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LE BOE

© 2019 Baldini&Castoldi s.r.l. - Milano


ISBN 978-88-9388-639-0

Prima edizione Baldini&Castoldi - La nave di Teseo ottobre 2019

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www.baldinicastoldi.it

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Sara Cardin
con Tiziana Pikler
Combatti!
Ho scelto di vincere

Prefazione di
Giovanni Malagò e Rodolfo Sganga
Dentro ho un fuoco che mi può
incenerire o far vincere.
Ho scelto di vincere
INDICE

Indice
Prefazione
Prefazione
Introduzione
Il Piave
L’incontro con il karate
La nazionale
La vittoria e la sconfitta
Il sogno
Il successo
L’ultimo ostacolo
Conclusione
Ringraziamenti
Appendice
PREFAZIONE

Lo sport è sempre stata la declinazione preferita del suo modo di essere. Una
vocazione, un richiamo irresistibile, il senso logico del percorso di vita. Lo
sapeva da sempre, Sara, che sarebbe diventata una campionessa. Ha costruito
un sogno allenando la passione, dando voce al talento, mettendo da parte i
giochi da bimba per tirare calci: al sacco e alle avversità. Grazie a quel
linguaggio speciale chiamato karate che ha sentito suo da subito, da cui ha
saputo mutuare tenacia e forza di volontà per poi traslarli nella quotidianità e
sul tatami, diventando una stella di prima grandezza nel firmamento
mondiale.
Oggi la Cardin è una ragazza che ha gioito, è caduta per colpa di un
infortunio ma è pronta a rialzarsi più forte che mai, per inseguire un traguardo
unico, intrecciato a 5 cerchi di gloria e di storia. Ha la consapevolezza di chi
sa come si vince e l’umiltà di chi vuole imparare ancora. Sa bene che il nostro
mondo è fatto di ostacoli e di obiettivi da raggiungere per farne nuovi punti di
partenza. È instancabile e severa con se stessa, le piace alzare l’asticella, è
legittimamente ambiziosa. La promozione della disciplina nel nostro Paese è
passata anche per i suoi successi e la sua immagine. Lo sguardo magnetico e
il sorriso ammaliante sono un marchio di fabbrica inconfondibile ma quando
si fa sul serio non c’è bellezza che conta se non quella, armonica, dei
movimenti che la portano al successo.
Non entro nel merito delle sue esperienze di vita e delle emozioni vissute,
perimetri troppo personali per essere oggetto di approfondimento, ma credo
che la voglia di lasciare il segno che si evince dalla carriera, dai successi
conseguiti e dalle gratificazioni ottenute rappresenti il miglior biglietto da
visita per coronare il percorso con nuove imprese. L’inserimento del karate
nel programma dei Giochi di Tokyo 2020 è un’occasione speciale, come
l’entusiasmo che l’accompagna, come il desiderio – che è una sfida costante
– di diventare, ogni giorno di più, un’atleta e una persona migliore. È la
missione di vita, una lezione che Sara ripete a memoria. Per scrivere altre
pagine indelebili da custodire nel suo scrigno segreto, regalando al nostro
mondo emozioni e trionfi da scolpire tra i ricordi più belli.
Giovanni Malagò
Presidente Comitato Olimpico Nazionale Italiano
PREFAZIONE

Montpellier (Francia), maggio 2016. Nella finale del Campionato Europeo


della categoria -55 kg. Sara Cardin affronta Anzhelika Terliuga. A
venticinque secondi dal termine di un incontro equilibrato, l’atleta ucraina
ipoteca il Titolo sorprendendo Sara con una tecnica di calcio al viso che vale
tre punti.
In quel momento, chiunque sarebbe crollato psicologicamente. Recuperare
uno svantaggio così netto nello scarso tempo rimanente è una impresa titanica
quando si confrontano atleti di quella levatura ...
Alla ripresa dell’incontro, Sara si impone tatticamente costringendo
l’avversaria in un angolo e inducendola a mettere un piede fuori dal perimetro
di gara a soli due secondi dalla fine. Una infrazione per la quale l’arbitro
infligge alla Terliuga un Hansoku Chui, l’avvertimento che rappresenta
l’anticamera dalla squalifica.
Mancano solamente due secondi al termine dell’incontro. Immagino che
anche ad un atleta particolarmente esperto, quel lasso di tempo possa apparire
eccessivamente breve per una rimonta.
Non la pensa così Sara che, alla ripresa dell’incontro si lancia come
un’aquila sulla preda, attaccando l’ucraina con una autentica raffica di
tecniche che la costringono ad arretrare fino a uscire nuovamente dal
quadrato di gara, esattamente allo scoccare del termine del tempo. Avreste
dovuto vedere lo sguardo attonito della Terliuga mentre l’arbitro decretava la
sua squalifica. Una espressione del viso che contrastava nettamente con
quella determinata e sicura di Sara, convinta che non è mai finita finché non è
veramente finita.
Sara Cardin vince di prepotenza quell’incontro che la porta per la quarta
volta sul tetto d’Europa, lottando fino all’ultima frazione di secondo.
Sara non è un’atleta, lei è l’atleta. Tenace, umile, coraggiosa, integra,
intelligente, determinata.
La tenacia di chi è determinato a tradurre un sogno in obiettivo da
conseguire con il lavoro duro e senza scorciatoie, di chi non si dà per vinto né
di fronte allo scadere degli ultimi secondi di un incontro, né di fronte ai mesi
di riabilitazione da affrontare per recuperare dalla rottura del legamento
crociato del ginocchio.
L’umiltà del vero campione che sale sul tatami a Shama, in Libano, a
seguire una lezione di Taekwondo insieme ad un assortito gruppetto di
principianti e segue con interesse e rispetto assoluto le spiegazioni del
maestro Coreano. Lei che usa i piedi meglio delle mani ...
Il coraggio di chi non esita a mettersi in discussione in ogni occasione
affrontando esperienze anche in ambienti ed attività esterne alla propria
“comfort zone”.
L’integrità di chi ha abbracciato i Valori sani dello sport e lo pratica con
passione nell’assoluta osservanza delle regole.
L’intelligenza di chi sa guardarsi dentro in maniera anche spietata e
imparare dai propri errori.
La determinazione di chi si pone obiettivi chiari e fa di tutto per
conseguirli, riuscendoci sempre: Campionessa del Mondo, pluricampionessa
d’Europa, venti titoli Italiani, Grand Winner della World Karate Federation
nel 2018.
E adesso questo libro. Qui emerge il lato umano, dove la Campionessa
mette a nudo le proprie debolezze, le proprie paure e i propri limiti con la
stessa implacabilità con la quale vince gli incontri al limite del tempo ... Da
leggere tutto d’un fiato, rappresenta un atto liberatorio, la vittoria definitiva
su un avversario che Sara ha dovuto affrontare ripetutamente prima di poterlo
sconfiggere. Il peggiore della peggiore delle avversarie con le quali si è
misurata nell’arco della sua carriera agonistica: sé stessa.
Dopo aver scoperto questi aspetti meno noti della Campionessa che tutti
conosciamo e che la rendono più vicina a tutti noi, è però d’obbligo una
raccomandazione: attenzione a quando la vedete a bordo tatami che si sistema
la coda di cavallo. Quello è l’interruttore che la mette in “modalità guerra” ...

Generale di Brigata Rodolfo Sganga


Comandante della Brigata Paracadutisti della «Folgore»
INTRODUZIONE

Apro gli occhi e mi guardo intorno. Sono seduta per terra con la schiena
poggiata al muro, le gambe strette al petto cinte dalle mie braccia, le dita
delle mani che si incrociano. Mi trovo in un corridoio, lungo e stretto, le
pareti sono spoglie e c’è solo una luce fioca a illuminare lo spazio davanti a
me. Ogni tanto irrompe qualcuno, a passo svelto, compare pochi secondi e un
attimo dopo è già lontano. Un addetto ai lavori, un allenatore, un medico, un
dirigente. Pochi cenni, qualche sguardo, solo poche parole sussurrate.
Ognuno è immerso nei propri pensieri. In terra ci sono materassine,
protezioni, borse, asciugamani e bottiglie d’acqua. Sparse sul pavimento,
senza un ordine preciso, come il flusso dei miei pensieri e dei miei ricordi.
Nell’aria un odore di chiuso, di sudore e di fatica, un’aria rarefatta che sono
ormai abituata a respirare prima di poter tornare alla luce. Quella vera, del
sole, che fa dimenticare le ombre create dalle lampade al neon. Sono questi i
momenti più intensi, quelli che sento più miei. A farmi compagnia ci sono le
colonne, sempre presenti. Le colonne della mia vita, in carne e ossa, quelle
persone che ho sempre avuto vicino. E le altre: quelle in cemento armato con
cui sono abituata a fare riscaldamento, praticamente da sempre.
Una porta antincendio si apre, un’altra persona entra nel corridoio. Si
palesa in un attimo e, superato l’angolo, si dilegua altrettanto velocemente
portandosi dietro quell’inconfondibile rumore metallico di un’altra porta
antincendio che si chiude. Sento un vociare in sottofondo, lingue diverse,
alcune comprensibili altre per nulla, ma non vedo veramente nessuno.
In realtà la warm up area del palazzo dello sport di Tokyo, per me, è come
se fosse deserta. Il jet lag fa ancora sentire i suoi effetti. Le palpebre sono
pesanti, chiudo gli occhi e torno ai miei pensieri. È una vita che ricerco la
perfezione in tutto ciò che faccio. Ma in questo corridoio, in questo momento,
nulla è perfetto. Come nella realtà. Ho scoperto che la perfezione non esiste,
si può sempre fare meglio e di più. È questa la bellezza della vita, non sentirsi
mai arrivati e cercare di raggiungere sempre quel qualcosa in più. Nonostante
tutto e tutti.
È ora di alzarsi. I piedi nudi sul pavimento freddo mi danno come una
scossa lungo il corpo: gambe, busto, schiena, braccia, fino al cervello. Con le
mani mi stringo la coda di cavallo, un gesto che ripeto spesso. Mi aiuta a
trovare la concentrazione. Mentre inizio a saltellare in questo corridoio
isolato, comincio a sentire il contatto dei piedi a terra. È sempre da lì che
parto, dal contatto con il terreno, dove sono piantate le mie radici. Saltello e
inizio a fare riscaldamento, sento scendere qualche goccia di sudore sulla
fronte, la sento scorrere lungo il corpo. Le mani iniziano a scaldarsi e io
aumento il ritmo sempre di più. Eseguo delle calciate velocissime. Prima una,
poi due, poi tre di fila. Inizio a sentirmi veloce. Mi chiudo nel mio mondo e
sento quanto è duro e ostile quel pavimento, quanto fa freddo in quel
corridoio, quanto silenzio mi circonda. Per quanta gente possiamo avere
intorno a noi, siamo sempre soli ad affrontare le nostre vicissitudini. Se riesco
a sentirmi profondamente e sono sincronizzata con la mente, non c’è
superficie, freddo, buio o solitudine che tenga. Io sono forte. Inizio a sentirla
questa forza, sento tutto quello che c’è dentro di me. Lì dentro è imprigionata
un’energia infinita, un fuoco che brucia e non si esaurisce mai. Devo solo
entrarci in contatto e trasferirlo nei pugni e nei calci. Li sferro sempre più
veloci sulla colonna, cerco il massimo della velocità, della precisione e della
potenza. Prima solo i singoli, poi in combinazione, sempre più veloci. Sento
il fiato andare in affanno. È proprio in quel momento che inizio a digrignare i
denti e a ripetermi quanto voglio combattere, quanto intendo esprimermi,
quanto intendo raccontare ciò che sono. Continuo a muovermi, a saltellare
sulle gambe, a portare avanti e indietro le braccia. Davanti a me solo quella
colonna. Non so perché ho scelto proprio quella e non un’altra. Io, di fronte a
lei, riesco a spegnere le luci e a rimanere sola con me stessa. Tutto sembra
così semplice dall’esterno. Forse la mia solarità inganna. Perché non dovrei
sorridere? Faccio il lavoro più bello del mondo.
I movimenti, coordinati arti superiori e inferiori, sono sempre più veloci.
Le gambe iniziano a tirare calci e il piede arriva sempre più in alto. Le
braccia si tendono dritte davanti a me e le mani sferrano pugni ad altezza
viso. La perfezione è quella che vado cercando nei gesti e nei movimenti.
Non occorre violenza, ma precisione ed esplosività. D’altronde mi trovo nel
paese nel quale nulla viene lasciato al caso. Ci riflettevo questa mattina, in
pullman, mentre dall’albergo mi recavo al palazzetto dello sport. Guardavo
fuori dal finestrino e vedevo sfilare grattacieli vetrati interrotti da lingue
d’asfalto a scorrimento veloce. Sui marciapiedi una folla di persone sembrava
muoversi al ritmo di una musica di cui non si sentivano echeggiare le note.
Tokyo è una città particolare, come sospesa tra modernità e tradizione, una
metropoli che non dorme mai. I giapponesi sono persone attente ai dettagli,
come me, e non si fanno mai cogliere impreparati. Prima di entrare in un
luogo, palestra o appartamento che sia, devi toglierti le scarpe. Però non basta
rimanere in calzini e lasciare le calzature dove capita, occorre riporle di
punta, una accanto all’altra in un’apposita scarpiera, alla stessa distanza dal
paio che si trova di lato. Nel caso più complesso, è necessario aprire uno
sportellino, riporre le scarpe in un cassetto, togliere un quadratino di legno
che funge da lucchetto e portare con sé il numero corrispondente. Tutte
operazioni che noi occidentali svolgiamo velocemente, ridendo e scherzando,
perdendo la sacralità del gesto. I giapponesi, invece, eseguono ogni
movimento con grande cura e in silenzio. È il loro modo di dimostrare
rispetto per il luogo nel quale si accingono a entrare.
Però i giapponesi non sono sempre lenti, anzi. Se sono impegnati in una
mansione operativa o meccanica, come lavare un pavimento, montare
un’attrezzatura, piegare i panni tolti dall’asciugatrice o cucinare, la svolgono
in maniera rapida e con pochi gesti essenziali, come se qualcuno li stesse
cronometrando in ogni momento. Se invece devono versare un tè, porgere un
omaggio, dare delle indicazioni, salutare o ascoltare ecco che entrano in
un’altra dimensione e ti dedicano tutto il tempo necessario con pazienza,
dedizione, disponibilità e cortesia.
Sanno distinguere i momenti e le azioni da svolgere, differenziarli l’uno
dall’altro, sanno decidere qual è il movimento giusto da fare e in quale arco
temporale, lungo o breve che sia, va svolto. È proprio quello che sto facendo
io davanti alla mia colonna. Mi metto alla prova e mi ascolto. Come reagisce
il mio corpo e la mia mente. Fino a quando mi rendo conto di essere a posto.
È il momento di prepararsi a entrare in scena. Tra pochi minuti tocca a me.
Nel grande salone accanto, diviso dal corridoio nel quale mi trovo da due
porte antincendio, alcune delle mie avversarie si stanno già sfidando. Mi
allontano dalla colonna, torno verso il mio angolo e mi rendo conto che, nel
frattempo, il corridoio è molto più affollato di prima. Bevo pochi sorsi di
acqua dalla bottiglia lasciata a terra, indosso il karategi, stringo la cintura
intorno ai fianchi e poi passo alle protezioni, prima dei piedi e poi delle mani.
È un rito che si rinnova ogni volta molto lentamente, altrimenti finisco con lo
stressarmi da sola. Tanto c’è sempre tempo, serve velocità non fretta. Infine
arrivo agli elastici delle protezioni sulle dita e chiudo gli strappi.
«Ok. Sono pronta», sussurro al termine di queste operazioni.
Mi avvio verso la porta antincendio rossa e so già cosa troverò ad
attendermi dall’altra parte. Un tatami, un quadrato blu di otto metri per lato
bordato di rosso, sul quale dovrò riuscire a instaurare un flusso
comunicazionale con la mia avversaria, fatto di velocità e di precisione così
come di momenti di attesa e di studio. Durante il riscaldamento mi sono già
trovata e ascoltata. Prima di entrare sul tatami devo sempre essere sicura che
Sara c’è, che ha tutto pronto e a disposizione. Quindi ora non devo fare altro
che concentrarmi su di lei, la devo guardare, ascoltare, capire, sentire.
Combattere è come comunicare. Dovremmo dare vita a un dialogo, un po’
come quello che avviene nella vita di tutti i giorni, nelle diverse situazioni
che la quotidianità ci mette davanti nel nostro percorso. Non sai mai
veramente cosa aspettarti e non sempre riesci ad avere la reazione giusta. Ho
imparato che è più facile difendersi da chi ci attacca, come su un tatami,
piuttosto che da chi ci abbraccia. Però, qualunque sia la difficoltà o la
delusione, bisogna avere la consapevolezza di dover andare avanti. La
bellezza della vita è anche questa: cadere e sapersi rialzare, non una ma
infinite volte. Per raggiungere quello che è l’obiettivo che ci siamo prefissati.
Ogni ostacolo è fatto solo per essere superato, però bisogna osare e avere
coraggio.
«Sara Cardin, Italy», dice il microfono. La porta antincendio rossa si apre
davanti ai miei occhi. Tocca a me. Vai Sara.
Il Piave

Ci sono luoghi che regalano la bellezza. Basta saperli individuare, ammirare e


ascoltare. Luoghi che, se sei fortunata come me, riescono poi a scandire le
diverse fasi di una vita.
Il Piave, il Fiume Sacro alla Patria, per me rappresenta tutto questo. Non
solo per il suo valore storico anche se forse proprio dalla mia terra ho
ereditato l’attaccamento al Tricolore, la nostra bandiera. Lungo questi argini,
infatti, c’è stato il fronte più arretrato della difesa dell’esercito italiano dopo
la sconfitta subita nella battaglia di Caporetto, durante la prima guerra
mondiale. A darmi energia e vigore, oltre ad aiutarmi a riflettere, è il fascino
dell’aspetto naturalistico di questi luoghi.
«Il Piave mormorò: non passa lo straniero!» Recitano i versi di una
canzone patriottica italiana, La leggenda del Piave, composta nel 1918 dal
maestro Ermete Giovanni Gaeta, noto con lo pseudonimo di E. A. Mario. È
vero. Il fiume scorre a volte lento, a volte impetuoso, nei suoi argini ampi. Ai
suoi lati le fronde dei salici, i boschi e le case coloniche. I colori e i profumi
della natura che gli fanno da cornice mutano con il cambiare delle stagioni:
verdi e rigogliose in primavera ed estate, arancioni, rosse e marroni in
autunno, grigia e nebbiosa in inverno.
Io ho vissuto la mia infanzia nelle immediate vicinanze della biforcazione
del Piave, a Roncadelle, una piccola frazione del comune di Ormelle, un
paese di poco più di mille abitanti nella provincia di Treviso. Sono figlia e
nipote unica da parte di madre e per questo sono sempre stata un po’ viziata.
Lo ammetto.
Con i miei genitori, mamma Tiziana e papà James, vivevo in quella che si
può definire la casa dei sogni per una bambina. Un villino indipendente,
quasi tutto in legno, su due piani con il tetto spiovente, circondato da una
staccionata bassa in legno. Tutto intorno un giardino con un laghetto, due
cigni bianchi, Leo e Lea, le papere e una ruota ad acqua nel piccolo canale
artificiale di uscita. Il porticato, che si snoda su tre lati della casa, dà accesso
all’interno. Varcata la soglia sei direttamente in cucina. Di fronte una scala in
legno, due brevi rampe alle cui pareti venivano affissi i miei disegni più belli,
per arrivare in quello che era il mio regno di principessa: la stanza dei giochi
con uno dei miei nascondigli segreti e la camera mansardata con il letto, la
scrivania e una piccola finestra che si affaccia direttamente sul tetto, uno dei
miei rifugi.
Ero considerata una bambina di una bellezza eterea, bionda con gli occhi
azzurri, la classica «bambolina», come mi definivano tutti. Solo in apparenza
però. Fin da piccola ad attrarmi sono sempre stati i cosiddetti giochi da
maschi. Niente bambole e pelouche ma archi e frecce. Il compagno di giochi
della mia infanzia è stato mio nonno materno, Danilo. L’unico della famiglia
che, essendo già in pensione, poteva dedicarsi a me soprattutto dopo gli
impegni scolastici. Come accade in tanti nuclei familiari, infatti, i miei
genitori lavoravano a tempo pieno. Mia madre faceva i turni in ospedale, a
Oderzo. È infermiera strumentista e lavora in sala operatoria nel reparto di
ortopedia. Un impiego che la porta spesso anche a dover essere reperibile in
diversi orari del giorno e della notte. Mio padre, prima muratore poi
agricoltore, trascorreva tutto il giorno fuori casa. Anche mia nonna materna,
Maria, quando ero piccola lavorava. Ha insegnato nuoto per vent’anni.
Così da quando avevo nove mesi e mia madre ha terminato la maternità
tornando ai suoi turni in ospedale, ho trascorso la maggior parte del mio
tempo a casa dei nonni materni, a Cimadolmo, il paese dell’asparago bianco.
Nonno Danilo mi portava anche in bicicletta lungo gli argini del Piave, nei
boschi e attraverso i campi per addormentarmi. Io nel cestello, poggiata a un
cuscino, dopo le prime pedalate, riuscivo a prendere sonno velocemente.
Già negli anni dell’asilo, che ho frequentato a Cimadolmo, ho iniziato a
conoscere quella che sarebbe stata una delle mie compagne di vita, la
competizione. Può sembrare strano, così piccola. Eppure la sentivo dentro in
qualunque attività svolgessi. Anche nelle gare di corsa nel cortile dell’asilo,
sotto gli occhi attenti della maestra Monica. Ricordo un bambino, Simone,
che nel percorso dal cancello al traguardo era più veloce di me. Era una sfida
continua tra noi due. Vinceva quasi sempre lui, almeno così ricordo io. È per
questo che non l’ho mai dimenticato.
Sono sempre stata felice di andare all’asilo. Mentre i miei compagni
piangevano quando i genitori li lasciavano al cancello, io ero dispiaciuta
quando i miei tornavano a riprendermi. Avevamo degli armadietti colorati nei
quali riponevamo la merenda e il cestino simili a quelli che, diversi anni
dopo, avrei ritrovato in caserma. In aula c’erano i banchi messi in cerchio con
i nostri disegni appesi alle pareti. Mi piaceva disegnare e continuavo spesso a
farlo anche al ritorno a casa. Dopo l’asilo il resto della mia giornata
trascorreva con nonno Danilo che mi intratteneva raccontando storie che
avevano dell’inverosimile. Allora, però, mi affascinavano. Mi raccontava
dell’esercito tedesco, del fiume Piave, dei campi e degli animali. Enfatizzava
parecchio i suoi racconti perché amava sentirsi chiedere da me: «Davvero
nonno?»
«Sai cosa succede se alle galline dai da mangiare i pomodori? Domani
mattina faranno le uova rosse», mi diceva.
«Nooo», gli rispondevo io con gli occhi pieni di stupore.
Lo ascoltavo senza perdere una sillaba, quasi incantata da quei racconti. Lo
seguivo in tutto. Trascorrevamo più tempo possibile all’aria aperta. Il Piave,
con i suoi argini e le sue correnti, era uno dei nostri luoghi di divertimento
prediletti. Nonno Danilo mi ha insegnato a pescare semplicemente battendo
con un sasso sopra un altro per stordire i pesciolini rintanati al di sotto. Un
giorno ricordo che riuscii a prenderne cinque e tornai a casa tutta soddisfatta.
«Nonna, stasera mangio pesce», ho affermato rincasando fiera e orgogliosa
della mia battuta di pesca.
A volte nonno Danilo mi incitava a nuotare controcorrente e io non mi
facevo di certo spaventare dalla sfida. Altre invece lanciava un bastone in
acqua e mi spronava a correre.
«Vediamo chi è più veloce a riportarmelo tra te e Laica», mi diceva
sorridendo, mentre io controllavo con la coda dell’occhio dove fosse il nostro
pastore tedesco per non partire svantaggiata. Nonno portava sempre con sé un
coltellino con il quale tagliava gli arbusti oppure effettuava dei tagli a una
bottiglia di plastica, vi faceva passare all’interno dei rami e poggiava
l’invenzione sul greto del fiume per farmi studiare, e toccare con mano, il
funzionamento di un mulino ad acqua.
Quando era brutto tempo e non potevamo stare fuori, in casa guardavamo
la televisione, seduti uno accanto all’altra sul divano vicino al camino. Il
cartone animato di Heidi era il nostro preferito perché ci immedesimavamo
nelle avventure di nonno e nipote. Tra i telefilm, invece, non perdevamo una
puntata della Signora in giallo perché la protagonista, l’attrice Angela
Lansbury, la leggendaria Jessica Fletcher, somiglia molto a mia nonna. I film
della serie di Karate Kid erano un altro appuntamento irrinunciabile mentre
da sola, guardavo e riguardavo la cassetta della Sirenetta. E poi c’era lo sport:
tutte le manifestazioni sportive nelle quali era impegnato un atleta o una
squadra italiana diventavano il centro della nostra attenzione e facevamo un
gran tifo davanti alla televisione.
Ero una bambina spericolata. Sullo scivolo, nel giardino dell’asilo, amavo
salire dalla parte in discesa e saltare giù da quella con le scale.
Un giorno è arrivata una telefonata ai miei nonni. Ero salita sullo scivolo
dalla parte contraria e mi ero lanciata, saltando di testa, dalla parte delle scale.
«Non si preoccupi», rassicuravo la suora, più spaventata di me, «adesso
arriva mia nonna e ci pensa lei a pulirmi il sangue dal viso».
Prima di uscire di casa per venire a scuola, nonna aveva telefonato a mia
madre che stava terminando il turno in ospedale.
«Tiziana, aspettaci lì stiamo arrivando con Sara. Però non preoccuparti,
non si è fatta niente di grave, solo un piccolo taglietto in testa», l’aveva
rassicurata al telefono. Mamma è sempre stata un po’ apprensiva.
Giunti al pronto soccorso, mamma ci è venuta incontro. Nella stanza delle
medicazioni i medici si sono resi conto che sarebbe servito solo qualche
punto.
«Non devi piangere», mi ripeteva mamma.
Io non piangevo. La guardavo con un sorriso forzato mentre mi mettevano i
punti a vivo. I lacrimoni mi scendevano autonomamente dagli occhi,
rigandomi le guance. Terminata la medicazione, sono saltata giù da lettino,
soddisfatta.
«Visto? Non ho pianto», ho esclamato con tono trionfante.
Ho rischiato di peggio qualche anno dopo. Mio padre aveva parcheggiato
la sua auto, una vecchia Panda, nel cortile davanti alla casa dei nonni. Doveva
scaricare gli asparagi che vendeva spesso anche a ridosso della fontana al
centro dell’aia. Per questo aveva lasciato il portellone posteriore dell’auto
aperto. Io ho pensato bene di scendere dall’albero, salire sul cofano anteriore,
camminare sul tettuccio della Panda convinta di saltare dall’altra parte
dell’auto. Non avevo immaginato che, appena poggiato il piede sul portellone
alzato, questo venisse giù per chiudersi: così mi sono ritrovata faccia a terra.
Ogni gioco era un’avventura.
«Dove sei? Scendi dall’albero». Erano le frasi che sentivo ripetermi più
spesso. Adoravo arrampicarmi e cercavo di raggiungere sempre i rami più in
alto. Avevo imparato a farlo nel giardino a casa del nonno per raggiungere la
casetta tra i rami che lui aveva costruito per me e lo facevo appena possibile,
ovunque.
In occasione del matrimonio della mia madrina Nadia mi diedero un
compito importante: fare la damigella d’onore. Non ne ero particolarmente
entusiasta mentre a casa erano elettrizzati dall’evento. Mia mamma, per
l’occasione, mi aveva comprato un vestito da vera principessa, in pizzo e
organza con tanto di calze bianche. Io resistetti durante la cerimonia. Poi,
però, al momento di fare le foto, tutti gli invitati iniziarono a cercarmi.
«Sara, dove sei?», sentivo gridare dal giardino.
Dove potevo essere se non su un albero? Dall’alto vedevo tante persone
con il naso all’insù che cercavano di individuarmi tra le foglie per capire
quale altezza fossi riuscita a raggiungere.
«Sara vieni giù, con calma, stai attenta a non farti male», tra le tante voci
riuscivo a individuare distintamente quella di nonna Maria. In quelle
situazioni, per quanto ricorrenti, non mi sgridava mai perché aveva paura che,
vedendo lei preoccupata, potessi distrarmi e farmi male nella discesa.
Una volta tornata con i piedi ben saldi per terra, tutti gli invitati
scoppiarono a ridere. Non capivo cosa li facesse divertire così tanto. Poi mi
resi conto. Metà dello splendido abito da principessa che aveva acquistato
mia madre era rimasto tra i rami dell’albero. Corsi immediatamente da lei,
timorosa per la sua reazione ma soddisfatta per essermi inconsapevolmente
liberata dell’abito.
«Mamma, posso togliermi il vestito?», le chiesi.
Mia madre mi guardava attonita. Non le rimaneva altro da fare se non
accontentarmi.
Le festività natalizie erano un altro momento gioioso. A vestirsi da Babbo
Natale, per me, era sempre nonno Danilo. I preparativi, però, iniziavano
molto prima.
«Sara, devi scrivere una lettera a Babbo Natale altrimenti non sa quali
regali desideri», mi suggeriva nonna Maria, «andiamo a fare una passeggiata
al centro commerciale così ti fai venire in mente qualche idea».
Nel reparto giocattoli c’erano gli scaffali dedicati alle bambole, con le
cucine, gli orsacchiotti e le borse con i trucchi. Eppure io ero attratta da altro.
Avevo visto un bellissimo mitra e nella lettera a Babbo Natale scrissi che lo
desideravo tanto. I nonni mi accontentarono anche quella volta. Però poi il
giocattolo è sparito velocemente perché, premendo il grilletto, faceva davvero
un chiasso assordante. Oltre ai giocattoli «da maschi», i regali che
apprezzavo particolarmente erano gli animali. Quelli veri, non di pelouche. A
casa mia, a volte Babbo Natale entrava con un cucciolo in braccio oppure
tenendo al guinzaglio una capretta, un coniglio o una pecorella. Sarebbe stato
il mio compagno di giochi.
In realtà, tra le «bugie buone» di mio nonno ne esisteva una che riguardava
proprio questi regali.
«È passato un anno, è ora che Ambra, la pecorella, si ricongiunga con la
sua mamma», mi spiegava, «ho saputo che tra qualche giorno scenderà a
valle il pastore con il gregge».
Mentre lo ascoltavo e cercavo con lo sguardo la pecorella in partenza, lui
proseguiva.
«Dai un ultimo saluto alla tua piccola amica. Devi essere contenta. Pensa
quanto le deve essere mancata la sua mamma. È giusto così», mi rassicurava.
Il destino della pecorella era un altro. Veniva uccisa e finiva sulla nostra
tavola come si usa fare in tutte le famiglie contadine.
Le scuole elementari le ho frequentate a Roncadelle. Mia mamma, per
arrivare puntuale in ospedale, mi lasciava davanti al cancello dell’istituto tre
quarti d’ora prima dell’inizio delle lezioni. Non mi perdevo certo d’animo per
questo. Aiutavo la bidella a tirar su le persiane in tutte le aule e nei corridoi.
Spesso arrivava, prima della campanella che decretava l’inizio delle lezioni,
anche il maestro Patrizio, l’insegnante di italiano. Allora ci sedevamo sulle
scale d’ingresso e mi leggeva delle poesie. Mi piaceva stare lì ad ascoltarlo.
Il maestro Cabrini di matematica, invece, utilizzava un metodo che adoravo
per farci rimanere a mente le tabelline. Ci portava nell’atrio e il primo di noi
che indovinava il risultato della moltiplicazione che ci proponeva avanzava di
una piastrella di cui era ricoperto il pavimento. Chi arrivava prima al muro
della parete più lontana vinceva un leccalecca. Io però mi classificavo sempre
seconda perché Alex, un mio compagno di classe, era molto più veloce di me
a fare di conto. E ci rimanevo malissimo.
La mia migliore amica era Federica. Abitava a Roncadelle come me e,
soprattutto, era sportiva come me. In quegli anni ricordo di aver avuto il mio
primo «morosetto», come definiamo dalle nostre parti un fidanzato. Era Alex,
appunto, il più intelligente della classe. A casa mi prendevano tutti un po’ in
giro per questo.
«Ti piace pel di carota?», mi chiedeva mia mamma, riferendosi al colore
dei capelli del mio compagno.
«Alex non ha i capelli rossi ma del colore dell’oro», le rispondevo.
All’uscita da scuola veniva a prendermi sempre nonno Danilo con la sua
131 rossa. Suonava il clacson fuori dal cancello e io lo raggiungevo correndo.
Mi piaceva quell’automobile. Era scattante e lui la guidava in maniera
sportiva. Una volta arrivati a casa, preparava la pasta con il ragù che aveva
lasciato la nonna in frigorifero. Non ho mai mangiato verdure e di questo non
me ne vanto. Per questa ragione nonna Maria condiva il sugo con molto
sedano e carote tagliati a pezzettini. Anche a tavola, con nonno Danilo, tutto
era un gioco. Prendeva il formaggio grana con il cucchiaino e faceva la conta:
ne dava uno a me e poi ne prendeva uno lui.
«Uno a te e uno a me», ripeteva.
Al termine della conta diceva: «Ma sì…» E rovesciava tutto il formaggio
rimanente sulla mia pasta. Ogni giorno gli stessi rituali. Era divertente.
Con gli spicchi di mele oppure di mandarino faceva un trenino sulla tavola
e così io li mangiavo velocemente, senza nemmeno accorgermene.
Dopo pranzo mentre lui sbrigava i lavori di casa, io iniziavo a fare i
compiti. Quando il tempo lo consentiva mi sedevo al tavolo in giardino.
Dopo un paio di pagine sentivo la necessità di muovermi. Allora, lasciavo
libri e quaderni, facevo il giro della casa di corsa. Mio nonno cronometrava il
tempo e Laica mi inseguiva felice. Poi tornavo a sedermi e riprendevo a
studiare mentre Laica si sdraiava sul pavimento dall’altra parte del tavolo
aspettando pazientemente la sgambata successiva.
La casa dei nonni è divisa da quella di Dismo, il fratello di nonno Danilo,
da un ampio spiazzo. Al centro dell’aia c’è una grande fontana sotto la quale
si trova un pozzo dal quale sgorga dell’acqua freschissima. Era quello il mio
punto di ritrovo con mia cugina, Sabina, due anni più grande di me. Eravamo
l’opposto in tutto ed era diventata la vittima preferita dei miei giochi.
La piccola casa sull’albero, costruita per me da nonno Danilo, era diventata
il rifugio dal quale lanciare le frecce con l’arco che mi aveva fatto sempre
mio nonno oppure colpire i bersagli con la fionda. Sabina invece voleva
trasformarla nella casa delle bambole. Ci cercavamo tutti i pomeriggi per
giocare insieme. Poi però finiva sempre che lei tornava a casa in lacrime. Non
contenta, io continuavo a chiamarla.
«Sabina, dai torna giù a giocare», le urlavo dal basso verso la sua finestra.
Quando usciva di nuovo di casa, mi ero già rifugiata nuovamente nella casa
sull’albero.
«Arriva il nemico», le urlavo. Tiravo su la scaletta per non farla salire e
cominciavo a lanciarle frecce con l’arco oppure sassolini con la fionda.
Tuttora mi ricorda come la «bambina con la fionda».
Se non giocavo con lei, trascorrevo la giornata con mio nonno. A volte
andavamo al mercato e difficilmente tornavo a casa a mani vuote. Tra i vari
banchi, ce ne era sempre almeno uno dedicato ai giocattoli.
«Signora, le lasci scegliere quello che vuole», diceva mio nonno
all’avventrice.
«Va bene», rispondeva a lui e poi suggeriva a me: «Guarda, Sara, qui ci
sono le bambole e le pentoline».
Io però non l’ascoltavo. Osservavo con attenzione tutti i giocattoli esposti
fino a quando non mi fermavo davanti a quello che aveva attirato
maggiormente la mia attenzione. A quel punto puntavo il mio dito indice,
irremovibile.
«Voglio quello», esclamavo. Una volta avevo scelto un ripiano da lavoro
con tutti gli attrezzi utili, dal martello alla chiave inglese, al cacciavite. Non
mancava proprio nulla.
«Quello è un gioco da maschi! » si stupiva la signora.
«Le ho detto di lasciarle scegliere quello che vuole», mi difendeva il
nonno.
Così la scatola degli attrezzi è venuta a casa con noi. Non prima, però, di
aver fatto una sosta in gelateria. Tutte le passeggiate con mio nonno
prevedevano la pausa per la merenda. E anche il gelato diventava l’occasione
per un altro gioco. Il gusto preferito di entrambi è la nocciola, semplicemente
perché ci permetteva di contare quante ne trovavamo, intere, sui rispettivi
coni.
Una volta arrivati a casa, dovevo assolutamente provare il mio nuovo
giocattolo, la scatola degli attrezzi «da maschi». Così corsi in garage a
prendere la bicicletta. La rovesciai, il sellino poggiato sul pavimento e le
ruote rivolte verso il cielo, e cominciai a sistemare la catena con i miei nuovi
attrezzi. Nonno ha un passato da ciclista e io lo avevo visto fare quel genere
di riparazioni centinaia di volte.
In quegli anni avevo anche iniziato a fare sport, nuoto per la precisione.
Mia mamma aveva suggerito a nonna di portarmi in piscina con lei. Però lei
si era rifiutata.
«Sara è troppo bassa e le vasche sono lunghe cinquanta metri, farebbe
troppa fatica», le aveva risposto mia nonna. La mia caparbietà la devo anche
a lei. Ha iniziato a lavorare in piscina come accompagnatrice dei bambini
disabili. All’inizio però non sapeva nemmeno nuotare. Poi ha imparato e, non
contenta, ha preso il brevetto di salvamento. Fino a quando i miei nonni
hanno vissuto a Torino, Danilo lavorava in fabbrica, alla Fiat, mentre Maria
insegnava nuoto nella piscina dove si recavano gli operai anche nella pausa
pranzo. Una volta trasferitisi in Veneto, mia nonna si è proposta come
assistente bagnante nella piscina dell’ospedale di Conegliano, dove vengono
effettuate le cure fisioterapiche. In breve tempo è diventata un punto di
riferimento per medici e pazienti, nonostante sia stata colpita dalla sclerosi
multipla all’età di ventotto anni. Lei aiutava i pazienti nella piscina
fisioterapica, li accompagnava e gli faceva fare gli esercizi. Nessuno si è mai
reso conto della sua malattia.
Dopo il tentativo andato a vuoto con il nuoto, mia madre mi ha iscritta a un
corso di ginnastica artistica, felice di farmi indossare una tutina di colore
rosa. Per lei era una scelta quasi d’obbligo per una bambina. Però a me non
piaceva.
«Ormai ho pagato l’intero corso e finisci le lezioni. Poi vedremo», ripeteva
mia madre. Non voleva che lasciassi un impegno a metà. Questo è sempre
stato un suo grande insegnamento.
Il periodo delle vacanze estive lo adoravo. Mia madre aveva dei bellissimi
ricordi dei viaggi in camper con i suoi genitori e voleva che rivivessi anch’io
quelle esperienze. Partivamo tutti insieme con la nostra roulotte da casa e da
quel momento in poi era tutta un’avventura. Il campeggio si adattava bene al
mio spirito libero, ribelle e avventuroso. Ho trascorso momenti bellissimi
assieme a loro. Successivamente le nostre mete preferite sono diventate i
villaggi turistici, al mare o in montagna, dove c’era sempre un fitto
programma di appuntamenti. Al mio arrivo leggevo le proposte di
intrattenimento e mi organizzavo la giornata. Dalla mattina presto fino alla
sera ero pronta a partecipare a qualsiasi attività. Avevo un bloc-notes e lo
utilizzavo come un’agenda per non rischiare di perdere nulla: ore 8.00
risveglio muscolare, ore 9.00 canoa, ore 10.00 beach volley, ore 11.00 mini
club, ore 12.00 balli di gruppo, ore 13.00 corso di teatro e così via fino
all’ultimo spettacolo serale.
Mi piaceva giocare anche con i ragazzi parecchio più grandi di me. Prima li
guardavo da lontano, impegnati su un campo da beach volley oppure da
calcio, poi mi rivolgevo a mia nonna.
«Posso chiedere a quei ragazzi di giocare con loro?» le domandavo.
«Non sono un po’ troppo grandi per te?» mi rispondeva lei.
Non mi arrendevo. Continuavo a osservarli aspettando l’occasione giusta.
Una palla che rotolava dalla mia parte era quello che di solito mi dava
coraggio. La raccoglievo da terra e mentre camminavo verso di loro per
restituirgliela mi lanciavo.
«Posso giocare con voi?» chiedevo con un sorriso accattivante.
A volte, soprattutto se si trattava di squadre composte da ragazzi, mi
guardavano un po’ scettici però nessuno osava dirmi di no. Mi inserivo
facilmente in ogni gruppo di giochi. Al termine della partita tornavo
correndo, tutta soddisfatta, da mia nonna.
«Hai visto? Mi hanno fatto giocare», le dicevo con voce trionfante.
Sulle giostrine, quelle che d’estate si trovano in ogni piazza di paese, ho
imparato a conoscere il reale valore del denaro. Ero patita per le macchinine,
quelle che puoi guidare veramente nella pista. Tutte le sere, al campeggio,
volevo fare diversi giri, una volta sulla Ferrari, un’altra sul camion, un’altra
ancora sulla jeep. I miei non riuscivano a farmi smettere.
«Falle portare con sé i soldi del suo salvadanaio», aveva suggerito nonna
Maria a mia madre.
Così una sera ho rotto il mio porcellino e mi sono recata, tutta fiera, alla
biglietteria con il mio sacchetto pieno di monete per cambiarle in gettoni. Il
cambio però non è stato a mio favore. I gettoni che mi diedero indietro erano
molti meno delle monete che avevo consegnato. C’era qualcosa che non
capivo. Avevo consegnato così tante monetine, tutti i miei risparmi. E in
cambio avevo ricevuto solo quei pochi gettoni. Che delusione!
La sera successiva guardando mio nonno, gli ho detto sottovoce: “Nonno,
se non possiamo permettercele, magari questa sera faccio solo un giro sulle
macchinine”.
Nonno ha sorriso. Così ho compreso il reale valore dei soldi.
L’estate, quando ero a casa e faceva particolarmente caldo, andavo spesso
in piscina a casa di alcuni parenti. Mi piaceva fare i tuffi e le acrobazie più
strane per entrare in acqua. Con me c’era un’altra ragazza dalla carnagione
chiara, quasi lunare. Eravamo molto diverse e non giocava con me, un po’
per la differenza d’età – era molto più grande – un po’ perché aveva un
carattere molto introverso. Sua madre era sempre molto impegnata nel
negozio in cui lavorava e, durante il giorno, in casa c’era davvero poco. Era
una donna che amava truccarsi e spesso mi fermavo a osservarla mentre,
davanti allo specchio, si metteva la matita sulla bocca, il rossetto. Il
fondotinta non le serviva, era sempre abbronzata. Era molto bella, con la testa
un po’ per aria e forse un po’ succube del marito. Lui era moro, distinto, con
un sorriso che ostentava sicurezza. Non era molto presente in casa e, quando
c’era, la situazione cambiava: la ragazza rimaneva sempre chiusa nella sua
stanza ad ascoltare musica, a scrivere il suo diario oppure a dipingere. Era
brava però, secondo me, usava dei colori troppo pesanti.
Qualche volta è stato proprio quest’uomo a venirmi a prendere ai centri
estivi e portarmi a casa loro, un edificio sempre vuoto, asettico, freddo. In
auto era molto affettuoso.
«Mi dai un bacino?» continuava a ripetermi.
A volte apriva il cruscotto della macchina. Dentro ci teneva dei sacchetti di
caramelle, dai gusti più svariati.
«Ecco, un regalo per te», mi diceva.
A me interessavano poco. L’importante era che mi portasse in piscina.
Spesso mi ritrovavo a giocare da sola. Tra un tuffo e l’altro, quando sentivo i
morsi della fame, rientravo in casa e mi preparavo la merenda: tagliavo un
panino a metà, spremevo delle gocce di limone su entrambi i lati e poi ci
mettevo in mezzo una fetta di formaggio o di mortadella. Mi è sempre
piaciuto tanto il limone.
Verso la fine dell’estate l’altro grande appuntamento era quello con la
vendemmia. La mia è infatti la terra del prosecco. Lavorare in campagna è
faticoso. Mio padre, però, non mi ha mai trattata come una bambina da tenere
a riguardo o esentare dai compiti più gravosi. Dovevo impegnarmi
esattamente come tutti gli altri e questo mi piaceva, mi faceva sentire grande
e importante. Inizialmente ho fatto un po’ fatica ad accettare di dover
lavorare e faticare per aiutare i miei genitori. Dopo qualche bisticcio iniziale
però ho compreso che era un mio dovere e alla fine avere l’opportunità di far
contenti i miei genitori ha iniziato a gratificarmi. Partivamo insieme sul
trattore, con un carro a traino, da casa verso i vigneti. Mio padre è sempre
stato un gran lavoratore. Tra i filari dei vigneti era il più veloce di tutti. Io
tentavo di stargli dietro però non ci riuscivo. Durante la vendemmia, il mio
posto era dentro al carro, in piedi sopra all’uva. Ero la più piccola e quindi,
da lì, riuscivo a raccogliere meglio i grappoli più in alto. Camminare una
giornata intera sugli acini che cadevano all’interno del carro fa venire dei
gran muscoli alle gambe.
Papà dettava i tempi della vendemmia. Guidava il trattore. Si fermava
all’inizio del filare da cui iniziare, tagliava i grappoli d’uva e li faceva cadere
nel carro, poi si rimetteva al posto di guida, portava il trattore più avanti e
ricominciava. Dietro al carro c’era nonno Danilo. A lui piaceva trovarsi in
posizione di retroguardia per raccogliere i grappoli rimasti attaccati ai filari,
quelli più difficili da raggiungere, dove tutti dicevano di non arrivare. O forse
preferiva stare lì per non trovarsi a dover discutere con Elda, mia nonna
paterna, e il genero sul modo di vendemmiare. Mia nonna paterna, infatti,
avrebbe voluto avere il comando delle operazioni.
«Nina, moro bel.. vien qua», mi gridava.
Da bambina non ero una contadina modello. Mi dava fastidio sporcarmi le
mani e i vestiti. L’uva si appiccicava addosso, soprattutto sulle gambe, il
mosto colava sui capelli, e poi i moscerini, le api e il caldo. Era davvero
faticoso.
Mio padre, durante la vendemmia, non era di tante parole.
«Varda che mi no ho da dirte nient!!! Te ha da ver ocio e veder suito quel
che serve», continuava a ripetermi.
Nessuno poteva chiedergli nulla. Io stessa dovevo osservare e imparare
guardando cosa facevano i più grandi. Mancava una forbice? Non dovevo
aspettare che qualcuno me la chiedesse. Dovevo rendermi conto della
mancanza da sola e correre a cercarla. Una cassetta era piena e ne serviva
un’altra vuota? Io dovevo provvedere velocemente. Solo in questo modo la
vendemmia poteva procedere rapidamente.
A volte mio padre mi permetteva di sedere al posto di comando insieme a
lui. In effetti ho imparato a guidare prima il trattore e poi l’automobile. Il
momento più faticoso era alzarsi presto la mattina. Poi il resto della giornata
trascorreva tra tante risate e parecchio lavoro. Io caricavo e scaricavo cassette
come tutti gli altri. Mi sentivo utile e forte. A volte mi allontanavo dal gruppo
perché venivo attratta da qualche nido di uccelli tra i vigneti oppure dai
piccoli conigli che si nascondevano tra i filari. Il momento della pausa e della
merenda era il più allegro. Ci riunivamo tutti intorno a una fontana, ci
lavavamo le mani e poi bevevamo caffè e mangiavamo biscotti. I dolci li
portava sempre nonno Danilo. Questo incarico non gli dispiaceva affatto
visto che ne è sempre stato parecchio goloso.
«Un dolce non è un dolce se non è dolce», ama ripetere. Quindi, più è
dolce e più gli piace.
La sera avevo le braccia doloranti, a volte anche le vesciche sulle mani,
però non mi sono mai lamentata.
La vendemmia non era l’unico impegno nelle campagne. La mia famiglia
possedeva anche una stalla con i cavalli: c’era quello marrone di mia zia e il
mio avellinese dalla criniera bianca. Non dimenticherò mai una delle mie
prime volte in sella. A portarmi è stato mio padre. Faceva un gran caldo e io
indossavo dei calzoncini corti.
«Mi raccomando, stringi bene le ginocchia», mi istruiva.
Tutto quello che mi veniva detto, io cercavo di realizzarlo al meglio.
Quindi, anche quella volta, ho stretto le gambe più forte che potevo. Ho
stretto talmente forte che il sudore del manto del cavallo mi ha bruciato la
parte scoperta delle gambe. La sera, di ritorno a casa, avevo delle grandi
chiazze rosse all’interno, come se mi fossi ustionata.
Sempre in compagnia di mio padre ho avuto anche il battesimo con
un’altra mia grande passione: la velocità. Mi portava sul sellino della sua
moto a fare cross attraverso i campi. A volte partiva dritto per dritto verso
l’argine e saltavamo dalla parte opposta.
«Se vuoi farti male, lascia stare mia figlia», gli urlava disperata mia madre
ogni volta che veniva a conoscenza delle nostre scorribande.
La scuola, i miei luoghi, i miei cari. La mia era una vita da sogno. O
almeno così la ritenevano tante delle mie coetanee a cominciare da mia
cugina Sabina.
A sette anni, l’incontro che mi ha cambiato la vita. I miei erano ancora alla
ricerca dell’attività fisica più idonea al mio carattere e alla mia irrequietezza.
Continuavo a guardare in televisione i film della serie di Karate Kid con mio
nonno. Sempre con lui tiravo pugni a un sacco di stracci blu che aveva
appeso sotto la casetta sull’albero. Un giorno, durante una passeggiata in
bicicletta insieme, ci siamo fermati a scambiare due chiacchiere con un mio
vicino di casa, Stefano.
«Perché non provi a portare Sara alla palestra di karate del maestro Paolo a
Ponte di Piave?» gli ha suggerito.
Mio nonno ne ha parlato con tutti i membri della famiglia e la scelta di
provare è stata approvata all’unanimità semplicemente perché gli orari delle
lezioni conciliavano con gli impegni di lavoro dei miei che potevano così
accompagnarmi e venirmi a prendere senza problemi.
La prima volta che ho messo piede in palestra mi ha accompagnata mia
mamma. Dieci minuti per conoscere l’ambiente, il maestro Paolo e
avvicinarmi al karate. Dieci minuti che hanno modificato la mia esistenza,
per sempre. In palestra, a terra, non c’erano tatami a quel tempo ma solo
parquet. Oltre a me erano iscritti altri bambini e bambine, una ventina in
tutto.
«Mi fai vedere come fai una divaricata? » È stata la prima richiesta del
maestro. Paolo, ingegnere di professione, era lui a dirigere la palestra.
Io ho obbedito e ho fatto del mio meglio, così come per tutti gli altri
esercizi che mi ha chiesto di fare, uno dopo l’altro. Dopo ogni mia esibizione
mi faceva una infinità di complimenti. Più mi diceva «brava» e più mi
galvanizzavo per l’esercizio successivo.
L’ambiente mi è piaciuto fin da subito e così ho iniziato il corso dedicato ai
più piccoli. Frequentavo la palestra due volte alla settimana, un’ora a lezione.
Ogni lezione di karate inizia e finisce sempre con il saluto. Ci disponiamo in
silenzio tutti su una riga immaginaria di fronte al maestro. I talloni uniti e le
punte dei piedi leggermente divaricate, le braccia distese lungo il corpo e
facciamo un breve inchino guardando avanti. Fin dalla prima lezione, il
maestro Paolo ci ha spiegato il significato di quel gesto derivante dalla
tradizione giapponese. È un segno di rispetto nei confronti del maestro, dei
propri compagni e del luogo nel quale si pratica karate, il Dojo. Insisteva
molto su questo concetto.
«Il karate è rispetto reciproco, non dimenticatelo mai», ci ripeteva.
C’erano anche altre regole.
«Il karate ci insegna a difenderci, non è fatto per fare del male agli altri
bambini», si raccomandava guardandoci con lo sguardo serio.
«Non dovete essere meglio dell’altro, piuttosto migliori di voi stessi ieri»,
ci ripeteva ancora.
Poche frasi per tre dogmi che dovevamo imprimerci bene in testa e
rispettare per partecipare a quel corso. Di fatto, poi, da bambini facevamo ben
poco di tecnica di karate. L’allenamento si basava soprattutto sullo sviluppo
delle abilità motorie di base. Il maestro Paolo, infatti, seguendo le indicazioni
del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, mirava da sempre alla crescita
armoniosa del bambino e non alla specializzazione precoce. Le nostre attività
non prevedevano veri e propri incontri di karate quanto piuttosto dei percorsi
composti da diverse prove di abilità: la corsa, superare ostacoli facendo lo
slalom oppure saltandoli o passandoci sotto, piccola acrobatica, fare la ruota e
la capovolta. Solo qualche volta facevamo un lavoro più specifico di tecnica
con un palloncino che pendeva dal soffitto con un filo oppure un’asticella
mobile fissata a terra che simulavano il volto di un avversario al quale noi
dovevamo tirare calci e pugni senza toccarlo. Con tutte le diverse attività che
avevo già svolto fino a quell’età, soprattutto con mio nonno, avevamo trovato
il modo ideale per mettere a frutto la mia irrequietezza, il mio non riuscire a
stare mai ferma e, anche, la mia voglia di perfezione.
«Già all’età di sette anni, Sara era veloce e coordinata, dal punto di vista
atletico faceva la differenza», ricorda ancora oggi il maestro Paolo, «aveva
una gran voglia di vincere e non accettava di sbagliare».
Lezione dopo lezione recarmi in palestra, per me, è diventato ben presto un
appuntamento irrinunciabile. Ero molto brava a portare a termine questo
genere di percorsi. Il vero problema erano le gare. Non volevo mai disputarle
e piangevo a dirotto prima di cominciare.
A convincermi ad andare era mio padre.
«Perché insistere a farla partecipare se piange in continuazione?» gli
chiedeva mia madre.
«È vero. Piange per andare all’appuntamento. Però, una volta lì, è la più
veloce a portare a termine i percorsi e quando ha la medaglia al collo è
davvero contenta», le rispondeva mio padre.
Ricordo ancora adesso la prima volta che i miei genitori dovevano portarmi
a fare una gara. Mi ero allenata durante tutta la settimana, ero veloce come
una scheggia, però avevo paura di perdere. Non volevo gareggiare perché a
me piaceva solo vincere e non accettavo la possibilità di una sconfitta.
La prima volta, per quanto piangevo, i miei genitori hanno fatto inversione
con la macchina e mi hanno riportata a casa.
Già in occasione della seconda gara, invece, hanno deciso che avrei dovuto
affrontare le mie paure. Mi hanno trascinata in automobile con i lacrimoni
che mi rigavano le guance. Ho gareggiato, ho vinto, sono salita sul podio e mi
hanno messo la medaglia al collo. Ora dopo tanti anni capisco il grande
insegnamento che mi hanno dato. Non dobbiamo aver paura di essere
sconfitti perché perdere significa solo sbagliare e dai propri errori si può
sempre imparare. Perdere non è fallire. L’unico vero fallimento è non averci
provato per paura di perdere. Tutto è iniziato da lì perché, nonostante la mia
emotività, è quello che ho sempre cercato di impormi di fare: avere coraggio,
osare, perché se non ci provi non vincerai mai.
In effetti ero davvero veloce a completare i percorsi. Probabilmente tutte le
attività svolte con mio nonno nel corso degli anni mi avevano aiutata ad
approcciare al meglio questo tipo di impegno fisico. Ne disputavo quattro o
cinque all’anno, soprattutto a Treviso dove si svolgevano le gare provinciali.
In un’occasione, però, sono giunta anche seconda. A uno stop, a cui sarebbe
dovuta seguire una nuova ripartenza, ho superato di poco la linea con le mani.
Era vietato. Un errore di pochi centimetri che mi è costato una penalizzazione
che mi ha fatto perdere la gara. Quanto ci rimasi male.
In palestra c’erano Stefanino e Nicolò, due bambini della mia età che
cercavo sempre di imitare perché ai miei occhi erano i migliori. Mentre in
palestra mi seguiva Nicoletta, un’altra maestra dedita ai più piccoli, ad
accompagnare in trasferta me e gli altri piccoli atleti del centro di Ponte di
Piave era il maestro Paolo. Lo avevo conosciuto in occasione della mia prima
visita in palestra con mia mamma. Era lui il vero motore dell’attività. Si
occupava di tutti, sempre gentile e disponibile.
In una gara valida per le fasi regionali dei Giochi della Gioventù di allora, a
Palazzolo di Sona, in provincia di Verona, eravamo iscritti in circa
centosessanta tra bambine e bambini. A quell’età gareggiavamo tutti insieme.
Sono arrivata prima con due secondi di vantaggio sul secondo, un maschietto:
ventidue secondi io, ventiquattro lui mentre la media era superiore ai trenta.
«Ha quel 20% di prestazione in più rispetto ai coetanei che fa quasi sempre
la differenza», diceva il maestro Paolo ai miei familiari.
Le lacrime sono state le mie compagne di vita anche a scuola. Quando sono
entrata nell’istituto, il giorno dell’esame orale per la licenza elementare
piangevo a dirotto. Sono arrivata in classe e quando è stato il mio turno mi
sono seduta davanti ai maestri. Mi hanno fatto diverse domande però io non
ho detto una parola. Esame terminato senza nemmeno iniziare. Mi hanno
comunque valutata con un bell’ottimo, risultato dell’impegno e dei voti presi
durante l’intero anno scolastico, non certo per la prestazione il giorno
dell’esame.
In breve tempo quello del karate è diventato tutto il mio mondo, insieme
alla scuola e agli impegni familiari. Per esempio, nonostante fossi la più
piccola della famiglia, non mi veniva mai risparmiata la vendemmia. In quei
periodi lavoravo tutto il giorno all’aria aperta e la sera i miei mi
accompagnavano in palestra per allenarmi. Il paese si svuotava. Tutti erano
impegnati sui carri. Per i giovani era il lavoro estivo prima di tornare sui
banchi di scuola. Era un appuntamento che coinvolgeva tutte le famiglie. Di
solito le donne smettevano un po’ prima per tornare a casa a preparare il
pasto di mezzogiorno, si mangiava tutti insieme in giardino e poi si ritornava
con la testa sotto ai vigneti. Dopo un mese tra i filari tornare a scuola, a
settembre, sembrava una passeggiata.
«È importante che tu capisca cosa significa lavorare e soprattutto rispettare
gli impegni presi», continuava a ripetermi mia madre.
I miei volevano che imparassi a dare il giusto valore alla fatica e quindi ai
soldi.
«Noi paghiamo il corso di karate perciò tu ti devi impegnare. È il tuo
lavoro», continuava mia madre. È stato un insegnamento importante.
A me non dispiaceva, anzi. Seppure stanca andavo in palestra molto
volentieri. Purtroppo oggi la tradizione della vendemmia si è un po’ persa
anche dalle mie parti. Quasi tutti i vigneti sono stati sostituiti con le viti basse
a filare in modo da poter essere vendemmiate con le macchine e non più a
mano come una volta. I costi vengono abbattuti e anche i tempi, forse a
discapito della qualità perché la macchina aspira un po’ tutto oltre all’uva.
Però è stata una grande innovazione.
Così com’era una mia tradizione personale quella di conservare gli archi e
le frecce che realizzavo con mio nonno in uno scomparto segreto in camera
mia, dietro alla testata del letto. All’inizio delle vacanze estive spesso
organizzavo un pigiama party con le mie amiche Melissa, Marika e Deborah.
Spesso loro si rintanavano nella mia stanza dei giochi, tra bambole e
pelouche, mentre io tentavo di raccontare loro le mie vacanze, le gare e i
percorsi. Non mi ascoltavano molto, erano troppo impegnate a pettinare le
bambole. Di certo con loro non potevo aprire il mio scomparto d’armi
segreto.
Non mi piacevano le loro Barbie e pentoline. Spesso le lasciavo lì e
tornavo nella mia stanza. Aprivo la finestra, scavalcavo l’infisso e mi sedevo
sul tetto del porticato di casa. Guardavo le nuvole sospinte dal vento,
ascoltavo gli alberi. Non sentivo più il loro vociare nell’altra stanza. Mi
immergevo nei miei pensieri. Quella sera si sarebbero fermate a dormire a
casa mia. Dopo cena ancora un’oretta di giochi e poi tutte a dormire.
Era una serata calda, la finestra era aperta e non tirava un alito di vento. Ho
chiuso gli occhi e mi sono ritrovata all’improvviso in auto con un uomo.
Stavo per andare in piscina, l’aria calda non c’era più. Ero seduta sul sedile
accanto a lui. Mangiavo le caramelle che mi aveva offerto, la sua mano era
poggiata sulla mia gamba, come a volermi proteggere da improvvise frenate
dell’auto.
Arrivati al cancello di casa e parcheggiata l’auto nel garage, lui ha varcato
la soglia di una villetta a due piani. Io però non volevo entrare lì dentro e fare
i suoi giochi. Diventava cattivo e mi faceva male. Mi spaventavano i suoi
giochi schifosi. Diceva che dovevo stare ferma, che dovevo stare calma e
comportarmi bene. Io non ci riuscivo e lui si divertiva. Mi stringeva sempre
con la mano dietro il collo, appena sotto i capelli. Lui era forte e io ero
debole.
Sentivo che mi chiamava però io avevo già fatto il giro del giardino per
andare direttamente sul retro dove si trovava la piscina. Non aspettavo mai
nessuno per tuffarmi in acqua. Toglievo i vestiti correndo, lanciavo le
ciabatte in aria e mi tuffavo. Facevo i tuffi a bomba oppure a candela, come
venivano. Rientravo in casa solo quando ero sfinita. Avevo fame. Con mia
grande sorpresa ho trovato una ragazza nuda, accucciata vicino al divano.
Sembrava sentisse tanto freddo. Strano, pensai, fuori faceva di nuovo caldo.
Le misi una coperta sulle spalle. Lei non parlava. Andai in un’altra stanza,
cercavo le mie amiche. Dov’erano Marika, Melissa e Deborah? Non c’erano.
Eppure le avevo lasciate nella stanza dei giochi. Forse il pigiama party era
finito e io non me ne ero resa conto. Allora mi fermai a dormire nella casa di
quell’uomo moro. La mia camera era vicina a quella della ragazza però
nessuna delle due andava a trovare l’altra.
Al risveglio, ho fatto colazione e sono tornata in piscina. Lui mi ha
raggiunta e si è tuffato in acqua. Non so nemmeno come, tutto a un tratto mi
sono ritrovata in un angolo in ombra e freddo della piscina. Sembrava che
tutto fosse diventato più stretto. Forse perché lui mi stava molto vicino.
Diceva frasi bellissime.
«Sara sei bellissima, ti voglio tanto bene», mi sussurrava mentre mi
accarezzava i capelli bagnati. Ero schiacciata contro la parete della piscina,
l’acqua si era fatta improvvisamente gelida e il bordo mi premeva forte dietro
al collo. Non riuscivo a muovermi. Non avevo spazio. Fino a quando non ho
sentito la sua mano che si infilava nel mio costume. E poi il buio. Non so più
niente. Mi sono sentita spezzare. Non so quanto tempo siamo rimasti lì.
Stavo correndo di corsa in casa in cerca di quella ragazza. Volevo chiederle
di venire in piscina con noi. Sono salita su per le scale e ho aperto la porta
della sua camera senza bussare. Il suo sguardo è arrivato dritto nei miei occhi.
Gelido. Vuoto. Sono rimasta bloccata, come paralizzata. Era in piedi,
schiacciata alla parete davanti a me, come lo ero io qualche minuto prima al
bordo della piscina, e c’era lui davanti a lei. Il suo sguardo era come morto,
apatico, vuoto e distrutto.
Ho chiuso la porta e sono tornata di corsa al piano di sotto, senza proferire
parola. Solo un po’ di tempo dopo lui mi ha raggiunta. Voleva
tranquillizzarmi. Mi spiegava che erano cose normali che si facevano tra
persone che si volevano bene. Se volevo diventare grande anch’io avrei
dovuto imparare.
Poi è comparsa di nuovo quella ragazza. Ha preteso che facessimo una
promessa, stringendoci i mignoli: non avrei dovuto raccontare a nessuno
quello che avevo visto.
Ma cosa avevo visto? Non lo sapevo nemmeno io. Avevo una gran
confusione in testa. Sbatto le palpebre per ritrovarmi in una camera.
Quell’indimenticabile rumore sordo della chiave nella serratura. Dovevo
aprire quella porta. Stavo nel letto e lui era lì. Avevo la maniglia di quella
porta in mano e la muovevo su e giù velocemente ma non si apriva. Cos’era
quel sangue sui polpastrelli? Volevo uscire. So solo che volevo tornare sul
tetto della mia casa a guardare le nuvole o nella stanza dei giochi con le mie
amiche. Il pigiama party era davvero finito oppure io avevo preferito andare
in piscina in quella casa?
Improvvisamente mi sentivo disperata, dolorante, sporca, sentivo prurito
sulla pelle, volevo tornare a casa mia. Sarebbe dovuta venire mia madre a
prendermi. Perché tardava? Perché mi aveva lasciata lì? Finalmente è
arrivata.
«Sara, Sara, svegliati. Le tue amiche sono già in cucina a fare colazione».
Era la voce di mia madre. Ho aperto gli occhi. Ero nel mio letto, nella mia
camera, in casa mia. Sentivo dolori ovunque e avevo uno strano senso di
vomito, dovevo lavarmi i denti, avevo l’esigenza di strofinarmi il sapone
addosso.
«Non voglio più andare in quella casa», mi dissi.
Sono scesa in cucina. Ho fatto colazione con le mie amiche e poi le ho
pregate di tornare a casa. Volevo rimanere da sola. Una volta nella mia
camera, ho iniziato a scrivere e scrivere sul mio diario. Avevo bisogno di
comunicare a qualcuno quello che provavo in quel momento. Ero al sicuro o
forse no. Una sensazione di disagio continuava a pervadermi.
Quel giorno avevo un’altra gara provinciale valida per la qualificazione
alla fase regionale. Ho iniziato a piangere. Mi sentivo irascibile e con
l’agitazione nelle vene, però in realtà ero pietrificata. Perché non volevo
andare alla gara o per qualcos’altro? Non l’ho mai veramente capito.
L’incontro con il karate

