Sei sulla pagina 1di 27

Procedure dell’istituire, procedure dell’osservare

Capitolo 1
La figura di Socrate è da sempre oggetto di studi, di interesse del giurista e del filosofo, soprattutto
l’Apologia di Socrate, opera nella quale viene descritto il suo processo.

Quest’opera segna la percezione della giustizia come legge positiva, ecco perché da quel momento in poi
muta la considerazione di ‘fare giustizia secondo le leggi’.

Non possiamo considerare la situazione di Socrate in un mero modo storiografico, ma si deve analizzare la
sua figura da un punto di vista filosofico; le parole di Platone sono la testimonianza che si può considerare
sia attraverso il dramma che investe la sua vita, sia mediante il suo modo di filosofare, doveroso per
sopravvivere ad ingiustizie date da raggruppamenti di potere e ideologie (possiamo ricostruire la situazione
giuridica, statale, religiosa a partire dal momento storico; la data del processo è 399 a.C.).

Questo è un momento molto particolare non solo dal punto di vista giuridico-politico, soprattutto per
l’impatto sociale; è proprio in questo contenuto che emerge la figura di Socrate.

Egli, alla credenza, al mito, all’istinto, alle credenze religiose, contrappone la forza della responsabilità
personale: l’uso del concetto di responsabilità personale in Socrate permane come principio incorruttibile.

Nell’Apologia di Socrate troviamo un’indifferenza da parte della giustizia, nei confronti della protesta
difensiva e della rilevanza dell’accusa.

Socrate diventa nucleo dei mali e dei disagi della società, dunque la lettura di questo testo ci porta ad una
riflessione intesa come inizio del pensiero giuridico.

Il dialogo tra Socrate e gli altri è formato da tre parti: eutifrone, apologia in cui l’accusa è formalizzata e il
processo è incardinato, Critone rappresenta il dopo-processo; nell’ultimo dialogo Socrate accetta la legalità
di Atene.

Nell’Apologia emergono la difesa di Socrate e 4 momenti procedurali:

1) Nota di metodo (Socrate chiama in causa i suoi accusatori, gli ideatori dei presupposti di reato per
dare l’avvio al processo)
2) Chiamata in causa degli accusatori formali
3) Presentazione del pensare di Socrate
4) Dimostrazione delle conseguenze della sua filosofia

Al termine del processo Socrate chiede ai giudici di operare secondo giustizia e non pietà.

Socrate non si riconosce colpevole e non richiede la pena, anzi un premio; il terzo discorso è destinato ai
giudici ed è la testimonianza del fatto che è giunta l’ora di andare, secondo Socrate, lui a morire e gli altri a
vivere.

Socrate discute il diritto secondo due versanti: l’istituire e l’osservare, che comportano la trattazione della
ragione giuridica e di quella procedurale.

Socrate diventa il presupposto per approfondire la differenza tra istituire e osservare; queste non sono
opposte, ma vengono considerate in base al loro carattere giuridico.

In questo contenuto appare fondamentale discutere del giusto e dell’ingiusto; nell’Apologia di Socrate
l’ingiusto è inteso come abbandono alle procedure, cioè come il comportamento che nega la giuridicità
attraverso le forme di legalità improvvisate e imposte.
Con Socrate arriviamo alla differenza tra sapere totale e sapere parziale: egli sa di non sapere e tutto ciò
spinge verso la libertà intesa come negazione della chiusura, in quanto se si dovesse possedere un sapere
totale si sarebbe chiusi a qualsiasi tipo di novità.

Proiettarsi verso il sapere vuol dire interrogarsi sulla ratio giuridica della ricerca: una vita senza ricerche non
è degna di essere vissuta.

La verità consiste nella ricerca della verità nel dialogo, vissuta come ansia e non come possesso; proprio
come nella verità il giusto non può essere oggetto di una definizione esecutiva.

La ricerca della giustizia rende l’uomo libero di fronte alla verità, lo emancipa da qualunque forma di
coercizione.

In tutto ciò, l’opposizione tra giusto e ingiusto riporta a quella tra bene e male; la questione del male, così
come quella dell’ingiusto, presuppone l’ambizione di un sapere totale.

Possiamo dire che la messa in scena del processo mostra un’apparente confusione per quanto riguarda la
ricerca della giustizia; tutto conduce alla discussione della specificità del diritto nella costituzione di forme
di terzietà che rappresentano una giustizia imparziale (giudice, forza pubblica, legislatore).

La differenza tra giustizia e leggi è proprio ‘fare giustizia secondo le leggi’: il giudice si trova la responsabilità
più diretta, fare giustizia.

Al giudice compete l’arte dell’ermeneutica, ad egli spetta l’applicazione della legge non secondo la legge,
ma secondo la su attività interpretativa; il giudice è tenuto ad interpretare.

Tutto ciò porta l’annullamento dell’affermazione che l’ingiustizia è sempre un male anche quando è
perseguita per una ragione collettiva, sociale; allo stesso modo il bene è configurabile nel diritto come
giusto.

Il diritto è una condizione umana, è un qualcosa in continua formazione, non fissabile in una forma, dato
che è sempre soggetto a modifiche, cambiamenti.

Due sono i punti fermi delle considerazioni su Socrate: la ricerca della giustizia è compito di ogni uomo, in
particolare il concetto di legalità delle norme e delle leggi riguarda la professionalità delle terzietà
giuridiche.

Socrate ci dimostra che la giustizia è legata alla ricerca della verità, molto importante è l’empatia, cioè la
disponibilità ad accogliere chiunque, il rispetto dell’altro nella sua libera formazione: l’intesa che
caratterizza le relazioni umane si chiama ‘intesa empatica’.

L’empatia simboleggia la gratuità, l’accoglienza; possiamo dunque affermare che il diritto non è nella
funzionalità dell’utile ma del giusto.

L’empatia si presenta come l’atto che permette la critica più radicale all’utilitarismo, cioè la sintesi
dell’essere-insieme senza utile (i diritti della persona senza empatia sarebbero solamente un’utilità).

Dunque il concetto dell’empatia rappresenta la critica più radicale al dominio dell’osservare e serve ad
evitare che le relazioni vengano improntate all’utilizzo di procedure funzionali all’utile.
Capitolo 2
Al giorno d’oggi discutere di diritto significa avvicinarsi al suo paradosso, cioè una mancanza di biforcazione
tra giusto e ingiusti; il diritto viene riconosciuto per la sua ingiustizia.

La storia del diritto è caratterizzata da forze e poteri, da utilità e riduzionismi scientifici che si manifestano
in vari modi e assumono contorni che hanno a che vedere con le ingiustizie.

La società è lo specchio delle procedure: importante è la parola, in quanto logos, caratteristica


fondamentale della legalità.

Collegato al discorso è il logos giuridico, la norma, l’istituzione delle regole: essere coalescente vuol dire
autonomamente rinviante.

Il significato del logos è il ‘nomos’ (legge degli uomini) che lo forma, lo istituisce; senza logos non
esisterebbero le istituzioni giuridiche, l’economia, le religioni.

La parola è fondamentale nelle relazioni interpersonali ecco perché la funzione del diritto dipende dal
soggetto che esercita la parola, da colui che si impegna nel potere della parola, derivato da un processo di
filiazione, cioè di discendenza in cui la parola passa da persona a persona (trasmissione dei saperi).

Siamo consapevoli del fatto che il momento della normatività è il culmine di un’attività tesa a far
convergere i propri lavori sulla forma, proprio in questo primo passaggio notiamo l’aspettativa di una
legalità che non sia capace di attenersi solo a forme procedurali.

Discutendo del diritto si discute anche la questione del giudizio giuridico ce non abbandona mai l’uomo
nelle sue relazioni: l’uomo è caratterizzato dall’attività giuridica, dall’interpretazione, ecco perché il giudizio
giuridico non lo abbandona mai.

Si inizia a diffondere il concetto di Stato benessere, ma in realtà il rimedio delle ingiustizie non può più
contare sul mondo del benessere, dato che attualmente lo Stato non può più essere denominato welfare
(qualsiasi iniziativa diretta a garantire il benessere e la sicurezza dei cittadini) perché rischia semplicemente
di ridicolizzare la giustizia ormai attraversata dal dominio finanziario.

Dunque ci si pone la domanda se oggi le procedure del diritto si possano limitare ad essere definite
procedure dell’osservare, identificabili con un procedere autoreferenziale (si basa esclusivamente su se
stesso).

Tutto ciò porta a chiederci: che importanza ha il fatto che le procedure giuridiche si danno solo dove opera
il linguaggio, esercitato dagli uomini nei loro dialoghi, mentre negli animali non emergono procedure
distinte dal procedere?

Innanzitutto, quali effetti produce affermare oppure negare la differenza tra procedere e procedure
all’interno del diritto? Questi comportano la custodia o la rimozione della giuridicità?

L’osservazione programmata unicamente per imporsi nella realtà come tale, può essere definita come ciò
che unisce uomo e animali: non solo l’uomo è un osservante, ma anche il resto dei non-umani, per potersi
adeguare alla realtà.

Le condizioni di vita rappresentano un elemento per assumere decisioni che solo apparentemente si
dirigono verso un’idea di giusto nella legalità, perché in realtà il concetto di giusto si riallaccia ad un vecchio
concetto di forza della legge che trova espressione nella forza del finanziario.

Così al giorno d’oggi la nostra società è caratterizzata da una dimensione in cui pur non avendo una grande
differenza tra classi sociali, si proietta un’immagine caratterizzata da saperi che si impongono: nello
specifico possiamo dire che, osservando le relazioni umane, si può arrivare a visualizzare una tipologia
speciale di umanità caratterizzata da una varietà di individui costretti ad assoggettarsi a regole globali.

La legge viene imposta, ma in questo caso non come istituzione nella dimensione del bene comune, anzi
molte volte questa non rinvia al rispetto dei diritti umani.

Ecco perché possiamo dire che la società si divide in tre dimensioni: ci sono individui che appartengono ad
una comunità di mezzo, che vivono in modo adeguato, ci sono coloro che emergono, l’élite, una condizione
quasi extra sociale, in quanto non appartengono né alla società di mezzo, né ai più umili (coloro che
eseguono e basta), è una società glamour, che mira al lusso.

La classe sociale più povera non ha diritti: tutti cercano di passare ad una vita migliore, di cambiare status
sociale, ma nessuno può avanzare.

La società di mezzo cerca di non cadere in basso, ma di rimanere dove si trova.

In tutto ciò, che compito ha la filosofia del diritto? Tenta di incidere criticamente nella costituzione reale
della formazione della legalità attraverso una riflessione sulla ‘differenza nomologica’ cioè la distinzione tra
diritto e norma, tra diritto e legge, tra ‘giuridico’ e ‘legalità’, tesa a ridefinire la differenza tra le procedure
dell’istituire e dell’osservare, come distinzione tra i contenuti del diritto e la forma di esso.

Ovviamente per mettere in discussione l’essenzialità del diritto si presentano molteplici argomentazioni,
una di esse si identifica con il principio di uguaglianza, perché è proprio questo che qualifica e caratterizza
l’indisponibilità dei diritti generati dall’istituzione nel suo legame con l’interdetto, argomento centrale nella
filosofia del diritto perché rappresenta una categoria mai definitivamente studiata e richiama le
implicazioni del linguaggio.

La questione del linguaggio è legata all’uomo: certamente l’interpretazione del logos è plurivoca, ma se nel
caso del diritto ci si limita a considerarlo solo nella forma di ogni singola parola ci si rende conto che essa
falsa l’oggetto, ecco perché il diritto è il luogo della pluralità che si contrappone all’unilateralità.

Un termine fondamentale all’interno della giustizia è ‘equità’: il principio di equità dovrebbe rappresentare,
in qualche modo, la dimensione del giurista, l’ambiente in cui interpreta e produce diritto, poiché le
decisioni prese si basano sulla legittimità.

La discussione sul diritto e sull’autorità dello Stato però si estende e ci porta a soffermarci sui concetti di
credito e debito che nelle relazioni sociali generali indicano una gerarchia, il che significa quindi potere di
cui servirsi a partire da una posizione superiore.

La dinamica del debito e del credito si realizza nel e con il diritto: secondo una terminologia filosofico-
giuridica, la parola credito indica una dimensione strutturale tesa alla realizzazione dell’uomo come
soggetto differenziato, portatore della parole che ricrea una dimensione parallela a quella del sapere totale
e sapere parziale, dato che la figura del debitore è una figura che deve sottostare (ritorniamo alla figura di
Socrate).

La questione riporta anche al dialogo e alla struttura del linguaggio: l’istituzione della parola e quindi del
linguaggio passa attraverso le strutture del diritto.

Le argomentazioni esposte richiamano, andando ad incidere sul senso e sul fondamento del diritto, le
questioni dell’angoscia: la nascita e la morte di ogni uomo conduce ad esporsi ad una serie di situazioni, a
volte in condizione di solitudine.

Nella consapevolezza della diversità non solo dai propri simili, ma dal resto dell’ambiente, l’autocoscienza
decide di istituire regole che trovano la loro esplicitazione massima nelle istituzioni giuridiche.
La giuridicità ci offre anche la possibilità di analizzare per esempio le figure di debito e di credito, la
funzionalità del legislatore, il giudice: ogni giurista svolge il suo ufficio con armonia per evitare che non ci
sia la soppressione della terzietà.

Dunque l’assenza di giuridicità sarebbe un crimine, ma la mancanza e la negazione di giuridicità concretizza


la realizzazione di una serie di espedienti tecnici che nulla hanno a che vedere con il diritto.

Tutto ciò comporta un degrado del logos: degradare la parola giuridica vuol dire umiliare il linguaggio.

Il diritto diventa un questione di pochi, che parlando la stessa lingua, si comprendono: dunque il diritto
assume palese significato di chiusura.

L’omertà (complicità, cioè tacere l’identità di chi ha commesso un reato) rappresenta questa chiusura, per
cui solo gli uomini che appartengono ad un determinato gruppo possono far parte di questo diritto ormai
chiuso a molti: si chiama ‘intesa coercitiva’.

L’azione verso l’esterno non manca, ed è diretta alla negazione della giuridicità per l’affermazione di una
legalità interna; nel momento in cui le intese coercitive non vengono rispettate, la sanzione è l’esclusione in
vista di un successivo ingresso tramite un patto inclusorio.

Ovviamente non è riconosciuta la figura della terzietà, ma è il rispetto è una questione di potenza, si
tramanda di appartenenza in appartenenza.

Tutto ciò porta, come ad esempio nel totalitarismo, al potere contenuto nelle mani di pochi; il pericolo di
procedure prive di ragione giuridica proviene non sono dall’imposizione di un sapere totale, ma anche
dall’ignoranza diffusa delle capacità di distruzione che può avere la struttura proceduralista nei confronti
della giuridicità.

Dunque si critica il sapere totale, che si presenta nel credere che un soggetto, un potere, possa porsi come
onnisciente in virtù di una continua manifestazione del proprio prestigio come derivato di una presunzione
di onnipotenza decodificabile attraverso l’avere.

Sotto questa linea la soggettività, il diritto alla parola, la libertà di pensiero, vengono distrutti e la giuridicità
si trasforma in un mercato del diritto: sparisce dunque la ratio giuridica di ogni consapevolezza.

Sorgono dunque alcune domande circa il diritto: la prima è quella relativa al rapporto tra due diversi tipi di
ragione che però non possono essere divisi, cioè ragione giuridica e ragione procedurale.

Possiamo dire che la discussione sulle procedure si articola secondo tre diverse direzioni: la prima è quella
che attiene a duna semplice descrizione delle procedure giuridiche come attività degli uomini, ogni uomo
ha bisogno dalla nascita alla morte di procedure che sono date biologicamente, ecco perché si trova in una
serie di processi costituiti dal fluire di elementi vitali.

La seconda direzione è una presa d’atto che il rilievo da attribuire alle procedure si può ravvisare nella
condizione che segnala un allontanamento dai concetti di sostanza e di unità, assunti come fonti di
gerarchie secondo verità.

Il vuoto prodotto da questo allontanamento viene colmato con le procedure che segnalano la sostituzione
della questione della verità con l’uso di un procedere, dunque è come se la verità fosse sostituibile con una
sua finzione.

La terza considera che in qualsiasi interpretazione si constata che le procedure non consistono in entità già
date, ma sorgono mediante un’opera declinata dall’uomo e messa in scena attraverso l’attività
dell’instituere come attività che non può essere ridotta a quel determinato processo che rappresenta il
legame tra uomo e animali.
Queste tre direzioni sono rappresentative di un processo di chiarificazione per quanto riguarda il diritto
nelle mani di una ristretta cerchia di persone: con esse è possibile discutere e chiarire le questioni principali
delle procedure che sollecitano anche la domanda tra ragione procedurale e quella giuridica.

Sono queste legate al concetto di antropologia (dottrina concernente la natura umana)?

Il concetto di antropologia riconduce alla questione dell’antropologia giuridica: proprio da Kant noi
possiamo svelare che il significato di antropologia è ‘fondare la metafisica’.

È lo stesso Kant ad affermare che in fondo tutto ciò si potrebbe mettere in conto all’antropologia, giacché
le tre prima domande si rapportano all’ultima (che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa ho
diritto a sperare? Che cos’è l’uomo?).

Dunque l’antropologia è una particolare scienza dell’uomo infatti comprende tutto ciò che è suscettibile di
indagine sull’uomo: in questa prospettiva, l’antropologia è quindi la ricerca della verità sull’uomo, ma
pretende anche di stabilire in concreto il significato di ‘verità’.

Nelle prime tre domande di Kant ci si interroga sulla ragione umana: la problematica è legata alle questioni
di potere, dovere e diritto della ragione.

Ciò che viene sollecitato da queste domande è la finitezza umana, si aggiunge però che la ragione non solo
denuncia la propria finitezza, ma dirige il proprio interesse su questa stessa.

Non si può dire che la ragione umana sia finita perché pone le domande, ma la ragione umana proprio
perché è finita pone le domande e proprio perché le domande vertono sulla finitezza si rapportano con
l’ultima domanda di Kant, che cos’è l’uomo?

Alla base delle riflessioni sull’antropologia in connessione con lo svelamento della ragione giuridica, vi è
l’interrogativo più frequente: le procedure pongono la ragione giuridica o sono poste da essa?
L’interrogativo differenzia innanzitutto ragione giuridica e ragione procedurale e dà la misura di come
possono cambiare le cose se l’uomo dovesse scegliere una al posto dell’altra.

Dunque ci si chiede, è un processo unico o sono due dimensioni?

Nella condizione attuale discutere sulle procedure comporta chiarire quale sia il rapporto tra la formazione
e l’incidere delle procedure e del linguaggio giuridico nella legalità, considerati in riferimento all’economia e
quindi al mercato anche finanziario, che si può rappresentare come una piccola parte.

Tutto questo si sviluppa a partire da un sistema, economico, che aggiunge al suo interno un itinerario
mercantile riposto nello stesso sistema economico retto dal linguaggio dei prezzi: dunque la società
contemporanea non solo registra ma promuove anche il consolidamento di quella visione dove le
procedure si presentano in un processo che consiste nell’autoregolamentazione della società.

Tutto ciò ci chiarisce i due modelli opposti di procedure: la qualificazione delle procedure è stimata in base
a due diverse posizioni assunte dall’uomo, cioè l’osservazione e l’istituzione, considerate attività dinamiche.

Ciò che le caratterizza è il continuo rinnovarsi, nell’essere di continuo formate e sformate, però si
differenziano anche per la diversa qualificazione che assume il diritto nell’uno e nell’altra.

Le procedure, nel momento in cui vengono istituite, sono sottoposte anch’esse ad un processo di
attivazione, di costituzione, di creazione di senso: anche l’istituzione delle procedure comporta una
complessa attività da parte dell’uomo che può denominarsi creazione (cioè ciò che gli consente di
esercitare la propria libertà).
La struttura dell’istituire si costituisce in un processo presente solo tra gli uomini che esercitano il logos, che
si realizzano attraverso il linguaggio, istituendo atti e procedure attraverso il parlare, mediante il passaggio
del logos: gli uomini dotati di linguaggio parlano ed esprimono il proprio sé attraverso la parola (il
linguaggio diventa simbolo dell’uomo).

L’istituire si differenzia in qualità di attività creativa che è situata nella discorsività; a questo punto è
necessario chiedersi anche quali siano gli effetti della discorsività nell’opera dell’istituire.

L’istituire nasce a partire da una condizione di vuoto di sapere che può essere superato con un progetto, in
uno scambio interpersonale, detto ‘triale’ nel momento in cui si presenta il logos: la parola che diverge,
appunto l’interdetto, rappresenta se stessa.

L’interdetto assume la funzione di attribuzione, di acquisizione da parte dell’uomo della qualifica di


soggetto diviso: l’interdetto è un elemento limitante.

La diversa denominazione di ‘triale’ e ‘terzo’ è rispettosa delle differenti modalità di manifestarsi del
linguaggio e del diritto: il linguaggio non si chiarifica solo come articolazione dei suoni, e il diritto non viene
istituito come l’espressione di una forza superiore.

In entrambi la caratteristica principale è il rappresentare l’universale legato alle capacità di libertà


dell’uomo.

Il passi successivo è la riflessione sulle possibilità di quelli che solo inizialmente e solo apparentemente sono
assimilabili a degli strumenti: nomos e logos.

È necessario poi dire che il processo dell’istituire non appartiene ad un ordine causale, né ad un ordine
casuale e dunque aderiscono alla possibilità: il che non significa che tutto è possibile, ma qui si marca una
selezione legittimata nel nominare, l’uomo da un nome a tutti gli oggetti, persone, eventi.

Spezza la noia del ripetere introducendo la ricorsività del nominare: l’ordine e la disciplina del nominare
assumono il significato di responsabilità.

Il nominare imprime un significato fondamentale all’istituire che si forma e si manifesta nel conferimento di
senso: dunque due elementi vengono isolati, quali ‘conferimento di senso’ e ‘significante principale’,
entrambi appartengono ad una dimensione più essenziale che è quella della ricerca del giusto.

L’uomo però è anche portatore di controversie, le quali nascono con l’uomo e si può affermare che sono
coalescenti all’uomo.

Dialogo non significa annullamento di conflitti, ma indica l’impegno a tracciare un percorso che non
richiami il primitivo, ma dia spazio alla costruzione di relazioni interpersonali.

L’uomo è detto anche ‘interrogante’, chi formula la domanda avverte l’impossibilità di coincidere con se
stesso, con un’immagine data: cerca il superamento di questa condizione, destinando all’altro un
interrogativo.

L’alterità (ciò che non ha soggettività) è il chi di un dire altrimenti, un’espressione nel parlare che è diversa
dall’io.

Quando l’uomo domanda, mostra che l’essere non appartiene al singolo io, non coincide con un’immagine
definita che segnerebbe la fine della soggettività.

L’uomo è un parlante: la presenza dell’alterità parlante porta il conflitto, ma anche la domanda che
incontra una risposta.
L’alterità alimenta la domanda nella risposta che si può formare proprio in quanto l’altro della risposta la
sostiene, mantenendosi in un dire che è ancora un ‘altrimenti’.

Il rapporto tra alterità ed ego diventa una relazione non riducibile a un’immagine esaustiva.

Da qui deriva che il concetto di istituire le procedure si costituisce in un’opera che è espressione della
libertà, avviata con la domanda e quindi nel discorso tra i due, regolata da una dimensione terza composta
dalla presenza continua e costante dell’alterità che garantisce l’interdetto (sospensione, vuoto) tra
domanda e risposta.

Il soggetto nel momento in cui usa il logos istituisce delle regole, quindi la mediazione tra la parola e il
potere lo rende consapevole di poter istituire le leggi, ponendosi la domanda non certo trascurabile sul
perché è necessaria la legge, che cosa essa istituisca.

Istituire vuol dire interpretare, inventare la scrittura del discorso.

Le procedure si custodiscono come tali se è garantita la loro differenziazione originaria e non diventano
qualcos’altro, non si consumano nell’affermazione esecutiva della potenza.

Tutto ciò esige che le procedure si mantengano nell’ordine di un’intesa che dura, cioè empatica: la durata è
uno degli elementi essenziali dell’instituere che ha nel linguaggio la sua radice, il ‘testo’ diventa espressione
dell’uomo attraverso la sua trasformazione in una trama, in continuo movimento discorsivo.

Alla formazione delle procedure appartiene quel temporalizzarsi nella durata che non è indicativo della
volontà di una parte che ha una durata tanto maggiore quanto potente è il raggruppamento dal quale
proviene, quindi non è volontà di una parte, ma temporalità estensiva che struttura l’istituire secondo la
ragione giuridica e si manifesta come misura della ragione procedurale.

Dunque le procedure necessitano una loro temporalizzazione: la pretesa giuridica appartiene solo all’uomo
in quanto portatore della parola e segnala che solo l’umanità accede alle aule di giustizia, nella garanzia di
una terzietà imparziale.

Il diritto qualificato sulle procedure e non sul procedere è strutturato secondo la dinamica della pretesa
giuridica che assume proprio la forma della domanda, presente nelle forme del legislatore, del giudice e
della forza pubblica e che rinvia alla terzietà.

Le questioni sulle procedure interessano la discussione sul diritto in quanto implicano che la loro
chiarificazione si svolga in un contesto che conduce a discutere l’istituire in direzione della terzietà.

Nell’analisi della terzietà le diverse qualificazioni sono descrivibili nella terzietà rappresentata da un terzo
condizionato e nella terzietà rinviante al simbolico.

La chiarificazione di queste due forme attiva l’attenzione sulla trasformazione del senso delle procedure del
diritto, collegabile all’affermazione di una società complessa.
Capitolo 3
La condizione contemporanea finanziaria ci permette di riflettere sulla ragione procedurale tratta in
inganno da una ragione monetizzane perché questa è idonea, è propria della produzione del mercato.

Dunque si tratta di un paradigma di ragione procedurale che si esprime nell’investimento monetario; la


complessa struttura del mercato necessita una figura terza che può essere descritta dal linguaggio dei
prezzi.

A primo impatto il mercato sembrerebbe luogo di uguaglianza, ecco perché questo linguaggio dei prezzi
viene inizialmente considerato come una sorta di terzietà, non di parte perché accessibile a tutti.

Il linguaggio dei prezzi viene eletto come quello di un osservatore che permette l’accesso conoscitivo di
qualsiasi persona al mercato; in realtà tutto ciò che il mercato e il mercanti mettono in scena è una fictio,
una finzione.

L’economia presenta due lati: da una parte è osservata come elemento globale e dall’altra come parte della
società.

Possiamo dire che l’economia è un’unità che si manifesta sia all’interno che all’esterno: nel primo caso si
differenzia sulla base del sistema con il quale interagisce, nel secondo rimane lo stesso, ma si tratta
semplicemente di un’illusione, dato che in realtà nel mercato agiscono vari mercati che hanno le proprie
decisioni, operazioni che si evolvono continuamente.

Ovviamente ciò che istituisce il mercato è il prezzo, la base fondamentale; il mercato dovrebbe presentarsi
come neutrale, aperto a tutti, ma in realtà tutto è più pericoloso e complesso, dato che, il mercato,
manifestandosi con il linguaggio dei prezzi, manifesta in modo parziale la società (tutto sempre dipende
dalle disuguaglianze all’interno di questa).

Garanzia del mercato diventa il diritto: non ci sarà più la questione del giusto o dell’ingiusto, l’unico
obiettivo sarà quello di anticipare oltre che la risoluzione dei conflitti, anche la discriminazione e la
formulazione di fattispecie astratte e di conflitti disciplinati giuridicamente.

Privilegiare il linguaggio dei prezzi vuol dire privilegiare la tesi che le relazioni giuste sono quelle che
riescono a vincere nelle operazioni di mercato con effetti reali sulla società.

Da tutto ciò nasce il convincimento che coloro che vincono nei mercati sono quelli che hanno la potenza e i
mezzi, vince chi investe, chi utilizza, vince sempre l’élite.

Il linguaggio dei prezzi viene quindi letto come espressione della procedura produttiva che sembra essere
neutrale: può essere considerato un linguaggio che possiede una terzietà flessibile e funzionale, imparziale.

In realtà questo suo mantenersi estraneo, al di sopra, lo ‘obbliga’ a muoversi sempre attraverso il denaro.

Il linguaggio dei prezzi non è il pericolo per la società: il prezzo appartiene all’uomo e alle sue azioni, alla
sua creatività: dunque la terzietà del linguaggio numerico è efficace perché prende atto di una situazione
che si impone fattualmente all’interno di una società.

Il linguaggio numerico tende al dominio, al fatto che si impone per una conservazione della forza; il diritto
primo dell’uomo si può esaurire come esecuzione dei numeri del mercato che costituiscono, al giorno
d’oggi, la realtà.
Il legame tra gli effetti della ragione procedurale, come ragione monetizzante, e il dominio del mercato sul
diritto si chiarisce attraverso lo strumentario della teoria dei sistemi che si esplicita nell’elaborazioni di
elementi dati dall’osservazione.

Andando avanti con gli anni si inizia a pensare che con la verità, con la ricerca del giusto non si facciano
affari e che il cosiddetto senza della giustizia abbia poco a che vedere con il principio di legalità: questo
sedimenta l’opinione che la verità non consiste nella pienezza dell’unità.

Inizialmente, anche ai tempi di Marx, si pensava che la verità dell’uomo fosse una sua azione produttiva e
che in questa produzione si sedimentasse la libertà dell’uomo.

Tutto ciò porta a pensare che il soggetto, essendo centro di imputazione, flessibile, autoreferenziale
determini le forme regolative del diritto; nella società contemporanea si intensifica il dominio del sistema
economico, dunque dei mercati.

Questa condizione imprime una svolta antropologica all’intera area del giuridico, esigendo che l’uomo
venga incontrato come luogo di passaggio e non come soggetto titolare di diritti incondizionati, ma come
risultato di eventi della trasformazione della sua presenza all’interno della società.

Nella condizione contemporanea l’unità di senso del ‘giuridico’ viene sempre più divisa in poli che
concernono l’opposizione tra Stato e società, tra privato e pubblico, per questo nascono nuove entità che
hanno potere rilevante anche nella vita politica, come l’impresa, le associazioni, le fondazioni.

Queste nuove figure sono il prodotto e la causa del processo di differenziazione che esibisce, essendo orma
estranea al concetto di verità e di unità, una società priva di gerarchie che si disciplina attraverso
convenzioni specifiche.

Queste nuove entità sono i nuovi soggetti delle procedure e dobbiamo prendere atto che sono proprio gli
uomini che forniscono le energie necessarie affinché le procedure siano efficaci.

Tutto ciò porta allo svuotamento della soggettività: in questa condizione dell’uomo diviso in entità
procedurali si osserva l’impossibilità per la ragione della singola coscienza di conoscere e di padroneggiare
le vicende sociali, le situazioni.

Si forma così una nuova qualificazione della ragione: un tipo di ratio che risulta dalla capacità di adeguarsi
alla continua trasformazione del prodotto che di volta in volta si afferma.

È come se il diritto assumesse il ruolo di prassi disciplinatoria propria della ragione procedurale che di volta
in volta si adegua alla condizione presente.

Non possiamo non parlare di Luhmann, il quale, in una delle sue opere più importanti ci dice che l’uomo si
accorge che principalmente nel mercato si decide l’evento giuridico che incide come terzo condizionato che
elabora i materiali a partire da un modello procedurale.

Non c’è più bisogno di interpretazioni, perché rallenterebbero tutte le operazioni.

È questa la società complessa, nella quale troviamo una sproporzione tra gli uomini e l’affermazione di un
sistema che domina sugli altri, perché il suo linguaggio è caratterizzato da velocità, immediatezza,
chiarezza.

Ecco perché il mercato procede sempre più velocemente, costituito dal linguaggio dei prezzi.

È ovvio che qualsiasi attività derivante da mercati cerchi di monopolizzare i saperi, ma bisogna comunque
tenere conto che all’interno dei mercati è necessaria una data conoscenza, determinata dalle procedure, la
quale alimenta una discorsività rappresentata dal fluire del discorso.
La condizione della società complessa è una condizione ambigua: il mercato ha bisogno dell’autonomia del
soggetto che consente lo sviluppo dell’economia, però questa non riguarda l’esercizio della soggettività
giuridica del singolo; ogni società attuale implica una situazione gravosa per il diritto.

Se la teoria dei sistemi afferma l’assenza di una gerarchia, la realtà la contraddice, e in questo modo ci sono
solo due possibilità:

- Rassegnarsi ad una legalità così marcata dall’espressione sistemico-funzionale


- Criticare una simile tipologia di normatività che rischia la radicalità dell’ingiustizia.

L’attualità pone alla filosofia del diritto il compito di una rilettura antropologica giuridico-economica,
dunque basata sulla natura umana, come ripresa critica idonea a chiarire l’alternativa tra le varie
personalità dell’uomo giuridico e l’unicità dell’uomo economico (inteso solo nella sua specificità di
consumatore, considerando che la condizione polidimensionale dell’uomo è radicata nell’unità del suo io,
mentre l’uomo giuridico è funzionale solamente al mercato).

Questa ripresa critica del rapporto tra economia e diritto è sollecitata dall’attenzione alla struttura della
relazione giuridica in quanto relazione discorsiva: tutto ciò che attiene al discorso giuridico appartiene alla
struttura discorsiva della relazione tra uomini, disciplinata dalla terzietà.

Un elemento principale della società complessa è la comunicazione, la quale non avviene per intesa
empatica, ma avvien per effetto di un orientamento ed una produzione continuativa delle regole e delle
procedure.

Dunque nasce una nuova forma di sapere, un sapere nuovo, flessibile, procedurale, di cui le forme sono
funzionali ai sistemi, non hanno una comune e unitaria misura di riferimento, sono forme di sapere che
concorrono per quanto riguarda il successo delle loro operazioni.

Queste nuove forme di disciplina producono effetti utili per la risoluzione di conflitti sociali; se i conflitti
sono disciplinati dalla ragione giuridica allora interessano la formazione di una soggettività unica, se invece
sono regolati dall’assolutezza della ragione procedurale, sono indirizzati ad incrementare il successo di
operazioni funzionali.

La divisione ragione giuridica e ragione procedurale rischia di diventare essa stessa un paradosso nel
momento in cui non si sdoppia a favore di un movimento che non costituisce solo un’apparente evoluzione,
ma una ricerca del giusto.

Nella società del giorno d’oggi la ragione procedurale marca l’allontanamento dalla ricerca di un
riferimento essenziale per un’interpretazione del mondo, e cioè l’intesa empatica: si cura semplicemente di
una fictio del giusto.

All’interno della nostra società qualsiasi combinazione di elementi è alimentata da un codice binario, che è
un modo per evitare la paralisi del paradosso dell’unità, nel diritto i materiali si dividono tra diritto e non
diritto, e la loro specificazione avviene attraverso le parole degli uomini che sono a loro volta divisi in
parlanti e non parlanti.

Il linguaggio infatti è ciò che caratterizza ogni procedura, dunque il logos, che caratterizza anche la società,
la quale in realtà è retta da un linguaggio dei prezzi, dove domina l’indifferenza nei confronti degli effetti
che questa gerarchia produce sugli uomini, sulle loro relazioni.

Quando il discorso si modella secondo un linguaggio numerico diventa autoreferenziale, dunque viene
rimosso il linguaggio simbolico; la struttura del discorso numerico si concretizza sul versante sociale nel
discorso dei prezzi che permette il funzionamento delle operazioni mercantili che è costituito dal momento
centrale del pagamento, cioè dal saldo (il pagamento è il fulcro dei mercati).
Aristotele ci dice che ogni discorso è significativo non già alla maniera di uno strumento naturale, bensì per
intesa: egli permette di interrogarsi su quale possa essere la tipologia d’intesa rispettosa dell’umanità, in
direzione che il linguaggio come discorso si compia in una direzione empatica che istituisce le regole.

Il linguaggio comunica un plus-di senso, cioè che trascende quello dato e che riavvia la capacità del logos; la
discorsività è incontrata come un’intesa, intesa coercitiva (costrittiva).

All’uomo rimane la possibilità di scegliere la modalità di relazionarsi con l’alterità.

Capitolo 4
Parlando di intesa dobbiamo dunque soffermarci su due modalità: empatica e coercitiva.

L’intesa coercitiva viene organizzata secondo una modalità aziendale al servizio del transito dei messaggi
negli uomini; si basa sul funzionamento delle operazioni matematiche.

Le due tipologie di intesa implicano come conseguenza diverse modalità di condotte e di comunicazione
interattiva: la prima è definitiva coercitiva perché funzionale e si avvicina ad un’intesa utilitarista, si basa sul
seguimento di uno scopo già prefissato, la seconda è empatica, dunque riguardante la ragione giuridica
dell’umanità, è la ragione di una relazione di riconoscimento incondizionato e universale tra gli uomini.

La ragione dell’intesa empatica costituisce la possibilità di una creazione di senso che dovrebbe avere la
forza di diffondersi in ogni altro tipo di intesa: dunque ogni intesa empatica nasce inizialmente come
formazione.

La ragione giuridica misura la ragione procedurale: le procedure hanno il loro senso nelle singole
progettualità che rappresentano il risultato della relazionalità capace di misurare qualunque rapporto di
forza estraneo alle possibilità dell’interpretazione perché finalizzata ad imporre una sola interpretazione,
mentre la ragione giuridica consiste nell’unità di quell’interdetto che produce due dimensioni, cioè l’intesa
empatica e l’intesa coercitiva.

L’interdetto è come se fosse un momento di riflessione, ma può essere interpretato anche come divieto di
esprimersi; la ragione procedurale infatti vieta l’intesa coercitiva.

Dunque l’interdetto è inteso come uno sforzo disfunzionale diretto a mettere in discussione forme di
sapere che si affermano e si propongono come formazione,

L’intervallo di senso serve a ricostruire quei saperi che espongono all’istituire: tutto ciò spiega la volontà a
non assoggettarsi a paradigmi multifunzionali ma mono significanti e chi pensa si tratti di una condizione di
caduta per gli uomini non ne conosce le caratteristiche.

Ovviamente l’uomo essendo portatore di un linguaggio è portatore anche di controversie, causate da uno
stato di penuria che indica una classificazione stretta tra chi può esercitare la sua capacità di pagamento e
chi no.

Anche qui ritroviamo questa divisione all’interno della società e ritroviamo anche le procedure: la ragione
procedurale emerge dalla volontà degli uomini che pongono alla base del loro rapportarsi un’intesa
empatica ecco perché possiamo anche dire che la stessa ragione procedurale si alimenta attraverso l’intesa
empatica.
L’intesa empatica è caratterizzata dall’ascoltare, che si manifesta nelle forme della legalità, segna il ricevere
l’altro con lo sguardo e incontrarlo non solamente con la vista: ascoltare e guardare sono attività esclusive
degli uomini che in relazione tra loro presentano ‘l’altrimenti’, è dunque presente la figura della terzietà.

L’uomo esprime così la sua umanità, in una relazione empatica con l’alterità; senso e terzietà appartengono
alle molteplicità del comunicare e dell’interpretare.

Così possiamo distinguere una ragione procedurale collocata nell’affermazione del funzionamento del
senso e in quella del senso del funzionamento: se ci si trova nel funzionamento del senso si è nell’intesa
coercitiva, se ci si trova nel senso del funzionamento si è nell’intesa empatica.

Al giorno d’oggi le procedure, valorizzate attraverso il linguaggio dei prezzi, gerarchizzano le condotte
umane per quanto riguarda la soluzione delle controversie; proprio per la presenza del linguaggio dei prezzi
all’interno della ragione giuridica, l’intesa empatica viene eliminata, ma questa è in realtà inesauribile, dato
che laddove muore, risorge dall’altra parte.

L’intesa empatica mette in discussione l’ingiustizia.

Tutto però è pur sempre influenzato dalla ragione monetizzante: se l’intesa che costituisce le procedure è
quella coercitiva, non misurata dall’empatica, allora la coerenza del suo sviluppo esige che la rimozione
dell’intesa empatica sia totale, perché sennò si avrebbero ancora riferimento che incidono come limite
della ragione monetizzante.

Il linguaggio numerico nasce nel vuoto di sapere e si incrementa attraverso i numeri, mette in scena un
consapevole tradimento: tutto ciò limita la libertà dell’uomo, perché la esaurisce nella dimensione
dell’utile.

La forma del diritto rinvia anche al concetto di estetica, il cui legame consiste nella possibilità di far parlare
le immagini, di dare possibilità all’immaginazione e quindi al reale.

La questione estetica acquista una peculiarità all’interno del diritto come l’interdetto, laddove diventa
necessario che non sia privata delle sue forme artistiche, per lottare contro il nichilismo (crollo della
società).

L’affermazione estetica, attraverso l’istituzione delle forme, significa sottrarsi alle leggi della fictio giuridica;
la riduzione dell’estetica a prodotto mercatorio comporta l’indebolimento del soggetto, e la deriva può
essere rappresentata dall’impurezza della forma.

La relazione giuridica si specifica come tale quando è strutturata secondo un modello dove l’altro è sempre
donante dell’oblio dell’esecuzione di una fictio di giustizia e avvia le procedure del diritto anche
nell’apertura al bello collegato alla ricerca del vero nelle relazioni umane.

Si può fare riferimento alle 5 direzioni di apertura: utile, bene, giusto, bello e vero.

A seconda dell’apertura di una di queste dimensioni diverse, deriva la qualificazione delle procedure, che si
basano sull’equilibrio tra intesa coercitiva e intesa empatica.

Voler rinviare al bello e al vero fa parte dell’esistenza umana, l’uomo avverte di manifestare la propria
meraviglia nell’attenzione ad una dimensione non consumabile che alimenta l’intesa empatica che si basa
sul senso.

La forma del diritto è il valore stesso della legalità, nella quale è presente l’unità e la tensione tra il
manifestarsi e nascondersi; la legalità in quanto forma della giuridicità diventa azione che appartiene
all’uomo.
L’estetica applicata alle discussione del diritto è sinonimo di una consapevolezza dell’indizio originario che
implica il sentire all’interno dell’empatia.

L’estetica del diritto è l’istituzione nella consapevolezza della sua terzietà costitutiva derivante
dall’esclusione di qualunque forma di proprietà dei diritti.

Il giurista è colui che tenta di istituire qualcosa di simbolico, reale, facendo convergere le forme verso la
terzietà, e dunque il diritto è impersonale, dato che dice sempre qualcos’altro rispetto alle intenzione
dell’autore, ecco perché la legalità viene divisa in: ciò che appare e ciò che non si manifesta.

Ormai però è tutto già predefinito a causa del linguaggio dei prezzi.

Il diritto è diventato operazione, il che lo porta a morire non appena raggiunto ciò che è stato concordato
dall’intesa coercitiva.

Il diritto necessita di meditazione; la pluralità di interpretazioni è un effetto di ritorno nella considerazione


del diritto come opera d’arte: l’attività interpretativa rischia di consumarsi nel momento in cui viene
espressa.

I due modi principali in cui l’uomo si volge e considera il diritto sono le dimensioni del vero e della fictio
giuridica che corrispondono al logos essenziale e al logos funzionale.

Il logos essenziale si riferisce alla distanza, allo spazio, dunque afferma l’interdetto e istituisce il diritto: si
avvia così la creazione di senso nella formazione del nuovo, non riducibile nel diverso.

Nello spazio lasciato dall’interdetto si aprono le procedure, che sono appunto istituite e non trovate: la
negazione di questo spazio elimina la presenza di una terzietà simbolica.

Appartiene alla fictio giuridica l’essere destinata ad un quid, mentre l’interdetto avvia il disfunzionale, con
l’apertura al bello e al vero, che non si consumano in un quid di utile.

Le procedure generate dall’osservare si formano perché non è contenuto in esse la direzione del
superamento essenziale alla seconda nascita dell’uomo, inaugurata dall’opera dell’istituire: nascita delle
istituzioni.

L’uomo non sa tutto, ma attraverso il linguaggio e le relazioni discorsive può cercare di ampliare il proprio
orizzonte, mentre gli animali privi di linguaggio si risolvono in un sapere che è tutto sapere.

Possiamo dire che la relazione giuridica si mantiene tale quando è misurata dall’intesa empatica, destinata
a riconoscersi nell’incidere come misura e regola di un qualcosa.

Le procedure si formano come affermazione dell’umanità, nella compresenza di più individui che si
muovono sulla scena sociale come portatori di parola e diritti.

La complessa struttura della libertà umana intesa come relazione interpersonale evidenzia lo status che la
differenza invade e struttura il concetto di temporalità, attraverso l’aspettativa.

Il tempo è l’elemento essenziale e prioritario che guida e sorregge la conoscenza formatrice di


trascendenza: il tempo è intuizione pura.

Rilevante diventa la connessione tra la temporalità e l’io: l’io presenta le stesse caratteristiche del tempo,
infatti è stabile, permanente.

È stabile perché, in quanto ‘io penso ’ cioè ‘io rappresento ’.

Nel tempo, due momenti fondamentali sono ricordare e dimenticare: il dimenticare riavvia la libertà che
sorge ogni volta rinnovata, la quale ha un suo inizio nella relazione empatica.
L’intesa empatica vuol dire: ‘prendersi tempo’, la temporalità si proietta nel simbolico, attraverso un
processo che comprende la ragione dialogica come relazione interpersonale.

In questo caso la ragione procedurale si afferma come modello e misura della ragione giuridica: l’azione
della ragione procedurale si concretizza nella selezione di procedure che sono la risultante di opzione
strategiche che tendono a riprodurre il procedere.

Poiché è improbabile, dannoso intraprendere un percorso in grado di modificare totalmente lo statuto


procedurale basato sulla ragione monetizzante, l’unica possibilità rimane quella legata ad una riflessione sul
giuridico come dimensione partecipativa all’istituzione.

La via che si vuole seguire è quella della consapevolezza di un itinerario del diritto che è quello dell’istituire,
arrivando ad un problema pratico: la possibilità di ogni uomo di rivendicare i propri diritti perché titolare di
essi.

Vari filosofi, ovviamente si riferiscono all’uomo in questo campo, anche nel campo dell’autocoscienza
pratica, come in Kant, il quale richiama l’io giuridico: per Kant l’essenza della personalità consiste nel fatto
che la personalità stessa è l’idea della legge morale.

Il rispetto alla legge è il rispetto di sé, è dunque il modo di essere se stesso dell’io, di essere responsabile
dell’essere di fronte a se stesso, l’autentico se stesso.

Dunque sottoponendosi alla legge, l’io si sottopone a se stesso e si eleva a se stesso come essere libero, in
quanto la ragione dà a se stessa la legge (heidegger).

Si pensa anche però che ogni analisi che prenda le mosse solo dalla natura dell’uomo necessariamente non
raggiungerebbe per principio l’idea trascendentale di libertà e di conseguenza la fondazione dell’etica.

In più, ogni intesa, anche quella empatica, no è in grado di perfezionarsi, ma tende ad assumere sempre
forme differenti, sensi diversi; tutto ciò è una conseguenza dell’interdetto ed è sempre intesa nella
condizione di apertura a dimensioni disfunzionali che si sottraggono ad una sistemazione produttiva seriale
ipotizzabili come bello e vero.

La struttura dell’intesa empatica non è immutabile; è possibile pensare ad un diritto, nelle forme della
legalità istituita con intenti che la trascendono in una direzione esperenziale.
Capitolo 5
Ogni volta che l’uomo agisce lo fa in una dimensione di dimenticanza della memoria: l’uomo agendo lascia
la memoria che è, allontanandosi dall’autoreferenzialità.

La produzione autoreferenziale di una ragione assolutizzata fa sì che l’istituzione del diritto non sfugga a
questa logica, per poter applicare il metodo della ragione procedurale fondato sulla ragione giuridica.

Il giudice ogni volta dovrebbe mettere in circolo le potenzialità del logos, dunque del dialogo, ma il
superamento di ciò avviene in due modi: interruzione del movimento procedurale, imposizione di una
misura che definisce un nuovo dire mediante un divieto.

La contemporaneità è l’esempio di una condizione aperta alle possibilità della libertà e dunque alle
eventuali controversie che sorgono, e che esigono di istituire le procedure per la loro risoluzione.

La critica alla teoria evolutiva ha l’ambizione di osservare che nel mondo umano storicamente l’attività
riflessiva conduce all’istituzione di regole giuridiche che nel momento in cui deviano al rispetto dell’uomo in
quanto io che esercita la libertà, paralizzano una differenza.

Dunque l’animale si può osservare nella sua attività consistente in un movimento verso qualcosa che serve
a continuare la sua vita, mentre l’uomo si muove verso qualcosa inerente alla propria memoria, che sia
riferita all’ambiente circostante, o che sia riferita alle aspettative della persona.

Ecco ciò che rende diverso l’uomo dall’animale, il fatto che ha aspettative, alle quali sono anche connesse le
procedure dato che le aspettative sono aperte a condotte impegnate nella costruzione di una nuova unità
di senso.

Dunque le procedure sono istituite quando non si ha semplicemente l’accadere di una forma di vita, ma si è
titolari di una aspettativa per dare senso alle forme di vita, tutto ciò grazie ad una condizione di penuria.

È ovviamente inevitabile il collegamento tra aspettativa e temporalità: ogni uomo costruisce il suo progetto
in relazione alle sue possibilità investendolo di aspettative.

Ogni giurista che occupa una posizione determinata dalla penuria è costretto a mitigare le tensioni
attraverso il suo punto di vista, ma deve essere allo stesso tempo imparziale: nell’assumere una decisione il
giurista è consapevole di essere situato nello stesso campo del gioco ma il diritto gli vieta di giocare,
dovendo accettare il vincolo della sua terzietà.

Nella discussione sulle procedure del diritto e dunque sulla trasformazione della ragione giuridica in ragione
procedurale, il momento principale è costituito dalla mistificazione delle procedure come finzione di
giustizia e di verità.

La finzione di una ricerca del giusto è situabile nel linguaggio numerico, ma in realtà dobbiamo soffermarci
anche sull’aspetto del debito simbolico, cioè della ricerca della verità del relazionarsi, il quale comporta un
riferimento al logos, come mezzo della comunicazione che si attiva per la creazione di senso.

Le considerazioni sulla qualità delle procedure si innestano in un concetto che diventa prioritario all’interno
della filosofia, cioè la centralità del giudizio giuridico il quale sorge sulla base di un materiale che esige la
dimenticanza bio-memorie: le memorie che costituiscono l’uomo come vivente, in quanto date non
necessitano di essere memorate e l’uomo, dato che non coincide con le bio-memorie, attiva sempre un
altrimenti, un qualcosa di differente, caratterizzato dall’immagine della creatività.

Ciò che conduce l’uomo a violare le memorie costituitesi nell’ambito del vivere sociale è la menzogna (ciò
che ci fa tornare indietro invece è il pentimento).
Dunque nella vita dell’uomo non basta la fisiologia: la contrapposizione tra fisiologia e istituire serve
proprio a chiarire i contenuti delle possibilità del diritto, dove si pensa di usare il diritto non come una
semplice concessione o diffusione di interessi, ma come titolarità di un esercizio che trova il proprio confine
nella libertà del dialogo.

La menzogna, la violazione, sorgono nell’ordine del simbolico che si forma come allontanamento
dall’ordine reale e che qualifica la questione del senso: la dimensione del simbolico nell’uomo impedisce
che si possa trattare allo stesso modo il funzionamento di senso e quello meccanicistico.

Nel primo il carattere è disfunzionale perché pone domande sulla qualità e la finalità del funzionamento
che cercano di evitare la caduta dell’uomo nel fondamentalismo funzionale, mentre nel secondo si ha
carattere funzionale.

Scegliere di vivere nel reale privo del simbolico vuol dire vivere senza l’arte del pensare, dell’agire, vuol dire
trovarsi in uno spazio privo di comunicazione e di interpretazione marcata dall’interdetto.

Lo spazio dell’interdetto è la significanza dell’azione, il pensiero, la pausa: l’espressione della libertà di ogni
singolo uomo conferisce un’unità di senso al mondo, ogni singolo elemento ha un proprio senso e
significato, a seconda del significante principale che assume; nel mondo dei viventi privi di linguaggio i
singoli elementi sono ciò che sono.

Dunque per quanto riguarda le procedure, importantissima è la differenza tra significato e significante:
parlando invece nella direzione del numero il quale opera in un rapporto omogeneo con la finzione di
verità, in realtà il significante eccede la finzione della verità perché si orienta alle domande sulla ricerca
della verità del relazionarsi comunicativo, alla sua chiarificazione nella qualità della relazione tra gli uomini.

Tra significante e numero c’è quindi una grande differenza.

La ragione procedurale, scissa dalla ragione giuridica, appartiene a quella direzione che scivola nella
dimensione assolutizzante del reale: l’ordine simbolico e l’ordine reale sono diversi modi del sapere, il
sapere del significante e il sapere numerico.

Il sapere del significante si forma nell’eccedere la bio-memoria che definisce una forma di vita individuata
da un sapere, che è il sapere totale e si destina all’altro nella dimensione principale dell’alterità e del sapere
parziale; il sapere numerico si compie nel volgersi all’altro nella dimensione del quid.

Le procedure giuridiche invece non producono alcuna esclusione.

Istituire non è un’operazione qualsiasi avviata per porre in essere procedure, ma in esso le procedure
vengono mediate dal logos attraverso la ragione giuridica: l’istituire non può essere confuso con lo stare a
vedere ciò che accade, ciò che si afferma secondo una coscienza combinatoria determinata da rinvii di
funzionamento, perché al contrario, necessita di un’attività preparatoria diretta ad evitare
l’autoreferenzialità autarchica (indipendente).

In questo è importante il collegamento con il ‘plus di senso’, distinto dalla varietà di rinvii di funzionamento
nella dualità della ragione osservatrice: nel plus di senso l’istituire è come un’opera tesa alla formazione di
un’identità relazione, mentre i vari rinvii di funzionamento si risolvono nell’insieme degli effetti delle
operazioni dei sistemi sociali.

La condizione di essere parlante dell’uomo presenta il suo stato di scissione, costituito dalla sua soggettività
e dal suo essere autore sempre per e nel medio degli effetti non disponibili del linguaggio.

L’uomo è autore del linguaggio, però lo è proprio in quanto è sottoposto agli effetti del linguaggio verso i
quali non può esercitare alcun potere.
Questo assoggettamento (l’uomo è assoggettato agli effetti del dire) si chiarisce la presenza dell’altro:
proprio la libertà espressa dall’altro lo libera alla creatività del linguaggio, alla possibilità di abbandonarsi
alla coincidenza con la sua interpretazione presentata come un’immagine chiusa fin quando non viene
attraversata dalla presenza dell’altro.

Dunque l’esercizio della soggettività del linguaggio vuol dire impegnarsi per formare la propria identità,
ecco perché l’istituzione delle procedure si concretizza e produce i suoi effetti secondo la struttura stessa
del linguaggio: ancora una volta torna la questione dell’interdetto, unica dimensione aperta che chiarisce e
realizza il nesso tra bio-memorie e memorie soggettive, tra logos e nomos.

L’attenzione della filosofia del diritto alle procedure significa attenzione alla ragione procedurale.

Le procedure mantengono carattere giuridico solo nel caso in cui si riferiscono all’unità di logos e nomos e
se si alimentano all’indisponibilità della terzietà; dato che le procedure sono poste nel linguaggio, sono
esposte anche ai suoi effetti.

L’analisi della formazione delle procedure giuridiche istituite, segnala che nella formazione stesa delle
procedure si afferma la condizione dell’uomo che consiste nell’assenza dell’altro in una relazione
disciplinata dalla terzietà.

Come il linguaggio, anche le procedure consistono nella formazione e nell’espressione della libertà; la
formazione delle procedure, la loro istituzione comporta che la relazione di avvio delle procedure abbia
come modello la relazione tra debitore e creditore, ossia l’obbligazione giuridicamente radicata nella
terzietà.

Nell’istituire le procedure ogni uomo è debitore con l’altro perché determina che oltre alla sua
progettualità ve ne sono ovviamente altre.

Ognuno nel parlare prende in considerazione l’idea di sottrarsi alla possibilità di coincidere con un senso
predefinito; è proprio nella struttura della parola che troviamo il nucleo di tutto quanto, cioè l’obbligazione
tra creditore e debitore, perché solo in questo rapporto si può formare di continuo l’opera dell’istituire
relazionale che si compie registrando il fatto che ogni uomo è sia creditore sia debitore.

L’istituzione delle procedure proviene da una precisa qualità della relazione tra i soggetti, formativa del
futuro: il ricordo e la sensazione, cioè passato e presente, riguardano l’uomo nel suo ritrovarsi che consiste
nel ‘come ci si sente’ nel futuro che si va formando.

Dunque per gli uomini la formazione delle procedure ha la sua ragione connessa al futuro.

La questione del senso, per sua stessa formazione, costituisce la ragione dell’istituzione delle procedure,
perché si tratta di selezionare tra le diverse procedure quelle che possono garantire la conservazione della
differenziazione fenomenologica delle procedure, rispetto ad altre modalità di mettere insieme un’intesa
per un quid, per un qualcosa funzionale.

L’intesa empatica è fondamentale nelle procedure, il ritrovarsi di ognuno nell’altro, secondo il loro diritto a
non essere esclusi: le procedure non escludono e quindi sono giuridiche se non si limitano a registrare
l’intesa di alcuni, ma garantiscono il mantenersi degli uomini anche in un’intesa funzionale misurata sempre
dall’intesa empatica.
Capitolo 6
Le procedure necessitano di essere differenziate: istituire o osservare.

È ovvio che l’istituzione del diritto propone il nodo problematico della questione della giuridicità: è proprio
il senso dell’ingiusto che pone l’uomo di fronte all’interrogativo sul giusto in un’affermazione della
differenza nell’uguaglianza.

Nella società del giorno d’oggi, dato che è priva di gerarchie diverse da quelle stabilite dai prezzi, sono
presenti gerarchie costruite dai mercati attraversati dal linguaggio numerico.

Il linguaggio dei prezzi è solamente l’espressione numerica che viene fatta circolare dalle informazioni
vincenti del mercato: il prezzo è capace di concretizzare i fatti che si compiono nel mercato.

Il mercato funziona per il suo successo: prevale l’attribuzione di un prezzo corrispondente al valore del
bene.

Anche i numeri come prodotto del linguaggio e immessi nella discorsività, sono istituiti, ma il loro essere
istituiti si arresta di fronte al linguaggio posto con determinati segni, privi del significante e dei suoi effetti
relazionali: i numeri non rispondono a domande sul senso.

L’economia si pone come struttura organizzativa che amministra beni e servizi e non tiene conto
dell’attività psichica individuale: il denaro costituite la modalità di pagamento.

La capacità di farsi ascoltare da parte di chi possiede il denaro costituisce il problema centrale delle
procedure e dunque, la logica die numeri può rispondere agli interrogativi sull’ingiustizia?

Ciò che divide le parole e le cose è il nominare: l’istituzione del diritto è un rapporto di scelta indispensabile
per custodire la divisione parole-cose.

Le procedure giuridiche sono istituite e rimangono in questa loro origine solo per permangono nel
nominare nella comunicazione, proprio dell’intesa empatica: le parole possono avere significati diversi, i
numeri invece no.

Il passaggio dai numeri dei prezzi alle parole delle norme non è meccanico: le procedure si presentano ogni
volta mostrando l’opera centrale del linguaggio: al giorno d’oggi, in cui si discute molto del mercato e del
linguaggio dei prezzi, si può costatare che la scissione tra cose e parole è sempre meno importante.

Nella società complessa sono quasi presenti solamente le relazioni a statuto numerico, le quali prevedono
una semplice reazione ad input.

Per quanto riguarda le procedure giuridiche, importantissima è la figura del terzo nel diritto, nel quale si
presenta la scissione tra i principi del diritto e le norme vigenti.

I principi del diritto costituiscono questo fenomeno nella sua specifica differenziazione fenomenologica
rispetto agli altri fenomeni della vita sociale, individuano il sistema giuridico come non riducibile da altri
sistemi sociali.

Si pone però la differenza tra principi del giudizio e norme vigenti, che è tale proprio perché è presentata
dal terzo giudice: il luogo terzo rappresenta il riferimento giuridico dell’uomo, un qualcosa di simbolico.

Ogni attività diretta a pagare o a saldare è un tradimento della giuridicità, dell’intesa empatica e
dell’obbligazione prima.

Le procedure interessano il diritto perché hanno il loro luogo essenziale di significazione nel giudizio
giuridico: la qualificazione del giudizio giuridico dipende dalla sua terzietà.
La sua crisi si manifesta nella flessione corruttiva dell’ordine simbolico: la visione giuridica infatti non può
ignorare lo scarto tra simbolico e reale, così come non può ignorare l’interpretazione della norma.

Sia le regole poste dalle procedure sia le regole interessate alla formazione e all’imposizione delle
procedure si mantengono all’interno di un’intesa empatica, si mantengono nella giuridicità se sono
omogenee al rispetto della libertà nella parola, momento essenziale della relazione tra gli uomini.

Prendere la parola vuol dire avviare un inizio nuovo, esercitare la creatività del singolo: questo manifesta
che le procedure hanno il carattere della giuridicità se continuano ad essere riferite ad una precisa
qualificazione dell’obbligazione, quindi se trattano e concretizzano l’obbligazione giuridica come simbolica
e non come numerica,

Le procedure sono nel e del diritto perché fanno riferimento al momento del giudizio giuridico, come al
momento centrale di ogni elemento che appartiene al diritto.

La terzietà è la figura che appare nel giudizio giuridico e diventa lo spazio di azione che di colui che deve
difendersi, ma anche di colui che cerca di sostenere le se argomentazione attando l’altra parte: è la
dimensione delle aspettative.

Il momento centrale del mercato e dell’economia è il pagamento, il saldo, attraversato interamente dal
linguaggio dei prezzi che non ha rinvii di senso, perché si presenta nella sua momentaneità, si esaurisce nel
suo presentarsi secondo un prezzo.

Dunque sia nel mercato che nel diritto opera un momento prioritario rispetto agli altri: nel diritto può essere
realmente presente anche quando è assente, in qualità di produttore di effetti con l’istituzione della
possibilità della presenza.

Al centro della complessa architettura del diritto emergono il giudizio e le leggi, cioè i parlamenti, quindi nel
diritto il momento fondamentale è il giudizio e le procedure che ne costituiscono lo sviluppo.

Il giudizio giuridico incide sulla relazione tra i soggetti che, con le loro condotte, costituiscono il cosiddetto
materiale e dunque sulle procedure che in esso hanno il loro momento centrale: ‘è diritto perché c’è il
giudizio giuridico.

Il momento costitutivo della giuridicità è il momento dell’obbligazione giuridica, intesa come quello spazio in
cui si costituisce una relazione tra un debitore e un creditore, parlando sempre di debito simbolico, il quale
alimenta il giudizio giuridico centrato sulle parole che conferiscono senso ai numeri.

Le procedure consistono in processi discorsivi che ricevono gli effetti del linguaggio evocante o dialogico; il
dominio del discorso numerico rispetto al discorso giuridico è dovuto al fatto che oggi il mercato ha
un’estensione globale, organizzata sulla base di rapporti finanziari che si nutrono dell’economia reale
programmata a produrre bisogni e beni.

Nel vivere quotidiano il denaro deve produrre altro denaro sennò il livello di considerazione si abbassa fino
allo spegnimento.

L’uomo comune è costretto in un meccanismo non scelto, si trova a non poter ristabilire quella condizione in
cui tra il funzionamento e la realtà che lo circonda vi sia una distanza e da questo interdetto possa essere
posto un interrogativo che riporti la questione del senso senza aspettative di funzionalità.

Quindi è impossibile poter riprendere quello stato di intervallo che rende possibile istituire i bisogni.

Il linguaggio dei prezzi che organizza la vita del mercato assume le caratteristiche di un linguaggio dominante
e in questa condizione costituisce il quadro essenziale di riferimento di ogni linguaggio, sistema sociale e
quindi anche diritto.
La difficoltà nel rapportarsi ad un linguaggio simile, il linguaggio dei prezzi, è determinata dal fatto che pur
avendo una radice nel logos, dunque nella parola, ha tradito il rapporto con la successiva fase, lo assolutizza
nel suo istituire e dunque diventa un linguaggio numerico, chiuso, che non è caratterizzato da libertà.

Il linguaggio dei prezzi domina gli altri linguaggi, ne diviene la fonte, ma elimina il dia-logos degli uomini.

Le procedure sono giuridiche perché situate nella relazionalità discorsiva a sua vola istituita dall’uomo per
formare un’intesa empatica, e tutto ciò ne deriva che la discussione sulle procedure è possibile se avviene
considerandole processi discorsivi: in realtà ogni processo discorsivo presenta divaricazioni, dette ‘codice’ il
quale è sempre duplice perché attiene ai due momenti principali in base ai quali si attiene l’uomo: passaggio
di informazioni e assumerli per prendere la parola su di essi e poter formare ed esercitare la propria identità
all’interno di discorsi.

Ogni volta che questo accade vuol dire che l’uomo ha liberamente scelto di prendere parola all’interno di un
dialogo.

Dunque possiamo dire che tutte le volte che si nomina una procedura, si ritorna alla procedura giuridica
perché custodisce questi due codici che si possono sintetizzare con due parole: informare (intesa coercitiva),
comunicare (intesa empatica).

Nel discutere delle procedure giuridiche di discute di due ordini della discorsività (discorso e desiderio) riferiti
a che il desiderio è un’aspettativa di senso sempre nella relazionalità della formazione del senso e riguarda
sia il versante della domanda che quello della risposta.

Le procedure sono giuridiche se custodiscono nomos e logos che alimentano discorso e desiderio come due
dimensioni che non possono essere separate.

Parola e desiderio costituiscono il nucleo e la misura di ogni relazione quindi anche dell’intesa empatica come
relazione giuridica formativa delle procedure del diritto.

Intesa empatica e intesa funzionale costituiscono la ragione stessa della giuridicità delle procedure, che
permane nell’unità esistita della parole e del desiderio come ricerca del giusto: alla formazione delle
procedure appartiene la parole e il desiderio di giustizia che si manifesta con la presenza di una figura terza.

Il desiderio si può compiere esclusivamente nel medio della terzietà: il desiderio si riferisce ad un modo di
ritrovarsi con gli altri, il ritrovarsi in un’intesa empatica e dunque in un custodire un plus di senso nel medio
del nomos che può garantire la possibilità della ripresa dell’intesa empatica ogni volta che quella coercitiva
tenta di esercitare il proprio dominio.

Dunque parliamo di giuridicità perché viene imposta una giustizia simbolica, nella quale il quid su cui si
conviene è lasciato alla disponibilità di chi è più o di quanti convengono in assenza della ragione adatta a
nominare.

L’intesa empatica è vincolata alla giustizia simbolica: questo riferimento alla giustizia simbolica indica la
disponibilità del nomos che si compone in unità con l’intesa empatica caratterizzata dalla capacità dialogica.

Nella società di oggi però il linguaggio dei prezzi forma e consolida il convincimento che si possono trattare
gli oggetti e i materiali delle procedure ponendoli nella giustizia numerazione che rimuove la giustizia
simbolica.
Capitolo 7
Le procedure giuridiche si chiariscono nella distinzione tra fisiologia e istituire, caratterizzate da una visione
diversa del diritto misurato dalla ragione giuridica.

Possiamo affermare che l’istituire è la dimensione del logos, ma soprattutto del dia-logos, dove la parola è
dunque fondamentale; il polo opposto è la fisiologia, cioè il procedere vitalistico.

L’espressione ‘linguaggio dei prezzi’ sta proprio ad indicare il fatto che il prezzo caratterizza l’economia, funge
da rinvio simbolico al linguaggio.

L’economia degli scambi, pur non essendo presente nel mondo dei viventi non umani come attività istituita,
attiene ad attività produttive e organizzative che si possono rinvenire in alcune specie animali che
manifestazione un carattere intraprendente.

Ovviamente solo all’interno dei conflitti umani sono presenti le procedure, in quanto nascono come conflitti
di libertà.

La distinzione tra conflitti vitali e controversie giuridiche segnala l’opportunità di considerare che la questione
delle procedure non si dà nei conflitti vitali proprio perché in essi manca la distinzione e il passaggio tra le
attese vitali e le aspettative normative.

I conflitti sono estranei al desiderio, corrispondono al saziare un bisogno destinato alla conservazione della
vita; le procedure si radicano nel desiderio, conservano il senso dell’opera che le istituisce e costituiscono, in
quanto procedure giuridiche, una garanzia a che ogni parlante possa essere soggetto del desiderare nella
relazione triale, la quale rende possibile ad ognuno la formazione della sua libertà.

Quando tutto ciò viene meno si ha ciò che abbiamo noi oggi, il dominio del mercato.

Le procedure del diritto sorgono con la precisa motivazione di essere contro la violenza generalizzata.

Sulla distinzione tra fisiologia e istituire guadagna senso la struttura specifica delle procedure giuridiche,
attraverso esse si marca il concetto che nella dimensione della fisiologia non si presenta nulla che possa
essere riferito alla capacità istitutiva dell’uomo come processo dell’osservare; nella dimensione dell’istituire
l’uomo si apre alle possibilità della libertà.

È proprio nella distinzione tra aspettative cognitive e normative che si radica la distinzione tra fisiologia e
istituire: nella prima c’è assenza di pretesa, dato che questa è legata all’aspettativa normativa.

Le procedure giuridiche si formano nell’assetto dell’istituire, chiarito come unità della trialità del logos e della
terzietà del nomos: questa unità costituisce e specifica la relazione interpersonale costituita nell’intesa
empatica, aperta alle controversie che scaturiscono da conflitti (le relazioni tra uomini nascono infatti dal
logos).

Il desiderio in questo caso non implica il soddisfacimento ma è una lotta indirizzata al desiderio dell’uomo di
essere riconosciuto come tale.

La relazione implica il desiderio della terzietà volta alla costituzione del giudizio, momento centrale del diritto.

Si può parlare di procedure in senso giuridico, se si parte dalla distinzione tra i movimenti della fisiologia e le
procedure dell’istituire: questa distinzione ripropone che la descrizione delle procedure giuridiche e la loro
stessa modalità di formazione dipendono dal superamento della qualificazione del terzo nell’ordine
numerico.
Il terzo nel diritto non si aggiunge a due entità già presenti ma è il terzo sovra-numerico, il quale avvia a
relazioni mediate dal logos, ma nella quotidianità non giuridica il terzo rimane una figura incerta.

Le procedure possono ricevere la qualificazione di ‘giuridiche’ solo in alcuni casi, e cioè quando rimane legata
alle due dimensioni della decisione e della risoluzione: la decisione si riferisce al se stesso, alla sua
autointerpretazione che si concretizza nella relazionalità triale, mentre la risoluzione consiste nel rendere
concreto un orientamento già dato.

Possiamo dire, riferendoci ad oggi, che la ragione procedurale acquista i tratti della risoluzione, e in essi si
risolve quelli della decisione (creatività).

La risoluzione non appartiene a nessuno, ma deriva sempre da un altrove dato che non è imputabile.

Si profilano due qualificazioni delle procedure:

- Le procedure che si concentrano sulla decisione ed esigono le regole dell’istituire: garantiscono


l’esercizio della soggettività e dunque incontrano il singolo come infungibile (sostituibile)
- Le procedure che si concentrano sulla risoluzione secondo regole modellate dalla fisiologia: sono
destinate a usare la soggettività come luogo di accadimenti di un altrove, svuotato di soggettività;
ogni uomo è considerato come un numero

Questa distinzione tra le procedure radicate nella decisione e le procedure poste al servizio della risoluzione,
consente di chiarire la discussione sulla ragione procedurale nella condizione attuale: la società complessa,
retta dal principio della flessibilità funzionale, ritiene che la terzietà sia disfunzionale al procedere
operazionale.

Le procedure tendono ad essere al servizio della risoluzione e dunque tendono ad allontanarsi dal logos.

Le procedure giuridiche sono prodotte sempre da un’intesa empatica, che manifesti la volontà del
mutamento dei caratteri della ragione procedurale; al giorno d’oggi notiamo una predominanza dei modelli
economici rispetto a quelli giuridici, ecco perché quando si discute di linguaggio dei prezzi, si intende
assumere come fulcro la formazione di questo modello linguistico.

Nel linguaggio dei prezzi vi è poco dell’intesa empatica, non vi è nulla della decisione: il linguaggio dei prezzi
è costruito sulla risoluzione in quanto il suo momento centrale è quello del pagamento; in questo caso la
figura del terzo è condizionata, dato che ci troviamo davanti a procedure che sono al servizio della risoluzione.

Questo terzo condizionato costituisce il terzo osservatore che si identifica con la struttura della ratio
osservatrice, privo di soggettività, non accede al linguaggio creativo di senso, è imparziale, disinteressato.

Però oggi ci si chiede se davvero si ha ancora bisogno di una terzietà all’interno del diritto, se c’è ancora
bisogno della figura dell’uomo, dell’umanità per assumere decisioni all’interno della legge: il l legislatore
prende atto delle controversie; il giudice esegue le ‘volontà’ di quest’ultimo; la forza pubblica esegue
sentenze e regole.

Allora a cosa servono i luoghi di detenzione? Sono forse siti in cui si trovano coloro che non sanno seguire,
adeguarsi alle procedure?

E dunque ci chiediamo anche: perché chi non è libero soffre?

Il terzo osservatore assume su di sé la struttura specifica dell’attività osservativa:

1) Introduzione e distinzione tra il materiale osservato e il resto


2) Separazione in due versanti di quanto viene osservato, con la conseguenza che si designa prima una
versante e non un altro e che il versante designato per primo operi come ‘principale’
La ragione osservatrice non è una ragione giuridica perché è condizionata dalla società complessa attuale e
dai risultati del mercato (le procedure strutturate secondo lo statuto osservativo sono collegate alla
risoluzione, mentre quelle basate sull’essenzialità dell’istituire sono collegate alla decisione).

Nel mondo umano tutto deve sempre essere risolto (conflitti sociali, internazionali): e i campi profughi? Cosa
sono? Aumenteranno?

Arriva gente da tutto il mondo in fuga dal suo paese, che cercano rifugio da persecuzioni, attentati, guerre: è
un esempio di assolutizzazione di ragione procedurale.

La distinzione tra le procedure prodotte dall’intesa coercitiva (osservare) e quelle prodotte dall’intesa
empatica (istituire) comporta il riferimento a ciò che differenzia il diritto da altri fenomeni.

La filosofia del diritto postula l’esistenza di una ragione divisa in ragione giuridica e ragione procedurale che
si concretizza in due modalità di intesa: empatica e coercitiva.

Le procedure nell’ambito dell’intesa coercitiva (quindi procedure dell’osservare) assumono gli elementi
specifici del funzionamento e della mancanza di azione che riduce l’uomo ad una entità che stabilisce con ciò
che lo circonda un rapporto attraverso un primo passo verso una delimitazione separativa (si distingue ciò
che merita attenzione e ciò che invece è indifferente).

Il diritto conforme all’osservazione opera in modo che l’osservatore equivalga alla figura del terzo.

