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Riassunto del manuale di

R.Brown di psicologia sociale


dei gruppi
Psicologia Sociale
Università degli Studi di Milano
58 pag.

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PSICOLOGIA SOCIALE DEI GRUPPI – Rupert Brown-

CAP. 1: LA REALTA’ DEI GRUPPI

1: Concetto di gruppo

Ci sono diversi significati associati alla parola “gruppi”:


• per alcuni, la caratt più importante è l’esperienza di un destino comune;
• per altri l’elemento chiave è l’esistenza di una struttura sociale formale o implicita, di solito
sottoforma di relazioni di status o di ruolo. Es/la Famiglia: un gruppo in cui i suoi membri hanno fra
loro delle relazioni ben definite, di solito accompagnate da precise differenze di potere e di status;
• altri ancora pensano che i gruppi siano composti da individui in interazione faccia a faccia.
La 2 e la 3 definizioni sono applicabili ai piccoli gruppi ed escludono categorie sociali su larga scala
come i gruppi etnici, la classe sociale o la nazionalità. L’essere parte o meno ad una di queste categorie
influenza il comportam delle persone. Ciò ha portato alcuni autori a proporre una definizione di gruppo
più soggettiva nei termini dell’autocategorizzazione delle persone: un gruppo esiste quando 2 o +
individui percepiscono se stessi come membri della medesima categoria sociale(TURNER). Qsta
definizione però non considera il fatto che l’esistenza dei gruppi è normalmente nota alle persone. Va
aggiunto quindi che un gruppo esiste quando 2 o + individui definiscono se stessi come membri e
quando la sua esistenza è riconosciuta da almeno un’altra persona.

2: La relazione tra l’individuo e il gruppo

ALLPORT ha definito il problema dei problemi della psicologia sociale quello della natura della
relazione dell’individuo col gruppo. La domanda di fondo è: c’è qualcosa nei gruppi di + della somma
degli individui che li compongono? Egli scriveva che non esiste una psico dei gruppi che non sia
fondamentalmente ed interamente una psico degli individui. Qsta osservazione era rivolta ad alcuni suoi
contemporanei che sostenevano che i gruppi hanno delle capacità mentali che non sono consapevoli di
avere i membri. Sia LE BON sia McDOUGALL parlano di una folla dotata di una mente di gruppo che
la induce a compiere azioni che sarebbero considerate impensabili dai singoli membri presi
individualmente. Il punto fondamentale di ALLPORT è che un termine come mente di gruppo non
potrebbe essere sottoposto a verifica indipendente; non è possibile osservare qsta entità che si suppone
sia dotata di consapevolezza separatamente dagli individui che la compongono. Egli rimase sempre un
individualista, credeva che i fenomeni di gruppo potessero essere ricondotti in definitiva a processi
psicologici individuali.
MEAD, poi SHERIF, ASH e LEWIN hanno messo in rilievo il carattere reale e distintivo dei gruppi
sociali, ritenendoli dotati di proprietà uniche che emergono dalla rete di relazioni tra i singoli membri.
ASH fa un’analogia con l’acqua: essa è composta da idrogeno e ossigeno, tutte e due elementi che presi
singolarmente sono molto diversi dall’acqua. La loro unione, H2O forma una cosa diversa. Quando qsti
stessi elementi vengono sono organizzati in modo differente, producono sostanze dotate di
caratteristiche molto diverse tra loro,come il ghiaccio, il vapore, l’acqua. Quindi H2O non è la sola
aggregazione dei suoi elementi ma è determinato dalla loro combinazione. Allo stesso modo avviene per
i gruppi: “abbiamo bisogno di una concezione dei processi di gruppo che conservi la primaria realtà
dell’individuo e del gruppo, ovvero dei due ruoli permanenti di tutti i processo sociali. Dobbiamo poter
considerare le forze di gruppo come il risultato delle azioni degli individui poiché posseggono delle
azioni che sono funzione delle forze di gruppo che essi stessi hanno creato.”
Sia per ASH sia per SHERIF la realtà dei gruppi emerge dalle percezioni comuni che le persone hanno
di se stesse in qualità di membri della medesima unità sociale e nelle varie relazioni reciproche
all’interno di tale unità. Collegati a qste percezioni ci sono vari prodotti del gruppo come slogan, norme
e valori, e anche qsti possono venir interiorizzati e assumere di conseguenza la funzione di guida dei
singoli individui.

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3: Il continuum “interpersonale-gruppo”

TAJFEL sottolinea l’importanza di distinguere il comportam interpersonale dal comportamento in


situazioni di gruppo. Per capire qsta distinzione ha introdotto 3 criteri:
1. è la presenza o l’assenza di almeno 2 categorie sociali chiaramente identificabili, per es: nero e
bianco, uomo e donna, lavoratore o datore di lavoro.
2. è il grado di variabilità, bassa o alta, negli atteggiamenti o nel comportamento delle persone che
si trovano all’interno di ciascun gruppo. Il comportamento intergruppi è normalmente omogeneo
e uniforme mentre quello interpersonale è caratt dalla gamma normale di differenze individuali.
3. è il grado di variabilità negli atteggiamenti e nel comportamento di un individuo nei confronti
dei membri degli altri gruppi.
La stessa persona si comporta in modo simile nei confronti di numerose altre persone differenti oppure
mostra una riso differenziata?
TAJFEL colloca tutto il comportamento sociale lungo un continuum che va dalla polarità intergruppi
alla polarità interpersonale. Nel primo caso l’interazione è considerata determinata dall’appartenenza
ai vari gruppi e dalle relazioni tra loro; nel secondo caso, dipende dagli individui, dalle caratt personali
e dalle relazioni interpersonali.

TURNER vede il concetto di sé formato da 2 elementi:


• l’identità personale: si riferisce ad autodescrizioni sulla base delle caratteristiche individuale, per
es/ “sono un tipo amichevole” oppure “sono un amante del blues”;
• l’identità sociale: denota descrizioni in termini di appartenenza a categorie, per es/ sono una donna,
oppure, sono un tifoso del milan.
Ciò delinea l’idea secondo cui l’appartenenza ad un gruppo è parte dell’identità delle persone. Essa
permette di attribuire un significato a diversi comportam degli individui nei confronti di altri gruppi e ci
fa comprendere come mai i membri di un gruppo mostrino di frequente una uniformità di atteggiamenti
e comportamenti. La motivazione a tale uniformità deriva dal fatto che gli individui, nel definirsi come
membri di un gruppo particolare, stabiliscono un’associazione tra se stessi e i vari attributi e le norme
comuni che sperimentano nel far parte di quel gruppo. In tal modo gli individui di un gruppo vedono i
membri di altri gruppi in modi stereotipati e vedono se stessi come esseri relativamente intercambiabili
con gli altri nel proprio gruppo.
Per illustrare qsta distinzione interpersonale-gruppo possiamo usare i risultati di 2 esperimenti. Il primo
esempio è tratto da uno studio condotto da DOISE, DESCHAMPS e MEYER: a dei bambini veniva
chiesto di osservare una serie di foto di ragazzi e successivamente di ragazze. Davanti ad ogni foto i
bimbi dovevano scegliere in un elenco di aggettivi quelli che meglio si applicavano all’immagine in
questione. Nella condizione sperimentale i bimbi sapevano fin dall’inizio dell’esistenza di due serie di
foto; il gruppo di controllo invece no, quindi la seconda serie di foto giungeva inattesa. Si può ipotizzare
che la variabile genere fosse meno saliente per i bimbi nell’effettuare la prima serie di valutazioni. La
seconda condizione di controllo potrebbe essere classificata come + interpersonale della prima,
considerata invece + gruppale. Le valutazioni dei bimbi si sono dimostrate coerenti con qsto assunto.
Nella condizione sperimentale esse seguivano criteri di genere, nel senso che le foto maschili e
femminili difficilmente venivano qualificate in base agli stessi tratti. Nella condizione di controllo i
bimbi prestavano maggiore attenzione alle caratteristiche specifiche di ciascuna immagine: le diff
percepite fra le foto maschili e quelle femminili erano minori, come minore era la somiglianza
all’interno di ciascuna categoria.
Il secondo esempio è tratto dalla ricerca di DEUTSCH e GERARD sul conformismo. Lo studio è
modellato su quello di ASH, che dimostra che gli individui possono essere indotti a fornire risp
sbagliate ad un quesito fisico elementare dalla presenza di una maggioranza che dà giudizi unanimi ma
scorretti. Qsti autori hanno mostrato che è possibile incrementare qsto conformismo definendo l’insieme
dei soggetti che fanno parte dell’esperimento come un gruppo dotato di uno scopo definito.
Osservazioni:
1. Ciò che distingue il comportamento interpersonale dal comportamento di gruppo non è
principalmente il numero di persone coinvolte.
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2. La distinzione interpersonale-gruppo è basata su una dimensione continua e non costituisce una
dicotomia. La maggior parte delle situazioni sociali contiene elementi che sono parte di entrambi
i comportamenti, interpersonale e di gruppo.
3. L’accettazione dell’esistenza di qste differenze rende necessarie delle teorie piuttosto diverse per
comprendere i processi di gruppo rispetto a quelle che utilizziamo normalmente per spiegare il
comportamento interpersonale. Le teorie del comportamento interpersonale tendono a invocare
due tipi di processi: il primo è l’azione di qualche fattore interno all’individuo; l’altro è la natura
della relazione tra gli individui. Le variazioni nel comport individuale sono spiegate o in termini
di differenze fra le persone o in termini di differenza fra le relazioni. Ma nel momento in cui
abbiamo a che fare con situazioni di gruppo tali spiegazioni risultano meno utili perché 2 delle
caratteristiche di base delle situazioni di gruppo riguardano le uniformità tra gli individui e non
le loro differenze.
L’applicazione diretta di teorie sul comportam interpersonale a contesti di gruppo è in se stessa piena di
difficoltà e per qsta ragione è necessario utilizzare le teorie alternative che riguardano in specifico il
comportam di gruppo.

4: Nascita del comportamento collettivo: la folla come gruppo


4.1: Deindividuazione e comportamento nei gruppi

In un primo momento si diceva che il contesto della folla faceva regredire le persone a modalità di
condotta primitive e istintive. Secondo LE BON l’anonimato, il contagio e la suggestionabilità, fattori
che riteneva costitutivi della folla, determinano nei singoli una perdita della razionalità e di identità,
creando invece una mente di gruppo. Sotto l’influsso di qsta mente collettiva e liberi dalle normali
costrizioni sociali, si scatenano gli istinti distruttivi degli individui, dando luogo ad una violenza
sfrenata e ad un comportamento irrazionale.
ZIMBARDO ha preso spunto dalle idee di Le Bon e ha creato un modello contenente delle variabili di
entrata (input), alcuni cambiamenti psicologici intervenienti e il comportamento risultante.
I 3 input + importanti sono: l’anonimato, la responsabilità diffusa e l’ampiezza del gruppo.
Secondo Zimbardo, essere parte di un ampio gruppo fornisce agli individui un velo di anonimato e
diffonde la responsabilità personale per le conseguenze delle proprie azioni. L’autore ritiene che ciò
conduca alla perdita di identità e ad una minore preoccupazione per la valutazione sociale. Tutto qsto
stato psicologico viene da lui chiamato deindividuazione. In tal modo il comportam in uscita risulterà
impulsivo, irrazionale e regressivo, poiché non è soggetto all’abituale controllo sociale e personale. Il
punto principale di qsta teoria è che il comportam degli individui subisce un processo degenerativo in
situazioni di folla. Per provare qsta teoria Zimbardo fece degli esperimenti: sotto il pretesto di svolgere
un esperimento sull’apprendimento, veniva fornita ai gruppi di partecipanti l’opportunità di
somministrare scariche elettriche leggere, ma che a loro apparivano reali, al presunto allievo
nell’esperimento. In alcuni condizioni qsti partecipanti venivano deindividuati domandando loro di
indossare un camice largo e privo di forma e un cappuccio; in altre condizioni conservavano la loro
identità. I risultati confermarono la sua teroie: la durata delle scariche somministrate fu di lunghezza
quasi doppia nella condizione di deindividuazione rispettoa all’altra. Ma in un esperimento successivo
con dei soldati belgi, si ottenne un risultato opposto: coloro che erano in condizioni di anonimato
somministravano scariche di lunghezza + breve rispetto agli altri. Zimbardo suggerì che ciò avveniva
perché i soldati, essendo in uniforme, erano già deindividuati.
Conferme alla teoria di Zimbardo si sono avute con lo studio di JAFFE e YINON, nel quale sono state
messe a confronto le scariche somministrate da singoli individui con quelle fornite da gruppi composti
da 3 persone. Coloro che partecipavano come membri di un gruppo somministravano regolarmente
scariche + forti. Un tale fenomeno di deindividuazione può avvenire attualmente nelle comunicazioni
via elettronica.
DIENER ha trovato che l’anonimato non ha effetti sul comportam aggressivo e che l’appartenenza ad
un gruppo lo diminuisce. Durante un esperimento D. mise in luce che quando i sogg venivano sottoposti
ad una serie di attività ideate allo scopo di creare coesione di gruppo, in una seconda parte

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dell’esperimento esibivano comportamento + insoliti e disinibiti rispetto a coloro che avevano avuto una
esperienza iniziale che li aveva resi + consapevoli di sé.
JOHNSON e DOWING trovarono che la deindividuazione può dar luogo ad un aumento di comportam
prosociale. Gli autori posero a confronto condizioni di anonimato e condizioni di individuazione. Solo
nella condizione di individuazione sugli abiti dei sogg erano stati applicati i nomi dei soggetti.
Nell’esperimento modificarono anche le norme prevalenti della situazione. In metà delle condizioni,
l’abito era simile alla divisa del Ku Klux Klan. Nelle condizioni restanti, du chiesto ai partecipanti di
indossare un abito dall’aspetto anonimo ma che si supponeva fosse l’abito dell’infermiera.
Nell’esperimento di apprendimento successivo, coloro che indossavano l’uniforme da infermiera
scelsero di diminuire le scariche somministrate, specialmente nelle condizioni di deindividuazione.
Effettivam la deindividuazione non aumentò l’aggressività in modo significativo, anche per coloro che
indossavano la divisa del Ku Klux Klan.
DIENER sostiene che l’elemento chiave nel comport della folla è la perdita della consapevolezza . I
fattori presenti in alcune situazioni di folla, portano le persone a dirigere la propria attenzione
all’esterno e meno su se stesse e sugli standard personali. Il risultato è che il comportamento delle
persone diventa meno soggetto ad una regolazione interna e più influenzato da indizi e norme
immediate presenti nell’ambiente. Qste non determinano sempre azioni violente ma cambiano da
situazione a situazione.
MULLEN da un’analisi condotta sui resoconti giornalistici di casi di linciaggio dice che aumentando la
dimensione la folla perde la capacità di prestare attenzione alla sua condotta. Più ampia è la folla, + essa
tende a perdere la consapevolezza di sé e + è disposta, nel contesto situazionale del linciaggio, a
compiere atrocità.

4.2: Il comportamento della folla nella prospettiva intergruppi

Per Diener e Zimbardo, l’essere in una folla produce una perdita d’identità e di conseguenza una perdita
di autocontrollo. Ma ciò avviene sempre??
REICHER sottolinea 2 caratteristiche delle folle:
• molte situazioni di folla coinvolgono quasi sempre + di un gruppo. Qsto aspetto, che il comportam
della folla sia un comportam intergruppi, è stato ignorato da tutte le teorie precedenti.
• In una folla gli individui spesso assumono una nuova identità invece di diventare anonimi.
Quindi secondo R.,il comportam delle folle implica un cambiamento anziché una perdita dell’identità.
Accanto a qsto cambiamento si osservano delle modificazioni negli standard di comportamento che
vengono ritenuti appropriati o normativi. Qsti sono ora determinati dal gruppo anziché dai fattori privati
o ambientali.
In conclusione:
1. Il pessimismo di Zimbardo e Le Bon sulle folle non sembra giustificato. Sulla base delle norme
che sono rilevanti nella situazione particolare, sia i comportam prosociali, sia quello antisociali
possono divenire + probabili in situazioni di gruppo.
2. Il comportam degli individui nelle folle non è sempre soggetto ad un processo di degradazione.
Studi indicano che il comport degli individui è regolato anche in qsta occasione, solo che da
processi psico diversi. Sembra che le folle si prefiggano spesso bersagli o scopi precisi quando
agiscono in un modo determinato, e che qste azioni siano spesso motivate dall’identificazione
con particolari categorie sociali.
3. Qsti aspetti intenzionali del comportam collettivo sono particolarmente evidenti se li si osserva
secondo una prospettiva intergruppi. In ogni forma di comportamento collettivo è sempre
possibile identificare un gruppo esterno che gioca un ruolo determinante in quanto accade.

CAP.2 PROCESSI ELEMENTARI NEI GRUPPI

1: Diventare membro di un gruppo

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Il processo attraverso il quale si entra far parte di un gruppo può provocare spesso ansia. Perché?
Potremmo chiamare tutto ciò paura dell’ignoto. Effettivam il processo attraverso il quale i membri
nuovi del gruppo acquisiscono delle norme può essere causato proprio da tentativi di ridurre l’incertezza
in una situazione nuova. Quindi l’individuo subisce dei cambiamenti entrando in un gruppo e anche il
gruppo dovrà adattarsi ai suoi membri nuovi.

1.1: La ricognizione iniziale del gruppo

Prima di far parte di un gruppo bisogna attraversare una fase importante chiamata processo di
ricognizione, ovvero si ha il compito di investigare i diversi gruppi dei quali si potrebbe entrare a far
parte e di fare una scelta. Ovviamente non siamo noi, in alcuni casi, a decidere l’appartenenza.Non
decidiamo noi il ns sesso, la ns cultura o la classe sociale. Qste appartenenze prescritte esercitano
un’influenza su di noi. Ma nel corso della ns esistenza, ci troviamo a scegliere di appartenere o meno a
numerosi altri gruppi.
LEVINE e MORELAND dicono che la scelta del gruppo al quale appartenere avviene secondo un
criterio di massimizzazione dei profitti e minimizzazione dei costi. Qsta tesi deriva da una teoria della
psico sociale chiamata teoria dello scambio sociale, che guarda alle relazioni sociali fra le persone in
termini di ottimizzazione dei profitti, di investimenti e prodotti che possono assumere tanto forme
materiali quanto forme psicologiche. Secondo qsto approccio ne deriva che le attività di perlustrazione
iniziale saranno prevalentemente incentrate sul compito di soppesare ciò che i gruppi possono fare per
noi e ciò che si attendono da noi in cambio. Quali sono i fattori che determinano la percezione
individuale dei costi e dei benefici?Qsti stessi autori hanno ipotizzato che una fonte import di info
pertinenti sia costituita dalle esperienze personali precedenti con altri gruppi. Se qste sono favorevoli, si
determinerà la tendenza a cercare di appartenere a gruppi che prevediamo possano fornirci le stesse
esperienze premianti. In una indagine su vasta scala di studenti universitari, i sogg dovevano risp a varie
domande sui gruppi ai quali erano appartenuti a scuola e valutare il grado si importanza e piacevolezza
che attribuivano retrospettivamente a qste appartenenze. Nelle valutazioni date dagli stressi studenti dei
loro possibili futuri gruppi era evidente una tendenza ad associare a qsti gruppi benefici + che costi.
Qsto fatto che gli aspiranti membri del gruppo prevedano di ricavare + benefici che costi dalla loro
appartenenza è segno di una prospettiva ottimistica. Qsto ottimismo ha una funzione di rafforzamento
del sé. Addirittura in alcune indagini viene fuori un iperottimismo, quando gli studenti percepivano +
benefici e meno costi per se stessi che per gli altri.
Le ricerche condotte suggeriscono l’ipotesi che chiunque contempla la possibilità di unirsi a un gruppo
farebbe bene a raccogliere + info possibili su quel gruppo per farsi un quadro realistico delle
conseguenze che deriveranno dall’appartenenza ad esso. Allo stesso tempo però chi si occupa del
reclutamento di nuovi membri dovrebbe evitare di rappresentare il gruppo in modo troppo roseo agli
occhi dei candidati.
Secondo HOGG un fattore che orienta la scelta delle persone è il grado in cui esse si percepiscono
simili e in linea con il membro ideale del gruppo. Le identità sociali delle persone, sia che derivino da
precedenti appartenenze di gruppo o + in generale dai processo di socializzazione sociali e culturali,
devono bene integrarsi a quella che verrà fornita dal nuovo gruppo.

1.2: I cambiamenti nel concetto di sé

La nostra identità sociale è strettamente legata alle nostre appartenenze ai gruppi. In tal modo, una delle
prime conseguenze del divenire membri di un gruppo è un cambiamento nel modo in cui vediamo noi
stessi. L’inserimento di un gruppo richiede spesso da parte nostra una ridefinizione di ciò che siamo la
quale, a sua volta, può avere delle implicazioni per la nostra autostima.
KUHN e McPARTLAND progettarono uno strumento semplice per esplorare qste definizioni di sé. Ai
sog veniva chiesto di rivolgersi la domanda “chi sono io?” e di fornire fino ad un max di 20 risp.
Trovarono che nella maggior parte dei casi la risp conteneva molti riferimenti gruppali.
MORELAND da un suo studio vide che i membri nuovi subiscono un processo di ridefinizione di sé e
che ciò può avere anche delle conseguenze a livello di comportamento. Secondo lui gli individui che
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entrano in un gruppo tendono a categorizzarsi e ad essere categorizzati come nuovi membri rispetto ai
vecchi. Nel suo esperimento fece credere a 2 membri di un gruppo di discussione, che erano nuovi per il
gruppo, affermando che i 3 membri restanti si erano già incontrati 2 volte. Di fatto tutti e 5 erano nuovi,
così i 3 restanti si comportarono come sogg di controllo. Inizialmente Moreland vide che i sogg nuovi
erano + preocc dei sogg di controllo e ipotizzò che avrebbero gradito meno le sessioni successive. Fu
poi evidente che la categorizzazione del loro mondo in membri anziani e nuovi influenzò il loro
comportamento: parlavano di + con i compagno nuovi e manifestavano con loro un maggiore accordo.
Divenire membri di un gruppo può avere anche delle conseguenze per la ns autovalutazione e per la ns
autosima. Se interiorizziamo le ns appartenenze ai gruppi come parte del concetto che abbiamo in noi
stessi, ne deriva che qualsiasi prestigioo valore associato a quei gruppi avrà delle implicazioni per le
opinioni che abbiamo circa il ns valore. Qsto fu dimostrato da STOTLAND e WOLFE, che studiarono
le conseguenze psicologiche del far parte di gruppi di laboratorio coesi e nn coesi che sperimentavano
in seguito il successo o il fallimento. I gruppi coesi furono creati massimizzando gli indicatori
dell’”appartenenza al gruppo”: i membri venivano fatti sedere accanto, erano invitati ad inventare un
nome per il loro gruppo e l’attenzione era rivolta alle somiglianze interpersonali tra di loro. Nei gruppi
non coesi le persone potevano sedersi dove volevano, il gruppo riceveva un numero senza che fosse
permesso di crearsi un nome e non veniva mai fatto riferimento ai partecipanti come ad un gruppo. Il
compito dei gruppi era svolgere un disegno di moda rispetto al quale alla metà veniva fatto credere di
aver fatto bene rispetto agli altri gruppi, e ai restanti si diceva che avevano fatto male. Nelle misure
dell’autostima qsto risultato di gruppo influenzò solo i membri del gruppo coeso: il successo o il
fallimento del gruppo avevano come conseguenza un innalzamento o un abbassamento dei livelli di
autostima. Nei membri del gruppo coeso la percezione del successo del proprio gruppo influiva sulla
valutazione che essi davano alla propria capacità di portare a termine da soli compiti futuri anche
diversi.

1.3: L’iniziazione del gruppo

MORELAND e LEVINE osservano che l’inserimento nel gruppo è sottolineato spesso da qualche
cerimonia o rituale. Qsto avviene soprattutto nei gruppi o nelle organizzazioni stabili o formali. Qste
cerimonie i iniziazione possono assumere forme diverse che vanno da un caldo benvenuto durante il
quale il novizio riceve elogi e un trattamento favorevole, ad un’esperienza distintamente spiacevole nel
corso della quale il nuovo viene preso in giro, messo in imbarazzo o sottoposto ad aggressione fisica.
Le funzioni dei rituali sono 3:
• Funzione simbolica per i membri e per il nuovo venuto: queste cerimonie svolgono una funzione
simbolica sia per il nuovo venuto, sia per il gruppo stesso. Nel nuovo venuto
favoriscono il processo di transizione dell’identità. A iniziazione conclusa
l’individuo può sentirsi diverso da quel che era. Anche il gruppo può avere
bisogno di simboli per definire i suoi confini.
• Apprendistato: alcune procedure di iniziazione possono servire come apprendistato per l’individuo,
introducendolo agli standard normativi del gruppo e alle competenze rilevanti
necessarie per adempiere in modo efficace alle sue funzioni di gruppo.
• Suscitare lealtà nel nuovo membro: si riferisce in particolare alle iniziazioni che comportano un
trattamento favorevole o dispense speciali per il novizio.
Le esperienze negative intuitivamente sembrerebbero scoraggiare l’aspirante membro anziché
stimolarlo ad unirsi e ad identificarsi con il gruppo. ARONS e MILLS suggerirono che per la > parte
degli individui è raro che l’esperienza della vita di gruppo sia del tutto positiva. Qsto allora può
indebolire la coesione di gruppo. Secondo loro i gruppi possono cercare di contrastare qsti effetti
sottoponendo i propri membri a un’iniziazione dolorosa o disagevole. Ciò avviene perché la
consapevolezza da parte delle persone di aver subito l’esperienza spiacevole di essere ammesse nel
gruppo è incompatibile con la scoperta successiva che alcuni aspetti del gruppo non sono come avevano
previsto. Qsta percezione di incoerenza è psicologicamente spiacevole e le persone cercheranno di modi
per ridurla. Quindi + severa è l’iniziazione, + il gruppo sembra attraente.

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Per mettere alla prova qsto fecero un esperimento: reclutarono delle studentesse universitarie per
partecipare a discussioni di gruppo sulla psico del sesso, facendo loro credere che avrebbero preso parte
ad un gruppo di discussione già costituito. Vennero sottoposte ad un pre-test che consisteva nel leggere
a voce alta del materiale di carattere sessuale. Nella condizione di iniziazione severa le ragazze
dovevano leggere dei brani molto coloriti tratti da romanzi sessualmente espliciti. Nella condizione
moderata, dovevano solo leggere a voce alta 5 parole che avevano una certa connotazione sessuale ma
che non erano oscene. Dopo di che presero parte alla discussione.Il brano che poi ascoltarono nel
gruppo di discussione era una conversazione noiosa e pomposa sul comportamento sessuale secondario
degli animali inferiori. Dopo ai soggetti fu chiesto di valutare sia la discussione, sia il gruppo. Le
studentesse che avevano sperimentato il trattamento severo valutarono sia la discussione che i suoi
partecipanti in modo + favorevole.
GERARD e MATHEWSON confermarono qsto risultato. Modificarono il disegno sperimentale di
Aronson e Mills e usarono l’uso di scariche elettriche leggere o intense come procedura di iniziazione.
Ciò venne fatto per aggirare la spiegazione alternativa dell’eccitazione sessuale. Nella condizione di
controllo si presumeva fossero semplicemente parte di un esperimento psicologico, mentre nelle
condizioni sperimentali erano chiaramente legate ad una successiva esperienza di gruppo. Lo scopo di
qsta manipolazione era quello di verificare se fosse l’esperienza spiacevole in sé e il sollievo seguente a
causare gli effetti, o il fatto di essere una iniziazione spiacevole. Le valutazioni della discussione di
gruppo, noiosa, e dei suoi partecipanti furono in generale + favorevoli quando le scariche elettriche
erano viste come un’iniziazione anziché come parte di un esperimento. Poi gli individui che credevano
che le scariche fossero veramente un test di iniziazione valutarono il gruppo in modo + positivo quando
le scariche erano intense rispetto a quando erano leggere.

2: Interdipendenza e processi di gruppo

Un fattore comune alla maggior parte dei gruppi è che i membri sono interdipendenti; le esperienze, le
azioni e i risultati di un individuo sono legati in qualche modo alle esperienze, alle azioni, ai risultati
degli altri membri del gruppo.
Lewin fu il primo ad osservare l’importanza dell’interdipendenza nella formazione e nel funzionamento
dei gruppi. Ha fornito 2 idee chiave:
1. L’interdipendenza del destino: Lewin credeva che i gruppi nascessero in senso psicologico non
perché i loro membri fossero necessariamente simili tra di loro; piuttosto un gruppo esiste
quando gli individui che lo compongono si rendono conto che il loro destino dipende dal destino
del gruppo nell’insieme. L’importanza dell’interdipendenza del destino(trovarsi nella stessa
barca) fu dimostrata sperimentalmente da RABBIE e HORWITZ che cercarono di stabilire
quali fossero le condizioni minime per la formazione di un gruppo. Alcuni bimbi delle scuole
elementari danesi, mai visti in precedenza fra di loro, vennero suddivisi in piccoli gruppi
secondo criteri casuali(4). I gruppi furono definiti “verde” e “blu”. Alcuni bimbi venivano
informati che uno dei gruppi avrebbe ricevuto una ricompensa per l’aiuto fornito nella ricerca,
mentre l’altro, no. Qsto destino comune di ricompensa o deprivazione era deciso dal lancio di
una moneta. Nella condizione di controllo qsta esperienza non aveva luogo e così i membri del
gruppo avevano solo in comune l’etichetta del colore. Ai partecipanti fu poi domandato di
esprimere a parte le proprie impressioni sull’altro gruppo. I risultati mostrarono che nelle
condizioni in cui esisteva una certa interdipendenza sembravano esserci dei segni evidenti di
influenza del gruppo sulle valutazioni. I bimbi valutarono coloro che provenivano dal proprio
gruppo in modo+ favorevole rispetto a quelli dell’altro gruppo. Ciò avvenne indipendentemente
dal destino incontrato(ricompensa o privazione) e dal modo in cui quel destino era stato deciso.
Le valutazioni fornite dal gruppo di controllo non sembrarono mostrare tale favoritismo. Gli
autori conclusero che la sola classificazione in se stessa non era suff per formare un gruppo e
per influenzare i giudizi degli individui secondo criteri di gruppo. Ciò che sembrò necessario per
la formazione del gruppo era un qualche senso elementare di interdipendenza.
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2. L’interdipendenza del compito: Lewin affermò che è molto + importante l’esistenza di una
certa interdipendenza negli scopi dei membri del gruppo: dove il compito del gruppo è tale che i
risultati di ciascun membro hanno implicazioni per i risultati dei suoi compagni. Qste
implicazioni possono essere positive o negative. Nel primo caso il successo di un individuo
facilita direttam il successo degli altri o, in casi estremi, è effettivamente necessario affinché
anche gli altri abbiano successo. Nell’interdipendenza negative, conosciuta come competizione,
il successo di un individuo è l’insuccesso di un altro.
Per molti gruppi il fondamento vero della loro esistenza è costituito dda qualche scopo o
obiettivo comune. Che effetto hs il tipo di definizione data al compito sui processi di gruppo
successivi? DEUTSCH ipotizzò che in situazioni di interdipendenza positiva si crea una
motivazione a cooperare, ad aiutare gli altri e a considerarli piacevoli, e una forte spinta del
gruppo nel suo insieme verso il suo scopo. In situazioni di interdip negativas, invece, si
determinerà una motivazione a competere, la tendenza a considerare gli altri meno piacevoli e
un indebolimento della forza complessiva del gruppo a raggiungere uno scopo. D. mise alla
prova qste ipotesi utilizzando studenti di psicologia. A metà studenti venne detto che sarebbero
stati valutati a seconda della prestazione del loro gruppo. In realtà tutti i componenti di ogni
gruppo avrebbero ricevuto lo stesso voto. Qsti individui erano perciò positivamente
interdipendenti tra di loro. Ai rimanenti studenti fu detto che avrebbero ricevuto voti individuali
a seconda della loro prestazione all’interno del gruppo. Così si veniva a creare una
interdipendenza negativa. Videro che i gruppi che lavoravano in condizioni di interdip positiva
mostrarono una cooperazione reciproca superiore, furono visti partecipare e comunicare di + nei
compiti di discussione, provano una maggiore simpatia reciproca, erano meno aggressivi e su
alcuni indici erano più produttivi dei gruppi che lavoravano in condizioni di interdip negativa.
Ricerche successive hanno confermato qsti risultati.

