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"Dove?" "Non so".

"Quando?" "Con te".


(Jacques Lacan)
 
Femminile e maschile: l'incontro? Il punto interrogativo rileva
l'aleatorietà, l'incertezza dell'incontro. Non è detto si verifichi. E, se
sì, quale incontro?
Mi interesserebbe riflettere sulle condizioni di questo possibile
incontro tra maschile e femminile e sui significati sia del suo farsi
che del suo non aver luogo, premettendo, quindi, come non sia per
nulla dato che esso accada.
Credo che solo permettendosi anche l'esperienza dell'incontro uomo
e donna possano pervenire alla consapevolezza di sé come persone,
posto che l'incontro venga vissuto sia nella sua dimensione
interpersonale, come qualche cosa che avviene tra sé e l'altro, sia,
insieme, come esperienza squisitamente intrapersonale.
Perché si verifichi un incontro, e non intendo qui solo l'incontro
d'amore, occorre vi sia in entrambi la disponibilità a esso: senza di
ciò ci si "incrocia" senza "incontrarsi" mai. (Oppure, come avviene
in molti rapporti coniugali, si è accanto, ci "si affianca", a volte per
anni, senza "incontrarsi" mai.)
L'incontro è l'evento più rivoluzionario nella vita di una persona:
quando l'incontro avviene, dopo non si è più gli stessi di prima; è un
evento che lascia il segno. Come, perché? Perché è cambiato
qualche cosa, e in modo irreversibile: ecco perché è tanto raro.
Se ci si lascia toccare dall'incrocio con l'altro, se si riconosce l'altro
come distinto, dunque come altro da sé, se ci si riconosce come
altro per lui, se si comprende la duplice e contemporanea essenza
di sé e dell'altro di soggetti e oggetti reciproci, se non si arretra di
fronte alla conoscenza della differenza dell'altro né, soprattutto, di
fronte alla novità e, dunque, alla diversità da un "prima" di aspetti
di sé che si attivano se e solo se "toccati" dall'altro, se, insomma, si
riconosce che imbattersi nell'altro, nel simile e insieme dissimile da
sé, è anche un confronto con se stessi e ci si permette di stupirsi di
sé e dell'altro, allora, forse, è possibile l'incontro.
Quando si incontra il "nuovo" in realtà si incontra, anche, se stessi:
la disponibilità all'incontro, infatti, è disponibilità ad "accorgersi", a
"ri-conoscere", alla consapevolezza dunque; ciò comporta
l'abbandono delle difese strutturate a rassicurazione e garanzia del
mantenimento di un'omeostasi confusiva e indifferenziata, baluardo
contro il dolore della separatezza, dell'assenza, della mancanza.
L'incontro scaturisce da una disponibilità, da una precondizione di
apertura. A che cosa? L'unica risposta autentica e, dunque, valida
credo sia: "al possibile". L'incontro, infatti, non è mai incontro con
ciò che si desidera; l'incontro vero comporta una rinuncia al
desiderio preesistente, alla ricerca narcisisticamente orientata di ciò
che si vorrebbe fosse l'altro.
L'incontro d'amore è addirittura disponibilità a un paradosso:
l'accettazione di un legame e, insieme, di una separatezza, di una
distanza, condizione per il rispetto della differenza e libertà
dell'altro; libertà di essere e, soprattutto, rimanere separato e
diverso.
Mi sono chiesta più volte perché l'innamoramento procuri quella
sorta di stupore estatico che rende uomini e donne di qualunque età
simili a un adolescente. I perché credo siano molti. Vorrei solo
sottolinearne un aspetto che si ritrova anche nei pazienti in una fase
avanzata dell'analisi, fase che corrisponde alla reale e concreta
apertura al sé autentico, e dunque nuovo, per chi da tempo era
assestato nella propria struttura difensiva: il paziente, in questi
momenti, sembra attraversare una seconda adolescenza, poiché si
apre agli aspetti prima negati o misconosciuti di sé e della realtà
esterna e si riattivano in lui la curiosità, l'attitudine esplorativa, la
capacità di sentire (in tutti i sensi e a ogni livello psicofisico).
Mi è capitato di pensare come il paziente possa dirsi ora capace di
iniziare ad amarsi (non sto parlando di una manifestazione
narcisistica), non solo ad amare. Come avviene per l'adolescente,
con l'attivazione e il riconoscimento di aspetti di sé nuovi perché
emergenti in un processo evolutivo in corso, inizia la possibilità di
un sentimento nuovo della propria identità che gli rende ora
possibile il reimpadronirsi della propria storia, l'avere una storia.
Questo momento dell'analisi, che tante analogie ha con il periodo
adolescenziale, della fase di innamoramento condivide la capacità di
stupirsi, lo stupore estatico di fronte ad aspetti nuovi e insieme
antichi di sé e del mondo. Capacità di stupirsi e di essere stupito, di
farsi stupire, capacità dunque di essere sedotto.
L'incontro non solo fonda il costituirsi di una coppia ma insieme
richiede, affinché possa verificarsi, l'esistenza di una coppia. Questo
è ciò che avviene all'inizio della vita umana, dove l'incontro con
l'altro è possibile solo all'interno della coppia madre-bambino: la
madre deve possedere la dimensione di coppia per offrire al figlio
un contenitore sufficientemente saldo ed elastico insieme
(adattabile cioè alle caratteristiche individuali e ai bisogni specifici
del bambino) affinché possa avvenire l'incontro con lei e con la vita.
La madre, in altre parole, deve già possedere la capacità di incontro
e offrirla, deve vivere, o comunque avere vissuto, la realtà di coppia
con il proprio compagno e padre del bambino, coppia come
dimensione relazionale che comprende l'unione e la separatezza,
l'affinità e la differenza.
La madre, in altre parole, perché possa avvenire questo incontro del
bambino con lei, incontro fondante i successivi incontri con se
stesso e con la vita, deve permettere che il bambino la riconosca
come "altra", deve lasciarsi riconoscere nella sua vicinanza e
separatezza insieme, nel suo essere soggetto e oggetto, deve
lasciarsi usare come oggetto, lei per prima rinunciando
all'indifferenziazione tra sé e lui e riconoscendolo come altro da sé e
diverso (da se stessa e da come avrebbe desiderato che fosse).
Pensando a esempi clinici, scelgo volutamente un recente episodio
apparentemente lontano dalla tematica dell'incontro tra femminile e
maschile e che pure, invece, mi sembra emblematicamente riferirsi
a quanto ho accennato sul significato di coppia.
Un mio paziente omosessuale, di poco più di 50 anni di età,
condotto a intraprendere l'analisi da una colite spastica debilitante e
disturbante la sua vita di lavoro e di relazione, per quasi due anni
oscilla tra due momenti che vive scissi e scollegati fra loro: le fasi in
cui il sintomo impera, devastando le sue capacità vitali e
riducendolo, annichilito, nel suo letto, letto da cui esce a fatica solo
per recarsi al lavoro o addirittura, nei momenti più gravi, solamente
per venire alle sedute, e le fasi di benessere durante le quali il
disagio è scotomizzato, dimenticato e negato e con esso
temporaneamente smarriti il desiderio di occuparsi di sé e la
consapevolezza del perché egli sia in analisi. Egli non può che vivere
i due momenti, che in realtà sono aspetti parziali di sé, come aspetti
totali, assoluti, che nulla hanno a che fare l'uno con l'altro, che si
negano a vicenda, l'uno annichilendolo nella disperazione di mai più
poterne uscire, l'altro euforizzandolo e consentendogli solo di
approfittare del sollievo e di vivere "spensieratamente" lo stato
ritrovato di salute. Io, analista, ho la funzione, nel primo momento
da lui non creduta per timore di illudersi, o nel secondo momento,
invece, da lui non desiderata perché scomoda, di memoria, di
collegamento, di ponte, unitamente alla funzione di contenitore di
questa scissione tanto radicale. In altre parole rivesto per lui la
funzione di coppia genitoriale: insieme e alternativamente accolgo e
contengo maternalmente, e collego e integro, però dividendo e
mantenendo i distinguo e le differenze, in modo paterno. Devo,
infatti, evitare che aspetti del suo sé siano esclusi e rifiutati o,
invece, accolti sì, ma in modo collusivo e, quindi, confusivo, come in
realtà egli fa con se stesso.
Nel corso dei primi due anni di analisi egli fa esperienza di questo
andirivieni penoso e sfibrante, ripercorrendo a tratti episodi infantili,
di cui va recuperando il ricordo, legati ai rapporti traumatici fra i
due genitori e di entrambi con lui. Egli, infatti, non ha mai subito
violenza fisica, ma su di lui è stato perpetrato un vero abuso
psicologico, mortificante soprattutto la sua possibilità di sviluppo
emotivo e affettivo. Da qui è scaturito un uomo confuso e
disorientato, segnato da varie vicissitudini realisticamente
traumatiche, confusive per la sua individuazione e formazione
dell'identità, tutt'ora poco chiara.
Negli aspetti concreti quest'uomo è, e così si è sempre condotto, un
"bravo bambino". Ha conseguito una laurea impegnativa, studiando
all'università con la stessa applicazione obbediente e meramente
esecutiva che usava a scuola, laurea che tuttavia non utilizza nel
proprio lavoro e di cui pochissimi, non certo i colleghi, sono a
conoscenza; amministra i propri averi puntigliosamente e
correttamente; è curato nella casa e nell'aspetto, non in modo
ossessivo ma senza piacere.
Per due anni io non posso fare molto, se non costituire con stabilità
e costanza un "altro da sé" che continua a esserci e a ricordare,
anche quando lui viene solo per dovere, dimentico di sé come è
veramente, o perché sta bene oppure perché porta solo il suo corpo
dolente. Io, in quanto "altra", svolgo la funzione di ponte sul vuoto
che esiste tra i due aspetti scissi e, insieme, di ponte "cronologico"
tra i vari momenti della sua vita, anch'essi scissi e scollegati tra
loro, per riuscire a inscriverli in un continuum temporale che gli
possa consentire di riappropriarsi della sua storia.
Gradualmente la distanza tra i due modi di essere e di presentarsi si
attenua e da ognuna delle due posizioni egli può parlare dell'altra
senza forzature o compiacenza nei confronti dell'analista.
Poi, in una seduta in cui si lamenta, come di consueto, degli altri
omosessuali, trovo lo spazio e il tempo adatti per dirgli che, forse,
misconosce il suo desiderio profondo di un partner affettivo, e non
solo erotico, di un "altro da sé" da cui potere a propria volta essere
riconosciuto e vissuto come "altro". Dopo un suo iniziale rifiuto
attuato con la tecnica del "finto tonto", dunque del non capire
utilizzato in luogo del rifiutare apertamente, gli dico che, forse, non
riesce a capire poiché non ha mai vissuto l'esperienza di coppia non
solo dei genitori tra loro, come più volte ha lamentato, ma
nemmeno tra sé e la mamma o tra sé e il papà; non avendo mai
riconosciuto l'esistenza di una coppia madre-figlio o padre-figlio,
forse fa fatica a concepire la coppia analitica, paziente-analista,
come coppia appunto, vale a dire composta da due persone diverse
e in rapporto di scambio e solidarietà.
Esitante, dice che non ci aveva mai pensato e poco dopo, quando io
annuncio il termine della seduta, ha uno scoppio di pianto con cui
esprime commozione, dolore e sollievo insieme: io comprendo che è
turbato per avere esperimentato la possibilità del costituirsi di una
coppia cui è seguito l'immediato sgomento per la separazione.
Penso infatti che l'incontro può esservi solo se accompagnato dal
tollerare l'esperienza della perdita, della distanza e, quindi, della
separatezza.
I due anni precedenti questo momento non sono stati inutili, ma
tempo in cui gradualmente si è costituita la coppia analitica, si è
data la possibilità di incontro tra me e il paziente, tra lui e aspetti
scissi e misconosciuti di sé, tra lui e la sua storia. Forse, ora, può
cominciare a riconoscersi e io, una volta di più, sento l'analisi come
luogo dell'accadere.
E, in questo "accadere possibile", l'incontro è l'evento più necessario
nel processo evolutivo del divenire persone, evento mai concluso ed
esaurito, ma sempre rinnovantesi, evento che sento come inizio,
tappa, meta di un percorso relazionale.
Così, come quando qualcuno arriva nel mio studio non lo ritengo un
"paziente", perché non so, e non posso sapere, se vorrà e se si
permetterà di divenirlo, mentre so che io sono "analista" e che lo
devo essere non solo e non tanto per lui ma, soprattutto, per me
stessa nel rapporto con lui (e so che se iniziamo un'analisi ci vorrà
molto tempo perché egli possa essere e sentirsi "paziente" e
proseguire, da lì in poi, il cammino per non esserlo più), allo stesso
modo penso che lo potrò incontrare, accompagnandolo nel percorso
in cui va a incontrare aspetti di sé, se e solo se sono già "capace di
incontrarlo" e se so tenere questa capacità "in sospeso" e, insieme,
"a disposizione" del paziente, senza mai imporla né sottrarla.
Devo, insomma, essere e mantenermi, se pure in sospeso, "pronta"
a incontrarlo e capace di attendere e, al contempo, attivare l'essere
pronto di lui.
Inoltre, così come la mia identità di analista preesiste all'incontro
con il paziente e insieme è continuamente rinnovata e mutata e
arricchita da ogni nuovo incontro, con nuovi pazienti o con lo stesso
nei ripetuti incontri che si susseguono nel rapporto con lui, così pure
la capacità di incontro deve preesistere l'incontro con il paziente,
ma anch'essa muta e si apre a nuove prospettive e potenzialità e si
articola di continuo. È questo uno dei motivi per cui, a mio avviso,
l'incontro è l'atto più creativo che esista, come ci canta Rajneesh ne
"Il mistero dei rapporti".
In tal modo si riapre il discorso sull'incontro tra "femminile e
maschile"; ma questa è un'altra storia ...
 
