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Capitolo 3

L’arte regia

Nella prefazione a Il Libro del Dio Vivente di Bô Yin


Râ, scritta nel 1919, lo scrittore ed esoterista austria-
co Gustav Meyrink sottolineava alcuni punti straordi-
nariamente in linea con ciò che intendiamo analizza-
re in questo libro. È probabile che avesse intravisto in
alcuni movimenti esoterici e spirituali del proprio tempo
qualcosa che noi riconosciamo oggi, preconizzando un
fatto che – a nostro parere – è poi tristemente accaduto.
Scriveva Meyrink:

Più l’umanità attuale si interessa di argomenti occul-


ti, più i giusti concetti sembrano farsi confusi.
La colpa è della superficialità, dell’assenza di prin-
cìpi metafisici e dell’indifferenza verso tutti i campi
che non abbiano a che vedere col denaro, ma an-
che del deprecabile fatto che chiunque può, senza
la minima qualificazione, pubblicare un libro dopo
l’altro, seminandoli nel mondo come un’erba cattiva
che sommergerà le rare piante pregiate del giardino
incantato della segreta conoscenza.4

4 Bô Yin Râ, Il libro del Dio Vivente, Castelvecchi, Roma 2013, p. 6.

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«Più l’umanità attuale»
L’umanità cambia. Non è sempre la stessa: gli umani
attuali non sono gli stessi di mille anni fa, né di cento o
di dieci. In più, se l’umanità del Medioevo subiva rari
mutamenti strutturali (politici, economici, tecnologici,
culturali), quella contemporanea è in perenne e accele-
rato mutamento.
Nello specifico, il modo in cui l’umanità attuale si
interessa di argomenti occulti non ha precedenti. Più
che parlare di miglioramento o peggioramento della
condizione umana, ha senso parlare di mutazione, sotto-
lineando il fatto che passa sempre meno tempo tra un
cambiamento e l’altro. Ciononostante, in questo libro
intendiamo rintracciare dei momenti e delle cause che
hanno portato a una degenerazione dei contenuti e allo
sviluppo di un approccio approssimativo e superficiale.

«si interessa di argomenti occulti»


Cosa sono gli argomenti occulti? Sono l’insieme di testi
e tecniche che rispondono all’esigenza di fare esperienza
di uno strato più profondo della realtà, celato (dal lati-
no occultus, “nascosto”) dietro le apparenze del mondo
ordinario. Gli argomenti occulti non rientrano nei biso-
gni primari dell’essere umano, ossia non sono necessari
alla sopravvivenza dell’individuo. Ma – seguendo l’in-
citazione di Pompeo navigare necesse est, vivere non necesse
(“navigare è necessario, vivere non è necessario”) – per
la loro portata si pongono al di sopra dei bisogni pri-
mari. In altre parole, per chi percepisce dentro di sé la
“chiamata spirituale” gli argomenti occulti rappresenta-
no quel navigare tanto più importante del mero vivere.

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«più i giusti concetti sembrano farsi confusi»
La spiritualità contemporanea ha reso quasi incom-
prensibile l’idea che esistano giusti concetti. È presen-
te piuttosto un’unica grande didattica, semplicistica e
consolatoria, che attraverso numerose sotto-didattiche
appiattisce ogni tentativo di osservare se stessi e i misteri
dell’Universo in una serie limitata e limitante di affer-
mazioni (quasi sempre auto-assolutorie) e frasi fatte.
Il giusto concetto – una rappresentazione del reale
che raccoglie e aggrega sapientemente i particolari –
è invece l’applicazione coerente dell’intelletto, facoltà
umana che nel corso dei secoli è via via uscita di scena;
per la spiritualità consolatoria non esistono giusti con-
cetti perché non esistono sbagliati concetti.
Semmai, esistono concetti troppo complessi, troppo
“mentali”, che non lasciano spazio alla sensazione e al
sentimento. Tutto è Bene, Tutto è Uno e Tutto, quindi,
è Perfetto, in un’escalation di banalizzazione del reale che
ha l’arroganza di prendere in esame qualunque cosa, a
partire dai testi sacri di ogni epoca, che vengono tritati
e macellati, pre-cotti e pre-masticati, in modo da essere
comprensibili a tutti e applicabili nella vita quotidiana.
È un approccio che non tiene conto delle differenze
ma mette qualunque ingrediente nel grande calderone
della divulgazione e in questo modo confonde
l’interlocutore, che utilizza il linguaggio senza attenzione
e consapevolezza, mescolando gli ingredienti culturali
nella convinzione che, in fondo, ogni tradizione intenda
dire pressoché la stessa cosa e che quindi sia più che
lecito giocare al piccolo alchimista.

