Sei sulla pagina 1di 57

ANATOMIA

Gli organi sono dei tessuti organizzati in uno spazio limitato. I tessuti possono essere
di quattro tipi: epiteliale, connettivo, muscolare e nervoso.
Degli organi bisogna sapere il nome, la collocazione dell’organismo, a quale sistema
appartengono, il ruolo che svolgono, la natura del parenchima e la struttura di
quest’ultimo e dello stroma. Per gli organi pieni è importante sapere peso, forma,
facce, margini e rapporti con gli organi vicini e infine le reazioni vascolari e nervose.
Gli organi possono essere di due tipi cavi o pieni. Gli organi cavi viscerali hanno un
lume che è la cavità vuota. La parte di questi organi ha una stratificazione che
comprende, a partire dal lume, mucosa, sottomucosa, muscolare e sierosa o
avventizia.
Gli organi pieni possono essere anche definiti parenchimatosi perché hanno un
parenchima che è un epitelio che produce un qualcosa che li caratterizza. Ad
esempio, nel caso del fegato, epatociti producono la bile, nel pancreas l’epitelio
produce delle proteine e degli enzimi adibiti alla digestione, ecc.
Il parenchima è racchiuso all’ interno dello stroma che è formato da tessuto
connettivo. Gli elementi dell’impalcatura stromale sono connettivo lasso, connettivo
denso, elastina, fibroblasti e attraverso le strutture che costituiscono lo stroma
passano anche vasi sanguigni, linfatici e nervi che lo rendono non solo un supporto,
ma anche una guida per la vascolarizzazione, drenaggio e innervazione di lobuli e
lobi. Solitamente questi vasi entrano da un unico punto all’interno dell’organo che si
chiama ilo e la maggior parte degli organi ce l’ha. La parte più esterna può prendere il
nome di tonaca avventizia o tonaca sierosa, tante volte questa può chiamarsi anche
capsula come la capsula renale che delimita il rene o la capsula epatica che però
viene chiamata glissoniana.
La tonaca avventizia è costituita solo da tessuto connettivo denso, mentre la tonaca
sierosa ha del tessuto connettivo nello strato sotto mesoteliale, ma ha un mesotelio di
rivestimento caratterizzato da cellule pavimentose semplici. In altre parole, è una
membrana traslucida, molto simile al Domopak, che nel suo strato più profondo può
avere del tessuto connettivo e degli adipociti. Ha la caratteristica di rivestire le cavità
come la cavità toracica e quella addominale e seconda di dove si trova prende un
nome diverso: la tonaca peritoneale nell’addome e la pleura nel torace. Nel torace ci
sono le due cavità pleuriche e poi c’è la cavita pericardica e tutte queste cavità sono
rivestite da una tonaca sierosa.
Il mesotelioma è una patologia che viene fuori dopo una quarantina d’anni di
esposizioni a zone in cui c’è la lavorazione dell’amianto.
Le tonache sierose si dividono in: tonache viscerali che avvolgono un viscere e
tonache parietali che avvolgono la parete toracica, gabbia toracica e parete
addominale. La sierosa parietale e quella viscerale sono poste l’una accanto all’altra e
servono a far scivolare gli organi rispetto la parete fissa. Es. i polmoni quando
respiriamo si strofinano contro la gabbia toracica e questo è possibile grazie al
mesotelio che produce un liquido che lubrifica e permette lo scivolamento del viscere
rispetto alla parete e la stessa cosa capita per l’addome.
Il colore viola significa che il campione è stato colorato intensamente con
ematossilina eosina, infatti in gran parte dei preparati istologici sono fatti in questo
modo. Gli istologi vedono tutto in due colori viola e rosa, rispettivamente
ematossilina e eosina. Di blu-viola si colorano i nuclei e in rosa solitamente i
citoplasmi.

Es. Nel rettangolo quadrato c’è una sezione di parete gastrica


di circa 17 mm di altezza, dove la banda viola ondulata
molto nucleata comprende la fascia mucosa dell’epitelio
che comprende un organo. Sotto questa fascia c’è uno
spazio bianco con una punteggiatura rossa che mostra la
presenza di globuli rossi, cioè strutture vascolari. Nella
sottomucosa infatti ci sono strutture vascolari, nervose,
linfatiche, collagene e a volte degli adipociti. La struttura
sottostante è la parte muscolare.
Nell’ apparato gastroenterico ha una fascia più interna
circolare di muscolo e poi ce n’è una longitudinale più
esterna che è uguale in tutto il tratto digerente tranne che
nello stomaco perché c’è un fattore in più che è la
muscolatura obliquo. Ci sono tre strati: il più interno è
quello obliquo, quello intermedio è quello circolare e
il più esterno è il muscolare longitudinale. Poi
andando verso l’esterno c’è una tonaca
avventizia che è un tessuto connettivo denso che
limita l’organo. L’organo infatti può essere
limitato da una tonaca avventizia o da una tonaca
sierosa. Fra il fascio muscolare circolare e la muscolatura longitudinale c’è una rete
gialla che è un plesso nervoso mio centrico di Auerbach che attiva la peristalsi
gastrica, mentre fra la tonaca muscolare circolare e la sottomucosa si trova il plesso
sottomucoso di Meissner. C’è infine una struttura che divide la mucosa e la
sottomucosa che è la muscularis mucosa. In patologia questa struttura ha una sua
rilevanza per classificare soprattutto le neoplasie.
Un insieme di organi va a formare un sistema e quelli del nostro corpo sono due e
hanno una derivazione embriologica simile, poi ci sono nove apparati che hanno una
derivazione embriologica diversa. Tutti gli apparati e i sistemi vanno a costituire un
organismo.
La posizione anatomia prevede che
l’individuo o l’animale, sia messo in
posizione eretta con il viso in avanti, gli
arti paralleli all’asse del corpo, i palmi
delle mani rivolti in avanti (supine) e i
piedi leggermente divaricati. Il corpo
umano è studiato lungo dei piani. Il primo è
il piano sagitale che divide il corpo in due
antimeri: il piano sagitale medio o mediano
è quello che passa nel nostro corpo
formando due masse identiche a destra e a
sinistra. Questo piano se si sposta dal suo
asse medio va a delimitare altri spazi che si
chiamano parasagitali.

Il piano frontale o coronale corre parallelo


alla fronte o alla sutura coronale e divide
l’organismo in due masse più o meno uguale in anteriore o ventrale e posteriore o
dorsale. Infine, c’è il piano trasversale o assiale divide il corpo umano in una
porzione superiore o craniale e una inferiore o caudale. Il corpo lo possiamo
dividere in una parte assiale che comprende capo, collo, tronco. Il tronco a sua volta
è diviso in torace, addome e pelvi. E poi ci sono le parti appendicolari che sono gli
arti superiori e inferiori. Fra torace e addome c’è un limite ben definito che è muscolo
diaframma, mentre nell’addome c’è una cavità pelvica che non è visibile fisiologico.

La maggior parte dell’apparato digerente si trova nella cavità addomino-pelvica. Poi


c’è l cavità dorsale che racchiude l’encefalo, la cavità o il canale midollare che
racchiude il midollo e infine la cavità toracica che ha al suo interno tre spazi ben
definiti che sono cavità pleurica destra e sinistra e la cavità pericaridica. La cavità
pericardica è rivestita da una tonaca sierosa che si chiama pericardio viscerale e poi
c’è il pericardio parietale che è quello più esterno.
Le cavità pleuriche sono ben definite sul piano inferiore dove c’è la linea toraco-
addominale che comincia dal processo xifoideo dello sterno, corre lungo la decima
costola fino a dietro la decima vertebra toracica, cioè corrisponde più o meno con
l’inserzione del diaframma.
A livello superiore, si trova la linea toraco-cervicale parte dall’incisura giugulare
dello sterno, che prosegue lungo la clavicola fino alla scapola e va fino al processo
spinoso della settima vertebra cervicale.
Lo spazio peritoneale o toracico si può dividere in vari scompartimenti. Il primo è la
borsa omentale che è uno spazio definito dal piccolo omento, grande omento e il
meso del trasverso. In altre parole, è una tonaca sierosa che va ad avvolgere tutto il
fegato andando verso il basso sulla faccia anteriore dello stomaco, poi va a formare il
grembiule omentale, scende per poi risalire e va a rivestire la faccia posteriore del
trasverso e delimita uno spazio chiuso che ha un unico foro.
Il grembiule omentale è come un Domopak e tessuto adiposo che ricopre
prevalentemente il piccolo intestino, parte dello stomaco e si cala giù. Ha una
funzione molto importante perché delimita, nel caso di processi patologici, il
processo di diffusione, quindi va a tamponare una perforazione o l’avanzamento di
una lesione.
La cavità pelvica è lo spazio delimitato dal promontorio del sacro fino alla sinfisi
pubica davanti. Un altro spazio anatomico è quello delimitato dal mesocolon diviso in
sovramesolico e sotto mesocolico con la borsa omentale. Il piccolo omento è un
legamento che va dallo stomaco al fegato, mentre il grande omento che va dallo
stomaco fino al trasverso.
La cavità addominopelvica può essere divisa in
quadranti: il modo più semplice è quello di
dividerla in quattro, cioè con le linee che passano
attraverso l’ombelico e quindi dividere in supero
destro, supero sinistro e infero destro e infero
sinistro; solitamente però si tende a dividere in
nove regioni. La regione ombelicale o
mesogastrio è quella centrale, sopra invece c’è
l’epigastrio, ipogastrio è quello sotto, poi ci sono
i due ipocondri destro e sinistro, zone lombari o
fianchi e infine le due zone iliache destra e
sinistra. Le linee verticali passano a metà della
clavicola e si chiamano linee emiclaveari, la linea orizzontale superiore, chiamata
sottocostale,
passa sotto il margine della decima costola (ci
sono 12 cost. e due sono fluttuanti), mentre
quella inferiore o bisiliaca, passa attraverso le
spine della cresta antero-superiori della cresta
illiaca, cioè dei tubercoli ossei.

L’apparato gastro-intestinale è composto prevalentemente da organi cavi, tranne per


le ghiandole extramurali come ghiandole salivari, fegato, pancreas che sono di tipo
parenchimatoso. Il canale alimentare è un lungo tubo con caratteristiche di organo
cavo ed è lungo circa 9-11 metri dalla rima buccale all’orifizio anale. Ha diverse
funzioni: c’è la prima fase dell’ingestione, processi meccanici, digestione con la
trasformazione chimica ed enzimatica, assorbimento dal lume intestinale a vasi
ematici e linfatici, secrezione, compattazione a livello colico ed escrezione. La cavità
bucale, faringe e una parte dell’esofago si trovano nella parte sopradiaframmatica.
La parte cava dell’apparato digerente segue lo schema che parte dal lume, mucosa,
muscolaris mucosa, strato della muscolare circolare e longitudinale e infine la
tonaca avventizia o sierosa. La parte mucosa all’interno dell’apparato digerente è di
diversi tipi. La prima parte è rivestita da epitelio pavimentoso pluristratificato che ha
la caratteristica di resistere bene ai traumi fisici e riveste la cavità bucale, la faringe
nei suoi due terzi più bassi e l’esofago. Es. nel topo che mangia noccioline l’epitelio
non è solo pavimentoso pluristratificato, ma è anche cheratinizzato come la nostra
cute.
Nella cavità orale o buccale il primo
spazio che troviamo è il vestibolo che
un’anticamera delimitato anteriormente
dalla parete posteriore delle labbra e
posteriormente dai denti. Le labbra sono
costituite da una parte esterna rivestita
da cute e poi c’è la parte rossa vermiglia
che lo è perché le papille dermiche che
stanno dentro all’epitelio arrivano molto
in superfice e quindi le labbra sono rosse
perché hanno un elevato afflusso
sanguigno e sono sensibili perché le terminazioni arrivano sotto la tonaca sottile di
epitelio.
Gli annessi della cavità bucale sono denti, lingua e ghiandole salivari, poi un altro
componente importante sono i frenuli che sono delle strutture membranacee poste
medialmente che tengono le labbra adese alla gengiva. Dopo di che procede la
cavità bucale nei cui lati ci sono le ganasce, anteriormente c’è la faccia superiore dei
denti, superiormente c’è il palato che si divide in palato duro costituito dall’osso
mascellare e l’osso palatino e in palato molle che è il terzo posteriore o dorsale con
una consistenza spugnosa. Inferiormente si trova la lingua e posteriormente c’è
l’istmo delle fauci che è costituito da archetti: arco palato glosso e arco palato-
faringeo. In mezzo a questi due archi ci sono due palline mucose che sono le tonsille
palatine. Quando siamo piccoli si hanno delle tonsilliti recidivanti e vengono
scucchiaiate, perché quando siamo piccoli sono iperplastiche e adese a tessuti
profondi da un tessuto connettivo lasso e quindi erano facili da togliere. Quando
siamo grandi sono invece ben adese perché si atrofizzano e sono ben adese ai piani
profondi. Le tonsille fanno parte di un anello che si chiama anello di Waldeyer
formato da tonsille tubali, adenoidi, tonsille palatine e tonsille linguali. Questo anello
è importante perché è costituito da tessuto linfoide, quindi elementi immunitari che ci
proteggono da agenti microbici esterni.
I denti sono degli annessi e il bambino ne possiede 20, mentre l’adulto 32. Sono
costituiti da una parte esterna che è la corona, da una parte più profonda che sta
dentro all’alveolo che si chiama radice, poi c’è la gonfosi, è una giunzione tiene il
dente dentro l’alveolo. Sopra il dente è ricoperto da smalto, sotto, invece, c’è la
dentina di colore giallastro che è paragonabile al tessuto osseo e infine c’è la cavità
pulpare in cui ci sono strutture vasali e nervose.
Altro annesso è la lingua che è costituita
principalmente da masse di fibre muscolari
scheletriche e se viene tagliata in senso
sagitale mediano ha un setto fibroso che la
divide a metà. Questi muscoli scheletrici
possono essere di due tipi: intrinseci quando
permettono alla lingua di cambiare la sua
forma per parlare e masticare, ma non
cambia la posizione, estrinseci quando
permettono di protrudere, retrarre e muovere
di lato la lingua. La sua funzione è quella di
mescolare il cibo con la saliva, formare una massa chiamata bolo e cominciare la
deglutizione muovendo la massa verso la faringe. I due terzi della lingua hanno la
funzione di percepire il gusto, la temperatura e la sapidità, mentre il terzo inferiore
non si trova più nella cavità bucale, ma si trova nell’orofaringe in cui ci sono le
tonsille linguali. Queste protuberanze sono costitute da tessuto linfoide che trova
sotto la mucosa, la quale è costituita da epitelio pavimentoso pluristratificato
specializzato perché costituito da quattro tipi di papille. Le prime sono filiformi che
hanno una funzione tattile, cioè di trattenere il cibo nella bocca e aiutano nella
deglutizione. (negli animali sono adibite alla pulizia della pelliccia) Poi ci sono le
fungiformi che sono meno numerose e sono disposte sull’apice della lingua con
terminali nervosi gustativi, poi ci sono le fogliate che sono poste ai lati della lingua e
hanno la caratteristica di sparire quando i bambini compie due anni. Infine, ci sono le
papille vallate sono 7-14 e sono la V linguale che distingue i due terzi anteriori del
corpo dal terzo posteriore che sta nella orofaringe. Sono molto importanti perché ogni
papilla ha circa 250 calici gustativi che sono immerse nell’epitelio pavimentoso
pluristratificato. Le cellule gustative sono delle cellule epiteliali e hanno delle ciglia
che si rigetta nel lume e si rigettano in un foretto che è a contatto con la cavità
boccale. Queste cellule fanno sinapsi con delle cellule nervose che vanno a portare il
segnale ai nuclei gustativi che si trovano nel midollo allungato. Misti fra questi calici
guastativi ci sono le ghiandole di Von Ebner che hanno una secrezione sierosa, ricca
di proteine e hanno la funzione di tenere pulito il vallo per percepire il gusto. Le
ghiandole salivari possono avere una secrezione sia di tipo sierosa che di tipo
muccinosa e possono essere costituite sia dalle grosse ghiandole extramurali che
sono la parotide, sottolinguale e sottomandibolare. La parotide si trova anteriormente
al lobo dell’orecchio sopra al muscolo massetere, nel cui interno si trova il muscolo
facciale, che è di tipo tubulare. Il dotto della parotide sbuca fuori sulla guancia
davanti/sotto il secondo molare. Infine, ci sono la sottomandibolare che si trova in
senso mediale più verso il centro ed è una ghiandola mista dove le cellule muccinose
sono di cellule biancastre. La sottomandibolare produce il 70% della saliva e ha i
dotti che si pongono ai lati del frenulo linguale. La sottolinguale è la più piccola delle
ghiandole e ha numerosi orifizi posti latero e posteriormente rispetto alla
sottomandibolare. Infine, ci sono le piccole ghiandole salivari minori che sono
ghiandole miste di tipo mucoso, sono elementi cellulari bianchi, colonnari con piccoli
nuclei basali e sono disposte su tutta la cavità bucale. La saliva è fatta dal 99% di
acqua e all’ interno ci sono degli enzimi che sono la lipasi e l’amilasi. Poi ci sono le
immunoglobuline o anticorpi e il lisozima che è un’anti batterico. Tutti questi
elementi cominciano una prima piccola digestione. Di saliva ne vengono prodotti
circa un litro/un litro e mezzo e ha la funzione di trasformare il cibo in bolo e
agevolare la discesa attraverso la faringe e successivamente all’esofago. La faringe è
un organo cavo ed è un crocevia tra la via respiratoria e il tubo digerente. È costituita
da tre porzioni anatomiche che sono la nasofaringe o rinofaringe, orofaringe e la
laringofaringe o ipofaringe. La prima è l’unica di appartenenza dell’apparato
respiratorio ed è rivestita da un tessuto colonnare pseudo stratificato ciliato come
quello della trachea, mentre gli altri due tratti sono rivestiti da epitelio pavimentoso
pseudo stratificato perché devono sopportare il trauma del cibo che vi passa. Questo
primo tratto si estende dalla base del cranio alla sesta vertebra cervicale e ci sono tre
tipi di muscoli costrittori che sono superiore, medio e inferiore. Questi muscoli sono
indispensabili nell’atto della deglutizione e l’inferiore viene anche detto sfintere
esofageo superiore. L’esofago è un organo cavo dalla lunghezza di 25-30 cm e unisce
faringe con stomaco dove si trova in cavità addominale. Parte dalla sesta vertebra
toracica e arriva alla undicesima toracica e ha un decorso più o meno mediano perché
devia leggermente a sinistra. Ha diversi rapporti con altre strutture perché
anteriormente fino alla quinta vertebra toracica ha rapporti con la trachea, dopo di che
quest’ultima decide di dividersi in bronco di destra e bronco di sinistra e l’esofago si
ritrova vicino al sacco pericardico. Inoltre, contare rapporti anche con l’aorta e circa
all’altezza della vertebra toracica ottava si pone posteriormente. Il cardias cioè la fine
dell’esofago è circa a 40 cm, mentre comincia a 18 cm. Poi ci sono quattro
restringimenti fisiologici: il primo si trova in corrispondenza dell’origine della
faringe nella cartilagine cricoide, il secondo avviene quando l’arco aortico tocca
l’esofago, il terzo quando il bronco sinistro passa davanti all’esofago e il quarto a
livello dello iato diaframmatico o dello sfintere che non è una valvola però è un retere
molto importante perché il fatto che l’esofago si chiuda permette al contenuto
gastrico di non risalire e se questo avviene si chiama reflusso che è molto presente in
adulti over 40 e agli obesi. Se questo disturbo permane nel tempo e diventa una
patologia cronica, su questa infiammazione può
formarsi una metaplasia che consiste nel cambiamento
di epitelio da pavimentoso pluristratificato in o epitelio
gastrico che è più resiste e ha ph basso altrimenti si
forma quello intestinale che prende il nome di esofago
di Barrett che può causare un cancro. Sotto l’epitelio
pavimentoso pluristratificato ci sono delle ghiandole
molto simili alle salivari minori, producono muco e
sono presenti nel terzo inferiore dell’esofago e servono a
difenderlo dall’acidità dello stomaco. Gli strati del
tessuto esofageo sono mucosa composta da epitelio
squamoso stratificato, la lamina propria che ha tessuto connettivo lasso ricco di vasi,
la muscolaris mucosae, la sottomucosa con tessuto connettivo lasso, la muscolare
propria con lo strato circolare e strato longitudinale esterno e infine l’avventizia. Ad
un certo punto l’esofago diventa stomaco e quindi c’è una linea di giunzione
chiamata linea Z che separa i due organi. Nello stomaco troviamo epitelio di tipo
ghiandolare marrone e muscolatura liscia anche se nella parte superiore predomina il
muscolo striato. La zona subito dopo la linea Z prende il nome di cardias che sono i
primi 3 cm di stomaco, poi si entra nella cavità peritoneale/addominale.
Tutta la cavità addominale è rivestita da peritoneo di tipo parietale tappezzato da
cellule mesoteliali che secernono un liquido e c’è un peritoneo viscerale che avvolge
gli organi. Se l’organo è tutto avvolto dal peritoneo viscerale si dice che l’organo è
intraperitoneale, mentre se è solo parzialemente rivestito come pancreas, reni e la
porzione seconda, terza e quarta del duodeno, si dice retroperitoneale.
I primi sono stabili nella loro posizione perché ci sono i mesi che si inseriscono sulla
parete addominale posteriore. Il tessuto adiposo viscerale si insinua nei mesi nel
grembiule omentale faceno un involucro a tutti gli organi. Gli omenti uniscono organi
intra peritoneali in particolare fegato con stomaco formando il piccolo omento e
grande omento con stomaco e colon trasverso. Lo stomaco occupa la regione
epigastrica, mesogastrica, ipocondrio e fianco di sinistra. Ha solitamene una forma a J
in posizione anatomica. Lo stomaco inizia la vera e propria digestione perché
vengono prodotti i succhi grastici che scompongono il materiale alimentare in
molecole più facilmente assimilabili dal nostro corpo. Il viscere vuoto ha un volume
di 50ml e un pasto normale giornaliero lo porta a un volume di circa 1 litro e mezzo.
Ogni 20 min però il materiale prosegue e quindi si svuota gradualmente. Lo stomaco
è suddiviso in regioni, non distinguibili anatomicamente, la prima è il fondo che è la
regione sottodiaframmatica, in questa parte c’è la bolla gastrica ed è tenuta in sede
dal legamento gastrfrenico che collega lo stomaco con la superficie diaframmatica,
poi ci sono i due terzi che costituiscono il corpo che è rivestito da un epitelio di tipo
funzionale perché è costituito da cellule ossintiche, poi il terzo finale che è la zona
pilorica, dove c’è il canale pilorico che alla fine c’è uno sfintere chiamato piloro. Lo
stomaco ha una faccia anteriore rivestita da peritoneo viscerale e in parte rivestita dal
lobo sinistro del fegato e una faccia posteriore anche questa da peritoneo viscerale e
si affaccia nella borsa omentale.
Questi spazi sono virtuali visibili solo durante dei processi patologici per esempio i
vassamenti con le ascite, perforazione dal viscere passa l’aria all’interno della cavità
addominale. Lo stomaco presenta inoltre la piccola curva lunga 10 cm che parte dal
cardias e costeggia lo stomaco sul suo margine superiore e la grande curva che è
lunga 40 cm e sul suo margine sinistro centrale anteriore si inserisce il grande omento
nel quale si intravedono il tessuto adiposo, strutture vascolari e nervose, ma
soprattutto nella sua parte più caudale ci sono i linfonodi. Lungo la grande curva, non
c’è solo l grembiule omentale o legamento gastrocolico che unisco lo stomaco con il
colon trasverso, ma ci sono altri legamenti per esempio il legamento che mette in
connessione lo stomaco con la milza ed è il legamento gastrosplenico o gastrolienale
e a livello c’è l’ilo della milza. Questa si trova a livello dell’ipocondrio sinistro ed è
in contatto con la superficie diaframmatica inferiore e una parte dello stomaco. Il
tripodeceliaco è una struttura che prende origine dalla aorta anteriormente e da qui
parte l’arteria splenica che arriva alla milza e la vascolarizza, ma partono anche dei
rami che vanno a vascolarizzare la parte inferiore dello stomaco. Dalla piccola curva
parte , invece, il piccolo omento che ha un legamento epatogastro che lega fegato e lo
stomaco e un più piccolo legamento che è l’epatoduodenale e all’interno decorrono
strutture vascolari,nervi, strutture linfatiche e dotti biliari, quindi si può chimare ilo
epatico. In continuità con questo legamento c’è un astruttura chimata colecisti o
cistifellea che al suo interno raccoglie la bile prodotta dal fegato. Nello stomaco oltre
ad esserci il tessuto circolare più interno e longitudinale più esterno, c’è anche
l’obliquo che è più interno verso il lume. All’interno dello stomaco la superficie non
è liscia perché ci sono delle rughette che sono rivestite da mucosa di diametro di circa
2-4 mm e hanno un andamento longitudinale. Tutta la superficie dello stomaco nella
porzione superficiale è rivestita da epitelio colonnare monostratificato mucoide. La
diferrenza tra muccinoso e mucoide è la differenza di ph del muco: nello stomaco il
muco prodotto è di tipo neutro che protegge dagli enzimi litici, mentre a livello
intestinale è di tipo acido. Questo epitelio mucinoso si dispone formando creste e
fobeole ricoperte tutte da muco. Nel terzo superficiale ci sono le fobeole che
producono muco, mentre i due terzi inferiori sono costituiti da cellule parietali che
producono acido cloridrico, quelle più brune sono le zimogene che producono
pepsinogeno che per essere attivo deve incotrare l’ambiente acido e trasformarsi in
pepsina. A livello del cardias e del piloro ci sono delle ghiandole di tipo mucinoso
mucoide che si chiamano tubulari ramificate composte dove le parti secernenti sono
ramificate e il muco viene aggettato all’interno dei dotti che conducono al lume. Il
succo gastrico è composto anche in questo caso prevlentemente da acqua, HCl,
pesinogeno. Il bolo non si chiama più cosi, ma si chiama chimo. Il foro epiploico o
foro omentale è l’unica comuncazione che ha la cavità peritoneale con la borsa
omentale e ci si entra specillando con le dita in senso anteroposteriore passando
dietro al legamento epato duodenale. Il colon è diviso in settori: cieco, colon
ascendente, colon trasverso, colon discendente, sigma e retto. Il piloro è una valvola
con tessuto muscolare circolare che protrude ed è rivestito da un epitelio ghiandolare
costituito da elementi tubulari che produconoo anchessi muco. Questa valvola
inibisce il reflusso di tipo biliare e si trova a livello della prima vertebra lombale.
L’intestino si può dividere in due parti: interstino tenue (piccolo) e intestino crasso
(grande). Queste due strutture sono caratterizzate dall’essere tubulari e il termine
piccolo e grosso intestino deriva dai loro diametri che sono molto variabili.
Il piloro è uno sfintere e si trova a livello dello stomaco. Subito dopo si trova
l’intestino il quale incomincia con il piloro e va a finire con il canale anale.
Possiamo dividerlo in intestino tenue e crasso, ovvero piccolo intestino e grosso
intestino. Entrambe queste due strutture sono tubulari, quindi hanno un lume. Il
termine piccolo intestino e grande intestino deriva dei loro diametri, i quali sono
molto variabili. L'intestino tenue, parte con un duodeno che ha un diametro di circa
4/5 cm, poi incontriamo il digiuno e finiamo alla valvola ileocecale dove l'ileo ha un
diametro di circa 2 cm e la sua lunghezza varia dai 3-6 metri. Questa variabilità
dipende sia da individuo a individuo, sia dal fatto che questa struttura sia studiata in
un corpo umano vivo oppure da un cadavere. Infatti, nel cadavere è più lungo perché
c'è il rilassamento della muscolatura liscia della parete e quindi il viscere appare più
lungo.
L'intestino crasso viaggia su 1.8 m di lunghezza e il diametro medio è sui 6 cm. Il
diametro maggiore è subito dopo la valvola ileocecale, e andando avanti nel percorso
del colon, il diametro diminuisce e il minimo lo troviamo a livello sigmoideo.
Poi c'è uno slargamento ulteriore al livello dell'ampolla rettale che è quella zona
anatomica dove si accumulano le feci prima dell'espulsione.

