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ASSOCIAZIONE ARCHIVISTICA ECCLESIASTICA

CONSEGNARE LA MEMORIA
MANUALE DI ARCHIVISTICA ECCLESIASTICA

a cura di

EMANUELE BOAGA — SALVATORE PALESE — GAETANO ZITO

G GIUNTI
Per quanto riguardai diritti di riproduzione,
l’editore si dichiara pienamente disponibile
a regolare eventuali spettanze per quelle immagini
di cui non sia stato possibile reperire la fonte.

Progetto grafico copertina: Laura Settesoldi

www.giunti.it

ISBN 88-09-03234-9

© 2003 Associazione Archivistica Ecclesiastica


© 2003 Giunti Gruppo Editoriale, Firenze
Prima edizione: giugno 2003

Ristampa Anno
3210 2006 2005 2004 2003

Stampato presso Giunti Industrie Grafiche S.p.A. — Stabilimento di Prato


SOMMARIO

PRESENTAZIONE LL... eee 7

Parte I
ARCHIVI E MEMORIA ECCLESIALE

NEGLI ARCHIVI LA MEMORIA DELLE ISTITUZIONI ECCLESIASTICHE ............ 13


(Salvatore Palese)
ARCHIVI ECCLESIASTICI E ARCHIVISTICA . LL... 53
(Salvatore Palese)
GLI ARCHIVI ECCLESIASTICI TRA COMUNITÀ CRISTIANA E TERRITORIO ......... 67
(Carlo Chenis)
LEGISLAZIONE CANONICA . LL... 85
(Giorgio Feliciani)

. Parte II
ORGANIZZARE LA MEMORIA

PRODUZIONE, GESTIONE E FRUIZIONE DELLA MEMORIA .........LL 105


(Emanuele Boaga - Gaetano Zito)

Parte III
CONTENITORI COMPLEMENTARI DELLA MEMORIA LOCALE

GLI ARCHIVI CENTRALI DELLA CHIESA... 203


(Luis Manuel Cufia Ramos)
GLI ARCHIVI CIVILI IN ITALIA LL... 225
(Francesco de Luca)
Parte IV
APPENDICI

TL GLOSSARIO ...... 239


II. NORMATIVA CANONICA E INTERVENTI ECCLESIASTICI SUGLI ARCHIVI ....... 269
Il NORMATIVA ITALIANA ED EUROPEA SUGLI ARCHIVI ...........-- 0 277
TV. BIBLIOGRAFIA RAGIONATA . LL... 279
V. ALCUNISITI INTERNET PER ARCHIVI E ARCHIVISTICA . 0 291
VI. CATALOGO STORICO DELLE ARCIDIOCESI, DIOCESI, PRELATURE
E ABBAZIE TERRITORIALI NELLE PROVINCE ECCLESIASTICHE D'ITALIA ......... 295

INDICE GENERALE. Li. eee 335


PRESENTAZIONE

LAssociazione Archivistica Ecclesiastica si è fatta carico di promuovere la


realizzazione di questo strumento di lavoro per gli archivisti ecclesiastici e peri
cultori di archivistica, corrispondendo all’attesa da più parti sentita e dei suoisoci,
in particolare, che più volte ne hanno espressoil desiderio.
In realtà, il volume colma una lacuna di decenni, dopo i Lineamenti editi nel
1965 da due valenti archivisti, Ambrogio Palestra e Angelo Ciceri; dopo il manuale
di Simeone Ducae Basilio Pandizc, pubblicato nel 1967; dopo Archivi e Chiesa, di
Gino Badini del 1984.
È pur vero chenei 21 convegnidi studio della suddetta Associazione molti
problemi specifici degli archivi ecclesiastici sono stati esaminati ampiamente: ne
fanno fede i volumi di Archiva Ecclesiae, ormai ampiamente notia chi si occupadi
archivi e di archivistica. L'Associazione,infatti, coltivando la cultura della collabo-
razione,in detti convegni ha promosso un fecondodialogo tra archivisti ecclesiastici
e laici, tra operatori delle istituzioni ecclesiastiche, statali e universitarie; ha
sollecitato il confronto tra esperienze diverse, portate da sociitaliani e di altri paesi
europei, allargando gli orizzonti delle problematiche riguardanti la conservazione e
la valorizzazione del patrimonio documentario di diocesi e parrocchie, capitoli ed
ordini religiosi, associazionilaicali di antica e recente fondazione.
Il presente manuale, che significativamentehail titolo Consegnare la memoria,
riflette lo sviluppo di una nuova cultura archivistica determinata da alcuni eventi
specifici: la presa di coscienza a proposito della Chiesa che è nelle Chieseparticolari,
originata dal concilio Vaticano II; la collocazione degli archivi ecclesiastici nei
contesti socio-culturali delle comunità cristiane e deiterritori; l'affermazione della
loro importanzaper lo studio delle vicendereligiose, oltre che talvolta fondamentale
per quelle culturali, sociali ed economiche, nonché politiche, delle popolazioni; i
progressi della stessa esperienza archivistica e dell’applicazione delle innovazioni
tecniche alla conservazionee alla valorizzazione del patrimonio documentario delle
istituzioni ecclesiastiche; le valide politiche di collaborazione conleistituzioni archi-
vistiche dei vari paesi di Europa e del mondo,sancite in vari patti concordatari tra
Chiesa e Stati nazionali; infine, la riscoperta funzione pastorale, vale a dire storica e
culturale, degli archivi nella missione delle comunità delle Chiese particolari, alle
soglie del terzo millennio cristiano, nell’orizzonte delineato dalla lettera circolare del
2 febbraio 1997, della Pontificia commissioneperi beni culturali della Chiesa.
Tutto questo sviluppo culturale spiega l’articolazione delle tre parti del
presente manuale e l’insieme delle appendici. È diventato particolarmente urgenteil
compito di organizzare la memoria documentaria, considerare la produzione che
continua, la sua gestione e la sua fruizione. Altrettanto necessario è conoscere le
istituzioni ecclesiastiche cui sono connessi gli archivi, il farsi della scienza archivi-
stica; comprendereil significato del lavoro archivistico e la normativachelo sostiene
e lo-regolamenta. È. sembrato utile, infine, richiamare l’attenzione sugli archivi
centrali della Chiesa, complementari a quelli numerosissimi esistenti nei vari paesi,
e su quelli civili in Italia dove, non di rado, sono pervenutiinteri archividiistituzioni
ecclesiastiche a seguito di loro soppressioni nel corso degli ultimi secoli e dove è
documentata la fitta rete di rapporti tra società civile e società religiosa per una
migliore storia delle popolazioni cristiane.
I vari capitoli della prima e della terza parte del manuale hannoautorisingoli.
In quella centrale gli autori si sono avvalsi del contributo di dottrina e di esperienza
di colleghi ed amici che meritano di essere menzionati e ringraziati: mons. Antonio
Pesenti, di Bergamo, mons. Tonino Cabizzosu di Cagliari e la dr.ssa Francesca
Cavazzana Romanelli di Venezia. Ma pure, nella prima parte, va ricordato e
ringraziato il prof. Luciano OsbatdiViterboe,nella terza, tutti gli archivisti dei vari
dicasteri della Curia romana che generosamente hanno dato preziose informazionisui
rispettivi archivi. A questi contributi sarà dato risalto in Quaderni complementaridel
manuale, di cui 1’ Associazione ha programmato l’edizione. Un ringraziamento va
anche al prof. Fernando-Jesus de Lasala,s.j., della Pontificia Università Gregoriana,
per la riproduzione fotografica dei documenti inseriti come tavole fuori testo.
I tre curatori hanno poi collaborato intensamente nell’approntare,
nell’ Appendice,il quadro storico complessivo delle diocesiitaliane,il glossario, le
notizie sulla normativa ecclesiastica, italiana ed europeasugli archivi, e le indicazioni
di alcuni siti internet per archivi e archivistica, nonché la bibliografia ragionata,
avendofatto la scelta di non darne per ciascun capitolo e argomento.
Il manuale che viene offerto, come si può rilevare, si colloca fra tradizione
archivistica e novità specifiche. Infatti, si è voluto dire ciò che la scienza archivistica
ha acquisito concordemente. Non sonoignorate le questioni poste dalle innovazioni,
ad esempio, dall’uso dell’informatica negli archivi e dai sistemi descrittivi dei
documenti per la immissioneinrete deidati. Si tratta di vere opportunità che meritano
approfondimenti specifici:i risultati delle esperienze compiute vannoanalizzatee i
dibattiti sono in corso. Alcuni dei suddetti Quaderni complementari ne potranno
ampiamente trattare.
Agli autori e a tutti coloro che hanno collaborato va il ringraziamento più
fervido dell’ Associazione Archivistica Ecclesiastica. Un ringraziamento particolare
va a p. Vincenzo Monachinochenegli ultimi mesi della sua permanenzaterrena vide
il progetto e benedisse l’impegno: alla sua memoria il manuale è dedicato.
L'Associazioneè lieta di consegnareai cultori di archivistica e agli archivisti
ecclesiastici d’Italia e degli altri paesi, questo manuale. Esso, per quanto abbia dei
limiti, come tutte le cose umane,li aiuterà nella loro silenziosa fatica e nella loro
nobile missione di consegnare la memoria del passato e del presente alle comunità
cristiane ed agli storici di domani.

Salvatore Palese
Presidente dell’Associazione
Parte I

ARCHIVI E MEMORIA ECCLESIALE


NEGLI ARCHIVI
LA MEMORIA DELLE ISTITUZIONI ECCLESIASTICHE

SALVATORE PALESE

1. Cosa intendiamoperistituzioni ecclesiastiche

Leistituzioni ecclesiastiche, come tutte le altre, rappresentano la stabilizza-


zione di esperienze delle comunità cristiane e di rapporti sviluppatisi all’interno di
ciascuna diessee tra di loro. Ci riferiamo ad un ventaglio di situazioni molto ampio,
alla cui origine ci sono state singole persone o gruppidi cristiani in una molteplicità
di contesti geografici, cultuali e storici.
Avviatasi spontaneamente, una iniziativa o una modalità si tramanda; accettata
e rispettata, diventa qualcosa di stabile, viene fatta oggetto di norme date da chi rico-
nosciuto in autorità e quindi viene a configurarsinelle sue caratteristiche e con queste
viene poi proposta e inculcata.
Pertanto,tra le istituzioni ecclesiastiche si possono comprendere le espressioni
religiose più diverse, dalla manifestazioni devote, cultuali e liturgiche, alle modalità
operative che sonoall’interno di un gruppoe chesi sviluppano nel rapporto con altri
gruppi. Più considerate sono quelle istituzioni ecclesiastiche che rappresentano lo
stabilizzarsi di rapporti che ha visto soggetti molteplici dentro le singole comunità.
Alcune di esse sono state riconosciute nei loro diritti e nei loro doveri, e provvedi-
menti di autorità hanno configurato le modalità dei rapporti interni ed esterni alle
singole comunità, come soggetti giuridici precisi.
Naturalmente quelle ecclesiastiche hanno una storia che è comprensibile
all’interno della più ampia e complessa storia generale della comunità religiosa che
è stata originata dalla predicazione di Gesù di Nazaret, morto e creduto risorto e
vivente dai suoi discepoli e dai suoi seguaci e così da essi predicato.
Vi sono, pertanto, modalità e rapporti che possono considerarsi fondamentali,
cioè esplicitamente voluti da Gesù e pertanto di origine divina, e altre, invece,
possono considerarsi storiche, cioè prodotte durante i vari periodi della vicenda
storica delle comunità cristiane e legate all’evoluzione della loro attività religiosa,
della loro esperienzaspirituale e sociale, dei rapporti interni ed esterni.
In linea generale si può dire che negli archivi è documentabile tale processo
formativo e, ancor più, l’attività seguente. Di più nel secondo millennio che nel
precedente, anche se non mancanonotizie sulla conservazione di memorie presso le
sedi episcopali e presso i monasteri. L'esigenza di conservarelettere,testi liturgici,
scritti biografici, privilegi ricevuti e titoli di proprietà è tardiva. Soltanto in età
modernasi afferma l'esigenza di raccogliere e conservare documenti prodotti nell’e-
sercizio di autorità. É relativamente recente, infine, la sensibilità di conservare quanto
può ricordare la vita religiosa e culturale delle comunitàcristiane.
Pertanto la geografia e la tipologia degli archivi ecclesiastici si sviluppano e
si diversificano nel corso deisecoli, seguendo lo sviluppodelle istituzioni ecclesia-
stiche.
Oggi, a seguito della piena consapevolezza acquisita della realtà della Chiesa,
popolo di Dio, della diffusa cultura storica e dell’esperienza di conservare i
documenti, della esplicita affermazione della propria identità di molte popolazioni,
non è difficile cogliere la verità che è nell’affermazione concorde chenegli archivi
ecclesiastici è conservata la memoria della vicenda storica delle comunità cristiane
e delle loroistituzioni ecclesiastiche.
Per una visione sintetica e articolata del complesso variegato di esse, è utile
riferirsi alle grandi periodizzazioni della stessa storia della Chiesa. Infatti, i processi
generali dei grandi periodistorici coinvolgonoleistituzioni ecclesiastichee, peraltro
verso, le tipologie che queste ultime andarono assumendo, caratterizzano le grandi
tappedella diffusione del cristianesimo e della evoluzione organizzativa che la Chiesa
si è data nello svolgimento della sua missione.

2. Evangelizzazione e comunità dalle origini fino al VI secolo

L’evangelizzazione cristiana diretta dagli Apostoli, si svolse storicamentenella


Palestina, poi in Siria, quindi nell’ Asia Minore, in Grecia ed infine a Roma, cioè
nell’ambito della civiltà mediterranea prevalentemente, e gli Atti degli Apostoli
narrano la predicazione di Paolo nelle regioni del Mediterraneo orientale fino alla
capitale dell’impero. L’arco geografico di tale missione è disegnato dalla linea di
evangelizzazione che collega Gerusalemme, Antiochia, Corinto, Efeso, a Malta, a
Roma.E tutto questo durante la prima generazionecristiana.
La organizzazione delle comunità seguì i tempi dell’evangelizzazioneee si
configurò secondole condizioni socio-culturali delle popolazioniin cuile comunità
cristiane si formaronoe crebbero.

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2.1. La comunità cristiana urbana e le comunità periferiche

È noto che l’evangelizzazione avvenne in primo luogonellecittà, sicché il


cristianesimo dei primitre secoli fu un fenomeno prevalentemente cittadino, come
del resto lo era la civiltà mediterranea ed ellenistica. Perciò le più antiche notizie di
comunità cristiane riguardano la vita religiosa e le manifestazioni cultuali che si
svolgevanonella città, l’una e le altre presiedute dal vescovo, capo della comunità,
attorniato da un insieme di anziani che risiedevano nella città. Dette riunioni
cristiane, prima si svolsero in case private, ecclesia domestica, poi in luoghi
destinati specificamente e che appartenevano alla comunità stessa, domus ecclesiae,
infine e tardivamente nella basilica, edificio strutturato adeguatamente secondo le
esigenze numerichee liturgiche della comunità in sviluppo.
Quandoil numero dei fedeli crebbe, fu necessario creare nella città episcopale
altri centri di riunioneliturgica. A Roma, ad esempio, sorseroi tifuli, ai quali furono
destinati i presbiteri. Probabilmente questi centri cultuali furono pregeduti da centri
dove presbiteri e diaconi svolgevano attività catechistica. Questi presbiteri, conti-
nuavano a far parte del collegio dei preti del vescovo ed abitavano nella città. In
questirituli, centri cultuali secondari della città episcopale, si può vedere l’origine
della parrocchia urbana che si sviluppò in maniera analoga anche nelle altre
metropoli mediterranee raggiunte dalla evangelizzazionecristiana.
Duranteil III secolo, l’evangelizzazione fece grandi passi e dalle grandicittà
raggiunsele piccole, e dalle città si estese ai sobborghi, soprattutto nella seconda parte
del secolo, favorita da un lungo periodo di serenità per le comunitàcristiane, seguito
alle grandi persecuzioni di Decio e di Valeriano (249-258). Si può dire che negli
ultimi decenni di questo secolo, i cristiani raggiunsero il 10% della popolazione
dell'impero, con unavarietà di intensità di presenza perle varie regioni; moltocristia-
nizzate divennero le regioni dell’ Asia Minore e della Siria, raggiungendo in alcuni
centri la totalità degli abitanti, scarsamente cristianizzate erano le regioni occidentali
e continentali.
In questo stesso secolo si ha l’organizzazione di chiese periferiche con
differenze a seconda dei luoghi o regioni. Nell’Italia settentrionale e nella Gallia,
presso i primi gruppi cristiani dei sobborghi, vennero a stabilirsi dei presbiteri
mandati dal vescovo, non soltanto per fare catechesi, ma anche per celebrare l’euca-
ristia. Nel Basso Egitto, invece, i gruppi che risiedevano fuori dai centri urbani-
episcopali, venivano visitati periodicamente da alcuni presbiteri che nelle fonti
vengono denominati circumeuntes o perieudoti. Ben presto si formarono deicentri
secondari collegati con la chiesa principale della città dove risiedeva il vescovo con
il presbiterio. Questi centri periferici erano inizialmente collegati con il vescovo

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medianteil catechista, successivamente la comunità diventava autonomain qualche
modo e precisamente quandosi celebrava abitualmente la liturgia eucaristica.

2.2. Gli sviluppisuccessiviall’editto di Milano del 313

Agli inizi del IV secolo si ha la più intensa azione repressiva delle comunità
cristiane in seguito agli editti dell’imperatore Diocleziano (304-305), ma nel 313
avvenne la svolta decisiva nei rapporti dell'impero verso di esse. Costantino e
Licinio, con un gesto di grande intelligenza politica, riconobbero la libertà di
religione e di culto per.i cristiani nel contesto di una più ampia politica religiosa
dell’impero,ispirata al rispetto della libertà dei sudditi; restituirono, pertanto, tutti i
luoghi di culto precedentemente confiscati, cometuttii beni posseduti dalle comunità,
riconoscendo ad esse la capacità di possedere quindi una personalità giuridica. Non
si può parlare affatto di cristianizzazione dell’impero. Esso però nella politica di
Costantino e dei successori, divenne sempre più favorevole peri cristiani, tanto che
le loro comunità acquisirono una posizioneprivilegiata nella società romana, come
sancisce il decreto di Teodosio (380) dichiarando quella cristiana religioneufficiale
dell'impero. In questo mutato clima, la evangelizzazionesi sviluppò ancora, non
senza trovare resistenza, nelle campagnee neiceti aristocratici e colti; tuttavia, il
numerodelle città episcopali aumentò rapidamente.
Da un punto divista organizzativo, in alcune regioni dell’ Asia Minore, molto
spesso a capo delle comunità periferiche o di centri minori nella provincia, vi furono
dei vescovi, denominati vescovi rurali. Questi avevano gli stessi poteri di quelli delle
città, ma erano ritenuti in certo modo inferiori; quelli vicini ai vescovi delle
metropoli vennero chiamati suburbicari. Ma questo fenomenosi ridusse notevol-
mente durante il secolo perché si andò affermandoilcriterio che il vescovo doveva
risiederein città.
Unanotevole moltiplicazione di sedi episcopali si registra nei primi decenni
del secolo, anchenelle regioni dell’ Africa proconsolare, della Numidiae dell’Italia
centrale e meridionale. Non si notano differenze tra i vescovi dei centri maggiori e
di quelli minori. Il rapporto cheli univa si esprimevanella celebrazione frequente del
concilio e, nel caso dell'Egitto, nel dare comuneinizio al periodo di preparazionealla
Pasquae nelfissare un comune calendarioliturgico, oltre che nel ricordo reciproco
dei capi delle Chiese durante le celebrazioni eucaristiche. In queste manifestazioni
si trovano espressi rapporti personali di vescovi; esse ripropongono a livello di
comunità cristiane i rapporti di dipendenza giuridica e amministrativa tra i centri
abitati ed esplicitano in qualche casoi rapporti tra le Chiese in base all’evangelizza-
zione irradiata dalle unealle altre.

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Invece nelle regioni di tardiva penetrazione cristiana comel’Italia settentrio-
nale, la Gallia, la Spagna, la Bretagna la organizzazione delle comunità cristiane,
seguì un altro schema. Quile sedi episcopali furono di numero scarso e presenti solo
nelle città; per dei cristiani abitanti nelle campagne più o menovicine,i vescovi
destinarono i cosiddetti presbiteri plebani. Questi li notiamo nei sobborghi, vicus,
delle città e nel secolo V anche nelle proprietà dei grandi signori latifondisti, cioè
nelle villae.
In queste regioni ebbe così origine la parrocchia rurale e il suo modello si
diffuse nei secoli seguentiin tutte le regioni europee dovefrattanto si insediavano le
popolazioni germaniche ed il processo di trasformazione della civiltà romana
coinvolsetutti i paesi occidentali.
In particolare, nell’Italia settentrionale le comunità cristiane chesi sviluppa-
rono nelle campagnepiù o menodistanti dalla città doverisiedeva il vescovo,si orga-
nizzarono in pievi con un presbiterio; questi presbiteri rurali formavano gruppo di
preti residenti anch'essi nella campagna con a capo unarciprete che era primotra
uguali e che convivevae partecipavaalla vitadi tutti. La parrocchia italiana fu quindi
tipicamente collegiale e comunitaria.

2.3. La parrocchia rurale e il suo sistema articolato

A partire dal V secolo la parrocchiasi caratterizzò come centro spirituale delle


popolazioni agricole, affidato ad un prete dipendente dal vescovo della città e si
sviluppò, così, un sistema di parrocchie rurali che articolavatuttoil territorio evan-
gelizzato dalla chiesa cittadina-episcopale e sul quale il vescovo aveva responsabi-
lità pastorale ed esercitavai suoipoteri religiosi. Nel secolo seguente, col termine
parrocchia si precisò la circoscrizione minore a quella del territorio del vescovo,si
distinse la comunità minore che, insiemealle altre, formava la chiesa del vescovo. La
comunità edil territorio dei quali era responsabile il vescovo,costituita dall'insieme
delle comunità minori, le parrocchie, presero definitivamente il nomespecifico di
diocesi.
L'origine di una parrocchia era rappresentata dalla costruzione di una chiesa
con un fonte battesimale che veniva consegnata al vescovo. La chiesa poi, e tutta
l’attività che in essa si incentrava, detta cura degli abitanti, veniva affidata ad un
presbitero plebano nominato dal vescovo; questi provvedeva anchea fornirgli i mezzi
di sussistenza. Intorno alla chiesa parrocchiale, veniva a costituirsi una proprietà di
cui generalmente il vescovo dotava la chiesa e della quale il vescovo rimaneva il
proprietario. Quindi il plebano dipendeva dal vescovo non soltanto per motivi
religiosi e disciplinari, ma anche giuridici ed economici. Il plebano dovevasvolgere

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nella sua comunità tutte quelle attività pastorali (catecumenato, battesimo, eucaristia,
etc.), di cui il vescovo era il responsabile per tutta la diocesi.
Inizialmente le parrocchie furonotutte difondazione episcopale. Nel secolo VI
si aggiunsero le parrocchie alla cui istituzione si preoccuparono e provvidero i
monasteri allo scopo di assistere spiritualmente quelle comunità di lavoratori agricoli
che si vennero costituendo nelle campagnecircostanti ai monasteri stessi. Così alle
parrocchie episcopali, si aggiunsero quelle di fondazione monastica che gli abati dei
monasteri si preoccuparonodicostituire per i lavoratori delle loro terre, affinché non
mancasse loro l’amministrazione dei sacramenti. Successivamente, i vescovi dell’alto
Medioevoinvitarono i proprietari dei latifondi ad imitare il loro esempio, a procurare
cioèil vitto edi vestiti ai chierici che da preti erano destinati alle parrocchie esistenti
nelle loro proprietà, ed infine a finanziare la costruzione della chiesa stessa nelle
villae. Così alle parrocchie di fondazione episcopale e monastica, si aggiunsero quelle
fondate da signorilaici.

2.4. Le istituzioni monastiche

Nei secoli IV e V si affermò notevolmente l’esperienza monastica con una


grandevarietà di forme,tutte rivolte però al conseguimento della comunione con Dio
attraverso la preghiera.
Il grande iniziatore del mododi vivere nel deserto per seguire Gesù, fu Antonio
in Egitto. Intorno a lui si formò un gruppo di discepoli, ma il vantaggio della vita
comunefu scoperto da Pacomio pure in Egitto; il monachesimocenobitico fu infine
arricchito di valori umanie di civiltà da Basilio di Cesarea di Cappadocia.
Mai però si giunse ad una forma unica: il monachesimo rimase tipica
espressione di spontaneo associazionismo intorno ad un padre spirituale; la comunità
si formava là dove uominiassetati di Dio trovavano. un maestro capace di guidarli
nella via della perfezione. Queste comunità di asceti si collocarono come centri
religiosi autonomi, sia pure collegati con le comunità cristiane del territorio ed in
esplicita comunione col vescovodella città vicina. In oriente, si contano altre forme
di vita monastica, talvolta radicali e strane, in Siria e nella Palestina.
Anche nelle regioni occidentali, il monachesimo si diffuse in multiforme
varietà. A Vercelli, il vescovo Eusebioriunì intorno a sé i presbiteri instaurandola vita
comunecon essi. Questo monachesimo episcopale venne anche felicemente vissuto
da Agostino, insieme ad i suoipreti, ad Ippona. Questi, subito dopo la conversione,
avevavissuto un’altra esperienza, quella, cioè, di un circolo di amiciintellettuali, che
si dedicavano alla riflessione ed alla preghiera. Un monachesimo che agli ideali
spirituali aggiunse quello della divulgazione del sapere, fu quello che si affermò a

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Vivarium presso Squillace, per opera di Cassiodoro. Sulle coste della Provenza fu un
pullulare di comunità monastiche, dalle quali furonotratti decine di vescovi per le
Chiese della Gallia. Radicalmente austeri ed instancabili missionari, oltre che
appassionatitrascrittoridilibri sacri, furono i monacidelle Isole Britanniche. Infine,
nel VI secolo, Benedetto da Norcia, divenne maestro di un gruppo di discepoli, per
i qualiscrissela regoladi vita spirituale.

2.5. I concili e i sinodia vari livelli, i patriarcati

Alla metà del V secolo giunse a compimento lo sviluppo dei rapporti delle
Chiese presiedute dai vescovi in organismi non rigidi ma ugualmente sentiti, che
avevanoi loro punti di riferimento nelle prime grandi Chiese, madri di tutte le altre
nelle proprie regioni: Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Roma. Sono i patriarcati
che radunano moralmente e poi anche giuridicamente i vescovi delle regioni
circostanti sotto la presidenza dei vescovi delle comunità delle metropoli. Alle quattro
sedi indicate, nel 381 venne ad aggiungersi quella di Costantinopoli perché nuova
Roma che ascese in autorità all’ombra imperiale scavalcando le altre Chiese
patriarcali d’oriente nel 451.
In occidente l’organizzazione patriarcale si esaurì nel riconoscimento dell’au-
torità della sede romanasu tutte le Chiese occidentali; ma un ruolodi prestigio ebbero
pure altre Chiese, come quella di Cartagine nell’Africa latina, di Arles nella Gallia,
di Tessalonica nell’Illirico.
I rapporti tra le Chiese si espressero in maniera singolare nei concili, cioè nelle
riunioni di vescovi di una o più province, di una o più regioni, di una parte
dell'impero. Queste riunioni si celebrarono frequentemente nei secoli dell’antichità
cristiana. A partire del INI secolo queste riunioni sembrano la sede competente per
risolvere problemi comunialle Chiese,sia in questioni dottrinale che in materia disci-
plinari.
Particolarissima autorità acquistaronoalcuni concili generali celebrati nel IV-
V secolo, precisamente quelli di Nicea (325), Costantinopoli (381), di Efeso (431),
di Calcedonia (451), perchéin essi vennedefinita la formulazione della fede in Dio
Padre, Figlio e Spirito, e in Gesù uomo-Dio. Questi quattro concili furono detti
ecumenici e vennero esaltati come le quattro colonne della fede cristiana. Queste
riunioni di Chiese,iniziate per interventi di Costantinoe dei successori, divennero la
voce comune dell’ortodossia e la massimasede legislativa per le comunità cristiane.

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3. Dalla privatizzazione delle istituzioni ecclesiastiche alla specificazione dell’or-
dinamento canonico (dal sec. VII al sec. XII)

Lo sguardoall’evoluzionestorica delleistituzioni ecclesiastichesi restringe qui


all’occidente cristiano a partire dal secolo VII Infatti, la differenziazione storica delle
Chiese di oriente da quelle di occidente,si stabilizza in maniera definitiva, coinvolte
comeesse furonoin diversi processistorici; la Chiesa orientale divenne bizantina nel
contesto di quell’impero romano d’oriente che perpetuò l’antica tradizione romana;
quella occidentale invece visse in maniera profondissima la trasformazione della
civiltà romana e contribuì in maniera essenziale all’incontro delle popolazioni
germaniche sistematisi nelle regioni occidentali con la tradizione culturale e giuridica
di Roma, mediante la conversione al Cristianesimo. Accanto allo sviluppo della
civiltà bizantina in oriente, in occidente nasce 1’ Europaconla suaciviltà tipica, quella
medioevale.
Le istituzioni ecclesiastiche compirono una funzione storica all’interno di
questo processo occidentale e divennero fattori di notevole incidenzaall’interno dei
regni romano-germanici. Infatti le popolazioni germaniche non avevanoaltra orga-
nizzazione che quella tribale ed i rapporti sociali venivano regolati in base alla forza
dei loro componenti, sicché a regolare la vita sociale non era altro che la consuetu-
dine oralmente trasmessa. I regni germanici si configuravano come proprietà
personale del re, a differenza dell’organizzazione sociale e delle idealità che
animavano la respubblica romanorum. All’interno di essa tutti si sentivano cives ed
il diritto, ius, era fondamento dei rapporti interpersonali regolati dalla legge.
Attraverso il lungo processo di cristianizzazione, le popolazioni germaniche
acquisirono la tradizione romanacheleistituzioni ecclesiastiche avevano conservato.
Il fenomeno conclusivo di questa formazionediciviltà, furono i regni merovingi e
carolingi, e il formarsi della societas christiana.

3.1. La privatizzazione delle istituzioni ecclesiastiche

All’interno dei regni merovingi e carolingi le istituzioni ecclesiastiche


godevanodi un gran prestigio, e la loro presenza era avvertita molto forte, tanto era
il ruolo loro assegnato nell’amministrazione, ad esempio, del regno carolingio. Il re
nei loro confronti acquistò una certa supremazia, in base al suo convincimento che
alla causacristiana, alla vita dei suoi sudditi, egli doveva necessariamente contribuire.
Di conseguenza il re dei regni cristiani curava la fondazione di Chiese
episcopali, di parrocchie e di monasteri che vennero a rapportarsi con lui in termini
di proprietà; su di essei re cristiani di ogni regione europea,fino ad oltre il sec. XI,

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esercitarono il patronato. Per le parrocchie rurali, ad esempio, a quelle di origine
episcopali, di origine monastica e di origine laicale, si aggiunsero anche quelle di
origine regia. A questeistituzioni, comealle altre, i re assicurarono una dotazione di
beni ed esercitaronoil diritto di presentare i plebani o curati per le parrocchie,ed i
titolari, vescovi, abati ecc., per le.altre.
Dalrapporto che si ampliava sempre più concretamentetra il fondatore dell’i-
stituzione ed il complesso dei beni patrimoniali e deidiritti-doveri del suotitolare,
si verificò quel fenomeno di privatizzazione, che caratterizzò il regime delle
istituzioni ecclesiastiche nei secoli alto medioevali.
Tale privatizzazione non era altro che un aspetto dell’organizzazione feudale
della società, all’interno della quale si trovanoleistituzioni ecclesiastiche, diocesi,
monasteri e parrocchie. Nel regno dei Franchi, dove tale organizzazione feudalesi
definì ben presto, le diocesi e le parrocchie ebbero una circoscrizione territoriale
all’interno della quale esercitavano i loro poteri, rispettivamente, il vescovo ed il
parroco. Secondo la riorganizzazione ecclesiastica carolingia, i vescovi dovevano
risiedere nella città, ed uno solo per città; cosicché la circoscrizione di ogni
vescovado era talora chiamatacivitas; la civitas episcopalis divenne quasi l'erede
della civitas romana. Nella città episcopale, generalmente presso le mura, trovavasi
la sede del vescovo,la cattedrale, madredi tutte le chiese della diocesi. Lealtrecittà,
che non avevano il vescovo, erano denominate castra, dalla cinta di mura che
racchiudevail loro abitato. Similmente nelle campagne nei puntistrategici, dovei
feudatari costruivano un castello fortificato, la chiesa parrocchiale venne a trovarsi
nell’ambito delle mura della fortezza. Più tardi, nella organizzazione dell’impero
ottoniano, le diocesi vennero a configurarsi in feudiveri e propri.
Il feudalesimo rappresenta un particolare assetto della società dei secolo IX-
XII, che tende ad investire tutte le manifestazioni della vita economica, sociale e
politica e dà luogo al sorgere di nuove consuetudini e di un nuovodiritto. Si rimanda
ai manuali di storia medioevale la descrizioneprecisa della società feudale. Qui basta
riassumere che lo stato di continuo pericolo ed allarme per le scorrerie normanne,
arabe e ungheresi, l'impotenzadell'autorità imperiale e la sua dissoluzione, fecero
diventare supremoil problema della difesa e della sicurezza e questo vennerisolto
conil legarsi ad un potente, mettendosi al suo servizio: alla protezione da una parte,
corrispondeva il servizio dall’altra.

3.2. L'istituto del feudoe il sistema beneficiale

L'istituto del feudo risulta dall’unione di vari altri istituti che vennero a
congiungersi nell’epoca della decadenza carolingia. Tre sono gli elementicostitutivi

21
del feudo: il vassallaggio di natura etico-sociale, il beneficio di natura economica,
Vimmunità di natura politica. L'elemento fondamentale è il vassallaggio, che
consisteva in un vincolo morale personale tra chi chiedeva e chi dava protezione.I
vassalli stringevano tale rapporto con un dominus nella cerimonia dell’omaggio,
consistente nel porre le proprie mani nelle mani del signore e nel giurargli fedeltà,
ricevendone promessa di protezione; talora si aggiungeva il bacio reciproco.
L'omaggio,cioè, instaurava un’obbligazione reciproca: fedeltà da parte del vassalio,
protezione da parte del signore. Alla cerimonia dell’omaggio, si univa l'investitura
che fondavail rapporto economico. In.virtù di essa il signore, mediante la consegna
di un simbolo; conferiva. al vassallo un beneficio consistente in una terra a titolo
gratuito, temporaneo e revocabile, in rapporto ad un servizio. Questo, in genere, era
di natura-militare; si trattava, cioè, di prestare al signore aiuto armato, assicurandogli
un certo numero di uomini armati, stabilito in proporzione all’entità del beneficio
ricevuto; più tardi venne sostituito da una quota di denaro sufficiente a mantenereil
corrispettivo numero di uomini armati. L’immunità era l'elemento politico e
consisteva nell’esenzione dagli oneri pubblici e nel diritto di regalia, cioè nell’eser-
cizio della giurisdizione partecipata dal signore nell’ambito delterritorio assegnato.
In questo schemadi rapporti vennero coinvolti i possedimenti degli enti eccle-
siastici.ed infine, gli stessi poteri connessialle istituzioni ecclesiastiche, oltre che la
immissione delle persone nelle loro funzioni. I titolari di dette istituzioni, venivano
quindi scelti dai signori feudatari maggiori e minori, in base a criteri feudali, con
evidente attenzione alle preoccupazioni di fedeltà politica e di interesse economico,
senza la reciproca comprensione delle responsabilità pastorali e delle dimensioni
religiose della loro attività. Dallo sviluppo di questi atteggiamenti,si verificò per le
istituzioni ecclesiastiche un periodo di mondanizzazione, con abusi morali e con
disfunzioni pastorali.

3.3. Il regimedi chiesa privata

Facendo riferimento alla parrocchia rurale, che nei secoli X-XI si diffuse in
tutti i paesi europei, dalla Francia alla Germania e, successivamente, dalla Boemia
alla Polonia e all’Ungheria per merito dei re dei singoli paesi in primo luogo, dei
feudatari e dei monaci, costituendo quasi la organizzazioneterritoriale onnipresente,
fino ad identificarsi con i singoli insediamenti umanicristianizzati, si può descrivere
il regime di chiesa privata.
La parrocchia, cioè la chiesa parrocchiale, con le sue dipendenze ed il suo
patrimonio, era un oggetto di proprietà ed aveva diversi proprietari i cui diritti si
sovrapponevano. Innanzitutto, il padrone principale era il santo a cui la chiesa era

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stata dedicata ed il curato ne era il rappresentante. Ma in concreto, il diritto di
proprietà reale era esercitato in genere dal fondatore della chiesa, chiamato dominus,
senior; questi poteva essere una persona o un’intera comunità.
Un certo numero delle parrocchie faceva parte del patrimonio delle chiese
al
cattedrali, delle chiese monastiche o delle chiese canonicali. Quelle annesse

dominium di una chiesa cattedrale, erano chiese private dell’episcopatus
veniva consider ato dominus di tutte
dipendevano dal dominium del vescovo; questi
le chiese che non avevano un signore particolare.
I fedeli preferivano donarele chiese parrocchiali di loro proprietà ai monaci
che ispiravano fiducia maggiore che le anime sarebbero state curate con zelo. La
0
conseguenza peggiore di una tale condizione giuridica, fu quella che il vescovo
o, le
l’abate ne disponevano come di beni privati: le donavano, le vendevan
permutavano, come usavano fare delle loroterre o dei lorodiritti di giustizia.

3.4. Crisie riforma

Nel sec. XI si manifestò chiaramente la crisi della società feudale. Nella


che,
evoluzione dei rapporti sociali si inserì il movimento di riforma ecclesiastica
partendo da una rinnovata stagione evangelica tra alcuniceti popolari e coinvol gendo
e
immediatamente gli ambienti monastici, volle reagire alle disfunzioni religiose
pastorali che si erano frattanto evidenziate nel sistema ecclesias tico. L'ideale della
vita cristiana, descritto negli Atti degli Apostoli, divenneilcriterio di riforma nella
del
vita del clero di cui si denunziavano fortemente in alcuni ambienti i vizi
concubinato e della simonia.
Nel vivace dibattito dei primi decenni delsecolo,si intravide che la causa del
ben
disordine morale e del declino pastorale, era nel sistemadelle investiture, sicché
presto si contestò il principio stesso della chiesa privata. La riforma della Chiesa
divenne movimento per il recupero della libertà delle istituzioni ecclesiastiche
dal
secondo le antiche tradizioni. Il problema era spostato quindi dai riformatori,
piano morale e disciplinare, a quello propria mente giuridico e politico.

3.5. Laricerca della libertas

Le prime istituzioni che acquisirono la situazione di libertà furono le


fondazioni monastiche che sorsero in quel risveglio di vita religiosa o chesi riorga-
dei
nizzarono in quel clima: Cluny nel 910, Gorzenel 933, Verdun nel 1004, Cava
Tirreni nel 1011, Hirsau nel 1071; i camaldolesi nel 1012, i vallombrosaninel 1036;
i certosini nel 1084e i cistercensi nel 1098.
Mail movimento di riforma divenne della Chiesa generale, quandola libertà
venne acquistata dalla Chiesa romana che nel 1058 si diede il suo vescovo nella
persona di Nicolò II, senza l’intervento dell’imperatore. A Roma, infatti, nel
decennio precedente erano stati riuniti gli uomini più rappresentativi dei circoli
riformatori dei vari paesi europei, e il dibattito sul rinnovamentoera pervenutoalle
chiare conclusioni indicate. Dai sinodi romani di quegli anni e di quelli seguenti,
durante i pontificati dei successori, Alessandro II e Gregorio VII, furono condannate
le varie prassi di investiture laicali, fino a ritenerle invalide, non soltanto delle sedi
episcopali, maditutte le chiese e di quelle parrocchiali in primo luogo. Sitrattava in
realtà di sovvertire i rapporti delle istituzioni ecclesiastiche con i fondatori e signori,
comesi erano definiti durante i secoli feudali, e di escluderle dalle competenzelaicali
di feudatari ed anche dell’imperatore.
Si verificò un conflitto vero e proprio, quando le due tesi vennero con forza
difese da Gregorio VII (1073-1085) e da Enrico IV (1056-1105), passato alla storia
con il nomedilotta per le investiture. La soluzione del problema fu data attraverso
la distinzione degli aspetti del feudo ecclesiastico ad opera dei canonisti francesi e
particolarmente di Ivo di Chartres. Si cominciò a parlare di due investiture: una che
conferisse la giurisdizione ecclesiastica, l’altra che conferisse la giurisdizione laica;
la prima riguardavail feudatario come vescovo,la secondalo riguardava comeconte;
la prima spettavaal papa, la seconda all'imperatore.
La pace fu possibile in termini di compromessoe difatto si realizzò in Francia
ed in Inghilterra, proprio sulla base del principio della distinzione suddetta, e
nell’impero si concluse con il concordato di Wormsnel 1122. Si stabilì che le elezioni
dovevanosvolgersi liberamente dai corpielettorali tradizionali, i capitoli delle chiese
cattedrali cioè, senza pressioni ed ingerenze del potere laico; l’investitura doveva
essere duplice: ecclesiastica mediante l’anello ed il pastorale, insegne tipicamente
vescovili, laica mediante la consegna dello scettro. In Germania l’investitura laica
precedeva quella ecclesiastica;in Italia, al contrario, questa seguiva quella laica; nel
territorio pontificio ambedue spettavano al papa. L'imperatore così rinunciavaall’in-
vestitura ecclesiastica. Il concordato tra papa e imperatore venne solennemente
confermato dal concilio LateranenseI del 1123. Nel seguenteconcilio, il Lateranense
II del 1139, venne solennemente affermato che la cura delle anime la distribuzione
delle cose ecclesiastiche dovevano essere sottomesse al giudizio ed al potere del
vescovo. In conseguenza, i signori laici a causa delle censure ecclesiastiche
minacciate ed in molti casi applicate, per ricevere l’assoluzione da esse, rinunziarono
ai tradizionali rapporti conle istituzioni ecclesiastiche e ne fecero dono non sempre
al vescovo, ma più frequentementeai capitoli ed alle abbazie.

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Duranteil sec. XII il rapporto si andò chiarendodifatto: il proprietario della
chiesa, ecclesiastico o laico, esercitò su di essa un diritto di patronato in virtù del
quale egli poteva semplicemente presentare, ad esempio per leparrocchie, il chierico
che sarebbe diventato parroco,ius presentationis. Il vescovo rimase l’unico proprie-
tario delle istituzioni esistenti nella diocesi; a lui competeva accettare la nomina della
persona presentata e la immissione nell’ufficio specifico. Ma gli abusi non
scomparvero del tutto e furono causa di frequenti tensionitra il vescovo ed il clero
locale nel sec. XIII i
Nelsec. XII la ricuperata autonomia si andò sempre più consolidando, grazie
allo sviluppo del prestigio e dell’autorità del papato sulla intera Europa cristiana. Il
papato romano diventava il centro motore della riforma e, con 1 suoi rappresentanti
inviati nelle varie regioni, guidava le iniziative e le coordinava. Frattanto la crisi
dell'impero lasciava semprepiù spazioall’influenza del vescovo romanocheveniva
a costituirsi al vertice dell’insieme delle istituzioni ecclesiastiche.
Per altro verso lo sviluppo degli ordini monastici e la fondazione dei nuovi
infondeva unasensibilità religiosa nelle popolazioni e le spedizioni militari verso la
Terra Santa polarizzavano la cristianità europea intorno al papato che se ne fece
continuo ispiratore. i
Le autonomieecc lesiastiche, che si collegavanoall’azionee alla protezione del
paparispetto re e principi, trovaronoil loro maggiorefatt ore di crescita nel fatto che
crebbe notevolmentela scienza giuridica ecclesiastica e la legislazione ecclesiastica
si avvantaggiò degli strumenti che i canonisti producevano. Il più importante di essi
fu certamentela collezione di testi canonistici che il monaco camaldolese Graziano
redasse poco dopo il 1140, denominata Concordantia discordantium legum e più tardi
Decretum Gratiani.
Verso la fine del sec. XII tutto questo insieme difattori influì alla trasforma-
zione di tutto l'insieme delle Chiese occidentali in un unico organismo strutturato
giuridicamente in maniera efficace con a capo il papato; l'Europa assistette al
formarsi di un mondoecclesiastico trasformato in una grande monarchia spirituale.
A questa evoluzione contribuì in gran parte il grande papa giurista Alessandro
IN (1159-1181) conlesueoltre 700 lettere decretali: la disciplina della Chiesa e della
vita cristiana vennero definite chiaramente in un ordinamento autonomo specifico.
Durante il suo pontificato si affermò nettamente la tendenza chetutte leistituzioni
della Ecclesia occidentalis rientrassero nella competenza giuridica del vescovoe del
papa, anche se rimaseil tradizionale ius presentationis in mano a laici. Nellasocietà
europeasi introdusse la separazione concettuale tra ecclesiastico e laico.

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4. La societas christiana e la crisi del sistema beneficiale (secoli XHI-XV)

Il pontificato di Innocenzo III (1198-1216) con la celebrazione del concilio


Lateranense IV (1216), rappresenta il periodo culminante della Chiesa medioevale.
Il prestigio del pontefice romano era universalmente riconosciuto, alla sua autorità
erano sottomessitutti i re cristiani dell’Europacristianizzata, i valori cristiani erano
recepiti dalle legislazioni dei popoli, i vari paesi sentivano profondamenteil legame
religioso che li univa.
Nel sec. XHI-XV giunsero alla completa definizione alcune istituzioni che
erano sorte nei secoli immediatamente precedenti, altre erano originale invenzione
contemporanea; nell’uno e nell’altro caso si poteva parlare di nuoveistituzioni.

4.1. Gli ordini cavallereschi

Innanzitutto vanno ricordati gli ordini cavallereschi formatisi all’epoca delle


Crociate. Rappresentano unasintesi di ideali monasticie di ideali cavallereschi. I loro
componenti si impegnarono nell’accompagnare i pellegrini, nel difenderli dalle
popolazionidi diversa religione, nel curarli in caso di malattia; poi fecero loro scopo
la difesa della Terra Santa in Palestina. Caratteristica è la loro organizzazione
fortemente centralizzata, sotto la guida di un unico capo, sebbene articolata in
province configurate per nazioni e lingue, comprendenti a loro volta i priorati con
commende e balive dipendenti.
II primo fu quello dei giovanniti o ospitalieri, formatosi dopo il 1099 per lo
sviluppo dell’ospedale di Gerusalemme dedicato a san Giovanni Battista, che alcuni
commercianti amalfitani avevanoeretto intorno al 1050peri pellegrini. Agli inizi del
sec. XII ricevette una regola vera e propria; protetto e favorito da papie re,si diffuse
in tutte le regioni cristiane dell’oriente e dell’occidente, con sediin tutte le città di
mare, divenendoricco e potente. Questo primo ordine cavalleresco sopravvive oggi
nel sovrano ordine dei cavalieri di Malta.
L'ordine dei templari, milites, o equites templi, fin dalla sua origine nel 1119
a Gerusalemme, fu un ordine cavalleresco vero e proprio che otto cavalieri francesi
costituirono facendo voto di povertà, castità ed obbedienza, oltre a quello di
difendere con le armi e di scortare i pellegrini che si recavano a Gerusalemme.
Grande fu la loro diffusione in Francia, dove il tempio di Parigi ne divenne il
principale punto d’appoggio ed in certa misura il centro del commercio monetario
d'Europa. Scomparve per la soppressione del 1312, in seguito ad un processo voluto
da Filippo IV il Bello, re di Francia, il primo grande processo politico della storia
europea.

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Il terzo ordine, dei cavalieri tedeschi o ordine teutonico, sorse dopo la terza
crociata, nel 1198, da una confraternita ospedaliera. Confermato da InnocenzoII nel
1199e favorito dall'imperatore Federico Il si affermò in Germania assumendo un
carattere segretamente nazionale-tedesco, a differenza dei primi due che conserva-
rono una dimensioneinternazionale. Nel sec. XVIl’intero ordinesi secolarizzò dando
vita alla Prussia moderna.

4.2. Capitoli delle cattedrali e canonici regolari

Nelsec. XIII puòritenersi completo lo sviluppodei capitoli delle cattedrali. Si


tratta di collegi di chierici officianti la chiesa episcopale, la cui origine può vedersi
già nel IV secolo nel presbyterium che convive secondo unaregoladi vita; canonici
furono chiamatii chierici che seguivanola vita canonicale e capitulum la riunione
quotidiana per leggere la regola.
La vita canonicale si affermò nell’epoca carolingia dei secoli VII-IX. Nel
periodo del riordinamento dei benefici, l'insieme dei beni goduti dal capitolo venne
distinguendosi da quelli goduti dal vescovo, sicché la mensa canonicorum venne
separata dalla mensa episcopalis. Inoltre, la parte di godimento del capitolo, detta
pure portio cleri, venne articolandosi in una parte goduta da tutti in maniera indivisa
(massa comunis) ed in un insieme di parti godute dai singoli canonici (mansio 0
prebenda). Durante la riformareligiosa del sec. XI, venne affermato l’ideale della vita
comune, come condizione del rinnovamento spirituale e di dignità clericale; ma non
per tutti venne reso obbligatorio il vivere insieme, come era avvenuto all’inizio; quei
canonici che in gruppo ripristinarono la vita comunis secondo una regola precisa,
vennero detti canonici regolari con unacerta varietà di indirizzi.
I componenti del capitolo si chiamarono, dunque, canonici. Accanto ad essisi
aggiunsero degli aspiranti e ausiliari detti pure portionari 0 mansionari; a capo del
capitolo si trova una dignità che veniva in vario modo denominata (praepositus,
decanus, archidiaconus, archipresbyter). Si individuano anche delle preminenze con
giurisdizione, dette dignità, e vari uffici (cantore, scolastico, teologo, penitenziere,
tesoriere o sacrista), rispettivamente interessati al culto, all'insegnamento, alla cura
dei fedeli, ed ai servizi in genere. Il canonico avevadei doveri di natura cultuale e
godevadeidiritti a rendite individuali (prebenda) ed a parte di quelle che costituivano
il patrimonio comunedelcapitolo.
Questa struttura non era assolutamente rigida ed uniforme; il numero dei
componenti poteva variare, come diverse potevano essere le strutturazioni interne.
Certamenteil capitolo venne configurandosi come senato e consiglio diocesano del
‘vescovo, in certi periodi anche corpo elettorale; durante la vacanza della sede

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vescovile il capitolo governava collegialmente la diocesi ed eleggeva un vicario
capitolare.
Manonsoltanto presso le chiese cattedrali si svilupparono i capitoli; anche
presso chiese minori della stessa città episcopale si costituirono capitoli, come ad
esempio a Bari pressola basilica di san Nicola, ecc. Una specie di capitolosi trovava
presso tutte le chiese parrocchiali: è l'insieme dei preti del luogo che attendono al
culto e godono delle rendite costituite con le donazionideifedeli.

4.3. Le confraternite laicali

Altraistituzione caratteristica della societas christiana del Medioevo,sono le


confraternite laicali. Il sec. XIII può considerarsi l'epoca della nascita delle istituzioni
popolari di assistenza, come ospedalicittadini, ospizi nelle città e lungole strade dei
pellegrinaggi, lebbrosari. Quando non si trasformaronoin gruppi con regoladivita
specifica, comegli ordini cavallereschi, nelle città si configurarono comeconfrater-
nite.
Queste erano dei gruppi di laici che si costituirono con le più varie finalità:
costruire chiese, provvedere alla loro illuminazione, fornire la suppellettile sacra,
confezionarelibri e paramentiliturgici, seppellire i defunti e provvedereal loro culto,
costruire strade pubbliche e private, riparare e mantenere i ponti, assistere gli
ammalati, difendere i campi dagli animali distruttori, dalle alluvioni, dalle
inondazioni, abbattere i lupi ed altri animali nocivi, raccogliere elemosine, eseguire
i testamenti, ricuperare i benilasciati dai defunti per opere di culto. Alcuni gruppi più
impegnati si proponevano finalità specificamente religiose, come quelle di fare
penitenza, onorare la Vergine Maria in maniera particolare con le laudi, e si
proponevanodi difendere l’ortodossia della fede e di comporreleliti e riappacificare
gli animi. Questa vastissima varietà di confraternite di mestiere e di devozione
concretizza la tendenza associativa molto diffusa nel secolo.
Le confraternite che divennero più numerose e più importanti sembrano essere
state quelle istituite accanto alle associazioni professionali. Si può affermare,anzi,
che i primordi delle associazioni professionali, devono vedersi nelle associazionidi
pietà e di assistenza che i piccoli mercanti, i piccoli padroni e gli artigiani, organiz-
zarono dal sec. XI e dalla prima metà del sec. XII. Quando poi il fenomeno
corporativo si affermò decisamente nei primi decenni del sec. XIII e si diffuse gene-
ralmentein quelli seguenti, le corporazioni delle arti organizzarono delle associazioni
religiose. Fondamentalmente perseguivano duescopi: favorire la pratica religiosa ed
assicurare l’assistenza ai confratelli bisognosi.
Per la pratica dei doveri religiosi, esse molto spesso avevano una cappella

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propria officiata da un proprio cappellano dove i confratelli avevano il servizio
liturgico, svolgevano le loro pratiche devozionali e celebravano le feste proprie.
L'assistenza materiale occupava gran parte della loro attività: per renderla possibile
ed efficiente, ogni confratello contribuiva con sommestabilite che alcuni deputati
amministravanoe distribuivanoai bisognosi. È possibile conoscere l’organizzazione
di questa formaassociativa dagli statuti rinnovati nel sec. XV:quelli originari, infatti,
difficilmente sono pervenuti. Ricchissima è la varietà degli schemi associativi.
Neisecoli seguenti XIV-XV,il fenomeno delle confraternite divenne davvero
imponente e coinvolse quasi tutta la popolazione di singoli paesi. Come osserva Le
Bras,i cristiani di ognicittà, a partire dal sec. XIII,si inserirono in una confraternita
e spesso in più confraternite. Perciò esse trovarono grande successo, divennero
ricchissime e perdurarono per secoli, fino ad oggi. A quelle professionali, si
aggiunsero quelle cosiddette parrocchiali che avevano la loro sede nella chiesa
parrocchiale ed arrivarono a svolgere un ruolo più propriamente parrocchiale; a quelle
assistenziali si aggiunsero le confraternite di edificazione, che avevano per scopo
primario la vita spirituale dei loro componenti.
Alcune confraternite di edificazione ponevano l’accento sulla penitenza, altre
invece sulla preghiera in comune. Le prime sono le confraternite dei battuti o dei
disciplinati che praticavano la flagellazione come mezzo di ascesi personale ed
esercizio penitenziale pubblico; i componenti venivano chiamati anchei flagellanti.
Lealtre sono le confraternite dei /audesi che si riunivano percantarele laudi, special-
mentein Italia.

4.4. Gli ordini mendicanti o della fraternità apostolica

Quarto tipo di nuoveistituzioni del sec. XIII furono gli ordini mendicanti che
realizzarono quegli ideali evangelici della povertà che avevano fatto vibrare le
generazioni cristiane del sec. XII. Essi rappresentano anche uno sviluppo originale
degli ordinireligiosi tradizionali.
Il primo, più antico e più importante, fu quello dei frati minori francescani
fondato da s. Francesco d'Assisi (1181-1226) che avviò la nuova esperienza negli
anni 1209-1210 diintensa vita spirituale, di predicazionee di povertà rigidissima. Nel
1212 fu fondato l’ordine femminile collaterale e di severa clausura, da s. Chiara di
Assisi: nel 1221 Francesco diede una regola anchea quei gruppidilaici che volevano
ispirare la loro vita all’ideale francescanodellacristiana perfezione, dando origine al
cosiddetto terz’ordine. L'ordine francescanosi diffuse con straordinaria rapidità in
quasitutta l'Europa; alla fine del secolo si contavano già 1583 conventi, distinti in
34 province. L'ordine, unico corpo giuridico e centralizzato con le divisioni ammi-

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nistrative di province e conventi, era guidato da un ministro generale che veniva eletto
ogni tre anni dal capitolo generale composto dai padri provinciali e da rappresentanti
delle province. La forma di strutturazione del vertice generale si ripeteva ai livelli
inferiori, provinciale e locale. I procedimenti di elezione a uffici e votazione per
decisioni avvenivanonel contesto del sistema capitolare. L'ordineinfineera sotto la
protezione di un cardinale che lo collegava alla Sede apostolica.
Quasi contemporaneamente a quello dei francescani, sorse il secondo grande
ordine mendicante deifrati predicatori (Ordo Fratrum Praedicatorum) o domenicani,
per iniziativa di un prete, s. Domenico di Guzman (1170-1221), con lo scopo
specifico di difendere le popolazioni dalla eresia mediante la sancta praedicatio, nel
1215. Ben presto fu affiancato dall’ordine femminile delle domenicane e da una
confraternita di laici che divenne poi un terz’ordine largamente diffuso. Anche i
domenicani si diffusero in tuttii paesi europei ed entrarono nelle università dove
contribuirono allo sviluppo della teologia. Un’organizzazione centralizzata venne
data pure a questo ordine, con un’articolazione amministrativa in province e di queste
in conventi; era guidato da un maestro generale che veniva eletto da un capitolo
generale, prima ogni anno, poi con minore frequenza; il capitolo generale era il
supremo organolegislativo per l’intero ordine ed era composto dai maestri provinciali
e da alcuni delegati delle rispettive province;i singoli provinciali erano a capo di ogni
provincia, affiancati dai soci o membri del definitorio provinciale,eletti gli unie gli
altri da tutti i frati dei conventi. Anche qui per elezioni e votazioni funzionavail
sistema capitolare.
Divenne mendicante nel 1247 l’ordine dei carmelitani (Ordo Fratrum B.
Mariae Virginis de Monte Carmelo). Qualche anno dopo, varie associazioni di eremiti
con regola agostiniana, nel 1256 furonoriunite in un’unica associazione, nell'ordine
degli eremitani di s. Agostino. Per ultimo, nei primi anni del sec. XIV divenne
mendicante l’ordine dei mercedari (Ordo B. Mariae Virginis de Mercede redemptionis
captivorum), fondato da s. Pietro Nolasco. Dal punto di. vista strutturale anche questi
sono sulla scia di domenicani e francescani.
Le caratteristiche di questi ordini mendicanti sono le seguenti. Innanzitutto la
realizzazione della povertà evangelica, in virtù della quale nonsolo i singoli frati, ma
anche i conventi stessi si obbligavano alla povertà più severa, limitandosi al
possesso del minimo indispensabile e ricavandoil necessario per il sostentamento dal
lavoro: manuale e dalle elemosine raccolte mendicando o elargite dai fedeli. In
contraccambio i mendicanti si impegnavano alla predicazione ed alla assistenza dei
fedeli particolarmente nel ministero delle confessioni. In conseguenzai conventi dei
mendicanti avevano sedenelle città o non lontano daesse, a differenza dei monasteri
antichi. Nella società che diventavacittadina, essi portavano la testimonianza viva
della imitazione di Cristo, concretamente attuata nella povertà e nella vita comune.

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NA

Organizzati in maniera centralizzata e con tendenza ad una composizione


corporativa delle forze, i mendicanti furono direttamente collegati con la Sede
apostolica che se ne avvalse nelle sue molteplici iniziative, da quelle propriamente
religiose, contro l’eresia, all’attività missionaria presso pagani e maomettani, alle
ambascerie vere e proprie. La loro presenza fu efficace anchenellecittà universitarie
dove ben presto aprirono delle scuole, contribuendo in maniera particolare allo
svilupposcientifico. Infine questi ordini mendicanti, centralizzati e dipendenti diret-
tamente dal papa, vennerosottratti dalla giurisdizione del vescovodelterritorio dove
risiedevano, godettero cioè della esenzione dall’Ordinario diocesano.
Accanto ai rami maschili, si formaronoi secondi ordini e poii terz’ordini per
i laici, ai quali fu consentito di vivere la esigenza di perfezione propria della vita
cristiana secondo le modalità religiose ed ascetiche tipiche di ciascun ordine
mendicante. Sviluppi questi particolarmentesignificativi della spiritualità cristiana
occidentale in questi secoli del basso Medioevo. La divisione ternarie dell’ordine era
a immaginedella vita divina, unae trinitaria; la prima applicazione avvennetragli
umiliati e poi, ripresa in modo diverso da s. Francesco,si diffuse in tutti gli ordini
mendicanti.

4.5. L'organizzazione centralizzata della Curia romana

La tendenza all’organizzazione centralizzata esistente nella societas christiana


del sec. XIII si esprime nello sviluppo presso la Sede apostolica di Roma della
cosiddetta Curia romana, cioè di quell’insieme di uffici attraverso i quali il papa
romanodirige le Chiese dell’universo cattolico e coordinale iniziative, esercita la
supremagiurisdizione pontificia.
Durante la permanenzadel papato ad Avignone (1309-1376), la Curia si venne
organizzando secondo quel processo che caratterizzava lo sviluppo del potere
centrale in tutti i paesi di Europa. Infatti in tutte le corti si verificava la sottrazione
dei poteri ai feudatari e la loro convergenza nel monarca di tendenza assolutista;
sviluppava intorno a sé una vasta e complessa organizzazionedi funzionari addetti
all’amministrazione.
Nella Chiesa occidentale questo sviluppo fu favorito dalle numerose e
frequenti legazioni nelle varie regionicristiane, dall'intervento papale nella erezione
e nella vita delle università, dall’atteggiamentodi assoluta fedeltà che assunsero i due
nuovi grandi ordini mendicanti.
Questa tendenza si espresse nell’amministrazione centralizzata di tutti i
benefici ecclesiastici, che si affermò a partire dalla metà del sec. XII, ispirata dalla
teoria della plenitudo potestatis del romano pontefice sempre più affermata dai

31
canonisti. Innocenzo IV cominciò ad avere un atteggiamento dispotico nel conferi-
mento dei benefici, dispensando dairequisiti cattolici ed iniziandola cattiva prassi
dell’accumulazione dei benefici nelle mani della stessa persona. Peraltro verso, le
esigenze economiche connesse con la crociata e la lotta del papato con la dinastia
imperiale degli Hohenstaufen richiesero enormi quantità di danaro che furono
ricavate dalle tasse imposte sui benefici ecclesiastici.
Questa duplice tendenza del governo della Chiesa,il fiscalismo e l’accentra-
mento amministrativo, si rafforzò decisamente con Clemente IV (1265-1268) che
nella bolla Licet ecclesiarum del 27 agosto 1265, rivendicòil diritto di sostituirsi a
coloro che avevanoil potere di conferire i benefici in maniera ordinaria ed affermò
ancheil diritto di assegnare i benefici in vista del tempo-in cui si sarebbero resi
vacanti del loro titolare: questa decisione fu davvero unapietra miliare nella storia
dell’amministrazione beneficiaria dell’occidente. Di qui con unaserie di provvedi-
mentiil conferimentodei benefici ecclesiastici fu riservato progressivamente al papa.
Questo sistemasi sviluppò notevolmente durante la permanenza avignonese
per vari motivi. Innanzitutto dal punto di vista economico i benefici riservati,
apportavano notevoli sommealle finanze pontificie, che servivano al mantenimento
della corte pontificia che si sviluppava nella residenza francese. Ragioni di ordine
amministrativo furono quelledi sottrarre il conferimentoaipericoli di divisionie di
contrapposizioni dei partiti. Ma non bisogna dimenticare che in tal modo il papa si
creava sostenitori dei propridiritti in tutte le nazioni, conferendodiocesi e benefici
a persone sulle quali egli poteva contare.
Per la verità, detto fiscalismo non era un fatto nuovo, perché le tassazioni
vennero organizzate accuratamente e moltiplicate rispetto al passato, come presso
ogni monarchia del tempo. Fu il papa Giovanni XXII (1316-1334) a organizzare
questo sistemafiscale ed a strutturare chiaramentela burocrazia curiale secondo le
moderne esigenze. La Curia papale comprendeva:
a) La Cancelleria era l’ufficio che provvedeva alla compilazione delle lettere
pontificie ed alla stesura dei documenti.
b) La Cameraapostolica, diretta dal camerlengo, era l’organo centrale della
registrazione delle somme di danaro versate a Roma,delle spese di vario genere, 0
della riscossione delle tasse pontificie in tutti i paesi cristiani. Per questo settore si
serviva di unarete di collettori sparsi in tutte le regioni.
c) La Penitenzeria apostolica provvedevaalla assoluzione dalle censure eccle-
siastiche, alla dispensadalle irregolarità, alla concessione di dispense matrimoniali,
alla assoluzionedi certi peccatiriservati.
d) Il Palazzo apostolico comprendevala corte del papa propriamente detta, con
camerieri, cappellani, elemosinieri, ecc.
e) Il Concistoro apostolico era la riunione dei cardinali durante la quale il papa

32
risolveva gli appelli alla sua suprema autorità giudiziaria, le denuncie e le accuse
tanto criminali quanto contenziose.
Anchequestiuffici si svilupparono ulteriormente ed accanto ad essi ne sorsero
altri. Una riorganizzazionesistematica della Curia si avrà soltanto nel 1588 per opera
di Sisto V.
In virtù della centralizzazione, i vescovi cominciarono a dirsi Dei et
apostolicae sedis gratia episcopus, perché la loro elezione avvenne sempre più per
intervento pontificio. Né si portò correttivo alcuno a questa tendenza non esente da
abusi, perché in questo periodo, dopo il 1274, nessun concilio universale venne mai
celebrato, non potendo considerare significativo in tal senso quello di Vienne del
1311-1312.

4.6. La crisi del sistema beneficiale

Tra gli abusi più diffusi e più negativi, va ricordato quello di dare in
ne
commenda i benefici ecclesiastici, cioè il dare in godimento i benefici senza che
derivasse l'obbligo dei doveri connessi. Queste ed altre disfunzioni aumentarono
ancor più quando nel 1378 venne ad aprirsi lo scisma della Chiesa occidentale che
divise le Chiese in due obbedienzepapali. La situazione si aggrovigliò penosamente
-
quando i papi di Roma e di Avignone, e successivamente quello di Pisa, rivendica
rono la piena legittimità. Ne seguì un’incert ezza generale che coinvolse tutte le
istituzioni ecclesiastiche e, purtroppo, un declino generale della responsabilità
pastorale. Ma dopola fine dello scisma nel 1417, la situazione perdurò nelle sue
disfunzioni, per il fatto che anche i sovrani cominciarono ad accampare diritti e
ottennero di controllare tutta la proprietà ecclesiastica dei loro regni, entrando così
in conflitto con papie vescovi.
Nei secoli XIV-XV la crisi del sistema beneficiale si evidenziò poiché le
disfunzioni si aggravarono soprattutto nelle parrocchie dove spessissimo nonesisteva
un titolare, come in Francia. Ciò non dipendeva solamente dalle controversie
a tra
accennate, ma anche dal fatto che fu generale in Europa la recessione economic
il 1350 edil 1450,sia perle frequenti e lunghe guerre che travagliarono molte regioni,
sia pure peril trapasso incipiente all’economia commerciale.Leistituzioni ecclesia-
stiche che avevano un patrimonio prevalentementeterriero 0 immobiliario, erano
prive di quei capitali necessari peril restauro degli edifici e per il rinnovamentodelle
culture. Se poi si aggiunge che sulle vendite dei benefici ecclesiastici gravavano le
tassazioni pontificie e vescovili, esose e puntuali, si può immaginare quanto precaria
fosse la situazione.
I canonisti si impegnarono nell’approfondimento della legislazione che

33
regolava questa materia; distinsero varie classi di benefici, quelli secolari da quelli
regolari, i benefici semplici da quelli che esigevano l’impegno pastorale. Per questi
si che disse era necessario cheil titolare risiedesse presso la parrocchia o la diocesi
e che pertanto non potesse essere titolare di altri benefici che gli impedissero quel
primo dovere; perciò dall’obbligo rinnovato di risiedere vennefatta derivare l’inter-
dizione del cumulo dei benefici. Questi in verità si andavano cercando perché le
rendite erano divenute sempre minori.
L'approfondimentoteorico però non rifluì in una legislazione chiarae decisa,
sia perché fu molto scarso e sia anche perché le soluzioni erano inadeguatealle reali
difficoltà. Perdurando quindila situazione negativa perché nella Chiesa divisa nonvi
era autorità capacedi far rispettare le decisioni antiche e recenti, sempre più grande
divenne il bisogno di una riforma, sempre più corale divenne il grido che la Chiesa
dovevasi riformare; e con ciò si intendeva sempre un riordinamento del sistema bene-
ficiario delle istituzioni ecclesiastiche.
Anche quandoil concilio di Costanza nel 1417 diede un papa universalmente
riconosciuto, Martino V, non si poté fare molto; di fronte alle accennate rivendica-
zioni dei principi, egli non poté che trattare la questione per ciascuno di essi e la
soluzione venne in quei concordati che egli concesse per le singole nazioni. Ma le
soluzioni contenute nei concordati, affermavano e confermavanole prerogative dei
monarchisui benefici dei loro paesi, non rispondevanoalla questione beneficiale nei
suoi termini reali, ma la rimettevano nelle loro mani. Il riconoscimentodelloro diritto
di presentare i candidati alle diocesi era una disposizione di natura giuridica, ma non
interveniva a correggerela crisi intrinseca al sistema beneficiale, che era di natura
anche economica. Se il papa romano dai concordati ottenneil sostegnodeiprincipi
e riacquistò prestigio nell'Europacristiana, la crisi delle istituzioni ecclesiastiche
perdurò e la cura pastorale, durante il corso del sec. XV e gli inizi del XVI, lasciò
ancora molto a desiderare. Anchei decreti del concilio Lateranense V del 1512-1517,
rimasero soltanto sulla carta.

5. La riformadelle istituzioni e il concilio di Trento (secc. XVI-XVII)

S.1. Abusie riforma nei secc. XV-XVI

Tra la fine del sec. XV e la prima metà del sec. XVI venne universalmente
lamentata la disfunzione pastorale delle istituzioni ecclesiastiche.
Gli abusi maggiormentediffusi erano: la non residenza in sede dei responsa-
bili della cura delle anime (vescovi in primo luogo, e secondariamente parroci); il
cumulo di benefici ecclesiastici nella medesima personain seguito alla svalutazione

34
.'

delle rendite ed alla sopravvalutazione degli aspetti economicidegli enti ecclesiastici;


la impreparazione deichierici al loro compito istituzionale per carenzadiistruzione
e per mancanza di educazione specifica; la tiepidezza della vita spirituale nei
monasteri e nei conventi per un eccessivo adattamento agli sviluppi moderni, che
allontana dalle ispirazioni originali delleistituzioni stesse; gli eccessi di potere ammi-
nistrativo della Curia romana e Ja mondanità di molti suoi ecclesiastici; la eccessiva
e talora decadente esteriorità nelle pratichereligiose coltivate dal popolo.
Contemporaneamente (già prima di Lutero) si sviluppò un movimento di
reazione che si tradusse in unaserie di iniziative riformatrici. Apparve una coscienza
nuovae si rinnovòla riflessione teologica, prodotta dagli esponenti dell’umanesimo
teologico in ogni paese europeo; in Italia: Marsilio Ficino, Lorenzo Valla, Pico della
Mirandola, Antonio de Ferraris, detto il Galateo, perché nato a Galatone (Otranto).
Alcuni vescovi poi, di propria iniziativa e operando isolatamente, si
impegnarono nei doveri del loro ufficio pastorale e recuperarono l’idealità della
tradizione ecclesiastica, oscurata nel recente passato, adottando strumenti operativi
già presenti nella prassi antica ma venuti meno (predicazione personale, visita
pastorale, legislazione aggiornata nei sinodi, educazione deichierici). Infine gruppi
di laici e di chierici, separati e congiunti, avviarono esperienze di vita spirituale
rivolta innanzitutto alla santificazione personale e poialla riforma delle istituzioni.

5.2. La riformadella vita monastica e regolare

In questo periodo (cioè secc. XV-XVI), negli ambienti monastici e regolari si


affermò la cosiddetta osservanza, cioè il recupero dello spirito primitivo della regola;
movimento questo che dal 1368 ai primi decennidel sec. XVI, determinò un’artico-
lazione nuova. Sorsero anche nuove istituzioni che esprimevano la vitalità del
momento ed il rinnovamento in atto, sia pure senza alcun programmadi riforma
generale.
Le congregazionidi osservanti tra i monaci furonocaratterizzate dal collega-
mento dei monasteri e dalla periodicità di incarico dell’abate, come ad esempio in
Italia la congregazione di s. Giustina di Padova nel 1432, la congregazione di
Vallombrosa dal 1437 sino alla sua definizione del 1543-1545, la congregazionedi
eremiti di s. Romualdo negli anni 1520-1525.
Le congregazioni di osservanti tra i mendicanti avviarono una organizzazione
autonomache garantì la perseveranzadell’osservanza nei conventi e la sua diffusione.
Così in Italia la riforma deifrancescanisi definì in congregazione nel 1446 e culminò
nel 1517 con la separazione dei frati minori osservanti dai frati minori conventuali;

35
nel 1498 si forma la congregazione lombarda dei domenicani; nel 1498 quella
lombarda degli agostiniani.
Tra i gruppi dei devoti si notano per primi gli oratori del divino amore a -
Vicenza nel 1494 e a Genovanel 1497, e più tardi la compagnia del divino amore a
Roma,a Firenze, a Brescia, a Milano e a Venezia; a Napoli la confraternita dei bianchi
si caratterizzò per la fondazione di opere assistenziali e per il culto eucaristico.
Accanto a questi gruppi vanno considerate le confraternite di recente fondazione
come quelle del Sacramento e del Rosario o di altro titolo, e quelle che si
rinnovarono.
Nelle file del clero comparvero le congregazionidi chierici regolari, cioè di
sacerdoti che si poseroil fine primario della cura delle anime e si impegnarono a
vivere secondo una regola comunedi vita. Nel 1524 sorgonoi teatini, nel 1533 la
Compagniadis. Paolo dei barnabiti, nel 1537 la Compagniadeiservi dei poveri,detti
somaschi, nel 1540 la Compagnia di Gesù. Finalità specificamente pastorali si
proposero nel 1529 i frati minori francescani cappuccini. La preminenza dell’assi-
stenza agli ammalati ispirò i primi passi alla Compagnia dei ministri degli infermi
(camilliani) e della Congregazionedeifratelli laici della misericordia (fatebenefra-
telli).
Infine vi furono gruppi di donne,sia pure piccoli e di scarsa diffusione, che in
modosignificativo si proposero l’apostolato, come quello delle orsoline di Brescia,
fondate da Angela Merici ed approvato nel 1536.
i Questevarie esperienze di rinnovamentoreligiosodi vita e quelle che vescovi
di varia nazionalità compirono nell'impegno pastorale, furono alla base di quella
disciplina riformatrice fissata nel concilio di Trento (1545-1563). Si può dire, che
questo concilio segnò il punto di arrivo e di parziale esito di tutto il travagliato
periodo precedente e, comesi vedrà, aprì un ampio cammino.

5.3. Il concilio di Trento (1545-1563)

i Convocatoperrisolvere le questioni dottrinali sollevate da Luteroe dagli altri


riformatori del centro europeo,per orientare quella riforma generale della Chiesa da
molti lucidamente indicatae datutti attesa, e per la difesa comunecontro il pericolo
del turco che minacciaval'Europacristiana, il concilio di Trento nonrealizzò la riuni-
ficazione deicristiani occidentali intorno alla Chiesa romana e nemmeno produsse
effetti riguardo alla minaccia turca, ma segnò ugualmente una svolta per la Chiesa
occidentale che dimostrò capacità di ripresa nonostantela divisione confessionale,e
conferì ad essa unità dogmatica e disciplinare, oltre che un’eminente dimensione
pastorale.

36
Il concilio di Trento sancì solennemente una dottrina in documenti che
illustrano positivamente le verità da credere e che si concludono con elencazionidi
errori condannati, e promulgò unaserie di decreti di riforma. Questa legislazione
avevala finalità di rinnovare la vita cristiana dei fedeli e trovò il suo fondamento
nell’affermazione del valore supremodella salus animarum cui dovevano convergere
tanto l’attività religiosa dei fedeli quanto il funzionamentodelle istituzioni ecclesia-
stiche.
Per quanto riguarda quest'ultime, si esplicitò la destinazione pastorale delle
diocesi e delle parrocchie e si qualificarono, come più importanti, gli uffici del
vescovo e del parroco. Basilari pertanto divennero gli orientamenti che la cura
pastorale era un dovere personale e che la residenzaneerail requisito fondamentale;
venne quindia ribaltarsi il rapporto tra ufficio e rendite del medioevale beneficio
ecclesiastico.
Di conseguenza, si confermaronoi doveri del vescovoe diriflesso quelli del
parroco;per l’uno e per l’altro venne proposto l’ideale del buon pastore. Il vescovo
innanzi tutto dovevarisiedere nella diocesi per stare insiemeai fedeli e per conoscerli
attraverso la visita almeno biennale alle parrocchie. In questa circostanza egli poteva
predicare personalmenteedistruire, rinnovare e sostenere l’attività con indicazioni
operative, riformare gli abusi con adeguati provvedimenti. Le direttive generali del
governopastorale egli doveva promulgarle nel sinodo annuale e concordarle con gli
altri vescovi della provincia ecclesiastica nel concilio provinciale, la cui celebrazione
era fissata ogni triennio. Il compito di santificazione si attuava in particolar modo
nelle sacre ordinazioni i cui candidati il vescovo dovevafar preparare ed esaminare.
In questa prospettiva di preparare i giovani agli ordini sacri e al ministero
pastorale, il concilio istituì il seminario in ogni diocesi, come un collegio che il
vescovo aveva il dovere di fondare per l’educazione dei chierici e per la loro
istruzione; istituzione che doveva essere finanziata dall’intera diocesi con la
tassazioneditutti gli enti ecclesiastici. Fu questa un’istituzione tipicamentetridentina
la cui attuazione ha avuto,in verità, tempi davvero lunghi edesiti diversi.
Si può dire chetra le istituzioni ecclesiastiche si affermò in modo deciso la
parrocchia. Con le decisionetridentine la parrocchia divennel’istituzione tipicamente
pastoralee la suavitalità s’incentrò nella chiesa parrocchiale, sebbenenel suo ambito
territoriale vigoreggiarono ancoraaltri centri cultuali con le chiese deiregolari, dei
monasteri, delle confraternite che conservarono tutta la loro attività. Benché pluri-
nucleare, la parrocchia divenne elemento base dell’organizzazione dell’attività
pastorale della diocesi e pertanto, secondo un’esplicita disposizione,il parroco non
poté reggere più parrocchie insieme, come il vescovo non poté ottenere più diocesi.
Naturalmente all’ufficio di parroco andavano nominate persone degne ed

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idonee, e quindi vennestabilito un esame,di cui si precisarono le modalità ed i tempi
di svolgimento,al fine di deputare a tale compito persone capaci.
Qualorail popolo era numeroso,si dava potere ai vescovi di imporre al parroco
dei collaboratori cheli aiutassero nell’amministrazione dei sacramenti; nel caso poi
che ai fedeli risultasse molto scomodo accedereai sacramenti e partecipare agli uffici
divini, a causa della distanza dalla chiesa parrocchiale, il vescovo poteva erigere
nuove parrocchie dividendo il territorio della precedente e dotandole con il reddito
di quella. °
Si raccomandavaai fedeli di ascoltare la messa domenicalenella chiesa parroc-
chiale e di ricevere qui i sacramenti pasquali. Inoltre il concilio decretò la determi-
nazionedei confini territoriali delle parrocchienellecittà, affinché il popolo potesse
conoscere il proprio parroco e questi meglio provvedesse loro i mezzidi santifica-
zione. Delresto la disciplina circa la celebrazione del matrimoniostabilì che esso
sarebbestato valido e veramente sacramentale a condizione chesi svolgesse davanti
al parroco od a un suo delegato. Questi infine doveva annotare su libri particolari le
celebrazioni dei battesimi e dei matrimoni, oltre che dei cresimati e dei defunti. Si
universalizzò così la vera e propria anagrafenei paesi cattolici di Europa.

5.4. L'attuazione tridentina

Lastoria delle diocesi nei secoli seguenti, può dirsi, sotto certi aspetti, la storia
dell’attuazionedella disciplina tridentina, secondole molteplici direttive. Ma questa
fu condizionata anche dalle particolari situazioni storiche delle varie Chiese e fu
caratterizzata non soltanto da preoccupazioni di rinnovamentoreligioso e di sviluppo
ecclesiastico, ma anche da quelle di impedire infiltrazioni ereticali, di arginare la
diffusione del protestantesimo e di contrapporle dottrina e prassi propriamente
cattolica.
i L'azione dei vescovi nelle singole diocesi, svolta con impegno divisite e di
sinodi secondo il programma tridentino, venne affiancata da quella degli ordini
religiosi rinnovatio in corso di rinnovamento, e particolarmente di quelli nuovi, che
si diffusero capillarmente, determinando ovunquerisveglio religioso e devozionale
nelle popolazioni. Questo rinnovamentocattolico nella periferia, venne coordinata
efficacemente dal papato che, nei decenni ultimi del sec. XVI, fece della riforma
tridentina la linea costante dei suoiinteressi.
A queste tre forze si aggiunse anche quella dei principi dei territori rimasti
cattolici. Costoro ispirarono la loro politica ecclesiastica di sostegno a quella
riforma, al principio dominante che facevadella religione il fondamento dello stato
e, pertanto, secondo le disposizioni della pace di Augusta del 1555, che riconosceva

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ai principi luterani la possibilità di riformare la religione nel proprio territorio,
cresceva l’interesse da parte della Chiesa cattolica che i principi rimanessero
cattolici. Questi, sostenuti dalle autorità ecclesiastiche, si fecero tutori degli interessi
cattolici, pretesero però, ed ottennero, privilegi, favori, aiuti economici e militari;
legaronogli interessi religiosi all’egemoniadella propria dinastia, giustificandoreci-
procamente ogni azione repressiva nell’uno e nell’altro senso. In questa linea di
sviluppo, l’assolutismo del potere regio in Europa,le istituzioni ecclesiastiche e la
vita religiosa, vennero a trovarsi sotto la giurisdizione del sovrano che divenne
sempre più rigida nei secoli XVII-XVIII.
I papi immediatamente seguenti la conclusione del concilio (1566-1590), Pio
V, Gregorio XIII e Sisto V, operarono per coinvolgere i prìncipi nella difesa degli
interessi della fede cattolica, sviluppando una politica di alleanza organicamente
controllata attraverso il crescente sviluppo delle nunziature, quali organi di infor-
mazione e di azione diretta presso principi e vescovi. All’interno della Chiesa
occidentale,il papato divenne promotoree sostenitore dell’azione dei vescovi, con i
quali realizzò un collegamento oltre che con le nunziature, comesi è detto, anche con
un rapporto diretto attraverso la visita ad limina apostolorum, e la relazione sullo
stato della diocesie sulla propria attività. Con l’autorità crescente cheil rinnovamento
stesso conferiva loro, i papi elaborarono degli strumenti secondo le indicazioni che
il concilio aveva dato.
Pio V (1566-1572) pubblicò nel 1566 il Catechismo per i parroci, nel 1568 il
Breviario romano semplificato, nel 1570 il Messale romanoriformato. Il successore,
Gregorio XIII (1572-1585), fece la riforma del calendario nel 1582, universalmente
accettata, e nel 1585 fece fare una riedizione del Corpus juris canonici; Sisto V
(1585-1590)ripristinò le visite ad limina e nel 1588 riorganizzò la Curia romana per
il governo generale della Chiesa, dopo aver riorganizzato il collegio cardinalizio
fissandone il numero dei componenti e deipoteri, oltre che la caratteristica interna-
zionale. Con tutte queste misurereligiosee disciplinari, liturgiche e organizzative,si
verificò un’efficace organizzazione moderna,centralizzata e uniforme, orientata agli
interessi spirituali della cristianità, perseguiti con ogni mezzo,tantoreligiosi quanto
culturali e politici.
Il mondo dei religiosi si arricchì di nuove fondazioni. Nel 1563 iniziò la
riforma del carmelo, nel 1564 Filippo Neri fondògli oratoriani, nel 1584 i camilliani
vennero approvati, nel 1578 Carlo Borromeoistituì gli oblati, nel 1592 furonoistituiti
i preti della dottrina cristiana, nel 1597 gli scolopi di Calasanzio. Nel secolo seguente
continuaronole istituzioni: nel 1609 Maria Ward fondò le dameinglesi, nel 1610
Francesca di Sales e Maria di Chantalistituirono le visitandine, nel 1611 il cardinal
Pietro Berulle fondò l'oratorio, nel 1617 Vincenzo de Paulistituì i gruppi delle dame

39
di carità (che non furono mai una comunità religiosa), nel 1625 i preti della missione
o lazzaristi, nel 1633 lefiglie della carità, e l’Olier fondò i sulpiziani nel 1642
Gli ordini religiosi, in questo periodo post-tridentino, si aprirono agli ideali
dell’apostolato, della cura delle anime,dell’edificazione dei fratelli mediante le opere
di carità e di assistenza, mediante l’istruzione anche profana. L'esigenza primaria
dell’apostolato si avvertì nella struttura diversa delle regole delle nuove congrega-
zioni; il rapporto del singolo con la comunità fu reso meno rigido, i religiosi non
avevano voti solenni pur mantenendo l’impegno della povertà, della castità, della
ubbidienza (per questo motivo si chiamarono congregazioni e non ordini); si
abbandonòla recita in comune delle ore canoniche; il cosiddetto ufficio corale, per
consentire libertà d’azione apostolica ai componenti della comunità; la loro attività
si rivolgevaai settori trascurati del clero, la predicazione,l’ascolto delle confessioni,
l’assistenza agli ammalati, la cura dei fanciulli abbandonati, l’educazione in genere
e la formazione culturale ed ascetico-religiosa del clero. Nelle nuove istituzioni
religiose l’attività era finalizzata ad iniziative educative, pastorali, caritative.
Nel campo educativo, le congregazionireligiose modernesi resero benemerite
nella direzione dei primi seminari peril clero e dei collegi per la formazione deilaici,
nella fondazione delle scuole della dottrina cristiana per l'istruzione religiosa del
popolo. Particolarmente significativa fu l’opera dei gesuiti; non minore fu l’attività
dei barnabiti, teatini, oratoriani del Berulle, somaschi, scolopi.
Nell’attività propriamente pastorale queste nuove fondazioni svilupparono
nuoveiniziative e ne sostennero particolarmente alcune finalizzate all'educazione
cristiana del popolo. Così, incremento notevole ebbero le confraternite del
Sacramento, con la pratica delle 40 ore, e quelle del Rosario per la recita del Santo
Rosario; le compagnie della dottrina cristiana trovarono in Carlo Borromeoun deciso
propulsore; per lo stesso scopo, ma concaratteri originali, Filippo Neri fondòil suo
oratorio; per una migliore attività pastorale Carlo Borromeoistituì gli oblati. Nuove
associazioni laicali furono le congregazioni mariane che presero avvio nell’ambito
dei collegi della Compagnia di Gesù,allo scopodi inculcare nei giovani studenti la
consacrazione personale a Maria. La prassi delle missioni popolari vide nei secoli
XVIEXVIII protagonisti, prima i cappuccini edi gesuiti, poii preti della missione e
molte altre congregazionichesi istituirono proprio per questo scopo.
Per alleviare i disagi, la miseria derivanti dalle guerre frequenti, dalle
pestilenze e dalla crisi economicae dalla stessa organizzazionedella società, le nuove
congregazionisi proposero esplicitamente, ed alcune in manieraesclusiva,il servizio
al povero e promossero delle istituzioni assistenziali. Con finalità caritative si
mossero anche nuoveassociazioni comele visitandine, le damee le figlie della carità.
Anchele confraternite furono orientate ad atteggiamenti ed operedi carità materiale

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verso 1 loro soci, ed a iniziative assistenziali a vantaggio di malati e di orfani che
divennero a volte istituzioni autonome.
Questi sviluppi di istituzioni nel corso dei secoli tridentini ebbero diffusione
universale. Dai paesi dell’Europa cristiana esse furono trapiantate nei continenti
nuovi raggiunti dai missionari, quasitutti regolari, mandati dai re cattolici e sostenuti
negli imperi coloniali di Spagna e Portogallo, di Francia e di altri paesicattolici.
Per altro verso, le vicende delle istituzioni si colloca all’interno della
definizione di regni confessionali come si andarono connotando le monarchie
nazionali, dopo la divisione religiosa dell’ Europa (1555). Le istituzioni ecclesiastiche
non rimasero estranee ai processi organizzativi della cristianità nei singoli regni,
segnata progressivamente dal ruolo centrale dell’autorità sovrana del re. Anzi, quando
il regio potere si affermò come giurisdizione unica e universale nel territorio del
regno,l’attività delle istituzioni ecclesiastichee i rapporti dei loto titolari con le loro
autorità superiori vennero condizionate dalla politica dei re cattolici: così avvenne per
i regolari con i loro superiori generali e per i vescovi con la Sede apostolica. Di qui
presero giustificazione e cercarono spazio di intervento i nunzi pontifici presso i
singolire.
Nel corso del sec. XVIII l’affermazione della regia giurisdizione si espresse
con interventi sempre più frequenti e incisivi per regolamentare antichi privilegi e
modalità operative, con l’intento, talvolta esplicito, di riformarle per rendere quelle
che erano ritenute ancorautili, funzionali e coerenti agli indirizzi della loro politica
generale. Il riformismo ecclesiastico si affermò nei regni di Napoli, Spagna,
Portogallo, Sardegna, nel granducato di Toscana, nei possedimenti dell’impero
austriaco, e comportò, ad esempio, la soppressione di ordini religiosi, come quella
della Compagnia di Gesù, ottenuta da papa Clemente XIV nel 1773, o nella tentata
riorganizzazione su base nazionale; la nomina dei vescovi da parte dei sovrani,
dappertutto, alla fine del secolo; la delimitazione dell’attività, e di quella economica
in particolare, nell’ambito degli interessi generali dei singoli regni; la riorganizza-
zione territoriale della cura pastorale dei fedeli nelle diocesi ed anche nelle
parrocchie.
Il papato, in posizione di debolezza politica dopo la pace di Westfalia (1648),
nulla poté per contrastare gli orientamenti di dette politiche dei sovrani; i concordati
che ottenne e gli accordi che riuscì a stipulare, riuscirono a salvare per poco tempo
e in qualche modo ia condizione singolare diistituzionie di ceti ecclesiastici. Ma la
fine del privilegio era all’orizzonte, come, delresto, si delineava nella organizzazione
statale della confederazione degli Stati dell’ America settentrionali, dichiaratisi indi-
pendenti dalle potenze coloniali, di cui erano state colonie.
6. Leistituzioni ecclesiastiche negli stati nazionali (secc. XIX — XX)

L'orizzonte tradizionale mutò totalmente in Francia nel corso dei decenni rivo-
luzionari e dell’imperatore Napoleone. La politica giurisdizionalista perdette ogni
connotazione confessionale e il modello francese si impose in quasi tutti i paesi
europei. Anche la massimaistituzione ecclesiastica, il papato, fu travolto. L'antico
regime di cristianità fu ribaltato e le istituzioni perdettero il ruolo centrale nella
società e i significati fondamentali nei nuovi processi culturali. Tale orientamento si
confermò anche nei decenni della restaurazione fino alla metà del secolo, sia pure
recuperato in qualche modo,e segnò gli sviluppistorici dei vari paesi europeie delle
loro colonie neglialtri continenti.
Quando poisi teorizzò la separazione tra Chiesa e Stato, la politica dei vari
governi nazionali venne lentamente ad impostarsi sull’espropriazione del patrimonio
chele istituzioni avevano accumulato nel corso deisecoli, sulla soppressione di molte
di esse, anche se fu assicurato un qualche sostegno economicoaititolari dell’attività
pastorale; sulla estromissione di molteistituzioni dall’istruzione pubblica e dall’as-
sistenza al poveri.
Lastoria delle istituzioni ecclesiastiche fa parte delle vicende dei vari paesi
europei e degli altri che si sono costituiti nei corso dei secc. XIX-XX,in tutti i
continenti. Ma al di là delle vicende dentro le trasformazioni politiche degli stati
nazionali, nel sex. XIX le istituzioni non registrarono sviluppi nuovi, diversi dagli
assetti conseguiti nell’ordinamento ecclesiastico. Una forma nuova, compatibile con
le costituzioni deivari Stati, fu la configurazionedi libere associazioni di persone, che
vennero ad assumere alcune di esse, nell’ambito della legislazioni nazionali. Così
trovarono legittimo spazio operativo, ad esempio, le nuove fondazionireligiose.
Infatti, più agili e con sorprendentevitalità si affermarono le nuove fondazioni
maschili che, ad esempio, in Italia furono 23 e l’ingente numero di congregazioni
femminili di vita attiva, che soltanto in Italia furono ben 183, rispetto alle 43 dei tre
secoli precedenti; in Francia, dal 1853 al 1846 furono 50 le nuove fondazioni
femminili. La maggior parte di esse si dedicò all’assistenza dei malati, alle scuole,
all'educazione giovanile, proprio nel periodo in cui la società europea si andava
laicizzando. Nel sec. XX lo sviluppo delle esperienze di vita regolare continuò
ancora: soltanto in Italia furono ben 152 le fondazioni nei decenni 1900-1952.