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«La colpa è della superficialità»
Meyrink individua quattro grandi colpevoli, il primo dei
quali è a nostro avviso il più importante. La superficiali-
tà, infatti, è la caratteristica della nostra epoca. Non è di
per sé una caratteristica negativa: è l’abuso che se ne fa a
essere pericoloso. Conoscere la superficie serve a orien-
tarsi, a prendere le misure, a riconoscere i punti in cui è
più sicuro appoggiare i piedi, ma il cammino interiore si
nutre di complessità, di zone d’ombra, di profondità, di
livelli e sfaccettature, di facce nascoste e di dimensioni
ulteriori.
La superficialità oggi si manifesta attraverso la con-
divisione e adesione senza controllo delle fonti, la com-
parazione forzosa di filosofie, religioni e autori, l’idea
che la risposta a una domanda si trovi in un libro, possa
essere divulgata alle masse, sia già stata detta.

«dell’assenza di princìpi metafisici»


Il secondo grande colpevole della confusione dei giusti
concetti è la piramide senza punta, ossia il pullulare di
teorie, riflessioni, pratiche e filosofie occulte sprovviste
di qualsiasi riferimento consapevole a quelli che Platone
definiva Principi Primi.
È risaputo che il termine metafisica derivi da metá ta
physiká, “oltre la fisica”. L’espressione venne coniata
quando, dovendo catalogare i libri di Aristotele, quelli
sull’essenza della realtà vennero posti dopo (metá) quelli
della natura (ta physiká).
La metafisica non consiste semplicemente nello stu-
dio di ciò che è al di fuori del mondo sensibile, ma piut-
tosto nell’analisi del fondamento e dell’autenticità della

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realtà. Nel corso dei secoli il valore della ricerca metafi-
sica è andato affievolendosi e con esso il ruolo fondante
dei principi metafisici; è diventato impossibile per l’uo-
mo contemporaneo conoscere il mondo, poiché è anda-
ta perduta la capacità di usare l’unico strumento in gra-
do di percorrere la strada tra psiche e cosmo: l’intelletto.

«e dell’indifferenza verso tutti i campi che non abbiano a che vedere


col denaro»
Secondo Aristotele la superiorità della filosofia non sta
nella sua utilità sociale, politica o economica, ma nella
sua sostanziale inutilità. «La filosofia non serve a nulla
perché non è serva di nessuno», afferma il filosofo greco
nel secondo libro della Metafisica, perché la filosofia è un
fine e non un mezzo. La filosofia era sorta «quando già
c’era pressoché tutto ciò che necessitava alla vita e anche
all’agiatezza e al benessere».5
La spiritualità contemporanea, invece, esiste princi-
palmente in funzione del denaro, in un meccanismo di
iperproduzione editoriale e formativa che approfitta di
una riflessione critica sul senso del denaro e della ric-
chezza per lucrare senza sosta. Vale la pena sottolineare
che Meyrink, evidenziando il terzo colpevole, non stava
affermando con disprezzo che il denaro e l’occulto deb-
bano essere necessariamente slegati tra loro; piuttosto,
portava l’attenzione sul fatto che il denaro è diventato il
vincolo della riflessione occulta tanto quanto la produ-
zione è diventata l’obbligo di ogni riflessione.

