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Economica Laterza

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Dello stesso autore
in altre nostre collane:

Pagano e cristiano.
Vita e mito di Costantino
«Storia e Società»
Arnaldo Marcone

Costantino il Grande

Editori Laterza
© 2000, Gius. Laterza & Figli

www.laterza.it

Edizioni precedenti:
«Biblioteca Essenziale Laterza» 2000

Nella «Economica Laterza»


Prima edizione maggio 2013

Edizione
1 2 3 4 5 6

Anno
2013 2014 2015 2016 2017 2018
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Questo libro è stampato


su carta amica delle foreste

Stampato da
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per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-581-0810-9

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ai danni della cultura.
per Emilio Gabba
Premessa

Non è senza esitazione che ho accettato di scrivere que-


sto profilo biografico di Costantino. Alla base di questo
timore, oltre agli ovvi scrupoli di carattere scientifico, ce
n’è uno specifico, legato alla curiosa sfortuna che la fi-
gura del primo imperatore cristiano ha incontrato nella
recente bibliografia italiana dove non si trovano biogra-
fie a lui dedicate scritte originariamente nella nostra lin-
gua. Non è questa la sede per riflettere su tale assenza.
A titolo di confronto e di esempio basterà ricordare che
solo negli ultimissimi anni sono state pubblicate ben
due biografie di Costantino in Germania e una in In-
ghilterra.
Per quanto mi riguarda potrò ritenere conseguito il
mio obiettivo se i lettori troveranno in queste pagine
motivo per approfondire quanto qui per necessità è so-
lo accennato. In sintesi, la mia interpretazione di Co-
stantino poggia essenzialmente su quattro elementi fon-
damentali: la premessa decisiva rappresentata dall’i-
deologia di governo creata da Diocleziano con il siste-
ma tetrarchico; la conversione piena e convinta di Co-
stantino al cristianesimo sin dal 312 – che non deve pe-
raltro indurre a sottostimare le considerazioni genuina-
mente politiche di alcune sue scelte –; la sua sensibilità

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morbosa per le relazioni sessuali e coniugali, che si tra-
duce in una serie di atti legislativi; il sostanziale falli-
mento del suo disegno dinastico.
Se il lettore avrà chiara questa mia idea di Costanti-
no potrò considerare saldato anche il mio debito di ri-
conoscenza verso Andrea Giardina che, oltre ad avermi
proposto questo lavoro, ha dimostrato per il dialogo
scientifico un interesse che mi onora. È merito suo se in
questo libro le oscurità sono meno numerose di quanto
avrebbero potuto essere.
Ringrazio anche Bruno Bleckmann per la sollecitu-
dine con cui mi ha reso accessibili alcuni suoi significa-
tivi contributi.
Costantino il Grande
Tavola genealogica
MASSIMIANO = Eutropia

(1) Elena = COSTANZO CLORO = (2) Teodora MASSENZIO Fausta

Flavio Dalmazio (1) Galla = Giulio Costanzo = (2) Basilina Annibaliano Costanza = LICINIO

Annibaliano Dalmazio GIULIANO (L'APOSTATA) Liciniano Licinio

(1) Minervina = COSTANTINO = (2) Fausta

Crispo

COSTANTINO II COSTANZO II COSTANTE I

In maiuscolo gli imperatori (compreso Massenzio).


Il figlio di Costanzo Cloro

1. Umili origini
Un imperatore giovane e bellissimo, la cui persona su-
perava tutti i suoi accompagnatori per altezza come an-
che per la luminosa bellezza, il portamento maestoso e
l’eccezionale forza fisica. Questo è, secondo i suoi pa-
negiristi, l’aspetto di Costantino all’apice della gloria.
Ma le grandi rivoluzioni hanno spesso origini modeste.
Certamente niente lasciava presagire che il figlio di un
ufficiale romano e di un’ostessa, probabilmente neppu-
re legati da regolare matrimonio, fosse destinato a im-
primere una svolta decisiva alla storia dell’Impero ro-
mano e, quindi, dell’Occidente. Questi erano infatti i
genitori di Costantino, nato il 27 febbraio del 272 o del
273 a Naisso (Niš), in Illirico, una regione che nel III se-
colo si era distinta come patria di imperatori fortemen-
te impegnati nella riorganizzazione dello Stato romano.
Anche il padre, Costanzo Cloro, era nato, una venti-
na d’anni prima, nella stessa regione, probabilmente da
una famiglia di modeste condizioni. Costanzo è un bel-
l’esempio di carriera militare riuscita in un’epoca in cui
questa poteva rappresentare la migliore via per una ra-
pida ascesa sociale. Nulla sappiamo dei suoi esordi. Se

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l’unica fonte che ce ne dà notizia è attendibile, la carica
che favorì la carriera di Costanzo dovette essere quella
di protector, ovvero di ufficiale in servizio permanente
presso il quartier generale dell’imperatore. A essa se-
guirono quella di comandante di un’unità di cavalleria
e, infine, quella di governatore della Dalmazia. È pro-
babile che Costanzo abbia ricoperto in rapida succes-
sione questi incarichi nei quali ebbe modo di distin-
guersi. Certo è che attorno al 288 lo vediamo pervenire
alla prefettura del pretorio, la più importante carica po-
litico-militare dell’epoca.
Di origini ancor più umili del padre era la madre di
Costantino, Elena. Non è certo un caso se Elena fu og-
getto di un processo di progressiva nobilitazione che la
condusse fino all’onore degli altari. Della sua professio-
ne ci parla, alla fine del IV secolo, una fonte non so-
spetta, sant’Ambrogio, per giunta in un’occasione so-
lenne: il discorso funebre pronunciato per commemo-
rare l’imperatore Teodosio. Il vescovo di Milano ci
informa che Elena era una stabularia, propriamente
un’addetta alle stalle nelle stazioni dove si cambiavano
i cavalli e, quindi, in senso lato, un’inserviente di oste-
ria. Il che, nell’intenzione di Ambrogio, accentuava i
suoi meriti nell’affermazione del cristianesimo, visto
che a lei si attribuiva il miracoloso ritrovamento della
croce di Cristo nel corso di un viaggio in Terrasanta. Il
cristianesimo recava in sé, in effetti, una doppia valen-
za rivoluzionaria: la prima derivava dal non riconosce-
re legittimità alle basi dell’ordinamento sociale istituito;
la seconda dall’attribuire un ruolo fondamentale alla
donna nella vita religiosa. L’umiltà vale infatti come un
segno di virtù.
È lecito supporre che, almeno agli esordi della car-
riera di Costantino, la figura di Elena creasse imbaraz-

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zo, se è vero che dobbiamo attendere la metà del IV se-
colo perché uno scrittore pagano (Eutropio) faccia
un’allusione alle sue origini. In mancanza di informa-
zioni precise possiamo ritenere sufficientemente fonda-
ta l’ipotesi in base alla quale Elena sarebbe nata nel 248
o nel 249 all’estremità nordoccidentale dell’attuale Tur-
chia, in una cittadina della Bitinia chiamata Drepanum,
più tardi ribattezzata in sua memoria dal figlio Heleno-
polis («città di Elena»). A ogni buon conto, diede alla
luce Costantino a ventiquattro o a venticinque anni,
quando era nel pieno della giovinezza. Sembra invece
pura speculazione l’ipotesi secondo la quale Elena
avrebbe incontrato Costanzo proprio a Drepanum, nel-
la stazione dove si cambiavano i cavalli gestita dai geni-
tori, e lo avrebbe quindi seguito come concubina, se-
condo la prassi in uso nell’esercito, sino a Naisso, dove
diede alla luce Costantino.
In realtà le vicende di Elena, almeno all’inizio, rien-
trano del tutto nella norma. L’unione, anche se non for-
malmente legalizzata, con un ufficiale romano doveva
apparire tanto a lei quanto ai genitori una buona op-
portunità per migliorare la propria condizione. Ma le
fortune di Elena, tanto eccezionali quanto impreviste,
non dovevano però dipendere dal marito, che si allon-
tanò presto da lei, ma dal figlio.
Quanto a Costanzo, le sue vicende coniugali sono
strettamente connesse con il successo della sua carriera.
Costanzo incarnava probabilmente al meglio la tipolo-
gia del militare onesto e capace, leale con i superiori e
severo senza asprezza con i soldati. L’Impero aveva bi-
sogno di uomini di questo genere per poter sperare di
riprendersi. La relazione di Costanzo con Elena, che an-
dava bene nella fase preliminare della sua carriera,

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quando era un semplice ufficiale, si rivelò presto inade-
guata.
La svolta si ebbe con l’ascesa di Costanzo al rango di
prefetto del pretorio, una delle cariche più importanti
dello Stato tardoantico. Ne fu artefice Massimiano, al-
lora la massima autorità dell’Occidente. Si trattò di uno
di quei colpi di fortuna che non ammettono esitazioni e
non concedono spazio agli affetti. La scelta di Massi-
miano implicava un progetto nel quale rientrava anche
il matrimonio di Costanzo con sua figlia Teodora. Co-
stanzo vi si adeguò, per spirito di disciplina e forse an-
che per ambizione. Per Elena ormai non c’era più po-
sto. Dall’unione con Teodora Costanzo ebbe sei figli, al-
cuni dei quali giocheranno un ruolo di rilievo nell’Im-
pero costantiniano.
Dell’infanzia e dell’adolescenza di Costantino non
sappiamo nulla. Possiamo supporre che il suo tempera-
mento sia stato influenzato dall’ambiente militare in cui
trascorse i primi anni di vita. Frequenti mutamenti di
sede implicavano anche amicizie instabili, la necessità
di adattarsi a situazioni diverse. In realtà, quanto alla
personalità di Costantino siamo nelle condizioni di fare
solo delle congetture: ce lo immaginiamo come un gio-
vane ambizioso, capace di conquistarsi amicizie grazie
alla vivacità del temperamento e alla generosità d’ani-
mo, ma incline nello stesso tempo a collere violente.
Una fonte posteriore ci ha trasmesso l’oltraggioso so-
prannome (Trachala: «collo di toro») con il quale pare
che Costantino venisse designato: è verosimile che i suoi
avversari vedessero in lui soprattutto arroganza e su-
perbia, difetti che pure dovevano coesistere con i suoi
modi affabili, idonei a suscitare simpatie e consenso.
Certo il giovane Costantino, cresciuto nella condizione
ambigua di figlio della moglie ripudiata di una delle

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massime autorità dell’Impero, doveva dar già prova,
tanto a parole quanto nei fatti, di una grande determi-
nazione. E non pochi erano coloro che percepivano co-
me quel giovane, così rapido nel decidere come nell’a-
gire, tormentato dall’ambizione, avrebbe presto trova-
to l’occasione per salire alla ribalta, anche perché il pa-
dre non si era certo dimenticato di lui.

2. La situazione dell’Impero
A lungo, nel corso del III secolo, all’interno dello Stato
romano gli eserciti provinciali e i loro comandanti era-
no apparsi i veri arbitri del potere, capaci di fare e di-
sfare imperatori a loro piacimento. La crisi economica,
inoltre, con la forte svalutazione della moneta, aveva ag-
gravato la condizione dei ceti più umili. Nello stesso
tempo all’esterno la pressione delle popolazioni barba-
riche si faceva sempre più insostenibile. In altre parole,
sembrava ormai messa in discussione la sopravvivenza
stessa dell’Impero. La risposta alla crisi non poteva però
avvenire solo sul piano strettamente militare: buoni sol-
dati in grado di offrire esperienza e spirito di sacrificio
ce n’erano ancora, occorreva però che a queste doti si
accompagnasse un disegno politico più ambizioso.
La svolta è legata all’elezione imperiale, avvenuta nel
novembre del 284 a Nicomedia, di un ufficiale illirico,
Diocleziano. Consapevole che l’Impero era troppo va-
sto per essere retto da un solo sovrano, Diocleziano
chiamò a condividere questa responsabilità un suo con-
nazionale e compagno d’armi, Massimiano. Ma anche
due titolari del potere imperiale dovettero presto risul-
tare ancora insufficienti. Ecco allora maturare l’idea
della tetrarchia (ovvero «governo a quattro», così come,
in epoca recente, per lo Stato sovietico si parlava di

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«troika», o governo a tre), cioè del collegio imperiale
formato da due Augusti e da due Cesari. Una fonte cri-
stiana, Lattanzio, sintetizza in questi termini il senso del
sistema: «Alla testa dello Stato ci dovevano essere due
signori principali, cui spettava il potere supremo, e due
inferiori, che dovevano essere di aiuto».
La riforma entrò a regime il 1º marzo del 293, quan-
do Galerio e il padre di Costantino, Costanzo Cloro, fu-
rono nominati Cesari (cioè vice-imperatori) e nello stes-
so tempo adottati e designati come successori. La ca-
ratteristica fondamentale che univa tra loro i detentori
del potere risiedeva nel loro passato di soldati e nell’es-
sere tutti di estrazione modesta. Galerio addirittura era
figlio di pastori, una specie di gigante di eccezionale for-
za fisica, che si divertiva a far circolare la voce che sua
madre fosse stata posseduta da un serpente, se non dal-
lo stesso Marte. Queste erano dunque le risorse a cui
l’Impero si affidava per sperare ancora nella propria sal-
vezza. È la risposta ai due principali fattori di crisi del
III secolo: la difesa delle frontiere, troppo estese perché
un imperatore potesse da solo far fronte alle minacce
provenienti contemporaneamente da più parti, e la ga-
ranzia di successioni non traumatiche.
Il padre di Costantino, nella veste di Cesare, ebbe
modo di distinguersi nella riconquista della Britannia.
Fu infatti proprio Costanzo Cloro che nel 296 ristabilì
l’autorità romana sull’isola che era stata teatro di un’u-
surpazione. Allora Costantino, poco più che ventenne,
incominciava forse a intravedere il vantaggio di poter
ereditare direttamente dal padre il favore di un esercito
provinciale.

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3. L’ideologia tetrarchica
Con la tetrarchia giunge a maturazione il peculiare in-
treccio tra sfera ideologica, politica e religiosa che ave-
va avuto modo di manifestarsi nel corso del III secolo.
Diocleziano e Massimiano, come Augusti, si attribuiro-
no infatti gli epiteti rispettivamente di «Giovio» e di
«Erculio»: Giove ed Ercole diventavano così i loro
«compagni» (comites) o «protettori» (conservatores).
La chiave di volta del sistema ruotava attorno all’idea
dell’investitura divina. Diocleziano, ricevuto da Giove
l’incarico di governare in sua vece sul mondo, si rico-
nosceva anche la facoltà di creare altri imperatori che
condividessero con lui la responsabilità dell’Impero. In
un panegirico si dice addirittura che l’Impero fu affida-
to a Diocleziano solo perché, nella crisi in cui si dibat-
teva l’Impero, Massimiano veniva in suo aiuto.
La «famiglia» (la peculiare forma di designazione uf-
ficiale del «collegio imperiale») che ne viene fuori è del
tutto sui generis, dal momento che la finzione istituzio-
nale si intreccia con i legami di sangue. Gli Augusti, no-
minando i Cesari, sono anche i loro «padri». Il punto è
che a questo rapporto di parentela fittizio se ne sovrap-
pone uno reale, di sangue. Galerio, sposando la figlia di
Diocleziano, Valeria, diventa anche suo genero. Così
pure Costanzo Cloro sposa la figlia di Massimiano, Teo-
dora. Proprio questo intreccio risulterà dirompente per
una delle finalità fondamentali del sistema tetrarchico:
infatti le tensioni tra i vincoli istituzionali del nuovo or-
dinamento e quelli di sangue si riveleranno insanabili.
La costruzione del sistema tetrarchico come «sistema
chiuso» e perfettamente organizzato ha altri riscontri si-
gnificativi. Alla fine del 293, tra novembre e dicembre, i
due Augusti Diocleziano e Massimiano festeggiarono

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congiuntamente i dieci anni di regno. Si trattò di un’ul-
teriore finzione, perché Massimiano aveva alle spalle un
periodo di regno inferiore a quello del collega. Ma anche
questo espediente serviva a consolidare l’armonia. Con
la nomina dei Cesari Galerio e Costanzo Cloro avvenuta
nei primi mesi dell’anno la tetrarchia poteva considerar-
si pienamente operante e il 293 poteva essere considera-
to il primo anno del «nuovo secolo», della nuova età del-
l’oro. La concordia esistente tra i tetrarchi era, almeno
nelle intenzioni, la migliore garanzia per il perdurare di
tale età. Il linguaggio delle monete non lascia dubbi in
proposito. Le emissioni monetali tra la fine del 293 e l’i-
nizio del 294 hanno legende significative. A essere cele-
brata è la providentia deorum che attraverso i tetrarchi,
facendo sì che tra di loro regnasse la concordia (concor-
dia Augustorum), assicurava stabilità alla felicitas saecu-
li. Il progetto politico e ideologico della tetrarchia sem-
brava dunque attuato.

4. La persecuzione dei cristiani e l’abdicazione


Tra gli atti conclusivi del regno di Diocleziano ce ne so-
no due, già motivo di scalpore per i contemporanei, che
restano ancora oggi di difficile valutazione. Il primo è la
persecuzione decretata contro i cristiani, decisa tra il
303 e il 304. Tale scelta, che implicava come conse-
guenza la fine della pace religiosa che sino ad allora i te-
trarchi non avevano turbato, è per certi aspetti poco
comprensibile. La questione può riassumersi in un in-
terrogativo: perché Diocleziano aspettò vent’anni per
perseguitare i cristiani? La pacificazione delle frontiere
e le vittorie sui nemici esterni («ora che il mondo ripo-
sa nella più alta quiete» si dice nel preambolo di un edit-
to del 301 con il quale si fissava il valore massimo di de-

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terminati beni e servizi), oltre all’apparente successo del
sistema di governo tetrarchico, forse suscitarono in lui
il desiderio di sbarazzarsi anche dei nemici interni.
Il secondo è l’abdicazione congiunta di Diocleziano
e Massimiano, avvenuta il 1º maggio del 305, che suscitò
non poca sorpresa ed emozione. Il piano di abdicazio-
ne era stato certamente valutato e preparato con cura.
Più che concordato, fu, con ogni probabilità, imposto
da Diocleziano a Massimiano con l’espediente di un
giuramento solenne nel tempio di Giove Capitolino a
Roma. La rinuncia volontaria al potere significava sot-
toporre a verifica l’efficacia del meccanismo previsto
dal sistema tetrarchico per la successione. In realtà pro-
prio questa scelta suscitò per l’Impero un ventennio di
guerre civili che sarà chiuso solo dalla definitiva vittoria
di Costantino.
La scena dell’abdicazione, avvenuta a Nicomedia, fu
ricca di pathos e di suggestione. I presenti si commos-
sero di fronte al vecchio imperatore che, spontanea-
mente, per fedeltà nei confronti di quanto lui stesso ave-
va stabilito, lasciava il potere. Costantino, anche lui al-
lora a Nicomedia, nella sua mente lucida e concreta, va-
lutava il da farsi, sentiva e sollecitava i commenti. So-
prattutto doveva aver consapevolezza che per il popo-
lo, e ancor più per i soldati, il sistema ideato da Diocle-
ziano era incomprensibile, una sorta di utopia politica
che poggiava su basi fragilissime. E sapeva con quanto
dispiacere Massimiano, in Italia, si assoggettasse a una
cerimonia analoga. L’unico vero sostegno era la garan-
zia fornita dall’abnegazione e dal rigore del suo stesso
ideatore. Rimosso questo, tutta l’impalcatura era desti-
nata a crollare. Costantino sapeva di suscitare curiosità,
di essere ammirato, invidiato, forse anche detestato. Ma
per un esercito era una figura riconoscibile, capace di

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creare consenso. Nessuno capiva in virtù di quale prin-
cipio Costanzo Cloro, divenuto Augusto, avrebbe do-
vuto associare a sé come Cesare il quasi sconosciuto Se-
vero. Costantino aveva ben chiaro che, se voleva avere
un futuro, questo era presso i soldati di suo padre.
Da Nicomedia, d’altra parte, conveniva fuggire. In
una situazione ormai instabile era molto probabile che
i pericoli a corte aumentassero. Certamente c’era qual-
cuno, come Galerio, che poteva desiderare di eliminare
il rivale. Già con vari pretesti aveva trattenuto Costan-
tino presso di sé malgrado le pressanti richieste del pa-
dre che lo voleva al suo fianco. Ora non c’era più tem-
po da perdere. Caduti gli ultimi pretesti, non appena
ebbe ottenuta l’autorizzazione, Costantino anticipò ad-
dirittura la partenza, allontanandosi quasi di nascosto,
per timore che qualcuno lo inseguisse.
Alle tensioni politiche si aggiungevano le ragioni di
conflitto religioso, particolarmente vive in Oriente, per-
ché qui la Chiesa cristiana era già forte e ben organiz-
zata. Vedremo nel prossimo capitolo gli sviluppi delle
persecuzioni. Essi sono strettamente connessi con le vi-
cende della tetrarchia e con il suo fallimento di fronte
alle dinamiche indipendenti da essa stessa messe in at-
to. Il sistema tetrarchico, con la pluralità di detentori
del potere, riconosceva il problema rappresentato dal
governo di un territorio troppo vasto e complesso per
essere retto da un solo imperatore. Esso, però, non era
nelle condizioni di mantenere la condizione essenziale
per il funzionamento del sistema stesso, cioè il principio
di una direzione dello Stato a un tempo congiunta e se-
parata, per garantire la quale era necessaria una perso-
nalità autorevole, capace alla fine di imporre il suo vo-
lere, come appunto quella di Diocleziano. Il risultato
della sua abdicazione fu il riaffermarsi di spinte regio-

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naliste e di ambizioni personali legittimate in vario mo-
do. Senza il fallimento del sistema tetrarchico Costanti-
no non avrebbe avuto la possibilità di conquistare il po-
tere. Ma Costantino era pur sempre il figlio del tetrarca
Costanzo Cloro.
Il tetrarca

1. La proclamazione di Costantino e la crisi del sistema


tetrarchico
Sulla base dell’ordinamento tetrarchico, l’abdicazione
congiunta dei due Augusti non poneva dei problemi,
dal momento che era previsto che a essi subentrassero i
rispettivi Cesari, Costanzo Cloro in Occidente e Gale-
rio in Oriente. Al posto lasciato libero da questi ultimi
venivano a loro volta chiamati Severo e Massimino
Daia. Nasceva così, apparentemente senza traumi, la se-
conda tetrarchia.
Le insidie per il regime ideato da Diocleziano erano
però in agguato. Il meccanismo della successione, così
rigorosamente rispettato, aveva lasciato fuori due per-
sonaggi che potevano vantare forti legami di sangue con
gli Augusti: Massenzio, figlio di Massimiano e genero di
Galerio, che aveva scelto come residenza una villa fuo-
ri Roma, e Costantino, figlio di Costanzo Cloro. Come
spesso avviene, a giocare un ruolo determinante fu il ca-
so (o la fortuna). Costantino certamente non aveva gra-
dito che Massimino, il nipote di Galerio, avesse avuto la
precedenza su di lui. Ottenuta l’autorizzazione a lascia-
re Nicomedia, Costantino si precipitò a raggiungere il

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padre in Britannia. Com’era tipico del suo carattere,
egli non aveva perso tempo. Appena giunto in Britan-
nia trovò modo di segnalarsi in una campagna contro i
Pitti al di là del vallo di Adriano, nella parte più setten-
trionale dell’isola, e di guadagnarsi così il favore dei sol-
dati. Costantino era arrivato a York, allora capitale di
una delle due province dell’isola, poco prima della mor-
te del padre che avvenne nel giugno del 306. Così la se-
conda tetrarchia, appena costituita, fu subito sconvolta
dalla scomparsa di uno dei due Augusti, quando evi-
dentemente non c’era stato ancora tempo per preordi-
nare un’ulteriore successione e vivo era il malcontento
tra gli esclusi.
A York alla morte di Costanzo non avvenne niente
che fosse davvero imprevedibile. I soldati, che erano de-
voti alla figura dell’Augusto scomparso, riconoscendo
in Costantino, allora forse trentacinquenne, le medesi-
me qualità del padre, non esitarono a proclamarlo im-
peratore. Non vi è dubbio che si trattasse di un’usurpa-
zione: niente di eccezionale nel III secolo, ma essa era
un fatto eversivo del sistema tetrarchico voluto da Dio-
cleziano proprio per prevenire situazioni di questo ge-
nere. Per comprendere la logica di fondo dei complica-
ti eventi successivi si deve tener conto di un aspetto im-
portante. Malgrado tutto le parti in conflitto cercarono,
ancora per diversi anni, di salvaguardare (o almeno di-
chiararono di volerlo fare) l’organizzazione tetrarchica.
Era chiaro che il primo a reagire a quella situazione
imprevista doveva essere l’unico Augusto rimasto, Ga-
lerio. Galerio dal suo palazzo di Serdica (oggi Sofia)
puntò realisticamente a circoscrivere la crisi all’Occi-
dente. A Costantino, che si presentava come Augusto e
dunque, teoricamente, come suo collega con pari di-
gnità, Galerio rispose con una mossa tattica: elevò Se-

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vero al rango di Augusto e nominò quindi Costantino
Cesare di quest’ultimo. Costantino, a sua volta, fece una
scelta opportunistica. Sul momento, si accontentò del
rango di Cesare con l’intenzione di sfruttare la posizio-
ne acquisita. In tale veste continuò a dar prova delle sue
qualità di generale respingendo una serie di incursioni
dei Franchi in Gallia.
La situazione restava comunque esplosiva, tanto da
non poter esser più accomodata con espedienti occa-
sionali. Massenzio a Roma non rimase a guardare. Le
sue credenziali erano indiscutibilmente superiori a
quelle di Costantino: infatti non solo era figlio di un ex
imperatore (Massimiano), ma era anche genero del-
l’Augusto in carica, dal momento che aveva sposato la
figlia di Galerio. Alla fine di ottobre anche Massenzio
otteneva una proclamazione imperiale. Questa volta la
reazione di Galerio non fu accomodante. Il tentativo di
Massenzio di non irritare il suocero facendosi chiamare
soltanto princeps non sortì nessun effetto. Galerio non
poteva accettare quel colpo di mano che implicava la fi-
ne di fatto della tetrarchia. La risposta era la guerra. Se-
vero fu incaricato di eliminare il ribelle. Massenzio ri-
spose invocando l’aiuto del padre cui offrì per la se-
conda volta la porpora. Massimiano, che probabilmen-
te aveva lasciato il trono nel 305 solo per le pressioni di
Diocleziano, accettò.
Ancora una volta si manifestò in modo inequivoca-
bile il ruolo decisivo dell’esercito ogni qualvolta ci fos-
sero contese per il potere imperiale. I soldati con i qua-
li Severo mosse contro Massenzio all’inizio del 307 era-
no in gran parte gli stessi che avevano servito sotto Mas-
simiano. Quest’ultimo non ebbe difficoltà a convincere
le truppe di Severo, da lui assediato a Ravenna, ad ab-
bandonarlo. Severo, preso prigioniero, fu costretto a

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una abdicazione formale. A questo punto Galerio si
sentì in dovere di intervenire di persona in Occidente.
Massenzio e Massimiano sapevano bene che una guer-
ra con Galerio sarebbe stata altra cosa rispetto a quella
con Severo e si misero in cerca di alleati. Costantino, da
parte sua, sfruttò al meglio la situazione. Accettò l’ac-
cordo offertogli da Massimiano, senza peraltro rompe-
re in modo plateale con Galerio. Poiché in quel mo-
mento Costantino era vedovo, dal momento che la mo-
glie Minervina era morta di parto, il patto fu suggellato
con il suo matrimonio con Fausta, la figlia di Massimia-
no. Il carattere politico di tale unione matrimoniale era
reso palese dal fatto che Fausta era poco più che una
bambina. Costantino, in cambio della sua neutralità nel
conflitto in corso, riceveva il titolo di Augusto.
Assicuratasi così la neutralità di Costantino, Massi-
miano e Massenzio furono in grado di fronteggiare l’at-
tacco di Galerio, che arrivò in Italia nell’autunno del
307. Sembrò riproporsi allora la stessa situazione che
aveva portato Severo alla catastrofe. L’assedio posto a
Roma da Galerio non dava esito, mentre le sue truppe
iniziavano a disertare. Galerio evitò il peggio solo to-
gliendo l’assedio e concedendo libertà di saccheggio ai
suoi soldati al rientro dall’Italia. Massenzio formalmen-
te rimaneva un usurpatore, anche se così poteva conso-
lidare il suo controllo sull’Italia.
A turbare ulteriormente la situazione in Occidente
contribuì un fatto inaspettato: il litigio tra i due vincito-
ri. Massimiano approfittò infatti di una cerimonia mili-
tare per strappare la porpora dalle spalle del figlio. An-
che se probabilmente il vecchio tetrarca aveva prepara-
to il suo gesto, la reazione negativa dei soldati fu tale da
costringerlo a lasciare precipitosamente Roma. Dove
poteva recarsi Massimiano se non dal genero Costanti-

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L’Impero nell’organizzazione tetrarchica.