(Per gioco, ma, in fondo, profondamente convinta di ciò, penso che
una breve riflessione su questo tema non possa che iniziare con un
punto di domanda e "concludersi" con i puntini di sospensione).
 

Gabriella Mariotti
La paura del piacere
Chi in cento battaglie riporta cento vittorie, non è il più abile in
assoluto. Chi non dà nemmeno battaglia, e sottomette le truppe
dell'avversario, è il più abile in assoluto.
Sun-tzu (L'arte della guerra)
 
Poco tempo fa una mia paziente, travolta dal dolore di un amore
infelice, si chiedeva perché donne e uomini si cerchino, quale
"perverso meccanismo" spinga le une verso gli altri. Tutti potremmo
rispondere che è il desiderio a spingerci l'una verso l'altro. E il
desiderio, fuor di metafora e di pur importanti distinguo, è desiderio
di piacere. Intendo piacere come felicità, benessere profondo, come
l'Eden della genitalità cui si riferisce Lopez. Intendo ovviamente
anche il piacere come pieno e profondo godimento sessuale: è di
questo che intendo parlare e del desiderio che spinge a ricercarlo.
Dal punto di vista sessuale, pare curioso parlare di desiderio, poiché
in effetti si ha a che fare con il disposizionale biologico, cioè si parte
da una sorta di bisogno necessitante, molla e premio alla
riproduzione. Tuttavia, nell'incontro con la madre e con il padre, e
nella vita intera, il desiderio sessuale biologicamente attivato viene
arricchito e in un certo senso liberato dal ruolo di cieca molla
biologica, poiché viene calato nella scelta del rapporto d'amore che,
se sano, è riconoscimento reciproco, genitale, cioè rapporto tra
persone complete. Il piacere erotico che ne deriva, affettivo,
sessuale e sensuale, è componente e meta appetibile dell'incontro
d'amore tra donna e uomo.
Tuttavia, non sempre è così: talvolta è proprio il piacere del
rapporto sessuale completo, intendo l'orgasmo profondo che investe
l'intero essere, che si costituisce come tutt'altro che appetibile. Le
tattiche adottate per evitare l'esperienza orgasmica profonda sono
piuttosto variegate: le eiaculazioni impossibili, quelle non
orgasmiche, gli orgasmi d'organo e, in particolare, penso a un tipo
di vaginismo da me trattato in giovanissime donne. Tali pazienti
presentavano due curiose coincidenze: accusavano occasionali e
superficiali episodi di bulimia con vomito indotto e avevano relazioni
d'amore complessivamente soddisfacenti, nelle quali si sentivano
innamorate del proprio partner che a sua volta le riamava
sinceramente. Il sintomo bulimico rappresentava, in questi casi,
l'affermazione di una sorta di autarchia: "decido io come e quando
mettere dentro di me qualcosa ed espellerlo completamente". Facile
dunque pensare che anche il pene maschile rientrasse nelle cose da
"vomitare" e ancora di più pensare che, come la fame, il desiderio
sessuale potesse essere intenso ma pretendesse di essere risolto in
regime di autarchia!
Mano a mano che si viveva e si elaborava il tema della dipendenza
nel rapporto analitico, i sintomi bulimici si risolvevano e il vaginismo
diventava una contrattura dolorosa ma non sempre impenetrabile.
Contemporaneamente, si evidenziava sempre più chiaramente che
si trattava di una forma molto particolare di autarchia: queste
pazienti non presentavano la classica invidia del pene (non
desideravano affatto avere loro il pene) né volevano evitare il
contatto e la penetrazione in sé. Ciò che volevano evitare era
specificamente l'esperienza del piacere sessuale profondo procurato
dall'altro. Queste pazienti, capaci di dare e ricevere amore, capaci
anche di tollerare la dipendenza affettiva, si negavano comunque il
piacere del rapporto sessuale completo e si limitavano a orgasmi
occasionali, rapidi e circoscritti, quasi meccanicamente, al clitoride.
La dolenzìa che seguiva la stimolazione diretta del clitoride veniva
utilizzata come promemoria, come la dimostrazione che in fondo era
davvero meglio evitare l'orgasmo. Ma perché evitare un'esperienza
tanto piacevole?
Lowen e Dolto convergono su un punto che condivido pienamente:
l'orgasmo profondo può essere vissuto come esperienza
destabilizzante. Non parliamo di una destabilizzazione profonda e
basilare della personalità, quindi non parliamo di tipiche strutture
borderline e dell'evitamento di ogni emozione in quanto tale.
Tutt'altro: immaginando un arco ideale che va dalla difesa arcaica
fino alla sanità, le pazienti cui mi riferisco si collocano non lontane
dall'estremo positivo dell'arco, immerse nell'area specifica edipica
dell'identificazione per la strutturazione dell'identità di genere di
ruolo (mi riferisco al concetto di Stoller e di parte della psicoanalisi
a orientamento femminista, prevalentemente americana, che
distingue tra identità sessuale, che riflette la semplice presenza
della differenza, identità di genere, che riguarda il primo connotato
simbolico e rappresentativo di tale differenza, e identità di genere di
ruolo, che riguarda tutto il corollario culturale profondamente
inscritto nel "ruolo" femminile e nel "ruolo" maschile). Queste
pazienti avevano sviluppato un'immagine materna debole e
svalorizzata, spesso preda di emozioni non controllate, che faceva
buon gioco a ciò che esse sentivano come supremazia e opprimente
potere paterno (i padri erano effettivamente molto potenti dal punto
di vista sociale ed economico e accentravano decisioni e
impostazione complessiva della vita familiare): essere femmine
dunque non significava soltanto avere una vagina, né significava
quel correlato simbolico che accompagna l'avere un apparato
sessuale più o meno esterno, bensì significava ben di più:
significava avere un ruolo dipendente, iperemotivo e soprattutto
incapace di autocontenimento. Era dunque importante per loro il
contenimento delle proprie emozioni, che in genere avevano
raggiunto in modo piuttosto equilibrato a quel punto dell'analisi,
superando abbuffate ed esplosioni, per modulare l'espressione di
queste stesse emozioni. Sentivano invece la necessità di mantenere
il controllo nel campo sessuale. Ma il controllo, in questo campo,
sarebbe stato molto più difficile se l'emozione indotta dall'altro fosse
stata piacevole, come appunto un orgasmo profondo. Meglio non
correre rischi: e con il vaginismo, con la dimensione dolorosa nel
rapporto, evitare le tentazioni!
Lowen sostiene che il piacere sia "la forza creativa della vita, l'unica
forza abbastanza possente da opporsi alla distruttività del potere".
Il potere in questo caso è traducibile con controllo, esercizio di
dominio: è l'accezione difensiva e distruttiva della potenza intesa in
senso contenitivo, stimolante e vitale. D'altro canto, mi pare pur
vera anche la conseguenza speculare di tale assunto: il potere è
una forza abbastanza possente da opporsi al piacere. Ritengo che
questa sia una questione di grande importanza se si pensa
all'incontro tra donna e uomo, in questi casi sospeso proprio tra
piacere e potere. Se cioè alla differenza di genere si attribuisce una
differenza di potere, e si intende addirittura il rapporto d'amore
come rapporto di potere, il piacere pieno e profondo è davvero
impossibile. Dall'incontro d'amore si scivola nella guerra narcisistica.
Il piacere orgasmico profondo implica infatti la risoluzione del
narcisismo, il sapersi abbandonare a un'esperienza non controllata
che investe l'intero mondo intrapsichico e somatico. Bisogna
insomma sapere abbandonarsi e abbandonare la logica del controllo
e della supremazia. Per le pazienti cui mi riferisco è questo lo
scoglio: l'orgasmo profondo è sentito come sconfitta, come una
pericolosissima resa nella guerra mortale tra i sessi.
Spesso, in questo tipo di casi da me analizzati e che si sono
felicemente risolti, il vaginismo era l'ultima difesa: "almeno questo
non gli concederò, non gli concederò di darmi tanto piacere". Al di là
dell'aspetto paradossale del privare se stesse di qualcosa al solo
scopo di punire l'altro, aspetto del quale le pazienti erano
pienamente consapevoli, si profilava ancora di più la sensazione di
una perdita di potere che l'orgasmo profondo avrebbe comportato
nella relazione con il partner: ecco la donna incapace di controllo,
ecco la donna in balìa del padre! Non la donna che si abbandona al
fallo potente portatore di buone cose, bensì la donna asservita al
fallo fallico-narcisistico (sic!). Non a caso una mia giovane
intelligente paziente chiamava il suo sintomo "la morsa assassina",
chiarendo molto bene il duplice significato, difensivo e offensivo, del
suo sintomo. Un'altra paziente definiva il pene come "il cavallo di
Troia, pericoloso anche se porta doni". Il piacere profondo, dono del
pene, significa pericolo, invasione, riduzione al sentirsi prostituta,
nella specifica accezione di dipendente dai gusti sessuali maschili.
Ho la sensazione che anche in alcuni dei matrimoni bianchi, dei
quali ho in analisi uno dei due partner, il rapporto completo e il
piacere orgasmico profondo venga sentito come minaccia al clima
della coppia, cioè a quel clima di solidarietà paritetica "da fratellini"
che alimenta la fantasia di potere, così facendo, tenere fuori la
differenza, la differenza di genere, e il potere che a tale differenza è
stato inconsciamente collegato.
Ho parlato di questo non solo per proporre alla discussione il fatto
che alcune forme di vaginismo non vadano interpretate come paura
della penetrazione tout court o come invidia del pene, ma vadano
talora inscritte nell'area delle patologie inerenti l'identità di genere
di ruolo (area di patologie non ancora completamente
approfondita), ma anche per riflettere su come la lettura della
differenza di genere come differenza di potere sia tuttora di forte
rilevanza: qualsiasi sia il genere che in un dato momento storico
viene riconosciuto come progressivo o capace di manifestare aspetti
potenti di sé, inevitabilmente esso viene definito con attributi da
"vincitore", connotato in termini di supremazia fallica. Ciò non
soltanto alimenta e rinfocola l'idea del rapporto tra i sessi come
lotta con vincitori e vinti, ma rivela altresì sia la difficoltà a
mantenere una buona tensione relazionale nella dialettica dei
distinti, in questo caso di genere, sia la tendenza a pensare nei
termini di un solo genere (Freud docet!), quello fallico, anche per
interpretare le capacità delle donne, col rischio che le donne,
proprio nel momento dell'espressione della propria potenza,
finiscano per sentirsi traditrici della madre e del proprio stesso
genere.
Bibliografia
Dolto F. (1987), Il desiderio femminile. Mondadori, Milano 1995.
Lowen A. (1965), Amore e orgasmo. Feltrinelli, Milano 1999.
Stoller R.J., Sex and gender. Aronson, New York 1968.
Sun-tzu, L'arte della guerra. BUR 1997.
 

