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I "LACCI E GLI SBADIGLI": PASCOLI, MARTINI, GIOLITTI, E L'INSEGNAMENTO DI LATINO E

GRECO NELL'OTTOCENTO ITALIANO


Author(s): Guido Milanese
Source: Aevum, Anno 84, Fasc. 3 (Settembre-Dicembre 2010), pp. 889-904
Published by: Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
Stable URL: https://www.jstor.org/stable/20862373
Accessed: 04-06-2020 17:55 UTC

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Aevum, 84 (2

Guido Milanese

I "LACCI E GLI SBAD


PASCOLI, MARTINI, GIOL
DI LATINO E GRECO NEL

Before the great Italian poet Giovanni P


Latin and later of Italian, he taught in seve
the journalist and writer Ferdinando Ma
appointed Pascoli as a member of a comm
president of the committee, wrote a fam
and the lack of a true "reading" of aut
o understood within the framework of the
S3 in the first decades of the recently unifie
U
particularly in Central Italy and Catholi
larly in the North of the country. This w
and philology. Many years later, in 192
Minister, shows the influence of Pascoli'
of Greek in Italian high schools.

Probabilmente il locus classicus pi


necessita di un rinnovamento deH
attribuibile al Pascoli; "attribui
Pascoli. La vicenda di riferimento
di far parte di una Commissione p
Licei, il Pascoli ne venne unanim
riferiti non sono del solo Pascoli,
causa, ma dell'intera commissio
vengono citate poche frasi, conve

Dal Ginnasio al Liceo, dal Liceo aH'Un


alle scuole Classiche un fosso. II fan
meraviglia, uno stordimento, uno sbi

* Alia memoria di mio nonno Attilio Be


e il suo tempo.
Ringrazio vivamente, per aver letto l'a
> zioni, Antony Alexander, Andrea Balbo,
O
o
Elli, Massimo Ferrari, Rolando Ferri, Nic
Milanese, Lucia Mor, Mario Taccolini, Ila
avermi invitato a tenere un seminario su

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890 G. MILANESE

nuove, strane, di colore oscuro. Ora se da una parte si fa ben poco per preparare il fanciullo
a tale no vita, dall'altra non si fa molto per diminuire l'effetto di tale smarrimento: qualche
volta si cerca d'accrescerlo. Alcuni de' nostri bravi colleghi, come per pieta di quelle
tenere intelligenze, seguono un metodo troppo empirico; e non fanno bene. Altri, con
rispetto maggiore della scienza che della disciplina, si mettono in una via troppo teorica,
e fanno male. Procedendo, si legge poco, e poco genialmente, soffocando la sentenza dello
scrittore sotto la grammatica, la metrica, la linguistica. I piu volenterosi si svogliano, si
annoiano, s'intorpidiscono; e ricorrono ai traduttori non ostinandosi piu contro difficolta
che, spesso a torto, credono piu forti della loro pazienza. E l'alunno, andando innanzi, si
trova avanti ostacoli sempre piu grandi e numerosi; a mano a mano che la via si fa piu
erta e malagevole, cresce il peso sulle spalle del piccolo viatore. Le materie di studio si
moltiplicano, e l'arte classica e i grandi scrittori non hanno ancora mostrato al giovane
stanco pur un lampo del loro divino sorriso. Anche nei Licei, in qualche Liceo, per lo
meno, la grammatica si stende come un'ombra sui fiori immortali del pensiero antico e li
aduggia. II giovane esce, come pud, dal Liceo e getta i libri: Virgilio, Orazio, Livio, Tacito!
de' quali ogni linea, si puo dire, nascondeva un laccio grammaticale e costo uno sforzo e
provoco uno sbadiglio. E le famiglie, che condussero per mano il fanciullo alia nostra
scuola, senza fede neH'umanita de' nostri studi, con una specie d'obbedienza dispettosa e
riottosa alia legge per loro assurda, che segna si lunga e aspra via per giungere al titolo
e alia posizione, le famiglie assistono sovente inerti all'inerzia, malcontente giustificano
il malcontento del fanciullo e giovinetto che perde il tempo con noi1.

La commissione era stata nominata da Ferdinando Martini (1841-1928), scrittore


e uomo politico notissimo al tempo2. La camera di insegnante del Martini fu

1 Traggo da G. Pascoli, Relazioni sull'insegnamento del latino nella scuola media I, in Prose.
I: Pensieri di varia umanita, I, Milano 1946, 591-604: 592-93. Originariamente pubblicato nel
Supplemento al n. 42 del ?Bollettino Ufficiale del Ministero dellTstruzione Pubblica?, 23 ottobre
1893. Le notizie biografiche relative al viaggio a Roma del Pascoli in M. Pascoli, Lungo la vita di
Giovanni Pascoli: memorie, a c. di A. Vicinelli, Milano 1961, 352-58; solo note essenziali in M.
Biagini, // poeta solitario. Vita di Giovanni Pascoli, Milano 19632, 197-98. Interessante il giudizio
negativo del Pascoli sui "quesiti" ministeriali, giudicati ?sciocchi?; e alia prima discussione il Pascoli
tacque, preso da ?uno sbalordimento, una noia mortale, un senso di disgusto? (Lungo la vita di
Giovanni Pascoli, 352-58). L'episodio e inquadrato nel contesto di uno studio complessivo su Pascoli
e gli studi classici da P. Treves, L 'idea di Roma e la cultura italiana del secolo XIX, Milano-Napoli
1962, 320-21; sul libro di Treves e piuttosto duro il giudizio di A. La Penna, Orazio e Videologia
del principato, Torino 1963, 242 n. 2 (?tanto dotto quanto disordinato e confuso?), ma si tratta sicura
mente di una ricerca tuttora insostituita, come essenziale resta il paragrafo su Carducci e Pascoli nel
libro del La Penna (pp. 242-48); negativo anche L. Canfora, Vitelli e le correnti nazionalistiche
prima del 1918, in Philologie und Hermeneutik im 19. Jahrhundert: zur Geschichte und Methodologie
der Geisteswissenschaften, hrsg. v. H. Flashar et al, II, Gottingen 1979, 308-22: 308. Su Pascoli
professore universitario e sulle motivazioni di fondo del rapporto tra Universita e societa nel pensiero
pascoliano cfr. F. Mattesini, Figure e forme di vita letteraria da Carducci all'ermetismo, Roma 1983
(Biblioteca di cultura, 241), 34-37. Per le riprese dell'intervento della Commissione del '93 rinvio,
in ordine di tempo, a N. Flocchini, Insegnare latino, Firenze 1999, 46-47; L. Miraglia, Metodo
natura e storia culturale, in A ciascuno il suo latino, a c. di G. Milanese, Galatina 2004, 23-62:
24; A. Balbo, Insegnare latino: sentieri di ricerca per una didattica ragionevole, Torino 2007, 14;
R. Drago, Opinioni illustri dal XVIII al XX secolo, in Latino perche? Latino per chi? Confronti
internazionali per un dibattito, Genova 2008, 139-63: 144; L. Miraglia, Nova via. Latine doceo.
Guida per gl'insegnanti. Parte I: Familia Romana: con una postfazione di Hans H. 0rberg, Montella
2009, 11-13.
2 Nella commemorazione del Martini, la rivista ?Italica? lo deflnisce ?the "Great Old Man" of
Italian literature and public life? (Obituaries: Ferdinando Martini (1844-1928), ?Italica?, 5/2, 1928,
51); e anche dalla commemorazione di V. Cian, Necrologi: Ferdinando Martini, ?Giornale storico
della letteratura italiana?, 91 (1928), 420-21 si ricava l'impressione di un personaggio circondato da
un generale rispetto. Sul Martini non poca e la bibliografia anche recente: la presentazione d'insieme

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I "LACCI E GLI SBADIGLI" 891

assai breve, conclusasi repentinamente a causa di un suo intervento per la morte


del Mazzini, nel 1872; il Martini stesso rievoca questa fase della sua giovinezza
con una punta d'autoironia3, ma profonda doveva essere la sua stima per il corpo
docente italiano, ricambiata, a quanto risulta dalla testimonianza del Pascoli,
piuttosto diffusamente4; anche in campo universitario, il suo progetto di ristrut
turazione radicale delPUniversita italiana e ammirevole per la serieta delle proposte
e per la completezza della documentazione5.
Pascoli stesso ricorda come la convocazione della Commissione del 1893 sia
stata accolta come evento piuttosto scandaloso, perche composta non da accade
mici, ma da professori di scuola secondaria:

Fu per la famosa Commissione, si ricorda? quando ella convoco una ventina di professori
secondari (che scandalo!) di latino, per ragionare e consultare... di che, Dio mio? di banchi,
di scuola, di abbecedari? No: lo scandalo fu grande, perche ci convoco a discorrere appunto
di latino. Noi? Proprio noi. Ma secondari proprio? Secondarissimi: c'era l'Ercole, il Moratti,
il Ronca, il Brilli, il Cima, il Decia, il Setti, il Murero, il Tincani, il Bonino: c'ero anch'io.
C'erano da un venti (e potevano essere quaranta e cento) di questi anfibi che hanno il
loro pascolo nello stagno, a volte melmoso, della scuola, e il loro svago nel prato sempre
fiorito della scienza; di questi cari esseri che tirano con la forte rassegnazione dell'alfana

piu recente e quella, molto completa e documentata, di R. Romanelli, Martini, Ferdinando, in DBI,
71, Roma 2008, 216-23, che rende superfluo il rinvio ad altra bibliografia, se non al recente M.
Lombardi et al, II viaggio della traduzione: alcuni percorsi di ricerca nei Fondi Martini e Magrini
della Biblioteca Forteguerriana di Pistoia, in // viaggio della traduzione. Atti del convegno. Firenze,
13-16 giugno 2006, a c. di M.G. Profeti, Firenze 2007, 177-205: 177 n. 2. Martini fu ministro dal
maggio 1892 al dicembre del 1893, nel primo ministero Giolitti; un breve periodo, ma se si esamina
l'elenco dei ministri della Pubblica Istruzione dal 1848 al 1900, in Ministero della Pubblica
Istruzione, Notizie storiche sull'istruzione classica in Italia dal 1860 ad oggi, Roma 1900, 317-18
si ricava che la norma fosse quella di brevi permanenze al Ministero: 47 titolari in cinquant'anni
circa. Cio era causa, ovviamente, di scarsa funzionalita politica e culturale, come avvertito da un
intervento dell'avv. Giovanni Rosadi al Convegno del 1905 sull'insegnamento classico (7/ Convegno
Fiorentino per la Scuola Classica, Settembre 1905, Societa Italiana per la diffusione e l'incorag
giamento degli Studi Classici, Firenze 1907, 18-23). Su Martini ministro di Giolitti cfr. / Governi
Giolitti (1892-1921), in Giovanni Giolitti: al Governo, in Parlamento, nel carteggio, a c. di A.A.
Mola - A.G. Ricci, Foggia 2007; Martini ebbe come sottosegretario Scipione Ronchetti (1846-1918),
che passera agli Interni nel governo Zanardelli del 1901 (pp. 95-96), poi Ministro di Grazia, Giustizia
e dei Culti nel Governo Giolitti 1903-1905 (p. 173). L'attivita politicamente piu duratura del Martini
fu quella che svolse in campo coloniale; la prima nomina gli venne dallo stesso Giolitti; nella seduta
del 15.06.1907, venne nominato membro del Consiglio coloniale, e confermato il 19.03.1908 (Mola
- Ricci, / Governi Giolitti (1892-1921), 271). Dalle sue esperienze coloniali il Martini trasse lo spunto
per diversi scritti. L'atteggiamento del Croce nei confronti di Martini scrittore e critico era sostan
zialmente positivo, sia pure con varie notazioni critiche: cfr. B. Croce, Ferdinando Martini, in La
letteratura della Nuova Italia, III, Bari 1908, 317-34.
3F. Martini, Confessioni e ricordi, 1859-1892, Milano 1929, 49-77.
4G. Pascoli, La scuola classica, in Prose. I: Pensieri di varia umanita, vol. 1, Milano 1946,
138-54: 139-40.
5 F. Martini - C. Ferraris, Ordinamento generale degli istituti d'istruzione superiore: studi e
proposte, Milano 1895. II lavoro e ricchissimo di dati analitici e di confronti tra 1'ordinamento italiano
e quello degli altri Paesi europei. II progetto non fu approvato: cfr. M. Moretti, La questione delle
piccole Universitd dai dibattiti difine secolo al 1914, in Le universitd minori in Italia nel XIXsecolo,
a c. di M. Da Passano, Sassari 1993 (Collana di studi del Centro interdisciplinare per la storia
delPUniversita di Sassari 5), 19-44; lo stesso studioso ricorda come il Fraccaroli si sia posto a difesa
delle universita minori: M. Moretti, La scuola di un classicista. Sugli scritti scolastici di Giuseppe
Fraccaroli, in Giuseppe Fraccaroli (1849-1918). Letteratura, filologia e scuola fra Otto e Novecento,
a c. di A. Cavarzere - G.M. Varanini, Trento 2000 (Labirinti, 45), 203-92: 208.

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892 G. MILANESE

la carretta deirinsegnamento tutto il giorno, e alia sera aprono le ali dell'ippogrifo nel
cielo libero dell'arte: gente che meglio d'ogni altro "al mondo" aveva decifrate e illustrate
iscrizioni osche, che meglio d'ogni altro "al mondo" aveva descritta la cultura del Medio
Evo, che aveva derivato dalla ricca Germania tesori d'erudizione per 1'Italia immiserita,
che aveva scritto volumi, non solo grossi ma belli. Povera gente! di cui non si parla mai
nei giornali, e non si parld, per esempio, in una recente disputa sul decadimento della
letteratura italiana, perche non scrive romanzi. Ebbene quei professori, giovani allora dal
piu al meno, molto amarono lei, onorevole Martini, per quella sua fiducia, alia quale
risposero come poterono6.

La Commissione del '93 era di fatto composta da personality di rilievo, in parte


almeno piuttosto giovani (Pascoli, evidentemente gia rispettato se nominato relatore
dai colleghi, era trentottenne)7; il Presidente era Valentino Cigliutti8; tra i
componenti c'erano il latinista Alfredo Pais9, il linguista Carlo Moratti10, Peclet
tico Umberto Ronca n, per fermarci quin-oltre al Pascoli stesso, beninteso, dunque

6 Pascoli, La scuola classica, 141. Owio il gioco di parole sull'aggettivo ?secondario?.


71 nomi completi si leggono in Ministero della Pubblica ISTRUZiONe, Notizie storiche sull 7
struzione classica, 555, ma curiosamente questo elenco non corrisponde del tutto alia rievocazione
di cognomi (senza nomi) che Pascoli presenta in La scuola classica, 141.
8Gia preside del liceo Torricelli di Faenza (1867-1869), all'epoca preside del liceo Visconti di
Roma; filosofo di formazione, visto che risulta docente di filosofia razionale nei licei prima di
Chivasso e poi di Acqui Terme (1860: cfr. A. Romizi, Storia del ministero della Pubblica Istruzione,
I, Milano 1902, 25).
9 Della scuola di Gaetano Trezza; buon conoscitore del mondo tedesco, studioso di Seneca e di
Tacito, di poesia latina e di epigrafia, fratello di Ettore Pais. Dalla ?RFIC?, 18 (1890), risulta profes
sore al liceo di Fano. Tra 1'altro scrisse una nota oraziana per il ?Bullettino archeologico sardo?
fondata da Giovanni Spanu e ripresa, in una nuova serie che ebbe breve vita, da Ettore Pais, quand'egli
si trovava in Sardegna: A. Pais, Un passo oraziano relativo al Sardo Tigellio, ?Bullettino Archeologico
Sardo?, Serie seconda, 1 (1884), 181-84. Per queste informazioni ringrazio vivamente Attilio Mastino
(Sassari), che ha ridato vita a quella stagione di studi indagando sull'attivita di Ettore Pais in Sardegna;
cfr. A. Mastino, // "Bullettino Archeologico Sardo" e le "Scoperte": Giovanni Spano ed Ettore
Pais, in Bullettino Archeologico Sardo - Scoperte Archeologiche, 1855-1884. Ristampa commentata,
a c. di A. Mastino - P. Ruggeri, Nuoro 2000, 13-40; Id., Ettore Pais e la Sardegna romana, in
Aspetti della storiografla di Ettore Pais, a c. di L. Polverini, Napoli 2002, 249-300.
10 Al quale sicuramente si riferisce Pascoli accennando al collega che ?aveva decifrate e illustrate
iscrizioni osche?; al Moratti si debbono numerosi studi di linguistica osca, e saggi di sintesi come
C. Moratti, Studi sulle antiche lingue italiche, Firenze 1887. Lo studioso aveva proprio nel 1894
pubblicato una ricerca su un'iscrizione osca (Id., La legge osca di Banzia, Bologna 1894); il saggio
di Pascoli fu pubblicato di li a poco, nel 1896.
11 Latinista, coetaneo del Pascoli (Ronca era del '56, Pascoli del '55) editore di Giovenale, ma
anche medievista, uno dei primi studiosi di metrica latina medievale (U. Ronca, Metrica e ritmica
latina nel Medio Evo. Parte prima, Primi monumenti ed origine della poesia ritmica latina, Torino
1890), studioso del Tassoni. A lui certamente si riferisce il Pascoli indicando lo studioso ?che meglio
d'ogni altro "al mondo" aveva descritta la cultura del Medio Evo?. Probabilmente il Pascoli ricordava
un volume recentemente pubblicato: U. Ronca, Cultura medioevale e poesia latina d'Italia nei secoli
XI e XII, Roma 1892.
12 Ci sono altre personality ben note: si pensi solo a Ugo Brilli, collaborator del Carducci,
familiare al Pascoli fin dal primo giorno di universita (M. Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli,
46, Biagini, // poeta solitario, 51), e presenza ricorrente in tutta la vita del poeta; all'attivissimo
Carlo Tincani, autore di una miriade di commenti scolastici soprattutto nella nota serie della Loescher.
Giovanni Setti era grecista, anch'egli del 1856, amico del Pascoli e da lui giudicato ?il piu simpatico?
tra i colleghi in commissione a Roma (M. Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, 303-04): Setti
passo all'Universita nello stesso anno del Pascoli, il 1895 (sulla sua opera scientifica e accademica
E. Degani, La filologia greca nel secolo XX, in La Filologia greca e latina nel secolo XX. Atti del

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I "LACCI E GLI SBADIGLI" 893

una commissione formata di studiosi di alto livello: e si comprende dunque la


'pascolianamente' amara descrizione della vita faticosissima di questi professori,
?che tirano [...] la carretta deirinsegnamento tutto il giorno, e alia sera aprono
le ali deirippogrifo nel eielo libero delParte?.
Si capira ora meglio che certamente non e da ricondursi al Pascoli solo, ma
a tutti i colleghi, la critica airinefficacia dei metodi di insegnamento dell'epoca.
Era l'epoca in cui in Italia si era sostituito, da un ventennio almeno, il modo
antico, empirico, di insegnare le lingue, con quello "scientifico" di importazione
tedesca13: si avvertiva che a causa del successo della linguistica tedesca ?il tradizio
nale empirismo nell'insegnamento della grammatica elementare del greco fu scosso
dalle fondamenta?, come osservava Gaetano Oliva, professore nel liceo di Rovigo,

congresso internazionale, Roma, Consiglio nazionale delle ricerche, 17-21 settembre 1984, Pisa 1989
(Biblioteca di Studi antichi 56), 1065-140: 1089-90). Sulla recensione del Setti alia Lyra del Pascoli
cfr. Biagini, // poeta solitario, 223 e Treves, L'idea di Roma, 322-23; il Pascoli gli dedico i Poemi
italici; Mario Menghini, infine, era molto vicino al Pascoli e a Severino Ferrari (M. Pascoli, Lungo
la vita di Giovanni Pascoli, 401-02 ecc).
13 Si tratta di una vicenda culturale notissima e studiata in contributi ormai classici: rinviero
solo agli imprescindibili A. La Penna, L'influenza della fllologia classica tedesca sulla filologia
classica italiana dall 'unificazione d Italia alia prima guerra mondiale, in Philologie und Hermeneutik,
232-74; Degani, La filologia greca nel secolo XX; S. Timpanaro, // primo cinquantennio della
"Rivista di fllologia e d'istruzione classica", ?RFIC?, 100 (1972), 397-441; M. Gigante, Per la
storia degli "Studi", ?SIFC?, 3/1 (1983), 7-21; M. Raicich, Lepolemiche sugli studi classici intorno
al 1870 e Vinchiesta Scialoia, in Scuola, cultura politica da De Sanctis a Gentile, Pisa 1981, 284
325; L. Gamberale, Le scuole di filologia greca e latina, in Le grandi scuole della Facolta (Atti
del Convegno 11-12 maggio 1994), Roma 1994, 28-125, oltre ovviamente al gia richiamato Treves,
L'idea di Roma e Id., Lo Studio dell'antichitd classica nell'Ottocento, Milano-Napoli 1962 (La lettera
tura italiana Ricciardi 72). Sul movimento "tedeschizzante" nell'Universita dell'Italia umbertina, e
sulle sua spesso confuse ricadute nelFinsegnamento medio cfr. L.E. Rossi, Grammatica greco-latina
e metrica in Italia tra il 1860 e il 1920, in Philologie und Hermeneutik, 275-86; M. Chirico, La
fondazione della rivista ?Atene e Roma? e la filologia classica italiana, in Momenti della storia
degli studi classici fra Ottocento e Novecento, a c. di M. Capasso - S. Cerasuolo - M.L. Chirico,
Napoli 1987 (Pubblicazioni del Dipartimento di filologia classica dell'Universita degli studi di Napoli,
2), 87-104; non va dimenticata Fimportanza del sostegno "filotedesco" dell'Ascoli (cfr. G.I. Ascoli,
Dell'insegnamento classico secondario, ?RFIC?, 2, 1874, 300-04: osservazioni essenziali in
Timpanaro, // primo cinquantennio). E interessante che nella stessa pagina della RFIC ove si chiude
il discorso dell'Ascoli si riporta notizia di un intervento del piu noto e ormai anziano rappresentante
della vecchia generazione, Tommaso Vallauri (1805-1897: l'Ascoli era del 1829, dunque circa di una
generazione piu tardi), che, per il cinquantenario del suo insegnamento universitario, pronuncia a
Torino una ?prelezione, avente per argomento De causis neglectae latinitatis, le quali, secondo
l'oratore, sarebbero principalmente gli enciclopedisti e la rivoluzione dell'89, il cattivo ordinamento
delle scuole secondarie e il protestantesimo? (p. 99 del citato fascicolo: ha ragione Timpanaro, //
primo cinquantennio, 400 n. 1 che nota il tono ?sottilmente ironico? del resoconto). Vallauri e
accomunato al Gandino dal Treves (Lo Studio dell'antichitd classica nell'Ottocento, XXXVI, cfr.
XLVIII) tra i ?retori vecchi e nuovi?, mentre Timpanaro tende a sottolineare le differenze tra i due;
consente Gigante, Per la storia degli "Studi", 14. Anche tra i filotedeschi non mancavano studiosi
un po' improvvisati, come il Bonazzi, autore di un manuale "alia Curtius" (B. Bonazzi,
L'insegnamento del greco in Italia e la grammatica di G. Curtius, Napoli 1869), negativamente
recensito da Domenico Pezzi in ?RFIC?, 2 (1874), 97-99; sul Bonazzi cfr. l'accurata rieostruzione
di P. Ippolito, Benedetto Bonazzi, in La cultura classica a Napoli nell'Ottocento. Secondo contri
bute, Napoli 1991, 285-93, e Raicich, Le polemiche sugli studi classici, 319. Sull'introduzione del
"metodo tedesco" nell'insegnamento del rinvio ad alcune precisazioni di storia della didattica in G.
Milanese, Dopo i miti didattici, a died anni dal "Documento dei saggi", in Quaderno di latino I,
a c. di I. Torzi, Brescia 2008 (URL http://www.lascuolaconvoi.it/RIVISTE/Nuova_Secondaria/content/
DALLA_RIVISTA/42137.html), 20 n. 16, con bibliografia.

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894 G. MILANESE

recensendo la Grammatica greca di Vigilio Inama, un lavoro di schietta deriva


zione tedesca14; e ovviamente l'osservazione valeva anche per il latino. Se la
venerazione filotedesca da una parte, la rivendicazione deH'approccio "artistico"
dall'altra, sono tutti elementi che perdurarono fino, decenni dopo, alle notissime
controversie che richiamano alia mente i nomi di Vitelli, Fraccaroli, Romagnoli
e Pasquali, la questione non fu solamente accademica, ma ebbe una continua e
spesso nascosta ricaduta sul modo di insegnare le lingue antiche nelle scuole. Del
resto, le osservazioni di Carducci studente sul modo di insegnare il greco alia
Normale di Pisa mostrano che gia in epoca preunitaria, almeno per quanto riguarda
il greco, un grammaticalismo esasperato, che lasciava stupito e indignato il ribelle
ma bravissimo studente, anch'egli formatosi, a Firenze, alia scuola degli Scolopi,
non era ignoto all'insegnamento accademico italiano, accompagnato dal retori
cismo della tradizionale "eloquenza" nelPinsegnamento del latino; e credo che,
senza voler parlare di "fonte" della relazione pascoliana, si dovra riconoscere in
Carducci, maestro del Pascoli, un'evidente ispirazione ideale. Scriveva Carducci
ventunenne, nel 1856, al Chiarini che pensava di iscriversi alia Normale15:

Se tu vieni qua, dalla parte dell'insegnamento (del latino), avrai un professore ciarlone,

14Nel primo volume della Rivista di filologia e Istruzione Classica, 1873, 76. La flgura
dellTnama, certo piu insegnante che studioso originale, e ben inquadrata,/?tfss/m, nel citato Timpanaro,
// primo cinquantennio, ove si sottolinea che il fatto di essere trentino e di avere studiato in Austria
lo facilitava in un ambiente cosi affamato di scienza germanica (p. 391); profilo scientifico in Degani,
La filologia greca nel secolo XX, 1074; note biografiche in G. Fagioli Vercellone, Inama, Vigilio,
in DBI, 62, Roma 2004, 317-19.
15Traggo da G. Chiarini, Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) raccolte da un
amico (Giuseppe Chiarini), Firenze 1907, 44-45. Cfr. L. Russo, Carducci senza retorica, Roma-Bari
19732, 44-46: e interessante che mentre l'insegnamento del latino viene da Carducci descritto come
ancora retoricizzante-erudito, quello di greco sia tipicamente grammaticalista, ma sicuramente non
"tedeschizzante"; secondo il Russo uno dei professori era Silvestro Centofanti (1794-1880), stimato
dal Carducci (cfr. l'accurata voce Centofanti, Silvestro di Pietro Treves nel DBI, 23, Roma 1979,
603-09), certamente lontano dalla filologia "glottologica" tedesca; ma Centofanti in quel momento
era allontanato dalfinsegnamento e comunque non insegno mai greco: cfr. Treves, Lo Studio dell'an
tichitd classica nelVOttocento, 775-89; molto critico il profilo di E. Garin, Silvestro Centofanti, in
Studi sulla storia dell'Universitd di Pisa nel 150? anniversario di Curtatone e Montanara.
Riproduzione anastatica del Bollettino Storico Pisano 18, 1949, Pisa 1999 (Biblioteca del Bollettino
Storico Pisano - Collana storica 49), 115-43. 11 professore di latino e sicuramente Michele Ferrucci
(1801-1881), profondamente radicato nella tradizione retorica settecentesca, figura per piu versi rispet
tabile (cfr. L. Gonelli, Ferrucci, Michele, in DBI, 47, Roma 1997, 245-47), volontario nel battaglione
Universitario a Curtatone (E. Ferrini, Prosopografia dei volontari del Battaglione Universitario
Pisano a Curtatone, in Universitd, simboli, istituzioni: note sul '48 italiano, a c. di R.P. Coppini,
Pisa 2000 [Biblioteca del Bollettino storico pisano. Collana storica, 52], 39-82: 54); il suo insegna
mento doveva essere piuttosto superficiale: cfr. R.P. Coppini, La gioventu in armi: I'universitd di
Pisa nel 1848, in Universitd, simboli, istituzioni, 1-38: 34. A lui il ventiduenne Carducci dedico una
sezione delle Rime del 1857 (p. 83 dell'edizione originale, San Miniato 1857): cfr. comunque Chiarini,
Memorie della vita di Giosue Carducci, 91-92, da cui si deduce facilmente la ragione "pratica" della
dedica. Ferrucci insegnava anche greco, ma il tipo di critica del Carducci non sembra riferirsi a lui:
si potra pensare al sanscritista can. Gaetano Fantoni, docente di "Filologia e lettere greche ed orientali"
nel 1853-1854, o al suo "ripetitore" (cosi definito) Pietro Ninci, anch'egli ecclesiastico se va identi
ficato con il sacerdote Dott. Pietro Ninci di cui si legge notizia di un elogio funebre in ?Bibliografia
italiana?, IV 20, 31 ottobre 1870, pp. 97 e XXXII (traggo le notizie da D. Barsanti, L'Universitd
di Pisa dal 1800 al 1860: il quadro politico, le vicende istituzionali, gli ordinamenti didattici, Pisa
1997, per indicazione di Antonio Carlini e Rolando Ferri).

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I "LACCI E GLI SBADIGLI" 895

che ti stanchera a forza di citazioni e di date quando fa bene, quando cioe copia da tutti
i libri che pud aver per le mani, senza mentovar mai nessuno: del resto ti dira con aria
cattedratica quelle cosette che sanno anche i bambini della seconda, senza un'ombra mai
di critica, senza un bagliore di ragionamento; cose fritte e rifritte da tutti gli accademici,
da tutti gli scrittori di retorica, da tutti gli arcadi di tutti i tempi; e cosi correranno i tuoi
tre anni di studi sulla letteratura latina, sulla quale perderai molti giorni senza imparare
altro che date... Per la letteratura greca avrai due uomini che il greco lo sanno; sentirai
che dissertazioni calorose, infiammate, vulcaniche sulla funzione degli aoristi! Sentirai
declamata con l'enfasi epica la genealogia de' tempi de' verbi, come se fosse la genealogia
degli Eacidi; ma della filosofia di cotesta divina letteratura greca, de' bei tempi di Atene,
delle cause che ispirarono coteste opere divine, del metodo e del sistema di cotesta poesia,
del confronto con la latina e con l'italiana, nulla, nulla, nulla: che coteste menti son nate
per declinare verbi, non per sentire e far sentire il bello, non per pensare: guai, guai nella
Scuola Normale a colui che pensa!

A differenze di spirito e metodo tra vecchio modo di insegnare empirico e nuovo


tedeschizzante allude certamente il Pascoli (con la sua commissione) quando
osserva, nel gia citato passo:

Alcuni de' nostri bravi colleghi, come per pieta di quelle tenere intelligenze, seguono un
metodo troppo empirico; e non fanno bene. Altri, con rispetto maggiore della scienza che
della disciplina, si mettono in una via troppo teorica, e fanno male. Procedendo, si legge
poco, e poco genialmente, soffocando la sentenza dello scrittore sotto la grammatica, la
metrica, la linguistica.

L'opposizione e chiara: metodo "scientifico" (cioe tedesco) contro il metodo


italiano classico, o quel che ne restava, insomma un insegnamento non su base
storico-comparatista.
La questione interessante e che la constatazione di una sorta di autofinaliz
zazione dello studio linguistico, a tutto danno della lettura degli autori, e ricorrente
in molti scritti delPepoca. II Martini, ossia lo stesso committente dell'indagine
'pascoliana', nato nel 1841 e quindi piu anziano del Pascoli, cosi ricordava il suo
studio del latino16:

Una cosa c'insegnavano bene: il latino; con metodo che la presente sapienza intedescata
dispregia, ma bene, con profitto e, che pur conta, dilettevolmente. Non eravamo ne piu
volenterosi ne piu savi dei ragazzi d'oggi, i quali del latino infastidiscono; e a noi era,
anzi, fastidio il riposo della domenica, onde s'interrompeva la lettura di un canto doiYEneide
o d'un'elegia di Properzio.
Quando ripenso che uscendo da quella scuola soltanto un po' di latino sapevo, provo
quasi un rimorso dell'avere anch'io preso a gioco il povero vecchio prete Terzolli che ce
l'insegnava.

Chiara la contrapposizione tra Tantico metodo e i sistemi didattici, come dice il


Martini stesso, ?intedescati?17; nella Toscana ancora granducale si studiava un

16 F. Martini, Confessioni e ricordi (Firenze granducale), Firenze 1922, 98. II Terzolli cui si
riferisce la citazione era un prete insegnante, che aveva il vizio del gioco del lotto, ed era per questo
deriso dagli studenti.
17 L'aggettivo sa di Carducci lontano un miglio: tutti ricordano l'invettiva carducciana contro il
secolo ?intedescato infranciosato inglesante biblico orientalista, tutto fuorche italiano? (lettera dell'11

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896 G. MILANESE

latino da preti ma non odioso, e si leggevano, a quanto pare, i testi in modo


apprezzabile.
Anche in un altro libro fortemente intriso di memorialismo, il Martini,
commemorando Pintellettuale e mecenate pistoiese Niccolo Puccini (1799-1852),
rievoca lo studio serio del latino che ebbe da compiere il Puccini da ragazzo; e
osserva, con una ironia un po' facile ma certamente non priva di partecipe
amarezza18:

e appunto per quello studio [ossia del latino] quivi piu fiorente che altrove, il collegio di
Pistoia fu stimato il primo d9Italia: Giuseppe Silvestri, rivale al Morcelli nell'epigrafia,
che prese di li a poco a dirigerlo ebbe tra' suoi discepoli Antonio Strozzi di Lugo, il
Fanfani, il Vannucci, il Bindi, Filippo Pacini, tutta gente alia quale il latino non fece male
di certo; ne al Pacini il dare ogni tanto un'occhiata dXYEneide o il ripetersi un'ode d'Orazio
impedi le osservazioni microscopiche onde e oggi in fama di scienziato altissimo in tutto
il mondo civile. Oggi si pensa altrimenti, il latino si vuol messo da parte e s'intende:
siamo dietro a irruvidire l'italiano di gerghi barbarici e non si possono fare tante cose in
un tempo!

Anche qui, il "vecchio" studio del latino - e del resto anche il Pascoli veniva da
una formazione "collegiale" centro-italiana di stampo antico, avendo egli studiato
in scuole degli Scolopi (una tradizione "tosco-scolopia", secondo la formula del
Treves)19; come il Martini, il Pascoli era deH'ultima generazione "pre-tedesca".
Nella memorialistica del tempo cio che appare frequentemente e il contrasto tra
il fastidio verso una studio grammaticale arido e del quale non si vede una sbocco
e il piacere della lettura dei testi classici latini: cosi il Chiarini in un ricordo

settembre 1853 a Giuseppe Torquato Gargani [1834-1862], uno degli antiromantici del circolo carduc
ciano degli "Amici pedanti": cfr. Epistolario. Edizione nazionale, I, Bologna 1938, 60-61). Queste
"serie" piacevano al Carducci, che altrove parla sarcasticamente di ?poesia cristiana popolare intima
sociale umanitaria cosmopolitica universale?: Dedica e prefazione delle "Rime" di San Miniato, in
Opere V, 205-06, e cfr. Russo, Carducci senza retorica, 128.
18 F. Martini, Simpatie (studi e ricordi), Firenze 1900, 268. II patologo Filippo Pacini (1812
1883) era pistoiese.
19Treves, L'idea di Roma, 298-310: 304; documenti e storia dei rapporti tra il Pascoli e vari
appartenenti all'Ordine (suoi docenti o colleghi), in P. Vannucci, Pascoli e gli Scolopi: con molte
lettere inedite del Pascoli e al Pascoli, Roma 1950; in particolare duraturo fu il legame del Pascoli
con il classicista Ermenegildo Pistelli, che era religioso degli Scolopi (Vannucci, Pascoli e gli
Scolopi, 139-243). Su Pistelli, oltre al classico ricordo di G Pasquali, Ermenegildo Pistelli, in Pagine
stravaganti, I, Firenze 1968, 26-39 (Biblioteca Sansoni), cfr. Degani, La fllologia greca nel secolo
XX, 1119-20. Naturalmente non bisogna esagerare 1'importanza di questi aspetti della formazione del
Pascoli per interpretarne la poesia, come osserva con opportuni rinvii bibliografici A. Traina, //
latino del Pascoli: saggio sul bilinguismo poetico, Firenze 20063, 27, concordando con un'osserva
zione di F. Della Corte, Guida al Pascoli latino, ?Atene e Roma?, s. IV, 2 (1952), 89-97: 89,
quindi evitando una troppo nota ipotesi del Croce. Resta fuori da questa ricerca, che ha carattere
puramente storico, la valutazione del rapporto tra latino e italiano in Pascoli poeta: per cui, oltre al
fondamentale II latino del Pascoli del Traina, converra rinviare a E. Elli, Pascoli e I' 'antico': dalle
liriche giovanili ai Poemi conviviali, Novara 2002 (Biblioteca letteraria dellTtalia unita, 2), soprat
tutto 131-35. Anche riguardo al Martini, l'eredita di quel sistema scolastico doveva essere avverti
bile: Carducci, in una pagina piuttosto negativa sul Martini, ne avvertiva il gusto formato appunto
alia scuola ?degli scolopi e dei barnabiti?: cfr. Russo, Carducci senza retorica, 389; e del resto
anche il Carducci era stato, come il padre, a scuola dagli Scolopi (il Vannucci, autore del volume
su citato su Pascoli e gli Scolopi, si confronto anche con Carducci: cfr. P. Vannucci, Carducci e gli
Scolopi, Roma 1936; e supra, p. 895).

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I "LACCI E GLI SBADIGLI" 897

pubblicato nel 1882 ricorda di avere odiato il latino in principio, e di aver poi
preso ad amarlo iniziando a leggere Virgilio, verso i dodici anni20; e uno dei
personaggi piu irregolari del secondo Ottocento, Olindo Guerrini ossia Lorenzo
Stecchetti, racconta un itinerario analogo21:

[...] giunto alle classi piu avanzate, laddove i condiscepoli potevano imparare e recitare
qualche centinaio di versi di Virgilio, io cominciavo a capirlo ed a gustarlo.

Risentiamo, in questi autori (forse non a caso tutti in qualche modo legati al
Martini, per vicende editoriali o personali22) le parole della Relazione dalla quale
siamo partiti: l'opposizione ad uno studio grammaticale avvertito come autofina
lizzato, e la lettura dei testi, la vera fmalita dello studio del latino, che da soddisfa
zione a chi riesca ad essa avvicinarsi; sicche ne risulta la necessita di una inversione
mentale delle priorita dello studio. E quasi certamente nell'espressione
"pascoliana" (?si legge poco, e poco genialmente, soffocando la sentenza dello
scrittore sotto la grammatica, la metrica, la linguistica?) si intravvede una difficolta,
se non una polemica, verso i "nuovi manuali", quelli tedeschizzanti, di impronta
scientifica, come nella diplomatica espressione gia riferita a p. 895 (?metodo troppo
empirico? da un lato, ?via troppo teorica? dall'altra: ma si noti che dei primi si
dice che ?non fanno bene?, dei secondi piu risolutamente che ?fanno male?23).

20II primo passo: note autobiografiche, a c. di F. Martini, Firenze 1882, 65. Nella seconda
edizione, del 1922, il passo che qui interessa e a p. 73.
21 Lorenzo Stecchetti: Mercutio, Sbolenfi, Bepi con ricordi autobiografici. Pagine critiche ed
aneddotiche di A. Albertazzi ...[et al]. Con prefazione di Ferdinando Martini, Bologna 1916, 31-32.
22 Aggiungerei che anche un autore della generazione precedente, molto amato e studiato dal
Martini, cioe il Giusti, raccomandava uno studio intelligente del latino, piu in chiave storica che di
"literary appreciation": si veda G. Giusti, Epistolario edito e inedito raccolto, ordinato e annotato
da Ferdinando Martini con Vaggiunta di XXI appendice, I, Firenze 1904, 310-18, Lettera 147 (a
Giovannino Piacentini di Lucca) e lettera a Marco Tabarrini (intellettuale, collaborator del
?Conciliatore e politico di Pomarance?, 1818-1898) II, 164-67, lettera 356. Penso che nella prima
lettera, ove si riferisce allo studio elementare del latino (?io stesso quand'ero in collegio m'impa
zientivo di dovermi lambiccare il cervello tante ore colla grammatica del Ferretti?) in realta il riferi
mento sia ai libri scolastici di Ferdinando Porretti, diffusissimi tra il Settecento e i primi decenni
dell'Ottocento (sul Porretti cfr. M. Raicich, Scuola, cultura politica da De Sanctis a Gentile, Pisa
1981, 316, con bibliografia.)
23 L'imbarazzo nella Commissione c'era, ed e evidente dalla risposta incerta e inconcludente
al secondo quesito del ministro: ?I1 metodo scientifico nell'insegnamento della grammatica latina
affretta o ritarda l'apprendimento della lingua?? (il testo e ripubblicato in Pascoli, Relazioni I, 595
96). La risposta e una sorta di est modus in rebus comprensibile se si pensa che i commissari erano
professori liceali (il Pascoli lo fu ancora per poco, essendogli stata attribuita la cattedra universi
taria nel 1895) inevitabilmente in soggezione di fronte ad un ambiente accademico ormai largamente
dominato dalla filologia di impronta tedesca e quindi in genere sostenitore di un insegnamento che,
da diversi decenni, aveva preso quella strada - anche se la filologia tedesca di eta guglielmina non
attraversava la sua epoca piu fulgida: note sparse utilissime in Timpanaro, // primo cinquantennio,
e essenziale il capitolo La filologia tedesca prima e dopo il Settanta in G. Pasquali, Filologia e
storia, Premessa di A. Ronconi, Firenze 19712, 74-90. Su Pascoli e la filologia tedeschizzante si e
scritto molto; rinvio solo al Treves, L 'idea di Roma, 307-08, che ricorda il giudizio del Carducci,
il quale ravvisava nel Pascoli la mancanza di conoscenza della filologia tedesca, che gli avrebbe
resa difficile una ipotetica vita accademica neH'ambiente del Vitelli. Del resto osserva S. Timpanaro,
La filologia di Giacomo Leopardi, Roma-Bari 19782 che quando il Pascoli, nei suoi Epos e Lyra,
congettura o avanza proprie interpretazioni si avverte piu la voce del poeta che quella dello studioso
(il che probabilmente fu causa di recensioni quali quella di Carlo Pascal, su cui cfr. La Penna,

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898 G. MILANESE

La relazione del '93 esprime dunque valutazioni non inatt


panoramico nella cultura dell'ultima eta umbertina. Fare a me
no: ma come renderlo uno studio degno di una scuola sens
Commissione e perfettamente in linea con le tendenze diffuse
dell'epoca, non e una voce isolata; il che aumenta ulteriormen
del noto documento, che non va piu visto come un colpo d
ma come la voce di un gruppo di intelligent e preparati docen
pieno accordo con tendenze diffuse dell'intellettualita del tem
necessita di un intervento di tipo non tattico, ma strategico, n
Molti anni piu tardi, l'ormai anziano uomo politico che qua
era stato Presidente del Consiglio nel governo che vide Ma
Pubblica Istruzione, ossia Giovanni Giolitti, scrive all'amico
gli domandava un articolo per la rivista Lo spettatore sul pro
Stato, allora oggetto di vivace dibattito24:

Caro Amico,
per fade cosa gradita vorrei scrivere per lo Spettatore circa l'esa
10 infrango la massima seguita sempre di non scrivere articoli per
spiacevole posizione di non poter piu a mia difesa invocare una
questo pericolo Ella, amico carissimo, non vorra certamente esporm
Del certo l'esame di Stato per me non e solamente un mezzo p
la liberta d'insegnamento, ma e anche un mezzo indispensabile per
11 valore dell'insegnamento dato nelle scuole dello Stato. La scuola m
che va peggio. Si insegna il latino per otto anni e poi se pone Ti
approvati alia licenza liceale ne trova almeno 90 che non lo capis
Si dovette sopprimere la traduzione dall'italiano al latino perche q
a farla. Non parliamo del greco: e una ridicola farsa. Ma il male e ch
scrivere l'italiano.
All'universita si arriva, in grande maggioranza, senza preparazio
Tutto cio e grave, perche e la scuola media che e la base della
in essa che si forma il carattere degli allievi.

L'influenza dellafllologia classica tedesca, 243). Cfr. anche Treves, Lo Stud


nelVOttocento, 1114, e Timpanaro, //primo cinquantennio, 406-07, che ri
del tedesco non fosse diffusissima, avvantaggiando docenti come Johann (
italianizzato (Degani, La fllologia greca nel secolo XX, 1071), lo stesso
ovviamente l'Ascoli. Sulle reazioni scolastiche, sia in Italia sia in Francia,
tuale e soprattutto pedagogico della fllologia tedesca, orienta bene A.
classico, Bologna 1999, 54-58.
24 Gaetano Natale, redattore politico della ?Tribuna?, fu molto vicino al
dedico all'illustre amico un volume ancora importante: G Natale, Giolitti
di Benedetto Croce, Cernusco sul Naviglio 1949. II collega Massimo Ferrar
che alia Camera esiste un amplissimo archivio di Gaetano Natale, in gr
lettera che qui riferisco apparve per la prima volta in un numero m
?L'Osservatore politico letterario? pubblicato in occasione del trentennale de
Giolitti, Tre lettere inedite, ?Osservatore politico letterario?, IV. 7 (1958),
lettera nell'edizione deU'Epistolario (G Giolitti, Carteggi: 1885-1928:
italiana, a c. di P. D'Angiolini - G. Carocci - C. Pavone, Milano 1962), ne n
Giolitti. Al governo, in Parlamento, nel Carteggio, III II carteggio, tomo
Mola - A.G Ricci, Bastogi, Saluzzo 2010.

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I "LACCI E GLI SBADIGLI" 899

L'insegnante che sappia essere il suo insegnamento controllato dall'esame di Stato


sentira il dovere di insegnare sul serio.
L'efficacia di tale controllo ha la sua migliore dimostrazione nella resistenza che
alFidea dell'esame di Stato oppone la maggioranza dei professori.
Ritornerd a Roma per l'apertura della Camera e spero che avro allora il piacere di vederla.
Coi piu cordiali saluti. aff.
Gio. Giolitti [Cavour, 22 aprile 1922]

Come si vede, i temi sono sempre quelli: il 90% degli scolari di liceo non capisce
un autore latino standard, come Tito Livio. Giolitti non era stato, da ragazzo, un
amante del latino, ne, in generale, degli studi di carattere marcatamente intellet
tuale, matematica compresa; la sua vocazione era certamente non teoretica, come
del resto apparira dal suo modo di impostare la vita politica. Ricordera nella
Memorie25:

In quella scuola [a Torino] non mi distinsi particolarmente, se non forse pel fatto che fui
scolaro poco disciplinato. Nello studio ero fra i buoni, ma non fra i diligenti e primissimi.
Lo studio a cui mi sentivo piu invogliato era quello della storia, e negli esami di storia
prendevo spesso il premio. Ma lo studio delle lingue antiche, condotto anche allora con
metodo grammaticale ed astratto, tutto fatto di regole e di eccezioni alle regole, mi
repugnava; cosi pure poco mi attraevano le matematiche. Le mie preferenze erano per le
materie piu concrete. Ero attratto anche dalla lettura, e negli anni del liceo feci un gran
leggere di cose letterarie, specie dei nostri poeti dal trecento in poi. Poco lessi di autori
stranieri, e di romanzi; preferii quelli di Walter Scott e di Balzac, per le loro connessioni
con la tradizione storica o con la realta attuale. I romanzi di intrigo o di passione non mi
interessarono mai. Lessi e studiai molto di filosofia, specie dei filosofi allora celebrati,
che erano il Rosmini ed il Gioberti; ma di questa passione filosofica fui poi guarito ad
un tratto, ed una volta per sempre, dalla lettura della Teorica del sovranaturale del Gioberti.

Una "repugnanza" per le lingue antiche di carattere anche metodologico, per uno
studio ?condotto anche allora con metodo grammaticale ed astratto, tutto fatto di
regole e di eccezioni alle regole?. Ritornando alia lettera del '22, cronologica
mente non lontana dalle Memorie, pensare ad un remoto ricordo della relazione
commissionata dal Martini non e certamente fuori luogo; e la commissione del
'93 si era divisa, guarda caso, su un altro punto che Giolitti menziona, ossia
l'abolizione di una prova d'esame di traduzione dall'italiano al latino, quella
ginnasiale26. II vecchio Giolitti aveva ancora ben presenti i dibattiti della ormai
lontana eta umbertina: e non sfuggira la differenza rispetto alle valutazioni dell'an
tico modo di studiare il latino che risulta dalle memorie del Martini (cfr. supra, p.
895) e degli altri intellettuali su ricordati. Certo, il ruolo di Torino nella diffusione
dell'insegnamento "alia tedesca" si fara forte dagli anni '60, dopo gli studi liceali
del Giolitti: nel '61 Loescher apri la libreria, nel '67 la casa editrice - lo stesso anno
della venuta a Torino di Giuseppe Miiller27; ma la decisa affermazione del Giolitti
(lo studio era ?condotto anche allora con metodo grammaticale ed astratto, tutto

25 G. Giolitti, Memorie della mia vita, a c. di O. Malagodi, Milano 19672, 32.


26Pascoli, Relazioni I, 595. Tra i contrari non figura il Pascoli; risultano sette contrari su venti
componenti. Sul problema del mantenimento o dell'abolizione prima della composizione latina, poi
della traduzione dall'italiano in latino, utili documenti in Raicich, Scuola, cultura politica, 309-21.
27 Cfr. Timpanaro, // primo cinquantennio, 388-92, con i dati su Hermann Loescher, pronipote
di B.G. Teubner, e sulla venuta a Torino di Joseph Miiller.

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900 G. MILANESE

fatto di regole e di eccezioni alle regole?) fa pensare che qualcosa del "metodo
grammaticale" fosse gia ben presente a Torino; con risultati ben diversi da quelli
ottenuti dalPinsegnamento, non scientifico ma non "repugnante", ancora in auge
nel Centro e nel Sud dell'Italia ancora non unificata; non a caso Martini, Pascoli,
Chiarini, Lorenzo Stecchetti, sono tutti da ricordursi ad educazione non setten
trionale.
Ma la dura presa di posizione sul greco? ?Non parliamo del greco: e una
ridicola farsa?. La preistoria di questa frase non e priva di interesse.
*

Ferdinando Martini non aveva cattivi ricordi dei suoi studi di


e alquanto "preteschi", dicevamo; e al latino s'interessava
di Commissione che aveva organizzato e la precisione de
significava ch'egli fosse un paladino risoluto degli studi class
anzi, come vedremo, si fece un cattiva fama tra i classicisti p
del greco.
Anche in merito al latino, Martini era assai equilibrato, e
una polemica di qualche anno prima della sua attivita alia
nel 1888, detestava l'uso decorativo-militaresco dell'an
dunque, per la visita di Guglielmo II a Roma, si era prog
Campidoglio una lapide in memoria dell'avvenimento: e l'e
in latino. Martini era contrario a che si ponesse un'epigrafe, e
che, se in passato si fossero poste epigrafi ad esempio in ono
le si sarebbero poi levate in breve tempo, caduto l'impero fr
scelta di una lapide latina, poi, raccontava di averne chiesto
autorevoli rappresentanti dell'amministrazione capitolina, ma
risposte soddisfacenti28:

Mi rivolsi ad un altro; la luce invocata non venne. Con l'italian


agli italiani; l'epigrafe non deve esser letta da italiani solamente: va
perche col latino si parla al mondo.
Costui parti dal supposto che gli abitatori del globo terraqueo,
il latino. Deh! alunni della terza liceale, illuminatelo voi! Comun
dere con una lapide in Campidoglio al comodo dei forestieri visitan
pare alquanto curioso. Io non temo gia che la prima cura di spagnu
di francesi, subito arrivati a Roma, non sia quella - dei russi e dei
- di correre a leggere l'iscrizione che ricorda la venuta di Guglielm
gravi bisogni li premeranno; se volete gratificarvi l'animo loro e s
mondo, se il latino e la lingua che intendono tutti, perche non tra
nomi delle vie, dei pubblici uffici e dei negozi: stazione del tram,
vendita di francobolli, officina del gas, direzione delle ferrovie?
La verita invece e che oggi col latino non si parla a nessun
ascoltare gli alti ammaestramenti, a intendere le mirabili fantasie de
giare coi viventi o con gli avvenire. Ovidio voleva che l'epigrafe fo
che la si potesse leggere e intendere in un batter d'occhio:
Hie carmen media dignum me scribe columna,
sed breve, quod currens vector ab urbe legat.

28 F. Martini, Lapidi ancora, in Di palo in frasca, Modena 1891, 304.

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I "LACCI E GLI SBADIGLI" 901

Come si vede, il Martini (pur nel tono giornalistieamente scanzonato del testo)
rispetta il latino come lingua di cultura; e il fatto che attribuisca a Ovidio un
passo di Properzio (IV 7, 83-4) mostra che molto probabilmente citava a memoria.
E nello stesso 1888, in un documento ministeriale, il Martini difendeva lo studio
del latino in un beH'intervento, molto teso e storicamente importante, per nulla
miopemente classicista, che vede nel latino la voce di tutta la cultura europea: ?il
latino e la memoria dell'Europa?29. Ma era contrario alia trasformazione del latino
in componente trionfalistica delParredo urbano della retorica nazionale italiana -
quel modo di "adoperare" il latino che diventera poi essenziale durante il fascismo,
ma che nell'Italia umbertina moveva i primi e risoluti passi30.
Se Popposizione al latino "celebrativo" non era certamente tale da suscitare
verso il Martini l'ostilita dei classicisti - la questione aveva prima di tutto un
colorito politico - un'altra recisa presa di posizione dell'attivissimo intellettuale
fiorentino causava viva costernazione nel mondo dei classicisti, non solo nell'ac
cademia ma anche nella scuola. Nel 1895 Martini, non piu ministro ma pur sempre
autorevole e ascoltato nel mondo scolastico, intervenne sul problema dell'inse
gnamento del greco, affermando la sua contrarieta a mantenerne obbligatorio lo
studio. Al Martini subito rispose tra gli altri il Pistelli31. II Pascoli, ormai profes
sore universitario, replied qualche anno dopo con un lungo articolo, dal quale
traspare un sincero rispetto per il lavoro svolto dal Martini come ministro32, ma
che propone una valutazione recisamente contraria a quella del Martini, difendendo
il greco obbligatorio nei licei. Non si trattava di una polemica tra singole persona
lity come ben appare dallo studio di M.L. Chirico la controversia fu lunga e non
priva di asprezze, e certamente al centro della vicenda fu il Chiarini, il carduc
ciano potentissimo direttore generale del Ministero33. La polemica, naturalmente,

29 Ministero della Pubblica Istruzione, Notizie storiche sull 'istruzione classica, 29-30.
30 L'intervento del Martini contro l'epigrafe in onore del Kaiser doveva aver fatto rumore, se
ancora quarant'anni dopo lo ricordava, con accenti a lor volta retoricamente accesi, il Clan, Ferdinando
Martini, 421. Gia da giovane il Martini si era mostrato poco "politicamente corretto": cfr. supra,
nota 3.
31F. Martini, // greco, ?La Rassegna scolastica?, 1 (1895-96), 2-7; Ministero della Pubblica
Istruzione, Notizie storiche sull'istruzione classica, 42. L'articolo del Martini e ricco di osserva
zioni di buon senso, esposte con una "verve" tipicamente giornalistica: paragonando (p. 7) la situazione
del momento con quella francese del sec. XVII-XVIII, afferma che una difesa assoluta del greco
rischierebbe di travolgere anche il latino, e si dichiara uno dei ?difensori della scuola classica?. E.
Pistelli, // "greco" e Ferdinando Martini, ?La Rassegna Scolastica?, 1 (1895-96), 294-96, che
sostiene in sostanza l'inscindibilita di greco e latino nella scuola classica, negando anche il luogo
comune degli scarsi risultati didattici deH'insegnamento del greco nelle scuole superiori (p. 295); di
li a poco Id., L'ideale dell'on. Martini, ?Sogno d'arte?, 1, 2 luglio (1896), pubblicato su una rivista
fiorentina che usci solo per pochissimi numeri e che non sono riuscito a vedere. La questione della
obbligatorieta o meno del greco nella scuola e un problema di lunga durata dalla leggi Casati in poi;
cfr. Raicich, Scuola, cultura politica, 305-07; la legge Casati opero di fatto una "reintroduzione"
del greco nella scuola italiana (Rossi, Grammatica greco-latina e metrica, 211; Scotto di Luzio, //
liceo classico, 55-56). E molto probabile, come ha osservato il La Penna, che anche in questo campo
sia da intravvedersi un'influenza tedesca, giacche il ?Realgymnasium? nasceva appunto da un compro
messo tra ?Gymnasium? e ?Realschule?, e ne usciva un liceo con il latino ma senza il greco: cfr.
La Penna, L'influenza della filologia classica tedesca, 258.
32 Cfr. supra, nota 6.
33 Cfr. Ministero della Pubblica Istruzione, Notizie storiche sull'istruzione classica, 43-49.
I detrattori del greco erano identificati in un terzetto: Martini, Chiarini e il pedagogista Nicola Fornelli
(1843-1915): Chirico, La fondazione della rivista ?Atene e Roma?, 99 e n. 66. Martini, come si e
visto, non e affatto un detrattore degli studi classici in generale.

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902 G. MILANESE

esplose nella pagine di ?Atene e Roma? e delle altre riviste specializzate e durante
i dibattiti della "Societa Italiana per la diffusione e rincoraggiamento degli Studi
Classici", e infine si giunse ad un complesso sistema di opzioni tra greco e matema
tica in alcuni programmi, tra greco e tedesco in altri, nel quadro generale di
?confusi ritocchi alia legge Casati?34.
In questo clima, la cui tensione e evidente ancora dagli Atti del convegno
fiorentino del 1905, quindi di dieci anni dopo il primo infuriare della polemica,
apparve (1901) il volume di Luigi Morandi sull'educazione di Vittorio Emanuele
III, da poco salito al trono dopo l'assassinio del padre35. II Principe ricevette
un'educazione linguistica piuttosto ricca, imparando francese, inglese, tedesco e
latino; cosicche, spiega Morandi, ?parve soverchio aggravarlo del greco?36.
Morandi riferisce che il Principe lesse in italiano tutti i classici greci principali,
e ne profitta per difendere l'uso didattico delle traduzioni:

Cosi, allo stringer de' conti, Egli avrebbe finito col trovarsi assai meglio degli alunni delle
nostre scuole classiche, i quali, pochi eccettuati, uscivano dal Liceo senza sapere il greco
e senza aver letto nemmeno Ylliade in italiano; poiche solo nel 1885, per consiglio del
professore Francesco Torraca e mio, i principali classici greci e latini, tradotti, furono
prescritti neglTstituti Tecnici, e, quattr'anni piu tardi, le traduzioni ddVIliade, deWOdissea
e deiVEneide entrarono finalmente nel programma del Ginnasio superiore, dove pero
rimasero obbligatorie breve tempo, mentre rimase obbligatoria, come rimane tuttora, quella
sciagurata finzione del greco per tutti.

II Morandi prosegue nella sua difesa delle traduzioni, sostenendo di avere avuto
1'approvazione del Bonghi, il quale era comunque morto nel '95 e non poteva
testimoniare; ma cio che interessa qui e vedere la scelta del Morandi come inserita
nel fiero dibattito di fine secolo sull'insegnamento del greco; in un certo senso
l'educazione del Re veniva apportata come "testimonial" di una scelta educativa,
quella appunto della greco facoltativo. Del pericoloso valore testimoniale del libro
di Morandi si avvidero subito i classicisti; e fu ancora Pistelli il primo a interve
nire, nello stesso 1901 37, cogliendo benissimo il carattere "esemplare" che la
descrizione del Morandi poteva acquisire agli occhi della pubblica opinione38:
anni di polemiche non erano passati invano, e Pistelli chiarisce (p. 293, corsivi
dell'Autore):

34Secondo la parole di Chirico, La fondazione della rivista ?Atene e Roma?, 100; cfr. Ministero
della Pubblica Istruzione, Notizie storiche sull'istruzione classica, 42 e Convegno Fiorentino, 13;
Scotto di Luzio, // liceo classico, 56.
35II Morandi (1844-1922) era all'epoca professore di italiano alia Sapienza, e fu proposto come
educatore del Principe da Ruggiero Bonghi.
36 L. Morandi, Come fu educato Vittorio Emanuele III. Ricordi, Torino 1901, 20. Per il latino
fu precettore Francesco Zambaldi, benignamente giudicato da G. Pasquali, Educazione di un re, in
Id., Pagine stravaganti, II, Firenze 1968 (Biblioteca Sansoni), 424-33: 431.
37E. Pistelli, La 'sciagurata finzione', ?Atene e Roma?, 4 (1901), 292-94.
38 Pasquali, Educazione di un re, 425 n. 1 ricorda che Fedizione del 1914 del volumetto di
Morandi aveva raggiunto le 37.000 copie, un successo editoriale notevolissimo per l'epoca, e capace
di sicura influenza sulla pubblica opinione. A quanto pare tra gli estimatori del volume del Morandi
non era proprio il Re stesso, come risulta da una lettera dello stesso 1901 al responsabile della sua
educazione, il tenente colonnello Osio: S. Bertoldi, Vittorio Emanuele III, Torino 19892 (La vita
sociale della nuova Italia 17), 35. L'articolo di Pasquali, non uno dei migliori tra i suoi scritti memoria
listi, richiama ancora la questione della ?scellerata finzione? (citazione evidentemente a memoria:
Pasquali, Educazione di un re, 430).