3: Esecuzione del compito e mantenimento delle relazioni


3.1: Analisi dei processi di interazione

BALES parte dall’idea che la ragione di esistere di un gruppo è la realizzazione di un determinato


compito; qualsiasi attività nel gruppo è vista in definitiva come diretta verso qsto fine. B. distingue tra
comportamento diretto al compito o “strumentale” e comportamento socioemozionale, o “espressivo”.
Egli crede che le azioni degli individui in un gruppo siano indirizzate verso l’obiettivo del gruppo. Ma
nell’ambito di qsta attività strumentale possono sorgere determinati problemi che minacciano la stabilità
del gruppo e che tendono a generare tensioni. Entreranno così in gioco processi di neutralizzazione per
affrontare tali tensioni. Bales suggerisce che le tensioni presenti nel gruppo devono essere sciolte per
mezzo di attività “espressive”. Qsti processi si concentrano sulle relazioni interpersonali e si rivelano
attrav comportam che sono la diretta manifestazione delle emozioni dell’individuo o che riguardano in
qualche modo i sentimenti degli altri. Poiché qsti comportamenti socioemozionali dipendono dalle
attività dirette al compito, è + probabile che assumano una forma positiva anzichè negativa o inibitoria.
Altro aspetto importante della teorizzazione di Bales è il presupposto che i gruppi abbiano una tendenza
naturale verso l’equilibrio. Ogni azione tende a produrre una reazione. Le domande tendono a
provocare delle risp o dei tentativi di risp. Le attività strumentali devono essere equilibrate da attività
espressive. Qsto principio omoestatico è legato alla concezione di Bales dal modo in cui i gruppi
affrontano il loro compito. Qsto processo segue 3 fasi:
• Orientamento: inizialmente il gruppo deve orientarsi vs il problema che sta affrontando e prendere
coscienza di tutte le info rilevanti. Ciò comporta un incremento della comunicazione e
dello scambnio di opinioni.
• Valutazione: qste idee diff devono poi essere valutate per mettere il gruppo in grado di prendere
qualche decisione.
• Controllo: quando si avvicina il momento della decisione, i membri inizieranno ad esercitare un
controllo reciproco affinché la decisione sia formulata e applicata con successo. A qsto
stadio c’è anche la necessità si aumentare l’attività socioemozionale per ridurre qualsiasi
tensione prodotta dagli stadi precedenti.
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Sulla base di qste idee Bales progettò uno schema di codifica per l’osservazione e l’analisi delle
interazioni di gruppo, chiamato analisi dei processi di interazione o IPA. In qsto schema l’interazione
del gruppo viene spezzata in una serie di “atti” microscopici. Un atto è essenzialmente la + piccola parte
di comportamento significativa e identificabile che un osservatore può percepire. Ciascun atto viene
classificato dall’osservatore in una delle 12 categorie mutamente esclusive.
Al termine del periodo di osservazione è possibile contare il num di comportam codificati in ciascuna
categoria e fornire un profilo dell’interazione di gruppo nell’insieme o degli individui nel gruppo, o la
quantità di tempo che ciascun individuo ha trascorso interagendo con ciascuno degli altri e in che modo.
Alcune conclusioni+ importanti che sono emerse dalle ricerche con l’IPA sono: alcuni membri del
gruppo parlano + di altri;chi parla di + tende a ricevere la massima attenzione da parte del gruppo; la
discrepanza tra colui che è il primo ad assumere l’iniziativa nel gruppo ed i suoi pari aumenta con le
dimensioni del gruppo, infatti i i gruppi di grandi dimensioni tendono ad essere + dominati da un unico
individuo; individui diversi nel gruppo tendono a prevalere in categorie di codifica particolari
suggerendo una certa specializzazione di ruoli.
In tutto qsto lavoro però manca un riferimento ai dati + soggettivi provenienti dal gruppo stesso.
All’inizio Bales evitò qsta fonte di info ma successivamente corresse qsta dimenticanza rivolgendo la
sua attenzione alla natura delle relazioni all’interno del gruppo per come sono percepite dai membri
stessi.

4: La coesione del gruppo


4.1: Che cos’è la coesione?

Nel linguaggio quotidiano è coeso quel gruppo capace i restare unito e al quale i suoi membri
desiderano continuare ad appartenere. Secondo alcuni ricercatori la coesione costituisce la somma dei
legami interpersonali esistenti fra i vari membri del gruppo(Lott e Lott). Ovvero è coesivo quel gruppo
i cui membri si piacciono fra loro. Non solo, ma è possibile misurare il grado di coesione guardando al
livello di attrazione reciproca fra i membri. Ci sono però 3 critiche :
• Hogg ha rilevato che una concettualizzazione del genere è troppo semplicistica; riduce un fenomeno
essenziale del gruppo ad una sommatoria di singole proprietà individuali, come a dire che il gruppo è
la somma dei suoi elementi.
• Inoltre un gruppo può restare coeso anche quando i membri non si piacciono fra loro.
• Il fatto di concepire la coesione in termini di relazioni dirette fra i membri impedisce di applicare il
concetto ai gruppi + ampi, nei quali i membri, spesso, non si conoscono affatto fra di loro.
HOGG, per risolvere qsta difficoltà, definisce la coesione come attrazione dei membri all’idea di
gruppo, alla sua immagine prototipica condivisa e al modo in cui essa si riflette nelle caratteristiche e
nella condotta del membro tipico. Un gruppo è coeso, quindi, nella misura in cui i suoi componenti si
identificano con forza nelle sue caratteristiche e nei suoi ideali distintivi. Qsta prospettiva deriva dalla
teoria dell’autocategorizzazione di Turner, secondo la quale l’assimilazione al prototipo di gruppo
interno e il contrasto rispetto al prototipo di gruppo esterno, costituiscono i processi di base che
determinano il comportamento di ogni gruppo. Secondo Hogg la coesione del gruppo scaturisce
dall’attrazione sociale nei confronti degli altri membri del gruppo in quanto tali, + ancora che in quanto
individui

4.2: Le origini della coesione

I primi lavori sull’origine della coesione sono incentrati su fattori ritenuti associati all’attrazione
interpersonale. Il + elementare è la prossimità fisica , che producendo solitamente un aumento della
frequenza di interazione, accresce il gradimento reciproco, probabilmente grazie alla scoperta da parte
dei sogg interagenti di una comunanza di atteggiamenti e di gusti.
FESTINGER, SCHACTER e BACK hanno dimostrato che i gruppi amicali tendono a formarsi fra
persone che abitano nello stesso blocco di appartamenti e spesso sullo stesso pianerottolo. Sono riusciti
a dimostrare che qsti gruppi erano tali rilevando la presenza di sistemi normativi specifici all’interno di

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ciascun isolato. Qsti sistemi normativi accrescono l’uniformità delle opinioni espresse dai membri del
gruppo e rafforzano il gradimento reciproco.
Non sempre però la somiglianza fra i membri costituisce un fattore importante di coesione. Nei gruppi
orientati al compito può essere proprietaria la facilità nel raggiungere l’obiettivo. ANDERSON ha
dimostrato questo fatto: ha formato gruppi di laboratorio composti di persone accomunate da valori
condivisi o prive di qsto elemento di somiglianza. L’obiettivo di qsti gruppi era di progettare un nuovo
dormitorio per studenti. L’obiettivo poteva essere facilitato o ostacolato, a seconda delle condizioni
sperimentali, offrendo ai membri del gruppo informazioni e materiali di formazione simili o viceversa
differenti. La coesione veniva misurata da una semplice domanda fatta dal ricercatore alla fine della
discussione: “desideravano i partecipanti continuare a far parte del gruppo in un successivo incontro?”.
I risultati furono: la maggioranza di coloro che avevano avuto modo di interagire + direttamente sul
compito sosteneva di voler restare nel gruppo contro una percentuale inferiore di coloro che avevano
preso parte alla condizione meno favorevole. La somiglianza di valori non aveva alcun effetto sul
desiderio di continuare a far parte del gruppo.
L’interdipendenza positiva rispetto al compito costituisce un ingrediente importante in molti gruppi e
conduce tendenzialmente a un miglioramento del morale e della prestazione. Qsta non è il solo fattore
che influisce sulla coesione del gruppo, poiché quest’ultima è determinata anche dalla natura dalle
relazioni in gioco con altri gruppi. SUMNER ipotizzò l’esistenza di un legame funzionale fra conflitto
intergruppi e coesione. Lo stesso SHERIF osservò qsto nel suo esperimento del “campo estivo”: man
mano che la competizione fra i gruppi si intensifica, ogni gruppo diventa internamente + unito.
Quali sono le conseguenze dell’esito della competizione sulla coesione del gruppo? Il senso comune
suggerisce che, quando il risultato è a favore dell’ingroup, la coesione aumenta mentre quando
l’ingroup risulta perdente possono sorgere forza che producono risentimento e disintegrazione. MYERS
ha confermato qsta ipotesi:ha messo a confronto per 4 settimane le modificazioni che intervenivano nel
morale di alcuni gruppi di allievi fucilieri dell’esercito impegnati rispettivamente in gare competitive e
in gare non competitive. La competizione intergruppi aveva l’effetto di migliorare il morale di gruppo.
In generale i gruppi migliori erano quelli che mostravano il morale migliore. Da qsti studi si ricava che
il successo genera coesione mentre il fallimento abbassa il morale. L’esperienza ci dice però che
l’insuccesso non abbassa sempre la coesione e il morale.
Ci sono prove empiriche a favore della tesi secondo cui la reazione positiva a risultati negativi possa
essere ricondotta a processi evolutivi. In uno studio che poneva a confronto gruppi di bimbi, venivano
collocati dei bimbi di 3, 5, 7 e 9 anni in due squadre, una veloce e una lenta, in vista di una gara al gioco
dell’uovo e del cucchiaio. Un’ampia maggioranza dei mebri della squadra veloce voleva continuare a
farvi parte,in tutti e 4 i gruppi di età studiati. I membri del gruppo lento mostravano generlemne una
reazione opposta, ad eccezione dei sogg di 5 anni. E’ possibile che qsto forte attaccamento al gruppo sia
associato ad un + marcato orientamento gruppale in qsta età che si esprime sottoforma di forte
identificazione con il proprio genere e con il proprio gruppo entico.
Come può essere spiegato qsto processo di mantenimento della coesione a fronte di fallimenti ripetuti?
Secondo TURNER il fenomeno ha a che vedere con la presenza di una forte identificazione col gruppo
e di un’intensa partecipazione ad esso, promossa dalla scelta iniziale di appartenervi. Rifacendosi alla
teoria della dissonanza cognitiva, qsti ricercatori sostengono che, quando ci si sente responsabili del
proprio comportamento, se il comport adottato si traduce in conseguenze negative può accadere che si
giustifichino qste conseguenze negative accrescendo l’identificazione col gruppo. Es: ho scelto di
entrare in qsto gruppo perché mi piaceva. Il gruppo non ha raggiunto i suoi obiettivi. Mi chiedo allora
perché mi sono unito a qsto gruppo se non è così buono come sembrava. Se l’ho fatto è perché doveva
essere + importante per me di quanto pensassi in origine.
Per valutare qsta ipotesi,TURNER progettò un esperimento che coinvolgeva un gruppo di ragazze in
una gara di problem solving fra gruppi. La principale variabile indipendente era costituita dalle credenze
delle ragazze circa la loro appartenenza al gruppo: alcune credevano di aver scelto il gruppo di
appartenenza; altre credevano che la decisione fosse stata presa dagli sperimentatori. Dopo la gara
vennero somministrate diverse scale di misura dell’autostima e della coesione. I gruppi a scelta
“volontaria” manifestavano maggiore coesione e + alti livelli di autostima sia in caso di sconfitta sia in
caso di vittoria.
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Secondo una visione funzionalista, l’attaccamento al gruppo dipende dalla capacità di qst’ultimo di
saturare certi bisogni (di affiliazione o di raggiungimento di obiettivi).
HOGG ha sostenuto che la forma + elementare di coesione deriva dal processo di categorizzazione, in
particolare dalla tendenza a dicotomizzare il mondo in ingroup e autogroup. Egli si riferisce a qsto
processo con l’espressione di “attrazione sociale”, e ritiene che essa derivi dal desiderio dei membri di
un gruppo di avvicinarsi il + possibile a quella che a loro avviso costituisce la posizione prototipica del
proprio gruppo. Sviluppando così un attaccamento verso coloro che + incarnano il prototipo, anche
quando non abbiamo molto altro in comune con essi sul piano personale.
Da qsta analisi derivano 2 implicazioni:
• Le due forme di coesione sociale e interpersonale dovrebbero essere indipendenti e
distinguibili sul piano degli effetti e dei fattori che la producono.
• La coesione sociale dovrebbe essere osservabile anche in gruppi per altri versi
“antipatici”.
Qste 2 previsioni hanno trovato solo in parte un riscontro empirico. Alcuni studi hanno evidenziato che
la correlazione fra attrazione sociale e membri tipici del gruppo è generalmente maggiore di quella fra
attrazione interpersonale e membri tipici.

4.3: Conseguenze della coesione

1. La relazione fra coesione e prestazione, pur essendo statisticamente significativa, non è così
marcata e varia a seconda dei contesti di gruppo.
2. Sembra che la coesione fondata sull’impegno a realizzare il compiro di gruppo coincida in modo
+ determinante sulla prestazione della coesione fondata sull’attrazione interpersonale. Se, allora,
l’aumento della coesione esercita effetti benefici sulla produttività di gruppo, ciò accade soprattutto in
perché i mebri di identificano con gli obiettivi del gruppo e non tanto perché si piacciono di +.
3. Non è detto che la direzione di causalità vada sempre dalla coesione alla prestazione.
BAKEMAN e HELMREICH fecero uno studio condotto su 10 squadre di sommozzatori che venero
osservate da esperti per 182 gg di immersioni. Dalle osservazioni ricavarono misure della coesione,
derivate dagli scambi di conversazione dei membri delle squadre, e della prestazione, intesa come
percentuale di tempo spesa in comportamenti operativi, a diversi livelli di immersione. Emerse che un
livello superiore iniziale di prestazione in un’immersione di gruppo era correlato ad un aumento
successivo della coesione, mentre una iniziale coesione non era attendibilmente collegata ad una
successiva prestazione.
Secondo BERKOWITZ e SCHACHTER l’effetto primario della coesione è di accrescere alle norme
prevalenti nel gruppo + che di agire sulla prestazione in sé. Se le norme presenti favoriscono un
aumento della produttività è possibile che la coesione accresca la prestazione. Se però le norme
inibiscono la produttività accade che l’accresciuta coesione porti ad una riduzione della prestazione.
SCHACHTER e colleghi sono riusciti a verificare la seconda di qste previsioni e nn la prima. Crearono
gruppi ad elevata e a scarsa coesione;successivamente vennero impegnati in un compito. Ciascun
membro del gruppo doveva svolgere un singolo elemento del compito da solo in una piccola stanza che
lo separava dai compagni. In qsto modo i ricercatori furono in grado di controllare la comunicazione
intercorrente fra i membri del gruppo. Intercettando la comunicazione dei partecipanti e sostituendole
con altri sms, S. e colleghi riuscirono a generare fra le diverse condizioni sperimentali, standard di
prestazione differenti. La prestazione nelle condizioni dove lo standard di prestazione era basso
migliorava sensibilmente nei gruppi + coesi, ma non in quelli meno coesi. Nelle condizioni dove lo
standard di prestazione era alto non si evidenziava alcun effetto corrispondente nella direzione aopposta.
Gli eventuali effetti della coesione sulla prestazione, quindi, sono mediati dalla presenza di norme che
accrescono la produttività. In realtà, qsta conclusione finisce per diventare un caso specifico di una
conseguenza + generale della coesione del gruppo che è quella di accrescere l’adesione alle norme
rilevanti nel contesto.

5. L’acquisizione e lo sviluppo di norme di gruppo

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I gruppi utilizzano modalità diverse di vedere il mondo; possiedono valori e atteggiamenti diversi; e si
comportano in modo abbastanza unico. Alla base di tutte qste diversità ci sono sistemi di norme, sistemi
che possono essere individuati in ogni gruppo umano immaginabile.
Una norma è una scala di valori che definisce una gamma di atteggiamenti e comportamenti accettabili
( e non) per i membri di un’unità sociale. Le norme specificano, in maniera + o – dettagliata,
determinate regole concernenti il modo in cui gli individui dovrebbero comportarsi e costituiscono così
la base di aspettative reciproche tra i membri del gruppo.
Uno dei primi tentativi di documentare il processo attraverso il quale le norme di gruppo vengono
incorporate dai nuovi membri, fu lo studio di NEWCOMB, di un college americano negli anni ’30, “the
Bennington Study”. Qsto college era un piccolo istituto privato con un carattere politico fortemente
liberale. Tuttavia reclutava soprattutto studenti di famiglie medioalte molto conservatrici. Newcomb
mostrò attraverso uno studio di gruppi di studenti che i loro atteggiamenti inizialmente conservatori
subivano un rovesciamento radicale durante la loro carriera universitaria. Nel 1936 nel college fu
tenuta un’elezione finta. Gli studenti del primo anno votarono in massa a favore del candidato
repubblicano conservatore; gli studenti del 3 e 4 anno invece votarono a favore del candidato liberale.
Possiamo però obiettare a Newcomb che non è stato corretto confrontare gruppi di età diversa
all’interno del college. Forse egli aveva solo scoperto un aspetto della maturazione e non un effetto
delle norme di gruppo.
SIEGEL e SIEGEL fecero uno studio in una università in cui c’erano 2 tipidi alloggio: uno tradizionale
e gestito con criteri restrittivi, del tipo studentato femminile; l’altro era gestito in maniera + permissiva,
del tipo case dello studente. L’assegnazione degli alloggi venne fatta in maniera casuale. I ricercatori
misurarono gli atteggiamenti degli studenti in qsti diversi alloggi all’inizio e al termine del loro primo
anno di università, usando una scala di autoritarismo. I gruppi all’inizio dell’anno sarebbero dovuti esser
quasi equivalenti, infatti il punteggio della scala dell’autoritarismo era di 103 per quelli che stavano
nell’alloggio studentato femminile e di 102 per l’altro gruppo. Alla fine dell’anno il punteggio medio di
autoritarismo nel gruppo + aperto era caduto di ben 15 punti, mentre nello studentato femminile +
conservatore era diminuito di 4 insignificanti punti.

Osservazioni sul processo di inserimento nel gruppo condotte su bimbi che si univano ad un gruppo
per la prima volta hanno mostrato come gli individui giungono ad incorporare nel proprio
comportamento, standard di gruppo preesistenti. E’ stato visto che i membri nuovi di gruppi di bimbi
trascorrono un certo tempo cercando di scoprire quali sono le regole di base appropriate prima di entrare
completamente a far parte del gruppo.
Sono state raccolte prove convincenti a favore dell’ipotesi che il gruppo dei pari eserciti un’influenza
pari se non maggiore a quella dei genitori e della famiglia sullo sviluppo, sugli atteggiameni e sul
comportamento dei bimbi.

5.1: Funzioni individuali e sociali delle norme

Per l’individuo, le norme fungono da strutture di riferimento attraverso le quali viene interpretato il
mondo. Possono essere viste come sistemi di costrutti, ai quali sono associati valori, che portano ordine
e prevedibilità a tutto ciò che circonda un individuo. Le norme sono utili in situazioni nuove o ambigue
dove possono funzionare da suggerimenti sul comportamento appropriato da adottare.
L’idea delle norme come punti di riferimento fu illustrata in modo eccellente da SHERIF, il quale usò
un’illusione ottica nota come effetto autocinetico. L’illusione può essere sperimentata fissando un
puntino luminoso in una stanza completamente buia. Molto presto la luce sembra muoversi
irregolarmente anche se la fonte rimane ferma. Sherif mostrò qsta illusione a ciascuno dei suoi soggetti
e domandò loro di effettuare una stima sull’ampiezza dell’oscillazione in ciascuna occasione. Dopo un
centinaio di prove S. trovò che le valutazioni di ciascun soggetto tendevano a stabilizzarsi intorno ad un
determinato valore medio idiosincratico. Sherif allora condusse lo stesso esperimento con gruppi di 2 e
3 soggetti e vide che le stime del movimento fatte dai soggetti convergevano finchè non davano delle
risp quasi indistinguibili l’una dall’altra. Ovvero, avevano sviluppato una norma di gruppo primitiva
con la funzione di costringere i loro giudizi all’interno di limiti piuttosto ristretti. Una interpretazione
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evidente è che i giudizi degli altri presero il posto dei rilevatori fisici abituali che aiutano nella
percezione visiva. La norma di gruppo serviva da struttura di riferimento utile in una situazione
altrimenti completamente destrutturata e forse un po’ generatrice di ansia
Le norme svolgono anche altre funzioni sociali ugualmente utili, per esempio:
• contribuiscono a regolare l’esistenza sociale e di conseguenza aiutano a coordinare le attività dei
membri del gruppo. Qsta funzione di regolazione sociale è legata alla prevedibilità alla quale le
norme contribuiscono ad un livello individuale.
• Saranno strettamente legate agli scopi del gruppo. Quando un gruppo sviluppa uno scopo
chiaramente definito emergeranno inevitabilmente delle norme che facilitano i comportamenti in
linea con l’obiettivo e scoraggiano quelli che vanno contro al suo raggiungimento.
• Possono servire per migliorare o mantenere l’identità di gruppo.

5.2: Variazioni delle norme

Non si dovrebbe pensare che le norme stabiliscano sempre esattamente il modo in cui i membri del
gruppo dovrebbero comportarsi. In funzione dell’ambito al quale si riferiscono e della posizione
dell’individuo nel gruppo, la gamma di comportamenti accettabile (chiamata da Scherif “ampiezza di
accettazione”), può essere sia estesa che ristretta. Sulle norme generali e su quelle che si riferiscono
agli aspetti periferici della vita di gruppo ci sarà un’ampia tolleranza, mentre su questioni fondamentali
per l’esistenza del gruppo, concernenti la lealtà del gruppo, i limiti del comportamento accettabile
saranno piuttosto ristretti.
La posizione di un individuo nel gruppo avrà una grossa influenza sul grado di adesione che dovrà
mostrare nei confronti delle norme stabilite. Normalmente i membri di status elevato avranno la
possibilità di deviare dalle norme in misura superiore rispetto ai loro subordinati.
SCHERIF e SCHERIF fecero uno studio sulle bande di adolescenti negli Stati Uniti. Alcuni
osservatori partecipanti si infiltrarono all’interno di gruppi di adolescenti in diverse città americane.
Furono in grado di identificare in tutti i gruppi delle norme distinte che riguardavano numerose
questioni. La > parte dei gruppi si era data dei nomi e avevano adottato dei simboli distintivi. Spesso
qsti erano associati a rivalità con altri gruppi vicini. Il tipo di abbigliamento concesso in ogni gruppo era
spesso definito in modo rigoroso. Ciascun gruppo aveva propri valori sessuali ben distinti e regole di
condotta rigorose per quanto riguarda i rapporti con gli “esterni”.
Non è solo tra i membri del gruppo che si possono osservare variazioni delle norme. Le norme possono
anche cambiare nel corso del tempo in risposta alle circostanze mutevoli affrontate nel gruppo.
Nello studio di COCH e FRENCH i ricercatori furono testimoni di un vistoso cambiamento delle
norme di produzione in 3 gruppi di lavoro in seguito alla implementazione di un nuovo sistema di
gestione. 2 dei gruppi furono consultati dai dirigenti prima del cambiamento e furono in grado di
partecipare in una certa misura alla formulazione del sistema. Il 3 gruppo veniva solo informato del
cambiamento. Nei giorni successivi al cambiamento il ritmo di lavoro dei 2 gruppi coinvolti aumentò
costantemente, mentre per il gruppo non coinvolto, diminuì.
Ovviamente non tutte le norme sono soggette a cambiamenti. Molte abitudini e tradizioni di gruppo
sono particolarmente stabili.

CAP 3: ASPETTI STRUTTURALI DEI GRUPPI

Ci sono degli aspetti della vita del gruppo che hanno una certa stabilità. I + importanti sono quelli che
riflettono la struttura del gruppo, la cornice all’interno della quale hanno luogo i processi elementari
(quelli trattati nel capitolo2).
SHERIF e SHERIF definirono la struttura del gruppo come una rete interdipendente di ruoli e status
gerarchici. Sia il concetto di ruolo che quello di status si riferiscono a modelli di comportamento
prevedibili associati non tanto ad individui particolari nel gruppo, ma alle posizioni occupate da tali
individui. La diff tra ruolo e status è di valore. I diversi ruoli in un gruppo possono avere un valore
simile, ma posizioni di status differenti sono, per definizione, valutate in modo diverso.
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L’esistenza di diff di status è legata ad un processo sociale, quello dei confronti sociali.

1: La differenziazione di ruolo

generalmente le norme sono regole generali che si applicano nel gruppo + o – rigorosamente. Spesso,
però, troviamo che ad individui o posizioni particolari all’interno del gruppo sono associate aspettative
diverse. Qsto è ciò che si intende per differenziazione di ruolo. Talvolta i ruolo sono stabiliti
formalmente, come per esempio nelle scuole o in unità + piccole come una squadra sportiva. Tuttavia in
molti gruppo tale delimitazione netta dei ruoli non è subito evidente, per esempio tra a mici o gruppi di
discussioni informali.
SLATER fece uno studio in questa direzione, usando il sistema IPA di Bales ed osservò 20 gruppi di
problem solving nel corso di 4 sessioni consecutive. Domandò ai partecipanti di esprimere le proprie
valutazioni su colui che ritenevano avesse fornito le idee migliori nel gruppo, che si era distinto come
leader e che era piaciuto di +. Il risultato fu che l’individuo considerato come il + autorevole, non era
quello che otteneva + simpatie. Ciò suggerì a Slater che la distinzione principale di Bales tra
comportament strumentali ed espressivi potrebbe riflettersi in 2 ruoli:
lo specialista del compito (l’individuo delle idee) e lo specialista socioemozionale (l’individuo che
ottiene + simpatie). E’ stati anche visto che gli “uomini delle idee” passavano + tempo , rispetto agli
altri, inattività dirette al compito e meno tempo in comportamenti socioemozionali positivi.

Alcuni esempi + evidenti della differenziazione di ruolo si trovano nella famiglia. Si possono
identificare una serie di posizioni stabilite formalmente (genitori, figli) come pure alcuni ruoli con
funzioni + chiaramente sociali.
ZELDITCH in un’analisi interculturale tra 50 società diverse, trovò che oltre i ¾ mostravano una certa
differenziazione nell’ambito della famiglia tra ruoli relativi al compito e ruoli socioemozionali., centrati
sulle relazioni.
Secondo PARSONS e BALES i risultati di Zelditch significavano che la famiglia dovrebbe essere
considerata un piccolo gruppo che si confronta con i problemi consueti di conciliare comportamenti
strumentali ed espressici. Ritenendo che fosse difficile per un individuo assolvere simultaneamente a
qste funzioni, questi 2 autori ipotizzarono che le famiglie + efficienti e coese fossero quelle nelle quali
è presente una chiara distinzione di ruoli fra i diversi membri e conclusero che tale specializzazione
avverrebbe luogo attraverso una distribuzione dei ruoli secondo linee di genere, lasciando ai padri il
ruolo strumentale e alle madri le funzioni espressive. Qsta proposta era basata su teorizzazioni
psicoanalitiche sul presunto bisogno dei bimbi di raggiungere l’identificazione col genitore dello stesso
sesso. La teoria della famiglia di Parsone e Bales si basa sul presupposto che le attività dirette al
compito e le attività socioemozionali siano sempre incompatibili. Ma le cose non stanno così: lo stesso
individuo può talvolta adempiere ad entrambi i ruoli.
Secondo SCOTT e SCOTT in tutti i gruppi umani sarebbe presente una correlazione positiva fra
differenziazione di ruolo e solidarietà. Qsta tendenza troverebbe un’eccezione solo nelle famiglie dove
la relazione fra queste variabili è significativamente negativa.
Ci sono prove che un modello di differenziazione troppo rigido possa rappresentare un serio limite
anche nei gruppi di lavoro perché può impedire l’adattamento alle nuove situazioni.
La differenziazione di ruolo è una caratt diffusa dei gruppi e ha 3 funzioni:
1. Divisione del lavoro: i ruoli implicano una divisione del lavoro tra i membri del gruppo, che
può spesso agevolare il conseguimento dello scopo del gruppo. Uno dei problemi affrontati dal
gruppo è quello di trovare dei modi per dividere il lavoro e la responsabilità tra i suoi
membri,allo scopo di impedire il sovraccarico fisico o cognitivo nel(i) leader. Ciò significa
anche che la scelta dei ruoli può essere specifica alla situazione poiché gli scopi del gruppo
cambiano.
2. ordinare la vita di gruppo: bisogna contribuire a portare ordine nell’esistenza del gruppo.
Come le norme, i ruoli implicano delle aspettative sul comportamento proprio ed altrui, e fanno
sì che la vita del gruppo divenga + prevedibile e di conseguenza + disciplinata.

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3. creare una nostra identità:i ruoli formano anche una parte della definizione che diamo di noi
nell’ambito del gruppo, della consapevolezza di ciò che siamo. Aver un ruolo ben definito
contribuisce in modo fondamentale alla nostra identità.

