affrettatamente il proprio giudizio senza avere la pazienza di condurre in maniera
ordinata i propri pensieri, per cui, se costoro si prendessero, anche solo per una volta, la libertà di
dubitare dei principi che sono stati inculcati loro, non potrebbero mai tenere il sentiero che
bisogna prendere per procedere diritto, e si ritroverebbero smarriti per tutta la vita;
- dall’altro, vi sono quelli che, abbastanza ragionevoli, o modesti, da giudicare di essere meno
capaci di distinguere il vero dal falso rispetto ad altri, dai quali avrebbero da imparare, devono
accontentarsi di seguire le opinioni di costoro piuttosto che cercarne da sé altre migliori.
Quanto a me, avrei sicuramente fatto parte di questi ultimi, se avessi avuto sempre un solo
maestro, o se non avessi conosciuto le divergenze che, in ogni tempo, ci sono state tra le opinioni
dei più dotti. Avendo invece imparato che non si può immaginare nulla di tanto strano e incredibile
che non sia stato sostenuto da qualche filosofo, avendo inoltre compreso durante i miei viaggi che
non tutti coloro che provano sentimenti contrari ai nostri sono, per questo, barbari o selvaggi, ma
anzi che molti di loro sono altrettanto, se non più, ragionevoli di noi, e avendo osservato quanto
uno stesso individuo, provvisto della stessa intelligenza, allevato in mezzo ai francesi o a tedeschi,
diventi un uomo diverso da quello che sarebbe stato se avesse sempre vissuto in mezzo ai cinesi o
ai cannibali, io non potevo dunque scegliere nessuno le cui opinioni mi sembrassero preferibili a
quelle degli altri, e fui quasi costretto a tentare di dirigermi da me.
Ma, come chi procede solitario e nelle tenebre, decisi di procedere così lentamente e con tanta
circospezione in ogni cosa che, pur avanzando pochissimo, evitavo almeno di cadere. Non volli
nemmeno cominciare rifiutando del tutto alcuna delle opinioni che una volta erano penetrate tra
le mie credenze senza esseri state introdotte dalla ragione, senza aver prima dedicato parecchio
tempo a progettare il lavoro che stavo per intraprendere e aver cercato il vero metodo per
giungere alla conoscenza di tutto ciò che fosse alla portata della mia intelligenza.
Quand’ero più giovane, tra le discipline filosofiche avevo studiato un po' di logica (i suoi sillogismi
e la maggior parte degli altri suoi dettami servono a spiegare ad altri le cose che sappiamo, o
addirittura, a parlare senza criterio di quelle che non si conoscono, piuttosto che ad apprenderle),
e un po' di analisi geometrica e di algebra (oltre al fatto che abbracciano materie molto astratte e
che sembrano prive di utilità, la prima è sempre così limitata allo studio delle figure che non può
esercitare l’intelletto senza affaticare molto l’immaginazione; e, nella seconda, si è così vincolati a
certe regole e a certi segni, che si è fatto di essa un’arte confusa e oscura, che ostacola lo spirito,
invece di una scienza che lo stimola) che sembravano destinare a contribuire in qualche modo al
mio progetto.
Per quanto riguarda i precetti che compongo la logica, credetti che mi sarebbero bastati i quattro
seguenti:
1) non accettare mai per vera nessuna risposta che io non riconoscessi come tale con evidenza,
ovvero nell’evitare accuratamente la precipitazione e la prevenzione, senza accogliere nei miei
giudizi niente che non si presentasse al mio spirito in maniera così chiara e distinta da non aver
alcun motivo per dubitarne;
2) suddividere ogni difficoltà che avrei esaminato in quante più parti fosse possibile e necessario
per meglio risolverle;
3) guidare con ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili da
conoscere, per salire a poco a poco, come per gradi, fino alla conoscenza dei più complessi, e
fingendo, anzi, che esista un ordine tra quelli che, per natura, non si susseguono gli uni agli altri;
4) fare in ogni circostanza enumerazioni così esaustive e revisioni tanto generali ch’io fossi sicuro
di non omettere nulla.

Queste lunghe catene di ragionamenti, semplici e facili, di cui i geometri sono soliti servirsi per
giungere alle loro dimostrazioni più difficili, mi aveva fatto supporre che tutte le cose che possono
essere oggetto della conoscenza degli uomini si concatenino in quello stesso modo. Io non dovetti
pensare molto per trovare da quali bisognava cominciare, poiché sapevo già che era dalle più
piccole e facili da conoscere; e tenuto con che, tra tutti coloro che in precedenza avevano cercato
la verità nelle scienze, sono stati i matematici gli unici che hanno potuto trovare qualche
dimostrazione, non avevo alcun dubbio che si dovesse cominciare da quelle verità che essi hanno
esaminato; anche se non speravo di trarne altra utilità, se non che esse avrebbero abituato il mio
spirito a nutrirsi di verità.
In seguito, essendomi reso conto che, per conoscerle, avrei avuto bisogno talvolta di esaminarne
ciascuna in particolare, talaltra soltanto di coglierne e comprenderne diverse insieme, pensai che,
per esaminare meglio in particolare, dovevo rappresentarle attraverso linee, in quanto non
trovavo niente di più semplice, né ch’io potessi rappresentarmi più distintamente con la mia
immaginazione. Potrò, dicendo questo, apparirvi forse meno presuntuoso, se tenete conto che,
siccome esiste una sola verità per ogni cosa, chiunque la trovi conosce di essa tutto ciò che è
possibile conoscerne.
In definitiva il metodo che insegna a seguire il vero ordine e a enumerare con esattezza tutti gli
elementi di quanto si sta indagando contiene tutto ciò che conferisce certezza alle regole
dell’aritmetica.
Quello che però mi soddisfaceva maggiormente di questo metodo era che, grazie a esso, ero
sicuro di usare sempre la mia ragione, se non perfettamente, quanto meno nel modo migliore di
cui fossi capace; inoltre, sentivo che, applicandolo, il mio spirito si abituava a poco a poco a
pensare i propri oggetti più chiaramente e distintamente, e, non avendo vincolato tale metodo a
nessuna materia in particolare, mi ripromettevo di applicarlo efficacemente ai problemi delle altre
scienze così come avevo fatto con quelli dell’algebra.

PARTE TERZA
Prima di cominciare a ricostruire la casa in cui si vive, non basta abbatterla e procurarsi materiali e
architetti, o dedicarci noi stessi all’architettura, e averne inoltre scrupolosamente disegnato il
progetto; bisogna anche essersene procurata un’altra dove installarsi comodamente per tutto il
tempo in cui dureranno i lavori: pertanto, onde non restare nell’incertezza per quanto riguardava
le mie azioni mentre la ragione mi obbligava a esserlo per quanto riguardava i miei giudizi, e per
continuare a vivere nel frattempo il più felicemente possibile, mi creai una morale provvisoria, che
consisteva solo di tre o quattro massime, che desidero comunicarvi.

1) Obbedire alle leggi e alle usanze del mio paese, attenendomi costantemente alla religione nella
quale Dio mi ha concesso la grazia di essere allevato fin dall’infanzia, e regolandomi in tutto il resto
secondo le opinioni più moderate e più lontane da ogni eccesso e comunemente messe in pratica
dai più assennati tra coloro con cui mi sono trovato a vivere.
Cominciando, infatti, fin da allora a non tenere in nessun conto le mie, in quanto intendevo
sottoporle tutte a esame, ero sicuro che non vi fosse niente di meglio da fare che seguire quelle
dei più assennati.
Tra molte opinioni parimenti accolte, sceglievo solo le più moderate, perché, nella pratica, sono
sempre le più comode e verosimilmente le migliori, e anche, nel caso mi stessi sbagliando, al fine
di allontanarmi dal vero cammino meno di quanto avrei fatto diversamente.
Poiché non scorgevo nulla che rimanesse sempre allo stesso stato, e siccome, per quanto mi
riguardava, mi ripromettevo di perfezionare sempre più i miei giudizi, avrei ritenuto di fare un
grande torto al mio buon senso, se, per il solo fatto che allora approvavo qualcosa, mi fossi
assunto l’obbligo di prenderla per valida anche in seguito, quando magari avesse cessato di
esserlo, o quando io avessi smesso di giudicarla tale.

2) Dimostrarmi, per quanto potessi, saldo e risoluto nelle mie azioni, e di seguire con eguale
costanza le opinioni più dubbie, una volta presa la decisione, solo nel caso fossero molto sicure,
imitando in ciò i viaggiatori che, perdutisi in una foresta, non devono vagare voltando ora da una
parte, ora dall’altra, e nemmeno fermarsi in un posto, ma procedere sempre più diritti che
possono nella stessa direzione, e non cambiarla per deboli motivi, anche se magari, all’inizio, sono
stati indotti a sceglier quella solo per caso: in questa maniera, infatti, se non andranno
esattamente dove volevano, alla fine arriveranno comunque da qualche parte, dove
verosimilmente si troveranno meglio che in mezzo alla foresta.
Ciò mi permise, di liberarmi di tutti i pentimenti e i rimorsi che solitamente inquietano le coscienze
di quegli spiriti deboli e titubanti che, privi di costanza, finiscono per praticare come buono ciò
che, in seguito, giudicano cattivo.

3) Cercare sempre di vincere me stesso piuttosto che la fortuna, e nel modificare piuttosto i miei
desideri che l’ordine del mondo: e, in generale, nell’abituarmi a credere che, a parte i nostri
pensieri, non c’è nulla che sia interamente in nostro potere, talché, dopo che abbiamo fatto del
nostro meglio riguardo alle cose esterne a noi, tutto ciò in cui non riusciamo ci è assolutamente
impossibile. E questo mi sembrava sufficiente a impedirmi di desiderare in avvenire alcuna cosa
che non potessi ottenere, e, in tal modo, a rendermi contento: essendo la nostra volontà, infatti,
naturalmente incline a desiderare solamente quelle cose che il nostro intelletto presenta ad essa
come in qualche modo possibili, è certo che, se consideriamo tutti i beni che sono al di fuori di noi
come egualmente distanti dal nostro potere, non rimpiangeremo di essere privi di quelli che ci
sembrano dovuti alla nostra nascita, quando ne verremo privati senza nostra colpa.
Continuamente occupati a riflettere sui limiti che la natura imponeva loro, costoro si convincevano
così profondamente che nulla fosse in loro potere, a parte i loro pensieri, che questa sola idea
bastava a impedire loro di nutrire qualunque attaccamento verso altre cose; essi disponevano dei
propri pensieri in maniera così assoluta che, a questo riguardo, avevano qualche motivo per
ritenersi più ricchi, più forti, più liberi e più felici di tutti gli altri uomini, i quali, non professando
questa filosofia, per quanto possano essere favoriti dalla natura e dalla fortuna, in tal modo non
dispongono mai di tutto ciò che vogliono.

4) Passare in rassegna le diverse occupazioni che si dedicano gli uomini in questa vita, al fine di
tentare di scegliere la migliore; e senza pretendere di dire nulla su quelle degli altri, pensai che non
avrei potuto fare nulla su quelle degli altri, pensai che non avrei potuto fare cosa migliore se non
perseverare in quella che avevo intrapreso, ossia impiegare tutta la mia vita a coltivare la ragione e
a progredire, per quanto possibile, nella conoscenza della verità, seguendo il metodo che mi ero
dato. Avevo provato soddisfazioni così grandi da quando avevo iniziato a servirmi di tale metodo
che non ritenevo che, in questa vita, se ne potessero ottenere altre più dolci né più innocenti:
scoprendo tutti i giorni, grazie a esso, qualche verità che mi sembrava abbastanza importante e
ignota agli altri uomini, la soddisfazione che ciò mi dava riempiva talmente il mio spirito che tutto il
resto non m’interessava.
Inoltre le tre massime precedenti erano unicamente fondate sul progetto che avevo di continuare
a istruirmi: avendo infatti Dio concesso a tutti un qualche lume naturale per discernere il vero dal
falso, io non avrei ritenuto di dovermi accontentare delle opinioni altrui nemmeno per un attimo,
se non mi fossi riproposto di ricorrere al mio giudizio per esaminarle al momento opportuno; e
non avrei saputo evitare gli scrupoli seguendole, se non avessi sperato di non perdere per questo
alcuna occasione per trovarne migliori.

Dopo essermi accertato di queste massime, e averle messe da parte, insieme alle verità della fede,
che sono sempre state le prime tra le mie credenze, ritenni che, per quanto riguardava le altre mie
opinioni, io potessi liberamente procedere a disfarmene. E siccome speravo di riuscirci meglio
frequentando altri uomini, anziché rimanendo chiuso ancora a lungo nella stanza nella quale mi
erano venuti tutti questi pensieri, ricominciai a viaggiare.
Nei novi anni seguenti, non feci altro che girare per il mondo e estirpare quindi dal mio spirito tutti
gli errori che vi si erano insinuati in precedenza. Non che con questo imitassi gli scettici, i quali
dubitano unicamente per dubitare, e ostentano di essere sempre indecisi: la mia intenzione,
invece, era solo di darmi certezze e scavare via la terra friabile e la sabbia per raggiungere la roccia
o l’argilla. Ciò mi riuscì, mi pare, abbastanza bene, tanto che, cercando di scoprire la falsità o
l’incertezza delle proposizioni che esaminavo non ne incontrai nessuna tanto dubbia dalla quale
non traessi sempre qualche conclusione abbastanza certa.
Questi nove anni, tuttavia, trascorsero prima ch’io avessi preso alcuna decisione riguardo ai
problemi che, solitamente, sono soggetto di discussione tra i dotti, e che avessi cominciato a
indagare i fondamenti di qualche filosofia più certa di quella consueta.

Avevo abbastanza forza d’animo per non volere che mi si prendesse per ciò che non ero, pensai
che fosse mio dovere cercare in tutte le maniere di rendermi degno della reputazione che mi
veniva concessa; e sono passati esattamente otto anni da quando questo desiderio m’indusse ad
allontanarmi da tutti i luoghi in cui io potessi avere qualche conoscente, e a ritirarmi qui.
PARTE QUARTA
Non so se devo intrattenervi circa le prime meditazioni che ho fatto, poiché esse sono così
metafisiche e così poco comuni, che forse non incontreranno il gusto di tutti: e tuttavia, affinché si
possa giudicare se i fondamenti da me assunti sono abbastanza saldi, mi trovo in certo qual modo
costretto a parlarne.
Io desideravo occuparmi solo della ricerca della verità, pensai che fosse necessario fare
esattamente il contrario e respingere come assolutamente falso tutto ciò su cui io potessi avere il
minimo dubbio, al fine di vedere se di esso rimanesse qualcosa che potesse essere accettato tra le
mie credenze come del tutto indubitabile. Pertanto, dato che talvolta i nostri sensi c’ingannano,
volli supporre che nessuna cosa fossa così come essi c’inducono a immaginarla; siccome taluni si
sbagliano quando ragionano, anche se si tratta dei più semplici problemi di geometrica, e
incorrono in paralogismi, ritenendo che anch’io fossi soggetto a sbagliare quanto chiunque altro,
rifiutai come false tutte le ragioni che, precedentemente, avevo assunto come dimostrazioni; e,
infine, considerando che gli stessi pensieri che ci vengono quando siamo svegli ci possono venire
anche nel sonno senza per questo che nessuno di essi sia vero, decisi di fingere che tutto ciò che,
da sempre, era entrato nel mio spirito non fosse più vero delle illusioni dei miei sogni. Mi accorsi
immediatamente però che, mentre pretendevo di pensare che tutto fosse falso, bisognava
necessariamente che io, che pensavo in tal modo, fossi qualcosa; e osservando che questa verità:
io penso, dunque sono, era così salda e sicura che tutte le più stravaganti ipotesi degli scettici non
erano in grado di scuoterla, ritenni di poterla assumere senza scrupoli come il principio primo della
filosofia che stavo cercando.
Esaminai poi attentamente ciò che ero, e constatai che potevo fingere di non avere un corpo e che
non esistesse nessun mondo né un luogo dove io fossi, ma che non potevo fingere per questo di
non essere; anzi, proprio perché pensavo di dubitare della verità delle altre cose, ne conseguiva
con piena evidenza e certezza che io esistevo, mentre se avessi anche solo smesso di pensare, non
avrei avuto nessuna ragione per creder di essere esistito: con ciò compresi che io ero una
sostanza, la cui essenza o natura consiste solo nel pensare, e che per esistere non ha bisogno di
nessun luogo né dipende da nessuna cosa materiale, talché questo io, ovvero l’anima in virtù della
quale io sono ciò che sono, è completamente distinta dal corpo.
Dopo di ciò, considerai in generale ciò che viene richiesto a una proposizione perché sia vera e
certa; dato, infatti, che ne avevo appena trovata una che sapevo essere tale, pensai che avrei
dovuto anche sapere in cosa consiste tale certezza. E avendo osservato che in “Penso, dunque
sono” non vi è nulla che mi assicuri che sto dicendo la verità, se non che vedo molto chiaramente
che per pensare bisogna esistere, ritenni che potevo assumere come regola generale il fatto che le
cose che concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono tutte vere, e che s’incontra
qualche difficoltà soltanto nel decidere quali siano quelle che concepiamo distintamente.
In seguito a ciò, riflettendo sul fatto che dubitavo, e che, di conseguenza, il mio essere non era del
tutto perfetto, poiché vedevo chiaramente che conoscere costituiva una perfezione maggiore che
dubitare, decisi d’indagare da dove avessi imparato a pensare a qualcosa di più perfetto di me.
Per quanto concerne i pensieri che avevo di molte altre cos fuori di me, come del cielo, della terra,
della luce, del calore ecc, non mi preoccupavo tanto di sapere da dove essi provenissero, poiché,
non notando nulla in essi che mi sembrasse renderli superiori a me stesso, potevo creder che:
- se erano veri  dipendessero dalla mia natura;
- se non lo erano  che essi mi venissero dal nulla, ossia che si trovavano in me perché ero
imperfetto.
Ma non poteva essere la stessa cosa per quanto riguardava l’idea di un essere più perfetto del
mio: era infatti palesemente impossibile che tale idea mi venisse dal nulla; e siccome non è meno
contraddittorio che il più perfetto consegua e dipenda dal meno perfetto che dal nulla derivi
qualcosa, non potevo nemmeno ricevere quell’idea da me stesso. La sola possibilità che restava
era dunque che essa fosse stata posta in me da una natura che fosse realmente più perfetta di me
e che anzi, avesse in sé tutte le perfezioni di cui potevo avere qualche idea, ossia, per spiegarmi
con una parola, che fosse Dio. [utilizza termini della Scolastica]
Vi è il bisogno necessario che vi fosse qualcun altro più perfetto, dal quale io dipendessi, e da cui
avessi ricevuto tutto ciò che avevo: se infatti fossi stato solo e indipendente da tutti, in modo da
ricevere da me stesso tutto il poco che spartivo con l’essere perfetto, avrei potuto, per la stessa
ragione, ricevere da me stesso tutto il rimanente di cui sapevo di essere privo, ed essere così io
stesso infinito, eterno, immutabile, onnisciente, onnipotente, e, infine, avrei potuto avere tutte le
perfezioni che potevo osservare in Dio.
Stando ai ragionamenti che ho appena svolto, per conoscere la natura di Dio per quel tanto che la
mia era in grado di fare, mi bastava solo riflettere, a proposito di tutte le cose di cui trovavo in me
qualche idea, se fosse o meno una perfezione possederle, ed ero certo che nessuna di quelle che
rivelano una qualche imperfezione si trovava in lui, mentre vi si trovavano tutte le altre. Così
vedevo che il dubbio, l’incostanza, la tristezza e altre cose simili non potevano trovarvisi, dato che
sarei stato io stesso ben lieto di esserne privo. Poi, oltre a ciò, avevo idee di molte cose sensibili e
corporee: infatti, benché supponessi di stare sognando e che tutto ciò che vedevo o immaginavo
fosse falso, non potevo tuttavia negare che tali idee non si trovassero veramente nel mio pensiero;
ma, siccome avevo già conosciuto in me molto chiaramente che la natura intelligente è distinta da
quelle corporea, considerando che ogni composizioni rivela una dipendenza, e siccome la
dipendenza è palesemente un difetto, ne conclusi che in Dio essere composto da due nature non
poteva essere una perfezione, e che dunque Dio non lo era, ma che, se esisteva in questo mondo
qualche corpo o qualche intelligenza o altre nature che non fossero del tutto perfette, la loro
esistenza doveva dipendere dalla sua potenza, in maniera tale che esse non potevano sussistere
senza di lui un solo momento.
Volli, poi, cercare altre verità, ed essendomi prefissato l’oggetto della geometria, che concepivo
come un corpo continuo, o uno spazio esteso in lunghezza, larghezza e altezza ovvero profondità,
divisibile in diverse parti, che potevano avere diverse figure e grandezze ed essere mosse o
spostate in tutte le maniere. Esaminai le dimostrazioni più semplici  supponendo un triangolo,
bisognava chela somma dei suoi tre angoli fosse uguale a due angoli retti, ma non per questo
vedevo qualcosa che mi assicurasse che ci fosse al mondo un qualche triangolo.
Tornando invece a esaminare l’idea che avevo di un essere perfetto, trovai che l’esistenza era
compresa in essa, nello stesso modo in cui in quella di un triangolo è compreso il fatto che i suoi
tre angoli equivalgano a due angoli retti. Di conseguenza, è per lo meno tanto certo che Dio è o
esiste, quanto nessuna dimostrazione di geometria potrebbe esserlo.
Il motivo per cui molti sono però convinti che sia difficile conoscere Dio, e perfino conoscere cosa
sia la loro anima, è che non sollevano mai il loro spirito al di là delle cose sensibili, e che sono
talmente abituati a non conoscere nulla se non immaginandolo che quanto non è immaginabile
non sembra loro intelligibile. Questo è palese anche dal fatto che i filosofi nelle scuole assumono la
massima secondo cui non vi è nulla nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi, dove è certo
però che le idee di Dio e dell’anima non si sono mai trovate.
Infine, se c’è ancora qualcuno che non è sufficientemente convinto dell’esistenza di Dio e
dell’anima dalle ragioni che ho addotto, desidero che sappiano che sono meno certe tutte le altre
cose di cui essi si ritengono forse più sicuri, come del fatto di avere un corpo, che esistano degli
astri, e una terra. Sebbene si abbia una certezza morale di queste cose, tuttavia, quando si tratta di
una certezza metafisica, non si può negare, a meno di essere irragionevoli, che è un buon motivo
per non esserne interamente certi l’aver osservato che, mentre si sta dormendo, ci si può
immaginare di avere un altro corpo, e che si vedono altri astri e un’altra terra, senza che nulla di
ciò esista. Come possiamo sapere che i pensieri che ci vengono sognando solo più falsi degli altri?
In primo luogo, proprio ciò che ho assunto come regola, ossia che le cose che concepiamo molto
chiaramente e distintamente sono tutte vere, è certo soltanto perché Dio è o esiste, ed è un
essere perfetto e perché tutto ciò che si trova in noi proviene da lui: ne consegue che le nostre
idee o nozioni, essendo cose reali e che provengono da Dio per tutti quegli aspetti, non possono
non essere vere. Se capita abbastanza spesso che abbiamo idee in parte false, ciò può avvenire
solo per quelle che hanno qualcosa di confuso e oscuro, perché sotto questo aspetto partecipano
del nulla, ossia si trovano in noi così confuse solo a causa del fatto che non siamo del tutto perfetti.
Ed è evidente che pensare la falsità o l’imperfezione in quanto tale proceda da Dio non è meno
contraddittorio di quanto lo sia pensare che la verità o la perfezione proceda dal nulla. Se però non
sapessimo che tutto ciò che di reale e di vero si trova in noi proviene da un essere perfetto e
infinito, per quanto chiare e distinte siano le nostre idee, non avremmo nessuna ragione che ci
assicuri che esse godono della perfezione di essere vere.
Quindi, dopo che la conoscenza di Dio e dell’anima ci hanno così dato la certezza a proposito di
questa regola, è assai facile conoscere che le fantasticherie che immaginiamo quando dormiamo
non debbono, in alcun modo, farci dubitare della verità dei pensieri che abbiamo quando siamo
svegli. Quanto all’errore più ricorrente nei nostri sogni, il quale consiste nel rappresentarci diversi
oggetti proprio come fanno i sensi esterni, non ha importanza che ciò ci dia motivo di dubitare
della verità di tali idee, poiché esse possono pure ingannarci abbastanza spesso anche quando non
dormiamo. Tanto mentre siamo svegli che mentre dormiamo, dobbiamo sempre lasciarci
convincere soltanto dall’evidenza della nostra ragione. E si noti che dico la nostra ragione e non la
nostra immaginazione, né dei nostri sensi. La ragione, infatti, non ci dice che tutto ciò che vediamo
o immaginiamo in questo mondo sia reale. Essa, però, ci dice che tutte le nostre idee o nozioni
devono presentare un fondamento di verità, in quanto non sarebbe possibile che Dio le abbia
poste in noi senza tale fondamento. La ragione ci dice anche che, non potendo essere i nostri
pensieri tutti veri in quanto noi non siamo del tutto perfetti, ciò che essi hanno di vero deve
trovarsi infallibilmente in quelli che abbiamo quando siamo svegli piuttosto che nei nostri sogni.