Maria Pierri
Il difficile riconoscimento della coppia
Una paziente racconta: "Ero a cena in un ristorante di lusso
piuttosto stipato, e avevo cominciato a guardarmi intorno. Al tavolo
accanto due turisti stranieri: era davvero difficile distinguere l'uomo
dalla donna tanto erano simili ... gli atteggiamenti, i vestiti, il colore
e il taglio dei capelli, l'espressione del viso ... forse lo stesso
chirurgo estetico. Insomma era una coppia, marito e moglie di una
certa età, ma sembravano identici. Dall'altra parte c'erano due,
visibilmente, checche: si facevano proprio notare. Uno dei due a un
certo punto aveva chiamato il cameriere protestando perché una
donna del tavolo accanto gli era seduta troppo vicino e
ogniqualvolta muoveva la testa i suoi lunghi capelli gli arrivavano in
faccia. Il cameriere aveva passato il messaggio, con un certo
imbarazzo della suddetta signora. Il clima era piuttosto freddino,
dunque, ma poco dopo l'atmosfera in sala era cambiata: fra i tavoli
c'erano stati scambi di occhiate, commenti e battute, perfino fra
l'omosessuale e la bella capelluta. Tutto per l'arrivo di una
compagnia in cui figurava una donna molto vistosa: corpo
splendido, abito di velo e spacco che denunciavano apertamente
l'assenza di biancheria intima". L'impressione della paziente, e i
commenti che erano girati, era che si trattasse di una cena di lavoro
con accompagnatrice professionista.
Ecco l'eterno fantasma della meretrice - penso fra me - la prostituta
che alla pari del confessore e dello psicoanalista conosce i segreti
del letto e della coppia, l'immagine scissa della madre delle gelosie
infantili "donna di facili costumi" (Freud, 1910).
La paziente, che a un certo punto dell'analisi ha avuto bisogno di
passare dal lettino alla posizione vis à vis, come "a tavola con me",
continua a guardarmi e mi chiede appunto ora che cosa sia una
coppia: "... fra tutti i presenti, i due omosessuali, pur nei loro
manierismi, mi parevano la coppia più autentica". Passa poi a
parlarmi del film Tutto su mia madre di Almodóvar, e riporta la
frase del protagonista, il transessuale Agrado: "Si è più autentici
quanto più si riesce a incarnare il proprio ideale". La frase ricorda
qualche aforisma di Oscar Wilde sulla finzione e la verità (sul saper
mentire ed essere doppi, come rottura dell'adesione alla
concretezza del reale, come capacità di separarsi dall'oggetto e
"tradire" la simbiosi), ma nel contesto del film allude alla possibilità
di "perfezionare" 1 il proprio corpo con la chirurgia plastica e gli
interventi ormonali.
Ho visto questo film, e mi hanno fatto notare che l'interprete di
Agrado è in realtà una donna, e dunque "finge di fingere di esserlo"
2: una donna dunque che interpreta un uomo che si castra e
aggiunge al proprio corpo vestiti e attributi sessuali della donna, per
apparire donna, ma per essere un uomo-donna, con il pene e due
seni (o anche una "donna con tre seni").
Non c'è più "la differenza" e, come vuole indicare il nome stesso
Agrado, la realtà si rende apparentemente "più gradevole".
Ho notato altri due particolari. Il primo è il linguaggio costruito da
Almodóvar, un linguaggio "pre-metaforico". Come esempio, il film
inizia con il tema della donazione di organi e dei trapianti: il giovane
Estéban muore e la madre segue il percorso del suo cuore che
torna, concretamente dunque e non metaforicamente, a Barcellona,
la città del padre a lui rimasto sconosciuto.
Il secondo è il titolo del film. Tutto su mia madre: sembra una
puntata al Casino, tutto è investito sulla madre 3. Nel film la realtà
della coppia è mutilata, dimezzata così come tutte le foto dei
genitori sono strappate a metà, e al figlio resta mezza foto, quella
contenente la sola immagine materna. Il maschile diventa
autonomamente vitale soltanto alla fine del film, quando il terzo e
ultimo Estéban riesce a sopravvivere.
Credo che il tema della coppia e dell'incontro femminile/maschile sia
uno dei temi più difficili e impegnativi. Il riconoscimento della
coppia non è un riconoscimento immediato: la nozione di coppia
richiede un certo spessore, tridimensionale, comporta
un'organizzazione diversa degli spazi interni ed esterni che non
devono essere troppo stipati per permettere il movimento. Non si
tratta di un semplice raddoppio mimetico dell'individuo, né di una
sovrapposizione di più strati o di un'appropriazione o combinazione
di differenze, a volte minacciose e umilianti come i capelli della
donna "sbattuti in faccia" al vicino di tavolo.
Qualcuno ha affermato che per fare una coppia bisogna essere
almeno in quattro, metaforicamente.
A volte si è quasi in quattro, concretamente: ho avuto in analisi
molti uomini coinvolti in matrimoni non consumati, o che a un certo
punto si trovavano ad assistere alla parziale scissione in due della
moglie, che iniziava a condurre una doppia vita concedendo a un
altro uomo tutto il sessuale, per così dire, e dando al marito tutto il
sentimentale, per così dire, come nello sketch di Totò che sposa le
sorelle siamesi insieme al domatore di leoni (è quanto Freud
descrive nella "condizione del terzo danneggiato" e nella scissione in
due correnti della vita amorosa, 1910-1917).
E ho avuto in analisi molte donne, come la paziente prima citata,
che avrebbero potuto essere proprio le compagne di questi uomini:
pur essendo alla ricerca di una coppia, conducevano una vita
amorosa stabilmente organizzata su due relazioni parallele, siamesi,
e in questa duplicazione, spaccate in due e sconnesse, evitavano
un'integrazione, avvertita come minacciosa.
Devo pensare che si tratti di situazioni dunque non infrequenti -
all'epoca di Freud (1912), di Winnicott (Kahr, 1996) come al giorno
d'oggi (vedi anche Marucco, 1998) - e vorrei qui riflettere su un
genere di fantasia che compariva a un certo punto nell'analisi, che
ha a che fare con quella più famosa fantasia infantile della donna-
madre col fallo, di cui scrisse Freud a proposito del feticismo (1927)
4.
Nella mia esperienza mi riferisco a rappresentazioni preconsce che
emergono nei sintomi, nei sogni o nelle fantasie a occhi aperti, in
cui il e la paziente dimostrano di avere uno schema corporeo con
una precisa o comunque ben abbozzata identità di genere, che però
si presenta tale da comprendere anche parti del corpo dell'altro
sesso, con una specie di trapianto. Probabilmente, come nel caso
dei trapianti, queste configurazioni hanno come primo significato
quello di garantire la sopravvivenza, ma anche di dare protezione e
di costituire armi di difesa in condizioni psichiche di rischio mortale.
Si tratta di forme relative alla coppia nella scena primaria, ancora
bidimensionali, che si presentano nell'uomo e nella donna e
appaiono opposte e complementari, nel senso che ben si
corrispondono a specchio, come bene (o male, a seconda del punto
di vista) si assortiscono poi nel concreto queste relazioni di coppia
sintomatiche. È dunque opportuno, a mio parere, considerarle
unitamente, coinvolte come sembrano nelle difficoltà della
realizzazione e del congiungimento sessuale e della relazione
sentimentale.
Proporrei quindi di avvicinare le immagini più conosciute di donna
con fallo (che sia pene, treccia o spada) alle immagini di uomo con
vagina e con seno (variamente collocati: può essere una vagina in
mezzo alla fronte, come nel caso di un paziente che si fantastica
Zeus; una vagina alla base dello scroto o sulla punta del pene; un
paziente si sentiva addosso "i petti" e nel sogno erano poi collocati
ai lati del pene, come a configurare tre seni-peni).
La regressione che permette al bambino di costruire la fantasia della
donna con il pene, attraverso lo spostamento dell'importanza del
pene su un'altra parte del corpo e sul feticcio, non lascia a mio
parere indenne l'immagine corporea dell'uomo. Considerando
l'esistenza di queste fantasie di uomo con vagina e con seno, non
posso dunque trovarmi del tutto d'accordo con l'affermazione di
Freud che scrive, a proposito del ragazzo che si costruisce il feticcio,
"questo spostamento riguarda, com'è ovvio, soltanto il corpo
femminile; quanto al suo pene nulla è mutato" (1938, p. 559).
Queste rappresentazioni combinate delle differenze sessuali sono
tentativi di montare insieme e incorporare parti dei due genitori,
che non sono state prima ben scorporate e differenziate. Potrebbero
anche essere un modo per temporeggiare l'ingresso nel conflitto
edipico, cercando di "comporre le parti", di conciliarle, e fanno
pensare a immagini condensate della coppia con in mezzo il
bambino, idoli trinitari dove è "tutto sulla madre" pre-edipica.
Fantasie "ambigue" (nel senso di Bleger, 1967) o Sfingi che siano,
fantasie di scena primaria (sono molto in sintonia con quanto
propone Zucconi) - in cui "il fatto che la madre appartenga al
padre ... elemento inseparabile della natura materna" (Freud,
1910), si concretizza in un'indissolubilità corporea - esse esprimono
in modo non differenziato e unitario alla pari di parole primordiali
(Freud, 1910) le qualità femminile e maschile dell'esperienza della
coppia, l'in e il contro, le due parti dell'antitesi negli estremi
totalitaristici di Matriarcato o di Patriarcato. Sono manifestazioni
della difficoltà nel distinguere e nel mettere insieme gli ingredienti
della coppia, per insufficienza di uno spessore rappresentativo e di