Il piccolo intestino consta di tre tratti e sono il duodeno, digiuno e ileo.


A questo livello continua la digestione degli elementi e c'è l'assorbimento dei liquidi
e di nutrienti.
Possiamo dividere anche l'intestino a seconda della sua posizione rispetto alla cavità
addominale. Il peritoneo (foglietti di Domopak) avvolge gli organi e li divide in
Intraperitoneali, quindi completamente avvolti da questo foglietto di Domopak, e
retroperitoneali. Il piccolo intestino ha una porzione retroperitoneale che
prevalentemente è la prima porzione, il duodeno, mentre la porzione del digiuno e
dell’ileo sono intraperitoneali e quindi sono completamente avvolti dal foglietto del
peritoneo. Quindi si divide in retroperitoneale e mesenteriale. Il piccolo intestino è
avvolto per tutta la sua circonferenza dei due foglietti e nel punto in cui i due foglietti
si incontrano si forma il mesentere che è una struttura, e ancora il piccolo intestino
sulla parete posteriore della cavità addominale (queste anse non sono libere e
fluttuanti e sono comunque ancorate in modo ordinate attraverso il mesentere).
Questo permette al piccolo intestino di avere una certa facilità di movimento e deve
poter muoversi per la peristalsi e soprattutto perché i suoi diametri variano
sensibilmente anche per la presenza del chimo che è al suo interno.

Il duodeno a una forma a C che abbraccia la testa del pancreas e si chiama duodeno
dalla parola "duodecin" (dodici dita), quindi 25 cm. Il duodeno è retroperitoneale
però in realtà i primi 2 cm sono intraperitoneali perché si collega con l'antro, e in
questa porzione si appiccica il piccolo omento, cioè quella struttura costituita
prevalentemente da peritoneo (tessuto adiposo, strutture linfatiche e vasali, nervose e
dotti biliari) che collega la fine dello stomaco e l'inizio del duodeno con il legamento
epatoduodenale epatogastrico, quindi con il fegato. Questo legamento e il duodeno
stesso formano la profilatura del foro epiploico (cioè l'entrata per la borsa omentale.
Il duodeno ha contatti anteriormente con il lobo destro del fegato e il corpo della
cistifellea, inferiormente con la testa del pancreas, posteriormente con la parete
addominale posteriore e il margine mediale del rene di destra. La porzione superiore
contrae contatti anche con il legamento epatoduodenale tramite il coledoco che
trasporta la bile nella porzione discendente.

Si divide in quattro porzioni: superiore, discendente, orizzontale e ascendente.


La prima inizia al livello della prima vertebra lombare e per i primi 2 cm è
completamente avvolta dal peritoneo.
Dopo diversi centimetri svolta in avanti e verso il basso formando una curva ad
angolo retto chiamata flessura duodenale superiore da cui parte la seconda porzione
dove si trovano alcune strutture che hanno una certa variabilità anatomica. Una
sempre presente è la papilla duodenale maggiore che si trova all'interno del duodeno
in una posizione postero mediale, cioè sta vicino all'asse mediano del corpo
posteriormente. La papilla duodenale è quella struttura da cui fuoriescono gli enzimi
pancreatici e la bile. È una struttura dove il dotto principale del pancreas e il coledoco
si fondono, formando uno slargo che è circondato da muscolatura (chiamata sfintere
di Odi), è la protrusione di questa struttura all'interno del duodeno e si chiama papilla
maggiore (repere) e si trova circa a 8/10 cm del piloro. Circa 2/3 cm più in alto c'è la
papilla duodenale minore che è lo sbocco del dotto accessorio del pancreas che non è
presente in tutti gli individui e quindi ha una certa variabilità perché può sbucare nel
duodeno o fondersi con il dotto principale. Questa quindi è la porzione discendente
che è completamente retroperitoneale e ha rapporti anteriormente con il colon e il
mesocolon.
Poi abbiamo la terza porzione orizzontale (livello quindi della terza vertebra lombare)
che è completamente retroperitoneale e origina a destra della linea mediale e
raggiunge a sinistra della stessa la flessura duodenale sinistra, dove si continua con la
porzione ascendente. Quindi, il duodeno risale lievemente che si protrae in avanti.
A livello di quest’ultima, c'è una struttura che si chiama il legamento di Treiz. Questa
struttura è una muscolare legamentosa, cioè mista con delle fibre muscolari. È
importante perché divide le vie digestive in alte vie digestive e basse vie digestive.
Quindi è un repere anatomico molto importante. A questo livello incomincia il
digiuno.

La principale funzione del piccolo intestino è quella digestiva e di assorbimento dei


liquidi e dei nutrienti e la grossa parte del riassorbimento dei liquidi l'avremo a livello
colico. La mucosa duodenale consta di diverse strategie per aumentare la sua
superficie di assorbimento. Questo tubo lungo dai 3 ai 6 m, avrebbe una superficie di
circa 0,3/0,5 m2 e questa superficie va a stretto contatto con il chimo. La presenza di
pieghe, villi e microvilli fanno sì che la superficie assorbente al livello del piccolo
intestino sia di 200 m² e queste tre strutture hanno diversa valenza nell'aumentare la
superficie.
Le pieghe circolari aumentano di 2/3 volte, i villi 10 volte e i microvilli, che sono
delle strutture piccolissime alte uno o 2 micron, hanno un fattore 20. A livello del
duodeno abbiamo delle pliche che sono alte circa 8 mm, iniziano nella porzione
discendente nel due duodeno fino all’ileo. La loro massima altezza si trova nel
duodeno, incominciando dal discendente, e nella prima porzione prossimale del
digiuno. Queste pliche hanno un andamento trasversale e elicoidale e hanno il
compito di rallentare la progressione del chimo. Sono costituite da una sottomucosa
che si alza rivestita dalla mucosa, mentre nella muscolare circolare longitudinale
stanno dritte sotto.
I villi invece sono delle estroflessioni della mucosa e sono costituiti prevalentemente
da essa, essa è costituita da diversi elementi cellulari; i più importanti sono gli
enterociti e le goblet cell (cellule caliciformi). I villi hanno uno stroma all'interno del
quale ci sono delle strutture vasali e il vaso chilifero centrale, che è una struttura di
tipo linfatico che media prevalentemente il trasporto dei chilomicroni quindi della
componente lipidica che si trova nel cibo.
In questa porzione ci sono delle digitazioni ricoperte da un epitelio cilindrico o
colonnare di altezza di circa 25 micron (sono cellule grandi) [in istologia quando si
dice che una cellula è abbastanza grande, è riconducibile ad un'unità di misura che è
il linfocita il quale ha un diametro di 6/9 micron ed è una palletta viola ed è fatta
solamente di nucleo dove la rima citoplasmatica non si percepisce].
Il villo è rivestito da enterociti (cellule grandi colonnari) e interposti a questi ci sono
goblet cell o cellule caliciformi che hanno un vacuolo apicale pieno di muco perché
viene riversato nel lume duodenale e intestinale per lubrificare e proteggere la
superficie della mucosa ed è un muco prevalentemente di tipo acido.
La terza struttura che aumenta l'assorbimento sono i microvilli. Sono delle strutture
molto piccole 1/2 micron. Si trovano principalmente ma non solo, sulla parte apicale
degli enterociti. Non si possono vedere ad occhio nudo ma si può vedere un suo
effetto indiretto nella parte apicale degli enterociti si vedono dei rinforzi fucsia viola
e questo è dovuto sia alla presenza dei microvilli, sia alla presenza del glicocalice che
ci sta sopra composto principalmente da glicoproteine. Quindi abbiamo i microvilli, il
glicocalice e sopra a tutto questo c'è il muco prodotto dalle goblet cell. In altre parole,
c'è questo strato un po' ovattato dove ci sono le porzioni attive di alcuni enzimi
prodotti dagli enterociti. (A questo livello c'è la digestione e quindi va da sé che sulla
membrana plasmatica che ricopre il microvillo ha una grandissima quantità di enzimi
e la parte attiva ovviamente rivolta verso il lume intestinale e sono enzimi come
disaccaridasi e dipeptidasi che scindono in amminoacidi e monosaccaridi in modo
tale che tutti questi elementi possano essere trasportati all’interno dell’enterocita). 
C'è un'attività di tipo secretivo: per esempio il muco che viene secreto a livello
intestinale; E un'attività di riassorbimento a livello della membrana citoplasmatica.

Le varie ghiandole hanno diversi modi per espellere e per secernere all'interno del
lume=Il 90-95% delle cellule con modalità merocrina, dove ci sono delle goccioline
ricoperte da membrana citoplasmatica all'interno della cellula che si avvicinano a
questa, si fondono e si forma un foro per cui il contenuto esce all'esterno, così
funzionano la maggior parte delle ghiandole.
Poi c'è la modalità apocrina:(che tipica della mammella che secerne latte e quindi i
grassi dove solo nell’uomo e nei cetacei è caratterizzata da tessuto ghiandolare e
adiposo) a queste cellule invece di fondersi, perde la parte apicale, cioè si perde un
pezzo di cellula e va a costituire il latte materno. Nei primi tre giorni subito dopo al
parto, la donna produce una sostanza brunastra ricca di proteine, non di grassi, e
questo secreto segue una secrezione merocrina.
Poi c'è una terza modalità quella olocrina che la troviamo solamente nelle ghiandole
sebacee in cui tutta la cellula va in apoptosi creando il sebo.

Quindi la porzione più alta della mucosa è costituita dai villi che sono delle
estroflessioni e qui sono presenti gli enterociti che hanno i microvilli.
Vediamo anche la parte sotto della mucosa, dove il villo solitamente è molto alto al
livello duodenale e al livello del digiuno e diventa sempre più basso, quindi sia le
pliche che i villi diminuiscono andando avanti nel percorso di altezza. I 2/3 superiori
sono villi, la porzione inferiore sono le cripte del Galeazzi o Lieberkun, che sono
delle ghiandole tubulari semplici immerse in una lamina propria e hanno la
caratteristica di avere questi elementi con una granuli che sono intensamente
osinofili. I granuli appartengono alle cellule di Punnet che stanno sul fondo delle
cripte e le troviamo solo sul fondo del piccolo intestino. Queste cellule hanno dei
granuli con una grande acidofilia, cioè sono basici perché al loro interno hanno una
proteina che si chiama lisozima che ha un ph di 9,5 e hanno una capacità battericida e
sono addette al controllo del microbiota dell’intestino.