6.1. Il caso italiano

In diversistati italiani un fatto di rilevanza istituzionale fu, ad esempio, rappre-


sentato dalla riorganizzazione delle circoscrizioni delle diocesi. La maggiore fu

42
certamente quella che riguardò l’Italia meridionale continentale, a seguito del
concordato del 1818, secondo un progetto pensato nel 1741.
Il criterio al quale si ispirò tale riordinamento, fu il comodo deifedeli, ed in
particolar modo il loro spirituale vantaggio: furono soppresse di fatto quelle sedi
episcopali che avevano scarse renditeo si trovavanoin luoghi poco importanti; quelle
soppresse vennerounite alle rimanenti, più antiche o più insigni, con annessione vera
e propria o con affidamento allo stesso vescovo. Finì così il periodo di lunga vacanza
di ben 88 diocesi, durante il quale avevano operatoi vicari capitolari con pienaattività
di governo, con visite pastorale e sinodi diocesani. In certe regioni, come la Puglia,
il numerodei vescovi fu dimezzato. L'operazione del 1818 con la soppressione di ben
31 diocesi sia pure ritoccata negli anni seguenti conil ripristino dell’autonomiadi
qualche diocesi, con la formula di unione aeque principaliter, avviò per la prima volta
un processo di riassestamento della Chiesa meridionale.
Analogamente avvennein altre regioniitaliane.
Il sec. XIX registrò, per l’Italia, il compimento della unificazione nazionale,
con la costituzione del regno d’Italia, grazie alla guida incisiva del regno di
Sardegna. Quest'ultimo era organizzato chiaramente secondo le concezioni politiche
liberali e aveva promulgato un insiemedi leggi modernechedifatto risultarono anti-
clericali. Si pensialla legge Siccardi dell’aprile 1850 che abolivail foro ecclesiastico
e limitava la mano morta. Alla legge che secolarizzava l’insegnamento ed a quella
Rattazzi del 22 maggio 1855 che sopprimeva ancora una volta un gran numero di
conventi e di monasteri. In seguito alle varie annessioni ed infine dopo la proclama-
zione dell’unità, il 14 marzo 1861, quella legislazione venne estesa all’intero
territorio nazionale.
In linea all’ispirazione liberale della separazione dello Stato dalla Chiesa,il
nuovoStato italiano emanò unaserie di provvedimenti che lo definivano come Stato
laico, nonostante l'affermazione dello statuto albertino che la religione cattolica era
religioneufficiale del regno. Nel 1864 furono date disposizioni per reprimere gli abusi
del clero e controllare i seminari, nel nuovo codice civile del 1865 venne introdotto
il matrimoniocivile, riconosciuto l’unico valido per lo Stato. Con la legge del 7 luglio
1866 venne stabilita la totale soppressione di ordini e congregazionireligiose e la
conversionein rendita di Stato ditutti i beni degli enti ecclesiastici; con la legge del
16 agosto 1867 questi beni vennero semplicemente incamerati. Nel 1869 fu soppressa
la esenzione dei chierici dal servizio militare e nel 1870 si aprì una serie di misure
restrittive dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari.
Con l’occupazione di Roma del 20 settembre 1870, la questione romanasi
aggravò, con moltiriflessi sulla vita civile e religiosa del paese; questione romana che
lo Stato italiano pensò di risolvere, da parte sua, con la promulgazione della legge
delle Guarentigie del 13 maggio 1871. Essaattribuiva al papa una sovranità formale,

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delle indennità temporalie l’uso di alcuni palazzi, conservandoal contrario il placet
e l’exequatur comecontrolloe limitazione della sua autorità spirituale. Respintatale
soluzione,il papa sì ritenne, come già aveva dichiarato, prigioniero difatto, e, conse-
guentemente, molti cattolici italiani ne presero la difesa estraniandosi dalla vita
politica del paese, secondo il non expedit già sanzionato nel 1864 e confermato nel
1865, nel 1874 ed ancora nel 1883 e nel 1886.
In questo climadiostilità alla rivoluzioneliberale, si andò organizzando anche
in Italia quel movimentoa carattere prevalentemente laico che, sotto un certo aspetto,
continuò a rendere presente la Chiesa nella società, e difese i suoi imprescrittibili
diritti. Le prime formeassociative sono degli anni 1865-1870 e tra esse va ricordata
la Società della gioventù cattolica del 1867. Ma la grande organizzazione fu l'Opera
dei congressi e dei comitati cattolici, fondata a Firenze nel 1875, sia per dare
continuità ed un centro propulsore a quelle riunioni generali, sia per creare una rete
capillare nel paese. L'Opera nella sua organizzazione verticale doveva partire dal
comitato parrocchiale, per arrivare a quello diocesano e poi, attraverso quello
regionale, regioni intese in senso ecclesiastico e non statale (e anche questo era un
segno,sia pure quasisoltanto formale,di unrifiuto dell’ordinamento statale), a quello
generale permanente.
Nel segno delrifiuto dell'ordinamento statale, il mondo cattolico italiano si
concentrò attorno al papato e contemporaneamente rivolse l’attenzione alle
condizionireali, sotto la spinta del movimentosocialista che denunziava la questione
operaia. Dai cattolici furonoistituite le Conferenze di s. Vincenzo de Paoli, gruppi
di assistenza notturna degli infermi a domicilio; la Pia operadis. Zita per l'assistenza
materiale, morale e religiosa alle domestiche, dormitori pubblici e cucine
economiche, ospedali infantili e rurali; e poi le società operaie di mutuo soccorso,sia
pure in numero molto minore di quelle di ispirazione liberale o mazziniana o
socialista, e una serie molto varia diistituzioni cooperative (casse rurali per i piccoli
e mediprestiti, cooperative di consumo;latterie sociali, circoli vinicoli, molini sociali,
cooperative per le abitazioni economiche, nuclei assicurativi in difesa del bestiame
e contro i danni delle grandinate). Questafitta rete diistituzioni sociali che preferi-
scono l’ambiente rurale in maniera significativa, caratterizza la Lombardia ed il
Veneto, alla fine del secolo; nei decenni seguenti si diffuse anche in altre regioni.
Quasi contemporaneamentesi aprirono le prime banchecattoliche a sostegnoditutte
quelle iniziative ed attività.
Alla fioritura del laicato durante il pontificato di Leone XIII (1887-1903) si
accompagnò quella delle congregazionireligiose di cui si parlava prima. Nei primi
anni del sec. XX,l'esigenza di educareil clero divenne sempre più pressante, mentre
la crisi modernista metteva in allarme Pio X.In questo contesto egli aprì a Leccenel
1908il primo seminario regionale per gli studiliceali e filosofico-teologici. Erano le

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prime strutture a carattere regionale, comele riunioni dei vescovi in conferenza che
Leone XIII aveva autorizzato nel 1889 e comei comitati regionali dell’Opera dei
congressi che funzionava già dalla metà degli anni ‘70.
Tramontata l’Opera dei congressi nel 1904, sorsero nuove formule organizza-
tive attraverso le quali i cattolici italiani agirono nel paese coniniziative nei vari
settori della società, da quello economico a quello culturale, iniziative di indole
sociale e religiosa e ben presto anchedicarattere politico.
Tra la fine del sec. XIX gliinizi del secolo seguente,si verificarono sviluppi
significativi della cultura cattolica, che possiamo vedere emblematicamente affermati
con la istituzione nel 1899 della Società cattolica italiana per gli studi scientifici,
divisa in cinquesezioni: per gli studi filosofici ed apologetici, per quelli economico-
sociali, per quelli fisici, naturali e matematici, per gli studistorici, infine per quelli
letterali. Sorsero numeroseriviste e si formarono cenacoli un po’ ovunque.
Questepositive esperienzesiriflettono nella formazioneintellettuale del clero
nei seminari, e dei laici delle associazioni cattoliche. Comparvero le prime scuole
superiori di religione peri laici ed il 7 settembre si aprì la Università cattolica del
Sacro Cuore a Milano, riconosciuta giuridicamente con decreto regio del 2 ottobre
1924, condiritti uguali alle altre universitàitaliane.
Nell’immediato dopoguerrai cattolici, presenti da sempre nella vita ammini-
strativa delle città ed apertisi alla collaborazione politica in campo nazionale a partire
dal 1913 col Patto Gentiloni, riuscirono a costituire il Partito popolare italiano, in
seguito al proclama del 18 gennaio 1919. Nell'ambito più propriamente pastorale
crescevano le associazioni di Azione cattolica che Pio XI riorganizzò nel 1922 in
quattro federazioni (uomini, giovani, donne, universitari) e nel campo delle
esperienze religiose prendevano slancio delle associazioni dilaici e di preti, i cui
membri si impegnavanoa praticare i consigli evangelici pur restando interamente
nelle loro occupazioni secolari; associazioni queste che sorsero cronologicamente
prima all’estero, ma trovarono sviluppo anche in Italia, e che più tardi vennero
chiamatiistituti secolari di perfezione.
La vitalità dell’associazionismo cattolico italiano si dimostrò nelle regioni
settentrionali molto più che in quelle meridionali. Qui perdurava il sistema delle
chiese ricettizie ed il potente numero delle confraternite; lì, invece, la parrocchia era
il centro unificatoreditutta l’attività religiosa e pastorale, svolta dai laici largamente
inseriti in ogni settore.
Comesi puònotare, gli sviluppistorici della Chiesa, durante l’epoca contem-
poranea, determinarono un pullulare diistituzioni che in Italia comparverosignifi-
cativamente nei decenni a cavallo tra il precedente secolo e l’attuale. Tutte queste
associazioni e società di cattolici si rapportarono in termini vari con l’autorità eccle-
siastica: quelle religiose e pastorali si collegarono direttamente ai vescovied al papa,

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sottoponendosialla loro giurisdizione; quelle culturali si diedero una certa autonomia,
manelrispetto dell’ortodossia cattolica e nella fedeltà alle direttive della Santa Sede;
quelle sociali e politiche, inizialmente collegate con le autorità ecclesiastiche,
maturarono una posizione chiaramente autonoma quandosi caratterizzarono. Per le
associazioni a carattere religioso e pastorale la loro natura,struttura e configurazione
trovarono definizione nel Codex juris canonici, avviato da Pio X e promulgato da
Benedetto XV nel 1917, da cui codice pio-benedettino.

6.2. Il riordinamento generale del mondo ecclesiastico sotto Pio X

i Agli inizi del sec. XX,con il pontificato di Pio X (1903-1914), prevalsero le


spinte restaurative e le esigenze di un riordinamento generale del mondo ecclesia-
stico, tenuto conto dell’evoluzionestorica e delle tendenze chesi delineavano. Questo
papa espresse ben presto l’intenzione di far redigere un nuovo codice di diritto
canonico, in cui la legislazione della Chiesa si trovasse condensata in modo
sistematico ed adattato alle nuove situazioni. Non fu un lavoro semplice e breve,
sicché il nuovo codice fu promulgato dal suo successore. Pio X invece, poté condurre
a termine la riorganizzazione della Curia romana,cioè dell’amministrazione centrale
della Chiesa.
Infatti, con la costituzione del 20 giugno 1908, Sapienti consilio, diede un’or-
ganizzazione più chiara ed una distribuzione più equa di competenzeai vari uffici.
Le congregazioni romane, che costituirono appunto i diversi ministeri del governo
centrale della Chiesa, vedevano le loro attribuzioni rimaneggiate e determinate in
modo molto più logico, mentre i loro metodi di lavoro venivanoaccelerati per meglio
adattarli al compito ogni giorno più considerevole, che aveva portato con sé lo
sviluppo della centralizzazione ecclesiastica, dalla metà del sec. XIX.
L’organizzazione stabiliva: 11 Congregazioni (Sant'Uffizio, concistoriale,
sacramenti, concilio, religiosi, de propagandafide, indice, riti, cerimoniale, affari
ecclesiastici straordinari, studi), 3 Tribunali (penitenzeria, Rota, segnatura); 5 Uffici
(cancelleria, dataria, camera, Segreteria di Stato, brevi ai principi e lettere latine).
Successivamente venneroistituite altre congregazioni.
Il secondo grande passo della riorganizzazione della Chiesa è costituito dalla
promulgazione del Codex juris canonici da Benedetto XV nel 1917. Come già
ricordato, è però sottoil pontificato precedente che avvenne la importante revisione
di tutta la legislazione ecclesiastica con la compilazione di un unico codice generale
di riferimento. Dall’andata in vigore del Codicedidiritto canonico e quindi in base
ai principi e alle norme in esso contenute, furono di conseguenzachiarite le finalità
di tutte le istituzioni ecclesiastiche e riviste le strutture e i rispettivi ordinamenti

46
giuridici. Un’opera di aggiornamento,fatta silenziosamente, chesi protrasse per vari
anni ma con grandeefficacia.

6.3. I Patti lateranensi fra l’Italia e la Santa Sede

La conclusione dei Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 ebbe una notevole
importanza nella società e nella vita religiosa dell’Italia in maniera diretta, ma per
tutto il mondocattolico, sia pure indirettamente. Tali patti aprono quella linea di
politica concordataria che la Santa Sede seguì coni governidi quei paesi europeiche
si ispiravano ad ideologietotalitarie; con tali strumenti di diritto internazionale, la
Santa Sede mirava a garantire giuridicamente la presenza della Chiesa in quei paesi
e l’attività religiosa e pastorale delle sueistituzioni nella loro società.
I Patti lateranensi hanno unaloro configurazione sia giuridica che storica. Essi
chiusero finalmente e risolsero pacificamente e consensualmente la questione
romana; comprendevano untrattato, un concordato ed una convenzione finanziaria.
Neltrattato si riconosceva il nuovo Stato della Città del Vaticano,di cui venne
determinata l’estensione; si rinunciava ‘ad ogni rivendicazioneterritoriale da parte
papale, dandoalla situazione di fatto la sanzione morale e giuridica. Si affermava
inoltre la religione cattolica comel’unicareligione dello Stato Italianoe si stabilirono
speciali prerogative giuridiche per organismi e persone attinenti al supremo governo
della Chiesa; si accordò poi l’efficacia giuridica anche per lo Stato italiano alle
sentenze ecclesiastiche, concernenti materie spirituali o disciplinari relative a
personeecclesiastiche; alla Santa Sede venne garantito il diritto di legazioneattiva
e passiva,la libertà nei conclavi e nei concili.
Con la convenzione annessa al trattato lo Stato italiano liquidava il credito
della Santa Sede mediante il versamento di un miliardointitoli dello Stato e di 750
milionidi lire in contanti.
Il concordato riguardava direttamente la Chiesain Italia: assicurava il libero
esercizio del poterespirituale, del culto, della giurisdizione ecclesiastica, accordando
inoltre agli ecclesiastici per gli atti del loro ministero la difesa da parte delle autorità
italiane (art. 1); attribuiva speciali privilegi agli ecclesiastici (esonero dal servizio
militare, speciale trattamento penale) e un certo appoggio giuridico ai vescovinei
confronti degli ecclesiastici loro dipendenti; fra l’altro, nell’art. 5, lo Stato si
impegnava ad impedireagli ecclesiastici scomunicati di assumere o conservare uffici,
insegnamenti od impieghi nei quali fossero a contatto immediato con il pubblico;
dichiaravalibera l'elezione dei vescovi, ma esigeva una previa comunicazione dei
nomi al governo; riconosceva gli effetti civili del matrimonio religioso e delle
sentenze di nullità emesse dai tribunali ecclesiastici; introduceva l'insegnamento

47
della religione cattolica nelle scuole secondarie; escludeva dalla politica l’attività
deli’ Azione cattolica e degli ecclesiastici; riordinava a favore della Chiesa la
complessa questione della proprietà ecclesiastica e del mantenimento del clero. Da
un punto di vista istituzionale, lo Stato, all’art. 29, prese atto della personalità
giuridica della Santa Sede, delle diocesi, dei capitoli, dei seminari, delle parrocchie,
ecc.; si dichiarava disponibile al riconoscimento della personalità giuridica delle asso-
ciazioni religiose, alle province religiose italiane, alle confraternite, alle fondazioni
di culto di qualsiasi specie.

7. Le principaliistituzioni dopoil concilio Vaticano Il

Il rinnovamento della Chiesa cattolica, promosso dal concilio Vaticano II


(1962-1965), ha prodotto uno sviluppooriginale diistituzioni, sia a livello centrale
e di portata universale, sia nelle singole Chiese particolari. Alcune di esse
esprimevano la comunionee la collaborazione dei vescovi, considerati componenti
dell’unico collegio episcopale, e la partecipazione dei vescovi al governo papale
dell’intera Chiesa cattolica. Altre riguardavano le diocesi e le parrocchie ed
esprimevano la partecipazione responsabile dei preti e dei laici. Altre, infine, si
riferivano all’organizzazione degli istituti di vita consacrata e dei loro rapporti
reciproci, nonché del loro insieme all’interno delle Chiese particolari nei vari paesi
del mondo.
La comparsa di queste nuoveistituzioni ha caratterizzato il ventennio seguente
lo svolgimento del concilio. Questa primaveraistituzionale ha trovato organica siste-
mazione nel Codice di diritto canonico, promulgato da Giovanni Paolo Il il 25
gennaio 1983 ed entrato in vigorealla fine dello stesso anno,integrato da alcuni prov-
vedimenti papali negli anni seguenti.
Innanzitutto, i sinodi dei vescovi, già istituiti da Paolo VI nel 1965, si
configurano comeistituzione ecclesiastica centrale, rappresentatividi tutto l’episco-
pato cattolico, composti di vescoviscelti dalle varie parti del mondo, quando vengono
convocati dal papa pertrattare argomenti da lui stesso proposti (cann. 342-348).
Significativa pure è la immissione di vescovi, provenienti dalle diverse parti
del mondo, nelle congregazioni della Curia romana.
Quest'ultima è composta dalla Segreteria di Stato o papale, dal Consiglio degli
affari pubblici della Chiesa, dalle Congregazioni, dai tribunali e da altri organismi
(can. 360). Successivamente alla promulgazione del Codice, Giovanni Paolo II, nel
1988, ha promulgato la sistemazione della Curia, sulla base della riforma radicale
attuata da Paolo VI nel 1968. In tale contesto è stata costituita, il 25 marzo 1993, la
Pontificia commissione dei beni culturali della Chiesa.

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Tra le Chiese particolari sono state rilanciate la provincia ecclesiastica, con
personalità giuridica per diritto stesso, e la regione ecclesiastica che può assumere
personalità giuridica, allo scopo di favorire in modopiù adeguato i mutui rapporti dei
vescovi diocesani (cann. 431-434). Espressione stabile di questi rapporti sono le
conferenze episcopali, cioè le assemblee dei vescovi di una nazione e di un
determinato territorio, con statuti propri (cann. 447-489). Le conferenze episcopali
nazionali, nei decenni seguentiil concilio, hanno ricevuto conferma autorevole nei
paesi in cui erano attive da circa un secolo, e grande sviluppo hanno avuto nelle
nuove Chiese in seguito ai processi di decolonizzazione, caratteristica di alcuni
continenti come l’ Africa e l'Asia. In quei paesi in cui si erano già affermate le
conferenze episcopali regionali, nei decenni postconciliari, hanno acquisito
significato maggiore. i
Nelle Chiese particolari, poi, accanto a quella del vicario generale, figure
nuovesonoquelle dei vicari episcopali, con potestà ordinaria o per parte determinata
della diocesi o per in genere determinato di affari, o in rapporto ai fedeli di un rito
determinatoo di un ceto determinatodi persone (cann. 475-476). La Curia vescovile
è stata configurata nel suo insieme unitario e articolato di uffici e di persone che
aiutano il vescovo nel governoditutta la diocesi (cann. 469-474). Organismi nuovi
sonoil consiglio per gli affari economici con compiti precisi a riguardo dell’ammi-
nistrazione dei beni (cann. 492-493) e l’economochedifatto amministrai benidella
diocesi per conto del vescovo (can. 494); il consiglio presbiterale, costituito da un
gruppodi sacerdoti che coadiuva il vescovo nel governopastorale, come suo senato
(cann. 495-501) e tra questi il collegio dei consultori, con compiti, tra l’altro di
reggerela diocesi durante la vacanza della sede o in caso di impedimento del vescovo
(can. 502). Rimangono ancorail capitolo dei canonici presso la chiesa cattedrale e
quello delle chiese collegiate, sia pure con competenze ridotte e comunque da
precisare negli statuti approvati dal vescovo e il canonico penitenziere (cann. 503-
510). Se la situazione della diocesi lo suggerisce, viene costituito il consiglio
pastorale al quale spetta studiare, valutare e proporre conclusioni operative su tutto
ciò che riguardale attività pastorali della diocesi (cann. 511-514). Infine, essendo
stato abolito il millenario sistema beneficiale in cui si configuravanole diocesi, le
parrocchie, nonchéil capitolo della cattedrale e delle collegiatee i singoli canonicati
che ne facevano parte, in ciascuna diocesiè statoistituito uno specialeistituto per
provvedere al sostentamento deichierici che prestano servizio a favore della Chiesa
particolare, con la raccolta di offerte dei fedeli (can. 1274).
Similmentenella parrocchia definita come «determinata comunitàdi fedeli [...]
nell’ambito di una Chiesaparticolare, e la cui cura pastorale è affidata ad un parroco
quale suo proprio pastore» (can. 515), accanto ad esso e in stretta collaborazione
vengonoistituiti due organismi: il consiglio pastorale i cui componenti partecipano

49
alla cura pastorale e portano il loro aiuto nel promuovere l’attività pastorale (can.
536) e il consiglio per gli affari economici i cui componenti aiutano il parroco
nell’amministrazione dei beni della parrocchia (can. 597).
Anchetra gliistituti di vita consacrata è indicata la conferenza dei superiori
maggiori degli istituti religiosi (cann. 708-709). Prendono poi collocazione le
molteplici forme diistituti secolari, composti da «fedeli che vivendo nel mondo,
tendono alla propria perfezione cristiana e si impegnano per la santificazione del
mondo,soprattutto operandoall’interno di esso» (cann. 710-730)e quelle società di
vita apostolica, i cui membri senza voti religiosi, perseguono il fine apostolico,
proprio di ciascuna, e conduconovita fraterna in comunità secondole proprie costi-
tuzioni (cann. 731-746).
Altre istituzioni hanno trovato organica collocazione nell’ordinamento eccle-
siastico. Sono quelle collegate alla funzione d’insegnare della Chiesa, specificamente
ai mezzi attraverso i quali si concretizza il compito educativo: le scuole cattoliche,
ad esempio, (cann. 796-806), le università cattoliche e gli istituti di studi superiori
(cann.807-814), le università e le facoltà ecclesiastiche (cann. 815-821).
Infine, un significativo ammodernamento ha avuto la organizzazione dei
tribunali con competenzeterritoriali e diocesane, con differenti gradi e specie (cann.
1417-1441), nonché le procedure del giudizio contenzioso ordinario (cann.1501-
1655) e di quello contenzioso orale (cann.1656-1670), i processi matrimoniali (cann.
1671-1707) e quello per la dichiarazione di nullità della sacra ordinazione (cann.
1708-1712), le procedure nei ricorsi amministrativi e nella rimozioneo neltrasferi-
mento dei parroci (cann, 1732-1752)

TA. Ancorain Italia

Gli sviluppi delle istituzioni, verificatosi nei decenni postconciliari, hanno


trovato attuazione anche in Italia, come negli altri paesi. Tra quelle che trovarono
conferma dall'entrata in vigore del nuovo Codice del 1983, meritano attenzione
particolare l’intensa attività pastorale delle Conferenze episcopali regionali, nel
contesto delle istituite regioni conciliari (1919), e il decollo decisivo che prese la
Conferenza episcopale italiana (1952) a partire dagli anni ‘60, grazie all'impulso
notevole che diede Paolo VI.
Poco dopo la promulgazione del Codice vanno indicati due fatti rilevanti
nell’evoluzione della Chiesa in Italia: la revisione del concordato nel 1984 il rior-
dinamento delle diocesi nel 1986. L'accordo di revisione è giunto a conclusione di
un lungo percorso avviato agli inizi degli anni ‘70: la sua prospettiva esprimei grandi
mutamenti contestuali ed i significati nuovi che lo Stato italiano e la Chiesacattolica

50
davano al patto rinnovato. Entrambi collaborano, secondo le specifiche competenze
e con le modalità proprie, al bene del paese, avendo superato le posizioni di arroc-
camento nelle prerogative della sovranità dei rispettivi ordinamenti.
A facilitare la soluzione dell’importante problema strutturale, quale era il
sostentamentodelcleroe il sostegnoalla sua attività pastorale, era intervenuta l’abo-
lizione del sistema beneficiale, compiuta dal nuovo Codice. Così fu più agevole
procederealla riorganizzazione delle diocesi: non attuata secondoil dettato dell’art.27
del concordato del 1929, avviata poi da Paolo VI negli anni ‘70, con risultati
provvisori, l’ha definita il decreto della Congregazione dei vescovi del 30 settembre
1986:il numero delle diocesi è stato ridotto a 225, con unionie fusioni di vario genere
di circa un centinaio delle preesistenti; esse fanno parte di 18 regioni pastorali.

8. Considerazioni conclusive

Laricostruzione sintetica del quadro storico delle istituzioni ecclesiastiche fa


comprendere la loro densità geografica e la varietà tipologica. Geografia e tipologia
che si riflette direttamente su quelle dei loro archivi ancor oggiesistenti presso di
esse.
La documentazione conservata in essi attesta la evoluzione che ciascuna
istituzione ha avuto nel corso dei secoli e le particolari vicende che ciascuna ha avuto
nei precisi contesti umanie culturali, religiosi ed ecclesiastici, sociali, economici e
politici. Ogniistituzione ha una sua storia ed ogni archivio ne conserva la memoria.
Leistituzioni e i loro archivi, pertanto, hanno avuto stagioni diverse: diffusione
e soppressioni, trasferimenti e trasformazioni. Molti archivi, perciò, hanno avuto un
loro percorso e molte loro carte si trovano lontano dalla sede istituzionale in cui
furono prodotte o dall’archivio originario della sua istituzione.
In conclusione,se all’archivista non deve sfuggire la storia delle istituzioni, gli
sarà pure di grande vantaggio un’adeguata cultura storica. Solo essa consentirà la
lettura corretta dei documenti, il rispetto degli ordinamenti compiuti e, al tempo
stesso, faciliterà l'elaborazione deicriteri con i quali avviare quelli da compiere, la
comprensionedella vitalità storica di cui ogni documento conserva testimonianza.
Tutto ciò implica la conservazione degli archivi ecclesiastici, e significa la loro
valorizzazione culturale e pastorale.

SI
ARCHIVI ECCLESIASTICI E ARCHIVISTICA

SALVATORE PALESE

Lastoriadelle istituzioni ecclesiastiche dei primi due millenni cristiani lascia


intravedere quanto sono numerosi i loro archivi che si sono formati nel corso dei
secoli, e quanto ampia è la loro varietà. C'è daritenere, infatti, che ogni ente ha
conservatonel suo archivio le testimonianze dell’attività, delle donazioni ricevute e
dei diritti acquisiti.
La stessa loro vicenda.inoltre, richiama l’evoluzione del patrimonio docu-
mentario e la storia delle carte. Infatti, sono tanti gli archivi confluiti in quelli delle
istituzioni che hanno ereditato compiti e possedimenti delle precedenti e ne hanno
conservato la documentazione.
Il modostesso di considerarle, di conservare e gestire gli archivi, si è evoluto
nel contesto dei processi culturali riguardanti la memoria del passatoe le esigenze dei
rapportitra le istituzioni. La prassi di custodire gli archivisi è trasformata, nel corso
dell’età moderna e contemporanea, fino a definirsi nei suoi criteri e nelle sue
procedure, con un metodo divenuto chiaramente scientifico. Si è resa, così, possibile
la loro piena valorizzazione: non soltanto per la conoscenzadell’ attività religiosa ed
ecclesiastica delle istituzioni, ma pure per la storia religiosa e sociale, culturale ed
economica delle popolazioni che con quelle istituzioni hanno avuto molteplici
rapporti.

1. Tipologia e geografia degli archivi ecclesiastici

Limitandociall'orizzonteitaliano, certamentequalificato e significativo, si può


fare una descrizionedeicriteri di individuazione dei giacimenti archivistici esistenti
e della loro qualificazione.
Nelterritorio di una diocesi bisogna considerare la esistenza di: archivi delle
confraternite, archivi degli enti assistenziali ed educativi, archivi delle associazioni
di recente fondazione, archivi dei collegidi chierici, archivi delle parrocchie.
In molti casi le carte delle istituzioni più antiche o di quelle estinte sono
pervenute negli archivi parrocchiali. Questi, pertanto, possono considerarsi i
principali archivi delle singole località appartenenti ad una diocesi.
Nelle città episcopali, al centro della diocesi si deve tener conto degli archivi
dei capitoli delle cattedrali, archivi dei seminari, archivi delle Curie vescovili, archivi
diocesani.
Questi ultimi, in un certo numero di città, sono stati istituiti di recente e
risultano dalla concentrazione degli archivi di numerose istituzioni cittadine e
diocesane.
Naturalmente, vanno considerate le varie modificazioni delle circoscrizioni
diocesane, tenuto conto della loro composizione, delle soppressioni e delle incorpo-
razioni delle diocesi, delle divisionidei loroterritori e della istituzioni di nuove, come
più volte è avvenuto. L'attuale assetto delle diocesi italiane, ad esempio, è stato
definito il 30 settembre 1986, con 72 decreti emanati dalla Congregazione dei
vescovi, editi nell’organoufficiale degli atti della Santa Sede, Acta Apostolicae Sedis.
Esistono, poi, le Congregazioni religiose, gli istituti religiosi e gli ordini
religiosi, con circoscrizioni territoriali proprie di ciascuno di loro, corrispondenti
spesso ad aree regionali e pluriregionali.
Nei centri propri di ciascuna di queste innumerevoliistituzioni vi sono gli
archivi delle loro Curie provinciali e nelle località dove sono presenti le loro
comunità, vi sono gli archivi delle singole case e dei singoli conventi, maschili e
femminili.
È un mondodi archivi se si considerano le fondazioni medioevali e moderne
e quelle iniziate in età contemporanea, che si sono diffuse capillarmente in ogni
regione. Unarealtà, per certi aspetti, in continuo movimento, soggetta a modificazioni
peraltro imposte dall’esterno con varie soppressioni, come quella papale nel sec.
XVII, quelle regie nel sec. XVIII, e infine quelle dei governi degli stati nazionali nel
sec. XIX, Ogniistituto ha una sua vicenda e non pochidei loro archivi si trovano,ora,
negli Archivi di Stato competentiperterritorio.
La loro specifica configurazione giuridica si riflette pure nella storia dei loro
archivi. Per la loro formazioni e per la loro gestione bisogna far riferimento alle
normedate negli ordinamenti propri di ciascun ordine, congregazionie istituto.
Considerazione speciale meritano gli archivi dei monasteri dei più diversi
ordini, alcuni dei quali sono di antichissima fondazione. Moltastoria italiana, come
del resto di tanti paesi europei, è passata dai loro chiostri e le memorie più lontane
sono state conservate nei codici e nelle carte scritte dai monaci.
Anche le loro vicende, come quelle degli ordini e delle congregazioni

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religiose, sono segnate dalle soppressionideisecc. XVII-LXIX, ma pure di estinzioni
e di passaggi ad altri regimi monastici: le une e le altre hanno modificato la loro
geografia anche in termini radicali. Molti dei loro archivi, di conseguenza, sono
conservati nei fondi delle corporazionireligiose degli Archividi Stato. o
Ancheper i loro archivi bisognafare riferimento alle costituzioni di ciascun
monastero e di ciascun ordine di appartenenza. Un orientamento è offerto dai
repertori dei singoli ordini religiosi, comeil Monasticon dei carmelitani scalzi e il
Monasticon dei benedettini per alcune regioniitaliane. l l
Nelle singole regioni vanno aggiunti gli archivi delle Conferenze episcopali
regionali. Le riunioni periodiche iniziano dal 1892 per decisione di Leone XII, a
seguito dell’istruzione della Congregazione dei vescovi e regolari del 24 agosto 1889.
Gli archivi dovrebbero trovarsi conservati presso la sede delle loro riunioni ma
talvolta anche nell'archivio vescovile del loro presidente, comenelcasodi presidenti
cardinali, o in quello del presidente eletto periodicamente. i
Regionali sono pure i Tribunali ecclesiast ici regionali per le cause matrimo-
niali, con propri archivi, organizzati da Pio XI con il motu proprio De ordinandis
i e
tribunalibus ecclesiasticis, dell’8 dicembre 1938.
A questi archivi più o menoperiferici, nel panorama italiano vanno inseriti gli
archivi centrali degli ordini e delle congregazionireligiose, maschili e femminili, con
le loro peculiarità. Di essi una numerosa presenza è a Roma. a
Roma, anche per quanto riguarda gli archivi ecclesiast ici, costituisc e un caso
del tutto particolare. i
Vi sono, oltre quelli menzionati prima, gli archivi delle parrocchie, delle
e dei
confraternite, dei conventi maschili e femminili, delle case religiose, dei collegi
convitti nazionali e internazionali, degli atenei, degli istituti di cultura religiosa e delle
accademie pontificie, le cui sedi non sono negli edifici esplicitamente menzionati
negli artt.13-16 del trattato lateranense dell’11 febbraio 1929. i e
Fuoridelterritorio italiano, naturalmente, vi sono gli archivi degli organismi
della Curia romana,nella Città del Vaticano e nelle sedi con la situazione prevista
dagli articoli menzionati nello stesso Trattato. i
È tutta questa densa e variegata realtà che viene indicata comearchivi eccle-
siastici.

2. Storia degli archivi ecclesiastici

I primi a formarsi sonostati gli archivi vescovili e quelli capitolari presso le


o
cattedrali delle città, gli archivi monastici nel territorio dei paesi cristiani.
La consuetudine di conservarei testi delle leggi e delle decisioni, deititoli di

55
possesso e delle notizie circa l’attività svolta, era in uso negli uffici delle magistra-
ture romane. A Roma,centro dell’amministrazione dell’impero,i vescovi seguirono
quella prassi e ben presto costituirono un archivio. Per alcuni ciò avvennealla fine
del I secolo;peraltri, con più probabilità, nella prima metà delIII; certamente, dopo
l’editto di Milano del febbraio 313.
S. Girolamo parla del chartarius ecclesiae romanae. La sua sede nel IV secolo
fu voluta da papa Damaso (367-384) non lungi dai ruderi del teatro di Pompeo,in
regione Prasina, nella sua casa, pressola basilica di s. Lorenzo, detta in Damaso. Alla
metà del VII secolo fu trasferito in Laterano dove risiedevano i papi, presso
biblioteca e cancelleria pontificia, menzionate nell'VIIIsecolo. Dal 1083 i registri dei
beni e delle entrate pontificie furono posti in un terzo archivio, nella turris
chartularia, vicino all’arco di Tito, presso il colle Palatino.
Quelli dei vescovi e dei canonici, insieme con quelli dei comuni, delle
università e delle diverse associazioni, conservano la memoria delle città italiane.
Spessoin quello degli enti ecclesiastici furono depositati documenti daparte di privati
e di famigli dei notai e di mercanti, almeno fino al sec. XII
Non difficile rilevare nei canoni dei concili più antichi, come quelli di
Calcedonia del 451 e del NicenoII del 787, prescrizioni riguardanti la corretta ammi-
nistrazione dei beni delle chiese e dei monasteri. Si raccomanda chea tale compito
vengano destinate persone idonee, man mano che l’autorità del vescovosi definisce
nella sua autonomia e nella sua peculiarità e si prescrive la redazione di documenti
scritti dei suoi interventi di carattere amministrativo e giudiziario, a difesa deidiritti
di chiese, di chierici e monaci, e di quelle categorie che nel vescovo avevanoil loro
difensore naturale. A tali concili possonoaffiancarsi purele disposizioni del I (1123)
e del IV (1215) concilio Lateranense: di questo si vedano soprattutto le costituzioni
12,33 e 38.
Alla metà del sec. XV si può dire che questo percorso è completato e che gli
archivi vescovili sono unarealtà consolidata da almenotre secoli, anche se di essi non
si parla in manieradiretta ed esplicita. Si pensi, ad esempio, agli archivi di Amalfi e
di Ravello, di Pisa e di Ravenna,di Fiesole e di Siena.
Contemporaneamente, si assiste alla crescita del ruolo del capitolo della
cattedrale. Si ingrandisce il patrimonio immobiliare e si consolidanoi privilegi. E
tanto più la documentazione si accresce quandola struttura beneficiale caratterizza
l’articolazione della proprietà del capitolo e le continue donazioni da parte di
benefattori di ogni genere. Delle trasmissionididiritti e di rendite, della osservanza
degli obblighicultuali si redigonoattestati periodici e rendiconti puntuali. Anzi, può
ritenersi che l'archivio del capitolo, in non pochicasi, si è costituito ancor primadi
quello del vescovo e che presso i canonici furono custodite le carte di governo dello
stesso vescovo. Del resto, eranoi canonici ad eleggere il vescovo fino a gran parte

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del sec. XIII e a reggere il governo durante la vacanza della sede vescovile: il capitolo
rappresentaval’istituzione che aveva cura degli interessi ecclesiastici nella città, con
una continuità maggiore di quella dei vescovi che si succedevano.
Analogamente può dirsi della formazione degli archivi dei monasteri, delle
pievi e delle parrocchie e dei nuoviordinireligiosi: accettazione diprivilegi e di
donazioni, rendiconti dell’amministrazione dei beni, difesa dei diritti accertati;
inventari dei beni portati con la monacazione;registrazione degli obblighi soddisfatti;
calendari settimanali, mensili e annuali delle commemorazionida fare; annotazioni
di battesimi conferiti e dei fedeli componenti le comunità parrocchiali.
Il carattere ecclesiastico degli archivi menzionatisi definì nel corso della piani-
ficazione dei rapporti di competenze, quandoil governodellecittà si evolsee, in esse
e nelterritorio circostante,si affermò l’autorità di gruppi di famiglie sull’intera realtà
deicittadini e regionale, e infine dei principati moderni. Il caratterizzarsi dei ruoli dei
singoli corpi ecclesiastici e delle singole autorità ecclesiastiche si riflette, natural-
mente, nella vicenda degli archivi di questeistituzioni.
Sotto questo puntodivista, i decreti disciplinari del concilio di Trento (1545-
1563) diedero un orientamentopreciso allo sviluppo autonomoditanti archivi eccle-
siastici già esistenti. Questo orientamento derivò dal riordinamento dei compiti del
vescovo (residenza, sinodo diocesano, visita pastorale, controllo delle ordinazioni
sacre) e del parroco(istruzione dei fedeli, amministrazione dei sacramenti), nonché
dalla conferma del ruolo del capitolo della cattedrale e di quelli delle chiese
collegiate.
Quell’orientamento divenne realtà attraverso l’opera non facile dei vescovi
semprepiù residenti nelle loro sedi, visitatori delle diocesi e legiferanti per l’intera
loro compagine, e una nuova stagione cominciò pergli archivi ecclesiastici. Del buon
funzionamentodelle istituzioni essi fornivano le provee, a loro volta, ne garantivano
gli strumenti.
È diun certo interesse ricordare alcune disposizioni tridentine circa i doveri del
vescovoe del parroco, dalle quali è derivata man mano una copiosa documentazione
conservata negli archivi diocesanie parrocchiali. Il canone IX del decretumde refor-
matione della XXII sessione (17 settembre 1562) imponeva agli amministratori di
fabbriceria e dei luoghi pii di presentare al vescovo il resoconto scritto della loro
annuale gestione dei beni e delle loro rendite; il canone successivo attribuiva al
vescovola potestà di controllare l'operato dei notai e di esonerarli dalla loro funzione.
Nella XXIV sessione (11 novembre 1563) il capitolo I dei canonisulla riforma del
matrimonio faceva obbligo ai parroci di annotare accuratamente data, luogo e
testimoni della celebrazione del sacramento in un registro che ha il dovere di
custodire diligentemente; e nel capitolo II di registrare pure i battezzati e i loro
padrini. Nella stessa sessione, il decretum de reformatione al canone HI, volendo

57
rilanciare il governo pastorale dei vescovi, stabiliva che essi vistassero tutte le
istituzioni ecclesiastiche esistenti nel territorio della diocesi: le visite pastorali. Un
rilevante incremento di documenti negli archivi vescovili venne pure dall’osservanza
del disposto tridentino circa l’obbligo dei vescovi di controllare i monasteri
femminili, sancito con diversi canoni nel decretumde regularibus et monialibus, nella
sessione XXV del 3-4 dicembre 1563.
Nella prospettiva di conservaree tutelare i documenti delle diverseistituzioni
ecclesiastiche e la documentazione che si sarebbe prodotta con l'osservanzadi questi
decreti, al concilio di Trento si discusse pure della opportunità di costituire un
archivio di concentrazione, quasi un archivio diocesano. Mapoi nonse ne fece nulla.
Di notevole riferimento fu l’organizzazione degli archivi vescovili e degli altri
archivi ecclesiastici che Carlo Borromeo (+158$4) diede nella grande arcidiocesi e
nella provincia ecclesiastica di Milano. La preoccupazione di quel vescovo fu di
raccogliere e conservare i documenti necessari per l’attività ordinaria del vescovo e
degli ufficiali della sua Curia, dei canonici della cattedrale e del clero delle chiese
collegiate, dei parroci e delle confraternite, dei monasterie dei luoghipii.
A questefinalità rispondevala raccolta da lui voluta dei monumenta antichidi
possessi, competenze,privilegi, diritti e doveri di ciascunaistituzione. Gli archivi da
costituire o da ordinare avevano un orientamento pastorale. Le disposizioni contenute
nel primo concilio provinciale di Milano del 1565 divennerodi fatto di universale
incidenza autorevole quando Pio V conil suo breve /nter omnes del giugno 1566
diede solenneratifica. Ed anche se agli archivi e alla loro funzione è fatto un breve
riferimento, da molti studiosisi ritiene che con quella disposizione Pio V indicavale
necessità che ogniistituzione ecclesiastica avesseil suo archivio. Quello rappresenta
un momento fondamentale nella storia degli archivi ecclesiastici.
Nel trentennio seguente furono poste le basi della organizzazione degli
archivi vescovili, attraverso le norme date dai vescovi nei sinodi e nei concili
provinciali. Alle soglie del sec. XVII gli archivi vescovili sono quasi ovunque una
realtà. Frattanto, Sisto V nel gennaio del 1588 aveva riorganizzato la Curia romana
con nuovecongregazioni e organismi centrali della sovranità papale. Nel 1612 Paolo
V avviò la costituzione dell’Archivio segreto vaticano. Nei decenni seguenti i
successori diedero disposizioni specificheperla istituzione degli archivi deirispettivi
organismi della Curia, fino a Clemente X nel 1671.
Nell’arco di questo sec. XVII il disciplinamento promosso dai vescovi nelle
diocesi produsse l’istituzione e l’organizzazione degli archivi delle parrocchie nel
corso delle visite pastorali e attraverso le prescrizioni sinodali continuamente
ribadite.
Un momentodella visita era quello del controllo della buona tenuta dei cinque
libri sacramentali (dei battezzati, dei cresimati, degli sposati, dei defunti e delle

58
famiglie). Nelle norme sinodali ricorrono indicazioni puntuali circa la registrazione
della celebrazione dei sacramenti, comeli indicavail Rituale romano, pubblicato nel
1614 da Paolo V, sulla compilazione degli inventari dei beni mobili e immobili e di
tutto ciò che riguardava l’amministrazione del loro patrimonio, che chiese, monasteri,
confraternite e altri luoghi pii dovevano redigere e conservare.
Anchetrai frati mendicantitra i regolari, nel corso del sec. XVII,la realtà degli
archivi divenne consistente. Nei loro confronti emergono comuni orientamenti
generali: la riorganizzazionedegliarchivia vari livelli e la loro sistemazione decorosa
in locali adatti, la compilazionedi cataloghie di inventari; l'emergere dell’archivista
che non soltanto conserva e custodisce le carte, ma cura la memoria dell’ordine; con
lui si raccordail cronista e l’annalista della casa o dell'ordine; dall’archivio sonotratti
i documenti per la pubblicazione dei Bu/laria e di altre opere storiche e,a tal fine,
spesso da parte degli archivisti generali vengono promossee dirette indaginisiste-
matiche nelle carte dei conventi ed degli archivi provinciali. Tali orientamentisi
vedono pure nella organizzazione degli archivi delle congregazioni moderne e nel
ruolo che ad essi viene riconosciutoaifini della memoria della congregazione; anzi,
si comminano pene canoniche per coloro che sottraggono o manomettono i
documenti, divieti di estrarre qualsiasi documento senza autorizzazione e precise
annotazioni, obbligo di inviare copia autentica dei principali documenti e gli
inventari degli archivi periferici in quello centrale della congregazione.
L'incremento dei molteplici archivi ecclesiastici diventa unarealtà dei secc.
XVII-XVII. Espressione di tale clima generale è quel decreto che Benedetto XIII
volle sulla tenuta degli archivi, nel concilio romano del 1725. A suavolta, un impulso
significativo papa Orsini lo diede due anni dopo, con la costituzione apostolica
Maximavigilantia del 14 giugno 1727: prescrisse a tutti gli Ordinari, ai capitolie ai
superiori maggiori d’Italia di erigere un proprio archivio e di provvederlo di un
archivista. E particolarmente utile fu l’allegata /struzione in lingua italiana perle
scritture da riporsi negli archivi.
L’Istruzione di papa Orsini era costituita da sette paragrafi in cui venivano
elencati le serie di scritture che dovevanoessere riposte e conservate. Le indicazioni
riguardavanole carte che dovevano conservarsi in molti archivi: vescovili, capitolari,
delle collegiate e di collegi, seminari, convitti, congregazioni, confraternite, ospedali,
conventi e luoghi pii; le serie indicate erano sette, dalle tavole di fondazione ai
carteggi di cause dibattute in tribunali con relative sentenze (paragrafo I). Trentotto
eranole serie specifiche degli archivi dei vescovi e degli Ordinari che avevanogiuri-
sdizione (paragrafo Il). Poi seguivano le indicazioni particolari per gli archivi dei
capitoli delle chiese cattedralie, delle collegiate (paragrafo III), per quelli delle chiese
parrocchiali (paragrafo IV), di tutti i monasteri e conventi (paragrafo V), specifica-

59
mente dei monasteri femminili ed annessi conservatori (paragrafo VI), infine delle
confraternite (paragrafo VII).
Si trattava di una normativa chedi fatto regolò gli archivi ecclesiastici fino al
Codice di diritto canonico promulgato nel 1917. Ma, ancor più, si ampliava
l'orizzonte della prassi archivistica moderna.
Non è difficile rilevare l'evoluzione della funzione stessa dell’archivio: da
custodia di carte attestanti privilegi e possessi, peri conflitti tra il clero secolare delle
cattedrali e delle chiese collegiate, ad esempio, a contenitori della memoria della
istituzione.

3. Gli avvii dell’archivistica

Nel 1571 Jacob von Rammingen aveva pubblicato ad Heidelberg la sua opera
sulla registrazione dei documenti del principe, per la loro conservazione e la loro
gestione connessaalla tesoreria e alla cancelleria del principato. Nel 1586, gli usi e
le consuetudini dei monasteri benedettini eranostati editi a Mantova, da dom Angelo
Pietra, morto a Montecassino nel 1590: un vero e proprio manuale ufficiale di conser-
vazione dei documenti in uso in tutti i monasteri.
Il primo scritto De archiviis fu del cremonese Baldassarre Bonifacio (1584-
1659), edito a Venezia nel 1632. Qualche anno dopo,seguìil De archiviis antiquorum
di Albertino Barisone e nel 1684 Nicolò Giussani pubblico il Methodus archivorum,
seu modus eadem texendi ac disponendi, a Milano. Era nata l’archivistica.
Lo sviluppo dell’attenzione agli archivi dove si conservavano documenti e
carte, lasciati anche «a perpetuare le pubbliche memorie» (L. A. Muratori) si verificò
anche grazie ad alcune esperienzesignificative. Ad esempio, gli Annales ecclesiastici
di Cesare Baronio (+1607), pubblicati a Roma, in 12 volumi negli anni 1588-1605;
gli Acta sanctorum ordinati secondo il calendario, che i gesuiti Giovanni Bolland
(+1665) e Goffredo Henskens (+1681) cominciarono a pubblicare nel 1643; le
edizioni degli scritti dei Padri della Chiesa, latini e greci, compiute dai benedettini
della congregazione di s. Mauro, detti perciò Maurini, del monastero di st. Germain
des Presdi Parigi, nel corso del sec. XVII e i loro viagginelle biblioteche di Francia,
Belgio, Germaniae Italia, con la scoperta di numerose fonti; i 9 volumi dell’Italia
sacra, pubblicati dal cirstercense Ferdinando Ughelli (+1670), a Roma,negli anni
1643-1662; i Sacrosancta concilia del gesuita Philippe Labbe (+1667) che furono
editi a Parigi, dopo la sua morte in 18 volumiconle integrazioni del G. Cossart, nel
1671-72; l’opera fondamentale De re diplomatica in 6 libri, del benedettino Jean
Mabillon, pubblicata a Parigi nel 1681; le grandiose edizioni dei Rerum italicarum
scriptores che Ludovico Antonio Muratori (+1750) cominciò a pubblicare a Milano

60
nel 1723, o delle Antiquitates italicae Medii Aevi a partire dal 1738. Tra le raccolte
di codici antichi e di carte degli archivi (tanto erano bassii confinitra biblioteche e
archivi) la scienzastorica trovò i suoi fondamenti nel sec. XVII
La considerazioneper gli archivi ebbe mododi sostanziarsi anche per una serie
di pronunciamenti della Sacra romana Rota: nell’arco di tre secoli, dal XVI al XVII,
conla sua autorità universale, specialmente nel sec. XVII, si pronunciò ripetutamente
sul valore di pubblica fede che hanno gli antichi documenti, conservati da un
archivista o notaio, negli archivilaici (dei re e delle loro magistrature, delle città e
dei notai) e negli archivi ecclesiastici (da quelli Vaticani e dei dicasteri romania quelli
vescovili, abbaziali, capitolari, di ordini regolari, arcipreture e chiese in genere).
Difatto nei secc. XVII-XVIII venneroistituiti numerosi archivi, con concen-
trazioni di documenti provenienti dagli uffici che li avevano prodotti. Il fenomeno
divenne pressoché generale, tra la fine dell’età moderna e l’inizio dell’età contem-
poranea, precisamente, dalla seconda metà del sec. XVIIIalla prima metà del secolo
seguente.
In Francia, dovetali istituzioni furono numerose,si scrisse sui problemi che
si andavano originando. Pierre Camille Le Moine, nel suo Diplomatique pratique, seu
traité de l’arrangementdes archiveset tresors des Chartres, del 1765, propose che
il riordinamento andavafatto per distinzione di sezioni, secondocoloro che avevano
prodotto gli atti e quindi in ordine cronologico all’interno dei fascicoli e dei
raggruppamenti compiuti; l’archivista doveva riassumere il contenuto e trascriverlo
in un inventario, infine compilare degli elenchi in ordine alfabetico delle materie
trascritte. Al contrario J. G. De Cheirrières sostenne il metodo cronologico nel suo
Le nouvel archiviste, pubblicato nel 1775: il riordinamento delle carte doveva farsi
nella loro rigorosa successione cronologica.
É difficile, secondo le conoscenzedelle molteplici esperienze compiute negli
archivi ecclesiastici, affermare se le indicazioni date da Benedetto XIII nel 1727 siano
state seguite universalmente. Tracce della loro osservanza non mancano negli
ordinamenti di quelli vescovili e capitolari, compiuti nel sec. XVIII, come emergono
nella Guida degli Archivi diocesani d’Italia e nell’avviata Guida degli Archivi
capitolari d’Italia.
É certo, invece, che l'ordinamento cronologico e quello per materia ebbero
sostenitori in molti dei nuovi archivi costituiti nei vari stati italiani. Come scrive
Lodolini, «l'ordinamento per materia ebbe la sua massimaespressionefra la seconda
metà del Settecento e la prima metàdell’Ottocento, ed oltre, nell’ Archivio milanese».
Nel sec. XIX si contrappose un nuovo metodo,non deltutto ignoto nei secoli
precedenti: quello per il quale le carte degli archivi vanno ordinate secondo il
principio di provenienza. Il primo ad affermarlo fu Francesco Bonaini (1806-1874):
«Dal pensare come si sono venuti formando gli archivi emerge il loro più sicuro

61
criterio per l'ordinamento». Pertanto i fondi vanno rispettati nella loro identità;
all’interno diessisi deve rispettare l’ordine originario dato dall'ufficio produttore. In
Italia questo venne denominato metodo storico e trovò particolare affermazione in
Toscana e a Romae altrove,e caratterizza la cosiddetta scuola toscana. Il suo orien-
tamento trovò affermazione anchein altri paesi europei e divenrie principio ispiratore
della legislazione italiana post-unitaria del 1875 pergli archivi di Stato e culminò nel
regolamento archivistico del 1911.
Contemporaneamente, gli sviluppi della ricerca storica, basata sullo studio
delle fonti conservate negli archivi, imposero la formazionespecifica degli archivisti
e presso gli archivi di Stato, a partire da Firenze, si organizzarono delle scuole vere
e proprie. Ormaisi era organizzata una dottrina archivistica che divenne materiadi
insegnamentonelle università degli studi a partire da quella di Bologna nel 1888, sia
pure nel corso ufficiale di paleografia e diplomatica. Nel 1925 l’archivistica fu
introdotta espressamente negli insegnamenti universitari ed Eugenio Casanova ne
tennele lezioninella Facoltà di scienze politiche dell’ Università degli studi di Roma,
pubblicando nel 1928il notissimotesto di Archivistica.

4. L’archivistica ecclesiastica

In questo contesto culturale d’Italia ma pure della cultura storica dialtri paesi
europei, fu decisamente esemplare l’apertura dell’ Archivio segreto vaticano, nel
1880, alla libera consultazione degli studiosi di ogni parte del mondo, voluta da
Leone XIII.
La decisione coinvolse anche la Biblioteca apostolica e lo stesso pontefice la
illustrò nella lettera Saepe numero considerantes del 18 agosto 1883 ai cardinali
Antonio De Luca, vicecancelliere, Giovanni Battista Pitra, bibliotecario di santa
romana Chiesa, e Giuseppe Hergenroether, prefetto dell’ Archivio segreto vaticano.
Adessofu affiancata la Scuola Vaticana di Paleografia e Diplomatica alla quale
il papa diede gli ordinamenti con il motu proprio Fin dal principio del 1 marzo 1884.
Il 30 agosto 1898, la Congregazione del concilio avviò una indagine
ricognitiva degli archivi delle Curie vescovili delle diocesi d’Italia, circa la loro
situazione e la loro organizzazione, e il 30 settembre 1902 la lettera circolare del
cardinal segretario di Stato ai vescoviitaliani fornì un vero e proprio regolamento per
la custodia e l’uso degli archivi e delle biblioteche ecclesiastiche.
Si definiva il ruolo degli archivi: conservare il patrimonio documentario e
favorire gli studi della storia religiosa e civile del luogo. Il regolamento, in quattro
parti, trattava dell’ordinamento, inventario e cataloghi, della custodia e tenuta dei

62
codici, della ammissione e sorveglianza degli studiosi, delle normeper lo studio dei
manoscritti e delle pergamene.
Cinqueanni dopo,il segretario di Stato del nuovo papa Pio X raccomandò ai
vescoviitaliani la istituzione nelle loro diocesi del Commissariato diocesano per
documenti e monumenticustoditi dal clero. Frattanto la commissione preparatoria del
Codicedidiritto canonico recepiva le istanze a riguardo degli archivi delle Curie e
delle parrocchie, come vennerofissate in vari canoni promulgati nel 1917.
Si può dire che si era impostata la moderna archivistica ecclesiastica. A
rilanciarla fu Pio XI. La lettera del card. Pietro Gasparri, segretario di Stato, inviata
ai vescoviitaliani, il 15 aprile 1923, rilevava che era ormai utile una cultura archi-
vistica nel clero ed era necessaria la formazione specifica di alcuni preti destinati a
tali compiti presso le scuoledi paleografia e archivistica. Di sua iniziativa papa Ratti
aggiunse a quella vaticana un corsodi archivistica. Frattanto questa diveniva pure
disciplina di insegnamento nella nuova Facoltà di storia ecclesiastica, istituita
nell'Università Gregoriana di Roma, nel 1932. Questoera un innestosignificativo e
fecondosia perla culturastorica, sia per la cultura archivistica nel mondodegli eccle-
siastici.
La vicinanzaall’Italia e la notevolissima consistenza del patrimonio storico-
documentariodelle istituzioni ecclesiastiche fanno comprenderel’attenzione speciale
della Santa Sedepergli archiviitaliani, durante il secondoconflitto mondialee negli
anni seguenti. Si pensi all’indagine avviata dal card. Giovanni Mercati,bibliotecario
e archivista di santa-romana Chiesa, con la circolare del 1 novembre 1942; alla
istruzionedello stesso nel novembre 1950,a riguardo della riproduzione fotografica
dei documenti, e alle norme date dalla Congregazione del concilio, il 30 dicembre
1952, circa il prestito dei documenti, infine alla costituzione della Pontificia
commissione permanente per gli archivi ecclesiastici d’Italia, il 5 aprile 1955, e alla
promozione della Associazione Archivistica Ecclesiastica, costituitasi nel febbraio
1956.
Se la Scuola Vaticana di archivistica continuava a svolgere il suo compito,
bisognava promuoverela cultura archivistica tra coloro ai quali i vescovi avevano
affidato gli archivi delle loro Curie. Di questosi è preso cura la detta Associazione:
gli archivisti ecclesiastici dovevano riscoprire gli archivi di cui erano responsabili,
sia per renderli funzionali alle istituzioni stesse cui appartengono,sia agli studiosi
desiderosi sempre più di accedervi per la ricerca storica in rapida diffusione e
sviluppo. C'è unastoria, sia pur recente, di questa Associazione: è significativa la
dottrina archivistica delineata, sia pure a tratti, nel corso dei suoi ventidue convegni.
Dalla sua esperienza, tipicamente romanae italiana, come dagli influssi della Scuola
Vaticana, sono germinate tante altre associazioni in vari paesi di Europa e delle
Americhe, nel corso dei ultimi decenni del sec. XX.

i
63
i
5. Manuali di archivistica ecclesiastica

ecclesiastica che
Frattanto, era comparsa una manualistica di archivistica
li, degli archivi e delle loro
riflette le condizionistoriche e giuridiche,oltre che cultura
istituzioni nei paesi in cui è stata prodotta.
e nei manuali di
Di archivi ecclesiastici, in verità, non si trascuravadi parlar
linguai talian a, quello di
archivistica generale. Si vedano, ad esempio tra quelli in
di A. Brenneke (1953)
Eugenio Casanova del 1928, ristampato ancora nel 1966;
tradotto in italiano nel 1968.
italiana fu quello
Il primo manuale di archivistica ecclesiastica in lingua
entram bi milane si, direttore
pubblicato da Ambrogio Palestra e Angelo Ciceri,
della Fabbri ca del duomo
dell’ Archivio della Curia arcivescovile il primo, archivista
1965. Due anni dopo, a cura di
l’altro, Lineamenti di archivistica ecclesiastica del
istica ecclesiastica tra le
Simeone Duca e di Basilio Pandzic, fu edito Archiv
i ecclesiastici d’Italia, con
Pubblicazioni della Pontificia commissione pergli archiv
eccles iastica in vigore, quella
due appendici riguardanti la legislazione archivistica
secondo manuale, la suddetta
francese (1931) e quellaitaliana (1963). Tra il primoe il
ecclesiasticorum.
Pontificia commissione pubblicò l’ Enchiridion archivorum
archivi ecclesia-
In verità, già nel 1929 Bruno Kattenbach avevatrattato degli
no nella Enciclopedia
stici e dato un’ampia descrizione dell’ Archivio segreto vatica
volume dal titolo Comesi tiene un
Italiana, e nel 1934 Giulio Battelli aveva curato il
ecclesi astici, ed altri autori
archivioînel 1953 F .Bartoloni aveva edito Gli archivi
studi specifi ci.
comeJ. Grisar, A. Ciceri, M. Giusti, avevano pubblicato
Ormai la geografia degli archiv i ecclesi astici in Italia è intravista, grazie ai
ti presso gli Archivi di
numerosi studi promossi dalle scuole di archivistica presen
organi zzando in numero crescente.
Stato dei capoluoghidi provincia, chesi andavano
a archivistica e storica
Edoltre la geografia si è impostala loro peculiarità, alla cultur
in Gino Badini, Archivi e
nel corso degli anni ‘70. Lo si può rilevare, ad esempio,
del 1984.
Chiesa. Lineamentidi archivistica ecclesiastica e religiosa

6. Prospettive

più diverse €, in
Dai dibattiti e dagli approfondimenti sviluppati nelle sedi
che hanno polarizzato
particolare, nei periodici convegnidegli archivisti ecclesiastici,
andati eviden ziando e chiarendo:
studiosi di archivistica e storici, alcuni nessi si sono
storia delle istituzioni, tra
quelli tra archivi e istituzioni, tra storia degli archivi e
i
archivi e cultura del territorio.
res da custodire a
L'archivio, cioè, si è andato spostando dall’orizzonte delle

64
quello di un bonum da valorizzare. Il cambiamento della loro configurazione si
delinea, nella evoluzione legislativa, da quella contenuta nel Codice di diritto
canonico del 1917 a quella del nuovo Codice del 1983.
Del resto, nei processi culturali dei paesi e quindi della politica dei governi
nazionali, a pieno titolo gli archivi ecclesiastici sono venuti a trovarsi dentro il
patrimonio culturale delle nazioni. Così, ad esempio, è avvenuto in Italia con la
revisione del concordato tra Stato e Chiesa del 18 febbraio 1984. Se da unaparte la
cultura archivistica considera con attenzione gli archivi ecclesiastici con la loro
originalità e varietà, dall’altra nella cultura cattolicasi è finalmente affermatala loro
funzione pastorale dentro la missione propria delle comunità cristiane, con la valo-
rizzazione pedagogica dei beni culturali. Mutamento di prospettiva sancito dalla
Pontificia commissione peri beni culturali della Chiesa conla lettera circolare La
funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, del 1997.
Infatti, è rinata la sensibilità per la Chiesa particolare, situata tra gli uominidi
un territorio storicamente e culturalmentecaratterizzato, originata dalla ecclesiologia
del concilio Vaticano II (1962-65) e, al tempostesso, l’attenzione al concreto divenire
degli uomini, ha connotato la cultura e la spiritualità dei cattolici e di tante loro
esperienze significative, come quelle degliistituti secolari di vita consacrata, di nuove
realtà associative, di gruppi e movimenti dei decenniposteriori alla celebrazionedi
quel concilio. Contestualmente, nei paesi occidentali si è verificato lo sviluppo
generale della cultura. Fenomenidiversi che hanno contribuito, a partire dalla metà
del Novecento,alla progressiva riscoperta degli archivi ecclesiastici nella loro varietà
tipologica e nella loro diffusa geografia.
Una prima esigenza si è imposta: la ricognizione della loro esistenza e della
loro condizione. Numerose, ad esempio,sonostate le iniziative di un loro censimento,
soprattutto, di quelli diffusi nel territorio, come quelli parrocchiali e confraternali. Un
fatto rilevante è stato la redazione delle Guide dei maggiori archivi esistenti nelle
varie regioni e province, quelli diocesanie capitolari.
Di non trascurabile importanzaè stata la risoluzione di concentrarein sedi più
sicure gli archivi che si sonotrovati a rischio di conservazione e di dispersionenelle
località che registrano fenomeni di abbandono nel movimento delle popolazioni.
Complementare a questo impegnosi delinea l’esigenza della individuazione degli
archivi ecclesiastici trasferiti negli Archivi di Stato, a seguito della soppressione degli
enti ecclesiastici cui appartenevano o altre vicende.
All’interno degli archivi stessi si sono aggiunti i problemidella organizzazione
delle sedi e del loro adeguamentoaifini della conservazione, nonché quelli di renderli
funzionali alla domanda crescente della loro consultazione da parte di studiosi e
ricercatori, con i mezzi modernidella scienza archivistica.
Per altro verso, nel generale sviluppo della produzione documentaria si è

65
imposta la necessità di organizzare in modoefficiente l’archivio corrente, tenuto
conto della crescita dell’attività istituzionale degli ultimi decenni. Probabilmente,
l’avvenire degli archivi è segnato proprio dalla comprensione di tutto ciò che
comporta la prima fase della produzione documentaria. Nell'archivio corrente si
costruisce l’archivio storico dell’avvenire e la memoria storica della condizione
odiernadelle varie istituzioni. É pure da considerare la comparsanegli ultimi decenni,
di documentazione nuova nella sua consistenza materiale: nuovi tipi di carta,
fotografie, nastri magnetici con registrazioni audio e video di avvenimenti e di
documenti, dischi e nastri delle memorie informatiche. Si tratta delle problematiche
che si sono poste all’archivistica contemporanea.
Infine, l’archivistica ecclesiastica, come quella in genere, è coinvolta da una
doppia rivoluzione in atto da due decenni: quella della riproduzione fotografica dei
documenti e quella della adozione della strumentazione informatica.
Una considerazione finale. Se gli orizzonti operativi e culturali si vanno
allargando sensibilmente e pongono gli archivi e gli archivisti dentro i più ampi
processidella storiografia contemporanea,per altro verso, sono anche essi coinvolti
nell’abbandono della memoriae dell’egemonia del mercato: sono rischi che caratte-
rizzano la società contemporaneae la vita delle persone e delle comunità alle soglie
del terzo millennio.
GLI ARCHIVI ECCLESIASTICI
TRA COMUNITÀ CRISTIANA E TERRITORIO

CARLO CHENIS

Nel cristianesimo lo scorrere del tempo cronologico si sublima attraverso il


camminodi santificazione del popolo di Dio. L'attenzione dei credenti è pertanto
rivolta primariamente alle questioni spirituali, così che non sembra giustificarsi
l’interesse per l’epopea storica. Conseguentemente non avrebbe senso la cura del
patrimonio documentario. Di fatto però la Chiesa iniziò a documentare la propria
azione fin dall’epoca postapostolica. Infatti già nei primi secoli i papi conservarono
con curale scritture che si riferivano all’esercizio della loro attività nello Scrinium
Sanctae romanae Ecclesiae del Laterano.
Si tratta di consuetudini acquisite imitando la gestione imperiale romanao di
un nuovo mododiinterpretare il vissuto? Se l’organizzazione tecnica deve molto alla
prassi classica, la mens di fondo si imposta su parametri del tutto diversi. Il cristia-
nesimo avvia una nuova concezionedella storia e dà una diversafinalità al deposito
della memoria. Non è più un divenire immanente all’insegna della ciclicità, né un
pragmatismo contingente dettato da volontà di dominio, né una mitologia intesa ad
inventare auree origini. La storia assume un senso antropologico diventando pelle-
grinaggio dell’uomo versoil Regno di Dio, percuiil ricordo storico è fonte di inse-
gnamento e motivo di ringraziamento.In tal senso il cristianesimo dà alla dimensione
storica una connotazione forte, così che incentiva l’interesse alla documentazione
ePao

dell’operato istituzionale. Anche se permangono moventi encomiastici, apologetici,


trionfalistici, la conservazione delle carte della memoria non è peccato di orgoglio,
ma libro sapienziale.
L'archivio ecclesiastico, sia corrente, sia storico, assolve dunque ad unafinalità
pastorale, poiché partecipa della missione ecclesiale. L'istanza teologica, che postula
la piena ricapitolazione di tutte le cose in Cristo, unitamente alla narrazione biblica,
cherileva l’intervento di Dio a favore dell’umanità, giustificano il patrimonio docu-
mentario nell’ambito della storia della salvezza. Quanto tramandato deve sospingere
alla santità incentivando la testimonianzadella fede e l’ardore della carità.
Di conseguenza l'approccio con la documentazioneraccolta negli archivi è di
tipo ecclesiale, così da insegnare ad emulare il bene ed evitare il male. Il ricordo
registrato attraverso le annotazioni su battesimi, cresime, prime comunioni,
matrimoni, funerali, diventa segno della sacramentalità del vissuto e dell’ininterrotto
peregrinare delle generazionicristiane verso Dio. Le cronache resocontano Vanima-
zione pastorale e lasciano emergere la mens ecclesiastica. Gli stessi libri contabili e
gli atti giuridici forniscono indicazioniutili sul vissuto ecclesiale. Gli archivi eccle-
siastici sono quindi un bene culturale della Chiesa di grande significato. Per questo
esigono che la tutela giuridica, la conservazione materiale, l’organizzazione
gestionale siano condotte con rigore scientifico e con senso ecclesiale.

1. Il bene culturale

1.1. I beni culturali

La cultura esprime l’incessante intervento dell’uomo nel mondo conferman-


done la dimensione spirituale. I processi culturali necessitano di mezzi idonei ad
essere un beneutile all'attuazione del fine che ognicollettività si prefigge. Anche la
Chiesa ha individuato i mezzi per adempiere alla propria missione di evangelizza-
zione dando origine ad un ingente patrimoniodi beniculturali.ì beni culturali della
Chiesa comprendono

«innanzitutto i patrimoni artistici della pittura, della scultura, dell’architettura, del


mosaico e della musica, posti al servizio della missione della Chiesa. A questi vanno
poi aggiuntii benilibrari contenuti nelle biblioteche ecclesiastiche e i documenti storici
custoditi negli archivi delle comunità ecclesiali. Rientrano, infine, in questo ambito le
opere letterarie, teatrali, cinematografiche, prodotte dai mezzi di comunicazione di
massa» (Giovanni Paolo II, 1995).

I beni culturali della Chiesa sono un patrimonio appartenente alla comunità


cristiana e all’intera collettività umana, in forza della dimensione universale, sia
dell'annuncio cristiano, sia delle espressioni umanistiche. Il loro valore è nella
memoria storica, che permette di riscoprire il camminodi fede attraverso l’operato
delle varie generazioni. È nelpregioartistico, poiché in essi si rivela la capacità
creativa diartisti, artigiani e maestranze locali, che hanno saputo corrisponderealle
richieste delle committenze imprimendo nelsensibileil proprio sensoreligioso e la

68
devozione della comunità cristiana. E nel contenuto culturale, attraverso cui si
consegna alla società l’avventura individuale e collettiva della sapienza umana e
cristiana. E nel significato liturgico, poiché sono manufatti ordinati specialmente al
‘culto divino in quanto espressione della celebrazione dei divini misteri. E nella loro
destinazione universale, per cui ciascuno haIa fortuna di esserne l'usufruttuario senza
poterne abusare.
La concezionecristiana dei beni culturali riunisce i termini culto e cultura, già
associati dalla medesima radice sanscrita, poiché tutta l’azione della Chiesa è volta
alla lode di Dio e alla santificazione dei fedeli. In tal senso l’afflato religioso fa parte
della diuturna operadi trasformazione del cosmo a misura d'uomo, dove la memoria
diventa garanzia della persistenza di una civiltà e segno della connaturale dimensione
spirituale.
In questo sensole azioni da intraprendere in favore del patrimonio storico ed
artistico si ordinanoalla salvaguardia per la valorizzazione concentrandosiattorno a
alcuni concetti basilari: tutela, conservazione, adattamento, creazione. Tali esigenze
impostano il programma che deve essere messo in cantiere da ogni collettività per
rispettare e utilizzare il patrimonio religioso che si va accumulando di generazione
in generazione. L'archivio è perciò il luogo della reminiscenza che documenta,al fine
di garantire il presente, il divenire storico e il genio dell’uomo, così che non può
essere inteso in senso «assoluto», cioè sciolto dalresto deilavori e dei giorni, ma va
pensato in relazione con il vissutoe conil territorio. Di conseguenza l’archivio eccle-
siastico assolve ad una funzione pastorale, è inerente alle dinamiche ecclesiali e
partecipa alle sinergie civili.

1.2. 1 beni archivistici

La costituzione apostolica di Giovanni Paolo II Pastor bonus (1988) conferma


l’importanza ecclesiale della «tutela del patrimonio storico artistico della Chiesa»
(Pastor bonus, 99) istituendo un’apposita Commissione per la conservazione del
patrimonio storico e artistico della Chiesa, che diverrà in seguito Pontificia
commissione per i beni culturali della Chiesa. La tutela riguarda «in primo luogotutte
le opere di qualsiasi arte del passato» e secondariamente quelle «il cui uso specifico
sia venuto meno». Vengonopoi«i benistorici», cioè «tutti i documenti e gli strumenti
giuridici, che riguardano ed attestanola vita e la cura pastorale» (Pastor bonus, 100).

«Appartiene a quest’ultimo aspetto la cura nel conservareil ricordo della molteplice


e differenziata azione pastorale attraverso gli archivi. Nella mens della Chiesainfatti
gli archivi sono luoghi della memoria delle comunità cristiane e fattori di cultura per

69
la nuova evangelizzazione. Sono dunque un bene culturale di primaria importanza,la
cui peculiarità consiste nelregistrareil percorso fatto lungoi secoli dalla Chiesa nelle
singole realtà che la compongono. In quanto luoghi della memoria devonoraccogliere
sistematicamente tutti i dati con cui è scritta l’articolata storia della comunità
ecclesiale per offrire la possibilità di una congrua valutazionedi ciò chesi è fatto, dei
risultati ottenuti, delle omissioni e degli errori» (La funzione pastorale degli archivi
ecclesiastici, Proemio).

Il motu proprio Inde a pontificatus (25 marzo 1993) sottolinea l’importanza


della valorizzazione pastorale del patrimonio storico-artistico della Chiesa, definito
come «bene culturale» non solo da conservare materialmente, da tutelare giuridica-
mente, ma anche dautilizzare in contesto ecclesiale. Questo non significa chetutti i
beni devono avere un contenuto esplicitamente religioso, bensì chela lorofinalità sia
ordinata in ultima istanza all’emancipazione spirituale dell’uomo. La storia va intesa
come magistra vitae e parimenti come luogoteologico in cui l’uomo può disporsi alla
salvezza.

«Nella mens della Chiesa ia memoria cronologica porta dunque ad unarilettura


spirituale degli eventi nel contesto dell’eventum salutis e impone l'urgenza della
conversionealfine di pervenire all’ut unum sint» (La funzione pastorale degli archivi
ecclesiastici, 1.1.).

La Chiesa valorizza il patrimonio storico attraverso istituzioni a livello


universale e locale intese a curarlo e promuoverlo in misura delle istanze pastorali.
Essa considera quanto possiede un bonum commune, ovvero un insieme di beni
congruoalla vita della comunità ecclesiale e pertanto confacentealle finalità che la
comunità si prefigge. Assecondandotale istanza la Chiesa non si ritiene solamente
custode delle passate spoglie, bensì promotrice di cultura, e in particolare di cultura
di ispirazione cristiana attraverso la quale le singole generazioni possono esprimere
comunitariamente il loro incontro con Dio e coni fratelli. L'approccio al deposito
archivistico stimola la conoscenza storica dell’azione evangelizzatrice intrapresa
dalla Chiesa nelle singole culture. Di conseguenza la conservazionedelle carte della
memoria è dovere di ogni generazione,al fine di documentareil vissuto ecclesiale,
e la loro fruizione è occasione pastorale di cui beneficiare, al fine di appartenerealla
traditio Ecclesiae.

70
2. La trasmissione storica

2.1. Il valore della memoria

Nuovoe antico devono coniugarsi nel vissuto delle singole comunitàalfine di


evidenziare l’evoluzione delle culture, il senso di appartenenza,i progetti di sviluppo.
Di conseguenza la memoria conducealla riappropriazione delterritorio e all’incontro
con le passate generazioni. Coerentemente a questa impostazione un archivio
assumeil ruolo di polo attorno cui si animail progettodirivisitazione del passato e
di scoperta del presente negli aspetti talvolta sconosciuti. Esso raccoglie di giorno in
giorno la memoria del vissuto quotidiano configurandol’iter istituzionale nelle sue
molteplici articolazioni e divisioni.
Nello specifico gli archivi ecclesiastici rappresentano il deposito della memoria
che rende evidente il comporsi delle vicende ecclesiali tanto nelle singole Chiese
particolari, quanto nella Santa Sede. Infatti

«la coscienza prospettica dell’azione ecclesiale desunta dagli archivi offre la possibilità
di un congruo adeguamento delle istituzioni ecclesiastiche alle esigenze dei fedeli e
degli uomini del nostro tempo. Attraverso un'indagine storica, culturale e sociale,i
centri di documentazione favoriscono infatti lo sviluppo delle precedenti esperienze
ecclesiali, la verifica delle inadempienze, il rinnovamentoin riferimento alle mutate
condizioni storiche. Un’istituzione che dimentica il proprio passato difficilmente riesce
a configurare la sua funzione tra gli uomini di un determinato contesto sociale,
culturale e religioso. In tal senso gli archivi, conservando le testimonianze delle
tradizioni religiose e della prassi pastorale, hanno unaloro intrinseca vitalità e validità.
Essi contribuiscono efficacemente nel far crescere il senso di appartenenza ecclesiale
di ogni singola generazione e rendono manifesto l'impegno della Chiesa in un
determinato territorio. Si comprende perciò la cura che molte comunità locali hanno
nel presente ed ebbero nel passato in favore di questi centri di cultura e di azione
ecclesiale» (La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 1.3.).

Quanto si raccoglie negli archivi costituisce il diario della comunità cristiana


che racconta gli interventi pastorali di pontefici, cardinali, vescovi, parroci, sacerdoti,
comunità religiose, confraternite, fedeli. Il taglio criteriologico ditali istituzioni è la
«cura delle anime», ma il contenuto reale apre uno squarcio eloquente sulla vita
dell’intera comunità. Di conseguenza non sono solo un deposito, bensì un bene
culturale di primario valore tanto per la comunità cristiana, che ritrova il proprio
cursus, quanto per quella civile, che può scoprire pagine significative della storia di
una porzione maggioritaria della collettività.

Ti
La Chiesa ha dato alla memoria un valore pastorale, poiché in essa si
visibilizza la traditio Ecclesiae. Di conseguenza

«la memoriastorica fa parte integrante della vita di ogni comunità e la conoscenzadi


tutto ciò che testimonia il succedersi delle generazioni, il loro saperee il loro agire,
crea un regimedi continuità. Pertanto, conil loro patrimonio documentario, conosciuto
e comunicato, gli archivi possono diventare utili strumenti per una illuminata azione
pastorale, poiché attraverso la memoria dei fatti si dà concretezza alla tradizione.
Possonoinoltre offrire ai pastori e ai laici, mutuamente impegnati nell’azione evan-
gelizzatrice, informazioni sulle diverse esperienze remote e recenti» (La funzione
pastorale degli archivi ecclesiastici, 1.3.).

2.2. L'importanza della trasmissione

Il cristianesimo si connota annunciandoil vangelo della carità nell’/ic ef nunc


di ogni generazione. Esso guardaalla tradizione per trovare riscontro di quanto è
capitato e sta avvenendotra Dio e l’uomonel «tempodella Chiesa». In tal senso un
archivio ecclesiastico è intimamente legato al vissuto, poiché documentail percorso
fatto lungoi secoli dalla Chiesa «esperta in umanità». La religione dell’incarnazione,
pur essendo «in spirito e verità», entra nella singolarità di ogni individuo, di ogni
popolo, di ogni cultura, così che è possibile narrare le vicende umane in contesto
ecclesiale. Quanto rievocala vita della Chiesa indica ed esprime l’opera di incultu-
razione della fede per cui è un bene culturale.
L'interesse della comunitàcristiana peri beniculturali è finalizzato al fatto che
essi

«sono destinati alla promozione dell’uomo e, nel contesto ecclesiale, assumono un


significato specifico in quanto sonoordinati all’evangelizzazione, al cultoe alla carità».

In particolare

«gli archivi, specialmente quelli ecclesiastici, non conservano solo tracce di umane
vicende, ma portano anche alla meditazione sull’azione della divina Provvidenza nella
storia, così che i documenti in essi conservati diventano memoria dell’evangelizza-
zione operata nel tempoed autentico strumento pastorale» (GiovanniPaolo II, 1997).