A dodici anni ho iniziato l’attività agonistica vera e propria. Ai percorsi si


sono sostituiti gli allenamenti di karate. Non è stato facile. Mi sono trovata in
difficoltà. I percorsi a ostacoli da affrontare nel più breve tempo possibile,
insieme alla maggior parte del lavoro da svolgere in palestra, mi hanno
sicuramente aiutata a livello motorio. Però mi sono ben presto resa conto di
fare più fatica a leggere i combattimenti rispetto a chi aveva iniziato già da
tempo a salire su un tatami e ad affrontare un avversario in carne e ossa.
Era il mese di maggio, quasi al termine dei corsi prima della pausa estiva,
quando il maestro Paolo ha convocato i miei genitori e quelli di altri due miei
coetanei.
«Il corso per bambini ormai è poco stimolante per loro. Cosa ne pensate se
provo a spostarli in quello per agonisti con gli adulti?» ha proposto il maestro
ai miei.
Mia madre era titubante, mio nonno entusiasta. Così ho affrontato le ultime
settimane della stagione di prova con gli adulti e dal successivo mese di
settembre ho iniziato il nuovo corso: tre giorni alla settimana, niente più
percorsi di agilità ma allenamento al combattimento con ragazzi e ragazze
molto più grandi di me, pure di vent’anni. Prendevo tanti pugni però li
restituivo anche. In questo ambiente ho iniziato davvero a farmi le ossa.
Nel frattempo a scuola ho cominciato ad avere i primi problemi con le
compagne. Non mi vergogno ad ammettere di essere stata sempre un po’
esclusa dal gruppo delle ragazze più simpatiche. Io ero concentrata sulle mie
attività. La mattina dovevo essere attenta alle lezioni in classe. Questo mi
permetteva di fare i compiti più velocemente il pomeriggio e potermi recare
subito dopo in palestra per gli allenamenti. Volevo fare tutto al meglio. Non
ero la classica studentessa che si definisce una «secchiona». Per raggiungere
il massimo dei voti studiavo tanto, ripetevo gli appunti presi in classe
centinaia di volte a voce alta per memorizzarli. Non sono mai stata
particolarmente dotata per lo studio però mi applicavo davvero molto e
questo faceva la differenza. Non volevo deludere nessuno, soprattutto mia
madre.
«Puoi fare quello che vuoi però devi essere brava a scuola», continuava a
ripetermi.
Le uniche materie in cui dimostravo un talento naturale erano il disegno,
l’italiano e l’educazione fisica.
«Complimenti Sara. Non ho mai dato dieci a nessuno dei miei studenti
prima di te», mi diceva il mio insegnante di educazione fisica che aveva circa
cinquant’anni. A distanza di tempo l’ho incontrato di nuovo a passeggio per
le vie del paese e si è ricordato di me.
«Quei dieci allora te li meritavi davvero», mi ha detto con una punta di
orgoglio, come se avesse già visto allora quello che sarebbe accaduto anni
dopo.
Con i miei compagni non parlavo molto. Ero socievole ma molto introversa
sulle mie questioni personali. Ero concentrata solo su quello che dovevo fare
e non mi perdevo in chiacchiere. Questo e il mio essere sempre al centro
dell’attenzione dei compagni per il mio aspetto fisico mi ha attirato diverse
invidie da parte di alcune ragazze della classe. Mi chiamavano Barbie.
D’altronde avevo gli occhi azzurri, i capelli biondi e lunghi, un fisico minuto
ma muscoloso e per di più una pagella con il massimo dei voti.
Solo anni dopo mi sono resa conto che io non stavo facendo nulla di male.
Però a quell’età non è semplice non sentirsi accettate, non far parte del
gruppo, senza arrivare a comprenderne realmente il motivo. D’altronde io mi
stavo semplicemente impegnando a fare quello che era il mio dovere al
meglio che potevo. Di certo non avevo tempo per un fidanzato o per i raduni
pomeridiani a casa delle mie compagne. Stavo sulle mie.
È capitato anche che prendessi una nota sul registro di classe. È accaduto in
occasione del concerto dei Lunapop. Avevo convinto mia mamma ad
accompagnarmi insieme alla mia amica Deborah. Per il giorno successivo a
scuola, mia madre mi ha fatto la giustificazione per i compiti che non ero
riuscita a completare adducendo i classici «motivi familiari». La mamma
della mia amica, invece, aveva scritto la verità. La professoressa di inglese ha
così scoperto la bugia e ha pensato bene di punire me.
La mancanza di comunicazione con i miei coetanei mi ha portata a
chiudermi sempre più in me stessa. La persona che ne ha sofferto
maggiormente è stata mia madre.
«Non ti fidi più di me?» continuava a chiedermi.
Semplicemente non sentivo l’esigenza di confidarmi con lei. Da piccola ero
un libro aperto con mia mamma, con il passare degli anni non lo sono più
stata. Non si è trattato solo di una ribellione adolescenziale. Non era la
persona giusta, ai miei occhi era troppo fragile e non volevo farla soffrire.
Non intendevo raccontarle quello che accadeva a scuola. Lei ovviamente lo
sapeva perché gli insegnanti continuavano a ripeterglielo nel corso dei
colloqui negli orari di ricevimento. Parlavano solo di quello e dedicavano due
minuti al mio rendimento scolastico.
Mia madre era quasi in imbarazzo. Gli altri genitori rimanevano molto più
a lungo a colloquio con gli insegnanti. Invece lei sembrava rassicurarsi
quando le dicevano che quei fenomeni di bullismo non dipendevano da un
mio atteggiamento di superiorità o di snobismo, quanto dalle invidie e dalle
gelosie delle mie compagne. Sua figlia era la bambina perfetta: educata e
studiosa.
Mi confidavo molto più facilmente con nonna Maria.
«La mia amica mi ha tradita», le raccontavo quando per esempio venivo a
sapere che non ero stata invitata a una festa.
«Nella vita può succedere. Devi stare attenta a scegliere bene a chi
concedere la tua fiducia e la tua amicizia», mi rispondeva lei.
Dovevo imparare a cavarmela da sola. Come sul tatami.
A differenza dell’esame di licenza elementare, in quello di terza media
sono riuscita a esprimermi.
«Ti faccio vedere alcune opere d’arte e mi dici a quale periodo storico
appartengono», mi aveva chiesto il professor Barbon, girando lo schermo del
computer verso di me. Le ho riconosciute tutte.
In palestra, intanto, mi sembrava di aver cambiato sport. Invece dei
percorsi di agilità nei quali potevo essere concentrata solo su me stessa per
realizzare al meglio la mia performance, adesso mi trovavo a dover fare i
conti con un avversario, che stava in piedi davanti a me e si muoveva in
maniera ben diversa da un palloncino fissato al soffitto. E che soprattutto
voleva battermi, esattamente come volevo fare io.
«È come recitare una poesia a memoria o dialogare con qualcuno», mi
ripeteva il maestro Paolo. Dovevo imparare a comunicare con il mio
avversario, senza fargli capire le mie reali intenzioni. Mi allenavo spesso con
Claudia, una ragazza poco più grande di me, compagna di tante trasferte e
tutt’ora una delle mie migliori amiche. Poi c’era Nicoletta, la cugina di Paolo,
una ragazza rossa di capelli, molto coriacea. Sarebbe stata anche la mia
compagna di stanza nei campi estivi.
Nel 2000, a tredici anni, ho partecipato al mio primo campionato italiano
esordienti di kumite, a Terni, e ho conquistato la prima medaglia di bronzo.
Dall’anno successivo, invece, le finali nazionali di categoria si sono tenute al
Centro federale di Ostia, vicino a Roma, e lì mi sono aggiudicata la prima
medaglia d’oro.
Cosa significa vincere un titolo italiano? Vuol dire che, per la prima volta,
quella ragazzina poteva definirsi una campionessa, o meglio una
«campionessa italiana di karate». È stato proprio gratificante salire sul podio,
avere quella medaglia d’oro pesante al collo. Ero una piccola campionessa.
Allora ero forte per davvero. Dovevo assolutamente impegnarmi per
diventarlo ancora di più.
Da quella prima volta, mi sono aggiudicata molti altri titoli italiani. Oggi, a
trentadue anni, ne conto venti. Però quello è stato il primo. Lo ricordo molto
bene anche perché è stata la prima e unica gara alla quale ha assistito mia
madre dal vivo. Tuttora racconta che non riusciva a guardare il tatami. Era
troppo in ansia perché sapeva quanto mi impegnavo e quanto ci tenessi e
aveva paura che potessi perdere o farmi male. Il tifoso più caloroso sugli
spalti è sempre stato nonno Danilo. Quella volta è arrivato al palazzetto dello
sport con un lenzuolo con una scritta fatta a mano in caratteri cubitali: «Forza
Sara».
In tribuna, in quella occasione, c’era anche un grande tecnico della
federazione, forse il più importante, colui che attraverso la scienza e la
metodologia aveva rivoluzionato il karate italiano. Con lo studio della
biomeccanica aveva reso il nostro sport sicuro e ottimale nell’esecuzione dei
gesti tecnici e, attraverso la metodologia basata sui progetti del Coni, aveva
alzato notevolmente il livello culturale dei tecnici italiani. Lo chiamavano il
Guru e a lui piaceva quell’appellativo. Un uomo alto, magro, segaligno, gli
occhi arguti con uno sguardo di ghiaccio. Ho saputo solo successivamente
che aveva seguito tutto il mio incontro. Era rimasto stupito. Allora avevo un
modo di combattere diverso da quello che si era soliti vedere in Italia: non
combattevo davanti alla mia avversaria ma le giravo intorno.
Al termine della premiazione il maestro Paolo si è avvicinato al Guru.
«La ragazzina bionda ha delle potenzialità. Cosa possiamo fare per
migliorare ancora?» gli ha chiesto.
Si sono fermati a parlare alcuni minuti, fino a quando il Guru gli ha fatto
una proposta.
«Venite ad allenarvi a da me, una volta la settimana». Il mio maestro ha
accettato con entusiasmo. Pure io ero elettrizzata. Qualcuno aveva
riconosciuto in me del potenziale e io non vedevo l’ora di mettermi a lavorare
sodo per migliorare ogni giorno di più.
In quegli anni il Guru aveva un progetto: creare un gruppo d’élite con
poche e selezionate giovani promettenti. Lui viveva in una delle città più
belle e romantiche d’Italia e ogni mercoledì ci dava appuntamento in una
palestra diversa nella quale aveva trovato la disponibilità per un paio d’ore di
lavoro. A volte ci allenavamo anche in un laboratorio di biotecnologie. Ci
concentravamo soprattutto sulla tecnica. Io apprendevo e il maestro Paolo
con me. Non ero sola. Avevamo costituito il gruppo delle tre S. Insieme a me
c’erano infatti Susanna che veniva da Bergamo e Sabrina da Milano. Del trio,
a livello emotivo, io ero sicuramente la più debole.
Susanna era bellissima, teneva molto a curare il suo aspetto fisico e vestiva
sempre con abiti alla moda. Ricordo che le chiesero anche più volte di fare la
fotomodella. Aveva una costituzione longilinea e tecnicamente era la
perfezione in persona sul tatami. È rimasta incinta all’età di diciotto anni.
Dopo la maternità ha ripreso subito gli allenamenti, era una tignosa, un’atleta
vera, però ha avuto diversi problemi fisici che l’hanno costretta ad
abbandonare il karate.
Sabrina, classe 1987 come me, era a mio parere la più forte delle tre.
Quella che «leggeva» e capiva meglio tatticamente gli incontri. Non ne
sbagliava uno. Si allenava a Pozzuolo anche tre volte al giorno. È arrivata a
vincere un Campionato europeo. Peccato che nello stesso anno, in occasione
del Campionato mondiale, ci sia stato qualche screzio di cui non conosco i
particolari e lei abbia deciso di smettere con il karate.
Oltre a noi tre, il Guru ha successivamente invitato agli allenamenti del
mercoledì anche un’atleta emiliana e poi Gloria. La prima era davvero ben
impostata tecnicamente e con un passato da ginnasta, aveva un padre molto
ambizioso che la spingeva a essere estremamente competitiva. La seconda,
veneziana doc, un anno più piccola di me, la conoscevo già abbastanza bene
perché veniva spesso alla palestra di Ponte di Piave. Aveva iniziato ad
allenarsi con la madre. Quando quest’ultima si è resa conto che la figlia aveva
bisogno di nuovi stimoli si è rivolta al maestro Paolo e gliel’ha affidata.
Spesso era la mia sparring negli allenamenti.
Il mercoledì era senza dubbio il giorno più duro della settimana. La mattina
a scuola fino alle 14, all’uscita il viaggio in auto fino alla palestra dove
insegnava il Guru, l’allenamento con la concentrazione al massimo per
carpire qualunque segreto lui fosse disponibile a donarci e infine il ritorno a
casa – non c’era ancora l’attuale passante di Mestre – a volte anche dopo le
22. Tutte frequentavamo le scuole superiori. Io avevo scelto il liceo
scientifico anche se la matematica non era proprio il mio forte e spesso
eravamo costrette a fare i compiti in automobile.
Il Guru pretendeva tantissimo da noi. Era estremamente carismatico, e a
noi, ragazzine, ci faceva sentire spesso in soggezione. Non si faceva mai
sfuggire l’occasione di riprenderci. In quegli anni, comunque, ci metteva
davvero tanto impegno. Noi tutte sentivamo quanto credeva nel suo progetto.
Ci ha sottoposte a qualunque genere di test fisico e dai suoi studi ha ricavato
delle linee guida per i nostri allenamenti dando vita alla sua scuola di
pensiero.
Anche il maestro Paolo elogiava spesso i metodi del Guru. Ricercavamo,
giorno dopo giorno, la perfezione assoluta, in maniera quasi maniacale.
È stato un periodo di apprendimento straordinario per tutti. Per me, per le
mie compagne e anche per il maestro Paolo. In quegli anni si è creato un
gruppo, il Golden League Competitor, composto da circa centocinquanta tra
ragazzi e ragazze. Andavamo a disputare delle gare all’estero: in Croazia, in
Svizzera, in Germania, in Slovenia. Il confronto tra differenti stili di
combattimento e tra le diverse scuole ed esperienze di tecnici tanto
disomogenei apre la mente.
Nel 2001, a soli quattordici anni, ho partecipato alla mia prima gara
internazionale. Il modo di combattere all’estero in quegli anni era molto
diverso da quello italiano. Il contatto, anche tra gli atleti esordienti, si faceva
sentire. Io ero abituata a combattere di precisione, mentre le mie avversarie
entravano nella guardia in modo molto più pesante.
In finale ho vinto un incontro durissimo. Ne sono uscita reagendo anch’io
alle botte, rispondendo alla mia avversaria colpo su colpo. Però la sensazione
di sentirmi cattiva non mi è piaciuta per niente. Durante la premiazione, sul
podio, non riuscivo a smettere di piangere. Esattamente come mi accadeva
prima di partecipare ai percorsi di agilità o agli esami scolastici.
«Non mi piace prendere tutte queste botte», ho detto al maestro Paolo al
termine della cerimonia. Io amo il karate proprio perché è un combattimento
a contatto controllato, vince il più astuto, il più veloce e preciso e furbo, non
quello che colpisce più forte. Così, in quella gara, avevo un po’ perso le
staffe. Forse avevo solo ingigantito la situazione però il karate che avevo
visto in quel contesto non mi era piaciuto affatto.
Il giorno dopo, comunque, avevo già dimenticato tutto e non vedevo l’ora
di tornare in palestra ad allenarmi per la gara successiva.
Intanto il Guru, il mercoledì, continuava a pretendere molto da noi e i
risultati sono iniziati ad arrivare presto. Un paio di anni dopo l’inizio degli
allenamenti con lui tutte le «sue» ragazze si sono aggiudicate il campionato
italiano cadetti, una in ogni categoria di peso.
Io vincevo quasi tutte le gare anche se la categoria di peso è cominciata a
diventare un grande problema. Il Guru infatti era convinto che dovessi
gareggiare nei -50 kg. Le sue ragioni erano che io ero troppo bassa e non
sarei stata competitiva nei -55 kg, sembrava considerasse il mio fisico solo in
base all’altezza senza tenere conto della massa muscolare. In quel periodo
avrei fatto di tutto per accontentarlo perché sapevo che lui poteva portarmi in
alto nel mondo del karate. Poteva realmente aiutarmi a vincere.
In viaggio verso la sua palestra, spesso per calare un po’ di peso, come
spuntino mangiavo solo delle carote, mentre il menù del viaggio di ritorno era
il riso in bianco che mi ero portata da casa. Era un po’ triste per una ragazzina
però io ci credevo e diventavo sempre più maniacale nel controllo del peso.
Solo diversi anni dopo mi sono resa conto che il problema con il mio fisico
veniva da molto più lontano. Ricordo di aver rotto con il martello la bilancia
di casa solo perché una mattina mi aveva dato due pesi di qualche grammo
differenti. Ero arrivata a pesare i pantaloni del karategi per indossare quello
più leggero. Quando salivo sulla bilancia mi spogliavo di tutto, anche la
biancheria intima e il laccio per tenere legati i capelli erano di troppo.
Guardandomi allo specchio non riconoscevo i miei tratti femminili, avevo
soprattutto le braccia e i polpacci troppo muscolosi. Ero nervosa e a risentirne
era anche il rapporto con mia madre.
Arrivavo a pesarmi dalle sei alle otto volte al giorno. Mi sembrava che pure
il maestro Paolo fosse contento di me solo in base al mio peso. D’altronde
quello era l’obiettivo, essere perfetta per il karate, per il Guru, per Paolo e per
me. Volevo essere perfetta e volevo vincere. Sono arrivata a pesare 48
chilogrammi come richiesto. Nella mia idea di perfezione maniacale, oltre a
eccellere a scuola e a vincere sul tatami, Sara doveva essere anche magra. Il
mio ideale era avere un fisico da modella che, naturalmente, non poteva
essere il mio.
«Perché indossi quel vestito? Si vedono troppo i muscoli», mi diceva a
volte mia madre e i complessi aumentavano. Così ho cominciato a indossare
abiti larghi per far sembrare che sparivo dentro ai vestiti proprio come le
modelle. Oppure mi rosicchiavo l’interno delle guance perché così, nella mia
idea, il mio viso diventata più magro.
Rientrare nella categoria di peso dei -50 kg sportivamente era anche un mio
obiettivo. Per farlo dovevo controllarmi e se non riuscivo a farlo mi sembrava
di impazzire. All’inizio ho seguito una dieta consigliata da uno specialista.
Dopo un po’ di tempo ho iniziato a gestirmi da sola e la mia caparbietà mi ha
fatto arrivare a meno di 45 chilogrammi. A poco a poco guardandomi allo
specchio iniziavo a piacermi sempre di più solo perché mi vedevo più magra.
Ero felice se ero magra. La mia felicità cominciava a ruotare solo ed
esclusivamente intorno a quello.
«Sei dimagrita, brava Sara», mi ripetevo tra me e me.
Mi sentivo forte, soddisfatta, credevo di avere il controllo del mio corpo e
del mio peso. Mi piaceva l’idea di sapermi controllare in tutto. Invece era
esattamente il contrario. Mi rendevo conto che il calo peso stava diventando
una mia ossessione e che dovevo riprendere a mangiare in modo normale.
Infatti ho ripreso a farlo. Però questa scelta mi ha riportata in conflitto con
me stessa. Era come se avessi fallito, se avessi perso nuovamente il controllo
e non fossi più riuscita a non mangiare. Non potevo accettarlo. Dovevo
rimediare a questo mio errore. Così ho iniziato a mettermi due dita in bocca e
a provocarmi il vomito. Dovevo ritrovare l’equilibrio, non tenere tutte quelle
maledette calorie dentro al mio corpo. Le dovevo espellere e velocemente,
altrimenti temevo che venissero assimilate.
Dall’anoressia alla bulimia, il passo è breve. Tornando a mangiare era
come se avessi ripreso a fare qualcosa di sbagliato. Mi nascondevo, cercavo
di non farmi vedere da nessuno sia quando non mangiavo sia quando andavo
a vomitare. I sensi di colpa crescevano, ora dopo ora, giorno dopo giorno.
Prima mi sentivo in colpa perché avevo mangiato, poi di nuovo in colpa
perché avevo vomitato.
Si innesca un circolo vizioso dal quale sembra impossibile uscire. Come
riprendere il controllo? Vomitando, naturalmente. Arrivavo a farlo anche
quindici volte al giorno. Prima mi aiutavo con le dita, poi mi infilavo il
sapone in bocca, alla fine viene quasi spontaneo. Era come se mi dovessi
ripulire da qualcosa, per questo usavo il sapone. Mi sentivo sporca e mi
piaceva farmi del male. Passavo le giornate a pensare solo a questo. Il mio
fisico si trasformava in continuazione. Dopo un periodo di digiuno, appena
riprendevo a mangiare qualcosa, mi sentivo la pancia gonfia come se fossi
arrivata a pesare ottanta chili.
Dovevo anche trovare il modo di punirmi senza farmi scoprire. Un
pomeriggio sono arrivata addirittura a smontare il lavandino del bagno di
casa prima che rientrasse mia madre perché si era intasato e non volevo che
mi scoprisse.
Per quanto cercassi di tenere tutto nascosto ai miei, mia madre si era resa
conto che qualcosa non andava. Mi controllava le mani perché sulle dita si
era formato un piccolo callo, avevo l’alito cattivo e gli occhi rossi per lo
sforzo. Lei non riusciva ad aiutarmi. Anzi, è caduta in depressione, ha iniziato
a perdere i capelli e ha chiesto aiuto a uno psicologo. Ero cattiva con lei,
sfogavo la mia cattiveria e le mie frustrazioni su di lei.
Le discussioni in casa erano sempre più frequenti. Una sera, a cena, ricordo
che per l’ennesima volta le ho risposto male. Per la prima volta nella mia vita,
ho visto mio padre perdere le staffe. Ha afferrato un bicchiere che si trovava
sulla tavola e lo ha scaraventato per terra. Ancora oggi è rimasta la piastrella
scheggiata sul pavimento. Mi sono spaventata. Mi sono alzata da tavola per
correre su per le scale e raggiungere la mia stanza. Non ci sono riuscita
perché papà mi ha afferrato per la coda di cavallo e mi ha riportata in cucina.
«Non ti permettere mai più di trattare tua madre in questo modo», mi
urlava. Non ricordo di averlo mai visto tanto arrabbiato. Aveva perfettamente
ragione. Non ero più la stessa Sara, non avevo più il controllo di me stessa,
mi sentivo sporca e sbagliata e mi sfogavo con mia madre.
I miei genitori si erano confrontati anche con il maestro Paolo. Di comune
accordo avevano preso la decisione di portarmi da una psicologa, la
dottoressa De Rosa. Ne avevano parlato anche con me prendendomi da parte,
per farmi ragionare sulla situazione con calma. Compresi che era una scelta
sensata. Volevo a tutti i costi riprendere il controllo del mio corpo e non
sentirmi in quello stato d’ansia e di colpa perenne.
Lo studio della psicologa si trovava vicino al liceo scientifico che
frequentavo, a Motta di Livenza. Ci sono andata qualche volta poi la
psicologa ha iniziato a farmi domande sul mio passato e io mi innervosivo a
parlare con un’estranea.
Mia madre non sapeva davvero più cosa fare. È arrivata addirittura a
minacciare di rinchiudermi in una clinica specializzata. Mi ha caricata a forza
in macchina però alla clinica non ci siamo mai arrivate. Lungo la strada le ho
promesso che ne sarei uscita da sola.
Tra le mie compagne di karate, Gloria è stata la prima ad accorgersi dei
miei problemi alimentari. Quando uscivamo a cena e lasciavo la tavola per
recarmi alla toilette, mi seguiva e si fermava ad aspettarmi fuori dalla porta.
«Cosa ci fai qui?» le chiedevo quando me la ritrovavo davanti all’ingresso
del bagno.
«Tu cosa ci fai qui?» mi rispondeva lei.
Ero nel pieno della mia adolescenza. Mentre da piccola ero riuscita a
mantenere il controllo di me stessa, nonostante tutto e tutti, a quell’età c’è
stata un’implosione di Sara che non accettava di essere controllata, che
voleva sentirsi libera, serena, voleva piacersi e accettarsi e non ricevere
regole o dettami da nessuno. Volevo fare di testa mia, però questo spesso
significava sbagliare e farsi del male, come nel caso della bulimia nervosa.
Vivevo con la stessa smania anche la palestra. Ero ribelle, una brava
ragazzina che però aveva perso il controllo di sé stessa. Paolo diceva di fare
un esercizio e io facevo esattamente il contrario. Ero una sognatrice, ma
stralunata e con tanti momenti di buio e un desiderio di libertà interiore che
però non raggiungevo mai. Eseguivo le tecniche sempre con estrema
precisione e meticolosità però non le lasciavo fluire, come se dovessi
mantenerle dentro a uno schema precodificato o mi sarei persa. Ero molto
confusa su me stessa. Per questo motivo molto spesso mi sembrava di non
riuscire a esprimermi al 100%.
Il karate, in questo, mi ha aiutata tanto. A poco a poco mi ha ricordato
l’autostima, mi ha riportata in contatto con me stessa, mi ha fatto capire le
mie debolezze e mi ha aiutato ad affrontarle. E io volevo affrontarle perché
dovevo vincere.
Ricordo le battaglie davanti allo specchio per riuscire a fare il «kiai». Nel
karate quando si sferra un colpo in attacco di pugno o di calcio bisogna
urlare. Nella tradizione giapponese il «kiai» rappresenta la massima
espressione di potenza data dall’unione del ki, che è lo spirito, all’ai, il corpo.
Ebbene, in quegli anni io non riuscivo a urlare. Non solo in allenamento,
anche in gara. Le mie avversarie mi urlavano in faccia mentre mi
attaccavano, io anticipavo o rispondevo all’azione in silenzio. Combattevo
forte, spingevo forte, andavo veloce e quasi sempre arrivavo a bersaglio però
non riuscivo a urlare.
«Non metterti nemmeno le protezioni», mi ha detto Paolo un giorno appena
mi ha vista arrivare in palestra, «oggi ti metti davanti allo specchio e provi a
urlare. Questo è il tuo allenamento».
In quel momento mi è sembrata una forzatura assurda. Davanti a quello
specchio ho pianto però alla fine sono riuscita urlare. Da quel giorno, solo in
gara, sono sempre riuscita a fare il «kiai», mentre durante gli allenamenti mi
è venuto naturale solo dopo altri cinque anni.
Anche a scuola erano iniziati i problemi. Non tanto di rendimento, perché
avevo ancora voti altissimi – d’altronde, per rispettare me e la mia perfezione,
volevo solo 9 o 10 –, quanto con alcuni professori. Gli impegni con il karate
aumentavano, mia madre ne aveva parlato con alcuni di loro e a parole
sembravano tutti disponibili a venirmi incontro. Non chiedevo di essere
esentata da compiti e interrogazioni, semplicemente di avere più tempo per
prepararmi al meglio. Anziché essere interrogata a sorpresa il lunedì, avrei
preferito essere chiamata qualche giorno dopo. Al ritorno in classe dopo il
fine settimana non riuscivo ad arrivare preparata, perché in quei due giorni
ero in giro per il mondo a rappresentare l’Italia. Non trascorrevo certo il fine
settimana al parco con le amiche. Lo scontro più duro l’ho avuto con
l’insegnante di italiano. Avevo sempre avuto la media del nove. Diceva che
scrivevo bene. Poi le trasferte sono iniziate a essere sempre più frequenti e
spesso il lunedì portavo la giustificazione di mia madre per non essere
riuscita a completare i compiti a casa. Purtroppo il primo giorno della
settimana c’erano le sue ore e lui non riusciva ad accettare i miei impegni
sportivi. Aveva detto sia ai miei genitori sia al maestro Paolo che aveva
capito la situazione. Invece, puntualmente, tutti i lunedì entrava in classe, si
sedeva alla cattedra e apriva il registro.
«Chi interroghiamo oggi? Cardin vieni tu», esclamava con il suo tono
autoritario.
All’interrogazione di inizio settimana prendevo sempre quattro. Il venerdì
mi presentavo come volontaria e mi dava un bel nove. Questa situazione si è
protratta per diversi mesi fino a quando ho deciso di affrontarlo. L’ho
aspettato nel corridoio davanti alla mia classe e gli ho chiesto di potergli
parlare.
«Mi scusi se mi permetto, professore, però lei non mi sembra molto
corretto e anzi è un tantino incoerente nella mia valutazione», gli dissi con
molta calma.
Da quella volta ho sempre mantenuto la media del sei, era solo la
sufficienza ma in quel momento mi sembrava comunque un ottimo risultato.
E soprattutto ha finalmente iniziato a interrogarmi il martedì.
A scuola ci andavo con la mia amica Melissa, due anni più grande di me.
Ci davamo appuntamento al bar del paese, lasciavamo le biciclette alla
fermata dell’autobus e poi prendevamo la corriera per una mezz’ora di
tragitto.
Lei, insieme a Marika, erano il mio rifugio lontano dal karate. Non
praticavano sport anzi forse erano l’anti-sport in persona. Mi piacevano anche
per questo, non sapevano cosa fosse un tatami. Insieme a loro facevo tutto
quello che a una ragazzina di quell’età piace fare. Andavamo a fare le
passeggiate in piazza a Oderzo, un paese confinante con il nostro, andavamo
al parco, chiacchieravamo di vestiti e fidanzati oltre a spettegolare sulle altre
storie di ragazzi.
Con loro andavo alle sagre di paese e in discoteca, rigorosamente di
pomeriggio. Frequentavamo il Kaos e il Manhattan. C’era un pullman che la
domenica raccoglieva i giovani nei vari paesi limitrofi e li portava in questi
locali. Adoravo ballare. Da quando entravo nella discoteca fino all’orario di
chiusura ero sempre in pista. Mi faceva assaporare un po’ quella
spensieratezza che tutti gli adolescenti ricercano.
D’estate solitamente partecipavo a diversi camp di karate. Principalmente
gli appuntamenti erano tre: quello in montagna a Fai della Paganella, in
provincia di Trento, e quelli al mare, uno sulla Riviera romagnola e l’altro in
Friuli Venezia Giulia. Uno dei responsabili organizzativi era spesso il
maestro Paolo mentre il Guru, onnipresente, si riservava l’insegnamento
tecnico.
Anche in quelle occasioni capitava spesso che mi eleggesse a suo modello
di prestazione da esibire davanti agli altri. Venivamo sottoposti anche a dei
test fisici come per esempio il K4 che prevedeva la misurazione dell’acido
lattico. Mi faceva eseguire un esercizio intenso per una durata temporale
ridotta. I battiti del cuore mi arrivavano velocemente a 220 al minuto ma
nella fase di riposo tornavano a scendere, altrettanto rapidamente, a 120. Mi
faceva ripetere le serie una dietro l’altra. I miei battiti del cuore recuperavano
in fretta e di questo il Guru si vantava con gli altri ingegneri lì presenti. Il mio
fisico invece no e terminavo questi test davvero distrutta, con i muscoli che
mi facevano male. E così molti altri test come quelli con la pedana
stabilometrica, che permette di monitorare come viene scaricato a terra il
peso del corpo, oppure quelli con la cuffia per l’elettroencefalogramma.
La sera, dopo le giornate intense di allenamenti, i tecnici si riunivano per
fare il punto della situazione e noi atleti ci trovavamo tutti insieme nelle
camerate. Le battute e gli scherzi goliardici erano la consuetudine. Come
quella volta in cui eravamo tutti in una stanza e ci divertivamo a passarci un
preservativo gonfiato come fosse un palloncino. Dopo qualche minuto un tiro
un po’ più potente degli altri e il preservativo è volato fuori dalla finestra. Io e
Susanna e qualcun altro ci siamo affacciati dalla finestra del terzo piano,
ridendo. Quando abbiamo buttato lo sguardo sotto di noi le risate si sono
spente, all’improvviso. Proprio lì, al piano terra, si stava svolgendo una
riunione tra i tecnici con il Guru al centro della scena. Lui parlava delle
ricerche mentre il preservativo, lentamente, scendeva fino ad atterrare proprio
al centro della riunione. Noi atleti siamo rientrati immediatamente tutti in
camera e abbiamo chiuso la finestra. Che figuraccia!
La mattina successiva nessuno ha accennato all’episodio. Non abbiamo
mai saputo se i tecnici avessero capito da quale finestra provenisse quel
preservativo piovuto dal cielo.
Avevo due anime. Quella della karateka e quella di una ragazza nata e
cresciuta nella provincia veneta.
La nazionale

Tutti coloro che iniziano a praticare un’attività sportiva a livello agonistico


hanno un sogno che non sanno se riusciranno mai a realizzare. Quello di
partecipare a una gara per portare in alto l’onore della propria nazione. Io
avevo visto tante manifestazioni sportive in televisione in compagnia di
nonno Danilo. Avevo ascoltato l’inno di Mameli centinaia di volte in
occasione di Campionati del mondo, Europei e Olimpiadi. Mio nonno, oltre
alla passione per la competizione, ha instillato in me anche un grande amore
per il Tricolore e per la maglia azzurra.
Fino ad allora avevo sempre gareggiato in giro per l’Italia e all’estero con il
maestro Paolo oppure con la Golden League Competitor, le gare giovanili. La
Nazionale giovanile femminile non esisteva.
La mia prima convocazione nel gruppo della Nazionale senior è arrivata
quando avevo solo quindici anni. Destinazione il centro federale al Lido di
Ostia, sul litorale romano. Un viaggio che, nel corso degli anni, avrei poi
percorso migliaia di altre volte. In treno da Venezia Mestre fino alla stazione
di Roma Termini, poi la linea B della metropolitana, il trenino fino a Castel
Fusano e, infine, un tratto a piedi.
Il primo impatto non è stato affatto semplice. Venivo da una piccola realtà,
la palestra di Ponte di Piave, che era diventata la mia seconda casa, anzi per
certi aspetti addirittura la prima. Quando la sera sono arrivata al raduno e
hanno iniziato a chiamarci per cognome per assegnarci le camere, mi sono
resa conto che sarei rimasta da sola, in una stanza singola. D’altronde non
conoscevo nessuno, venivo dall’estremo nord ed ero l’ultima arrivata.
La mattina dopo è andata ancora peggio. La colazione era fissata alle 8.30,
l’allenamento alle 11. Volevo essere puntuale e così mi sono alzata per
tempo, ho indossato il karategi e mi sono recata alla mensa con dieci minuti
di anticipo sull’orario prefissato. Papà mi ha sempre insegnato così. Se si
inizia a lavorare alle 8.00, devi trovarti sul posto dieci minuti prima di lui. La
sala era completamente vuota. Mi sono seduta al tavolo in fondo rispetto alla
porta d’ingresso, vicino a una vetrata che dà sul mare. Solo qualche minuto
dopo sono cominciati ad arrivare, alla spicciolata, i miei compagni di
Nazionale. Tutti rigorosamente in tuta, nessuno era venuto a fare colazione
con il karategi.
«Perché non indossi la tuta?», mi ha chiesto Greta, l’unica della squadra
che sembrava prestarmi un minimo di attenzione.
«Così sono già pronta per andare in palestra», le ho risposto con
entusiasmo.
Ai camp eravamo abituati così, colazione presto e subito in palestra, ai
collegiali della Nazionale maggiore evidentemente no.
Al centro federale, in quegli anni, non c’era ancora una palestra dedicata al
karate, utilizzavamo quella del judo. Il centro di preparazione olimpica
destinato alle arti marziali è stato realizzato in diverse fasi di lavoro. Si
sviluppa in un’area molto grande, circa sedicimila metri quadrati a due passi
dal mare. Al palazzetto dello sport, il primo a essere edificato, che noi
chiamiamo Granchio per la sua particolare conformazione, nel corso degli
anni sono state aggiunte le quattro palestre per la lotta, il judo, la sala pesi e la
muscolazione, gli alloggi per noi atleti, il centro medico, oltre a ospitare gli
uffici della federazione, un’aula magna, un ristorante e una sala svago con un
biliardo, un tavolo da ping-pong e un calcio balilla. La palestra per il karate è
stata realizzata solo con la conclusione dei lavori del terzo lotto che ha
previsto anche la sala di riscaldamento pre-gara e la creazione dell’area
museale. Alla mia prima convocazione, in camera non avevamo nemmeno la
televisione. C’era il vuoto lì dentro, tanto silenzio, con divanetti e pesanti
tende verdi ovunque.
I raduni collegiali erano divisi tra la squadra giovanile e gli atleti senior.
Quasi tutte le ragazze, in quel periodo, provenivano dalle regioni del nord
Italia, i ragazzi dal sud. Mentalità, modi di vivere, caratteri completamente
diversi si mescolavano ed erano costretti a convivere gomito a gomito,
ventiquattro ore su ventiquattro. Io sono sempre rimasta abbastanza in
disparte un po’ per diffidenza, un po’ per carattere, un po’ perché era un
ambiente che non conoscevo. Il gruppo delle titolari di ogni categoria di peso
era completamente chiuso, una squadra unita e forte. Esistevano solo loro. A
mensa, per esempio, era vietato sedersi al loro stesso tavolo. Tutte si
guardavano con sospetto, a maggior ragione nei confronti di una nuova
arrivata. La paura era la medesima: quella di perdere il posto da titolare.
Nel mio caso, poi, c’era l’aggravante che nella mia categoria di peso, la
titolare era l’allieva del coach più anziano presente allora in Nazionale. In
allenamento io non potevo sfiorare lei, però lei poteva picchiare sodo me.
A tutto questo bisognava aggiungere la presenza, inamovibile, del Guru
che per noi che venivamo dai suoi allenamenti specifici aveva sempre un
occhio particolare. Non so se fosse esattamente una fortuna, anzi. Per quanto
prendesse a esempio la mia velocità di esecuzione dei movimenti, la
coordinazione e l’esplosività, caratterialmente mi riteneva una debole. Io
tenevo molto alle sue valutazioni e credo sapesse che soffrivo di soggezione
nei suoi riguardi.
Spesso mi chiamava al centro del cerchio di atleti per farmi mostrare un
esercizio che dovevamo ripetere a coppie e in serie. Ero tesissima, volevo
essere perfetta. Ogni volta che gli sentivo pronunciare il mio nome da una
parte provavo l’orgoglio di essere la prescelta, dall’altro avevo il terrore
perché sicuramente avrebbe avuto molto da criticare davanti a tutti. Spesso
pronunciava frasi del tipo «Ma l’hai preso il caffè stamattina?» oppure «Lo
capisci l’italiano?» o ancora «Te lo devo tradurre?» Mi sentivo un po’
umiliata.
A volte, a noi del gruppo delle tre S ci costringeva a rimanere in palestra
ben oltre l’orario previsto per la cena. Spesso pretendeva che facessimo punto
ad atleti uomini della categoria dei -60/-65 kg senior. Loro erano davvero
forti ed esperti. Per noi era praticamente impossibile competere con loro ad
armi pari.
«Andrete in mensa solo dopo aver realizzato almeno un punto al vostro
avversario», ci ordinava il Guru.
Dopo ore di allenamento sono convinta che molto spesso i nostri compagni
quel punto ce lo abbiano fatto fare per compassione. Due sere consecutive io
e Susanna, a fine allenamento, avevamo un mal di testa tale per tutti i colpi
subiti che abbiamo saltato la cena. Ad abbatterci un po’ erano le botte e un
po’ lo stress di non farcela.
Se durante un allenamento a un atleta usciva una sola goccia di sangue dal
naso, il Guru intimava, con sprezzo, di lasciare il tatami e uscire dalla
palestra. Nessuno doveva mostrare debolezza o avere qualche problema
fisico, altrimenti sarebbe stato cacciato dalla palestra. Mentre noi tutti
volevamo rimanere lì, a tutti i costi.
Il Guru ci aveva consentito, a noi del gruppo delle tre S, di arrivare ad un
livello tecnico molto alto, benché fossimo ancora acerbe, rispetto agli atleti
«veterani», dal punto di vista tattico. Ma, nonostante la preparazione che ci
aveva dato, sul piano umano ritengo che il nostro maestro lasciasse molto a
desiderare. Alcune mie compagne riuscivano a farsi scivolare addosso le sue
numerose provocazioni. Io no. Immagazzinavo tutto un po’ per carattere, un
po’ perché credevo molto in lui. Forse mi ero pure affezionata, gli volevo
bene. Ero abituata a essere la migliore, a ricevere mille complimenti in
qualunque cosa facessi e, a maggior ragione, volevo dimostrarlo anche in
occasione dei raduni al centro federale.
In un ambiente come quello, unito allo stress per rientrare nella categoria di
peso dei -50 kg, i miei problemi alimentari non potevano che peggiorare.
L’appuntamento con la bilancia era programmato la mattina subito dopo la
sveglia e al termine dell’allenamento mattutino. La procedura si ripeteva il
pomeriggio: ci pesavano dopo il riposo e al termine dell’allenamento
pomeridiano. Tutto il giorno a salire e scendere dalla mia amata bilancia. Non
ero sola, però. C’era chi andava a letto senza cena per pesare meno il giorno
dopo, altri non bevevano durante l’allenamento per far vedere che erano
calati parecchio, altri ancora che entravano in sauna prima della pesata
mattutina.
Quando il programma prevedeva una mezza giornata di riposo, il Guru la
utilizzava per fare una riunione tecnica. Non vedevo l’ora che arrivasse il
momento del riposo per liberare un po’ la testa da tutto quell’impegno. Il
Guru però era uno stacanovista, non staccava mai ed era fissato con le
riunioni. Infinite riunioni in cui venivano ripetute sempre le stesse cose.
Sembrava veramente che avessimo problemi di comprensione.
Ci ritrovavamo tutti insieme in palestra. Era il Guru ad aprire i lavori.
«Allora, facciamo il punto della situazione», iniziava il suo intervento
sempre nello stesso modo.
Seguiva quindi una lezione didattica sulla scienza del movimento.
«Qualcuno ha qualcosa da dire?» chiedeva a noi atleti.
Nessuno voleva mai parlare però lui rimaneva lì ad aspettare fino a quando
qualcuno si permetteva di alzare la mano e cominciava a esprimersi. La
risposta era sempre la stessa.
«Meglio di no, lascia stare».
Non c’era rapporto tra tecnici, allenatori e atleti. Era una sorta di dittatura.
Vigeva una logica particolare: quella di utilizzare gli atleti per occupare tutte
le categorie di peso.
Quando uno di noi aveva un infortunio leggero, come uno stiramento o uno
strappetto, non andava nemmeno dal medico per non farsi estromettere dalla
squadra. Oppure, se il medico si rendeva conto che qualcosa non andava, lo
riferiva immediatamente al Guru che, in allenamento, verificava di persona
l’entità dell’infortunio chiedendoti di saltare ginocchia al petto di qua e di là
di una corda tesa.
In quel periodo io ancora non riuscivo a fare il «kiai» in allenamento.
«Cosa fai? Il karate muto?» mi apostrofava continuamente il Guru.
Non ci riuscivo. I miei compagni di squadra, invece, urlavano a ogni punto
come se fossero sul tatami di una finale olimpica e si stessero battendo per la
medaglia d’oro.
Il Guru ci teneva tutti sulla corda mettendo sempre in rilievo i nostri errori
e i nostri punti deboli. Non aveva mai un’attitudine positiva. Io ero alla
continua ricerca della sua approvazione. Per quanto fossi convinta di aver
eseguito un’azione al meglio, se lui mi diceva il contrario cancellavo come
d’incanto la mia sensazione positiva. Il mio star bene dipendeva dal suo
feedback sul mio karate e, soprattutto, sul mio peso. Lo stimavo e ci tenevo
tanto alla sua opinione, nonostante fosse tornato a insistere sulla categoria di
peso.
I due anni precedenti avevo gareggiato nella categoria dei -50 kg. Poi, però,
avevo avuto diversi problemi alimentari, mi ero un po’ ammalata ed ero scesa
di peso. Allora il Guru mia ha chiesto di entrare addirittura nei -45 kg.
Non riuscivo mai a dirgli di no. Mi ha dato lui la dieta e il programma di
allenamento. In quel periodo uscivo spesso a correre da sola, avevo bisogno
di pensare e di sfogarmi. Volevo sfinirmi e farmi del male.
Sono arrivata a pesare 45 chilogrammi. In quella categoria ho partecipato a
un Campionato italiano e l’ho vinto. Nello stesso anno mi ha chiesto di fare
anche il Campionato del Mediterraneo nella stessa categoria. Non ci sono
riuscita. Il Guru mi telefonava tutti i giorni per sapere il mio peso e, se non
era soddisfatto, mi invitava ad andare a correre. Ricordo di essere uscita con
le scarpe da ginnastica anche alle undici di sera. Non ci riuscivo più, ero
stremata e vomitavo davvero troppo. Non riuscivo più ad allenarmi.
Mangiavo, poi mi sentivo in colpa e davo di stomaco. Sempre la stessa storia.
«Non ce la faccio più, sto vomitando troppo», gli ho detto nel corso di una
di quelle telefonate.
«Non vomitare», mi ha risposto, senza darmi il diritto di replica.
Non ho raggiunto il peso che lui voleva e il Guru non mi ha convocata per
il Campionato del Mediterraneo. Il maestro Paolo ha deciso comunque di
partire, voleva che facessi comunque quell’esperienza anche se dalla tribuna.
Ero affascinata da quel livello di karate. Seduta sugli spalti mentre gli altri
combattevano sul tatami. Non vedevo l’ora di tornare ad allenarmi per
diventare sempre più brava.
Intanto proseguivano i raduni con la Nazionale. Con i compagni di squadra
i rapporti interpersonali non andavano di certo meglio. Ben presto ho
imparato cosa fosse un battesimo. Il mio è stato opera di una delle veterane
del gruppo. Eravamo nella mia camera tutti insieme, uomini e donne. Io ero
davanti a loro, alle mie spalle c’era una scrivania.
«Voltati, tira giù i pantaloni della tuta e poggia le mani sul tavolo», mi ha
ordinato.
Sapevo cosa sarebbe successo. Avevo già assistito ad altri battesimi. Ero
consapevole che non avrei potevo tirarmi indietro. Così ho fatto quello che
mi veniva detto e ho stretto i denti. Il morso sul lato destro del mio sedere è
arrivato all’improvviso, come le risate di tutta la compagnia. Il dolore è stato
forte però non ho emesso un gemito. Non volevo darle la soddisfazione di
vedermi versare nemmeno una lacrima.
Il battesimo di Sabrina, invece, non è stato fisico. Hanno versato pipì e
uova in una bottiglia, hanno agitato per bene quella miscela terrificante e poi
l’hanno versata ovunque nella sua stanza: sul letto, nelle valigie e sui suoi
abiti.
Da queste pratiche non venivano esentati nemmeno i ragazzi. Mi ricordo di
un compagno di squadra che aveva dei pelouche attaccati alle borse. Glieli
hanno fatti trovare tutti impiccati in camera. Oppure pretendevano che una di
noi, sdraiata sul letto, simulasse un orgasmo davanti a tutti. Un’altra ancora
l’hanno costretta a camminare a quattro zampe, l’hanno legata per il collo e le
ordinavano di abbaiare.
Dopo l’episodio dei pelouche, non appena venuta a conoscenza di questi
fatti, la federazione ha proibito categoricamente quelle pratiche e i battesimi
sono cessati. Rimaneva comunque una condizione di inferiorità e servilismo
degli ultimi arrivati, che dovevano essere sempre dimessi e obbedire alle
richieste dei veterani.
Per me la situazione è iniziata a migliorare quando un giorno, in mensa,
mentre stavo passando con il mio vassoio per andare a sedere al solito tavolo
in fondo alla sala, mi sono sentita chiamare.
«Sara, vieni a sederti insieme a noi». Era Roberta, il capitano, mi stava
dicendo che potevo mangiare insieme al gruppo delle atlete senior. Era
veramente una bella persona, una grande campionessa, dal carattere un po’
introverso però metteva comunque a posto le cose che non andavano
all’interno della squadra.
Da quel momento era come se fossi stata accettata un po’ di più. Avevo
finalmente la possibilità di integrarmi con il gruppo, anche se continuavo a
mantenere una certa introversione e diffidenza che facevano parte del mio
carattere. Era colpa mia perché, in realtà, le senior da quel giorno si
dimostrarono tutte gentili con me. Anche se mi guardavano ancora un po’
come una tipa strana che viveva in un mondo tutto suo. E probabilmente era
davvero così.
Per fortuna i collegiali, per quanto lunghi, non duravano mai più di una
quindicina di giorni. Quando terminavano ero sempre felice di tornare a casa.
Alla palestra di Ponte di Piave, dal maestro Paolo e agli allenamenti con
nonno Danilo. È casa mia.
La mia sparring partner quasi fissa era, come ho detto prima, Gloria. Con
lei spesso scaricavo tutte le mie frustrazioni. Ero egoista nel corso degli
allenamenti. Sapevo che con lei potevo permettermelo perché non se la
sarebbe presa. Ormai avevamo instaurato un bel rapporto di amicizia che
andava oltre il karate. Eravamo come sorelle.
«Gloria difende e Sara attacca con il calcio alto. Dieci serie da due», ci
diceva il maestro Paolo.
Se erano dieci serie, io le chiedevo di farne undici. Così quando il maestro
decretava il cambio dell’esercizio lei non riusciva a completare il suo turno.
Ero anche prepotente. Se il maestro proponeva un esercizio che non mi
piaceva, chiedevo a Gloria di provarne un altro. Lei acconsentiva di buon
grado però mi rendevo conto che, con la coda dell’occhio, controllava se
qualcuno ci vedesse fare un esercizio a nostro, cioè a mio, piacimento.
Proprio in palestra, al ritorno a casa da un raduno con la Nazionale, mi
sono resa conto che qualcosa era cambiato. Non mi rivolgevo più al maestro
Paolo con la deferenza dell’allieva all’insegnante. C’era qualcosa di diverso.
Ero gelosa quando lui non prestava attenzione a me ma alle altre atlete.
Sentivo il bisogno di chiedergli qualsiasi cosa, che riguardasse il karate o no.
Mi piaceva la sua intelligenza. Era sempre gentile e disponibile, oltre a essere
un bell’uomo. Me ne accorgevo solo ora. Avevo poco più di diciassette anni,
lui venti più di me e ci conoscevamo ormai da dieci. Non solo. Il maestro
Paolo ha un figlio, Lorenzo, avuto da una relazione precedente, che veniva in
palestra ad allenarsi con noi. Insomma la situazione era una delle più
complicate: io, ancora acerba, mi stavo innamorando di un uomo di vent’anni
più grande, era il mio maestro e aveva un figlio. Ciò nonostante pensavo a lui
sempre più spesso, non vedevo l’ora di andare ad allenarmi per vederlo e
cercavo di farmi carina in tutti i modi per catturare la sua attenzione, ma
ovviamente lui neanche mi si filava. Certo mi voleva un gran bene ed era
molto orgoglioso di me come atleta, ma sembrava che non potesse mai
esserci niente di più. In quel periodo non potevo parlarne con nessuno, chi mi
avrebbe capita d’altronde? L’unica della quale mi sono sempre fidata
ciecamente nella mia vita era Melissa e, per non implodere a furia di tenermi
tutto dentro, ho deciso di esternarle a poco a poco quanto Paolo mi piacesse.
Parlavamo spesso di lui, a me sembrava come un sogno irraggiungibile.
Per distrarmi e cercare di non pensare a tutto quello che mi ruotava intorno
e mi frullava nella testa, mi piaceva uscire con Meli, appunto, e Marika, le
mie amiche più strette. Almeno con loro non dovevo parlare di karate, della
Nazionale, dei miei problemi alimentari o delle discussioni con mia madre
che si era addirittura messa in testa che avrei dovuto abbandonare il karate
per ritrovare me stessa e il mio equilibrio.
Come sempre nei mesi caldi, siamo partiti per un camp estivo. La meta era
Fai della Paganella, una località nella valle dell’Adige. Avevamo affittato una
casa dalle suore con quaranta posti letto e una cucina molto grande, tipo
quelle industriali. Cucinavamo noi a colazione, pranzo e cena. Per non
mettere in atto ingiustizie, organizzavamo dei turni di corvée in modo che
ognuno di noi desse il suo contributo, che si trattasse di fare le pulizie oppure
di cucinare. In queste occasioni ero in camera con la cugina del maestro
Paolo, Nicoletta. Dormivamo su un letto a castello, io sopra e lei sotto. Finiti
gli allenamenti mi chiudevo in camera, mi arrampicavo sulla scala e mi
rifugiavo nel mio letto. Spesso Nicoletta mi trovava intenta a scrivere su un
quaderno.
«Cosa stai scrivendo?» mi chiedeva.
«Poesie, però mi raccomando, non dirlo a nessuno», le rispondevo.
«Poesie? Sono per qualcuno in particolare?» insisteva curiosa.
Lei aveva capito, forse prima di me, che erano dedicate anche al maestro
Paolo. Negli ultimi tempi, soprattutto in palestra, lui aveva cambiato
atteggiamento nei miei confronti. Era diventato molto rigido. Non riuscivo a
capire se mi volesse davvero bene o no.
Dopo cena, spesso spostavamo i tavoli verso il muro e le serate venivano
animate dai balli, per lo più musica latinoamericana. Io mi incantavo a
guardare il maestro Paolo che si esibiva nella sala insieme alle insegnanti.
Ballava spesso con una mia omonima, un’insegnante che partecipava da anni
a questi camp, con Nicoletta e diverse altre. A me non piaceva molto la salsa
e non conoscevo nemmeno i passi. Inutile che cercassi di nasconderlo,
soprattutto a me stessa. Ero innamorata, e gelosa, del maestro Paolo. Mi
rimaneva solo una soluzione: imparare anch’io i passi della salsa. In quelle
serate mi applicavo parecchio e, ben presto, ho scoperto anche di essere
particolarmente portata. Per fortuna.
Finalmente una sera, mentre ero immersa nei miei pensieri, è arrivato
anche il mio turno di ballo con lui. D’un tratto mi sono sentita molto
emozionata. Solo il fatto che mi avesse presa per mano era bellissimo.
Lasciarsi guidare da lui nella sala mi portava in un’altra dimensione. La
musica era incalzante e vivace, mi faceva sorridere e roteare come una
piroetta. C’erano dei momenti in cui rallentavamo e ci guardavamo dritti
negli occhi senza dire niente. Continuavamo a ballare e non ci siamo resi
conto che, a poco a poco, tutti gli altri erano andati a dormire. Noi eravamo
rimasti lì. A un certo punto la musica ha smesso di suonare e io mi sono
ritrovata ferma, in piedi davanti a lui, ancora mano alla mano. Sono scoppiata
a piangere, non ho saputo trattenermi e sono uscita dalla sala. Lui non ha
capito subito cosa stesse accadendo. D’altronde come biasimarlo, era abituato
a vedermi piangere da dieci anni. Deve aver pensato che si trattasse di uno
dei miei soliti sfoghi. Però ha lasciato la stanza anche lui e mi ha seguita. Mi
ha raggiunta. Io mi ero seduta su una panchina. Dentro di me speravo che mi
seguisse. Era la notte di San Lorenzo.
«Sara, cosa c’è?» mi ha chiesto, guardandomi negli occhi.
Ho preso coraggio, un bel respiro e mi sono confidata.
«Mi sono innamorata di te», gli ho detto tutto d’un fiato. Mentre lo dicevo,
mi sentivo liberata di un peso. Ero serena, però avevo timore della sua
risposta. Ero un po’ intimidita da quello che avevo appena fatto. Paolo,
invece, è stato molto dolce e mi ha abbracciata. È stato un bellissimo
abbraccio. Sapevo che mi voleva bene però non capivo come interpretare
quel gesto. Poi è successo tutto in maniera naturale e incomprensibile. Mi
sono voltata un po’ verso di lui, lui un po’ verso di me e ci siamo baciati.
Forse l’ho baciato io, non lo so. Quando mi sono staccata siamo rimasti lì,
seduti sulla panchina, per qualche minuto sotto un cielo pieno di stelle
cadenti. Quando ci siamo alzati, io sono corsa via, verso casa.
Sono salita al piano di sopra, dov’era la mia camera. Ho aperto piano la
porta per non svegliare Nicoletta e silenziosamente sono salita sul letto a
castello. Non sono riuscita a chiudere occhio tutta la notte. All’alba, però,
sono scesa giù e mi sono resa conto che una luce filtrava da sotto la porta. Era
quella della cucina. Paolo l’ho trovato lì, vestito esattamente come la sera
prima. Nemmeno lui era riuscito a dormire. Forse non era andato proprio a
letto. Allora anche lui provava qualcosa per me? La casa mi è sembrata
improvvisamente troppo piccola per contenere tutta la mia gioia. Mi sentivo
elettrizzata, felice, con tante domande nella testa e altrettante farfalle nello
stomaco.
A chi potevo dirlo? Con chi potevo confidarmi? Di certo non con i miei
genitori, per lo meno non subito. Non avrebbero capito. Io ero giovanissima e
inesperta, non sapevo come gestire quel tipo di relazione. Però di una cosa
ero sicura: ne ero proprio innamorata. Custodivo questo sentimento che c’era
tra noi come qualcosa di prezioso, da proteggere e da vivere solo noi due.
Ogni cosa avrebbe avuto il suo tempo. Certo mi pesava tenere tutto dentro e
non chiedere consiglio a nessuno su come avrei dovuto comportarmi in
determinate situazioni, ma adesso era troppo presto e troppo pericoloso. La
gente non avrebbe capito.
Quando Paolo si è convinto che ero cosciente di quello che facevo e che
stare con lui mi rendeva veramente felice, solo allora abbiamo iniziato a
vederci con maggiore frequenza, e ricavarci sempre più spazio per noi, tra un
allenamento e l’altro, era anche abbastanza semplice.
Sapevo che la situazione era delicata e non ho mai detto niente a nessuno.
Ai miei genitori raccontavo sempre più bugie. Loro, di rimando, mi facevano
tante domande.
Però io volevo tutelare sia Paolo che loro. Quindi mentivo e scappavo.
Sono sempre stata così, dovevano lasciarmi essere uno spirito libero, non
avevano altre soluzioni. Avrei fatto quello che volevo comunque.
Le prime persone alle quali ho deciso di raccontare della mia relazione con
Paolo sono state Melissa e Gloria. Melissa già sapeva quanto io ne fossi
innamorata ma mi credeva senza speranza. Perciò volevo dirglielo bene e di
persona. Un giorno ho preso la bicicletta, sono andata a casa sua e ci siamo
sedute dalla muretta. Io brillavo. Volevo raccontargli tutto bene e lentamente,
ma dall’emozione non sapevo da dove partire.
«Va bene Meli», le ho detto, «io e Paolo stiamo insieme». Dopo un attimo
di shock, si è dimostrata davvero contenta per me. Sapeva che i nostri erano
sentimenti veri e profondi ed era felice nel vedermi cosi radiosa.
L’occasione giusta per dirlo a Gloria si è invece creata al rientro a Venezia
da un raduno a Ostia. In aereo avevamo i posti vicini, una accanto all’altra,
lei lato finestrino, io corridoio. Non poteva scappare e non poteva urlare.
«Io e Paolo stiamo insieme», le ho detto all’improvviso.
C’è stato un minuto di silenzio. Gloria sembrava come rassicurata.
«Non mi dici niente?» la incalzavo.
«Sono contenta», mi ha risposto.
Era sincera, lo sapevo. Gloria ha sempre stimato molto Paolo, non solo
come allenatore, soprattutto come uomo. Così ho iniziato a raccontarle della
mia dichiarazione a Fai della Paganella. Ero felice. Finalmente potevo
condividere con qualcuno la mia storia d’amore. Parlarne è stato un po’ come
alleggerirmi. Tenere tutto nascosto, a lungo andare, era diventato pesante.
Ormai avevo compiuto diciotto anni e il mio primo pensiero andava alla
patente. Ero sempre stata fissata con le macchine e la velocità, fin da piccola
quando impazzivo per i circuiti con le macchinine a gettone. Il trattore lo
sapevo guidare già da un pezzo, poi avevo preso la patente per il 125 e ora
bastava la pratica per la macchina. Prima di iniziare con le guide, mio padre
mi ha portato in un campo con la Fiat Panda 4x4 che utilizzava per il suo
lavoro.
«Guarda come si fa» mi ha detto papà James.
Ha imboccato il primo filare del vigneto a manetta, arrivato in fondo ha
tirato il freno a mano e controsterzato e via per un altro filare.
«Forse non ci siamo capiti papà, la devo prendere la patente, non me la
devono ritirare ancora prima di averla presa!» gli ho detto non appena ha
fermato l’auto.
Così ho preferito andare a scuola guida. Ho fatto le otto prove di guida
obbligatorie e ho superato tranquillamente l’esame. Solo un mese dopo, però,
la patente me l’hanno ritirata per davvero! Eccesso di velocità.
Guidavo a novanta chilometri orari su una strada che aveva un limite di
cinquanta. Per di più ero neopatentata. Risultato: venti punti in meno sulla
patente. Ho cercato di inventarmi qualche scusa davanti ai Vigili che mi
avevano fermata. Non c’è stato nulla da fare. Ero spacciata. Poco dopo aver
preso la patente, me l’hanno ritirata per tre mesi. E così sono tornata alla mia
amata biciletta che utilizzavo per raggiungere la fermata della corriera che
prendevo ai tempi del liceo. Per punizione i miei genitori mi hanno costretto a
utilizzare la bicicletta per tutto l’inverno. Solo con la pioggia mi
accompagnavano in macchina. Ma il freddo o la neve non li smuovevano
dalla loro posizione. Come dargli torto? Ne avevo combinata un’altra delle
mie.
Tornando al karate, quell’anno per la prima volta anche le donne potevano
partecipare ai Campionati europei giovanili, fino a quell’edizione a
partecipazione esclusivamente maschile.
È stata la mia seconda gara in maglia azzurra. I campionati si sono tenuti a
Salonicco, in Grecia. I tecnici, però, hanno deciso di farmi tirare solo a
squadre. Poco importava, combattere in squadra era molto stimolante, ci
caricavamo a vicenda l’una con l’altra. Ho dato tutto per quel gruppo.
Stavo vivendo un periodo stressante ed ero molto agitata. La mattina, prima
della gara, dovevo trovare un modo per sfogarmi altrimenti non avrei potuto
esprimermi al meglio su quel tatami. Così ho deciso di andare a correre, però
non all’aperto. Mi sono diretta verso il palazzetto. Quando sono entrata,
l’impianto era ancora deserto. Gli incontri, infatti, sarebbero iniziati solo nel
pomeriggio. Le luci non erano ancora tutte accese. Ho iniziato a correre
sull’anello superiore delle tribune. L’ho fatto per un’ora intera.
Senza raccontare a nessuno quel mio sfogo mattutino, il pomeriggio ho
fatto il mio riscaldamento, ho indossato le protezioni e sono salita sul tatami.
Ho fatto davvero una gran bella gara in quell’occasione. Ero lucida, calma e
determinata. Abbiamo incontrato diverse squadre, ma le atlete che mi sono
rimaste più impresse erano le croate, fisicamente impressionanti. Per la prima
volta con la Nazionale credo anche di aver mostrato un bel karate in gara.
Non mi interessava se la mia compagna di squadra nel combattimento
precedente avesse perso o vinto. Io avrei rimediato o avrei vinto ancora.
Abbiamo conquistato una medaglia di bronzo nel Campionato europeo a
squadre giovanile.
Dal gradino più basso del podio, adesso potevo cominciare a pensare di
raggiungere quello più alto. Sarebbe stato il mio prossimo obiettivo.
Tornata a casa, però, c’era da affrontare anche l’ultimo anno delle scuole
superiori e la maturità. Le discussioni con i professori del liceo di Motta
Livenza erano diventate insostenibili. D’altronde i raduni erano raddoppiati
perché i tecnici mi convocavano sia per la Nazionale giovanile sia per la
senior. Ero costretta a fare molte assenze e questa cosa non era ben vista. A
dire il vero, pensavo mi bocciassero. Per questo, nonostante la media
dell’otto, ho detto ai miei genitori che la situazione a scuola si stava facendo
pesante e che avrei preferito farcela da sola, con più calma e fare l’ultimo
anno da privatista. È stata la scelta giusta. Mi sono presentata a Mestre
all’esame di maturità di fronte a una commissione completamente
sconosciuta, ho fatto le tre prove insieme ai ragazzi di un altro liceo
scientifico e poi il mio esame orale portando a casa un dignitoso 80/100.
Durante l’anno, però, le pressioni erano state davvero tante. Il Guru, il
karate, i problemi alimentari, la maturità, la storia clandestina con Paolo e le
litigate con mia madre. Soffriva molto il mio essere distaccata nei suoi
confronti. Non condividevo niente della mia vita con lei, un po’ perché
abbiamo sempre avuto caratteri molto diversi, un po’ per un senso di
protezione nei suoi confronti. Non mi sentivo di scaricarle addosso le mie
preoccupazioni, era già molto ansiosa di suo. Altrimenti, oltre a stare male io,
sarebbe stata male pure lei. Quindi non la rendevo partecipe. In quel periodo,
proprio per questi motivi, con lei sono stata una pessima figlia e lei ne
soffriva molto. Gliene ho combinate di tutti i colori. Ho fatto anche parecchie
stupidaggini.
L’ultima che ricordo, addirittura, è di quando, lasciandomi convincere da
un venditore porta a porta, ho firmato per acquistare un’enciclopedia a rate di
cui nessuno in casa aveva davvero bisogno. Mia madre si arrabbiò molto.
Erano parecchi soldi da pagare. Come sempre faceva, oltre che con lo
psicologo, andava a confidarsi da nonna Maria.
«Sto sbagliando qualcosa con Sara?» le chiedeva piangendo.
Nonna Maria cercava di rassicurarla. È stata lei a rivolgersi a un avvocato
di Conegliano Veneto per invalidare il contratto per l’enciclopedia che avevo
firmato.
Mia madre aveva anche un altro dubbio.
«Le ragazze della sua età hanno già un fidanzato. Non so se le interessa
qualcosa di diverso», diceva a mia nonna.
«Non ti sembra che sia parecchio attaccata al karate?», le rispondeva lei
che non sapeva ancora nulla della mia relazione con Paolo.
Non era solo la mia inesistente vita sentimentale a far stare in ansia mia
madre. A diciassette anni non mi era ancora arrivata la prima mestruazione.
Da un lato i problemi alimentari, dall’altro il mio fisico che non aveva un filo
di grasso, fatto sta che anche in quello le apparivo diversa dalle mie coetanee.
Per questo continuava a insistere che abbandonassi il karate. Io, ovviamente,
non ne volevo sentir parlare. Anzi, la odiavo quando faceva certi discorsi.
Non capisco come non riuscisse a comprendere nel profondo i reali motivi
del mio disagio. E per reazione la escludevo da tutto. Si preoccupava già per
qualsiasi cosa, figuriamoci se le avessi raccontato la verità: la relazione con
Paolo, le difficoltà del karate, la mia incapacità a ritrovare un equilibrio tra
peso e alimentazione. Mia madre era troppo debole, non avrebbe retto. Le
avrei fatto ancora di più del male.
Ero consapevole di non vivere la mia età come la maggior parte dei miei
coetanei. Ero continuamente costretta ad adattarmi a un mondo popolato da
adulti, senza poter mai esternare questo disagio. D’altronde, per poter stare
con Paolo, c’erano dei compromessi da accettare, come per qualsiasi altra
scelta. Ovviamente non potevo chiedere a lui di uscire con me e i miei amici
appena diciottenni. Dovevo essere io quella che si sarebbe dovuta adattare a
un ambiente più adulto.
Fortunatamente il karate ci aiutava a ritagliarci dei momenti per noi. È stato
un anno difficile, con tanti alti e bassi, tanti momenti difficili. Mi sentivo in
difficoltà a gestire tutto però non chiedevo nemmeno aiuto a nessuno. Ed è
arrivato il momento «switch off». Stavo camminando per strada, avevo in
mano una busta della spesa, forse avevo fatto delle compere, non ricordo. Ho
alzato la testa e, dall’altra parte del marciapiede, ho visto un uomo moro. Era
un volto noto, uno di quelli che ti rimangono impressi per una vita e continui
a sognarlo pure di notte. Era invecchiato però aveva lo stesso ghigno. Stava
con una donna e una bambina che correva poco più avanti di loro. A un certo
punto, lui l’ha chiamata.
«Sara». Sono andata in tilt. Si chiamava Sara, non so spiegarlo, è un
momento in cui si spegne qualcosa nel cervello e compare solo la scritta
«off».
Nei giorni successivi ero a casa da sola. Andavo e tornavo dal liceo ma
c’era qualcosa che si era rotto dentro di me. I miei erano andati fuori per il
fine settimana dopo l’ennesima discussione con me. Volevano mettermi alla
prova. Ero al piano di sopra, in camera mia, non sul tetto ma seduta alla
scrivania. Avevo la testa confusa, mi faceva male lo stomaco. Un dolore
sconosciuto, simile alla nausea, ma non assomigliava al solito disagio che
provavo dopo aver appena vomitato. Era diverso.
Ho strappato un paio di fogli da un quaderno. Sul primo ho scritto un
messaggio per Paolo: «Ti ho voluto bene, scusami, mi pesa troppo». Sul
secondo ho raccontato, con poche frasi forse nemmeno troppo chiare, di
quella volta in piscina a casa dell’uomo moro. Li ho ripiegati e sono scesa in
cucina. Mentre scendevo le scale ho guardato le coppe, le medaglie e gli
attestati appesi alle pareti. Avevano preso il posto dei miei disegni da
bambina. Ho posato i due fogli sul tavolo al centro della cucina e sono uscita
di casa. Ho iniziato a camminare, senza avere in mente una meta precisa.
Poche ore prima avevo consegnato un tema alla tutor che mi seguiva per le
materie umanistiche. Non ricordo cosa avessi scritto. Tanto è bastato per farla
insospettire e chiamare i Carabinieri. Nonno Danilo stava accompagnando la
moglie a fare le terapie, quando ha ricevuto una telefonata.
«Dov’è Sara?» era Paolo. Era passato davanti a casa mia e aveva visto una
macchina dei carabinieri ferma davanti al cancello.
«Da noi non è venuta», gli ha risposto mio nonno. Aveva percepito il tono
allarmato di Paolo ma non voleva far preoccupare la moglie. Ha lasciato
nonna Maria in fisioterapia e ha telefonato nuovamente a Paolo.
«Passo a prendere le chiavi di casa e arrivo», gli ha detto.
Io intanto ero arrivata fino al fiume. Sopra c’era un ponte con un binario
della ferrovia. Sono salita sul ponte e ho iniziato a camminare. A sinistra
avevo le rotaie, a destra il vuoto e, sotto, il Piave, quel fiume meraviglioso, e
a volte anche pericoloso, sulle sponde del quale avevo trascorso così tante ore
spensierate in compagnia di nonno Danilo. Quanto era bella la sua acqua,
quei sassi e quel verde tutto intorno. Ho camminato per un lungo tratto lungo
le rotaie poi, a un certo punto, mi sono fermata al centro del ponte. Mi sono
seduta lì con le gambe a penzoloni a guardare giù. Non so quanto tempo sia
rimasta lì seduta. Avrei aperto le braccia e mi sarei buttata giù come un
angelo.
Paolo mi ha trovata così. Era arrivato insieme a una pattuglia dei
Carabinieri. Non mi ha detto nulla. Sono salita sulla loro vettura e mi hanno
riaccompagnata a casa. Mio nonno, nel frattempo, era arrivato a casa dei
miei. Aveva le chiavi e aveva fatto entrare altri Carabinieri. Avevano trovato,
e letto, i miei due biglietti.
«Abbiamo bisogno di parlare con i genitori della ragazza», ha detto il
comandante.
Nonno Danilo si sarebbe occupato di avvisarli e farli tornare. La mattina
successiva si sarebbero recati in caserma. Io intanto sarei stata affidata ai
nonni.
Mentre Paolo mi accompagnava da loro, mio nonno è tornato a Conegliano
a prendere mia nonna dall’ospedale. Per strada le ha raccontato cosa era
accaduto.
«Sara adesso sta bene. Però in quei biglietti scrive cose senza senso»,
spiegava a nonna Maria.
Quando ci siamo ritrovati tutti a casa dei nonni, mi sono sdraiata sul divano
accanto al camino come facevo spesso quando ero bambina. La legna
scricchiolava nel fuoco. Ogni tanto nonno passava e metteva su un pezzo di
legno. Io mi sono addormentata. Ho dormito, non so per quanto tempo.
Quando mi svegliavo, accendevo la luce e scrivevo, scrivevo, scrivevo. Non
mi sono mai accorta che mio nonno, veniva spesso a controllare se dormissi o
fossi sveglia. Mi sorvegliava, con discrezione, da lontano.
Oltre a tenere d’occhio me, i miei nonni hanno anche dovuto mantenere
calma la figlia. Mia madre, dopo essere andata a colloquio con i Carabinieri,
è sprofondata in una crisi ancora più nera. Con Paolo, invece, non abbiamo
più parlato di quell’episodio. Ero ancora una volta con le spalle al muro e
toccava a me venirne fuori.
Nonno Danilo, dopo qualche giorno, si è recato in palestra mentre io non
c’ero. Voleva parlare con Paolo per capire quale fosse esattamente il disagio
della nipote. Sapeva che Paolo era la persona di cui mi fidavo di più al
mondo ed era l’unico che poteva sapere cosa provassi in quel momento.
Ovviamente non poteva conoscere la goccia che aveva fatto traboccare il
vaso però di certo capiva il mio periodo di estremo stress per la bulimia, i
campionati, la maturità e anche la nostra storia che, per quanto bella, non era
poi così semplice da gestire. Forse è stata quella la molla che ha convinto
Paolo a decidersi e ad affrontare i miei.
Dopo qualche tempo infatti abbiamo deciso di ufficializzare la nostra
relazione e dichiararci ai miei genitori. Ci siamo ritrovati tutti quanti insieme,
mia madre, mio padre, io e Paolo intorno al tavolo della cucina della casa dei
miei. È stato Paolo a iniziare a parlare, a spiegare. Le reazioni sono state
quasi di sollievo. Ormai con tutte quelle bugie che gli avevo raccontato
pensavano che mi vedessi con un poco di buono. Mia madre è sembrata come
al solito preoccupata, soprattutto dalla differenza d’età. Mio padre, invece,
non si è smentito nemmeno in quella occasione.
«Tutto qui? Non potevate dircelo prima invece di farci preoccupare così
tanto», ha esclamato.
I miei nonni erano entusiasti. Hanno sempre avuto una grande
considerazione di Paolo, come uomo e come insegnante. Anche le mie
amiche più strette, Marika e Melissa, avevano da subito preso abbastanza
bene la cosa. Melissa ormai era contenta, Marika un po’ perplessa e
preoccupata.
«Avete vent’anni di differenza», mi aveva detto. Come se io non lo sapessi.
La mia vita sentimentale, da adesso in poi, avrebbe potuto essere un po’ più
rilassata, poteva svolgersi alla luce del sole. Ero felice.
Però avevo bisogno ancora di tanta serenità per riprendere il controllo di
me stessa. Per questo un giorno ho deciso che il karate, le gare, il Guru, la
categoria di peso, tutto doveva finire. Sono arrivata a casa, ho tolto i guanti e
le protezioni e chiuso tutto dentro l’armadio. Avevo deciso di prendermi una
pausa per me stessa.
Dal giorno successivo ho iniziato ad andare in piscina a fare nuoto libero.
Arrivavo a bordo vasca, toglievo le ciabatte, mi tuffavo in acqua e per un’ora
nuotavo guardando solo la riga nera sul fondo. Lì nessuno parlava, nessuno
mi urlava, nessuno mi stressava, nessuno mi pesava e controllava tutto il
tempo. E soprattutto avevo tempo, molto tempo.
Per sei mesi non sono andata più in palestra. La relazione con Paolo
proseguiva, però di combattere non ne volevo sapere. Andavo sempre più
spesso in piscina ed ero entrata a fare parte di un corso. Sei mesi dopo, un po’
come Forrest Gump e il suo giro del mondo a piedi, ho rialzato la testa da
quella vasca e ho deciso che avevo nuotato abbastanza.
Sono tornata nella palestra di Ponte di Piave e, piano piano, ho
ricominciato a divertirmi in allenamento. La sera ero meno stanca e più libera
quindi spesso uscivo con Paolo, con le mie amiche di sempre, Marika e
Melissa, oppure andavo da Gloria a Venezia. Insomma, facevo la vita
normale delle ragazze della mia età.
Nel frattempo il liceo era terminato e ho pensato di iscrivermi
all’Università, facoltà di Giurisprudenza. Ho frequentato parecchio le lezioni
e mi piaceva. Era bello finalmente studiare per passione e non avere il fiato
sul collo degli insegnanti, per prove e interrogazioni. Qui potevo preparare da
sola gli esami e scegliere gli appelli quando mi sentivo pronta. Ho superato
un po’ di esami e avevo pure una buona media. Dopo due anni ho sospeso gli
studi. Non è escluso che un giorno abbia voglia di riprenderli.
A poco a poco le cose si stavano sistemando. Nel 2007, a vent’anni,
esattamente un anno dopo quei terribili momenti che mi avevano portata a
salire su quel ponte, e dopo due dalla medaglia di bronzo agli Europei a
squadre a Salonicco, mi sono ritrovata di nuovo, dopo mille allenamenti, gare
e altre medaglie conquistate in giro per il mondo, a combattere per il titolo
europeo.
Di medaglie d’oro nelle gare internazionali ormai ne avevo collezionate
parecchie. Adesso volevo il titolo. Non mi bastava più essere sempre
campionessa italiana. Volevo essere campionessa d’Europa. Eravamo a
Smirne, in Turchia, con tutta la Nazionale, la prima categoria era la -53 kg,
per fortuna non era prevista quella da -50 kg.
Due anni prima, a Salonicco, la tensione mi aveva portato a correre da sola,
la mattina prima delle gare, in un palazzetto deserto. Aveva funzionato, la
medaglia era arrivata però ero anche consapevole che non potevo tritare le
gambe e il fiato per trovare il controllo.
Così questa volta ho deciso di prendere la mia sacca delle protezioni e
andare un’ora prima dell’incontro nella warm up area dove tutte le atlete si
riscaldano e si preparano. Ho iniziato a saltellare però gli strilli e i «kiai»
delle altre atlete mi martellavano nelle orecchie. Eravamo tutte accalcate in
uno spazio molto angusto, non avevo libertà di movimento. Inoltre più mi
guardavo intorno e più vedevo fenomeni.
Solo dopo diversi anni ho capito che in sala riscaldamento ci sono sempre
tanti atleti forti che fanno cose impressionanti e a velocità straordinaria. Poi,
però, la gara è un’altra cosa. È una situazione differente. Fatto sta che non ero
fatta per stare in quella fossa di leoni, la loro energia mi sovrastava e mi
divorava al punto che non sentivo più me stessa.
Allora sono uscita da lì e mi sono spostata in un corridoio appena fuori la
sala del warm up. Era un posto isolato e silenzioso. Ho iniziato a tirare pugni
e calci a una colonna. Da quel momento questa è diventata la mia prassi pre-
gara. Non avevo bisogno di uno sparring, avevo solo necessità di raccogliere
tutto quello che ho sempre avuto dentro e di portarlo fuori. Di colpo ho
cominciato a sentire la mia energia che saliva e piano piano anche la tensione
si smorzava.
A un certo punto ho sentito il mio nome provenire dall’altoparlante.
«Sara Cardin, tatami number 3», diceva.
Una stretta alla cintura in vita, un’altra alla coda di cavallo e sono entrata
nell’arena. Da lì in poi tutto è filato liscio come l’olio. Cinque incontri di fila
e avevo mostrato tutto l’alfabeto motorio di karate. Sono diventata, per la
prima volta, campionessa europea juniores. L’emozione di salire sul gradino
più alto di quel podio, sentire risuonare le note dell’inno di Mameli e vedere
la bandiera italiana alzarsi più in alto di tutte è stata un’emozione
straordinaria. Avevo vinto!
Il liceo era terminato e come la maggior parte dei giovani della mia età, ho
cercato di impegnarmi in diversi lavoretti per avere il mio stipendio a fine
mese. Gli allenamenti in palestra con Paolo si svolgevano tre pomeriggi la
settimana, la mattina spesso facevo lavori sulla preparazione atletica in
palestra o lungo il Piave con nonno Danilo. Poi c’erano le lezioni
all’università anche se non ho frequentato le aule con assiduità. Ricordo
Diritto romano, Diritto costituzionale, Economia politica e soprattutto le ore e
ore passate sulle pagine del Codice civile per l’esame di Diritto privato.
Ho iniziato a collaborare nella gestione dei corsi di karate, sempre alla
palestra di Ponte Piave, dalle tre alle cinque volte la settimana nei turni serali.
Mi piace accompagnare i giovani nella conquista delle diverse cinture:
bianca, gialla, arancione, verde, blu, marrone e nera. Loro danno sempre una
grande soddisfazione e a volte hanno delle idee geniali. Ci sono quelli dotati,
quelli super affettuosi, quelli cocciuti e rompiscatole e poi quelli un po’ più in
carne o con qualche difficoltà in più. Da tutti imparo sempre molte cose
anch’io. Io insegno a loro e loro insegnano a me. Cerco sempre di tirare fuori
il meglio di ognuno. Non è facile essere dei buoni insegnanti, però è
un’esperienza gratificante.
In campagna i lavori disponibili sono sempre tanti. Alla vendemmia di fine
estate si è aggiunta la raccolta degli asparagi, da aprile a maggio, e quella
delle ciliegie. Ho trascorso giornate davvero faticose. Sveglia alle cinque del
mattino, mezz’ora dopo eravamo già sul campo degli asparagi. La raccolta è
una procedura non complessa ma sistematica. Si inizia togliendo i blocchetti
di cemento che tengono fermi i teli. Sollevati questi e scoperti i filari, ci si
inginocchia a terra, si infila il picchetto nella terra e con un colpo secco si
taglia l’asparago. Gli asparagi così raccolti vengono riuniti in mucchietti in
modo che poi, passando con le cassette o con una carriola, si raccolgono da
terra. Una volta conclusa la giornata di lavoro vengono risollevati i teli per
coprire le cunette di terra e si riposizionano i blocchetti di cemento ai lati per
evitare che il vento scopra i filari.
Quelli coltivati da mio padre sono gli asparagi doc di Cimadolmo. La
specie bianca, grande e tenera, più pregiata che esista proprio perché
provengono dalla terra ghiaiosa della nostra zona, limitrofa al fiume Piave.
Impegnati nella raccolta degli asparagi eravamo io, papà, Gianna, una
grande lavoratrice, molto veloce tra i filari, e Ivo un amico di mio padre, un
simpaticone come lui. Dei quattro, io ero quella con meno esperienza e, di
conseguenza, la manualità minore. Occorre infatti sapere come raccogliere gli
asparagi senza rischiare di spezzarli oppure tagliarli troppo corti. Rispetto
agli altri avevo però una forza maggiore, quindi il mio compito era quello di
togliere i picchetti di cemento e sollevare i teli, mentre gli altri si dedicavano
alla raccolta vera e propria. Il tempo che impiegavo a scoprire tutti i filari sui
quali avremmo lavorato nel corso della giornata ed era già tempo di coprirli
di nuovo.
Quando il raccolto era abbondante ci servivamo di una carriola per passare
a raccogliere tutti i vari mucchi di asparagi. Se aveva piovuto da poco,
spingere la carriola nel fango o sollevare i teli impregnati di pioggia era un
lavoro molto più faticoso della raccolta a terra in sé per sé.
«Quando tornerai al centro federale gli spiegherai quanto è duro allenarsi
spingendo una carriola?» mi diceva mio padre.
Era un lavoro impegnativo e fisicamente faticoso, però lavorare all’aria
aperta, impegnarsi in attività differenti aiuta a liberare la mente, a scoprire e a
toccare con mano le belle opportunità che la natura ci offre, la bellezza degli
odori e dei colori. Avere le mani sporche di terra significa aver fatto fatica,
una fatica differente da quella fatta in una palestra ma altrettanto depurativa
per me. Sono cresciuta nella natura e il contatto con essa mi ha fatto sempre
sentire viva.
Tornando agli asparagi, la raccolta terminava intorno alle otto del mattino.
Poi caricavamo in macchina gli asparagi e li portavano nel giardino di nonno
Danilo per lavarli e dividerli in mazzetti per la vendita. Il più veloce a
comporre e legare i mazzetti, in maniera estremamente precisa, era sempre
nonno Danilo.
Dopo il confezionamento, era il momento della vendita non prima però di
aver provveduto a un’operazione di marketing strategico. Mio nonno, infatti,
affiggeva un cartello con scritto Vendita asparagi” sul ciglio della strada, a
ridosso del cancello d’ingresso al cortile davanti casa sua.
Il premio come miglior venditore, invece, spettava senza dubbio a mio
padre. Approfittava della vendita degli asparagi per far assaggiare ai nostri
clienti anche il vino prodotto da lui, le uova fresche appena raccolte nel
pollaio di mio nonno e la marmellata fatta da mia nonna. Il giardino di mio
nonno si trasformava in una sorta di fiera di prodotti agricoli.
«Se non presto attenzione a tuo padre, un giorno o l’altro mi venderà anche
la casa», continuava a ripetere a tutti nonno Danilo.
Per guadagnare qualche altra paghetta andavo spesso ad aiutare anche la
mia madrina Nadia nella raccolta delle ciliegie. Quello però era un lavoro che
richiedeva molta meno fatica, serviva solo tanta pazienza. L’obiettivo di
mettere da parte un po’ di soldi era legato anche a un mio progetto personale.
Io vivevo ancora a casa con i miei e, anche se per la mia voglia di
indipendenza e libertà sarei andata via di casa già molto prima, non ne avevo
la possibilità economica. Paolo pure viveva ancora a casa di sua mamma e a
me sembrava inconcepibile, però come sempre gli uomini pensano prima alla
comodità. Ora che avevamo portato alla luce del sole la nostra storia, pian
piano volevo fargli fare un altro passo. Condividevamo una parte così
importante della nostra vita come il karate, ma difficilmente avevamo
momenti solo per noi.
Ho iniziato a manifestare a Paolo questa mia esigenza. Non mi ha
accontentata subito. Poi, con il passare dei mesi, deve aver percepito anche
lui la mancanza di intimità che implicava la nostra situazione.
«Paolo ha promesso di acquistare un appartamento tutto per noi. Andremo
a convivere», ho confidato a Marika e Melissa quando abbiamo iniziato a
cercare il locale giusto. Eravamo a Jesolo. Mi avevano invitato a trascorrere
un fine settimana al mare con loro, qualche giorno solo tra donne.
Non era facile riuscire a ritagliarsi un week end senza gare o raduni però
ogni tanto ci riuscivo anche se non dimenticavo mai il karate e i miei sogni.
La mattina presto, infatti, mentre loro ancora dormivano mi alzavo e
andavo in cucina. Cercando di non fare rumore per non svegliarle, accostavo
al muro il tavolo e le sedie per procurarmi al centro lo spazio necessario a
fare alcuni esercizi. Quando Marika e Melissa si alzavano dal letto e mi
raggiungevano, trovavano sempre la cucina da rimettere in ordine prima di
poter fare colazione. Mi guardavano sempre un po’ allibite però ormai erano
abituate a questa mezza matta della loro amica e mi volevano bene cosi, anzi
le facevo divertire con le mie battute.
Siamo sempre state legatissime, ho sempre saputo che su di loro posso
contare e viceversa. Tutte e tre insieme abbiamo fatto diversi viaggi, a volte
anche avventure «toccata e fuga». L’importante era riuscire a ritagliarsi del
tempo per ritrovarsi. Marika, infatti, lavora in un’agenzia di viaggi ed è
sempre pronta a comunicarci qualche offerta last minute da prendere al volo.
Queste giornate per me significavano poter trascorrere delle ore lontano dalla
mia routine, apprezzare la vita normale delle ragazze della mia età.
Siamo state in Sardegna per un giorno e mezzo, a Barcellona per due giorni
e a Zante, in Grecia, per altri tre giorni. Le parole d’ordine erano: zaino in
spalla e risparmiare il più possibile. Tante mete con una costante: se avevamo
una camera con un letto matrimoniale, Marika dormiva sempre in mezzo tra
me e Melissa, e se c’era un letto più piccolo toccava comunque a lei. Tanto
Marika ovunque la mettessimo dormiva come una bambina.
Con Paolo, invece, la casa giusta l’abbiamo trovata vicino alla ferrovia di
Ponte di Piave, abbastanza distante dai binari però da non essere disturbati
dal rumore dei treni. Era il mese di aprile del 2009 quando, per la prima volta,
siamo entrati nella nostra casa nuova. È al piano terra, con un giardino dove
abbiamo messo anche una piccola vasca idromassaggio. All’interno
l’appartamento è composto da una zona giorno con la cucina, il salotto, un
angolo studio e una zona notte con due camere da letto e il bagno.
Con la planimetria della casa in mano mi sono divertita parecchio a
disegnare e immaginare l’arredamento che avrei voluto. I colori e i mobili
sono esattamente come li desideravo. Lo è di meno la mia gigantografia che
Paolo ha invece voluto sulla parete della sala da pranzo. Nel complesso la
casa è molto colorata; in salotto predomina l’arancione, il bagno è tutto
azzurro, la camera rossa e la cameretta verde acido. Il mio arredamento dei
sogni fatto di colori e sorrisi. In casa non mancano infatti le risate.
«Amore, oggi specialità: pollo al limone», dicevo a Paolo appena tornava a
casa e continuavo a ripeterlo pure mentre, a denti stretti, cercavo di mandarlo
giù da quanto era terribile.
«Amore, torta alle rose», speravo che con i dolci andasse meglio invece era
terribile pure quella. Un’altra mia specialità è stato il coniglio. Insomma, veri
e propri piatti unici by Cardin. Leggevo la ricetta però poi mentre pasticciavo
ai fornelli mi sembrava sempre che mancasse qualcosa. Era così che usciva
un vero e proprio disastro. Col tempo ho anche imparato a non far più uscire
dalla lavatrice un bucato rosa. Negli anni migliorerò pure come cuoca, ma
non di molto.
Paolo, invece, in cucina è sempre stato molto bravo. I suoi must sono le
capesante e il salmone al sale. Però, per il resto, in casa è un disastro. Appena
rientra poggia il suo zaino sul tavolo, la t-shirt sul divano, si sfila le scarpe e
le lascia nel corridoio, pantaloni e mutande rimangono a terra in bagno e via
dentro la doccia. E poi che dire di tutte quelle fantastiche abitudini maschili
come lasciare alzata la tavoletta del water, non sciacquare bene il lavandino
dopo essersi fatto la barba o lasciare romanticamente lo stuzzicadenti
poggiato sul divano.
Fortunatamente a compensarci ci sono Giorgio e Lucia, i nostri vicini.
Giorgio, preciso e puntiglioso, ricorda sempre a Paolo quando bisogna
portare fuori i bidoni dell’immondizia. Paolo sistematicamente se li scorda,
ma riesce a ricattare Giorgio molto facilmente con qualche Tex o un calice di
prosecco. Ogni tanto, quando stiamo via parecchi giorni, l’umido esce anche
da solo. Pessimi. Lucia invece è la stravagante della famiglia e ci fa sempre
piegare dalle risate. Meno male che ci sono loro perché scordiamo sempre le
chiavi di casa.
Io e Paolo ci siamo sempre sgridati reciprocamente su queste cose però ci
abbiamo anche riso tanto sopra, come ha sempre cercato di fare lui con i miei
innumerevoli incubi notturni. Anche di notte, infatti, ne combino di tutti i
colori. Parlo, urlo, scalcio e mi alzo. Paolo non me l’ha mai fatto pesare più
di tanto, nemmeno nelle notti più drammatiche quando mi svegliavo senza
respirare.
Erano le classiche problematiche iniziali, quelle di tutte le coppie che
vanno a convivere. Era comunque veramente magico svegliarsi la mattina
con lui accanto o dargli un bacio appena rientrava dal lavoro la sera.
Tutto finalmente stava andando per il meglio. Rimaneva ancora da
sistemare la questione della categoria di peso. Il Guru infatti continuava a
pressarmi. La svolta è arrivata nel giugno del 2009 in occasione della
sedicesima edizione dei Giochi del Mediterraneo a Pescara.
«Vuoi essere la principessa dei -55 kg oppure la regina dei -50?» mi
chiedeva continuamente il Guru.
Che domanda è? Io volevo essere la regina. A tutti i costi. A ridosso delle
gare più importanti, il Guru assumeva anche le vesti del dietologo. La mia
dieta prevedeva due giorni nei quali dovevo assumere solo proteine e il terzo
solo carboidrati.
A volte ho provato a dirgli che mangiavo e subito dopo vomitavo però la
risposta è stata sempre la stessa.
«Non vomitare».
A volte, a mensa, si avvicinava al mio tavolo e veniva a controllare cosa
avessi mangiato. Quando non ne potevo più mettevo il mio cibo nel piatto di
Greta che mi guardava e scuoteva il capo. Gli ultimi quattro giorni prima
della gara non ho praticamente bevuto nel tentativo di perdere quell’ultimo
chilo che mancava per scendere sotto la soglia dei 50 chilogrammi. Partivo
sempre da 54 e fino ai 52/51 e mezzo riuscivo ad arrivare. A fatica, ma ci
arrivavo. Da lì in giù invece sembrava dovessi tagliarmi un braccio. In
allenamento non reggevo i carichi di lavoro, ero sempre esausta e il Guru
continuava a infierire.
«Ma guardala, non sta in piedi, pensaci tu», diceva al medico. Così
saltuariamente, tra un allenamento e l’altro, mi mandava dal dottore che mi
«aiutava» con acqua e zucchero per tirarmi su. Tutto ciò mi sembrava una
tortura.
Siamo arrivati a Pescara. Il giorno prima della gara, come da prassi,
facciamo sempre un allenamento per caricarci tutti assieme e sentire le belle
sensazioni pre-gara. Nella squadra di kumite femminile, insieme a me, erano
state convocate Selene Guglielmi nella categoria dei -55 kg, Laura Pasqua in
quella dei -61, Roberta Minet nei -68 e Greta Vitelli in quella superiore ai 68.
«Cosa stai facendo?» era la voce di Greta. Mi stava guardando allibita. Ero
seduta al centro del tatami a gambe incrociate. Gli occhi cerchiati dalle
occhiaie e lo sguardo fisso nel vuoto.
«Sono stanca, non ce la faccio più», sono riuscita a bisbigliarle con un filo
di voce.
La mattina successiva, alle 9, ci sarebbe stato il controllo del peso. La
bilancia ha segnato 49,8 chilogrammi. Ce l’avevo fatta. Ricordo di essere
scesa dalla bilancia e di aver bevuto un po’ di succo di frutta. Non ho fatto in
tempo a deglutirlo che mi è tornato su lungo lo stomaco e l’ho rigettato
all’istante. Erano infatti tre o quattro giorni che non bevevo e mi allenavo. La
gara era prevista alle 13. Ho iniziato a bere più lentamente e a sgranocchiare
qualcosa di zuccherato.
Mi sono presentata così sul tatami. Non so nemmeno come ho fatto ad
arrivare in finale. Mentre combattevo vedevo i miei pugni come rallentati,
con una lunga scia dietro. Solo dopo Paolo mi ha detto che facevo fatica
anche a parlare e le parole mi uscivano di bocca a sprazzi. Ho perso la finale.
La forte atleta turca Gulderen Celik mi ha battuta con il punteggio di 1-2.
Sempre Paolo dice che ho ripreso a dire qualcosa di sensato solo due ore
dopo il termine della gara. Non ce l’ha fatta più e ha affrontato il Guru.
«Se convocherà Sara nella categoria dei -55 kg la farò venire ancora al
centro federale di Ostia, altrimenti non la vedrete più», ha promesso Paolo al
Guru e gli ha stretto la mano. Anch’io avevo capito che avevo toccato il
fondo. Come non detto, le convocazioni continuarono ad arrivare nei -50 kg.
Io non mi sono più presentata in raduno.
Con Paolo abbiamo cominciato ad allenarci anche più forte di prima e
abbiamo iniziato a fare le gare per conto nostro nella categoria dei -55 kg. Da
subito arrivavano ottimi risultati, ho conquistato quattro podi consecutivi in
altrettante gare internazionali senior molto importanti. Questi risultati, però,
al Guru sembravano scivolare addosso. Nonostante tutto continuavamo a
recarci da lui una volta al mese. Ogni volta Paolo gli ripeteva che non avrei
più gareggiato nei -50 kg. Però io ero sempre lì per imparare e migliorarmi.
Nel frattempo, a poco a poco, finalmente riuscivo a trovare un equilibrio
con l’alimentazione. Non posso certo dire che mangiassi bene. Le verdure
non le ho mai toccate fin da quando ero piccola però almeno non facevo
abbuffate, non vomitavo, non mi facevo più del male usando il cibo. Questo
mi rendeva molto più stabile e serena e, pian piano, sono iniziate a tornare
pure le forze.
Anche nel mio rapporto con il karate stavo ritrovando una nuova
tranquillità, un po’ perché ero libera dallo stress del calo peso e un po’ perché
stavo lontana dalla Nazionale. Passavamo da una gara a un’altra solo per il
piacere di combattere, migliorare e divertirci. E io vincevo. Arrivavo in gara
serena e tornavo a casa sempre con una medaglia. A seguirmi nelle gare in
trasferta c’è sempre stato il mio team di tifosi, con nonno Danilo e papà
James in prima fila. E non si è mai persa l’occasione di fare festa. L’Open di
Germania, per esempio, si svolge in concomitanza con l’Oktoberfest. Al
termine delle gare al palazzetto il punto di ritrovo erano le tavolate all’aperto.
Un anno ricordo mio nonno seduto allo stesso tavolo con delle cheerleader
americane di circa settant’anni che brindavano a suon di boccali di birra.
Ci sono state anche trasferte più lugubri. Come per esempio in Olanda. In
occasione delle mie gare all’estero è Paolo a organizzare viaggi, voli e
alloggi. È un tour operator privato quasi perfetto. Quella volta, a Rotterdam,
aveva deciso di affittare delle stanze da una affittacamere. Quando io e
Federica, atleta e campionessa di kata della mia stessa palestra, siamo entrate
nel nostro alloggio ci siamo rese conto che il letto aveva la rete sformata, il
copriletto era di una fantasia leopardata che lasciava poco adito al dubbio,
l’ambiente era illuminato da lumini rossi e alle pareti, a tenerci compagnia,
erano appesi dei quadri con delle teste di gatto in primo piano, abbigliati con
abiti dai colletti bianchi in perfetto stile fiammingo cinquecentesco. La stanza
di mio nonno e mio padre, invece, aveva un lavandino che poggiava
praticamente sul letto. Dopo aver trascorso una nottata non proprio tranquilla
a sognarci i gatti appesi alle pareti, siamo scesi in cucina a fare colazione.
«Quanti anni hai?» ha chiesto l’affittacamere a Federica.
«22», ha riposto Federica ancora assonnata.
«Oh poverina, mio figlio è morto alla tua stessa età», ha detto
l’affittacamere. Ok, forse era un po’ troppo. Uscire da quella casa, dirigerci
verso il palazzetto dello sport e salire sul tatami ci è sembrata una vera e
propria liberazione.
Con Paolo abbiamo sempre cercato di coniugare le gare e le trasferte con la
possibilità di visitare realmente luoghi e città nuove. Una cosa non mancava
mai: a fine gara alzavamo il portellone posteriore della macchina, aprivamo il
tavolinetto azzurro di mio nonno e via ad affettare pane e salame e stappare
bottiglie. Mio papà James, il solito casinaro del gruppo, fermava tutti gli atleti
e allenatori che passavano per quel parcheggio e li invitava a unirsi al
banchetto. Una volta si sono aggregati anche degli inglesi e dei giapponesi,
che gradirono particolarmente il nostro prosecco. È una nostra tradizione, il
nostro modo di vivere le trasferte e forse anche di rompere la tensione di gare
così importanti.
È passato così un anno, tra vittorie e avventure che mi avevano riportato a
un sereno equilibrio dopo i Giochi di Pescara del 2009.
All’inizio del mese di maggio del 2010, però, sono arrivate le convocazioni
per i Campionati europei di Atene. Ancora una volta, il mio nome viene
inserito nella categoria di peso inferiore. Due giorni dopo le diramazioni, la
titolare dei -55 kg però comunica al Guru di essere incinta. Deve rinunciare.
Il Guru però non ne vuole sapere di portare me nei 55, nonostante la mia
annata di successi da autodidatta nella categoria. Per fortuna i coach della
nazionale, Claudio Guazzaroni e Alessandro Balestrini, fecero ragionare il
Guru utilizzando un argomento al quale è impossibile dire di no.
«Meglio portare Sara Cardin che presentarsi in una categoria senza atlete
italiane», gli ha detto. Questo argomento, non certo la mia salute, ha convinto
il Guru.
Sono partita per il mio primo Campionato europeo senior senza la
pressione di dover portare comunque a casa una medaglia, perché ero stata
inserita nella categoria quasi come una riserva. Nessuno credeva in me e io
avevo in testa quella frase: «Vuoi essere la principessa dei -55 kg o la regina
dei -50?» Dentro di me avevo una grande voglia di rivalsa, volevo dimostrare
a tutti quanto realmente valevo. Io non ero debole. Gli Europei si sarebbero
tenuti ad Atene, al Faliro Pavillon, l’impianto dove si erano svolte le gare di
taekwondo in occasione dei Giochi olimpici del 2004. Ecco, se qualcuno
ancora oggi mi dovesse chiedere un giorno nel quale mi sono sentita
imbattibile, gli risponderei proprio l’8 maggio 2010 ad Atene. Al mio primo
Campionato europeo senior ho vinto la medaglia d’oro nei -55 kg. E il giorno
seguente pure l’argento a squadre con Minet, Vitelli e Pasqua. La squadra
perfetta, dentro e fuori il tatami, per la quale avrei dato anche un polmone.
Tornando alla mia gara individuale, nessuno si aspettava che vincessi, e
men che meno che mi aggiudicassi il titolo in quella maniera. Negli incontri
ho messo a segno 26 punti, subendone uno per penalità di un mio contatto
eccessivo. Un percorso straordinario. Ho superato una dopo l’altra la
spagnola Fernandez (9-1), l’inglese Hayes (4-0), la turca Ozcekic (5-0) e la
slovacca Semanìkovà (8-0).
In finale ho battuto la croata Jelena Kovacevic (2-0), la campionessa
europea uscente.
«È stata la gara più bella della sua vita», ripete sempre Paolo a chi gli
chiede quale sia stato il miglior incontro di Sara Cardin.
Ogni incontro, ogni istante di quelle gare fluiva naturalmente. Era tutto
estremamente facile. Le gambe e le braccia facevano tutto da sole, quasi non
dovevo pensare a niente. Le mie avversarie erano forti però io ero nello stato
mentale ideale. Finalmente potevo esprimere ciò che ero. Non ero debole,
non ero il karate muto e soprattutto non ero la principessa dei -55 kg. Io ero la
regina dei -55 kg.
Il ricordo più bello, che scandisce quei momenti, mi riporta agli ultimi
dieci secondi della finale. Stavo vincendo con la forte croata e non ero affatto
preoccupata di una sua possibile rimonta, quando ho cominciato a sentire
nonno Danilo dagli spalti che urlava a squarciagola.
«10… 9… 8… 7…6… 5… 4… 3… 2…1…» era il suo countdown. Poi è
stato il delirio tricolore.
Ad esultare sugli spalti assieme al nonno e a Paolo, anche Franco
Genocchio, un maestro di quelli veri, non solo di karate ma anche di vita,
oltre a Diego e Saba, da quel momento i miei angeli porta fortuna.
Dopo il titolo continentale juniores avevo conquistato anche quello
assoluto.
Paolo ha incontrato il Guru solo nel percorso dal palazzetto dello sport
all’hotel.
«Ha visto? Con le atlete alte ha fatto fatica» gli ha detto il Guru.
Ah ah!!! Che rosicone!
Da quella frase Paolo ha compreso che, in realtà, il Guru non aveva visto i
miei incontri. Dopotutto, a volte, è più semplice rimanere sulle proprie idee
che guardare in faccia la realtà.
Al mio rientro a casa, nonno Danilo ha innalzato il Tricolore su un pennone
fuori dal cancello di casa sua, papà James ha messo striscioni e bandiere
italiane ovunque su tutta la via di casa. Penso avesse raccontato della mia
impresa a tutti quelli che aveva incontrato al bar del paese. Lui è così, deve
festeggiare, e quale motivo migliore della figlia campionessa europea?
Mamma invece è sempre stata il suo opposto, pacata e modesta, in
qualunque contesto, a scuola o nello sport, non si è mai vantata mezzo
secondo della figlia. Piuttosto stava ad ascoltare gli altri genitori che
portavano i propri figli in palmo di mano come fossero i nuovi Ronaldo della
situazione. Ecco, con lei spesso prendevamo in giro mio papà dicendogli che,
se lui per caso un giorno avesse vinto una mezza medaglietta a briscola,
l’avrebbe saputo tutta Italia. Ma non è mai stato un antipatico per questo, anzi
in paese lo amano tutti proprio per il suo entusiasmo coinvolgente, la sua
spontaneità e ilarità. Bisognava fare festa.
La vittoria e la sconfitta