Tipico del duodeno è la presenza sotto alla muscolaris mucosae, delle ghiandole del
Brunner. Queste ghiandole sono molto chiare che assomigliano molto alle ghiandole
foveolari che abbiamo visto nello stomaco. Queste ghiandole hanno un secreto che a
un ph di circa 9 e va a contrastare decisamente con il ph acido che troviamo nello
stomaco. Quindi questo ph molto alto viene contrastato dalle secrezioni di queste
ghiandole.
A livello duodenale ci sono queste tre strategie di assorbimento: le pliche che hanno
un andamento trasversale circolare, che hanno un'altezza di circa 8 mm sul duodeno,
che ci sono i villi, cioè estroflessioni della mucosa digitiformi e sotto i villi ci sono le
cripte.
Nella parte apicale degli enterociti c'è il glicocalice dove ci sono questi enzimi
preposti per la digestione dei componenti che si trovano a livello intestinale. Inoltre,
il duodeno abbraccia il pancreas, cioè all’interno della C del duodeno c’è la testa e
processo uncinato del pancreas.
Lo sfintere di Oddi  si trova al livello dell'orifizio di sbocco del coledoco e del dotto
pancreatico nel duodeno, a livello del collo dell'ampolla di Vater che regola l’accesso
degli enzimi pancreatici e del liquido biliare all’interno del duodeno.
L’intestino mesenteriale fa parte del piccolo intestino ed è completamente intra
peritoneale. È collegato alla parete posteriore della cavità addominale mediante un
mesentere all’interno del qual troviamo strutture vascolari arteriose e venose,
strutture linfatiche, troviamo numerose strutture linfonodali, cioè strutture
rotondeggianti di alcuni millimetri che sono caratterizzate dalla presenza di un ileo e
da una parte avvolta da una capsula all'interno del quale troviamo diversi linfociti.
L'intestino mesenteriale è composto dal digiuno che consta 2/5 di tutta la lunghezza, e
dall'ileo che sono i rimanenti 3/5.
Il digiuno si chiama così perché durante le prime autopsie, questa porzione è quella
che spesse volte si trova completamente vuota. È caratterizzato dalla presenza di villi
(strutture digitiformi della mucosa) molto alti. Questa parte occupa la porzione
sinistra superiore (ipocondrio e fianco di sinistra) e ha una parete lievemente più
spessa e maggiormente vascolarizzata dell'ilio, quindi ha un colore di un rosso più
intenso rispetto all'ilio (occupa la porzione destra della fossa iliaca).
Tra il piccolo intestino e la parete addominale anteriore troviamo il grembiule
omentale che nasce sulla grande curva dello stomaco e va a finire nel trasverso. Lo
spazio che c'è tra questi due lembi si chiama borsa omentale, quindi davanti al
piccolo intestino c'è il grembiule omentale invece posteriormente abbiamo il
mesentere con la parete toracica superiore.
Il piccolo intestino non può salire perché il trasverso è appiccicato alla parete
posteriore dell'addome tramite il mesocolon. Quindi c’è lo stomaco, il grembiule
omentale e trasverso che appiccicato alla parete posteriore tramite il mesocolon e
quindi il piccolo intestino è relegato dal mesocolon del trasverso fino alla cavità
pelvica. Le anse sono tagliate in senso sagittale (digiuno o ileo) e collegati al
Domopak andando a finire in una struttura che si chiama mesentere che si appiccica
alla porzione orizzontale del duodeno. La radice del mesentere parte da dove si
inginocchia il duodeno, quindi a livello del legamento del Treitz, e si dirige in basso
verso la fossa iliaca destra per 15 cm.
Nell'intestino mesenteriale ci sono le pliche, microvilli e i villi e non ci sono le
ghiandole del Brunner (sono tipiche del duodeno).
Abbiamo i villi, le cripte, muscolari mucosa, sottomucosa e poi abbiamo uno strato di
muscolatura circolare e longitudinale che avvolge completamente questa struttura
subuliforme.
A livello delle cripte ci sono delle cellule staminali totipotenti ed è da qua che
nascono tutti gli elementi cellulari che poi migrano e arrivano all'apice del villo.
Mentre fanno questo viaggio si dice che queste si differenzino, cioè imparano a fare
le loro cose, cioè producono enzimi digestivi oppure vanno a produrre muco. Il tempo
che passa fino a raggiungere l'apice del villo e circa 3/6 giorni.
È importante perché ad esempio la chemio terapia va a colpire le cellule che hanno
un’attività molto rapida, come i vasi chiliferi e le cellule dell’intestino, infatti come
effetti collaterali oltre alla perdita di peli e capelli, c’è nausea, vomito e diarrea,
perché manca l’assorbimento e quindi si crea un notevole volume e ci sono dei
problemi a livello di nutrienti assorbiti.
A livello dell'ileo ci sono delle strutture di tipo linfatico che si chiamano aggregati
linfoidi o placche del Peyer, localizzate prevalentemente a livello della sottomucosa
sul lato anti-mesenterico. L’ultimo tratto dell’ileo da il nome a una patologia nota
ileite terminale o morbo di Crown. La valvola ileo cecale non è propriamente uno
sfintere perché non ha una struttura muscolare che riesce a contenere il chimo che c’è
dentro al lume, ma ha il compito di rallentare l’entrata di questo materiale all’interno
del cieco e del colon ascendete.
Da questo punto inizia l’intestino crasso che ha la funzione prinicipale di
assorbimento dei liquidi. In questo tratto si parte dalla fossa illiaca destra con
diametro massimo, il contenuto liquido acquoso viene riassorbito e viene compatatato
all’interno del lume.
L’intestino crasso è costituito da cieco, colon, retto e canale anale.
Il piccolo e grande intestino differiscono tra loro non per la lunghezza, ma per i loro
diametri: il piccolo intestino ha un diametro medio di circa 2-2.5 cm mentre il colon
ha un diametro tra i 5 e 6 cm. Macroscopicamente ci sono delle pieghette chiamete
austre, che si vedono bene nel trasverso. Un’altra struttura che compare all’interno
del colon sono le tenie coliche, diversamente avvine nel ileo perché lo strato
longitudianale ricopre tutta la superficie. Nel colon abbiamo tre tipi di tenie anteriore,
superiore e inferiore e sono localizzate in banderelle di uno spessore di 1 cm. Un
terzo elemento sono le goccie epiploiche o appendici che si inseriscono vicino alle
tenie e sono delle piccole goccie di tessuto adiposo rivestite da peritoneo. In queste
strutture soltamente si trovano degli adipociti e delle strutture vasali e linfatiche.
Solitamente non ci sono strutture linfonodali e se si trovano sono essenziali per
definire la prognosi della patologia, coè sono le cosiddette metastasi linfonodali. Le
metastasi si dividono in a distanza e locali, queste ultime sono le metastasi
linfonodali.
Le tenie arrivano fino al colon sigmoideo e il retto è rivestito interamente da
muscolatura longitudinale.
La valvola ileo cecale è ha forma di bocca dove c’è la parte esterna che è rivestita da
una mucosa di tipo colico, mentre la parte interna è rivestito da mucosa ileale. Il
piccolo intestino ha la funzione di assorbire nutrienti, prevalentemente grassi,
proteine e glucidi e quindi ha una grossa superificie di esposizione al materiale che
c’è all interno del lume. Infatti ci sono le pliche che hanno un diametro di 8 mm, i
villi di altezz 0,5 mm circa e danno l’aspetto vellutato alla mucosa e infine ci sono i
microvilli che sono il brash ricoperti di glicoproteine e hanno un’altezza di 1-2
micron sulla parte apicale degli enterociti. A livello del cieco c’è l’appendice o
tonsilla addominale, in cui c’è un tessuto a livello della sotto mucosa ci sono i
follicoli linfoidi (strutture piene di linfociti). L’appendice è parallela al piano
saggitale-mediale, quindi scende in senso cranio-caudale e può avere una posizione e
lunghezza molto variabile a seconda dell’individuo. Gli aggregati linfoidi sono molto
presenti nell’età giovane e con il tempo tendono ad atrofizzarsi, cioè la struttura
stessa va in contro a un processo di atrofia e di involuzione adiposa. È munita di un
mesenteriolo e quindi è viene tenuta in sede da una struttura costituita da peritoneo e
tessuto adiposo con tutte le strutture vascolari che vanno a irrorare l’appendice.
Quando si ha un infezione dell’appendice, durante la visita il medico va a palpare in
maniera molto decisa alcuni punti, detti punti appendicolari. Il primo è quello di
McBurney e si trova sulla linea che unisce l’ombelico con la spina illiaca antero
supeiore (linea che delimitava linea bisiliaca della divisione in 4 quadranti) a 2/3
dall’ombelico e a 1/3 della spina illiaca antero superiore. Il secondo è il punto di
Morris e il punto di Sonnenburg. L’appendice si differenzia molto in base alle
abitudini alimentari che uno ha ed insieme al cieco, è completamente avvolta da
peritoneo.
Anche il cieco varia molto a seconda dell’alimentazione, è un organo che posside il
suo mesenteriolo e quindi è intraperitoneale.
Subito dopo il cieco, in senso caudocraniale per 15 cm, si estende il colon
ascendente che contrae rapporti con il muscolo iliaco, con il muscolo trasverso
del’addome e con la porzione inferiore del rene. Arriva quindi fino alla metà inferiore
del rene e poi gira di 90 gradi formando un ginocchi, che viene definito flessura
epatica e ha dei contatti anteriormente con il fegato.
Poi c’è il colon trasverso che si estende per circa 50 cm, anche qui c’è una certa
varibilità perché le persone con il colico coln, cioè un colon lungo, la lunghezza
varia solo su questo tratto. Il colon ascendente è retroperiotoneale, cioè ricoperto
solo sulla faccia anteriore, in cui si appiccica il grembiule omentale, e lievemente
sulla sua porzione mediale e laterale, quindi sta dietro appiccicato alla parete
addominale posteriore, mentre il colon trasverso è completamente ricoperto da
peritoneo, quindi intraperitoneale. La flessura splenica che continua lateralmete si
appoggia all’interno del ilo della milza (ilo: fessura nella quale entrano vasi, stutture
linfatiche e nervose) e posteriormente ha contatti con il pancreas. Dalla flessura
splenica inizia il colon discendente è retroperitoneale, cioè rivestito anteriormente da
peritoneo. È lungo 25 cm circa e termina quando incontra i vasi iliaci esterni e ha un
cambio di direzione in cui iniziano i 40 cm del colon sigmoideo. Quest’ultimo ha un
suo meso ed è completamente rivestito da peritoneo e quindi è intraperitoneale.
Il colon possiede una mucosa di rivestimento contenente delle ghiandole tubulari
semplici che sono immerse all’interno della lamina propria, cioè spazio dove ci sono
tantissimi nuclei. Quindi, ci sono le cellule adibite all’assorbimento dei liquidi e le
goblet cell (cellule mucinose) che producono il muco che va a lubrificare la superficie
del colon. Poi ci sono degli elementi cellulari linfoidi che possono essere linfociti o
plasma cellule che producono immunoglobuline di tipo IGA.
A livello della terza vertebra sacrale inizia il retto che non è rivestito da peritoneo e
arriva all’interno della pelvi. L’apparato digerente termina con l’ampolla rettale circa
12 cm e il canale anale che si differenziano a livello del muscolo elevatore dell’ ano.
A livello del lume, la mucosa è la medesima del colon e ci sono tre valvole rettale di
cui due si trovano a sinistra e una a destra. Il canale anale, invece, è caratterizzato da
colonne semianali in cui ci sono dei recettori che aumentano la lubrificazione quando
c’è una situazione di stress o di distensione. Poi ci sono i plessi emoroidali, interno ed
esterno, sono delle strutture venose che non possiedono le valvole e si gonfiano fino
poi a scoppiare. Questo fenomeno è tipico delle emoroidi.

Il fegato è la ghiandola più grossa del nostro corpo, pesa circa dal kg e mezzo ai 2 kg
e si trova nella cavità addominale. La funzione più importante che possiede è di tipo
esocrino, ovvero la produzione della bile. La bile viene riversata nei dotti e va nel
coledoco del duodeno o viene immagazzianata a livello della colecisti (cistifellea).
Poi c’è la funzione di immagazzinamento in cui il glicogeno che risiede all’interno
dell’epatocita e ha una funzione di riserva. A livello del parenchima epatico vi è la
rimozione di sostanze tossiche e infine fino al 6° mese di vita intrauterina è il più
importante organo emopoietico perché contribuisce alla produzione di elementi
costitutivi del sangue.
Il fegato si trova subito sotto al diaframma, andando a occupare il settore in alto a
destra, quindi ipocondrio di destra ed epigastrio, e si trova in clinostatismo la
porzione superiore del fegato, cioè la cupolona, arriva nel 5° spazio intercostale di
destra, mentre il margine inferiore segue il profilo della gabbia toracica.
Questo organo è costituito da una faccia anteriore, posteriore, superiore, laterale
destra che fanno parte della superficie diaframmatica e poi posteroinferiore che fa
parte della superficie viscerale. Quasi tutto il fegato è avvolto da peritoneo, quindi è
intraperitoneale, ed è rivestito da una capsula che si chiama glissoniana.
A livello di anatomia microscopica, ha uno strato di cellule mesoteliali pavimentose e
sotto ha del connettivo di supporto dove si trovano delle piccole strutture vascolari e
tessuto connettivo. Al contrario, la faccia posteriore non è rivestita da peritoneo. Il
massimo del suo volume lo si ha ai 18 anni e la sua consistenza si dice
parenchimatosa, cioè morbida. Il peritoneo del fegato nella porzione coronale non è
un unico foglio di Domopak, ma va a formare insieme al foglietto controlaterale il
legamento falciforme il quale divide aprossimativamente il fegato in due parti.
Questa suddivisione non è la stessa utilizzata dal chirurgo quando deve togliere pezzi
di fegato, cioè non ha un appoggio vascolare equivalente all’interno del parenchima.
Il legamento falciforme continua formando il legamento triangolare di sinistra che
ancora la porzione sinistra del fegato al diaframma. Poi il legamento continua e
forma la proiezione del legamento falciforme che si chiama legamento venoso e si
trova nella porzione posteroinferiore posteriore. Questo legamento è la
fibrotizzazione di un vaso che era presente nel bambino e che collegava la vena cava
con una porzione del ramo sinistro della vena porta, il dotto venoso. Nel lato destro, il
foglietto peritoneale dalla faccia anteriore si ribatte sul diframma, ma lateralmente va
a formare il legamento triangolare di destra. Tra il legamento tringolare di destra e il
legamente falciforme c’è il legamento coronario anteriore e posteriore.
A livello della faccia posteroinferiore, c’è l’ilo epatico e c’è la cistifellea che è
posizionata sulla fossetta cistica e fa un impronta sul fegato. Subito più medialmente
abbiamo il lobo quadrato che delimitato superiormente dall’ilo, nella parte più
laterale dalla fossetta cistica con la colecisti, mentre sulla parte più meediale dal
legamento rotondo. Da quest’ultimo fino all’apice del fegato c’è l’impronta gastrica,
superiormente c’è l’impronta esofagea e subito dopo l’impronta dell’antropiloro. Fra
il legamento venoso e la vena cava inferiore c’è il lobo caudato e questi lobi fanno
parte della porzione sinistra per quanto riguarda la vascolarizzazione.
Mentre nella porzione destra c’è l’impronta colica, con colon ascendente e trasverso
e infine sopra l’impronta colica c’è quella renale.
Nel piccolo omento c’è la vena porta che trasporta tutte le sostanze che sono state
riassorbite a livello intestinale ed è il vaso che ricongiunge la vena mesenterica
superiore e la vena splenica. Il 60-65% dell’aporto sanguigno del fegato è da parte
della vana porta, ma è il sangue è poco ossigenato, e arteria epatica che tramette al
fegato il 50% del ossigeno.
Il fegato viene diviso solitamente in 8 segmenti e questa suddivisione segue la
vascolarizzazione delle singol eparti, cioè sono la porzioni di parenchima che
possono essere tolte senza che si creino delle zone di necrosi o danni all’organo.
Il lobulo è l’unità funzionale minima ed ha una forma più o meno esagonale. Ha un
diametro di 0,7 mm e una lunghezza di circa 2 mm. È costituito da una struttura
centrale che è la vena centro lobulare e poi ci sono 4/6 strutture periferiche, ovvero
spazi portali che contengono la triade portale (dotti biliari, vena e arteria) e ricevono
il sangue dalla vena porta e dall’arteria epatica drenando verso la via biliare esterna.
Il dotto biliare ha la caratteristica di essere tappezzato da cellule tuboidali, cioè più
spesse delle cellule endoteliali. Il buco bianco grande è sempre la vena che ha uno
spessore sottile, mentre il buchino rivestito da endotelio pavimentoso
monostratificato con laparete più spessa è sempre l’arteriola e la regola vige che
ognuna di queste è accompagnata da un dotto.
Lo spazio portale ha, inoltre, una forma triangolare ed è costituito prevalentemente da
tessuto connettivo che è prensente negli spazi portali intralobulari o interlobulari.
L’acino è una struttura ancora più piccola rispetto al lobulo epatico e ha la forma
ovalare, ma può essere ricondotto a due tringoli le cui basi sono i punti in cui
decorrono i vasi che ricevono sangue dalla vena portale o dall’arteria epatica. L’acino
va quindi a delimitare delle zone di parenchima epatico che subiscono dei danni, cioè
gli epatociti che stanno vicino a queste strutture vascolari ricevono più ossigeno e
nutrimento. In altre parole, quando si introducono sostanze tossiche (alcol), queste
vengono assorbite a livello intestinale, entra nella vena porta arrivando nel fegato e
chi sopporta meglio lo stress tossico sono gli epatociti della zona 1 perché ricevono
più nutrimento. Gli epatociti sono gli elementi che caratterizzano il parenchima
epatico e sono delle cellule molto grandi di forma rotondeggiante centrate da un
nucleo con la cromatina disperse. Hanno la caratteristica di disporsi in filiere e
partono dalla periferia del lobulo portale e si dirigono verso la vena centro lobulare.
Nel bambino fino ai 5 anni circa ci sono due filiere di epatociti, mentre nell’adulto ce
n’è solo una. Questo è molto importante perché quando ci sono delle condizioni
patologiche aumentano i numeri di epatociti per filiera. Questi epatociti possono
assomigliare agli altri, ma si dispongono in filiere di 7 epatociti crescendo in maniera
smisurata e occupando molto spazio. Ci sono due poli che si affacciano sui sinusoidi
e gli epatociti possono essere binucleati, infatti nell’adulto fino al 25% degli epatociti
lo sono. Poi ci sono le cellule endoteliali fenestrate dove i buchi che sono presenti a
livello di questa struttura vasale sono abbastanza grossi da permettere il passaggio dei
nutrientri e plasma, ma non di globuli rossi o globuli bianchi. Il plasma va nello
spazio di Disse e si trova tra le cellule endoteliali e l’epatocita. In questo spazio non
c’è la membrana basale che evita il passaggio di queste sostanze. Ci sono, invece, le
cellule stellate che accumulano la vitamina A e le cellule di Kuffler. La porzione
laterale degli epatociti contiene dei canalicoli biliari, cioè le porzioni che raccolgono
la bile prodotta dagli epatociti per dirigesi verso lo spazio portale dove viene raccolta
la bile. Nel lobulo epatico, a livello di vena centro lobulare, i sinusoidi sono
direttamente a contatto con la vera centrolobulare stessa, mentre nello spazio portale
c’è uno strato di lamina di epatociti che si chiama lamina limitante, ovvero porzione
staminale di cellule ovali in cui vengono generate nuove cellule e non danno origine
solo agli epatociti, ma possono diventare anche cellule duttali.

Il pancreas è un organo parenchimatoso


e retroperitoneale, cioè è ricoperto da
peritoneo solo sulla faccia anteriore, e si
trova circa all’altezza di l1/l2 (vertebre
lomabari). Ha una forma a lingua di
colore giallastro che posiziona la sua
parte più mediale a destra dentro la C
duodenale, mentre la coda sta nell’ilo
splenico. Può essere diviso in: testa,
collo, corpo e corda. Più caudalmente
rispetto alla testa c’è il processo
muccinato che ha un origine
embriologica diversa e in certi casi può essere completamente separato dalla
porzione soprastante formando una deformazione chiamata pancreas divisum.
Un'altra malformazione è il pancreas anulare cioè quando il processo uncinato e il
corpo vanno a formare una ciambellina.
Anteriormente ha la grande curva dello stomaco e poi c’è la borsa omentale, nella sua
porzione mediale destra è in contatto con la parte discendente del duodeno in cui
solitamente ci sono due sbocchi la papilla duodenale maggiore e minore nei quali
vengono convogliati gli enzimi pancreatici nel duodeno.
Il pancreas con il tempo tende ad andare in contro a un processo di atrofia e
involuzione di tipo adiposo, cioè si accumularsi degli adipociti.
Il processo mucinoso ha dietro la vena cava inferiore e l’aorta mentre davanti c’è
l’arteria e la vena mesenterica superiore. Questi rapporti vascolari sono molto
importanti perché per esempio durante un intervento chirugico la rimozione della
testa del pancreas prevede che venga compretamente slegato da queste strutture.
L’arteria splenica decorre a serpentina lungo il margine superiore del pancreas fino
ad arrivare nell’ilo splenico, mentre sulla faccia posteriore decorre la vena splenica
che è tributaria della vena porta. Poi pochi centrimetri sotto c’è l’arteria mesenterica
che va ad irrorare principalmente la parte destra del colon e l’arteria mesenterica
inferiore che va a irrorare il piccolo intestino e la porzione sinistra del colon.
Il calibro del condotto pancreatico principale cresce a partire dalla coda verso la testa,
quindi in senso mediale destro, passando da 1 mm a 3 mm perché deve raccogliere
tutti i succhi pancreatici che vengono prodotti. C’è una certa variabilità sul decorso e
sulla relazione con il dotto secondario (o dotto del santorini o accessorio), infatti
quest’ultimo drena la porzione anteriore del processo muccinoso e i due dotti, quello
principale e quello secondario, possono essere anastomizzati tra loro. È un organo
parenchimatoso che anteriormente è ricoperto da peritoneo, mentre il rimanente
parenchima è avvolto da un’avventizia, cioè da tessuto connettivo denso che lo
delimita. La differenza tra la papilla maggiore e quella minore sta sulla presenza o
meno dello sfintere, cioè di un amuscolatura lisci circolare che si trova attorno al
dotto. Nella papilla maggiore c’è lo sfintere, mentre in quella minore non c’è. Il dotto
principale o dotto del Wirsung va a unirsi con il coldoco nella ampolla pancreatico-
duodenale. Quando entra nella parete del duodeno comincia ad esserci una
muscolatura di tipo liscio-circolare che detrmina lo sfitere, in questo caso sfintere di
Oddi. La muscolatura non si trova lungo tutti i decorsi dei dotti
perché in realtà si trova solo nel coledoco che è un condotto che unisce il fegato con
il duodeno e a livello dell’ilo abbiamo il dotto epatico comune di destra e di sinistra
che confluiscono nel dotto epatico comune. Quest’ultimo può avere una lunghezza
varabile dai 2 ai 4 cm e cambia grazie al punto in cui c’è l’inserzione del dotto cistico
che unisce la cistifellea con il dotto epaico comune e questi unendosi formano il
coledoco che procede prima in senso caudale poi laterale per unirsi con il dotto
principale. È importante sapere che il coledoco è un dotto con un diametro di 4-6 cm
ed è costituito da fibre muscolari che hanno la loro massima espressione a livello
dello sfintere di Oddi. Il coledoco ha una porzione extrapancreatica e
intrapancreatica, anche se non è sempre così perché può essere posto più
posteriormente rispetto al pancreas.
Tutto l’abero pancreatico biliare è rivestito dal medesimo epitelio, cioè un epitelio
colonnare o cilindrico. Man mano che aumenta il diametro di queste strutture tubulari
aumenta anche lo spessore del epitelio e nei dotti di un diametro maggiore si trovano
anche degli elementi caliciformi che producono muco. Questo epitelio poggia su una
lamina propria di tessuto connettivo lasso, poi c’è una sottomucosa dove il tessuto
connettivo è più denso e dove decorrono strutture vasali, linfatiche e nervose, e sotto
ancora può esserci la muscolatura liscia o al contrario c’è un’avventizia del tessuto
connettivo che delimita il dotto.
Il pancreas ha una struttura di tipo acinare, cioè ci sono gli acini che sono gli elementi
ghiangolari rotondeggianti che producono gli enzimi digestivi quali le proteasi, rnasi,
chipsina e chimotripsina, lipasi, ecc. Questi hanno una caratteristica peculiare, ovvero
la parte basale è altamente basofila, cioè lega l’ematossilina, mentre la porzione
apicale è acinofila. Ha una secrezione di tipo merocrina, la quale prevede che per
esocitosi gli enzimi pancreatici vengono espulsi nei dotti intercalati. Successivamente
si riversano in dotti più grandi che sono prima gli intralobulari e poi gli interlobulari
fino a riversarsi nei grossi dotti collettori come il dotto principale o il dotto
secondario accessorio. Gli acini sono, inoltre, delimitati da del tessuto connettivo
lasso che è una matrice eosinofila.
All’interno del parenchima pancreatico ci sono anche delle altre strutture cellulari
chiamate isole di Langerhans, hanno una dimensione di 200/250 micron di diametro
(uguale al glomerulo renale) e hanno una secrezione di tipo endocrino, cioè il loro
prodotto finale viene riversato nella circolazione sanguigna. Queste strutture sono
delimitate da un epitelio pavimentoso piatto nel quale ci sono le emazie e quindi c’è
una ricca vascolarizzazione che permettere ai prodotti, come insulina e glucagone di
entrare nel circolo sanguigno. Le isole di Langerahans sono circa un milione, sono
posizionate più nel corpo e nella coda (nella testa è più presente la porzione con
secrezione esocrina) e sono più preponderanti alla nascita e nel adulto che ha una
pancreatite cronica. Ci sono inoltre degli spazi bianchi che sono degli adipociti e man
mano che invecchia si accumulano in catenelle di 4/5 adipociti.
Come nel fegato, i capillari sono fenestrati ciò significa che l’edotelio non ha
giunzioni strette, ma ci sono degli spazietti.