Costanzo Cloro Galerio Confini delle diocesi

Massimiano Diocleziano

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BRITANNIA

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Treviri MAR
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19
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Nuova Cartagine Atene
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Golfo Persico
AFRICA
M A R E M E D I T E R R A N E O
Cirene Alessandria Petra
ARABIA
Nilo
no? Ormai però, almeno per lui, era giunto il tempo del-
la definitiva uscita di scena.
Massimiano, inquieto e insoddisfatto, affidava le sue
speranze di riscossa alla ricostituzione della tetrarchia,
convinto di poter giocare ancora un ruolo dietro le
quinte, come consigliere-alleato di Costantino. Proba-
bilmente coltivava anche l’illusione di convincere Dio-
cleziano che era opportuno che entrambi riassumesse-
ro congiuntamente il potere per la salvezza dell’Impe-
ro. Ma Diocleziano, stanco e disilluso, preferiva la quie-
te del suo palazzo: ormai gli bastava – così disse – man-
giare quanto produceva l’orto che coltivava di persona.
L’ultimo suo intervento di natura politica di cui si ha
notizia si ebbe a Carnuntum, sul Danubio, nel novem-
bre del 308. Allora, alla presenza del vecchio Dioclezia-
no, fu sancito un accordo in base al quale al posto di Se-
vero, come Augusto, subentrava Licinio, un capace mi-
litare il cui aiuto era stato decisivo per Galerio per evi-
tare la sconfitta durante l’assedio di Roma. Licinio ave-
va ricevuto la nomina imperiale con il preciso incarico
di debellare Massenzio. Questo disegno rimase però
sulla carta. Massenzio ottenne un successo in Africa e
Licinio, impegnato altrove, rinunciò a venire in Italia. Si
trattava, in realtà, di una sistemazione fittizia, resa pre-
caria dalle ambizioni insoddisfatte di Costantino in Oc-
cidente e da quelle di Massimino Daia in Oriente: la te-
trarchia, o almeno l’idea dioclezianea di essa, era ridot-
ta ormai a poco più di un nome.
Costantino aveva giocato con abilità le sue carte, at-
tendendo pazientemente il momento propizio per
prendere in pieno l’iniziativa. La tetrarchia, provviso-
riamente riorganizzata a Carnuntum, era in palese con-
traddizione con la realtà delle cose. A fronte di un Ce-
sare, Costantino, solidamente insediato nelle sue pro-

20
vince, c’era un Augusto, Licinio, che doveva sottrarre
con la forza i principali territori sottoposti alla sua com-
petenza, l’Italia e l’Africa, al loro detentore, Massenzio.
È chiaro che il prolungarsi di una situazione di questo
genere rappresentava di per sé un fattore di instabilità.
Costantino si stava preparando a entrare con decisione
sulla scena. In attesa degli eventi si era dato cura di re-
carsi due volte in Britannia e di viaggiare a lungo in Gal-
lia, compiendo anche qualche occasionale campagna
oltre il Reno.
Fu forse la sensazione che ci si stesse avvicinando a
una svolta decisiva a indurre il vecchio Massimiano, che
mal accettava di restare in disparte, a una mossa dispe-
rata. Si diresse ad Arles, nella Gallia meridionale, e si fe-
ce proclamare imperatore per la terza volta, cercando di
guadagnarsi con donativi il consenso dei soldati. La rea-
zione di Costantino fu rapidissima e implacabile. Si pre-
cipitò ad Arles e, catturato Massimiano, lo indusse al
suicidio. Questa fine ingloriosa aveva delle implicazio-
ni significative. Essa mostrava impietosamente il falli-
mento del sistema di governo ideato da Diocleziano, si-
stema che aveva funzionato solo sino a quando era sta-
to garantito dalla sua forte volontà. I legami di sangue
trascurati avevano preso la loro rivincita e le guerre ci-
vili erano tornate all’ordine del giorno.
Per Costantino si poneva allora un problema di le-
gittimità del suo potere. Per quanto fosse facile presen-
tare il tentativo di colpo di mano di Massimiano come
manifestazione di senilità, la sua fine presupponeva or-
mai anche un nuovo sistema di termini di riferimento.
Sino a questo momento la carriera di Costantino era sta-
ta vincolata dal modello tetrarchico; per giunta tanto lui
quanto suo padre dovevano il loro potere a Massimia-
no. Morto quest’ultimo di morte violenta, era difficile

21
potersi richiamare ancora ai valori fondanti di quel si-
stema di governo, che aveva posto alla base di tutto la
concordia tra i sovrani. La risposta andava cercata nel-
la costruzione di una nuova dinastia che mostrasse co-
me Costantino fosse predestinato all’Impero.

2. Una «visione pagana»


Abbiamo un documento prezioso che è indicativo del-
la svolta di Costantino verso la costruzione di una legit-
timità di tipo dinastico. Si tratta di un panegirico, ope-
ra di un anonimo, al seguito di Costantino in Gallia, che
risale al 310, un anno molto importante, che appare
quasi di preparazione a nuovi equilibri. Il contributo
fondamentale del panegirista alla nuova ideologia poli-
tica costantiniana sta nell’affermare che Costanzo Clo-
ro era figlio dell’imperatore Claudio il Gotico (che ave-
va regnato tra il 268 e il 270). Quindi Costantino era fi-
glio e nipote di imperatori. Il rapporto con la tetrarchia
era salvato da un’allusione a Diocleziano, soddisfatto
del prestigio di cui godeva dopo la sua abdicazione e dei
successi di Costantino, da lui considerato come un suo
legittimo discendente. È chiaro che, al di là degli espe-
dienti retorici, la verità era un’altra. I legami di sangue
si stavano prendendo la loro rivincita a un punto tale
che si sentiva il bisogno di inventarne di nuovi.
Gli argomenti e il tono del panegirista non lasciano
adito a dubbi:

Inizierò dal primo dio tra i tuoi antenati, del quale forse
molti sono ancora all’oscuro benché quanti ti amano lo co-
noscono molto bene. Infatti tu sei legato da un vincolo ance-
strale a quel divino Claudio che fu il primo a restaurare l’or-
dine gravemente decaduto dell’Impero romano e che di-

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strusse per terra e per mare le orde dei Goti che avevano fat-
to irruzione attraverso gli stretti del mar Nero e il Danubio.
Avesse voluto il cielo che egli fosse rimasto più a lungo per ri-
vitalizzare l’umanità invece che passare troppo presto a rag-
giungere gli dèi! Benché il felicissimo giorno che noi abbia-
mo da poco celebrato sia calcolato come l’anniversario del
tuo Impero, dal momento che esso ti vide per la prima volta
decorato con quell’onore, tuttavia è da Claudio, il fondatore
della tua famiglia, che tale onore è passato a te. Inoltre quel-
l’antica prerogativa della famiglia imperiale innalzò tuo pa-
dre, così che anche tu potessi stare nella posizione più eleva-
ta al di sopra delle necessità umane come terzo imperatore,
dopo altri due delle tua stessa famiglia. Tra gli altri fattori che
contribuiscono alla tua sovranità, Costantino, lo riconosco,
c’è soprattutto quello che tu sei nato imperatore, e tale è la
nobiltà della tua dinastia che la dignità imperiale non ti ha ag-
giunto alcun onore, né la fortuna poteva attribuire alla tua di-
vinità quello che è già tuo, che non richiede nessuna propa-
ganda o ricerca di consenso (Pan. lat., VI, 2).

Dunque Costantino è predestinato all’Impero per-


ché per lui si tratta di veder riconosciuto quello che in
realtà già è suo, cosa che lo mette in una posizione di su-
periorità rispetto ai rivali. È già un argomento da pro-
paganda di guerra. Il panegirista, però, non si ferma
qui. Mentre si allontanava da Marsiglia Costantino ave-
va ricevuto notizia della fine dell’insurrezione dei bar-
bari lungo il Reno. Nella ricostruzione del panegirista la
notizia giunse a un momento del viaggio in cui dalla
strada percorsa dalla comitiva imperiale se ne dipartiva
un’altra che portava a un famoso santuario di Apollo,
«il più bel santuario di tutto il mondo». Qui, secondo il
panegirista, ci fu un’epifania del dio accompagnato dal-
la Vittoria. Le due divinità offrivano all’imperatore una

23
corona d’alloro, come presagio augurale di trent’anni di
regno.
Come interpretare questa «visione pagana»? Certo il
panegirista nel suo zelo encomiastico non poteva so-
spettare che essa sarebbe stata di lì a poco inconciliabi-
le con le scelte religiose dell’imperatore. Da una parte
si deve tener conto della componente per così dire «re-
gionalistica» di questi panegirici gallici: enfatizzare il
ruolo del santuario di Apollo significava anche sottoli-
neare i vincoli che Costantino aveva con la Gallia, che
dal 306 era stata la base del suo potere come tetrarca.
Vi si può vedere un gesto di omaggio nei confronti del-
l’aristocrazia locale, per i culti da lei prediletti. Dall’al-
tra il distacco dalla tetrarchia implicava anche un ab-
bandono delle sue divinità tutelari. Per noi è natural-
mente impossibile, di fronte a un racconto di questo ge-
nere, stabilire «un livello di verità». Non si può neppu-
re escludere, tra l’altro, che il panegirico fosse destina-
to a un pubblico ristretto e che, quindi, sia discutibile
dare a questa visione un valore propagandistico di por-
tata troppo ampia. È comunque significativa l’enfasi
con la quale il panegirista accredita la sua versione. La
visione, dunque, era di per sé un fatto credibile, che po-
teva essere propagandato. L’assistenza divina era un
fattore sicuramente di rilievo nella costruzione di un’i-
deologia imperiale.
L’Apollo onorato in modo particolare in Gallia era
identificato con il dio Sole. Tra gli appellativi ufficiali
che accompagnavano in nome di Costantino oltre agli
epiteti «pio» e «felice» si trova, a partire da questo mo-
mento, quello di «invitto». Invictus ha naturalmente un
significato che attiene specificamente alla sfera militare
– e Costantino aveva dei successi da vantare, soprattut-
to il consolidamento della frontiera renana –, ma anche

24
un valore religioso. L’epiteto invictus, infatti, è anche
quello che qualifica tradizionalmente la divinità solare,
Sol.
Consideriamo attentamente il messaggio che Co-
stantino, in questi anni così delicati di preparazione al-
la conquista definitiva dell’Impero, affida agli strumen-
ti tipici della propaganda imperiale: i panegirici, le iscri-
zioni, le monete. Le epigrafi, oltre agli epiteti di cui si è
detto, danno rilievo alla filiazione da Costanzo Cloro.
Talvolta compare anche una formula peculiare: «nato
per il bene della cosa pubblica». La formula non era
nuova, ma la somma di questi elementi suggerisce il te-
ma di fondo che ispirò la guerra che Costantino si ap-
prestava a condurre contro Massenzio. Anche la mone-
tazione presenta caratteristiche significative. Nelle mo-
nete coniate a Treviri e a Londra Sol Invictus figura or-
mai regolarmente sul rovescio in qualità di comes,
«compagno» di Costantino. È un indizio della ricerca di
una divinità tutelare di tipo personale. Gli dèi ufficiali
della tetrarchia non interessano più. Costantino aspira
a un legame privilegiato, esclusivo, con una divinità ben
precisa.

3. Massenzio e Roma
Il potere di Massenzio era concentrato sull’Italia e sul-
l’Africa. Si trattava di una circostanza che lo poneva in
una posizione particolare rispetto agli altri tetrarchi.
Era infatti l’unico che risiedesse a Roma, la capitale sto-
rica dell’Impero. Non a caso la propaganda di Massen-
zio era centrata in gran parte sul tema della «romanità»,
sulla rivitalizzazione della grandezza della capitale. Ec-
co perché il mito di Romolo, il fondatore e primo re di
Roma, torna inaspettatamente di attualità. Il 21 aprile

25
del 308 (dunque nell’anniversario della fondazione del-
la città) Massenzio fece porre una dedica di questo te-
nore: «a Marte invitto, loro padre, e ai fondatori della
città eterna», cioè a Romolo e a Remo. Ed egli diede ad-
dirittura il nome di Romolo a suo figlio, quasi come pro-
messa di una «rifondazione» di Roma. In realtà anche
questo tema propagandistico poneva Massenzio in con-
traddizione con uno dei princìpi-cardine dell’organiz-
zazione tetrarchica. Essa, infatti, si fondava sul presup-
posto che la capitale fosse là dove era l’imperatore.
Massenzio, invece, sosteneva il principio che l’impera-
tore non potesse essere separato da Roma.
Il paradosso del sistema tetrarchico consisteva nel
fatto che esso, che pure era stato ideato allo scopo di
preservare l’integrità dell’Impero, alla fine aveva posto
in essere i presupposti per una sua divisione, soprattut-
to tra Oriente e Occidente. Inoltre i conflitti che vede-
vano come protagonisti i tetrarchi presupponevano una
base regionale. I singoli contendenti orientavano la lo-
ro azione politica in funzione dei territori sui quali si
trovano a esercitare il loro potere.
Massenzio figura nelle leggende monetali come il
«preservatore della sua città» cui si accompagna l’im-
magine della dea Roma seduta in un tempio. Persino il
motivo della lupa che allatta i due gemelli trova spazio
nell’iconografia monetale. C’è in particolare un aspetto
del governo su Roma di Massenzio che merita conside-
razione: la sua attività edilizia. Essa è stata a lungo sot-
tovalutata anche per il riflesso avuto dalla condanna al-
l’oblio imposta da Costantino su tutto quanto era stato
compiuto dal suo rivale. Il monumento più importante,
del quale restano tuttora resti imponenti, è la basilica, le
cui funzioni non sono note, fatta erigere sul Foro, nel si-
to precedentemente occupato dai depositi e dai magaz-

26
zini del pepe. Massenzio fece inoltre ricostruire il tem-
pio di Venere e Roma, che si allungava a est della basi-
lica, verso il Colosseo: si tratta forse del tempio raffigu-
rato sulle sue monete. Anche il tempio di Romolo, ai
piedi della Velia, deve essere attribuito con ogni proba-
bilità, almeno come progetto iniziale, a Massenzio, co-
me espressione di quell’ideologia romulea di cui si è
detto. Altri edifici, come il complesso termale progetta-
to tra Velia e Palatino, non hanno un significato ideolo-
gico particolare, ma presuppongono pur sempre la vo-
lontà di abbellire la città.

4. Costantino e Treviri
In alternativa a Roma, come una delle capitali dell’Oc-
cidente, i tetrarchi avevano scelto Treviri, ubicata in una
posizione felice, nella valle della Mosella, in un punto
nodale di comunicazione tra Gallia e Germania. In ra-
gione della crescente necessità di difendere il confine re-
nano, sempre più minacciato nel corso del III secolo,
Treviri, già capoluogo della Gallia Belgica, situata a una
distanza abbastanza sicura dalla frontiera, era divenuta
la principale residenza di Massimiano tra il 286 e il 293.
Nel nuovo riordinamento delle province voluto da
Diocleziano, queste erano state moltiplicate in modo da
renderle più compatte e di estensione ridotta. Nello
stesso tempo, furono create le diocesi, che altro non era-
no se non dei raggruppamenti, più o meno estesi, di
province. Treviri si trovò a essere a un tempo capitale
della provincia detta «Gallia Belgica» e della diocesi
delle Gallie, comprendente la Gallia centro-settentrio-
nale (e, più tardi, quando furono create le prefetture del
pretorio, capitale di una di queste prefetture che com-
prendeva le diocesi di Britannia, Gallia e Spagna). Non

27
a torto la città poteva vantarsi di essere, in quanto «se-
de illustre di principi», una sorta di «seconda Roma».
La posizione di Treviri si rafforzò durante il periodo
in cui Costantino governò come Cesare e, quindi, come
Augusto, le province occidentali dell’Impero (306-
312). Nell’autunno del 307, in un momento in cui la se-
conda tetrarchia era in grave crisi, Costantino si unì in
matrimonio, probabilmente proprio a Treviri, con Fau-
sta, la figlia di Massimiano. Il panegirista del 310, al
quale abbiamo già accennato, allude a una attività edi-
lizia in grande stile che interessò la città sotto Costanti-
no. È verosimile che, come è tipico di questi encomi,
vengano attribuiti al sovrano celebrato sul momento
opere che risalgono almeno in parte ai suoi predecesso-
ri oppure si diano per realizzati semplici progetti. Si
tratta, naturalmente, di propaganda. Tuttavia, l’impe-
gno di Costantino nella città gallica è fuori discussione:
è una riprova della scelta di consolidare la base regio-
nale del proprio potere prima di affrontare le sfide de-
cisive per la conquista dell’Impero.
Dice il panegirista: «Vedo il Circo Massimo che, mi
sembra, compete con quello di Roma, vedo la basilica e
il Foro, opere regali, e la sede della giustizia innalzarsi
così in alto da apparire degna delle stelle e del cielo e
quasi vicina a loro. Tutto questo è senza dubbio un do-
no della tua presenza». Il riferimento a Roma va inter-
pretato nella prospettiva delle ambizioni di Treviri co-
me capitale dell’Occidente. Con la menzione della «se-
de della giustizia» il panegirista allude con ogni proba-
bilità alla basilica (o aula palatina) che si elevava nel
cuore dei palazzi imperiali, tra la cattedrale e le terme.
La basilica, tuttora esistente anche se molto restaurata,
interamente in mattoni, si compone di una vasta sala
rettangolare di stile molto sobrio che termina in un’ab-

28
side, cosa che le conferisce una caratteristica forma a T.
L’edificio, costruito su di un palazzo più antico, im-
pressiona ancor oggi per l’eccezionalità delle sue di-
mensioni: sessantasette metri di lunghezza, ventisette
metri e mezzo di larghezza e trenta metri di altezza. Nel-
le riunioni ufficiali l’imperatore, circondato dai princi-
pali dignitari, doveva prendere posto nella vastissima
abside.
L’allusione del panegirista alle dimensioni del circo
di Treviri, in grado di rivaleggiare con quello di Roma,
non va considerata un’esagerazione retorica. Sul circo
in quanto tale sappiamo troppo poco per poter verifi-
care il grado di veridicità di una simile asserzione. Tut-
tavia, abbiamo già visto come le dimensioni della basi-
lica si imponessero per il loro carattere eccezionale. Un
altro edificio si segnalava per la sua grandiosità. Si trat-
tava delle terme, che occupavano la parte meridionale
dell’ampia area occupata a nord dalla basilica. Iniziate
sicuramente sotto Costantino si estendevano da est a
ovest per una lunghezza di circa duecentosessanta me-
tri. La facciata occidentale era nobilitata da una porta
monumentale a tre entrate che ricorda l’arco di trionfo
di Costantino a Roma. Queste terme, che a quanto pa-
re non entrarono mai in funzione, erano inferiori per di-
mensioni solo a quelle di Diocleziano e di Caracalla a
Roma.
Treviri non sarà dimenticata da Costantino neppure
in seguito, quando, unico imperatore, opererà lontano
dalla città mosellana. La cattedrale attuale, alla cui base
ci sono costruzioni di epoche differenti, nasconde al
suo interno l’origine romana. La costruzione dell’edifi-
cio (propriamente la basilica Nord) risale al 326 circa. I
danni provocati dall’ultimo conflitto mondiale hanno
dato origine a una serie di ricerche sistematiche tanto

29
nella cattedrale quanto nella basilica contigua di Nostra
Signora.
È stato accertato che all’origine delle chiese attuali
c’erano due chiese parallele, orientate allo stesso modo,
anche se di larghezza differente. Le ricerche in questio-
ne hanno messo in luce come la cattedrale sia sorta sul
sito di un palazzo costantiniano che fu demolito quan-
do l’imperatore era ancora in vita e sostituito da una ba-
silica doppia. La basilica Nord, che rappresenta l’ante-
cedente diretto della cattedrale attuale e che fu com-
pletata nel 348, poteva contenere circa seimila fedeli.
Nell’originario palazzo costantiniano c’era una sala
di rappresentanza sontuosamente adornata con un sof-
fitto a cassettoni dipinti. La natura di queste raffigu-
razioni merita attenzione. Essi rappresentavano degli
amorini danzanti e dei personaggi di dimensioni supe-
riori a quelle naturali, recanti delle insegne imperiali,
forse identificabili come membri della famiglia di Co-
stantino. Si distinguono tra le altre figure la testa di una
giovane donna con una corona di fiori e un plectron; il
ritratto ben conservato di un’altra donna potrebbe es-
sere quello dell’imperatrice Fausta. C’è infine un terzo
ritratto di una figura femminile, più anziana e dai linea-
menti marcati, identificabile forse con Elena, la madre
di Costantino. La basilica cristiana, insomma, sorgeva
sul sito di un importante palazzo imperiale che conte-
neva al suo interno le immagini e i simboli della nuova
dinastia.
Dunque tanto Costantino quanto Massenzio perse-
guivano politiche simili di consolidamento del proprio
potere all’interno delle regioni sottoposte al loro gover-
no. Il panegirista del 310 si affretta a celebrare Treviri
come una capitale alternativa a Roma. E la monumen-
talità delle costruzioni di età costantiniana giustifica in

30
qualche modo siffatta presentazione. Massenzio, come
si è detto, utilizza a sua volta il tema «romuleo» per ri-
proporre Roma come unica capitale possibile dell’Im-
pero. La morte prematura del figlio Romolo, togliendo-
gli le speranze di una futura dinastia, rappresentò sen-
za dubbio un brutto colpo per le sue ambizioni. Se ne
ha una prova nel suo tentativo, in verità alquanto mal-
destro, di recuperare un collegamento con l’ideologia
tetrarchica, da lui (come del resto da Costantino) in pre-
cedenza messa da parte. I coni monetari di Massenzio,
che in questo periodo giocano un ruolo di primo piano
nelle contrapposte propagande, recano legende del ti-
po: «Il divo Massimiano, mio padre, e il divo Costanzo,
mio consanguineo».

5. La fine delle persecuzioni


Le contese per il potere scoppiate a partire dal 306 han-
no dei riflessi importanti anche sullo sviluppo delle per-
secuzioni decretate da Diocleziano nel 303-304. In Oc-
cidente gli editti persecutori erano stati applicati sin da
principio con estrema moderazione, tanto è vero che le
persecuzioni furono quasi subito sospese. Quanto a
Massenzio non ci sono ragioni per ritenere – anche se la
propaganda successiva di parte costantiniana ci vorreb-
be far credere il contrario – che la sua politica si sia di-
scostata dalla linea di tolleranza seguita da Costanzo
Cloro e dal figlio Costantino. L’ideologia di Massenzio,
volta al recupero della tradizione romana, non è in-
compatibile con una politica di tolleranza verso i cri-
stiani. A ogni modo sappiamo per certo che egli revocò
subito le misure persecutorie sui territori sottoposti al-
la sua giurisdizione.

31
L’atteggiamento di Massenzio nei confronti del cri-
stianesimo ha un riscontro nella linea di condotta da lui
tenuta nel conflitto che era insorto, durante il suo re-
gno, all’interno della Chiesa romana. La contrapposi-
zione tra i rigoristi (che bollavano come «traditori», tra-
ditores, intendendo così in senso letterale coloro i qua-
li, nel corso delle persecuzioni, avevano «tradito», con-
segnando gli arredi sacri) e i moderati aveva determina-
to contrasti così violenti che Roma rimase priva di un
vescovo per circa tre anni, tra il 308 e il 311. Massenzio,
che aveva cercato nei limiti del possibile di salvaguar-
dare la pace allontanando dalla città i capi-fazione, nel
311 sancì in forma solenne la restituzione alla Chiesa
cristiana dei beni confiscati durante le persecuzioni. È
dubbio se in questa scelta si debba vedere una svolta in
senso deliberatamente filocristiano della sua politica.
Resta però il fatto che non è ammissibile presentare
Massenzio come un persecutore.
Molto diverse sono le vicende che avvennero in
Oriente in quei medesimi anni. Nella riorganizzazione
di quel che restava della tetrarchia Galerio, in teoria il
primo Augusto, governava sull’Illirico e sull’Asia Mi-
nore, Licinio, l’Augusto fresco di cooptazione, sulla
Pannonia e il Cesare Massimino Daia sulla regione siro-
palestinese e sull’Egitto. Proprio all’iniziativa di que-
st’ultimo si deve quello che possiamo considerare il «se-
condo tempo» della Grande Persecuzione. All’inizio
del 306, infatti, Massimino emanò un editto con il qua-
le si imponeva ai magistrati municipali di esigere un sa-
crificio universale da parte di uomini, donne e bambini.
Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea ci dà in una
sua operetta, i Martiri di Palestina, una descrizione effi-
cace della puntigliosità con la quale l’editto fu applica-
to. Un ulteriore editto, contenente disposizioni ancora

32
più radicali, fu emanato nel 309, cosa che induce a pen-
sare che l’applicazione del primo abbia incontrato del-
le difficoltà, se non addirittura delle resistenze.
Anche alla base della politica religiosa di Massimino
vanno riconosciute, con ogni probabilità, delle motiva-
zioni di ordine regionale. Nei territori sottoposti alla
sua autorità, infatti, le città avevano un’importanza sen-
sibilmente maggiore rispetto a quella che godevano nel-
la maggior parte dell’Impero. Sostenere il culto pagano
voleva dire infatti tutelare le attività economiche e i
commerci minuti legati ai pellegrinaggi nei templi e al-
le feste nei santuari. Massimino era peraltro seriamente
impegnato nel promuovere la persecuzione anche a li-
vello religioso, tanto è vero che sappiamo che maturò
l’idea di organizzare una sorta di Chiesa pagana imitan-
do quella cristiana.
Le persecuzioni contro i cristiani in Oriente ebbero
termine solo il 30 aprile del 311, con l’editto che Gale-
rio emanò a Serdica, quando ormai si trovava in punto
di morte. Si tratta di un documento di estrema impor-
tanza, perché andava più in là di quanto mai fosse an-
dato un imperatore romano: con esso, il cristianesimo
otteneva implicitamente lo status di religio licita, ovve-
ro di religione riconosciuta e ammessa dall’Impero. L’e-
ditto fu promulgato anche a nome degli altri membri uf-
ficiali del collegio tetrarchico, e dunque non a nome di
Massenzio che restava, a tutti gli effetti, un usurpatore.
Leggiamo il passo fondamentale dell’editto nella ver-
sione che ne dà Eusebio di Cesarea nella Storia Eccle-
siastica (VIII, 17):

Tra le altre disposizioni che abbiamo formulato per l’uti-


lità e il profitto dello Stato, abbiamo voluto in primo luogo
restaurare ogni cosa in conformità con le antiche leggi e le

33
pubbliche istituzioni di Roma, e prendere provvedimenti
perché anche i cristiani che abbandonarono la religione dei
propri antenati ritornassero a sani propositi. Ma per qualche
strano ragionamento, essi furono colti da una tale superbia e
da una tale follia che non vollero più seguire le tradizioni de-
gli antichi, istituite forse dai loro stessi antenati, e fecero a lo-
ro arbitrio e come ognuno volle delle leggi che osservarono
strettamente, e riunirono moltitudini diverse in vari luoghi.
Perciò quando fu da noi emanato un editto perché ritornas-
sero alle istituzioni degli antichi, moltissimi furono sottopo-
sti a processo capitale, e moltissimi altri, invece, furono tor-
turati e subirono i più diversi generi di morte. E poiché la
maggior parte persisteva nella stessa follia, e noi vedevamo
che non tributavano la stessa venerazione agli dèi celesti, né
onoravano quello dei cristiani, considerando la nostra bene-
volenza e la costante consuetudine per la quale siamo soliti
accordare il perdono a tutti, abbiamo ritenuto di dover con-
cedere sollecitamente il nostro perdono anche in questo ca-
so, affinché vi siano di nuovo dei cristiani e di nuovo si co-
struiscano gli edifici nei quali solevano riunirsi, così che non
facciano niente di contrario alle istituzioni. In un’altra lette-
ra noi daremo ai governatori istruzioni su ciò che dovranno
osservare. Perciò, in conformità con questo nostro perdono,
essi dovranno pregare il loro Dio per la salvezza nostra, del-
lo Stato e di loro stessi, perché sotto ogni rispetto lo Stato si
conservi integro ed essi possano vivere tranquilli nelle loro
case.