5 Aristotele, Metafisica, a 2, 982 b 22 – 24.

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«ma anche del deprecabile fatto che chiunque può, senza la minima
qualificazione, pubblicare un libro dopo l’altro, seminandoli nel
mondo come un’erba cattiva che sommergerà le rare piante pregiate
del giardino incantato della segreta conoscenza»
Che tutti oggi possano scrivere un libro è cosa nota.
Per comprendere quanto sia dannosa una produzione
editoriale approssimativa nel settore della spiritualità
contemporanea, invece, può essere utile ricordare cosa
affermava Platone nel Fedro, all’interno del mito della
scrittura.
Il primo a comparire sulla scena del mito è Toth, di-
vinità egizia che portò agli uomini i numeri, il calcolo,
l’astronomia e la geometria, oltre che vari giochi. Un
dio scopritore che per ragioni sconosciute scelse di con-
dividere con il popolo egiziano un ricco corpus di scien-
ze e tecniche. Recatosi a Tebe dal Re Thamus, Toth
mostra le proprie arti affinché tutti gli egiziani possano
trarne giovamento. Il Re, però, ritiene dannosa l’arte
della scrittura, perché una volta insegnata agli uomini li
renderebbe pigri, portandoli a disimparare la più nobile
arte dell’autoguarigione, spingendoli a cercare qualcosa
al di fuori – la scrittura quale farmaco sempre a portata di
mano – anziché dentro di sé.
La scrittura ha comunque una sua utilità, perché può
«richiamare, alla memoria di chi sa, le cose su cui verte
lo scritto»6. Il pericolo si trova, piuttosto, nell’incapacità
di vedere ciò che non può essere scritto, e che riguarda
il Bene. Thamus riconosce le grandi potenzialità della
scrittura, ma rivela a Toth che, al di là della potenza cre-
atrice di un’arte nuova, egli deve poter giudicare «quale
6 Platone, Fedro, 275 cd.

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danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che ne
faranno uso». Una cosa, cioè, è creare o scoprire nuo-
vi orizzonti, un’altra è vedere dentro, attraverso e oltre
quegli orizzonti.
Ciò che conta, sottolineavano Platone nel dialogo e
Meyrink in questo quarto colpevole, non è la creazione
di arti ingegnosissime, ma la capacità di vedere quel che
davvero può aiutare l’umanità a dirigersi verso il Bene.
In questo senso, la scrittura rischia di dare l’idea che
tutto sia a portata di tutti, che tutto sia dicibile e, in altre
parole, che una formula possa essere separata dal rito.
Continuava Meyrink:

Per ritenersi abilitati a parlare della vera magia,


dell’Arte Regia, bisogna aver dedicato a essa l’inte-
ra esistenza, essere per nascita uno di quegli inviati
spirituali le cui tempie portano le favolose corna di
un Mosè.
Da quando, nell’ultimo quarto di secolo passato,
la russa H. P. Blavatsky fondò la Società Teosofica
chiamando a raccolta in favore dell’arte quasi scom-
parsa della magia, è nato un movimento spirituale
che (se non viene diretto all’ultimo momento sulla
buona strada) può essere il preludio di un nuovo e
tenebroso Medioevo, con le sue superstizioni, i suoi
isterismi e le sue follie.7

Meyrink non riusciva ad astenersi dal tentativo di rin-


tracciare un’origine temporale dei meccanismi che vedeva
in atto: è probabile che l’interesse nei confronti degli ar-
gomenti occulti sia nato grazie ai circoli di Madame Bla-
7 Bô Yin Râ, op. cit., p. 8.

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vatsky, che è stata in grado di intercettare un interesse na-
scente da parte della – anche questa nascente – società di
massa. E forse in ciò risiede qualcosa di totalmente nuovo
nella storia della spiritualità: il proselitismo.
Se le religioni, infatti, hanno spesso cercato nuovi
adepti, fedeli, osservanti, la spiritualità slegata dalle con-
fessioni religiose si è mossa per altre vie e non ha mai
cercato seguaci. Il cercatore andava errando e talvolta
trovava chi stava cercando. Se non avesse cercato, se non
fosse stato disposto ad abbandonare tutto per la ricerca
della verità, non avrebbe trovato.
Il circolo di Madame Blavatsky – e con esso le asso-
ciazioni analoghe che nacquero nello stesso periodo o
immediatamente dopo in molte nazioni dell’Occidente
– iniziò invece a cercare adepti. Alcuni erano sincera-
mente interessati e rimanevano fedeli a vita, per altri si
trattava di una fase passeggera, altri ancora prendevano
parte a quelle sperimentazioni così come avrebbero par-
tecipato a un corso di teatro, di ballo o a un gruppo di
lettura della Bibbia.
Il pericolo che Meyrink evidenziava era che questo
movimento potesse portare a una superstizione di mas-
sa, alla riemersione di vecchi isterismi, di credenze che –
lontane dall’avere radici nell’esoterismo e nella spiritua-
lità antica – avrebbero avuto qualcosa in comune con la
credenza popolare e con la religione.
È davvero successo questo?

Peggio ancora.
Si tratta in questo caso di una caricatura della vera
magia, di una maschera grottesca che nasconde il
volto autentico della spiritualità immortale, di un ri-

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pugnante spettro che erra per il mondo, avvolto nel
malconcio pastrano di una pseudo-scienza.8

Qui Meyrink ha corso il rischio che corriamo noi


scrivendo questo libro: sembrare spocchiosi e superbi
e professare l’idea che solo un’élite possa accedere a
conoscenze realmente interessanti.
Ciò che circola oggi e che si fa chiamare spirituali-
tà è dunque tutto da buttare? No, ovviamente, ma la
tendenza a riportare ogni cosa al mondo ordinario e
alla vita quotidiana ha sviluppato nel tempo una qua-
si totale indifferenza nei confronti della metafisica, di
ciò che non ha relazione con la realtà materiale, che
non può essere utilizzabile come strumento, che non
rende più ricchi e più felici, né persone di successo.
Ciò è unito al fatto che chiunque può scrivere un
libro o tenere degli incontri senza alcuna reale quali-
fica. E, come Meyrink prevedeva, nel tempo l’anelito
spirituale dell’uomo occidentale ha cercato conferme
nella scienza, sia nella scienza psicologica – che ha
spesso cercato di “spiritualizzarsi” per riuscire a ren-
dere chiaro e limpido e verificabile attraverso esperi-
menti qualcosa che è naturalmente oscuro, personale
e misterioso – sia nella fisica quantistica, le cui teo-
rie sono state modellate in modo da aderire alle idee
semplicistiche a cui abbiamo fatto riferimento (“Tutto
è Uno”, “Tu sei Dio”, “Tutto è Perfetto”).

Tutti gli impostori avvizziti nel rancido balsamo


della vanità e dell’auto-incensamento hanno sentito

8 Ibidem.

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dire ai teosofi che esiste una campana che annuncia
l’immortalità e già sanno tutti esattamente dove si
trova, e i miserabili che li hanno creduti si precipita-
no in un deserto di sabbia senza fine, verso una cam-
pana che sono persuasi di aver sentito da lontano.9

