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LA PRIMA ETA’IMPERIALE

Quadro storico
14 TIBERIO imperatore.
14-16 Spedizione di Germanico in Germania.
18 Morte di Germanico. 32
31 Reazione di Tiberio contro Seiano e i suoi complici.
33 Data tradizionale della morte di Gesù e inizio della predicazione di Paolo di Tarso.
37-41 Principato di CALIGOLA.
41 Successione di CLAUDIO.
43 Conquista fino al Tamigi della Britannia.
49 Espulsione degli Ebrei da Roma.
54 Successione di NERONE.
64 Incendio di Roma e persecuzione contro i cristiani.
65 Serie di congiure contro l'imperatore.
67 Viaggio in Grecia di Nerone: proclamazione della libertà della Grecia. Martirio degli
apostoli Pietro e Paolo..
68 Gli eserciti proclamano imperatori i rispettivi generali: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.

STORIA E STORIOGRAFIA DELL’ETÀ GIULIO-CLAUDIA

Da Tiberio e Nerone

Agosto 14 d.C.: Alla morte di Ottaviano Augusto, durante il cui principato l'Impero aveva
raggiunto l'unità politica e spirituale, sale al potere il figliastro Tiberio (figlio della prima moglie
Livia), che Augusto aveva designato come suo erede per mancanza di alternative.
Con lui inizia la dinastia Giulio-Claudia (quattro imperatori, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone,
che tennero il potere fino al 68), destinata a rimanere forse la più scandalosa di tutto l’Impero
Romano.
Fu un periodo di pace e le poche guerre furono combattute in regioni lontane (Germania,
Britannia, Palestina e Armenia) nell'intento di rafforzare i confini, piuttosto che di estenderli.
Si consolidò il regime politico augusteo di predominio del principe che garantì equilibrio
sociale e potere prosperità economica.
Il potere decisionale rimase in mano al sovrano; il ceto senatorio e quello equestre
costituirono la classe dirigente, impegnata nella direzione dell'Impero e nel predominio dell’Italia
sulle province.
Il conflitto tra queste due classi e il principe durò fino a Domiziano, che rese il dominio
dell’imperatore assoluto, trasformando la classe senatoria da politica in amministrativa.
A partire da Nerva, per reazione al dispotismo, si affermò il principio dell’adozione del
migliore: il principe doveva essere scelto in base a meriti adottivi morali e politici, e non per motivi
dinastici.
La classe dirigente, nutrita di filosofia stoica, vide nella nuova formula una garanzia di piena
libertà contro ogni tendenza autoritaria.
In questo vastissimo Stato lo sviluppo economico aumentò sensibilmente per il dinamismo dei
ceti produttivi italici e provinciali (cavalieri, liberti); sorsero nuovi centri urbani, si realizzarono
imponenti opere pubbliche: acquedotti sopraelevati, il ponte-acquedotto sul Gard (Nimes,
Francia), templi, basiliche, terme, teatri (Colosseo, Arena di Verona), archi commemorativi e
trionfali, palazzi arricchiti dal fasto di decorazioni e bassorilievi. 32

I contatti commerciali si spinsero fino alle Indie e all'impero cinese; migliorò quindi il tenore di
vita generale, ma il predominio politico, economico e sociale dell'ltalia cedette alla supremazia
delle province, da cui provenivano i beni di consumo e i nuovi componenti dell'ordine equestre.
Anche alle province venne esteso il diritto di cittadinanza, consentendo il rafforzamento delle
istituzioni locali, che si sentirono romanizzate e meglio inserite nell'Impero.
Infatti, Vespasiano allargò le file del Senato ammettendovi esponenti aristocratici delle regioni
occidentali, e da Traiano in poi furono introdotti nell'ordine senatorio anche notabili d'origine
orientale.
Roma si trasformò rapidamente in una città cosmopolita per l’afflusso di stranieri di ogni
provenienza e d'ogni livello sociale, che influenzarono tutte le manifestazioni della vita dal
costume alla religione.
L'antica aristocrazia senatoria romana scomparve progressivamente, minata dalle guerre
civili, dalla corruzione dei costumi e dal dispotismo degli imperatori.
Infatti Claudio vanificò la funzione politica del Senato ponendo nei posti di comando
funzionari plebei, provinciali e liberti, che divennero sempre più potenti e ricchi e costituirono la
nuova classe dirigente.
Il massimo organo politico era il consilium principis, formato da esperti – fedeli liberti e
membri del ceto equestre di nomina imperiale – che consigliavano l’imperatore e organizzavano
l'amministrazione dello Stato attraverso una burocrazia stabile ed efficiente. Il più stretto
collaboratore del sovrano era il prefetto del pretorio, scelto tra i massimi i funzionari dello Stato,
per lo più giuristi.
Sotto la dinastia Giulio-Claudia competeva al Senato e alle assemblee popolari discutere e
approvare le leggi; successivamente spettò solo al principe e ai giuristi da lui nominati
l’emanazione degli editti, validi per tutto l'Impero, e dei decreti, riservati solo a casi particolari.
Nel sec. I si formarono due scuole giuridiche: quella dei sabiniani (seguaci di Masurio Sabino)
e quella dei proculiani (eredi di Proculo), che confermarono le opposte tesi già presenti in età
augustea.
Fiorirono particolarmente gli studi giuridici, strettamente legati all’attività politica, necessari
per tener uniti popoli diversi per usi, costumi, tradizioni e per la complessità dei rapporti
commerciali ed economici.
La filosofia, soprattutto la dottrina stoica, influenzò molti intellettuali, l’evoluzione del diritto e
l’azione di alcuni imperatori, che si ispirarono a principi di equitas, clementia, philanthropia.
Traiano assegnò allo Stato compiti di assistenza sociale, prendendo provvedimenti a favore di
5000 i orfani, operò per la pacificazione interna e la tolleranza religiosa, promosse la cultura
istituendo due biblioteche.
La spiritualità era però inquieta: la religione dello Stato (con divinità, riti, divinizzazioni di
imperatori e apoteòsi post mortem) non appagava i bisogni individuali; le cerimonie si fecero
sempre più fastose per motivi di propaganda politica, ma la fede era sempre meno profonda. Si
diffusero forme di superstizione, credenze nella magia e nei fenomeni paranormali; larga
popolarità acquistarono l'astrologia (un appassionato fu Tiberio) e la fiducia negli oroscopi (ai quali
Manilio dedicò un'opera).
Il desiderio di certezze e di speranze ultraterrene trovò varie risposte: nello Stoicismo – che 32

prefigurava il concetto di una provvidenza divina reggitrice del mondo e impegnava l'uomo in un
severo controllo etico delle proprie azioni – nelle religioni misteriche e nei culti esoterici orientali,
a carattere iniziatico e semisegreto, che si diffusero promettendo la salvezza eterna in cambio
dell’osservanza di norme morali rigorose.
Furono venerate le divinità frigie Attis e Cibele, quest'ultima designata a Roma col titolo di
Magna Mater, le egizie Iside e Osiride, la persiana Mitra, con un trasporto che sconfinò nel
fanatismo.
Dal mondo ebraico si diffuse il messaggio del Cristo che, rivolgendosi ai semplici e agli umili e,
indipendentemente dalla condizione, a liberi e schiavi, poneva le premesse morali per un
rovesciamento dello schiavismo, considerando tutti gli uomini ugualmente figli di Dio.
La Buona Novella si diffuse dapprima nelle comunità ebraiche, poi in ambienti sempre più
vasti col contributo di Paolo di Tarso.
Egli predicava la legge d'amore del Cristo e sollecitava l'impegno umano nell’assistenza ai
poveri, ai malati e a tutti coloro che la società romana respingeva, promettendo in cambio le gioie
dì un regno trascendente gli angusti limiti del mondo.
Nell'Impero, dove era praticata una generale tolleranza religiosa verso le credenze tradizionali
dei popoli sottomessi (e infatti gli Ebrei erano dispensati dal culto dell’imperatore), la comunità
cristiana fu inizialmente confusa con i Giudei e considerata una setta del mondo religioso
israelitico.
L'imperatore Claudio nel 49 espulse da Roma gli Ebrei e con loro i cristiani, che nel 64 Nerone
incolpò dell'incendio di Roma, iniziando una lunga serie di persecuzioni atroci.
Gli avvenimenti politici, la situazione economica e il pensiero filosofico influenzarono
profondamente l'attività letteraria, alla quale parteciparono gli intellettuali italici e quelli
provenienti da tutte le province romanizzate: Spagna (Columella, Seneca, Lucano, Quintiliano,
Marziale), Gallia (Gn. Domizio Afro), Macedonia (Fedro), Oriente (M. Valerio Probo), Africa (L.
Anneo Cornuto); essi, nella lingua latina, espressero il pensiero e la civiltà di un Impero che aveva
assoggettato alla sua cultura e alle sue leggi cittadini di origini tanto diverse.

Col deterioramento della situazione politica, per l'accentuare potere si del dispotismo, si
verificò la rottura tra il potere e gli intellettuali: il principato non riuscì ad attingere dal mondo
culturale gli stimoli politicamente funzionali per il sistema, ma controllò la cultura eliminando le
voci dell’opposizione emerse nell'ambiente dei filosofi stoici (Trasea Peto, Musonio Rufo, L. Anneo
Cornuto, Aruleno Rustico, Erennio Senecione), o trasformando l'intellettuale in funzionario
imperiale (Seneca, Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio).
Gli imperatori Tiberio, Caligola e Claudio furono anche uomini di cultura e scrittori, ma,
seguendo i metodi di governo degli ultimi anni di Augusto, lasciarono poca libertà ai letterati; i
Flavi condussero una politica di controllo culturale limitata al solo assenso formale.
Da questa ostilità derivò una storiografia che tracciava un quadro totalmente negativo degli
imperatori, presentati (p.e. da Tacito) come tiranni, folli, mostri sanguinari; ma questi sovrani,
sicuramente responsabili di gravi colpe, seppero peraltro assicurare ai sudditi condizioni di vita
migliori che al tempo della Repubblica. 32

Furono soprattutto le opere scientifiche e di erudizione, ideologicamente neutrali, ad


affermarsi; l'eloquenza, propria del dibattito politico, continuò a perdere di importanza, mentre si
volsero all'intrattenimento del pubblico la retorica, l'oratoria, le declamazioni e le recitationes, che
sempre più si orientarono verso lo spettacolare, lo smisurato e l’abnorme.
La lingua letteraria risentì dell'influsso degli idiomi locali, accolse ellenismi e neologismi che
modificarono l'aulica solennità della lingua classica per un'espressione nervosa, sminuzzata,
originale ed efficace, più adatta all’elaborazione delle rinate forme letterarie: il poema epico di
Lucano, la riflessione etica di Seneca, la storia polemica di Tacito, il realismo satirico di Marziale,
Giovenale, Petronio.
La lingua parlata, diffondendosi nelle province vinte, avviò un marcato processo di
trasformazione e differenziazione. In tali territori il latino fu coltivato e mantenuto intatto dalle
persone agiate e dagli intellettuali, quale testimonianza dell'avvenuta romanizzazione; le masse
rurali di analfabeti, invece, emarginate e impegnate solo nella produzione agricola e nella difesa
militare, rimasero legate alle proprie tradizioni linguistiche di Celti, Iberi, Fenici, Illiri e Traci,
introducendovi soltanto dei vocaboli latini.
Nei primi anni dell'Impero la scuola fu essenzialmente privata; i Collegia iuvenum, incoraggiati
da Augusto, si diffusero rapidamente nell'ambiente aristocratico di molte città, perdendo la
funzione preparatoria alla vita militare e mantenendo il carattere morale di trasmissione dei valori
patriottici.
L'imperatore Vespasiano si occupò di educazione e legiferò ampiamente, esentando dalle
tasse municipali i grammatici e i retori e istituendo due cattedre ufficiali di retorica greca e latina;
quest'ultima fu affidata a Quintiliano che, nell'lnstitutio oratoria, delineò un quadro completo dei
propri principi educativi, sostenendo la priorità della scuola pubblica rispetto a quella privata.
Anche Tacito nel De oratoribus si occupò di istruzione, criticando, tra l'altro, l’ insufficiente
cultura dei giovani oratori, attribuita alla scarsa preparazione dei maestri.
Contemporaneamente si diffuse a Roma il trattato Sull'educazione dei figli attribuito al greco
Plutarco, che costituiva una sintesi dell'ideale educativo ellenistico-romano: affiancava infatti ai tre
elementi pedagogici fondamentali (natura, conoscenza ed esercizio) la filosofia, indispensabile per
maturare la capacità di riflessione e il senso della misura.
Traiano intervenne direttamente nell’istruzione primaria, creando le Istituzioni alimentari, un
introito derivato dagli interessi su prestiti e dalle rendite di proprietà terriere, destinato ad
assicurare il mantenimento agli studi di fanciulli di povera condizione.
La produzione teatrale, che era cessata alla fine della Repubblica, anche se i testi antichi
continuavano a essere rappresentati nei teatri pubblici, si rinnovò in età imperiale con una
fioritura di opere tragiche di Seneca, Basso, L. Anneo Cornuto, E. Mamerco Scauro, Cordo,
Pomponio Secondo, Curiazio Materno.
Questi testi, di ispirazione stoica e caratterizzati da spirito filosenatorio e antimperiale, non
venivano rappresentati, e probabilmente erano destinati alla recitazione negli auditoria davanti a
un ristretto pubblico colto.
La massa degli spettatori continuò a essere interessata agli spettacoli di basso livello: i giochi
del circo, il mimo, il pantomimo. 32

Ogni ceto sociale era attratto dagli spettacoli del circo: corse di quadrighe, ludi gladiatorii, ludi
circenses, durante i quali avvenivano le esecuzioni dei condannati gettati alle bestie feroci e fatti
morire atrocemente per il godimento del pubblico.
Durante le persecuzioni contro i cristiani furono esposti alle fiere i primi martiri, accanto a
delinquenti comuni e assassini.
Giovenale giudicò negativamente queste esibizioni circensi, organizzate dall'imperatore e dai
funzionari statali per distogliere dall'attività politica il popolo romano non più impegnato nelle
guerre.
I giochi ordinari erano offerti dai più alti magistrati e si effettuavano numerose volte nell'arco
dell'anno; le corse di cavalli e i combattimenti gladiatori, spettacolari e grandiosi, si svolgevano
durante i giochi straordinari che, offerti dall'imperatore, duravano parecchie settimane. In queste
occasioni il popolo osannava il sovrano, che passava per le vie sulla biga dorata e assisteva dal
palco alle esibizioni.

TIBERIO (14-37 d.C.). Uomo chiuso, filosenatorio, sale al potere a 56 anni discende dai
Claudii che avevano parteggiato per Bruto e con lui combattuto a Filippi, adottato dagli Iulii
(Ottaviano).

Al potere rinuncia a molti titoli del suo predecessore e agli onori divini (non aveva mai visto
con favore il principato, anche se non aveva mai esercitato opposizione perché ormai sentiva il
ruolo del princeps inevitabile).
Per fatalità del caso, è il primo a dare l’immagine di imperatore ambiguo e capriccioso.
40 anni di Augusto avevano disabituato all’esercizio di libertà, e favorito nuovi ceti sociali.
Tiberio fu anche sospettato di essere l’assassino di Germanico, il vero favorito al potere che
voleva completare la trasformazione monarchica dell’Impero.
Dopo equivoci con la nobiltà senatoria, e disgustato dai cortigiani, nel 27 si ritira a Capri e
lascia il potere al suo prefetto del pretorio Seiano, uomo senza scrupoli che Tiberio disprezzava ma
a cui non poteva rinunciare
 processi e condanne, terminati solo col ritorno di Tiberio nel 31 e la condanna a morte
dello stesso Seiano.
Tiberio muore nel 37 e si conclude il suo regno, in un clima di sospetti e illegalità, con
l’umiliazione di un Senato che Tiberio teoricamente voleva restaurare e con un potere fondato
sempre più sull’elemento militare e la coorte pretoria e la frequente applicazione della lex
maiestatis (lesa maestà) per colpire gli oppositori più intransigenti (come Cremuzio Cordo).
CALIGOLA (37-41 d.C.), opera la conversione che voleva fare Germanico, suo padre.
Discendente di Marco Antonio, da lui aveva ereditato il modello assolutistico della monarchia
orientale
 sovrano incarnazione del dio a cui dovevano essere riconosciuti onori divini già in vita
(mentre Tiberio si era battuto per riaffermare i principi etici della tradizione romana)
32
 riti fastosi di tipo orientale, mortificazione del ceto senatorio.
Richiama i condannati ed esiliati per aver sostenuto Germanico e ne favorisce le opere (
Cremuzio Cordo).
Fu ucciso in una congiura di palazzo sostenuta da senatori, cavalieri e pretoriani.

CLAUDIO (41-54), zio di Caligola rimasto fino a quel momento ai margini e dedito agli studi
eruditi e storici, rappresentato come succube delle sue mogli, Messalina e Agrippina Minore.
Cerca di mediare tra esigenze del princeps e del Senato, richiamandosi ad Augusto: restaura i
valori tradizionali romani (espulsione da Roma degli Ebrei), ma rafforza la coorte pretoria e affida
l’amministrazione pubblica in mano a potenti liberti.
La tradizione dice che fu avvelenato da Agrippina che voleva favorire l’ascesa al trono del
figlio diciassettenne
 orientalizzazione della vita politica romana con una vita di palazzo su modello delle
corti ellenistiche, dominate da congiure, rivalità e scandali.

NERONE (54-68), figlio di Agrippina, sintesi del conflitto di poteri e interessi sviluppatosi
negli ultimi 50 anni.
I primi 5 anni opera in maniera filosenatoria e conciliatrice, sotto la guida di Seneca e Afranio
Burro (quinquennio felice, 54-58), ma poi fa prevalere una politica assolutistica coltivando lo
stesso progetto di Caligola, liberandosi della madre e della tutela di Seneca.
Nel 65 scopre una congiura contro di lui (Congiura di Pisone) e nella repressione coinvolge
anche Seneca, Lucano e Petronio.
Le sua stravaganze causarono reazioni ostili in tutti gli strati sociali, al punto che la ribellione
dei pretoriani lo lasciò senza difese.
Si suicida a 31 anni nel 68.

Storici e biografi di tendenza senatoria

Tra Livio e Tacito tantissimi storici, molti dei quali narranti le vicende contemporanee a partire
dalle guerre civili.
Come l’oratoria (che però era decaduta e degenerata nelle forme ludiche delle
declamationes), nel sec. I la storiografia rimase una forma privilegiata della nobilitas filosenatoria e
quindi non stupisce che assuma presto un valore politico e ideologico e un ruolo di strumento di
dichiarata opposizione al principato, anche se in maniera cauta e limitata all’esaltazione della
libertas repubblicana e dei suoi rappresentanti (Cicerone, Catone, Bruto e Cassio)
 reazione aspra dei principi, che per esempio bruciano le opere di Tito Labieno e
Cremuzio Cordo.

la storiografia presentò aspetti molto diversi e nella trattazione dei fatti riguardanti la
contemporaneità assunse, diventando opposizione o di consenso al Principato. 32

Vediamo gli autori: TITO LABIENO, storico di età augustea figlio forse di quel Labieno
pompeiano ai tempi delle guerre civili.
Fama di personaggio aggressivo e animoso (fu appellato Rabienus), era consapevole dei limiti
di libertà espressiva nel principato e infatti, nelle letture pubbliche delle sue opere, ometteva
alcune parti.
Nel 12 d.C., res nova et inusitata (Seneca Padre) Augusto fa bruciare i suoi libri, condannanti
la svolta istituzionale augustea  si lascia morire dopo essersi rinchiuso nella tomba di famiglia.

Lo spirito repubblicano e libertario animò CREMUZIO CORDO, che nei suoi Annales esaltava
l'uccisione di Cesare da parte di Bruto e Cassio (“l’ultimo dei Romani”), e celebrava Cicerone quale
simbolo della repubblica morente
 opera messa al rogo nel 25, Cordo si lascia morire di fame dopo che Seiano lo accusa
di lesa maestà per sottrarsi all'esito del processo per tradimento.

Gli Annales furono messi in salvo e fatti circolare clandestinamente per essere pubblicati
durante Caligola.
Quintiliano ne loda lo spirito libero.

FENESTELLA, vissuto negli anni di Augusto e Tiberio.


Scrisse 22 libri di Annales intrecciando fatti storici e notizie linguistiche, letterarie e antiquarie
 vasta diffusione dell’opera, che però è andata perduta (abbiamo solo 30 frammenti).
Per Gerolamo muore a Cuma nel 19, per Plinio il Vecchio negli ultimi anni del principato di
Tiberio.

SENECA PADRE, non solo oratore ma anche storico, autore di una storia di Roma ab initio
bellorum civilorum (Gracchi-morte di Tiberio)  decadenza ineluttabile nel passaggio da repubblica
a principato.
Abbiamo due frammenti dell’opera, in cui l’autore attinge alla tradizionale concezione
organicistica della storia dei popoli (divisa in 5 età: Romolo infanzia, Monarchia puerizia, ribellione
e protorepubblica adolescenza, epoca aurea della Repubblica fino alle guerre civili maturità,
guerre civili e principato vecchiaia).
SERVILIO NONIANO, autore di Storie, personaggio influente della nobiltà senatoria e
celebrato per ingegno e dignità dei costumi.
Console nel 35, muore nel 59.
Quintiliano afferma di averlo udito personalmente, ma ne critica lo stile poco sobrio.

