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I nomi dell’estetica

Bello

La storia del termine “bello” potrebbe identificarsi con la storia stessa dell’estetica: certo non si
sovrapporrebbe a essa ma costituirebbe il suo principale asse di riferimento. La bellezza è infatti il termine
“comparativo” intorno al quale si moltiplicano le cosiddette categorie estetiche. E’ la categoria centrale, a cui
sin dall’antichità si affianca la grazia e alla quale, nei tempi moderni, si contrappone il sublime o il brutto. A
questa centralità teorica della bellezza si accompagna una vastità semantica che può essere raccolta intorno ad
alcuni nuclei unitari, ma che si disperde nei vari secoli mutando gli accenti e i caratteri di riferimento
oggettuale.

1. Alcuni grandi paradigmi interpretativi

- Approccio platonico (o platonizzante): ​bello come armonia​, legato con i concetti, ben presenti nel
Rinascimento italiano, di ​convenienza​ o p
​ roporzione​.

-Socrate: rapporto fra ​bello e utile,​ che può condurre sia al funzionalismo sia a un finalismo, naturalistico o
teologico, di cui la bellezza sarebbe il simbolo.

-Connessione ​bello e bene​, cioè il piano della morale. Anch’esso radicato in Platone, si ritrova nel Settecento
inglese Shaftesbury, Kant.

-​Bello legato al ​piacere,​ cioè al piano sensibile della sua ricezione soggettiva: piacere che può avere diversi
gradi, originando con ciò molteplici prospettive teoriche.

2. Il bello tra soggetto e oggetto

Prima di analizzare queste posizioni, va sottolineata un’istanza teorica che corre attraverso l’intera storia del
concetto. In essa vive infatti una scissione definitoria tra:

-una ​bellezza oggettiva,​ ritenuta proprietà, qualità (ideale o reale) delle cose

-una ​bellezza soggettiva,​ riferita al piacere che suscita, al gusto dei soggetti o allo scopo che deve soddisfare.

Tra i due estremi presenti sin dall’antichità classica, che si potrebbero esemplificare rispettivamente cn le
posizioni di Platone e dei sofisti, si stabiliscono i punti di vista mediatori, presenti a partire del Settecento,
nell’estetica moderna.

E’ evidente la centralità del pensiero di ​Platone​, per il quale il bello non è un oggetto prodotto, non è cioè il
risultato né di una ​techné​, di un lavoro manuale, né di una p ​ oίesis, cioè di un’invenzione: non è quindi né il
frutto di un’operazione né l’origine di una poetica bensì ​il piano ideale del bene​. Cfr. ​Ippia maggiore​, dove si
cerca una definizione della bellezza, si giunge alla conclusione che essa è una idealità “reale”, che appartiene
all’essenza delle cose e non può essere limitata alla piacevolezza dei sensi di fronte alle apparenze sensibili. In
questo contesto filosofico Platone riprende le ​nozioni pitagoriche e connette ​al bello l’ordine, l’armonia e la
simmetria in quanto qualità sovrasensibili, che sfuggono alla materialità per avvicinarsi all’idea di bene. E
infatti, sia pur per motivi diversi, né l’arte (imitativa, e di conseguenza più lontana dal mondo ideale) né la
poesia (manifestazione diretta del divino) si accompagnano al bello.

Platone si oppone alla tradizione sofistica: per esempio al ​Gorgia dell’​Encomio ​di Elena​, che vedeva la bellezza
come un attributo retorico del discorso, capace di costruire illusioni. Ma si allontana anche da ​Socrate​, in cui la
pitagorica armonia era accompagnata da una forza demoniaca soggettiva. E’ invece ​Aristotele a richiamarsi a
queste tradizioni quando, nella ​Retorica​, parla della bellezza al tempo stesso come un valore che genera
piacere e come una forma oggettiva determinata dall’ordine, dalla misura e dalla simmetria.

Si può affermare che la visione greca della bellezza ondeggia tra la ​simmetria,​ d’origine pitagorico-platonica, e
un più duttile ​decorum,​ che avvicina il bello al piacere, alla morale pratica o all’utilità. Tra questi ondeggiamenti
si delineano due posizioni destinate a segnare l’intera storia del concetto.

-​De achitectura di ​Vitruvio​(I sec. a.C.). In questo trattato, l’autore, estendendo la bellezza alle costruzioni e
applicando il termine all’ambito degli edifici, ne istituzionalizza le proprietà, che riassume in solidità, utilità e
bellezza.