È notevole come Galerio, cui si attribuisce di solito


la maggiore responsabilità nella decisione di scatenare
la persecuzione anticristiana nel 303, riconosca di fatto
il suo fallimento. La conclusione del suo editto è sor-
prendente, ma ha una sua logica: ora i cristiani sono in-
vitati ad associarsi nelle preghiere per la salvezza del-
l’imperatore e dello Stato. Si tratta di uno sforzo note-
vole – a livello culturale oltre che religioso – nella dire-

34
zione di superare la contrapposizione tra cultura paga-
na e cristianesimo che si era accentuata nel corso della
crisi del III secolo. Il cristianesimo viene, per dir così,
«normalizzato». Galerio non rinnega l’ideologia tradi-
zionalista romana, che era stata alla base delle persecu-
zioni, ma accetta l’idea che il culto cristiano potesse es-
sere equiparato agli altri che venivano praticati all’in-
terno dell’Impero, così da poter contribuire al suo be-
nessere.

6. La guerra con Massenzio


Galerio morì nel 311, alla fine di aprile, mentre era in
viaggio per raggiungere Romulianum, la località nei
pressi di Serdica in cui era nato e nella quale desidera-
va vedere la fine dei suoi giorni. Con lui moriva l’ultimo
rappresentante della tetrarchia dioclezianea e, possia-
mo aggiungere, anche quel che rimaneva della stessa
idea tetrarchica. La situazione dell’Impero nel 311 era
quanto mai complessa e delicata. In Occidente regna-
vano Costantino e Massenzio, sulla Pannonia Licinio,
sul resto dell’Oriente Massimino Daia. Erano quattro
imperatori, ma questa situazione era quanto mai lonta-
na dalla tanto celebrata «concordia tetrarchica» di soli
dieci anni prima. A prescindere dal fatto che Massenzio
rimaneva nella posizione di usurpatore, era ormai evi-
dente che ci si trovava alla vigilia di un conflitto risolu-
tivo. Ciascun imperatore, come si è visto, cercava di
rafforzarsi all’interno dei suoi territori e pensava a strin-
gere alleanze più o meno provvisorie. Il più ricercato in
questo senso era Licinio, politicamente il più debole e
quindi il più utile per un accordo tattico.
La morte di Galerio produsse una serie di conse-
guenze soprattutto in Oriente. Massimino si affrettò a

35
invadere l’Asia Minore e a interrompere, allo scopo di
conseguire ulteriore consenso, le operazioni di un cen-
simento che stava causando non poche molestie alle po-
polazioni. A patire, invece, a causa del predominio di
Massimino sull’Oriente furono i cristiani. Infatti l’edit-
to di tolleranza di Galerio, benché emanato a nome di
tutti gli imperatori legittimi, non fu di fatto applicato
nei suoi territori. In un primo tempo Massimino diede
delle istruzioni ambigue ai suoi governatori: si doveva
cessare di perseguitare i cristiani senza arrivare, però, a
garantire loro la tolleranza. Qualche mese più tardi, a
novembre, le persecuzioni anticristiane in Oriente rico-
minciarono e, con esse, le condanne a morte.
Intanto le ambizioni di Massimino sui Balcani ave-
vano portato a un primo confronto con Licinio. Tra i
due si arrivò a un passo dal conflitto aperto. I loro eser-
citi, infatti, si trovarono minacciosamente schierati uno
di fronte all’altro sul Bosforo e solo un accordo in ex-
tremis scongiurò la guerra. Massimino, allo scopo di ve-
der riconosciuta la propria autorità sull’Asia Minore, la
Siria e l’Egitto, riconobbe a sua volta a Licinio la sovra-
nità sull’Illirico e sui Balcani. Così in Oriente si ricosti-
tuì una sorta di collegio imperiale nel quale Massimino
occupava il rango di primo Augusto.
Costantino non si fece cogliere impreparato. Da una
parte infangò pubblicamente la memoria di Massimia-
no, presentato come un cospiratore e un nemico, rom-
pendo così gli ultimi vincoli con la tetrarchia. Dall’altra,
da accorto politico qual era, capì che era indispensabi-
le giocare di anticipo e cercarsi un alleato. Si rivolse a
Licinio offrendogli in moglie la sorella Costanza. Mas-
simino tentò come contromossa di stringere un’allean-
za con Massenzio in cambio del riconoscimento della
sua posizione come quella di imperatore legittimo. Nel

36
Costantino Licinio

Massenzio Massimino

ITA
Illirico
Tracia

LI
A
ARMENIA

AFRICA
PERSIA

EGITTO

Le divisioni del territorio dell’Impero all’inizio del 312.

frattempo, nel dicembre del 311, nel suo palazzo di Spa-


lato moriva, isolato e amareggiato, Diocleziano che ave-
va fatto in tempo ad assistere alla rapida disintegrazio-
ne del sistema di governo da lui ideato.
La guerra, che era da tempo nell’aria, scoppiò nel
312. A prendere l’iniziativa fu, con ogni probabilità,
Costantino, che, neutralizzato Licinio, aveva tutto l’in-
teresse a giocare d’anticipo contro Massenzio prima che
l’alleanza con Massimino potesse concretizzarsi sul pia-
no militare. Dal punto di vista propagandistico la cam-
pagna italiana da tempo era stata preparata con cura.
Costantino si presentava formalmente come colui che
aveva il compito di «liberare» l’Italia dall’usurpatore
Massenzio, compito che Galerio aveva senza successo
affidato a Licinio. Quanto a Massenzio aveva a disposi-
zione un argomento propagandistico indubbiamente
minore: combatteva Costantino per «vendicare» la
morte di suo padre. Motivazioni di questo genere cela-

37
vano a mala pena quale fosse il vero obiettivo del con-
flitto: il potere assoluto sull’Occidente e, in prospettiva,
su tutto l’Impero.
Nella primavera del 312 Costantino invase l’Italia at-
traverso il passo del Monginevro con un esercito limi-
tato di numero (tra i trentamila e i quarantamila uomi-
ni), ma composto delle truppe migliori che aveva a di-
sposizione. La rapidità dell’azione valse a Costantino
un primo successo, perché gli consentì di prendere sen-
za difficoltà la fortezza di Susa. La sua avanzata prose-
guì con pari fortuna. Un combattimento vittorioso gli
aprì le porte di Torino. A Milano fu accolto con mani-
festazioni di entusiasmo. La successiva presa di Verona,
dove Massenzio aveva concentrato le sue truppe, fu de-
terminante per il definitivo controllo di tutta l’Italia set-
tentrionale.
A questo punto a Massenzio non restava altro se non
tentare di ripetere con Costantino la stessa tattica che
aveva avuto successo con Severo e con Galerio. Al si-
curo delle mura Aureliane, fiducioso negli abbondanti
rifornimenti che aveva fatto confluire a Roma, era nelle
condizioni per fronteggiare un lungo assedio. Il ponte
Milvio sul Tevere fu fatto abbattere. Contro ogni aspet-
tativa, però, Massenzio non attese pazientemente l’e-
volversi dell’assedio, ma uscì allo scoperto per cercare
lo scontro risolutivo. Proprio questa decisione gli fu fa-
tale. Il 28 ottobre fu sconfitto da Costantino a breve di-
stanza dal ponte Milvio, alle porte di Roma.
L’imperatore cristiano

1. La battaglia del ponte Milvio e la conversione


di Costantino
La battaglia del ponte Milvio, di per sé uno dei tanti epi-
sodi di lotta tra pretendenti al potere assoluto all’inter-
no dell’Impero romano, è uno di quegli eventi inevita-
bilmente destinati ad assumere un’importanza epocale.
La propaganda costantiniana e il comprensibile trion-
falismo degli autori cristiani concorrono nel suggerire
una lettura mitica che non ci aiuta nella nostra ricerca
di un’attendibile ricostruzione storica.
Lo stesso sito della battaglia si presenta oggi agli oc-
chi del visitatore con un’aura di mistero. Verso il km 19
da Roma, lungo la via Flaminia, si incontrano i resti di
una torre-casale. Quest’edificio racchiudeva al suo in-
terno un arco quadrifronte che celebrava la vittoria di
Costantino. L’arco, eretto nei pressi dell’incrocio in cui
dalla Flaminia si dipartiva la strada per Veio, non è più
riconoscibile, perché incorporato prima in una chiesa e,
quindi, in una torre fortificata. Ma anche di questo edi-
ficio non restano che dei ruderi, perché esso fu dato al-
le fiamme nel XV secolo: da allora il sito è noto con il
nome di Malborghetto. C’è invero un Costantino che è

39
ricordato da un’iscrizione. Ma si tratta solo di un omo-
nimo dell’imperatore, tal Costantino Pietrasanta, un
farmacista milanese che, affittata la zona, verso il 1500
restaurò a sue spese i ruderi.
Poco sappiamo dell’effettivo svolgimento dello
scontro, che dovette risolversi abbastanza rapidamente.
La battaglia, iniziata a una decina di chilometri dal pon-
te Milvio, in una località nota con il nome di «Saxa Ru-
bra», proseguì sin nella zona del ponte vero e proprio.
Per spiegare la scelta di Massenzio, di per sé poco ra-
zionale, si è chiamata in causa la consultazione dei libri
Sibillini o l’auspicio che egli poteva aver tratto dalla
coincidenza con l’anniversario della proclamazione im-
periale del 306, che cadeva in quei giorni. A posteriori,
in effetti, la sua scelta avventata di affrontare Costanti-
no al di fuori delle mura di Roma si prestava bene a es-
sere presentata dai cristiani come l’esito dell’obnubila-
mento determinato in lui dall’intervento divino. La stes-
sa fine di Massenzio, che morì annegato con il suo ca-
vallo nel Tevere, nel tentativo disperato di trovare rifu-
gio con le truppe all’interno delle mura, poteva valere
come segno di uno stato di confusione mentale.
La battaglia del ponte Milvio è presentata dalle fon-
ti cristiane come l’episodio culminante di una guerra di
religione tra Costantino, ispirato dal vero Dio, e Mas-
senzio, che si faceva sostenere dalle divinità pagane.
Per Massenzio, peraltro, l’ideologia «romulea» a cui si
ispirava era funzionale a scelte politiche contingenti
piuttosto che a motivazioni di carattere religioso. La
nascita del Costantino cristiano è legata invece all’epi-
sodio della sua conversione alla vigilia della battaglia
decisiva. Le fonti, però, non sono del tutto concordi.
Lattanzio, che scrive poco tempo dopo, si esprime in
questi termini:

40
Nel sonno Costantino fu esortato a far contrassegnare gli
scudi dei suoi soldati con i segni celesti di Dio e a iniziare
quindi la battaglia. Egli fece così e, girando e piegando su se
stessa la punta superiore della lettera [greca] X, scrisse in for-
ma abbreviata «Cristo» sugli scudi.

Non ci sono dubbi su quanto Lattanzio vuol dire.


Costantino fece apporre sugli scudi un monogramma a
forma di croce con le iniziali (greche) del nome di Cri-
sto. Ma questo non significa che la sua versione sia da
prendere alla lettera e che non vada piuttosto conside-
rata come una spiegazione di comodo, un tentativo di
utilizzare quale atto di aperta adesione al cristianesimo
quello che forse poteva essere stato un semplice accor-
gimento di natura pratica: far sì che i suoi soldati si di-
stinguessero da quelli di Massenzio.
Secondo Eusebio di Cesarea, invece, all’inizio del
pomeriggio Costantino avrebbe visto in cielo un segno
prodigioso nella forma di una croce di luce recante la
scritta: «In questo segno vincerai». La notte successiva
Cristo, apparsogli in sogno, gli ordinò di aggiungere
quel simbolo alle sue insegne. Costantino obbedì: que-
sta sarebbe l’origine del labarum, un termine di origine
gallica con il quale si designa lo stendardo imperiale de-
corato con il monogramma di Cristo (il X sormontato
da una R).
È una versione che, per quanto accreditata dallo
stesso Costantino, suscita non poche perplessità. Lo
scopo sembra quello di proiettare le sue gesta, sin da
principio, nella prospettiva sicura di un disegno prov-
videnziale. Il sospetto maggiore deriva dal fatto che Lat-
tanzio, che scrive, a differenza di Eusebio, pochi anni
dopo i fatti in questione, nulla dice del labarum e della
sua origine. La prima attestazione certa del labarum si

41
ha in realtà solo in una moneta bronzea emessa a Co-
stantinopoli non prima del 327. Il labarum fu verosi-
milmente un’innovazione successiva: esso fu introdotto
forse in occasione della guerra finale con Licinio nel
324. La sua attribuzione al 312, con in più il racconto
della visione celeste e del sogno, è dovuta quasi certa-
mente a intenzioni propagandistiche.
Tanto le visioni quanto i segni celesti sono peraltro
del tutto compatibili con lo spirito del tempo, che ri-
chiedeva un imperatore protetto e ispirato dall’alto. La
scelta religiosa di Diocleziano e dei tetrarchi vale come
premessa alla svolta costantiniana. Con una differenza:
un collegio di quattro imperatori presupponeva una
pluralità di dèi tutelari. Il ritorno alla soluzione monar-
chica favoriva l’adozione di un solo dio come protetto-
re di un unico sovrano.
Costantino probabilmente si era già da qualche tem-
po avvicinato al cristianesimo: il conflitto finale con
Massenzio richiedeva che l’adesione alla religione cri-
stiana assumesse un’enfasi eccezionale. Il racconto del-
l’antefatto della battaglia negli autori cristiani suggeri-
sce un’interpretazione di questo tipo. La conversione
sarebbe stata repentina e assoluta, suggellata da un pro-
digio celeste. La regia, insomma, è collocata «in alto»,
secondo un modello che sembra rifarsi alla conversione
certamente più importante nella ancor giovane storia
del cristianesimo, quella di san Paolo.
Oggi si tende a dare più credito che in passato all’i-
potesi di un’adesione intima e convinta, fin da princi-
pio, di Costantino al Dio dei cristiani. Si può escludere
che si sia trattato di una scelta politica: i cristiani erano
ancora una minoranza in Occidente. Costantino aveva
una sua sensibilità religiosa che si nutriva di presagi e di
emozioni. Qualche esponente del suo entourage, forse il

42
vescovo Ossio di Cordova, seppe indirizzare queste in-
quietudini al riconoscimento del Dio dei cristiani. In
proposito Costantino ci appare singolarmente reticen-
te. Le fonti ci hanno conservato un numero elevato di
sue dichiarazioni e di sue prese di posizione. L’unica al-
lusione documentata è tutt’altro che perspicua. A ogni
modo egli, pur tacendo sulla conversione in quanto ta-
le, non sembra mai mettere in discussione il fatto di aver
avuto al suo fianco il vero Dio.

2. Costantino e l’aristocrazia romana


Costantino fece il suo ingresso vittorioso a Roma il 29
ottobre del 312. Anche per differenziarsi dal suo anta-
gonista manifestò il proprio distacco dai culti tradizio-
nali della religione romana cui Massenzio si rifaceva. In-
tendendo enfatizzare questo spirito di rottura con il
passato, Costantino rinunciò a compiere il sacrificio tra-
dizionale di ringraziamento a Giove Ottimo Massimo
sul Campidoglio. Inoltre gli doveva sembrare poco op-
portuno celebrare il trionfo per la vittoria conseguita al
termine di una guerra civile.
La politica di Costantino negli anni immediatamen-
te successivi alla sua vittoria su Massenzio è contraddi-
stinta, soprattutto a Roma, da prudenza e spirito di con-
ciliazione. Nessun documento è in questo senso più si-
gnificativo del testo inciso sull’arco di trionfo fatto eri-
gere tra il Foro e il Circo Massimo nel 315. Dal punto
di vista religioso l’iscrizione è un capolavoro di ambi-
guità.
Essa recita:

All’imperatore Cesare Flavio Costantino, Massimo, Pio,


Felice Augusto, il senato e il popolo romano dedicarono l’ar-

43
co insigne per il trionfo, perché per ispirazione divina e in
virtù della grandezza del suo sentire insieme con il suo eser-
cito estirpò con una giusta guerra dallo Stato l’usurpatore e i
suoi seguaci.

L’accento batte sulla gratitudine del senato e dei cit-


tadini per il nuovo imperatore. In termini politici que-
sto non vuol dire altro se non il riconoscimento del nuo-
vo stato di fatto e la sua piena legittimazione. La que-
stione religiosa, se c’è, è marginale. Il riferimento all’in-
tervento divino è generico e vago: instinctu divinitatis.
Certo nessuno poteva sentirsi turbato all’idea che Co-
stantino potesse essere stato ispirato dal cielo. Ognuno
poi era libero di immaginare di quale dio potesse trat-
tarsi. Anzi, probabilmente il riferimento più immediato
cui veniva di pensare era, tutto sommato, la divinità so-
lare. Ancora nel 313 sul diritto di un medaglione d’oro
coniato a Pavia si può vedere l’immagine di Costantino
affiancata da quella, con tratti molto simili, di Sol.
Tanta discrezione si concilia bene con la linea segui-
ta da Costantino nei confronti dell’aristocrazia senato-
ria romana. L’esistenza di un’opposizione senatoria pa-
gana a Costantino è generalmente considerata fuori di-
scussione. Si invoca come elemento di prova, ad esem-
pio, la sua riluttanza a coniare monete con simbologia
cristiana in Roma, cosa che invece altrove faceva senza
problemi. Si è parlato addirittura di una presunta ani-
mosità tra senato e imperatore per le assegnazioni delle
varie cariche.
In proposito è necessario sottrarsi alla propaganda
costantiniana che presenta la campagna del 312 in Ita-
lia come una sorta di «guerra di liberazione» e gli atti
successivi alla vittoria finale come una «restituzione»
della giustizia. Il messaggio delle epigrafi in proposito è

44
chiaro: liberator e restitutor sono gli appellativi che ac-
compagnano regolarmente Costantino. D’altra parte la
posizione di Massenzio era svantaggiosa dal momento
che la sua assunzione del potere, nelle convulse vicende
della seconda tetrarchia, non era mai stata riconosciuta
come legittima. A tutto questo si aggiunga la condotta
anticristiana falsamente addebitatagli in seguito.
Le nostre fonti attribuiscono inoltre a Massenzio
una linea di condotta ostile nei confronti dell’aristocra-
zia senatoria. Per essa mancano però riscontri obiettivi,
non risultando attestato neppure un nome di una delle
sue vittime.
Le nomine ai posti-chiave di governo riservati di re-
gola ai senatori, prima fra tutti, ovviamente, la prefettu-
ra urbana, cioè il ruolo di capo della città di Roma, rap-
presentano un test significativo. Ebbene, proprio le no-
mine alla prefettura urbana dimostrano come coerente
fosse la volontà degli imperatori – di Diocleziano, così
come di Massenzio e di Costantino – di affidare tale ca-
rica agli esponenti delle famiglie della più alta aristo-
crazia senatoria.
Nello scorrere i fasti delle magistrature senatorie, il
consolato, i proconsolati d’Asia e d’Africa e, come si è
visto, la prefettura urbana, risulta che in larga misura, i
titolari delle cariche principali erano rimasti gli stessi.
Colpisce, inoltre, l’assenza, dopo il 312, di un nucleo di
esponenti inequivocabilmente cristiani tra i detentori di
cariche scelti tra i senatori romani. Dunque Costantino
non sceglie per le più alte cariche dell’amministrazione
imperiale dei magistrati sulla base della loro fede reli-
giosa. Né si può dare per scontato, per i pochi, ipoteti-
ci cristiani pervenuti a posizioni di vertice, che la loro
fede religiosa abbia giocato un ruolo decisivo.

45
D’altra parte proprio l’attaccamento ai culti tradi-
zionali come espressione della stessa continuità dello
Stato faceva di chi li professava uno strumento prezio-
so di governo. La collaborazione e non già lo scontro tra
Costantino e l’aristocrazia romana era nella logica delle
cose, soprattutto nella delicata fase di inizio del regno.
In una situazione ancora fluida, si capisce bene come
egli puntasse a preservare una buona intesa con il sena-
to romano, così da avere piena libertà di azione su altri
fronti. A ogni modo Costantino si trattenne a Roma so-
lo per due mesi o poco più. Già nel gennaio del 313, in-
fatti, lasciò la città.
Egli certamente sapeva come guadagnarsi le simpa-
tie. Le fonti concordano nel mettere in risalto il suo es-
sere affabile e disponibile, in una parola, la sua civilitas,
un ideale molto presente negli ambienti senatori del IV
secolo e altamente significativo del lessico politico del
periodo, in un momento in cui tornava a essere valoriz-
zata la collaborazione tra imperatore e senato. Soprat-
tutto Costantino si affrettò a confermare nelle loro ca-
riche quanti le avevano detenute durante il precedente
regime.
Costantino poi continuava a ricoprire la dignità di
pontefice massimo, che rappresentava un indubbio ele-
mento di continuità con la tradizione e contribuiva a
preservare il rapporto con l’aristocrazia pagana. Noi
non sappiamo quante delle funzioni connesse con que-
sto ufficio egli esercitasse pienamente e quale reazione
suscitasse la loro eventuale omissione. I riti pagani co-
munque, in un primo tempo, non subirono restrizioni
particolari, né ci furono contraccolpi religiosi nell’eser-
cito. La monetazione, che mantiene ancora a lungo l’an-
tica simbologia religiosa, documenta bene questa fase
di transizione, con la prevalenza nelle raffigurazioni di

46
Sol invictus. Quest’immagine, gradita al neoplatonismo
diffuso tra gli aristocratici, spianava la strada anche ver-
so il cristianesimo, che conosceva la metafora di Cristo
come «sole di salvezza» o «sole di giustizia», sol salutis
o sol iustitiae.
Dunque le necessità della collaborazione e dell’inte-
sa all’indomani della battaglia di ponte Milvio indusse-
ro imperatore e senato sulla via della reciproca com-
prensione anche in campo religioso. Come la formula
dell’iscrizione incisa sull’arco di trionfo (instinctu divi-
nitatis) soddisfaceva tanto i pagani quanto i cristiani,
così un anonimo panegirista nel 313, per celebrare quel
successo avvenuto in circostanze, in linea di principio,
poco favorevoli, chiama in causa non meglio precisati
«ammonimenti divini» (divina praecepta), che si sareb-
bero rivelati al predestinato alla vittoria, mentre il suo
antagonista ricorreva «ai fallaci pareri degli aruspici».

3. La crisi donatista
All’indomani della battaglia del ponte Milvio l’Impero
romano si trovava ad avere tre sovrani legittimi: Co-
stantino, signore di fatto, oltre che di diritto, su tutto
l’Occidente; Massimino Daia in Oriente e Licinio in
Pannonia e Illirico. La politica adottata da Costantino
nei confronti dei suoi colleghi nei mesi immediatamen-
te successivi al suo ingresso vittorioso in Roma corri-
sponde a quella da lui adottata nei confronti dell’ari-
stocrazia senatoria. La linea seguita appare prudente e
conciliante, volta al mantenimento dello status quo. Co-
stantino si affrettò a riconoscere la legittimità del pote-
re degli altri, come è confermato anche dalla nomina di
Massimino al consolato, insieme con lui, per il 313.

47
L’intesa perseguita da Costantino con gli altri impe-
ratori si trasformò, per quel che riguarda Licinio, in ve-
ra e propria alleanza. Nel gennaio del 313, infatti, Co-
stantino lasciava Roma per la celebrazione del matri-
monio della sorella Costanza con Licinio, che a sua vol-
ta partiva da Carnuntum. L’incontro tra i due Augusti,
in occasione delle nozze, ebbe luogo a Milano, in feb-
braio. In questa circostanza furono affrontati diversi te-
mi di rilevanza generale per la futura organizzazione
dell’Impero, a cominciare, naturalmente, dai rapporti
con Massimino.
Per quel che riguarda i cristiani fu deciso di dare pie-
na applicazione alle misure contenute nell’editto di Ga-
lerio del 311, con il quale si era definitivamente posto
termine alle persecuzioni. Furono probabilmente deci-
se anche delle norme integrative rispetto a quanto pre-
visto nel testo emanato da Galerio. Questa è la «legge
perfettissima» che secondo Eusebio sarebbe stata ema-
nata a Milano da Costantino e Licinio, nota con il ter-
mine improprio di «editto di Milano».
Le conseguenze degli accordi presi a Milano tra Co-
stantino, che aveva il rango di senior Augustus, cioè di
capo del collegio imperiale, e Licinio avrebbero avuto
un riscontro preciso di lì a poco. Sotto l’impressione del
successo di Costantino su Massenzio, in un primo tem-
po Massimino Daia aveva rinunciato a perseguitare i
cristiani e annunciato la tolleranza nei loro confronti.
Tuttavia la sua ambizione non poteva consentirgli di re-
stare indifferente di fronte all’intesa che si stava profi-
lando contro di lui tra Costantino e Licinio. Massimino
conquistò Bisanzio nel momento in cui Licinio si trova-
va a Milano. La risposta fu immediata. Licinio, pur di-
sponendo di forze nettamente inferiori rispetto a quel-

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le del suo avversario, mosse contro di lui e lo sconfisse
alla fine di aprile non lontano da Adrianopoli, in Tracia.
La tendenziosità delle fonti cristiane a proposito di
quest’episodio appare evidente. Lattanzio non esita a
far passare anche questa come una guerra di religione e
poco importa se Licinio non era neppure cristiano. Il
suo successo costrinse comunque Massimino, che dopo
la sconfitta si era rifugiato in Cappadocia, a emanare a
sua volta un decreto per la libertà dei cristiani. Poi, rag-
giunto da Licinio si tolse la vita. Si concludeva così, con
la fine di quel poco che restava del sistema tetrarchico,
anche l’era tormentata delle persecuzioni contro i cri-
stiani, che tanto peculiarmente si erano intrecciate con
le vicende della storia politica.
La situazione di relativa stabilità alle frontiere con-
sentiva ai due Augusti di dedicarsi prevalentemente al-
la politica interna. Costantino, poco dopo il suo ingres-
so a Roma nel 312, si affrettò a emanare una serie di di-
sposizioni che indicavano un chiaro rovesciamento del-
la tradizionale politica religiosa: la Chiesa da persegui-
tata incominciava ad assumere una posizione privilegia-
ta all’interno dello Stato. Costantino scrisse infatti al ve-
scovo di Cartagine, Ceciliano, che membri del clero,
espressamente nominati, avrebbero ricevuto delle som-
me di denaro. Inoltre, con due lettere inviate al pro-
console d’Africa Anullino, dispose prima la restituzio-
ne alla Chiesa dei beni confiscati durante le persecuzio-
ni e poi l’esenzione per gli ecclesiastici dagli oneri, fi-
nanziariamente assai gravosi, che nei municipi ricade-
vano sui ceti abbienti.
Dal punto di vista del diritto pubblico tale misura
rappresentava un riconoscimento dello status clericale;
dal punto di vista economico, dato il peso, talvolta in-
sopportabile, che le cariche pubbliche comportavano

49
per i ceti abbienti, tale esenzione costituiva un privile-
gio importante. Basti pensare che, a un certo punto, il
perseguimento della carriera ecclesiastica parve la solu-
zione più semplice per quanti volevano sfuggire all’o-
nere di tali cariche. Non a caso, quando il fenomeno as-
sunse proporzioni massicce, lo stesso Costantino fu co-
stretto a ritornare su una decisione che rischiava di
compromettere la sopravvivenza delle comunità citta-
dine.
Da Eusebio di Cesarea apprendiamo come Costan-
tino motivasse la sua decisione:

Dal momento che da molti fatti risulta che la trascuranza


del culto divino, in virtù del quale si preserva la somma reve-
renza per il sacrosanto e celeste potere, ha recato gravi peri-
coli alle cose pubbliche, e che la sua legittima restaurazione e
preservazione ha garantito la miglior fortuna al nome roma-
no e una prosperità singolare per tutti gli affari dell’umanità
(è infatti la Divina Provvidenza a conferire tali doni), è sem-
brato opportuno che quegli uomini che, con dovuta santità e
costante osservanza di questa legge, dedicano i loro servizi al-
l’esecuzione del culto divino, debbano ricevere la ricompen-
sa per le loro fatiche. Perciò voglio che le persone che nella
tua provincia prestano il loro servizio per questa santa reli-
gione nella Chiesa cattolica guidata da Ceciliano, e che di so-
lito sono detti «chierici», siano sottratti da ogni onere verso
lo Stato. Non vanno distolti da errore né da empio sacrilegio
dall’esecuzione del loro servizio nei confronti della divinità,
ma devono adempiere al loro dovere senza alcun impedi-
mento. Infatti se essi realizzano il loro alto servizio verso Dio,
sono della massima utilità per lo Stato (Storia Ecclesiastica, X,
7, 1-2).