Avevo passato un’annata molto intensa ed emozionante, costellata da tante


gare, medaglie, impegni e anche successi. Dopo la medaglia d’oro e quella
d’argento al Campionato europeo senior di Atene 2010 continuavo a portarmi
dentro quella sensazione di forza che avevo provato e anche nelle gare a
seguire facevo sempre ottime prestazioni.
Invece, dopo un anno di euforia, mi sono resa conto che la convivenza con
Paolo, che credevo fosse la soluzione ideale per la nostra relazione, non era
affatto semplice. Distinguere con una linea netta il lavoro in palestra con il
mio allenatore, la gestione dello stress delle gare dalla quotidianità da vivere
in casa è un impegno arduo. Alla fine il karate era sempre tra noi e facevo
fatica a farmi ascoltare da Paolo. Io magari arrivavo a casa stanca
dall’allenamento, lui aveva spesso riunioni al Comitato regionale veneto di
karate. Parlavamo sempre meno di noi come coppia e sempre di più degli
allenamenti. A volte la sera, dopo cena seduti sul divano, invece di vederci un
film finivamo a guardare le riprese che lui è solito fare durante gli
allenamenti oppure quelli delle mie avversarie impegnate in gara. Ho tentato
di manifestare a Paolo questo disagio, la necessità di un po’ di tempo per noi
e semplicemente di essere ascoltata di più, però lui sembrava non recepire.
Era molto attento alla Sara atleta, meno alla Sara compagna di vita. Provavo a
cercare un dialogo, lui però mi rispondeva sempre alla stessa maniera.
«Domani ne parliamo», mi diceva.
Quel domani non arrivava mai.
C’erano sempre le mie amiche, però non riuscivano a riempire quel vuoto
affettivo che comunque sentivo.
Con questi disagi e i nostri problemi di incomunicabilità siamo partiti come
ogni anno per i camp estivi di karate. Quell’estate lui era molto impegnato,
quasi tutte le sere, con riunioni tecniche, politiche, lo staff
dell’organizzazione e il Guru. Io uscivo con le altre ragazze, atlete e maestre.
Tra loro c’era anche Lisa, una ragazza di una decina d’anni più grande di me,
capelli corti, biondi, un gran sorriso che, oltre a insegnare kata, si occupava di
fare le foto e i video degli allenamenti.
In alcune di queste serate mi è capitato di trovarmi a chiacchierare con
Lisa, solo io e lei. Parlavamo di tutto: del karate, di Paolo, delle mie
difficoltà. Con lei ho trovato quel dialogo che cercavo tanto, senza trovarlo,
con Paolo. Io raccontavo e lei mi ascoltava, e viceversa. Non mi sembrava
vero. Ci capivamo. Finalmente una persona che mi ascoltava, che stava con
me e mi faceva ridere e stare bene. La conoscevo da quando avevo dodici
anni e sapevo della sua omosessualità. A volte faceva qualche battuta su
qualche altra donna però sempre in modo molto simpatico e delicato. Più
trascorrevo i giorni insieme a lei e più mi rendevo conto che non mi era
indifferente essere fotografata da lei mentre mi allenavo, anzi quasi mi
imbarazzava. Non l’avevo mai guardata in quel modo. Una bella persona con
la quale non avevo bisogno di chiarire niente perché già capiva quello che le
stavo dicendo. Mi sono resa conto che desideravo baciarla.
«Lisa, io vorrei baciarti», le ho rivelato nel corso di una delle nostre
chiacchierate.
«Ma tu sei fuori!» mi ha risposto lei. «Non sai cosa stai dicendo. E poi? Se
dovesse piacermi?»
Qualche sera dopo, tra una risata e l’altra, dopo una delle nostre
interminabili chiacchierate in spiaggia, il bacio c’è stato. È stato un bacio
molto naturale, per niente strano. Le volevo bene. Punto. I complessi sono
arrivati immediatamente dopo, al mio rientro in camera e poi per tutto il
viaggio di ritorno a casa.
«Cosa stavo facendo?» mi chiedevo.
E ancora: «Una donna? E la storia con Paolo? Cosa significa tutto questo?»
Il camp era terminato però io e Lisa abbiamo continuato a sentirci
telefonicamente, cosa che non era mai accaduta prima. Ci raccontavamo
tutto, le nostre intere giornate. Dentro di me continuavo a ripetermi: «Sara,
hai fatto qualcosa perché te lo sei sentito perciò abbi il coraggio di accettarlo
e capirlo fino in fondo».
Mi sentivo molto in colpa nei confronti di Paolo. Però era una situazione
molto particolare e non sapevo esattamente cosa dirgli.
Nel frattempo stava ricominciando la stagione agonistica. Dopo la mia
vittoria al Campionato europeo di Atene nel 2010, è tornata in squadra Selene
al termine della maternità. Però ormai avevo dimostrato il mio valore nei -55
kg e la convocazione per la categoria di peso inferiore per il Campionato del
mondo di Belgrado è toccata a lei. Quasi due settimane di ritiro collegiale e
poi via partenza per il mio primo mondiale senior. Le gare si sono svolte alla
Beogradska Arena alla fine del mese di ottobre. Questa volta, per venirmi a
vedere, si era organizzato un bel gruppo di persone, la tifoseria Cardin stava
crescendo. Oltre ovviamente a Paolo, nonno Danilo e papà James si erano
aggiunti Sisto, Doc, Maurizia, Nave, Mune, Bepi, Rossano, Silvietta,
Favaron, Nevio, Franco e Marian.
Mia madre, come sempre, è rimasta a casa con la nonna e già da lì era in
tensione per me. Dopo aver visto il mio primo campionato italiano, a
quattordici anni, aveva subito detto che non faceva per lei. Diceva che stava
male solo a guardarmi. Figuriamoci al mio primo mondiale senior come si
sarebbe sentita!
Nei nostri ricordi più belli c’è un’immagine: io, un piccolo maschiaccio,
che la guardo con aria di sfida.
«Ma quando la smetterai con questo karate?» mi chiedeva lei.
«Smetterò solo quando sarò la più forte del mondo!» le rispondevo.
Adesso ero lì, davanti al sogno della mia vita: diventare la campionessa del
mondo di karate. Sono entrata in gara con la solita determinazione che mi
contraddistingue però le sensazioni non erano affatto quelle di Atene. Ero
fuori tempo, con le distanze sbagliate e molto tesa. Nonostante tutto
combattevo per vincere. I primi due incontri sono andati abbastanza bene.
Nel terzo, invece, stavo perdendo 1-3 con la forte karateka turca Serap
Ozcelik. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a rimontare e il tempo a
disposizione diventava sempre meno. Lo guardavo scorrere sul tabellone con
la coda dell’occhio e intanto continuavo a ripetermi: «Sara, ce la puoi ancora
fare». All’ultimo secondo utile le ho piazzato un mawashi geri da tre punti al
viso e mi sono aggiudicata l’incontro.
Nella finale di pool, contro la statunitense Nishi, si stava ripetendo il
medesimo incubo. Ero in svantaggio 0-1 e mancavano pochi secondi al
termine dell’incontro. Durante uno scambio mi sono ritrovata con un suo
guantino in mano. Per questo l’arbitro centrale ha fermato l’incontro. Ero
arrivata a denti stretti fino a lì. Mi sono voltata a guardare il tabellone.
Mancavano solo tre secondi. Cosa potevo fare? Andare a stringerle la mano e
complimentarmi? Per me è sempre esistito solo e soltanto provarci fino
all’ultimo respiro. Mi volto a guardare gli spalti, c’era tutta la tifoseria
adrenalinica dall’incontro precedente
«Vai! Dai Sara! Ce la puoi fare!» mi urlavano dalle tribune.
I miracoli, a volte, nella vita accadono. Quel giorno quando l’arbitro ha
dato il via all’incontro, sono partita come una freccia, uno spostamento a
destra, uno a sinistra e un calcio a destra. All’ultimo secondo il mio piede è
arrivato in pieno sulla guancia dell’americana. Tutte le bandierine degli
arbitri si sono alzate. Sugli spalti, il delirio.
Gli allenatori della squadra statunitense hanno fatto ricorso. Sostenevano
che il calcio fosse arrivato oltre il tempo limite. Riguardando i replay, a 0:1
secondi il mio piede era sul bersaglio e a 0:0 era tornato a posarsi terra.
Ricorso non accettato. Sara Cardin era in finale al suo primo Campionato del
mondo senior nella categoria -55 kg.
«Ben fatto!» mi ha detto il Guru venendo a stringermi la mano. Poi mi ha
chiesto: «Quanti punti hai fatto? Quanti ne hai subiti?»
Non ricordavo assolutamente nulla.
Poco importava. Ero consapevole di non aver tenuto tempi e distanze
giuste per tutto l’incontro, sapevo di aver fatto molti errori però sapevo anche
che in semifinale e finale di pool avevo rimontato mettendo a segno due colpi
quasi impossibili. Due calci al viso, entrambi all’ultimo secondo.
Ora sapevo cosa dovevo fare: uscire dal palazzetto assieme alle persone
che mi volevano bene e che erano lì a vedermi. Appena uscita ho visto subito,
in lontananza, il portellone di un furgone aperto e un tavolino in mezzo al
parcheggio. Erano loro. Veneti doc. Facevano un gran chiasso. Papà con le
bottiglie di prosecco in mano, nonno che piangeva e tutti gli altri in festa. Ho
abbracciato e ringraziato tutti, senza la loro energia non so se ce l’avrei fatta.
Paolo, commosso, mi ha guardata.
«Ma cosa hai fatto?» è solo riuscito a dirmi.
Due giorni dopo era in programma la finale contro la giapponese Miki
Kobayashi. Per l’occasione è arrivata a Belgrado anche Lisa. L’ho vista sugli
spalti e ho pensato immediatamente quanto era bello quel gesto da parte sua.
Aveva saputo delle mie eliminatorie da brivido e voleva esserci per la mia
finale. Ha guidato da Milano fino in Serbia, solo per venirmi a vedere.
In occasione delle finali, il palazzetto era stato completamente riallestito.
Non c’erano più i quattro tatami in fila sul parterre ma uno unico, rialzato
centrale con tutti i fari e le luci puntati al centro. Conoscevo la karateka
giapponese e sapevo che era molto forte, però la cosa che mi spaventava di
più era essere a un passo dal sogno della mia vita, diventare la più forte del
mondo. Ero davvero pronta a esserlo? Me lo meritavo? Continuavo a farmi
un mucchio di domande che, prima di salire sul tatami, ho cercato di spegnere
nella mia testa.
«Sara, devi solo fare il tuo», mi ripetevo.
Una volta lì sopra fintavo, mi spostavo, però ero titubante, avevo troppa
paura di perdere, di fallire. E pure tanta paura di vincere. Un miscuglio di
emozioni che solo una finale mondiale può regalare. Vedevo le stesse paure
anche negli occhi della giapponese però non riuscivo ad approfittarne. Tiravo
pugni e calci timidi. Al termine dei due minuti regolamentari il punteggio era
fermo sullo 0-0, così come dopo il minuto supplementare, nonostante ci fossi
andata vicino con un punto al tronco, non assegnato dagli arbitri. L’incontro è
terminato al giudizio arbitrale, per alzata di bandierine. Ciascun arbitro
avrebbe dato la sua preferenza a un’atleta o all’altra. Hanno preferito la mia
avversaria.
«Non è giusto!» ho sentito l’urlo di mio nonno dalle tribune nel momento
in cui gli arbitri decretavano il loro verdetto.
Solo dopo molto tempo ho capito il vero motivo di quella decisione: non
mi sono giocata la gara fino in fondo e gli arbitri lo hanno percepito
preferendo la mia avversaria.
Fino a quel momento mi ero già aggiudicata 13 titoli italiani, un oro e un
bronzo europeo junior, un argento ai Giochi del Mediterraneo e un oro e un
argento agli Europei senior. Quella del mondiale di Belgrado è stata la
sconfitta più brutta che abbia mai subito nella mia carriera. Per tutti si trattava
di una medaglia d’argento ai mondiali, per me era solo un oro mancato. Un
sogno che mi era sfuggito di mano per un pelo e non sapevo se avrei più
avuto la possibilità di andarmelo a prendere.
La mia delusione personale è stata cocente. Mentre per la squadra azzurra
si è trattato di una spedizione trionfale. L’Italia ha infatti conquistato due
medaglie d’oro, quattro d’argento e una di bronzo. A salire sul gradino più
alto del podio è stata proprio Greta Vitelli, che da lì a poco sarebbe diventata
la mia compagna di stanza, la prima atleta italiana a vincere un oro nel
kumite, e la squadra di kata maschile composta da Lucio Maurino, Luca
Valdesi e Vincenzo Figuccio, che sarebbe diventato il mio preparatore
atletico qualche anno dopo.
Nel corso della premiazione della mia categoria ho ovviamente pianto a
dirotto e non sono riusciti a consolarmi nemmeno i miei familiari.
Rammaricati anche loro, certo, però si erano già attrezzati per il picnic
all’esterno del palazzetto a base di vino e salame. Avevo comunque vinto una
medaglia d’argento! Quando li ho raggiunti, sorridevo per educazione e
rispetto, anche per loro che erano venuti fin lì per me, ma mi sentivo
spezzata. Mio padre ha tentato di coinvolgermi nei festeggiamenti senza
successo.
«Lasciala stare James, non è il momento», gli ha sussurrato mio nonno in
un orecchio.
«Nonno, mi sono messa in attacco ma poi non so cosa sia successo», ho
tentato di spiegare a Danilo il mio punto di vista sull’andamento della finale.
Inutile. Ho ricominciato a piangere senza riuscire a fermarmi.
Quando sono tornata a casa, a Ponte di Piave, ho detto solo una frase a mia
madre che mi aspettava sulla porta.
«Mamma, non riuscirò mai a essere la campionessa del mondo», le ho
bisbigliato con un filo di voce, come a volermi scusare.
Mi sono rifugiata nella mia camera e non ho più aperto bocca per una
settimana, con nessuno. Mi sono fatta prendere da un po’ di depressione e
volevo addirittura smettere con il karate. Avevo qualcosa di grande dentro e
volevo solo dimostrare al mondo che non ero debole, che io valevo. Non
c’ero riuscita.
Per fortuna di lì a poco avevo in programma un viaggio in uno dei luoghi
più ricchi del mondo. Dubai. La principessa Mahatma El Macun,
appassionata di karate e con una vera e propria venerazione tecnica per le
atlete italiane, qualche mese prima aveva infatti contattato la federazione
italiana per ospitare me e altre due atlete, Roberta e Veronica, e averci a
disposizione per una settimana di allenamenti nei suoi palazzi. A
comunicarmelo era stato il Guru.
Molto incuriosita da questa nuova esperienza, siamo partite tutte e tre con
un volo business. Le hostess dell’equipaggio erano a nostra disposizione così
come le coppe di champagne che ci venivano offerte in continuazione.
All’arrivo, in aeroporto, abbiamo trovato una limousine ad attenderci.
L’autista, a nostra disposizione per l’intera settimana, si chiamava Abdullah
un uomo sulla quarantina molto aperto e gentile.
La prima tappa è stata in quello che sarebbe stato il nostro alloggio per
l’intera settimana di soggiorno. Il Kempinski Hotel Mall of the Emirates. È
bastato il primo sguardo alla hall per capire che stavamo per entrare in un
mondo da sogno. In hotel c’è addirittura una pista da sci.
Le giornate si dividevano tra gli allenamenti e il tempo libero da trascorrere
in giro per la città. Un’ora prima dell’orario previsto per il ritrovo in palestra
Abdullah, puntualissimo, veniva a prelevarci in hotel per portarci al palazzo
reale Zabeel.
La palestra reale era costituita da uno splendido giardino sul quale
affacciavano diverse sale. In una di queste c’era un tatami. Avevamo una
raccomandazione: all’interno del palazzo non potevamo scattare fotografie.
Nel corso dell’intera settimana, quella dell’allenamento era l’unica occasione
di incontro con la principessa, una ragazza inespressiva non solo nel volto,
che non lasciava trasparire emozioni, ma anche nel dialogo, visto che non
diceva che poche parole. A bordo tatami c’era un buffet per dissetarci con
decine di bibite differenti, estratti e succhi al mango, cocco ecc. Al posto
delle nostre bottigliette d’acqua da cinquanta centilitri solitamente gettate in
un angolo della palestra.
Sul tatami, la principessa si impegnava molto. Si percepiva che aveva una
vera e propria passione per il karate. Da parte nostra noi dovevamo stare
molto attente a non toccarla. I colpi venivano simulati però non potevano
andare a segno sul corpo regale.
I brevi minuti di pausa tra una sessione e l’altra di allenamento
rappresentavano gli unici momenti in cui poter scambiare qualche parola con
Mahatma El Macun.
Non sapevo come rompere il ghiaccio e così ho iniziato a raccontarle della
casa dei miei genitori e degli animali che scorrazzavano in giardino fin da
quando ero piccola.
«Ho anche io un gattino maculato», mi risponde la principessa.
Contemporaneamente la vedo annuire, voltarsi verso una delle tante persone
che non l’abbandonano mai e farle un cenno di intesa.
È bastato un suo gesto del capo e quella persona è scomparsa dietro una
porta, senza proferire parola. Poco dopo la porta si è aperta di nuovo e ha
fatto il suo ingresso nella sala il gattino della principessa. Un bellissimo
esemplare di tigre bianca.
«Questo è il mio gatto», ha indicato lei, mentre lo splendido animale
passeggiava indisturbato, e completamente a suo agio, sul tatami.
Nel tempo libero dagli allenamenti potevamo visitare la città, sempre
scortate da Abdullah che portava con sé una carta di credito per soddisfare
ogni nostra richiesta. Attraversando le vie della città in limousine abbiamo
ammirato gli oltre 1300 grattacieli che la contraddistinguono, inclusa la torre
più alta del mondo, il Burj Khalifa che arriva a un’altezza di 828 metri. Ho
cercato di non approfittare troppo della generosità della principessa e ho
deciso di regalarmi solo un cellulare nuovo.
La sera le vie della città sono deserte e i party più frequentati, ai quali
partecipano anche tanti occidentali, si svolgono sulle terrazze panoramiche in
cima ai grattacieli che ospitano gli hotel di lusso. È una città dalle mille
contraddizioni. Da un lato ricchezza e opulenza, dall’altro le rigide regole
della religione musulmana. Nei centri commerciali, dove si trovano le
boutique delle maggiori griffe della moda del lusso, capita di incontrare
donne che indossano il burqa, il tradizionale abito nero che lascia scoperti
solo gli occhi. A un’osservazione più attenta però queste donne, sotto il velo,
sono molto curate. Hanno le unghie di mani e piedi praticamente perfette e
anche il trucco degli occhi non lascia nulla all’improvvisazione o alla
trascuratezza.
Un pomeriggio, su consiglio della principessa, Abdullah ci ha
accompagnate al parco acquatico. Mettere piede a bordo piscina per noi tre è
stato un vero e proprio shock. Tre donne occidentali in bikini circondate da
decine di donne arabe con la muta, coperte dalla testa ai piedi.
Dopo qualche tempo ho saputo che Mahatma El Macun ha dovuto
abbandonare il karate per dei problemi alla schiena. Adesso gioca a polo
insieme al principe William d’Inghilterra.
Al ritorno in Italia, la delusione per la vittoria della medaglia d’argento al
Campionato del Mondo di Belgrado non si era completamente assopita. Anzi,
le conseguenze dovevano ancora arrivare. Mi sono presa del tempo per me e
andavo a correre sul mio amato argine, lungo il Piave. Da sempre, nei
momenti difficili della mia vita, correre all’aria aperta, in mezzo al verde e a
tanta bellezza mi aveva aiutata. Non ho mai usato le cuffie, mi piace sentire il
rumore dei miei passi, il vento, le foglie, l’acqua e gli uccelli. Non conosco
modo migliore per capirsi e ritrovarsi.
Ciononostante anche a casa le tensioni post-mondiale avevano accentuato
ancora di più le incomprensioni tra me e Paolo e io continuavo a sentirmi
telefonicamente con Lisa. Parlavo della mia delusione quasi solo con lei, ci
scrivevamo tutti i giorni. Conosceva le origini del mio malessere e capiva
quanto avessi bisogno di vincere e dimostrare a me stessa e al mondo che non
siamo ciò che ci accade ma ciò che scegliamo di essere.
Un giorno è partita da Milano, dove viveva, per venirmi a trovare. Stavo
bene con lei, era molto affettuosa, mi capiva e mi faceva sorridere. Il rapporto
fisico con un uomo certo è molto diverso, più completo forse, però per certi
versi anche più ansioso, almeno per me. Con lei, invece, tutto era dolcezza e
ascolto. C’era una forte intesa mentale e caratteriale che rendeva il nostro
rapporto più naturale. Mi rendevo conto che quella complicità era diventata
davvero importante per me.
Come con Paolo, anche con lei ho preso io il coraggio di dichiararmi per
prima.
«Lisa, credo di essermi innamorata di te», le ho detto. Credo di averla resa
la persona più felice della terra in quel momento.
Così d’un colpo mi sono trovata di nuovo nella medesima situazione dei
primi mesi della relazione con Paolo. Avevo un rapporto però non potevo
parlarne o condividerlo con nessuno. Di certo non potevo confidarmi con mia
madre. Aveva appena accettato la convivenza con Paolo e non potevo
chiederle di comprendere.
Dovevo essere onesta e dirlo a Paolo. Eravamo andati a convivere da poco
più di un anno, una convivenza che io avevo fortemente voluto. E adesso
dovevo dirgli che mi ero innamorata di una donna.
Ho preparato il discorso nella mia mente finché una sera, al rientro dalla
palestra, mi sono fatta coraggio e ho iniziato a parlare.
«Mi piace Lisa», gli ho detto senza tanti giri di parole, dimenticando il
discorso che mi ero preparata.
Sulle prime Paolo non mi ha prestato molta attenzione, come al solito.
Dopo un paio di giorni, però, ha acceso il computer nello studio, che a volte
usavo anch’io, e ha trovato aperta una conversazione tra me e Lisa nella quale
si capiva inequivocabilmente che non eravamo solo amiche.
Si è arrabbiato parecchio e non poteva essere altrimenti. Non avevo
alternative. Ho fatto i bagagli e sono tornata a casa dei miei genitori.
La situazione si stava ripetendo ancora una volta. Cosa potevo dirgli?
Perché tornavo a casa?
«Con Paolo ci sono dei problemi», continuavo a ripetergli senza
aggiungere altre spiegazioni.
Ero molto confusa, mi sentivo uno schifo nei confronti di Paolo che per me
c’era sempre stato, stavo male al solo pensiero di averlo fatto soffrire, ma al
tempo stesso provavo dei sentimenti veri per Lisa e non era giusto far finta di
niente. Al contrario di quello che ha sempre pensato lei, non mi vergognavo
di noi, ero solo molto confusa e la stessa scelta di tornare a casa dei miei era
un modo per non prendere in giro nessuno e capire realmente cosa volevo.
Alla fine avevo lasciato una storia di quasi sei anni per vivere e capire questa
situazione.
A casa con mia mamma non era semplice con le sue centomila domande,
alle quali ovviamente non rispondevo, ma rispetto agli inizi della relazione
con Paolo adesso ero maggiorenne e avevo la patente. Quindi molto spesso
prendevo la macchina e scappavo da lei. Altre volte ci incontravamo con Lisa
a metà strada, a Verona.
Lei mi contestava sempre il fatto che volessi nasconderla, convinta che mi
vergognassi di lei. Era una cosa bruttissima da dirmi. Ma la realtà era diversa.
Non ero ancora sicura di quella relazione e di cosa rappresentasse
esattamente. Avevo sempre mille domande che mi ronzavano in testa.
Comunque, per provare a fare un piccolo passo avanti, ho deciso di
presentarla alle mie amiche di sempre, Marika e Melissa. Ovviamente a loro
avevo parlato di quella relazione. Mi avevano guardata con un’espressione
esterrefatta. Noi tre, però, siamo davvero come sorelle e non c’è mai nulla in
grado di mettere in discussione la nostra amicizia o la nostra voglia di aiutarci
l’una con l’altra. Così ho organizzato un’uscita: noi tre e Lisa. Niente di
particolare, una passeggiata e una pizza a Jesolo. Ero contenta che le
conoscesse e al tempo stesso avevo bisogno anche di sentire un parere da
parte delle mie amiche su di lei e su come ci vedevano insieme. Che cosa mi
hanno detto a fine serata? Che non ci stavano capendo più nulla, che Lisa era
una bella persona, che mi vedevano felice però non si capacitavano.
Fatto sta che passavano i mesi e io ero sempre più confusa. Da una parte
Lisa che mi pressava per rendere sempre più ufficiale la nostra relazione,
dall’altra Paolo che soffriva e che stava prendendo la sua strada lontano da
me.
Una sera, come spesso facciamo, ci siamo ritrovate tutte e tre, io, Meli e
Mery a casa di Melissa. Ognuna parlava dei suoi problemi. In quel periodo
Melissa era la donna più felice del mondo perché era una vita che faceva il
filo a Francesco e finalmente lui si era accorto di lei. Si erano appena messi
insieme. Marika, invece, stava cercando di uscire da una situazione
sentimentalmente logorante che ormai durava da tantissimi anni. Io? Beh,
non sapevo più dove sbattere la testa.
«Dobbiamo partire e andar via una settimana solo noi tre», ha proposto
Mery.
«Cosa? Voi due siete fuori. Io ho appena iniziato la storia con Francesco e
dovrei partire con voi?» ha risposto Melissa.
«Meli, ne abbiamo veramente bisogno», ho insistito io.
Dopo una serie di riflessioni, Meli ci ha guardato e ha compreso che le sue
amiche ne avevano proprio bisogno.
«Vi odio. Va bene», ci ha detto.
Marika ha trovato un viaggio economico, in uno dei luoghi che poi
diventeranno tra i miei preferiti: il Kenya, Africa. Partivamo durante le
festività natalizie, quando tutte le famiglie si riuniscono felici sotto l’albero e
si giurano amore eterno. Dovevamo scappare da lì. L’Africa con i suoi
racconti, il deserto, il sole e le scimmie ci sembrava davvero il posto ideale.
Appena arrivate nel nostro bungalow, al centro della stanza, c’era un
enorme letto a baldacchino con una zanzariera che scendeva fino a terra.
Marika avrebbe dormito in mezzo tra noi due, naturalmente. La prima notte,
però, abbiamo comunque avuto come ospite indesiderata una zanzara
veramente fastidiosa. Non riuscivamo a dormire, nessuna delle tre. E allora
mi sono messa alla sua caccia e per fare un po’ la scema l’ho uccisa
schiacciandola sulla parete con un calcio alla Karate Kid. Marika e Melissa
mi hanno guardata stupefatte.
«Solo lei», si sono dette guardandosi con un cenno d’intesa.
Tutte le mattine riempivamo gli zaini di dolci, pennarelli e cappellini che
avevamo portato da casa e uscivamo lungo la spiaggia fino alle baracche dei
villaggi attorno. Incontravamo un sacco di bambini, gli facevamo dei regalini
e loro ricambiavano con sorrisi a trentadue denti. Ci siamo recate in una
“agenzia di viaggi” locale, una baracca di legno e sterco un po’ più grande
delle altre, e abbiamo contrattato per un safari sullo Tsavo est.
Il safari è stata una delle nostre avventure più entusiasmanti. Correre con le
jeep nel deserto, rallentare perché una mandria di zebre attraversa la strada
sterrata, vedere gli elefanti abbeverarsi alle pozze, dormire in tenda con i
mille rumori e versi degli animali fuori non ha prezzo. Il sole in Africa
sembra veramente più grande e rosso del nostro. Faceva sempre un caldo
pazzesco. Durante una sosta, ci siamo fermate in uno spiazzo a bere
dell’acqua, lasciando la jeep incustodita.
«Mery, c’è uno scimmione seduto al tuo posto», le ho detto mentre lei era
impegnata a dissetarsi.
«Sara, smettila di prendermi in giro, ho già fatto la ceretta», mi ha risposto
senza voltarsi verso la macchina.
«No, Mery, non sto scherzando», ho proseguito, seria.
In effetti, un babbuino era entrato dal tettuccio della jeep e si era
posizionato al suo posto.
«Ragazze, ci penso io», le ho rassicurate mentre iniziavo a dirigermi verso
l’auto abusivamente occupata.
Mi sono avvicinata al vetro della jeep, ho guardato fisso il babbuino e ho
iniziato a urlargli contro. L’animale sì è voltato verso di me e per tutta
risposta mi ha urlato, mostrandomi i suoi denti e le gengive rosse. Me la sono
fatta quasi addosso, altro che guerriera!
«Forse è meglio se lo fai uscire tu da lì», ho chiesto al ranger che ci aveva
accompagnate.
Durante quella vacanza, abbiamo alternato avventure indimenticabili di
giorno a veri e propri momenti di sconforto serali sotto le stelle. Io e Marika,
le due complessate, e Melissa che almeno lei in quel periodo stava bene.
«Sara, sei confusa. Dovresti lasciar stare sia Paolo sia Lisa e prenderti un
po’ di tempo per te, stare da sola», mi hanno detto convinte. In effetti, nella
mia vita non ero mai stata da sola.
Al termine della vacanza avevo deciso, a malincuore, che la storia con Lisa
non sarebbe dovuta continuare. Le volevo bene, forse ne ero veramente
innamorata però non era quello che volevo. Avevo lasciato una relazione
importante per lei, per cercare di capire se seguire un’altra volta il mio cuore
però, alla fine, avevo capito che volevo un uomo al mio fianco.
«Tagliameli corti e fammeli neri», ho detto al mio parrucchiere dal quale
mi ero recata appena tornata a casa. Avevo preso una decisione drastica.
«Sara, va tutto bene?» mi ha risposto Stefano, prima di iniziare a tingermi i
capelli.
Fino ad allora ero sempre stata biondissima. È proprio vero che, quando
una donna decide di cambiare look, vuole cambiare vita. Dopo dieci minuti
che mi scrutava dubbioso, abbiamo optato per un compromesso: non li
avrebbe tagliati però li avrebbe fatti diventare color castano.
Tornando in palestra per gli allenamenti incontravo sempre Paolo. Più lo
guardavo più mi rendevo conto di aver sbagliato tutto e di che persona stavo
perdendo. E lo stavo perdendo veramente, anzi, forse l’avevo già perso.
Pure lui infatti, durante le vacanze era andato via una settimana con i suoi
amici a Dublino. Ripensavo alla nostra casa colorata e a tutti i bei momenti
passati insieme. A come era iniziata la nostra storia. L’ultimo anno era stato
pesante, è vero, ma perché eravamo stati poco attenti l’uno all’altro. Non ci
parlavamo più veramente e ci siamo allontanati. Oltre al casino che avevo
combinato io.
Più lo incontravo, più mi rendevo conto che avevo una gran voglia di
abbracciarlo e di scusarmi con lui.
Durante gli allenamenti in palestra eravamo molto distaccati. Lui
impostava l’esercizio e io lo eseguivo. Ci volevamo sempre un gran bene
però la situazione si era trasformata in un puro rapporto di lavoro e,
sinceramente, non so nemmeno come facessimo in realtà.
Quell’anno, era il 2011, non ho vinto neanche una gara internazionale,
qualche medaglia qua e là, però sembrava che veramente dopo le imprese
strabilianti del 2010 non fossi più capace di combattere.
Dell’Europeo di Zurigo mi ricordo solo di essere uscita con tutta la squadra
a mangiare una bistecca di carne rossa la sera prima della partenza, di essere
ritornata in camera ed essermi stesa sul letto. Per fortuna non avevo
nessun’altra in camera con me. Dopo un paio di ore ho iniziato a grattarmi
ovunque, mi era salito un gran mal di testa e mi sono cosparsa di puntini rossi
su tutto il corpo, per poi passare la notte abbracciata al water a vomitare. Il
mattino seguente ho infilato la tuta Italia e sono scesa giù per la foto di rito
pre-europeo. Ero ancora tutta un puntino e se avessi potuto grattarmi con una
grattugia da parmigiano lo avrei fatto subito. Così l’ho detto al dottore di
allora. Ha subito detto che si trattava di una intossicazione alimentare e che
sarebbe servito un antistaminico, però ero a pochi giorni dall’europeo perciò
il Guru era contrario; temeva che l’antistaminico mi avrebbe rallentato i
riflessi in gara. Rimaneva però il fatto che io stavo male, ma ovviamente
quello non era il problema. Così hanno deciso per una tachipirina e una
crema al cortisone da spalmarmi sulla pelle per limitare il prurito. Salute e
rischi a parte, in ogni caso non ho dormito dai crampi e l’Europeo non è
andato bene comunque.
L’unica gara che non mi sono concessa di perdere è stato il Campionato
italiano. La ricordo come l’edizione più difficile della mia vita. Paolo non mi
aveva allenata a dovere e, all’ultimo momento, mi aveva anche detto che non
sarebbe venuto in gara. Mi sarei dovuta arrangiare. Lo capivo perfettamente.
Me lo meritavo.
Dovevo andare a Bari e mi serviva un coach. Non uno qualunque, avevo
bisogno di positività e di calore. Ho comunicato alla mia famiglia che sarei
andata in Puglia in macchina.
«Sei pazza? Sono almeno otto ore di viaggio», mi ha detto mia madre,
preoccupata.
«Ci devo andare, mamma», le ho risposto con il tono di chi non avrebbe
accettato repliche.
«Allora ti accompagna papà, così vi date il cambio alla guida», mi ha
proposto lei.
Mi è sembrata una buona soluzione. Così siamo partiti, io, papà e nonno
Danilo. Sarebbe stato proprio quest’ultimo il mio coach. Avevo bisogno
proprio di lui e di tutto quello che ha sempre rappresentato per me.
Cosa ricordo di quel campionato? Tre cose.
La prima. Tutte le persone che, a ogni passo, mi chiedevano dove fosse
Paolo.
La seconda. Nonno Danilo che mi incitava sulla sedia a bordo tatami.
La terza. La premiazione. Avevo portato a termine quello che dovevo fare:
vincere. Mi rimaneva solo da ritirare la medaglia, rimettermi in macchina e
rifarmi le otto ore in autostrada. Stavano chiamando tutte le categorie sul
podio e tutte le cerimonie di premiazioni avevano come colonna sonora la
canzone We Are the Champions dei Queens. È arrivato il mio turno, sono
salita sul gradino più alto del podio e la regia ha sbagliato colonna sonora.
Sono partite le note di «Un amore così grande… un amore così…»
Non ci potevo credere. Era una congiura o un segno del destino?
È stato il mio quattordicesimo titolo italiano. E per fortuna quella trasferta
era finita.
Arrivata a casa dei miei, sono salita di sopra in mansarda e ho messo anche
quella medaglia d’oro assieme a tutte le altre tredici. Poi mi sono buttata sul
letto e mi sono addormentata.
Nei giorni successivi sono tornata ad allenarmi in palestra. A poco a poco,
io e Paolo abbiamo ripreso a parlarci con un po’ meno di tensione. Provavo
ancora qualcosa di importante per lui però mi sentivo come appena uscita da
un frullatore. Comunque gira di qua o di là, chi volevo era lui. Pian piano ho
provato a recuperare il nostro rapporto. Gli ho chiesto scusa e ancora scusa
perché per un uomo non deve essere facile accettare una situazione del
genere. Paolo però è un uomo straordinario. Ha compreso, anzi, si è messo in
discussione come e più di me riconoscendo di avermi trascurata come donna
e che il nostro rapporto doveva poggiare su un dialogo maggiore fatto non
solo di argomenti inerenti al karate.
«Chissà se continueremo a viaggiare insieme o le nostre strade si
separeranno», mi aveva detto da sempre Paolo riferendosi alla nostra
differenza d’età e ai cambiamenti, inevitabili, che avvengono in due persone
con vent’anni di differenza.
Alla fine mi ha perdonata e siamo tornati insieme. Mia madre, che
all’inizio non aveva visto di buon occhio la mia relazione con Paolo
soprattutto per la differenza d’età, allo stesso modo non aveva preso bene la
nostra separazione. Quando ci siamo rimessi insieme era convinta che io
dovessi prendermi del tempo per rimanere da sola.
Io invece avevo fatto la mia scelta. E la mia scelta aveva un nome: Paolo.
Il sogno

La ricerca della giusta dose di aggressività è sempre stata un’altra delle mie
problematiche. Potrebbe sembrare un paradosso per un’atleta impegnata fin
da quando aveva sette anni in un’arte marziale. Il karate però, nella disciplina
del kumite (combattimento), prevede un «dinamismo aggressivo» che «deve
essere simbolizzato tramite attacchi e difese perfettamente controllati», come
si legge nel regolamento federale. E io ero perfettamente controllata, talmente
controllata che a volte non lasciavo fluire spontaneamente le mie tecniche nel
combattimento e rimanevo incastrata nel mio schema, quasi come se uscendo
da quel controllo potessi diventare cattiva, e quella cattiveria io non la volevo
mai sentire. Invece, nel corso degli anni, il karate mi ha insegnato che per
vincere bisogna fidarsi di sé stessi e del proprio istinto, non si può combattere
solo con il cervello e con il cuore ma anche di pancia. Mi ha insegnato che
l’aggressività non è violenza e che sentirsi liberi non è pericoloso.
La mia storia non è mai stata legata tanto all’aspetto tradizionale del karate,
ma solo ed esclusivamente a quello sportivo. Fin dai primi allenamenti al
centro federale mi sono sentita dire che praticavo un «karate muto» perché
non riuscivo a esplodere le tecniche dando loro una sonorità che, a volte,
potrebbe anche aiutare a intimidire l’avversaria sul tatami.
I miei sforzi nel gestire l’aggressività non riguardano però soltanto il karate
quanto il rapporto con me stessa e la mia fisicità. I problemi con
l’alimentazione non hanno fatto altro che incidere su questa difficoltà.
Arrivare a vomitare ciò che mangiavo non mi aiutava solo a tenere sotto
controllo la categoria di peso. Io volevo punirmi e ci riuscivo facendomi del
male.
Questa aggressività si manifestava spesso anche attraverso i sogni. Avevo
compagne di squadra che non volevano dormire in camera con me perché si
spaventavano. Dicevano che urlavo come se qualcuno mi stesse tagliando una
gamba o ridacchiavo da sola, mettendomi seduta sul letto magari con i capelli
davanti al viso tipo The Ring. L’unica che sapeva come gestirmi era Greta, la
più forte atleta italiana dei pesi massimi di sempre. Io non l’avevo messa in
guardia. Una delle prime notti che abbiamo trascorso nella stessa camera, ho
improvvisamente acceso la lampada poggiata sul comodino e mi sono messa
a sedere sul letto, gettando di lato lenzuola e coperta.
«No, sono stanca, non ho nessuna intenzione di farlo», ho detto in tono
perentorio mentre tenevo le braccia incrociate sul petto come a voler
difendere il mio rifiuto.
Giusto il tempo di svegliare Greta e mi sono rimessa a dormire come niente
fosse accaduto.
La mattina successiva, io non ricordavo nulla. È stata Greta ad affrontare
l’argomento.
«Ti ho fatto qualcosa? Sei arrabbiata con me?» mi ha chiesto.
«No. Perché dovrei avercela con te?» le ho risposto stupita.
Greta ha compreso che ero sincera e mi ha raccontato cos’era accaduto la
notte precedente. Mi sono messa a ridere e le ho confidato che mi capita
spesso di sognare e parlare nel corso della notte.
A volte si tratta di sogni belli, eterei, altre volte sono terribili e non sempre
la mattina successiva riesco a ricordarli. Su consiglio dello psicologo, quando
mi sveglio e mi sento nel panico, posso mettermi a scrivere il sogno
immediatamente in un quaderno. Funziona, l’attacco di panico svanisce
subito. Ho sempre fatto così fin da piccolina.
Però c’è anche il rovescio della medaglia. Una volta nel corso della notte
mi sono svegliata e avevo la bocca secca. La bottiglia sul comodino era
vuota. Mi sono alzata dal letto per andare al bar e prenderne un’altra. Non
volevo telefonare alla reception per non svegliare Greta. Ho aperto la porta
della camera cercando di non fare rumore. Appena nel corridoio ho provato a
fare altrettanto per richiuderla. Convinta di essere stata sufficientemente
silenziosa mi sono avviata verso gli ascensori. Dopo pochi passi ho avuto
come la sensazione di essere seguita. Mi sono voltata e dietro di me c’era lei,
Greta.
«Sei sveglia?» mi ha chiesto.
«Certo che sono sveglia», le ho risposto. «Ho sete e sto andando a prendere
una bottiglia d’acqua. Ne vuoi una anche tu?»
Solo dopo qualche secondo ho compreso. Lei ha pensato a un episodio di
sonnambulismo. Ci siamo guardate negli occhi e siamo scoppiate a ridere.
Nei sogni, a volte, viene fuori anche il mio lato aggressivo. È capitato più
volte, infatti, che urlassi «Ti ammazzo. ti ammazzo…» con un tono da far
paura. La mia collega Laura Pasqua lo racconta spesso, ridendoci sopra.
Adesso.
Quella stessa aggressività inizialmente non riuscivo a tenerla sotto
controllo nemmeno nei rapporti intimi con Paolo. Ho sempre fatto l’amore
con lui, ero molto dolce però a volte arrivavo a un certo punto nel quale mi
sentivo cattiva, non era più un regalare piacere, ma più una questione di
impossessarsi di qualcosa, di prendere ed essere presi. E così scompariva
ogni sorta di libertà emozionale. Ero aggressiva e questo aveva inciso anche
nella relazione e sulla nostra separazione. Per questo, per la seconda volta
nella mia vita, avevo anche deciso di rivolgermi a uno psicologo. In realtà i
problemi si sono poi risolti quando siamo tornati insieme e il nostro dialogo