movimento: come un uovo sbattuto nella maionese che impazzisce,
una panna montata che si divide o una pasta da pane che non è
stata ben impastata (in Puglia si dice "trombata") e non si gonfia.
La coppia comporta qualcosa di più dei due ingredienti, un contagio
virtuoso, una sintesi che è come reazione a catena: la sua
dimensione rimanda a una ripienezza dell'essere, quanto Lopez
indica nel paradigma libidico-genitale dell'e, e (1998), che porta a
qualcosa di più, di nuovo e di altro, che sorprende e ha vita propria.
Lopez collega questo tipo di esperienza fra veglia e sogno, di
rêverie, nell'incontro della coppia, all'attività del preconscio che
rinnova e rende attuale il rapporto estatico del bambino con la
mammella: in questa scena introdurrei il gioco degli sguardi
reciproci, caratteristica che distingue in natura l'uomo e la donna
dagli animali, nel vis à vis dell'allattamento e del coito. Nello
"sguardo dello sguardo" si moltiplicano i rispecchiamenti e si può
"sognare a occhi aperti" e lasciarsi andare "a occhi chiusi"
nell'incontro.
Nei pazienti si presenta una specie di compressione o uno
stiramento dello spazio dell'incontro: le immagini corporee
ricordano gli esiti di un qualche terremoto, le sequele di uno scontro
automobilistico, di uno schiacciamento (un paziente aveva come
incubo infantile lo sfasciacarrozze): il corpo pare in certi casi un
campo di battaglia (come i "rifacimenti alla carrozzeria" del corpo di
Agrado), in cui i pezzi sparsi sono stati ricomposti in nuove forme
alla bell'e meglio o ci sono cicatrici, lacerazioni e stirature
deformanti, alla bocca e alla pancia
Sono vissuti di questo tipo ad avere segnato la separazione del
bambino dal concreto contatto con il seno materno e il
riconoscimento del padre e della scena primaria; sono questi stessi
sconvolgimenti che sono temuti nell'incontro attuale col partner, e
anche in analisi possono impedire di "consumare" la relazione.
Per esempio un paziente (quello dell'incubo dello sfasciacarrozze)
riferì che la prima volta che aveva dato un bacio a una donna ne era
rimasto così sconvolto che alla sera aveva dovuto ricorrere al pronto
soccorso per timore di un infarto. Era arrivato all'analisi con
angosce persecutorie molto intense e a lungo aveva mantenuto con
l'analista una posizione difensiva basata su una specie di
indifferenza, che chiamava la patina "neutra", con cui controllava e
filtrava il contatto (vedi anche Pierri, 1997).
Non a caso il termine "stupore", usato da Monica Fabra per
esprimere l'emozione dell'incontro, è in grado di contenere anche
questi aspetti sconvolgenti e in medicina è usato per indicare una
condizione di shock, di paralisi viscerale.
La paziente di cui ho parlato in apertura ebbe bisogno in analisi del
passaggio vis à vis per la pressione di angosce persecutorie che solo
successivamente riuscì a realizzare. Per tutto il periodo in cui aveva
usato il lettino mi vedeva "con la bocca storta" come la "strega
deforme e vecchia di Biancaneve"; lei stessa, confusa con me, si
pensava con la bocca storta e a fine seduta a volte si guardava allo
specchio per verificare (chi era la più brutta del reame?). Ma altre
volte io rappresentavo per lei da dietro l'"uomo nero che minaccia
col coltello" e lei stessa si scopriva difesa e appesantita da una
simile arma e si preparava all'incontro come a un duello, in cui c'era
insieme il timore e la speranza di essere sconfittta. Nel passaggio al
faccia a faccia è stato possibile cominciare a comprendere anche i
vissuti persecutori che impedivano alla paziente di lasciarsi andare a
chiudere gli occhi "a letto" con il partner, che invece era solita
fissare a occhi spalancati. In analisi difatti proprio al mio sguardo
era interessata, per sapere se e come la guardavo (e se "chiudevo
un occhio" sull'infrazione al setting lasciandole uno spazio di
movimento fra lettino e tavola: vedi anche Pierri, 1998).
Lo sguardo reciproco sembra avere gradualmente risanato sia la
mia che la sua bocca, e insieme l'immagine della vagina. Il girarsi
della paziente ha permesso di comprendere insieme nell'incontro
due dimensioni scisse, e ristabilire quell'integrazione viso-seno
(sguardo e parola) che si realizza nell'allattamento e apre lo spazio
psichico alla relazione di coppia (Spitz, 1955 e 1965; Almansi,
1960; Searles, 1965).
Va detto che la scissione è in grado di offrire un temporaneo
sollievo alla compressione dello spazio psichico dell'incontro, che
sembra raddoppiarsi, mentre in realtà i protagonisti sono spezzati a
metà, buoni e cattivi, maschi e femmine.
Questo si è reso evidente nel sogno di un'altra paziente: ella si
sogna seduta di fronte a due tavoli e commenta che le ricorda
quando, per ritrovare il puntatore sul monitor del suo computer, si è
trovata a sconfinare con il mouse fin sulla superficie del tavolo
vicino. Esprime così, nella ricerca del proprio io-lui (indice-pene
paterno), il motivo che l'ha spinta a scindere la vita amorosa su due
piani vicini e paralleli, accostando alla relazione con il fidanzato
ufficiale una seconda relazione segreta con un compagno di lavoro.
È in parte consapevole di essere partita all'inseguimento del padre,
che proprio all'inizio della sua adolescenza, come mi ha riferito,
aveva spostato il suo investimento erotico su un'amica della moglie.
Le difficoltà dell'analisi in questi casi riguardano il rispetto e insieme
la reintegrazione delle parti segrete e scisse, che sono lasciate fuori
della seduta: vanno considerate con attenzione a tal fine le
modificazioni o rotture del setting, che rappresentano una modalità
con cui le potenzialità di integrazione cominciano a manifestarsi,
spesso unitamente al rischio di interruzioni precoci.
A mio avviso il fatto di prendere in considerazione insieme la "donna
fallica" e "l'uomo con vagina-seno" permette di collegare queste
fantasie non soltanto con le difficoltà nel riconoscimento della
differenza e dell'identità di genere nella coppia (dove le invidie
reciproche si sommano alle angosce persecutorie di incompletezza),
ma anche con le difficoltà nel riconoscimento del legame amoroso e
sessuale, della realtà del congiungimento della coppia e della
potenza generativa del desiderio reciproco.
Queste "incorporazioni" della scena primaria costituirebbero anche
difese di fronte al vissuto di esclusione, vergogna, incapacità,
impotenza e incompletezza in faccia alla scena primaria. Oltre ad
avere una funzione protettiva per un sé avvertito come fragile,
possono dunque essere utilizzate per sostenere un vissuto di
onnipotenza, l'idea di tenere sotto controllo i movimenti della
coppia.
In analisi è possibile assistere all'aprirsi della dimensione del gioco,
quando il paziente diventa in grado di maneggiare queste
"costruzioni" corporee.
Dopo essere riuscito a "consumare" il rapporto sessuale, un
paziente cominciò a elaborare internamente l'esperienza, sognando
di attaccare e staccare i "lego", verificando di essere in grado di
unire e dividere la coppia, di riconoscere il punto di differenza e di
aggancio maschile e femminile nell'incontro.
Le fantasie ambigue possono coesistere con altre distorsioni dello
schema corporeo: il paziente dell'incubo dello sfasciacarrozze,
trentacinquenne laureato e sicuramente con tutte le informazioni
culturali disponibili, preoccupato per un dolore al petto affermò
convinto che "il cuore è a destra".
Si ritrovano anche composizioni del tipo "vecchia con la faccia di
bambina" o "bambino con attributi virili, come un nano", che
esprimono la coartazione del tempo e la precocizzazione nella
crescita.
In certi casi l'immagine combinata sembra partire da un concreto
dettaglio somatico, un piccolo difetto (quell'inferiorità di cui parlava
Adler) vissuto come una specie di "malformazione", "dismorfismo di
genere", dove permane un'area di indifferenziazione dal corpo della
madre 5.
Quello che più conta, in una visione complessiva, ha a che fare a
mio parere con il tipo di sguardo, cura, investimento e attese
materne al corpo del bambino (a volte c'era stata un'evidente
incuria parentale, come per esempio nel caso di una fimosi o di un
testicolo ritenuto, riconosciuti e presi in considerazione soltanto alla
visita di leva).
Per questo in analisi è importante lo "sguardo" anche concreto
dell'analista, come mi ha fatto capire la mia paziente. Per
concludere vorrei utilizzare nuovamente un suo racconto, più
recente: "Stavo pranzando in un pub, due uomini bevevano accanto
a me e avevo pensato che si trattasse di due omosessuali. Avevo
notato che uno dei due aveva una borsa. A un certo punto si sono
avviati all'uscita e si sono fermati a parlare sulla porta del locale.
Dopo un poco ho visto arrivare una donna e l'uomo le ha dato la
borsa".
I due racconti sono come due sogni, che la paziente colloca infatti in
quell'area di rêverie del giorno che per lei è l'esperienza del
nutrimento, dentro e fuori la seduta 6. Mi segnalano il percorso
fatto dalla paziente nella relazione con me e la sua attuale fiducia
nella possibilità dell'esistenza di una coppia differenziata: di un
uomo che non è soltanto l'avversario da combattere in un duello di
spada (come nei sogni del passato) ma colui che, in una metaforica
donazione di organi, fa ritrovare la vagina. L'uomo a cui può dunque
nuovamente e consapevolmente affidare la borsa senza rischio della
vita.
 