Le procedure dell’istituire sono formate da tratti della terzietà imparziale e disinteressata: la ragione
procedurale in quanto ratio dell’intesa empatica qualifica le procedure secondo un modello relazionale
disciplinato dalla terzietà.
Capitolo 8
Possiamo dire che le procedure giuridiche sono tali in quanto reagiscono ad un procedere che si impone
attraverso l’adeguamento ai flussi vitalistici.

Dunque dividiamo le procedure in: istituire ed osservare.

La a loro differenza consiste nella circostanza che si tratta di due modalità di coesistenza umana, cioè la
comunità che può definirsi giuridica e dunque si definisce intesa empatica; il modello dell’osservare, che
produce vari tipi di osservatori, è già presente in natura ed è l’azione che più stretta al vivente non umano.

Osservare vuol dire adattarsi all’ambiente che ci circonda; dunque l’istituire è collegato all’intesa empatica,
mentre l’osservare è collegato ad un’intesa coercitiva, perché funzionale.

Le procedure dell’osservare operano in un processo di continuo adeguamento al fatto che si afferma perché
è motivato da una forza implicita che produce esclusione: le procedure poste secondo il modello
dell’osservatore corrispondono ad una condizione prodotta dall’intersecarsi di un meccanismo funzionale
che le accomuna; in esse i prodotti dell’intesa funzionano con un codice binario.

Secondo la ratio dell’intesa empatica, le procedure istituite presentano sempre la struttura dell’interdetto
dato che istituire vuol dire esternare in piena libertà un progetto (ragione procedurale di primo grado:
legislazione; ragione procedurale di secondo grado: giurisdizione).

La ragione procedurale di secondo grado costituisce la qualificazione attuale del diritto in quanto logica
immunitaria che qualifica il presente della società complessa.

Queste due prospettive, osservare e istituire, oltre a contrapporsi possono anche essere complementari
perché riguardano qualificazioni del diritto: la prima fa riferimento al diritto inteso come strumento fattuale,
la seconda al diritto che immette controfattualità secondo l’unione tra logos e nomos.

Ovviamente è diversa la condizione degli uomini in questi due casi: nelle procedure dell’osservare, l’insieme
delle vicende relazionali degli uomini non ha un centro, ogni luogo è il risultato della contingenza di un
insieme di più luoghi; la ragione procedurale dell’osservare non ha peraltro alcun riferimento a fini
incondizionati.

Le procedure dell’istituire hanno come ragione motivante la costituzione della struttura dell’istituire che
costituisce una regola di selezione tra logos e nomos.

La distinzione e la comparazione tra le procedure dell’osservare e quelle dell’istituire consente una critica
alla condizione attuale, in quanto rende possibile chiarire i diritti umani, cioè i diritti incondizionati: infatti
nelle procedure dell’osservare tutto l’universo giuridico finisce per implicare un riferimento ad un’unica
condizione che impone l’adattamento del singolo.

Oggi l’uomo è come se fosse un dato tra gli altri che circola come pacchetto informazionale nei social
network, costituendosi come prodotto vendibile, osservabile, dunque non un soggetto di diritti
incondizionati.

La ragione procedurale, intesa come evento spettatore, può essere considerata misura della ragione giuridica
oppure queste due dimensioni costituiscono due momenti di uno stesso fenomeno?

Rispondiamo trattando della terzietà: la terzietà giuridica, intesa come l’unità di tre figure e cioè il terzo
legislatore, il terzo giudice e il terzo polizia.

Il terzo al giorno d’oggi assume la figura del terzo condizionato, cioè il terzo presente all’interno del mercato,
del linguaggio dei prezzi, dunque è quella figura che permette di accedere alle vicende dell’economia.
Ma è ancora possibile che l’umanità speri in un diritto rappresentato da soggetti disinteressati?

Il linguaggio dei prezzi è considerato la massima espressione per enunciare le relazioni interpersonali, quindi
anche quelle determinate dalla ricerca del giusto: il linguaggio numerico dei prezzi è trattato come un
linguaggio capace di esprimere una terzietà imparziale, flessibile, priva degli effetti della soggettività.

Si consolida dunque la tesi che le procedure del mercato formano quelle del diritto.

Abbiamo da una parte il linguaggio dei prezzi e procedure del mercato, dall’altra le procedure del diritto e la
ricerca del giusto, pero, il linguaggio dei numeri genera rapporti di esclusione determinati dalla presenza sul
mercato di una finzione del principio di uguaglianza perché le procedure del mercato non sono interessate
all’esercizio della libertà; il diritto in sé invece investe il singolo nella sua parità, ma all’interno del mercato
cade l’interesse della verità, del comunicare.

In questa dimensione si consolida il problema della verità, dato che nasce la finzione della verità, che si
concretizza insieme al consolidarsi del potere di alcune entità della vita sociale (imprese, sindacati..).

La questione della verità e della fictio della verità conduce a differenze rilevanti sotto il profilo di procedure
dell’istituire e procedure del mercato: nella nostra società complessa viene archiviata la dimensione del
soggetto di diritto inteso quale io unico, nasce invece ‘l’io procedurale’, costantemente flessibile ad un
adeguamento alle operazioni vincenti programmate dai diversi sistemi sociali.

Si profila una nuova antropologia definibile procedurale che si può discutere attraverso la tesi che il diritto è
una semplice procedura retta dal terzo condizionato, sorretto da una propria ragione, cioè la ragione
coercitiva.

Il profilarsi di un’antropologia sorretta dall’uomo è assimilabile ad una ragione osservatrice, che si adegua
all’ambiente.

Il mercato è sempre vincente perché ha il suo momento centrale nel saldo, nel pagamento, dunque
funzionano attraverso il linguaggio dei prezzi, che è il linguaggio vincente perché è il più veloce.

Il linguaggio dei prezzi è ormai linguaggio finanziario, circola nelle reti informatiche guadagnando molto
spazio; è un linguaggio terzo, sia perché numerico, oggettivo, sia perché esteso senza esclusioni, senza
limitazioni; incide gli altri sistemi, compreso il diritto, tutti posti come ritardatari.

La questione del sapere, che diventa semplice atto cognitivo di adeguamento, corrisponde ad un concetto
che avverte l’esigenza continua di conformarsi all’ambiente circostante.

Il sapere procedurale non si origina dalle regole del linguaggio discorsivo ma è il risultato della combinazione
di operazioni vincenti casualmente: ne risulta che l’istituire formativo delle procedure giuridiche ed esclusivo
della relazione intersoggettiva, acquista i tratti di un’esecutività che si afferma e impone le condotte
necessarie alla risoluzione dei conflitti.

Il sapere procedurale opera attraverso l’io procedurale e rimane estraneo alla ricerca della verità, dunque
rimane l’assunzione di una finzione della verità.

L’istituzione delle procedure giuridiche è tanto più complessa quanto più ci si avvicina alla comprensione
della forma del diritto; anche qui parte fondamentale è quella della terzietà, costitutiva del diritto che nel
caso della legislazione è il legislatore, nel caso della giurisdizione è il giudice e nel caso della forza pubblica è
la polizia.

L’intesa rappresenta una dimensione specifica del discorso degli uomini nella pretesa di considerare che le
procedure sono sempre situazioni discorsive istituite attraverso la parola dialogica con caratteri dell’intesa
come istituire: una volta definito il percorso l’uomo prende atto che le procedure sono istituite.
Mentre l’emanciparsi da un’intesa empatica è collegata alla formazione di una relazione triale di
riconoscimento, io e alterità nel medio terzo (affermazione del diritto), l’intesa funzionale prevede un
rapporto duale di esclusione, o io o alterità (negazione del diritto): queste due prospettive convergono verso
una fase decisionale in cui l’uomo sceglie di permanere rispettando l’altro oppure usando la violenza.

A differenza dell’intesa funzionale, l’intesa empatica è nel se stesso e rappresenta l’apertura al se stesso di
ogni altro uomo nella relazione discorsiva che riavvia un plus-di-senso disfunzionale, diretto alla creazione di
senso.

Emergono limiti anche nell’intesa empatica: mentre l’intesa funzionale si può esaurire nell’eseguire un
linguaggio ripetitivo simile alle informazioni prodotte e imposte dalla forza del più forte, l’intesa empatica è
liberamente scelta in una dimensione dialogica dove la regola prima è la parola intesa come volontà,
destinata alla comunicazione.

Però l’intesa empatica non è la soluzione alle ingiustizie, è la via per arrivare a riconsiderare la priorità della
ragione giuridica come misura della ragione procedurale.

L’opera dell’istituire ha la sua genesi nella negazione di un sapere totale, perché questo porta ad una
restrizione della libertà di parola: si può dire che il diritto ha la sua genesi in un intervallo di sapere.

La produzione di diritto sotto forma di leggi, implica il riconoscimento di interessi globali: la posizione del
legislatore è molto delicata e allo stesso tempo nuova; ovviamente l’interesse globale all’interno della società
è diverso rispetto all’interesse individuale.

Non si parla più di giusto e di ingiusto, ma c’è bisogno di equilibrio, di stabilità, che risulta difficile da
mantenere: ci deve essere equilibrio tra i due livelli, quello giuridico e quello politico.

Nel giuridico si configura una logica immunitaria che stabilisce il criterio di giuridicità, il profilo politico si pone
nella dimensione della transazione; l’equilibrio è già garantito dalla regola di giudizio, diretta ad una
restrizione finanziaria in previsione di futuri vantaggi da tutelare.

All’interno della nostra società complessa i diritti sono limitati, la limitazione deriva ed è determinata da una
fattualità contingente, imposta: i più deboli diventano più deboli e i più forti rimangono più forti.

La ragione organizzativa che istituisce le procedure è sempre una ragione giuridica perché non si può limitare
a osservare ed eseguire l’intesa coercitiva di chi ha un potere maggiore, ma garantisce la pretesa giudica
prima degli uomini, la quale sarebbe la volontà di mantenersi in una relazione dove l’intesa funzionale è
misurata con l’intesa empatica.

La giustizia legata agli avvenimenti del mercato è numerica, quindi fattuale, operativa secondo il parametro
del prezzo: dunque se nella prima di nominare, adesso si attribuisce un prezzo, parte fondamentale del
sistema del mercato.

Il conflitto degli uomini, all’interno di una condizione di penuria è un conflitto di senso, dato dal linguaggio
parlante, radicalizzato all’interno dell’intesa empatica; anche in natura emergono conflitto determinati da
pretese sui territori, ma questa tipologia non manifesta un movimento di differenziazione tra procedere e
procedure, tra istituire e osservare, tra ragione giuridica e ragione procedurale.

Dunque ci chiediamo: il diritto può custodire l’apertura alla domanda di senso che è divide il procedere e le
procedure e che eccede il dominio del funzionamento del mercato e della tecnica, senza produrre effetti di
regressione che incidono sulla qualità della vita e sul progresso delle scoperte tecnologiche?

Come si configura la giuridicità all’interno di un linguaggio numerico?

Potrebbero piacerti anche