ha iniziato a funzionare. È proprio vero quando dicono che in una coppia il
dialogo è tutto. Siamo tutti diversi e non dobbiamo vergognarci di ciò che
siamo. Dobbiamo solo comprenderci e lasciarci comprendere, amare e
lasciarci amare.
Era il 2012, erano passati due anni dalla medaglia d’argento al Campionato
del mondo di Belgrado e ci ritrovavamo a prepararci per una nuova edizione
del Mondiale che questa volta si sarebbe tenuto a Parigi. Mi ero ripresa e
rigenerata, ora ero di nuovo pronta a combattere per concretizzare il mio
sogno. I miei video degli incontri del 2010 avevano ormai fatto il giro del
mondo e tutte le mie avversarie, con i loro tecnici, mi avevano studiata. Ero
l’avversaria da battere.
«Sara ormai ti hanno studiata e ti conoscono. Dobbiamo cambiare
qualcosa. Cambiamo categoria e facciamo i -50 kg», mi ha proposto
nuovamente il Guru.
«Strano no? Una proposta inaspettata», mi sono detta tra me e me.
Paolo ovviamente non era d’accordo e nemmeno io. Ci sembrava una
stupidaggine. Avevo vinto l’oro europeo e l’argento mondiale nei -55 kg,
perché tornare a fare i -50 kg?
Mi sono presa del tempo per pensarci su, dopotutto io volevo solo vincere
il mondiale e poco mi importava se avessi dovuto fare la fame e la sete.
Sapevo che ormai dopo tutti quegli anni avevo trovato un equilibrio
alimentare e che potevo reggere psicologicamente.
Ho ragionato sulle parole del Guru. Aveva ragione quando diceva che non
dovevamo presentarci uguali a due anni prima e che così all’ultimo sarebbe
stato difficile cambiare qualcosa sul mio modo di combattere.
Dopo diverse riflessioni tra me e me, ho deciso che avrei fatto il mondiale
nei -50 kg.
Ho fatto una mezza litigata con Paolo, mia mamma e Greta, la mia nuova
compagna di stanza alla quale chiedevo sempre un parere. Nessuno di loro
era d’accordo, dicevano che era solo una fissa del Guru, invece a mio parere
questa volta il suo ragionamento aveva una logica.
La mia testa aveva deciso. Sono calata di peso con molta, molta fatica però
sono arrivata a 50 chilogrammi esatti e senza soffrire di squilibri alimentari.
Il Campionato del mondo di Parigi 2012 si svolgeva nel palazzo dello sport
polifunzionale di Bercy. Ad assistere alle finali c’erano addirittura 18.000
persone. L’Italia ha vinto una medaglia d’oro con Luigi Busà nel kumite -75
kg, tre d’argento nelle due prove a squadra di kata e con Greta, oltre a due di
bronzo con Luca Valdesi (kata) e Stefano Maniscalco (kumite +84 kg).
Risultati che sono valsi alla squadra azzurra il terzo gradino del podio nel
medagliere finale, dietro solo alla Francia padrona di casa e al Giappone.
Era un Mondiale importante: l’ultima edizione prima della decisione del
Cio, il Comitato olimpico internazionale, riguardo alle discipline che
sarebbero entrate a far parte del programma dei Giochi di Tokyo 2020. La
federazione internazionale di karate (World Karate Federation) poteva
ritenersi soddisfatta: 116 nazioni partecipanti, 1.500 atleti con i tre giorni di
gare che hanno fatto registrare il tutto esaurito in termini di pubblico.
«L’Equipe», il quotidiano francese punto di riferimento per lo sport non solo
in Francia, è stato subissato di critiche per non aver dedicato la giusta
copertura all’evento. Il karate aveva saputo sfruttare la sua grande occasione.
Lo avremmo saputo di lì a poco.
Il mio Mondiale, invece, era stato un disastro: fuori al secondo turno.
Avevo vinto con la cinese Choi (8-0), fermandomi davanti alla marocchina
Hiba Raouf (0-2). Per Paolo quella è stata la fatidica goccia che ha fatto
traboccare il vaso.
Con lui abbiamo deciso di allontanarci sempre di più dalle direttive del
Guru. Abbiamo cominciato a saltare quasi tutti gli allenamenti settimanali da
lui. Ci siamo organizzati da soli, facendo leva sull’esperienza che Paolo
aveva fatto collaborando con tanti altri tecnici soprattutto stranieri e sull’aiuto
di un motivatore d’eccezione come nonno Danilo. La mattina infatti, mentre
Paolo era impegnato in azienda, era lui a seguirmi negli esercizi in palestra
oppure lungo il Piave. La sera, oltre ai ragazzi del club, ho cominciato ad
allenarmi con uno sparring d’eccezione, Paolo Nave. Lui già tecnico da
diversi anni, continuava a gareggiare come atleta nella categoria Master -67
kg e di «master» vi assicuro che aveva veramente ben poco: sempre in
perfetta forma fisica e con in più tanta esperienza alle spalle. Di sicuro il suo
contributo è stato fondamentale per la mia crescita sportiva.
Ho ricominciato a vedere i risultati, ovviamente nella categoria dei -55 kg.
Così nel 2013 mi sono aggiudicata la medaglia d’argento ai Campionati
europei di Budapest. Non è stato un torneo semplice. In semifinale mi sono
trovata di fronte la slovacca Jana Vojtikevicova che in quegli anni era
un’avversaria molto ostica per me, aveva un modo di combattere che si
combinava poco con il mio. Comunque sono riuscita a uscire vittoriosa anche
da quell’incontro (3-2), per poi fermarmi in finale contro la turca Yakan (0-
2), in una gara che comunque non ricordo con grande passione ed emozione.
Tuttora, a volte, mi chiedo perché.
Avevo ormai collezionato una medaglia mondiale e cinque europee.
Tuttavia nel gruppo della Nazionale ero ancora l’unica civile. C’era chi era
entrato nel corpo della Forestale, chi in Polizia, chi nelle Fiamme gialle, chi
nell’Esercito. Invece, per me ancora nessun concorso.
Avevo ventisei anni e in quel periodo lavoravo come promotore finanziario
per la Cna, trascorrevo la giornata in macchina e negli uffici delle aziende a
proporre contratti di contabilità, paghe, ecc. Continuavo a dare una mano in
palestra con i bambini e poi c’erano i miei allenamenti. I concorsi
sembravano ancora tutti bloccati, pareva che il karate non fosse proprio
destinato a diventare olimpico e quindi mi trovavo in quel guado. Mollare o
continuare a provarci.
Qualche mese dopo aver conquistato l’argento europeo, come ormai di
consuetudine, nel mese di agosto siamo andati con tutta la squadra agonistica
in montagna, a Fai della Paganella, per il nostro camp fatto di tanti
allenamenti ma anche simpaticissimi momenti. Erano passati nove anni da
quell’agosto del 2004 nel quale io e Paolo ci eravamo baciati per la prima
volta. Dopo essere tornati insieme avevamo veramente ritrovato un’ottima
sintonia ed equilibrio tra di noi, così erano mesi che continuavo a provocarlo
con frasi che lasciavano pochi dubbi su quale fosse il mio desiderio.
«Se vuoi chiedermi di sposarti, devi farlo per bene, come accade nei film,
altrimenti ti rispondo: no», continuavo a ripetergli.
Paolo ha esaudito anche questo mio desiderio. Mi ha chiesto la mano come
nella scena di un film. Era la notte di san Lorenzo, la stessa sera nella quale,
nove anni prima, alla fine dei balli nel salone, ci eravamo dati quel primo
bacio sotto le stelle cadenti. Così quella sera, dopo cena ci siamo allontanati
dal gruppo e siamo andati a fare una passeggiata. Ci siamo seduti sulla stessa
panchina sulla quale gli avevo confidato il mio amore. O meglio: su quella
panchina credo avesse l’intenzione di farmi la fatidica domanda, però era
talmente emozionato che non è riuscito ad arrivare fino in fondo. A dire il
vero, io sono rimasta un po’ delusa perché l’atmosfera che si era creata era
quella giusta, il posto non poteva essere più adatto eppure la proposta non era
arrivata.
Quando siamo tornati in casa, e siamo saliti in camera, invece, ci siamo
sdraiati sul letto, mi ha abbracciata da dietro e mi ha presentato l’anello di
fidanzamento. Un cofanetto rosso. L’ho aperto e dentro sbrilluccicava il
diamante più bello che avessi mai visto mentre lui mi sussurrava quelle
fatidiche parole all’orecchio.
«Mi vuoi sposare?» ha bisbigliato Paolo.
Ho provato un’emozione fortissima, una gioia immensa. Ne avevamo
passate veramente tante insieme. Quello era, e non poteva essere altrimenti, il
giusto coronamento della storia d’amore più importante della mia vita.
«Sì, lo voglio», gli ho risposto.
Me l’aveva chiesto veramente. E me l’aveva chiesto bene. Che emozione!
Avrei voluto che quel momento non finisse mai.
«Me lo puoi richiedere? Sì insomma, richiedimelo», volevo ascoltarlo di
nuovo.
Gliel’ho fatto ripetere tre volte e poi abbiamo fatto l’amore.
La mattina seguente ho aperto la finestra della camera, che dava sulle
montagne, e sono uscita sul balcone. C’era una gran luce, il sole era già alto.
Ho portato con me il cellulare che avevo lasciato sul comodino e ho iniziato a
scrivere un lunghissimo sms, con tutti i dettagli della proposta e l’ho inviato a
Gloria, a Marika e a Melissa. D’altronde sarebbero state loro le mie testimoni
di nozze. Questo lo avevo già deciso da tempo.
Mia madre invece è rimasta sorpresa della nostra decisione. Dopo che
siamo tornati a convivere non pensava che ci saremmo sposati.
I miei nonni erano davvero felici. Sapevano che quel matrimonio mi
avrebbe aiutato a trovare la mia stabilità. Da parte di nonna Maria, però, le
raccomandazioni non sono mancate.
«Devi prendere esempio dai tuoi nonni e dai tuoi genitori. Due coppie serie
e con dei principi solidi», mi ha detto mia nonna, «devi affrontare questo
impegno nella stessa maniera. La differenza di età che vi separa non deve
essere un ostacolo. Piuttosto devi essere consapevole che ci saranno delle
difficoltà che, comunque, andranno affrontate sempre insieme al tuo sposo».
Tra tornei e gare internazionali è arrivato anche il 2014, l’anno migliore
della mia carriera sportiva. E non solo.
Nel mese di maggio, al Campionato europeo di Tampere, in Finlandia,
gareggiando di nuovo nella categoria dei -55 kg, sono tornata a salire sul
gradino più alto del podio. Io e Claudio Guazzaroni ormai facevamo coppia
fissa, atleta e coach, io sul tatami e lui su quella sedia, sempre al mio fianco.
Abbiamo eliminato, una dietro l’altra, la francese Emily Thouy (4-0), la
spagnola Armentia Cerio Martia (4-0), la croata Jelena Kovaceic (3-0) e, in
finale, la lussemburghese Jennifer Warling (3-1). A proposito di sogni strani,
la sera prima della finale avevo sognato di perdere i denti e di sputarne tre
bianchi e uno nero. Esattamente come il risultato che ho ottenuto. A volte ci
sono delle coincidenze quasi assurde. Ero tornata a vincere l’oro continentale
dopo la vittoria ad Atene quattro anni prima e dopo l’argento di Budapest nel
2013. Con grande sorpresa, sul volo di rientro, sono partite a suonare un po’
di trombette e abbiamo sentito il comandante congratularsi con me per il
titolo europeo. Marino Silvestri, giornalista della «Tribuna» che per la prima
volta mi aveva seguita in gara, si era intrufolato nella cabina e gli aveva dato
la notizia.
Ancora elettrizzata dalla vittoria, ho iniziato i preparativi per le nozze. Con
Paolo infatti avevamo fissato la data al 26 di luglio di quell’anno.
L’abito da sposa l’ho scelto con mia mamma. In qualche modo volevo
coinvolgerla, sapevo che le avrebbe fatto piacere. Io avevo già in mente il
modello che volevo. Doveva essere molto semplice, bianco, lungo e con la
schiena molto scoperta, senza pizzi o bustini e con poco velo. Entravo nel
negozio, spiegavo alla commessa esattamente come lo volevo, dettaglio per
dettaglio. La risposta era sempre la stessa: «Così ne abbiamo solo uno», però
nei primi due negozi non era affatto il modello che stavo cercando io.
Al terzo tentativo ho visto davanti ai miei occhi quell’unico abito che
corrispondeva alla mia descrizione. L’ho acquistato subito. Era perfetto.
Più che alla cerimonia in sé, ci tenevo che fosse una grande festa.
D’altronde la convivenza era già un impegno reciproco che avevamo
affrontato. Il mio sogno era un party all’aperto, in un giardino con un buffet a
bordo piscina, dopo un «sì» all’americana pronunciato sotto un arco con tanti
fiori. E così ho tentato di organizzare come sarebbe stato il mio giorno.
Qualche settimana prima del matrimonio, nello stesso fine settimana,
abbiamo organizzato i rispettivi addii al nubilato e al celibato.
Io sono partita per Rimini, insieme ad altre otto amiche, con il pullmino
che Paolo utilizzava per accompagnare i ragazzi della palestra alle gare di
karate. Nel gruppo c’erano Gloria, Marika, Melissa, Deborah, Laura,
Federica, Chiara e Nena. È stato l’incontro delle due parti di me: quella seria
e precisa dedita al karate, e la ragazza un po’ pazzerella a cui piace divertirsi
non appena è possibile.
In realtà Gloria, Marika e Melissa si erano già conosciute in occasione di
un fine settimana a Venezia. Ero stata io a organizzarlo, perché volevo che
tutte le mie migliori amiche si incontrassero. Gloria ci ha ospitate nel suo
appartamento. La mattina aprivamo il portoncino di casa, salivamo sulla
barca e andavamo a fare la spesa oppure un giro per la laguna.
Il secondo giorno invece ci eravamo organizzate con due motoscafi un po’
più grintosi. A me e a Gloria piace la velocità e il brivido, a Marika e Melissa
assolutamente no. Per questo motivo ci siamo divise su due motoscafi. Siamo
andate un po’ al largo. Io e Gloria eravamo sul motoscafo che faceva strada,
Marika e Melissa insieme all’ex fidanzato di Gloria su quello che seguiva e,
quindi, in balia delle nostre onde. Se non l’avete mai provato, non riuscite a
immaginare quanto vadano veloci quelle barche e che salti si facciano sulle
onde.
Quel giorno stava passando una nave da crociera. Come resistere alle onde
che si formavano sulla sua scia? E via di salti, «candele» come li chiamano i
veneziani.
«Ahhhhhhh…» era l’unica esclamazione che sentivo uscire dalla bocca di
Melissa e Marika.
Eravamo delle pazze. Loro due credo mi stessero odiando. Però ridevano.
Stavano aggrappate in ginocchio, sulla prua della barca con una presa
formidabile. Un sussulto di troppo e il costume di Marika, che già si teneva al
bordo terrorizzata, si è spostato completamente lasciandola in topless.
«Ho una tetta di fuori Meli! Ma io… le mani… da qua non le mollo», l’ho
sentita urlare.
«Tranquilla… lui è abituato a quelle della Gloria! Neanche si accorge delle
tue», ha risposto Melissa mentre le vedevo saltare sulle onde e tenersi come
dei koala all’albero.
Insomma, il primo incontro tra le mie migliori amiche era stato un
bell’impatto, ma molto, molto divertente. Per il mio addio al nubilato a
Rimini avevo preso una camera d’albergo vicino alla stazione. Giusto per
avere un punto di appoggio per fare una doccia. La festa è iniziata al
Barrumba, un locale sul lungomare della cittadina romagnola. Mi avevano
vestita da Lara Croft, il personaggio immaginario protagonista della serie di
videogiochi Tomb Raider, da cui sono stati tratti film e fumetti. Avevo anche
una bandana sulla fronte con scritto «Sara Croft» e un cinturone porta pistole,
dove le pistole in realtà erano ad acqua e a forma di pene. Uno spettacolo,
uscire abbigliata così! Come per i motoscafi a Venezia, anche la cena è stata
divisa in due. Da una parte c’erano le più posate Marika e Melissa che
bevevano succo di frutta, dall’altra io, Gloria, Laura che andavamo a caraffe
di mojito. Coincidenza, al tavolo accanto al nostro si stava festeggiando un
addio al celibato. Tra uno gioco e un altro è scoppiato il delirio e ormai
stavamo tutti sui tavoli scalzi a ballare.
La serata è proseguita in un altro locale con l’esibizione di uno
spogliarellista, il cui coinvolgimento aveva generato un’altra discussione tra
le mie amiche. Tra chi diceva «Ma per Sara? Uno spogliarellista??? No!» e
chi invece «Sì facciamolo subito». In questo caso, stranamente, furono
proprio Melissa, Marika e Deborah a organizzare la sorpresa. È uscito sul
palco un ragazzo con i capelli lunghi, biondi completamente unto di olio.
Sono stata al gioco e abbiamo riso un sacco però, se proprio devo dirla tutta,
mi faceva pure un po’ ribrezzo.
Uscite da quella stanza, ci siamo spostate a ballare in discoteca, al Coconut,
praticamente fino alla chiusura. Mi è sempre piaciuto ballare e quella sera ci
siamo proprio scatenate. La mattina successiva, occhiali neri rigorosamente
abbassati, ci siamo recate in spiaggia verso l’ora di pranzo, dove abbiamo
continuato la festa con dei «giochi» sotto l’ombrellone.
Sul pulmino, durante il viaggio di ritorno da Rimini, ho ricevuto un sms.
Mi raccontava l’addio al celibato di Paolo. Mentre a Paolo non interessava
assolutamente niente di quello che potevamo aver combinato, io ero stata
molto chiara con lui e i suoi amici. Potevano andare a vedere tutti gli
spogliarelli del mondo però non volevo che durante la festa una donna lo
toccasse. Invece il contenuto del messaggio raccontava di una cena in un
ristorante nel quale le cameriere servivano ai tavoli completamente nude. Mi
sono infuriata.
«Non sei nella posizione di fare la morale a Paolo», hanno cercato di
calmarmi Marika e Melissa.
Lo capivo però mi faceva schifo solo l’idea che queste ragazze nude
l’avessero toccato. Non volevo più sposarmi. Il giorno dopo ho di nuovo
lasciato casa e sono andata a Venezia, da Gloria. Lei vive in una casa che ha
il molo per l’attracco dei motoscafi. Quando sono arrivata, l’ho salutata e poi
mi sono andata a sedere lì, da sola con i miei pensieri. Gloria ormai mi
conosce, è capitato spesso nel corso degli anni che andassi da lei a sfogare le
mie frustrazioni. Sa come trattarmi. Mi lascia lì a riflettere, tutto il tempo
necessario.
«Torno a casa, vado a sposarmi», le ho detto dopo aver sbollito la rabbia.
La sera prima del matrimonio, insieme alle mie testimoni di nozze, Marika
e Melissa ovviamente, abbiamo dormito nella mansarda dei miei genitori.
Avevo organizzato un pigiama party nella mia camera da letto di bambina,
proprio come facevamo quando eravamo piccole. La mia grande
preoccupazione erano diventate le previsioni meteorologiche. Per il giorno
successivo era prevista pioggia torrenziale.
Il 26 luglio del 2014, infatti, c’erano solo dodici gradi e ha piovuto tutto il
giorno. Esiste il detto: sposa bagnata, sposa fortunata. Io sarei stata
fortunatissima.
Come di consuetudine mi avrebbe accompagnata mio padre. Vestito con un
completo bianco e nero e un panama bianco in testa. Un figurino. Era al
volante di una corvette C2 Stingrai bianca cabrio del ‘64. Facevamo silenzio
in macchina, il tempo non era di certo dei migliori. A soli cento metri dalla
meta si è fermato di colpo nel parcheggio di un bar.
«Ho bisogno di prendere un cappuccino…» mi dice scendendo dalla
macchina.
A quel punto lo seguo anch’io. Entriamo nel bar e tutti i presenti si voltano
a guardarmi.
«Un cappuccino e...» chiede al barista e si ferma voltandosi verso di me.
«Papà, cosa vuoi che prenda? Se me lo rovesci addosso sei morto», gli ho
risposto.
«Sa, mia figlia si sposa oggi», dice rivolgendosi di nuovo al barista.
«Eh lo vedo!» gli conferma sorridendo lui.
Terminato di bere il cappuccino, cerco di mettergli fretta. Non volevo
arrivare troppo tardi alla cerimonia.
«Papà, ora possiamo andare?» gli ho chiesto.
Usciti dal bar, siamo risaliti in macchina. Stava per mettere in moto e
invece si volta verso di me, mi guarda fissa e mi dice: «Sara se non sei sicura
non c’è problema, tagliamo la corda anche adesso».
«Ma papà ti pare il momento?! No, andiamo. Sono solo preoccupata per la
pioggia», gli ho detto, rivolgendo uno sguardo timoroso verso il cielo coperto
da nuvole minacciose.
Alla fine siamo arrivati alla cerimonia senza troppo ritardo. Paolo era lì ad
aspettarmi insieme ai circa 240 invitati, per lo più amici. C’erano petali di
rosa bianchi ovunque proprio come me l’ero immaginato. A portare le fedi
all’altare è stato il cagnolino dei miei genitori, Ariel, una blu per Paolo e una
rossa per me, in plastica. I colori del karate.
Le condizioni meteo purtroppo ci hanno costretto ad avere una festa che è
stata l’esatto opposto di quella che avevo sognato e organizzato. Siamo stati
infatti costretti al chiuso anche se i nostri amici si sono scatenati comunque e
non hanno evitato di spingere gli invitati vestiti in piscina. Pioggia o non
pioggia, il party in piscina è stato fatto. Anche io ci sono finita dentro. Paolo
proprio in quell’occasione ha perso subito la sua fede. Sotto gli occhi scettici
di Marika e Melissa, le uniche a non fare il tuffo in piscina, rimaste in piedi
con indosso il loro trench, sotto lo stesso ombrello a guardarci. Non so dire se
fossero più divertite o perplesse.
Il ballo più emozionante della festa è stato forse quello con mia nonna
Maria, stretta tra me e Paolo che la sostenevamo tra le braccia perché la
malattia ormai cominciava ad avanzare e a impedirle di stare in piedi
autonomamente. Ha piovuto tutto il giorno e anche la sera, tanto che i
fotografi Domenico e Gabriele ci hanno dato appuntamento alla mattina
successiva per gli scatti ricordo. Ci siamo ritrovati all’alba sulla spiaggia di
Caorle, il momento migliore per la luce si sono giustificati loro, con gli abiti
ancora non completamente asciutti tra la pioggia e l’acqua della piscina.
Anche quel momento romantico per noi ce l’eravamo riusciti a ricavare.
Il viaggio di nozze, invece, lo abbiamo rimandato alle successive festività
natalizie. Il 2014 non aveva ancora esaurito le sue sorprese. Dopo aver vinto
il Campionato italiano e quello europeo, ed essermi sposata, finalmente è
arrivato l’arruolamento nell’arma. A dire il vero anche il corpo militare della
Polizia aveva dimostrato un qualche interesse alla mia persona. Però avrei
dovuto trasferirmi in caserma a Roma e allenarmi lì e così ho rifiutato. Ormai
avevo trovato il mio equilibrio e sapevo che i miei risultati erano molto legati
alla mia libertà, alla mia terra, alla palestra a Ponte di Piave insieme a Paolo e
a nonno Danilo. Una costrizione che invece l’Esercito non mi aveva richiesto.
L’allora colonnello Rodolfo Sganga, ora generale comandante della
Folgore, aveva notato ormai da anni le mie abilità e creduto nel mio
potenziale, tanto da segnalarmi come possibile prossimo arruolamento
nell’Esercito. Probabilmente senza il suo occhio esperto e la sua
lungimiranza, la mia carriera si sarebbe fermata di lì a poco.
Io e Paolo abbiamo incontrato il Capo Dipartimento agonistico del Centro
sportivo olimpico dell’Esercito, colui che ormai da molti anni seguiva gli
atleti potenzialmente olimpici dell’arma, al centro federale di Ostia in
occasione dell’ultimo Campionato italiano.
Gli arruolamenti nei diversi corpi militari di atleti provenienti dal karate
avevano subito una battuta d’arresto nel 2013 quando dal Cio era giunta la
notizia che la disciplina non avrebbe fatto parte del programma olimpico ai
Giochi di Rio de Janeiro nel 2016. Nel mio caso specifico, inoltre, avevo
incontrato un’altra difficoltà: il limite di 1,61 metri d’altezza in vigore per le
donne, eliminato proprio quell’anno a favore di un più coerente coefficiente
di rapporto peso-statura.
«Se noi ti arruoliamo adesso non è che ci fai solo una stagione e poi
smetti??» ci ha chiesto subito il Capo Dipartimento Agonistico.
Avevo ventisette anni allora, era una domanda lecita. Io e Paolo ci siamo
guardati e lui ha compreso da solo qual era il nostro obiettivo. Io volevo
diventare Campionessa del mondo.
Dopo qualche settimana è stato indetto il concorso pubblico per titoli per il
karate, categoria -55 kg. Ho fatto domanda e sono stata chiamata nella
caserma di Roma per fare le visite mediche di rito e i test psicologici che
hanno appurato che ero idonea a un contesto disciplinare come quello
richiesto dall’Esercito. Una commissione ha poi valutato i miei titoli e, per
punteggio, sono risultata vincitrice del concorso. Dopo circa un mese dalla
comunicazione, sono tornata nella caserma di Roma per la fase di
arruolamento. Sono state cinque giornate intense nelle quali, oltre a ritirare le
tute e le divise, ho potuto vivere davvero la vita in caserma. Mi piaceva
alzarmi la mattina per l’alzabandiera e imparare a marciare. In futuro vorrei
imparare ancora di più. È un mondo che mi ha sempre affascinato.
D’altronde, io ho fatto della disciplina e dell’autocontrollo una mia ragione di
vita.
Era il 29 settembre 2014. Eravamo tutti schierati sull’attenti di fronte al
comandante Dante Zampa che ha recitato con tono autorevole e solenne il
giuramento.
«Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di onorarne la costituzione
e le leggi e di adempiere con onore a tutti i doveri del mio stato per la difesa
della patria e la salvaguardia delle libere istituzioni».
Io, insieme a tutto lo schieramento, ho urlato la risposta, alzando il braccio
destro teso verso l’alto: «Lo giuro!»
Un brivido. E sono iniziate a risuonare le note dell’inno di Mameli.
L’ingresso nell’Esercito italiano è stato un passaggio fondamentale nella
mia carriera, significava che veramente ora potevo fare della mia passione la
mia professione. Significava avere una sicurezza alle spalle che avrei potuto
avere per tutta la vita.
D’un tratto tutta la mia esistenza si stava sistemando: la serenità per un
ritrovato equilibrio alimentare, il matrimonio con Paolo e l’arruolamento
nell’Esercito.
Dopo pochi mesi, a novembre, si sarebbero tenuti i Campionati del mondo
a Brema, Germania. In camera, al centro olimpico di Ostia, mi confidavo e
parlavo spesso del mondiale con Greta. Lei non è mai stata un’atleta
spettacolare però ha sempre avuto una gran testa e un ottimo occhio tattico,
perciò cercavo di capire.
«Hai vinto il Campionato del mondo utilizzando una sola tecnica, un pugno
tirato solo con un braccio e sempre nella medesima situazione. Ma come ci
sei riuscita?» continuavo a chiederle. Volevo con tutta me stessa conquistare
anch’io quel titolo.
«Non saprei davvero», mi rispondeva sempre ridendo Greta. Poi si faceva
seria e aggiungeva: «Però so che devi vivere e stare bene con te stessa per
poter andare a vincere quel titolo».
Parola d’ordine: serenità. Credo avesse ragione.
So di essere sempre stata un’atleta molto dotata però, se sono diventata
quello che sono, è soprattutto perché ho saputo imparare tanto dagli altri. Una
collega che mi ha dato tanto è stata proprio Greta. Ritrovarci compagne di
stanza è stata una delle fortune più grandi che io abbia avuto. Una persona
vera, sincera e leale. Una campionessa. Inizialmente eravamo molto diverse:
io molto rigorosa e precisa nel rispettare gli ordini, impeccabile con
l’alimentazione e col sonno e lei che appena finiva l’allenamento scappava
sempre dal centro olimpico, andava in spiaggia a prendere il sole e beveva
una coca cola, talvolta mangiava pure un panino del McDonald’s.
«Sara, vieni in spiaggia? Vieni a mangiare un gelato?» Greta sapeva come
tentarmi però non ci era permesso uscire dal centro.
«No, grazie, preferisco riposare. E se poi il Guru si accorge che andiamo al
mare?» le chiedevo.
La terza volta che me lo ha chiesto, però, non ho resistito e sono scesa con
lei in spiaggia.
Ci trattenevamo un’oretta, massimo due, poi un gelato e via in palestra. Più
la seguivo e più mi rendevo conto che mi serviva proprio per staccare il
cervello dagli allenamenti. Negli anni infatti ho imparato che è sempre
sbagliato rinunciare a tutto per raggiungere un obiettivo. Rinchiudermi nel
mio tunnel di rigore e stakanovismo non migliora di certo le mie prestazioni
in gara. Solo due parole erano utili: equilibrio e serenità.
Memorabili sono state le nostre trasferte a Las Vegas. Il programma dei
tecnici era semplice: non uscire dalle suite, non recarsi in piscina, non andare
in giro a fare le turiste per la città. Detto e fatto. Siamo entrate nella nostra
suite e ci siamo ritrovate con un soffitto disegnato come se fosse il cielo.
Dopo qualche secondo, nel quale ci siamo riprese dallo sbalordimento, Greta
ha lanciato la proposta.
«Andiamo a vedere dove si trova la piscina?» mi ha suggerito entusiasta.
Come dirle di no?
Dopo pranzo, invece di tornare in camera a riposare, uscivamo di nascosto
e facevamo lunghe passeggiate in giro per i viali di questa città tra il
fantastico, il lusso e il fantasmagorico. Rientravamo in hotel solo pochi
minuti prima dell’allenamento pomeridiano, stando ben attente a non farci
scoprire. Così abbiamo avuto modo di ammirare lo spettacolo della fontana
dell’hotel Bellagio, il palazzo delle M&M e della Coca-Cola. Mi sono presa
anche un bello spavento quando la statua umana di Elvis Presley mi ha urlato
nelle orecchie le prime note della canzone I want you, I need you, I love you.
Abbiamo giocato alle slot machine vincendo trenta dollari ciascuna. A dire
il vero, io sono riuscita a fare di meglio alla roulette: ho vinto addirittura
duecento dollari. Quando però siamo arrivate in aeroporto per fare rientro in
Italia, una mia compagna di squadra aveva dimenticato nella cassaforte
dell’hotel i soldi che le aveva dato il padre.
«E adesso chi glielo dice?» piangeva disperata.
Non ho resistito e le ho regalato i duecento dollari della vincita al casinò.
Come a Las Vegas, abbiamo fatto decine di trasferte divertenti anche a
Istanbul, con le fughe al Gran Bazar, a Toledo, e la riunione nella stanza delle
armature, e a Rabat, con le sue spiagge e i mercati.
Ne abbiamo vissute e combinate di tutti i colori. Tra mille gare e
allenamenti estenuanti, noi siamo sempre riuscite a ricavarci i nostri spazi per
uscire un attimo dal tunnel e vivere bene anche le nostre giornate nel mondo.
Alla fine potevano dire quello che volevano. Una camera con così tanti titoli
come la 209 non si era mai vista. Avevamo due soprannomi: io ero Psycho e
lei Kung Fu Panda.
Così dopo l’oro all’Europeo, il matrimonio e l’arruolamento è arrivato il
momento del Campionato del mondo 2014 a Brema, in Germania. Il giorno
prima della partenza, mia madre era più tesa di me quando mi ha fatto il suo
in bocca al lupo.
«Dai Sara, portaci a casa un’altra medaglia mondiale!» è stato il suo
augurio.
«Mamma, non mi interessa arrivare seconda. Io voglio vincere il
mondiale», le ho risposto guardandola dritta negli occhi. Ricordo ancora oggi
il suo sguardo. Lo sperava tanto, ma davvero tanto per me. Me lo sentiva
ripetere da quando, piccolina, correvo intorno al tavolo della cucina con la
spada di legno in mano, urlando: «Campioni del mondo, campioni del
mondo». Sapeva che quello era il mio sogno e non riusciva a contenere le
emozioni miste a preoccupazione, tensione, emozione e paura. Io, invece, non
avevo più paura.
Arrivati in Germania, il giorno delle eliminatorie, mentre ci stavamo
recando al palazzetto dello sport, mi sono accorta che a Claudio sudavano le
mani. Io lo guardavo senza proferire parola. Era teso. Non riusciva a
comprendere se il mio silenzio rappresentasse un buon segno o meno.
«Dai Clà che vinciamo», gli ho detto prima di salire sul tatami. E si è
tranquillizzato. Nel primo incontro ho superato l’ucraina Melnyk (10-0), poi
è stata la volta della greca Pappa (6-0), della macedone Zaborska (1-0), della
coreana Ahn Tae (2-0) e, in semifinale, la temibile tedesca Bitsch (4-0).
Come sempre sugli spalti c’era tutta la mia curva di amici e tifosi con
bandiere, trombe e prosecchi. Si erano posizionati giusto sopra il tatami sul
quale avrei gareggiato io e ad ogni punto che mettevo a segno saltavano in
piedi e urlavano, insieme alle mie esultanze e a quelle di Claudio.
Stranamente in quel mondiale, oltre a tirare calci e pugni, avevo iniziato a
proiettare. Le avevo sdraiate tutte, come si dice in gergo. Ed ero in finale.
«Con calma Claudio che non è ancora finita», ho detto al mio allenatore al
termine della giornata.
Nella prima giornata, il Guru non si era palesato né in sala riscaldamento
né in tribuna ad assistere agli incontri. Lo ha fatto, invece, alla vigilia della
finale. Ad accorgersi che girava nei corridoi per darmi i suoi consigli su come
affrontare l’incontro più importante della mia carriera è stata Greta che aveva
il naso rotto e mi teneva d’occhio da lontano.
«Sara, sta arrivando il Guru, spostati, torna dalla tua colonna laggiù in
fondo», mi ha detto correndomi incontro.
Dopo pochi secondi ho sentito la voce inconfondibile del Guru.
«Vitelli, dov’è Cardin?» ha chiesto a Greta.
«Mi dispiace, non l’ho vista. La sta cercando? Se la incontro glielo dico,
stia tranquillo», gli ha risposto Greta. E il Guru si è allontanato. In quel
momento, non avevo proprio bisogno dei consigli di nessuno.
Avevo finito il riscaldamento, ero pronta per la finale contro la forte
francese Emily Thouy, quando Claudio mi ha reso l’incoraggiamento che io
avevo dato a lui il giorno delle eliminatorie.
«Dai Sa, è l’ultimo», mi ha detto, dandomi una pacca sulla spalla.
«Dobbiamo vincere», gli ho risposto.
Poco dopo ho sentito la musica di là, nel parterre, che si alzava
all’improvviso e il pubblico che cominciava a surriscaldarsi.
«Final -55 kg… From Italy… Sara Cardin!» ha urlato lo speaker. Era il
momento di entrare.
Mi sono voltata un attimo verso Claudio e, con una calma che credo di non
aver mai avuto nella mia vita, gli ho chiesto: «Sei pronto?»
«Sì, io lo sono. E tu?» mi ha risposto.
«Tranquillo», gli ho detto. Solo una parola.
E così è stato. Siamo entrati nel parterre camminando lentamente, io
davanti e lui dietro, con le luci dei fari e delle televisioni puntate addosso fino
all’arrivo sul tatami. Per le finali, come in altre occasioni, il tatami era
rialzato tipo un ring di pugilato. C’erano 18.000 spettatori che urlavano e
tifavano dagli spalti. Claudio mi ha dato il «dieci» con le mani e si è
posizionato sulla sua sedia. Io ho salito quei tre scalini e sono arrivata fino al
bordo del tatami. Ho abbassato gli occhi. Avevo lo scudetto cucito sul petto,
rappresentavo l’Italia intera e tutta la mia storia. Ho stretto la coda. Quello
era il mio momento.
Ho guardato dritta negli occhi la francese Emily. Quella, anche per lei, era
l’occasione della vita. Però io non avevo più paura. Mi sono detta: «Sara,
quante ne hai passate. Prenditi solo ciò che ti spetta». In quel momento, dagli
spalti, in un momento di silenzio, è giunta a me la voce di mio nonno.
«Dai Sara che l’è ora!!!» mi ha urlato.
Poi è iniziato l’incontro. Solo due minuti. Una vita intera per esprimersi al
meglio in due soli minuti. Non volevo essere la Sara della finale mondiale del
2010, che non voleva rischiare. Qui volevo tirar fuori tutta me stessa fin da
subito. Così ho iniziato a pressare la mia avversaria costringendola fino
all’angolo e in una iterazione ho messo a segno un calcio basso. 2-0 per me.
Ero in vantaggio, in vantaggio di due punti.
Una vocina destabilizzante si è insinuata nella mia testa. «Stai vincendo il
mondiale, stai vincendo il mondiale». Quella voce che non dovremmo mai
ascoltare. Infatti la francese, poco dopo, ha accorciato le distanze. 2-1 per me.
«Stavo veramente vincendo il mondiale?» quei pensieri maledetti.
«Sara manca ancora un minuto! Combatti!» mi ha urlato Claudio.
Il consiglio forse più semplice e più utile in assoluto in quella situazione.
Sono tornata in me e ho recuperato la lucidità.
«Sara devi fare un altro punto», mi sono detta.
E l’ho fatto. 3-1 per me. Ormai mancava poco, mancava veramente poco. I
secondi scorrevano sul tabellone, la francese era in preda ad attacchi
disperati. Le hanno dato un altro punto, 3-2, ma l’incontro ormai era mio. Mi
ha attaccata di nuovo, io l’ho proiettata a terra e ho sentito il tipico suono
della fine dell’incontro.
Mi sono messa subito in joy, a piedi paralleli e pugni chiusi in avanti
aspettando che la francese si rialzasse e si mettesse in piedi di fronte a me.
Guardavo il tabellone, guardavo il colore della mia cintura, il tempo era finito
veramente. Sono stati attimi brevissimi che ho vissuto come se fossero eterni.
Poi, finalmente, l’arbitro centrale ha alzato il braccio decretando la mia
vittoria.
Ero io. Sì, ero proprio io. Ero diventata campionessa del mondo. Avevo
vinto il Mondiale. Ero la più forte del mondo.
Sono iniziate a scendermi le lacrime sulle guance, le gambe mi tremavano
e mi sono inginocchiata davanti alla mia avversaria. Una valanga di emozioni
mi ha travolto. Un flashback continuo di ricordi della mia vita mi stavano
passando davanti agli occhi. Ho abbracciato Emily e poi mi sono voltata
verso la mia curva di amici, verso il nonno e Paolo. Ho alzato un braccio con
il pugno chiuso, come a ringraziare tutti per avermi aiutata a realizzare quel
sogno.
Era il 9 novembre 2014. A ventisette anni, vent’anni dopo aver messo per
la prima volta piede in una palestra di karate, avevo coronato il mio sogno:
Sara Cardin, World Karate Champion.
Il podio. La medaglia d’oro. L’inno italiano cantato a squarciagola dal
pubblico. E le lacrime. Per una vita avevo immaginato quel momento: mi
vedevo fare un salto mortale e invece, nella realtà, sono stata sopraffatta dalle
emozioni. Però non sono stata l’unica a piangere. Ho visto tanti volti rigati
dalle lacrime: Claudio, Paolo, nonno, papà, Greta e tutti quelli che
conoscevano un po’ il mio percorso e ora forse con questo libro lo
conosceranno ancora meglio.
Quel giorno posso dire di aver messo un punto importante nella mia storia.
«Non sono debole. Sono la più forte del mondo». Come aveva fatto quella
bambina che girava attorno al tavolo di casa, con una spada di legno in mano,
urlando «Campioni del mondo! Campioni del mondo!» a realizzare davvero
il suo sogno? Una bambina nata e cresciuta in un piccolo paesino di
provincia, circondata solo da vigneti e campi di asparagi. Una bambina con
dei sogni da guerriera, e con un vissuto e con paure più grandi di lei. Veloce e
determinata, ma anche emotiva e fragile. Ne aveva passate tante nella sua vita
in un continuo intreccio tra vita personale e sportiva; talvolta l’una
sorreggeva e spronava l’altra, talvolta era il contrario. Come aveva fatto
quella bambina a non perdere la capacità di sognare? Come aveva fatto quella
ragazzina a trovare un suo equilibrio e quella donna a volersi bene?
Io credo serva tanto coraggio per combattere nella vita e più accettiamo di
combattere, più impariamo a farlo, più diventiamo forti e più impariamo a
conoscerci e amarci. Nessuno nasce mai campione, c’è sempre una storia
dietro. Nessuno vince mai da solo. Per poche che siano, ci sono sempre delle
persone straordinarie che ci aiutano a farlo. Per tutti questi motivi «vincere» a
volte credo sia una scelta. Scegliere di continuare a vedere la bellezza nel
mondo, scegliere il bicchiere mezzo pieno, scegliere le persone al nostro
fianco, scegliere i sogni e la felicità, scegliere di non mollare mai e
combattere per sé stessi e per i propri valori.
Quando sono tornata in hotel, è squillato il mio cellulare. Era una
giornalista della Rai. Voleva che le inviassi un video da mandare al
telegiornale della sera. Ho guardato Greta esterrefatta.
«Greta, la Rai vuole un video di due minuti in cui racconto la finale?» le ho
detto.
Greta ha spalancato gli occhi e non si è persa d’animo. Ha preso in mano il
tablet e abbiamo iniziato a cercare l’inquadratura che offrisse la luce
migliore. Era un mondo completamente nuovo per me.
Al ritorno a casa, a Ponte di Piave, mio padre ha organizzato la migliore
festa della sua vita. L’ha fatta nel capannone dove tiene i suoi attrezzi per
andare a lavorare in campagna. Dalla finestra del fienile ha fatto in modo che
venisse giù uno scivolo altissimo dal quale scendevano i boccali di birra che
scorrevano poi su un tavolo e dovevano essere afferrati al volo, altrimenti
finivano in una vasca piena d’acqua. È stata una serata davvero memorabile.
D’altronde sua figlia aveva vinto il titolo mondiale da caporalmaggiore
dell’Esercito Italiano.
Il successo