(1) Vedi le battute finali di A qualcuno piace caldo: "Ma ... io sono
un uomo!". "Nessuno è perfetto ...".
(2) È una di quelle situazioni in cui si realizza una "mise en abîme",
vedi anche Berlincioni e Petrella, 1993.
(3) Il titolo ha una sua storia, che Almodóvar fa spiegare al giovane
che muore: riprende il titolo originario di un famoso film della
generazione passata, Tutto su Eva, che in spagnolo e anche in
italiano era stato tradotto come Eva contro Eva. Sottolinea come,
nel remake attuale, abbia voluto svolgere il tema della coppia
partendo dalla realtà pre-conflittuale: si perde il confronto fra le due
"prime donne" e con esso la distinzione della coppia dei genitori. La
madre pre-edipica resta protagonista indiscussa, e che madre ... se
pensiamo ad Agrado.
(4) Anche recentemente Loredana Micati Squitieri (1999) ha
sviluppato proprio l'argomento di certe fantasie femminili relative al
corpo (il possedere un corpo maschile o con attributi sessuali
maschili) proponendo di considerarne la funzione difensiva rispetto
ad angosce primitive di perdita di sé. A suo parere queste fantasie
possono essere utilizzate sia in senso nevrotico che all'interno di
un'organizzazione borderline o psicotica. In linea con la letteratura
psicoanalitica, la Micati prende in considerazione singolarmente
questo tipo di fantasia della donna, senza paragonarla a una
fantasia parallela, presente nel maschio, più raramente citata.
(5) Così in un paziente la sensazione opprimente di avere "i petti"
troppo grandi (come se gli fossero rimasti attaccati i seni della
madre) nasce unitamente ai dubbi relativi alla dimensione del pene,
"troppo piccolo" (e alla debolezza del padre); in un altro caso un
sogno collegava l'impotenza alla penetrazione con il restringimento
della fimosi sul pene, vissuta come protettiva e intrappolante vagina
della madre, e insieme anche come bocca rimasta ancorata al seno
materno.
(6) La madre della paziente non sedeva mai a tavola a mangiare
insieme con lei, e in adolescenza la paziente aveva sofferto di un
periodo di anoressia, con disturbi del ciclo mestruale. Per la prima
volta recentemente ha presentato dei cicli regolari, senza l'uso di
terapia ormonale.
 