-​Plotino​(205-270) elabora una teoria della bellezza che, pur riferendosi ad un modello sovrasensibile, ha un
originario legame con la sensibilità e la visibilità. Nelle ​Enneadi sviluppa una teoria ascensionale della bellezza,
radicata in primo luogo nelle cose sensibili ma tendente, grazie ad una forza erotica, verso un principio
assoluto. E’ attraverso Plotino che l’idea di bello presente nella cultura greca incontra il mondo cristiano.
Importante anche la mediazione di ​sant’Agostino​, che recupera la concezione oggettivista di stampo platonico,
con le sue qualità di armonia e misura, a loro volta radicate in una bellezza spirituale che ha in Dio il suo vertice.
(carattere spirituale del bello).

-​Tommaso d’Aquino​(1225-1274) è sicuramento orientato verso l’altro lato della definizione di bello. Egli parla
della bellezza a partire dalla formula “pulchra sunt quae visa placent”, in cui il termine ‘visione’ ha una
accezione ampia. Per Tommaso il bello si riferisce non alla causa finale, come il bene, bensì alla causa formale.
Entra così, in quanto immagine, in una dimensione conoscitiva, come proporzionalità che procura diletto ai
sensi, una ​delectatio che attraverso la vista e l’udito(cioè i sensi più vicini alla ragione) è suscitata dalle qualità
stesse dell’oggetto, cioè dalla ​proportio​, dalla ​claritas e dalla ​integritas​. Questa visione proporzionale della
bellezza, che ne riprende l’ordine simmetrico legandolo all’esperienza soggettiva, non è storicamente limitata
ad una dimensione teologica: è piuttosto il segno di un punto di vista aristotelico che persiste, proseguendo
anche nel Rinascimento italiano (es. Leonardo da Vinci).

3. ​Bellezza e arte

Il Rinascimento è un periodo in cui le divisioni che avevano attraversato il Medioevo, in cui Platone e Aristotele
erano variamente teologizzati, si ripropongono su un nuovo piano di secolarizzazione, toccando le relazioni tra
esperienza e la ragione o tra l’uomo e la natura.

La misura e la proporzione, mediati dalla raffigurazione del corpo umano, sono infatti il “modello” per la
pittura, la scultura o l’architettura. Allo stesso modo, la centralità della vista in quanto senso incorporeo e
spirituale, che ​Ficino riprende dalla tradizione platonica, viene applicata alla bellezza dell’arte e utilizzata per
porre un’analogia tra Dio, artista divino, e colui che crea le forme che si offrono alla visibilità. Il bello si situa
nell’arte visiva con uno statuto che ne complica i parametri di riferimento, ma che certo non ne tocca
l’originario contenuto ‘ideale’. Al contrario l’artista attraverso l’arte figurativa ha proprio lo scopo di afferrare la
bellezza ideale delle cose, non accontentandosi di riprodurre la realtà bensì ricercando un ‘disegno interno’,
cioè quell’idea che presiede alla costruzione stessa della bellezza artistica.

Punto di novità e sintesi dell’epoca rinascimentale: anche se in modo né sistematico né coerente, l’antica
nozione di bellezza, con tutte le tradizioni che l’avvolgono, incontra quella dell’ “arte”. Ed è proprio con le arti
figurative, più direttamente legate alla vista, che si ricerca l’idealità della bellezza, il senso del suo carattere
culturale e spirituale. L’arte non è più una degradazione dell’idea, come era nella Repubblica di Platone, bensì
una nobilitazione emblematica ed essenziale, che l’artista indirizza verso la bellezza, in un processo che
proseguirà poi nel Seicento. Processo che è parallelo alla ricerca di una facoltà in grado sia di “ricevere” sia di
“produrre” il bello.

-Il ​non so che​, ​l’acutezza,​ il ​wit,​ , il ​witz​, di cui parlano numerosi autori seicenteschi (da Bouhours a Tesauro, da
Graciàn a Locke) si trasformeranno nel gusto e nel genio, cioè nei termini che nel Settecento e nell’Ottocento
accompagneranno le riflessioni filosofiche, o poetiche, sulla bellezza.

4.​ ​La bellezza e l’estetica.​ Seicento e Settecento.