«È la più forte del mondo, Sara Cardin, ventisette anni, ha vinto i mondiali di
karate in Germania». Rai 1, telegiornale delle 20.30.
«È la nuova campionessa del mondo di karate, Sara Cardin, simpatica e
sorridente, un personaggio sul quale lo sport italiano conta molto». Canale 5,
TG5.
«Non fatevi ingannare dai suoi occhi azzurri, lei Sara Cardin è la nuova
campionessa del mondo di karate». Rai 3, Tg3.
«La forza e la grazia quelle che hanno portato Sara Cardin sul tetto del
mondo». Italia 1, Studio Sport.
«Tacchi a spillo e viso angelico, ma se vuole, lei, Sara Cardin, con un
colpo vi può mettere a tappeto». Rai 2.
«L’Italia sale sul gradino più alto del podio. Lei, Sara Cardin è la più forte
del mondo…» Sky Sport 24.
«Soldato, campionessa, neo sposa vi facciamo conoscere un’atleta simbolo
dell’Italia che vince nel 2014». Rai 2, Costume e Società.
«Eleganza e talento mondiale, parliamo di Sara Cardin, giovane trevigiana
di ventisette anni, caporale dell’Esercito italiano, è campionessa del mondo di
karate». Rai 2, Dribbling.
«Veloci al trucco e parrucco che tra poco siamo in onda». Sento una voce
che parla. È la regia di Studio Aperto, il telegiornale che va in onda su Italia
Uno.
«In diretta dove? Quali sono le domande?» ho risposto guardandomi
intorno.
«Tieni il colletto della tuta dell’Esercito giù, stai seduta più composta
possibile. Ricordati di ringraziare l’Esercito italiano e di nominare il Centro
sportivo olimpico dell’Esercito e la Fijlkam, con il presidente Falcone
ovviamente, unica federazione italiana riconosciuta dal Coni,» mi sentivo
ripetere dagli addetti stampa al mio seguito.
«Sì, però le domande quali sono?» ho chiesto per la seconda volta.
«Tre, due, uno, siamo in diretta», ha detto la medesima voce di prima. La
regia.
Come può cambiare tutta la vita in un giorno. Da non essere «nessuno» a
ritrovarmi microfonata con cinque telecamere puntate addosso e tutta l’Italia
che mi guarda dal salotto di casa. Era un mondo completamente nuovo per
me, ma anche per tutto il karate italiano. Non c’era mai stata così tanta
attenzione mediatica per la nostra arte marziale. Mi sentivo tesa, inesperta
però al tempo stesso orgogliosa e con la responsabilità di rappresentare al
meglio il karate e l’Esercito italiano.
«Dobbiamo trovare un’agenzia che ci aiuti nella gestione della tua figura
pubblica di atleta», ha suggerito Paolo.
Così ci siamo messi a fare una ricerca delle agenzie specializzate nella cura
e promozione dell’immagine degli atleti su internet. Lì abbiamo trovato
Dmtc, un’agenzia nata dall’intraprendenza di Marco del Checcolo che
lavorava già con diverse atlete, a cominciare dalla «divina» Federica
Pellegrini. Con loro che filtravano le numerose richieste che arrivavano e ne
procuravano di nuove, le mie giornate e quelle di Paolo sono iniziate a
diventare più semplici.
Nel frattempo, fortunatamente, è arrivato Natale. Io e Paolo siamo scappati
a Cuba per due settimane a recuperare il nostro viaggio di nozze. Niente di
programmato, avevamo preso solo il volo. Poi una volta arrivati all’Havana ci
siamo spostati con un taxi fino a Playa dell’Este e lì abbiamo cercato una
«casa particular» carina e tranquilla, vicino al mare.
Sole, spiaggia, musica, aragoste, sigari e rum sono da sempre il paradiso di
Paolo. Da qui è iniziato il nostro spartirci le vacanze, anno dopo anno: un
anno sceglie lui la località e non c’è nessuna sorpresa tanto si va sicuramente
a Cuba, l’anno successivo tocca a me e lo porto nei posti più disparati. Da
Bangkok a mangiare i noodles, simili ai nostri spaghetti ma fatti con acqua e
farina, sul marciapiede della strada, a Cortina d’Ampezzo tra glitter party e
snowboard, da Phuket, isola della Thailandia, a fare il bagno con gli elefanti
nelle pozze melmose, ai templi giapponesi e noi vestiti da geisha e sultano.
Al ritorno da Cuba, mi sono rimboccata le maniche e sono tornata ai miei
allenamenti e a quel vortice mediatico al quale piano piano mi stavo
abituando.
«Sii sempre te stessa Sara. Non ti lasciar cambiare da quel mondo», mi ha
suggerito Silvia Lattanzio di Dmtc.
Credo avesse particolarmente ragione. Il mio personaggio piaceva molto in
televisione, forse proprio per la mia spontaneità. Non c’è mai stato nulla di
costruito e non dovevo recitare nessuna parte, cercavo solo di giocare sempre
più con le telecamere rimanendo sempre e soltanto Sara, la ragazza nata in un
paesino di campagna che era riuscita a vincere il Campionato del mondo.
L’improvvisa notorietà mi ha portata, ben presto, a raggiungere il tetto
massimo dei 5.000 follower su Facebook. Da qui la necessità di aprire una
pagina atleta certificata. Sono arrivati anche i primi sponsor: Emilio Appiana
e Adidas, materiale tecnico di karate, e Alessandro Sette con LiS – Lavoro in
Sicurezza. Sono stati i primi a credere in me e a investire sulla mia figura. A
qualsiasi gara o evento partecipassi l’indomani ero già sui giornali locali; in
primis «La Tribuna di Treviso» per la quale scrive Marino Silvestri, un
giornalista che mi ha sempre seguita fin da ragazzina. Poi c’erano «La
Gazzetta dello Sport», il «Corriere dello Sport», «Tuttosport» e tutti quei
magazine, riviste più life style, incuriositi dalla mia figura estremamente
femminile e al tempo stesso guerriera: da «Sportweek» a «Visto», da «Chi» a
«Donna Moderna» e «Ok Salute». Avevo deciso di fare qualcosa per il
sociale e appoggiare quelle associazioni nelle quali credevo particolarmente,
come Fare x Bene Onlus, contro la violenza sulle donne e qualsiasi tipo di
discriminazione sociale, ma poi anche la Fondazione Veronesi e la Lilt.
L’anno successivo, a marzo, si sarebbero tenuti nuovamente gli Europei, a
Istanbul. Mi sono allenata tantissimo. D’altronde mi presentavo da
campionessa mondiale, europea e prima nel ranking. Giravano video dei miei
combattimenti ovunque e le aspettative erano alte, sia le mie sia quelle della
federazione e dell’Esercito. Mi sembrava di essere ritornata a dopo quel mio
2010 strepitoso. Ero ancora una volta l’atleta da battere.
È stata una delle mie gare più veloci. Fuori al primo incontro.
Mi era mancata la libertà, quella libertà di esprimersi che nel
combattimento è fondamentale, quella spensieratezza che ti fa combattere a
cuor leggero, quella serenità che ti mette in contatto con te stesso e ti fa
sentire il tuo avversario. Io non sentivo me né tanto meno la mia avversaria.
Mi sentivo come una Ferrari che voleva correre con mille freni tirati. Ho
compreso molti insegnamenti importanti da quella sconfitta: dovevo imparare
a gestire le aspettative, dovevo rimanere me stessa e continuare a divertirmi
nel combattere e, non ultimo, dovevo cambiare qualcosa di tecnico e tattico
nel mio karate perché ormai mi aveva studiata il mondo intero, tecnici,
allenatori e atlete.
Avevo perso, però avevo anche capito il motivo della sconfitta. Dovevamo
ripartire da lì.
«Andiamo in Croazia a fare un camp estivo?» ha proposto Paolo. «Ci sono
diverse campionesse straniere e insegna un tecnico spagnolo».
Non serviva rifletterci molto, era proprio quello che mi serviva. Nuovi
stimoli, nuove idee, nuovi contesti. Così a maggio, a Opatija, ho partecipato
al Female international training camp diretto da Juan Luis, un tecnico
spagnolo molto conosciuto. Mi aveva invitato proprio la mia avversaria di
sempre, Jelena Kovacevic, campionessa croata ormai al termine della sua
carriera. Una volta lì mi sono allenata anche con le austriache Betty Plank
(-50 kg.) e Alicia Buchinger (-68 kg.), la svizzera Elena Quirici (-68 kg.),
Alessandra Hasani, italo-croata (-55 kg), l’ecuadoriana Jacqueline Factos (-61
kg) e tantissime altre campionesse provenienti da tutta Europa e dal resto del
mondo.
Dopo un’iniziale diffidenza, ha preso il via un vero e proprio interscambio
di modi e visioni di intendere tecnicamente e tatticamente il karate.
Venivamo tutte da scuole molto diverse tra di loro però ognuna aveva
l’umiltà e la voglia di imparare dall’altra. Ci siamo spogliate, per una
settimana, di tutti i nostri titoli e ci siamo allenate seriamente, sempre con il
sorriso. D’altronde il tecnico spagnolo Juan Luis aveva contribuito in prima
persona a creare un clima di gioco e passione per lo sport.
«Good Sara! Good! Vamos!» mi diceva sempre con entusiasmo un po’ in
inglese, un po’ in spagnolo.
Greta, la mia compagna di stanza, mi ha sempre presa in giro per il mio
rapporto con la lingua anglosassone. Il mio libro di inglese aveva ormai fatto
il giro del mondo perché non mancava mai sul mio comodino. Peccato che è
sempre rimasto chiuso in tutte le trasferte.
«Ti prego, non aprirlo che magari porta sfortuna!» era arrivata a dirmi
Greta.
In quella settimana a Opatija, invece, ho dato libero sfogo a tutto il mio
inglese. Mattina, pranzo e cena very fluently.
Al ritorno dal camp ci sarebbe stata la prima edizione dei Giochi europei a
Baku. Io ero ancora la prima del ranking ma la qualificazione era stata
determinata esclusivamente sulla base dei risultati dell’ultimo Europeo,
quello di Istanbul per l’appunto, al quale non avevo proprio centrato la
medaglia. Ero un po’ amareggiata dalla situazione però, come a volte dicono
gli anziani del paese, «a volte si chiude una porta e si apre un portone». E
così è stato infatti. Quell’anno per la prima volta le gare di karate sarebbero
state trasmesse da Sky e il direttore Giovanni Bruno mi ha voluta come
commentatrice insieme a Ivano Pasqualino, giornalista di Sky Sport. Ho
ripassato tutti i regolamenti a memoria, ho ascoltato le telecronache dei più
famosi telecronisti, ho preparato una scheda dati per ciascun atleta
qualificato. Da quando ho indossato le cuffie è andato tutto alla grande. Mi
sentivo disinvolta, spigliata e, soprattutto, mi divertivo.
«Ottimo lavoro ragazzi! Mi raccomando continuate a spiegare
continuamente al pubblico i vari punteggi. Gli ascolti stanno andando molto
bene, daremo ancora più spazio al karate!» ci ha detto il direttore di Sky al
termine della prima giornata di telecronache.
Il morale era alle stelle ed è continuato a salire grazie anche alle tre
splendide medaglie d’argento di Busà, Busato e Maresca.
Baku non era una gara qualsiasi, erano i Giochi europei e già il nome ci
riportava tutti con il pensiero ai Giochi olimpici dei quali il karate ancora non
faceva parte. Quell’anno infatti c’è stata l’edizione di Rio 2016 e ancora una
volta il karate aspettava in panchina che arrivasse il suo turno. Però si
cominciava a sentire che qualcosa stesse cambiando.
Il nuovo slancio energetico che mi aveva trasferito l’esperienza lavorativa
in Sky e il nuovo sogno che forse, un giorno, ci sarebbe stata anche
l’Olimpiade, mi ha fatto ricominciare più determinata che mai con i miei
allenamenti.
«Ciao Sara, sono Victoria. Ti va di venire a fare una garetta in Slovacchia?
Saremo in poche, mal che vada facciamo un incontro io e te», mi ha chiesto
telefonicamente, e in inglese, la mia avversaria slovacca con la quale avevo
fatto la finale europea nel 2007.
Perché no? Mi sembrava una buona idea ripartire da una gara sconosciuta,
lontana dai riflettori e dalla pressione. Quale posto migliore se non dalla mia
amica Victoria, compagna non solo di tante gare ma soprattutto anche di tante
feste e party post-gara? Avevo bisogno di ritrovare il piacere e la gioia nel
combattere, la voglia di mettermi in gioco solo per me stessa e non per tutto
un sistema.
Ho vinto. Due incontri semplici e la finale con Victoria.
«Sei la mia bestia nera!» mi ha detto lei a fine gara.
«Sul tatami è andata così. Vediamo se le italiane sono all’altezza delle
slovacche pure la sera», mi ha poi sfidata.
Ovviamente non potevo tirarmi indietro. Sapevo che con un’amica pazza e
simpatica così avrei passato una bella serata. Ho portato fuori a cena con noi
anche gli altri ragazzi della mia palestra. Ristorante tipico di Bratislava,
menù: birra, ginocchio di maiale e gnocchetti.
«Ma scusa non bevi la birra tu?» mi ha chiesto stupefatta Victoria.
«No, non bevo né birra né vino rosso, mi piace solo il rum». Non l’avessi
mai detto.
«Perfetto! Pasteggiamo con il Captain Morgan. Captain Morgan please!»
ha ordinato al cameriere.
Eravamo una grande tavolata con tanti slovacchi di primo piano come il
campione di qualche anno prima Claudio Farmadin e invece arrivavano
boccali da un litro di birra e chupitos di Captain Morgan. Tante sono state le
risate. Più mie che sue. Lei, in questa specialità, era davvero più allenata. Poi
ci siamo spostate per le vie della città e abbiamo trascorso la notte in due
locali a ballare fino al mattino.
Quando il pubblico pensa a noi atleti, ci immagina sempre rigorosi, precisi
e senza sgarri 365 giorni all’anno. Invece siamo persone, e soprattutto
ragazzi, che sopportano grandi sacrifici e tensioni per fare quel che facciamo
e ogni tanto rompere le regole, sentirsi liberi per una sera, ballare e bere i
nostri cocktail ci solleva dei tanti pesi e delle frustrazioni che il
professionismo ci fa vivere ogni giorno.
La mattina seguente, a dire la verità più il pomeriggio che la mattina, ci
siamo salutati e siamo ripartiti in macchina dalla Slovacchia per tornare in
Italia. Ero felice, ero tornata a gareggiare serena, avevo vinto e avevo
ritrovato le mie conferme.
Dopo qualche mese, infatti, mi sono presentata all’Europeo 2016 a
Montpellier molto più alleggerita rispetto all’anno precedente. Quattro
incontri quasi perfetti nelle eliminatorie e poi la vittoria all’ultimo secondo in
finale contro la forte atleta ucraina Angelika Terliuga. Medaglia d’oro.
«Be’, magari se la prossima volta lo risolvi un po’ prima l’incontro è
meglio», mi ha suggerito Claudio appena scesa dal tatami.
«Certo che ti piace l’ultimo secondo! Ogni volta al cardiopalmo! Una volta
o l’altra mi farai morire», ha aggiunto Paolo.
Ero di nuovo campionessa europea, per la quarta volta, e sul sito della
federazione mondiale è uscito un articolo intitolato Sara Cardin. The Queen
of -55 kg. Mi ha fatto molto sorridere ripensando alla domanda del Guru di
qualche tempo prima: «Vuoi essere la principessa dei -55 kg o la regina dei
-50 kg?» Avevo vinto, un’altra volta. Punto.
Non ho fatto nemmeno in tempo a rientrare a casa che sono stata convocata
dall’Esercito italiano a Washington. Ho tolto la tuta dell’Italia e ho indossato
l’uniforme militare, la drop con tanto di cravatta, berretto e mostrine. Sono
andata al ricevimento con l’ambasciatore, con la medaglia europea appena
conquistata ancora in tasca e ho cercato di capire al meglio quale sarebbe
stato esattamente il mio compito lì a Washington. L’occasione erano gli
European Embassy Open House, una giornata nella quale tutte le ambasciate
venivano aperte al pubblico e ciascuno mostrava le eccellenze della propria
nazione. In quella italiana c’erano rappresentanti di marchi come Barilla,
Beretta, Ducati, l’astronauta Roberto Vittori appena rientrato dallo spazio e
poi Sara Cardin che avrebbe fatto delle dimostrazioni di karate e coinvolto il
pubblico americano per fargli imparare qualche tecnica di karate. Il momento
più difficile però è stato fare un’esposizione in lingua inglese della mia vita e
del karate a una platea di diplomatici, responsabili militari e ambasciatori
provenienti un po’ da tutto il mondo. Ormai avevo imparato a gestire lo stress
nelle situazioni più imprevedibili e anche quella presentazione è andata alla
grande. Un aneddoto simpatico: al ricevimento nella residenza diplomatica
dell’allora colonnello Rodolfo Sganga, addetto militare presso l’ambasciata
di Washington, l’attaché giapponese ha scelto di arrivare con karategi e
cintura nera sopra l’abito da sera. Mi ha fatto veramente piacere.
Terminati gli impegni istituzionali, io e Paolo abbiamo approfittato di
quella trasferta per spostarci tre giorni a New York, la Grande Mela, che da
sempre avevo desiderato visitare. È davvero come me l’ero immaginata:
grattaceli, cartelloni pubblicitari enormi, luci e quel frenetico via vai
multietnico di gente a piedi, in skateboard e nei tipici taxi gialli. In ogni
angolo della città mi sembrava di essere dentro a un film. Perciò, con il mio
Frappuccino di Starbucks in mano e la piantina della città sempre aperta,
sono partita alla scoperta di New York.
«Stai pensando di farmi morire?» mi ha chiesto Paolo, ridendo.
Effettivamente avevamo solo tre giorni e io volevo vedere tutto della
Grande mela. A piedi. Solo di fronte alla bellezza e al romanticismo di
Central Park ho deciso di fermarmi qualche ora sdraiata su una rupe
all’ombra degli alberi dietro i quali si ergono imponenti i grattaceli
newyorkesi. Per il resto abbiamo camminato tanto, davvero tanto. Dalla Fifth
Avenue, a Time Square e giù fino a Ground Zero e alla Statua della Libertà.
Il ponte di Brooklyn, straordinario! Lo abbiamo attraversato tutto a piedi,
1.825 metri, e al ritorno abbiamo invece camminato lungo il Manhattan
Bridge, a fianco, perché volevo scattare una foto al ponte di Brooklyn al
tramonto. Era stupendo.
«Senti, Sara, ora prendiamo un taxi», mi ha proposto Paolo mentre aveva
già un piede dentro a un’inconfondibile automobile gialla.
Il taxi è partito e, dopo due secondi, io e Paolo siamo crollati addormentati
sul sedile posteriore. Un’ora di sonno. Poi abbiamo aperto gli occhi.
«Va benissimo qui, grazie!» ha detto, ridendo, Paolo al taxista.
Abbiamo pagato la nostra ora di riposo nel traffico di New York e siamo
ripartiti a piedi. Tre giorni stancanti ma indimenticabili.
Erano trascorse due settimane dalla mia vittoria del titolo europeo di
Montpellier. Era tempo di rimettersi sotto seriamente con gli allenamenti. Ho
preso la mia macchina e siamo andati nella palestra del Guru. Aveva infatti
chiamato Paolo e gli aveva detto che doveva darci il programma della
preparazione atletica per l’estate. Ho trovato tutti i tecnici del nord Italia alle
prese con un aggiornamento, una buona occasione per ascoltare ancora una
volta il Guru e capire se aveva qualche idea interessante per la mia
preparazione.
«No, no, no. Fai schifo! Nessuno te l’ha mai detto che fai schifo!» mi ha
detto più volte durante l’allenamento di fronte a tutti i tecnici e a Paolo che lo
guardava incredulo.
Eravamo abituati da tempo a certe sue esternazioni un po’ dirette, non certo
dopo neanche due settimane dal mio oro europeo, l’unico oro tra l’altro di
tutta la spedizione italiana. Non mi aspettavo un trattamento del genere,
soprattutto con tutti quei tecnici presenti. Gli applausi non sarebbero stati nel
suo stile però così mi sembrava davvero troppo. Dopo tutto infatti io ero
ancora lì da lui perché ho sempre creduto in lui e ne ho sempre avuto grande
stima e rispetto.
«Sembra che il karate parteciperà alla Olimpiadi di Tokyo 2020», diceva
rivolgendosi a tutti i tecnici. «Ma ci andranno le nuove generazioni, non di
certo le atlete di venticinque, trent’anni come lei», ha affermato indicandomi.
Ci sono rimasta malissimo. Avevo deciso: basta. Non volevo più lavorare
con una persona così. Non mi interessavano più la sua cultura, la sua
conoscenza e le sue ricerche. Mi aveva cresciuta, è vero, però mi aveva anche
fatto più male che altro. Ho messo il punto. Così, molto educatamente, a metà
lezione mi sono alzata dalla materassina, mi sono avvicinata a lui e, davanti a
tutti, gli ho stretto la mano.
«Per me basta così», gli ho detto guardandolo negli occhi, «la ringrazio
professore». Ho girato le spalle e me ne sono andata.
È stata la mia ultima volta dal Guru. L’ultima volta che mi sarei trovata a
cuore aperto davanti a lui. Da quel momento, pur mantenendo il rispetto per il
suo ruolo, ogni altro tipo di legame con la sua persona, per me, era chiuso.
Mi allenavo tanto e duramente, ormai avevo vinto tutto quello che potevo
vincere nel karate e si parlava sì di Olimpiade, però non ci credevo granché:
erano già tanti anni che sentivo dire che il karate sarebbe diventato olimpico e
poi puntualmente all’ultimo veniva escluso.
Dal punto di vista personale, per la prima volta, ho iniziato a pensare a cosa
avrei voluto fare una volta abbandonata l’attività agonistica. O meglio a tutte
quelle cose che non avevo potuto fare perché completamente assorbita dalla
mia disciplina. Per non dimenticarne niente ho iniziato a stilare una lista che è
tuttora in continuo aggiornamento:
- una cosa da donne, come una depilazione laser definitiva a inguine e
ascelle;

- recarmi con costanza da una manicure per avere le unghie molto più
curate di quanto non possa avere una karateka a causa del
regolamento;

- correre una maratona, non ho ancora deciso quale, potrebbe essere


quella di Roma come quella di New York;

- iscrivermi a un corso di fotografia;

- frequentare un maneggio e partecipare a delle lezioni di equitazione,


perché dopo la prima esperienza da bambina con papà, nella quale mi
sono ustionata le gambe, la passione per i cavalli non mi è passata;
- lanciarmi con il paracadute, mentre il salto con l’elastico da un luogo
elevato come un ponte, il bungee jumping, non mi attrae molto;

- vorrei fare un’esperienza televisiva importante, non solo come


commentatrice sportiva tecnica;

- imparare l’inglese come se fossi madrelingua;

- tra le discipline sportive vorrei tornare a sciare: da bambina,


spericolata e amante della velocità com’ero, ho partecipato a qualche
gara di discesa libera però mia madre, spaventata, mi ha impedito di
proseguire;

- dormire in un rifugio in alta quota e svegliarmi nel silenzio tra le


cime delle montagne;

- partecipare a un falò in spiaggia, ormai nelle nostre spiagge è


proibito quasi ovunque;

- attraversare il mare in barca a vela, naturalmente accompagnata da


uno skipper;

- imparare a cucinare i dolci;

- viaggiare quattro settimane in giro per il mondo senza una meta


precisa con lo zaino in spalla;

- assistere a una partita di football americano negli Stati Uniti,


mangiando popcorn e bevendo Coca-Cola;

- imparare a suonare il pianoforte e la chitarra, quest’ultima per poterla


utilizzare nel corso del falò in spiaggia di cui sopra;

- salire su un aereo di quelli piccoli, due posti, un aliante;

- infine, farmi un piccolo tatuaggio. Dovrà raffigurare un cavallo alato,


con le zampe posteriori ben salde sul terreno e quelle anteriori
impennate verso l’alto a ricordare una s stilizzata, la mia iniziale; un
disegno già realizzato da tempo e che per me intende simboleggiare il
mio innato senso di libertà.