 
Bibliografia
Almausi R.J. (1960), "The face-breast equation". J. Am. Psychoanal.
Assoc. 8: 43-70.
Berlincioni V., Petrella F. (1993), "Quadro e cornice: il setting
clinico". gli argonauti XV, 56: 27-42.
Bleger J. (1967), Simbiosi e ambiguità. Lauretana Edizioni, Loreto
1992.
Freud S. (1910), Significato opposto delle parole primordiali. OSF 6.
Freud S. ( 1910-1917), Contributi alla psicologia della vita amorosa.
OSF 6.
Freud S. (1927), Feticismo. OSF 10.
Freud S. (1938), La scissione dell'io nel processo di difesa. OSF 11.
Kahr B., D.W. Winnicott: a biographical portrait. Karnac Books,
London 1996.
Lopez D. (1998), "In cammino verso l'amore". gli argonauti XX, 79:
249-266.
Marucco N.C., "Edipo, castrazione e feticcio: una revisione della
teoria psicoanalitica della sessualità". In: "1897-1997". Psicoanalisi
oggi: luoghi e forme d'incontro. Conferenza presso la Clinica
Psichiatrica dell'Università, Padova 1998.
Micati Squitieri L. (1999), "Problems of female sexuality: the
defensive function of certain phantasies about the body". Int. J.
Psychoanal. 80: 645-660.
Pierri M., "Neutralità, funzione paraeccitatoria e indifferenza". In:
Sacerdoti G., Racalbuto A. (a cura di), Differenza indifferenza
differimento. Dunod-Masson, Milano 1997.
Pierri M., "Un fil di fumo: l'impasse come sfida per la
sopravvivenza". In: Racalbuto A. (a cura di), Impasse e patologie
narcisistiche. Strutturazione e destrutturazione delle identità.
Dunod-Masson, Milano 1998.
Searles H.F. (1965), "Il viso del terapeuta". In: Scritti sulla
schizofrenia. Bollati Boringhieri, Torino 1974.
Spitz R.A. (1955), "The primal cavity". Psychoanal. Study Child 10:
215-240.
Spitz R.A. (1965), Il primo anno di vita. Armando Armando, Roma
1973.

Loretta Zorzi Meneguzzo Lopez


Dai ruoli di genere alla relazione

Del titolo della tavola rotonda mi ha soprattutto colpito


l'interrogativo "l'incontro?". Vorrei molto brevemente puntualizzare
le strutture psicodinamiche che ostacolano o favoriscono l'incontro.
Secondo il punto di vista che mi ispira, quando si parla di incontro
non si può prescindere da un insieme di significati e da una scala di
valori regolati da un modello gerarchico superiore coincidente con
una relazione sana e costruttiva tra due persone.
Utilizzerò i sogni di tre diversi pazienti che, dati i limiti di tempo,
non interpreterò in modo completo riferendomi alla complessa
storia clinica personale dei sognatori e alle specifiche dinamiche
transfert-controtransfert, a cui accennerò soltanto. Evidenzierò,
semplicemente, i momenti e movimenti, emblematici e tipici, che
questi sogni efficacemente esprimono, quasi quadri viventi, in
relazione alla qualità dell'incontro e alle sue potenzialità.
 
***
Sogno della signora A.
"Sono accompagnata da due donne e un uomo. Percorro le stanze,
tutte comunicanti, di una grande casa. Chiudo accuratamente a
chiave ogni porta appena oltrepassata. L'uomo e una delle donne se
ne vanno, e io rimango sola con la seconda donna. Vengo assalita
dalla paura: mi è sembrato di vedere in quest'ultima un sorriso
maligno. Comincio a scappare ripercorrendo a ritroso le stanze già
attraversate, inseguita dalla donna. Devo di nuovo aprire e chiudere
tutte le porte.
Mi trovo, poi, spettatrice di una scena completamente diversa. Vedo
una coppia in piscina: la donna, stesa sull'acqua come a fare il
morto, ha una postura contorta, rachitica, spastica, ed è molto
pallida e avvizzita; l'uomo, molto magro, anch'egli pallido, è in piedi
con l'acqua fino alle spalle e indossa gli occhiali da sole. I due si
somigliano molto. L'uomo ha un accenno di erezione e sfiora la
vagina della donna. Una voce fuori campo annuncia: 'E così fu
concepito il terzo figlio!'".
La paziente associa la donna da cui scappa e che le fa paura a me.
A seguito del lavoro terapeutico fin qui svolto ella non solo ha
saputo rinunciare in parte alle rivendicazioni recriminatorie nei
confronti dei genitori, ma si è anche abbastanza staccata dal
coinvolgimento sadomasochistico con loro. Il sogno mostra,
tuttavia, che così teme di trovarsi sola e indifesa nel rapporto con
me, nel percorso a ritroso attraverso la sua storia emotiva. Proprio
perché angosciata da questa possibilità, ella deve mantenere
ossessivamente chiusi tutti i passaggi e le comunicazioni. Nella
realtà tenta di ridurre il rapporto analitico a un lavoro intellettuale
fatto di argomenti rigidamente circoscritti da sviluppare,
pedissequamente e cerebralmente, nozioni da imparare e, magari,
discutere. Questa stessa tendenza a separare la vita in paratie
stagne appare sotto altra forma nella seconda scena del sogno, che
mostra la grande difficoltà di ricomporre in modo sano e armonico
attività e passività: esse rimangono scisse, e perciò anche
devitalizzate. Insomma, è impedita la circolazione libidico-emotiva.
Gli occhiali da sole dell'uomo sono identici a un paio che la signora
A possiede nella realtà. Associa l'uomo al marito. A un livello, il
sogno indica il significato di rafforzamento e raddoppiamento
narcisistici che il marito rappresenta. Ma, a un livello più profondo,
le figure, femminile e maschile, sono due diverse rappresentazioni
di sé: quella femminile, identificata con la passività, raffigurata
come storpiatura e handicap, è devitalizzata; quella maschile,
identificata con l'attività, è rivelatrice di un fallicismo debole. È
proprio la scissione a devitalizzare sia la passività che l'attività;
risultato è la debolezza rachitica di entrambe. Vi è comunque
sempre in questa paziente l'idealizzazione del ruolo attivo che viene
rigidamente e alternativamente impersonato o da lei o dal marito:
di volta in volta, la potenza appartiene a uno solo, ma questa
potenza è fiaccata dall'invidia che domina il rapporto di coppia.
D'altra parte, anche nel rapporto terapeutico, la dipendenza per la
Signora A significa una passività quasi indistinguibile dalla morte,
quindi da rifuggire.
Il concepimento nella storia libidico-emotiva della paziente si è
configurato, appunto, come appropriazione della potenza dell'uomo,
mentre l'erotismo ha rappresentato un breve interludio, in funzione
subordinata alla procreazione. Senza l'appropriazione della potenza
generativa, che in verità dura poco, la donna è un recipiente
rinsecchito, devitalizzato, morto.
 
***
 
Il signor B, che per hobby dipinge, racconta:
"Ho sognato di non riuscire ad aprire la porta di casa mia. Vado
nella casa di mio padre in collina, forse a prendere una chiave. Vi
trovo mio fratello e numerosi colleghi. Riconosco Antonio, che è
molto gentile e sottomesso. Mi dice che ha saputo che ho fatto cose
molto interessanti, e vuole che gliele mostri. Vi è anche Enrica,
molto gentile e seduttiva che, a sua volta, insiste per vedere ciò che
ho da mostrare. Sono stuzzicato dalle loro richieste, ma nella casa
di mio padre non ho niente di mio da far vedere. Torno a casa mia
con questi due colleghi. Infilo la chiave nella toppa, ma la chiave
non gira. Mentre cerco, in tutti i modi, di far funzionare la chiave,
Enrica mi abbraccia da dietro, molto stretto e forte, quasi
bloccandomi. Cerco di resistere aggrappato alla chiave che non gira,
sentendo una tensione crescente e il bisogno urgente di entrare,
perché in casa ci sono le cose che posso mostrare. Mi sveglio".
Antonio è un collega di qualche anno più giovane, ma con maggiore
anzianità di servizio (anch'egli dipinge, ma in modo convenzionale e
commerciale, meno creativo); nella realtà è arroccato su una
presunta posizione di superiorità rispetto al paziente. Quando, non
molto tempo fa, il Signor B fu promosso a mansioni superiori, tra i
due si esasperarono tensioni e conflitti. Il sogno sembra rivelare che
sulla strada verso la realizzazione di sé mediante l'integrazione e
l'assimilazione di un modello paterno idealizzato, il paziente si lascia
distrarre e fuorviare dall'esibizionismo competitivo con il rivale
mimetico. Perseguendo il bisogno di riconoscimento e di asserzione
della propria supremazia sui fratelli, egli non può fruire della sua
vera potenza genitale. In molte manifestazioni della vita lo spirito di
competizione raggiunge nel signor B punte di tensione esasperata.
Anche Enrica nella realtà non è molto gentile con il sognatore: è
ambigua e lo ha molto criticato e contestato. A lei il paziente
associa un'amica che si mostra molto interessata a lui in questo
periodo e che gli ha spiegato la sua attrazione dicendo: "Finalmente
ho incontrato un uomo disarmato!". Costei ha cercato anche di
convincerlo a interrompere il trattamento con me, suggerendogli
una differente scelta terapeutica. La donna del sogno rappresenta,
dunque, tutte quelle donne falliche idealizzate e castranti che nel
pensiero cosciente della realtà di ogni giorno egli trova,
paradossalmente, liberatorie. Delle relazioni sadomasochistiche
istituite con loro non riesce a liberarsi, proprio perché legato a
doppio filo dal bisogno di suscitare in loro, malgrado e proprio per le
frustrazioni che gli infliggono, non tanto l'amore, ma l'ammirazione
finale.
Teme, invece, come castrante proprio la terapeuta, la donna che
può aiutarlo a compiere l'emancipazione. Infatti, la donna seduttiva
che lo afferra da dietro, da un altro punto di vista, è una
rappresentazione transferale, nella misura in cui a volte sente che le
interpretazioni lo trattengono dal coinvolgimento e dalla dipendenza
da giochi mimetici e sadomasochistici. La terapeuta, che sta seduta
dietro, viene nel sogno preconsciamente identificata con una madre
castrante che gli impedisce lo sfruttamento puramente
esibizionistico e narcisistico della sua potenza.
 