Agli Annales si dedicò AUFIDIO BASSO, optimus vir (Seneca) ed epicureo, che, sotto Tiberio,
proseguì l’opera di Tito Livio trattando gli avvenimenti dall'epoca di Cesare a quella post-tiberiana 32

e le vicende politiche e militari di Druso, Tiberio e Germanico.


Aufidio Basso muore in vecchiaia sotto Nerone.
La sua opera narrava in uno stile sallustiano (lodato da Quintiliano) la storia contemporanea
dall’epoca di Cesare o così pare perché abbiamo un frammento relativo alla morte del dittatore.
Forse l’opera si concludeva con il principato di Claudio.
Il lavoro storiografico Aufidio Basso fu proseguito da Plinio il Vecchio nei libri A fine Aufidii
Bassi, dedicati agli eventi tra la fine dell'impero di Claudio e l'avvento di Vespasiano.

Grande rilievo acquista anche la biografia elogiativa, prima legata alla laudatio funebris e ora
di coloritura politica
 vita di Catone Uticense di Trasea Peto, perduta come tutte le altre biografie di cui
siamo conoscenza.

Alcuni storici, come Velleio Patercolo e Valerio Massimo, vennero invece a patti col regime,
cui tributarono consensi.

VELLEIO PATERCOLO (HISTORIAE) Se nessuna delle opere senatorie ci è pervenuta,


rimangono invece (anche se non tutte) le Historiae di Patercolo, homo novus che esalta il
principato di Tiberio come nuova età dell’oro.

Gaio Velleio Patercolo (20 a.C.-30 d.C.), di famiglia equestre campana, come padre e nonno
sceglie la carriera militare (militò in Germania e in Pannonia, tribuno in Tracia e Macedonia).
Tra 1 e 4 d.C. accompagna Gaio Cesare, nipote di Ottaviani, in Grecia e Oriente, mentre dal 4
al 12 segue Tiberio in Germania, Pannonia e Dalmazia prima come praefectus equitum e poi come
legatus Augusti
 Tiberio una volta imperatore gli conferisce la pretura per il 15.
Nel 30 è ancora vivo, perché dedica la sua opera all’amico Marco Vinicio per il suo consolato

Historiae ad Marcum Vinicium. I due libri delle Historiae (Ad Marcum Vìnicium libri duo),
dedicati al console M. Vinicio, erano una sintesi della storia universale, dalla caduta di Troia fino
all'età contemporanea.
Non sappiamo il titolo originale di un’opera che rappresenta il primo compendio di storia
universale in latino (per via dei frettolosi e disorganici accenni iniziali alle antiche civiltà) giunto
fino a noi.
In due libri narra gli eventi storici più rilevanti dalla guerra di Troia all’età di Tiberio:
 Libro I, mutilo nella parte iniziale e centrale, fino al 146 a.C. (distruzioni di Cartagine e
Corinto
 inizio della decadenza morale di Roma).
 Libro I arriva fino all’età contemporanea con concentrazione sulle figure di Cesare,
Ottaviano e Tiberio che ritiene i salvatori e custodi della res publica.

Nell'opera, giunta quasi per intero, a differenza di Livio, Velleio sorvolava velocemente sulle 32

vicende antiche e sulle età più remote verso le quali non era molto interessato, mentre si
soffermava sui fatti e personaggi più recenti, illustrando ed esaltando il Principato di Tiberio, come
un periodo di pace e di prosperità.
Ciò avviene non solo per il canone di brevitas e concisione, ma per una precisa scelta
ideologica
 esaltazione del presente e dei mutamenti politico-istituzionali.
Tutta la storia del mondo disegnata da Velleio pare correre verso l’affermazione della felicità
presente, assicurata da Ottaviano prima (con Azio è salvatore del destino di Roma) e da Tiberio
poi, l’iniziatore di una nuova età dell’oro e grazia al quale le virtù che erano fuggite dopo la presa si
Cartagine ritornano a Roma.
Velleio è un devoto funzionario dell’Impero, soldato che ha combattuto alle frontiere
servendo con zelo il suo generale.
Dal grigiore del suo racconto storico, emergono con vivacità esclusivamente gli episodi di cui
è stato testimone e di cui è orgoglioso
 deve tutto a Tiberio.
E sa anche che il principato sta favorendo l’ascesa di nuovi ceti fino ad allora emarginati.
Anche l’encomio di Seiano (prima che cadesse in disgrazia presso Tiberio) rivela sia
compiacimento di chi comanda sia programma politico (da Cesare a Tiberio, i principi dimostrano
di preferire forze nuove ed emergenti, provenienti dai municipi italici e dalle province, tra cui
appunto Seiano e lo stesso Patercolo.
La storia di Velleio accostava agli avvenimenti politici e bellici considerazioni morali, ritratti di
personaggi famosi, numerose notizie sulla cultura delle varie epoche e di storia della letteratura.
Si tratta di una storia di grandi personaggi, e gli eventi sono appena accennati a costituire solo
un fondale per fare emergere le figure.
Anche Livio esalta gli individui, ma in maniera epica, mentre Velleio ha intento apertamente
encomiastico, e dei suoi protettori esalta le virtù militari e le doti umane.
Forse sorprende, in un ufficiale dell’esercito che aveva partecipato a tante spedizioni, il
disinteresse per dati tecnici militari, ma forse perché le Historiae sono state composte in pochi
mesi per onorare Marco Vinicio usando appunti e materiali accumulati per un’altra e più
complessa opera a cui l’autore accenna più volte e che avrebbe richiesto maggiore precisione nei
dettagli e più approfondimenti dei singoli fatti.
Originale, tuttavia, è la presenza di excursus letterari: prima di lui nessuno aveva sentito
l’esigenza di legare la storia politica a quella culturale, cosa che Velleio fa continuamente e in
modo sistematico affrontando anche il tema della decadenza dell’oratoria.
Lo stile delle Historiae è disomogeneo: in alcuni passi frettoloso, in altri il linguaggio è elevato
e forte è l’impegno retorico.
Verso la fine dell’opera, Velleio sviluppa un discorso composto di proposizioni esclamative ed
interrogative retoriche per celebrare l’età tiberiana.
Questi sono i segni del nuovo gusto ormai predominante della prima età imperiale.

32
VALERIO MASSIMO (FACTORUM E DICTORUM MEMORABILIUM LIBRI) Scarse
notizie su Valerio Massimo.
Di modeste condizioni, si pone sotto la protezione di Sesto Pompeo, forse lo stesso console
nel 14 d.C. al quale Ovidio aveva indirizzato 4 lettere da Tomi, e che era proconsole in Asia nel 27,
dove Valerio Massimo lo accompagna e per questo ha modo di vedere Atene.
La sua opera fu pubblicata dopo il 31, e quindi dopo la disfatta di Seiano cui si allude
nell’ultima parte del libro tra i facta scelerata (capitolo forse aggiunto a lavoro compiuto), ed è
dedicata a Tiberio che viene esaltato come auctor ac tutela nostrae incolumitatis (supremo
difensore della nostra incolumità).
L’opera è divisa in 9 libri (il primo è mutilo; forse ne esisteva un decimo non pervenuto) divisi
in sezioni, che illustravano 95 temi (religione, prodigi, magistrati, sogni, amicizia, pudicizia, amore
coniugale; ecc.) arricchiti da exempIa (fatti esemplari) romani e stranieri.
La raccolta era destinata alle scuole di retorica e metteva a confronto la civiltà e le istituzioni
romane con quelle degli altri popoli, mescolando aneddoti, vicende eroiche, motti di spirito e
giudizi etici di esaltazione della superiorità morale latina.
Si tratta dunque un vasto repertorio di exempla memorabili, vizi e virtù illustrati attraverso
personaggi romani e non (perché gli oratori erano spesso sostenere le loro argomentazioni con
esempi storici convincenti, al sostegno dei quali l’opera viene in soccorso).
Manca completamente ogni tentativo di ordinamento cronologico dei fatti, con la storia
frantumata in serie di aneddoti disseminati in 94 rubriche di carattere morale.
Alcuni libri rivelano un intento omogeneo di organizzazione (il I è di carattere sacro, il II
riguarda le istituzioni sociali, militari e civili di antichi popoli di Roma, vista come modello
esemplare, il III è sul rapporto tra indole dell’uomo e virtù).
Tuttavia, il passaggio da un episodio all’altro è spesso estrinseco, mentre conta la
dimostrazione, l’incasellamento dell’episodio nella rubrica.
Valerio Massimo non è propriamente uno storico, ma storici sono i materiali che usa 
intento modesto, come dichiara lui stesso nell’introduzione.
Le vicende romane occupano lo spazio maggiore (636 exempla, contro i 320 di tutte le altre
civiltà) ma si riducono a un ampio repertorio di fatti ormai destituiti di valenza storiografica.
Lo stile è spesso riccamente elaborato e segnato da capricciose diseguaglianze, e rivela la sua
derivazione scolastica e retorica
 ricerca di forme elaborate, spesso artificiose; uso di figure (esclamazioni, antitesi…),
lessico prezioso che non rinuncia a neologismi e poetismi, con gusto per i giochi di
parole e conclusioni ad effetto.
CURZIO RUFO (HISTORIAE ALEXANDRI MAGNI) Di Quinto Curzio Rufo conosciamo solo
il nome e la sua opera (Historiarum Alexandri Magni libri X) divisa in 10 libri che ci è giunta mutila
dei primi due e del proemio, e con alcune lacune sparse nei libri successivi, nei quali emerge
l'interesse dell'autore verso l'uomo e l'eroe macedone.
Unica indicazione utile per collocare l’autore la troviamo in un passo di stile lussureggiante
della sua opera, in cui esalta il principato come portatore di pace.
32
La storia di Roma è paragonata a quella di Alessandro Magno: la sua morte provocò bella
civilia e la frantumazione del suo Impero, che avrebbe potuto reggersi solamente sotto il comando
di uno solo; e allo stesso modo il popolo romano dev’essere grato al nuovo princeps che ha salvato
l’unità dello Stato in un momento di grave pericolo.
Per capire di che princeps si tratta dobbiamo soffermarci su questa frase: Huius, hercule, non
solis ortus lucem caliganti reddidit mundo (Il sorgere di questo principe, per Ercole, non già del
sole, ridiede la luce al mondo ottenebrato).
L’uso del verbo caligare per indicare l’ottenebramento del mondo prima dell’intervento
salvifico del nuovo imperatore richiama Caligola, assassinato nel 41, e quindi designa Claudio come
princeps sotto il quale il mondo torna a rifiorire
 Rufo scrive l’opera sotto Caligola, e la completa sotto Claudio.
Del resto sotto i due imperatori vissero personaggi omonimi dello scrittore: un Rufo retore
menzionato da Svetonio; e un Rufo comandante militare, nominato da Tacito (il cui ritratto è poco
lusinghiero) e Plinio il Giovane.
La collocazione dell’opera in quegli anni coincide anche per l’interesse e le polemiche
suscitati dalla figura di Alessandro, che Caligola pose come il più alto modello di sovrano che il ceto
senatorio additava come massimo esempio di tirannide (Seneca).
All’epoca di Curzio Rufo, la letteratura su Alessandro era molto cospicua, e lui stesso aveva
incaricato Eumene di Cardia e Diodoto di Eritre di raccogliere i diari delle sue imprese con il titolo
di Effemeridi.
Sulla sua figura, in età imperiale, si intrecciava una rete ditta di narrazioni e aneddoti al punto
che era una figura che aveva trapassato la storia per sfociare nel romanzo.
Ed è di questa tradizione contraddittoria che si nutre l’opera di Curzio Rufo, che narra vita e
imprese di Alessandro Magno dalla sua ascesa al trono (336 a.C.) fino allla morte (323 a.C.).
Visto che i due libri iniziali sono andati perduti, per noi il racconto inizia nel 333, quando
Alessandro ha da tempo abbandonato la Macedonia e si sta preparando allo scontro con Dario e la
Persia, che sconfigge a Isso costringendolo alla fuga.
In seguito assedia Tiro e s’inoltra in Egitto, nell’oasi di Giove Ammone dove i sacerdoti gli
riconoscono un’origine divina.
Fonda Alessandria, e torna in Mesopotamia ponendo fine alle ultime resistenze persiane e
reprimendo una congiura interna dovuta al malcontento per l’abbandono dei costumi macedoni e
la volontà di tornare in patria.
Dopo aver sposato Rossane, figlia del satrapo Ossiarte, e aver represso altre congiure, marcia
fino in India e sottomette i principi locali: i soldati si ribellano, ma lui li convince ad arrivare fino
all’Oceano dove una marea decima la spedizione.
La conclusione del libro vede l’esercito trasformato in un corteo bacchico, un aumento delle
stravaganze e delle crudeltà, e il rientro a Babilonia dove Alessandro muore, aprendo le lotte per la
successione.
Con Rufo, la storiografia latina entra nei territori inesplorati del romanzo esotico e
d’avventura: il protagonista non è il popolo romano, ma un eroe macedone che si inoltra in regioni
ignote di un mondo sconosciuto e diverso da quello occidentale.
In questa storia-romanzo, modellata sullo stile di Livio, le vicende sono narrate con chiarezza 32

e arricchite da notizie fantastiche, con orazioni e arringhe che esaltano il fascino e la drammaticità
del protagonista.
L’autore appaga la curiosità dei lettori senza scadere nel gusto sfrenato dei mirabilia, e nelle
intenzioni conserva distacco e imparzialità: racconto mosso, ricco di excursus etno-geografici,
discorsi, epistole, pittoriche descrizioni di paesaggi
 canone ellenistico della varietas, modello della storiografia ellenistisca.
Alessandro è al centro degli avvenimenti, straordinario nei vizi e nelle virtù, generoso e
crudele, energico e incapace di contenere le passioni.
Alla fine dell’opera, c’è una valutazione complessiva della sua figura con evidenziazione di
quelle che appaiono le sue maggiori colpe (eguagliarsi agli dei, prestar fede agli oracoli, adirarsi più
del dovuto con chi rifiutava di venerarlo, cambiare i suoi costumi e imitare le usanze di popoli vinti
che prima disprezzava)
 mentalità romana, fondata su concetti di modus e identità nazionale.
Ma comunque Alessandro rimane affascinante, e l’abilità del lettore è proprio quella di
evitare giudizi troppo netti.
Lo stile di Curzio Rufo è nel complesso piano e scorrevole, con una sintassi che richiama da
vicino quella di Livio (modello dichiarato dei discorsi, molto elaborati a livello retorico).
Ma rispetto a Livio, il ritmo è più rapido e nervoso e c’è propensione per frasi ad effetto, che
evidenzia l'intento retorico-letterario su quello critico e documentario.

Anche l'imperatore CLAUDIO, si interessò di questioni grammaticali, erudite e storiografiche,


componendo in greco un'ampia Storia etrusca e una Storia cartaginese, e, in latino, le Historiae
(perdute).
GNEO DOMIZIO CORBULONE, console durante l'impero di Claudio, generale in Germania e
nella campagna contro i Parti per il controllo dell’Armenia (57-63), riportò nei Commentarii la
relazione delle sue imprese.
CLUVIO RUFO, console all'epoca di Caligola, probabilmente morto sotto Vespasiano, scrisse su
avvenimenti contemporanei nelle Historiae, utilizzate da Tacito come fonte al pari di quelle di
Fabio Rustico, amico di Seneca e ostile a Nerone.
Sotto i Giulio-Claudi e i Flavi continuò la produzione biografica; si distinsero in questo genere il
memoriale dell'imperatore Claudio, la rievocazione encomiastica di Seneca il Retore da parte del
figlio Seneca il Filosofo e alcune opere d'intonazione stoica sulle vittime dei principi, composte
contro il dispotismo dei sovrani e incentrate sulla figura di Catone.
PUBLIO CLODIO TRASEA PETO, padovano, console nel 56, fu un aperto oppositore di Nerone
e per questo fu costretto a uccidersi nel 66, rinnovando il sacrificio di Catone Uticense in nome
della libertà. Nella biografia (perduta) Vita di Catone l'Uticense esaltò la libertas repubblicana.
Alcuni personaggi famosi, che si tolsero la vita in nome di alti ideali, furono celebrati da
TITINIO CAPITONE (Exitus virorum inlustrium) e da FANNIO in opere tese a esaltare e illustrare
drammaticamente gli exitus occisorum aut relegatorum (la sorte dei cittadini condannati a morte,
all'esilio o alla relegazione). 32

POESIA E CULTURA NELL’ETÀ GIULIO-CLAUDIA

La poesia della prima età imperiale presentò caratteri più modesti rispetto alla grande
fioritura poetica della Roma augustea; il periodo da Tiberio a Claudio corrisponde a una
stagnazione creativa, durante la quale gli autori privilegiarono una scrittura dotta ed elaborata,
con l’unica novità rappresentata da un nuovo genere, le favole di Fedro, che suggerivano riflessioni
sulla morale e sulla storia e dall’epos didascalico di derivazione alessandrina dei poemi di Manilio e
Germanico (entrambi comunque della prima età tiberiana).
Nel complesso prevale la poesia di tono leggero ispirata all’ellenismo e al neoterismo, a cui fa
riferimento anche l’Appendix pseudovirgiliana, che risale in parte all'epoca neroniana ed è una
silloge di poesie diverse attribuite alla produzione giovanile di Virgilio, anteriore alla composizione
delle Bucoliche.
Questa raccolta di 14 epigrammi, 3 priapei e 6 poemetti viene considerata dai critici
un'esercitazione scolastica e retorica di poeti minori a imitazione delle opere di Virgilio.
Situazione determinata dal clima di sospetti e servilismo della nuova età imperiale.
Virgilio e Orazio avevano celebrato il regime augusteo pur mantenendo un’autonomia di
giudizio: obsequium diviene adulatio.
Anche l’invocazione alle Muse viene sostituita da un elogio del princeps.
Tramonto del mecenatismo: le grandi famiglie romane, svuotate di peso politico, dirottano le
loro ambizioni sulla magnificenza della vita mondana, e i principi non sembrano interessati a
sostenere la cultura, per cui gli scrittori devono contare su protettori poco motivati e di modesto
livello intellettuale, fenomeno tipico – a parte la parentesi neroniana – di tutto il primo secolo
dell’Impero.
Il principato di Nerone si presenta sotto il segno della novità: il nuovo princeps, egocentrico
ed estroso, trascura l’oratoria per dedicarsi a poesia, musica, canto, pittura e cesello, rifiutando i
modelli della tradizione romana in favore di quelli greci.
Sin dai primi anni di regno Nerone, appassionato di poesia, promuove le arti, e rende la corte
imperiale un luogo di scambi culturali e artistici circoli culturali, istituendo competizioni di poesia e
di canto, nuovi ludi ispirati a quelli ellenici ai quali egli stesso partecipa: gli Iuvenalia, riservati ai
giovani aristocratici e i Neronia, con scadenza quinquennale e di ispirazione greca.
Compone inoltre diverse opere poetiche di genere lirico, tragico ed epico oggi perdute, tra cui
una Presa di Troia, che probabilmente faceva parte del poema Troica, e anche tragedie, epigrammi
e un poemetto mitologico.
Ecco perché in età neroniana la poesia conosce un nuovo slancio creativo, caratterizzato dalla
qualità delle opere e dalla molteplicità dei generi letterari (poesia satirica di Persio, storica di
Lucano, drammatica e menippea di Seneca, bucolica con Calpurnio Siculo).
Tutto questo va interpretato nell’ottica assolutistica di segno ellenizzante. 32

Gli atteggiamenti esibizionistici di Nerone contraddicevano apertamente tutti i classici valori


della tradizione romana, ed ecco perché incontra tante forme di resistenza e ribellione.
Questo esibizionismo rappresenta il gusto spettacolare e fastoso del primo secolo
dell’Impero, di cui sono testimonianza le declamationes (esercizi retorici un tempo volte alla
preparazione dell’uomo politico, ora in esibizioni atte a stupire il pubblico), le recitationes (letture
di brani letterari nelle stationes, paragonabili agli odierni caffè), il pantomimo.
Fenomeni già presenti sotto Augusto, ma che in età giulio-claudia conoscono una diffusione e
un successo enorme condizionando le stesse forme letterarie (contro questa letteratura Persio
scrive la sua prima satira).

L'interesse scientifico si manifestò anche in opere poetiche che si ispiravano al poema


didascalico De rerum natura di Lucrezio e trattavano di astrologia, magia, credenze mistiche,
confuse con l’astronomia.

La poesia didascalica: MANILIO Molto successo ebbero in età imperiale le discipline


astronomiche e astrologiche, soprattutto sotto Tiberio uomo molto superstizioso che si era
accostato, negli anni dell’esilio a Rodi, alle discipline caldaiche e aveva conosciuto l’astrologo
Trasillo le cui parole, secondo Tacito, erano da lui accolte come oracoli.
Ecco perché i due poemi didascalici fioriscono proprio in età tiberiana.
Alla fine del Principato di Augusto o all'inizio di quello dì Tiberio, Marco Manilio (poche le
notizie su di lui, sicuramente non romano ma forse di Antiochia o africano) scrisse gli Astronomica
(5 libri) dove espose i principi di astronomia, la descrizione del firmamento astrologico, i modi di
compilare l'oroscopo e infine la teoria degli influssi zodiacali sul carattere e le attitudini dell'uomo.
Non lo cita nessuno degli antichi, neanche chi come Firmico Materno attinge
abbondantemente al quinto libro dei suoi Astronomica ma la sua opera sopravvisse in ambito
specialistico e fu riscoperta nel 1417 da Poggio Bracciolini.
L'autore, animato da vivo entusiasmo per la scienza, analizzò i fenomeni scientifici dal punto
di vista della filosofia stoica, per cui la natura appariva regolata da inflessibili leggi divine. L'opera
mancava dell'umanità di Lucrezio, vi era assente l'interesse per le vicende umane e la storia di
Roma appariva inserita in una prospettiva provvidenziale. Manilio ricercò la perfezione formale
dell'esametro, utilizzò grecismi e costruzioni sintattiche complesse.
Astronomica è un poema didascalico dedicato a un Caesar (Ottaviano o Tiberio non si sa).
5 libri:
 Libro I sull’origine dell’universo.
 Libro II zodiaco
 Libro III influssi celesti sugli uomini
 Libro IV e V costellazioni non zodiacali.

Forse c’era un libro VI sui pianeti, ma non abbiamo nessuna prova che il libro sia pervenuto
mutilo o no.
L’opera fu composta sicuramente dopo il 9 d.C., perché un passo cita la disfatta di
Teutoburgo. 32

Manilio si propone come inventor del poema astronomico, e dà l’immagine di un poeta che si
è consacrato a una grande missione mai prima tentata (“[…]io debbo innanzi tutto cantare
l’aspetto della natura / e far conoscere tutto quanto l’Universo nella sua immagine reale”).
Poeta dotto di cultura alessandrina, conoscitore di Lucrezio (modello principale per materia e
forza visiva delle immagini, ma Manilio è stoico), Virgilio e il Cicerone traduttore di Arato, ma
anche gli elegiaci e l’Ovidio delle Metamorfosi.
La materia didascalica è spesso interrotta da digressioni mitiche, commenti filosofici, appelli
al lettore.
Il tema centrale è quello religioso sviluppato nelle forme della teologia stoica: la profondità
unita di un universo governato da una ratio divina
 fede nella giustizia delle leggi cosmiche.

La poesia didascalica: GERMANICO Scrive negli stessi anni di Manilio Gaio Cesare
Germanico (15 a.C.-19 d.C.), pronipote di Augusto, nipote e figlio adottivo di Tiberio, tra i maggiori
protagonisti della vita civile e militare contemporanea.
Per volere di Ottaviano (per il quale era il vero erede), nel 4 fu adottato da Tiberio e sposò
Agrippina Maggiore, da cui ebbe 3 figli incluso Caligola.
Di grande valore militare, generale valoroso e amatissimo, combatté agli ordini di Tiberio in
Pannonia (7-10), e fu proconsole in Germania nell’11 e console nell’anno successivo.
Nel 15 sconfigge Arminio, vendicando Teutoburgo.
Ancora console nel 18, fu mandato in Oriente per riordinamento delle province e muore ad
Antiochia, in modo misterioso, nel 19, cosa che incrementa i sospetti su Tiberio, invidioso dei suoi
successi.
Germanico fu anche un fu ottimo oratore e poeta versatile raffinato e colto, autore in latino e
greco di epigrammi, commedie (in greco, come alcune orazioni), i poemetti Aratea e Prognostica e
una rielaborazione dei Fenomeni del poeta alessandrino Arato di Soli (secc. IV-III a.C.) (Phaenomena
o Aratea).
A lui Ovidio dedica i Fasti.
Degli Aratea abbiamo 725 esametri, corrispondenti alla prima parte del poemetto greco, a cui si
devono aggiungere 5 lunghi frammenti  200 versi totali che rielaborano molto liberamente Arato
(Prognostica).
Gli Aratea sono un elegante esercizio letterario composto secondo precetti di poetiche
ellenistiche e neoteriche.
Non segue pedissequamente il suo modello, ma riscrive, corregge e aggiunge dando spazio a
digressioni mitologiche.
Una distanza che si coglie fin dal proemio: Arato si rivolge a Zeus, mentre Germanico a Tiberio
esaltando la quies da lui assicurata all’impero.
Poco interessato, diversamente da Manilio, a problematiche filosofiche.
Gli Aratea descrivevano il cielo e i suoi astri, con costanti riferimenti alla mitologia greca; infatti le
costellazioni erano presentate come esiti della trasformazione di personaggi eroici, ricompensa e
garanzia di immortalità concessa dagli dèi.
Lo stile era elegante e sobrio; la lingua rispettava il nome greco delle costellazioni. 32

La favola: FEDRO Il genere favolistico fu introdotto a Roma da Fedro, ma in passato anche


Ennio e Orazio avevano incluso favole e apologhi animaleschi nelle loro opere.
Gaio Giulio Fedro (20 o 15 a.C.-50 ca d.C.; nel III libro, successivo al 31, si definisce alle soglie
della vecchiaia), di nome greco e nascita macedone, giunse a Roma a Roma come schiavo, seguito
e liberato dallo stesso Augusto (libertus Augusti come tramandano i codici).
Praticò l’insegnamento e, sotto Tiberio, pare sia stato tratto in giudizio da Seiano per sgradite
allusioni dei suoi componimenti.
Scrisse le Fabulae (5 libri, in senari giambici), seguendo l'esempio del greco Esopo che aveva
raccolto e trascritto in prosa le favole attinte dalla tradizione orale.
Pare che i suoi libri in versi non abbiano avuto molta diffusione (Seneca nella Consolatio ad
Polybium sostiene che Roma non aveva ancora conosciuto uno scrittore di favole).
Gli ultimi 3 libri hanno dedicatari diversi
 costante ma vana ricerca di protettori.
Visse fino agli anni di Claudio, forse morì intorno al 50.
Di lui abbiamo 93 favole in 5 libri preceduti tutti da un prologo, mentre II, III e IV hanno anche
un epilogo.
Ma la sua produzione è in tutta probabilità più ampia perché i vari libri sono troppo diseguali
per non pensare a interventi posteriori (il II ha solo 8 testi, contro i 31 del primo).
Sue sono anche circa 30 favole della Appendix Perottina, dal nome di Niccolò Perotti (1430-
1480) che organizzò la raccolta.
Di altre favole conosciamo il contenuto grazie a raccolte medievali comprendenti versioni in
prosa dei suoi testi, come il Romulus o Aesopus Latinus.
Metro di tutti i testi è il senario giambico.
Il patrimonio favolistico greco era stato rielaborato da Esiodo e Archiloco, ma solo Esopo
costituisce un corpus di favole.
A Roma il repertorio favolistico fa la sua comparsa con la satura, a causa del carattere vario e
aperto di quel genere: ci sono favole in Ennio e in Orazio (topo di città e topo di campagna).
Fedro si rifà però alla tradizione di Esopo, e diviene il primo autore in lingua latina a
concepire un libro autonomo di favole
 inventor del genere.

Si tratta di brevi raccontini espressi in un linguaggio semplice ed essenziale da cui l’autore trae
un messaggio etico universale: la morale è premessa o posposta al racconto.
Protagonisti sono generalmente animali con vizi e virtù degli uomini, e come loro parlano e
dialogano.
L’animale, come le maschere, incarna un tipo fisso: il leone è forte e talora generoso ma
anche prepotente, il lupo prepotente e arrogante, l’agnello timido e debole, la volpe furba, l’asino
vile o rassegnato, il cane furbo e fedele al padrone.
Ci sono anche favole con protagonisti umani.
Forte il confronto con Esopo: Fedro lo vede come inventor del genere in lingua greca, ma si 32

pone come colui che ha vestito la prosa in versi senari, limandola sul piano artistico.
La novità di Fedro è il verso (senari giambici), ma anche i contenuti perché Fedro attinge
anche al mondo della cronaca e attualità romana, affiancando agli animali le figure di Pompeo,
Augusto e Tiberio
 favole ricche e varie, con apologhi, aneddoti storci e novellette di gusto romanzesco
(la matrona di Efeso, che troviamo anche nel Satyricon di Petronio).
Nel prologo del III libro, Fedro attribuisce l’invenzione della favola ai servi
 prodotto delle classi subalterne, che esprimono la loro insofferenza verso i potenti in
modo indiretto.

Nelle narrazioni sono colpiti i comportamenti diffusi nella società: la prepotenza dei forti, la
superbia dei potenti, la rapacità dei ricchi; ogni vizio o debolezza umana trovò posto nella
tipizzazione di Fedro che, attraverso l'allegoria, raggiunge punte polemiche forti nell'intento di
dare dignità alle classi umili dei poveri e degli indifesi.
I contenuti sono resi tollerabili dal travestimento animalesco e dalla dimensione fantastica dei
racconti.
Manca però ogni prospettiva di riscatto
 visione amara e pessimistica, la storia anche nella rassegnata prospettiva degli umili,
rimane la storia dei potenti.
La guerra è vista come un affare dei grandi: Humiles laborant ubi potentes dissident (Gli umili
soffrono quando i potenti litigano).
Su questa visione del mondo non agisce solo la condizione di liberto ma anche la particolare
situazione della società romana nella nuova età del principato e infatti centrali sono i temi del
dispotismo e del servilismo.
Nella prima favola del IV libro, Fedro sottolinea con spietata lucidità i rapporti fra intellettuali
e potere, tema molto sentito in età giulio-claudia: il potente è Demetrio Falereo (comanda Atene
tra 317 e 307), l’intellettuale è Menandro, il celebre comico, descritto anacronisticamente mentre
omaggia il tiranno in pose effemminate e servili.
Caratteristiche delle favole sono la brevitas, la vivacità e la naturalezza dei dialoghi, la morale
che rivelava la partecipazione diretta e immediata del poeta, rassegnato e malinconico.
Lo stile è conciso, denso, chiaro.
Fedro fa uso di una lingua semplice ma non sciatta, improntata a un modello di urbanitas ed
elegante essenzialità.
La poesia bucolica: CALPURNIO SICULO Poche notizie su di lui, il cui nome – Titus
Calpurnius Siculus – appare nei codici più autorevoli.
Forse liberto di un esponente della gens Calpurnia, fu autore di 7 Eglogae; il soprannome
Siculo forse indica il suo luogo di nascita o ancor di più è un omaggio a Teocrito siracusano,
inventor della poesia bucolica.
Le composizioni avevano infatti carattere bucolico, i pastori erano inseriti in un contesto
32
agreste ed erano allegorie di personaggi del tempo.

Delle allusioni fanno pensare che il poeta, nella 4 ecloga, si identifichi con il pastore Coridone
che parla di sé come un poeta di modeste condizioni e bisognoso di protezione, che negli anni di
Claudio ha rischiato l’esilio in Spagna ma che ora aspira ad essere presentato a Nerone (giovane
dio).
Il libro di Ecloghe fu sicuramente scritto durante i primi anni del principato neroniano, come
testimonia sia questo elogio, sia il riferimento all’età dell’oro, consono all’atmosfera di attesa e
rinnovamento che circondò la figura del princeps durante il quinquennium felix.
La raccolta presenta un calcolato ordinamento interno:

 Argomento encomiastico (I, IV, VII, posizioni chiave in quanto inizio, centro,
conclusione).
 Gare di canto (II, VI): la prima si conclude in parità, la seconda in violento diverbio.
 Amore (III): il pastore Licida, abbandonato dall’amata compone una canzone che dovrà
restituirgli le buone grazie della donna.
 Tema georgico (V): un vecchio pastore illustra a un giovane alcuni precetti
sull’allevamento del bestiame.
 Componimenti amebei (II, IV, VI) alternati a carmi monodici (I, III, V, VII) secondo il
gusto ellenistico di varietas, che troviamo già in Virgilio.

Rilevanti sono le ecloghe di argomento politico encomiastico.


Nella prima due pastori trovano inciso su un faggio sacro un carme scritto da un Fauno che
vaticina l’avvento di una prossima età dell’oro caratterizzata da pax e clementia, il cui garante è un
giovane deus protetto dagli antenati giulii.
L’avvento di una nuova età dell’oro è del resto un motivo ricorrente nella propaganda
dell’epoca (Apokolokyntosis di Seneca, proemio del Bellum Civile di Lucano, e i Bucolica
Ensidlensia, due componimenti pastorali scritti da un poeta cortigiano e trovati nel 1869 in un
manoscritto del monastero benedettino di Einsiedeln in Svizzera, databili ai primi anni del regno di
Nerone1).
Calpurnio, pur rimanendo sempre fedele al codice bucolico e al modello virgiliano
(ambientazione sempre di paesaggi stilizzati, con sole bruciante, pini e lecci, grotte che
rinfrescano, acque), non manca di introdurre delle innovazioni personali, operando in particolar
1
Nel I carmen Nerone appariva come autore di un poema sulla distruzione di Troia e nel II il pastore Mista
affermava che il sovrano aveva riportato l'età dell'oro. Alla fine era citato Virgilio, presente come poeta delle
Bucoliche e delle Georgiche nel tema del lavoro compensato dalla terra.
modo lungo le linee di intersezione della poesia bucolica con altri generi (per esempio, nella II
ecloga uno dei personaggi è un giardiniere), mentre georgico è come si è visto il tema della V
ecloga.
La poesia di Calpurnio, che utilizza l'esametro con grande padronanza, rivelando eccellenti
capacità descrittive e uno stile raffinato, è quindi un sofisticato intarsio di allusioni e dotte
riconversioni poetiche: le fonti maggiori sono Teocrito e Virgilio, ma ci sono riprese di poesia
elegiaca, carmi oraziani e tibulliani, Ovidio visivo e pittorico. 32

Rispetto a Virgilio, Calpurnio insiste su aspetti realistici e descrittivi cari a Teocrito.


A Calpurnio Siculo fu attribuita la Laus Pisonis, un poemetto in esametri in onore di Calpurnio
Pisone che capeggiò nel 65 la congiura antineroniana.

LA POESIA EROTICA: I PRIAPEA Un singolare genere letterario fu costituito da 80


anonime poesie oscene, scritte in metro diverso (endecasillabi, coliambi, distici elegiaci), i Carmina
Priapea, che scherzosamente celebravano gli attributi di Priapo, divinità itifallica della fecondità e
della sessualità, che proveniva dall’Ellesponto, in particolare a Lampsaco.
In Grecia era assimilato a Hermes, Pan e Dioniso, mentre a Roma si fondeva con l’antico dio
Mutunus Tutunus (tuere = proteggere), personificazione della forza sessuale maschile.
A Roma, diversamente dall’oriente, Priapo (dio della fecondità) si identificava come dio buffo
e giocoso, fonte costante di oscenità e ilarità, i cui simulacri in legno erano posti nei campi e negli
orti come allegri spaventapasseri.
Intorno a lui si era costituita una letteratura vera e propria, in età ellenistica: Idilli bucolici di
Teocrito in cui Dafni viene consolato dal dio; compare in Catullo, Virgilio (Bucoliche e Georgiche),
Orazio, Tibullo e Marziale.
Inoltre, Priapo è il dio persecutore che svolge nel Satyiricon di Petronio, in modo parodico, la
funzione di Poseidone nell’Odissea.
Gli ottanta componimenti sono anonimi e difficili da datare, forse nella seconda metà del I
d.C., ma costituiscono un libro organico, strutturato secondo i canoni ellenistici della varietà
metrica (distici, endecasillabi e coliambi) e dell’alternanza di temi (dediche al dio, offerte votive,
maledizioni, invettive, indovinelli, parodie, scherzi osceni).
Varie le figure rappresentate (prostitute, omosessuali, pervertiti, pederasti, giovani
innamorati, matrone), ma tutto ruota intorno al dio e al suo vistoso membro.
Queste brevi composizioni, che avevano come protagonisti donne, svolgevano la funzione di
richiamare al senso della vita, attraverso l’evocazione delle funzioni sessuali e corporali.
Registro arguto, toni grotteschi, secondo una tecnica affine a quella epigrammatica: carmi
brevi e risolti con una battuta imprevista.
La poesia satirica: PERSIO Affine alla favola fu la satira, coltivata da Orazio come bonaria
descrizione delle debolezze umane.
Fu utilizzata da Seneca il Filosofo nel Ludus de morte Claudii (o Apokolokyntosis), da Petronio,
ma trovò in Persio e Giovenale le sue voci più autorevoli, acquistando carattere moralistico e
filosofico e diventando strumento critico per un'intransigente fustigazione dei vizi del tempo.

32
La vita e le opere Di Aulo Persio Flacco (34-62) sappiamo molto dalla biografia di Valerio
Probo, contemporaneo del poeta.
Nasce nel 34 d.C. a Volterra da una ricca famiglia equestre imparentata con illustre
personalità senatorie.
A 12 anni arriva a Roma e studia dai migliori maestri: il grammatico Remmio Palemone e il
retore e filosofo stoico Anneo Cornuto, di cui comincia a seguire le lezioni a 16 anni e che
influenzerà incisivamente la sua formazione morale e intellettuale.
Vive in modo appartato, dedicandosi agli studi e agli affetti privati coltivando amicizie in
ambiente aristocratico di indirizzo stoico e filosenatorio: Trasea Peto (vittima della repressione
neroniana), Cesio Basso, Servilio Noniano e soprattutto Lucano (vedi sotto).
Muore nel 62, e lascia al suo maestro Anneo Cornuto la sua ricchissima biblioteca.
Fu autore di opere poetiche assai varie:
 1 fabula praetexta
 1 carme odeporico (racconto di viaggio) forse sull’esempio dell’iter Siculum di Lucilio e
quello Brindisino di Orazio.
 Elogio della suocera di Trasea Peto, Arria Maggiore, che si era uccisa nel 47 insieme al
marito per condanna di Claudio.
Opere non pubblicate, per volere di Cornuto, forse per la loro immaturità.

Sorte migliore ebbe un esiguo libro di satire, rimasto incompiuto al momento della morte
perché ci lavorò saltuariamente per 10 anni.
Cornuto rivide i testi con lievi modifiche o per opportunità politica o per dare compiutezza
all’opera, mentre fu pubblicato da Cesio Basso, ottenendo grande successo.

Il libro delle satire Persio scrisse in esametri dattilici 6 Saturae di misura varia (per un totale di
650 esametri), di ispirazione oraziana.
Ad esse si devono aggiungere i Choliambi, 14 versi in trimetri giambici scazonti a se stanti che
alcuni considerano un prologo (è la tesi ancora prevalente), altri un epilogo, altri ancora un esordio
di un II libro mai composto.

Le satire:

 Satira 1, argomento letterario: testo programmatico, in cui il poeta rivela di voler


educare moralmente i lettori, si scaglia contro i colleghi contemporanei e contro la
futilità della moda delle recitationes. Degrado della letteratura, asservita al gusto del
pubblico vizioso, è conseguenza del degrado morale. Serve una poesia che parli del
vero.
 Satira 2, indirizzata all’amico Plozio Macrino per il suo compleanno: pratiche religiose.
Persio polemizza contro la devozione interessata, condannando sia le preghiere empie
e ipocrite, sia le superstizioni popolari.
 Satira 3: un giovane, in veste di pedagogo, si rivolge a un amico che ancora dorme
dopo una notte spesa in dissolutezze e lo esorta a non sprecare la vita. Tema 32

dell’educazione e della necessità di studi severi, contro l’abbandono a un’esistenza


futile e oziosa.
 Satira 4: affronta il tema del conoscere se stessi e critica chi aspira a svolgere ruolo
politico per pura ambizione.
 Satira 5, dedicata ad Anneo Cornuto, esordisce con carattere programmatico e
letterario e poi esalta la libertà interiore come vera libertas: quella vera non dipende
dallo stato giuridico, ma dal vivere secondo ragione, lontani dall’affrancamento dei
vizi.
 Satira 6, dedicata a Cesio Basso, incompiuta. Condanna dell’avarizia, dell’avidità e
della prodigalità, esaltazione della misura.

Temi non originali, ma appartenenti alla lunga tradizione della filosofia stoica.
Persio non svolge in modo sistematico le sue tesi, ma elabora quadri di carattere narrativo,
ricchi di figure, voci dialoganti, situazioni esemplari e vivaci bozzetti, il cui passaggio da uno
all’altro non è sfumato ma improvviso, al punto che a volte risulta oscuro.
Molto curata è la varietà delle forme a cui è affidato il messaggio morale (epistolare,
proemiale, encomiastica).
A parte pochi accenni, non ci sono gli spunti autobiografici tipici di Orazio: Persio non parla
delle sue debolezze, ma si pone come ammonitore per denunciare il vizio, smascherare le false
apparenze.
Cambia del resto il destinatario del messaggio: non più un gruppo selezionato di amici, ma un
pubblico generico e anonimo con cui non si può intrattenere un rapporto confidenziale
 universo sordo a ogni richiamo morale.

A questi mutamenti corrispondono dei cambiamenti stilistici e tecnici: al linguaggio


ridondante della tradizione epico-tragica, Persio oppone i verba togae, le parole e le espressioni di
tutti i giorni.
Persio non vuole limitarsi a osservare la realtà e dipingerla in superficie, ma per comunicare
una verità morale deve sferzare il lettore
 vuole raschiare via la crosta degli atteggiamenti sociali, svelando ciò che sta sotto
l’apparenza dei comportamenti.
E a questa esigenza demistificatrice corrisponde la lingua di Persio: le parole del sermo
vulgaris sono rafforzate e tese oltre il loro senso comune.
Duplice è il fine dell’autore: avere una maggiore densità espressiva, produrre un verso
energico e sentenzioso.
Le frequentissime metafore enigmatiche, le allusioni oscure e gli accostamenti lessicali resi
difficili (acris iunctura) vogliono evidenziare situazioni grottesche e suscitare nel lettore
un'impressione decisa e marcata allo scopo di indurlo a liberarsi dalla schiavitù delle passioni.

La poesia epica: LUCANO La vita e le opere Marco Anneo Lucano nasce a Cordova
(Spagna) nel 39, nipote di Seneca il Filosofo in quanto figlio di Anneo Mela, figlio a sua volta di 32

Seneca il Vecchio.
D’altronde Seneca molto influenzò il suo pensiero e il gusto artistico.
Nel 50 la famiglia si trasferisce a Roma, e Lucano riceve un’educazione accurata: segue le
lezioni dello stoico Anneo Cornuto e stringe amicizia con Persio.
Talento precocissimo, si distinse per le notevoli doti oratorie e retoriche.
Recatosi ad Atene per completare gli studi, quando torna la sua fama già conquistata e lo zio
Seneca gli permettono di essere ammesso nella cerchia degli amici più intimi di Nerone, un
rapporto attestato in diversi episodi (Lucano ottiene la questura prima dell’età consentita, è
ammesso nel collegio degli auguri e Nerone stesso lo incorona poeta nel 60).
Poco dopo questi avvenimenti avviene la rottura: secondo alcune fonti, è Lucano a risentirsi
quando durante una lettura pubblica dei suoi versi Nerone si allontana improvvisamente; mentre
secondo Tacito si deve alla gelosia del princeps, poeta anche lui, per il grande successo di pubblico
di cui Lucano godeva.

Ma motivazioni anche di natura politica: nel 62 Seneca si ritira dalla vita pubblica e Nerone
accentua la sua politica antisenatoria, mentre Lucano nei Pharsalia, il suo capolavoro, evidenzia
idealità accesamente repubblicane e anticesariane che gli alienano ulteriormente le simpatie del
principe.
Nel 62 muore anche l’amico Persio, e il senato comincia a preparare la congiura di Pisone di
cui farà parte anche lui, mentre ormai è in disgrazia presso l’Imperatore e non può più leggere i
suoi versi.
Nel 65 la congiura di Pisone viene scoperta, Lucano denuncia sua madre e diversi amici ma
riceve comunque l’ordine di suicidarsi e si taglia le vene.
Di Lucano ci è giunto solo il poema epico-storico Pharsalia, cominciato nel 60 e rimasto
incompiuto.
Ma a lui vengono attribuite altre opere di cui sono giunti solo frammenti:
 Iliacon (morte di Ettore).
 Saturnalia
 Catachtonion
 Silvae
 De incendio urbis, poemetto sull’incendio di Roma
 Medea, tragedia incompiuta
 Fabulae Salticae (libretti per pantomimi)
 Orpheus (un epillio?)
 Un carme denigratorio verso l’imperatore, sicuramente posteriore alla rottura.
Titoli che rivelano un’adesione al programma classicistico Neroniano, fortemente
appassionato di poemi omerici e antichità troiane.

La Pharsalia: struttura del poema e rapporto con i modelli Con questo poema Lucano
innovava il genere epico, infatti eliminava l'apparato mitologico, introduceva più protagonisti
(Cesare, presentato come un genio del male; Pompeo, idealizzato come figura tragica e 32

predestinata alla sconfitta; Catone. esaltato come eroe stoico), non idealizzava la storia di Roma,
ma rievocava il dramma della perdita della libertas e poneva l'interesse verso le masse, il popolo,
l'esercito.
Titolo forse voluto da lucano, che questo nome usa in IX, 985-986 quando si rivolge a Cesare.
Ma i codici e i biografi tramandano il titolo di Bellum civile.
L’opera ci è giunta in 10 libri e si interrompe bruscamente per la morte dell’autore: ma nella
sua intenzione i libri erano forse 12, come l’Eneide.
L’argomento è la guerra civile tra Cesare e Pompeo, culminata nella battaglia di Farsalo il 9-8-
48 a.C.
L'opera descrive anzitutto il passaggio del Rubicone da parte di Cesare e il suo avvicinarsi alla
città di Roma atterrita da sinistri presagi (I); prosegue poi con Pompeo in fuga prima a Brindisi e
poi in Oriente (II), mentre Cesare assedia Marsiglia e si dirige in Spagna (III) riscuotendo numerosi
successi (IV).
Il Senato conferisce a Pompeo il comando supremo e l'oracolo di Delfi si rivela ambiguo sulle
sorti della guerra che si svolge in Tessaglia e dalla quale Cesare risulta alla fine vincitore (V-VII).
Pompeo, fuggito in Egitto, è trucidato da Tolomeo (VIII), mentre le sue truppe attraversano il
deserto libico infestato da serpenti e sono tormentate dalla fame e dalla sete (IX); Cesare ad
Alessandria visita la tomba di Alessandro Magno, cede alle seduzioni di Cleopatra, sorella di
Tolomeo, e infine affronta la rivolta degli alessandrini, alleati con Pompeo (X).

Il racconto segue dunque gli eventi fino alla rivolta anticesariana ad Alessandria, ma si
sarebbe dovuto spingere nelle intenzioni fino al cesaricidio.
La narrazione si concentra a fasi alterne sui due opposti schieramenti senza un preciso
criterio organizzativo (il libro IX è su Catone l’Uticense, il X su Cesare)
 metodo compositivo e paratattico di Lucano, che dissuade dalla ricerca di rigorose
simmetrie strutturali.
Non è facile trovare le sue fonti, perché le opere riguardanti il periodo oggetto del racconto
sono andate per lo più perdute.
Si ritengono sue fonti i libri di Livio, ma anche le storie di Asinio Pollione e Seneca il Vecchio, e
senza dubbio aveva presente i Commentarii di Cesare; e forse anche documenti e lettere originali
dell’epoca.
Comunque il confronto con le fonti superstiti evidenzia come Lucano abbia sottoposto i
materiali storici a un’appassionata deformazione, con una rielaborazione selettiva e visionaria.
Fu accusato di aver scritto un’opera di storia e non un poema epico: e certo la Pharsalia
presenta dei tratti tipicamente storiografici (ritratti, discorsi, digressioni geografiche), ma la sua è
un’opera rivoluzionaria e unica nella storia dell’epica latina non per la scelta di un argomento
storico né per la relativa prossimità cronologica dei fatti narrati (anzi, sotto questo aspetto si
mantiene nella tradizione cospicua tipicamente romana, se pensiamo anche a Nevio e al Bellum
Poenicum, conflitto per lui assai più recente al quale aveva partecipato).
Ma Lucano propone un modello di epos radicalmente nuovo, operando una violazione del
codice epico tradizionale: elimina l’intervento degli dei, prende le distanze dalle ricostruzioni
eziologiche in chiave mitica (anche quando, per spiegare la proliferazione di rettili nel deserto 32

libico, ricorre alla leggenda di Perseo e Medusa, mostra di non crederci e definisce la leggenda una
vulgata fabula).
Ciò non significa che l’elemento sovrannaturale sia assente dalla Pharsalia, ma Lucano
sostituisce al mito un meraviglioso magico e stregonesco, attinto alle leggende popolari.
Il poema è pieno di apparizioni ed evocazioni di ombre, vaticini, presagi, prodigi, con il
culmine nel VI libro, con le inquietanti manifestazioni di forze identificate con un Fato oscuro che
cospira alla distruzione di Roma.
La Pharsalia è il racconto della fine catastrofica di Roma, identificata da Lucano con l’antica
res publica senatoria
 lamento funebre per la morte di un mondo sconvolto.
È il racconto di una guerra fratricida, un tema tragico come aveva osservato Aristotele ed
estraneo all’epos, che quindi risulta modificato in profondità.
L’epica storica di Lucano affronta l’avvento del principato secondo una prospettiva
diametralmente opposta a quella dell’Eneide: Virgilio aveva prefigurato un futuro glorioso, in cui le
guerre civili apparivano come una parentesi dolorosa ma necessaria.
Mentre Lucano, quasi come se volesse smascherare un inganno, procede alla distruzione dei
miti virgiliani e augustei, ai quali polemicamente sostituisce un suo anti-mito di Roma.
La vicenda non ha un senso razionale, si assiste alla violenta rottura e non all’edificazione di
un ordine.
Non è una provvidenza razionale a dare moto agli eventi, ma un Fato malefico e perverso ha
decretato l’annientamento di Roma, invidioso della sua grandezza.
Lucano intrattiene con l’Eneide un rapporto costante, che capovolge non solo nella tematica,
ma proprio nel modello, nei particolari, secondo una raffinata tecnica allusiva.
Episodi, personaggi, persino singole espressioni ne richiamano altri dell’Eneide, secondo una
relazione oppositiva.
Anche nella Pharsalia, come nell’Eneide, i momenti salienti sono scanditi da annunci profetici,
che però qui sono tragici, visioni di morte e sventura.
Puntuale il richiamo antifrastico al modello:

 Pio Enea  empio e degenere Sesto Pompeo.


 Venerabile Sibilla  abominevole maga Erictho.
 Pacata luce dei Campi Elisi  orrore notturno di un antro di streghe.
 Esaltazione Gens Iulia  Vaticinio di morte e sconfitta per la miseranda domus dei
Pompeii, ultimi difensori dei valori che avevano reso grande.
Più che confutare il modello virgiliano, Lucano esaspera l’atteggiamento di Virgilio (già
complesso e contraddittorio), allargandone le zone d’ombra.

Il poema senza eroe: personaggi della Pharsalia Altra anomalia, che dopo tutto questo non
sorprende, è l’assenza di un eroe positivo che funga da centro unificante dell’azione:  Cesare è
un personaggio grandiosamente negativo, arde di una smisurata brama di potere, attivismo
sfrenato, perversa volontà di trasgredire la legge che lo sospingono a gesti di hybris ed empietà. 32

Si compiace del male e ne gode


 tratti del tiranno e insieme quelli del sovversivo (su modello di Alessandro, e del
Catilina sallustiano).
Ma il Cesare di Lucano va oltre: la sua ira sconfina in furor gratuito e disumano.
 Pompeo è Magnus, il Grande, ma la sua grandezza appartiene al passato, è l’ombra di
se stesso, eroe in declino, un patetico anti-Enea perseguitato dal fato.
Nemmeno la sua figura è priva di ombra: è responsabile dello scontro civile, e deve cadere
perché la causa repubblicana possa identificarsi con quella della libertas.
È tuttavia l’unico personaggio che conosca un’evoluzione interiore (itinerario catartico, dopo
il colmo degli onori  sfortuna  coscienza di sé e accettazione del fato).
 Catone, imperturbabile fermezza del sapiens stoico, privo di passioni e di odi, “come le
stelle / del cielo” che “si volgono irremovibili nel loro consueto percorso, / mentre
l’aria vicina alla terra balena di fulmini”.
Nonostante non desideri il potere e non teme la servitù, non si astiene dalla lotta  non
riconosce più la realizzazione di un piano provvidenziale di razionalità e giustizia.
L’esito dell’impresa non pesa sulla sua decisione: se la Libertas deve morire, allora “inanem
prosequar umbram” (seguirò un’ombra vana).
Catone ricompare solo nel IX libro, dove il suo personaggio pare recuperare uno stoicismo
ortodosso.
Se Pompeo riflette il contrasto tragico tra il passato di Roma e la sua decadenza presente,
Catone è depositario di valori assoluti e perenni, che non temono l’imperversare della Fortuna in
quanto custoditi nella coscienza del saggio.
In polemica nei confronti degli imperatori divinizzati, Lucano lo proclama deus e vero padre
della patria.

La visione del mondo Nella contraddittorietà di Catone si riflette il tormentato rapporto tra lo
stoicismo e l’antiteismo di Lucano.
Nella Pharsalia non c’è concezione organica della realtà, ma un pensiero in movimento,
segnato da lacerazioni drammatiche: nel poema circolano concetti stoici, ma il radicale
pessimismo di Lucano nega l’esistenza di un logos provvidenziale, uno dei massimi precetti stoici 
una forza malefica regge il mondo, ora un Fato crudele, ora una Fortuna capricciosa e mutevole,
ora la perversa volontà di uomini e dei.
Nel I libro Lucano indaga le cause della guerra civile, e accanto alla nimia cupido (brama di
lusso) dei cittadini si impone la concezione ciclica della fatale decadenza di tutto ciò che è giunto
all’apice della sua grandezza: in se magna ruunt (la grandezza crolla su se stessa)  pensiero di
Lucano vicini a Sallustio, Livio, Seneca Il Vecchio, e stessa interpretazione l’avrà anche Tacito.
La morte è il motivo conduttore: non c’è salvezza, né consolazione della filosofia.
Il vero argomento della Pharsalia è la fine del mondo.
Secondo un’idea cara agli antichi che vede il sovvertimento storico-politico come riflesso del
sovvertimento dell’ordine cosmico, l’infrazione di iux e lex nel mondo corrisponde all’infrazione
delle leggi naturali (Tucidide, Sallustio, Cicerone, Virgilio). 32

In Lucano, tuttavia, il motivo tradizionale si esaspera e assolutizza e assume valore


escatologico.

Linguaggio poetico e stile: lo “scrivere crudele” di Lucano Sovrabbondante e impetuoso


(secondo il gusto asiano dell’epoca), Lucano sottopone la sua materia a una retorica eccessiva,
spettacolare che gremisce tutto lo spazio disponibile di artifici stilistici vistosi e acuminati.
Si impone la figura dell’antitesi: ogni espressione entra in collisione con altre espressioni 
mira alla creazione di uno stile magniloquente e sublime, caratterizzato da un pathos aspro e
violento.
Alla narrazione epico-narrativa tendenzialmente oggettiva si sostituisce l’irrompere
veemente della soggettività: il narratore è invadente e ossessivo, interviene con invocazioni e
allocuzioni, domande ed esclamazioni.
La forma espressiva della Pharsalia è assai più drammatica che narrativa.
Gli eventi della storia sono sottratti al flusso temporale e rappresentati come se accadessero
hic et nunc
preferenza per uno stile drammatico, paratassi, dettato frantumato in momenti brevi e
giustapposti per antitesi, rapide sententiae.
Stile anticlassico, contrapposto diametralmente all’armoniosa fluidità virgiliana.
Lucano sceglie l’ardente concitazione, pathos esasperato che persegue attraverso la
sistematica forzatura del limite.

Anonimo e di età neroniana fu l'autore dell’Ilias Latina (Homerus Latinus in numerosi


manoscritti), un poemetto in 1070 esametri che riassumeva in stile virgiliano e ovidiano l’lliade di
Omero.
SAPERI SPECIALISTICI E CULTURA ENCICLOPEDICA NELLA PRIMA ETÀ
IMPERIALE

LA PROSA TECNICA E SCIENTIFICA NEL I SECOLO D.C. In età augustea si avverte una
nuova e più matura esigenza di sapere tecnico-scientifico: Varrone scrive il De re rustica, Vitruvio
32
scrive il suo importante trattato sull'architettura.
Grande interesse per le discipline tecnico-scientifiche e la trattatistica tecnica ed erudita era
destinato a ricevere un impulso ancora maggiore nel I secolo d.C. per opera di personalità come
Celso, Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, Frontino, e questo per la prosperità economica
dell’Impero e quindi per l’ampliamento dei ceti alfabetizzati, ma anche per la scarsa attenzione
all'attività politica: giacché era pericoloso esprimere il proprio pensiero e prendere posizione, gli
uomini di cultura si dedicarono alle scienze e all'erudizione.

Due sono i modelli che si confrontano:


 quello del manuale specialistico, di derivazione greca e alessandrina.
 l'altro è quello, tipicamente romano, dell'enciclopedia, che mira all'ordinamento dei
vari saperi specialistici all'interno di un progetto organico e compiuto (evidente già in
Catone).
L’enciclopedismo costituisce un tratto caratteristico della cultura latina: lo si ritroverà nei
Prata di Svetonio, nelle Notti attiche di Aulo Gellio, nel lavoro trattatistica di Apuleio.

IL PROGETTO ENCICLOPEDICO DI CELSO Aulo Cornelio Celso, un seguace della scuola


filosofica dei Sestii vissuto al tempo di Tiberio, è autore di una vasta opera enciclopedica intitolata
Artes, che comprendeva sezioni di agricoltura, medicina (unica che possediamo), arte militare,
retorica, filosofia e diritto.
Non sappiamo nient’altro dell’autore.
Sappiamo che al tempo di Augusto fu costituita, sull'Esquilino, una vera e propria schola
medicorum, e che in seguito gli imperatori favorirono sempre di più l'insegnamento della medicina
a Roma.
L'autore suddivide la materia con ordine:

 questioni generali e storia della medicina (libro 1),


 patologia (II-V),
 farmaceutica (V-VI),
 chirurgia (VII),
 osteologia (VIII).

Celso si divide tra le due posizioni mediche dominanti: teorici (la guarigione dipende dallo
studio delle cause) ed empirici (intervento sull'esperienza piuttosto che su teorie interpretative
generali)
 posizione intermedia: occorre prestare attenzione ai propria, cioè agli aspetti caratteristici
di ogni singolo caso, evitando di assolutizzare le proprie convinzioni; ma è necessario
anche indagare le cause della malattia, limitandosi tuttavia a quelle evidenti.

L'esposizione era chiara e precisa, tipica del trattato scientifico e costituisce tuttora la base
per la storia della medicina antica.
32

GASTRONOMIA: IL DE RE COQUINARIA DI APICIO Per il suo valore simbolico, il cibo


ha del resto rappresentato in ogni tempo un significativo elemento di confronto fra diversi modelli
sociali: basterebbe accostare le povere ricette di cucina contenute nel De agri cultura di Catone il
Vecchio a una qualsiasi delle raffinate e scenografiche preparazioni descritte nel De re coquinaria
di Apicio per accorgersi del profondo mutamento che Roma aveva vissuto nel giro di due secoli.
Marco Gavio, soprannominato Apicio dal nome di un noto buongustaio, vive al tempo tra
Augusto e Tiberio, ed era un uomo ricco e gaudente dedito a un'esistenza di sperperi e stravizi,
che dilapidò tutti i suoi averi in lussi, bagordi e prelibatezze gastronomiche e si uccise dopo aver
dilapidato tutto il suo patrimonio piuttosto che ridurre il proprio tenore di vita (Seneca).
Scrisse un trattato d'arte culinaria comprensivo di una raccolta di circa cinquecento ricette
intitolata De re coquinaria (“Dell'arte culinaria”) libri decem: tuttavia, ad Apicio si deve
probabilmente solo un nucleo centrale di ricette, intorno al quale andarono man mano
aggiungendosi nuove sezioni.
L'opera fu infatti rielaborata progressivamente fino al sec. IV e poi passata indenne attraverso
il Medioevo, costituisce un'importante testimonianza antropologica degli usi alimentari di una
civiltà sofisticata come quella romana fornendoci, con una scrittura semplice ed elementare,
preziose notizie sulle abitudini del tempo a tavola, nonché un cospicuo patrimonio di vocaboli
relativi all'area semantica del cibo e degli arnesi da cucina.

MEDICINA: LE COMPOSITIONES DI SCRIBONIO LARGO Scribonio Largo esercita con


successo la professione di medico vicino agli ambienti di corte negli anni del principato di Claudio.
Scrisse diverse opere di medicina. Nel 42, inizia a comporre le Compositiones (“Ricette”), una
raccolta di rimedi dedicata a C. Giulio Callisto, liberto della corte.
Raccoglie 271 ricette di ogni genere, da come combattere il mal di testa a come guarire
l'epilessia ma anche indicazioni di igiene e cosmesi (lavare i denti etc.).
Importante la prefazione, dove Scribonio definisce il codice deontologico del medico
improntato a misericordia e umanità.
Il linguaggio è ricco di volgarismi che già preludono al latino dei secoli successivi.

GEOGRAFIA: LA CHOROGRAPHIA DI POMPONIO MELA L'espansione dell'impero


aveva richiesto un ulteriore miglioramento del sistema viario.
Questo aveva anche reso indispensabile la realizzazione di carte geografiche particolareggiate
e attendibili, che non si limitassero a indicare le singole località, ma anche le distanze intercalari e i
tempi di percorrenza.
Pomponio Mela nasce a Tingèntera nella Spagna Betica, vicino a Gibilterra: dalla sua opera
deduciamo che scrisse e operò durante l'impero di Caligola e nell'età di Claudio.
È autore del più antico trattato geografico in latino, il De chorographia (“descrizione dei
luoghi”), in 3 libri.
È una immaginaria navigazione del mondo allora conosciuto nella quale, utilizzando fonti
greche e latine, Pomponio Mela descrive l’Africa, l’Asia e le coste dell'Europa fino all'Oceano
Atlantico, con narrazioni di curiosità naturali, particolari etnografici, esotici e meravigliosi: 32

 Colonne d'Ercole-ponto Eusino (Libro I);


 Ponto Eusino-Cadice, lungo le coste di Grecia, Italia, Gallie e Spagna (libro II).
 lungo le coste oceaniche di Spagna, Gallia, Germania e Scizia, (libro III).

Modello è il periplo, che consisteva nel descrivere le coste dei luoghi man mano toccati
durante una navigazione.
Pomponio non si propone scopi scientifici né un vero e proprio lavoro di ricerca: si limita a
compilare un'opera sulla base delle fonti esistenti.
Nonostante fosse un compendio scientifico, una certa attenzione è riservata all'elaborazione
espressiva: il suo stile è letterario e ricercato, con arcaismi e poetismi, modellato sul canone
sallustiano della brevitas.

AGRICOLTURA: IL DE RE RUSTICA DI COLUMELLA I trattati sull'agricoltura avevano


sempre occupato nella cultura latina un posto di primo piano (Catone il Vecchio, Virgilio
Georgiche), e l'elogio della vita agricola era strettamente connesso al culto degli antichi mores.
Nel I secolo d.C., si occupa di agricoltura soprattutto Lucio Giunio Moderato Columella,
autore del più vasto trattato tecnico-scientifico antico sull'agricoltura.
Nasce all'inizio del secolo a Gades (Cadice), nella Spagna Betica, da una famiglia di tradizioni
agrarie.
Dopo aver prestato servizio in qualità di tribuno militare in Siria, al tempo di Nerone si
trasferisce definitivamente come funzionario imperiale in Italia, dove intrattiene rapporti di
amicizia con Celso e con Seneca.
Columella considera l'agricoltura una scienza nobile e utile quanto la filosofia, ma in declino
per la mancanza di scuole specifiche e a causa dello sviluppo del latifondo.
Compone cinque opere ma ne rimangono solo due: i dodici libri De re rustica, scritti in età
neroniana fra il 60 e il 65, e il Liber de arboribus (forse una prima stesura dei libri III-V del De re
rustica).
I Libri de re rustica sono un trattato tecnico sull'agricoltura e sull'allevamento diviso in dodici
libri e dedicato ai vari aspetti del lavoro agricolo: organizzazione della villa, coltivazione dei campi
e degli alberi, allevamento del bestiame, cura dei giardini e compiti del fattore e della fattoressa:

 precetti generali sulla posizione della villa rustica, pozzi e sorgenti d'acqua, i doveri del
padrone, la distribuzione dei lavori (Libro I)
 coltivazione dei campi e dei prati (Libro II);
 Viti, agli ulivi, agli olmi e agli alberi da frutto (Libri III-V);
 Allevamento del bestiame (Libri VI-IX)
 Orti e giardini (Libro X).

Il X libro, dedicato al giardinaggio, era in esametri in omaggio a Virgilio, che nel libro IV delle
Georgiche lamentava di non essersi potuto dedicare agli horti e aveva auspicato che ne
provvedessero altri in futuro. 32

 Doveri del fattore (vilicus) e della fattoressa (vilica), calendario rustico (Libri XI-XII,
aggiunti in seguito su richiesta di Claudio Augustalis).

L'opera è dedicata a Publio Silvino, un amico che rappresenta quei civitates nostrae principes
cui fa accenno Columella nella praefatio dell'opera.
Proprio nella Praefatio, Columella affronta la crisi dell'agricoltura italica, non più in grado di
sopperire ai consumi delle popolazioni locali.
Le cause, secondo lui, sono dovute all'incuria dei proprietari terrieri (che preferiscono vivere
in città, lasciando incolti i campi) e alla mancanza di una buona preparazione tecnica degli
agricoltori, mentre respinge le tesi lucreziane dell’isterilimento progressivo della terra.
Columella scrive la sua opera con intenti pratici ed economici (Villa = azienda), ma dà
importanza anche alle ragioni etico-sociali: l'attività agricola è l'unica degna di un uomo libero 
vuole ridare prestigio ad antichi modelli di vita che i contemporanei giudicano inattuali.
il perfetto agricoltore di Columella presenta profonde analogie con l'oratore e l'architetto
ideali teorizzati da Cicerone e da Vitruvio (figura enciclopedica, con nozioni pratiche e teoriche e
ne sa di scienze, geografia, meteorologia, veterinaria e agraria).
Columella, come Varrone, ama gli studi etimologici («per questo abbiamo dato agli animali i
nomi di giumenti (iumenta) e di armenti (armenta) per significare il loro uso; giacché essi aiutano il
nostro lavoro o trascinando i carichi oppure servendo all'aratro».
La materia viene esposta con diligenza e con scrupolo; il tono è piacevole e garbato.

Lo schema dell'opera era tradizionale, la trattazione, precisa e accurata, rivelava un vivace


senso della realtà agreste e una passione sincera per l’argomento.

L. Anneo Seneca scrisse le Naturales quaestiones, esaminando i principali fenomeni


meteorologici e celesti, e Plinio il Vecchio nella Naturalis historia perfezionò il disegno di una
grandiosa raccolta sistematica dell'intero sapere.

PLINIO IL VECCHIO E LA NATURALIS HISTORIA Gaius Plinius Cecilius Secundus (Plinio il


Vecchio per distinguerlo dal nipote adottivo Plinio il Giovane) nasce fra il 23 e il 24 d.C. a Como da
ricca famiglia equestre.
Fra il 45 e il 58, con brevi intervalli, presta servizio militare in Germania, poi si ritira a vita
privata per incompatibilità con i nuovi orientamenti di Nerone.
Dopo la morte di Nerone, si schiera dalla parte di Vespasiano, che negli anni successivi gli
affida una serie di importanti incarichi amministrativi come procuratore nelle Spagne, in Africa e
nella Gallia Narbonese e consigliere dell’imperatore.
Fu poi prefetto navale e il 24 agosto del 79, durante l’eruzione del Vesuvio che distrusse
Ercolano. Pompei e Stabia, si trovava a capo Miseno al comando della flotta imperiale, che inviò
immediatamente in aiuto alla popolazione.
Morì quindi mentre si affrettava a prestare soccorso alle vittime e a studiare da vicino il 32

terribile fenomeno naturale, all'età di cinquantacinque anni (asfissia o collasso cardiaco).

Anche Plinio si incarica di mettere ordine nel campo del sapere universale, applicandosi al
lavoro letterario con la stessa diligenza da funzionario imperiale.
Oltre alla Naturalis historia, pubblicata nel 77, Plinio scrisse un'ampia varietà di testi di
carattere linguistico-grammaticale, storico-biografico, erudito, tecnico-scientifico, di cui però
restano scarsi frammenti.
Queste numerosissime opere andate perdute attestano i vari interessi e l’insaziabile curiosità
di sapere di Plinio.
In gioventù compilò un trattato sulla tecnica di combattimento col giavellotto nella cavalleria,
il De iaculatione equestri.
Si occupò di storia: Bella Germaniae (20 libri), trattato sulle campagne militari romane per la
conquista della Germania. A fine Aufidii Bassi (31 libri); grammatica: Studiosus, trattato d’oratoria
(3 libri); Dubius sermo, trattato di linguistica (8 libri); biografia: De vita Pomponii Secundi (2 libri).

Integralmente pervenuta, nonostante l'immensa mole, è invece la Naturalis historia, un


trattato o piuttosto enciclopedia di scienze naturali in 37 libri pubblicato intorno agli anni 77-78
(Historia = Ricerca, quindi nel senso di scienze naturali, ricerche sulla natura).
I libri affrontano una materia vastissima:
 Prefazione dedicata al futuro imperatore Tito e presentazione dei successivi argomenti
(Libro I):
 cosmologia e cosmografia (Libro II);
 geografia ed etnologia /etnografia del Mediterraneo (III-VI);
 antropologia (VII);
 zoologia (VIII-XI);
 botanica (XII-XV);
 agricoltura (XVI-XIX);
 piante medicinali (XX-XXVll),
 medicamenti derivati dal regno animale (XXVIII-XXXII),
 metallurgia e mineralogia (XXXIII-XXXVII) con excursus sulle arti figurative
o che utilizzano i metalli (statuaria, XXXIV);
o che utilizzano i colori (pittura, XXXV);
o che utilizzano le pietre (scultura e architettura, XXXVI)
o che utilizzano le gemme (oreficeria, XXXVII)
Queste ultime pagine costituiscono una trattazione di storia dell’arte antica e una
catalogazione di artisti preziosa per archeologi e storici dell’arte.

Nessuno aveva mai pensato a una grande enciclopedia del mondo naturale, a cui l'autore
giunge sospinto da un'insaziabile curiositas nonché per salvare un vasto patrimonio di informazioni
che sarebbe in altro modo andato distrutto (deperibilità dei rotoli papiraceo, periodica necessità di
copiare i testi). 32

La Naturalis historia non nacque infatti dalla ricerca scientifica o dall’indagine diretta, ma dalla
ricerca erudita e dalle notizie che Plinio raccolse e accettò, senza un esame critico, da oltre 2000
testi, citando un centinaio di autori (Aristotele, Posidonio, Teofrasto, Catone, Varrone, Virgilio,
Ovidio, Vitruvio, Celso, ecc.).
L'autore organizza questo immenso materiale raccolto disponendolo entro grandi
"contenitori" (4 libri per il materiale zoologico [terrestri, acquatici, uccelli, insetti]) all’interno dei
quali il filo del discorso viene spesso abbandonato, l’autore non trascura nessuna notizia
 discorso procede a sbalzi (come il libro VIII, animali terrestri, in cui Plinio divide la
materia in animali selvatici/esotici, e animali domestici/nostrano  punto di vista
antropologico, animali divisi in base al rapporto che hanno con l’uomo.

La fonte maggiore di Plinio è Aristotele: il filosofo greco, autore aveva impostato il suo
sistema tassonomico su una rigorosa analisi della fisiologia e dell'anatomia animale, mentre Plinio
si limita a prelevare materiali e notizie dai trattati aristotelici, ignorandone completamente la
struttura portante.
Aristotele aveva negato intelligenza agli animali, Plinio è propenso a rintracciarne gli esempi
più clamorosi
 Il mondo naturale è dunque un grande contenitore di mirabilia.

L’opera presenta notevoli discontinuità di organizzazione perché talvolta gli argomenti sono
semplicemente catalogati, altre volte sono invece arricchiti da considerazioni e giudizi personali
espressi con velleità artistiche.
Inoltre, privo di un unico criterio organizzativo, Plinio oscilla costantemente fra impegno
critico e narrazione fantastica.
Se afferma di non essere interessato ai prodigi, pochi passi prima aveva confessato di sentirsi
attratto dai fenomeni più straordinari del mondo naturale  l'elemento meraviglioso e
l'atteggiamento acritico finiscono per trionfare.
La cultura eclettica romana porta Plinio a privilegiare la componente erudita ed
enciclopedistica, il gusto classificatorio, in cui prevale l gusto esotico e favoloso dei mirabilia,
diffuso anche fra i romanzieri e gli storici dell'epoca, da Curzio Rufo ad Apuleio (ma comunque non
si dimentica il pragmatismo romano, Plinio vuole essere sempre utile e concreto: solo a lui
dobbiamo infatti la conoscenza di un enorme patrimonio folclorico, etnologico, scientifico e
tecnologico, che sarebbe altrimenti andato perduto).
Tutte le pagine dedicate all'uomo sono intrise di una filosofia insieme pragmatica e
pessimistica, con echi di Lucrezio e di Seneca morale: l'uomo viene spesso descritto come un
essere fragile e corrotto, preda di malattie e di infelicità ma, nello stesso tempo, Plinio mostra di
valutare moltissimo l’importanza della specie umana e di credere nella possibilità di migliorarne
l’esistenza.
Infatti la Natura, i cui confini coincidevano con quelli del mundus, cioè dell’universo
(concepito secondo lo stoicismo come un organismo divino, eterno e incommensurabile), aveva al
suo centro proprio l’uomo: costui, nato privo di mezzi e in estrema debolezza, doveva
assecondare, scoprire e studiare tutto quello che la Natura stessa gli offriva, senza stravolgerla. 32

Manifestazioni divine erano la potenza della Natura, la solidarietà del cosmo con l’uomo e
degli uomini tra loro.

STILE ED EREDITÀ

Plinio, che afferma di descrivere la natura nei suoi aspetti più umili, propone nella sua opera
uno stile clamorosamente disuguale: letterario, popolare, tecnico, a testimonianza delle numerose
fonti dalle quali Plinio aveva attinto.
In questo contesto sono chiaramente frequentissimi i vocabula rustica, ovvero i termini della
lingua tecnica, generalmente banditi dal vocabolario della letteratura alta, ai quali peraltro Plinio
sa di dover aggiungere vocabula externa (specialmente grecismi).
In ogni caso, l’andamento è tutt’altro che omogeneo: la varietà dei contenuti e la molteplicità
delle fonti crea uno stile diseguale e discontinuo, disadorno, a volte artificioso e retoricamente
elaborato, con sensazione di sciatteria e goffaggine, fretta di composizione.

Di questa monumentale enciclopedia scientifica furono realizzate numerose riduzioni da


studiosi che ne mettevano in risalto particolari sezioni.
Gaio Giulio Solino (sec. III), autore dei Collectanea rerum memorabilium, evidenziò le infor-
mazioni stravaganti; alla sezione dedicata alla medicina attinsero Q. Sereno (sec. III) per il Liber
medicinalis e l’anonimo autore del Medicina Plinii (sec. IV); nel Medioevo l’opera appagava il gusto
della cultura enciclopedica e fu letta in tutta Europa, spesso confusa con quella del nipote Plinio il
Giovane.

Naturalis historia di G. Plinio il Vecchio (7, 3-5)

Ab hoc lucis rudimento quae ne feras quidem inter nos genitas vincula excipiunt et omnium
membrorum nexus; itaque feliciter natus iacet manibus pedibusque devinctis, flens animal
ceteris imperaturum, et a suppliciis vitam auspicatur unam tantum ob culpam, quia natum est.

Appena venuto alla luce, l'uomo è stretto in tutte le membra da legami e fasciature che non si
fanno neppure agli animali nati tra di noi e così questo felice neonato giace con piedi e mani
fasciate; questo essere piangente, che comanderà a tutti gli altri, dalle sofferenze trae gli auspici
per la sua vita, e ciò per una sola colpa, quella di essere nato.
Gli STUDI DI FILOLOGIA E GRAMMATICA furono privilegiati dagli eruditi della prima età 32

imperiale.

Publio Rutilio Lupo, vissuto alla fine del principato di Augusto, rielaborò in latino un trattato
greco sulle figure di parola e sulle figure di pensiero: De figuris sententiarum et elocutionum.
Il primo trattato grammaticale, Ars grammatica, fu scritto da Quinto Remmio Palemone,
schiavo vicentino che, una volta liberato, aprì a Roma una scuola rinomata e frequentata anche da
Persio e Quintiliano.
Nel suo insegnamento sostituì agli autori antichi quelli dell’età augustea, tra cui Virgilio. La
sua opera, non pervenuta, fu I‘archetipo delle numerose Artes degli studiosi posteriori (Carisio,
Diomede, Prisciano).
Lucio Anneo Cornuto, originario della città africana di Leptis, fu liberto della famiglia di
Seneca.
Si interessò di filosofia stoica, di letteratura e di politica, mantenendo contatti con gli
oppositori neroniani; infatti fu esiliato e ritornò solo alla morte dell'imperatore.
Fu maestro di Lucano e Persio, scrisse un commento a Virgilio e alcune opere di grammatica
(perse): De figuris sententiarum libri; il trattato in greco (pervenuto) Sommario delle tradizioni
sulla mitologia greca, nel quale interpretava le storie divine dell'antica mitologia in modo
allegorico, seguendo i principi dello stoicismo.
Anche Plinio il Vecchio scrisse un’opera (perduta) intitolata Dubius sermo (8 libri) su problemi
linguistici.
Autore di un testo sui metri latini, Liber de metris, fu Cesio Basso, amico di Persio ed editore
delle sue opere, che morì probabilmente durante l'eruzione del Vesuvio del 79.
Il padovano Quinto Asconio Pediano (9 a.C-.79) svolse l'attività di filologo a Roma e
commentò 5 orazioni di Cicerone approfondendone gli aspetti storici e giuridici (restano
frammenti); elaborò una biografia di Sallustio; scrisse un Symposion di imitazione platonica e un
Liber contra obtrectatores Vergilii,. col quale difendeva Virgilio dalle accuse di plagio e di errori.
Fece ricerche sul latino arcaico Marco Valerio Probo, nato in Siria, che fondò a Roma una
scuola di studi filologici, approntando edizioni critiche di Terenzio, Lucrezio, Virgilio e Orazio.
La sua opera scaturì dal confronto tra i codici e consistette nell’emendare (correggere gli
errori degli amanuensi), distinguere (apporre l'interpunzione e la divisione delle parole), adnotare
(aggiungere commenti).
Critico assai autorevole e temuto, con il suo insegnamento influenzò eruditi e commentatori
successivi; gli furono attribuite alcune opere, tra cui l’Appendix Probi (in realtà dei secc. III-IV), un
repertorio di forme errate, volgarismi e solecismi, di grande importanza per spiegare l'evoluzione
del latino e il passaggio ai volgari e alle successive lingue romanze.
Alla trattatistica filosofica si dedicarono numerosi rappresentanti della scuola stoica che
furono oppositori di Nerone: Seneca, Lucano, Trasea Peto, Elvidio Prisco, Musonio Rufo e L. Anneo
Cornuto. L. Anneo Seneca fu l'unico autore dell'età Giulio-Claudia del quale sono pervenute opere
a carattere filosofico nella forma del trattato, della consolatio (genere letterario di matrice stoica
che si fondava su variazioni intorno ad alcuni luoghi comuni) e dell'epistola caratterizzata da un
elevato messaggio morale. ,
32

Nella TRATTATISTICA GIURIDICA la scuola di Proculo (discesa da M. Antistio Labeone) diede


origine alla corrente innovativa dei proculiani, mentre l'insegnamento tradizionalista di Ateio
Capitone fu continuato da Masurio Sabino, veronese, giureconsulto sotto Tiberio e Nerone, il cui
capolavoro, De iure civili (3 libri), fu testo base per le scuole.
L'indirizzo sabiniano fu poi proseguito dai Libri iuris civilis di Gaio Cassio Longino, pubblico
funzionario; esiliato con l'accusa di aver partecipato alla congiura di Pisone, ritornò a Roma sotto
Vespasiano e morì attorno al 70.
Lucio Giavoleno Prisco, senatore e proconsole d’Africa, raccolse responsi giudiridici (pareri
degli esperti) nelle Epistulae e nelle epitomi ex Cassio, ex Plautio, ex posterioribus Labeonis.
Marco Valerio Probo, nato in Siria, scrisse De notis iuris, un trattato sulle abbreviazioni usate
dai giuristi e Gn. Domizio Afro uno sui testimoni, De testibus.
SENECA

Vita e opere Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova (Spagna Betica) tra il 12 e I' 1 a.C., più
verosimilmente intorno al 4 a.C., da famiglia di ordine equestre (il padre è Seneca il Retore o il
Vecchio, suo nipote è Lucano).
Si recò giovane a Roma per seguire gli studi di retorica e filosofia presso i migliori maestri 32
della capitale, avvicinandosi alla filosofia grazie allo stoico Attalo, al neopitagorico e a Papirio
Fabiano  impronta ascetica e austera della sua filosofia (dall’ascetismo viene distolto dal padre,
preoccupato perché Tiberio aveva decretato la proscrizione dei culti stranieri).
Dopo il 26 Seneca risiede per alcuni anni in Egitto (per risolvere l’asma), mentre una volta
tornato a Roma, nel 31, inizia la carriera politica; verso il 33-34 è questore e membro del Senato.
Avvocato e oratore di grande successo viene introdotto alla corte imperiale, dove però suscita
l’invidia di Caligola che lo condanna a morte nel 39, ma viene salvato per l’intervento di una
cortigiana.
Nel periodo successivo scrisse il De constantia sapientis e i primi due libri del De ira.
Nell'autunno del 41, Seneca cade vittima di Messalina, moglie di Claudio: coinvolto
nell'accusa di adulterio rivolta a Giulia Livilla (sorella di Caligola), è condannato alla relegatio in
Corsica, dove rimane sino al 49 (8 anni).
In questo periodo di isolamento completa il De ira e compone una consolazione dedicata alla
madre e una al liberto Polibio, nella quale adula l’ imperatore.
La morte di Messalina, e il matrimonio di Claudio con Agrippina rendono possibile il suo
ritorno a Roma, dove, insieme al prefetto del pretorio Afranio Burro, Seneca ebbe l'incarico di
provvedere all'educazione di Nerone (49).
Alla morte di Claudio (nel 54), Seneca assume il ruolo di consigliere del principe, per il quale
scrive l’elogio funebre di Claudio, ma negli stessi giorni si diverte anche a comporre una velenosa
satira contro il defunto imperatore (Apokolokyntosis).
Seneca elogia Nerone nel De clementia e cerca sostanzialmente di guidarlo nei primi anni di
governo a una politica di giustizia e moderazione, che ripropone il modello del principato augusteo
e restituiva nuova dignità al Senato, ma deve chiudere un occhio sull’assassinio di Britannico e per
volere del capriccioso imperatore è lui a ordire l’assassinio di Agrippina.
Intensa è l’attività filosofica, testimoniata nelle Lettere a Lucilio, e la produzione di tragedie, a
sfondo drammatico e ispirate ai modelli greci.
Nerone dal 59 si sottrae all’influenza di Seneca, accentuando le proprie tendenze
autocratiche, volte alla formazione di una monarchia di stampo ellenistico.
Il filosofo continua di fatto a restare vicino a Nerone fino al 62: la morte di Burro e l’arrivo del
crudele Tigellino, lo spinge a rinunciare ad ogni incarico, allontanarsi dalla corte e ritirarsi a vita
privata.
In questo periodo compone: De otio, De tranquillitate animi, De providentia, De vita beata, De
brevitate vitae, le Naturales quaestiones e gli ultimi tre libri del De beneficiis.
Nella primavera del 65 viene scoperta la congiura senatoria di Gaio Calpurnio Pisone: nella
sanguinosa repressione neroniana che segue è coinvolto lo stesso Seneca, che è costretto al
suicidio per ordine dell’imperatore e affronta l'ordine di morire con proverbiale forza d’animo e
serenità.

Seneca sembra condensare in sé le contraddizioni di un'intera epoca, che riguardavano


innanzitutto il comportamento (l'incoerenza fra le austere dottrine professate e le ricchezze
accumulate; compromessi per assecondare Nerone; doppiezza e opportunismo), ma poi anche gli
aspetti più profondi e più intimi della sua personalità e della sua opera (vita ascetica vs ambizione 32

a ruoli politici; senso della misura smentito da uno stile sentenzioso e sfavillante, anticlassico) 
per questo viene definito lo scrittore più moderno della letteratura latina.

Le opere:

 Dieci opere filosofiche (in 12 libri) sono state trasmesse sotto il titolo complessivo di
Dialogi:
o De tranquillitate animi (unica con un vero impianto dialogico),
o Ad Lucilium de providentia;
o Ad Serenum de constantia sapientis;
o Ad Novatum de ira libri tres;
o Ad Marciam de consolatione;
o Ad Gallionem de vita beata;
o Ad Serenum de otio;
o Ad Paulinum de brevitate vitae;
o Ad Polybium de consolatione;
o Ad Helviam matrem de consolatione.

Dialogorum libri XII (Libri dei dialoghi), raccolta di dieci opere filosofiche che non presentano
la forma propria del dialogo, ma l’esposizione continua, tipica del trattato e della consolazione.
Secondo il modello della diatriba cinico-stoica, Seneca stesso, in prima persona, ‘dialoga’ col
dedicatario dell’opera, che interviene con un’obiezione o un’osservazione, quasi fosse presente.
I Dialoghi sono stati tramandati in un unico codice, l’Ambrosiano del sec. XI, che non rispetta
l’ordine cronologico.

De providentia: trattato dedicato a Lucilio. Seneca sviluppa i temi della vita e della fortuna,
sostenendo che le sventure, che colpiscono maggiormente i buoni, fortificano la virtù e rientrano
in un disegno provvidenziale. Emergono il senso della fragilità umana e l’idea che solo allo spirito è
concessa l’eternità.
De constantia sapientis, trattato indirizzato ad Anneo Sereno, esalta la virtù e il saggio, il
quale non può patire ingiurie poiché, possedendo la virtus, è invulnerabile.
De ira libri III, trattato dedicato al fratello Anneo Novato, analizza l’ira, passione stravolgente
e incompatibile con la serenità del saggio.
De vita beata, trattato dedicato a Gallione, nome adottivo del fratello Novato. In polemica
con l’epicureismo e la sua teoria del piacere, Seneca sostiene che il sommo bene consiste
nell’esercizio della virtù e nel distacco dalle ricchezze.
De otio, trattato dedicato a Sereno. Seneca armonizza la concezione epicurea dell’otium con
quella stoica del negotium, sottolineando comunque il primato della ricerca della verità e del
continuo miglioramento di sé, allo scopo di essere utile politicamente alla comunità.
De tranquillitate animi, trattato dedicato al fratello Anneo Sereno. Riflessione sulla quiete 32

interiore che il saggio, liberandosi dalle passioni e dalle emozioni, raggiunge con l’otium e solo
nella vita privata, la quale deve essere alternata all’attività politica, finalizzata al profitto di tutti.
De brevitate vitae, trattato dedicato a Paolino, prefetto dell’annona e forse padre della
seconda moglie Paolina. Seneca sostiene che la vita non è breve, ma è l’uomo a renderla tale
sprecando il tempo in occupazioni inutili.
Consolatio ad Marciam è indirizzata alla figlia dello storico Cremuzio Cordo allo scopo di
lenire il suo dolore per la perdita del figlio e di rievocare ed elogiare lo storico delle guerre civili.
Seneca afferma che non si deve piangere chi è morto, poiché la morte, evento previsto, fa parte
della vita e la vera felicità è oltre l’esperienza terrena.
Consolatio ad Polybium, scritta durante l’esilio, è indirizzata al potente liberto di Claudio, cui
era morto un fratello; contiene adulazioni per l’imperatore, nell’intento di ottenere la possibilità di
rientrare a Roma.
Consolatio ad Helviam matrem, scritta in Corsica alla madre, che esorta a vincere il dolore
per la propria sventura e a dedicarsi all’affetto degli altri figli e dei nipoti. Seneca rivela una visione
della vita universale e religiosa, non limitata al destino personale.

 Due trattati politici (De clementia; De beneficiis), uno scientifico (Naturales


quaestiones)

De clementia (La clemenza), trattato filosofico-politico in tre libri (pervenuti il I e l’inizio del II),
indirizzato a Nerone da poco imperatore. Seneca elogia la clemenza, virtù propria dell’uomo,
pregevole in un sovrano, necessaria per vincere i nemici del potere e accrescere il decoro e la
sicurezza del principe, il quale si deve distinguere dal tiranno proprio per il possesso di tale virtù e
per la giustizia.
De beneficiis (I benefici), trattato filosofico in sette libri, dedicato a Ebuzio Liberale. Riflessione
etica sulla beneficenza, sulla gratitudine, che è un dovere del beneficiato, sull’ingratitudine che
provoca inquietudini.
Naturales quaestiones (Questioni naturali), trattato scientifico in sette libri dedicato a Lucilio.
Le argomentazioni scientifiche su astronomia (I), lampi e tuoni (II), acqua (III), grandine e neve (IV),
vento (V), terremoti (VI) e comete (VII) sono affrontate dal punto di vista della filosofia stoica:
attraverso la conoscenza dei fenomeni naturali l’uomo si libera dalla paura e si dedica
all’elevazione spirituale.

 Epistulae morales ad Lucilium, il suo capolavoro.


Ad Lucilium epistularum moralium libri (Epistole morali a Lucilio), 20 libri di 124 lettere
filosofico-morali, ispirate al pensiero stoico e parzialmente autobiografiche.
L’epistolario costituisce il tentativo di Seneca di condurre l’amico Lucilio sulla via della
perfezione morale.
La vita, la morte, la libertà, il tempo sono temi dominanti, affrontati con osservazioni lucide e
incalzanti.
Seneca ribadisce il valore della saggezza, della solitudine meditativa, dell’indipendenza dello 32

spirito, dell’amicizia; fa osservazioni concrete e usa un tono discorsivo e cordiale, di chi crede che
l’uomo possa sollevarsi dalle passioni grazie alla ragione e alla filosofia che elevano alla
comprensione del divino.

 Dieci tragedie

Hercules furens (Ercole furioso), tragedia tratta dall’Eracle di Euripide. Ercole uccide il tiranno
Lieo, che aveva tormentato sua moglie Megara e i suoi figli mentre egli era negli Inferi. Reso folle
da Giunone, stermina la propria famiglia; rinsavito vorrebbe suicidarsi, ma ne è trattenuto dal pa-
dre Anfitrione e dall’amico Teseo che lo esortano a recarsi ad Atene per purificarsi.
Troades (Le Troiane), tragedia, contaminazione tra le Troiane e l’Ecuba di Euripide. Ecuba,
vedova di re Priamo, e le troiane prigioniere piangono la loro infelice sorte. I Greci decidono di
placare l’ira degli dèi, che impediscono la loro partenza, col sacrificio di Polissena, figlia di Priamo,
immolata sulla tomba di Achille e di Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca, precipitato da una
torre.
Phoenissae (Le Fenicie), tragedia che unisce le Fenicie di Euripide e l’Edipo a Colono di Sofocle.
Nella prima parte è raccontata la vicenda di Antigone che impedisce al padre Edipo, parricida e
incestuoso, di darsi la morte; nella seconda Giocasta tenta invano di impedire la strage fraterna tra
Eteocle e Polinice, i figli avuti da Edipo.
Medea, tragedia, ripresa dall’opera omonima di Euripide. La maga Medea, che aveva tradito il
padre aiutando gli Argonauti a rubare il vello d’oro e aveva seguito Giasone in Grecia, si vendica
dell’amante in procinto di sposare Creusa, inviando a quest’ultima un mantello avvelenato. Uccide
poi i figli avuti da Giasone, che assiste impotente alla strage, e, infine, su un carro trainato da
serpenti fugge nell’etere.
Phaedra (Fedra), tragedia, modellata sull’Ippolito di Euripide. Mentre Teseo è agli Inferi
nell’inutile tentativo di rapire Persefone (antefatto dell’Hercules furens), la moglie Fedra si
innamora del figliastro Ippolito che la respinge. La donna si vendica accusandolo di violenza presso
Teseo, che invoca l’ira di Nettuno; infine, pentita, si uccide rivelando la verità.
Oedipus (Edipo), tragedia, ispirata M'Edipo re di Sofocle. Edipo, che ha salvato Tebe
uccidendo il tiranno Laio, di cui ha sposato la moglie Giocasta, apprende dall’oracolo di Apollo di
essere la causa della peste che devasta Tebe, perché, senza saperlo, ha ucciso il padre e sposato la
madre. Sconvolto dalla disperazione, si acceca, mentre Giocasta si uccide con la spada.
Agamennon (Agamennone), tragedia, segue l’omonima opera di Eschilo. Agamennone torna
da Troia con la profetessa Cassandra, figlia di Priamo e sua concubina, che gli predice la morte a
opera della moglie Clitennestra e di Egisto. Elettra, figlia di Agamennone, mette in salvo il fratello
Oreste e viene imprigionata. Cassandra, condannata a morte, predice il destino dei suoi assassini.
Thyestes (Tieste), tragedia, ispirata a testi perduti di Sofocle ed Euripide. L’ombra di Tantalo
sale dagli Inferi alla reggia di Micene per incitare il nipote Atreo a vendicarsi del fratello Tieste che
gli ha insidiato la moglie e sottratto l’ariete sacro. Durante un finto banchetto di riconciliazione,
Atreo imbandisce al fratello ignaro le carni dei figli.
Hercules Oetaeus (Ercole sul monte Eta), tragedia, segue il modello delle Trachinie di Sofocle. 32

Ercole conquista l’Ecalia e ritorna a Trachis dalla moglie Deianira con Iole, figlia del re sconfitto, di
cui è innamorato.
Deianira, sperando di riconquistarne l’amore, gli fa avere una tunica intrisa di sangue che il
centauro Nesso, ferito a morte da Ercole, le aveva donato facendole credere che fosse imbevuta di
un filtro d’amore.
Ercole, indossata la veste in realtà velenosa, è preso da dolori atroci, si fa preparare un rogo
sul monte Età e, dopo aver saputo del suicidio di Deianira, si uccide ed è assunto in cielo tra gli dèi.

 Epigrammi
 Satira menippea (Apokolokyntosis)

Apokolokyntosis (Deificazione di uno zuccone?) o Ludus de morte Claudii (Scherzo sulla morte
di Claudio), satira menippea (componimento misto di prosa e versi), che ha come protagonista
l’imperatore Claudio.
L’ombra di Claudio, giunta all’Olimpo, viene destinata agli Inferi e condannata a giocare a dadi
con un bossolo senza fondo; è poi affidata conte schiavo cancelliere per i processi infernali al suo
liberto Menandro.
L’imperatore viene ridicolizzato per la sua stoltezza e la sua crudeltà, con l’accanimento e la
spietatezza del risentimento personale dell’autore.

Filosofia e potere Seneca si sforza per buona parte della vita di partecipare all'attività politica
 esigenza di confrontarsi con un tema fondamentale nella cultura romana: il rapporto fra vita
pubblica e vita privata, con risposte oscillanti e persino opposte, ma comunque esigenza di trovare
conciliazione tra i due termini.
Seneca resta sempre fedele al principio che vede come compito dell'uomo quello di rendersi
utile agli altri uomini: l'uomo virtuoso deve cercare in ogni modo di non sottrarsi alle sue
responsabilità umane e civili  Giovare è dunque sempre possibile, anche nelle situazioni più
difficili (morale di Seneca è morale attiva).
De clementia è il tentativo più esplicito di dar soluzione al problema del rapporto fra principe
e sudditi: il rex iustus (incarnazione del sapiens) governa lo Stato come la mens divina regola
razionalmente l'universo.
L'iperbolico elogio di Nerone deriva da due sentimenti opposti e convergenti: lo stupore
dinanzi alla clemenza finora dimostrata e il timore che essa potesse avere breve durata.
Per limitare un potere assoluto doveva riuscire la legge morale: i sudditi potevano contare
soltanto sulla virtù del principe, sulla sua equità, sulla sua umanità  importanza della clementia,
da cui dipende il buon andamento di un governo monarchico.
Princeps e sudditi costituiscono un unico organismo: l'imperatore è l'anima; i sudditi sono il
corpo.
Quindi, il De clementia si situa dunque al confine tra la supplica e lo specchio di virtù, ma
Nerone finì per ribellarsi al suo istruttore costringendolo prima a ritirarsi a vita privata e poi al 32

suicidio.
Ridotto al silenzio politico, Seneca è costretto di nuovo a riflettere sul rapporto fra vita
contemplativa e vita attiva  De otio, dove prevale un atteggiamento pessimista e sfiduciato.
Ancora più significativa la scelta contenuta nelle Epistulae ad Lucilium: il saggio si è ritirato
dal mondo per dedicarsi al perfezionamento interiore.

La scoperta dell’interiorità L’altro polo del pensiero di Seneca è quello della vita interiore 
sposta il centro dell'interesse dalla sfera pubblica a quella individuale, la vita umana va misurata su
un piano spirituale e morale; saggio è colui che si sottrae all'urgenza delle passioni e alla pressione
degli eventi storici, rendendosi libero, cioè padrone di sé.
Libertas dal piano politico al piano etico: solo chi serve la filosofia è veramente libero.
Al centro della riflessione di Cicerone non stava l'individuo ma la civitas.
Con Seneca, il rapporto si è rovesciato: l'interiorità è l'unico luogo dove gli uomini possono
sottrarsi all'inautenticità degli avvenimenti esterni.
Per Seneca, la filosofia è una guida sulla via della sapientia, lungo la quale dobbiamo
muoverci con indipendenza di giudizio e autonomia di pensiero.
Non bisogna essere ancorati ai maestri, ma anzi il filosofo iberico invita il discepolo Lucilio ad
arricchirsi con massime non solo dei maestri stoici (Zenone, Panezio), ma anche di altre scuole, a
cominciare da quella epicurea (ingens eorum turba est passim iacentium; sumenda erunt, non
colligenda, «da per tutto c'è un gran numero di massime. Non c'è che da prenderle, senza
pretendere di farne una raccolta»)  indipendenza interiore.
Compito della filosofia è metterci in condizione di regolare la nostra vita sulla via della virtù e
del bene: il saggio cui pensa Seneca è una figura umana e accessibile nella sua quotidiana ricerca
della verità.
Non si pone al di sopra del mondo, ma cerca umilmente di migliorarsi giorno per giorno.
Per lui, ogni anima contiene in sé una scintilla della ratio divina.
Può dunque conoscere, in virtù di essa, ciò che è bene e ciò che è male.
Solo seguendo gli insegnamenti della natura (naturam sequi), potremo renderci padroni del
nostro destino, accettandolo fino in fondo (amor fati) e divenendo simili a quel dio che regge
razionalmente l'universo  applicarsi con umiltà ai quotidiani esercizi dello spirito.
Nel De brevitate vitae, Seneca sottolinea come sbaglino quanti si lamentano che la vita è
breve: lo è solo se facciamo un cattivo uso degli anni che ci sono concessi (come per esempio,
lottare per impadronirsi di beni materiali spesso irrilevanti).
Tema anche delle Lettere a Lucilio.
Sulla morte, Seneca scrive pagine di straordinaria intensità  è un'esperienza che tocca ogni
istante della nostra vita, rappresenta il più autentico strumento di libertà concesso all'uomo:
grazie ad essa noi possiamo resistere alla fortuna, sottrarci ad ogni forma di schiavitù  Si deve
imparare a morire, se si vuole veramente imparare a vivere  filosofia della libertà (uomo che si
fa padrone del suo destino).
Quel che tuttavia rende le pagine di Seneca così uniche è il profondo senso di umanità.
Le sue parole individuano con minuta esattezza verità di ordine esistenziale, i imprimono per 32

sempre nella mente dei lettori con la forza della necessità e dell'oggettività.
L’autore vuole persuadere, accompagnare il lettore passo dopo passo sulla via della sapienza,
con coinvolgimento emotivo.
Prevalenza di toni intimi e colloquiali, ragionamento sempre ravvivato da immagini e
metafore tratte dalla vita quotidiana.
Tali caratteristiche vengono esaltate nelle Epistulae ad Lucilium, che rappresentano il punto
d'arrivo della filosofia senecana per la perfetta fusione tra forma dell'esposizione e procedimento
discorsivo.
Lo stile di Seneca è però tutt'altro che semplice o dimesso: al contrario, è estremamente
elaborato e persino teatrale, ricchissimo di artifici retorici e di colori forti, di antitesi e di concettosi
paradossi, fascinoso e personale, che si allontana dai parametri della tradizione (criticato da
Caligola e Quintiliano).
Al predominio dell’ipotassi visto fino a quel momento, Seneca sostituisce un andamento
paratattico e asimmetrico.
Il centro del discorso è sulla singola frase, sulla singola espressione.
Non siamo in presenza di frammenti dispersi e irrelati, ma la coerenza del discorso è affidata
a connettivi diversi, di tipo analogico-intuitivo (più vicini se mai alle movenze della lingua dell'uso e
della lingua poetica come l'antitesi, la paronomasia e l'anafora.
Questi sono i congegni base he Seneca fa giocare nella costruzione dell'elemento più
caratteristico della sua prosa, la sententia concettosa e pregnante, in cui culmina il movimento del
discorso.
Il suo stile corrisponde a una nuova visione del mondo, agonistica e lacerata da tensioni
contrastanti, dalla solitudine esistenziale e da un io in perenne conflitto con se stesso.

Filosofia e scienza: Le Naturales Quaestiones Sono sette i libri di Naturales quaestiones


( «Ricerche di scienze naturali»), composti negli ultimi anni di vita (dopo il 62), opera che si
propone di affrontare argomenti di carattere meteorologico (aloni, meteore, arcobaleno, tuoni,
fulmini, lampi, acque terresti, piene del Nilo, nubi, grandine ecc.).
Gli studi di carattere scientifico erano del resto patrimonio tradizionale degli stoici: l'indagine
del mondo fisico doveva rivelare la natura razionale e provvidenziale del cosmo, ordinato da una
mens divina.
La subordinazione dello scienziato al filosofo implicava anche la svalutazione degli studi
tecnici: Seneca distingue fra sagacitas (ingegno inferiore) e sapientia (frutto di una ricerca
spirituale in cui l’uomo si innalza verso il cielo)  scienza ha valore morale, intento che emerge
dalla natura stessa dell’opera: nell'epilogo del primo libro si condanna l'uso immorale degli
specchi, usati dai contemporanei per vanità; Il finale del secondo libro illustra una delle finalità
primarie dell'intera opera: liberare gli uomini dalla paura irrazionale dei fenomeni naturali, e in
particolare dei fulmini.
Il trattato si conclude con un giudizio negativo sugli studi contemporanei, accusati di
mancanza di impegno, regressione delle scienze, aumento dei vizi.
Non viene meno tuttavia la fiducia nel progresso delle scienze.
32

Una satira menippea: l’Apokolokyntosis Durante la lettura dell’elogio funebre di Claudio,


fatta da Nerone, la gente rise, in quanto l’imperatore era oggetto di prese in giro e di battute che
giravano dopo la sua morte mentre gli venivano tributati onori divini (Cassio Dione): clima di
doppiezza in cui viene composto l’Apokolokyntosis, unica satira menippea in latino a noi
pervenuta.
Problematico è il titolo dell'opera.
L'interpretazione più accreditata si fonda sul significato traslato di kolokynte = stultus (nel
senso di zucca, zuccone verso una persona poco intelligente)  deificazione di uno zuccone.
Altri, meno bene, pensano a una vera e propria trasformazione in zucca di Claudio, che
doveva avvenire in una parte del libro per noi perduta: il titolo verrebbe a tradursi, in questo caso,
«Zucchificazione».
O ancora, Claudio come zucca che pretende di essere deificata (valore traslato del termine
kolokynte (cucurbita in latino)) e che è l’argomento di cui dibattono gli dei nell’opera, e
concludono di gettare Claudio-zucca negli inferi.
Claudio muore per intervento di Mercurio, in modo che «uno migliore regni nel palazzo
vuoto».
Claudio, ridicolmente descritto come un essere mostruoso e non catalogabile, si presenta in
cielo dinanzi ad Ercole  concilio degli dei tipo seduta del senato, finché Augusto affossa la
proposta e Mercurio trascina per il collo l’imperatore agli inferi.
Claudio giunge agli inferi, accolto dall'enorme folla delle vittime del suo principato: processo,
condotto da Eaco (giudice infernale) che sentenzia che Claudio sia condannato a giocare
eternamente a dadi con un bossolo bucato, grottesco contrappasso per chi aveva trascorso gran
parte della vita dedito al gioco.
Arriva Caligola (a cui Claudio aveva negato la divinizzazione) che lo reclama come schiavo, ma
poi lo dona a Eaco perché non sa che farsene, e quest’ultimo lo dà a un suo liberto per far sì che
diventi il suo addetto giudiziario.
Apokolokyntosis è una satira menippea, di cui sfrutta alcune delle più tipiche situazioni
narrative (il concilio degli dèi, la discesa agli inferi), la mescolanza di prosa e verso, contaminazione
di serio e comico.
L'elemento satirico viene sviluppato preferibilmente attraverso un uso spregiudicato e
parodistico dei materiali letterari  divertissement letterario.
La parodia, presente si può dire ad ogni passo, può anche riguardare elementi non
propriamente letterari (Claudio che cade agli Inferi viene accolto dalle sue vittime che battono le
mani e pronunciano le parole rituali dei culti isiaci quando annunciavano il ritrovamento di
Osiride).
Pur essendo Claudio vittima privilegiata, ci sono anche altre caricature (Ercole rozzo e ridicolo
vittima degli inganni del pur stolto Claudio.

Le tragedie Dopo i tentativi falliti di Augusto per promuovere una rinascita dell'attività
teatrale, in età Giulio-Claudia si assistette in generale a una ripresa del teatro tragico latino a
opera di intellettuali animati da spirito filosenatorio e aderenti alla filosofia stoica, che ricorsero 32

alla tragedia per esprimere la propria opposizione al regime, esaltando il valore della libertà e
condannando l'assolutismo monarchico dei principi.
In questo genere si impegnarono, oltre a Seneca – come ci apprestiamo a vedere – anche
Anneo Cornuto, Persio e Lucano.
Emilio Mamerco Scauro, politico e oratore, console nel 21, fu costretto al suicidio (34) perché
nell’Atreus erano contenute allusioni contro Tiberio; Publio Calvisio Sabino Pomponio Seecondo
(?-60 ca), console nel 44, legato militare in GermanIa nel 50, durante l'impero di Claudio fu famoso
per l'Atreus e l’Aeneas; Curiazio Materno, retore, condannato a morte da Domiziano, compose le
tragedie Medea, Cato e Domitius.
In ambiente antineroniano matura la tragedia Octavia (l'unica praetexta romana giuntaci),
tradizionalmente assegnata a Seneca ma spuria, ambientata nel 62 alla corte di Nerone, di cui
descrive realisticamente la morte e metteva in scena le infelici vicissitudini di Ottavia, moglie
ripudiata e uccisa dall'imperatore, mentre vi appare come personaggio lo stesso Seneca.

Dieci sono le tragedie tradizionalmente assegnate a Seneca (9 cothurnatae più, appunto, l’


Octavia), non si sa bene quando furono composte.
Gli argomenti delle nove coturnate sono tratti dal grande repertorio della tragedia greca
classica: l'Hercules furens è modellato sull'Eracle di Euripide; le Troades contaminano due tragedie
dello stesso Euripide, Ecuba e Troiane; la Medea è improntata sull'omonima tragedia euripidea;
dall’Ippolito di Euripide deriva invece la Phaedra.
Ad opere perdute di Sofocle e di Euripide si rifa il Thyestes, alle Trachinie di Sofocle si ispira
infine l' Hercules Oetaeus.
Ciò non vuol dire mancanza di originalità, non solo nella ristrutturazione dei materiali scenici,
ma anche, e soprattutto, nell'accentuazione patetica delle vicende e nell'esuberanza dello stile 
scia dei suoi predecessori, porta all'estremo il gusto spettacolare, enfatico e declamatorio della
tragedia romana arcaica.
Impianto tradizionale: e azioni sceniche (in trimetri giambici) sono inframmezzate dalle parti
corali (in metri lirici).
Il coro, come già nel teatro ellenistico e in quello romano, tende a svolgere una funzione più
lirica che drammatica, mentre c’è un ampliamento dei monologhi e delle digressioni con
l’impressione di trovarsi di fronte a quadri staccati l’uno dall’altro.
Lo scarso interesse riservato all'azione è controbilanciato dall'indagine psicologica e
introspettiva dei personaggi.
L'animo umano, con i suoi abissi di colpa, è il vero protagonista delle tragedie.
Determinante è la domanda sul significato complessivo delle tragedie di Seneca: secondo
alcuni teatro di opposizione, soprattutto per la presenza di temi antitirannici (e in questo caso
sarebbero state composte negli ultimi anni di vita); secondo altri teatro di esortazione con intenti
pedagogici (come resistere alle passioni ed evitare gli eccessi di un potere tirannico) ed
espressamente rivolto al giovane Nerone (e allora la composizione è nei primi anni del principato
di Nerone).
Della tragedia greca, Seneca predilige le vicende più cupe e orride: 32

 la follia (cui Ercole perviene, nell' Hercules furens, dopo aver ucciso la moglie e i figli);
 la vendetta (di Giunone contro lo stesso Ercole; di Atreo contro Tieste; di Medea
contro Giasone);
 l'amore delirante che culmina con l'omicidio (Clitennestra) o il suicidio (Fedra).

Protagonisti travolti dalle passioni, non resistono agli impulsi più orrendi (Atreo sgozza i figli
del fratello e glieli offre in pasto).
Se i personaggi greci si misuravano con il fato, quelli di Seneca si misurano con la propria
coscienza.
Scontro tra ratio e furor  trionfo delle passioni più feroci e intransigenti.
A situazioni estreme ed eccessive corrisponde un linguaggio magniloquente e
baroccheggiante, che sfrutta con sapienza tutte le possibilità offerte dalla retorica.
Lo stile è denso e sovreccitato, ricco di colori retorici e di ridondanze espressive.
Non mancano battute concise e fulminanti, che sorprendono per la loro energia sentenziosa.
Il dialogo, che a volte si articola in lunghi ed estenuanti monologhi contrapposti, può animarsi
all'improvviso in botte e risposte memorabili.
L'enfasi patetica ed espressionistica delle battute dà luogo a uno stile anticlassico, pregnante
e conciso.

STILE ED EREDITÀ (considerazioni extra BL)

Nelle opere di Seneca emerge l’amore per la filosofia, intesa come ricerca della sapienza e
perfezionamento dell’anima.
Infatti le sue meditazioni, che spaziano su problemi morali, politici e scientifici, si fondano
essenzialmente sulla dottrina stoica, che si riflette anche nella concezione dell’ otium, inteso come
esigenza di dedicarsi alla saggezza e all’impegno politico finalizzato al bene e al profitto di tutti.
Le opere di Seneca sono il frutto di una contemplazione irrequieta che indaga i vari aspetti
della vita spirituale.
L’animo umano, le sue passioni, i suoi sentimenti erano analizzati in modo preciso, con
osservazioni acute che rivelavano un atteggiamento pessimista e un disagio esistenziale: questo è
generato in particolare dalle ambizioni, che non permettono all’uomo di essere felice perché
causano noia, angoscia, scontentezza, e dalla vanità dei rapporti sociali, che destinano gli individui
alla solitudine.
Le tragedie, in versi e ispirate ai miti greci, riprendono i canovacci dei grandi tragici, ma
Seneca rielabora i temi in modo personale, enfatizzando il pathos e dimostrando la forza
distruttrice della passione, indice di disintegrazione della personalità morale.
L’analisi dei personaggi mette in luce i contrasti interiori, le esasperazioni, il furor regni
(brama di potere), la ragione che muore, abbassando l'uomo a livello di bestia.
L’autore indulge con toni cupi e tragici nelle descrizioni macabre, raccapriccianti e violente,
per mettere in evidenza la sofferenza, il male e l’abissalità delle perversioni. 32

Lo stile di Seneca è vivo, stimolante, asimmetrico nella sintassi e costantemente ispirato alla
varietas; appariva infatti sempre mutevole, imprevedibile, di grande forza persuasiva.
Alla concinnitas ciceroniana egli sostituisce le sententiae brevi, a effetto, e frequentemente
insisteva su un concetto ricorrendo alla paratassi e a numerose figure retoriche: variatio,
interrogazione, antitesi, anafora, ossimoro, assonanza.
Lo stile riflette l’inquietudine della società del tempo, la sua espressione tormentata
sembrava protesa alla ricerca di nuovi valori, di una nuova visione del mondo che solo la completa
affermazione del Cristianesimo avrebbe spiegato,

Seneca fu giudicato da Quintiliano ‘seducente per i suoi difetti’ e in modo negativo


dall’arcaizzante Frontone, proprio per lo stile asiano.
La forza e la profondità del suo pensiero filosofico non vennero comprese e valorizzate;
Seneca fu considerato uno studioso di etica, infatti nel Medioevo fu definito da Dante come
‘Seneca morale’ (Inferno, canto IV) e le sue raccolte, lette e apprezzate anche in epoca successiva,
influenzarono la cultura gesuitica e quella protestante (commento di Calvino al De clementia).
In Europa le sue tragedie ispirarono le opere teatrali di Shakespeare (Titus Andronicus),
Hughes (The Misfortunes of Arthur), Kyd (The Spanish Tragedy), Corneille (Médée), Racine
(Phèdre), Voltaire; in Italia, in particolare, ispirarono Giraldi Cinzio (Orbecche), Speroni (Canace),
Alfieri e Foscolo (Tieste).

Epistulae ad Lucilium di L. Anneo Seneca il Filosofo (47)

“Servi sunt”. Immo homines. “Servi sunt”. Immo contubernales. "Servi sunt”. Immo humiles
amici. “Servi sunt”. Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae. [...] sic
cum inferiore vivas quemadmodum tecum superiorem velis vivere. [...] “Servus est”. Sed
fortasse liber animo. “Servus est”. Hoc illi nocebit? Ostende quis non sit: alius libidini servit,
alius avaritiae, alius ambitioni, omnes spei, omnes timori.

“Sono schiavi”. Anzi, uomini. “Sono schiavi”. Anzi, compagni di tenda. “Sono schiavi”. Anzi,
umili amici. “Sono schiavi”. Anzi, compagni di schiavitù, se rifletti che la fortuna può su di loro
come su di noi. [...] sii con gli inferiori quale vorresti che fossero con te i superiori. [...] “È uno
schiavo”. Ma forse ha la libertà dell'animo. “È uno schiavo”. E questo lo danneggerà? Mostrami chi
non lo sia; uno serve alla libidine, uno alla cupidigia, un altro all'ambizione, tutti alla speranza, tutti
alla paura.
Troades (vv. 397-408)

Post mortem nihil est ipsaque mors nihil, / velocis spatii meta novissima; / spem ponant
avidi, solliciti metum: / tempus nos avidum devorat et chaos. / Mors individua est. noxia corpori
/ nec parcens animae: Taenara et aspero / regnum sub domino limen et obsidens / custos non
facili Cerberus ostio / rumores vacui verbaque inania / et par sollicito fabula somnio. / Quaeris
32
quo iaceas post obitum loco? / Quo non nata iacent.

Dopo la morte, nulla; non è nulla. Ia morte: l'ultima meta d'una corsa rapida. Chi desidera o
teme non abbia più speranza né paura. Il tempo avido ci divora, e il caos. La morte è indivisibile;
colpisce il corpo né risparmia l'anima. Il Tènaro, il regno sottomesso al crudele tiranno, Cerbero
che custodisce la terribile porta, sono soltanto voci, vuote parole, favole simili a un sogno malato.
Chiedi dove sarai dopo la morte? Là. dove sono le cose che non nacquero mai.
PETRONIO E IL SATYRICON

Il Satyricon per contenuto, stile e lingua fu un esempio unico in tutta la letteratura latina. Il
mondo descritto non aveva un mondo nulla dei valori e della dignità propri della tradizione. La vi-
32
senza valori ta vj apparjva infatti dominata dal sesso e dal denaro e la cultura non serviva ai
protagonisti a orientarsi nelle relazioni con gli altri: laddove essi si scontravano con una realtà
labirintica e ingannevole, nella quale finivano perennemente intrappolati, gli altri (parvenus volgari
come Trimalcione, ruffiane ripugnanti, commercianti cinici) si muovevano con assoluta sicurezza e
con la garanzia del successo (contrastato caso mai solo da un destino imprevedibile). Petronio evi-
tava accuratamente di esprimere giudizi di valore, di far intravedere in controluce decaloghi morali
o religiosi che aprissero uno spiraglio di luce su un’umanità degradata adattatasi a vivere in un
mondo nel quale, come nella città di Crotone, non ci sono altro che cadaveri dilaniati e corvi che li
dilaniano.
lingua Per descrivere questo mondo Petronio - comunque uomo di e stile raffjnata cultura -
adottò uno stile e una lingua adeguati, senza peraltro cadere mai nel parlato vero e proprio. Così
Encolpio si esprimeva in un tono medio, semplice, animato qua e là da scelte più elaborate da cui
trapelava la sua educazione letteraria. I convitati al banchetto di Trimalcione erano caratterizzati
dallo sforzo di usare correttamente la lingua, non sostenuto però da sufficienti conoscenze: così si
lasciavano sfuggire forme erronee (cambi di genere, uso improprio dei casi, incertezze sintattiche
come interrogative indirette con l’indicativo e oggettive introdotte da quia) e vocaboli tipicamente
locali (grecismi popolari); Trimalcione recitava anche versi ridicolmente scorretti. Ma gli interventi
dei personaggi colti e i versi di Eumolpo appartenevano a una lingua alta, raffinatamente
elaborata, fitta di citazioni letterarie. Ciò dava all’opera un aspetto di impressionante realismo.

La questione petroniana Da una serie di codici, sono stati tramandati degli estratti di un lungo
romanzo in prosa e in versi intitolato Satyricon e attribuito a un certo Petronio Arbitro.
Circa codesto ignoto autore del Satyricon, prevale oggi l’identificazione con il Gaio (o Tito)
Petronio Nigro di cui parla Tacito in un passo degli Annales (XVI, 18-19).
Tacito descrive il personaggio come un uomo raffinato e stravagante d’età neroniana,
energico proconsole di Bitinia nel 60 d.C. e console qualche anno dopo; aveva poi fatto parte della
cerchia di amici di Nerone, dove si era distinto per l’eleganza dei modi e l’edonismo raffinato
(perciò era stato detto elegantiae arbiter della corte imperiale) finché non era caduto in disgrazia e
accusato anche lui di far parte della congiura dei Pisoni nel 66.
Costretto a darsi la morte, l’aveva affrontata con spirito epicureo nel corso di un banchetto
allietato da canti e discorsi piacevoli (la morte di Petronio descritta da Tacito appare un'evidente
parodia del suicidio stoico di Seneca).
Infatti, dopo essersi fatto aprire le vene, non aveva voluto ascoltare opinioni sull'immortalità
dell'anima o massime care ai filosofi, ma poesie amene e versi licenziosi  T. Petronius Niger, cui
accennano anche Plinio il Vecchio e Plutarco.
Ci sono tuttavia due tesi contrapposte su identificazione dell’autore del Satyricon e il Petronio
di Tacito:
 Unionisti: sostengono l'identificazione e assegna perciò l'opera all'età di Nerone.
Questo per la coincidenza del cognomen Arbiter nei codici del romanzo con
l’espressione tacitiana di cui sopra; richiamo ad artisti d’età neroniana; pertinenza al
clima culturale neroniano, come la polemica contro il poema storico; analogie con
l’Apokolokyntosis di Seneca. 32

 Separatisti: sulla base della lingua e in considerazione del fatto che le prime citazioni
dell’opera risalgono alla fine del sec. II negano l'identificazione e spostano la
composizione dell'opera a un'età più tarda (Flavi, Antonini e addirittura Severi, quindi,
in sostanza, sec. II o III d.C.)  ragioni oggi poco condivise e tesi del tessuto linguistico
ricco di irregolarità e considerato estraneo all’età neroniana sostanzialmente smentita
dall’analisi dell’Apokolokyntosis.

Il Satyricon fu invece composto presumibilmente dopo il 60, e in particolare negli anni 63-65.

Il Satyricon il Satyricon è giunto gravemente mutilo, mancante sia della parte iniziale sia di
quella finale.
Si tratta di un’opera narrativa, mista di prosa e versi, perciò affine alle Saturae Menippeae; il
contenuto erotico la accomuna alle fabulae Milesiae.
È anche definita ‘romanzo’ (benché questo genere sia nato solo nel sec. XVII) e considerata
una parodia del cosiddetto ‘romanzo ellenistico’.
Non sappiamo quanto fosse realmente esteso, visto che l’opera è giunta solo in frammenti:
quelli in nostro possesso (dei quali uno solo molto ampio, la Cena Trimalchionis) dovrebbero
corrispondere ai libri XIV-XV-XVI dell'opera.
Se fosse vero, il Satyricon sarebbe stato un romanzo molto più ampio delle Metamorfosi di
Apuleio (una delle opere più lunghe del mondo antico) e avrebbe raggiunto forse il migliaio di
pagine.
Ciò che rimane è stato diviso dagli studiosi in 141 capitoli brevi, senza alcuna divisione in libri.
Il titolo dell'opera doveva essere con molta probabilità Satyrica, una parola composta da due
grecismi: satyri più il -icus (-ikós), sul modello di numerosi altri titoli della storia letteraria romana
(ad esempio Georgica o Bucolica)  storie di satiri (racconti di argomento osceno e licenzioso).
Satyrica richiamava anche il vocabolo latino satura.
Il lungo frammento pervenuto si può dividere in 5 blocchi:
 le avventure di Encolpio, Ascilto e Gitone in una Graeca urbs dell'Italia meridionale
(Pozzuoli o Napoli).
 Cena Trimalchionis  nuove avventure nella Graeca urbs  Encolpio conosce
Eumolpo, Ascilto scompare dalla scena.
 l'episodio sulla nave di Lica e Trifena (con scene di travestimento, tempesta,
naufragio).
 l'arrivo a Crotone.
TRAMA: Capitoli 1-26. Il protagonista, che narra la sua storia in prima persona, è il giovane
Encolpio, uno studente squattrinato di buona cultura che si trova coinvolto in diverse avventure,
spesso vittima del destino o dell’ira degli dèi (è perseguitato dal dio Priapo di cui ha profanato i
misteri o divulgato un segreto a Marsiglia) oppure della propria ingenuità.
Giunge in Italia, ma viene incriminato per una rapina, ma sfugge al carcere grazie a un
terremoto o al crollo dell'anfiteatro  va a sud col suo giovane amante, il bellissimo fanciullo 32

Gitone , capriccioso e superficiale, di cui si è invaghito.


Encolpio e Gitone fanno la conoscenza di Ascilto, un avventuriero cinico e senza scrupoli che
diventa immediatamente rivale in amore di Encolpio, e tutti e tre disturbano le cerimonie in onore
di Priapo celebrate da Quartilla.
Giunti nella Graeca Urbs, una ignota città greca della Campania, a causa della rivalità in
amore che li oppone, Encolpio e Ascilto decidono di separarsi entro tre giorni.
Recatisi al mercato per vendere un mantello rubato, recuperano una tunica piena di monete
d'oro di cui avevano a loro volta subito il furto.
Felici tornano alla locanda, dove li sorprende la sacerdotessa Quartilla, che Quartilla che, con
la scusa di purificare i tre da una colpa commessa contro il dio e guarire Encolpio dall’impotenza
con cui è stato colpito per l’ira del dio Priapo (il dio della virilità), li coinvolge in pratiche sessuali di
ogni genere e li obbliga per tre interminabili giorni a un'estenuante kermesse di sesso.
Fuggono da lei e uno schiavo del retore Agamennone li invita a cena dal liberto Trimalchione.

Capitoli 27-78. Trimalchione è un liberto che si è enormemente arricchito, conservando


peraltro la rozzezza e l’ignoranza dello schiavo.
Nel corso della cena il padrone di casa si esibisce nell’ostentazione delle sue ricchezze, in gesti
volgari e stupidi, in sfoghi umorali, mentre vengono teatralmente esibiti piatti sovrab bondanti ed
elaboratissimi.
Diversi commensali intervengono con discorsi infarciti di luoghi comuni e banalità, in cui si
mescolano osservazioni personali e racconti e non mancano momenti in cui alcuni tra loro si
accoppiano con i propri amanti (gli amasi) mentre, imperturbabile, il sanguigno Trimalchione
filosofeggia, recita versi e costringe gli ospiti a far la prova generale del suo funerale.
Il trambusto provoca l’arrivo delle forze dell’ordine per l’eccessivo schiamazzo; i tre, nauseati,
solo a fatica ne approfittano e riescono ad allontanarsi e a fuggire nella confusione, rifugiandosi in
albergo.