Come si vede, non si tratta più di semplice tolleran-


za. Costantino, infatti, scrive a un governatore provin-
ciale, dunque a un alto magistrato dello Stato, per ga-

50
rantire dei privilegi ai sacerdoti cristiani. Di semplice
tolleranza si poteva parlare ancora a proposito della let-
tera, inviata allo stesso Anullino verso la fine del 312,
con la quale si prescriveva la restituzione alla Chiesa dei
beni confiscati:

La nostra grazia imperiale è solita non solo rispettare la


proprietà altrui, ma desidera anche la sua restituzione. Se
perciò oggi proprietà in passato della Chiesa dei cristiani in
città o in campagna si trovano nelle mani di cittadini o di al-
tre persone, tu dovrai, non appena ricevuto questo scritto,
provvedere alla restituzione alla Chiesa menzionata. La tua
altezza vede chiaramente che questa nostra disposizione è pe-
rentoria. Affrettati dunque a restituire il più rapidamente
possibile a queste chiese giardini, case e tutto quanto prima
posseduto da loro così che noi abbiamo notizia del coscien-
zioso adempimento del nostro ordine (Storia Ecclesiastica, X,
5, 15-17).

Nella lettera dell’aprile del 313, inoltre, si coglie la


distinzione che Costantino presuppone tra quanti ap-
partengono alla Chiesa legittima, «cattolica», e quelli
che da essa sono esclusi. Quindi non è solo questione di
concessione di privilegi ai cristiani in genere, ma addi-
rittura del loro conferimento a un gruppo ben indivi-
duato di persone al loro interno. La concessione diven-
ta quindi potenzialmente essa stessa uno strumento po-
litico, una forma di pressione nei confronti dei dissi-
denti.
Il cristianesimo africano era da tempo travagliato da
una grave crisi. Proprio Anullino, nella sua veste di pro-
console d’Africa, insieme al suo collega Valerio Floro, il
governatore di Numidia, nel 303 si era molto impegna-
to in un’applicazione rigorosa del primo editto di per-
secuzione contro i cristiani. Come è logico, di fronte a

51
misure estremamente severe, con le quali si imponeva
che tutti compissero il prescritto sacrificio in onore del
genio imperiale, le reazioni da parte dei cristiani coin-
volti furono molto diverse. Alcuni non esitarono a re-
stare fermi nella loro fede, sino al punto di affrontare il
martirio; altri preferirono l’apostasia, il ritorno, almeno
apparente, al culto pagano; altri ancora cercarono di
sottrarsi al pericolo nascondendosi.
Anche se la stagione della persecuzione cruenta fu
breve, molto più lunga e aspra fu quella successiva, ca-
ratterizzata dal rifiuto dei membri del clero che aveva-
no resistito alle minacce del potere imperiale di riam-
mettere nella Chiesa quanti invece avevano ceduto. Una
colpa era considerata particolarmente grave, quella di
«tradimento». Per tradimento si deve intendere, a rigor
di termini, la traditio, ovvero la consegna degli arredi e
dei libri sacri ai magistrati romani. Tra i tanti argomen-
ti specifici oggetto di discordia e di polemica, uno dei
più gravi riguardava la validità dei sacramenti ammini-
strati da un sacerdote che aveva «tradito».
Nella contrapposizione tra rigoristi e cattolici ha ori-
gine una delle controversie destinate a dominare a lun-
go la scena africana. Essa approderà a un vero e proprio
scisma, noto come «donatista», dal nome di Donato, il
più rappresentativo esponente dell’ala rigorista nella
prima fase della disputa. Il donatismo risulta partico-
larmente significativo per il forte sentimento antiroma-
no che lo caratterizza: molti suoi esponenti arrivavano
al punto di considerare negativamente la svolta filocri-
stiana del potere imperiale che essi pensavano di poter
combattere più agevolmente se esso fosse rimasto osti-
le alla Chiesa.
La questione per la quale era richiesto l’intervento
dell’imperatore si trascinava da diverso tempo e riguar-

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dava il vescovo di Cartagine, Ceciliano, la cui consacra-
zione era giudicata illegittima da parte dei donatisti che
elessero al suo posto Maggiorino. Ceciliano, tuttavia, ri-
mase in possesso della propria sede in città, anche se la
sua autorità era seriamente compromessa. Poiché Mag-
giorino morì di lì a poco, al suo posto fu eletto Donato,
destinato a dare il nome al movimento rigorista nel suo
complesso. Dunque Costantino si trovava di fronte una
Chiesa africana lacerata che richiedeva un intervento
urgente.
È curioso che a prendere l’iniziativa per risolvere il
conflitto siano stati proprio i donatisti, cui si deve la
scelta fatale di coinvolgere l’autorità imperiale nelle
questioni interne della Chiesa. Essi si rivolsero a Co-
stantino chiedendogli di inviare dei giudici dalla Gallia.
L’imperatore reagì favorevolmente e, scelti tre vescovi
gallici, scrisse al papa e a un altro ecclesiastico doman-
dando loro di dirimere la controversia dopo aver ascol-
tato dieci rappresentanti dei donatisti e dieci dei catto-
lici africani. Il papa, da parte sua, ritenne opportuno
convocare un concilio per far giudicare la questione, ol-
tre che dai cinque giudici designati dall’imperatore, an-
che da quattordici vescovi italiani. Una siffatta proce-
dura di arbitrato non aveva precedenti neppure dal
punto di vista ecclesiastico, implicando tra l’altro un’i-
stanza di giudizio superiore rispetto a quella del sinodo
africano.
Il verdetto, favorevole a Ceciliano, non fu accettato
dai donatisti, che si appellarono di nuovo all’autorità
dell’imperatore. Costantino sembrò concedere qualco-
sa agli sconfitti. La lettera da lui scritta in questa occa-
sione ad Aelafio, vicario in Africa, è un documento del
massimo interesse. L’imperatore dava conto della sua
sollecitudine perché la disputa potesse essere risolta pa-

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cificamente. Il suo protrarsi rappresentava infatti per lui
un motivo di preoccupazione perché forniva argomen-
ti a coloro che notoriamente si erano da tempo allonta-
nati dall’osservanza della religione. Leggiamo la con-
clusione della lettera:

Dal momento che sono certo che anche tu sei devoto del
sommo dio, faccio parte alla tua eccellenza che considero
inammissibile che dispute e contese di questo genere mi sia-
no tenute nascoste, tanto più che da esse potrebbe avvenire
che Dio agisca non solo contro il genere umano ma anche
contro di me alla cui cura egli ha affidato per decreto celeste
la direzione di tutti gli affari umani, disponendo in modo di-
verso da come ha fatto sinora. Sarò infatti davvero tranquillo
e nella condizione di poter sempre sperare per tutto quanto
vi è di più nobile e alto nella benevolenza di Dio onnipoten-
te quando saprò che tutti, uniti insieme in concordia frater-
na, adorano il Dio santissimo secondo il culto della religione
cattolica che gli è dovuto (Ottato di Milevi, App. III).

Costantino sembra puntare a un rapporto confiden-


ziale con il suo magistrato. Aelafio dovrebbe condivi-
dere la sua sollecitudine perché anche lui «cultore del
sommo dio». Si tratta di un’espressione volutamente
ambigua che lascia intendere che Aelafio nutriva con-
vinzioni monoteistiche senza con questo vincolarlo for-
malmente al culto cristiano.
Questo scritto è importante perché contiene la pri-
ma rivendicazione esplicita di Costantino al suo diritto
di governare da solo l’Impero. In sostanza, il suo argo-
mento è questo: le discordie che affliggono la Chiesa
cristiana nuocciono al disegno divino che ha affidato a
lui il governo sulla terra. È caratteristico l’intreccio in-
districabile che si viene a creare tra religiosità (nelle sue
varie forme) e ambizione politica, il tutto mediato da

54
una scaltrezza tattica di prim’ordine. D’altra parte lo
stesso interesse mostrato da Costantino per la contro-
versia donatista mostra la sua chiara intenzione di se-
guire da vicino gli affari interni della Chiesa.
Uno storico ungherese, Andreas Alföldi, ha parlato
a ragione di una «vera coscienza missionaria» che arde-
va in Costantino. Per certi aspetti egli appare, in effetti,
l’erede di quella concezione del sovrano, scelto e pro-
tetto dagli dèi, comune alle culture del Vicino Oriente
ed ereditata, sia pure con molte varianti, dal mondo el-
lenistico e romano. Nella concezione che Costantino ha
di Dio si può vedere un riflesso della sua stessa perso-
nalità. Un uomo facile all’ira come lui doveva immagi-
nare che anche Dio lo fosse. Di qui la sua ansia di con-
servarne il favore con tutti i mezzi, nella presunzione di
essere capace di realizzare il piano divino per il gover-
no del mondo.
La reazione di Costantino alle ulteriori richieste dei
donatisti sembra contraddistinta da prudenza, da quel
tipico opportunismo cui sapeva ricorrere quando si
trattava di affrontare questioni delicate, e forse anche
da incertezza. Certo lo inquietava la situazione dell’or-
dine pubblico in Africa, ma a preoccuparlo era anche la
possibilità di lacerazioni all’interno della Chiesa. Un
passo di una lettera inviata al vescovo Cresto di Siracu-
sa sembra indicativo: «Come suole accadere, alcuni di-
menticano la loro salute e quella dovuta alla santissima
religione e tuttora non vogliono recedere dal protrarre
le loro discordie private sottomettendosi alle decisioni
già prese» (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, X,
5, 21-24).
Alla fine, comunque, Costantino decise che la que-
stione dovesse essere riesaminata a fondo in un apposi-
to concilio, alla presenza del maggior numero possibile

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di vescovi, da tenersi ad Arles all’inizio di agosto del
314. L’apertura della lettera da lui inviata ai vescovi
convenuti nella città è impegnativa:

L’imperscrutabile benignità del nostro Dio non consente


assolutamente che l’umanità erri a lungo nell’errore e non
può tollerare che lo scellerato volere di taluni possa prevale-
re al punto da non consentire agli uomini una nuova possibi-
lità di conversione alla giustizia aprendo di fronte a loro, gra-
zie alla sua luce gloriosa, una via di salvezza. Di questo io in-
vero sono a conoscenza grazie a molti esempi e posso citare a
sostegno di questa verità il mio stesso caso. Infatti in primo
luogo c’erano in me cose che apparivano molto lontane dal
vero e non pensavo che ci fosse alcuna potenza celeste che
potesse sondare i segreti del mio cuore. Quale sorte queste
cose che ho menzionato avrebbero dovuto determinare per
me? Certo una somma di ogni male. Ma Dio Onnipotente,
che siede nell’alto del cielo, mi ha donato quanto io non me-
rito. In verità, santi vescovi di Cristo Salvatore, in questo mo-
mento non posso né descrivere né enumerare tutti questi do-
ni che nella sua benevolenza celeste egli ha a concesso a me,
suo servo (Ottato di Milevi, App. V).

Costantino sembra dunque pensare che il suo ruolo


rispetto alla Chiesa debba riguardare anche le questio-
ni dottrinali. Non solo: la sua vicenda personale, la sua
conversione è adombrata in termini tali da farla appari-
re come una sorta di esempio da portare a modello. A
scanso di equivoci al termine della lettera egli avverte i
vescovi di aver dato disposizione al vicario d’Africa che
venissero tradotti subito alla sua corte quanti avesse tro-
vato ancora affetti dalla follia donatista. Il timore era
che, se lasciati indisturbati, essi continuassero a com-
piere «quanto può provocare la più grave collera della

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Provvidenza celeste». Abbiamo già accennato a come
Costantino fosse sensibile al tema della collera divina.
Date le premesse si capisce bene come l’appello dei
donatisti venisse respinto dal concilio. Il fatto che fosse
dimostrata infondata l’accusa di consacrazione illegitti-
ma di Ceciliano non servì però ad arrestare il donati-
smo. La controversia proseguì con alterne vicende. Nel-
l’estate del 315 Costantino dispose che i donatisti scon-
fitti dovessero recarsi in Africa dove avrebbero dovuto
essere giudicati da uomini di sua fiducia. Alla fine ac-
consentì che a Milano si svolgesse un terzo dibattimen-
to in merito alla posizione di Ceciliano, che fu confer-
mato al suo posto. Tuttavia neppure un accentuarsi del-
le misure repressive poté servire a risolvere la contro-
versia. Nel 321 Costantino, sia pure tra molte recrimi-
nazioni, si vide costretto a sospendere i suoi sforzi di ri-
chiamare all’ordine i donatisti.
La crisi donatista si rivelò particolarmente delicata
per le implicazioni che essa rivestiva per la stabilità stes-
sa del governo romano in Africa. Costantino era proba-
bilmente consapevole che un uso indiscriminato della
forza avrebbe rafforzato le resistenze. C’era il serio ri-
schio che i donatisti sfruttassero l’occasione del marti-
rio per presentare la loro causa come quella della vera
Chiesa perseguitata contro quella demoniaca sostenuta
dall’Impero romano. Il pericolo di suscitare rigurgiti
nazionalisti doveva essere ben presente all’imperatore,
che probabilmente li temeva almeno quasi quanto la
collera celeste.
La sensibilità religiosa di Costantino nei suoi primi
anni di regno ha altre manifestazioni caratteristiche. Il
25 luglio del 315 cadeva il decennale della sua procla-
mazione imperiale. Esso fu celebrato con solennità alla
sua stessa presenza. Un giubileo era sempre un’ottima

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occasione di propaganda. Lo era tanto più questo che
cadeva a breve distanza dalla conclusione di una guer-
ra civile in un momento di equilibrio, che si poteva so-
spettare instabile, tra i detentori del potere imperiale.
Non sappiamo purtroppo in quale misura Costantino
abbia rispettato i tradizionali riti pagani. Certo il coevo
arco di trionfo lascia intendere che, almeno all’interno
della capitale, egli perseguisse una linea di compromes-
so evitando, per il momento, gesti di rottura clamorosa
con il senato e gli ambienti tradizionalisti. Monete e
iscrizioni – i veicoli tipici del messaggio propagandisti-
co – in questa fase sembrano lasciare da parte le que-
stioni religiose per dare rilievo a temi più strettamente
politici: la vittoria sul «tiranno» Massenzio e i successi
conseguiti nella stabilizzazione della frontiera renana ri-
spetto alla sempre incombente minaccia barbarica.
A un livello ufficiale siamo ancora in una fase di in-
contro tra il paganesimo tradizionale e le nuove forme
di culto legate al cristianesimo. La religione solare, nel-
la quale si adombrava una sorta di monoteismo («eno-
teismo») attraverso il riconoscimento dell’esistenza di
un’unica divinità suprema, poteva valere come fattore
di integrazione. L’iconografia sembra confermare que-
st’ipotesi conciliativa, che l’imperatore doveva, se non
incoraggiare, quanto meno tollerare. Un medaglione ar-
genteo emesso a Pavia nel 315 è un bel documento di
questa linea prudente, dove il «nuovo» è temperato o
integrato dalla compresenza di elementi tratti da con-
sueti temi mitologici: l’elmo dell’imperatore è adorno
del monogramma cristiano, ma nello scudo si vede la lu-
pa che allatta i gemelli.
Dopo la celebrazione dei decennali Costantino tra-
scorse la maggior parte del suo tempo lontano da Roma
e dall’Italia. Questa assenza è sottolineata da quanti so-

58
stengono – senza prove sicure – che i suoi rapporti con
l’aristocrazia pagana di Roma erano tesi, per cui l’im-
peratore preferiva star lontano dalla città. Soprattutto
Serdica, per quanto se ne sa, gli risultava congeniale.
Abbiamo visto però che Roma aveva cessato di essere la
residenza ufficiale dell’imperatore già durante la tetrar-
chia. Il fatto che Costantino dovesse e volesse stare al-
trove non ha di per sé grande valore.

4. La questione dell’aruspicina
C’è un’ulteriore serie di provvedimenti legislativi che è
stata interpretata come una prova del radicalizzarsi del
conflitto tra l’imperatore e il paganesimo romano. In
una legge del 319, indirizzata al prefetto di Roma, si fa
divieto agli aruspici di entrare nelle case private, anche
per ragioni estranee alla divinazione. Non era neppure
ammesso mantenere con loro rapporti di amicizia. Le
pene previste erano della massima severità: la morte per
gli aruspici e la deportazione con confisca dei beni per
quanti li avevano invitati nelle loro case. Per l’eventua-
le delatore era invece previsto un premio. Caratteristica
era la concessione, per quanti lo desiderassero, di com-
piere pubblicamente tale rito. Contenuto sostanzial-
mente analogo ha una legge immediatamente successi-
va (ma potrebbe trattarsi di due esemplari differenti
della medesima legge), indirizzata al popolo.
Ecco però, subito dopo, una sorpresa. Già la con-
danna tanto severa della superstitio, dell’aruspicina pri-
vata, appariva in contraddizione con la sua ammissibilità
in pubblico. A maggior ragione stupisce il testo di una
legge, anch’essa inviata al prefetto di Roma, a proposito
dell’ammissibilità della consultazione degli aruspici nel
caso in cui un fulmine avesse colpito edifici pubblici.

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Anzi, vi si dà addirittura disposizione che la relazione
scritta contenente il risultato di tale consultazione venis-
se sottoposta subito all’imperatore, anche se si ribadisce,
come postilla, che questo non significava che si potesse
derogare al divieto formale di compiere sacrifici dome-
stici. Costantino si preoccupa inoltre di far sapere al pre-
fetto che approvava il fatto che questi avesse tratto gli au-
spici quando un fulmine aveva colpito il Colosseo.
Come spiegare queste oscillazioni? Come giustifica-
re la severità inflessibile esercitata nei confronti di chi
esercitava l’aruspicina privata e il riconoscimento della
stessa arte a livello pubblico retento more veteris obser-
vantiae, «secondo il costume dell’antica consuetudi-
ne»? È probabilmente sbagliato cercare di trovare la so-
luzione al dilemma considerando il problema dal pun-
to di vista strettamente religioso. Il divieto dell’aruspi-
cina privata non deve essere inteso come una misura in-
dirizzata contro gli usi pagani tanto diffusi a Roma. Al-
trimenti non si spiegherebbe la dichiarata ammissibilità
di quella pubblica. Gli aruspici erano potenzialmente
dei disturbatori dell’ordine pubblico. Con i loro riti
compiuti privatamente, infatti, potevano far circolare
presagi sinistri sul destino dell’imperatore, creando co-
sì le condizioni per congiure ristrette o tumulti popola-
ri. La legislazione di Costantino in materia appare quin-
di funzionale alla difesa dell’ordine costituito e non già
una nuova linea di politica religiosa in senso radical-
mente antipagano.

5. La legislazione filocristiana
Quanto all’evoluzione della politica di Costantino ver-
so il cristianesimo vari indizi parlano a favore di una
svolta attorno al 321, un anno delicato, come vedremo,

60
negli equilibri dell’Impero, lo stesso in cui fu deciso di
soprassedere nella repressione del donatismo. Una pri-
ma legge, emanata in aprile, prevedeva che la conces-
sione della libertà da parte di un privato al proprio
schiavo, se avvenuta in chiesa, alla presenza di sacerdo-
ti, sarebbe stata equivalente a quella compiuta secondo
la prassi consueta.
Ancor più importante è una costituzione promulga-
ta due mesi più tardi. Con essa Costantino stabiliva del-
le norme circa la possibilità, per chi lo volesse, di appel-
larsi, rispetto a un verdetto emanato da un giudice or-
dinario, al tribunale di un vescovo. L’innovazione è im-
portante. Con essa Costantino attribuiva alla cosiddetta
episcopalis audientia, al tribunale del vescovo, funzioni
di giudizio di seconda istanza, nel caso in cui le due par-
ti fossero d’accordo nel rivolgersi a esso. È facilmente
intuibile quale potere si venisse così a conferire all’au-
torità ecclesiastica, che tra l’altro poteva deliberare sot-
traendosi ai vincoli della legislazione ordinaria.
Infine, con un’altra legge del 321, si sanciva la ne-
cessità del riposo domenicale, in particolare la cessazio-
ne, in tal giorno, di ogni forma di attività giudiziaria. Il
carattere filocristiano della legge non può essere messo
in discussione. L’unica concessione alla tradizione si ha
nel fatto che la domenica, anziché con il nuovo nome
cristiano («domenica» = «giorno del Signore») è anco-
ra chiamata «giorno del Sole» (dies Solis).
Costantino è presentato da alcune fonti come un di-
fensore del matrimonio e della tradizionale moralità ro-
mana. «Nuove leggi sono state escogitate per regolare il
comportamento morale e reprimere il vizio. Essendo sta-
te eliminate le fraudolenti ambagi delle antiche leggi (ve-
terum legum calumniosae ambages) hanno perso i loro vi-
luppi per catturare l’innocenza (captandae simplicitatis

61
laqueos). Il pudore è sicuro, rafforzato è il matrimonio.»
Così si esprime un panegirista gallico Nazario, nel 321.
In questo campo la legislazione costantiniana appa-
re indubbiamente innovativa e risente in qualche misu-
ra dell’influenza della dottrina cristiana. Le cinque co-
stituzioni costantiniane sul fidanzamento, conservate
nel Codice Teodosiano, indicano un cambiamento ri-
spetto alla giurisprudenza classica. Costantino è parti-
colarmente severo nel considerare il fidanzamento un
impegno della massima serietà, da non prendersi a cuor
leggero: una sua legge prescrive che, in caso di una rot-
tura della promessa di matrimonio, la parte responsabi-
le dovrà restituire qualsiasi dono abbia ricevuto dall’al-
tra e così pure rinunciare a qualsiasi dono fatto. Il ma-
trimonio è sentito dunque come un istituto fondamen-
tale, che deve essere preceduto da preliminari adegua-
ti. La via di fatto non è ammessa, anzi è severamente
condannata. Ecco che cosa sancisce una legge emanata
da Aquileia il 1º aprile del 320 (Codice Teodosiano IX,
24,1):

Se qualcuno che in precedenza non avesse stipulato un ac-


cordo con i genitori di una ragazza se ne impadronisse con il
consenso di questa o senza, confidando nella protezione of-
ferta dalla testimonianza di una persona che i nostri antenati
avevano completamente escluso dalla possibilità di sporgere
querele legali in ragione della leggerezza e della mutabilità del
suo sesso e del suo giudizio e da quella di rendere testimo-
nianza, la risposta della ragazza non gli sarà di nessun van-
taggio secondo l’antico diritto ma piuttosto la ragazza stessa
sarà considerata colpevole di complicità nel delitto. E dal mo-
mento che spesso la sorveglianza dei genitori viene beffata dai
discorsi e dai cattivi pareri delle nutrici, su di queste, se sa-
ranno convinte di comportamento indegno e discorsi prez-
zolati, incomba la minaccia del seguente castigo: l’apertura

62
della loro bocca e della loro gola, che hanno emesso suggeri-
menti rovinosi, sia richiusa con l’ingestione di piombo fuso.
Se poi si dovesse accertare consenso volontario nella vergine,
questa sia punita con la stessa severità del suo rapitore; im-
punità non sarà concessa neppure a quelle ragazze che fosse-
ro rapite contro il loro volere perché avrebbero potuto rima-
nere in casa sino al giorno del loro matrimonio e, se le porte
fossero state rotte dall’audacia del rapitore, esse avrebbero
potuto chiedere aiuto ai vicini con le loro grida e difendersi
con ogni sforzo. Ma per queste ragazze sanzioniamo una pe-
na più lieve e ordiniamo che venga loro preclusa la sola suc-
cessione legale ai genitori. [...] I genitori, per i quali la ven-
detta del ratto doveva essere una preoccupazione particola-
re, se mostrano tolleranza e reprimono il loro dolore saranno
colpiti con la deportazione.

6. La guerra con Licinio


Dai conflitti del 312-313 era emersa una suddivisione
dell’Impero in base alla quale Costantino era signore
sull’Italia e sull’Occidente e Licinio sull’Oriente. L’ac-
cordo, sancito anche dal matrimonio di Licinio con Co-
stanza, la sorella di Costantino, avvenuto Milano nel
febbraio del 313, si rivelò fragile. Un primo conflitto tra
i due imperatori, noto con il nome di bellum Cibalense,
dal nome della località della Pannonia Inferiore dove si
svolse lo scontro più significativo, scoppiò quasi subito,
probabilmente nel 316. Su di esso non siamo bene
informati (neppure la data è certa: sino a non molto
tempo fa si pensava che avesse avuto luogo nel 314). È
verosimile che Licinio patisse le mal celate ambizioni di
Costantino sull’Oriente. Le stesse scelte filocristiane di
quest’ultimo erano in grado di trovare un pubblico in-
teressato proprio nelle province orientali. Non è pro-

63
babilmente un caso se, attorno al 315, la simbologia cri-
stiana nell’iconografia costantiniana si intensifica.
Come causa occasionale del conflitto si deve vedere
l’intenzione di Costantino di affidare l’Italia a un Cesa-
re da lui nominato, un certo Bassiano, che aveva sposa-
to una sua sorellastra, Anastasia. Si trattava probabil-
mente di un compromesso nel quale un presunto ritor-
no all’organizzazione tetrarchica, con una maggiore ar-
ticolazione interna nel governo dell’Impero, doveva
servire a mascherare le ragioni profonde dell’inimicizia
tra i due Augusti. Sembra infatti che anche Licinio si
impegnasse a cedere la Pannonia a un suo Cesare. A
ogni buon conto, tale ipotesi di accordo doveva appari-
re poco credibile alle stesse parti in causa se è vero che
proprio Bassiano, o per eccesso di ambizione o per in-
genuità, preferì giocarsi il tutto per tutto. Coinvolto in
una congiura promossa dal fratello, un ufficiale di Lici-
nio, fu scoperto e condannato a morte. Il sospetto che
dietro al complotto ci fosse lo stesso Licinio, suffragato
da una serie di indizi, creò le condizioni favorevoli per
un conflitto aperto con Costantino.
Costantino ripeté la stessa strategia adottata nella
guerra contro Massenzio, puntando a mettere in diffi-
coltà il nemico con un’azione rapida e affidandosi a un
contingente ristretto di truppe scelte. La battaglia prin-
cipale di questa breve guerra avvenne in una zona pa-
ludosa nei pressi di una località, Cibale, situata non lon-
tano dalla confluenza della Drava e della Sava nel Da-
nubio. Licinio patì una grave sconfitta riuscendo a ma-
la pena a sfuggire alla cattura. Ritiratosi in Tracia, egli
riuscì comunque a organizzare un nuovo esercito in gra-
do di tener testa a quello di Costantino che si stava ap-
prossimando. La battaglia, che si combatté in Tracia, si
concluse senza né vinti né vincitori. La situazione era

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però tale da creare le difficoltà maggiori a Costantino,
che era penetrato a fondo nel territorio nemico. C’era-
no dunque tutte le condizioni per arrivare a un accordo
che in quel momento tornava comodo a entrambe le
parti. Lo scontro decisivo era solo rinviato.
Successivamente la propaganda costantiniana si im-
pegnò nel sostenere che Licinio poteva continuare a re-
gnare solo perché cognato dell’imperatore. In realtà, la
pace implicava una conseguenza fondamentale: di fatto
Licinio vedeva ridotta al minimo la sua sovranità sul-
l’Europa, dal momento che ormai si riduceva alla Me-
sia e alla Tracia. Inoltre fu costretto ad abbandonare al
proprio destino Valente, che lui stesso aveva elevato al-
la porpora con l’intenzione di affidargli il governo del-
l’Occidente al posto di Costantino.
È significativo, per capire gli sviluppi successivi,
quanto avvenne a Serdica il 1º marzo del 317. Si assi-
stette allora al completo rovesciamento della filosofia
di governo tetrarchica, con la piena rivincita del prin-
cipio dinastico. Furono infatti proclamati i nuovi Ce-
sari senza la minima considerazione neppure di quello
che appariva un ostacolo oggettivo: la loro età. Cesari
per l’Occidente furono infatti prescelti Crispo, un ra-
gazzino dodicenne che Costantino aveva avuto dalla
sua concubina Minervina, e Costantino, un bambino di
poche settimane, figlio di Fausta. Cesare per l’Oriente
fu proclamato Liciniano, anche lui un bimbetto di soli
due anni, figlio di Licinio e di Costanza. Il messaggio
era chiaro. L’Impero era appannaggio della famiglia di
Costantino. La posizione di Licinio, nel complesso, ri-
sultava molto indebolita. Nel collegio imperiale aveva
una posizione chiaramente di secondo piano. A lui, tra
l’altro, toccava un solo Cesare, per giunta nipote di Co-
stantino.