2: La differenziazione di status

Non tutti i ruoli assunti dai diversi membri del gruppo sono egualmente valutati e neppure implicano lo
stesso potere di influenza e controllo sugli altri. Ogni membro è rispettato o preferito in misura diversa.
Strettamente legata al modello dei ruoli in un gruppo è l’esistenza di una gerarchia di status.
Come definire lo status??? Ci sono 2 temi ricorrenti:
• Lo status elevato implica una tendenza a dare inizio ad idee e attività che vengono continuate dal
resto del gruppo (Bales, Sherif);
• Lo status implica un certo prestigio consensuale, una valutazione o classificazione positiva da parte
degli altri nel gruppo(Homans).
La facilità e la regolarità con cui si possono osservare differenze di status nei gruppi non dovrebbero
farci pensare che la gerarchia debba restare necessariamente immutabile. SHERIF e SHERIF
osservarono cambiamenti nelle posizioni della struttura del gruppo quando i membri entravano a far
parte del gruppo e lo abbandonavano.
La differenziazione di status nei gruppi trova spiegazione nel bisogno di prevedibilità e ordine.
Come i ruoli portano con sé delle aspettative sul tipo di comportamento che adotterà la persona che li
occupa; così per le posizioni di status le aspettative riguardano la competenza delle persone nei vari
settori. Riteniamo che individui diversi nel nostro gruppo siano migliori o peggiori di noi in qsta o
quella attività, cosa che ci permette allora di assegnarli a determinati compiti in maniera appropriata.
Tutto ciò a volte può produrre profezia che si autoavverano, spingendo le persone ad adeguarsi al livello
che ci si attende da loro quando anche le loro capacità siano effettivamente superiori o inferiori.
La spiegazione + sistematica dell’influenza dello status sul comportamento proviene dalla teoria degli
stati di aspettativa. Essa ipotizza che quando un gruppo è impegnato in un compito, nella maggior
parte dei casi i suoi membri hanno già sviluppato o sviluppano rapidamente delle aspettative sulle
specifiche abilità prestazionali dei loro compagni. La funzione di qste aspettative è di punti di
riferimento psicosociali che orientano la condotta successiva e fanno in modo che i membri di presunto
status + elevato diano inizio, e abbiano la possibilità di farlo, a + idee e + attività di quelli di status
inferiore e siano, per qsta ragione, considerati + influenti. Inoltre, con un processo inferenziale non
molto corretto, i membri del gruppo tendono ad attribuire ai compagni di status superiore maggiore
competenza anche in altri settori diversi. Ciò facendo le differenze iniziali di status si rinforzano e
amplificano circolarmente. Le diff di status non emergono solo dall’interno del gruppo. Secondo questa
teoria anche tratti esterni come la razza e il genere possono fungere da caratteristiche di status a partire
dalle quali inferire le capacità prestazionali di un soggetto.

3: La valutazione di se stessi attraverso il confronto sociale

Le diff di status, non solo provvedono a funzioni utili per il gruppo nell’insimee, ma, comportandosi
come una specie di unità di misura sociale, aiutano anche l’individuo nel compito cruciale di valutare se
stesso. Se i ruoli ci permettono di conoscere chi siamo, la nostra posizione di status ci aiuta a sapere
quanto siamo capaci.

3.1: La teoria del confronto sociale

Fu proposta circa 50 anni fa da FESTINGER. Egli inizia affermando che esiste una motivazione umana
universale che ci spinge a valutare le nostre opinioni e capacità. Il fondamento di qsta convinzione è che
la vita sarebbe difficile se non avessimo un modo per valutare correttamente le nostre capacità. Ma
come otteniamo questa conoscenza di noi stessi? La cosa + ovvia sarebbe quella di ricorrere a strumenti
oggettivi, ma spesso tali misure non sono poi così prontamente disponibili. Allora Festinger suggerisce
di ricorrere all’aiuto degli altri per ottenere info sulle nostre capacità.
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Ma per ottenere una valutazione realistica delle nostre capacità, abbiamo bisogno di scegliere individui
che ci possano fornire la maggiore e la + attendibile quantità di info. Secondo F. un confronto tra
individui troppo diversi per capacità, non fornisce molte info. X qsta ragione tendiamo a scegliere per
un confronto persone che si sembrano simili. I risultati di altri individui che hanno capacità simili alle
nostre funzionano da guida per i nostri probabili risultati. Ecco perché la differenziazione di status nel
gruppo è importante. Lo è poiché fornisce ai membri del gruppo una classificazione approssimativa
delle competenze sui vari attributi, permettendo loro di scegliere degli altri confrontabili ai fini della
valutazione di sé.
L’ipotesi della somiglianza di Festinger sembra circolare. Lo scopo complessivo dell’attività di
confronto sociale è quello di scoprire le capacità di un altro individuo in modo tale da poter fare delle
inferenze sulle nostre capacità. Ma se già sappiamo che hanno delle capacità simili alle nostre, perché
dovremmo avere il bisogno di confrontarci? Goethalas e Darley suggerirono che quello che facciamo
veramente nel cercare altri simili per scopi di confronto è cercare altri che siano simili a noi in attributi
che sono in relazione con la capacità che ci interessa. Secondo loro la nostra posizione di status nel
gruppo funziona come un attributo generale. Osservando la prestazione in qualche a attività particolare
di altri di status simile, siamo in grado di dedurre la nostra competenza in quello stesso ambito.
Qsti confronti possono però fuorviare le persone rispetto ai risultati che possono raggiungere. Lo hanno
dimostrato MAJOR e il suo gruppo in alcuni studi. In uno di qsti i sogg, uomini e donne, erano
assegnati a caso a svolgere compiti di tipo differente per i quali ricevevano successivamente una
retribuzione(sempre uguale). Dopo si chiedeva ai sogg di scegliere la persona della quale avrebbero
voluto sapere la retribuzione. Le opzioni fra cui scegliere, 6 in tutto, erano le paghe medie nei 2 sessi e
nei 2 compiti e le medie della paga dei 2 sessi nei due compiti. Il solo attributo davvero pertinente era il
tipo di compito. La stragrande maggioranza sceglieva come termine di confronto la paga media del
proprio sesso nel proprio compito. Ciò voleva dire che i sogg dell’esperimento mostravano di percepire
il genere come variabile pertinente.

3.2: Con chi confrontarci?

Qualsiasi inferenza sulle nostre capacità ha conseguenze per la nostra autostima, ci sentiamo meglio se
abbiamo fatte bene qualcosa. Poiché è preferibile avere un’autostima elevata che non averne affatto, ciò
potrebbe suggerire che siamo motivati ad evitare confronti con cloro che sono migliori di noi poiché
l’esito di quei confronti è probabilmente spiacevole.
Tuttavia nemmeno il confronto con coloro che occupano posizioni inferiori nel gruppo è privo di
problemi. Se facciamo meglio in qualche compito ciò conferma la nostra superiorità, ma solo se
possiamo assumere un impegno da parte loro pari al nostro. C’è sempre il rischio che l’esito di un
confronto simile possa essere sfavorevole per noi, cosa che produce un’inferenza di inferiorità molto +
evidente.
In molte culture occidentali si attribuisce un valore alla prestazione migliore che spingerà gli individui
a cercare di superare i risultati degli altri. Qsta spinta produce, secondo FESTINGER, 2 effetti:
• Introduce una certa instabilità perché spinge i membri del gruppo a complottare tra di loro per la
posizione;
• Determina negli individui la tendenza a fare confronti con coloro che occupano posizioni +
elevate.
La conclusione è che gli individui avranno la tendenza a scegliere come termini di confronto individui
appena un po’ migliori di loro.
Ci sono occasioni in cui può essere ugualmente utile conoscere la gamma delle capacità del gruppo.
Ciò venne dimostrato da WHEELER e colleghi: diedero a gruppi di studenti una falsa scala di
personalità dicendo loro che misurava i tratti intellettuali. Ad ognuno venne riferito segretamente il
proprio punteggio e venne detto che era il punteggio medio del gruppo. Alla metà dei sogg furono poi
date info sui punteggi approssimativi dei giocatori migliori e peggiori nel gruppo. Di coloro che non
conoscevano la gamma dei punteggi nel gruppo, il 70 per cento volle conoscere il punteggio del
membro migliore. Inoltre, la seconda scelta di confronto in coloro che non conoscevano la gamma

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riguardava in modo prevalente l’individuo peggiore in classifica. Esistono quindi circostanze nelle quali
gli individui preferiscono avere info su altri diversi.
Ci sono anche circostanze in cui le persone preferiscono confrontarsi verso il basso. Una di queste si
verifica nel momento in cui le persone si trovano in situazioni particolarmente negative. In qsti casi è di
conforto sapere che ci sono persone che stanno anche peggio di noi. HAKMILLER fece un
esperimento a riguardo: i sogg venivano sottoposti ad un finto test di personalità, poi venivano
informati che il test misurava il tratto ostilità nei confronti delle figure genitoriali. Nella metà dei casi si
descriveva questa caratteristica in termini negativi e minacciosi. Nella restante metà il tratto veniva
qualificato in termini + positivi. Dopo essere stati informati dei punteggi ottenuti del test, dicendo loro
che erano stati i penultimi del gruppo, i sogg avevano la possibilità di scegliere la persona il cui
punteggio desideravano conoscere. I sogg posti nella condizione + minacciosa tendevano + degli altri a
scegliere l’individuo di rango + alto. Tutto ciò documentava un confronto verso il basso: sentendosi
minacciate le persone desideravano sapere cosa le distingueva dal + indesiderabile membro del gruppo.
Anche fuori dal laboratorio possiamo vedere che le persone spesso si rivolgono a fini di confronto ad
altre persone che si trovano in situazioni peggiori delle loro. In uno studio effettuato da BUUNK e
colleghi, studiando l’esperienza della malattia di pazienti tumorali, hanno riscontrato una maggiore
presenza di confronti verso il basso. Se è vero che i confronti verso il basso erano spesso associati ad un
vissuto positivo è anche vero che spesso erano connessi ad un vissuto negativo. Inoltre i confronti verso
l’alto, quando venivano effettuati, tendevano ad essere + collegati a vissuti positivi. La prognosi
oggettiva dei diversi pazienti non era connessa ne’ al tipo di confronto effettuato, ne’ alla qualità della
loro esperienza soggettiva. Avevano maggiore importanza due variabili personali. La prima è che i
soggetti con + alta stima di sé affermavano di sentirsi meno male dei sogg a bassa autostima,
indipendentemente dal tipo di confronto effettuato, verso l’alto o verso il basso. La seconda è che i sogg
che sentivano di avere maggiore controllo sulla loro malattia erano meno propensi a sviluppare vissuti
negativi di coloro che sentivano di avere scarso controllo.
Taylor e Lobel hanno sostenuto che mentre i confronti verso il basso possono rafforzare il sé di persone
che si sentono minacciate solo su un piano di superficie, i confronti verso l’alto possono dare speranza
e prospettive di miglioramento.

3.3: Confronto sociale e prestazione

FESTINGER fece 2 previsioni riguardo al confronto sociale e alla prestazione effettiva degli individui:
1. gli individui avrebbero la tendenza a cercare di migliorare la loro prestazione, specialmente in
rapporto a coloro che sono simili o immediatamente superiori a loro.
2. I membri di status elevato sarebbero motivati a cercare di migliorare la prestazione di quelli al di
sotto di loro con l’interazione o l’esempio e, in caso di insuccesso di qsti tentativi, potrebbero
effettivamente fornire una prestazione inferiore alle loro possibilità così da non diventare troppo
diversi dagli altri nel gruppo.
Le prove disponibili sembrano supportare la prima delle ipotesi. KOHLER, avvalendosi si una prova di
sollevamento pesi, ha dimostrato che l’esecuzione del compito in coppie o terzetti permette ai sogg di
realizzare un risultato complessivo che eccede la somma dei risultati individuali purchè la forza dei
singoli membri di questi gruppi non sia troppo disomogenea.

3.4: Valutazione della teoria del confronto sociale

Possiamo mettere in dubbio l’assunto che, in assenza di criteri oggettivi, i bisogni di valutazione di sé
trovino soddisfazione unicamente attraverso processi di controllo sociale. Albert ha proposto di
integrare la teoria di F. riconoscendo il ruolo importante giocato dai confronti temporali, dai confronti
cioè della propria prestazione attuale con quella passata o futura. Albert ha sostenuto che qsti tipi di
confronto possano assumere maggiore importanza per le persone se i confronti sociali generano esiti
sfavorevoli per il Sé. Inoltre può accadere in alcune circostanze che le persone decidano di confrontarsi
con qualche standard astratto seguendo un orientamento che abbiamo chiamato “autonomo”. Stanno
emergendo prove a conferma dell’esistenza di qste varie modalità di valutazione non sociali.
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L’importanza relativa dei confronti sociali e temporali, può cambiare nell’arco della vita. Nei primissimi
anni di vita o nelle fasi + tarde i confronti temporali e non sociali possono essere + importanti di quelli
sociali. Ma nella fanciullezza, nell’adolescenza me nell’età matura i confronti sociali saranno
predominanti. I confronti sociali servono a scopi differenti in età diverse e possono non essere sempre
guidati da bisogni di valutazione del sé.
Altro aspetto trascurato da Festinger è la possibilità che i confronti non siano limitati all’interno del
gruppo, ma possano coinvolgere anche altri gruppi.
Una terza questione riguarda la tesi non dimostrata di F. per cui i processi di confronto sociale sono
generali e vengono effettuati da chiunque in misura + o – identica. Sembra che alcune persone, più di
altre, siano strutturalmente interessate ad ottenere informazioni di confronto sociale. GIBBON e
BUUNK hanno riscontrato che i sogg con i punteggi + alti ad una scala di orientamento al confronto
passavano + tempo dei sogg con punteggi + bassi alla scala a esaminare i punteggi ottenuti dagli altri.
Possiamo chiederci in che misura i processi di confronto sociale siano intenzionali. GILBERT;
GIESLER e MORRIS hanno ipotizzato che tale attività di confronto possa in realtà essere assai meno
controllata e hanno sostenuto che i confronti avvengono spesso per amore o per forza con chiunque ci
capiti sotto tiro e che successivamente annulliamo il confronto se esso si dimostra inappropriato. Siamo
obbligati a fare dei confronti con gli altri, indipendentemente dalla loro apparente “confrontabilità”.
4 : La leadership

Una delle caratt fondamentali dei membri del gruppo di status elevato è la tendenza a proporre idee ed
attività nel gruppo. Costoro hanno mezzi per influenzare i membri del gruppo a modificare i loro
comportamenti. Tuttavia, poiché l’influenza sociale è sempre un processo reciproco, ciò che caratterizza
veramente i leader è il fatto che possano influenzare gli altri nel gruppo + di quanto siano influenzati
loro stessi.

4.1: I leader: tipi di personalità o prodotti della situazione?

Le visioni + accreditate della leadership dicono che i leader avrebbero certe caratteristiche di
personalità che li distinguono dalla gente comune. Si ritiene che i leader politici in varie parti del
mondo possiedano tutti alcuni tratti comuni che hanno permesso loro di raggiungere posizioni di potere
e quindi di esercitare un certo controllo sui popoli.
In opposizione alla teoria della personalità vi è una spiegazione nei termini delle richieste funzionali
della situazione. Secondo qsto punto di vista, il leader + efficiente in un determinato contesto è
l’individuo meglio equipaggiato per aiutare il gruppo a raggiungere i suoi obiettivi. In un altro momento
e in un altro luogo qualcun altro può emergere come leader. Qsta tesi fu illustrata negli studi sul campo
estivo di SHERIF: quando aumentò la competizione con un altro gruppo, uno dei gruppi subì un
cambiamento di leadership. La situazione nuova affrontata dal gruppo pose ad esso vari problemi che
per essere risolti richiedevano un leader nuovo.
Tuttavia neppure l’approccio situazionale è completamente soddisfacente perché non dice molto su ciò
che i leader fanno effettivamente e sul processo per mezzo del quale emergono in una data situazione.

4.2: Il comportamento dei leader

LIPPIT e WHITE credevano che il successo della leadership dipendesse dal comportamento;per loro
una funzione importante del leader era quella di creare un clima sociale nel gruppo, e che lo stato
d’animo e l’efficienza del gruppo dipendessero dalla natura del clima prodotto.
Predisposero una situazione sperimentale utilizzando studenti maschi impegnati in associazioni che
svolgevano attività di dopo-scuola. I leader di qste associazioni erano collaboratori dei ricercatori e
ciascuno di loro era addestrato ad adottare 3 tipi di leadership diversi:
1. AUTOCRATICO: organizzando le attività di gruppo, dicendo ogni volta ai bimbi cosa fare e
rimanendo distante dal gruppo concentrandosi sul compito immediato.

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2. DEMOCRATICO: il leader si impegnava a discutere tutte le decisioni e le attività col gruppo e
permetteva ai bimbi di scegliere i propri compagni di lavoro. Cercava di diventare un membro
vero e proprio del gruppo.
3. PERMISSIVO: il gruppo era lasciato libero di agire come volva con un intervento minimo da
parte del leader.
Ciascun leader rimase col proprio gruppo per 7 settimane mantenendo lo stile scelto.
I leader democratici erano preferiti agli altri 2 tipi. L’atmosfera in qsti gruppi era amichevole, centrata
sul gruppo e orientata verso il compito mentre con i leader autocratici c’era + aggressività, una
maggiore dipendenza nei confronti del leader e un orientamento + egocentrico. I leader permissivi
tendevano a suscitare molte richieste di info ed erano abbastanza graditi, ma i bimbi trascorrevano +
tempo a giocare che a lavorare.. I gruppi diretti in modo autocratico, lavorarono + duramente ma solo
fino a quando il loro leader era effettivamente presente. I gruppi democratici erano poco influenzati
dall’assenza del leader; nei gruppi permissivi la produttività sembrò realmente aumentare quando il
leader lasciò la stanza.
BALES identificò due ruoli nel gruppo, quello dello specialista del compito e quello dello specialista
socioemozionale. Qsti non sono altro che i leader del gruppo. Bales mise l’accento prevalentemente sul
primo ruolo, affermando che l’individuo che tende ad emergere come specialista del compito è quello
che è percepito come il meglio attrezzato per poter aiutare il gruppo ad eseguire il suo compito attuale.
Lo specialista socioemozionale trascorre + tempo prestando attenzione e rispondendo ai sentimenti
degli altri membri del gruppo.
La dicotomia di Bales è simile alla distinzione di Lippit tra leader autocratico e democratico. Una
medesima polarizzazione si ripresenta negli studi sulla leadership nell’Ohio university:una serie di
indagini condotte con gruppi militari e industriali nelle quali, per mezzo di questionari somministrati ai
subordinati ed altre misure, furono valutati il comportamento e l’efficienza dei leader del gruppo. Fu
possibile distinguere 2 temi principali:
• l’interesse per dare origine ad una struttura;
• la considerazione degli altri.
Qsti sono 2 fattori molto vicini ai 2 orientamenti di Bales. L’unica differenza è che Bales vede qsti 2
orientamenti come due estremi di un continuum, mentre l’Ohio University, li vede come indipendenti.
Da qsti studi si può trarre la conclusione che il leader migliore sia qualcuno in grado di organizzare le
attività del gruppo pur rimanendo sensibili alle opinioni e ai sentimenti dei membri.
FLEISHMAN ha fatto notare che l’attenzione agli altri e la struttura non abbiano un’associazione
diretta con il morale del gruppo. Un livello elevato di considerazione da parte del leader può contribuire
a controbilanciare un interesse troppo limitato per la struttura, ma non il contrario.
La leadership efficace sembra integrare in ogni parte del mondo elementi legati al compito e aspetti
socioemozionali, ma l’espressione concreta delle 2 componenti e la loro interrelazione sono abbastanza
specifici di ogni singola cultura.
Recentemente la ricerca sullo stile ideale di Leadership ha preso un nuovo indirizzo. Molti teorici hanno
cercato di ridare cita al concetto di “carisma”. Qsto viene considerato una caratteristica di una relazione
particolare che viene a crearsi tra il leader e i suoi seguaci. La leadership carismatica implica la capacità
del leader di infondere al resto del gruppo qualche forma di visione o ispirazione che li motiva a
trascendere i comuni obiettivi di prestazione e a compiere uno sforzo al servizio dell’interesse
collettivo.
BASS ha chiamato qsto stile “trasformazionale”, per distinguerlo dalla leadership “transazionale”, il
cui leader è molto + reattivo e si limita ad intervenire nel momento in cui compare un problema.
Qsta nuova prospettiva sulla leadership ha un aspetto debole rappresentato dalla indeterminatezza dei
fattori retrostanti alla leadership carismatica.

4.3: L’interazione tra lo stile del leader e la situazione

Con l’abbandono della visione personalistica della leadership, divenne dominante la teoria degli stili.
Era come se per una leadership efficace bastasse una giusta combinazione fra orientamento al compito
e orientamento alla relazione. FIEDLER fu uno dei primi a notare i limiti di qsta affermazione. Osservò
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che non esisteva una relazione diretta tra lo stile predominante del leader e l’efficienza del gruppo.
Propose un modello interazionista della leadership nel quale l’efficienza era vista come dipendente
dalla corrispondenza tra lo stile del leader e il tipo di situazione da lui affrontata (modello della
contingenza). L’atteggiamento del leader necessario per l’efficienza della prestazione di gruppo dipende
dalla misura in cui la situazione è favorevole o sfavorevole al leader.
Fiedler sviluppa uno strumento di misurazione nel tentativo di quantificare la differenza fra lo stile
diretto al compito e quello socioemozionale, chiamato “scala del collaboratore meno preferito
(LPC)”. Si chiede agli aspiranti leader di pensare a tutti gli individui che hanno conosciuto e poi di
descrivere la persona con la quale è stato + difficile lavorare. Ciò viene fatto valutando l’individuo sulla
base di 18 scale bipolari. Si prevede che coloro che ottengono punteggi alti (LPC elevato, cioè coloro
che valutano il loro collaboratore meno preferito in modo abbastanza favorevole) siano quelli che
adotteranno abitualmente uno stile di leadership orientato verso la relazione e il rispetto dei sentimenti
altrui, mentre coloro che ottengono punteggi bassi si suppone siano individui orientati verso il compito.
Ci sono 2 aspetti importanti:
• Egli ritiene che il punteggio LPC di un individuo rispecchi una caratteristica di personalità
relativamente stabile che è coerente nelle varie situazioni e nel corso del tempo.
• Egli non considera le categorie a basso ed elevato LPC come totalmente esclusive.
Fiedler procede poi identificando 3 elementi che crede determinino la favorevolezza della situazione
per il leader:
•..1 relazioni leader-membri: è l’atmosfera del gruppo;
•..2 struttura del compito: un gruppo che può contare su procedure chiare per il
raggiungimento di uno scopo ben definito è + facile da dirigere di uno il cui lavoro è
formulato meno bene e che ha numerosi risultati possibili.
•..3 potere: il leader può aver raggiunto o può essere stato investito di un potere maggiore o
minore.
Se ognuna di qste 3 situazioni può essere definita bassa o alta, avremo 8 combinazioni o gradi possibili
di favorevolezza.
L’ipotesi di Fiedler è che i leader a basso LPC saranno + efficaci in situazioni che vanno verso l’uno o
l’altro degli estremi di qsto continuum a 8 livelli, mentre i leader a LPC elevato saranno superiori nelle
situazioni che cadono al centro.
Quando la situazione è molto favorevole per i leader (compito semplice, sono benvoluti dal gruppo la
loro autorità è indiscussa) non hanno bisogno di sprecare tempo preoccupandosi del morale dei membri
del gruppo e hanno i mezzi e il potere per essere direttivi. Uno stile simile è richiesto all’estremo
opposto: qui le cose sono sfavorevoli per il leader che hanno poco da perdere se si comportano in modo
abbastanza autocratico. I tentativi di conquistare i favori del gruppo usando un approccio + prudente
fallirebbero in ogni caso, risolvendosi in una perdita di tempo e di conseguenza in una ridotta efficienza.
Ai livelli intermedi, il leader può essere in grado di migliorare le relazioni con i collaboratori a
sufficienza per compensare un compito mal definito o una mancanza di autorità.
Se si correla l’efficienza del gruppo con il punteggio LPC del leader, il segno e l’ampiezza della
correlazione dovrebbero variare nelle 8 combinazioni di situazioni, ed essere chiaramente negativi verso
ciascuno degli estremi ma positivi al centro.
Malgrado i dati a favore,la teoria delle contingenza di Fiedler ha sollevato controversie importanti. Una
questione centrale è la misura in cui lo stile di leadership dovrebbe essere considerato un “dato”, non
influenzato dalle circostanze. Ci sono almeno 3 ragioni per dubitare del fatto che l’orientamento del
leader sia immutabile:
1. l’affermazione si fonda su una concezione della personalità basata sui tratti che suggerisce che
gli individui siano coerenti nel corso del tempo e da una situazione all’altra. Mischel ha mostrato
che esiste pochissima coerenza temporale e tra situazioni diverse nel comportamento degli
individui.
2. l’ipotesi che gli 8 diversi tipi di situazioni formino un continuum ordinato di favorevolezza,
dove ogni ottante è ugualmente distante dal successivo.
3. l’idea che ogni leader o aspirante tale possa essere categorizzato in modo dicotomico secondo il
suo punteggio LPC elevato o basso.
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La teoria di Fiedler non è l’unica a considerare gli aspetti contingenti della leadership, ma ci sono altri
2 modelli:
A) Leadership situazionale o SLT di HERSEY e YETTON: afferma che i leader devono adattare il
loro stile alla prontezza dei membri del gruppo ad affrontare il compito in gioco. La prontezza è
concepita come combinazione della capacità, della disponibilità e della sicurezza dei membri
nell’affrontare un dato compito. Si ritiene che tale prontezza sia minore dove i membri non
dispongono delle abilità e della motivazione necessarie, e, forse per qsto motivo, hanno qualche
dubbio sulla loro capacità di raggiungere un risultato. La teoria ipotizza che in una situazione del
genere il leader debba adottare un approccio orientato al compito. All’altro estremo, quando i
membri sono competenti, motivati e sicuri, lo stile di leadership appropriato sarà meno orientato al
compito. Però qsta ridotta attenzione al compito da parte del leader in condizioni di aumentata
prontezza dei membri non deve necessariamente essere accompagnata da un’accresciuta attenzione
agli aspetti socioemozionali. Qsta teoria assume che i leader debbano avere la capacità di adattare il
loro comportamento alla mutevolezza dei contesti. La teoria di Fiedler invece, non riconosce
altrettanta flessibilità ai leader, ma assume che il loro stile di leadership di base (misurato dal
punteggio LPC) sia relativamente stabile. La SLT pone maggiore attenzione ai membri e alla
relazione fra essi e il leader. Nella teoria di Fielder, invece, le relazioni fra il leader e il gruppo
costituiscono solo un aspetto della situazione che può aiutare a identificare lo stile di leadership
potenzialmente + efficace.
B) modello della contingenza di VROOM e YETTON: qsta teoria si focalizza su un’unica attività del
gruppo,la decisione e tenta di definire il processo al quale il leader dovrebbe richiamarsi idealmente
in vari contesti di decisione. Essa tenta di definire il grado di consultazione e partecipazione di
gruppo che il laeder dovrebbe incoraggiare per giungere alle decisioni + efficaci.
Facciamo un esempio: supponiamo di essere il sindacalista di una grande azienda. Per alcuni anni
siamo stati a capo di un comitato di addetti alle vendite provenienti da diversi settori organizzativi,
godendo della loro stima e fiducia. Da qualche tempo abbiamo notato una caduta nel senso di
appartenenza e partecipazione al sindacato, che ha conseguenze negative per il morale dei membri.
Dobbiamo decidere come contrastare qsta tendenza, con una decisione resa ancor + urgente da un
inasprimento con il management, da una compressione dei salari aziendali e da meno favorevoli
condizioni di lavoro. Come dovremmo procedere, come leader, per prendere una decisione?? Qsti 2
autori identificano 5 possibili processi decisionali:
• tentare di pervenire ad una decisione in completa autonomia senza consultare nessuno;(A1)
• in modo + o – autocratico, ottenere qualche idea e informazione dai membri del comitato, ma
continuare a decidere da sé;(A11)
• procedere nel processo consultivo condividendo il problema con altri in colloqui diretti,
ottenendone suggerimenti ma continuando a prendere la decisione finale da sé;(C1)
• riconoscere l’utilità di una qualche discussione in gruppo del problema, ma evocare a sé
l’ultima parola;(C11)
• tentare, in uno spirito di autentica partecipazione di gruppo, di risolvere nel gruppo il problema
nel suo complesso, nella speranza di pervenire ad una decisione collettiva consensuale.(G11)
Nel modello della contingenza, la scelta del processo migliore dipende dalla natura del compito di
decisione. Qsti autori ipotizzarono la presenza di 7 attributi, poi divenuti 12, che consenivano al
leader di scegliere a quale fra i 5 processi ricorrere. Il primo e + importante attributo concerne
l’importanza della qualità della decisione e vede una serie di domande alle quali dover rispondere.
L’aspirante leader passa attraverso le domande fino a pervenire alla fne ad una indicazione circa il o
i processi consigliati di decisione. Qsta indicazione è denominata “serie compatibile” di metodi che
il leader può adottare. Le modalità di decisione che non vengono indicate ricadono fuori da qsta
serie compatibile.
Per valutare il modello si è di solito scelto di chiedere ai leader di identificare una serie di decisioni
da prendere e di analizzarle attraverso il sistema dei 7 attributi cruciali che consentono di giungere
all’indicazione di una serie compatibile di processi decisionali. Qsta indicazione viene poi
confrontata con il processo realmente utilizzato cos’ da verificare se il leader ha aderito alle
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prescrizioni del modello o se ne è discostato(valutando se la decisione è ricaduta o meno nell’ambito
della serie compatibile). Infine si cerca di ottenere una valutazione dell’efficacia decisionale da
parte degli stessi leader e, se possibile, da parte di qualche fonte indipendente.
Alcuni limiti al modello originale hanno spinto Vroom e Jago a proporne una revisione che
incorpora un maggior numero di attributi di decisione (12) e alternative di risposta graduate invece
che dicotomiche. La logica del nuovo modello è la stessa del vecchio: singole combinazioni di
attributi decisionali consentono di indicare il livello o i livelli ottimali di partecipazione dei membri
del gruppo alla decisione.

