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Blowing up

Sono nella mia stanza bianca.


La sua forma è quella di un parallelepipedo.
Il monitor del mio computer si trova davanti alla mia testa.
Esso rispetta la simmetria della parete di fronte a me, dividendo in due parti,
perfettamente equivalenti, lo spazio alla sua destra, fino al muro, e quello alla sua
sinistra, fino al muro di fronte al primo.
Se volgessi lo sguardo dietro di me, con una rotazione di 180° rispetto alla mia attuale
vista , troverei un altro schermo, quello della televisione.
Anche quest’ultimo rispetta la simmetria della parete dietro di me, e, se voleste
considerare i due oggetti da un punto di vista laterale rispetto al mio (ruotando di 45°
e spostandovi indifferentemente verso destra o verso sinistra), ravvisereste
l’ulteriore simmetria di essi rispetto alle pareti di fianco.
Lo schermo del mio monitor è adesso occupato da una foto.
Essa ritrae il verde di un parco.
La prospettiva della foto si allunga sino al punto in cui lo sguardo non distingue più
cielo da terra.
Ma è rischioso spingersi con la vista sin laggiù, troppa distanza, potrei perdermi lungo
il tragitto, lo sguardo potrebbe incappare in un pixel mendace, dal momento che il mio
occhio non può distinguere più l’azzurrità del mare e quella del monte avvicinandosi al
punto in cui convergono le linee di fuga.
Esamino la zona più prossima alla mia visuale, vi trovo due alberi: il primo deve essere
stato a non più di dieci, dodici metri dall’obiettivo, il secondo si allontana nella sua
stasi, forse dieci, dodici metri distante dal primo.
Essi si trovano, rispettivamente, a destra (il primo) e a sinistra (il secondo) rispetto al
mio obiettivo ed ai miei occhi.
Noto a malincuore, chinando un po’ la testa per riuscire a scorgere lo squarcio di
esterno incorniciato dalla metà inferiore del vetro della finestra sotto il limite
imposto dalla persiana, che stamane il cielo è radioso.
Il mio disappunto non è causato soltanto dalla presenza dei raggi solari in gran copia e
di fastidiosa brillantezza.
Constato che vi è alquanto netta differenza tra le condizioni meteorologiche di questo
mattino e di quello in cui ha tratto scaturigine la foto, nella quale si intravede un cielo
plumbeo.
Il parco immortalato dalla foto è solo un nanosecondo nella vita di quel parco, e forse
in questa stessa mattina, se mi trovassi là con il mio obiettivo, se scattassi la
medesima foto, otterrei differenti contrasti cromatici, maggiore luminosità,
registrerei una differente posizione dell’erba spostata dal vento.
Gli alberi avranno stamane fogliame più rigoglioso, oppure la potatura li avrà resi più
spogli, se raffrontati a quelli rappresentati in foto.
C’è da considerare inoltre il mio punto di vista d’allora, non più attingibile: sarebbe
arduo, per non dire impossibile, ritrovare l’esatta posizione in cui scattai la foto che
osservo.
E se il giardiniere addetto alla cura del parco avesse deciso di modificare lo spazio tra
i due alberi, inserendone un terzo, o eliminando parte del verde di quella verde erba
per disegnarvi delle linee geometriche di ornamento, non mi ritroverei di fronte ad
un’immagine terribilmente differente da quella che adesso contemplo?
Ora la mia ricerca deve fare i conti con larghezza e profondità notevolmente più
esigue: ibi et tunc.
I due alberi sono costeggiati da fitti filari di cespugli, ad essi contigui.
Una prima distratta osservazione non mi aveva segnalato particolari disomogeneità
nello statico equilibrio della vegetazione, ma adesso, passando più e più volte l’occhio
attraverso quei filari, noto, all’altezza del secondo albero, una macchia informe, che
interrompe la regolarità della scura verdezza dei cespugli.
Effettuo un ingrandimento, onde ricavarne più chiara impressione dell’intrusione
appena scorta , ma la mia operazione si rivela in minima parte fruttuosa.
Continuo a percepire la parvenza di un elemento innaturale entro il paesaggio, ma non
so dire con precisione cosa esso possa essere.
Occorre un ulteriore ingrandimento.
Costruisco un rettangolo stretto attorno alla macchia, e poi effettuo lo zoom su quella
porzione di spazio.