-Estetica razionalista, “cartesiana”: utilizza il metodo analitico per determinare, in modo chiaro e distinto, “i
caratteri reali e naturali della bellezza”

-Estetica empirista (Locke):connette la bellezza alla specificità esperienziale di un sentimento, legato alla
dimensione del piacere.

Cfr. fotocopie

5. ​Kant e il giudizio sul bello

La bellezza non è per Kant un campo che possa venire sottomesso a un giudizio scientifico bensì l’orizzonte
sentimentale di un giudizio di gusto soggettivo e disinteressato, distante dalla morale quanto dalla conoscenza,
con un’esclusiva finalità formale. Tuttavia, accanto all’analitica del bello, che lo riconduce a un sentimento
soggettivo, pur fondato sul piano trascendentale di un giudizio, Kant inserisce elementi che ne allargano il
significato. Non esiste infatti solo una ​bellezza libera e disinteressata (natura e suoi prodotti), ma anche una
bellezza “aderente​”, dove il piacere soggettivo è legato a un’idea di scopo. Vi è poi una ​bellezza artistica​:
bellezza che attraverso la nozione di genio, talento naturale che dà la regola all’arte, Kant riporta al mondo
della natura. L’attività del genio produce ciò che Kant chiama idee estetiche, dove il legame tra la sensibilità e la
ragione suscita di fronte all’opera non una sola rappresentazione, mimetica o definitoria, bensì molteplici
rappresentazioni, irriducibili a qualunque verbalizzazione normativa. Il bello è allora inserito in un contesto
complesso, al tempo stesso soggettivo, formale, naturalistico, teleologico, morale, artistico e geniale. Si
presenta dunque non come un territorio autonomo e autosufficiente, ma come uno “spazio soggettivo” in cui
liberamente si esercita la capacità di giudicare dei soggetti, funzione che ne rivela su un piano critico il
carattere simbolico e l’irriducibile specificità antropologica. Il fondamento trascendentale della bellezza sta nel
libero gioco delle nostre facoltà conoscitive​. Cfr. Libro di testo, Critica del Giudizio. Fotocopie, pp.546-547.
6. Il bello romantico

Il Romanticismo nega la possibilità di “definire” la bellezza: qualunque esigenza normativa è vista come
un’impropria volontà di razionalizzazione, che ne tradisce l’intrinseca verità.

Il bello è un ideale filosofico che viene inseguito allargando attraverso l’arte il tradizionale spettro espressivo
della filosofia.

La bellezza in ​Schiller si ammanta di spessori etici, in Goethe è l’immagine di un impulso costruttore che vuole
evidenziare la divinità dell’uomo stesso (​grazia​).

La verità e la bellezza, insegna ​Novalis​, coincidono: e coincidono sul piano di una natura attraversata dalla forza
geniale e produttiva del poeta.

Hegel chiude questa riflessione quando ​nell’Estetica definisce ​il bello come forma sensibile dell’Idea​. Il bello
può essere soltanto artistico poiché l’Idea incarna il suo contenuto spirituale in forme storico-sensibili,
articolandosi in uno sviluppo che passa attraverso forme simboliche, classiche e romantiche. Ed è proprio
nell’arte romantica che Hegel introduce il tema della morte dell’arte, segno estremo tra uno squilibrio tra il
contenuto spirituale dell’arte e le sue forme: squilibrio che conduce verso la banalizzazione dell’arte stessa,
ormai incapace di esibire la genesi spirituale della civiltà. Cfr. Libro di Testo, Hegel, Estetica

Così, sia il sublime di Kant, inquietante alter ego del bello, sia la morte hegeliana dell’arte, conducono la
bellezza di fronte a nuove scelte, in cui i suoi significati classici sono definitivamente ridiscussi, in cui, come in
Victor Hugo, si giunge a ipotizzare che siano la molteplicità delle forme brutte, e non l’armonia della bellezza, le
sole capaci di dire la complessità dell’arte.

L’estetica post hegeliana non tenta più una definizione generale del bello. Baudelaire, esaltando il senso
simbolico del bello, ne afferra anche la contingenza e di conseguenza la pluralità di modi e di categorie
attraverso le quali la sua forza può esplicitarsi.

La distruzione dell’idea classica di bello trova nel Novecento il suo compimento. Dadaismo, Surrealismo,
Espressionismo, Futurismo contestano la possibilità di una forma assoluta per il bello e negano che l’arte possa
trovare nella bellezza un principio di sintesi o di definizione.