La semplificazione di concetti una volta esoterici ha


reso tutto divulgabile, catalogabile, schematizzabile e
studiabile allo stesso modo delle altre discipline. La pre-
sunzione e l’arroganza dell’uomo occidentale, che cre-
de di sapere già tutto, ha invaso anche il territorio della
spiritualità.
Ciò che il monaco, così come lo yogi, così come il sa-
dhu, così come il sufi, così come le sacerdotesse cercava-
no per tutta la vita, e che sapevano di non sapere, e che
non osavano pronunciare, trova oggi spazio nei discorsi
da bar, nei seminari del fine settimana, nei post su Face-
book. È tutto chiaro, ogni cosa è illuminata.
Non c’è umiltà né estro nel pensiero di aver già tro-
vato tutte le risposte, di aver già dimostrato tutto. E forse
questa vanità non è molto diversa dallo scientismo, dal
pregiudizio religioso, e in generale dall’atteggiamento
di chi pensa di appartenere alla chiesa giusta. «Si ac-
contentano delle domande che danno risposte inutili»,
chiosava Meyrink.
Il cercatore spirituale, invece, non sente mai di essere
arrivato, ma si trova sempre in movimento, in viaggio, in
costante attenzione. Deve possedere un intento impec-
cabile, ed essere sempre disposto a imparare. Non inter-
preterebbe mai la realtà sulla base di una griglia, di una

9 Ibidem.

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tassonomia. Non ha il successo come meta, né il mondo
ordinario come orizzonte.

L’uomo, dalla nascita alla morte,


passa come un’ombra.
Cosa è esistito prima? Non ne sa niente.
Che cosa ci sarà dopo?
Non ne sa ugualmente nulla.10

Al contrario, nel mondo spirituale contemporaneo


non si fanno che trovare teorie e cosmogonie che vengo-
no credute immediatamente vere. Non hanno la poten-
za immaginativa dei racconti tradizionali, e pretendono
qualcosa di simile alla dimostrazione scientifica. Non c’è
spazio per l’allegoria o per il dubbio, solo per il consenso.
Il cercatore procede a tentoni, non corre a bordo di
una Ferrari, non cerca la consolazione, non ha tutte le rispo-
ste, ma ha sempre presente il fatto che siamo transeunti.
La caducità, il suo posto nel cosmo, la sua possibilità di
parteciparvi, ma al contempo la piccolezza che rappre-
senta. Il fatto che non è Dio, tutt’altro.
E che non sa niente di niente.
Il cammino del cercatore è lento, pericoloso, un per-
corso nel quale è possibile – ed è molto frequente – con-
vincersi di essere in viaggio quando si è bloccati in un
fosso, nelle sabbie mobili, o si è finiti morti, bruciati.
Qual è lo scopo della spiritualità immortale? Trasfor-
mare l’animale, cioè prendere prima di tutto atto del fatto
che siamo bestie, che abbiamo pulsioni grossolane, che
siamo merda. Che siamo polvere. Che siamo niente. Tra-

10 Ibidem.

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sformare l’animale che «si prende tutto, anche il caffè, e
che mi rende schiavo delle mie passioni», come cantava
Franco Battiato.

Per quanto ciò possa apparire incredibile, nient’al-


tro che trasformare a poco a poco l’animale uma-
no “coperto di pelli animali” e cacciato dal Para-
diso nell’uomo originario e luminoso che, secondo
le leggende, i racconti e i libri sacri, ha superato la
morte.11

La spiritualità immortale cerca di portare lo Spirito


nella materia, di realizzare ciò che, secondo la tradizio-
ne – le leggende, i racconti e i libri sacri – può diventare
l’uomo. «Ecce Homo», il Superuomo, l’Uomo Nuovo,
colui che ha superato la morte, la carne, la dimensione
bestiale. «Certamente, è più difficile che suonare il pia-
no», scriveva Meyrink.
E in questo modo si rivolgeva a coloro che iniziano il
percorso di lavoro su di sé come si intraprende un corso
di cucina o di ricamo, cioè senza l’urgenza di abbando-
nare tutto, di spogliarsi totalmente, di partire senza mai
tornare indietro.