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La propaganda costantiniana di questi anni appare
significativamente impegnata nel dare rilievo alla conti-
nuità dinastica. In particolare le emissioni monetali
contengono chiari richiami agli antenati di Costantino.
Oltre al padre, Costanzo Cloro, e a Claudio il Gotico,
che già in precedenza era stato chiamato in causa, su al-
cune monete celebrative compare addirittura Massi-
miano. L’impegno, dopo la proclamazione dei nuovi
Cesari nel 317, è quello di rafforzare la legittimità dina-
stica di una famiglia giunta ormai alla quarta generazio-
ne di detentori del potere supremo. In proposito va ap-
pena accennato che per tale propaganda la conversione
di Costantino al cristianesimo non costituisce un pro-
blema. La politica recupera i suoi diritti.
Il compromesso raggiunto tra i due Augusti, benché
precario, per qualche tempo funzionò. Nel 319 entram-
bi gli imperatori assunsero congiuntamente il consolato
in segno di armonia. Sono questi gli anni nei quali Co-
stantino poté dedicarsi efficacemente alla tutela delle
frontiere: quella renana, affidata agli ufficiali di Crispo,
e quella danubiana, lungo la quale operava lui stesso.
Le ambizioni inevitabilmente conflittuali di Costan-
tino e di Licinio trovarono comunque presto un terre-
no di scontro: la politica religiosa. È bene dire subito a
chiare lettere che, contrariamente a quanto lasciato in-
tendere dalla storiografia ecclesiastica filocostantiniana,
Licinio non fu un persecutore. Non ci fu, cioè, sotto di
lui nessuna ripresa della politica religiosa anticristiana
della prima tetrarchia e di Massimino Daia. Vero è che
Licinio, un soldato, non era culturalmente attrezzato
per seguire il rivale nelle sue scelte religiose. Il suo dio
tutelare, come mostra una moneta aurea coniata a Ni-
comedia in occasione di un giubileo, rimaneva Giove. A
Licinio premeva di garantire l’ordine pubblico all’in-

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terno delle sue province, prevenendo ogni possibile tur-
bativa. Si spiegano probabilmente in questo modo cer-
te misure restrittive da lui prese nei confronti della li-
bertà di associazione dei cristiani, quando le comunità
dell’Oriente cominciavano a essere divise da aspre con-
troversie dottrinali. Per tali misure al massimo si può
parlare di «intolleranza attiva».
Costantino, viceversa, accentuava le sue scelte favo-
revoli al cristianesimo. La questione religiosa era co-
munque solo una delle ragioni di divergenza che sepa-
ravano Costantino da Licinio. Il 321 era un anno di ce-
lebrazioni. Si festeggiava infatti il quinquennale della
proclamazione dei giovani Cesari in Occidente come in
Oriente, un’occasione propizia per verificare la stabilità
dell’assetto dato all’Impero. Il giubileo di Crispo e Co-
stantino II fu festeggiato a Roma, una scelta certo non
casuale. Il panegirico letto in quell’occasione da Naza-
rio è una celebrazione della dinastia costantiniana. Co-
me Costantino aveva seguito il modello del padre, così
i figli avrebbe seguito quello rappresentato da lui stes-
so. Di Licinio e del figlio, il cui anniversario era con-
temporaneo, non si fa parola.
Siamo ormai entrati nella zona grigia che annuncia lo
scoppio del conflitto finale. Il distacco tra le due parti
dell’Impero venne evidenziato dal secondo consolato at-
tribuito congiuntamente a Crispo e a Costantino II. Le
legende iscritte su un medaglione aureo emesso a Sir-
mium contengono un messaggio inequivocabile. Sotto il
nome di Costantino Massimo Augusto compaiono quel-
li di Crispo e Costantino Cesari consoli per la seconda vol-
ta. Non ci potevano essere dubbi su quale fosse la dina-
stia imperiale legittimata al governo sull’Impero. Le
emissioni monetali e le iscrizioni degli anni seguenti ap-
paiono in sintonia con questo motivo propagandistico.

67
Come si è detto, uno dei risultati del primo conflitto
con Licinio era stata la perdita, da parte di quest’ulti-
mo, dell’Illirico e di quasi tutta la penisola balcanica.
Non fu certo senza ragione se Costantino, a partire dal
317, risiedette ininterrottamente in questa parte del-
l’Impero, prima a Serdica e poi a Tessalonica, sfruttan-
do il pretesto fornitogli dalla minaccia di Goti e Sarma-
ti lungo la frontiera danubiana. È facile immaginare che
il vero scopo di tale presenza costante in quelle regioni
fosse quello di accentuare la pressione su Licinio.
Il conflitto conclusivo fu provocato da un episodio
occasionale. Quando i Goti, nel gennaio del 323, fece-
ro irruzione in Mesia e in Tracia, le uniche province eu-
ropee che ancora ricadevano sotto la giurisdizione di
Licinio e che quest’ultimo aveva lasciato sostanzial-
mente sguarnite, Costantino non esitò a intervenire in
esse per ricacciare gli invasori. In linea di principio si
trattava di un aiuto offerto a un collega, del tipo previ-
sto e normale nell’organizzazione tetrarchica. Ora,
però, le circostanze erano tali da escludere il gradimen-
to da parte di Licinio, che infatti reagì aspramente a
quella che giudicava un’oggettiva violazione dell’accor-
do del 316.
Ormai la guerra era inevitabile. Come era tipico di
Costantino, essa finì per assumere i caratteri propri di
una crociata. L’attacco contro Licinio era infatti giusti-
ficato, a livello propagandistico, con la necessità di soc-
correre i cristiani perseguitati. Costantino combatteva
per Dio contro il demonio. Come ha scritto non senza
malizia uno storico americano, R. MacMullen, il cristia-
nesimo per Costantino non era solo un modo di vita, ma
anche un mezzo di vittoria.
La campagna militare, in verità, si annunciava parti-
colarmente ardua. La concentrazione delle forze nel

68
324, da una parte come dall’altra, aveva pochi prece-
denti. Costantino riuscì alla fine ad allestire un esercito
di centotrentamila uomini, mentre il suo avversario di-
sponeva di forze leggermente superiori: centosessanta-
cinquemila soldati erano sostenuti da una flotta di tre-
centocinquanta navi.
Licinio decise di attendere Costantino non lontano
da Adrianopoli, in Tracia, al fine di impedire al nemico
il passaggio in Asia Minore. Tale strategia non ebbe
però successo. Costantino infatti riuscì, con una mano-
vra a sorpresa, ad aver ragione di questo sbarramento.
Licinio, rifugiatosi a Bisanzio, si preparava a sostenere
l’assedio all’interno della città, che da terra, circondata
com’era da imponenti bastioni, era praticamente im-
prendibile. Le sorti del conflitto a questo punto si gio-
cavano per mare. La perdita della sua flotta, contro cui
operava quella di Crispo, avvenuta nel corso di un vio-
lento naufragio, indusse Licinio ad abbandonare Bisan-
zio al suo destino. Nominato un Cesare con il compito
disperato di continuare la resistenza, decise di cercare
di riorganizzare il suo esercito in Asia Minore.
L’esito della guerra era però ormai segnato. Nel set-
tembre del 324 a Crisopoli, sulla costa asiatica del Bo-
sforo, Licinio subì una sconfitta definitiva. Anche se era
riuscito a sfuggire alla cattura, ormai poteva solo spera-
re nella clemenza del vincitore. Rifugiatosi a Nicome-
dia, affidò le trattative di resa alla sorella di Costantino,
la moglie Costanza. Licinio riceveva garanzia di aver
salva la vita e di poter vivere da privato a Tessalonica in
una residenza degna del suo status. Il figlio Liciniano
perdeva la dignità di Cesare. L’Impero era così riunifi-
cato.
Imperatore unico

1. La crisi ariana e il concilio di Nicea


A poco più di cinquant’anni, dunque, Costantino ave-
va realizzato con pieno successo la sua massima ambi-
zione: era signore assoluto dell’Impero che diveniva or-
mai appannaggio esclusivo della sua famiglia. Nello
stesso tempo, per la prima volta, si trovava a essere sen-
za un nemico interno contro il quale indirizzare la sua
politica. Tuttavia, come talvolta accade, l’ora del trionfo
fu in realtà preludio a situazioni di tensione e di crisi.
Molto presto sarebbe iniziata infatti la stagione torbida
dei conflitti familiari, delle macchinazioni e delle ven-
dette.
Non era difficile immaginare chi sarebbe stata la pri-
ma vittima. Licinio non fu lasciato a lungo indisturbato
nella sua residenza di Tessalonica. Accusato di voler ri-
guadagnare la dignità imperiale con l’aiuto di contin-
genti barbarici delle truppe ausiliarie, fu messo a morte
già nel 325. Più crudele, ma non meno comprensibile
nella spietata logica del potere, appare la sorte del figlio
Liciniano cui forse nuoceva, in prospettiva dinastica, il
fatto di essere nipote di Costantino. Neppure la sua gio-

71
vane età (aveva solo undici anni!) valse a sottrarlo al suo
destino: infatti nel 326 anche lui fu messo a morte.
All’indomani della vittoria su Licinio vediamo Co-
stantino impegnato nel fissare i princìpi-guida della sua
politica religiosa in Oriente. In queste regioni il succes-
so del cristianesimo aveva bisogno di essere disciplina-
to. Non si trattava, cioè, semplicemente di reintegrare
nelle loro cariche quanti le avevano perdute a causa del-
le discriminazioni operate da Licinio nell’amministra-
zione o nell’esercito o di restituire le proprietà confi-
scate. Nelle province orientali, dove i cristiani erano da
tempo numerosi e attivi, doveva serpeggiare ormai una
sete di rivalsa. Molti erano dell’opinione che la sempli-
ce tolleranza del 313 non bastasse più. Ai loro occhi si
annunciava, promettente, la stagione della rivincita.
Non era questo, però, il genere di situazione che pote-
va essere visto con favore dal potere imperiale. Troppo
grande era infatti il rischio di disordini che ne sarebbe
potuto derivare.
Il testo della lettera-editto indirizzata da Costantino
agli abitanti delle province d’Oriente già alla fine del
324 è un documento prezioso testimone a un tempo di
abilità strategica e di finezza psicologica. Da una parte
si condannano le persecuzioni e quanti le hanno pro-
mosse o tollerate. Dall’altra si invoca la fedeltà al dise-
gno divino per sollecitare una condotta benevolmente
comprensiva verso quanti insistono a rimanere nell’er-
rore. Vale la pena di riportare il passo più significativo
dal quale risulta bene, inserita in una preghiera, la vo-
lontà dell’imperatore di mettere a freno eventuali in-
temperanze:

Io ti supplico, o Dio Onnipotente! Che tu sia mite e be-


nevolo verso tutti gli abitanti dell’Oriente, concedi attraver-

72
so di me, tuo servo, salute ai tuoi in tutte le province che era-
no oppresse da un’annosa calamità. Io ti chiedo questo non
ingiustamente, o Signore dell’universo, Dio santo! È infatti
sotto la tua guida che ho intrapreso e portato a compimento
le azioni salvifiche. Io ho condotto il mio esercito vittorioso
dovunque con davanti il tuo simbolo. E quando di nuovo
chiamerà il bisogno dello Stato, io seguirò di nuovo il segno
del tuo potere e muoverò contro i nemici. Per questo io ti ho
dedicato la mia anima in cui amore e paura si mescolano in
forma pura. Io amo con devozione il tuo nome e onoro il tuo
potere che tu hai mostrato attraverso molti segni e attraverso
cui hai rafforzato la mia fede. Da esso sono anche ora incita-
to a mettere mano al lavoro per restaurare la tua antichissima
casa che quegli uomini miserabili e empi hanno contaminato
con empia devastazione.
Io desidero che il tuo popolo viva in pace e libero da ogni
discordia per il bene comune della terra e di tutti gli uomini.
Anche quelli che sono nell’errore devono ricevere la stessa
pace di quelli che credono e godere della stessa tranquillità.
La stessa dolcezza della comunità avrà infatti il potere di mi-
gliorare anche loro e di condurli sulla retta via. Nessuno do-
vrà molestare un altro: ognuno avrà quello che vuole il suo
cuore e a quello sarà obbligato. Quanti hanno una retta opi-
nione devono peraltro essere convinti che solo i santi e i pu-
ri, che chiami tu stesso, possono riposare nelle tue sante leg-
gi. Ma quelli che vi si sottraggono devono conservare il tem-
pio del loro inganno; ma noi abbiamo il tempio splendidissi-
mo della tua verità. Quanto tu ci hai dato secondo natura noi
lo auguriamo anche a loro, così che anch’essi traggano gioia
dalla comune concordia (Vita di Costantino, II, 55-56, trad.it.
di L. Tartaglia).

Anche la vittoria, insomma, ha le sue difficoltà. D’al-


tra parte Costantino aveva già fatto esperienza di quan-
to aspre potessero essere le controversie che divideva-
no i cristiani. Il suo intervento diretto nel tentativo di ri-

73
solvere la controversia donatista in Africa non aveva
prodotto i risultati sperati. Questa, tuttavia, riguarda-
va, almeno originariamente, una questione di procedu-
ra, di amministrazione del culto. La tradizione cultura-
le dell’Oriente greco si rifletteva anche nelle dispute
teologiche, molto più sofisticate e complesse di quelle
che agitavano la parte latina dell’Impero. Qui a essere
coinvolti erano gli stessi dogmi fondamentali della fe-
de cristiana.
La disputa verteva sulla natura di Cristo. Le tesi era-
no molteplici, ma i due principali antagonisti erano il
vescovo di Alessandria Alessandro, e il suo presbitero
Ario, che diede origine all’eresia che da lui prende no-
me. Ario, in sostanza, anche per reazione alle dottrine
che facevano del Figlio una pura manifestazione del Pa-
dre, ne aveva accentuato la posizione subordinata, sino
a considerarlo non coeterno rispetto al Padre, ma crea-
to dal nulla. In questo modo Cristo finiva per essere
equiparato a una creatura.
Alessandro non esitò a far scomunicare il suo pre-
sbitero da un sinodo di vescovi egiziani convocato ad
Alessandria, forse nel 318. Egli, probabilmente, crede-
va così di risolvere una volta per tutte una disputa che
era interesse comune chiudere in fretta. Così, però, sot-
tovalutò il consenso che la dottrina di Ario era in grado
di trovare, soprattutto in Siria e in Palestina, regioni
che, tra l’altro, accettavano a malincuore il primato in
materia dottrinale del patriarca di Alessandria. In par-
ticolare Eusebio di Nicomedia (da non confondersi con
l’altro Eusebio, di Cesarea, lo storico ecclesiastico e bio-
grafo di Costantino) si distinse tra i sostenitori della
causa ariana.
La condanna di Ario come eretico e la sua conse-
guente scomunica si rivelarono controproducenti. Esse

74
determinarono una serie impressionante di reazioni fa-
vorevoli alle sue tesi. Furono addirittura convocati dei
sinodi in Oriente che deliberarono la reintegrazione di
Ario nel clero alessandrino, senza tener conto dell’evi-
dente interferenza che un atto del genere comportava
rispetto agli affari interni di un’altra sede episcopale.
L’asprezza del confronto era giunta a un punto tale da
far temere che potesse degenerare in qualcosa di più se-
rio. Costantino, comprensibilmente preoccupato, reagì
con prudenza. Decise di tentare la via dell’arbitrato e ri-
corse al suo fidato consigliere in materia ecclesiastica,
Ossio di Cordova, inviandolo ad Antiochia con una let-
tera che conteneva un vero e proprio appello alle due
parti, perché raggiungessero un accordo soddisfacente.
Il contenuto è di estremo interesse:

O splendida e divina Provvidenza, quale mortale ferita ha


colpito il mio orecchio e ancor più il mio cuore! Io sono ve-
nuto a sapere che tra di voi era scoppiata una contesa ancora
più aspra di quella che io avevo lasciato in Africa e che il vo-
stro paese, dal quale io avevo sperato una cura per gli altri, ne
aveva esso stesso ancor più bisogno. Quando io considerai
l’origine e l’oggetto della contesa, emerse allora che il motivo
era del tutto trascurabile e che non meritava un contrasto co-
sì grave. Io sono perciò posto nella necessità di scrivervi que-
sta lettera e mi rivolgo alla vostra concorde intelligenza, in-
vocando a sostegno in quest’opera la divina Provvidenza, e
mi pongo consapevolmente come pacificatore nella contesa
che vi divide. Infatti con l’aiuto di Dio io potrei facilmente ot-
tenere con il mio discorso, in virtù dell’appello alla pia inten-
zione dei miei uditori, che ciascuno si rivolgesse al meglio an-
che se la causa della discordia fosse molto seria. Ma in que-
sto caso, in cui il motivo è piccolo e insignificante ed è di osta-
colo al tutto, come non potrà non essere che la sistemazione

75
della questione si otterrà molto più velocemente e felicemen-
te? (Vita di Costantino, II, 68)

In questa lettera c’è un accento di sincerità che non


va sottovalutato. Costantino doveva nutrire le migliori
speranze dopo il successo conseguito su Licinio e il suo
arrivo in Oriente. Invece si trovava di fronte a nuove di-
visioni la cui sostanza gli era forse indifferente, ma del-
le quali coglieva la potenzialità distruttiva. Era decisa-
mente più fortunato sui campi di battaglia, che non co-
me mediatore nelle dispute ecclesiastiche. Il suo appel-
lo, infatti, non conseguì alcun risultato. I vescovi riba-
dirono la condanna di Ario, rinviando a un più ampio
concilio, da tenersi ad Ancyra (l’odierna Ankara), una
delibera più articolata in materia di ortodossia.
Ancora una volta Costantino diede prova di duttilità
politica. Se il suo tentativo di mediazione non aveva da-
to frutto, un concilio nel quale sarebbero convenute le
massime dignità ecclesiastiche gli parve come l’occasio-
ne propizia nella quale il suo ruolo di signore del mon-
do per volontà divina avrebbe potuto avere il giusto ri-
salto. Costantino si impegnò quindi nel far sì che la
grande assemblea dei vescovi si tenesse non lontano
dalla sua residenza imperiale di Nicomedia, in modo da
consentirgli di essere presente con tutto il peso della sua
autorità.
La scelta cadde su Nicea, una città dal nome bene
augurante, che significa «vittoria» (in greco: níke). Tra
le motivazioni addotte per il cambiamento di sede c’e-
ra anche quella che a Nicea sarebbero potuti arrivare
più facilmente per mare i vescovi occidentali, senza co-
stringerli a un ulteriore viaggio verso l’interno dell’A-
natolia. Per quanto apparentemente giustificata potes-
se essere questa considerazione, alla fine a Nicea con-

76
vennero di fatto solo prelati orientali: da Roma giunse-
ro solo due legati del vescovo.
È probabile che Costantino non avesse la prepara-
zione sufficiente per comprendere appieno il contenu-
to teologico della disputa e che fosse anche mal infor-
mato. Certamente, però, era consapevole del pericolo
che l’eresia ariana poteva rappresentare come fattore di
divisione dell’Impero riunificato al quale voleva garan-
tire la benevolenza divina. Decisivo, come in altre cir-
costanze, per la sua scelta di campo dovette risultare il
fatto che a favore di Alessandro e contro Ario si schie-
rasse il suo fidato consigliere Ossio di Cordova.
Costantino, che comprendeva bene il greco ed era in
grado quindi di intervenire direttamente nel dibattito,
partecipò di persona a varie sedute. Eusebio di Cesarea
ci ha lasciato una descrizione del suo ingresso solenne
al concilio in occasione della seduta inaugurale. Essa è
tutta incentrata sull’eccezionalità della figura e del ruo-
lo di Costantino:

Nel giorno stabilito per l’inaugurazione del concilio che


doveva por fine alle controversie, i convocati una volta tutti
presenti e pronti a condurre a buon esito la soluzione di ogni
problema, fecero il loro ingresso nella sala centrale del palaz-
zo imperiale, la quale per la sua ampiezza sembrava superare
tutte le altre. Su entrambi i lati di essa era stata sistemata in
bell’ordine una grande quantità di scranni e tutti andarono a
sedere ai posti loro assegnati. Quando i padri conciliari si fu-
rono seduti con tutti gli onori dovuti, ognuno tacque nell’at-
tesa che l’imperatore facesse la sua apparizione; ed ecco com-
parve un primo, poi un secondo ed un terzo personaggio del
suo seguito. Precedettero anche altri, ma non si trattava de-
gli opliti e dei dorifori che erano soliti scortarlo, bensì sol-
tanto dei suoi amici fedeli. Al segnale che indicava l’ingresso
dell’imperatore, tutti si levarono in piedi e finalmente Co-

77
stantino in persona passò attraverso il corridoio centrale si-
mile ad un celeste angelo del Signore: la sua veste splenden-
te lanciava bagliori pari a quelli della luce ed egli appariva tut-
to rilucente dei raggi fiammeggianti della porpora, adorno
del fulgido scintillio emanato dall’oro e dalle pietre preziose.
Era questo l’aspetto esteriore della sua persona. Risultava pe-
raltro evidente che le doti personali del suo animo erano il ti-
mor di Dio e la fede. Lo lasciavano chiaramente intendere lo
sguardo sommesso, il rossore del volto, il modo con cui muo-
veva il passo, e ogni altro particolare del suo aspetto, a co-
minciare dalla statura superiore a quella di tutti coloro che lo
attorniavano, la bellezza fisica, il magnifico splendore del cor-
po e l’intrepida e invincibile forza: tutte queste qualità, unite
alla mitezza del carattere e alla benevola e imperiale clemen-
za, rivelano meglio di qualunque altro discorso la mirabile
straordinarietà della sua anima. Quando raggiunse il punto
dove erano sistemati i primi seggi, si fermò giusto nel mezzo;
allora gli fu messo davanti un piccolo sedile d’oro massiccio,
ma non vi si assise prima di aver fatto cenno ai vescovi di se-
dere. Insieme con l’imperatore tutti gli altri sedettero (Vita di
Costantino, III, 10, trad. it. di L. Tartaglia).

Costantino, nella sua caratteristica preoccupazione


di mettere al riparo la fede cristiana da troppo sottili di-
squisizioni teologiche, si impegnò nella ricerca di for-
mulazioni sulla natura di Cristo che potessero risultare
accettabili a tutti o, almeno, alla maggior parte. Eusebio
di Cesarea ebbe il compito di redigere un testo, per co-
sì dire, di compromesso. Cristo era definito come «Dio
da Dio, Luce da Luce, Vita da Vita». A tale definizione
furono aggiunte successivamente le precisazioni che
Cristo era «Dio vero da Dio vero» e che era «generato,
non creato». Di particolare importanza risultava l’e-
mendamento che specificava espressamente che il Fi-
glio aveva la «stessa sostanza» (in greco: homooúsios)
del Padre.

78
Anche se non del tutto nuova, questa formulazione
della consustanzialità del Figlio rispetto al Padre, pur ri-
cevendo il consenso dell’imperatore, era tale da susci-
tare le riserve degli ariani. Le pressioni, che arrivavano
sino alla minaccia di scomunica, esercitate sui vescovi
che non avessero sottoscritto il Credo uscito dal dibat-
tito conciliare, ridussero alla fine l’opposizione a poca
cosa. Solo due vescovi, conterranei di Ario, pervicaci
nel mantenersi fedeli all’eresia, alla fine furono puniti
con la scomunica e il bando imperiale.
Il successo conseguito da Costantino a Nicea risultò
in realtà assai fragile. È vero che il simbolo uscito dal
concilio è quello destinato a essere adottato stabilmen-
te dalla Chiesa cattolica. Tuttavia l’esito positivo del
concilio non servì a prevenire ulteriori divisioni all’in-
terno dell’Impero. Già negli anni immediatamente suc-
cessivi, anche per certe caratteristiche di «compromes-
so» del simbolo, si assiste a una pluralità di posizioni e
di interpretazioni che, con maggiore o minore radicali-
smo, riproponevano la questione spinosa dell’eresia. Il
«Credo» di Nicea si impose alla lunga solo perché so-
stenuto da campioni formidabili come il vescovo di
Alessandria, Atanasio, che solo pochi anni dopo la mor-
te di Costantino non esitò ad affrontare un potere im-
periale che, con Costanzo II, sosteneva un arianesimo
moderato, o come il vescovo di Milano, Ambrogio, a
sua volta in duro conflitto, verso la fine del IV secolo,
con la corte filoariana residente in città. Né va dimenti-
cato che proprio l’arianesimo fu la via che facilitò la
conversione al cristianesimo della maggior parte delle
popolazioni barbariche.
Che d’altra parte a Costantino premesse, più della
difesa di determinate asserzioni teologiche, l’unità del-
la Chiesa, risulta dal seguito peculiare avuto dal conci-

79
lio. In un sinodo, convocato a Nicomedia tra la fine del
327 e l’inizio del 328, vista la disponibilità manifestata
da Ario ad accettare formule compatibili con il simbo-
lo niceno si decise, con il consenso imperiale, di revo-
care la scomunica e di consentirgli di tornare a ricopri-
re le sue funzioni di presbitero ad Alessandria. Anche
Eusebio di Nicomedia fu perdonato. Nella capitale egi-
ziana, nel frattempo, era però intervenuto un fatto nuo-
vo. Alla morte di Alessandro, nel 328, era subentrata
nella carica di vescovo una personalità di eccezionale vi-
gore, Atanasio.
Costantino, nella retorica con la quale adombrava la
sua funzione, si presentava come un «vescovo tra i ve-
scovi», un «coservitore», se si può rendere così la pecu-
liare formula greca: egli, che si proclamava «vescovo in-
sediato da Dio», detentore quindi di un diritto eccezio-
nale, invocava così un formale rapporto di colleganza
con gli altri vescovi. Tra le tante definizioni che Co-
stantino dava della sua posizione rispetto alla Chiesa,
una in particolare merita di essere ricordata: «vescovo
di quelli che sono fuori». Il «fuori», non meglio specifi-
cato, ha creato non poche difficoltà di interpretazione.
L’ipotesi più verosimile è che così egli volesse indicare
il suo ruolo di supervisione universale su laici, cristiani
o pagani che fossero, in quanto sudditi dell’Impero.
Già con Atanasio e con i contraccolpi della contro-
versia ariana Costantino ebbe però subito modo di ve-
rificare quanto problematica fosse quest’opera di su-
pervisione che rivendicava per sé, a cominciare proprio
dai rapporti con le gerarchie ecclesiastiche. La storia dei
rapporti tra Stato e Chiesa, che nasce con la «rivoluzio-
ne costantiniana», contrariamente a quello che talvolta
si ritiene anche per l’effetto distorcente del concilio di

80
Nicea e degli scritti di Eusebio di Cesarea, nasce sotto
il segno del conflitto e non della cooperazione.
Atanasio si dimostrò indisponibile a riaccogliere
Ario, che considerava ancora un eretico, nella chiesa di
Alessandria. La reazione di Costantino a questo rifiuto
è indicativa di come egli in concreto vedesse, al di là del-
le convenienze occasionali e delle formule di cortesia, i
rapporti con l’autorità ecclesiastica. Non era in nessun
caso concepibile per lui che essa potesse rappresentare
un contro-potere. Ad Atanasio fu intimato di consenti-
re il rientro di Ario. Le sue parole non danno adito a
dubbi: «Poiché tu conosci la mia volontà, garantisci a
tutti coloro che lo desiderano libero accesso in chiesa.
Se io infatti dovessi venire a sapere che tu hai ostacola-
to o impedito l’accesso alla comunità a qualcuno che
voleva farne parte, invierò subito chi provvederà su mio
ordine a destituirti e a inviarti in esilio».
Se queste minacce non ebbero seguito lo si deve pro-
babilmente alla complessità degli schieramenti che nel-
la Chiesa orientale si erano andati organizzando dopo
Nicea. Costantino, che con il concilio aveva creduto di
sbrogliare per tempo una matassa che rischiava di farsi
indistricabile, si vide costretto a fare marcia indietro.
Con Atanasio, anzi, si impegnò nel ricostituire rappor-
ti di amicizia. L’imperatore «sempre vittorioso» sul
campo di battaglia, fu così reso consapevole che la ra-
gione teologica, così come quella ecclesiastica, non era-
no facilmente riducibili ai tempi e alle necessità di quel-
la politica.