4.4: La leadership come processo

Il leader viene considerato come agente di cambiamento nel gruppo, l’individuo che è in grado di
modificare le norme prevalenti e quindi di influenzare gli altri + di quanto sia da loro influenzato. Ciò
solleva un paradosso: come può un leader essere un membro fedele del gruppo, adeguandosi alle sue
norme, e un deviante efficace e autorevole, nel convincere il gruppo ad adottare nuove norme?
MEREI effettuò uno studio sperimentale in una scuola materna ungherese ed osservò il comportamento
di alcuni gruppi di bambini quando un bimbo + grande era presentato al gruppo. Qsto bimbo era un
sogg che aveva mostrato inizialmente comportam caratteristici di leadership: era un “iniziatore”
anziché un “seguace” nel proprio gruppo di pari. Merei si aspettava che qsti nuovi arrivati avrebbero
adottato una posizione dominante in qsti gruppi nuovi.L’aspetto + interessante era il modo in cui
avrebbero raggiunto qsto ruolo di leadership. Dallo studio vide che i leader di successo adottavano un
approccio + cauto, graduale. Qsti leader di successo avevano la tendenza a seguire i giochi e le
tradizioni di gruppo esistenti, suggerendo solo variazioni secondarie. Solo sopo aver adottato per alcuni
giorni qsto comportamento accomodante, iniziavano a suggerire attività completamente nuove o che si
allontanavano radicalmente dalle vecchie abitudini.
Nella teoria della leadership di HOLLANDER è fondamentale il passaggio da una conformità iniziale
alle norme del gruppo, alla successiva introduzione di nuove idee. Egli suggerisce che ciò che i leader
devono fare negli stati iniziali è guadagnare credibilità di fronte al resto del gruppo. Qsta credibilità è
ciò che fornisce loro la legittimità successiva per esercitare un’influenza su quegli stessi membri del
gruppo e per deviare dalle norme esistenti. Hollander definisce qsto aspetto “credibilità
idiosincratica” perché può essere impiegata dal leader in un comportamento nuovo o innovativo. > è la
credibilità che il leader riesce ad ottenere, + numerosi saranno i comportamenti idiosincratici
successivamente tollerati dal gruppo.
Come può un leader ottenere un buon punteggio di credibilità nel gruppo? Un modo è quello di
adeguarsi inizialmente alle norme del gruppo.
HOLLANDER suggerisce che esistono altre 3 fonti di legittimazione per il leader:
1. essere eletti leader direttamente dal gruppo;
2. capacità di soddisfare gli obiettivi del gruppo;
3. identificazione del leader col gruppo.
Egli indagò il ruolo del conformismo iniziale alle norme. Introdusse dei collaboratori sperimentali
all’interno di alcuni gruppi di soluzione dei problemi in laboratorio. I gruppi dovevano risolvere una
serie di problemi, nel corso dei quali un falso feed-back dello sperimentatore stabilì che il collaboratore
suggeriva invariabilmente delle soluzioni corrette. L’ipotesi era che qsto feed-back avrebbe fornito al
collaboratore una certa legittimità iniziale. Prima di ogni problema fu domandato al gruppo di discutere
la procedura migliore per affrontare il compito. In qsta fase fu introdotta una variazione del
comportamento del collaboratore. Di tanto in tanto qsti si sarebbe allontanato radicalmente
dall’opinione consensuale del gruppo riguardo alle procedure + appropriate. A seconda della condizione
sperimentale, qsto comportamento idiosincratico avveniva all’inizio della sequenza di problemi o +
avanti. Come previsto, quando il comportam idiosincratico si presentava all’inizio della mini-storia del
gruppo, si determinava una conformità molto inferiore nei confronti dei suggerimenti dei collaboratore
rispetto a quando qsti stessi suggerimenti venivano avanzati in una fase + matura.

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Hollandere e Julian mostrarono che anche il metodo per mezzo del quale i leader raggiungono la loro
posizione può essere importante. I leader eletti dal gruppo credevano di essere + competenti nel compito
e godettero di un maggiore sostegno da parte del gruppo e in tal modo avevano una > credibilità.
Un fenomeno opposto all’identificazione del leader con il gruppo è la percezione da parte di qst’ultimo
del leader come rappresentante o membro prototipico. Secondo HOGG la prototipicità percepita del
leader giocherà un ruolo importante nella sua accettazione da parte del resto del gruppo, in particolare in
contesti intergruppi dove può essere importante distinguere il gruppo interno dai gruppi esterni. Qsto
compito è facilitato dalla disponibilità di un leader che in qualche misura incarni gli attributi essenziali
del gruppo interno, in particolare quando qste caratteristiche contrastano con quelle del gruppo esterno.
Una fonte collegata di legittimazione alla quale il leader può attingere è costituita dal modo in cui qsti
esercita la sua autorità nel gruppo. Secondo TYLER e LIND, i leader possono sforzarsi di acquisire per
i membri del loro gruppo risultati positivi ed equi(richiamandosi a criteri di giustizia distributiva).
Oppure possono sottolineare la correttezza delle procedure utilizzate per distribuire i
“redditi”(richiamandosi a criteri procedurali di giustizia). Qsti autori hanno dimostrato l’importanza che
il rispetto di entrambi i criteri ha per il leader che voglia guadagnarsi il favore del gruppo, ma anche la
predominanza della correttezza in certe situazioni. In altri termini, i membri possono perdonare al leader
di non aver dato loro qualcosa che si attendevano da tempo, purchè percepiscano che il leader abbia
fatto ricorso ad una procedura imparziale. Gli effetti che qste percezioni di giustizia distributiva o
procedurale esercitano, dipendono fortemente dal contesto nel quale hanno luogo. PLATOW creò una
situazione sperimentale in cui i leader dovevano distribuire somme di denaro. Potevano farlo in modo
equo o poco equo, in un contesto intergruppo o intragruppo. I leader equi ricevevano > approvazione dei
leader poco equi. Però la differenza nell’approvazione ricevuta fra i leader equi e meno equi si riduceva
quando la distribuzione del danaro avveniva in contesti intergruppi. In alcuni contesti, specie quelli che
coinvolgevano un gruppo interno con il quale i sogg si identificavano, il leader che agiva in modo poco
equo nei confronti del gruppo esterno veniva percepito in termini altrettanto + favorevoli del leader che
agiva in modo equo.
Hollander e altri autori considerano la leadership come un processo molto + dinamico, nel quale il
potere che ha il leader di influenzare il gruppo cambia nel corso nel corso del tempo e dipende in modo
critico dalle relazioni leader-membri e dal contesto intergruppi.
RABBIE e BEKKERS fecero un esperimento sull’effetto che un mutamento nella posizione della
leadership esercita sul successivo orientamento intergruppo dei membri. Modificarono la stabilità della
posizione di un leader ed esaminarono gli effetti che qsto produceva sul suo comportamento con altri
gruppi. Trovarono che i leader che erano abbastanza insicuri della loro posizione, che potevano essere
deposti facilmente dal loro gruppo tendevano a scegliere una strategia di contrattazione competitiva in
una simulazione sindacato-direzionale rispetto a leader con posizione nel gruppo + sicura.

5: Le reti di comunicazione

BAVELAS suggerì che un modo utile per comprendere gli effetti di strutture di comunicazione
differenti è quello di concepire i membri del gruppo come esseri in relazione tra di loro attraverso
legami di comunicazione. Bavales mise in rilievo che il modo in cui quei legami sono ordinati dal
punto di vista topologico è molto + importante che sapere quanto possano essere vicini in un’unità di
distanza fisica i vari membri dell’organizzazione.
Prendendo spunto dalla matematica topologica Bavelas ideò vari indici quantitativi per mezzo dei
quali è possibile descrivere diversi tipi di reti. Uno dei + importanti è il concetto di distanza che è
semplicemente il numero minimo di legami di comunicazione che un membro del gruppo deve
attraversare per comunicare con un altro individuo. Una misura importante per il sistema nell’insieme è
l’indice di centralità, il quale,in termini non matematici, è la misura in cui il flusso di info nel gruppo
è centralizzato in una persona o è disperso in modo più uniforme tra e membri.
Bavelas e i suoi colleghi progettarono un paradigma sperimentale per studiare gli effetti delle diverse
reti di comunicazione sulla produttività del gruppo. Un esperimento tipico è quello di Leavitt. I membri
di un gruppo di 5 persone erano seduti attorno ad un tavolo separati da divisori di legno. I divisori
avevano delle fessure per permettere ai membri del gruppo di cambiarsi dei sms scritti. Le fessure erano
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anche provviste di porte che lo sperimentatore poteva chiudere per limitare la comunicazione in vari
modi. Qsto dispositivo consentiva di creare diverse reti. A ciascun individuo fu fornito un cartoncino sul
quale erano mostrati 6 simboli e il gruppo aveva il compito di scoprire quale di qsti 6 si trovava in tutti
i cartoncini, comunicando solo per mezzo di sms scritti inviati attraverso le fessure aperte. I gruppi
disposti in modo centralizzato fecero meno errori nel compito rispetto alla disposizione decentralizzata
a cerchio. Tuttavia il morale e la soddisfazione per il lavoro erano superiori nell’ultimo, evidentemente
perché i suoi membri non si sentivano lasciati in disparte.
SHAW però contestò presto la conclusione secondo cui i gruppi centralizzati forniscono una prestazione
+ efficiente. Egli scoprì che la natura del compito era una variabile decisiva. Negli esperimenti iniziali
il compito era molto semplice e in qsti tipi di compito i gruppi centralizzati fornirono una prestazione
superiore. Nei compiti + complessi, le reti decentralizzate erano chiaramente superiori. Shaw mostrò
che qsto avveniva perché per risolvere con successo compiti + difficili era necessario integrare una
quantità di info molto superiore. Poiché in una rete centralizzata qsta funzione integrativa ricadeva
generalmente su un individuo, ciò determinava spesso in lui un sovraccarico cognitivo e un
conseguente deterioramento della prestazione del gruppo. La maggior parte degli individui lavora
meglio quando hanno una certa autonomia e qsta è negata ai membri delle reti centralizzate che
dipendono sempre da qualcun altro più in là per avere le informazioni.
Naturalmente le reti usate in qsti esperimenti non molto lontane dagli ordinamenti ampi e complessi
che si trovano nelle organizzazioni umane. Nonostante ciò sembra prudente suggerire che esistono dei
pericoli reali nel centralizzare troppo i processi decisionali nelle organizzazioni. La > parte di qsti
problemi derivano dai limiti cognitivi di coloro che sono posti in quelle posizioni chiave centrali.
Se affrontare tali problemi può rafforzare la fiducia del leader nella propria indispensabilità, il
conseguente abbassamento del morale dei membri del gruppo a causa della loro sensazione di non
essere necessari può essere controproducente. Se aggiungiamo a qste difficoltà altri potenziali problemi
associati alla presa di decisioni collettiva in presenza di leader autorevoli, siamo costretti a concludere
che una rete di comunicazione molto centralizzata non è la disposizione ottimale per la maggior parte
dei gruppi umani.

CAP 4: L’INFLUENZA SOCIALE NEI GRUPPI

Un segno che indica in modo evidente la presenza di norme è l’esistenza di una certa uniformità negli
atteggiamenti o nel comportamento dei membri del gruppo. Non appena gli individui vengono a trovarsi
in situazioni collettive, si mostrano fin troppo prontamente disponibili a conformarsi alla maggioranza
nel gruppo e ad abbandonare le proprie credenze ed opinioni personali.
Uno dei tentativi + convincenti compiuti per spiegare qsta presenza diffusa del conformismo è la teoria
del confronto sociale di Festinger. Secondo lui, oltre a fare confronti di capacità, abbiamo bisogno di
valutare la correttezza delle nostre credenze e anche qsto è un compito che svolgiamo in primo luogo
facendo riferimento agli altri. Le info raccolte da qsti confronti sono particolarmente efficaci se
mostrano l’esistenza di un consenso sociale poiché ciò presuppone fortemente che vi sia un modo
corretto di vedere le cose.
I fenomeni di anticonformismo sono talmente diffusi che per molti anni l’influenza sociale nei gruppi è
stata sinonimo di conformismo nei confronti della maggioranza. La possibilità che una minoranza
dissidente potesse aver una certa influenza sulla maggioranza non ha avuto molta attenzione. Negli
ultimi 30 anni si è invece dimostrato che le minoranze non subiscono l’influenza della maggioranza in
modo completamente passivo, ma possono produrre cambiamenti di opinione in tale maggioranza con il
loro comportamento. Uno degli artefici principali di qsta crescita di interesse per l’influenza della
minoranza è stato Moscovici.

1: Il potere della maggioranza

1.1: La pervasività del conformismo

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Gli esempi di conformismo tratti dalla vita reale sono complicati da fattori quali le relazioni di status nel
gruppo, la personalità degli individui coinvolti, e la complessità del compito che il gruppo deve
affrontare. E’ possibile dimostrare l’esistenza del conformismo alle pressioni del gruppo in condizioni in
cui tali variabili sono assenti o controllate sperimentalmente? Qsto fu il problema posto e risolto da
ASH. La procedura dei suoi esperimenti è la seguente: vengono reclutati dei sogg per partecipare a un
presunto esperimento sui giudizi percettivi. All’arrivo in laboratorio il sogg viene introdotto in una
stanza dove sono già seduti numerosi altri individui. Lo sperimentatore spiega che il loro compito
condiste nel confrontare la lunghezza di alcune linee verticali che verranno loro mostrate. In ogni
presentazione c’è una linea tipo e il compito dei sogg è quello di identificare quale delle 3 linee poste a
confronto è della stessa lunghezza di quella tipo. Le risp vengono fornite a turno e ad alta voce. Poi, alla
terza prova, gli altri sogg che si trovano nella stanza danno una risp che sembra sbagliata e in + sono
concordi nel loro errore, rispondendo in modo sicuro e calmo. In realtà coloro che erano già nella stanza
erano dei collaboratori che avevano delle istruzioni ben precise da eseguire. Ad ASCH interessava solo
il comportam del sogg vero. I risultati furono che: almeno ¾ dei sogg veri fornirono almeno una risp
sbagliata nelle prove cruciali quando i collaboratori deviavano. Ciò che Asch aveva dimostrato era che
gli individui sono evidentemente disponibili a negare un giudizio chiaramente vero per andare con la
maggioranza. I sogg che compiono questo,o hanno scarsa fiducia nei propri giudizi e pensano che gli
altri partecipanti sappiano qualcosa in + che influenzava le loro risposte, o non dubitano di quello che
hanno visto ma si conformano solo per non essere diversi dagli altri.
Qste reazioni suggeriscono che dovremmo distinguere un conformismo che implica un cambiamento
percettivo o cognitivo personale (vedere il mondo in modo diverso) e un conformismo che è una
condiscendenza a livello di comportamento o pubblica (andare con gli altri).
In altri esperimenti ASCH esplorò gli effetti prodotti dalle modificazioni dei vari aspetti della sua
situazione volta ad indurre conformismo. Il fattore che variava in modo + evidente era l’ampiezza della
maggioranza dei collaboratori. Sembra che con un solo collaboratore ci sia un conformismo
trascurabile. Con l’aggiunta di 1 o 2 collaboratori il livello di conformismo aumenta nettamente, per poi
appiattirsi quando si continua ad aumentare il num dei collaboratori.
Un’altra variante introdotta da Asch consistette nello spezzare il consenso prodotto dalla maggioranza
dei complici,elemento che si è dimostrato decisivo. In un esperimento c’erano 2 sogg ingenui che
affrontavano la maggioranza che dava risposte errate. Il livello di conformismo diminuì. In un altro
esperimento , uno dei collaboratori fu addestrato a fornire sempre la risp corretta e ciò produsse un
conformismo ancora inferiore. Tuttavia il fattore cruciale fu la rottura dell’unanimità anziché la
semplice presenza di un alleato. Ciò fu dimostrato in un terso esperimento in cui uno dei collaboratori
aveva il compito di deviare dalla maggioranza pur fornendo della risposte sbagliate. In alcune
condizioni qsta risp sbagliata cadeva tra la risp della maggioranza e quella esatta; in altre era ancora +
sbagliata di quella della maggioranza. Entrambe le condizioni ridussero il livello di conformismo ma in
modo interessante, l’ultima condizione ebbe degli effetti + forti della prima. Quindi è importante il
dissenso perché riduce il conformismo.

BARRY studiò le ragioni delle differenze culturali nel modo in cui si manifesta il conformismo.
Propose una teoria secondo cui esisterebbe una relazione tra il grado di conformismo e la natura
dell’economia in società diverse. Egli suggerisce che nelle società la cui economia richiede un grado di
interdipendenza elevato, le pressioni conformistiche saranno superiori(e le pratiche di socializzazione
saranno coerenti con qsto) rispetto alle società dove l’accumulazione di cibo è meno importante e dove
gli individui sono tra loro + indipendenti.
Le culture individualistiche pongono maggiore enfasi sui risultati individuali, sulla separazione dai
membri del proprio gruppo e sulla competizione con essi e sull’autodeterminazione e l’indipendenza.
Le società collettive, d’altro canto, tendono a premiare i risultati collettivi, l’intimità e la cooperazione
con il proprio gruppo, e il desiderio di consenso.

1.2: Perché gli individui si conformano?

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Esiste una propensione generale a modificare gli atteggiamenti e il comportamento in modo da
adeguarli a quelli di chi ci circonda. MILGRAM con il suo paradigma sperimentale, dimostrò come le
persone siano disposte a somministrare forme dolore e pericolose di punizione ad altri sogg coinvolti
come loro in una ricerca perché istigati dalla maggioranza. Ad alcuni sogg venne dato il ruolo di
“insegnante” in un esperimento sull’apprendimento e ricevevano la consegna di somministrare forme di
rinforzi negative (scariche elettriche di intensità crescente) ai loro allievi (in realtà collaboratori del
ricercatore.Un numero molto alto fu disposto ad obbedire alla consegna tanto da arrivare a
somministrare scosse di 400 volt. Milgram ha dimostrato il potere di influenza del gruppo su qsto
comport antisociale. In un esperimento fece in modo che due altri collaboratori assistessero il sogg
insegnante nell’esperimento. Qsti 2 istigavano l’insegnante a somministrare scosse sempre maggiori
mentre lo sperimentatore annunciava che ad ogni prova si doveva somministrare la scossa minore fa
quella proposte. Ma i sogg aderivano alla pressione implicita esercitata dagli assistenti.
In un altro esperimento Milgram dimostrò che la pressione del gruppo poteva anche essere usata come
antidoto rispetto al comportam antisociale. Qsta volta l’unanimità dei 2 assistenti veniva rotta facendo
in modo che uno dei due rifiutasse di continuare nell’esperimento una volta raggiunto il limite dei
150volt. Qsta pressione di gruppo a disobbedire faceva sì che i sogg insegnanti che continuavano a
somministrare le scosse + forti si riducessero fortemente di numero.
FESTINGER affermò che esistono 2 processi efficaci che fanno sì che gli individui subiscano
l’influenza della maggioranza quando sono in gruppo:
1. riguarda la costruzione sociale della realtà: abbiamo bisogno di valutare le nostre teorie e
credenze tramite gli altri e l’uniformità dimostra la loro correttezza. Le pressioni nei confronti di
tale uniformità tendono ad aumentare in situazioni nuove o ambigue poiché in qsti casi ci sono
meno elementi soggettivi per guidare i nostri giudizi. Il consenso sociale assume anche un valore
superiore quando le nostre decisioni hanno delle conseguenze importanti.
2. il conformismo è importante per raggiungere l’obiettivo del gruppo: quando un gruppo ha un
obiettivo chiaramente definito, qsta circostanza è suff a produrre una certa uniformità nelle
azioni dei membri del gruppo, specialmente quando il raggiungimento dello scopo dipende
dalla semplice aggregazione dei loro sforzi. Tuttavia è essenziale che i membri del gruppo
possono trovarsi d’accordo non solo sull’obbiettivo stesso, ma anche sui mezzi per raggiungerlo.
LEWIN ha dimostrato la capacità di un obiettivo nuovo di produrre un cambiamento di atteggiamento
nei membri del gruppo. Nell’ambito di un programma di educazione sanitaria condotto nel dopo guerra
per convincere le famiglie americane a mangiare una quantità maggiore di tagli di carne poco graditi,
ma molto nutrienti, Lewin mise a confronti l’efficacia di una lezione di un nutrizionista con una
discussione di gruppo. In tutti e 2 i casi i partecipanti erano casalinghe e la variabile decisiva era
l’eventualità che sperimentassero o meno in seguito a casa una ricetta con uno di qsti ingredienti. 1/3
delle casalinghe che avevano preso parte alla discussione di gruppo si convinsero di cimentarsi, rispetto
al 3 % di quelle che avevo invece ascoltato la lezione. Nei gruppi di discussione ogni sessione
terminava con la decisione da parte del gruppo nell’insieme di provare le nuove ricette; nella lezione
non c’era un obiettivo di gruppo così chiaramente definito.
Entrambe qste cause di conformismo presuppongono che il gruppo eserciti una certa attrazione iniziale
sui suoi membri. Gli altri individui nel gruppo e le loro opinioni sono considerati importanti da coloro
che sono sottoposti all’influenza. Più sono importanti, cioè + il gruppo è coeso, maggiore è il
conformismo che dovremmo aspettarci.
DEUTSCH e GERARD suggeriscono un’altra spiegazione per il conformismo che contrasta con la
funzione della realtà sociale proposta da Festinger. Gli individui possono essersi adeguati non perché si
affidavano ai giudizi dei collaboratori per definire la realtà, ma per evitare la possibilità del ridicolo
sociale, di essere considerati “l’estraneo”. Siamo attratti da coloro che hanno atteggiamenti simili ai
nostri e respingiamo coloro che hanno atteggiamenti diversi. In qsto modo se non proviamo simpatia per
chi è in disaccordo con noi possiamo prevedere che gli altri proveranno antipatia per noi se esprimiamo
opinioni molto differenti dalle loro. Qsti due autori hanno chiamato qsta forma di conformismo
“influenza normativa” per distinguerla dall’”influenza informativa” di Festinger.
TURNER assume che una caratteristica fondamentale dell’appartenenza ad un gruppo è il fatto che
fornisce agli individui un’identità sociale, li aiuta a definire chi sono. Quando gli individui si
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identificano con un gruppo, categorizzano se stessi come membri di esso e di conseguenza associano
mentalmente se stessi agli attributi e alle norme che percepiscono nell’essere parte di quel gruppo. Il
cambiamento interno corrispondente è l’adattamento cognitivo di se stessi con le caratteristiche
percepite del gruppo, ciò che Turner chiama “auto-stereotipo”.
Turner identifica la chiave del conformismo nell’assegnazione a se stessi di caratteristiche e
comportamenti dell’ingroup. Se ciò è corretto, gli individui dovrebbero essere molto + interessati a fonti
di influenza che sembrano provenire dal loro ingroup piuttosto che da quelle di un outgroup. ABRAMS
e colleghi hanno modificato il paradigma di Asch facendo in modo che i loro collaboratori fossero
percepiti come studenti dello stesso corso di laurea o di un altro corso di laurea. Altra variabile era la
modalità di espressione della risposta che poteva essere personale o pubblica. Complessivamente il
conformismo alle risp dei collaboratori del ricercatore era maggiore nella condizione di ingroup (stesso
corso), specie quando si chiedeva ai sogg di esprimere in gruppo il loro giudizio e quindi di essere +
esposti alla valutazione di altri.
Considerando il conformismo in una prospettiva evolutiva, COSTANZO e SHAW hanno reclutato
bambini e giovani di età compresa fra i 7 e i 21 anni invitandoli a prendere parte ad un esperimento sul
conformismo condotto secondo il paradigma di Asch, documentando un picco della tendenza a
conformarsi nella prima adolescenza, fra gli 11 e i 13 anni.
Uno degli ambiti nei quali l’universalità dell’influenza si palesa di + chiaramente è il genere. La
segregazione sessuale, la preferenza per compagni di gioco del proprio sesso, compare abbastanza
precocemente nell’infanzia, attorno ai 3 anni. MACCOBY e JACKLIN ritengono che qsta
segregazione comportamentale in gruppi di pari età dello stesso sesso abbia importanza cruciale nello
sviluppo dell’identità di genere, aiutando il bambino a capire chi è e come deve comportarsi nei
confronti dei membri dell’altro sesso. L’infanzia e l’adolescenza sono periodi della vita nei quali ci
misuriamo con tante situazioni sociali nuove che accrescono il bisogno di info. In qsti contesti
potrebbe esservi una certa enfasi su compiti di gruppo e su attività che richiedono il raggiungimento di
obiettivi comuni. Sul piano emotivo, il bisogno di affiliazione trova il suo culmine in qsti anni,
accrescendo così ulteriormente le pressioni di influenza normativa. Poiché inoltre numerosi aspetti
importanti dell’identità si sviluppano in qsto periodo, la probabilità che l’influenza referente accia
sentire la sua voce è maggiore in quanto il bimbo cerca contemporaneamente di integrarsi con coloro
che ritiene essere esempi e prototipi della categoria alla quale appartiene e di distanziarsi da coloro che
non lo sono.

1.3: Diventare devianti

Il conformismo non è sempre un fenomeno privato, individuale, spesso la maggioranza interviene


direttamente per esercitare pressioni su coloro che manifestano opinioni devianti. FESTINGER
affermò che i membri della maggioranza in un gruppo avrebbero rivolto la maggior parte dei loro
scambi comunicativi ai membri del sottogruppo di minoranza nel tentativo di convincerli a cambiare
posizione. Se qsti tentativi di influenza non avessero avuto successo, alla fine gli altri membri del
gruppo avrebbero rifiutato i devianti.
SCHACHTER mise alla prova qste ipotesi osservando dei gruppi di discussione formati da studenti
che dovevano risolvere un certo problema di relazioni umane che riguardava un giovane delinquente e
la sua famiglia. Introdusse nei gruppi 3 suoi collaboratori. Uno doveva assumere la posizione di
deviante; l’altro doveva esserlo solo all’inizio ma poi avrebbe dovuto cambiare gradualmente la sua
posizione allineandosi con il gruppo (fu chiamato slider); e il terzo doveva adeguarsi fin dall’inizio
all’opinione prevalente del gruppo(fu chiamato mode).
Si vide che la maggior parte dell’attenzione era rivolta al deviante. Nei primi 10 minuti di discussione
ciascun membro del gruppo indirizzò almeno 1 comunicazione verso qsto collaboratore che salì ad oltre
il doppio alla fine della sessione. Lo slider invece, che all’inizio ricevette quasi la stessa quantità di
comunicazione, fu piano piano ignorato sopratt dopo aver cambiato idea. Il mode fu ignorato dall’inizio
alla fine. Alla fine di ogni sessione fu domandato a tutti i sogg di classificare in ordine di rango i loro
compagni di discussione a secondo della loro desiderabilità come membri del gruppo. Il deviante
riceveva un punteggio + basso degli altri, come aveva previsto Festinger.
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In altri esperimenti di Schachter, si vide che in un piccolo ma non trascurabile numero di gruppi
sperimentali fu un individuo di minoranza che riuscì a convincere quelli della maggioranza a cambiare
idea, e non il contrario.

2: L’influenza della minoranza

MOSCOVICI iniziò chiedendosi come avviene il cambiamento nei sistemi sociali. Una risp è che i
gruppi cambiano in risposta a circostanza esterne nuove: se la situazione affrontata da un gruppo
presenta uno scopo nuovo da raggiungere o un nuovo compito da eseguire dovremmo aspettarci che il
gruppo si adatti di conseguenza e ciò potrebbe dar luogo a cambiamenti all’interno del gruppo.
Secondo MOSCOVICI, la capacità di guadagnare consenso da parte di punti di vista di devianti dipende
molto dalla strategia adottata per promuoverli. Egli ipotizza l’importanza cruciale di continuare ad
affermare la validità delle teorie proposte anche di fronte ad attacchi esterni violenti. L’influenza della
minoranza è possibile perché nessun gruppo è perfettamente omogeneo e contiene sempre delle
divisioni latenti. I devianti, se agiscono in maniera sufficientem coerente e convincente, rendono
esplicite tali divisioni e consentono l’emergere di nuove norme, a partire dal conflitto risultante.
Uno dei primi esperimenti fu condotto da Moscovici, Lage e Naffrechoux: ad un gruppo di sogg venne
chiesto di fornire alcuni giudizi percettivi riguardanti il colore di alcune diapositive bluastre.
Utilizzarono, rifacendosi ad Ash, una maggioranza di 4 sogg ingenui e una minoranza di 2 collaboratori
che dovevano rispondere “verde”di fronte alle diapositive in un modo predeterminato.
• In una condizione, i 2 collaboratori erano tra loro coerenti e rispondevano “verde” a d ogni prova.
• In un’altra condizione i complici non erano coerenti e a volte dicevano “blu” come il resto dei sogg.
La misura principale di influenza era la frequenza con cui anche i sogg veri rispondevano “verde” alle
diapositive naturalmente blu.
I risultati furono che circa 1/3 dei sogg della prima condizione fornirono almeno una risp “verde” e oltre
l’8% delle loro risp complessive fu “verde”. Nell’altra condizione le risp “verde” furono in pratica zero.
A seguito di qsto esperimento venne somministrato individualmente un test di discriminazione del
colore. I risultati mostrarono che i sogg avevano una soglia di percezione del verde + bassa rispetto ai
sogg di controllo: cioè era + probabile che vedessero le diapositive blu-verdi come “verdi”.
Quindi l’influenza della minoranza è efficace solo nel modificare il comportamento manifesto degli
individui, ma può avere anche delle conseguenze cognitive interiorizzate.
Le minoranze sembrano esercitare i loro effetti + marcati indirettamente, vale a dire a distanza di tempo
o su dimensioni dell’atteggiamento o del comportamento connesse a quelle espresse dalla fonte di
influenza ma non necessariamente coincidenti con esse. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che le
minoranze fungono da catalizzatori di cambiamento provocando l’insorgenza di conflitto cognitivo
nella maggioranza. E’ possibile che qsti conflitti non possano essere risolti immediatamente e
direttamente. Oppure può accadere che la dissonanza cognitiva istigata dal dissenso richieda tempo per
essere risolta.
MOSCOVICI, PEREZ E MUGNY hanno presentato ai loro sogg argomenti a favore dell’aborto,
facendo loro credere che fossero espressione di un punto di vista di volta in volta maggioritario o
minoritario. I ricercatori procedettero a valutare gli atteggiamenti dei sogg subito dopo il test e a
distanza di 3 settimane, sia sulla questione dell’aborto, sia sul tema della contraccezione. La
maggioranza esercitava una certa influenza nella valutazione subito successiva al test su entrambe le
tematiche, che però scemava a distanza di 3 sett. Il “messaggio minoritario”, pur avendo un’efficacia
immediata assai scarsa, esercitava chiari effetti a distanza di tempo su entrambe le questioni.
Cosa succede se il secondo tema è poco connesso su un piano psicologico alla questione focale oggetto
del messaggio della minoranza?? ALVARO e CRANO ipotizzarono che le minoranze abbiano spesso la
capacità di stimolare la riflessione sulle tematiche oggetto di discussione. Qsta attività cognitiva può
portare allo sviluppo di argomentazioni contrarie al sms della minoranza che difficilmente hanno
rilevanza rispetto a temi diversi e che pertanto sono “suscettibili” di cambiamento rispetto a qsti temi e
non a quello focale (in poche parole le minoranze hanno influenza su questioni non strettamente
connesse all’argomento principale). E’ davvero così. Basta trovare un tema debolmente collegato alla
questione in gioco; concentrare i propri sforzi di propaganda su quel tema. Qsti sforzi incontreranno
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resistenze da parte della maggioranza, ma potranno trasformare la mentalità rispetto alla questione
cruciale.
Le minoranze non sono solo dei destinatari passivi di pressioni provenienti dal gruppo, ma possono
essere egli agenti attivi, che talvolta funzionano da catalizzatori per il cambiamento, provocando un
conflitto nelle cognizioni e nelle percezioni della maggioranza. Ciò ci spinge a considerare l’influenza
sociale come un processo bidirezionale in cui gli individui devianti sono sia bersaglio, sia fonte di
persuasione.
Comunque bisogna ricordarsi che le capacità di successo delle minoranze sono comunque limitate. Ci
sono almeno 2 ragioni per cui le minoranze falliscono:
1. L’intensità di investimento personale della maggioranza nel mantenimento delle proprie visuali.
Su questioni di non grande interesse generale la maggioranza potrebbe fare concessioni alla
minoranza senza problemi. Su questioni di + diretta rilevanza personale è ben diverso.
2. Il clima di opinione prevalente nel gruppo o nella cultura coinvolte, con lo spirito del tempo
(Zeitgeist). Quando nella società nel suo complesso vi sono segnali di cambiamento, una
minoranza che si faccia espressione di qsta visione contro una maggioranza locale che vi si
oppone, può incontrare maggiore successo.