«Un figlio lo inseriamo in questa lista?» mi ha chiesto una volta Paolo.


All’inizio della nostra relazione ero stata io a domandarmi se, vista la
nostra differenza di età, oltre al fatto che Paolo ha già un figlio di soli quattro
anni più piccolo di me, avesse voluto un bambino con me. Con il passare
degli anni la mia voglia di maternità però si è notevolmente affievolita e oggi
non saprei davvero cosa rispondere.
Il 5 agosto 2016 è arrivata la comunicazione che in tanti attendevamo.
«Sara, il karate è stato introdotto tra le discipline olimpiche di Tokyo 2020.
Siamo olimpici!» mi ha comunicato Davide Benetello, ex campione del
mondo e membro del comitato esecutivo di Tokyo 2020.
Durante le olimpiadi di Rio de Janeiro, infatti il Cio aveva approvato
l’introduzione di cinque nuovi sport nel programma olimpico di Tokyo: lo
skateboard, l’arrampicata sportiva, il surf, il baseball e, per l’appunto, il
karate. Personalmente, fin da quando ho iniziato a calcare il tatami, non ho
mai avuto il sogno di partecipare o vincere una medaglia olimpica. Prima
della decisione del Cio, nel karate, la manifestazione più prestigiosa da
aggiudicarsi è sempre stato il Campionato del mondo e io l’avevo vinto.
Con Paolo abbiamo parlato a lungo di questa opportunità e, insieme,
abbiamo deciso di coglierla. Ci siamo riavvicinati all’ambiente federale che si
stava evolvendo velocemente. Finalmente la Fijlkam stava maturando la
sensibilità dell’importanza di tutelare la salute degli atleti, aveva inserito
nuove professionalità e stava orientando tutto per metterci nelle migliori
condizioni possibili, finalmente tutto era orientato verso un unico fine:
eccellere. Con il Guru io avevo chiuso. Mi sono rivolta a Vincenzo Figuccio
per la preparazione atletica. Eravamo stati compagni di squadra in Nazionale
per molti anni, poi lui era passato a fare il preparatore atletico della scherma e
ora era rientrato a lavorare nello staff federale. Ci conoscevamo già però, tra
conoscersi e fidarsi, per me, ne passa di acqua sotto ai ponti. Sia io che Paolo,
fin dai primi incontri, ci siamo resi subito conto delle sue competenze e della
sua passione. Vedeva ancora buoni margini di miglioramento in me e
gradualmente abbiamo iniziato ad affidarci a lui per il mantenimento e
l’incremento della forma fisica.
L’altra figura direi centrale nella coordinazione della mia preparazione è
diventata Claudio Guazzaroni, già mio coach da diversi anni, al quale ho
iniziato ad affidare la parte tecnico-tattica.
Dal punto di vista federale, la Fijlkam e il suo presidente Domenico
Falcone, ora che eravamo diventati olimpici, hanno cominciato a destinare
più risorse e attenzioni anche a noi atleti del karate, oltre che al judo e alla
lotta. Il metodo che aveva sviluppato negli ultimi anni era quello
dell’approccio sistemico-integrato: l’atleta al centro di un sistema che deve
prendersi cura di tutti i fattori che condizionano la qualità della sua
prestazione. Da qui la necessità di grandi professionalità al nostro seguito.
È proprio in questo frangente che ho conosciuto per la prima volta Fabio
Fanton, divenuto medico federale, con un’infinita esperienza nelle squadre
olimpiche. Grazie a lui il centro medico federale, esistente già da molti anni,
è stato rivoluzionato e, oltre ai bravissimi fisioterapisti, sono comparse anche
due nuove professionalità: Stefano Albano, psicoterapeuta e psicologo dello
sport, e Giovanni De Francesco, nutrizionista.
Dopo così tanti anni in Nazionale e per la mia esperienza, diciamo che la
fiducia non era esattamente il mio forte. Caratterialmente, negli anni, mi
rendo conto di essere diventata sempre più diffidente nei confronti delle
persone e, anche in questo caso, ci ho messo un po’ ad aprirmi.
Sostanzialmente non volevo solo essere scelta, ma poter anche scegliere.
Di punto in bianco, da quando ero seguita in tutto e per tutto dal Guru che mi
faceva da preparatore, tecnico e dietologo, adesso era presenti diversi
professionisti da ascoltare e coordinare. Dal canto mio, io non sapevo più
lavorare con qualcuno solo per sudditanza, piuttosto esigevo fiducia, stima e
rispetto reciproco. Mi sono avvicinata a Stefano e Giovanni con i piedi di
piombo, a livello empatico abbiamo trovato da subito una sintonia e, da lì a
poco, mi sono resa conto della loro grande competenza.
«Siamo nelle mani del destino e siamo le mani del destino», mi ripeteva
più volte Stefano: voleva dire che siamo condizionati dagli eventi però
possiamo anche noi condizionarli e orientarli con la forza di volontà,
l’intuizione e il ragionamento.
«Dobbiamo prima vincere tutti gli avversari interni se vogliamo vincere sul
tatami», mi diceva, oppure: «Possiamo realizzare solo quello che la nostra
mente riesce ad immaginare».
Erano tutti concetti molto potenti che già avevo intuito in tante
competizioni, ma che ora, grazie a Stefano, sentivo granitici perché fondati
sulla scienza. Chiunque voglia arrivare alla massima espressione del proprio
potenziale deve allenare la propria mente. Infatti, così come ereditiamo dalla
nostra cultura un certo modo di mangiare e comportarci, che non
necessariamente è il più efficace per realizzare i nostri obiettivi, allo stesso
modo ereditiamo un certo modo di pensare, ma non è detto che sia quello
migliore.
Stefano mi parlava spesso dell’importanza del «dialogo interiore» e di
padroneggiare le proprie emozioni, ma anche della necessità di migliorare il
rapporto dell’atleta con l’esterno, con i tecnici, lo staff medico e gli altri
atleti.
Era un po’ difficile di punto in bianco passare da un tuttologo all’idea di un
approccio sistemico integrato, ma era una prospettiva nella quale mi sono
rispecchiata molto.
Anche con Giovanni De Francesco, nutrizionista, tutto stava cambiando.
«Il cibo è piacere, condivisione, la base del benessere e spesso del
malessere. Lo è per tutti. È a volte consolazione, riempie vuoti enormi spesso
troppo grandi da riempire», diceva Giovanni.
«Per gli atleti il cibo è anche possibilità di recuperare più rapidamente, è la
base di una strutturazione muscolare, è spesso quello che fa la differenza
all’ultimo secondo dell’ultimo incontro», ripeteva.
«Non deve essere un incubo, passare il controllo peso non deve essere la
priorità». O ancora: «Un atleta felice, ben nutrito e ben idratato è sicuramente
più lucido, più rapido e più focalizzato».
Erano solo alcune delle sue affermazioni che obiettivamente erano
facilmente condivisibili, ma che partivano da una prospettiva completamente
rovesciata rispetto a quella precedente. Dare equilibrio a noi ragazzi era la
sua sfida più complessa e richiedeva fiducia, competenza e interazione con
tutte le altre figure che circondano l’atleta nella sua centralità.
Quanto a me, invece, Giovanni dopo avermi accuratamente visitata tra
plicometrie, impendenziometrie e macchinari vari, mi ha rassicurato.
«Piuttosto che farti fare la -50 kg mi taglio un braccio», ha affermato, «se
qualcuno insiste, digli di venire a parlare con me». E così ha cominciato a
darmi qualche consiglio sulla mia alimentazione.
Avevo trovato altri due punti di riferimento importanti: un professionista
che poteva ascoltarmi e darmi una mano dal punto di vista psicologico e un
nutrizionista che voleva massimizzare la mia prestanza fisica rispettandone
però gli equilibri.
«È importante rispettare gli equilibri fisici e mentali dell’atleta perché
l’atleta è al centro del sistema. Se sta bene, se si sente bene è anche più
prestante in gara». È la tesi di Fabio Fanton, abbracciata adesso anche da
tutto lo staff federale.
Wow! Non mi sembrava vero. Ne avevamo parlato tante volte in camera io
e Greta, specialmente in quegli anni nei quali sembrava che solo attraverso la
sofferenza saremmo potute diventare brave. Ora la Fijlkam si era totalmente
trasformata. Il dottor Fanton, per rendere l’idea, dice spesso: «Dev’essere un
contesto talmente positivo, sano ed eccellente che io ci iscriverei mio figlio».
Questo era il tipo di attenzione che da lì in poi noi tutti avremmo ricevuto.
Era tutto molto nuovo. Così ho chiesto un parere a Marco del Checcolo,
della Dmtc. Lui lavorava già da diversi anni al fianco di grandi campioni
dello sport come Federica Pellegrini, Elisa Di Francisca, Clemente Russo,
Elia Viviani e tanti altri.
«Sara, se vuoi arrivare a Tokyo, devi costruirti un team competente e
affidabile», mi ha confermato Marco.
La piena padronanza di se stessi è una conquista e per raggiungere le vette
più elevate bisogna avere un professionista competente per ogni dimensione
della propria performance.
E così ho fatto. Accanto alle figure già citate come Claudio, Vincenzo,
Stefano e Giovanni, ho incrementato il mio team con altre figure di
eccellenza: Mike Maric, campione del mondo di apnea e docente
universitario, con il quale ho scoperto e approfondito l’importanza della
respirazione; Igor Cassina, campione olimpico di ginnastica artistica per
migliorare il core e la mobilità articolare; Andrea Cagno, esperto del
potenziamento visivo. Con Paolo e nonno Danilo sempre al mio fianco e con
questo team, mi sentivo a posto.
Dopo circa un mese dalla decisione definitiva del Cio di includere il karate
alle Olimpiadi di Tokyo, il Comitato organizzatore della federazione
giapponese mi ha invitata a trascorrere qualche giorno a Okinawa per
allenarmi con la loro Nazionale. Mi hanno accolta come una star, hanno
organizzato addirittura una conferenza stampa, mi hanno fatto visitare il loro
paese e mi hanno dedicato la copertina JKF, rivista ufficiale del karate
giapponese.
È arrivato velocemente anche il mese di ottobre e con il Campionato del
mondo di Linz, in Austria. Era la prima volta che i mondiali erano così vicini
a casa, così Marika e Melissa mi hanno fatto una promessa.
«Se ti qualifichi per la finale anche stavolta, ti veniamo a vedere!» mi
hanno detto.
Ho ingranato alla grande. Ho battuto 2-0 la tunisina Ben-Zeid Kholdane e
5-0 l’ucraina Anzelika Terliuga, però mi sono fermata subito dopo, eliminata
dalla brasiliana Valeria Kumizaki 2-4. Quest’ultima si è qualificata per la
finale e così io sono stata ripescata. Ho vinto il ripescaggio 2-0 con la
slovacca Victoria Semanikova e mi sono ritrovata di nuovo a dover disputare
una finale, questa volta per il bronzo, al Campionato del Mondo.
Come promesso la mattina delle finali, alla Tips Arena sono comparse
sugli spalti Melissa e Marika che di sport e di karate non ne capivano poi
molto, però erano lì per me e con me. È stata una bellissima sorpresa anche se
la finalina è stata una delusione. Non ho mostrato un bel karate e sono stata
poco efficace. Ho perso 0-2 con la giapponese Yamada. Medaglia di legno
per me questa volta. Comunque ero sempre lì ai vertici mondiali e questo,
dopo tanti anni, mi rendo conto che non è un risultato affatto semplice.
Un desiderio però l’ho esaudito immediatamente dopo. Ricordate quella
bambina che andava matta per le macchinine a gettone, che poi è cresciuta,
ha preso la patente e dopo neanche un mese gliel’hanno ritirata? Ora aveva
deciso di svoltare. Erano anni che sentivo parlare di Porsche da mio padre.
«Perché la linea Porsche è unica nel suo genere… non vedi com’è
schiacciata… il motore lo senti dietro…» Inutile dire che James ne era
innamorato.
«Papà, i desideri vanno esauditi. Si vive solo una volta. Prendiamo una
Porsche!» gli ho proposto.
Abbiamo iniziato a informarci, ad andarle a vedere in giro. Mamma sapeva
di questo guizzo che ci stava balenando nel cervello e non era affatto
d’accordo.
«Voi due, con una macchina così, andate ad ammazzarvi», ci ripeteva.
Sempre drastica.
Dopo qualche giorno, mio padre mi ha telefonato.
«Sara, ho visto l’annuncio di un Carrera S cabrio bianco, bellissimo.
Andiamolo a vedere», mi ha detto tutto d’un fiato.
In nemmeno due ore sono salita sul suo Berlingo, il furgoncino da lavoro, e
siamo partiti in missione. Era già la terza Porsche che andavamo a vedere e
non volevamo crearci false aspettative: potevamo arrivare lì, vederla e
rimanere delusi. Quella volta invece la trattativa è stata molto veloce, la
macchina era esattamente come ce la immaginavamo. Due parole in
quell’ufficio, un giro di prova nelle stradine lì intorno e già stavo firmando la
compravendita.
Saremmo andati a ritirarla dopo qualche giorno. Quando siamo risaliti sul
Berlingo per tornare verso casa, guardavo mio papà e mi rendevo conto di
aver contribuito a realizzare un suo grande sogno, che l’avevo reso felice,
anzi felice è dir poco, direi euforico.
Guidava. Mani sul volante.
«L’abbiamo presa eh… l’abbiamo presa veramente. Abbiamo preso una
Porsche…» continuava a ripetermi.
Gli occhi gli brillavano come quelli di un bambino e io mi stavo
entusiasmando insieme a lui e non vedevo l’ora di guidarla, magari in cabrio,
d’estate, con un foulard in testa, come nei film di una volta, e partire in stile
Hollywood verso il mare con le mie amiche.
Tempo di sfogare un po’ l’euforia del momento e ci siamo guardati.
Entrambi abbiamo avuto lo stesso pensiero.
«E adesso chi lo dice alla mamma?» mi ha chiesto.
Appena arrivati a casa è bastato varcare la soglia, e mia mamma era lì ad
attenderci.
«L’avete presa!» ci ha detto immediatamente.
Sembrava quasi disperata. Allora l’abbiamo coccolata come due ruffiani
per un po’. Papà le ha promesso il viaggio tra i fiordi norvegesi che lei aveva
sempre desiderato e che lui, giustamente, continuava a rimandare. Belli i
fiordi, però lassù deve fare un gran freddo!
Appena arrivata la macchina, papà ha fatto il giro di tutti i bar di tutti i
paesi nelle vicinanze, ha offerto da bere a chiunque conoscesse e ha fatto fare
un giro a ognuno di loro. Sigaro in bocca e occhiali neri, era molto fiero di sé.
La sua gioia era talmente spontanea che faceva simpatia anziché dimostrarsi
borioso. James e la sua Porsche. Ero contenta per papà. Aveva lavorato una
vita come muratore e poi nei suoi campi di viti e asparagi. Su quella
macchina lo vedevo tornare ragazzino.
Io, invece, dopo qualche mese ho ricevuto l’invito di Mike, il mio coach di
respirazione, anche lui amante delle Porsche, a partecipare a una gara di kart
a Ottobiano, in provincia di Pavia. Più che un invito si è rivelata essere una
sfida.
«Vediamo se è vero che sai guidare!» mi ha provocato.
Ebbene, mi sono iscritta alla gara. Era la mia prima volta sui kart e questi
non erano propriamente le macchinine a gettone. Andavano che era un
piacere. Mi ha accompagnato Paolo, santo Paolo. Mentre facevo i cinque giri
di prova del circuito mi guardava dalle gradinate e si metteva le mani sulla
testa: non riuscivo a stare in pista, ero sempre in testa coda, o sull’erba, o
addosso alle protezioni rosse e blu intorno alla pista. Una pazza. E un
disastro. Al termine dei giri di prova, ci siamo disposti ai blocchi di partenza:
24 uomini e 1 donna. Sì ero io, l’unico casco dal quale dietro usciva la coda.
Mike si è voltato verso di me.
«Iena, ti farò mangiare la polvere», ha urlato.
Posso solo dirvi che ancora oggi racconto quell’episodio e lo prendo in
giro. Mi sono classificata quinta, Mike ventitreesimo. A momenti lo
doppiavo. Mai sfidare una donna!
Nel frattempo, i miei allenamenti settimanali procedevano alla grande: ogni
giorno al mattino lavoravo sulla preparazione atletica con Vincenzo, mentre il
pomeriggio mi dedicavo maggiormente alla tecnica e alla tattica con Paolo e
seguendo le direttive di Claudio. Da sempre al mattino quando non sono in
raduno collegiale, a tenermi compagnia e a darmi una mano in palestra c’è
sempre nonno Danilo: mi tiene i tempi con il cronometro, mi dà i bersagli con
i colpitori, dà i comandi e mi incita. Nonno e nipote è sempre stato il binomio
perfetto, soprattutto per noi due che non ci accontentavamo mai.
Il tempo da dedicare ai miei allenamenti era sempre di più e in questo mi
sono sempre reputata una professionista: magari puntigliosa, però mai
negligente o poco impegnata. Facevo gli esercizi per la mobilità articolare
delle spalle di Igor, quelli sulla respirazione di Mike e integravo la
preparazione atletica di Vincenzo con degli esercizi di potenziamento visivo
di Andrea. La sera Paolo e Claudio si sentivano spesso telefonicamente per
condividere opinioni e risultati. Insomma un grande team la cui forza era
proprio la sinergia e la cooperazione.
Trascorrevo ore e ore in palestra a sudare e a sfinirmi, sempre immersa in
quella puzza inconfondibile di tatami e guantini però poi, appena potevo, nel
fine settimana, non vedevo l’ora di sciogliere i capelli, mettermi un bel
vestito e un paio di décolleté. Rispetto alla bambina maschiaccio che a
Carnevale voleva vestirsi da cowboy, ora mi sentivo molto più donna e mi
piaceva farmi carina per uscire la sera. Gonnelline e vestitini erano la mia
passione. Le calze no, le ho sempre odiate. In compenso ho cominciato ad
avere più cura del mio corpo e dell’abbigliamento.
«Sara neanche a chiedertelo, tanto… hai per caso un po’ di crema per il
viso?» mi chiedeva Greta.
«Quale vuoi? Idratante? Nutriente? Giorno o notte?» le rispondevo.
«Sara, una crema qualunque», mi sorrideva Greta aspettando che scegliessi
io.
Avete presente quando arriva Natale e la gente che non sa cosa prendervi,
all’ultimo, vi regala il solito kit di prodotti per la pelle? Ecco. Io ne ero
entusiasta.
Questo per dire che nonostante praticassi uno sport di combattimento, non
ho mai rinunciato alla mia femminilità e la moda è sempre stata una mia
passione. Il massimo è stato quando ho incontrato il maestro della fotografia
Stefano Guindani, per il quale ho posato più volte con abiti di alta moda.
Della mia immagine ha sempre detto di apprezzare il forte contrasto dei
muscoli contro la leggera consistenza degli abiti. Il fatto che un fotografo di
moda e celebrity del suo calibro, nonché fotografo personale di Giorgio
Armani, fosse interessato a ritrarmi è stata per me una vera soddisfazione.
Nel tempo, tra uno scatto di un calcio in volo e l’altro siamo diventati anche
ottimi amici.
È arrivato così marzo del 2017. Come ogni anno al Palafijlkam di Ostia si
svolgevano i Campionati italiani. Vi dico in tutta sincerità che non li ho mai
amati più di tanto: ovvero ho amato il primo titolo, il secondo, il terzo, il
quarto però poi quando ti ritrovi a essere la numero uno al mondo, la
campionessa mondiale ed europea, partecipare al campionato italiano per me
era più motivo di stress che non di piacere. Ovviamente sei l’atleta da battere,
ovviamente non puoi perdere, devi vincere ma anche vincere bene, la gente
vuol vedere il tuo bel karate, non devi far male a nessuna, non essere troppo
frenata ma neanche troppo esuberante o spavalda. Mi sembrava più di dover
partecipare a uno show che non combattere per me stessa e la cosa, negli
anni, non mi piaceva più. So che non avrei dovuto pensare a tutte queste cose
e fregarmene, però non è mai stato così. Credo sia anche questione di
carattere: non sono mai stata brava a combattere per conto di altri, né per
rientrare in un sistema. Io combatto bene e con piacere solo quando sono
libera di farlo, solo quando combatto per me stessa.
Quello comunque era un Campionato italiano particolare perché a casa dei
miei, in soffitta, contavo diciannove medaglie d’oro italiane, tutte uguali. Mi
son sempre chiesta: «Ma quando finirà questo stock la federazione?»
Ho vinto facendo quindi conto tondo come era nei miei progetti. Venti ori
ai Campionati italiani e la medaglia, anche la ventesima identica a tutte le
altre, è ora appesa in soffitta a casa dei miei.
Di lì a poco si sarebbero svolti nuovamente i Campionati europei, questa
volta a Kokaeli, in Turchia. Ho conquistato l’argento. È una delle medaglie
delle quali vado più orgogliosa. L’ho definita la medaglia della maturità.
Infatti solo cinque giorni prima della partenza per la Turchia, durante il
raduno collegiale, a fine allenamento ho sentito una fitta a metà del polpaccio
destro. Mi sono recata in infermeria saltellando sull’altro piede e ho fatto
l’ecografia. C’era uno strappo, piccolo ma pur sempre uno strappo muscolare
alla gamba forte che uso di spinta per i miei pugni e calci. All’inizio
sembrava volessero rimandarmi a casa, poi Fabio Fanton mi ha dato fiducia.
Io volevo gareggiare comunque. Non so come però volevo provarci. Cosi nei
cinque giorni che mi rimanevano, il centro medico federale mi adottò per
cinque, sei ore al giorno. Erano tutti molto scettici sulla riuscita delle terapie.
Dicevano che c’erano dei tempi biologici da rispettare e che a uno strappo
servono comunque quindici giorni per rimarginarsi. Nessuno si è perso
d’animo, mi hanno praticato tutte le terapie possibili.
«Sara, tra cinque giorni o quella gamba comincia a star bene o tu accendi le
lampadine appena ti ci avvicini», ha detto Angelo Angi, il capo dei
fisioterapisti.
L’intento era chiaro. Stavamo tentando il tutto per tutto. L’infortunio era
banale ma molto a ridosso della gara. Arrivati in Turchia abbiamo deciso che
avrei gareggiato con un bendaggio compressivo che mi avrebbe bloccato un
po’ il movimento. Inoltre, non sarebbe stato possibile gareggiare nella mia
guardia normale, cioè con la destra dietro in spinta. Ciò significava che avrei
dovuto combattere da mancina.
«Stai calma e concentrata», continuavo a ripetermi.
Ho tirato fuori il meglio di me. Ho effettuato il riscaldamento prima della
gara senza sforzare troppo la gamba. Ho trovato una grande concentrazione,
pazienza e serenità. Le mie avversarie mi guardavano incredule. Pensavano:
«Ora si è allenata da mancina per sorprenderci». In realtà non avevo
programmato niente, tanto meno mi ci ero allenata in quella guardia.
Un punto dopo l’altro e sono arrivata in finale. L’ho persa 0-1 con l’atleta
turca Tuba Yakan. Mi sembrava di aver fatto un mezzo miracolo. Una gara di
testa, la medaglia della maturità.
È stata un’edizione continentale che, per tutta la spedizione azzurra, è
andata molto bene. Ci siamo classificati secondi nel medagliere e al nostro
rientro in Italia siamo stati ricevuti dal presidente del Coni Giovanni Malagò
al palazzo H, a Roma. Con il karate disciplina olimpica e la Nazionale che
portava a casa tutte quelle medaglie, era proprio in vena di festeggiare.
A settembre sarebbe ricominciata la stagione di gare. Così come accade
spesso la mia estate la passo sì al mare, a Caorle o in giro per l’Italia, ma
anche sempre con una palestra a portata di mano dove potermi allenare.
Sappiamo benissimo infatti che anche durante i periodi di «riposo» non
dobbiamo mai scendere sotto il 70-80% della nostra forma fisica.
Dopo un’estate divertente ma anche intensa, dovevamo ripartire con i
tornei internazionali, Premier League e Serie A. Già dai primi di settembre
arrivarono le convocazioni in Nazionale con su scritto «verifica del livello di
prestazione». Io ero in forma e pronta per riprendere la stagione, se non che,
un giorno, a fine allenamento, proprio quando stavamo abbassando i ritmi, ho
fatto una schivata sbagliata e mi sono presa un calcione in faccia. Ho sentito:
stock! A parte il sangue, del quale non me ne fregava poi tanto, ricordo una
scena indimenticabile.
Vado da Laura Pasqua, titolare -61 kg e le chiedo: «Lau, dimmi la verità…
è dritto?»
E lei vedendo palesemente il mio naso sotto l’occhio destro, ha cominciato
con: «Guarda Sara… non è proprio drittissimo… però».
E io: «Ok. Raddrizzamelo».
«No, no. Non se ne parla. Non lo so fare!» mi ha risposto.
Così ho tolto le protezioni, ho lasciato l’allenamento e mi sono diretta
verso la fisioterapia. Sono entrata, mi sono sdraiata sul lettino e ho chiesto ad
Angelo Angi: «Mi devi raddrizzare il naso! Lo sai fare?»
«Certo che lo so fare, ma la frattura è troppo in alto e vicina alle ossa del
cranio. È meglio se vai in ospedale», mi ha risposto.
Così non appena Savio Loria, un altro tecnico della Nazionale, ha finito
l’allenamento, mi ha accompagnata all’Ospedale Grassi di Roma. Dopo aver
fatto le varie visite e i raggi, è arrivato il referto: rottura del setto nasale.
So solo che dopo la «notiziona» io e Savio siamo rimasti spalmati su quelle
sedie del pronto soccorso per ore ad aspettare che arrivasse l’otorino; io con
la testa all’insù e il ghiaccio sul naso e lui che nonostante avesse un naso
molto più brutto del mio, viste le sue innumerevoli gare del passato,
ciononostante aveva anche il coraggio di prendermi in giro.
«Col cavolo che me lo tengo come il tuo Savio», ho affermato.
Poi si è aperta la porta scorrevole ed è uscita un’infermiera dicendo:
«L’otorino non riesce ad arrivare, ci vediamo lunedì».
Era venerdì sera e avrei dovuto aspettare fino a lunedì per sistemarlo. Savio
allora mi ha detto: «Non vorrei dirtelo Sara, ma tempo lunedì e un po’ si
calcifica così. Rischi che te lo debbano rispaccare prima di raddrizzarlo».
«Ok Savio. Ho capito. Faccio da sola», gli ho risposto e sono andata in
bagno. Palmo della mano destra sulla fronte e tre dita della sinistra sul naso e
ho iniziato davanti allo specchio: «Uno, due… tre!» e cercavo di riportarlo
nella sua posizione originale. E di nuovo: «Uno, due… tre!»
Strack! ed è rientrato.
Poi con due dita sono partita dalla radice in alto e l’ho allungato verso il
basso fino a che si è messo perfettamente dritto. Il lunedì mattina avevo la
visita dall’otorino. Sono entrata, mi ha guardata e mi ha detto: «Ma il naso è
dritto!»
«Eh già», ho risposto. Poi mi ha prescritto solo qualche crema per le
ecchimosi sotto agli occhi.
Passati quindici giorni e guardandomi allo specchio vedevo che sul profilo
del mio naso si era formata una gobbetta. Rivolevo il mio nasino alla
francesina così decisi di farlo operare. A quel punto sorgeva solo un
problema: quanto dovevo stare ferma. Dopo trentatré giorni ci sarebbe stata la
Premier League di Salisburgo e io volevo combattere. Il dottore mi ha detto
che a trenta giorni dall’intervento mi avrebbe dato l’autorizzazione a tornare
in gara. Ottimo. Mi sono fatta operare. L’unico intoppo erano a questo punto
gli allenamenti; non dovevo prenderci botte sopra finché le ossa non si
fossero ben calcificate. Così mi sono fatta fare una maschera protettiva su
misura. Con quella mi potevo allenare tranquillamente.
«Di che colore la vuoi? Leopardata? Mimetica? O nera?» mi ha chiesto il
commerciante.
«Nera, non esageriamo», gli ho risposto.
«Batman was coming back!» Quanto mi divertivo a scherzarci sopra. L’ho
portata per tutto il mese prima della Premier League e anche nei mesi a
seguire ogni volta che indossavo i guantini, indossavo anche la maschera. Mi
piaceva pure l’idea di combattere dietro a una maschera nera. Ero
perfettamente a mio agio.
Tutto lo staff era preoccupato.
«L’infortunio al naso è psicologico», ripetevano, «se si abitua a combattere
con la maschera, poi in gara avrà paura dei pugni e di buttarsi avanti, girerà la
testa».
Le persone parlano sempre tanto e molto spesso parlano di paure proprie.
Ho imparato che non dobbiamo farci influenzare da ciò che ci circonda.
Passato il mese, il dottore mi ha firmato il certificato e dopo 33 giorni di
prognosi, ho tolto la maschera, sono scesa in gara a Salisburgo, ho fatto
cinque incontri e portato a casa l’argento.
Quell’anno ho festeggiato i successi dell’annata andando in vacanza in
Thailandia a Natale con Paolo, Gloria e il suo fidanzato di allora. Sole, mare
e tanto relax. Già a fine gennaio 2018 infatti sarei dovuta partire per una
nuova avventura, questa volta qualcosa di serio e importante: una missione
internazionale con l’Esercito in Libano. Allora la missione internazionale
Unifil, a cui prendevano parte 38 nazioni dell’Onu, operava lì come forza di
interposizione tra Libano e Israele. L’Italia aveva la gestione del settore ovest
che impegnava oltre 4.000 peacekeepers provenienti da tredici paesi. Il
comandante era proprio il generale Sganga che, nell’ambito delle varie
attività di supporto alla popolazione civile libanese, aveva promosso questo
progetto nell’ambito sportivo con particolare attenzione alle arti marziali.
Così tra una tappa di Premier League a Parigi, nella quale ero giusta quinta,
e in attesa della successiva che sarebbe stata in programma a Dubai, ho
indossato la divisa di caporal maggiore dell’esercito italiano e sono volata in
Libano come ambasciatrice del karate.
Ricordo ancora la mattina che sono arrivata in aeroporto in mimetica con
gli anfibi e lo zaino da 20 chilogrammi sulle spalle. Mi sono messa subito in
fila insieme a tutti gli altri militari. Parlavano tra loro e mi guardavano
straniti. Non perché fossi donna, c’erano altre due o tre donne, più che altro
perché si vedeva che avevo la mimetica nuova di zecca, mai usata. Le loro
ovviamente erano vissute e scolorite dalle tante missioni. Mi sentivo un po’
un pesce fuor d’acqua però molto orgogliosa di far parte di quel gruppo di
uomini e donne eccezionali.
Poco dopo ho stretto amicizia con alcuni di loro e il volo è trascorso
velocemente. Una volta atterrati in Libano ci hanno smistato in tre gruppi e
siamo partiti verso la parte meridionale del paese dov’era di stanza il
contingente italiano, a Shama. Appena entrata nella base mi hanno spiegato le
poche ma importanti regole della caserma.
«Se senti suonare la sirena, molla tutte le tue cose e vai dentro nel bunker»,
mi ha detto il colonnello al mio fianco. La regola che mi ha impressionato
maggiormente.
Mi sono subito resa conto della serietà del contesto. Poi ho preso le mie
cose, sono passata a prendere le lenzuola e sono andata in stanza. Era la
prima volta che vedevo l’armadio di tela. Poco importa. Il letto c’era e pure
un bagno per tutte le donne di quel piano.
In quelle giornate uscivamo con i Lince e andavamo in centro. Mi
portarono negli istituti scolastici libanesi a Tibnin e Naquora dove ho tenuto
delle lezioni di karate agli studenti, per lo più bambini. Quale mezzo migliore
dello sport per trasmettere alle nuove generazioni i valori del rispetto,
dell’autocontrollo, della cooperazione e dell’uguaglianza? Non era
semplicissimo insegnare. Il programma scolastico non prevede l’educazione
fisica, sostituita da un intervallo in cortile in cui i bambini possono fare
quello che vogliono: perciò già solo metterli in riga, fargli imparare e
rispettare le regole di un gioco non è così scontato;; così come farsi capire da
bambini che parlano solo arabo. Ho iniziato a dare io i comandi in arabo. Alla
fine della lezione, grazie all’aiuto di un interprete, arrivava anche il momento
delle domande. Tante curiosità ma anche molti pensieri confusi.
«Ma tu il tuo avversario lo uccidi?» mi ha chiesto un bambino con il volto
triste.
Il pomeriggio, invece, tenevo dei corsi di autodifesa rivolti alle donne
militari di altri contingenti impegnati nella medesima missione, provenienti
da paesi come la Malesia e la Corea del Sud. Un giorno ho incontrato anche
le donne dell’Association of the Martyr Lieutenant Colonel Sobhi Al Akoury,
associazione che si occupa del supporto alle vedove dei caduti delle forze
armate libanesi. Sono riuscita a coinvolgerle in un allenamento ed è stato
davvero gratificante.
Al termine delle lezioni sono stata al centro di una tavola rotonda a porte
chiuse nel corso della quale le donne invitate erano libere di pormi qualunque
domanda ritenessero opportuna. Io parlavo in inglese per le militari, mentre
c’era un’interprete che traduceva in arabo per le civili.
«Tuo marito ti ha dato il permesso di praticare karate e di indossare la
divisa militare?» è stata la domanda da parte di una di loro.
Sulle prime sono rimasta interdetta ma subito mi sono resa conto.
«Per noi è impensabile che una donna possa scegliere liberamente un
percorso di vita come il tuo». Ha specificato la donna coperta dal velo
abbassando un po’ gli occhi.
Al termine della tavola rotonda un’altra donna mi si è avvicinata e, con le
lacrime agli occhi, mi ha voluta ringraziare per essere un esempio per tante
donne e mi ha invitata a non mollare mai.
È stata un’esperienza unica. Le donne libanesi sono molto timide ed è stato
necessario vincere la loro resistenza per convincerle a togliersi le scarpe e
salire sul tatami. Al termine delle lezioni, però, apparivano entusiaste e
divertite. Già in quegli anni in Libano stavano nascendo le prime associazioni
e qualche donna provava a emergere, a ottenere un lavoro, essere autonoma e
riuscire a svolgere anche mestieri tradizionalmente ritenuti maschili. Vedere
una donna, campionessa del mondo di karate, con indosso una divisa militare
è stato un esempio fondamentale. Secondo loro sarei dovuta diventare una
sorta di ambasciatrice delle donne nel mondo.
Ogni sera, finita la mia giornata lavorativa, mi chiudevo dentro la palestra
da sola e mi allenavo sia per preparare la Premier League di Dubai sia per
scaricare la tensione della giornata. Il mio rapporto con l’allenamento è
sempre stato molto intimo e personale. La parte più difficile spesso non è
l’allenamento in sé, ma l’approccio alla fatica, arrivare con la giusta
predisposizione a quello che si deve andare a fare. Perché – non prendiamoci
in giro – le giornate in cui siamo più stanchi e non avremmo voglia di fare
assolutamente niente capitano a tutti.
Personalmente ho imparato che, se devo fare qualcosa non devo lasciar
spazio ad alibi, alibi che molto spesso siamo noi a crearci. Frasi come «Non
ci riesco… non ce la faccio… non ho tempo… sono stanca…» le dobbiamo
proprio sradicare dalla nostra testa.
Ho individuato degli escamotage per reagire a questo blocco. Innanzitutto
non pensare, ancora prima di iniziare, a tutto il lavoro che dovrò fare, a tutta
la fatica che mi aspetta, ma cominciare pian pianino a trovare dei motivi di
soddisfazione: prima di avere iniziato, poi di aver fatto un esercizio, e così
via. Pensare a una cosa per volta, come quando esco a correre: non penso mai
«Oggi correrò venti km», perché altrimenti neanche comincio. Tanto in un
angolino della mia testa so che vorrei farne tanti, ma siccome mi sento stanca
o affaticata o svogliata, intanto esco e comincio a farne uno. Poi una volta
fatto uno, spesso ti rendi conto di potercela fare a correre anche il secondo e
intanto nella tua testa ti ripeti «Va be’, però, brava Sara… da che non volevi
proprio correre, ne hai fatti già due». Poi molto spesso arrivo al punto in cui
la soddisfazione emotiva che ricevo nell’esser riuscita a partire mi fa venire
voglia di provare a farli tutti e venti. Allo stesso modo affronto gli
allenamenti di karate nelle giornate più difficili.
So già in partenza che starei male e mi sentirei in colpa, o una perdente, se
mi rifiutassi di fare qualcosa che devo fare, quindi cerco di ingannare la mia
mente e, intanto, di cominciare.
Vi accorgerete che mettere molta attenzione, precisione e forza di volontà
in quello che si fa è estremamente gratificante e che ad ogni traguardo
seguono altre soddisfazioni.
Comunque ritornando al Libano, lì sapevo che mi dovevo allenare perché
al mio ritorno avrei avuto la Premier League di Dubai ed ero in palestra da
sola, senza nessun tecnico che mi incitava. Perciò arrivavo in palestra un po’
prima dell’ora di allenamento, chiudevo le porte, accendevo la musica e
cominciavo a corricchiare di qua e di là, a fare qualche tecnica in scioltezza, a
sentire il pavimento e a pensare ai miei grandi sogni. E da lì poi partivo.
Ricordatevi sempre che possiamo avere cento persone che ci stimolano,
seguono e incoraggiano, ma che le motivazioni intrinseche sono molto più
potenti di quelle estrinseche. Prima di tutto lo dobbiamo volere noi.
Detto ciò la mia esperienza in Libano è stata piuttosto breve. Appena
tornata dalla missione, sono ripartita con la Nazionale per Dubai. Ero carica,
avevo assorbito tanto da quei bambini e da quelle donne e avevo voglia di
combattere. Ho vinto. Medaglia d’oro. Neanche un mese dopo mi sono
aggiudicata anche il bronzo alla Premier League di Rotterdam. Poi il bronzo
al Campionato europeo di Novi Sad, di nuovo l’oro alla Premier League di
Istanbul e il bronzo alla Premier di Berlino, con i primi punti valevoli per il
ranking olimpico.
Mi sentivo molto bene, riuscivo a salire sul podio con continuità: ero
energica, calma, precisa, determinata e soprattutto costante.
Una grande delusione è invece arrivata nella mia ultima partecipazione a
un Campionato del mondo, a Madrid nel 2018. Mi ero allenata intensamente
per arrivarci al top della condizione, fisicamente mi sentivo potente, forte e
veloce. Volevo salire di nuovo sul gradino più alto del podio.
Al raduno al centro federale di Ostia, dieci giorni prima della partenza per
la Spagna, sono arrivata con qualche linea di febbre. Poca roba. Mi sono
comunque allenata l’intera settimana, mattina e pomeriggio tutti i giorni. La
febbre rimaneva costante, non saliva più di tanto. Gli allenamenti erano
pesanti e io non ascoltavo il mio corpo. Mi sono fatta visitare dal medico che
mi ha prescritto solo l’aspirina. Io volevo che quella febbre passasse e così
sono arrivata a prenderne anche tre al giorno: una al mattino, una prima di
pranzo e una la sera.
A metà del raduno erano previsti degli incontri arbitrati, ossia le
simulazioni di gara. Non li ho mai sopportati perché, a livello nervoso, non
ho mai imparato a gestirli nel migliore dei modi. Combattere con le mie
compagne, davanti a tutta la squadra, non è mai stata un’attività che mi
consentiva di provare dentro di me quel sacro fuoco agonistico che invece
ritrovo naturalmente in una gara.
I tecnici però dicevano che sarebbero stati utili e così mi sono messa in
gioco. Sul tatami è andata anche meglio del mio solito. La febbre costante era
sempre lì, mentre la scatola delle aspirine era vuota.
La mattina della partenza per la Spagna il termometro segnava 38,8.
Insieme alla febbre avevo anche le placche alla gola. Ho avuto il coraggio di
dirlo al dottore solo in aeroporto. Mi ha proposto di prendere un antibiotico,
però l’ho rifiutato perché indebolisce troppo.
Avrei trovato io la soluzione. Mi sono diretta verso la toilette con un
coltello in mano. Sapevo che le placche si potevano togliere anche
manualmente. Il dottore però mi ha vista.
«Sara, dove stai andando con quel coltello?» mi ha chiesto.
«Voglio togliere le placche», gli ho risposto senza fermarmi.
«Va bene, te le tolgo io, però sarà sufficiente un bastoncino cotonato e
dell’acqua ossigenata», ha detto.
Siamo andati ad acquistare il necessario alla farmacia dell’aeroporto e poi
ci siamo recati alla toilette. Mi ha tolto le placche a una a una. Al termine di
questa operazione ho fatto dei gargarismi con acqua e limone per disinfettare
la gola.
Sembrava andare meglio, avevo più spazio in gola e deglutivo meglio. La
sera in hotel, invece, le placche si sono formate di nuovo. Ho avvisato il
medico che mi ha raggiunta in camera e abbiamo ripetuto la medesima
operazione.
Non mi sono mai allontanata dalla mia camera. Bevevo spremute a tutta e
riposavo. Ho fatto solo un po’ di stretching nel corridoio dell’albergo.
La notte successiva la situazione si è aggravata. Ho avuto problemi a
respirare e si è gonfiata la gola nella parte bassa. Ho chiamato nuovamente il
medico.
«Sara, non abbiamo alternative: devi prendere un antibiotico», la sua
sentenza.
Ho accettato, anche se a malincuore. Forse avrei dovuto prenderlo prima,
allora. Non nell’imminenza della gara.
«È quello più leggero che ho trovato. Non ti dovrebbe indebolire molto,
l’importante è che non molli di testa», mi ha rincuorata.
Non ho mollato. Il giorno dopo mi sono allenata da sola nel corridoio
dell’hotel. I miei compagni di squadra, con tutto lo staff, erano andati al
palazzetto dello sport. Io ho preferito non uscire per non prender freddo e ho
iniziato a prendere a calci e pugni lo spigolo del muro accanto all’ascensore.
Con l’antibiotico, la gola e l’infiammazione miglioravano. Il giorno
successivo era in programma la mia gara, quella per la quale avevo lavorato
tanto. La pool nella quale ero stata sorteggiata era davvero ostica. Al primo
turno avrei dovuto affrontare l’egiziana Attya Yasmin, con la quale avevo già
perso diverse volte.
«Io sto bene, sono forte», continuavo a ripetere tra me e me, fino a un
attimo prima di salire sul tatami.
L’ho battuta con un secco 5-0.
Dopo tutti questi anni e peripezie, ormai la mia testa era diventata
veramente forte e nonostante la febbre e le placche e gli antibiotici e i dieci
giorni di raduno con le aspirine e mai un centimetro indietro, ero ancora Sara
Cardin e andavo a vincere.
Al secondo turno mi sono trovata davanti Ma Man Sum, un’atleta di Hong
Kong, e ho superato anche lei con un perentorio 4-0. Quando sono uscita dal
tatami, però, mi sono resa conto che qualcosa non andava.
«Mi devi dire qualcosa Sara?» mi ha chiesto Claudio.
«Mi sento stanca», ho detto a Claudio, credo per la prima volta nella mia
carriera.
Al terzo incontro ho affrontato la turca Yakan Tuba, un’atleta che stimo
parecchio, una delle prime della classifica mondiale. A metà incontro non ce
la facevo più e nonostante questo ho vinto con un altro punteggio che
sembrava non lasciare dubbi: 4-0.
Al quarto incontro di fila mi aspettavo di trovarmi di fronte l’atleta ucraina
Anzelika Terliuga, forse la più in forma del momento, ma invece lei aveva
perso al primo incontro. Di conseguenza mi sarei trovata la polacca Dorota
Banaszczyk, una giovane ragazza bionda che avevo già sconfitto in diverse
occasioni, ma che quel giorno sembrava proprio essere nella sua giornata.
La stanchezza si faceva sentire, però la ignoravo. Sono salita sul tatami con
l’intenzione di comandare l’incontro, di dimostrare che fisicamente ero
superiore.
Mi sono sbagliata. Se mi fossi fermata ad ascoltare meglio il mio corpo mi
sarei resa conto che avrei dovuto centellinare le poche energie rimaste. Sono
stata battuta 0-1.
Ho anche avuto la fortuna di venire ripescata perché, sorprendentemente, la
polacca è riuscita a raggiungere la finale. L’incontro per andarmi a giocare la
medaglia di bronzo era nuovamente, ampiamente, alla mia portata. E invece
ho perso ancora dalla bulgara Ivet Goranova, sempre per 0-1.
Quando ho lasciato il tatami ho avvertito un dolore nel petto lancinante. Ho
tirato un calcio a una grata e mi è rimasto il tallone incastrato.
Volevo un altro titolo mondiale. Forse, troppo. Bisogna volere tanto
qualcosa però non tanto da non avere la consapevolezza di ascoltare il
proprio fisico. Questo è quello che ho imparato, con il senno di poi.
Al ritorno a casa, mi sono chiusa nella mia camera da letto e ho dormito
per giorni.
«Sei viva?» mi chiedeva Paolo quando rincasava.
Ero molto delusa ma soprattutto molto, molto stanca.
A tirarmi su il morale fortunatamente è stata la vittoria del ranking Premier
League 2018 e la premiazione della World Karate Federation con il
riconoscimento del K Rosso, il premio che incorona i vincitori della stagione
in ciascuna categoria. L’avevo vinto solo un’altra volta, nel mio 2014 di
successi, e ora di nuovo quattro anni dopo. Nel 2018 ero ancora una numero
uno.
L’ultimo ostacolo