2. Un «annus horribilis»
Nel frattempo il regno di Costantino era teatro di altri
eventi importanti. Nel 325 cadeva il ventesimo anniver-

81
sario della sua proclamazione imperiale. Rispetto al 306
lo scenario politico era del tutto mutato. Allora in Bri-
tannia c’era stato un putsch di matrice dinastica favori-
to da un esercito provinciale, ora alla guida dell’Impe-
ro c’era un solo monarca, capace di ripudiare la tradi-
zionale religione pagana a favore di un culto la cui mo-
rale e i cui valori erano estranei a quelli del mondo clas-
sico.
Abbandonato completamente il sistema tetrarchico
del «restauratore» Diocleziano, il «rivoluzionario» Co-
stantino poneva il suo governo sotto il segno del Dio
dei cristiani. Di Dio Costantino si sentiva in effetti stru-
mento e vicario. La nuova panegiristica cristiana di Eu-
sebio di Cesarea si era affrettata a fissare la prospettiva
ideologica, in chiave di teologia politica, di questa mis-
sione. A un solo Dio in cielo doveva corrispondere un
solo imperatore in terra. Ne scaturiva, come conse-
guenza immediata, che nel nuovo mondo pacificato
non c’era più posto né per le usurpazioni né per le ere-
sie.
Costantino celebrò l’inizio del ventesimo anno di re-
gno a Nicomedia dove, forse per la prima volta, indos-
sò il diadema di foggia ellenistica simbolo del potere as-
soluto, destinato ad avere una grande fortuna, con tut-
ta una serie di arricchimenti, presso i suoi successori.
Non si poteva però trascurare Roma, che era già stata
sede delle feste del giubileo del 315. Era indispensabile
rendere omaggio alla città, cosa che avrebbe fornito an-
che l’occasione per risolvere le questioni lasciate in so-
speso con l’aristocrazia senatoria, che non poteva certo
seguire di buon occhio gli sviluppi di un sistema di go-
verno che, per tacere della questione religiosa, la taglia-
va sempre più fuori dal vivo degli affari politici.

82
Costantino preparò con cura il suo viaggio a Roma,
che doveva aver luogo l’anno successivo, attivando in
vario modo gli strumenti della propaganda. Furono co-
niate delle monete d’oro in onore suo e dei suoi figli, re-
canti una legenda celebrativa della «gloria eterna del se-
nato e del popolo di Roma». Vi si poteva persino vede-
re l’immagine idealizzata di un senatore rivestito con la
tunica ricamata d’oro e recante nella mano i simboli del
dominio universale di Roma, il globo e lo scettro. Co-
stantino assunse per quell’anno il consolato con il figlio
Costanzo II. Nell’assumere la carica lontano dalla città
provvide a celebrarla con l’emissione di una moneta con
l’effigie di un cocchio trainato da un elefante e recante
la scritta: «gloria eterna al senato e al popolo di Roma».
Non si tratta forse di una semplice coincidenza se nel
326 Costantino dimostrò una benevola comprensione
per la richiesta di un filosofo pagano, il neoplatonico
Nicagora. Ne abbiamo un riscontro in due dediche epi-
grafiche con le quali l’imperatore viene ringraziato da
Nicagora per aver reso possibile un viaggio di studio al-
le tombe dei re d’Egitto. Nicagora parla in prima per-
sona:

Io, dadoforo dei santissimi misteri Eleusini, Nicagora, fi-


glio di Minuciano, cittadino di Atene, ho visitato e ammira-
to, molti anni dopo Platone di Atene, queste tombe e ho per
questo ringraziato gli dèi come pure il piissimo imperatore
Costantino.

Atene nell’Impero romano continuava a godere di


grande prestigio per le sue tradizioni culturali. Costan-
tino con il suo gesto voleva evidentemente manifestare
rispetto per gli esponenti delle maggiori scuole filosofi-
che a prescindere dalla loro fede religiosa. Anche in

83
questo si deve vedere un segno di una scelta a favore di
una politica di moderazione dopo la vittoria su Licinio.
Nell’intenzione dell’imperatore le questioni religiose
non dovevano più turbare la pace all’interno dello Sta-
to romano. Nel 326, tra l’altro, fu attuato un provvedi-
mento che rappresentava una riconsiderazione in senso
restrittivo della liberalità con la quale Costantino nel
313 aveva accordato l’esenzione dagli oneri municipali
per coloro i quali abbracciavano il sacerdozio. Tale pri-
vilegio, che dovette aver attirato molti ricchi alle fun-
zioni ecclesiastiche, fu abrogato: nella decisione si deve
vedere probabilmente una svolta verso una politica di
«normalizzazione», che privilegiava gli interessi fonda-
mentali dell’Impero rispetto a quelli della propaganda
religiosa.
Proprio la prudenza alla quale Costantino sembrava
ispirarsi rende difficilmente credibile l’esistenza di un
decreto emanato dopo la vittoria su Licinio contenente
una proibizione universale del culto pagano. L’unico
accenno in proposito è in un passo della Vita di Co-
stantino di Eusebio di Cesarea. È ipotesi seducente – se
il passo in questione è attendibile – che si tratti di un
provvedimento preso sul momento, forse nell’esaltazio-
ne della vittoria e poi di fatto ridimensionato o lasciato
decadere in seguito a una più matura considerazione
delle conseguenze che questo avrebbe comportato al-
l’interno dell’Impero. È assai probabile, infatti, che Co-
stantino dopo il 324 si preoccupasse di garantire ai pa-
gani una forma di tolleranza, in un significativo rove-
sciamento della politica religiosa concordata tra lui e Li-
cinio a Milano, quando erano stati i cristiani a ricevere
garanzia di libertà di culto.
Tutto sembrava dunque concorrere a favorire un cli-
ma di festosa celebrazione. In realtà le cose andarono

84
diversamente. Proprio nel corso del 326 venne a cade-
re uno degli episodi più controversi della biografia di
Costantino: l’assassinio, fatto eseguire in Istria, del fi-
glio Crispo e quello, di poco successivo, della moglie
Fausta. La cosa ha un preciso riscontro nella documen-
tazione ufficiale, nella quale si registra una riduzione dei
componenti del collegio imperiale, che rimarrà stabile
sino al 333, quando anche Costante sarà chiamato a far-
ne parte. In esso, durante questo periodo, Costantino è
menzionato insieme soltanto agli altri figli Costantino II
e Costanzo.
Non è facile fornire un’interpretazione plausibile di
un gesto così spietato per il quale si è tentati di ricorre-
re a insondabili motivi di ordine psicologico. Alcune
fonti pagane, peraltro, suggeriscono che la prima corte
cristiana della storia fu teatro di una riedizione del
dramma di Fedra (Fausta) e di Ippolito (Crispo), con
un Ippolito questa volta consenziente.
L’attaccamento quasi morboso di Costantino ai co-
stumi tradizionali, soprattutto in materia sessuale, così
come la sua irascibilità possono essere stati all’origine
di un comportamento altrimenti poco comprensibile.
Proprio in quegli anni si intensifica la legislazione co-
stantiniana sull’adulterio e sul divorzio. Una legge ema-
nata da Eraclea in Tracia il 3 febbraio del 326 è interes-
sante anche per le implicazioni di carattere sociale che
consente di cogliere. Costantino stabilì che, quando si
fosse indagato su un caso di adulterio, si doveva distin-
guere se la persona che l’aveva commesso fosse la pro-
prietaria o l’inserviente di un’osteria. Solo la proprieta-
ria andava perseguita; non invece l’inserviente, che of-
friva il vino ai clienti.
Con la legge del 25 aprile dello stesso anno, indiriz-
zata da Nicomedia al prefetto del pretorio Evagrio, Co-

85
stantino pose delle restrizioni alle categorie di persone
abilitate a presentare accuse di relazioni adulterine. Le
accuse autorizzate erano solo quelle dei parenti stretti e,
cioè, del cugino paterno o materno e del fratello di san-
gue, dunque di coloro «che il dolore spinge all’accusa».
Ma il primo vendicatore del letto coniugale doveva es-
sere il marito. Gli estranei invece andavano tenuti lon-
tani da questo tipo di accuse, onde prevenire le calun-
nie di quanti «turpemente insozzano i matrimoni». Co-
stantino, di fatto, restringe così il controllo sul compor-
tamento sessuale della donna alla sua famiglia.
A ogni modo, all’indomani della sconfitta di Licinio,
si susseguono vari episodi che sembrano in qualche mo-
do riconducibili a una dura politica dinastica. Abbiamo
già accennato all’uccisione di Licinio stesso, accusato di
complottare per recuperare il potere, e a quella del fi-
glio Liciniano. Se a questo delitto si aggiungono quelli
di Crispo e di Fausta un’ombra sinistra sembra pro-
gressivamente proiettarsi sul regno del primo impera-
tore cristiano.
Il biennio 325-326 appare in realtà contrassegnato
da una serie di avvenimenti contraddittori. Da una par-
te Costantino si dimostrava indisponibile ad accettare
l’invito che gli veniva rivolto di restituire a Roma il suo
ruolo di capitale effettiva del nuovo Impero riunificato
tornandovi a risiedere. Dall’altra, in un testo, che si de-
ve considerare autenticamente costantiniano, l’Orazio-
ne all’assemblea dei santi, egli si dice disgustato per l’at-
teggiamento tenuto a Roma da «certuni», ovvero dai
circoli pagani. In questo periodo cade inoltre il manda-
to di Acilio Severo come prefetto urbano. Acilio Seve-
ro, oltre a essere il primo prefetto sicuramente cristia-
no, potrebbe addirittura essere di origine non senato-

86
ria, eventualità questa che renderebbe la sua nomina as-
sai poco gradita all’aristocrazia romana.
Allora il fatto che Costantino non celebrasse a Roma
il giubileo per il ventennale di regno assume un signifi-
cato preciso soprattutto se considerato alla luce della
prospettiva secondo la quale nell’Orazione all’assem-
blea dei santi viene ricostruita la guerra contro Licinio:
una guerra in difesa della vera fede. Dalle parole di Co-
stantino si deduce che in tale lotta proprio a Roma c’e-
ra stato chi si era schierato dalla parte del nemico e del-
l’empietà. La visita solenne decisa per il 326 deve esse-
re interpretata verosimilmente come un atto di ripara-
zione o, meglio, come espressione della volontà del-
l’imperatore di riprendere i rapporti su nuove basi. La
ripetizione di un giubileo a un anno di distanza dalla da-
ta in cui esso cadeva non ha infatti paralleli. In questo
senso sono interpretabili anche i vari messaggi propa-
gandistici che precedettero la visita di cui si è detto.
Il 326 si rivelò tuttavia un anno infausto per Costan-
tino. Malgrado i suoi sforzi e le sue intenzioni, la visita
a Roma si risolse in un fallimento. In proposito dispo-
niamo di una fonte tendenziosa, lo storico bizantino
Zosimo che, pagano, scrive all’inizio del VI secolo ed è
dichiaratamente avverso a Costantino. Secondo Zosimo
Costantino avrebbe avuto l’intenzione di assistere per-
sonalmente alla cerimonia tradizionale nel corso della
quale i soldati dovevano salire al Campidoglio per com-
piere il sacrificio solenne e gli altri riti tradizionali. Tut-
tavia l’imperatore, alla vista del corteo, non sarebbe riu-
scito a nascondere la propria indignazione dando in
escandescenze. In questo modo si ebbe una irreparabi-
le rottura con la tradizione, che finì per vanificare ogni
possibilità di intesa con l’aristocrazia senatoria, con
l’aggravante del risentimento popolare. È difficile dire

87
quanta verità ci sia in questa versione. Certo è che Zo-
simo vuol suggerire l’idea di un Costantino dall’animo
turbato, che in preda all’impulsività decreta l’uccisione
prima del figlio, poi della moglie e, infine, non è in gra-
do di frenare i suoi sentimenti nel corso di una cerimo-
nia pubblica.
In Zosimo c’è tuttavia qualcosa di più. Si tratta di
un’invenzione maligna, ma che, se risale, come sembra,
alla metà del IV secolo, appare significativa del clima di
aspra conflittualità che si era andato creando attorno al-
la persona e all’opera di Costantino. Secondo Zosimo
l’imperatore, in preda al rimorso per il delitto di cui si
era macchiato nei confronti dei congiunti, cercava di
trovare una via di espiazione. Poiché i sacerdoti pagani
gli manifestarono l’impossibilità di lavare colpe tanto
gravi, Costantino, influenzato da «un Egiziano» prove-
niente dalla Spagna (Ossio di Cordova: «egiziano» sta
per «ciarlatano orientale»), si rivolse allora al cristiane-
simo, l’unica religione in grado di garantire la purifica-
zione da ogni peccato. Questa non è altro che una ver-
sione di comodo, di parte pagana, della conversione di
Costantino, presentato né più né meno che come un cri-
minale che andava cercando una soluzione pratica ai
suoi problemi di coscienza.

3. La fondazione di Costantinopoli
La tesi di Zosimo, che vuole contrapporsi all’agiografia
cristiana, ha dalla sua la percezione della crisi, forse più
personale che politica, conosciuta da Costantino nel
326. La cosa risulta tanto più scoperta se si considera
che la storiografia pagana attribuisce proprio all’insuc-
cesso della visita a Roma una decisione fondamentale:
quella di creare un’altra capitale che doveva essere una

88
seconda Roma. Si trattava di un fatto senza precedenti.
Se di fatto con il regime tetrarchico le capitali si erano
moltiplicate, Treviri, Milano, Sirmio, Tessalonica e Ni-
comedia, pur riccamente abbellite e ampliate, erano in
realtà delle semplici residenze imperiali. Costantino, in-
vece, si proponeva di creare una sua capitale, alternati-
va a quella dei Cesari, che da lui avrebbe preso il nome.
La versione di Zosimo è sicuramente falsa e di co-
modo. Costantino infatti iniziò con ogni probabilità a
pensare alla costruzione di una nuova capitale già al-
l’indomani della sua vittoria su Licinio a Crisopoli nel
settembre del 324. A quanto sembra prese addirittura
in considerazione diverse località, tra cui Serdica (dove
già l’imperatore aveva risieduto a lungo), Ilio, Calcedo-
nia. La verità è che, anche sotto questo punto di vista
Costantino mostra di essere capace di gesti rivoluziona-
ri, che implicano una netta rottura con il passato.
La scelta cadde su Bisanzio, un’antica colonia greca,
già ampliata e fortificata da Settimio Severo alla fine del
II secolo, che si affacciava sul Bosforo, davanti alla co-
sta asiatica, dunque dalla parte opposta a Calcedonia.
La posizione della città, su di un promontorio sulla riva
settentrionale del mar di Marmara presso la riva del Bo-
sforo, fiancheggiata a est da un’insenatura profonda, il
Corno d’Oro, era del tutto peculiare, tale da far presa-
gire un grande futuro: situata al passaggio tra Europa e
Asia, allo sbocco della grande via di comunicazione che
da Milano portava in Oriente passando da Aquileia, Sir-
mio e Serdica, controllava la via di accesso al mar Nero.
Dunque si può parlare di un grande progetto, tanto cul-
turale quanto politico e religioso: la nuova capitale, an-
che per la sua collocazione geografica, sembrava sugge-
rire una sintesi ideale tra ellenismo e romanità.

89
Costantinopoli superò sicuramente, a seguito degli
accrescimenti successivi, le dimensioni che Costantino
doveva aver previsto per la sua città. Certo neppure lui
poteva immaginare che quella fondazione avrebbe dato
origine e nome a un’epoca storica: l’età «bizantina».
Per i contemporanei e per la tradizione immediata-
mente successiva la fondazione di Costantinopoli fu de-
cisa da Costantino allo scopo di creare una città da con-
trapporre a Roma. Per il pagano Zosimo questo non è
che l’ultimo di una serie di tradimenti: l’imperatore, ab-
bandonato il paganesimo, non potendo tollerare di sta-
re a Roma dove era osteggiato, si creò una capitale a
proprio uso e consumo. Altri, meno impegnati sul pia-
no della polemica religiosa, invocano una ragione, per
così dire, «biologica»: Costantinopoli fu fondata per
rimpiazzare Roma che, ormai vecchia, era in fase di de-
clino. La scelta di Costantino, in quest’ottica, che poi è
in sostanza quella che sarà fatta propria dall’ideologia
dell’Impero bizantino, acquista un significato positivo,
perché trasferisce alla nuova città i valori che Roma,
spossata, non sapeva più tutelare.
L’interpretazione che potrebbe essere la più vicina
alle reali intenzioni di Costantino e che appare, con tut-
te le necessarie correzioni e integrazioni, la più plausi-
bile anche ai nostri occhi è quella fornitaci da Eusebio
di Cesarea. Lo storico ecclesiastico, favorito anche dal-
la sua vicinanza all’imperatore e dalla possibilità di ac-
cedere ai documenti ufficiali, dà risalto al significato
epocale della fondazione di Costantinopoli. Essa è in-
serita nella prospettiva provvidenziale del nuovo regi-
me mondiale inaugurato da Costantino per volere di
Dio: la signoria universale, la monarchia che ribalta ed
elimina la perniciosa logica della pluralità dei monarchi
che si aveva con la tetrarchia. La «rivoluzione» costan-

90
tiniana segue una sua logica profonda. L’Impero riuni-
ficato sotto la guida di Costantino e che questi doveva
trasmettere ai suoi figli ha in Costantinopoli una capita-
le che è a sua volta un fattore di riunificazione. Il cri-
stianesimo, del quale l’imperatore si fa campione, è an-
ch’esso una fondamentale garanzia di unità.
Con la vittoria di Crisopoli Costantino si era posto
come obiettivo proprio quello di dare una sistemazione
stabile all’Oriente. La sua residenza a Serdica negli an-
ni immediatamente precedenti la campagna contro Li-
cinio lo aveva sensibilizzato ai problemi di queste re-
gioni. Probabilmente la decisione di fondare una nuo-
va capitale risale a questo momento: essa doveva dare
evidenza alla nuova idea di Impero della quale Costan-
tino si faceva interprete. Anche Diocleziano, almeno se-
condo Lattanzio, aveva avuto l’intenzione di fondare
una seconda Roma. E Costantinopoli veniva a sorgere a
breve distanza da quella Nicomedia che, poco più a
sud, sulla costa asiatica del mar di Marmara, era stata
una delle località nelle quali proprio Diocleziano prefe-
riva risiedere. A ogni buon conto l’abbandono di Roma
come residenza imperiale era avvenuto già in età tetrar-
chica. Costantino portò quindi a compimento un pro-
cesso che era in atto ormai da tempo. Sotto questo pro-
filo l’accusa di tradimento rivoltagli dai pagani non è
giustificata.
Dopo quanto si è detto si capisce come il giubileo
«posticipato», celebrato a Roma nel 326, fosse ricco di
implicazioni, e come carico di tensioni dovesse essere
ormai il rapporto con l’aristocrazia senatoria. La pre-
sunta intenzione di Costantino di dare all’Impero una
capitale «cristiana», non contaminata cioè dalle tradi-
zioni e dai monumenti pagani di Roma, è talvolta con-
siderata una delle ragioni fondamentali che lo avrebbe-

91
ro indotto a fondare Costantinopoli. Una motivazione
di questo tipo, se esisteva, non doveva però essere deci-
siva. Il periodo successivo a Crisopoli è denso di eventi
cruciali, a cominciare dal concilio di Nicea. Ma è diffi-
cile immaginare una decisione come quella di fondare
una nuova capitale presa solo per motivi di carattere re-
ligioso. Ci si può piuttosto domandare in che misura i
piani originari abbiano risentito dell’insuccesso della vi-
sita romana.
Malgrado le esitazioni iniziali circa la sede, Costan-
tino compì l’atto decisivo di fondazione della sua capi-
tale già nel novembre del 324 (l’8 o il 13), dunque ad ap-
pena due mesi di distanza dalla vittoria su Licinio. Il fat-
to che non ci fosse un modo cristiano di fondare una
città spiega probabilmente il fatto che la cerimonia so-
lenne della consecratio avvenisse secondo i riti tradizio-
nali, forse diretti da un pagano, il neoplatonico Sopatro.
C’è un riscontro importante: già nel 325 alcuni testi le-
gislativi recano menzione di Costantinopoli come luo-
go della loro promulgazione. Il 325 è un anno di gran-
de attività edilizia che fu ulteriormente accresciuta in
occasione del soggiorno dell’imperatore in città tra il
327 e il 328. Nel 326 ebbe inizio la costruzione della
grande chiesa di Santa Sofia. Tuttavia la data di riferi-
mento della storia di Costantinopoli è il 330: l’11 mag-
gio di quell’anno, infatti, ha luogo la dedicatio, che d’al-
lora in poi diviene il giorno ufficiale per le celebrazioni
degli anniversari. Peraltro i lavori, compresi quelli dei
monumenti principali, nel 330 non erano ancora con-
clusi e dovettero prolungarsi per vari anni. All’interno
della città solo la chiesa dei Santi Apostoli fu iniziata e
completata da Costantino.
Quello che colpisce di più nell’organizzazione della
nuova capitale è la consapevole e sistematica imitazione

92
Lyc
o
Porta

CO
s
Charisii

RN
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D'
O
RO
Porta
San Romano
SS. Apostoli
Porta
Polyandrou
Forum Acropoli
Bovis Foro di
Costantino S. Irene
Foro
Foro di Teodosio S. Sofia
Porta di Arcadio Palazzo
di Peghe
Imperiale

Porto di Porto di Porto di Porto di


Porta Teodosio Eleuterio Giuliano Boucoleon
Aurea

PROPONTIDE

Bisanzio al tempo di Settimio Severo


(193-211 d.C.)
Costantinopoli al tempo di Costantino
(330-337 d.C.)
Costantinopoli al tempo di Teodosio II
(408-450 d.C.)

Le espansioni di Costantinopoli a partire dalla Bisanzio del III


sec. d.C.

93
delle strutture romane, a cominciare dalla creazione di
un senato. Anche Costantinopoli fu dotata, infatti, di un
suo Campidoglio, di un miliario aureo, di una zecca, di
un pretorio come sede del prefetto urbano.
I resti della città costantiniana, che fu ampliata di
quattro-cinque volte rispetto all’antica Bisanzio, sono
peraltro troppo modesti per consentire una risposta si-
cura a tutte le questioni. Quello che però sembra sicu-
ro è che Costantinopoli fu progettata sin da principio
come residenza dell’imperatore, come risulta dalla col-
locazione strategica di alcuni edifici e di alcune struttu-
re pubbliche. Il centro della città veniva a coincidere
con il Foro di Costantino, di forma circolare, con al cen-
tro la colonna sulla quale era collocata la statua dell’im-
peratore raffigurato come Helios. Sul lato nord del Fo-
ro sorgeva l’edificio del senato. Come in altre residenze
imperiali anche a Costantinopoli fu creato un sistema in
base al quale palazzo imperiale e ippodromo venivano
strettamente connessi l’uno all’altro. L’ippodromo, co-
me in precedenza il circo, in quanto sede di gare e di
spettacoli, era concepito come l’occasione privilegiata
nella quale l’imperatore appariva in pubblico ed entra-
va in contatto con il popolo.
La Costantinopoli di Costantino, malgrado gli am-
pliamenti, rimaneva comunque, con i suoi sei chilome-
tri quadrati, ben al di sotto dell’estensione di Roma. Ta-
le estensione fu più che raddoppiata circa un secolo do-
po per opera dell’imperatore Teodosio II (408-450).
Durante il regno di quest’ultimo, infatti, fu costruito un
grandioso sistema di mura e la città raggiunse i quat-
tordici chilometri quadrati.
Costantino dunque non pervenne a una sistemazio-
ne definitiva della sua città. Si è accennato a una sua
presunta intenzione di dar vita a una capitale puramen-
te cristiana. Contro quest’ipotesi, già di per sé poco ve-

94
rosimile, ci sono indizi attendibili che provano la pre-
senza in città di templi dedicati agli antichi culti. Sicu-
ramente Costantino dedicò una statua alla Tyche, la
Fortuna di Costantinopoli (modificando forse una pre-
cedente statua di Rea), che doveva fare da pendant alla
Fortuna di Roma. Nelle monete è inoltre ben attestata
un’iconografia della Tyche costantinopolitana, rappre-
sentata da una donna con il capo cinto da una corona
turrita, con in mano una cornucopia e il piede poggiato
sulla prua di una nave. Anche a Costantinopoli si se-
gnala, dunque, un permanere di una certa mescolanza
tra paganesimo e cristianesimo. Il prevalere di quest’ul-
timo non esclude del tutto la sopravvivenza di riti e cul-
ti tradizionali pagani, soprattutto di quelli che più ave-
vano a che fare con il modello romano.
Con riferimento a queste permanenze pagane e al ri-
spetto mostrato da Costantino per talune forme di cul-
to tradizionali si deve ricordare una concessione signi-
ficativa da lui fatta in uno degli ultimi anni del suo re-
gno alla cittadina umbra di Spello. Un’iscrizione attesta
che veniva autorizzata la costruzione di un tempio de-
dicato al culto della gens Flavia. Il testo è di una solen-
ne eloquenza:

Tutto quello che tutela la società del genere umano è og-


getto della nostra incessante sollecitudine; ma speciale atten-
zione è da noi dedicata a che tutte le città che si distinguono,
nelle regioni e province, per importanza e bellezza, non solo
conservino l’antica dignità ma vengano promosse a una mi-
gliore condizione dal dono della nostra beneficenza. Dal mo-
mento dunque che voi affermate di essere uniti alla Tuscia co-
sì che, sulla base di un istituto di antica consuetudine, ogni
anno da voi insieme ai suddetti vengono eletti dei sacerdoti
che devono allestire nella tusca Volsinii degli spettacoli tea-
trali e delle lotte di gladiatori, data la faticosa strada di mon-

95
tagna [si intende: che separa Spello da Volsinii = Bolsena],
chiedete che sia concesso al vostro sacerdote di non doversi
recare a Volsinii e, in particolare, che la città, che ora ha il no-
me di Spello e di cui ricordate che è contigua alla via Flami-
nia, noi la denominiamo secondo il nostro cognome; qui do-
mandate di poter costruire un tempio alla gens Flavia degno
della grandezza di tale nome e che quel sacerdote che a tur-
no l’Umbria avesse prescelto vi allestisca tanto spettacoli tea-
trali che combattimenti gladiatori, rimanendo nella Tuscia la
consuetudine in base alla quale il sacerdote ivi eletto prose-
gua, come in passato, a allestire i predetti spettacoli: il nostro
consenso ha soddisfatto prontamente la vostra richiesta e il
vostro desiderio. Infatti noi abbiamo concesso alla città di
Spello l’eterno appellativo e il nome venerabile della nostra
famiglia così che in futuro la predetta città si chiamerà Flavia
Costante; nel suo seno vogliamo anche, così come voi lo de-
siderate, che si realizzi con opera magnifica un sacello per la
gente Flavia, cioè per la nostra, con la prescrizione che il sa-
cello dedicato al nostro nome non venga insozzato dagli in-
ganni di una contagiosa superstizione; di conseguenza vi dia-
mo anche l’autorizzazione di allestire rappresentazioni nella
predetta città. Naturalmente anche a Volsinii, come si è det-
to, devono continuare i periodici allestimenti dei giochi, do-
ve la suddetta ricorrenza deve essere celebrata dai sacerdoti
eletti dalla Tuscia. Così dunque appare che poco si sia dero-
gato agli antichi istituti e voi, che vi siete presentati supplici
al nostro cospetto, per le predette ragioni, potete rallegrarvi
di aver ottenuto quanto desideravate.

Costantino con questa risposta intendeva evidente-


mente perseguire un accorto e caratteristico compro-
messo tra la volontà di consentire una manifestazione ti-
pica del culto imperiale e la necessità di far sì che da es-
so venissero esclusi quei riti pagani che erano incompa-
tibili con il cristianesimo: il tempio dedicato al suo no-
me, infatti, non doveva venir «insozzato dagli inganni di
una contagiosa superstizione».