La colecisti o cistifellea è un organo piriforme, ha una lunghezza variabile 9-10 cm e


un diamentro che va dai 2-5 cm. È sistemata nella fossetta cistica, ovvero si trova
nella faccia postero inferiore del fegato e ha la porzione posteriore rivestita da
peritoneo, mentre la faccina anteriore sta adesa al fegato e solitamente tra questi due
organi c’è del tessuto connettivo con delle strutture vasali. In alcuni casi ci sono i
dotti di luschka che sono dei dotti di tipo biliare che mettono in connessione la
colecisti con il secreto biliare del fegato, altrimenti la bile arriva nella colecisti
mediante i dotti epatici di destra e sinistra e dotto epatico comune. Questo organo si
suddivide solitamente in fondo, corpo e infundibolo. Il primo è la parte più larga che
sta inferiormente e ha la caratteristica di essere completamente rivestito da peritoneo.
In alcuni rari casi, la colecisti è completamnete inglobata all’interno del parenchima
epatico e quindi non è rivestita da peritoneo. Il corpo è il terzo medio che sta tra il
fondo e l’infundibolo, e quest’ultimo è la parte che si restringe e va a continuarsi con
il dotto cistico. A questo livello può esserci una struttura che si chiama tasca di
Hartmann che è una piccola protrusione dell’infundibolo. L’ultima porzione presenta
inoltre delle valvoline, quindi un andamento convoluto della mucosa. Ha un epitelio
di rivestimento molto simile a quello dei dotti biliari o dei dotti pancreatici, quindi un
epitelio colonnare semplice che ha la caratteristica di avere un nucleo basale e un
citoplasma chiaro. La peculliarità che ha la colecisti è che manca di una strutura
all’interno dello strato mucoso c’è l’epitelio, lamina proria, nella quale ci sono i
linfociti (nucleo rotondeggiante) oppure i fibroblasti (nucleo lanceolato) e i fasci di
muscolatura liscia, quindi manca la sottomucosa. Un'altra caratteristica è che
l’epitelio forma delle invaginazioni all’interno del tessuto muscolare, chiamate seni
di Rokitanski.
L’apparato tegumentario o cute è uno degli organi più grandi, infatti il 16% del
nostro peso corporeo è costituito dalla cute. Le funzioni più importanti che ricopre
sono quelle di protezione (tutti gli epiteli pavimentosi pluristratificati servono a
proteggiere da insulti di tipo fisici e si trovano nella bocca, nell’esofago, nell’ultimo
tratto dell’apparato digerente, nella vagina), regola la temperatura mediante i
meccanismi di vasodilatazione e la vasocostrizione, ma anche grazie alle ghiandole
sudoripare che sono annesse el derma della cute. È un organo di senso perché ci sono
dei recettori presenti in particolare sulle mani e sui piedi e se esposti alla luce solare
c’è la sintesi della vitamina D. È, inoltre, un organo emuntorio perché secerne il
sudore; è un deposito di sostanze nutrienti; c’è la ritenzione d’acqua perché fa da
bariera con l’ambiente esterno facendo si che non avvenga la disidratazione.
Il primo strato è l’epidermide che ha un’elevata concentrazione cellulare. La
differenza tra un tessuto epiteliale e un tessuto connettivo che sta sotto è che i ligami
tra gli elementi cellulari sono molto forti (es. nel linfonodo ci sono tantissimi
linfociti, ma tra di loro non hanno nessun legame giumzionale). Fra l’epidermide e il
derma c’è la membrana basale che fa da
confine. Il derma, invece, ci sono le
ghiandole sudoripare, i folicoli piliferi, i
vasi sanguigni (struture linfatiche e
nervose), poi le ghiandole sebacee e si
divide in due tipi: papillare (più in
superficie) e reticolare (più profonda). Poi
c’è una porzione prevalentemente
costituita da strutture vasali con pochi
adipociti e un po’ di tessuto connettivo
che è l’ipoderma. La cute ha solitamente
uno spessore che può variare da 0.5 mm a
4 mm e può essere molto sottile o spessa, e quest’ultima si trova nelle piante dei
piedi, nei palmi delle mani e a livello della nuca. Lo spessore è determinato dalla
presenza di uno strato corneo più spesso e inoltre la cute è sempre cheratinizzata,
quindi ha uno strato corneo di cellule morte che fa da tramite fra l’epidermide
nucleata viva sotto e l’ambiente esterno.
L’epidermide è quindi un epitelio pavimentoso pluristratificato cheratinizzato
costituito da quattro tipi cellulari. I veri protagonisti sono i cheratinociti, poi ci sono i
melanociti che danno il colorito, le cellule di Langherans derivanti dal midollo osseo
con un attività immunitaria (si trovano nello strato spinoso o sotto quello granulare) e
le cellule di Merkel che sono dei meccanorettori che ci danno la sensazione tattile. La
cute si divide in sottile e spessa a seconda di come sono rappresentati i cinque strati e
partendo dalla membrana basale c’è: strato germinativo, strato spinoso, strato
granulare, strato lucido (presente solo nella cute spessa) e poi c’è sono vicini e
ordinati. Poi c’è il derma che ha un aspetto granulare e osinofilo caratterizzato poi da
buchi bianchi dove è contenuta la matrice extracellulare, cioè polisaccaridi e
mucopolissaccaridi. Tutte queste bande estremamente osinofile sono costituite da
collagene o da fibre eleastiche. Queste ultime danno elasticità e permettono alla cute
di ritornare al suo posto dopo averla tirata. Il colagene è prevalentemente di tipo 1
che da la caratteristica cuoiosa e poi ci sono delle strutture lifatiche vasali. Inoltre il
collage è intralobulare e intrerlobulare dove questi tessuti connettivi fanno la
differenza durante il periodo premestruale, perché nell’intraloblulare ci sono i
recettori sensibili ai picchi e quindi c’è un aumento di questo collagene e quindi c’è
l’aumento di volume della mammella. Fra una cresta e l’altra c’è il derma papillare,
mentre quello che sta sotto è il reticolare. La membrana basale è una struttura
importante perché in tutti i processi patologici in cui c’è la parola infiltrativo, vuole
dire che va oltre questa membrana. Quindi un processo neoplastico maligno si
definisce infiltrativo quando sfonda la membrana basale (struttura che divide epitelio
da connettivo). Se, invece, non la sfonda allora si parla di carcinoma in situ.
Istologicamente però questo confine quasi non si vede, cioè è solitamente il cuscino
delle cellule degli strati basali germinativi (tranne gli epatociti che hanno la trama
reticolare). A livello microscopico è costituita da più strati: lamina lucida più vicina
agli elementi cellulari, lamina densa e sotto c’è la porzione reticolare costituita da
collagene di tipo 4. Quest’ultimo è prodotta dai fibroblasti del tessuto connettivo,
mentre la lamina densa e la lucida sono prodotte dalle cellule epiteliali che stanno
sopra e sono struture di ancoraggio.
Il primo strato di cellule che entra in contatto con la membrana basale si chiama
strato germinativo vasale e gli elementi sono i cheratinociti. Essi sono le cellule
totipotenti da cui prendono origine tutti quelli che si trovano sopra, ovvero è un
epitelio di rigenerazione. Si trova quindi un epitelio di tipo cubico che ha con la
membrana basale delle giunzioni, chiamate emidesmosomi. Mentre i cheratinociti tra
loro si legano mediante dei desmosomi che formano una tigratura. Lo strato sopra
quello germinativo si chiama strato spinoso o del Malpighi. Nello strato basale
germinativo ci sono appunto i melanociti e sono delle cellule che possono trovarsi
anche nel derma papillare. Questi elementi sono costituiti da delle estroflessioni
citoplasmatiche che circondano fino a 30/40 cheratinociti perché all’interno delle
propaggini ci sono i melanosomi che sono degli organelli pieni di melanina.
Quest’ultima è una sostanza che ha la funzione di proteggere i cheratinociti dalla luce
solare e quando ci si espone alla luce solare i cheratinociti inglobano i melanosmi.
Questo accade perché la luce solare ha un potere mutageno sul dna dei cheratinociti e
quindi nella loro porzione apicale si creano un capellino di melanina in manera che i
raggi uv non modifichino il il materiale genetico che si trova all’interno del nucleo
dei cheratinociti. La melanina si trova quindi in maggiore quantità nello strato
germinativo perché da origine ai nuovi cheratinociti e quindi ha bisogno di
proteggersi. Esistono due tipi di melanina che sono la feumelanina e l’eumelanina e a
seconda della concentrazione di queste due melanine si determina il fenotipo e
determina non solamente il colore della pelle, ma è presente nelle strutture follicolari
e nei capelli.
I cheratinociti man mano che avanzano dallo strato germinativo verso l’esterno si
dice maturino, quindi acquisiscono un certo grado di differenziazione che si traduce
in diversi tipo di fibre di cheratina all’interno del citoplasma. Infatti, da cellule
cuboidali esse diventano sempre più schiacciate in modo orizzontale.
Nello strato spinoso ci sono delle righine che creano un effetto chiamato spongiosi,
cioè una ritenzione di liquido fra elementi cellulari. Poi i cheratinociti formano i
cheratinosomi che sono degli organelli che vanno a costituire la membrana
impermeabile e che verranno espulsi nello strato granulare che si chiama così perché
è formato da pallette viola, cioè sono basofile. Questo strato è costituito da 3/4
elementi di tipo cheratinocitico, quindi è molto sottile, mentre lo strato spinoso ne ha
dagli 5/10 elementi. Questo è l’ultimo strato vivo, ovvero dotato di nuclei.
Nella cute spessa c’è lo strato lucido che si trova subito a contatto con la bariera
dell’acqua e non si colora con la ematossilina eosina perché è ricco di cheratina. Gli
strati che seguono sono tutti costituiti da elementi epiteliali i cheratinociti che hanno
perso il nucleo, si sono appiattiti e sono costuiti dalla membrana citoplasmatica
nellla quale ci sono le cheratine.
Gli elementi epiteliali dallo strato germinativo fino allo strato della barriera
dell’acqua ci mettono circa due settimana per migrare e risalire. Poi c’è lo strato
corneo il quale è costituito da tante piccole squame e nel processo di maturazione e
differenziazione, cioè cambia l’assetto del cheratinocita, ma mantengono i
desmosomi. Tutto il ciclo dalla nascita all’esfogliazione è di 40 giorni.
L’esfogliazione è attivata dal ph e quindi quando questo si abbasssa vengono attivati
degli enzimi che vanno a rompere i desmosomi e gli elementi cellulari si staccano. In
altre parole il ph delle soluzioni che vengono a contatto con la cute vanno a
determinare l’esfogliazione. Le impronte digitali sono la manifestazione delle creste
epidermiche e sono considerate come l’elemento distintivo di ogni individuo che si
forma all’ottavo mese di gravidanza e non cambia mai più in tutta la vita.
Il derma papillare ha un connettivo lasso, cioè ci sono tanti spazi bianchi con fibre di
collagene, c’è matrice extracellulare e alcuni fibroblasti, invece il derma reticolare è
denso e ha un sacco di fibre elastiche. Il collagene si dispone parallelamente e questo
è importante perché una cicatrice si vede meno quando una ferita segue le linee del
collagene. Inoltre, le persone che prendono tanto sole hanno una ridotta elasticità
della pelle a causa della degradazione delle fibre elastiche dovuta all’azione dei raggi
UV, cioè a livello istologico le fibre rosa diventano color glicine e questa è l’elastosi
ovvero la denaturazione delle fibre elastiche. All’interno del derma c’è quindi il
collagene, ma c’è anche l’elastina che verso i 35 anni nelle donne diminuisce in modo
progressivo.
Nella cute e nell’ipoderma ci sono gli annessi che sono i bulbi piliferi e le ghiandole
sudoripare e sebacee. Le ghiandole sudoripare hanno una forma convoluta ed sono
degli elementi ghiandolare tubulare. La parte secernente che produce il liquido si
chiama adenomero e poi c’è il dotto escretore che attraversa tutto lo strato dei
cheratinociti e sbuca verso l’esterno. Mentre le ghiandole sebacce hanno una
secrezione olocrina e si trova nel derma e può avere un suo sbocco nella cute oppure
può trovarsi all’interno del bulbo pilifero. Quindi gli elementi cellulari, giunti a
maturazione, muoiono e tutto l’elemento cellulare, che va nel lume della ghiandola,
diventa il secreto. La caratteristica è che manca il nucleo perché all’inizio sono
picnotici, cioè si coarta e sta per morire e poi non c’è più il nucleo ed è sebo (anche i
nuoclei dei cheratinociti nella loro maturazione diventano picnotici tra lo strato
granulare e quello corneo).

L’apparato respiratorio ha varie funzioni: respiratoria


per cu c’è uno scambio di ossigeno a anidride
carbonica a livello degli alveoli, regolatoria
omeostatica acido-base nel momento in cui viene
ceduta CO2 perché quest’ultima si lega con una
molecola di H2O andando a formare degli ioni
idrogeno quindi se non si libera il corpo dall’anidride
carbonica si va in acidosi. Poi ci sono altre funzioni
cioè quella di riscalddare l’aria che entra e poi con la
manovra di valsalva di aiutare l’espulsione durante la
defecazione o parto. Un'altra funzione è quella
mediata dall’angiotensina di tipo 2 che è prodotta a
livello polmonare efa si che venga regolata la
pressione arteriosa.
Inizia con le narici e c’è una piccola chiamata
vestibolo che è rivestito da epitelio pavimentoso pluristratificato e all’interno di
questo troviamo degli annessi che sono i peli e hanno la funzione di proteggere le vie
aree dall’introduzione di corpuscoli. Andando avanti si incontra la cavità nasale che
va dal vestibolo fino a alla faringe ed è delimitata superiormente dall’osso etmoide
(anteriormente) e sfenoide (posteriormente), laterlamente c’è le coane con i meati e
sono tre: coana superiore, media e inferiore. Queste delimitano degli spazi che sono il
meato superiore, medio e inferiore e sono importanti perché hanno la funzione di
scaldare l’aria e di umidificarla. Inoltre, le coane sono una mucosa riccamente
vascolarizzata e in particolare la coana superiore è importante perché vi risiede il
nervo olfattivo che è il primo nervo cranico e passa attraverso alla lamina cibrosa
dell’etmoide e arriva nella mucosa della coana superiore e li percepisce delle
molecole che il nervo traduce come impulso nervoso e il cervello traduce come un
odore. La cavità nasale è divisa in due, ovvero in una parte sinistra e in una destra
perché la divide lamina laterla dell’etmoide nella sua parte anteriore, mentre in
quella posteriore c’è un latro osso che si chiama vomere.
Daventi alla lamina che si pone anteriormene c’è la cartilagine, quindi un setto di tipo
cartilagineo e poi ci sono le ossa nasali. Il seno sfenoideo è un diverticolo posteriore
della cavità nasale, mentre superiormente e in senso anteriore c’è la sella turcica e
accogli l’ipofisi. Finita la cavità nasale inizia la rinofaringe, e queste due parti sono
rivestite da una mucosa, cioè l’epitelio di rivestimento che caratterizza un organo
cavo, in altre parole epitelio pseudostratificato. Ci sono tre tipi di cellule: le prime
sono le caliciformi che hanno porzione basale dove c’è il nucleo molto stretta e la
porzione apicale piena di muco, poi ci sono le cellule colonnari ciliate le quali hanno
delle ciglia che si muovono in direzione della faringe e infine le cellule basali che
danno vita ad altre cellule. Poi ci sono l’orofaringe e l’ipofaringe e con quest’ultima
terminano le viee aeree superiori. Dopo di che segue la laringe la quale ha una
lunghezza di 4-5 cm ed è importante non solo per la respirazione, ma anche per la
fonazione. Qui troviamo la piega vestibolare, e subito più caudalmente compaiono
delle strutture biancastre chiamate corde vocali che sono rivestite da epitelio
pavimentoso pluristratificato perché devono resistere ai traumi, mentre tutto il resto
della laringe è rivestito da epitelio respiratorio. Scendendo iniziano le cartilagini e
subito dopo la trachea. Ad un certo punto quest’ultima assume una forma di C, dove
la pancia rivolta in senso ventrale anteriore. La trachea, i bronchi esterni al
parenchima polmonare, i bronchi lobali e segmentali sono tutti caratterizzati da anelli
o placche cartillaginee e sono bronchi di conduzione, cioè non avviene nessun tipo di
scambio perché sono molto spessi. La carena è un punto di inspessimento della
trachea dove l’esofago non tocca più la trachea, ma davanti c’è il sacco pericardico.
Poi la trachea si dirama e da orgine al bronco di destra e di sinistra, quest’ultimo ha
un diametro lievemente più inferiore e ha un’ angolatura più orizzontale rispetto a
quello di destra. A un certo punto il brochi si dividono: quello di sinistra in due rami
e il destro in tre rami, cioè superiore, medio e inferiore. La divisione in superiore è
esterna al parenchima polmonare, di conseguenza il polmone di destra di divide in un
lobo superiore, medio e inferiore, mentre quello di sinistra nel lobo superuore e
medio. I lobi sono rivestiti da una tonaca sierosa che si chiama pleura viscerale,
mentre nella caita addominale c’è la pleura parietale. Hanno un apice e una base,
dove quest’ultima appoggia sulla cupola diaframmatica.
Il pomone di sinistra è lievemente più piccolo perché c’è la cavità pericardica che
occupa la porzione sinistra del emitorace, mentre il polomone di destra è un po’ più
corto perché il fegato occupa una buona parte, cioè sipinge verso l’alto. Continuando
ci sono i bronchioli che sono molto sottili con il diametro di circa 1 mm e hanno una
parte terminale e una parte respiratoria. Su quest’ultima si affacciano numerosi
alveoli polmonari che sono rivestiti da pneumociti di tipo I e II che sono gli elementi
caratterizzanti dell’organo. Gli alveoli sono caratterizzati da un tessuto molto sottile,
cioè epitelio pavimentoso semplice perché devono permettere lo scambio fra le
emazie e l’aveolo stesso. In questi distretti i capillari sono molto sottili, infatti le
emazie ci passano giuste giuste, perchè il lifocita ha un diametro di 6-9 micron,
mentre l’eritrocita 5-6 micron. I pneumociti di tipo I sono a forma di piastrellina, cioè
pavimentose semplici, mentre quelli di tipo II sono tuboidale e in proporzione sono
molto meno e hanno all’interno i corpi lamellari che si vedono solamente al
microscopio elettronico. I corpi lamellari al loro interno hanno una sostanze
tesioattiva che si chiama surfattante e fa in modo che durante l’espirazione gli alveoli
non collassino. Il sistema arterioso venoso del pomone è doppio perché ci sono le
arterie che si allontanano dal ventricolo destro che ha sangue raccolto dalla vena cava
inferiore e porta un sangue ricco di CO2 ai polmoni per essere ossigenato, invece le
vene polmonari si avvicinano. Le arterie e le vene bronchiali portano il nutrimento ai
polmoni e l’ossigenazione alle strutture di tipo bronchiale ed entrano nello stroma
perialveolare.