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1 "LACCI E GLI SBADIGLI" 903

[...] noi non crediamo gia che tutte le moltitudini, sempre crescenti, per le quali oggi e
obbligatorio il greco, debbano continuare ad esservi costrette; bensi crediamo che debba
rimanere intatta, e meglio se riordinata e rinforzata, una scuola secondaria classica col
greco obbligatorio per quanti vorranno frequentarla.

L'impressione suscitata dalle considerazioni del Morandi fu cosi grande che tutto
il fascicolo di ?Atene e Roma? IV-32 del 1901 ove apparve Particolo di Pistelli
fu dedicato alia questione del greco, delineandosi ormai chiaramente la necessita
di distinguere un liceo classico da uno scientifico39. Morandi rispose a Pistelli (p.
292 del fascicolo di ?Atene e Roma?), proponendo esplicitamente i due tipi di
liceo; e ne ricevette una controreplica garbata ma evidentemente non consentanea.
Cosi la frase del Giolitti (?non parliamo del greco: e una ridicola farsa?) e
ricondotta ancora una volta alle polemiche sulla scuola tra Ottocento e primis
simo Novecento; la ?sciagurata finzione?, una frase che aveva colpito molto, se
Pistelli se ne era mostrato cosi offeso, diventa, piu di vent'anni dopo, la ?ridicola
farsa? nella penna delPottantenne Giolitti (che al tempo della polemica era ministro
dell'Interno del Governo Zanardelli).

Ha osservato giustamente il Canfora che Pimmagine di Comparetti e di Vitelli


recepita dagli studiosi delle ultime generazioni risente fortemente della rappre
sentazione che dei due filologi ottocenteschi fu disegnata dal Pasquali40. Le
osservazioni di Giolitti, testimone di battaglie culturali ormai lontane, a volte
confuse, ma quasi sempre nobili, che hanno Peta umbertina come epoca di riferi
mento, permettono di ricostruire un mondo certamente piu variegato e contrad
dittorio di quanto non appaia dalle limpide e composte ricostruzioni pasqualiane.
La nuova scuola unitaria italiana non riusci a dare agli insegnamenti classici un
ruolo chiaro, stretta com'era da una parte dall'eredita retorica e declamatoria (ma
che permetteva di imparare, empiricamente fin che si vuole, almeno il latino),
dall'altra dal Moloch della filologia tedesca, nei confronti della quale s'avvertiva
un'inferiorita che risentiva certo della situazione politica del tempo, e, infine, dai
richiami "Arte, arte!" che contribuirono decisamente a generare ?Pignobile
gazzarra? della polemica tra il Vitelli e il Romagnoli durante la prima guerra
mondiale41. Pasquali fu giovanissimo testimone delle estreme fasi delle polemiche

39 Particolare importanza ha 1'intervento di F. D'Ovidio, // greco, ?Atene e Roma?, 4 (1901),


235-49 (edito precedentemente come Ebbene, il greco! sulla ?La Rassegna scolastica?, 1, 1895-96,
353-61), anche perche ricorda il livello molto insoddisfacente dello studio del greco nella Napoli
degli anni '60 fino alParrivo di Domenico Denicotti, il maestro liceale di Girolamo Vitelli: sul
Denicotti si veda Degani, La filologia greca nel secolo XX, 1066-69.
40 L. Canfora, Comparetti e Vitelli attraverso il 'prisma' Pasquali, in Domenico Comparetti,
1835-1927. Convegno Internazionale di Studi, sl c. di S. Cerasuolo - M.L. Chirico - T. Cirillo,
Napoli 2006 (Materiali per la storia degli studi classici, 3), 265-73.
41 L'espressione ?ignobile gazzarra? e di Chirico, La fondazione della rivista ?Atene e Roma?,
94; di ?gazzarra nazionalistica? parla Gigante, Per la storia degli "Studi", 17-18; la guerra culturale
di Fraccaroli e poi di Romagnoli incomincio ?in nome della storia e dell'arte? per poi trasformarsi
in ?squallido e scamiciato sciovinismo? (E. Degani, // Fraccaroli e la filologia classica, in Giuseppe
Fraccaroli, 18-19): e in effetti "Arte, arte!" era il grido di battaglia del ?Baretti? contro la ?Rivista
di filologia? (nel 1874: cfr. Raicich, Scuola, cultura politica, 309). La bibliografia su questa battaglia
culturale e molto ampia e frequentata; i testi essenziali sono utilmente raccolti e commentati da A.

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904 G. MILANESE

umbertine42, ma certamente, da studioso maturo, le ripensd attraverso le battaglie


culturali che sfociarono nella complessiva serenita di Filologia e storia43.
II Timpanaro osservava esattamente che ?il problema degli studi classici fu
sentito da quella prima generazione di filologi post-unitari come un problema,
anzitutto, di scuola, e piu di scuola secondaria che di universita?44. Ritornare
direttamente alle lotte intellettuali di quegli anni ci restituisce un mondo di classi
cisti certamente insicuri di se stessi e del proprio ruolo, ma pur confusamente
capaci di intuire come la battaglia culturale che si combatteva fosse determinante
per la costruzione del tessuto culturale della nuova Italia unita.

Moscadi - G.D. Baldi, Filologi e antifilologi. Le polemiche negli studi classici in Italia tra Ottocento
e Novecento, Firenze 2006. Timpanaro, //primo cinquantennio, 425-28, delinea il ruolo di "apripista"
svolto da Giuseppe Fraccaroli, sia nei confronti di Romagnoli (che a Fraccaroli doveva la cattedra)
sia del crocianesimo; sul cui ruolo osservazioni molto documentate offre Moretti, La scuola di un
classicista, 220-03; il nucleo storico della questione appare bene grazie a La Penna, L 'influenza
della filologia classica tedesca, 264-66, che sottolinea come i concetti fondamentali utilizzati da
Romagnoli siano gia nel Fraccaroli; per la biografia del Fraccaroli cfr. P. Treves, Fraccaroli, Giuseppe,
in DBI, 49, Roma 1997, 556-59 e per la ricostruzione della sua personality il volume di Atti del
convegno veronese-trentino del 1998 su citato: Giuseppe Fraccaroli (1849-1918). Cfr. anche Gigante,
Per la storia degli "Studi", 12, e le presentazioni della non ovvia personality del Romagnoli in
Degani, La filologia greca nel secolo XX, 1100-04 e Gamberale, Le scuole di filologia, 52-57. Al
di la degli aspetti "alti" della questione, non va dimenticato che all'origine della polemica fu un noto
contrasto concorsuale tra Fraccaroli e Vitelli (cfr. ad es. i dati in Treves, Fraccaroli, Giuseppe, 558;
Gigante, Per la storia degli "Studi", 11-12 e note); siccome il candidato due volte bocciato dal
Fraccaroli era Nicola (Niccola, Niccolo) Festa, antico allievo del Pascoli a Matera e poi stimato
scolaro del Vitelli, il poeta intervenne, sia pure con imbarazzate pagine, poiche Fraccaroli era stato
uno dei pochi a difendere gli studi pascoliani su Dante: cfr. G Pascoli, Prose disperse, a c. di G.
Capecchi, Lanciano 2004, 223-34. Comunque non si trattava di episodi di "guerre culturali" solo
italiane: cfr. Canfora, Vitelli e le correnti nazionalistiche e Id., Ideologic del classicismo, Torino
1980, 45-47.
42Ventenne, risulta iscritto al Convegno del 1905 ("Pasquali prof. Giorgio, Roma"): Convegno
Fiorentino, 114, un congresso ancora profondamente umbertino dal punto di vista culturale. Pasquali,
nonostante il titolo attribuitogli, era ancora studente (si laureo nel 1907: Gamberale, Le scuole di
filologia, 50).
43 Su cui soprattutto La Penna, L 'influenza della filologia classica tedesca, 268-72.
^Timpanaro, //primo cinquantennio, 398. Dissento dal Timpanaro la dove egli avverte un'incer
tezza di ruolo da parte dei classicisti piu che altro a partire dal nuovo secolo (pp. 440-42); a me
pare che tale incertezza si veda proprio, invece, nelFepoca che va daH'Unita in poi, ove al tramonto
del modello retorico si era sostituito un modello tedesco spesso poco assimilato e che aveva portato
ad una quasi inesistenza della dimensione filologica propriamente detta, soffocata, come ben vede il
Timpanaro stesso, da una prevalenza della glottologia (p. 411). II confronto tra la rivista dell'Ascoli,
l'"Archivio glottologico italiano", e le riviste filologiche coeve, scientificamente molto meno originali
(Timpanaro, // primo cinquantennio, 404), e significativo.

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