96
4. Le riforme
L’Impero riorganizzato da Costantino era sensibilmen-
te diverso da quello da lui ereditato dalla tetrarchia dio-
clezianea. La rivoluzione decisiva riguardava certamen-
te la sfera religiosa, cui si aggiungeva la decisione di co-
struire una capitale alternativa a Roma. Ma le sue rifor-
me furono notevoli in vari settori, anche se dev’essere
chiaro che Costantino non ribaltò la natura fondamen-
tale dei rapporti sociali esistenti, alla base dei quali c’e-
rano le crescenti esigenze di uno Stato fortemente bu-
rocratizzato.
Tra le innovazioni più significative va segnalata l’a-
dozione di una nuova concezione strategica in campo
militare: poiché gli effettivi sotto le armi risultavano
sempre più insufficienti per proteggere frontiere tanto
estese, fu incrementato l’esercito mobile (il comitatus),
che ricevette un trattamento privilegiato, anche a livel-
lo fiscale ed economico, a spese di quello stanziato ai
confini (i limitanei). Il comitatus, posto sotto il coman-
do dei migliori generali, fu l’ultimo baluardo dell’Im-
pero in pericolo. Parallela alla riforma militare è la rior-
ganizzazione del sistema provinciale, che era stato già
profondamente modificato da Diocleziano. Nel sistema
dioclezianeo e poi costantiniano, per compensare il fra-
zionamento dovuto all’alto numero delle province, era-
no state introdotte, come livello intermedio, le diocesi,
rette da vicari che agivano come rappresentanti dei pre-
fetti del pretorio. A Costantino si attribuisce tradizio-
nalmente la creazione di tre o quattro grandi prefetture
regionali (il sistema si stabilizzò comunque solo nella se-
conda metà del secolo), che raggruppavano a loro vol-
ta un numero variabile di diocesi. Nello stesso tempo i
prefetti del pretorio venivano privati di tutte le compe-

97
tenze militari che erano trasferite ai generali coman-
danti dell’esercito mobile. Il compito fondamentale dei
prefetti riguardava il controllo sull’applicazione della
legislazione vigente, dal momento che la maggior parte
delle leggi erano indirizzate a loro. Le sentenze emana-
te da un tribunale prefettizio erano inappellabili.
Anche in campo economico le scelte di Costantino
appaiono fortemente innovatrici. La sua decisione, pro-
babilmente inevitabile, di privilegiare la monetazione in
oro, portò alla coniazione in larga scala di un nuovo
pezzo, il solido, destinato prevalentemente alla remu-
nerazione dei ceti privilegiati, a cominciare dai capi del-
l’apparato burocratico e dai vertici dell’apparato mili-
tare. Questo significò un ulteriore svilimento della mo-
neta d’argento, quella usata dalle persone più umili. Il
risultato fu un ulteriore aggravamento del divario so-
ciale tra ricchi e poveri, che fu temperato dall’opera as-
sistenziale della Chiesa.

5. Il problema della successione


Il culto imperiale, malgrado tutto, continuava dunque
a essere avvertito da Costantino come utile al consoli-
damento della sua dinastia, un problema che, legato a
quello della successione, ritornò a farsi acuto negli ulti-
mi anni del suo regno. Dopo la crisi del 326, il collegio
imperiale non conobbe modifiche sino al 333, allorché
anche il figlio più giovane di Costantino, Costante, fu
elevato al rango di Cesare. Due anni più tardi la stessa
sorte toccava pure al nipote Dalmazio. Si è visto nei ca-
pitoli precedenti quanto Costantino tenesse a far sì che
il suo regno apparisse legittimato dall’appartenenza a
una famiglia da più generazioni alla guida dell’Impero.

98
Ora, però, si trattava di pensare la dinastia nella pro-
spettiva delle generazioni future.
Abbiamo un riscontro importante della delicatezza
della questione in un passo del discorso letto da Euse-
bio di Cesarea nel 335 in occasione della celebrazione
del trentennale di regno di Costantino. Un giubileo im-
periale era di per sé un’occasione per enunciazioni
ideologiche significative. L’eccezionalità di quello co-
stantiniano era dovuta anche al fatto che, dopo Augu-
sto, nessun imperatore romano aveva mai regnato tan-
to a lungo. Eusebio, sempre sensibile e rassicurante,
con le sue esemplificazioni bibliche, nel dar voce ai te-
mi fondamentali della propaganda costantiniana, si
esprime in termini che appaiono del massimo interesse,
soprattutto se si presta attenzione all’evidente imbaraz-
zo del panegirista nel presentare il disegno imperiale in
modo accettabile:

Il Signore Supremo consente a Costantino di celebrare un


gran numero di feste (di giubilei) e queste ogni volta con
grande alleggerimento della sua posizione di unico impera-
tore. Ad ogni celebrazione festiva, che aveva luogo dopo ogni
decade, egli decideva infatti che uno dei suoi figli dovesse
aver parte al trono imperiale. In primo luogo egli stabilì, do-
po la prima decade di regno, che ad aver parte del governo
dovesse essere il figlio omonimo. Poi, dopo la seconda deca-
de, il secondogenito secondo la sequenza temporale. Nello
stesso modo il terzo nella terza decade, della quale noi stia-
mo celebrando la festa conclusiva. E ora poiché il periodo si
rinnova per la quarta volta, prolungandosi i tempi sempre di
più, egli rafforza il proprio governo grazie alla grande comu-
nità della sua famiglia. Nominando i Cesari, realizza così le
profezie dei profeti divini che già da tempo immemorabile
avevano proclamato: «Un giorno i santi dell’Altissimo assu-
meranno il governo». E così in verità, dal momento che Dio,

99
che più di ogni altro ama l’imperatore, gli fa dono di tempi e
di figli in numero crescente, il Dio signore dell’universo crea
il governo stesso sui popoli della terra: giovane e fiorente, co-
me se avesse appena cominciato a crescere. Dio stesso dirige
questa celebrazione festiva per lui, che ha fatto vincitore su
tutti gli avversari interni e i nemici esterni. Costantino stesso
sembra essere rilucente come la luce del sole in virtù della
brillante luminosità dei suoi Cesari che egli fa scaturire da sé
per mandarli lontano sino agli abitanti dei luoghi più remoti;
in questo modo egli ha affidato noi, che abbiamo avuto l’O-
riente, al suo degno figlio che ha il suo stesso nome, a un al-
tro figlio un’altra parte dell’umanità e di nuovo un altro a un
altro luogo, al pari di candelabri e di torce della luce che da
lui stesso promana. Con il giogo della quadriga imperiale egli
tiene stretti come puledri i quattro valorosissimi Cesari e li
riunisce insieme con le briglie di quest’armonia e di questa
concordia divina. Egli stesso, come auriga, ha la guida e per-
corre tutto il territorio fin là dove brilla il sole, sta al fianco di
tutti e dirige su tutto la propria attenzione. Egli, regolandosi
dunque sul modello del governo celeste, dirige, con lo sguar-
do rivolto verso l’alto, secondo il modello originale, le sorti
degli abitanti della terra, rafforzato dall’imitazione di questa
signoria monarchica.

6. Politica estera
Il problema della successione si intersecò, negli ultimi
anni del regno di Costantino, con gli sviluppi della sua
politica estera. Abbiamo già accennato all’interesse da
lui dimostrato, già prima della vittoria su Licinio, per il
consolidamento della frontiera danubiana contro la mi-
naccia gotica. La storia delle relazioni romano-gotiche
per buona parte del IV secolo risulta condizionata da
un importante trattato stipulato da Costantino nel 332.
Quattro anni prima, per rendere manifesta la propria

100
determinazione nella difesa del territorio romano, ave-
va inaugurato un ponte che, lungo quasi due chilometri
e mezzo, varcava il basso corso del Danubio. L’obietti-
vo di un’opera tanto ardita di ingegneria militare era
evidentemente quello di consentire rapidi spostamenti
di truppe romane e di equipaggiamenti sulla sponda
settentrionale del fiume, dove una serie di forti era in
grado di fornire punti di appoggio per delle operazioni
belliche.
Furono emesse monete celebrative del ponte con un
barbaro inginocchiato in atto di supplica. Il ponte sul
Danubio ebbe lo stesso effetto dissuasivo di quello fat-
to costruire da Costantino nel 310 a Colonia sul Reno.
Come allora i Franchi, i Goti (i Tervingi) e anche i vici-
ni Taifali furono indotti a stipulare accordi di lungo pe-
riodo. Tra l’altro questi prevedevano che i Goti doves-
sero fornire, in caso di necessità, sino a quarantamila
uomini in aiuto all’Impero. Si trattava di una svolta im-
portante per la storia delle relazioni romano-barbari-
che. Per la prima volta, infatti, si contemplava la possi-
bilità che contingenti barbarici venissero inseriti nell’e-
sercito romano. Anche se tale eventualità all’epoca del
trattato non era considerata come realistica, essa si rea-
lizzò di fatto solo pochi decenni più tardi, quando l’Im-
pero non si dimostrò più capace di resistere alla pres-
sione crescente dei vari popoli lungo le sue frontiere.
Costantino completò la sua opera di pacificazione
operando lungo il medio Danubio contro i Sarmati. Tra
il 335 e il 336 la sua azione si era conclusa positivamen-
te, cosa che fu sancita dall’assunzione dell’appellativo
di Dacico Massimo.
Egli era ormai nelle condizioni migliori per concen-
trare la propria attenzione sul più irriducibile nemico di
Roma, la Persia. Lo Stato iranico era retto ormai da cir-

101
ca un secolo da una nuova dinastia, quella dei Sasanidi,
che aveva già dato ampie prove della propria volontà
espansionistica verso la Mesopotamia e la Siria. Co-
stantino sino ad allora aveva conseguito i propri suc-
cessi militari contro nemici interni, oppure contro po-
polazioni barbariche, ma prevalentemente in funzione
difensiva. È comprensibile che nutrisse l’ambizione di
conseguire la vittoria contro un avversario di prestigio,
in un rinnovamento della tradizionale prassi imperiali-
sta romana.
Rispetto ai Persiani Costantino aveva ereditato la si-
tuazione che si era determinata con le campagne orien-
tali di Galerio che era riuscito, con il successo da lui
conseguito nel 297, a dar vita a una nuova provincia ro-
mana nella parte settentrionale della Mesopotamia. Un
paio di decenni erano trascorsi senza che si registrasse-
ro conflitti significativi nella regione. La svolta religiosa
realizzatasi nell’Impero romano, almeno da quando Co-
stantino si era impadronito dell’Oriente, aveva tuttavia
determinato le condizioni per una maggiore instabilità.
I Persiani dovevano infatti considerare con diffidenza
quanti, all’interno del loro Impero, praticavano la stes-
sa religione dei Romani. Né la lettera inviata da Co-
stantino al gran re Sapore dopo la vittoria su Licinio, era
tale da dissipare questi sospetti. Lo zelo missionario con
il quale l’imperatore romano adombrava la propria mis-
sione vi appare ben evidente. Il testo di questa missiva
ci è giunto attraverso Eusebio di Cesarea:

Io sono il difensore della divina fede, e per ciò stesso par-


tecipo della vera luce. [...] Grazie al potere che mi viene dal-
la mia alleanza con Dio io ho innalzato, partendo dagli estre-
mi confini dell’Oceano, a poco a poco tutto il mondo abita-
to, regione dopo regione, alle speranze della salvezza eterna

102
così che tutti coloro che erano stati ridotti schiavi potessero
tornare a vivere. Io adoro questo Dio, la cui insegna il mio
esercito porta sulle spalle e dalla quale esso è condotto a ma-
gnifiche vittorie. [...] Devi dunque pensare che grande è la
mia gioia nell’udire che anche la parte migliore della Persia,
com’è nei miei stessi voti, si fregia in lungo e in largo della
presenza di siffatti uomini, dei cristiani, cioè (infatti tutto il
mio discorso di riferisce ad essi). E io mi auguro che tu pos-
sa godere di tutti i beni possibili, così come me lo auguro an-
che per i cristiani, come per essi così anche per te (Vita di Co-
stantino, IV, 9-15, trad. it. di L. Tartaglia).

Date queste premesse non sorprende che la questio-


ne religiosa nel 334 in Armenia si sovrapponesse a quel-
la politica. Alla testa di questo regno, da vari secoli in
bilico tra Romani e Persiani, Sapore desiderava collo-
care suo fratello. La detronizzazione del re in carica, che
era cristiano, indusse i cristiani di Armenia a chiedere
l’intervento di Costantino. Nel 335 le due parti erano
così pronte a un nuovo conflitto. Costantino inviò nel-
la regione il nipote Annibaliano, che in precedenza ave-
va sposato la maggiore delle sue figlie, Costantina, allo
scopo, deposto il re persiano di Armenia, di riportare
tanto quel regno così come quelli caucasici nella sfera di
influenza romana. Il fatto che Annibaliano si fregiasse
del titolo pomposo di «re dei re» (cioè dello stesso tito-
lo di Sapore) va considerato probabilmente una sem-
plice mossa propagandistica per dare evidenza alla for-
te iniziativa romana.
L’invio di Annibaliano nelle intenzioni di Costanti-
no doveva essere, in realtà, preliminare al suo interven-
to diretto. La grande campagna persiana era prevista
per il 337 dopo che al fratello di Annibaliano, Dalma-
zio, da poco elevato al rango di Cesare, era stato affida-
to il presidio della frontiera danubiana. Tuttavia una

103
malattia improvvisa, che colpì Costantino non molto
tempo dopo la sua partenza da Costantinopoli, gli im-
pedì di realizzare il suo progetto. Costretto prima a una
sosta, poiché le sue condizioni non miglioravano, l’im-
peratore decise di rientrare nella capitale.

7. La morte
Per Costantino era ormai venuto il momento di predi-
sporsi alla morte. Si trattava di compiere quel passo che
aveva sino ad allora ritardato: ricevere il Battesimo. Nel-
l’uso dell’epoca ricevere il Battesimo in punto di morte
era considerato un modo per essere sicuri, venendo la-
vati con esso da tutti i peccati, della vita eterna. Quello
che risulta paradossale è che a battezzare Costantino,
nella residenza imperiale nei pressi di Nicomedia, fosse
il vescovo della città, Eusebio, di sentimenti filoariani,
che negli ultimi tempi era assurto al ruolo di consiglie-
re privilegiato dell’imperatore in materia ecclesiastica.
La morte arrivò durante la festa di Pentecoste del 337.
Costantino, che dopo il Battesimo aveva rifiutato di in-
dossare di nuovo la porpora, l’aveva attesa vestito di
bianco.
Le disposizioni da lui date da tempo per la propria
sepoltura sono significative. Nella chiesa dedicata ai
Santi Apostoli Costantino aveva fatto collocare dodici
cenotafi, sei da una parte e sei dall’altra. Al centro c’era
un sarcofago riservato per lui, l’imperatore «isoaposto-
lo», «vescovo universale», che peraltro moriva conser-
vando, almeno formalmente, la carica di pontefice mas-
simo, di capo supremo della religione pagana. Lo sguar-
do di Costantino era però sempre rivolto al cielo. Una
moneta di «consacrazione», coniata dopo la sua morte,
è indicativa di come la tradizione, che prevedeva la di-

104
vinizzazione dell’imperatore defunto, potesse venire
rinnovata dal cristianesimo. Descrive molto bene quel-
lo che è raffigurato sul verso di questa moneta, che re-
ca in basso la legenda «Roma», Eusebio di Cesarea:
«l’imperatore, alla guida di una quadriga, viene portato
su da una mano che gli è porta dall’alto».
Sorprende dunque che, rispetto a un’opera di rifor-
ma tanto sistematica, Costantino non abbia affrontato
in modo coerente il problema della successione: solo a
livello di pura ipotesi si può supporre che la creazione
delle quattro prefetture del pretorio, ognuna delle qua-
li comprendeva all’incirca i medesimi territori che nella
tetrarchia ricadevano sotto il governo dei vari tetrarchi,
prevedesse per ciascuna il governo di uno dei figli del-
l’imperatore. Tuttavia una simile soluzione poteva esse-
re valida al massimo per l’immediato e lasciava comun-
que insoluti i problemi di fondo.
Le nostre fonti sembrano essere attendibili nel ri-
flettere un clima di reale incertezza. Se esse ci informa-
no bene circa la cura con la quale l’imperatore preparò
la sua morte, permettono anche di cogliere l’ignoranza
di un chiaro disegno in merito alla successione e alla fu-
tura organizzazione dell’Impero. La partecipazione dei
figli alla dignità imperiale lascia intravedere il possibile
ritorno a un potere retto da una pluralità di sovrani.
Tuttavia non è chiaro quale forma di sistemazione con-
creta l’Impero dovesse assumere. Un collegio imperiale
formato da sovrani posti tutto sullo stesso piano è poco
plausibile: Costantino aveva concepito la sua missione
come un ristabilimento dell’unità dell’Impero attraver-
so il regno di un solo principe. Solo a titolo di conget-
tura si può ipotizzare che a Costantino II dovesse esse-
re riservato il ruolo di Primo Augusto.

105
Quel che è certo è che i soldati non si dimostrarono
sensibili alle sottigliezze della politica. La loro scelta era
inequivocabilmente a favore del principio di una rigida
successione dinastica. Alla morte di Costantino, forse
con l’interessata complicità dei figli dell’imperatore,
tanto Dalmazio che Annibaliano, che in quanto nipoti
del defunto sovrano potevano rappresentare un’alter-
nativa alla successione, furono eliminati. Costantino II
(cui fu attribuito il governo delle Gallie, della Britannia
e della Spagna), Costante (cui furono riservate l’Italia e
l’Africa) e Costanzo (cui toccò l’Oriente) raggiunsero
un accordo per il governo congiunto dell’Impero. Esso,
però, si rivelò assai precario. Già nel 340 Costantino II
pagava con la vita l’incursione compiuta nei territori af-
fidati al governo di Costante. Quest’ultimo moriva a sua
volta nel 350 per mano di un usurpatore, Magnenzio,
dopo un decennio di rapporti difficili con Costanzo II.
Rimasto unico imperatore, Costanzo II fu costretto a
cercare un collega cui affidare il governo dell’Occiden-
te: la scelta cadde sull’unico sopravvissuto, in ragione
della sua tenera età, alla strage del 337, il cugino Giu-
liano. La proclamazione imperiale di Giuliano nel 360
da parte dell’esercito che aveva ai suoi ordini in Gallia
sembrò ricondurre ineluttabilmente l’Impero verso un
nuovo conflitto fratricida. Esso fu prevenuto solo dalla
morte repentina di Costanzo nel 361. Due anni dopo
anche Giuliano moriva combattendo contro i Persiani,
anatemizzato dai cristiani che lo bollarono con l’epite-
to infamante di «Apostata» per il suo effimero tentati-
vo di tornare al paganesimo. Si estingueva così, nel se-
gno della sconfitta, della divisione e del conflitto reli-
gioso la dinastia costantiniana. Il destino dell’Impero
non le apparteneva.
Costantino e il destino dell’Impero

1. Fra Tarda Antichità e Medioevo


A Costantino sarebbe piaciuto che nella storia venisse
conservata di lui l’immagine della quale abbiamo un’i-
dea grazie alla testa colossale, alta più di due metri e
mezzo, che si trova a Roma nel Palazzo dei Conservato-
ri. Quello che era celebrato nella gigantesca figura se-
duta, di oltre dieci metri di altezza, era un sovrano idea-
le, innalzato al di sopra della quotidianità degli affari
politici. Ma né una statua sovradimensionata né un pa-
negirico appena travestito da biografia come quello di
Eusebio di Cesarea potevano nascondere l’insuccesso
finale di Costantino.
La sua figura così come la sua opera furono fin da
principio oggetto di valutazioni assai contrastanti. Al-
l’agiografia di parte cristiana, iniziata quando l’impera-
tore era ancora in vita, si contrappose presto una tradi-
zione ostile ispirata dagli ambienti pagani. Questa ri-
sulta già chiaramente delineata nella seconda metà del
IV secolo, anche per il contributo determinante dell’ul-
timo esponente della dinastia costantiniana, l’imperato-
re Giuliano. In uno scritto di carattere satirico, i Cesari,
Giuliano aveva presentato Costantino come un dissolu-

107
to e un dissipatore, che colmava di doni gli amici e che
cercava nel cristianesimo la religione che gli garantisse
il perdono per i suoi peccati. Da fonti storiografiche
sappiamo di un giudizio più articolato del nipote circa
l’opera dello zio: lo accusa di aver sovvertito le basi stes-
se dello Stato romano a cominciare dall’ammissione di
barbari alle più alte cariche di governo.
La «rivoluzione» costantiniana era dunque equipa-
rata a un atto eversivo: non a caso nel corso del suo bre-
ve regno (361-363) Giuliano si ispirò a una linea di go-
verno tradizionalista. Il tema della contrapposizione a
Costantino è naturalmente incentrato soprattutto sulla
questione religiosa. La personalità intellettuale e mora-
le di Giuliano era tale da ampliare il significato del suo
regno al di là di quello che fu il suo effimero tentativo
di ripristino del paganesimo e di riforma dello Stato che
gli fece meritare dai cristiani l’epiteto di «Apostata». È
stato sostenuto da Santo Mazzarino che la storia del
Tardo Impero può essere letta alla luce delle due figure
epocali di Costantino e Giuliano. Quest’ultimo divenne
subito dopo la sua morte un ideale simbolo di battaglia
ideologica per quanti, turbati dal declino dell’Impero,
attribuivano al cristianesimo la responsabilità della sua
rovina.
Una conferma significativa di queste valutazioni ne-
gative del regno di Costantino ci è data da un trattatel-
lo giuntoci in forma anonima, di pochi decenni succes-
sivo alla sua morte, noto con il nome di De Rebus Belli-
cis perché contiene una serie di progetti di macchine
militari, alcuni dei quali non privi di interesse. In esso è
presa di mira in termini assai aspri la politica monetaria
di Costantino, che avrebbe comportato, con l’abban-
dono del denario argenteo a favore dell’oro, l’ulteriore
impoverimento dei ceti più deboli.

108
La crisi gotica della seconda metà del IV secolo, cul-
minata con il disastro di Adrianopoli del 378, e il suc-
cessivo sacco di Roma del 410 a opera di Alarico esclu-
devano ormai ogni possibilità di lettura provvidenziali-
stica del regno di Costantino. Queste sciagure, al con-
trario, consentivano a qualche polemista pagano di ve-
dere proprio nell’offesa recata agli dèi protettori dello
Stato romano da parte del primo imperatore cristiano
la ragione della caduta di Roma. Zosimo, che scrive al-
l’inizio del VI secolo, ma che attinge a fonti di fine IV,
dà autorità storiografica a questa versione. Costantino
ai suoi occhi non è altro che un mediocre opportunista,
un uomo dedito al vizio che si fa irretire dai sacerdoti
cristiani. Ma è tutta la sua politica che è messa sotto ac-
cusa: in particolare la scelta di potenziare l’esercito mo-
bile a discapito di quello di frontiera è vista come la cau-
sa delle invasioni barbariche.
La risposta cristiana alla polemica pagana ricorre a
varie argomentazioni. Agostino, nella Città di Dio, dà
un contributo decisivo, avvertendo la transitorietà del-
la città terrena che non può identificarsi con l’Impero
romano. Esso era sì potuto diventare grande e potente
per volontà celeste, ma i suoi vizi di fondo lo condan-
navano inevitabilmente alla rovina.
Il pensiero politico cristiano di età medievale sottras-
se Costantino al destino dell’Impero per vincolarlo sem-
pre più strettamente a quello della Chiesa. Nell’VIII se-
colo si elaborò un falso documento, la cosiddetta Do-
nazione di Costantino, con la quale si attribuiva all’im-
peratore, grato a papa Silvestro che, dopo la sua con-
versione, lo aveva guarito dalla lebbra, la concessione
del potere temporale sull’Italia e il primato sulle altre
Chiese. Proprio questo stretto rapporto tra Costantino
e papa Silvestro servì da modello al giovane imperatore

109
germanico Ottone III, all’inizio dell’XI secolo, per un
effimero progetto di restaurazione imperiale ispiratogli
dal suo maestro, il dotto teologo Gerberto di Aurillac,
che divenne papa, per volere dello stesso Ottone, con
l’eloquente nome di Silvestro II.
A parte questa parentesi, l’utilizzazione da parte ec-
clesiastica della figura di Costantino ha un riscontro im-
portante nella cappella di San Silvestro che si trova nel-
la chiesa dei Santi Quattro Coronati a Roma. Gli affre-
schi che la ornano rappresentano una sorta di manife-
sto politico, risalente alla metà del XIII secolo, nei con-
fronti dell’imperatore Federico II di Svevia in un mo-
mento in cui l’imperatore svevo era in forte contrasto
con il papato. Tra le varie scene che illustrano le con-
cessioni fatte da Costantino a papa Silvestro ce n’è una
particolarmente significativa: si vede l’imperatore che
tiene, in un chiaro gesto di umiltà e di sottomissione, la
briglia al cavallo bianco di Silvestro.
La più alta celebrazione di questo Costantino di tra-
dizione ecclesiastica si ha, verso la metà del XV secolo,
con il ciclo di affreschi sulla Leggenda della Croce di Pie-
ro della Francesca, conservati nella chiesa di San Fran-
cesco ad Arezzo. In precedenza, alla fine del Medioevo,
la mitologia costantiniana aveva avuto un esito para-
dossale. Il 1º agosto del 1347 Cola di Rienzo, volendo
simbolicamente lavare l’Italia dalla macchia della tiran-
nide e ripristinare la sovranità del popolo romano, fece
un bagno nella vasca di basalto conservata in Laterano
nella quale, secondo la leggenda, Costantino sarebbe
stato battezzato da papa Silvestro e mondato dalla leb-
bra.

110
2. Dall’Umanesimo ai nostri giorni
La componente antiecclesiastica che caratterizzò la ri-
nascita culturale dell’Umanesimo non poteva giovare
alla figura di Costantino. L’abbandono di Roma e della
cultura classica tornò a essere un motivo di critica nei
suoi confronti. Le obiezioni mosse a Costantino trova-
rono nuovi argomenti quando venne pienamente alla
luce la tradizione pagana a lui ostile. Una data impor-
tante in questo senso è il 1576, anno in cui l’umanista
tedesco Johann Löwenklau pubblicò una versione lati-
na del testo della storia di Zosimo da lui scoperta. Poco
dopo cominciarono ad apparire le prime edizioni delle
operette di Giuliano, in molte delle quali forte è la po-
lemica nei confronti dello zio. La riforma protestante
aveva ulteriori ragioni per contestare l’opera di Costan-
tino, in particolare la sua politica ecclesiastica in cui il
potere dello Stato era messo al servizio della repressio-
ne del dissenso religioso. È comprensibile che le vittime
delle guerre di religione guardassero all’età costantinia-
na come a un precedente sinistro. Costantino, dunque,
tornava a essere una figura controversa, come lo era sta-
to tra il IV e il V secolo.
La controriforma cattolica si affidava a Eusebio di
Cesarea. Per il cardinale Baronio Costantino era il mo-
dello del pio principe cristiano che combatteva per la fe-
de. In altri termini dell’imperatore si ripropone un’im-
magine fortemente ideologizzata, lontana dalla realtà
storica.
A questo punto si poneva il problema, rispetto a due
fronti così nettamente contrapposti, di essere imparzia-
li. Esso fu affrontato con consapevolezza da Edward
Gibbon, che scrisse la sua Storia del declino e della ca-
duta dell’Impero romano in piena età illuministica,

111
un’altra epoca che non poteva avere simpatia per il pri-
mo imperatore cristiano. Lontano dalle asprezze di Vol-
taire, che beatificava Giuliano e anatemizzava Costanti-
no, lo storico inglese intendeva pervenire a una valuta-
zione più equilibrata, utilizzando in modo incrociato le
lodi degli avversari e le critiche dei suoi ammiratori. In
sostanza, Gibbon si proponeva di esaminare il maggior
numero di fonti possibile, pur nella consapevolezza del-
la difficoltà di penetrare il segreto della personalità di
Costantino.
Nella storiografia più recente il problema della fede
di Costantino ha acquisito crescente importanza. Esso
fu posto in termini perentori da J. Burckhardt che, scri-
vendo nel 1853, esprimeva l’opinione radicale di un Co-
stantino «sostanzialmente non religioso» che, assetato
di potere, utilizzava cinicamente la religione ai propri fi-
ni.
Oggi sono pochi gli studiosi che sottoscriverebbero
un punto di vista così radicale che suscitò subito rea-
zioni di segno contrario. La definitiva dimostrazione
dell’autenticità della Vita di Costantino di Eusebio, con-
tro quanto sostenuto da Henri Grégoire negli anni
Trenta di questo secolo, ha ulteriormente contribuito a
dare credito alla sincerità della fede cristiana dell’impe-
ratore. Oggi si possono considerare del tutto superate
le posizioni di chi lo vedeva come un deista o come un
sostenitore di un sincretismo religioso.
Nel tentativo di pervenire a risultati più affidabili
per la comprensione del regno di Costantino ci si è af-
fidati con maggiore fiducia alle sue lettere e ai suoi edit-
ti. L’interesse degli studiosi si è così spostato progressi-
vamente sui modi e sulle forme della sua conversione.
Se per taluni questa era già perfettamente realizzata nel
312, per altri è più corretto parlare di «un’evoluzione

112
religiosa» di Costantino che, rispetto a un’originaria
adesione solo alle forme del culto, approfondisce con
l’andare del tempo la sua fede nel Dio cristiano.
L’odierna considerazione positiva della Tarda Anti-
chità, non più considerata come un’età di decadenza
pura e semplice, una sorta di anticipazione del Medioe-
vo, secondo un’interpretazione corrente sino a qualche
decennio fa, ha certamente giovato all’immagine di Co-
stantino. La «rivoluzione costantiniana», considerata
autonomamente, almeno in parte, rispetto alla grave
questione della fine dell’Impero romano, gode sicura-
mente oggi di una considerazione più equilibrata. Sono
proprio i limiti, che sembrano ormai indiscutibili, del-
l’azione politica di Costantino che giovano a una mi-
gliore valutazione della sua figura. A ben guardare la
più grave falsificazione della Vita di Costantino di Eu-
sebio di Cesarea è di natura ideologica. Il destino del-
l’Impero non era nella monarchia. L’Impero cristianiz-
zato era ben lungi dall’essere pacificato. Il grande dise-
gno di Costantino, con lo sguardo rivolto «verso l’alto»,
verso il suo modello celeste, di creare un regno terreno
copia di quello divino ci appare tragicamente irrealiz-
zabile.
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K. Tabata, The Date and Setting of the Constantinian Inscrip-
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Vari contributi in G. Bonamente-F. Fusco (a cura di), Co-
stantino il Grande dall’Antichità all’Umanesimo, voll. I-II,
Macerata 1992.
Cronologia

272 (o 273) Nascita di Costantino


284 Diocleziano imperatore
293 Costanzo Cloro e Galerio sono nominati Cesari
303 Inizia la Grande Persecuzione contro i cristia-
ni
305 Abdicazione congiunta di Diocleziano e Massi-
miano
306 Morte di Costanzo Cloro a York. Costantino è
proclamato imperatore dall’esercito. Usurpa-
zione di Massenzio a Roma
307 Costantino sposa Fausta
310 Morte di Massimiano
311 Editto di Galerio
312 Costantino sconfigge Massenzio al ponte Mil-
vio
313 Costantino incontra Licinio a Milano. Sconfit-
ta di Massimino Daia
314 Sinodo di Arles
316 Primo conflitto tra Costantino e Licinio
324 Costantino sconfigge Licinio ad Adrianopoli
325 Concilio di Nicea
326 Assassinio di Crispo e di Fausta
330 Consacrazione di Costantinopoli
337 Morte di Costantino
363 Morte di Giuliano

119
Glossario

Arianesimo. È l’eresia predicata da Ario che negava a Cristo la pie-


na natura divina. L’arianesimo fu condannato in forma solenne nel
concilio di Nicea del 325, svoltosi sotto la presidenza di Costanti-
no. All’eresia ariana aderì la maggior parte dei popoli germanici al
momento della sua conversione al cristianesimo.
Annona. È il rifornimento alimentare riservato ai cittadini di Roma
e Costantinopoli che era organizzato in modo elaborato. Esso con-
sisteva essenzialmente in erogazioni di determinati prodotti sotto il
diretto controllo dello Stato. In entrambe le capitali si faceva una
distribuzione gratuita di pane a certe categorie di cittadini. Poiché
il rifornimento di grano era condizione essenziale per evitare lo
scoppio di tumulti, il governo imperiale rivolgeva particolare at-
tenzione al suo regolare arrivo dall’Africa (per Roma) e dall’Egitto
(per Costantinopoli).