2.1: Categorizzazione sociale e influenza della minoranza

I fautori di punti di vista minoritari in una società non sono solo persone che non concordano con noi,
ma vengono allo stesso tempo frequentemente categorizzate come membri di un gruppo esterno. Una
spiegazione plausibile è stata avanzata dalla teoria dell’autocategorizzazione sociale, che ha
ipotizzato che le persone gravitino intorno a coloro che fanno parte del proprio ingroup, e in particolare
intorno ai membri tipici di quel gruppo, e si discostino da coloro che fanno parte dell’outgroup. Allo
stesso modo dovremmo subire l’influenza di minoranze composte da persone che riteniamo appartenere
alla nostra stessa categoria. DAVID e TURNER hanno sottoposto a verifica qsta ipotesi, confrontando
come di consueto fonti di influenza maggioritarie e minoritarie rispetto alla variabile appartenenza al
gruppo interno o esterno. I sogg ascoltavano una registrazione che veniva presentata come opera di un
gruppo di pressione a favore (o contro) la conservazione delle foreste, a sua volta descritto come
moderato (maggioritario) o estremista (minoritario). I ricercatori esplicitavano gli atteggiamenti dei
sogg sulla tematiche della deforestazione, subito dopo l’ascolto del nastro e a distanza di 3 o 4
settimane. RISULTATI: solo i sms provenienti dall’ingroup sortivano l’effetto di modificare gli
atteggiamenti dei sogg nella loro direzione. Tutti i sms provenienti dall’outogroup producevano un
effetto contrario. La modalità di influenza determinata dai sms provenienti dall’ingroup è interessante:
a beneficiare inizialmente è la maggioranza, mentre a distanza di alcune settimane i maggiori effetti
riguardano i sogg bersaglio del sms minoritario.
Un’altra ragione per cui le persone appartenenti a gruppi esterni possono esercitare un’influenza su di
noi è la possibilità che essi siano temporaneamente ricategorizzati come membri dell’ingroup, almeno
sulla questione oggetto di dibattito. VOLPATO e Co.hanno dimostrato qsto presentando ad un gruppo
di studenti milanesi un sms che suggeriva alcune innovazioni rispetto all’esame di maturità. Ad 1/3
degli studenti venne detto che qsto sms minoritario proveniva da un comitato studentesco di Milano
(ingroup);ad 1/3 fu fatto credere che proveniva da un comitato romano (outgroup);al resto (condizione
di controllo) non venne dato alcun sms minoritario. Il subcampione che + risentiva dell’influenza era
costituito dai sogg esposti al sms minoritario esterno.

3: Due processi di influenza o uno?

MOSCOVICI crede che il conformismo delle maggioranze ottengono dai singoli membri è prima di
tutto un conformismo pubblico dovuto a ragioni di dipendenza sociale o di informazione. Al contrario
ritiene che le minoranze riescano a produrre prevalentemente dei cambiamenti privati di opinioni,
dovuti ai conflitti e alla ristrutturazione cognitiva prodotta dalle loro idee devianti.(teoria della
conversione). Un esempio pratico del fatto che l’influenza della minoranza riesce a produrre dei
cambiamenti interni e forse pure inconsci, è stata fornita da una serie di esperimenti di Moscovici e
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Personnaz. Qsti esperimenti iniziavano con il compito del colore blu-verde. Il trucco fu di domandare ai
soggetti, dopo ogni diapositiva, di riferire privatamente il colore dell’immagine postuma che avevano
visto sullo schermo vuoto. Ciò che la maggior parte degli individui non sa è che il colore di una
diapositiva postuma è sempre complementare al colore dello stimolo originario. Così per le diapositive
blu l’immagine postuma dovrebbe essere giallo-arancione; per le diapositive verdi, rosso carminio. I
sogg che avevano assistito alla prestazione del collaboratore che pensavano provenisse dalla
maggioranza mostrarono uno spostamento scarso o nullo nella percezione cromatica della diapositiva
postuma, ma quelli che credevano che il collaboratore fosse un individuo di minoranza riportarono dei
colori dell’immagine postuma che erano collocati verso l’estremità rosso carminio sulla scala. I colori
dell’immagine postuma erano diversi dai colori indicati dai collaboratori, il che impedisce di pensare
che i sogg copiassero le loro risposte. Inoltre i sogg sembravano inconsapevoli del cambiamento che era
avvenuto.
Nonostante il fatto che le minoranze possano essere rifiutate e inizialmente screditate, esse sarebbero in
ultima analisi + capaci di provocare un pensiero rispetto alle maggioranze. Secondo DE VRIES c’è una
maggiore elaborazione di un tema quando qsto è sostenuto dalla maggioranza.
MACKIE ha chiesto ai suoi sogg di ascoltare una registrazione di un dialogo fra 2 persone che
sviluppavano in pari misura argomenti favorevoli e contrari ad una certa questione. Uno dei disputanti
era presentato come portavoce di un punto di vista maggioritario;l’altro come fautore di un’opinione
minoritaria. I risultati furono: le argomentazioni avanzate dalla supposta maggioranza inducevano in
misura maggiore di quelle della controparte una modifica dell’atteggiamento dei sogg evidente sia
subito dopo il test sia a distanza di tempo, tanto sulla questione focale come su quella collegata. Il punto
di vista minoritario invece produceva una modifica + scarsa degli atteggiamenti. Inoltre,i riferimenti
alle argomentazioni maggioritarie erano + frequenti e maggiori erano le prove di una loro elaborazione
in senso favorevole rispetto a quanto si verificava per le argomentazioni avverse minoritarie. Quindi Per
Mackie è la maggioranza e non la minoranza a stimolare una elaborazione + sistematica nelle menti dei
destinatari dell’influenza. Le minoranza danno luogo probabilmente ad un’influenza che produce
modalità diverse di pensiero, + creative, + divergenti.
NEMETH dice che la prima reazione delle persone nell’udire che una maggioranza sta adottando un
punto di vista diametralmente opposto al proprio è di provare una certa ansia. Qsta aumentata
attivazione tenderebbe a focalizzare l’attenzione soggettiva sulla verità o falsità dell’opinione espressa
dalla maggioranza, escludendo altre questioni potenzialmente rilevanti. Ne deriva una modalità
convergente di pensiero. L’esposizione ad una opinione minoritaria è un’esperienza diversa. Il
destinatario si trova in una posizione di tranquillità e di agio iniziale in quanto crede che la minoranza
sbagli e possa essere ignorata senza difficoltà. Qsta condizione mentale di tranquillità consente una
valutazione cognitiva a + ampio raggio delle tematiche in gioco, e può successivamente portare ad
esprimere scelte + originali.Quindi minoranza=pensiero divergente. Uno dei primi esperimenti
condotti da NEMETH e WACHTLER ha ripreso il paradigma di Ash. Gli stimoli erano costituiti da
una serie di figure sovrapposte che generano uno sfondo complesso che occulta uno schema standard. Il
compito per i sogg era di identificare fra 6 figure quella che coincideva con lo standard. I ricercatori
avevano addestrato alcuni collaboratori a dare certi tipi di risp. RISULTATI: coloro che erano stati
esposti all’influenza maggioritaria tendevano a riprodurre le risp dei collaboratori, corrette o meno che
fossero(usuale effetto del conformismo).Quando però si esaminavano le risp insolite dei sogg, coloro
che erano stati sottoposti alla condizione di influenza minoritaria non solo erano quelli che producevano
il maggior numero di risp complessive, ma anche quelli che producevano il maggior numero di risp
corrette, indipendentemente dalla correttezza o imprecisione delle risp date dai collaboratori del
ricercatore. Inoltre i sogg sottoposti alle condizioni di influenza maggioritaria riferirono di aver provato
maggiore tensione.

Prendendo spunto dalla teoria dell’influenza sociale di Latanè, lo stesso LATANE’ e WOLF,
sostengono che la differenza principale tra l’influenza della maggioranza e quella della minoranza è
dovuta al fatto che nella prima ci sono + fonti di influenza che nella seconda. L’impatto degli stimoli
sociali aumenta in base al loro numero, ma con un’accelerazione negativa. Ciò significa che il primo
stimolo ha un forte impatto su un individuo;aggiungendone un secondo impatto aumenterà ma non
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come con il primo; e gli stimoli successivi avranno degli effetti solo marginali. L’intensità soggettiva di
una sensazione prodotta da uno stimolo aumenta in funzione della forza oggettiva dello stimolo. Se
collochiamo una fonte di luce in una stanza buia produciamo un notevole incremento nel livello di
illuminazione. Una seconda luce aumenterà l’illuminazione, ma l’aggiunta di altre 9 lampadine non
renderà la stanza 10 volte + luminosa. Per analogia le lampadine sono altri individui che esercitano
un’influenza sul sogg sperimentale. La grandezza della loro influenza, misurata dal conformismo
prodotto, dipenderà così dal numero dei presenti. Quindi aumentando l’ampiezza della maggioranza si
determina un aumento di conformismo ma in modo decrescente.
Nel modello di Latanè e Wolf è fondamentale l’idea che l’influenza sociale sia un processo unitario.
Gli studi della Wolf confermavano il punto di vista secondo cui le 2 forme di influenza differiscono nel
grado ma non nel tipo. I sostenitori dell’ipotesi del processo unitario hanno accumulato molti dati a
sostegno dell’ipotesi secondo cui l’ampiezza quantitativa degli effetti di influenza, sia della minoranza
che della maggioranza è prevedibile dalla stessa variabile: principalmente il numero degli individui che
sono influenzati rispetto al numero di quelli che esercitano l’influenza.
In conclusione, mentre la relazione numerica tra la minoranza e la maggioranza è chiaramente una
caratteristica significativa del contesto del gruppo che non deve essere ignorata, non sarà possibile
raggiunger una comprensione adeguata di quando e come i membri del gruppo sono in grado di
influenzarsi reciprocamente finchè non disporremo di informazioni molto + consistenti anche sulle loro
varie relazioni sociali.

CAP 5: INDIVIDUI VERSUS GRUPPI

1: La produttività di gruppo

1.1: La presenza di altri favorisce o limita la prestazione?

Ogni volta che siamo impegnati in un compito di gruppo si ha la presenza di altre persone e la
possibilità che qste osservino e valutino il nostro comportamento. E’ importante stabilire se la sola
presenza di altre persone influisca o meno sulla prestazione individuale. TRIPLETT fu il primo a fare
uno studio su qsto argomento, spinto dall’analisi dei resoconti della Lega ciclistica americana. Egli notò
che nelle situazioni in cui gli atleti correvano da soli venendo cronometrati, la prestazione sembrava
inferiore che in altre in cui l’andatura era misurata, ovvero in cui il percorso era segnato da alcuni
indicatori di velocità, e ancora minore che nelle gare vere e proprie dove i ciclisti si misuravano tra di
loro. Triplett ideò un compito di laboratorio(avvolgere mulinelli di canne da pesca) che i sogg potessero
svolgere da soli o in competizione. I risultati indicarono che i sogg tendevano a lavorare + velocemente
nelle situazioni competitive.
ALLPORT cercò di rimuovere l’elemento competitivo chiedendo ai sogg di svolgere compiti cognitivi
e notò che la presenza di un coattore facilitava la prestazione nei compito + semplici, ma la ostacolava
in quelli + difficili.
ZAJONC notò che l’asimmetria fra compiti semplici e complessi non era specifica della razza umana,
ma che presentava le caratteristiche tipiche di una legge universale del comportamento sociale. Ipotizzò
che la presenza di altri membri della propria specie avesse sempre l’effetto di aumentare il livello di
attivazione dell’animale, allo scopo di predisporre l’organismo all’azione, risposta evolutivamente
adattiva. Secondo la teoria classica dell’apprendimento, qsta aumentata attivazione aumenterebbe la
probabilità di comparsa delle risp apprese o abituali ma limiterebbe la probabilità di comparsa di risp
nuove o non adeguatamente apprese.
Ma gli effetti dati dalla presenza di altri non sono universali, è insufficiente una spiegazione solo
fisiologica, bisogna considerare anche i fattori cognitivi e attentivi e non sottostimare il significato
sociale inerente alla presenza di una o + persone.

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MONTEIL e HUGUET avanzarono l’ipotesi che nella misura in cui la presenza di altri aumenta il
livello di attivazione, dovrebbe comportare un restringimento dell’ambito attentivo. Nel caso di compiti
semplici qsto restringimento potrebbe avere effetti positivi poiché gli indizi rilevanti sono poco
numerosi e facilmente controllabili. Nel caso di compiti + complessi, in cui la presenza di numerose
variabili può richiedere spostamenti repentini dell’attenzione, una visione focalizzata tende ad
interferire con la prestazione.
Hanno esaminato l’effetto che la presenza di altri sogg produce nel compito di Stroop. Esso richiede ai
sogg di indicare il nome del colore dell’inchiostro di una serie di parole scritte. E’ un compito semplice,
ma in alcuni casi la parola ha un significato neutro e coerente con il colore reale dell’inchiostro; in altre
prove il significato della parola è incoerente con il colore. In qste ultime prove il tempo di risp dei sogg
è + lungo. Secondo i 2 autori l’interferenza al compito di Stroop si riduce in presenza di altre persone.
E’ come se la presenza dell’altro induca il sogg a concentrarsi di + nel compito di denominazione
assegnato e a escludere dalla mente gli effetti potenzialmente confusivi dei significati delle parole.Un
aspetto interessante dei risultati è che si assuma che l’attenzione al significato costituisca la risp
dominante o abituale. Quindi la facilitazione sociale riguarda la risp non dominante, di denominazione
cromatica.
Un altra spiegazione dei fenomeni di facilitazione sociale ipotizza che la prestazione in compiti sociali
sia determinata dalle aspettative su di sé e dal confronto sociale, reso possibile dalla presenza di un’altra
persona impegnata nello stesso compito. In compiti semplici le aspettative di riuscita dovrebbero essere
alte e amplificate dalla presenza di un termine di confronto sociale. In presenza di compito difficili le
aspettative di riuscita saranno + basse e verranno rese + basse in situazioni di confronto sociale.

1.2: Due teste sono davvero meglio di una?

Un tecnico agricolo francese Max Ringelmann domandò a studenti di agraria di tirare una corda
collegata ad un dinamometro per registrare la forza esercitata. Gli studenti tiravano da soli o in gruppi di
varie dimensioni. Benché maggiore era il numero di individui che tiravano, maggiore era la forza
esercitata, Ringelmann scoprì che la forza non aumentava in modo proporzionale all’ampiezza el
gruppo. Sembra che una parte ella forza congiunta degli individui scomparisse a qualche punto del
processo.
Fra tutti i tipi di compiti sulla base dei quali gli psicologi sociali hanno cercato di valutare la prestazione
relativa degli individui e dei gruppi, i + popolari sono stati quelli che comportano la soluzione di
problemi logici. SHAW fece uno dei primi esperimenti: metà dei suoi sogg lavorarono individualmente
e metà erano assegnati a caso a gruppi di 4 persone. Nella quota di individui e di gruppi che furono in
grado di risolvere i problemi, i gruppi erano superiori. Tuttavia qsti impiegarono una quantità di tempo
superiore. Qsta diff quando viene tradotta in minuti per persona, diventa piuttosto importante.
I tipi di compiti considerati fino ad ora erano di tipo convergente e in essi esiste una risp oggettivamente
corretta. Come si comportano i gruppi in attività + aperte che richiedono creatività ed immaginazione?
Uno di qsti compiti è il brainstorming, una tecnica per produrre idee. L’essenza di qsta tecnica è che
gli individui cercano di escogitare il > numero possibile di soluzioni per il problema che hanno di
fronte. Si potrebbe pensare che i gruppi interattivi siano molto abili in qsto tipo di attività, poiché hanno
una base comune + ampia di idee originali da cui attingere, oltre alla stimolazione reciproca che i
membri del gruppo dovrebbero essere in grado di realizzare. In realtà le cose non vanno così.
TAYLOR, BERRY e BLOCK assegnarono ad individui e a gruppi 3 problemi di breinstorming da
risolvere. Anche se i gruppi interattivi superarono facilmente l’individuo medio nel numero di idee
prodotte, quando quegli individui venivano raggruppati a caso in aggregati statistici, qsti gruppi
statistici erano di gran lunga migliori dei gruppi reali, anche nella qualità. Il brainstorming è davvero
utile quando viene eseguito prima in privato, usando successivamente il gruppo di interazione come un
luogo di discussione pubblico per combinare e valutare qste idee prodotte individualmente.

1.3: Produttività potenziale e produttività effettiva: le teoria del deficit di gruppo

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Qsti risultati sulla prestazione del gruppo mostrano un quadro confuso. Uno dei tentativi + famosi di
portare ordine in qsta complessità è stato la teoria dei processi e della produttività di gruppo di
STEINER. Egli inizia dicendo che la prestazione osservata di un gruppo in un compito sarà determinata
da 3 fattori:
1. le richieste del compito;
2. le risorse del gruppo;
3. il processo per mezzo del quale il gruppo interagisce per eseguire il compito.
I vari tipi di compito che i gruppi devono affrontare possono essere classificati sulla base di numerosi
criteri:
• Al livello + elementare essi possono essere divisibili o unitari: ossia possono essere divisi in
sottocompiti ciascuno dei quali viene svolto da un individuo diverso oppure sono compiti complessivi
che possono essere solo realizzati in toto o non realizzati.
• Il secondo criterio è l’eventualità che siano massimizzanti o ottimizzanti: lo scopo del compito è
quello di raggiungere una quantità o velocità massime(massimizzante) o la corrispondenza con
qualche standard predeterminato(ottimizzante).
• I compiti possono essere additivi: i contributi sono aggregati come nel brainstorming;
• Disgiuntivi: dove si richiede una decisione o-o tra diversi contributi;
• Congiuntivi: dove tutti devono completare il compito;
• Discrezionali: dove i gruppi possono decidere come vogliono il modo di eseguire il compito.
In un mondo perfetto, le risorse del gruppo corrisponderebbero sempre alle richieste del compito in
modo tale che il compito possa essere eseguito con successo. STAINER dice ke qsto scenario
rappresenta la produttività potenziale massima del gruppo.
Il metodo usato per determinare la produttività potenziale dipende dalla natura del compito:
1. Compiti additivi: somma dei contributi individuali massimi;
2. Compiti disgiuntivi: la soluzione sarà raggiunta quando un membro del gruppo indovina la
risp, quindi la produttività potenziale è equivalente alla probabilità di trovare qualcuno nel
gruppo che sia in grado di risolverlo. Per calcolare qsto bisogna sapere quanti individui nel
gruppo sono in grado di risolvere il problema. Ne deriva: Pg = 1- Q n * Pg dove Qn è la
quantità di individui che non riescono a risolvere il problema. Qsta è la proporzione teorica
dei gruppi che sono in grado di risolvere il problema e rappresenta la loro produttività
potenziale in tale compito.
STEINER afferma che la produttività effettiva di un gruppo di solito non riesce a raggiungere la sua
produttività potenziale. Cià accade perché i gruppi raramente sono in grado di utilizzare completamente
le risorse; si verificano spesso perdite dovute a processi interni al gruppo che impediscono di
raggiungere la produttività massima: Produttività Max= Produttività Potenziale – perdite dovute a
processi imperfetti.
Alcuni processi imperfetti sono semplici da identificare:
• Problemi di coordinamento: x es nel tiro della fune.
• Dinamiche sociali tra i membri: influenza di processi di confronto sociale, imbarazzo, ecc.
• Calo della motivazione: quando gli individui si trovano in un gruppo non si impegnano allo stesso
modo di quando sono da soli. Attraverso vari studi è stato mostrato che la mancanza di impegno
è semplicemente in funzione del fatto di credere di svolgere un compito assieme ad altri. Latanè
e altri definirono qsta apparente diminuzione di impegno nei gruppi “inerzia sociale” o social
loafing. KARAU e WILLIAMS hanno identificato una serie di condizioni nelle quali il social
loafing scompare e alcune condizioni fanno pensare all’esistenza di un effetto addirittura
opposto chiamato laboriosità sociale, social labouring, di aumentato impegno individuale in
compiti di gruppo. I 2 fattori cruciali che promuovono il social labouring sono l’importanza del
compito e la salienza del gruppo agli occhi dei suoi membri. Altre variabili che ridurrebbero
l’inerzia sociale sono la possibilità per il gruppo di essere valutato e la cultura nella quale viene
intrapreso lo studio. Qste caratterizzazioni suggeriscono che le perdite di processo nei gruppi
non costituiscono un fenomeno inevitabile e che l’equazione di Steiner che lega la produttività
reale e quella potenziale dovrebbe essere integrata dai guadagni di processo.

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1.4: Due teste sono realmente meglio di una: i benefici del lavorare in gruppo

Per STAINER i collaboratori costituiscono un impedimento a raggiungere il vero potenziale del


gruppo.
Per LATANE’ l’individuo è una specie di economizzatore di sforzo, intento a cavarsela con il minimo
investimento compatibile con l’acquisizione di un livello sufficiente si prestazione di gruppo.
La soluzione alla riduzione di produttività che si evidenzia nei gruppi risiede nell’aumento degli
incentivi nei confronti dei contributi individuali e nella riduzione contemporanea dei costi necessari per
farlo. Non avrebbe senso negare che le motivazioni e gli incentivi individuali giochino un ruolo nel
determinare il comportamento dei singoli come membri del gruppo. Qste spiegazioni misconoscono la
possibilità che la motivazione delle persone possa derivare da fonti sociali e che i gruppi siano in grado
di pervenire a qualche forma di valore aggiunto combinando contributi individuali in schemi che non
sono prevedibili.
I motivi per cui si verifica un deficit di gruppo sono in sostanza 3:
1. Quando si hanno dei compiti banali da eseguire non c’è la necessità di integrare i vari contributi. Le
cose sarebbero diverse se si utilizzassero compito + complessi e quindi + coinvolgenti, soprattutto se
qsti compiti richiamano la necessità di un’integrazione dei contributi dei membri del gruppo. Le
prove empiriche raccolte da numerose e diverse fonti confermano tutte l’esistenza di un simile
effetto facilitante sulla prestazione di gruppo. SHAW e ASHTON trovarono delle prove riguardo a
ciò che chiamarono assembly bonus effects (vantaggi del gruppo) usando un compito di soluzione
di un cruciverba. Utilizzando cruciverba semplici qsti ricercatori non hanno osservato alcuna
differenza tra le prestazioni osservate e quelle previste, ma con un cruciverba + difficile i gruppi
furono migliori del previsto.
I membri di un gruppo possono sentirsi incoraggiati a superare il proprio sforzo individuale se
percepiscono che la prestazione delle persone che collaborano con loro ad un compito comune è
meno brillante della loro. In tal caso possono sentire il bisogno di compensare l’insufficienza dei
loro collaboratori. Perché qsta compensazione sociale avvenga è import che i membri del gruppo
percepiscano che il compito è sufficientemente significativo. Ciò è stato dimostrato da WILLIAMS
e KARAU ricorrendo ad un compito di brainstorming. A metà sogg dissero che sarebbero stati
coinvolti in un importante compito cognitivo, all’altra metà invece, che sarebbero stati impegnati in
un compito banale. Nella metà dei casi i sogg affrontarono il compito con un collaboratore che si
professava molto abile o per niente abile, a seconda delle condizioni. Quindi una metà dei sogg
eseguiva il compito in condizioni di azione congiunta; l’altra metà lavorava in gruppo, limitandosi a
raccogliere idee. Nella condizione in cui il compito non era molto significativo, si verificava un
effetto di social loafing, indipendentemente dall’abilità percepita dei sogg coinvolti. Quando il
compito era reso importante l’impegno di coloro che erano stati messi in squadra con persone poco
abili era sensibilmente maggiore nella condizione di compito collettivo rispetto a quella di mera
azione congiunta. La compensazione era attuata dal membro +abile. E’ anche possibile che in alcuni
tipi di compito, specie quelli che richiedono resistenza fisica, i membri del gruppo meno abili
possano migliorare il loro contributo fino a raggiungere il livello del membro + abile, purchè tale
livello non si discosti troppo dal loro.
Qste diverse forme di compensazione sociale suggeriscono che se i compiti di apprendimento sono
organizzati in attività cooperative in cui i diversi studenti sono reciprocamente interdipendenti per il
raggiungimento di un obiettivo comune, allora la presenza di un mix di abilità nel gruppo potrebbe
non avere effetti negativi sulla prestazione reale.
2. Quando c’è poca salienza del compito, ci creano dei gruppi artificiosi dove non si crea un’identità
sociale. In gruppi artificiali, di solito, l’interazioni fra membri è scarsa o del tutto nulla e spesso
manca un obiettivo esplicito di gruppo da raggiungere. L’assenza di tutti qsti fattori indica che la
possibilità per i membri del gruppo di sviluppare una qualsiasi identificazione con esso è minima.
La teoria dell’identità sociale di TAJFEL assume che una componente importante della
concezione che le persone hanno di sé, della propria identità e del proprio valore, derivi dalla loro
appartenenza a gruppi. Il prestigio sociale di qsti gruppi, la qualità apparente della loro prestazione
e il grado di favore con cui sono percepiti all’esterno si riflettono nelle valutazioni ei membri rivolte
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a se stessi. Quindi lavoreranno + duramente a favore del gruppo se, così facendo, potranno
migliorarne la posizione rispetto ad altri gruppi. HARKINS e SZYMANSKI fecero a tale proposito
un esperimento utilizzando il brainstorming. Hanno messo a confronto la prestazione di sogg che
credevano che il loro contributo individuale sarebbe stato verificato e sogg che pensavano che la
valutazione avrebbe interessato solo il contributo complessivo del gruppo. A metà sogg venne detto
che avrebbero confrontato la loro prestazione con un termine di paragone costituito o dalla
prestazione media di altre persone o dalla prestazione media di altri gruppi. Secondo la teoria di
Tajfel, la presenza di un confronto intergruppi avrebbe dovuto accrescere il livello di identificazione
con il compito del gruppo e avrebbe dovuto motivare i membri a lavorare di + per portarlo a
termine. Infatti fu così, il risultato ottenuto da qsti sogg era il + alto di tutte le condizioni
sperimentali. WORCHEL e colleghi fecero un asperimento: i sogg della ricerca lavoravano
dapprima ad un compito individuale. Poi metà dei sogg veniva fatto lavorare al compito di gruppo in
presenza di un altro gruppo che per ipotesi avrebbe rafforzato l’identificazione con il gruppo. L’altra
metà lavorava in gruppo senza esser affiancata da altri. In una metà dei casi, la salienza dell’identità
di gruppo veniva rafforzata dando un nome al gruppo e facendo in modo che tutti i membri
indossassero un camice dello stesso colore;nell’altra metà i camici erano di colori differenti.
RISULTATI: i sogg lavoravano in modo maggiore in presenza di un gruppo esterno e il loro
impegno era massimo quando indossavano lo stesso camice e quando qsto era diverso da quello dei
membri del gruppo esterno. Ciò dimostra l’esistenza di un social labouring in un compito di gruppo
in cui non era possibile valutare il contributo individuale e in cui i membri del gruppo erano meno
identificabili perché indossavano un camice dello stesso colore.
3. I dati derivano quasi tutti da culture occidentali, individualistiche e + indipendenti dal gruppo. I
membri di culture individualistiche aspirano solitamente a conservare una certa indipendenza dal
gruppo e sono inclini a perseguire obiettivi personali, spesso in competizione con altri. Le cultura
orientali invece sono collettivistiche, i membri di qsti gruppi tendono a sviluppare un forte
attaccamento ai diversi gruppi ai quali appartengono. Nella misura in cui l’obiettivo del gruppo è
ben definito, esso tende ad essere interiorizzato e perseguito soprattutto nelle culture collettivistiche
in cui i cali di prestazione costituiscono un evento eccezionale.

2: Processi decisionali di gruppo

2.1: Caratterizzare il processo di gruppo: la teoria degli schemi di decisione sociale

Quando la produttività effettiva non riesce a raggiungere quella potenziale, si suppone la presenza di
qualche fattore interferente. Possiamo solo azzardare un’ipotesi su quale possa essere qsto fattore e sul
processo. Ciò accade perché l’osservazione diretta dei gruppi può esser difficile e spesso produce dati
complessi difficili da interpretare. Un modo per evitare qsta difficoltà è stato proposto da DEVIS: il
metodo è quello di condurre numerosi esperimenti sul pensiero in cui si immaginano tutti i modi diversi
in cui i gruppi potrebbero lavorare ad un compito particolare. Qsti sono formulati come modelli di
regole di decisione differenti. Poi si introducono in qsti modelli informazioni sulle abilità degli individui
nel completare il compito o parte di esso. Qste info possono essere ipotetiche o basate su dati
precedentemente raccolti. Poi si calcolano i risultati probabili dei diversi modelli. I risultati sono posti a
confronti con i risultati effettivi. Si suppone che il modello di decisione utilizzato dal gruppo sia quello
che meglio corrisponde al pattern di dati osservato.
ESEMPIO: immaginiamo un gruppo di 3 individui che tenta di risolvere un problema con un’unica
soluzione. Facciamo finta che si siamo 3 tipi di individui nella popolazione:
• Y1: coloro che sono capaci di risolvere il problema;
• Y2: gli individui che consono capaci di risolverlo ma se vedono la soluzione corretta sono in grado di
riconoscerla;
• Y3: le persone che né sono in grado di riconoscere la soluzione se la vedono, né sono in grado di
trovarla.

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Le varie combinazioni sono in tutto 10. Pensiamo ora ai modi in cui il gruppo potrebbe giungere ad una
decisione sulla soluzione del problema. Prendiamo 3 regole comuni che operano nei gruppi:
• il trionfo della verità: prevarrà sempre una soluzione corretta dimostrabile;
• la regola della maggioranza;
• il verdetto unanime.
Successivamente determiniamo se ciascuna delle dieci permutazioni dei membri del gruppo potrebbe o
meno risolvere il problema in ciascuna delle 3 regole di decisione supposte sopra. Dopo dobbiamo fare
qualche ipotesi sulla distribuzione dei nostri 3 tipi di individui nella popolazione e sulla probabile
composizione dei nostri gruppi. A qsto punto è facile calcolare le probabilità teoriche previste di
raggiungere una soluzione con ciascuna delle regole di decisione. (per il trionfo della verità, 5 tipi di
composizione di gruppo su 10 risolvono il problema, quindi la probabilità di raggiungere la soluzione
corretta è di 0.6. Per la regola della maggioranza 5 tipi di composizione trovano la soluzione, quindi la
probabilità è 0.5. Per il verdetto unanime solo 3 tipi di gruppo raggiungono la soluzione quindi la
probabilità sarà 0.3.
LAUGHLIN parla di modello della prevalenza della verità convalidata da terzi, ovvero la risp
giusta prevarrà in un gruppo solo se almeno 2 membri la difendono. Corrisponde al modello della regola
maggioritaria. Un unico individuo che suggerisce la risp esatta è meno efficace, lo si può aver quando
gruppi molto piccoli devono occuparsi di compiti molto difficili.

2.2: Le decisioni degli individui e dei gruppi sono diverse?