PARTE QUINTA
Sarei ben felice di mostrare qui l’intera catena delle altre verità che ho dedotte da queste prime;
siccome però, per fare questo, ci sarebbe ora bisogno di parlare di molte questioni che sono
oggetto di controversia tra i dotti, ritengo che sia meglio astenermene, e limitarmi a dire quali
sono in generale tali questioni, affinché siano giudici più saggi a giudicare se sia utile informarne il
pubblico più dettagliatamente. Sono sempre rimasto fermo nel mio proposito di non presupporre
nessun altro principio oltre a quello di cui mi sono appena servito per dimostrare l’esistenza di Dio
e dell’anima e di non assumere come vero nulla che non mi risultasse più chiaro e più certo di
quanto in precedenza non mi fossero sembrate le dimostrazioni della geometria. Mi pare di aver
scoperto molte verità più utili e più importanti di tutto quello che avevo precedentemente
appreso, e perfino sperato di apprendere.
Poiché però ho cercato di spiegare le leggi principali in un trattato, che certe considerazioni
m’impediscono di pubblicare, non saprei illustrarle in maniera migliore che riferendone qui,
sommariamente, il contenuto. Mi ero riproposto di comprendere in esso tutto ciò che, prima di
scriverlo, pensavo di sapere circa la natura delle cose materiali. Ma proprio come i pittori, che, non
potendo rappresentare egualmente bene in un quadro bidimensionale tutte le diverse facce di un
corpo solido, scelgono quella principale mettendola in luce e, lasciando in ombra le altre, le
mostrano solo per quel tanto che è possibile vederle guardando quella, così io, temendo di non
poter inserire nel mio trattato tutto ciò che avevo in mente, cominciai esponendo ampiamente
soltanto ciò che pensavo della luce; vi avrei poi aggiunto, a suo tempo, qualcosa sul sole e sulle
stesse fisse, sui cieli, sui pianeti, fino ad arrivare all’uomo.
Anzi, per tenere in ombra queste cose, e poter dire più liberamente ciò che ne pensavo senza
essere costretto a seguire o a respingere le opinioni accolte tra le persone dotte, mi risolsi a
lasciare tutto questo mondo alle loro dispute e a parlare solamente di ciò che potrebbe accadere
in uno nuovo se Dio creasse ora, da qualche parte negli spazi immaginari, abbastanza materia da
comporlo, e agitasse in maniera diversa e senza ordine le diverse parti di tale materia, in modo da
comporne un caos altrettanto confuso di quello che i poeti possono immaginare.
In un primo luogo, descrissi pertanto questa materia e cercai di rappresentarla in maniera tale che
al mondo non ci fosse niente di più chiaro e più intelligibile, tranne ciò che è stato appena detto di
Dio e dell’anima: e, anzi, supposi espressamente che in essa non ci fosse nessuna di quelle forme o
qualità, oggetto di dispute nelle scuole, né in generale niente la cui conoscenza non fosse tanto
naturale per il nostro intelletto che non si potesse nemmeno fingere d’ignorarla. Fondando le mie
ragioni solamente sul principio delle infinite perfezioni di Dio, cercai di dimostrare tutte quelle su
cui si sarebbe potuto avere qualche dubbio e di far vedere che esse sono tali che, per quanto Dio
potesse aver creato altri mondi, non potrebbe esisterne nessuno in cui tali leggi possano non
essere rispettate. Dopodiché mostrai come la maggior parte della materia di questo caos dovesse,
in base a tali leggi, disporsi e organizzarsi in una maniera tale che la rendesse simile ai nostri cieli.
A ciò aggiunsi, inoltre, parecchie cose riguardanti la sostanza, la posizione, i movimenti e tutte le
diverse qualità dei cieli e degli astri; ritenevo, in questo modo, di averne parlato a sufficienza per
far sapere che nei cieli di questo nostro mondo non si nota nulla che non debba, o quanto meno
non possa, apparire in tutto simile in quelli del mondo che descrivevo. Da ciò passai a parlare della
terra in particolare, di come, benché avessi espressamente supposto che Dio non aveva conferito
nessun peso alla materia di cui essa era composta, tutte le sue parti non mancassero di tendere
esattamente verso il suo centro.
Da tutto ciò non volevo, tuttavia, dedurre che il mondo fosse stato creato nel modo che
proponevo: è infatti assai più verosimile che Dio, fin dal principio, l’abbia fatto quale doveva
essere. E’ certo, però, ed è opinione comunemente accolta tra i teologi, che l’azione con cui ora
Egli lo conserva è esattamente la medesima con cui l’ha creato; pertanto, anche se all’inizio non gli
avesse dato altra orma che quella del caos, purché avesse stabilito le leggi della natura e avesse
fornito il suo concorso per agire così come a essa è solita fare, si può ritenere, senza far torto al
miracolo della creazione, che, solo per questo, tutte le cose che sono meramente materiali
avrebbero potuto, col tempo, divenire quali noi ora le vediamo.
Dalla descrizione dei corpi inanimati e delle piante, passai a quella degli animali e, più
precisamente, a quella degli uomini. Ma siccome non possedevo ancora una conoscenza
sufficiente per parlare come parlavo del resto, ossia dimostrando gli effetti in base alle cause e
mostrando da quali semi e in quale maniera la natura li deve produrre, mi accontentai di supporre
che Dio formasse il corpo dell’uomo del tutto simile a quelli che abbiamo noi. esaminando le
funzioni che avrebbero potuto trovarsi in un corpo simile, vi scoprii precisamente tutte quelle che
possono esserci in noi senza che vi pensiamo, e dunque senza che a esse contribuisca la nostra
anima; tali funzioni sono sempre le stesse, per cui si può dire che gli animali privi di ragione
assomiglino a noi, senza però che si possa trovare in essi nessuna di quelle funzioni che,
dipendendo dal pensiero, sono le uniche che ci appartengono in quanto uomini. Scoprii invece in
quel corpo tutte queste funzioni dopo aver supposto che Dio avesse creato un’anima ragionevole
e l’avesse congiunta al corpo in una determinata maniera che descrivevo.
Affinché però si possa vedere in che modo trattavo tali argomenti, intendo inserire qui la
spiegazione del movimento del cuore e delle arterie, grazie a cui, essendo questo il principale e più
generale movimento che si osserva negli animali, si potrà facilmente giudicar in base a esso ciò che
si deve pensare degli altri.

In primo luogo, la cavità destra, cui corrispondono due tubi molto larghi, ovvero la vena cava, che
è il principale ricettacolo del sangue, e quasi il tronco dell’albero, rispetto al quale tutte le altre
vene del corpo sono i rami, e la vena arteriosa, che è stata chiamata così scorrettamente in
quanto, in realtà, è un’arteria, che, originandosi dal cuore, si divide, dopo esserne uscita, in diversi
rami che si diffondono ovunque nei polmoni.
Poi la cavità sinistra, cui corrispondono nella stessa maniera due tubi, che sono larghi quanto e
forse più dei precedenti, ovvero l’arteria venosa, chiamata anch’essa così in maniera scorretta,
poiché non è latro che una vena, proveniente dai polmoni, dove si trova divisa in numerosi rami,
intrecciati a quelli della vena arteriosa e a quelli del condotto chiamato trachea-arteria, attraverso
il quale entra l’aria respirata, e la grande arteria, che, uscendo dal cuore, allunga i suoi rami in
tutto il corpo.
Non ho bisogno di aggiungere altro per spiegare il movimento del cuore, se non che, quando le
sue cavità non sono piene di sangue, questo deve necessariamente fluirvi dalla vena cava, dato
che questi due vasi sono sempre pieni e che le loro aperture, essendo rivolte verso il cuore, non
possono allora essere chiuse; ma non appena sono entrate in questo modo due gocce di sangue,
una in ciascuna cavità, esse si rarefanno e si dilatano, a causa del calore che vi trovano, e in tal
mondo, facendo gonfiare tutto il cuore, esse premono e chiudono le cinque porticine che si
trovano all’entrata dei due vasi da cui provengono, impedendo così che fluisca altro sangue al
cuore.
Se mi si domanda il motivo per cui il sangue delle vene non si esaurisce fluendo continuamente nel
cuore e le arterie non sono troppo piene, non ho bisogno di aggiungere altro a quanto è già stato
scritto da un medico inglese, cui si deve riconoscere il merito di aver rotto il ghiaccio su questo
argomento. Egli lo dimostra molto bene in base all’esperienza ordinaria dei chirurghi, i quali,
stringendo moderatamente il braccio poco al di sopra del punto in cui incidono la vena, ne fanno
uscire il sangue più abbondantemente che se non l’avessero stretto; e se lo stringessero al di sotto
del punto, tra la mano e l’incisione, o molto forte nella parte superiore, accadrebbe l’esatto
contrario. Egli dimostra anche molto bene ciò che afferma circa lo scorrere del sangue attraverso
certe pellicole, disposte lungo le vene in vari punti in modo tale che non permettono al sangue di
fluire dal centro del corpo verso le estremità, ma solo dalle estremità verso il cuore.
Ci sono altri elementi che testimoniano che la vera causa del movimento del sangue è quella che
ho descritto: come, in primo luogo, la differenza riscontrabile tra il sangue che esce dalle vene e
quello che esce dalle arterie possa dipendere solo dal fatto che, essendo rarefatto e quasi distillato
quando passa per il cuore, il sangue è più sottile, vivo e caldo subito dopo esserne uscito di quanto
non lo sia poco prima di entrarvi: e se si fa attenzione, si noterà che questa differenza emerge solo
in prossimità del cuore e non tanto nei luoghi che sono più distanti da esso.
Avevo spiegato abbastanza dettagliatamente tutte queste cose nel trattato che allora avevo
intenzione di pubblicare. E inoltre, in esso, avevo mostrato quale debba essere la struttura dei
nervi e dei muscoli del corpo umano affinché, dall’interno, gli spiriti animali abbiano la forza per
muovere le sue membra, come si vede quando, poco dopo essere state mozzate, le teste si
muovono ancora e mordono la terra, benché non siano più animate; quali cambiamenti debbano
aver luogo nel cervello per causare la veglia, il sonno e i sogni; in che modo la luce, i suoni, gli
odori, i gusti, il calore e tutte le altre qualità degli oggetti esteriori possano imprimere in esso
diverse idee, grazie ai sensi; in che modo anche la fame, la sete e le altre passioni interne vi
possano mandare le proprie; che cosa si debba intendere con senso comune, nel quale tali idee
vengono ricevute, con memoria, che le conserva, e con la fantasia.
Precedentemente mi ero soffermato in particolare a dimostra che, se esistessero simili macchine,
provviste degli organi e dell’aspetto esteriore di una scimmia o di qualche altro animale privo di
ragione, non riusciremmo in alcun modo a riconoscere che esse non sono in tutto e per tutto della
stessa natura di tali animali; se invece ne esistessero altre che fossero simili ai nostri corpi e che
imitassero le nostre azioni nella maniera più perfetta possibile, ci sarebbero sempre due modi
sicurissimi per riconoscere che tali macchine non sono tuttavia uomini veri:
1) esse non potrebbero fare uso di parole né di altri segni componendoli come facciamo noi per
comunicare agli altri i nostri pensieri: si può ben concepire che una macchina sia fatta in maniera
tale da proferire parole, e perfino che ne proferisca qualcosa a proposito di azioni corporee che
producano qualche mutamento nei suoi organi;
2) anche se queste macchine facessero molte cose altrettanto bene e magari meglio di noi, esse
farebbero immancabilmente male qualche altra cosa, per cui si scoprirebbe che non agiscono in
base a conoscenze, bensì soltanto alla disposizione dei loro organi: infatti, mentre la ragione è uno
strumento universale che può servire in ogni tipo di occasione, questi organi hanno bisogno di una
particolare disposizione per ogni azione particolare; per questo è del tutto impossibile che in una
macchina ve ne siano di così diversi da farla agire in ogni circostanza della vita nello stesso modo in
cui la nostra ragione ci fa agire.
In questi due modi  si può anche cogliere la differenza tra gli uomini e gli animali. E’ infatti
evidente che non esistono uomini così idioti e stupidi, senza eccettuare nemmeno i più pazzi, che
non siano in grado di mettere insieme diverse parole, e di comporre con esse un discorso
attraverso cui fare comprendere i propri pensieri e viceversa, non esiste nessun altro animale, per
quanto perfetto e felicemente dotato, che sappia fare lo stesso. Ciò non dipende da una mancanza
di organi: si può infatti vedere come le gazze e i pappagalli possono proferire parole come noi, e
tuttavia non possono parlare come noi, ossia dimostrando che pensano ciò che dicono; mentre gli
uomini che, essendo nati sordomuti, sono privi degli organi che servono agli altri per parlare, sono
soliti inventare loro stessi qualche segno.
E’ importante anche notare che, sebbene esistano animali che dimostrano in certe loro attività
maggiore abilità di noi, è evidente però che gli stessi animali non ne rivelano alcuna in molte altre:
ciò che fanno meglio non prova pertanto che siano dotati di spirito, poiché allora ne sarebbero
dotati più di noi e anche in tutto il resto farebbero meglio.
Dopo queste cose, avevo descritto l’anima ragionevole e avevo mostrato che non la si può in alcun
modo far derivare dalla potenza della materia, come le altre cose di cui avevo parlato; essa deve
essere espressamente creata e non basta che sia posta nel corpo umano, come un nocchiero sulla
propria imbarcazione, giusto per muoverne le membra ma è necessario che essa sia congiunta e
unita più strettamente col corpo per poter avere, oltre a ciò, sentimenti e appetiti simili ai nostri, e
in tal modo costituire un uomo reale. Del resto, mi sono qui dilungato un po' sul tema dell’anima,
poiché è di estrema importanza: dopo quello di quanti negano Dio, non c’è infatti nessun errore
che distolga gli spiriti deboli dalla retta via della virtù più che immaginare che l’anima degli animali
sia della stessa natura della nostra e di conseguenza che noi non abbiamo nulla da temere né da
sperare dopo questa vita.

PARTE SESTA
Tre anni fa conclusi il trattato che contiene tutte queste cose, e mi accingevo a rivederlo per
poterlo consegnare a un editore. Ciò mi fece temere che tra le mie teorie se ne potesse trovare
qualcuna sbagliata, nonostante l’estrema cura che ho sempre avuto nel non accettarne nessuna
nuova, della quale non abbia dimostrazioni del tutto certe, e di non metterne per iscritto nessuna
che possa essere dannosa per qualcuno. Questo è stato sufficiente per indurmi a ritornare sulla
mia decisione di pubblicare.
Non ho mai dato grande importanza alle idee nate dalla mia intelligenza; e fintanto che non ebbi
raccolto altro frutto del metodo di cui mi servo se non quello di sentirmi soddisfatto di trattare
qualche problema concernente le scienze speculative o di cercare di conformare i miei costumi ai
principi che esso mi indica, non mi sono ritenuto affatto obbligato a scriverne.
Non appena ebbi acquistato alcune idee generali concernenti la fisica e, cominciando a
sperimentarle nei diversi problemi particolari, ebbi osservato fin dove esse possano condurre e
quanto differiscano dai principi cui si è fatto ricorso fino a oggi. Esse mi hanno mostrato che è
possibile giungere a conoscenze molto utili alla vita e che, invece di quella filosofia speculativa, che
si insegna nei collegi, se ne può trovare una pratica, grazie alla quale potremmo impiegare i corpi
per tutti gli usi adeguati, divenendo così quasi i padroni e proprietari della natura.
Avendo l’intenzione di dedicare tutta la mia vita alla ricerca di una scienza tanto necessaria, e
siccome mi ero imbattuto in una strada che mi pareva dovesse condurre infallibilmente a trovarla,
a meno di non esserne impediti dalla brevità della vita o dalla scarsità di esperienze, ritenevo che
non esistesse rimedio migliore contro questi due impedimenti che comunicare al pubblico tutto il
poco che avevo scoperto e invitare tutti gl’ingegni più validi.
A proposito delle esperienze, osservavo anche che esse sono tanto più necessarie quanto più la
conoscenza progredisce; all’inizio, infatti, è meglio ricorrere solo a quelle che si presentano da sé
ai nostri sensi e che non si possono ignorare, piuttosto che cercarne altre più rare e complicate: la
ragione di ciò sta nel fatto che, quando ancora non si conoscono le cause di quelle più comuni,
quelle più rare spesso risultano ingannevoli e che le circostanze da cui queste dipendono sono
quasi sempre così particolari e minime, che è molto difficile notarle. Tuttavia l’ordine che ho
seguito fin qui è il seguente:
1) Ho cercato di scoprire in generale i principi, o cause prime, di tutto ciò che esiste o che può
esistere in questo mondo, senza ipotizzare nulla a tale scopo, se non Dio, che l’ha creato, né
dedurli da nient’altro se non da certi semi di verità che si trovano naturalmente nelle nostre
anime;
2) Ho poi esaminato quali fossero i primi e più abituali effetti che si potevano dedurre da tali
cause; e per questa via, mi sembra di aver trovato cieli, astri, una terra, e inoltre, sulla terra,
acqua, aria, fuoco, e altre cose, e, quindi, le più facili da conoscere;
3) In seguito, quando ho voluto discendere alle cose più particolari, se ne sono presentate a me
tante e così diverse che ho creduto che fosse impossibile per lo spirito umano distinguere le forme
e i tipi di corpi che si trovano sulla terra da un’infinità di altri che potrebbero esistere, se soltanto
Dio avesse voluto introdurli, e, di conseguenza, che fosse impossibile renderli utili per noi, se non
risalendo alle cause dagli effetti e ricorrendo a molte esperienze particolari;
4) Dopodiché, avendo ripercorso mentalmente tutti gli oggetti che si siano mai presentati ai miei
sensi, oso dire che non ho riscontrato alcuna cosa che non possa esser spiegata abbastanza
agevolmente in base ai principi da me scoperti. Debbo altresì riconoscere che la potenza della
natura è così ampia e vasta, e questi principi sono così semplici e generali, che non osservo quasi
più nessun effetto particolare senza che mi accorga subito che può essere dedotto da quelli in
molti modi diversi.

Mi sembra di essere ormai giunto al punto di vedere abbastanza bene cosa si deve fare per
compiere la maggior parte di quegli esperimenti che possono servire a tale scopo; mi rendo anche
conto però che essi sono di natura tale, e tanto numerosi, che per compierli tutti non potrebbero
bastare né le mie mani è le mie rendite. Con il trattato che avevo scritto, mi ripromettevo di far
conoscere queste cose e di mostrare tanto chiaramente l’utilità che il pubblico può trarre da tali
esperimenti da costringere tutti coloro che desiderano in generale il bene degli uomini.
In seguito, però, ho avuto altri motivi che mi hanno fatto cambiare opinione e ritenere di dover
comunque continuare a scrivere tutte quelle cose che reputavo di qualche importanza, a mano a
mano che ne scoprivo la verità, e di farlo con la stessa cura che se avessi voluto darle alle stampe.

Non nascondo che il poco che ho imparato fino a oggi è, in realtà, quasi nulla in confronto a ciò
che ignoro e che non dispero di poter imparare: coloro infatti che scoprono a poco a poco la verità
si trovano all’incirca nella stessa condizione di coloro che, avendo cominciato ad arricchirsi, fanno
meno fatica a realizzare grandi guadagni di quanta ne facessero, in precedenza, quando erano più
poveri, per realizzare guadagni molto inferiori.
Per quanto mi concerne, se finora ho trovato qualche verità nelle scienze, posso dire che esse
sono solamente conseguenze e corollari di cinque o sei problemi che ho superato, e che considero
come altrettante battaglie in cui la fortuna è stata dalla mia parte: non avrò anzi timore di dire che
ritengo ormai di doverne vincere ancora solo due o tre per attuare interamente i miei piani.
Tuttavia prevedo che sarei spesso distratto dalle polemiche che farebbero sorgere. Si può dire che
queste polemiche sarebbero utili sia per farmi conoscere i miei errori sia perché, se io presentassi
qualcosa di valido, gli altri avrebbero uno strumento di comprensione in più. Ma sebbene
riconosca di essere estremamente esposto all’errore e non mi fidi quasi mai delle prime idee che
mi vengono, tuttavia l’esperienza che ho delle obiezioni che mi possono muovere m’impedisce di
sperare di trarne alcun profitto.
Quanto all’utilità che gli altri trarrebbero dalla comunicazione dei miei pensieri, essa non potrebbe
essere molto grande, tanto più che non li ho ancora approfonditi a tal punto che non ci sia bisogno
di aggiungervi ancora molte cose prima di metterli in pratica.
E penso di poter dire senza vanità che, se c’è qualcuno capace di farlo, questo sono io più di
chiunque altro. Approfitto dell’occasione per pregare qui i posteri di non credere mai che le cose
che verranno loro riferite provengano da me, se non le avrò rese pubbliche io stesso; e non mi
stupisco affatto delle stravaganze che vengono attribuite a tutti quegli antichi filosofi di cui non
possediamo gli scritti. Si vede, infatti, che non è successo quasi mai che qualcuno dei loro
sostenitori li abbia superati; e seguono Aristotele si reputerebbero fortunati se avessero una
conoscenza della natura pari a quella ch’egli ne ebbe, perfino a condizione di non poterne mai
raggiungere una superiore. Costoro sono come l’edera, che non cerca di salire più in alto degli
alberi che la sostengono, e spesso, anzi, ricade dopo averne raggiunto la cima; mi pare, infatti, che
ridiscendano coloro che, non contenti di sapere tutto ciò che è stato spiegato dal loro autore in
maniera comprensibile, pretendono, oltre a ciò, di trovare in lui la soluzione di molti problemi sui
quali egli non ha detto niente, e ai quali non può aver mai pensato. Tuttavia il modo di praticare la
filosofia di costoro è assai comodo per quanti sono dotati solo d’intelligenze mediocri; l’oscurità
delle distinzioni e dei principi di cui si servono permette loro, infatti, di parlare di qualunque cosa
con tanta protervia, come se la conoscessero, e di sostenere contro chi è più acuto e abile tutto ciò
ce essi affermano, senza che ci sia la possibilità di convincerli. Posso dire che costoro hanno tutto
l’interesse ch’io mi astenga dal pubblicare i principi della filosofia della quale mi servo; essendo tali
principi molto semplici ed evidenti, se li pubblicassi, sarebbe quasi come aprire una finestra e fare
entrare la luce in quella cantina in cui essi sono scesi per battersi.
Perfino i migliori ingegni non hanno motivo di desiderare di conoscerli, poiché, se essi vogliono
saper parlare di tutto e acquistare la fama di dotti, ci riusciranno con maggiore facilità
accontentandosi della verosimiglianza, che si può trovare senza grande fatica in tutte le materie,
piuttosto che cercando la verità, che può essere scoperta a poco a poco, per gradi, solo in alcune e
che, quando si tratta di parlare delle altre, ci costringe a confessare onestamente la nostra
ignoranza. Se invece preferiscono la conoscenza di una parte di verità alla vanità di aver l’aria di
non ignorare nulla e vogliono seguire un progetto simile al mio, per farlo non hanno bisogno ch’io
dica loro niente di più rispetto a quanto ho già detto in questo discorso: se infatti sono capaci di
sopravanzare ciò che ho fatto io, lo saranno pure, a maggior ragione, di scoprire da se stessi tutto
ciò che penso di aver scoperto. E’ certo che ciò che ancora mi rimane da scoprire è in sé più
difficile e nascosto rispetto alle cose nelle quali mi sono potuto imbattere fino ad oggi.
Per quanto mi concerne, sono convinto che, se mi fossero state insegnate tutte le verità di cui ho
poi cercato la dimostrazione e non avessi faticato per apprenderle, forse non ne avrei mai
imparate atre, o, quanto meno, non avrei mai acquisito l’abitudine e la facilità di trovarne sempre
di nuove.

-> Quanto ai volenterosi, che, per curiosità o desiderio d’imparare, dovessero magari offrirsi di
aiutarlo, costoro vorrebbero immancabilmente essere poi pagati con la spiegazione di qualche
problema, o almeno con convenevoli e chiacchiere inutili, che potrebbero solo costargli tanto del
suo tempo che per lui finirebbe per essere un cattivo affare.
-> Quanto invece agli esperimenti già compiuti da altri, anche se costoro volessero comunicarglieli,
essi sono nella maggior parte die casi costituiti da tante circostanze o elementi superflui, che per
lui sarebbe assai arduo decifrarne la verità; senza contare cheli troverebbe tutti spiegati sempre
così male, o perfino così errati, che se ce ne fossero alcuni utili per lui, neppure questi varrebbero
il tempo ch’egli dovrebbe perdere per sceglierli.
Pertanto, se esistesse al mondo qualcuno di cui si fosse sicuri che è in grado di scoprire le cose più
importanti e più utili per il pubblico, e, per questo motivo, gli altri si sforzassero con tutti i mezzi di
aiutarlo a portare a termine i suoi progetti, non vedo cos’altro potrebbero fare per lui, se non
contribuire alle spese per gli esperimenti di cui costui avrebbe bisogno, e, per il resto, impedire
che egli venga privato della sua tranquillità dall’importunità degli altri.
Sommate insieme, tutte queste considerazioni costituirono il motivo per cui, tre anni fa, non volli
divulgare il trattato che avevo tra le mani, e per cui, anzi, mi risolsi a non mostrarne, durante tutta
la mia vita, nessun altro che fossi così generale, né dal quale si potessero arguire i fondamenti
della mia fisica. Ma, in seguito, altri due motivi mi hanno di nuovo costretto a inserire qui alcuni
saggi particolari e a rendere parzialmente conto al pubblico delle mie azioni e dei miei progetti.
1) Se non lo facessi, molti, che sono a conoscenza della mia precedente intenzione di dare alle
stampe qualche scritto, potrebbero supporre che le cause per cui me ne astengo siano meno
onorevoli per me di quel che sono;
2) Osservando ogni giorno di più i ritardi che subisce il mio progetto d’istruirmi, a causa di
un’infinità di esperimenti di cui ho bisogno e che sono impossibili da compiere senza l’aiuto di altri,
benché non mi illuda al punto da sperare che il pubblico si occupi molto dei miei interessi, non
voglio tuttavia nemmeno mancare tanto nei miei stessi confronti da dare adito a chi verrà dopo di
me di rinfacciarmi, un giorno, che avrei potuto lasciare molte cose molto migliori di quanto avrò
fatto.
Ho pensato che mi sarebbe stato facile scegliere alcuni argomenti che, non essendo molto
controversi e senza costringermi a rivelare i miei principi più di quanto non desideri fare,
permettessero di mostrare abbastanza chiaramente ciò che, nelle scienze, io posso o non posso.
Quanto a questo, non saprei dire se ci sia riuscito, e non voglio anticipare i giudizi di nessuno,
parlando io stesso dei miei scritti.
Se alcuni argomenti di cui ho parlato all’inizio della “Diottrica” e delle “Meteore” in un primo
momento sconcertano, perché li chiamo ipotesi e sembra ch’io non abbia l’intenzione di provarli,
si abbia la pazienza di leggere tutto il testo con attenzione e spero che allora si resterà soddisfatti:
mi pare, infatti, che le ragioni si susseguano in modo tale che, come le ultime vengono dimostrare
dalle prime che ne sono le cause, queste lo siano reciprocamente dalle ultime, che ne sono gli
effetti. E non bisogna pensare che così facendo io cada nell’errore che i logici chiamano circolo
vizioso: infatti, siccome l’esperienza rende la maggior parte di tali effetti molto certi, le cause da
cui li deduco non servono tanto a provarli quanto a spiegarli; laddove, viceversa, sono queste che
risultano provate da quelli. E le ho chiamate ipotesi solamente perché si sappia che penso di
poterle dedurre da quelle prime verità che ho spiegato in precedenza; ma deliberatamente non
l’ho voluto fare per impedire che certuni possano, da ciò, cogliere il pretesto per costruire qualche
stravagante filosofia basata su principi che si potrebbe ritenere miei, e dei quali poi venga
attribuita a me la responsabilità. Quanto alle opinioni interamente mie, non le giustifico perché
sono nuove, dato che, se si considerano bene le ragioni, sono convinto che le si troverà così
semplici e conformi al senso comune da sembrare meno straordinarie e strane di qualunque altra
si possa avere sul medesimo argomento.
Se gli artigiani non possono eseguire immediatamente l’invenzione che viene illustrata nella
Diottrica, non credo che si possa dire per questo ch’essa sia erronea; infatti, siccome sono
necessarie abilità e abitudine per costruire e assemblare le macchine da me descritte senza che vi
manchi alcun elemento, se costoro ci riuscissero al primo tentativo troverei la cosa sorprendente
non meno che vedere qualcuno in grado di imparare a suonare il liuto alla perfezione in un sol
giorno solo perché gli è stata data una buona partitura.
Non voglio qui parlare in particolare dei progressi che in futuro speso di fare nelle scienze, né
impegnarmi nei confronti del pubblico con nessuna promessa che non sia sicuro di mantenere;
dirò soltanto che ho deciso di impiegare il tempo che mi rimane da vivere unicamente nello sforo
di acquisire una certa conoscenza della natura, tale che se ne possano trarre regole per la
medicina più sicure di quelle note fino a oggi, e che questa mia intenzione mi distoglie da
qualunque altro progetto tanto che se qualche circostanza mi costringesse a dedicarmi a tali
progetti, non credo che potrei riuscirci. Sono consapevole che questa dichiarazione non può
contribuire a rendermi autorevole e stimato agli occhi del mondo, ma io non ho nessuna voglia di
esserlo, e mi riterrò sempre maggiormente in debito nei confronti di coloro grazie al cui favore
godrò senza intralci della mia tranquillità di quanto potrò mai esserlo nei confronti di chi mi
offrisse le cariche più prestigiose della terra.

OSSERVAZION PROF.
 Spostamento dall’oggetto al soggetto, che verrà sancito da Kant. Continuità nella
differenza, Kant per molti aspetti è anti-cartesiano, eppure da Cartesio prende questo
passaggio.
 Il rapporto fra esperienza e principi stabiliti dalla ragione. C’è un crack nell’impostazione
precedente del metodo deduttivo. Irrompe l’esperienza. L’attualità di questo discorso, cioè
che comunque nonostante il recupero dell’esperienza rimane un metodo deduttivo forte,
la possiamo notare considerando una delle pietre miliari = la critica di Quine al mito
dell’esperienza/verificazione empirica delle teorie. Quine distrugge questo mito
recuperando proprio Cartesio, la teoria fa da padrone anche nell’impostazione
dell’esperienza, principio di sotto-determinazione delle teorie -> le teorie non possono
pezzo per pezzo confortate o azzerate, in base all’esperienza. Quine sta dicendo che
qualunque cosa facciamo, partiamo da un contesto razionale, non empirico. Cartesio come
pilastro.