Coloro a cui pare che esistano cose più importanti, o


quasi altrettanto importanti nella vita, abbandonino
subito: non farebbero che impoverire la loro esisten-
za, il loro corpo ne perderebbe e il loro spirito non
ci guadagnerebbe nulla.12

11 Ivi, p. 9.
12 Ibidem.

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Anche l’atteggiamento attivo nei confronti della vita
è molto diverso dalla “semi-passività” con cui il cercato-
re, secondo Meyrink, deve compiere i primi passi. Nien-
te a che vedere con l’aumento, l’accumulo, il guadagno,
niente a che vedere con il pirata che tenta il saccheg-
gio dei reami invisibili; il cercatore è invece più simile
al pellegrino, a colui che ha abbandonato tutto e che per
procedere nel cammino non ha bisogno di niente. Colui
che rifiuta ogni attaccamento, che si allontana da ogni
desiderio, che prima di tutto cerca la libertà.
In sostanza, è come se un certo modo di origine occi-
dentale (ma oggi proprio della maggior parte degli esseri
umani) di vedere la vita (come conquista, come guada-
gno) abbia travalicato e sia arrivato anche a influenzare
l’ambito spirituale. Anche qui, la ricerca è un tentativo
di accumulo, e il successo di chi ricerca è misurato attra-
verso ciò che ha ottenuto a livello temporale. In ciò che
oggi si fa chiamare spiritualità risiede una commistione
di istinto di conquista e bisogno di consolazione.
È come se, a un certo punto della nostra storia, o
progressivamente in diversi punti, si siano aperte delle
fessure tra il nostro mondo ordinario e quello invisibile,
e qualcosa ci abbia spinto ad andare di là a saccheggiare.
E se è vero che oggi l’essere umano è diverso, che il
mondo in cui vive è diverso dall’ambiente settecentesco
e che, come ha dichiarato Rama Krishna «le antiche vie
sono sepolte», rimane fermo, immutabile e atemporale
il suo scopo, cioè trasformarsi, andare, come ha scritto
Sri Aurobindo solo pochi decenni fa, «oltre l’uomo».
Il lavoro del cercatore è un lavoro di sottrazione. La
costante ricerca di una via d’uscita, della pietra filoso-

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fale, della chiave per sfuggire alla dissoluzione. Ciò che
oggi si fa chiamare spiritualità non prende neppure in
considerazione questa ricerca, ma spinge a conquistare
sempre di più, ad aggiungere diplomi, qualità, abilità, a
fare curriculum. Se ricordasse che siamo transeunti, che
non siamo niente, che polvere siamo e polvere ritornere-
mo, e che nessuno può dirci davvero cosa accadrà dopo
la morte, le sue fondamenta si sbriciolerebbero.
Non c’è niente di sbagliato nelle tecniche di coaching,
nel training autogeno, nel counseling e in generale in tutto
ciò che ha come obiettivo la guarigione da blocchi fisici
ed emotivi. Il punto è che ciò non è spiritualità, ma psi-
cologia.
Pensare di essere Dio è un’idea consolatoria, che nul-
la ha a che vedere con lo stupore, il taumazein che co-
glie chi, alzando gli occhi al cielo, realizza di non essere
niente, al massimo una pedina insignificante che stenta
ancora a comprendere quale sia la propria funzione nel
cosmo, ma gioisce ogni giorno per la rinnovata oppor-
tunità d’esistere.
Con o senza Dio.
Scriveva Satprem, scrittore francese allievo di Mère
e Sri Aurobindo:

Cosa cerca, un uomo?


Quando ha inizio la domanda?
Ce la poniamo mentalmente a quindici o vent’anni.
Ma c’è già molto prima.
Quando apriamo gli occhi, siamo sempre come il
primo uomo al mondo.
E ci diciamo: «Cosa?» (senza parole, è vero, siamo
una domanda).

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L’uomo era una domanda.
Ci siamo immaginati che si dovesse dare risposte
mentali, intellettuali alla domanda.
Ma quando avremo dato tutte le risposte, queste
non riempiranno.
È il fatto d’essere, la domanda.13

13Frédéric de Towarnicki, Satprem, Sept jours en Indie avec Sa-


tprem, Robert Laffont, Parigi, 1982, pp. 3-4.

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