STONER nei suoi esperimenti usava come sogg degli studenti di economia. Domandò a ciascuno di
loro di esprimere giudizi su alcuni ipotetici dilemmi sociali. Ciascuno di essi richiedeva 2 corsi
d’azione, uno dei quali comportava un rischio + elevato ma aveva anche un risultato+ desiderabile. Ai
sogg fu chiesto di valutare quale era il livello di rischio + bassi che erano disposti ad accettare
consigliando ogni volta al sogg l’alternativa + rischiosa. I sogg venivano poi riuniti a caso in gruppi con
il compito di raggiungere una decisione unanime su ciascuno dei dilemmi che avevano considerato
individualmente. Stoner notò che le decisioni di gruppo erano + rischiose della media delle decisioni
individuali precedenti alla discussione di gruppo. Qsti risultati furono replicati da altri autori i quali
stabilirono che qsti spostamenti nell’opinione del gruppo venivano interiorizzati perché ricomparivano
quando si domandava ai sogg di esprimere ancora una volta le loro opinioni individuali dopo la
discussione di gruppo.
Dopo molti altri esperimenti risultarono evidenti il ruolo di 3 fattori:
1. il cosiddetto spostamento verso il rischio dovrebbe essere definito polarizzazione: i gruppi
sembrano spostarsi dal punto neutro della scala verso il polo che era preferito inizialmente dalla
media delle scelte individuali.
2. l’ampiezza dello spostamento dovuto alla polarizzazione di gruppo era correlata con la posizione
iniziale media degli individui nella scala. Più un gruppo è estremo all’inizio,+ estremo sembra
diventare.
3. gli effetti della polarizzazione non sono limitati ai dilemmi di scelta ideati.
Va aggiunto però che quasi tutti qsti studi vennero fatti in laboratorio, quindi le decisioni non avevano
conseguenze reali. In quei pochi studi effettuati sui processi decisionali di gruppi reali, la polarizzazione
non era sempre molto visibile.
SEMIN e GLENDON hanno osservato che l’elemento che distingue la maggior parte dei corpi
decisionali reali dai gruppi di laboratorio è che i primi sono molto + stabili, hanno una storia e un
futuro. Ciò significa che è molto + probabile che i gruppi decisionali reali sviluppino una struttura
interna, che adottino procedure convenzionali e stabiliscano delle norme sugli argomenti oggetto di
decisione, tutti fattori che ostacolano la comparsa di una polarizzazione. Può accadere che la
polarizzazione si presenti negli stadi iniziali della vita di un gruppo o quando esso affronta una
situazione nuova o insolita.

2.3: Spiegazioni della polarizzazione di gruppo

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Come possiamo spiegare i fenomeni di polarizzazione???
Esistono 3 approcci principali a qsto problema:
1. Polarizzazione mediante confronto: secondo SANDERS e BARON,ogni argomento sul quale
un gruppo deve raggiungere una decisione tende ad essere associato a numerosi valori sociali.
Qsti valori daranno luogo ad una preferenza sociale iniziale per un risultato anziché per un altro.
Prima della discussione di gruppo è probabile che ciascun individuo tenda a percepire se stesso
come + vicino a qsto risultato socialmente desiderabile rispetto ai suoi pari. Avviata la
discussione di gruppo, aumentando così la salienza dei valori sociali rilevanti, alcuni di qsti
individui scoprono che la percezione iniziale era errata perché ci sono altri sogg che approvano
posizioni ancora + vicine al polo socialmente valorizzato rispetto a loro. Il risultato di qsto
confronto sociale è quello di determinare un ulteriore spostamento dei sogg in qsta direzione al
fine di presentare se stessi sotto una luce + favorevole. Il risultato è che la decisione collettiva
sarà leggermente + estrema della media delle posizioni individuali e rappresenterà +
strettamente il punto di vista maggioritario nel gruppo. L’idea di fondo di qsta spiegazione dei
confronti sociali è che gli individui siano a conoscenza delle posizioni assunte dagli altri membri
del gruppo relativamente al valore sociale dominante in questione. Di conseguenza è possibile
che non sia necessario discutere tali argomenti con gli altri membri per produrre polarizzazione,
se le info per il confronto sociale possono essere fornite in qualche altro modo.
2. polarizzazione mediante persuasione: secondo questo approccio il fattore causale principale
che è alla base della polarizzazione di gruppo è costituito dallo scambio di info e dalle
discussioni che precedono la decisione collettiva. BURNSTEIN e VINOKUR partono dal
presupposto che su ogni argomento soggetto a discussione nel gruppo è improbabile che si
verifichi un equilibrio esattamente simile tra gli argomenti e le prove favorevoli o contrarie. Di
solito ci sarà una prevalenza in una direzione e ciò dipenderà dai valori sociali dominanti.
All’inizio ciascun individuo non avrà accesso a tutti qsti argomenti e non tutti gli individui nel
gruppo saranno consapevoli degli stessi argomenti. Una volta avviata la discussione, tutte qste
info diverse vengono portate alla luce; ciascun individuo prende conoscenza di una quantità
maggiore di argomenti a sostegno del punto di vista dominante e, anche di 1 o 2 argomenti
contrari aggiuntivi. I membri del gruppo si comportano allora come elaboratori di info razionali
e rispondono agli argomenti aggiuntivi e alle prove in favore del punto di vista inizialmente
preferito spostando ulteriormente la loro opinione in tale direzione.
Se ciò che causa polarizzazione è il contenuto persuasivo degli argomenti anziché i confronti tra
se stessi e gli altri, allora dovrebbe essere possibile produrre spostamenti di opinioni anche
quando gli individui non sono in grado di inferire opinioni degli altri, purchè gli argomenti
rilevanti che emergono siano sufficientemente persuasivi. Invece, anche se i sogg conoscono la
posizione degli altri su un determinato argomento, a meno che non siano esposti ad argomenti
sufficientemente vari e convincenti, non dovrebbero mostrare polarizzazione.
BURNSTEIN e VINOKUR idearono 2 esperimenti:
• inizialmente i sogg rispondevano a dilemmi di scelta da soli, poi discutevano qsti stessi in
gruppo e in seguito registravano le loro opinioni individuali successive. Tuttavia ogni
individuo aveva il compito di sostenere un punto di vista fornito dallo sperimentatore. In qsto
modo i confronti sociali divenivano impossibili poiché gli individui non avevano modo di
esprimere le loro reali opinioni. Nella metà dei gruppi veniva richiesto a tutti di sostenere il
proprio punto di vista; l’altra metà doveva difendere una posizione contraria a ciò che credeva.
Gli autori ipotizzarono che gli individui avrebbero parlato meno sarebbero stati meno
convincenti quando dovevano sostenere qualcosa in cui non credevano veramente.
• Gli autori informarono i sogg che ciascuno aveva ricevuto la consegna di difender opinioni
esattamente contrarie alle proprie. A qsto punto i confronti sociali erano possibili poiché gli
individui potevano inferire le posizioni vere degli altri capovolgendo qualsiasi cosa avessero
detto. Tuttavia, gli argomenti prodotti in qsto caso non avrebbero potuto essere molto coerenti
o persuasivi poiché, come nella metà dei gruppi nel primo esperimento, i sogg dovevano
giocare il ruolo di avvocato del diavolo.La polarizzazione ha avuto luogo nella condizione

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dell’esperimento1, dove i confronti erano impossibili ma i membri el gruppo potevano essere
persuasivi. Nella condizione 2 la polarizzazione era assente.
3. Polarizzazione come differenziazione intergruppi: qsto approccio chiama in causa come
processo decisivo l’identificazione col gruppo. Prendendo spunto dalla teoria
dell’autocategorizzazione di Turner, WETHERELL sostiene che quando un gruppo mostra
polarizzazione, i membri cercano di adeguarsi alla posizione normativa che considerano
prototipica per il loro ingroup. Quando la situazione rende + importante la loro identità di
ingroup allora è + probabile che le norme rilevanti dell’ingroup diventino + estreme per essere
differenziate +facilmente dalle norme dell’outgroup, e la polarizzazione all’interno del gruppo
sarà rafforzata.
Osservazioni conclusive sulla polarizzazione di gruppo: La teoria del confronto sociale è + efficace
per spiegare la polarizzazione che avviene in campi dove sussistono poche opportunità di intraprendere
una discussione o scambiare opinioni, ma dove ci sono, nonostante tutto info disponibili sul modo di
comportarsi socialmente appropriato e sul comportamento reale degli altri.
Nei compiti di discussione verbale l’approccio degli argomenti persuasivi mostra in modo
convincente che è il contenuto dei sms a determinare l’ampiezza della polarizzazione e non le posizioni
assunte da coloro che inviano il sms. Tutte e due gli approcci sembrano + applicabili quando si conosce
inizialmente poco degli altri membri del gruppo o quando la decisione che si prende è nuova.
L’essenza del terzo approccio è che i membri del gruppo hanno una certa conoscenza degli attributi
principali e degli atteggiamenti normativi caratteristici del loro gruppo e tendono ad avvicinarsi quando
la loro appartenenza ad un gruppo diventa saliente o minacciata. Non esiste un modo migliore di qta
prospettiva dell’identità sociale per spiegare la polarizzazione prodotta dagli argomenti dell’ingroup o
dell’outgroup. Tuttavia, per quanto qsti effetti intergruppi siano efficaci, è meno facile immaginare
come potrebbero entrare in gioco in una giuria dove non c’è un outgroup visibile rispetto al quale
definire la norma prototipica dell’ingroup.
Nella > parte delle situazioni di presa di decisioni nel mondo reale sono presenti in una certa misura
tutti e 3 i tipi di processi.

2.4: La qualità del processo decisionale:

Quando è difficile stabilire i risultati di un processo decisionale, è possibile valutare il processo stesso
che li ha prodotti. JANIS analizzò alcune decisioni in materia di politica estera prese negli Stati Uniti
tra il 1940 e il 1980 e giunse alla conclusione che nei casi in cui le cose andarono male per i decisori, il
processo decisionale presentava 5 caratteristiche:
• Il gruppo che prendeva la decisione era molto coeso;
• Il gruppo era anche isolato da info provenienti dall’esterno;
• Di rado coloro che prendevano le decisioni cercarono alternative per valutare i rispettivi vantaggi;
• Il gruppo era spesso sottoposto allo stress di dover raggiungere una decisione in fretta;
• Il gruppo era dominato quasi sempre da un leader direttivo.
Secondo Janis in un gruppo qste condizioni producono forti pressioni verso il conformismo e sono qste
tendenze a cercare l’accordo che portano a decisioni imperfette, ciò che egli definisce pensiero di
gruppo. Quali sono i sintomi del pensiero di gruppo?
•..1 E’ probabile che un gruppo molto coeso eserciti delle pressioni sui devianti affinché si conformino
al punto di vista comune.
•..2 L’illusione di unanimità e correttezza: se tutti si mostrano d’accordo su un argomento allora qsto
può portarci a concludere che qsto punto di vista è l’unico valido. Ciò può ostacolare qualsiasi
ricerca creativa di altre opinioni ridicolizzandone le fonti.
•..3 Formazione di stereotipi negativi sugli outgroup.
JANIS sostiene che un tale insieme di sintomi è l’opposto di ciò che dovrebbe caratterizzare il buon
processo decisionale, cioè il calcolo razionale delle opzioni possibili alla luce di tutte le prove
disponibili. Egli ha posto a confronto alcuni esempi di decisioni risoltesi in fiaschi perché espressione di
un pensiero di gruppo, e altri eventi nel quali i gruppi avevano messo in atto una decisione + vigile. In
qsti ultimi casi, l’impressione è che il leader avesse adottato un ruolo + neutrale, incoraggiando
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l’espressione di punti di vista divergenti e addirittura nominando esperti indipendenti che facessero da
avvocati del diavolo.
Peterson ha confrontato il modo di operare dei gruppi manageriali di 7 importanti organizz in periodi di
successo e di recessione. La prestazione economica efficace tendeva ad essere associata ad un team di
gestione + coeso e ad un direttore generale forte. Ciò va contro quello detto da Janis.
La Flowers ha creato dei gruppi dotati di coesione elevata e bassa che contenevano un leader addestrato
ad usare uno stile partecipativo e non direttivo o un approccio direttivo e orientato al compito. Vide che
il livello di coesione non aveva alcun effetto sia sul numero delle differenti soluzioni proposte, sia sulla
gamma degli elementi considerati nel raggiungere una decisione. Viceversa, lo stile della leadership era
importante. Con i leader aperti e non direttivi, il gruppo produceva + soluzioni ed esaminava una
quantità maggiore di info.
Gli esperimenti che hanno evidenziato effetti deleteri dovuti alla coesione di gruppo sulla qualità del
processo decisionale sono estremamente rari e anche allora qsti effetti potrebbero essere dovuti alla
presenza di fattori aggiuntivi, ad esempio una certa minaccia all’identità di gruppo.
VINOKUR e colleghi trovarono l’importanza del leader e la relativa non importanza della coesione in
alcuni studi da loro effettuati.

Come fare per evitare i rischi potenziali di una presa di decisione collettiva??
Bisogna individuare procedure capaci di ottimizzare la partecipazione effettiva di tutti i membri del
gruppo in modo da assicurare il contributo massimo possibile di idee e info rilevanti. Sono importanti 3
fattori:
1. Lo stile adottato dal leader: un leader troppo direttivo che impone troppo il suo punto di vista,
che scoraggia l’espressione di opinioni alternative e di critiche, tende ad essere
controproducente.
2. Il livello di coesione del gruppo: a differenza di quanto ha detto Janis, la coesione o non ha
effetto sulla qualità della decisione, oppure è associata a un migliore processo decisionale.
3. I gruppi tendono a cercare di modi per ridurre la tendenza delle info non condivise a restare
nascoste.

CAP 6: CONFLITTO TRA GRUPPI E COOPERAZIONE

Non è possibile separare i fenomeni intergruppi da ciò che accade all’interno del gruppo. Per diverso
tempo si è creduto che fenomeni come lo scontento e la protesta sociale, si originassero da eventi
frustranti attuali o passati. Si riteneva che la frustrazione conducesse a manifestazioni aggressive
diversificate nei confronti della fonte frustrante o, + frequentemente, nell’individuazione di un capro
espiatorio. Accanto a qsta visione della frustrazione come deprivazione assoluta di bisogni privati, è
emersa un’ipotesi alternativa che vede in essa uno stato di deprivazione relativa. L’idea di fondo è che
le persone esprimano scontento non necessariamente perché hanno fame o sono povere, ma perché si
sentono + affamate o + povere di quel che dovrebbero essere.
Le diverse forme di comportamento intergruppi, competitive e cooperative, possono essere considerate
come un modo con cui le persone reagiscono agli interessi reali o percepiti del proprio gruppo. Quando
qsti interessi risultano incompatibili con quelli di un altro gruppo, quando ciò di cui il gruppo esterno è
alla ricerca va a discapito dell’ingroup, tende a prodursi antagonismo e discriminazione reciproca.
Quando invece gli interessi sono concordanti ed entrambi i gruppi lavorano per raggiungere un obiettivo
comune, la relazione tende ad essere + amichevole.
La relazione fra gli obiettivi dei gruppi costituisce una determinante importante del comportamento
intergruppi.

1: Deprivazione e scontento sociale

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Il pregiudizio va considerato come il mantenimento o l’espressione di atteggiamenti dispregiativi, di
emozioni negative o di condotte discriminatorie nei confronti dei membri di un gruppo esterno motivati
dall’appartenenza di qste persone a quel gruppo esterno.

1.1: Frustrazione, pregiudizio e aggressività intergruppi

Secondo DOLLARD la presenza del comportamento aggressivo presuppone sempre l’esistenza della
frustrazione e l’esistenza della frustrazione conduce sempre a forme di aggressività. Con il termine di
frustrazione s’intende ogni interferenza con il soddisfacimento di un bisogno elementare che produce
un aumento di attivazione (arousal) e un’istigazione ad aggredire. Tale energia aggressiva deve essere
spesa per rimuovere la fonte dell’interferenza.
Spesso l’aggressività non può dirigersi alla fonte reale della frustrazione e viene allora spostata verso un
obiettivo diverso. Essa si manifesta perché l’ individuo che subisce la frustrazione può aver appreso
delle inibizioni contro l’attacco ad un bersaglio + forte o perché la vera fonte della frustrazione non è
immediatamente disponibile. L’aggressività deve comunque trovare uno sbocco e viene così spostata su
bersagli sostitutivi, di solito quelli nei confronti dei quali esistono meno inibizioni perché sono ritenuti
+ deboli o meno capaci di reagire, ad esempio i membri di qualche gruppo di minoranza. Secondo
un’analisi fatta da Dollard e colleghi, relativa alla crescita dell’antisemitismo in Germania, Hitler trovò
un pubblico così ricettivo nei confronti delle sue idee razziste a causa del decennio precedente di
frustrazioni causate dal crollo dell’economia tedesca degli anni 20.
Altri tentativi compiuti per verificare la validità di qsta spiegazione del giudizio come ricerca di capro
espiatorio hanno incontrato un successo solo parziale.
I problemi legati alla teoria della frustrazione-aggressività sono diversi:
• Uno dei problemi della spiegazione basata sullo spostamento è la difficoltà nel prevedere con
qualche certezza quale bersaglio verrà scelto come capro espiatorio. MILLER suggerì che gli
individui avrebbero scelto bersagli che non fossero né troppo simili né troppo diversi dalla fonte
reale della frustrazione.
• La frustrazione non è né necessaria né sufficiente per determinate l’aggressività. BARKOWITZ
ripropone così una riformulazione della teoria. Il primo cambiamento importante da lui suggerito
è stato quello di sottolineare l’importanza che hanno gli indizi relativi alla situazione nel liberare
l’aggressività prodotta dalla frustrazione. Qsti indizi sono stimoli presenti nell’ambiente sociale
che erano stati associati all’aggressività in passato. Il capro espiatorio che viene scelto +
facilmente è un outgroup che i membri dell’ingroup avevano associato in precedenza al conflitto
o all’antipatia. Barkowitz ampliò il significato di frustrazione fino ad includervi un elemento
soggettivo o cognitivo: la frustrazione non è solo un determinato stato di deprivazione
oggettiva, ma anche la presenza di fattori che ostacolano le aspettative degli individui, l’idea di
essere deprivati. Alla fine la causa generale dell’aggressività non è di per sé la frustrazione, ma
gli eventi contrari in generale.
• C’è il problema di tradurre gli stati di frustrazione dei singoli individui in atti di aggressività
collettivi. La teoria della frustrazione-aggressività implica che ogni volta si verifichi
un’esplosione di pregiudizio o di scontento ciò che accade è che diverse centinaia di persone
sperimentano allo stesso tempo il medesimo stato emotivo di rabbia e scelgono insieme gli stessi
bersagli per scaricare tale rabbia. Il modellamento e la selettività dell’antagonismo intergruppi
suggeriscono che oltre alla semplice rabbia degli individui coinvolti, devono essere implicati
anche fattori come le norme sociali e gli scopi collettivi.
• Raramente il conflitto tra gruppi è guidato da una qualsiasi strategia premeditata da parte dei
membri coinvolti, è piuttosto una faccenda irrazionale. Osservazioni fatte da FOGELSON
suggeriscono che i rivoltosi mantengono un certo grado di controllo cognitivo che è
incompatibile con l’idea presente nella teoria della frustrazione-aggressività che tali eventi siano
causati dall’esplosione di rabbia negli individui.
• La teoria è incapace di spiegare o predire comportamenti positivi, come l’amicizia o la
collaborazione, nelle relazioni intergruppi.
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1.2: Deprivazione relativa e disagio sociale

La deprivazione non è una condizione assoluta ma è sempre relativa a qualche norma che stabilisce ciò
che viene ritenuto accettabile. Il punto fondamentale della teoria della deprivazione relativa è che gli
individui diventano scontenti e ribelli quando percepiscono l’esistenza di una discrepanza tra lo
standard di vita di cui godono e quello di cui credono di dover godere. Secondo GURR è proprio la
deprivazione relativa a costituire la forza motrice della violenza collettiva. +il divario è ampio,
maggiore è la probabilità di disagio. Altri studiosi hanno fatto notare che esiste un altro tipo di
deprivazione che deriva dalla percezione da parte degli individui delle fortune del proprio gruppo. Uno
di qsti è RUNCIMAN che suggerisce che nei movimenti collettivi il fattore + importante è la
sensazione che l’ingroup sia deprivato in rapporto a qualche standard desiderato. Egli definisce qsto
fenomeno come deprivazione fraternalistica per distinguerla dall’altra forma di deprivazione
egoistica.
Cosa dà origine alla deprivazione relativa??
A livello generale la deprivazione relativa è causata da uno scarto tra le aspettative e i risultati.
Le aspettative sono coinvolte nel sostegno che i singoli individui danno al cambiamento sociale. Ma
cosa determina le aspettative degli individui?? Un fattore possibile è l’esperienza passata. DAVIES
dice che gli individui tendono a fare previsioni sulla base delle proprie esperienze recenti di benessere o
di povertà e ad aspettarsi che il futuro sia simile. Egli propose l’ipotesi della curva J: è + probabile che
le ribellioni avvengano non dopo un periodo di deprivazione prolungata, ma dopo un periodo in cui lo
standard di vita generale è aumentato per vari anni e successivamente ha mostrato un declino
improvviso. Qsto declino improvviso dopo un periodo di prosperità produce lo scarto tra gli standard di
vita reali è quelli desiderati che determina la deprivazione relativa. La teoria di Davis ha ricevuto solo in
parte conferma empirica.
Se il confronto con il passato non sempre genera una frustrazione delle aspettative, il contatto con altri
gruppi può costituire una fonte di deprivazione assai + potente. VANNEMAN e PETTIGREW presero
in esame un campione di 1000 cittadini bianchi con diritto di voto e cercarono di capire in che misura
essi sentivano di stare meglio o peggio, sul piano economico, rispetto ad altri bianchi simili a loro
(deprivazione egoistica) e rispetto ai neri (deprivazione fraternalistica o collettiva). I sogg con maggiore
pregiudizio erano i collettivamente deprivati o quelli egoisticamente e collettivamente deprivati. I sogg
che sperimentavano solo deprivazione egoistica non esprimevano particolari pregiudizi, poiché il loro
scontento riguardava la loro sorte personale e non si mescolava ad un’insoddisfazione di gruppo, non si
traduceva neanche in un pregiudizio intergruppo.
Se c’è un gruppo che ha tutto il diritto di sentirsi relativamente deprivato, qsto è quello delle donne.
Nonostante l’avvenuta promulgazione di leggi sulla parità, le donne continuano a guadagnare meno
degli uomini e ad esser concentrate nelle professioni di minore prestigio. Qsta disparità persiste
passando alla sfera domestica, nella quale le donne svolgono di solito la maggioranza delle incombenze
domestiche anche quando lavorano come il partner. Anche se il livello generale di deprivazione relativa
delle donne non è così alto, in quelle donne che sentono l’iniquità della loro posizione qsto sentimento
tende a tradursi in un desiderio di modificare le cose. Alcuni autori in uno studio hanno riscontrato che
il senso di deprivazione collettivo era alimentato, almeno in parte, dalla frustrazione personale delle
donne per il fatto di non aver tratto grandi vantaggi dai programmi di azione positiva sul lavoro. Qsta
duplice deprivazione, egoistica e collettiva, sembra costituire uno stimolo particolarmente potente a
manifestazioni di protesta. Non possiamo decidere se è la deprivazione ad aver dato origine all’attività
di protesta o se è invece la partecipazione casuale ad azioni collettive ad aver prodotto un cambiamento
di atteggiamento. La prima ipotesi è stata dimostrata da uno studio in cui i ricercatori raccolsero il
parere degli intervistati circa la propria situazione di lavoro un mese prima di somministrare un
questionario comportamentale che andava ad indagare il loro coinvolgimento nelle attività di sviluppo
di carriera e di protesta collettiva. Mentre i sentimenti di scontento personale erano associati ad un
maggior numero di tentativi di cambiare lavoro e di ottenere ulteriori qualifiche e formazione, ma non
erano associati alla partecipazione a forme di azione collettiva, i sentimenti di scontento collettivo erano
fortemente correlati alla partecipazione a programmi di azione positiva a sciopero e solo poco associati
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alla partecipazione a programmi di sviluppo. Tutti qsti studi hanno individuato una correlazione fra
deprivazione relativa e scontento sociale.
La teoria della deprivazione relativa consente di capire meglio quando e dove lo scontento sociale può
sorgere. Dopo la sua formulazione essa ha ricevuto alcune specifiche:
• La deprivazione relativa necessita di una forte identificazione con il gruppo;
• L’importanza della consapevolezza di poter determinare un cambiamento: per quanta rabbia
possano provare, se i membri di un gruppo svantaggiato non vedono alcun mezzo per
raddrizzare le cose, difficilmente saranno disposti a fare molto per migliorarle.
• La natura dell’ingiustizia percepita soggiace al senso di deprivazione relativa: Il senso di
deprivazione relativa si ingenera dalla percezione di una discrepanza fra i risultati ottenuti e
quelli attesi. Esso nasce dalla percezione di un’ingiustizia nella distribuzione dei beni materiali.
Secondo TYLER e SMITH qsta ingiustizia distributiva talvolta ha minor rilevanza rispetto
alla percezione di un’ingiustizia procedurale, ovvero dell’idea che i metodi utilizzati per
distribuire i beni materiali siano iniqui.
• I confronti sociali costituiscono una fonte importante di deprivazione relativa perché
rappresentano spesso un modo con cui le persone valutano la loro posizione di gruppo e il loro
sviluppo nella società. Ma l’effetto di qsti confronti, sentimenti di deprivazione o di
gratificazione, dipende interamente dal gruppo con il quale si sceglie di confrontarsi. I primi
teorici della deprivazione relativa hanno suggerito che le persone tendano a confrontarsi con
persone simili a loro. Secondo MAJOR qsta tendenza spiega in parte il “paradosso della
lavoratrice soddisfatta”: la ragione per cui le donne sembrano indifferenti di fronte a madornali
disuguaglianze retributive è che tendono a confrontarsi con altre donne anziché con uomini.

2: Comportamento intergruppi e interessi di gruppo

2.1: Scopi conflittuali e competizione intergruppi:

SHERIF con la sua teoria afferma che gli attegg e il comportamento intergruppi degli individui
tenderanno a riflettere gli interessi oggettivi del proprio gruppo nel confronto con gli altri gruppi. Dove
qsti interessi sono in conflitto, allora è + probabile che la causa sostenuta dal loro gruppo sia
incoraggiata da un orientamento competitivo nei confronti del gruppo rivale, che spesso viene esteso
fino ad includere atteggiamenti preconcetti e persino un comportamento apertamente ostile.
Viceversa, dove gli interessi dei gruppi coincidono, allora è + funzionale per i membri del gruppo
adottare un atteggiamento cooperativo e amichevole nei confronti dell’outgroup. Sherif e i suoi
collaboratori fecero 3 esperimenti noti come gli studi del “campo estivo”. Il disegno sperimentale
complessivo comprendeva 3 fasi: la formazione del gruppo, il conflitto intergruppi e la riduzione del
conflitto. Fecero in modo che gli esperimenti fossero condotti nel contesto di un campo estivo per
ragazzi, con la diff che tutti gli adulti presenti nel campo estivo erano ricercatori addestrati che
osservavano attentamente ciò che accadeva. I ragazzi erano stati selezionati prima di essere invitati al
campo,erano tutti bianchi, di classe media e intorno ai 12 anni di età. Nessuno si conosceva prima di
allora. Qsto campione assicurava che qualsiasi comportamento osservato in seguito non fosse
attribuibile ad una storia precedente di deprivazione sociale o alle relazioni preesistenti tra ragazzi.
Prima fase: formazione del gruppo:
• Nei primi 2 esperimenti si fece in modo che la maggior parte dei migliori amici di ciascun
ragazzo fosse nell’outgroup.
• Nel terzo esperimento i ragazzi non si incontrarono mai prima della formazione dei gruppi e
all’inizio erano accampati ad una certa distanza l’uno dall’altro, inconsapevoli della presenza di
un altro gruppo.

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Nei primi 2 esperimenti gli osservatori registrarono alcuni casi di confronti tra i gruppi e il vantaggio
era attribuito al proprio gruppo.
Nel terzo studio, dopo aver informato il gruppo della presenza dell’altro gruppo, diversi ragazzi
suggerirono spontaneamente di sfidare l’altro gruppo in qualche gara sportiva.
Tutto ciò avvenne prima della seconda fase.

Seconda fase: conflitto intergruppi:


Gli sperimentatori annunciarono ai ragazzi che avrebbero avuto luogo delle competizioni tra i gruppi. Il
vincitore avrebbe ricevuto una coppa e a ciascun membro del gruppo vincitore sarebbe stato dato un
coltellino nuovo. I perdenti non avrebbero ricevuto niente. In qsto modo fu introdotto un conflitto
oggettivo di interessi tra i gruppi. Si era passati dall’indipendenza reciproca all’interdipendenza
negativa: cioè che un gruppo guadagnava e l’altro perdeva. Con l’introduzione di qsta fase di conflitto
il comportamento dei ragazzi cambiò vistosamente. A qsto punto i gruppi vennero trasformati in fazioni
ostili che non perdevano mai l’opportunità di deridere e a volte aggredire fisicamente l’outgroup.
In una serie di esperimenti Sherif e Co. Documentarono la presenza di un favoritismo sistematico e
uniforme per l’ingroup nel giudizi, negli attegg e nelle preferenze sociometriche espresse.
In una gara di lancio di fagioli venne sparso un gran numero di fagioli sull’erba. Ogni membro della
squadra aveva un tot di tempo per raccogliere + fagioli possibili. Quelli raccolti da ogni sogg venivano
poi fatti vedere su uno schermo per mezzo di un proiettore. In verità lo sperimentatore faceva in modo
di proiettare sempre il solito numero di fagioli. Nonostante qsto stimolo costante i giudizi dei ragazzi
mostravano un bias notevole e coerente in favore del proprio gruppo. Il gruppo vincente mostra un bias
persino superiore a quello del gruppo perdente. I cambiamenti ebbero luogo anche all’interno dei
gruppi. Qsti diventarono + coesi e talvolta la struttura della leadership si modificava quando un ragazzo
+ aggressivo assumeva la direzione.
Il comportamento di qsti bimbi comuni ben adattati dimostrò di variare sistematicamente a seconda
della natura della relazione intergruppi. Inoltre i membri del gruppo vincente sembrarono in realtà +
inclini a screditare l’outgroup di coloro che erano realmente frustrati per non aver ricevuto i premi.

2.2: Scopi sovraordinati e cooperazione intergruppi

Come si possono produrre la cooperazione e l’amicizia tra i gruppi?