Capitoli 79-141. Una volta a casa, ricominciano le liti per gelosia e Gitone, messo alle strette,
sceglie come amante Ascilto che, pur avanti negli anni, gode di “prerogative virili” di ragguardevoli
proporzioni.
Affranto dal dolore, Encolpio entra in una pinacoteca, dove conosce Eumolpo, un vecchio
poetastro di scarsa fortuna, con cui parla delle proprie vicende e delle cause della decadenza
dell’arte.
Eumolpo, per consolarlo, gli racconta la novella del fanciullo di Pergamo.
Dopo una serie di concitate avventure, Encolpio ritrova il suo Gitone e cerca di riconquistarlo:
geloso di Ascilto, decide di partire con il vecchio e squattrinato Eumolpo su una nave,
abbandonando la città.
Salgono sulla nave mercantile di un certo Lica, col quale hanno qualche vecchio motivo di
attrito, e della spudoratissima Trifena, e vengono riconosciuti e minacciati  grottesca battaglia,
finché il pilota della nave ottiene che sia proclamata una tregua d'armi.
Una violenta tempesta fa naufragare la nave: Lica muore durante il naufragio e di Trifena si 32

perdono le tracce; Encolpio, Gitone ed Eumolpo invece si salvano.


Un contadino, da un'altura, indica loro la vicina Crotone, una città decaduta, dominata dai
cacciatori di eredità che compongono parte della popolazione, mentre l’altra parte consta di
uomini straricchi ma privi di eredi e quindi sempre onorati.
Per ottenere aiuto dagli abitanti, Eumolpo si fìnge ricchissimo e privo di eredi; Encolpio e
Gitone sostengono la parte dei suoi schiavi.
In città seguono nuove avventure, che sembrano favorire il progetto di Eumolpo. Lo
stratagemma ha infatti successo e i tre vengono ospitati generosamente
Di nuovo perseguitato dal dio Priapo, Encolpio non riesce a soddisfare le voglie di una
matrona chiamata Circe che ordina ai servi di frustarlo.
Encolpio si sfoga in una violenta invettiva contro il proprio membro riottoso, per concludere
con un'ambigua dichiarazione di poetica.
Il giovane recupera la sua virilità grazie all'intervento di Mercurio.
L’inganno dei tre non può durare a lungo. Allora, per paura di essere scoperto, Eumolpo detta
un testamento-beffa in base al quale entreranno in possesso delle sue inesistenti fortune coloro
che si saranno nutriti del suo cadavere.
L'ultimo capitolo che possediamo si chiude con il discorso di un crotoniate favorevole ad
accettare la sconcertante clausola testamentaria.
Qui la narrazione si interrompe.

Il testo contiene varie novelle autonome.


Durante il banchetto di Trimalcione vengono infatti raccontate le storie del vetro infrangibile,
del lupo mannaro e delle streghe che rapiscono un bambino morto; sulla nave di Lica è narrata la
celeberrima novella della matrona di Efeso.
Alcuni brani sono in versi; i più ampi – recitati da Eumolpo – sono la Troiae halosis (La caduta
di Troia), in 65 senati giambici, e il Bellum civile (La guerra civile) in 295 esametri.

Il problema del genere e i modelli Nel panorama dei generi della letteratura antica il
Satyricon, una voluminosa e complessa opera narrativa che alterna parti in prosa e parti in versi,
non ha nessun precedente: è infatti impossibile ricondurre l’opera di Petronio a un solo genere
letterario, anche se si possono certamente individuarne diversi modelli.
D’altronde, già nell'Antichità il problema del genere e dei modelli del Satyricon era aperto.
Gli studiosi moderni, da parte loro, hanno visto diversi elementi (romanzo antico, fabula
milesia, satira menippea)  risposta dipende dall’interpretazione critica.
Teniamo conto del fatto che i termini “novella” e “romanzo” non trovano corrispondenti nel
mondo classico, e opere come il Satyricon, venivano variamente definite con termini generici
come fabula.
Per certi aspetti il Satyricon può essere accostato al romanzo antico greco, comparso solo in
epoca ellenistica, probabilmente sulla scia della nuova storiografia di indirizzo avventuroso.
Snobbati dalla letteratura ufficiale, simili testi narrativi si rivolgevano ad un pubblico di cultura
non elevata e di gusti facili  intrattenimento ed evasione. 32

Il romanzo greco presenta una vicenda di carattere erotico-avventuroso: di esso, infatti, è


sempre protagonista una coppia di innamorati eterosessuali, che vengono separati da ostacoli di
vario generi (anche la presenza di rivali) ma attraversano viaggi e peripezie varie rimanendo
sempre fedeli e uniti nelle avversità, per coronare il loro sogno d’amore.
Le peripezie successive comprendevano i classici topoi avventurosi ancora esistenti:
peregrinazioni, intrighi di rivali, persecuzioni, finte morti, tentativi di suicidio, viaggi esotici,
naufragi ecc. fino all’inevitabile lieto fine.
Il registro dominante era quello sentimentale e patetico (amore virtuoso, eroina difende la
verginità contro ogni insidia), e i fatti avvenivano in scenari improbabili e quasi privi di riferimenti
ad attualità (con eccezioni), indice per questo del loro successo.
Petronio, con grande gusto parodico, capovolge questo modello letterario.
Infatti anche nel Satyricon i protagonisti vivono situazioni avventurose molto simili a quelle
del romanzo greco: troviamo infatti il vagabondare labirintico e senza sosta di tre uomini
(Encolpio, Ascilto e Gitone), implicati in un contorto triangolo amoroso [Il tema del viaggio, che è
un vero e proprio topos letterario, si ripresenterà poi nelle Metamorfosi di Apuleio e, in epoca
moderna, nella tradizione del romanzo picaresco].
Si tratta però di un ribaltamento ironico e parodistico fin dalla base:
Infatti nel Satyricon

 i protagonisti sono sì una coppia di innamorati, ma omosessuale, e sono virtuosi,


fedeli, corrotti.
 Ascilto ed Eumolpo sono l'antitesi dell'amico leale (non aiutano, ma tramano).
 Sembra esclusa la possibilità di una conclusione felice: schema improntato alla rovina
di ogni progetto.

Satyricon è un antiromanzo irridente e disincantato che capovolge tutte le situazioni topiche


dei suoi modelli: Sentimenti  desiderio materiale (sesso e soldi); situazioni comiche e
umoristiche; accentuazione dell’elemento realistico.
Anche il modello omerico, quello dell’Odissea, è certamente sotteso al viaggio di Encolpio.
Una delle opere epiche più note dell’antichità viene però ripresa e stravolta con ironia: a
perseguitare il protagonista Encolpio e a costringerlo a un continuo peregrinare non è il volere
degli dei olimpici, ma quello di Priapo, dio della sessualità, che Encolpio avrebbe offeso in qualche
modo [Probabilmente, la narrazione di questo antefatto si trovava nella parte perduta
del Satyricon].
Inoltre, l’insistenza sulle tematiche sessuali [Nota il critico Luca Canali: “Il mondo
del Satyricon è carnevalesco, policromo, ruotante intorno a un centro motore priapeo; [...] Nel
Satyricon non c’è gioia che non sia greve carnalità, grottesco gioco di passioni o di sanguigni
piaceri senza affetti. Sono ben lontane la pura corruzione di Catullo, l’amorosa furia (contro
l’amore) di Lucrezio; la vibrante malinconia di Tibullo, la cupa concentrazione erotica di
Properzio, la lieve, sorridente e un po’ cinica sensualità di Ovidio” (L. Canali, Antologia della
letteratura latina, Torino, Einaudi, 1999, p. 604)] è certamente riconducibile al modello della 32

cosiddetta fabula milesia [Il modello di riferimento sono le Milesiakà, una raccolta di novelle
erotiche, non giunte a noi, il cui autore era Aristide di Mileto (II a.C.) ed erano state tradotte a
Roma da Comelio Sisenna, diffondendosi nel mondo romano nel corso del I secolo a.C.] un tipo
di novellistica realistica (assai più dell’ idealizzato romanzo greco) avventurosa, licenziosa (cioè di
argomento per lo più erotico e piccante), diffusa ancor più del romanzo greco.

Petronio si richiama a questo genere, che conosce benissimo e di cui offre un vero e proprio
saggio nella novella della Matrona di Efeso raccontata da Eumolpo (narratore anche di un’altra
novella milesia, il fanciullo di Pergamo), che è l’inserto narrativo più esteso di tutto il Satyricon
(capitoli 111-112).
Alla milesia e al mimo Petronio deve sicuramente la predilezione per gli aspetti più triviali
della realtà sociale, rappresentati tuttavia con il lucido distacco e la superiore sapienza registica
che caratterizzano tutto il Satyricon.
Infine, è da tenere in considerazione la scelta del prosimetro e di un registro che alterna
serio e comico (spoudaiogeloion, dal greco σπουδαῖος, “serio”, e γελοῖος, “comico”): la prosa del
Satyricon è interrotta spesso da parti in poesia (magari affidati al poeta Eumolpo, che ad esempio
declama un poema, il Bellum civile, che sembra la sottile presa in giro della Pharsalia di Lucano),
spesso utilizzate per un commento ironico dell’autore stesso agli eventi narrati.
Uno dei modelli in tale ottica (anche se bisogna ricordarsi che Petronio manifesta sempre
mota libertà nei confronti della tradizione) è quello della satira menippea, che nel mondo latino
era già stata sperimentata da Varrone Reatino (116-27 a.C.) e da Seneca nell’Apokolokyntosis.
D’altronde, fin dal titolo, i legami con la satira sono evidenti, sia se parliamo della suddetta
menippea, sia della ben nota satira esametrica; quanto a quest’ultima, prendendo come esempio
la Cena Trimalchionis (che in parte si richiama alla Cena Nasidieni di Orazio), il Satyricon è
evidentemente debitore per:

 l'incisiva caratterizzazione delle figure dei convitati.


 realismo mimetico dell'osservazione
 tono arguto e spregiudicato
 Varietà dei registri stilistici
 Gusto per la parodia e il pastiche
 Fusione di elementi realistici e fantastici

Elementi per un vivido affresco del mondo contemporaneo.


Tuttavia, se lo scrittore satirico romano è un moralista che vuole denunciare il vizio e
trasmettere valori positivi ed esemplari su un registro di tollerante bonomia (Orazio), la
rappresentazione di Petronio non ha fini morali e non tocca mai le corde della protesta o
dell'invettiva  realismo del distacco.
In effetti, l’intersezione tra serietà e comicità attraversa tutti i livelli del testo, tanto che si può
constatare come Petronio, di fatto, non proponga alcun tipo di “valore” positivo ai suoi lettori, ma
si diverta piuttosto a contemplare, con fare distaccato e lucido, la crisi del mondo a lui 32

contemporaneo.

Struttura del romanzo e strategie narrative Il Satyricon si presenta come un'opera


letterariamente complessa, indirizzata a un pubblico colto capace di apprezzare l'uso spregiudicato
e parodico dei materiali narrativi.
Tantissima narrativa antica si è sviluppata intorno al motivo del viaggio, tra cui anche il
Satyricon.
Ma qui il motivo del viaggio ha la forma di un affannoso vagare labirintico entro luoghi
disseminati di trappole, alla ricerca di una fuga  schema del labirinto che comprende tutti gli
episodi del romanzo, anche quello della Cena Trimalchionis (invitati continuamente ingannati,
sorpresi nell’ambiguità delle portate e dai trabocchetti di Trimalchione).
Anche la città greca dove si aggirano i protagonisti appare come un labirinto dov'è facile
perdersi e restare intrappolati, e fallimentari sono i tentativi di Encolpio di liberarsi dei rivali  alla
frenesia del vagare si contrappone la fissità della situazione (sempre loro due + rivale)  viaggio a
vuoto, nel corso del quale si ritorna sempre al punto di partenza.
IL regista di questa narrazione solo apparentemente caotica non è certo lo sventurato
narratore (anzi vittima designata), ma Petronio, che monta all'insaputa e ai del personaggio la
complicata macchina del romanzo.
Questo viene enfatizzato sempre con il confronto a distanza tra gli avvenimenti del romanzo
e i grandi modelli eroici: Encolpio vive la realtà me china e triviale del modo circostante
commisurandola continuamente ai modelli tragici ed epici dei suoi libri prediletti.
Intorno a lui ci sono personaggi sordidi e viziosi (poeti affamati, truffatori, matrone libidinose
ecc.) che si muovono nei luoghi canonici della vita romana (gli stessi che si ritrovano anche in
Marziale: templi, sordidi vicoli, locande squallide, piazze di mercato, pinacoteche).
Petronio tocca i problemi sociali del suo tempo (crisi agricola, carestie, sovraffollamento delle
città, emergere dei ceti nuovi e in particolare dei liberti).
È difficile stabilire l'atteggiamento dell'autore nei confronti di questa formicolante materia:
Petronio non prende mai posizione in merito agli avvenimenti, lascia ogni giudizio alla pluralità di
voci che animano il romanzo.
Ma manca un personaggio che detenga una visione globale, positiva e coerente, dei fatti, o
che possa essere considerato portavoce dell'autore.

Realismo mimetico ed effetti di pluristilismo Nonostante la stravaganza della vicenda


narrata, la maggiore originalità di Petronio consiste non nel contenuto ma nello stile della sua
opera, che si caratterizza per plurilinguismo e pluristilismo (il Satyricon è anzi una delle rare opere
del mondo antico che accolgano un'esigenza di scrittura pluristilistica).
Nel corso del romanzo, infatti, si passa dalla narrazione piana al discorso diretto, dalla prosa
alla poesia, dall’uso di una lingua colta e raffinata a quello del sermo plebeius, ricco di forme
grammaticalmente scorrette e di prestiti da altre lingue.
Soprattutto nella Cena, la materia linguistica penetra con irruenza creando un risultato
espressivo assolutamente unico. 32

Nel Satyricon ogni personaggio viene individuato e caratterizzato dal linguaggio che usa:
parliamo per questo di «realismo mimetico».
Due le categorie:
 Personaggi colti (latino semplice ed elegante, su modello di Cicerone epistolare,
Catullo, Orazio satirico, unito a sermo familiaris).
 Personaggi incolti: latino fortemente espressivo, ricco di volgarismi e di forme
idiomatiche.

Fra queste due fasce, occupa una sorta di posizione intermedia Trimalchione, che un po’ si
sforza di usare un linguaggio elevato e pretenzioso, un po’ ricade nel linguaggio plebeo e volgare
della classe sociale cui appartiene.
La cena immortalata da Petronio ha per lui valore importante, perché ci sono il retore
Agamennone e due studenti giunti da Marsiglia.
L'apparizione di Trimalchione all'inizio del banchetto e la scena finale sono perciò
caratterizzate da due diversi livelli linguistici:
 All'inizio [Trimalchione vuole far colpo, sfoggiare un linguaggio scelto («Amici», inquit
nondum mihi suave erat in triclinium venire, sed ne diutius absentivos morae vobis
essem, omnem voluptatem mihi negavi. Permittitis tamen fìniri lusum»: frase
abbastanza ricercata nel suo impianto, pur con i volgarismi absentivos (morfologico) e
permittitis (sintattico: presente al posto del futuro)  effetto di contrasto, personaggio
ridicolo.
 Negli ultimi capitoli della Cena, completamente ubriaco, perde ogni ritegno linguistico
e si abbandona al linguaggio dei suoi commensali abituali.

Gli effetti di contrasto, in personaggi come Trimalchione, sono involontari e a spese dei
personaggi; al contrario, in personaggi “alti” come Encolpio sono frutto della loro intenzionale
volontà di "abbassarsi" al livello dei destinatari (Encolpio viene definito da Quartilla urbanitas
vernaculae fons “sottile conoscitore della lingua” per il suo latino elegantemente regolato secondo
i canoni del linguaggio urbano, e presenta impurità solo durante la cena Trimalchionis segno che il
mimetismo linguistico petroniano non dipende solo dalla cultura del personaggio, ma anche dal
contesto).
Il realismo petroniano, in conclusione, si realizza pienamente proprio nell’uso mimetico della
lingua e ogni personaggio è caratterizzato anche dal linguaggio che utilizza, così come ogni vicenda
è contrassegnata dall’uso di uno specifico registro linguistico e stilistico.
Tradizione e fortuna del testo Petronio fu noto già poco noto integralmente nell’antichità e
nella tarda antichità, dai tempi di Terenziano Mauro (fine sec. il d.C.) fino a quelli di Sidonio
Apollinare (sec. V), poi scomparve, salvo che per brevi citazioni.
Del Satyricon oggi possediamo circa un decimo rispetto all’originale e questo perché, , l’opera
non riuscì a superare indenne il Medioevo: a causa dei contenuti troppo licenziosi essa subì infatti
una dura censura e smise presto di essere trascritta interamente; solo alcuni excerpta vennero
infatti copiati e conservati, ed è sulla base di questi che oggi riusciamo a ricostruire una parte del 32

testo originale e a delineare almeno a grandi linee la struttura e il contenuto dell’opera.


L’opera rimase sostanzialmente ignota fino al Cinquecento, quando ne uscirono le prime
edizioni a stampa, ma solo verso la metà del sec. XVII fu scoperto il codice che riportava le parti
più ampie del testo.
Soltanto a partire dal Settecento il Satyricon cominciò ad essere letto e apprezzato
diffusamente: era già piaciuto, nella parte allora conosciuta, ai libertini del Seicento e fu ancor più
ammirato dagli Illuministi del Settecento (tranne che da Voltaire) per la sua originalità e il suo
spirito dissacrante; in seguito fu sempre più apprezzato.
Tra i suoi ammiratori moderni troviamo autori italiani, come Parini e Manzoni (autore di un
Panegirico a Trimalcione ispirato proprio al romanzo petroniano), e stranieri, come Wilde e i
naturalisti francesi Balzac e Flaubert.
Ne diedero giudizi estremamente positivi il romanziere decadente francese Huysmans e il
filosofo tedesco Nietzsche.
Nel Novecento il grande critico tedesco Hauser ha fatto iniziare la tradizione realistica della
letteratura europea con quest’opera, la quale ha goduto di un interesse costante come
dimostrano gli innumerevoli studi e traduzioni in tutto il mondo occidentale.
Il Satyricon ispirò infatti opere sia in ambito letterario (ad esempio, il titolo originale di The
Great Gatsby di Scott Fitzgerald doveva essere Trimalchio at West Egg) che cinematografico (si
pensi al Satyricon di Fellini del 1969, uno dei suoi film più originali).

Satyricon di Petronio (xxxvi)

Haec ut dixit, ad symphoniam quattuor tripudiantes procurrerunt, superioremque partem


repositorii abstulerunt. Quo facto videmus infra altilia et sumina, leporemque in medio pinnis
subornatum, ut Pegasus videretur. Notavimus etiam circa angulos repositorii Marsyas quattuor,
ex quorum utriculis garum piperatum currebat super pisces, qui in euripo natabant. Damus
omnes plausum a familia inceptum et res electissimas ridentes aggredimur. Non minus et
Trimalchio eiusmodi methodio laetus “Carpe" dixit. Processit statim scissor et ad symphoniam
gesticulatus ita laceravit obsonium. ut putares essedarium hydraule cantante pugnare. In-
gerebat nihilo minus Trimalchio lentissima voce: “Carpe, Carpe”. Ego suspicatus ad aliquam
urbanitatem totiens iteratam vocem pertinere, non erubui eum qui supra me accumbebat hoc
ipsum interrogare. At ille, qui saepius eiusmodi ludos spectaverat. “Vides illum? - inquit - Qui
obsonium carpit Carpus vocatur. Ita quotiescunque dicit ‘Carpe’, eodem verbo et vocat et
imperat”.
Non appena [Trimalcione] ebbe dette queste parole, accompagnati dall'orchestra quattro tizi
corsero verso di noi a passo di danza e portarono via la parte superiore del vassoio. Appena
compiuta la manovra vediamo lì sotto pollame e ventresche e al centro una lepre con delle penne
appiccicate per rappresentare Pegaso [cavallo alato n.d.r.]. Notammo anche agli angoli del vassoio
quattro statuette del satiro Marsia, dalle cui officine scorreva della salsa piccante pepata sopra dei
pesci che nuotavano in un canaletto. Su iniziativa della servitù tributiamo tutti un applauso e
sorridenti aggrediamo quelle leccornie. Trimalcione. non meno soddisfatto della sorpresa, gridava 32

“Trincia”. Si fece avanti subito lo scalco e, con ampi gesti, al ritmo dell'orchestra tagliò la pietanza:
sembrava un soldato sul carro che combattesse al suono di un organo. Ciononostante Trimalcione
continuava a ripetere con voce strascicata: “Trincia, Trincia". Io ebbi il sospetto che questa
ripetizione nascondesse qualche spiritosaggine e non mi vergognai di chiedere informazioni
all’ospite che stava sdraiato nel posto sopra il mio. Quello, che aveva assistito più di una volta a
spettacoli del genere, mi rispose: “Vedi quel tizio? Quello che trincia la pietanza si chiama Trincia.
Così ogni volta che dice 'Trincia’ con una sola parola lo chiama e gli dà l’ordine".