Apparato urinario è composto da reni, ureteri, vescica e uretra.


I reni sono organi retroperitoneali pieni, pari e parenchimatosi e hanno il compito di
filtrare tutto il nostro sangue e poi ci sono le vie escretrici che sono le vie di
conduzione che hanno il compito di trasportare il filtrato, cioè l’urina, attraverso
dietro tutta la cavità addominale, arrivare in vescica, che è un grosso serbatoio e poi
avviene espulsione vera e propria tramite il muscolo del detrusore. Hanno la funzione
tramite il nefrone, di filtrare il sangue, mantenere costante l’omeostasi del corpo,
andando a influire nel PH quindi sull’equilibrio acido-base, tolgono dal sangue i
metaboliti non utili al nostro organismo e tolgono anche le sostanze di rifiuto. Noi
produciamo circa 200 litri di ultrafiltrato, cioè all’inizio il prodotto di filtrazione
all’interno del glomerulo sono 200 litri, ma il prodotto finale a livello giornaliero
sono 1.5/2 litri di urine al giorno. Quindi le finzioni dell’apparato urinario si possono
riassumere così: eliminazione dei prodotti finali del metabolismo, regola il volume e
la pressione osmotica dei liquidi extracellulari, regolazione PH e sui metaboliti
ematici è una funzione endocrina; in quanto vengono prodotti degli ormoni che
vengono rilasciati nella circolazione.
Poi troviamo le vie escretrici che si possono dividere nelle vie intrarenali e nelle vie
extrarenali. Per quanto riguarda le prime constano dei calici minori e maggiori che
vanno a scaricare tutto nella pelvi renale.
Da qua parte il sistema extrarenale: ureteri, vescica e uretra. Queste vie sono rivestite
tutte dal medesimo epitelio di tipo pluristratificato, ma con una sua caratteristica
peculiare e si chiama epitelio di transizione.
Cominciamo dai reni che sono organi parenchimatosi retroperitoneali. Stanno circa a
livello della vertebra toracica T12-L3, però in realtà non sono perfettamente allineati
perché il rene di destra sta circa 1.5/2 cm più in basso rispetto a quello di sinistra per
ingombro viscerale. Entrambi i reni sono ricoperti da ghiandole surrenali che hanno
solo un portato anatomico e non funzionale. Le ghiandole surrenali stanno sul polo
superiore del rene e quella di destra è posta lievemente più mediamente (piegata più
verso l’interno) rispetto a quella di sinistra. Il peso di un rene varia circa dai 130/150
grammi e varia in che fase di crescita siamo. Nella persona anziana ha dei processi
degenerativi e non vale la regola del tessuto adiposo all’interno del parenchima,
perché in questo caso il parenchima si atrofizza, diventano quindi più piccoli e le loro
unità funzionali vanno in atrofia e il glomerulo diventa una palletta fibrosa.
Per quanto riguarda il rene di sinistra viene tagliato a metà dalla dodicesima costola.
Hanno una dimensione di 10 cm circa in cranio caudale, 5 cm in medio laterale e 3
cm in antero-posteriore. Il rene destro poggia sul margine post inferiore del fegato e
c’è una sensibile differenza di posizione dei reni dall’ortostatismo al clinostatismo,
cioè i reni si spostano e sono lievemente mobili; dalla posizione in piedi a quella
distesa abbiamo un’escursione che varia dai 2 ai
3 cm (in alcuni pazienti la radiografia varia in
base al piano in cui viene fatta). Si distinguono
nei reni due facce; una antero-laterale e una
postero-mediale, cioè non sono perfettamente
paralleli all’asse coronale, ma hanno una certa
angolazione, quindi le due facce guardano
davanti a lato e verso dietro e il centro del
corpo. Presentano due poli, ovvero le porzioni
superiori e inferiori dei reni.
Immagine: vediamo come si dispone il
peritoneo rispetto la faccia antero-laterale dei
reni, ci sono foglietti color crema sono i
foglietti peritoneali...ricordiamoci che tutto quello che è retroperitoneale ha il
peritoneo parietale che lo riveste, invece gli organi intraperitoneali sono rivestiti da
peritoneo viscerale. I reni sono ricoperti da questo peritoneo parietale e ci sono questi
punti in cui non c’è il peritoneo perché qua prendono inserzione i mesi, poi troviamo
la flessura epatica o flessura colica destra (bordo che separa il colon ascendente e il
colon trasverso), il meso del trasversale e dietro ci troviamo il colon ascendente e poi
discendente. Veduta posteriore: la faccia
postero-mediale prende contatti con il muscolo psoas, il quadrato dei lombi e il
trasverso. Invece in verde vediamo i contatti con il
diaframma
I reni stanno nella loggia renale cioè una struttura
importante che li mantiene fissi nella loro
posizione. In questo punto abbiamo una fascia
esterna chiamata anche fascia del gerota, poi se ci
addentriamo troviamo del tessuto adiposo
perirenale, il rene poi è avvolto da una sua capsula
fibrosa. Queste tre strutture tengono in sede il rene; la fascia esterna è ben adesa nei
confronti della muscolatura lombare e del peritoneo, mentre la capsula ha dei fascetti
di collagene che si irradiano da questa e vanno verso la fascia del gerota e quindi si
forma un tutt’uno. La loggia renale è chiusa superiormente, ma è aperta
inferiormente. Sono, inoltre, aperte medialmente e sono in comunicazione tra loro e
oltre a queste strutture i reni sono tenuti in posizione anche dal volume dei visceri e
dalle strutture muscolari.
Abbiamo detto che il rene consta di due poli, poi abbiamo la faccia antero-laterale e
postero mediale e poi abbiamo due margini: uno laterale che è convesso e un margine
mediale che è concavo. Quest’ultimo è importante perché ospita il senno renale.
Altra struttura importante sono l’ilo del rene e qui ci sono le strutture vasali, strutture
nervose, linfatiche e i dotti escretori dell’urina.
Al livello del seno renale c’è il rivestimento del parenchima renale da parte della
capsula e questa riveste tutto il margine laterale, mentre il margine mediale è rivestito
da capsula nella sua porzione dove è presente il parenchima perché a livello del
tessuto adiposo e dei calici non c’è questo rivestimento fibroso.
In questa immagine vediamo il seno renale. A
livello di questa struttura anatomica troviamo i
calici minori che in gruppi di circa 2 e 3 drenano
nei calici maggiori e a loro volta, i calici maggiori
vanno nella pelvi renale. Tutte queste strutture
sono rivestite da epitelio transizionale.
Fotografia di un rene: troviamo i calici minori,
quelli maggiori, la pelvi-renale e il parenchima, la
zona più chiara, la corticale, invece queste
piramidi che vanno sbucare nei calici sono la midollare.
La midollare a queste formazioni che sbucano nel seno renale, cioè delle papille. La
corticale è la sede in cui si trovano le unità filtranti che prendono nome glomerulo
renale e i glomeruli prendono nomi diversi a seconda della zona in cui si trovano;
quelli più vicini alla capsula fibrosa sono i glomeruli corticali, quelli più vicini alla
midollare sono gli iuxtamidollari. All’interno della corticale troviamo strutture che
prendono il nome di raggi midollari e sono delle protrusioni delle piramidi midollari
dei dotti che formano nefrone.
L’unità renale cioè il lobulo renale, è molto ben visibile nel rene dei feti dei bambini;
in questo rene vi colpisce che la superficie non è liscia ma presenta bozzature, questo
perché nel rene del feto i lobuli sono particolarmente visibili e ciascuno di questi
sbuca in una papilla. Solitamente ne abbiamo sette anteriori e sette posteriori e questi
sette lobi sono divisi da un solco che passa sul margine laterale.
La midollare ha una forma a piramide in cui l’apice è la papilla e sbuca nel calice
minore, la base invece è parallela alla capsula fibrosa. Qui troviamo i dotti che
mediano il riassorbimento della maggior parte del liquido che viene filtrato.
Per quanto riguarda la corticale invece è la porzione più esterna e si addentra nelle
colonne del Bertin e fanno parte della corticale del rene. Per arrivare a 200 l di filtrato
al giorno vuol dire che la vascolarizzazione del rene deve essere abbondante. Il rene
occupa come peso, il 0,4% del nostro organismo.
Andiamo a vedere la vascolarizzazione: i vasi più grossi sono le arterie e le vene
renali. L’arteria renale parte ad angolo retto dall’Aorta, mentre l’arteria renale i vasi
successivi sono i rami segmentali e non ci sono i corrispettivi venosi.
Dalle arterie segmentali abbiamo le arterie interlobari e le troviamo tra i sette lobi che
decorrono all’interno delle colonne corticali del Bertin. Quando finisce la midollare
loro si ramificano e formano le arterie arciformi e da queste arterie si dipartono
ulteriori rami arteriosi che sono le arterie interlobulari e da queste partono dei rami
che vanno a vascolarizzare i glomeruli. Da glomerulo nasce l’arteria afferente. Il
nefrone è composto da un corpuscolo renale, o di Malpighi, più una serie di dotti o
tubuli. In un corpuscolo renale possiamo distinguere un polo vascolare da dove entra
la nostra arteria e ne uscirà ancora un’arteria e nel polo opposto troviamo il polo
urinario.
L’arteria afferente entra nel corpuscolo renale dove c’è un ciuffo di capillari e ne esce
che si chiama arteria efferente. La cosa importante da sapere è che l’arteria afferente
ha un diametro maggiore rispetto all’arteria efferente perché in questo modo si crea
un gradiente pressorio che fa in modo che ci sia la fuoriuscita della componente non
corpuscolare del sangue.
A seguire ci sarà la raccolta da parte della capsula del prodotto di filtrazione e poi
seguirà il percorso di questo ultrafiltrato attraverso una serie di strutture tabulari. La
prima struttura quella che nasce dal polo urinario si chiama tubulo prossimale che ha
una parte convoluta che si trova nella corticale e poi c’è una parte rettilinea che
scende e va a formare un’ansa, ovvero l’ansia di Henle e poi quando ritorna su, si va
a formare il tubulo distale che si trova in stretta prossimità delle arterie afferente e
efferente. Poi ci sono delle porzioni che si chiamano dotti reunienti che vanno a finire
nei dotti collettori e alla fine di questo percorso ci troviamo nella papilla che si
aggetta in un calice minore. Questo è il percorso che il nostro ultrafiltrato prima di
diventare urina. A livello della papilla si parla già di urina.
Nel corpuscolo renale c’è arteriola afferente che entra con un diametro maggiore,
quella efferente, il polo urinario con un inizio del tubulo prossimale e il tubulo
distale. I capillari sono rivestiti dai limiti della capsula del Bowman, dove va a finire
l’ultrafiltrato. Gli elementi (azzurrini) che vanno a rivestite il capillare si chiamano
podociti e la loro funzione è quella di formare una membrana di filtrazione. Si crea
gradiente pressorio elevato che fa sì che fuoriesca il liquido e attraversi una
membrana basale.
Nell’endotelio ci sono dei pori di filtrazione di 70/90 nano e quindi possono passare
anche delle proteine come l’albumina. Dopo endotelio abbiamo membrana basale e
questa ha dei fori di circa 8 nano. Poi abbiamo tutte le protrusioni dei podociti che
formano un capottino dell’endotelio dove le fessure sono di circa 30 nano. Questo
vuol dire che la maggior parte delle proteine che stanno nel nostro circolo ematico le
perdiamo con l’ultra filtrazione, ma il nostro organismo ha caricato negativamente la
membrana glomerulare e i podociti e dal momento che le nostre proteine sono
caricate negativamente si respingono perché hanno la stessa carica. Con la sindrome
nefrosica abbiamo delle proteine all’interno delle urine e ce ne accorgiamo quando la
pipì fa tanta schiuma. I podociti hanno protrusioni, non hanno un contatto di tipo
piatto, ma hanno dei pedicelli, tipo piedini che si attaccano sulla membrana basale
glomerulare. Nei bambini dopo infezioni di tipo virale ci può essere una patologia
chiamata glomerulo patia lesioni minime che consiste nella perdita dei piedini e
quindi la membrana di filtrazione perde le sue caratteristiche di selettività e passano
grandi quantitativi di proteine delle urine. Si risolve con il cortisone.
Il glomerulo ha 0,2 millimetri di diametro (250 micron).
La capsula del Bowman è costituita da una parte parietale esterna che raccoglie la
pre-urina ed è costituita da elementi pavimentosi semplici. Nel ciuffetto di glomeruli
dove troveremo i capillari rivestiti dai podociti che sono cellule specializzate e
compongono la parte viscerale della capsula. l’arteriola afferente ha un diametro
maggiore rispetto a quella afferente; qua si forma la pre-urina, ma c’è un processo di
riassorbimento mediato da dei capillari che avvolgono i tubuli prossimali e i tubuli
distali. Queste strutture vanno a riassorbire la maggior parte del volume
dell’ultrafiltrato. Questi vasi hanno un nome differente a seconda che si parli di
glomeruli della corticale o iuxtamidollari. In questo caso abbiamo i capillari
peritubulari, invece nel caso in cui ci troviamo alla base della piramide dove inizia la
parte midollare del rene, queste strutture cioè la vena efferente esce qua e forma il
vasarecta. Quindi hanno la stessa funzione di riassorbimento, ma hanno una
nomenclatura diversa. All’interno del glomerulo ci sono i capillari, i podociti ma tutte
queste strutture vengono tenute in sede dalle cellule mesangiali, cioè cellule di
sostegno.
I tubuli prossimali e distali sono rivestiti da epitelio di tipo cubico, mentre nell’ansa
di Henle abbiamo epitelio di tipo pavimentoso. In queste strutture c’è il 99% del
riassorbimento del filtrato. Il tubulo distale è in stretto contatto con l’arteriola
afferente e efferente perché a livello di questo spazio ci sono delle strutture cellulari
che hanno il compito di monitorare la nostra pressione arteriosa è la concentrazione
di sodio che si trova al livello del sangue. Quindi abbiamo queste tre strutture: la
macula densa, le cellule iuxtaglomerulari e le cellule del messaggio. La macula
densa sono delle cellule specializzate che si trovano all’interno della parete del tubulo
distale e sono chemocettori che vanno a valutare la concentrazione del sodio; le
cellule iuxtaglomerulari che si trovano sulla parete dei vasi e queste mediano la
nostra pressione e volume mediante il rilascio di renina, un ormone che va ad
interferire sull’angiotensina che viene attivato a livello polmonare e a livello di
cellule mesangiali ha un effetto diretto e quindi hanno la capacità di vaso-costringere
le strutture arteriose proprio a livello locale. Altri ormoni prodotti a livello renale
sono le eritroproietina, cioè aumento del trasporto di ossigeno da parte dei globuli
rossi.
Le vie urinarie sono rivestite da epitelio di transizione e ha la caratteristica di essere
costituito da diversi strati cellulari dove il più superficiale è un epitelio specializzato
dotato di cellule ad ombrello multinucleate. Queste hanno sulla superficie apicale dei
microvilli, sulla basale delle nicchie mentre nella superficie laterale delle giunzioni.
In tutti gli epiteli di tipo stratificato c’è uno strato basale, che corrisponde allo strato
germinativo della cute, dove ci sono degli elementi cubici posizionati sulla membrana
basale. Quest’ultima è la struttura che divide l’epitelio di rivestimento dalla lamina
basale che ha la carettristica di essere l’epitelio germinativo da cui nascono i nuovi
elementi. Tra questi due strati c’è uno intermedio formato da cellule con forma cavata
che contengono nuclei ovali o allungati orientati perpendicolarmente alla membrana
basale. Questo epitelio ha la caratteristica di essere impermeabile e riveste anche la
pelvi renale, la vescica, l’uretere e la prima porzione dell’uretra. A livello della
vescica questo epitelio a riposo è costituito da 5-6 cellule e quando si riempie c’è la
caratteristica che si assottigli.
La caratteristica tipica dell’apparato urinario è che gli strati muscolari andando
dall’interno verso l’esterno si dividono in longitudinale interno, circolare e
longitudinale esterno. Quando il tessuto si stende, quindi lo strato intermedio degli
elementi cellulari che scorrono, e lo spessore dell’epitelio diminuisce. Infatti, la
vescica quando è a riposo presenta delle rughe, invece in quella distesa la superficie
appare perfettamente lisce grazie alla presenza della lamina propria. Gli ureteri sono
dei tubicini retroperitoneali che partono dalla pelvi renale e decorrono per 5-25 cm in
senso craniocaudale da una porzione laterale a una più mediale, cioè verso l’asse
sagitale.
Su tutto l’apparato urinario c’è questa disposizionale della muscolatura liscia che
serve per la progressione dell’urina. Gli ureteri hanno un tratto addominale, uno
pelvico e uno intramurale e sbucano all’interno della vescica tramite il trigono
vescicale. Una patologia molto frequente a livello dell’apparato
urinario è la formazione litiasica, cioè sono dei piccoli sassolini che si vanno a
formare a livello della piccola pelvi che progrediscono lungo gli ureteri e quando si
incuneano c’è una certa peristalsi con una dilatazione dell’uretere che prova una
colica renale.
La vescica ha una struttura interna trabecolata, tranne nel trigono vescicale nel quale
apice ci sono i meati ureterali dove la porzione appare completamente liscia e in
questa zona soprattutto negli uomini, avviene un ristagno di urina perché aumenta il
volume della prostata che va a restringere l’uretra. La vescica ha una capacità che
varia molto a seconda dell’età dell’individuo, infatti nel giovane adulto è meno
distensibile rispetto a una persona anziana. La capacità può arrivare fino a 2 litri e lo
stimolo inizia circa a 1/3 di litro. L’uraco è un residuo embrionale che collega la
cupola vescicale con l’ombelico e in questa zona possono insorgere delle patologie
specifiche, per esempio l’adenocarcinoma della vescica. La cupola si divide in corpo,
mentre a livello del trigono c’è il fondo. C’è una certa differenza tra la vescica del
maschio e quella della donna perché in quest’ultima c’è l’utero che spinge verso
avanti, quindi la vescica ha una forma leggermente tondeggiante. L’uretra maschile
ha una lunghezza di circa 18-20 cm, mentre nella donna sono 5 cm e questa
differenza fa si che ci siano delle patologie di genere. Nelle donne le cistiti sono una
patologia molto frequente e sono collegate alla brevità dell’uretra e dipende anche
dalla produzione ormonale, dove gli estrogeni hanno un grosso ruolo nell’insorgenza
di questa patologia. Infatti, nella zona pelvica ci sono diversi tipi di contaminazione
soprattutto da parte di Escherichia Coli per il 80-85%. Altre cause di infezioni
urinarie sono i cateterismi soprattutto quando si ha vesciche neurologiche, quindi
portatori di catetere fisso dove l’infezione ha un grosso impatto sociale.