E’ necessario un modo per sostituire la relazione conflittuale tra i gruppi contendenti con una in cui
siano positivamente interdipendenti, e in cui ciascuno ha bisogno dell’altro per il raggiungimento di
qualche obiettivo desiderato.
SHERIF, dopo aver prodotto la feroce competizione tra ragazzi, cercò di ridurre il conflitto
introducendo una serie di scopi sovraordinati per i gruppi, cioè scopi che entrambi i gruppi
desiderassero ma che non fossero raggiungibili con gli sforzi di un solo gruppo(Terza fase: riduzione
del conflitto). Dopo numerose situazioni di qsto tipo si osservò un notevole cambiamento: i ragazzi
divennero meno aggressivi verso i membri dell’altro gruppo e mostrarono un evidente diminuzione
della quantità di favoritismo per l’ingroup.
Un limite importante della strategia degli scopi sovraordinati è l’esito degli sforzi congiunti.
WORCHEL, ANDREOLI e FOLGER idearono un esperimento in cui misero du gruppi a lavorare
insieme su due compiti che riuscivano o fallivano. La sessione di lavoro era preceduta da un periodo di
interazione in qui i gruppi sperimentavano in varia misura situazioni di competizione o cooperazione,
oppure lavoravano indipendentemente ad altri 2 compiti. Gli autori suggerirono che qsta storia
precedente di relazioni intergruppi potrebbe avere un’influenza sulla relazione successiva dei gruppi nei
confronti del fallimento nel compito cooperativo successivo. Coloro che cooperavano mostrarono gli
attegg + favorevoli nei confronti dell’outgroup, i gruppi competitivi quelli meno favorevoli, mentre i
gruppi indipendenti erano in posizione intermedia. Dopo la seconda fase gli atteggiamenti nei confronti
dell’ingroup si modificarono appena. A prescindere dal fatto che avessero fallito o fossero riusciti a
svolgere il compito, coloro che in precedenza avevano cooperato o lavorato indipendentemente
divennero tutti + amici di quelli di quell’altro gruppo. L’eccezione si presentò in quei gruppi che
avevano precedentemente sperimentato la competizione reciproca. Se la cooperazione nella fase2 era
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riuscita allora, come gli altri gruppi, anche loro erano predisposti + favorevolmente nei confronti
dell’outgroup. Ma coloro che fallirono nei compiti cooperativi mostrarono un netto declino nei loro
punteggi di attrazione per l’outgroup.
Altri studi suggeriscono che i gruppi che hanno un interesse comune ad unirsi o anche soloa lavorare
insieme farebbero bene a pensare a come far sì che ciascun gruppo conservi parte ella sua identità
nell’attività congiunta.

2.3: La teoria realistica del conflitto di gruppo: una valutazione

Il punto di forza della teoria realistica del conflitto consiste nella capacità di spiegare i flussi e riflussi
del pregiudizio nel tempo e in contesti sociali diversi. Essa mostra infatti come qst andamento possa
essere attribuito al mutare delle relazioni economiche e politiche fra i gruppi coinvolti. Nondimeno essa
presenta anche un certo numero di difficoltà empiriche e teoriche che dimostrano che essa non può da
sola spiegare completamente ogni aspetto delle relazioni fra i gruppi. Ci sono 3 problemi:
1. Mentre è chiaro che la competizione fra gruppi porta + della cooperazione allo sviluppo di
atteggiamenti negativi e pregiudiziali, è anche vero che qsti ultimi non scompaiono affatto nel
secondo tipo di situazione.
2. Non sempre è necessario un conflitto esplicito di interessi perché sorgano il favoritismo verso il
proprio gruppo e la discriminazione intergruppi.
3. Qsta teoria non stabilisce se l’interdipendenza negativa che, per ipotesi, soggiacerebbe
all’ostilità fra i gruppi debba sempre fondarsi su conflitti reali rispetto a problematiche concrete.
L’interdipendenza negativa potrebbe derivare dalla percezione di conflitti di interesse o anche
dalla competizione rispetto a beni intangibili come il prestigio sociale.

CAP. 7 : PENSARE I GRUPPI

Gli psicologi di ogni orientamento concordano nel ritenere che il pensiero e la percezione non sarebbero
possibili al di fuori della capacità di semplificare e sistematizzare il mondo in categorie. Il processo di
categorizzazione dà origine a 2 conseguenze:
• il rafforzarsi elle differenze percepite fra le categorie
• il livellamento delle distinzioni interne alle categorie.
Una prima questione è comprendere i fattori che determinano la scelta in una data situazione di una
categoria fra le molte potenzialmente disponibili. In genere la scelta cade sulle categorie che meglio
permettono di dare un senso alla situazione che abbiamo di fronte.
Ci sono 2 conseguenze sociali importanti della categorizzazione:
• la diversità di comportamento cui essa dà origine: la tendenza a trattare con maggior favore i
membri della propria categoria rispetto a quelli che appartengono ad un gruppo esterno;
• la percezione di omogeneità all’interno di gruppi che raramente sono simmetrici.

1: La categorizzazione sociale come chiave di volta del comportamento intergruppi

Se le categorie sociali devono fungere da strumenti di semplificazione e ordinamento dotati di utilità


pratica, è importante che ci aiutino a discriminare con chiarezza fra coloro che vi fanno parte e coloro
che viceversa non vi appartengono. CAMPBELL dimostrò che la categorizzazione prodotta attraverso
un semplice compito di valutazione fisica produceva come conseguenza un aumento del contrasto.
TAJFEL fece 2 ipotesi:
1. se si impone una categoria d una serie di stimoli, siano essi costituiti da oggetti fisici, da eventi
sensoriali o da persone, tale per cui alcuni di essi cadono nella classe A, mentre i restanti nella
classe B, l’effetto che ne deriva è il rafforzarsi delle differenze preesistenti fra le due categorie,
di qualunque tipo esse fossero.
2. Le differenze interne alle categoria verranno attenuate.

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Nel valutare qste ipotesi notarono che era possibile influenzare la stima ella lunghezza di alcune linee
semplicemente etichettandone una metà (le linee + brevi) come “A” e la restante metà con “B”. Qsta
elementare categorizzazione aveva l’effetto di accentuare le differenze percepite fra le linee + lunghe e
quelle + brevi. L’esperimento non riuscì invece a documentare l’assimilazione intracategoriale.

1.2: Fattori di influenza dell’uso delle categorie

Quali fattori governano la nostra scelta??


BRUNER suggerì che le persone tendono ad usare le categorie che sono loro + accessibili e +
integrate con la situazione attuale. Ma qualunque sia la categoria alla quale l’osservatore si riferisce per
una predisposizione personale o per un obiettivo attuale, essa gli può essere utile solo se corrisponde
sufficientemente alle persone o alle cose realmente presenti.
CAMPBELL ha preso in esame fattori che fanno sì che entità discrete, come i singoli individui,
vengano percepite come gruppi. Essi sono il destino comune, la somiglianza e la prossimità:
Persone che fanno qualcosa insieme o alle quali accadono le stesse cose, tendono ad essere percepite
come facenti parte di uno stesso gruppo(destino comune).
Persone che condividono caratteristiche comuni come il linguaggio o l’abbigliamento tendono ad essere
classificate insieme(somiglianza).
Persone fisicamente vicine possono essere considerate come gruppo(prossimità).
Per essere funzionali le categorie che utilizziamo devono corrispondere a differenze fisiche,
psicologiche e culturali realmente presenti.
La teoria dell’autocategorizzazione di Turner dice che le categorie + accessibili all’osservatore
possono variare a seconda delle situazioni e del mutare degli obiettivi attuali. Poi non tutte le categoria
sono equivalenti su un piano psicologico: ognuno di noi appartiene ad alcune categorie, ma non ad altre.
Sempre secondo la teoria di Turner, la dimensione categoriale che verrà + probabilmente adottata nel
caso specifico è quella che al contempo minimizza la differenza fra sé e il membro + tipico della
categoria di appartenenza e massimizza la diff fra il membro prototipico dell’ingroup e il membro
prototipico dell’outgroup. Qsto principio è stato chiamato “rapporto ottimale di metacontrasto”.

L’integrazione categoriale

CAMPBELL ha sostenuto che la percezione di un insieme di persone-stimolo come membri di uno


stesso gruppo dipende dal modo in cui esse stanno in rapporto l’una con l’altra. Egli chiamò qsto
fenomeno entitatività percepita. Una prova dell’esistenza di qst’ultima proviene dallo studio di
GAERTNER: se i membri di due categorie possono essere percepiti come sogg appartenenti ad un
unico gruppo di ordine superiore oppure solo come singoli individui, ogni pregiudizio a favore
dell’ingroup associato alle categorie di partenza dovrebbe ridursi.
Sulla base di qsta ipotesi i ricercatori escogitarono 3 differenti condizioni sperimentali:
• nella prima veniva conservata una divisione di gruppo(“a due gruppi”);
• nella seconda tale divisione veniva assorbita in una categoria + ampia(“Gruppo unico”);
• nella terza venivano eliminati del tutto i segnali della presenza di gruppi(“Individuale”).
I 6 sogg venivano preliminarmente assegnati all’uno o all’altro di 2 gruppi di lavoro contrassegnati da
apposite etichette. Successivamente i 2 gruppi venivano riuniti per lavorare ad un ulteriore compito.
Nella condizione “ a due gruppi” i sogg sedevano ai lati opposti di un tavolo, mantenendo i cartellini
colorati di partenza e interagivano fra loro con l’obiettivo di vincere un premio per aver risolto il
compito.
Nella condizione “Gruppo unico” i sogg dei 2 gruppi sedevano alternati intorno a un tavolo, si davano
un nuovo simbolo di gruppo per disegnare la + ampia entità risultante dall’unione dei 2 gruppi e
cooperavano fra loro per vincere un premio per la migliore soluzione comune al compito.
Nella condizione “Individuale” ognuno sedeva ad un tavolo a se stante, doveva darsi un nome in codice
e lavorare da solo al compito.
Qsto disegno sperimentale incorporava tutti e 3 i criteri che per Campbell definiscono l’”entitatività”:
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la prossimità fisica (la disposizione intorno al tavolo;
la somiglianza (i simboli);
il destino comune (le ricompense per il risultato).
Un altro fattore situazionale che potrebbe influire sulla scelta delle categorie è la distintività di certi
simboli (oggetti e persone) alla percezione. KANTER ha suggerito che le persone che costituiscono una
minoranza numerica in un’organizzazione rischiano di diventare il centro di attenzione della
maggioranza. Da studi effettuati è stato visto che il semplice fatto di appartenere ad una minoranza non
costituisce una fonte veramente attendibile di distintività, che può derivare peraltro da altre origini.

Accessibilità categoriale

Ciò che la persona porta nella situazione contribuisce anche esso alla facilità o difficoltà di accesso alle
categorie. 3 fattori sono risultati importanti:
• la natura degli eventi immediatamente precedenti;
• la disposizione personale dell’osservatore e in particolare l’influenza da essa esercitata sulla
tendenza ad utilizzare abitualmente certe categorie;
• il compito o l’obiettivo attuale della persona che effettua la categorizzazione.
Se di recente è accaduto qualche evento evocativo di una particolare categorizzazione, è probabile che
anche gli eventi successivi vengano interpretati alla luce dello stesso sistema di categorie.
Ci sono prove del fatto che l’attivazione di una categoria provocata da uno stimolo preliminare possa
aver luogo fuori dalla consapevolezza. DEVINE ha esposto un gruppo di sogg alla presentazione
subliminale di una serie di parole associate allo stereotipo della categoria “neri”.Nella metà dei casi i
sogg erano esposti a un’ampia percentuale di termini associati alla categoria etnica. Nella restante metà,
la percentuale di termini etnici era inferiore. In un successivo compito di formazione di impressioni che
chiedeva di effettuare alcune valutazioni rispetto ad una persona descritta in termini poco chiari, il
primo gruppo esprimeva un giudizio sensibilmente + negativo. Nella condizione di maggior
concentrazione dei termini etnici, il priming aveva attivato subliminalmente la categoria “neri” che in
seguito era stata utilizzata per valutare la descrizione in linea con lo stereotipo dei neri.
Dopo aver analizzato la procedura di priming utilizzata dalla Devine, è stato notato come essa non
contenesse solo etichette di categoria (es.neri), ma anche materiale + stereotipato (es.pigri). Si credeva
che le imp0ressini negative successivamente espresse dai sogg sottoposti alla maggiore concentrazione
di termini etnici, indipendentemente dal livello di pregiudizio, potesse dipendere da quel materiale, +
che alle etichette categoriali. Effettivamente le impressioni che i sogg si facevano della persona-
bersaglio erano molto diverse a seconda del livello di pregiudizio, alto o basso. La spiegazione era che
la categoria “neri” evocasse nelle persone una rappresentazione mentale diversa a seconda del loro
livello di pregiudizio. Nel caso di sogg molto pregiudiziali sono presenti forti connessioni cognitive fra
la categoria “nero” e una serie di attributi negativi.
Se è vero che le persone rispondono inconsciamente a stimoli etnici preliminari in modo differenziato a
seconda del loro livello di pregiudizio, è possibile che alcune di esse abbiano accesso a una data
organizzazione in modo perpetuo e cronico.
OAKES e TURNER hanno dimostrato ke la propensione ad applicare un certo insieme di categorie
può variare in funzione delle richieste immediate del compito. Qsti autori dimostrarono che se si danno
ai sogg determinate istruzioni si possono cancellare le proprietà distintive associate agli stimoli”unici”,
quali esse siano. Metà dei sogg venivano avvertiti che avrebbero dovuto successivam descrivere una
persona;alla restante metà venne chiesto di concentrarsi sul gruppo nel suo insieme. L’ipotesi era che in
qust’ultima condizione i sogg avrebbero utilizzato con maggiore probabilità la categoria di genere non
tanto nei casi unici, quanto nei gruppi equilibrati,composti cioè da 3 uomini e 3 donne. E così avvenne.

1.2: La categorizzazione sociale nei bimbi

Ci sono prove che i bimbi siano sensibili alle principali divisioni sociali vigenti nel loro mondo e che la
loro consapevolezza delle diverse categorie e l’uso che ne fanno risentano del particolare contesto in

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cui si trovano e non siano invece espressione di una propensione rigida a classificare la realtà in modo
schematico.
HOROWITZ presentava ai bimbi americano di razza bianca alcune serie composte da 5immagini. 3
erano accomunate da 2 aspetti, le altre due differivano in un aspetto. I bimbi dovevano trovare
l’elemento incongruo. Combinando diversamente le variabili appartenenza etnica, genere, età e status
socioeconomico, l’autore riuscì a scoprire quale fosse la categoria + saliente per i bimbi.In primo piano
c’era l’appartenenza etnica, seguita dal genere e da ultimo dallo status socioeconomico.
Ci sono prove del fatto che già a pochi mesi i bimbi sono in grado di operare distinzioni categoriali. A
partire da 6 mesi il bimbo riesce a discriminare i fonemi, i colori e l forme. FAGAN e SINGER hanno
utilizzato il paradigma detto della “abitazione” con bimbi di 5/6mesi. Veniva presentato ripetutamente
uno stimolo al sogg in modo che vi si abitui. Poi gli si presenta contemporaneamente il medesimo
stimolo e un secondo stimoli di prova e si misurano i tempi di fissazione dello sguardo su ciascuno di
essi. Se lo stimolo di prova richiama + a lungo l’attenzione l’ipotesi è che qsto accade perché il bimbo
vi scorge qualche elemento di novità o di differenza e pertanto compie una discriminazione.

1.3: Alcune conseguenze della categorizzazione sociale

I ricercatori si sono chiesti se la semplice categorizzazione di un individuo come membro di un gruppo


basti da sola a far scattare una discriminazione intergruppi.

La mera appartenenza ad un gruppo e la discriminazione intergruppi

RABBIE e HOROWITZ videro che quando i bimbi di età scolare venivano suddivisi in 2 gruppi
arbitrari, i biases in favore dell’ingroup che emergevano nei loro punteggi intergruppi erano limitati.
Quando tale divisione era accompagnata da una certa interdipendenza del destino, quei biases
diventavano + evidenti.
TAJFEL e colleghi dimostrarono che la sola categorizzazione era sufficiente per suscitare un
favoritismo intergruppi. Inoltre qsto favoritismo assumeva la forma di una discriminazione
comportamentale distinta. Il solo fatto di essere assegnati ad un gruppo sembra avere prevedibili sul
comportamento intergruppi.
Qsto tipo di paradigma, chiamato “ del gruppo minimo”,ha suscitato alcune controversie:
1. L’eventualità che i partecipanti a qsti esperimenti stessero veramente mostrando un favoritismo
nei confronti dell’ingroup o esibissero un comportamento di “equità”. Anche se i sogg mostrano
una propensione a parificare i risultati dell’ingroup e dell’outgroup, è tuttavia vero che sono
quasi sempre + equi nei confronti dei membri dell’ingroup rispetto a quelli dell’outgroup.
2. Se la comparsa della discriminazione intergruppi nella situazione del gruppo minimo possa
essere spiegata come un effetto di motivazioni e di interessi soggettivi. Secondo Rabbie, Schott
e Visser anche se si può escludere un’influenza diretta degli interessi personali, non si può
negare che i partecipanti possano continuare a credere che i membri di ciascun gruppo
tenderanno a favorirsi fra loro. Potrebbe entrare in gioco la percezione di una certa
interdipendenza che a sua volta potrebbe spingere le persone a riconoscere i benefici massimi
possibili ai membri del proprio gruppo e così facendo, a riceverne in cambio. Per verificare qsta
ipotesi gli autori hanno proposto due variazioni della situazione standard del gruppo minimo.
Nella prima hanno detto ai partecipanti che avrebbero ricevuto solo ciò che altri membri del
gruppo avrebbero dato loro. Nella seconda che avrebbero ricevuto solo ciò che i membri
dell’altro gruppo avrebbero dato loro. Videro che coloro che si trovavano a dipendere
unicamente dal proprio gruppo esprimevano un atteggiamento ancora + favorevole verso
l’ingroup, mentre coloro che si trovavano a dipendere dal gruppo esterno esprimevano un attegg
meno favorevole nei confronti del proprio gruppo se non addirittura un orientamento a favore
dell’outgroup.
Qste ricerche dimostrano che le persone rispondono a considerazioni che hanno a che vedere con i loro
personali interessi quando le si rende esplicite. Ci sono dati secondo cui anche quando gli interessi
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economici dei partecipanti alle situazioni di gruppo minimo vengono pienamente soddisfatti continua ad
essere presente qualche forma di discriminazione intergruppi. Pertanto anche se la percezione della
presenza di una certa interdipendenza e reciprocità può giocare un ruolo nel guidare un comportamento
dei membri di un gruppo in certe circostanze, essa non consente di spiegare da sola i fenomeni di
discriminazione intergruppi che si presentano nelle situazioni di gruppo minimo.

Omogeneità percepita nel gruppo

L’ingroup e l’outgroup sono percepiti di rado come omogenei allo stesso grado. Si ritiene che le persone
tendano a percepire i membri di un gruppo esterno come + simili fra loro dei membri del proprio
gruppo, come se pensassero “loro sono tutti uguali mentre noi siamo tutti diversi”.
Come spiegare qsto effetto di percezione di omogeneità nell’outgroup?
Una prima ipotesi, detta di “familiarità” è che esso scaturisca dalla diversa quantità di info di cui
l’osservatore dispone rispetto ai membri del proprio e di altri gruppi. Di solito conosciamo meglio gli
individui del nostro gruppo, interagiamo spesso con loro, quindi siamo + consapevoli delle differenze
che li separano. I membri del gruppo esterno, essendo meno conosciuti tendono ad essere percepiti in
modo + globale e indifferenziato. Qsto modello sottolinea l’importanza della diversa familiarità che
l’osservatore ha con i membri del proprio gruppo.
Un secondo modello sostiene che non conta tanto l’informazione su una serie di esemplari specifici, ma
la natura complessiva della categoria. L’osservatore non ha in testa un elenco di persone specifiche del
proprio o di altri gruppi a lui note, ma concetti + astratti delle categorie nel loro insieme, modellati sul
membro prototipico di ciascuna di esse + qualche stima della variabilità rispetto a qsta persona tipica.
La ragione che spinge a considerare l’ingroup + variabile dell’outgroup sta nel fatto che il concetto di
qsta categoria è insieme +importante, + concreta, + provvisoria
SIMON e BROWN hanno dimostrato che l’effetto di omogeneità dell’outgroup non costituisce affatto
la regola nella percezione intergruppi. Un fattore che contribuisce a determinare se sarà l’ingroup o
l’outgroup a essere percepito + omogeneo è la dimensione relativa dei gruppi interessati. Presumendo
che qualora l’ingroup sia minoritario potrebbe sentirsi minacciato nella sua identità dal + ampio gruppo
di maggioranza, ritenevano che una minaccia del genere potesse condurre a un + forte bisogno di
proteggere l’identità dell’ingroup percependolo come + omogeneo. In una situazione sperimentale di
gruppo minimo gli autori hanno variato la dimensione dell’ingroup e dell’outgroup e hanno riscontrato
che coloro che si trovavano in un gruppo + piccolo mostravano di percepire un’omogeneità nell’ingroup
mentre coloro che si trovavano nei gruppi non minoritari mostravano l’usuale effetto di attribuire
omogeneità all’outgroup. E’ stato visto da altri esperimenti che i sogg appartenenti ai gruppi minoritari
si identificavano con maggior forza con il loro ingroup. Risultati supplementari dimostrano che
l’identità di gruppo è + importante per i membri delle minoranze che per quelli delle maggioranze.
TURNER suggerisce che l’identificazione con un gruppo comporta 2 processi simultanei:
• L’adattamento di sé alle caratteristiche chiave o cruciali del membro prototipo dell’ingroup;
• L’accrescimento massimo possibile della distanza fra qst’ultimo e il prototipo dell’outgroup.
Sembra giusto ipotizzare che un fattore rilevante che contribuisce ad asimmetrie nella percezione di
omogeneità di gruppo è costituito da processi che scaturiscono dalle identità dei sogg in quanto membri
di certi gruppi e non di altri.

2: Gli stereotipi come quadri mentali

Il pensiero categoriale offusca la percezione delle diff tra i membri di uno stesso gruppo. Ciò accade
quando nel processo di applicazione di uno stereotipo.
Quando percepiamo qualcuno in modo stereotipo gli attribuiamo certe caratt che riteniamo condivise da
tutti o quasi i membri del suo gruppo. Gli stereotipi sono le inferenze che traiamo, le immagini che ci
balzano alla mente quando evochiamo una certa particolare categoria. Essi sono i contenuti dei quadri
categoriali ai quali riconduciamo le persone nel tentativo di dare un senso ad una particolare situazione
sociale.

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Il termine stereotipo è stato introdotto da LIPPIMAN, egli descriveva gli stereotipi come gli stampi
cognitivi che riproducono le immagini mentali delle perosne o detto in altri modi, i quadri che abbiamo
in testa.
Secondo BROWN ci sono 3 caratt importanti degli stereotipi dal punto di vista delle relazioni
intergruppi:
• Le credenze legittimate;
• Le aspettative;
• Le profezie che si autoavverano
Qste caratteristiche derivano dalle reali relazioni intergruppi nelle quali si manifestano e allo stesso
tempo ne favoriscono il mantenimento.

2.1: Gli stereotipi come credenze legittimanti

Gli stereotipi sono rappresentazioni mentali che contribuiscono a dare ordine e senso al mondo che
percepiamo. I membri di una società o di un gruppo sociale al suo interno tendono a condividere
abbastanza consensualmente gli stereotipi di gruppo + significativi. Numerosi stereotipi nazionali ed
etnici sembrano godere del consenso di ampie maggioranze, anche quando esistono norme sociali che
ne impediscono la pubblica espressione. Qsti risultati sono importanti perché suggeriscono che le
funzioni psicologiche assolte dagli stereotipi implicano anche l’intervento di alcuni fattori sociali. Se le
cose non stessero così, ciascuno di noi svilupperebbe una costellazione unica di stereotipi derivandola
dalle proprie esperienze personali con i gruppi esterni interessati.
Gli stereotipi si modificano rapidamente al modificarsi delle relazioni intergruppi.
I modelli comportamentali culturalmente distintivi di un gruppo o la situazione socioeconomica
particolare nella quale esso si trova possono costituire la base su cui si innestano le percezioni
stereotipe. Alcuni autori hanno dimostrato che gli stereotipi di genere delle donne come persone gentili,
calde e comprensive potrebbero derivare soprattutto dal fatto che tendono ad assolvere i ruoli
tradizionali di cura ei figli e della casa. Qste caratt femminili stereotipe scomparivano se la donna
rappresentata veniva descritta anche come una lavoratrice.

2.2: Gli stereotipi come aspettative

Gli stereotipi possono non solo riflettere la realtà sociale, ma anche distorcerla portando
tendenzialmente al perpetuarsi delle relazioni di status esistenti fra i gruppi. Perché qsto accada, occorre
ipotizzare che gli stereotipi influenzino le valutazioni dei singoli attori. Spesso gli stereotipi agiscono
influenzando le aspettative dell’osservatore a proposito del gruppo (o di un membro) in questione.
Es/ Esiste uno stereotipi diffuso secondo cui gli uomini sono + alti delle donne. Qsta aspettativa
potrebbe portare a compiere errori di stima. NELSON, BEIERNAT e MANIS hanno scoperto che le
stime dell’altezza di donne e di uomini rappresentati in fotografia erano sensibilmente influenzate dalla
variabile sesso, anche quando nelle foto stimolo non erano evidenziabili differenze fra i sessi.
Ovviamente nella vita reale l’appartenenza di un individuo ad una categoria non costituisce la sola
informazione disponibile per effettuare una valutazione.
DARLEY e GROSS hanno scoperto che gli stereotipi di classe sociale potrebbero influire sulle
valutazioni ella prestazione scolastica. I sogg assistevano alla proiezione di un video che rappresentava
una ragazza. A seconda elle condizioni essa veniva descritta come proveniente da un ambiente operaio
deprivato o da un ambiente + privilegiato ella classe media. Ciò era stato ideato per creare aspettative
negative e positive sulla sua prestazione accademica in considerazione del rapporto che c’è fra classe
sociale e risultati scolastici. L’impatto di qste aspettative stereotipe veniva valutato in 2 condizioni
differenti: nella prima non venivano date altre info; nella secondai sogg assistevano alla proiezione di
un altro video in cui la ragazza svolgeva delle prove senza però che emergesse un quadro coerente e
chiaro delle sue abilità. In tutti e due i casi veniva chiesto ai sogg di ipotizzare la prestazione futura
probabile della ragazza in diversi settori di studio. Poiché nella seconda condizione i sogg disponevano
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di alcune info ulteriori e potenzialmente individuanti, potevamo attenderci di riscontrare per essi un
minore impatto dello stereotipo della classe sociale. Invece si verificò il contrario.
Le persone non usano gli stereotipi in modo indiscriminato e senza riflettere, ma se ne avvalgono come
di ipotesi di lavoro che cercano successivamente di confermare o smentire attraverso ulteriori info.
Senza qste info aggiuntive esitiamo ad applicarli con eccessiva rigidità.
Di solito vi è un orientamento a favore di info che confermano le aspettative e una tendenza marcata a
sottostimare le info non confermative.
Gli stereotipi non influenzano solo le nostre attese future ma anche la nostra memoria del passato. Lo
hanno dimostrato Hamilton e Rose in una ricerca che presentava ad un gruppo di sogg una serie di
diapositive che descrivevano alcuni gruppi professionali attraverso alcuni tratti associati. Nelle
diapositive ogni tratto compariva in associazione ad ogni occupazione esattamente lo stesso numero di
volte. Però quando si domandava ai sogg di ricordare ciò che avevano visto, essi tendevano a ricordare
erroneamente soprattutto le associazioni + stereotipate e molto meno gli abbinamenti meno stereotipati.
Altri esperimenti hanno dimostrato che spesso anche le aspettative che abbiamo nei confronti dei diversi
gruppi sono cariche di valori: in genere all’ingroup sono associati soprattutto tratti positivi e poche
caratteristiche negative, mentre nel caso dell’outgroup è vero l’opposto, anche se l’associazione dei
tratti può essere + debole. Qsti pregiudizi stereotipati possono agire in modo automatico.

2.3: Gli stereotipi come profezie che si autoavverano

Lo stereotipo non è un processo unidirezionale: coloro che ne sono fatti oggetto sono pronti a reagire al
trattamento ricevuto e così facendo possono rinforzare proprio lo stereotipo cha ha provocato in prima
battuta la loro reazione. In altri termini gli stereotipi possono finire per diventare profezie che si
autoconfermano.
WORD, ZANNA e COOPER fecero uno studio in cui un gruppo di sogg di razza bianca doveva
rappresentare la posizione di un selezionatore. Gli intervistati erano metà neri e metà bianchi, ma in
entrambi i casi erano collaboratori del ricercatore, che li aveva istruiti a reagire secondo una modalità
standard. Gli intervistatori agivano in modo diverso con gli intervistati neri e con quelli bianchi, ad
esempio sedendo ad una maggiore distanza e reclinati indietro sulla sedia. Anche i colloqui erano +
brevi e il linguaggio + inceppato. In un secondo esperimento gli autori hanno rovesciato i ruoli: gli
intervistatori erano collaboratori di razza bianca addestrati ad agire in 2 modi: o sedendo + vicini
all’intervistato, compiendo pochi errori linguistici e facendo durare + a lungo il colloquio oppure
facendo l’opposto. Qsta volta era la condotta degli intervistati ad essere valutata. Il loro comportamento
sembrava corrispondere a quello degli intervistatori: quando l’intervistatore sedeva + vicino e parlava in
modo + fluente, gli intervistati rispondevano sulla stessa linea in modo diverso da quanto accadeva
nell’altra condizione sperimentale.
Il presunto istigatore della profezia autoavverantesi è sempre la persona che manifesta lo stereotipo. Si
pensa cioè che essa provochi con qualche sua azione il comportamento confermativo della persona-
bersaglio. Peraltro emergono prove del fatto che la consapevolezza nella persona-bersaglio della
diffusione di uno stereotipo relativo al gruppo al quale appartiene possa contribuire a fare in modo che
essa si comporti coerentemente allo stereotipo, contribuendo all’avverarsi della profezia che la riguarda.
L’ipotesi di STEELE e ARONSON era che quando gli studenti neri diventavano consapevoli dei
risultati accademici che ottengono in quanto studenti neri, si rammentino dell’aspettativa diffusa per cui,
in genere la prestazione dei neri è peggiore di quella dei bianchi. Qsta consapevolezza interferisce poi
con la loro prestazione al test accademico.

CAP 8: IDENTITA’ SOCIALE E RELAZIONI INTERGRUPPI

I modelli teorici che si fondono unicamente su processi cognitivi non riescono a spiegare facilmente la
luce positiva che circonda l’ingroup e il sapore negativo che circonda l’outgroup. Per capire qsto
fenomeno abbiamo bisogno di un ulteriore concetto, quello di identità sociale. La teoria dell’identità
sociale presume che qsta ricerca di distintività sia funzionale agli individui che compongono il gruppo
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che, per qsto tramite, possono acquisire certe caratteristiche per associazione a un ingroup
favorevolmente considerato. Le conseguenze + ovvie di qsto investimento sono lo sviluppo di relazioni
conflittuali fra gruppi.

1: Identità sociale e conflitto intergruppi

La divisione del mondo sociale in un numero gestibile di categorie è indispensabile per poter
semplificare la realtà e dare ad essa un senso. La classificazione non investe solo gli altri:anche noi ci
autoponiamo in alcuni gruppi ma non in latri. E’ in qsto atto di autocategorizzazione a costituire il
fondamento di ciascuna delle molte identità sociali nelle quali ci riconosciamo.
TAJFEL: L’identità sociale è quella parte del concetto di sé che deriva dalla conoscenza della propria
appartenenza a un gruppo o + gruppi sociali insieme al valore e al significato emotivo riconosciuti a tale
appartenenza.