Per questo la Chiesa sollecita la costituzione di un quadro istituzionale


interessato alla salvaguardia di quanto costituisce un bene culturale, affinché «il

12
popolo di Dio diventi sempre più consapevole dell’importanza e della necessità di
conservareil patrimoniostoricoe artistico della Chiesa»in ottica pastorale e culturale
(Pastor bonus, 103).
Dando vita alla Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa,
Giovanni Paolo II ha voluto così istituzionalizzare a livello di Chiesa universale
l’interesse ecclesiastico verso il patrimonio storico e la produzione artistica, già
manifestato in modo esemplare fin dai primi secoli. La ragione essenziale di questa
attenzione ecclesiastica non risiede solamente nell’importanza culturale del materiale
documentario e delle opere d’arte, ma «nell’intrinseca valenza evangelizzatrice» che
tale patrimonio detiene quando viene usufruito nel proprio valore: «Ja fede infatti
tende per sua natura ad esprimersi in formeartistiche e in testimonianzestoriche di
fronte alle quali la Chiesa è chiamata a prestare la massima attenzione» (Inde a ponti-
ficatus, Proemio).
Per ottemperare al suo mandato la Pontificia commissione per i beni culturali
della Chiesasi sta adoperandoattraverso specifici documenti e altre iniziative al fine
di far comprendereil significato del patrimoniodiarte e di cultura chesi trasmette
di generazione in generazione nell’ambito delle singole comunitàcristiane. Occorre
pertanto una politica organica capacedi gestire i beni culturali della Chiesa nella loro
complessità.
Nella fattispecie, oltre alle lettere circolari sulla sensibilizzazione ecclesiale ai
beni culturali e su questioni inerenti alla formazione, la Pontificia commissione ha
pubblicato un documento su Le biblioteche ecclesiastiche (10 aprile 1994), in cui
sono trattate a fondo le ragioni per la cura di questo settore dove si trasmette la
riflessione scientifica, filosofica, teologica di ogni epocae il conseguentedibattito tra
le molteplici posizioni. Specificamente all’argomento trattato, è uscita la lettera
circolare inerente La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici (2 febbraio
1997), in cui si espone l’importanza ecclesiale della trasmissione del patrimonio
documentario, si delineano gli elementi per un progetto di gestione stimolando un
rapporto di collaborazione con gli organismicivili, si sottolinea l’urgenza della
conservazione delle carte della memoria, si ribadisce l’importanza della valorizza-
zione del patrimonio documentario per la cultura storica e per la missione della
Chiesa. Ad essa hafatto seguito quella su Necessità e urgenza della inventariazione
e catalogazione dei beni culturali della Chiesa (8 dicembre 1999) e quella su La
funzione pastorale dei musei ecclesiastici (15 agosto 2001). Ognicircolare inserisce
il tematrattato nello specifico dei beni culturali della Chiesa suggerendo sinergie e
evidenziando la funzione pastorale.

73
3. La continuità ecclesiale

3.1. Il senso della tradizione

L'archivio ecclesiastico si specifica per la sua continuità in quanto trasmetteil


vissuto ecclesiale. Dal momentoche la presenza delcristianesimosussiste nell’oggi,
quanto contenuto nell’archivio ecclesiastico è nella logica del continuum storico,
della traditio Ecclesiae, dell’azione pastorale. C’è pertanto un’intima connessionetra
archivio storico e archivio corrente, dovuta estrinsecamente al perpetuarsi delle
istituzioni ecclesiastiche ed intrinsecamente al significato cristiano della tradizione.
La conservazionearchivistica è nella logica del continuum storico. L'archivio
ecclesiastico è il deposito della memoria di una comunità che proseguela propria
azione nell’oggi, così da evidenziarne le radici, trasmetterne le diverse impostazioni
avvicendatesi nel tempo, legittimareil presente, aprire a futuri sviluppi.

«Mutuandouna felice riflessione della scuola di Chartres possiamodire di sentirci dei


giganti se abbiamo la coscienza, pur essendo nani, di essere sulle spalle delle
generazioni che ci hanno preceduto nel segno dell’unica fede»(La funzione pastorale
degli archivi ecclesiastici, Proemio).

La conservazione archivistica è nella logica della traditio Ecclesiae. La


memoria documentaria non è un rigurgito di volontà di potenza e di orgoglioso
encomiasmo, bensì è occasioneper ringraziareil Signore delle «grandi cose» che ha
operato nella sua Chiesa nonostante l’umana fragilità dei suoi membri. Quanto
depositato negli archivi esprime le alterne vicendedifedeltà e infedeltà esistenziali,
di forza carismatica e debolezza istituzionale, di impegno caritativo e omissione
sociale riscontrabili in ogni comunità cristiana. La complessa vicenda biblica
laddoveil «popoloeletto» rifuggiva spesso dalle premure del Signore, continua nella
storia della Chiesa, santa in Cristo e peccatrice nei suoi membri.
Gli archivi documentano cosìil lento processodi ricapitolazionedi tutte le cose
in Cristo, che s'inaugura di generazione in generazione, oltreché in ogni singolo
individuo, fino alla consumazione dei tempi. Pertanto

«l'avere il culto [...] degli archivi, vuoldire diriflesso, avere il culto di Cristo, avere
il senso della Chiesa, dare a noistessi e dare a chi verrà la storia del passaggio di questa
fase del transitus Domini nel mondo» (Paolo VI, 1963).

La conservazione archivistica è nella logica dell’evangelizzazione.


Proclamandosi «esperta in umanità» (Populorum progressio, 13), la Chiesa ordina la

74
sua azione al bene dei fedeli attraverso un impegno di promozioneculturalee di evan-
gelizzazionecristiana. La conservazionerispettosa dell’azione pastorale nelle singole
realtà locali (cronache parrocchiali, registi delle anime,libri contabili, ecc.) indica la
cura delle persone e lascia «intravedere la storia della santificazione del popolo
cristiano nelle sue dinamicheistituzionali e pastorali» (La funzione pastorale degli
archivi ecclesiastici, 1.2.). Quanto riportato e quanto omesso nei documenti locali,
descrive la mens del clero, l'impostazione pastorale, l'incidenza sociale, la sensibilità
dei fedeli, così da tracciare un vivido bozzetto della comunità cristiana in continuo
mutamento.

3.2. La crescita dei fedeli

L’utilizzazione dell’archivio ecclesiastico giova alla maturazione del sensus


Ecclesiae. Il primato nella vita della Chiesa è dato ai christifideles, ovvero al «popolo
di Dio». I credenti sono le membradel «corpo mistico», di cui Cristo è il capo,e costi-
tuiscono la Chiesa di «pietre vive» in Cristo, «pietra scartata, divenuta testata
d’angolo». Vanno pertantorispettati come «realtà santa» nella fede, per cui anchela
loro storia è «consacrata» e, conseguentemente, degna di essere rimembrata.
In questo contesto anche l’archivio è «luogo ecclesiale». Testimoniainfatti
l’operato della Chiesa nel tempo,il quale trova riscontro nei materiali documentari
sopravvissuti alle vicissitudini storiche. È segno del divenire storico, dei cambiamenti
culturali, della caducità delle cose contingenti. In coerenza con la logica dell’incar-
nazione, rappresenta una reliquia del precedente vissuto ecclesiale, ordinata
all’odierno sviluppo dell’opera di inculturazione della fede. Narra la storia della
comunità cristiana, le molteplici formedi pietà, le sperequate congiunturesociali, le
specifiche situazioni ambientali. Appartiene alla complessità irriducibile dell’operato
della Chiesa nel tempo per cui è una «realtà viva».
Come«luogoecclesiale»l'archivio storico è strumento perscoprire e rivivere
la testimonianza di fede delle passate generazioni attraverso reperti abitualmente
scritti. La loro conservazione in contesto ecclesiale è immagine frammentaria ed
enigmatica della ricapitolazioneditutte le cose in Cristo. Lafragilità o peribilità dei
materiali, le calamità naturali o l’incuria conservativa, le avverse o fortunate
condizioni storiche, il mutare favorevole o sfavorevole della sensibilità culturale, le
continueriformeecclesiali e rivoluzioni sociali trovano documentonegli archivi, così
da disegnare di tempo in tempoilvissuto ecclesiale.
Dagli archivi è possibile trovare documentazionedelle scelte pastorali, dell’o-
perato sociale, delle committenze artistiche, della promozione culturale in senoalle
singole comunità cristiane e alla Chiesa universale. Di conseguenza
«il materiale raccolto negli archivi mette in risalto nel suo complesso l’attività
religiosa, culturale e assistenziale delle molteplici istituzioni ecclesiastiche, favorendo
anche la comprensionestorica delle espressioniartistiche che si sono originate lungo
i secoli al fine di esprimereil culto, la pietà popolare, le opere di misericordia..Gli
archivi ecclesiastici meritano dunque attenzione tanto sul versante storico quanto su
quello spirituale e permettono di comprendere l’intrinseco legamedi questi due aspetti
nella vita della Chiesa» (La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 1.2.).

4. L'appartenenzaalterritorio

4.1. La prospettiva ecclesiale

L’universalità del cristianesimo si realizza nella particolarità delle singole


comunità, per cui il senso di appartenenza ecclesiale matura sul fronte della
prospettiva storica, della costituzione universale, della dimensioneterritoriale. In
questo contesto gli archivi assolvono ad un’importante funzione di tramite docu-
mentario. Attraverso di essi infatti si pone in evidenza il percorso storico di ogni
singola comunità;si ritrovano gli insegnamenti e gli orientamenti del magistero della
Chiesa universale, delle Conferenze episcopali, delle Chiese particolari; si registrano
gli atti del vissuto ecclesiale di ogni comunità. Per questo è opportuno «valorizzare
gli archivi [...] per crescere nel senso di appartenenza ad un determinatoterritorio»
(Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa, Lettera circolare, 1997).
Il materiale documentario conservato negli archivi trasmette il background di
ogni Chiesa particolare. Le dinamiche sottese muovono coloro che ne usufruiscono
verso la memoriae verso l'attualità al fine di introdursi nel vissuto ecclesiale quali-
ficandoneil camminostorico. In questo senso i documenti non sono solo deiriscontri
materiali, ma sono beni creati da una comunità cristiana che organizza nel tempoil
proprio habitat. Il tutto è all’insegna della peregrinatio fidei per cui diventa pasto-
ralmente importante far incontrare fedeli, lontani, studiosi e, specialmente,i giovani
conl’ininterrotta tradizione della Chiesa, diversa nelle forme e analoga nei contenuti,
dimostrando l'impegno delle passate generazioni e stimolando quello delle attuali.
Gli archivi svelano il passato dando prospettiva alla comunità ecclesiale. Nel
ripercorrerela storia attraverso gli archivi si possono evincerele varie spiritualità, le
diverse impostazionipastorali, le molteplici scelte di campo, evidenziando impegno
e omissioni delle- istituzioni ecclesiastiche nel culto, catechesi, cultura, carità. Il
patrimonio archivistico funge da macchina del tempo che trasporta i contemporanei
nel passato, onde riaccompagnarli nella quotidianità arricchiti da un tesoro distoria
e di spiritualità.
Gli archivi qualificano, di conseguenza,il presente ponendosi come cronaca

76
abituale della comunità cristiana che ha un suo passato, vive nell’oggi delle culture
e deve consegnare un’eredità nel domani. Il nuovo millennio va dunque impostato
sull’urgenza della «nuova evangelizzazione» raccogliendo il tesoro di storia e di
attualità ecclesiale, dove è espresso il disagio e l’estasi di tante generazioni che si
sono impegnate nell’aderire al messaggio evangelico.
Gli archivi devono pertanto essere tutelati con cura specie

«nel contesto dei nostri giorni, quando le mutate condizioni sociali e del clero
costringono all’unione di diocesi, parrocchie, alla soppressione diIstituti o Sodalizi
privi ormai di energie, all’assimilazione di competenze di svariati organismi, i cui
rispettivi archivi o giacciono ignorati, o peggio subiscono Improvvide sistemazioni»
(S. Pagano, 1997, 7)

tanto da rendere ardua la ricerca storica. Il raggiungimento di tale fine


richiede una rinnovata coscienza ecclesiale e civile, oltreché notevoli investimenti
nella formazione di personale specializzato e nella strutturazione degli archivi.

4.2. La valorizzazione pastorale

Quanto contenuto negli archivi conduceall’incontro con la ferialità ecclesiale


e mostra come questa si è venuta sviluppando lungo i secoli. Profonde «tracce di
sacro», che hanno solcato la vita della Chiesa nelle sue molteplici presenze, sono
conservate negli archivi ecclesiastici della Santa Sede, delle Conferenze episcopali,
delle Chiese particolari, degliistituti religiosi, delle Confraternite, delle Associazioni
laicali, ecc. Gran parte della vita della Chiesa trova traccia negli archivi, per cui
quanto documentato, sebbene in modoscarnoe talvolta lacunoso, varivitalizzato in
senso ecclesiale.
Il patrimonio archivistico inoltra pertanto nella vita cristiana legando al
territorio, alla tradizione, alla pastorale. Le testimonianze che si possono evincere
attraverso i carteggi sono incarnazione della fede di ogni gruppocristiano.I tesori di
memoriae di attualità ivi raccolti evidenziano l’amore di Dio e l’umanacorrispon-
denza. Illuminata dallo Spirito la documentazione archivistica diventa immagine
concreta di ogni singola comunità cristiana, tanto nei suoi aspetti edificanti, quanto
in quelli riprovevoli, cosicché può esprimere speranze escatologiche senza tacere le
brutture crocifiggenti, dense tenebre e scandalo, che stimolano il rinnovamento
spirituale e sospingono ad impegnarsi per il Regno di Dio.
Se la liturgia esprime la lex orandi, gli archivi indicano la lex vivendi ed
entrambi rendono conto del sensus ecclesiae del popolo di Dio. Per questo gli archivi

77
aprono al raccoglimento spirituale, poiché il materiale documentario va compreso
ecclesialmente. Essi indicano la complessità e specificità della Chiesa, evidenziando
pregie difetti dell’azione pastorale in misura del fine che rimanela salus animarum.
Attraverso la rigorosae verificabile conoscenza del materiale documentario si può
avviare l'operazione di «purificazione della memoria» dimostrandofattivamente che
la Chiesa è connaturalmente semper reformanda.
La comunità cristiana è mirabilmente dispersa in moltissime regioni del mondo
tanto da conferire un assetto ormaiirrinunciabile all'ambiente attraverso un lavoro
di inculturazione e acculturazione che trova riscontro negli archivi. Questi narrano,
in modi molteplici e differenziati, l’umano sforzodi indirizzare mente, cuore, volontà
verso Dio. Rendono evidente l’opera di disseminazione del cristianesimoin tutti i
luoghi dove si vanno insediando le comunitàcristiane. Danno ragione che l’univer-
salità della Chiesa trova forza nella capillarità delle singole presenze.
In tal senso le documentazioni relative alle celebrazioni religiose, tradizioni
popolari, istituzioni educative, opere caritative, attività sociali, momenti ricreativi,
sono simbolo e richiamoperl’intera comunità, affinché continui ad impegnarsi nel
cammino di maturazione spirituale e di inculturazione della fede. Indicando il
connettivo generazionale di ogni comunitàcristiana, diventa opportuno, ad esempio,
«far scoprire ai fedeli il proprio archivio parrocchiale dove sono conservatele testi-
monianze delle varie famiglie e della vita della comunità» (Pontificia commissione
peri beni culturali della Chiesa, Lettera circolare, 1997).

5. La promozione culturale

5.1. Laricerca storica

La funzionepastorale degli archivi non privatali sacrari della memoriadelloro


significato culturale. Infatti «le istituzioni cristiane hanno assuntonella loroattività
le connotazioni e le modalità delle diverse culture e congiunture storiche. Nel
contempo sono risultate un’importante agenzia culturale» (La funzione pastorale
degli archivi ecclesiastici, 1.2.). Di conseguenzagli archivi ecclesiastici costituiscono
un significativo strumento per la ricerca storica sulle culture dei popoli che hanno
avuto contatto con il cristianesimo.
«Attraverso il deposito documentario la Chiesa comunica la propria storia che
si sviluppa lungoi secoli,si inserisce nelle molteplici culture subendonei condizio-
namenti e parimenti trasformandole». Il patrimonio contenuto negliarchivisi carat-
terizza abitualmente per la sua unicità e irripetibilità, per cui è fonte primaria e
specifica della ricerca storica di innumerevoli popoli. «Gli archivi ecclesiastici

78
entrano dunquea far parte del patrimoniodi unaciviltà ed hanno un’imprescindibile
valenza informativa e formativa per cui possono diventare degli importanti centri
culturali» (La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 44).
Molte investigazioni storiche, tanto nei paesi di antica evangelizzazione,
quanto in quelli di nuova evangelizzazione, sono rese possibili grazie agli archivi
ecclesiastici che in molticasi costituiscono la fonte documentaria principale se non
unica. Per questo

«la documentazione conservata negli archivi della Chiesa cattolica è un patrimonio


immensoe prezioso. È sufficiente considerareil grande numero di archivi che si sono
formati in seguito alla presenza all'attività dei vescovinelle città episcopali. Sono
da menzionare,tra i più antichi, gli archivi vescovili e gli archivi parrocchiali. Questi,
nonostante le alterne vicende storiche, si sono in molti casi incrementati con nuovi
documenti relativi al mutare dell’organizzazione istituzionale della Chiesa e allo
sviluppo della sua azione pastorale e missionaria. Per antichità e importanza del
materiale raccolto, sono significativi gli archivi dei monasteri di varià tradizione. La
vita cenobitica ha svolto infatti un ruolo primario nell’evangelizzazione delle
popolazioni circostanti agli insediamenti religiosi; ha avviato importanti istituzioni
caritative ed educative; ha trasmesso la cultura antica e più recentemente ha
provveduto al restauro dei documenti archivistici istituendo laboratori specializzati»
(La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 1.2.).

Non vanno poi dimenticati gli archivi delle confraternite, dei nuoviistituti di
vita consacrata, delle società di vita apostolica, delle associazioni laicali, dei
movimenti ecclesiali, ecc. Assai significativi sono inoltre i materiali documentari
delle terre di missione, spesse volte conservati nelle congregazioni romane (in
particolare nella Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli), e nelle Curie
generalizie degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica. Non si può
avere una conoscenza approfondita di tante vicende dell’Africa, delle Americhe
(soprattutto del centro e sud America) e dell’Asia se non si consultano i succitati
archivi ecclesiastici. Nel complesso le molteplici istituzioni che scaturiscono in seno
alla Chiesa modellano nonsolola vita religiosa di una collettività, ma anche quella
sociale, politica, economica,culturale, per cui la loro documentazione assumeportata
rilevante per la ricerca storica.
L'importanza storica degli archivi giova dunque all’azione di promozione
culturale che ha in ogni epocainteressato la Chiesa in funzionedell’evangelizzazione.
Pertanto coloro che operano negli archivi ecclesiastici devono essere consapevoli
dell’importanzadi quanto può essere messo a disposizione del pubblico specializzato.
Sì tratta di un servizio, reso ad una determinatacollettività e all’intera umanità, che
deve essere svolto con prudenza e lungimiranza onde garantire nel miglior modo

79
possibile l’oggettività nella trasmissione e l’interpretazione dei dati. Regolandorigo-
rosamente l’applicazione del metodo storico nello specifico ecclesiale, si devono
evitare, da una parte, interpretazioni apologetichee, dall’altra, mistificazione deni-
gratorie. In troppi casi la ricerca storica su fonti ecclesiastiche è risultata faziosa e
lacunosa, così da non costituire uno strumento di formazione al valore della
memoria.
Invecela Chiesa attraverso i beni archivisti deve essere in grado di promuovere
la cultura della memoria, evidenziando l’/humus cristiano presente in tanteciviltà.

«Questo patrimonio di memoria può diventare un punto di riferimento ed un luogodi


incontro, ispirandoiniziative culturali e ricerche storiche in collaborazione con gli
istituti specializzati delle università ecclesiastiche, cattoliche,liberee statali. Di grande
utilità è inoltre il rapporto fra archivi e centri di documentazione» (La funzione
pastorale degli archivi ecclesiastici, 4.6.).

Se la ricerca sul materiale archivistico necessita di particolare preparazione,


quanto da essa prodotto deve fare delle fonti archivistiche un mezzo di animazione
a vasto raggio. Con opportuneiniziative gli archivi possono diventare centridi irra-
diazione culturale, soprattutto attraverso la rievocazionidi aspetti significativi della
vicenda storica di una determinatacollettività.

«Dal momento che gli archivi possono essere sediprivilegiate di incontri di studio, di
convegnisulle tradizioni religiose e pastorali della comunità cristiana, di esposizioni
didattiche e di mostre documentarie, essi sono deputati ad assumere il ruolo di
un’agenzia culturale non solo per gli specialisti del settore, ma anche per studenti e
giovani opportunamente preparati. Promuovendopoiedizioni di fondi e raccolte di
studi, tali tabernacoli della memoria vengono ad esprimere la loro pienavitalità e si
inseriscono nei processi creativi della cultura e nella missione pastorale della Chiesa
locale» (La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 4.6.).

Diversamente da regimi che hannotentato di distruggere quanto documentasse


il passato in favore di una rifondazione ideologica nel presente, la Chiesa ha sempre
tutelato, conservato, valorizzato la memoria storica, assecondando le culture tradi-
zionali, che hanno abitualmente salvaguardatoil tesoro della memoria in un deposito
addirittura mitico, e quelle più sviluppate, che hanno adottato metodologie scienti-
fiche. In ogni caso la memoria orale e quella scritta, il patrimonio leggendario e quello
cronachistico, le descrizioni generali e gli atti formali costituiscono per la Chiesa un
patrimonio umanistico che giova alla formazionecivica e religiosa della persona. È
dunque auspicabile che la Chiesa continui a farsi «promotrice dell’organizzazione

80
archivistica, motivandone l’importanza culturale specie laddove non esiste ancora
una congrua sensibilizzazione in merito pressogli enti civili» (Lafunzione pastorale
degli archivi ecclesiastici, 4.6.).

5.2. Il dialogo pluralistico

In un’epocadi pluralismo culturale, dove la spinta della secolarizzazione crea


sperequate posizioni sui valori e i movimenti demografici obbligano ad un diverso
confrontointerreligioso, è significativo far emergere,attraverso le fonti archivistiche,
il molteplice approccio della Chiesa con le altre culture, confessioni cristiane,
religioni. Detto lavoro di ricerca deve essere auspicabilmente condotto in parallelo
a suddette forze, al fine di dare un quadro storico maggiormente oggettivo lasciando
emergere gli atteggiamenti complessividi tolleranza da parte della Chiesanelle sue
diverse sfaccettature. La disponibilità al confronto mediante le «carte della memoria»
facilita nuovi rapporti interpersonalie interistituzionali. È dunque impegnoprecipuo
delle istituzioni ecclesiastiche competenti favorire l'indagine storica per evidenziare
il confronto interculturale, accusare le inadempienze, maturare nel dialogo.
Diventa per questo significativo

«promuovere gli studi storici sulla plantatio ecclesiae per evidenziare l’azione di
promozione ed evangelizzazione, oltreché per evitare nel presente gli errori del
passato»

specie nel confronto con le culture non occidentali. Da ciò consegue l’impor-
tanza di

«mostrare, attraverso gli archivi[...], come la Chiesa hatutelato le altre culture (come
quella classica e quelle dei luoghi di nuova evangelizzazione)al fine di un confronto
interculturale»; l'opportunità di «evidenziare, attraverso gli archivi[...], i rapporti e i
riferimenti alle altre confessioni cristiane e religioni per approfondire il dialogo
ecumenicoe interreligioso»; l’urgenza di «incrementare,attraverso gli archivi[...],
l'animazione culturale della contemporaneità, favorendo la passione peril dialogo
pluralistico, l’interesse nella ricerca storico-scientifica, l’incontro rispettoso delle
diverse opinioni» (Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa, Lettera
circolare, 2000).

Lastoria è essenziale strumentodi dialogo, poiché offre dati concreti, delinea


la prospettiva degli eventi, rettifica le mistificazioni ideologiche, permette bilanci

81
critici. Accostarsi agli archivi, in un regime interdisciplinare che garantisca lo
specifico ecclesiale ed evidenzi l’azione della Chiesa, è segno diciviltà e requisito
per avviare rinnovati studia humanitatis premessa dell’auspicabile nuova rinascenza.

6. Conclusione

La trasmissione del patrimonio documentario è dunque peculiare momento


della tradizione, è memoria dell’evangelizzazione, è mezzo pastorale, è adesione al
territorio. Come momento della tradizione tale trasmissione rende evidente la
continuità dell’eventum salutis dalla vicenda storica di Gesù Cristo all’attuale
pentecoste della Chiesa, di modo cheil ricordo cronologico di Gesù, della prima
comunità cristiana, della Chiesa dei martiri e dei padri, dell’espandersidelcristia-
nesimo nel mondo, delle sue involuzioni e rinnovati sviluppi, portino ad una
rilettura spirituale degli eventi sensibilizzando le coscienze al sensus ecclesiae. Come
memoria dell’evangelizzazione le fonti documentarie danno riscontro della plantatio
ecclesiae in tutti i luoghi in cui è arrivata la predicazione del vangelo. Come
strumento pastorale esse disegnano il senso della storia ad ogni singola comunità
ecclesiale che può così percepire il proprio passato e aprirsi al futuro.
La valorizzazione di tale patrimonio è fondamentale per la cultura storica e per
la missione della Chiesa. Questa può così raccontare la sua vicenda con cognizione
di causa liberandola da considerazioni pregiudiziali e assunti lacunosi. Gli archivi
ecclesiastici, facendo parte del complesso dei beni culturali della Chiesa, sono dunque
luogo di futuro, perché luogo della memoria, luogo ecclesiale, luogo territoriale,
luogo diformazione. Specialmentein Italia, comenel resto dell'Europa,le fonti docu-
mentarie più importanti sono di origine ecclesiastica. Tale patrimonio permette di
crescere in umanità e spiritualità, per cui deve entrare a far parte del progetto
pastorale delle Chiese particolari e dei progetti culturali degli Enti civili. L'attenzione
a tale patrimonio può diventare un nuovoedefficace strumento di evangelizzazione
cristiana e di promozione culturale.
Data l’attuale volontà di recupero delle proprie radici, occorre concordare
strategie di usufrutto delle carte della memoria per legare tra loro le varie manife-
stazioni e per renderne percepibili i messaggi. Bisogna creare anzitutto il desiderio
di approccio al materiale documentario, superandola cultura dell’effimero. È la prima
«dinamica che porta ad «andare-verso»il patrimonio storico, creando l’interesse sui
temi della memoria. Bisogna ridare vita a quantosi scopre, facendo comprendereai
fruitori che è parte della loro stessa esistenza. È la seconda dinamica che «porta-
dentro» la storia, considerando i contenuti nel loro valore di bene culturale. Bisogna
riportare al vissuto, facendo ritrovare nella storia una lezionedi vita. È la terza fase

82
che «porta-fuori» dai depositi archivistici, reinserendo l’individuo nella propria
cultura e attivandogliil desiderio di valorizzare ecclesialmente il passato. In questo
senso gli archivi della Chiesa diventano luogo di umanità e luogoreligioso.
Nella misura in cui l’uomo contemporaneo usufruisce del passato, è in grado
di prospettare il futuro. Nella misurain cuiil credenteritrova la propria storia, può
fruire della quotidianità, vivere santamente, annunciare la profezia del Deus omnia
in omnibus.

83
LEGISLAZIONE CANONICA

GIORGIO FELICIANI

1. Normativa unilaterale

1.1. La legislazione piobenedettina

AI momento della convocazione del concilio Vaticano II le linee essenziali


della legislazione canonica sugli archivi erano ancora offerte dal Codice di diritto
canonico del 1917 che in questa materia non proponeva prescrizioni di carattere
generale, ma solamente disposizioni riguardantile singole categorie di archivi oppure
i diversi libri e documenti da raccogliervi.
La normativa più significativa ai fini del presente studio è indubbiamente
quella relativa all'archivio episcopale, l’unico disciplinato con unacerta organicità,
in quantooffriva un modello che, con gli opportuni adattamenti, poteva valere anche
per gli altri archivi. Da essa, infatti, emergevano con chiarezza quali fossero in questo
ambito, a giudizio del supremo legislatore, le più rilevanti esigenze e le migliori
modalità per farvi fronte.
Il primo obiettivo perseguito era chiaramente quello di impedire la dispersione
e la perdita degli «instrumentaet scripturae, quae negotia dioecesana tum spiritualia
tum temporalia spectant», imponendoneil versamento ad un archivio appositamente
istituito (can. 375 $1). E, semprea tale scopo, si impegnava l’Ordinario a ricercare
diligentemente tutte le carte che fossero state trascurate o disperse, assumendo le
iniziative necessarie al loro recupero (can. 376 $2).
Occorreva, poi, garantire la conservazionedi tutto questo materialee, tal fine,
eranopreviste diverse misure di carattere specifico. In particolare si disponeva che
l'archivio, collocato in un luogo «tuto», fosse diligentemente chiuso (can. 375 $1D)in
modo che nessunopotesse accedervi se non con il consenso del vescovo 0 del vicario
generale e del cancelliere, unico depositario della chiave (can. 377), mentre
l’eventuale asportazione di documenti poteva essere autorizzata solo dal vescovo 0
dal vicario generale e limitatamente alla durata di tre giorni, prorogabili «nonnisi
moderate» (can. 378).
Era pure stabilito che il principale compito del cancelliere fosse non solo
custodire nell’archivio i documenti di Curia, ma anchedisporli in ordine cronologico
e distilarne un indice (can. 372 $1). Tutte le carte dovevano, quindi, essere diligen-
temente e tempestivamenteiscritte, con una breve descrizione di ciascunadi esse, in
un apposito inventario (can. 375 $2), da aggiornarsi annualmente(can. 376 $1).
Comenoto,l’inventario svolge una duplice funzione: prevenzione controfurti,
smarrimenti e danneggiamenti dei documenti, e, al contempo, agevolazionedel loro
reperimentoa fini di consultazione.
Laprescrizione dello stesso rispondeva, quindi, anche all’esigenza che nell’ar-
chivio «instrumentaet scripturae» fossero «aptae dispositae»(can. 375, $1) in modo
tale da risultare agevolmentereperibili e facilmente consultabili non solo dagli uffici
dell’amministrazione ecclesiastica, ma anche da chiunquevi avesseinteresse, con la
possibilità di chiedere copie autentiche a proprie spese. In tal senso si esprimevail
can. 384 $1 a propositodi tutti gli archivi curiali e parrocchiali, limitatamente alle
carte non coperte da segreto. E, a tale proposito, occorre per completezza ricordare
le disposizionirelative all’archivio segreto, tanto numerose quanto minuziosee a tal
punto atipiche da imporre la distruzione di documenti a determinate scadenze (can.
379-382).
La legislazione pio-benedettina non mancava nemmenodi porre una qualche
attenzione ad esigenze di centralizzazione, come risulta dal can. 383 che imponeva
a diverse chiese, intese comeedifici di culto, di depositare un esemplare dell’inven-
tario del proprio archivio presso l’archivio episcopale (can. 383 $1).
In sintesi si può affermare cheil codificatore del 1917, ispirandosi in larga
misura alla legislazione precedente e in particolare alla costituzione di Benedetto XIII
Maximavigilantia del 14 giugno 1727, si è proposto, con poche essenziali norme,
relative soprattutto all'archivio episcopale, di assicurare la raccolta, la conservazione,
l’inventariazione e la consultazione dei documenti ecclesiastici, senza trascurare
esigenze di riservatezza e preoccupandosi anche di promuovere unacerta centraliz-
zazionea livello diocesano.
La sinteticità di questa normativa può senz’altro sorprendere, ma diventa
comprensibile alla luce di due ordini di considerazioni di diversa natura. Innanzitutto
una disciplina più dettagliata avrebbe comportatoil rischio di non risultare effetti-
vamente applicabile dovunquea causa della diversità della situazione della Chiesa nei
vari paesi. E, d’altro canto, il Codice del 1917 non dimostra uno specifico interesse
peri beni culturali, considerandoli in un’ottica di carattere essenzialmente patrimo-
niale e amministrativo, e, di conseguenza, applica questa prospettiva riduttiva anche

86
i
agli archivi, comerisulta evidente dalla mancanzadi qualunqueesplicito riferimento
al loro possibile interesse storico.

1.2. La codificazione postconciliare

Ancheil Codicedi diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo Il nel 1983


non offre in tema di archivi una normativa di carattere generale, nonostante che il
titolo contenentele più importanti disposizioni in materia non rechi più la dizione «de
archivo episcopali», ma quella ben più generica di «de archivis». Tale titolo,infatti,
essendo ancora collocato nel capitolo dedicato alla Curia diocesana, concerne solo
gli archivi direttamente o indirettamente afferenti a quest’ultima, proponendo norme
che corrispondono in larga misura, sostanzialmente e spesso anche testualmente, a
quelle del precedente Codice. i i
Si può però talvolta rilevare una semplifica zione della normativa dovuta alla
omissione di prescrizioni eccessivamente analitiche e all’adozio ne di formule di
carattere più ampio e generico. Così, ad esempio, mentre scompare la disposizio ne
relativa all’aggiornamento annuale dell’inventario e alla ricerca della carte andate
disperse, si enuncia, con una formula del tutto nuova rispetto alla codificazione
precedente, l'obbligo di custodire «maxima cura» tutti 1 documenti riguardanti la
diocesi e le parrocchie (can. 486 $1). E, per quanto riguardagli archivi delle chiese,
si imponeal vescovodifar sì che i documenti, oltre ad essere inventariati o catalogati,
vi siano anche diligentemente conservati (can. 491 $1). i i i
A quest’ultimo proposito va rilevato che, a parte questa innovazione, la relativa
norma ricalca fedelmente quella precedente senza preoccuparsi di migliorarne la
formulazione che appare alquanto incongrua. Infatti, mentre non tutte le chiese sono
provviste di personalità giuridicae, quindi, necessariamente di proprio archivio, non
è dato comprendere perché una disposizione di questo genere concerna solo le chiese
e non, per lo meno, tutte le persone giuridiche pubbliche soggette all’autorità del
vescovo diocesano. i
Una estensione che sarebbe stata pienamente coerente con quella maggior
responsabilizzazione del vescovo che emerge dalle nuove norme sotto diversi
profili, come la detenzione della chiave dell’archivio, non più riservata al solo
cancelliere. O come l’obbligo del vescovo di disciplinare la consultazione el aspor-
tazione dei documenti degli archivi delle chiesee dell’archivio storico diocesano, di
cui si parlerà in seguito (can. 491). i
È pure da segnalare una rinnovata attenzione alle esigenze della privacy
riguardo alla consultazione degli archivi da parte di quanti vi abbiano interesse. Da
un lato non è più prevista una loro «inspiciendi potestas», € dall'altro, il diritto di

87
ati
ottenere, «personalmente o mediante un procuratore, copia autentica manoscritta 0
fotostatica» non concerne più genericamente i documenti non coperti da segreto, ma
solo quelli per la loro natura pubblici e relativi allo status personale del richiedente
(can. 487 $2).
Peraltro l’unica innovazione veramente importante è da riconoscersinell’ob-
bligo imposto al vescovo diocesanodiistituire 1’ «archivum historicum», per racco-
gliervi i «documenta valorem historicum habentia» (can. 491 $2). Una imposizione
che, unitamente a quella relativa alla custodia dei libri parrocchiali più antichi (can.
535 $5), denota una specifica attenzione per l’interesse storico degli archivi, essen-
zialmente dovutaalla nuovasensibilità del codificatore per le problematicherelative
al beniculturali.
E tuttavia da lamentare che non venga offerta nessuna indicazione circa la
configurazione di questo nuovo archivio, salvo l’ovvia avvertenza che i documenti
vi devono essere conservati diligentemente e ordinati sistematicamente. Non viene
così precisato quali documenti siano da considerarsi di «valore storico» e se siano da
versare all’archivio storico solo quelli depositati nell’archivio diocesano così detto
corrente oppure anche quelli conservati pressoaltri archivi.
Una carenza veramente singolare probabilmente dovuta al fatto che la dispo-
sizione in esame compare assai tardivamenteneilavori del processo di codificazione,
precisamente nello schema del 1980, quando ormaisi riteneva che non vi fosse più
tempoper approfondire questioni che, da un lato, potevano considerarsi di dettaglio,
ma, dall'altro, esigevano un attento studio. A tale proposito apparesignificativo che
nel 1981 venga sbrigativamente considerata come una aggiunta inutile, in quanto
sottintesa, una integrazione che, pur essendo stata proposta da uno solo dei
componenti la plenaria, avrebbe meritato maggior attenzione. Era stato, infatti,
suggerito di esigere che l'archivio storico fosse diretto da un apposito archivista, allo
scopo di darediritto di cittadinanza a questa figura nel nuovo codice, anche in ottem-
peranza alle esigenze del mondoscientifico internazionale.

1.3. Le disposizioni della Santa Sedeper l’Italia.

Oltre che dalle norme di carattere universale, gli archivi ecclesiastici italiani
erano disciplinati da speciali disposizioni che venivano via via emanate dalla Santa
Sede.
i Ai fini di una rapida rassegna di quelle più rilevanti si può innanzitutto
ricordare come nel 1902la Segreteria di Stato indirizzasse ai vescovi della penisola
una apposita circolare, accompagnata da una Formadi regolamento perla custodia
e l’uso degli archivi e delle biblioteche ecclesiastiche con minuziose prescrizioni

88
circa la catalogazionedilibri e documenti e l'ammissionedegli studiosi alla consul-
tazione. E pochi anni dopo, nel 1907, un’altra circolare imponeva in ognidiocesi
l’istituzione di un «permanente Commissariato-diocesano» con il compito di
«redigere un semplice ed esatto catalogo tanto dei documenti quanto dei monumenti
ed oggettiartistici» e di vigilare sulla loro scrupolosa conservazione.
Queste prescrizioni non ottennero gli effetti sperati dal momento che, come
venne poi autorevolmente constatato, «non molto dopo sopravvenne la guerra
mondiale che troncò quasitutto», rendendo necessario «in certo modo ricominciare
da capo anche là dove erasi fatta buona opera». Una esigenza evidenziata dalla
Lettera circolare ai vescovi d’Italia per la conservazione, custodia ed uso degli
archivi e delle biblioteche ecclesiastiche del 15 aprile 1923, in cuiil segretario di
Stato card. Gasparri, ribadiva e integravale disposizioni precedenti.
Vari decenni dopo Pio XII ritenne indispensabile, per la soluzione del
complesso problema, un intervento di carattere più organico e penetrante. Di
conseguenza,il 5 aprile 1955, papa Pacelli, con lettera della Segreteria di Stato al
card. Giovanni Mercati, provvedeva a istituire la Pontificia commissione per gli
archivi ecclesiastici d’Italia, assegnandole il compito di «prestare assistenzae colla-
borazione» agli Ordinari locali e ai superiori religiosi, mediante una «azione di
direzione, di consulenza e d’ispezione». Il nuovo organismo veniva poi dotato di
personalità giuridica e di proprio statuto da Giovanni XXIII conil motu proprio La
sollecitudine pastorale del 29 febbraio 1960.
L’atto più significativo della Commissione è costituito dalle Istruzioni agli
Eccmi Ordinari e ai Revmi Superiorireligiosi d’Italia sull’amministrazione degli
archivi del 5 dicembre1960, che, proponendo una nuova organica disciplina della
materia, sono da considerarsi sostitutive di tutte le disposizioni precedenti relative
all’Italia. Alcune di queste prescrizioni sono state sostanzialmenterecepite nelle più
recenti normative, mentre altre sono ormaidel tutto superate.

1.4. La Pontificia commissioneperi beni culturali della Chiesa

La Commissioneper gli archivi ecclesiastici d’Italia cessava la suaattività nel


1988, quandonel quadro della riforma della Curia romana operata dalla costituzione
Pastor bonus, viene istituita presso la Congregazione del clero la Pontificia
commissione per la conservazione del patrimonioartistico e storico. A tale organismo
è affidato il compito di presiedere, nell’ambito dell’intera Chiesa universale, alla
tutela di tale patrimonio, comprendente,tra l’altro, quali «benistorici»di «particolare
importanza», «tutti i documenti e strumenti giuridici, che riguardano ed attestano la
vita e la cura pastorale, nonché i diritti e le obbligazioni delle diocesi, delle

89
parrocchie, delle chiese e delle altre persone giuridicheistituite nella Chiesa». E, in
merito, la costituzione prescrive espressamente che la conservazionedi questetesti-
monianze negli archivi e nelle biblioteche sia dovunque affidata a personale
competente in modo da impedirne la dispersione (Pastor bonus, 99).
L’intensa attività svolta dalla Commissione nei suoi primi anni di vita e la
rilevanza dei compiti cui deve far fronte pongono ben presto l’esigenza diattribuirie
maggiore dignitàistituzionale. Di conseguenza Giovanni PaoloII il 25 marzo 1993,
con il motu proprio Inde a pontificatus, ne muta la denominazione in Pontificia
commissione per i beni culturali della Chiesa, disponendo che essa non sia più
stabilita presso la Congregazioneperil clero, ma divenga autonomacon un proprio
presidente che farà parte dei membri del Pontificio consiglio della cultura.
Quattro anni dopo la Commissione emanava unalettera circolare integralmente
dedicata agli archivi. Documento di notevole respiro pastorale e culturale, che si
articola in quattro parti, riguardanti, rispettivamente, «l’importanza ecclesiale della
trasmissione del patrimonio documentario», «i lineamenti di un progetto organico»,
«la conservazione delle carte della memoria» e «la valorizzazione del patrimonio
documentario per la cultura storica e per la missione della Chiesa» (La funzione
pastorale degli archivi ecclesiastici). Sotto il profilo strettamente giuridico merita
però di essere ricordata, oltre l’attenzione dedicata al «potenziamentoo istituzione
dell’archivio storico diocesano» (n. 2.1.) e alla collaborazione con le autoritàcivili
(n. 2.3.), la sollecitazione alle conferenze episcopali «a promuovere», in conformità
a criteri analiticamente indicati, «un comuneorientamento nelle Chiese particolari al
fine di coordinare gli interventi in favore dei beni storico-culturali ed in particolare
degli archivi, pur nella salvaguardia della potestà legislativa di diritto divino propria
del Vescovo diocesano»(n. 2.4.).
Le conferenze venivano così richiamate a una responsabilità non contemplata
dal Codice di diritto canonico, ma prevista da unalettera inviata ai loro presidenti
dalla Congregazioneperil clero nel 1971. In essa da unlato si lamentava come, ancor
più che in passato, il patrimonio storico e artistico della Chiesa fosse soggetto a
indebite alienazioni, furti, usurpazioni, distruzioni, e, dall’altro, si impegnavanogli
episcopati a emanareperi rispettivi paesi, specifiche normative per porre rimedio a
tali gravissimi inconvenienti.

1.5. Le iniziative della Conferenza episcopale italiana (C.e.i.)

La C.E.1. provvede ad esercitare tempestivamente i poteri normativi che le sono


state così conferiti, predisponendo un complesso organico di disposizioni che, dopo
aver ottenuto il nullaosta della Santa Sede necessario per tutte le delibere delle

90

. x

e
conferenze giuridicamente vincolanti, vengono promulgate il 14 giugno 1974 sotto
il titolo di Tutela e conservazione del patrimonio storico artistico della Chiesa.
Norme dell’episcopato italiano.
In tali Norme, tuttora vigenti anche se in attesa di revisione, i vescovi
enunciano, innanzitutto, il proposito di «promuovere una maggiore intesa con le
autorità statali» in un clima di armoniosa e mutua collaborazione che faccia
comunquesalve le rispettive autonomie e sfere di competenza. E per dare concreta
attuazione a queste affermazionidi principio, che esigono ancheil rispetto della legi-
slazione civile, avvertono l’esigenza di porsi comediretti interlocutori delle pubbliche
autorità, limitando drasticamente l’autonomia degli enti ecclesiastici loro sottoposti,
secondo modalità simili a quelle che saranno più di vent'anni dopo pattuite con il
Ministero competente.
Le Norme contengono, ovviamente, anche numerosee significative disposi-
zioni di carattere, per così dire, interno, dirette cioè ad assicurare nell’ambito dell’or-
dinamento canonico una migliore e più efficace protezione dei beni culturali. Ma,
probabilmenteallo scopodi evitare ogniinterferenza nelle competenzepropriedella
Pontificia commissione per gli archivi ecclesiastici d’Italia, dedicano scarsa
attenzione agli archivi, limitandosi ad esigere «particolare attenzione [...] per la
conservazionee la sicurezza dei manoscritti, autografi, carteggi, documenti notevoli,
incunaboli, nonché libri, stampe e incisioni aventi carattere di rarità e di pregio,
conservati nelle biblioteche e negli archivi ecclesiastici, compresi gli archivi
musicali» (n. 9).
Dopola promulgazione della codificazione postconciliare e l’entrata in vigore
dell’ Accordo che apporta modificazioni al concordato lateranense, la C.E.I. avverte
l’esigenza di aggiornaree svilupparele delibere precedentemente assunte in materia
di patrimoniostoricoe artistico. Il relativo documento,che vedela luce il 9 dicembre
1992 sottoil titolo / beni culturali della Chiesa in Italia. Orientamenti, è privo di
valore legislativo e, di conseguenza, non intendesostituirsi alle Norme. Si propone,
più semplicemente di integrarle, estendendo organicamente l’attenzione a tutti i
settori dei beni culturali e ai problemi emergenti, in una prospettiva di «collabora-
zione conleistituzionicivili e con le molteplici realtà associative, gli enti e i privati
che operanonella società italiana» (n.1).
In questo nuovocontesto la materia degli archivi ottiene,rispetto alle Norme,
una ben più adeguata considerazione, che si traduce, preliminarmente,in un deciso
richiamoditutti indistintamentegli enti ecclesiastici al «dovere di tenere e custodire
regolarmente il proprio archivio corrente e storico, favorirne la consultazione, curarne
l’incremento mediante opportune acquisizioni». Gli Orientamenti affidano, poi,
all’archivio diocesano «compiti di coordinamento e di consulenza tecnica e
scientifica» relativamente agli archivi delle parrocchie e, per specifici profili, anche

91

e
degli enti ecclesiastici in genere. Esigono, inoltre, che dell’«organo» diocesano
«preposto alla cura dei beni culturali ecclesiastici» faccia parte anche «un esperto in
materia di archivi». Infine gli Orientamenti non mancano di occuparsi di problemi di
natura molto concreta come la conservazione degli archivi delle diocesi e parrocchie
soppresse nonché delle «parrocchie che non si dimostrassero in grado di provvedervi
direttamente», prevedendone una soluzione «sulla base di orientamenti e procedure
definiti a livello nazionale, d’intesa con i competenti organi dello Stato» (n. 18).
Una simile prospettiva esigeva, evidentemente, ulteriori e più impegnativi
sviluppi dell’interessamento della C.E.I. per gli archivi ecclesiastici. E, infatti, a
distanza di poco più di due anni dalla pubblicazione degli Orientamenti, il suo
Consiglio permanente approva uno Regolamento degli archivi ecclesiastici proposto
come schema-tipo ai vescovi diocesani, «affinché essi provvedano a promulgarlo
debitamente. adattato alle realtà locali». Questo nuovo documento si propone «di
unificare. e integrare la legislazione canonica in.un testo: organico [...] volto ad
assicurare alla Chiesa nel sistema archivistico italiano un’autonoma organizzazione
legislativa armonizzata con le leggi dello Stato». Leggi che, è opportuno ricordare,
sono state ora raccolte ad opera del D.L. 29 ottobre 1999, n. 490 nel Testo unico delle
disposizionilegislative in materia di beni culturali e ambientali (d’ora innanzi T.U.).
Dopo aver premesso una definizione di archivio ecclesiastico come «raccolta
ordinata e sistematica di atti e documenti prodotti e ricevuti da enti pubblici eccle-
siastici eretti nell’ordinamento canonico o da persone esercitanti nella Chiesa una
funzione pubblica»(art. 1), lo Schema precisa di avere «come oggeîto specifico gli
archivi pubblici dipendenti dall’autorità del vescovo», ma, al contempo,si propone
«comeriferimento per gli archivi ditutti gli altri enti pubblici o privati, formalmente
eretti o che di fatto vivono ed operano all’interno della Chiesa». Si occupa, quindi,
analiticamente dell’ordinamento interno degli archivi che viene accuratamente
disciplinato sotto tutti 1 suoi diversi e. molteplici. profili, dall’acquisizione dei
documenti alla loro classificazione, dalla qualificazione del personale alle norme da
seguire nello scarto (art. 5-33). ‘Tratta, infine, dell'ammissione alla consultazione e
della disciplina della stessa (art. 34-46), con una disposizione conclusiva dedicata alla
esigenza di «un cordiale rapporto di collaborazione» con le Sovrintendenze e gli
Archivi di Stato (art. 47).
Ma l’impegno della C.E.1. in questa materia è ben lontano dall’essere concluso
dal momento che le disposizioni e le indicazioni non solo delle Norme, ma anche
degli Orientamenti e dello stesso citato schema-tipo di Regolamento dovranno essere
quanto prima aggiornate e integrate per adeguarle alla normativa di natura pattizia
sopravvenuta in seguito all’ Accordo concordatario del 1984.
2. Normativa pattizia

2.1. L'Accordoche apporta modificazioni al concordato lateranensee la successiva


Intesa relativa alla conservazione e consultazione degli archivi di interesse
storico

L'esigenza di una disposizione pattizia specificamente dedicata agli archivi


ecclesiastici viene prospettata dalla Commissione governativafin dagli inizi del lungo
e travagliato processo di revisione del concordato lateranense, con la previsione, tra
l’altro, di una «Commissione mista di archivisti ecclesiastici e statali», cui affidare,
in modo permanente, diversi compiti.
La proposta è recepita, sia pure in una forma decisamentepiù sintetica, nelle
prime bozze del nuovo concordato, ma, con l’evolversi della trattativa, da un lato
scompare ogni menzione della Commissione mista, e, dall’altro, la portata della
normaviene estesa fino a ricomprenderei benilibrari.
Si giungecosì alla formula adottata dall’ Accordo che apporta modificazionial
concordato lateranense che, come noto, dispone: «La conservazione e la consulta-
zione degli archividi interessestorico e delle biblioteche»dienti edistituzioni eccle-
siastiche «saranno favorite e agevolate sulla base di intese tra i competenti organi
delle due Parti»(art. 12, n. 1, comma 3).
Le intese così previste sono, dunque, finalizzate esclusivamente a scopi di
natura culturale, quali la conservazione e la consultazione, che rientrano nella
competenza dello Stato. Ma archivi e biblioteche possono presentare anche un
«interesse religioso», in quantoè daritenere chenella libertà religiosa rientri anche
il diritto, non solo della Chiesa Cattolica, ma di ogni confessione, a conservare e
valorizzare le proprie «memorie»attestate dalle fonti documentarie e bibliografiche.
Ne segue che ad archivi e biblioteche, quando se ne presentino i presupposti, è
applicabile non solo la disposizione concordataria cheli riguarda specificamente, ma
anche quella immediatamente precedente che concernei beni culturali in genere. In
essa, infatti, si dispone che«alfine di armonizzare l’applicazionedella legge italiana
con le esigenze dicarattere religioso, gli organi competenti delle due Parti concor-
deranno opportune disposizioniper la salvaguardia, la valorizzazione e il godimento
dei beni culturali d’interesse religioso appartenenti ad enti ed istituzioni ecclesia-
stiche» (art. 12, n. 1, comma 2). Tali «opportune disposizioni» sono poi state
«concordate» a livello nazionale, ma ben undici anni dopo l’entrata in vigore
dell’ Accordoe limitatamentea profili quanto mai essenziali, nell’Intesa «relativa alla
tutela dei beni culturali d’interesse religioso appartenentiad entie istituzioni eccle-
siastiche», sottoscritta il 13 settembre 1996 dal Ministro per i beni culturali e
ambientali e dal presidente della C.E.1. ed entrata in vigore nell’ordinamentoitaliano

93
con D.P.R. 26 settembre 1996, n. 571 e con decreto del presidente della C.E.1. del 29
ottobre successivo. i
La concreta attuazione della disposizione concordataria relativa agli archivi e
alle biblioteche incontra difficoltà e ritardi ancora maggiori, sì che solamente il 18
aprile 2000 il Ministro per i beni e le attività culturali e il presidente della C.E.I.
giungonoa sottoscrivere l’Intesa «relativa alla conservazione e consultazione degli
archivi di interesse storico e delle biblioteche degli entie istituzioni ecclesiastiche»
(d’ora innanzi Intesa), poi emanata nell’ordinamento italiano con D.P.R. 16 maggio
2000, n. 189 e promulgata nell’ordinamento canonico con decreto del presidente della
C.E.I. del 10 luglio successivo.
La prima parte dell'Intesa è integralmente dedicata agli «archivi di interesse
storico»: dopo aver enunciato alcuni «principi generali», si occupa, nell’ordine, degli
«interventi della ChiesaCattolica», degli «interventi dello Stato» e degli «interventi
in collaborazione tra la Chiesa Cattolica e lo Stato».

2.2. Gli archivi destinatari degli interventi previsti dall’ Intesa

Il primo requisito che gli archivi devono presentare per potersi avvalere delle
agevolazioni intese previste dalla normativa pattizia è quello di essere «d’interesse
storico». Una qualifica di non agevole interpretazione che l’Intesa riconosce
senz'altro agli «archivi in cui siano conservati documentidi data anteriore agli ultimi
settanta anni»(art. 1, n. 1).
In unadefinizione tanto ampia rientrano necessariamentetutti gli archivi di enti
e istituzioni ecclesiastiche che non siano di erezione o approvazione recente e, di
conseguenza, all’autorità risulterebbe molto difficile, per non dire impossibile,
adempiere gli obblighi assunti con l’Intesa nei confronti di un così gran numero di
archivi, tanto più che essi possonotrovarsi, giuridicamentee di fatto, nelle più svariati
condizioni.
Si rendeva. dunque, necessaria una più precisa e circoscritta individuazione
degli archivi destinatari degli interventi previsti. Si è quindistabilito che, al fine di
favorirne l’accesso, «la C.E.I. predispone un apposito elenco di archivi di interesse
storico e lo trasmette, periodicamente aggiornato, al Ministero,il quale lo deposita
presso le soprintendenze archivistiche»(art. 3, n. 2).
Dalla formulazione della norma si può agevolmente dedurre che nella compi-
lazione di tale elenco la C.E.1. goda di una certa discrezionalità nel senso che non è
obbligata a includervitutti gli archivi ecclesiastici che conservinocarte anteriori agli
ultimi settanta anni. E del pari non sembracheil soprintendente abbia il potere di
esigere delle integrazioni, ferma restando la sua facoltà di dichiarare di rilevante

94
interesse storico, ai sensi della normativa statale vigente, uno o più degli archivi
omessi.
Vaperò rilevato che l’elenco dovrà necessariamente comprendere gli archivi
storici diocesani di cui al can. 491 $2 del Codicedidiritto canonico, dal momento che
sia la Chiesasia lo Statoli considerano senz’altro meritevoli di una particolare tutela,
come dimostrano diverse disposizioni dell’Intesa. In essa, infatti, l'autorità eccle-
siastica sì impegnaa dotarli «di apposito regolamento approvato dalla medesimasulla
base di uno schema-tipo predisposto dalla C.F.1.», che provvederà anche a destinare
loro «specifici finanziamenti nell’ambito delle risorse disponibili» (art. 2, commi 2
e 4). E, da parte sua, lo Stato assicura che «in relazione agli interventi da
programmare, il Ministero» darà «priorità agli archivi storici diocesani» (art. 3,
comma 2).
In ognicaso va ricordato che dell’elenco in questione «fanno parte anchegli
archividi interesse storico appartenentia istituti di vita consacrata o a società di vita
apostolica segnalati alla C.E.I. dai superiori maggiori competenti», che, al riguardo,
sembrano dunque godere di ampia discrezionalità. Specifica attenzione è però
dedicata dall’Intesa «agli archivi generalizi e provinciali», a cui pure è assicurata
priorità nella programmazione degli interventi, ma solo qualora risultino «di
particolare rilevanza» (art. 3, comma2).
Nelloro complesso queste disposizioni relative alla priorità appaiono singolari
in quanto, mentre non accordano alcun privilegio agli archivi dichiarati di notevole
interesse storico, introducono, senza definirla, una nuovacategoria: gli archivi storici
«di particolare rilevanza».
Il secondo requisito che gli archivi devono presentare per potersi avvalere degli
interventi previsti dall’ Intesa è costituito dalla loro appartenenza ad enti ed istituzioni
ecclesiastiche. In sé e per sé questo requisito è formulato in termini tanto ampi e
generici da potersi riscontrare in tutte le situazioni in cui un archiviosi trovi nell’in-
contrastato possesso di una entità ecclesiastica, non necessariamente dotata di
personalità giuridica nell’ordinamento canonicoe di riconoscimentoagli effetticivili.
Tuttavia al fine di individuare precisamente gli archivi oggetto della Intesa si
impongonoconsiderazionidi carattere più specifico e puntuale. Dal complesso delle
disposizionirisulta evidente che l’autorità ecclesiastica si assume impegni non indif-
ferenti, come «assicurare la conservazione e [...] disporre l'apertura alla consulta-
zione» e «controllare che venga rispettata la normativa civile e canonica in materia
di divieto di alienazione, trasferimento ed esportazione» (art. 2, commi 1 e 3).
Impegniche la stessa autorità può liberamente prenderee ai quali può effettivamente
adempiere solo con riferimento ad enti e istituzioni che siano interamente soggetti al
suo potere di governo. Inoltre la espressa menzione della normativa canonica in tema
di alienazione rende lecito supporre che gli archivi e le biblioteche in questione siano

95
da considerarsi sotto il profilo canonico beni ecclesiastici, una qualifica che il can.
1257 $ 1 c.i.c riservaai beni appartenenti alle persone giuridiche canoniche di natura
pubblica.
Questa conclusione trova conferma nelfatto che tutti gli enti e le istituzioni
e
espressamente menzionati nell’Intesa hanno natura di persone giuridiche canonich
e le società di
pubbliche comele diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata
vita apostolica. E, a ulteriore riprova, si può aggiungerela già ricordata definizione
di archivio ecclesiastico proposto dal menzionato schema-tipo di Regolamento
approvato dalla C.E.I.

2.3. Collocazionee trasferimento degli archivi

Nell'ambito dei principi generali il Ministero e la C.E.I. concordano «sul


tico di
principio per il quale i beni culturali di carattere documentario e archivis
di formazi one
interessestorico [...] devono rimanere, per quanto possibile, nei luoghi
o di attuale conservazione»(art. 1, comma2). L’inciso, «per quanto possibile», indica
sarebbe
chiaramente che si tratta di una indicazione di massima in quanto non
certamenterealistico pensare chele Parti, «second o le rispettiv e compete nze», siano
ne, oltre all’aper tura alla
effettivamente in grado di assicurare in qualunque situazio
«ogni possibil e
consultazione, che già di per sé può presentaredifficoltà insuperabili,
il
intervento per garantire misure di sicurezza, antifurto, antincendio e contro
degrado degli edifici» in conformità a quanto previsto dagli stessi principi generali
(art. 1, comma3).
Di conseguenza è stato stabilito che, «quando necessario» al fine di
«agevolarne la conservazione e la consultazione», gli archivi vengano depositati
«presso l’archivio storico della diocesi competente per territorio». Normedi carattere
più specifico e cogente concernono gli archivi delle parrocchie e delle diocesi
soppresse, che essendo esposti a gravi pericoli di dispersione o deterioramento, vanno
senz'altro depositati «presso l'archivio della parrocchiao presso quello storico della
di
diocesi cui ora le medesime vengono ad appartenerea seguito del provvedimento
so,
soppressione» (art. 1, comma 4). Tutte queste disposizioni, nel loro comples
appaiono coerenti con quanto previsto dal citato schema-tipo di Regolamento
la
approvato dalla C.e.I. In esso, infatti, da un lato si ammette espressamente
permane nte presso l’archiv io
possibilità di «collocare in deposito temporaneo 0
diocesano l’archivio dialtri enti ecclesiastici nel caso in cui l’autorità ecclesiastica
-
competente lo ritenga necessario per motivi di sicurezza o perfacilitare la consulta
cui per
zione degli studiosi». E, dall’altro, si dispone, che «gli archivi degli enti di
se non esistono disposiz ioni in
qualunque motivo vengono a cessare le attività,

96
contrario, passano in custodia e in amministrazione dell’ente superiore, che ne avrà
cura come del proprio»(art. 11, comma l e art. 12).
L’Intesa ha anche cura di precisare che resta, comunque, fermo «quanto
previsto dalla normativa civile vigente» (art. 1, comma2). E, a tale proposito è
opportuno ricordare che «il trasferimento di complessi organici di documentazione
di archivi di persone giuridiche a soggetti diversi dal proprietario, possessore 0
detentore è subordinato ad autorizzazione del soprintendente» (T.u., art. 21, comma
4). Peraltro tale autorizzazione non sembra necessaria per il trasferimento degli
archivi degli enti soppressi qualora avvenga secondo le modalità stabilite dall’Intesa.
L’Intesa non poteva certo ignorare il delicato e complesso problema dell’e-
ventuale trasferimento degli archivi appartenentia istituti di vita consacrata o società
di vita apostolica. Ha quindi specificamente stabilito che il loro deposito, «quando
necessario», avvenga «pressol'archivio storico della provincia corrispondente»o «in
mancanza di questo, presso l’archivio storico generale o presso struttura analoga,
purchésiti in territorio italiano, dei medesimi istituti o società» (art. 1, comma 4),
La norma è molto meno ovvia di quanto possa sembrare a prima vista, in
quanto, in pratica, non prevede che gli enti interessati possano ricorrere ad altre
soluzioni come, ad esempio,il deposito presso un convento o un monastero vicino.
C'è quindi da chiedersi a che titolo una Intesa sottoscritta dalla C.E.I. possa limitare
la legittima autonomiadiistituti di vita consacrata e società di vita apostolica. In
proposito è però agevole osservare che la sottoscrizione dell'Intesa è stata autorizzata
dalla Santa Sede e che, d’altro canto,il deposito degli archivi in questione in luogo
diverso da quello previsto potrà pur sempre essere autorizzato, qualora risultasse
opportuno o necessario, dalle competenti autorità ecclesiastichee civili.
Nessun problema, invece, pone il divieto di esportazione in quanto esso è
previsto dalla normativa statale per tutti archivi dichiarati di notevole interesse storico,
comepurepergli altri archivi qualora la loro «uscita dalterritorio della Repubblica»
costituisca «danno peril patrimoniostorico e culturale nazionale»(T.U., art. 65).
Si tratta, dunque, di un divieto di carattere generale di cui la C.E.1. ha preso atto
nell’Intesa, impegnandosi, come si è visto, «a controllare che vengarispettata la
normativa civile e canonica in materia di divieto di alienazione, trasferimento ed
esportazione di beni culturali».

2.4. L'apertura alla consultazione

Come. già ricordato le intese previste dal terzo comma dell’art. 12, n. I
dell’ Accordo concordatario sono dirette a favorire e agevolare, oltre la conservazione,
la consultazione degli archivi. Ma,in realtà, l’Intesa non dedica molta attenzionealla

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materia, contemplata solo da poche disposizioni di carattere molto generico. Si limita,
infatti, a prevedere l’impegno delle competenti autorità ecclesiastiche «a disporre
l’apertura alla consultazione degli archivi» (art. 2, comma1), assegnandoalla loro
collaborazione con le autorità civili il compito di assicurarla (art. 4, comma1).
Il delicato problema dei «termini di consultazione» emerge solo in una norma
relativa agli archivi storici diocesani, dove, peraltro, si rinvia la loro definizione,
previa intesa con il Ministero, allo schema-tipo di Regolamento da predisporsi ad
opera della C.E.I., che dovrà anchedisciplinare «l’orario di apertura al pubblico»(art.
2, comma 2).
Questa mancanza di specifica disciplina non impedisce di formulare alcune
considerazioni riguardo alla delicata questione che presenta aspetti notevolmente
diversi a secondachesitratti di archivi considerati di «interesse storico» dall’Intesa,
oppure di archivi dichiarati «di notevole interesse storico». Per questi ultimi vale
senz'altro l'obbligo «di permettere agli studiosi, che ne fanno motivata richiesta
tramite il soprintendente archivistico, la consultazione dei documenti che, d’intesa
con lo stesso soprintendente, non siano riconosciuti di carattere riservato» (T.U., art.
109, comma1). A tale riguardo,sotto il profilo canonico, merita ricordare che, ai sensi
dell’art. 38 $ 2 dello schema-tipo di Regolamento approvato dalla C.E.I. prima
dell'Intesa, «la consultazione di documenti definiti come riservati o relativi a
situazioni private di persone può concedersi solo previa ed esplicita approvazione da
parte dell’Ordinario». E in ogni caso si dovranno osservare le Disposizioni per la
tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza promulgate dalla C.E.L con
decreto del 20 ottobre 1999.
Nonsono dunqueprevisti dalla normativa statale limiti temporali per la consul-
tazione dei documenti conservati negli archivi dichiarati di notevole interesse
storico, dal momentochetale dichiarazione può riguardare anche archivi di data più
recente deisettanta anni (vedi T.u., art. 9, comma 2). Tali limiti potranno però essere
stabiliti dal futuro regolamento per gli archivi storici diocesani, qualora l’apposita
intesa che dovrà intercorrere tra C.E.I. e Ministero a tale proposito (art. 2, comma 2)
si realizzi in una forma giuridica tale da poter derogare, nella gerarchia delle norme,
la normativa statale vigente.
Per quanto, invece, concerne gli archivi di interesse storico, per così dire
«semplice», l’Intesa considera tali, come già ricordato, solo quelli «in cui siano
conservati documenti di data anteriore agli ultimi settanta anni». Sembrerebbe,
quindi, logico dedurne che per essi l'obbligo della apertura della consultazione non
riguardi documenti di data più recente.
Unatale conclusione avrebbe ancheil vantaggio di risultare in piena armonia
con quanto stabilito dallo schema-tipo di Regolamento approvato dalla C.E.I., dove,
mentre si richiede che «la consultazione degli archivi a scopo di studio sia concessa

98
con ampia libertà», si precisa che «possono essere consultati solo i documenti
anteriori agli ultimi 70 anni»(art. 38 $1). E troverebbe anche un riscontro, ma molto
menosignificativo, anche nella normativa statale che consente la consultazione dei
documenti «riservati relativi a situazioni puramente private di persone» o «dei
processi penali», conservati negli Archivi di Stato, solo dopo settanta anni (T.U., art.
107, comma1).

2.5. L’inventariazione dei documenti

In singolare contrasto con l’essenzialità delle norme riguardanti l’apertura alla


consultazione, l’Intesa concede ampia attenzione alla inventariazione, espressamente
indicata comeil principale obiettivo della collaborazione tra la Chiesacattolica e lo
Stato. Ritiene, infatti, che questa «si attua, in primo luogo, nell’ambito della inven-
tariazione del patrimonio documentario e archivistico, che costituisce fondamento
conoscitivo di ogni elaborazione scientifica e di ogni intervento di tutela»(art. 4,
comma 2). Una impostazione su cui la Chiesa non può che convenire dal momento
che la ricordata lettera circolare della Pontificia commissione per i beni culturali
considera la compilazione dell’inventario, prescritta dai can. 486 $3 e 491 $1 del
Codice di diritto canonico e disciplinata dagli art. 16-22 dello schema-tipo di
Regolamento approvato dalla C.E.I., come «l’atto fondamentale per la consultazione
del patrimonio archivistico» che «consentirà la produzione degli altri strumentiutili
alla consultazione [...] e permetterà l’utilizzazione dei modernisistemi informatici»
(n. 3.3).
Data l’importanza attribuita all’argomento non sorprende che l’Intesa vi
dedichi varie e dettagliate disposizioni. In esse l'autorità ecclesiastica «si impegna a
promuovere l’inventariazione del materiale documentario e archivistico» (art. 2,
comma3), soprattutto negli archivi storici diocesani, e lo Stato, da parte sua, promette
«collaborazione tecnica e contributi finanziari» per la redazione degli inventari e per
«lo scambio di materiale informatico (software) relativo a programmie progetti di
inventariazione»(art. 3, comma1). Propositi che non rimangonovaghie generici dal
momento che il Ministero e la C.E.I. si impegnano persino «ad adottare iniziative
idonee ad accelerare e coordinare i programmi di inventariazione, precisando
luoghi, tipologie e durata degli interventi, a sviluppare adeguatamente la rete
informatica e a rispettare criteri e modelli comuni che consentano l’interscambio delle
informazioni» (art. 4, comma 3). A tali fini le autorità ecclesiastiche competenti
offriranno alle soprintendenze archivistiche «la più ampia collaborazione, favorendo
l’accesso agli archivi [...] per l'espletamento delle operazioni di ricognizione
necessarie» (art. 4, comma4).

99
2.6. La collaborazione tra la Chiesa e lo Stato circa gli archivi

Gli interventi in collaborazione tra la Chiesa e lo Stato non si limitano alla


inventariazione, ma riguardano anche l’organizzazione di mostre e i provvedimenti
da assumere in caso di calamità naturali (art. 4, commi5 e 6). Ma, più in generale,
tutta l’attuazione dell’Intesa esige una collaborazione organica e sistematica tra le
Parti «finalizzata ad assicurare la conservazionee la consultazione degli archivi»(art.
4, comma 1). Basti in proposito ricordare come la «collaborazione tecnica» e, ove
previsti, i «contributi finanziari dello Stato», riguardino, oltre l’inventariazione, «la
dotazione di attrezzature, [...] il restauro di materiale documentario, la dotazione di
mezzi di corredo», «le pubblicazioni previste da apposite convenzioni», «leattività
di formazione del personale»(art. 3, comma 1). E non va dimenticatala «vigilanza
sul mercato antiquario» che si prevede avvenga anche in collaborazione tra Ministero
e autorità ecclesiastiche (art: 3, comma4, cfr. art.2; comma 3).
Tutto questo esige, evidentemente, adeguate sedi di confrontoe di dialogotra
le Parti in funzione di una efficace programmazionee realizzazione degli interventi
previsti. Peraltro, a tale riguardo, l’Intesa non solo non recepisce la proposta di
istituire «una apposita Commissione mista», ma non offre alcuna indicazione
specifica. Per l’attuazione delle forme di collaborazione previste dall’Intesacisi potrà
comunque avvalere degli strumenti previsti dall’Intesa del 13 settembre 1996
«relativa alla tutela dei beni culturali di interesse religioso appartenenti ad enti e
istituzioni ecclesiastiche». Non vannoinoltre trascurate le forme di collaborazione
che si potranno realizzare in seno alle Commissioniperi benie le attività culturali,
che, ai sensi del D.L. 31 marzo 1998, n.112, sonodaistituirsi, con la partecipazione
di un membro designato dalla rispettiva conferenza episcopale regionale, in ogni
regione a statuto ordinario, per perseguire «lo scopo di armonizzazione e coordina-
mento, nel territorio regionale, delle iniziative dello Stato, della regione, degli enti
locali e di altri possibili soggetti pubblici e privati» (art. 154-155).
Va:tuttavia rilevato che, a differenza di quanto avviene nell’Intesa relativa ai
beni culturali di interesse religioso all'art. 8, nell’Intesa in esame non si.accenna
all’eventualità di intese sugli archivi «stipulate, nell’esercizio delle rispettive
competenze, tra le regioni e gli altri enti autonomiterritoriali e gli enti ecclesiastici»,
salvo che, ma molto genericamente e indirettamente, nella norma che prevede l’or-
ganizzazione di mostre mediante convenzioni con non meglio identificate «autorità
civili» (art. 4, comma5). Tale reticenza è comprensibile se si considera che in questa
materia le competenze di enti diversi dallo Stato sono molto limitate, ma non è del
tutto giustificabile dal momento che diverseintese stipulate a livello locale trattano
degli archivi. Già nel 1993 il vescovo, il comunee la provincia di Pistoia sottoscri-
vevano una convenzione che prevedeva,tra l’altro, «la pubblica fruizione»di alcuni

100
archivi ecclesiastici e quattro anni dopo la Regione Autonoma Valle d’ Aosta e il
vescovo stipulavano una convenzione esclusivamente dedicata agli archivi.
Successivamente l’Intesa intercorsa tra regione Piemonte e Conferenza episcopale
piemontese nel 1998 individuava tra i «compiti prioritari di collaborazione» «il
riordino, l’inventariazionee l’utilizzo del patrimonio archivistico ecclesiastico». E in
termini analoghisi esprimonole Intese stipulate nel 1999 nelle Marchee nelle regioni
autonome Sardegna e Valle d’ Aosta. E si ha pure notizia di un progetto di informa-
tizzazione degli archivi storici di cinque diocesi venete dovuto a una iniziativa
congiunta del Ministero e della regione.

2.7. Una normativa in profonda e costante evoluzione

La disciplina canonica degli archiviitaliani ha subito lungotuttoil sec. XX una


evoluzione tanto profonda che persino il ruolo svolto dai diversi legislatori ecclesia-
stici è venuto mutando nel tempo. Ad ampie e articolate disposizioni di diritto
particolare pontificio sono venute così gradualmente sostituendosi norme e orienta-
menti dell’episcopato. E, negli ultimi decenni, a una produzione esclusivamente
unilaterale è venuta affiancandosi una importante attività pattizia, articolata a diversi
livelli.
Tutto questo fa sì che il quadro delle fonti in materia si presenti tuttora quanto
mai variegato e complesso, comprendendo prescrizioni di diritto universale, norme e
orientamenti della C.E.1., disposizioni pattizie sottoscritte dalla Santa Sede e dalla stessa
C.E.l. Sarebbe senz'altro opportuno che l’episcopato italiano, nel quadro della revisione
delle Norme del 1974 da tempo preannunciata, provvedesse ad approvare un testo
unico di tutta questa normativa.
C'è però da chiedersi se i tempi siano maturi per una iniziativa di questo genere
in quanto la concreta attuazione della recentissima Intesa e il conseguente sviluppo
della collaborazione con i pubblici poteri potrebbero suggerire ulteriori adattamenti e
integrazioni delle disposizioni vigenti.
E, da ultimo, per completezza, va osservato che, in ogni caso, l’auspicato testo
unico non risulterebbe del tutto esauriente in quanto,a livello locale, dovrebbe essere
completato dalle eventuali, ma già numerose, deliberazioni di sinodi diocesanie concili
particolari nonché da quanto previsto dalle intese sottoscritte da diocesi, province
ecclesiastiche, conferenze episcopali regionali con gli enti pubblici territoriali.

101
Parte Il

ORGANIZZARE LA MEMORIA
PRODUZIONE, GESTIONE E FRUIZIONE DELLA MEMORIA

EMANUELE BOAGA - GAETANO ZITO

I. CONFIGURAZIONE E SVILUPPO

1. Concetto di archivio e di documentazione archivistica

Conil termine archivio si può indicare:


a) il luogo dovesi conserva la documentazione diun ente;
b) l’istituzione che ha per fine la conservazione permanente dei documenti
dell’ente destinati alla consultazione;
c) l'insieme dei documenti prodotti o ricevuti da una persona giuridica(ente)
o fisica durante lo svolgimento della propriaattività.
In rapportoalla natura dell’ente a cui appartengono,gli archivi si diconocivili
o religiosi. Nel primo caso sono quelli che appartengono a un ente civile e si
suddividono in parecchie categorie (per es. in Italia: Archivi di Stato, degli enti
pubblici non statali, archivi notarili, archivi privati, ...). Gli archivi religiosi invece
hanno diverse denominazioni secondo le fedi religiose cui appartengono, non in
relazione al loro contenuto. Così si può parlare di archivi cristiani (cattolici,
ortodossi, protestanti, ...), di archivi ebraici, di archivi mussulmani, di archivi eccle-
siastici. In quest’ultimo casosi intendono convenzionalmentegli archivi della Chiesa
cattolica.
Gli archivi, inoltre, sono considerati pubblici o privati. Sono archivi pubblici
quelli della pubblica amministrazione e appartenenti ad enti pubblici(stato, regione,
provincia, comune, ...). Gli altri invece vengono detti privati e sono quelli delle
persone,di famiglie e delle istituzioni considerate private nella normativa giuridica.
Mala denominazionedi archivi pubblici e di archivi privati tiene conto pure
se, nel primo caso, viene concessa la consultazione dei documenti in essi custoditi,
secondo specifiche norme; oppure se, nel secondo caso, da parte della persona o
dell’ente detentore non è consentito esaminare le carte conservate, ovvero viene
concesso soltanto a condizioni insindacabili.
Va ricordato, nondimeno, che in Italia, nel caso degli archivi privati, vige
sempreil diritto dello Stato di dichiararlo bene integrante il patrimonio culturale
nazionale, con la formula «di notevole interesse storico». E, di conseguenza, può
apporvi particolari vincoli, sanzionare eventuali manomissioni, ed impedire che
venga portato all’estero.
Per gli archivi appartenentialla Chiesacattolicasi riserva la qualifica di eccle-
siastici agli enti pubbliciecclesiastici eretti nell’ordinamento canonico(cf. cann. 486,
$ 2; 491, $ 2; 535, $$ 4-5; 173, $ 4; 1283, $ 3; 1284, $ 2.9°, 1306, $ 2) e da persone
esercitanti nella Chiesa una funzione pubblica (schema-tipo di Regolamento C.E.1.,
art. 1). Sulla tipologia degli archivi ecclesiastici già è stato detto nella prima parte del
nostro manuale.
L'archivio nasce involontariamente quale conseguenzadell’attività svolta e ne
rappresenta la sedimentazione documentaria. Pertanto perché si possa parlare di
documento d’archivio è necessario che esso sia prodotto nel contesto dello
svolgimento dell’attività amministrativa nel senso più ampio del termine. Così, per
esempio, tutto ciò che un parroco, come tale, scrive, decide, inizia, organizza,
sopprime, cambia,tratta, riceve, tanto in relazione alla sua circoscrizione parroc-
chiale, quanto in relazione a terzi, va considerato attività dell’ente e deve perciò
lasciare un riflesso nella documentazione da conservare nell’archivio parrocchiale.
In base a quanto detto, una semplice raccolta o una collezione di documenti
non potrà mai trasformarsi in archivio, mentre i documenti propri di un archivio
risultano legati tra loro da un nesso logico e necessario, detto nesso archivistico.
Infatti un documento avulso dal suo contesto originario, perde gran parte del suo
valoree si riduce a mera informazione, assolutamente insignificante sul piano archi-
vistico e appena parzialmenteutile per lo storico. Soltanto la prospettiva più ampia,
offerta dal contesto che ne ha determinato la produzione, permette al singolo
documento, collocato nel proprio fondo archivistico, di assumere la significatività
propria.
Secondo quest’ultima accezione,l’archivio non è costituito solo dall'insieme
(o complesso) dei documenti in esso conservati, ma anche dal complesso delle
relazioni che intercorrono tra di essi sin dalla loro origine.
Per questo non si deve confondere l’archivio con una biblioteca o museo. La
biblioteca infatti è una raccoltadi libri che possono essere manoscritti, incunaboli o
stampati e riuniti con finalità culturali. Il museo è una raccolta sistematica di oggetti
vari pertinenti ad un determinato argomento. Queste tre istituzioni (archivio,
biblioteca e museo) anche se hanno gli stessi compiti fondamentali per la conserva-

106
zione della memoria nei suoi vari aspetti, presentano singole e distinte finalità e
caratteri specifici completamente diversi.
In particolare, archivi, biblioteche e musei:
a) sono diversi per origine: infatti mentre gli archivi sono prodotti necessa-
riamente dall'attività specifica di un ente, le biblioteche e i musei non hanno questa
derivazione e legame;
b) sono diversi perlafinalità precipua: gli archivi hanno come scopo primario
il servizio funzionale all’amministrazione dell’ente; mentre le biblioteche e i musei
presentano uno scopo eminentemente culturale;
c) sono diversiperlo sviluppo: la crescita degli archivi è limitato in intrinseca
relazione alla maggiore o minoreattività dell’ente; lo sviluppo delle bibliotechee dei
museiè illimitato e dipende invece da varie cause (disponibilità di spazio, di denaro,
volontà dei responsabili, ...);
d) sono diversi per il modo come vengono ordinati: ordinamento degli archivi
viene imposto dalla struttura, natura, attività dell’ente; le biblioteche e 1 musei
posseggono invece un ordinamento dettato da vari sistemi e esigenze organizzative
(per es.: altezza dei volumi,...).
Pertanto, non è possibile avvicinare concettualmente queste tre istituzioni:
archivi, biblioteche e musei. Ciascuna di esse ha metodologie proprie specifiche.
Tuttavia, bene si integrano a vicenda. Infatti, hanno come denominatore
comuneil valore della memoria e della testimonianza, degli eventi e della produzione
culturale di un territorio, di un’istituzione, di un ente, di una persona.
Sia le biblioteche che i musei non possono non avere un proprio archivio che
registra tanto le ragioni della fondazione, quanto il progressivo sviluppo, dall’ac-
quisizione di libri e pezzi museali , alle persone che vi lavorano, alle vicende della
propriastoria.
Bisogna, inoltre, sottolineare l’unicità e la irrepetibilità peculiare dei
documenti degli archivi e di quanto viene esposto in un museo; mentre 1 libri a
stampa, essendo prodotti in numerose copie, possono anche essere reintegrati in una
biblioteca nel caso in cui un libro viene distrutto o perduto.
Tanto per la biblioteca, come per il museo, come per ogni aspetto del
patrimonio culturale, l'archivio svolge un ruolo primario e insostituibile: testimonia
la nascita, la trasformazione; l’incremento di ognuno di essi, e ne favorisceil corretto
e fedele impiego.

2. Nascita e sviluppo di una pratica

In ogni ente ben organizzato la documentazione inizia a vivere per l’opera di

107
un ufficio, in genere noto comesegreteria o cancelleria. Tale ufficio ha l’incombenza
di seguire le varie pratiche, distribuendole a chi di competenza, inviandole risposte
ai destinatari, coordinandoil lavoro e valutando periodicamenteil proprio sistema per
migliorarlo e adattarlo ai mutamenti del caso.
Il lavoro svolto dalla segreteria risponde a criteri definiti per grandi linee
dall’uso e da normativeriportate nei regolamenti propri dell’ente. In mancanzadiciò
si hanno situazioni penose per la documentazione e peril disbrigo delle pratiche
stesse e spesso il disordine regna sovrano, con i mucchi delle carte sui tavoli e poi
depositate senza alcuncriterio di riferimento. E ovviamenteil lavoro amministrativo
dell’ente ne risente in maniera negativa, nel senso che una pratica, un documento non
viene più agevolmente reperito quando necessita e ciò con perdita di tempo,oltre che
con gravi rischi per l’attività istituzionale a cui l’archivio prioritariamente deve
rispondere.
Risulta pertanto evidente cheil lavoro svolto dalla segreteria è essenziale per
la classificazione, conservazione e valutazione della documentazione che verrà poi
posta in un archivio. Al riguardo è evidente che esiste un legame segreteria-
archivio, in quanto in ambeduesi lavora con la documentazioneprodotta dall’attività
dell’ente a cui appartengono. Per questo segreteria e archivio non possono essere
considerati a se stanti, ma comunicanti e continuamentein dialogo tra loro.
All’interno della segreteria una pratica d’ufficio segue un ifer in cui si
possono distinguere schematicamente le seguenti fasi:
— apertura e classificazione della pratica in base alla richiesta, oppure alla
decisione da assumere o assunta;
— distribuzione della pratica a chi di competenza per l’esamee la decisione;
— preparazione di una minuta di risposta e sua approvazione;
— redazionedefinitiva, firma e registrazione del documentodirisposta;
— invio 0 comunicazione della risposta;
— archiviazione della pratica;
- revisione periodica delle pratiche.
Comeè facile vedere,le suddette fasi, praticate da ogniufficio ben organizzato,
ricopiano i passi che in passato si usavano seguire nelle cancellerie medioevali e
moderne,civili ed ecclesiastiche (la supplicatio, la iussio o decisione, la minuta, la
ingrossatio o bella copia, il transumptum, la recognitio o convalida, la sugellatio, la
taxatio, la registratio e la consegnaal destinatario).
Ovviamente, nello svolgere poi ogni fase la segreteria di ciascun ente adattail
camminodelle pratiche alle proprie esigenzee possibilità. In ogni caso,le singole fasi
di questo iter vengono organizzate e registrate attraverso un sistema detto protocollo,
di cuisi dirà più avanti.

108
Dal punto di vista organizzativo ogni pratica viene messa in apposita cartella,
detta tecnicamente camicia, nel cui frontespizio si pongono le seguenti indicazioni:
— ponente la pratica,
— oggetto della medesima,
— breve descrizione dei documenti (con data e riferimento al protocollo),
— collocazione che la pratica avrà in archivio quando sarà conclusa o esaurita.
Il modo di disporre questi elementi ed altri eventuali della camicia dipende
dalla prassi e dalle esigenze dell’istituzione.

3. Il protocollo

La registrazione dei documenti prodotti o ricevuti da un ente avviene di norma


su un registro, detto appunto registro del protocollo. Il compito è affidato di norma
alla cancelleria di Curia per le diocesi, e generalmenteall’ufficio della segreteria per
le altre istituzioni. In passato ciò avveniva con la registrazione nei registri e nei
cartolari. L'uso del protocollo è d’epoca modernae si è andato perfezionando conil
tempo.
Secondo l’organizzazione interna degli uffici dell’ente, può esistere un
protocollo unico, valido per tutti, oppure un protocollo generale di segreteria edaltri
protocolli specifici o particolari, per settori separati o singoli uffici. Ovviamente in
una buona organizzazione questo secondo caso di uso di protocolli da parte di singoli
uffici deve funzionare con il collegamento necessario con quello generale della
segreteria, in modo che nonsi formino pratiche parallele, o si producano situazioni
incresciose, come ad esempio la registrazione di due risposte difformi alla stessa
richiesta.
La registrazione dei documenti nel protocollo comporta l'individuazione, di
ciascun documento, con un numero progressivo. Tale numero, che vienea costituire
la carta d’identità del documento stesso, e non va attribuito anche ad un altro, può
essere progressivo da uno in poi, ovvero ricominciare da uno all’inizio di ogni anno,
o secondoaltri criteri adottati dall’ente. Oltre al numero, vanno annotati, in forma
sintetica ma completa, alcuni elementi indispensabili per seguire l’iter della pratica
stessa aperta da quel documento:
Per unacorretta e funzionale registrazioneil protocollo deve indicare:
a) per i documentiin arrivo:
— l’attribuzione del numero progressivo,
— la data di arrivo,
— il nomee l’indirizzo del mittente,
— la data reale riportata nel documento,

109
— il numerodi protocollo assegnato dall’ufficio di partenza,
— l'oggetto o contenuto del documento, con l’indicazione di eventuali allegati,
— la classificazione o posizionedella pratica secondoiltitolario cheriflette l’or-
ganigramma dell’ente,
— il mezzo di invio,
— il servizio per il destinatario.
Inoltre, con un timbro,si provvede a porre sul documento stesso l’indicazione
della data di arrivo, del numero di protocollo assegnato e della classifica rispetto al
titolario.
b) per i documenti in partenza:
— l’assegnazione del numerodi protocollo,
— la data di partenza del documento,
— il nomee l’indirizzo del destinatario,
— l’oggetto, con l’indicazione di eventuali allegati,
- la classificazione,
- gli eventuali numeri di protocollo precedente e successivo,
— il mezzo di spedizione.
Generalmente, per questa registrazione dei documentiin arrivo e in partenza,
il registro del protocollo si presenta in due forme: doppio o singolo.
Nelcasodi registro doppio: nella pagina di sinistra si registrano i documenti
e atti in arrivo; a destra quelli spediti, in corrispondenza del numero progressivo della
pagina sinistra. Se il documento in partenza è una risposta ad un documento già
arrivato, la registrazione viene effettuata sulla medesimariga della segnaturain arrivo
e il documento in partenza riporta lo stesso numero e la stessa classifica di quello
arrivato a cui si riferisce. Il numero di protocollo e quello di classifica indicano
l’intera pratica. Il registro doppio presenta però l’inconveniente di dover utilizzare
altri numeri di protocollo se si hanno più risposte e più invii. In questi casi, bisogna
adoperare gli eventuali numeri precedenti e seguenti di protocollo.
Nelcasodi registro singolo di arrivi o di partenze, si usa dare ad ognilettera
arrivata e spedita un proprio numero di protocollo. Il collegamento con altri atti
arrivati o spediti si ottiene in questo caso mediante il riferimento del numero
precedente e seguente di protocollo.
In alcuni enti vi è l’uso di numeraretutti gli atti di una pratica con lo stesso
numero di protocollo.
La gestione ben ordinata e continuamente aggiornata del protocollo permette
di verificare se unapratica è in corso, se espletata o esaurita, quali documenti siano
spediti e quali ricevuti. Facilita, inoltre, il mantenere in ordine l’archivio in cui si
trovanole singole pratiche e anche il reperimento di un documentocontutti i suoi dati
all’interno dell’amministrazione e degli uffici dell’ente. Conserva pure memoria del

110
documentoin casodiscarto o di perdita. Infine, il registro del protocollo può anche
rivestire una funzione giuridica quando testifica la data certa di arrivo o di partenza
del documento.

4. Il titolario

Il titolario, strumento essenziale di ogni archivio, è la tavoladi classificazione


dei documenti redatti o ricevuti da un ente. Lungi dall’essere arbitrario o generico,
le singole vociin esso elencate,i titoli, rispecchiano la natura e lo sviluppo storico
di ogniistituzione, ne danno una schematica e immediata raffigurazione dell’artico-
lata struttura interna.
Nell’attività ordinaria di un archivio corrente, l’attribuzione di un titolo a
ciascun documento, di conseguenza, è la delicata e imprescindibile operazione da
compiere al momento di protocollarlo. Operazione che rende possibile la differen-
ziazionee la corretta gestione dei documenti: ne favorisce l’esatta e immediata collo-
cazione, e l’agevole ritrovamento.
L’assenza di un titolario chiaro e logico, di contro, rende quasi del tutto
inservibile la progressiva raccolta di carte in un deposito, che solo verbalmente può
qualificarsi archivio. Questo, infatti, viene meno al suo scopo fondamentale:
conservare ordinatamente i documenti prodotti e/o ricevuti in funzione della propria
attività e a servizio di se stesso, per svolgere in modo corretto e ben documentato i
suoi compitiistituzionali.
É ovvio che le considerazioni qui proposte, come le esemplificazioniallegate,
finalizzate alla stesura deltitolario, si riferiscano all'archivio corrente e intendono
soltanto offrire spunti di riflessione e di studio sul modo comestilare ed ordinare un
propriotitolario.

4.1. Pergli archivistorici

Il titolario degli archivi storici, infatti, risponde a parametri diversi. Questo,


d’obbligo, è dettato dalla stratificazione documentaria avutasi nel tempo e lascia,
quindi, pochi margini di discrezionalità all’archivista. Purtroppo, però, ciò non
significa che ogni archivio storico abbia un propriotitolario ben definito.
Neicasi in cui esso manca, o non è facilmente ricostruibile, anzitutto va asso-
lutamenteevitato di stabilire a priori un titolario, a cui piegare le carte dell’archivio.
Inoltre, ancor prima di avviare l'ordinamento dell’archivio, qualora fosse pervenuto
scompaginato, come pure anteriormente alla deduzione del titolario da un archivio

11l
più o meno ordinato, è vincolante una previa conoscenzadella storia dell’istituzione
ecclesiastica di cui l'archivio è memoria.
Nonè pensabile, infatti, lasciare senza alcun titolario un archivio storico, anche
se non l’abbia avuto nella fase della sua formazione. Se è vero cheil titolario contri-
buisce in modo determinante a renderlo ordinato e consultabile, è altrettanto vero che
esso non può essere redatto in modo artificioso. Un titolario non rispettoso del
divenire storico dell’ente produttore comporta la grave conseguenza di un ulteriore,
se non definitivo, scompaginamento della documentazione, oltre che della sua storia.
Vi sono; pertanto, alcuni punti di riferimento essenziali da tenere ben presenti.
In special modo:il rispetto dell’integrità dei fondi; il principio di provenienza;l’in-
tangibilità dei complessi documentari.
In realtà,il titolario di un archivio storico si autodefinisce man manochesi
procede nell’ordinamento di registri, fascicoli e carte sciolte. Non si può negare,
infatti, che nella sua fase iniziale e lungoil suo formarsi l'archivio non abbia avuto
un titolario più o meno definito e manifesto. All’archivista compete, in sostanza,
lasciarlo emergere gradualmente. Qualora dall’insieme dovesse rendersi necessario
apportargli delle modifiche, è di rigore redigere un prospetto di raffronto, con puntuali
voci di rinvio, tra il titolario daro dall’archivio e quello determinato fondatamente
dall’archivista.
Una panoramica della frantumata situazione deititolari di archivi storici eccle-
siastici è, con immediatezza, desumibile dai tre volumi della Guida degli archivi
diocesani d’Italia (1989-1998), e dalla Guida degli archivi capitolari d’Italia (2000)
di cui è già edito il primo volume, voluti dall’ Associazione Archivistica
Ecclesiastica.

4.2. Per gli archivi correnti

Che ogni archivio abbia un titolario e che, per la sua composizione,si avessero
indicazioni unitarie ed autorevoli, specialmente per archivi di enti omogenei, è stato
più volte argomento di confronto tra gli archivisti ecclesiastici.
LAssociazione Archivistica Ecclesiastica se ne è occupatafin dall’inizio della
sua attività e ne sono testimonianzagli atti editi nel bollettino Archiva Ecclesiae. Già
il secondo convegno (1959) fu dedicato alla Classificazione degli atti e titolari. Il
settimo (1966) all’Inchiesta e proposte per nuovititolari. Il sedicesimo (1987) agli
Archivi ecclesiastici: strutture, titolari, personale. E non sono mancati, anchein altri
convegni, riferimenti più o menoespliciti.
In particolare, a conclusione del quarto convegno (1962) venne approvato
all'unanimità il seguente voto:

112
«che le competenti autorità prendano in considerazione l’opportunità di stabilire
schemidi classificazione(titolari) per archivi diocesani e parrocchiali, come pure per
quelli delle provincie e delle case religiose, al fine di assicurare uniformità di metodo
nell’ordinamento delle carte, e di facilitare il lavoro del cancelliere e degli altri cui
spetta».

Auspicio che venne nuovamente approvato nel sesto convegno (1964) dedicato
ai Rapporti tra archivio e cancelleria.
Nel convegno successivo, già ricordato, si impose all’attenzione la difficoltà
di pervenire alla formulazione di un titolario unico per istituzioni ecclesiastiche
similari. Ed in effetti, si continua a discutere circa la sua effettiva possibilità e
convenienza, alla luce di situazioni ormai stratificatisi nell’organizzazione degli
archivi correnti di Curie diocesane, di parrocchie, come di segreterie diistituti
religiosi, di movimenti, gruppi ed associazioni ecclesiali. Difficoltà che, peraltro, è
determinata da una duplice condizione: l’indipendenzae il particolarismo organiz-
zativo e procedurale degli enti ecclesiastici, si pensi in special modo alle Curie
diocesane,registrabile anche negli ultimi decenni; la naturastessadi diversi enti che,
radicati nel territorio, portano con sé un’identità propria, non omologabile ad un
dipartimento amministrativo, come nell’organizzazionestatale.
Per quanto, nondimeno, possa sembrare soddisfacente la presenza di un
titolario autonomo in ogni archivio, riveste un’indubbia utilità il confronto con lo
schema generico di un titolario-tipo per archivi correnti di aree ecclesiastiche
omogenee.

Schema di massimadititolario per archivi correnti


(Curia, parrocchia,istituto religioso, confraternita, associazione,...)

I Atti costitutivi e riconoscimenti canonicie civili

II Governocentrale del singolo ente


per la diocesi: vescovoe uffici di Curia;
per la parrocchia: parroco e organismidi partecipazione
peri religiosi: fondatore; superiori e consiglio, secondo che si tratti
dell’archivio generale, o di quello provinciale, o della
singola casa;
per una confraternita: governatore e consiglio
per movimento, gruppo, associazione: fondatore; responsabile e consiglio

113
IIRelazioni ad intra:
IN1. Persone
Il 2. Vita interna, con eventuali articolazioni comunitarie
IL 3. Uffici o settori pastorali
II4. Amministrazione
IL 5. Varia

IV. Relazioni ad extra: autorità / istituzioni ecclesiastiche


per la Curia diocesana:
IV. 1. Santa Sede (successiva numerazione per: sommo pontefice,
Segreteria di Stato, Congregazioni, Pontificie commissioni,
Tribunali, ecc.)
IV. 2. Conferenza episcopaleitaliana (segreteria,uffici, ecc.)
IV. 3. Conferenza episcopale regionale
IV. 4. Altre diocesi
peristituti religiosi:
IV. 1. Autorità centrali (capitolo generale, superiore generale,
consiglio generalizio, uffici, ecc.)
IV. 2. Autorità provinciale (capitolo provinciale, superiore provinciale,
consiglio provinciale, uffici, ecc.)
IV. 3. Altri ordinireligiosi
IV. 4. Vescovi e Curie diocesane
per una confraternita:
IV. 1. Vescovoe uffici di Curia
IV. 2. Altre confraternite
per movimento, gruppo, associazione:
IV. I. Vescovoe uffici di Curia
IV. 2. Altre associazioni, movimenti, gruppi

V. Relazioniad extra: autorità / istituzionicivili:


V. 1. Governative (Ministeri e prefettura)
V. 2. Regione(presidenzae assessorati)
V. 3. Provinciali (presidenzae assessorati)
V. 4. Comunali (sindaco e assessorati)
V. 5. Soprintendenza (singole sezioni)
V. 6. Tribunali (penale, civile, T.a.r.)
V.7. Sanitarie
ecc.

114
VI. Documentazione audiovisiva e stampa
VI. 1. Fotografie e diapositive
VI2. Filmati e videocassette
VI3. Cd-rom con foto e video
VI. 4. Bollettino diocesano
VI. 5. Bollettino parrocchiale, o pubblicazioni associative

VII. Sezione informatica


VII 1. Acquisizione e gestione di attrezzature
VII. 2. Copie di backup della documentazione

Comesi vede,si tratta di un paradigma di massimaper ognienteo istituzione.


Non ha presunzione di completezza nelle note indicate: è indubbio che diverse altre
VOCI VI SI possono aggiungere. n i
In ogni caso, tra i vantaggi imputabili all'esame di questo schema va certo
annoverata l’attenzione prestata all’idea di doverdefinireil titolario dell’archivio, con
almeno unasignificativa limitazione dei danni che, spesso, derivano agli archivi dal
rimandare sine die una corretta catalogazione dei documenti, attribuibile proprio
all’assenza di un titolario; oppure, dalle pretese impellenti modifiche apportate, in
assoluta autonomia, dai nuovi responsabili dell’ufficio. I quali, invece, anche grazie
al titolario possono acquisire un'immediata visione dell’organizzazione interna dell’i-
stituzione e/o dell’ufficio, pianificare subito una considerevole parte del nuovo lavoro
e garantire la necessaria continuità nel conservare ordinatamente le carte della
memoria.
Nell’amministrazione pubblica, al contrario, è consolidata la presenza di un
titolario unico per identici uffici. Tale situazione, come l’adozione di un titolario
affine tra uffici centrali e uffici periferici, è resa possibile dalla contemporanea
istituzione dell’ente, o ufficio, e dalla sua strutturazione uniforme sul territorio
nazionale che, indirettamente, ha determinato ancheil titolario archivistico. Valga,
come esempio, la correlazione tra il Ministero dell’interno e le prefetture.
Condizione diversa quella degli archivi di enti ecclesiastici, specialmente per
| quelli, comele diocesi, di fondazionefino all’età moderna, ma ancheoltre. Difatto,
è ai decreti del concilio di Trento che si deve una prima, e per di più implicita,
normativa. In applicazione di essa, si consideranoinizio di codificazione in materia
di archivi i canoni dei concili provinciali e dei sinodi diocesani promossi da Carlo
Borromeo a Milanotra il 1565 e il 1581. Ma l’esigenzaprioritaria non era certo la
determinazione di un titolario archivistico.
Ora, nonsolola strutturazione degli uffici dell’ente, ma anche l’organizzazione
dei rispettivi archivi, è accaduta progressivamente, secondo le direttive di volta in

115
volta, magari disarmoniche, emanate dai vescovi o dai superiori generali dell’istituto
religioso. Direttive magari mutate, in assoluta autonomia, nel susseguirsi dei
rispettivi successori.
E tuttavia, come già evidenziato, ogni archivio non può mancare di un rigoroso
titolario: garanzia nel presente di una retta gestione delle carte e nel futuro di un
agevole recupero della memoria.

4.3. Criteri essenziali per la redazione

Di seguito vengonoindicati alcunicriteri essenziali per la redazione, in modo


da ottenerne almeno un’intelaiatura stabile e al contempoflessibile, rispondente alla
storia, alla struttura e alla vitalità dell’istituzione.
Anzitutto, però, è opportuno ricordare che la relazione tra stabilità e flessibi-
lità è determinata dall’intrinseco rapporto tra garanzia di normalità nell’archiviazione
e nella ricerca dei documenti, e periodico ammodernamento dell’ente, che chiede una
conseguente revisione dell’attività degli uffici esistenti e l'eventuale istituzione di
nuovi. In questi casi sarà giocoforza apportare delle modifichealtitolario.
Mail titolario rinnovato, evidentemente, non avrà alcun valore retroattivo e
bisognerà fare attenzione a non distruggere l’ordinamento basato su precedenti
titolari. Potrà, invece, utilmente redigersi una tabella di corrispondenze fra il
precedente e il nuovotitolario.
Va prestata, poi, la dovuta attenzione a non stravolgere l’archivio in funzione
di un titolario pre-confezionato. E ciò, sia chesi tratti di un archivio mancante del
tutto di titolario, sia che ne abbia uno disorganico.
In sequenza, ma con passaggi intimamente correlati tra loro, alla stesura
definitiva del proprio titolario potrebbe giungersi tenendo conto:
a) della storia dell’ente o istituzione, che ha prodotto o ricevuto le carte; come
della sua struttura, tipologia, organizzazionee attività;
b) del riferimento all’archivio storico, dove queste troveranno la loro collo-
cazione finale;
c) dello studio della normativa generale è propria, sincronica quanto
diacronica, che istituisce o regola l’attività dell’ente. Si pensi, per esempio, al can.
469 del Codicedi diritto canonico del 1983 che definisce la Curia diocesana: «La
curia diocesana consta degli organismi e delle persone che aiutano il Vescovo nel
governodi tutta la diocesi, cioè nel dirigere l’attività pastorale, nel curare l’ammini-
strazione della diocesi comepure nell’esercitare la potestà giudiziaria». Ciò vuol dire
che il titolario di una Curia potrebbe avere almenoi seguentititoli: le strutture, il
vescovo, le persone(il clero diocesano come i membridiistituti di vita consacrata

116
maschili e femminili), gli organismi di partecipazione, l’attività pastorale, l’ammi-
nistrazione dei beni temporali, la potestà giudiziaria, le relazioni con autorità e
istituzioni ecclesiastiche, le relazioni con le autorità e istituzionicivili.
d) della situazione concreta di ogni attività esplicata, da ciascun ufficio ed
organismo, nelle sue relazioni interne ed esterne; delle loro esigenze attuali e delle
relative prospettive, in vista di sicuri sviluppi successivi. Il titolario, infatti, deve
corrispondere davveroalle reali esigenze dell’ente e del suo lavoro e prevederne, per
quanto possibile, l'evoluzione ulteriore almenoperil futuro più prossimo.
e) delle pertinenti informazioni, assunte presso precedenti ed attuali respon-
sabili dell’ente e/o dell’ufficio. Prestando attenzione, però, a vagliarle con sereno
senso critico: con facilità, magari in modo ingenuo, potrebbero aversi risposte
tendenti a fuorviare la redazione deltitolario al fine di dimostrare valido e mantenere
lo status quo;
) dell’analisidei più recenti registri di protocollo, desumendodall’oggetto ivi
riportato, secondo unalogica inversa,le classificazioni del titolario. Anche in questo
caso necessita una certa attenzione: può essere accaduto che la registrazione riporti
delle diciture piuttosto generiche e banali, quali ad esempio: domandadi autorizza-
zione, trasmissione dati, richiesta documenti, invio dossier,...
g) del coinvolgimento dei responsabilidi tutti gli uffici dell’ente o istituzione,
in modo da far maturare in ciascuno l'opportunità del cambiamento e l’effettivo
abbandonodel precedente sistema di conservarele carte;
h) dell’attribuzione omogenea, completa, chiara, logica ed essenzialedititoli,
classi e sezioni, con relativi numerie lettere, con riferimento a tutti i singoli uffici e
organismie alle loro attività, sia interna che in relazione adaltri enti ecclesiasticie
civili con cuisi rapporta. Per renderefacile la ricerca delle singole unità e documenti,
va evitata, tuttavia, un’eccessiva frammentazione che porterebbe alla deleteria
conseguenzadi rendereil titolario farraginoso e inservibile. Attribuzione, poi, che
possa agevolmente apporsi sul fascicolo, o sul singolo documento, al momento di
protocollarlo.
Un titolario sarà ancor più funzionale se si farà in modo di escludere una
raccolta miscellanea di carte. Al contrario, è opportuno far emergere alcune voci
abitualmente trascurate, quali ad esempio:i progetti per la costruzionee il restauro
di edifici ecclesiastici; le planimetrie catastali di beni immobili;i sigilli e i timbri; i
facsimile della carta intestata; ecc.
L'adozionedeltitolario, in qualche modo, viene incontro anchealla difficoltà
se optare per un unico archivio dell’ente, oppure mantenere archivi propri nei singoli
uffici. É il caso, soprattutto, dell’amministrazione economicae finanziaria che, per
la tipicità della documentazione, costituisce in genere un archivio proprioa se stante,
separato dall’archivio corrente generale.

117
In simili casi, un titolario ben redatto, supportato da una pertinente gestione del
protocollo, garantisce il necessario coordinamento: sia in fase di collocazione dei
documenti, quanto di loro successiva ricerca. Si pensi alla relazione tra cancelleria e
uffici pastorali, nelle Curie diocesane; come al rapporto tra segreteria generale e uffici
particolari di un istituto religioso.
La redazione del titolario può, nel presente, sempre meglio avvalersi delle
opportunità offerte dall’informatica. Ma questa va piegata alle esigenze dell’archivio,
e non viceversa. D'altronde, l'informatica sta ormai acquisendo unatale duttilità, da
poterla rendere abbastanza versatile alle diversificate esigenze di ogni archivio.
Nelcaso degli archivi informatici, tuttavia, non sarà inutile avvertire, anche in
questa sede, della necessità di eseguire sempre, e aggiornare,le copieditutti i dati,
su idonei supporti possibilmente magneto-ottici, e collocarli in luoghi che diano
garanzie di sicurezza e di appropriata climatizzazione. Come pure, si rende sempre
più inevitabile archiviare copia dei softwares adottati nel tempo dagli uffici. Ma,
soprattutto, acquisire e conservare accuratamentei files sorgenti, con copia cartacea,
nel caso sitratti di softwares fatti sviluppare appositamente a programmatori locali.

4.4. Per gli archivi dei religiosi

Fermo restando quanto fin qui detto, qualche considerazione specifica sembra
opportuna circa la redazione deltitolario di archivi degli istituti religiosi.
Due considerazioni preliminari, comunque, si impongono:il titolario deve
rispecchiare la tipologia giuridica (ordini monastici o mendicanti, congregazioni o
società di vita apostolica) e la normativa interna relativa alle forme di governo e di
amministrazione dell’istituto; titoli, classi e sezioni vanno formulati secondo la
nomenclatura e la lingua di ciascunistituto.
Tra i fattori tipici che, invece, concorrono nella formazione del lorotitolario,
possono annoverarsi: la consistenza numerica del personale; la distribuzione
geografica delle varie entità (provincie, case, ecc.); le forme di comunicazione e
informazione; le esigenze culturali e storiche.
Frutto di una certa ingenuità puòritenersi, inoltre, la possibilità di adottare un
titolario unico, ideale e valido pertutti gli archivi dei religiosi. La varietà e diversità
degliistituti, come della tipologia dei loro archivi, è tale che lo rende impensabile.
Al contrario, una certa uniformità può disporsi nell’ambito dell’identico istituto,
secondo il grado più o meno centralizzato di esso, tra archivio centrale e quelli
periferici.
In genere, infatti, in ogniistituto religioso esistono tre tipi di archivi: della
Curia generalizia, delle Curie provinciali (o struttura analoga), di ogni singola casa.

118
Con le opportune modifiche, rispettose delle esigenze di ognuno dei tre livelli,
sarebbe opportuno redigere un titolario unitario. In tal caso, al titolario si possono
pure aggiungere o eliminare voci, secondo le condizioni e le esigenze locali, senza
romperne però l'uniformità essenziale, in modo da lasciarne unitaria la struttura nei
singoli archivi.
Negli archivi correnti della segreteria generale o provinciale, e di altri uffici
della Curia generalizia o provinciale, di solito, si adottano titolari geografici, per
esempio la divisione in provincie o nazioni. Va da sé che necessitano di integrazioni
con titolo di altro genere,riflettente la struttura del governo generale o provinciale,
e la funzionalità dei rispettivi uffici e organismi. Mentre per le persone si usa molto
spesso l’ordine onomastico, e per le case o conventi quello toponomastico; tali
soggetti, però, a volte vengonoinseriti nelle rispettive divisioni geografiche.
Un'ultima osservazione va fatta in merito al rapporto tra comunitàreligiosa e
Chiesa locale. Non è raro il caso di parrocchie ed associazioni, movimenti o gruppi
ecclesiali istituiti o attivi nelle chiese e nelle case dei religiosi. Va da sé chei rispettivi
archivi siano autonomi da quello della casa, ed abbiano un propriotitolario.

4.5. Peraltri archivi

Vi sono,infine, altri archivi, espressione di varie tipologiedi enti ed istituzioni


ecclesiastiche, verso i quali prestare maggiore attenzione perché,oltre alla diligente
formazione e all’accurata tutela, siano corredati di un titolario rispondente alla loro
natura e alla loro attività. Si pensi alle confraternite, al variegato mondodell’asso-
ciazionismo ecclesiale, alle scuole cattoliche. .
Nei rispettivi titolari, con la correlazione tra archivi centrali ed archivi
periferici là dove se ne dà il caso, non possono mancare almeno le seguenti classifi-
cazioni, secondo la tipologia propria: atti di fondazione e di riconoscimento canonico
e civile; capitoli e statuti, regolamenti; registro dei membri.
Per le scuole: personale docente, non docente e alunni, con le cartelle
personali; verbali delle adunanze; elezioni degli organismi di corresponsabilità e di
partecipazione; relazioni con le autorità ecclesiastiche e con le autorità civili;
programmazioni pastorali o scolastiche; corrispondenza; documenti e registri ammi-
nistrativi; materiale di propaganda a stampa; sezione fotografica e audiovisiva;
bollettino o notiziario.
AIfine di garantire ad ogni archivio un proprio titolario, in breve tempo e in
modopiù agevole, di seguito vengono ora proposte alcune esemplificazioni per la
Curia diocesana, per un istituto religioso, per una parrocchia, una confraternita, un
seminario, un istituto teologico.

119
Non è difficile rilevare che tali esemplificazioni risentano del momento
storico della loro composizione, come del resto si può agevolmente notare in ogni
casodititolario. Ma gli schemi proposti intendonooffrire indicazioni concrete utili,
da modificare secondo la tipologia e la condizione dell’archivio, o meglio dell’isti-
tuzione di cui esso è specchio.

Schemadititolario
per archivio corrente della Curia diocesana

I. Governo della diocesi


I. 1. Vescovo
LA. Nomina
I.1.B. Atti ufficiali (registro, decreti, editti, lettere pastorali,
circolari, ecc.)
Visita pastorale
mMpOn> ATMONEPSDO
Sonoro nenonoonosti
vd PLY LL Wai DNNNDNNEE

Vescovo: coadiutore, ausiliare, emerito


i di Curia
Vicario generale e moderatore di Curia
Vicari episcopali
Consiglio episcopale
Cancelleria
Uffici pastorali
Uffici amministrativi
Uffici giudiziari
anismi collegiali
Consiglio presbiterale
Consiglio pastorale
Collegio dei consultori
Gruppodei parroci a norma del can. 1742
Consiglio dei vicari
Consiglio per gli affari economici diocesano
L 3. G. Commissioni, consulte e consigli pastorali
I. 4. Sinodo diocesano
I Ss. Sede vacante
I 6. Archivio storico diocesano

II. La comunità diocesana


I. 1. Le persone

120
II. 1. A. I ministri ordinati (sacerdoti e diaconi permanenti)
II. 1. B. Istituti religiosi maschili
I. 1.C. Istituti religiosi femminili
II. 1.D. Istituti secolari e società di vita apostolica
II. 1. E. Prelature
II. 1.F. Ordinariato militare
II. 1. G. Pie unioni
IL . Le istituzioni
II. 2. A. Le parrocchie
II. 2. B. Parrocchieinterritori di missione
II. 2. C. Luoghidi culto e cimitero
II. 2. D. Rettorie
Il. 2. E. Cappellanie
II. 2.F. Capitoli dei canonici
II. 2. G. Seminario
II. 2.H.Istituti di cultura: Facoltà teologica, Studio teologico,
Istituto superiore discienzereligiose,Istituto di scienze
religiose, Centri culturali
II. 2.I. Scuolecattoliche
II. 2.J. Caritas diocesana
II. 2. K. Operadiocesanaassistenza
II. 2.L. Centri di spiritualità
II. 2. M. Consultori familiari
Il 2. N. Centri di solidarietà
II. 2.0. Casa del clero
IL 2. P. Case di accoglienza
Le associazioni
3.A. Azionecattolica
BASA

3.B. Movimenti, gruppi, associazioni


.3.C. Confraternite
.3.D. Associazioni sacerdotali

II. Rapporti con istituzioni ecclesiastiche ed autorità civili


II. 1. Santa Sede
III. 1. A. Sommopontefice
II. 1. B. Segreteria di Stato
IN. 1. C. Congregazioni della Curia romana
III1. D. Pontificie commissioni
II. 1. E. Tribunali

121
IN. 1. E Nunziatura apostolica
III. 2. Conferenza episcopale italiana
II. 2. A. Presidenza
II2. B. Segreteria
HI. 2. C. Uffici e commissioni pastorali
II. 3. Conferenza episcopale regionale
III. 3. A. Presidenza
III3. B. Segreteria
III. 3. C. Uffici e commissioni pastorali
II. Altre diocesi
WILDE

I. Presidenza della Repubblica, Governo della nazione e Ministeri


II. Prefettura
II. Regione(presidenza, assessorati, uffici)
II. Provincia (presidenza, assessorati, uffici)
II Comune(sindaco, assessorati, uffici)
II. 10 . Soprintendenzaai beni culturali e ambientali
II. 11 . Uffici giudiziari
II. 12 . Uffici tributari
II. 13 . Autorità e uffici sanitari
II. 14 . Autorità militari

IV. Documentazione audiovisiva e stampa


IV. 1. Bollettino diocesano
IV. 2. Pubblicazioni diocesane
IV. 3. Fotografie e diapositive
IV. 4. Filmati e videocassette
IV. 5. Cd-rom con foto e video

V. Sezione informatica
V. 1. Acquisizione e gestione di attrezzature
V. 2. Copie di backup della documentazione

Schema di
titolario per archivi correntidiistituti religiosi

Da adattare alla propria tipologia di governo: centralizzato, semicentralizzato,


semidecentralizzato, decentralizzato. L'adattamento va fatto anche secondo chesi.

122
tratti della casa generalizia, della provincia, della singola comunità. Da aggiungere
l’apposita voce neicasi in cui l’istituto prevede anchela ripartizione regionale.

I. L'istituzione
I. 1. Fondazione: dell’istituto, della provincia, della comunità
2. Fondatore
3. Legislazione (costituzioni, regole, direttori, ecc.)
4. Riconoscimento canonico
5. Riconoscimentocivile.
6. Esenzioni e immunità
7. Cronaca(istituto, provincia, comunità)

I. I luoghi
II. 1. La casa
II 1.A. Acquisto del terreno, o dell’immobile (contatti previ,
autorizzazioni, atti notarili, certificati di proprietà, ecc.)
II. 1.B. Costruzione, o adattamento dell’immobile (progetti,
approvazioni e autorizzazioni dei superiori e delle
autorità civili, assegnazione fondie finanziamenti, conto
economico, ecc.) i
II. 1. C. Manutenzione ordinaria, o ristrutturazioni (progetti,
approvazioni e autorizzazioni dei superiori e delle
autorità civili, assegnazione fondie finanziamenti, conto
economico, ecc.)
IL 1. D. Assegnazione da parte dell’autorità competente (eccle-
siastica, civile)
II. 2. La chiesa
II. 2. A. Acquisto del terreno (contatti previ, autorizzazioni, atti
notarili, certificati di proprietà, ecc.)
I—. 2. B. Costruzione, o adattamento (progetti, approvazioni e
autorizzazioni dei superiori e delle autorità civili, asse-
gnazione fondi e finanziamenti, conto economico)
II. 2. C. Manutenzione ordinaria, o ristrutturazioni (progetti,
approvazioni e autorizzazioni dei superiori e delle
autorità civili, assegnazione fondie finanziamenti, conto
economico, ecc.)
IT. 2. D. Assegnazionedaparte dell’autorità competente (eccle-
siastica, civile)

123
IL . Case esistenti (ordine cronologico di apertura, e alfabetico di
richiamo)
Il . Case soppresse (ordine cronologico di chiusura, e alfabetico di
richiamo)
IL 5 . Tentativi di fondazione
Il 6. Gestione e valorizzazione dei beni culturali
IL 7. Biblioteca

IL Il governo
IN 1. Capitolo generale, provinciale, conventuale
II1. A. Atti capitolari (raccolta cronologica)
II. 1. B. Composizionedelcapitolo (ordine cronologico)
II. 1. C. Documentirelativi al singolo capitolo
IL . Consiglio generale, provinciale, della casa
II2. A. Composizione del consiglio
II2. B. Verbali del consiglio
III2. C. Documenti relativi all’attività del consiglio
III. 2. D. Attività dei singoli consiglieri (carte ripartite per temi)
II.2. E. Visite fraterne
II . Superiore generale, provinciale, locale
IL3. A. Nomina
II3. B. Lettere circolari
II3. C. Corrispondenzaufficiale (ripartita secondoi destinatari)
III. 3. D. Corrispondenza con la provincia, con le singole case,
con i superiori generali
III. 3. E. Corrispondenzaprivata con i membri dell’istituto
II3. F. Visite fraterne
I_—L . Segretario generale, provinciale, della casa
II. 4. A. Nomina
Il 4. B, Corrispondenza
IM. . Altre figure di governo (consiglio generale allargato, consiglio
delle regioni, consiglio delle provincie)
IL 5. A. Composizione, norme, verbali ecc.
IL 5. B. Nomina
II5. C. Corrispondenza
IH. . Uffici, segretariati e commissioni
Il 6. A. Composizione, norme, verbali ecc.
Il6. B. Nomina
IL 6. C. Corrispondenza

124
IV. Le pers one
IV. 1. Registro dei membri: generale, della provincia, della casa
IV. 2 . Formazionespirituale
IV. 3 . Formazione culturale
IV 4 . Formazione pastorale
IV 5 . Noviziato
IV. 6. Professioni
IV. 7 . Ordinazioni sacre
IV. 8 . Cartelle personali per i singoli membri
IV. 9 . Membri con ruoli particolari: nell’istituto, nella Chiesa, nella
società
IV.IO . Membri usciti dall’istituto: per altri istituti o diocesi; laicizza-
zione
IVI . Relazioni sulle persone
IV.12 . Necrologi
IV.13 . Statistiche
IV.14 . Manoscritti dei membri (ordine alfabetico)
IV.15 . Cause di beatificazione e canonizzazione

V. Le opere
. Predicazione
< <SLSLLLLCLX
° 00 JI UDLUNT

. Catechesi
. Liturgia
. Carità
. Devozionie reliquie
. Rito e feste proprie
. Missioni
. Associazioni proprie
. Opere sociali
. Scuola
VII . Oratorio
V.12 . Attività vocazionale
V.13 . Attività culturali

VI. Le relazioni ad extra


VI 1 . Persone ed enti ecclesiastici
VI. 1. A. Santa Sede
VI1. B. Conferenze episcopali
VI. 1. C. Vescovi e Curie diocesane

125
VI. 1. D. Nunziature apostoliche
VI. 1. E. Federazionireligiose (CISM, USMI,ecc.)
VI1. FE. Altri istituti religiosi
VI. 2. Personeedistituzionicivili
VI. 2. A. Autorità e governi nazionali
VI. 2. B. Autorità e governi regionali, provinciali, comunali
VI. 2. C. Altre autorità e istituzioni
VI. 2. D. Ambasciate e Consolati
VI. 3. Convenzioni ecclesiastiche
VI. 4. Convenzioni civili
VI. 5. Dipendentilaici e collaboratori esterni

VII. L’amministrazione dei beni


VIL . Atti di proprietà dei beni immobili
0 0 IS ADIUYON

VIL . Documenti catastali, planimetrie e piante


VI. . Inventario dei beni mobili
VII. . Le fondazioni pie
VII. . Collette, offerte, finanziamenti
VII. . Contributi e donazioni
VII. . Gestione ordinaria
VII. . Istituti di credito
VII. . Autorizzazioni spese straordinarie
VII .-10.Bilanci annuali della casa
VI .11. Documentazionefiscale
VII .12. In casa generalizia: copia dei bilanci delle provincie. Nella casa
provinciale: copia dei bilanci delle singole case
VI .13. Dichiarazioni dei redditi e tasse
VII .14. Retribuzioni ai dipendenti

VII. Documentazione audiovisiva e stampa


VII. 1. Bollettino o Organo di informazione proprio
VII . 2. Altre pubblicazioni ufficiali
VII . 3. Fotografie e diapositive
VIO . 4. Filmati e videocassette
VII . 5. Cd-rom contesti e documentazione audiovisiva
VII .16. Archivio musicale

IX. Sezione informatica


IX . 1. Acquisizione e gestione di attrezzature

126
IX. 2. Copie di backup della documentazione

Schema di
titolario per archivio corrente parrocchiale

I. L'istituzione della parrocchia


I. 1. Erezione canonica(con confini e mappadelterritorio)
I. 2. Riconoscimentocivile
IL Iluoghi
II 1. Chiesa parrocchiale
II 2. Casa canonica
II. 3. Altre chiese
II. 4. Oratori pubblici e privati
IILe persone ecclesiastiche
IN. 1.1 parroci: nomine
II. 2.11 clero
IL 3.1 chierici
II 4. Documentirelativi a situazioni particolari
IV. I rapporti
IV. 1. L'autorità ecclesiastica
IV. I. A. Santa Sede: Congregazioni romane
IV. 1. B. Vescovo: corrispondenza, decreti, ecc.
IV. 1. C. Curia: corrispondenza,circolari, rescritti, ecc.
IV. 1. D. Visite pastorali
IV. 1. E. Dispense
IV. 1.Concessioni
IV. 2. L'autorità civile -
IV. 2. A. Governo nazionale e Ministeri
IV. 2. B. Prefettura
IV. 2. C. Comune
IV. 2. D. Soprintendenza
IV. 2. E. Altri uffici
IV. 3. Comunità religiose presentinel territorio parrocchiale
IV. 3. A. Comunità maschili
IV. 3. B. Comunità femminili
IV. 3. C. Istituti secolari
IV. 3. D. Istituti di vita apostolica
V. La vita parrocchiale

127
ve
1. Liber chronicus o diario parrocchiale

<CCCCSLSLCS
2. Predicazione
3. Catechesi
4. Culto e reliquie
6. Feste
7. Devozioni
8. Carità
..9. Iniziative sociali
V.10. Oratorio
, sanitaria, ecc.)
V.11. Pastorale d'ambiente (scolastica, del lavoro
chia
V.12. Rapporti con famiglie e singoli fedeli della parroc
VI L’associazionismo
VI. 1. Confraternite
VI. 2. Azionecattolica
VI. 3. Scoutismo
VI. 4. Comunione e Liberazione
VI. 5. Neocatecumenali
VI. 6. Rinnovamentonello Spirito
VI. 7. Movimento Pro Sanctitate
VIL Vita sacramentale
VIL 1. Battesimi
matrimoniali)
VII. 2. Matrimoni(con sezionespecifica peri processetti
VII. 3. Defunti
VII. 4. Stati d’anime
VI, 5. Cresime
VII. 6. Prime comunioni
VII. L’amministrazione economica
VIN. 1. Beni immobili
VII. 2.1 benefici
VII. 3. Registro delle offerte
VII. 4. Collette e tasse diocesane
VIN. 5.1 bilanci
VII6. Documenti relativi ad introiti ed esiti
VII. 7. Dichiarazionidei redditi
VII. 8. Gli inventari degli arredi e dei beni culturali
VII. 9. Manutenzione degli immobili
VIIIO. I. D. S. C. i
VIIL11. Retribuzione alle perso ne ecclesiastiche e laiche
IX. Documentazione audiovisiva e stamp a

128
IX. 1. Fotografie e diapositive
IX. 2. Filmati e videocassette
IX. 3. Cd-rom confoto e video
IX. 4. Bollettino parrocchiale
TX. 5. Bollettino diocesano
X. Sezione informatica
X. 1. Acquisizione e gestione di attrezzature
X. 2. Copie di backup della documentazione
XI. Miscellanea (dautilizzare solo eccezionalmente, meglio se non si forma!)

N.B. Perl’eventuale presenza di documenti antichi, non assimilabili alle vocidel


presentetitolario, è consigliabile non porre detti documenti nella Miscellanea
maistituire un titolo specifico, per esempio: Parte storica, con sezioni proprie:
pergamene, privilegi pontifici, bolle e decreti vescovili, atti e memorie,
spartiti musicali e corali manoscritti.

Schema di
titolario per archivio corrente di confraternita

Qualora non vi sia continuità con l’archivio storico; oppure, perle confrater-
nite di recenteistituzione; oppure, caso purtroppo nonraro, se dell’archivio storico
si è conservato solo qualche brandello. In ogni caso, valgano le osservazioni
generali e l'archivio storico, pertanto, conservail proprio titolario; oppure, se ridotto
a pochecarte, può considerarsi una sezione autonoma dell’unico archivio.

I. Fondazione
I. 1. Atto costituivo,privilegi, statuti e capitoli
I. 2. Stendardo, insegne, timbri
I. 3. Riconoscimento canonico
I. 4. Riconoscimentocivile
I. 5. Chiesa della confraternita o dove ha sede
II. Governo
II. 1. Governatore: verbale di elezione, scheda personale, ecc.
II. 2. Consiglio: verbali di elezione, schede personali, verbali di
consiglio,ecc.
II. 3. Cappellano: nomina, scheda personale, ecc.
II. 4. Corrispondenza
II Le persone

129
II. 1. Domandediiscrizione
II2. Registro dei confrati
II 3. Registro dei verbali di assemblea
III. 4. Sepolture cimiteriali: registro
IV. Attività
IV. 1. Formazionereligiosa dei confrati
IV. 2. Pratiche di pietà e/o devozionali
IV. 3. Reliquie e indulgenze
IV, 3. Feste e processioni
IV. 4. Operecaritativo-assistenziali
IV. 5. Iniziative culturali
IV. -6. Rapporti con altre confraternite
V. Cappella cimiteriale
V. 1. Costruzione: progetto; autorizzazioneecclesiastica e civile; costi;
ecc.
V. 2. Gestione loculi
V. 3. Riparazionie restauri
VI. Amministrazione
VI. 1. Registri di introito ed esito
VI. 2. Documentazione di corredo
VI 3. Bilanci approvati dall'assemblea i
VI. 4. Bilanci approvati dall’autorità ecclesiastica
VI, 5. Gestione di beni immobili
VI. 6. Gestionedititoli finanziari, conti correnti bancarie postali
VIL Relazioni con autorità ecclesiastiche
VII 1. Vescovo
VII. 2. Curia diocesana
VIL3. Santa Sede
VIIL Relazioni con autorità civili
VII 1. Governative (Ministeri e prefettura)
VII 2. Provinciali (presidenza e assessorati)
VII. 3. Comunali (sindaco e assessorati)
VII. 4. Soprintendenza (singole sezioni)
VIE 5. Tribunali (penale, civile, T.AR.)
VII6. Sanitarie
ecc.
IX. Documentazione audiovisiva e stampa
IX. 1. Fotografie e diapositive
IX. 2, Filmati e videocassette

130
IX. 3. Cd-rom confoto e video
IX. 4. Bollettino confraternale
IX. 5. Bollettino diocesano
; X. Sezione informatica
X. 1. Acquisizione e gestione di attrezzature
X. 2. Copie di backup della documentazione

Schema di
titolario per archivio corrente di seminario

Anchein questo caso vale quanto osservato per la redazione deltitolario di


archivio confraternale.

: I. Fondazione
I. 1. Atto costituivo e regolamento
I. 2. Personalità giuridica civile
I. 3. Costruzione dell'immobile: progetto, finanziamento, inaugura-
zione... i
I. 4. Chiesa o cappella: costruzione, consacrazione, reliquie ...

” IL Superiori
Il 1. Nomine: rettore, vice rettore, direttore spirituale, prefetto degli
studi, amministratore (cartelle personali)
II. 2. Registro deiverbali(per le riunioni dei superiori)
II 3. Corrispondenza
. II. 4. Partecipazione a proposte formative per superiori di seminario
II. 5. Deputazione diocesana: nominee verbali
II. 6. Consiglio di amministrazione
IL 7. Timbri

. Il Alunni
II 1. Registro generale
INI. 2. Schede personali
II. 3. Verbali degli scrutini per l'ammissione ai ministeri e agli ordini
MI. 4. Corrispondenzae circolari
III. 5. Alunniinviati a studiare presso Pontificie università romane
; III. 6. Alunniinviati a studiare presso altre istituzioni culturali
IV. Vita interna

131
IV. 1. Formazionespirituale
IV. 2. Formazione culturale in seminario
IV. 3. Formazionepressoistituti teologici
IV. 4. Orari di vita comune
IV. 5. Partecipazione a proposte formative regionali e nazionali
IV. 6. Iniziative ricreative
IV. 7. Incontri e confronti con esterni: clero e laici; esperti d’area; ecc.
IV. 8. Pastorale vocazionale
IV. 9. Rapporti con il seminario minore
V. Amministrazione
. Registri di introito ed esito
SKZZKEKKKX
INAUDAWNE

. Documentazione di corredo
. Bilanci approvati dal Consiglio di amministrazione
. Bilanci approvati dall’autorità ecclesiastica
. Gestione di beni immobili
. Gestione dititoli finanziari, conti correnti bancari e postali
. Personale di servizio: schede personali, contratto di assunzione,
imposte e contributi previdenziali
8. IRPEF, ÎRPEG, ILOR,...
<

V. 9. Fabbriche: riparazioni, restauri, adeguamenti


V.10. Copia delle chiavi
VI. Beni culturali
VI 1 Inventario dei beni, corredato da apparato iconografico
VI. 2. Gestionee restauri beni storico-artistici
VI 3. Acquisti e gestione biblioteca
VI. 4. Tutela e conservazione archivio storico
VI. 5. Materiale musicale
VI. 6. Contributi da enti privati e pubblici
VII. Relazioni con persone ed enti ecclesiastici
VII. 1. Vescovo
VIL 2. Curia diocesana
VII. 3. Santa Sede(e dicasteri)
VII. 4. Conferenza episcopale italiana (ed uffici)
VII 5. Conferenza episcopale regionale (ed uffici)
VII. 6. Parroci
VII. 7. Altri seminarie collegi ecclesiastici
VII Relazioni con autorità civili
VII. 1. Governative (Ministeri e prefettura)
VIH. 2. Provinciali (presidenza e assessorati)

132
VII 3. Comunali (sindaco e assessorati)
VII. 4. Soprintendenza (singole sezioni)
VII. 5. Tribunali (penale,civile, T.A.R.)
VII6. Sanitarie
IX. Relazionicon entie istituzioni di sostegno
IX. 1. Opera vocazioniecclesiastiche
IX. 2. Serra Club
IX. 3. Benefattori
IX. 4. Giornata pro seminario
X. Documentazione audiovisiva e stampa
X. 1. Fotografie e diapositive
X. 2. Filmati e videocassette
X. 3. Cd-rom confoto e video
X. 4. Periodico del seminario
X. 5. Bollettino diocesano
XI. Sezione informatica
XI. 1. Acquisizione e gestione di attrezzature
XI. 2. Copie di backup della documentazione

Schema di
titolario per archivio correntedi istituto teologico

Con le opportune modifiche, adattabile ad un Istituto superiore di scienze


religiose e ad un Istituto di scienzereligiose.

L Atti costitutivi
1. Decreto di fondazione
2. Personalità giuridica canonicae civile
3. Affiliazione, Aggregazione,
4. Statuto e ratio studiorum
5. Costruzione o acquisizione dell’immobile
I. 6. Chiesa o cappella: costruzione, consacrazione,reliquie ...
II Autorità accademichee collegiali
I. 1. Nomine: Gran Cancelliere, Moderatore, Commissione
episcopale, Preside, Vice preside, Officiali (cartelle personali)
II. 2. Consiglio d'istituto: elezioni e verbali
IL 3. Collegio dei docenti: verbali
Il. 4. Consiglio di amministrazione: nomine e verbali

133
II. Corpo docente e collaboratori
II. 1. Docenti stabili, incaricati, invitati (cartelle personali)
IN 2. Personale ausiliario (assunzione e contratto di lavoro)
IV. Segreteria
IV. 1. Inaugurazione anno accademico
IV. 2. Norme per immatricolazionee iscrizione
IV. 3. Calendario accademico
IV. 4. Orario lezioni
IV. 5. Regolamenti e norme: esami, seminari,...
IV. 6. Elaborati/Tesi per il conseguimento dei titoli accademici (per
anno accademico e con apposito schedario)
IV. 7. Registro per la consegna dei diplomideititoli accademici
IV. 8. Copia ufficiale dei moduli adottati per nominee certificazioni
IV. 9. Timbri e chiavi
V. Studenti
V. 1. Cartelle personali
V. 2. Elenchi per anno accademico e per condizione e appartenenza
(ordinari, straor-dinari, liberi uditori; seminari, religiosi/e, laici)
V. 3. Registro di coloro che hanno conseguito gradi accademici (per
anno, con indice alfabetico)
V. 4. Associazione ex alunni
VI. Amministrazione
VI. 1. Registri di introito ed esito
VI. 2. Documentazione di corredo
VI. 3. Tasse accademichee diritti di segreteria
VI. 4. Bilanci approvati dal Consiglio di amministrazione
VI. 5. Bilanci approvati dal Consiglio d'istituto
VI. 6. Contributi da enti pubblicie privati
VI 7. Retribuzioni
VI8. Gestione di beni immobili
VI. 9. Gestione dititoli finanziari, conti correnti bancari e postali
VI.10. Imposte e contributi previdenziali
VI11. Irpef, Irpeg, Ilor,...
VI.12. Fabbriche: riparazioni, restauri, adeguamenti
VII. Biblioteca
VIL1. Registro cronologico d’entrata dei libri
VII. 2. Registro delle presenze quotidiane
VII. 3. Acquisti e nuove accessioni
VII. 4. Informatizzazione

134
VII. 5. Corrispondenza
VII. 6. Iscrizione e rapporti con l’ Abei
VIL 7. Restaurie rilegature
VII 8. Contributi da enti privati e pubblici
VII. Attività complementari
VIIL1. Convegni
VII2. Attività culturali
VII 3. Incontri con personalità della cultura
VII4. Partecipazione ad iniziative culturali promosse da altri
VII5. Iniziative ricreative
IX. Corrispondenza
IX. 1. Spedita
IX. 2. Ricevuta
IX. 3. Circolari
IX. 4. Registri del protocollo
. Relazioni con persone ed entiecclesiastici
X. 1. Gran Cancelliere, Moderatore, Commissione episcopale
X. 2. Santa Sede(e dicasteri) ì
X. 3. Conferenza episcopaleitaliana (ed uffici)
X. 4. Conferenza episcopale regionale (ed uffici)
X. 7. Seminari, Superiori religiosi
XI Relazioni con autorità civili
XI. 1. Governative (Ministeri e prefettura)
XI. 2. Provinciali (presidenza e assessorati)
XI, 3. Comunali (sindaco e assessorati)
XI. 4. Soprintendenza (singole sezioni)

XII Pubblicazioni, documentazione audiovisiva, stampa


XII 1. Periodico/i
XII. 2. Collane
XII 3. Fotografie e diapositive
XII 4. Filmati e videocassette
XII. 5. Cd-rom confoto e video
XII 6. Rassegna stampa sulla vita e l’attività dell’istituto
XII. Sezione informatica
XIII. 1. Acquisizione e gestione di attrezzature
XHI. 2. Copie di backup della documentazione

135
5. Il camminodella pratica

Da quanto detto finora, risulta chiaro come la documentazione si viene a


legare, fin dall’origine e con le sue varie valenze (amministrativa, storica, religiosa,
sociale, ecc.), all'archivio dell’ente. Infatti, dopo la loro confezione negliuffici e la
registrazione nel protocollo, i documenti vengono successivamente posti, in originale
o copia,nell’archivio.
Secondo le norme interne e la legislazione civile e canonica, in relazione alla
funzione che esercita all’interno di ogni ente, l'archivio può presentarsiripartito in
quattro sezioni: i
— archivio corrente: formato dalla quotidiana documentazione prodotta e/o
ricevuta. Vi si conservano quindigli atti e le pratiche in corso; quelle completate, ma
utili per complemento ad altre ancora aperte; spesso il materiale viene organizzato nei
suoi vari titoli per anni, oppure per determinati periodi (coincidenti con il tempo di
un episcopato, parrocato, generalato, provincialato, priorato ecc.).
- archivio di deposito: vi si collocano le pratiche completate a distanza di
qualche anno dalla loro conclusione e permangono funzionali all’attività ordinaria
dell’ente. Non tutti gli enti ecclesiastici possiedono questo tipo d’archivio,in tal caso
detto materiale si trova nell’archivio corrente.
— archivio storico: in esso vengono versate le pratiche che, dopo un certo
numero di anni, vengono considerate superflue per l’ordinaria attività amministrativa
dell’ente. Le carte assumono ora per l’ente stesso il duplice valore di bene culturale,
dalla valenza socio-religiosa, e di memoria storica. Ora possono essere consultate
dagli storici, secondo norme specifiche. Molti enti hanno questo tipo d’archivio, però
a vari livelli, come ad esempiogli istituti religiosi.
— archivio o sezione riservata: pratiche che per la loro natura sono soggette ad
una certa riservatezza non solo immediata ma anche nel tempo. In questa tipologia
rientra l'archivio segreto di cui ai cann. 489, 490; 1719.
L'organizzazione della documentazione in questi archivi, comesi è trattato, va
compiuta seguendoi vari sistemi di ordinamento, con un titolario, articolato in fondi
o serie, con eventuali sottodivisioni.
Un aspetto molto importante della vita della documentazione nei suddetti tipi
di archivi è il momentoin cui l’archivista rende disponibile la pratica per la consul-
tazione, sia persone dell’ente che ad esterni. Tale fruizione impone un idoneo
ordinamentoe la compilazione dei sussidi adatti, nonché alcune cautele per garantire
il documento stesso. Generalmente nei regolamenti degli archivi sono date
indicazioni utili al riguardo. Tenuto contro, comunque, delle odierne opportunità
tecniche, è preferibile dare in consultazione la fotocopia della pratica piuttosto che
l'originale.

136
Per il passaggio della documentazione dall’uno all’altro archivio, si hanno
criteri che variano secondogli usi e le normeinterne di ogni ente: ogni anno; a gruppi
di anni per es. episcopati, generalati; a una certa data fissa, rinnovata periodicamente
comefa il Vaticano; o in altro modoritenuto opportuno e funzionale.

6. Lo scarto

Conil passaggio della documentazione dall’archivio corrente (e/o di deposito)


a quello storico avviene una selezione dei documenti fondamentali per l’ente, ritenuti
idonei alla futura consultazione interna, a tutelarne la memoria e, perciò, ad essere
tramandati ai posteri. La selezione di questi documenti è uno dei momenti più delicati
per la conservazione delle fonti. Non conta infatti la quantità dei documenti da
tramandare, ma la qualità. Ogni ente, infatti, secondo la propria attività, individua
delle priorità nella selezione dei documenti da conservare come memoria storica, La
selezione dà origine pertanto all’operazione dello scarto, che prevede la distruzione
di una parte della documentazione, ritenuta inutile.
Il principio ispiratore dello scarto è da ricercare nella cosiddetta legge di
economicità, che si registra in ogni processo evolutivo: l’urgenza di testimoniarei
nuclei essenziali di un processo storico e di una cultura, ponendo in secondo piano
o scartando ciò che si ritiene secondario. Non si possono offrire metodi comuni:
ognunoattribuisce alla propria documentazione un valore intrinseco, legato ai propri
obiettivi e finalità. Però la sola ragione di penuria di spazio non è valida a giustifi-
care lo scarto.
Si tratta quindi di una operazione archivistica assai delicata e richiede una
grande responsabilità per evitare dannialla storia, all’ente e a privati. Non si deve
dimenticare che questo problema è ancora oggi vivo ed aperto e oggetto di molteplici
riflessioni.
Pertanto questa operazione non può e non deve essere lasciataall’arbitrio di
una sola persona, per quanto competente. Deve essere compiuta da una commissione
ad hoc, secondoi criteri fissati dall’autorità competente (ecclesiastica, e/o civile) e
le cautele e i principi elaborati dalla dottrina archivistica. In particolare, vi sono
modalità previste dal Codice di diritto canonico (can. 489 $2); dagliartt. 4 e 9 delle
Istruzioni della Pontificia commissione per gli archivi ecclesiastici, date il 5 dicembre
1960; e dallo schema-tipo di Regolamento della C.E.I., 1998, artt. 31-33. Anche la
legislazione civile indica norme e autorizzazioni necessarie (cf. T.u. 490/1999, art.
21.5). Si devono, quindi, in caso di scarto, osservare sempre le normelegislative e
operare con le debite autorizzazioni dell’autorità competente in materia archivistica.
AI momento dello scarto e prima della distruzione del materiale scartato, è

137
bene redigere un breve regesto di tale documentazione, in modo da conservarne
memoria almeno sommaria. Effettuate, quindi, le operazioni di scarto, i documenti
vengono versati nell’archivio storico. Questo passaggio deve essere registrato in un
apposito libro, nel quale vanno descritti i fondi e il periodo storico riguardante la
documentazione consegnata dai vari uffici.
Del versamento l’archivista storico deve redigere un inventario sommario,
esplicitando tutti gli elementi utili all’individuazione dei documenti versati (data,
nomedi colui che opera il versamento, autorizzazione, quantità e stato di conserva-
zione).
Documentare, selezionare e conservare sono quindi tre momenti distinti e
interdipendenti di un processo archivistico che genera, seleziona e salvaguarda
l’attività interna ed esterna di un'istituzione.

IL TIPICITÀ E ASSETTO INTERNO

1. Natura, tipologia e classificazione dei documenti

Il materiale conservato in archivio comprende non solo le classiche carte o


manoscritti, ma anche mappe, stampati, telegrammi, telefax, fotostatiche o fotocopie,
microfilms, dischi, nastri magnetofonici, fotografie, audiovisivi, archivi elettronici,
ecc.
In ognuno di questi documenti dobbiamo considerare i suoi caratteri esterni e
quelli interni, vale a dire le loro materialità redazionali e i loro contenuti.
Ditali elementi o caratteri trattano varie scienze, in particolare:
— la cronologia studia 1 sistemi di datazione in uso nelle varie epochee nei vari
luoghi; -
— la paleografia studia le antiche scritture per definirne i caratteri grafici ed
inquadrarle storicamente;
— la diplomatica studia la genesi e la confezione dei documenti per stabilime
l'autenticità in base alle loro caratteristiche formali interne ed esterne e a valutarne
il valore come testimonianzescritte;
— la sigillografia o sfragistica studia la funzione, la forma, l’uso e i caratteri
deisigilli che venivano apposti sui documenti per la loro convalida:
— la chimica tratta della conservazione e del restauro delle pergamenee delle
carte, e della protezione del materiale archivistico in genere.
— e la storia deldiritto e delle istituzioni, illustra la evoluzione dei soggetti

138
produttori di documentazione e della legislazione riguardante la loro attività. La
conoscenza di essa è necessaria per l’interpretazione storica e giuridica degli atti.

1.1 La forma esterna deli documenti

I caratteri esterni di un documento scritto sono: l’inchiostro usato,la scrittura


e la sua materia. In particolare:
- l'inchiostro è stato realizzato con diversi procedimenti chimici, mutati nel
corso dei secoli, e con conseguenze spesso deleterie nei confronti delle materie
scrittorie, facendo perdere loro la necessaria resistenza meccanica. L’atramentum o
inchiostro nero si otteneva dal nerofumo di sostanze vegetali; a partire dal sec. XI
vennero impiegati sempre di più i cosiddetti inchiostri metallo-gallici, ottenuti dalla
reazione dell'acido gallico (contenuto nelle noci di galla) con il solfato ferroso.
Caratteristico è il fenomeno dell’elevata acidità degli inchiostri adottati nei secoli
XVI-XVII che ha prodotto in seguito la perforazione della carta; non sempre nel
procedimento furono utilizzate le dosi sufficienti e l'inchiostro si è ridotto progres-
sivamente ad un tenue colore marrone. Attualmente è generalizzato l’uso dell’in-
chiostro prodotto da industrie chimiche per l’uso comuneconle penne biro; sembra
vi siano problemi circa la garanzia che il testo permanga leggibile. Semprepiù si
adotta la produzione di documenti da computer con l’utilizzo di stampantilaser e a
getto d’inchiostro: pare che le seconde diano più garanzie di durata.
— la scrittura utilizzata nel redarreil testo, della quale i tipi più importanti sono:
la capitale corsiva nei documenti romani del sec. I d.C., la minuscola corsiva dal
secolo IV finoal sec. VIII in alcuni luoghie al sec. XIin altri; la curiale usata in Roma
fino al sec. XIII; la visigotica in Spagna; l’insulare in Inghilterra e Irlanda; la
beneventana nell’Italia meridionale; la merovingia in Francia nei secoli VII-VIII
sostituita poi dalla carolina (sec. IX-XII); la gotica corsiva (sec. XI-XV); l’umani-
stica (sec. XV); la minuscola diplomatica o cancellaresca (sec. DX-XII) e la
minuscola cancellaresca imperiale (sec: XV); e così via fino alle scritture moderne.
— la materia più usata è ditretipi: il papiro, la pergamenae la carta. L'uso di
queste materie è progressivo e simultaneo. Prima però si usò il papiro per i
documenti ufficiali e la pergamenaperaltre scritture. In seguito si usò la pergamena
peri documenti più solennie la carta perglialtri scritti. In particolare, l’uso del papiro
a Ravenna e a Romadurò fino alla metà del sec. XI. Nella cancelleria pontificia il
papiro rimase normalmente impiegato sino al pontificato di Sergio IV (morto nel
1012), mentre il primo documento in pergamena della stessa cancelleria è un bolla
del 967 di Giovanni XII. La diffusione della pergamena, nota a partire dal secolo IV
per i codici, non risulta adoperata nei documenti prima del secolo VII. La pergamena,

139
già introdotta nel mondolatino nel secolo I d. C., divenne sempre più frequente fino
alla fine del sec. XIV, per poi diminuire, a favore della carta che, di provenienza
araba, si è diffusa ampiamente dal sec. XIV in poi.
- e altri materiali (come:fotografie, pellicole, dischi, nastri, etc.). Questi ultimi
materiali stanno prendendo uno sviluppo notevole prima non considerato dagli
archivisti. Obbligano a conservare supporti tecnici indispensabili per riutilizzarli in
futuro.
Ovviamente sia il tipo di inchiostro, sia la materia utilizzata come supporto
scrittorio presentano problemi e dispute per la loro conservazione nel tempo. Così,
per esempio,i caratteri della scrittura possono diminuire d’intensità e sbiadire: oggi
si può porre rimedio ricorrendo a procedimentifisici e chimici, oppure adottando la
lampada di Wood (ad infrarossi) per la loro lettura. In passato gravi danni hanno
prodotto l’uso di inchiostri troppo acidi, ed oggi quello di inchiostri grassi. Il
materiale cartaceo subisce deterioramenti dovuti alla cristallizzazione e all’acidità
della carta stessa, all’azione di muffe, polvere e insetti, senza parlare dei danni che
può produrre l’uomostesso. Di qui la necessità di restauri, interventi ed altro dicui
si tratta nella sezione specifica.
Altri elementi esterni, da considerare, sonoi sistemi di abbreviazione usati nel
corso dei secoli, basati sul troncamento e la contrazione delle parole, e i sigilli o i
segni che hanno un valore molto simili alla firma.
Per quanto riguarda le abbreviazioni ricorrenti nei testi antichi fino al sec.
XVII, si può notare che il troncamento generalmente viene indicato con il punto “°°
mentre la contrazione con il segno ‘“-’ sopra una consonante; se invece viene posto
sopra una vocale indica la mancanza di “m” o “n°”. Per ulteriori informazionisi
rimanda ai manuali di paleografia.
Per quanto riguardai sigilli è sufficiente osservare chesigillo e firma hanno un
valore molto simile e servono da convalida del documento. La materia deisigilli è
di metallo (oro, argento, piombo), di cera, di ceralacca. L’uso del sigillo è molto
antico. Il sigillo di piombo, era comune nell’impero bizantino e nel basso impero
romano; poi divenne esclusivo dei papi; i re spagnoli del sec. XIII lo usarono come
derivazione dall’uso pontificio. Nell’alto Medioevo l’uso del sigillo era esclusivo e
distintivo dei sovrani. Il sigillo d’oro, raramente usato nella Cancelleria pontificia, lo
era più spesso nelle imperiali. Pochissimevolte viene usatol'argento.Il sigillo di cera
è già in uso nel Medioevo, e dal Cinquecento in poi, con aggiunte di coloranti e
gommalacca. Quanto alla formai sigilli sono aderenti (per lo più di cera), se attaccati
direttamente alla pergamenao alla carta; pendenti mediante un filo o nastro diseta,
o pergamena, od una cordicella, semplice o doppia.
Infine, la maggioranza della documentazione conservata negli archivi è
costituita da materiale pergamenaceoe cartaceo:

140
- le pergamene costituiscono la parte più antica e preziosa dell’archivio;
vengono custoditesciolte o rilegate;
— i volumi si presentano sotto forma di registri, libri dei conti, cartolario,
catastatico, vacchette, etc.;
— le carte sciolte sono raccolte in: mazzo, fascio, pacco, buste,cartelle, filza,
fascicoli, ecc.

1.2. La forma interna dei documenti

Ogni documento si presenta con un schema normale ed abbastanzafisso:


— principio e intestazione: protocollo (da non confondere, ovviamente, con
l’apposito registro per l’attribuzione di un numero univoco ad unapratica!)
— parte centrale: testo
— fine e conclusione: escatocollo.
Conattenzione ai documentidi autorità dei secoli medioevali, possiamo offrire
il seguente schema:

1) nel PROTOCOLLO sonopresenti i seguenti elementi:


— la invocazione (invocatio) o menzione invocativa della Divinità, messa
all’inizio del documento, d’uso abituale nei documenti pubblici e nei privati. Si
esprime con simboli o con unaespressione verbale. L’invocazione simbolica viene
rappresentata con una croce, il monogrammadi Cristo, il crismone...; la verbale
viene indirizzata a Dio (n nomine Domini), alla ss. Trinità (In nomine ss. et
individuae Trinitatis...), alla seconda persona della Trinità (In nomine Domininostri
Iesu Christi); si ha anche a volte la menzionedi santi invocati comeprotettori;
— l'intitolazione(intitulatio), ossia il nome,deititoli e qualifiche della persona
che emana il documento (Gregorius episcopus). Normalmente è espressa con una
formula di devozione o di umiltà (Dei gratia ..., Divina opitulante providentia...,
Nicolaus episcopus servus servorum Dei).L’intitolazione spesso manca nei
documentiprivati, nei quali viene riportata dentro il corpo deltesto;
- l'indirizzo (inscriptio) o indicazione del nome,deititoli e qualità del desti-
natario del documento; può essere personale (una singola persona: Dilecto filio
Sigfrido comiti), collettiva (un gruppo o categoria: Dilectis filiis ...), o universale
(rivolta a tutti: Universis Christi fidelibus ...). L'iscrizione può mancare nei decreti
regi o papali. Nei documentiprivati (per es. negli instrumenta notarili) la menzione
del destinatario avviene nel corpo deltesto;
- il saluto (salutatio) espresso con una formula che varia secondoil tipo di

141
. documento (Salutem et apostolicam benedictionem; In perpetuum, Ad
aeternam/perpetuam rei memoriam ...).

2) nel TESTO si colgono le seguenti parti:


- la arenga o esordio: si riportano una o più considerazioni motivanti il
contenuto dell’atto giuridico;
- la promulgazione(notificatio): è una breve formula giuridica di notificazione
(Notum sit omnibus ..., Cognoscant universi..., Pateat omnibus ...);
— la narrazione (narratio): in cui si espongonoi precedenti e le circostanze che
determinano la decisione riportata nel documento; a volte si fa anche menzionealla
petizione e all'eventuale intervento di un mediatore;
- la disposizione (dispositio): costituisce la parte centrale e più importante e
sostanziale del documento; vi si trova il verbo principale concedimus, damus,
statuimus, prohibemus, ecc.
- le clausole e le sanzioni: chiudonoil testo o la parte centrale del documento,
le clausole e le sanzioni per i trasgressori. Generalmente le clausole sono: precettiva
(Haec statuta inviolabiliter servari ...), proibitiva (Nulli ergo homines liceat...),
derogativa (Non obstantibus ...), riservativa (Salva in omnibus ... privilegio), obbli-
gatoria (Fide data ...), di rinuncia (Excluso a me...). Le sanzioni invece possono
essere espresse in forma negativa, con la comminazionedi pene spirituali, temporali
o pecuniarie. oppure in forma positiva con la benedizione;
- la convalida (corroboratio): ossia le espressioni che convalidano il
documento (Quod ut ratum ..., In cuius testimonium...). Mentre è frequente nei
documenti pubblici, il suo uso è un’eccezione nella Cancelleria pontificia.

3) nell’EscaTOCOLLO vengonoriportati:
- la sottoscrizione o firma, preceduta a volte da una formula di saluto finale;
un documento può. risultare firmato dall’autore, dal rogatario, e da altri che
partecipano in qualche modo al documento;
- la datazione con espresso l'elemento topografico (dove), e quello
cronologico (quando);
— la adprecatio, o breve formula di saluto finale (Amen, Feliciter...).
È bene tener conto che non tutte queste parti si trovano sempre in ogni
documento e nemmeno nello stesso ordine. Inoltre la confezione di ogni tipo di
documento haspecifici criteri secondo l’uso delle cancellerie e dei tempi. Ciò che più
interessa l’archivista è la verifica in ogni documento almeno della presenza dei
seguenti elementi, secondo le varie normative o i diversi usi lungoil corso del tempo
e dei luoghi: data e luogo di redazione, destinatario, eventuale indicazione dell’og-

142
getto, testo integro del documento, mittente (intestazione, firma, timbro sigillo), e
eventuali allegati.

Attraverso l’analisi dei caratteri interni ed esterni di un documento diviene


possibile verificare i seguenti elementi:
— il genere: ossia di che tipo di documentositratta. In particolare i documenti
pontifici si suddividonoin: privilegio, lettera (solenne, graziosa, esecutoria, chiusa,
...), bolla, breve, costituzione apostolica, motu proprio, concessione, decreto,
chirografo, ecc.;
— il tempo: ossia quale è la sua data, secondoi vari sistemi di computazione
cronologica. Infatti la data non viene mai espressa in modo unico, ma variamente a
seconda dei tempi e dei luoghi;
— l’autore: ossia stabilire da chi viene emanato il documento, anchese l’autore
materiale possa essere un altro; i
— il destinatario: ossia il soggetto passivo del negozio giuridico (a volte
indefinito); i
— il rogatario: colui che scrive il documento rogatus.
In base a questa verifica è possibile stabilire l’autenticità o meno di un
documento.

1.3. Note di cronologia

Per la datazione dei documenti sono varie le formule usate dalle cancellerie nel
corso dei tempi: datum, actum, scriptum, factum. Accanto all’indicazione del luogo,
si pone semprela datacronica, ossia l’anno,il mese,il giorno, l’indizione, l’anno di
regno o di pontificato. è
Nella Chiesa agliinizi si adoperava il calendario secondola riforma di Giulio
Cesare, passandopoinel secolo VIall’adozione dell’era cristiana secondo il computo
di Dionigiil Piccolo che ponevala nascita di Gesù Cristo nel 753 dopo la fondazione
di Roma. Nel 1582,conla riforma gregorianasi stabiliva l'abolizione per quell’anno
dei giorni dal 4 al 15 ottobree l’adozione in futuro anchedeisecoli bisestili.
Il calendario cristiano presenta però diversi computi, e precisamente:
a) lo stile della Circoncisione (anno Circumcisionis): che pone l’inizio
dell’anno al 1° gennaio. Adattato dalla cancelleria pontificia con Gregorio XII(1572-
1585) divenne d’uso generale con la definitiva conferma di Innocenzo XII (1691);
b) lo stile dell’Incarnazione o dell’ Annunciazione (anno ab Incarnatione
Domini, anno dominicae Incarnationis) che fa iniziare l'anno il 25 marzo, e presenta
due computi: il fiorentino (che, posticipando rispetto al 1 gennaio, datava l’inizio

143
dell’anno al 25 marzo) e il pisano (che anticipava rispetto al 1 gennaio, datando
l’inizio al 25 marzodell’anno precedente). É da rilevare che non sempre la formula
anno ab Incarnatione Domini viene usata nei documenti con riferimento allo stile
dell’ Annunciazione;
c) lo stile della Natività (anno nativitatis, anno a nativitate Domini) che fa
iniziare l’anno conil 25 dicembre. Questo stile era usato nella cancellerie pontificia
prima della riforma gregoriana;
d) lo stile bizantino che computava l’anno partendo dal 1° settembre e rimase
in uso in Europa, soprattutto nel meridione d’Italia, sino al sec. XVI;
e) lo stile veneto, con inizio dell’anno il 1 marzo e adoperata nella repubblica
venetafino alia sua caduta;
f) lo stile francese, computando l’anno da una Pasquaall’altra e quindi con
inizio dell’anno variabile con essa;
g) altri computi, es: in Spagna dal secolo V al XV (precedendo di 38 anniil
computo dell’era cristiana), l’era di Diocleziano o dei martiri, e l'era maomettana.
Nei documenti il giorno viene designato secondo il calendario romano
(calende, none, idi) o con il sistema del mese entrante e/o del mese uscente. Il
computo ecclesiastico poi aggiunge anche altre divisioni: il numero aureo, l’epatta,
le lettere domenicali, le feste mobili, e cc.
L’indizione è un computo di quindici anni, sorta in Egitto per motivi fiscali
(imposta da versare ogni 15 anni), inizia dall’anno 313, e nei documenti ecclesiastici
si trova già usato dal pontificato di Felice III (490). L'indicazione indizionale molto
usata in Italia fu la greca, meno che nell’Italia centrale dove prevalse l’indizione
costantiniana (con inizio dell’anno al 24 settembre). In seguito d’uso generale
divenne l’indizione romana o pontificia (con inizio dell’anno al 25 dicembre o al î
gennaio). Il metodo per calcolarla è semplice: si aggiunge 3 all’anno solare e la
sommasi divide per 15: il resto indica l’indizione di quell’anno. Qualora il resto è
zero, l’indizione è 15.
Infine è bene ricordare che i primi documenti pontifici riportavanooltre la data
anche l’indicazione degli anni dell’imperatore d’oriente. Prassi sostituita da Adriano
I con gli anni del pontificato. Durante la renovatio imperii anche se non in modo
costante, si aveva pure l’indicazione dell’era imperiale.

1.4. Peculiarità dei documenti ecclesiastici

Le caratteristiche esterne dei documenti ecclesiastici non differiscono in genere


dalla documentazione generale. Quindi si usano i supporti scrittori, il formato delle

144
pagine,l’inchiostro,il tipo di scrittura e dell’ornamentazionein voganelle rispettive
epoche.
Invece, per quanto riguarda le caratteristiche interne presentano dettagli
peculiari, quali la persistenza dell’uso della lingualatina,il ricorso al cursus ritmato
per alcuni periodi, lo stile o la peculiare concatenazione delle frasi e delle diverse
parti dei documenti. Inoltre, sonotipici i diversi formulari utilizzati dalle cancellerie
ecclesiastiche, incominciando da quella pontificia. Tali formulari emergono, ad
esempio,nella intitolazione, nel saluto e nel modo differente ditrattare i destinatari
delle lettere pontificie (vescovie abati, superiori ecclesiastici, laici: Venerabilifratri,
Dilecte fili, Nobili viro). Anche nelle clausole è tipico il comandodi non infrangere
il contenuto del decreto o nella sanzione la minaccia per gli inadempienti di
incorrere nell’ira di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo. Anchetipici
sonoi termini per indicare le pene canoniche. Tra i mezzi di convalida del documento
tipici della Cancelleria pontificia sono la rota e il monogrammabene valete riportati
nei privilegi dal sec. XI, anche se nei privilegi di Gregorio VII (1073-1085) gene-
ralmente nonsi trovail bene valete. Il bene valete e la rota incominciano a sparire
dal sec. XII.

1.5. Originali e copie di un documento

Differenti sono i modi con cui il documento giungefino a noi: in originale o


copia.
L'originale è il documento elaborato nella sua forma definitiva che ci perviene
come è stato emesso. Alle volte l’originale viene detto anche autentico o autografo.
Disolito esiste un solo originale dello stesso documento; però può darsiil caso di
produzione di più originali uguali tra loro. Ciò generalmente avviene quando i
destinatari sono più di uno, oppure per motivi d’opportunità.
Nella Cancelleria pontificia per le concessioni generali, per es. ad un ordine
religioso, si davano gli originali nel numero richiesto dagli interessati. È bene
ricordare che in questi casi la datazione poteva essere differente dal primo.
Invece la copia di un documentoè la trascrizione (più o meno fedele) dello-
riginale. Può essere fatta per vari motivi ed ha valore diverso secondo le sue forme:
— copia semplice: è quella che non presenta un particolare valore legale o
giuridico; non ha altra garanzia che quella morale della persona che l’ha eseguita;
— copia autentica o notarile: fatta dal notaio con particolare facoltà di dare
valore legale e giuridico alla copia. Il valore della copia autentica non è nel
contenuto del documento, ma nella forma della copia, perché il notaio garantisce
l’originalità del documento da doveè stata eseguita la copia. Potrebbe succedere che

145
il notaio, ingannato, abbia autenticato un documento falso: mancaallora della realtà
storica, ma non di quella formale;
— copia imitativa: riproduce alcuni caratteri esterni del documentooriginale,
allo scopo di dare maggiore garanzia morale, non giuridica alla copia; per es. può
imitare la firma o la rota, indicandoche il copista aveva davanti l'originale. È bene
distinguere la copia imitativa dal documento falso, cioè dal documento che, senza
essere autentico, pretende di esserlo. La copia imitativa che si avvicina al massimo
all’originale ed ai suoi caratteri esterni, può chiamarsi anche simile;
— copia vidimata (dal verbo vidimus): è una copia sostanzialmente autentica,
ma non autenticata dal notaio, ma da altra autorità: sovrano, vescovo, ufficiale di
Curia, ecc. Tiene il valore di un documento emanato dalla persona che vidima. Se
reca le parole: codesta copia ha il valore dell’originale, in realtà viene a prenderlo.
Danotare la doppia data: del documento e della copia;
— inserto: si ha quando un documento anteriore viene inserito in un altro
posteriore, ciò che spesso accade quandoil posteriore annulla, conferma o accresce
l’anteriore. Da notareil diverso valore dei due documenti.
Esistono pure copie raccolte in codicio libri. Si tratta in particolaredi:
— registro: è il codice in cui, per uso dell’ufficio, sono scritte le copie dei
documenti spediti da una cancelleria;
— cartolario: è un libro nel quale, per uso del destinatario, vengonoscritte copie
dei documenti: copie semplici, imitative, ecc.
Infine è necessario distinguere i documenti veri da quelli falsi. È da ritenersi
falso qualsiasi documento (anche se il suo contenuto è veritiero dal punto di vista
storico) quando chi lo stende vuol farlo apparire tale quale non è. Perciò si deve
ritenere falso ogni documentoil cui testo non sia stato voluto dall’autore.
I documenti possono risultare falsi perché manipolati e interpolati, oppure
perchéfittizi, In quest’ultimo caso il documentorisulta prodotto in tutte le sue parti
dal falsario. Nel caso precedente invece il documento subisce mutamenti materiali,
rimaneggiamentitestuali, cancellazioni e aggiunte fra le righe.
I falsi possono riguardare sia i documenti originali, sia le loro copie, fatte da
un originale non genuino,interpolatoo fittizio.

1.6. Tipologia dei documenti

Negli archivi ecclesiastici troviamo una grandevarietà tipologica di documenti.


La documentazione,infatti, viene prodotta da un’altrettanta grande varietà di respon-
sabili singoli e collegiali (vescovi, parroci, direttori, presidi, economi, consigli,
comitati, sinodi, concili, ecc.) e secondocriteri non sempre uniformiperlo stesso tipo

146
di documento, in quanto prevalgono scelte dovute a tradizioni, usi e leggi o
normative interne proprie a ciascunaistituzione ecclesiastica o di mode in auge in un
determinato momento.
Comunque dal punto di vista tipologico i documenti potrebbero essere
distribuiti, almeno in maniera assai generale, nelle seguenti categorie:
— narrativa; corrispondenza privata e non ufficiale, memoria, diario, cronaca
o annali, biografie; necrologi, ecc.;
— giuridica: testi ufficiali (decreti, rescritti, delibere, regolamenti, costituzioni,
ecc.); verbali e relazioni di visite delle autorità (vescovo, superiore religioso, ecc.) e
di riunioni (capitoli, commissioni, consigli, comitati, ecc.); registri parrocchiali;
testamenti; contratti, concorsi, processi di canonizzazione, processi inerenti al foro
ecclesiastico o civile, ecc.;
-— amministrativa di natura economica e finanziaria: ricevute, quietanze,
brogliacci di contabilità, libri mastri, inventari, registrazioni di legati e simili, ecc.;
— di altro genere, come fotografie, mappe, registrazioni sonore, video ecc.
Conviene poi sottolineare che la documentazione può, anzi deve essere
valutata nelle sue formetipologiche:
-— considerando il valore giuridico dei documenti, secondo un’accezione
comune: un documento risulta pubblico, se emanato da una pubblica autorità nel
campo di sua competenza; è invece privato, se emanato da una persona privata 0
pubblica per interessi e fatti privati. Un documento di autorità pubblica, prodotto in
forza del ruolo che ricopre, anche se riguarda questioni private ha valore pubblico (la
lettera di un vescovo ad un amico: scritta come amico, ha valore privato; scritta
nell’esercizio delle sue funzioni, ha valore pubblico);
— considerandonela natura.
Si parla di:
- documenti: scritti di contenuto giuridico accompagnati da forme esterne (tipo
particolare di scrittura, inchiostro, materia, abbreviazioni, sigilli) che le danno forza
di prova;
— atti (= pratica di un affare): scritti che stanno legati direttamente con un
documento (supplica, minuta, copia del documento,ecc.);
— altre scritture: tutto ciò che non rientra nelle due categorie; a questo tipo si
possono assimilare gli altri materiali (nastri, etc.).

1.7. Tipologia di documenti pontifici

Quanto ai documenti pontifici, la loro tipologia può essere stabilita prendendo


comecriterioil sigillo, elemento esterno di grande importanza perchéindica l’ufficio

147
di provenienza. Si hanno così documenti con sigillo di piombo (cancelleria), con
sigillo di cera (segreteria), e senzasigillo:

1) documenti consigillo di piombo, detti comunemente bolle:


— privilegio: il più antico è di Pasquale I (819). In particolare:
> da PasqualeI fino all’inizio del pontificato di Leone IX (819-1049) si hanno
questi elementi: papiro; scrittura curiale; presenza del bene valete, croce e firma
talvolta autografa del papa.
> da Leone IX fino a Pasquale Il (1049-1099) si hanno i seguenti elementi:
papiro e pergamena;scritture curiale e minuscola; rota; il bene valete viene ridotto a
monogramma e fatto tutto dai calligrafi della Cancelleria. L'ultimo privilegio
conosciuto col bene valete è di Urbano V (1362-1370).
> da Pasquale II alla metà del sec. XIV (1099-1350c.). Elementi: pergamena;
scrittura minuscola; rota, monogrammae firma del papa, e dei cardinali divisi nelle
tre classi di cardinali vescovi, cardinali presbiteri e cardinali diaconi.
> limitato al sec. XII è il tentativo di semplificare il privilegio, evitando che
diventi una lettera: si tratta dei cosiddetti privilegi semplici che non ebbero fortuna.
> i privilegi spariscono nel corso del sec. XIV;
-— lettere encicliche: in uso dal tempo di Benedetto XIV in poi;
— lettere: che si distinguonoin:
> solenni: sono comei privilegi, senza la firma del papa; con filo di seta.
> graziose (che esprimono benevolenza del papa verso il destinatario e
concedono una grazia), con filo serico;
> esecutorie o mandati, con filo di canapa.
> con bolla dimidia, o bolla alba: hanno il sigillo, ma senza il nomedel papa
(mezzosigillo); si hanno da Innocenzo III, ma se ne sconosce l’esatta data di fine;
sono quelle spedite prima dell’incoronazione del papa;
— lettere concistoriali: dette poi anche lettere decretali. Loro elementi:
> dalla metà del sec. XV: pergamena;scrittura bullata; rota nel centro in basso,
senza monogramma; firme tutte autografe del papa e dei cardinali; le croci sono
preposte dal calligrafo;il papa metteva una croce nella rota.
> dal sec. XVIad oggi: rota doppia al centro; firme autografe.
— Altri usi del sigillo di piombo:
> nelle formulae iuramenti, testo d’un giuramento da prestare;
> nelle professioni di fede, per es. per i vescovi;
> per autenticare i transcripta, cioè le copie dei documenti.

2) documenti con sigillo di cera: la cera è al centro in basso ed è applicata o


incisa con un anello. La prima notizia di un anello del nostro signore il papa si ha

148
nel 1106. Dal 1265 il sigillo di cera apposto ai documenti pontifici viene detto
sigillum o anulus piscatoris. Dal sec. XIV ilsigillo di cera piscatoris viene posto
sempre sui brevi.
— lettere segrete: documento in carta (ne restano unatrentina, per il periodo da Urbano
V a Benedetto XIII);
— brevi: da Urbano VIfino ad oggi; in epoca moderna e contemporanea prendono
anche il nomedi/ettere apostoliche. Documento chiuso dall’anello del pescatore,
o lettera segreta, ma con caratteri propri. Il breve è diverso dalla bolla nell’aspetto
e nella forma: più piccolo, scrittura corrente, pergamenabiancae sottile, formule
più moderne, nome del papa e numero sequenziale del nome, nessun indirizzo
all’interno, nessun in perpetuum; la data è con la menzionedelsigillo (sub anulo
piscatoris):
> brevi adfuturam rei memoriam: sostituisconole lettere solenni; equivalgono
a un privilegio per viam breviorem. Si trovano da UrbanoVIalla fine del sec. XVI;
> brevia sub plumbo: sono i brevi spediti dalla segreteria e che differiscono
appunto peril piombo;
> motu proprio: in uso dal tempo di Innocenzo VIII, usato per gli affari di
Curia e dello Stato pontificio;
> costituzioni apostoliche:atti legislativi del sommo pontefice;
> cedole concistoriali: documenti preparati per la spedizione (ma mai spediti),
conil sigillo del pescatore.Si tratta di sentenze del Concistoro;

3) documenti senza sigillo:


> chirografo (cioè scritto a mano:sottinteso dal papa): è unalettera in cui per
autografa s'intende solo la firma intera del papa.
> rescritti, ecc. secondo le competenzedeivari uffici di Curia.

1.8. Documentazione cartacea e audiovisiva

Una considerazione a parte meritano duealtri tipi di materiale documentario


presente negli archivi e non sempre preso nella debita considerazione, sia nei manuali
che dagli stessi archivisti.

1) In special modociriferiamo alla documentazione prodotta su supporto


cartaceo che, nella varietà di forme e di composizioni chimico-fisiche, oscilla tra i
disegni, le incisioni, la stampadi testo in bianco e neroe a colori.
Disegni e stampe. Si tratta di un insieme di materiale molto ampio che va dalle
immagini alle miniature, ed è possibile rinvenirlo negli archivi sia in fogli sciolti

149
quanto incorporato nel testo del documento conil ruolo di esplicitazione visiva del
suo contenuto. I fogli sciolti fanno pensare alla loro provenienza che indica una
precedente appartenenza come corredo iconografico, a testi biblici, libri liturgici,
devozionali, biografici, ecc. Si pensi pure alle miniature inserite in testi pergamenacei
o di particolare rilevanza, e alle raffigurazioni contenute in registri notarili e di
cancelleria episcopale, ma anche in documentiufficiali e solenni.
Oltre ad essi, possono rinvenirsi: fogli sciolti raffiguranti bozzetti e studi, a
soggetto sacro o profano, relativi in genere alla realizzazione di un’opera d’arte,
oppureraffiguranti espressività artistica di singoli.
La loro idonea conservazione archivistica precede, come è ovvio, e non sempre
comporta, la relativa valorizzazione storico-artistica. La conservazioneesige di saper
valutare la peculiarità tecnica di composizione del supporto cartaceo e dell'immagine
in esso riprodotta: punte di metallo, matite di grafite, carboncino,inchiostri, tempera,
acquerello; carta dipinta, incisione in rilievo, calcografia, acquaforte, litografia,
fotoincisione...
Immaginette elo santini. In passato questo materiale è stato trascurato ma da
un certo tempo stato recuperato anche dalla storiografia socio-religiosa, Nella raffi-
gurazione del Cristo, dei misteri della fede cristiana, della Madonna e dei santi,
l’immagineriprodotta risponde spesso alla comunesensibilità spirituale, oltre che a
devozioni ed esigenzereligiose locali. Una tipologia di immaginette, in particolare,
merita attenzione: quelle realizzate per celebrare eventi o eventi particolari, come la
consacrazione di unachiesa,l'ordinazione sacerdotale e la professione religiosa, con
i loro anniversari.
La tecnica di realizzazione in genere è identica ad alcunitipi di stampa già
ricordati. Ma in non pochicasi, soprattutto fino agli inizi del Novecento, sono di
fattura pregevole, con la bordatura finemente ricamata. Questo materiale archivistico
va conservato come testimonianza della vita dell’ente (diocesi, parrocchia, seminario,
comunitàreligiosa, ...) e delle persone (vescovo, parroco, sacerdoti, frati, suore,...)
che in esso vivono e operano.
Carte e mappe geografiche, carte di identificazione di beni immobili. Le prime
offrono una rappresentazione grafica del territorio della diocesi o della missione,
comedella provinciareligiosa. Le seconde, in genere più numerose, sono state redatte
a supporto di controversie giuridiche circa la determinazione della proprietà dei beni
di un ente e/o di persone, e con la indicazione spesso delle servitù prediali. Possono
ritrovarsi raccolte in volumi cartografici oppure inserite come fogli sciolti in
fascicoli documentari.
Progetti architettonici se ne trovano più facilmente a partire dal Novecento e
riguardano la costruzione e il restauro di edifici ecclesiastici, o di immobili di
proprietà ecclesiastica: chiese, canoniche, conventi e monasteri,istituti caritativo-assi-

150
stenziali, cappelle cimiteriali, edifici scolastici. La loro conservazione non solo
correda l’attività dell'ente ma permette a questo di compiere in futuro interventi
oculati sul manufatto. Per la loro conservazione è preferibile adoperare cassettoni
orizzontali, piuttosto che i classici contenitori tubolari.
Editti, manifesti, depliants, volantini costituiscono una testimonianza di
rilievo della comunicazione di massa da parte dell’autorità ecclesiastica e civile,
soprattutto per il passato. Dal Novecento in poi divine modalità di informazione
anche in realtà ecclesiastiche locali: manifesti, depliants e volantini per la festa
patronale, per un evento religioso particolare, per lanciare una nuovainiziativa
pastorale, ecc. La variegata tipologia adottata per la stampa (dimensioni, inchiostro,
biancoe nero,a colori ...) determina la conseguente problematica di conservazione.
Carte musicali e filigrane. A stampa o manoscritte, in fogli sciolti o rilegati in
volume, le partiture musicali non mancanocerto negli archivi ecclesiastici. Esse sono
state prodotte a supporto delle celebrazioni liturgiche e della preghiera singola o
corale, oppure quale espressione dell’estro musicali di preti, monaci, frati e monache,
ma anche di musicisti laici più o menonoti. La filigranaè il tipo di supporto grafico
spesso determinante per stabilire con maggiore certezza la datazione dei documenti,
grazie alle indicazioni relative alla provenienza, data, formato, tipo di lavorazione
della carta adoperata. La più antica filigrana italiana che si conoscarisale al 1282.

2) La documentazione audiovisiva. La preziosità documentaria di questo


materiale per la vita di un ente è data non solo dagli argomenti di discussione
registrati e dalle immagini di un evento, ma ben anche da un insieme di indicazioni
che da esse è possibile desumere e che un testo scritto non può certo offrire. É
sufficiente dare qualche esempio: sentire le inflessioni della voce, per cogliere meglio
il valore e il significato di un discorso; comprendere il clima di una riunione; la
possibilità di vedere come si sono mosse le persone presenti ad un incontro, ad un
evento; le espressionidei volti e quant'altro può aiutare nella conoscenza formale e/o
informale delle stesse; e poi, la testimonianza visiva resa dagli abiti delle persone,
dalla variazione nel tempo degli immobili e delle attrezzature dell’ente proprietario
dell’archivio.
Comeregola generale valga che gli audiovisivi prodotti insieme a documen-
tazione cartacea, alla luce dei principi generali dell’archivistica, non vanno scorporati
dall’insieme percostituire dei fondi autonomi: un archivio generale è ben diverso, per
sua natura, da una fototeca, oppure da una videoteca. É possibile, invece, per ovvie
esigenze pratiche collocare a parte, in appositi contenitori, il materiale audiovisivo,
provvedendo però nell’inventario ad opportunie chiari riferimenti alla documenta-
zione relativa.
La prima operazione da compiere al momento dell’archiviazione degli

151
audiovisivi è una attenta e meticolosa catalogazione, provvedendo ad elaborare una
dettagliata scheda principale e numerose schede secondarie. Si tratta, infatti, di
rendererintracciabile e fruibile tale documentazione, fornendo nonsolo le indicazioni
spazio-temporali e quelle più propriamente archivistiche (quali ad es. collocazione,
originale, copia, ecc.) comprensive delle modalità di ripresa audiovisiva e della
tipologia di supporto adottato, bensì pure delle indicazioni e delle notizie sulle
persone di cui è stata registrata la voceo ritratta l’immagine, degli eventi filmati o
fotografati e delle persone che vi hanno partecipato. Le note ricordate vanno rilevate
anchea riguardo dei microfilms.
Unanotaparticolare merita la catalogazione di videocassette e fotografie, che
rappresentanoil tipo di documentazione maggiormentein uso.
Per le prime, è agevole intervenire sul filmato per le titolazioni: annotare
all’inizio del nastro magnetico e alla fine, come pure su singole immagini,
bloccandonelo scorrimento, quelle informazioni che permettonoin seguito di iden-
tificare inequivocabilmente eventi e persone ad essi presenti.
Per le fotografie, solitamente, si adottano due criteri: fissare una velina
trasparente su ogni foglio dell’album, in modo che vi si possano segnare soprai
numeri corrispondenti ai nominativi delle persone raffigurate, provvedendo ad
indicare le dovute corrispondenzesullo stesso foglio dell’album o su schede annesse;
oppure, adottare delle schede su cui riportare identici riferimenti e che abbiano uguale
numerazione delle fotografie, le quali in tal modo vengono date in visione solo se
necessario e quindi permangono maggiormente intatte.

1.9. La classificazione dei documenti

Ovviamente tale massa di documentazionesi classifica, a livello di archivio,


secondola realtà strutturale dell’istituzione di appartenenza, la sua organizzazione e
la sua attività specifica. Tale classificazione dei documenti, propria a ciascun ente,
permette di comprendere e di avere una visione globale della pluralità, convergenza
e interrelazione della propria documentazione. La classificazione, ovviamente, tiene
in debito contoil rispetto del principio di provenienza dei fondi documentali, che
impedisce di unire arbitrariamente fondi o sezioni di fondi di provenienza diversa,di
modo che ogni documento rimanga là dove è stato collocato al momento della sua
produzioneo ricezionee il fondo o la sezione mantenganola loro struttura interna.
Per questorisulta praticamente impossibile offrire un’unica classificazione dei
documentivalida pertutti gli enti ecclesiastici. Saràil titolario adoperato nell’archivio
corrente di ciascun ente a indicare il criterio di classificazione delle carte e del

152
materiale, prodotti dall’ente (es. parrocchia, diocesi, seminario, convento o casa
religiosa, ecc.).

2. Ordinamento e riordinamento

L'ordinamento dell'archivio è un’operazione che attiene alla sua progressiva


formazione, con l'armonizzazione del materiale in modo cheil suo insiemerifletta
l’attività dell’ente nel suo sviluppo e nella sua continuità. A tal fine, è necessario
rispettare i passaggi essenziali connessi con la produzione e la ricezione dei
documenti, dal protocollo al titolario: questa è la modalità migliore per tenere
ordinato l’archivio ma n mano che si forma. Pertanto, l’ordinamento può essere
agevolmente compiuto quando la documentazione passa dall’archivio corrente
all’archivio di deposito.
Quando, invece, i documenti non presentano un ordinamento precedente, né
totale né parziale, o l'hanno perso a causa di ripetuti spostamenti o di interventi di
riordino inadeguati, si deve procedereal loro riordinamento.A tal fine, prima ancora
di decidere quale debba essereil tipo di ordinamento da dare, è necessario prendere
contatto con la intera massa documentaria da riordinare e procedere con metodo
uniforme.
In sequenza, questo potrebbe prevedere: raccogliere i documenti, separando
possibilmente i registri e i fascicoli legati da pergamene e carte sciolte; dare ad
ognunodi essi una numerazioneprogressivae provvisoria, preferibilmente adottando
dei fogli di carta da inserire piuttosto che scriverla sopra; redigere una scheda
descrittiva di ogni pezzo archivistico.
In detta scheda vanno indicati: il numero progressivo del documento, che
diventa la numerazione della scheda; la data del documento e il luogo di sua
produzione; l’autore (personao ente) che lo ha prodotto; la tipologia del pezzo archi-
vistico; il breve regesto del contenuto; l'eventuale segnatura archivistica presentenel
documento; le annotazioni che possonoessereutili all’identificazione del pezzoe alla
ricostruzione dellaserie.
Conil nutrito numero di schede prodotte e raggruppate si può, ora, procedere
agevolmente all’ordinamento, senza bisogno di rimescolare continuamente il
materiale archivistico.
Nel passato sono stati usati sistemi di riordinamento che si fondavano sul
criterio cronologico o alfabetico o per materia. Matali criteri contenevano difficoltà
intrinseche chela sensibilità scientifica moderna non accetta. In particolare:
L'ordinamento con criterio cronologico portava ad ordinare i documenti
cronologicamente, cioè secondo la loro data. Si basava sul principio chetuttii fatti

153
umanisi verificano nel tempo e i documenti testimoniano queifatti. Tale sistema di
ordinamento era di moda nel sec. XIX, Se da una parte esso agevolavala ricerca degli
studiosi, ledeva però i canoni fondamentali dell’archivistica, in special modo
l’integrità della serie in ossequioal principio di provenienza. Vi era il problema della
scelta della data: per un documento,infatti, si possono prendere date diverse, quella
della confezione, o della spedizione, o del ricevimento. Inoltre, tale sistema non
considerava i volumi con parti cronologiche diverse al loro interno.
L'ordinamento con criterio alfabetico ordinava i documenti secondo gli
appellativi delle personee dei luoghia cuisi riferiscono. Tale ordinamentorisultava
utile soprattutto per le lettere, ma anch’esso snaturava il carattere dell’archivio e
inoltre presentava non pochi inconvenienti: nome o cognome? destinatario o
mittente?
L'ordinamento per materia ordinava i documenti secondo uno schema preco-
stituito di voci, ossia di parole d’ordine, o nomi-indici, senza riguardo a circostanze
di tempo, luogo, governo,uffici, persone. Il metodo era molto in voganel sec. XVIIL
Ovviamente portava a snaturare l’archivio, perché considerava il materiale archivi-
stico, come se ogni documento fosseun tutto in sé e nonnelle sue reciproche relazioni
con gli altri. Tutto veniva sottomesso ad uno schema precostituito e ignorava le
provenienze diverse,
VIè stato anche l’ordinamento a base numerica: ai nomidi persona o di luogo,
o alle materie veniva assegnato un numero chiave. Di questo ordinamento esistono
varie forme (ordinamento numerico diretto, ordinamento decimale di Melvil Dewey,
o ordinamentoalfabetico-decimale). È il modo peggiore di riordinare un archivio.
Tale sistemainfatti è più adatto alle biblioteche che agli archivi.
Si deve tener presente che qualunque ordinamento dell’archivio che si
proponesse difacilitare le ricerche, dando alla documentazione un ordine diverso da
quello originario, costituisce in realtà un danno per l’archivio, oltre che per il
ricercatore.
L'ordinamento secondo il metodo storico è il sistema di riordinamento che ad
oggi si è rivelato il più corretto. Esso consiste nella ricostruzione dell’ordine
originario degliatti, cheriflette il rapporto necessario fra le funzioni e le competenze
dell’ente e i documenti posti in essere durante lo svolgimento della suaattività.
Il riordimanento con il metodo storico ha alla base tre principi guida che,
sensibili all’iter storico dell’archivio, non ne snatura l’entità ma anzila salvaguarda.
I tre principi sono i seguenti:
a) rispetto dell’integrità dei fondi;
b)rispetto del principio di provenienza;
c) rispetto dell’intangibilità delle serie.
Rispettare questi tre aspetti vuol dire restare fedeli al principio storico che ha

154
permesso il divenire e lo sviluppo di un archivio al servizio dell’ente produttore.
Significa, in sintesi, avere riguardo delle carte e del modo e del perchési sono trovate
insieme e non scompaginarle ulteriormente.
L'ordinamento dettato dal metodo storico non frutto di una scelta a tavolino:
riconosce e perpetua quell’insieme di principi che hanno generato l’archivio corrente
in funzione del servizio all’ente.

Riordinare un archivio storico impone, dunque, alcuni parametri essenziali al


fine di ricostruirne le fasi salienti nel suo divenire a servizio dell’ente e del territorio
in cui ha operato.
Il primo di essi è lo studio previo di precedenti inventari e repertori e, per
quanto possibile, soprattutto la ricerca del titolario originale. Fondamentale è, pol,
non sconvolgere senza alcuna logica e coerenza il materiale archivistico, per non
creare ulteriori danni alle serie e alla configurazione originaria. La conoscenza di ogni
documento costituisce il punto di partenza per una ricomposizione scientificamente
e storicamente fondata.
Per avviare in modo corretto l'ordinamento dell’archivio secondo il metodo
storico, primo compito dell’archivista è la conoscenza o la ricostruzione della storia
e dell’organizzazione interna dell’ente e delle sue competenze, tenendo conto delle
variazioni ed evoluzioni subite nel corso del tempo. Ciò favorisce la ricostruzione
dell’archivio in connessione con le eventuali segnature archivistiche delle serie
originarie.
Un probabile ordinamento preesistente va rispettato e non mutato ad arbitrio
dell’archivista, o secondocriteri diversi da quello che l'hanno determinato. Qualora,
però, si dovesse pervenire ad una mutazione dell’ordinamento per ragioni sufficien-
temente valide, è indispensabile redigere una tavola di comparazione tra l’ordina-
mento trovato e quello nuovo.
Successivamente, si procederà ad utilizzare le schede delle singole unità
prodotte nella fase iniziale di smassamento del materiale archivistico. Si possono,
cioè: mettere insieme le schedepertitoli di serie e sottoserie, che produconola suddi-
visione dell’archivio in fondi e sezioni al loro interno; attribuire la conseguente
numerazione definitiva ad ogni scheda, che permette di identificare il singolo pezzo;
individuare e mettere a posto la documentazione lasciandosi guidare dalle schede.
La denominazione del fondo archivistico, della serie e dell’eventuale
sottoserie, nel caso in cui non si trova già indicata, va determinata alla luce della storia
dell’ente e, per quanto possibile, cercando di attribuirla in sintonia con il linguaggio
canonicoo istituzionale del periodo in cui i documenti sono stati prodotti.
In questo modosi può pervenire alla ricostruzione delle serie originarie.
Lefonti archivistiche così riordinate sono attendibili: da un lato, infatti, testi-

155
moniano le relazioni politiche, economiche, sociali, religiose o culturali scaturite
dall’attività dell’ente; dall’altro consentono la storia dell’istituzione che le ha
prodotte.

3. Confluenza di archivi

Oltre all'aumento normale del materiale archivistico prodotto dell’attività


dell’ente con i versamenti nell’archivio corrente, o di deposito, secondo le norme e
la prassi interna dell’ente stesso, detto materiale può aumentare per via straordinaria.
Ciò può avvenire attraversotre vie: il deposito temporanéo o permanente di fondi o
di interi archivi prodotti daaltri enti; l'acquisto di fondio diinteri archividialtri enti;
la donazionedi fondio diinteri archividialtri enti.
Per ognunadi queste vie di aumento del materiale archivistico è bene tenere
presente quanto prescritto nella legislazione civile ed ecclesiastica. In Italia, in
particolare, lo Stato regola i modi di procedere e precisa le prelazioni a lui spettanti.
Nell’ordinamento canonico, proprietario e responsabile dell’archivio è l’ente
ecclesiastico che lo ha prodotto. Nello schema-tipo di Regolamento della C.E.1. per
gli archivi ecclesiasticiitaliani (1998; art. 10-11) si contemplail deposito temporaneo
o permanente di un archivio intero o di parte di esso da parte di un ente ecclesiastico
a favore dell’archivio diocesano. Infatti, si raccomanda(art. 11) vivamente alle asso-
ciazioni, ai gruppi informali, ai movimenti e ai fedeli che svolgono particolare
mansioni nella Chiesa, «di non disperderei loro archivi, ma di disporre che conflui-
scano nell’archivio diocesano».
I motivi che giustificano tale scelta, sono soprattutto ia migliore salvaguardia
del rispettivo materiale archivistico, e il favorire la ricerca degli studiosifacilitandone
la consultazione presso un istituto maggiormente organizzato, come è quello
diocesano.
Tali depositi devono essere regolati da un verbale di consegna, in cui va
indicato chiaramente che proprietario dell’archivio che confluisce. in quello
diocesano, resta sempre l’ente che lo ha prodotto. In allegato al verbale di consegna
deve stare un dettagliato inventario del materiale consegnato.
Inoltre, secondo l’ordinamento canonico (cfr. schema-tipo di Regolamento art.
12), quando un ente ecclesiastico cessa la sua attività, a meno che non siano date
disposizioni in contrario dalla competente autorità, il suo archivio deve passare in
custodia e nell’amministrazione dell’ente superiore, che ne dovrà avere cura.
Ovviamentei fondi e gli archivi ricevuti in deposito devono sempre conservare
la loro individualità e integrità. Pertanto si deve evitare con cura che le loro serie

156
vengano mescolate con quelle dell’archivio ricevente, o mescolate con quelledi altri
archivi o fondi in deposito.

III STRUMENTI PER LA GESTIONE E LA FRUIZIONE

1. I sussidi

La gestione e la valorizzazione dell’archivio devono trovare aiuto anche in


adeguati mezzi di ricerca idonei a presentare in formasintetica i fondi, le serie ed i
contenuti di essi, affinché ci si possa orientare secondoil bisogno del lavoro archi-
vistico e quello della ricerca storica.
Tali sussidi, chiamati strumenti di ricerca o mezzi di corredo, sono molteplici
e possonoessere redatti dall’ente produttore contestualmente ai documenti (registri
di protocolio, rubriche, schedari, repertori e titolari) o approntati in fase di versamento
(elenchi di versamente e di deposito), o infine compilati dagli archivisti (schede,
indici, elenchi di consistenza, inventari analitici e sommari, guide). Qui di seguitosi
parlerà di quest'ultimi.

1.1. La guida

La Guida descrive, in maniera dettagliata o sommaria, i fondi di uno o più


archivi tenendo conto della storia delle istituzioni che hanno prodotto la documen-
tazione.
Esistono vari tipi di guide:
— Guida generale. Viene a rispondere alla domanda: quali sono gli archivi di
unostato, di una regione, di una categoria di enti, ecc. Ogni archivio viene descritto
in una schedain cui si riportano generalmente i seguenti dati: titolo e nome dell’ar-
chivio, indirizzo, nome del direttore, accessibilità e condizioni di consultazione,
orario di apertura al pubblico, strumenti e sussidi di ricerca, servizi di riproduzione
disponibili; eventuali vicende storiche dell’ente e dell'archivio, quantità del materiale
(estensione metrica della scaffalatura o capienza in metri cubi o per numero globale
delle entità archivistiche), alcuni cenni concernenti il materiale archivistico
(ordinamento con le divisioni principali di fondi, sezioni e serie); il limite cronologico
delle singole divisioni e la loro consistenza (in volumi, buste, ecc:); e infine la biblio-
grafia sull’ente e sull’archivio. Esempidi questo tipo sono: La Guida generale degli
archividi Stato Italiani, edita in quattro volumi dall’ Ufficio centrale per i beni archi-

157

i
vistici del Ministero peri beni le attività culturali (Roma 1981-1994); la Guida degli
archivi diocesani d’Italia pubblicata negli anni 1989-1998 in tre volumi
dall’ Associazione Archivistica Ecclesiastica, in coedizione con 1’ Ufficio centrale per
i beni archivistici del Ministero per i beni e le attività culturali; e, promossa dalla
stessa Associazione Archivistica Ecclesiastica, la Guida degli archivi capitolari
d’Italia, di cui è uscito il primo volume nel 2000.
— Guida di fondi archivistici secondo temi. Risponde alla domanda in quali
archivi d’Italia, di Roma, di Europa, ecc. si può trovare materiale su un determinato
argomento. Per es.: la Guida dellefonti per la storia dell'America Latina negli archivi
della Santa Sede e negli archivi ecclesiastici d’Italia, redatta da Lajos Pàsztor (Città
del Vaticano 1970); Guida dellefonti perla storia dell’Africa a sud del Sahara negli
archivi della Santa Sede e negli archivi ecclesiastici d’Italia, redatta dallo stesso
Lajos Pàsztor (Zug 1983).
- Guida di un solo archivio: si riporta la storia dell’ente, la formazione, la
struttura e la composizione sommaria dell’archivio in fondie serie secondo l'ordine
in cui sono collocati nei depositi. Si differenzia dall’ Inventario dell’archivio.

1.2. L'inventario

L’inventario è lo strumentodi ricerca che maggiormenteaiutasia l’archivista


che l’utente a comprenderee a trovare i fondi conservati, ordinati e disponibili in un
archivio. Esso consiste nell’elenco descrittivo dei pezzi di un archivio, uno dopo
l’altro; nell’ordine e nello stato in cui si trovano. Lo scopo dell’inventario è di far
conoscere la consistenza dell’archivio, lo rispecchia fedelmente, rende possibili i
controlli e i trapassi da una sezione all’altra (per es. dall’archivio corrente allo
storico).
L’inventario viene redatto dall’archivista alla fine del lavoro di ordinamento (0
riordinamento) e presenta nell’introduzionei criteri adottati in fase di ordinamento
ed inventariazione, una brevestoria dell’istituzione che ha prodotto i documenti e le
vicendeprincipali dell’archivio, evidenziando eventuali trasferimenti da una sede ad
un’altra, i versamenti, i precedenti interventi di ordinamento o riordinamento, la
presenza di cesure nella documentazione.
Nella sua compilazione, l'inventario può essere generale o particolare,se il
materiale descritto è rispettivamente di tutto l’archivio o di qualche sezione.
L’inventario dicesi sommario o analitico, secondo il modo con cui è redatto. o la
completezza dei dati riportati. La scelta del tipo di inventario dipende da situazioni
contingenti che riguardano la quantità del materiale da descrivere e la sua qualità e
specificità. Nei piccoli archivi l’inventario può supplireagli altri sussidi archivistici.

158
RAR

L’inventario deve essere scritto su fogli preparati ad hoc, nei quali si tenga
conto degli elementi che seguono:
a) l'inventario deve rispecchiare l'ordinamentoe il titolario dell’archivio.
b) l'inventario deve prendere in considerazione ogni unità archivistica (che può
essere costituita da un solo foglio, o da un mazzodicarte trattanti la stessa materia).
Nella descrizione dell’unità archivistiche vanno messiin evidenza:
— nell’inventario generale:
> fondo,
> serie,
> numero progressivo d’ordine che indica l’unità archivistica o pezzo,
> la data (estremi cronologici dell’unità archivistica o del pezzo)
> il titolo del pezzo
— nell’inventario analitico, oltre gli elementi suindicati, si pone anche: la descrizione
delle qualità generali (originale o copia) e particolari del documento (materia,
Li

consistenza, eventuali lacune, misura, stato di conservazione,rilegatura, segnatura


attuale e eventuali precedenti, ecc.).
L'inventariazione delle pergameneinvece si fa in mododifferente. Tra i modi
proposti si può applicare il seguente, ripreso con alcuni adattamenti dalle norme
emanate in occasione del censimento dei documenti pontifici da Innocenzo III a
Martino V (escluso), promosso nel 1953 e le cui schede finora raccolte sono
conservate presso l’ Archivio segreto vaticano:
— il numero progressivo dato alla pergamena
— il luogo e la data in forma modernadella concessione
— il regesto; con il nomedel concedentee del destinatario, e con breve compendiodel
documento
— la data come è espressa nel documento, e l’incipit del testo
— la indicazionesesi tratta di originale o di una copia
— registrazioni e note di cancelleria
— eventuali inserti
— edizionideltesto.

1.3. Elenchi di consistenza

Possono assimilarsi agli inventari sommari delle singole serie di ogni fondo
archivistico. Gli elenchi riportano la consistenza quantitativa dei pezzi delle diverse
serie del singolo fondo, seguendo un criterio per anno, 0 per categoria, o per numero
di pratica, o per tipologia (registri, fascicoli, buste, filze, pacchi, documentisciolti,
ecc.).

159
1.4. Indici e schedari o cataloghi
i
Gli indici sono il prospetto alfabetico e/o cronologico dei diversi element
l’archiv io o inuna sezione
(persone, luoghi, date, contenuto, ...) che si trovanoin tutto
analitici per
di esso. Si avranno così indici onomastici, toponomastici, cronologici,
serie.
materie, sia generali per tutto l'archivio che parziali per singoli fondi o
sotto forma di schedar i o catalogh i, special mente
Spessogli indici sono usati
i i
in un archivio corrente.
funzion ale (cioè: utile,
Nell’utilizzo degli schedari, la scheda deve essere
nto nel
chiara, pratica) e deve forniretuttigli elementi adatti a identificare il docume
tipo di
suo contenuto e in relazione al complesso della documentazione; ossia:
del
documento, ente produttore, destinatario, oggetto, luogo € data, breve regesto
oni, stato di
contenuto, eventuali segnatura archivistiche ed eventuali annotazi
i
conservazione.
seconda rie e
Le schede vanno sotto diversi nomi: schede principali, schede
della
ausiliarie (di rimando). La schedatura vafatta seguendo criteri uniformi e propri
ovviame nte, differis ce in modo radicale dalla
classificazione archivistica che,
schedatura bibliografica, propria delle biblioteche.

1.5. Repertori e regesti

Gli archivi più consistenti hanno, oltre ai mezzi di consultazione e ricerca


i i i
sopraindicati, pure altri sussidi:
soggetti ,
— i repertori sono degli indici 0 raggruppamenti di documenti secondo
materie e temi. Essi integrano e conduconoall’inventario.
i
-— i regesti descrivono sommariamente il contenuto dei singoli documenti.
anché vari sistemi meccano grafici o
Oggi, oltre i sussidi suindicati, si usano
dell’archivio
elettronici; l’utilità di questi nuovi sistemi dipende dalla consistenza
stesso e dalla preparazione specifica che ha l’archivista.

1.6. Biblioteca

È uso abbastanza generale di affiancareall’archivio una piccola biblioteca che


dai
serve per aiutare gli impiegati stessi e gli studiosi a completare i dati forniti
dell’arc hivio trovano posto due categori e di
documenti. In questa biblioteca propria
riguardan tila storia e le condizio ni
pubblicazioni: una finalizzata a raccogliere studi
permettono
dell’istituzionee le vicende complessivedel territorio;l’altra le opere che

160
la lettura e la comprensione dei documenti conservatinell’archivio: come opere enci-
clopediche, dizionari, sussidi e strumenti (per abbreviazioni, cronologia, paleografia,
diplomatica, ecc.), pubblicazioni di repertori o regesti di documenti.
Una sezione di essa va riservata alle tesi di laurea e alle pubblicazioni
realizzate con indagini condotte sui fondi dell’archivio.

2. L'informatica in archivio

Le moderne tecnologie informatiche introdotte nella produzione dei documenti


odierni, come nella gestione degli archivistorici, e le esigenze sempre più pressanti
delle richieste di fruizione dei beni culturali in generale e degli archiviin particolare,
hanno posto gli archivisti di fronte alla necessità di valutare la possibilità di
utilizzare i nuovi mezzisia in funzione della conservazione del materiale documen-
tario, sia dell’ordinamento e dell’inventariazione, sia della consultazione.
L'introduzione dell’informatica negli archivi suscita però reazioni diverse.
Spesso si accende un vivace dibattito e a volte si parla di superamento dell’archivi-
stica tradizionale o, più giustamente, si osserva che l'informatica sta attuando una
profonda trasformazione del modo di lavorare e al tempo stesso una mutazione
culturale che cambia la visione dell’uomo. Si tratta quindi di una questione che gli
archivisti non possono ignorare o affrontare con preconcetti o facili entusiasmi.
Occorre sapersi educare al nuovo, aprendo un costruttivo dialogo tra il mondoarchi-
vistico e quello informatico. Vale come regola generale: l’archivio non va piegato
all’informatica.

2.1. Questioni fondamentali dell’applicazione informatica agli archivi

Prima di tutto, nel ricordare le questioni che pone l’introduzione dell’infor-


matica negli archivi, è bene sottolineare le differenze dei principi che regolano l’ar-
chivista e l’informatico nel loro lavoro di fronte alla documentazione.
Per l’archivista, l'archivio è frutto dell’attività di un ente, articolato nelle sue
parti (= fondi o serie), costituite da unità archivistiche, a cui si rifanno i singoli
documenti; e il suo compito precipuo è l’ordinata conservazione di quanto prodotto
dall’esplicazione quotidiana delle finalità pratiche dell’ente produttore. La sua
utilizzazione viene considerata in secondo luogo. Il valore del singolo documento,
quindi, è visto come una delle parti omogeneecostituenti l’unità archivistica, e con
la mediazione dei sussidi diviene anche fonte di informazioni generali e particolari.
Per l’informatico, invece, un documento è concepito come un insieme di punti

161
informativi, da suddividere in più campi secondo l’architettura del sistema o del
software di gestione e le richieste dell’utenza finale. Quindi il suo scopo principale
è la utilizzazione delle informazioni. Il documento quindi viene visto e trattato solo
in funzione delle informazioni che può dare.
Vi è poi un’altra questione fondamentale: la diversità di situazione di strutture,
metodie legislazioni per archivi storici e correnti, pubblici e privati. Inoltre, già in
precedenza, è stata ricordata la differenza tra archivio e biblioteca a proposito della
schedatura e della gestione amministrativa.
Val la pena ribadire, in relazione alle opportunità oggi offerte dall’informatica,
che il singolo documento di archivio non è assimilabile al singolo volume della
biblioteca. Di conseguenza, in ambito informatico, un record di biblioteca risponde
a parametridel tutto differenti da un record di archivio.
A livello appéna esemplificativo, va notato che un volume della biblioteca,
grazie alla catalogazione informatizzata, può ricevere una qualsiasi collocazione
(secondo l’argomento principale, l’altezza fisica, l’utilizzo più o meno frequente,
ecc.). Nessuno di tali criteri può adeguarsi ad un documento, o ad un registro di
archivio. Estrapolato, infatti, dalla sua collocazione originale, dettata dall’ apertura
della pratica nell’archivio corrente, o dalla posizione determinata dal titolario
dell'archivio e, di conseguenza, dalla concatenazionefisica del fondo e della serie,
ogni documento viene a perdere la propria intrinseca identità archivistica.
Inoltre, a chi compie ricerche in biblioteca importa verificare che il libro sia
presente, disponibile ed, eventualmente, libero da vincoli peril prestito; senza per ciò
interessarsi molto della sua collocazione fisica. Al contrario, al ricercatore di
archivio importa certo che il documentosi trovie sia disponibile per lo studio ma ciò
non esaurisce del tutto la domanda posta. Di peculiare importanza è individuarne
anche la concatenazione generale con altri documenti presenti nell’identico fascicolo,
pacco,registro, al fine della comprensione complessiva del singolo testo. Ragion per
cui, la ricerca archivistica dà risultati soddisfacenti se compiuta personalmente in
archivio.
L'orientamento a rendere fruibile in internet la schedatura dei documenti di un
archivio presenta, proprioai fini della ricerca che vuole agevolare, non poche proble-
matiche abbastanza evidenti.
Ponendoqueste situazioni in relazione all’informatica si può osservare:
— L'archivistica tradizionale propone metodi e sistemi per il trattamento del
materiale, suddiviso in unità archivistiche di base e distribuito in sezioni e fondi basati
sulla tipologia e attività delle strutture di enti pubblici e privati, e sull'esperienza
ereditata dal passato, ed ha elaborato di conseguenza unaserie di principii di gestione
propria e tipica. D'altra parte solo di recente ci si preoccupa dell’analisi e della

162
valutazione dei nuovi sistemi e metodi di ordinamento e gestione della documenta-
zione offerta dall’informatica.
— La gestione informatica, peraltro, presentava spesso e ancora presenta un’ec-
cessiva dipendenza, nei programmi applicati agli archivi, dal modello biblioteca.
Oggisi sonofatti passi più attenti alla loro natura, però esiste una grande varietà (a
volte selvaggia) di sistemi, con alterni risultati. Vi è il pericolo che il fattore
commerciale prevalga su quello tecnicamente serio e adatto agli archivi. Di qui la
necessità di discernere tra i vari sistemi applicativi quello o quelli da usarsi con
Iiiiiii RR

profitto e anche in dialogo tra di loro.


— Inoltre ia situazione viene complicata dalle confusioni terminologiche tra
definizione archivistica e quella informatica (o documentalista) come ad es.:
protocollo e archivio. Nell’accezione documentalista archivio indica una bancadati
(informazioni), e protocollo è visto non solo come strumento certificante l'ingresso
e l’iter del documento, ma come momento di input della banca dati informativa
successiva,
— La lingua documentaria porta a far fiorire un grande dibattito: negli archivi
si ha una sua varietà in senso orizzontale (aree linguistiche differenziate) e verticale
(arco di tempo); nell’informatica si ha necessità di uniformità della lingua per poter
gestire la banca dati. Di qui i problemi discussi vivacemente degli standars, del
thesaurus, delle auctorities, e simili.

Oltre a queste questioni vi sono poi altri aspetti concreti da tener presente,
comei seguenti. È rischioso affidare l’inventariazione della documentazione archi-
vistica a chi sa di informatica e non anchediarchivistica, soprattutto se l’operazione
di informatizzazione è affidata in toto ad aziende. Vanno chieste precise garanzie se
si affidano ad esse i documenti da portare in azienda e non inventariati nella sede
dell’archivio, e sui rischi del venir menoalla privacy.
È forte anchela tentazione,conrelativirischi per la proprietà, la privacy, ecc.,
della pubblicazione di archivi in internet. Al riguardola legislazione internazionale
e nazionale ancora non è sufficientemente sviluppata. L'orientamento che sta
emergendo al riguardo è la differenziazione dei servizi in internet: offrire gratuita-
mente in rete una scheda generale descrittiva dell’archivio; rispondere nel modo
tradizionale per gli altri servizi.

Altro aspetto su cui prestare la massima attenzione è la redazione dei


documenti in formato elettronico. Dall’immissione sul mercato dei personal
computer,si è assistito progressivamente all’adozione di sempre più sofisticati word
processor che, in verità, hanno favorito il lavoro di redazione, correzione, conserva-
zione, scambio, dei documenti prodotti. Tuttavia, la mutazione e l'aggiornamentodei

163
software verificatosi in questi anni dovrebbe già elevare la soglia della vigilanza in
tutti coloro che hanno responsabilità di enti, uffici, istituzioni.

Oltre ai problemi che si pongono circa la conservazione integra per il futuro


dei documenti prodotti (copie di backup, floppy disk, cd-rom non riscrivibili, e così
via), si pone la delicata questione degli strumenti da adottare per poter leggere tale
documentazione. Infatti, quanto è stato prodotto lungo i secoli su supporto perga-
menaceoo cartaceo, fatte salve la cautele per la loro idonea conservazione, è sempre
e comunqueagevolmente leggibile e da chiunque. Invece, per i documentiredatti su
supporto elettronico, tale documentazione correil serio rischio di divenire inutiliz-
zabile perché non leggibile senza uno strumento meccanico, un computer che sia
fornito di un software adeguato; oppure, se ne limita la comprensione complessiva
se non si può recuperare in modointegro tanto il contenuto quanto la formattazione
data al momento della redazione del testo. Non mancano già casi di documentazione
resa ormai irrecuperabile perché stilata con software ormai obsoleti e che non si è
provveduto in tempoa trasferire in formato leggibile con i nuovi word processor.
Va da sé, di conseguenza, che necessita molta vigilanza ma anchel’oculatezza
a saper dotare gli archivi di un budget sufficiente per provvedere sistematicamente
alla conservazionee alla possibilità di utilizzo, in futuro, dei documenti in formato
elettronico.

2.2. I campiprincipali dell’applicazione informatica agli archivi

L'applicazione informatica agli archivi presenta una varietà di casi.


Primadi tutto l’aiuto al riordinamento, schedatura, inventario e indici. Si hanno
varie applicazioni come sussidio, con automazione, del normale lavoro dell’archi-
vista. Inoltre, come sussidio alla consultazione dell’archivio, l'informatica offre altri
duetipi di applicazione: per la gestione della sala di studio, e per la ricerca storica su
particolari fondi d'archivio.
Riguardo alla gestione della sala di studio, si pone attenzioneai suoi aspetti:
il caricamento dei dati (informazioni sul patrimonio documentario, a vari livelli
descrittivi), gli utenti del sistema (studioso, archivista, funzionario della sala di studio,
addetto alla distribuzione, amministratore del sistema), la richiesta di consultazione
(codice utente, codice richiesta, descrizionedell’unità archivistica richiesta, tema di
ricerca, data della richiesta, stato della richiesta, se evasa/non evasa.
Per la ricerca storica su particolari fondi di archivio, si stanno diffondendo
software per la ricerca e il censimento di pergamene, atti notarili, visite pastorali,

164
processi criminali, ecc. In particolare, per ogniricerca o censimento è studiato l’adat-
tamento del software, utilizzandoil sistema dei data base.
I problemi maggiori che si incontrano sono costituiti dai campi (scelta,
lunghezza, ecc.), dall’interfacciamento con l’utente dettato spesso dalla modastorio-
grafica, dal regesto o testo dei documenti, ecc. Esiste pure il problema dell’elabora-
zione e dell’accumulo delle informazioni.
Altro campodell’applicazione dell’informatica è l'automazione del processo
di gestione della documentazione corrente all’interno degli uffici, che viene detta
tecnicamente buròtica: informatica applicata alla burocrazia. Si può così parlare di
archivi informatizzati e di archivi informatici. Mediante sistemi e attrezzature viene
trasferito l’archivio cartaceo su memorie magneticheo ottiche di vario genere: sono
gli archivi informatizzati, con gestione elettronica dei documenti (GED) e scambio
elettronico dei documenti (EDI), accanto al supporto cartaceo che rimane.
L'operazione in genere avviene con la digitazione o l’acquisizione automatica dei
testi scritti, mediante scanner o simili, con lettura automatica di testi manoscritti. I
software GED e EDI potrebbero essere attuati eliminando qualsiasi supporto
cartaceo. Sono gli archivi informatici, 0 bureau sans papier, ossia deltutto virtuali.
Maper motivi soprattutto di ordine giuridico-normativo e prudenziale, si continua ad
affermare la necessità dell’archivio cartaceo.
Infine l'informatica potrebbe essere applicata al restauro dei documenti. Ma si
tratta di un aspetto finora assai raramente affrontato.

3. Conservazione e restauro del materiale

3.1. Conservazione

Lo sviluppo della produzione documentaria si è accompagnato progressiva-


mente allo sviluppo del supporto materiale su cui riportare il testo del documento
stesso. Comegià osservato, siamo man manopassati dal papiro, alla pergamena, alla
carta, al supporto audiovisivo e informatico. La conservazione integra dei documenti
chiede molta attenzione per evitare di ricorrere ad un successivo restauro che,oltre
ai costi non indifferenti che comporta, non sempre permette di recuperare integra la
documentazione registrata su tali supporti. I problemipiù rilevanti si pongonoperla
conservazione del supporto cartaceo e audiovisivo, insieme a quelli per la docu-
mentazione informatica a cuisi è già fatto riferimento.

165
1) La carta si diffonde in Europaa partire dall’ XI secolo. All’inizio il materiale
della sua produzione era essenzialmente pasta di stracci di lino e di cotone. La
rivoluzione industriale del Settecento investe anche le tecniche di riproduzione della
carta e si cominciano ad usare materiali diversi: legno, paglia, fibre varie, riciclaggio
della carta da macero. Con essi viene prodotta la pasta di cellulosa, a cui secondo i
casi si aggiunge colla, minerali, coloranti, inchiostri, e viene lavorata per ottenere
fogli della grandezza desiderata. Soltanto la carta prodotta con gli stracci ha
mostrato una condizione di durata soddisfacente: si calcola, in condizioni ottimali,
che possa durare circa 2000 anni; mentre quella prodotta con pasta di cellulosa pare
si aggiri intorno ai 200-300 anni.
Il congenito processo di invecchiamento della carta può ricevere un’accelera-
zione a causa di due fattori che determinano la conseguente degradazione dei fondi
documentari:
—fattori intrinseci sono quelli dovuti alla natura,alla qualità del materiale e al
processo adoperato per la produzione; di essi ha responsabilità chi ha scelto il tipo
di pergamenao di carta su cui redigere il documento;
— fattori estrinseci sono quelli attribuibili alla responsabilità di chi produce e
conserva i documenti: l'umidità, la luce, la temperatura, l’inquinamento atmosferico
e degli ambienti, le reazioni acide dovute agli inchiostri adoperati, i microrganismi
(batteri, funghi, muffe), insetti (tarli, termiti) e roditori (topi), eventi catastrofici
naturali (il fuoco, terremoti e alluvioni). In molti casi — purtroppo! — il fattore più
deleterio si è rivelata la persona umana: abbandono dei documenti in ambienti pregiu-
dizievoli e per nulla idonei (sottoscala, soffitte, insalubri ripostigli), guerre, furti,
vandalismi, interessate mutilazioni, noncuranza, volontaria distruzione di carte,
incendi, cattiva qualità dei contenitori e dei materiali (spaghi, fettucce) per la conser-
vazione delle carte, non corretta disposizione dei documenti nelle scaffalature e negli
armadi, inappropriata consultazione delle carte, errato intervento per estinguere
l'incendio.
Tanto i fattori intrinseci che quelli estrinseci si rivelano ancor più deleteri
perché abitualmente si combinanotradi loro, nel casoin cuisi usa scaffalatura lignea
o armadilignei: una formadi simbiositra il materiale cartaceo infettoe il legno tarlato
accelera ulteriormente la distruzione dei documenti.
Queste considerazioni valgono pure peril deterioramento del supporto perga-
menaceo.

2) La documentazione audiovisiva, sulla quale non si è avuta finora un’atten-


zione paragonabile a quella per la documentazionecartacea,in questi ultimi decenni
è sempre più cresciuta negli archivi, spesso a supporto o esplicazione della stessa
documentazione cartacea: audioregistrazioni su cassette e su nastri a bobina, filmati

166
in 8mm. e super8, videocassette, microfilms, diapositive, fotografie e negativi
fotografici, foto digitali e cd-rom musicali e con documenti a scansioneottica. Per di
più, a ritmi sempre più accelerati l’industria immette sul mercato tutta una serie di
nuoveattrezzature audiovisive che registrano immagini e/o suoni, rendendo desueti
strumenti che solo poco tempo prima sembravanoall’avanguardia.
Non sonopochii problemicirca la conservazionee la possibilità di fruizione
di tali materiali documentari per il presente e per il futuro. È indispensabile
catalogare e conservare integra l’immagine, la registrazione, e in condizioni
funzionali l'attrezzatura che permette di fruirne in futuro. In tal senso valganotre
esempitra i tanti: come conservare integra una documentazionefotografica a colori
su carta trattata? come vedere unfilmato su pellicola da 8mm.o super8, senza dover
affrontare gravosi oneri finanziari peril suo trasferimentosu altri supporti (es. video-
cassette o cd-rom video) che ne permettano oggila visione? comeascoltare un nastro
magnetofonico registrato su bobina intorno alla metà del Novecento, per capirci con
i classici registratori Geloso?
La conservazione degli audiovisivi ha una sua problematica specifica che è
determinata dalla sua realizzazione su nastri magnetizzati e su pellicole chimicamente
trattate. Gli ambienti, infatti, devono mantenere una temperatura non superiore ai
20°C e una umidità relativa non superiore al 40%; le pellicole poi devono essere
adeguatamente protette dalla luce che può alterare i colori e precludere successive
stampe(es. nel caso deinegativi fotografici), dalla polvere che può graffiare il nastro
e la pellicola, dal contatto con sostanze chimiche e sorgenti magnetiche che
farebbero perdere del tutto e in modoirrecuperabile le registrazioni.
Esiste sul mercato una notevole gamma di contenitori e raccoglitori del
materiale audiovisivo che in genere viene già fornito con gli accessori per la conser-
vazione. Sono senz'altro da scartare quelli in materiale plastico, per le alterazioni che
i suoi composti chimici possono provocare, mentre sono da preferire contenitori
metallici. Alcuni esempi: per le pellicole dei negativi fotografici, quelle per le
fotografie a colori, poiché maggiormente emulsionate, hanno una duratainferiore a
quelle peril bianco e nero,esistono dei raccoglitori in veline dicarta e le strisce dei
negativi vi si inseriscono singolarmente; per le fotografie è opportuno usare album
con fogli interni cartonati e nastri biadesivi per fissarvele; i microfilms vengonoin
genere consegnati con i relativi contenitori in alluminio; anche per le videocassette
e i filmati sono da preferire quelli in alluminio, piuttosto che quelli in cartone o
plastica, procurando che siano collocate verticalmente e cheil nastro sia riavvolto
dall’inizio.
Poiché gli audiovisivi sono soggetti ad usura con l’uso e non è possibile
prevedere la durata nel tempo di questo materiale, per quanto conservato in
condizioniottimali, da più parti si consiglia di far eseguire delle copie di riserva dagli

167
originali, la tecnologia permette oggidi ridurre quasi a zero la perdita di vividezza
dei colori e del timbro della voce, e periodicamente, almeno ogni due anni, di
procedere all’ispezione magari per campionaturaal fine di accorgersi per tempo di
eventuali inizi di degrado dei nastri e delle pellicole (quali ad esempio: distorsione,
arricciamento,infragilimento, ingiallimento, sbiadimento, macchie, ecc.). Comepure,
potrà essere opportuno eseguire a distanza di anni delle copie su un diverso e più
innovativo mezzo, in modo cheil supporto magnetico sia sempre valido e vengano
ridotti i rischi di danneggiamento, pur se, oltre ai costi, bisogna preventivare una
percentuale di perdita nella qualità delle immagini.
Per la conservazione degli audiovisivi una cura particolare si rende necessaria
per le apparecchiature che permettonodi fruirne. È beneche l’archivista abbia non
solo un minimo di conoscenzatecnica delle apparecchiature, ma che si premuri ad
assicurare in archivio la presenza funzionale delle apparecchiature stesse (e possi-
bilmente, perché no, più di un esemplare, con qualche pezzo di ricambio di facile
usurae didifficile reperimento in futuro) in modo da permetterne la consultazionenel
presente e, soprattutto, la assicurino per l'avvenire.

3.2. Restauro

Nonè raroil caso in cui si rende necessario, se non urgente, intervenire per
fermare o rallentare i processi degenerativi che compromettono la documentazione
conservatain archivio. Il conseguentericorso al restauro è finalizzato a bloccaretali
processi e a ripristinare una valida integrità strutturale del documento.
Principio fondamentale è che nonsi abbia necessità di ricorrere al restauro; non
certo per sfiducia nei confronti di coloro che esercitanotale preziosa arte, bensì come
risultato di una attenta opera preventiva dell’ente proprietario dell’archivio e dell’ar-
chivista. Siccome, però, una parte dello stato della documentazione giunta in
archivio in genere è sempre in condizioni non ottimali, è necessario chel’enteo l’isti-
tuzione di cui l’archivio è memoria, abbia disponibili risorse finanziarie per i
necessari interventi di restauro.
AI momento di avviare il restauro, anzitutto, va tenuto presente che esso non
può essere deciso unicamente dall’archivista ma va concordato e approvato dall’au-
torità ecclesiastica e, secondola legislazioneitaliana, dalle competenti autorità civili,
alle quali competerilasciare l’apposito attestato di idoneità dei restauratori. Il lavoro
di restauro, infatti, dovrà rispettare tutti gli elementi propri del documento e le
tecniche di produzionedel supporto materiale, con l’impiego di prodotti compatibili
che diano sufficienti garanzie di durata nel tempo, in modo da offrire una certa
omogeneità con l'originale pur rendendovisibile, ovviamente,l’intervento compiuto.

168
Nessunrestauratore deve intendere l’intervento di restauro come un virtuosismofine
a se stesso, condizione che al contrario porterebbe a danneggiare se non addirittura
distruggere il documento stesso. Ogni restauro, in sostanza, risponde a criteri
oggettivi di scientificità e deve essere funzionale più che estetico. Nei confrontidei
laboratori di restauro, comunque, l’archivista deve mostrare un minimo di
competenza per saper valutare la tipologia di intervento decisa, gli eventuali rischi,
e vagliarne criticamente l’opera.
Tra i passaggi connessi congli interventi di restauro vannoricordati: la disin-
fezione, la sterilizzazione, la disinfestazione del materiale nel suo insieme; la deaci-
dificazione delle carte,il risarcimento delle lacune in esse prodottisi, il loro rinforzo,
il ripristino e la ricostruzione della coperta, del piatto e della legatura se si tratta di
volumi. In alcuni casi, sempre nel rispetto delle regole fondamentali, per restauri
semplici che consentono pure un notevole risparmio finanziario, qualche intervento
può compierlo lo stesso archivista.
È fondamentale cheil materiale restaurato non torninell’identica collocazione
in cui si trovava prima dell’intervento, a meno che non vengaa trovaysi con docu-
mentazione sicuramente non infetta, o si sia provveduto a compiere una meticolosa
opera di bonifica della scaffalatura e dell’intero armadio dove si trovava in
precedenza. Se necessario va collocato in opportuni contenitori, affinché l’opera
compiuta non venga vanificata. In tal caso, si provveda ad apporre un chiaro
riferimento al fondoe alla sezione cui appartiene, e quivi segnalare la nuova collo-
cazione di convenienza.

IV. LUOGHI E PERSONE

1. Locali, ambiente, attrezzature

Per una buona conservazione e utilizzazione del materiale d’archivio si


devonoaffrontare e risolvere alcuni problemi di ordine pratico. Le tecniche più adatte
per la conservazionee riproduzione del materiale archivistico sono oggettodi quella
che è detta archivieconomia.
Le considerazioni sugli edifici adibiti ad archivi, i rispettivi locali, l’arreda-
mento e le attrezzature si riferiscono, soprattutto, agli archivi storici, poiché gene-
ralmente gli archivi correnti e di deposito si trovano presso le rispettive segreterie o
cancellerie. Le indicazioni costituiscono una prospettiva ideale alla quale, comunque,
occorrerebbeispirarsi. In materia di sicurezza e di antincendio degliedifici, specie se

169
di interesse storico, bisogna fare riferimento a quanto prescritto nell’apposita legi-
slazioneitaliana.

1.1. Edifici

Nel caso in cui si costruisca appositamente per l'archivio un edificio nuovo,


l'odierna tecnica archivistica porta a tener conto della scelta della sua ubicazione e
della progettazione dell’edificio.
Per quanto riguarda la ubicazione, è bene scegliere un luogo che consenta la
comodità dell’accesso sia per gli operatori dell’archivio, sia per gli studiosi; pertanto,
non sia terreno acquitrinoso e attraversato da canali sotterranei di scolo e di
fognature.
Il progetto della costruzione tenga conto dei vari locali necessari per il buon
funzionamento dell’archivio e del suo sviluppo, nonché di tutte le condizioni che
garantiscono il buon lavoro degli operatori dell’archivio. Vale a dire: sistemi di
aerazione, illuminazione, riscaldamento, refrigerazione, antincendio, antintrusione,
servizi igienici. Precisamente:
— Le finestre saranno lunghe e larghe, facili ad aprirsi e chiudersi, che
consentonoil sufficiente ricambio d’aria, senza provocare correnti.
— La illuminazione diretta sia tale che impedisca la caduta dei raggisolari sui
osti dove è conservato il materiale documentario, o dove esso viene posto per la
consultazione; altrimenti, nel tempo si provocano danni irreparabili.
— La illuminazioneartificiale sia assicurato da un impianto tutto schermato per
evitare cortocircuiti ed incendi, e sarà distinto ed isolato da ogni altro condotto. Avrà
fonti dirette, semidirette e indirette; sarà forte e regolare, senza lasciare zone
d’ombra o creare abbagliamenti. Si preferiranno lampadea fluorescenza a quelle ad
incandescenza. Le variazioni di illuminazione sulle superficie di lavoro non devono
essere inferiori del 20 o del 30% di quelle delle pareti della stanza (es. 100 lux sul
tavolo, 70-80 lux sulle pareti).
— La temperatura va garantita e regolamentata consistemidi riscaldamento e
di climatizzazione, impiantati con le stesse precauzioni indicate per l’illuminazione
artificiale. La temperatura ideale va tra un minimo di 20° e un massimodi 25° e,
conseguentemente, l'umidità deve essere garantita nei valori tra il 40% e il 60%.
— Va pure previsto un ambiente destinato esclusivamente al materiale docu-
mentario di particolare pregio e al sicuro dal rischio di deterioramento e pertanto
deumidificato, con climatizzazione stabile, reso opportunamente ignifugo e dotato di
porte blindate.
— Il pavimento deivari locali sarà di marmo e non in mattoni, maiolica 0 cotto

170
che favorisconola polvere; le pareti saranno con pittura a smalto cometutte le pareti
degli ambienti e tinteggiate con vernice antipolvere.
Qualora in un edificio nuovo dell’ente venga destinata una parte di esso per
l’archivio i suoi locali devono risultare sufficienti e situati in una posizione tale da
offrire luce e aria. È del tutto sconsigliato adibire ad archivio solai e sotterraneie in
genere locali poco aerati e non illuminati adeguatamente. Se ad archivio viene
destinato un edificio vecchio, o parte di esso, nei lavori di adattamento ci si deve
attenerea criteri di sicurezza e comodità, nel rispetto delle normative vigenti, insieme
a quanto detto soprae si dirà di seguito.

1.2. Locali

Negli archivi essenzialmente vi sono due tipi di locali: quelli destinati alle
persone (o uffici) e quelli per il materiale di archivio. Ovviamente il loro numero
dipende dall’importanza e dalle caratteristiche dell'archivio.Il riferimento diretto è
all’archivio storico, tenendo presente che l’archivio corrente si trova negli stessi locali
della cancelleria o della segreteria di ciascun ufficio ecclesiastico. Per l'archivio di
deposito si può fare agevole riferimento, con gli opportuni adattamenti, ai criteri
fondamentali per il deposito dell’archivio storico.

1) Ilocali destinati alle persone comprendono: ufficio per la direzione; ufficio


di segreteria; ufficio di amministrazione; sala per la lavorazione del materiale archi-
vistico: spolveratura, smassamento, riordinamento, collocazione in appositi
contenitori, legatura; sala di accoglienza del pubblico, con armadi per custodia oggetti
(cappotti, ombrelli, borse); nella stessa sala, oppure in una attigua, riservare una zona
per collocarvi una o più bacheche da adibire a mostra permanente, o occasionale,di
documenti; sala di studio peril pubblico, arieggiata, soleggiata, illuminata, con tavoli
e sedie, prese luce anche perl'utilizzo del personal computer, posti del dirigentee del
custode; sala degli indici, degli inventari e degli apparecchi per la lettura di
microfilms e di cd-rom; sala della biblioteca speciale dell’archivio; gabinetto
fotografico; sala di piccolo restauro; servizi igienici sufficienti per il numero dei
personale e degli studiosi; ripostiglio e deposito. Nella sala studio, come in altri
ambienti adibiti alla consultazione da parte degli studiosi, sarà bene prendere in consi-
derazionela possibilità di collocarvi sistemi di controllo con videocamerea circuito
chiuso. Come accade di normain simili casi, le registrazioni vanno conservate per
un certo tempo.

2) I locali destinati al materiale di archivio devono essere adeguati per numero

171
(sale di deposito, di raccolta, di studio ...); sufficienti e capaci, secondo il materiale
che si possiede e l'aumento che si prevede a breve e a lunga scadenza; adatti alla
conservazione del materiale. Vale a dire: impermeabili e rivestiti di materiali che
impediscono la formazionedi agenti inquinanti e deterioranti la documentazione,di
salnitro e muffe; ben illuminati e ben aerati; dotati di impianti per il controllo dell’u-
midità, per la climatizzazione e la sicurezza (antincendio e antintrusione);
agevolmente accessibili e con soffitti né troppo alti né troppo bassi.
Soprattutto nei grandi archivi storici, l’organizzazione dei locali adibiti a
deposito risponda anche criteri di economicità di tempoe di dispendio diforze: sarà
bene calcolare i percorsi di massima da compiere e la distanza da coprire per il
prelievo della documentazionein essi riposta e chiesta più di frequente.

1.3. L'arredamento

L’arredo dell’archivio è costituito da: mobili, armadi, scaffali, schedari, clas-


sificatori, scrivanie, tavoli da studio e da lavoro, sedie, scale, ecc.. Esso deve essere
funzionale per il lavoro, per la buona conservazione dei documenti e per un
appropriato utilizzo dello spazio. Esistono mobili speciali per esigenze particolari
(pergamene, disegni, microfilms, microschede, carte geografiche, fotografie, schede,
sigilli, fioppy disk, cd-rom, ecc.). Inoltre lo schema-tipo di Regolamento della C.E.I.
(art. 29) suggerisce pure l’installazione di una cassaforte o armadio di sicurezza al
fine di preservare il materiale più prezioso.
La scelta e la distribuzione dei mobili varia a secondodella finalità del locale.
Negli uffici del personale e nella sala di consultazione 1 mobili devono essere
funzionali. Non deve mancare anche una certa grazia nella cura e nell’abbellimento
dell’ambiente. L'esperienza e la considerazione del proprio lavoro e dei propri
bisogni aiuta a conoscere quali siano i mobili più adatti.
Neilocali adibiti a deposito e raccolta del materiale archivistico, si deve mirare
alla buona conservazione dei documentie allo sfruttamento dello spazio. Si preferi-
scano armadi metallici, più che scaffalatura metallica, con vernice ignifuga al posto
di scaffalature e armadilignei (questi più soggetti ad incendi e a danni provocati da
insetti e tarli). In commercio esistono diversi tipi di mobili e scaffalature metalliche,
adattabili allo spazio disponibile e alle esigenze dell’archiviazione.
Tanto gli armadi che gli scaffali possono essere ancorati a parete, oppure
collocati nel vano centrale della sala, prestando attenzione però a renderli stabili:
posizionati di dorso in fila doppia; oppure, se il vano hasoffitti così elevati che lo
permettono, specialmentesesi tratta di depositi, possono collocarsi su due piani con
apposito ballatoio. In ogni caso, comunque, la posizione dei ripiani non superi 1 220

172
cm.di altezza, in modo che per prelevare il materiale documentarioin essi riposto non
si rende necessario l’uso di scale.
Là dove gli ambienti lo consentono, si sta diffondendo l’uso degli armadi
compact: permettono di recuperare molto più spazio per la collocazione del materiale
rispetto alla scaffalatura abituale.
Inoltre, tutti i locali siano dotati di barometro ed igrometro, posti in luogo
visibile, in modo da poter sempre controllare lo stato della temperatura e dell’umi-
dità.

1.4. Le attrezzature

Per l'archiviazione oggi si usano comunemente attrezzature metalliche,


trattate con vernici ignifughe, e non più lignee: queste, infatti, favoriscono assorbi-
mento di umidità, incendi, tarli con conseguenti danneggiamenti alla documenta-
zione. La scelta del sistema più idoneo disolito si effettua in relazione a diversifattori
come: la natura del documento,la frequenza del suo impiego,il numero delle pratiche
da archiviare. È ovvio che ogni sistema comporta vantaggie svantaggi.
La posizione dei documenti può essere orizzontale, verticale e sospesa.
In quella orizzontale: i documentie le cartelle sono appoggiati, in piano, sulla
loro superficie maggiore. Presenta notevoli inconvenienti di natura meccanicanella
ricerca della posizione e non è elastico negli incrementi. É accettabile oltre che per
le pergamene,soltanto per carte di dimensioni particolarmenterilevanti: editti, mappe
geografiche e catastali, disegni, stampe, progetti architettonici, manifesti.
Quella verticale è retta, sulla superficie dello spessore, comeper1 libri in una
biblioteca. Di solito necessita di una busta o di unacartella rigida.
La posizione sospesa prevede la possibilità di unire una o più pratiche in un
contenitore appeso e scorrevole su guide all’interno di idoneiclassificatori metallici.
Le cartelle possono essere indipendenti le une dalle altre, oppure unite a catena; in
questo caso, vengono denominate anche amache. Viene adottata soprattutto per gli
archivi correnti perché favorisce l’elasticità di consultazione, grazie ad una indiciz-
zazione orizzontale con appositi cavalierini movibili posti in alto ad ognicartella, e
favorisce pure l’aggiornamento della pratica, per la possibilità di implementare la
documentazione con altre cartelle poste a catena.
Per cartelle, buste, contenitori, ed altro materiale, il mercato è in continuo
aggiornamento sia per tipi che per misure. La scelta si compia secondole effettive
necessità dell’archivio e coniugando, per quanto possibile, qualità ed economicità. Da
evitare sonole bustee i contenitori di plastica perché impedisconoal supporto docu-

173
mentario (pergamena, carta, fotografia, ecc.) una sufficiente respirazione e creano
facili condense umide che nel tempo danneggiano il documento.
Tra le attrezzature indispensabili vanno annoverati ancheil lettore di microfilm
e di microfiche; il personal computer per la lettura di documentazioneriprodotta in
formato elettronico e su supporto ottico; la lampada di Woodperi testi sbiaditi o
danneggiati da umido e muffe; qualche lente di ingrandimento.

2. Direzione e personale

Se un insieme di documentazione può dirsi a pieno titolo archivio dipende


dalla ottemperanza a quanto fin qui detto, ma ancor più dal personale incaricato di
renderlo compiutamente tale. A tal proposito, la situazione generale degli archivi
ecclesiastici, con realismo, permette almeno tre considerazioni: solo gli archivistorici
diocesani, in genere, hanno un archivista titolare; archivi anche di rilevante
importanza storico-istituzionale, come quelli capitolari, hanno un archivista solo in
pochi casi, mentre gli archivi parrocchiali dipendono dalla buona volontà e
dall'amore per la memoriaecclesiale di singoli parroci; del tutto assente, invece, può
ritenersi la figura dell’archivista nelle altre istituzioni ecclesiastiche, specie nelle
confraternite.

Per gli archivi correnti 11 responsabile del singolo archivio è il titolare stesso
dell’ufficio o dell’ente produttore della documentazione.
In questa sede, come è ovvio, vengono date delle indicazioni di massima che,
per la quasitotalità degli archivistorici, possonoritenersi ideale irraggiungibile; ma
non per questo da sottovalutare o da ignorare. In special modo, si ha ben chiaro che
nella gran parte dei casi il funzionamento dell’archivio è a carico del singolo
archivista, che deve farsi carico ditutto.

Ad ogni archivista è chiesta una preparazionescientifica di base, da apprendere


in apposite scuole di formazione, dove conseguire un idoneotitolo, da assodare poi
nel lavoro quotidiano al fine di acquisire una sempre maggiore competenzaspecifica.
Adessa va però congiunta una sensibilità propria attinente agli archivi ecclesiastici:
accanto al valore di bene culturale, è insito in essi la condizione di strumentodi lavoro
a servizio della Chiesa, con il conseguente impegnoper la valorizzazione pastorale,
a cui fa esplicito riferimento la lettera circolare della Pontificia commissione per i
beniculturali della Chiesa, su Lafunzione pastorale degli archivi ecclesiastici (1997).
Tale dimensione di pastorale della cultura potrebbe esprimersi, come già in diverse
diocesi accade, anche con la promozione di convegnie con la edizionedi collanedi

174
studi a servizio della storia e della cultura locale, prestando attenzione a dare ad essi
un respiro ampio, superando prospettive meramente municipali.

AI direttore dell’archivio, fornito di titolo congruo e al quale si riconosce


cultura confacente e propensione al lavoro archivistico, compete la responsabilità
primaria, l’organizzazione generale, gli orientamentiai collaboratori, le relazioni con
l’ente proprietario e con leistituzioni esterne. La competenza va congiunta con una
maturità umana che ne favorisca la capacità di relazionarsi con i collaboratori, e di
saperli mettere in relazione tra loro, in modo da creare un clima sereno nell’ambito
dell’archivio. Clima chesi trasfonde nella relazione con gli studiosi che frequentano
l’archivio. Inoltre, al direttore si addice rendere l’archivio un centro culturale e
promozionale di ricerche, in intima relazione conaltre istituzioni culturali locali, sia
ecclesiastiche che civili. Ormai sono in avanzata fase di superamento certi atteggia-
menti possessivi e gelosi del passato.

La scelta dei collaboratori, ai quali è affidato soprattutto l’esecuzione del


lavoro stabilito dal direttore, risponda almeno ai seguenti criteri: possibilmente
possessodititolo specifico; requisito imprescindibile la conoscenza della lingua latina
e delle nozioni basilari di informatica; riconoscimento di una chiara identità
ecclesiale dell’archivio e condivisione di una prospettiva pastorale del lavoro; senso
di responsabilità e sufficiente maturità nel relazionarsi con colleghie studiosi; cortesia
nell’indirizzare e aiutare i ricercatori. Collaboratori e direttore sappiano favorire
anche un clima di amicizia e di cooperazione tra gli studiosi che frequentano
l’archivio. Diritti e doveri nei confronti dell’archivio, dell’ente proprietario e degli
studiosi siano ben definiti nel mansionario da sottoporre alla firma al momento
dell’assunzione. Il trattamento di lavoro risponda ai termini contrattuali dei lavoratori
di pari livello, secondo la normativa civile in vigore.

In alcuni archivi può rendersi necessaria anche la presenza di impiegati per


alcuni servizi particolari: lavori materiali, custodia dei locali e del materiale,
commissioni esterne.

Molta prudenza si presti nel promuovere ed accettare un lavoro di volontariato.


Per quanto possibile, si redigano in forma chiara i termini della collaborazione; se ne
usufruisca per breve tempo e per progetti finalizzati; si compia comunque qualche
gesto di gratificazione. Mentre sempre più valida va rivelandosi la collaborazione,
regolata da precisi contratti, con società cooperative che abbiano il lavoro d’archivio
tra i fini istituzionali e persone qualificate tra i loro componenti. Il loro lavoro
potrebbe contribuire in modo determinante a risolvere l’ordinamento, l’inventaria-

175
zione, la redazione degli strumenti di ricerca e la fruizione della miriade di archivi
diffusi nel territorio, da quelli parrocchiali, a quelli confraternali, ecc.

3. Accesso e consultazione

Appartiene alla migliore tradizione culturale della Chiesa rendere fruibile il


materiale documentario conservato negli archivi ecclesiastici con liberalità, congiunta
a grande senso di responsabilità. Di fatto è imprescindibile per ogni archivio rendere
i propri fondi tutti e agevolmente consultabili, con le dovute cautele nell’ammissione
degli studiosi come nella consegna dei documenti, in modo cheil suo patrimonio
documentario venga adeguatamente valorizzato e posto a servizio della cultura.
Condizione preliminare per rendere accessibile l’archivio è che si sia
provveduto ad ordinare il materiale e a redigere gli inventari dei singoli fondi. Per tale
ragione possiamo parlare di una duplice tipologia di accesso:
- accesso legale: Varchivio è aperto al pubblico, in orari determinati, secondo un
regolamento reso noto agli studiosi al momento della richiesta di consultazione per
unachiara visione degli obblighi derivanti, e sono disponibili gli inventari dei fondi ‘
per orientarsi nella ricerca;
- accesso tecnico: un archivio potrebbe avere tutti o gran parte dei fondi accessibili
madi fatto potrebbe non essere consultabile se la relativa documentazione non è
ancora debitamente organizzata e inventariata; oppure, i documenti chiesti in
consultazione non sono disponibili perché necessitano preventivamente di un
intervento di restauro.
La domanda di consultazione presentata dallo studioso, su modulo
prestampato, preveda la dichiarazione delle finalità della ricerca, dei fondi che si
intendono consultare dopo aver preso visione dell'inventario generale dell’archivio,
della disponibilità a consegnare all'archivio per la propria biblioteca un esemplare
della pubblicazione effettuata, o della tesi discussa. La domanda, accompagnata da
unalettera di presentazione se non si hanno notizie dirette sulla persona, e per gli
studenti universitari dal professore che dirige la ricerca, viene valutata dal responsa-
bile dell’archivio che concede l’accesso sulla base dei requisiti del richiedente. La
richiesta può essere respinta qualora vi siano gravi motivi, che vanno sottopostial
giudizio dell’Ordinario diocesano o del superiore diretto del responsabile dell’ar-
chivio; oppure se l’accesso ai documenti può comportare pericoli per essi.
Sull’arco cronologico della riserva di accesso ai documenti lo schema-tipo di
Regolamento proposto dalla Conferenza episcopaleitaliana indica gli ultimi 70 anni.
Maa parere di alcuni sarebbe preferibile porre un vincolo per episcopati, fatto salvo
il periodo dei 70 anni, sul modello dell'Archivio segreto vaticano che rende

176
accessibile la documentazione per pontificati. Tuttavia, Ordinario diocesano, o il
responsabile dell’ente a cui l’archivio appartiene, può concedere l’accesso alla docu-
mentazione riservata dopo aver attentamente valutato le ragioni della richiesta e
sentito il parere dell’archivista e, possibilmente, di altri collaboratori.
Va da sé chela ricerca archivistica è compito dello studioso e che l’archivista,
o il personale dell’archivio, non possono né devonosostituirsi a lui: non solo se ne
avvantaggia il ricercatore ma specialmenteil lavoro a favore dell’archivio.
Alla luce dell’esperienza, e soprattutto dei gravi danni prodotti da buona fede
ed eccessiva fiducia, la consultazione dei documenti sia consentita esclusivamente
alla presenza dell’archivista o di qualche collaboratore.
Latutela della documentazione impone pure:cheil prelievo dei documenti dal
deposito e l’accesso ad esso avvenga esclusivamente a cura dell’archivista; che non
si abbia remoraa ritirare l’accesso all’archivio a chi manifestasse un comportamento
sconveniente, o non si curasse a sufficienza dei documentiricevuti in consultazione;
che i documenti non venganoportati fuori della sede dell’archivio, se non per mostre
ma con le dovute autorizzazionirilasciate dall’Ordinario solo su dettagliata relazione
dell’archivista e dopo aver ricevuto tutte le garanzie possibili, sia di natura giuridica
che assicurativa.
In archivio non manchi, poi, un registro su cui lo studioso apponga giornal-
mente la firma di presenza, con l’aggiunta sommaria della documentazione
consultata.
Particolare sorveglianza si usi nel dare in consultazione la documentazione
pergamenaceae di pregio.
Si approntino apposite asticelle per seguirela lettura e si eviti che vi si poggino
sopra le dita, fogli o altro materiale, o peggio che si scriva su fogli poggiati sui
documenti. i
Ulteriori cautele chiede la consultazione degli audiovisivi e di documentazione
informatica, considerato che il loro eventuale restauro o recupero comporta non solo
oneri finanziari elevati ma specialmente il rischio che il documento vengadefiniti-
vamente compromesso. Pertanto, è da permettersi esclusivamente con le attrezzature
di proprietà dell’archivio; si diano in consultazione le seconde copie e mai gli
originali; si controlli che si usino con la dovuta cura; sarebbe opportuno prevedere
l’utilizzo di appositi guanti in cotone per maneggiare, ad esempio,pellicole, negativi
fotografici e fotografie, onde evitare che vi si depositino le sostanze grasse e la
polvere delle dita.

177
4. Riproduzione dei documenti

In ogni archivio si pone la questione della riproduzione del materiale archivi-


stico, sia a beneficio dell’ente o dell’archivio stesso, sia a utilità di altri.
Nel primo caso,in favore cioè dell’ente o dell’archivio stesso, la riproduzione
dei documenti può essere motivata da sicurezza, da complemento o integrazione.
È consigliabile mettere in salvo la copia della documentazione in luogo
diverso, distante e sicuro, da dovesi trova l’originale, in modo da non perderla in caso
di incendio, danneggiamenti o distruzione dell’archivio; queste copie vanno
realizzate anche per evitare il continuo uso degli originali esposti così a possibili
danni.
È conveniente far riprodurre da altri archivi documenti per integrare o
completare fondi e serie del proprio archivio; e, reciprocamente, riprodurre i propri
per quelli di altri archivi. .
Lo schema-tipo di Regolamento della C.E.I. (art. 27) prevede nell’archivio di
ogni diocesi una sezione con microfilms ecc. prodotti in base a queste motivazioni.
Nelcaso di riproduzione del materiale archivistico su richiesta deiricercatori,
si abbia una certa larghezza peri soli motivi di studio, in modo da agevolareil loro
lavoro. Comunqueal riguardo si tengano presenti l’interesse dell’archivio e le norme
dei propri regolamenti interni. Lo schema-tipo di Regolamento C.E.. (art. 45-46)
stabilisce che la riproduzione deve essere autorizzata dall’archivista su apposita
richiesta scritta; deve avvenire esclusivamente nella sede dell’archivio; non può
essere concessa per interi fondi dell’archivio; per la duplicazione di un audiovisivo
si adoperi la copia, mail’originale, e con la garanzia che anche questa nonsi rovini.
Nelcaso in cui la riproduzione del materiale venga chiesta per la sua pubbli-
cazione, soprattutto se si tratta di pergamene,interi volumi, testi pregevoli, devono
essere ben chiare Ie condizioni, sia scientifiche che economiche, per la concessione
del permesso. Nondimeno, va di norma negato nel caso in cui un privato intenda
pubblicare strumenti per la consultazione dell’archivio stesso.
Talune volte viene chiesta la copia autenticata dei documenti riprodotti: si
conceda con discrezione e con prudenza per evitare inganni, in quanto può essere
attribuita ad essa valore legale.

Diverse sonole tecniche di riproduzione. Le principali sono: microfilmia, cioè


microfilm, microfiche, fotografia; fotocopia; scanner e digitale. Ovviamente per ogni
forma di riproduzione esistono apparecchispecifici, di cui è bene che venga dotato
l’archivio. Nella scelta della tecnica e della forma di riproduzione si deve tener conto
delle condizioni generali del materiale da riprodurre, in modo che non abbia a subirne
danni.

178
Per la riproduzione fotografica: si adoperi ormai la fotografia digitale, da
trasferire sul personal computerdell’archivio; se l'archivio non è in grado,le richieste
vengano eseguite da un fotografo di fiducia ma sempreneilocali dell’archivio;si
stipuli una convenzionetra archivio e operatore fotografico; se si ritiene necessario,
si utilizzi ancorail sistema fotografico classico, esigere la consegnadelle pellicole dei
negativi e con copia, possibilmente, dei positivi, onde evitare per il futuro di
sottoporre lo stesso documento a nuoveriprese fotografiche; si dia in visione agli
studiosi il testo fotografato salvaguardando ulteriormente l’originale; si può
concedere stampasu carta del documento acquisito con sistemadigitale.
Ormai va imponendosi l’adozione dell’archiviazione ottica, di più semplice e
immediato utilizzo, grazie anche alla possibilità di collegareil testo archiviato ad un
database che agevolala ricerca di ciò che interessa. Valga come esemplificazione la
grande opportunità offerta da tale forma di riproduzione per i registri canonici
(battesimo, matrimonio, defunti ...). Come la microfilmatura nei decenni scorsi,
anche questa tecnica potrà essere superata ... La durata nel tempodelle attrezzature
e del supporto su cui viene realizzata la riproduzione è una questione non secondaria
nella gestione di un archivio.

5. Regolamento

Più volte nel testo si è fatto riferimento alla necessità di regolamentare la


gestione e la fruizione di ogni archivio, in special modo quelli più consistenti e
maggiormente frequentati dagli studiosi. Necessità che risponde ad almeno due
esigenze: la tutela delle carte della memoria, proprietà dell’ente; disciplinare la
gestione, l’accesso, la consultazionee l’utilizzo dei documenti.
Un Regolamento degli archivi ecclesiastici, proposto come schema-tipo ai
vescovi diocesani dalla Conferenza episcopaleitaliana è stato edito nel 1997. Ad esso
è benerifarsi nella stesura di un regolamento peril proprio archivio, con gli opportuni
adattamenti alle condizioni e alle esigenze locali.
Sarà l’Ordinario diocesano (can. 491) a promulgare un regolamento dettagliato
per l’archivio storico diocesanoe perglialtri archivi connessi con l’attività della sua
Curia; come pure, un regolamento di massima per gli altri archivi ecclesiastici
esistenti nel territorio diocesano, soggetto alla sua giurisdizione.
Il regolamento è finalizzato a garantire l’istituzione dell’archivio,il lavoro e
la responsabilità dell’archivista, come pure a determinare la fruizione della docu-
mentazione da parte degli studiosi, con le modalità chesiriterrà fissare alla consul-
tazione.
Detto regolamentoterrà in conto la normativa civile in materia di beni culturali

179
e di archivi ecclesiastici, che è in vigore in Italia, a seguito dell’Intesa specifica,
concordata tra la Conferenza episcopaleitaliana e il Ministero dei beni e delle attività
culturali.
Nel regolamento dovranno essere date normesull’apertura dell’archivio, sulla
consultazione come possono essere ammessi studiosi e coloro che ne hannodiritto,
sulla riproduzione dei documenti e sulla loro edizione. Dovranno essere date norme
riguardanti l’attività del personale addetto all’archivio e prescrizioni relative al
rapporto eventuale tra archivio storico diocesano e archivi ecclesiastici esistenti nel
territorio diocesano.
Il regolamento,infine, dovrà essere adeguatamente divulgato sia presso gli enti
ecclesiastici della diocesi, sia pressole istituzioniculturali esistenti nel suoterritorio.
Una copia a stampasia largamente diffusa e data agli studiosi ammessi alla consul-
tazione dei documenti conservati in archivio.
Ogni archivio ecclesiastico dovrebbe darsi delle normee il suo regolamento
dovrebbe essere di pubblica conoscenza.

180
ESEMPLIFICAZIONE DI DOCUMENTI PONTIFICI

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1. Privilegio di Leone IX, datato 15 luglio 1051, emblematico per la Rotae il


Bene valete, secondo l’uso proprio del tempo,protrattosi fino al sec. XIII inoltrato.
Si trova in: A. BRACKMANN, Papsturkunden bearbetet von, in Urkunden und Siegel
in nachbildungen fiir den Akademischen gebrauch herausgegeben von G. Seeliger,
II, Verlag B.G. Teubner, Leipzig und Berlin 1914, Tafel III

181
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2. Privilegio di protezione di Eugenio III, 17 giugno 1145, indirizzato al


monastero dei Santi Giustina e Prosdocimo; in calce: la Rota e il Bene Valete. Da: A.
GLORIA, Compendio delle lezioni teorico-pratiche di paleografia e diplomatica, Ed.
Prosperini, Padova 1870, Tav. XXIII.

182
vi figlittiirene d
ii

3. Boso, Camerlengo di Santa Romana Chiesa, il 7 dicembre 1158, affitta una


vigna. Sebbene il documento non sia strettamente pontificio, tuttavia è molto
collegato con la Santa Sede; inoltre, presenta la disposizione della pergamenatipica
degli atti notarili dell’alto Medioevo, per esempio,nella scrittura che scorre lungoil
lato minoredel supportoscrittorio. Da: Schrifftafeln zur Erliiuterung der lateinischen
Palaeographie, herausgegeben von Wilhelm Arndt(...unverinderte Auflage herau-
sgegeben von Michael Tangl), I, Berlin 1904,n. 86.

183
4. Litterae clausae di Innocenzo III a Federico II, del 14 maggio 1214,in
merito al monastero di Wizena (attuale Weissenohe, in Bamberg, Germania). Si
notano gli strappi che sonostati necessari per aprirla, liberandola dalla cordicella di
canapa della bolla. Il sigillo plumbeo è riprodotto sul recto ed indica, come di
consueto,il nome del papa; in questo caso Innocentius PP. III. Nella parte destra della
foto è riprodotto il documento piegato. Da: A. BRACKMANN,op. cit., Tafel IV, c. — d.

184
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5. Lettera graziosa, cum filo serico, di Onorio HI, del 14 aprile 1223, con cui
concedeil privilegio di protezione al monastero di Tegernsee. Da: A. BRACKMANN,
op. cit., Tafel VII b.

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6. Lettera graziosa d’ InnocenzoIV, datata Assisi 4 agosto 1253, a favore degli


agostiniani di Salisburgo. Da: Arndt e Tangl, n. 89.

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7. Lettera executoria di Innocenzo IV, del 1253, collegata alla precedente.


Bolla pendente confilo di canapae raffigurante sul verso, comedi consueto,l'effigie
dei santi Pietro e Paolo. Da: Arndt e Tangl, op. cir., n. 90.

187
8. Supplica del Capitolo di s. Pietro di Basilea ad Innocenzo VIII, del 9
febbraio 1488. Da: Arndt e Tang], op. cit., n. 107.

188
9. Supplica del duca Guillelmo II di Jtilich-Berg, datata marzo 1488:
particolare per il suo ornato; come di solito, il papa firma utilizzando soltanto la
lettera iniziale del suo nome di battesimo, in questo caso la «fiat J.», perché si
animi

chiamava Johannes. Da: A. BRACKMANN,op,cit., Tafel Xa.

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10. Bulla, scritta in lettera Sancti Petri, di Benedetto XIII, del 1 settembre
1725. Da : Recueil de fac-similés à l’usage de l’Ecole des Chartes, IV, Paris 1889.

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sacre, 1827.
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191
sacerdozio. Da: CATANIA. ARCHIVIO STorIco DIoceESsANO, Fondo clero, Ordinazioni
dispensa di età al diacono Gioacchino Geremia, di Catania, per accedere al
1i. Breve di Leone XII, datato 27 marzo 1827, con il quale viene concessala
ESEMPLIFICAZIONEDI SUSSIDI E STRUMENTID’ ARCHIVIO

1. Inventario sommario

HI. PATRIMONIO E AMMINISTRAZIONE

n.d. fasc. n.p. Descrizione contenuto Data

1 1 1 Rendita della casa degli orfanelli 1692 - 1899


2 Eredità del canonico G. B. De 1629 - 1906
Grossis

3 Rendita Cristaldi e fratelli (provie- 1704 - 1882


ne dalla rendita di Caterina Cotto-
ne La Valle)

4 Canone De Pasquale 1836 - 1873

5 Canone La Piana e successori 1864 - 1910

6 Rendita Gravina e successori 1798 - 1863

7 CanoneGreco 1812 - 1907

8 Rendita Marchese Longo 1847 - 1910


9 Canone D'Urso 1819 - 1849

2 1/b Raccolta di atti dell'eredità De 1584 - 1692


Grossis e Santoro Oliva. Atti vari
di accordi, subiugazioni, conces-
sioni e vendite

3 1 2 Canone Marletta (proviene 1624 - 1924


dall’eredità del prevosto Manfrido
Pellegrino)

2 Prebenda di San Filippo. Atti del 1477 - 1891


tribunale civile riguardanti la ren-
dita del canonico Emanuele Torri-
si

G. SPAMPINATO,L'archivio storico della collegiata S. Maria dell'Elemosina di


Catania: inventario, in Synaxis 13 (1995) 365-437: 388.

193
2. Inventario analitico

FONDO DEL CONVENTO DI S. FRANCESCO DI PAOLA


AI MONTI (= F)

84 (F1) Sec. XVIII, cart., mim. 270x213, ff. 143

Atti capitolari del convento (1774-1869).


, La : 1714)
reti emanati al termine delle s. Visite dei corr. gen. Pedro Segura ( Te
(fi. 200 Gianfrancesco Gengemme (1782) (f. 67), Bruno Cuzzolini (1786)(E mm,
Vincenzo Castrillo (1792) (ff. 8-9).e Bernardo Marsicani (1831) (f. 0°) n:
del 1838 (corr. Bernardo Clausi) (ff 11-12"); decreti del corr. gen. luigi ni
(1838) (ff. 13-16"); cap. del 1840 (corr. B..Clausi).{f. 17); cap. del 184 (corr.È
Itria) (f. 18%); cap. del Le fer VincenzoLogatto) (PE.1300); sap To 0
. F. Itria ff. 20Y-217); cap. de , . Loga ,
sor car da ho" (corr. F. Itria) (ff. 234-24v); cap. del 1848 (corr. Benedetto
Guidi (f. 25); cap. del 1849 (corr. F. Itria) (ff. 26-34); cap. del 1 (core. De
menico Ferrari) (ff. 35-37); cap. del 1851 (corr. F. Itria) (ff. 38-41”); cap. d n
(corr. D. Ferrari) (ff. 41%-44"); decreti al termine della s. Visita del corr. sen. | i
Knecht (1853) (ff. 42743"); cap. del 1853 (corr. V. Logatto) (ff. 44Y-567); cap. del
1854 (corr. F. Itria) (ff. 57-59); cap. del 1855 (corr. V. Logatto) (ff. ei >
creti del vic. gen. Serafino Torquato al termine della s. Visita (1856) (ff. 64 { );
cap. del 1856 (corr. Domenico Rebecchi) (ff. 70-74"); cap. del 1857 (corr. Nicola
Pisani) (ff. 7581”); cap. del 1858 (corr. Gabriele Di Martino) (ff, 82-85); cap. ky
1859 (corr. F. Bria) (ff. 86-96); decreti del vic. gen. S. Torquato (1860) (ff. GI:
cap. del 1861 (corr. Agostino Donadio) (ff, 97-101 ); cap. a. 1862-1863 (corr. V.
gatto) (ff. 101*-112%); cap. del 1864 (corr. F. Bria) (ff. 113117"); cap. a. 1865
1867 (corr. Bernardo Storino) (ff. 117*-1%07); cap. a. 1867-1869 (corr. V. Logatto)
(ff. 130-140"); dichiarazione dell'avvenuta consegna al pD. Donadio di 115 lire,
depositate dalla signora Rosaria Motesani presso l'arcivescovo di Cosenza e da
questi trasferite al corr. gen. dei Minimi (26-1-1882) (f, 1407).

85 (F 2) Sec. XVII, cart., mm. 410x270, ff. 162


Registro dei beni e dei censi annuali del convento.

86 (F3) Sec. XX, cart., mim, 359x230, ff. 100

Amministrazione della fondazione Pezzullo (1938-1958).

87 (F4) Sec. XIX,cart., tum. 390x270, ff. 29

Registro dell'ammissione al noviziato e professione dei terziari della


chiesa di s. Francesco di Paola ai Monti (1843-1919),

Pergamenecodicie registri dell'Archivio Generale dei Minimi, introduzione e


inventario a cura di A.M. Galuzzi, Ed. Curia Generalizia dei Minimi, Roma 1970,63.

194
3. Guida di archivio: descrizione

II. Carte processuali sciolte


Si tratta di svariate migliaia di fascicoli processuali, molti
dei quali completi, condizionati in appositi contenitori for-
manti n. 1101 pezzi, in quattroserie:
Serie 1: Corte Spirituali, pezzi 73 1500-1844
Serie 2: Corte Metropolitica, pezzi 52 1508-1810
Serie 3: Corte Civili, pezzi 342 . 1497-1905
Serie 4: Corte Penale, pezzi 84 1498-1793
Ed ancora altri 550 pezzi circa, contenenti frammenti
misti e carte molto danneggiate.