***
 
Il sogno della Signora C.
"Mi incontro con un uomo, in uno slancio-abbraccio che si trasforma
in un'evoluzione acrobatica. Mi vedo in verticale sulla testa
dell'uomo mentre le nostre braccia si stringono. È un movimento
perfetto che scaturisce senza sforzo volontaristico, senza
artificiosità, generato da una spontanea, fluida e intensa intesa. Non
c'è euforia, ma stupore gioioso per quanto sta accadendo, come in
una bambina sollevata in aria dal padre. La scena cambia. Sono
vicina all'uomo, mentre mia sorella, mia cognata e mia madre sono
sedute dietro a dei tavoli posti a semicerchio. Pulisco i tavoli e so
che cucinerò. Penso con fastidio che dovrò lavorare, mentre loro tre
stanno comodamente sedute a farsi servire, forse perfino a
giudicare. Dovrò anche mostrare di essere all'altezza. Ma un
secondo pensiero prende subito il sopravvento nel sogno. Esse sono
sedute al di là, al di fuori dello spazio in cui io sono con l'uomo:
esse sono mie ospiti, io, lì, sono la padrona!".
Oltre l'associazione immediata con il gioco del padre con la figlia
bambina, l'acrobazia viene connessa alle evoluzioni del pattinaggio
artistico a coppie. La paziente ricorda la viva emozione provata,
guardando l'esibizione sulle note del Bolero di Ravel della coppia
inglese, medaglia d'oro alle olimpiadi di Sarajevo. La predilezione
per questa specialità sportiva è già emersa in terapia, come
allegoria di un rapporto sessuale reciprocamente soddisfacente, ma
anche come rappresentazione simbolica di un modello di perfetta e
armonica collaborazione nel rapporto di coppia. Non vi è un ruolo
rigidamente passivo, o uno esclusivo di "porter", né di secondo
piano o di spalla, ma le specifiche e caratteristiche differenze sono
indispensabili al risultato che "è qualcosa di diverso e di più della
semplice somma dei singoli movimenti dei due protagonisti", dice la
paziente. La Signora C aggiunge: "Mi viene in mente il rapporto che
Lei ha con Suo marito. È proprio così che immagino il Vostro vivere
e scrivere insieme, ed è ciò che vorrei fosse possibile realizzare nel
mio rapporto con Riccardo!".
La Signora C ha attraversato fasi molto conflittuali nel rapporto con
me, suscitate dalla caduta dell'illusione che bastasse sottoporsi alla
psicoterapia, essere puntuali alle sedute e con il pagamento, perché
la realtà assecondasse i suoi desideri. L'illusione più difficile da
riconoscere e più dura da abbandonare, che scatenò rabbia,
scetticismo e aggressività verso di me, fu scoprire che la terapia
non le garantiva magicamente l'incontro con un partner 'su misura'
e pronto per una relazione con lei, 'secondo modello'. In particolare,
la paziente pretendeva l'automatica appropriazione del mio modello
di relazione di coppia, e più profondamente, di mio marito. Tuttavia,
rabbia e aggressività erano manifestazioni della sua fondamentale
sincerità di base. Al contrario di molti pazienti, nei quali la rabbia, lo
scetticismo e la sfiducia rimangono non riconosciuti e incistati, ella
affronta, a viso aperto, le situazioni conflittuali. Ora, in fine analisi,
sa che una buona e sana relazione di coppia è frutto di una
costante, responsabile, a volte anche faticosa, tensione costruttiva.
Inoltre sa che l'incontro, il buon incontro perdurante, non dipende
solo da lei, né solo dall'altro.
 
***
 
Per concludere: il prevalere e permanere nei primi due pazienti di
meccanismi narcisistico-mimetici nei rapporti sentimentali di coppia
e un rapporto conflittuale non costruttivo con la terapeuta,
ostacolano il cammino verso la genitalità e mantengono le
caratteristiche sadomasochistiche delle loro scelte relazionali. Essi
sono entrambi alle prese, non solo con conflitti di appropriazione-
espropriazione, ma anche con profonde crisi di identità. Se la
signora A vede come unica prospettiva vitale l'appropriazione della
potenza dell'altro, che in ogni caso è la proiezione di un suo ruolo, il
signor B teme di poter essere espropriato proprio da quegli oggetti
potenzialmente sadici che ha eletto a mediatori mimetici (René
Girard, 1998).
La Signora C ha rinunciato alle pretese di appropriazione
dell'oggetto mediante l'identificazione magica con il modello, ed è
alla conclusione del suo percorso terapeutico, nel quale ha potuto
sperimentare, comprendere e fare sue, cose per lei prima
impensabili, equivalenti a vere e proprie acrobazie. L'integrazione e
il superamento dei significati edipici e il rapporto positivo di
collaborazione con la terapeuta, su cui ha trasferito
temporaneamente il suo modello, l'ha resa consapevole di avere
costruito le potenzialità per realizzare un rapporto di coppia sano e
maturo. Si è anche resa conto della possibilità di riappropriarsi del
proprio modello temporaneamente identificato con l'analista. È
grazie a ciò e, quindi, al conseguimento della posizione genital-
personale che ella può arginare il pericolo dell'intrusione di vecchi
meccanismi vittimistici nel confronto regressivo con le altre donne
della sua famiglia, e altri oggetti simili (amiche e colleghe), quando
questi nella realtà si mostrano intrusivi e sospinti da oppressivi
desideri mimetici.
A lei è stato possibile superare il sentimento di svalorizzazione di
essere donna, ricostruire il senso e il valore della femminilità, anche
abbandonando l'idealizzazione esclusiva della funzione procreativa.
Sylviane Agacinski (1998), che enfatizza proprio questa soluzione,
rimane impigliata nel gioco dei rovesciamenti mimetici di
appropriazione ed espropriazione tra i due sessi. La Signora C,
come mostra il sogno, ha costruito un proprio modello di
integrazione armonica e di alternanza fluida (non più ostacolata da
porte chiuse a chiave) di passività e attività che si fecondano, si
arricchiscono sinergicamente e producono "qualcosa di diverso e di
più di una semplice somma".
Ho cercato di delineare, schematicamente e sinteticamente, ma
anche concretamente, una sorta di percorso terapeutico, una
trasformazione evolutiva del rapporto di coppia e del rapporto con il
terapeuta, in connessione ai diversi livelli di sviluppo libidico-
emotivo fino alla riappropriazione del proprio modello da parte del
paziente. Nel passaggio dal trasferimento alla riappropriazione del
modello da parte del paziente, avviene il progressivo riconoscimento
dell'analista come persona, la progressiva distinzione, cioè, tra
ideale fallico-megalomanico, o perfezionistico, maschile o femminile
che sia, e la persona. Il modello della persona, costruito nella e
dalla relazione paziente-analista, è dunque una superiore sintesi, di
superio e io ideale, che il paziente temporaneamente trasferisce sul
terapeuta, e delle caratteristiche di universalità (non contemplate
nel "terzo" di Ogden) che l'analista-persona ha già realizzato e
impersona, al di là delle rigide identità di genere.
 
 
Bibliografia
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in: gli argonauti XXI, 81: 105-123, 1999).