Basilica. Si tratta del luogo di culto dei fedeli della religione cristia-
na a partire dal IV secolo. A tre o a cinque navate, non è altro che
l’adattamento dell’edificio che in età classica era impiegato per
l’amministrazione della giustizia.

Concilio. È il nome con cui, a partire dal IV secolo, a seguito dello


svilupparsi della gerarchia ecclesiastica, si designava l’assemblea
dei vescovi. I concili erano gli unici consessi nei quali potevano es-
sere prese decisioni ufficiali in materia teologica.
Costantinopoli. È la nuova capitale voluta da Costantino, che da lui
prende il nome, nel sito dell’antica Bisanzio, sulle rive del Bosforo.
Fondata nel 324, all’indomani della vittoria su Licinio, fu inaugurata
nel 330. Poiché Costantino ne voleva fare una «nuova Roma», non
contaminata da culti pagani, essa ricevette gli stessi istituti dell’anti-
ca capitale e fu adornata da una serie di chiese di notevole bellezza.

121
Curiali. Nel Tardo Impero erano detti curiali i membri della curia,
ovvero del consiglio municipale. Per quanto giuridicamente si trat-
tasse di una sola classe, i cui membri avevano obblighi e privilegi
comuni, tra di loro vi erano differenze notevoli. Il requisito fonda-
mentale di appartenenza al consiglio era quello di avere un patri-
monio che normalmente consisteva in terreni. L’appartenenza al
consiglio fu resa obbligatoria ed ereditaria per quanti avessero i re-
quisiti richiesti, cosicché la carica di curiale, per i gravosi obblighi
fiscali che comportava, era considerata un onere che per lo più si
cercava di evitare.

Diocesi. La suddivisione delle province operata da Diocleziano rese


necessario il loro raggruppamento in distretti più ampi, detti dio-
cesi, retti da vicarii o delegati dei prefetti del pretorio. Le diocesi
erano dodici: Britannia, Gallia, Viennese, Spagna, Italia, Africa,
Pannonia, Mesia, Tracia, Asia, Ponto, Oriente. La regola fonda-
mentale era la separazione del comando militare da quello civile.
Donatismo. È il nome dello scisma sviluppatosi all’inizio del IV se-
colo all’interno della Chiesa africana per opera di Donato di Car-
tagine, propugnatore di istanze radicali in materia di disciplina ec-
clesiastica. Le persecuzioni ordinate da Diocleziano avevano pro-
dotto un gran numero di cristiani che avevano ceduto alle minacce
del potere imperiale e avevano abiurato la fede cristiana (i cosid-
detti lapsi, che avevano «tradito» in quanto avevano consegnato al
rogo le Scritture). I seguaci di Donato rifiutavano la loro riammis-
sione nella comunità ecclesiastica, contrapponendosi alle decisioni
in tal senso del vescovo di Cartagine. Con il passare del tempo al-
l’interno del movimento donatista si vennero definendo più chiare
componenti di natura sociale. Secondo taluni storici il donatismo
fu l’espressione del sentimento nazionalista della popolazione di
lingua punica e berbera contro l’Impero romano.

Eresia. Per eresie (in greco «scelta») si intendono le varie dottrine


che, differenziandosi dalla fede cattolica ufficiale, tormentarono la
vita del cristianesimo dei primi secoli dando vita, talvolta, a con-
troversie assai aspre che coinvolsero anche il potere politico. Le
eresie furono in genere combattute dal potere imperiale sin dai
tempi di Costantino, che considerava essenziale per l’Impero la
condivisione di un’unica fede. È caratteristico che l’interesse per le
controversie dogmatiche e teologiche fosse ampiamente diffuso an-
che tra i ceti più umili, cosa che rendeva politicamente pericoloso
il successo di un movimento ereticale.
Esercito. Costantino è il grande innovatore dell’organizzazione del-
l’esercito del IV secolo. Egli accrebbe la consistenza dell’esercito di

122
manovra sia attraverso la riduzione delle truppe alla frontiera sia
costituendo nuovi reparti di cavalleria e unità di fanteria di nuovo
tipo. Alla testa di questo esercito campale pose due nuovi coman-
danti: il magister peditum (il capo della fanteria) e il magister equi-
tum (il capo della cavalleria). Le truppe schierate alla frontiera, i co-
siddetti limitanei, persero prestigio. I soldati nel Tardo Impero era-
no per lo più pagati in natura.

Ordine senatorio. Tipica del Tardo Impero è la perdita di valore del-


l’ordine senatorio a seguito della maggiore liberalità con cui si con-
sentiva l’accesso al senato. Proprio per questo il titolo, una volta
prestigioso, di clarissimo non fu più segno di grande distinzione. Si
formò così una vera e propria gerarchia all’interno dell’ordine e i
detentori delle cariche più importanti ricevettero nuovi titoli. La
gerarchia senatoria fu determinata fondamentalmente dal rivesti-
mento, di fatto, oppure onorario, delle cariche imperiali. Al livello
più basso erano i senatori per diritto di nascita, semplici clarissimi.
A un livello intermedio si collocavano i governatori di determinate
province, detti spettabili. Al vertice della gerarchia erano gli illustri.
Questo titolo spettava solo a coloro che avevano rivestito il conso-
lato, ai prefetti urbani del pretorio, ai capi militari e ai principali
ministri di corte.

Paganesimo. Una definizione soddisfacente è difficile perché il pa-


ganesimo, privo di una teologia specifica, più che una religione era
un insieme di culti molto diversi tra loro, che variavano da regione
a regione. In età imperiale era particolarmente diffuso, soprattutto
tra i militari, il culto di Mitra. I più colti tra i pagani professavano
per lo più il culto di una divinità unica, quello del Sole Invitto, o
coltivavano una dottrina filosofica, il neoplatonismo.
Pontefice massimo. È la principale carica religiosa del paganesimo ro-
mano, che gli imperatori romani detenevano sin dal 2 a.C., quan-
do, alla morte di Lepido, fu rivestita da Augusto. Fu rivestita anche
da Costantino e dai suoi successori sino al 382, quando fu abban-
donata da Graziano.
Prefettura del pretorio. È la principale carica di governo civile del
Tardo Impero, originariamente legata a ogni singolo imperatore.
La creazione di prefetture regionali risale al regno di Costantino.
L’ufficio era nettamente diviso in due rami, quello giudiziario e am-
ministrativo e quello finanziario.
Prefettura urbana. È la principale carica riservata a esponenti dell’a-
ristocrazia senatoria romana nel IV secolo. Con l’allontanamento
dell’imperatore da Roma il governo della capitale assunse un’im-
portanza decisiva negli equilibri politici del Tardo Impero. È una

123
delle poche cariche per cui disponiamo di elenchi attendibili dei
suoi detentori.

Sinodo. È il nome dato all’assemblea ecclesiastica, convocata dal ve-


scovo, di tutti i sacerdoti di una diocesi o di più diocesi nella qua-
le si discutevano questioni di dottrina religiosa o di cura pastorale.

Tetrarchia. È il nome dato al sistema di governo che prevedeva quat-


tro detentori del potere supremo, due dei quali (gli Augusti) in po-
sizione sovraordinata rispetto agli altri due (i Cesari). Fu ideato da
Diocleziano per rispondere alla doppia esigenza di garantire una
presenza più ravvicinata degli imperatori alle zone di crisi e un mec-
canismo regolare di successione.

Vescovo. È l’appellativo con il quale, nella Chiesa cattolica, il sacer-


dote, originariamente eletto dal clero e dal popolo, era consacrato
quale successore degli apostoli al governo di un distretto ecclesia-
stico detto «diocesi».
I personaggi

Ario. Il principale propugnatore dell’eresia che da lui prende nome


(«arianesimo») che riconosce a Cristo la sola natura umana. Ario,
scomunicato da un sinodo convocato appositamente ad Alessan-
dria nel 318, vide la sua dottrina definitivamente condannata nel
concilio di Nicea del 325.

Costanza. Figlia di Costanzo Cloro e di Teodora, e dunque sorella-


stra di Costantino, fu da questi data in moglie a Licinio nel 313. Do-
po la sconfitta di Licinio nel 324, negoziò la pace tra il marito scon-
fitto e il fratello.
Costanzo Cloro. Il padre di Costantino. Nell’organizzazione tetrar-
chica, prima Cesare in Occidente dal 293 al 305 e quindi Augusto
sino alla morte avvenuta a York l’anno dopo. Dopo il legame con
Elena, sposò la figliastra di Massimiano, Teodora, dalla quale ebbe
tre figli: Dalmazio, Costanzo e Costanza.
Costanzo II. Figlio di Costantino e dal 337 al 361 imperatore prima
sulle province orientali e, quindi, dopo la morte dei fratelli, impe-
ratore unico. Morì quando si apprestava a fronteggiare l’usurpa-
zione del cugino Giuliano.
Crispo. Il figlio maggiore di Costantino, nato dalla sua relazione con
Minervina, elevato al rango di Cesare nel 317. Fu fatto uccidere dal
padre nel 326, poco prima della matrigna Fausta, per ragioni poco
chiare, forse per una sospetta relazione tra i due.

Diocleziano. Imperatore romano dal 284 al 305, quando rinunciò vo-


lontariamente al trono, promosse un tentativo di riforma globale
dello Stato a cominciare dalla struttura stessa del potere imperiale
con l’introduzione del sistema tetrarchico. Nel 303-304 ordinò una
violenta persecuzione nei confronti dei cristiani.

125
Elena. Moglie illegittima di Costanzo Cloro, che conobbe quando
era ostessa, e madre di Costantino che, una volta divenuto impera-
tore, le tributò i massimi onori. Secondo una leggenda avrebbe rin-
venuto il legno della croce di Cristo nel corso di un pellegrinaggio
in Terrasanta.
Eusebio di Nicomedia. Vescovo nella residenza imperiale di Nico-
media dal 318, contribuì in modo determinante alla diffusione del-
l’eresia di Ario con il quale aveva studiato ad Antiochia.

Fausta. Figlia minore di Massimiano e di Eutropia, sposò nel 307 Co-


stantino da cui ebbe tre figli: Costanzo II, Costante e Costantino II.
Fu fatta uccidere nel 326 da Costantino poco dopo il figliastro Cri-
spo.

Galerio. Adottato da Diocleziano, fu da lui fatto Cesare sino a che nel


305 non divenne a sua volta Augusto. Persecutore dei cristiani pri-
ma di morire, nel 311, emanò un fondamentale editto di tolleranza.
Giuliano (l’Apostata). Nipote di Costantino, unico sopravvissuto al-
la strage della famiglia avvenuta alla sua morte, e fiero denigratore
della sua memoria. Nominato dal cugino Costanzo Cesare, si fece
proclamare Augusto dai soldati in Gallia e, abbandonata la religio-
ne cristiana, promosse senza successo nel suo breve periodo di re-
gno (361-363), il ritorno al paganesimo.

Licinio. Nominato Augusto da Galerio nel 308, nel 312 si alleò con
Costantino contro Massenzio e Massimino Daia. Ottenuta il go-
verno sull’Oriente venne presto in conflitto con Costantino, di cui
aveva sposato la sorella, che lo sconfisse definitivamente nel 324 e
lo fece poi uccidere.

Massenzio. Figlio di Massimiano, governò di fatto l’Italia per circa


sei anni senza che il suo potere ottenesse mai riconoscimento uffi-
ciale. Fu sconfitto da Costantino al Ponte Milvio il 28 ottobre del
312.
Massimiano. Elevato al rango di Augusto da Diocleziano nel 286 fu
costretto a dimettersi insieme a lui nel 305. Tentò di ritornare sul-
la scena dopo l’usurpazione di Massenzio ma, dopo varie vicende,
fu costretto al suicidio nel 310 dal genero Costantino.
Massimino Daia. Nipote e figlio adottivo di Galerio, nominato Ce-
sare nel 305, si fece proclamare Augusto dai soldati nel 309. Dopo
la morte di Galerio contese il dominio dell’Oriente a Licinio che,
alleatosi con Costantino, lo sconfisse ad Adrianopoli nel 313.

126
Ossio di Cordova. È l’esponente cristiano più vicino a Costantino nel
corso del concilio di Nicea e l’ispiratore delle decisioni fondamen-
tali prese in quella circostanza.

Sapore II. Il re dei Persiani (310-379) cui Costantino indirizzò uno


scritto che può considerarsi uno schizzo delle sue concezioni teo-
logiche.
I testimoni

Anonimo sulle Cose della Guerra. Si tratta di un trattatello, di auto-


re sconosciuto, che affronta con acume e originalità alcuni proble-
mi che affliggono l’Impero nel IV secolo. Anche se la parte pre-
ponderante dell’opera riguarda il progetto di alcune macchine bel-
liche, capitoli significativi sono dedicati alla riforma monetaria rea-
lizzata da Costantino, che viene criticata soprattutto per le conse-
guenze negative che essa ha per i ceti più poveri della società. La
datazione dell’opera è controversa: è probabile che sia stata redat-
ta non molto oltre la metà del IV secolo.
Aurelio Vittore. È uno storico di origini africane della seconda metà
del IV secolo. Nominato da Giuliano governatore della Pannonia
attorno al 360 fu poi prefetto di Roma attorno al 389. È autore di
un’operetta, I Cesari, che tratta le vicende degli imperatori romani
da Augusto sino al 360.

Codice Teodosiano. È la fondamentale raccolta di leggi e di costitu-


zioni imperiali a partire dalla vittoria di Costantino su Massenzio
che fu promossa dall’imperatore Teodosio II (da cui prende nome)
e pubblicata nel 438. Essa è opera di compilatori che avevano avu-
to l’ordine di inserirvi tutte le costituzioni imperiali esistenti emes-
se da imperatori legittimi a partire dal 312, sia che fossero ancora
in vigore, sia che fossero cadute in disuso. Al momento in cui que-
sta raccolta si realizzò, gran parte delle leggi erano andate perdute
e molte di quelle preservate risultarono di difficile datazione.

Eusebio di Cesarea. Vissuto tra il 265 e il 340 circa, è il primo gran-


de storico greco della Chiesa. Vescovo di Cesarea, visse da vicino
l’esperienza di regno di Costantino contribuendo all’elaborazione
della prima teologia politica cristiana. La sua opera principale è la
Storia Ecclesiastica in dieci libri, in cui si narra la storia della Chie-

129
sa dalle origini sino al 324. Le sue opere specificatamente dedicate
a Costantino sono: la Vita, in quattro libri, il Discorso all’assemblea
dei santi e la Lode di Costantino, il panegirico pronunciato nel 335
per il trentennale di regno. L’autenticità della Vita di Costantino è
stata messa in dubbio senza fondamento. La caratteristica di mag-
gior pregio della Vita deriva dal fatto che in essa sono riprodotti per
esteso numerosi testi ufficiali di Costantino.

Giuliano (l’Apostata). È l’ultimo esponente della dinastia costanti-


niana. Dotato di un notevole talento letterario, fu autore di varie
opere di genere assai diverso (panegirici, trattati teologici e altro).
In particolare nei Cesari, una rassegna satirica degli imperatori che
lo hanno preceduto, sono dileggiate la figura e l’opera di Costanti-
no, di cui era nipote.

Lattanzio. Fu precettore del figlio di Costantino Crispo e autore, ol-


tre che di opere di natura più squisitamente religiosa, di un tratta-
tello Sulla morte dei persecutori, nel quale interpreta in chiave prov-
videnzialistica le travagliate vicende degli imperatori che avevano
scatenato la persecuzione contro i cristiani.

Nazario. Un retore vissuto all’inizio del IV secolo, del quale ci è giun-


to il panegirico letto nel 321 in occasione delle feste per i quin-
quennali dei Cesari nominati da Costantino.

Ottato di Milevi. È il campione della reazione cattolica in Africa con-


tro il donatismo. Si impegnò nella dimostrazione della tesi secondo
la quale un sacramento ha valore di per sé, a prescindere dalla per-
sonalità morale di chi lo amministra.

Panegirista del 310. È l’autore, nel 310, di un discorso celebrativo su


Costantino. Sono sette in tutto i panegirici che riguardano fatti o
eventi della famiglia di Costantino.

Sant’Ambrogio. Fu eletto vescovo di Milano nel 374, quando era go-


vernatore dell’Emilia. Intransigente campione del cattolicesimo,
impose il proprio primato morale sull’imperatore Teodosio, sino
ad assurgere al livello di vera e propria guida politica dell’Occi-
dente verso la fine del IV secolo. Morì nel 397.

Zosimo. È uno storico greco attivo all’inizio del VI secolo. Scrisse


una Storia nuova in sei libri di netta intonazione filopagana, in cui
si mostra avverso a Costantino e favorevole a Giuliano. Sua fonte

130
principale era Eunapio, che scrisse alla fine del IV secolo, anche lui
pagano. Si tratta dell’unica storia non ecclesiastica a noi giunta che
narri del regno di Costantino.
Indici
Indice dei nomi e dei luoghi

Acilio Severo, prefetto cristiano Atanasio, vescovo di Alessan-


di Roma, 86. dria, 79, 80-81.
Adriano, vallo di, 16.
Adrianopoli, 49, 69, 109. Baronio, 111.
Aelafio, vicario imperiale in Bassiano, Cesare nominato da
Africa, 53-54. Costantino, 64.
Africa, 20-21, 25, 45, 49, 51, 53, Belgica (Gallia), 27.
55-57, 74-75, 106. Bisanzio, 48, 69, 89, 93-94.
Agostino, santo, 109. Bitinia, 5.
Alarico, re dei Goti, 109. Bleckmann, Bruno, VIII, 37.
Alessandria, 74, 79-81. Bosforo, 36, 89.
Alessandro, vescovo di Alessan- Britannia, 8, 16, 21, 27, 82, 106.
dria, 74, 77, 80. Burckhardt, J., 112.
Alföldi, A., 55.
Ambrogio, santo, 4, 79. Calcedonia, 89.
Anastasia, sorellastra di Costan- Cappadocia, 49.
tino, 64. Caracalla, imperatore, 29.
Anatolia, 76.
Carnuntum, 20, 48.
Ancyra (Ankara), 76.
Ceciliano, vescovo di Cartagine,
Annibaliano, nipote di Costanti-
no, 103, 106. 49, 50-53, 57.
Antiochia, 75. Cibale, battaglia di, 64.
Anullino, proconsole d’Africa, Claudio II il Gotico, imperatore
49, 51. romano, fittizio antenato di
Apollo, 23-24. Costantino, 22-23, 66.
Aquileia, 62, 89. Cola di Rienzo (Nicola di Loren-
Ario, 74-77, 79-81. zo, detto), 110.
Arles, 21, 56. Colonia, 101.
Armenia, 103. Colosseo, 27.
Asia Minore, 32, 36, 45, 69. Corno d’Oro, 89.

135
Costante, figlio di Costantino, Fausta, 18, 28, 30, 65, 85-86.
Cesare e imperatore, 85, 98, Federico II di Svevia, imperato-
106. re, 110.
Costantina, figlia di Costantino, Fedra, 85.
103. Franchi, 17, 101.
Costantino II, figlio di Fausta,
65, 67, 73, 76, 85, 105-106. Galerio, imperatore, 8-10, 12,
Costantinopoli, 88, 90-95, 104. 15-18, 20, 32-38, 48, 102.
Costanza, sorella di Costantino e Gallia, 17, 21-22, 24, 27, 53, 106.
moglie di Licinio, 36, 48, 65, Germania, 27.
69. Giardina, A., VIII.
Costanzo Cloro, 3-6, 8-10, 12, Gibbon, E., 111-12.
13, 15-16, 22, 25, 31, 66. Giove, 9, 43, 66.
Costanzo II, figlio di Costantino, Giuliano, detto l’Apostata, 106-
Cesare e imperatore, 79, 83, 108, 111-112.
85, 106. Goti, 23, 68, 101.
Cresto, vescovo di Siracusa, 55. Grégoire, H., 112.
Crisopoli, battaglia di, 69, 89,
91-92. Ilio, 89.
Crispo, figliastro di Costantino e Illirico, 3, 32, 36, 47, 68.
Cesare, 65-67, 69, 85-86. Ippolito, 85.
Dalmazio, nipote di Costantino Lattanzio, 8, 40-41, 49, 91.
e Cesare, 98, 103, 106. Liciniano, figlio di Licinio e Co-
Danubio, 20, 23, 101. stanza, Cesare, 65, 69, 71, 86.
Diocleziano, imperatore, VII, 7,
Licinio, imperatore, 20-21, 32,
9-12, 15, 17, 20-21, 27, 29, 31,
35-37, 42, 47-49, 63-69, 71-72,
37, 42, 45, 82, 91, 97.
76, 84, 86-87, 89, 91, 100, 102.
Donato, scismatico africano, 52-
53. Londra, 25.
Drepanum, 5. Löwenklau, J., 111.

Egitto, 32, 36, 85. MacMullen, R., 68.


Elena, 4-6, 30. Maggiorino, vescovo di Cartagi-
Eraclea, 85. ne nominato dai donatisti, 53.
Ercole, 9. Magnenzio, usurpatore gallico,
Eusebio, vescovo ariano di Ni- 106.
comedia, 74, 80, 104. Malborghetto, 39.
Eusebio di Cesarea, 32-33, 41, Marmara, mar di, 89, 91.
48, 50, 55, 74, 77-78, 81-82, Marsiglia, 23.
84, 90, 99, 102, 105, 107, 111. Marte, 8, 26.
Eutropio, 5. Massenzio, M.A.V., imperatore,
Evagrio, prefetto del pretorio, 15, 17-18, 20-21, 25-27, 30-33,
85. 35-38, 40-43, 45, 48, 58, 64.

136
Massimiano, M.A.V., imperato- Remo, 26.
re, 6-7, 9-11, 15, 17-18, 20-21, Romolo, 25-26, 27, 31.
27-28, 31, 66. Romulianum, 35.
Massimino Daia, G.G.V., impe-
ratore, 15, 20, 32-33, 35-37, Sapore, gran re persiano, 102-
47-49, 66. 103.
Mazzarino, S., 108. Sarmati, 68, 101.
Mesia, 65, 68. Sasanidi, dinastia persiana, 102.
Mesopotamia, 102. Saxa Rubra, 40.
Milano, 38, 48, 57, 63, 84, 89. Serdica (Sofia), 16, 33, 35, 59,
Minervina, prima moglie di Co- 65, 68, 89, 91.
stantino, 18, 65. Settimio Severo, imperatore, 89.
Minuciano, 83. Severo, tetrarca, 12, 15-17.
Monginevro, passo del, 38. Silvestro I, papa, 109-10.
Mosella, 27. Silvestro II (Gerberto di Auril-
lac), papa, 110.
Naisso (Niš), 3, 5. Siria, 36, 74, 102.
Nazario, panegirista gallico, 62, Sirmio, 89.
67. Sole, dio (Sol invictus), 24-25,
Nicagora, 83. 44, 46-47, 61.
Nicea, 71, 76, 79, 81, 92. Sopatro, 92.
Nicomedia, 7, 11-12, 15, 66, 76, Spagna, 27, 88, 106.
80, 82, 85, 89, 91, 104. Spalato, 37.
Spello, 95-96.
Ossio di Cordova, vescovo, 43, Susa, 38.
75, 77, 88.
Ottato di Milevi, 54, 56. Taifali, popolazione barbarica,
Ottone III, imperatore germani- 101.
co, 110. Tartaglia, L., 73, 78, 103.
Teodora, imperatrice, 6.
Palatino, 27. Teodosio II, imperatore, 4, 94.
Palestina, 74. Terrasanta, 4.
Panegirista anonimo del 310, 22- Tessalonica (Salonicco), 68, 69,
24, 28-30. 71, 89.
Pannonia, 32, 35, 47, 63-64. Torino, 38.
Paolo, santo, 42. Tracia, 49, 64-65, 68-69, 85.
Pavia, 44, 58. Treviri, 25, 27-30, 89.
Persia, 101, 103. Tuscia, 95-96.
Piero della Francesca, 110.
Pitti, 16. Umbria, 96.
Platone, 83.
Ponte Milvio, battaglia del, 38- Valente, effimero imperatore
40, 47. creato da Licinio nel 324, 65.
Valeria, figlia di Diocleziano e
Ravenna, 17. moglie di Galerio, 9.

137
Valerio Floro, governatore di Voltaire, pseud. di F.-M. Arouet,
Numidia, 51. 112.
Veio, 39.
Velia, 27. York, 16.
Verona, 38.
Volsini (Bolsena), 95-96. Zosimo, 87-90, 109, 111.
Indice del volume

Premessa VII

Il figlio di Costanzo Cloro 3


1. Umili origini p. 3
2. La situazione dell’Impero 7
3. L’ideologia tetrarchica 9
4. La persecuzione dei cristiani e l’abdicazione
10

Il tetrarca 15
1. La proclamazione di Costantino e la crisi del
sistema tetrarchico 15
2. Una «visione pagana» 22
3. Massenzio e Roma 25
4. Costantino e Treviri 27
5. La fine delle persecuzioni 31
6. La guerra con Massenzio 35

L’imperatore cristiano 39
1. La battaglia del ponte Milvio e la conversione
di Costantino 39
2. Costantino e l’aristocrazia romana 43
3. La crisi donatista 47
4. La questione dell’aruspicina 59
5. La legislazione filocristiana 60
6. La guerra con Licinio 63

139
Imperatore unico 71
1. La crisi ariana e il concilio di Nicea 71
2. Un «annus horribilis» 81
3. La fondazione di Costantinopoli 88
4. Le riforme 97
5. Il problema della successione 98
6. Politica estera 100
7. La morte 104

Costantino e il destino dell’Impero 107


1. Fra Tarda Antichità e Medioevo 107
2. Dall’Umanesimo ai nostri giorni 111

Bibliografia essenziale 115


Cronologia 119
Glossario 121
I personaggi 125
I testimoni 129
Indice dei nomi e dei luoghi 135