Il tessuto muscolare è specializzato nella contrazione e può essere di due tipi: striato
in quanto le proteine contrattili sono organizzate in modo da determinare striature
trasversali e a sua volta può essere scheletrico, che è un tessuto volontario dove la
contrazione è indotta da impulsi nervosi provenienti dal SNC (motoneuroni) e
cardiaco che costituisce il miocardio ed è un tessuto involotario in cui la contrazione
è controllata dal SNV, mentre liscio il quale ha sempre le proteine contrattili dentro le
sue cellule, ma sono disposte in modo disorganizzato e non ci sono le straiture. Il
tessuto muscolare liscio è involontario e la sua contrazione è indotta di nuovo dal
SNV.
Più nel dettaglio, il tessuto muscolare striato scheletrico è formato da cellule che si
chiamano fibre muscolari che sono multinucleate e derivano dalla fusione durante lo
sviluppo embrionale di cellule chiamate mioblasti. Queste fibre sono presenti sia
attaccate alle ossa permettendone il movimento, ma anche a livello della lingua,
diaframma, laringe, faringe, tratti dell’apparato genitale e porzione terminale del
retto, muscol mimici, e estrinseci dell’occhio e dell’orecchio.
Un muscolo è costituito macoscopicamente da una zona centrale più spessa di colore
rossastro detta ventre muscolare, dove sono presenti le fibre, mentre in periferia ci
sono i tendini che sono di colore biancastro formati da tessuto muscolare denso e
connettono il muscolo all’osso.
Il muscolo è rivestito da una
guaina connettivale densa
che si chiama epimisio. Poi
c’è il perimisio che si trova
nella parte interna dell’epimisio, rivolta verso il muscolo, da cui partono dei
sepimenti di collagene che lo dividono in fasce. Infine c’è l’endomisio il quale è
costituito da sottili setti di fibre reticolari che originano dalla faccia interna del
perimisio avvolgendo oni singola fibra muscolare.

Microscopicamente invece abbiamo che l’unità funzionale del muscolo scheletrico


sono le fibre muscolari che sono cellule polinucleate, allungate e cilindriche con una
lunghezza (anche 30 cm) e una larghezza (10-100 micron), quindi molto variabile.
I nuclei sono posizionati in periferia, perché vengono schiacciati dalla membrana
plasmatica che si chiama sarcolemma dal contenuto del sarcoplasma. Insieme alle
fibre muscolari sono inoltre presenti delle cellule staminali che si attivano quando le
fibre muscolari vanno in contro a un danneggiamento. Dentro le fibre muscolari ci
sono le miofibrille che sono elementi contrattili che decorrono parallelamente tra loro
per l’intera lunghezza della fibra e sono rivestite da un reticolo sarcoplasmatico e
dento c’è un elevata concentrazione di ioni calcio utili per la contrazione. Ciascuna
miofibrilla mostra bande chiare e scure alternate che determinano la classica striatura.
Nella zona centrale c’è la banda A che è scura e al suo interno abbiamo la banda H
che è più chiara e nel cui centro si trova la stria M che è più scura. Ai lati di destra e
sinistra, ci sono due bande più chiare che si chiamano bande I nelle cui metà si ha
una sottile linea chiamata stria Z. Tra queste due linee è presente il sarcomero che è
l’unità contrattile del muscolo scheletrico, quando si ha la contrazione le due strie si
avvicinano tra di loro e il muscolo si accorcia.

I miofilamenti possono essere spessi, cioè costituiti da proteine di miosina e sottili


costituiti, invece, da actina e da altre due proteine la troponina e la tropomiosina. Il
Ca durante la contrazione si lega a queste due proteine permettendo lo scivolamento
della miosina e della actina. La troponina è importante perché è presente anche nel
muscolo cardiaco, infatti quando si ha un infarto si chiude un’arteria del cuore e tutto
il tessuto circostante va in sofferenza provacando necrosi rilasciando il suo contenuto
a livello ematico. Quando c’è un sospetto di infarto si va cercare la presenza di
troponina a livello ematico e quindi c’è una sofferenza cardiaca.
Le fibre muscolari rosse sono corte, hanno un piccolo diametro e un abbondante
sarcoplasma rispetto alle miofibrille e ricco di mioglobina (continene il ferro e da la
colorazione rossa), mitocondri e gocce lipidiche e che possiedono una contrazione
lenta. Queste fibre ricavano energia dalla fosforilazione degli acidi grassi, sono molto
resistenti alla fatica, infatti sono caratteristiche del tessuto muscolare del palestrato.
Le fibre muscolari bianche, invece, sono tipiche dei velocisti e dei sollevatori di pesi
e hanno questo colore perché contengono molta meno mioglobina. Hanno un
diametro maggiore, sono ricche di miofibrille e glicogeno, infatti ricavano energia
dalla glicolisi anaerobia, e possiedono pochi e piccoli mitocondri. Infine sono meno
resistenti alla fatica.
Il muscolo è un tessuto riccamente vascolarizzato e tra le fibre decorre un plesso di
capillari. Il tipo di irrorazione in base all’attività del muscolo se un muscolo è
rilasciato lavorerà in un modo, se invece il muscolo ha un’attività, i capillari si
dilatano e la quantità di sangue che possono contenere aumenta anche di 800 volte.
Il muscolo è innervato da due tipi di fibre: motrici e sensitive.
Le prime mandano l’impulso e fanno contrarre il muscolo. Queste arrivano dai
motoneuroni che sono dei neuroni localizzati nel midollo spinale e a livello celebrale,
quindi nel SNC. In altre parole, un motoneurone manda il suo assone, il quale
raggiunge il muscolo e si divide in tanti rami e va a innervare diverse fibre muscolari.
Tutto questo rappresenta l’unità motoria del muscolo e ciascuna fibra muscolare può
essere innervata da un solo motoneurone.
Nella zona di contatto, le fibre nervose terminano con una serie di espensioni
bottoniformi che determinano impronte sulla superficie del sarcolemma, dette docce
sinaptiche o flessure sinaptiche primarie. In corrispondenza di queste, il sarcolemma
si ripiega ripetutamente formando le flessure sinaptiche secondarie. La placca
motrice è costituita da una membrana sinaptica e da una membrana postsinaptica
separate da materiale mucopolisaccaridico. Nelle terminazioni dell’assone si
osservano i mitocondri e numerose vescicole contenenti un neurotrasmettitore
chiamato aceticolina che viene rilasciato all’interno dello spazio sinaptico.
All’interno delle callule c’è una carica negativa, fuori invece le cariche tendono ad
essere positive. Quando arriva un impulso nervoso, la terminazione nervosa rilascia
l’aceticolina, la quale si va a legare a recettori presenti sulla membrana plasmatica
della fibra muscolare e legandosi a questi va ad aprire ai lati i canali del sodio. Il
sodio essendo positivo fa si che le cariche negative diminuiscano in rapporto a quelle
positive rispetto l’esterno e in questo modo si crea un potenziale d’azione e la cellula
si depolarizza. Successivamente si va ad attivare un altro canale che avvolge i
miofilamenti e permette l’uscita del calcio dal reticolo sarcoplasmatico e si lega alla
troponina e tropomiosina. In questo modo la troponina attiva tutto il complesso e
consentendo il legame forte tra actina e miosina, quindi i due filamenti scivolano tra
di loro e le linee Z si avvicinano e avviene la contrazione.
Le fibre sensitive invece hanno la funzione di proteggere il muscolo durante la sua
attività e informano il sistema nervoso dello stato di contrazione del muscolo e sono
due organelli. Uno è disposto in parallelo alle fibre muscolari che è il fribro
neuromuscolare il quale va a registrare la quantità di allungamento del muscolo ed è
avvolto in una guaina di tessuto connettivo. L’altro è il muscolotendineo che è
localizzato tra il tendine e le fibre muscolari, in questo modo quando il muscolo si
contrae, il tendine e questo organello vengono tirati dando l’informazione su quanto
si accorcia il muscolo.
Il secondo tipo di muscolo striato è il cardiaco che è sempre formato da cellule
muscolari, ma hanno delle caratteristiche diverse. Sono delle cellule che hanno la
capacità di biforcarsi e sono monucleate, in quanto possiedono un solo nucleo al
centro della cellula. Inoltre hanno i filamenti sottili e spessi e una delle differenze
rispetto al muscolo striato è che non raggiungono lunghezze importanti perché a
livello delle strie Z hanno delle strutture importanti che si chiamano dischi intercalari
e permettono al muscolo di distribuire la tensione durante la contrazione e di
mantenere una comunicazione tra i citoplasmi delle cellule vicine. Il muscolo
cardiaco, al contrario di quello scheletrico, decide lui quando contrarsi e questo
stimolo se lo da a partire dal nodo senoatriale che fa parte del miocardio di
conduzione, mentre il sistema nervoso gli da la frequenza. In questo caso ci sono
cellule chiamate fibre del Punkinje le quali sono più voluminose dei cardiociti da
lavoro, hanno pochi filamenti, sono ricche di glicogeno, ma sono prive dei dischi
intercalari.
L’ultimo tessuto muscolare è quello liscio che costituisce la maggior parte di tutti i
nostri organi, quindi tutto l’apparato dirente (organi cavi), le vie respiratorie e
l’apparato urogenitale. Costituisce inoltre le pareti di vene, arterie e vasi linfatici, poi
i dotti escretori di numerose ghiandole, alcuni tratti della cute e anche l’iride
dell’occhio dove il restingimento e la dilatazione è dovuta proprio alla muscolatura
liscia.
Dal punto di vista strutturale è diverso dagli altri due tipi di muscoli ed è definito
liscio perché ha sempre la caratteristica dell’actina e della miosina, solo che i
filamenti sono dispsti a reticolo e si vanno poi a incontrare in zone di addensamento
dove si ancorano tra di loro. Quindi quando la cellula si contrae si accorcia e aumenta
di diametro.
Le fibre muscolari lisce sono mononucleate e il nuscleo ha una forma allungata ed è
al centro della cellula e nel sarcoplasma sono presenti molti mitocondri.
La muscolatura liscia può essere di due tipi in base a come si deve contrarre. I primi
sono i muscoli lisci unitari o tonici che si trovano nell’intestino, utero e vie urinarie,
in particolare negli ureteri. Questi hanno un tipo di contrazione chiamata peristalsi la
quale è lenta, continua, debole e contratollata dal SNA e un motoneurone va a
innervare tante fibre muscolari perché unite tra di loro nella contrazione devono
creare queste onde peristaltiche. I secondi, invece, sono i muscoli lisci multiunitari o
fasici che costituiscono il muscolo ciliare dell’occhio, i muscoli erettori del pelo e la
parete del dotto deferente. In questo caso il SNA contralla la contrazione in modo più
preciso, in quanto un motoneurone innerva una fibra muscolare e quindi la
contrazione è più rapida e precisa.
L’apparato scheletrico caratterizza i vertebrati che sono tutti dei cordati e fanno parte
i mammiferi, gli anfibi, i pesci, i rettili e gli uccelli. Tutti questi animali hanno una
colonna vertebrale e il cranio. Invece gli invertebrati sono caratterizzati da un
esoscheletro, però anche l’uomo lo possiede sotto forma di strutture come unghie,
denti, capelli. Questo apparato consta dell’osso e si intende una struttura ossea
composta da tessuto osseo, cartilagine e tessuto connettivo, quindi è sia una struttura
anatomica che un tessuto epiteliale.
I tessuti epiteliali sono 4: c’è il tessuto connettivo che comprende anche l’osso, poi
tessuto muscolare, nervoso e infine epitelio.
La prima funzione è quella di sostegno in quanto costituisce l’impalcatura del corpo,
poi protegge molti organi come cervello, midollo spinale e tanti organi interni,
pemette inoltre il moviento perché sulle estremità ossee si inseriscono i tendini che
sono delle strutture connettivali che uniscono un muscolo a una struttura ossea
(diversi dai legamenti che sono delle strutture che connettono due o più porzioni
ossee). Poi c’è anche la parte di riserva in quanto la matrice dell’osso, cioè la parte
non celluata del osso, ha grossi contenuti di minerali come calcio e fosforo e c’è
anche una funzione di equilibrio elettrolitico essendoci lo ione calcio. Altra funzione
è quella di disintossicazione, nel senso che l’osso assorbe i metalli pensanti e li
smaltisce pian pianino. E infine c’è la funzione più importante che è quella di
emopoiesi in quanto nella cavità midollare c’è il midollo osseo.
Le ossa vengono classificate per morfologia, cioè si guarda un osso e si vede la forma
che può essere lunghe, piatte o larghe, brevi o corte, irregolari, sesamoidi o in base
alla struttura istologica, cioè ossa spugnose o compatte.
Un tipo osso lungo è l’omero, il radio e il femore ed è costituito da una diafisi che è
la parte centrale cava e da due estremità distale e prossimale che si chiamano epifisi.
Se c’è un punto vicino alla parte assiale e si chiamerà epifisi prossimale quella più
lontana è quella distale. La parte diafisaria è costituita prevalentemente da osso
compatto che lascia al suo interno la cavità midollare e il fatto che ci sia una cavità
non diminusce la resistenza poiché resiste comunque bene lo stress di tipo
longitudinale. All’estremità invece c’è l’osso spugnoso o cancelloso che è costituito
da trabecole e spicule e sia il canale midollare che la parte spugnosa sono riempite da
midollo osseo. Poi c’è la metafisi che è la zona di incontro tra diafisi ed epifisi. La
porzione dell’epifisi che va in contatto con un'altra estremità ossea è solitamente
rivestita da cartilagine articolare e appare macroscopicamente come una porzione
lucida e liscia. Il periostio, invece, è detto membrana nutritizia e avvolge
completamente l’osso e consta di una parte esterna fibrosa costituita prevalentemente
da fibre e da strutture vascolari, mentre la parte più interna detta profonda che è
costituita da elementi staminali e osteogenici. Quest’ultima è importante perché
decorrono i vasi e da qui entrano all’interno dell’osso compatto le strutture vasali
tramite i canali di Volkmann che sono perpendicolari ai canali di Havers che invece
seguono il senso longitudinale dell’osso e sono centrali rispetto all’osteone. Poi c’è
l’endostio che è la sua controparte interna ed è rivestito da cellule totipotenti
staminali di tipo osteogenico.
L’unità funzionale del osso compatto è l’osteone (per unità funzionale si intendela
minima porzione in cui si può dividere un organo senza che perda la sua funzione)
che è una sorta di girella dove il suo buco è chiamato canale di Havers dove ci sono
strutture vascolari che danno nutrimento agli osteociti posti dentro il canale e
strutture nervose. Quindi l’osteone è una ciambellona aspirale costituita da lamelle
ossee e da matrice ossea mineralizzata in cui interno si trovano degli elementi
cellulari che sono gli osteociti. Questi ultimi costutiscono matrice che è composta da
fibre e collagene di tipo 1 molto resistrente. Mentre l’osso trabecolare non ha canali
perché è immerso nel midollo osseo ed è una struttura molto vascolarizzata e gli
osteociti che vivono in quelle lamelle non hanno problemi di nutrimento perché gli
arriva O2 e possono scaricare CO2 e altre sostanze. La distanza massima che può
esserci tra una canale di Havers e un osteocita è di 2 mm, di media nell’organismo si
ha 0,1 mm, e se questa distanza aumenta gli osteociti non ricevono più nutrimento e
vanno in necrosi. A livello dell’epifisi, c’è una banda chiamata piastra epifisaria,
importante per la crescita e a circa venti anni si ossifica e scompare. In questa zona si
sviluppa infatti la crescita in lunghezza delle ossa e questa piastra presenta in
superficie la catilagine ialina, quindi la zona di riserva, subito sotto invece c’è la zona
proliferativa in cui ci sono delle colonnine che si impilano e sono dei condrociti e a
lato c’è della matrice. Andando verso il basso queste cellule vanno in ipertrofia, cioè
si inciccioniscono e poi vanno in contro ad apoptosi creando delle lacune che
vengono poi riempite dagli osteoblasti. Queste altre cellule sono tipiche dell’osso e
una volta che sono nella lacuna producono matrice imbrigliandosi in essa diventano
osteociti.
Ossa lunghe e brevi fanno parte dell’apparato appendicolare e poi ci sono le ossa
piatte che sono quelle del cranio, bacino, sterno, costole e hanno la catatteristica di
avere un tavolato esterno e uno interno e tutto in mezzo hanno una parte di osso
spugnoso. Poi ci sono le ossa irregolari che sono sfenoide, etmoide e vertebra. Le
ossa suturali sono di numero variabile e si trovano al’interno delle articolazioni delle
suture del crani. E poi ci sono le ossa sesamoidi che sono dei piccoli centri di
ossificazione a livello tendineo che vanno a proteggere il tendine e solitamente
compaiono nelle persone sportive per aumentare la resistenza.
Per quanto riguarda la vascolarizzazione, l’osso è costituito da un’arteria nutritizia
che ha un foro d’entrata circa a metà delle diafisi delle ossa lunghe e da questa
partono dei rami che vanno a vascolarizzare il periostio.
Sulle ossa ci sono inoltre delle protuberanze oppure delle cavità che possono essere di
tipo articolare o non.
Il midollo osseo si divide prevalentemente in rosso e giallo. Il midollo osseo rosso
diventa il principale organo emopoietico al quinto mese di vita fetale. Ha la funzione
di produrre globuli bianchi e globuli rossi e si chiama rosso perhè sono presenti molti
eritroblasti che sono le cellule progenitrici dei globluli rossi, cioè molte emazie. Il
midollo osseo giallo, invece, si sviluppa intorno al 5/6 anno di vita e comincia sulle
ossa lunghe a livello distale e poi con l’invecchiamento c’è il processo di involuzione
di tipo adiposo del tessuto, cioè compaiono gli adipociti all’interno. Verso i 18/20
anni il midollo ossseo rosso si trova solo in alcune porzione tipo a livello dello sterno,
bacino, corpi vertebrali, a livello delle epifisi prossimale di omero e femore e infine
nell’osso spugoso del cranio. Se nell’adulto compaiono delle zone di midollo osseo
solitamente è per patologie di vario tipo come leucemia o per emorragie molto
importanti protratte nel tempo e quindi c’è una ridiffernziazione verso il midollo
osseo.
Le articolazioni sono delle strutture che permettono l’interfacciarsi di due o più ossa
tra di loro e permettono il movimento. Le possiamo dividere in sinartrosi e
arfiartrosi e le diartrosi dove la diffirenza è che le prime sono immobili e non danno
possibilità di movimento, le anfiartrosi permettono minimi spostamenti e quindi sono
ipomobili, mentre le ultime sono le classiche articolazioni del gomito, anca, ecc. Le
sinartrosi si possono dividere ulteriormente in tre categorie che sono
sinfibrosi(tessuto fibroso) e un esempio è la sinfisi pubica in cui c’è la presenza di un
disco fibrocartillagineo fra i capi ossei, sincondrosi è il tessuto cartilagineo ialino e
sinostrosi che è la mera unione dei capi ossei come le ossa del cranio.
Nelle sinfibrosi il tessuto di congiunzione è prevalentemente costituito da connettivo
ricco di collagene, e in alcuni casi abbondante in fibre elastiche. All’interno di queste
articolazioni si distinguono le suture che sono l’interfaccia di due ossa piatte (nel
neonato fino ai 2/3 anni ci sono le fontanelle che sono degli spazi fibrosi che nel
cranio risultano molto morbidi e sono prevalentemente costituite da tessuto collagene
e fibre elastiche e con il tempo vanno in contro a ossificazione), gonfosi e schindilesi
sono un particolare tipo di sutura in cui l’incontro è a mezzo cilindro e la controparte
cava. Le anfiartrosi, invece, includono le sinfisi, e sono articolazioni ipomobili, ossia
con limitate possibilità di movimento. In particolare le gonfosi non sono considerate
delle vere e proprie articolazioni poiché non prevedono l’unione di segmenti ossei e
sono caratteristiche per la fissazione dei denti nelle proprie cavità alveolari.
Le diartrosi, invece, è caratterizzata prevalentemente da tre strutture che sono la
cartilagine articolare che riveste l’epifisi, la capsula fibrosa che avvolge
l’articolazione tutta attorno e lo spazio che si va a delimitare dentro è la cavità
articolare. Solitamente queste possono essere definite armoniche quando i due capi
ossei collidono perfettamente, mentre sono definite disarmoniche quando non
avviene e in questo caso subentrano delle strutture come i menischi che vanno a
colmare quei buchi che ci sono all’interno delle articolazioni. La cavità che c’è tra i
capi ossei e che è delimitata da una capsula, è rivestita da una membrana sinoviale
che ricorda molto il peritoneo, quindi è un monostrato cellulare che produce un
liquido, la sinovia, che è ricco di sostanze nutritizie in quanto la cartilagine non è una
struttura vascolarizzata e quindi i condrociti una volta che subiscono delle lesioni
hanno grossa difficoltà a proliferare e ristabilire il tessuto. Delle diatrosi sono
comprese invece enartrosi che prevede che ci sia un capo osseo di tipo sferico e il suo
corrispondente e sono possibili i movimenti su tutti e tre gli assi, condilortrosi dove
c’è un elissoide e la sua controparte cava che fanno movimenti solo su due assi e un
classico esempio è il condilo mandibolare , artroidie permette solamente movimenti
di scivolamento su due assi, a sella, infine ci sono i ginglimi che possono essere
angolari e laterali e il capo articolare è di forma cilindrica.

L’apparato cardiovascolare ha come organo


principale il cuore che ha la funzione di
pompare il sangue attraverso i vasi sanguigni
che sono arterie, capillari e vene. Le funzioni
sono di trasportare le sostanze nutritive ai
tessuti, di raccogliere i detriti cellulari e la
CO2, di termoregolazione della temperatura
corporea e si trasportare le cellule immunitarie
nell’organismo. Il cuore è localizzato nel torace
in una regione compresa tra i due polmoni che
si chiama mediastino ed è delimitata
superiormente dallo stretto superiore della gabbia toracica, quindi la parte tra le
clavicole e lo sterno, inferiormente è delimitatato dal diaframma che lo separa dalla
cavità addominale, lateralmente invece ci sono le facce mediastiniche delle pleure dei
polmoni. Il mediastino può essere diviso in superiore che è quello rosso ed è separato
dal quello inferiore da una linea immaginaria che unisce il disco intervertebrale
T4/T5 con l’angolo sternale. Il mediastino inferiore è diviso in tre parti: quello
azzurro è il mediastino anteriore e comprende nel bambino il timo che è un organo
linfoide primario che produce i linfociti T parte del sistema immunitario, mentre
nell’adulto il corpo adiposoretrosternale, perché durante la crescita il timo viene
sostituito da tessuto adiposo, e infine ci sono anche
linfonodi; quello arancione è il mediastino medio dove
la maggior parte dello spazio è occupato dal cuore, poi
c’è il nervo frenico che va a innervare il diaframma e
una componente linfonodiale; infine quello verde è il
mediastino posteriore che ha una quantità maggiore di
organi come esofago, aorta toracica, e c’è sia una
componente nervosa come il nervo vago (va a innervare
l’apparato digerente favorendo la peristaalsi) e sia una
componente linfonodiale.
Il cuore contrae rapporti:
- anteriormente con i margini anteriori dei polmoni e in una piccola parte è a
diretto contatto con la parete toracica anteriore;
- lateralemente con i polmoni;
-inferiormente con il diaframma e ci si appoggia proprio sopra:
- superiormente con il timo e si proluga verso l’apertura superiore del torace
mediante il peduncolo vascolare che comprende aorta ascendente , tronco
polmonare e vena cava superiore;
- posteriormente con gli organi del mediastino
posteriore, cioè esofago, aorta toracica e
vertebre toraciche dalla 5 all’8.
Il cuore è avvolto da una struttura bianca che
si chiama pericardio è una sacco fibroso che
accoglie al suo interno questo organo. Il
pericardio ha uno strato esterno di tessuto
fibroso (pericardio fibroso) rivestito sulla sua
superficie interna dal foglietto parietale della
sierosa cardiaca (pericardio sieroso parietale), che, in corrispondenza della base del
cuore, si riflette nel foglietto viscerale (pericardio sieroso viscerale o endocardio)
aderente al miocardio. La sierosa cardiaca con i suoi due foglietti delimita una cavità
chiusa chiamata cavità pericardica la quale, essendo circoscritta da una parete liscia e
coperta da un velo di liquido, favorisce gli spostamenti cui va in contro il cuore
durante la sua attività contrattile. L’endocardio non è altro che la continuazione
dell’endotelio dei grossi vasi che quando sbucano nel cuore, l’endotelio non si ferma,
ma continua rivestendo gli atri, i lembi valvolari e i ventricoli. Il sacco pericardico è
mantenuto nella sua sede sia all’adesione della base alla cupola diaframmatica e
dell’apice tronco al peduncolo vascolare, sia da tralci firosi che lo uniscono agli
organi vicini (legamenti del pericardio). Vi sono diversi tipi:
 legamenti sternopericardici in cui si distinguono in superiore che collega il
manubrio sternale e la prima articolazione sternocostale con la porzione
superiore del sacco pericardico e inferiore che collegala base del processo
xifoideo dello sterno con la parte inferiore del pericardio;
 legamenti vertebropericardici in cui ci sono fasci fibrosi che si distaccano
dalla fascia cervicale profonda (T4-T5) e si irradiano sulle guaine fibrose dei
grossi vasi del collo e, più in basso, sul pericardio fibroso;
 legamenti pericardiofrenici che si distinguono in ateriore, destro e sinistro.
Sono brevi tratti fibrosi che rinforzano l’attacco del pericardio fibroso alla
fascia diaframmatica.
Si può vivere anche senza sacco pericardico, però il problema è che quando questo si
riempie di liquido tampona il cuore e quindi non riesce più a contrarsi e può dare seri
problemi di funzionalità cardiaca. Infatti, bisogna agire tempestivamente facendo una
pericardiocentesi, cioè entrare nel sacco e asportare questo liquido altrimenti
potremmo avere quello che viene chiamato tamponamento cardiaco dove il cuore non
ha più la possibilità di contrarsi ed espandersi perché trova un liquido che lo coarta.
Il cuore ha una forma di cono appiattito in senso
antero-posteriore con la base, corrispondente alla
porzione atriale (base del cuore), rivolta in alto,
destra e all’indietro mentre l’apice, costituito dalla
componente ventricolare (punta del cuore), diretto
in basso, a sinistra e in avanti. Se si va a misurare
l’altezza di questo cono che è considerabile come
diametro longitudinale che collega base-apice e di
circa 13 cm. A livello, invece, della base c’è il
diametro traversale che è perpendicolare a quello
precedente che è di circa 10 cm, mentre quello
antero-posteriore è di circa 5-6 cm. Per quanto
riguarda il peso varia in base al sesso, poiché nel maschio tende a pesare sui 300 g e
nella femmina 250 g, mentre il peso alla nascita è di circa 20 g.
Esternamente il cuore possiede due facce che sono quella anteriore o sternocostale
che si mostra convessa, rivolta in alto e anteriormente e la faccia postero-inferiore o
diaframmatica che è pianeggiante, rivolta verso il basso. Poi presenta una base che è
diretta verso la spalla destra e un apice diretto verso il basso e a sinistra.
Più nel dettaglio la faccia anteriore si estende
dal margine acuto al margine ottuso, i quali
separano dalla faccia diaframmatica, ed è
occupata per i due terzi dal ventricolo destro. Si
osservano:
 auricole che sono delle propaggini degli atri
a forma di cono appiattito, quella di destra
avvolge l’origine dell’aorta, mentre quella di
sinistra circonda il tronco polmonare.
 solco atrioventricolare o coronario che è
ineterposto tra le due auricole, separa atri e
ventricoli e in profondità c’è il setto
atrioventricolare. Qui decorrono i rami più importanti delle arterie coronarie;
 solco interventricolare o longitudinale anteriore che separa i ventricoli tra loro e
in profondità c’è il setto interventricolare. Qui, invece, decorre il ramo
interventricolare anteriore della coronaria sinistra.
 grossi vasi come la vena cava superore che sbocca all’interno dell’atrio di destra,
il tronco polmonare che è un arteria, collega il ventricolo destro ai polmoni e si
biforca il arteria polmonare sinistra e destra e infine c’è l’aorta, in questo caso
ascendente e l’arco aortico, che sbuca dal ventricolo di sinistra.
 legamento arterioso è una piccola struttura che durante la vita fetale risulta essere
pervio e permette la comunicazione e quindi il passaggio di sangue dal tronco
polmonare all’aorta.
Per quanto rigurda invece la faccia
posteriore le strutture che si vedono sono più
o meno le stesse:
 solco atrioventricolare o cornarico che è
continuazione del solco visibile
anteriormente;
 solco interventricolare o longitudinale
posteriore che è la continuazione del
solco anteriore attraverso il margine
acuto;
 cux cordis è il punto in cui i due solchi si
intersecano posteriormente, se si
congiungono entrambi i punti di incontro
(ant. e post.) dei due solchi si ottiene una linea corrispondente al solco
interatriale e in profondità si ha al setto interatriale che separa i due atri;
 grossi vasi come vena cava supriore, l’arco aortico, due arterie polmonari, vena
cava inferiore che raccoglie tutto il sangue deossigenato della parte sud del cuore,
vene polmonari di sinistra e destra e superiore e inferiore di sinistra e destra
queste raccolgono il sangue ossigenato dai polmoni e lo vanno a portare nell’atrio
di sinistra.
L’ateria è quel vaso che porta il sangue dal cuore alla periferia, mentre la vena è il
contrario, cioè dalla periferia al cuore. Qui ci sono quattro tipi di vasi che arrivano e
partono dal cuore: a destra ci soono le vene cave che sono blu e portano il sangue
deossigenato al cuore, a sinistra ci sono sempre delle vene, ma portano sangue
ossigenato che arriva dai polmoni e va verso il cuore. Lo stesso avviene per l’aorta e
per il tronco polmonare in quanto la prima è un vaso arterioso e porta sangue
ossigenato dal ventricolo sinistro ed è quello che viene portato al cuore di sinistra
dalle vene polmonari e lo porta poi in circolo, mentre il tronco polonare, che poi
diventa dalle due arterie polmonari, che origina dal ventricolo di destra, porta tutto il
sangue deossigenato che avevano portato le vene cave e lo porta ai polmoni.
La base del cuore è costituita da:
 parete superiore degli atri e prosegue in basso e avanti, senza un limite netto, con
la faccia diaframmatica;
 parete anteriore degli atri che è incava e appartiene alla faccia sternale del cuore,
ma non è visibile in quanto è coperta dal complesso aortico polmonare;
 solco interatriale che non è ben visibile, è un solco curvilineo, con cavità verso
destra, che si pone tra le vene polmonari destre e le vene cave;
 grossi vasi come vene polmonari, arterie polmonari, arco aortico e vene cave.
Infine l’apice o punta del cuore è formato esclusivamente dal ventricolo sinistro, è
rivolto verso il basso, in avanti e a sinistra. Rappresenta la parte più in stretto
rapporto con la parete anteriore del torace e corrisponde normalmente al quinto
spazio intercostale di sinistra ad 1 cm all’interno della linea emiclaveare (linea che
separa esattamente a metà la clavicla di sinistra).
Per quanto riguarda la morfologia interna, il cuore è costituito da due atri che hanno
una forma simile a dei cubi e due ventricoli di forma conoidale. Ci sono poi quattro
valvole due atrioventricolari che collegano l’atrio al ventricolo chiamate tricuspide a
destra e mitrale a sinistra e due semilunari che i ventricoli con il tronco polmonare e
l’aorta.
La parte interna dell’atrio destro corrisponde all’auricola che è trabecolata e ha una
struttura irregolare, mentre il resto della superificie dell’atrio risulta essere più liscia.
Queste due zone sono delimitate in maniera netta da una cresta chiamata cresta
terminale. La cosa importante nell’atrio oltre al fatto che posteriormente vi sboccano
la vena cava superiore e inferiore, ci sono due strutture importanti che sono un
orifizio dove sbocca il seno coronarico che è la vena principale del cuore che ha la
sua valvola chiamata Tebesio o valvola del seno venoso che impedisce il reflusso di
sangue durante la sistole. L’altra struttura importante è la fossa ovale perché durante
la vita fetale è aperto e permette il passaggio di sangue attraverso i due atri, cosa che
nel adulto non avviene.
La fossa ovale e il legamento che vanno a collegare l’aorta con il tronco polmonare si
vanno a chiudere dopo che il bambino nasce e che inizia a respirare con i polmoni e
può capitare che la fossa ovale non si vada a chiudere tanto bene e quindi rimane un
foro pervio. Questo si chiama forame ovale pervio e la sua apertura può avere diversi
diametri e può andare a creare più o meno problemi a seconda delle sue dimensioni.
La prima manifestazione di forame grosso è l’ictus ceebrale e nei pazienti che hanno
una trombosi venosa profonda, quindi pazienti che hanno fatto interventi ortopedici o
ginecologici e che rimangono immobilizzati a letto di solito fanno l’eparina per
evitare che nelle vene degli arti inferiori si vadano a creare trombi, cioè coaguli di
sangue duvuti al non scorrimento del sangue. Da questi trombi si possono staccare
dei frammenti che si chiamano emboli e che normalmente risalgono lungo le vene
degli arti inferiori, lungo la vena cava inferiore e arrivano all’atrio di destra,
ventricolo di destra e poi arrivano ai poloni, causando l’embolia polmonare. Nei
soggetti con questo tipo di problema, invece, può capitare che l’embolo passi
attraverso il setto interatriale e quindi vada nell’aorta potendo poi andare ovunque
come nel distretto celebrale o nell’arco superiore o anche inferiormente nell’addome.
Per quanto riguarda, invece, l’atrio sinistro ha anche lui una superficie interna liscia
che tende a diventare trabecolata a livello della sua auricola, ma ha delle trabecole
meno pronunciate rispetto a destra e hanno un decorso più irregolare. Inoltre si vede
anche nel atrio sinistro la fossa ovale perché è il punto di comunicazione tra i due atri.
I ventricoli, invece, hanno una struttura simile, ma hanno caratteristiche differenti.
Il ventricolo destro tende ad avere una parete più sottile e anche una dimensione
ridotta a forma di semiluna che sembra abbracciare il ventricolo di sinistra. Lo
spessore parietale diverso è dovuto al fatto che il ventricolo destro deve affrontare la
circolazione polmonare che ha una pressione minore rispetto al circolo sistemico.
Quest’ultimo deve essere affrontato dal ventricolo sinistro, quindi quando il muscolo
sinistro va in contro a una pressione maggiore deve fare più sforzo e tende ad avere
una parete più spessa e ha più tessuto muscolare.
Il ventricolo destro che al suo interno è anche lui caratterizzato da una parte di parete
più liscia verso il bronco polmonare (vaso che porta il sangue deossigenato ai
polmoni), mentre andando verso l’apice la superficie tende a diventare più irregolare
e si formano le trabelocole. Questo tessuto sono di diverso ordine: i muscoli paprillari
sono delle trabecole di primo ordine, perché hanno un estremità adesa alla parete del
ventricolo e l’altra estremità è libera ed collegato ai lembi valvolari tramite le corde
tendinee; le trabecole di secondo hanno le due estremità che sono adese alla parete
ventricolare e hanno la parte centrale libera, infine quelle di terzo ordine sono
completamente attaccate al ventricolo.
Dentro il ventricolo destro ci sono diverse strutture come i lembi valvolari che sono
biancastri, in particolare c’è la valvola tricuspide che è costituita da tre lembi dove
ciascun lembo è poi collegato a dei muscoli papillari. ultimi sono delle propaggini
che originano dal ventricolo e che al loro apice hanno delle corde chiamate corde
tendinee.
Il ventricolo di sinistra invece, ha una parete più spessa perché sopporta una
maggiore pressione rispetto al destro e anche lui è caratterizzato da una zona di
muscolatura più liscia che è verso l’orifizio aortico e verso l’apice ha le trabecole.
Inoltre, è dotato anche lui di muscoli papillari e in questo caso ha una valvola
chiamata mitrale o bicuspide, cioè ha due soli lembi o cuspidi.
Nel cuore ci sono 4 valvole:
 valvola mitrale o bicuspide: collega atrio e ventricolo sinistro;
 valvola tricuspide: collega atri e ventricolo destro;
 valvole semilunari aortiche: collega ventricolo sinistro con aorta;
 valvole semilunari polmonari: collegano ventricolo destro con tronco
polmonare.
Queste valvole sono dodtate di quattro anelli rigidi che servono a mantenerle pervie.
Le valvole atrioventricolari sono dette anche valvole a lembi o a cuspidi, essendo
costituite da tre (a destra) e da due (a sinistra) lamine di forma pressochè triangolari
che originano dal contorno dell’orifizio e si proiettano verso la cavità ventricolare.
Ciascuna cuspide tagliata trasversalmente, contiene, in senso atrioventricolare:
 rivestimento di endocardio che costituisce l’arco atriale della cuspide;
 strato spongioso, tessuto connettivo fibroso più lasso nel quale si inseriscono
fascetti di miocardio, provenienti dall’atrio;
 lamina fibrosa che funge da scheletro per la cuspide e continua con l’anello
fibroso che circonda ciascun orifizio atrioventricolare;
 rivestimento di endocardio, che continua con quello ventricolare.
Più nel dettagli la valvola mitrale è formata da due lembi che sono:
 l’anteriore o aortica si inserisce su meno della metà della circonferenza
dell’anello fibroso che circonda l’orifizio atrioventricolare, ma ha una notevole
altezza e ha rapporti con la semiluna posteriore della valvola aortica a causa
delle caratteristiche dello scheletro fibroso del cuore;
 posteriore ha una base di impianto più ampia, appare più larga, di minor altezza
e possiede un margine molto frastagliato.
Per quanto riguarda i muscoli papillari nel ventricolo sinistro ce ne sono due che
sono l’anteriore che è disposto antero-lateralemnte nel ventricolo e il posteriore che è
disposto postero-medialmente, dove entrambi inviano corde tendinee ad entrambi i
cuspidi. La funzione delle corde tendinee è quella di permettere la chiusura completa
delle valvole durante l’attività cardiaca, cioè quando il ventricolo si contrae
l’emivalvolari tendono a combaciare tra di loro per chiudere l’orifizio e impedire al
sangue di andare dal ventricolo all’altrio. In altre parole, hanno la funzione di
trattenere questi lembi valvolari perché se si rompono le corde tendinee questi lembi
sono liberi e tendono ad andare verso l’atrio facendo uscire il sangue non più verso
l’arteria, ma tornano indietro verso l’atrio.
Esistono tre tipi di corde:
 le corde primarie che collegano il muscolo papilla e il margine del lembo
valvolare e sono le più importanti perché se si rompono queste la valvola non si
chiude bene, il sangue torna verso l’atrio e si parla di insufficienza valvolare e
sono i classici soffi che si sentono con il fonendo;
 sono secondarie, invece, le corde che collegano i muscolo papillare alla faccia
ventricolare del lembo;
 le terziare sono quelle che collegano la faccia ventricolare del lembo con il
ventricolo.
La tricuspide ha praticamente la stessa struttura del mitrale, ma cambia il fatto che sia
formata da tre lembi che sono:
l’anteriore che è i più grande e importante e collega il muscolo papillare anteriore
del ventricolo destro e manda corde tendine sia al lembo anteriore che a quello
posteriore;
il posteriore ha una dimensione media tra i tre ed è collegato a un suo muscolo
papillare;
il mediale o settale è più piccolo ed è collegato ad un muscolo mediale più
piccolino.

Se le valvole si aprono durante la fase di riempimento del


ventricolo si parla di diastole, mentre se si richiudono
durante la contrazione del ventricolo si parla, invece, di
sistole, in questo momento il sangue passa dal ventricolo
alle arterie passando attraverso le valvole semilunari, che
risultano aperte. Quando i ventricoli cominciano a
contrarsi, la pressione intraventricolare sale e spinge il
sangue contro i lembi valveolari, che si chiudono. Le
corde tendinee e la contrazione dei muscoli papillari
bloccano la valvola nella posizione di chiusura
impedendo che i lembi si aprano verso l’interno
dell’atrio.

Le valvole semilunari sono chiamate anche a nido di


rondine, sono rivestite da endotelio solo che la parte verso il vaso corrisponde
all’endotelio del vaso, mentre la parte inferiore corrisponde al endotelio
dell’endocardio. Sono costituite da tre pieghe membranose a tasca (semilune) che si
inseriscono in un anello fibroso, posizionato al confine tra la porzione di efflusso del
ventricolo e l’origine della rispettiva arteria.
Sono caratterizzate da:
 margine aderente si impianta sull’anello fibroso;
 margine libero che sporge nel lume del vaso;
 faccia superiore concava rivolta verso l’arteria;
 faccia inferiore rivolta verso il ventricolo.
La loro struttura è caratterizzata da una lamina fibrosa rivestita su entrambe le facce
da endocardio, dal lato ventricolare continua con quello della cavità cardiaca, mentre
dal lato del vaso continua con la tonaca intima del vaso di appartenenza. La lamina
fibrosa presenta un ispessimento nodulare nel messo del magine libero, ovvero il
nodulo Morgagni nella valvola pomonare e il nodulo di Aranzio nella valvola aortica.
Molto importante è che nella valvola aortica ci sono, in corrispondenza dei due lembi
anteriori, dei forellini sul versante della aorta che sono i due sbocchi delle due arterie
coronarie.
Quando il sangue durante la sistole si contrae il sague viene pompato nel vaso,
mentre quando il sangue è nel vaso le valvole si chiudono e impediscono il reflusso di
sangue nel ventricolo. Anche qui ci possono essere delle patologie che portano
all’insufficienza della valvola oppure alla stenosi, cioè il restringimento della valvola.
Questo fenomeno lo si può avere anche nelle valvole atrioventricolari, principalmente
mitrale, dovuto al deposito di Ca, infatti nell’aziano è facile trovare la stenosi della
valvola aortica.
Lo scheletro fibroso è formato dagli anelli tendinei su cui si inseriscono le 4 valvole
cardiache e ha la funzione di tenere aperti gli orifizi valvolari e di isolare atrio e
ventricolo perché le quattro camere non si contraggono tutte contemporaneamente,
cioè i due atri insieme e i due ventricoli anche, però i ventricoli si contraggono un po'
dopo degli atri.
Il muscolo striato involontario è costituito da fibre muscolari cardiache chiamate
cardiomiociti. È controllato dal sistema nervoso autonomo il quale determina la
frequenza cardiaca ed è organizzato in modo da formare due sistemi distinti di fibre,
tra loro indipendenti, uno per atri e uno per ventricoli, separati dallo scheletro fibroso
dove terminano tutte le fibre facendo da isolante. La connessione funzionale fra i due
sistemi muscolari è assicurata dal sistema di conduzione del cure.
Il miocardio di conduzione o specifico da origine all’impulso elettrico che permette
poi la contrazione. Questo circuito elettrico parte dal nodo senoatriale che è posto sul
tetto dell’atrio di destra, vicino allo sbocco della vena cava superiore. Il nodo
senoatriale ha dentro dei micardiociti che vengono chiamate cellule nodali, cioè sono
cellule specifiche che hanno lo scopo di generare l’impulso. Sono, inoltre, avvolte in
uno stroma connettivale di tessuto connettivo e sono collegati con gli atri
miocardiociti di lavoro tramite delle cellule di transizione. Da questo nodo originano
diversi fasci dove uno verso l’atrio di sinistra e tre che decorrono lungo le pareti
dell’atrio di destra e raggiungono il nodo atrioventricolare. Quest’ultimo riceve
l’impulso ritardandolo un pochino e poi lo distribuisce nel fascio di His che entra
dentro il setto interventricolare e si divide in due branchie di sinistra e di destra.
Questi decorrono dentro il setto interventricolare e nello spessore delle pareti dei due
ventricoli. Il tessuto muscolare cardiaco genera l’impulso ed è controllato dal
parasimpatico e lo fa attraverso il nervo vago.
Per quanto riguarda l’elettrocardiogramma è elettrocardiogramma è la registrazione
grafica dell'attività elettrica del Cuore e delle variazioni che si verificano durante la
contrazione cardiaca (sistole) e di rilasciamento (diastole) degli atri e dei ventricoli
durante il suo funzionamento, raccolte per mezzo di elettrodi posti sopra la superficie
del corpo. Nella traccia ECG si evidenziano
diversi elementi come le onde P le quali
corrispondono alla depolarizzazione degli
atri, cioè momento in cui arriva l’impulso e
gli ioni Ca escono dal reticolo
sarcoplasmatico ed entrano nel citoplasma
favorendo lo scorrimento dei filamenti. Poi
c’è la banda rosa chiara che corrisponde al
nodo senoatriale che ha la funzione di
ritardare l’impulso e quindi risolta essere
piatto. Poi c’è il complesso QRS che non è
altro che la depolarizzazione dei ventricoli,
dopo c’è un'altra onda piatto e infine c’è
l’onda T che è la ripolarizzazione ventricolare la quale fa si che il muscolo dei
ventricoli ritorni nella contrazione prima della contrazione, quindi si prepara per una
nuova contrazione. L’elettrocardiogramma non è però sempre così preciso in quanto
le onde assumono forme particolari.
Il cuore è irrorato dalle due arterie coronarie, destra e sinistra, che costituiscono il
circolo coranio, al quale è destinato circa il 5 % della gittata cardiaca. Le arterie
decorrono lungo la superficie esterna del cuore, accolte da solchi coronario e
intraventricolari e sono circondate solitamente da tessuto adiposo. Solitamente i rami
più sottili delle arterie coronarie si approfondano nello spessore del miocardio e,
risolvendosi nelle reti capillari contenute nel connettivo interstistiale, giungono fino
allo strato sottoendocardico. La circolazione cardiaca si svolge prevalentemente
durante la diastole, poiché durante la sistole i rami coronarici risultano compressi
dall’aumentata tesuone della muscolatura cardiaca. Inoltre nelle arterie coronarie
danno il sangue ossigenato al cuore e originano dall’aorta ascendente a livello dei
seni aortici (o di Valsalva), subito sopra alle semilune di destra e sinistra della valvola
aortca (semilune coronariche). Nell’80% dei casi la caronaria di sinistra ha un calibro
maggiore della destra, ma indipendentemente dal calibro, si parla di arteria dominante
in base all’origine del ramo discendente anteriore. Nel 90% dei casi si ha una
dominanza destra, 10% si ha sinistra e nel 1% si ha una circolazione bialanziata, dove
a livello del solco interventricolare posteriore decorrono parallelamente due vasi
provenienti da entrambe le coronarie. Le due arterie coronarie sono collegate tra loro
a livello del setto interventricolare e della parete anteriore degli atri.
In particolare, l’arteria coronaria di destra
origina dal seno aortico destro, decorre
lungo il trattp anteriore del solco
atrioventricolare e, dopo aver circondato il
margine acuto, continua il suo decorso
lungo il solco atrioventricolare posteriore, a
livello della faccia diaframmatica, fino alla
cux cordis. Qui nella maggior parte dei casi
piega verso il basso lungo il solco
interventricolare posteriore dando l’arteria
interventrcolare (o discendente) posteriore.
Lungo il suo decorso dà molti rami sia
per la faccia sterno-costale che per la
faccia diaframmatica del cuore.
L’arteria coronaria di sinistra, invece,
origina dal seno aortico sinistro, si dirige
obliquamente verso il basso e a sinistra
coperta dal tratto iniziale del tronco
polmonare e immersa dal tratto iniziale
del tronco polonare e immersa dal grasso
che circonda l’origine della aorta. È
lunga solo 1 cm, in quanto appena
raggiunto il solco atrioventricolare si divide nei due rami terminali: arteria
interventricolare (o discendente) anteriore e arteria circonflessa, che decorre verso la
faccia diaframmatica del cuore fino alla crux cordis.
Il sangue refluo della circolazione coronarica viene raccolto da tre sistemi venosi:
 seno coronarico che è un grosso vaso lunho circa 3 cm che raccoglie il sangue
refluo dalla maggior parte del miocardio e si apre nell’atrio destro vicino allo
sbocco della vena cava inferiore, ha una valvola propria detta valvola di Tebesio;
 vene cardiache anteriori che raccolgono il sabgue dalla faccia sternocostale del
cuore e sboccano direttamente nell’atrio destro;
 vene minime (di Tebesio) che raccolgono il sague refluo da piccole aree
cardiache e sboccano a livello dell’atrio destro.
Del sistema circolatorio fanno parte la
grande circolazione, la quale irrora i tessuti
periferici (circolazione nutritizia) e inizia
dal ventricolo sinistro, dove tramite l’aorta
il sangue raggiunge tutto il nostro
organismo per poi ritornare al cuore tramite
la vena cava superiore e inferiore che
sboccano nell’atrio destro, poi c’è la
piccola circolazione la quale ristabilisce un adeguato contenuto di ossigeno e di
anidride carbonica ne sangue (circolo funzionale) e inizia dal ventricolo destro, dove
tramite il tronco polmonare raggiunge i polmoni per poi ritornare al cuore tramite le
vene polonari. Le due circolazioni sono separate tra loro per cui si parla di cuore
destro e cuore sinistro.
I vasi sono di tre tipi:
 le arterie trasportano il sangue dal cuore
ai tessuti periferici (direzione
centrifuga), sono impermeabl e non
permettono il passaggio di liquidi e
molecole attraverso la loro parete;
 le vene trasportano il sangue dai tessuti
periferici al cuore (direzione centripeta),
sono anch’esse impemeabili per cui
hanno la sola funzione di trasporto del
sangue;
 i capillari sono il punto di contatto tra
arterie e vene, grazie alla loro parete
costituita solo da endotelio, sono
permeabili e permettono gli scambi tra
sangue e tessuto formando delle reti.
Più in particolare le arterie sono condotti muscolo membranosi che trasportano e
distruibuiscono il sangue agli organi a partire dai ventricoli. topograficamente sono
localizzate in profondità, nelle logge muscolari e tendono ad avvivinarsi ai piani
ossei, sui quali producono spesso dei solchi. Decorrono insieme ai vasi venosi
corrispondenti, talvola avvolte da guaina connettivale insieme ai nervi e ai linfatici
costituendo i fasci vescolonervosi. Le arterie possono essere classificate in base al
loro calibro e alla loro struttura in:
 arterie di grosso calibro o elastiche o di conduzione (da 3 a 0,7 cm) come l’aorta
in cui c’è una componente elastica prevalente. Queste sono importanti perché i vasi
arteriosi devono avere la capacità di dilatarsi, cioè quando il ventricolo sinistro
pompa il sangue nella aorta, essa per accogliere questo sangue si dilata;
 arterie di medio e piccolo calibro definte muscolari o di distribuzione (da 7 a
0,1mm) che sono le più comuni e diffuse come per la maggior parte arterie e hanno
una maggior componente muscolare e minor elastica;
 arteriole (da 100 micron a valori inferiori) sono la struttura finale delle arterie e
sono dotate di una avventizia sottile con scarso tessuto connettivo elastico.
Possono poi essere chiamate metarteriole e la cosa importante è che esistono degli
sfinteri e sono delle cellule muscolari che hanno la funzione di contrarsi e chiudere
il vaso. Quando serve maggior volume di sangue tipo durante uno sforzio fisico
importante, si aprono e permettono al sangue di entrare in tutta la rete capillare.
Le arterie macroscopicamente hanno forma cilindrica colore bianco roseo e, in
sezione trasversa, presentano un profilo circolare e parete con spessore omogeneo.
Microscopicamente, invece, sono costituite da tre tonache:
 tonaca intima che è formata da cellule
endoteliali orientate longitudinalmente;
 lamina elastica intera che insieme a
quella esterna conferisce elasticità
all’arteria;
 tonaca media che è costituia da cellule
muscolari liscie orientate
trasversalmente;
 lamina elastica esterna;
 tonaca avventizia formata da fibroblasti
e fibre collagene orientate longitudinalemente.
Se viene a meno la componente elastica, l’aorta si dilata e non riesce a tornare come
prima e si crea un aneurisma che può essere addominale e per matenere uguale il
flusso aumenta la pressione, sviluppando l’ipertensione.
Per quanto riguarda le vene, hanno una struttura sempre organizzata di tonaca intima,
media, esterna, però la vena non ha la capacità di contrarsi e il sangue risale lungo le
vene tramite diversi meccanismi che sono la contrazione della muscolatura liscia e
soprattutto quella della muscolatura schletrica che è attorno alle vene. Il tutto è
aiutato anche dalla presenza di valvole che hanno la funzione di impedire al sangue di
tornare verso il basso, ma queste valvole possono andare anche loro in insufficienza e
quando succede la vena va in contro a una dilatazione formandosi le cosiddette vene
varicose.
Nel dettaglio, i capillari hanno un diametro molto più piccolo rispetto alla parte
arteriosa e venosa, sono contenuti all’interno dei tessuti e la loro parete è in stretto
contatto con il tessuto stesso, permettendo gli scambi fra sangue e tessuti permettendo
il passaggio di emazie una alla volta. Esistono sia capillari continui che sono tipici del
sistema nervoso, ma ci sono anche i capillari fenestrati che sono tipi del rene,
ghiandole endocrine e sono dotati appunto di piccole fenestrature chhe permettono il
contatto tra il contenuto del lume e il tessuto
circostante.
I sinusodio sono presenti nel fegato, sono
caratterizzati sempre da fenestrazioni, ma più
grosso a cui manca la membrana basale. Inoltre,
sono in contatto con gli epatociti tramite uno
spazio che si chiama spazio del Disse.

In quest’immagine si vedono i tre vai principali


che sono la vena cava superiore, la quale si
origina dalla confluenza di due vene, una a destra e una a sinistra, che raccolgono il
sangue venoso dagli arti superiori e dal distretto testa-collo. Questi rami che vanno
verso le braccia sono le vene succlavie, mentre quelle verticali sono le vene giugulari.
Poi c’è l’aorta che origina dal ventricolo sinistro e in questo caso si vedono l’aorta
ascendente, l’inizio dell’arco aortico con le sue diramazioni e il tronco polmonare che
è l’arteria che origina dal ventricolo di destra e porta il sangue ai polmoni.
Per quanto riguarda i polmoni, c’è una doppia circolazione, in quanto il tronco
polmonare porta sangue ai polmoni per far si che vengano ossigenati a livello degli
alveoli, ma non per nutrirli perché è sangue deossigenato. In altre parole i polmoni
vengono nutriti da delle arterie bronchiali che originano dall’aorta, quindi nei
polmoni arrivano sia le arterie polmonari per ossigenare il sangue, mentre le arterie
bronchiali per nutrire il parenchima polmonare. Il tronco polmonare è un’arteria di
circa 5 cm di lughezza e diametro di circa 3 cm. Origina dal ventricolo destro per poi
dividersi in due rami, arteria polmonare destra e sinistra, che si addentrano nei
rispettivi polmoni e si diramano fino al letto capillare.
L’aorta presenta un diametro di 2.5-3.5 cm ed è lunga 30-40 cm e si può suddividere
in diversi segmenti:
 aorta ascendente;
 arco aortico;
 aorta discendente;
 aorta toracica;
 aorta addominale al di sotto dello iato diaframmatico si divide nelle due arterie
illiache a livello di L4.
In particolare l’arco aortico è fondamentale per l’irrorazione arteriosa del distratto
testa-collo dove a destra c’è il tronco bracchiocefalico perché si suddive nell’ateria
succlavia destra e nella arteria carotide comune destra, poi c’è l’arteria carotide
comune centrale sinistra e arteria succlavia sinistra che originano separate. L’arteria
carotide comune si divide in due arterie carotidi che sono quella interna sinistra e
destra e quella esterna anch’essa sinistra e destra. Queste decorrono lateralmente nel
collo e sono quelle che si sentono nel polso carotideo dovuto alla pulsazione
dell’arteria carotide. A livello della biforcazione abbiamo il seno carotideo che è una
dilatazione e nello spessore della parete dell’arteria ci sono delle terminazioni
nervose che hanno la funzione di barocerroti, cioè percepiscono la variazione
sanguigna. Le arterie carotidi si dividono in esterna che vascolarizza la parte
superficile del cranio, collo, testa, quindi vascolarizza la cute e i muscoli, mentre
l’interna penetra dentro della cavità cranica e va ad irrorare il cervello. Poi c’è
l’arteria vertebrale che origina dall’arteria succlavia e decorre a stretto contatto con
la colonna vertebrale. Inoltre, penetra anche lei all’interno del cranio andando ad
incontrare l’arteria carotide interna a livello del poligono di Willis. Questa struttura in
basso ha le arterie vertebrali di sinistra e di destra che si fondono formando l’arteria
basilare, che si ramifica successivamente nelle due arterie celebrali posteriori che
vascolarizzano il lobo occipitale e il cervelletto e incontrano poi le arterie carotide
interne. Dalla confluenza di queste ultime origina poi l’arteria celebrale media per i
lobi parietali e infine c’è l’arteria celebrale anteriore che va a vascolarizzare il lobo
frontale
Il dotto arterioso di Botallo è un condotto arterioso che nell’adulto è un tesuuto
fibroso che non serve a nulla, mentre importantissimo nel feto perché lui non respira
con i polmoni, tramite la placenta quindi per bypassare i polmoni, il cuore destro e
sinistro comunicano tra di loro. In altre parole, si tratta di un dotto che fa si che il
sangue dal ventricolo di destra va nel tronco polmonare e invece di andare nei
polmoni, passa nel legamento e va in aorta.
La componente venosa invece è uguale a quella arteriosa e c’è alla base del collo la
vena succlavia che raccoglie il sangue degli arti superiori, poi c’è la vena giugulare
interna che raccoglie il sangue dall’enfalo e all’interno della scatola cranica ed
esterna si occupa della parte superficiale di testa e collo.
Per l’addome si parla sempre di aorta addominale, mentre per la componente venosa
c’è la vena cava inferiore che si trova a destra rispetto l’aorta.
Il tripode celiaco orgina dall’aorta ed è formato da tre vasi
che sono l’arteria gastrica di sinistra che decorre
superiormente, arriva a livello del cardias per poi
discendere lungo la piccola curvatura dello stomaco e andrà
poi a incontrare l’ateria garstrica di destra che però origina
dall’altro ramo del tripode che è l’arteria gastroepatica,
quale irrora tutta la cuvatura. Infine c’è l’arteria lienale che
sembra un serpente e decorre lungo il margine superiore del
pancreas ed è quella che entra nel ilo splenico e va ad
irrorare la milza. A 1 cm sotto di questi rami, c’è la arteria
mesenterica superiore e ancora un po’ più caudalmente c’è
l’arteria mesenterica inferiore. Queste due arterie sono
molto importanti perché vanno a vascolarizzare tutto
l’intestino, dividedosi il territorio di irrorazione e sono
collegate tra di loro tramite anastomosi. Queste sono molto importanti perché visto
che anche a questo livello qui si possono avere dei processi di arteriosclerosi, si
possono creare delle placche di colestrelo chiamate ateromi che possono andare a
ostruire i vasi arteriosi e se ci sono tante anastomosi tra le arterie che irrorano
l’intestino è più difficile che vi sia un infarto instinale.
L’arteria mesenterica superiore va a irrorare l’intestino tenue tranne la parte
superiore del duodeno, il cieco, il colon ascendente e la metà destra del trasverso,
mentre la mesenterica inferiore vascolarizza la metà sinistra del colon trasverso, il
colon discendente, il colon ileopelvico e il retto.
Per quanto riguarda l’irrorazione venosa nell’apparato gastro-intestinale, tutto il
sangue refluo dell’intestino viene convogliato nel fegato da cui poi viene filtrato e
mandato tramite le vena epatiche nella vena cava superiore. I vasi venosi
dell’intestino hanno gli stessi nomi di quelli arteriosi, ovvero c’è la vena mesenerica
superiore e inferiore che si unisce con la vena lienale che arriva dalla milza che
insieme alla superiore vanno a confluire e formano la vena porta. Quest’ultima entra
all’interno del fegato e insieme all’arteria epatica formano l’ilo del fegato. Dentro la
vena porta arriva anche tramite le vene gastriche il sangue deossigenato che arriva
dalla parte inferiore dell’esofago e tutto lo stomaco. L’aorta addominale si divide a
livello di T4 in arteria illiaca esterna che supera il legamento inguinale e da qui
prende il nome di arteria femorale e lo stesso fa la vena, cioè a livello del legamento
all’interno della cavità addominale prende il nome di vena illiaca esterna.

Nel feto i polmoni non sono ancora ben sviluppati per cui si ha una circolazione
diversa rispetto al periodo postnatale. Questa è chiamata circolazione placentare in
cui la placenta punge da polmone ossigenando il sangue. Tra i due atri c’è il setto
interatriale, dove c’è la fossa ovale che normalmente nell’adulto dovrebbe essere
chiusa, e nel feto si chiama forame ed importante perché permettono al sangue
venoso del feto di raggiungere la placenta bypassando i polmoni. Nel feto si ha la
circolazione placentare che parte appunto dalla placenta che da ossigeno al sangue e
tramite il cordono ombelicale formato dalla vena ombelicale che porta il sangue al
cuore e da due arterie ombelicali che vanno invece dal cuore alla placenta. La vena
ombelicale decorre superiormente fino a raggiungere il fegato, raggiunge poi la vena
cava inferiore tramite il dotto venoso Aranzio (nell’adulto si chiude e diventa il
legamento venoso del fegato) e infine arriva nel l’atrio di destra. Da qui ci sono due
vie dove la principale via procede attarverso il setto verso l’atrio sinistro, poi
ventricolo sinistro e aorta raggiungendo infine le arterie ombelicali. Una piccola
parte, va dall’atrio di destra al ventricolo di destra dove viene trasportato nel tronco
polmonare e grazie al legamento arterioso raggiunge l’aorta per arrivare infine alle
arterie ombelicali, ovvero fino alla placenta.
Le arterie ombelicali e il dotto venoso di Aranzio, si chiuderanno, perché quando il
feto nasce piange, comincia a respirare e si ha un cambiamento di pressione
dell’apparato circolatorio e va a escludere questi vasi che durante la vita intrauterina
erano pervi. Vi è inizialmente una chiusura di funzonale, poi man mano che il
neonato cresce c’è proprio una chiusura anatomica, cioè vanno in contro a fibrosi
dove il dotto venoso diventa il legamento venoso del fegato, le vene ombelicali
diventano il legamento rotondo del fegato e le arterie ombelicali che sono due, si
chiuderanno in parte diventando i legamenti i legamenti ombelicali laterali. Invece la
parte prossimale delle arterie vescicali andranno a costtuire le arterie vescicali
superiori.