1.1: Una teoria dell’identità sociale

TAJFEL e TURNER supposero che gli individui preferiscono avere un concetto di sé positivo che
negativo. Poiché parte del nostro concetto di sé (o identità) è definito in termini di affiliazioni a gruppi,
ne deriva che preferiremo vedere tali ingroup in modo positivo anziché in modo negativo. Qsti autori
estendono la teoria dei confronti sociali di Festinger e suggeriscono che le nostre valutazioni del gruppo
sono anche relative per loro natura: stabiliamo il valore o prestigio del nostro gruppo confrontandolo
con altri gruppi. Il risultato di qsti confronti intergruppi è decisivo per noi perché contribuisce
indirettamente alla nostra stessa autostima. Se il nostro gruppo di appartenenza può essere percepito
come superiore su alcune dimensioni di valore, allora anche noi possiamo godere di tale gloria riflessa.
Il nostro presunto bisogno di avere un concetto positivo di noi ci porterà ad effettuare confronti distorti
dai quali il nostro ingroup possa emergere sotto una luce + favorevole rispetto agli outgroup.
OAKES e TURNER hanno dimostrato il presunto legame tra la discriminazione intergruppi e
l’autostima. Trovarono che i sogg in un esperimento del gruppo minimo ai quali non era concessa la
solita opportunità di distribuire ricompense ai gruppi mostrarono una stima di sé inferiore rispetto a
coloro che avevano tale opportunità.
Come può la teoria dell’identità sociale spiegare l’assenza di fenomeni di discriminazione nelle
situazioni di gruppo minimo quando sono in gioco risultati negativi?
MUMMENDEY e OTTEN hanno avanzato 3 ipotesi, la + promettente delle quali individua il fattore
fondamentale nell’identificazione sociale. Trovandosi in una situazione di gruppo minimo e dovendo
fare qlcsa di abbastanza inusuale, i sogg tendono a considerare qsto compito come una forma di
condotta legittima. La richiesta dello sperimentatore di agire in un certo modo, potrebbe creare le
condizioni di un’esperienza di destino comune spingendolo a ridefinire la situazione in cui si trovano.
Le categoria artificiali vengono assunte in una nuova categoria sovraordinata(noi sogg sperimentali
versus lo sperimentatore).Da una ricategorizzazione siffatta ci si potrebbe attendere un + ridotto
pregiudizio a favore dell’ingroup.
Abbiamo sottoposto a verifica qsta spiegazione creando dei gruppi minimi e chiedendo ai sogg, a
seconda della condizione sperimentale di assegnare o togliere premi e punizioni. Così abbiamo potuto
confrontare direttamente 2 tipi di condotta socialmente inappropriata(assegnar punizioni e togliere
premi) a 2 forme di attività meno appropriate (assegnare ricompense e togliere punizioni). Abbiamo
ipotizzato che i primi 2 casi avrebbero determinato la categorizzazione.
Per poter valutare l’impatto dei processi di identità dei sogg, abbiamo incluso nel disegno una misura
dell’identificazione con il gruppo di ordine superiore (la scuola di appartenenza) e della identificazione
con il sottogruppo(il gruppo minimo). I livelli di favoritismo nei confronti dell’ingroup sono + bassi
nelle condizioni socialmente inappropriate ed è proprio in qste condizioni che l’identificazione con il
gruppo di ordine superiore è relativamente maggiore dell’identificazione con il sottogruppo. Nelle altre
2 condizioni il favoritismo era assai + presente e l’identificazione con il gruppo di ordine superiore
relativamente + debole.

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1.2: Distinguersi come gruppo

La relazione tra identità sociale e favoritismo nei confronti dell’ingroup si può notare:
1. Tra gruppi di lavoratori: i gruppi di lavoratori nei paesi industrializzati tendono ad interessarsi
del livello dei salari di altri gruppi di lavoratori. Raramente c’è però un conflitto di interessi
esplicito tra gruppi in questione. Aspetto importante delle dispute differenziali è che riguardano
le differenze tra i gruppi anziché i loro livelli di salario in termini assoluti.
2. Nell’uso del linguaggi nei contesti intergruppi: il linguaggio è fondamentale in 2 modi, primo
perché la nostra appartenenza i gruppi etnici/nazionali è connessa con l’uso del linguaggio o
dialetto, in altri termini la nostra identità sociale può essere espressa direttamente attraverso il
linguaggio;secondo il linguaggio è il mezzo principale di comunicazione con gli outgroup. Sulla
base del linguaggio, il dialetto o l’accento che scegliamo di utilizzare, possiamo comunicare in
modo + o – efficace coi membri dell’outgroup:cercare di integrarci o tagliarci fuori. GILES ha
suggerito che dove l’identità è in pericolo, gli sforzi per stabilire la differenziazione possono
assumere la forma di divergenze linguistiche.
La forma effettiva con cui spieghiamo il comportamento di altre persona può differire a seconda
che la persona che stiamo descrivendo appartenga all’ingroup o all’outgroup. MAASS ha
identificato un pregiudizio linguistico intergruppi piuttosto diffuso nelle comunicazioni fra
gruppi. E’ stato chiesto ai membri delle contrade rivali di Siena, di descrivere la scena
rappresentata in una serie di fumetti che raffiguravano membri della loro contrada e di altre. I
sogg tendevano ad utilizzare termini denotativi di stati psicologici durevoli per descrivere i
comportamenti positivi dell’ingroup, mentre lo facevano molto meno per denotare gli stessi
comportam quando erano espressi all’outgroup. Qsti ultimi tendevano ad essere rappresentati
utilizzando termini + concreti e specifici della situazione. E’ possibile spiegare il pregiudizio
linguistico intergruppi facendo leva sui processi di identità sociale. Percepire i comportamenti
negativi espressi dall’ingroup in termini concreti e comportamenti positivi dell’ingroup in
termini + astratti consente di mantenere un’immagine dell’ingroup + favorevole, specie se la si
confronta con la concezione dell’outgroup che è strutturalmente negativa e solo occasionalmente
positiva. In contesti intergruppi meno conflittuali, il pregiudizio potrebbe muovere da aspettative
diverse sull’ingroup e l’outgroup, + ancora che da una preferenza inevitabile carica di valori per
ciò che è positivo e appartiene all’ingroup e una dissociazione da ciò che è negativo e
appartiene all’ingroup(?pag304).
3. Nel gioco infantile: fin da piccoli i bimbi si dimostrano selettivi nella scelta dei compagni di
gioco. Fin dai 3 anni, nelle bimbe anche prima, dimostrano una marcata preferenza per i
compagni dello stesso genere. MACCOBY e JACKLIN hanno ipotizzato che la segregazione
di genere possa trarre origine dalla diffusione e dall’utilità funzionale della categorizzazione
sociale secondo il sesso, classificazione qsta che include sia sé sia gli altri. Fin dalla + tenera età
i bimbi acquisiscono una prima identità di genere attraverso qsta autocategorizzazione. Qsta
identità diviene + distintiva mano a mano che il bimbo sviluppa atteggiamenti e comportamenti
che sottolineano le diff fra i sessi.

1.3: Risposte all’ineguaglianza di status

I gruppi di status elevato tendono ad acquisire una posizione di superiorità rispetto ad altri gruppi
presenti nella società, rispetto a un’ampia serie di criteri di confronto. Se seguiamo la logica della teoria
dell’identità sociale, qsti gruppi non soffrirebbero di particolari problemi di identità. Perciò ci si
potrebbe attendere che i membri dei gruppi dominanti non manifestino particolari segni di
differenziazione intergruppi. Qsta ipotesi è in linea con la teoria dell’identità sociale, ma in pratica ciò
non accade. Se chiediamo ai membri di un gruppo di valutare il proprio e altri gruppi esterni lungo una
serie di dimensioni di valori, i membri dei gruppi di maggiore prestigio tendono a dare risp che
riflettono la propria superiorità(presunta). I gruppi di maggiore prestigio tendono a mostrare + dei
gruppi di minor prestigio un orientamento a proprio favore.

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Per i gruppi di status elevato la differenziazione intergruppi ha la funzione di mantenere la loro
posizione dominante già sicura; per i gruppi di status simile può essere quella di raggiungere una certa
differenziazione. In verità è proprio in circostanze di uguaglianza di status che potremmo aspettarci la
maggiore rivalità intergruppi(e di conseguenza discriminazione) poiché è in qsto caso che i gruppi
hanno la differenziazione positiva minore. BROWN e ABRAMS hanno condotto degli esperimenti per
esplorare gli effetti delle somiglianze intergruppi. Bambini di età scolare credevano di essere sottoposti
ad un compito assieme ai membri di un’altra scuola. Qsta scuola era descritta come simile alla loro nelo
status o come migliore o peggiore della loro. Quando i bimbi credevano che i membri dell’altra scuola
avessero degli atteggiamenti simili ai loro pensarono che li avrebbero preferiti di + che non quando gli
atteggiamenti dell’outgroup erano differenti. Quando i bimbi credevano di impegnarsi in un compito
cooperativo con l’altra scuola i loro livelli di bias in favore dell’ingroup nelle valutazioni della
prestazione erano relativamente moderati quando credevano che l’outgroup fosse di status equivalente
a quello della loro scuola. Tutte e due i risultati si scontrano con le ipotesi sviluppate dalla teoria
dell’identità sociale. Un terzo risultato invece sembra in linea con l’idea della ricerca della
differenziazione: quando l’ougroup diventava molto simile all’ingroup la quantità di bias in favore
dell’ingroup aumentava. Era come se fosse stata attraversata una determinata soglia di somiglianza oltre
la quale l’ingroup si sentiva minacciato dalla prossimità psicologica dell’outgroup.

I gruppi di status subordinato non si trovano solo in una situazione peggiore in senso strettamente
materiale, ma possono essere svantaggiati anche sotto il profilo psicologico. Se è vero che il
mantenimento dell’identità passa attraverso i confini intergruppi, come suggerisce la teoria dell’identità
sociale, allora il risultato dei confronti disponibili è necessariamente negativo per la stima di sé .
TAJFEL e TURNER sostengono che i membri di qsti gruppi possono rispondere a qsta situazione
abdicando alla loro identità sociale attuale. Possono cioè abbandonare il gruppo ed entare a far parte di
un secondo gruppo apparentemente + prestigioso. E’ stato visto che i bimbi neri negli Stati Uniti
mostravano un’identificazione e una preferenza per il gruppo bianco dominante. La tendenza dei bimbi
a sganciarsi da gruppi socialmente svantaggiati segue una curva particolare nel passaggio dai 3 ai 9
anni. Non sempre i membri dei gruppi subordinati sono disposti o capaci di rifiutare la loro identità. Se
i confini fra le categorie sono fissi e invalicabili la possibilità di abbandonare il gruppo subordinato non
esiste. ELLEMERS e co. hanno dimostrato che il semplice fatto di sapere che il passaggio da un
gruppo a un altro è possibile ha l’effetto di ridurre il livello di identificazione con il proprio gruppo nei
membri di un gruppo subordinato. Ma anche dove l’uscita dal gruppo è possibile, se l’identificazione
con l’ingroup o l’attaccamento ad esso sono sufficientemente forti, non è detto che essa si verifichi
anche quando sarebbe opportuna.
Dove l’uscita dal gruppo e il passaggio ad un altro sono difficili o impossibili per ragioni pratiche o
psicologiche, Tajfel e Turner suggeriscono che possono essere ricercate numerose altre vie:
• Una è quella di limitarsi a effettuare confronti con altri gruppi di status simile o subordinato in modo
tale che il risultato di questi confronti sia allora + favorevole per l’ingroup.
• Un’altra strategia di adattamento consiste nell’accantonare le dimensioni di confronto rispetto alle
quali è ritenuto inferiore e nell’individuare nuove dimensioni, o nel ridare valore a dimensioni
conosciute, in modo da acquisire prestigio.
I dati di ricerca confermano l’esistenza di qste strategie creative di ricerca di modalità alternative di
confronto intergruppi da parte dei gruppi di minor prestigio.
Ma perché i membri del gruppo non mettono in discussione la superiorità del gruppo dominante?
Un orientamento intergruppi di qsto tipo costituirebbe la reazione + ovvia se valgono le premesse della
teoria dell’identità sociale secondo le quali le persone tendono a ricercare un’identità positiva e ad
evitarne una negativa. Talvolta i gruppi subordinati optano per qsta strategia. Perché qsto accada occorre
che i membri dei gruppi di minor prestigio riescano ad immaginare alternative allo stato di cose nel
quale si trovano. Fino a che non riescono a percepire che il vecchio ordine non è né giusto né
inevitabile, difficilmente si impegneranno in un confronto psicologicamente rischioso con il gruppo
superiore. Ma quali sono le circostanze che possono incoraggiare lo sviluppo di simili alternative
cognitive? I 3 fattori ritenuti + potenti sono:
• la presenza di confini relativamente valicabili fra i gruppi;
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• la presenza di differenze di status relativamente instabili;
• la percezione dell’illegittimità di qste differenze e dell’arbitrarietà e iniquità dei principi su cui
esse si reggono.
L’importanza di qste 3 variabili è stata dimostrata da un esperimento di ELLEMERS, WILKE e VAN
KNIPPENBERG . I sogg, dopo essere stati divisi in 2 gruppi e aver preso parte ad un test di problem
solving organizzativo, i sogg venivano spinti a credere che ad un altro gruppo fosse stato assegnato il
ruolo manageriale superiore e all’altro gruppo il ruolo di minor prestigio di forza lavoro. Alcuni
sapevano che l’assegnazione era avvenuta correttamente sulla base della prestazione al test e credevano
anche che i loro compagni di gruppo accettassero qsta scelta ritenendola ragionevole. Altri sapevano che
l’assegnazione era stata fatta sulla base del numero di risp date al test e non in base alla loro correttezza
e credevano anche che i loro compagni di gruppo pensassero che la scelta non era stata corretta. Così i
ricercatori avevano determinato 2 forme di relazione di status fra i gruppi: una legittima e una
illegittima.
• Nella metà dei casi i sogg venivano a sapere che la posizione di status dei gruppi avrebbe potuto
cambiare nel corso dell’esperimento (condizione di instabilità),
• nella restante metà dei casi invece che non avrebbe potuto farlo (condizione di stabilità).
• Alcuni venivano a sapere che se avessero avuto una prestazione eccezionale avrebbero potuto
passare al gruppo dirigente (condizione di valicabilità dei confini)
• mentre altri venivano a sapere che la composizione del gruppo non si sarebbe in alcun modo
modificata (condizione di invalicabilità).
Coloro che erano stati posti nella condizione di assegnazione illegittima erano+ arrabbiati. Coloro che si
erano ritrovati nella condizione di assegnazione legittima erano i +motivati a trovare criteri di
valutazione dei gruppi alternativi a quelli applicati.
Nei sogg posti nella condizione di invalicabilità dei confini, il livello di identificazione con il gruppo era
maggiore. Nei sogg posti illegittimamente nei gruppi di minor prestigio il livello di identificazione era
addirittura superiore rispetto agli altri. L’identificazione era massima per coloro che erano posti in
condizione illegittima, invalicabile e instabile. L’identificazione era minima per coloro che erano posti
in una condizione legittima, impermeabile e stabile.Di fronte alla prospettiva, minacciosa per l’identità,
di essere stati assegnati in modo apparentemente corretto ad un gruppo subordinato con scarse
possibilità di modificare la propria condizione, i membri del gruppo che percepivano la possibilità di
lasciarlo per passare ad un altro gruppo erano psicologicamente propensi a farlo. All’estremo opposto,
dove l’ingiustizia dell’assegnazione ad una condizione inferiore era evidente, dove vi è una reale
possibilità di rovesciare in un prossimo futuro la posizione dei gruppi ma nessuna possibilità di uscire
dal gruppo anche volendolo fare, il bisogno di identità delle persone trova una risp migliore
dell’identificazione con il proprio gruppo e nel ridimensionamento del ruolo dell’outgroup.
Gli effetti intergruppi compaiono con forza nel gruppo superiore come in quello inferiore a
dimostrazione del fatto che le relazioni di status destabilizzanti e delegittimanti rappresentano una
minaccia all’identità del gruppo di status + elevato che reagisce con rinnovati sforzi per difendere la
propria superiorità ritenuta fragile.

1.4: Natura e conseguenze dell’identificazione sociale: alcune questioni ulteriori

La teoria dell’identità sociale ha ispirato ricerche che sollevano ulteriori problemi, in particolare 3
questioni:
1. Rapporto tra autostima e discriminazione intergruppi: la teoria ipotizza la presenza di un
nesso causale fra discriminazione intergruppi e autostima. Qsto legame può assumere due
forme:è possibile che la discriminazione muova dal bisogno di accrescere l’autostima, ma è
anche possibile che un livello predente di scarsa stima di sé produca forme di discriminazione
intergruppi dirette a farla crescere a livelli “normali”. La prima ipotesi sembra aver ricevuto
maggior conferma della seconda:in situazioni di gruppo minimo, i sogg che compiono
discriminazioni dimostrano livelli di autostima superiori. Le ricerche dirette ad indagare la
direzione causale opposta hanno perlopiù prodotto risultati meno favorevoli: sono i gruppi con
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+ alto status sociale e quindi con presumibile maggiore autostima, a esprimere in genere un
orientamento a favore dell’ingroup + spiccato. Qsto quadro confuso può essere attribuito alla
sovrabbondanza di strumenti utilizzati per misurare l’autostima in qste ricerche e le misure di
stima di sé e dell’orientamento pregiudizialmente favorevole all’ingroup potrebbero risentire
dell’influsso di fattori di desiderabilità sociale. E’ probabile che anche limiti del contesto
possano far scomparire qualunque correlazione reale fra stima di sé e favoritismo verso
l’ingroup. Una ragione fondamentale dell’assenza di una relazione costante fra autostima e
orientamento a favore del proprio gruppo potrebbe essere che quando le persone si identificano
con un certo gruppo, entrano in gioco altre motivazioni aldilà della ricerca di una valutazione
positiva di sé.
2. identificazione con il gruppo e bias: se le valutazioni e le decisioni intergruppi orientate a
favore dell’ingroup sono motivate da preoccupazioni relative all’identità sociale, ci si dovrà
allora presumibilmente attendere di trovare una correlazione positiva fra l’intensità
dell’identificazione con il gruppo e i livello di bias a suo favore. La correlazione fra qste due
variabili si è però dimostrata piuttosto instabile. Come spiegare qsta variabilità? Ci sono 2
ipotesi:
• rimanda alle modalità solitamente utilizzate per misurare l’identificazione con il gruppo:
la definizione di identità sociale formulata da Tajfel sottolinea 3 componenti:
• l’aspetto cognitivo: la consapevolezza dell’appartenenza ad un gruppo o
autocategorizzazione;
• l’aspetto valutativo: la considerazione + o – positiva che l’individuo ha del gruppo;
• l’aspetto emozionale: i sentimenti di attaccamento al gruppo.
Le misure dell’identificazione con il gruppo combinano almeno 2 di qste componenti
distint in un singolo punteggio che misura l’intensità complessiva dell’identificazione.
Secondo alcuni autori qsta combinazione potrebbe costituire un errore in quanto i 3
aspetti dell’identità potrebbero funzionare in modo relativamente indipendente l’uno
dall’altro.
• i processi psicologici ipotizzati dalla teoria dell’identità sociale potrebbero non essere
sempre presenti in ogni gruppo: una spiegazione alternativa dell’inconsistenza della
relazione fra identificazione e bias è che il legame ipotizzato fra mantenimento
dell’identità e confronto intergruppi non valga necessariamente per tutti i contesti di
gruppo e che non si applichi con altrettanta forza a tutti i membri del gruppo. La ns
ipotesi è che ci si debba attendere la presenza di un forte legame fra identificazione e
pregiudizio soltanto nei gruppi che possono essere contemporaneamente caratterizzati
come collettivisti e relazionali, nei gruppi cioè in cui vi è un certo interesse per la
posizione o per la prestazione del proprio gruppo rispetto ad altri. Nei gruppi orientati in
senso + individualistico e che operano in contesti che favoriscono un metodo di
valutazione non sociale, ad es/ il confronto con qualche standard astratto o con il livello
raggiunto dal gruppo in passato, la correlazione fra identificazione e bias tende ad essere
+ debole, se pure è presente. La ns ipotesi è che in qsti gruppi l’identità trovi sostegno in
strumenti diversi dai confronti intergruppi. In 3 ricerche abbiamo trovato forti elementi a
favore della ns ipotesi.
3. riconoscere la diversità dei gruppi: i gruppi si equivalgono tutti fra loro, in senso psicologico,
nel modo in cui costituiscono una fonte di identità sociale per i loro membri o è piuttosto vero il
contrario? La teoria dell’identità sociale non pone differenza fra qsti diversi tipi di gruppo.
Invece è possibile localizzare singoli gruppi che differiscano marcatamente fra loro nei livelli di
collettivismo. DEAUX e co chiesero ai loro soggetti di dividere un’ampia gamma di categorie
sociali fra loro diverse in alcuni raggruppamenti sulla base della somiglianza percepita. Le
categorie erano svariate. Le stesse categorie erano valutate da un secondo gruppo di giudici che
aveva il compito di stabilire in che misura esse potevano venire descritte con alcune
caratteristiche sociali e psicologiche. Scoprirono che la variopinta gamma di categorie poteva
essere ricondotta a 5 tipi fondamentali di gruppo: relazioni, occupazioni, organizzazioni

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politiche, gruppi stigmatizzati e gruppi etnico-religiosi. Qsti tipi di gruppo erano percepiti in
modo diverso dal secondo team di giudici.
Le persone si identificano con i loro gruppi per un’ampia gamma di ragioni e pertanto
mantengono qsta identità non solo effettuando confronti intergruppi favorevoli all’ingroup.

2: Identità sociale e armonia intergruppi

2.1: La riduzione del pregiudizio attraverso il contatto intergruppi

ALLPORT nel libro “la natura del pregiudizio” presentò un’analisi innovativa delle origini del
pregiudizio intergruppi e una serie di raccomandazioni politiche per eliminarlo che divennero note
come l’ipotesi del contatto. L’idea di fondo è che il modo migliore per ridurre le tensioni e le ostilità
che possono verificarsi tra i vari gruppi è quello di portare a contatto i loro membri. Secondo Allport
non era sufficiente che i gruppi si limitassero a vedersi un po’ di +. Fornì una lista di condizioni da
soddisfare prima che il contatto possa ottenere l’effetto desiderato. Le + importanti sono:
• Il contatto tra i gruppo deve essere prolungato e richiedere attività congiunte anziché essere casuale
e privo di uno scopo effettivo.
• Deve esistere un sistema che fornisca un sostegno alla nuova politica di integrazione dal punto di
vista ufficiale e istituzionali.
• Il contatto deve coinvolgere idealmente individui di status simile.
Il ruolo del contatto intergruppi dissipa l’ignoranza circa l’outgroup. STEPHAN e STEPHAN
sostengono che l’ignoranza è un elemento importante nel pregiudizio e che i programmi ideati per
migliorare le relazioni intergruppi dovrebbero proporsi come scopo principale quello di fornire info
sull’outgroup in grado di sottolineare la somiglianza tra l’ingroup e l’outgroup. Il fondamento logico
sottostante a qsta affermazione è la convinzione che scoprire una somiglianza tra i gruppi condurrà
all’attrazione tra i rispettivi membri. Tuttavia esistono ragioni per dubitar che tale relazione sia centrale
per la riuscita delle politiche del contatto. E’ sicuramente fuorviante insegnare agli individui che gli altri
sono simili sotto tutti gli aspetti e ignorare le differenze evidenti. Qsto creerà solo maggiori difficoltà
quando qste differenze diventeranno manifeste. Inoltre una della conseguenze che si presume siano
prodotte dal contatto, cioè la scoperta di somiglianze tra i gruppi, talvolta è piuttosto improbabile che
accada. Qsto perché in realtà può risultare spesso che i gruppi che ci interessano abbiano valori e
atteggiamenti piuttosto diversi. In casi come qsti è probabile che il contatto metta in evidenza qste
differenze e di qui il risultato dovrebbe essere una diminuzione della simpatia intergruppi anziché un
aumento.

2.2: Appartenenze intersecate di gruppo

Quando alcuni gruppi entrano in contatto tra loro tende a verificarsi un fatto: i gruppi preesistenti
tendono ad esser sopraffatti da altre dimensioni di categorizzazione. Due persone che appartengono a
gruppi diversi sotto un certo profilo (es/un bianco e un nero), possono appartenere ad uno stesso gruppo,
sotto un altro profilo(es/tutte e due sono donne). Secondo DOISE, in casi come qsti, in cui due categorie
si intersecano, ogni discriminazione rispetto alle categorie originarie si ridurrà per effetto del simultaneo
operare di effetti intra e intercategoriali in entrambe le dimensioni. Se l’intersezione fra le due categorie
si traduce in una duplice identità di gruppo in opposizione ad una duplice identità dell’outgroup, ciò che
ne consegue è un aumento e non certo una riduzione della differenziazione. Qsti dati suggeriscono che
se riusciamo a organizzare situazioni sociali tali per cui ameno due dimensioni categoriali si intersecano
fra loro, la probabilità teorica che persistano forme di giudizio intergruppi lungo tutte le dimensioni
dovrebbe ridursi. Purtroppo nella realtà esterna al laboratorio, la sovrapposizione fra categorie tende a
produrre effetti + complessi.
2.3: Modificare la salienza delle identità di gruppo

La ricerca e l’applicazione dell’ipotesi del contatto si è da sempre scontrata con il problema della
generalizzabilità. Studi hanno riferito che non era tanto difficile modificare gli attegg delle persone
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verso i singoli membri di un particolare outgroup che esse avevano potuto realmente incontrare.
L’impresa + ardua era di modificare i loro atteggiamenti e i loro stereotipi nei confronti dell’outgroup
nel suo insieme. Negli ultimi 20 anni l’ipotesi del contatto ha avuto 3 nuovi sviluppi; ciascuno dei 3
approcci trae origine dalla teoria dell’identità sociale. Tutte e 3 le prospettive riconoscono che le
appartenenze di gruppo vengono incorporate nei concetti di sé e che le identificazioni sociali hanno
importanti conseguenze sul piano della condotta. Inoltre propongono che per ottimizzare gli effetti del
contatto e per promuovere la generalizzazione bisogna cercare di modificare la salienza delle identità di
gruppo preesistenti.
1. MILLER e BREWER: durante il contatto i confini fra i gruppi dovrebbero essere resi meno
rigidi e in ultima analisi del tutto dissolti. Così facendo la situazione si decategorizzerebbe e
tutte le interazioni avrebbero luogo su un piano interpersonale. I sogg sarebbero + disposti a
prestare attenzione a info su ciascun individuo e presterebbero un’attenzione
corrispondentemente minore all’informazione fondata sul gruppo , ovvero quella stereotipata.
L’ipotesi è che un contatto interpersonale ripetuto di qsto genere si traduca nell’abbandono degli
stereotipi negativi preesistenti dell’outgroup. WRIGHT e colleghi hanno sostenuto
l’opportunità di cercare di provvedere in alternativa ai membri dell’ingroup modelli di ruolo
pubblicamente visibili che avessero una relazione stretta con un membro dell’ougroup. Si ritiene
che il fatto di sapere che alcuni membri del proprio gruppo possono essere amici di un membro
dell’outgroup possa offrire nuove importanti info sulla natura della relazione intergruppi e possa
pertanto stimolare lo sviluppo di un clima normativo + tollerante, specialmente se i modelli di
ruolo proposti sono percepiti come sufficientemente coerenti con i gruppi che rappresentano.
Hanno chiamato qsto processo “effetto allargato del contatto”:coloro che sono venuti a
conoscenza di relazioni amicali fra membri dell’ingroup o dell’outgroup o che hanno potuto
riscontrarle di persona tendono a mostrare livelli + ridotti di pregiudizio e di orientamento a
favore dell’ingroup.
2. GAERTNER e colleghi: la loro ipotesi è che può essere + utile ridisegnare a livello cognitivo o
fisico i confini che separano le categoria e quindi non di eliminarle.Ciò ha lo scopo di unire
l’ingroup e l’outgroup preesistenti in una nuova categoria di ordine superiore in modo tale che i
membri dell’outgroup possano esser percepiti come compagni dell’ingroup. Gaertner spera di
rafforzare il problema di una identità comune di ingroup in modo da ridurre la preesistente
differenziazione intergruppi. Si parla cosi di un processo di ricategorizzazione.
3. HEWSTONE e BROWN: invece di tentare di eliminare la divisione che separa l’ingroup
dall’outgroup, potrebbe essere + sensato cercare di mantenerne la salienza a livelli minimi
ottimizzando nel contempo le diverse condizioni che secondo Allport favoriscono la riuscita del
contatto. Così facendo, il contatto potrà avvenire a livello intergruppi e non invece a livello
interpersonale. Se qsto riesce, ogni cambiamento positivo generato nel corso del contatto può
essere trasferito prontamente ad altri membri dell’outgroup giacchè i partner con cui si è avuto
un contatto sono considerati rappresentanti tipici di quel gruppo. Qsto però è un approccio pieno
di difficoltà: se un contatto in cui l’identità è saliente permette di generalizzare con maggiore
facilità gli atteggiamenti promossi dall’incontro, in linea di principio qsta generalizzazione può
riguardare anche gli attegg negativi e non solo quelli positivi. Quindi, se l’interazione
cooperativa fallisce, perché non riesce a raggiungere l’obiettivo comune o perché si trasforma in
un’interazione competitiva, allora il fatto che essa fosse strutturata a livello intergruppi potrebbe
addirittura peggiorare le cose. Il fallimento dell’interazione potrebbe portare non solo ad una
svalutazione dei sogg coinvolti, ma anche al rischio di rinforzare gli stereotipi negativi
dell’outgroup proprio perché le persone coinvolte sono considerate rappresentative di esso. Qsto
pericolo è accresciuto da un’altra difficoltà: gli incontri intergruppi possono provocare maggiore
ansia degli incontri interpersonali e l’ansia conduce difficilmente a relazioni sociali + armoniose.

2.4: Assimilazione dell’identità o pluralismo

L’approccio della decategorizzazione sembra essere il migliore. Il dovere di trattare chiunque come
una persona a sé stante indipendentemente dal gruppo al quale essa appartiene si integra infatti bene con
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l’ethos liberale di molte persone impegnate nell’integrazione in contesti applicati. Sembra che esso
riesca a evitare alcuni problemi che scaturiscono in situazioni di confronto intergruppi + aperto, in
particolare la possibilità di un aumento dell’ansia. Nonostante qste vantaggi può incorrere in alcune
difficoltà:
• Gli esperimenti che hanno sostento il modello si sono avvalsi di di gruppi sperimentali costruiti
in laboratorio e quindi poco importanti per chi ve ne fa parte.
• Ignorare le differenze esistenti fra i gruppi può far persistere le ineguaglianze preesistenti fra
essi.
L’approccio della ricategorizzazione mira a rafforzare le potenzialità dei processi d’identità sociale a
scopi positivi invece che a eliminarli del tutto. Le difficoltà di qsto approccio sono:
• Dopo che si è costituita la categoria di ordine superiore non è detto che i benefici che ne
conseguono si estendano agli altri membri interessati.
• Tale approccio rischia di cadere nell’assimilazionismo, nell’idea che i membri di gruppi di
minoranza debbano conformarsi alle norme e ai valori del gruppo dominante.

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