«L’infortunio cammina accanto all’atleta». È una frase del mio preparatore


atletico, Vincenzo Figuccio. Non credo si riferisse solo all’infortunio fisico
quanto a quell’imprevisto che può cambiarci la vita da un momento all’altro.
Non riguarda solo noi atleti, ma la quotidianità di tutti noi. L’imprevisto e
l’imprevedibile. La vita è densa di episodi del genere. Basta fermarci un
attimo a riflettere per riconoscerli.
Dopo solo una settimana dalla delusione patita alla mia ultima
partecipazione a un Campionato del mondo ho deciso di riprendere gli
allenamenti. Era un lunedì del mese di novembre del 2018 e avevo appena
accompagnato una mia amica alla stazione di San Donà di Piave. Sono
tornata a casa, ho preparato la sacca e mi sono recata in palestra. Doveva
essere un semplice allenamento di ripresa, tutti i movimenti a bassa velocità,
sotto forma di gioco. Stava procedendo tutto per il meglio, mi muovevo
leggera pensando: «Oggi è solo per rompere il ghiaccio e riprendere».
Verso la fine dell’allenamento, Paolo ci ha dato le sue istruzioni.
«Fate un po’ di combattimento libero a bassa intensità», ha detto il
maestro.
I miei sparring erano i miei amici, Pigat e la Biondo. Mi muovevo in
fluttuazione morbida, calciavo sciolta, eseguivo i movimenti giusto per farli.
La testa non era concentrata su quello che stavo facendo, seguiva il
movimento con superficialità. A un certo punto ho fatto per spostarmi verso
sinistra, pensando di fare un blando rimbalzo e portare un attacco di pugno.
Così ho spostato la gamba sinistra di lato solo che il piede di appoggiò è
rimasto fermo mentre ho sentito due volte crack al ginocchio che ha ceduto
prima verso l’esterno e poi di ritorno verso l’interno. Ho avvertito il femore
uscire e rientrare dalla sua collocazione naturale.
«Ahhhhhh», ho urlato.
Mi sono seduta immediatamente sul tatami. In palestra si sono bloccati tutti
all’istante. Paolo si era reso conto del movimento perché era proprio dietro di
me e mi stava osservando.
«Hai preso una storta? Vuoi un po di ghiaccio?» mi ha chiesto con molta
calma, non so se reale o apparente.
Non riuscivo a parlare. Ho provato piano piano a stendere la gamba e si
allungava. Poi l’ho piegata e si piegava del tutto. Però il suono di quei due
crack mi era rimasto nella testa. Ero sicura che un osso mi fosse uscito e
rientrato. L’avevo percepito chiaramente.
«Può uscire e rientrare un osso senza che accada nulla?» mi chiedevo.
In realtà conoscevo perfettamente la risposta. Ed è iniziato a salirmi il
nervosismo. Paolo, intanto, si era accovacciato accanto a me.
«Tranquilla, non ti agitare non è successo niente», lo sentivo dire senza
però ascoltarlo veramente.
Diceva così perché aveva visto il movimento stupido e blando che avevo
fatto e gli sembrava impossibile visti gli allenamenti massacranti e
impensabili che ero solita fare quotidianamente.
«Prendimi del ghiaccio per favore», gli ho chiesto.
In quel momento anche lui ha realizzato che mi ero fatta davvero male.
Sono rimasta un quarto d’ora immobile con il ghiaccio sul ginocchio. Poi
Federica mi ha aiutato ad alzarmi. Ho preso le mie cose e ho cominciato a
scendere le scale per uscire dalla palestra. Appena all’esterno ho tirato su il
cappuccio della felpa sulla testa. Fuori faceva davvero freddo o almeno così
sembrava a me. Mi sono diretta verso il parcheggio, sono salita in macchina e
sono andata a casa.
Appena arrivata mi sono fatta la doccia e mi sono infilata a letto. Le luci
spente, la gamba distesa, il ghiaccio ancora sul ginocchio e lo sguardo perso
nel buio. Mi sembrava un incubo. Ero sicura di aver subito qualcosa di grave.
Come avrei fatto? A un anno dalle Olimpiadi di Tokyo 2020. Le mie
uniche Olimpiadi. Avevo paura e pensavo a tutti. Paolo, mio nonno,
l’Esercito italiano, i miei tifosi e i miei sponsor.
Nel breve tratto di strada nel quale avevo camminato avevo percepito che il
ginocchio non era stabile. Dava anche un po’ fastidio però non me ne fregava
niente del dolore, pensavo solo a cosa mi ero fatta esattamente e a quali
prospettive avevo. Farsi male a trentun’anni, dopo aver appena vinto il
ranking Premier League 2018, sarebbe stato un colpo basso, difficile da
digerire. Questa sensazione allo stomaco era tremenda e la sensazione di
dolore fisico ed emotivo cominciava a farmi elaborare pensieri negativi,
cattivi, rabbiosi.
Improvvisamente la paura più grande è diventata quella di perdere il
controllo. Ho sempre avuto paura di perderlo, soprattutto su me stessa. In
quei momenti, distesa nel letto dolorante, ciò che c’era di più primitivo e
compresso da tanti anni dentro di me, nel mio stomaco, stava prendendo il
sopravvento rispetto ai pensieri della mente e della ragione. Ho iniziato ad
avere paura. Dovevo rimanere in quella camera, lì non mi sarebbe potuto
accadere nulla di male. Volevo scrivere a Stefano, il mio psicologo, però era
tardi. Allora ho iniziato a sfogarmi scrivendo a un’amica. Scrivere mi ha
sempre aiutata nei momenti più bui della mia vita. Non volevo parlare con
altri. Sono stata davvero antipatica con tutti. Le persone mi telefonavano e mi
scrivevano ma io non rispondevo a nessuno. I pensieri più strani e contorti mi
passavano nella testa. Avrei preferito non esistere.
Il giorno successivo sono andata dal mio fisiatra di fiducia, Massimo
Zamuner. All’inizio mi ha detto che il crociato era a posto, poi mi ha fatto
tenere il muscolo un po’ rilassato e ha cambiato immediatamente diagnosi.
Abbiamo telefonato al medico federale, il dottor Fanton, per fissare una
risonanza nel più breve tempo possibile. Fortunatamente, essendo un’atleta
dell’Italia Team di interesse olimpico, mi hanno dato l’appuntamento per il
giorno successivo.
La sera quella sensazione di pentola a pressione interna e di eccitazione
negativa continuava a pervadermi. Così ho deciso di andare a trovare i nonni.
Appena arrivata in casa loro, mi sono distesa sul divano con una copertina a
tenermi calda. Nonno Danilo aveva buttato qualche ciocco di legno nel
camino. Come gli avevo già visto fare un’infinità di volte. Quello era il mio
rifugio. Lo era stato nel passato e continuava a esserlo anche adesso. I nonni
hanno percepito la mia tristezza, Paolo probabilmente li aveva avvisati di
quanto era accaduto il giorno precedente. Loro non mi chiesero nulla,
rimasero lì, vicino a me parlando di frivolezze. Lì mi sentivo al caldo.
Il giorno dopo, con Paolo, siamo andati all’ospedale di Treviso, ho
indossato il camice sono entrata all’interno del macchinario per le risonanze.
Ci sono rimasta una trentina di minuti. Poi il referto:
«Dunque Sara, il crociato anteriore è rotto però è rotto anche il legamento
collaterale interno e lesionato anche il menisco. C’è un ematoma nella parte
alta della tibia probabilmente procurato dal contatto tra le due ossa. Basta
così», ha sentenziato.
«Sì sì, basta così proprio», gli ho risposto.
«Hai fatto un incidente in macchina? È stato un trauma violento?» mi ha
chiesto.
Ero allibita.
«No, dottore, ho fatto tutto da sola», gli ho risposto.
Anche Paolo è rimasto molto male. Sperava fino all’ultimo che non si fosse
rotto nulla, gli sembrava impossibile visto il movimento stupido e rallentato
che avevo fatto.
Comunque, la sentenza era stata emessa. Tanto nella mia testa l’avevo
sempre saputo. È iniziato il giro di telefonate. Il dottor Fabio Fanton, il
responsabile dell’Esercito per il karate, il tenente colonnello Giuseppe
Minissale e via via tutti gli altri.
Il mio era un ginocchio da operare, lo avevo compreso perfettamente. Ho
dato loro piena fiducia, dovevano decidere loro chi mi avrebbe operata. Si
sono trovati tutti d’accordo su un nome, il dottor Gianluca Camillieri. Era il
migliore, dicevano. E io mi sono fidata. Il primo contatto con lui è stato
telefonico. Due giorni dopo avrei dovuto raggiungerlo a Roma per una visita
e poi l’intervento.
Ho iniziato a preparare le valigie. Da quel momento è come se fossi uscita
dal tunnel e mi fossi allontanata dalle mie paure più grandi. Adesso avevo
delle certezze e una tabella con la quale procedere. Siamo partiti in macchina,
io e Paolo, perché non sapevano quanto ci saremmo dovuti trattenere.
Dopo sei ore e mezzo di viaggio siamo giunti a Bracciano, sulle rive
dell’omonimo lago, una cinquantina di chilometri prima di arrivare nella
Capitale. Fabio Fanton ci aveva invitato a casa sua. C’era pure Stefano
Albano. Anche lui risiede nella stessa cittadina. Mi hanno offerto una
cioccolata calda. Non c’era altro che desiderassi di più. Altro che gli
antidolorifici. Era molto densa e calda. Il salotto di casa Fanton era
accogliente, un bel divano circondato da scaffali di libri e cd musicali con un
pianoforte al centro alla sala. Era un ambiente che distendeva e apriva il
pensiero.
Lo percepivo. Erano tutti molto preoccupati. Io, invece, avevo già superato
tutto in quei primi due giorni al buio chiusa nella mia camera. Ora si trattava
solo di procedere. Avevo un piano e un programma.
La mattina successiva, durante la visita, Camillieri ha tentato di farmi fare
la manovra del cassetto però non riuscivo ad abbandonare la gamba, a
lasciarla rilassata e con la muscolatura lui non riusciva a farla.
«Dovrei sedarla per farle muoverle questo ginocchio», ha detto sorridendo,
rivolto a Paolo.
Però la risonanza non lasciava adito a dubbi. Il crociato era rotto
completamente. Avevo sentito di atleti che, con lo stesso genere di infortunio,
avevano deciso di non ricorrere alla chirurgia.
«Siamo certi che vada operato? Non potrei andare avanti anche così
evitando uno stop di così tanti mesi?» ho chiesto al chirurgo.
Il dottore mi ha guardata come se fossi una pazza.
«Può essere di si, come può essere di no», ha iniziato a rispondermi, «la
scelta spetta a te, tenerlo rotto oppure operarlo. Il crociato non si ricostruisce
da solo però alcuni atleti riescono a conviverci anche per mesi o anni. Altri
fanno peggio, aspettano e poi diventa troppo tardi. Devi decidere tu».
Ci hanno lasciato da soli nella stanza, a me e Paolo. Volevo essere sicura
della mia scelta. In quelle condizioni riuscivo a camminare, però sentivo che
la gamba non era stabile. Se l’avessi lasciato così, avrei saputo gestirlo? In
allenamento forse sì, ma in gara io combatto come se non ci fosse un domani
e avrei di sicuro peggiorato la situazione. Mi ero già data una risposta:
dovevo operare il ginocchio.
Paolo aveva già fatto tutti i suoi conti per i punti olimpici necessari alla
qualificazione. Anche con l’operazione ci sarebbero state le possibilità di
qualificarsi. Ho pensato che, se in quel momento mi fossi rifiutata di operarlo
e poi si fosse rotto nuovamente a pochi mesi dai Giochi, non me lo sarei mai
perdonato.
Quando i medici sono tornati nella stanza, la decisone era presa.
«Va bene lo operiamo, però lo facciamo subito, domani», ho detto al dottor
Camillieri. Non volevo perdere tempo.
La mattina successiva, il 27 novembre 2018, mi sono presentata in
ospedale alle 8.00. Mi hanno sottoposto a tutti gli esami necessari e poi mi
hanno accompagnato in quella che sarebbe stata la mia stanza. Sul letto ho
trovato il camice. L’infermiera mi ha detto di aspettare sul letto il mio turno.
Oltre a Paolo, sempre al mio fianco, sono venuti a trovarmi Maurizio
Piccirilli, Daniela Berrettoni, Mauro Venanzetti, Tiziana Pickler e Vincenzo.
Mi chiedevano tutti se ero preoccupata o agitata. Non riuscivo a
comprenderli. Ormai avevamo fatto tutti i ragionamenti del caso, avevamo
preso delle scelte consapevoli, adesso io non dovevo più fare niente,
avrebbero fatto tutto i medici. Perché sarei dovuta essere agitata io?
Dopo qualche ora, è arrivato il mio turno. Sono entrati in camera un paio di
infermieri e hanno iniziato a prepararmi per la sala operatoria. Cuffia sterile
in testa e via nel corridoio. Mentre passavo, Paolo mi ha fatto un video per le
mie stories su Instagram o più verosimilmente per prendermi in giro con
quella cuffia verde che avevo in testa.
Ero serena.
Sono entrata in sala operatoria e poco dopo mi hanno fatto la puntura sulla
spina dorsale che mi avrebbe anestetizzato le gambe. L’anestesista mi ha
anche offerto un ulteriore sedativo però l’ho rifiutato. Volevo rimanere vigile
e attenta durante l’intervento.
È stata la scelta giusta, sono riuscita a seguire tutta l’operazione dal vivo,
parlavo con il chirurgo e lui, mentre operava, mi spiegava quello che vedevo
sul monitor. Quando è entrato nel ginocchio mi ha detto che mi avrebbe
messo un punto e una vite anche sul collaterale così sarebbe stato più forte. È
vero che il collaterale sarebbe guarito anche da solo però meglio non
rischiare. Poi mi ha mostrato un lembo del mio menisco, una cosa sottile e
staccata che vagava nel ginocchio per conto proprio.
«Questo lo aspiriamo tanto non si riattaccherà mai », mi ha spiegato.
Successivamente è stata la volta del crociato. Ha preso un pezzo del mio
semitendinoso, gli ha innestato all’interno un filamento sintetico a rinforzo
pure di quello e poi lo ha tirato dentro al ginocchio, facendo due buchi e
mettendo due viti anche lì. Io non sentito alcun dolore. Assolutamente nessun
dolore ed ero molto contenta di essere sveglia. I giorni successivi mi sono
sentita ripetere da tutti: «Che fegato! Io mai». Potrei dire il contrario: e se
fossi stata sedata e, mentre mi operavano, succedeva qualcosa come nei film,
«Non riesco a prenderlo, sta perdendo molto sangue, una sacca di sangue»?
Invece io ho controllato tutto e l’intervento è andato liscio come l’olio.
Due curiosità. La prima. Il ginocchio, all’interno fa veramente senso,
credevo si vedessero bene l’osso e i legamenti invece c’è un gran casino lì
dentro.
La seconda. A un certo punto si è sentito un forte odore di bruciato.
«Dottore, sa proprio di gallina bruciata qui dentro», ho detto a Camillieri
scherzando.
«Sara, sei tu», mi ha risposto lui sorridendo.
Terminato l’intervento mi hanno ricucito il ginocchio. È stata proprio
quella la parte più fastidiosa, però il dottore me lo aveva anticipato e quindi
ero preparata.
L’intervento è stato più lungo del previsto, quasi due ore e l’anestesia era
finita. I punti, infatti, li ho sentiti tutti.
Mi hanno riportata in camera e sulla porta c’era Paolo ad aspettarmi.
«C’è un uomo molto preoccupato qui fuori», ha detto ridendo l’infermiera,
«gli ho detto di stare tranquillo però non mi ha creduto».
L’ho abbracciato e rassicurato.
«Sto bene, è andato tutto bene», gli ho detto.
Era vero. Mi ha fatto compagnia ancora qualche oretta e poi è dovuto
rientrare a casa per motivi di lavoro. In compenso è arrivata la mia nuova
compagna di stanza, una suora.
«A posto siamo», ho pensato, «stasera recitiamo il rosario».
Ero a digiuno dalla sera prima. Quando è arrivata la cena avevo una fame
da lupo. Ma che sorpresa. Non lo credevo possibile. Esistono ancora le
stelline. Mi hanno propinato una minestrina tremenda, con la pastina in
brodo. Dopo cena è tornata la mia amica Tiziana. Avevo finito l’acqua. E così
è scesa al piano terra a prenderla dalle macchinette automatiche. Quando è
uscita dall’ascensore al pianterreno ha trovato la porta di ingresso alla clinica
sbarrata.
«Io tra un po’ dovrei uscire», ha detto al vigilante.
«Mi spiace non è possibile. La clinica chiude alle 21. Dovrà passare qui la
notte», gli ha risposto lui.
«Non se ne parla proprio, non ho un gran feeling con gli ospedali e devo
tornare a casa», ha iniziato la sua opera di persuasione, «porto di sopra la
bottiglia d’acqua alla mia amica e poi mi fa uscire, va bene?»
«Come vuole», ha ceduto il vigilante.
Quando è tornata in camera mi ha raccontato l’episodio però non era finita
lì. Si è preparata per uscire ed è andata ad avvisare la caposala di tenermi
d’occhio perché da quel momento sarei rimasta da sola.
«Signora, non c’è bisogno che se ne vada. Sua figlia è minorenne, può
rimanere con lei», le ha detto l’infermiera. La minorenne sarei stata io.
A parte questi episodi, la prima notte non è stata semplice. Il medico del
reparto mi ha detto di chiamarlo non appena avessi sentito troppo dolore. Io
però non volevo imbottirmi di morfina. Così ho sopportato qualche oretta
però quando è passata l’infermiera a chiedermi come andava non ce l’ho fatta
più e gli ho detto che mi faceva male. Lei mi ha detto di resistere, ma appena
è uscita dalla stanza, il dottore le ha detto di somministrarmi subito un’altra
dose di morfina. Con quella sono riuscita a dormire abbastanza.
La mattina successiva la mia love story con la morfina purtroppo era già
finita e con lei anche il mio momento da tossica. Rimanevo solo con il
Toradol. Solo per modo di dire perché credo fosse abbastanza forte.
Prima di pranzo è passato il dottore a togliermi il bendaggio. Me lo sarei
strappato con i denti. È stata una liberazione. Poi è stata la volta dei drenaggi,
due tubicini che erano ancora infilati dentro al ginocchio e portavano fuori il
sangue in due sacche.
«Contiamo insieme fino a tre, fai un bel respiro e io te li sfilo», sono state
le sue istruzioni.
È stato un procedimento davvero molto veloce. Dopodiché ha applicato un
altro bendaggio compressivo. Infine è stata la volta del tutore. Volevo andare
in bagno sulle mie gambe ma non c’è stato nulla da fare: ho dovuto utilizzare
la padella. Intanto, nonostante tutte queste operazioni, la suora continuava a
dormire.
Mi è venuta a prendere per portarmi in caserma il caporal maggiore capo
del Centro sportivo olimpico dell’Esercito, Daniela Berrettoni. Il tenente
colonnello Giuseppe Minissale aveva parlato con il team federale e avevano
deciso che l’Esercito si sarebbe occupato in toto della mia riabilitazione. Sia
io che Paolo ne eravamo davvero felici. Avrei dovuto passare diverso tempo
lontano da casa però ero più tranquilla così.
Mi portarono al Centro sportivo olimpico dell’Esercito, alla Cecchignola, e
già la mattina successiva alle 8.00 ho iniziato con la fisioterapia. Ho
conosciuto Valerio Palumbo, il fisioterapista che si sarebbe occupato di me a
tempo pieno. Me ne avevano parlato tutti in maniera eccellente e così, a pelle,
mi era piaciuto. Anche se il nostro inizio non è stato propriamente dei
migliori.
«Dobbiamo imparare a camminare con le stampelle nella maniera
corretta», mi ha detto al primo incontro.
Ho fatto i primi passi e lui è intervenuto.
«Attenzione a non fare il passo troppo lungo con le stampelle, altrimenti ti
potrebbe scivolare via. Tipo così…» e mi ha spazzato via una stampella senza
che me lo aspettassi.
«Ma tu sei deficiente?» l’ho guardato minacciosa. Non ero caduta però mi
ero spaventata. Come esordio per il nostro rapporto di fiducia non è stato
proprio il massimo.
Lui c’è rimasto molto male, non voleva spaventarmi. Dall’altra parte io
che, con il mio carattere, già di mio ci metto un po’ di più di altri a fidarmi…
«Buongiorno! Come procede qui? Vi siete già conosciuti?» era il tenente
colonnello Giuseppe Minissale, entrato in palestra proprio in quel momento.
«Sì signore, ci stiamo conoscendo», ho risposto guardando Valerio negli
occhi. Lui non ha proferito parola però mi è sembrato che volesse
ringraziarmi. Forse eravamo solo partiti con il piede sbagliato.
Infatti da quel giorno, mi sono resa sempre più conto della persona che
avevo di fronte. Aveva preso a cuore il mio caso e ci metteva ogni giorno
tanta di quella passione e dedizione che subito ho cambiato opinione nei suoi
riguardi. Tutt’ora ricordando quel nostro primo incontro ci facciamo delle
grandi risate.
Fin dal secondo giorno dopo l’intervento mi sono rimboccata le maniche.
Quello che era successo, era successo. Non volevo perdere un solo secondo.
Ora avevo un programma e un obiettivo. Ogni giorno, mattina e pomeriggio,
in due sessioni diverse, ci saremmo presi cura insieme del mio ginocchio. Mi
ero praticamente trasferita a Roma, in caserma. Era una vita che mi aveva
proposto anche la Nazionale però non ne avevo mai voluto sapere. La mia
casa è in Veneto, è lì che si prepara la Sara che vince
Però in questa occasione sono stata io a decidere. Era necessario. Dal
lunedì al venerdì, full time sul ginocchio e poi, nel fine settimana, sarei
tornata a casa. Questa è stata la mia decisione. Ogni mattina mi alzavo con il
sorriso, ero contenta perché sapevo che da lì potevo solo andare in risalita.
Su consiglio del mio amico Bernardo Bernardini, che oggi è un triatleta ma
in passato in sedia a rotelle a causa di un incidente aereo, ho deciso di dare un
nome al mio ginocchio: l’ho chiamato Rocky. Ogni tanto gli parlavo pure
mentre facevo fisioterapia, a volte gli dicevo «Bravo», altre mi raccomandavo
di stare attento e, raramente a dire il vero, mi faceva anche arrabbiare. In
realtà si comportava bene, ogni giorno faceva qualche piccolo progresso e su
quei progressi costruivo la mia forza.
È tutta una questione mentale. Ora non avevo più paura. Di cosa avrei
dovuto aver paura? D’altronde si trattava solo di un ginocchio e di dolore
fisico. Se stiamo bene mentalmente ed emotivamente possiamo affrontare
qualsiasi cosa. Quando le ferite sono interne è molto più difficile recuperarle.
Ho imparato negli anni che quando si verifica un evento traumatico il primo
passo importante per iniziare a uscirne è l’accettazione: accettare che sia
successo. Poi è importante cominciare. Sì, cominciare a fare qualcosa, perché
ogni piccolo passo che faremo ci aiuta a sentirci sempre meglio e a prendere
fiducia, energia e determinazione. Meglio prendere le cose come una sfida
che come un’apocalisse. E in quel momento io ero intenzionata a mettere
tutta la mia carica agonistica per recuperare quel ginocchio.
Le prime notti non riuscivo a dormire bene per i dolori, durante il giorno su
quel lettino dell’infermeria mi veniva un gran mal di testa e a volte la febbre
nel tentativo di piegare di qualche grado Rocky. Nel frattempo vedevo online
le gare delle mie avversarie che stavano guadagnando punti olimpici preziosi.
Però sorridevo perché ho imparato che il sorriso è la medicina più potente. In
questo Valerio era un ottimo alleato, sempre positivo e professionale.
«Brava Sara! Bravissima!» mi incitava.
Così tanti complimenti non li avevo mai sentiti in tutta la mia carriera.
«Vai avanti fino alla soglia del dolore», mi diceva e poi ogni volta mi
fermava lui.
Se mi avesse detto di fare un salto e sedermi di peso sopra a quel ginocchio
e chiudere tutto l’angolo, che andava bene così, io l’avrei fatto, perché non
avevo paura e volevo arrivare. Non avevo più timore del dolore. Soffrire è
un’altra cosa perciò andavo avanti imperterrita.
Cinque o sei ore al giorno sempre io, Valerio e Rocky in fisioterapia, in
piscina e in palestra. Tutte le mattine appena sveglia, andavo alla guardiola
della caserma alle 7:30, prendevo le chiavi e aprivo io la palestra. Appena
arrivava Valerio, massima concentrazione e impegno per ogni dettaglio. A
pranzo mangiavo qualcosa in camera e mi stendevo a riposare sul letto. Il
pomeriggio ricominciavo.
Ero capitata in stanza con due ragazze fantastiche, Valentina e Cristina, che
mi facevano un sacco ridere e ogni tanto mi guardavano come un’aliena
perché magari mi trovavano seduta mezza nuda per terra la sera, davanti alla
stufetta, a fare gli esercizi di Valerio, mentre guardavo la televisione.
Mangiavo quasi solo bresaola e prosciutto, poco pane e pochi zuccheri.
Avevo completamente cambiato regime alimentare su consiglio del mio
nutrizionista Giovanni. Dovevo stare attenta a non mettere su peso. Poi però
ci pensava il mio amico e team manager Mauro Venanzetti a farmi sgarrare di
qualcosa portandomi tramezzini e pizzette. Erano tutti molto carini con me.
Non avevo intenzione di mollare di un centimetro.
Dopo un mese camminavo, dopo due mesi correvo, dal terzo mese ho
ripreso qualche esercizio base di karate. Saltuariamente mi vedeva il chirurgo
Camillieri e ci dava le direttive per le settimane a seguire. In generale c’era
molta gente preoccupata per il mio recupero super veloce, non se ne
capacitavano ed erano preoccupati che stessi correndo troppo. Io credo che lo
pensassero semplicemente perché non vedevano realmente tutto quello che
stavamo facendo io e Valerio. Non mi ha fatto mai una tekarterapia, non mi
ha messo mai su una leg extension però mi ha fatto fare tutti gli esercizi fisici
più impensabili, presi dalla danza, dal nuoto, dalla ginnastica artistica,
dall’atletica. Era un fantasioso e aveva grande cognizione di causa, scriveva
sempre su quel libretto i miei progressi e non mi faceva mai leggere niente.
«Quando avremo finito, se vuoi te lo regalo e ti autografo pure la pallina
rosa con la quale lavoriamo», mi ha promesso.
E così è stato. Oggi, tra le tante coppe in soffitta, c’è anche la pallina rosa
di Valerio con tanto di dedica.
Non ci siamo mai persi d’animo. Era bello lavorare con una persona cosi
appassionata e positiva. Dico la verità. Quando il tenente colonnello
Giuseppe Minissale me l’ha presentato mi ero fatta un’idea: «Wow, che bello
un fisioterapista gay. Almeno con tutte queste ore assieme posso stare
tranquilla».
In realtà non lo è. È sposato con una bellissima donna. A me sembrava
strano aver trovato un uomo che parlasse così tanto. Durante le terapie gli
parlavo pure delle mie borsette, delle scarpe, di gossip vari e lui stava al
passo. Santo Valerio!
Siamo diventati davvero buoni amici e scherzavamo tanto.
«Buongiorno! Dov’è quel bell’uomo?» dicevo entrando in fisioterapia.
«Preparati sul lettino tesoro che arrivo», mi rispondeva.
«Ah sì, è proprio quello il punto, ancora così», dicevo mentre mi
manipolava Rocky.
«Insomma ragazzi, contenetevi!» ci diceva dall’altra stanza Beppe.
Non ci mancavano mai le risate. Ci prendevamo sempre in giro, il tempo
scorreva più veloce e il dolore diventava più sopportabile.
Al nostro duetto si è aggiunto, in un secondo momento, una terza persona:
Armando Narciso, l’osteopata, all’apparenza un po’ un professorino, ma di
fatto estremamente competente, autoironico e disponibile. Con lui ho fatto un
lavoro di rimappatura cognitiva per l’integrazione del ginocchio operato in
sinergia con l’intera struttura.
Sono tornata così a una condizione ideale dalla quale avrei potuto
ricominciare con la mia routine di allenamenti di karate.
Ero a quattro mesi dall’operazione. Ed è arrivato il momento di Vincenzo;
con lui ho ripreso gradualmente la preparazione atletica, con Paolo e Claudio
la tecnica. Nel frattempo andavo in trasferta alle Premier League a osservare
le mie avversarie, studiare i loro combattimenti e al tempo stesso mantenere
l’occhio allenato nella lettura degli incontri. Le vedevo vincere, perdere,
sfogarsi e recuperare, e io sempre lì, seduta sugli spalti senza la possibilità di
combattere.
Anche quella possibilità, però, è arrivata presto. Dopo tutti i test e le
autorizzazioni del caso, a soli cinque mesi e una settimana dall’operazione,
potevo scendere di nuovo sul tatami. Volevano che rientrassi con una gara
semplice, invece io ho scelto proprio Istanbul. Sapevo che sarebbe stata una
manifestazione tosta, però a me le cose scontate non sono mai piaciute.
Ero serena nonostante mi sentissi dire: «È da tanto che non combatti, avrai
le distanze e i tempi sfalsati», «Se hai paura, magari combatti da mancina,
così eviti di tenere avanti la gamba operata», «Vedrai, avrai paura di spazzate
e proiezioni», «Sicuramente non ti partiranno i calci con la gamba sinistra»
(quella operata), «ma puoi usare le altre tecniche».
Se fossi stata ad ascoltare tutti, probabilmente non avrei neanche più
gareggiato. Invece io me la sentivo. Io non avevo paura. Ho fatto tutta la gara
nella mia guardia consueta, il secondo incontro l’ho aperto proprio con un
calcio forte al tronco con la gamba sinistra e il quarto incontro sono stata io a
proiettare la mia avversaria.
Cinque incontri di fila, uno dietro l’altro.
Il momento più emozionante della giornata? Prima di entrare a combattere.
Quel minuto di attesa che ha preceduto l’esordio, seduta su quella sedia
insieme al mio coach di sempre, Claudio Guazzaroni. Con la coda dell’occhio
vedevo che stava terminando l’incontro programmato prima del mio.
Finalmente ero ritornata al mio posto. Finalmente potevo tornare a
combattere. Toccava a me.
Claudio mi parlava dell’avversaria che avrei incontrato e di quello che
potevo fare. Io lo guardavo e ridevo, ridevo come una bambina al parco
giochi.
«Oh, ma cos’hai?» mi ha chiesto.
«Sono contenta Claudio. Sono troppo contenta», e ho pianto dalla gioia.
«Ma ancora non hai fatto niente!» ha proseguito Claudio.
«No, io ho già vinto», gli ho risposto.
Tutti erano preoccupati per la mia gara, ma io in quel momento ero già
felicissima. Non mi ero ancora provata in gara eppure avevo capito di
avercela fatta anche quella volta.
Con queste emozioni sono entrata sul tatami. Per il primo minuto mi
muovevo e tiravo ma con l’euforia di essere lì a combattere, la gioia era tanta
e neanche capivo cosa stessi facendo. Tiravo calci e pugni, e sorridevo.
Ridicola. La mia avversaria croata ha messo a segno un punto e allora ho
compreso che era ora di darsi una controllata e ho recuperato con due pugni e
poi un calcio al viso. Così mi sono aggiudicata il primo incontro per 5-1.
Appena uscita sapevo di non essere ancora me stessa su quel tatami però
avevo comunque vinto il primo incontro dopo tutti quei mesi di piscina,
cyclette e terapie. E non era il primo incontro di una gara qualsiasi, ma di un
incontro di Serie A con punti olimpici, a Istanbul, in cui partecipavano tutte
le migliori atlete del mondo.
Claudio, Paolo e Vincenzo erano già contentissimi così. Però visto che
ormai avevo superato l’esordio, perché non fare anche il secondo turno?
Eravamo tutti d’accordo. Io però stavo ancora pensando un po’ troppo al
ginocchio e volevo togliermi ogni riflesso psicologico. Perciò prima di
entrare per il secondo turno ho tirato tre, quattro calci con la sinistra sullo
spigolo di un muro.
«Sara il tuo ginocchio è a posto. Punto», mi sono detta.
Sono tornata sul tatami e ho realizzato il primo punto con un mawashi
sinistro ciudan.
«Ci sono. Sono io», mi sono detta in quel momento.
Mi sono aggiudicata, con il punteggio di 3-0, anche il secondo incontro. Mi
sentivo un po’ stanca. D’altronde quella era anche la prima gara nella mia
carriera nella quale provavo il nuovo regolamento che aveva portato i
combattimenti delle donne da due a tre minuti. Però ero felice.
«Io la fermo, va già bene così», ha detto Claudio a Paolo.
Ormai eravamo arrivati fin lì, perché non fare anche il terzo incontro? Io
non vedevo l’ora.
Avrei incontrato la kazaka Sabina Zakharova e sapevo che non sarebbe
stato un incontro come gli altri; lei ha veramente un bel tempo e sbaglia
pochissimo. Perciò sono entrata con la consapevolezza che questo turno
sarebbe stato il più difficile da superare. E invece, una volta lì sopra, le
tecniche cominciavano a uscirmi in modo naturale, come se le stessi
rispolverando velocemente. Ho chiuso l’incontro vincendo 1-0. La mia
avversaria ci aveva capito veramente poco.
Sono uscita dal tatami veramente stanca.
«Sara se vuoi, ci fermiamo qua», mi ha chiesto Claudio.
È intervenuto anche Vincenzo: «Sì anch’io concordo. Comincio a vederti
stanca».
«Decidi tu se te la senti però, in ogni caso, direi che ora devi andare a
risparmio e fare giusto un punticino. Ti vedo stanca», ha aggiunto Paolo.
Così ho deciso di fare anche il quarto contro la russa Valeria Alekhina,
finalista per il bronzo ai mondiali. Sono entrata dando un urlo nel vuoto quasi
per dare forza alle mie gambe. Dopo una fase di studio ho iniziato ad
accelerare e alzare i ritmi. Andavo forte, anche più che negli incontri
precedenti. Pugni, calci e a un certo punto l’ho spazzata, proiettata e chiusa a
terra. Ho sentito il pubblico urlare: «Wooow».
Mi sono detta: «Io non sono stanca».
Mancava un altro minuto e non ce la facevo più, non ero più allenata per
tutti quegli incontri. Però la guardavo negli occhi e mi rendevo conto che
anche lei era stanca, non sapeva cosa fare per recuperare. Non mi reggeva
psicologicamente e io continuavo a non dargli un bersaglio fisso e a
muovermi per demoralizzarla e spazientirla. Si è fermata prima dello scadere
del tempo e mi ha dato la mano.
Ero in semifinale di pool.
Il fisioterapista mi ha guardata e mi ha detto: «Sei un caso da studiare».
E dunque ora? Cosa dovevamo fare? Abbiamo fatto quattro, proviamo a
fare anche il quinto. Avrei incontrato la Cinese Wen Tzu Yun, allora numero
uno nel ranking olimpico.
«Sara se senti le gambe troppo stanche, ti giri e me lo dici e ci ritiriamo
anche a metà incontro», mi ha detto Claudio prima di salire sul tatami, «non
dobbiamo rischiare niente su quel ginocchio».
Appena iniziato l’incontro, lei si è portata subito in vantaggio, 1-0. Poi ho
cominciato a pressarla e pressarla fino a quando non sono riuscita a mettere a
segno un calcio basso e passare in vantaggio. 2-1 per me. Delirio del
pubblico. Scendendo però dal calcio ho poggiato il mio piede destro sopra il
suo e ho preso una brutta storta alla caviglia. Mi sono accasciata a terra. È
arrivato il medico. Ho sentito calare il silenzio nel palazzetto.
«Sara, è il ginocchio?» mi ha urlato Claudio preoccupato.
«No, Claudio, tranquillo è solo una storta alla caviglia», gli ho risposto.
«Abbandoniamo?» mi ha chiesto.
A posteriori, forse poteva scegliere una parola migliore di quella.
Abbandonare a chi?
«No. Continuiamo», gli ho detto.
Quando mi sono alzata in piedi non riuscivo più a poggiare quel piede a
terra e tanto meno a saltellarci sopra. Lei è venuta in attacco per recuperare lo
svantaggio, io ho resistito per un altro minuto però dovevo rimanere passiva
perché non riuscivo più a rispondere. Fino a quando ha realizzato un punto di
braccia.
L’incontro è terminato in parità, 2-2, però da regolamento il primo punto lo
aveva fatto lei e quindi si è aggiudicata la gara.
Si è qualificata per la finale e io sono stata quindi ripescata per la finale per
il bronzo. Insieme a tutto lo staff, però, abbiamo deciso che non avrei
gareggiato il giorno successivo per la medaglia. Il ginocchio stava bene ma
avevo preso quella storta alla caviglia che non andava sottovalutata.
Ero d’accordo con quella decisione e la mia anima era a posto. Non avevo
bisogno della medaglia, mi erano bastate le sensazioni che avevo provato.
Nel mio cuore avevo vinto ancora prima di iniziare la gara e ora, dopo cinque
incontri come quelli, a soli cinque mesi dall’operazione, avevo ancora una
volta dimostrato a me stessa e a tutti che combattere fa parte del mio Dna.
Appena tornata in warm up area, un sacco di gente è venuta a
complimentarsi con me, a chiedere un selfie o un autografo. Sono
soddisfazioni.
Ero tornata.
CONCLUSIONE

«Sara Cardin, Italy», dice il microfono. All’improvviso mi risveglio dai miei


pensieri come da un lungo sogno con alcuni episodi veritieri, altri confusi
misti alle mie paure. A tratti addirittura un incubo. Non importa. Adesso sono
comunque pronta. La porta antincendio rossa si apre davanti ai miei occhi.
Tocca a me. Vai, Sara.
Dallo spazio angusto del corridoio dove ho fatto i miei venti minuti di
riscaldamento, o forse questa volta sono stati di più – mi è sembrata una vita
–, adesso sono nello spazio ben più ampio del parterre del palazzetto di
Tokyo. Sbatto le palpebre, la luce qui è molto più forte. Anche i rumori prima
attutiti, ora sono diventati assordanti. Adesso non posso più nascondermi.
Sbatto le palpebre e mi rendo conto di essere ancora una volta a Tokyo. La
conosco bene ormai questa città, così come questo impianto. Ogni anno vi si
svolge una tappa della Premier League. Mi sto dirigendo, a passo deciso,
verso il tatami sul quale è stato sorteggiato il mio primo incontro. È l’esordio
della competizione di oggi. Cammino lentamente. Accanto a me c’è Claudio.
Sento i suoi passi, il suo respiro, però non parliamo.
Alzo lo sguardo verso la tribuna. Ci sono davvero tutti. Paolo, nonno
Danilo, James, Marika, Melissa, Greta, Gloria e tutti gli amici della palestra
di Ponte di Piave. Per questa occasione sono arrivati davvero tutti. Eh sì, che
non è stata proprio una trasferta agevole. Dall’Italia si impiegano oltre dodici
ore di volo per arrivare a Tokyo.
È una città diversa da quella che ho avuto modo di apprezzare nel corso dei
miei precedenti viaggi in Giappone. Oggi è una metropoli divisa in due zone
circondate da un perimetro a forma di «infinito»: la zona più interna, che
rappresenta il retaggio culturale e la tradizione con gli impianti sportivi
utilizzati nel corso dei Giochi olimpici del 1964, e la zona rivolta al futuro,
completamente nuova, edificata sulle diverse isole artificiali presenti nella
baia della città. Due aree virtualmente unite da un punto in comune, il
villaggio costruito sull’isola di Harumi.
I giapponesi mi hanno spiegato che il simbolo dell’infinito è stato scelto
come rappresentazione della passione, dell’ispirazione e dell’impegno che
uniscono il potenziale senza limiti delle future generazioni e l’eredità
culturale e sportiva che sarà trasmessa loro da chi è arrivato prima.
Ormai mancano pochi metri al tatami. «Passione, ispirazione e impegno»,
rifletto. Sembra esserci racchiusa anche la mia storia in quell’infinito. La vita
ha tentato più volte di mettermi con le spalle al muro, ma io sono sempre
riuscita venirne fuori. E sono ancora qui. Tante mie colleghe ormai si sono
ritirate. Io invece sono a un metro dal mio posto. Quella sedia poco distante
dal tatami sulla quale attendo il mio turno.
Claudio si è seduto accanto a me. Continuiamo a non parlarci. Non perché
non abbiamo niente da dirci ma, forse, in questi anni ci siamo detti davvero
tutto. Io so, lui sa.
Sono stata fortunata? Non saprei. Caparbia e ostinata sicuramente sì. Ho
imparato che non si possono tagliare traguardi e ottenere risultati da soli.
Occorre avere vicino una famiglia, un team, gli amici. Alcune situazioni, è
vero, bisogna affrontarle da soli però solo per comprendere il piano di azione
per dare il via alla reazione, alla risalita.
Il tatami si è liberato, tra poco tocca a me. Ne ho passate tante nella mia
vita. Però adesso è inutile pensarci. Sono di nuovo qui. Ho davanti a me il
mio prossimo obiettivo, la mia prossima sfida, il mio prossimo incontro.
«Sara Cardin, Italy». Ecco, tocca a me. Mi alzo in piedi. Stringo prima la
cintura e poi la coda di cavallo. Il mio rituale. Uno sguardo a Claudio accanto
a me, uno in tribuna. Saltello sulle gambe, lo sguardo fisso sul tatami. È
quello il mio luogo, il mio infinito.
Un altro sogno da cogliere e da trasformare in realtà. D’altronde l’infinito
della vita non è proprio questo? Non sapere mai cosa aspettarci un attimo
dopo, ma saper trasformare l’impensabile e l’imponderabile in una forza di
volontà granitica. Passo dopo passo. Solo così le avversità si affrontano, non
si dimenticano perché il tempo non è vero che cancella, piuttosto attenua, e si
va avanti passo dopo passo. Verso il nuovo obiettivo, verso il nuovo sogno.
Verso l’infinito della vita.
«Shobu Hajime». La gara ha inizio. Tre minuti per battere la mia
avversaria. Devo sgomberare la testa da tutti i miei pensieri e concentrarmi
solo su di lei. Su di noi. Sul nostro dialogo. Perché Sara deve vincere ancora
una volta. Perché Sara ha scelto di vincere, sul tatami e nella vita. Prefazione
di Giovanni Malagò e Rodolfo Sganga. Da quando a sette anni è salita per la
prima volta sul tatami, Sara Cardin non ha mai smesso di combattere. Dalle
prime gare a livello locale, quando si impone all'attenzione degli allenatori
per il suo talento, alle sfide più importanti, oggi Sara Cardin vanta 20 titoli
italiani, 7 Assoluti, svariate medaglie d'oro ai Campionati Europei e alle
Premier League, e soprattutto il podio più importante della sua vita, nel 2014:
campionessa del mondo di karate. Oltre alle battaglie sul campo, questo libro,
che è più di una biografia, racconta la storia di una donna al tempo stesso
fragile e determinata, con sogni da guerriera e fantasmi da affrontare: la
battaglia contro l'anoressia e la bulimia, il dissidio tra il desiderio di una vita
normale e il bisogno di eccellere, la violenza di un sogno che la assilla da
quando era bambina e l'ultimo ostacolo, un infortunio al ginocchio che poteva
costarle la carriera. In vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020, in cui il karate
esordisce come disciplina olimpica, il racconto di vita della più grande
karateka italiana di sempre. Nessuno nasce mai campione. Nessuno vince mai
da solo.
RINGRAZIAMENTI

Nei ringraziamenti finali dei libri solitamente si trova un lungo elenco di


nomi. Anch’io dovrei dire grazie a tantissime persone. In occasione di una
mia opera così intima e profonda, sento però il desiderio di ringraziare
soprattutto la mia famiglia.
Il primo pensiero è per colei che mi ha messo al mondo: mamma Tiziana.
Siamo sempre state molto diverse e la pensiamo tutt’ora in modo differente
su tante cose, ma sei stata comunque una grande guida con le tue regole, la
tua compostezza, la tua educazione e il tuo rigore. Grazie per tutto quello che
mi avete dato tu e papà James, soprattutto l’amore. Siete veramente un
bell’esempio di genitori e di coppia. Vi ho sempre ritenuto delle grandi
persone e ho cercato di imparare tanto da tutti e due. Anche da te, sì, papà: la
tua onestà, operosità, semplicità e la tua gioia di vivere. Le vostre diversità mi
hanno arricchito. Non è vero, mamma, che sei una «pigna»; in questa
famiglia di sognatori stralunati e a volte sopra le righe serviva qualcuno di
più ragionevole e con i piedi per terra. Grazie per come siete. Vi voglio bene.
Poi ci sono i miei nonni, Danilo e Maria. È scontato dire «Grazie nonno»,
per tutto quello che sei e sei stato per me. Rappresenti la passione per lo sport
e per la bandiera italiana. Sei un uomo sensibile, premuroso, leale,
combattivo, dinamico e romantico. E cosa dire di te, nonna? Sei sempre stata
quella più avanti di tutti nella nostra famiglia, una donna di grande
intelligenza, apertura mentale e lungimiranza. Quella che tiene le redini di
tutti noi quando c’è il minimo screzio.
Infine grazie all’uomo che ho avuto la fortuna di incontrare, conoscere e
amare: mio marito Paolo. Grazie per l’amore. Hai reso la mia vita speciale e
credo che tutto quello che abbiamo vissuto e vinto è stato straordinario
soprattutto perché condiviso e affrontato insieme.
Grazie «Vita», perché sei eccezionale e non mi voglio perdere nemmeno
un secondo del tuo tempo.
A una persona speciale...:
Grazie Tiziana, per questa avventura insieme. Scrivere questo libro è stato
come scavare dentro me stessa e far emergere tanti ricordi ed emozioni.
Cercavo una giornalista che mi desse una mano nella stesura e alla fine ho
trovato un’amica.
Appendice

CARDIN, SARA
Luogo di nascita: Conegliano Veneto (TV)
Data di nascita: 27 Gennaio 1987
Sport: Karate, specialità: Kumite, categoria: -55 kg
Società di appartenenza: CSOE – Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito
Società di nascita e allenamento: Academy Ponte di Piave

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