II. Mensa Arcivescovile


Riguarda l’amministrazione finanziariadei 72 feudi gestiti
nel passato dall’Arcivescovado. Esso comprende n. 2214
pezzi(registri e buste) e 25 mappe topografiche relative al
territorio circostante Monreale. Vi sono tre classi:
a) Prima classe, composta da 206 unità comprende5 serie
che si riferiscono a titoli ed atti fondantile rendite:
Serie 1: Titolo antichi, n. 28 1182-1839
Serie 2: Atti della Maestra Notatia e ruoli di atti, n. 16 1422-1763
Serie 3: Atti della Curia, Atti del Tribunale del Real
Patrimonio, Apoche ed accordi diversi, n. 16 1654-1844
Serie 4: Atti relativi alla verifica dello stato di tempo-
ralità del 1815-1816, n. 12 1508-1817
Serie 5: Feudi e masserie, n. 134 1258-1915
b) Seconda classe, composta da 416 unità comprende 8
serie che riguardano ogni aspetto della gestione finan-
ziaria ed amministrativa del patrimonio:
Serie 1: Disposizioni generali e di massima, n. 2 1176-1916
Serie 2: Atti della Commissione degli « Strasatti », n. 8 1643-1859
Serie 3: Corrispondenza relativa agli ex feudi ed alle
masserie, n. 146 1451-1915
Serie 4: Arcivescovi ed Arcivescovado; Personale ed af-
fari amministrativi, n. 30 © 1817-1915

Dalla guida dell'archivio diocesano di Monreale, in Guida degli Archivi


diocesanid'Italia, a cura di V. Monachino, E. Boaga, L. Osbat, S. Palese, II, Roma
1994, 152.

195
4. Scheda di documento

Avinione 1346 mart. 23

Clemens (vi) ad perpetuam rei memoriam: nonnulla quae pro


reformatione fratrum Servorum s. Mariae ord. s. Aug. expedire
| cognovit per eosdem observanda statuit.
Dat. Avinione, x kal. apr., pont. a. iv.
Regimini universalis ecclesie.

originale: i
Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico (ssima Annunziata) alla
data. Descritto da BAUMGARTEN, IMI, 5841.
inserto:
nel Mare Magnum,n. 4.
regesti:
CHERUBINI, F., Compendium, 1, p. 43; DENIFLE, H., 0.P., Chartularium
Universitatis Parisiensis..., 11, Parisiis 1891, n. 1122 (p. 575); VANGELI.
STI, p. 53.
P .
edizioni:
Annales O.S.M., 1, p. 287-289; Constitutiones fratrum Servorum beate
Marie..., Venetiis 1503, capitulum XXVI (ed. anche in Monumenta
O.S.M., VI, p. 56-60; Mare Magnum 1503, p. IIIV-VI; Mare Magnum 1569,
p. 9-16.
CuerusINI, L., Bullarium, 1, p. 213-214; CHERUBINI, A, Magnum bulla-
rium, 1, p. 276-277; CocQuUELINES, IMI, parie II, p. 300-302; TOMASSET-
TI, IV, p. 480-484. i
* Commento giuridico in Petra, 1v, p. 108-110. ”
* Il Denifle rinvia anche al Registro di Clemente vi: Reg, Vat. 172, f. 230,
ep. 637. Abbiamo consultato questo e il seguente volume, senza trovare,
al posto indicato, la bolla in questione.

Bolle pontificie dell'Archivio Generale 0.S.M. dal 1224 al 1414, a cura di


O.J. Dias, Archivum Generale Ordinis Servorum, Roma 1972, 19.

196
5. Esempio di “camicia”

ARCHIVIO GENERALE

Posizione: Ponente:
Anno
Sezione
Numero Argomento:
Note °

Data ” =
( Ric. Prot. Breve descrizione dei docum.
Sped.

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6. Registrodiprotocollo “doppio”

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7. Il protocollo “singolo” (registro perattivi e/o partenze)

REGISTRAZIONE DESCRIZIONE

N.Prot. Data Posizione Soggetto Oggetto Note

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8. Timbro per protocollo

CURIA ARCIVESCOVILE DI CATANIA


PROTOCOLLO ARRIVO

i] i N

199

È
Parte III

CONTENITORI COMPLEMENTARI
DELLA MEMORIA LOCALE
GLI ARCHIVI CENTRALI DELLA CHIESA

LUIS MANUEL CUNA RAMOS

La Curia romanaè «l’insiemedeidicasteri e degli organismi che coadiuvano


il romanopontefice nell’esercizio del suo supremoufficio pastorale per il benee il
servizio della Chiesa universale e delle Chiese particolari, esercizio col quale si
rafforzanol’unità di fede e la comunionedel Popolodi Dio e si promuovela missione
propria della Chiesa nel mondo», come è detto nel primo articolo della costituzione
apostolica Pastor bonus del 28 giugno 1988, di Giovanni Paolo II che ne ha dato la
odierna impostazione.
La Curia romana è formatada:
— Segreteria di Stato;
— Congregazioni: della dottrina della fede, per le Chiese orientali, del culto
divino e della disciplina dei sacramenti, delle cause dei santi, per i vescovi, peril
clero,pergli istituti di vita consacratae perle società di vita apostolica, dei seminari
e degliistituti di studio;
— Tribunali: Penitenzeria apostolica, Supremo tribunale della Segnatura
apostolica, Tribunale della Rota romana;
— Pontifici consigli: per i laici, per l'unionedeicristiani, per la famiglia, della
giustizia e della pace, Cor unum, della pastorale per i migrantie gli itineranti, della
pastorale per gli operatori sanitari, dell’interpretazione dei testi legislativi, per il
dialogointerreligioso, per il dialogo con i non credenti, della cultura, delle comuni-
cazioni sociali;
— Uffici: Camera apostolica, Amministrazione del patrimonio della sede
apostolica, Prefettura degli affari economici della Santa Sede;
— Altri organismi: Prefettura della casa pontificia, Ufficio delle celebrazioni
liturgiche del sommopontefice.
— Istituzioni collegate con la Santa Sede, dipendenti dalla Segreteria di Stato
o da altri uffici: Archivio segreto vaticano, Biblioteca apostolica, Pontificia accademia
delle scienze, Tipografia poliglotta vaticana, Libreria editrice vaticana, L'Osservatore
romano, Radio vaticana, Centro televisivo vaticano.
Infine, la Fabbrica di San Pietro e la Elemosineria apostolica.
Dal 25 marzo 1993è stata istituita la Pontificia commissioneperi beni culturali
della Chiesa con il motu proprio /nde a pontificatus, autonoma dalla Congregazione
per il clero dentro cui era denominata Pontificia commissione per la conservazione
del patrimonioartistico e storico.

Anchela Curia romana ha avuto una sua evoluzionestorica. Essa rientra nella
vicenda della Chiesa romana del primo millennio e dello sviluppo dell’esercizio
dell’autorità del papa nel mondocristiano, nel corso del secondo millennio.
Una prima organizzazione fu data da Giovanni XXII nel 1331. Unsignifica-
tivo ammodernamento fu compiuto da Sisto V con la costituzione apostolica
Immensa aeterni Dei del 22 gennaio 1588; una riorganizzazione fu compiuta da Pio
X conla costituzione apostolica Sapienti consilio, del 29 giugno 1908 e, dopoil
concilio VaticanoII, una strutturazione nuovafu data da Paolo VI conla costituzione
apostolica Regimini Ecclesiae universae, del 15 agosto 1967. Da ultimo, dopo la
promulgazione del nuovo Codicedi diritto canonico (1983), da Giovanni Paolo II con
la suddetta costituzione del 1988 ha ricevuto la odierna impostazione.
A questi passaggi fondamentali si farà riferimento nella descrizione degli
archivi delle varie articolazioni. Una considerazione specifica merita l’ Archivio
segreto vaticano.

I. LA CURIA ROMANA

1. Segreteria di Stato

Comeindica Niccolò del Re nella sua esauriente opera sulla Curia romana, la
Segreteria di Stato ha effettuato un grande cambiamento, passando dall’ultimo al
primopostotratutti i dicasteri ecclesiastici nel giro di quasi trentacinque anni, grazie
alla riforma effettuata da Paolo VI nel 1967. Oggi si può considerare come la
segreteria generale della Chiesa. Con la riforma del 1988 è il più diretto organo di
collaborazione del sommopontefice, tanto nell’esercizio delle sue funzioni come
capo della Chiesa cattolica che nelle sue relazionicongli altri dicasteri della Curia.
La Segreteria di Stato è articolata in due sezioni:
Prima sezione (affari generali): guidata del sostituto con l’aiuto di un
assessore, assistito a sua volta da un viceassessore, attende al disbrigo degli affari

204
riguardanti il servizio quotidiano del sommo pontefice, esamina le questioni che non
sono di competenza degli altri organismi della Sede apostolica, favorisce i rapporti
tra i dicasteri, regola la funzione dei rappresentanti della Santa Sedee la loro attività,
si occupadi tutto ciò che riguarda i rappresentanti degli Stati presso la Santa Sede,
della presenzae dell’attività della Santa Sede presso le organizzazioni internazionali,
redige e invia tutti gli atti pontifici, custodisceil sigillo di piombo e l'«anello del
pescatore», cura le nomine della Curia romanae la pubblicazione degli atti pontifici
negli Acta Apostolicae Sedis.
Secondasezione (rapporti con gli Stati): diretta da un segretario affiancato da
un sottosegretario, attende agli affari con i governi, favorisce le relazioni diploma-
tiche con gli Stati, rappresenta la Santa Sede presso gli organismi internazionali.
L'archivio storico della seconda sezione (archivio della già Congregazione
degli affari ecclesiastici straordinari), situato nella sala Borgia del Palazzo apostolico,
contiene prevalentemente questioni relative ai rapporti della Chiesa con i diversi Stati,
a partire dal 1800. L'archivio, aperto alla consultazione degli studiosi fino al 1922,
segue il regolamento dell’ Archivio segreto vaticano. L'orario di apertura al pubblico
è dalle 9,15 fino alle 13,00. Per la prima visita si richiede appuntamento
(06.698.85591 / 83684).

2. Le Congregazioni

2.1. Congregazione per la dottrina della fede

Paolo VIcon il motu proprio /Integrae servandae (7 dicembre 1965) cambia


la denominazione da Suprema Sacra Congregazione del Sant'Uffizio in
Congregazione per la dottrina della fede, aggiornandone i metodi. È competente in
tutte le questioni che riguardano la dottrina della fede e dei costumi; l’esame delle
nuovedottrine e promozionedi studi e congressisu di esse; la riprovazione di dottrine
contrarie ai principi della fede; l'esame ed eventuale condannadeilibri, Privilegium
fidei, giudizio dei delitti contro la fede; la Congregazione procede anche, nelle
materie che lo richiedono, cometribunale.
L'archivio della Congregazione per la dottrina della fede custodisce tutto ciò
che si è conservato del patrimonio documentale dell’antica Suprema sacra congre-
gazione della romana e universale inquisizione, nonostante le travagliate vicende
storiche subite. Inoltre esso custodisce l’archivio dell’estinta Sacra Congregazione
dell’indice deilibri proibiti, le cui competenze assunse il Sant'Uffizio nel 1917, ed
altri fondi minori, antichi e moderni, fra cui quello del Tribunale del Sant’ Uffizio di
Siena, unico archivio di un’inquisizione periferica custodito in Vaticano e fra i pochi

205
sostanzialmente rimasti integri. I fondi storici consultabili dell’archivio hanno una
consistenza approssimata di 5.000 faldoni.
I principali sono:
A. Serie archivistiche. Da una parte troviamo le grandi serie che raccolgono
posizioni archivistiche di materia più o meno omogenea, molte delle quali, costituite
in diversi momenti della storia del dicastero, continuano ancora oggiad esistere come
serie correnti. Segnaliamo come più rilevanti:
1. Acta Sancti Officii. Raccoglie le decisioni prese dai cardinali membri del
dicastero alla presenza o in assenza del papa, comunqueconla sua approvazione. La
serie inizia con l’anno 1548 e prosegue fino ad oggi. Si tratta della fonte più
importante per conoscerela storia,l’attività, la composizione e i pronunciamenti della
Congregazione.
2. Censura librorum. Raccoglie, ordinati cronologicamente dal 1570, i
fascicoli riguardanti l’esame dei libri sottoposti al giudizio del dicastero. Vi si
possono trovare le lettere di denuncia, i voti dei qualificatori o consultori, e le
decisioni, che spesso rimandanoalla Congregazione dell’indice.
3. Dubbi sui sacramenti: de baptismo, de oleo sancto, de ordinibus sacris, ecc.
Si tratta di serie strutturate alla fine del Settecento a partire da materiale anche
precedente. Particolarmente importante sonole serie dei dubbi sul matrimonio: scio-
glimento del matrimonio per motivi di fede, e i matrimoni misti. Altre due serie di
questo tipo sono: Dubia varia (1570) e Materiae diversae (1599).
4. Iuramenta (1575-1905), dalla quale si può avere notizia delle diverse
persone che hanno ricoperto cariche, magistrature o impieghi nel dicastero.
5. Privilegia Sanctii Officii, contenente le norme, disposizioni e notizie che
hanno attinenza con la vita interna dell’istituzione. La serie inizia col 1669 ed è
tuttora in uso.

B. Stanza storica. Raggruppa il rimanente materiale archivistico antico. Il


nomesi riferisce sia al locale doveè situatoil materiale, sia alla sigla archivistica con
cui sono segnati i volumi. Questa miscellanea conserva molte delle serie descritte
negli antichi inventari, eccetto le serie processuali perse durante il trasferimento
dell’archivio a Parigi ai primi deli’ 800. Le serie più rilevanti di questa raccolta sono:
1. Lettere degli inquisitori. Circa 225 volumi di corrispondenzaed altre carte
riguardanti le agenzie periferiche dell’inquisizione,sia nello Stato Pontificio che negli
stati esteri peninsulari più Malta ed Avignone.
2. Grandi controversie teologiche dopo il concilio di Trento (valore del
ministero petrino, infallibilità papale, problema della potestà suprema della Chiesa,
ecc.): circa 200 volumi.

206
3. Giansenismo, controversia de auxiliis ed altri conflitti con la Facoltà di
Lovanio: più di 100 volumi.
4. Falso misticismo, affettata santità, quietismo e le teorie di Miguel de
Molinos, ecc.: più di 200 faldoni.
5. Questioni ecumeniche o relative all’ambito di competenza della
Congregazione de propaganda fide (intercomunione,riti cinesi, affari riguardantii
missionari, ecc.): più di 130 volumi.
6. Ebrei. Anchese la giurisdizione dell’inquisizione nonsi estendevasu di loro,
la congregazione si occupava di numerose questioni attinenti alla situazione dei ghetti
e ai diritti degli ebrei, che spesso si rivolgevano alla Santa Sede per ottenere
protezione. Altri faldoni riguardano il problema dei giudaizzanti e la questione del
battesimo coatto dei bambini d’origine ebraica: oltre 120 pezzi.
7. Processi celebri. Recuperati dalle serie perdute a Parigi si conservano alcuni
processi importanti: all’arcivescovo di Toledo Bartolomé de Carranza, al cardinal
Morone, al vescovo Vittore Soranzo, al protonotaro Pietro Carnesecchi, al conte di
Cagliostro ecc. Più di 100 volumi.
8. Processivari, per usura, poligamia, sodomia,sollecitazione,sortilegi, super-
stizione e magia: circa 50 volumi.

C. Serie civili. È un fondoantico, costituito dalle serie attinenti alla giurisdi-


zionecivile dell’inquisizione sui possedimenti sotto il proprio controllo. Sono circa
300 faldonie filze costituenti varie serie:
1. Jura diversa (1633-1816): 98 filze.
2. Processusciviles (1665-1828): 51 filze.
3. Positiones civiles (1676-1809): 44 faldoni.

La documentazionedell’archivio è consultabile fino alla fine del pontificato di


Benedetto XV (22 gennaio 1922). Gli studiosi, muniti del diploma di laurea,
debbonoinoltrare richiesta scritta alla Direzione dell’archivio della congregazione,
Palazzo del Sant'Uffizio, 00120 Città del Vaticano. Per la posta elettronica:
archive@cfaith.va.

2.2. Congregazioneperle Chiese orientali

Creata da Pio IX il 6 gennaio 1862 con la costituzione apostolica Romani


pontifices in seno alla Congregazione di propaganda fide, fu definitivamente resa
autonoma da Benedetto XV il 1° maggio 1917 con il motu proprio Dei providentis.

207
Le sue competenze furono notevolmente ampliate da Pio XI con il motu proprio
Sancta Dei Ecclesia del 25 marzo 1938.
La congregazione esercita sui vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli di rito
orientale le stesse facoltà che le Congregazioni per i vescovi, per il clero, per i
religiosi e per l'educazione cattolica hanno sui vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli
di rito latino. Inoltre la congregazione ha giurisdizione esclusiva nei seguenti
territori: Egitto e Penisola del Sinai, Eritrea ed Etiopia del Nord, Albania meridionale,
Bulgaria, Cipro, Grecia, Iran e Iraq, Libano, Palestina, Siria, Giordania e Turchia.
La documentazione relativa alle materie orientali comprende il periodo di
tempotra la creazione della prima Congregatio de propagandafide pro negotiis ritus
orientalis, fondata nel seno della Congregazione di propagandafidee sottolo stesso
prefetto (1862), e l'erezione nel 1917 della nuova Sacra Congregatio pro Ecclesia
orientali, trasferita nell’archivio del dicastero. Sitratta del primo e più antico fondo
documentario in possesso dell’archivio della Congregazione perle Chiese orientali.
Leserie sono le seguenti:
1. Acta (1862-1917): 48 voluminei quali vengono conservate le ponenze degli
affari di maggiorrilievo discussi nelle adunanze plenarie dei cardinali membri della
congregazione.
2. Scritture originali delle Congregazioni generali (1861-1892): 26 buste
contenenti i documenti usati per le deliberazioni delle adunanze plenarie: lettere e
memorie di vescovi, missionari, autorità, rapporti di nunzi, ecc. Il materiale è disposto
in ordine cronologico in corrispondenza dell’ordinamento degli Acta.
3. Ponenze stampate (1862-1927): 72 volumi, per lo più annuali, in cui sono
raccolti gli stampati delle singole questioni sottoposte all'esame di un’adunanza
plenaria.
4. Scritture riferite nei Congressi (1862-1892): 87 buste disposte secondo i
diversi riti delle Chiese orientali, che contengono i documenti trattati nei congressi
settimanali tenuti dal prefetto conil segretario e i minutanti.
5. Udienze di Nostro Signore (1862-1927): 33 volumi nei quali vengono
raccolti i documenti originali recati in udienza dal papa, indicanti la data dell’udienza
e la relativa decisione.
6. Lettere e decreti (1862-1892): 25 volumi annuali contenenti le risposte della
congregazione alle lettere ricevute.
7. Rubriche (1892-1927): trasferita al nuovo dicastero la documentazione
precedentemente in possesso della Congregazione di propaganda fide, l’archivio
riflette e continua, dal 1892 fino al 1927, l'ordinamento utilizzato dal dicastero di
origine.
8. Fondo Leone XHI (1894-1903): 12 cassette versate dalla Segreteria di Stato

208
e contenenti la documentazione riguardante l’azione svolta da Leone XIIper la
riunione delle Chiese.
9. Archivio pro Russia (1925-1935 ca.): 58 cassette di documentazione
riguardante la Pontificia commissione pro Russia, organismo a sé stante dentro la
congregazione, che si occupavadeilatini e degli orientali in Russia (assorbita dalla
Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari).

2.3. Congregazioneperil culto divino e la disciplina dei sacramenti

La storia di questo dicastero è un po’ travagliata: dai due dicasteri originaria-


mente autonomi, la Congregazione per il culto divino (istituita da Paolo VI 1'8
maggio 1969) e la Congregazione perla disciplina dei sacramenti (istituita da Pio X
nel 1908), Paolo VIcrea la Congregazione per i sacramentied il culto divino, con la
costituzione apostolica Constans nobis studium (11 luglio 1975). Nella riforma del
1988 è detta Congregazione peril culto divino e la disciplina dei sacramenti.
Il dicastero si occupa di tutto quello che riguarda la promozionee la regola-
mentazione della liturgia e dei sacramenti; cura della compilazione, correzione ed
interpretazionedeitesti e deiriti liturgici; revisione e confermadelle traduzioni dei
libri liturgici; studio delle cause di invalidità dell’ordinazione e di dispensa dagli
obblighi assunti con l’ordinazione al presbiterato ed al diaconato; giudizio sulla non
consumazione del matrimonio e sulla concessione della dispensa per giusta causa nei
matrimonitra cattolici, tra parte cattolica e non cattolica battezzata, tra battezzati non
cattolici e tra battezzati e non battezzati; risoluzione dei casi incerti e complessi di
morte presunta.
L'archivio del dicastero è diviso in due fondi principali:
A) Sacramenti: la documentazione è stata versato in gran parte nell’ Archivio
segreto vaticano. Aperta alla consultazione dei ricercatori, con permesso del prefetto
del dicastero, dal 1908-1922.
B) Culto divino: conservato presso il dicastero, contiene i documenti relativi
alla riforma liturgica effettuata dopoil concilio Vaticano II. Questa documentazione
non è accessibile ai ricercatori.

2.4. Congregazione delle cause dei santi

Sisto V, nel 1588, istituì la Sacra Congregazionedeiriti e le affidò il compito


di regolare l’esercizio del culto divino e di trattare le cause dei santi. Paolo VI con
la costituzione Sacra rituum corgregatio (8 maggio 1969) la divise in due:

209
Congregazione peril culto divino (soppressa nel 1975 con la creazione della nuova
Congregazione per il culto divino e i sacramenti) e Congregazioneper le cause dei
santi. Essa venne articolata in tre uffici: giudiziale, promotore generale della fede e
storico-agiografico.
Con la costituzione apostolica di Giovanni Paolo Il Divinus perfectioni
Magister (25 gennaio 1983) e le successive normefu istituito un collegio di relatori
con il compito fondamentale di curare la preparazione delle positio sul martirio e sulla
vita e virtù dei servi di Dio.
L'archivio del dicastero, che ha inizio con la fondazione della Sacra
Congregazione deiriti (1588), custodisce da quel momento in poi il materiale docu-
mentario riguardanteil culto liturgico e le beatificazioni e canonizzazioni. Dal 1969
conserva soltanto i documenti riguardanti le cause dei santi. La documentazione è
divisa nei seguenti fondi:
1. Registri dei decreti dei servi di Dio (Decreta servorum Dei): 170 volumi dal
1592 fino ad oggi.
2. Folia Congregationum o secreta: 38 volumi e 25 buste contenenti i verbali
delle sedute delle congregazioni plenarie e particolari dal 1938 al 1999.
3. Posizioni mss. dei servi di Dio: 433 scatole con gliatti delle cause concluse
ed in corso dal 1804 fino ad oggi.
4. Processi antichi dei servi di Dio: 388 incartamenti riguardantii processi dei
secoli XVI e XVIEL
5. Transunti dei processi in corso: 4600 processi delle cause disposti secondo
i nomi dei servi di Dio. Quelli delle cause già trattate (circa 10.000) si conservano
presso l’ Archivio segreto vaticano, nel Fondoriti.
6. Lettere postulatorie e varie: 1100 contenitori (sec. XVII-XX).
7.Acta canonizationis: 107 buste riguardanti gli atti conclusivi delle canoniz-
zazioni dal 1658 fino ad oggi.
8. Varia sanctorum: 13 buste che contengonorelazioni degli uditori della Sacra
romana Rota, voti dei consultori, medici e corrispondenza dai prefetti e segretari del
dicastero (sec. XIX-XX).
9. Varia hagiographica: 600 scatole e 165 buste che contengono materiale
complementare riguardante quasi tutte le cause di canonizzazione dall’inizio del
dicastero fino ad oggi.
10. Posizioni stampate di conferma di culto: circa 700 fascicoli e volumi
riguardanti 250 cause di confermadi culto tributato da tempo immemorabile a servi
di Dio.
11. Posizioni stampate delle cause di beatificazione e di canonizzazione: dal
1814 fino ad oggi(il fondo più vasto ditutto l'archivio).

210
12. Biografie dei servi di Dio: 3500 volumi catalogati per nome, cognome,
autore.
Inoltre, nell’Archivio della ex Cancelleria si conserva documentazione
riguardante le nominedeipostulatori e dei ponenti, scritti degli stessi, voti dei censori
teologi, registri amministrativi della congregazione, istruzioni per l’esumazione dei
corpie delle reliquie dei servi di Dio, ecc.

2.5. Congregazione per i vescovi

Questo dicastero è stato istituito da Sisto V il 22 gennaio 1588 con il nomedi


Congregazioneper l'erezione delle Chiese e le provviste concistoriali, cambiato poco
dopoin quello di Congregazione concistoriale. Con la riforma della Curia effettuata
da Pio X vengono ampliate le sue attribuzioni con l’aggiunta delle competenze
relative all’elezione dei vescovi, erezione delle diocesi e dei capitoli di canonici,
vigilanza sul governo delle diocesi, ecc. È stato Paolo VI con la costituzione
apostolica Regimini Ecclesiae universae (1967) a cambiare il nomedel dicastero in
quello di Sacra Congregazioneperi vescovi.Infine, con la costituzione Pastor bonus
di Giovanni Paolo II, le sue competenze (eccetto l’ambito pertinente alle
Congregazioni per le Chiese orientali e per l’evangelizzazione dei popoli) sono le
seguenti: costituzione delle Chiese particolari (divisione, unificazione, soppressione
ed altri cambiamenti), nomina dei vescovi, visite apostolichee visita ad limina, cele-
brazione di concili particolari e costituzione delle conferenze episcopali, prelature
personali.
La Congregazione per i vescovi non conserva nel suo archivio nessun
documento previo alla costituzione apostolica Sapienti Consilio di Pio X, del 29
giugno 1908. Per il materiale archivistico anteriore a questa data si deve orientare
l’indagine presso l’archivio segreto vaticano. Quanto ai documenti successivi
disponibili nel dicastero si deve tener presente che gli archivi della Santa Sede, per
disposizione ben nota, sonoaperti solo per il periodo di tempoche vafino alla morte
di Benedetto XV (1922).
La consultazione dell’archivio della congregazione rimanealla discrezione dei
superiori con esclusione delle pratiche concernenti le persone ed i processi
informativi. Per l’accesso alla consultazione si richiede che 1’Ordinario del luogo in
persona faccia richiesta scritta al cardinale prefetto o al segretario del dicastero
indicando il nome del ricercatore. Questi dovrà annunciare la data precisa della sua
venutaalla congregazione e firmeràil testo dell’autorizzazione datagli dal segretario,
con il quale s'impegna a riservare la conoscenza e l’utilizzazione dei documenti
consultati ai soli fini indicati nella richiesta.

211
a
%
2.6. Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli

La Congregazione de propaganda fide fu istituita da Gregorio XV il 6


gennaio 1622 come organocentrale e supremoper la propagazionedella fede con un
duplice compito: mirare all’unione delle Chiese ortodosse e protestanti e promuovere
ed organizzare la missione tra i pagani. La particolarità della nuova congregazione
risiede nell’essere strumento ordinario ed esclusivo della Santa Sede nell’esercizio
della sua giurisdizione su tutte le missioni.
Nella riforma di Paolo VI fu denominata Congregazione per l’evangelizza-
zione dei popoli o de propaganda fide; in quella del 1988 semplicemente
Congregazioneper l’evangelizzazione dei popoli. I territori dipendenti comprendono
alcune regioni dell'Europa sudorientale e dell’ America, quasi tutta 1’ Africa,
l’Estremo oriente e l’Oceania, ad eccezione dell’ Australia e di quasi tutte le Isole
Filippine.
È stato il primo segretario della Congregazione de propagandafide, Francesco
Ingoli (1622-1649), ad avere una cura particolare, sin dall’inizio del dicastero, per la
custodia e sistemazione dell'archivio della congregazione. Egli dispose che tutta la
documentazione riguardante l’attività dei missionari e della congregazione venisse
raccolta ed ordinata per la conoscenzadello stato, delle difficoltà e dei bisogni delle
missioni. Dopo la sua morte l’archivio fu trasferito nel palazzo che intanto si era
costruito per la congregazione in Piazza di Spagna. Dal mese di febbraio 2002
l’archivio ha aperto agli studiosi in una nuova e moderna sede nelle vicinanze della
Pontificia Università Urbaniana.
I fondi dell’archivio potrebbe essere divisi in due periodi: 1622-1892, nel quale
il sistema di archiviazione rimane sostanzialmente invariato e dal 1893 fino ad oggi,
quando viene introdotto il sistema delle rubriche e dei numeri di protocollo. I
principali fondi dell’archivio sono:
1. Acta Sacrae Congregationis, Acta, (1622-2000): è l’unico fondo che
continua dopoil 1892. Fino al 1922, data limite della consultazione, è formato da 293
volumi. Gli Acta, che riflettono le principali decisioni del dicastero, sono i verbali
delle riunioni mensili dei cardinali ed altri membri della congregazione:i rapporti del
cardinale ponente o del segretario e le risoluzioni dei membri. Fin dagli inizi ogni
volumedegli Atti è corredato da indici più o menodettagliati.
2. Scritture originali riferite nelle Congregazioni generali, SOCG, (1622-
1892): Questo fondo, formato da 1044 volumi e diviso in due serie, è composto dai
documenti che sonoalla base delle deliberazioni delle Congregazioni generali (lettere
dei vescovi, missionari, principi, dispaccidi nunzi,atti di sinodi e visite apostoliche,
ecc.):
Primaserie (1622-1668): volumi 1-417 è divisa in ordine geografico

212

i
Secondaserie (1669-1892): volumi 418-1044 è divisa in ordine cronologico
3. Scritture riferite nei congressi, SC: Questo fondo, formato da 1553 volumi,
custodisce i documenti discussi nel congresso settimanale; anche se di secondaria
importanza per la vita della congregazione, essi sono preziosi dal punto di vista
storico perchériflettono la vita quotidiana delle missioni. Il fondo è costituito da due
serie:
Primaserie: divisa geograficamente in ordine alfabetico, contiene le lettere
giunte alla Congregazione di propagandafide dai diversi paesi di missione
Secondaserie: raccoglie materiale che ha un riferimento diretto alla congre-
gazioneo adistituti da essa dipendenti. Basta dare uno sguardoaititoli di alcuni di
questi fondi per vedere il loro contenuto: Sacra Congregazione; cardinali, segretari,
protonotari, consultori; ministri; missioni; opera apostolica; stamperia; collegio
Urbano; collegi vari, ecc.
4. Congregazioniparticolari:
Congregazioni particolari, CP, (1622-1864): 161 volumi più due miscellanee.
Si tratta dei documenti riguardanti le commissioni cardinalizie nominate,di solito, dal
papa, pertrattare affari che presentano una particolare difficoltà. Una volta presentata
una soluzione alla congregazione, la commissionesi scioglie.
5. Congregatio particularis de rebus Sinarum et Indiarum orientalium:
Acta Congregationis particularis super rebus Sinarum et Indiarum orientalium
Acta CP, (1665-1856): 24 volumi
Scritture originali della congregazione particolare delle Indie e Cina, SOCP,
(1667-1856): 78 volumi più 3 miscellanee
Congregatio super correctione librorum Ecclesiae orientalis, CLO: con il
compito di correggerei testi liturgici delle Chiese orientali: 13 volumi.
6. Udienze di Nostro Signore, Udienze, (1666-1895): formato da 252 volumi
che raccolgonole richieste al papa di facoltà che eccedonoil potere del cardinale
prefetto o della congregazione.
7. Brevi e bolle (1775-1952): sono 11 volumi che contengono le decisioni
Pontificie più solenni riguardantii territori di propagandafide.
8. Istruzioni (1623-1808): in 7 volumisi custodisce una delle più importanti
collezioni documentarie dell’archivio. Sonoleistruzioni inviate dalla Congregazione
di propagandafide ai nunzi, vescovi, vicari apostolici relative a diverse materie disci-
plinari. In questo modo la Congregazione faceva conoscerele direttive per l’attività
dei missionari e rivelava il suo metodoe il suo programma missionario.
9. Decreti (1622-1675, 1719-1819): anche questa è una serie sorta per uso
interno della segreteria della Congregazione.I primi volumi sono del tempo del primo
segretario, Ingoli, e recano al margine le sue note supplementari.
10. Lettere (1622-1892): in 388 volumi si conserva copia delle lettere spedite

213

i
dalla congregazione,riferite all'esecuzione delle decisioni prese sia dal prefetto che
dalle congregazioni generali o particolari o dai congressi.
11. Fondi minori: in questa categoria possiamo raggruppare i seguenti fondi:
— Atti della commissione perla revisione delle regole (1887-1908): 26 volumi
— Sinodi diocesani: 19 volumi più due miscellanee
— Informazioni (1696-1730): 17 volumi
— Fondo di Vienna: 74 volumiche, in occasionedella restituzione dell’archivio
portato a Parigi, sono andatia finire nell’ Archivio di Stato di Viennae ricuperati dalla
Congregazione di propagandafide soltanto nel 1925.
— Miscellanee: Miscellanee varie (57 volumi), Miscellanee generali (35
volumi), Miscellanee diverse (45 volumi)
— Fondo Spiga (1686-1728): 86 volumi
— Fondo Consalvi: 37 volumi
— Regestum facultatum (1670-1895): 19 volumi
— Collezione d’istruzioni, circolari e decreti a stampa: 3 volumi
— Archivio della procura della congregazione nell’Estremooriente: 47 casse.
Questo fondo, sconosciuto ma di particolare importanza, fu trasferito a Roma su
iniziativa del primo delegato apostolico in Cina, Costantini e per ordine del prefetto
della congregazione cardinale Van Rossum negli anniventi del XX secolo. Contiene
‘lettere originali di missionari in Cina e nei regni adiacenti e di sacerdoti autoctoni.
— Nuova serie (1893-2000): nel 1893 è cambiato radicalmente il sistema di
archiviazione, dando luogo ad un fondo chiamato Nuova serie. La particolarità di
questo fondo, l’unico vivo insieme al fondo Acta, è l’introduzione delle rubriche e
del numero di protocollo, ancora oggi in vigore. Nel 1923 sonostate inserite anche
le sottorubriche, che permettono un’individuazione ancora più precisa della docu-
mentazione.

2.7. Congregazioneperil clero

La Congregazioneperil clero ha origine nella Sacra Congregatio cardinalium


concilii Tridentini interpretum istituita da Pio IV nel 1564 per curarela retta inter-
pretazione e l'osservanza delle normestabilite dal suddetto concilio. Gregorio XII
e Sisto V gli affidanoaltre attribuzioni, tra le quali la revisione degli atti dei concili
provinciali. Nel 1967 Paolo VI cambia il nome in Congregazioneperil clero; nel
1988 Giovanni Paolo II la articola in tre uffici con le seguenti competenze:
Ufficio clero: promuovereiniziative per l'aggiornamentospirituale, intellettuale
e pastorale e cura la formazione permanente del clero; vigilare inoltre sui capitoli

214
cattedrali, i consigli presbiterali, i consigli pastorali, i chierici e quanto attieneil loro
ministero pastorale, ecc. i o.
Ufficio catechistico: cura e vigila sulla formazione dei fedeli di ogni età e
condizione
Ufficio amministrativo: è competente in materia di ordinamento e amministra-
zione dei beni ecclesiastici appartenenti alle persone giuridiche pubbliche, ecc.
La documentazione prodotta fino al 1920 è conservata presso l’Archivio
segreto vaticano. Nella sede dell’attuale dicastero si conserva documentazione dal
1920 in poi, in duesezioni: archivio storico (1922-1950) e archivio moderno (1950-
2002). La parte storica è divisa principalmente in tre grandi sezioni, consultabile
dietro richiesta al prefetto della Congregazione: clero, amministrazione beni eccle-
siastici e catechesi.

2.8. Congregazionepergliistituti di vita consacratae le società di vita apostolica

Sisto V nel 1586 istituì la Sacra Congregatio super consultationibus


regularium, che fu unita nel 1601 alla Congregatio pro consultationibus episcoporum
et aliorum prelatorum. Pio X nel 1908 separa e rende nuovamente autonoma la
Congregazionedeireligiosi. Paolo VI cambiail nome in Congregazione peri religiosi
e gliistituti secolari. Nel 1988 Giovanni Paolo Il la denomina Congregazione per gli
istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. l
Essa si occupa di quanto riguarda regime, disciplina, studi, beni, diritti e
privilegi; ha competenze anche su vita eremitica, vergini consacrate e nuove forme
di vita consacrata. i
I fondi documentari appartenenti all’antica Sacra Congregazi one deivescovi
e regolari sono conservati presso l’ Archivio segreto vaticano, ad eccezione dei
dossier contenenti la documentazionestorica degli istituti religiosi fondati dalla fine
del 1700. o sa
Fin dal 1909 la documentaz ione ordinaria è depositata in tre sezioni: ordini,
istituti maschili, istituti femminili.

2.9. Congregazione per l’educazionecattolica e pergliistituti di studio

Nel 1588 Sisto V fondò la Congregatio pro universitate studii romani per
presiedere agli studi dell’ Università di Romaedaltre università. Nel 1824 Leone XII
creò la Congregatio studiorum, che si occupava in un primo momento delle scuole
dello Stato Pontificio e dal 1870 anche delle università cattoliche. Nel 1915

215
Benedetto XV erige in congregazione la sezione della Congregazione concistoriale
dedicata ai seminari e unì a questa la Congregatio studiorum, dandole il nuovo nome
di Congregatio de seminariis et studiorum universitatibus. Nel 1967 Paolo VI la
rinominò come Sacra congregatio pro institutione catholica, aggiungendo un terzo
ufficio per le scuole cattoliche. Infine Giovanni Paolo II cambia il nome in quello di
Congregazione per l’educazionecattolica e pergliistituti di studio.
Le competenze della congregazione sono perciò i seminari e le case di
formazionedegliistituti religiosi (eccetto quelli dipendenti dalla Congregazione per
le Chieseorientali e per l’evangelizzazionedei popoli); le università, facoltào istituti
superiori dipendenti da persone fisiche o morali ecclesiastiche; le scuolee istituti
d'istruzione di qualsiasi ordine dipendenti dall’autorità ecclesiastica escluse quelle
subordinate alla Congregazione per le Chiese orientali e per l’evangelizzazione dei
popoli.
L'archivio della congregazioneè diviso in tre grandi uffici:
1. Ufficio I (seminari): conserva la documentazione riguardante gli studi, il
governo,la disciplina e l’amministrazione dei seminari e tutto ciò che riguarda la
formazione del futuro clero (diocesano e religioso). Si conserva anche la documen-
tazione riguardantele visite apostoliche ordinate da Pio X pertutte le diocesiitaliane
nel 1909 e 1911 (documentazionegià appartenente alla Congregazione concistoriale).
2. Ufficio II (università): conserva la documentazione riguardante le università
e facoltà di studi ecclesiastici ed ogniistituto cattolico di studi superiori, i programmi
di studio, i metodi educativi, il personale docente, l’amministrazione, ecc. Custodisce
inoltre la documentazione riguardante l’attività delle varie organizzazioni interna-
zionali per il progressoe la diffusione delle scienze, principalmente l’ UNESCO.
3. Ufficio IH (scuole): documentazione riguardante le scuole parrocchiali e
diocesane, l’educazione della gioventù e l’attività di organismi internazionali chesi
occupano di educazione.
4. Segreteria: conserva questioni riguardanti la congregazione stessa ed i
rapporti con altri dicasteri della Curia romana.
5. Urbiet Orbi: conservatutte le materie di carattere generale che riguardano
il dicastero, ma chenonsi riferiscono specificamente a nessunufficio.
6. Pontificia opera vocazioniecclesiastiche: conserva la documentazionedella
Pontificia opera dalla fondazione nel 1941.

216
3. I Tribunali

3.1. Penitenzeria apostolica

Già dal XII secolo esisteva nella Curia romana un cardinale, chiamato
Poenitentiarius sotto Onorio III (1216-1227), che avevail compito di assolvere, nel
nomedel papa, dalle censure e dispenseriservate al sommo pontefice. Sin dall’inizio
è assistito nel suo compito da penitenzieri minores tuttora esistenti nelle quattro
basiliche maggiori di Roma. Anche in seguito a riforme e cambiamenti nell’arco dei
secoli, la figura del cardinale penitenziere continua ad essere presente ed operante
nella Curia romana. Con la riforma di Pio X la competenza del penitenziere viene
ristretta definitivamente al foro interno. Inoltre Benedetto XV (25 marzo 1917) stacca
dal Sant'Uffizio la sezione delle indulgenze aggregandola alla penitenzeria.
Giovanni Paolo II nel 1988 conferma la competenza di questo Tribunale al foro
interno, anche non sacramentale, e alla concessione delle indulgenze. i
Il materiale documentario, consultabile dagli studiosi è depositato presso
l'Archivio segreto vaticano, riguarda soltanto parte delle competenze del Tribunale:
indulgenze(fino al 1967); foro esterno (fino al 1908). i
Gli studiosi possono avere accesso alla documentazione con il permesso del
penitenziere maggiore e del prefetto dell’ Archivio segreto vaticano.

3.2. Supremotribunale della Segnatura apostolica

La lungastoria di questo Tribunale inizia nel XIII secolo, duranteil quale già
i sommipontefici si servivano diofficiali relatori per prepararela firma (signatura)
delle suppliche e delle commissioni di cause di iustitia o di gratia agli uditori
(cardinales auditores e cappellani auditores). Separate nel tempo, la signatura
gratiae e la signatura iustitiae sono riunificate nel 1908, come Supremotribunale, da
Pio X in unica Segnatura apostolica. i
Le attuali competenze del Supremo tribunale della Segnatura apostolica,
stabilite nel 1988 sonotralealtre, le seguenti: querelle di nullità, richieste di restitutio
in integrum contro sentenzerotali, cause contro uditori della Rota romana nell’eser-
cizio delle loro funzioni, conflitti di competenze; dirime le contese per gli atti di
potestà amministrativa (legittimità o illegittimità e riparazione dei danni recati),
controversie amministrative ad esso deferite dal papa o daaltri dicasteri della Curia,
conflitti di competenzatra gli stessi dicasteri della Curia romana. o
La Segnaturainfine deve vigilare sulla retta amministrazione della giustizia,

217
prorogare la competenzadeitribunali, promuovere ed approvare l'erezione di nuovi
tribunali (secondoi can. 1423 e 1439).
La parte antica dell’archivio della Segnatura apostolica (dal Medioevofino al
1870)si conserva,in seguito alla caduta dello Stato Pontificio, presso l’ Archivio di
Stato di Roma. La documentazione conservata presso la sede della Cancelleria ha
inizio nel 1910. L'archivio, consultabile dagli studiosi dietro domanda scritta al
prefetto, è aperto fino al 1922.

3.3... Tribunale della Rota romana

L'origine della Rota romanavaricercata nella Cancelleria apostolica. In essa,


l’auditor contradictorium e i cappellani in un primo momento avevano solo il
compito diistruire le cause. Successivamente con Innocenzo III venne concessa loro
anche la facoltà di pronunziare sentenza. Il nome dato a questo Tribunale deriva
probabilmente dal recinto circolare in cui sedevano gli Uditori per giudicare le cause
Sisto IV fissò nel 1472 in 12 il numero di cappellani uditori che sono di diretta
nomina pontificia, anche se nel tempo venne concesso ad alcune nazioniil diritto di
nominare qualche uditore.
Nel1870 l’attività del Tribunale cessò quasi completamente. Fu ricostituito da
Pio X nel 1908. Le norme vigenti sonostate approvate e promulgate da Giovanni
Paolo II il 7 febbraio 1994. Il Tribunale della Rota è essenzialmente un tribunale
d’appello, che decide in seconda, terza o ulteriore istanza sulle cause già giudicate
da altri tribunali e deferite alla Santa Sede per legittimo appello o trattate già in
appello dalla stessa Rotao daaltro tribunale. È anche grado d’appello peril Tribunale
ecclesiastico della Città del Vaticano. Giudica inoltre in prima istanza le cause espres-
samente riservate ad esso (can. 1405 $3) o quelle direttamente affidate al Tribunale
dal sommopontefice (can. 1444 $3).

4. I Pontifici consigli

4.1. Pontificio consiglioperi laici

Creato da Paolo VIil 6 gennaio 1967, si occupa dell’apostolato deilaici, della


loro partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa, sia in quanto appartenenti
ad associazioni di apostolato che comesingoli.

218
4.2. Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani

Giovanni XXIIIistituì il 5 giugno 1960 il Segretariato per l’unità dei cristiani


con le commissioniincaricate di preparareil concilio Vaticano II. Lo stesso pontefice
dispose, inoltre, nel 1963 la divisione del Segretariato in due sezioni, orientale e
occidentale. Nel 1967 Paolo VI confermòil Segretariato ed indicò come competenze
e finalità la promozione dell’unità tra i cristiani. Nel 1974, poi, al suo interno fu
istituita la Commissioneper i rapportireligiosi con l'ebraismo.

4.3. Pontificio consiglio per la famiglia

Istituito da Giovanni Paolo II il 9 maggio 1981, sostituisce il Comitato per la


famiglia, creato precedentemente da Paolo VI. Il dicastero ha come membri uomini
e donne,soprattutto sposati, di tutto il mondo. Ad esso spetta la promozione della
pastorale e dell’apostolato in campo famigliare: tra le altre cose, promuove e coordina
gli sforzi pastorali relativamente alla procreazione responsabile, secondo la dottrina
della Chiesa, e alla difesa della vita umanain tutto l’arco della sua esistenza.

4.4. Pontificio consiglio della giustizia e della pace

Nel 1976 Paolo VIstrutturò in modo definitivo la Pontificia commissione


lustitia et Pax, istituita in modo sperimentale nel 1967. Nel 1988 GiovanniPaoloIL,
lo denominòPontificio consiglio della giustizia e della pace, gli affida la promozione
della giustizia e della pace nel mondo secondoil vangeloe la dottrina sociale della
Chiesa. In particolare la modalità principale di esercitare questa missione è
raccogliere notizie e indagini riguardanti la giustizia e la pace,il progresso dei popoli,
il mondodel lavoro, le violazionidei diritti umani, ecc.

4.5. Pontificio consiglio Cor Unum

Istituito da Paolo VI, il Pontificio consiglio Cor Unum per la promozione


umanae cristiana, ha i seguenti scopi: promuovere la catechesi e la testimonianza
cristiana sulla carità, coordinare iniziative delle istituzioni cattoliche per aiutare i
popoli nell’indigenza, seguire e promuoverele operediaiuto finalizzate al progresso
umano, cercandodi favorire la distribuzione equadegliaiuti.
4.6. Pontificio consiglio della pastorale per i migrantie gliitineranti

Il 19 marzo 1970 Paolo VIistituisce la Pontificia commissione per la cura


spirituale degli immigranti e degli itineranti, con la funzione di studiare e promuovere
la pastorale delle gente in movimento, dai migranti, esuli e nomadi,ai pellegrini e
turisti. In questo modoil papa assegna a un unicodicastero le competenzee facoltà
prima divise tra diverse istituzioni della Curia romana. Anche se inizialmente la
Commissione è alle dipendenze della Congregazione per i vescovi, nel 1988 il
dicastero diviene indipendente conil nome diPontificio consiglio della pastorale per
i migranti e gli itineranti.

4.7. Pontificio consiglio per gli operatori sanitari

Istituito da Giovanni Paolo Il l'11 febbraio 1985 come commissione, nel 1988
è trasformata in Pontificio consiglio, con il nome in Pontificio consiglio per gli
operatori sanitari. Tra i suoi compiti si ritrovano quello di stimolare e promuovere
l’azione delle diverse organizzazioni cattoliche nel campodella salute, coordinarele
attività degli altri dicasteri della Santa Sede nell’ambito della salute, diffondere gli
insegnamenti della Chiesa in materia di sanità, studiare gli orientamenti program-
maticie le iniziative di politica sanitaria, tanto a livello nazionale che internazionale,
ecc.

4.8. Pontificio consiglio per l’interpretazionedeitesti legislativi

Dopola promulgazione del Codice didiritto canonico,il 15 settembre 1917


Benedetto XV creò la Pontificia commissione per l’autentica interpretazione del
Codice di diritto canonico, trasformata nel 1963 da Giovanni XXIII in Pontificia
commissioneperla revisione dello stesso Codice e nel 1967 da Paolo VIin Pontificia
commissioneperl’interpretazionedei decreti del concilio Vaticano II. Giovanni Paolo
Il istituisce, poi, la Pontificia commissione per l’interpretazione autentica del nuovo
Codice di diritto canonico, promulgato il 25 gennaio 1983. Nel 1988, infine, la
Commissione diventa Pontificio consiglio per l’interpretazione deitesti legislativi.
Tra le sue funzioni c’è quella di interpretare in modo autentico le leggi universali
della Chiesa, offrire un aiuto tecnico-giuridico agli altri dicasteri della Curia,
esaminaresotto l’aspetto giuridico i decreti delle conferenze episcopali ed i concili
particolari, dare giudizi di conformità sulle leggi particolari e sui decreti generali,
emanati da legislatori inferiori alla suprema autorità, rispetto alle leggi universali

220
della Chiesa. L'archivio del Pontificio consiglio, al quale si accede dietro richiesta al
presidente, conserva la documentazione riguardante la codificazione del nuovo
Codice di diritto canonico (1917-1983).

4.9. Pontificio consiglio per il dialogo inter-religioso

Paolo VIistituì il 19 maggio 1964 il Segretariato per i non cristiani con la


finalità di promuovere la conoscenzae le relazioni amichevoli della Chiesa versoi
non cristiani. Nel 1974, Paolo VI avevaistituito una particolare Commissione peri
rapporti religiosi con i musulmani, collegata al Pontificio consiglio. Giovanni Paolo
II nel 1988 ne cambia la denominazione.

4.10.Pontificio consiglio della cultura

Riprendendo le competenze di Pontifici consigli preesistenti (della cultura e


per il dialogo con i non credenti), Giovanni Paolo II crea il 25 marzo 1993 il
Pontificio consiglio della cultura con lo scopo di promuoverel’incontrotrail Vangelo
e le culture del nostro tempo. Il Pontificio consiglio, oltre a promuovere lo studio del
problema della non credenza e dell’indifferenza religiosa per fornire adeguati
sussidi pastorali, coordina l’attività delle accademie pontificie.

4.11. Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali

Paolo VI modificò il nomedella preesistente Commissione e istituì il 2 aprile


1964 la Pontificia commissione per le comunicazionisociali, con il compito di curare
gli interessi della religione cattolica nei media. ° i o
Il 28 giugno 1988 Giovanni Paolo II cambiail nome in Pontificio consiglio
delle comunicazioni Sociali e lo pone in stretto collegamento con la Segreteria di
Stato. Scopoprincipale è suscitare e sostenere l’azione della Chiesa e dei fedeli nelle
molteplici forme di comunicazionesociale e di adoperarsi perché le molteplici realtà
della comunicazione sociale siano sempre più permeate di spirito umano e cristiano.
AI Pontificio consiglio è affidata la direzione e amministrazione della Filmoteca
vaticana.

22]

)
II L'ARCHIVIO SEGRETO VATICANO

L'Archivioè detto segreto in quanto in passato era consideratoprivato e di uso


esclusivo dei pontefici e chiuso perciò alla pubblica consultazione. Fu istituito da
Paolo V nel 1612 e destinato a conteneretutti i documentiche riguardanoil governo
della Chiesa universale.
Dirilevante importanza fu la decisione di Leone XIII nel 1880di aprire alla
libera consultazione degli studiosi la documentazione conservata presso l’ Archivio
vaticano, fondando successivamente nel 1884 la Scuola di paleografia e diplomatica.
Alpresentel'accessibilità agli studiosi è regolamentata da disposizioni proprie.
Probabilmente l’archivio, nel quale si conservavano insieme a scritture di
cancelleria anche fonti narrative e codici biblici e patristici, rimase al Laterano fino
agli inizi del XIII secolo. Esistevano però a Romaanche altri archivi, come quello
di San Pietro, dove venivano depostele professioni di fede dei vescovi, nella torre
chartularia presso l’ ArcodiTito e nel Vestiario o Guardaroba della Chiesa romana.
Nel XIIIsecolo InnocenzoHI, cheiniziò la serie regolare deiregistri di lettere
pontificie Registra vaticana, conservati tuttora nell’ Archivio vaticano, trasferiva gli
uffici più importanti della Curia in Vaticano e anche l’archivio, considerato già allora
come un tesoro del papa. Neisecoli successivi l'archivio accompagnerà i pontefici
nei loro diversi spostamenti: Innocenzo IV al concilio di Lione e poi Viterbo,
Bonifacio VII ad Anagni, Benedetto XI a Perugia, raggiungendo Avignone dovei
papi avevano stabilito la loro residenza dal 1309. Infine l'archivio ritornò a Roma
insieme a Gregorio XI nel 1377.
Lo scisma di occidente, che vide tre ubbidienze diverse, Roma, Avignonee
Pisa, comportò anche lo sviluppo di nuclei archivistici diversi per ognuna delle
ubbidienze. Soltanto con la fine dello scisma mediante l’elezione di Martino V,si
riunificò di nuovoil materiale archivistico.
Sisto IV, fondatore della Biblioteca vaticana, trasferì parte della documenta-
zione in una bibliotheca secreta, sezione della Biblioteca vaticana, ed altro materiale
documentario più prezioso a Castel Sant’ Angelo.
Conil passare del tempo la necessità di un archivio centrale della Santa Sede
si fece sempre più pressante. Già Pio IV ebbe l’idea di fondare nel Palazzo
apostolico in Vaticano un archivio ecclesiastico centrale che servisse alla pubblica
utilità e all’uso personale del papa. I pontefici successivi, con diverse disposizioni,
cercarono di radunare, ordinare e custodire il materiale documentario e la corri-
spondenza diplomatica, sparsi in vari luoghi. Si potrebbedire che, grazie alle dispo-
sizioni di Clemente VIIIdiriunire tutto il materiale archivistico della Santa Sede in
una camerarotonda parte alta della Mole Adriana,il deposito archivistico iniziato da

222
Sisto IV, diventò un vero e proprio archivio designato come Archivum Arcis Sancti
Angeli, c.
Paolo V, dopo unavisita all’antico archivio di Castel Sant’ Angelo, ordinò con
il breve Cum nuper del 31 gennaio 1612 di trasferire tutti i libri e documenti dal
vecchio al nuovo archivio eretto nel Palazzo apostolicoin tre sale adiacenti al Salone
sistino della Biblioteca vaticana. Nacquecosì il primo nucleo dell’ Archivio segreto
vaticano.
L'indipendenza dell’ Archivio vaticano dalla Biblioteca vaticana avvenne al
tempo di Paolo V (1612), quando finalmente le due istituzioni si separarono
assumendodistinti responsabili.
Nel 1810 l’ Archivio vaticano subìil forzato trasferimento a Parigi, insieme ad
altri archivi, biblioteche ed opere d’arte della Santa Sede per ordine di NapoleoneI,
in esecuzione del trattato di Tolentino. Soltanto dopo la caduta di Napoleone,tra il
1815 ed il 1817, gli archivi pontifici tornarono in Vaticano con perdite di materiale
documentario. i
Per quanto riguarda il contenuto documentario dell’Archivio segreto vaticano,
possiamo enumerane brevemente alcuni dei principali fondi: l o.
1. Archivio di Castello (originariamente denominato Archivum Arcis): è
questoil nucleo più cospicuo (circa 8500 documenti che vanno dal IX secolo fino alla
seconda metà dell’Ottocento) del fondo diplomatico dell’ Archivio segreto vaticano.
Sitratta di privilegi, diplomi, lettere di sovrani e atti solenni dei pontefici. i
2. Registri vaticani: 2047 volumi di copie delle lettere ufficiali dei papi (da
Giovanni VIIIfino a Pio V). i
3. Registri Avignonesi: 353 volumi nei quali vengono raccolte le litterae
communese le litterae secretae dei papi ed antipapi del periodo Avignonesefino al
1415.
4. Registri lateranensi: restano 2467 volumi di questo fondo che va da
Bonifacio VIII fino a Leone XIII, sono in pratica la prosecuzione dei registri
avignonesi. a
5. Registri di suppliche: circa 7400 volumidi richieste varie ai pontefici, che
si estendono da Clemente VIfino a Leone XIIIL
6. Archivio concistoriale, Congregazione concistoriale e Sacro collegio dei
cardinali: 1308 unità. a
7.In ognunadelle 15 congregazionio dicasteri della Curia romanaistituiti da
Sisto V si formò unarchivio, destinato a riversarsi nell’ Archivio segreto vaticano. Tra
le più importanti congregazioni: Congregazione dei vescovi e regolari,
Congregazione del concilio, Congregazione deiriti, Congregazione dei sacramenti,
ecc. Inoltre bisogna indicare i fondi appartenenti ai Tribunali: Sacra romana Rota,
Segnatura apostolica, Penitenzeria apostolica.

223
8. Segreteria di Stato: diviso in due parti con diversi ordinamenti, una più
antica dal XVIsecolo fino ad epoca napoleonica e una più moderna, dal 1814 fino al
pontificato di Giovanni XXIIL
9. Archivi delle nunziature o rappresentanze pontificie, versati in epoca più o
menorecente.
10. Fondi del concilio di Trento e del concilio Vaticano I.
11. Fondi di Famiglie o singole persone: A/bani, Benigni, Bolognetti,
Boncompagni, Borghese, Carpegna, ecc.
12. Archivi degli Spogli dei cardinali e delle Confraternite romane
(Gonfalone, Pietà dei Carcerati...).

224
GLI ARCHIVICIVILI IN ITALIA

FRANCESCOde LUCA

1. L’amministrazione statale dei beni archivistici in Italia

L’Amministrazione statale dei beni archivistici è coadiuvata, nei compitiisti-


tuzionali, dagli Archivi di Stato e dalle soprintendenze archivistiche.
L’Amministrazioneitaliana degli archivi di Stato ha il compito di: conservare
gli archivi degli Stati italiani preunitari, i documenti degli organi giudiziari ed ammi-
nistrativi dello Stato non più occorrenti alle necessità ordinarie del servizio,tutti gli
altri archivi e singoli documenti che lo Stato abbia in proprietà o in deposito per
disposizionidi leggeo altrotitolo; esercitare la vigilanza e la tutela sugli archivi degli
enti pubblici, sugli archivi di notevole interesse storico dei quali siano proprietari,
possessori o detentori, a qualsiasititolo,i privati.
L’organizzazione archivistica è regolata dalle Disposizioni contenute nel
D.P.R. 30 settembre 1963, n.1409, in parte modificate dal D.P.R. 3 dicembre 1975,
n.805 e, recentemente, dal T.u. sui beni culturali, D. L. 29 ottobre 1999, n. 490.
Il sistema archivistico nazionale è così configurato:
Direzione generale per gli archivi: direttore generale, consiglieri
Servizio I - Affari generali, personale e bilancio
Servizio II - Archivistatali
Servizio III - Archivi non statali
Servizio IV - Servizio tecnico
Servizio V - Documentazione e pubblicazioni archivistiche
Il D.L. 30 ottobre 1998, n.386 prevede un istituto centrale per gli archivi con
compiti di definizione degli standard per l’inventariazione e la formazione degli
archivi, di ricerca e di studio, di applicazione di nuove tecnologie.
1.1. Gli Archivi di Stato

L'Archivio centrale dello Stato, con sede in Roma, gli Archivi di Stato e le
sezioni di Archivi di Stato sono,istituzionalmente, preposti alla conservazione dei
documenti.
In essi, oltre alla documentazionestatale preunitaria e postunitaria, si conserva
anche quella prodotta dai notai, anteriormente agli ultimi cento anni. A seguito della
soppressionedi alcuniarchivinotarili distrettuali sonostatiistituiti gli archivi notarili
sussidiari, soppressi a loro volta nel 1923. Alcuni archivinotarili di epoca preunitaria
sonostati mantenuti anche dopo l’Unità comearchivi notarili comunali, nei qualisi
sono conservati atti originali antichi, non suscettibili di incremento. La legge sugli
archivi, del 1 giugno 1939 n. 1089,ha stabilito che tutti gli atti notarili anteriori al
1800 dovesseroessere versati negli Archivi di Stato. Successivamente,sulla base del
disposto di legge sul riordinamento degli archivi notarili del 1952,il terminefisso per
il versamento degliatti notarili, fissato al 1800,è sostituito da un termine mobile di
cento anni dalla cessazione dell’esercizio notarile. Lo stesso concetto è, poi, ripetuto
dal già citato D. P.R. 30 settembre 1963 n.1409.
Al presente, l’organizzazione degli archivi notarili rientra nei compitiistitu-
zionali del Ministero di grazia e giustizia. Essi si configurano comearchividistret-
tuali se sono allocati in comuni capoluogo di distretti notarili (coincidenti con la
circoscrizioneterritoriale dei tribunali) e come archivi mandamentali se sono allocati
in comunisededi pretura. Gli atti prodotti da un notaio, all’atto del suo decesso o alla
cessazione del suo mandato, a cura del pretore sono consegnati all’archivio notarile
distrettuale. Trascorsi cento anni, dalla cessazione dell’esercizio professionale, o dal
decesso delnotaio,gli atti da lui rogati sonoversati negli Archivi di Stato competenti
perterritorio. Gli archivi notarili costituiscono, certamente, una delle fonti archivi-
stiche più importanti, sia quantitativamente sia qualitativamente, per la storia del
nostro Paese.
Negli Archivi di Stato, inoltre, è confluita la documentazione di enti ecclesia-
stici e di corporazionireligiose che, a seguito delle soppressioni (1866), hanno avuto
i beniconfiscati dallo Stato, ivi compresi gli archivi e le biblioteche. A titolo esem-
plificativo si segnala la presenza di documentazione ecclesiastica negli archivi di
Stato di Alessandria, Ancona, Ascoli Piceno, Avellino, Benevento, Firenze con
particolare riguardo alle corporazioni religiose e ancora a Fermo, Lucera, Torino,
Veneziaper delegazioni apostoliche, amministrazionedi beni ecclesiastici e camerali,
bolle pontificie.
La funzione degli Archivi di Stato, però, non si esaurisce con tali mansioni
potendoricevere, in deposito, archivi di enti pubbliciterritoriali (comuni, province,

226
regioni) e non territoriali, ma anche privati (di famiglie, di impresa, di istituzioni)
acquisiti dallo Stato attraverso l’acquisto, la donazione,il lascito.
Solo per dare una sommaria idea della quantità della documentazione
conservata utile riferire che quella conservata negli istituti archivistici è costituita
da circa 1.000.000 di pergamenesciolte (alle quali si aggiungono quelle presenti in
altre serie archivistiche) e 8.000.000 di unità tra buste, filze, mazzi, fasci, volumi,
registri. Il complesso del materiale potrebbe occupare 1.500.000 metri lineari. Una
curiosità: il documento in carta pecora più retrodatato, conservato nell’ Archivio di
Stato di Milano,è dell’anno 721, mentre la prima documentazionecartacearisale al
XII secolo.
L'Archivio centrale dello Stato, con sede in Roma, conserva le carte degli
organicentrali dello Stato italiano, naturalmente dopo l’unificazione del regno. Tra
esse, gli originali delle leggi e dei decreti. La Camera dei deputati, il Senato della
Repubblica, il Ministero degli affari esteri e la Presidenza della Repubblica hanno un
proprio archiviostorico. Il Ministero della difesa versa agli Archividi Stato la docu-
mentazione prodotta di carattere amministrativo, nonché gli atti dei Tribunali
militari; detiene, invece, la documentazione di carattere operativo presso gli uffici
storici degli Stati maggiori dell'Esercito, dell’ Aeronautica, della Marina. Uno
strumento di corredo, sintetico, sui documenti conservati presso gli Archivi di Stato
italiani è offerto dalla Guida generale degli Archivi di Stato italiani, coordinata
dall'Ufficio centrale per i beni archivistici del Ministero per i beni culturali e
ambientali e edita in quattro volumitra il 1981 il 1994.

1.2. Le soprintendenze archivistiche

Con funzioni di vigilanza, sugli archivi non statali, le soprintendenze sono


istituite presso il capoluogodi ogni regione e hanno competenzaregionale. Svolgono
altresì funzioni di tutela attraverso l’individuazionee il censimento degli archivi non
statali dichiarandoli in alcunicasi, dopo apposita indagine, «di notevole interesse
storico».
Il loro compito non si esaurisce in quest’unica funzione. Oltre alle visite
ispettive offrono consulenza sui metodi di conservazione, di ordinamentoe di inven-
tariazione; concedonoil nulla osta per effettuare le operazionidi scarto negli archivi
di enti pubblicie privati; intervengonoin caso di inadempienza degli obblighi stabiliti
dalla legge; formulano pareri sulle richieste di deposito volontario di archiviprivati
presso gli Archivi di Stato; trasmettono le richieste di consultazione di documentiagli
enti e ai privati; svolgono opera di recupero di archivi e di singoli documenti dello

227
Stato che sono allocati fuori degli Archivi di Stato; svolgono attività didattica e
promozionale nonché diricerca scientifica.
Gli archivivigilati sono decine di migliaia. Quelli comunali oltre 8.000ai quali
si aggiungono quelli di enti pubblici nonterritoriali, per complessive 50.000 unità.

2. Gli archividienti pubbliciterritoriali

Gli enti pubblici territoriali rappresentano organizzazioni giuridico-ammini-


strative a fini generali. Il territorio sul quale operano delimita la circoscrizione di
propria competenza, ma rappresenta anche un elemento costitutivo che indica
l’ambitonel quale si esplica la potestà dell'Ente e determina le persone ad esso assog-
gettate.
Laloroistituzione e la loro funzione sonoin stretto rapporto conlastoriaisti-
tuzionale italiana che determina, in particolari periodi, l’affidamento di rapporti
giuridiciall’iniziativa dei singoli. L'alto numerodienti pubblici, diversi dallo Stato
rappresenta un tratto significativo dell’organizzazione amministrativa italiana,
soprattutto dal XX secolo.
Gli archivi degli enti pubblici, distinti in territoriali e non territoriali,
conservano documentazione molto retrodatata, secondo la storia di ciascuno di essi.
Lo studio di tale tipologia di enti è proprio del Diritto costituzionale e del Diritto
amministrativo che, nella duplice distinzione, indicatra i primi i comuni,le province
e le regioni; tra i secondi tutti quelli che non hannonelterritorio la necessità istitu-
zionale della propria esistenza e funzionamento.

2.1. GI archivi del comune

Nell'attuale configurazione il comune rappresenta la cellula più piccola


dell’organizzazione territoriale, propria dell’età moderna. Le origini istituzionali
possono, utilmente, ricercarsi nella legislazione napoleonica e, prima ancora, nel
Settecento.
Volendotracciare le essenziali lineeistituzionali dell’ Ente è necessario partire
dal regno italico, intorno al sec. XLnel quale si riscontrano forme di esercizio di
funzioni giudiziarie, amministrative, finanziarie e normative proprie di singoli
comuni. Lastoriografia tradizionale assegna al 1183, pace di Costanza,la definizione
dei rapporti tra imperiale autorità e autonomialocale. Tant'è chealle città della Lega
lombarda sono riconosciute consuetudini e regalie già esistenti nei comuni.
Il rapporto si snoda, evidentemente, anche tra comuni urbani e rurali, tra i

228
comunie l’autorità episcopale, tra i comunie gli altri enti ecclesiastici e religiosi, nel
quadro intricato delle lotte intestine per la conquista del potere locale, che vede
scendere in campo le formazioni delle corporazioni delle arti.
Lastoria istituzionale di questi enti passa attraverso la costituzione e l’appli-
cazionedegli statuti, in particolare nel periodo compreso tra XI e XIV secolo,a testi-
monianza dell’evoluzione sociale, economicae politica dei differenti agenti in ambito
territoriale. I comunipiù piccoli sono assorbiti o assoggettati da quelli più grandie,
conseguentemente, si scontrano con magistrature di più ampia portata territoriale.
La produzione documentaria tramandataci, di carattere amministrativo e
giudiziario, ha permesso di ricostruire l’attività delle magistrature comunali che
svolgonoattività differente, a secondo chesitratti di territori propri dell’Italia setten-
trionale oppure dell’Italia meridionale dove, molto più tardi, si afferma la realtà
comunale contro lo strapotere delle feudalità.
Gli ordinamenticittadini assumonounafisionomia uniforme con le riforme del
Settecento e, quindi, con l’avvento dei napoleonidi. Un ulteriore significativo
passaggio è rappresentato dalla Restaurazione che emana, di volta in volta, leggi
sull’ordinamentoterritoriale rapportato alla riproposizione di uno Stato accentrato e
ad un controllo severo da parte delle amministrazionicentrali e periferiche sugli enti
territoriali, locali.
Qualche modifica alla struttura portante, collaudata nel tempo, si avverte nel
1848 e tal propositoil riferimento è d’obbligo al regno di Sardegna dal quale deriva
l'ordinamentoitaliano. Il regno sardo introduce un nuovo ordinamento che prevede
l’elettività del consiglio generale comunale, anche se inizialmente il corpo elettorale
resta moltoristretto. Il consiglio elegge, nel proprio seno, un consiglio delegato che
svolge, anche, funzioni di controllo sull’operato del sindaco e dei vicesindaci. La
carica è di durata triennale ed è ufficialmente avallata dall’Intendente generale.
Successivamente, nel 1859, con la legge Rattazzi, relativa all'ordinamento
comunale e provinciale, si accentua l'ambito decisionale delle autorità comunalie,
nel frattempo, aumenta il potere di controllo delle autorità statali periferiche. Il
suffragio elettorale si allarga pur rimanendolegato al principio censitario. Al posto
del consiglio delegato e dei vicesindaciè istituita la giunta municipale. Il territorio
del regno è suddiviso in province e comuni, circoscrizioni di Stato, con personalità
giuridica e in mandamenti e circondari, privi di personalità giuridica.
Dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, nel 1865, è emanata la legge
sull’ordinamento comunale e provinciale che fa proprio il principio franco-
piemontese dell’uniformità dei comuni, nonostante la differenziazione quantitativa,
economicae sociologicain esseretra di loro. Tra il 1888 e il 1889, con le riformeisti-
tuzionali del governo Crispi, si allarga la base del censo e si conferisce effettiva
rappresentatività agli organi elettivi. Il sindaco è eletto nei comuni capoluogo di

229
provincia e di circondario, ma anche nei comuni con una popolazione superiore ai
10.000 abitanti.
Nelperiododella dittatura fascista le cariche elettive sono soppresse. Al posto
del sindaco subentra il podestà, di regia nomina: questi è assistito da una consulta
priva di qualsiasi potere deliberativo. Il testo unico della legge comunale e provinciale
è approvato nel 1934.
Dopolafine del secondo conflitto mondiale, con il D.L.L. 7 gennaio 1946 n.1
sonoricostituite le amministrazioni comunali, a base elettiva, conil diritto di voto
esteso a tutti i cittadini.
Strettamente connesso con le variazioni istituzionali, sin dal periodo
preunitario, è stato il problema della definizione e dell’individuazione dell’ambito
territoriale di competenza dell’ente comune. Nel testo unico del 1934 il CapoI del
Titolo II (comuni) esso è intestato al territorio e alle variazioniterritoriali.
Con il progredire e l’espandersi delle competenze dello Stato la rilevanza
qualitativa dei comuniè stata, tendenzialmente, ridotta. AI momentodell’unificazione
nazionaleil loro intervento interagiva con il settore dei lavori pubblici, dell’edilizia,
della locale polizia, urbana e rurale, dei mercati e del commercio, dell’istruzione
elementare, degli enti di beneficenza. Per quanto concerne la pubblica sicurezza e lo
stato civile, il sindaco svolge la sua attività in qualità di ufficiale del governo. Con
l’aumento degli organi statali periferici si sono attuati sistemi di attribuzione
promiscue tra Stato e comune, con conseguente aumento del controllo statale sugli
enti locali. Con l’avvento della Repubblica il compito di controllo sull’attività dei
comuniè affidata alle regioni e, conseguentemente, con l’attuazione dell’ordinamento
regionale nuove attribuzioni sono state conferite ai comuni, particolarmente in
materia sanitaria e di assistenza e beneficenza.
A fronte di quanto accennato, scaturisce la rilevanza delle fonti documentarie
comunali e, nel frattempo, quali difficoltà presenti la procedura di riordinamento di
un archivio comunale.In esso, in genere, è conservata la documentazione prodotta e
acquisita dagli organi del comune, ma molto spesso vi si trova pure altra documen-
tazione propria di organismi statali e di enti di varia tipologia istituzionale, come
opere pie, monti frumentari, ospedali. Le ragioni di questa, eventuale, coesistenza
sono daricercarsi, caso per caso,nella storia dell’ente e nell’attuazione delle proprie
competenze in un territorio, che nel tempo ha potuto subire trasformazioni, fusioni,
smembramenti.
In Italia i comunisonooltre 8.000e ciascunodiessi è tenuto, per legge vigente,
ad istituire Sezioni d'archivio separate per accogliere la documentazione con
cronologia anteriore all’ultimo quarantennio. La realtà è, comunque, molto diversa
presentando una situazione non sempre idonea alla conservazione della documenta-
zione e, di conseguenza, alla consultazionee fruizione della stessa. A ciò si aggiunga

230
la carenza di idonei strumenti di corredo atti a facilitare l’euristica delle fonti, tanto
per quelle storiche che per quelle contemporanee.
Nelprocedereal riordinamento di un archivio, anche di un archivio comunale,
è perentorio procedere all’identificazione delle serie archivistiche prodotte dalle
magistrature e dagli organi comunali, distinguendole dalla documentazione prodotta
da altri enti ed eventualmente ivi depositata. Indicare l’esistenza di fonti documen-
tarie, attinenti all’ente comunale, conservate in altra sede (archivi di famiglia,
biblioteche comunali). Ricostruirne, pazientemente e con competenza storica, le
vicendeistituzionali e recuperare notizie su precedenti interventi di riordinamento.
Una funzione non secondaria svolta dal comuneè l'anagrafe civile, relativa-
mente alla variazione della popolazione residente,istituita dal Codice napoleonico.
Nell’ordinamento italiano le norme relative sono approvate nel 1865 con l’identifi-
cazione deiruoli per le nascite, per i decessi, per i matrimonie perla cittadinanza.I
registri dello stato civile sono prodotti in dueserie originali: una è conservata presso
i comuni; l’altra, costituita presso i Tribunali, è versata negli Archivi di Stato
competenti per territorio. Attualmente è previsto il versamento fino al 1900.

2.2. Gli archivi della provincia

Ad unacircoscrizione territoriale più vasta, rispetto a quella del comune,si


riferisce il termine provincia. La sua origine è rapportabile alla monarchia normanna
e, successivamente, nel territorio centrosettentrionale del Paese, all’azione di assor-
bimento dei comuni minori da parte del comune maggiore e dell’affermarsi delle
signorie. Di fatto, per un lungo arco cronologico, la provincia rappresenta unacirco-
scrizione statale, non essendo espressione di autonomialocale.
Nell’attuale configurazione istituzionale, di circoscrizione amministrativa
statale e di ente autarchicoterritoriale, la provincia trova le sue radici nel sec. XVII.
Affermatasi in particolare nel territorio Lombardo-Veneto, si evolve a seguito dei
principi affermatisi durante la rivoluzione francese. Con l'avvento di Napoleonesi
ha la sua estensionealterritorio italiano, pur rappresentando sempre un’appendicedel
governoe del controllo centrale.
Tuttavia, è al regno di Sardegna,ripartito in comuni, province, divisioni, che
va fatto risalire l’odierno ordinamento. La normativa in vigore al 1842 attribuisce
all’Intendente sia la qualità di ufficiale del governo,in stretta subalternità al governo
centrale e affiancato da un consiglio d’Intendenza con ruolo consultivo e di
contenzioso, quanto quello di amministratore capo degli interessi della divisione,
coadiuvato da un consiglio divisionale, elettivo, con ruolo deliberativo e consultivo.
Tra il 1847 ed il 1848, comedetto, s'inseriscono alcuneriformeistituzionali che, tra

231
del regno è
l’altro, rendono elettivi i consigli provinciali. Nel 1859 il territorio
e comunie s’isti-
ricomposto nella suddivisionein provincie, circondari, mandamenti
tuisce la deputazione provinciale.
le e
Dopo l'Unità, nel 1865, la materia è regolata dalla legge comuna
elevata nella
provinciale, mentre, già dal 1861, in tutto il regno l’autorità più
cui è prepost o si denomina
provincia assume la denominazione di prefetto e l’ufficio
organo esecutivo
prefettura. Il prefetto presiede la Deputazione provinciale perché
quando con
dell’ente morale provincia. Tale compito rimane inalterato sino al 1888,
la Deputazione è
la legge 30 dicembre n. 5865 è tolta la presidenza al prefetto e
privata di qualsiasi controllo sui comuni.
il sistema
Nel 1928, legge 27 dicembre n.2962, il regime fascista abolisce
il rettorat o, di nomina
elettivo per gli organi provinciali e istituisce il preside ed
nsitori e
governativa. Dopo la cadutadella dittatura si attuano alcune disposizionitra
marzo 1951.
ed una nuovaleggesulle elezioni provinciali, la n. 122, è promulgata 1°8
unico del 1934,
Le funzioni dell’istituzione territoriale, determinate dal testo
e assistenza,
attengono essenzialmente al campo dell’attività sociale: beneficenza
he alla legge per la muni-
sanità e igiene, viabilità. Mentre, nel 1923, con le modific
comuni per
cipalizzazione del 1903, alla provincia è attribuita la stessa facoltà dei
sia ad altri enti
assumerela gestione diretta di servizi pubblici. Inoltre, sia allo Stato
sanità e igiene,
pubblici, può fornire prestazioni di carattere generale nell’ambito della
ura e trasporti . In tempi recenti le
opere pubbliche, pubblica istruzione, agricolt
seguito del trasfer imento
funzioni delle province hannoregistrato un decremento a
ai comuni.
di funzionialle regioni e dell’incremento di compiti istituzionali affidati
io
Anchegli archivi delle province devono istituire la Sezione separata d’archiv
alcune di esse hanno
per la documentazione anteriore all’ultimo quarantennio, ma
Archivio di Stato
depositato, per motivilogistici e funzionali, il proprio archivio nell’
competenteperterritorio.

2.3. Gli archivi della regione

tte dalla
L'istituzione delle regioni è storia recente. Esse sono state introdo
tico pongono
Costituzione repubblicana (1948) e, pertanto, dal punto di vista archivis
corrente e di
problemi metodologici di conservazione della documentazione
. Va tenuto
attuazionedi un titolario di classificazione, in gran parte ancora da definire
statuto speciale, dove
in conto, tuttavia, che ad alcune regioni è riconosciuto uno
iali come per
possono vigere normative specifiche anche pergli enti pubblici territor
1946 n.455;
le soprintendenze.Sitratta di: Sicilia, decreto luogotenenziale 15 maggio
e Trentino Alto
Sardegna, legge costituzionale 26 febbraio 1948 n.3; Valle d’ Aosta
bo
ty
1
Venezia Giulia, legge
Adige, leggi costituzionali del 26 febbraio 1948 nn. 4 e 5; Friuli
costituzionale 31 gennaio 1963 n.1.
vo, statutario e
Le funzioni della regione riguardano l’ambito amministrati
Costituzione agli artt.
legislativo e le normeperil suo ordinamentosonopreviste dalla
ne ha uno statutoil quale, in
114-133. Mentre l’art. 123 sancisce che «ogni Regio
sce le normerelative
armonia con la Costituzionee le leggi della Repubblica, stabili
no essere modificate
all’organizzazione interna della Regione». Norme che posso
soltanto con la procedura delle leggi costituzionali.
to della legge
Nello statuto che ogni regione deve darsi e approvare, sul dispos
ione degli uffici, il funziona-
10 febbraio 1953 n.62, sono da prevedere l’organizzaz
tra consig lio, giunta e
mento del consiglio e della giunta regionale, i rapporti
ve a province, comuni, enti
presidente regionale, la delega di funzioni amministrati
di queste competenze,
locali per oggetto definito e a tempo determinato. Sulla base
comun i e provin ce è uniforme. Mentre,
risulta evidente che l'ordinamento di
di propri e caratteristiche, ha un
ciascuna regione, sulla base di proprie esigenze e
regionali difformi.
ordinamentoa sé più consonoe, quindi, si hanno ordinamenti
in esecuzione della
Le prime funzioni decentrate sono trasferite alle regioni
e l’organizzazione della
legge 16 maggio 1970 n.281, mentre l'ordinamentoregionale
succes sivame nte, con legge 22 luglio 1975
pubblica amministrazione sono approvate,
scorta di quantop revisto dagli
n.382. Unulteriore trasferimento di competenze,sulla
il D.P.R. 24 luglio 1977
artt. 117 e 118 della Costituzione repubblicana,si attua con
nto amministrativo,
n.616 che prevede, come settori organici e di funzioname
, sviluppo e program-
ordinamento e organizzazione amministrativa, servizi sociali
mazione economica,assetto e utilizzo del territorio.
te dallo Stato
Risulta evidente chele regioni, relativamente alle materie delega
zzazio ne 0 di spesa e
centrale, sono tenute ad emanare norme legislative di organi
inato con l’attività di
normedi attuazione. Il rapporto tra Stato e regioniè determ
zzati in manieratra loro
procedimenti amministrativi propri di organie diuffici organi
nto del 12 settembre
differenziata. Sulla scorta di quanto previsto dal provvedime
ni sempli ci) e dipartimenti
1981 il quadrosinottico registra: uffici (preposti a funzio
questi aggiungeil dipar-
si
(preposti a funzioni di coordinamentotra i vari settori), A
à istituzionale in merito
timento pergli affari regionali che esplica la propria attivit
rizzo di una politica
alla legislazione regionale, allo studio per l’elaborazione e l'indi
ie diattività tra organi
relativa alle autonomieregionali, al coordinamentodi rapport
e uffici statali, tra regionee enti pubblici.
presidenti delle
Nel 1981 è stata costituita la Conferenza permanente dei
poter razionalizzare la
regioni e delle province autonome con l'auspicio di
delle interferenzetra
complessità delle interrelazioni, delle sovrapposizionie, a volte,
Costituzione. Certo è,
questi diversi organismi, secondo quanto previsto dalla

233
comunque, che la complessità del quadroistituzionale si rispecchia, necessariamente,
nella complessità della produzione documentaria, ma soprattutto nella difficoltà di
impostarne scientificamenteil fitolario d'archivio, a fronte anche della proliferazione
documentaria che cresce con l’ampliarsi delle mansionisvolte.

3. Gli archividi enti pubblici non territoriali

Per definizione,istituzionalmente questi enti non hannonelterritorio la loro


ragione di essere, a differenza di quelli precedentemente indicati. Nella società
contemporaneatali enti si moltiplicano con l’ampliarsi degli interventi dello Stato,
affiancandosi ad esso e agli enti pubbliciterritoriali. Nascono peril raggiungimento
difini particolari e sono, comunque, da tenere in conto perché determinantinella vita
del Pese.
La loro competenza, desumibile certamente dai rispettivi archivi, può essere
circoscritta a livello locale o estendersi su un territorio più vasto. A partire dall’ Unità
nazionale accanto agli enti territoriali, come i comuni e le province, vi sono le
istituzioni di beneficenzae di assistenza, gli istituti bancari, gli ordini professionali,
i convitti nazionali, le università. Il loro sviluppo è stato talmente veloce che intorno
al 1960 se ne contano circa 60.000.
I settori nei quali inizialmente si verifica uno sviluppo maggiore sono quelli
dell’industria e delle pubbliche opere, quali: l'Unione edilizia nazionale, gli Istituti
autonomi delle case popolari, le Camere di commercio, i Patronati scolastici. A
ridosso del primo conflitto mondiale, tra gli altri, si affermano l'Opera nazionale
combattenti, l’Istituto nazionale di credito edilizio, l'Ente nazionale italiano peril
turismo. Nel ventennio fascista gli enti pubblici prendono diverse vie di sviluppo,
tutte comunque legate alla propaganda di regime: Opera nazionale balilla, Gioventù
italiana del Littorio, ed altri. Alcuni, invece, sono soppressi, pur restando di gran
lunga superiore il numero di enti di nuova istituzione: Opera nazionale per la
protezione della maternità e infanzia, Istituto nazionale Luce, Società italiana degli
autori e editori, Istituto poligrafico dello Stato, Ente per le bonifiche albanesi.
Nel dopoguerrasi verifica un notevole sviluppo diistituti di credito e di enti
fieristici. L'assistenza mutualistica si estende a nuovisettori e alcuni enti assumono
particolare rilevanza in ambito nazionale, come il Fondo per il finanziamento
dell'Industria meccanica, il Comitato nazionale per il collegamento tra Governo
italiano e l’organizzazione delle Nazioni unite per l'agricoltura e l'alimentazione,
l'Unioneitaliana delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura,il
Comitato nazionale per l’energia nucleare. La situazione viene mutandoversola fine

234
del 1980 in conseguenza di radicali cambiamenti, a seguito di riforme di carattere
generale e di trasferimento alle regioni di particolari funzioni.
Bastano queste brevi note per comprendere quanto sia difficile seguire le linee
di sviluppo proprie della variegata realtà di enti pubblici nonterritoriali, considerando
ancheil fatto che, cronologicamente, solo da breve tempo si è determinato per essi
la rilevanza storica della documentazione prodotta. A ciò si aggiunga che, in
percentuale, sono pochi gli enti che hanno aperto alla pubblica consultazione la
propria documentazione, avendo maturato il quarantennio, come previsto dal
disposto del D.P.R. 1409 del 30 settembre 1963.

Inoltre, in territorio nazionale sono presenti archivi delle rappresentanze


straniere, quali quelle delle ambasciate e dei consolati. La loro appartenenza è dei
rispettivi Stati vigendo, nelle sedi diplomatiche, il principio della extraterritorialità.
Parimenti le rappresentanze diplomaticheitaliane all’estero, anche se con differente
periodicità, trasferiscono i propri archivi in Italia presso il Ministero pergli affari
esteri.
Da ricordare, comunque, che anche altri archivi godono della extraterritoria-
lità in Italia, poichéairispettivi enti ne è stata riconosciuta la condizione peculiare:
le basiliche di s. Antonio da Padova, di s. Francesco d’Assisi, della Santa Casa di
Loreto.
Relativamente alle norme di conservazione è da precisare che esse sono dettate
dagli enti medesimi proprietari degli archivi.

4. Gli archivi non statali

La conservazione degli archivi non statali, compresi gli archivi privati, è


affidata agli enti che li pongono in essere; lo Stato interviene attraverso le
Sovrintendenze esercitando il compito di vigilanza. Tra gli archivi non statali
rientrano, a titolo esemplificativo, gli archivi industriali, gli archivi degli enti di
assistenza e beneficenza, gli archivi sanitari per i quali, qui di seguito, si danno alcuni
cenni storico istituzionali.

Nel settore degli archivi sanitari le trasformazioni istituzionali hanno


determinato non pochi problemi legati alla conservazione dei rispettivi archivi a
fronte, anche, dell’entrata in vigore della legge 23 dicembre 1978 n. 833, con la quale
si istituisce il Servizio sanitario nazionale. Ciò ha comportato la cessazione di alcuni
enti e la creazionedialtri, come le Unità sanitarie locali, con conseguente travaso di

235
documentazione nei nuoviistituti al fine di una riorganizzazione e di una continuità,
sul piano amministrativo.
Da subito è emersa la necessità di coordinare,a livello nazionale, gli interventi
mirati alla tutela degli archivi storici e alla organizzazione e razionalizzazione di
quelli correnti, con particolare attenzione al quadro di classificazione. A questo si
aggiunga che con l'istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali si
rafforza il rapporto tra Stato e regione, tant'è che l’art.66 della legge n. 833 del 1978
trasferisce 1 beni di queste istituzioni al patrimonio dell’ente comune, finalizzato
all’utilizzo da parte delle Unità sanitarie locali. Si delegano, altresì, alle leggi
regionali lo svincolo dei beni patrimoniali e la tutela degli archivi legati ai beni
medesimi.
Un aspetto particolare attiene, tra gli altri, allo scarto delle cartelle cliniche il
cui termineè stato fissato dal Ministero della sanità a 25 anni dalla lororedazione (O.
Bucci, 1999). Nel 1975 si è costituita la Società italiana archivi sanitari ospedalieri
con lo scopo di promuovere lo scambio di informazioni su problemi attinenti agli
archivi sanitari. La direzione sanitaria è responsabile dell’archivio clinico e della
biblioteca medica e deve promuovere l’attività culturale, scientifica e didattica come
pure la vigilanza sugli archivi delle cartelle cliniche. Per la loro consultabilità la legge
sugli archivi del 1963 ritiene che possanorientrare nella categoria degli atti riservati.
AI presente, anche per questa tipologia documentaria, vale il disposto delle legge
sulla privacy.

236
Parte IV

APPENDICI
I. GLOSSARIO

Viene data una breve descrizione dei termini archivistici più comuni e dei termini
ecclesiastici più ricorrenti nella documentazione conservata negli archivi ecclesia-
stici.

1. Termini comuni nell’archivistica

Accesso. Possibilità di consultare i documenti di un fondo archivistico, secondo le


normeo le condizioni prescritte. i

Annali. Unità archivistica (in genere un volume, un codice) che riporta in ordine
cronologico eventi accaduti.

Archiviazione. Conservazione ordinata (razionale e uniforme)di registri, fascicoli


e documenti, negli armadi, classificatori, scaffali dell’archivio, in modo da renderlo
facilmentereperibile.

Archivio, Comunemente ha tre accezioni:


1. In senso proprio, raccolta ordinata di documenti, non solo cartacei, prodotti 0
acquisiti da un ente nel corso della sua attività, o da una persona lungo la propriavita.
Presso l’archivio di un ente può anche essere destinata, o sia stato chiesto di
depositare, archivi prodotti da altri enti. In simili casi, questi mantengono la loro
autonomia dai fondi dell’archivio ospitante.
2. Locale in cui si conserva la documentazione raccolta.
3. Istituzione designata alla conservazione e consultazione di archivi provenienti da
vari enti o famiglie.

Archivio corrente. Si riferisce alla documentazionerelativa agli affari in corso; in


questa fase i documenti sono usati prevalentemente per finalità pratico-ammini-
strative;
Archivio di deposito. Per la documentazione relativa ad affari chiusi e, quindi, non
più occorrente alla trattazione degli affari in corso; documentazione però non ancora
destinata alla conservazione definitiva e alla consultazione da parte del pubblico;

Archivio storico. Vi si conserva la documentazione relativa ad affari esauriti,


destinata ormai alla conservazione permanente e alla consultazione per finalità di
studio e di ricerca.

Archivistica. La scienza che studia l'origine, la formazione, gli ordinamenti, la utiliz-


zazione, gli ambienti e la regolamentazione giuridica degli archivi.

Autore. Persona fisica o morale responsabile del contenuto del documento; da non
confondere con l’estensore del documento stesso.

Authority list. Vedi: Liste d’autorità

Busta. Contenitore chiuso su duelati (piatto inferiore e piatto superiore) e sul dorso,
in genere di cartone rigido, nel quale vengono conservati, in senso verticale, i
documenti sciolti o raccolti in fascicoli, ma anche volumie registri, se di spessore
sottile o in cattive condizioni. Ai fini della determinazione della consistenza dell’ar-
chivio, ogni busta è considerata un’unità o un pezzo archivistico. Secondoi luoghi,
può assumere pure la denominazione di: faldone, cartella, mazzo, fascio, pacco,
carpetta, filza.

Carteggio. L'insiemedilettere, circolari, appunti, annotazioni e messaggi inviati e


ricevuti da enti o persone nello svolgimento della loroattività. Alcune voltesi adotta
il termine epistolario, nel caso di lettere e note tra persone.

Cartella. Involucro utile alla conservazionee classificazione di fogli sciolti.

Categoria archivistica. Partizione del titolario, contrassegnata da un numero


romano, o da un numero arabo, o da unalettera dell’alfabeto, oppure da una forma
mista costituita da numerie lettere. Si può avere anche un’articolazione in sottoca-
tegorie, contrassegnate a loro volta da numerie lettere ordinate ovviamente in modo
gerarchico.

Chirografo. Documento scritto di proprio pugno dall’autore e consegnato da questi


al destinatario.

240
Classificazione. Denominazione data ad un insieme omogeneo di documenti come
conseguenzadell’operazione di analisi e ordinamento dei documenti dell’archivio,
secondoi principi dell’archivistica.

Codice. Documenti redatti su supporto cartaceo o pergamenaceo e rilegati in


volume.

Controllo di autorità. Forme normalizzate di nomi comuni, nomidi personefisiche


o di istituzioni, nomi geografici, adottate per la stesura di un indice, o di una banca
dati, o più semplicemente per riportarli sempre in modo uniforme.

Copia. Riproduzione di documento originale, compiuta in diverse forme: a mano, a


macchina, per fotocopia, per fotografia, ecc. La copia può essere: semplice, senza
valore giuridico perché non ha alcuna formadi legalizzazione; autentica: ha valore
giuridico per apposita formula che indichi pure la collocazione archivistica dell’ori-
ginale, firma di un funzionariodell’entee relativo timbro; vidimata: riporta apposita
dicitura che garantisce la provenienza del documento.

Data cronica. Indica il giorno, mese, anno, indicato o ricostruito, del singolo
documento.

Data topica. Il luogo di redazione del documento, indicato o ricostruito.

Dati estremi. La data più antica e la data più redente dei documenti che compongono
una unità archivistica,

Deposito. L'ambientefisico dove si conserva la documentazionerelativa agli affari


man manoconclusi. Si intende pure l’atto che sancisceil trasferimento dell’archivio
di un ente o di una persona in un archivio di concentrazione, qualora l’ente o la
persona non sono in grado di garantire un’idonea conservazione e possibilità di
consultazione dei documenti da essi prodotti o ricevuti.

Descrizione archivistica. Insiemedinotizie finalizzate alla esatta identificazione di


un documento nell’archivio, alla spiegazione del suo contenuto, al contesto della sua
produzionee ai sistemi di archiviazione adottati. La descrizione archivistica tende:
ad assicurare l’elaborazione di descrizioni coerenti, appropriate e autoesplicative; a
facilitare la ricerca e lo scambio di informazioni sulla documentazione archivistica;
a permettere l’utilizzazione comunedi dati autorizzati; a rendere possibile l’integra-

241
zione delle descrizioni provenienti da differenti istituzioni archivistiche in un
sistema informativo unificato.

Dichiarazione di notevole interesse storico. Riconoscimentodirilevante valore per


la storia e la cultura della nazione di un archivio anche ecclesiastico, sancito dallo
Stato (in Italia disposto dal soprintendente archivistico), che comporta la possibilità
di intervento pubblico a favore dell’archivio, unitamente al dovere dell’ente di
permetterne la consultazione.

Documento. Quanto prodotto nei corso dello svolgimento dell’attività ordinaria o


straordinaria della persona o dell’ente, utilizzando supporti diversi (pergamena,carta,
nastro magnetico, pellicola, disco magneto-ottico, ecc.). In senso giuridico ci si
riferisce ad una testimonianza scritta, redatta secondo forme proprie degli atti
pubblici, che le conferiscono validità pubblica e valore probatorio. In senso archivi-
stico va intesa qualsiasi forma di documentazione (scritta, orale, audiovisiva,
fotografica, ecc.) che ha valore di testimonianza ed è conservata in archivio. Come
pure, l’unità minima e basilare su cui si basa un archivio. Nella descrizione del
singolo documento va identificata la tipologia: privilegio, bolla, lettera, verbale,
appunto, rapporto, telegramma, fotografia, nastro magneto-ottico, ecc.

Dossier. Insieme di documenti raggruppati, sia dal produttore per il proprio uso
corrente, sia al momento della loro classificazione archivistica, perché relativi allo
stessa persona o ad identico affare.

Elenco. Mezzo sommario e provvisorio di corredo dell’archivio, utile per un primo


inventario di fondi disordinati, oppure parzialmente ordinati, che favoriscono un’im-
mediata conoscenza complessiva dei contenuti e degli eventuali problemi di
ordinamento.

Elenco di consistenza. Indica la quantità dei pezzi archivistici conservati nelle


diverse serie di un fondo archivistico. Insieme all’anno, riporta l'indicazione del
titolo, della sezione e della segnatura archivistica. Può assumereil ruolo anche di un
inventario sommario.

Elenco di versamento. Indicazione dei documenti trasferiti da un ufficio all’archivio


di deposito o all’archivio storico, appartenente allo stesso ente ma anche ad ente
diverso da quello che li ha ricevuti e prodotti. L'elenco va sottoscritto dal responsa-
bile dell’ufficio versante e dal responsabile dell’archivio ricevente.

242
Epistolario. Insieme di lettere e note scambiate tra persone diverse.

Faldone. Contenitore ampio e rigido per la conservazione dei fascicoli e delle


cartelle.

Fascicolo. L'insieme delle carte relative ad un unico affare, conservate nello stesso
contenitore, chiamato anche cartella o camicia, disposte in ordine cronologico
crescente o decrescente. Si identifica pure con la documentazione in esso conservata
e indica l’unità archivistica di base, indivisibile. In genere, all’interno del fascicolo
le carte si trovano secondol’ordine di archiviazione, per cui il documento più recente
è il primoe il più antico è l’ultimo. Su ognifascicolo vieneriportatala classificazioni
e gli estremi dei documenti in esso inseriti nel corso dello svolgimento della pratica.

Filza. Documentiinfilzati tramite uno spago perrilegarli. Indica pure il contenitore


che raccoglie i fascicoli o i documentisciolti: sinonimo di busta, cartella, fascio.

Fondo. Complesso di documenti, che abbiano carattere di unitarietà tipologica,


raccolti da un ente o da una persona nello svolgimento della propria attività.
L'archivio di fatto è costituito da più fondi archivistici. Per la quantificazione più
esatta di un fondo, oltre al numero delle buste e dei registri, si dà l’indicazione in
metri lineari. La descrizione del fondo risponde ad una precisa successionedi infor-
mazioni: il nome, o i nomi qualora si riscontra una differente denominazione assunta
nel corso del tempo; la consistenza del fondo; gli estremi cronologici; eventuali
strumenti di corredo per la consultazione (inventario, guida, elenco di consistenza,
ecc.).

Guida. Descrizione generale di tutti i fondi archivistici, con l'indicazionedelle serie


e delle sottoseriee il relativo arco cronologico della documentazione conservata. Può
aversi pure una guida di più archivi. Si pensi alla Guida degli archivi diocesani
d’Italia, alla Guida degli archivi di Stato, e alla pubblicazione in corso della Guida
degli archivi capitolari d’Italia.

Incartamento, Vedi: Dossier.

Indice. Lista alfabetica di termini, in genere nomidi personee di luoghi, desunti dai
documenti dell’archivio e corredati deirispettivi riferimenti archivistici, finalizzata
ad individuare le relative occorrenze. Fa parte degli strumentidi ricerca dell’archivio.

Indicizzazione. Descrizione e identificazione del contenuto di un documento.


Inventario. Strumento primo e indispensabile per ogni archivio: ne registra l’ordi-
namentoe ne facilita la consultazione. Può essere redatto solo a conclusione dell’or-
dinamento di un fondo. Riporta la descrizione ordinata e analitica dei singoli fondi
e delle singole unità archivistiche. Nella sua stesura le classificazioni originali e il
titolo originale vannoriportati tra virgolette. Ogni inventario è bene che abbia un’in-
troduzione, che dia una breve ricostruzione della storia dell’ente, al fine di meglio
comprendere la documentazione inventariata, e riporti la spiegazione dei criteri
adottati nell’ordinamento e nell’inventariazione. L’inventario può essere: analitico,
sommario; sia sempre corredato da indici.

Liste d’autorità. Elenco di termini relazionati tra loro e di cui una parte permette
l’indicizzazionee le altre indicanoil rinvio a termini equivalenti.

Livello di descrizione. Passaggio della descrizione nella gerarchia delle unità archi-
vistiche (fondi, serie, sottoserie, fascicolo) e che determinail tipo di strumento di
ricerca in relazione ad esse: guida, repertorio, inventario, catalogo.

Mazzo. Insieme di documentisciolti di unaserie,tra loro legati con spagoo fettuccia


di cuoio, e tenuti con una coperta e un piatto in cartone o in legno. Metodo usato
soprattutto in età medioevale per la conservazione dei documenti, sostituito in seguito
dal fascicolo.

Mezzi di corredo. Sono gli strumenti che contengono la descrizione, analitica o


sommaria, di tutto l’archivio oppure di un fondo archivistico o dei singoli fondi:
inventari, elenchi, elenchi di consistenza, elenchi di versamento, regesti, indici,
rubriche, schedari, ecc. Possono essere coevi alla formazione del fondo; compilati in
fase di versamento; compilati in epoca successiva.

Miniatura. Indica una pittura di dimensioni ridotte ma anche la tecnica di


esecuzione. Prende il nome dal minio, la vernice rossa che serviva agli amanuensi
dell’alto Medioevo per dipingere con sfarzo di colori le grosse lettere con cui
iniziavano la prima parola di ogni capitolo del testo trascritto su pergamenao su carta.

Miscellanea. Documenti in genere eterogenei provenienti dai fondi dello stesso


archivio, oppure da archivi diversi. Può formarsi per cause diverse: accidentali (rior-
dinamenti, sedimentazioni, smembramenti) oppure per calamità naturali e belliche,
naturali o per difficoltà ad individuare. In linea di principio, le carte di una
miscellanea dovrebbero ricondursi ai fondi o alle serie di provenienza. Non sempre
però è possibile.

244
Numerodi corda. La numerazione progressiva, provvisoria o definitiva, delle unità
archivistiche per singolo fondo ma non sequenziale ditutti i fondi dell’archivio.

Ordinamento. Operazione fondamentale che permette di dare una propria fisionomia


ad ogniraccolta di documentazione archivistica. É determinato dal principio del
rispetto della provenienza e della originaria disposizione delle unità archivistiche,al
fine di restituire ai documenti il legame (vincolo archivistico) instauratosi al
momento in cui i documenti venivano prodotti dall’ente o dalla persona nel corso
dello svolgimento delle proprie attività. Ciò comporta il preliminare studio della
storia dell’ente e della sua evoluzione giuridico-istituzionale, con particolare
attenzione ad eventuali precedenti ordinamenti dello stesso archivio.

Pergamena. Supporto documentario ottenuto dalla pelle o meglio dal derma gene-
ralmente di capre, pecore e vitelli. La denominazione deriva dalla città di Pergamo
dove, secondo Plinio, fu inventata nel II secolo a.C., ma il suo uso è più antico. Con
la fine delle importazioni del papiro dall’Egitto, nell'Europa medioevale la
pergamena divenneil principale materiale scrittorio, sostituito in seguito dalla carta.
Tale passaggio ha determinato pure la sostituzione del rotulo pergamenaceoal codex
cartaceo, antenato dei libri moderni.

Pezzo. La più piccola unità archivistica, indivisibile sia per materia che per contenuto
(foglio semplice o doppio, registro, volume, filza, fascicolo).

Principio di provenienza. Sancisce il mantenimento integro dell’archivio così come


è stato costituito dalla persona o dall'ente nel corso della propriaattività. In forza di
tale principio l'archivio non può essere smembrato.

Protocollo. Nella diplomatica indica la parte iniziale del documento, seguito dal testo
e dall’escatocollo. Attualmente,nell’attività della persona o dell’ente indicail registro
sul quale vengono segnati gli elementi fondamentali dei documenti in partenza o in
arrivo: numero progressivo, data, mittente/destinatario, oggetto, allegati, riferimento
a documenti precedenti o seguenti, classificazione archivistica. Operazione con cui
un documentoentra a far parte integrante di un archivio e viene collegato adaltri della
medesima pratica, dando ad essiil vincolo archivistico.

Regesto. Breve sintesi di un documento con segnatura archivistica ed elementi


essenziali: chi lo emette, nei confronti di chi, quando e dove.

Registro. Fogli legati insieme, destinati alla registrazione di documenti, o di loro

245
minute, sunto o per intero, o alla loro trascrizione. Ogni registro è un’unità archivi-
stica.

Repertorio. Registroin cuii singoli fascicoli delle vocidel titolario vengono annotati
con numerazione progressiva. E mezzo di corredo che facilita il reperimento dei
fascicoli. Possono aversi repertorio redatti in epoche anteriori all’adozione del
titolario.

Riordinamento. Conferire un’organizzazione sistematica alle unità archivistiche e


recuperare l’ordinamento originario prodottosi lungo lo svolgimento dell'attività
della persona o dell’ente, smarrito o sconvolto per varie ragioni, secondoil criterio
del rispetto delle serie originarie e del metodo storico.

Rubrica. Registro scalettato e marcato dalle lettere dell’alfabeto. In archivio è uno


strumento di corredo nel quale si segnano per materia i singoli documenti oppure le
pratiche secondoil contenuto. Il significato primordiale si riferisce alle indicazioni
operative scritte in rosso (rubrus) per l'espletamento deiriti; oppure, al titolo dei
capitoli scritto in rosso nei codici.

Scarto. Operazione con cuisi selezionanoe si destinano al macero carte di archivio


giudicate non indispensabili alla conservazione permanente nell’archivio storico.

Scheda. Può assumere un triplice significato: a) strumento di lavoro per l’ordina-


mento di un fondo, per la stesura dell’inventario e degli indici; riporta gli elementi
essenziali di identificazione dei singoli pezzi; nella fase di ordinamento permette
agevolmente di formulare ipotesi di lavoro, con correzioni e spostamenti delle singole
carte fino alla loro definitiva collocazione; b) rubriche o repertori nel passato
compilati a schede invece che a registro; c) documento, redatto alla presenza di
testimoni, in preparazione alla stipula di un contratto.

Segnatura. La classificazione e la numerazione che contraddistinguono la singola


unità archivistica e ne danno la collocazione logica nel fondo. Indicata nel protocollo
ne facilitano il rinvenimento nell’archivio.

Serie. Documenti dalle caratteristiche omogenee, determinate da uno specifico


ambito di attività della persona o dell’ente, da cui deriva ad essi una peculiare
tipologia e che sono raggruppati in un fondo archivistico. All’interno di ogni serie
possono aversi una o più sottoserie. Le serie vengono dette anche complessi
documentari.

246
Sigillo. Impronta apposta sopra un supporto (carta, piombo, ceralacca) che riportai
segni propri dell’autorità che emana un documento, allo scopo di attestare e
convalidare il contenuto deltesto.

Sommario di versamento. Riassunto del contenuto di un versamento archivistico.

Standard descrittivi. Norme internazionali elaborate per normalizzare e uniformare


la catalogazione dei documenti, anche al fine di agevolarele ricerche e l’accesso alle
informazioni. Tra esse: la determinazione della responsabilità intellettuale del
documento, il modo di intestarlo come la segnatura del numero delle pagine. Sono
conosciute con delle sigle specifiche: ISBD (International Standard Bibliographic
Description) per la descrizione bibliografica, ISAD (G) (General International
Standard of Archival Description) per la descrizione archivistica, ISTAAR (CPF)
(International Standard Archival Authority Record for Corporate Bodies, Persons and
Families).

Strumenti di ricerca. Sono considerati gli elenchi, gli inventari, i regesti, i repertori,
le rubriche predisposti per la gestione e la consultazione dell’archivio.

Supporto. Materia su cui sonoscritte o registrate delle informazioni costituenti un


documento; per esempio: papiro, pergamena, carta, nastro magnetico, pellicola,
floppy disk, cd-rom ...

Tavola di concordanza. Strumento di ricerca che indica l'equivalenza tra le antiche


e le nuove segnature nel caso in cui l'ordinamento ha cambiato la collocazione di o
di unità archivistiche.

Titolario, Tavoladititoli e sottotitoli o classi, contrassegnati da numeri e/o lettere


dell’alfabeto, per la classificazione dei documenti di archivio. Rende possibile la
differenziazione, la corretta gestione e ja sedimentazione ordinata in ordine logico dei
documenti: ne favorisce l’esatta e immediata collocazione, e l’agevole ritrovamento...

Tutela. Funzione propria della specifica autorità ecclesiastica o civile (in Italia, le
locali soprintendenze archivistiche), finalizzata alla idonea conservazionee fruizione
della documentazione archivistica.

Unità archivistica. Unità di base di ogniserie archivistica, si riferisce ai documenti


accomunati dallo stesso soggetto, attività o affare, e vengono raggruppati in modo

247

i
organico,sia in fase di produzione/ricezione, che nel corso dell’ordinamento dell’ar-
chivio.

Unità di descrizione. Documento o insieme di documenti di natura varia trattati


come un'entità e formanti la base della descrizione.

Vacchetta. Registro o taccuino, in genere di forma oblunga, con copertina di pelle


di vacca.

Versamento. Trasferimento periodico di documenti dall’ufficio che le ha ricevute o


prodotte all’archivio di deposito e/o all’archivio storico, dopo l'eventuale fase di
scarto.

Vigilanza. Funzione propria specifica autorità ecclesiastica o civile(in Italia, le locali


soprintendenze archivistiche) esercitata anche sugli archivi ecclesiastici, specie se
dichiarati di notevole interesse storico.

Vincolo archivistico. Il legame che impone la collocazione di un documento


insieme ad altri, al fine di poterne cogliere il significato relativo alla sua presenza in
archivio e il contesto che ne ha determinato la produzione/ricezione, indispensabile
per la sua corretta comprensione.

Volume. Fogli contenenti documentie rilegati insieme. A seconda del supporto docu-
mentario può essere pergamenaceoo cartaceo. Costituisce un’unità archivistica.

2. Termini ecclesiastici ricorrenti negli archivi

Abate. Superiore di una comunità monastica maschile che vive in un’abbazia.

Abadessa. Vedi: Badessa.

Abbazia. Edificio più o meno imponente che comprende una chiesa, un chiostro, una
sala capitolare,il refettorio e le abitazioni dei monaci, o delle monache, che vivono
rispettivamente sotto l'autorità di un abate, o di una abadessa. E esente dalla giuri-
sdizione del vescovo.

Abside. Parte terminale della navata centrale o di navate laterali di una chiesa.

248
Accolito. Quarto ordine minorericevuto da unchierico:abilita al servizio nelle cele-
brazioniliturgiche.

Acta Apostolicae Sedis. Organoufficiale per i principali atti del sommopontefice e


dei dicasteri ed uffici della Santa Sede. In passato edito come Acta Sanctae Sedis.

Ad limina. Visita periodica del vescovo alla Sede apostolica con presentazione, a
partire dal 1585, alla Curia romanadi una relazione sullo stato della diocesi.

Amministratore apostolico. Vescovo a cui è affidato temporaneamente il governo


di una diocesi in attesa della nominadeltitolare.

Amministratore diocesano. Sacerdote eletto dal collegio dei consultori, oppure


nominato dalla Santa Sede, per guidare la diocesi in caso di trasferimento, dimissioni
o morte del vescovo, in attesa della nomina del successore di questi.

Apostolato. Attività che esprime la missionesalvifica affidata da Cristo alla Chiesa,


che si esprimeattraversoi differenti ministeri e ruoli dei singoli cristiani.

Archimandrita. Titolo attribuito al superiore di un monabterobasiliano cheesercita


giurisdizione su altri monasteri ad esso collegati.

Arciabate. Abate di un’abbazia primaziale per antichità e particolarmente


importante.

Arcidiocesi. Diocesi insigne con a capo l’arcivescovo; può essere metropolitana per
una provincia ecclesiastica.

Arciprete. Nel corso di secoli ha avuto una varietà di significati. Dall'età moderna
si è stabilizzato comeriferimento al capo del clero di una chiesa collegiata, quasi
sempre responsabile della cura animarum dei fedeli del luogo, oppure una delle
dignità del capitolo della chiesa cattedrale, spesso con responsabilità di cura
animarum dei fedeli della città episcopale.In altri casi,il titolo è attribuito al parroco
della chiesa madre del paese, con responsabilità sul clero locale.

Arcivescovado. Territorio sotto la giurisdizione di un arcivescovo. Ma anche luogo


di abitazione dell’arcivescovo.

Arcivescovo. Vescovo di una diocesi insigne o di una provincia ecclesiastica, in tal

249
caso detto pure metropolita perché diocesi che sia metropolitana per un territorio
ecclesiastico. Nel caso di arcidiocesi metropolitana, l'arcivescovotieneil titolo di
metropolita.

Badessa. Superiora di una comunità monastica femminile.

Balaustra. Divisorio formato da un parapetto poggiato su colonnineo altri appoggi


ed è utilizzato per delimitare il presbiterio, ed altre parti della chiesa dallo spazio
riservato ai fedeli.

Basilica. Nell’architettura romana indicava un edificio a pianta rettangolare, diviso


in navate da file di colonne, provvisto di absidi e destinato ad attività funzioni
pubbliche (commercio, amministrazione della giustizia ecc.). Venne adottata dalle
comunità cristiane per la preghiera e la celebrazione della liturgia. Oggisi intendeil
titolo onorifico concesso ad una chiesa particolarmente importante.

Battistero. Edificio destinato nei primi secoli del cristianesimo al battesimo dei
catecumeni, poiché i non battezzati non potevano accedereall’edificio della chiesa.
In seguito, semplicementeil luogoin cui è posto il fonte battesimale, vicino alla porta
d’ingresso della chiesa, dove vengono battezzati i bambini.

Beatificazione. Attribuzione deltitolo di beato ad un cristiano a cui, a termine di un


processo canonico,si riconosce di aver praticato in modoeroico le virtù e di aver
interceduto in un evento giudicato miracoloso dall’autorità ecclesiastica preposta. Il
culto in genere è limitato ad un’area geografica o ad un ordine o ad una congregazione
religiosa.

Benevalete. Formula di saluto apposta a conclusione di documenti pontifici di età


medioevale e riprodotta in calce con un monogramma.

Beneficiale. Che ha relazione con un beneficio.

Beneficio. Insieme di benila cui rendita è attribuita ad un chierico con l’obbligo di


soddisfare i connessi servizi cultuali. Tale rendita veniva assegnata anche altitolare
di un ufficio ecclesiastico per il proprio mantenimento. È l’istituto giuridicoin cuisi
è configuratatutta la realtà ecclesiastica dai secoli medioevali fino alla promulgazione
del Codex juris canonici del 1983.

Berretta. Copricapo di forma quadrata, con tre o quattro spicchirigidi e un fiocco al

250
centro, adoperato dai chierici nella celebrazionedeiriti e nelle processioni. Di colore
nero per gli ecclesiastici in genere; di colore viola per i vescovi; di colore rosso per
i cardinali.

Bolla. Lettera solenne aperta, da rendere nota a tutti, identificabile dal sigillo a rota
in calceal testo; oppure,dalsigillo in piombo pendente dalla pergamena. Può essere
papale, vescovile, imperiale, regia. Nelle bolle pontificie,il sigillo riporta l’effigie dei
santi Pietro e Paolo su un lato e il nomedel pontefice sull’altro.

Breve. Lettera meno solenne di un papa, data in genere con la formula iniziale Ad
perpetua rei memoriam e con la formula conclusiva Sub anulo piscatoris.

Breviario. Breviarium romanum: il testo liturgico della preghiera ufficiale del clero,
promulgato da Pio V nel 1568 e più volte in seguito riformato dai pontefici.

Cancelliere. Ufficiale che nella Curia diocesana ha il compito di redigere e


convalidare gli atti ufficiali, anche del vescovo, e ne cura l’idonea conservazione.
Assommail duplice compito di notaio e archivista dell’archivio corrente della Curia.

Canoni. Etimologicamente da canon, norma. Sono i testi disciplinari di autorità


ecclesiastiche, singole o collegiali, come sinodi o concili. Di canoni è compostoil
Codex Juris canonici, sia quello promulgato nel 1917, sia quello vigente dal 1983.

Canonico. Aggettivo di canone, o di riferimento agli ordinamenti disciplinari, o il


chierico che fa parte di un capitolo di chiesa cattedrale o di chiesa collegiata.

Canonico secondario. Vedi: Mansionario.

Canonizzazione. Termine ultimo di un processo canonicoattraverso cui si verifica


e si riconosce la santità di una persona che dal papa viene additata a modello di vita
cristiana e pubblica venerazione per la Chiesa universale.

Capitolo. Collegio di chierici che attendono al servizio liturgico di una chiesa


cattedrale o di una chiesa qualificata collegiata, avente organizzazione propria
secondo propri statuti. I membri assumonoiltitolo di canonici, con la ripartizione in
maggiori o minori. Tra i primi, alcuni sono costituiti in dignità, con appellativi
variabili secondo la tradizione del luogo: arcidiacono, decano, teologo, tesoriere,
priore, prevosto, ecc. Il capitolo della cattedrale, in particolare, ha avuto nel passato
competenze di sostegno al vescovo nel governo della diocesi. In caso di assenza del

251
vescovo, per morte o per trasferimento ad altra sede, ha svolto il ruolo di reggenza
della diocesi, per mezzodi un vicario capitolare, eletto tra i canonici, fino alla presa
di possesso della diocesi da parte del nuovo vescovo. Il Codexjuris canonici del 1983
ha ridimensionatoil suo ruolo, lasciandogli essenzialmente compitiliturgici.

Cappa magna.Abitoliturgico solenne dei vescovi, dei canonicie di altri dignitari


ecclesiastici.

Cappella. Luogodi culto provvisto dialtare, all’interno di una grande chiesa, oppure
di una scuola, di un ospedale, convento, penitenziario, cimitero, ecc. Ma anchein casa
di una famiglia, per concessione dell’autorità ecclesiastica che ne ha verificata
l’effettiva necessità o opportunità.

Cappellania. Indica l’incarico di aver cura di una cappella che un ecclesiastico riceve
da chi ne ha la competenza.

Cappellano. Sacerdote incaricato del culto, a favore di fedeli laici o di una comunità
religiosa femminile.

Cappellano sacramentale. Sacerdote incaricato dell’ amministrazione dei sacramenti


secondole disposizioni della competente autorità ecclesiastica, o le determinazioni
dei responsabili di enti ecclesiastici.

Cardinale. All’origine i cardinali assumonola responsabilità di una parrocchia e,in


qualche modo, servono da sostegno (in latino cardo, cardinis) alla vita della
comunità romana. Dal sec. XII alcuni vengono scelti anche fuori Roma. È il caso
della gran parte di loro al presente, ma tutti sono collegati ad una chiesa di Roma.
Collabora in mododiretto il papa nel governo della Chiesa e, prima del compimento
dell’80° annodi età (dal 1970), partecipa al conclave per l'elezione del pontefice. Il
collegio dei cardinali elettori del papa non può eccedere il numerodi 120 (dal 1973).
I cardinali sono distinti in: diaconi, preti, vescovi, ciascuno di loro è titolare di una
chiesa nella diocesi di Roma. In particolare, i cardinali vescovi sonotitolari di una
delle sei diocesi suburbicarie, cioè vicine a Roma: Ostia, Albano, Frascati, Palestrina,
Porto e Santa Rufina, Sabina e Poggio Mirteto, Velletri.

Cattedra. La sedia su cui siede il vescovo o l’abate nelle funzioni religiose


importanti. In origine era di semplice pietra; successivamente venne costruita con
materiali diversi (legno, marmo, avorio ecc..). Posta originariamente in fondo

252

A
all’abside, man mano venne spostata sul lato destro del presbiterio. Dalla presenza
delle cattedre vescovili in alcune chiese prendono il nomele cattedrali.

Cattedrale. Chiesa madre della diocesi, nella città sede della diocesi, dove il vescovo
ha la cattedra per presiedere nella santificazione (liturgia, sacramenti), nell’evange-
lizzazione (predicazione e catechesi) e nella carità.

Celebret. Carta di identità rilasciata ad un sacerdote, con la quale si attesta la sua


condizione, l'appartenenza alla diocesi in cui è incardinato e la facoltà di celebrare
messa ed amministrare i sacramenti.

Censo. Rendita percepita da chi era proprietario del fondo, quale corresponsione
annua, in denaro o in natura, in perpetuo o a tempo determinato, dovutagli da chi
acquista o entra in possesso del fondo stesso. Censo consegnativo 0 bollale: così detto
dalla bolla di Pio V, del 1568, che disciplina l’intera materia relativa alla costituzione
dei censi e al versamento diessi.

Chierica. Piccola rasatura dei capelli di forma rotonda, al centro del capo, che
sanciva la pubblica appartenenzaallo stato clericale. Segno distintivo di ogni eccle-
siastico.

Chierico. Etimologicamente, persona che ha ricevuto la chierica, designava nel


passato chi entrava a far parte di un particolare status e contraeva dei doveri pubblici
nella Chiesae nella società. Oggi, chi ha ricevuto unodeitre gradi dell’ordine sacro:
diacono, sacerdote, vescovo.

Chiostro. Area interna di un monastero, di un’abbazia o di un convento, riservato ai


membri della comunità che vivono al suo interno.

Clausura. Ambienti di convento o monasteroriservati esclusivamente alla comunità


religiosa o monastica. Ma anche, condizione di vita di monaci e monache dedite
prevalentemente alla preghiera e al lavoro dentro il monastero.

Clero diocesano o secolare, regolare o religioso. Fanno parte di esso coloro che
vengono ordinati sacerdoti, assumono gli obblighi del proprio stato e godono dei
diritti connessi. Il rapporto è stretto con una diocesi (clero diocesano o secolare) ed
è detto incardinazione. Con la professione religiosa si entra a far parte di un ordine
religioso, secondo le norme proprie di ciascuno di essi (clero regolare o religioso).
AI clero appartengono pure coloro che hanno ricevuto l’ordine sacro del diaconato.

253

i. .
i

A.
Codicedidiritto canonico. La codificazione delle leggi e delle norme della Chiesa,
indicata con numerazione sequenziale di canoni. Il primo è del 1917, noto come
Codice pio-benedettino (da Pio X che lo ha voluto e Benedetto XV che lo ha
promulgato); il secondo è del 1983, promulgato da Giovanni Paolo IL

Collegiata. Chiesa in cui la cura pastorale e il culto sono affidati ad un gruppo di


sacerdoti, detti canonici, che formanoil capitolo della collegiata. In passato esso
aveva in comune anche una massa di beni, da cui desumevanola cosiddetta distri-
buzione corale, cioè compensi in denaro per la partecipazione alle celebrazioni
comuni, dette corali,

Collegio dei consultori. Sacerdoti nominati dal vescovo tra i membri del consiglio
presbiterale per la consultazione su aspetti particolarmente delicati della vita della
diocesi. In assenza del vescovo, per morteo trasferimento ad altra sede, può eleggere
l'amministratore diocesano.

Concilio. Assemblea di vescovi, ai quali si affiancano anche altri componenti in


qualità di membri ordinari o di consultori, per affrontare questioni relative alla
dottrina, alla disciplina e alla pastorale della Chiesa. Ordinariamente viene convocato
dal papa. Quello ecumenico radunatutti i vescovi del mondocristiano, è presieduto
dal romano pontefice e costituisce la rappresentanza della Chiesa cattolica, con
suprema autorità su di essa. Quello provinciale raduna i vescovi di una provincia
ecclesiastica, convocati dal vescovo metropolita secondo le norme del diritto.
Quello continentale, nazionale o regionale raduna tutti i vescovi dei rispettivi
territori, convocati dalla competente autorità ecclesiastica, secondo le norme del
diritto.

Concistoro. Designa la riunione plenaria del collegio dei cardinali presieduta dal
papa. È duranteil concistoro che il papa pubblica i nuovi cardinali.

Conferenza episcopale. Oggi è organismo permanente di comunionedei vescovi di


una nazione,di una regioneo di un territorio più ampio. Si articola al suo internoin
uffici particolari secondo gli statuti propri. In special modo si esprime attraverso
l’assemblea ordinaria, radunata per determinare un comune orientamento su aspetti
prevalentemente pastorali.

Confessionale. In genere il mobile, posto in fondo o su un lato della chiesa, doveil


sacerdote ascolta la confessione dei peccati e impartisce la assoluzione.

254
Congregazione religiosa. Insieme di uomini o di donne che con la professione
religiosa si impegnano per un cammino di perfezione cristiana, secondo proprie
regole, approvate dalla competente autorità ecclesiastica (vescovo, Sede apostolica).

Congregazione romana. Ufficio della Curia papale con competenze specifiche,


assegnatele dal romano pontefice. Esprime purela riunionedeisuoi dirigenti.

Congrua.Il conveniente assegno di sostentamento assegnato da autorità ecclesiastica


o laica a coloro che hanno responsabilità di cura animarum.

Consiglio presbiterale. Rappresentanti del clero di una diocesi, in parte eletti dai
sacerdoti, in parte di ufficio, in parte di nomina del vescovo, che lo coadiuva nel
governo pastorale.

Convento. Abitazione di una comunità religiosa, in genere cosiddetta divita attiva,


dedita anche all’apostolato.

Corale. Libro per la preghierae il canto liturgico in uso nel coro monastico.

Coro. Luogo della chiesa destinato alla preghiera comune della comunità monastica,
maschile o femminile, ma anche delcapitolo cattedrale o del capitolo della collegiata.
Posto abitualmente nell’abside della chiesa, è composto da una più file di sedili
(stalli) disposti lungole pareti, con relativi leggii. Stalli e leggii sono generalmente
in legno, più o meno decorati ed intagliati.

Costituzione apostolica. Documento solenne del pontefice in materia dottrinale o


disciplinare.

Curato. Sacerdote che esercita la cura animarum per i fedeli di un determinato


territorio. Spesso è sinonimodi parroco,

Curia. Insiemedegli uffici e di persone che collaboranoil vescovo, Curia vescovile,


o il superiore di un ordine religioso o di una congregazione religiosa, Curia
generalizia o Curia della provincia, nell’attività propria.

Curia romana. È l’insieme di congregazioni, tribunali, uffici e commissioni che


costituiscono l’organo di governo dicuisi avvale il romano ponteficepersvolgereil
suo ministero universale nella Chiesa cattolica. La sua formazione è connessa conle
vicende del papato ed è stata sancita con interventi che ne hannodefinito organi,

255
1968; Giovanni
nomine e competenze: Sisto V nel 1588; Pio X nel 1908; Paolo VI nel
Paolo II nel 1988.

in genere il più
Decano. Una delle dignità del capitolo cattedrale o di collegiata,
te responsabile
anziano di nomina canonicale. Ma anche,il titolo dato ad un sacerdo
.
di unterritorio pastorale; in tal caso è equivalente di vicario foraneo

da papa, o da
Decima. Una tassa pretesa ed imposta sui benefici ecclesiastici o
dai fedeli
vescovo, 0 da sovrani. In alcuni paesi europei fu una speciedi tassa pagata
per il sostentamento delsuoclero.

are.
Decreto. Disposizione di autorità ecclesiastica su argomento particol

con la quale la
Delegato apostolico. Rappresentante del papa presso una nazione
Santa Sede non intrattiene regolari relazioni diplomatiche.

o di Trento
Deputazione tridentina. Organismo ecclesiastico istituito dal concili
rare il vescov o nel
composto da rappresentanti del clero diocesano per collabo
controllo sul seminario diocesano.

tà cristiana
Diacono. Chiha ricevuto il primo grado dell’ordine sacro: nella comuni
chi si prepara
è a servizio della Parola di Dio, della carità e della liturgia. Può esserlo
In tal caso,
al sacerdozio ma anche chi lo vive come condizione permanente di vita.
possono ricevereil diaconato anche uomini sposati.

le o discipli-
Dichiarazione. Documento di autorità ecclesiastica di indole dottrina
nari.
nare,al fine di spiegare verità di fede particolare, 0 provvedimentidiscipli

so competente
Dimissoria. Lettera con la quale il vescovo o il superiore religio
provincia,di
concede ad un candidato,rispettivamente della sua diocesi 0 della sua
torio diocesa no o daaltro vescovo .
ricevere ordini ecclesiastici fuori dalterri

io di una chiesa
Diocesi. È il termine che nei secoli moderni ha indicato il territor
sottoposte
particolare e l’insieme di parrocchie e di altre istituzioni ecclesiastiche
lacitt à ove risiede il vescovo e
all'autorità del vescovo. La diocesi porta il nomedel
dovesi trova la chiesa cattedrale.

Codiceè del
Diritto canonico. Legislazione che regolala vita della Chiesa. Il primo

256
1917, Codice pio-benedettino (voluto da Pio X e promulgato da Benedetto XV); il
secondo,l’attuale, è stato promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983.

Dispensa. Atto dell’autorità competente, con cui viene concessa la sospensione della
legge ecclesiastica per singole persone o per specifici gruppi.

Enfiteusi. In cambio della concessionedi un terrenoil ricevente si impegnaa corri-


spondere al donante, per sé e peri suoi eredi, una somma convenuta oppurebeniin
natura, a scadenza periodica in perpetuo,

Esorcista. Terzo ordine minore ricevuto da un chierico: abilita a liberare dal male.

Esortazione apostolica. Lettera pontificia a tutti i cristiani relativa a particolari


aspetti della fede e della vita della Chiesa. Anche post-sinodale: il pontefice
recepiscele propositiones del sinododei vescovie, da lui rielaborate, le consegnaalla
Chiesa universale.

Episcopio. Residenza del vescovo e, in genere, anche della sua Curia.

Escardinazione. Atto del superiore competente con cui un chierico vienesciolto dal
rapporto precedente con la diocesi o con il proprio ordinereligioso.

Esclaustrazione. Atto del superiore competente con cui un religioso o unareligiosa


viene sciolto dagli impegni assunti nell’ordine religioso o nella congregazione
religiosa.

Esortazione apostolica. Documento pontificio, che raccoglie in genere le proposte


avanzate nel sinodo dei vescovi (vedi), con cui a tutti i fedeli vengono indicate
direttive di ordine dottrinale e pastorale.

Exequatur. Competenza pretesa e gestita da sovrani sulla pubblicazione di atti di


autorità ecclesiastica nel loro regno.

Facoltà. Competenza conferita da legittime autorità ecclesiastiche o autorizzazione


di esercitare diritti connessial proprio stato.

Foro ecclesiastico. Ambito di competenza esercitata dall’autorità specifica su


personee istituzioni, secondo una legislazione propria, autonomae riconosciuta.
bI
un
dl
Foro esterno. L’area dei rapporti interpersonali e di quelli delle istituzioni, regolati
dal diritto canonico.

Forointerno. Tutto ciò che attiene al comportamento morale, in cui può intervenire
soltanto l’autorità divina gestita nel sacramento della riconciliazione, detto
confessione.

Frate. Appartenenti ad un ordine religioso di mendicanti.

Giurisdizione canonica. Ambito di esercizio del potere, su persone o luoghi,


esercitato da autorità ecclesiastica secondo le normedeldiritto canonico.

Imprimatur. Autorizzazione data da un vescovo per la stampa di un libro in cui


vengono trattati argomenti religiosi e morali, conformi alla dottrina della Chiesa
cattolica.

Incardinazione. Rapporto di un chierico con una diocesi, stabilito in passato con il


conferimento della tonsura e ora con il diaconato.

Indicedeilibri proibiti. Istituito in applicazione del concilio di Trento (1545-1563)


per tutelare l’ortodossia e la morale, è stato abolito all’indomani del concilio Vaticano
II, nel 1966. Periodicamente edito a cura del Sant'Uffizio, segnalava i libri che i
cattolici non dovevano leggere per non mettere in pericolo la fede e i costumi.

Indulgenza. Nei primi secoli del cristianesimo la Chiesa imponeva penitenze


pubbliche per i peccati gravi: omicidio, adulterio e omicidio. In seguito, nella prassi
si affermò la commutazionedi tali penitenze con opere dicarità diutilità pubblica,
comela costruzione di chiese e case per la cura dei malati. La Chiesa crede che, per
i meriti di Cristo e dei martiri, nella comunione dei santi, può concedersi la
remissione della pena temporale per i peccatidi cui il fedele cristiano ha ricevuto la
remissione quanto alla colpa. L’indulgenza può essere plenaria o parziale, se cioè
libera da tutta o da una parte della pena temporale. Per riceverla la Chiesa pone
determinate condizioni.

Indulto. Particolare condizione di privilegio conferito dalla competente autorità


ecclesiastica.

Interdetto. Pena comminata dall’autorità ecclesiastica su un luogo, che comportala


cessazione del pubblico servizio liturgico.

258
In partibus infidelium.Si dice di sede episcopale scomparsasita in territorio non più
cristiano.Il titolo viene conferito a vescovi non residenziali, appunto vescovititolari.

Istruzione. Documento di autorità ecclesiastica con il quale si danno spiegazioni o


disposizioni a riguardo di argomentoparticolare.

Laico. Si riferisce in genere ad ogni battezzato. Viene usato anche in contrapposi-


zione a chierico; oppure, per indicare chi fa parte di una comunità monastica 0
religiosa e non ha ricevuto l’ordine sacro.

Laudemio. Decimaparte del valore di un immobile corrisposta all’enfiteuta qualora


questi non accettava di acquistarlo.

Legato. Disposizione, a favore di persona o istituzione, con la quale vengono


sE

assegnati dei beni (denaro o beni immobili) come fonte di reddito, in cambio di
precisi oneri stabiliti dal legatario. Può esserevitalizio, cioè a carattere perpetuo, per
tutta la vita del legatario. Tipologia più comunedilegati: di maritaggio, a favore di
ragazze poverepercostituire loro la dote per il matrimonio; di messe, da celebrarsi
post mortem a favore del legatario o di coloro per i quali questi dispone.

Lettera apostolica. Lettera pontificia spedita a particolari categorie di fedeli su


particolari aspetti della dottrina pastorale o sociale.

Lettera dimissoria. Vedi: Dimissoria.

Lettera enciclica. Lettera circolare del papa ai vescovicattolici, divenuta frequente


mezzo di comunicazione a partire dal sec. XVIII,

Lettera pastorale. Lettera del vescovoai propri fedeli per chiarire aspetti dottrinali,
dare orientamenti morali, indicare scelte pastorali comunipertutta la diocesi.

Lettore. Secondo ordine minore ricevuto da un chierico: abilita alla lettura dei testi
7
sacri nelle celebrazioni.
Ì
ì
i
i
Livello. Atto scritto (libellus, scrittura) per la concessionedi terre ecclesiastiche, o
i
ad ecclesiastici, o a chiese dietro pagamentodi un corrispettivo, o donazionedi beni.
Il ricevente, pagando, si riserva il godimento durante la sua vita o per alcune
generazioni.

259
Mansionario. Chierico componente del capitolo di chiesa cattedrale o collegiata in
grado minore di quello dei canoniciil cui ruolo è definito dagli statuti del capitolo.
In alcuni luoghi è detto anche canonico secondario.

Metropolita. Arcivescovo a capo di una provincia ecclesiastica di cui fanno parte


altre diocesi, dette suffraganee, a normadi diritto canonico. La sede arcivescovile
prende ancheil titolo di arcidiocesi metropolitana.

Mitria. Alto copricapo a formatriangolare portato dai vescovi e dagli abati durante
le celebrazioni, In passato, e in alcuni luoghituttora, prerogativa anche dei canonici.

Monaco. Appartenente ad un ordine monastico.

Monastero. Abitazione di una comunità di monaci o monachein clausura.

Monsignore. Titolo onorifico attribuito ai vescovi, come pure ad ecclesiastici


insigniti di particolare dignità (canonici, prelati in servizio alla Curia romana), o che
si vogliono gratificare per particolari meriti.

Motu proprio. Documento pontificio con il qualeil papadisuainiziativa legifera su


argomento particolare.

Mozzetta. O piccola cappa. Abito liturgico a forma di mantellina fino agli omeri
adoperato da ecclesiastici, canonici e mansionariin particolar modo.

Nihil obstat. Autorizzazione data dall’autorità ecclesiastica.

Noviziato. Periodo di preparazione dell’aspirante ad ordine monasticoo religioso e


a congregazionereligiosa secondogli statuti proprie il diritto generale. Può indicare
anche gli ambientiin cui gli aspiranti si preparano.

Novizio. Chi viene accettato in un ordine o congregazionereligiosa per verificare la


vocazionee prepararsi ad emetterei voti che lo legano canonicamente alla comunità.

Nunzio apostolico. Rappresentante del papa presso le Chiese locali di una nazione
e, al contempo, rappresentante diplomatico della Santa Sede (come ambasciatore)
presso il governo della stessa nazione. Per assodata regola della diplomazia interna-
zionale, in quasi tutte le nazioni il nunzio apostolico è il decano del locale corpo

260
diplomatico: alla legazia pontificia è riconosciuta la più antica forma di rappresen-
tanza diplomatica.

Opera pia. Istituzione con finalità assistenziale e religiosa, riconosciuta dalla


competente autorità ecclesiastica e civile.

Oratorio. Luogo di culto aperto al pubblico o riservato a privati, secondo la


istituzione compiuta dall’autorità ecclesiastica.

Ordinario. E il modogiuridico di indicare il vescovo che ha autorità ordinaria sulla


diocesi (Ordinario diocesano). Di pari autorità, limitata all’interno dell’ordine o della
congregazione dei religiosi, è il superiore di una loro provincia.

Ordinereligioso. Comunità di uomini o di donne che con promessasolennee rico-


nosciuta si impegnano al conseguimento della perfezione cristiana, secondo le
modalità indicate dalla regola di ciascuno diessi.

Ordinesacro. È il sacramentocristiano conil quale un battezzato vieneistituito nel


servizio pubblico e riconosciuto nelle comunità cristiane. Lo ricevono i vescovi,i
presbiteri e i diaconi e fini alla fine degli anni ‘60 del Novecento era considerato
ordinato in sacris anche il suddiacono.

Ordini maggiori. Si intendonoi tre gradi dell’ordine sacro: diaconato, sacerdozio,


episcopato. Nel passato, era compresoin essi anche il suddiaconato.

Ordini minori. Si ricevevano dopola tonsurae,fino alla riforma decisa da Paolo VI


(Ministeria quaedam, 1972), erano considerati tali: ostiari, lettori, esorcisti, accoliti.

Ostiario. Primo ordine minore ricevuto da un chierico: abilita alla custodia della
chiesa o dialtri luoghisacri.

Pallio. Collare di lana segnato da croci di colore nero, segno distintivo degli
arcivescovi metropoliti, ricevuto dalla sede apostolica.

Papa. Vescovo di Romae, pertanto, secondo la tradizione cattolica, pastore della


Chiesa universale e patriarca d’occidente. Il papa è anche sovrano della Città del
Vaticano. Per l’insieme dei suoi compiti, è assistito da una propria organizzazione,
la Curia romana, ed è collaborato da suoi rappresentanti, i nunzi apostolici, peri

261
rapporti con le Chiese locali e con i governi nazionali con cui la Santa Sedeintrattiene
relazioni diplomatiche.

Parroco. Responsabile di una parrocchia aventediritti e doveristabiliti dalla legi-


slazione ecclesiastica nel corso dei secoli. Ha la legale rappresentanza dell’ente
parrocchia anche in ambito civile.

Parrocchia. Istituzione ecclesiastica avente finalità pastorale, cioè annunzio del


vangelo e catechesiperla vita cristiana, celebrazione dei sacramenti, direzione delle
attività caritative. Ha avuto vicende e configurazioni tipiche nel corso dei secoli e
nelle varie nazioni. Oggi si intende soprattutto una comunità di cristiani di un
determinatoterritorio, facenti parte di una diocesi o di una prefettura apostolica.

Patrimonio sacro. Beni immobili o mobilicostituiti in dote dal chierico aspiranteal


suddiaconato, la cui consistenza venivanotificata al vescovo, a prova della capacità
di sostentamento autonomo.

Patronato. Diritto di presentare un candidatoaltitolo di un beneficio, riconosciuto


al fondatoredi esso, o ai loro eredi, o a chi indicatonell’atto di fondazione.

Pieve e pievano. Antica denominazionedella chiesa diventata poi parrocchiale e del


suo titolare, nei secoli medioevali.

Placet regio. Consenso delre alla pubblicazione o alla esecuzionedi testi emanati
dall’autorità ecclesiastica nell’ambito del territorio del suo regno.

Pontificale. Celebrazioneliturgica del vescovo; indica pureil testo liturgico proprio


perle liturgie episcopali.

Postulante. Chi chiede di poter entrare a far parte di un ordine o congregazione


religiosa ed inizia il percorso formativo verso il noviziato.

Prebenda. Beni assegnati al godimento di un ecclesiastico o rendite assegnate ad un


componente dal capitolo cattedrale o di chiesacollegiata.

Predica. Discorso di argomento religioso dentro o fuori una celebrazione.

Prefetto apostolico. Vescovo o sacerdote incaricato di prefettura apostolica.

262
Prefettura apostolica. La prima organizzazione giuridica della gerarchia ecclesia-
stica in un territorio in cuiinizia la presenza della Chiesa.

Prelato. Ecclesiastico a cuisi riconosce unaparticolare dignità.

Prelatura nullius. Circoscrizioneterritoriale simile alla diocesi mache, per ragioni


storiche o di opportunità, viene affidata ad un prelato, equiparato al vescovo, con
piena giurisdizione e responsabilità pastorale.

Presbiterio. Indica l'insieme di coloro che hannoricevuto l’ordine sacro del presbi-
terato, in una determinata Chiesa particolare. Ma anche, parte della chiesa riservata
al clero, in genere nel o verso l’abside, dove è situato l’altare maggiore e in antico
anche il coro dovei chierici recitavanol’ufficio liturgico.

Presbitero. Chi ha ricevuto il secondo grado dell’ordine sacro; nella comunità


cristiana presiede la celebrazione eucaristica, riconcilia i peccatori in modo sacra-
mentale, annunzia la Parola di Dio, stimola e guida il servizio della carità.

Prete. Vedi: Presbitero.

Prevosto. Il titolare della carica più eminente, la prima autorità, in un capitolo


cattedrale o di chiesa collegiata. In alcune zone indica pure il parroco che ha una
qualche giurisdizione anche sulle parrocchie limitrofe a quella di cui è responsabile.

Priore / prioressa. La seconda autorità, dopo l’abate o la badessa, in una abbazia. Ma


anche chi presiede una particolare comunità di monaci direligiosi, secondo gli
statuti di ciascun ordine, in un monastero dipendente da un’abbazia.

Privilegio. Condizione giuridica particolare di persone, di gruppi, d’istituzione,


stabilite da chi esercita autorità ecclesiastica.

Pro-nunzio apostolico. Nunzio apostolico in una nazione in cui non è decano del
corpo diplomatico.

Provincia ecclesiastica. Circoscrizione territoriale omogenea anche per tradizione


storica, comprendente più diocesi e dipendente dall’arcivescovo metropolita nella
sede episcopale della città più rilevante.

Pulpito. Palco sopraelevato sul piano della chiesa destinato alla predicazione.

263
Registri canonici. Sanciti come obbligatori dal concilio di Trento (1545-1563), sono
così chiamatii registri di battesimo, cresima, matrimonio,defunti, stato delle anime
(o censimento delle famiglie della parrocchia).

Regolari. Si riferisce agli ordini religiosi che seguono una regola (monacie frati
mendicanti).

Relatio ad limina. Relazione sullo stato della diocesi, presentata dal vescovo alla
Curia romana, in occasionedellavisita ad limina.

Religiose/i. Tutto ciò che attiene la religione, ma in special modo le persone


raggruppate in comunità di ordini monastici e in congregazioni religiose.

Rescritto. Decisione di autorità ecclesiastica a seguito di esplicita richiesta in


particolare materia.

Rota. Nei documenti pontifici solenni di età medioevale costituiva il sigillo,


evolutosipoinella bolla.

Scomunica. Pena ecclesiastica perfedeli e per chierici stabilita dal Codice didiritto
canonico e inferta dalle autorità ecclesiastiche competenti, per specifici reati, che
escludono dalla recezione dei sacramenti cristiani perché mettono fuori dalla
comunionenella Chiesacattolica.

Sede vacante. Periodo in cui l’ufficio è senzailtitolare, per trasferimento, per morte
o peraltra causa.

Segnaturaapostolica.Il tribunale supremodella Chiesa per dirimerele questionidi


procedurae di giurisdizione.

Seminario. Collegio destinato all'educazione e alla formazione culturalee spirituale


degli aspiranti al ministero dei presbiteri. Minore: per ragazzi in genere deicorsi
scolastici di primo e secondo grado; maggiore: per coloro che frequentanoi corsi
teologici.

Sigillo sacramentale. Vincolo a cui è tenuto il confessore, per cui non può svelare
il contenuto della confessione.

Sinodo diocesano. Assemblea del clero convocata dal vescovo, in cui questi

264
promulgala disciplina riguardante la condotta e l’attività degli ecclesiastici ela vita
religiosa dei fedeli. Antica istituzione che ha una significativa evoluzione storica.
Oggi è più rappresentativa delle varie componenti ed è più attenta ai progetti
complessivi che alle norme giuridiche.

Sinodo dei vescovi. Assemblea dei vescovi scelti dalle varie parti del mondo e
convocati dal papa su materie da lui proposte, secondo le normestabilite dal Codice
di diritto canonico.

Sospensione a divinis. Pena canonica comminata a chierici per gravi colpe,


soprattutto se pubbliche, che comporta la proibizione di compieretutti o parte gli atti
della potestà ordinaria o di governo.

Stalli. Sedie nel coro di una chiesa per i canonicidella cattedrale o della collegiata.

Suddiacono. Chi dopo gli ordini minori riceveva il primo degli ordiniin sacris e si
obbligava al celibato perpetuo. Con la riforma dopoil concilio Vaticano II è stato
abolito.

Suffraganea/o. É la diocesi di una provincia ecclesiastica dipendente dalla sede


metropolitana. E il vescovo di essa.

Suora. Donna appartenente ad una comunitàreligiosa.

Tonsura. Vedi: Chierica.

Usi civici. Detti anche: servitù civiche, comunioni, ademprivi. Sonodeidiritti reali
perpetui di cui godono i componentidi unacollettività, cioè i cittadini (cives) di un
comune, ma anche una o più famiglie. Esempi: il pascolo, la pesca, la caccia,
l’erbatico (la raccolta dell’erba), la semina, la piantagione, l’abbeveratico,il taglio e
la raccolta della legna.

Vescovo. Dal greco: épiskopos. Sacerdote che ha ricevutola pienezza del sacramento
dell’ordine e, pertanto, diviene successore degli apostoli ed è immesso nel collegio
episcopale. Il vescovo è il segno dell’unità della Chiesa locale.

Vescovo ausiliare. Vescovo assegnato comeaiuto ad un vescovoresidenzialeperil


governo e il ministero pastorale della diocesi o dell’arcidiocesi.

265
Vescovo coadiutore. Vescovo assegnato comeaiuto al vescovo o arcivescovoresi-
denziale, in genere quando questi è impedito al governo della diocesi per malattia o
per età. Il coadiutore, diversamente dal vescovoausiliare, ha di natura suail diritto
alla successione nella diocesi in cui è inviato.

Vescovo emerito. Vescovo che ha concluso il suo mandato di governo della diocesi,
in genere dopo aver compiuto il 75° anno dietà: a normadel can. 401.$1 raggiunta
tale età ogni vescovo «è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo
Pontefice».

Vescovo residenziale. Il vescovo responsabile della guida pastorale di una Chiesa


particolare, nota comunemente comediocesi; vi esercita la giurisdizione attraverso
i cosiddetti tria munera: santificare, insegnare, governare.

Vescovotitolare, o in partibus infidelium. Vescovo titolare di una diocesi non più


esistente, assegnato ad un incarico che non comportail governopastorale diretto.

Viatico. L’eucaristia portata agli ammalati gravi.

Vicariato apostolico. Circoscrizione territoriale di prima evangelizzazione con


iniziale organizzazione della cura pastorale della comunità cristiana in formazione.

Vicario apostolico. Vescovo o sacerdote a cui è affidata la responsabilità di un


vicariato apostolico.

Vicario capitolare. Ecclesiastico eletto dal capitolo della cattedrale che dirige la
diocesi in sede vacante, per morte o trasferimento del vescovo, secondo la normativa
anteriore al Codice del 1983.

Vicario episcopale. Ecclesiastico delegato dal vescovoa settori particolari dell’at-


tività e dell’amministrazione della diocesi, secondo il Codice del 1983.

Vicario foraneo. Ecclesiastico eletto o nominato con particolari poteri secondo il


diritto canonico, su una parte delterritorio della diocesi e sui parroci di esso.

Vicario generale. Ecclesiastico scelto dal vescovo, come primo collaboratore nel
governo della diocesi, con autorità piena secondoil diritto canonico.

266
Vicario sacramentale. Sacerdote delegato o incaricato dal parroco per l’ammini-
strazione dei sacramentiai fedeli della parrocchia.

Vice parroco. Sacerdote assegnato comeaiuto stabile del parroco in una parrocchia.

Visita apostolica. Verifica in una diocesidell’attività pastorale, dell'ortodossia e del


ministero del vescovo decisa dalla Congregazione dei vescovi, su mandato del
pontefice.

Visita canonica. Verifica decisa dall’autorità ecclesiastica nei confronti di persone


o luoghi soggetti alla propria giurisdizione ecclesiastica, per controllarne la dottrina,
la condotta morale,l’attività pastorale, l’amministrazione, l’esatto adempimento delle
norme canoniche.

Visita pastorale. Forma di governo pastorale dei vescovi, di antica origine. Essi
periodicamente compiono l’ispezione delle parrocchie con il suo clero, con le sue
istituzioni, con i suoi luoghisacri e relativi patrimoni, nonché della corretta direzione
della vita cristiana dei fedeli, e prendono gli opportuni provvedimenti per migliorare
e correggere il funzionamento di tutto ciò che riguarda la cura pastorale dei fedeli.

Voto/i. Solenne impegno, riconosciuto dal diritto, assunto da monacie religiosi a


vivere in comunità, in obbedienza, castità e povertà.

267
II. NORMATIVA CANONICA
E INTERVENTI ECCLESIASTICI SUGLI ARCHIVI

Concilium Tridentinum, Sessio XXIV, 11 novembre 1563:


Canones super reformatione circa matrimonium, canon Il:
diligente registrazione degli atti di matrimonio e conservazione dei
registri canonici;
Decretum de reformatione, canon XVI: i canonici del capitolo
cattedrale si prendano cura dei documenti della diocesi in sede vacante.

Pio V
Lettera Cupientes pro usu, 10 maggio 1566: concentramento a
Romadei documenti pontifici conservati ancora ad Avignone;
Breve Inter omnes, 6 giugno 1566: conferma delle disposizioni
sugli archivi ecclesiastici emanate da Carlo Borromeo, arcivescovo di
Milano,e loro estensionea tutta la provincia ecclesiastica milanese;
Lettera Cum de litteris, 19 agosto 1568: all'arcivescovo di
Montefiasconesi indica la distinzione fra documenti che riguardano l’am-
ministrazione civile della Santa Sede e quelli relativi alla amministrazione
religiosa;
Costituzione apostolica Muneris nostri, 1 marzo 1571: ai vescovi
della Sicilia sulla conservazione dei documenti durante la sede vacante.

Sisto V
Bolla Non sine maxima, 27 aprile 1587: distinzionetra affari eccle-
siastici e civili nel governo della Chiesa e conseguenzaperi rispettivi
archivi;
Motu proprio Provida romani, 29 aprile 1587: i vescovi e i
superiori redigano gli inventari dei rispettivi beni e documenti;
Costituzione apostolica immensa aeterni Dei, 22 gennaio 1588:
istituite le congregazioni della Curia romana, ognuna conservi la propria
documentazione;
Breve Regularium personarum, 20 luglio 1588: le congregazioni
monastiche inviino copia degli inventari agli archivi dei propri monasteri
a Roma.
Costituzione apostolica Sollicitudo pastoralis, 1 agosto 1588:
istituzione degli archivi nelle città dello Stato Pontificio, con eccezione di
Romae Bologna;
Costituzione apostolica Sollicitudo ministerii, 31 ottobre 1588: crea
l’ufficio del reggente dell’archivio dello Stato Pontificio;

Paolo V
Breve Apostolicae Sedis,25 gennaio 1606: consegnare i documenti
appartenenti alla Santa Sede ma conservate da persone private;
Breve Cum nuper, 31 gennaio 1612: fondazione del moderno
Archivio vaticano;
Chirografo Volendo noi, 2 dicembre 1614: rigide norme per la
consultazione dell’ Archivio vaticano;

Urbano VIII
Costituzione apostolica Pastoralis officii, 16 novembre 1625:
costituisce l’archivio generale notarile di Roma;
Costituzione apostolica Admonet nos, 15 dicembre 1625:
costituisce l'archivio del collegio cardinalizio nel palazzo vaticano.

Clemente X
Motu proprio Admonet nos, 11 gennaio 1671: costituisce l'archivio
della dataria apostolica.

Clemente XI
Editto del cardinale camerlengo, Giovanni Battista Spinola, 30
settembre 1704: per la idonea e diligente conservazione dei documenti;
Altro editto di Spinola, 14 marzo 1712: di nuovo ribadisce la
conservazione integra anche dei documenti.

Innocenzo XII
Editto del cardinale camerlengo, Annibale Albani, 25 agosto 1721:
confermai precedenti editti e dà nuove istruzioni circa gli archivi notarili
e i documenti sullo stato ecclesiastico.

270
Benedetto XII
Decreto del concilio romano, 1725: si prescrive di redigere, entro
un anno,l'inventario di tutti i documenti di ogni diocesi, capitolo, chiesa
ecc., e istituirvi un proprio archivio;
Costituzione apostolica Maxima vigilantia, 14 giugno 1727: entro
sei mesi ogni ente ecclesiasticohail doverediistituire il proprio archivio
e affidarlo ad un archivista. Questa costituzione è considerata il primo
documento del magistero che affronta ex professo,i temi dell’archivistica
e degli archiviecclesiastici.

Benedetto XIV
Bandodel cardinale camerlengo, Silvio Valenti, 1 giugno 1748:
disposizione per il nuovo ordinamento e idonea conservazione degli
archivi ecclesiastici.

Leone XIII
Lettera Saepenumero considerantes, 18 agosto 1883: sul metodo
per unacorretta indagine storicae sulla possibilità di consultare, da parte
di uomini retti e competenti nella ricerca storica, l’ Archivio segreto
vaticanoe la Biblioteca apostolica vaticana;
Lettera circolare della Sacra Congregazione del concilio, 30 agosto
+ 1898: i vescovi vengonoinvitati a prendersi cura degli archivi delle Curie
e a riferire alla Santa Sede;
Lettera circolare della Segreteria di Stato, 30 settembre 1902:
istruzione ai vescoviitaliani, con annesso regolamento,per la custodia e
l’uso di archivi e biblioteche ecclesiastiche.

Pio X
Lettera del segretario di Stato, card. Raphael Merry Del Val, 12
dicembre 1907: in ogni diocesiitaliana vengaistituito un Commissariato
permanente per la tutela dei documenti e dei monumenti;
Costituzione apostolica Sapienti consilio, 29 giugno 1908: riforma
della Curia romanae riassetto degli archivi dei singoli dicasteri.

Benedetto XV
Codicedidiritto canonico, 1917, canoni attinenti agli archivi e agli
archivisti: 304, 372, 375-384, 435, 470, 1010, 1047, 1107, 1522-1523,
1548.

271
Pio XI
Lettera della Segreteria di Stato, 15 aprile 1923: normee istruzioni
ai vescovi italiani sulla conservazione, custodia ed uso di archivi e
biblioteche;
Allocuzionepontificia alle Scuole Vaticane di archivistica e biblio-
teconomia, 15 giugno 1938: siano favoriti nella Chiesagli studi di archi-
vistica e biblioteconomia.

Pio XII
Allocuzionepontificia alle Scuole Vaticane di archivistica e biblio-
teconomia, 15 giugno 1942: esortazione a favorire lo studio di queste
discipline;
Lettera circolare del cardinale bibliotecario e archivista di santa
romana Chiesa, Giovanni Mercati, 1 novembre 1942: i vescoviitaliani
sono invitati a redigere ed inviare alla Santa Sede l’inventario degli
archivi soggetti alla loro giurisdizione;
Lettera del cardinale bibliotecario e archivista di santa romana
Chiesa, Giovanni Mercati, 1 novembre 1942: tra gli impegniperla rico-
struzione, dopo il secondo conflitto mondiale, i vescovi abbiano a cuore
la tutela e il recupero degli archivi ecclesiastici;
Istruzione del cardinale bibliotecario e archivista di santa romana
Chiesa, Giovanni Mercati, [senza indicazione di giorno] novembre 1950:
sulla riproduzione fotografica dei documenti conservati negli archivi
ecclesiastici;
Lettera della Sacra Congregazione del concilio, 30 dicembre 1952:
a proposito del prestito di documenti conservati negli archivi ecclesiastici;
Lettera della Segreteria di Stato al card. Giovanni Mercati, 5 aprile
1955: viene costituita la Pontificia commissione per gli archivi ecclesia-
stici d’Italia;
Allocuzione Vous avez, 7 settembre 1955, ai partecipanti al X
Convegno internazionale di scienze storiche: l’ Archivio vaticano a
servizio della ricerca storica;
Allocuzione Quanto gradita, 5 novembre 1956, ai partecipanti al I
Convegnodell’ Associazione Archivistica Ecclesiastica: vengono ricordati
i ripetuti interventi della Santa Sede a favore degli archivi ecclesiastici;
Messaggio della Segreteria di Stato per l'inaugurazione del II
Convegno dell’ Associazione Archivistica Ecclesiastica, 13 agosto 1958:
desideri del sommo pontefice a favore degli archivi ecclesiastici.
dI
DI
Giovanni XXIII
Motu proprio La sollecitudine, 29 febbraio 1960: la Pontificia
commissione pergli archivi ecclesiastici d’Italia viene eretta in persona
giuridica e ne vengono approvati gli allegati statuti;
Istruzione della Pontificia commissioneper gli archivi ecclesiastici
d’Italia, 5 dicembre 1960: normeai vescovie ai superiori religiosi per la
gestione degli archivi ecclesiastici;
Messaggio della Segreteria di Stato, 23 settembre 1961, al III
Convegno dell’ Associazione Archivistica Ecclesiastica: auspici del
sommopontefice a favore degli archivi ecclesiastici;
Lettera della Sacra Congregazione dei seminari, 27 maggio 1963:
indica lo speciale corso di archivistica da seguirsi nei seminari maggiori
italiani, con uno speciale plessoperle lezioni.

Paolo VI
Allocuzione del sommo pontefice, 26 settembre 1963, al V
Convegno dell’ Associazione Archivistica Ecclesiastica: esortazione a
prendersi cura degli archivi ecclesiastici, dove si conservanoi documenti
del «passaggio del Signore Gesù nel mondo»;
Costituzione apostolica Regimini ecclesiae universae, 15 agosto
1967: riforma della Curia romana e riassetto degli archivi dei vari
dicasteri;
Lettera della Segreteria di Stato agli Ordinari d’Italia, Norme /n
risposta, 31 luglio 1978:per la riproduzione fotomeccanica dei documenti
degli archivi ecclesiastici.

Giovanni Paolo Il
Accordodirevisione del concordato lateranense tra la Santa Sede
e la Repubblica Italiana, 1984,art. 12: sancisce la necessità di un'apposita
intesa per la conservazionee consultazionedi archivi di interesse storico
di enti e istituzioni ecclesiastiche;
Costituzione apostolica Pastor bonus, 29 giugno 1988: riforma
della Curia romanae riassetto degli archivi dei vari dicasteri;
Lettera della Pontificia commissione per la conservazione del
patrimonio artistico e storico della Chiesa, Gli archivi delle parrocchie
soppresse, 13 giugno 1990: come orientarsi in simili casi al fine di
conservare la memoria della comunitàcristiana in essi registrata;
Lettera della Pontificia commissione per la conservazione del
patrimonioartistico e storico della Chiesa, Quesiti circa gli archivi eccle-

273
siastici, 30 giugno 1990: domande, e ragioni ad esse attinenti, circa la
condizione degli archivi ecclesiastici nelle diverse nazioni e relativi
esperti locali;
Lettera della Pontificia commissione per la conservazione del
patrimonio artistico e storico della Chiesa, Sollecitazione sui quesiti
relativi agli archivi ecclesiastici, 14 settembre 1991: si sollecita l’invio
delle risposte in modo da rilevare e meglio coordinare gli interventi di
tutela e promozione degli archivi ecclesiastici;
Lettera, ai Superiori e alle Superiore generali degliistituti di vita
consacrata e delle società di vita apostolica, della Pontificia commissione
per i beni culturali della Chiesa, / beni culturali degliistituti religiosi, 10
aprile 1994: anchegli archivi degli istituti religiosi sono «una parte impor-
tantissima» del patrimonio archivistico della Chiesa; esigenza di tutelare
e valorizzare la documentazione conservata nei loro archivi centrali e in
quelli delle comunità religiose; indicazioni operative.
Codicedi diritto canonico, 1983, canoni attinenti agli archivi e agli
archivisti: 173, 428, 482, 486, 487, 488, 489, 490, 491, 535, 555, 562,
638, 877, 878, 895, 958, 1053, 1054, 1082, 1121, 1122, 1123, 1133, 1182,
1189, 1208, 1234, 1257, 1270, 1283, 1284, 1292, 1306, 1307, 1339, 1377,
1719;
Lettera della Pontificia commissione per i beni culturali della
Chiesa, Lafunzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 2 febbraio 1997:
prospettiva del tutto nuova degli archivi, quali luoghi della memoria della
comunità cristiana, della trasmissione dell’evangelizzazione, della
promozione pastorale e culturale, da inserire in un progetto organico di
conservazione, organizzazione, gestione, valorizzazione e fruizione
dell’archivio storico diocesano e dei molteplici archivi ecclesiastici.
Lettera delia Pontificia commissione per i beni culturali della
Chiesa, Presentazione della circolare sugli archivi ecclesiastici, 11
marzo 1997: contesto di ampio respiro, dell’opera a favore dei beni
culturali della Chiesa, in cui si colloca il documento sugli archivi;
dimensione ecclesiale e pastorale della documentazione archivistica; si
parli del documento nelle riunioni delle conferenze episcopali.

274
Conferenza episcopale italiana

I documenti che seguonosi possono consultare in: G. ZITO (a curadi), Per gli
archivisti ecclesiastici d’Italia. Strumenti giuridici e culturali, Città del Vaticano 2002
(Quaderni di «Archiva Ecclesiae», 8)

* I beni culturali della Chiesa in Italia. Orientamenti, 9 dicembre 1992;


* Intesa tra il Ministero per i beni culturali e ambientali e la Conferenza
episcopale italiana per la tutela del patrimonio storico-artistico, 1996;
* Regolamento degli archivi ecclesiasticiitaliani, proposto come schema-tipo
ai vescovi diocesani, 1997,
* Archivie diritto alla buona fama e alla riservatezza, 1999;
* Intesa tra il Ministero per i beni e le attività culturali e la Conferenza
episcopale italiana relativa alla conservazione e consultazione degli archivi
d’interesse storico e delle biblioteche degli enti e istituzioni ecclesiastiche, 2000;
e Circolare n. 3 della Consulta nazionale per i beni culturali ecclesiastici,
Presentazione dell'Intesa Melandri — Ruini, primi adempimenti e indicazioni
applicative, 2001.

275
ne i
III. NORMATIVA ITALIANA ED EUROPEA SUGLI ARCHIVI

I riferimenti alla normativaitaliana sugli archivi, emanata dall’ Unità d’Italia


al presente, come pure quella della Comunità Europea,oltre che in alcuni testi indicati
in Bibliografia, è ormai facilmente rintracciabile via Internet.
Si rimanda,pertanto,all’ Appendice di questo manuale con l’indicazionedisiti
Internet per archivi e archivistica.
iii
n
à
Die
vi

nt
IV. BIBLIOGRAFIA RAGIONATA

Storia delle istituzioni ecclesiastiche

a) Su ciascunaistituzione si possono utilmente vederele rispettive vociin:

Dictionnaire de droit canonique, 7 voll., Paris 1935-1965


Dizionario degliistituti di perfezione, 9 voll., Paoline, Roma 1974-1997
Enciclopedia cattolica, 12 voll., Città del Vaticano 1948-1954
Enciclopedia Italiana di scienze lettere ed arti [Treccani], 57 voll., Roma 1929-2000
Novissimodigesto Italiano, 24 voll. finora, UTET, Torino 1957 -

Le situazioni correnti possono desumersi da:


Annuario pontificio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002 (pubbli-
cazione annuale con notizie ufficiali sulle molteplici realtà della Chiesa
cattolica e degli organismi della Santa Sede)
Annuario della Conferenza Episcopale Italiana, Roma 2002 (pubblicazione annuale
con notizie ufficiali sui singoli vescovi, organi statutari e organismi della
Conferenza episcopale,sulle diocesi e l’organizzazione della Chiesain Italia)
Annuario cattolico d’Italia, Editoriale italiana 2000, Roma 2001 (pubblicazione
periodica con notizie su persone, organismi centrali e istituzioni della
Chiesa cattolica; ampie e dettagliate informazioni sulle variegate realtà della
Chiesa in Italia, regione per regione: diocesi, vescovi, parrocchie,istituti di
vita consacrata e società di vita apostolica, case del clero, associazioni,
movimenti, opere ...)
H. JeDIN - K. SCOTT LATOURRETTE - J. MARTIN (a cura di), Atlante universale distoria
della Chiesa. La Chiesa cristiana diieri e di oggi, ed. it. a cura del Monastero
benedettino S. Maria del Mare di Marinasco, Piemme - Libreria Editrice
Vaticana, Casale Monferrato - Città del Vaticano 1991
CONFERENZAEPISCOPALE ITALIANA, Atlante delle diocesi d’Italia, IstitutoGeografico
De Agostini, Novara 2000

i
b) Su istituzioni ecclesiastiche, in genere e in particolare, si rimanda specialmentea:

G. ALBERIGO - G. L. DOSSETTI - P.-P. JOANNOU - C. LEONARDI- P. PRODI(a curadi),


Conciliorum oecumenicorum decreta, Dehoniane, Bologna 1991
E. BOAGA,Per la ricerca storica ed archivistica sulle diocesiitaliane, in Rivista di
scienze religiose, 7 (1993) 107-153
P. CAIAZZA, Tra Stato e papato. Concili provinciali post-tridentini (1564-1648),
Herder, Roma 1992
L. CHIAPPETTA,// Codice di diritto canonico: commento giuridico-pastorale, 2 voll.,
Dehoniane, Napoli 1988
N. DEL RE, La Curia romana. Lineamenti storico-giuridici, Libreria Editrice
Vaticana, Città del Vaticano 1998
L. Donvito, Società meridionalee istituzioni ecclesiastiche nel Cinque e Seicento,
Franco Angeli Storia, Milano, 1987
J. ELLUL, Storia delle istituzioni, ed. it., Mursia, 3 voll., Milano 1994-1995
C. D. FONSECA, Particolarismo istituzionale e organizzazione ecclesiastica del
Mezzogiorno medievale, Congedo, Galatina 1987
C. D. Fonseca- E. OCCHIPINTI - C. VIOLANTE,Istituzioni politico-amministrative e
iustituzioni ecclesiastiche (sec. X-XII), Celuc Libri, Milano s.a.
J. GAUDEMENT,Storia deldiritto canonico. Ecclesia et civitas, San Paolo, Cinisello
Balsamo 1998
V. Grossi - A. DI BERARDINO, La Chiesa antica: ecclesiologia e istituzioni, Borla,
Roma 1984
G. LE BRAS, Le istituzioni ecclesiastiche della cristianità medievale (1130-1378), in
A. FLICHE - V. MARTIN (iniziata da), Storia della chiesa, XII1-2, SAIE, Torino
1973-1974
G. LE Bras, La chiesa deldiritto: introduzione allo studio delle istituzioni ecclesi-
astiche, Il Mulino, Bologna 1976
J. METZLER,(a cura di), Sacrae Congregationis de propaganda fide memoria rerum.
350 anni a servizio delle missioni... 1622-1972, 3 voll. in 5 tomi, Herder,
Roma - Freiburg — Wien 1972-1976
M. MIELE, / concili provinciali del Mezzogiorno in età moderna, Editoriale
Scientifica, Napoli 2001
P. PALAZZINI(dir.), Dizionario dei concili, 6 voll., Istituto Giovanni XXIII, Roma
1963-1968
S. PALESE, Introduzione, in S. PALESE — E. BoAaGA — F. DE LUCA- L. INGROSSO(a cura
di), Guida agli Archivi capitolari d’Italia, I, Città del Vaticano 2000, 11-34
(Quaderni di «Archiva Ecclesiae», 6), per la storia dei capitoli cattedrali
A. PARAVICINI - V. PASCHE (a cura di), La parrocchia nel medio evo. Economia,

280

. |
scambi, solidarietà, Herder, Roma 1995
La parrocchia nel Mezzogiorno dal medioevo all’età moderna. Atti del I incontro
seminariale di Maratea (17-18 maggio 1977), Dehoniane, Napoli 1980
La parrocchia in Italia nell’età contemporanea. Atti del Il incontro seminariale di
Maratea (24-25 settembre 1979), Dehoniane, Napoli 1982
B. PELLEGRINO,Istituzioni ecclesiastiche nel Mezzogiorno moderno, Herder, Roma
1993
Pievi e parrocchiein Italia nel basso Medioevo (sec. XIII-XV). Atti del VI Convegno
di Storia della Chiesa in Italia (Firenze 21-25 sett. 1981), 2 voll., Herder,
Roma 1984
SiLvino pa Nanro(acuradi), Sinodi diocesaniitaliani: catalogo bibliografico degli
atti a stampa 1534-1878, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano
1960
SILVINO DA NapRO(acura di), Sinodi diocesaniitaliani: catalogo bibliografico degli
atti a stampa 1879-1960, con un’appendice sui sinodi anteriori all’anno
1534, Centro studi cappuccini lombardi, Milano 1962
G. DE SANDRE GASPARINI- A. RIGON - F. TROLESE- G. M VARANINI (a cura di), Vescovi
e diocesi dal XIV alla metà del XVIsecolo. Atti del VII convegnodistoria
della Chiesa in Italia (Brescia, 21-25 settembre 1987), 2 voll., Herder, Roma
1990

c) Per il contesto storico delle istituzioni si vedano i manuali di storia della Chiesa,
ad esempio:

K. BIHLMEYER . H. TUECHLE,Storia della Chiesa, ed. it. 4 voll., Morcelliana, Brescia


1969-19734
A. FLICHE - V. MARTIN (iniziata da), Storia della Chiesa, ed. it. 25 voll. in 36 tomi,
SAIE - San Paolo, Torino - Cinisello Balsamo, 1961-1994
H. JepIn (diretta da), Storia della Chiesa, ed. it., 10 voll. in 13 tomi, Jaca Book,
Milano 1962-1980
J. M. MAYEUR- CH, E L. PETRI - A. VAUCHEZ, M. VENARD (diretta da), Storia del cris-
tianesimo. Religione, politica, cultura, ed. it. a cura di G. Alberigo, 12 voll.,
Borla-Città Nuova, Roma 2000ss.
G. MARTINA, Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni, 4 voll., Morcelliana,
Brescia 1993-1995
G. PENCO, Storia della Chiesa in Italia. 1: Dalle origini al concilio di Trento; II: Dal
concilio di Trento ai nostri giorni, Jaca Book, Milano 1977-1978

281

|=
ì
G.J. RoGIER - R. AUBERT - M. D. KnowLES (diretta da), Nuova storia della Chiesa,
ed. it., 5 voll., in 6 tomi, Marietti, Torino 1970-1978

Archivistica ecclesiastica

G. BADINI, Archivi e Chiesa. Lineamenti di archivistica ecclesiastica e religiosa,


Patron, Bologna 1989
F. CAVAZZANA ROMANELLI - I Ruo (a cura di), Archivi e Chiesa locale: studi e
contributi. Atti del corso di archivistica ecclesiastica (Venezia, dicembre
1989-marzo 1990), Studium cattolico veneziano, Venezia 1993
S. DUca- B. PANDZIC, Archivistica ecclesiastica, Città del Vaticano 1967
A. G. GHEZZI(a cura di), Archivistica ecclesiastica: problemi, strumenti, legislazione,
1.S.U. Università cattolica, Milano 2001
V. MonacHINO, L'Associazione Archivistica Ecclesiastica e gli archivi ecclesiastici
in Italia, Città del Vaticano 1993 (Quaderni di «Archiva Ecclesiae», 1)
L. OsBaT, Dagli archivi episcopali agli archivi diocesani. La nascita e l'organiz-
zazione degli archivi diocesani in età moderna, Vecchiarelli, Manziana 1999
A. PALESTRA - A, CICERI, Lineamenti di archivistica ecclesiastica, Le Stelle, Milano
1965
SIMEONE DELLA SACRA FAMIGLIA Brevi appunti di archivistica generale ed ecclesi-
astica, Postulazione generale O. C. D., Roma 1986 (34 ed. riveduta e
aggiornata)

Pergli archivi ecclesiastici

a) Tematiche inerenti agli archivi ecclesiastici, esperienze concrete nazionali e inter-


nazionali, questioni dibattute, si trovano ampiamente negli atti dei convegni
dell’ Associazione Archivistica Ecclesiastica:

Archivi e archivisti. Documenti e documentazione (Roma, 5-8 novembre 1957), in


Archiva Ecclesiae, 1 (1958)
Classificazione degli atti e titolari (Milano, 8-12 settembre 1958), in Archiva
Ecclesiae, 2 (1959)
Gli archivi ecclesiastici e lefonti per la storia locale e politico-religiosa del sec. XIX
(Napoli, 25-29 settembre 1961), in Archiva Ecclesiae, 3-4 (1960-1961)
Archivi, biblioteche, musei (Roma, 11-14 settembre 1962), in Archiva Ecclesiae, 5-
6 (1962-1963): nello stesso volume anchegli atti del convegno successivo su
La formazione dell’archivista. Scuole e corsi di archivistica (Orvieto-Roma, 23-26
settembre 1963), in Archiva Ecclesiae, 5-6 (11962-1963)

282
Rapporti tra archivio e cancelleria (Roma, 3-6 novembre 1964), in Archiva
Ecclesiae, 7 (1964)
Inchiesta e proposte per nuovi titolari (Bari, 12-15 aprile 1966), in Archiva
Ecclesiae, 8-9 (1965-1966)
Il concilio Vaticano Il e gli archivi della Chiesa (Padova, 25-28 settembre 1967), in
Archiva Ecclesiae, 10-11 (1967-1968)
Questioni culturali e rapporti giuridici degli archivi ecclesiastici (Roma, 6-8
novembre 1972), in Archiva Ecclesiae, 12-17 (1969-1974): nello stesso
volumeanchegli atti del convegno successivo su
Ricerca di fondi di archivi ecclesiastici conservati fuori della sede originaria
(Milano, 16-19 settembre 1974), in Archiva Ecclesiae, 12-17 (1969-1974)
Condizione e problemi degli archivi parrocchiali (Roma, 3-6 novembre 1976), in
Archiva Ecclesiae, 18-21 (1975-1978)
Levisite pastorali. Problemiarchivistici e problemistorici (Napoli, 3-6 ottobre 1978),
in Archiva Ecclesiae, 22-23 (1979-1980)
Gli archivi ecclesiastici oggi: archivi e beni culturali, ricerca-consultazione-tutela
(Brescia 4-7 novembre 1980), in Archiva Ecclesiae, 24-25 (1981-1982)
L’inventario: un problema sempre aperto. Compilazione, pubblicazione e ricerca sto-
rica (Roma, 3-6 novembre 1982), in Archiva Ecclesiae, 26-27 (1983-1984)
Problemi giuridici degli archivi ecclesiastici. Problemigiuridici, gli archivitra storia
e attualità (Loreto, 16-19 ottobre 1984), in Archiva Ecclesiae, 28-29 (1985-
1986)
Archivi ecclesiastici: Strutture, titolari, personale (Roma, 6-9 ottobre 1987), in
Archiva Ecclesiae, 30-31 (1987-1988)
Gli archivi diocesani per la ricerca storica (Roma, 16-19 ottobre 1990), in Archiva
Ecclesiae, 34-35 (1991-1992)
Gestione degli archivi ecclesiastici: aspetti, problemi, indirizzi attuali (Napoli, 5-8
ottobre 1993), in Archiva Ecclesiae, 38-39 (1995-1996)
I Religiosi e la loro documentazione archivistica (Roma, 15-18 ottobre 1996), in
Archiva Ecclesiae, 42 (1999)
Gli archivi ecclesiastici nella nuova pastorale dei beni culturali (Catama, 21-24
settembre 1999), in Archiva Ecclesiae, 43-44 (2000-2001)
La formazione degli archivisti ecclesiastici (Trento, 16-20 settembre 2002),atti in
corso di stampa in Archiva Ecclesiae.

Strumento di consultazione dei suddetti volumiè:


E. Boaga(a cura di), Archiva Ecclesiae. Bollettino dell’Associazione Archivistica
Ecclesiastica. Indici dei volumi editi dal 1958 al 1992, Città del Vaticano
1993 (Quaderni di «Archiva Ecclesiae», 2)

283

i
7
ii
b) Descrizione e studi su alcuni archivi ecclesiastici:

CH. BURNS, L'apertura dell’Archivio segreto vaticano alle ricerche storiche, in


Archivi e archivistica a Roma dopo l’Unità. Genesi storica, ordinamenti,
interrrelazioni. Atti del convegno (Roma 12-14 marzo 1990), Ministero per
i beni culturali e ambientali. Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma
1994, 33-50
A. CIFRESs, L'Archivio storico della Congregazione per la dottrina della fede, in
L’apertura degli archivi del Sant'Uffizio romano. Giornata di studio
organizzata da Accademia nazionale dei Lincei e Congregazione per la
dottrina della fede (Roma, 22 gennaio 1998), Accademia nazionale dei
Lincei, Roma 1998, 73-84
CONGREGATIO DE CAUSIS SANCTORUM, Index ac status causarum, Libreria Editrice
Vaticana, Città del Vaticano 1999, XII-XV: descrizione dei fondi
dell’archivio del dicastero
N. KowALSKYy - J. METZLER, /nventory of the Historical Archives of the Congregation
for the Evangelization of Peoples or de propaganda fide, Urbaniana
University Press, Città del Vaticano 1988 (Studia Urbaniana 33)
G. MARTINA, L'apertura dell’Archivio vaticano:il significato di un centenario, in
Archivum historiae pontificiae, 19 (1981) 239-307
La memoria silenziosa. Formazione, tutela e status giuridico degli archivi monastici
nei monumenti nazionali. Atti del convegno (Veroli, Abbazia di Casamari, 6-
7 novembre 1998; Ferentino, Palazzo comunale, 8 novembre 1998),
Ministero peri beni culturali e ambientali. Ufficio centrale peri beni archivis-
tici, Roma 2000
V. MonacHINO - E. Boaga - L. OsBAT - S. PALESE(a cura di), Guida degli Archivi
diocesani d’Italia, Città del Vaticano 1990-1998,3 voll.
T. NATALINI - S. PAGANO- A. MARTINI(a curadi), Archivio segreto vaticano, Nardini,
Firenze 1991
S. PALESE - E. Boaca- F. DE Luca- L. INGROSSO (a cura di), Guida degli Archivi
capitolari d’Italia, Città del Vaticano 2000-2003, 2 voll. finora

c) Archivi come beniculturali e normativa relativa ad essi:

AA.Vv., Archivi e biblioteche ecclesiastiche dopo l’Intesa tra il Ministero per i beni
e le attività culturali e la Conferenza episcopale italiana, a cura di A.
Chizzoniti, Il Mulino, Bologna 2003
Archivi ecclesiastici e legislazione concordataria dopo il nuovo accordo tra Stato e
Chiesa, in Archivi per la storia, 2 (1989) 3-203

284
III
C. CHENIS, / beni culturali della Chiesa: criteri generali e quadro istituzionale, in
Seminarium 2-3 (1999) 259-281
Codice dei beniculturali di interesse religioso. I: Normativa canonica, a cura di M.
Vismara Missiroli, Giuffrè, Milano 1993
S. DUCA - SIMEONE DELLA S. FAMIGLIA (a cura di), Enchiridion archivorum ecclesi-
asticorum. Documenta potiora Sanctae Sedis de archivis ecclesiasticis a
concilio Tridentino usque ad nostros dies, Città del Vaticano 1966
Enchiridion dei beni culturali della Chiesa. Documenti ufficiali della Pontificia
commissione peri beni culturali della Chiesa, Dehoniane, Bologna 2002
G. FELICIANI (a cura di), Beni culturali di interesse religioso, Il Mulino, Bologna 1995
G. FELICIANI, / beni culturali ecclesiastici. Dall’Accordo di revisione del concordato
lateranense alla recente Intesa, in Vita e pensiero, 80 (1997) 493-507
GiovannI PaoLo II, Allocuzione ai partecipanti alla I Assemblea plenaria della
Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa (12 ottobre 1995),
in L'Osservatore Romano, 13 ottobre 1995, 5
Giovanni PaoLo II, Messaggio ai partecipanti alla II Assemblea plenaria della
Pontificia commissioneperi beni culturali della Chiesa (25 settembre 1997),
in L'Osservatore Romano, 28 settembre 1997, 7
A. LONGHITANO, Gli archivi ecclesiastici, in Ius Ecclesiae, 4 (1992) 649-667
R. MACERATINI, La legislazione canonica e gli archivi ecclesiastici, in Archivio
giuridico ‘Filippo Serafini’, vol. 212 (1992) 515-542
S. PagANO,Gli archivi ecclesiastici, strumenti pastorali radicati nella tradizione viva
della Chiesa, in L'Osservatore Romano, 23 aprile 1997, 7
S. PALESE, Un progetto fallito del concilio tridentino: l'archivio diocesano, in Rivista
di scienze religiose, 6 (1993) 403-419
PaoLo VI, Allocuzione Gli archivisti ecclesiastici (26 settembre 1963), in
Insegnamenti di Paolo VI, I, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano
1963, 614-615;
O. PASQUINELLI, / lineamenti della disciplina canonica sugli archiviecclesiastici, in
Quadernidi diritto ecclesiale, 7 (1994) 367-379
F. PETRONCELLI HÙBLER, In tema di tutela degli archivi storici delle confessioni
religiose, in Il diritto ecclesiastico, 106 (1995) I, 473-483
M. PICCIALUTI - E. BoAGA, Interesse culturale e valenza religiosa: problemi diappli-
cazione della normativa vigente: b) Beni archivistici, in Beni culturali di
interesse religioso, a cura di G. Feliciani, Il Mulino, Bologna 1995, 216-239
PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA, Lettera circolare La
funzione pastorale degli archivi ecclesiastici (2 febbraio 1997), Città del
Vaticano 1997
PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA, Lettera circolare in

285
conclusione alla Il Assemblea plenaria (20 novembre 1997), in Enchiridion
dei beni culturali della Chiesa. Documenti ufficiali della Pontificia
commissione per i beni culturali della Chiesa, Dehoniane, Bologna 2002,
356-370
PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA, Lettera circolare in
conclusione alla II Assemblea plenaria (15 luglio 2000), Enchiridion dei
beniculturali della Chiesa. Documentiufficiali della Pontificia commissione
per i beni culturali della Chiesa, Dehoniane, Bologna 2002, 441-460.
E. ZANETTI, L'archivio diocesano e il cancelliere, in Quaderni didiritto ecclesiale,
14 (2001) 144-161
G. Zito (a cura di), Per gli archivisti ecclesiastici d’Italia. Strumenti giuridici e
culturali, Città del Vaticano 2002 (Quaderni di «Archiva Ecclesiae», 8)

Perla storia dell’archivistica

R. DE FELICE, L’archivio contemporaneo. Titolario e classificazione sistematica di


competenza nei moderni archivi correnti pubblici e privati, Nuova Italia
Scientifica, Roma 1988
Le fonti archivistiche. Catalogo delle guide e degli inventari editi, Ministero per i
beni culturali e ambientali. Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1993
E. LODOLINI,Storia dell’archivistica italiana. Dal mondo antico alla metà del secolo
XX, Angeli, Milano 2001
C. PaoLI, Diplomatica, Le Lettere, Firenze 1987
D. TAMBLÈ, La teoria archivistica italiana contemporanea. Profilo storico-critico
(1950-1990), La NuovaItalia Scientifica, Roma 1993

Alcuni manuali di archivistica

A. BRENNEKE,Archivistica. Contributo alla teoria e alla storia archivistica europea,


trad. it. a cura di R. Penella, Milano 1968
P. CARUCCI,Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione, Carocci, Roma 1998
E. CASANOVA, Archivistica, Siena 1928 (ristampa Bottega d’ Erasmo, Torino 1966)
A.D'ADDARIO, Lezioni di archivistica, Adriatica, Bari 1972-1973, 2 voll.
L. DURANTI, / documenti archivistici. La gestione dell’archivio da parte dell’ente
produttore, Roma 1997 (Quaderni della Rassegnadegli Archivi di Stato, 2)
E. LopounI, Archivistica. Principi e problemi, Angeli, Milano 2002
S.L. HENSEN, Archivi, manoscritti e documenti. Manualedi catalogazione per archivi
storici, società storiche e biblioteche che possiedono manoscritti, Archilab,
San Miniato 1996

286

I
J. MAZZOLENI, Manuale di archivistica, con appendice di note e fonti legislative a
cura di C. Salvati, Libreria scientifica, Napoli 1972
M. STANISCI, Elementi di archivistica, Udine, 1982
D. TAMBLÈ, L'archivio moderno: dottrina e pratica, Majorca, Roma 1981
S. VAGNONI, Archivistica: ordinamento, normativa, classificazione, sistemi,
economia, tecnologie, Bucalo, Latina 1987
I. ZANNI-ROSIELLO, Archivi e memoria storica, Il Mulino, Bologna 1987
I. ZANNI-ROSIELLO, Andare în archivio, Il Mulino, Bologna 1996

Strumenti per l’archivistica

Sussidi e strumenti sono editi nelle collane curate dall'Ufficio entrale per i beni
archivistici, Divisione studi e pubblicazioni, del Ministero per i beni e le attività
culturali.
Altri sussidi sono indicati nei diversi manuali di archivistica segnalati in questa bibli-
ografia.
Vengonoindicati qui quegli strumenti che attengono essenzialmenteall’archivistica
ecclesiastica.

G. BATTELLI, Lezioni di paleografia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano


19994
G. BATTELLI, Scritti scelti: codici, documenti, archivi, Multigrafica, Roma 1975 (in
testa al front.: Scuola vaticana di paleografia e diplomatica)
F. DE LASALA, Esercizi di paleografia latina. Trascrizioni, commenti e tavole,
Pontificia Università Gregoriana, Roma 2001 (22 edizione riveduta e
ampliata)
TH. FRENZ, / documenti pontifici nel Medioevo e nell’Età moderna, edizioneitaliana
a cura di Sergio Pagano, Scuola Vaticana di paleografia, diplomatica e
archivistica, Città del Vaticano 1989
J. GRISAR - F. DE LASALA, Aspetti della sigillografia. Tipologia, storia, materia e
valore giuridico deisigilli, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1997
P. RABIKAUSKAS, Diplomatica pontificia. Praelectionum lineamenta, Pontificia
Università Gregoriana, Roma 1998 (editio sexta emendataet aucta)

Alcuni strumenti utili per consultazione nella ricerca archivistica

G. ALBERIGO - G. L. DossETTI - P.-P. JOANNOU - C. LEONARDI- P. PRODI (a cura di),


Conciliorum Oecumenicorumdecreta, Dehoniane Bologna 1996
Bibliotheca Sanctorum, 13 voll., Roma 1961-1970, 2 voll. di aggiornamentoal 2000

287

I
Codex iuris canonici, Pii x Pontificis maximi iussu digestus, Benedicti papae xv
auctoritate promulgatus, Romae 1917
Codicedidiritto canonico, testo ufficiale e versione italiana, Roma 1983
H. DENZINGER, Enchiridion symbolorum definitionum et declarationum de rebusfidei
et morum, edizione bilingue a cura di Peter Hiinermann, Dehoniane, Bologna
1996
Dizionario biografico degliitaliani, 58 voll. fino alla lettera G, Roma 1960-2003
Dizionario dei concili, diretto da Pietro Palazzini e Giuseppe Morelli, 6 voll., Città
Nuova, Roma 1963-1968
Enchiridion della Conferenza episcopale italiana, Dehoniane, Bologna 1985ss
Enchiridion Vaticanum, Dehoniane, Bologna 1966ss
Enciclopedia dei papi, 3 voll., Istituto della enciclopedia italiana, Roma 2000
N. DELRE(a cura di), Mondo vaticano. Passato e presente, Città del Vaticano 1995
PH. JAFFÈ - G. WATTENBACH - S. LEWENFELD - F. KALTENBRUNNER- P. EWALD(a cura
di), Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post
Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsiae 1885-1888 (rist. anast. Graz
1956)
H. JEDIN, Breve storia dei concili, Morcelliana, Brescia 1978
H. JEDIN, Storia del concilio di Trento, 4 voll. in 5 tomi, Morcelliana, Brescia 1973-
1982
A. F. PottHAsT (a cura di), Regesta Pontificum Romanorum inde ab a. post
Christum natum MCXCVHI ad a. MCCCCIV,2 voll., Berolini 1874-1875
(rist. anast. Graz 1957)

Sugli archivicivili

A. ANTONIELLA, L'archivio comunale postunitario, La NuovaItalia, Firenze 1983


O. Bucci(a cura di), La cartella clinica. Profili strumentali, gestionali, giuridici ed
archivistici, Maggioli, Rimini 1999
Conferenza nazionale degli archivi (Roma, Archivio centrale dello Stato, 1-3 luglio
1998), Ministero peri benie le attività culturali. Ufficio centrale per i beni
archivistici, Roma 1999
A. DENTONI-LITTA — E. LUME — M. T. PIANO MORTARI — M. TosTI-CROCE(a cura di),
Cinquant'anni diattività editoriale. Le pubblicazioni dell’Amministrazione
archivistica (1951-2000). Catalogo, Ministero per i beni culturali e
ambientali. Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 2002
T. GREGORY - M. MORELLI(a cura di), L'eclissi delle memorie, Laterza, Bari-Roma
1994
Guida generale degli Archivi di Stato, -IV, Ministero peri beni culturali e ambientali.

288
Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1981-1994
E. LopoLINI, Organizzazionee legislazione archivistica italiana: dall’ Unita d’Italia
alla costituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali, Patron,
Bologna 1989
E. LODOLINI, Organizzazione e legislazione archivistica italiana: aggiornamento
sommario 1.1.1998-1.1.2000, Patron, Bologna 2000
I. Massaso Ricci - M. Carassi (a cura di), Scritti di teoria archivistica italiana:
rassegna bibliografica, Ministero per i beni e le attività culturali. Ufficio
centrale per i beni archivistici, Roma 2000
M. MORELLI- M. RICCIARDI(a cura di), Le carte della memoria, Laterza, Bari-Roma
1997
G. Penzo DORIA (a cura di), Thesis 99. Atti della II Conferenza organizzativa degli
archivi delle università italiane (Padova 11-12 novembre 1999), CLEUP,
Padova 2001
A. RoMITI, Le principali sentenze sul protocollo delle pubbliche amministrazioni.
Casistica, commento e note sentenza per sentenza, Sal Editoriale, Viareggio
1995
M. SERIO (a cura di), L'Archivio centrale dello Stato 1953-1993, Ministero per i beni
e le attività culturali. Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1993
F. VALENTI, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura
di Daniela Grana, Ministero peri benie le attività culturali. Ufficio centrale
per i beni archivistici, Roma 2000

Su archivi e informatica

Gli archivi dalla carta alle reti. Lefonti di archivio e la loro comunicazione. Atti del
convegno (6-8 maggio 1996), Ministero per i beni culturali e ambientali.
Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 2001
E. Boaca,Gli archivi ecclesiastici e l’informatica, in Bollettino di informazioni del
Centro di ricerche informatiche peri beni culturali, 7 (1997) 159-166
L. CRISTOPOLINI- C. CurtoLO(a cura di), L’informatizzazione degli archivistorici e
l’integrazione con altre banche dati culturali. Atti della giornata di studio
(Trento, 14 dicembre 1998), Provincia Autonoma di Trento. Servizio beni
librari e archivistici, Trento 2000
C.M. DoLLar, Archivistica e informatica. L’impatto delle tecnologie dell’infor-
mazione sui principi e sui metodi dell’archivistica, a cura di O. Bucci,
Pubblicazioni dell’ Università di Macerata, Macerata 1992
P. GALLUZZI- P. A. VALENTINO, / formati della memoria. Beni culturali e nuove
tecnologie alle soglie del terzo millennio. Giunti, Firenze 1997

289
M. Guercio, Archivistica informatica. I documenti in ambiente digitale, Carocci,
Roma 2002 (1 rist.)
Informatica e archivi. Atti del convegno (Torino, 17-19 giugno 1985), Roma 1986
(Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi,5)
INTERNATIONAL COUNCIL ON ARCHIVES, /SAD (G). General International Standard
Archival Description, Madrid 2000
E. PESENTE, L’archivio e il protocollo nella gestione informatica: la gestione
dell’archivio, Maggioli, Rimini 1988
Gli standard per la descrizione degli archivi europei: esperienze e proposte. Atti del
seminario internazionale (San Miniato, 31 agosto-2 settembre 1994),
Ministero per i beni culturali e ambientali. Ufficio centrale per i beni archivis-
tici, Roma 1996

Archivistica in internet

Studi su tematiche archivistiche possono ormai trovarsi anche in internet; per


esempio:

Archivi storici e archividigitali tra ricerca e comunicazione.Ipercorsidella ricerca,


in
http://www.dssg.unifi.it/ storinforma/Ws/archivi/valacchippt
Fonti archivistiche, risorse digitali e digitalizzazione, in
http:/www.dssg.unifi.it/ storinforma/Ws/archivi2/Fonti archivistiche, risorse
digitali e digitalizzazione.ppt
A. PRATESI, Limiti e difficoltà dell’uso dell’informatica per lo studio della forma
diplomatica e giuridica dei documenti medioevali, in
http://www.storia.unifi.it/ PIM/medium-evo/atti/pres-Ansani.ppt
E. VALACCHI, Internet e gli archivistorici, in
http://ww.w.storia.unifi.it/_storinforma/Ws/docs/valacchi.htm
A. VALENTE- R. SEPE, Internet e gli archiviitaliani, in
(http:/www,.cib.unibo.itGARR/AIBDD/archivi it.htm]);
S. VITALI, Archivi on line: qualche riflessioni metodologica, in
http://www.dssg.unifi.it/ storinforma/Ws/archivi/vitali.rtf
A. ZOoRzI, Documenti, archivi digitali, metafonti, in
http://www.dssg unifi.it' PIM/AIM/metafonti. htm

290
V. ALCUNI SITI INTERNET
PER ARCHIVI E ARCHIVISTICA

La segnalazione riportata vuole essere esemplificativa. Sulla possibilità di


accesso ad un ambitopiù vastodisiti Internet, si rimanda ailink in quelliquiindicati.
Nell’insieme,i siti offrono cinquetipi di servizi: a) istituzionale: indicazioni
logistiche,attività, progetti scientifici, condizioni di accesso agli archivi; b) ricerca:
accesso a inventari e fondi archivistici, a singoli documenti, ad altri archivi; c)
documenti on line: loro riproduzionedigitale; d) notizie sulla valorizzazione dell’ar-
chivio:iniziative culturali e didattiche, anche on line; e) approfondimenti: indicazione
bibliografiche sull’archivio, gli archivi, l’archivistica, e segnalazionedi legislazione
archivistica e di altri siti utili.

4ì Associazione Archivistica Ecclesiastica


http://www.archivaecclesiae.org
Archivio segreto vaticano
http://www.vatican.va/library _archives/vat secret archives/index.htm
Associazione Nazionale Archivistica Italiana; utile anche perla legislazione archivis-
tica
http:/www.anai.org/
Ministero per i beni e le attività culturali. Sistema archivistico nazionale con gli
indirizzi delle soprintendenze archivistiche italiane e degli Archivi di Stato
http:/www.archivi.beniculturali.it
Ministero per i beni e le attività culturali. Sistema archivistico nazionale Con la
possibilità di accedere a molti altri siti Internet riguardantigli archivi, orga-
nizzazioni e associazioniin Italia e nel mondo, strumenti e legislazione:
http://www.archivi.beniculturali.it/link
in particolare:
principali siti archivistici nazionali e internazionali
http://www.archivi.beniculturali.it/link/27.html
associazioni e organizzazioni che si occupanodi archivi
http://www.archivi.beniculturali.it/link/29.html
per gli archivi ecclesiastici
http://www.archivi.beniculturali.it/link/45.html
legislazione archivistica internazionale
http:/www.archivi.beniculturali.it/link/58.html
servizio documentazione e pubblicazioni archivistiche
http://Awww.archivi.beniculturali.it/Divisione V/indice.html
quadro della consistenza del patrimonio documentario degli Archivi di Stato
dal 1861 al 1966
http:/archivi.beniculturali.i/notbiblio.html
bibliografia per gli archivi
http://archivi.beniculturali.it/Biblioteca/indicerarita.html
Archivio centrale dello Stato
http:/www.archiviocentraledellostato.it/:
Archivio storico della Camera dei deputati, utile per la normativa archivistica
http://www.camera.it/index.asp?content=camera/amministrazione/02.archivi
0/01.ArchivioStoricoAccessoPubblico.asp
Legislazione archivistica italiana, dall’ Unità ad oggi
http://wwwdb.archivi.beniculturali.i/SEARCH/BASIS/arcnorm/web/unitari
a/SDF?FORM C=AND&TIPOLOGIA O=zequals&TIPOLOGIA=&DATA
0=%3D&DATA=&ESTREMI Oz=contains+all&ESTREMI=&TITOLO
Ozcontainstall&TITOLO=&TESTO O=containstali&TESTO=ZANNO
0=%3D&ANNO=&ANNO1=&ANNO2=&FORM OB=DATA&FORM S
O=Ascendente
Legislazione archivistica italiana
http://www.unipd.it'ammi/archivio/000_000.htm
Osservatorio delle libertà ed istituzioni religiose dell’Università degli studi di
Milano: documentiitaliani sui beni culturali
http://seneca.bronxlab.unimi.it/-olir/documenti/statali/italia/beni culturali.ht
m
Legislazione europea in materia di archivi
http://www.unipd.it/ammi/archivio/000_euro.htm
Codice internazionale di deontologia degli archivisti
http:/www.unipd.itfammi/archivio/996 deon.htm
Guida generale degli Archivi di Stato
http:/www.maas.ccr.it/cgi-win/h3.exe/aguida/findex pr
Autorità per l'informatica nella pubblica amministrazione: regole per la formazione,
la trasmissione, la conservazione, la duplicazione, la riproduzione e la
validazione, anche temporale, dei documenti informatici; a proposito di
protocollo informatico

292
http./www.aipa.it/attivita[2/protocollo[13
Italian History Index: Archives and Digital Sources (vi si trovano archivi di
istituzioni, documenti in formato elettronico, fonti storiche digitali)
http:/www.iue.it/LIB/SISSCO/VI/hist-italy/archives.html
Historical Archives of the European Communities
http:/wwwarc.iue.it/eharen/Welco-en.html
Historical Archives of the European Commission
http://europa.eu.int/historical archives/index en.htm
Unesco Archives Portal
http://www.unesco.org/webworld/portal archives/pages/index.shtml
International Council on Archives, da cuisi può scaricare l’ISAD(G)
http://www.ica.org/
ISAD(G): General International Standard Archival Description, Second Fdition
http://www.ica.org/biblio/com/eds/isaare.html
Traduzione italiana delle norme ISAD (G), a cura di Stefano Vitali con la collabo-
razione di Maurizio Savoja
http://archivi.beniculturali.it/Divisione V/isad/isad trad.html
ISAAR(CPF): International Standard Archival Authority Record (Corporate bodies, .
Persons and Families), Versione finale approvata dal Consiglio Internazionale
degli Archivi, Elaborato dalla Commissione ad hoc sugli Standards
Descrittivi (Parigi, 15-20 novembre 1995), traduzione italiana a cura di
Stefano Vitali
http://archivi.beniculturali.it/Divisione V/isaar/isaar cpf.htm
Model Requirements for the Managementof Electronic Records
http://www.corwell.co.uk/moreg.html
Copioso materiale su archivi, ricerca storica, editoria digitale, archiviin rete, ecc.
http://www.storia.unifi.it/ storinforma/workshops2001.htm

Alcunisiti di archivi ecclesiastici in ordine alfabetico per diocesi:

Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni: riordino archivi ecclesiastici


http:/www.brindisiweb.com/arcidiocesi/doc/doc riordino.htm
Archivio arcivescovile di Cagliari
http://diocesioristano.freeservers.com/archivi.htm
Archivio storico diocesano di Crema
http://\www.chiesacattolica.it/diocesi/lombardia/crema
Archivio storico diocesano di Ferrara
http://www.comune.fe.it/archivio/diocesano
Archivi storici delle Marche

293
http://space.tin.it'musica/masalvar/citta.html
http://www.provincia.ps.it/cultura/Archivi/archivi ecclesiastici.htm
Archivio storico diocesano di Monreale
http.//www.archiviomonreale.sicilia.it
Censimento degli archivi parrocchiali della provincia di Sondrio
http://www.provincia.so.it/cultura/Archivistorici/testi/parroc.htm
Archivio storico del Patriarcato di Venezia
http://archivi.beniculturali.iVDivisione V/ecclesie.html
Archivi ecclesiastici della diocesi di Vicenza
http://www.ibisweb.it/sevi/archivi/curia/archivio.htm
Archivio storico diocesano di Trento
http://www.arcidiocesi.trento.it/cultura/archivio
Documentiper la storia del francescanesimo
http./www.franciscan-archive.org/
Esperienzedi riproduzione digitale di documentazionee di fondi archivistici
htip:/www.archiviodistato firenze.it/progetti/attivite.htm

294
VI. CATALOGO STORICO
DELLE ARCIDIOCESI, DIOCESI, PRELATURE E ABBAZIE TERRITORIALI
NELLE PROVINCE ECCLESIASTICHE D’ITALIA

Nelpreparare questo catalogo storico delle diocesi d’Italia sono state utilizzate
le seguenti opere: F. LANZONI, Le diocesi d’Italia (2 voll., Faenza 1927), A. P. FRUTAZ,
Le diocesi d’Italia nel sec. V-VI (in F. DE LABRIOLLE- etc.; Dalla morte di Teodosio
all’avvento di S. Gregorio Magno (395-590), rist, 3* ed. italiana a cura di C. CAPIZZI,
Torino 1977, 777-781); Hierarchia Catholica medii et recentioris aevi, a cura di
Gauchat-Ritzler-Sefrin (9 voll., Padova 1913-2002); e si sono consultate le “voci”
sulle singole diocesi riportate nella Enciclopedia Cattolica e nel Lexicon fiir
Theologie und Kirche, nonchéle note storiche offerte per ognidiocesinell’Annuario
Pontificio. Per le chiesetitolari si è anche tenuto conto dell’ Index sediumtitularium
archiepiscopalium et episcopalium, a cura della Sacra Congregazione concistoriale
(Città del Vaticano 1933, con aggiornamentisuccessivi).
Il catalogo presenta in ordine alfabetico le diocesiattuali, quelle soppresse, e
indica pure le eventualità località pretese sede di diocesi. Una serie di rimandifacilita
la consultazione.
L'informazione su ogni diocesi segue lo schema:
- nome della località in cui si trova o trovava la sede vescovile:
- nome latino secondo l’uso della Curia romana, ed altra eventuale nota sulla
ubicazione;
- indicazione se la diocesi è soppressa;
- data di erezione della diocesi; per le diocesi erette nei sec. I-VI,si indica la data criti-
camente accertata e fornita da Lanzoninella revisione e aggiornamento compiuto
da Frutaz; nel caso in cuisi abbia nell’Annuario Pontificio o in altri scritti una data
diversa, anche se poco o nulla fondata storicamente,la si pone tra parentesi;
- riferimenti alle vicende principali con relativa data: trasferimento della sede, unione
della sede conaltra, indicandose possibile il tipo giuridico di essa, elevazione a sede
arcivescovile e metropolitana, eventuale soppressione;
- indicazione della situazionenella rispettiva provincia ecclesiastica di appartenenza
e dell’eventuale designazione, se diocesi soppressa, a sedetitolare.
Le abbreviazioni usate sono le seguenti:
aeg. pr. = aeque principaliter
amm. perp. = amministrazione perpetua
AP = Annuario Pontificio
arcivesc. = arcivescovile
denom. = denominazione
dioc. = diocesi
er. = eretta
Imm. sogg., imm. sogg. = Immediatamente soggetta alla S. Sede
incorp. = incorporata
metr. = metropolitana
pien. = pienamente
prel. = prelatura
prob. = probabilmente
rist. = ristabilita
sec. secolo
sep. = separata
sopp. = soppressa, soppresse
Reg. past. = regione pastorale attuale
Suffr., suffr. = Suffraganea, suffraganea
trasf. = trasferita, trasferimento
un. = unita, unite, uniti

Accia (Accien., Acci in Corsica), dioc. sopp.: er. sec. X (o 1133?); un. a Mariana
1563; sopp. 1801. Suffr. di Genova sec. XII-1770, poi passa a circoscrizione
francese; ora sedetitolare.
Acerenza (Acheruntin.): er. fine sec. V (AP: sec. IV); metr. 1058; un. a Matera 1203-
1440; sopp. dioc. e metr. 27 giu. 1818; rist. dioc. un. aeq. pr. e metr. a Matera
9 nov. 1822; sep. 2 lu. 1954; dioc. 21 ago. 1976; arcivesc. 3 dic. 1977. Imm.
sogg.; suffr. di Salerno 989-sec. XI; e di Potenza dal 1976, di Potenza-Muro
Lucano-Marsico Nuovo 1986.
Acerno(Acernen.): er. sec. XII; in amm.perp. a Salerno 27 giu. 1818; sede un.pien.
a Salerno 30sett. 1986. Suffr. di Salerno dal 1169.
Acerra (Acerrarum): er. sec. XI: un. aeq. pr. a S. Agata dei Goti 1818; sep. 1855.
Suffr. di Napoli, imm. sogg. 1919, suffr. di Napoli 1976.
Acireale (Jacen.): er. 27 giu. 1844 (inizio di fatto 1871). Imm. sogg.; suffr. di Catania
2000.
Acquapendente (Aquipendien.): er. 13 sett. 1649 con incorporazione di Castro; sede
e titolo un. pien. sotto Viterbo 30sett. 1986. Imm. sogg.

296
Acquaviva (Aquivicen., presso Civita Castellana; in passato si discusse se la località
fosse in: Etruria, Campania, Puglie), dioc. sopp.: esistente metà sec. V;
scomparsa dopo 502. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Acquaviva delle Fonti (Aquaviven.): prel. er. e un. ad Altamura 17 ag. 1848; sede un.
pien. ad Altamura 30sett. 1986. Suffr. di Bari 1976-1986.
Acqui (Aquen., Aquae Statiellae, oggi Acqui Terme): er. fine sec. V (AP: sec. IV);
unisce Alessandria dal 1180 al 1240. Suffr. di Milano, poi di Torino dal 1805.
Adria, vedi: Adria-Rovigo.
Adria-Rovigo (Adrien.-Rhodigien.), già Adria: er. prob. primadelsec. VII coltitolo
di Adria; trasf. in Rovigo 920 circa; aggiunta la denom. Rovigoe con sedein
Rovigo 30sett. 1986. Suffr. di Ravenna, di Venezia 1818.
Agrigento (Agrigentin.): er. fine sec. VI (AP: sec. I); decaduta sec. IX;rist. 1093.
Imm. sogg., suffr. di Palermo sec. XI, di Palermo-Monreale 1775-1802, di
Palermo 1802, di Monreale 1844; arcivesc. e metr. 2000.
Agropoli (Acropolitan.), ora sede titolare, vedi: Paestum.
Aiaccio (Adiacen., in Corsica): er. inizio sec. VII. Imm. sogg., suffr. di Pisa 1077-
1770, poi passaa circoscrizione francese. '
Alatri (Alatrin.): er. metà sec. VI; sede un. pien. ad Anagni30sett. 1986. Imm. sogg.
Alba (Albae Pompeien.): er. fine sec. V (AP: sec. IV); un. ad Asti dal 985 al 992;
incorp. ad Asti 1803; rist. 1817. Suffr. di Milano,poi di Torino.
Albano Laziale (Albanen.): er. metà sec. V (AP:sec. IV); assorbe Anziosec. VI(2).
Sede suburbicaria.
Albenga (A/binagen.), vedi Albenga-Imperia.
Albenga-Imperia (A/binagen.-Imperiae), già Albenga: er. metà sec. V; aggiunta la
denom. Imperia 1 dic. 1973. Suffr. di Milano, poi di Genova dal 1159 (main
realtà 1213).
Aleria (Aleria o Haleria, in Corsica), dioc. sopp.: er. fine sec. VI; trasf. sec. XVI a
Bastia, Cervione, Campoloco e Corte; sopp. 1801. Imm. sogg., suffr. di Pisa,
sec. 1077-1770, poi passa a circoscrizione francese.
Ales (Uxellen.): er. sec. VII(altri sec. V-VI) a Usellis; nel 1182 la sede, distrutta dal
terremoto,è trasf. a Ales; un. aeq. pr. a Terralba 8 dic. 1503; sedi un.pien. e
nuova denom.30sett. 1986. È la sede dell’attuale: Ales-Terralba. Imm. SOgg.,
suffr. di Oristano.
Alessandria (Alexandrin.): er. 1175; un. ad Acqui dal 1180 al 1240; rist. 1240; rior-
ganizzata 1405; sopp. e incorp. a Casale 1805; rist. 1817. Suffr. di Milano
1175, di Vercelli dal 1817.
Alessano (Alexan.), dioc. sopp.: er. nel terzo decennio del sec. XIV; incorpora Leuca
sec. XIV; sopp. e un. ad Ugento 27 giu. 1818. Imm.sogg., suffr. di Otranto; ora
sede titolare.

297
AXfaterna, vedi: Nocera Inferiore.
Alfidena, o Alfedena (Aufidena, o Castel di Sangro), dioc. sopp.: er. fine sec. V; il
territorio di questa antica dioc. corrisponderebbe a quello di Trivento sorta nel
sec. X. Imm. sogg.
Alghero (Algaren.): er. sec. XII; rist. 8 dic. 1503 con incorporazione di Ottana, Castro
e Bisarchio; unisce pien. la sede di Bosa e nuova denom. 30 sett. 1986. È la
sede dell’attuale: Alghero-Bosa. Suffr. di Sassari.
Alife (Aliphan.): er. fine sec. V; sopp. 1818; rist. e un. aeq. pr. a Telese-Cerreto dal
1820 al 1852; unisce pien. la sede di Caiazzo e nuova denom. 30 sett. 1986. È
la sede dell’attuale: Alife-Caiazzo. Imm. sogg., suffr. di Benevento 969,di
Napoli 1976.
Altamura (Altamuren.): er. prel. 1248; sede un. ad Acquaviva delle Fonti 17 ag. 1848;
sede un. pien. con le dioc. Gravina-Acquaviva e nuova denom.30 sett. 1986.
È la sede dell’attuale dioc. Altamura-Gravina-Acquiviva delle Fonti. Suffr. di
Bari-Bitonto. Imm. sogg., suffr. di Bari 1976, di Bari-Bitonto 1986.
Altino (Altinen.), dioc. sopp.: er. fine sec. IV; sede passata a Torcello sec. VII. Suffr.
di Aquileia; ora sedetitolare.
Ravello
Amalfi (Amalphitan.): er. fine sec. VI; arcivescovile 987, con suffr.; incorpora
1804, Scala e Minori 1818; unisce pien. la sede di Cava de’ Tirreni e nuova
denom. 30sett. 1986. È la sede dell’attuale Amalfi-Cava de’ Tirreni. Imm.
sogg., suffr. di Salerno 1976,di Salerno-Campagna-Acerno 1986.
Amantea (Amanteae), dioc. sopp.: er. fine sec. IX; incorp. da Tropea 1094. Suffr.
Reggio Calabria.
30
Amelia (Amerin.): er. metà sec. V; un. a Terni 13 sett. 1983; sede un. pien. a Terni
sett. 1986. Imm. sogg.
Imm.
Amiterno (Amitern., S. Vittorino), dioc. sopp.: er. sec. TV-V; scomparsa sec. VII.
sogg.; ora sedetitolare.
Ampurias (Ampurien.): er. sec. XII; un, aeg. pr. a Civita sec. XV e l’assorbe 1839;
un. aeq. pr. a Tempio 5 giu. 1506; sede un. pien. a Tempio,30 sett. 1986. Suffr.
di Sassari.
e
Anagni (Anagnin.): er. fine sec. V; incorpora Trevi 1088; unisce la sede di Alatri
nuova denom. 30sett. 1986. È la sede dell’attuale Anagni-Alatri. Imm. sogg.
Ancona(Anconitan.): er. fine sec. V (AP:sec. III); un.aeq. pr. a Numana19 ott. 1422
(sopp. 5 lu. 1975); arcivesc. senza suffraganee 14 sett, 1904; metr. 15 ago.
1972; unisce pien. la sede di Osimo e nuova denom.30 sett. 1986. È la sede
dell’attuale Ancona-Osimo. Imm. sogg.fino al 1972.
unisce
Andria (Andrien.). er. sec. XI, unisce Montepeloso dal 1452 al 1479;
Minervino Murge sec. XVII (passato a Gravina 1818). Suffr. di Bari, di Bari-
Bitonto 1986.
Anglona (Anglonen.) dioc. sopp.: er. sec. XI; appare un. una primavolta a Tursi 1320;
sedee titolo incorporati a Tursi 8 ag. 1545. Suffr. di Acerenza 1106; ora sede
titolare.
Anzio (Antiaten.), dioc. sopp.: er. metà sec. V (altri: sec. IV-V); aggregata ad Albano
sec. VI (2). Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Aosta (Augustan.): er. sec. V (AP: sec. IV); sopp. 1 giu. 1803 e incorp. a Ivrearist.
17 lu. 1817. Suffr. di Milano sec. IV-VI, di Tarantaise sec. VIII, di nuovo
Milano sec. IX, di nuovo Tarantaise sec. X-1802, di Chambery 1817, e infine
di Torino.
Apuania (Apuanien.), vedi: Massa Carrara.
Aquileia (Aquileien.), dioc. sopp.: er. sec. II o prima; metr.sec. V; trasf. a Grado sec.
VII, a Cividale sec. VIII, a Venezia 1177, e a Udine sec. XVII; sopp. 1751; ora
sede titolare.
Aquino (Aquiten.): er. metà sec. V; un. a Pontecorvo 1725; un. aeq. pr. a Sora e
Pontecorvoil 27 giugno 1818; sedi un. pien. e nuova denom. con sede in Sora
30 sett. 1986. Imm. sogg.
Arborea, vedi: Oristano.
Ardona, vedi: Ordona.
Arezzo (Arretin.): er. metà sec. IV (AP: sec. I); unisce pien. la sede di Cortona e
Sansepolcro e nuova denom. 30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Arezzo-
Cortona-Sansepolcro. Imm. sogg., suffr. di Firenze 1986.
Ariano(Arian.): er. sec. XI; unisce pien.la sede di Lacedonia e nuova denom.30sett.
1986. E la sede dell’attuale Ariano Irpino-Lacedonia. Suffr. di Benevento.
Arna (Arnae), antica dioc. dell'Umbria: esistente fine sec. V. Imm. sogg.
Arpaia, vedi: Caudium.
Arpi(Caudin.), dioc. sopp.: appare inizio sec. IV; scompare dopo il 314, contrasf. a
Siponto o un. a Lucera. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Ascoli Piceno (Asculan. in Piceno): er. metà sec. IV (altri: sec. V). Imm. sogg.; ora
suffr. di Fermo.
Ascoli Satriano (Asculan. Apul.): er. sec. X, forse assorbendo Ordona; un. a
Cerignola 14 giu. 1819; sede un. pien. a Cerignola 30 sett. 1986. Suffr. di
Benevento, di Foggia 1979.
Asolo (Acellen.), dioc. sopp.: er. fine sec. VI; sopp.e incorp. a Treviso 969. Suffr. di
Aquileia; ora sedetitolare.
Assisi (Assisien.): er. metà sec. VI (AP:sec. II); incorpora Bettonasec. VI; unisce
pien. le sede di Nocera Umbra e Gualdo Tadino e nuova denom. 30sett. 1986.
È la sededell’attuale: Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino. Imm. sogg., suffr.
di Perugia 1976, di Perugia-Città della Pieve 1986.
Asti (Asten.): er. metà sec. V (AP: sec. III); unisce per brevi tempi Alba (985-992 e

299
1803-1817); unisce Alessandria dal 1180 al 1240. Suffr. di Milanofino al 1817,
poidi Torino.
Atella (oggi S. Arpino; Atellan.), dioc. sopp.: er. sec. III-IV; decaduta sec. VII;ripristi-
nata e un. ad Aversa 1049. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Atina (Arhinae): er. sec. XII; un. e incorp. a Monte Cassino 1834. Imm. sogg.
Atri (Hatrien. o Atrien.): er. e un. aequae principaliter a Penne 1252; sep. e un. a
Teramo2 lu. 1949; sede un. pien. a Teramo,30 sett. 1986. Suffr. di Chieti 1526,
di Pescara-Penne 1982.
Aveia Vestina (presso Fossa; Avicien.), dioc. sopp.: er. metà sec. V; abbandonatasec.
VII e forse ad essa succede Forconio. Imm. sogg.
Avella (Abella, in Campania): presunta antica diocesi del sec. VII, in realtà non vi
sono prove.
Avellino (Abellin.): er. sec. V-VI (AP: sec. Il); un. a Frigento 1446; incorpora Frigento
1818. Imm. sogg., suffr. di Benevento sec. X.
Aversa (Aversan.): er. sec. XI (1053?). Imm. sogg. , suffr. di Napoli 1976.
Avezzano (Marsorum): er. sec. IX, col nome di Marsi; incorporai diritti di Caelena
sec. XI; trasf. la sede a Pescina 1580; passata ad Avezzano 1915; mutato nome
in Avezzano 30 sett. 1986. Imm. sogg., poi suffr. di L'Aquila 1972.
Bagnoregio (Balneoregien.), dioc. sopp.: er. inizio sec. VII (AP:sec.VI;altri: sec. V-
VI); sede e titolo un. pien. sotto Viterbo 30 sett. 1986. Imm. sogg.
Bari (Baren.): er. metà sec. V (AP:sec. IV); metr. o arciv. 959 (AP: metr. sec. VI);
incorpora sedee hail titolo di Canosa dopoil sec. XI; incorpora Bitetto 1318;
uniscepien. la sede di Bitonto e nuova denom.30sett. 1986. È la sededell’at-
tuale Bari-Bitonto. Imm.sogg. fino al sec. VI.
Barletta (Barolen.): ospita la sede dell’arcivescovo di Nazareth in Galilea 1187-1229
e 1291-1536; er. con titolo arcivescovile e un. a Trani 21 apr. 1860; sede un.
pien. a Trani 30 sett. 1986. Suffr. di Bari 1980, di Bari-Bitonto 1986.
Belcastro (Bellicastren.), dioc. sopp.: er. sec. IX; sopp. e incorp. a Santa Severina
1818. Imm.sogg., suffr. di Santa Severina sec. XI; ora sedetitolare.
Belluno (Bellunen.): er. fine sec. VI (AP:sec. ID); un. a Feltre 1197; sep. 1462;riunite
1 magg. 1818; sedi un. pien. e nuova denom.30sett. 1986. È la sededell’at-
tuale Belluno-Feltre. Suffr. di Aquileia, di Udine 1751, di Venezia 1818.
Benevento (Beneventan.): er. sec. IV (AP: sec. I); metr. 26 magg. 969; unisce Lesina
dal 1459 al 1472 e l’incorpora nel 1567 circa. Imm. sogg.fino al 969.
Bergamo (Bergomen.): er. sec. IV. Suffr. di Milano.
Bertinoro (Briftinorien.): er. 1360, con trasf. e incorporamento di Forlimpopoli; sopp.
1803; rist. 1817; un. aeq. pr. a Sarsina 1824; autonoma 1853; ricevein ammin-
istrazione Sarsina 1853-1872, e poi la unisce spesso ad personam episcopi;
sede un. pien. a Forlì 30sett. 1986. Suffr. di Ravennafino al 1667, imm. sogg.,

300
di Ravenna 1853.
Bettona (Bictonien.), dioc. sopp.: er. metà sec. V (altri: sec. IV-V); sopp. sec. VI ed
aggregata ad Assisi. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Bevagna (Mevanien.), dioc. sopp.: er. sec. V; ultimo vescovo 844; poi sopp. e incorp.
a Spoleto. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Bieda (Viterbo), vedi: Blera.
Biella (Bugellen.): er. 1 giu. 1772. Suffr. di Milanofino al 1800,di Vercelli 1817.
Bisaccia (Bisacien.): er. sec. XII; un. a Sant'Angelo dei Lombardi 1513 o 1540; un.
poi a Conza 30 sett. 1921; sedi un. pien. anche con Nusco e nuova denom. e
sede in Sant'Angelo dei Lombardi 30 sett. 1986. Vedi Sant'Angelo dei
Lombardi. Suffr. di Benevento.
Bisarchio (Bisarchien.), dioc. sopp.: er. sec. XIII; sopp. e un. ad Alghero 1503. Titolo
ripreso da Ozieri (er. 1804). Suffr. di Sassari.
Bisceglie (Vigilien.): er. sec. VII; in amm. perp. a Trani 27 giu. 1818; sedi un. pien.,
insieme anche a Barletta, con nuova denom.e sede in Trani 30 sett. 1986. Imm.
sogg., suffr. di Trani sec. XI.
Bisenzo(Visentin.), dioc. sopp.: esistente fine sec. VI; scompare sostituita da Castro
sec. VII Un vescovocoltitolo di Bisenzo però ricompare nel 743. Imm. sogg.
Bisignano (Bisinanien.): er. sec. X; un. aeq. pr. a S. Marco 27 giu. 1818; sep. e un.
aeq. pr. a Cosenza 4 apr. 1979; sede un. pien. a Cosenza 30sett. 1986. Imm.
sogg., suffr. di Cosenza 1979.
Bitetto (Bitecten.), dioc. sopp.: er. prima del 1179; sopp. e incorp. a Bari 1818. Suffr.
di Bari; ora sedetitolare.
Bitonto (Bituntin.): er. sec. IX, un. aeg. pr. a Ruvo 27 giu. 1818; sep. 30 sett. 1982;
sede un. pien. a Bari 30 sett. 1986. Suffr. di Bari.
BlandaJulia (Blandan., Porto di Sapri?), dioc. sopp.: er. sec. V-VI; distrutta fine sec.
VII e un. a Malvito. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Blera (Bleran.), dioc. sopp.: er. fine sec. V (altri: fine sec. IV-sec. V); un. a Tuscania
sec. XI; sopp. 1192. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Bobbio (Bobien.): er. sec. XI (10149); sopp. e annessa a Casale Monferrato 1803; rist.
1817; unisceil titolo abbaziale di S. Colombano 4 ago. 1923; sede un. pien. a
Genova39sett. 1986; rist. e un. a Piacenza 16 sett. 1989. Imm.sogg., suffr. di
Genova sec. XII.
Boiano (Boianen.), vedi: Campobasso.
Bologna (Bononien.): er. inizio sec. IV (AP: sec. IN); metr. 10 dic. 1582. Suffr. di
Milano sec. IV, di Ravenna sec. V, poi autonoma.
Bolsena (Volsinien.), dioc. sopp.: er. fine sec. V (altri: sec. IV); aggregata ad Orvieto
sec. VIL Imm, sogg.; ora sedetitolare.
Bolzano-Bressanone (Bauzanen.-Brixien.), gié Sabiona, Bressanone: er. sec. VI a

301
Sabiona nel Trentino; trasf. a Bressanone sec. X; mutato nome, 6 ago. 1964;
nuova denom. 20 febb. 1986. Suffr. di Aquileia, di Salisburgo 768, imm. sogg.
1919, suffr. di Trento 1964.
Bomarzo (Polymartien.), ora sede titolare, vedi: Ferento.
Borgo San Donnino (Burgi Sancti Donnini), vedi: Fidenza.
Borgo San Sepolcro (Burgi S. Sepulchri o Biturgen.), vedi: San Sepolcro.
Bosa (Bosanen.): er. sec. VII o dopo (AP: sec. V); sede un. pien. ad Alghero30 sett.
1986. Suffr. di Sassari.
Bova (Boven.): er. certamente doposec. VII (AP:sec. VII); un. ad personam episcopi
di Reggio Calabria 1941; sede un. pien. a Reggio Calabria30sett. 1986. Imm.
sogg., suffr. di Reggio Calabria sec. IX.
Bovino (Bovin.): er. sec. VII o dopo (AP:sec. V); sede un. pien. a Foggia 30 sett.
1986. Imm. sogg., suffr. di Benevento sec. X, di Foggia 1979.
Brescello (Brixellien.), dioc. sopp.: er. metà sec. V; scompare dopo 603, incorp. a
Parma(oterritorio diviso tra Parma e Reggio Emilia). Suffr. di Aquileia; ora
sede titolare.
Brescia (Brixien.): er. inizio sec. IV (AP:sec. I). Suffr. di Aquileia, di Milano.
Bressanone (Brixien.), vedi: Bolzano-Bressanone.
Brindisi (Brundusin.): er. sec. V (AP: IV); metr. sec. X; un. aeq. pr. a Ostuni 1818;
riceve Ostuni in amm. perp. dal 14 magg. 1821; sede arcivescovile 20 ott.
1980; sedi un. e nuova nuova denom. 30sett. 1986. È la sede dell’attuale
Brindisi-Ostuni. Imm. sogg. fino al sec. X, e suffr. di Lecce 1980.
Brugnato (Brugnaten.), dioc. sopp.: abbazia S. Colombanoer. 1133; un. a Noli 1239-
45; un. aed. pr. a Luni-Sarzana 1820; titolo abbaziale di S. Colombano a
Bobbio 4 ago. 1923; sede un. pien. a Luni 1929. Suffr. di Genova.
Bussento (Buxentum, Capo della Foresta presso Policastro o Pisciotta nella Valle di
Novi), dioc. sopp.: er. inizio sec. VI; scompare dopo 649. Imm. sogg.; ora sede
titolare. .
Caelena (Marruvium, oggi S. Benedetto, e poi forse Celano della Marsia), dioc. sopp.:
er. metà sec. VI; nel sec. XI è divisa in due dioc. da Benedetto IX e riunite da
Stefano X;distrutta la città, è incorp. a Marsi sec. XI Imm. sogg.
Cagli (Callien.): compare sec. VIII (altri sec. IV), forse come continuazione di
Pitinum Mergens; unisce la sede di Pergola 18 genn. 1819; sedi un. pien. a
Fano30sett. 1986. Imm. sogg., suffr. di Urbino 1563.
Cagliari (Calaritan.): er.fine sec. II - inizio sec. IV; metr. sec. XI; incorpora Galtelli
dal 1496 al 1779; aggrega Suelli 1420; assorbe Dolia 1501; incorpora Iglesias
1514-1763. Imm.sogg. fino al sec. XI.
Cajazzo (Caiacen. o Caiatin., Calatin.): er. sec. IX; un. a Caserta 1818; sep. 1849;
sede un. pien. ad Alife 30 sett. 1986. Imm. sogg., suffr. di Capua sec. X, di

302
Napoli 1979.
Caltagirone (Calatayeronen.): er. 12 sett. 1818. Suffr. di Monreale, di Siracusa 1844;
di Catania dal 2000.
Caltanisetta (Calatanisiaden.): er. 25 magg. 1844. Suffr. di Monreale, di Agrigento
dal 2000.
Calvi (Calven.): er. metà sec. IV (2) (AP:sec. V); un. a Teano 27 giu. 1818; sede un.
pien. a Teano 30sett. 1986. Imm.sogg., suffr. di Capua sec. X (2), di Napoli
1979.
Camerino (Camerinen.); er. metà sec. V (AP: sec. IND); in data non nota unisce S.
Severino (sep. e autonoma 1586); un. a Fabriano 1728-1785; arcivescovile 17
dic. 1787; unisce pien. la sede di San Severino e nuova denom. 30 sett. 1986.
È la sede dell’attuale Camerino-San Severino Marche. Imm.sogg. , suffr. di
Fermo 1986.
Campagna (Campanien.): er. e un. aeg. pr. a Satriano 10 giu. 1525; sep. e in amm.
perp. di Conza 27 giu. 1818; sep. 30 sett. 1921; sede un. pien. a Salerno 30sett.
1986. Suffr. di Salerno, imm. sogg. 1818-1986.
Campli (Camplen.), dioc. sopp.: er. 1570; un. aeq. pr. ad Ortona 1569-1818; sopp. e
incorp. a Teramo 1818. Imm. sogg.; ora sedetitolare,
Campobasso (Campus Bassi): esistente fine sec. V col nome di Boiano; aggrega
Sepino sec. IX; trasf. la sede a Campobasso 29 giu. 1927; arcivescovile 11
febb. 1973; metr. 21 ago. 1976; aggiunta la denom. di Campobasso 27 febb.
1982; nuova denom. Campobasso-Boiano 30 sett. 1986 Imm. sogg., suffr. di
Benevento dal sec. XV fino al 1976.
Canne (Cannen.), dioc. sopp.: er. sec. VII: sopp. e incorp. a Nazareth 1455. imm.
sogg., poi suffr. di Bari; ora sedetitolare.
Canosa (Canusin.), dioc. sopp.: er. metà sec. IV; rist. 689-706; sede e titolo un. a Bari
dopoil sec. XI. Imm. sogg., suffr. di Bari sec. XI.
Caorle (Caprulan.), dioc. sopp.: er. sec. VII; sopp. e incorp. a Venezia 1 marzo 1818.
Suffr. di Grado, di Venezia 1451; ora sedetitolare,
Capaccio (Caputaquen.): er. sec. XII, prima del 1169; incorpora Paestum e Agropoli
sec. XIIincorp. da Diano 1850; nel 1882 parte del suo ex-territorio passa a
Vallo. Suffr. di Salerno dal 1169.
Capodella Foresta, vedi: Bussento.
Capodistria (Justinopolitan., oggi Koper,Istria): er. sec. VII(AP:sec. VI); rist. 1186;
un. aeq. pr. a Trieste 30 giu. 1828 (esecuzione 21 marzo 1830); sep. 17 ott.
1977. Suffr. di Aquileia, di Udine 1751, di Gorizia 1791, poi seguele sorti dei
vescovadi dell’Istria.
Capri (Capritan.), dioc. sopp.: er. sec. X; sopp. e incorp. a Sorrento 1818. Suffr. di
Amalfi; ora sede titolare.

303
Capua (Capuan.): er. inizio sec. IV (AP:sec. ID); trasf. la sede a C. Nuova 842; divisa
in due dioc. da Giovanni VIII(C. antica, o S. Maria Suricorum, e C. nuova);
dioc. riun. 882; metr. 14 ago. 966; arcivescovile 30 apr. 1979. Imm.sogg. fino
al 966, suffr. di Napoli dal 1979.
Cariati (Cariaten.): er. sec. XIV; un. aeq. pr. a Cerenzia 1438; incorpora Cerenza,
Strongoli e Umbriatico 1818; sede un. aeq. pr. a Rossano 4 apr. 1979; sede un.
pien. a Rossano,30sett. 1986. Suffr. di S. Severina, Reggio Calabria 1952,di
Reggio Calabria-Bova 1986.
Carini (Carinae, antica Hyccari), dioc. sopp.: er. fine sec. VI; un. a Reggio Calabria
595. Imm. sogg.
Carinola (Carinolen.), dioc. sopp.: scomparsa la sede e la città di Forum Popilii nel
sec. VII, venne creata la nuova sede di Carinola; sopp. e incorp. a Sessa
Aurunca 1818. Imm. sogg., suffr. di Capua sec. X; ora sedetitolare.
Carmeia(vicino al Gargano; Carmeian.), dioc. sopp.: esistente sec. V-VI. Imm.sogg.
Carpi (Carpen.): er. 21 dic. 1779. Imm. sogg. suffr. di Bologna 1779, di Modena
1855, di Modena-Nonantola 1986.
Casale Monferrato (Casalen.): er. 18 apr. 1474; aggrega Bobbio 1803-1817. Suffr. di
Milano fino al 1800, poi di Vercelli 1817.
Caserta (Casertan.): er. sec. XII; un. a Caiazzo dal 1818 al 1849. Suffr. di Capua,di
Napoli 1979.
Cassanoall’Ionio (Cassanen.): er. sec. VII (AP: sec. V). Imm. sogg., suffr. di Salerno
1058, poi imm. sogg. sec. XVII-XIX, di Reggio Calabria 1919, di Reggio
Calabria-Bova 1986, ora di Cosenza-Bisignano.
Casinum, vedi: San Germano.
Cassino, vedi: Monte Cassino.
Castel Sardo, vedi: Civita.
Castel Volturno, vedi: Volturno.
Castellamare di Stabia (Castri Maris o Stabien.): er. fine sec. V (AP: sec. IV);
incorpora Lettere 1818; sede un. pien. a Sorrento 30 sett. 1986. Imm. sogg.,
suffr. di Sorrento sec. XI, di Napoli 1979.
Castellaneta (Castellaneten.): er. sec. XI; incorpora Mottola 1818. Suffr. di Taranto.
Castel Aragonese, vedi: Civita, in Sardegna.
Castello (Castellan.), dioc. sopp.: er. sec. VII; sopp.e incorp. a Venezia 1451. Suffr.
di Grado; ora sedetitolare.
Castiglione, vedi: Gabi.
Castro (Castren. in Tuscia), dioc. sopp.: er. sec. VII, succedendo a Bisenzio;
distrutta e incorp. ad Acquapendente 1649. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Castro di Puglia (Castren. in Apulia), dioc. sopp.: er. sec. X (0 11799); sopp.e incorp.
ad Otranto 1818. Suffr. di Otranto; ora sedetitolare.

304
Castro di Sardegna (Castren. in Sardinia), dioc. sopp.: er. sec. XII; sopp. e incorp. ad
Ottana 1503. Suffr. di Ottana; ora sedetitolare.
Catania (Catanen.): er. metà sec. V (AP: sec. 1); rist. 1092; sede arcivescovile 4 sett.
1859. Imm. sogg., suffr. di Monreale 1183-1859, imm. sogg., metr. 2000.
Catanzaro (Catacen.): er. 1121; arcivescovile 5 giu. 1927; unisce pien. la sede di
Squillace e nuova denom. 30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Catanzaro-
Squillace. Suffr. di Reggio Calabria, imm. sogg. 1927.
Cattaro (Catharen., Kotor, in Dalmazia): er. sec. X. Suffr. di Bari da prima del 1198
fino al 1828.
Caudium (presso Arpaia), dioc. sopp.: appare nel sec. V e scomparecon l'invasione
longobarda; ora sedetitolare.
Cava (Caven.): er. 7 ag. 1394; divisa in due dioc. (Cava e Abbazia SS.maTrinità di
Cava de’ Tirreni) 1513; un. aeq. pr. a Sarno 27 giu. 1818; unisce anche Nocera
Inferiore 1818-1833; sep. da Sarno e sede un. pien. ad Amalfi 30 sett. 1986.
Imm.sogg., suffr. di Salerno 1976.
Cava de’ Tirreni (Sanctissimae Trinitatis Caven.), vedi: SantissimaTrinità di Cavade’
Tirreni.
Cefalù (Cephaluden.): er. sec. VIII(istituzione bizantina); distrutta sec. IX;rist. 1131.
Imm.sogg., suffr. di Messina 1166, di Palermo 1844.
Celano, vedi: Caelena.
Ceneda(Ceneten.), vedi: Vittorio Veneto.
Centocelle (Subaugustan., presso Tor Pignattara sulla Via Labicana), dioc. sopp.: er.
metà sec. V; scompare con l’invasione longobardica. Imm. sogg.; ora sede
titolare, col nome Subaugusta.
Cerenzia (Geruntin.), dioc. sopp.: esistente già nel sec. IX; un.aeq. pr. a Cariati 1438;
sopp. e incorp. a Cariati 1818. Suffr. di Santa Severina; ora sedetitolare.
Cerignola (Ceriniolen.): er. e un. ad Ascoli Satriano 14 giu. 1819; sedi un. pien. e
nuova denom. 30sett. 1986. È la sede dell’attuale Cerignola-Ascoli Satriano.
Suffr. di Benevento, di Foggia 1979, di Foggia-Bovino 1986.
Cerreto Sannita o Telese (Cerretan. o Thelesin.): er. a Telese metà sec. V; nome
Telese-Cerreto 1612; un. aeq. pr. ad Alife dal 1818 al 1852; uniscepien. la sede
di Sant’ Agata de’ Goti e nuova denom.30 sett. 1986. È la sede dell’attuale:
Cerreto Sannita-Telese-Sant’ Agata de’ Goti. Suffr. di Benevento.
Cerveteri (Caeretan.), dioc. sopp.: er. fine sec. V; scompare assorbita da Porto 1049-
54. Imm.sogg.; ora sedetitolare.
Cervia (Cervien.): er. fine sec. V; un. a Ravenna 22 febb. 1947; sede un. pien. a
Ravenna30sett. 1986. Imm. sogg.poi suffr. di Ravenna 948, di Bologna 1582,
di Ravenna 1604-1986.
Cesena (Caesenaten.): er. sec. VI (AP: sec. I); unisce pien. la sede di Sarsina e nuova

305
denom.30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Cesena-Sarsina. Suffr. di Ravenna
almeno dal 649, di Ravenna-Cervia 1986.
Chiavari (Clavaren.): er. 3 dic. 1892. Suffr. di Genova.
Chieti (Theatin.): er. prob. sec. IV-VI (AP: sec. VD); metr. 1 lu. 1526; riceve in amm.
perp. Vasto 23 lu. 1853; sedi un. pien. e nuova denom.30 sett. 1986. È la sede
dell’attuale Chieti-Vasto. Imm. sogg.fino al 1526.
Chioggia (Clodien.): er. sec. VII; assorbe Malamocca 1110. Suffr. di Grado, di
Venezia 1451. i
Chiusi (Clusin.): er. inizio sec. IV (AP:sec. II); unisce Pienza 15 giu. 1772; sede un.
pien. a Montepulciano 30 sett. 1986. Imm. sogg., suffr. di Siena sec. XVI,di
Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino 1986.
Cingoli (Cingulan..): er. metà sec. VI; estintasi in epoca ignota, è assorbita da Osimo;
rist. e un. a Osimo 19 ag. 1725; sep. 25 genn. 1985; sede un. pien. a Macerata
30 sett. 1986. Imm. sogg. , suffr. di Fermo 1986.
Cirella (Cerillae, in Calabria), dioc. sopp.: esistente sec. VII; forse anteriore al sec.
VII o sede provvisoria di un vescovo dei Bruzzî. Imm. sogg.
Cissa (Cissa,in Istria), dioc. sopp.: er. metà sec. VI; scompare dopola fine sec. VIL
Suffr. di Aquileia; ora sedetitolare.
Città della Pieve (Civitatis Plebis): er. 25 sett. 1600; sede un. pien. a Perugia 30 sett.
1986. Imm.sogg. , suffr. di Perugia 1972-1986.
Città di Castello (Civitatis Castelli o Tifernaten.): er. metà sec. V. Imm. sogg. poi
suffr. di Perugia 1972, di Perugia-Città della Pieve 1986.
Città Ducale (Civitatis Ducalis), dioc. sopp.: er. 1502; sopp. e incorp. a L'Aquila
1818. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Cittanova d’Istria (Aemonien. seu Civitatis novae, Castellum Novas), dioc. sopp.:
appare nel sec. VI; sopp.e incorp.a Trieste 30 giu. 1828 (esecuzione 1830).
Suffr. di Aquileia, di Venezia 1445, di Udine 1751, poi segue le sorti dei
vescovadidell’Istria; ora sede titolare.
Cividale del Friuli (Foriliulii), dioc. sopp.: al principio del sec. VIII per alcun tempo
fu sede stabile del patriarcato di Aquileia.
Civita (poi Castell’ Aragonese, e Castel Sardo), dioc. sopp.: appare nel medioevo; un.
aeg. pr. ad Ampurias sec. XV; trasf. della sede ad Ampurias 1503, poi a
Terranova; sopp.e incorp. ad Ampurias 1839. Imm. sogg., suffr. di Sassarisec.
XV.
Civita Castellana (Civitatis Castellanae, Falerii): er. metà sec. V; unisce la sede di
Orte 5 ott. 1437; unisce anche la sede di Gallese 20 dic. 1805. Ha unito pien.
le dioc. di Orte-Gallese-Nepi-Sutri 11 febb. 1986, poi sopp. e resetitolari 16
febb. 1991. Imm. sogg.
Civita di Bagno, vedi: Forconio.

306
Civitanova Marche (Cluenten.), dioc. sopp.: er. inizio sec. IV; esistente ancora nel sec.
V, ma poi ben presto assorbita da Fermo. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Civitate (Civitaten.), dioc. sopp.: er. sec. XI; un. a Lucera dal 1439 al 1450; sopp. e
incorp. a S. Severo 1580. Suffr. di Benevento; ora sedetitolare.
e un. a Ss.
Civitavecchia (Centumcellarum): er. inizio sec. IV; sopp. 1802-1814; rist.
Rufina 20 dic. 1825; sep. e un. a Tarquinia 14 giu. 1854; sedi un. pien. e nuova
denom. 30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Civitavecchia-Tarquinia. Imm.
SOgE.
Claterna (Clatern., presso Quaterna in Emilia), dioc. sopp.: probabile diocesi, forse
er. sec. IV (9) e scomparsa durante la guerra ostrogotica; ora sede titolare.
Coira (Curien., oggi Chur, in Svizzera): er. sec. V. Suffr. di Milano, di Magonza 843,
poi imm. sogg.
Colle Val d’Elsa (Collen.): er. 5 giu. 1592; sede un. pien. a Siena 30 sett. 1986. Suffr.
di Firenzefino al 1986.
titolo
Comacchio (Comaclen.): er. sec. VII (AP: VI); ha unito 18 magg. 1964il
abbaziale di Pomposa, Pomposae;sedeun. pien. a Ferrara 30 sett. 1986. Suffr.
di Ravenna, di Ferrara 1735-1820, imm. sogg. 1908, di Ravenna 1927, di
Bologna 1986.
1528,
Como(Comen.): er. fine sec. IV. Suffr. di Milano sec. IV,di Aquileia, di Milano
di Gorizia 1751, di Gradisca 1788, di Milano 1789.
Compulteria, vedi: Cubulteria.
Concordia, vedi: Concordia-Pordenone.
sec. IV-
Concordia-Pordenone (Concordien.-Portus Naonis), già Concordia: er. fine
inizio sec. V a Concordia; trasf. temporaneamente a Caorle 615/618 circa, vi
rimane fino al 1818 quando è portata a Portogruaro; sede trasf. a Pordenone;
aggiunta la denom. di Pordenone 12 genn. 1971. Suffr. di Aquileia, di Udine
1751, di Venezia 1818.
), dioc.
Consilino (Consolinum seu Marcellianen., Sala Consolina in Val di Tanagro?
sopp.: er.fine sec. V; esistente ancora nel sec. VI. Imm. sogg.
la sededi
Conversano (Conversanen.): er. sec. VII o dopo (AP: sec. V); unisce pien.
Monopoli e nuova denom.30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Conversano-
Monopoli. Imm. sogg., poi suffr. di Bari, di Bari-Bitonto 1986.
Conza (Compsan.): er. sec. VII; metr. sec. XI; incorpora Satriano 1818; ha in amm.
perp. Campagnadal 27 giu. 1818 al 30 sett. 1921; un. aeg. pr. a Sant'Angelo
e Bisaccia 30 sett. 1921; sede arcivescovile 30 apr. 1979; sedi Conza-
in
S.Angelo-Bisaccia un. anche con Nusco, e nuova denom. e sede
Sant’ Angelo dei Lombardi 30 sett. 1986. Imm. sogg., suffr. di Salerno 989-
1058, e di Benevento dal 1979.
Corfinio, vedi: Valva.

307
Corneto Tarquinia (Cornetan.), vedi: Tarquinia.
Corridonia, vedi: Pausula.
Corsignano, vedi: Pienza.
Cortona (Cortonen.): er. 19 giu. 1325; sede un. pien. a Arezzo 30 sett. 1986. Imm.
sogg., suffr. di Firenze 1986.
Cosenza (Cosentin.): er. fine sec. VI; metr. a. 1150; arcivescovile 27 giu. 1818; un.
aeq. pr. a Bisignano 4 apr. 1979; sedi un. pien. e nuova denom.30 sett. 1986.
È la sede dell’attuale Cosenza-Bisignano. Imm.sogg., suffr. di Reggio,poi di
Salerno 994-1150; imm. sogg. 1818.
Crema(Cremen.): er. 11 apr. 1579. Suffr. di Milano 1579, di Bologna 1582, di Milano
1835.
Cremona (Cremonen.): er. metà sec. V (AP: sec. IV). Suffr. di Milano.
Crotone (Crotonen.): er. metà sec. VI; incorporaIsola 1818; un. ad personam episcopi
di S. Severina 1928,1947, poile parti sono invertite; unisce pien. la sede di
Santa Severina e nuova denom.30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Crotone-
Santa Severina. Imm. sogg., suffr. di Reggio Calabria sec. IX (9), di Reggio
Calabria-Bova 1986, ora di Catanzaro-Squillace.
Cubulteria o Compulteria (Cubulteriae, presso Treglia e Alvignano), dioc. sopp.:
appare fine sec. VI. Imm. sogg.
Cuma (Cuman.), dioc. sopp.: er. metà sec. V (altri: sec. IV-V); unisce Miseno 592;
scompare dopo 1218. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Cuneo (Cuneen.). er. 17 lu. 1817. Suffr. di Torino.
Cures Sabinorum, vedi: Passo Corese.
Diano-Teggiano (Dianen.): er. 21 sett. 1850, sotto il titolo di Diano, con incorpo-
razione di Capaccio (di cui parte passa a Vallo 1882); unisce la sede di
Policastro e nuova denom. 30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Teggiano-
Policastro. Suffr. di Salerno, di Salerno-Campagna-Acerno 1986.
Dolia (Dolien.), dioc. sopp.: er. sec. VII; sopp. e assorbita da Cagliari 1501. Suffr. di
Cagliari; ora sedetitolare.
Dragonara (Dragonarien.), dioc. sopp.: er. sec. XI; sopp. e incorp. a S. Severo sec.
XVI. Suffr. di Benevento; ora sede titolare.
Eca (Aecan., oggi Troia), dioc. sopp.: er. sec. IV (?); esistente ancora sec. VI;
scompare con la distruzione dellacittà. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Eclano (Aeclanen., Le Grotte), dioc. sopp.: er. inizio sec. V; sostituita e incorp. da
Frigento sec. XI. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Egnazia, vedi: Gnazia.
Equilio (Equilien.), dioc. sopp.: er. sec. VII; sopp. e un. a Torcello 1466. Suffr. di
Grado, di Venezia 1451; ora sedetitolare.
Eraclea (Heracleen.), dioc. sopp.: er. sec. VII conil passaggio ad essa dei vescovi

308
sede
della distrutta Oderzo: sopp. e incorp. a Grado 1440. Suffr. di Grado; ora
titolare.
sep. e un. a
Fabriano (Fabrianen.): er. 15 nov. 1728 e un. a Camerino 1728-1785;
Matelica 8 lu. 1785; sedi un. pien. e nuova denom. 30 sett. 1986. È la sede
di Ancona -Osimo .
dell’attuale Fabriano-Matelica. Imm. sogg.; ora suffr.
la sede di Modigliana
Faenza (Faventin.): er. inizio sec. IV (AP: sec. IT); unisce pien.
Imm.
e nuova denom. 30sett. 1986.È la sededell’attuale Faenza-Modigliana.
sogg., suffr. di Ravenna sec. XVII, di Bologn a dal 1855.
Faleri (Faleritan.), ora sede titolare, vedi: Civita Castellana.
Imm. sogg.
Falerone (Faleronen.), dioc. sopp.: er. metà sec. V; un. a Fermosec. VII.
; ora sedetitolare.
I); unisce la sede di
Fano (Fanen., Fanum Fortunae). er. sec. IV (2) (AP: sec.
sededell’at-
Fossombrone, Cagli e Pergola, e nuova denom.30 sett. 1986. È la
-
tuale Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola. Imm. sogg., suffr. di Urbino-Urbania
Sant’ Angelo in Vado 1986, ora di Pesaro.
Farfa (Farfen.), vedi: Sabina.
vedi: Tempio.
Fausania (Phausian., località incerta, forse Pausania, presso Tempio),
a Belluno 1197; sep. 1462; di nuovo un. 1 magg.
Feltre (Feltren.): er. fine sec. VI; un.
Udine 1751,
1818; sede un. pien. a Belluno30 sett. 1986. Suffr. di Aquileia, di
di Venezia 1818.
a Frosinone30 sett.
Ferentino (Ferentin.): er. fine sec. V (AP: sec. IV); sede un. pien.
1986. Imm. sogg.
trasf. temporanea-
Ferento (Ferentien.), dioc. sopp.: er. fine sec. V (altri: sec. IV-V);
ora
mente a Bomarzo (Polymartien.) sec. VI-VII; distrutta 1172. Imm. sogg.;
sedetitolare (lo è anche Bomarzo).
ova Marche;
Fermo (Firman.): er. metà sec. VI (AP: sec. II), assorbendo Civitan
Imm.
incorpora Tronto sec. VI-VII, e Falerone sec. VII; metr. 24 magg. 1586.
sogg. fino al 1586.
(AP: sec. TV, riferito
Ferrara (Ferrarien.): er. 858 sostituendo e incorporando Voghera
e nuova
a Voghenza); arcivesc. 27 lu. 1735; unisce pien. la sede di Comacchio
Suffr. di
denom. 30 sett. 1986. È la sede dell’attuale Ferrara-Comacchio.
35,
Ravenna, imm. sogg. 774 e definitivamente 1179,suffr. di Ravenna 1604-17
di Bologna 1986.
non è maiesistita.
Ficulea (La Cesarina sulla Via Nomentana): pretesa antica diocesi,
antica diocesi,
Fidena(Fidenaten., La Serpentara o Castel Giubileo in Lazio): pretesa
non è maiesistitita; ora sedetitolare.
, Burgi Sancti
Fidenza (Fidentin.): er. 12 febb. 1601 col nome di Borgo San Donnino
Donnini: mutato nomein Fidenza 22sett. 1927. Suffr. di Bologn a 1601, poi
imm. sogg. 1667, suffr. di Bologna 1730, imm. sogg. 1806, di Modena-

309
Nonantola 1986.
Fiesole (Fesulan.): er. fine sec. V (AP: sec. I). Imm. sogg., suffr. di Firenze dal 1420.
Fiorentino (Florentinen., Ferentin., in Puglia), dioc. sopp.: er. 1022: un. a Lucera
1410; sopp. e incorp. a Lucera 1818. Suffr. di Benevento; ora sedetitolare.
Firenze (Florentin.): er. inizio sec. IV (AP:sec. I); metr. 10 magg. 1419. Imm.sogg.
fino al 1419.
Fiume(oggiRijeka): er. 25 apr. 1925. Imm.sogg.; dopo la Seconda guerra mondiale
passa alla circoscrizione ecclesiastica croata.
Focedi Patria (o Lagodi Patria; Linternum), probabile antica dioc. che apparirebbe
nel sec. VI, i
Foggia (Fodian.): er. 25 giu. 1855; metr. 30 apr. 1979; uniscepien.la sede di Bovino
e nuova denom. 30sett. 1986. È la sede dell’attuale Foggia-Bovino, Imm.
sogg. fino al 1979,
Foligno (Fu/ginaten.): er. fine sec. V (AP:sec. I); incorpora Spello 1772. Imm.sogg.,
suffr. di Perugia 1972, di Perugia-Città della Pieve 1986. 0
Fondi (Fundan.), dioc. sopp.: er. inizio sec. V (altri: sec. IV-V); sopp. e incorp. a
Gaeta 1818. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Forconio (Forconien. o Cona, oggi Civita di Bagno), dioc. sopp.: esistente sec. VII,
er. forse succedendo ad Aveia Vestina. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Fordongianus (Foritraianen.), dioc. sopp.: er. fine sec. V (altri: sec. IV-V); esistente
ancora nel sec. VI. Suffr. di Cagliari; ora sedetitolare.
Forlì (Forolivien.): er. sec. IV (9) (AP: sec. ID); unisce pien. la sede di Bertinoro e
nuova denom. 30 sett. 1986. E la sede dell’attuale Forlì-Bovino. Suffr. di
Milano, di Ravenna sec. V, di Ravenna-Cervia 1986.
Forlimpopoli (Foropopulien.), dioc. sopp.: er. sec. IV (9); trasf. e incorp. a Bertinoro
sec. XIV (dopo 1360). Suffr. di Ravenna; ora sedetitolare.
Formia (Formian.), dioc. sopp.: er. sec. III-IV; trasf. temporaneamente a Gaeta 856;
nuova denom. Mola 915; incorp. a Gaeta sec. X (2). Imm. sogg.; ora sede
titolare.
Foro Flaminio, vedi: S, Giovanni Profiamma.
Forum Clodii, vedi: Monterano.
Forum Popilii (presso Carinola), dioc. sopp.: er. fine sec. V; a seguito della scomparsa
della sede e città nel sec. VII, venne creata la nuova sede di Carinola. Imm.
sogg. (>).
Fossano (Fossanen.): er. 15 apr. 1592; sopp. e incorp. a Mondovì 1803; rist. 1817.
Suffr. di Torino.
Fossombrone(Forosempronien.): er. fine sec. V; sede un. pien. a Fano 30sett. 1986.
io sogg., suffr. di Urbino 1563, di Urbino-Urbania-Sat' Angelo in Vado

310
Frascati (Tusculan.): er. inizio sec. IV (AP: sec. III) a Labico; nome di Tusculo dal
sec. VII; sede trasf. a Frascati 1191. Sede suburbicaria.
Frigento (Frequent.), dioc. sopp.: er. sec. XI subentrando a Eclano; un. ad Avellino
1446; sopp. e incorp. ad Avellino 1818. Suffr. Benevento; ora sede titolare.
Frosinone (Frusitan., Frusinum): presunta antica diocesi nei sec. V-VI, non è mai
esistita. Per l’attuale Frosinone, vedi: Veroli. Dopolaristruttazionedel30 sett.
1986è la sededell’attuale Frosinone-Veroli-Ferentino, imm. sogg.
Gabi (Gabin.; oggi Castiglione), dioc. sopp.: er. metà sec. V; scomparsa con le
invasioni barbariche. Imm. sogg.; ora sedetitolare.
Gaeta (Caietan.): er. sec. VII; arcivescovile 31 dic. 1848; incorpora Minturno sec.
X, e Mola (Formia) sec. X (?) nel 1818. Imm.sogg. fino al 1848.
Galazia (Calatia, Calatin., in Campania), indicatatra la sedititolari: presunta antica
diocesi, non è mai esistita in quanto l'antica Calatia corrisponde all’attuale
Cajazzo.
Gallese (Gallesin.), dioc. sopp.: er. sec. VIII; un. aeg. princ. a Orte 20 dic. 1805. Sede
e titolo un. pien. sotto Civita Castellana 11 febb. 1986; sopp. e resa titolare 16
febb. 1991. Era imm. sogg.
Gallipoli (Gallipolitan.): er. metà sec. VI; sede un.pien. a Nardò 30sett. 1986. Imm.
sogg., suffr. di Brindisi sec. X, di Otranto sec. XI, di Lecce 1980.
Galtelli (Galtellin.), vedi: Nuoro.
Genova (Ianuen.): er. fine sec. IV (AP: sec. II); metr. 20 mar. 1133; sedee titoli un.
con Bobbio 30 sett. 1986; sep. 16 sett. 1989. Imm. sogg. fino al 1133.
Gerace (Hieracen.) vedi: Locri-Gerace.
Giovinazzo (Juvenacen.): er. sec. X; un. a Terlizzi 1749; sopp. e un. a Molfetta 1818;
rist. e un. a Terlizzi 4 marzo 1826; sedi un. pien. a Molfetta 30 sett. 1986. Suffr.
di Bari fino al 1818: imm. sogg. 1826, suffr. di Bari-Bitonto 1986.
Giustinopoli, vedi: Capodistria.
Gnazia (Eugnathiae seu Gnathiae, vicino a Monopoli), dioc. sopp.: appare inizio sec.
VI; scompare prima delsec. X.
Gorizia (Goritien.): er. 19 gen. 1751 e in pari data metr.; 1788 è sopp. e sostituita da
Gradisca; rist. dioc. 12 sett. 1791 con assorbimento di Gradisca; 27 lu, 1791
metr.: incorpora Pedena dopoil 1786; metr.; Gradisca sep. e resa titolare 30
sett. 1986.
Gradisca (Gradiscen.), dioc. sopp.: er. e metr. al posto di Grado 1788; incorporata a
Grado 12 sett. 1791; sep. e resatitolare 30 sett. 1986.
Grado (Graden.), dioc. sopp.: er. 607 (peril trasf. di Aquileia); sep. da Aquileia sec.
VII; trasferito il patriarcato di Grado in Venezia nel 989; dioc. sopp. e incorp.
a Venezia 1451; ora sedetitolare.
Gravina (Gravinen.): er. sec. IX; un. aeq. pr. a Irsina 27 giu. 1818; sep. 11 ott. 1976;

311
sede un. pien. ad Altamura30 sett. 1986. Suffr. di Acerenza 1106, imm. sogg.
1818, di Bari 1976, di Bari-Bitonto 1986.
Grosseto (Grossetan.): er. 9 apr. 1138. Suffr. di Siena.
Grottaferrata, vedi: Santa Maria di Grottaferrata, abbaziaterritoriale.
Grumento Nova (Grumentin., nella Lucania) dioc. sopp.: già esistente metà sec. V;
scompare sec. X. Imm. sogg.; ora sede titolare.
Gualdo Tadino (Tadinen.): er. sec. IV (?); sopp. e un. a Nocera Umbra 1006. Imm.
SOgg.
Guardia Alfiera (Guardien., presso Cerrato), dioc. sopp.: er. anno seconda metàsec.
XI; sopp. e incorp. a Termoli 1818. Suffr. di Benevento; ora sedetitolare.
Guastalla (Guastallen.): er. 13 sett. 1828; sede un. pien. a Reggio Emilia 30 sett.
1986. Imm. sogg., suffr. di Modena 1855, di Modena-Nontola 1986.
Gubbio (Eugubin.): er. sec. IV. Imm.sogg., suffr. di Urbino 1725, imm. sogg. 1818;
ora suffr. di Perugia-Città della Pieve.
Iglesias (Ecclesien.): er. in data imprecisata (ma dopo sec. VII); incorpora Sulci 1503;
sopp.e incorp. a Cagliari 1513; rist. 18 magg. 1763; Suffr. di Cagliari.
Imola (Zmolen.): er. fine sec. IV. Suffr. di Milano, di Ravennasec. V, di Bologna 1582,
di Ravenna 1604, di Bologna dal 1855.
Imperia (/mperiae), vedi: Albenga-Imperia.
Irsina (Montis Pelusii), già Montepeloso: er. sec. XV; un. ad Andria 1452-1479; un.
aeq. pr. a Gravina 27 giu. 1818; sep. e un. a Matera 11 ott. 1976; sedi un. pien.,
con denom. Matera-Irsina e sede in Matera, 30sett. 1986. Imm. sogg., suffr.
di Potenza 1976, di Potenza-Muro Lucano-Marsico nuovo 1986.
Ischia Usclan.): er. sec. XII. Suffr. di Napoli.
Isernia (Aesernien.): er. sec. VII (?) (AP: sec. V); un. varie volte a Venafro (1182,
1302 e 1818 e di nuovo 19 giu. 1852); sedi un. pien. e nuova denom.30sett.
1986. È la sededell’attuale Isernia-Venafro. Suffr. di Capua, imm. sogg. 1182,
di nuovo suffr. di Capua 1302, di Campobasso 1976, di Campobasso-Boiano
1986.
Isola di Capo Rizzuto (Insulen.), dioc. sopp.: er. sec. IX; sopp. e incorp. a Crotone
1818. Suffr. di Reggio Calabria; ora sedetitolare.
Istonio (/storien.), vedi: Vasto.
Ivrea (Eporedien.): er. metà sec. V; incorpora Aosta 1803-1817. Suffr. di Milano, poi
di Torino 1515.
Jesi (Aesin.): er. prob. prima del sec. VII (AP: sec. VI). Imm. sogg., suffr. di Ancona
1976, di Ancona-Osimo 1986.
Jesolo, vedi: Equilio.
L'Aquila (Aquilan.): er. 20 febb. 1257; arcivescovile 19 genn. 1876; metr. 15 ago.
1972; incorpora Cittàducale 1818. Imm. sogg. fino al 1972.

312
La Spezia (Spedien.): er. 12 genn. 1929, unendo Sarzana e Brugnato e con denom.
di dioc. di Luni, “ossia La Spezia-Sarzana-Brugnato”; sedi pien. un. in La
Spezia e nuova denom. La Spezia-Sarzana-Brugnato, 30 sett. 1986. Suffr. di
Genova. i
Labico (Labican., Labicum presso Monte Compatri), ora sede titolare, vedi: Frascati.
Lacedonia (Laquedonien.): er. sec. XI; unisce Trevîco 1798e l’incorpora 1818; sede
un. pien. a ArianoIrpino30 sett. 1986. Suffr. di Conza fino a 1986.
Lagonero, vedi: Tursi.
Lamezia Terme (Lametiae Thermarum), già Nicastro (Neocastren.): er. sec. VII (?)
(AP: sec. VI); incorpora Martorano 1818; trasf. a Lamezia Terme; mutato
nome in Lamezia Terme 30sett. 1986. Imm. sogg., suffr. di Reggio C