Ora la macchia prende forma, assume contorni più delineati.
Sebbene l’immagine analizzata risulti fuori fuoco, non credo di essere in errore nel
registrare, in mezzo a quei cespugli, nascosta all’osservatore frettoloso, visibile a
quello scrupoloso, una mano che impugna una pistola.
Dopo qualche attimo di sorpresa perplessità, mi viene naturale chiedermi quale
potesse essere il motivo della presenza di quella mano e di quella pistola in quel punto
del parco.
La persona nascosta tra i cespugli voleva spaventare qualcuno che sarebbe giunto, di lì
a poco, all’ appuntamento che essa gli aveva dato in quel posto, a quell’ora.
Oppure, più drasticamente, la minaccia non avrebbe fatto in tempo a balenare agli
occhi della vittima, che si sarebbe ritrovata riversa a terra, esanime, colpita da uno
sparo alle spalle.
Ma, se davvero così fosse andata, restava da stabilire chi avesse ucciso chi.
Un marito geloso deciso a liquidare l’amante di sua moglie.
La moglie stessa, smaniosa di liberarsi del coniuge per poter gettare le braccia al collo
del suo amante senza più scomodi ostacoli.
L’amante di lei, ormai saturo delle continue peripezie e dai patemi da affrontare per
incontrare la donna concupita.
Tuttavia potrebbe anche esserci, in quel particolare poc’anzi scoperto, la più assoluta
innocenza.
Un tiratore che stia ripulendo la sua arma prima di andare ad esercitarsi al tiro al
bersaglio.
Un bimbo che giochi con la sua pistola, celato agli occhi degli amici, in una ludica
simulazione di rapina.
Qualsiasi supposizione di Futuro è, dunque, irrimediabilmente perduta nella parziale
rappresentazione del Presente.
D’altro canto non è escluso che il delitto, se delitto sia occorso, fosse già avvenuto
nell’istante in cui la pellicola abbia subito quell’impressione.
Il corpo dell’ucciso potrebbe trovarsi allora in un punto indefinito di quei cespugli.
Gli alberi potrebbero nascondere la salma coi loro tronchi marroni.
L’assassinato potrebbe giacere in una zona fuori campo rispetto allo spazio descritto
dalla foto.
Qualsiasi supposizione di Passato è, dunque, irrimediabilmente perduta nella parziale
memoria del Presente.
Oltre la foto, è indispensabile considerare altri elementi, al fine di avere un quadro
più preciso delle possibili connessioni referenziali dell’oggetto della mia disamina.
Dietro di me c’è lo schermo di una televisione.
L’immagine che vedo potrebbe pertanto essere il riflesso di un’ immagine proiettata
dalla televisione sullo schermo, spento, del monitor del computer.
I miei ingrandimenti potrebbero corrispondere, per esasperata casualità, con quelli
operati da terzi nella proiezione che mi figuravo di analizzare con modalità scandite
dal mio volere.
Potrebbe esserci qualcuno a spiarmi, piazzato dietro di me, intento a proiettare
l’immagine sul mio monitor, così da creare in me l’illusione che sia io a disporne
liberamente, e liberamente a trarne conclusioni.
Potrei trovarmi davanti all’obiettivo di un qualsiasi strumento, meccanico od umano,
atto a registrare eventi, o a simularne.
Un pittore potrebbe aver deciso di creare una tela con un soggetto intento ad
osservare uno schermo, un fotografo potrebbe aver ideato queste circostanze per un
suo scatto, un regista potrebbe aver concepito un’inquadratura di una scena simile a
questa che leggete.
Ma alle loro spalle potrebbe esserci un altro sguardo, un altro obiettivo, che si giova
della loro presenza come oggetto di rappresentazione della rappresentazione in cui mi
trovo, cui voi assistete.
E voi, voi stessi avreste potuto creare questa stanza a forma di parallelepipedo, e
questo schermo di computer, e la foto ivi raffigurata, e la macchia informe che
assomiglia ad una mano con una pistola, assecondando un vostro capriccio, o seguendo
la delirante fantasia di un sonnolento pomeriggio.
Ma voi stessi, a vostra volta, potreste essere soggetti ignari di un gioco più grande di
voi, in cui le immagini si scompongono reiteratamente, sino ad arrivare alla vera
immagine di quella realtà assoluta che nessuno (né io né voi) vedrà mai.
O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà.