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LA POLPA, UN CORTO DIVERSO E LA 16° CITTA’ DEL SUD.

di Giuseppe Lavia

Qualche anno fa il territorio di Corigliano Rossano e della Sibaritide furono definiti “la polpa della Calabria”.
Una definizione infelice, ma di una verità evidente. La polpa è la parte carnosa e molle, succosa di un frutto. Un frutto da spremere, come
è stato spremuto questo territorio da sempre.
La nascita di Corigliano-Rossano è probabilmente figlia di una reazione profonda a tutti coloro che hanno spremuto il territorio. Una
reazione che ora sta perdendo vigore e forza, perché’ non c’è dubbio alcuno che il governo di un territorio sia compito non semplice,
sempre, ancor di più in una fusione, fra egoismi di bottega, nel pieno di una emergenza pandemica.
Il potenziale di questo territorio è legato allo sviluppo della Calabria e della Calabria nel Mezzogiorno, ad un piano di investimenti che in
questi anni di “eclissi dell’intervento pubblico al Sud” è mancato.
Credo siano utili alcune riflessioni sulla “narrazione”, sullo storytelling del Comune di Corigliano Rossano, sul suo “corto promozionale”.
Credo siano utili alcuni dati di contesto.
La città ha un reddito medio di 12.576 euro, Trebisacce 15.000, Cosenza 20.000.
Il tasso di occupazione, in base ai dati Infodata del Sole 24 ore, è in linea con la media nazionale, attorno al 60%, maggiore del valore
medio calabrese, con Cosenza che sta 10 punti percentuali sotto.
A Corigliano Rossano risultato iscritti negli elenchi dei lavoratori agricoli 12.500 addetti. Un numero molto alto, che riflette ancora il
fenomeno del falso lavoro in agricoltura, cui fa da contraltare un numero ridotto di giornate agricole pro capite.
Corigliano-Rossano ha ad oggi circa 2.5000 percettori di reddito di cittadinanza.
C’è un problema di lavoro nero e grigio, di lavoro che manca, ma soprattutto un problema di lavoro povero che si lega ad un tessuto
economico e produttivo troppo dipendente da una agricoltura che si sta forzando di diventare più competitiva, ma che fa i conti con la
“crisi agrumicola”.

L’economia di una comunità e di un territorio che vuole costruire futuro passa dalla capacità di trasformare le opportunità in punti di
forza. Le opportunità di Corigliano Rossano e di una area vasta della Sibaritide stanno in alcuni numeri.
Nella consapevolezza che una crisi post-covid potrà minare le poche certezze, alcune considerazioni dovute.
La nostra narrazione parla di uno sviluppo affidato ad alcuni settori trainanti. Agricoltura e turismo, in parte pesca, come vocazione di un
territorio. Una narrazione che merita alcuni chiarimenti e sulla quale credo dovremmo riflettere. Andando forse oltre.
Intanto i numeri delle nostre vocazioni.
Sul versante del turismo e della ricettività, Corigliano-Rossano e’ insieme a Cassano allo Ionio il primo comune calabrese per posti letto.
13.000 circa per entrambi al 2017. Insieme a Cassano 26.000 posti letto, sui 188.000 della Calabria, il 14% del totale calabrese.
Il dato negativo è quello relativo all’indice di utilizzazione lorda, che misura il rapporto fra le presenze e il numero delle giornate letto
potenziali. Per semplificare, il livello di occupazione dei posti letto è la metà di quello di Pizzo, lontano dai valori di Isola Capo Rizzuto.
Un potenziale inespresso, un urgente necessità di destagionalizzare ed allungare il calendario delle presenze.
Insieme ad una urgente necessità di promuovere il lavoro dignitoso in un comparto che vede ancora troppe aree “grigie”, troppe paghe
da fame ed orari infiniti. Molti lavoratori stagionali del turismo hanno guadagnato molto di più con i bonus Covid che in una intera
stagione.
Una considerazione che vale, al netto di ogni ragionamento sul livello di qualificazione professionale del personale

Sul versante dell’agricoltura, la terra delle clementine narrata anche da Muccino vive un momento di crisi. Riassumibile anche qui in
numeri. Dai 60 centesimi a kilo ai 25 centesimi al kilo di questi anni. Quest’anno per cause climatiche il 40% della produzione è persa.
E’ evidente che la ridotta superficie delle aziende agricole (sau) resta un limite, che la polverizzazione della proprietà ostacola la
modernizzazione e la diversificazione della varietà colturali per allungare il calendario. E’ evidente che, nel complesso, le importanti
produzioni di agrumi e di olio risentono di una crisi dei consumi e della competizione internazionale.
Ma è altrettanto evidente, che il cibo per essere buono deve essere giusto. Deve rispettare i diritti dei lavoratori insieme al diritto alla
remunerazione delle attività di impresa, schiacciata da una grande distribuzione organizzata che troppo spesso impone prezzi non
sostenibili. E sappiamo che spesso il nostro cibo non è “giusto” ne’ per i lavoratori ne’ per le imprese.
E’ stato svolto un lavoro importante in questi anni, sulle nuove varietà culturali e sulla cooperazione produttiva, con Organizzazioni dei
produttori che sanno fare il loro lavoro. C’è un tessuto imprenditoriale importante, ma resta ancora tanto da fare, per modernizzare il
comparto. C’è una vocazione agricola e turistica della città, ma serve un passo in avanti e pure uno di lato.
Serve sostenere la nascita di “attività industriali”, per come le intende lo Svimez- di trasformazione e di servizi avanzati, con particolare
riferimento all’agro-alimentare e ai settori dell’innovazione tecnologica e delle start up innovative, dell’economia circolare e green.
In sostanza da distretto agricolo di qualità la Sibaritide deve ambire a diventare anche distretto agro-industriale di qualità
Un passo avanti, ma anche uno di lato.
Green economy ed economia circolare sono i pilastri del Piano Next Generation.
Una opportunità sul versante dell’economia circolare, può essere offerta dall’eco-distretto, la cui realizzazione è prevista e finanziata,
nell’area urbana di Rossano. Un eco distretto, inteso come piattaforma avanzata e sostenibile di recupero e riciclo, che non prevede
discarica di servizio ed utile a trasformare i rifiuti in risorsa. Registriamo ritardi e silenzi. Se ci sono criticità tecniche sul progetto si
apportino le modifiche necessarie. Ma per un eco distretto occorre una raccolta differenziata spinta che non c’è ancora e che si attende,
in una Regione dove oltre la metà dei rifiuti prodotti va in quelle discariche che prendono fuoco, mentre in Italia va in discarica poco più
del 20% dei rifiuti. Un progetto, quello dell’eco distretto, finanziato con oltre 20 milioni, per il quale occorre individuare una discarica di
servizio in altro comune, perché Bucita ha già dato fra profilature ed abbanchi.
E nelle opportunità, c’è certamente il Porto. Un porto di seconda classe con due darsene ed una profondità dei fondali 12 metri.
Per anni si è parlato, anche troppo di uno sviluppo a portata di mano. Ma non è così. Una struttura importante per dimensioni che
continua ad essere caratterizzata da un sottodimensionamento nell’utilizzo e da forti gap infrastrutturali e di servizi.
Dopo anni di buio si sono accessi i riflettori. Anche grazie al lavoro dell’A.C. che ha promosso il dialogo fra istituzioni-deputazione
nazionale e regionale- autorità portuale-parti sociali. Perché il metodo serve al merito.
Il nostro posto è dentro il sistema portuale calabrese, dentro l’autorità portuale di Gioia Tauro. L’autorità portuale ha avviato il rilancio di
Gioia Tauro come hub, deve occuparsi ora degli altri porti, in primis del Porto di Corigliano-Rossano. Occorre realizzare gli interventi
previsti nel piano operativo triennale dell’autorità portuale che ha in cassa 74 milioni, di cui 12 per il progetto del terminal crocieristico,
arenatosi fra burocrazia e Piani regolatori portuali mai adottati. Un terminal crocieristico che potrebbe aiutare l’inserimento nel circuito
crocieristico nazionale, che era ripreso nei mesi scorsi con l’arrivo della Costa Deliziosa, grazie alla intraprendenza di un operatore
turistico.
Solo ora si stanno per concludere le procedure di incameramento dell’area portuale, senza la cui conclusione parlare di alaggio e varo e
di cantieristica di servizio, al servizio della vocazione peschereccia, come fatto da tutti in questi anni, è stato ed è pure esercizio retorico.
Per rilanciare la funzione commerciale, ora limitata ad un po’ di rifuso e ai ferri vecchi, si è sempre sostenuto che si doveva guardare al
traffico ro-ro, valorizzando le potenzialità offerte dalla vocazione e dalle produzioni agricole dell’area.
Francamente credo che occorra fare discorsi seri. Non è tempo di improvvisare. Occorre uno studio sulle possibilità concretamente
esplorabili. Mentre altrove –Taranto- lavora bene sulla logistica agro-alimentare, qui solo qualche tonnellata di ferro vecchio.
E’ chiaro che questo porto abbia una vocazione peschereccia, per la presenza di una marineria fra le più importanti d’Italia, vittima di
regolamenti con restrizioni che vanno allentate, lavorando su una valutazione sugli stock ittici.
Un passo di lato, fra suggestioni destinate forse a restare tali come la Zes, scomparsa nella pandemia, fra vecchi e nuovi
commissari.
Una zes calabrese che da Gioia Tauro arriva a Corigliano Rossano passando per Crotone, che avrebbe dovuto attrarre imprese,
attraverso agevolazioni economiche e burocratiche. Nella perimetrazione dell’area zes di Corigliano-Rossano ci sono 22 ha liberi
lottizzati, fra zona industriale e retro porto. Ma dopo qualche personale entusiasmo, complice la pandemia il buio.
Senza infrastrutture di servizio, di logistica, attrarre imprese è opera ardua, oggi più che mai in un contesto pandemico.
Serve fare di questo territorio un nodo intermodale, ma perché’ ciò avvenga occorrono reti materiali e digitali.
Con le risorse del Piano Next Generation ci sia il completamento della S.S.106, l’intermodalita’ portuale e in attesa che il completamento
della elettrificazione ferroviaria superi la burocrazie e le resistenze interessate, una vera alta velocità ferroviaria. Ma a quanto pare il
Governo è sordo rispetto a questo istanze.
La nostra deputazione parlamentare mai così numerosa si metta di traverso fino a quando non si porterà a casa qualcosa. Piuttosto che
fare le barricate per dire no al Mes sanitario, le faccia per il territorio.
Servono passi in avanti.
Per l’area della centrale Enel di Rossano. Una area baricentrica di 70 ettari, una centrale in disuso. Una crisi industriale. Quello che
non serve è un impianto per produrre qualche kilowatt di energia con il ciclo combinato. Per prendere tempo e magari qualche incentivo.
Dopo il fallimento di Futur E quello che non serve è che oltre al danno ci sia la beffa. Si apra una interlocuzione con tutti gli attori
istituzionali. Aperta e trasparente. Altrove si riutilizzano siti a fini produttivi, coinvolgendo partner importanti. A Napoli su una area
dismessa sorgerà il Polo dell’AGRI TECH. Se c’è un progetto lo si esponga. Un progetto solido, serio. Altrimenti via tutto. Quello che non
serve è prendere tempo sul cronoprogramma delle demolizioni.
Si smantelli e si bonifichi se necessario. Subito e con un specifico CIS, un contratto istituzionale di investimento, si realizzi su quell’area
un centro di servizi per la città ed il territorio. Si faccia di questa area il cuore pulsante della Sibaritide. Si allochino i servizi di area vasta.
Accarezzando il sogno di far rinascere un tribunale soppresso dalle ciminiere in quelle strutture già pronte o quasi.
E poi si guardi al futuro, ad innovazione e digitale. Alla banda larga, un nuovo diritto sociale, un bisogno da soddisfare.
Il tema dello smart working e del south working, del lavoro da remoto da sud è un tema da approfondire.
Io credo che si possa provare a fare qualcosa.
Corigliano-Rossano potrebbe provare a fare qualcosa. Uno spazio pubblico per il coworking da infrastrutturare digitalmente.
Quello che serve ora è sbloccare gli investimenti stanziati per la città, con gare da bandire e cantieri da aprire.
Dai 24 milioni per il Progetto “Ingegnerizzazione delle reti idriche urbane e lavori di manutenzione straordinaria funzionali alla riduzione
delle perdite” che ha Sorical come soggetto attuatore, ai 4 milioni per gli interventi di caratterizzazione e bonifica dell'ex discarica in
località Cotriche area urbana di Corigliano, ai 4 milioni FSC per la “Realizzazione Collegamento Stabile Agglomerato Schiavonea –
Porto” con il CORAP come soggetto attuatore, al 1,8 milioni del PON Legalita’ per il recupero di Immobili pubblici per finalità di inclusione
sociale. E soprattutto le importanti risorse per il progetto relativo al “Completamento e ottimizzazione dello schema depurativo
dell’agglomerato di Rossano - Corigliano” - Delibera CIPE n. 60/2012”.
Quello che non serve alla città è il rancore, la divisione, chi soffia sulla insoddisfazione per improbabili ritorni al passato. Quello che serve
è l’umiltà di chi deve capire che non è il primo uomo ad accendere il fuoco. Quello che serve alla città è l’intelligenza collettiva. Sono le
energie e le competenze che questa città esprime. Quello che serve è un piano strategico per ripartire. Quello che serve è una politica
che promuova questi processi, che acceleri nella cantierizzazione della spesa delle importanti risorse disponibili. Per dare nuova forza al
progetto della fusione.
Quello che serve è forse una narrazione che vada oltre. Un “corto promozionale diverso”. Non da Muccino. Più che da terza città della
Calabria da sedicesima città del Sud che deve provare ad essere anche altro.

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